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La gestione del conflitto.

L’esperienza del conflitto all’interno della famiglia

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 Autore: Aldo Basso

 

         Il conflitto                   

Il termine ‘conflitto’ è spesso utilizzato come ‘contenitore’ generale di diversi significati e a questo termine si possono ricondurre diversi altri termini: litigio, discussione, dissidio, contrapposizione, divergenza, scontro, guerra, violenza, bullismo, aggressività, contrasto, tensione... Presenta quindi un range di significati diversi.

         Il conflitto si riferisce ad una situazione nella quale si presentano bisogni, concezioni, interessi, in contrasto tra loro. Può trattarsi di un conflitto interiore alla persona, o tra persone, o tra gruppi o tra popoli e culture diverse. Il conflitto può portare a forme varie di violenza, sopraffazione, aggressività. Esso, inoltre può essere latente o manifesto, permanente o momentaneo, conscio o inconscio.

 

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Si deve apprendere anche ad amare

Si deve apprendere anche ad amare

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 AUTORE: Giuseppe Cesa

Siamo sposati da quasi 20 anni e stiamo attraversando un periodo di crisi nera. Continuiamo a ferirci, ma non su cose importanti, bensì su piccole cose quotidiane e su aspetti del carattere.

Stare insieme diviene difficile, per non scontrarci ci evitiamo e il matrimonio è diventato una routine insensata.

Ci siamo sposati molto giovani, attorno ai 20 anni, e ci conoscevamo da poco; purtroppo io sono rimasta gravida ed abbiamo fatto il classico matrimonio riparatore.

All’inizio andava bene, anche se le difficoltà erano molte, ma forse ci univano, così abbiamo fatto anche un secondo figlio. Poi abbiamo avuto i genitori con problemi di salute ...

Ora che potremmo stare bene e goderci un po’ la vita arriva questa situazione. A volte ci chiediamo cosa succede e se sia il caso di continuare a vivere assieme”.

A.Z.

Capita molte volte che le coppie si formino e consolidino nella complicità di fronte a delle problematiche da affrontare. Di per sé questa è una caratteristica positiva però, fortunatamente, nella vita capita anche di attraversare periodi non problematici e in tali fasi la complicità di fronte alle problematiche non è più il fattore principale che unisce la coppia.

La psicologia sociale ha ampiamente mostrato come le persone possano coalizzarsi al cospetto di un problema o di un nemico comune, ma non si può vivere sempre in stato di guerra. È importante saper vivere anche in stato di pace, quando non ci sono pericoli, nemici o problemi contro cui coalizzarsi.

Credo che quanto avviene nella coppia in questione stia ad indicare proprio la necessità di evolversi e sviluppare un nuovo modo di stare assieme.

Questo può non essere facile. Metaforicamente parlando, ad esempio, la storia ci ha spesso mostrato come alla fine di ogni conflitto, guerra o catastrofe, ci sono gruppi che faticano a deporre le armi o bravi condottieri che, in tempi successivi, risultano essere cattivi governanti. Eppure la pace è una condizione auspicabile.

Allo stesso modo, quando una coppia si trova ad aver superato periodi prolungati in cui era immersa in varie problematiche, può trovarsi seriamente in difficoltà proprio di fronte alla possibilità di godersi un po’ la vita.

Nelle situazioni simili a questa, credo valga la pena valutare attentamente il contesto, se non altro per escludere altri fattori. Ma nella consapevolezza di quanto sopra detto ritengo che le persone dovrebbero apprestarsi ad imparare e ad avere un di più di umiltà. Erich Fromm, noto psicoanalista oggi forse poco di moda, sottolineava come molta gente faccia fatica ad accettare l’idea che si deve apprendere anche ad amare.

Il «fallo di reazione» - La reazione impulsiva

Il «fallo di reazione» - La reazione impulsiva

 

 

 Autore: Giuseppe Cesa

Non so se si chiami ancora così, ma con questo nome l’ho conosciuto da ragazzino nei campetti di calcio. Quello di reazione è il fallo fatto come reazione impulsiva conseguente ad un’aggressione o altro fallo subito, un botta e risposta, una giustizia fai da te.

Atto che in alcuni casi trova espressione nel concetto di vendetta fredda e procrastinata, a volte anche a lungo, nel tempo.

Dal punto di vista evolutivo, partendo dal regno animale, non è difficile riconoscere l’importanza fondamentale di tale pulsione per la sopravvivenza sia dell’individuo singolo che del suo gruppo.

A tale proposito è sufficiente pensare all’importanza della reazione istantanea di un corpo di fronte ad un affronto quando ancora non esisteva qualcuno o qualcosa che proteggesse e garantisse giustizia. Persino oggi è riconosciuto il diritto alla legittima difesa, anche se non deve scivolare nell’eccesso.

Di fronte a un pericolo, vero o presunto, la scarica di adrenalina istantaneamente invade il corpo mettendolo nella condizione ottimale per lottare.

Come per altri meccanismi istintivi che sono risultati vitali, la reazione è immediata, cioè non mediata. Negli animali però e, in progressione evolutiva, ancora di più negli umani abbiamo lo sviluppo della corteccia celebrale.

 

Compito di quest’ultima, tra l’altro, è quello di elaborare le percezioni interne ed esterne, confrontandole con una rappresentazione del mondo costruita sulla base delle esperienze passate oltre che dell’educazione ricevuta per poi, decidere cosa è meglio fare.

Ciò avviene già anche a livello animale; un animale, infatti, pur con una corteccia celebrale minore e con valutazioni meno sofisticate rispetto all’umano, se valuta che l’avversario è più grosso di lui, sa frenare il suo impulso alla lotta e cercare soluzioni diverse.

Quello della corteccia è un compito non facile perché a cospetto di potenti istinti selezionati e consolidati per la loro importanza vitale deve valutarne l’opportunità. Valutazione che richiede tempi di elaborazione maggiori rispetto all’immediatezza dell’istinto ma, soprattutto, dipende dal tipo di rappresentazione del mondo che l’individuo ha in testa.

Siccome l’istinto è più o meno uguale per tutti, ne consegue che il comportamento di un individuo di fronte ad una provocazione dipende da cosa percepisce ma, soprattutto, da qual è la sua rappresentazione del mondo.

Probabilmente chi ha avuto la possibilità di vivere ed interiorizzare sistemi relazionali affidabili e giusti avrà una maggiore capacità di trattenersi fidandosi di una giustizia sociale immanente, mentre chi ha vissuto in situazioni di minore affidabilità e giustizia tenderà più facilmente a reagire istintivamente.

Inoltre, un contesto in cui il sistema sociale e giuridico funziona aiuta a sviluppare quel senso di fiducia favorendo il contenimento dell’impulsività delle persone, mentre un contesto in cui la giustizia sociale immanente non svolge adeguatamente il suo compito favorisce il dilagare della pulsionalità negli individui.

Infine, poiché la visione del mondo dell’individuo è appresa e modificabile, anche la capacità di contenere la propria impulsività può essere modificabile a condizione che il soggetto abbia la possibilità di vivere una nuova esperienza emotiva correttiva.

 

Giuseppe Cesa

Psicologo psicoterapeuta

 

 

Marc Chagall. Una Amoris laetitia artistica

Marc Chagall. Una Amoris laetitia artistica

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Il pittore russo naturalizzato francese Marc Chagall (1887-1985), uno dei più amati del Novecento per il suo stile fantastico, surreale e fiabesco, viene oggi presentato in numerose gallerie, da Milano Pisa Roma fino a Gioia del Colle Noto ecc.  Così a Mantova, dove è prossima la chiusura dell’esposizione, aperta presso il Palazzo della Ragione lo scorso settembre: “Marc Chagall, come nella pittura così nella poesia”.

L’amore è uno dei temi centrali della sua opera, una Amoris laetitia artistica, volendo far riferimento all’esortazione apostolica di papa Francesco.

Il celebre olio su tela (1918), icona della mostra, dal titolo “Sulla città” è stato definito una poesia dipinta dell’amore.

In un cielo lattiginoso, gravido di neve, sopra un villaggio di casupole in legno che rappresenta Vitebsk, il paese natale in Bielorussia, vola abbracciata una coppia di sposi innamorati: Marc Chagall e Bella Rosenfeld, la moglie conosciuta ancora adolescente nel villaggio natale, sua ispiratrice e modella di numerosi quadri.

Il volo è metafora della leggerezza dell’amore, della felicità che esso regala, è riflesso dell’amore divino, espressione dell’incanto e della bellezza che permea tutto il creato. In una cultura sempre più secolarizzata il pittore reintroduce la fantasia, la fiaba, il sogno, il sacro, tutti elementi che sfuggono al controllo di una ragione occidentale desiderosa di comprendere e spiegare ogni aspetto del reale. Chagall è un ebreo vicino al chassidismo, movimento mistico sorto in età moderna in seno all’ebraismo ortodosso. Un tratto tipico è la celebrazione fastosa della vita, a partire dalla convinzione che Dio sia presente in tutta la creazione, dissimulato e celato in essa.

L’immagine degli sposi non abbandonerà mai l’artista, nemmeno negli anni cupi della guerra, della rivoluzione o, più tardi, della Shoah. La capacità che ha reso Chagall un artista unico è stata quella di decodificare l’amore attraverso il colore, steso con pennellate in grado di trasmettere la passione, la tenerezza e la semplicità di questo sentimento.

La gioia della vita coniugale per Chagall è la rappresentazione diretta della propria esperienza dell’amore. Nella sua autobiografia, “La mia vita” (SE editore) dedica alla moglie Bella parole di assoluta poesia: Io aprivo soltanto la finestra della stanza e l’aria azzurra, l’amore e i fiori entravano con lei. Tutta vestita di bianco o tutta in nero lei vola da molto tempo attraverso le mie tele, guidando la mia arte. Non finisco quadro o incisione senza chiederle il suo “sì” o “no.

Ho appeso copia del quadro nella saletta d’aspetto del nostro Consultorio, là dove sostano persone in difficoltà, coppie in crisi, confuse, vittime di scelte esistenziali sbagliate, incomprese o incapaci di comprendere. Il quadro infonda loro serenità, leggerezza, positività e speranza per una “quiete dopo le tempesta”, per una vita di coppia rinnovata, per una vera libertà liberata.

Così il pittore esprime all’amata il messaggio che la sua arte vuol trasmettere: Scappiamo, sfuggiamo dagli affanni, dai pregiudizi, dalle fatiche che si nascondono tra un tetto e un altro, tra comignolo e finestre. Prendiamo il volo, io e te in questo cielo che ci ospiterà, noi sopra la città. Basta rimanere nel flusso sempre eterno e sempre lo stesso di convenzioni, di convinzioni, classiche interpretazioni della vita quotidiana, allontaniamoci, voliamo via da questa città se ci sta stretta, se è cambiata così tanto, tu fai un cenno, salutala, ti porto lontano, non pensare ad altro.

Gabrio Zacchè

… e tutto l’amore diventa odio … e per fortuna spesso non succede

… Psicologo mi dica

e tutto l’amore diventa odio

e per fortuna spesso non succede

 

 

Oggi, più di ieri, chi si sposa lo fa con grandi attese di felicità … e, più di ieri, si sposa per amore.” Così il sociologo Giorgio Campanini, invitato al trentennale del Consultorio Ucipem di Mantova, descriveva l’accostarsi al matrimonio da parte delle coppie contemporanee.

“… e tutto l’amore diventa odio.” Con questa frase Davide Lopez, un noto psicoanalista scomparso da qualche anno, descriveva la dinamica tipica di molti processi di separazione.

Spesso, infatti, quando due persone intraprendono un percorso matrimoniale tendono, anche sulla spinta di diffusi stereotipi sociali, ad avere grandi attese verso la vita di coppia e a vivere l’altro come un prolungamento di Sé, come un qualcosa che contribuirà al coronamento di una serie di aspettative consce ed inconsce. È proprio in questa proiezione di caratteristiche che può trovare posto un’amplificazione irrealistica: l’idealizzazione dell’altro ed un grande trasposto di amore che in realtà è verso un’immagine di Sé proiettata. L’innamoramento.

 

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