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NewsUCIPEM n. 748 – 7 aprile 2019

NewsUCIPEM n. 748 – 7 aprile 2019

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

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02 ABORTO                                                       La forza della famiglia è quella di cambiare

02 ADOZIONE INTERNAZIONALE              Adozione internazionale. Quei miti duri a morire sul calo.

03                                                                          Griffini: governo risolva lo stallo o i bambini ne faranno le spese.

04                                                                          Una Giornata Mondiale del Figlio. La sfida di Ai.Bi. alla politica.

04                                                                          19 punti mozione Bellucci per rilancio adozione internazionale.

06 AMORIS LÆTIZIA                                      Sostanza e il metodo: la tradizione che cammina e il decalogo di AL

09 ASSEGNO DIVORZILE                              Deve tenere conto anche del Tenore Di Vita in “senso lato”.

11 ASSOCIAZIONI-FEDERAZIONI              Europa: famiglia risorsa politica. Manifesto Fafce per le elezioni Ue

12 CENTRO INTERN. STUDI FAMIGLIA   Newsletter CISF - n. 13, 3 aprile 2019.

14 CHIESA CATTOLICA                                  Celibato. Una legge da cambiare?

17                                                                          "Il Papa parla la lingua della laicità. La Chiesa lo segua"

18                                                                          Scandali nella chiesa! E dopo?

19 COMM.ADOZIONI INTERNAZ.             CAI verifica i requisiti di idoneità degli enti accreditati.

19 CONFERENZA EPISCOPALE ITAL.        Card. Bassetti. Il respiro della sinodalità.

20                                                                          Consiglio Permanente. Per la dignità di ogni persona.

20                                                                          I cristiani sono sinodali.

21                                                                          Quando manca la sinodalità, riusciamo a dividerci su tutto.

21                                                                          Famiglia: non si resti sordi alle domande di sostegno.

22 CONGEDO                                       Congedo papà: 10 giorni pagati come la malattia

23 CONSULTORI UCIPEM                            Massa. Disabilità: la diversità di ognuno per l’accoglienza di tutti

23                                                       Portogruaro. Incontri “la rabbia e la paura: come gestirle”.

23                                                                          Trento. Oltre 5.600 gli accessi al servizio nel solo 2018.

24 CONVEGNI – SEMINARI                        WCF Verona. Famiglia e vita: un rapporto indissolubile.

27                                                                                          Tutela della vita: l'importanza della prevenzione.

29                                                                                          La legge 194 non prevede solo l'ivg: applichiamola tutta.

30 DALLA NAVATA                                         5° Domenica di Quaresima - Anno C – 7 aprile 2019

30                                                                          Il Signore apre le porte delle nostre prigioni  

30 DIRITTI                                                          Bruxelles, Forum europeo sui diritti dei bambini.

31 DONNE NELLA CHIESA                            Pro-Vocati dal Vangelo. Gesù e le donne.

32                                                                          La donna e il ministero sacerdotale.

33                                                                          La Chiesa e il femminile: indicazioni per una possibile riforma.

35 FAMIGLIA                                        Mai stato bambino. I tanti martiri innocenti di famiglie sbagliate.

36 FORUM ASSOCIAZIONI FAMILIARI    Famiglia. Natalità, un assegno piatto per tutti. Proposte a Di Maio.

37 FRANCESCO VESCOVO DI ROMA       "Christus vivit": Esortazione Apostolica post-sinodale ai Giovani.

44 GENITORI                                                     Il padre detenuto non perde la responsabilità genitoriale

45 GOVERNO                                                   Il nuovo Manuale dei servizi educativi per l'infanzia.

45 MISNA                                                          Online il manuale per tutori dei minori stranieri non accompagnati

46 PATERNITÀ                                                  La paternità dei nuovi padri.

48 RESIDENZA                                                  Residenza abituale: Convenzione dell'Aja VS codice penale.

50 SEPARAZIONE                                            Separazioni e divorzi di coppie internazionali residenti in Italia.

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ABORTO

La forza della famiglia è quella di cambiare

«Se ci fosse una cultura che riflettesse gli interessi veri delle donne, l’aborto non esisterebbe affatto. Invece è diventata una bandiera, anche se misera, per rivendicare un minimo di libertà in un mondo di proibizioni e limitazioni. Una bandiera stracciata, da schiave. Una bandiera dolorosa che comporta una violenza contro il loro stesso corpo e l’interruzione di un progetto di vita».

Lo scrivevo anni fa, e lo ripeto ogni volta che si cerca di criminalizzare le donne perché rivendicano la libertà di gestire il proprio corpo. Nessuna donna ama abortire e il solo modo di eliminare l’aborto è creare una alternativa: ovvero una maternità responsabile. Poiché l’aborto, proibito dall’alto va sempre a finire nell’inferno della clandestinità, con tutti gli orrori che ne conseguono. Ma cosa hanno fatto i moralisti di ieri e di oggi per aiutare le donne a raggiungere una maternità consapevole? Niente. Anzi hanno proibito in tutti i modi l’uso degli anticoncezionali. Hanno rifiutato in partenza ogni progetto di educazione alla sessualità nelle scuole. Secondo i moralisti ogni figlio concepito deve nascere, a prescindere dalla volontà della madre. La vita è sacra, si grida.

Salvo poi lasciare che i bambini affoghino in mare in seguito alla chiusura di porti e frontiere. La prima preoccupazione di qualsiasi governo è sempre stata quella di stabilire delle regole sul corpo delle donne. Da qui l’emanazione di leggi e regolamenti, spesso fissati con disprezzo per i sentimenti, la volontà delle donne stesse, su accoppiamento, concezione, gravidanza e parto. Ma, rispetto alla famiglia «naturale» che si invoca, ricordiamoci che in natura il più grosso mangia il più piccolo, il più forte schiavizza il più debole, le madri si accoppiano con i figli — succede in tutti gli animali, anche i più simili all’uomo, i padri con le figlie, i fratelli con le sorelle. In natura non esiste morale che non si identifichi con la conservazione della specie. Se per morale umana intendiamo invece leggi che una società si costruisce per vivere meglio insieme, evitando le grandi ingiustizie, punendo i trasgressori e aiutando i più deboli, certo la morale non è un prodotto della natura, ma una squisita e spesso utopistica prassi che l’uomo avoca a sé considerandosi superiore agli animali. La famiglia è una creazione storica come altre istituzioni, e ha la grande forza di cambiare secondo i cambiamenti dell’epoca. Rifiutare i cambiamenti reali è pura ideologia reazionaria.

 Dacia Maraini           “Corriere della Sera”          2 aprile 2019

www.corriere.it/opinioni/19_aprile_01/forza-famiglia-quella-cambiare-e63e3c28-5487-11e9-a9e2-a0d1446d1611.shtml

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ADOZIONE INTERNAZIONALE

Verona. Adozione internazionale. Quei miti duri a morire sul calo

L’intervento del presidente di Ai.Bi. – Amici dei Bambini, Marco Griffini, sulle adozioni internazionali in occasione del XIII Congresso Mondiale delle Famiglie di Verona, continua a far parlare. Durante il Convegno di Verona il presidente Ai.Bi. ha presentato la Carta dei diritti degli OFC (Out of Family Children) composta da otto punti, il primo dei quali è il “diritto di essere accolto in una famiglia costituita da un padre e da una madre”.

            Lo speech del presidente di Ai.Bi. ha però aggiunto brace al fuoco della polemica nella maggioranza di Governo tra Lega e Movimento 5 Stelle degli ultimi giorni, proprio sul tema delle adozioni. Una polemica che era comunque pronta a esplodere dopo la remissione delle deleghe da parte del ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana e che è poi proseguita con gli interventi dell’ex presidente della CAI – Commissione Adozioni Internazionali, Carlo Giovanardi e dei senatori Quagliariello e Gasparri.

            Questi hanno indicato nella paralisi delle attività della stessa CAI, generata dalle divergenze ideologiche in seno all’attuale maggioranza, la concausa, insieme alle disastrose gestioni dei governi a guida PD, del drammatico calo delle adozioni internazionali in Italia. Paese che, comunque, continua a essere il primo in Europa e il secondo nel mondo, dopo gli Stati Uniti, per numero di bambini adottati. Ecco perché non può che preoccupare il calo del 73,5% nell’ultimo decennio, certificato dal rapporto della CAI “Dati e prospettive nelle adozioni internazionali”.

            La maggior parte dei bimbi accolti in Italia arriva dall’Europa (Russia, la Polonia e la Bulgaria). Seguono subito dopo l’Asia (Cina, India e Vietnam), le Americhe (Colombia, Cile e Brasile) e l’Africa (Etiopia, Congo e Burkina). Le normative italiane prevedono l’adozione da parte di coppie sposate, con deroghe solo per casi particolari.

Non è però certamente questo a frenare le adozioni. E neppure, come invece spesso si sente dire, la “scarsità” di bimbi da adottare all’estero. “In realtà il problema – spiega il presidente di Ai.Bi. – Amici dei Bambini, Marco Griffini – è più complesso. Ci sono problemi di natura culturale, come il fatto che in molti Paesi si ritenga indispensabile solo il diritto di vivere con la famiglia d’origine ma non quello di vivere comunque in una famiglia stabile in assenza della prima. Tuttavia le misure di protezione alternative alla famiglia di origine non possono essere tutte considerate sullo stesso piano, perché la vita prolungata all’interno delle comunità educative non restituisce ai minori la condizione di figlio né la necessaria stabilità affettiva. Affermare che il problema sarebbe l’adozione dei single è strumentale, la vera emergenza è il rendere adottabili i milioni di bambini che, nel mondo, sono senza una vera famiglia. Per fare questo l’attività diplomatica di un organo come la CAI è fondamentale. La sua paralisi, proprio per questa sua peculiarità, è inaccettabile”.

News Aibi       3 aprile 2019

www.aibi.it/ita/verona-adozione-internazionale-quei-miti-duri-a-morire-sul-calo

 

Griffini (Ai.Bi.) a L’Occidentale: “Governo risolva lo stallo o i bambini ne faranno le spese”

La ragione del drammatico calo delle adozioni internazionali in Italia? Non è la carenza di bambini o la scarsa disponibilità delle famiglie italiane, ma l’assenza di una politica estera in grado di favorire accordi bilaterali con i Paesi d’origine dei minori. Lo ribadisce, ancora una volta, dopo lo scontro degli ultimi giorni all’interno del Governo gialloverde proprio sul tema delle adozioni internazionali, Marco Griffini, presidente di Ai.Bi. – Amici dei Bambini, nel corso di un’intervista a L’Occidentale.

            “Il motore del meccanismo delle adozioni internazionali – ha spiegato Griffini nell’intervista con il giornale online – è la CAI, la Commissione Adozioni Internazionali oggi presieduta direttamente dal premier Conte. Parallelamente però il ministro Fontana ha le deleghe alla sensibilizzazione allo sviluppo delle adozioni. Una anomalia e un doppio ruolo causato dallo scontro con il sottosegretario Spadafora che sta provocando uno stallo totale“.

            Ovviamente tra le concause della situazione c’è anche la lite tra le due forze di maggioranza, Lega e Movimento 5 Stelle, ma non solo, e Griffini lo dice chiaramente. “La lite tra Lega e 5 Stelle – prosegue Griffini – lite della quale l’ultimo scontro è solo la punta dell’iceberg, ha peggiorato una situazione già gravemente compromessa dalla gestione di Silvia Della Monica come presidente CAI. Bisogna partire da un dato: che la crisi delle adozioni internazionali sia causata dalla carenza di bimbi è uno stereotipo sbagliato. Ricordo che durante i Governi di centrodestra, mentre negli Stati Uniti, Francia e Spagna le adozioni diminuivano, dal 2006 al 2011 l’Italia risaliva costantemente fino al 2011 quando, durante la presidenza CAI di Carlo Giovanardi, si arrivò a oltre 4.000 adozioni all’anno. Dopo il 2012 il crollo: l’anno scorso abbiamo chiuso con appena 1.380 adozioni. Fino al 2012 l’Italia era il Paese che aveva stipulato più accordi bilaterali unici, penso alla Bielorussia e alla Cambogia, accordi frutto di un’azione diplomatica e di una concreta disponibilità delle famiglie ad accogliere bimbi anche in difficoltà o non più neonati. Ebbene, con Riccardi la situazione peggiorò fino ad arrivare alla gestione di Silvia Della Monica durante la quale la CAI non si è mai riunita, con Paesi che attendono risposte da anni alla richiesta di accordi“.

            Le speranze ora sono riposte in una risoluzione dello stallo, soluzione che il vicepremier Matteo Salvini ha promesso di cercare e che secondo Griffini è ormai divenuta “indispensabile perché di questo scontro tutto politico all’interno del Governo ne fanno le spese i bambini e le famiglie. Sono sette anni che non si apre un accordo con un Paese nuovo e, nonostante la nostra richiesta di apertura a 15 Paesi, nessuna è stata autorizzata. Basti pensare che un Paese come la Colombia che è secondo al Mondo dopo la Russia per numero di bambini dati in adozione, ha chiesto all’Italia un aiuto nel programma delle vacanze preadottive: la Commissione è da due anni che ha la richiesta sul tavolo, ma non ha ancora risposto“.

            Eppure per l’adozione internazionale ci sarebbe spazio. Eppure le potenziali famiglie adottive pronte ad accogliere sarebbero numerose. I numeri li snocciola ancora Griffini, sempre nell’intervista: “In Italia ci sono cinque milioni di famiglie sposate senza figli e le stime ci dicono che tre milioni non hanno figli perché sterili. Forse molti di questi coniugi vorrebbero diventare padri e madri, ma non iniziano il percorso perché spaventati dal meccanismo della adozione internazionale. L’Italia è l’unico Paese nel quale la coppia che si rende possibile ad adottare un bambino deve essere giudicata da un tribunale dei minorenni, mentre i protocolli operativi regionali stabiliti dalla legge sono realtà solamente in Veneto e Friuli. Questi sono gli scogli allo sviluppo della adozione internazionale. Non certo la carenza di bambini bisognosi di una famiglia

News Ai. Bi. 4 aprile 2019

www.aibi.it/ita/adozione-internazionale-griffini-ai-bi-a-loccidentale-governo-risolva-lo-stallo-o-i-bambini-ne-faranno-le-spese

 

Dopo Verona una Giornata Mondiale del Figlio. La sfida di Ai.Bi. alla politica

“Bisogna istituire una giornata mondiale del figlio, per rafforzare la coscienza sociale sulla esistenza del diritto di tutti i minorenni di crescere in una famiglia in grado di dargli felicità, amore e comprensione. La politica italiana se ne faccia portavoce presso le istituzioni sovranazionali”. Lo ha ribadito il presidente di Ai.Bi. – Amici dei Bambini, Marco Griffini, rilanciando la proposta fatta domenica dal palco del XIII Congresso Mondiale delle Famiglie di Verona.

            A 30 anni dall’approvazione della Convenzione dell’ONU di New York sui diritti dell’infanzia c’è ancora una domanda che è rimasta senza risposta: quanti sono oggi, nel mondo, i minori abbandonati, quelli che vivono senza una famiglia? Impossibile rispondere: non è mai stata condotto un monitoraggio da parte delle Organizzazioni Internazionali sullo stato di abbandono dell’infanzia nel mondo.

            “C’è un dato impressionante – spiega il presidente Griffini – evidenziato dall’unico, ad oggi, rapporto pubblicato dall’ONU, nel 2009, sullo stato di adozione dei minori abbandonati in tutti i paesi del mondo: ogni anno, fra adozioni nazionali e internazionali vengono adottati solo 260mila minori. Quindi, poco meno di 12 bambini ogni 100mila persone. L’adozione resta un evento raro, nel mondo, e l’abbandono dei minori un dramma senza risposte”.

 “Un esempio? – prosegue il presidente di Ai.Bi- Per dare una famiglia solo ai minori rimasti orfani di entrambi i genitori a causa dell’AIDS, servirebbe incrementare le adozioni, nel mondo, di 60 volte. Ne occorrerebbero, cioè, 16 milioni!”.

            Nonostante ciò, molti Paesi riconoscono formalmente solo il diritto di vivere con la famiglia d’origine, ma non quello di vivere comunque in una famiglia stabile in assenza della prima. “Tuttavia – aggiunge Griffini – le misure di protezione alternative alla famiglia di origine non possono essere tutte considerate sullo stesso piano, perché la vita prolungata all’interno delle comunità educative e delle famiglie affidatarie non restituisce ai minori la condizione di ‘figlio’ né la necessaria stabilità. Nel ‘superiore interesse del minore’ è necessario rendere maggiormente chiaro l’obbligo comune a tutti gli adulti e agli Stati di garantire a tutti i bambini e ragazzi il diritto ad uno sviluppo equilibrato della loro personalità e di raggiungere il massimo del loro potenziale senza essere condannati per anni al precariato affettivo delle misure alternative”.

News Aibi       4 aprile 2019

www.aibi.it/ita/adozione-internazionale-dopo-verona-giornata-mondiale-figlio

 

I 19 punti della mozione Bellucci (Fratelli d’Italia) per il rilancio della adozione internazionale

Passare dalla cultura della selezione delle coppie all’accompagnamento, idoneità amministrativa e non più giudiziaria, autorità regionali, eliminazione decreti vincolati, abolizione dei pagamenti in contanti, bilanci certificati enti autorizzati.

            Sono 19 i punti della mozione, presentata dalla parlamentare di Fratelli d’Italia Maria Teresa Bellucci, che se approvata impegnerebbe il Governo a varare un provvedimento destinato a cambiare radicalmente il volto dell’adozione in senso lato, ma anche e soprattutto dell’adozione internazionale.

https://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=1/00142&ramo=CAMERA&leg=18

            La mozione presentata dalla deputata romana, capogruppo in Commissione Affari Sociali e in Bicamerale Infanzia e Adolescenza proprio per Fratelli d’Italia, ha il pregio di iniziare a mettere un punto fermo e risolutivo nella diatriba, dai risvolti addirittura ridicoli, scatenata in questi giorni tra, da un lato, il premier Giuseppe Conte e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Vincenzo Spadafora e, dall’altro, il vicepremier Matteo Salvini e il ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, su chi fosse la competenza della CAI – Commissione Adozioni Internazionali. Una diatriba che rischia di pregiudicare il funzionamento di un organo fondamentale per le adozioni internazionali, soprattutto per la sua funzione diplomatica che, senza una guida certa, rimane in una condizione di stallo.

            Al riguardo la mozione della Bellucci è invece chiara nel voler garantire il regolare funzionamento della Commissione per le Adozioni Internazionali, attraverso l’attribuzione della presidenza al ministro della Famiglia in luogo del presidente del Consiglio dei Ministri.

            “In Italia – ha dichiarato la Bellucci – sembra che le procedure di adozione vengano ostacolate, anziché favorite. In qualità di capogruppo in Commissione Affari Sociali e in Bicamerale Infanzia e Adolescenza per Fratelli d’Italia, quindi, ho ritenuto essenziale depositare una Mozione d’Aula e una Risoluzione in Commissione XII Affari Sociali della Camera per chiedere al Governo di efficientare e semplificare l’iter per adottare minori. Negli ultimi 10 anni, la disponibilità delle coppie ad adottare ha subito una drammatica diminuzione del 47%, che assieme al tasso di natalità, oggi, in Italia, di 1,34 per donna, tra gli ultimi in Europa, evidenzia una Nazione in cui è un miraggio fare famiglia. La politica non può restare indifferente e per questo Fratelli d’Italia, attraverso la presentazione della mozione e della risoluzione, offre la giusta attenzione e propone soluzioni concrete per sostenere quei “genitori del cuore” pronti ad accogliere un bimbo in difficoltà e bisogno delle giuste cure, sempre nel superiore interesse del minore, sancito anche dalla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo”.

            Nello specifico, la mozione impegnerebbe il Governo:

1)      A promuovere campagne di informazione e sensibilizzazione a livello nazionale in materia di adozione, e campagne specifiche tra i medici di base, i ginecologi e i consultori familiari così da poter informare le coppie su tale forma di genitorialità;

2)      A prevedere specifici programmi di accompagnamento e supporto delle coppie durante tutto il percorso adottivo e post-adottivo, sia nazionale che internazionale, facendo in modo che la valutazione delle coppie disponibili ad adottare lasci spazio alla loro formazione in materia di genitorialità adottiva;

3)      A riconoscere alle famiglie adottive, a conclusione dell’iter necessario, un supporto economico per ogni adozione internazionale sulla base delle spese sostenute dai genitori adottivi per l’espletamento delle procedure di adozione di minori stranieri.

4)      A garantire che la banca dati dei minori adottabili e delle coppie disponibili all’adozione sia attivata quanto prima in tutti i Tribunali per i Minorenni del territorio nazionale, e che i relativi dati numerici siano costantemente condivisi tra essi, al fine di trovare sollecita accoglienza stabile per tutti i bambini adottabili in Italia;

5)      A rendere l’idoneità alla adozione una disponibilità da manifestare dinanzi ad autorità amministrative, come nella quasi totalità degli Stati europei, e non più una valutazione di competenza dei Tribunali per i Minorenni;

6)      A favorire l’istituzione delle Autorità regionali per l’adozione internazionale in tutte le Regioni italiane, con le funzioni di rilascio delle idoneità alle coppie, promozione della formazione e dell’accompagnamento delle coppie prima e dopo l’adozione, verifica dei requisiti e liquidazione dei rimborsi spese, svolgimento e controllo dei progetti di cooperazione internazionale;

7)      Ad abolire la prassi dei provvedimenti di idoneità all’adozione vincolati a determinate caratteristiche del minore adottando, preferendo piuttosto un efficace accompagnamento che consenta una reale apertura delle coppie all’accoglienza;

8)      A prevedere l’obbligatorietà della stipula di protocolli operativi regionali per il coordinamento tra servizi socio-assistenziali degli enti locali, enti autorizzati e ogni altro soggetto coinvolto nell’iter adottivo nelle diverse fasi, pre e post adozione, a garanzia del principio di uguaglianza tra i cittadini delle diverse regioni;

9)      A prevedere la creazione di un percorso congiunto fra enti autorizzati e Servizi sociali, con il coordinamento e la supervisione delle Autorità regionali, per accompagnare insieme gli adottandi per tutta la durata della procedura, con il comune obiettivo di valorizzare le coppie candidate ad adottare;

10)  A prevedere una disciplina uniforme a livello nazionale in materia di adozione, che garantisca alle coppie parità di trattamento, trasparenza e celerità del servizio pubblico, definendo, in particolare, il numero di incontri psicologici, i termini e i tempi massimi entro cui la procedura di accompagnamento delle coppie debba essere conclusa;

11)  A garantire il regolare funzionamento della Commissione per le Adozioni Internazionali, attraverso l’attribuzione della presidenza al Ministro della famiglia anziché al Presidente del Consiglio dei Ministri, e definire nuove regole per l’efficacia delle riunioni e le relative delibere, per rendere maggiormente efficiente il ruolo di autorità centrale competente ad autorizzare e controllare gli enti, concedere le autorizzazioni per l’ingresso dei minori adottati dalle coppie residenti in Italia, mantenere le relazioni con le autorità degli Stati di origine, e stipulare accordi bilaterali anche con quelli Stati che non hanno ratificato la Convenzione dell’Aja del 1993;

12)  A introdurre l’obbligatorietà della certificazione dei bilanci annuali degli enti autorizzati ed eventuali ulteriori criteri per regolarne il funzionamento, nonché forme di controllo effettivo sul possesso dei requisiti richiesti, al fine di assicurarne qualità ed efficienza;

13)  Ad assicurare che i pagamenti richiesti alle coppie dagli enti autorizzati avvengano obbligatoriamente con metodi tracciabili e siano effettuati in Italia anche per la parte dei costi relativa ai servizi resi all’estero;

14)  A prevedere una disciplina specifica in materia di fusioni tra gli enti autorizzati, affinché la riduzione del loro numero non sia accompagnata da una contrazione del sistema a scapito di minori e famiglie, e consenta, invece, il rilancio delle adozioni internazionali;

15)  A individuare presso ogni rappresentanza italiana all’estero un funzionario competente in materia di adozioni internazionali che sia in contatto con la Commissione per le Adozioni Internazionali e funga da riferimento per gli enti autorizzati;

16)  A negoziare con gli Stati di origine dei minorenni un limite massimo ai viaggi multipli richiesti alle coppie nei paesi di origine dei bambini abbinati in adozione e regolarne comunque la durata uniformandoli a garanzia del principio di uguaglianza e di non discriminazione in base al paese da cui bambini provengono;

17)  A fare in modo che la sentenza straniera di adozione sia automaticamente riconosciuta in Italia sulla base della certificazione della Commissione per le Adozioni Internazionali, come previsto dalla Convenzione dell’Aja del 1993 sulla cooperazione in materia di adozioni internazionali, e dunque senza il controllo dei Tribunali per i minorenni, consentendo al minore il riconoscimento immediato della cittadinanza;

18)  A promuovere l’introduzione e la regolamentazione di altre forme di accoglienza, come i soggiorni a scopo adottivo, per favorire l’adozione dei bambini più grandi, e l’affidamento internazionale – per accogliere i minori dei Paesi in emergenza umanitaria e togliere i minori dagli Istituti sia come misura temporanea che in vista di un successivo progetto adottivo;

19)  Ad attivare una linea di finanziamento per i progetti di cooperazione volta a garantire la sussidiarietà delle adozioni di minori nei Paesi in cui l’Italia adotta.

News Aibi    5 aprile 2019

www.aibi.it/ita/post-verona-i-19-punti-della-mozione-bellucci-fratelli-ditalia-per-il-rilancio-della-adozione-internazionale

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AMORIS LÆTITIA

La sostanza e il metodo: la tradizione che cammina e il decalogo di Amoris Lætitia

In una dichiarazione appassionata e acuta, Cristina Simonelli interviene sulle valutazioni ecclesiali e teologiche del Congresso di Verona, sostenendo che il giudizio espresso dal Card. Parolin, che aveva dichiarato di “approvarne la sostanza, non il metodo”, rimane troppo ambiguo e deve essere chiarito. Ciò che la Presidente del CTI mette in luce è che proprio la “sostanza” del Convegno deve essere discussa, e non salvata.

www.teologhe.org/2019/04/01/clericalismo-ignoranza-e-abuso-di-sostanza-sul-congresso-mondiale-delle-famiglie-a-verona

Qui a mio parere si sovrappongono due questioni e due registri che devono essere accuratamente distinti:

  1. Da un lato sicuramente il Card. Parolin ha voluto prendere le distanze da un modo di impostare la “questione famiglia”, che non condivide. D’altra parte ha cercato di salvare la “fede comune” sulla rilevanza del matrimonio e della famiglia. Per farlo ha usato un linguaggio “comune”, mettendo in tensione una “sostanza immutabile” di rapporto con la centralità familiare, rispetto ai metodi che cercano di affermarla in modo più o meno corretto;
  2. D’altra parte è proprio questa pretesa – di distinguere una sostanza dottrinale immune da ogni storia – che Cristina Simonelli richiama alla attenzione, come un possibile equivoco, che merita di essere chiarito in modo ampio, uscendo dal modello ottocentesco di lettura della famiglia, che è clericale proprio nella misura in cui genera un “abuso di sostanza”.

Credo che su questo piano sia utile fare riferimento a due testi, nei quali la frase del Card. Parolin può assumere il suo contesto più adeguato e non essere fraintesa. Si tratta in primo luogo del discorso di papa Giovanni XXIII che ha aperto il Concilio Vaticano II, al cui centro sta la definizione di “indole pastorale”, che si basa precisamente su una “ricalibratura del rapporto tra sostanza e metodo; dall’altro il testo di “Amoris Lætitia”, che ha un “decalogo sul metodo” in cui la Chiesa esce dal modello ottocentesco di affermazione e di difesa del matrimonio/famiglia. Analizziamoli entrambi, per capire meglio il senso e i limiti della affermazione del Card. Parolin.

  1. La “indole pastorale” del Vaticano II. Spessissimo citata, e altrettanto frequentemente incompresa, la “indole pastorale” del Vaticano II si basa su una intuizione che Giovanni XXIII ha espresso originariamente, nel cuore del discorso di apertura, Gaudet Mater Ecclesia, l’11 ottobre 1962, con la nota espressione “altra è la sostanza dell’antica dottrina del depositum fidei e altra la formulazione del suo rivestimento”. Questa frase, opportunamente segnalata come decisiva per la ermeneutica conciliare, fissa in modo singolarmente efficace i confini tra continuità e discontinuità, tra immutabilità e mutabilità, precisando le esigenze ecclesiali di “riforma”. Ciò che in essa deve essere compreso non è il “permanere” della sostanza al di là delle formulazioni storiche di essa, quanto piuttosto la esigenza di formulazioni adeguate per garantire l’accesso storico alla sostanza. La prospettiva della frase, inoltre, non utilizza la terminologia della “sostanza” in termini metafisici, bensì in termini storici ed organici. Sostanza non è “rappresentazione stabile”, ma anzitutto “nutrimento e alimento”. La frase chiarisce la necessità della “indole pastorale” proprio come “aggiornamento” e “riforma” della Chiesa, perché sia dato nuovamente un accesso adeguato a ciò che la tradizione ha di nutriente e di promuovente. Il riferimento a questo testo fondamentale consiglia, strategicamente, di evitare di considerare la teologia cristiana del matrimonio e della famiglia come un “deposito immutabile” rispetto a cui la storia resterebbe esterna. Per questo sembra azzardato che possa esservi un “consenso” sulla sostanza che eluda i nodi delle “formulazioni”. In altri termini, chi oggi propone una “teologia della famiglia” che si basa sulle evidente storiche e antropologiche di un secolo fa non è per nulla d’accordo “nella sostanza” con la Chiesa. Anche se è un potente, in cerca di consenso.
  2. Il decalogo di “Amoris Lætitia.”. - Il testo di AL 35-37. Tra i primi numeri di AL brillano quelli dedicati ad una “strutturale autocritica” della tradizione ecclesiale su matrimonio e famiglia:

35. Come cristiani non possiamo rinunciare a proporre il matrimonio allo scopo di non contraddire la sensibilità attuale, per essere alla moda, o per sentimenti di inferiorità di fronte al degrado morale e umano. Staremmo privando il mondo dei valori che possiamo e dobbiamo offrire. Certo, non ha senso fermarsi a una denuncia retorica dei mali attuali, come se con ciò potessimo cambiare qualcosa. Neppure serve pretendere di imporre norme con la forza dell’autorità. Ci è chiesto uno sforzo più responsabile e generoso, che consiste nel presentare le ragioni e le motivazioni per optare in favore del matrimonio e della famiglia, così che le persone siano più disposte a rispondere alla grazia che Dio offre loro.

36. Al tempo stesso dobbiamo essere umili e realisti, per riconoscere che a volte il nostro modo di presentare le convinzioni cristiane e il modo di trattare le persone hanno aiutato a provocare ciò di cui oggi ci lamentiamo, per cui ci spetta una salutare reazione di autocritica. D altra parte, spesso abbiamo presentato il matrimonio in modo tale che il suo fine unitivo, l’invito a crescere nell’amore e l’ideale di aiuto reciproco sono rimasti in ombra per un accento quasi esclusivo posto sul dovere della procreazione. Né abbiamo fatto un buon accompagnamento dei nuovi sposi nei loro primi anni, con proposte adatte ai loro orari, ai loro linguaggi, alle loro preoccupazioni più concrete. Altre volte abbiamo presentato un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono. Questa idealizzazione eccessiva, soprattutto quando non abbiamo risvegliato la fiducia nella grazia, non ha fatto sì che il matrimonio sia più desiderabile e attraente, ma tutto il contrario.

37. Per molto tempo abbiamo creduto che solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza motivare l apertura alla grazia, avessimo già sostenuto a sufficienza le famiglie, consolidato il vincolo degli sposi e riempito di significato la loro vita insieme. Abbiamo difficoltà a presentare il matrimonio più come un cammino dinamico di crescita e realizzazione che come un peso da sopportare per tutta la vita. Stentiamo anche a dare spazio alla coscienza dei fedeli, che tante volte rispondono quanto meglio possibile al Vangelo in mezzo ai loro limiti e possono portare avanti il loro personale discernimento davanti a situazioni in cui si rompono tutti gli schemi. Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle.

Un “Decalogo di autocritica”. Vorrei ora cercare di desumerne una serie di “dieci parole” per orientare adeguatamente non solo il versante “critico”, ma anche quello “autocritico”:

  1. La sterile denuncia: “non ha senso fermarsi a una denuncia retorica dei mali attuali, come se con ciò potessimo cambiare qualcosa” (AL 35).
  2. La pretesa normativa: “Neppure serve pretendere di imporre norme con la forza dell’autorità” (AL 35).
  3. Le ragioni e le motivazioni di una scelta: occorre “presentare le ragioni e le motivazioni per optare in favore del matrimonio e della famiglia, così che le persone siano più disposte a rispondere alla grazia che Dio offre loro” (AL 35).
  4. Modi inadeguati di esporre le convinzioni e di trattare le persone: “a volte il nostro modo di presentare le convinzioni cristiane e il modo di trattare le persone hanno aiutato a provocare ciò di cui oggi ci lamentiamo, per cui ci spetta una salutare reazione di autocritica” (AL 36).
  5. Squilibrio tra fine unitivo e fine procreativo: “spesso abbiamo presentato il matrimonio in modo tale che il suo fine unitivo, l’invito a crescere nell’ amore e l ideale di aiuto reciproco sono rimasti in ombra per un accento quasi esclusivo posto sul dovere della procreazione” (AL 36).
  6. Un accompagnamento inadeguato delle nuove coppie: “Non abbiamo fatto un buon accompagnamento dei nuovi sposi nei loro primi anni, con proposte adatte ai loro orari, ai loro linguaggi, alle loro preoccupazioni più concrete” (AL 36).
  7. Astrattezza e idealizzazione teologica: “Abbiamo presentato un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono. Questa idealizzazione eccessiva, soprattutto quando non abbiamo risvegliato la fiducia nella grazia, non ha fatto sì che il matrimonio sia più desiderabile e attraente, ma tutto il contrario” (AL 36).
  8. La presunzione di autosufficienza della dottrina: “Per molto tempo abbiamo creduto che solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza motivare l’apertura alla grazia, avessimo già sostenuto a sufficienza le famiglie, consolidato il vincolo degli sposi e riempito di significato la loro vita insieme” (AL 37).
  9. Il matrimonio concepito più come atto che come rapporto: “Abbiamo difficoltà a presentare il matrimonio più come un cammino dinamico di crescita e realizzazione che come un peso da sopportare per tutta la vita” (AL 37).
  10. Non sostituire, ma formare le coscienze: “Stentiamo anche a dare spazio alla coscienza dei fedeli, che tante volte rispondono quanto meglio possibile al Vangelo in mezzo ai loro limiti e possono portare avanti il loro personale discernimento davanti a situazioni in cui si rompono tutti gli schemi. Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle” (AL 37).

Queste aperte considerazioni, che rileggono la storia della pastorale familiare di fronte alle sfide del mondo contemporaneo, non nascondono le esigenze di conversione dei cuori e le esigenze di profonda riforma della disciplina. L’annuncio della comunione in Cristo, che si realizza nell’amore matrimoniale e familiare, esige una assunzione drammatica della tensione tra libertà e autorità, tra comunione e separazione, tra riconciliazione e divisione. La società tardo-moderna dischiude nuove libertà autentiche, ma propone nuove forme di schiavitù insidiosa. Ma al soggetto individuale, che può diventare strutturalmente autoreferenziale, non può essere contrapposta una dottrina segnata da autoreferenzialità ecclesiale. Al possibile delirio soggettivistico del mondo non si potrà mai opporre efficacemente un autoritarismo oggettivistico della Chiesa. Se la società aperta è una delle condizioni della più autentica personalizzazione della coppia, del matrimonio e della famiglia, allora una rilettura della intera tradizione ecclesiale, a partire dalle Scritture, secondo una più lucida composizione di esigenza istituzionali e di esigenze personali sarà in grado di offrire, anche alle prossime generazioni, una sintesi convincente del senso della tradizione matrimoniale e della sua proponibilità in vista di una vita buona e felice. Senza disperazione e senza presunzione, ma alimentando quella speranza che è la più vera risposta alla profezia cristiana sull’amore. Profezia che non si è dimostrata mai tanto esigente, da non risultare ancor più misericordiosa.

C Il metodo è la sostanza. Se riascoltiamo la frase del Card. Parolin alla luce di questi due testi, vediamo bene il margine di ambiguità di una espressione certo diplomatica, ma anche rischiosa. Essa tuttavia, bisogna ricordarlo, non ha alcun valore magisteriale. Mentre la presa di distanza dal Congresso, al di là delle parole della Segreteria di Stato, viene dalla tradizione conciliare, inaugurata dal grande testo di Giovanni XXIII e confermata dal testo di AL. Per la quale la distinzione tra sostanza e metodo, sempre possibile, non deve mai far dimenticare che, per la tradizione ecclesiale, il metodo è la sostanza.  E che un accesso ai “contenuti” della dottrina su matrimonio e famiglia, che avvenga con il metodo del populismo, della discriminazione, della imposizione o del non riconoscimento della libertà dei soggetti, è tradimento della tradizione e non sua custodia. E in questo caso Cristina Simonelli ha pienamente ragione nel metterci in guardia.

Andrea Grillo            blog: Come se non     1 aprile 2019

www.cittadellaeditrice.com/munera/la-sostanza-e-il-metodo-la-tradizione-che-cammina-e-il-decalogo-di-amoris-laetitia

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ASSEGNO DIVORZILE

L’Assegno divorzile deve tenere conto anche del tenore di vita in “senso lato”.

            Anche a seguito della pronuncia a Sezioni Unite della Corte di Cassazione n. 18287/2018 dell’11 luglio 2018, per l’individuazione in concreto dell’assegno divorzile, perequativo e compensativo, non si può prescindere dall’analisi del “tenore di vita” in senso più lato, quali condizioni personali, tenuto in costanza di matrimonio.

            Come oramai notorio non solo ai giuristi ma al comune sentire, in merito alla tematica dell’attribuzione dell’assegno divorzile, si sono susseguiti nell’ultimo anno differenti e contrapposti arresti giurisprudenziali – che hanno condotto le S.S. U.U. della Corte di Cassazione a pronunciarsi sul punto nella nota sentenza n. 18287/2018 dell’11.07.2018 – che avrebbero visto tutti abbandonare il parametro del “tenore di vita” tenuto in costanza di matrimonio in favore della “indipendenza economica” del coniuge richiedente.

            Ad operare tale “giro di boa”, volto alla eliminazione della c.d. rendita di posizione, fu la I Sezione della Corte di Cassazione con la pronuncia del 10.05.2017 n. 11504 che, in contrapposizione alla pronuncia a Sezioni Unite della Suprema Corte n. 11490 del 29 novembre 1990 – che sanciva che l’inadeguatezza dei redditi doveva essere valutata in relazione al tenore di vita pregresso, riconduceva il giudizio di inadeguatezza dei redditi alla non autosufficienza economica del coniuge richiedente e distingueva, ai fini del riconoscimento o meno dell’assegno divorzile, due fasi, l’una prodromica all’altra, la prima dell’an debeatur e la seconda del quantum debeatur, cui si accede solo sussistendo i presupposti della prima, nel quale viene individuato, appunto, il principio dell’autosufficienza e autoresponsabilità economica cui, secondo la Corte del 2017 era ispirato l’art. 5 comma 6, L. 898/1970, nel senso che, la scelta del divorzio è frutto di scelta definitiva che implica le relative conseguenze economiche.

            Una timida rimodulazione ai casi concreti dell’interpretazione della I sezione civile della Corte di Cassazione in tema di assegno divorzile, si è iniziata ad intravedere in alcune successive sentenze di merito, tra le quali appare molto significativa la sentenza del Tribunale di Udine del 1.06.2017 la quale si è discostata dal su richiamato orientamento della I sezione della Corte di Cassazione, evidenziando “come in realtà il giudizio sull’an non possa logicamente essere distinto da quello sul quantum atteso che, si tratta di un’unica operazione in cui i due aspetti si compenetrano e servono a trovare un equo contemperamento di tutte le esigenze rappresentate dal legislatore nel tormentato art. 5, 5° e 9° comma”. Concludeva, pertanto: “…L’accertamento del diritto all’assegno divorzile va effettuato verificando l’adeguatezza o meno dei mezzi del coniuge richiedente alla conservazione del tenore di vita precedente……” (v. pag. 18 sentenza Tribunale di Udine).

            Le precedenti e differenti interpretazioni dell’art. 5 L. 898/1970 operate dalla Corte di Cassazione e dal successivo anzi richiamato timido discostamento dei Tribunali di merito, hanno condotto le S.S. U.U. della Corte di Cassazione a pronunciarsi sul punto nella nota sentenza n. 18287/2018 dell’11 luglio 2018, la quale ha dato una interpretazione fortemente innovativa dell’art. 5 L. divorzio costituita dalla considerazione che l’inadeguatezza dei mezzi a disposizione del coniuge che richiede l’assegno non può essere valutata al di fuori degli indicatori contenuti nella parte iniziale della norma (soprattutto le condizioni dei coniugi, il contributo personale ed economico dato alla vita matrimoniale, la durata del matrimonio), pertanto, considerando completamente superate le interpretazioni che valutavano l’inadeguatezza dei redditi prescindendo da tali indicatori e cioè sia l’interpretazione data trent’anni fa dalle Sezioni Unite (n. 11490/1990), sia quella data di recente dalla Prima Sezione della Cassazione (n. 11504/2017).

            Le Sezioni Unite dell’11 luglio 2018 hanno evidenziato come entrambe le precedenti interpretazioni pecchino di astrattezza in quanto basate su elementi estranei agli indicatori, richiamati dalla prima parte della norma, di cui il giudice deve tenere conto quando si occupa dell’assegno divorzile. Proprio per questo motivo non ha più ragione di esistere la distinzione tra fase dell’an debeatur e fase del quantum debeatur: compito del giudice è quello di valutare, nell’ambito di un giudizio unitario, se e in che termini l’eventuale disparità dei redditi tra i coniugi (e quindi l’inadeguatezza dei mezzi a disposizione di un coniuge rispetto all’altro) sia collegata al contributo portato alla vita matrimoniale da ciascun coniuge, alle rispettive condizioni personali e alla durata del matrimonio e in che misura tale disparità debba essere perequata (funzione assistenziale, perequativa, compensativa dell’assegno divorzile).

            Il fondamento costituzionale dei criteri indicati nell’incipit della norma – così espressamente sostengono oggi le Sezioni Unite – deve condurre ad una valutazione concreta ed effettiva dell’inadeguatezza dei mezzi e dell’incapacità di procurarseli per ragioni oggettive fondata in primo luogo sulle condizioni economico-patrimoniali delle parti, da accertarsi anche utilizzando i poteri istruttori officiosi attribuiti espressamente al giudice della famiglia (art. 5, comma 9, L. divorzio). Tale verifica è da collegare causalmente alla valutazione degli altri indicatori contenuti nella prima parte dell’art. 5, comma 6, al fine di accertare se l’eventuale rilevante disparità della situazione economico-patrimoniale degli ex coniugi all’atto dello scioglimento del vincolo sia dipendente dalle scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di matrimonio, con il conseguente sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti.

            Il principio di solidarietà, posto a base del riconoscimento del diritto, impone che l’accertamento relativo all’inadeguatezza dei mezzi ed all’incapacità di procurarseli per ragioni oggettive sia saldamente ancorato alle caratteristiche ed alla ripartizione dei ruoli endofamiliari. All’assegno di divorzio deve, perciò, attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa.

            Affermano le Sezioni Unite che il giudice ha tre compiti fondamentali:

1)      Innanzitutto quello di accer­tare l’esistenza e l’entità dello squilibrio tra i redditi dei coniugi eventualmente determinatosi al momento del divorzio;

2)      Il compito di valutare il nesso causale tra lo squilibrio e gli indicatori previsti nella legge;

3)      Il compito di determinare l’importo perequativo compensativo del caso concreto.

In merito a tale ultimo compito, secondo la lettura di alcuni passaggi della sentenza, appare che secondo le S.S. U.U., l’importo dell’assegno:

1) deve assicurare l’autonomia e l’autosufficienza economica del coniuge debole;

2) deve, però, anche essere adeguato al contributo dato dal coniuge alla vita familiare (cura della famiglia e dei figli) e, quindi, compensare (tenendo conto dell’età e della durata del matrimonio) il sacrificio delle aspettative professionali ed economiche che ne sono conseguite;

3) non ha la finalità di ricostituzione del tenore di vita endoconiugale.

            Tutti compiti del giudice di merito a cui è affidata la giustizia del caso singolo. Alla luce della siffatta interpretazione delle Sezioni Unite, appare insita da parte del giudice una valutazione dei redditi e quindi del benessere (cioè del tenore di vita) raggiunto da una famiglia.  Pertanto, se il tenore di vita costituisce in genere il segnale del benessere raggiunto da una famiglia in seguito ai sacrifici dei coniugi, è evidente che questa condizione di benessere dovrà influire sulla misura dell’assegno divorzile.

            Il tenore di vita coniugale, quale desumibile dai redditi delle parti e dagli accertamenti eventualmente disposti, non può che essere il dato da cui partire per l’individuazione in concreto dell’importo dell’assegno, perequativo e compensativo.

            Se questo lavoro di ricostruzione – anche in via presuntiva – del tenore di vita coniugale non venisse svolto, l’assegno finirebbe per aver la sola funzione (esclusa dalla Sezioni Unite) di garantire l’autosufficienza economica del richiedente. Perciò nell’individuazione in concreto dell’assegno divorzile non sarà possibile escludere il riferimento al tenore di vita della famiglia, non per ricostituirlo a favore di un coniuge, ma per misurare quali compiti abbia effettivamente svolto il coniuge richiedente l’assegno che hanno contribuito (nell’ottica della parità del lavoro professionale e casalingo e di cura dei figli) a raggiungere quel tenore di vita. Compiti che il coniuge ha svolto sacrificando altre aspettative. La compensazione di tali “sacrifici” sarà necessariamente collegata al benessere che ne è conseguito, anche in termini di maggiore importo dell’assegno.

            La più recente giurisprudenza di merito – in attesa di un intervento del legislatore, a cui gli operatori del diritto ed i destinatari delle norme anelano – sta valorizzando sempre più quest’ultimo aspetto riconoscendo che “…La soglia oggettiva di tale autosufficienza non può essere tuttavia standardizzata…..non si può astrarre il livello dell’indipendenza economica dalla specifica condizione del singolo, inteso quale persona che…. è portatrice di esperienze di vita maturate nel tempo del matrimonio ed influenzate sia dalla condivisione in concreto del vissuto familiare che dal “costo” – in termini di carriera, di esperienza professionale, di risparmio e accrescimento patrimoniale in senso lato – della sua partecipazione al menage familiare, nella misura e con le modalità impegnate nel corso del rapporto coniugale. Il solo tenore di vita goduto nel corso del matrimonio, in questa prospettiva, è un parametro al contempo inadeguato per eccedenza e per difetto: “per eccedenza”, perché conferisce con durata tendenzialmente indefinita vantaggi aprioristicamente fondati sulle risorse patrimoniali e produttive dell’altro coniuge, con il rischio di costituire la rendita parassitaria che non vi è ragione di garantire e, “per difetto” perché riduce l’analisi ai dati più tangibili ed evidenti, laddove molti altri fattori vengono in evidenza per valutare di cosa davvero necessita per essere autonomo ed indipendente quello dei due coniugi che, rimasto a sé stante, continua la propria vita dopo aver acquisito con il matrimonio caratteristiche personali (o dopo avervi rinunciato per le esigenze familiari) che influiscono sulle sue necessità essenziali, anche se non coincidono più con le prerogative di status di coppia, che più non esiste”…….“In questa prospettiva, chi richiede l’assegno ha l’onere di allegare e provare quali fossero, in senso più lato, le condizioni personali di cui concretamente fruiva in costanza di matrimonio e la mancanza attuale di risorse patrimoniali adeguate a farvi fronte”. La Corte di Appello di Venezia, nella sentenza n. 68/2019 dell’11.01.2019, R.G. n. 4218/2017 – di cui si sono sopra richiamati alcuni stralci –  nell’analizzare la fattispecie concreta sottoposta al suo vaglio per la richiesta riforma della sentenza di primo grado – che aveva negato l’assegno divorzile – e quindi i redditi dell’appellante e la garanzia di una stabile abitazione – precisa che “si tratta di una condizione che non si può definire di piena autonomia, in rapporto alle sue effettive esigenze, collegate alla durata del matrimonio ed alle abitudini di vita maturate da entrambi i coniugi….” e, pertanto, ha ritenuto congruo ripristinare a carico dell’ex marito l’obbligo di conferire alla ex moglie un assegno divorzile.

News   associazione nazionale avvocati italiani                   3 aprile 2019

www.associazionenazionaleavvocatiitaliani.it/?p=92912

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ASSOCIAZIONI – FEDERAZIONI

Europa: famiglia “risorsa politica”. Il Manifesto Fafce per le elezioni Ue

            La famiglia è stata dimenticata in tutti questi anni e il "segnale" evidente è la crisi demografica, fatta di "invecchiamento della popolazione europea e denatalità", al punto che nessun Paese europeo oggi fa figli a sufficienza per garantire il proprio rinnovamento. E "se non si fanno più figli è perché manca la fiducia nel futuro". Per questo la Federazione delle associazioni familiari cattoliche europee (Fafce) propone un manifesto e una campagna, #VoteForFamily, per "contribuire a creare dibattito" sul tema della famiglia.

            Ruolo fondamentale. In un incontro che si è svolto a Bruxelles, il presidente Antoine Renard ha illustrato l'obiettivo di questa iniziativa: "Deve arrivare un tempo nuovo in cui la famiglia sia considerata come risorsa politica". Per questo le 17 associazioni nazionali nelle prossime settimane saranno impegnate ad avvicinare i candidati e proporre alla firma questo "Manifesto per le elezioni europee" come "impegno a riconoscere sempre il ruolo fondamentale della famiglia come unità di base della società", in tutte le decisioni politiche che si affronteranno nella prossima legislatura. "Vediamo che il mondo si è sviluppato rapidamente, ci sono grandi temi che presuppongono la cooperazione tra i popoli (demografia, migrazione, economia, ambiente) e su tutti questi occorre considerare che le famiglie sono risorse e non un soggetto in crisi, sono una soluzione moderna per un mondo che attraversa un tempo di crisi", dichiara Renard al Sir.

            Figli, bene comune.

  1. "L'inverno demografico è una silenziosa emergenza che riguarda tutti gli Stati europei. All'Europa occorre una primavera demografica. I figli sono il nostro principale bene comune. Mi impegno ad aumentare la consapevolezza in merito al declino demografico dell'Europa, proponendo provvedimenti e strumenti concreti volti a mutare gli attuali orientamenti".
  2. Il "family mainstreaming": "La famiglia è la pietra angolare della società. L'Ue deve tener conto delle famiglie europee in tutte le sue decisioni, rispettando il principio di sussidiarietà". Da qui l'impegno a promuovere il concetto di valutazione d'impatto familiare per ogni politica settoriale.
  3. Sostenere le voci delle famiglie: "Le associazioni familiari sono la voce delle famiglie articolandone autenticamente i fabbisogni e aumentando il loro impegno nella società civile". Ne consegue la necessità di far riconoscere "il contributo e il ruolo dell'associazionismo familiare nella definizione e nello sviluppo dei programmi europei".
  4. L'"economia al servizio della famiglia", considerando che essa è "fonte di resilienza per la società e un aiuto nell'alleviare le difficoltà delle finanze pubbliche". In questo senso servono "politiche pubbliche che riconoscano la dignità della famiglia e il suo ruolo economico fondamentale per il bene comune".
  5. Lavoro dignitoso per ogni famiglia,
  6. L’equilibrio tra vita familiare e impegno professionale,
  7. Riconoscere la complementarietà donna-uomo,
  8. Rispettare e promuovere l'istituto matrimoniale,
  9. Rispettare la dignità umana della vita dal suo inizio al suo naturale compimento.
  10. Il ruolo dei genitori: "padre e madre primi e principali educatori dei figli".

Risultati della campagna. In questo Manifesto "non si parla di diritti ma di responsabilità" della famiglia, ha specificato Vincenzo Bassi, vicepresidente Fafce, perché "si vuole che le istituzioni e i candidati ne riconoscano la gioiosa responsabilità". E "se il Parlamento lavora per la famiglia, lavora per la società", ancora Bassi, che mette in luce anche l'importanza dell'associazionismo famigliare nel rispondere alla "solitudine delle famiglie in crisi". "Non vogliamo che la famiglia diventi un ambito di competenza delle politiche europee" e "non vogliamo che la famiglia sia attenzione solo delle politiche sociali, ma di tutte le politiche". "Non proponiamo soluzioni concrete ai problemi, perché non è nostro compito", è stato ancora detto durante l'incontro tenutosi il 2 aprile 2019. I risultati della campagna di raccolta firme saranno resi pubblici il 15 maggio 2019, giornata internazionale della famiglia. Così "conosceremo le persone che, una volta elette potranno costituire un interlocutore nel Parlamento europeo per sostenere la famiglia".

Sarah Numico da Bruxelles   3 aprile 2019

https://agensir.it/europa/2019/04/03/europa-famiglia-risorsa-politica-il-manifesto-fafce-per-le-elezioni-ue

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF - N. 13, 3 aprile 2019

            L'altalena: un semplice video per testimoniare la possibilità e la bellezza delle differenze. "L'Altalena" è un progetto didattico dell'Istituto Comprensivo Trento 6 per lo sviluppo di una comunità inclusiva e antirazzista. Un progetto didattico che è sfociato in un bellissimo video che ha avuto risalto nazionale e purtroppo è stato oggetto di pesanti attacchi politici agli autori e alla scuola stessa.

 www.youtube.com/watch?v=zU8PcGM1j5U

E adesso che il congresso di Verona è finito? Dopo tante parole aspettiamo i fatti. Qualche riflessione "a bocce ferme" del Direttore Cisf (F. Belletti), per tentare di andare oltre le polemiche."...A chiunque intervenga su questo tema (e quindi anche a questo intervento, che state leggendo) viene chiesto di schierarsi, in un derby tra tifoserie in cui tutti sono destinati a perdere. Ma è una prospettiva sbagliata: in tempi di contrapposizioni così drammatiche sull’idea stessa dell’umano, di persona, di dignità, servono coraggiosi esploratori delle differenze, che sappiano addentrarsi nelle terre di mezzo, più che esperti difensori di fortezze imprendibili. Anche perché, poi, nelle fortezze imprendibili resteranno solo i soldati: la vita dei popoli – e delle famiglie - starà certamente altrove..."

www.famigliacristiana.it/articolo/verona-dopo-tante-parole-aspettamo-i-fatti.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_03_04_2019

Family impact: prosegue la collaborazione con il comune di Castelnuovo del Garda. Il prossimo 11 aprile 2019 si terrà a Castelnuovo del Garda un incontro sul tema della valutazione dell'impatto delle politiche familiari attuate nel Comune, per completare un virtuoso percorso circolare di progettazione, attuazione, monitoraggio, verifica ed eventuale riprogettazione delle azioni intraprese dall'ente. Nell'incontro verranno presentati dati inediti sugli interventi tariffari collegati al "FattoreFamiglia" dal 2013 al 2018, e alcune riflessioni raccolte dall'ascolto di famiglie che hanno usufruito dei servizi e delle agevolazioni "a misura di famiglia". Oltre ai referenti del Comune di Castelnuovo del Garda Maurizio Bernardi [già sindaco] e Chiara Trotti, intervengono Elisa Carrà (Università Cattolica) e Francesco Belletti (direttore Cisf).

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf1319_allegato1.pdf.

Webinar- informarsi sull'autismo via web. In occasione della Giornata mondiale per l'autismo (proclamata per il 2 aprile, nel 2019), il prossimo 3 aprile dalle 18:00 alle 19:30 "in diretta dalla sede Erickson di Roma e in streaming dal canale YouTube Edizioni Centro Studi Erickson, genitori, famiglie, insegnanti ed educatori che hanno in carico una persona con autismo potranno incontrare in rete i più qualificati esperti nel campo della ricerca, dell’educazione, della scuola, del diritto e porre loro delle domande"

Webinar - Progetto "Verso una coppia felice" "Durante i primi 30 minuti ascolterai il conduttore, Marco Scarmagnani sul tema del webinar.                       www.versounacoppiafelice.it/#marco

v   Poi saranno proposti degli esercizi da fare in coppia (45 minuti). Gli ultimi 15 minuti il conduttore concluderà rispondendo alle domande che potranno essere fatte tramite computer, tablet o telefonino, e illustrando gli strumenti pratici che potrete mettere in campo da soli".        www.versounacoppiafelice.it

Sempre nel progetto "Verso una coppia felice", vengono proposti diversi incontri formativi di gruppo per coppie [Verona, 10, 14,15 aprile 2019].            www.versounacoppiafelice.it/laboratori-per-coppie

Manifesto per la famiglia in vista delle elezioni europee. La FAFCE (Federazione delle associazioni familiari cattoliche.

http://voteforfamily2019.eu/sites/default/files/manifesto%20italiano%283%29.pdf

To perceive and to believe: misperceptions about immigration and European solidarity (Percezioni e convinzioni: percezioni erronee rispetto all'immigrazione e alla solidarietà europea), intervento di Francesco Visconti. Le percezioni erronee sul numero di immigrati è cambiata nel tempo, ma continua a resistere tra i cittadini europei. Tali erronee percezioni sono collegate a preferenze euroscettiche e a politiche restrittive sull'immigrazione

www.euvisions.eu/misperceptions-immigration-european-solidarity

Costruire il welfare aziendale nelle piccole e medie imprese. Una sfida tutta italiana. Generali Italia ha costruito un interessante Welfare Index PMI (con la partecipazione delle maggiori confederazioni italiane - Confindustria, Confagricoltura, Confartigianato e Confprofessioni), analizzando il livello di welfare in 4.561 piccole e medie imprese italiane. "Welfare Index PMI ha monitorato le iniziative delle imprese in dodici aree: previdenza integrativa, sanità integrativa, servizi di assistenza, polizze assicurative, conciliazione vita e lavoro, sostegno economico, formazione, sostegno all’istruzione di figli e familiari, cultura e tempo libero, sostegno ai soggetti deboli, sicurezza e prevenzione, welfare allargato al territorio e alle comunità. Le imprese che hanno più successo sviluppano il welfare come un progetto strategico che parte dall’ascolto delle esigenze dei dipendenti. Gli imprenditori che attivano una strategia coerente e prolungata nel tempo, per il benessere e la soddisfazione dei lavoratori e delle loro famiglie, dichiarano di avere un impatto positivo sulla produttività e anche sulla comunità. Tra le aziende aumenta la consapevolezza che benessere sociale e risultati di business crescono di pari passo"

www.welfareindexpmi.it/pdf/Rapporto-Welfare-Index-PMI-2019.pdf

Dalle case editrici

  • Centro Studi e Ricerche IDOS, Dossier statistico immigrazione 2018, Unar, Roma 2018, pp. 478, € 25,00
  • Cusinato Mario, Girotto Sandro (a cura di), Gestione della fertilità e infertilità umana. Approccio multidisciplinare, C.G. Edizioni Medico Scientifiche, Torino, 2019, pp. 240, € 23,00
  • Su Cuiping, Una proposta di inculturazione cristiana in Cina a partire dall’educazione familiare, Cantagalli, Siena, 2018, pp. 183, € 17,00
  • Garassini Stefania, Smartphone. 10 ragioni per non regalarlo alla prima Comunione (e neanche alla Cresima), Ares, Milano, 2019, pp. 112, € 9,50. Lo smartphone è ormai un regalo quasi scontato alla prima Comunione. Pochi però si chiedono se sia una buona idea mettere nelle mani di un bambino di 9 o 10 anni uno strumento così potente. Eppure, scegliere l'età giusta per dare a un ragazzo un cellulare è una decisione importante, perché spalanca le porte di un nuovo mondo, ricco e complesso, destinato a occupare una parte significativa della vita di chi lo utilizza. Con questa guida breve ma documentata l'autrice invita ogni genitore, insegnante, educatore a valutare attentamente i motivi per cui varrebbe la pena aspettare a regalare uno smartphone più a lungo di quel che il mercato, la moda e “gli altri” tendono a farci credere. Non si tratta di demonizzare uno strumento dalle straordinarie potenzialità, ma semplicemente di usarlo al meglio. I nostri figli, e anche noi.

Save the date

  • Nord: Family Business Festival 2019, convegni, incontri e visite in azienda, evento promosso da AIDAF (Associazione Italiana Delle Aziende Familiari), Università Bocconi, Corriere della Sera, Brescia, 4-6 aprile 2019.                  www.corriere.it/economia/family-business/programma
  • Nord: Dalla parte dei genitori. Come aiutare nell'educazione dei figli, convegno nazionale promosso dal CCP (Centro Psico-Pedagogico per l'educazione e la gestione dei conflitti), Piacenza, 13 aprile 2019.

https://cppp.it/convegno/pagine/2019-aprile/programma-del-convegno-dalla-parte-dei-genitori-piacenza-2019

  • Centro: L’arte del prendersi cura. XV Campo per le Famiglie, promosso dalla Società San Vincenzo De Paoli - Federazione Nazionale Italiana, Marina Di Massa (MC), 25-27 aprile 2019.

www.sanvincenzoitalia.it/download/volantino-campo-famiglie-2019.pdf

  • Sud: abbasso la squola! Bambine e bambini nella giungla delle difficoltà di attenzione e apprendimento, Convegno sulle difficoltà di attenzione e di apprendimento nella scuola italiana, promosso da STRIPES coop. sociale Onlus e altri enti, Palermo, 5 aprile 2019.

www.pedagogia.it/blog/2019/03/25/bambine-e-bambini-nella-giungla-delle-difficolta-di-attenzione-e-apprendimento

  • Sud: Famiglia e Scuola, Un Rapporto in Evoluzione: cosa è cambiato in questi 50 anni? Convegno AGE Nazionale (Associazione Italiana Genitori) in occasione dei 50 anni di attività, Napoli, 6 aprile 2019

www.age.it/convegno-age-nazionale-famiglia-e-scuola-un-rapporto-in-evoluzione-cosa-e-cambiato-in-questi-50-anni-napoli-6-aprile-2019

  • Estero: Good Sport: Why Our Games Matter and How Doping Undermines Them (Lo sport buono: perché i nostri giochi sono importanti, e come il doping li minaccia), incontro con l'autore del volume, Thomas H. Murray, Presidente Emerito dell'Hastings Center, Garrison-New York (USA), 27 aprile 2019. www.thehastingscenter.org/wp-content/uploads/Murray-book-event-poster.pdf
  • Estero: Work-family in the pursuit of happiness, 8th International Conference of Work and Family (Lavoro e famiglia nella ricerca della felicità. 8° Conferenza Internazionale su Lavoro e Famiglia), promossa dall’International Center for Work and Family della IESE Business School, Barcellona, 1-2 luglio 2019

www.iese.edu/faculty-research/8-international-conference-work-family

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CHIESA CATTOLICA

Celibato. Una legge da cambiare?

Colloquio con Enzo Romeo*, Maria Cristina Bartolomei*, Giovanni Cereti* e Ernesto Miragoli*

Non è un dogma di fede. Non è scritto nei Vangeli, né «si è sempre fatto così». L’obbligatorietà del celibato per i presbiteri nella Chiesa latina è frutto di una tradizione che si è sedimentata nei secoli, con tutte le sue contraddizioni. Basti pensare che già oggi sono parte della Chiesa cattolica decine di preti sposati, cattolici di rito orientale oppure ex pastori anglicani che hanno scelto di passare alla Chiesa di Roma. Recentemente il cardinale Reinhard Marx, alla riunione plenaria di primavera dell’episcopato tedesco, di cui è presidente, ha detto che «la Chiesa cattolica in Germania è arrivata a un punto in cui l’apertura a fare le cose in un modo nuovo deve essere incoraggiata, compreso un dibattito serio sul celibato sacerdotale e il ruolo delle donne».

Ed è notizia di qualche settimana fa l’esistenza in Vaticano di linee guida riservate per quei sacerdoti che hanno avuto figli. «Un documento interno», ha spiegato il portavoce della Sala stampa, Alessandro Gisotti, precisando che «ai preti padri si chiede di lasciare il sacerdozio per assumersi la responsabilità di genitore dedicandosi esclusivamente al figlio». La notizia di queste linee guida è stata rivelata da Vincent Doyle, figlio di un prete che ha creato un gruppo di sostegno denominato Coping International.

Figli a parte, comunque, sul tema del celibato Francesco è stato chiaro e lo ha ribadito di recente, di ritorno dalla Giornata mondiale della gioventù di Panama: «Per quanto riguarda il rito latino, mi viene alla mente una frase di Montini: “Preferisco dare la vita prima di cambiare la legge del celibato”. Personalmente penso che il celibato sia un dono per la Chiesa e non sono d’accordo a permettere il celibato opzionale». Nella stessa occasione ha poi aperto uno spiraglio, per quei «posti lontanissimi», come «qualcosa da pensare quando c’è necessità pastorale. Il tema credo debba essere aperto in questo senso per i luoghi dove c’è un problema pastorale per la mancanza dei sacerdoti».

Insomma, sembra di capire, se si potrà fare sarà per una necessità concreta, non per una riflessione più ampia sul ministero e sull’opportunità o meno dell’obbligo del celibato. Se ne parlerà in ogni caso al prossimo Sinodo sull’Amazzonia, che si terrà in ottobre, a partire dal tema dei “viri probati” che sarà uno dei temi caldi dell’assise. Per questo, prendendo spunto dal recente volume di Enzo Romeo, Lui, Dio e lei (Rubbettino, 2018), Jesus ha deciso di organizzare un dibattito sull’argomento, mettendo a confronto l’autore del volume, la filosofa Maria Cristina Bartolomei, il teologo don Giovanni Cereti ed Ernesto Miragoli, presbitero della diocesi di Como fino a una trentina di anni fa e oggi felicemente sposato, padre e nonno, che è tra i fondatori dell’associazione Vocatio, che riunisce preti che hanno lasciato il ministero.

Il celibato ha un fondamento biblico, neotestamentario, oppure si tratta di una norma ecclesiale, sicuramente degna di rispetto ma non fondata sulle Scritture?

Romeo «Il celibato continua a essere un argomento tabù nel mondo cattolico e non soltanto nella Chiesa di rito latino – che da almeno cinque secoli ha introdotto il celibato obbligatorio – ma perfino nelle Chiese di rito orientale, che sono abituate al sacerdozio “uxorato”. È come se ci fosse una mancanza di serenità nel riflettere e discutere su un tema del genere non soltanto tra il clero, ma anche tra i fedeli laici. E questo mi ha molto colpito».

Bartolomei «Gesù non faceva differenza di persone in base allo stato civile. Com’è noto, tranne Giovanni, gli apostoli erano sposati, e questo non ha impedito loro di essere scelti da Gesù. Il tema del celibato è legato alla tradizione della purità cultuale dei sacerdoti dell’Antico Testamento che, quando erano di turno nel Tempio, dovevano astenersi dall’avere rapporti sessuali. Il Sinodo regionale di Elvira, all’inizio del IV secolo, fa capire che c’era già una prassi disciplinare che proibiva a episcopi, presbiteri e diaconi di avere rapporti sessuali con le loro consorti e di generare figli. In questo periodo si avvertono gli influssi del manicheismo e nasce l’encratismo, cioè l’avversione verso tutto quello che è corporeo, naturale, e in particolare verso l’esercizio della sessualità coniugale. Con Innocenzo III – siamo ormai all’inizio del secondo millennio – c’è la proibizione generale estesa a tutta la Chiesa e confermata dal concilio di Trento».

A livello antropologico, che cosa spinge verso la scelta del celibato?

Bartolomei «Secondo me l’espulsione delle donne dai ministeri ecclesiastici va di pari passo con l’allontanamento delle donne dai ministri ordinati; entrambe queste proibizioni si configurano quando si è instaurata una gerarchia tutta maschile, legata all’arcaica opposizione tra donna e sacro: chi è nel sacro non può avere contatti con la donna né le donne col sacro. Sia chiaro: non si discute il carisma dell’eunuchia per il Regno, che è nell’annuncio di Gesù fin dagli inizi in onore nella Chiesa, ma del fatto che i responsabili delle comunità debbano necessariamente essere assimilati al genere dei monaci. Un cambiamento, questo, che avviene solo nel secondo millennio».

Cereti «Se vogliamo ispirarci alla vita di Gesù, secondo la sua stessa testimonianza contenuta nei Vangeli, “il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo”. Certamente quindi si tratta di un predicatore, che andava per i villaggi con la comunità dei discepoli, ma non ci sono dei riferimenti espliciti al matrimonio di Gesù o dei discepoli nel Nuovo Testamento. C’è soltanto quel riferimento che si trova in Matteo 19,12, dopo che Gesù aveva affermato che “ciò che Dio ha unito, l’uomo non lo deve separare”, che dice: “Ci sono alcuni che si fanno eunuchi per il regno dei cieli”. E infatti la vita religiosa si ispira a questa frase. Ma poiché si tratta di riflettere sul celibato come condizione prevista dal diritto canonico per essere ammessi ai ministeri ordinati, mi sembra importante ricordare che nel Nuovo Testamento si insiste sul fatto di non imporre sacrifici non necessari sulle spalle dei discepoli. La parola di Cristo ci invita a una fede vissuta nell’amore e nella libertà. Per questo noi troviamo che il Signore, secondo il Vangelo di Matteo, al capitolo 23, versetto 4, dice: “Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare, e li pongono sulle spalle della gente”. Lo stesso tema viene ripreso a proposito di quello che viene chiamato il cosiddetto Concilio di Gerusalemme, in Atti 15,10: “Ora dunque perché tentate Dio imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri né noi siamo stati in grado di portare?”. È il giogo della legge, è una mentalità – diciamo – legalista, che viene condannata. Nella Lettera ai Galati si dice: “Cristo ci ha liberati per la libertà, state dunque saldi, e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (Galati 5,1). E uno dei testi più belli del Vangelo è quello in cui si dice: “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò ristoro; prendete il mio giogo sopra di voi, e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce, e il mio carico è leggero” (Matteo 11,28 30). Insomma, credo che il celibato trovi il suo radicamento nel Nuovo Testamento, nel testo relativo agli eunuchi, ma deve essere vissuto con grande gioia e con grande libertà; è fatto di grazia e non di legge. Non possiamo riprodurre un legalismo che può far soffrire alcune persone nel corso del loro ministero e della loro vita».

E allora perché nasce questa regola?

Cereti «A mio avviso c’è soprattutto una forte influenza del pensiero e della filosofia stoica, che era diffidente nei confronti degli atti coniugali, che sembravano far perdere il dominio di sé, ma soprattutto perché delle correnti, nella prima comunità cristiana, condannavano il Matrimonio. La Chiesa si è tenuta lontana da queste correnti e ha condannato queste posizioni, che però hanno avuto una certa influenza. Dai primi testi conciliari che conosciamo, anche se sono già del IV secolo, emerge che si chiedeva a tutti i cristiani, ma soprattutto ai chierici, di astenersi dai gesti e dagli atti della vita coniugale se si doveva celebrare o partecipare all’Eucaristia. Come c’era il digiuno eucaristico prima di partecipare all’Eucaristia, c’era il digiuno dagli atti coniugali. Nella Chiesa d’Oriente, dove la celebrazione dell’Eucaristia è prevista soprattutto la domenica e nelle festività, il principio di purità rituale ha potuto essere superato e si è conservato un clero uxorato. Invece nella Chiesa d’Occidente la diffusione della celebrazione quotidiana dell’Eucaristia ha messo di fatto i ministri sposati in una situazione molto difficile, chiedendo loro di astenersi completamente dalla vita coniugale. Credo che ciò abbia influenzato la legge del celibato, che non è fondata sulla parola di Dio o sulla Scrittura, quanto piuttosto su delle convinzioni d’inconciliabilità tra quello che veniva ritenuto il sacro e l’esercizio della sessualità coniugale».

Miragoli «Da un punto di vista storico ritengo che il celibato sia cominciato come consiglio, poi divenuto obbligo, subito dopo quel maledetto abbraccio dell’Editto di Milano, quando la Chiesa ha cominciato ad allearsi con il potere politico, fino a Tessalonica, con Teodosio che proclama la religione cattolica religione dell’Impero. E poi c’è il tema della donna che, sin dalla mitologia greca, ha rivestito una valenza negativa. Nel secolo scorso è cambiato finalmente qualcosa a livello culturale, ma bisogna ancora lavorare tanto. Come comunità cristiana dobbiamo prendere atto che Cristo è stato un rivoluzionario, e tutte queste cose sono diventate orpelli che ci fanno perdere di vista l’essenziale».

Il calo di vocazioni, a vostro parere, dipende anche dal celibato?

Cereti «Nel IV secolo, nel 325, si tiene il concilio di Nicea, dove viene proposto il celibato per i preti. Secondo una narrazione di storici greci ecclesiastici in quell’occasione si levò un certo Pafnuzio, persona anziana e molto autorevole nella Chiesa (è san Pafnuzio di Tebe, vescovo) che disse: “Non bisogna tentare Dio chiedendo delle cose che appaiono troppo difficili da osservare”. Il suo lungo discorso fu condiviso dai padri conciliari che rifiutarono di porre questo principio della rinuncia al Matrimonio e del celibato per coloro che dovevano essere ordinati preti. La divaricazione tra Oriente e Occidente comincia ad avere luogo in questa epoca, e ha luogo per l’Occidente proprio per la convinzione che ci fosse una inconciliabilità tra il sacro e l’esercizio della sessualità umana. Al prossimo Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia si dice che il Papa possa essere orientato a concedere l’ordinazione di viri probati per il servizio delle comunità cristiane, in seguito alla richiesta ricevuta da vari episcopati locali. Se si dovesse aprire questa strada, poi probabilmente la cosa potrebbe allargarsi a macchia d’olio, perché il problema dell’insufficienza del clero e del conseguente “digiuno eucaristico” imposto a tante comunità prive di preti è sentito dappertutto».

Che cosa si intende esattamente per viri probati?

Cereti «Per viri probati si intendono delle persone che hanno dato buona prova di sé nella loro famiglia, nella loro professione, godono di buona stima nelle loro comunità cristiane, e quindi possono essere ordinati ministri nei diversi gradi. Già accade nel diaconato, per il quale il Vaticano II aveva approvato l’ordinazione di uomini sposati, ma oggi si pensa anche al presbiterato e, in conformità a quello che succede nelle Chiese evangeliche e nella Chiesa anglicana, quindi Chiese d’Occidente, probabilmente anche all’episcopato. Si parla di viri probati, ma io ritengo che un dato estremamente urgente per la Chiesa cattolica sarebbe quello di superare il tabù della differenza sessuale, cioè una certa discriminazione nei confronti delle donne che è stata condannata esplicitamente nel concilio Vaticano II nella Gaudium et spes, e che in realtà, camuffata con altri termini, continua a esistere nel rifiuto di lasciar accedere al ministero ordinato la donna. La Chiesa cattolica soffre enormemente di questo fatto, anche perché altre Chiese cristiane che hanno introdotto il ministero femminile stanno avendo ottimi risultati. A mio avviso è una disobbedienza ai segni dei tempi ed è un gravissimo danno per la comunità cristiana perché ci sarebbero delle risorse – io oso dire – sterminate, una ricchezza che potrebbe far rifiorire la Chiesa cattolica, non soltanto nei nostri Paesi ma nel mondo intero. La crescita della donna è uno dei segni dei tempi che è stato rilevato e affermato come fatto positivo da papa Giovanni XXIII nella Pacem in terris. Ma questo riconoscimento non ha avuto conseguenze, o ha avuto conseguenze insufficienti, nella Chiesa cattolica».

L’idea che emerge dal volume di Romeo è che la facoltatività del celibato potrebbe essere la carta vincente. Ma come ci si è arrivati?

Romeo «Personalmente non credo che vada messo in discussione il valore del celibato, che rimane una grande opportunità. Ma il celibato deve essere una scelta libera, profonda, consapevole. Penso che non ci siano buoni motivi perché questa obbligatorietà rimanga. Il fatto che ci sia difficoltà nel discuterne, però, vuol dire che la gente forse non è ancora molto pronta. Nella parrocchia di San Stanislao, nel quartiere romano di Cinecittà, affidata per le cure pastorali a un diacono sposato, che vive con moglie e quattro figli in canonica, ho trovato una grande serenità. Non si tratta di un diacono-parroco, figura che non esiste nella Chiesa, però ho visto una persona serena, che trova sostegno nella sua famiglia, più affidabile di tanti sacerdoti soli che hanno difficoltà nel rapportarsi con gli altri. Il mio parroco, negli anni Sessanta-Settanta viveva con la sorella, la nipote e la mamma, avendo una situazione familiare dove la presenza femminile era del tutto normale. Oggi queste situazioni sono rarissime. E mi sembra che la figura della donna nei presbiteri si presenti tra due estremi: o è qualcosa che attiene le sfere celesti, come la Vergine Maria, oppure ha soltanto dei compiti ancillari, come una colf o una cuoca che fa servizio nell’istituto religioso o in canonica».

Bartolomei «È giusto guardare – come ha ricordato don Giovanni Cereti – ai pesi da non caricare sulle spalle di persone, ma non meno giusto è guardare anche al diritto di una comunità ad avere una celebrazione eucaristica. Nei Grigioni, in Svizzera, un giovane, stimatissimo parroco (ovviamente di tre parrocchie; in zone di montagna è ormai raro che siano meno di tre) nel giorno della festa patronale ha annunciato dal pulpito che intendeva sposarsi e che quindi quella era l’ultima Messa che stava celebrando nella comunità. La gente si è messa a piangere, inferocita non con il parroco, ma con la disciplina della Chiesa: perché non possiamo tenerci il nostro parroco con sua moglie e gli eventuali figli? Una suora ha promosso una petizione su internet e ha raccolto in una settimana 3.500 firme (diventate poi 8.000, anche da fuori regione). Insomma: ci sono sicuramente delle resistenze, ma si vede anche tanto desiderio di rinnovamento. Quanto al calo delle vocazioni, conosco personalmente almeno cinque candidati all’ordinazione che hanno interrotto il cammino perché hanno conosciuto una compagna di studi in teologia e hanno deciso che si volevano sposare. E circa altri venti presbiteri, due o tre dei quali religiosi, che hanno lasciato il ministero per sposarsi, e che sarebbero stati felici di continuare a esercitare il loro ministero da sposati. Il Vaticano II, nella Presbyterorum ordinis, dice chiaramente che non c’è una necessità del celibato dei preti. In favore del celibato vengono portate ragioni di convenienza, come quella del “cuore indiviso”, della dedizione completa alla comunità, che però non tengono conto della realtà dei candidati né delle troppe “soluzioni di compromesso”: molto tristi per tutti quelli che sono coinvolti. Condivido la grande aspettativa riguardo al Sinodo dell’Amazzonia; spero però che le persone che vengono individuate come “ordinabili” non siano, per motivi anche molto pratici, destinate a un percorso di formazione un po’ accelerato, e alla fine restino dei presbiteri di serie B rispetto a quelli di serie A che hanno fatto il seminario e gli studi teologici. L’unica vera soluzione è rendere libera la scelta del celibato».

Miragoli «Secondo me ciò che manca all’interno di un discorso di pastorale ecclesiale è il tema del “recupero”. Oltre che andare a cercare viri probati, guardiamo anche alle schiere di preti che hanno lasciato il ministero e che sarebbero pronti a rientrare. Oltretutto hanno già una loro formazione, e quindi non avrebbero problemi a tornare in servizio. Io non sarei uno di questi, però posso assicurarvi che, siccome con mia moglie ci occupiamo da più di trent’anni di preti sposati e di preti in crisi, almeno il 90% dei preti che conosco e che hanno lasciato il ministero, se richiamati, come la vecchia guardia napoleonica si precipiterebbero. A proposito dei viri probati, poi, io aggiungerei le mulieres probatæ. Quanto alle vocazioni, non credo che sia il celibato un elemento frenante, ma piuttosto il fatto che non siamo più una comunità cristiana che dà testimonianza vitale. Se guardo alla mia esperienza, vedo che io sono diventato prete perché ho conosciuto dei sacerdoti che mi hanno entusiasmato. E mi sono detto: perché non posso giocare la mia vita di giovane sul Vangelo, sulla testimonianza cristiana, diventando prete anche io? Ecco, queste cose oggi noi non riusciamo più a comunicarle».

A vostro giudizio, è necessario ripensare completamente la formazione e la costruzione della figura del presbitero?

Romeo «Scrivendo questo libro, Lui, Dio e lei, ho scoperto che il celibato, se vissuto bene, è un vasodilatatore dell’anima. Ma se è legato soltanto a un obbligo normativo, al rispetto di una legge canonica, diventa asfissiante sia per chi deve sottostare alla norma che per l’intera comunità che ha come guida quel presbitero. Lo vediamo anche, in maniera drammatica, con la questione degli abusi sessuali. La seconda cosa da ricordare è che non è più tempo, dopo il concilio Vaticano II, di creare una “concorrenza” tra i sacramenti, come se il Matrimonio e l’Ordine sacro dovessero fare a cazzotti per stabilire chi è il più importante. È giunto il momento di dire che sono due sacramenti entrambi decisivi per la vita cristiana, che non si escludono a vicenda. L’ultima cosa che vorrei dire è una postilla sulle donne: in un precedente libro mi sono occupato anche di questa questione, e riscontro che, se si fa fatica a parlare di celibato, oggi è ancora più difficile parlare di donne prete. Bisogna avere molta

                             Vittoria Prisciandaro                   "Jesus" n. 4 - aprile 2019

www.jesusonline.it

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt201904/190404romeobartolomeiceretimiragoliprisciandaro.pdf

 

La teologa Perroni: “Il Papa parla la lingua della laicità. La Chiesa lo segua”

Il Papa parla «la lingua della laicità», è ora che tutta la Chiesa «la impari». Così Marinella Perroni, teologa e biblista, fondatrice del Coordinamento teologhe italiane, commenta l’invito di Francesco a non considerare il sesso un «tabù», perché è «un dono di Dio».

Professoressa, quanto è importante che il Papa scriva questo?

«In un mondo che vive di comunicazione alcune frasi di papa Francesco sono veri e propri lampi nella notte. Parte il tam tam delle reazioni e delle illazioni. In questo caso, poi, si tratta di una frase che ha il sapore del riscatto».

In che senso?

«È opinione diffusa, infatti, che tra Chiesa e sessualità la guerra sia stata dichiarata già da molto molto tempo e che questa guerra sia diventata ancora più violenta dopo gli anni della rivoluzione sessuale che, in Occidente, hanno così profondamente influenzato i costumi soprattutto del mondo giovanile. Le parole del Papa sotterrano l’ascia di guerra, ed è bene perché almeno lasciano intendere che “se ne può parlare”, aprono al ragionamento e alla discussione. È come se il Papa avesse detto, soprattutto ai giovani: “Coraggio, la Chiesa è un luogo in cui non ci sono preclusioni, e se le viene imputato di essere bloccata dal tabù del sesso, non è vero; parliamone”».

Dice il Papa: «In un mondo che enfatizza esclusivamente la sessualità, è difficile mantenere una buona relazione col proprio corpo e vivere serenamente le relazioni affettive». Quale ruolo deve avere la Chiesa in questa dinamica?

«In realtà questo mondo enfatizza anche altre cose, denaro e potere oltre al sesso. Oggi però è vero che questa “trinità” mondana viene sbandierata come alla portata di tutti non soltanto dei potenti di turno. La Chiesa dovrebbe riportare la “trinità” mondana dentro l’ordinarietà della vita, come realtà da cui può certamente dipendere la qualità della vita di ogni giorno, ma che è strettamente connessa con la responsabilità perché tutte e tre implicano relazioni, e le relazioni possono essere vitali, ma anche mortali, possono liberare o soggiogare. È con la qualità delle relazioni, anche sessuali, che si gioca la qualità della vita umana».

La morale sessuale è spesso causa di «incomprensione e di allontanamento dalla Chiesa», percepita «come uno spazio di giudizio e di condanna», sebbene vi siano giovani che si vogliono confrontare su questi temi: anche lei nota questo?

«Non è un problema dei giovani soltanto. Lo è stato per mia madre e per la madre di mia madre. Sì, soprattutto per le donne. Perché gli uomini di chiesa venivano - e forse vengono ancora - formati al “potere del sacro” che comporta la convinzione di dover dirigere le coscienze a partire dalla convinzione che la sessualità, sia pure necessaria al mantenimento della specie, andava però domata e controllata. È un punto di vista molto maschile, che è stato dominante in tutte le religioni e nelle società teocratiche. Oggi uomini e donne, giovani e meno giovani, parlano la lingua della laicità e solo se accetterà di imparare questa lingua la Chiesa saprà parlare di sessualità in modo umano. Francesco ha cominciato a esprimersi in questa nuova lingua. Quello che dice non va però ridotto a slogan».

La Chiesa è pronta a seguire queste indicazioni di papa Francesco?

«Di fatto se si rimette la frase nel contesto, Francesco ha ribadito la prospettiva della Chiesa, ma lo fa in modo sapiente, in modo interlocutorio, che apre al confronto».

C’è chi definisce la Chiesa e i preti troppo lontani dalla vita quotidiana: quello che indica il Papa può essere un passo in avanti verso il dialogo, l’inizio di una riflessione aperta? Quali devono essere le prime iniziative a livello strutturale nella Chiesa? Per esempio nei seminari?

«Più volte il Papà ha lanciato il grido di allarme sulle procedure di formazione del clero. E la situazione di implosione che vive oggi la Chiesa ha certamente a che fare con una sessualità distorta, repressa, disumanizzata. Ci vorrà tempo, tanto, per rimettere le cose a posto. Per questo Francesco, che ha cominciato a parlare la lingua della laicità, va preso sul serio».

Intervista a Marinella Perroni                Domenico Agasso jr         Vatican Insider 3 aprile 2019

www.lastampa.it/2019/04/03/vaticaninsider/la-teologa-perroni-il-papa-parla-la-lingua-della-laicit-la-chiesa-lo-segua-ZwXajFpd2YLQtacmVV8u6O/pagina.html

 

Scandali nella chiesa! E dopo?

Nella tormenta degli scandali che feriscono il volto della chiesa cattolica, preferirei fare silenzio e penitenza. Ma è anche necessario avere il coraggio di operare la piaga e passare dalle constatazioni angosciate ai rimedi vigorosi, anche se devono far male all'istituzione... per il suo bene! Non guariremo la nostra chiesa se non avremo l'audacia di cercare le cause di tali comportamenti devianti. Papa Francesco lo ha espresso chiaramente: una causa è il clericalismo. In effetti, alcuni si sono a poco a poco erti a cristiani di prima classe, con tutti i rischi del potere dominatore. E lo hanno fatto come investiti di una missione sacra che li posizionerebbe al di sopra dei “semplici fedeli” e anche al di sopra delle leggi della Repubblica democratica.

È uno stravolgimento di una bella vocazione ai ministeri che dovrebbe accompagnarsi a un grande rispetto per la dignità e la coscienza degli altri. Le prove che noi attraversiamo devono cambiare profondamente il nostro modo di vedere e di vivere la missione dei preti (e evidentemente anche dei vescovi). Il clero deve sottoporsi ad una cura di una nuova riflessione teologica sul mistero della sua definizione, evitando le trappole di una sacralizzazione sovradimensionata che ha autorizzato tanti eccessi con il pretesto di una mistica della funzione. Occorre osare andare oltre e in due direzioni.

  1. Il celibato può essere un buon aiuto alla missione dei preti totalmente al servizio delle comunità. Ma l'obbligo universale del celibato per i preti della chiesa latina è certamente un errore che può generare gravi danni collaterali. Conformemente alla più antica tradizione, quella che risale al tempo degli apostoli e che non ha cessato di essere presente nelle chiese di Oriente (comprese le cattoliche), il celibato può essere raccomandato, mai prescritto. Non solo ci si priva di possibili preti facendo del celibato una condizione imposta a tutti. Non solo si è rinunciato al servizio di ottimi preti che hanno scelto, per coerenza, di sposarsi piuttosto che scegliere scappatoie per sottrarsi alla loro promessa. Senza volerlo, si sono provocate in alcuni delle frustrazioni pericolose o oscure che possono sfociare in comportamenti particolarmente tossici per le persone più fragili. Per essere un prezioso aiuto del ministero, il celibato deve essere scelto in tutta libertà e vissuto al di dentro di comunità più fraterne che gerarchiche.
  2. Infine, bisogna rivedere il posto che la nostra chiesa accorda alle donne nelle sue strutture e nelle sue missioni. Mentre nelle nostre società l'uguaglianza uomini-donne è rivendicata e sovente promossa, nella chiesa siamo ancora prigionieri di tradizioni che impediscono alla donne di partecipare pienamente a certi ministeri. Si apprezzano i servizi delle donne nelle comunità dove costituiscono spesso la grande maggioranza dei cristiani presenti e attivi. Ma quando si tratta di decisioni e di uffici importanti, non ci sono, perché sono state escluse. E perché questo? Unicamente perché sono donne, ossia uomini (nel senso di esseri umani) non come gli altri (i maschi). Secondo una interpretazione illuminata dei testi assunti nel loro contesto, nulla permette, a livello dei fondamenti biblici, di giustificare tale discriminazione, anche per i ministeri ordinati. Al contrario, l'atteggiamento profetico di Gesù rispetto alle donne e alcuni principi seguiti dagli apostoli, ci sollecitano a riconsiderare il ruolo delle donne nella nostra chiesa. Sono persuaso che in questi due cambiamenti si trova una parte dei rimedi che cerchiamo per arginare le derive che lamentiamo. È tempo di passare da belle declamazioni ad atti concreti. Abbiamo tutto da guadagnare, in particolare l'irraggiamento dell'Evangelo di Cristo che le chiese devono sempre annunciare, a tempo opportuno e inopportuno, e anzitutto con la trasparenza della verità e l'umiltà dell'amore.

Claude Ducarroz (parroco emerito cattedrale di Fribourg) "Le Temps" 21 marzo 2019

Traduzione finesettimana   www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt201904/190402ducarroz.pdf

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COMMISSIONE ADOZIONI INTERNAZIONALI

CAI verifica i requisiti di idoneità degli enti accreditati

La Commissione per la Adozioni Internazionali informa che le verifiche biennali avviate, con delibera n. 1/2017/SG del 12 settembre 2017, nei confronti degli Enti autorizzati (EEAA), sono giunte in fase conclusiva. Una prima parte delle verifiche si è già conclusa e nelle prossime riunioni la Commissione provvederà a deliberare su quelle residue.

I criteri che hanno guidato la verifica della sussistenza dei requisiti di idoneità degli EEAA sono stati: la verifica della proporzionalità tra adozioni concluse e il numero di conferimenti di incarichi pendenti; l'organizzazione con riferimento alle sedi e al personale; la completezza delle informazioni fornite nella relazione sulle attività e il rispetto dei tempi d'invio della stessa e del bilancio consuntivo (ex art.14, comma 1 lett. e del D.P.R. 108/2007) con positiva valutazione di quegli enti che hanno fatto certificare questi documenti da società di revisione contabile.

Infine, è stata inclusa nella valutazione anche l’assenza di segnalazioni significative da parte di aspiranti genitori adottivi.

Notizie CAI 4 aprile 2019

www.commissioneadozioni.it/notizie/cai-verifica-i-requisiti-di-idoneit%C3%A0-degli-enti-accreditati

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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Il respiro della sinodalità

“La sinodalità richiede spiritualità evangelica e appartenenza ecclesiale, formazione continua, disponibilità all’accompagnamento, creatività “. Lo ha detto il Card. Gualtiero Bassetti introducendo i lavori della sessione primaverile del Consiglio Episcopale Permanente della CEI (Roma, 1°-3 aprile 2019). “La sinodalità è una proposta che sentiamo di poter e dover fare anche alla società – ha aggiunto poi –, a una società slabbrata come la nostra. Non è certo sinodale la modalità con cui la comunicazione viene spesso usata per accendere gli animi, screditare e far prevalere le paure, arrivando a identificare nell’altro non un fratello, ma un nemico”.

Tra i temi affrontati dal Cardinale – e che saranno oggetto di discussione – “le domande di sostegno in campo educativo, formativo e relazionale, che salgono dalle famiglie”, come pure la necessità di offrire lavoro e crearlo e di coinvolgere i laici, uomini e donne, nella corresponsabilità e nei processi decisionali, praticando “la sinodalità come metodo di vita e di governo delle nostre comunità diocesane”.

L’ultimo pensiero dell’introduzione è per l’appuntamento di riflessione e spiritualità che si svolgerà a Bari, a febbraio 2020: esso, “valorizzando la sinodalità, si prefigge di compiere un passo verso la promozione di una cultura del dialogo e della pace, per un futuro dell’Italia, dell’Europa, dell’intero bacino mediterraneo”.

Testo www.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/sites/31/2019/04/01/Bassetti-Introduzione-CEP.docx

Consiglio permanente CEI    1 aprile 2019

www.chiesacattolica.it/il-respiro-della-sinodalita

 

Consiglio Permanente.          Per la dignità di ogni persona

La cifra della sinodalità – “il passo a cui Papa Francesco non si stanca di richiamarci” – ha costituito il filo portante dell’Introduzione con cui il Card. Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia – Città della Pieve e Presidente della CEI, ha aperto la sessione primaverile del Consiglio Permanente (Roma, 1-3 aprile 2019). Nel riconoscere quanto sia vitale per la comunità ecclesiale e per la stessa società una sinodalità convinta e diffusa, i Vescovi ne hanno evidenziato contenuti e ricadute, per assicurarle concretezza.

E “concretezza” è stata anche la cifra con la quale sono state affrontate le conseguenze del Decreto Sicurezza e le soluzioni assunte dalle Diocesi.

Per molti aspetti, i lavori sono stati orientati alla preparazione dell’Assemblea (Roma, 20-23 maggio 2019). Il tema principale, sul quale saranno chiamati a confrontarsi i Vescovi della Chiesa italiana, riguarda Modalità e strumenti per una nuova presenza missionaria.

In Consiglio, dopo un confronto sugli Orientamenti pastorali, se ne è individuata la scansione temporale e il percorso per arrivare a dar forma ai contenuti del cammino del prossimo quinquennio.

È stato istituito un Servizio nazionale per la pastorale delle persone con disabilità.

Tra i temi all’ordine del giorno, ampio spazio è stato dedicato al tema della tutela dei minori e degli adulti vulnerabili: dopo aver ascoltato due vittime di abusi compiute da chierici, il Consiglio Permanente ha autorizzato il testo delle Linee guida da presentare a maggio all’esame e all’approvazione dell’Assemblea Generale.

I Vescovi hanno approvato la proposta di un documento, curato dalla Commissione Episcopale per il servizio della carità e della salute, sulla fase terminale della vita terrena.

Nel corso dei lavori il Consiglio Permanente ha riflettuto sulla gestione delle risorse finanziarie secondo criteri etici di responsabilità sociale, ambientale e di governance. Fra gli adempimenti amministrativi, è stata approvata la proposta di ripartizione – tra carità, sostentamento del clero ed esigenze di culto e pastorale – da sottoporre alla prossima Assemblea Generale dei fondi dell’otto per mille che perverranno nel 2019.

Per quanto concerne la seconda edizione della Liturgia delle Ore, il Consiglio Permanente ha scelto di adottare – eventualmente apportando le opportune modifiche – la traduzione della Bibbia CEI 2008.

Infine, sono stati presi in esame una serie di adempimenti, tra cui l’approvazione del Messaggio la Giornata del Primo Maggio; sono stati fissati la sede e il periodo della 49ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani (Taranto, inizio 2021); si è provveduto ad alcune nomine; è stato approvato il calendario delle attività della Conferenza Episcopale Italiana per il prossimo anno pastorale.          Testo comunicato finale

www.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/sites/31/2019/04/04/Comunicato-finale-4-aprile-2019.docx

Consiglio permanente CEI    3 aprile 2019

www.chiesacattolica.it/per-la-dignita-di-ogni-persona

 

“I cristiani sono sinodali”.

A ricordarlo è il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, nell’introduzione ai lavori del Consiglio episcopale permanente, in corso a Roma fino al 3 aprile. “Non è un vestito esteriore la sinodalità”, ha precisato il porporato a proposito di quella che ha scelto come parola-chiave, declinata a 360 gradi, della sua introduzione: “Ha un significato misterico, contenuto in quella piccola preposizione: ‘syn’, insieme, frutto e condizione della venuta dello Spirito Santo, che ama l’unità e la concordia. La sinodalità è la forma esteriore che il mistero della communio assume nella vita della Chiesa: i cristiani sono sinodali, ossia ‘compagni di viaggio, portatori di Dio, portatori del tempio, portatori di Cristo e dello Spirito’, secondo l’espressione di Sant’Ignazio di Antiochia. È quindi uno stile la sinodalità, che nasce da quella vita di grazia che conforma al Signore Gesù”. “Sorge dal basso la sinodalità”, ha spiegato Bassetti: “Inizia dall’ascolto, dove ciascuno ha qualcosa da imparare dall’altro, nella volontà di mettersi in sintonia, di accogliersi reciprocamente. Traspare nel linguaggio e nel comportamento, nelle relazioni, nelle scelte, nel modo ordinario di vivere. È generativa la sinodalità. Avvicina la realtà nella disponibilità ad apprendere e coinvolgersi.

È sguardo sull’uomo: dagli ambiti di Verona 2006– la vita affettiva, il lavoro e la festa, la fragilità umana, la tradizione e la cittadinanza – alle vie di Firenze 2015: uscire, annunciare, abitare, educare e trasfigurare”. “È anche faticosa la sinodalità”, ha riconosciuto il cardinale: “Richiede spiritualità evangelica e appartenenza ecclesiale, formazione continua, disponibilità all’accompagnamento, creatività”. “È il passo a cui Papa Francesco non si stanca di richiamarci”, ha sottolineato Bassetti: “Ne abbiamo bisogno per essere davvero Popolo di Dio, come pure per restare un punto di riferimento morale e sociale per il nostro Paese”.

don Massimo Naro per il Sir: “La sinodalità ha un respiro largo e complesso. Scaturisce dal crogiuolo dei rapporti che costituiscono ciascuna Chiesa locale in se stessa e in relazione alle altre Chiese particolari”.

Agenzia SIR   1 aprile 2019

            www.agensir.it/quotidiano/2019/4/1/sinodalita-card-bassetti-ne-abbiamo-bisogno-per-essere-davvero-popolo-di-dio-e-per-restare-un-punto-di-riferimento-morale-e-sociale-per-il-nostro-paese

 

Quando manca la sinodalità, “riusciamo a dividerci su tutto, a contrapporre le piazze”

“La sinodalità è una proposta che sentiamo di poter e dover fare anche alla società, a una società slabbrata come la nostra”. Ne è convinto il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, che nell’introduzione ai lavori del Consiglio episcopale permanente, che si è aperto questo pomeriggio a Roma, ha denunciato: “Non è certo sinodale la modalità con cui la comunicazione viene spesso usata per accendere gli animi, screditare e far prevalere le paure, arrivando a identificare nell’altro non un fratello, ma un nemico. Quanta distanza dal dialogo che abbiamo visto in atto in questi giorni con la visita del Santo Padre in Marocco…”. “Purtroppo, quando manca questo sguardo, riusciamo a dividerci su tutto, a contrapporre le piazze, persino su un tema prioritario come quello della famiglia, sul quale paghiamo un ritardo tanto incredibile quanto ingiusto”, il riferimento alla stretta attualità: “Ma come si fa a dimenticare che, anche negli anni più pesanti della crisi, proprio la famiglia ha assicurato la tenuta sociale del Paese? E oggi non è forse ancora la famiglia a rappresentare per tutti la principale opportunità di riscatto?”. “Le istituzioni pubbliche non possono fare finta che la famiglia sia solo un fatto privato”, la tesi del presidente della Cei: “Ciò che avviene tra i coniugi e con i figli è un fatto sociale; e ogni essere umano che viene ferito negli affetti familiari, in un modo o nell’altro, diventerà un problema per tutti”.

Agenzia SIR   1 aprile 2019

https://www.agensir.it/quotidiano/2019/4/1/famiglia-card-bassetti-e-un-fatto-sociale-non-privato-quando-manca-la-sinodalita-riusciamo-a-dividerci-su-tutto-a-contrapporre-le-piazze

 

Famiglia: card. Bassetti, “non è un menù”, “non si resti sordi alle domande di sostegno

Non si resti sordi alle domande di sostegno in campo educativo, formativo e relazionale, che salgono dalle famiglie”. È l’appello lanciato dal card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, nella parte centrale della sua introduzione al Consiglio episcopale permanente, in corso a Roma fino al 3 aprile. “‘Il cuore di ciascuna di esse è l’amore delle persone che la compongono e che, in virtù di questo amore, stringono alleanza davanti agli uomini e – per noi credenti – nel Signore”, ha ricordato il cardinale, che subito dopo ha avanzato proposte concrete: “Se non vogliamo rassegnarci al declino demografico – la prima di esse – ripartiamo da un’attenzione reale alla natalità; prendiamoci cura delle mamme lavoratrici, imparando a riconoscere la loro funzione sociale; confrontiamoci con quanto già esiste negli altri Paesi del Continente per assumere in maniera convinta opportune misure economiche e fiscali per quei coniugi che accolgono la vita. Vanno in questa direzione diverse proposte avanzate anche dal Forum delle associazioni familiari”. “La famiglia è il termometro più sensibile dei cambiamenti sociali”, ha fatto notare Bassetti: “Senza venir meno ai principi – visto che la famiglia non è un menù da cui scegliere ciò che si vuole – aiutiamoci a mettere a punto un pensiero sulla famiglia per questo tempo. Chi fosse sinceramente disponibile a questo passo – che è condizione per una società migliore – ci troverà sempre al suo fianco, forti come siamo di una ricca tradizione di cultura della famiglia”.

Il linguaggio del cardinale Bassetti, nell'introduzione al Consiglio episcopale permanente, è paterno e inclusivo. Ricorda il ruolo sociale della famiglia, per assicurare la "tenuta sociale del Paese". Ricorda le "diverse proposte avanzate anche dal Forum delle associazioni familiari" per venire incontro ai bisogni concreti. E conclude osservando che "la famiglia è il termometro più sensibile dei cambiamenti sociali" e, dunque, da un lato non si può "venir meno ai principi - visto che la famiglia non è un menù da cui scegliere ciò che si vuole", dall'altro che è necessario "mettere a punto un pensiero sulla famiglia per questo tempo". Dialogando, con serenità e chiarezza...

È un percorso in salita, in salita erta, quello che propone il cardinale Bassetti alla Cei e di fatto ai cattolici ma anche alla società italiana. Un percorso controcorrente, intorno ad una parola difficile.

Nella sua introduzione al Consiglio episcopale permanente c'è l'eco di un giro d'Italia di due anni, ad incontrare persone, gruppi, istituzioni, comunità. Ma d'altro canto come accettare la deriva di una società "slabbrata", la realtà di una serie di solitudini, di uno sfilacciamento litigioso?

Rischia, il presidente della Cei, quando dice di passare dal ragionamento sul metodo ad indicare una prospettiva. Perché sinodalità, questa parola tecnica, questa parola difficile, ne evoca altre due, più semplici: comunità e dinamismo. Due caratteristiche della Chiesa, in particolare della Chiesa in Italia, che è e vuole restare una Chiesa di popolo.

Perché sinodalità, questa parola tecnica, questa parola difficile, ne evoca altre due, più semplici: comunità e dinamismo. Due caratteristiche della Chiesa, in particolare della Chiesa in Italia, che è e vuole restare una Chiesa di popolo.

  1. Delinea così un impegno su diversi temi. Uno spicca, anche riguardo all'incredibile baccano di questi giorni, la famiglia. Un baccano che è un artifizio di comunicazione al quale purtroppo siamo abituati: "Riusciamo a dividerci su tutto, a contrapporre le piazze, persino su un tema prioritario come quello della famiglia, sul quale paghiamo un ritardo tanto incredibile quanto ingiusto".
  2. Ricorda il ruolo sociale della famiglia, per assicurare la "tenuta sociale del Paese". Ricorda le "diverse proposte avanzate anche dal Forum delle associazioni familiari" per venire incontro ai bisogni concreti. E conclude osservando che "la famiglia è il termometro più sensibile dei cambiamenti sociali" e, dunque, da un lato non si può "venir meno ai principi - visto che la famiglia non è un menù da cui scegliere ciò che si vuole", dall'altro che è necessario "mettere a punto un pensiero sulla famiglia per questo tempo".

Dialogando, con serenità e chiarezza. Questo non significa, aggiungiamo, essere irenici, o inventare un compromesso, ma, chiamando tutte le cose con il loro nome, riconoscersi e mettersi all'opera per il bene comune, come bene di tutti e di ciascuno. Insomma "mettere a punto un pensiero sulla famiglia per questo tempo" è un "passo - che è condizione per una società migliore".

Impresa difficilissima, se non impossibile, nel can-can mediatico e nella confusione culturale, che fa comodo a molti. D'altro canto questo è lo stile di Papa Francesco, per chi ascolta integralmente il suo messaggio e segue la sua personale testimonianza.

Serve tanta buona volontà, merce vieppiù rara. Ma abbiamo tutti gli strumenti, giuridici, sociali, culturali. L'Italia ha un quadro costituzionale adamantino, con una definizione di famiglia molto precisa e indiscutibile, più volte ribadita dalla Corte costituzionale, ha una legislazione che tutela anche altre forme di convivenza, ovvero le unioni, anche omosessuali. Il diritto di famiglia riconosce i diritti e chiarisce i doveri di tutti gli attori del sistema familiare. Basta applicare le norme, chiamando sempre le cose con il loro giusto nome. Partendo ed arrivando al concreto delle situazioni. Anche se è molto, molto difficile.

Francesco Bonini                   Agenzia SIR   2 aprile 2019

https://agensir.it/chiesa/2019/04/02/il-ruolo-della-famiglia-per-assicurare-la-tenuta-sociale-del-paese

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CONGEDO

Congedo papà: 10 giorni pagati come la malattia

Minimo dieci giorni lavorativi di congedo di paternità retribuiti come l'indennità di malattia; due mesi di congedo parentale retribuito e non trasferibile e cinque giorni di congedo annuale per gli operatori dell'assistenza. Li prevede la direttiva sulle nuove misure per facilitare la conciliazione tra lavoro e vita di famiglia, approvata in questi giorni dal Parlamento europeo, con 490 voti a favore, 82 contrari e 48 astensioni. Tra le tematiche regolamentate anche congedi parentali e di assistenza.

            Ue, raddoppiano i congedi per i papà. Il provvedimento stabilisce i requisiti minimi, previsti per gli stati membri da attuare per aumentare le opportunità delle donne nel mercato del lavoro e rafforzare il ruolo del padre (o di un altro genitore equivalente). Come si legge nei documenti parlamentari, i papà avranno diritto ad almeno 10 giorni lavorativi di congedo retribuito nei giorni vicini alla nascita "o al parto del feto morto". Tale congedo dovrà essere pagato ad un livello non inferiore all'indennità di malattia. Nel nostro Paese, al momento, la durata del congedo obbligatorio per il padre è di 5 giorni. I deputati hanno inoltre aggiunto due mesi di congedo parentale non trasferibile e retribuito (ovvero che può essere goduto da uno dei due genitori). Si tratta di un diritto individuale «in modo da creare le condizioni adeguate per una distribuzione più equilibrata delle responsabilità».

Tempo fino al 2022. A questo punto, Gli Stati membri avranno tre anni per recepire la direttiva nei propri ordinamenti e, prosegue il documento «fisseranno un livello adeguato di retribuzione, o indennità, per il periodo minimo non trasferibile di congedo parentale, tenendo conto del fatto che questo spesso comporta una perdita di reddito per la famiglia e che invece anche il familiare più retribuito dovrebbe potersi avvalere di tale diritto».

            Ed ancora «gli Stati membri devono offrire 5 giorni all'anno di congedo per i lavoratori che prestano assistenza personale a un parente o a una persona che vive nella stessa famiglia a causa di un grave motivo medico o infermità connesse all'età. I genitori e i prestatori di assistenza che lavorano potranno richiedere modalità di lavoro adattabili, ove possibile, ricorrendo al lavoro a distanza o a orari flessibili per poter svolgere le loro mansioni. Nell'esaminare tali richieste, i datori di lavoro potranno tener conto non solo delle proprie risorse, ma anche delle esigenze specifiche di un genitore di figli con disabilità, o una malattia di lunga durata, e dei genitori soli».

Gabriella Lax Studio Cataldi            5 aprile 2019

www.studiocataldi.it/articoli/34171-congedo-papa-10-giorni-pagati-come-la-malattia.asp

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CONSULTORI FAMILIARI UCIPEM

Massa. Disabilità: la diversità di ognuno per l’accoglienza di tutti

Grande attesa per l’incontro dal titolo “Disabilità: la diversità di ognuno per l’accoglienza di tutti”. L’evento è organizzato dal consultorio Ucipem “La Famiglia”, diretto da don Mario Amadi, in collaborazione con l’Ufficio Diocesano per la pastorale familiare, diretto dai coniugi Fausto e Stella Vannucci, da sempre attenti alle problematiche che riguardano il prossimo.

All’evento, coordinato dal presidente del consultorio “la famiglia” Alfonsina Ramagini, intervengono il presidente della consulta provinciale per la disabilità Pierangelo Tozzi e la scrittrice pedagogista Silvia Tamberi, che durante l’incontro dialoga con Gianni Conti.

Il consultorio Ucipem “La Famiglia”, diretto da don Mario Amadi, è una associazione di volontariato, senza scopo di lucro, in cui operano consulenti ordinistici e consulenti familiari. Il consultorio è a Massa in via XXIV Maggio 2, presso l’oratorio del Santuario dei Quercioli.

www.consultoriolafamigliamassaquercioli.com/2019/04/03/disabilita-la-diversita-di-ognuno-per-laccoglienza-di-tutti

www.consultoriolafamigliamassaquercioli.com

Portogruaro. Incontri “la rabbia e la paura: come gestirle in modo costruttivo”.

La dott.ssa Marilena Brunetti, psicologa psicoterapeuta conduce quattro incontri a maggio:

  1. Perché ci arrabbiamo,
  2. Strategie efficaci per fronteggiare la rabbia,
  3. La paura ci motiva o ci frena?
  4. L’ascolti delle emozioni, strumento di crescita-

www.consultoriofamiliarefondaco.it

 

Trento. Fugatti in visita al consultorio: «oltre 5.600 gli accessi al servizio nel solo 2018»

Un fiore capace di sopportare gli inverni e le tempeste, ma che richiede rispetto dell’habitat in cui mette le sue radici: è il papavero, che è stato scelto per rappresentare idealmente il Consultorio Familiare UCIPEM, attivo a Trento da oltre 50 anni. Il presidente della Provincia Maurizio Fugatti lo ha visitato nei giorni scorsi, accolto dai rappresentanti della Onlus UCIPEM, la presidente Enrica Tomasi, il direttore Luca Bonini e da alcuni consiglieri, che hanno spiegato come i principi alla base del consultorio siano l’ascolto e il rispetto dei singoli, delle coppie e delle famiglie che si rivolgono al centro per “restaurare” le loro relazioni interpersonali.

Obiettivo di chi opera al Consultorio Familiare Ucipem è quello di attivare le risorse ancora presenti nella situazione per risolverne le difficoltà. Il consultorio si avvale di una équipe interdisciplinare di 15 psicoterapeuti, una sessuologa, quattro consulenti familiari ed una mediatrice familiare che ogni settimana si confrontano ed intervengono per la risoluzione dei singoli casi. Oltre all’attività istituzionale, sono molti i progetti Ucipem il cui cuore è il lavoro di consulenza psicologica. Nell’incontro è stata presentata l’esperienza degli Open Space – gli sportelli di consulenza all’interno di molte scuole trentine per sostenere i giovani nella fase dell’adolescenza – ed il progetto Pinocchio che da oltre 15 anni si dedica alle famiglie più fragili. Queste attività sono affiancate dalla formazione e dalla ricerca, un’area dove l’alto livello di professionalità si coniuga con progetti universitari.

“Stiamo sviluppando un modello di psicoterapia di coppia che possa essere esteso ad altri consultori ed inserito nei LEA” spiega il direttore Bonini”: nel 2018 abbiamo avuto un incremento significativo della prestazioni, oltre 5.600, un numero molto importante che supera di circa 700 unità i dati dell’anno precedente.” “Importantissimo, poi, il supporto del volontariato”, ha continuato Enrica Tomasi, spiegando che il servizio consultoriale Ucipem, da sempre, è gestito da un’associazione di soli volontari. Anche gli operatori dedicano una parte del loro tempo in forma gratuita, la sfida è quella di continuare a coniugare questa dimensione con la professionalità, la cura delle relazioni e la ricerca. La Provincia, ha precisato in conclusione il direttore, “ci auguriamo continui a sostenere le famiglie consentendo a servizi multidisciplinari come questo di operare e svilupparsi”

www.agenziagiornalisticaopinione.it/lancio-dagenzia/ucipem-trento-fugatti-in-visita-al-consultorio-oltre-5-600-gli-accessi-al-servizio-nel-solo-2018

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CONVEGNI SEMINARI

In occasione del World Congress of Families XIII, svolto a Verona dal 29 al 31 marzo 2009, il Presidente del Centro studi Livatino Prof. Mauro Ronco e il Vicepresidente Dott. Alfredo Mantovano hanno svolto gli interventi che pubblichiamo di seguito, [insieme ad un’intervista] il primo all’interno del workshop Tutela giuridica della vita e della famiglia, il secondo all’interno del workshop Tutela della vita, entrambi nel pomeriggio del 29 marzo 2019.

 

Famiglia e vita: un rapporto indissolubile

In uno scritto del 1928 il teologo evangelico Helmuth Schreiner (1893-1962) scriveva pagine mirabili contro l’eutanasia, che proprio in quegli anni veniva proposta sia in Germania che nei paesi anglosassoni come misura medica e sociale per togliere dal mondo i soggetti minorati e i malati di mente. Egli diceva che il motivo più profondo per opporsi all’eutanasia sta nella sua radicale contrarietà a un’etica veramente umana. L’uomo non si è dato da sé la vita e pertanto non ha il diritto di toglierla, né a sé né agli altri. Tra i motivi per i quali l’eutanasia appariva allora conveniente – si pensi al famoso libello del 1920 di Binding e Hoche Die Freigabe der Vernichtung lebensunwerten Lebens – ricorreva l’esigenza di contenere le spese per l’assistenza e la cura dei malati di mente, che sembravano sempre più numerosi e socialmente incontrollabili.

            Le misure sociali per il miglioramento di queste vaste categorie di persone sembravano vane. I costi crescevano e i risultati di riabilitazione e risocializzazione erano pressoché nulli. Schreiner, domandandosi quale fosse la causa della crescita del numero dei deboli di mente nonché del fallimento degli sforzi tesi a migliorarne la condizione, osservava che essa era l’abbandono dei principi etici fondamentali. Perché si accresceva il numero delle persone disturbate? La risposta: perché i sani e in particolare le persone istruite al vertice della società vivono da decenni su questa parola d’ordine: meglio due domestici che un figlio. Il timore per il futuro scaturisce dal venire meno dello spirito di servizio e di sacrificio. Già prima della guerra, nel 1913 – osservava il teologo – il 75% delle famiglie degli impiegati più alti facevano rilevare un tasso di fecondità inferiore alla media; il 17% delle famiglie dei più alti funzionari dello Stato restavano senza figli; il 19% di queste aveva soltanto un figlio e il 27% soltanto due figli. Se questa era la realtà – incalzava Schreiner – sarebbe forse stata l’insicurezza dell’esistenza o la penuria di abitazioni la causa del grave malessere sociale? No! La causa stava nel fatto che l’ethos della famiglia e della comunità familiare era frantumato. Si raccolgono ora i semi di un destino di morte che noi stessi ci siamo costruito. E concludeva, in senso opposto a Binding/Hoche e a tutti i sostenitori dell’eutanasia: sono state proprio le persone che si considerano “piene di valore” – non quelle “senza valore”- che hanno inserito nel popolo la leva della distruzione. Ora i potenti hanno paura e cercano di gettare la colpa all’esterno di sé, mentre la colpa è loro e della loro disgregata cultura, la cui madre è l’illuminismo e il cui padre è Friedrich Nietzsche.

            Queste parole furono al loro tempo profetiche. Testimoniavano infatti la verità di una condizione storica. La distruzione dell’ethos familiare è la causa del crollo della società. L’ethos familiare si radica nella sacralità del matrimonio, già del matrimonio naturale, che è benedizione che conferisce all’uomo e alla donna la forza per unirsi nell’amore per uno scopo comune e superiore a ciascuno di essi, scopo che è di generare figli per dare gloria a Dio e sostegno alla famiglia e alla società; sacralità eccelsa del matrimonio cristiano, elevato da Cristo a sacramento, come simbolo concreto ed efficace dell’unione tra Lui e la sua Chiesa.

            Le parole di Schreiner erano profetiche nel 1928, prima della presa nazionalsocialista del potere in Germania e prima dell’infernale guerra 1939-1945. Con il 1939 un ciclo si avviava verso una chiusura tragica: dapprima l’eutanasia dei malati di mente, soprattutto dei bambini; e poi lo sterminio della popolazione ebraica e di altri gruppi etnici e sociali.

            L’eutanasia: dagli asili e dai ricoveri per i malati mentali vennero strappati i minorati e gli infermi. Quelli erano luoghi sicuri per definizione; lì si doveva concentrare tutto lo sforzo degli uomini di buona volontà; lì si dovevano spendere molte ricchezze per assistere i membri più vulnerabili della società. Quei luoghi diventarono l’anticamera delle camere a gas in cui più di duecentomila bambini e malati mentali furono barbaramente uccisi.

            Quelle parole sono profetiche ancora oggi. Immersi in una dimensione meramente quantitativa del tempo, non riusciamo più a coglierne i tratti qualitativi. Viviamo forse noi oggi; vivono forse oggi le famiglie delle nostre città in modo più eticamente orientato, in modo più rispettoso della legge di Dio che non gli uomini e le donne che negli anni ’20 del secolo scorso ritenevano che la sterilizzazione coercitiva per motivi eugenetici, il controllo artificiale delle nascite, l’aborto eugenetico e per motivi sociali fossero soluzioni adeguate per risolvere le crisi sociali? Quali furono gli esiti dei loro programmi vani e perversi?

            Diceva il chirurgo Harry Heiselden, precursore dell’eutanasia moderna, vantandosi di non aver salvato un bambino nato con una ostruzione alle vie intestinali, che “Death is the great and Lasting Desinfectant”: la morte è il migliore e più durevole disinfettante. La cultura di morte da allora si è diffusa in tutto l’occidente. Arretrata negli anni ’50, grazie alla ripresa religiosa e alla strenua resistenza del Venerabile Pio XII e della Chiesa cattolica, ancora fermamente intenzionata a combattere l’ardua battaglia per la regalità anche sociale di Cristo, e ancora del grande Pontefice San Giovanni Paolo II con i suoi mirabili insegnamenti, soprattutto espressi nella Evangelium Vitae, l’ondata eutanasica ha ripreso da molti anni un’energia che sembra travolgente, ponendo un suggello oscuro a un processo che vuole trasformare l’antropologia propria della tradizione classica e cristiana. Dapprima la liberalizzazione dell’aborto nel 1973 per opera della Corte Suprema degli Stati Uniti, che lo ha dichiarato diritto fondamentale della donna. Poi, dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica e la fine della guerra fredda, quando le speranze di una pace giusta tra le nazioni sembravano potersi realizzare, le potenze di questo mondo hanno approfittato, con le mani ancora più libere, della situazione creatasi per lanciare le agende contro la vita e a favore della limitazione coercitiva delle nascite (Conferenza del Cairo, 1994) e a favore della politica di genere (Conferenza di Pechino, 1995).

            Nella Conferenza del Cairo venne affermato il c.d. diritto alla salute riproduttiva. Tale pseudo-diritto si inserisce nel quadro del contenimento artificiale delle nascite nel mondo, in particolare con le campagne per la sterilizzazione e l’aborto nei paesi c.d. sottosviluppati. Il principio che regge il concetto della salute riproduttiva è di togliere all’atto sessuale la sua valenza riproduttiva nell’indifferenza per la vita degli embrioni e dei soggetti ancora non nati nel grembo materno, come se fossero cosa trascurabile. Si uniscono nel diritto alla salute riproduttiva tre elementi: la negazione del diritto alla vita del concepito, vuoi nell’utero vuoi in provetta; la separazione tra la sessualità e la fecondità; l’indirizzo favorevole a modalità di riproduzione selettiva.

Il concetto di salute riproduttiva presenta due facce: una basata sull’utopia postmoderna dell’assoluta autodeterminazione individuale; l’altra sulla pratica postmoderna del dominio scientistico delle tecnologie sul sorgere, svilupparsi e tramontare della vita. Il diritto alla salute riproduttiva costituisce l’espressione giuridica di sintesi del nuovo paradigma etico: l’interesse individuale, declinato secondo la misura della libera scelta individuale, nonché l’interesse ad avere o a non avere un figlio, fondano il “diritto” a ogni forma di contraccezione, anche abortiva, nonché alla sterilizzazione e all’aborto “sicuro”, cioè rapido e privo di rischi per la salute di chi lo richiede. L’interesse alla salute, intesa come condizione di pieno benessere fisico e psicologico della donna, fonda analogamente il “diritto” all’aborto; l’interesse ad avere un figlio, come e quando si vuole e con chi si vuole, fonda il “diritto” alla riproduzione artificiale; l’interesse individuale ad avere un figlio sano e l’interesse sociale a evitare i costi per la cura delle persone fisicamente e psichicamente inadeguati fondano il “diritto” alla selezione prenatale, nonché alla distruzione degli embrioni dotati di qualità inferiori. L’interesse della scienza al progresso scientifico fonda il “diritto” alla sperimentazione sugli embrioni, alla loro utilizzazione e alla loro distruzione. Il desiderio individuale a morire fonda il “diritto alla morte” che dovrebbe essere sostenuto e aiutato dal servizio sanitario pubblico.

            La Conferenza di Pechino del 1995 statuì l’Agenda di genere. Tale prospettiva è definita nelle parole dell’dell’INSTRAW, Istituto Internazionale di Ricerca e di Formazione per l’Avanzamento delle Donne, (Agenzia dell’ONU) come l’azione diretta a “[…] distinguere tra quello che è naturale e biologico da quello che è costruito socialmente e culturalmente, e nel processo rinegoziare i confini tra il naturale — e la sua relativa inflessibilità — e il sociale — e la sua relativa modificabilità”. Oggi assistiamo a uno dei passaggi decisivi di attuazione di tale Agenda.

Le parole lette poc’anzi indicano la strada: rinegoziare i confini tra ciò che è naturale e ciò che è culturale. La differenza tra uomo e donna è culturale. Se la biologia dice il contrario, occorre combattere contro la biologia. L’ideologia di genere si trasforma in politica e in pratica di genere. Sono stati prodotti dei farmaci – è di pochi giorni addietro la notizia che uno di questi, la triptorelina, è stato riconosciuto come prescrivibile anche in Italia – che interferiscono sullo sviluppo normale dell’adolescente secondo la biologia che gli è propria, influenzandone il corso. Un’invasiva campagna diseducativa nei media e nelle scuole del mondo occidentale propaganda la fake news per eccellenza, che non vi sono in natura maschi e femmine; che si può essere l’uno o l’altro genere a scelta, secondo l’inclinazione psicologica che un bimbo e un adolescente sentono in sé. Si è avviata così in occidente questa orrenda marcia verso la fluidificazione dell’identità sessuale, per cui non si è più maschio o femmina, ma l’uno o l’altro o numerosi generi diversi a seconda del tempo e delle preferenze. Non esiste più il sesso, bensì il genere, come incessante decostruzione e ricostruzione, come qualcosa di sempre nuovo, come indefinitamente plurale. Il genere, dunque, di cui si va alla ricerca spasmodica sin da bambini, in una confusione identitaria che riduce l’uomo e la donna a un soggetto asessuato: mutare generi significa – come diceva il decostruttore Michel Foucault negli anni ’70 – che il soggetto “[…] cancella da sé il “sessuale” e si presenta a nome proprio e, in definitiva, solo come “io-per me stesso””. L’esito è la solitudine completa dell’io; l’“io-per me stesso”, la totale chiusura di ogni singolo individuo alle altre persone; l’oscuramento, soprattutto, dell’orizzonte nel quale la persona come “maschio” e la persona come “femmina” s’incontrano nell’atto generativo.

            Le conseguenze sono evidenti: i potenti del mondo – procurando al contempo immensi profitti alle multinazionali dei farmaci e delle tecnologie riproduttive – intendono farci incamminare ammassati in gregge verso lo stadio finale in cui la generazione più non avverrà grazie all’incontro sessuale tra il maschio e la femmina. Questo è il disegno che si sta realizzando sotto gli occhi smarriti dei popoli del mondo occidentale. L’incontro sessuale infatti non corrisponderebbe al principio della salute riproduttiva. Se non si facessero figli sarebbe meglio, suggerisce il mainstream [convenzionale dominante] dell’intellettualità liberale. Ma se ancora li si vogliono, come soddisfazione individuale, allora bisogna farli per via artificiale, al di fuori del rapporto di coppia, tramite la produzione con strumenti tecnologici. Oggi la tecnologia è ancora troppo costosa e il servizio sanitario non può garantire a tutti la riproduzione artificiale. Ma con la riduzione ancora della natalità e con l’apporto di mano d’opera fatta venire da paesi lontani e sovrabbondanti in natalità, l’obiettivo potrà essere raggiunto.

            La legge, peraltro, è costretta a rincorrere il desiderio del soggetto di avere un figlio, inteso come ‘diritto’, come ha scritto una non condivisibile sentenza della Corte Costituzionale, anche con i gameti di un soggetto estraneo alla coppia. Ciò per rispondere al desiderio del figlio, tramite l’accesso alla riproduzione artificiale e al ricorso alla procedura dell’utero in affitto, anche della coppia omosessuale e del single e di chiunque non intenda costruire una famiglia stabile, portandone il peso e accogliendone il sacrificio, ma preferisca creare ugualmente, a spese della società, rapporti fluidi e variabili.

            Il processo descrive una lotta contro l’uomo in quanto creato a immagine e somiglianza di Dio. Esso ha un evidente significato, oltre che antropologico e filosofico, anche teologico, che ripete, con modalità e strumenti scientistici, la lotta contro la famiglia e la generazione che imperversò nei primi secoli dell’era cristiana quando le forze delle tenebre compresero che la redenzione di Gesù aveva inferto un colpo decisivo al suo potere nel mondo.

Sorsero, invero, fin dal secondo secolo della nuova era, dottrine, variamente articolate sul piano filosofico, che focalizzavano nella fecondità della relazione coniugale fra l’uomo e la donna la fonte di ogni male. Queste dottrine non rifiutavano il piacere e la soddisfazione carnale, ma dichiaravano malvagio il coniugio e la fecondità inerente al matrimonio. L’eretico Marcione (85 ca.-seconda metà del II secolo) vietava la generazione, affinché il genere umano non concorresse con l’opera dal demiurgo maligno a moltiplicare la stirpe dell’uomo. Altri eretici, come Basilide (fine sec. I-metà sec. II), predicavano un rigorismo e ascetismo estremi, con l’astinenza dalle nozze, condannando il matrimonio come cosa immonda. Identico era l’obiettivo cui le dottrine, contraddittorie tra loro, miravano: condannare le nozze e la famiglia come intrinsecamente malvagie, ferendole nella loro fondamentale vocazione e nel loro presupposto morale d’essere, cioè, aperte alla procreazione di nuove vite. L’odio contro la generazione, che si espresse nei primi secoli del cristianesimo come motivo comune alle varie eresie gnostiche, rivela la particolare malizia delle forze tenebrose. Rifiutando, invero, il dono fatto da Dio agli uomini, di essere stati creati “maschio” e “femmina” e di essere stati pensati come capaci di pro-creare, respinge in radice il bene della complementarietà sessuale e del sostegno spirituale fra i sessi in vista della vocazione, inscritta nella biologia, nella psicologia e nell’anima spirituale dell’uomo e della donna, a collaborare con Dio nella moltiplicazione del genere umano e nella partecipazione degli uomini alla vita divina. Nella generatività umana, dipendente dalla fusione in unum dei corpi, v’è un segno finito dell’infinita generatività di Dio, che è Amore infinito che genera dall’eternità il Figlio. Amore reciproco tanto grande che dal Padre e dal Figlio procede una terza persona, lo Spirito Santo. Dio avrebbe potuto creare l’uomo tutto intero, e non soltanto l’anima, in modo diretto, senza bisogno del suo apporto, facendolo gemmare dai fiori o spuntare dalle pietre. Egli ha voluto, invece, nella sua eterna sapienza, circoscrivere la sua infinita potenza creativa facendone partecipi l’uomo e la donna, affinché essi potessero, grazie a questo dono immenso, collaborare con lui nel dare la vita a nuovi uomini e donne, partecipando così alla sua opera creativa.

La conversazione che ho svolto con voi era partita dalla citazione del passo di un teologo evangelico del 1928, precedente allo scatenarsi della barbarie nazionalsocialista. Egli si opponeva alle proposte eutanasiche, correnti nel mondo occidentale fin dall’ultimo quarto del secolo XIX, proclamando profeticamente che esse erano i frutti di una seminagione materialistica e ateistica. Il processo è continuato, con particolare intensità, soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni ’90 del secolo scorso, producendo i frutti avvelenati delle Conferenze del Cairo e di Pechino.

            Molti uomini e molte donne di buona volontà si sono opposti ai singoli passaggi in cui il processo si è svolto. Sia lode a loro per l’intelligenza e il sacrificio che hanno accompagnato il loro impegno per la vita e la famiglia. Dire che siamo pervenuti alla fine del processo con la liberalizzazione del sostegno attivo al suicidio è avanzare un’ipotesi molto probabile, ma non certa. Il processo può continuare verso abissi di cui non è possibile conoscere le profondità.

            Stanno di fronte a noi due possibilità. Entrambe sono descritte nell’Antico Testamento.

  1. La prima è in Genesi 19, 1-19. Il passo concerne la distruzione di Sodoma. Dio non voglia che il castigo si abbatta sulla nostra società dissoluta.
  2. La seconda possibilità è il pentimento collettivo del popolo e, in particolare, dei suoi capi. L’esempio è in Esodo, 32, 1-33. Mosé tardava a scendere dalla montagna. Il popolo si rivolse al sacerdote Aronne perché facesse un nuovo dio e costruisse un nuovo culto. Aronne, assecondando i desideri perversi del popolo, frantumò il cuore più intimo della vita umana, la Legge di Dio su cui si fonda il timore di Dio e l’adorazione del Dio vero (v. Mt. 22, 37-8). Mosè tornò all’accampamento, vide il vitello d’oro e le danze intorno a esso. Distrusse l’idolo. Chiese conto ad Aronne sul perché avesse assecondato e favorito la violazione del primo precetto della legge. Mosé allora “vide che il popolo non aveva più freno, perché Aronne gli aveva tolto ogni freno, così da farne il ludibrio dei loro avversari” (Gen. 32, 25). Mosè ripristinò la legge con la forza e, con la legge, anche l’autorità di Dio, autore della Legge. Mosè ritornò presso il Signore e chiese perdono per il popolo. Egli ricostruisce l’uomo che Aronne aveva decostruito (E.M. Radaelli, in Aurea Domus 14 novembre 2016). Poi rivolse la richiesta di perdono a Dio per il popolo. E il perdono venne concesso, ma non senza una giusta penitenza (Gen., 32, 35: “Il Signore percosse il popolo, perché aveva fatto il vitello fabbricato da Aronne”.

Speriamo che ci sia concessa questa possibilità. Il rimedio sta nel percorrere la via della preghiera, dell’azione e del sacrificio. Continuiamo la nostra opera in difesa della famiglia e della vita, certi dell’assistenza di Dio, nella speranza della conversione della cultura e della politica dei potenti del mondo. Siamo operosi nel combattere le battaglie, anche apparentemente piccole, di ogni giorno, senza mai stancarci, anche se le forze sembrano venir meno, ma sempre risorgono se ciascuno di noi porta lo sguardo a Cristo che è via, verità e vita.

Mauro Ronco, penalista, professore emerito di diritto penale           29 marzo 2019

 

Tutela della vita: l'importanza della prevenzione

Uno dei capi d’imputazione più pesanti rivolti a questo WFC, e chi vi partecipa, è di voler limitare il “diritto” di aborto. A essa corrisponde la rivendicazione dell’aborto in termini di “diritto”. Col corollario improprio dell’intangibilità della legge 194/1978. Perché “improprio”? Perché, se restiamo alla lettera della legge, la 194 non identifica in modo formale l’aborto come “diritto”. Anzi, all’art. 1 arriva a dichiarare che lo Stato “tutela la vita umana dal suo inizio”. Certo, gli articoli successivi contraddicono questa espressione iniziale, giacché nei primi novanta giorni della gravidanza l’aborto è di fatto a richiesta: è sufficiente entro quel limite temporale la certificazione della condizione di gestante. Però quel che dice l’art. 1 al co. 1 andrebbe considerato in sede applicativa nella parte in cui offre possibilità per l’effettiva tutela della vita.

{La Legge 194\22 maggio 1978 concede la depenalizzazione dell’aborto. Prevede invece all’art.19 la reclusione sino a 3 anni senza l’osservanza delle modalità indicate negli articoli 5 e 8 e in altri specifici casi; altre pene sono indicate negli artt. 17, 18, 20. Ndr}.

Qual è oggi il paradosso? che coloro per i quali “la 194 non si tocca” poi restano indifferenti di fronte alla proposta di dare piena applicazione a quei passaggi della legge che in oltre 40 anni sono rimasti inattuati: in particolare, quelli che fanno precedere l’eventuale intervento di aborto da una fase preventiva-dissuasiva. Rileggiamo l’art. 5 co. 1 della 194: “Il consultorio e la struttura socio-sanitaria (…) hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, (…) le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto.”

L’art. 2 la stessa L. 194 aveva peraltro inserito fra i compiti dei consultori di assistere “la donna in stato di gravidanza:

  1. Informandola sui diritti a lei spettanti in base alla legislazione statale e regionale, e sui servizi sociali, sanitari e assistenziali concretamente offerti dalle strutture operanti nel territorio;
  2. Informandola sulle modalità idonee a ottenere il rispetto delle norme della legislazione sul lavoro a tutela della gestante;
  3. Attuando direttamente o proponendo all’ente locale competente o alle strutture sociali operanti nel territorio speciali interventi, quando la gravidanza o la maternità creino problemi per risolvere i quali risultino inadeguati i normali interventi di cui alla lettera a);
  4. Contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza.”

Chiedo a chi contesta i movimenti pro life: la legge 194 vale intera o vale a pezzi? Coloro che la ritengono intangibile in realtà da 40 anni la smontano e mettono da parte i pezzi che non interessano.

Se intendiamo fare qualche passo concreto verso la prevenzione dell’aborto, può giovare qualche ritocco agli artt. 2 e 5 della 194. Mi soffermo in particolare sulla lettera d) del co. 1 dell’art. 2, che – come si è detto – prevede che i consultori assistono la donna incinta “contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza”. E’ quindi incontestabile la funzione preventiva dei consultori a tutela della maternità, come era già nella legge 29 luglio 1975, n. 405, che li aveva istituiti, incentrata espressamente sulla tutela della donna e del “prodotto del concepimento”.

{La legge però all’art. 4 cita solo il consultorio pubblico, omettendo il comma b) dell’art. 2 “i consultori possono essere istituiti anche da istituzioni o da enti pubblici e privati che abbiano finalità sociali, sanitarie … Ndr}

Perché queste norme sono state disapplicate? Certamente per ragioni ideologiche. Ma anche per un dato strutturale: la funzione di prevenzione dei consultori è stata penalizzata dalla stessa 194 che prevede all’art. 5, commi 4 e 5 che il medesimo medico del consultorio partecipi alla procedura {documento che attesta di aver esaminato la situazione e non certifica alcunché eccetto i casi d’urgenza. Il documento non provoca la decadenza dell’obiezione di coscienza. Sentenze dei TAR di Bari e di Roma. Ndr} dell’interruzione della gravidanza. Ma questo è contraddittorio: il consultorio, se ha una funzione preventiva, non deve entrare nella procedura diretta all’esecuzione dell’intervento. Sul piano logico e pratico l’accentramento di due funzioni in contrasto fra loro nello stesso organo fa prevalere l’aspetto più strettamente legato all’interesse per cui la donna si è recata nel consultorio, cioè di richiedere il certificato per praticare l’interruzione: ed è quello che è avvenuto nella prassi. Il ricorso al consultorio peraltro è meramente eventuale, in quanto la donna può avvalersi per lo scopo abortivo del medico di fiducia, abilitato a rilasciare il certificato {documento}attestante la sua intenzione di eseguire l’intervento.

La proposta va nel senso di sostituire il meccanismo previsto dagli artt. 2 e 5, che in apparenza dovevano svolgere una funzione preventiva, con disposizioni che renda questa consultazione vera, concreta ed efficace. Non sarebbe una cosa strana, additabile come frutto di spirito retrogrado o reazionario. Se tra le cause che inducono una gestante a chiedere l’intervento abortivo vi è la perdita del posto di lavoro, prospettata dal titolare dell’azienda o dello studio che l’aveva assunta a condizione che non rimanesse incinta, prevenzione vera e concreta significa che il consultorio prende in carico quel problema e lo affronta, in coerenza con le tutele del lavoro vigente, dando a esso una soluzione. E’ evidente che dovranno essere previsti degli interventi speciali a favore della donna che, durante la gravidanza, sia afflitta da serie difficoltà ricollegabili alla gestazione. A seconda del tipo di difficoltà gli interventi potranno essere di natura sanitaria, socio-assistenziale ovvero economica e familiare. Quel che si spende su questo fronte non è una spesa, va considerato un investimento.

Non trascuriamo quanto dispone l’art. 2 co. 2: “I consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita.” L’esperienza – anch’essa quarantennale – dei CAV-Centri di aiuto alla vita è fatta di decine di migliaia di soluzioni prospettate in concreto che, senza forzature, hanno permesso alla donna di evitare il trauma di un aborto. I CAV sono stati spesso osteggiati: per questo è opportuno fornire una base meno volontaristica e occasionale alla collaborazione di questo prezioso volontariato. Proporre questo non vuol dire reintrodurre penalizzazioni o forzare le scelte di vita. Ancor di meno significa fare eco a imposizioni confessionali.

Immagino che molti di voi abbiano visto quella splendida commedia di Eduardo de Filippo Filumena Marturano. Chi è Filomena? E’ una prostituta che resta incinta – per ben tre volte – e che decide di tenere con sé tutte e tre i figli: avrebbe potuto disfarsene, come oggi le verrebbe raccomandato evocando il “diritto” all’aborto. Invece li fa nascere, li mantiene e li fa crescere con dignità, pur nel dolore di tenerli lontani da sé per non comprometterne la riuscita. “Mi tornavano in mente i consigli delle mie amiche: “Cosa aspetti! Ti togli il pensiero! Io conosco uno molto bravo…”, ricorda Filumena, che poi fa il contrario rispetto a quanto consigliatole. Lei spiega anche come mai questi figli se li è tenuti: la prima volta aveva deciso di dare ascolto alle amiche, poi “Per combinazione, camminando camminando, mi ritrovai nel mio vicolo, davanti all’altarino della Madonna delle rose. L’affrontai così: “Cosa devo fare? Tu sai tutto…Sai pure perché ho peccato. Cosa devo fare?”. Ma Lei zitta, non rispondeva. “Tu fai così, è vero? Più non parli e più la gente ti crede? Sto parlando con te! Rispondi!”. «’E figlie so’ ffiglie!» Mi bloccai. Rimasi così, ferma. Forse se mi giravo avrei visto o capito da dove veniva la voce: da una casa con un balcone lasciato aperto, dal vicolo vicino, da una finestra… Ma pensai: “E perché proprio in questo momento? Che ne sa la gente dei miei problemi? E’ stata Lei, allora… E’ stata la Madonna!” Non il Papa o un Vescovo, ma l’ateo Eduardo, certamente lontano da Chiese e da preti, compone un inno alla vita e all’amore materno, e leghi l’uno e l’altro all’amore della Madre.

Vuol dire che è vero: ed è sulla verità della vita che va costruita la sua protezione.

Alfredo Mantovano, magistrato, giudice della Corte di Cassazione  29 marzo 2019

www.centrostudilivatino.it/tutela-della-vita-e-della-famiglia-interventi-al-congresso-mondiale-delle-famiglie

 

La legge 194 non prevede solo l’aborto: applichiamola tutta

“Gandolfini ha detto che l’aborto è un omicidio? Guardi che è la stessa cosa che dire “la vita c’è fin dal momento del concepimento”. Alfredo Mantovano ha il tono di chi non vuole farsi trascinare nelle polemiche. Sessantuno anni, giudice in Cassazione, è vicepresidente del Centro studi “Livatino”, associazione di giuristi che da circa cinque anni approfondisce in particolare i temi della vita, della famiglia e della libertà religiosa, avendo come quadro di riferimento il diritto naturale, seguendo l’insegnamento del giudice siciliano Rosario Livatino, assassinato a 38 anni.

Mantovano è al Congresso delle famiglie, relatore a una tavola rotonda sul tema “Tutela della vita”. Ha tre figli, tra poco nascerà un altro nipotino. Cerca tra le foto sul telefonino l’immagine dell’ultima ecografia. Quella realtà che, a due mesi dal concepimento, si succhia il dito, come vogliamo chiamarla?”, chiede.

L’argomento è sempre l’aborto, che ha infiammato l’avvio dei lavori della tre giorni pro-life. Le parole di Gandolfini hanno fatto rumore. Mantovano ci pensa un attimo, poi considera: “Papa Francesco ha usato toni ancora più duri”.

A proposito del Vaticano, risulta evidente la presa di distanza da questo Congresso. Prova ne è, hanno fatto notare da più parti, l’assenza delle più grandi associazioni cattoliche come Azione Cattolica, le Acli, il Forum delle Famiglie. Voi invece avete partecipato.

“Diciamo subito che “vita” e “famiglia” sono tematiche laiche rispetto alle quali la convergenza va trovata nella sostanza. Si dice che la vita c’è dal primo all’ultimo respiro su base scientifica, non su base religiosa. Io sono ospite dunque non so com’è andata la questione sul piano organizzativo, ma ricordo che nei Family Day del 2015 e del 30 gennaio 2016 le sigle associative da lei citate non c’erano. Quindi non è una novità. Certo, sarebbe auspicabile che ci fosse una maggiore compattezza, ma non è che uno rinuncia perché un altro non accetta un invito”.

Tiene banco, da stamane, il dibattito su aborto e legge 194\1978. “Formalmente la legge 194\1978 non riconosce il diritto all’aborto, ma pone quest’ultimo in relazione a una serie di problemi che incidono sulla salute, anche psichica, della donna e stabilisce che, prima dell’eventuale intervento abortivo, ci debba essere una fase di dissuasione/prevenzione realizzata dai Consultori, che possono farlo da soli o col supporto del volontariato. A chi dice “La 194\1978 non si tocca” vorrei rivolgere una domanda”.

 “Vorrei chiedere: il ricorso alla 194\1978 è integrale o per pezzi? C’è una parte della legge che non è stata applicata e non è una parte residuale. Anzi, è la parte iniziale, è fondamentale e nella scansione viene prima dell’intervento abortivo. Se una donna ha un problema, ad esempio rischia di perdere il posto di lavoro a causa della gravidanza, ma vorrebbe tenere il bambino che aspetta, il suo problema deve essere affrontato e la legge prevede le modalità per farlo”.

Anche per le posizioni sulla 194\1978 organizzatori e partecipanti a questo Congresso sono stati definiti “medioevali”. “Non so se auspicare che la 194\1978 sia applicata nella sua interezza, anche nella parte fino a oggi inapplicata, è medioevale o meno, ma so che, se fatto, permetterebbe a tante donne di non ritrovarsi isolate”.

Domani al Congresso sarà il giorno delle Istituzioni, interverranno il vicepremier Salvini e il ministro della famiglia Fontana. Quali sono i primi fronti sui quali richiedere il loro impegno a sostegno di una concreta politica per le famiglie?

“Intanto c’è bisogno di far cessare il bombardamento alla famiglia che continua in questa legislatura”. “L’AIFA ha inserito il cosiddetto “farmaco gender” nel Servizio sanitario nazionale, tanto per cominciare. E in un recente Consiglio dei Ministri è stato varato un disegno di legge delega che prevede accordi prematrimoniali, anche durante la vita familiare, secondo una logica mercantilistica del matrimonio. Sarebbe auspicabile che gli ospiti di domani dicessero qualcosa su questo. Quanto ai problemi delle famiglie, per risolverli, si dovrebbe fare un passo in avanti”.

“I problemi delle famiglie li conosciamo, ora dovremmo passare ai fatti. A cominciare da un riequilibrio del rapporto tra fisco e famiglia

Luciana Matarese      intervista ad Alfredo Mantovano, l’Huffington Post            29 marzo 2019

www.centrostudilivatino.it/la-legge-194-non-prevede-solo-laborto-applichiamola-tutta

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DALLA NAVATA

5° Domenica di Quaresima - Anno C – 7 aprile 2019

Isaia                ..43, 19. Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?

Salmo              125, 03. Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia.

Filippesi            03, 14. Corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.

Giovanni            08, 10. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

 

Il Signore apre le porte delle nostre prigioni

Una trappola ben congegnata: «che si schieri, il maestro, o contro Dio o contro l'uomo». Gli condussero una donna... e la posero in mezzo. Donna senza nome, che per scribi e farisei non è una persona, è il suo peccato; anzi è una cosa, che si prende, si porta, si mette di qua o di là, dove a loro va bene. Si può anche mettere a morte. Sono funzionari del sacro, diventati fondamentalisti di un Dio terribilmente sbagliato. «Maestro, secondo te, è giusto uccidere...?». Quella donna ha sbagliato, ma la sua uccisione sarebbe ben più grave del peccato che vogliono punire.

Gesù si chinò e scriveva col dito per terra..., mostrando così la strada: invita tutti a chinarsi, a tacere, a mettersi ai piedi non di un codice penale ma del mistero della persona.

«Chi di voi è senza peccato getti per primo la pietra contro di lei». Gesù butta all'aria tutto il vecchio ordinamento legale con una battuta sola, con parole definitive e così vere che nessuno può ribattere. E se ne andarono tutti.

Allora Gesù si alza, ad altezza del cuore della donna, ad altezza degli occhi, per esserle più vicino; si alza con tutto il rispetto dovuto a un principe, e la chiama “donna”, come farà con sua madre: Nessuno ti ha condannata? Neanch'io lo faccio. Eccolo il maestro vero, che non s'impalca a giudice, che non condanna e neppure assolve; ma fa un'altra cosa: libera il futuro di quella donna, cambiandole non il passato ma l'avvenire: Va' e d'ora in poi non peccare più: poche parole che bastano a riaprire la vita.

Il Signore sa sorprendere ancora una volta il nostro cuore fariseo: non chiede alla donna di confessare il peccato, non le chiede di espiarlo, non le domanda neppure se è pentita. È una figlia a rischio della vita, e tanto basta a Colui che è venuto a salvare. E la salvezza è sciogliere le vele (io la vela, Dio il vento): infatti non le domanda da dove viene, ma dove è diretta; non le chiede che cosa ha fatto, ma cosa farà. E si rivolge alla luce profonda di quella creatura, vi intinge la penna come uno scriba sapiente: «Scrivo con una minuscola bilancia come quella dei gioiellieri. Su un piatto depongo l'ombra, sull'altro la luce. Un grammo di luce fa da contrappeso a diversi chili d'ombra...» (Christian Bobin). Le scrive nel cuore la parola “futuro”. Le dice: «Donna, tu sei capace di amare, tu puoi amare bene, amare molto. Questo tu farai...».

Gesù apre le porte delle nostre prigioni, smonta i patiboli su cui spesso trasciniamo noi stessi e gli altri. Lui sa bene che solo uomini e donne perdonati e amati possono disseminare attorno a sé perdono e amore. I due soli doni che non ci faranno più vittime. Che non faranno più vittime né fuori né dentro di noi.

Padre Ermes Ronchi, OSM

www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=45516

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DIRITTI

Bruxelles, Forum europeo sui diritti dei bambini. Corazza Bildt, “fare di più, meglio e più in fretta”

            Sono cominciati stamattina a Bruxelles i lavori del Forum europeo sui diritti dei bambini: “Dove siamo e dove vogliamo andare” il tema dell’incontro aperto dalla commissaria Vera Jurovà in una tavola rotonda a cui hanno partecipato per il Parlamento europeo Anna Maria Corazza Bildt, il ministro rumeno per la giustizia sociale Marius-Constantin Budai, il vice-segretario generale del Consiglio d’Europa Gabriella Battaini-Dragoni.

I temi affrontati nei due giorni del forum saranno “la protezione dei bambini nella migrazione”, “i diritti dei bambini nel mondo digitale”, la loro “partecipazione alla vita politica e democratica dell’Ue”. Un aspetto specifico che verrà discusso in una tavola rotonda sarà anche il “contatto” dei minori con la giustizia.

A raccogliere le conclusioni dei lavori nei workshop, nel pomeriggio di domani, saranno voci delle medesime istituzioni europee che hanno aperto i lavori oggi. “Bisogna perseguire una più robusta implementazione del principio dell’interesse superiore del bambino nell’ambito delle migrazioni”, ha sottolineato la commissaria nel suo intervento, sollecitando in particolare a “migliorare le condizioni per il soggiorno dei bambini nei campi di accoglienza e soprattutto negli hot spot”, come la commissaria ha chiesto in una lettera inviata alla Grecia pochi giorni fa.

Rivolgendosi ai rappresentanti degli Stati membri che partecipano al Forum, Corazza Bildt ha invitato a “fare di più, fare meglio, fare più in fretta” per proteggere i bambini.

Agenzia SIR                   2 aprile 2019

https://agensir.it/quotidiano/2019/4/2/minori-bruxelles-forum-europeo-sui-diritti-dei-bambini-corazza-bildt-fare-di-piu-meglio-e-piu-in-fretta

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DONNE NELLA CHIESA

Pro-Vocati dal Vangelo. Gesù e le donne

Forse è il momento propizio per favorire una formazione inclusiva che interrompa il circuito chiuso tra l’uomo, che pensa di essere superiore alla donna, e la donna che reclama con tutti i mezzi il riconoscimento di sé dagli uomini, per stabilire invece delle relazioni alla pari, pur nel rispetto della diversità? Come imparare nel quotidiano ad accogliere il valore dell’altro, nella propria specificità e unicità, senza competizione, sotterrando finalmente l’ascia di guerra, portando insieme, uomini e donne, la bellezza della propria umanità nella Chiesa, nella società, nella cultura e nella storia?

            Gesù che nella vita terrena ha incontrato diverse persone, indica nel Vangelo la modalità per stabilire relazioni significative con le donne. Egli fa vedere come relazionarsi nel rispetto massimo, nell’accoglienza incondizionata di ognuna, mettendo in atto la sua determinazione nel volere liberare ciascuna dai gravami storici, culturali, sociali, religiosi, ecc. Nel contatto con la donna, Egli restituisce la dignità e le riconsegna la missione per cui il Padre l’ha creata.

La presenza della donna nella storia è reale e non ha bisogno di spazi da occupare, per poter esistere. Ella è chiamata ad esserci sempre, in ogni ambiente, in nome della vocazione alla vita, portando il suo contributo specifico che non può essere sostituito da quello dell’uomo.

            La consapevolezza del suo esserci apre alla reale e completa visione del mondo creato da Dio. L’apertura in tal senso favorisce un cambio di prospettiva e di mentalità, per superare una concezione maschilista della vita in tutti gli ambienti anche in quello ecclesiale.

Ecco alcune esperienze vissute da Gesù con le donne.

  • L’adultera (Gv 8, 1-11) sta nel mezzo del cerchio formato da alcuni famelici maschi e Gesù, chinato, scrive per terra con il dito. Si mette sullo stesso piano della donna che ormai sembra non avere scampo: è stata colta in flagrante adulterio e va condannata. Gesù guarda la persona, non la identifica con il suo errore. Ha davanti a sé la donna da salvare, la donna da considerare, la donna a cui riconoscere il suo valore. Non si mescola con il perbenismo di parata di chi la sfrutta, ha davanti a sé colei che è stata usata e poi gettata. Chinandosi sullo stesso piano della donna, Gesù raccoglie tutta la sua solitudine, la sua sofferenza, il suo grido di dolore inespresso. Non si mette dall’alto in basso. É con la donna senza usarla: l’aiuta a riprendere la sua vita tra le mani, si rivolge a lei donandole speranza. Entra nel profondo del suo cuore in punta di piedi; l’aiuta a rialzarsi, senza sostituirsi, a trovare la bellezza della sua identità femminile non contaminata: Allora Gesù si alzò e le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed ella rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8, 10-11). Si può immaginare che l’affermazione di Gesù “Va’ e d’ora in poi non peccare più” possa significare: Va’ e custodisci il tuo essere unico e irrepetibile creato da Dio e non permettere a nessuno che non ti rispetti in quanto donna?
  • L’esperienza di Gesù con Marta (cfr. Lc 10, 38-42) rende visibile la modalità della relazione amicale. Marta, “distolta per molte cose”, sembra perdere il senso della visita di Gesù, si comporta come se l’ospite fosse andato solo per consumare un pasto. Ella struttura il suo tempo con le cose da fare e pretende che anche gli altri la riconoscano a partire da esse. Ha paura di dare un senso di intimità alla sua vita, elemento che dovrebbe caratterizzarla come donna, perciò sperimenta l’isolamento e l’abbandono. Ferma sul suo programma familiare, per lei la cosa più importante è preparare il pranzo per Gesù e non lo stare con lui. Dimostra di non volersi esporre, fatica a immettersi in un circuito di reciprocità, scappa dall’esperienza d’intimità. Andando in confusione, si rivolge a Gesù con un senso di attesa e di pretesa. Riduce nella relazione con lui lo spazio di gratuità, mentre si sottrae dalla presenza di colui che vuole parlare al suo cuore. Ingolfata in molti servizi, Marta perde la capacità di sintesi e rimprovera il Maestro, perché non presta attenzione alla sua fatica, non si preoccupa di lei. Alle sue parole Gesù risponde: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta”. Gesù non si lascia agganciare. Chiamandola affettuosamente per nome due volte, la riporta a ciò che è essenziale nella sua vita: vivere la mistica dell’incontro. Nel dialogo stimola in lei una nuova consapevolezza di sé come donna. Si può auspicare oggi che, come Gesù, altri uomini, anche nella Chiesa, venendo in contatto con le donne, incluse quelle consacrate, riconoscano che il loro esserci non è una concessione? Come rispettare il progetto di Dio che ha scritto una storia al maschile e al femminile con caratteristiche proprie, diverse, reciproche e complementari?
  • La vocazione della donna è evidente nella relazione tra Maria di Magdala e Gesù risorto (Gv 20, 11-18). Maria, ormai priva della presenza di Gesù vivente, è vicino al sepolcro e piange. Si sarebbe accontentata del corpo di Gesù nel sepolcro e invece ha perso anche quello: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto”. In quell’aggettivo possessivo mio, Maria di Magdala esprime tutta la profondità dell’affetto verso Gesù. Ella non ha più nessuno che sia capace di amarla nella gratuità e che la riconosca in quanto donna. Mentre è in contatto con l’esperienza della perdita, Gesù la chiama per nome e Maria, orientando tutti i sentimenti verso il sentire profondo di quella parola, lo chiama “Maestro”. È bastato solo il nome, per esprimere tutta l’intensità della loro relazione. A Maria, una donna, Gesù consegna il bandolo della fede che è ancora presente in mezzo a noi. A Maria, una donna, Gesù chiede di non fermarsi solo alla relazione ritrovata, ma di andare dai suoi fratelli, per annunziare di aver visto il Signore risorto. Come viene riconosciuta oggi la donna, anche negli ambienti ecclesiali, perché si realizzi la missione specifica affidatale da Cristo? Guardando il Vangelo le donne, secondo i sinottici, sono le uniche che hanno il coraggio di difendere Gesù. La mattina di Pasqua sono le donne che vanno al sepolcro, portando i profumi. Nella tradizione patristica si dice che la vocazione della donna è di essere “mirofora”, di portare la mirra, i profumi. Nella tradizione giudaica il profumo viene dal Paradiso. È la donna, la nuova Eva, che ha come vocazione quella di aprire di nuovo il Paradiso e di portare i profumi del Paradiso all’umanità. Questa è la vocazione della donna ed è stato privilegio della donna quello di essere la prima testimone della risurrezione, mentre gli uomini sono fuggiti. Alla Maddalena Gesù dice di andare a trovare i suoi fratelli per annunciare loro che Cristo è risorto. La vocazione della donna, apostola degli apostoli, anche nel duemila è quella di andare dagli apostoli di oggi e di dire che Cristo è risorto.

Tre esperienze diverse che narrano nel Vangelo la capacità relazionale di Gesù con le donne e che ci interpellano. È giunto il tempo di imitare in ogni ambito e a tutti i livelli Gesù, per riconoscere l’esistenza della donna non più come essere da accettare, da includere e da integrare, ma come persona inscritta sullo stesso piano dell’uomo nel progetto originario di Dio?

            Come far memoria che ogni donna, ancora oggi, per vocazione, è chiamata da Dio, come Maria di Nazaret, ad incarnare il Figlio di Dio nel mondo attraverso il dono, la tenerezza, la concretezza, l’attenzione, la misericordia e il perdono?

Forse è il momento propizio per favorire una formazione inclusiva che interrompa il circuito chiuso tra l’uomo, che pensa di essere superiore alla donna, e la donna che reclama con tutti i mezzi il riconoscimento di sé dagli uomini, per stabilire invece delle relazioni alla pari, pur nel rispetto della diversità?

Come imparare nel quotidiano ad accogliere il valore dell’altro, nella propria specificità e unicità, senza competizione, sotterrando finalmente l’ascia di guerra, portando insieme, uomini e donne, la bellezza della propria umanità nella Chiesa, nella società, nella cultura e nella storia?

suor dr Diana Papa, clarissa, badessa Agenzia SIR 6 aprile 2019  www.avvenire.it/agora/pagine/povert-

https://agensir.it/chiesa/2019/04/06/pro-vocati-dal-vangelo-gesu-e-le-donne

La donna e il ministero sacerdotale

La Congregazione per la Dottrina della Fede è tornata recentemente sull’argomento del conferimento dell’ordinazione ministeriale alle donne dichiarando assolutamente immodificabile il divieto esistente.

            Un’esclusione non convincente. L’affermazione pare a me, cristiano qualunque, assolutamente errata. Vero è che in un passato maschilista e patriarcale, il versetto di Genesi 1, 27 non poteva che essere interpretato nel senso che la similitudine dell’uomo a Dio apparteneva soltanto ai maschi; se invece si legge il versetto senza pregiudizi si deve dedurre che la somiglianza non spetta al maschio soltanto, ma alla coppia: «maschio e femmina lo creò» e ciò sembra evidente a chi ritiene che Dio è amore, che Dio è anzitutto relazione d’amore e ha creato la coppia umana perché tra maschio e femmina si generasse una relazione d’amore. Amore che ha, a un tempo, le caratteristiche del desiderio erotico e della carità così come sintetizza il verso iniziale dell’antico inno cristiano Ubi caritas et amor ibi Deus est.

I nostri fratelli ortodossi sostengono che Dio si ferma davanti alla camera da letto degli sposi; a me sembra invece che Dio entri nella camera degli sposi e gioisca con loro del loro amore, non esclusa la reciproca intimità. Ovviamente l’amore coniugale non è quello che sorge da un contratto sempre modificabile e rescindibile che regola i rapporti sessuali nell’incontro tra due egoismi, ma è quello che nasce da una alleanza derivante dalla reciproca illimitata donazione, consacrata da una fede nella grazia specificamente concessa da Dio e Gesú Cristo, fede che si riflette nella fedeltà reciproca dei coniugi.

            Uguaglianza confermata dalla Scrittura. Del resto dell’eguaglianza uomo / donna davanti a Dio ci sono altre conferme nella Sacra Scrittura. Anche il secondo racconto della creazione non pone la donna in una condizione diversa dal maschio: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa…» (Genesi 2, 23): quale maggiore identità di natura di questa?

Ma, soprattutto, mi sembra che il Santo Uffizio si sia dimenticato del mistero del Battesimo. Il Battesimo, infatti, è stato ridotto alla cancellazione del peccato originale, di cui non vi era alcun bisogno perché tale peccato non esiste e comunque il battezzando non ne è responsabile (basta ricordarsi al riguardo della profezia di Ezechiele che esclude che i figli paghino per colpa dei genitori e viceversa).

            Perché andate ripetendo questo proverbio sulla terra d’Israele: «I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati»?» (Ezechiele 18, 2).

A meno che al peccato originale si debba sostituire quel peccato del mondo di cui alla profezia di Giovanni il battezzatore (Giovanni 1, 29).

Lo stesso battesimo. Il battesimo è invece l’effusione della grazia di Dio che immette il battezzato nel popolo di Dio, popolo che ha le caratteristiche di essere ministeriale (cioè un popolo addetto al servizio diretto dell’azione di Dio abilitante al culto verso di lui), profetico (cioè capace di conoscere la sapienza di Dio e di parlare in suo nome) e regale (cioè dedito al compimento dell’opera di Dio).

Il battesimo è uguale per tutti e contempla l’unzione con il crisma che abilita al culto diretto, il sale sulla bocca (sal sapientiæ) cioè capacità di addentrarsi nella sapienza di Dio e parlare in suo nome e infine nella regalità che contempla l’esercizio di quei doveri di protezione degli umili e dei deboli che dovrebbero essere propri di ogni sovrano: si ricordino i versetti del Magnificat:

            Ha compiuto prodigi con la potenza del suo braccio; ha disperso i superbi con i pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai loro troni e ha innalzato gli affamati; ha saziato di beni gli affamati, e ha rimandato i ricchi a mani vuote i ricchi (Luca 1, 51-53).

            Identici sono anche per maschio e femmina i segni significativi: l’unzione con l’olio santo, il sale sulla bocca, la veste bianca, la candela accesa, e tutta la celebrazione. Non si vede pertanto quale differenza possa essere fatta in ordine all’estensione della grazia battesimale tra maschio e femmina. Non vedo su quali basi si fondi l’esclusione delle donne dall’ordinazione ministeriale, tanto più che Atti 10, 34 ci assicura che Dio non fa preferenze di persone.

Giuseppe Ricaldone   Associazione culturale “Il gallo” – quaderno n. 4   aprile 2019

www.ilgallo46.it/la-donna-e-il-ministero-sacerdotale

 

La Chiesa e il femminile: indicazioni per una possibile riforma

Giovedì 7 marzo 2019 a Firenze presso la Casa per la Pace di Pax Christi Italia (movimento cattolico internazionale per la pace impegnato sui temi della risoluzione non violenta dei conflitti, per il disarmo e la convivialità delle differenze) si è svolto un incontro sul tema “La Chiesa e il femminile: indicazioni per una possibile riforma”, basato sul dossier della rivista Mosaico di Pace di febbraio, “Semi, segni, sogni. Per una Chiesa di donne e uomini uguali, differenti, conviviali”. Relatrici Cristina Simonelli, teologa cattolica, presidente del Coordinamento delle Teologhe italiane, e Letizia Tomassone, teologa evangelica appartenente anch’essa al Coordinamento, nonché pastore della Chiesa valdese in Firenze. A mediare il dibattito don Andrea Bigalli, responsabile di Libera Toscana e collaboratore della citata rivista Mosaico di Pace.

Nel presentare il dialogo, don Bigalli ha sottolineato l’attualità e l’urgenza di ridiscutere il ruolo della donna all’interno della Chiesa, struttura dalle fondamenta maschiliste e patriarcali, dove nonostante il gran parlare di genio femminile, non sono stati fatti passi sostanziali verso una maggiore emancipazione della stessa donna. Disattendendo, o regredendo, rispetto a indicazioni del Concilio Vaticano II. Il tema del ruolo femminile si inserisce entro una più ampia valutazione della permanente sessuofobia interna alla Chiesa, che nemmeno lo scandalo sugli abusi sessuali è riuscita a ridiscutere, creando un “corto circuito” fra le posizioni della Chiesa in materia di sessualità e l’emergere storico, entro la medesima struttura, di pratiche sessuali fortemente deviate. Inoltre la discussione intorno alla donna si riferisce alla costruzione di una mitologia ideologica del gender, che fossilizza i ruoli maschile e femminile entro stereotipi superati.

Cristina Simonelli battezza il suo intervento con l’affermazione, a prima vista provocatoria, di non sentirsi “cattolica cattolica”, non perché non si riconosca appartenente alla Chiesa cattolica, ma perché lo sguardo deve aprirsi per andare oltre tale struttura. Il Vaticano II ha sicuramente offerto più spazi per la presenza di laici e donne, ma il cambiamento è stato solo parziale ed è rimasta famosa una frase della teologa di origine cattolica Mary Daly che così si esprimeva: «Una donna che chiedesse la parità nella Chiesa cattolica sarebbe come un negro che la chiedesse nel Ku-klux-clan». Ma l’orizzonte deve ampliarsi e attualizzarsi proprio in riferimento allo scandalo degli abusi sessuali, che pone in primo piano uno dei più grandi limiti della Chiesa cattolica, il clericalismo, deviazione di sistema che anche papa Francesco ha condannato come radice di tanti mali nella “Lettera al popolo di Dio” (20 agosto 2018), definendolo «modo anomalo di intendere l’autorità della Chiesa». Un modo che si estende a tutti gli abusi, sia sessuali, che di coscienza e di potere, e che distorce la comprensione di cosa siano autorità o processi comunitari e di inclusività.

In un articolo della rivista Il Regno Hervé Legrand fa un preciso riferimento all’anomalia di struttura di potere del clericalismo, rafforzata dal carattere sacro delle difformità di genere, per risolvere la quale non sono stati compiuti, dopo il Concilio, passi significativi nella formazione dei seminaristi e nella destrutturazione dell’aura di sacralità che avvolge la figura del sacerdote. Problemi che sorgono quando si pone il discorso del diaconato femminile. Ma sulla questione della riforma verso una maggiore inclusività della donna sono significative altre affermazioni contraddittorie di papa Bergoglio – riportate dal teologo Antonio Autiero – fatte durante il recente convegno tenutosi in Vaticano sugli abusi ai minori. Con preciso riferimento a un intervento di Linda Ghisoni, il papa da una parte ha detto «questo dovremmo fare, lei non ha parlato della Chiesa, ma la sua è la parola della Chiesa», quindi Magistero.

Ma dall’altra parte ha tenuto a precisare che ciò che lei ha spiegato non è «femminismo ecclesiastico, perché questo non sarebbe altro che un machismo in gonnella». In questa contraddizione è insita il nocciolo del problema del ruolo della donna entro la Chiesa: una porta a molla che appena si apre si richiude automaticamente facendo riemergere tutto un immaginario stereotipato.

L’intervento di Letizia Tomassone parte dal momento in cui, nel 1962, il Sinodo valdese decide di formare come pastori anche le donne. La prima donna nominata pastore nella Chiesa valdese è del 1967, la prima nella Chiesa battista del 1977; nel frattempo, nel 1975, viene approvato in Italia il diritto di famiglia. Ciò significa che prima di tale data la moglie doveva seguire il marito nelle sue scelte risultando a lui subordinata, e che quindi il Sinodo valdese del 1962 precorreva i tempi ridisegnando un nuovo ruolo per la donna fuori da pregiudizi culturali, e offrendo una spinta profetica utile per l’intera società. L’elemento profetico di una donna che sale su un pulpito e amministra l’eucarestia mantiene la sua attualità, ma soprattutto rompe con tutta una tradizione millenaria che vede in quei ministeri solo la figura maschile. Un segno di rottura ancora attuale non solo nelle Chiese dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia, ma anche in Occidente dove esistono sacche di resistenza al nuovo ruolo ricoperto dalle donne, per nulla ovvio.

Sul piano teologico, delle teologie femministe, lo scandalo degli abusi sessuali, i movimenti MeTooe ChurchToo hanno rafforzato in ambiente riformato un percorso storico di emancipazione partito a metà del ‘900 quando il Consiglio ecumenico delle Chiese ha iniziato a interrogarsi sulla presenza di violenza domestica sulle donne. Un argomento che tuttora vede complici nel silenzio-assenso le stesse donne, come dimostrano norme comportamentali presenti nelle Chiese pentecostali. Tutta la denuncia degli abusi, del dominio di una parte dell’umanità su un’altra parte porta in primo piano la necessità di una nuova teologia dell’incarnazione, della sessualità. Perché legare la sessualità al peccato, al senso di colpa, alla vergogna, all’onore, quindi a categorie sociali, ha tolto alla stessa sessualità lo scopo di raggiungimento della pienezza di sé. Andando a colpire le donne e quei soggetti considerati devianti rispetto all’eteronormatività della società, soggetti che cercano forme altre di incontro con l’altro. Inoltre il tema dell’espiazione, del sacrificio della sottomissione della morte in Croce di Gesù fa parte di una catena di significati e di simbologie che vanno ripensati, che si riallacciano all’argomento del sacrificio come salvezza, teso a mantenere nella sottomissione i soggetti ritenuti subordinati, intorno al quale le teologie femministe hanno molto lavorato per una decostruzione. Altra questione è quella dell’imago Dei che, a partire da sant’Agostino, ha visto elaborare la teoria per cui la donna non sarebbe perfetta immagine di Dio, se non quando si pone in relazione con l’immagine perfetta dell’uomo-maschio. Sempre le teologie femministe hanno sviluppato quella che è stata definita la teologia del sospetto mirante a far riemergere le numerose figure protagoniste femminili presenti nella Bibbia e nella tradizione delle Chiese, figure oscurate dallo sguardo maschile con cui si è letta la Storia. Necessario è quindi rivedere il ruolo della donna non in senso pragmatico, bensì teologico in quanto esso deve essere aderente all’immagine della donna come immagine di Dio al pari dell’uomo.

Infine per Letizia Tomassone va superata quell’ottica femminile di cui parla la Simonelli, che va oltre i confini della Chiesa, proprio perché per questioni di identità di genere la donna non può che tenersi al confine di una struttura che nelle sue norme patriarcali tende a marginalizzarla. Bisogna ripensare le istituzioni perché non siano più fondate sul concetto di colpa, ma su quello della pienezza dell’essere. In cui non si creino degli uffici appositi che si occupino del ruolo delle donne, degli omosessuali o dei transessuali. Dove non ci siano norme morali basate sull’eteronormatività, ma dove chi sta ai margini possa finalmente essere riconosciuto nella sua pienezza dell’essere e occupare quegli spazi al centro finora preclusi. Creando situazioni di rottura nei ruoli di genere, e non aderendo a una presunta armonia complementare fra uomo e donna.

Giuseppina D'Urso                Adista- Segni Nuovi - n. 13 - 6 aprile 2019

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt201904/190403durso.pdf

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FAMIGLIA

Mai stato bambino. I tanti martiri innocenti di famiglie sbagliate. Lo Stato? Assente

            Tutti nasciamo buoni e, crescendo nei luoghi dove si è nati, si scelgono le amicizie quando le si possono scegliere, oppure ci vengono imposte dal destino che ci ha fatto nascere, nei quartieri poveri del mezzogiorno, nelle periferie delle metropoli, nei centri storici dei capoluoghi, nelle piccole frazioni di un paesino, nelle zone industriali con i palazzoni di una zona dormitorio, ma in tutto ciò ci accomuna una cosa fondamentale che non deve mai mancare ed è l'educazione che i genitori danno ai propri figli.

In tantissime famiglie per un motivo o per un altro l'educazione viene a mancare, e i motivi sono di vario tipo, o persiste una dipendenza da parte di un genitore per il gioco d'azzardo, la dipendenza da sostanze stupefacenti, la mancanza d'amore tra i propri genitori vivendo un rapporto malato, un rapporto dove spesso si vive di nascosto una doppia relazione, un amore latitante nascosto da tutti quanti, un amore che fa dimenticare anche l'esistenza stessa dei propri figli avuti magari con la donna oppure con l'uomo del quale non si è più o non si è mai stati innamorati.

Tutti noi siamo stati bambini e oggi che siamo diventati adulti sappiamo l'importanza per il mondo delle continue nascite della nostra razza, pertanto sappiamo bene che il bene primario di questo pianeta terra sono la nascita dei bambini, i quali vanno educati, istruiti, protetti in quanto indifesi, ingenui e fragili, in un solo termine "salvaguardia dei minori".

Adesso riflettiamo sulla grave diffusione di soggetti adolescenti e anche adulti con dipendenza dall'alcool, da sostanze stupefacenti, e gioco d'azzardo. Poi come la natura vuole questi esseri si accoppiano e magari, senza avere minimamente il desiderio di far nascere e crescere un figlio, per questi ammalati i figli arrivano.

A questo punto abbiamo una coppia casuale di ragazzi ammalati dalla dipendenza, figli della noia e molto spesso figli a loro volta di un'altra coppia d'ammalati, con imbraccio dei figli spesso mai voluti ai quali già dalla loro nascita si presenta una salita ripida che solo un adulto a fatica potrà salire. Questi teneri, indifesi, ingenue creature, si aspettano, visto la sciagura che è toccata nella loro venuta al mondo, un salvatore, un qualcuno che li prende per mano e nelle braccia forti di un padre vero li tiene stretti stretti facendoli sentire protetti e dandogli la possibilità che alla loro età possano vivere e godere la loro infanzia con una giusta educazione per poi da grandi prendere una giusta direzione con gli studi completati.

Purtroppo per moltissimi nascituri, ingenui, indifesi, fragili bambini che in un certo senso hanno avuto per ben due volte la sfortuna, una di nascere in questo paese e l'altra che sono nati con dei genitori mai esistiti, fantasmi, ammalati, che a loro volta necessitano di cure, questi bambini sono costretti a vivere e crescere nella violenza di un uomo che picchia la propria compagna perché gli serve del denaro per il gioco d'azzardo, per una dose di droga, oppure per una bottiglia di birra. Immaginate un bimbo con i suoi cinque anni di età che seduto atterra in un angolino di una camera da letto impietrito e terrorizzato che dalla paura si fa la pipi sotto, quel bambino costretto a guardare come il proprio padre dipendente da gioco d'azzardo picchia con una feroce la propria mammina, la quale con il viso insanguinato con un filo di voce gli dice al piccolo figlio: corri vai a mamma chiama la vicina, chiedi aiuto, il bimbo si alza e corre vicino alla porta di casa mentre sta per aprirla, il padre lo prende per i capelli e lo scaraventa sul lettino minacciandolo di non chiamare e non dire niente a nessuno che sennò prende le botte anche lui.

Quel bambino che cresce in un contesto orrendo, bambino non lo è mai stato e appena adolescente prende una brutta e cattiva strada, farà sicuramente del male alla società civile, poiché dalla nascita quel mai stato bambino non ha fatto altro che imparare violenza presenziando forzato alle violente liti dei genitori e cosi diventerà figlio delle patrie galere di questo bellissimo paese chiamato Italia dove lo stato fa poco e niente per la tutela dei bambini.

Poi, diventati adulti, lo stesso stato completa l'Opera del male, facendo diventare quel mai stato bambino, orfano di genitori e orfano delle istituzioni, un numero, una matricola, un inquilino delle carceri italiane, la maggior parte delle quali sono inferno sulla terra, dove con i scarsissimi mezzi, operatori, educatori e psicologi, sperano in una rieducazione. Scontata poi la condanna, quel mai stato bambino viene sputato fuori dalle carceri senza una prospettiva di vita e di futuro se non quella di un veloce ritorno nella ormai definitiva dimora, una delle tante orrende patrie galere della nostra amata e bellissima Italia.

Il frutto, il raccolto di una semina fatta male e trascurata, non può essere altro che marcio e senza sapore, pertanto non possiamo pretendere un raccolto eccellente e tantomeno salvare quel frutto senza togliere la parte marcia e salvare la parte migliore che gli resta.

Per la salvaguardia del nostro pianeta terra, occorre prendersi cura dei bambini come un bene primario, perché i bambini sono la fonte principale di un futuro migliore, un futuro fatto di pace nel mondo e di benessere per tutti.

Chi semina vento raccoglie tempesta.

Francesco C. (dal carcere eporediese).

http://lafenice.varieventuali.it/?p=220

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FORUM ASSOCIAZIONI FAMILIARI

Famiglia. Natalità, un assegno piatto per tutti. Le proposte di De Palo a Di Maio

Il Forum delle associazioni familiari chiede ai partiti la revisione del sistema degli assegni familiari, con l’istituzione di un assegno di natalità uguale per tutti i nuclei e per ogni figlio.

            Il vicepremier Luigi Di Maio incontra il presidente del Forum delle associazioni familiari, Gianluigi De Palo. Un timido spiraglio, una tenue opportunità cui guardare con la massima prudenza, date le delusioni accumulate negli anni per via delle promesse tradite dai governi che si sono succeduti. A mettere il piede in mezzo alla porta, perché non venga chiusa - come al solito - all’ultimo secondo del varo della manovra, ci (ri)prova il Forum delle associazioni familiari. Che attraverso il presidente Gigi De Palo sta portando ai leader dei partiti una nuova proposta: una revisione del sistema degli assegni familiari, con l’istituzione di un assegno di natalità "flat", "piatto", cioè uguale per tutti i nuclei e per ogni figlio, valido dalla nascita ai 18 anni (26 se continua gli studi). Sul modello delle migliori pratiche europee - documentate da Avvenire, anche di recente - non ci sarebbero preclusioni per i lavoratori non a busta-paga e il tetto di reddito (oltre il quale il beneficio verrebbe negato o ridotto) sarebbe alto, almeno 70mila euro annui.

Il dossier è stato messo sulla scrivania del vicepremier leghista Matteo Salvini non più di due settimane fa. Ieri, invece, a ricevere De Palo è stato il leader M5s, Luigi Di Maio. Che attraverso i canali social si è poi sbilanciato: «In Italia oggi manca attenzione verso il ceto medio – spiega postando una foto dell’incontro con il presidente del Forum –, questo frena la propensione ad avere figli. Ho ascoltato con interesse le proposte del Forum per migliorare il sistema degli assegni familiari e quelle tese alla creazione di un assegno per la natalità. È importante lavorare su questo tema e non a caso vogliamo inserire nel Def un capitolo dedicato proprio alla famiglia».

L’annuncio di un capitolo-famiglia è una conferma, da parte di Di Maio. E analogo annuncio era venuto da Matteo Salvini. Le proposte di partenza dei due leader, però, sono a dir poco onerose. Il capo M5s parla di «modello francese». Il segretario del Carroccio di «flat-tax al 15-20%».

La misura del Forum, invece, impatta meno e non "sconvolge" quel ginepraio che è il sistema fiscale italiano. Perciò è stata accolta positivamente da Salvini e Di Maio, che ha passato le carte al viceministro al Tesoro, Laura Castelli. Se ci sarà il tatto politico di non giocare a farne una bandierina di parte, lo spiraglio che si è aperto può diventare qualcosa in più. Certo, il nodo delle risorse permane anche per l’assegno piatto di natalità: 6 miliardi ci sono già, sono quelli spesi adesso per l’attuale assegno familiare, ristretto però ai dipendenti e con una progressività tale da essere una "mancetta" per i redditi medi. Per "universalizzare" la misura, la maggioranza dovrebbe decidere di mettere mano al "totem" dell’ultimo quinquennio politico: il bonus-Renzi da 80 euro mensili, costo complessivo di 10 miliardi.

«Nelle prossime settimane – spiega Gigi De Palo – porteremo la proposta anche a Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi, ma stiamo chiedendo incontri a tutti». Quanto al "Fattore-famiglia", per lungo tempo la proposta-base del Forum, continuerà ad essere promossa come soluzione per le tariffe locali, dove è di più facile applicazione. Il presidente del Forum ha cerchiato in rosso una data: l’11 maggio 2019, a ridosso della Giornata mondiale delle famiglie (15 maggio). Sarà quello il giorno in cui, nel contesto dell’assemblea del Forum, l’assegno di natalità sarà presentato ufficialmente all’opinione pubblica nazionale

Marco Iasevoli Avvenire 3 aprile 2019

www.avvenire.it/attualita/pagine/natalita-assegno-famiglia

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

"Christus vivit": Esortazione Apostolica post-sinodale ai Giovani e a tutto il Popolo di Dio

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2019/4/2/christus-vivit.html

«Cristo vive. Egli è la nostra speranza e la più bella giovinezza di questo mondo. Tutto ciò che Lui tocca diventa giovane, diventa nuovo, si riempie di vita. Perciò, le prime parole che voglio rivolgere a ciascun giovane cristiano sono: Lui vive e ti vuole vivo!». Inizia così l’Esortazione Apostolica postsinodale “Christus vivit” di Francesco, firmata lunedì 25 marzo 2019 nella Santa Casa di Loreto e indirizzata «ai giovani e a tutto il popolo di Dio». Nel documento, composto di nove capitoli divisi in 299 paragrafi, il Papa spiega di essersi lasciato «ispirare dalla ricchezza delle riflessioni e dei dialoghi del Sinodo» dei giovani, celebrato in Vaticano nell’ottobre 2018. È stata resa nota martedì 2 aprile 2019 con una conferenza stampa a cui hanno preso parte il card. Lorenzo Baldisseri, mons. Fabio Fabene, Paolo Ruffini, Laphidil Oppong Twumasi (studentessa del corso magistrale di Ingegneria Biomedica all’Università di Bologna) e Alessio Piroddi Lorrai (insegnante di religione della diocesi di Roma).

            Nel documento, compostodi nove capitoli divisi in 299 paragrafi, il Papa spiega di essersi lasciato «ispirare dalla ricchezza delle riflessioni e dei dialoghi del Sinodo» dei giovani, celebrato in Vaticano nell’ottobre 2018. Composta da 299 paragrafi raccolti in 9 capitoli (e con 164 note), il corposo testo, pubblicato in 7 lingue (italiano, inglese, francese, spagnolo, portoghese, tedesco e arabo) è stato accompagnato da "sintesi di lavoro" per facilitarne la lettura.

Primo capitolo: «Che cosa dice la Parola di Dio sui giovani?» Francesco ricorda che «in un’epoca in cui i giovani contavano poco, alcuni testi mostrano che Dio guarda con altri occhi» (6) e presenta brevemente figure di giovani dell’Antico Testamento: Giuseppe, Gedeone (7), Samuele (8), il re David (9), Salomone e Geremia (10), la giovanissima serva ebrea di Naaman e la giovane Rut (11). Quindi si passa al Nuovo Testamento. Il Papa ricorda che «Gesù, l’eternamente giovane, vuole donarci un cuore sempre giovane» (13) e aggiunge: «Notiamo che a Gesù non piaceva il fatto che gli adulti guardassero con disprezzo i più giovani o li tenessero al loro servizio in modo dispotico. Al contrario, chiedeva: “Chi tra voi è più grande diventi come il più giovane” (Lc 22,26). Per Lui, l’età non stabiliva privilegi, e che qualcuno avesse meno anni non significava che valesse di meno». Francesco afferma: «Non bisogna pentirsi di spendere la propria gioventù essendo buoni, aprendo il cuore al Signore, vivendo in un modo diverso» (17)

Secondo capitolo: «Gesù Cristo sempre giovane». Il Papa affronta il tema degli anni giovanili di Gesù e si ricorda il racconto evangelico che descrive il Nazareno «in piena adolescenza, quando ritornò con i suoi genitori a Nazaret, dopo che lo avevano perso e ritrovato nel Tempio» (26). Non dobbiamo pensare, scrive Francesco, che «Gesù fosse un adolescente solitario o un giovane che pensava a sé stesso. Il suo rapporto con la gente era quello di un giovane che condivideva tutta la vita di una famiglia ben integrata nel villaggio», «nessuno lo considerava un giovane strano o separato dagli altri» (28). Il Papa fa notare che Gesù adolescente, «grazie alla fiducia dei suoi genitori… si muove con libertà e impara a camminare con tutti gli altri» (29). Questi aspetti della vita di Gesù non dovrebbero essere ignorati nella pastorale giovanile, «per non creare progetti che isolino i giovani dalla famiglia e dal mondo, o che li trasformino in una minoranza selezionata e preservata da ogni contagio». Servono invece «progetti che li rafforzino, li accompagnino e li proiettino verso l’incontro con gli altri, il servizio generoso, la missione» (30). Gesù «non illumina voi, giovani, da lontano o dall’esterno, ma partendo dalla sua stessa giovinezza, che egli condivide con voi» e in Lui si possono riconoscere molti aspetti tipici dei cuori giovani (31). Vicino «a Lui possiamo bere dalla vera sorgente, che mantiene vivi i nostri sogni, i nostri progetti, i nostri grandi ideali, e che ci lancia nell’annuncio della vita che vale la pena vivere» (32); «Il Signore ci chiama ad accendere stelle nella notte di altri giovani» (33). Francesco parla quindi della giovinezza della Chiesa e scrive: «Chiediamo al Signore che liberi la Chiesa da coloro che vogliono invecchiarla, fissarla sul passato, frenarla, renderla immobile. Chiediamo anche che la liberi da un’altra tentazione: credere che è giovane perché cede a tutto ciò che il mondo le offre, credere che si rinnova perché nasconde il suo messaggio e si mimetizza con gli altri. No. È giovane quando è sé stessa, quando riceve la forza sempre nuova della Parola di Dio, dell’Eucaristia, della presenza di Cristo e della forza del suo Spirito ogni giorno» (35). È vero che «noi membri della Chiesa non dobbiamo essere tipi strani», ma al contempo «dobbiamo avere il coraggio di essere diversi, di mostrare altri sogni che questo mondo non offre, di testimoniare la bellezza della generosità, del servizio, della purezza, della fortezza, del perdono, della fedeltà alla propria vocazione, della preghiera, della lotta per la giustizia e il bene comune, dell’amore per i poveri, dell’amicizia sociale» (36). La Chiesa può essere tentata di perdere l’entusiasmo e cercare «false sicurezze mondane. Sono proprio i giovani che possono aiutarla a rimanere giovane» (37). Il Papa torna poi su uno degli insegnamenti a lui più cari e spiegando che bisogna presentare la figura di Gesù «in modo attraente ed efficace» dice: «Per questo bisogna che la Chiesa non sia troppo concentrata su sé stessa, ma che rifletta soprattutto Gesù Cristo. Questo comporta che riconosca con umiltà che alcune cose concrete devono cambiare» (39). Nell’Esortazione si riconosce che ci sono giovani i quali sentono la presenza della Chiesa «come fastidiosa e perfino irritante». Un atteggiamento che affonda le radici «anche in ragioni serie e rispettabili: gli scandali sessuali ed economici; l’impreparazione dei ministri ordinati che non sanno intercettare adeguatamente la sensibilità dei giovani;… il ruolo passivo assegnato ai giovani all’interno della comunità cristiana; la fatica della Chiesa di rendere ragione delle proprie posizioni dottrinali ed etiche di fronte alla società» (40). Ci sono giovani che «chiedono una Chiesa che ascolti di più, che non stia continuamente a condannare il mondo. Non vogliono vedere una Chiesa silenziosa e timida, ma nemmeno sempre in guerra per due o tre temi che la ossessionano. Per essere credibile agli occhi dei giovani, a volte ha bisogno di recuperare l’umiltà e semplicemente ascoltare, riconoscere in ciò che altri dicono una luce che la può aiutare a scoprire meglio il Vangelo» (41). Ad esempio, una Chiesa troppo timorosa può essere costantemente critica «nei confronti di tutti i discorsi sulla difesa dei diritti delle donne ed evidenziare costantemente i rischi e i possibili errori di tali rivendicazioni», mentre una Chiesa «viva può reagire prestando attenzione alle legittime rivendicazioni delle donne», pur «non essendo d’accordo con tutto ciò che propongono alcuni gruppi femministi» (42). Francesco presenta quindi «Maria, la ragazza di Nazaret», e il suo sì come quello «di chi vuole coinvolgersi e rischiare, di chi vuole scommettere tutto, senza altra garanzia che la certezza di sapere di essere portatrice di una promessa. E domando a ognuno di voi: vi sentite portatori di una promessa?» (44). Per Maria «le difficoltà non erano un motivo per dire “no”» e così mettendosi in gioco è diventata «l’influencer di Dio». Il cuore della Chiesa è anche pieno di giovani santi. Il Papa ricorda san Sebastiano, san Francesco d’Assisi, santa Giovanna d’Arco, il beato martire Andrew Phû Yên, santa Kateri Tekakwitha, san Domenico Savio, santa Teresa del Gesù Bambino, il beato Ceferino Namuncurá, il beato Isidoro Bakanja, il beato Pier Giorgio Frassati, il beato Marcel Callo, la giovane beata Chiara Badano.

Terzo capitolo: «Voi siete l’adesso di Dio». Non possiamo limitarci a dire, afferma Francesco, che «i giovani sono il futuro del mondo: sono il presente, lo stanno arricchendo con il loro contributo» (64). Per questo bisogna ascoltarli anche se «prevale talora la tendenza a fornire risposte preconfezionate e ricette pronte, senza lasciar emergere le domande giovanili nella loro novità e coglierne la provocazione» (65). «Oggi noi adulti corriamo il rischio di fare una lista di disastri, di difetti della gioventù del nostro tempo… Quale sarebbe il risultato di questo atteggiamento? Una distanza sempre maggiore» (66). Chi è chiamato a essere padre, pastore e guida dei giovani dovrebbe avere la capacità «di individuare percorsi dove altri vedono solo muri, è il saper riconoscere possibilità dove altri vedono solo pericoli. Così è lo sguardo di Dio Padre, capace di valorizzare e alimentare i germi di bene seminati nel cuore dei giovani. Il cuore di ogni giovane deve pertanto essere considerato “terra sacra”» (67). Francesco invita inoltre a non generalizzare, perché «esiste una pluralità di mondi giovanili» (68). Parlando di ciò che succede ai giovani, il Papa, ricorda i giovani che vivono in contesti di guerra, quelli sfruttati e vittime di rapimenti, criminalità organizzata, tratta di esseri umani, schiavitù e sfruttamento sessuale, stupri. E anche quelli che vivono perpetrando crimini e violenze (72). «Molti giovani sono ideologizzati, strumentalizzati e usati come carne da macello o come forza d’urto per distruggere, intimidire o ridicolizzare altri. E la cosa peggiore è che molti si trasformano in soggetti individualisti, nemici e diffidenti verso tutti, e diventano così facile preda di proposte disumanizzanti e dei piani distruttivi elaborati da gruppi politici o poteri economici» (73). Ancora più numerosi quelli che patiscono forme di emarginazione ed esclusione sociale per ragioni religiose, etniche o economiche. Francesco cita adolescenti e giovani che «restano incinte e la piaga dell’aborto, così come la diffusione dell’HIV, le diverse forme di dipendenza (droghe, azzardo, pornografia, ecc.) e la situazione dei bambini e ragazzi di strada» (74), situazioni rese doppiamente dolorose e difficili per le donne. «Non possiamo essere una Chiesa che non piange di fronte a questi drammi dei suoi figli giovani. Non dobbiamo mai farci l’abitudine… La cosa peggiore che possiamo fare è applicare la ricetta dello spirito mondano che consiste nell’anestetizzare i giovani con altre notizie, con altre distrazioni, con banalità» (75). Il Papa invita i giovani a imparare a piangere per i coetanei che stanno peggio di loro (76). È vero, spiega Francesco, che «i potenti forniscono alcuni aiuti, ma spesso ad un costo elevato. In molti Paesi poveri, l’aiuto economico di alcuni Paesi più ricchi o di alcuni organismi internazionali è solitamente vincolato all’accettazione di proposte occidentali in materia di sessualità, matrimonio, vita o giustizia sociale. Questa colonizzazione ideologica danneggia in modo particolare i giovani» (78). Il Papa mette in guardia anche dalla cultura di oggi che presenta il modello giovanile di bellezza e usa i corpi giovani nella pubblicità: «non è un elogio rivolto ai giovani. Significa soltanto che gli adulti vogliono rubare la gioventù per sé stessi» (79). Accennando a «desideri, ferite e ricerche», Francesco parla della sessualità: «in un mondo che enfatizza esclusivamente la sessualità, è difficile mantenere una buona relazione col proprio corpo e vivere serenamente le relazioni affettive». Anche per questo la morale sessuale è spesso causa di «incomprensione e di allontanamento dalla Chiesa» percepita «come uno spazio di giudizio e di condanna», nonostante vi siano giovani che si vogliono confrontare su questi temi (81). Il Papa, di fronte agli sviluppi della scienza, delle tecnologie biomediche e delle neuroscienze ricorda che «Possono farci dimenticare che la vita è un dono, che siamo esseri creati e limitati, che possiamo facilmente essere strumentalizzati da chi detiene il potere tecnologico» (82). L’Esortazione si sofferma poi sul tema dell’«ambiente digitale», che ha creato «un nuovo modo di comunicare» e che «può facilitare la circolazione di informazione indipendente». In molti Paesi, il web e i social network sono «ormai un luogo irrinunciabile per raggiungere e coinvolgere i giovani» (87). Ma «è anche un territorio di solitudine, manipolazione, sfruttamento e violenza, fino al caso estremo del dark web [reti oscure]. I media digitali possono esporre al rischio di dipendenza, di isolamento e di progressiva perdita di contatto con la realtà concreta... Nuove forme di violenza si diffondono attraverso i social media, ad esempio il cyberbullismo; il web è anche un canale di diffusione della pornografia e di sfruttamento delle persone a scopo sessuale o tramite il gioco d’azzardo» (88).  Non si deve dimenticare che nel mondo digitale «operano giganteschi interessi economici», capaci di creare «meccanismi di manipolazione delle coscienze e del processo democratico». Ci sono circuiti chiusi che «facilitano la diffusione di informazioni e notizie false, fomentando pregiudizi e odio... La reputazione delle persone è messa a repentaglio tramite processi sommari on line. Il fenomeno riguarda anche la Chiesa e i suoi pastori» (89). In un documento preparato da 300 giovani di tutto il mondo prima del Sinodo si afferma che «le relazioni online possono diventare disumane» e l’immersione nel mondo virtuale ha favorito «una sorta di “migrazione digitale”, vale a dire un distanziamento dalla famiglia, dai valori culturali e religiosi, che conduce molte persone verso un mondo di solitudine» (90). Il Papa prosegue presentando «i migranti come paradigma del nostro tempo», e ricorda i tanti giovani coinvolti nelle migrazioni. «La preoccupazione della Chiesa riguarda in particolare coloro che fuggono dalla guerra, dalla violenza, dalla persecuzione politica o religiosa, dai disastri naturali dovuti anche ai cambiamenti climatici e dalla povertà estrema» (91): sono alla ricerca di un’opportunità, sognano un futuro migliore. Altri migranti sono «attirati dalla cultura occidentale, nutrendo talvolta aspettative irrealistiche che li espongono a pesanti delusioni. Trafficanti senza scrupolo, spesso legati ai cartelli della droga e delle armi, sfruttano la debolezza dei migranti... Va segnalata la particolare vulnerabilità dei migranti minori non accompagnati... In alcuni Paesi di arrivo, i fenomeni migratori suscitano allarme e paure, spesso fomentate e sfruttate a fini politici. Si diffonde così una mentalità xenofoba, di chiusura e di ripiegamento su se stessi, a cui occorre reagire con decisione» (92) I giovani migranti spesso sperimentano anche uno sradicamento culturale e religioso (93). Francesco chiede «in particolare ai giovani di non cadere nelle reti di coloro che vogliono metterli contro altri giovani che arrivano nei loro Paesi, descrivendoli come soggetti pericolosi» (94). Il Papa parla anche degli abusi sui minori, fa proprio l’impegno del Sinodo per l’adozione di rigorose misure di prevenzione ed esprime gratitudine «verso coloro che hanno il coraggio di denunciare il male subìto» (99), ricordando che «grazie a Dio» i sacerdoti che si sono macchiati di questi «orribili crimini non sono la maggioranza, che invece è costituita da chi porta avanti un ministero fedele e generoso». Chiede ai giovani, se vedono un sacerdote a rischio perché ha imboccato la strada sbagliata, di avere il coraggio di ricordargli il suo impegno verso Dio e verso il suo popolo (100). Gli abusi non sono però l’unico peccato nella Chiesa. «I nostri peccati sono davanti agli occhi di tutti; si riflettono senza pietà nelle rughe del volto millenario della nostra Madre», ma la Chiesa non ricorre ad alcuna chirurgia estetica, «non ha paura di mostrare i peccati dei suoi membri». «Ricordiamoci però che non si abbandona la Madre quando è ferita» (101). Questo momento oscuro, con l’aiuto dei giovani, «può essere davvero un’opportunità per una riforma di portata epocale, per aprirsi a una nuova Pentecoste» (102). Francesco ricorda ai giovani che «c’è una via d’uscita» in tutte le situazioni buie e dolorose. Ricorda la buona notizia donata il mattino della Risurrezione. E spiega che anche se il mondo digitale può esporre a tanti rischi, ci sono giovani che sanno essere creativi e geniali in questi ambiti. Come il Venerabile Carlo Acutis, che «ha saputo usare le nuove tecniche di comunicazione per trasmettere il Vangelo» (105), non è caduto nella trappola e diceva: «Tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie». «Non lasciare che ti succeda questo» (106), avverte il Papa. «Non lasciare che ti rubino la speranza e la gioia, che ti narcotizzino per usarti come schiavo dei loro interessi» (107), cerca la grande meta della santità. «Essere giovani non significa solo cercare piaceri passeggeri e successi superficiali. Affinché la giovinezza realizzi la sua finalità nel percorso della tua vita, dev’essere un tempo di donazione generosa, di offerta sincera» (108). «Se sei giovane di età, ma ti senti debole, stanco o deluso, chiedi a Gesù di rinnovarti» (109). Ma ricordando sempre che «è molto difficile lottare contro… le insidie e tentazioni del demonio e del mondo egoista se siamo isolati» (110), serve infatti una vita comunitaria.

Quarto capitolo: «Il grande annuncio per tutti i giovani». A tutti i giovani il Papa annuncia tre grandi verità. Un «Dio che è amore» e dunque «Dio ti ama, non dubitarne mai» (112) e puoi «gettarti in tutta sicurezza nelle braccia di tuo Padre divino» (113). Francesco afferma che memoria del Padre «non è un “disco rigido” che registra e archivia tutti i nostri dati, la sua memoria è un cuore tenero di compassione, che gioisce nel cancellare definitivamente ogni nostra traccia di male... Perché ti ama. Cerca di rimanere un momento di silenzio lasciandoti amare da Lui» (115). E il suo è un amore che «sa più di risalite che di cadute, di riconciliazione che di proibizione, di dare nuova opportunità che di condannare, di futuro che di passato» (116). La seconda verità è che «Cristo ti salva». «Non dimenticare mai che Egli perdona settanta volte sette. Torna a caricarci sulle sue spalle una volta dopo l’altra» (119). Gesù ci ama e ci salva perché «solo quello che si ama può essere salvato. Solo quello che si abbraccia può essere trasformato. L’amore del Signore è più grande di tutte le nostre contraddizioni, di tutte le nostre fragilità e di tutte le nostre meschinità» (120). E «il suo perdono e la sua salvezza non sono qualcosa che abbiamo comprato o che dovremmo acquisire con le nostre opere o i nostri sforzi. Egli ci perdona e ci libera gratuitamente» (121). La terza verità è che «Egli vive!». «Occorre ricordarlo… perché corriamo il rischio di prendere Gesù Cristo solo come un buon esempio del passato, come un ricordo, come qualcuno che ci ha salvato duemila anni fa. Questo non ci servirebbe a nulla, ci lascerebbe uguali a prima, non ci libererebbe» (124). Se «Egli vive, questo è una garanzia che il bene può farsi strada nella nostra vita…. Allora possiamo smettere di lamentarci e guardare avanti, perché con Lui si può sempre guardare avanti» (127). In queste verità compare il Padre e compare Gesù. E dove ci sono loro, c’è anche lo Spirito Santo. «Invoca ogni giorno lo Spirito Santo… Non perdi nulla ed Egli può cambiare la tua vita, può illuminarla e darle una rotta migliore. Non ti mutila, non ti toglie niente, anzi, ti aiuta a trovare ciò di cui hai bisogno nel modo migliore» (131).

Quinto capitolo: «Percorsi di gioventù». «L’amore di Dio e il nostro rapporto con Cristo vivo non ci impediscono di sognare, non ci chiedono di restringere i nostri orizzonti. Al contrario, questo amore ci sprona, ci stimola, ci proietta verso una vita migliore e più bella. La parola “inquietudine” riassume molte delle aspirazioni dei cuori dei giovani» (138). Pensando a un giovane il Papa vede colui che tiene i piedi sempre uno davanti all’altro, pronto per partire, per scattare, sempre lanciato in avanti (139). La giovinezza non può restare un «tempo sospeso», perché «è l’età delle scelte» in ambito professionale, sociale, politico e anche nella scelta del partner o nell’avere i primi figli. L’ansia «può diventare una grande nemica quando ci porta ad arrenderci perché scopriamo che i risultati non sono immediati. I sogni più belli si conquistano con speranza, pazienza e impegno, rinunciando alla fretta. Nello stesso tempo, non bisogna bloccarsi per insicurezza, non bisogna avere paura di rischiare e di commettere errori» (142). Francesco invita i giovani a non osservare la vita dal balcone, a non passare la vita davanti a uno schermo, a non ridursi a veicoli abbandonati e a non guardare il mondo da turisti: «Fatevi sentire! Scacciate le paure che vi paralizzano… vivete!» (143). Li invita a «vivere il presente» godendo con gratitudine di ogni piccolo dono della vita senza «essere insaziabili» e «ossessionati da piaceri senza fine» (146). Vivere il presente infatti «non significa lanciarsi in una dissolutezza irresponsabile che ci lascia vuoti e insoddisfatti» (147). Non conoscerai la vera pienezza dell’essere giovane, se… non vivi l’amicizia con Gesù» (150). L’amicizia con lui è indissolubile perché non ci abbandona (154) e così come con l’amico «parliamo, condividiamo anche le cose più segrete, con Gesù pure conversiamo»: pregando «facciamo il suo gioco, gli facciamo spazio perché Egli possa agire e possa entrare e possa vincere» (155). «Non privare la tua giovinezza di questa amicizia», «vivrai la bella esperienza di saperti sempre accompagnato» come i discepoli di Emmaus (156): sant'Oscar Romero diceva: «Il cristianesimo non è un insieme di verità in cui occorre credere, di leggi da osservare, di divieti. Così risulta ripugnante. Il cristianesimo è una Persona che mi ha amato così tanto da reclamare il mio amore. Il cristianesimo è Cristo”. Papa parlando della crescita e della maturazione, indica quindi l’importanza di cercare «uno sviluppo spirituale», di «cercare il Signore e custodire la sua Parola», di mantenere «la “connessione” con Gesù… perché non crescerai nella felicità e nella santità solo con le tue forze e la tua mente» (158). Anche l’adulto deve maturare senza perdere i valori della gioventù: «In ogni momento della vita potremo rinnovare e accrescere la nostra giovinezza. Quando ho iniziato il mio ministero come Papa, il Signore ha allargato i miei orizzonti e mi ha dato una rinnovata giovinezza. La stessa cosa può accadere a una coppia sposata da molti anni, o a un monaco nel suo monastero» (160). Crescere «vuol dire conservare e alimentare le cose più preziose che ti regala la giovinezza, ma nello stesso tempo significa essere aperti a purificare ciò che non è buono» (161). «Ti ricordo però che non sarai santo e realizzato copiando gli altri», tu «devi scoprire chi sei e sviluppare il tuo modo personale di essere santo» (162).  Francesco propone «percorsi di fraternità» per vivere la fede, ricordando che «Lo Spirito Santo vuole spingerci ad uscire da noi stessi, ad abbracciare gli altri... Per questo è sempre meglio vivere la fede insieme ed esprimere il nostro amore in una vita comunitaria» (164), superando «la tentazione di chiuderci in noi stessi, nei nostri problemi, nei sentimenti feriti, nelle lamentele e nelle comodità» (166). Dio «ama la gioia dei giovani e li invita soprattutto a quell’allegria che si vive nella comunione fraterna» (167). Il Papa parla poi dei «giovani impegnati», affermando che possono a volte correre «il rischio di chiudersi in piccoli gruppi... Sentono di vivere l’amore fraterno, ma forse il loro gruppo è diventato un semplice prolungamento del loro io. Questo si aggrava se la vocazione del laico è concepita solo come un servizio all’interno della Chiesa…, dimenticando che la vocazione laicale è prima di tutto la carità nella famiglia e la carità sociale o politica» (168). Francesco propone «ai giovani di andare oltre i gruppi di amici e costruire l’amicizia sociale, cercare il bene comune. L’inimicizia sociale distrugge. E una famiglia si distrugge per l’inimicizia. Un paese si distrugge per l’inimicizia. Il mondo si distrugge per l’inimicizia. E l’inimicizia più grande è la guerra. Oggigiorno vediamo che il mondo si sta distruggendo per la guerra. Perché sono incapaci di sedersi e parlare» (169). «L’impegno sociale e il contatto diretto con i poveri restano una occasione fondamentale di scoperta o approfondimento della fede e di discernimento della propria vocazione» (170). Il Papa cita l’esempio positivo dei giovani di parrocchie, gruppi e movimenti che «hanno l’abitudine di andare a fare compagnia agli anziani e agli ammalati, o di visitare i quartieri poveri» (171). Mentre «altri giovani partecipano a programmi sociali finalizzati a costruire case per chi è senza un tetto, o a bonificare aree contaminate, o a raccogliere aiuti per i più bisognosi. Sarebbe bene che questa energia comunitaria fosse applicata non solo ad azioni sporadiche ma in modo stabile». Gli universitari «possono unirsi in modalità interdisciplinare per applicare le loro conoscenze alla risoluzione di problemi sociali, e in questo compito possono lavorare fianco a fianco con giovani di altre Chiese o di altre religioni» (172). Francesco incoraggia i giovani ad assumersi questo impegno: «Vedo che tanti giovani in tante parti del mondo sono usciti per le strade per esprimere il desiderio di una civiltà più giusta e fraterna... Sono giovani che vogliono essere protagonisti del cambiamento… Non lasciate che altri siano protagonisti del cambiamento!» (174). I giovani sono chiamati ad essere «missionari coraggiosi», testimoniando ovunque il Vangelo con la propria vita, il che non significa «parlare della verità, ma viverla» (175). La parola, però, non deve essere messa a tacere: «Siate capaci di andare controcorrente e sappiate condividere Gesù, comunicate la fede che Lui vi ha donato» (176). Gesù dove invia? «Non ci sono confini, non ci sono limiti: ci invia a tutti. Il Vangelo è per tutti e non per alcuni. Non è solo per quelli che ci sembrano più vicini, più ricettivi, più accoglienti. È per tutti» (177). E non ci si può aspettare che «la missione sia facile e comoda» (178).

Sesto capitolo. Giovani con radici. Francesco dice che gli fa male «vedere che alcuni propongono ai giovani di costruire un futuro senza radici, come se il mondo iniziasse adesso» (179). Se qualcuno «vi fa una proposta e vi dice di ignorare la storia, di non fare tesoro dell’esperienza degli anziani, di disprezzare tutto ciò che è passato e guardare solo al futuro che lui vi offre, non è forse questo un modo facile di attirarvi con la sua proposta per farvi fare solo quello che lui vi dice? Quella persona ha bisogno che siate vuoti, sradicati, diffidenti di tutto, perché possiate fidarvi solo delle sue promesse e sottomettervi ai suoi piani. È così che funzionano le ideologie di diversi colori, che distruggono (o de-costruiscono) tutto ciò che è diverso e in questo modo possono dominare senza opposizioni» (181). I manipolatori usano anche l’adorazione della giovinezza: «Il corpo giovane diventa il simbolo di questo nuovo culto, quindi tutto ciò che ha a che fare con quel corpo è idolatrato e desiderato senza limiti, e ciò che non è giovane è guardato con disprezzo. Questa però è un’arma che finisce per degradare prima di tutto i giovani» (182). «Cari giovani, non permettete che usino la vostra giovinezza per favorire una vita superficiale, che confonde la bellezza con l’apparenza» (183) perché c’è una bellezza nel lavoratore che torna a casa sporco dal lavoro, nella moglie anziana che si prende cura del marito malato, nella fedeltà di coppie che si amano nell’autunno della vita. Oggi invece si promuove «una spiritualità senza Dio, un’affettività senza comunità e senza impegno verso chi soffre, una paura dei poveri visti come soggetti pericolosi, e una serie di offerte che pretendono di farvi credere in un futuro paradisiaco che sarà sempre rimandato più in là» (184): il Papa invita i giovani a non lasciarsi dominare da questa ideologia che porta ad «autentiche forme di colonizzazione culturale» (185) che sradica i giovani dalle appartenenze culturali e religiose da cui provengono e tende ad omogeneizzarli trasformandoli in soggetti «manipolabili fatti in serie» (186). Fondamentale è il «tuo rapporto con gli anziani», che aiutano i giovani a scoprire la ricchezza viva del passato, facendone memoria. «La Parola di Dio raccomanda di non perdere il contatto con gli anziani, per poter raccogliere la loro esperienza» (188). Ciò «non significa che tu debba essere d’accordo con tutto quello che dicono, né che tu debba approvare tutte le loro azioni», si tratta «semplicemente di essere aperti a raccogliere una sapienza che viene comunicata di generazione in generazione» (190). «Al mondo non è mai servita né servirà mai la rottura tra generazioni… È la menzogna che vuol farti credere che solo ciò che è nuovo è buono e bello» (191). Parlando di «sogni e visioni», Francesco osserva: «Se i giovani e gli anziani si aprono allo Spirito Santo, insieme producono una combinazione meravigliosa. Gli anziani sognano e i giovani hanno visioni» (192); se «i giovani si radicano nei sogni degli anziani riescono a vedere il futuro» (193). Bisogna dunque «rischiare insieme», camminando insieme giovani e anziani: le radici «non sono ancore che ci legano» ma «un punto di radicamento che ci consente di crescere e rispondere alle nuove sfide» (200).

Settimo capitolo: «La pastorale dei giovani». Il Papa spiega che la pastorale giovanile ha subito l’assalto dei cambiamenti sociali e culturali e «i giovani, nelle strutture consuete, spesso non trovano risposte alle loro inquietudini, alle loro esigenze, alle loro problematiche e alle loro ferite» (202). I giovani stessi «sono attori della pastorale giovanile, accompagnati e guidati, ma liberi di trovare strade sempre nuove con creatività e audacia». Bisogna «fare ricorso all’astuzia, all’ingegno e alla conoscenza che i giovani stessi hanno della sensibilità, del linguaggio e delle problematiche degli altri giovani» (203). La pastorale giovanile ha bisogno di flessibilità, e bisogna «invitare i giovani ad avvenimenti che ogni tanto offrano loro un luogo dove non solo ricevano una formazione, ma che permetta loro anche di condividere la vita, festeggiare, cantare, ascoltare testimonianze concrete e sperimentare l’incontro comunitario con il Dio vivente» (204). La pastorale giovanile non può che essere sinodale, cioè capace di dar forma a un «camminare insieme» e comporta due grandi linee di azione: la prima è la ricerca, la seconda è la crescita. Per la prima, Francesco confida nella capacità dei giovani stessi di «trovare vie attraenti per invitare»: «Dobbiamo soltanto stimolare i giovani e dare loro libertà di azione». Più importante è che «ogni giovane trovi il coraggio di seminare il primo annuncio in quella terra fertile che è il cuore di un altro giovane» (210). Va privilegiato «il linguaggio della vicinanza, il linguaggio dell’amore disinteressato, relazionale, esistenziale, che tocca il cuore», avvicinandosi ai giovani «con la grammatica dell’amore, non con il proselitismo» (211). Per quanto riguarda la crescita, Francesco mette in guardia dal proporre ai giovani toccati da un’intensa esperienza di Dio «incontri di “formazione” nei quali si affrontano solo questioni dottrinali e morali... Il risultato è che molti giovani si annoiano, perdono il fuoco dell’incontro con Cristo e la gioia di seguirlo» (212). Se qualsiasi progetto formativo «deve certamente includere una formazione dottrinale e morale» è altrettanto importante «che sia centrato» sul kerygma, cioè «l’esperienza fondante dell’incontro con Dio attraverso Cristo morto e risorto» e sulla crescita «nell’amore fraterno, nella vita comunitaria, nel servizio» (213). Pertanto «la pastorale giovanile dovrebbe sempre includere momenti che aiutino a rinnovare e ad approfondire l’esperienza personale dell’amore di Dio e di Gesù Cristo vivo» (214). E deve aiutare i giovani a «vivere come fratelli, ad aiutarsi a vicenda, a fare comunità, a servire gli altri, ad essere vicini ai poveri» (215). Le istituzioni della Chiesa diventino dunque «ambienti adeguati», sviluppando «capacità di accoglienza»: «Nelle nostre istituzioni dobbiamo offrire ai giovani luoghi appropriati, che essi possano gestire a loro piacimento e dove possano entrare e uscire liberamente, luoghi che li accolgano e dove possano recarsi spontaneamente e con fiducia per incontrare altri giovani sia nei momenti di sofferenza o di noia, sia quando desiderano festeggiare le loro gioie» (218). Francesco descrive quindi «la pastorale delle istituzioni educative», affermando che la scuola ha «urgente bisogno di autocritica». E ricorda che «ci sono alcune scuole cattoliche che sembrano essere organizzate solo per conservare l’esistente... La scuola trasformata in un “bunker” che protegge dagli errori “di fuori” è l’espressione caricaturale di questa tendenza». Quando i giovani escono, avvertono «un’insormontabile discrepanza tra ciò che hanno loro insegnato e il mondo in cui si trovano a vivere». Mentre «una delle gioie più grandi di un educatore consiste nel vedere un allievo che si costituisce come una persona forte, integrata, protagonista e capace di dare» (221). Non si può separare la formazione spirituale dalla formazione culturale: «Ecco il vostro grande compito: rispondere ai ritornelli paralizzanti del consumismo culturale con scelte dinamiche e forti, con la ricerca, la conoscenza e la condivisione» (223). Tra gli «ambiti di sviluppo pastorale», il Papa indica le «espressioni artistiche» (226), la «pratica sportiva» (227), e l’impegno per la salvaguardia del creato (228). Serve «una pastorale giovanile popolare», «più ampia e flessibile, che stimoli, nei diversi luoghi in cui si muovono concretamente i giovani, quelle guide naturali e quei carismi che lo Spirito Santo ha già seminato tra loro. Si tratta prima di tutto di non porre tanti ostacoli, norme, controlli e inquadramenti obbligatori a quei giovani credenti che sono leader naturali nei quartieri e nei diversi ambienti. Dobbiamo limitarci ad accompagnarli e stimolarli» (230). Pretendendo «una pastorale giovanile asettica, pura, caratterizzata da idee astratte, lontana dal mondo e preservata da ogni macchia, riduciamo il Vangelo a una proposta insipida, incomprensibile, lontana, separata dalle culture giovanili e adatta solo ad un élite giovanile cristiana che si sente diversa, ma che in realtà galleggia in un isolamento senza vita né fecondità» (232). Francesco invita a essere «una Chiesa con le porte aperte», e «non è nemmeno necessario che uno accetti completamente tutti gli insegnamenti della Chiesa per poter partecipare ad alcuni dei nostri spazi dedicati ai giovani» (234): «deve esserci spazio anche per tutti quelli che hanno altre visioni della vita, professano altre fedi o si dichiarano estranei all’orizzonte religioso» (235). L’icona per questo approccio ci viene offerta dall’episodio evangelico dei discepoli di Emmaus: Gesù li interroga, li ascolta con pazienza, li aiuta a riconoscere quanto stanno vivendo, a interpretare alla luce delle Scritture ciò che hanno vissuto, accetta di fermarsi con loro, entra nella loro notte. Sono loro stessi a scegliere di riprendere senza indugio il cammino nella direzione opposta (237). «Sempre missionari». Perché i giovani diventino missionari non occorre fare «un lungo percorso»: «Un giovane che va in pellegrinaggio per chiedere aiuto alla Madonna e invita un amico o un compagno ad accompagnarlo, con questo semplice gesto sta compiendo una preziosa azione missionaria» (239). La pastorale giovanile «deve essere sempre una pastorale missionaria» (240). E i giovani hanno bisogno di essere rispettati nella loro libertà, «ma hanno bisogno anche di essere accompagnati» da parte degli adulti, a cominciare dalla famiglia (242) e quindi dalla comunità: «Ciò implica che i giovani siano guardati con comprensione, stima e affetto, e non che non li si giudichi continuamente o si esiga da loro una perfezione che non corrisponde alla loro età» (243). Si avverte la carenza di persone esperte e dedicata all’accompagnamento (244) e «alcune giovani donne percepiscono una mancanza di figure di riferimento femminili all’interno della Chiesa» (245). I giovani stessi «ci hanno descritto» le caratteristiche che sperano di trovare in chi li accompagna: «essere un cristiano fedele impegnato nella Chiesa e nel mondo; una continua ricerca verso la santità; non giudicare, bensì prendersi cura; ascoltare attivamente i bisogni dei giovani; rispondere con gentilezza; avere consapevolezza di sé; saper riconoscere i propri limiti; conoscere le gioie e i dolori della vita spirituale. Una qualità di primaria importanza è il saper riconoscersi umani e capaci di compiere errori: non perfetti, ma peccatori perdonati» (246). Devono saper «camminare insieme» ai giovani rispettando la loro libertà.

Ottavo capitolo: «La vocazione». «La cosa fondamentale è discernere e scoprire che ciò che vuole Gesù da ogni giovane è prima di tutto la sua amicizia» (250). La vocazione è una chiamata al servizio missionario verso gli altri, «Perché la nostra vita sulla terra raggiunge la sua pienezza quando si trasforma in offerta» (254). «Per realizzare la propria vocazione è necessario sviluppare, far germogliare e coltivare tutto ciò che si è. Non si tratta di inventarsi, di creare sé stessi dal nulla, ma di scoprirsi alla luce di Dio e far fiorire il proprio essere» (257). E «questo “essere per gli altri” nella vita di ogni giovane è normalmente collegato a due questioni fondamentali: la formazione di una nuova famiglia e il lavoro» (258). Per quanto riguarda «l’amore e la famiglia», il Papa scrive che «i giovani sentono fortemente la chiamata all’amore e sognano di incontrare la persona giusta con cui formare una famiglia» (259), e il sacramento del matrimonio «avvolge questo amore con la grazia di Dio, lo radica in Dio stesso» (260). Dio ci ha creati sessuati, Egli stesso ha creato la sessualità, che è un suo dono, e dunque «niente tabù». È un dono che il Signore di dà e «ha due scopi: amarsi e generare vita. È una passione... Il vero amore è appassionato» (261). Francesco osserva che «l’aumento di separazioni, divorzi… può causare nei giovani grandi sofferenze e crisi d’identità. Talora devono farsi carico di responsabilità che non sono proporzionate alla loro età» (262). Nonostante tutte le difficoltà, «Voglio dirvi… che vale la pena scommettere sulla famiglia e che in essa troverete gli stimoli migliori per maturare e le gioie più belle da condividere. Non lasciate che vi rubino la possibilità di amare sul serio» (263). «Credere che nulla può essere definitivo è un inganno e una menzogna… vi chiedo di essere rivoluzionari, vi chiedo di andare controcorrente» (264). Per quanto riguarda il lavoro, il Papa scrive: «Invito i giovani a non aspettarsi di vivere senza lavorare, dipendendo dall’aiuto degli altri. Questo non va bene, perché «il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale. In questo senso, aiutare i poveri con il denaro dev’essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte a delle emergenze» (269). E dopo aver notato come nel mondo del lavoro i giovani sperimentino forme di esclusione e di emarginazione (270), afferma a proposito della disoccupazione giovanile: «È una questione… che la politica deve considerare come una problematica prioritaria, in particolare oggi che la velocità degli sviluppi tecnologici, insieme all’ossessione per la riduzione del costo del lavoro, può portare rapidamente a sostituire innumerevoli posti di lavoro con macchinari» (271). E ai giovani dice: «È vero che non puoi vivere senza lavorare e che a volte dovrai accettare quello che trovi, ma non rinunciare mai ai tuoi sogni, non seppellire mai definitivamente una vocazione, non darti mai per vinto» (272). Francesco conclude questo capitolo parlando delle «vocazioni a una consacrazione speciale». «Nel discernimento di una vocazione non si deve escludere la possibilità di consacrarsi a Dio... Perché escluderlo? Abbi la certezza che, se riconosci una chiamata di Dio e la segui, ciò sarà la cosa che darà pienezza alla tua vita» (276).

Nono capitolo: «Il discernimento». Il Papa ricorda che «senza la sapienza del discernimento possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento» (279). «Un’espressione del discernimento è l’impegno per riconoscere la propria vocazione. È un compito che richiede spazi di solitudine e di silenzio, perché si tratta di una decisione molto personale che nessun altro può prendere al nostro posto» (283). «Il regalo della vocazione sarà senza dubbio un regalo esigente. I regali di Dio sono interattivi e per goderli bisogna mettersi molto in gioco, bisogna rischiare» (289). A chi aiuta i giovani nel discernimento sono richieste tre sensibilità. La prima è l’attenzione alla persona: «si tratta di ascoltare l’altro che ci sta dando sé stesso nelle sue parole» (292). La seconda consiste nel discernere, cioè «si tratta di cogliere il punto giusto in cui si discerne la grazia dalla tentazione» (293). La terza consiste «nell’ascoltare gli impulsi che l’altro sperimenta “in avanti”. È l’ascolto profondo di “dove vuole andare veramente l’altro”» (294). Quando uno ascolta l’altro in questo modo, «a un certo punto deve scomparire per lasciare che segua la strada che ha scoperto. Scomparire come scompare il Signore dalla vista dei suoi discepoli» (296). Dobbiamo «suscitare e accompagnare processi, non imporre percorsi. E si tratta di processi di persone che sono sempre uniche e libere. Per questo è difficile costruire ricettari» (297). L’Esortazione si conclude con «un desiderio» di Papa Francesco: «Cari giovani, sarò felice nel vedervi correre più velocemente di chi è lento e timoroso. Correte attratti da quel Volto tanto amato, che adoriamo nella santa Eucaristia e riconosciamo nella carne del fratello sofferente… La Chiesa ha bisogno del vostro slancio, delle vostre intuizioni, della vostra fede… E quando arriverete dove noi non siamo ancora giunti, abbiate la pazienza di aspettarci» (299).

Vatican news  2 aprile 2019

www.vaticannews.va/it/papa/news/2019-04/papa-francesco-testo-integrale-sintesi-ampia-christus-vivit.html

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GENITORI

Il padre detenuto non perde la responsabilità genitoriale

Lo stato di detenzione del genitore non ne determina automaticamente la decadenza dalla potestà. Con decreto depositato in data 18.01.2019, il Tribunale per i Minorenni di Caltanissetta si è occupato del delicato rapporto tra permanenza in carcere ed esercizio della responsabilità genitoriale.

In particolare, il giudice minorile in questo caso ha affermato che “lo stato di detenzione di un genitore non può, di per sé, determinare una pronuncia di decadenza dalla responsabilità genitoriale”. Infatti, secondo il Tribunale, l’autorità giudiziaria dovrà verificare caso per caso se il genitore sottoposto alla pena detentiva abbia posto in essere, nei confronti dei figli, “condotte pregiudizievoli… tali da giustificare una pronuncia di decadenza”.

Tale principio, sempre ad avviso del giudice minorile, si applica anche nel caso in cui il medesimo genitore sia stato condannato alla pena accessoria della sospensione dall’esercizio della responsabilità genitoriale. In proposito il decreto in commento menziona, tra i riferimenti normativi, innanzitutto l’art. 24, comma 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, il quale riconosce il diritto del minore ad intrattenere regolari relazioni con entrambi i genitori. Tale diritto si ritrova sancito anche dalla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata in Italia con legge n. 176/1991.

Passando in rassegna la disciplina codicistica, il Tribunale ricorda l’art. 315 bis del c.c. [Diritti e doveri del figlio], il quale afferma il diritto del figlio di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, e l’art. 330 del c.c., che prevede la possibilità di pronunciare la decadenza dalla responsabilità genitoriale quando il genitore viola o trascura i doveri ad essa inerenti o abusa dei relativi poteri, con grave pregiudizio per il figlio.

Viene quindi richiamata la casistica giurisprudenziale sull’argomento, ricordando che la pronuncia prevista dall’art. 330 c.c. [Decadenza dalla responsabilità genitoriale sui figli] è stata adottata, ad esempio, in caso di comportamenti violenti e minacciosi di un genitore nei confronti del coniuge e dei figli o anche del solo coniuge, oppure nell'ipotesi di rifiuto di sottoporre il figlio a interventi medici necessari per la salute quali trasfusioni o, ancora, in caso di assunzione da parte dei genitori di sostanze stupefacenti accompagnata da un atteggiamento di disinteresse nei confronti del figlio, e così via.

Da ultimo, il decreto in esame rammenta che il codice penale prevede la decadenza dalla responsabilità genitoriale come pena accessoria, che viene comminata in relazione a specifici reati molto gravi.

Concluso l’excursus normativo, il Tribunale dei Minori di Caltanissetta conclude che lo stato di detenzione del genitore, pur se condannato alla pena accessoria della sospensione dalla responsabilità genitoriale, “non può in ogni caso determinare automaticamente una pronuncia di decadenza dalla suddetta responsabilità”, in quanto ciò contrasterebbe con i principi di uguaglianza e ragionevolezza oltre che con l’interesse del minore ad intrattenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori.

Inoltre, nel caso concreto oggetto della pronuncia, era emerso il “positivo legame” tra i minori e il padre, il quale si era sempre occupato dei propri figli fin dalla loro nascita e continuava ad adoperarsi nel loro interesse, sia pur con i limiti comprensibilmente imposti dallo stato di detenzione. Il legame era stato confermato anche dalla madre dei minori nonché dai Servizi Sociali.

Pertanto il Tribunale ha deciso il “non luogo a provvedere” sulla decadenza.

Nessun automatismo, dunque, in una materia in cui il fondamentale criterio di riferimento è costituito dall’interesse del minore, da verificarsi in relazione a ciascun caso concreto.

Redazione Giuridica Brocardi          4 aprile 2018

www.brocardi.it/notizie-giuridiche/padre-detenuto-perde-responsabilita-genitoriale/1919.html

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GOVERNO.

Il nuovo Manuale dei servizi educativi per l'infanzia

Dipartimento per le politiche della famiglia

Il Manuale dei servizi educativi per l’infanzia costituisce da alcuni anni un indispensabile strumento per accompagnare e sostenere il lavoro di tutti i professionisti coinvolti nello sviluppo dei servizi educativi per la prima infanzia.

            Rispetto alla prima edizione, pubblicata nel 2016, viene ora incluso un aggiornamento interamente dedicato alla domanda e all'offerta di servizi d’infanzia, alla luce della riforma del ciclo formativo 0-6 con il “Sistema Integrato di educazione e istruzione dalla nascita ai sei anni” (decreto legislativo del 13 aprile 2017, n. 65).

            Il manuale contiene oltre 200 schede navigabili che riguardano le banche dati appositamente allestite, sia sui dati aggiornati relativi alla domanda e all'offerta di servizi 0-6 anni, sia relativamente agli aspetti normativi e regolamentari attualmente vigenti nelle diverse regioni.

            La scelta di realizzare uno strumento di consultazione interattivo ha lo scopo di offrire ai lettori un manuale flessibile e adattabile alle specifiche esigenze di chi lo utilizza, consentendo con estrema facilità di consultare le parti di maggiore interesse, nonché di calibrare il compito della progettazione secondo gli specifici contesti nei quali concretamente si opera.

www.politichefamiglia.it/media/1442/manuale-servizi-educativi-infanzia.pdf

La struttura del Manuale è articolata in 6 di ambiti specifici:

  1. Programmare: dove, quando e perché
  2. Progettare: le strutture, l’organizzazione il progetto educativo
  3. Gestire: ruoli e funzioni del pubblico e del privato
  4. Qualità: le regole, il controllo e la vigilanza
  5. Sistema integrato: il coordinamento, il finanziamento e l’accesso
  6. Prospettiva 0-6: idee per il futuro

Il Manuale è promosso dal Dipartimento per le politiche della famiglia e realizzato con la collaborazione scientifica dell’Istituto degli Innocenti di Firenze.

www.politichefamiglia.it/it/notizie/notizie/notizie/pubblicato-il-nuovo-manuale-dei-servizi-educativi-per-linfanzia

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MISNA

Online il manuale in italiano per i tutori dei minori stranieri non accompagnati.

            Disponibile in 5 lingue, tra cui l’italiano, il manuale per una giusta accoglienza dei minori stranieri non accompagnanti è frutto dell’impegno congiunto di 11 partner di 10 Paesi – tra questi Amici dei Bambini – nell’ambito del progetto co-finanziato dall’Unione Europea: Proguard.

            Un toolkit inedito in Europa e in Italia: un vero manuale a supporto dei tutori per minori stranieri non accompagnati. Uno strumento informativo, di orientamento e di approfondimento che raccoglie i contributi di ben 11 organizzazioni europee – tra cui Ai.Bi. – esperte della tutela e protezione dei minori stranieri non accompagnati.

            Disponibile on line gratuitamente, il toolkit è costituito da 4 sezioni:

  1. La tua missione? Come salvaguardare il superiore interesse del minore: un approfondimento del ruolo del tutore che fornisce informazioni su come realizzarlo al meglio;
  2. Lavorare con gli altri: un focus sul funzionamento del sistema di tutela e protezione che offre suggerimenti e indica strategie e modalità per lavorare in rete ed in collaborazione con i principali interlocutori coinvolti (pubblica amministrazione, famiglie affidatarie, organizzazioni della società civile, ecc);
  3. Le tue conoscenze e competenze: un affondo sulle conoscenze e competenze, anche trasversali, necessarie al tutore nello svolgimento del suo delicato ruolo di guida, con particolare riferimento alle competenze interculturali.
  4. Il tuo benessere: un approfondimento sulle strategie da adottare per tutelare il proprio benessere, evitando stress eccessivi e rischio di burn out; un argomento particolarmente interessante e spesso sottovalutato, ma fondamentale perché il tutore possa assolvere al meglio il proprio mandato.

Ciascuna sezione offre ulteriori aree di approfondimento, organizzate in “informazioni”, “strumenti” e “buone pratiche”. Non solo un manuale, ma un vero e proprio compendio delle buone prassi presenti a livello europeo e di singoli Paesi, di tutela dei minori stranieri non accompagnati. Numerosi i riferimenti bibliografici e sitografici a strumenti operativi, studi e analisi, utili al tutore per rafforzare le proprie conoscenze su un tema tanto delicato.

            Il progetto Proguard nasce, infatti, con l’obiettivo di migliorare il sistema di tutela dei minori stranieri non accompagnati in Europa, attraverso raccomandazioni condivise da rivolgere ai decisori politici, la creazione di un sistema di auto-valutazione per i singoli sistemi e la creazione di un manuale on line a disposizione dei tutori di tutta l’Europa.

            In un panorama europeo che vede una sempre maggiore richiesta di protezione da parte di minori stranieri, il progetto europeo ProGuard, con i suoi 11 partner europei e il Consiglio degli Stati del Mar Baltico (CBSS), rappresenta una opportunità importante per tutti gli operatori dei 10 Paesi coinvolti per condividere le caratteristiche dei sistemi di tutela e le strategie per il loro sviluppo.

            Il manuale sulla giusta accoglienza dei minori stranieri non accompagnati

 https://guardianstoolkit.eu/it

News Ai. Bi.    4 aprile 2019

www.aibi.it/ita/progetto-europeo-proguard-ai-bi-online-il-manuale-in-italiano-per-i-tutori-minori-stranieri-non-accompagnati

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PATERNITÀ

La paternità dei nuovi padri

La figura paterna indagata nelle sue peculiarità e nella sua indispensabilità in un'epoca di crisi o addirittura di negazione del ruolo del padre

In passato ci si lamentava del "padre assente", padre esistente fisicamente ma che era sempre fuori casa (per lavoro e/o suoi interessi) e non esercitava alcun ruolo educativo oppure in caso di figli nati fuori dal matrimonio non li riconosceva o in caso di separazione/divorzio era inadempiente nel mantenimento dei figli. Attualmente, invece, si tende a parlare di evaporazione del padre (espressione usata dallo psicoanalista Massimo Recalcati e altri), ovvero annebbiamento o annullamento della figura paterna, situazione concausata da molti fattori, tra cui la maternalizzazione dilagante della relazione con i figli e dell'educazione (anche scolastica), la legislazione che ha eliminato quasi interamente ogni riferimento al padre e la giurisprudenza che ha dato un'interpretazione fino a qualche anno fa pressoché unilaterale a favore della madre. Non ci si deve battere giuridicamente e giudiziariamente soltanto per l'accertamento della paternità o per la rivendicazione del mantenimento, perché il padre è un patrimonio non solo nel senso di diritti patrimoniali, ma anche e soprattutto di diritti relazionali.

Prima la figura paterna era "mummificata", oggi è "mammificata". La figura paterna - ancor più di quella materna - non deve essere chiusa entro cliché, ma può tener conto della locuzione "ricerca della paternità" di cui all'art. 30 comma 4 Costituzione. Il padre è datore e latore (da non intendersi nel senso di donatore della banca del seme) del liquido seminale che prende l'avvio liberamente e dà la vita a quel figlio che avrà la sua singolarità cui rispondere e corrispondere: così la paternità è quel dare vita e libertà al figlio mantenendo anche il giusto distacco, osservando quello che fa e anche come interagisce con la figura materna. Le lotte di madri e figli per il riconoscimento della paternità attestano che la paternità è attribuzione di diritti (e, quindi, doveri), di rete parentale, di identità sociale ed è quanto dovrebbe fare un padre pure mediante il suo intervento educativo. Non c'è "il padre", ma "il padre di".

"[…] un buon padre non è quello che risolve i problemi dei figli, ma quello che insegna ai figli a risolvere i problemi. […] Se non riceviamo fiducia, non avremo fiducia, se non abbiamo qualcuno che ci dica che ce la possiamo fare, non ce la faremo. Questa fiducia proviene dalla paternità perché, ripetiamo, si cresce dalla fiducia paterna. Alcuni padri scuotevano la testa dicendo: «Tu non ce la puoi fare». La conseguenza è che i figli non hanno avuto confidenza. Se invece un padre dice a un bambino: «Dai, vedrai che lo fai», la conseguenza è la fiducia di potercela fare e si sfoderano le proprie qualità, si diventa capaci di tirar fuori il meglio di sé" (don Fabio Rosini). La vitalità, la propulsività, l'energia della paternità è già insita nella fisiologia dell'organo genitale maschile, nel liquido seminale e negli spermatozoi. Il padre deve esplicare questa forza positiva e vitale e gli si deve consentire di esplicarla.

"La ferita inferta dal padre riguarda esattamente questo - precisa lo psicologo e psicoterapeuta Osvaldo Poli -: costringe il figlio a smettere di pensare la vita in termini infantili, quasi fosse un paradiso terrestre dove tutto è facile, senza fatica, dove nulla è richiesto per poter vivere e per avere un buon rapporto con gli altri. Anche i figli infatti debbono amare i genitori, accettando le condizioni che rendono possibile un rapporto ispirato a tale sentimento. Il padre chiede al figlio di "sacrificare" il modo infantile di affrontare la vita, rinunciando alle condizioni favorevoli o poco impegnative garantite sin a quel momento dalla famiglia e dalla mamma in particolare. Egli intende dire al figlio: renditi conto che la vita non dà tutto senza chiedere niente, non tutto il mondo "gira intorno a te" al solo scopo di renderti felice, e non puoi pensare che gli aspetti difficili e impegnativi semplicemente "non esistano", o che qualcun altro si debba sentire incaricato di rimuoverli" [O. Poli in "Cuore di papà. Il modo maschile di educare", San Paolo Edizioni 2008]. Se nell'adempimento delle obbligazioni si deve usare la diligenza del buon padre di famiglia (art. 1176 cod. civ.), a maggior ragione nell'educazione si deve consentire al padre di poter esercitare la paternità con peculiarità differenti dalla maternità, quelle differenze necessarie per la crescita dei figli (perché crescere è "andare formandosi").

"La paternità dal punto di vista educativo va costruita ma, soprattutto, sono i padri che devono credere nel loro ruolo, complementare a quello della madre e orientato sui doveri propri, sui diritti nostri e sulla solidarietà, vissuta sia dai padri sia dai figli" (don Antonio Mazzi, formatore). Nell'esercitare i diritti e nell'adempiere i doveri che derivano dalla paternità, il padre deve usare la diligenza del buon padre di famiglia (mutuando la terminologia codicistica), ovvero deve soprattutto mediare anche tra i figli e la madre e pure nella formazione della personalità delle figlie femmine.

Lo psicoanalista Luigi Zoja chiosa: "Se la maternità è un ruolo più biologico, quello della paternità è invece culturale, che fiorisce nella nostra storia evolutiva, portando il maschio a distanziarsi dall'aggressività istintiva per diventare, appunto, padre. Dalle pagine dei poemi omerici (in particolare la figura di Ettore [eroe che rivela le sue fragilità, padre e marito combattuto, considerato il prototipo di padre anche da Vittorino Andreoli]) e dall'Eneide emerge l'intrinseco e forse insuperabile paradosso che costituisce l'essere padre: chiamato a prendersi cura dei figli e della famiglia, ma al tempo stesso a farsi valere nel mondo esterno. Con la Riforma e le Rivoluzioni l'autorità paterna viene progressivamente messa in discussione creando un vuoto tuttora non colmato. Se il padre è la polarità luminosa del maschio, resta latente in lui la polarità opposta, quella del ritorno all'istintualità aggressiva e predatoria, in cui l'uomo annulla secoli di civiltà per indossare di nuovo i panni del guerriero e la violenza e il branco sono il suo unico linguaggio. Gli episodi di stupro individuale o di gruppo delle cronache e i genocidi del XX secolo sono il risultato di una negazione della paternità in nome del regresso alla barbarie primitiva"[Luigi Zoja "Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre", ed. Bollati Boringhieri, Torino 2016].

La previsione costituzionale di "ricerca della paternità" è sempre attuale, si fa attuale e rimane tale, come esigenza sia per la singola persona sia per l'intera comunità. In tal senso i vari interventi legislativi, tra cui l'articolo 4, comma 24, lettera a), legge 28 giugno 2012, n. 92 che recita: "Al fine di sostenere la genitorialità, promuovendo una cultura di maggiore condivisione dei compiti di cura dei figli all'interno della coppia e per favorire la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, in via sperimentale per gli anni 2013-2015: a) il padre lavoratore dipendente, entro i cinque mesi dalla nascita del figlio, ha l'obbligo di astenersi dal lavoro per un periodo di un giorno. Entro il medesimo periodo, il padre lavoratore dipendente può astenersi per un ulteriore periodo di due giorni, anche continuativi, previo accordo con la madre e in sua sostituzione in relazione al periodo di astensione obbligatoria spettante a quest'ultima". Successivamente il congedo è stato modificato nella disciplina ed esteso anche ai casi di adozione/affidamento. Il congedo parentale concesso al padre serve non (o non solo) per aiutare la madre ma per vivere la paternità e costituire e costruire la genitorialità, la dimensione di maternità e paternità responsabile, locuzione usata per la prima volta nell'art. 1 della L. 405/1975 sull'istituzione dei consultori familiari.

Su maternità e paternità lo psicoanalista Massimo Recalcati aggiunge: "Madre è il nome della cura, della presenza, del desiderio che sa rendere unica e insostituibile la vita di un figlio. Madre è il nome di una cura che sa ospitare la vita, darle valore, sottrarla all'insignificanza. Padre è il simbolo della Legge, custodisce il senso virtuoso e non repressivo del limite. Senza senso del limite non c'è senso del desiderio. È il grande problema del nostro tempo. Il tramonto del padre ha spento il desiderio. Senza Legge il desiderio diventa solo capriccio, puro arbitrio".

Padre e madre, padre con madre. Quella dualità e dialogica richiamata anche dal pedagogista Daniele Novara: "Nell'educazione ci vogliono più dialogo tra i genitori, anziché con i figli, e metodo e non minacce che comportano ricatti educativi". Le linee educative da seguire nei confronti dei figli fanno parte dell'indirizzo della vita familiare, di cui all'art. 144 cod. civ., per maturare nell'essere coppia genitoriale e per continuare a essere coppia genitoriale anche oltre la coppia coniugale. Nella genitorialità occorrono la paternità e la maternità, come nella società è necessario il binomio diritto e giustizia. Sono imprescindibili l'autorità e l'equità, la fermezza e l'accoglienza, i punti di riferimento e l'andare incontro. Due linguaggi di una stessa lingua: l'amore genitoriale.

Padre: quante forme di paternità e di orfanità! Chi cresce con la gioia del calore di un abbraccio - seppure "monco" (perché padre disabile o ostacolato o in altra condizione di disagio) - di un padre affettuoso e presente e chi cresce monco dell'abbraccio di un padre spartano e anaffettivo. Un padre non è solo un datore di spermatozoo o del cognome ma è il "la", il "diapason" e il "metronomo" del concerto della vita di un figlio.

            Margherita Marzario           Studio Cataldi                        1 aprile 2019

www.studiocataldi.it/articoli/34113-la-paternita-dei-nuovi-padri.asp

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RESIDENZA

Residenza abituale: Convenzione dell'Aja VS codice penale

La Convenzione dell'Aja del 25 ottobre 1980, ratificata con la L. n. 641994, che disciplina gli aspetti civili della sottrazione internazionale del minore da parte di uno dei genitori, qualifica come illecito il trasferimento o il mancato rientro di un minore in relazione al luogo di residenza abituale di quest'ultimo immediatamente prima del suo trasferimento o del suo mancato rientro (art. 3).

Come ha precisato la giurisprudenza di legittimità, la nozione di residenza abituale, posta dalla suddetta Convenzione, non coincide con quella di domicilio, né con quella di residenza in senso formale, ma corrisponde ad una situazione di fatto, dovendo intendersi il luogo in cui il minore, in virtù di una durevole e stabile permanenza ha consolidato, consolida, ovvero, in caso di recente trasferimento, possa consolidare una rete di affetti e relazioni tali da assicurargli un armonico sviluppo psicofisico.

Tale fattispecie differisce da quella stabilita dall'art. 574 bis c.p., il quale prevede espressamente la punibilità della sottrazione del minore al genitore esercente la responsabilità genitoriale allorquando l'azione delittuosa sia stata realizzata interamente all'estero (ovvero nell'ipotesi di trattenimento del minore all'estero contro la volontà del medesimo genitore), sempre che sussista l'elemento di collegamento con la giurisdizione italiana costituito dal verificarsi, all'interno del territorio dello Stato, dell'evento del reato, consistente nell'impedimento dell'esercizio delle prerogative genitoriali per effetto della condotta illecita.

            Le pagine di cronaca dei giornali riportano, sempre più spesso, di tristi vicende che vedono protagonisti genitori alle prese con cancellerie ed ambasciate diplomatiche onde riuscire a vedere o visitare i propri figli, sia legittimi sia naturali, portati dall'altro genitore nel proprio Paese d'origine. A questo proposito, sembrerebbe opportuno aprire una breve riflessione sul tema del coordinamento della politica sull'immigrazione e di quella a tutela dell'infanzia, oggetto questo di convenzioni internazionali all'uopo dedicate, come la Convenzione sui diritti del fanciullo di New York del 20 novembre del 1989.

Se si osservano con attenzione i dati statistici si nota che la maggioranza degli stranieri presenti sul territorio italiano è composto da persone sole che, sebbene coltivino il progetto di ritornare nella loro terra originaria, non è possibile escludere dal novero di eventuali componenti di una unione o di un matrimonio contratto da persone di diversa cittadinanza. In tale contesto è prevedibile un incremento di tali unioni, con le conseguenti potenziali rotture, quindi sarebbe opportuno prevenire la predisposizione di strumenti adatti a garantire i diritti dei figli, sancito dalla Convenzione di New York (art. 9) anche se i genitori vivono separati ed in Stati differenti.

Il tema della sottrazione illecita dei minori è particolarmente sentito dalle istituzioni dell'Unione Europea, interessate da un lato all'armonizzazione delle disposizioni nazionali in tema di filiazione, dall'altro lato per quanto concerne una maggiore efficacia delle disposizioni giuridiche di fonte comunitaria negli ordinamenti interni. A questo proposito si ricorda che il Reg. CE n. 2201/2003 propone una disciplina intesa a prevenire il trasferimento illecito dei minori all'interno dell'Unione, rischio che aumenta, con l'incremento dei nuclei familiari dove i genitori non possiedono la medesima cittadinanza e che vivono in Stati diversi.

Il trasferimento o il mancato rientro di un minore è ritenuto illecito "quando avviene in violazione dei diritti di affidamento derivanti da una decisione, dalla legge, o da un accordo vigente in base alla legislazione dello Stato nel quale il minore aveva la sua residenza abituale immediatamente prima del suo trasferimento o del suo mancato rientro". Il Regolamento statuisce altresì che il trasferimento o il mancato rientro di un minore è considerato illecito "se il diritto di affidamento era effettivamente esercitato al momento del trasferimento del minore o del suo mancato rientro".

Le disposizioni del Reg. CE n. 2201/2003 risultano essere il risultato di un compromesso tra due correnti di pensiero: gli Stati che premevano all'interno dell'Unione per la creazione di un sistema intracomunitario per la sostituzione della Convenzione, dall'altro gli Stati che premevano per l'immediato ritorno del minore. Infine, si sottolinea che è stata eliminata la procedura di exequatur per le decisioni sul diritto di visita e di ritorno del minore, sottoposte così ad un regime speciale rispetto ai principi riguardanti le dichiarazioni di esecutività delle altre pronunce. Le decisioni di una Corte di uno Stato in questi due settori devono essere eseguite nello Stato membro dell'esecuzione alle stesse condizioni che si applicherebbero se la decisione fosse stata pronunciata in tale Stato membro.

Rassegna giurisprudenziale. Per residenza abituale deve intendersi il luogo dove il minore trova e riconosce, anche grazie a una permanenza tendenzialmente stabile, il centro dei propri legami affettivi, non solo parentali, originati dallo svolgersi della sua vita di relazione. In altri termini, la residenza abituale corrisponde al luogo che denota una certa integrazione del minore in un ambiente sociale e familiare, ed ai fini del relativo accertamento rilevano una serie di circostanze che vanno valutate in relazione alla peculiarità del caso concreto: la durata, la regolarità e le ragioni del soggiorno nel territorio di uno Stato membro, la cittadinanza del minore, la frequenza scolastica e, in generale, le relazioni familiari e sociali (Cass. civ., SS. UU., 10 febbraio 2017, n. 3555).

Il Tribunale minorile nel decretare il diniego di ritorno del minore non ha dato alcun rilievo al disposto dall'art. 20 della Convenzione dell'Aja del 25 ottobre 1980, e, poiché la richiesta materna di rimpatrio era stata presentata entro l'anno dal trasferimento del figlio, non avrebbe potuto valorizzare l'integrazione del bambino in Italia; ha, invece, ritenuto sussistente la circostanza ostativa contemplata dall'art. art. 13, lett. b), ossia accertato che per effetto del ritorno il minore sarebbe stato esposto al fondato rischio di pericoli fisici o psichici, o si sarebbe potuto trovare in una situazione intollerabile. (Nella specie, nella valutazione della sussistenza di tali circostanze il Tribunale ha posto l'accento unicamente sulla situazione per più aspetti favorevole in cui il bambino era venuto a trovarsi dopo il suo trasferimento illecito in Italia ad opera del padre, considerando anche che dalla madre era già stato del pari illecitamente trattenuto in (omissis). La considerata situazione è di per sé estranea alla fattispecie derogatoria prevista dal citato art. 13, lett. b), che rettamente intesa riconduce, nell'interesse superiore del minore, l'esposizione ai contemplati fondati rischi, al suo rientro nel luogo estero di sottrazione, ivi, quindi, localizzandoli, e che, in questa specifica prospettiva ben può involgere l'accertamento dell'adeguatezza delle condizioni anche materiali di vita e di accudimento del minore nel luogo estero di rientro, ma non consente di valorizzare soltanto il benessere e la maggiore positività della sistemazione del medesimo minore nel territorio italiano, atti invece ad incidere sul diverso ambito del suo affidamento e/o collocamento). La decisione sull'affidamento emessa dal giudice nazionale non legittima l'esecuzione personale ed autonoma del provvedimento da parte dell'affidatario il quale, agendo di sua iniziativa, senza il rispetto della procedura per l'esecuzione all'estero di un provvedimento del giudice nazionale, realizza il fatto materiale della sottrazione del fanciullo all'altro genitore e del successivo trasferimento in altra nazione, che integra il presupposto per l'applicazione dell' art. 3 della Convenzione de L'Aja del 25 ottobre 1980 (Cass., sez. I, 12 maggio 2015, n. 9638).

In tema di sottrazione internazionale di minori, il rimpatrio del minore può essere disposto, ai sensi dell'art. 13 della Convenzione dell'Aja del 25 ottobre 1980, purché ricorra l'indispensabile presupposto dell'effettivo esercizio, in modo non episodico ma continuo, del diritto di affidamento da parte del richiedente al momento del trasferimento del minore, sicché il giudice è tenuto ad accertare la sussistenza di tale presupposto puntualmente ed in concreto, non essendo sufficiente una valutazione solo in astratto, sulla base del regime legale di esercizio della responsabilità genitoriale (Cass. civ., sez. I, 26 marzo 2015, n. 6139).

In tema di sottrazione internazionale illecita di minori, il giudice italiano può considerare gli inconvenienti per la condizione del minore, connessi al suo prospettato rientro nello Stato di residenza abituale, solo se raggiungano il grado del pericolo fisico o psichico o della effettiva intollerabilità, trattandosi delle uniche condizioni ritenute rilevanti ed ostative al rientro dall'art. 13, lett. b), della Convenzione dell'Aja del 25 ottobre 1980 (resa esecutiva in Italia con la L. 15 gennaio 1994, n. 64). Il relativo accertamento costituisce indagine di fatto sottratta al controllo di legittimità se la ponderazione del giudice di merito è sorretta da una motivazione immune da vizi logici e giuridici Cass. civ., sez. I, 30 giugno 2014, n. 14792.

In ordine alla sottrazione internazionale di minori, presupposto indispensabile perché possa essere disposto il rimpatrio del minore, stante l'art. 13 della Convenzione dell’Ajax del 25 ottobre 1980, resa esecutiva in Italia con L. n. 64/1994, è che, al momento del trasferimento, il diritto di affidamento sia effettivamente esercitato dal richiedente il rimpatrio, non rilevando le cause e le ragioni del mancato esercizio - Cass. civ., Sez. I, 26 giugno 2014, n. 14561

In tema di sottrazione internazionale di minori, costituisce presupposto indispensabile perché possa essere disposto il rimpatrio del minore, ai sensi dell'art. 13 della Convenzione dell'Aja del 25 ottobre 1980, la circostanza che, al momento del trasferimento, il diritto di affidamento sia effettivamente esercitato dal richiedente il rimpatrio, non rilevando, ai fini dell'accoglimento della domanda, le cause e le ragioni di tale mancato esercizio. (Nella specie, la S.C. ha cassato la decisione impugnata che aveva, invece, omesso di verificare se il richiedente il rimpatrio esercitasse concretamente il diritto di affidamento sul minore al momento del suo trasferimento in Italia, attribuendo esclusivo rilievo al ripristino della situazione corrispondente all'affidamento legale) - Cass. civ., sez. I, 26 giugno 2014, n. 14561

Elena Falletti  In Pratica Famiglia    Altalex, 1° aprile 2019

www.altalex.com/documents/news/2017/10/17/trasferimento-del-minore-in-italia-senza-consenso-del-padre-e-sottrazione-internazionale

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SEPARAZIONE

Separazioni e divorzi di coppie internazionali residenti in Italia: chi decide?

Tribunale di Monza, quarta Sezione, sentenza n. 3001, 11 dicembre 2018

            Spetta al giudice italiano pronunciare la separazione tra coniugi stranieri residenti in Italia al momento del giudizio, anche se il matrimonio è stato celebrato all’estero.

Il Tribunale, nell’affermare la giurisdizione del giudice italiano in un caso di separazione di una c.d. “coppia internazionale”, ha quindi richiamato il contenuto del Regolamento UE n. 1259/2010.

            Secondo siffatta pronuncia, infatti, qualora sia provata la residenza in Italia delle parti al momento della instaurazione del giudizio, ancorché´ il matrimonio sia stato celebrato in Paese estero, va affermata ai sensi dell'art. 3, comma 1 del Regolamento n. 1259/2010 la giurisdizione del giudice italiano. Ciò perché, ai sensi della detta norma, è competente a decidere sulle questioni inerenti al divorzio, alla separazione personale dei coniugi e all'annullamento del matrimonio, l'autorità` giurisdizionale ove si trova l'ultima residenza abituale dei coniugi (se uno di essi vi risiede ancora).

            La sentenza sopracitata si inserisce in un preciso ambito del più ampio genus del diritto di famiglia, laddove, oggigiorno, si presenta sempre più spesso il problema di stabilire il diritto applicabile nonché la giurisdizione in materia di separazione e divorzio delle c.d. “coppie internazionali”. La questione interessa soprattutto coniugi con nazionalità comune o di nazionalità diversa che per vari motivi si trasferiscono in uno Stato membro dell’Unione europea, spesso diverso da quello dove hanno contratto matrimonio.

            Considerata la rilevanza dell’argomento e l’intreccio tra diritto interno e diritto comunitario, può tornare utile, a addetti ai lavori e non, un sintetico esame della normativa di riferimento applicabile in materia, in cui rientra senza dubbio anche il Regolamento n. 1259/2010 richiamato dal Tribunale di Monza.

            Occorre precisare che nel nostro ordinamento è la legge n. 218/1995 (Riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato) a determinare l'ambito della giurisdizione italiana, a porre i criteri per l'individuazione del diritto applicabile e a disciplinare l'efficacia delle sentenze e degli atti stranieri (art. 1). Per dirla con parole più semplici, tale legge regola, unitamente alle Convenzioni Internazionali ratificate dall’Italia, le situazioni giuridiche che prevedono elementi di “estraneità”, ovvero quelle situazioni in cui è necessario definire quale giudice adire (se italiano o straniero) o quale diritto applicare.

            La legge n. 218 del 31 maggio 1995, infatti, contiene anche alcune disposizioni relative ai rapporti di famiglia (Titolo III - Capo IV - artt. 26-37) e l’art. 3, nello specifico, stabilisce che, in caso di separazione personale e di scioglimento del matrimonio, si applica <<la legge nazionale comune dei coniugi al momento della domanda di separazione o di scioglimento del matrimonio>> o, se questo non fosse possibile, la legge dello Stato nel quale la vita matrimoniale risulta <<prevalentemente localizzata>>. A ciò deve aggiungersi che lo stesso art. 3, al punto n. 2, stabilisce che la separazione personale e lo scioglimento del matrimonio, qualora non previsti dalla legge straniera applicabile, sono regolati dalla legge italiana. È dunque evidente, nella disposizione appena richiamata, la volontà del legislatore italiano di assicurare ai propri cittadini il diritto di separarsi o di divorziare indipendentemente da quanto previsto dagli ordinamenti stranieri. Bisogna poi aggiungere che il Capo IV della legge n. 218/1995, concernente i rapporti di famiglia, è stato peraltro di recente integrato con le disposizioni, in vigore dall’11 febbraio 2017, relative al matrimonio contratto all'estero da cittadini italiani dello stesso sesso e all’unione civile tra persone maggiorenni dello stesso sesso (artt. 32 bis-32 quinquies).

Diritto delle relazioni familiari. Quanto detto sin ora in merito alla legge n. 218/1995 non completa il quadro della normativa vigente, poiché è necessario soffermarsi anche su quanto previsto, in materia di separazione personale e scioglimento del matrimonio, dalle norme dell’Unione europea.

            A tal proposito bisogna considerare che nei procedimenti di separazione e divorzio tra coniugi cittadini dell’Unione europea, per l’individuazione del giudice competente, si applica il Regolamento n. 2201/2003 (relativo alla competenza, al riconoscimento e all'esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale). L’art. 3 del detto Regolamento prevede che sono competenti, in materia di divorzio, separazione personale dei coniugi e annullamento del matrimonio, le autorità giurisdizionali dello Stato membro di cui i due coniugi sono cittadini (o, nel caso del Regno Unito e dell’Irlanda, del domicilio di entrambi i coniugi) o quelle nel cui territorio si trova:

  • La residenza abituale dei coniugi o l'ultima residenza abituale dei coniugi se uno di essi vi risiede ancora, o
  • La residenza abituale del convenuto o, in caso di domanda congiunta, la residenza abituale di uno dei coniugi, o
  • La residenza abituale dell'attore se questi vi ha risieduto almeno per un anno immediatamente prima della domanda, o
  • La residenza abituale dell'attore se questi vi ha risieduto almeno per sei mesi immediatamente prima della domanda ed è cittadino dello Stato membro stesso (o, nel caso del Regno Unito e dell'Irlanda, ha in quel luogo il proprio domicilio).

È utile aggiungere, per completezza, che la Corte di Giustizia dell’Unione europea si è occupata del concetto di “residenza abituale” in relazione alla norma sulla competenza in materia di responsabilità genitoriale. Secondo quanto sostenuto nella pronuncia relativa alla causa C-523/07, la residenza abituale corrisponde al luogo che denota una certa integrazione in un ambiente sociale e familiare. Nella prospettiva della Corte di Giustizia, dunque, è compito della competente autorità giurisdizionale nazionale determinare la residenza abituale, tenendo conto delle circostanze peculiari di ogni singolo caso.

            A ciò si aggiunga che anche le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione, nella sentenza n. 15328 del 25 giugno 2010, hanno sottolineato come il concetto di residenza abituale debba essere inteso quale luogo in cui il soggetto ha fissato, con carattere di stabilita`, il centro permanente e abituale dei propri interessi. La residenza, dunque, non deve essere intesa in senso meramente formale quale luogo anagrafico, quanto piuttosto quale residenza effettiva, da individuare nel luogo ove si svolge concretamente e continuamente la vita personale e lavorativa al momento della proposizione della domanda giudiziale.

            Un quadro più chiaro e completo, in materia di separazione e divorzio, è stato fornito dal legislatore comunitario proprio con il già citato Regolamento n. 1259/2010 (relativo all’attuazione di una cooperazione rafforzata nel settore della legge applicabile al divorzio e alla separazione personale). Al suo interno è contemplato un unico complesso di norme volte a determinare quale legge nazionale debba essere applicata alle procedure di divorzio o separazione personale riguardanti coniugi con cittadinanze diverse, che vivono in un Paese differente da quello di cittadinanza o che non risiedono più insieme nello stesso Paese dell’Unione europea. Il Regolamento n. 1259/2010 trova attualmente applicazione nei 17 paesi dell’UE che partecipano alla cooperazione rafforzata in questo settore e che risultano perciò vincolati all’applicazione di una normativa uniforme: Austria, Belgio, Bulgaria, Francia, Germania, Italia, Lettonia, Lussemburgo, Malta, Portogallo, Romania, Slovenia, Spagna, Ungheria, Lituania, Grecia ed Estonia; bisogna sottolineare, tuttavia, che ha portata universale e, di conseguenza, l’applicazione di una norma di conflitto può condurre all’attuazione della legge di uno Stato membro che non ha partecipato alla cooperazione rafforzata così come a quella di uno Stato terzo. Per quanto concerne l’Italia, dunque, nei limiti del proprio ambito di applicazione, sostituisce l’art. 31 della legge n. 218/1995.

            Il Regolamento n. 1259/2010, conosciuto anche come Roma III, all’art. 5 conferisce ai coniugi la facoltà di designare, per iscritto, la legge nazionale eventualmente applicabile in caso di separazione personale e divorzio, purché la legge prescelta rientri tra le seguenti:

  • Legge dello Stato dove i coniugi hanno la loro residenza abituale nel momento in cui viene concluso l’accordo;
  • Legge dello Stato dove i coniugi avevano la loro ultima residenza abituale, nella misura in cui uno di essi risieda ancora in tale luogo nel momento in cui viene concluso l’accordo;
  • Legge dello Stato di cui uno dei coniugi ha la cittadinanza nel momento in cui viene concluso l’accordo;
  • Legge del foro (lex fori).

L'accordo di cui all’art. 5, per essere valido, deve essere scritto, datato e firmato da entrambi i coniugi e può essere concluso e/o modificato in qualsiasi momento, ma al più tardi nel momento in cui è adita l'autorità giurisdizionale. Tuttavia, volgendo lo sguardo alla prassi applicativa italiana, si nota che solamente in un ristretto numero di casi le parti hanno concluso un accordo in tal senso; ciò accade perché spesso l’individuazione della legge da applicare si aggiunge alle varie e molteplici questioni già oggetto di contesa tra i coniugi.

            In mancanza di un accordo delle parti, dunque, secondo quanto previsto dall’art. 8 del Regolamento Roma III, sarà applicabile:

  • La legge dello Stato in cui i coniugi risiedono abitualmente nel momento in cui è adita l’autorità giurisdizionale, o, in mancanza;
  • La legge dello Stato in cui i coniugi risiedono abitualmente sempre che tale periodo non si sia concluso più di un anno prima che fosse adita l’autorità giurisdizionale, se uno di essi vi risiede ancora nel momento in cui è adita l’autorità giurisdizionale, o, in mancanza;
  • La legge dello Stato di cui i due coniugi sono cittadini nel momento in cui è adita l’autorità giurisdizionale, o, in mancanza;
  • La legge dello Stato in cui è adita l’autorità giurisdizionale.

L’art. 8 predilige, quindi, l’applicazione della legge dello Stato di residenza abituale dei coniugi, con l’evidente finalità di favorire l’integrazione sociale e consentire al giudice dello Stato di residenza abituale dei coniugi di essere individuato come competente e di applicare il diritto interno (si parla in tal senso di corrispondenza tra forum e jus).

            A tal proposito può essere citata una sentenza del Tribunale di Mantova del 19 gennaio 2016, avente ad oggetto un procedimento di divorzio tra due cittadini cinesi, iniziato su ricorso della moglie. La ricorrente, dal momento che il matrimonio era stato contratto in Italia, riteneva competente il giudice italiano, ma, poiché entrambi i coniugi erano di nazionalità cinese, considerava applicabile la legge cinese con la conseguente possibilità di richiedere il divorzio senza aver prima ottenuto la separazione (possibilità non ammessa in Italia!).

            Il Tribunale di Mantova, tuttavia, ha dichiarato l’inammissibilità della domanda proposta dalla ricorrente, ritenendo applicabile, in base al Regolamento n. 1259/2010, la legge italiana. Infatti, in mancanza di un accordo tra i coniugi sulla normativa applicabile (art. 5), il Tribunale, per l’individuazione della legge applicabile, ha dovuto fare riferimento all’ultima residenza abituale dei coniugi (per l’appunto in Italia, dove la ricorrente viveva al momento della domanda).

            Tutto ciò detto, bisogna sottolineare che il giudice chiamato a decidere sulle questioni inerenti la separazione personale dei coniugi o lo scioglimento del matrimonio (sia esso designato di comune accordo e per iscritto dai coniugi o, in alternativa, individuato alla stregua dei criteri di cui sopra), tuttavia, non potrà pronunciarsi sulle condizioni di affidamento, collocamento e mantenimento dei figli minorenni qualora questi siano residenti in un altro Stato membro. Infatti, come chiarito anche dalle Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione nella pronuncia n. 17676/2016, le domande relative alla responsabilità genitoriale concernenti l’affidamento dei figli devono essere devolute al giudice del luogo in cui il minore risiede abitualmente; ciò vale anche nell’ipotesi in cui il giudice legittimamente interpellato sulla separazione giudiziale appartenga a un altro Stato membro.

            Inoltre, per ottenere il riconoscimento in Italia del provvedimento di divorzio, separazione personale o annullamento del matrimonio (art. 21 del Regolamento n. 2201/2003) emesso in un altro Paese dell’UE, sarà sufficiente domandare, all’autorità che si è in concreto pronunciata, il rilascio di un apposito certificato conforme al modello standard previsto dal Regolamento europeo. Ai fini del riconoscimento, dunque, bisognerà allegare all’istanza un documento di identità in corso di validità e una dichiarazione di notorietà resa ai sensi dell'art. 47 del DPR n. 445/2000 che attesti la sussistenza dei requisiti previsti all'art. 22 del Regolamento comunitario. Tale articolo, infatti, dispone che la decisione emessa, per essere riconosciuta, non sia contraria all'ordine pubblico dello Stato membro nel quale si chiede la trascrizione, non sia stata assunta in contumacia, non sia incompatibile con una decisione resa in un procedimento tra le medesime parti nello Stato membro nel quale si chiede il riconoscimento e, infine, non sia incompatibile con una decisione anteriore avente le stesse parti e resa in un altro Stato membro o in un Paese terzo (purché quest’ultima soddisfi le condizioni prescritte per il riconoscimento nello Stato membro richiesto).

            Sintetizzando quanto detto sin ora, è opportuno ricordare che in caso di separazione o divorzio di una coppia costituita da cittadini dell’Unione europea, sarà necessario individuare prima il giudice competente, secondo quanto previsto dall'art. 3 del Regolamento n. 2201/2003 (una volta individuato il giudice dello Stato membro, si applicheranno le regole nazionali per stabilire la competenza territoriale del Tribunale da adire) e poi la legge da applicare in concreto (da determinare secondo quanto previsto dagli articoli 5 e 8 del Regolamento n. 1259/2010 o dalle norme di diritto internazionale privato dello Stato a cui appartiene l’autorità giurisdizionale dinanzi alla quale e` stato promosso il giudizio). Tuttavia è bene rimarcare che qualora vi fosse la necessità di richiedere provvedimenti relativi alla responsabilità genitoriale e al mantenimento dei figli, può essere necessario dover adire giudici di Paesi diversi da quello in cui è stato instaurato il giudizio di separazione personale o di divorzio.

Marco Buscarella      Altalex, 5 aprile 2019                        Sentenza

https://www.altalex.com/documents/news/2019/04/05/separazioni-e-divorzi-di-coppie-internazionali-residenti-in-italia

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02 ABORTO                                                       Un cambiamento proposto entro le mura della legge 194\1978.

05                                                                          Scienza e diritto, chi è il concepito?

06 ABUSI                                                            C’è l’obbligo di denuncia.

07                                                                          Indispensabile severità e dura pietra di paragone.

08                                                                          Chiesa e pedofilia, scatta l’obbligo delle denuncia.

08                                                                          Il Papa vara norme anti-abusi per lo Stato vaticano e la Curia.

10 ADOZIONE                                                   Il minore in kafala non può essere come un discendente diretto.

11 AFFIDO CONDIVISO                                 Tradimento e figli: il coniuge infedele ha diritto all’affidamento?

12 AFFIDO ESCLUSIVO                                  Affidamento esclusivo al padre: ultime sentenze.

13 ALIENAZIONE PARENTALE                     L'unica vittima è il bambino.

15 AMORIS LÆTITIA                                      Ecumenismo ed eucaristia: profezia e paura.

18 ASSEGNO DIVORZILE                              Non diminuisce se l'ex prende indennità di accompagnamento.

19 ASSOCIAZIONI – MOVIMENTI             Assemblea della Compagnia delle opere.

19 CASA CONIUGALE                                    Regime di assegnazione della casa familiare.

21 CENTRO GIOVANI COPPIE S. FEDELE Educare al futuro nell’epoca di Internet e del narcisismo.

22 CENTRO INTERN. STUDI FAMIGLIA   Newsletter CISF - n. 12, 27 marzo 2019.

24 CHIESA CATTOLICA                                  Esortazione post-sinodale "Christus vivit".

26                                                                          Il Parroco prudente e la Bussola imp(r)udente.

28                                                                          "In Vaticano la montagna ha partorito il topolino".

29 CHIESE EVANGELICHE                            Congresso famiglie. La violenza culturale che sta dietro Verona.

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32                                                                          Il sociologo Donati: ecco perché la famiglia fa ancora discutere.

34                                                                          Il documento finale del Congresso delle famiglie. Un libro dei sogni

35                                                                          Il documento finale del Congresso delle famiglie.

35                                                                          Congresso, la crociata nata negli Usa. Nel mirino c'è Francesco.

36                                                                          Ai.Bi. presenta: 8 diritti dei minori che non vivono in una famiglia.

37 CONIUGI                                                      Nascondere acquisti e stipendio al coniuge: cosa si rischia-

38 CONSULTORI FAMILIARI CATTOLICI  Treviso. Convegno “Percorso Famiglia Fertile”.

39 CONSULTORI UCIPEM                            Cosenza. Percorso genitoriale 2019.

39 DALLA NAVATA                                         4° Domenica di Quaresima - Anno C – 31 marzo 2019.

39                                                                          Non importa perché torni. A Dio basta il primo passo.

40 DIRITTO DI FAMIGLIA                             Assegno di divorzio: in arrivo la riforma

41 GOVERNO                                                   Misure per la famiglia, finanziate con la legge di bilancio 2019.5

41 PARLAMENTO                                            Camera dei Deputati – Commissione giustizia - Assegno divorzile

42                                                                                                                  Adozione del concepito

42 PSICOLOGIA DI COPPIA                          La vera legge dell’amore

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ABORTO

Un cambiamento proposto entro le mura della legge 194\1978

Primo firmatario della Proposta di legge, Alberto Stefani, giovane onorevole della Lega. Alla notizia della presa in carico della legge dalle commissioni riunite Giustizia e Affari generali le reazioni accese non sono mancate.

            La notizia e le reazioni sono recenti, la presentazione della proposta di legge risale al 4 ottobre 2018 (il fatto che fosse festa del patrono d’Italia comunque è un buon auspicio). Sotto il titolo di “Disposizioni in materia di adozione del concepito” e al numero progressivo 1238 degli Atti parlamentari presso la Camera dei deputati ci sono i 46 nomi dei firmatari della stessa, dopo quello del primo e più citato: Alberto Stefani, parlamentare italiano per la XVIII legislatura, nelle file della Lega, nato poco prima del mio primo nipote, nel 1992!

            Viene dal giustamente detto Nord Est produttivo; ha una sorella che si è laureata in diritto canonico, un papà imprenditore, la madre occupata in un’altra impresa. Riferendo la sua prima giornata da parlamentare racconta di essere rientrato presto, dopo una pizza, e di essere andato a dormire dalle suore: la cosa fa tanto campo scuola, vengo dall’Azione cattolica, mi ci sono ritrovato, dice alle telecamere. Questo, sommariamente, il suo retroterra.

            Il giovane e brillante laureato in giurisprudenza ha il viso pulito del ragazzo normale, sveglio, impegnato il giusto. Non il classico divanaro, per intendersi (che poi anche quella magari è una fase, no? Lo dico a me stessa). E’ lo stesso onorevole che commentando il decreto sicurezza proponeva di riconoscere al cittadino che viene invaso in casa propria il diritto di reazione, la possibilità di difendersi.

            Da quel che ho colto nel testo della proposta di legge che è passata alle commissioni riunite Giustizia e Affari sociali dieci giorni fa circa, pur usando tutti i riguardi per la donna incinta, pur spingendo per una quanto mai necessaria e legittima reintegrazione del ruolo del padre del concepito, quel che colpisce positivamente è la considerazione del concepito come persona, e una persona “minacciata in casa sua”, un cittadino lui pure. Ma queste sono mie considerazioni.

Struttura del documento. La proposta di legge consta di sette articoli, introdotti da una premessa che prende le mosse dall’analisi del fenomeno aborto in Italia; fenomeno regolamentato dalla inavvicinabile legge 194\1978; intorno ad essa campeggiano vistosi cartelli di Pericolo! Alta tensione! E stazionano perennemente guardie armate o perlomeno prevenute.

            Le reazioni alla notizia della presentazione di questo documento infatti saranno grossomodo tutte intorno alla violazione di questo spazio sacro per i sacerdoti del laicismo moderno. Sembra che abbiamo proprio nell’aborto il cuore pseudo sacramentale di questo che è a tutti gli effetti un culto.

            Per prima cosa bisogna osservare che lo spazio nel quale si inserisce questo documento, di sicuro coraggioso, è proprio quello lasciato incolto dalla stessa legge-totem. Uno spazio che la 194\1978 stessa prometteva di recintare e coltivare; e la cosa è ancora cogente, trattandosi di legge di stato. Il secondo paragrafo, dopo aver ricordato che il 2018 è stato l’anniversario della pubblicazione in Gazzetta ufficiale della legge sulla interruzione volontaria di gravidanza, dice:

            La legge n. 194 del 22 maggio1978 si proponeva di legalizzare {depenalizzare} l’aborto in alcuni casi particolari (violenza carnale, incesto, gravi malformazioni del nascituro, eccetera) e di contrastare l’aborto clandestino, mentre, ad avviso dei proponenti, ha contribuito ad aumentare il ricorso all’aborto quale strumento contraccettivo e non ha affatto debellato l’aborto clandestino.

            Ovvero ciò che la 194\1978 indicava nel titolo (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza) e nell’articolo 1 del proprio testo. Dove abbiamo visto infatti significative iniziative pubbliche promosse per “evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite” (terzo comma)? Significative magari sì, ma sempre ad opera di privati e temerari cittadini.

            Anche all’articolo 2 le cose non sono andate tanto bene se esso doveva garantire anche al volontariato di collaborare con i consultori {art-4 solo pubblici} anche informando la donna sulle possibili alternative all’aborto. (Pdl 1238, Premessa, p 2)

            La presa visione degli amplissimi margini di miglioramento dell’applicazione della Un cambiamento proposto entro le mura della legge 194\1978 prosegue. Non si proponeva di impedire il ricorso all’aborto dopo i primi novanta giorni dal concepimento? (Art 4, L. Un cambiamento proposto entro le mura della legge 194\1978) mentre in base ai dati del Ministero della salute risulta che tra il 1990 e il 2010 gli aborti oltre la 12ma settimana sono cresciuti del 182%.

            L’analisi prosegue: numero aborti legali in Italia dal 1978 ad oggi circa 6 milioni, senza poter contare le “morti nascoste” delle pillole abortive e delle tecniche di procreazione assistita, una delle pratiche con il peggior rapporto costo/benefici dai tempi della costruzione delle Piramidi.

            Seguono altre constatazioni per nulla amichevoli: un accresciuto ricorso all’aborto da parte delle minorenni; l’uso distorto (quando non completamente infondato) di diagnosi prenatali per promuovere l’aborto (io personalmente preferirei parlare di istigazione vera e propria) laddove invece andrebbe sponsorizzata la medicina prenatale che anche in Italia conosce eccellenze invidiabili. E l’esercizio dell’obiezione di coscienza da parte del 70% dei medici è, a detta dell’autore del testo, prova tangibile “dei conflitti di coscienza che pone la soppressione di una vita” (Ibidem). Prende fiato con un punto e si affretta a ricordare che è sempre la stessa L. 194\1978 a garantire e tutelare l’obiezione di coscienza. Prosegue ricordando che il numero degli aborti clandestini si mantiene stabilmente tra i 12 e i 15 mila l’anno ed è una stima quasi sicuramente per difetto.

Siamo in pieno inverno demografico, come possiamo aumentare le nascite anche evitando gli aborti? Le ragioni che portano all’interruzione di gravidanza quali sono? Per l’85% cento non riguardano questioni di pericolo reale per la salute della donna o malformazioni del nascituro. E quindi?

            Ecco il passaggio a mio parere critico perché tradisce una lettura economica e nemmeno nella sua versione più moderna del problema. Pare che i proponenti siano tentati di approcciarsi al tema maternità, calo demografico e “desiderio” o meglio disponibilità alla genitorialità come se si muovessero in un mercato: quel che lo fa girare è da sempre il magico incontro tra la domanda e l’offerta. Esistono tante coppie che desiderano adottare e ci sono migliaia di concepiti indesiderati l’anno. Perché non far dialogare queste due realtà, si chiede il testo?

            La presente proposta di legge si prefigge di individuare le modalità più efficaci (…) di prevenzione dell’aborto (…) e di coniugare l’elevato numero di concepiti “indesiderati” e il desiderio reale di coppie disponibili all’adozione nazionale. (p.3)

            Prima debolezza: il desiderio degli adulti al centro. E questo ci precipita inevitabilmente in una logica commerciale e del diritto come ratificazione dei desideri. Però nel prosieguo della proposta emerge, va detto, un’attenzione più elevata al concepito, che iniziamo a intravvedere come persona, e anche alle dinamiche di scelta della donna, di rispetto dei suoi tempi, di tempestività perché il piccolo non resti solo, di scrupolosità e fermezza nella scelta e nel monitoraggio dell’affido pre-adottivo e dell’adozione poi.

I tre capisaldi della proposta di legge. La legge poggia su tre colonne, due poggiate sul basamento del desiderio e consenso della donna e una sull’azione del Tribunale per i minorenni a tutela del concepito fino a che la sua adozione non giunga a buon fine.

  1. La donna in alternativa all’IVG per le ipotesi previste dalla legge 194\1978 può ottenere lo stato di adottabilità del concepito, disposto con rito abbreviato, con decreto del tribunale per i minorenni prima della nascita del concepito
  2. La donna, fino al momento della nascita e nei sette giorni successivi, può sempre e liberamente revocare il proprio consenso allo stato di adottabilità del concepito.
  3. Il tribunale per i minorenni, entro sette giorni dalla nascita del concepito dichiarato adottabile, sceglie la coppia tra un apposito elenco di coppie la cui residenza è posta a una distanza non inferiore a 500 chilometri dal luogo di nascita del concepito e dispone l’affidamento preadottivo, ai fini della successiva adozione. (Ib)

La scelta del tribunale per i minorenni preclude ogni possibile forma di “commercio” tra la madre naturale e la coppia.

Non si vuole togliere l’accesso all’IVG, viene di nuovo ribadito, ma offrire alternative che la donna possa scegliere liberamente.

Coinvolto anche l’uomo indicato come padre. Nell’articolo 2 della PdL leggiamo un avverbio interessante: consultorio o struttura socio-sanitaria devono informare obbligatoriamente e per iscritto la donna e la persona indicata come padre della possibilità di ricorrere alle misure alternative all’interruzione di gravidanza anche in caso siano state individuate (ipotizzate, in molti casi!) anomalie nel feto. Perché è troppo spesso la semplice informazione che manca, a favore di una controinformazione tutta a favore dello smistamento feti difettosi e interruzione gravidanze indesiderate.

            Lo stato di adottabilità è disposto con decreto del tribunale per i minori; la donna ha libertà di revocare il consenso fin dopo la nascita del figlio (si dice sempre nascita, non parto. Mi pare una notazione giusta per far emergere che al centro c’è anche il bimbo, oltre alla mamma. La cosa più bella è sempre quando entrambi nella loro unità esistenziale sono guardati custoditi e rispettati).

            La libertà e la permanenza del consenso dato dalla donna sono verificati a distanza di tempo e fino al termine massimo dei 7 giorni dopo la venuta al mondo del bambino. Il ruolo dell’uomo è marginale e non vincolante, ma perlomeno c’è e se è informato può dire la sua. E in parte riabilitato, un poco più riconosciuto e responsabilizzato di quanto non avvenga ora che la donna è lasciata sola, intrappolata (a volte spinta proprio dall’uomo!) nella sua inviolabile libertà di vita e di morte.

            L’articolo 5 considera i passi necessari alla valutazione del consenso libero della donna con l’obbligo di tempi ristretti. È un pubblico ministero che verifica la persistenza del consenso allo stato di adottabilità del concepito. Ovvero una figura che rappresenta lo stato: non è più un fatto solo privato con nessuna ricaduta sociale, allora, questa misteriosa gravidanza! Certo, mi immagino qualche donna che forse dovesse scegliere questa possibilità vedersi convocata, interrogata, invitata a firmare.

            E tutto mentre il pancione cresce, il bimbo scalcia, le difficoltà che l’hanno spinta a tanto che permangono. E lei che cerca forse di non alzare troppo il livello di amore percepito per questo nascituro, per non soffrire eccessivamente. Ho una domanda ignorante da fare qui ora: ma se tra le motivazioni che hanno portato la donna e forse anche l’uomo a pensare di non far nascere un bimbo ci fossero quelle economiche, perché non dare loro le risorse necessarie e mantenere l’optimum per tutti, a partire proprio dal più debole cioè il figlio?

Controllo e scrupolosità garantite dal Tribunale per i minorenni. L’articolo 6 e l’articolo 7 sono tutti sulla procedura di affidamento e adozione; si concentrano sulle procedure di iscrizione alle liste per adottare i concepiti e sulle tappe che la coppia designata dovrà poi seguire prima di pervenire all’adozione vera e propria. Di fatto la separazione di un neonato dalla propria madre e l’affidamento in tempi rapidi, ma senza approssimazione ad altri che possano esercitare il ruolo di madre e di padre, sono un processo delicatissimo, pieno di rischi. Da compiere di sicuro con tutte le accortezze che esige una vita partita in salita come quella di un bimbo rifiutato.

            Se gli articoli relativi alla gravidanza rimandavano alla L. 194\1978, questi della fase affidamento e adozione si riferiscono tutti alla legge 184 del 1983, quella che regolamenta l’istituto nobilissimo dell’adozione esposto anch’esso, in questi anni, ad attacchi e infiltrazioni “nemiche” della sua ratio: il superiore interesse del fanciullo. Questo è la bussola, il Nord magnetico cui dobbiamo riferirci e non mai il desiderio degli adulti. Anzi, ogni adulto bene o male risolto, è proprio chi ha imparato a ordinare i propri desideri al bene altrui, mortificandoli anche, se necessario.

Piena applicazione della 194\1978: e allora cos’è tutto questo clamore? Siamo entro le mura della 194\1978: ma perché allora tutte queste scalmanate reazioni? Temono sia un cavallo di Troia, forse. (Magari!)

            Lo stesso Ministro dell’Interno e vice premier Salvini, leader della Lega dalla quale è uscito anche Stefani, si è affrettato a dire che la 194\1978 non è in discussione. Di Maio idem, con una notazione non del tutto inutile quando ha fatto notare che la cosa importante è aiutare le famiglie che fanno figli.

            Lo stesso Ministro della Giustizia ha dichiarato: «Non ci sono dubbi che la legge 194\1978 sull’aborto sia una conquista del nostro paese: mi guarderei bene dall’intervenire. Non conosco la proposta in questione – ha aggiunto il ministro – il parlamento la analizzerà, ma non ci sono dubbi che la 194\1978 è stata una conquista di civiltà giuridica e sociale del nostro paese e mi guarderei bene dall’andare a rivederla. Poi si possono sempre migliorare le situazioni, ma i principi non sono in discussione.» (FanPage)

            Una riflessione e qualche domanda aperta. Allontaniamoci per ora da questo recinto elettrificato che circonda la 194\1978 e poniamoci ancora qualche domanda:

            Questa proposta, che prima che possa diventare legge dello stato lo sappiamo, deve attraversare un lungo iter, è in grado di offrire alternative benefiche alle donne e ai bambini? Per il concepito, trattandosi di subire la scelta tra la morte per smembramento in utero o la vita lontana dalla madre e dal padre naturali diremmo di sì. Per la madre e per il padre? Potrebbe innescare una mentalità diversa, allargare la disponibilità all’accoglienza della vita, fornire un argine all’abuso del ricorso all’aborto?

Quanto aggiungerebbe ad esempio alla possibilità di parto in anonimato? Non basterebbe aumentare l’informazione su questa possibilità? O diffondere la presenza delle culle per la vita? O anche solo ascoltare una donna che ha paura e non lasciarla sola?

            A che rischi espone il nascituro? Il rischio del “commercio” tra madre naturale e coppia adottiva è del tutto scongiurato dalla funzione esercitata dal Tribunale per i minorenni come indicato in premessa (vedi documento a p.3)? Ci sono spazi pericolosi per eventuali predatori pedofili?

            Torneremo a rifletterci magari confrontandoci con un esperto. Intanto seguiamo l’iter della proposta: chissà che gestazione avrà!

Paola Belletti  aleteia             29 marzo 2019

https://it.aleteia.org/2019/03/29/proposta-legge-adottabilita-concepito-soggetto-giuridico-stefani-lega/?utm_campaign=NL_it&utm_source=daily_newsletter&utm_medium=mail&utm_content=NL_it

¨ Nella rubrica Parlamento si evidenziano i termini formali del Pdl n.1238 Alberto Stefani¨

 

Scienza e diritto, chi è il concepito?

Ma perché ogni volta che si parla del «concepito» – come nel disegno di legge leghista che ne prevede l’adottabilità – si scatena il putiferio? A leggere molte dichiarazioni tonanti, sale il sospetto che chi esterna in realtà ne sappia davvero poco. Proviamo allora a dare un volto alla vita umana prenatale, a rigor di scienza e di diritto.

            Per capirci meglio, tutti. L’embrione, spiega Bruno Dallapiccola, direttore scientifico dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, è «un’entità biologica unica e irripetibile». Molteplici evidenze scientifiche, aggiunge Corrado Terranova, ginecologo ricercatore dell’Università Campus bio-medico di Roma dimostrano che «nel momento in cui i due pronuclei maschili e femminili si uniscono e si fondono con un processo di singamia si viene a creare un nuovo essere vivente, un nuovo corredo genetico unico, il quale si modificherà durante il suo sviluppo ma non modificherà mai la sua sostanza».

            Studi condotti insieme a Vittoradolfo Tambone, ordinario di Medicina legale e bioetica, e Roberto Angioli, ordinario di Ginecologia e ostetricia, hanno evidenziato «la morfologia dell’embrione come realtà unica», con «i geni che regolano lo sviluppo dell’embrione tipico della prospettiva che si ha solo nell’essere vivente. È evidente –sottolinea Terranova- come abbiamo di fronte un essere unico, vivente e umano. Stiamo pubblicando un articolo scientifico che evidenzia inoltre come questo essere vivente sia non passivo ma in grado di avere una relazione con la madre attraverso complesse connessioni».

            Un celebre studio di Helen Pearson su Nature, ricorda Giuseppe Noia, direttore dell’Hospice perinatale al Policlinico Gemelli di Roma, afferma che «nei minuti e nelle ore dopo la fusione dello spermatozoo con l’ovocita si stabilisce il luogo dove si formeranno la testa e i piedi, il lato del dorso e quello dell’addome». Diversi dati «della letteratura più accreditata definiscono l’embrione non solo nella sua identità genetica umana (46 cromosomi autosomi e 2 sessuali con 32.040 geni), ma come un protagonista biologico relazionato che prepara l’impianto insieme alla madre. Nello scambio di messaggi biologici c’è la dimostrazione che sin dai primi attimi tutto è relazione». Il nascituro si può definire dunque «un protagonista biologico, in simbiosi con la madre, un paziente da poter curare come un adulto». E ciò che la scienza afferma il diritto tutela.

            Per Andrea Nicolussi, che all’Università Cattolica è professore di Diritto civile ed è esperto di diritto della famiglia e dei minori, «sebbene sembri paradossale, proprio la tutela della vita del concepito è principio espresso dall’articolo 1 della stessa legge 194\1978». Un testo nato tentando una «mediazione» tra le istanze della gestante e i diritti del feto, uno strumento orientato anche «verso l’idea di aiutare la madre in situazioni difficili».

            Lo afferma l’articolo 2 {e 5}, quando prevede che i consultori devono contribuire «a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione di gravidanza». Così, precisa il docente, «se si legge il testo della proposta di legge sull’adozione del nascituro non si trova nulla che tolga qualcosa alle donne: semmai, essa offre un sostegno in più alla possibilità di scelta della madre che non ritenendosi pronta o in grado di assumere direttamente la responsabilità genitoriale può prendere in considerazione anche l’ipotesi dell’adozione».

            Nicolussi ha anche fatto parte di una commissione ministeriale costituita per studiare il destino degli embrioni soprannumerari, sede nella quale si era ventilata l’ipotesi di aprire all’adozione prenatale. La sfida, ora come allora, è ancora quella che traspare nella 194\1978: bilanciare diritti potenzialmente in contrasto tra loro, da un lato quello alla vita dell’embrione e dall’altro «la volontà della donna di non costituire un rapporto genitoriale con il figlio». Ed è proprio questo contemperamento tra valori fondamentali che si sta consolidando sempre più come criterio orientativo di importanti pronunce, prime tra tutte quelle della Corte Costituzionale. Senza dimenticare che il titolo della 194\1978, prima ancora di annunciare «l’interruzione volontaria della gravidanza», dichiara di disciplinare «la tutela sociale della maternità

Graziella Melina, Marcello Palmieri            Avvenire         28 marzo 2019

www.avvenire.it/famiglia-e-vita/Pagine/scienza-e-diritto-chi-il-concepito

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ABUSI

Abusi, c’è l’obbligo di denuncia

Motu proprio del Papa la nuova disposizione che vale per il personale vaticano e delle sedi diplomatiche. Sanzioni pecuniarie per chi omette le segnalazioni. Stretta sulla scelta di dipendenti e operatori pastorali. Obbligo di denuncia per chi è a conoscenza di abusi su minori o su adulti vulnerabili e perseguibilità d’ufficio. Screening dei nuovi assunti, assistenza alle vittime, rimozione per i colpevoli.

w2.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/papa-francesco-motu-proprio-20190326_latutela-deiminori.html

Con la firma papale a un Motu proprio, una nuova legge per lo Stato vaticano e conseguenti linee guida pastorali, norme più rigide anti-abusi saranno applicate in Vaticano e in tutte le sedi diplomatiche della Santa Sede sparse nel mondo.

www.vatican.va/resources/resources_protezioneminori-legge297_20190326_it.html

Papa Francesco ha dato così seguito al recente summit tenuto in Vaticano sugli abusi con questi rigorosi atti legislativi al fine di «rafforzare ulteriormente l’assetto istituzionale e normativo» per prevenirli e contrastarli. Si tratta normative applicabili solamente nei territori della Santa Sede ma che hanno certamente anche valore paradigmatico per tutta la Chiesa. «La tutela dei minori e delle persone vulnerabili fa parte integrante del messaggio evangelico che la Chiesa e tutti i suoi membri sono chiamati a diffondere nel mondo. Abbiamo tutti, pertanto, il dovere di accogliere con generosità i minori e le persone vulnerabili e di creare per loro un ambiente sicuro, avendo riguardo in modo prioritario ai loro interessi – scrive il Papa nel Motu proprio –. Ciò richiede una conversione continua e profonda, in cui la santità personale e l’impegno morale possano concorrere a promuovere la credibilità dell’annuncio evangelico e a rinnovare la missione educativa della Chiesa». «Maturi in tutti – aggiunge quindi il Papa – la consapevolezza del dovere di segnalare gli abusi alle Autorità competenti e di cooperare con esse nelle attività di prevenzione e contrasto».

La nuova legge (numero CCXCVII) in dodici articoli, firmata il 26 marzo 2019 e in vigore a partire dal prossimo 1° giugno 2019, parte dalla normativa vigente e dalla Convenzione Onu sui diritti del fanciullo del 1989, per sanzionare i «delitti contro i minori» definiti già nella legge promulgata dal Papa nel 2013. La legge sancisce che «fatto salvo il sigillo sacramentale» della Confessione, «il pubblico ufficiale, che nell’esercizio delle sue funzioni abbia notizia o fondati motivi per ritenere che un minore sia vittima del reato» «deve presentare denuncia senza ritardo». E «il pubblico ufficiale che omette o indebitamente ritarda la denuncia di cui al comma precedente è punito con la multa da euro mille a euro cinquemila». Se invece «il fatto è commesso da un agente o ufficiale di polizia giudiziaria, la pena è la reclusione fino a sei mesi».

Nel caso che l’accusato sia un sacerdote o un religioso, il Promotore di giustizia informerà il suo superiore «per l’adozione delle misure previste dal diritto canonico». La novità più significativa riguarda dunque proprio l’obbligo di denuncia e la sanzione per il pubblico ufficiale che omette di segnalare all’autorità giudiziaria vaticana abusi di cui è venuto a conoscenza, fatto salvo il segreto della Confessione. Ai fini della legge penale vaticana sono equiparati ai «pubblici ufficiali»: i membri, gli officiali e i dipendenti dei vari organismi della Curia Romana e delle istituzioni ad essa collegate; i legati pontifici ed il personale di ruolo diplomatico della Santa Sede; le persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione, nonché coloro che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo, degli enti direttamente dipendenti dalla Santa Sede ed iscritti nel registro delle persone giuridiche canoniche tenuto presso il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano; ogni altra persona titolare di un mandato amministrativo o giudiziario nella Santa Sede, a titolo permanente o temporaneo, remunerato o gratuito, qualunque sia il suo livello gerarchico.

Inoltre «può presentare denuncia ogni altra persona, anche totalmente estranea ai fatti, che sia a conoscenza di comportamenti in danno di un minore». La legge stabilisce poi in dettaglio i diritti della persona offesa, compresi i diritti alla privacy e le accortezze relative alle audizioni del minore durante il processo. Determina lo svolgimento delle indagini, stabilendo anche la possibilità di nominare un curatore speciale qualora i legali rappresentanti del minore siano in conflitto di interesse e stabilisce la procedura del giudizio. La legge stabilisce inoltre che venga disposto un «servizio di accompagnamento per le vittime di abusi» e si conclude con articoli che stabiliscono l’informazione e la formazione necessaria a chi lavora in Vaticano e il reclutamento di personale idoneo ad interagire con i minori.

Nelle linee guida che accompagnano la nuova legge si specifica come la scelta degli operatori pastorali deve essere accertata, e in particolare «l’idoneità dei candidati a interagire con i minori, attraverso un’indagine adeguata e verificando anche l’assenza di carichi giudiziari pregiudizievoli». E che «gli operatori pastorali devono ricevere una formazione adeguata circa i rischi in materia di sfruttamento, di abuso sessuale e di maltrattamento dei minori, nonché circa i mezzi per identificare e prevenire queste offese». Nelle attività pastorali che coinvolgano minori e persone vulnerabili la loro tutela «deve assumere un carattere prioritario». Pertanto, nel corso delle loro attività, gli operatori pastorali devono «usare prudenza e rispetto nel relazionarsi con i minori», «fornire loro modelli positivi di riferimento», «essere sempre visibili agli altri quando sono in presenza di minori», «segnalare al responsabile qualsiasi comportamento potenzialmente pericoloso». Devono anche «rispettare la sfera di riservatezza del minore» e «informare i genitori o i tutori delle attività che vengono proposte e delle relative modalità organizzative». Gli operatori pastorali sono anche tenuti a «usare la dovuta prudenza nel comunicare con i minori, anche per via telefonica e sui social network». Agli operatori pastorali è inoltre severamente vietato «infliggere castighi corporali di qualunque tipo», «instaurare un rapporto preferenziale con un singolo minore». È altresì vietato «rivolgersi ad un minore in modo offensivo o assumere comportamenti inappropriati o sessualmente allusivi» e «discriminare un minore o un gruppo di minori». È infine vietato «chiedere a un minore di mantenere un segreto», «fare regali ad un minore discriminando il resto del gruppo», come anche «fotografare o filmare un minore senza il consenso scritto dei suoi genitori o tutori» e «pubblicare o diffondere anche via web o social».

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2019/03/29/0260/00529.html

Le linee guida valide anche per il vicariato della Città della Vaticano dovranno essere osservate ad experimentum per un periodo di tre anni. Nuove norme anche più rigide a tutela dei minori nella Santa Sede La necessità della santità personale e di «ambienti sicuri». I reati perseguibili d’ufficio. Previsto un servizio di accompagnamento delle vittime

Stefania Falasca         "Avvenire" 30 marzo 2019

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt201903/190330falasca.pdf

 

Indispensabile severità e dura pietra di paragone

Per capire l’importanza dei testi bisogna partire dalla fine. Dalla firma, che non era necessaria e invece eccola: chiara e perentoria. A ribadire che non sono ammessi equivoci e fraintendimenti al ribasso. Attribuendosi in prima persona la paternità non solo del “Motu proprio” ma anche della nuova legge per lo Stato della Città del Vaticano e delle correlate linee guida pastorali, il Papa ha consolidato la linea rigorosa e forte nella lotta agli abusi inaugurata da Benedetto XVI e che lui stesso ha sviluppato con accorata eppure lucida partecipazione. E forte del dolore e del conforto ricevuti nei giorni dello schietto confronto nel summit mondiale di febbraio, ha alzato l’asticella delle attese e delle “regole” da seguire. L’ha spostata più in alto. Come nella lotta alle malattie particolarmente infettive, quelle con cui non puoi convivere, ma che, pena la sopravvivenza, vanno combattute senza cedimenti, e poi sconfitte, eradicate, cancellate. Per questo la terapia affidata alla piccola, ma esemplare comunità dello Stato vaticano e della Curia Romana, risulta d’urto al limite del praticabile, come una squadra in rimonta dopo il grave handicap subito in un avvio di gara tutto in difesa. Una strategia offensiva che si gioca su ambiti diversi ma interscambiabili, che si alimentano l’uno con l’altro come un attacco a più punte, fronti autonomi eppure complementari di una stessa battaglia.

Il conflitto infatti si combatte su almeno tre piani: la tutela e l’accompagnamento delle vittime, una costante prevenzione, la punizione senza sconti per i responsabili. «Non semplici condanne ma misure concrete» è stata l’indicazione scaturita dal vertice del mese scorso e i documenti pubblicati ieri vanno proprio in questa direzione. A cominciare dall’estensione della platea delle vittime che, nella nuova legge vaticana, la 297, equipara al «minore» la «persona vulnerabile», cioè chi si trovi «in stato d’infermità, di deficienza fisica o psichica, o di privazione della libertà personale che di fatto, anche occasionalmente, ne limiti la capacità di intendere o di volere o comunque di resistere all’offesa». Per la loro difesa, d’ora in poi tutti i reati collegati ad abusi, dalle violenze sessuali vere e proprie ai maltrattamenti, saranno «perseguibili d’ufficio» cioè senza la necessità di una denuncia. Che invece diventa obbligatoria, pena la sanzione, per il pubblico ufficiale, tenuto a segnalare all’autorità giudiziaria vicende di cui sia venuto a conoscenza. Ma le novità non finiscono qui, si prevede anche un allargamento della prescrizione a vent’anni dal compimento della maggiore età e la creazione di un servizio di accompagnamento per le vittime, che avranno dunque persone qualificate cui rivolgersi per trovare aiuto, assistenza medica e tutela giuridica. Quanto ai responsabili riconosciuti colpevoli di abusi saranno «rimossi dagli incarichi», una condanna che qualora si tratti di consacrati verrà accompagnata dalle conseguenti sanzioni canoniche. Perché, forse è opportuno ribadirlo, la materia dei documenti pubblicati ieri riguarda le leggi penali dello Stato della Città del Vaticano, che, malgrado sia giocoforza una realtà con pochi bambini, diventa in qualche modo modello o almeno severa pietra di paragone pure per i codici della giustizia “laica” di tanti altri Stati.

Non ci sono sconti possibili, sembra sottolineare Francesco, per chi si macchia di violenze sui piccoli. Vittime innocenti, il cui ascolto, la cui protezione viene prima di tutto il resto. Ecco allora la necessità, «nella scelta degli operatori pastorali», di accertare la loro «idoneità a interagire con i minori», ecco il divieto di «infliggere castighi corporali», di «instaurare un rapporto preferenziale con un singolo» ragazzo e di «rivolgersi» a lui «in modo offensivo o assumere comportamenti inappropriati o sessualmente allusivi», ecco il dovere che chi lavora con loro sia «sempre visibile agli altri» quand’è «in presenza di minori». Precauzioni esagerate? No. Perché l’offesa alla vittime e il tradimento verso Dio e verso la Chiesa commessi da chi abusa sono gravissimi. E non c’è nessuno di più prezioso agli occhi del Padre, dei piccoli e degli indifesi. Sono loro i modelli indicati da Gesù nel Vangelo di Marco: «chi non accoglie il regno di Dio come un bambino» non vi entrerà. E per chili offende il Signore usa le parole più dure di tutto il Vangelo: chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare.

Riccardo Maccioni    "Avvenire" 30 marzo 2019

www.avvenire.it/opinioni/pagine/indispensabile-severit-e-dura-pietra-di-paragone

 

Chiesa e pedofilia, scatta l’obbligo delle denuncia.

Obbligatorio denunciare all’autorità giudiziaria un prete pedofilo. Chi non lo fa, sarà sanzionato penalmente. A poco più di un mese dal summit contro la pedofilia di fine febbraio, quando sono stati convocati in Vaticano i presidenti delle conferenze episcopali e i superiori generali di tutto il mondo, papa Francesco vara nuove norme penali contro gli abusi sessuali sui minori. Le disposizioni (un motu proprio del papa, una legge e le linee guida), in vigore da giugno, sono valide per la Curia romana e la Città del Vaticano. Quindi, dal punto di vista “quantitativo”, il loro peso è minimo, perché si parla di uno Stato minuscolo – dove peraltro vive un numero ridotto di minori – e di poche migliaia di persone. Ma hanno un valore chiaramente esemplare e rappresentano un modello per la Chiesa universale.

Il papa ha scritto: d’ora in poi in Vaticano se un cardinale, un vescovo, un nunzio o un prete viene a conoscenza – non in confessione, per cui permane il segreto sacramentale – che un altro religioso ha commesso maltrattamenti o abusi sessuali su minori o su persone vulnerabili (violenza, atti sessuali, pedopornografia, prostituzione), oltre che informare i propri superiori, ha l’obbligo di denunciarlo alla magistratura per l’avvio di un’indagine ed eventualmente di un processo penale (quindi non solo canonico). A questo punto, quindi, per una singola Conferenza episcopale nazionale sarà difficile ignorare questa norma e non introdurre l’obbligo di denuncia anche nel proprio ordinamento.

Il primo banco di prova riguarderà proprio la Chiesa italiana. A maggio, in occasione dell’assemblea generale della Cei, i vescovi dovranno aggiornare le linee guida antipedofilia. Fino ad ora hanno sempre rifiutato di inserire l’obbligo di denunciare i preti pedofili alla magistratura. Se non lo faranno nemmeno adesso, sarà evidente che papa Francesco si muove in una direzione, quella della denuncia, e la Chiesa italiana procede invece nella direzione opposta, quella dell’omertà e dei «panni sporchi che si lavano in famiglia».

Nelle nuove disposizioni vaticane, vi sono anche altre norme rilevanti: rimozione dagli incarichi per chi è giudicato colpevole (oltre, ovviamente, alla condanna penale e canonica), sanzioni pecuniarie e detentive per chi non denuncia, allungamento dei termini di prescrizione a venti anni (che, in caso di violenze su minori, partono dal compimento della maggiore età da parte della vittima), più rigida selezione dei candidati alla vita religiosa e del personale vaticano.

Nelle prossime settimane è attesa la pubblicazione di un vademecum anti-abusi da parte della Congregazione per la dottrina della fede rivolto alla Chiesa universale.

Certo si resta ad un livello normativo, quindi formale. Nodi come il celibato obbligatorio e il ruolo sacrale e di potere del prete, ovvero le cause profonde della pedofilia, non vengono toccate né lo saranno in seguito. Ma questa è un’altra storia.

Luca Kocci     "il manifesto"            30 marzo 2019

 

Il Papa vara norme anti-abusi per lo Stato vaticano e la Curia

Obbligo di denuncia per tutti i pubblici ufficiali, sanzioni per chi non lo fa, estensione della prescrizione a venti anni a partire dalla maggiore età, equiparazione ai minori degli «adulti vulnerabili», screening dei nuovi assunti, assistenza alle vittime, rimozione per i colpevoli. Papa Francesco vara norme penali anti-abusi sessuali per lo Stato della Città del Vaticano e la Curia romana, nunzi apostolici compresi.

Francesco ha firmato non solo un motu proprio «sulla protezione dei minori e degli adulti vulnerabili» che si applica allo Stato della Città del Vaticano e alla Curia Romana, ma anche una nuova legge (numero CCXCVII) sempre per lo Stato Pontificio e le conseguenti linee guida, analoghe alle linee-guida che adotta ogni Conferenza episcopale nazionale ma dedicate alla vita dei fedeli del Vicariato della Città del Vaticano.

Il Vaticano ancora non aveva una specifica normativa penale in materia di abusi, mentre la Congregazione per la Dottrina della fede supervisiona all’applicazione delle norme canoniche valide per tutta la Chiesa, e anche all’interno del Vaticano, e, nel 2013, Papa Francesco ha promulgato nuove norme penali su una serie di questioni, tra le quali c’era la pedofilia ma in modo non esclusivo né dettagliato. Ora arrivano specifiche norme anti-abusi. «La tutela dei minori e delle persone vulnerabili fa parte integrante del messaggio evangelico che la Chiesa e tutti i suoi membri sono chiamati a diffondere nel mondo», scrive il Papa nel motu proprio. «Cristo stesso infatti ci ha affidato la cura e la protezione dei più piccoli e indifesi: “Chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me”. Abbiamo tutti, pertanto, il dovere di accogliere con generosità i minori e le persone vulnerabili e di creare per loro un ambiente sicuro, avendo riguardo in modo prioritario ai loro interessi. Ciò richiede una conversione continua e profonda, in cui la santità personale e l’impegno morale possano concorrere a promuovere la credibilità dell’annuncio evangelico e a rinnovare la missione educativa della Chiesa».

Di conseguenza, il Papa vuole «rafforzare ulteriormente l’assetto istituzionale e normativo per prevenire e contrastare gli abusi contro i minori e le persone vulnerabili» nella Curia Romana e nello Stato della Città del Vaticano. La nuova legge in dodici articoli, firmata il 26 marzo 2019 e in vigore a partire dal prossimo 1° giugno, parte dalla normativa vigente nonché dalla Convenzione Onu sui diritti del fanciullo (1989), per sanzionare i «delitti contro i minori» definiti nella legge promulgata dal Papa nel 2013 (vendita di minori, violenza sessuale su minori, atti sessuali con minori, prostituzione minorile, pedopornografia, detenzione di materiale pedopornografico) ed equipara al «minore» la «persona vulnerabile», che viene precisamente definita: «È vulnerabile ogni persona in stato d’infermità, di deficienza fisica o psichica, o di privazione della libertà personale che di fatto, anche occasionalmente, ne limiti la capacità di intendere o di volere o comunque di resistere all’offesa». Il termine di prescrizione «è di venti anni e decorre, in caso di offesa ad un minore, dal compimento del suo diciottesimo anno di età». La legge sancisce che «fatto salvo il sigillo sacramentale» della confessione, «il pubblico ufficiale, che nell’esercizio delle sue funzioni abbia notizia o fondati motivi per ritenere che un minore sia vittima» del reato «deve presentare denuncia senza ritardo», e «il pubblico ufficiale che omette o indebitamente ritarda la denuncia di cui al comma precedente è punito con la multa da euro mille a euro cinquemila», mentre «se il fatto è commesso da un agente o ufficiale di polizia giudiziaria, la pena è la reclusione fino a sei mesi»; fatto sempre salvo il sigillo confessionale, «può presentare denuncia ogni altra persona, anche totalmente estranea ai fatti, che sia a conoscenza di comportamenti in danno di un minore». Nel caso che l’accusato sia un sacerdote o un religioso, il Promotore di giustizia, ossia il Pm vaticano, informa il suo superiore «per l’adozione delle misure previste dal diritto canonico». La legge stabilisce poi dettagliatamente i diritti della persona offesa, compresi i diritti alla privacy, nonché le accortezze relative alle audizioni del minore durante il processo; norma lo svolgimento delle indagini, stabilendo anche la possibilità di nominare un curatore speciale qualora i legali rappresentanti del minore siano in conflitto di interesse; e stabilisce la procedura del giudizio.

La legge, ancora, stabilisce che il presidente del Governatorato vaticano dispone linee guida per la tutela dei minori e la Direzione di Sanità e Igiene dispone un «servizio di accompagnamento per le vittime di abusi», che offre alla vittima ascolto, assistenza medica, psicologica e giuridica (non si fa menzione di indennizzi). La legge si conclude con alcuni articoli che normano la informazione e formazione necessaria a chi lavora in Vaticano e il reclutamento di personale idoneo ad interagire con i minori.

Nelle «linee guida per la protezione dei minori e delle persone vulnerabili per il Vicariato della Città del Vaticano», il Papa traduce in indicazioni pratiche e dettagliate le norme per «i fedeli residenti nello Stato, nonché nelle Ville Pontificie di Castel Gandolfo», non solo per quanto riguarda gli abusi sessuali ma più in generale per la tutela dei minori sotto tutti gli aspetti. Tra i molti temi affrontati il divieto di castighi corporali, il divieto di chiedere ad un minore di «mantenere un segreto», la necessità per un adulto in presenza di un minore di «essere sempre visibili agli altri», e ancora i casi di bullismo tra minori e i rischi dei social network.

Significativa l’introduzione di «un referente per la tutela dei minori il quale coordina e verifica l’attuazione» delle linee guida, nominato dal Vicario generale, attualmente il cardinale Angelo Comastri, il quale «ogniqualvolta la notizia di reato non sia manifestamente infondata», «la segnala al Promotore di giustizia presso il tribunale dello Stato della Città del Vaticano e allontana il presunto autore dei fatti dalle attività pastorali del Vicariato». Va sempre garantita la «presunzione di innocenza» e, se i reati possono essere reiterati, è prevista l’applicabilità di misure cautelari. Se le accuse sono infondate vanno archiviate, ma conservate in archivio. Infine, «chiunque sia dichiarato colpevole» di aver commesso un reato «sarà rimosso dai suoi incarichi; gli sarà comunque offerto un supporto adeguato per la riabilitazione psicologica e spirituale, nonché ai fini del reinserimento sociale».

Obiettivo di questo insieme di nuove norme, spiega il Papa nel motu proprio, è che «sia mantenuta una comunità rispettosa e consapevole dei diritti e dei bisogni dei minori e delle persone vulnerabili, nonché attenta a prevenire ogni forma di violenza o abuso fisico o psichico, di abbandono, di negligenza, di maltrattamento o di sfruttamento che possano avvenire sia nelle relazioni interpersonali che in strutture o luoghi di condivisione; maturi in tutti – sottolinea Jorge Mario Bergoglio – la consapevolezza del dovere di segnalare gli abusi alle Autorità competenti e di cooperare con esse nelle attività di prevenzione e contrasto; sia efficacemente perseguito a norma di legge ogni abuso o maltrattamento contro minori o contro persone vulnerabili; sia riconosciuto a coloro che affermano di essere stati vittima di sfruttamento, di abuso sessuale o di maltrattamento, nonché ai loro familiari, il diritto ad essere accolti, ascoltati e accompagnati; sia offerta alle vittime e alle loro famiglie una cura pastorale appropriata, nonché un adeguato supporto spirituale, medico, psicologico e legale; sia garantito agli imputati il diritto a un processo equo e imparziale, nel rispetto della presunzione di innocenza, nonché dei principi di legalità e di proporzionalità fra il reato e la pena; venga rimosso dai suoi incarichi il condannato per aver abusato di un minore o di una persona vulnerabile e, al contempo, gli sia offerto un supporto adeguato per la riabilitazione psicologica e spirituale, anche ai fini del reinserimento sociale; sia fatto tutto il possibile per riabilitare la buona fama di chi sia stato accusato ingiustamente; sia offerta – conclude il Pontefice – una formazione adeguata per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili».

Iacopo Scaramuzzi    "La Stampa Vatican Insider"          29 marzo 2019

www.lastampa.it/2019/03/29/vaticaninsider/il-papa-vara-norme-antiabusi-per-lo-statovaticano-e-la-curia-5tountcPvhBQ69ooa4LMXN/pagina.html

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ADOZIONE

Il minore sottoposto a kafala non può essere considerato come un discendente diretto

La Kafala è un istituto giuridico del diritto islamico attraverso il quale un giudice affida la protezione e la cura di un minore (makfoul) ad un soggetto (kafil); quest'ultimo, nella maggioranza dei casi rappresenta un parente che curerà la crescita e l'istruzione del minore (privato temporaneamente o stabilmente del proprio ambiente familiare), pur non creando alcun legame parentale tra gli stessi e senza rescindere il vincolo di sangue del minore con la famiglia d'origine.

La kafala non può essere equiparata all’adozione perché manca il rapporto di filiazione e, quindi, il minore sottoposto a tutela non può incluso, in base alla direttiva 2004/38 sul diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, tra i discendenti diretti. Tuttavia, il minore può essere compreso nella nozione di “altro familiare” e, di conseguenza, gli Stati membri, tenuti a preservare l’unità della famiglia in senso ampio, devono agevolare l’ingresso e il soggiorno del minore.

Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea con la sentenza depositata il 26 marzo 2019 nella causa C-129/18 (C-129:18). La vicenda, che ha portato al rinvio pregiudiziale d’interpretazione, ha al centro una coppia di nazionalità francese, residente nel Regno Unito, che aveva avuto in affidamento in Algeria, con la formula della kafala, una minore di nazionalità algerina. Il marito era poi rientrato in patria, ma la domanda di ingresso della minore era stata respinta dall’ufficiale responsabile per il rilascio delle autorizzazioni all’ingresso. Il Tribunale di primo grado inglese aveva respinto il ricorso non considerando la minore come persona legalmente adottata o come familiare. La Corte di appello aveva condiviso questa posizione anche in base alla direttiva 2004/38. La Corte suprema, ha chiesto aiuto agli eurogiudici.

Prima di tutto, la Corte Ue ha stabilito che la minore non può essere considerata come “discendente diretta” (nozione propria dell’ordinamento Ue) di un cittadino dell’Unione in base all’articolo 2, punto 2, lettera c) della direttiva perché la kafala in Algeria è temporanea e revocabile e coloro che hanno la tutela del minore non sono legati da un rapporto di filiazione o di adozione, quest’ultima vietata in Algeria. Così, considerando che la sola tutela legale permanente non rende il minore posto sotto tutela un discendente diretto (per adozione) del suo tutore va esclusa la possibilità di includere il minore tra i discendenti diretti. Detto questo, però, la Corte Ue ritiene che il minore possa essere considerato come “altro familiare” secondo la direttiva. Spetta così alle autorità nazionali accertare se si tratti di altro familiare in grado di avvalersi dell’articolo 3 della direttiva che impone agli Stati membri di agevolare l’ingresso e il soggiorno dei familiari.

Nella valutazione, i giudici nazionali dovranno mettere in primo piano l’interesse superiore del minore affermato nella Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 1989 e la tutela del diritto al rispetto della vita privata e familiare garantita dall’articolo 7 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea che, in base all’articolo 52 paragrafo 3, ha lo stesso significato e la stessa portata dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo come interpretata dalla Corte di Strasburgo.

            Marina Castellaneta  29 marzo 2019

www.marinacastellaneta.it/blog/il-minore-sottoposto-a-kafala-non-puo-essere-considerato-come-un-discendente-diretto-a-minor-under-the-kafala-system-is-not-a-direct-descendant.html

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AFFIDO CONDIVISO

Tradimento e figli: il coniuge infedele ha diritto all’affidamento?

            Hai scoperto che tua moglie ha un amante. L’istinto ti ha portato a distaccarti subito da lei. Le hai anticipato che chiederai la separazione al tribunale e, per giunta, non le verserai un euro di mantenimento nonostante abbia un reddito molto basso. Il tuo timore però è che possa portarti via i tuoi due figli e magari campare proprio coi soldi destinati a loro. È davvero così facile per la donna infedele riuscire a ricattare il marito? Cosa prevede la legge in caso di tradimento e figli? Il coniuge infedele ha diritto all’affidamento?

            La questione è stata oggetto di accesi dibattiti in giurisprudenza. Il quesito posto più volte ai giudici è se una persona che tradisce il coniuge o il convivente possa essere o meno un buon genitore. La madre infedele è necessariamente una cattiva madre?

Con chi vanno a stare i figli dopo la separazione dei genitori? Una cosa è certa. La donna parte avvantaggiata e non perché lo dica la legge. È la Cassazione [Cass. Sent. n. 18087/2016] ad aver stabilito, ormai da anni, il principio della cosiddetta maternal preference. In pratica, finché i figli restano in età scolare – e, in definitiva, fin quando sono minorenni – devono essere preferibilmente collocati presso la madre, più incline “per natura” a prendersi cura delle loro esigenze.

            Succede così che, all’atto della separazione, il tribunale dispone, come regola, l’affidamento condiviso (ossia: pari diritti e pari doveri sui figli, pari poteri nelle scelte fondamentali sulla crescita, educazione e istruzione), prelevando l’affidamento esclusivo ai casi eccezionali in cui uno dei due genitori non sia in grado di gestire il minore. Quanto invece alla residenza (la cosiddetta “collocazione”) questa viene di norma fissata presso la madre, salvo che il figlio – con più di 12 anni – abbia manifestato una netta preferenza per il padre. C’è quindi una preferenza di genere, secondo alcune sentenze, dovuta al ruolo che, a partire dal parto fino alla maggiore età dei figli, la madre riveste nella gestione della famiglia.

            Sarà anche vero che il principio della preferenza materna sta trovando sempre più fermi oppositori – su tutti il tribunale di Milano secondo cui tale regola non può essere assunta come verità indiscutibile, dovendosi invece valutare il concreto interesse del minore, caso per caso [Trib. Milano, decreto del 19.10.2016] – ma, di fatto, la Cassazione è ancora arroccata su vecchie posizioni.

Il tradimento: conseguenze. Non c’è dubbio che il tradimento sia contrario ai doveri del matrimonio. Esso comporta il cosiddetto addebito, ossia la dichiarazione di responsabilità da parte del tribunale, a carico del coniuge adultero. Questa responsabilità però comporta solo due sanzioni:

  • la perdita del diritto al mantenimento (non si può tradire e poi, felicemente, campare di rendita con gli alimenti dell’ex coniuge);
  • la perdita del diritto a divenire erede dell’ex coniuge qualora questi muoia prima del divorzio.

Eccezionalmente, quando il tradimento sia stato fatto in modo plateale tanto da ledere la dignità del coniuge (si pensi a una relazione adulterina nota nell’ambiente o tra gli amici), l’infedele deve anche risarcire il danno.

            Dunque, tra le conseguenze del tradimento non è prevista alcuna interferenza né con riferimento all’affidamento né alla collocazione dei figli.

Eccezionalmente il tradimento non è causa di addebito quando risulta essere la conseguenza (e non la causa) di una crisi matrimoniale già in atto (tutta però da dimostrare). Se la coppia aveva già iniziato un progressivo allontanamento per altre ragioni (incompatibilità caratteriali, violenze, allontanamento dalla casa), il tradimento non comporta alcuna responsabilità.

Il coniuge infedele ha diritto all’affidamento? Ritorniamo dunque al quesito di partenza: il coniuge infedele può essere un ottimo genitore, salvo risultino fatti ulteriori che portino a ritenere sussistente un’incapacità a gestire la prole. Sicché l’eventuale imputazione di addebito per infedeltà coniugale non comporta né la perdita del diritto, per la madre, di ottenere la collocazione dei minori, né di avere l’affidamento condiviso dei figli.

            Allo stesso modo però la moglie che sia stata tradita non potrà chiedere l’affidamento esclusivo dei figli adducendo come motivo di tale richiesta il fatto che l’uomo sia stato un pessimo marito.

            Tale è l’orientamento del tribunale di Milano e della Cassazione secondo cui [Cass. Sent. n. 17089/2013 del 10.07.2013]: «La condotta antidoverosa del coniuge, cui va riferito l’addebito della separazione, non contrasta in alcun modo con la collocazione del minore presso lo stesso, tenuto conto che la violazione dei doveri del matrimonio (nella specie, per condotte aggressive, irrispettose ed infedeli della moglie verso il marito) può non tradursi anche in un pregiudizio per l’interesse del minore, non nuocendo al suo corretto sviluppo psico-fisico, né compromettendo il suo rapporto con il genitore».

            Ed ancora [Cass. Sent. n. 283/2009] l’esistenza di una relazione sentimentale con un’altra donna durante la convivenza coniugale se, da un lato, può essere causa di addebito della separazione al marito, dall’altro, non esclude il diritto di visita dei figli minori alla presenza della nuova compagna.

La Legge per tutti                 25 marzo 2019

www.laleggepertutti.it/279534_tradimento-e-figli-il-coniuge-infedele-ha-diritto-allaffidamento

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AFFIDO ESCLUSIVO

Affidamento esclusivo al padre: ultime sentenze

Interessi dei figli e affidamento esclusivo al padre; principio di bigenitorialità e alienazione parentale; madre inadeguata allo svolgimento del suo ruolo; idoneità del padre all’assistenza morale e materiale dei figli. Come evitare potenziali traumi nei rapporti genitori e figli?

  1. Affidamento esclusivo del bambino al padre. La nozione di «affidamento esclusivo del bambino al padre» contenuta in seno al comma 3 ter, art. 70, D. lg. n. 151/2001 (Testo unico in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità) non va letta in chiave restrittiva alla stregua di una situazione che contempli, a monte, un riconoscimento bigenitoriale con successivo provvedimento giudiziale di affidamento esclusivo ad uno dei genitori o coniugi ma, può ricomprendere, sulla base di un’ermeneutica evolutiva e costituzionalmente orientata, la situazione di riconoscimento monogenitoriale cui, logicamente, segue un affidamento esclusivo al genitore che ha riconosciuto il minore. (Tribunale Milano sez. lav., 07/11/2017, n.6275).
  2. Madre inadeguata e affidamento esclusivo dei figli al padre. È legittimo l’affidamento esclusivo al padre se la madre si dimostra inadeguata a svolgere il proprio ruolo, nel quale rientra anche il consentire ai figli di avere normali e significativi rapporti con l’altro genitore. Ad affermarlo è la Cassazione che conferma la decisione della corte di merito, che aveva altresì accertato tramite consulenza tecnica i sintomi della Pas (Parental Alienation Syndrom) in danno dell’uomo. Il ricorso contro la sentenza d’appello, fondato sull’incertezza scientifica per tale patologia, è stato respinto dalla Corte che non si è espressa sulla patologia limitandosi a osservare le carenze comportamentali della madre. (Cassazione civile sez. I, 13/09/2017, n.21215).
  3. Esigenze dei figli e potenziali traumi. A tutela della serenità del minore, non basta sospendere l’esecutività del provvedimento di affidamento, ma occorre rimodellare la struttura dei rapporti genitoriali, adeguandola ad una nuova verifica delle modalità più consone alle esigenze della bambina, al fine di scongiurare il potenziale trauma rappresentato da una ricomparsa improvvisa della madre incoerente con le spiegazioni elaborate nella mente della minore. Ne segue che, in caso di ritorno della madre, tempi e modi di frequentazione con la figlia dovranno essere subordinati ad un attento controllo e rimessi alle determinazioni dei servizi sociali affidatari. Questa imprescindibile esigenza osta di per sé ad accogliere la richiesta del padre di ottenere l’affidamento esclusivo della figlia. (Corte appello Firenze sez. I, 26/05/2017, n.1207).
  4. Affido condiviso pregiudizievole: si dispone l’affido esclusivo dei figli. Posto che, in tema di separazione giudiziale dei coniugi, può disporsi l’affido esclusivo dei figli minori solo se il giudice ritenga, argomentando al riguardo, che quello condiviso sia pregiudizievole per i figli stessi, è congruamente motivata, e pertanto incensurabile in Cassazione, la pronuncia di merito che ha affidato il figlio minore, adolescente, al padre in via esclusiva, in quanto la madre vive ormai stabilmente in un lontano paese straniero e ha esercitato in modo discontinuo il diritto di visita, venendo anche meno ai tre incontri minimi all’anno previsti dalla consulenza tecnica d’ufficio, visite non surrogabili con i pur frequenti contatti telefonici o a mezzo Skype. (Cassazione civile sez. I, 17/01/2017, n.9779).
  5. Principio di bigenitorialità e affidamento esclusivo dei figli. Il principio di bigenitorialità e il correlato affidamento dei figli ad entrambi i genitori è la prima soluzione che il giudice deve valutare nel caso di separazione della coppia, potendo, invece, disporsi l’affidamento esclusivo solo qualora l’affidamento condiviso contrasti con l’interesse dei figli. (Nel caso di specie in un contesto di conflittualità giudiziaria e di aspra litigiosità non sussistendo elementi idonei ad una pronuncia di decadenza della responsabilità genitoriale il tribunale dispone l’affidamento esclusivo al padre e la collocazione temporanea presso un centro di accoglienza ritenendo che quest’ultimo fosse lo strumento più adeguato a recuperare gradualmente la relazione con il genitore denigrato). (Corte appello Catanzaro sez. I, 18/12/2015, n.3405).
  6. Personalità manipolativa della madre e affidamento esclusivo al padre. Si dispone ai sensi dell’art. 337 quater c.c. l’affidamento esclusivo al padre qualora la condotta della madre, dotata di “personalità manipolativa“, con un condizionamento programmato allontani fisicamente e psicologicamente i figli dal padre, realizzando un’alienazione parentale, tale da doversi considerare dai giudici non adeguata come genitore. (Tribunale Cosenza sez. II, 29/07/2015, n.778).
  7. Perdita madre e affidamento. A più minori, fratelli germani, che hanno perduto, per sua morte, la madre, cui erano stati affidati in affidamento esclusivo dal padre, che, sempre, prima e dopo, si era e si è del tutto disinteressato di loro, rimasti a vivere, di fatto, con gli zii materni, dai quali sono stati e sono felicemente curati ed assistiti ed ai quali sono affettivamente ed esistenzialmente molto legati, va, ai sensi dell’art. 343 c.c., assegnato dal giudice un tutore. (Tribunale Modena sez. II, 28/05/2014).
  8. Madre responsabile di calunnia nei confronti del padre. In tema di affidamento di figli naturali di genitori non conviventi deve essere cassato, perché emesso con motivazione apodittica e non supportata da riferimenti specifici al rapporto tra madre e figli e al ruolo di genitore della madre, il provvedimento del giudice del merito che, in deroga al principio dell’affidamento congiunto, dispone l’affidamento esclusivo dei minori al padre sulla base di una sentenza penale – non passata in cosa giudicata – emessa nei confronti della madre riconosciuta responsabile di calunnia nei confronti del padre per averlo – falsamente e nella consapevolezza della sua innocenza – accusato di avere abusato della figlia all’epoca di tre anni. (Cassazione civile sez. VI, 07/12/2010, n.248419.
  9. Affidamento esclusivo al padre per evitare la perdita dei contatti con il figlio. Deve essere disposto l’affidamento esclusivo al padre per evitare che la madre possa privare il padre dei contatti con il figlio, anche se soltanto per il periodo necessario all’instaurazione di un procedimento ai sensi dell’art. 709 ter c.p.c., quando sia dimostrato che la madre non è persona in grado di tutelare il rapporto con l’altro genitore, senza che ciò si traduca necessariamente anche in una limitazione dei tempi di permanenza del minore con la madre. (Tribunale Palermo, 02/11/2007).
  10. Madre viola il diritto del minore di incontrare il padre all’estero. Nell’ipotesi di due coniugi separati solo di fatto, il rifiuto della moglie/madre, convivente con il figlio minore, di ottemperare ad un esplicito, tassativo ordine del T.m., emesso nell’interesse del figlio, concreta un’ingiustificata ed illegittima violazione del diritto del minore ad incontrare (all’estero) il padre e ad intrattenere e consolidare una serena, proficua relazione con lui, e costituisce valido presupposto per l’affido al padre, in via esclusiva, del figlio e per una conseguente limitazione della potestà parentale materna (nella specie, la madre si era rifiutata di consegnare al minore infradiciassettenne il necessario passaporto, malgrado un’intimazione perentoria, in tal senso, del T.m., contenuta in un precedente decreto. (Tribunale minorenni Milano, 06/07/2007).
  11. Idoneità del padre ad assistere le figlie. Appare rispondente all’interesse delle bambine disporne il loro affidamento esclusivo al padre, il quale risulta certamente più idoneo della madre ad assistere le figlie moralmente e materialmente, tenuto conto in particolare del fatto che le stesse sin dai primi giorni di vita hanno vissuto con il ricorrente, nonché della circostanza che la convenuta si è allontanata spontaneamente dal nucleo familiare da più di due anni e dimora in altro distante Comune. (Tribunale Catania, 23/05/2007).

La legge per tutti       31 marzo 2019

www.laleggepertutti.it/277702_affidamento-esclusivo-al-padre-ultime-sentenze

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ALIENAZIONE PARENTALE

Alienazione parentale: l'unica vittima è il bambino

E' da anni ormai che si parla di alienazione parentale, spesso in modo sbagliato, spesso alimentando falsi miti e spesso facendo confusione. E se da un lato, vi sono i "detrattori" che parlano di bufala scientifica, dall'altro tale fenomeno finisce sempre più frequentemente all'attenzione dei giudici, nelle aule dei tribunali di merito e della Suprema Corte di Cassazione, portando a conseguenze drastiche non solo per il genitore "alienante" ma anche e soprattutto per il bambino, "unica vera vittima" di tale processo psicologico. A fare chiarezza sul tema ci pensa un'opera completa e con contenuti inediti: "Nodi e snodi dell'alienazione parentale" scritta e curata dallo psicologo e CTU Marco Pingitore e pubblicata dalla FrancoAngeli Editore. Un'opera che tratta dell'alienazione parentale a tutto tondo, partendo dalle origini, dai falsi miti, analizzando le conseguenze giuridiche e proponendo rimedi, tra cui l'innovativo progetto di trattamento "Refare".

Dott. Pingitore, innanzitutto cos'è l'alienazione parentale?

"E' un processo psicologico che si può rilevare solo nel contesto giudiziario relativo ai contenziosi di separazione e affidamento. Rappresenta la violazione, da parte di un genitore, del diritto del figlio di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con l'altro genitore. L'alienazione parentale non è né una sindrome né una patologia, ma una grave violazione dei diritti relazionali del figlio. Nel libro abbiamo proposto la seguente definizione: «L'alienazione parentale è possibile rilevarla solo nei contenziosi legali di separazione. Essa rappresenta l'impossibilità di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo tra genitore e figlio principalmente a causa dei comportamenti devianti dell'altro genitore incube. Tali comportamenti tendono a svalorizzare le capacità di comprensione e decisione del figlio fino a provocare un vero e proprio rifiuto di quest'ultimo nei confronti del genitore succube il quale rivestirà un ruolo sempre più passivo e marginale. Il processo psicologico dell'alienazione parentale determina nel figlio vittima, in relazione alla sua età e alla sua capacità di discernimento, una coartazione della sua volontà. L'alienazione parentale rappresenta la negazione del diritto del figlio alla salute, alla dignità e all'autodeterminazione». E' necessario chiarire che si può rilevare l'alienazione parentale solo in assenza di condanne penali del genitore rifiutato per reati commessi nei confronti del figlio".

Cosa risponde a chi nega l'esistenza dell'alienazione parentale e parla di bufala scientifica?

            "Se si fa riferimento all'alienazione parentale come una sindrome (PAS- Parental Alienation Syndrome) nella vecchia e contestata teoria di Richard Gardner allora le critiche sono legittime. Sono il primo a contestare l'alienazione parentale intesa come sindrome o patologia. Tuttavia, in taluni casi è innegabile la possibilità, da parte di un genitore, di condizionare psicologicamente il figlio (età da 3-4 anni fino a circa 12 anni). Tuttavia, l'alienazione parentale è un processo psicologico che si sviluppa con il contributo dei membri del sistema padre-madre-figlio in cui l'unica vittima è il bambino. Nel libro diamo ampio spazio al ruolo del genitore rifiutato che contribuisce, indirettamente, allo sviluppo del processo di alienazione".

            Nell'opera da lei curata, si parla di falsi miti, cosa si intende?

            "Abbiamo elencato delle 'false credenze' sul tema dell'alienazione parentale, come, ad esempio, rappresentarla come un conflitto coniugale oppure come un conflitto di lealtà del figlio. Inoltre, cerchiamo anche di spiegare che non si può parlare di alienazione se il genitore rifiutato continua a frequentare, seppur in modo disfunzionale, il figlio. Altro mito che sfatiamo è quello secondo cui i genitori dominanti sono sempre le madri: niente di più fuorviante poiché il fenomeno dei padri dominanti sembra essere sempre più frequente".

            Quali sono le conseguenze giuridiche del comportamento del genitore alienante?

"Dipende dai Tribunali. In ogni caso, è possibile infliggere una limitazione della responsabilità genitoriale o addirittura la perdita. Alcuni Tribunali sanzionano il genitore irresponsabile utilizzando lo strumento dell’art. 709-ter c.p.c.".

            Quali sono i rimedi contro l'alienazione parentale? Si può intervenire preventivamente?

"Dedichiamo un intero capitolo per rispondere a questa domanda. Come forma di prevenzione sarebbe necessario prevedere, ove possibile, sin dalle prime fasi della separazione tempi di frequentazione il più possibile bilanciati tra figlio e genitori. Se non fosse possibile, sarebbe necessario trovare il modo di coinvolgere, direttamente e indirettamente, il genitore 'sfavorito' nella vita del figlio. In ogni caso, rilevata (non 'diagnosticata') l'alienazione parentale tramite CTU è necessario intervenire con provvedimenti giudiziali finalizzati a ripristinare il rapporto tra figlio e genitore rifiutato: inversione di collocamento o trasferimento temporaneo del figlio in una struttura tutelare finalizzato al suo rientro, in tempi stretti, presso il genitore rifiutato. L'allontanamento temporaneo del figlio dal genitore dominante è necessario poiché quest'ultimo dimostra di non avere la benché minima intenzione di fare un passo indietro. L'alienazione parentale rappresenta una grave forma di violenza psicologica nei confronti del figlio. Incontri protetti, trattamenti sanitari (sostegno psicologico, psicoterapia ecc.), coordinatore genitoriale appaiono interventi del tutto inefficaci e illegittimi se disposti dal Tribunale poiché necessitano di un consenso informato libero e non viziato".

            Cosa dice la giurisprudenza?

            "Alcuni Tribunali concentrano la loro attenzione sui diritti relazionali dei figli, tanti altri sui diritti dei genitori attraverso un'impostazione adultocentrica. Altri ancora dispongono CTU c.d. 'trasformative' con la presunzione di poter/dover intervenire 'spontaneamente' sui genitori colpevoli del conflitto che arreca pregiudizio al figlio. Tuttavia, non è il conflitto coniugale il problema, ma i comportamenti irresponsabili dei genitori nei confronti del figlio. Due genitori possono essere ritenuti capaci ('idonei') anche se sono in conflitto, l'importante è che riescano a rispettare i diritti del figlio (ex art. 337-ter comma 1 c.c.)".

Qual è il ruolo del CTU nei casi di alienazione parentale?

            "Effettuare una serie di colloqui con i membri della famiglia divisa e prestare massima attenzione alle loro dinamiche relazionali. Ampia valutazione deve essere effettuata sul motivo del rifiuto del figlio, se legittimo o immotivato. Esistono tanti casi in cui i genitori sostengono di essere 'vittime' di alienazione parentale, ma senza alcun riscontro peritale. L'alienazione parentale è un fenomeno molto complesso che richiede un'attenta lettura delle dinamiche relazionali e dei comportamenti di padre, madre e figlio".

Sarebbe auspicabile un intervento del legislatore? Qualcuno invocava l'introduzione del reato di alienazione parentale.

            "A mio avviso non è necessario introdurre il reato di alienazione parentale. In ambito civile, gli strumenti giuridici per contrastarla e rilevarla sono presenti, ma potrebbe essere utile una riforma che chiarisca il significato di diritto relazionale del figlio in caso di separazione dei genitori. Il figlio ha bisogno di entrambi e vuole frequentare entrambi allo stesso modo: si separano i genitori, non i figli dai genitori".

Ci parli del suo progetto di trattamento dell'alienazione parentale.

"Si chiama Refare - Reconnecting Family Relationships program. E' un trattamento sanitario privato, di tipo psicologico, ideato ex novo da me e dalla collega Alessia Mirabelli. E' un programma specifico per i casi di alienazione parentale provenienti dai Tribunali finalizzato al solo ripristino delle relazioni interrotte tra figlio e genitore rifiutato. Il programma prevede delle precondizioni e delle specifiche fasi in cui si lavora con figlio e genitore, individualmente e insieme. Il Refare ha una durata di tre mesi. Abbiamo creato anche un sito dedicato: www.refareprogram.com".

            Marina Crisafi           Newsletter Giuridica Studio Cataldi 25 marzo 2019

www.studiocataldi.it/articoli/33924-alienazione-parentale-l-unica-vittima-e-il-bambino.asp

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AMORIS LÆTITIA

Ecumenismo ed eucaristia: profezia e paura

Due settimane fa sono stato a Bari, presso l’Istituto ecumenico S. Nicola, tenuto dai P. Domenicani, per una conferenza dal titolo. Matrimonio e comunione ecclesiale: questioni classiche e sviluppi possibili in contesto ecumenico. Poiché le cronache ecclesiali recenti hanno registrato, a questo proposito, un dibattito spesso unilaterale e forzato, sia in merito alle iniziative dei Vescovi tedeschi, sia in merito a celebrazioni con importanti aperture ecumeniche, tenute a Milano, credo sia importante riflettere in modo ampio sul tema. Per questo pubblico la parte iniziale e finale della mia relazione, che sarà pubblicata integralmente entro il mese di maggio in un volume curato dallo stesso Istituto Ecumenico S. Nicola. Ecco le prime e le ultime pagine conclusive del mio testo.

 

Matrimonio e comunione ecclesiale: questioni classiche e sviluppi possibili in contesto ecumenico

“Io mi domando…condividere la Cena del Signore è il fine di un cammino o è il viatico per camminare insieme? Lascio la domanda ai teologi, a quelli che capiscono. E’ vero che in un certo senso condividere è dire che non ci sono differenze fra noi, che abbiamo la stessa dottrina – sottolineo la parola, parola difficile da capire – ma io mi domando: ma non abbiamo lo stesso Battesimo? E se abbiamo lo stesso Battesimo dobbiamo camminare insieme” (Francesco, Chiesa luterana di Roma, 15 novembre 2015)

            L’orizzonte del dialogo tra le diverse chiese ha permesso anche al cattolicesimo di riconsiderare, direi “in parallelo”, diverse questioni concernenti sia la comunione ecclesiale ed eucaristica, sia il sacramento del matrimonio. Tali questioni anzitutto devono essere accuratamente distinte, e lo faccio in via preliminare nel primo paragrafo (§.1), cui faccio seguire una rapida elencazione delle radici intra- ed extra-ecclesiali di questa nuova prospettiva (§.2), per poi dedicarmi ad una indagine più determinata della questione della cosiddetta “intercomunione” (§.3) e concludere con una visione più complessiva della sfida ecumenica e della sua urgenza per la buona salute della Chiesa cattolica (§.4).

1. Considerazioni preliminari di sfondo

1.1.   Il sapere classico della dottrina teologica conosce bene il ruolo che matrimonio ed eucaristia esercitano nella esperienza ecclesiale. Entrambi i sacramenti possono vantare, infatti, un “primato” nella vita dei cristiani: il matrimonio ha un primato “ratione significationis”, mentre l’altro, l’eucaristia, ha “simpliciter” il primato, poiché è il “fine” e “la fine” di ogni compito e di ogni necessità. La tensione tra questi due “primati” è presente in modo sotterraneo in tutta la tradizione occidentale latina. Ciò ha determinato sui due sacramenti conseguenze diverse. Mentre il primato eucaristico, bene o male, è rimasto evidente alla coscienza ecclesiale lungo i secoli, anche se con forme celebrative, spirituali e pastorali diverse, viceversa intorno al matrimonio si sono creati due “filoni” di pensiero e di esperienza, che hanno determinato una oscillazione estrema nelle valutazioni: così lo stesso sacramento ha potuto essere “primo” o “ultimo”, come attesta anche l’elenco classico dei sette sacramenti, in cui il matrimonio normalmente chiude la fila.

1.2.   Gli ultimi due secoli non hanno visto mutare soltanto il “vissuto matrimoniale” dei soggetti e delle comunità, ma anche il loro “vissuto eucaristico”. E’ importante acquisire questa visione “processuale” e “dinamica” della dottrina ecclesiale, anche di quella strettamente cattolica, che non è mai un “monolite”. I mutamenti sono legati ad un cambiamento non solo della società e della cultura, ma della coscienza che la Chiesa ha di se stessa. Una nuova rappresentazione dello “sposarsi” e del “celebrare eucaristico” ha profondamente inciso sulle forme ecclesiali, sulla pastorale e sulla spiritualità. E’ sufficiente ricordare che la prima enciclica sul matrimonio è del 1880, da parte di Leone XIII (Arcanum divinae sapientiae) ed è motivata dalla esigenza di affermare la “incompetenza dello stato liberale sul matrimonio”, mentre il papato di Pio X, ai primi del ‘900, ha fatto della “comunione frequente” uno dei fuochi della esperienza cristiana.

1.3.   La questione sacramentale si intreccia, nel rapporto tra matrimonio e comunione, con la questione morale e con la questione giuridica e sarebbe un grave errore sia la confusione tra questi livelli, sia la separazione tra di essi. La evoluzione degli ultimi due secoli ha visto, sotto questo profilo, il sorgere di una “competenza esclusiva” della Chiesa sul diritto matrimoniale (con il sorgere nel 1917 del primo CJC - Codex Juris Canonici - Codice di Diritto Canonico) mentre, parallelamente cambiava il modo di vivere la comunione eucaristica, con il sorgere, a partire dal 1905, di una più alta frequenza alla comunione eucaristica. Comunione frequente e conflitto tra stato e Chiesa intorno al matrimonio si sviluppano negli stessi decenni e segnano il percorso della storia cattolica rispetto al parallelo sviluppo differenziato delle altre confessioni, diversamente implicate sul piano giuridico e spirituale.

1.4.   In particolare, nell’ultimo secolo, ad una progressiva individualizzazione della esperienza matrimoniale ha corrisposto, paradossalmente, uno sviluppo della dimensione comunitaria e relazionale della comunione. Questo movimento incrociato – ossia la scoperta della coscienza e della storia dei soggetti nell’ambito della comunione matrimoniale e la apertura alle dinamiche comunitarie e partecipative nel rapporto con la celebrazione eucaristica – ha profondamente inciso sulle pratiche e sulle teorie. La considerazione dei “vissuti singolari” in campo matrimoniale e delle “pratiche comunitarie” sul piano eucaristico ha profondamente mutato sensibilità, priorità e attenzioni. La cultura ecclesiale si è trasformata e la dottrina non sempre è stata capace di “stare al passo” di questi cambiamenti.

1.5.   Tutto ciò è accaduto in un mondo – anzitutto europeo, ma non solo europeo – nel quale si è passati dalla “società chiusa” alla “società aperta”. Tale fenomeno si manifesta essenzialmente come una società che si fonda non più sul principio di autorità, ma sul principio di libertà. Questo cambiamento determina una serie di conseguenze non lineari: accentua sicuramente una rappresentazione individualistica della esistenza (anche matrimoniale ed eucaristica), ma valorizza nello stesso tempo la originalità e la originarietà della esperienza singolare, aiutando a riscoprire la potenza e la precarietà dei legami. Per questo la cultura tardo-moderna può certamente minare pericolosamente ogni esperienza di comunione, ma può anche superare tutte le false rappresentazioni della comunione basate sulla diseguaglianza, sulla illibertà e sulla indifferenza2.

(Ometto i §§ 2. e 3)

4. Alcune conclusioni su ospitalità e intercomunione (una profezia matrimoniale?) Su questo punto occorre procedere con molta chiarezza, data la delicatezza del tema. Anche in questo caso riassumo in poche affermazioni la serietà e la plausibilità della prospettiva di “ospitalità eucaristica”, non come “eccezione alla regola”, ma come principio di comprensione generale, vorrei dire universale, della cena del Signore. Che perpetua non semplicemente un “atto puntuale” di Gesù, ma uno stile di commensalità e di ospitalità, che era parte costitutiva della sua “dottrina”. Questa “forma di cena”, nella quale “rendiamo grazie al Padre”, è la “forma fondamentale” dell’eucaristia. Intorno a questo “nucleo sistematico della questione” possiamo fare alcune considerazioni finali, che ordino in 6 considerazioni progressive:

4.1. Si tratta, innanzitutto, di affermare la superiorità della “azione eucaristica” rispetto alle condizioni con cui ogni singola Chiesa ha potuto svilupparne una dottrina e una disciplina. Se la stessa “ecclesia” è “de eucharistia” (secondo il bel titolo dell’ultima enciclica di Giovanni Paolo II), ciò significa che non è anzitutto la Chiesa a dover porre condizioni per la eucaristia, quanto piuttosto è l’eucaristia a porre le condizioni per la Chiesa. Sappiamo bene che, nella lunga tradizione degli ultimi 500 anni, proprio su questo punto abbiamo proceduto secondo evidenze e priorità capovolte: abbiamo stabilito condizioni ecclesiali, procedurali, rituali per accedere degnamente all’eucaristia. Ma è stato proprio il “movimento ecumenico” a riscoprire la “autorità” del celebrare rispetto alla comprensione della dottrina. Questo è un punto su cui abbiamo ancora molto da lavorare. Partiamo ancora oggi da un modo di intendere lo stesso ecumenismo in cui “prima si pensa correttamente e poi si può agire validamente”. Questo è un “modello” di realizzazione della comunione che non è affatto ovvio e che merita forse di essere profondamente riconsiderato.

4.2. A ciò si deve aggiungere, quanto alla proposta formulata dalla Conferenza Episcopale Tedesca nel maggio del 2018, che essa riguarda una “comunione eucaristica” che viene resa possibile – in modo singolare e non generale – da un’altra comunione, che è quella coniugale. La “piccola Chiesa domestica”, che è istituita dalla relazione coniugale, di cui ministri sono la coppia dei battezzati, sarebbe il vincolo che, legando una parte cattolica e una parte non cattolica, permetterebbe, a certe condizioni, una comunione eucaristica piena anche se la comunione ecclesiale non è piena. Ma, appunto, qui la “carenza di comunione ecclesiale” riguarda la “grande Chiesa”, non la “piccola Chiesa domestica” che anticipa, profeticamente e nel concreto, la comunione tra le Chiesa. Onorare questi cammini concreti è via di un rinnovato ecumenismo “fattuale” prima che “dottrinale”. Ma perché possiamo permetterci questo sviluppo dobbiamo liberare i concetti teologici da quell’aura “retorica” che li riduce a “espressione clericale” senza forza e senza forma. Basti considerare tutta l’enfasi del discorso sulla “centralità della famiglia” che poi non riesce ad attribuirle, come in questo caso, alcuna vera autorità.

4.3. Se sviluppiamo questo assunto, dovremmo dire che in qualche modo alla carenza di comunione ecclesiale sopperisce la ricca esperienza della comunione coniugale. Il fatto che la parte “non cattolica” sia marito (o moglie) della parte cattolica può essere considerato condizione necessaria – anche se di per sé non sufficiente – per aprire la comunione eucaristica alla sua esperienza, cui è giunto per un “amore all’eccesso” vissuto non nella stessa Chiesa, ma nello stesso amore di cui quella Chiesa vuol essere segno. Questo modo di considerare la tradizione permette di abbassare le pretese verso la ecclesia pensata istituzionalmente come “societas perfecta”, e di alzare invece il volume con cui la Chiesa domestica, nella sua fragilità, può annunciare la profezia della comunione anche in condizioni apparentemente assai svantaggiate. Implica, quindi, un profondo ripensamento del tema “matrimonio”, così come è accaduto nel testo di Amoris Lætitia, che per la prima volta esce dallo “schema ottocentesco” con cui il matrimonio è letto, in modo decisivo, come “campo di esercizio della autorità ecclesiale” in contrapposizione con il “potere dello Stato liberale”. Un ecumenismo che attribuisca al “famiglia domestica” una autorità ecclesiale è costretto a rivedere profondamente lo schema canonistico che dal 1917 domina la comprensione del matrimonio.

4.4. Ora è ovvio che, se si dimentica questo orizzonte coniugale, in cui si inserisce lucidamente la “proposta tedesca”, si ha buon gioco a costruire quella serie di “paralogismi” che sono tanto poco convincenti, quanto più si allontanano dalla proposta concreta. Che non è quella di equiparare le “dottrine” e le “discipline” di Chiese che restano differenziate, ma di poter riconoscere, nonostante questa diversità, che la esperienza di “vincolo coniugale” – in cui natura e cultura già possono convergere – può rendere accessibile la piena comunione sacramentale, sia pure per vie segrete che non è dato conoscere sul piano della dottrina e della disciplina, ma che si rendono accessibili sul piano della esperienza del Mistero, a cui si apre la vita differenziata nel vincolo ecclesiale, ma unificata nel vincolo coniugale. Con il suo linguaggio più elementare e meno definito – nell’ascolto della Parola comune, e nello spezzare il pane e nel condividere il calice su cui si è reso grazie – le Chiesa fanno esperienza “atematica” della comunione. I gesti elementari e potenti, che strutturano la celebrazione eucaristica – ascolto della Parola, preghiera eucaristica, condivisione del pane e calice come corpo e sangue di Cristo – ristrutturano le identità molto più della coscienza dottrinale. L’inconscio rituale è più potente della coscienza dottrinale.

4.5. Va ricordato, poi, che anche in questo caso il percorso previsto dalla “proposta tedesca” si inserisce nello stesso quadro “processuale” previsto recentemente (2016) da Amoris Lætitia per affrontare le “crisi” che il matrimonio può incontrare. E il rifiuto opposto astrattamente a tale proposta ha tutta la apparenza di una radicale incomprensione di queste “proposte processuali”, che riprendono il grande insegnamento del Concilio Vaticano II, per il quale – allora nella assise conciliare, come oggi in questa proposta episcopale – non si trattava di cambiare o innovare dottrina e disciplina cristiana, ma di ritrovare quel terreno del mistero – di Dio e dell’uomo, del Vangelo e della esperienza – su cui può fiorire la fede in Cristo. Mentre secondaria e meno convincente sembra la soluzione “giuridica” che assimila la comunione concessa al consorte di diversa confessione al “caso di morte”. Non si tratta, io credo, che garantire “fughe eccezionali” nella ospitalità rispetto ad una norma inospitale, quanto di garantire che, in presenza di vissuti di comunione coniugale, l’eccezione dovrebbe diventare la inospitalità, e normale sarebbe sempre la ospitalità.

4.6. Per questo lo “scandalo” che i profeti di sventura additano alla attenzione è frutto di uno sguardo strabico: è scandaloso, in effetti, non il fatto che finalmente la coppia confessionalmente “mista” possa essere unita anche nella comunione eucaristica, ma che la istituzione ecclesiale, per salvaguardare se stessa, porti la divisione nel cuore stesso delle famiglie. Se è vero che la Chiesa che vuole comprendere la “gioia dell’amore” ha da imparare ascoltando seriamente le famiglie, ho l’impressione che la autorità episcopale, per crescere nel suo magistero, debba disporsi ad un serio rinnovamento, certo della teologia eucaristica, ma prima ancora della teologia matrimoniale. Per esporsi alle vite, piuttosto che soltanto e sempre disporre delle vite. La relazione tra comunione eucaristica e comunione matrimoniale appare, oggi, un “segno dei tempi”: di fronte al quale la Chiesa docente deve sapersi fare discente, con lungimirante umiltà. E, per così dire, deve disporsi non anzitutto a dare la comunione a chi non ne sarebbe degno, ma a riconoscere che la comunione ecclesiale fiorisce proprio là dove saremmo portati a credere che sia esclusa a priori. Qui vale quanto papa Francesco ha ricordato come principio in EG (Evangelii Gaudium): ossia il primato della realtà sulla idea. E la resistenza a questa logica, sempre papa Francesco la chiama con il nome di antiche e pericolose tentazioni: neognosticismo e neopelagianesimo sono precisamente quel primato “astratto” e “normativo” con cui la Chiesa, senza saperlo, non permette a Cristo di uscire: egli “bussa” non per entrare, ma per uscire. Anche le questioni ecumeniche risentono profondamente di questo “stile neopelagiano e neognostico”, di cui trasudano spesso le nostre soluzioni “normative” o “dogmatiche”.

            Anche per elaborare queste nuove frontiere, il pensiero ecumenico sulla eucaristia ha bisogno di una nuovo modello non solo di teologia, ma di teologo. Esige un teologo dalla “mente aperta”: “Il teologo che si compiace del suo pensiero completo e concluso è un mediocre. Il buon teologo e filosofo ha un pensiero aperto, cioè incompleto, sempre aperto al maius di Dio e della verità, sempre in sviluppo, secondo quella legge che san Vincenzo di Lérins (†445) descrive così: annis consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate (Commonitorium primum, 23: PL 50,668)”(Veritatis Gaudium §3)

            Per questo, in conclusione, vorrei tornare alle parole con cui Francesco concludeva la sua risposta, in occasione della visita alla Chiesa luterana di Roma, nel 2015. E’ una conclusione che, tenendosi lontana sia dal principio gnostico di una “soluzione astratta generale” sia dal principio pelagiano di una “normativa che programmi tutto in modo prevedibile”, percorre la via di un “discernimento aperto”, basato più sulla esperienza di ascolto e di condivisione, di dialogo e di partecipazione, che su evidenze dogmatiche o giuridiche ultimative. Ecco le parole con cui vorrei anche concludere, parole che sono direttamente rivolte alla Signora che aveva posto la questione e che meritano grande attenzione, poiché indicano anche uno “stile ecumenico” molto determinato: “Mi diceva un pastore amico ‘Noi crediamo che il Signore è presente lì. E’ presente. Voi credete che il Signore è presente. E quale è la differenza?’ – ‘Eh, sono le spiegazioni, le interpretazioni…’. La vita è più grande delle spiegazioni e delle interpretazioni. Sempre fate riferimento al battesimo: ‘Una fede, un battesimo, un Signore’ così dice Paolo, e di là prendete le conseguenze. Io non oserò mai dare il permesso di fare questo perché non è mia competenza. Un Battesimo, un Signore, una fede. Parlate col Signore e andare avanti. Non oso dire di più”

Andrea Grillo 25 marzo 2019 nel blog: Come se non

www.cittadellaeditrice.com/munera/ecumenismo-ed-eucaristia-profezia-e-paura

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ASSEGNO DIVORZILE

Divorzio: l'assegno non diminuisce se l'ex prende indennità di accompagnamento

Corte di Cassazione, prima Sezione civile, sentenza n. 6518, 6 marzo 2019

www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_33865_1.pdf

La Cassazione respinge la richiesta di revisione dell'assegno di divorzio presentata dal marito che, dopo il pensionamento, dichiara la consumazione del suo patrimonio mobiliare. Le condizioni economiche della ex moglie, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, non giustificano la revoca dell'assegno. Ella, ormai invalida al 100% e titolare dell'indennità di accompagnamento non ha visto contrariamente a quanto sostenuto dall'ex, migliorare la propria condizione economica.

La Corte d'appello di Milano respinge il reclamo di un marito, confermando la decisione del Tribunale. Il giudizio d'appello è stato promosso per ottenere la revisione dell'assegno divorzile di € 769,97, corrisposto all'ex moglie soggetta ad amministrazione di sostegno. Questo, a fronte del peggioramento della propria condizione economica dovuta all'intervenuto pensionamento e al contestuale miglioramento della situazione della beneficiaria.

            La Corte d'appello ha ritenuto non provato il peggioramento delle condizioni economiche del marito, rispetto al momento in cui è stato determinato l'assegno divorzile. Lo stesso si è infatti limitato ad allegare, senza documentare, la consumazione di tutto il suo patrimonio mobiliare. Il giudice di secondo grado, al contrario, ha ritenuto dimostrato il peggioramento delle condizioni di salute dell'ex moglie beneficiaria dell'assegno, la cui invalidità ha raggiunto ormai il 100%.

            Avverso il suddetto decreto il marito propone ricorso per cassazione lamentando in particolare l'omissione da parte dei giudici della necessaria integrazione probatoria, nonostante le sue sollecitazioni di richiedere a terzi, in primis all'Inps, informazioni sulla situazione pensionistica della ex moglie.

La Cassazione rigetta il ricorso, considerando inammissibile il motivo con cui il marito ha contestato l'omissione da parte della Corte territoriale dell'assunzione di "informazioni da organismi terzi, come I'Inps, circa la situazione pensionistica della controparte."

            Tale disappunto per gli Ermellini si risolve "in una implicita e generica richiesta di rivisitazione del giudizio di fatto compiuto dai giudici di merito, i quali hanno ritenuto che il quadro probatorio dimostrava che le condizioni economiche dell'ex coniuge beneficiario non erano migliorate, alla luce di quanto dichiarato dall'amministratore di sostegno (in particolare, in merito al fatto che l'amministrata, oltre all'assegno divorzile, percepiva solo un'indennità di accompagnamento di € 490,00 mensili); né il ricorrente deduce che ciò non corrispondesse al vero."

Annamaria Villafrate            studio Cataldi 12 marzo 2019

www.studiocataldi.it/articoli/33865-divorzio-l-assegno-non-diminuisce-se-l-ex-prende-indennita-di-accompagnamento.asp

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ASSOCIAZIONI - MOVIMENTI

Assemblea della Compagnia delle opere

“Testimoniate quello che vivete, il mondo ha bisogno di autenticità”. L’intervento di Berhnard Scholz, presidente della Compagnia delle Opere ha aperto l’assemblea dei responsabili dell’Associazione domenica 23 marzo 2019presso l’Abbazia di Mirasole (Milano): circa 200 i partecipanti da tutta Italia.

            “Si può imparare molto da voi perché la vostra opera nasce essenzialmente da come guardate i figli che vi sono affidati – ha detto Berhnard Scholz – E nasce perché le famiglie siano sempre più sostenute in questa miracolosa opera dell’accoglienza che vivono tutti i giorni”.

            “La nostra responsabilità – ha ricordato Scholz – non sorge innanzitutto da un impeto morale, ma dal fatto che sto di fronte alla realtà, realtà che inevitabilmente mi chiede una risposta. Nello stesso modo vivendo semplicemente l’esperienza dell’accoglienza, anche senza fare troppi discorsi, si crea un modo diverso di guardare tutto e tutti: e questo inevitabilmente si comunica”.

            “Oggi in modo particolare c’è sete di autenticità – ha detto ancora Scholz – e c’è bisogno di comunicare esperienza, c’è bisogno di testimoniare, in modo discreto e consapevole, che è possibile vivere in modo più umano e più vero”.

            L’intervento di Scholz ha dato il via all’assemblea e al racconto delle esperienze in atto in questo momento: la rete delle case famiglia “Dimore per l’Accoglienza” e la grande scommessa di creare un cammino comune, fatto di momenti di formazione ma anche di convivenza. La rete adozione e quella affido, occasioni di confronto e di amicizia per ri-centrare il lavoro dell’Associazione sulle domande che urgono nelle situazioni e nelle famiglie. La partecipazione a organismi interassociativi come il Forum delle Famiglie e il Tavolo nazionale Affido, nella crescita della stima del rapporto con altre realtà ed esperienze. La testimonianza di un’azione di raccolta fondi proposta ai partecipanti della Milano Marathon.

            Fra gli interventi, quello di Valeria Colosi, assistente sociale di Verona, sulla creazione del Centro affido e solidarietà famigliare, sorto con la partecipazione paritaria dell’ente pubblico e di quattro associazioni (fra cui Famiglie per l’Accoglienza). Ha raccontato un esempio del tutto originale di collaborazione, diventata efficace e davvero incisiva grazie alla crescita di un rapporto e una stima reciproca tra le varie componenti: “Ci siamo messi l’uno accanto all’altro e abbiamo cercato di capire quale fosse la domanda”.

Famiglie per l’accoglienza    29 marzo 2019

www.famiglieperaccoglienza.it/sedi-e-contatti/sede-nazionale

www.famiglieperaccoglienza.it/2019/03/28/testimoniate-quello-che-vivete-il-mondo-ha-bisogno-di-autenticita

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CASA CONIUGALE

5Regime di assegnazione della casa familiare

Il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell'interesse dei figli. Dell'assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l'eventuale titolo di proprietà.

Il godimento della casa familiare. Il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l'assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio.

Il provvedimento di assegnazione e quello di revoca sono trascrivibili e opponibili a terzi ai sensi dell'articolo 2643 del codice civile.

In presenza di figli minori, ciascuno dei genitori è obbligato a comunicare all'altro, entro il termine perentorio di trenta giorni, l'avvenuto cambiamento di residenza o di domicilio. La mancata comunicazione obbliga al risarcimento del danno eventualmente verificatosi a carico del coniuge o dei figli per la difficoltà di reperire il soggetto.

La suddetta disposizione si applica nel caso che i genitori siano coniugati sia ai conviventi more uxorio con figli minorenni o maggiorenni non economicamente autosufficienti.

Il diritto alla conservazione dell'abitazione in cui i figli sono cresciuti si configurerebbe addirittura come un diritto Costituzionalmente garantito rientrando esso tra i diritti tesi allo sviluppo della personalità.

E' bene sottolineare che per casa familiare si intende solo quell'immobile che abbia costituito il centro di aggregazione della famiglia durante la convivenza, con esclusione di ogni altra abitazione di cui i coniugi / genitori avessero la disponibilità o che comunque usassero in via saltuaria o temporanea.

Presupposti per l'assegnazione della casa familiare. Affinché si possa procedere ad assegnazione della casa familiare è necessaria la presenza di figli minorenni o maggiorenni non economicamente indipendenti. La Corte di Cassazione ha più volte precisato che il provvedimento di assegnazione della casa coniugale è subordinato alla presenza di figli, minori o maggiorenni non autosufficienti economicamente, conviventi con i coniugi/genitori. In assenza di tale presupposto, il giudice non può assegnare la casa in comproprietà in sostituzione o quale componente dell'assegno di mantenimento: questa resta soggetta alle norme sulla comunione, salva l'esistenza di eventuali accordi di natura negoziale intercorsi tra le parti in sede di separazione personale.

Pertanto, in caso di separazione di coniugi senza figli o con figli maggiorenni ed autonomi, non potrà in alcun modo disporsi l'assegnazione della casa familiare. In tali ipotesi caso nulla dovrà indicare la sentenza in ordine all'assegnazione.

Come si evince chiaramente dalla norma, il diritto all'assegnazione della casa prescinde dalla titolarità di diritti reali sul bene.

Ove l'immobile sia di proprietà del genitore non collocatario del figlio/i minore o maggiorenne non economicamente indipendente, il diritto subirà una limitazione in relazione all'uso, pur rimanendo allo stesso proprietario la possibilità di procedere alla vendita dell'immobile a terzi salvo il diritto per il coniuge/genitore assegnatario di continuare a viverci considerato che il provvedimento di assegnazione, seppur non trascritto, è opponibile al terzo acquirente per 9 anni dall'emissione del provvedimento di assegnazione e, oltre il novennio, se trascritto. Con l'assegnazione si costituisce e configura in capo all'assegnatario un diritto atipico di godimento di natura personale (e non un diritto reale di uso o di abitazione)

Modifica o revoca assegnazione casa familiare. Il diritto di assegnazione della casa familiare può essere oggetto di modifica da parte del Tribunale ogni qualvolta emergano "fatti nuovi e rilevanti" che possano legittimare la richiesta di modifica. Tipico caso che legittima la richiesta di modifica o di revoca dell'assegnazione della casa familiare è quello del figlio maggiorenne non economicamente indipendente che sceglie di andare a vivere con il genitore non collocatario. In tal caso, il provvedimento di assegnazione andrà revocato o modificato e si applicheranno ai fini dell'accertamento del diritto al possesso e all'uso della casa le norme del codice civile (in particolar modo quelle in materia di diritti reali).

L'assegnazione della casa familiare andrà revocata anche nel caso in cui il genitore affidatario o collocatario cessi di viverci con i figli. Allo stesso modo astrattamente modificabile è il provvedimento di assegnazione ove il genitore assegnatario intraprenda una convivenza more uxorio nella casa familiare ovvero contragga nuovo matrimonio; la ratio della revoca si fonda sul presupposto che il nuovo convivente o coniuge andrebbero ad alterare la struttura familiare del minore o maggiorenne economicamente non indipendente con conseguente venir meno della tutela. In questo caso la revoca dell'assegnazione della casa familiare non è automatica, ma la situazione deve essere valutata caso per caso dal Giudice il quale avrà il delicato ruolo di contemperare l'interesse del figlio a continuare a vivere nella residenza familiare con il diritto del proprietario.

Quindi, la convivenza more uxorio o il nuovo matrimonio dell'assegnatario della casa non sono circostanze, di per se stesse, idonee a determinare la cessazione dell'assegnazione, dovendo l'eventuale revoca dell'assegnazione essere subordinata ad un giudizio di conformità all'interesse del minore.

Le spese della casa assegnata. Le spese per l'uso, godimento e la conservazione ordinaria della casa familiare sono a carico della parte assegnataria. In sostanza il genitore assegnatario oltre al pagamento delle utenze dovrà corrispondere le rate condominiali ordinarie (con esclusione delle rate condominiali che si riferiscono ad interventi straordinari).

Per quanto attiene alle imposte comunali sull'immobile assegnato, il genitore che ha il godimento della casa di proprietà dell'altro genitore non è tenuto alla corresponsione di alcuna imposta in quanto, il diritto di assegnazione della casa familiare non costituisce un diritto reale bensì un atipico diritto personale di godimento e pertanto nulla è dovuto ai sensi dell'art. 3 del Decreto Legislativo 504/1992 (Cassazione Civile, Sezione. Tributaria 20/10/2008 n. 25486).

Casa familiare in locazione o in comodato. Ove al momento della crisi familiare l'abitazione sia condotta in locazione dal genitore non collocatario dei figli, l'art. 6, comma 2, della legge 27 luglio 1978, n. 392, prevede che, nel caso in cui essa casa sia stata assegnata dal Giudice al coniuge non intestatario del contratto ma convivente con i figli minori, lo stesso contratto si trasferisce per legge al coniuge convivente con i figli stessi; in tal caso si trasferiranno su di esso tutte le obbligazioni derivanti dal contratto, dal pagamento del canone alla naturale durata del contratto stesso.

Con il provvedimento di assegnazione il coniuge a cui viene assegnata la residenza familiare diviene il conduttore della stessa E il precedente rapporto non potrà più tornare in vita, anche in caso di rilascio spontaneo da parte del coniuge assegnatario (Cass. civile, sez. III, 17 luglio 2008, n. 19691). La stessa disciplina si applica anche in caso di convivenza more uxorio con figli minori o maggiorenni non autosufficienti.

Nel caso in cui al momento della dissoluzione del matrimonio/convivenza il contratto di locazione fosse scaduto, il genitore convivente con i figli minori o maggiorenni ma non economicamente indipendenti non succederà nel contratto di locazione scaduto bensì verrà trasferita ad esso una situazione di mera occupazione.

Più complessa la questione nelle ipotesi tutt'altro che rare in cui la casa familiare sia di proprietà di un terzo (spesso i genitori di una della parti) che la concede in uso alla coppia al fine di destinarla a casa familiare. In questi casi il rapporto tra il proprietario e chi usa l'immobile è configurabile come un comodato. La Cass. S.U. con sentenza 29 Settembre 2014 n. 20448 ha stabilito che:" Ai sensi dell'art. 1809, secondo comma, cod. civile, il bisogno che giustifica la richiesta del comodante di restituzione del bene non deve essere grave ma imprevisto (e, dunque, sopravvenuto rispetto al momento della stipula del contratto di comodato) ed urgente, senza che rilevino bisogni non attuali, né concreti o solo astrattamente ipotizzabili. Ne consegue che non solo la necessità di un uso diretto ma anche il sopravvenire d'un imprevisto deterioramento della condizione economica del comodante - che giustifichi la restituzione del bene ai fini della sua vendita o di una redditizia locazione - consente di porre fine al comodato, ancorché la sua destinazione sia quella di casa familiare, ferma, in tal caso, la necessità che il giudice eserciti con massima attenzione il controllo di proporzionalità e adeguatezza nel comparare le particolari esigenze di tutela della prole e il contrapposto bisogno del comodante".

Si tratterebbe pertanto di un comodato che non può ritenersi "precario" ex art. 1810 cc bensì deve considerarsi "ordinario" e quindi regolato dagli artt. 1809 e ss cc, conseguentemente il comodante, al verificarsi della frattura dell'unione ed in presenza di un provvedimento di assegnazione della casa familiare concessa in comodato, non ne può richiedere la restituzione, salvo che non provi un imprevisto bisogno sopravvenuto successivamente rispetto alla stipula del contratto di comodato e urgente che ai sensi dell'art. 1809 c.c. legittimerebbe la richiesta restituzione.

Di fatto sull'immobile si imprime un vincolo di destinazione alle esigenze abitative familiari non soltanto a titolo personale del comodatario, ma dell'intera famiglia. Quindi il comodato senza determinazione di durata deve considerarsi sorto per un uso determinato e dunque per un tempo determinabile per relationem, da individuarsi in considerazione della destinazione a casa familiare, indipendentemente dall'insorgere di una crisi coniugale.

Il proprietario comodante sarà quindi tenuto a consentire la continuazione del godimento, anche oltre l'eventuale crisi coniugale, salva l'ipotesi di sopravvenienza di un urgente ed imprevisto bisogno ai sensi dell'art. 1809, comma 2, codice civile".

Avv. Matteo Santini   Studio Cataldi            11 marzo 2019

www.studiocataldi.it/articoli/33863-regime-di-assegnazione-della-casa-familiare.asp

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CENTRO GIOVANI COPPIE SAN FEDELE

Educare al futuro nell’epoca di Internet e del narcisismo

Matteo Lancini - Psicoterapeuta – Presidente Minotauro

11 aprile 2019 – ore 21:00 - 23:00. Piazza San Fedele, 4, Milano

Gli adolescenti odierni sono nati e cresciuti in una società complessa, caratterizzata, tra le altre cose, dalla trasformazione dei modelli educativi familiari, dall’avvento dei social media e dalla diffusione di modelli ideali straordinariamente elevati. Per questi motivi è fondamentale, ma non sempre semplice, riuscire a comprendere quando il comportamento dell’adolescente rappresenta una forma di adattamento alla complessità e al futuro che li aspetta e quando, invece, segnala un disagio o l’esordio di una psicopatologia. Nell’epoca di internet e del narcisismo, i ragazzi e le ragazze sono chiamati ad affrontare la sofferenza derivante dalla distanza incolmabile tra ciò che si aspettavano di diventare e ciò che realmente sono diventati con le trasformazioni portate in dote dai cambiamenti corporei e psichici adolescenziali. Meno opposizione e più delusione: questa è la caratteristica distintiva degli adolescenti che non si sentono mai abbastanza belli e popolari.

            Matteo Lancini è uno psicologo e psicoterapeuta di formazione psicoanalitica. Presidente della Fondazione “Minotauro” di Milano e dell’AGIPPsA (Associazione Gruppi Italiani di Psicoterapia Psicoanalitica dell’Adolescenza) e docente presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università Milano-Bicocca e presso la Scuola di formazione in Psicoterapia dell’adolescente e del giovane adulto Arpad-Minotauro.

All’interno del Minotauro coordina la sezione Adolescenti del Centro di consultazione e psicoterapia e l’équipe Dipendenze tecnologiche. È prevalentemente impegnato in attività di consultazione e psicoterapia con gli adolescenti e i loro genitori e nella realizzazione di interventi di prevenzione e formazione in ambito scolastico e sociosanitario. Negli ultimi anni la sua ricerca si è focalizzata sui nativi digitali e sulle problematiche connesse all’utilizzo di internet.

 www.centrogiovanicoppiesanfedele.it/events/educare-al-futuro-nellepoca-di-internet-e-del-narcisismo

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF - n. 12, 27 marzo 2019

“La forza di Cecilia, bimba down. A 4 anni ha battuto la leucemia” di Rosella Redaelli (19 marzo 2019). I commenti sono superflui, davanti alla storia qui raccontata, che parla di bambini speciali curati con amore, di ospedali che sanno accogliere i piccoli e i loro genitori, e di giovani genitori, poco più che trentenni, che sanno "resistere nella circostanza quotidiana", con coraggio, solidità e capacità di farsi aiutare. Altro che bamboccioni: uomini e donne resistenti, adulti, e grati per il dono, difficile ma grande, di una bambina down.

https://milano.corriere.it/digital-edition/CORRIEREFC_MILANO_WEB/2019/03/19/12/pla-forza-di-cecilia-bimba-down-a-4-anni-ha-battuto-la-leucemia-p_U311015097081199H.shtml

Family international monitor [EN].                                       www.familymonitor.net/?lang=en

Osservatorio Internazionale sulla Famiglia [IT]. Si è svolto giovedì 21 marzo alle ore 11.00 presso il Pontificio Istituto Teologico «Giovanni Paolo II» per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, un evento di presentazione dell’Osservatorio Internazionale della Famiglia, iniziativa proposta dall’Istituto in cooperazione con l’Università Cattolica San Antonio di Murcia e il CISF Centro Internazionale Studi Famiglia di Milano. Il progetto, presentato lo scorso 6 dicembre 2018 alla Sala Stampa Vaticana, mira ad attuare una ricerca scientifica a livello internazionale sulla condizione concreta delle famiglie nei diversi contesti sociali, culturali ed economici. L’indagine si svolgerà lungo un arco temporale di 3 anni (2019-2021) e sarà scandita dalla realizzazione di due report su famiglia e povertà relazionale e famiglia e povertà economica, direttrici fondamentali che guideranno tutta la ricerca sul tema. La ricerca è portata avanti da diversi Istituti e Facoltà Universitarie del Benin, Kenya, Argentina, Cile, Messico, Stati Uniti d’America, Italia, Spagna, Finlandia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Cina, Hong Kong e Qatar. Hanno già aderito al progetto, insieme a Caritas Internationalis, anche diverse Caritas nazionali come Tunisia, Lettonia, Perù, India, Zambia, Turchia e Burkina Faso. L’Osservatorio è un prezioso strumento voluto da Papa Francesco per “tenere i piedi per terra” e riportare la famiglia nella “cabina di regia della storia”. Per una breve descrizione si possono ascoltare le interviste a Mons. Vincenzo Paglia e a Francesco Belletti.       

www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2019-03/osservatorio-paglia-famiglia-cabina-regia-storia.html

Altre informazioni sul metodo che si intende attuare sono contenute nell'intervista a F. Belletti su RadioInBlu (audio)

www.radioinblu.it/2019/03/21/presentato-a-roma-presso-il-pont-ist-teologico-giovanni-paolo-ii-losservatorio-internazionale-per-la-famiglia

                                                                   

Famiglie e coppie coniugate e conviventi: "lo svantaggio dell'instabilità". Una recente indagine in 11 Paesi "mostra che un'ampia quota di coppie conviventi non coniugate con figli minori ritiene che la loro relazione attuale non durerà per sempre, in percentuale superiore rispetto alle coppie coniugate. Inoltre, tra i genitori conviventi e non coniugati in molte nazioni è maggiore la quota di chi NON considera la loro relazione come una parte vitale della propria vita". L'indagine è stata realizzata dal 13 al 25 settembre 2018, su un campione di 16.478 adulti tra i 18 e i 50 anni, in undici nazioni: Argentina (668), Australia (2.420), Canada (2.200), Cile (1.240), Colombia (620), Francia (1.215), Irlanda (2.420), Messico (677), Perù (645), Regno Unito (2.344), Stati Uniti (2.025)

https://ifstudies.org/ifs-admin/resources/ifs-globalcohabbrief-final-1.pdf

“Women & digital job in europe 2018" (Donne e lavoro digitale in Europa - 2018"). Instant book presentato negli Uffici del Parlamento europeo a Bruxelles all'inizio di marzo

www.patriziatoia.info/images/ebooks/Women_Digital_Jobs_in_Europe.pdf

Pochi lo sanno ma la prima programmatrice di computer al mondo si chiamava Ada Lovelace Byron.  Durante la prima metà dell’Ottocento, fu lei a rendere programmabile la “macchina analitica” e a prefigurare il concetto di intelligenza artificiale. Purtroppo però poi la storia della tecnologia digitale è stata una storia essenzialmente di uomini, una tendenza che sta cambiando ma troppo lentamente, vista la centralità del mondo tecnologico. Le tecnologie informatiche offrono enormi possibilità per le donne e per la parità di genere, ma insieme alle possibilità ci sono anche molti rischi. Si pensi ad esempio al cyberbullismo sessista. Si tratta di tematiche molto importanti su cui al Parlamento europeo a Bruxelles abbiamo voluto confrontarci con le protagoniste e le esperte del mondo digitale italiano e europeo, per raccoglierne le idee, i suggerimenti e le critiche".

v  La notizia merita un collegamento ad un recente film statunitense, il diritto di contare: una splendida storia, ispirata a fatti reali, di progressiva emancipazione dalle irragionevoli ma potenti discriminazioni che devono subire donne che lavorano con i numeri, in un ambiente soprattutto maschile, dove i bianchi comandano e i neri sono discriminati, e tutti devono fare i conti con l'arrivo del primo computer IBM, destinato a sostituire decine e decine di persone che "fanno i conti".

www.youtube.com/watch?v=LrM27IHgrpI

Il diritto del minore a crescere in famiglia. Conviene riscoprirlo. Interessante e preciso, questo intervento in tema di diritti del minore e di accoglienza familiare, in margine ad alcune riflessioni recentemente proposte durante un convegno promosso dalla Commissione Adozioni Internazionali, organismo  istituzionale della Presidenza del Consiglio per la promozione e la vigilanza sull'adozione internazionale nel nostro Pese (il parere è espresso da Joëlle Long, consulente giuridico della CAI e ricercatrice presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino ["Esiste nel diritto internazionale un diritto del minore a crescere in famiglia?"

www.commissioneadozioni.it/media/1558/diritto-del-minore-a-crescere-in-famiglia_long.pdf

Dalle case editrici

  • Attwood Tony, Guida completa alla Sindrome di Asperger, Edra, Milano, 2019, pp. 506, € 45,00
  • Brady Mary T., Coinvolgimenti analitici con gli adolescenti. Sessualità, genere e sovversione, Astrolabio, Roma, 2018, pp. 162, € 16,00
  • Chiodi Maurizio, Coscienza e discernimento. Testo e contesto del capitolo VIII di Amoris lætitia, San Paolo, Cinisello B. (MI), 2018, pp. 172, € 22,00

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Rosina Alessandro, Il futuro non invecchia, Vita e Pensiero, Milano, 2018, pp. 93, € 12,00. Ci avviamo, in Italia e in Europa, verso un mondo con sempre meno giovani e sempre più anziani: lo dicono con cruda evidenza i numeri delle statistiche demografiche. È l'esito di un processo che ha conosciuto una straordinaria accelerazione negli ultimi decenni, anche grazie alla scienza e alla tecnologia che hanno consentito una forte diminuzione della mortalità infantile e un aumento considerevole della longevità, soprattutto in Occidente. Ma a questi fattori va poi sommata una drastica caduta della natalità, ben al di sotto del tasso che garantirebbe il rinnovo generazionale. Per questo, il nostro futuro dovrà necessariamente fare i conti con le sfide di questo inedito paesaggio antropologico, economico e sociale.

Questo breve ma denso saggio del noto demografo Alessandro Rosina invita ad affrontarle a viso aperto, senza cedere a suggestioni apocalittiche, bensì valorizzando il potenziale di tutti i soggetti coinvolti. Il corso della vita, infatti, va attivamente coltivato in tutti i suoi stadi - dall'infanzia all'età anziana - con lucidità e lungimiranza, tenendo viva la tensione verso un futuro da costruire con fiducia.

Snodo decisivo di questo processo è la valorizzazione del potenziale delle giovani generazioni. Ad esse andrebbe passato il testimone, riconoscendo davvero, attraverso adeguati percorsi formativi ed efficaci politiche del lavoro, il protagonismo che spetta loro di diritto. Un futuro che non invecchia ha la sua condizione fondamentale proprio in questa alleanza tra le generazioni. Per darcene un'idea, l’autore rivisita in tale prospettiva dieci parole-chiave che iniziano con la "f" di futuro: forza/fragilità, formazione, fare, fallimento, fiducia, famiglia, facebook, femminile, fede, felicità. Abbiamo davvero bisogno di riscoprirne il senso per appoggiarvi la nostra speranza.

Save the date                                 

  • Nord: L’operatore di fronte alla grave conflittualità familiare e alla violenza assistita. Spunti per l’Intervento, seminario formativo promosso da CTA (Centro Terapia Adolescenza) Trento, 30 marzo 2019.                                  http://www.centrocta.it/newsletter/Seminario_Trento_CTARangone.pdf
  • Nord: Costruire comunità, generare autonomia. Dalla responsabilità personale alla corresponsabilità professionale, 35.o Convegno DISAL (Dirigenti Scuole Autonome e Libere), Milano, 28-30 marzo 2019. www.disal.it/Resource/ProgrammaConvegnoDiSALMilano2019def.pdf
  • Nord: "Le parole fanno più male delle botte". Prevenire e gestire casi di cyberbullismo, iniziativa promossa dal Centro per la Famiglia e dall'Istituto Comprensivo Statale di Casier, Treviso, 9-10 aprile 2019

www.iccasier.edu.it/offerta-formativa/progetti/salute/notizie/377-le-parole-fanno-piu-male-delle-botte

  • Centro La comunità generativa. L’accompagnamento della persona con disabilità alla vita cristiana, convegno nazionale promosso dal Settore per la Catechesi delle Persone Disabili dell'Ufficio Catechistico Nazionale della CEI, Sacrofano (RM), 25-27 aprile 2019.

https://catechistico.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/sites/11/2019/02/15/Depliant-01.pdf

  • Centro: Festival nazionale dell'economia civile, prima edizione, promosso da Federcasse, NexT e Scuola di Economia Civile, Firenze, 29-31 marzo 2019.

https://eventi.festivalnazionaleeconomiacivile.it/home/eventi

  • Centro:Insieme a scuola si può, "Le Linee guida per il diritto allo studio delle alunne e degli alunni fuori dalla famiglia di origine", convegno nazionale promosso da ANFAA (Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie), Firenze, 13 aprile 2019.

www.minoritoscana.it/sites/default/files/convegno_Anfaa.pdf

  • Sud: Quando educare è più difficile... nell'Era del Digitale, XXXVI congresso C.N.I.S. nazionale (Associazione per il Coordinamento Nazionale degli Insegnanti Specializzati e la ricerca sulle situazioni di Handicap), con il patrocinio dell’Università degli Studi di Cagliari, Cagliari, 12-13 aprile 2019.                         http://www.cnis.it/wp-content/uploads/2018/10/Programma-definitivo.pdf
  • Estero: 4th International Symposium: ICF Education (Quarto Simposio Internazionale di Formazione sull'ICF- International Classification of Functioning, Disability and Health  Kuwait City, 6-7 aprile 2019.                   www.cnis.it/wp-content/uploads/2018/10/Programma-definitivo.pdf

www.slideshare.net/ICFEducation/draft-programme-4th-international-symposium-icf-education

Iscrizione                http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

Archivio        http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/marzo2019/5116/index.html

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CHIESA CATTOLICA

Esortazione post-sinodale "Christus vivit"

Da Roma a Loreto, passando per la Giornata mondiale della Gioventù a Panama, con un’unica destinazione: i giovani di tutto il mondo. L’Esortazione apostolica post-sinodale, in forma di Lettera ai giovani, che oggi, 25 marzo 2019, il Papa firma ed affida alla Vergine Maria durante la sua visita a Loreto, ha un lungo cammino alle spalle, percorso grazie alla “bussola” di Cristo. “Vive Cristo, esperanza nuestra” è infatti l’incipit del testo originale in spagnolo del documento, che verrà pubblicato, il prossimo 2 aprile 2019.

Gennaio 2017: la Lettera del Papa ai giovani. Ma la prima pagina di tale documento, in un certo qual modo, Papa Francesco l’ha scritta il 13 gennaio 2017: quel giorno, viene pubblicato il Documento preparatorio del Sinodo ed il Pontefice decide di accompagnarlo con una Lettera in cui invita i giovani lanciarsi “verso un futuro non conosciuto, ma portatore di sicure realizzazioni”, sempre accompagnati da Dio. Così, infatti, il Pontefice scriveva ai ragazzi due anni fa: “Un mondo migliore si costruisce anche grazie a voi, alla vostra voglia di cambiamento e alla vostra generosità. Non abbiate paura di ascoltare lo Spirito che vi suggerisce scelte audaci, non indugiate quando la coscienza vi chiede di rischiare per seguire il Maestro. Pure la Chiesa desidera mettersi in ascolto della vostra voce, della vostra sensibilità, della vostra fede; perfino dei vostri dubbi e delle vostre critiche. Fate sentire il vostro grido, lasciatelo risuonare nelle comunità e fatelo giungere ai pastori”.

Settembre 2017: il Seminario internazionale sulla condizione giovanile. L’invito del Papa viene raccolto dal “Seminario internazionale sulla condizione giovanile nel mondo”, organizzato a Roma, nel settembre 2017, dalla Segreteria generale del Sinodo. Numerosi i temi afferenti la gioventù che vengono discussi durante i lavori: dalle migrazioni alla disoccupazione, dall’impegno sociale a quello politico, dallo sviluppo delle tecnologie alla fede. Alla fine, la voce dei giovani si leva chiaramente: “Siamo una famiglia – dicono – ascoltiamoci e cresciamo insieme”. Ciò evidenzia il desiderio dei ragazzi di trovare nella Chiesa una casa, una famiglia, una comunità dove poter maturare le proprie scelte di vita e contribuire al bene comune.

Marzo 2018: la Riunione pre-sinodale. A tale auspicio, il Pontefice risponde direttamente nel marzo 2018, nell’ambito della Riunione pre-sinodale svoltasi a Roma, presso il Pontificio Collegio internazionale “Maria Mater Ecclesiae”: circa 300 i giovani presenti fisicamente, mentre altri 15mila partecipano attraverso i social-media. A tutti loro, il Papa chiede di osare “sentieri nuovi”, uscendo alla logica del “si è sempre fatto così” per stare, invece, in modo creativo nel solco della tradizione cristiana autentica. Il cuore della Chiesa è giovane, ribadisce Francesco, e i giovani “vanno presi sul serio”: non bastano le analisi sul loro mondo, ma serve interpellarli direttamente, anche quando parlano con “la faccia tosta”. “Se mancate voi, ci manca parte dell’accesso a Dio”, dice il Papa ai ragazzi, esortandoli ad essere “giovani profeti” con radici solide, basate sull’esperienza degli anziani e dei nonni.

La Domenica delle Palme 2018. I frutti della Riunione pre-sinodale vengono raccolti in un documento conclusivo che il 25 marzo 2018, Domenica delle Palme e Giornata diocesana della gioventù, viene consegnato nelle mani del Papa, in Piazza San Pietro. “In questo documento – spiegano i ragazzi al Pontefice – Le consegniamo la nostra vita e i desideri più profondi del nostro cuore. Fiduciosi del fatto che la Chiesa continui ad ascoltare la voce dei giovani”. Ed è questo, infatti, che i ragazzi auspicano: una Chiesa che sia testimone vivente di ciò che insegna, che non li consideri troppo piccoli per essere protagonisti della contemporaneità; una Chiesa inclusiva, accogliente, misericordiosa e tenera, che sappia anche ammettere i propri errori ed abbia “l’umiltà di chiedere perdono”. Una Chiesa che incontri i giovani là dove essi vivono, anche nel cosmo digitale, e che li accompagni nella costruzione di un “mondo di pace, che tenga insieme ecologia integrale ed economia globale sostenibile”.

Giugno 2018: l’Instrumentum Laboris in 7 parole-chiave. L’Instrumentum Laboris del Sinodo, poi, presentato alla stampa il 19 giugno 2018, raccoglie tutte queste richieste, integrandole con oltre centomila risposte date dai giovani al Questionario on line lanciato, nei mesi precedenti, dalla Segreteria generale del Sinodo. Sette, soprattutto, le parole-chiave che emergono dall’Instrumentum: ascolto, accompagnamento, conversione, discernimento, sfide, vocazione e santità. Si tratta di principî basilari che i ragazzi cercano nella Chiesa, affinché sia “autentica”, brilli per “esemplarità, competenza, corresponsabilità e solidità culturale” e condivida con i giovani stessi una vita vissuta alla luce del Vangelo. L’auspicio è che la Chiesa sia “meno istituzionale e più relazionale, capace di accogliere senza giudicare previamente, amica, prossima, misericordiosa”.

Ottobre 2018: il Documento finale del Sinodo. Le tematiche contenute nell’Instrumentum Laboris diventano, così, la “road-map” del Sinodo sul tema "I giovani, la fede e il discernimento vocazionale" che si svolge in Vaticano nell’ottobre 2018 e che vede molti ragazzi prendere la parola in Aula. Le loro riflessioni, le loro testimonianze, i loro forti appelli confluiscono nel Documento finale dei lavori, il cui filo-rosso è l’episodio dei discepoli di Emmaus, narrato nel Vangelo di Luca. Accompagnamento e ascolto empatico, infatti, sono tra i tratti essenziali che i ragazzi richiedono alla Chiesa, insieme al rafforzamento di scuole e parrocchie, e all’attenzione a questioni cruciali come quella dei migranti, “paradigma del nostro tempo”. Il documento finale richiama, inoltre, l’importanza di un impegno fermo della Chiesa contro tutti i tipi di abuso, per fare verità e chiedere perdono. Centrali anche la sottolineatura della famiglia, “Chiesa domestica” e prima comunità di fede; l’esortazione alla promozione della giustizia contro la cultura dello scarto; l’invito a valorizzare al meglio le “risorse pastorali” offerte da arte, musica e sport e ad abitare il mondo digitale, promuovendone le potenzialità comunicative in vista dell’annuncio cristiano. Il documento finale esorta, inoltre, a riconoscere e valorizzare le donne nella società e nella Chiesa, così come a far scoprire ai giovani che la sessualità è un dono, offrendo loro “una parola chiara, umana ed empatica”. Il tutto con “sinodalità”, ovvero con quello stile per la missione che sprona a passare dall’io al noi.

Gennaio 2019: la Gmg di Panama. E sono, infatti, tanti i “noi giovani” che a gennaio di quest’anno incontrano Papa Francesco a Panama, in occasione della 34.ma Giornata mondiale della gioventù. Così come accaduto a Rio de Janeiro nel 2013, quando li esortava a “fare chiasso”, ovvero a farsi sentire, ora il Pontefice invita i ragazzi a darsi da fare in modo attivo e creativo nella Chiesa e nel mondo, mettendo a frutto la loro “energia rinnovatrice” per essere “testimoni del Vangelo”: “Vogliamo trovare e risvegliare insieme a voi la continua novità e giovinezza della Chiesa aprendoci sempre a questa grazia dello Spirito Santo che tante volte opera una nuova Pentecoste. E questo è possibile solo se, come abbiamo da poco vissuto nel Sinodo, sappiamo camminare ascoltandoci e ascoltare completandoci a vicenda, se sappiamo testimoniare annunciando il Signore nel servizio ai nostri fratelli, che è sempre un servizio concreto”.

Marzo 2019: l’Esortazione apostolica. Oggi, dunque, a distanza di due anni dalla prima Lettera ai giovani, il Papa affida alla Vergine Lauretana l’Esortazione apostolica post-sinodale, sempre in forma di Lettera: un segno concreto di quell’ascolto, di quel dialogo e di quel camminare insieme auspicato dai partecipanti al Sinodo.

Isabella Piro – Città del Vaticano    Vaticannews   25 marzo 2019

www.vaticannews.va/it/papa/news/2019-03/esortazione-apostolica-genesi-papa-francesco-loreto-paplor.html

 

Il Parroco prudente e la Bussola imp(r)udente.

Sulle aperture ecumeniche di Don Giuseppe Grampa a Milano

Nella coscienza ecclesiale sta maturando, gradualmente ma in modo irreversibile, una diversa comprensione delle “differenze” tra i cristiani. Ciò che per secoli abbiamo vissuto come contraddizione e come errore, come un “aut” “aut”, da qualche decennio inizia ad essere letto e vissuto come opportunità e come ricchezza, come un “et” “et”: così quella che appariva come pericolosa negazione della comunione inizia ad essere percepita come ricchezza differenziata nella comunione.

            In questo cammino, fatto di documenti innovatori e di pratiche inconsuete, le diverse confessioni cristiane hanno iniziato a camminare, in modo non uniforme e con evidenti resistenze.

            Qualche settimana fa a Milano una celebrazione cattolica, con la presenza all’ambone e presso l’altare di una Pastora battista, ha suscitato reazioni violente da parte di un blog (Nuova Bussola Quotidiana) che si è abituato a confondere la tradizione cattolica con un “monolite immutabile”. Così un articolo, male intenzionato e peggio argomentato, ha potuto valutare le aperture del parroco Don Giuseppe Grampa come una negazione della verità cattolica, come una eresia, come un grave delitto, come uno scandalo.

http://lanuovabq.it/it/il-don-si-difende-messa-con-la-pastora-nulla-di-strano

https://anticattocomunismo.wordpress.com/2019/01/28/la-pastora-celebra-messa-ecumenismo-no-profanazione/#more-21465

            Alla risposta del Parroco, apparsa sul bollettino parrocchiale di marzo, il blog ha pensato bene di controreplicare con ancora maggiore durezza, quasi inscenando un piccolo “tribunale della inquisizione”, in cui ha sottoposto al parroco una singolare “Professione di fede cattolica” – costruita malamente con frasi tratte senza discernimento dal Concilio di Trento (1551) e da una istruzione della Congregazione del culto divino, “Redemptionis Sacramentum” (2004) – alla quale professione di fede, secondo il giudizio azzardato della scrivente, il Parroco avrebbe dovuto rispondere semplicemente “sì” o “no”.

            A me pare che proprio questo modo “rozzo” di porre le questioni dimostri la mancanza di cultura teologica e di aggiornamento ecclesiale di questi “corrispondenti romani”, che pensano di scrivere vivendo nel 1915 o nel 1932, e ritengono forse che siano ancora vigenti le condanne del Sillabo o la “messa all’indice” delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Da più di mezzo secolo, però, anzitutto nei rapporti ecclesiali, molte cose sono cambiate e devono essere accuratamente considerate, per affrontare con correttezza tutta la questione. Provo a presentare qui brevemente i cambiamenti più rilevanti, di cui la replica sgarbata al Parroco Don Giuseppe non tiene conto alcuno:

a)      Il cammino di confronto ecumenico ha contribuito a riconoscere che l’"oggetto della scomunica" di 500 anni fa non corrisponde più alla posizione del “nemico”, ma solo alla rappresentazione che la controparte se ne era fatta, 5 secoli prima, sotto la pressione della polemica. Quello che i cattolici dicevano dei protestanti, e che i protestanti dicevano dei cattolici, non era fedele alla realtà dell’altro. Anzitutto sulla dottrina della giustificazione, ma anche in campo sacramentale, abbiamo oggi maturato, da entrambe le parti, una comprensione più equilibrata delle buone ragioni proprie nonché di quelle altrui. E oggi riconosciamo anche volentieri i limiti delle nostre visioni insieme ai pregi di quelle altrui. E così fanno pure gli altri.

b)      Il confronto teorico, tra cattolicesimo e protestantesimo, è diventato anche “prassi di preghiera comune”. In questi casi, come è evidente, valgono delle regole di ospitalità che permettono di incontrare coloro che appartengono a tradizioni diverse da quella cattolica, mediante alcuni accorgimenti del processo rituale e della rappresentanza ecclesiale, che sono giustificati, precisamente, dalla rilevanza dell’interlocutore. L’interesse per l’altro giustifica la selezione da operare nelle pretese di uniformazione. E rende possibile anche ciò che prima era considerato o irreale o impensabile.

c)      Questa prassi ecclesiale, che prevede di accogliere l’altro e di farsi accogliere dall’altro, mediante una serie di “azioni e parole condivise”, chiede evidentemente a ciascuno di “lasciarsi convertire dall’incontro con l’altro che è diverso. Come accade in ogni altra esperienza della vita, anche qui, colui che per tradizione è diventato “diverso da me” può essere incontrato solo nel “credito di fiducia” e non nel sospetto, nell’apertura di cuore e non nella chiusura della mente. Un supplemento di umanità e di buon senso rende disponibili a ciò che, per principio, potrebbe essere semplicemente escluso.

d)      Per costruire una comunione ecclesiale ed eucaristica nel futuro comune delle chiese cristiane occorre anzitutto uscire da una logica dominata dai “canoni di condanna” e dalla rilevazione degli “abusi liturgici”. Si tratta di “linguaggi ecclesiali” che non costruiscono ponti, ma muri. Se per cercare di comprendere quello che ha fatto con tanta saggezza il parroco di S. Giovanni in Laterano a Milano si utilizza solo un testo di 500 anni fa, in cui la parola più usata è “anathema sit”, e un documento recente che si preoccupa solo di rilevare gli “abusi” della celebrazione eucaristica cattolica, si commette un errore di metodo e di stile quasi imperdonabile. E’ come guardare una partita di calcio facendo attenzione soltanto a quanto “si sporcano” i giocatori col fango, o a quante “parolacce” dicono durante il gioco. La prospettiva è distorta, non coglie il centro e genera mostri.

e)      Va aggiunto, inoltre, che il tono avvocatesco, nel quale cade la giornalista volonterosa, è l’inevitabile conseguenza di un uso sprovveduto delle fonti e della mancanza di un minimo di conoscenza delle tradizione altrui. E’ vero che per secoli abbiamo conosciuto del protestantesimo solo ciò che era stato oggetto di condanna cattolica. Ma oggi, con tutto il cammino compiuto, soltanto il pregiudizio verso la identità dell’altro, la sua riduzione alle nostre antiche o recenti definizioni riduttive, ci permette di guardarlo solo con diffidenza e con ostilità, e di coinvolgere in questo sguardo chiunque non lo combatta apertamente, o addirittura voglia “celebrare” con lui. Vedendo gli altri solo come “minacce”, si parte lancia in resta contro ogni apertura. E brandendo il nostro “canone tridentino” pretendiamo di fermare la storia al 1551.

f)       Questo atteggiamento pieno di pregiudizi può essere superato anzitutto con uno “sguardo diverso”. Le gravi divisioni che hanno turbato e sfigurato il corpo della Chiesa, in questi ultimi secoli, ci chiedono oggi un mutamento anzitutto dello sguardo e dell’atteggiamento. L’altro cristiano – luterano, battista, valdese o anglicano che sia – con la sua differenza di tradizione, di dottrina e di prassi, più che rappresentare per noi un rischio appare invece come una opportunità. Incontrarlo sbandierando il catalogo dei “suoi” errori impedisce di riconoscere lui e travisa anche la nostra identità. Noi non siamo anzitutto un catalogo degli errori altrui. Con il metodo adottato dall’articolo di nbq non sfiguriamo quindi soltanto gli altri, e di questo dovremmo scusarci con loro, ma anzitutto sfiguriamo noi stessi e la nostra stessa tradizione. Non riesco proprio a ritrovare l’autentico cattolicesimo in questa caccia alle streghe protestanti.

Per questo ritengo che Don Giuseppe Grampa, per come ha proceduto sul piano operativo, e anche per come ha spiegato pacatamente la sua azione sul bollettino della Parrocchia, si sia mosso con quella prudenza della profezia che sa bene come, in determinate circostanze della storia, l’unica forma di azione che sia all’altezza di onorare la tradizione in modo davvero prudente non consiste nel restare fermi e sospettosi, per difendersi dalla minaccia dell’altro, ma sta nel muoversi, agire, costruire ponti, porre precedenti, dare fiducia e uscire all’aperto. Chiedere ad un Parroco di rispondere “sì” o “no” alle proposizioni tridentine, per iniziative avvenute nel 2019, è anzitutto un modo di essere imprudenti (oltre che impudenti). Direi che è un modo di essere spudoratamente imprudenti. Prudenza dottrinale vuole che noi ci accolliamo una riformulazione di quelle prospettive tridentine, che sono da pensare in un mondo diverso e in una chiesa diversa da quella di 500 anni fa. Se non si tiene conto della storia, del cammino delle chiese, della nostra come delle altre, si cade facilmente in una cecità altamente rischiosa, proprio sul piano della dottrina: questa è la imprudenza che scaturisce allo stesso tempo dalla rigidità dottrinale e dalla indifferenza verso l’altro. La dottrina diventa una pietra e l’altro un bersaglio. Rispetto a questa possibilità imprudente, occorre dare invece il primato alla prudenza della relazione, al rischio della apertura e alla viva immaginazione di una Chiesa in uscita, che sa leggere i segni dei tempi, senza paura e con lungimiranza. Su questa linea, che si è aperta ormai da più di 50 anni, ha saputo muoversi in modo prudente e convincente l’azione pastorale ed ecumenica di Don Giuseppe Grampa. Con vero stile cattolico.

P.S. La prof. Maria Cristina Bartolomei, presente alla celebrazione oggetto della discussione, ha inviato la seguente precisazione, che mi pare aggiungere un dettaglio non irrilevante per giudicare al meglio la prudenza del Parroco. Ecco il testo:

“Un sentito ringraziamento ad Andrea per questa pacata riflessione di ampio respiro in una prospettiva vasta e positiva. La migliore “replica” alla scimmiottatura di processo inquisitoriale. Solo una piccola precisazione fattuale. La Pastora non è mai stata all’altare. È stata in presbiterio, in fondo, dove ci sono le sedie per celebrante e chierichetti, accanto a don Giuseppe, durante la liturgia della Parola. Di lì si è spostata per andare all’ambone a tenere l’omelia. Quando poi don Giuseppe si è avvicinato all’altare per la liturgia eucaristica, la Pastora è rimasta al posto che occupava prima, a tre -quattro metri di distanza dall’altare. E si è spostata di nuovo solo per distribuire la Comunione. È un particolare che appare intenzionalmente e consapevolmente alterato nelle varie denunce e accuse. Perché chi era presente ha visto chiaramente. Non che la vicinanza fisica all’altare sarebbe stata di per sé scandalosa. Ma avrebbe potuto venire fraintesa. E non c’è stata. Questo fa temere malafede e non solo sprovveduta e impudente imprudenza in chi ha attaccato l’operato di don Giuseppe. Cari saluti, Maria Cristina

www.cittadellaeditrice.com/munera/il-parroco-prudente-e-la-bussola-imprudente-sulle-aperture-ecumeniche-di-don-giuseppe-grampa-a-milano

 

Protezione dei minori e delle persone vulnerabili. “In Vaticano la montagna ha partorito il topolino”

Porta la data del 26 marzo 2019 la Lettera apostolica in forma di motu proprio sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili promulgata da papa Francesco al fine di «rafforzare ulteriormente l’assetto istituzionale e normativo per prevenire e contrastare gli abusi contro i minori e le persone vulnerabili».

            All’inizio del documento si legge: «La tutela dei minori e delle persone vulnerabili fa parte integrante del messaggio evangelico che la Chiesa e tutti i suoi membri sono chiamati a diffondere nel mondo». Proprio per questo motivo, tra gli obiettivi figurano i seguenti: «maturi in tutti la consapevolezza del dovere di segnalare gli abusi alle Autorità competenti e di cooperare con esse nelle attività di prevenzione e contrasto; sia efficacemente perseguito a norma di legge ogni abuso o maltrattamento contro minori o contro persone vulnerabili; sia riconosciuto a coloro che affermano di essere stati vittima di sfruttamento, di abuso sessuale o di maltrattamento, nonché ai loro familiari, il diritto ad essere accolti, ascoltati e accompagnati; sia offerta alle vittime e alle loro famiglie una cura pastorale appropriata, nonché un adeguato supporto spirituale, medico, psicologico e legale; sia garantito agli imputati il diritto a un processo equo e imparziale, nel rispetto della presunzione di innocenza, nonché dei principi di legalità e di proporzionalità fra il reato e la pena; venga rimosso dai suoi incarichi il condannato per aver abusato di un minore o di una persona vulnerabile e, al contempo, gli sia offerto un supporto adeguato per la riabilitazione psicologica e spirituale, anche ai fini del reinserimento sociale; sia fatto tutto il possibile per riabilitare la buona fama di chi sia stato accusato ingiustamente; sia offerta una formazione adeguata per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili».

            Nella stesa data il papa ha promulgato la Legge n. CCXCVII sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili e alcune Linee guida che saranno valide ad experimentum per tre anni nello Stato della Città del Vaticano.

            Della nuova normativa parliamo con l’avvocato Laura Sgrò, esperta del settore e legale della famiglia di Emanuela Orlandi, la giovane cittadina vaticana scomparsa nel nulla nel 1983, quando aveva quindici anni, e mai ritrovata.

Che cosa cambia con queste nuove norme? Quali le novità rispetto al passato e quale la filosofia che le ispira?

            «La legge emanata da Sua Santità Papa Francesco è certamente molto dura e inasprisce ulteriormente le pene già vigenti in materia. Al “minore” viene equiparata la “persona vulnerabile”, cioè colui che si trova in stato di infermità, di deficienza fisica o psichica o di privazione della libertà personale che di fatto, anche in modo occasionale, risulta essere limitata nella propria capacità di intendere e di volere o comunque di resistere all’offesa che riceve. I reati sono perseguibili d’ufficio e il termine di prescrizione è di venti anni che, nel caso di persona minore, decorre dal compimento della maggiore età. Ciò certamente consente alla parte offesa di avere il tempo di maturare adeguatamente i fatti e di potere adire poi all’autorità giudiziaria. Chi è abusato ha bisogno di tempo. Nell’imminenza di fatti così odiosi il dolore e lo stordimento sono tali da non consentire alla vittima di ragionare sul da farsi e spesso vi è l’assoluto rifiuto di voler affrontare anche solo verbalmente con le persone più vicine quanto è accaduto. Ampio è il ventaglio di coloro che la legge indica quali “pubblici ufficiali” e cioè persone che hanno l’obbligo di denuncia. È sanzionata l’omissione o il ritardo di denuncia da parte del pubblico ufficiale, con una multa da mille a cinquemila euro. Diversa è la posizione dell’agente o dell’ufficiale di polizia giudiziaria, per il quale è prevista la pena di reclusione fino a sei mesi. Se condivido la necessità di sanzionare l’omissione o la ritardata denuncia, reputo, tuttavia, che le pene comminate avrebbero potuto essere più severe, attesa la gravità dei reati di cui si discute. Chiunque, peraltro, può presentare denuncia per essere venuto a conoscenza di fatti che coinvolgono un minore, fatto salvo giustamente il sigillo sacramentale. Sono state introdotte misure generali di protezione nei confronti del minore ed è stata disciplinata l’audizione dello stesso minore in forma protetta, nei confronti del quale devono essere adottate alcune cautele. La tutela del minore si dispiega anche attraverso la presenza della Direzione di Sanità e Igiene che dispone di un Servizio di accompagnamento per le vittime di abusi. La legge sembra volere accompagnare il minore non solo dal punto di vista giudiziario ma anche psicologico».

            Il motu proprio che porta la data del 26 marzo 2019 era stato annunciato al termine del summit sugli abusi svoltosi in Vaticano nel febbraio scorso. Un summit che, tuttavia, non ha accontentato le associazioni delle vittime, tanto che qualcuno non ha esitato a manifestare indignazione per un incontro giudicato inconcludente. Lei condivide questo giudizio negativo?

            «Il mio appoggio alle vittime di abusi è incondizionato. Peggio di subire un atto di pedofilia vi è solo la morte. Mi chiedo se questa legge debba essere considerata una risposta al summit. Ove lo fosse, tutto dipende da come si vede il bicchiere. Se lo si vede mezzo pieno, la normativa in questione è certamente un primo passo importante, che deve essere di auspicio a una regolamentazione e a un inasprimento di pena nei confronti di quel sacerdote che, in qualunque luogo si trovi, commetta un abuso su un minore. Se si vuole, invece, vedere il bicchiere mezzo vuoto, allora parturient montes, nascetur ridiculus mus. La montagna ha partorito il topolino. La legge in questione, infatti, ha una portata di applicazione assai limitata: è una legge dello Stato. Riguarda solo lo Stato della Città del Vaticano, non la pedofilia nella Chiesa e si applica esclusivamente ai reati alternativamente commessi: a) nel territorio dello Stato della Città del Vaticano, b) in pregiudizio di residenti o di cittadini dello Stato; c) in occasione dell’esercizio delle loro funzioni, dai pubblici ufficiali dello Stato della Città del Vaticano. Ai pubblici ufficiali ai fini della legge penale vaticana sono, poi, equiparati: a) i membri, gli officiali e i dipendenti dei vari organismi della Curia Romana e delle Istituzioni ad essa collegate; b) i legati pontifici ed il personale di ruolo diplomatico della Santa Sede; c) le persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione, nonché coloro che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo, degli enti direttamente dipendenti dalla Santa Sede ed iscritti nel registro delle persone giuridiche canoniche tenuto presso il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano; d) ogni altra persona titolare di un mandato amministrativo o giudiziario nella Santa Sede, a titolo permanente o temporaneo, remunerato o gratuito, qualunque sia il suo livello gerarchico. 

Certo, cosa diversa – e assolutamente rivoluzionaria – sarebbe stata se anche i sacerdoti fossero stati equiparati ai pubblici ufficiali. In quel caso ogni abuso perpetrato a danno di un minore da un sacerdote sarebbe stato giudicato dalle autorità vaticane, risultando indifferente il luogo della commissione del delitto. Ma mi rendo ben conto che la rivoluzione una cosa è pensarla e un’altra è realizzarla».

            Chiudiamo con la vicenda di Emanuela Orlandi, che lei, avvocato Sgrò, segue da anni. Ci sono novità da segnalare dopo l’ultima pista, che ha portato a una tomba nel Camposanto Teutonico in Vaticano?

            «Abbiamo appreso in modo ufficiale che la Segreteria di Stato ha autorizzato l’apertura delle indagini. Adesso ci aspettiamo che le indagini portino finalmente a qualche risultato. Intanto anche noi andiamo avanti con le nostre indagini difensive, perché Emanuela non smetteremo mai di cercarla».

Aldo Maria Valli

www.aldomariavalli.it/2019/04/08/protezione-dei-minori-e-delle-persone-vulnerabili-in-vaticano-la-montagna-ha-partorito-il-topolino

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CHIESE EVANGELICHE

Congresso famiglie. La violenza culturale che sta dietro Verona

L’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne esprime la sua preoccupazione per la violenza e la discriminazione che emerge dalla convocazione del Congresso mondiale delle famiglie

            A proposito del Congresso Mondiale delle Famiglie che si terrà a Verona, dal 29 al 31 marzo 2019, l’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, di cui fanno parte 22 donne di diverse tradizioni religiose (cristiane protestanti -luterane, metodiste, valdesi, battiste, avventiste, pentecostali -, cattoliche, ortodosse, ebraiche, islamiche, induiste, buddhiste), ha diramato un comunicato stampa in cui esprime preoccupazione per «il carattere ideologico discriminatorio e violento che emerge sia dal testo della convocazione sia dagli interventi preliminari pronunciati dai leader che parteciperanno all’incontro».

            «Siamo profondamente consapevoli del ruolo che il contesto culturale e le tradizioni religiose hanno giocato e giocano ancora nel mantenere in vita la disparità nel rapporto uomo-donna, secondo un sistema gerarchico di dominio maschile che struttura, più o meno visibilmente, l’intera società. Sappiamo che questo è il brodo di coltura da cui scaturiscono le violenze: quelle contro le donne così come tutte quelle che si fondano su ogni prevaricazione e discriminazione. Sappiamo anche che purtroppo la famiglia, idealizzata come luogo degli affetti e della cura, a volte si trasforma nell’incubatrice più pericolosa per l’esercizio di violenze di ogni genere nei confronti delle donne» si legge nel testo. Che prosegue con un’analisi del principio di famiglia naturale che, dice l’Osservatorio, «ha imprigionato le donne per secoli».

            «Ingabbiare l’amore nella cornice della “famiglia naturale”, che esclude le famiglie omoaffettive, pronunciarsi contro una legge come la 194 che ha consentito a molte donne di salvarsi dalla morte causata da interventi clandestini, voler costringere le donne nel ruolo di macchine riproduttive a servizio della nazione, riproporre la “tradizione” come panacea di ogni male senza fare i conti con i dati storici della subalternità in cui le donne sono state relegate per secoli è, a dir poco, intollerabile» prosegue il comunicato, che passa poi a sottolineare quello che definisce «l’aspetto più grave in assoluto» e cioè «la violenza culturale che sta dietro a tutto questo: è l’idea che ci sia un modello unico a cui tutte e tutti devono aderire, che per ognuno e soprattutto per ognuna ci sia un solo ruolo da ricoprire, e non sia ammessa alcuna “diversità” – pericolosa premessa per il rifiuto della/del “diversa/o” che viene da lontano, integrabile solo come schiava/o, magari sessuale.

L’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne vuole impegnarsi con determinazione e in ogni modo, campo e occasione per contrastare questa ingiustificabile violenza» conclude.

            Nev - Notizie evangeliche 25 marzo 2019

https://riforma.it/it/articolo/2019/03/25/congresso-famiglie-la-violenza-culturale-che-sta-dietro-verona?utm_source=newsletter&utm_medium=email

 

A Verona «Un ordine patriarcale che cerca di imporsi»

La pastora e teologa battista Elizabeth Green: «E' ora di porre fine alla mistificazione sulla famiglia». A Verona dal 29 al 31 marzo 2019 si terrà il XIII congresso mondiale delle famiglie (World Congress of Families, WCF). Il primo WCF venne organizzato a Praga nel 1997 e dall’edizione di Madrid del 2012 divenne annuale. Negli anni il WCF ha lavorato con numerose reti locali esercitando un’influenza sui governi dei vari paesi e interagendo con gruppi omofobi, antiabortisti, antifemministi e anti-LGBTQI di tutto il mondo. L’organizzazione no profit americana Southem Poverty Law Center, impegnata nella tutela dei diritti delle persone, ha classificato il WCF come “gruppo d’odio”.

            Alla XIII edizione del Congresso parteciperanno relatori da tutto il mondo e anche tre ministri del governo italiano (il ministro dell’Interno e vice presidente del Consiglio Matteo Salvini, il ministro per la famiglia e la disabilità Lorenzo Fontana, il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti). Ci saranno Giorgia Meloni, il senatore della Lega Simone Pillon, il presidente della Regione Veneto Luca Zaia e il sindaco di Verona Federico Sboarina.

            L’organizzazione di questo congresso ha già suscitato notevoli polemiche e preoccupazioni per la presenza di oratori che inneggiano alla pena di morte per gli omosessuali, alla criminalizzazione dell’aborto e a altre forme coercitive di espressione delle sessualità, oltre che a una visione dei ruoli familiari che relega la donna essenzialmente fra le mura domestiche.

            Per stimolare una riflessione protestante su questo tema abbiamo intervistato Elizabeth Green, teologa femminista e pastora presso le chiese evangeliche battiste di Cagliari e Carbonia. Tra le sue recenti pubblicazioni per Claudiana ricordiamo: Dal silenzio alla parola. Storie di donne nella Bibbia (2007), Vent’anni di teologia femminista (2011) e Padre nostro? Dio, genere, genitorialità. Alcune domande (2015).

            Il Congresso Mondiale delle Famiglie ha come obiettivo, così come riportato nel loro stesso sito, quello di “affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale come sola unità stabile e fondamentale della società”. Cosa ne pensa?

            È ora di porre fine alla mistificazione sulla famiglia. La famiglia cosiddetta naturale è una costruzione socioculturale che è emersa in un certo momento storico e in una certa area geografica. Se fosse “naturale” non sarebbe affatto necessario “affermarlo né difenderla”. Si imporrebbe naturalmente, per così dire.

            Bibbia e famiglia. Che modelli troviamo nelle Scritture e quali sono i modelli che la Riforma e il protestantesimo hanno contribuito a sviluppare?

            Le Scritture ricoprono un arco di tempo notevole e rispecchiano le diverse forme della famiglia presenti anche in aree geografiche diverse. Eviterei di parlare di modelli; ad esempio in alcuni passaggi delle scritture la “gravidanza per altri” sarebbe del tutto accettata come d’altronde la schiavitù. Il messaggio di Gesù invece è dirompente perché mette in discussione la forma vigente di famiglia per crearne un’altra basata non su legami di sangue, ma sulla fedeltà alla sua figura (Marco 3, 31-35). In questa famiglia tutti e tutte hanno piena e pari dignità. In questo modo il messaggio di Gesù dà la possibilità alle donne di sottrarsi a relazioni disuguali e talvolta pericolose. Ovviamente il discorso del rapporto tra Riforma e forme di famiglia è complesso (esistono ottimi studi in materia) ma forse è utile ricordare che il richiamo al Dio totalmente altro fa sì che il protestantesimo esiti prima di dichiarare qualsiasi formazione sociale espressione della volontà di Dio, perché equivarrebbe a commettere idolatria.

            Tutti i punti del congresso delle famiglie (la bellezza del matrimonio, i diritti dei bambini, ecologia umana integrale, la donna nella storia, crescita e crisi demografica, salute e dignità della donna, tutela giuridica della Vita e della Famiglia, politiche aziendali per la famiglia e la natalità) hanno effetto diretto sui corpi delle donne, senza mai esplicitarli. Corpi che fanno paura, ma sui quali bisogna esercitare un potere. Si può parlare di cortocircuito culturale?

            Più che corto circuito culturale parlerei di “contraccolpo del patriarcato”. Il dominio maschile (per usare le parole del sociologo francese Pierre Bourdieu) sta approfittando dell’attuale congiuntura per “riprodursi” colpendo donne e uomini già resi vulnerabili dalla crisi economica, dalla globalizzazione e dalle paure che queste generano. Colgo l’occasione per ricordare a tutti che è proprio all’interno della famiglia cosiddetta “naturale” che le donne subiscono abusi e vengono uccise.

            E cosa accade nelle istituzioni evangeliche?

            Il dominio maschile condiziona tutte le istituzioni, incluso le chiese evangeliche. A volte anche gli uomini delle nostre chiese, pastori e no, sostengono una posizione ambigua su questi temi. Sono anche gli uomini a doversi rendere conto di quanto sia alta la posta in gioco, rompere il silenzio e smettere di essere complici di un ordine patriarcale che cerca di imporsi.

Nev - Notizie evangeliche 27 marzo 2019

https://riforma.it/it/articolo/2019/03/27/verona-un-ordine-patriarcale-che-cerca-di-imporsi

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CINQUE PER MILLE

5 per mille 2017: la somma più alta all’AIRC, l’elenco degli ammessi

L'Agenzia delle Entrate pubblica l'elenco degli ammessi e degli esclusi, con i relativi importi. All’AIRC, Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro anche quest’anno spetta l’importo più alto, con 1.638.138 scelte espresse e un valore totale di oltre 64,4 milioni di euro. Il secondo importo più alto spetta a Emergency con oltre 356 mila preferenze e 12,7 milioni di euro assegnati. Segue la Fondazione Piemontese per la ricerca sul cancro con oltre 11,2 milioni e Medici senza Frontiere che ha diritto a una somma di oltre 10,6 milioni di euro.

Disponibile online l’elenco degli ammessi e degli esclusi, con i relativi importi, pubblicato dall’Agenzia delle Entrate.

https://www.informazionefiscale.it/IMG/pdf/agenzia_delle_entrate_025_comunicato_stampa_5_per_mille_2017_26.03.19.pdf

https://www.agenziaentrate.gov.it/wps/content/nsilib/nsi/archivio/archivioschedeadempimento/schede+adempimento+2017/agevolazioni+2017/iscrizione+elenchi+5+per+mille+2017/elenchi+5xmille2017/elenco+completo+beneficiari+5xmille2017

https://www.agenziaentrate.gov.it/wps/content/Nsilib/Nsi/Archivio/ArchivioSchedeAdempimento/Schede+adempimento+2017/Agevolazioni+2017/Iscrizione+elenchi+5+per+mille+2017/Elenchi+5xmille2017/Elenchi+ammessi+esclusi+5xmille2017

            Il volontariato, la ricerca scientifica e quella sanitaria sono i temi sociali che stanno più a cuore agli italiani. In questi tre settori, infatti, si concentrano i contributi del 5‰ dell’Irpef più alti per il 2017.Come si legge nel comunicato stampa dell’Agenzia delle Entrate diffuso il 26 marzo 2019, 54.276 sono gli enti ammessi a ricevere i contributi del 5‰, suddivisi per categorie:

44.468 enti del volontariato;

9.166 associazioni sportive dilettantistiche;

458 enti impegnati nella ricerca scientifica;

107 enti che operano nel settore della sanità

77 enti dei beni culturali e paesaggistici.

Nell’elenco di chi ha diritto a beneficiare del contributo del 5‰ degli italiani appaiono anche 8.004 comuni ai quali, per il 2017, sono destinati in totale 15,5 milioni di euro.

Disponibili online gli elenchi con tutti gli enti ammessi a ricevere il beneficio del 5‰ 2017, e di quelli esclusi, con i relativi importi.

Rosy D’Elia    informazione fiscale   27 marzo 2019

www.informazionefiscale.it

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CONGRESSI – CONVEGNI – SEMINARI

Primo giorno. Congresso di Verona, ora si parla davvero di famiglia

In mezzo alle polemiche cominciano a farsi strada i contenuti. A fatica, nella confusione anche organizzativa che ha contrassegnato la prima giornata del Congresso mondiale delle famiglie di Verona, spunta qualche idea che potrebbe anche sembrare originale. Come quella espressa dalla brasiliana Angela Vidal Gandra da Silva Martins, ministro della famiglia e diritti sociali, che ha spiegato l’impegno del suo Paese per costruire politiche che siano davvero a misura di genitori e figli. Nessuna complicazione ideologica, tanta pragmaticità. “Prima di varare una legge ci chiediamo: farà bene alle famiglie? Ne ostacolerà i compiti? Solo se la risposta è positiva quel provvedimento va avanti”. E ha ribadito che la famiglia dev'essere sintesi di rispetto, reciprocità e solidarietà. Chiedere politiche più adeguate per le famiglie non significa – ha sintetizzato da Silva Martins – negare i diritti a chi riesce, non può o non vuole “far famiglia”. Non va trascurato quel “non riesce”, perché nel mondo occidentale il grande problema, di cui qui stamattina si sono avuti non pochi accenni, sembra proprio questo. Le istituzioni fanno fatica a sostenere i giovani nel loro desiderio di costruire un progetto familiare fondato su radici salde.

Il rifiuto del “per sempre”, tanto evocato dalle analisi sociologiche, non sembra scelta unanime e condivisa. Lo hanno raccontato anche Pavel Unguryan, direttore del Forum delle famiglie dell’Ucraina e, soprattutto, Katalin Novak, ministro ungherese per la famiglia secondo cui politiche familiari specifiche e coraggiose vanno sempre di pari passo con la crescita degli indici demografici e con quello del numero dei matrimoni. I dati ricordati stamattina dalla signora Novak lasciano poco spazio al dibattito, l’Ungheria destina il 4,8% del pil alle politiche familiari. Così in dieci anni il numero dei matrimoni è cresciuto del 7% e il rapporto dei figli nati per donna è doppio rispetto agli altri Paesi europei. Certo, la replica è fin troppo facile. Questo impegno nasce da un’attenzione trasparente e reale per la famiglia in quanto risorsa anche morale della società oppure è inquinato da un pensiero sovranista che induce a “programmare” più ungheresi – per dirla con uno slogan - per chiudere gli spazi agli immigrati?

            Purtroppo le scelte politiche del premier Orban, come di altri leader sovranisti dell’Est, non inducono a pensieri confortanti. La famiglia non può essere strumento di politiche nazionaliste, né “lasciapassare” per altri obiettivi in cui solidarietà, accoglienza e rispetto non hanno diritto di cittadinanza. Nella stessa prospettiva vanno inquadrate le inevitabili polemiche scoppiate stamattina in apertura del Congresso. Rispondendo ad alcune domande dei giornalisti sull’aborto, uno degli organizzatori dell’iniziativa, Massimo Gandolfini ha ricordato che si tratta di una piaga terribile, di una ferita permanente nel cuore della società. Chi potrebbe dargli torto? I 6 milioni di bambini abortiti in questi 40 anni, dall’entrata in vigore della legge 194\1978, sono un baratro di sofferenza che non potrà mai essere colmato.

            Gandolfini, che è medico e conosce il dramma delle donne costrette loro malgrado all'interruzione di gravidanza, ha però aggiunto che non è obiettivo del Congresso proporre una revisione della legge 194\1978 anche se l’impegno sarà finalizzato a far applicare i primi sei articoli – quelli che prevedono un impegno concreto per la protezione della maternità – che hanno mai trovato attuazione concreta. Peccato che questa posizione di equilibrio e di rispetto si concili a fatica con altri momenti del Congresso, come la scelta di distribuire come gadget un feto di plastica in bustina trasparente con la scritta: “L’aborto ferma un cuore che batte”.

            Verissimo, ma che pugnalata inferta alle donne che hanno abortito e che certamente – perché questo accade nel 99% dei casi – hanno vissuto la scelta come dolore atroce, profondissimo, incancellabile. Per mettere in luce la disumanità dell’aborto non servono esempi carichi di altrettanta disumanità. Ben altri accenti quelli impiegati dal vescovo Giuseppe Zenti che nel suo saluto ha ricordato la centralità della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, come valore sociale e come ricchezza nella complessa dinamica delle generazioni. E le unioni omosessuali? Vanno rispettate ma sono “altro” rispetto alla famiglia.

            Una distinzione, più volte espressa anche da papa Francesco, che non ha nessun rapporto con l’omofobia. Distinguere non vuol dire negare, meno ancora denigrare. L’ha ribadito anche il governatore Zaia che ha voluto prendere le distanze dalle posizioni più estremistiche attribuite ad alcuni dei relatori presenti a Verona. Tutela e promozione della famiglia non significa negare i diritti ad altri tipi di unione. E nulla più della famiglia esprime il senso dell’accoglienza e del sostegno alla fragilità e alla diversità.

Luciano Moia, inviato a Verona       Avvenire 29 marzo 2019

www.avvenire.it/famiglia-e-vita/Pagine/congresso-verona-famiglia

 

Congresso di Verona. Il sociologo Donati: ecco perché la famiglia fa ancora discutere

            Spiccano i rappresentanti dei Paesi dell’Est, le teste coronate e i politici del centrodestra. Nell’intenso programma del Congresso di Verona organizzato dall’International organization of the family e da altre sigle, finalmente diffuso a tre giorni dall’evento, ci sono nomi altisonanti e altri meno noti. Il settore nobiliare vedrà la presenza della principessa Gloria Thurn und Taxis e del principe Luigi di Borbone, duca d’Angiò. Dall’Est Europa arriveranno il russo Victor Zubarev, deputato della Duma coordinatore del partito di Putin; l’ungherese Katalin Novak, ministero per la famiglia; il serbo Rados Pejovic, presidente del consiglio per la famiglia e gli affari sociali; l’ucraino Pavel Unguryan, direttore del Forum ucraino per la famiglia; la croata Zeljka Markic, leader dell’associazione familiare 'Nel nome della famiglia'. Tra i politici italiani sono annunciati Elisabetta Gardini, Giorgia Meloni, Marco Bussetti, Lorenzo Fontana e, naturalmente, Matteo Salvini che ieri ha ribadito in diretta Facebook: «Sabato sarò a Verona, ma senza voler togliere i diritti acquisiti come il divorzio, l’aborto, la parità fra i sessi e la libertà di scelta delle donne, la libertà di far l’amore con chi si vuole e quando si vuole...». L’esperto più noto presente nel programma era sicuramente il demografo Giancarlo Blangiardo, presidente dell’Istat, a cui però lavoratori e lavoratrici dell’Istituto nazionale di statistica avevano rivolto un appello: ci pensi, nel ruolo che ora riveste non è giusto partecipare a manifestazioni che non hanno nulla di accademico o di scientifico. E in serata Blangiardo ha accolto la richiesta. Non andrà a Verona per evitare che «una decisione del tutto personale possa essere interpretata come una decisione del presidente dell’Istat».

            In questi giorni, a proposito e sproposito, si parla tanto di famiglia. Ma i problemi reali rischiano di passare in secondo piano o di essere strumentalizzati da un dibattito che, alla vigilia del Congresso mondiale di Verona, appare molto ideologizzato. Ne parliamo con Pierpaolo Donati, docente di sociologia a Bologna, già direttore dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia, tra i massimi esperti mondiali di politiche familiari, autore di centinaia di studi e direttore di progetti di ricerca internazionali. Donati a Verona non ci sarà.

Professore, possiamo tentare di dire una parola equilibrata nel dibattito scatenato in vista del Congresso mondiale di Verona?

            Sarebbe un discorso lungo, mi limito a dire che concordo con la posizione del Segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin: d’accordo nella sostanza, non nelle modalità. Ho sentito parlare in questi giorni alcuni relatori del Congresso di Verona, tra cui Massimo Gandolfini, e devo dire che le tesi sono in gran parte condivisibili.

            Il problema sono le modalità?

            Appunto, come la partecipazione delle delegazioni di alcuni Paesi dell’Est di chiaro orientamento politico. E questo andrebbe evitato per fare un discorso più positivo sulle questioni che riguardano la famiglia. Occorrerebbe cioè avanzare proposte costruttive guardando al futuro e non limitarsi semplicemente a impostare una difesa di posizioni che possono rischiare di apparire non adeguate al momento storico che stiamo vivendo.

            Cioè il rischio è quello di trascurare i mutamenti che la famiglia sta vivendo?

Un discorso equilibrato non può trascurare l’evoluzione dei modelli familiari. Quattro anni fa, quando ero direttore dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia, ho presentato un Piano di politiche familiari che, nonostante l’approvazione del governo, è rimasto lettera morta. Dovremmo riprendere a ragionare sui dati, sulla situazione della famiglia in Italia, su come affrontare questa emergenza. E questo mi sembra che non venga fatto.

            Dove invece si può concordare?

            Sul fatto che la famiglia abbia una struttura ben definita, che sia urgente sostenere in modo particolare le famiglie che hanno una capacità generativa, che occorra favorire la nascita dei figli. Certo, questo non deve significare negare o cancellare altri diritti. Mi sembra invece emergano posizioni estremiste che sul piano personale non condivido.

            Si tratta insomma di combinare il sostegno alla famiglia generativa con altri diritti che non possono essere negati perché frutto di un’evoluzione che potrà non piacere ma che esiste?

            Questo è il problema. La famiglia in Italia si sta disgregando. Quindi il sostegno alle coppie che intendono concretamente 'far famiglia' è urgente e doveroso. Ma in Italia per questi obiettivi non si fa nulla. Non si tratta di negare altri diritti, ma di riconoscere che da trent’anni a questa parte le politiche familiari sono risultate largamente inadeguate. L’abbiamo detto e ridetto. Ma tutto sembra inutile.

            Famiglia 'naturale', famiglia 'tradizionale'. Come far chiarezza in questo dibattito evitando le strumentalizzazioni?

            Bisogna fare attenzione. Se 'naturale' vuol dire che i bambini nascono dal rapporto da un uomo e una donna, mi pare evidente. Certo, ci sono anche le tecniche di riproduzione assistita. A mio parere è giusto sostenere quelle omologhe, mentre quelle eterologhe rappresentano un grave problema soprattutto per i bambini stessi. Perché dalle ricerche cliniche sappiamo che un figlio che non conosce la paternità o addirittura la maternità nel caso di donazioni di ovuli, si trova in gravi difficoltà. Sono trasformazioni che vanno comunque studiate in modo scientifico.

            Non basta insomma proclamare qualche slogan per risolvere i problemi.

Certamente no, occorre da una parte non trascurare i dati della ricerca e dall’altra sostenere politiche adeguate. E questo, ripeto, non è mai stato fatto. Promuovere una politica per la famiglia non vuol dire, ribadisco, negare i diritti ad altre forme di convivenza che nascono dalla libera scelta delle persone. Quando ci sono aspetti di vicinanza, di mutuo aiuto, di amicizia solidale, queste convivenze vanno rispettate. Perché anche in queste relazioni le persone possono realizzarsi. Ma sempre tenendo distinte realtà che sono diverse. La famiglia ha un suo genoma insostituibile. Altre forme, come le unioni civili, sono 'altro'. Ed è giusto distinguere. Che non vuol dire discriminare. Ma una famiglia con figli ha funzioni sociali che altri tipi di unione non possono avere. E queste funzioni vanno riconosciute.

            Un altro aspetto che rischia di essere equivocato è il grande tema dei rapporti di genere. Questioni che non possono essere regolate con l’accetta.

            Qui si mette sotto accusa il mondo contemporaneo, e quindi si rischia di ignorare quello che io definisco la morfogenesi della famiglia. E si tratta di una visione un po’ riduttiva che non tiene conto di alcune modalità evolutive che sono inevitabili e che hanno lati positivi ma anche rischi. Si tratta di gestire il cambiamento per andare incontro al futuro e non rivolgere la testa al passato, inseguendo modelli che sono ormai difficilmente riproponibili, soprattutto quando si pretende di ridurre il ruolo della donna a quello della maternità. Occorre comprendere il cambiamento complessivo della società che è culturale, sociale, tecnologico. E quindi promuovere una forma di famiglia che, senza rinunciare ai fondamenti di sempre, riesca ad essere interprete di questa evoluzione.

            Manca insomma un’attenzione a quella complessità in cui la famiglia è obbligata ad inserirsi. Discernere i segni dei tempi dovrebbe essere un atteggiamento profondamente cristiano. A Verona questo sforzo non sembra presente?

            Da questo governo non vengono altro che slogan che non incidono nel problema perché ignorano le necessità reali delle famiglia in quanto famiglie e non in quanto persone che hanno problemi economici. Occorre guardare la famiglia come struttura relazionale. Perché, per esempio, non favorire la conciliazione famiglia-lavoro con le nuove, varie, modalità che ben conosciamo? Di queste misure non si parla. Come sociologo devo dire che mancano le iniziative concrete per migliorare le relazioni familiari. Si continua a parlare di individui e non di relazioni. Tutti i modelli di welfare sono in crisi e manca una riflessione culturale adeguata. Di questo si dovrebbe dibattere. E invece...

Luciano Moia             Avvenire                    28 marzo 2019

www.avvenire.it/attualita/pagine/perch-sulla-famiglia-si-discute

 

Verona. Il documento finale del Congresso delle famiglie. Ed è un "libro dei sogni"

Moratoria internazionale contro l’utero in affitto, riconoscimento dell’umanità del concepito, protezione contro ogni ingiusta discriminazione dovuta all’etnia, alle opinioni politiche, all’età, allo stato di salute o all’orientamento sessuale, tutela delle famiglie in difficoltà economiche, contrasto all’inverno demografico, diritto dei minori ad avere una mamma e un papà, a non diventare oggetto di compravendita, a ricevere un’educazione che non metta in discussione la loro identità e non li induca ad una sessualizzazione precoce. E ancora: diritto delle donne a ricevere una valida alternativa all’aborto, parità di trattamento salariale, conciliazione tra famiglia e lavoro, orari flessibili in chiave familiare, remunerazione per il lavoro casalingo, lotta alla droga, difesa del diritto dei genitori alla libertà di scelta educativa per i propri figli, specie per quanto riguarda affettività e sfera sessuale.

            La “Dichiarazione finale” del Congresso mondiale delle famiglie di Verona, sottoscritta solennemente stamattina al termine dell’ultima giornata di lavori, costruisce un altro, gigantesco, libro dei sogni. Dopo le tante – troppe – promesse consegnate sabato pomeriggio da Salvini alla platea osannante dell’incontro, che hanno avuto tra le altre conseguenze quella di suscitare la reazione risentita del premier Conte per “sconfinamento di competenze”, oggi i leader delle associazioni sono riusciti a dilatare oltre misura quell’elenco già cospicuo, anzi iperbolico, di buone intenzioni. Tutti propositi lodevoli e condivisibili fino all’ultima parola, beninteso.

            Obiettivi, tra l’altro, che l’associazionismo familiare costruito in 25 anni dal Forum delle famiglie, quello collaudato nel tempo e che rappresenta davvero quattro milioni di famiglie attraverso 564 associazioni locali, 47 nazionali e 18 forum regionali, porta avanti in modo dialogico, organico e coordinato. Ma le associazioni del Forum a Verona non erano presenti – per una serie di scelte ragionevoli - e le buone intenzioni del Congresso “mondiale” rischiano di apparire un po’ inconcludenti e molto velleitarie. Non perché i problemi indicati, ripetiamo, non siano tali e non meritino soluzioni tanto ponderate quanto urgenti ­– sono i “contenuti” che anche il Papa attraverso il cardinale Parolin ha riconosciuto come validi – quanto per la modalità caotica, per i toni esacerbati, per la volontà di contrapposizione, per le scelte politiche tutte orientate soltanto sulla Lega (oltre a Giorgia Meloni), per la rappresentanza internazionale proveniente al 90 per cento dall’Europa sovranista dell’Est. E quando le modalità sono costruite da una serie così rilevante di fattori inquinanti, anche la sostanza finisce per esserne intaccata e per suscitare reazioni scomposte ed esagerate

Luciano Moia, inviato a Verona       Avvenire 31 marzo 2019

www.avvenire.it/famiglia-e-vita/pagine/giornata-conclusiva-verona-congresso-famiglie

 

Il documento finale del Congresso delle famiglie

Nella tre giorni del Congresso Mondiale delle Famiglie che si è tenuto a Verona dal 29 al 31 marzo 2019, sono emerse delle esplicite e concrete richieste. «Verona, la città dell’amore, ha dimostrato davvero di essere la prima Città per la Vita e per la Famiglia – hanno dichiarato il presidente Toni Brandi e Jacopo Coghe – Abbiamo ribadito i valori previsti dalla Costituzione ed espressi dal diritto naturale e, dopo il Family Day, abbiamo rilanciato il nostro ruolo per il bene comune sollecitando le istituzioni a un’attenzione che non sempre è stata all’altezza. Non ci sono solo i diritti a senso unico, ma i diritti di tutti, soprattutto quelli dei più deboli. La vera forza infatti non si misura da chi hai sconfitto, ma da cosa hai protetto».

            La Dichiarazione di Verona, adottata per acclamazione a chiusura della manifestazione, contiene una domanda forte emersa dal tavolo sulla demografia: «Perché la UE prevede fondi salva-stati che, nella pratica sono salva-banche e non istituisce un fondo salva-famiglie», hanno dichiarato gli organizzatori del Congresso, Toni Brandi e Jacopo Coghe.

            Tra le richieste della Dichiarazione di Verona: il riconoscimento della perfetta umanità del concepito; la protezione da ogni ingiusta discriminazione dovuta all’etnia, alle opinioni politiche, all’età, allo stato di salute o all’orientamento sessuale; la tutela delle famiglie in difficoltà economiche, specie se numerose, e delle famiglie rifugiate; il contrasto all’inverno demografico, tramite leggi che incentivino la natalità.

            Il documento ritiene altresì “urgente” e “inderogabile” il perseguimento di ulteriori obiettivi, quali il contrasto alla pratica dell’utero in affitto tramite una rogatoria internazionale e la protezione dei minori, a partire dai loro diritti ad avere una mamma e un papà, a non diventare oggetti di compravendita, di abusi sessuali e pedopornografia e a ricevere un’educazione che non metta in discussione la loro identità sessuale biologica e non li induca a una sessualizzazione precoce.

            La Dichiarazione di Verona prosegue, sottolineando l’urgenza della tutela dei diritti delle donne, dal ricevere valide alternative all’aborto, alla protezione dallo sfruttamento sessuale e dalla pornografia, alla parità di trattamento salariale, fino alla conciliazione tra lavoro e maternità, attraverso più lunghi congedi parentali e – per chi lo desidera – flessibilità, part time o telelavoro. Le madri che scelgano di dedicarsi esclusivamente ai figli e alla famiglia, aggiunge la Dichiarazione, andrebbero tutelate con una remunerazione adeguata per il lavoro casalingo, laddove lo stipendio del coniuge non sia sufficiente per un’esistenza libera e dignitosa.

            Ulteriori punti del documento riguardano il radicale contrasto alla diffusione e alla legalizzazione di ogni tipo di droga e la difesa del diritto dei genitori alla libertà di scelta educativa per i propri figli (art. 26 Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo), specie riguardo la sfera sessuale e l’affettività.

Comunicazioni e Relazioni esterne Congresso Mondiale delle Famiglie Libertà e Persona 31 marzo 2019

www.libertaepersona.org/wordpress/2019/03/il-documento-finale-del-congresso-delle-famiglie

 

Congresso delle famiglie, la crociata nata negli Usa. Nel mirino c'è Francesco

In questi giorni Verona, ospitando il Congresso mondiale delle famiglie, diventa la città spartiacque tra le due anime cattoliche che segnano il pontificato di Francesco. Proiettando in Italia una tensione politico-culturale-religiosa che nasce e si è amplificata negli Stati Uniti. Da una parte i presenti - fisicamente o «spiritualmente» - nella piazza dell’Arena, i cosiddetti «cultural warriors» («guerrieri culturali»); dall’altra chi non c’è, sta in silenzio o si esprime contro il meeting conservatore. Qualcuno le chiama «destra» e «sinistra», altri «conservatori» e «progressisti», o «ratzingeriani» e «bergogliani». I contrari alla kermesse sarebbero «bergogliani» partendo dal presupposto che Francesco, al contrario di Ratzinger, si occuperebbe troppo - o solo - di povertà trascurando battaglie come quelle contro l’aborto e, appunto, in difesa della famiglia «tradizionale». Questa tesi resiste anche alle statistiche, da cui emerge che Francesco si scaglia spesso contro l’aborto, arrivando a dire che «è come affittare un sicario». E anche ad affermazioni come quella di Loreto: «La famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna è essenziale».

E la definizione è stata rafforzata dal diplomatico, ma inequivocabile, smarcamento dal Congresso del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, che ha detto: il Vaticano condivide «la sostanza», ma «non le modalità». Ed è proprio la forma a fare la differenza, come scrive in un tweet padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, membro del ristretto entourage di Francesco: «La cultura della famiglia non può essere la parte strumentale di una “culture war” (guerra culturale, ndr). È un errore di metodo e dunque finisce per esserlo di sostanza».

Un cinguettio che dice tutto sullo scontro in atto. «Più che sostenere un impegno affinché i valori cristiani abbiano un’incarnazione nella società», dice a La Stampa Spadaro, «i promotori del Congresso ricorrono all’aspetto politico». Così avviene «una saldatura» con i partiti «per cui questi valori diventano una bandiera strumentale». Precisa: «L’impegno politico sulla famiglia non è sbagliato, ma quando diventa strumentale non va bene». Questo è il mondo «dei cultural warriors, per cui il cristianesimo diventa terreno di scontro». Assenza rumorosa è quella del Forum nazionale delle associazioni familiari, formato da 582 enti cattolici. Dichiarano a La Stampa: «La nostra posizione ufficiale? Il Forum a Verona non c’è». Punto. Il resto è un silenzio eloquente.

L’organizzazione del Congresso è nata nel 1997 negli Usa, un «terreno» diffidente verso il pontificato. Sono molti i cardinali americani «scontenti» di Francesco, e la loro ostilità è culminata spingendo l’acceleratore sulla vicenda degli abusi sessuali, usata per indebolirlo o farlo cadere.

Una figura di spicco Oltretevere sottolinea come gli argomenti famiglia e vita «vengono utilizzati dai conservatori contro il Papa, anche travisando le sue parole: ma Francesco non ha assolutamente cambiato la dottrina». Con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI la Chiesa aveva posto grande enfasi su queste «battaglie». Bergoglio ha detto che ci sono anche altri ambiti ai quali prestare attenzione, «ma senza per questo favorire aborto e famiglie gay». Adesso c’è Trump, che non considera il Papa un alleato: gli evangelici e i cattolici conservatori però sono un pilastro della sua base elettorale, a partire dai contatti tra il consigliere Steve Bannon e le correnti più reazionarie della Chiesa. E il vice Mike Pence è un punto di riferimento. Pence ha detto fra le altre cose che non sta mai solo in una stanza con una donna che non sia sua moglie, per non cadere in tentazione. Gli evangelici saranno decisivi per la rielezione di Trump e quindi lui sta cercando di accontentarli, in particolare con le nomine di giudici federali pro life. Non solo i due che ha mandato alla Corte Suprema, Gorsuch e Kavanaugh, ma anche decine di magistrati di tribunali di primo e secondo grado che con le loro sentenze fanno giurisprudenza. Ciò ha favorito il varo di una strategia che punta a vietare o limitare al massimo l’aborto. L’America si ritrova così sempre più spaccata sui temi vita e famiglia. E questa frattura supera l’oceano e arriva in Italia.

Domenico Agasso Jr - Paolo Mastrolilli      news Vatican Insider             30 marzo 2019

www.lastampa.it/2019/03/30/vaticaninsider/congresso-delle-famiglie-la-crociata-nata-negli-usa-nel-mirino-c-francesco-tD6cPYRXcyTHzO97kY7p9L/pagina.html

 

Griffini (Ai.Bi.) presenta: gli 8 diritti dei minori che non vivono in una famiglia

“Il problema non è permettere l’adozione ai single – che in Italia, peraltro, già possono adottare quando per un minore dichiarato adottabile non vi sia una famiglia idonea e disponibile all’adozione – bensì rendere adottabili le migliaia di minori abbandonati di fatto in Italia e i milioni nel mondo.”

            E’ questo il problema vero, afferma – a poche ore dal suo intervento al XIII Congresso Mondiale della Famiglie di Verona nell’ambito della sessione dedicata ai “Diritti dei Bambini” – Marco Griffini, padre e nonno adottivi, impegnato da oltre 35 anni con Amici Dei Bambini a difesa e tutela del diritto di ogni bambino ad essere figlio.

            “A Verona, nel tanto contestato – e strumentalizzato – Congresso Mondiale delle Famiglie, grazie allo spazio concessomi dagli organizzatori, lancerò la “Carta dei diritti degli OFC (Out of Family Children)” e gli 8 fondamentali diritti dell’infanzia fuori famiglia affinché il maggior numero di minori abbandonati possa finalmente avere una famiglia.” – aggiunge Marco Griffini – “ Ecco il senso di una lotta, da condurre insieme, senza divisioni, affinché i “bambini del limbo” possano essere liberati dalle catene del loro abbandono!”

            Chi sono gli OFC, Out of Family Children? Sono i “bambini fuori famiglia”: non solo quelli senza genitori, gli orfani, ma anche e quelli istituzionalizzati o affidati a tempo indeterminato: privati per sempre del calore di una famiglia. E’ quanto si legge nelle premesse della Carta dei diritti degli OFC (Out of Family Children) che il presidente di Ai.Bi. porterà nella sessione del XIII Congresso Nazionale delle Famiglie dedicata oggi, 29 marzo, ai “Diritti dei bambini”, al fine di richiamare l’attenzione mondiale sul problema dell’infanzia abbandonata e di far sì che i diritti dei bambini che vivono fuori dalla famiglia vengano messi al centro dell’agenda politica internazionale.

            “I minori che vengono assistiti per periodi prolungati in istituti e comunità educative mantengono intatto a livello psicologico il trauma dell’abbandono – la consapevolezza che nessun adulto si fa carico di loro per la vita – cui si aggiunge il trauma dell’istituzionalizzazione, generando così un abbandono nell’abbandono” – spiega Marco Griffini.

            L’istituzionalizzazione dei minori fuori famiglia, culturalmente accettata in molti paesi, è la soluzione più semplice e diffusa, anche in Europa, ma la meno adeguata a superare la situazione di abbandono, in quanto risponde a bisogni materiali ma non a quelli emozionali e affettivi tipici di un legame esclusivo che permette la costruzione della propria psiche e del proprio modello comunicativo. “Per questo occorre una presa di posizione ufficiale sulla differenza fra assistenza e accoglienza e la definizione formale e giuridica della condizione di OFC (Out of Family Children) e l’individuazione di specifici diritti soggettivi cui dovrà comportare l’applicazione dei relativi meccanismi di tutela.” – ribadisce.

            Il diritto preminente dei minori di 18 anni è quello di vivere all’interno della propria famiglia d’origine.  “E’ prioritario, dunque” – continua Marco Griffini – “che l’ONU definisca nella maniera più chiara e uniforme possibile, ma soprattutto più esplicita nelle Convenzioni Internazionali, il diritto di tutti i bambini e ragazzi, di tutte le bambini e le ragazze, di essere figli e figlie, e il diritto di essere sottratti, finché ciò sia possibile, da situazioni di precariato affettivo e familiare perché possano vivere nella felicità, nell’amore e nella comprensione che solo una madre e un padre idonei possono dare.”

            Da qui l’urgenza di definire una carta degli OFC che identifichi 8 fondamentali diritti innegabili ad ogni minore senza distinzione:

  1. Diritto di essere accolto in una famiglia costituita da un padre e da una madre;
  2. Diritto alla partecipazione e all’ascolto;
  3. Diritto ad una chiara e universale definizione dello stato di abbandono;
  4. Diritto alla nomina di un avvocato fin dall’ingresso nella categoria degli OFC;
  5. Diritto ad essere accompagnato da una equipe psico-socio-giuridica;
  6. Diritto ad essere sostenuto da un’associazione che abbia come precisa finalità la tutela dei diritti dell’infanzia;
  7. Diritto di rimanere nella condizione di OFC solo temporaneamente;
  8. Diritto al risarcimento del danno quando il diritto ad una famiglia viene violato.

Ecco cosa chiede Marco Griffini – intervenendo al XIII Congresso Mondiale delle Famiglie –  all’agenda politica internazionale per far sì che ogni minore abbandonato possa sperare di diventare un giorno, un figlio, un vero figlio.

News Ai. Bi.    29 marzo 2019

www.aibi.it/ita/verona-xiii-congresso-mondiale-delle-famiglie-griffini-ai-bi-presenta-la-carta-degli-ofc-out-of-family-children-e-gli-8-diritti-dei-minori-che-non-vivono-in-una-famiglia ▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬

CONIUGI

Nascondere acquisti e stipendio al coniuge: cosa si rischia

            Ti sei mai posto il problema se, tra moglie e marito, esista un obbligo di dirsi tutta la verità? Sicuramente avrai già valutato questo aspetto nell’ambito dei rapporti di fedeltà coniugale: se anche è inverosimile pensare a “un’autodenuncia” da parte del coniuge infedele, sai bene che il nascondere la relazione extraconiugale è un atto che può costare la separazione con addebito. Ma cosa succede quando si passa dalla sfera sentimentale a quella economica? Cosa si rischia a nascondere acquisti e stipendio al coniuge?

Immagina di avere una moglie che, per anni, ha rosicchiato tutto il tuo stipendio con lo shopping: non è stata così ingenua da chiederti la carta di credito, ma ha fatto la cresta sui contanti che dovevano invece servire per la spesa quotidiana. In più ha ricevuto un bonifico dal padre: una donazione in denaro per pareggiare i conti con i suoi fratelli. Tutti questi soldi, però, anziché essere usati per il bene della famiglia, sono stati “investiti in vestiti”. Ora l’armadio trabocca di abiti e scarpe nuove. Aveva l’obbligo di svelarti l’esistenza del suo piccolo tesoro? Cosa rischia nell’averti nascosto gli acquisti fatti durante tutto questo tempo?

Oppure immagina che tuo marito abbia ricevuto, alcuni anni addietro, una promozione con aumento dello stipendio. Anziché fare festa in famiglia, ha preferito nascondere il fatto, forse timoroso che tu potessi pretendere uno stile di vita più agiato. E ora il suo conto corrente è più ricco di quanto tu potessi minimamente sospettare. Cosa rischia anche lui nell’averti nascosto lo stipendio?

Devo dire a mia moglie quanto guadagno? Abbiamo già spiegato che, seppure il concetto di «fedeltà coniugale» va inteso in senso ampio, quindi non solo da un punto di vista “affettivo” ma anche “materiale”, non esiste alcuna norma che imponga la trasparenza tra coniugi conviventi. Ciascuno può esigere il rispetto della propria privacy anche a livello finanziario. Questo significa che non c’è l’obbligo di presentare alla moglie la busta paga o al marito lo scontrino della spesa.

Certo però è che, nello spirito del matrimonio, vi è anche l’obbligo dell’assistenza morale e materiale, così come recita il Codice civile [Art. 143 cod. civ.]. In pratica tanto il marito quanto la moglie devono contribuire – ciascuno in proporzione alle proprie capacità economiche – ai bisogni comuni e della famiglia. Così l’uomo, laddove la moglie sia disoccupata, deve mantenerla e questa, a sua volta, con la propria attività materiale, dovrà badare alla casa e ai bisogni del coniuge (ad esempio cucinando e stirando). E viceversa, laddove ad essere occupata sia la donna, sarà quest’ultima ad aiutare il marito in cassa integrazione o alla ricerca di un posto, mentre questi sarà tenuto a prestare il proprio contributo manuale al ménage domestico.

Se entrambi i coniugi sono occupati e percepiscono un reddito dovranno, ciascuno in proporzione alle proprie entrate, contribuire ai bisogni della famiglia. Non è possibile – salvo ovviamente diverso accordo – lasciare solo all’uomo il compito di provvedere alle necessità dei figli mentre la donna spende tutto il suo stipendio in vestiti; e viceversa non può l’uomo costringere la donna a pensare alle esigenze familiari per sperperare la busta paga al gioco o in vizi.

Detto ciò, se anche non esiste l’obbligo specifico per il marito di dire alla moglie quanto guadagna, esiste certamente il divieto di costringere quest’ultima a un tenore di vita più sacrificato rispetto alle proprie possibilità economiche, cosa che succede quando si nascondono i soldi per sé e non li si destina alle esigenze della famiglia.

La moglie può esigere di vedere la busta paga del marito? Abbiamo detto che la moglie non può esigere di controllare la busta paga del marito. Potrebbe tuttavia, in caso di separazione imminente o di divorzio, presentare una richiesta all’Agenzia delle Entrate per avere copia della sua dichiarazione dei redditi onde approntare una miglior difesa nell’ambito del giudizio, ai fini della quantificazione del mantenimento. Tale almeno è l’orientamento più recente sposato dalla giurisprudenza.

Una cosa tuttavia è certa: la moglie può chiedere la separazione e imputare la colpa al marito se questi – a prescindere dal fatto di averle nascosto o meno un aumento di paga o una promozione – l’ha costretta a un tenore di vita più risicato rispetto alle proprie possibilità; il che succede se l’uomo non ha provveduto, in proporzione al proprio reddito, ai bisogni della famiglia. Tale comportamento viola infatti la norma del Codice civile [Art. 143 cod. civ.] citata in apertura che impone il dovere di assistenza morale e materiale in capo ad entrambi i coniugi, ossia la contribuzione ai bisogni della famiglia.

Il marito può conoscere le spese della moglie? Per la stessa ragione il marito non può esigere dalla moglie di sapere quanti soldi ha speso per i propri acquisti se si tratta di un conto personale, intestato a quest’ultima. Ma potrebbe tuttavia dolersi del fatto che lei non partecipa alle spese della famiglia e, quindi, non adempie ai doveri di assistenza materiale.

Laddove il conto corrente sia cointestato e, in vista dell’imminente separazione, uno dei due coniugi abbia prelevato più del 50%, questi è tenuto a restituire all’altro la sua quota oppure a ripristinare la metà del conto sottratta in modo illegittimo.

La legge per tutti       31 marzo 2019

www.laleggepertutti.it/279970_nascondere-acquisti-e-stipendio-al-coniuge-cosa-si-rischia5

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CONSULTORI FAMILIARI CATTOLICI

Treviso. Convegno “Percorso Famiglia Fertile”

Grande successo per il convegno che si è svolto il 23 marzo 2019 organizzato dal Consultorio Centro della Famiglia in collaborazione con l’Azienda Socio Sanitaria di Treviso e il primario di Ginecologia dell’Ospedale di Treviso. È stato presentato il “Percorso Famiglia Fertile”, la proposta del Consultorio per offrire risposta alle problematiche sociali della denatalità e dell’aumento dell’infertilità.

“Le coppie che cercano di avere figli senza risultato si trovano a fare i conti con un tempo di solitudine e si avviano di loro iniziativa verso le cliniche deputate a questo, spesso senza confidarsi né con il prete del paese né con il medico o altre figure di riferimento. La difficoltà alla gravidanza è vissuta come un problema di cui non conoscono le ragioni e del quale nessuno della cerchia di conoscenti deve avere percezione”, ha detto don Francesco Pesce, direttore del Centro della Famiglia.

Il “Percorso Famiglia Fertile”, presentato a medici e ginecologi, è il frutto di oltre quaranta anni di esperienza e di due recenti protocolli d’intesa che il Centro della Famiglia ha siglato con ULSS 2 Marca Trevigiana e con l’Istituto Scientifico Internazionale presso il Policlinico Gemelli.

Studi internazionali hanno dimostrato che la consapevolezza dei ritmi della fertilità, accompagnata da un supporto psico-relazionale e da un appropriato supporto medico permettono alle coppie che non riescono ad avere figli (e che non hanno una sterilità attestata) di incamminarsi in un percorso positivo attraverso la consapevolezza dei ritmi della fertilità, il sostegno di personale medico e l’accompagnamento psico-relazionale da parte di un professionista. Un vero e proprio percorso alternativo, basato sulla relazione, meno invasivo e molto rispettoso del tempi psicologici delle persone e delle coppie.

Al convegno è stato anche presentato il Comitato scientifico che, costituito il 14 marzo 2019, ha il compito di monitorare il buon livello di prestazione, promuovere la sensibilizzazione tra gli operatori sanitari e apportare le innovazioni che emergessero utili.

Giacinto Bosoni         28 marzo 2019

www.cfc-italia.it/cfc/index.php/2-non-categorizzato/443-convegno-presentazione-del-percorso-famiglia-fertile

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CONSULTORI FAMILIARI UCIPEM

                                                   Cosenza. Percorso genitoriale 2019                      

Sabato 6 aprile 2019 si concluderà il percorso Crescere con i figli che crescono.

Ascoltare e rispondere ai bisogni dei bambini attraverso forti alleanza educative

Educare è molto faticoso, per questo occorrono pazienza, sguardo libero e amore ma soprattutto forti alleanze educative! Interviene la dottoressa Annamaria Gatti, mamma, nonna, insegnante e psicologa autrice di libri per insegnanti e adulti, ha scritto opere tradotte anche all'estero per bambini e ragazzi, condividerà con i genitori, educatori e insegnanti la sua passione e la sua sensibile attenzione al mondo dei bambini e dei ragazzi!

www.filastrocche.it/leggiamo/annamaria-gatti-pubblicazioni

I precedenti incontri:

  • 01 febbraio Aiutami…sono arrabbiato M Fortebraccio, Tagesmutter domus
  • 15 febbraio Laboratorio esperenziale, dedicato alle emozioni del periodo perinatale, Mippe
  • 01 marzo Emozioni di gioco, la cooperativa delle donne
  • 15 marzo Da nativi digitali ad adolescenti navigati, F. La Gaccia, docente sociologia comunicazione
  • 28 marzo Adolescenza: quanto conosciamo della vita dei nostri figli, Nunzia Mele, pediatra

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DALLA NAVATA

4° Domenica di Quaresima - Anno C – 31 marzo 2019

Giosuè            05. 09 il Signore disse a Giosuè: «Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto».

Salmo              33.05 Ho cercato il Signore: mi ha risposto.

2Corinzi         05.17 Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.

Luca               15. 32 «ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

 

Non importa perché torni. A Dio basta il primo passo

La parabola più bella, in quattro sequenze narrative.

Prima scena. Un padre aveva due figli. Nella bibbia, questo incipit causa subito tensione: le storie di fratelli non sono mai facili, spesso raccontano drammi di violenza e menzogne, riportano alla mente Caino e Abele, Ismaele e Isacco, Giacobbe ed Esaù, Giuseppe e i suoi fratelli, e il dolore dei genitori. Un giorno il figlio minore se ne va, in cerca di se stesso, con la sua parte di eredità, di “vita”. E il padre non si oppone, lo lascia andare anche se teme che si farà male: lui ama la libertà dei figli, la provoca, la festeggia, la patisce. Un uomo giusto.

Secondo quadro. Quello che il giovane inizia è il viaggio della libertà, ma le sue scelte si rivelano come scelte senza salvezza («sperperò le sue sostanze vivendo in modo dissoluto»). Una illusione di felicità da cui si risveglierà in mezzo ai porci, ladro di ghiande per sopravvivere: il principe ribelle è diventato servo.

Allora rientra in sé, lo fanno ragionare la fame, la dignità umana perduta, il ricordo del padre: «quanti salariati in casa di mio padre, quanto pane!». Con occhi da adulto, ora conosce il padre innanzitutto come un signore che ha rispetto della propria servitù (Rosanna Virgili). E decide di ritornare, non come figlio, da come uno dei servi: non cerca un padre, cerca un buon padrone; non torna per senso di colpa, ma per fame; non torna per amore, ma perché muore. Ma a Dio non importa il motivo per cui ci mettiamo in cammino, a lui basta il primo passo

Terza sequenza. Ora l'azione diventa incalzante. Il padre, che è attesa eternamente aperta, «lo vede che era ancora lontano», e mentre il figlio cammina, lui corre. E mentre il ragazzo prova una scusa, il padre non rinfaccia ma abbraccia: ha fretta di capovolgere la lontananza in carezze. Per lui perdere un figlio è una perdita infinita. Non ha figli da buttare, Dio. E lo mostra con gesti che sono materni e paterni insieme, e infine regali: «presto, il vestito più bello, l'anello, i sandali, il banchetto della gioia e della festa».

Ultima scena. Lo sguardo ora lascia la casa in festa e si posa su di un terzo personaggio che si avvicina, di ritorno dal lavoro. L'uomo sente la musica, ma non sorride: lui non ha la festa nel cuore (Rosanna Virgili). Buon lavoratore, ubbidiente e infelice. Alle prese con l'infelicità che deriva da un cuore che non ama le cose che fa, e non fa le cose che ama: io ti ho sempre ubbidito e a me neanche un capretto... il cuore assente, il cuore altrove. E il padre, che cerca figli e non servi, fratelli e non rivali, lo prega con dolcezza di entrare: è in tavola la vita. Il finale è aperto: capirà? Aperto sull'offerta mai revocata di Dio.

Padre Ermes Ronchi, OSM

www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=45489

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DIRITTO DI FAMIGLIA

Assegno di divorzio: in arrivo la riforma

A seguito del dibattito giurisprudenziale innescato dalla sentenza della Cassazione n. 11504/10 maggio 2017, le regole sull'assegno divorzile potrebbero ben presto cambiare per legge per effetto della proposta n. 506, d'iniziativa della deputata Morani, che, al temine delle audizioni in Commissione Giustizia, si appresta ad approdare nell'Aula di Montecitorio.

Riforma assegno divorzio: consenso bipartisan. La calendarizzazione è attesa per inizio aprile, a seguito della presentazione e discussione degli emendamenti alla riforma che ha raccolto un consenso bipartisan. Tra le novità più rilevanti, a seguito delle modifiche all'art. 5 della L. n. 898/01 dicembre 1970, emerge quella di un assegno divorzile limitato temporalmente, ma anche lo stop all'esborso in caso di unione civile, nuove nozze o convivenza stabile dell'ex coniuge

            La proposta di legge, ricalca quella approvata all'unanimità dalla Commissione Giustizia nella scorsa legislatura, di iniziativa dell'on. Ferranti (atto Camera n. 4605), mai arrivata in aula nonostante sul punto fossero state ascoltate eminenti personalità del mondo del diritto che avevano concordato nel ritenere necessario e opportuno un simile intervento del legislatore.

Assegno divorzile: cosa prevede la riforma. La nuova proposta, dunque, procede nel solco precedentemente tracciato e punta a fornire risposte normative adeguate alla questione dell'equo bilanciamento degli interessi coinvolti dallo scioglimento del matrimonio.

            Una materia particolarmente avvertita dall'opinione pubblica, soprattutto a seguito della vasta risonanza mediatica che hanno avuto alcune decisioni in materia di assegno divorzile, per l'eccessiva entità dell'assegno disposto a favore del coniuge "debole". Lo stesso è avvenuto in occasione di quei casi di cronaca che hanno spesso segnalato le difficili condizioni di vita in cui vengono a trovarsi gli ex coniugi (generalmente i mariti) costretti a corrispondere un assegno che assorbe parte cospicua del loro guadagno.

Il punto della giurisprudenza. Inoltre, non può non tenersi conto del nuovo indirizzo giurisprudenziale emerso in sede di legittimità in materia di assegno divorzile, contrario a quello costantemente seguito in precedenza "appiattito" sulla valutazione del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio dalla parte richiedente l'assegno.

            Il merito della "rivoluzione" è della c.d. sentenza "Grilli" (n. 11504/10 maggio 2017) con cui la Cassazione ha affermato che l'assegno divorzile può essere concesso solamente all'ex coniuge che non abbia l'autosufficienza economica, che, cioè, non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento.

A tale decisione è poi seguita quella delle Sezioni Unite dello scorso 11 luglio 2018, sentenza n. 18287, secondo la quale, ha sottolineato la nuova presidente grillina della Commissione giustizia della Camera, Francesca Businarolo, "occorre considerare anche la durata del matrimonio" e "viene sostenuto che l'assegno di divorzio ha natura assistenziale, compensativa e perequativa". In sostanza, ha concluso Businarolo, è apparso "indispensabile un intervento normativo come hanno confermato autorevolissimi esponenti del mondo accademico".

            La Relazione introduttiva alla proposta di legge chiarisce la volontà di fissare precise linee normative rispondenti all'esigenza di evitare, da un lato, che lo scioglimento del matrimonio sia causa di indebito arricchimento e, dall'altro, che sia causa di degrado esistenziale del coniuge economicamente debole che abbia confidato nel programma di vita del matrimonio, dedicandosi alla cura della famiglia rinunciando in tal modo a sviluppare una buona formazione professionale e a svolgere una proficua attività di lavoro o di impresa.

Come sarà il nuovo assegno di divorzio. La proposta prevede che, con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il Tribunale possa disporre l'attribuzione di un assegno a favore di un coniuge, destinato a equilibrare, per quanto possibile, la disparità che lo scioglimento o la cessazione degli effetti del matrimonio crea nelle condizioni di vita rispettive dei coniugi.

            Al tal fine, in un’ottica di superamento del solo criterio tenore di vita, il giudice dovrà valutare una serie di criteri, in rapporto alla durata del matrimonio, tenendo conto in particolare:

  • delle condizioni personali ed economiche in cui i coniugi vengono a trovarsi a seguito dello scioglimento o della cessazione degli effetti civili del matrimonio;
  • del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune; il patrimonio e il reddito di entrambi;
  • della ridotta capacità reddituale dovuta a ragioni oggettive, anche in considerazione della mancanza di un'adeguata formazione professionale o di esperienza lavorativa, quale conseguenza dell'adempimento dei doveri coniugali, nel corso della vita matrimoniale;
  • dell'impegno di cura di figli comuni minori, disabili o comunque non economicamente indipendenti;
  • del comportamento complessivamente tenuto da ciascuno in ordine al venir meno della comunione spirituale e materiale.

Divorzio: arriva l'assegno "a tempo". Tenendo conto di tali circostanze, qualora la ridotta capacità reddituale del richiedente sia temporanea e transeunte, ovvero dovuta a ragioni contingenti o comunque superabili, il Tribunale potrà predeterminare la durata dell'assegno. In sostanza, si rende possibile concedere l'assegno divorzile "a tempo" per evitare una ingiustificata corresponsione a tempo indeterminato.

            "Nel momento in cui l'ex coniuge ha la possibilità di avere un'altra entrata - ha dichiarato la deputata dem Morani - come per esempio, la pensione o un lavoro, non si comprende perché debba continuare ad avere l'assegno". Tale tesi ha trovato l'appoggio anche di M5S e Lega.

            L'esborso, inoltre, non sarebbe più dovuto in caso di nuove nozze, di unione civile con altra persona o di una stabile convivenza del richiedente l'assegno, e pure si esclude che un obbligo di corresponsione dell'assegno sorga nuovamente a seguito di separazione o di scioglimento dell'unione civile o di cessazione dei rapporti di convivenza.

Lucia Izzo Newsletter Giuridica Studio Cataldi      25 marzo 2019

www.studiocataldi.it/articoli/33965-assegno-di-divorzio-in-arrivo-la-riforma.asp

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GOVERNO.

Online la nuova pubblicazione sulle misure per la famiglia, finanziate con la legge di bilancio 2019

Il Dipartimento per le politiche della famiglia ha realizzato una nuova pubblicazione che raccoglie tutte le misure a sostegno della famiglia, finanziate con la Legge di Bilancio 2019 (legge 30 dicembre 2018 n. 145).

Quattro i filoni tematici relativi alle misure:

  1. Genitorialità,
  2. Conciliazione famiglia-lavoro,
  3. Disabilità
  4. Risorse economiche.

La pubblicazione, creata in collaborazione con l'Istituto degli Innocenti di Firenze, vuole essere un nuovo strumento a disposizione delle famiglie per conoscere ed informarsi sui contributi economici e le politiche pubbliche messe in campo dal Governo.

Online la nuova pubblicazione sulle misure per la famiglia, finanziate con la legge di bilancio 2019

Dipartimento per le politiche della famiglia 28 marzo 2019

www.politichefamiglia.it/it/notizie/notizie/notizie/online-la-nuova-pubblicazione-sulle-misure-per-la-famiglia-finanziate-con-la-legge-di-bilancio-2019

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PARLAMENTO

Camera dei Deputati – Commissione giustizia - Assegno divorzile

PDL C. 506 Alessia Morani sede referente. Modifiche all'articolo 5 della legge 01 dicembre 1970, n.898, in materia di assegno spettante a seguito di scioglimento del matrimonio o dell'unione civile.

Art. 1.1. Il sesto comma dell'articolo 5 della legge 1&#176; dicembre 1970, n. 898, è sostituito dal seguente:

«Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale può disporre l'attribuzione di un assegno a favore di un coniuge, destinato a equilibrare, per quanto possibile, la disparità che lo scioglimento o la cessazione degli effetti del matrimonio crea nelle condizioni di vita rispettive dei coniugi».

1.2  Dopo il sesto comma dell'articolo 5 della legge 1&#176; dicembre 1970, n. 898, come da ultimo sostituito dal comma 1 del presente articolo, sono inseriti i seguenti: «Al fine di cui al sesto comma, il tribunale valuta, in rapporto alla durata del matrimonio: le condizioni personali ed economiche in cui i coniugi vengono a trovarsi a seguito dello scioglimento o della cessazione degli effetti civili del matrimonio; il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune; il patrimonio e il reddito di entrambi; la ridotta capacità reddituale dovuta a ragioni oggettive, anche in considerazione della mancanza di un'adeguata formazione professionale o di esperienza lavorativa, quale conseguenza dell'adempimento dei doveri coniugali, nel corso della vita matrimoniale; l'impegno di cura di figli comuni minori, disabili o comunque non economicamente indipendenti; il comportamento complessivamente tenuto da ciascuno in ordine al venir meno della comunione spirituale e materiale.

Tenuto conto di tutte le circostanze indicate nel settimo comma, il tribunale può predeterminare la durata dell'assegno nei casi in cui la ridotta capacità reddituale del richiedente sia dovuta a ragioni contingenti o comunque superabili.

L'assegno non è dovuto nel caso di nuove nozze, di unione civile con altra persona o di una stabile convivenza del richiedente l'assegno. L'obbligo di corresponsione dell'assegno non sorge nuovamente a seguito di separazione o di scioglimento dell'unione civile o di cessazione dei rapporti di convivenza».

1.3. Al comma 25 dell'articolo 1 della legge 20 maggio 2016, n. 76, le parole: «dal quinto all'undicesimo comma» sono sostituite dalle seguenti: «dal quinto al quattordicesimo comma».

Art. 2. Le disposizioni di cui all'articolo 1 si applicano anche ai procedimenti per lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio in corso alla data di entrata in vigore della presente legge.

www.camera.it/leg18/995?sezione=documenti&tipoDoc=lavori_testo_pdl&idLegislatura=18&codice=leg.18.pdl.camera.506.18PDL0010090&back_to=http://www.camera.it/leg18/126?tab=2-e-leg=18-e-idDocumento=506-e-sede=-e-tipo=

      31 gennaio 2019 La Commissione inizia l'esame del provvedimento in oggetto. La relatrice Alessia Morani illustra la Pdl. Giulia Sarti, presidente, rinvia all'Ufficio di presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi, la definizione delle modalità per il prosieguo dell'esame, una volta che siano state completate le opportune verifiche circa la questione posta dalla collega Giusi Bartolozzi: è in corso di esame presso il Senato la proposta di legge S 735 del senatore Simone Pillon, recante norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità, che, pur affrontando un tema più ampio, contiene anche disposizioni in materia di assegno.

www.camera.it/leg18/824?tipo=C&anno=2019&mese=01&giorno=31&view=&commissione=02&pagina=data.20190131.com02.bollettino.sede00030.tit00010#data.20190131.com02.bollettino.sede00030.tit0001   pag. 57

27 marzo 2019. Francesca Businarolo, presidente, ricorda che il 13 marzo scorso si è concluso il ciclo di audizioni sul provvedimento in discussione.

http://www.camera.it/leg18/126?tab=4&leg=18&idDocumento=506&sede=ac&tipo=

      Nessuno chiedendo di intervenire, dichiara concluso l'esame preliminare e avverte che il termine per la presentazione di proposte emendative al testo sarà fissato a seguito delle riunione dell'ufficio di presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi, che si terrà domani.

www.camera.it/leg18/824?tipo=C&anno=2019&mese=03&giorno=27&view=&commissione=02&pagina=data.20190327.com02.bollettino.sede00020.tit00010#data.20190327.com02.bollettino.sede00020.tit00010   pag. 91

 

Camera dei Deputati – Commissione giustizia - Adozione del concepito

PDL C. 1238 Alberto Stefani e altri 45. Disposizioni in materia di adozione del concepito. (7 articoli)

www.camera.it/leg18/995?sezione=documenti&tipoDoc=lavori_testo_pdl&idLegislatura=18&codice=leg.18.pdl.camera.1238.18PDL0031210&back_to=http://www.camera.it/leg18/126?tab=2-e-leg=18-e-idDocumento=1238-e-sede=-e-tipo=

Estratto Art. 1 1. Nel caso in cui, entro novanta giorni dall'inizio della gravidanza, si verifichino circostanze per le quali il parto o la maternità possano comportare un serio pericolo per la salute psico-fisica della gestante, in relazione alle sue condizioni economiche, sociali o familiari o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, ovvero a previsioni di anomalie o di malformazioni del concepito, la donna può fare ricorso, nell'ambito delle misure alternative all'interruzione volontaria della gravidanza di cui alla legge 22 maggio 1978, n. 194, alla procedura dell'adozione del concepito disciplinata dalla presente legge.

       Art. 2. Le disposizioni del comma 1 si applicano anche se, dopo i primi novanta giorni della gravidanza, siano accertate patologie a carico del feto, tra le quali rilevanti anomalie o malformazioni, che determinino un grave pericolo per la salute psico-fisica della donna

        Assegnato alle Commissioni riunite II Giustizia e XII Affari sociali in sede Referente il 15 marzo 2019

                                                          Non ancora iniziato l’esame

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PSICOLOGIA DI COPPIA

La vera legge dell’amore

La tesi condivisa dai partecipanti al Congresso mondiale sulla famiglia di Verona è che la famiglia sia un evento della natura. Ma erano naturalmente sterili le matriarche (Sara, Rebecca, Rachele) e non era affatto naturale, com’è noto, il padre falegname che si prese la responsabilità di crescere il figlio di Dio. Il testo biblico indica con forza che il mistero della generazione della vita e della sua accoglienza non può mai essere ridotto materialisticamente alle leggi della natura perché porta con sé quel miracolo della parola senza il quale l’umanizzazione della vita sarebbe semplicemente impossibile.

Quale parola? Quella che davvero feconda la vita rendendola degna di vita, istituendola come vita di un figlio. Quella parola che nomina e riconosce in una vita particolare non la manifestazione anonima della natura, ma una vita umana, vita portata da un nome proprio. L’amore non è mai, infatti, amore generico per la vita, ma è sempre amore di un nome. Senza il miracolo della parola che adotta la vita del figlio non esiste né padre, né madre, non esiste quella responsabilità illimitata che istituisce la genitorialità ben al di là delle leggi della natura.

È così difficile da capire? Dovremmo davvero ridurre la forza sublime di questo straordinario gesto di adozione, frutto dell’amore dei Due, ad un mero meccanismo di cellule, ad un ingranaggio anonimo della natura o ad una mera necessità istintuale? Oppure dovremmo davvero pensare che questa responsabilità illimitata sia un privilegio esclusivo dei cosiddetti genitori naturali? Ma non è forse quello della genitorialità un gesto che eccede ogni legge della natura? Non è la forza nuda della parola di Dio — della sua grazia — che guarisce le matriarche dalla sterilità rendendo possibile la filiazione umana della vita? Possiamo davvero pensare — pensano davvero questo i sostenitori della famiglia naturale — che la generazione di un figlio sia un evento della natura, simile ad una pioggia o ad un filo d’erba?

La vita umana non vive di istinti, ma si nutre della luce della parola. Non è sufficiente uno spermatozoo o un ovulo né per generare davvero un figlio, né per fare un padre o una madre. Vi sono padri e madri naturali che hanno abbandonato i loro figli, che non sono mai diventati genitori, che non hanno alcun interesse per la vita dei figli che hanno naturalmente generato. Vi sono coppie eterosessuali che non hanno nessuna idea di cosa sia l’eteros, il rispetto e l’ammirazione per la differenza dell’altro che la lezione dell’amore esige. L’eterosessualità, diceva Lacan, non è mai riducibile ad un dato dell’anatomia, ma è la postura fondamentale dell’amore: è davvero eterosessuale chi sa amare l’altro nella sua differenza. Può esserlo o non esserlo con le stesse possibilità una lesbica, un omosessuale o un cosiddetto eterosessuale. È così difficile capirlo?

Quello che fa davvero la differenza è la legge dell’amore e non la legge della natura. È il cuore della predicazione cristiana. Dove questa Legge è operativa c’è rispetto per l’eteros, per la differenza assoluta dell’altro; dove invece questa Legge è assente c’è contesa, rivendicazione, distruzione dell’eteros. Vi sono famiglie che vogliono arrogarsi il diritto esclusivo dell’amore. Vi sono coloro che pensano che l’anonimato della legge della natura garantisca una buona genitorialità. Non si percepisce il carattere rozzamente materialistico di queste posizioni? In natura l’istinto organizza la vita da capo a piedi. Ma vale lo stesso per la vita umana? Esisterebbe un istinto genitoriale? Magari presente nei genitori naturali e assente in quelli adottivi? Non dovremmo forse imparare a ragionare al contrario? Pensare, per esempio, che tutti i genitori naturali dovrebbero guardare quelli adottivi per imparare cosa significhi donare se stessi in un rapporto senza alcuna continuità naturale, senza rispecchiamento. È così difficile capire che c’è padre e c’è madre, che c’è famiglia non perché c’è continuità di sangue o differenza anatomica degli organi genitali dei genitori, ma perché c’è dono, amore per l’eteros del figlio, assunzione di una responsabilità illimitata, esperienza incondizionata dell’accoglienza?

Massimo Recalcati                                    “la Repubblica”                   31 marzo 2019

rep.repubblica.it/pwa/commento/2019/03/30/news/la_natura_della_famiglia-222904819

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt201903/190331recalcati.pdf

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NewsUCIPEM n. 745 – 17 marzo 2019

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NewsUCIPEM n. 745 – 17 marzo 2019

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento on line. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

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02ABUSI                                                            ONU invita il governo a istituire una commissione sugli abusi.

02                                                                          La Chiesa tedesca apre al dibattito su celibato e morale sessuale.

03 ACCORDI                                                      Accordi pre-matrimoniali: ulteriore aggressione a matrimonio

04 ADOZIONI INTERNAZIONALI                                Il rilancio inizia dai Paesi di origine: Colombia e Honduras, la Bolivia!

04                                                                          Colombia. Per 2 anni solo bambini con + di 7 anni o special needs.

04                                                                          Honduras firma e ratifica la Convenzione de L’Aja.

05 AMORIS LÆTITIA                                      Il dibattito: la nipote AL e la nonna FC5

06                                                                          Adulterio e atti impuri

10 ASSEGNO MANTENIMENTO FIGLI     Reato per padre che mantiene solo figli nati dalla nuova relazione

10 ASSEGNO DIVORZILE                              Assegno non diminuisce se l'ex ha indennità di accompagnamento

11                                                                          Unioni civili, riconosciuto assegno di divorzio.

11 AUTORITÀ PER L’INFANZIA                  Autorità garante a Min. Fontana: riavviare gli Osservatori nazionali

12 CASA CONIUGALE                                    Regime di assegnazione della casa familiare

14 CENTRO INTERN. STUDI FAMIGLIA   Newsletter CISF - n.10, 13 marzo 2019.

16 CHIESA CATTOLICA                                  Ratione servitutis?

17                                                                          Dopo la lettera “Ratione servitutis?”

19                                                                          Se si togliessero dal vangelo le donne

21 CONGRESSI–CONVEGNI–SEMINARI                Assisi.Seminario Coppia Sentieri dell'amore fecondo

21                                                                          Milano.Legami sociali e stili comunicativi di comunità. UCSC

22                                                       Verona. La Conferenza sulla famiglia.

23 CONSULTORI D’ISPIRAZ. CRISTIANA Atene:1° Consultorio: la Chiesa al fianco delle famiglie in difficoltà

23                                                                          Napoli. Crescere insieme ai propri figli

24 CONSULTORI UCIPEM                            Udine. Famiglia allo specchio e professioni dell'aiuto in riflessione.

24 COUNSELING                                             Famiglia allo specchio e professioni dell'aiuto in riflessione.

25 DALLA NAVATA                                         2° Domenica di Quaresima - Anno C – 17 marzo 2019.

25                                                                          Pregare trasforma in ciò che si contempla

26 DIRITTO DI FAMIGLIA                             L'applicabilità della legge alla famiglia islamica residente in Italia

26 FORUM ASSOCIAZIONI FAMILIARI    Liste d’attesa e spesa sanitaria privata: altra tegola “vitale”

27 FRANCESCO VESCOVO DI ROMA       Sei anni fa: una settimana memorabile intorno al 13 marzo

29 GENITORI                                                     Non ci sono più i genitori di una volta.

31 MATRIMONIO                                            Non amo più mio marito: conseguenze legali.

32                                                                          Non amo più mia moglie: conseguenze legali.

33 MISNA                                                          I minori stranieri non accompagnati: il focus

36 OMOFILIA                                                    Chiesa cattolica e i preti gay. Ma perché tanti preti omosessuali?

38 PEDAGOGIA                                                               Stereotipi di genere nella prima infanzia.

39 PROCREAZIONE ASSISTITA                    Fecondazione: in Italia terapia ormonale 'su misura'

39 RICONCILIAZIONE                                    Riconciliazione tra coniugi separati.

41 SALUTE                                                         Farmaco gender, servono chiarezza e misericordia.

43 SEPARAZIONE                                            Tradimento: quando spetta il risarcimento?

44 UCIPEM                                                        La gestione del conflitto. L’esperienza all’interno della famiglia.

46 VIOLENZA                                                    Comportamenti aggressivi vittima e allontanamento marito dalla casa.

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ABUSI

ONU invita il governo a istituire una commissione sugli abusi sessuali del clero.

Uno sconosciuto documento dell’ONU del 27 febbraio 2019 invita il governo italiano a istituire una commissione indipendente sugli abusi sessuali del clero, a indagini rigorose, a rendere obbligatorio per tutti il deferimento dei casi all’autorità civile ed a modificare, di conseguenza, il Concordato tra la Chiesa cattolica e lo Stato. Adopted by the Committee at its eightieth session (14 january–1 february 2019).

Noi Siamo Chiesa 14 marzo 2019

www.noisiamochiesa.org/?p=7394

 

La Chiesa tedesca apre al dibattito su celibato e morale sessuale

            Celibato, potere clericale, morale sessuale. Il summit sugli abusi concluso neppure tre settimane fa in Vaticano ha fatto scattare la molla nei vescovi della Germania per procedere ad una riflessione a 360 gradi su tre temi ancora spinosi per la vita della Chiesa. Riunito in plenaria a Lingen, in Bassa Sassonia, l’episcopato tedesco, di forte tendenza progressista, che ha mostrato in passato l’impulso a voler procedere “autonomamente” su alcune scelte e posizioni (si veda il caso della intercomunione), ha annunciato di voler «intraprendere un percorso sinodale vincolante come Chiesa in Germania» per riaccendere il dibattito sul celibato sacerdotale, per discutere sull’insegnamento della Chiesa in materia di morale sessuale, per adottare misure che portino alla riduzione del potere clericale.

Una scelta che farà sicuramente discutere e che ha come obiettivo di fondo quello di giungere a conclusioni concrete per contrastare la piaga degli abusi, anzitutto quelli sessuali e poi quelli di potere che sono quasi sempre l’anticamera di molestie e violenze a donne e bambini.

L’obiettivo non è formulare riforme (almeno non per ora), come lasciano intuire i presuli nelle loro dichiarazioni finali – rilanciate anche dal quotidiano della Santa Sede L’Osservatore Romano – ma solo di consentire «un dibattito strutturato» che «si svolgerà entro un periodo stabilito, in collaborazione con il Comitato centrale dei cattolici tedeschi».

            Per i vescovi il momento è favorevole, ha spiegato in conferenza stampa il cardinale Reinhard Marx, presidente dei vescovi tedeschi, tra i protagonisti del succitato summit vaticano (sua la dichiarazione sui dossier sui preti abusatori distrutti): «La Chiesa in Germania sta vivendo una svolta», ha affermato. E «le indagini sugli abusi e, di conseguenza, la necessità di compiere ulteriori riforme lo dimostrano».

            Un riferimento è probabilmente allo studio indipendente commissionato dalla Conferenza episcopale sui casi di abusi nelle diocesi tedesche, presentato nel settembre scorso all’assemblea di Fulda ma anticipato dalla stampa, il quale riferiva che 3.677 minori sono stati abusati sessualmente da parte di 1.670 preti o religiosi in Germania (ossia il 4,4% dei chierici del Paese) tra il 1946 e il 2014.

            Statistiche che negli ultimi cinque anni hanno registrato un cambio di tendenza: i casi di abusi sono diminuiti, ma certe questioni rimangono ancora in sospeso e sollecitano una riflessione condivisa da parte della Chiesa. O meglio «un processo sinodale, come Papa Francesco incoraggia», ha chiosato Marx. «La fede può solo crescere e diventare più profonda man mano che la nostra riflessione va avanti e che ci avviamo verso un dibattito libero e aperto, con la capacità di prendere nuove decisioni e aprire nuovi orizzonti».

            Per questo, ha detto il porporato, rammentando il Sinodo di Wuerzburg del 1972-1975 e le discussioni degli anni passati che «hanno aperto la strada nel trovare una risposta alle sfide odierne», nel processo sinodale saranno coinvolti con una «partecipazione responsabile» uomini e donne delle diverse diocesi. «Vogliamo essere una Chiesa in ascolto e consulteremo anche persone al di fuori della Chiesa».

            In sostanza si darebbe vita a “task force” diocesane di laici e consacrati, come indicato dai partecipanti al vertice di Roma che prospettavano questa strada come possibile misura concreta per affrontare le problematiche legate agli abusi del clero. In particolare su questo punto, ha evidenziato l’arcivescovo di Monaco e Frisinga, i presuli invocano un cambiamento che riguardi «il modo di vivere dei vescovi e dei preti». Quindi il celibato che, sì, è fondamentale perché «espressione dell’attaccamento religioso a Dio», ha detto Marx, ma «bisogna capire fin quanto esso faccia parte della testimonianza dei preti nella nostra Chiesa».

            Con lo stesso approccio la Conferenza episcopale tedesca allo studio della morale sessuale da parte della Chiesa ritenuto insufficiente: «Non viene data abbastanza attenzione al significato personale della sessualità», ha osservato il cardinale presidente, e la «stragrande maggioranza dei battezzati» sembra non ascoltare le indicazioni magisteriali della Chiesa in merito. «Sentiamo che spesso non siamo in grado di parlare del comportamento sessuale attuale», ha ammesso il prelato.

            Ma se su questi due temi è necessaria una discussione approfondita, su un punto, invece, secondo l’episcopato della Germania si dovrebbe agire senza tentennamenti: ottenere «la necessaria riduzione del potere ecclesiastico». È urgente chiarire «ciò che deve essere fatto per ottenere una necessaria riduzione di questo potere e costituire un ordinamento più giusto e giuridicamente vincolante». Ad esempio, con l’istituzione di specifici tribunali amministrativi. L’abuso di potere da parte di vescovi e sacerdoti è, infatti, intollerabile: è il «tradimento della fiducia» di persone credenti che cercano nei ministri di Dio stabilità e orientamento spirituale.

Salvatore Cernuzio               Città Del Vaticano     15 marzo 2019

https://www.lastampa.it/2019/03/15/vaticaninsider/abusi-la-chiesa-tedesca-apre-un-processo-sinodale-per-discutere-di-celibato-e-morale-sessuale-zEI6BqCJkVDh5GJIGRJ9fN/pagina.html

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ACCORDI

Accordi pre-matrimoniali: ulteriore aggressione a matrimonio e famiglia

Intervento “sottotraccia” del Governo, saltando il Parlamento. Il 28 febbraio 2019 il Consiglio dei Ministri ha approvato dieci disegni di legge di delega al Governo per le semplificazioni e le codificazioni di settore. I testi approvati fanno seguito al D.d.l. in materia di semplificazione varato dal Consiglio dei ministri il 12 dicembre 2018. Uno dei D.d.l. reca la delega “per la revisione del codice civile”; all’art. 1 comma 1 lett. b) esso indica come oggetto di delega “consentire la stipulazione tra i nubendi, tra i coniugi, tra le parti di una programmata o attuata unione civile, di accordi intesi a regolare tra loro (…) i rapporti personali e quelli patrimoniali, anche in previsione dell’eventuale crisi del rapporto, nonché a stabilire i criteri per l’indirizzo della vita familiare e l’educazione dei figli”.

            Si tratta dei c.d. accordi prematrimoniali, già oggetto della Pdl n. 2669 depositata nella passata Legislatura dagli on. Alessia Morani (PD) e Luca D’Alessandro (FI). Le differenze sono che:

  1. Quella, nella sua inaccettabilità, per lo meno si sottoponeva al confronto parlamentare, tant’è che poi non è stata approvata, mentre l’iniziativa dell’attuale Governo sintetizza in poche battute una materia delicata e dirompente, espropriando Camera e Senato di ogni approfondimento;
  2. In quella gli “accordi prematrimoniali” erano volti unicamente “a disciplinare i rapporti dipendenti dall’eventuale separazione personale e dall’eventuale scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio”, mentre la delega attuale riguarda, oltre ai rapporti personali e patrimoniali in previsione della crisi del rapporto, anche “i criteri per l’indirizzo della vita familiare e l’educazione dei figli”.

Il Centro studi Livatino manifesta sconcerto per la scelta del Governo, in linea con l’intento dissolutorio dell’istituto familiare, perseguito nella precedente Legislatura con le leggi sul divorzio breve, sul divorzio facile, e sulle unioni civili: gli accordi prematrimoniali riducono il matrimonio a un contratto come tanti altri che, come per la somministrazione di un servizio, disciplina le modalità di conclusione prima ancora di iniziare, in un’ottica di privatizzazione mercantile che penalizza la parte più debole. Ci si chiede poi:

a)      Se si sia riflettuto sulla sorte del matrimonio religioso con effetti civili: sottoscrivere al momento delle nozze un patto prematrimoniale che disciplina la loro rescissione significa codificare una causa di nullità del vincolo canonico, con conseguenze gravi in termini di incertezza del tipo di matrimonio e di incremento del contenzioso;

b)      Quale considerazione abbiano i minori, se i patti includono la disciplina dell’educazione dei figli prima ancora che nascano: l’educazione di un minore presuppone conoscerlo (non si concorda previamente a tavolino);

c)      Se ci si sia resi conto, estendendo i patti alle unioni civili (che riguardano pure persone dello stesso sesso) che in tal modo si dà per scontato che nell’unione civile same sex ci siano figli.

Poiché oggi l’esigenza vera è di incentivare il matrimonio e di sostenere la formazione di una famiglia, il Centro studi Livatino auspica un serio ripensamento dell’Esecutivo sul citato passaggio del Ddl, che va nella direzione opposta.

Centro Studi Rosario Livatino         11 marzo 2019          www.centrostudilivatino.it/rosario-livatino

www.centrostudilivatino.it/accordi-pre-matrimoniali-ulteriore-aggressione-a-matrimonio-e-famiglia

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ADOZIONI INTERNAZIONALI

Il rilancio comincia dai Paesi di origine: dopo Colombia e Honduras, ecco la Bolivia!

Nel solo Dipartimento di La Paz “69 bambini abbinati in adozione nazionale e 18 minori segnalati all’Autorità Centrale per l’internazionale.”. A più di dieci anni di blocco delle adozioni internazionali, dalla Bolivia arrivano i primi incoraggianti segnali di un graduale riavvio dell’Officina dei Miracoli!

            Secondo stime Unicef sono più di 8.000 i bambini fuori famiglia con una situazione legale non definita.  Minori abbandonati, vittime di casi di femminicidio o con entrambi i genitori in carcere, da anni ospiti dei centri di accoglienza del Paese.

            “Solo nel dipartimento di La Paz sono 69 i bambini attualmente abbinati a famiglie adottive nazionali e per 31 di loro è già stata emessa sentenza di adozione nazionale. A questi si aggiungono 18 bambini segnalati al Ministero di giustizia affinché possano essere accolti in adozione internazionale” ha dichiarato il direttore del Servizio di Gestione Sociale di La Paz (Sedeges), Mario Cáceres, in una videointervista a ATB lo scorso 11 marzo 2019. L’ostacolo principale – spiega – risiede in uno stallo delle procedure giudiziarie di definizioni di adottabilità dei minori abbandonati accolti negli istituti del Dipartimento, dovuto a una carenza di personale.

            Nel Dipartimento di La Paz ci sono solo due Tribunali per l’Infanzia e l’Adolescenza e uno nella città di El Alto, che ha già superato il milione di abitanti.

            Dopo un decennio di fermo, le dichiarazioni del Direttore del Sedeges di La Paz confermano – nonostante la lentezza delle procedure di definizione socio legale dei minori accolti negli istituti – che in Bolivia la macchina delle adozioni internazionali si sta lentamente rimettendo in moto. Le prime pratiche depositate risalgono al 2016 e ad oggi già diverse coppie hanno completato l’iter entrando in Italia con i loro bambini.

            Amici dei Bambini è accreditato ad operare nel Paese sudamericano fino a novembre 2020.

News Ai. Bi. 14 marzo 2019

www.aibi.it/ita/rilancio-adozioni-internazionali

 

Adozioni Colombia. Per due anni si adotteranno solo bambini che hanno più di 7 anni o special needs

Nuova Risoluzione dell’ICBF (Instituto Colombiano de Bienestar Familiar) sui deposito dossier delle aspiranti coppie adottive internazionali in Colombia.

Nei prossimi due anni l’adozione internazionale sarà possibile solo per le coppie straniere disponibili ad accogliere bambini che hanno più di 6 anni e 11 mesi d’età o di età inferiore, qualora siano minori con bisogni sanitari speciali o appartenenti a fratrie in cui almeno uno dei bimbi abbia 7 anni o più.

            E’ quanto stabilito dall’autorità centrale colombiana per le adozioni internazionali – ICBF Instituto Colombiano de Bienestar Familiar – con la risoluzione n. 1600 del 5 marzo scorso, prontamente comunicata agli Enti stranieri autorizzati ad operare per le adozioni internazionali nel paese sudamericano.

            Viene, dunque, sospesa, per altri due anni, la possibilità per gli enti autorizzati stranieri di depositare presso l’ICBF e le istituzioni autorizzate a sviluppare il programma di adozioni internazionali in Colombia (YAPAS) i dossier di aspiranti coppie adottive con diversa disponibilità.

            La stessa risoluzione dispone, altresì, che sarà data priorità a strategie ed interventi che promuovano l’adozione di bambini con bisogni sanitari speciali o appartenenti a fratrie e che l’ICBF, in collaborazione con le autorità competenti e con gli enti autorizzati in Colombia, potenzierà le procedure di preparazione, valutazione e selezione delle aspiranti coppie adottive e di presentazione delle relazioni psicosociali al fine di assicurare un migliore attaccamento tra i bambini adottati e le famiglie adottive.

News Ai. Bi. 12 marzo 2019

www.aibi.it/ita/adozioni-colombia

 

Nuovi scenari di adozione in Centro America: Honduras firma e ratifica la Convenzione de L’Aja

A distanza di 29 anni dalla ratifica della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia (maggio 1990), finalmente la Repubblica di Honduras firma e ratifica anche la Convenzione de L’Aja.

Il 6 marzo 2019, la dott.ssa Lolis María Salas Montes, direttore esecutivo della Direzione per l’infanzia, l’adolescenza e la famiglia (DINAF), ha firmato e ratificato a nome della Repubblica di Honduras la Convenzione de L’Aja del 29 maggio 1993 sulla protezione dei bambini e sulla cooperazione in materia di adozione internazionale (HCCH) – si apprende dal sito del Permanent Bureau.

            Con la firma e la ratifica dell’Honduras, la Convenzione conta ora 101 Paesi contraenti. Per il Paese caraibico, la convenzione entrerà in vigore il 1 ° luglio 2019. Sempre il 6 marzo, l’Honduras ha anche chiesto di diventare membro dell’HCCH.

            L’Honduras diventa così il secondo stato delle Americhe, dopo Guayana, a essere parte di tutte le Convenzioni de L’Aja sui minori. Nel Paese caraibico, su un totale di poco più di 8 milioni di abitanti, i minori di 18 anni sono quasi 3,4 milioni, poco meno di un milione hanno meno di cinque anni di età e circa 3.600 vivono sotto protezione dello Stato. Secondo stime delle Autorità locali ben 95% dei bambini dichiarati in stato di abbandono sono neonati abbandonati dalle madri in ospedale.

            Nell’aprile del 2018, in un’intervista a La Prensa, il capo regionale della DINAF, Delmy Murcia, aveva riferito di circa 200 richieste di adozione in esame all’autorità centrale (DINAF). “Solo nella zona settentrionale del Paese” – aveva dichiarato – “si registrano 160 bambini in procinto di essere dichiarati abbandonati, la maggior parte dei quali sono stati lasciati negli ospedali, nelle strade e in fabbricati abbandonati.” Sonia Mercadal, a capo dell’area sostegno alla famiglia del DINAF, riferiva anche che dal 2015 alla data, 162 bambini erano stati adottati da 146 famiglie, tra nazionali e straniere, ed erano 137 le richieste di adozione internazionale e 52 le richieste di adozione nazionale in attesa d’esame.

            Amici dei Bambini è uno dei 2 enti italiani (come risulta attualmente dal sito della CAI) autorizzati ad operare in Honduras. Ai.Bi. ha ottenuto il primo accreditamento nel 2009, riconfermato nel 2015.

            Prima della ratifica della Convenzione de L’Aja, in Honduras l’iter adottivo richiedeva che le aspiranti coppie adottive straniere avessero un minimo di 25 anni e un massimo di 60 anni ed fossero uniti in matrimonio almeno da tre anni. Inoltre prevede due viaggi, il primo con una permanenza media di 10/15 giorni e il secondo e ultimo di 30/40 giorni.

            La ratifica della Convenzione de L’Aja potrebbe – è l’auspicio- aprire nuovi scenari di adozioni internazionali. Nei prossimi mesi una delegazione di Ai.Bi. sarà nel Paese centro americano per verificare con l’Autorità centrale quali saranno le procedure, i requisiti di presentazione delle disponibilità di adozione internazionale da parte delle coppie italiane, i costi e i tempi dell’iter adottivo alla luce della ratifica della Convenzione.

News Ai. Bi. 13 marzo 2019

www.aibi.it/ita/nuovi-scenari-di-adozione-in-centro-america-honduras-firma-e-ratifica-la-convenzione-de-laja

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AMORIS LÆTITIA

Il dibattito: la nipote AL e la nonna FC (di P. Tassinari)

Dopo lo scambio di lettere tra me e P. Giulio Meiattini, Paolo Tassinari, diacono permanente della Diocesi di Fossano, interviene con queste osservazioni critiche, appassionate e originali

Con timore e tremore, ma anche con franchezza, inserisco un piccolo contributo al dibattito avviato dal prof. Grillo a seguito della nuova introduzione alla riedizione di un testo del prof. Meiattini. Vorrei riallacciarmi a due domande che il monaco rivolge al liturgista, e tentare di argomentare come i modi e i contenuti degli interrogativi che egli pone, non diano buona testimonianza alla famiglia, benedettina o umana che sia, articolando infine alcune possibili traiettorie di risposta. Scrive il prof. Meiattini: Intendi forse dire che una relazione omosessuale a determinate condizioni è conforme a un’antropologia cristiana? O che due persone dello stesso sesso possano instaurare una convivenza buona e santificante, anche se “non equiparabile al matrimonio”? Oppure che la considerazione dell’adulterio non come “reato permanente” ma come “reato istantaneo” (che alcuni suggeriscono, ma che fino ad ora non trovo recepita da parte dell’insegnamento magisteriale) potrebbe rendere alla fine pienamente legittime altre unioni dopo l’unica sacramentale?

Mi disturba questa domanda del prof. Meiattini. Perché mi evoca le parole di scribi e farisei, quella volta sì, pronunciate davanti ad una donna adultera: 2019 anni dopo suonano identiche. Nello stesso tempo la domanda mi intenerisce, perché mi rivedo bimbo di 12 anni al catechismo, con la mitica suor Quinta a spiegarci: “Bambini belli, voi forse non lo capite ancora, ma per commettere adulterio bisogna essere in due: nelle parole di scribi e farisei, dov’è l’uomo?” Come a dirci: una domanda del genere è sbagliata, cela inganno e non merita risposta. Infatti Gesù tace, si china e scrive per terra.

Prendo in considerazione per il momento la seconda parte della domanda e mi chiedo: come può un monaco non avere “i piedi per terra”, e ostinarsi a definire “adulteri” indistintamente una coppia in nuova unione da 10 o 20 o 30 e più anni, e uno sposo che tradisce la sposa per l’identico arco temporale? Serve un diacono col solo baccellierato a spiegare che il cap. 8 di Amoris Lætitia si rivolge al primo genere di persone?

A me pare che il problema nasca ben prima del 19 marzo 2016, e da lì in poi sia stato semplicemente dato alla luce. Come un parto. Sì, non dimentichiamolo: Amoris Lætitia è figlia di Evangelii Gaudium e dell’Anno della Misericordia. Sì, hanno fatto l’amore ed è nata questa figlia. Ha solo 3 anni, si fa già sentire! E i genitori erano dei bravi ragazzi, avevano sogni grandi per il loro futuro: si amavano e hanno generato una vita. E ai figli si sa, passa sempre qualcosa di chi li ha messi al mondo: un tratto del carattere, il colore dei capelli, una postura del corpo. Ad Amoris Lætitia il padre ad esempio ha trasmesso tante cose, e fra queste un principio a lui tanto caro, un punto fermo che la vita gli ha insegnato e che dice: “Il tempo è superiore allo spazio”.

Il genitore sufficientemente adeguato, gode del figlio che fa proprie le tradizioni ricevute, si rallegra cioè nel vedere la sua creatura che devia dal solco che gli ha consegnato per tracciarne uno proprio, così da non ripetere il modello che ha ricevuto. Altrimenti sarebbe sterile fotocopia, carta e non sangue.

Già “nonna Familiaris Consortio” aveva operato in questo modo rispetto alle tradizioni familiari a lei precedenti, parlando di uno “stato di peccato grave permanente” (uno stato, cioè uno spazio), che solo un “tempo di astensione” dal sesso poteva modificare. Attenzione: prima di lei “lo stato” era immutabile! Al di là dei confini era impossibile migrare! Bei tempi erano quelli: si era solo italiani. Mi sorge però un dubium: la gestazione del saggio “Amoris Lætitia? I Sacramenti ridotti a morale” opera del docente del s. Anselmo, inizia già nel 1981 vero? L’attento lettore cortesemente me lo può confermare? Trovo strano però abbia visto la luce soltanto dopo 37 anni!

Nel frattempo la famiglia si è allargata, è nata la “figlia” di Evangelii Gaudium che assomiglia tanto alla “nonna”, non la ripete ma la onora come una brava bimba di appena 3 anni è capace di fare: crea scompiglio! Una coppia in nuova unione – ci dice AL – può vivere in un tempo di grazia pur vivendo in uno stato (spazio) che non è l’ideale proposto dal Vangelo. E qui le pietre in mano a scribi e farisei scivolano a terra. Mute le pietre, e mute le persone. Tempo e spazio per riprenderci dallo spavento.

Il “silenzio” dei Sinodi e di Amoris Lætitia sul peccato di adulterio, che Meiattini denuncia come un male, credo affondi le sue ragioni qui. “Benedetta sei tu fra le… nonne”, che 38 anni fa usavi già un altro dialetto a proposito! “Benedetta sei tu fra le… nonne” che di “adulteri” non hai mai voluto parlarne! “Benedetta sei tu fra le… nonne” che della nipote “Letizia” vai fiera e orgogliosa: le hai dato il meglio che potevi, e ora lasci lei a parlare d’amore!

Sì, d’amore. Compreso quello di persone dello stesso sesso che sulla scorta di quanto appena accennato, posso solo pensare come storia di un tempo di grazia in uno stato non ideale, che come diacono sono chiamato a servire. Non ignorare o beffeggiare, sperando che per me non sia troppo tardi.

È proprio questo il reato – “permanente o istantaneo” che sia – al quale monaci e diaconi devono sottrarsi con lealtà, fedeltà e ostinazione: vivere fuori dal tempo.

Paolo Tassinari, diacono permanente.          Fossano, 11 marzo 2019

Andrea Grillo blog:    Come se non   12 marzo 2019

www.cittadellaeditrice.com/munera/il-dibattito-su-amoris-laetitia-3-la-nipote-al-e-la-nonna-fc-di-p-tassinari

 

Dibattito su “Amoris Laetitia” (/4): Adulterio e atti impuri (di. P. Consorti)

Il dibattito suscitato dal testo di Giulio Meiattini si arricchisce di un altro tassello. Ad intervenire è Pierluigi Consorti, professore di Diritto canonico presso la Università di Pisa, che sul suo blog ha pubblicato un articolo molto interessante, in risposta al testo di G. Meiattini. Il suo testo merita di essere riportato

https://people.unipi.it/pierluigi_consorti/adulterio-e-atti-impuri-tra-delitto-e-peccato/?fbclid=IwAR0iroGWT1blExr4ydN5YwTPgdh5M92n6O_bkeHi-sJ1cQWmrv4XQ6zmHes

come prezioso contributo ad una discussione che non deve essere lasciata cadere e che oggi nella Chiesa non viene considerata con la attenzione che merita.

 

Adulterio e atti impuri: tra delitto e peccato. 12 marzo 2019 Pierluigi Consorti, Diritto canonico, News

Prendo spunto da un recente scritto del prof. dom Giulio Meiattini, che è tornato a criticare Amoris Lætitia puntando il dito contro il silenzio di questo documento verso adulterio e omosessualità

www.aldomariavalli.it/2019/03/04/dalladulterio-allomosessualita-genesi-e-scopo-della-strategia-del-silenzio-nella-chiesa-in-uscita

A suo avviso, quel silenzio ha aperto la strada a successivi errori.

Vorrei soffermarmi solo sul tema dell’adulterio, che egli considera un “peccato cancellato con un colpo di silenzio”, vanificando così alcuni passi evangelici, fonti intoccabili della posizione assunta dalla Chiesa cattolica in ordine all’indissolubilità del matrimonio e alla morale sessuale. Questioni (infedeltà e omosessualità) che vengono trattate come se non fossero più peccati, ma ‘fragilità’, o ‘irregolarità’.

            Un canonista che legge queste considerazioni non può fare a meno di domandarsi preliminarmente se l’adulterio, in quanto peccato, sia anche un delitto. La soluzione si trova velocemente: per la legge penale della Chiesa l’adulterio è anche un delitto solo se è commesso da un chierico, in quanto concubinario o scandalosamente in peccato contra sextum (can. 1395). Nel campo del matrimonio, si tratta di un inadempimento del patto con cui gli sposi hanno deliberato davanti a Dio e alla comunità di dare vita al permanente consortium totius vitae. Nel caso di adulterio, il coniuge innocente è invitato a perdonare l’infedele e ricostituire la relazione altrimenti corrotta; tuttavia, egli può chiedere la separazione, “a meno che non abbia acconsentito all’adulterio, o non ne abbia dato il motivo, o non abbia egli pure commesso adulterio” (can. 1152).

            In termini giuridici, l’adulterio indica l’unione sessuale di uno dei due coniugi con una terza persona (non ha quindi nulla a che vedere con le convivenze extra matrimoniali). Un atto che può essere consumato una o più volte e non coincide necessariamente con una condizione permanente. Tuttavia, in termini morali lo spettro della fattispecie può essere più ampio, riferito cioè a tutte le forme di infedeltà ad una relazione che dovrebbe essere esclusiva. Si tratta di un’estensione accettabile delle parole di Dio “Non commettere adulterio” (Es. 20, 14; Dt. 5, 18), che nella tradizione cattolica sono state interpretate con un’accezione sessuocentrica, testimoniata dalla traduzione catechistica del comandamento con la formula “Non commettere atti impuri”. In questo modo, il sesto comandamento è diventato una sorta di raccoglitore delle possibili infedeltà connesse ad una relazione stabile, che vanno dall’adulterio in senso stretto, al divorzio, alla poligamia e alle libere unioni (ossia, relazioni affettive diverse dal matrimonio sacramentale), e comprendono anche tutte le pratiche sessuali non immediatamente riferibili all’atto procreativo svolto fra i due coniugi (quindi la masturbazione, la fornicazione, la pornografia, le pratiche omosessuali e l’uso di mezzi non naturali di regolazione delle nascite). Si tratta di un’interpretazione morale che non solo attribuisce natura peccaminosa a una serie di atti che di per sé non sono delitti, ma che omette di considerare infedele una relazione amorosa fuori dal matrimonio solo perché non si concretizza con atti sessuali.

            Un’interpretazione dell’adulterio coerente con la lettera dei passi biblici suggerisce peraltro un’interpretazione molto più stretta. Persino Gesù è intervenuto su questo punto restringendo l’interpretazione rabbinica seguita dai farisei. Com’è noto, la società dell’epoca – e per molti secoli successivi – non considerava la donna un soggetto giuridico, perciò ammetteva la poligamia e quindi condannava la sola infedeltà della donna coniugata (o promessa sposa). Infatti l’uomo, anche se sposato, poteva sempre legittimamente intrattenere una relazione con una nubile o con una meretrice, purché non violasse una donna sposata (o promessa sposa). Il comandamento biblico originale (espresso con na’af) ha quindi un orizzonte più largo della sola sfera sessuale: da una parte riguarda la ‘proprietà della donna’, intesa come oggetto e non come soggetto; da un’altra parte richiama il valore della fedeltà ad un’alleanza relazionale: tra due sposi come con Dio. Per questa ragione nel caso di flagrante adulterio, anche l’uomo che aveva approfittato di una donna non libera, subiva la medesima condanna.

            Com’è noto, Gesù però si oppose alla condanna a morte di un’adultera. Pur considerandola peccatrice, non l’accusò di alcun delitto e l’assolse dal peccato commesso. Gesù venne peraltro tentato dai farisei su un tema connesso all’adulterio, rispetto al quale intervenne in maniera molto chiara, così com’è stato tramandato dai Vangeli di Matteo e Luca. Quando i suoi contestatori gli domandarono se fosse lecito ad un uomo ripudiare una donna per qualsiasi motivo, Gesù negò ripetendo le parole di Dio in Genesi (1,27 e 2,24). Allora, i suoi contestatori gli opposero che Mosè lo aveva però permesso, sicché Gesù affermò che il ripudio non era mai lecito, salvo il caso di porneia (Mt. 19, 9): inizialmente tradotto un po’ semplicisticamente in italiano con fornicazione (e poi anche con ‘relazione illegale’, ‘concubinato’, ‘unione illegittima’, dimostrando la difficoltà connessa alla sua traduzione. Porneia significa infatti anche ‘incesto’, ‘prostituzione’ e pure ‘idolatria’). Disquisire sull’etimologia del termine greco riportato nei Vangeli non è tuttavia centrale, dato che Gesù non parlava quella lingua. Egli avrà probabilmente utilizzato l’espressione ebraica o aramaica, riferendosi forse a zenuth, che indicava il matrimonio fra persone della stessa parentela, che era vietato e quindi invalido (da qui ‘concubinato’ o ‘relazione illegale’), o forse avrà pensato al senso del na’af, che in Mt. 5, 28 gli fece dire che chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio nel suo cuore. Il desiderio va inteso quale impeto di possesso, come nell’ebraico hamad (che si trova nel nono e decimo comandamento): ne deriva che l’adulterio, per essere tale, non ha bisogno di atti sessuali.

In sostanza, Gesù interpreta il comandamento antico dando almeno due indicazioni concrete: da un lato limita il ripudio ad ipotesi eccezionali, e dall’altro afferma che commette adulterio sia l’uomo che dopo aver ripudiato la moglie ne sposi un’altra, sia l’uomo che sposa una donna ripudiata, sia l’uomo che guardandola desidera possederla. Secondo la mentalità dell’epoca, la posizione della donna rimane estranea a questa relazione: ella ne è oggetto e non soggetto.

Bisogna considerare che i successivi traduttori cristiani operavano in una società ormai monogamica, perciò “coscienti della difficoltà presentata dalla radice na’af, scelsero il greco moikheneis [adulterare], allo scopo di sottolineare la responsabilità morale e giuridica dell’uomo che aveva rapporti con la donna d’altri. San Girolamo ha usato un verbo latino, moechari, che non è altro che un prestito dal greco: un termine gergale che designa l’azione di lasciarsi andare alle dissolutezze. Come si può notare, la somiglianza fra i significanti nasconde una grande divergenza di senso: mentre in greco il verbo è innanzitutto un termine giuridico, in latino appartiene al registro morale” (N. A. Chouraqui, I dieci comandamenti, Milano, 2001, p.162).

            Tale trasposizione dal diritto verso la morale è la cattiva radice che sottostà al ragionamento che nel terzo millennio dom Meiattini ripropone ai suoi lettori, limitando la visione del peccato di adulterio alla sfera degli atti impuri e chiudendo l’interpretazione di Amoris Lætitia nelle gabbie strette proposte da una teologia morale di stile catechistico. Lo spostamento dell’accento dall’adulterio alla sessualità emargina la fonte biblica ed enfatizza interpretazioni che col tempo hanno semplicemente distorto il senso salvifico delle Parole di Dio rivolte a uomini e donne sessuate, che vivono una dimensione carnale che Dio vuole iscritta nella fedeltà alla sua alleanza. Del resto, è noto che l’interpretazione cattolica dell’indissolubilità del matrimonio non è condivisa dalle altre Chiese cristiane, che ammettono – con sfumature diverse – la possibilità di interrompere la relazione matrimoniale, che per la Chiesa cattolica è un sacramento.

            In termini di diritto canonico, la relazione matrimoniale è il patto/contratto con cui un uomo e una donna stabiliscono un consortium permanente, di cui tuttavia non sono padroni, dato che in ragione del sacramento il loro contratto è particolarmente stabile, unico e indissolubile. Il diritto canonico cura con ampiezza il tema dell’atto matrimoniale, considerandone forma, oggetto, impedimenti, condizioni e patologie giuridiche. Manca però di affrontare il tema del rapporto matrimoniale, che è il grande assente del diritto canonico. Il silenzio del diritto sul rapporto matrimoniale è paradossalmente interrotto proprio dall’adulterio, inteso come un fatto giuridico che può modificare la forma della relazione matrimoniale, senza però toccarne la sostanza. Ma andiamo con ordine.

            Come già accennato, il diritto canonico offre una diversa soluzione pragmatica. Nel caso dei chierici, l’adulterio non può sussistere in senso stretto, dato l’obbligo del celibato, tuttavia il canone riserva uno spazio penalmente rilevante ai vari atti contra sextum, che come abbiamo visto raccolgono le varie ipotesi di atti impuri. Nell’ambito della vita matrimoniale, l’adulterio è circoscritto all’infedeltà coniugale in senso stretto. Nel primo caso, l’omissione degli obblighi prescritti produce una sanzione penale; nel secondo caso, permette la separazione dei coniugi, pur senza scioglimento del vincolo sacramentale.

            Questa impostazione conserva l’adulterio nel novero dei peccati gravi, talmente gravi da ammettere che possano non essere perdonati dalla parte innocente. Al contempo, ne restringe la portata, dato che non sembra possibile far rientrare tutte le ipotesi di atti impuri nelle cause di separazione concepibili sotto il cappello dell’adulterio, che sussiste nel solo caso di infedeltà coniugale compiuta attraverso la consumazione di un rapporto sessuale. In tal caso, il diritto canonico costruisce un rimedio certamente inadatto a risolvere i problemi reali, in quanto il Codice resta impostato ad un eccessivo formalismo giuridico. Posto che la separazione sia una soluzione, essa è subordinata ad una serie di condizioni che la consentono solo quando essa possa essere addebitata alla colpa di uno solo dei due. “Con ciò si arriva alla conclusione che per il legislatore canonico due coniugi che si tradiscono vicendevolmente sono obbligati a continuare a vivere sotto lo stesso tetto, a mangiare alla stessa mensa e a dormire nello stesso letto, con quale risultato per il modello cristiano di matrimonio non è difficile immaginare” (P. Moneta, Il matrimonio nel nuovo diritto canonico, Genova, 1991, p. 201).

            In altre parole, nel caso di infedeltà di uno solo dei due, il diritto canonico attribuisce ai coniugi un potere limitato di intervento nella loro relazione, rimettendo la decisione sulla prosecuzione della convivenza alla sola parte (apparentemente) innocente, che può graziosamente perdonare e quindi ristabilire l’unità. Non v’è chi non veda che tuttavia tanto l’unità quanto l’indissolubilità restano in sé stesse perennemente violate: giacché l’infedeltà relazionale non può non averle incrinate. Siamo quindi di fronte ad una finzione giuridica a senso unico, dato che nel caso di infedeltà reciproca nessuno dei due può perdonare l’altro. In questi casi non solo il matrimonio resta istituzionalmente saldo, ma i coniugi permangono nel dovere di convivere, come se nulla fosse accaduto.

            Questa impostazione è paradossale anche alla luce del canone 1153, che prevede un diritto alla separazione quando uno dei due coniugi compromette gravemente il bene spirituale o materiale dell’altro o della prole, o comunque rende troppo dura la vita comune, per cause diverse dall’infedeltà. In tali casi è ammesso che l’incolpevole si allontani dall’altro, anche senza attendere la decisione dell’Ordinario.

            I canoni relativi alla separazione presuppongono un diritto-dovere di salvaguardare la convivenza coniugale nei limiti della sua accettabilità reciproca. Nessuno può essere costretto a mantenere una relazione coniugale imperfetta. Ciò significa che la relazione matrimoniale rimane nella disponibilità dei coniugi; mentre il vincolo sacramentale segue strade proprie, indipendenti dalla relazione. Si tratta di un paradigma dogmaticamente perfetto quanto pragmaticamente inverosimile: significa che il sacramento perde ogni contatto con la sostanza della relazione.

            In questo modo il diritto canonico non riesce ad esprimere il senso evangelico della relazione matrimoniale, che non può esaurirsi nella manifestazione del consenso. Tutti i canoni si concentrano su questo momento, che miticamente diventa espressione persino dell’amore di Cristo per la Chiesa, e poi si disinteressano della vita concreta. La fine della relazione d’amore è a sua volta per sempre: senza rimedio. Di fronte ad una relazione fallita, i coniugi possono solo sperare che l’atto matrimoniale fosse nullo, perché se non lo fosse stato, restano legati per sempre. Senza alcuna prospettiva di rimedio. Paradossalmente, il sacramento li ha incastrati.

            Per grazia di Dio, questo schema paradossale è stato faticosamente ripensato alla luce della vita concreta. Amoris lætitia è finalmente intervenuta modificando il paradigma solo istituzionale del matrimonio, collegandolo alla dimensione familiare e introducendovi il tema dell’amore: che per il diritto è altrimenti assente. Il silenzio dell’amore nel diritto canonico dovrebbe scandalizzare molto di più del silenzio dell’adulterio o dell’omosessualità.

            Occorre ripensare il matrimonio canonico proiettandolo oltre la sola manifestazione del consenso. Non è accettabile immaginare un atto di volontà che in un momento solo condiziona tutto il tempo futuro. Il tempo della vita vale più dello spazio di un momento. In assenza di un’elaborazione più complessa, restiamo fermi ad una concezione solo istituzionale del matrimonio canonico, completata da una visione morale che lo vede tristemente un motivo di giustificazione delle relazioni sessuali. Grazie a Dio, per il popolo il matrimonio è il luogo dell’incontro di una relazione d’amore fra due persone, confermata davanti a Dio e agli altri uomini, non senza l’ausilio della gioia che viene dall’esercizio della sessualità.

            Se il diritto canonico non saprà dare voce all’amore resterà schiavo di una ricostruzione dogmatica che non ammette fragilità o tentennamenti soggettivi. Il matrimonio resterà sempre più estraneo alla storia delle relazioni, privato della fatica di una costruzione continua di fedeltà ad un amore che possa durare nel tempo, perciò fedele ed esclusivo. Ciascun matrimonio riflette una dimensione antropologica, storicamente determinata. Fatta di spirito e carne. La forza della grazia sacramentale che impregna ex opere operato [per il fatto stesso di aver fatto la cosa] l’espressione della volontà matrimoniale, non ne condiziona necessariamente lo sviluppo successivo. La celebrazione del matrimonio è espressione della volontà dei ministri del sacramento di cui la Chiesa prende atto, dichiarandosi umilmente incompetente a sciogliere un vincolo che in effetti non le appartiene, perché di fatto rimane strettamente connesso alla capacità dei coniugi di conservare nel tempo l’alleanza d’amore intrapresa.

            La comunità ecclesiale deve fare i conti con la sensibilità contemporanea che attribuisce al matrimonio la stabilità di una scelta fondata su un amore reciproco, rafforzata dalla grazia sacramentale, che tuttavia non può da sola supplire le mancanze personali. Queste ultime peraltro non possono essere pensate come forme di condanne senza appello ad una vita obbligatoriamente condotta insieme, come se l’amore perdurasse. L’indissolubilità è una proprietà essenziale del matrimonio sacramentale, non una condanna né un deterrente. L’adulterio è un peccato che può essere sanato. Perciò è consolante che il magistero si concentri sulla gioia dell’amore nella vita familiare senza indugiare sulla sua potenziale peccaminosità.

            La strada aperta da Amoris lætitia che coraggiosamente definisce certe relazioni ‘cosiddette irregolari’ e le iscrive in un quadro di accoglienza ecclesiale, discende dalla serena consapevolezza che davanti a Dio siamo tutti regolarmente irregolari. Il magistero che insisteva sulla prevenzione e punizione del peccato misurandolo attraverso l’enumerazione degli atti impuri ha fin qui certamente prodotto diminuzione dei matrimoni, crescenti separazioni e divorzi, oltre al ricorso pressoché unanime a convivenze prematrimoniali. I canonisti devono assumersi la responsabilità di immaginare regole in grado di esprimere la potenzialità di un amore che dura nel tempo, senza limiti, e senza condannare chi resta indietro.

Andrea Grillo blog:    Come se non   12 marzo 2019

www.cittadellaeditrice.com/munera/dibattito-su-amoris-laetitia-4-adulterio-e-atti-impuri-di-p-consorti

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ASSEGNO DI MANTENIMENTO PER I FIGLI

Reato per il padre che mantiene solo i figli nati dalla nuova relazione

Corte di Cassazione, sesta sezione penale, n. 11161, 13 marzo 2019

www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_33936_1.pdf

Viola gli obblighi di assistenza familiare il genitore che non versa l'assegno di mantenimento ai figli minori, mentre non fa mancare nulla ai figli nati da una nuova relazione. Il mero richiamo alla messa in liquidazione dell'azienda datrice di lavoro appare insufficiente a dimostrare l'impossibilità di far fronte agli adempimenti.

Lo ha precisato la Corte di Cassazione, confermando la condanna ex art. 570 c.p. a un padre e annullando senza rinvio la sentenza impugnata solo relativamente al termine dal quale far partire il pagamento della provvisionale cui è subordinata la condizionale.

            Nel resto, i giudici di legittimità confermano la condanna inflitta, ex art. 570, all'uomo che aveva omesso di versare l'assegno di mantenimento fissato dal Giudice civile, in sede di separazione coniugale, per il mantenimento della moglie e dei figli minorenni dei quali si era disinteressato e ai quali faceva mancare i mezzi di sussistenza.

Gli Ermellini rammentano che lo stato di bisogno di un figlio minorenne è presunto dalla legge e non è vanificato o eliso dal fatto che alla erogazione dei mezzi di sussistenza provveda comunque l'altro genitore, perché persiste l'obbligo del genitore di provvedere al mantenimento dei figli minorenni (cf. Cass. n. 27051/2008).

Inoltre, nella nozione penalistica di mezzi di sussistenza richiamata dall'art. 570 c.p., comma 2, n. 2, sono compresi, nella attuale dinamica evolutiva degli assetti e delle abitudini di vita familiare e sociale, non soltanto i mezzi per la sopravvivenza vitale (quali il vitto e l'alloggio), ma anche gli strumenti che consentano di soddisfare altre complementari esigenze della vita quotidiana, ad es., l'abbigliamento, i libri di istruzione per i figli minori, i mezzi di trasporto e di comunicazione, eccetera (cfr. Cass. n. 49755/2012).

Per escludere la responsabilità, spiegano gli Ermellini, l'impossibilità di far fronte agli adempimenti sanzionati dall'art. 570 c.p. deve essere assoluta e costituire una situazione di persistente, oggettiva, incolpevole indisponibilità di introiti.

L'imputato avrà dunque l'onere di allegare gli elementi dai quali possa desumersi la sua impossibilità di adempiere alla obbligazione, ma non vale a tal fine la dimostrazione di una mera flessione degli introiti economici o la generica allegazione di difficoltà.

            Nel caso di specie, la sentenza impugnata ha dato seguito a tali principi, precisando in maniera adeguata che le difficoltà economiche del ricorrente non erano state in alcun modo provate. Non viene ritenuto sufficiente il richiamo alla messa in liquidazione della società presso la quale lavorava, posto che ciò "stride con la circostanza che l'imputato abbia iniziato una nuova relazione dalla quale ha avuto due figli ai quali non ha mai fatto mancare i mezzi di sussistenza".

Lucia Izzo      Studio Cataldi            18 marzo 2019

www.studiocataldi.it/articoli/33936-reato-per-il-padre-che-mantiene-solo-i-figli-nati-dalla-nuova-relazione.asp

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ASSEGNO DIVORZILE

Divorzio: l'assegno non diminuisce se l'ex prende indennità di accompagnamento

Corte di Cassazione, prima sezione civile, n. 6518, 6 marzo 2019

www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_33865_1.pdf

Per la Cassazione l'assegno divorzile è dovuto anche se il marito va in pensione e l'ex moglie invalida al 100% percepisce l'indennità di accompagnamento

La Cassazione respinge la richiesta di revisione dell'assegno di divorzio presentata dal marito che, dopo il pensionamento, dichiara la consumazione del suo patrimonio mobiliare. Le condizioni economiche della ex moglie, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, non giustificano la revoca dell'assegno. Ella, ormai invalida al 100% e titolare dell'indennità di accompagnamento non ha visto contrariamente a quanto sostenuto dall'ex, migliorare la propria condizione economica.

La Corte d'appello di Milano respinge il reclamo di un marito, confermando la decisione del Tribunale. Il giudizio d'appello è stato promosso per ottenere la revisione dell'assegno divorzile di € 769,97, corrisposto all'ex moglie soggetta ad amministrazione di sostegno. Questo, a fronte del peggioramento della propria condizione economica dovuta all'intervenuto pensionamento e al contestuale miglioramento della situazione della beneficiaria.

La Corte d'appello ha ritenuto non provato il peggioramento delle condizioni economiche del marito, rispetto al momento in cui è stato determinato l'assegno divorzile. Lo stesso si è infatti limitato ad allegare, senza documentare, la consumazione di tutto il suo patrimonio mobiliare. Il giudice di secondo grado, al contrario, ha ritenuto dimostrato il peggioramento delle condizioni di salute dell'ex moglie beneficiaria dell'assegno, la cui invalidità ha raggiunto ormai il 100%.

Avverso il suddetto decreto il marito propone ricorso per cassazione lamentando in particolare l'omissione da parte dei giudici della necessaria integrazione probatoria, nonostante le sue sollecitazioni di richiedere a terzi, in primis all'Inps, informazioni sulla situazione pensionistica della ex moglie.

La Cassazione rigetta il ricorso, considerando inammissibile il motivo con cui il marito ha contestato l'omissione da parte della Corte territoriale dell'assunzione di "informazioni da organismi terzi, come l'Inps, circa la situazione pensionistica della controparte."

Tale disappunto per gli Ermellini si risolve "in una implicita e generica richiesta di rivisitazione del giudizio di fatto compiuto dai giudici di merito, i quali hanno ritenuto che il quadro probatorio dimostrava che le condizioni economiche dell'ex coniuge beneficiario non erano migliorate, alla luce di quanto dichiarato dall'amministratore di sostegno (in particolare, in merito al fatto che l'amministrata, oltre all'assegno divorzile, percepiva solo un'indennità di accompagnamento di € 490,00 mensili); né il ricorrente deduce che ciò non corrispondesse al vero."

Annamaria Villafrate            Studio Cataldi            12 marzo 2019

www.studiocataldi.it/articoli/33865-divorzio-l-assegno-non-diminuisce-se-l-ex-prende-indennita-di-accompagnamento.asp

 

Unioni civili, riconosciuto assegno di divorzio

Primo caso di riconoscimento dell'assegno di divorzio in una unione civile. Il Tribunale di Pordenone, nella causa di due donne unite civilmente, ha riconosciuto un assegno periodico al partner "più debole".

Nel caso di specie, il provvedimento del Tribunale (Gaetano Appierto presidente) evidenzia che «altamente verosimile che nel corso della stabile convivenza delle parti in causa, con inizio nell'autunno del 2013, siano state adottate dalla donna economicamente più debole decisioni in ordine al trasferimento della propria residenza e alla attività lavorativa dettate non solo dalla maggior comodità del posto di lavoro rispetto ai luoghi di convivenza (Pordenone piuttosto che Venezia), ma anche dalla necessità di coltivare al meglio la relazione e trascorrere quanto più tempo possibile con la propria compagna». Da qui la decisione di un assegno di mantenimento di 350 euro al mese a carico della coniuge economicamente più forte che al momento si trova nell'abitazione condivisa durante la relazione.

Sulla vicenda Adnkronos ha registrato il commento di Monica Cirinnà, senatrice del Partito democratico e relatrice della legge sulle unioni civili: «Mi fa piacere leggere che, per la prima volta, un Tribunale ha applicato la legge sulle unioni civili anche in sede di scioglimento, riconoscendo un assegno alla coniuge debole - ha evidenziato - la legge 76/20 maggio 2016 equipara coppie sposate e coppie unite civilmente anche nella fase di scioglimento dell'unione, riconoscendo anche in questo caso che ogni famiglia ha diritto allo stesso trattamento giuridico».

Gabriella Lax Studio Cataldi            16 marzo 2019

www.studiocataldi.it/articoli/33939-unioni-civili-riconosciuto-assegno-di-divorzio.asp

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AUTORITÀ GARANTE PER L’INFANZIA E L’ADOLESCENZA

L’Autorità garante al ministro Fontana: “Riavviare gli Osservatori nazionali”

www.garanteinfanzia.org/sites/default/files/nota-riattivazione-osservatori-nazionali.pdf

Riavviare i lavori dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia e dell’Osservatorio nazionale per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile. È quanto ha chiesto, con una nota, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza al ministro per la famiglia e la disabilità, Lorenzo Fontana.

            “Sono osservatori – osserva la Garante Filomena Albano – per i quali è importante mantenere per ciascuno la propria specificità e che hanno, ciascuno, un ruolo fondamentale nella programmazione e nel monitoraggio degli interventi per le persone di minore età. Inoltre, proprio a febbraio, il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia ha chiesto, nelle raccomandazioni seguite alla relazione periodica dell’Italia, che sia rafforzato il ruolo dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, munendolo di risorse umane, tecniche e finanziarie”.

            “Confido nella sensibilità del ministro Fontana – conclude la Garante – perché si arrivi a una celere ripresa dei lavori e lo ringrazio, sin da ora, per le azioni che vorrà porre in essere alla luce delle deleghe attribuitegli”.  L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, pur nel suo ruolo di organo super partes, partecipa in qualità di invitato permanente ai lavori di tutti e tre gli osservatori.

Nota dell'Autorità garante per l''infanzia e l'adolescenza 11 marzo 2019

www.garanteinfanzia.org/news/lautorita-garante-al-ministro-fontana-riavviare-gli-osservatori-nazionali

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CASA CONIUGALE

Regime di assegnazione della casa familiare

Il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell'interesse dei figli. Dell'assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l'eventuale titolo di proprietà.

Il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l'assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio.

Il provvedimento di assegnazione e quello di revoca sono trascrivibili e opponibili a terzi ai sensi dell'articolo 2643 codice civile.

In presenza di figli minori, ciascuno dei genitori è obbligato a comunicare all'altro, entro il termine perentorio di trenta giorni, l'avvenuto cambiamento di residenza o di domicilio. La mancata comunicazione obbliga al risarcimento del danno eventualmente verificatosi a carico del coniuge o dei figli per la difficoltà di reperire il soggetto. La suddetta disposizione si applica nel caso che i genitori siano coniugati sia ai conviventi more uxorio con figli minorenni o maggiorenni non economicamente autosufficienti.

Il diritto alla conservazione dell'abitazione in cui i figli sono cresciuti si configurerebbe addirittura come un diritto Costituzionalmente garantito rientrando esso tra i diritti tesi allo sviluppo della personalità.

E' bene sottolineare che per casa familiare si intende solo quell'immobile che abbia costituito il centro di aggregazione della famiglia durante la convivenza, con esclusione di ogni altra abitazione di cui i coniugi / genitori avessero la disponibilità o che comunque usassero in via saltuaria o temporanea.

Presupposti per l'assegnazione della casa familiare. Affinché si possa procedere ad assegnazione della casa familiare è necessaria la presenza di figli minorenni o maggiorenni non economicamente indipendenti. La Corte di Cassazione ha più volte precisato che il provvedimento di assegnazione della casa coniugale è subordinato alla presenza di figli, minori o maggiorenni non autosufficienti economicamente, conviventi con i coniugi / genitori. In assenza di tale presupposto, il giudice non può assegnare la casa in comproprietà in sostituzione o quale componente dell'assegno di mantenimento: questa resta soggetta alle norme sulla comunione, salva l'esistenza di eventuali accordi di natura negoziale intercorsi tra le parti in sede di separazione personale.

Pertanto, in caso di separazione di coniugi senza figli o con figli maggiorenni ed autonomi, non potrà in alcun modo disporsi l'assegnazione della casa familiare. In tali ipotesi caso nulla dovrà indicare la sentenza in ordine all'assegnazione.

Come si evince chiaramente dalla norma, il diritto all'assegnazione della casa prescinde dalla titolarità di diritti reali sul bene.

Ove l'immobile sia di proprietà del genitore non collocatario del figlio/i minore o maggiorenne non economicamente indipendente, il diritto subirà una limitazione in relazione all'uso, pur rimanendo allo stesso proprietario la possibilità di procedere alla vendita dell'immobile a terzi salvo il diritto per il coniuge/genitore assegnatario di continuare a viverci considerato che il provvedimento di assegnazione, seppur non trascritto, è opponibile al terzo acquirente per 9 anni dall'emissione del provvedimento di assegnazione e, oltre il novennio, se trascritto. Con l'assegnazione si costituisce e configura in capo all'assegnatario un diritto atipico di godimento di natura personale (e non un diritto reale di uso o di abitazione)

Modifica o revoca assegnazione casa familiare. Il diritto di assegnazione della casa familiare può essere oggetto di modifica da parte del Tribunale ogni qualvolta emergano "fatti nuovi e rilevanti" che possano legittimare la richiesta di modifica.

Tipico caso che legittima la richiesta di modifica o di revoca dell'assegnazione della casa familiare è quello del figlio maggiorenne non economicamente indipendente che sceglie di andare a vivere con il genitore non collocatario. In tal caso, il provvedimento di assegnazione andrà revocato o modificato e si applicheranno ai fini dell'accertamento del diritto al possesso e all'uso della casa le norme del codice civile (in particolar modo quelle in materia di diritti reali).

L'assegnazione della casa familiare andrà revocata anche nel caso in cui il genitore affidatario o collocatario cessi di viverci con i figli.

Allo stesso modo astrattamente modificabile è il provvedimento di assegnazione ove il genitore assegnatario intraprenda una convivenza more uxorionella casa familiare ovvero contragga nuovo matrimonio; la ratio della revoca si fonda sul presupposto che il nuovo convivente o coniuge andrebbero ad alterare la struttura familiare del minore o maggiorenne economicamente non indipendente con conseguente venir meno della tutela. In questo caso la revoca dell'assegnazione della casa familiare non è automatica, ma la situazione deve essere valutata caso per caso dal Giudice il quale avrà il delicato ruolo di contemperare l'interesse del figlio a continuare a vivere nella residenza familiare con il diritto del proprietario.

Quindi, la convivenza more uxorioo il nuovo matrimonio dell'assegnatario della casa non sono circostanze, di per se stesse, idonee a determinare la cessazione dell'assegnazione, dovendo l'eventuale revoca dell'assegnazione essere subordinata ad un giudizio di conformità all'interesse del minore.

Le spese della casa assegnata. Le spese per l'uso, godimento e la conservazione ordinaria della casa familiare sono a carico della parte assegnataria. In sostanza il genitore assegnatario oltre al pagamento delle utenze dovrà corrispondere le rate condominiali ordinarie (con esclusione delle rate condominiali che si riferiscono ad interventi straordinari).

Per quanto attiene alle imposte comunali sull'immobile assegnato, il genitore che ha il godimento della casa di proprietà dell'altro genitore non è tenuto alla corresponsione di alcuna imposta in quanto, il diritto di assegnazione della casa familiare non costituisce un diritto reale bensì un atipico diritto personale di godimento e pertanto nulla è dovuto ai sensi dell'art. 3 del Decreto Legislativo 504/30 dicembre 1992 (Cassazione Civile, sez. Trib. 20/10/2008 n. 25486).

Casa familiare in locazione o in comodato. Ove al momento della crisi familiare l'abitazione sia condotta in locazione dal genitore non collocatario dei figli, l'art. 6, comma 2, della legge 27 luglio 1978, n. 392, prevede che, nel caso in cui essa casa sia stata assegnata dal Giudice al coniuge non intestatario del contratto ma convivente con i figli minori, lo stesso contratto si trasferisce per legge al coniuge convivente con i figli stessi; in tal caso si trasferiranno su di esso tutte le obbligazioni derivanti dal contratto, dal pagamento del canone alla naturale durata del contratto stesso.

Con il provvedimento di assegnazione il coniuge a cui viene assegnata la residenza familiare diviene il conduttore della stessa E il precedente rapporto non potrà più tornare in vita, anche in caso di rilascio spontaneo da parte del coniuge assegnatario (Cass. civ. sez. III, 17 luglio 2008, n. 19691). La stessa disciplina si applica anche in caso di convivenza more uxorio con figli minori o maggiorenni non autosufficienti.

Nel caso in cui al momento della dissoluzione del matrimonio/convivenza il contratto di locazione fosse scaduto, il genitore convivente con i figli minori o maggiorenni ma non economicamente indipendenti non succederà nel contratto di locazione scaduto bensì verrà trasferita ad esso una situazione di mera occupazione.

Più complessa la questione nelle ipotesi tutt'altro che rare in cui la casa familiare sia di proprietà di un terzo (spesso i genitori di una della parti) che la concede in uso alla coppia al fine di destinarla a casa familiare. In questi casi il rapporto tra il proprietario e chi usa l'immobile è configurabile come un comodato. La Cass. S.U. con sentenza 29 settembre 2014 n. 20448 ha stabilito che:" Ai sensi dell'art. 1809, secondo comma, cod. civ., il bisogno che giustifica la richiesta del comodante di restituzione del bene non deve essere grave ma imprevisto (e, dunque, sopravvenuto rispetto al momento della stipula del contratto di comodato) ed urgente, senza che rilevino bisogni non attuali, né concreti o solo astrattamente ipotizzabili. Ne consegue che non solo la necessità di un uso diretto ma anche il sopravvenire d'un imprevisto deterioramento della condizione economica del comodante - che giustifichi la restituzione del bene ai fini della sua vendita o di una redditizia locazione - consente di porre fine al comodato, ancorché la sua destinazione sia quella di casa familiare, ferma, in tal caso, la necessità che il giudice eserciti con massima attenzione il controllo di proporzionalità e adeguatezza nel comparare le particolari esigenze di tutela della prole e il contrapposto bisogno del comodante".

Si tratterebbe pertanto di un comodato che non può ritenersi "precario" ex art. 1810 cc bensì deve considerarsi "ordinario" e quindi regolato dagli artt. 1809 e ss cc, conseguentemente il comodante, al verificarsi della frattura dell'unione ed in presenza di un provvedimento di assegnazione della casa familiare concessa in comodato, non ne può richiedere la restituzione, salvo che non provi un imprevisto bisogno sopravvenuto successivamente rispetto alla stipula del contratto di comodato e urgente che ai sensi dell'art. 1809 c.c. legittimerebbe la richiesta restituzione.

Di fatto sull'immobile si imprime un vincolo di destinazione alle esigenze abitative familiari non soltanto a titolo personale del comodatario, ma dell'intera famiglia. Quindi il comodato senza determinazione di durata deve considerarsi sorto per un uso determinato e dunque per un tempo determinabile per relationem, da individuarsi in considerazione della destinazione a casa familiare, indipendentemente dall'insorgere di una crisi coniugale.

Il proprietario comodante sarà quindi tenuto a consentire la continuazione del godimento, anche oltre l'eventuale crisi coniugale, salva l'ipotesi di sopravvenienza di un urgente ed imprevisto bisogno ai sensi dell'art. 1809, comma 2, c.c.".

Avv. Matteo Santini, Foro di Roma 11 marzo 2019

www.studiocataldi.it/articoli/33863-regime-di-assegnazione-della-casa-familiare.asp

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF - N. 10, 13 marzo 2019

Un sorriso con i bambini in ospedale. Due minuti e mezzo di vera poesia, in un video delicato ed emozionante (imperdibile!), che dimostra quanto poco basti per riportare sorrisi ed allegria ai bambini, anche in situazioni di sofferenza. E anche i cellulari, in queste situazioni, diventano un prezioso strumento di relazione. Basta avere il cuore aperto, e tornare un po' bambini anche noi.

www.facebook.com/yeasseuwee/videos/548474625634455/

Alba (CN): dati e ricerche nazionali e locali su valori e cittadinanza attiva. Il Cisf promuove un incontro, in collaborazione con il locale Centro Culturale San Paolo, Gazzetta d'Alba e Famiglia Cristiana, sul tema Alla ricerca del bene comune in una società frammentata (Alba, Piazza San Paolo 14, 27 marzo, h. 18.00). "L’incontro sarà l’occasione per riflettere sul valore della partecipazione dei cittadini e delle famiglie nel promuovere il bene comune e la cosa pubblica, e sulle motivazioni valoriali, etiche e civiche che muovono tale impegno, a partire da alcune recenti indagini svolte dal Cisf sul territorio nazionale e locale. Perché un territorio è ricco non solo per il PIL che producono le sue imprese, ma anche per il capitale sociale e la solidarietà generati dai suoi abitanti". Con il contributo di Fondazione CRC.

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf1019_allegato1.pdf

Europa. Lavoro a domicilio, famiglia e relazioni di cura domestiche nell'Unione Europea": Libro Bianco (Home & Family Employment and Home Care in the EU).       www.effe-homecare.eu/en/

v  All'inizio di marzo 2019 la NGO European Federation for Family Employment and Home Care (EFFE) (Federazione Europea per il lavoro a domicilio, famiglia e relazioni di cura domestiche) ha presentato il suo Libro Bianco, frutto di due anni di collaborazione con altre realtà della società civile e con le istituzioni dell'Unione Europea Il Libro ha l'obiettivo di promuovere a livello europeo il lavoro a domicilio. EFFE ha già formulato 10 proposte per offrire un sistema omogeneo a livello europeo che consenta ai lavoratori di lavorare da casa proteggendo i loro diritti, e insieme offrendo sostegno ai datori di lavoro nelle procedure regolative

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf1019_allegato2.pdf

Forum delle associazioni familiari. Banche: "sproporzione tassi di d’interesse tra famiglie e imprese non è giustificabile”.  "La sproporzione nel livello dei tassi d’interesse sulle nuove erogazioni di credito tra famiglie e imprese, certificata oggi [11 marzo 2019] da Bankitalia, conferma per l’ennesima volta la difficoltà a far capire agli attori della nostra finanza che la famiglia non è soltanto un soggetto di consumo, ma anche e soprattutto una potenziale immensa risorsa generativa di capitale umano essenziale alla crescita e allo sviluppo del Paese come, e in alcuni casi ancor più, delle imprese. Per questo, la differenza tra l’8,19% che dovranno pagare le famiglie rispetto all’1,47% per le società non finanziarie è uno schiaffo a chi si sta impegnando per cambiare le cose e restituire fiducia e possibilità di ripartire a tanti nuclei familiari. Auspichiamo un profondo ripensamento di questa concezione da parte di chi ha in mano le redini del nostro sistema bancario. Anche da quest’ultimo passa l’inversione di rotta rispetto all’inverno demografico che attanaglia il nostro Paese”: dichiara Vincenzo Bassi, responsabile giuridico del Forum Associazioni Familiari, www.forumfamiglie.org

in riferimento ai dati emersi dal bollettino ‘Banche e moneta: serie nazionali’, appena pubblicato da Banca d’Italia.

www.bancaditalia.it/pubblicazioni/moneta-banche/2019-moneta/statistiche_BAM_20190311.pdf

I costi degli asili nido comunali. Quanto spendono le famiglie che usufruiscono del servizio di un asilo nido comunale? Per rispondere a questa domanda, Openpolis e la Fondazione “Con i bambini” hanno rielaborato i dati Istat relativi all’anno educativo 2014-15 (i più recenti). La spesa complessiva nel 2015 è stata di 1,48 miliardi di euro, per circa l'80% a carico dei Comuni e per il 20% versata dalle famiglie che usufruiscono del servizio come compartecipazione. I risultati dello studio presentano un’Italia a due velocità: nel centro-nord la quota di compartecipazione è più alta, ma i comuni investono molte più risorse nel mantenimento e nella diffusione dell'offerta comunale. Nel mezzogiorno la quota di compartecipazione è più bassa, ma a fronte anche di un servizio meno presente sul territorio e meno finanziato di quello del centro-nord

www.openpolis.it/quanto-varia-la-spesa-per-gli-asili-nido

Corso base per tutor del programma Teen STAR. Programma di educazione affettiva e sessuale. Il Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore promuove un corso base per tutor, all'interno del progetto Teen Star, che si svolgerà dal 3 al 7 maggio a Milano [vai al dépliant]. "Il corso di formazione si rivolge a insegnanti, educatori e professionisti di area sociale, psicologica e sanitaria, impegnati nell’educazione e nella formazione dei giovani. Obiettivo del corso è offrire una formazione di base al programma per l’educazione affettivo-sessuale Teen STAR, fornendo strumenti e metodi per sviluppare con i ragazzi il percorso educativo". Iscrizioni aperte fino al 26/04/2019 (è possibile iscriversi online).

                                                                    www.teenstar.it/pub/c/105.MIU2019_Milano.pdf

Dalle case editrici

  • Edizionicorsare, Pericolo smartphone. Adolescenti tra web, social e app: una guida per genitori e insegnanti, Frigotto P.P.
  • FrancoAngeli, Corporeità. Pratiche educative nell’incontro con i corpi in crescita, Gagliardo M., Rizzo S., Tarsia T., Vergani E. (a cura di)
  • Studium, Competenza educativa e servizi alla persona, Mari G
  • Buoni Stefania, Quando mamma o papà hanno qualcosa che non va. Miniguida alla sopravvivenza per i figli di genitori con un disturbo mentale, Umbria Volontariato Ed., Terni, 2018, pp. 107, s.i.p.

C’è un immenso e invisibile iceberg che molto spesso non si conosce perché non viene raccontato, e riguarda le tante storie di ragazzi e ragazze che vivono con un genitore colpito da malattia mentale. Secondo l’Istat (dati al 2011) i giovani caregiver tra i 15 e i 24 anni sono circa 170 mila, ma il numero appare sottostimato: mancano ad esempio i figli di coloro che non hanno avuto diagnosi e non sono in trattamento per la propria patologia psichiatrica; mancano altresì i bambini e i giovani adulti. [...] Questa “miniguida alla sopravvivenza” vuole essere un primo passo nella direzione di rendere questa tematica sempre meno tabù, e favorire un dialogo sereno e aperto [...]. Ad oggi, non esistono ancora servizi capillari di sostegno, accessibili a tutti, rivolti ai minori, ma anche a giovani in fase di transizione verso l’età adulta, che abbiano in famiglia uno o entrambe i genitori affetti da una patologia psichiatrica più o meno conclamata. [...] [vai alla recensione completa]                http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf1019_allegatolibri.pdf

Save the date                                 

  • Nord: L'indagine psico-sociale: una ricerca empirica sulle relazioni tra famiglie, professionisti e istituzioni, Università Cattolica, Brescia, 21 marzo 2019.

https://brescia.unicatt.it/eventi/events-Locandina_21-3-2019b.pdf

  • Nord: La parte nascosta dell'adozione. Le madri di nascita, seminario promosso dal CTA (Centro di Terapia dell'adolescenza), Milano, 20 marzo 2019.

www.centrocta.it/newsletter/INIZIATIVE_ADOZIONE_Primavera2019.pdf

  • Centro: Informazione e populismi. Una complicata convivenza, incontro formativo (crediti per giornalisti) promosso dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione sociale dell’Università Pontificia Salesiana, insieme all'UCSI (Unione Cattolica della Stampa Italiana), Roma, 16 marzo 2019.

https://fsc.unisal.it/images/PDF/Informazione_populismi_loc.pdf

  • Sud: Quando educare è più difficile... nell'Era del Digitale, XXXVI congresso C.N.I.S. nazionale (Associazione per il Coordinamento Nazionale degli Insegnanti Specializzati e la ricerca sulle situazioni di handicap), con il patrocinio dell’Università degli Studi di Cagliari, Cagliari, 12-13 aprile 2019.                                 www.cnis.it/wp-content/uploads/2018/10/Programma-definitivo-1.pdf
  • Estero: Beyond Our Beginnings: 50 Years of Bioethics (Andare oltre le nostre origini: 50 anni di Bioetica), convegno promosso dal Wake Forest University Center for Bioethics, Health, & Society, in occasione dei cinquant'anni di attività dell'Hastings Center, Winston-Salem (NC-USA), 5 aprile 2019.

http://bioethics.wfu.edu/conference-area/

Iscrizione                http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

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CHIESA CATTOLICA

Ratione servitutis?

Care amiche ed amici, non a tutte le donne è piaciuta l’apologia della donna fatta da papa Francesco nel corso dell’Incontro “sulla protezione dei minori nella Chiesa” quando, intervenendo di sorpresa, ha detto che ascoltando parlare una donna – la sottosegretaria del dicastero dei laici e della famiglia - aveva sentito la Chiesa parlare di se stessa, delle sue ferite, perché la donna è l’immagine della Chiesa, che è donna, è sposa, è madre, e la Chiesa stessa va pensata con le categorie della donna; infatti senza la donna, senza il genio femminile, essa sarebbe forse un sindacato, non un popolo.

Il disappunto è che sia tornata anche in queste parole l’idealizzazione “della” donna, che le donne hanno molto sofferto, essendo poi misconosciute come persone. Ci ha scritto dopo la nostra lettera del 26 febbraio 2019 in cui parlavamo di questo, la teologa Marinella Perroni: “Sono del tutto d’accordo - come peraltro sempre - con le riflessioni proposte. Mi permetto però una considerazione critica, anche se non ho grande fiducia di poter essere, se non capita, almeno ascoltata. Il discorso che Papa Francesco ha fatto a braccio dopo la relazione di Linda Ghisoni ha messo in luce, al di là delle sue migliori intenzioni, quanto anche lui resti totalmente prigioniero di luoghi comuni che, sia pure con retoriche diverse, da secoli impediscono alla chiesa di includere le donne (si veda per esempio al riguardo la nota di Antonio Autiero sul blog del “regno-delle-donne”).

www.ilregno.it/regno-delle-donne/blog/francesco-e-le-donne-nella-chiesa-antonio-autiero

L’esaltazione è sempre stata l’altra faccia dell’esclusione. Era un discorso impregnato di paternalismo patriarcale e, quindi, totalmente in linea con quel clericalismo che dice di voler sconfiggere. Finché non si ascolterà il pensiero che le donne hanno elaborato negli ultimi due secoli, la cultura delle donne, le istanze delle donne e si continuerà a parlare “sulla” donna, non sarà possibile liberare la chiesa dal clericalismo, che è una delle più tristi manifestazioni del sessismo. Un giorno, forse, gli uomini di chiesa, chierici o laici poco importa, accetteranno non di parlarne ma di ascoltare e, forse, capiranno che aveva ragione Carlo Maria Martini quando diceva che sono rimasti duecento anni indietro”. Così scrive la nostra teologa (“nostra” per affetto e per stima).

Ma anche su Facebook si è accesa una discussione sulla nostra lettera, a prova di quanto la questione sia patita. Ha scritto per esempio Franca Morigi: “Posso mostrarmi perplessa e un po’ perturbata dalla donna madre-moglie figura o specchio della Chiesa? Molto più significative le espressione ‘principio femminile, pensare con le categorie di una donna’ e “diritto di Antigone, del più umile, vincolato ai nutrimenti terrestri, alla pietà’. Pietà contro Maestà”. È stata anche citata una poesia di Anonima: “Io sono quella che cantano i poeti... io sono parlata ma non parlo sono scritta ma non scrivo, io sono dipinta, ritratta, scolpita, il pennello e lo scalpello mi sono estranei. Nessuno ascolta le mie grida silenziose...... Io sono quella che non ha linguaggio, non ha volto, non esiste... la donna”.

Quanto al blog del “Regno delle donne” edito “in collaborazione con il Coordinamento delle teologhe italiane”, citato da Marinella Perroni, esso si chiede se si può ancora pensare “al soggetto ecclesiale secondo una linea di distinzione tra maschile e femminile”. No, non si può, non si può più. Un’esclusione delle donne dai ministeri nella Chiesa basata sulla sola differenza di genere non è più concepibile a questo punto della cultura, dell’antropologia e della storia. Lo è stato per secoli, fino ad ora, fino alla Lettera apostolica di Giovanni Paolo IIsull’ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini” che dava per decisa “in modo definitivo” la questione (ma senza alcun crisma di autorità infallibile) con l’argomento che così avrebbe stabilito Cristo stesso “chiamando solo uomini come suoi apostoli”, e agendo “in un modo del tutto libero e sovrano”, che era come dire senza che umanamente se ne possa rendere ragione, cosa di per sé incompatibile con tutta la pedagogia di Gesù. In realtà i teologi, per fare stare in piedi la dottrina, hanno cercato di darne ragione, ognuno con la cultura del suo tempo (sempre, peraltro, sfavorevole alle donne), fino all’argomento novecentesco che Gesù era maschio, il sacerdote è lui, e così devono esserlo tutti gli altri.

Ma prima di questo, essi hanno insegnato per secoli – come ci ha ricordato Giovanni Cereti, l’animatore della “Fraternità degli anawim” - che le donne non potevano essere ordinate preti “ratione servitutis”, a causa della condizione di servitù. Ossia, non erano libere; e tre erano le categorie escluse dal sacerdozio per questo motivo: gli schiavi, gli Indios e le donne. La ragione era che non avevano il “dominium sui”, la proprietà cioè di sé e delle proprie azioni, in cui propriamente, secondo gli scolastici, consisteva la libertà. Oggi nessuno più dice che gli schiavi non possono diventare preti, perché la schiavitù è felicemente (almeno in punto di diritto) abolita; di preti e vescovi indigeni ce n’è quanti se ne vuole; ma solo per le donne, e solo “perché donne” la discriminazione è rimasta; e se non sono padrone di sé, vuol dire che sono di qualche altro padrone. Né se ne può uscire con l’espediente del ripristino delle donne diacone, in funzione del prete, o a compensare la mancanza di clero; la discussione sul diaconato femminile non è che una strategia della distrazione che non può durare; il vero problema sono i ministeri nella Chiesa, ivi compreso il sacerdozio alle donne, e non come imitazione del maschio, ma come capacità originaria divinamente fondata.

Però ci sono due buone ragioni a difesa dell’esternazione del papa, che fanno anche di quel suo breve intervento all’Incontro romano una gemma.

  1. La prima è che, anche a voler introdurre questa novità nella Chiesa, la sua scelta è di cambiare la Chiesa non per decreto, ma con la Parola; e la parola nella Chiesa è performativa, opera ciò che dice, se non resta isolata ed è seminata nel fecondo terreno della collegialità.
  2. La seconda è che il papa è un uomo, e le donne devono rassegnarsi ad essere pensate non solo come esse pensano se stesse, ma anche come sono pensate dagli uomini. Non, naturalmente, da quelli che le uccidono e vogliono farle da padroni, ma da quelli che le amano, ciò che non è un fatto di sentimento, ma un’antropologia. E, almeno finora, nell’immaginario maschile “la donna”, anche quella più vincolata alla terra, “ai nutrimenti terrestri”, ha una sua potenza, un suo fascino ideale, come il divino, che è molto raccontato ma anche apofatico, che non si può dire. Come ha detto papa Francesco parlando un giorno della Genesi, Adamo, prima di vedere la donna, “l’ha sognata”, diversa da tutto il resto.

Ciò non dovrebbe essere peraltro solo a riguardo della donna, ma di tutti gli esseri umani, perché in tutti gli esseri umani bisognerebbe saper vedere il divino, riconoscere l’arcano che è in loro, capire cosa significa per tutti essere “figlio e figlia di Dio”. Ma forse ciò riesce meglio agli uomini nel pensare le donne, come dicono i miti e le culture che nella donna hanno intravisto il divino, da Venere alla donna biblica destinata a schiacciare la testa del serpente, dalla bella Sulammita del Cantico dei Cantici, il cui amore è “fiamma di Jahvé, alla “Celeste Aida, forma divina” che cantiamo spensieratamente nei nostri teatri. Altro che “ratione servitutis”! O è solo poesia? C’è una potenza delle donne che forse nemmeno il femminismo è riuscito finora del tutto a pensare. Ma certo qui è la storia che si deve dipanare. Intanto la politica si incupisce. (…)           Con i più cordiali saluti

www.chiesadituttichiesadeipoveri.it

Raniero La Valle       "www.chiesadituttichiesadeipoveri.it" 12 marzo 2019

http://ranierolavalle.blogspot.com/2019/03/ratione-servitutis.html

 

Dopo la lettera “Ratione servitutis?”

La questione delle donne nella Chiesa è più che mai aperta e rinvia ai grandi temi antropologici ed ecclesiologici della vita cristiana. Una discussione suscitata da un recente intervento del papa sulla donna come figura della Chiesa

            La nostra newsletter “Ratione servitutis?” con il suo dialogo con la teologa Marinella Perroni sulle parole dette da papa Francesco “sulla donna” nel corso del recente Incontro vaticano sugli abusi ai minori, ha suscitato numerosi interventi sia su Facebook che nella posta elettronica, a riprova di quanto la discussione sul tema delle donne nella Chiesa tocchi un nervo scoperto.

A indicazione della ricchezza e della varietà del dibattito, pubblichiamo qui alcuni di tali interventi.

Giancarla Codrignani. Condividendo le critiche di noi donne a Francesco, debbo dire anche a te che non capisco perché mi debbo rassegnare ad essere pensata con gli stereotipi dell’educazione maschile: perché non si rassegna ad imparare qualcosa di diverso l’altro genere, clero celibe compreso?

Lidia Maggi. Grazie per aver restituito la complessità alla riflessione.

            Vittorio Campanelli. Forse c’è un’altra pista per superare una delle diseguaglianze lamentate dalle teologhe ed è l’abolizione del clericalismo. Fu uno dei primi messaggi di Francesco, fra le primissime interviste rilasciate. Il Papa compativa quei laici (uomini e donne) che emulano comportamenti clericali. Forse stava dando un’indicazione profetica di cui non si vede l’esito. Qui fra le brume del Nord c’è una riflessione storico-teologica sulla «prêtrie» sull’ordine pretesco. Una creazione del medioevo che si è congelata con la controriforma fino ad oggi. Lo sto dicendo con la semplicità di chi ha letto qualcosa ed udito qualcuno. In genere si avverte il bisogno di maggiore Fede e di minore ordinamento religioso. Una Fede che si manifesta nelle opere di misericordia. Grazie per le riflessioni.

Andrea Volpe. Un’accorata riflessione di Alice McDermott (scrittrice statunitense, più volte finalista al premio Pulitzer): “Nessun cristiano dovrebbe aver bisogno che gli venga ricordato l’errore morale della discriminazione. Manteniamo al centro della nostra fede la convinzione che ogni vita umana abbia lo stesso valore. Eppure la Chiesa cattolica romana, la mia chiesa, esclude più della metà dei suoi membri dalla piena partecipazione escludendo dal sacerdozio le donne, solo per ragioni di genere. Le conseguenze morali di questo fallimento diventano abbondantemente chiare ogni volta che viene rivelato un altro caso di abuso del clero e insabbiamento. È l’inevitabile logica della discriminazione: se una vita, una persona, ha più valore di un’altra, allora “l’altro”, il minore, è superfluo. Per i leader maschili della Chiesa cattolica, la vita di donne e bambini diventa secondaria rispetto alla preoccupazione per la persona più degna, più potente, più essenziale – la persona maschile, loro stessi. Per me stessa e per molti dei cattolici che conosco (specialmente le donne), la questione di quanta corruzione possiamo tollerare ora è soppesata dall’enorme perdita che sentiremmo, se lasciassimo questa chiesa. È un’istituzione che ci ha plasmate, confortate, guidate e formate, che è il centro delle nostre vite spirituali così come delle nostre vite familiari, la fonte della nostra forza morale, della nostra fede nella sostanza delle cose e della nostra speranza. Eppure le piccole commiserazioni non possono più placare la nostra indignazione”.

Mimma De Maio. Ma la donna è presente nel Vangelo ed ha anche un ruolo importante accanto a Gesù, una grande novità introdotta per quei tempi. Lo si legga con animo libero da pregiudizio e si trova che è falsa anche la giustificazione che Gesù scelse 12 uomini. Questa è un’opinione successiva, non è nel vangelo.

Dice il biblista Alberto Maggi: “. Nei Vangeli gli evangelisti dicono che le donne avevano il ruolo di angeli, cioè di stare accanto a Gesù. È il medesimo ruolo che gli angeli avevano accanto a Dio, che all’epoca era posto al settimo cielo circondato da angeli al suo servizio. Le donne però non sono accanto a Gesù per servizio, sono sempre le prime ad arrivare e fanno azioni di qualità. È una grande novità introdotta da Gesù che però si scontra con la mentalità maschilista dell’epoca, anche all’interno della comunità cristiana. I personaggi femminili sono tutti positivi ad eccezione di due donne che gli evangelisti ci presentano in relazione con il potere. C’è Erodiade, adultera e assassina che detiene il potere, e c’è colei che lo desidera per i suoi figli, l’ambiziosa madre dei figli di Zebedeo. Tutte le altre donne vengono presentate come coloro che per prime hanno saputo accogliere e comprendere il Signore: dalla madre, grande non perché ha dato alla luce Gesù, ma perché ha saputo diventare discepola del figlio, a Maria di Magdala, prima testimone e annunciatrice della risurrezione del Cristo. La prima persona alla quale Gesù si manifesta come il Messia atteso è una samaritana, un essere umano che come donna, adultera e impura, era il meno credibile cui affidare l’importante rivelazione. Ugualmente l’unico fatto, che il Signore chiede espressamente che venga fatto conoscere ovunque, è l’unzione compiuta su di lui da una donna: “In verità io vi dico: dovunque sarà predicato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che essa ha fatto” (Mc 14,9). Le uniche testimoni della sua morte “erano alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme” (Mc 15,40-41). Ed ancora, contravvenendo alla tradizione e alla morale, Gesù associa al suo gruppo anche “alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità” (Lc 8,1). Infine vale dire che Gesù mostra un grande rispetto per la persona umana indipendentemente dal sesso infatti afferma: non “c’è più né maschio né femmina” (Gal 3,28).

Dice Antonietta Potente: “Noi abbiamo pensato sempre alle nostre attività come a delle opere. Invece la cosa più importante sono i gesti, anche se “opere” è un termine che dà più soddisfazione, perché indica qualcosa che possiamo mostrare agli altri. Vorrei metter l’accento sui gesti perché sono precisamente i gesti che preparano, risultati o fallimenti, però preparano qualcosa. Dove si vede il genio femminile? Io credo che si vede nella capacità di iniziativa senza chiedere permesso a nessuno. Le donne della resurrezione non sono andate a chiedere il permesso ai discepoli se potevano andare o no al sepolcro a ungere il corpo di Gesù: ci sono andate. Credo che questo sia il genio femminile: l’iniziativa, la capacità di inventare”.

Dice Luigi Verdi: “L’umanità, penso, è giunta a un punto difficile, ma cruciale e la donna come ci insegna il Vangelo è sempre il punto di partenza per qualcosa di nuovo. La donna è grande non quando fugge dalla sua femminilità e tenerezza, dalla sua realtà, ma quando penetra nel cuore delle cose. Nell’avvicinarti ad una donna comprendi che il mistero è la vita reale, è il farsi carne, concretezza, gesto. L’affettività è necessaria, ma insufficiente se questo amore non diventa adulto per affrontare l’usura del quotidiano e il confronto delle differenze. Questi due sono i grandi valori della donna, la sua capacità di vivere il quotidiano e la sua capacità di confronto con le differenze, ciò che l’uomo non riesce a fare. Se la donna ritrova se stessa e non perde questi due valori fa un dono all’uomo e a tutta l’umanità”.

Dice la biologa Patrizia Pellegrino: “C’è una donna forgiata dalla chiesa misogina e c’è una favola vera che ogni donna deve conoscere per valutare la propria missione che è di una tale bellezza da potersi ritenere una favola di vita! C’è un particolare di grande importanza e che pochi conoscono: all’atto della fecondazione dell’ovulo, tutte le officine del maschio, che producono energia nel corpo di un essere umano (si chiamano mitocondri), vengono distrutte. Al nuovo nato arriveranno solo le officine produttrici di energia dalla madre. Ogni nuovo nato eredita così quelle strutture che danno vita … Da quando l’essere umano esiste, l’energia della vita viene trasmessa solo di madre in figlio o di madre in figlia… Questo è il ruolo della donna!!!! Portatrice di vita e di quanto occorre a tenere in vita…! Che l’uomo non sottovaluti mai l’immagine femminile e non la offenda, che la donna sappia tenere alto il proprio vessillo con dignità infinita!”

            Peppino Orlando. Senza sacerdozio comune di ogni fedele, né giudeo, né greco, né libero né schiavo, né maschio né femmina, la pastorale bergogogliana è fumo di oppio.

Gioacchino Lagreca. Sono d’accordo su tutto il discorso delle teologhe, ma la conclusione di La Valle sulle affermazioni del papa non mi convincono: si attorciglia attorno a quei luoghi comuni che vengono contestati al papa all’inizio del discorso. Il clericalismo non finirà in questa era francescana, è troppo radicato nelle pieghe della chiesa cattolica, e la donna continuerà ad essere esclusa in terra tanto l’abbiamo trasferita regina in cielo

            Stefania Santini. Un punto però mi è piaciuto della conclusione: sottolinea che questo Papa cerca di cambiare (io userei letteralmente l’immagine del convertire) la Chiesa non per decreto ma con la “parola”. Per parola non intendo solo il parlare, ma il vero e proprio richiamo al “verbo” quella Parola che intrisa di significato profondo può scardinare l’ovvio e parlare al cuore, fecondare, cambiare e convertire il pensiero. E questa credo sia la vera forza dei due Francesco (il primo di Assisi e il Papa): la parola che in loro diventa poi anche azione, una parola che apre nuove prospettive ma non impone comportamenti se non attraverso il proprio personale esempio. Non impone comportamenti agli altri perché non è imponendo che si attrae verso un pensiero nuovo. Benché ciò deluda le aspettative di molto progressisti, quella parola che manifesta un diverso punto di vista, vale più di decreti che in fin dei conti non so nemmeno se sarebbero accettati davvero né avrebbero la possibilità di cambiare niente adesso o in futuro. Penso poi con tenerezza a un uomo della sua età che esprime tanta apertura interiore pur essendo figlio della cultura clericale del suo tempo. Alcuni eventuali ‘attriti’ come quello riguardante il fatto che comunque parla “della” donna in un altro modo seppure in ogni caso ancora mitizzandone la figura, manifestano secondo me proprio come agisce questa parola: smuove, crea profonda crisi, profonde spaccature, produce germogli dalla forza così candidamente dirompente da evidenziare le contraddizioni e le ingenuità che è necessario affrontare per superarle. D’altronde io non riesco a immaginare una dinamica più convincente e realistica di un’azione dello Spirito! (A parte naturalmente veder scendere dal cielo vere e proprie lingue di fuoco e sentir voci profonde che fanno tremare il mondo intero!!!)

È un uomo come noi… con un fardello e responsabilità grandissime. Secondo me fa tanto già così. Sbaglia e quando se ne rende conto sa scusarsi, accogliere e modificare il suo punto di vista. Non in tutto riesce a farlo facilmente. A me comunque, piace. Non lo vedo troppo condizionato o non coraggioso lo vedo in crescita, in cammino.

Rina Nardi. Posso dire una piccola cosa da profana? Magari il Papa ha idealizzato la donna ecc, però Francesco sta facendo un bel lavoro nel sociale e nei problemi interni alla chiesa. Non si può fare tutto.

            Gabriela Silva. Concordo quando si dice che è importante la Parola piuttosto che una Legge che imponga ruoli ma non basta. Papa Francesco è uomo straordinario ma figlio di una cultura latinoamericana e di un tempo dove la donna ha avuto sempre ruoli marginali. Nonostante il fermento di alcuni movimenti cattolici i giovani preti sono vecchi. Vi racconto una sciocchezza: nel paesino dove abito qui a Como il sacerdote non ammette chierichette. Solo io in quanto snob, ho obiettato che è ridicolo. Questo prete ha meno di 40 anni. Non si può fare: le ragazze aiutano ai lavoretti in oratorio mentre i maschi giocano a pallone. Ho trovato un prete della parrocchia dall’altra parte del lago, età: 35 anni…mai sentito parlare di Maggi, Mancuso: ha qualche testo. Prediche uguali a quelle che ascoltavo da piccola.

            Adriana Renzulli. Ci sarebbe molto da dire da parte mia e da parte di quelle donne che da anni studiano i danni provocati dalla nostra santa romana Chiesa e da certo ebraismo cristianesimo che era frutto della storia del tempo. Ma oggi nel nostro tempo mi piace che Francesco parli delle donne; ma, come giustamente scrivi, che ne può sapere? È un uomo e pensa le donne come un uomo. Va bene ma questa Chiesa sposa di Cristo? È qui il problema: rappresenta il femminile ma non è perfetta come Cristo. Come si è detto essa è fallace, peccatrice, imperfetta e degna di compassione…. Ancora paternalismo…

www.chiesadituttichiesadeipoveri.it/dire-donna

 

Se si togliessero dal vangelo le donne

Il 19 gennaio 2019 scorso è morta a Trento Sitia Sassudelli, che è stata presidente della FUCI negli anni Cinquanta del secolo scorso, insieme a Romolo Pietrobelli, e poi ha compiuto una scelta più strettamente religiosa unendosi ai Padri Venturini di Trento e curando, tra le altre cose, la rivista Presbyteri. Donna di straordinario valore, ha lasciato un segno profondo della sua testimonianza cristiana. Da un suo intervento in un incontro su “Quale posto per la donna nella Chiesa?” avvenuto l’8 marzo 1987 a Trento, traiamo questa sua riflessione sulle donne nel Vangelo.

     Una riflessione di Sitia Sassudelli

Tra Gesù e le donne c’è stata una straordinaria comunicazione reciproca che ha consentito loro di accogliere la salvezza e le ha rese pronte a trasmetterla. Mi sto accorgendo che frequentando Dio nell’orazione, l’immagine sua che noi siamo, al femminile, comincia a venir fuori dalle nebbie, anche se resta mistero.

Frequentando la Scrittura – da ignorante qual sono, ma da appassionata sincera – si colgono tracce di un disegno che è davanti a noi, ma di cui troviamo qualche corrispondenza anche nel profondo di noi. Si comincia ad avvertire, come esigenza esistenziale, il bisogno di armonizzare il nostro essere profondo con questo disegno divino. Allora mi sta diventando sempre più interessante frequentare il Vangelo. Andare a cercare cosa è avvenuto tra le donne e Gesù.

Che Gesù abbia trattato bene le donne, le abbia liberate, ne abbia rivoluzionato il destino fa parte dell’insegnamento di sempre. Ma oggi lo sento con maggior verità. Oggi leggo e rileggo i. vangeli e mi accorgo sempre di più che tutte le figure, le situazioni, le immagini, le parole al femminile sono cariche di una valenza espressiva che non avevo sospettato. Grazie all’aiuto anche di autori che hanno scavato la materia con competenza esegetica e finezza di spirito e magari anche con sensibilità femminile (Laurentin, Quéré, Blaquière…), mi sono resa conto che c’è stato tra Cristo e le donne una straordinaria comunicazione reciproca, come un’intesa preferenziale, che ha consentito loro di accogliere facilmente la salvezza e le ha rese pronte a trasmetterla.

            Tanto che si può ben dire che se si togliessero dal Vangelo le donne resterebbe ben poco: verrebbe meno un corpo notevolissimo di rivelazioni che sono state fatte a loro, non conosceremmo lo stupore delle prime espressioni della fede che proprio le donne hanno articolato, svanirebbe quella parte di umanità che ha dato a Gesù l’accoglienza più incondizionata e gli ha così consentito di manifestarsi. Le donne sono state le prime a mettere Tra Gesù e le donne c’è stata una straordinaria comunicazione reciproca che ha consentito loro di accogliere la salvezza e le ha rese pronte a trasmetterla.

Gesù in condizione di essere se stesso e di agire. Le prime che non gli hanno fatto resistenza, che gli hanno offerto una comprensione globale e un assenso totalitario. Allora io credo che se si vuol andare avanti nel capire quale sia il posto della donna nella Chiesa, questa è la pista maestra. Risalire al Vangelo, cercar di capire senza stancarsi cosa sia passato tra le donne e Gesù, esporsi personalmente a quello sguardo che rivelava le persone a loro stesse, che le tirava fuori dall’anonimato, che ne metteva a fuoco il volto, le riconosceva e le amava, e poi dava loro un compito nella costruzione del suo Regno.

Non in concorrenza con gli apostoli, qualche volta prima di loro o verso di loro, e molto spesso insieme con loro. L’assemblea del Regno che Gesù convocava attorno a sé è un’assemblea mista, in cui le donne sembrano portare forse più degli altri l’intuizione, il presentimento della totale novità di ciò che avviene. Da questa novità sono esaltate, di questa si mettono al servizio: non al modo servile della loro condizione sociale di allora, ma col vanto sovrano di seguire e imitare il Signore che si è fatto servo perché uomini e donne fossero liberi.

Per concludere: non voglio affatto sminuire l‘importanza di approfondire i problemi delle donne, come si pongono oggi sul piano sociale: è imperativo di giustizia; né l’importanza di confrontarsi con le analisi e le proposte dei vari movimenti femministi: è doveroso. Non voglio negare che sia importantissimo anche dichiarare nella Chiesa le cose che non vanno e il pericolo che, a non vederle, si renda difficile per molte donne l’abitarvi. Mi sono convinta che, alla lunga, ciò che sbloccherà certi nodi anche in casa nostra sarà il risalire ai giorni di Gesù e ascoltarne il messaggio,- con quella nuova apertura e disponibilità che può aver scavato dentro di noi l’esperienza della vita moderna, con quella nuova sete che le nostre insoddisfazioni ci alimentano.

È una conclusione di tipo spirituale: una dimensione che non si può scartare.

www.chiesadituttichiesadeipoveri.it/se-si-togliessero-dal-vangelo-le-donne

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CONGRESSI – CONVEGNI – SEMINARI

Seminario Coppia Sentieri dell'amore fecondo

Assisi Cittadella cristiana      2 - 5 maggio 2019

41° Seminario La comunicazione nella Coppia - Sentieri dell'amore fecondo

“Il Creatore ha reso l’uomo e la donna strumenti del suo amore affidando alla loro responsabilità il futuro dell’umanità attraverso la trasmissione della vita umana” (Amoris Lætitia, 81)

Nella scelta del tema del Seminario di quest'anno ci siamo subito accorti di una certa ritrosia emotiva nei confronti della parola “fecondità”, come se risvegliasse spiacevoli ricordi di mentalità opprimenti e moralistiche degne, giustamente, di essere archiviate.

Infatti, la risposta immediata di alcune coppie è consistita nel definire alquanto obsoleta la parola “fecondità”, affrettandosi a chiarire che non esiste unicamente quella biologica, poiché l'amore può essere fecondo in vari modi e la felicità non consiste solo nel procreare figli, ma anche nell'impegnarsi, per esempio, nell'umanizzare il mondo, oggi tanto travagliato e complesso.

            In stretta sintesi, il nostro tema intende unire alla riflessione sull'amore aperto allo stupore della vita nascente, quella, appunto, dell'amore diversamente fecondo, avendo cura di decifrare i mutamenti antropologici, sociali, culturali, scientifici e religiosi del nostro tempo.

            Così non si potrà ignorare la crisi della fecondità femminile e maschile cui è certamente connessa la denatalità attuale; peraltro non si potrà non tenere conto della coppia che, quando irrompe in essa una vita, vive difficoltà, ansie, paure, di una differente caratura rispetto ai tempi delle passate generazioni.

Secondo la metodologia consolidata dei nostri seminari, si darà la parola per una testimonianza alle diverse esperienze di amore fecondo, accogliendo anche coloro che hanno fatto scelte non tradizionali.

            Perché è sempre possibile, nell'autentico spirito del dialogo, ricevere stimoli e sollecitazioni per una maturazione più autentica dell'amore e della stessa esperienza di fede.

2 maggio ore 21.15    Accoglienza, saluto di Tonio Dell’Olio, presidente della Pro Civitate Christiana

Intervista a Silvia Ranfagni cineasta, a cura di Clorinda e Piergiorgio Bitelli

3 maggio ore 9.15      Culle vuote Linda Laura Sabbadini, statistica, statistica

Stupore della vita nascente Rosanna Virgili, biblista

L'approccio antropologico alla fecondità, Ferdinando Fava, antropologo

Coordina Anna Maria Cimino

ore 15.30        Coppie in tribuna: esperienze, testimonianze – coordina Luigi Russo

ore 21.15        Serata musicale con Umberto Rinaldi e l’insieme vocale Commedia Harmonica

4 maggio ore 9.15      presentazione e inizio Laboratori e Gruppi di approfondimento

ore 15-17        proseguimento Laboratori e Gruppi

ore 17.15        Feed-back Laboratori e Gruppi – interventi dell’assemblea

ore 19.00        Liturgia eucaristica festiva

Altre partecipazioni e collaborazioni:

Gabriella Cappiello, medico, ginecologa presso Consultori Familiari

Rosella De Leonibus, psicologa e psicoterapeuta

Rosaria Gavina, psicologa e arteterapeuta

Luigi Russo, psicoterapeuta, fondatore Centro Educativo Ambarabà di Lecce

Beppe Sivelli, psicologo clinico, past president UCIPEM

www.cittadella.org/seminario-coppia-2019

 

Legami sociali e stili comunicativi di comunità

Martedì 9 aprile 2019, in aula G.025 San Giovanni Bosco, presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore, Largo Gemelli 1, Milano, si terrà il seminario dal titolo Legami sociali e stili comunicativi di comunità, promosso dal Dipartimento di Sociologia, con il patrocinio della Facoltà di Scienze della Formazione, del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia e del CREMIT.

Aprirà i lavori e introdurrà la riflessione relativa ai legami sociali Lucia Boccacin (Professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi, UCSC), interverrà Pierpaolo Donati (Professore Alma Mater di Sociologia, Università degli Studi di Bologna).

Introdurrà la riflessione relativa agli stili comunicativi e alle tecnologie di comunità Pier Cesare Rivoltella (Professore ordinario di Didattica e Tecnologie dell’Istruzione, UCSC), interverrà Mario Morcellini (Commissario Agcom e Consigliere alla Comunicazione, “Sapienza” Università di Roma).

https://centridiateneo.unicatt.it/famiglia-0001.jpg

https://centridiateneo.unicatt.it/famiglia-notizie-legami-sociali-e-stili-comunicativi-di-comunita

 

Verona. La Conferenza sulla famiglia «oltre le polemiche e le ideologie»

Famiglia oltre le polemiche, oltre le ideologie, oltre le strumentalizzazioni. È la speranza degli organizzatori del Congresso mondiale delle famiglie, che si svolgerà a Verona dal 29 al 31 marzo 2019.

Oggi le associazioni promotrici hanno presentato l’iniziativa. Tre giorni di dibattiti, anche se con un programma ancora da definire nel dettaglio, e poi una marcia conclusiva per le vie di Verona, che cercheranno di ribadire l’obiettivo autentico dell’evento.

Nessun utilizzo strumentale dei temi da sempre legati all’associazionismo familiare, ma una riflessione serena, aperta, non univoca, sulle tante declinazione legate al far famiglia. “Non sarà un incontro “contro” – ha assicurato Toni Brandi, presidente del Congresso mondiale delle famiglie – ma “per” i diritti, la salute, la dignità delle persone coinvolte nell’impegno familiare, madri, padri, bambini”.

www.ilpost.it/2019/03/24/il-congresso-mondiale-delle-famiglie-verona

            Insieme, naturalmente, alla volontà di ribadire la centralità della famiglia nel quadro politico e culturale di un Occidente che sembra aver smarrito la bussola dei valori familiari. Che sono poi condensati negli approfondimenti tematici previsti nella tre giorni veronese.

Si parlerà di salute e dignità della donna, bellezza del matrimonio, diritti dei bambini, sviluppo umano integrale, difesa della vita, demografia, politiche familiari, donne nella storia e tanto altro ancora.

            Il congresso mondiale – siamo alla 13° edizione – nasce su iniziativa dell’International organization of family, la realtà capofila di questa kermesse, non molto conosciuta in Italia, presieduta da Brian Brown, che opera dagli Stati Uniti.

Ma le organizzazioni più attive sembrano radicate soprattutto nell’Est europeo. Le ultime tre edizioni si sono tenute in Georgia (2016), Ungheria (2017) e Moldavia (2018).

A Verona saranno presenti, tra gli altri, il presidente della Moldavia, Igor Dodon, l’ambasciatore dell’Ungheria presso la Santa Sede, Eduard Hasdsburg-Lothringen, il ministro della famiglia dell’Ungheria, Katalin Novak, l’ambasciatore polacco in Italia, Konrad Glebocki.

            Una presenza sovranista che spiega, almeno in parte, l’adesione compatta della Lega all’iniziativa di Verona. Ci saranno Matteo Salvini, il ministro della famiglia Lorenzo Fontana, quello dell’istruzione Marco Bussetti e naturalmente il governatore del Veneto Luca Zaia. Uno schieramento impegnativo che potrebbe rischiare di trasformare il Congresso veronese in una passerella del Carroccio.

Ma Massimo Gandolfini, neurochirurgo, leader del Family Day, assicura che gli orizzonti di riferimento del Congresso mondiale sono da una parte la dottrina sociale della Chiesa – oggi ha fatto una lunga citazione di un intervento sulla famiglia di papa Francesco – dall’altra la Carta costituzionale.

La presenza massiccia di leader sovranisti dell’Est europeo? Nessun problema. Come non si vorrebbe dare troppo rilievo alle polemiche scatenate i questi giorni dal M5S con dichiarazioni, battute e tentativi di ridimensionare il profilo culturale dell’evento. Che, invece, assicurano gli organizzatori, è di primo piano e tutt’altro che unilaterale dal punto di vista dell’orientamento. È davvero così? Vedremo quando sarà completato il quadro dei relatori, anche se i tanti esperti che hanno già assicurato la loro presenza lasciano ben sperare.

            Durante la conferenza stampa, è stato affrontato anche il problema dei finanziamenti. Chi sostiene l’impegno finanziario dell’organizzazione? Nei giorni scorsi, tra le tante voci che circolano intorno a questo evento contestato, era stato detto che risorse cospicue sarebbero state promesse dall’internazionale sovranista dell’Est.

Ma Toni Brandi ha risolto il problema. Gli oneri più impegnativi, circa 200mila euro, arrivano da un benefattore che ha attinto dai suoi risparmi personali. Un italiano, un russo, un americano? “Non posso dirlo”, ha tagliato corto Brandi “perché nel Vangelo si legge 'non sappia la tua destra quello che fa la sinistra'. E poi questo benefattore ha chiesto l’anonimato”.

Luciano Moia, Avvenire 15 marzo 2019

www.avvenire.it/attualita/pagine/conferenza-famiglia-verona-presentazione

https://wcfverona.org/it

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CONSULTORI D’ISPIRAZIONE CRISTIANA

Primo Consultorio ad Atene: la Chiesa al fianco delle famiglie in difficoltà

Ha iniziato la sua attività nel quartiere di Neos Kosmos, presso la sede della Caritas dell'esarcato armeno cattolico di Atene ed è frutto della collaborazione con la Caritas Hellas e con l'arcidiocesi della capitale greca. Un Consultorio come uno spiraglio di luce per una grave crisi ancora in corso

La crisi in Grecia non è finita eppure non se ne parla più e soprattutto le famiglie in tanti anni di difficoltà sono state dimenticate. I tagli imposti dal programma di salvataggio firmato Bce, Ue e Fmi sono costati cari in termini di sanità, pensioni, mutui, istruzione: tutti settori che gravano in modo particolare sui nuclei familiari, che già devono fare i conti tante volte con licenziamenti, anziani o disabili a carico.

Un quadro che in Grecia si è fatto ancor più critico negli ultimi tre anni almeno, a causa del continuo passaggio di migranti. "Sono stati tanti gli aiuti arrivati per far fronte all'ondata migratoria, ma il resto del tessuto sociale sembra essere stato dimenticato". Esordisce così ai microfoni di Vatican News, Elena Tommolini, coordinatrice del progetto del primo Consultorio familiare nato nel quartiere di Neos Kosmos presso la sede della Caritas dell'esarcato armeno cattolico di Atene.

Ritrovare la fiducia in sé e nel futuro. Sono dieci le famiglie seguite assiduamente dal Consultorio, aperto ufficialmente il primo dicembre del 2018, ma sono circa una trentina quelle che già ruotano intorno al team - composto da una psicologa, un ginecologo, una consulente familiare e un assistente spirituale - e che partecipano agli incontri informativi e ai seminari che si stanno diffondendo anche nelle parrocchie e nelle scuole. "Quello di cui hanno più bisogno le famiglie ora", spiega Elena Tommolini, è "recuperare fiducia in se stesse, nella comunità e nel futuro. Il lavoro che cerchiamo di fare non è dare loro soluzioni che cadono dall'alto, ma aiutare i nuclei familiari a ritrovare in sé la forza di reagire e di affrontare i problemi". Tante le difficoltà che dopo la crisi si sono abbattute su genitori e figli: giovani coppie che hanno perso il lavoro, che hanno visto dimezzata la pensione dei propri anziani o che hanno avuto la casa confiscata per impossibilità di saldare le rate del mutuo.

Non solo l'individuo ma la comunità. "L'assistenza di base a livello statale esiste" precisa la Tommolini, "ma è sempre molto, anzi troppo, centrata sull’individuo e non tanto sulla famiglia e anche il modo di affrontare le problematiche è molto individualista e non tiene conto della sfera familiare che sta dietro per esempio alle problematiche dei bambini a scuola". Cosa può fare invece una famiglia forte e ben armonizzata? "Può fare tanto! Se è consapevole dei propri punti di forza- afferma la Tommolini - può in modo autonomo affrontare i problemi legati alla vita quotidiana e anche momenti di crisi, come una gravidanza inaspettata o un lutto o il passaggio all’età adolescenziale di un figlio".

Vicine alle famiglie nel sacramento del matrimonio. La nascita del Consultorio di Atene nasconde anche una radice profondamente religiosa. La sinergia con Caritas Hellas, la continua collaborazione con l'arcivescovo latino ha segnato l'origine di questo progetto. Mons. Joseph Bazouzou nativo di Aleppo in Siria e amministratore apostolico degli armeni cattolici in Grecia, spiega a Vatican News quanto e come collaborino in questo impegno verso le famiglie greche gli armeni, i cattolici, i tanti emigranti musulmani e i greci ortodossi. " Abbiamo sin dall'inizio condiviso la realtà del Paese per aiutarci, anche attraverso i vari centri di ascolto che per esempio la Caritas ha già sul territorio".

C'è tanto bisogno, precisa ancora mons. Bazouzou, nelle famiglie di fronte ai problemi, anche della dimensione spirituale. "E' importante ricordare alle famiglie che frequentano il Consultorio che il matrimonio è una Sacramento e dunque attraverso di esso il Signore concede una grazia speciale: lo facciamo con le famiglie cristiane ma anche con i non credenti perché anche per loro il matrimonio è una cosa sacra".

Gabriella Ceraso – Vatican news     Città del Vaticano      12 marzo 2019

www.vaticannews.va/it/mondo/news/2019-03/grecia-famiglie-consultorio-ecumenismo.html

 

Napoli. Crescere insieme ai propri figli

Napoli. Organizzato dalla Pastorale della Famiglia e della Vita e dal Consultorio Familiare Diocesano “San Giuseppe Moscati”, diretti da monsignor Giuseppe Lungarini, si terrà, il 30 marzo 2019, un incontro dedicato al rapporto genitori-figli, un importante momento di riflessione e di dialogo con esperti del campo.

Ad accompagnare i partecipanti nell’approfondimento del tema ci saranno l’avvocato Angela Esentato e la psicologa e consulente familiare e coniugale Antonia Romano. La tavola rotonda si terrà a partire dalle 9.30 nel salone del Consultorio. Durante l’incontro verranno spiegate diverse tecniche per migliorare e favorire l’incontro e il dialogo in famiglia, per prevenire i disagi adolescenziali, per migliorare la relazione genitori-figli.

            www.instazu.com/tag/consulenzafamiliare

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CONSULTORI FAMILIARI UCIPEM

Udine. Convegno In relazione" - Famiglia allo specchio e professioni dell'aiuto in riflessione.

Il Consultorio familiare "Friuli" onlus, nell'occasione dei 50 anni di attività, annuncia il convegno "In relazione" - Famiglia allo specchio e professioni dell'aiuto in riflessione. 5 - 6 aprile 2019, presso il Centro Culturale "Paolino d'Aquileia" via Treppo, 5/B - Udine

Nel sito è scaricabile il pieghevole con la scheda d'iscrizione che va compilata e inviata entro il 1° aprile all'e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..           www.consultoriofriuli.it/sito/news/pieghevole.pdf

L’appuntamento che il Consultorio familiare Friuli onlus propone nasce dalla considerazione sul cambiamento della domanda nel contesto socio-culturale locale, anche in base a quanto è emerso dalle interviste agli operatori che hanno collaborato nell’arco dei 50 anni di attività a favore di persone, coppie, famiglie e che è stato raccolto in una pubblicazione ”Raccontare la famigliaEd Angeli.

Come rispondere al malessere sempre più diffuso e profondo delle persone che si rivolgono ai servizi psico-socio-sanitari tale da invadere pressoché tutti gli aspetti personali ed interpersonali del vivere quotidiano in famiglia, nella scuola, nel lavoro, nella sfera sociale?

Il convegno propone una riflessione comune sull’attenzione che le professioni di aiuto dedicano alla relazione, elemento indispensabile per l’efficacia dell’intervento.

Interagire è imprescindibile per ogni persona, ma instaurare una positiva e generativa relazione costituisce una potente forza preventiva al disagio e propulsiva di crescita: questo obiettivi quindi coinvolge tutti, dalla cura familiare al lavoro educativo nella scuola.

L’auspicio è che ciascuno, nei diversi ruoli di vita e di lavoro, possa portare un contributo al benessere individuale e sociale del nostro territorio e per il futuro delle giovani generazioni.

Venerdì 5 aprile 2019, ore 15,30 registrazione

Intervengono Bruno Forte, presidente del consultorio. Autorità, Anna Zenarolla che presenta il libro, Gianna Magris che introduce l’apertura musicale.

  • Franca Olivetti Manoukian. Disagi familiari nel territorio: interagire per riconoscerli e affrontarli.

Sabato 6 aprile 2019, ore 08,45 registrazione

  • Paola Scalari. Nuovi lessici familiari, vincoli, legami, relazioni.
  • Sergio Manghi. Relazioni di cura e cura della relazione.
  • Andrea Grillo. Il cammino della cura cristiana per la famiglia.
  • Bruno Forte. Presentazione lavori di gruppo: in relazione: la famiglia, la scuola, le professioni dell’aiuto.
  • Lavori di gruppo. Facilitatori Giuliana Mozzon, Maria Piani, Anna Zenarolla.
  • Condivisione lavori di gruppo, interventi conclusivi dei relatori, prospettive per il futuro

www.consultoriofriuli.it/sito/news.htm

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COUNSELING

Famiglia allo specchio e professioni dell'aiuto in riflessione. L'amore non è capirsi ma sapersi accogliere

Il sostantivo counseling deriva dal verbo inglese to counsel, che risale a sua volta dal verbo latino consulo-ĕre, traducibile in "consolare",

«Non riesco più a capire mio figlio (figlia/marito/moglie)». Questa frase viene sempre pronunciata con una sorta di doloroso stupore: qualcuno che sentivamo molto vicino, con cui siamo legati da un rapporto speciale, improvvisamente ci risulta lontano, talvolta quasi estraneo. Si è creata una distanza che non potevamo prevedere: non riusciamo più a "capire", o non ci sentiamo più capiti. Capire è una parola interessante per le relazioni; la sua origine è il latino capio, che vuole anche dire afferrare. Il suo significato è dunque collegato all'intuizione, all'immediatezza: vuol dire arrivare rapidamente al cuore di qualcuno e mettersi in sintonia con lui in modo naturale, senza bisogno di un particolare sforzo. Capirsi stabilisce un senso di appartenenza e consonanza reciproca molto potente e gratificante, che è reso possibile da elementi di somiglianza; per questo i genitori sentono di capire il loro bambino: le madri, soprattutto, sono certe di conoscerne emozioni, sentimenti e pensieri, che intuiscono senza bisogno di parole.

E sempre per questo, nell'innamoramento si sperimenta una magica sensazione di reciproca, speciale possibilità di capirsi: le differenze appaiono come annullate dalla capacità di arrivare al cuore dell'altro e di intuire il suo vero valore, lasciando cadere come marginali tutte le cose che potrebbero dividerci. Ma quando il bambino inizia a trasformarsi in adolescente, o quando dalla fase di innamoramento si passa alla quotidiana condivisione della vita, dobbiamo fare i conti con l'emergere inevitabile delle differenze: il bambino che credevamo di conoscere così bene rivendica spazi di intimità nuovi, alla ricerca di una identità davvero personale; il marito (la moglie) di cui siamo innamorati rivendica la possibilità di esprimere anche i lati di sé che ci sono meno simili e che aveva momentaneamente accantonato per noi.

Ecco allora il doloroso stupore del non capire; l'altro in realtà continua sempre ad essere sé stesso, ma ora l'intuizione non può più essere sufficiente, perché la differenza rende problematico il capirsi e rende necessarie pazienza, curiosità e disponibilità a mettersi in discussione, se non vogliamo che nella relazione si insinui una crescente distanza. Che fare allora? Per metterci sulla strada giusta ci serve una parola diversa, e questa parola è il sinonimo "comprendere". La cosa davvero interessante dei sinonimi è che non esprimono mai esattamente la stessa cosa e che proprio grazie all'infinita ricchezza della nostra lingua il loro uso permette di dare vita a percorsi diversi di pensiero, che possono aprire strade nuove anche alle nostre azioni e dunque alla vita.

La differenza tra "capire" e "comprendere" è in questo senso davvero interessante. Se capire è vocabolo di intuizione e immediatezza, comprendere è invece parola di lentezza e riflessione. È una parola composta (com-prendo) che ci suggerisce di fare spazio all'altro e di avvicinarci a lui accettandone la differenza. Comprendere richiede tempo, volontà e anche un po' di fatica per superare le distanze, ma apre una possibilità; se non sempre è possibile trovare la sintonia necessaria per capire, comprendere è invece sempre possibile. Possiamo fare spazio all'altro e prenderlo con noi: comprenderlo, appunto.

Nei rapporti importanti abbiamo bisogno di tutte e due queste parole, che si alternano e si accompagnano: sia la relazione di coppia che quella con i figli iniziano con il capire, ma possono proseguire solo grazie al comprendere: comprendere che l'altro è, davvero, profondamente diverso, e che la sua differenza merita uno scambio fatto di curiosità e rispetto. La misura dell'amore allora non è più "capirsi", ma accogliersi dando credito alla differenza, che può suscitare domande nuove e aprire nuove prospettive. Si tratta di accettare la legittimità delle differenze: l'amore è là dove permettiamo all'altro di essere se stesso, e dunque diverso da noi. Per scoprire che, se gli rinnoviamo la fiducia, torneremo ancora a sperimentare splendidi momenti nei quali capirci al di là di ogni parola.

Mariolina Ceriotti Migliarese, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta. Avvenire          14 marzo 2019

www.avvenire.it/rubriche/pagine/l-amore-non-e-capirsima-sapersi-accogliere

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DALLA NAVATA

2° Domenica di quaresima ordinario - Anno C – 17 marzo 2019

Genesi             15,18 In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram.

Salmo              26, 13 Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.

Filippesi          04, 01 Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!

Luca                           09, 36 Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

 

Pregare trasforma in ciò che si contempla

Salì con loro sopra un monte a pregare. La montagna è la terra che si fa verticale, la più vicina al cielo, dove posano i piedi di Dio, dice Amos. I monti sono indici puntati verso il mistero e la profondità del cosmo, verso l'infinito, sono la terra che penetra nel cielo. Gesù vi sale per pregare.

La preghiera è appunto penetrare nel cuore di luce di Dio. E scoprire che siamo tutti mendicanti di luce. Secondo una parabola ebraica, Adamo in principio era rivestito da una pelle di luce, era il suo confine di cielo. Poi, dopo il peccato, la tunica di luce fu ricoperta da una tunica di pelle. Quando verrà il Messia la tunica di luce affiorerà di nuovo da dentro l'uomo finalmente nato, “dato alla luce”. Mentre pregava il suo volto cambiò di aspetto.

Pregare trasforma: tu diventi ciò che contempli, ciò che ascolti, ciò che ami, diventi come Colui che preghi. Parola di Salmo: «Guardate a Dio e sarete raggianti!» (Sal 34,6). Guardano i tre discepoli, si emozionano, sono storditi, hanno potuto gettare uno sguardo sull'abisso di Dio. Un Dio da godere, un Dio da stupirsene, e che in ogni figlio ha seminato una grande bellezza. Rabbì, che bello essere qui! Facciamo tre capanne. Sono sotto il sole di Dio e l'entusiasmo di Pietro, la sua esclamazione stupita - che bello! - Ci fanno capire che la fede per essere pane, per essere vigorosa, deve discendere da uno stupore, da un innamoramento, da un “che bello!” gridato a pieno cuore. È bello stare qui. Qui siamo di casa, altrove siamo sempre fuori posto; altrove non è bello, qui è apparsa la bellezza di Dio e quella del volto alto e puro dell'uomo.

Allora «dovremmo far slittare il significato di tutta la catechesi, di tutta la morale, di tutta la fede: smetterla di dire che la fede è cosa giusta, santa, doverosa (e mortalmente noiosa aggiungono molti) e cominciare a dire un'altra cosa: Dio è bellissimo» (H.U. von Balthasar). Ma come tutte le cose belle, la visione non fu che la freccia di un attimo: viene una nube, e dalla nube una voce.

Due sole volte il Padre parla nel Vangelo: al Battesimo e sul Monte. Per dire: è il mio figlio, lo amo. Ora aggiunge un comando nuovo: ascoltatelo. Il Padre prende la parola, ma per scomparire dietro la parola del Figlio: ascoltate Lui. La religione giudaico-cristiana si fonda sull'ascolto e non sulla visione. Sali sul monte per vedere il Volto e sei rimandato all'ascolto della Voce. Scendi dal monte e ti rimane nella memoria l'eco dell'ultima parola: Ascoltatelo.

Il mistero di Dio è ormai tutto dentro Gesù, la Voce diventata Volto, il visibile parlare del Padre; dentro Gesù: bellezza del vivere nascosta, come una goccia di luce, nel cuore vivo di tutte le cose.

Padre Ermes Ronchi, OSM

www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=45397

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DIRITTO DI FAMIGLIA

L'applicabilità della legge nazionale alla famiglia islamica residente in Italia

In Italia la componente di popolazione di origine e religione musulmana è sempre maggiore. Il cittadino italiano, ma soprattutto il giurista, non può ignorare il sorgere di una realtà così pressante. Egli deve coniugare le esigenze di apertura verso coloro che sono “stranieri” con le esigenze, fondamentali, di tutela dell’ordine pubblico. Il quale pur essendo un concetto elastico che può essere piegato a seconda delle esigenze di accettazione e di integrazione, prevede pur sempre dei limiti, al di là dei quali l’opera di riconoscimento del legislatore subisce una battuta d’arresto.

Con il lavoro di ricerca svolto si è voluto offrire uno spunto di analisi degli istituti giuridici islamici che giungono assieme a coloro che migrano nel territorio della Repubblica. Il problema non riguarda solo il diritto, inteso nel senso stretto di “istituto o pratica legale o illegale” per il nostro ordinamento, ma riguarda anche l’aspetto sociale, religioso, culturale. Il cittadino di origine islamica, anche quando, acquista la cittadinanza italiana, spesso, rimane legato alla religione islamica. Nell’Islam diritto e religione sono un tutt’uno, per cui non è semplice scindere i due aspetti, mentre in Italia, nonostante la storica commistione di politica e cattolicesimo, i confini sono netti. Inoltre, il soggetto musulmano non giunge in Italia privo di un qualunque legame con il suo paese d’origine.

Il problema del raccordo tra culture diverse, ma anche tra ordinamenti giuridici diversi, è un tema centrale di questo elaborato, nel cui svolgimento si propone di risolvere il conflitto in un incontro basato sui pilastri del diritto internazionale, piuttosto che in uno scontro. Gli esempi forniti nell’elaborato sono molteplici e svariati. Ciò che, dopo un lavoro di analisi così approfondito su una cultura diversa da quella occidentale e su un “diritto” straniero emerge è che va effettuata una valutazione singola caso per caso. Gli aspetti, giuridici e non, da considerare sono molti e costringono il legislatore italiano ad una quotidiana attenzione e ad una costante opera di giustapposizione tra esigenze diverse.

Mariagiulia Ruvolo   abstract

https://drive.google.com/file/d/1LNm1Nr9ylYxwfLMq8hNh90ckdSW4TPjb/view

https://drive.google.com/file/d/1QqeWshqYPNzuAszFFbw4IW1JOxZfeq8C/view

Brocardo del giorno - 14 marzo 2019

www.brocardi.it/tesi-di-laurea/applicabilita-della-legge-nazionale-alla-famiglia-islamica-residente/70.html?utm_source=Brocardo+Giorno&utm_medium=email&utm_content=tesi&utm_campaign=2019-03-14

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FORUM ASSOCIAZIONI FAMILIARI

Liste d’attesa e spesa sanitaria privata: altra tegola “vitale” sulle famiglie italiane

I dati ISTAT sulla rinuncia alle cure sanitarie sono non solo allarmanti, ma anche drammatici, perché spesso rinuncia alle cure, vuol dire rinuncia alla prevenzione, con punte maggiormente preoccupanti nel Sud del Paese, dove l’offerta di servizi sanitari è a macchia di leopardo e dove i redditi sono più bassi. È l’ennesimo dato che conferma che le famiglie italiane vedono a rischio anche il diritto costituzionalmente garantito alla salute, l’ultimo baluardo di oramai finta universalità.

La riscoperta di un nuovo moderno mutualismo sanitario può essere la strada per colmare il fabbisogno sul bene principale della vita e su una delle principali cause di destabilizzazione delle famiglie italiane, perché una malattia improvvisa di un familiare o addirittura un lutto, lede il benessere dell’intero nucleo famigliare, pesante ipoteca sul futuro di un’intera società. Questo non esime ovviamente le Istituzioni dal riorganizzare il sistema sanitario pubblico, al fine di renderlo omogeneo territorialmente e di qualità, riducendo liste d’attesa e spesa sanitaria privata delle famiglie italiane

Gianluca Budano       11 marzo 2019

www.forumfamiglie.org/2019/03/11/liste-dattesa-e-spesa-sanitaria-privata-altra-tegola-vitale-sulle-famiglie-italiane

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

Sei anni fa: una settimana memorabile intorno al 13 marzo

A distanza di 6 anni, rievocare questa “settimana intorno alla elezione di Francesco papa” può aiutare a capire da dove è iniziato tutto. Avevo pubblicato il post a caldo, alcuni giorni dopo la elezione. Mi sembra che restituisca bene quello che abbiamo vissuto tutti, ecclesialmente e umanamente. E che sorprende ancora oggi.

La settimana intorno a Francesco. La Chiesa “in viaggio” cammina e si rinnova

Le dimissioni di Papa Benedetto, annunciate il giorno 11 febbraio 2013 e divenute operative il 28 febbraio 2013, avevano aperto un varco, nella vita della Chiesa, per un’occasione di revisione, di conversione, per un balzo in avanti possibile, ma non scontato.

Lunedì 11 marzo 2013, esattamente un mese dopo quelle dimissioni, avevo un incontro serale a Padova, su iniziativa di tre parrocchie, sul tema del “giovedì santo”. Mentre mostravo loro l’esigenza di uscire dalla mentalità tradizionale (la eredità medievale del triduo della passione contrapposto al triduo della resurrezione) e di acquisire la più antica visione dei “tre giorni” (dal vespro del giovedì al vespro della domenica) pensavo che il giorno dopo si sarebbe aperto il Conclave e la Chiesa avrebbe potuto trovare nuovo impulso e nuova forza, anche per annunciare queste verità così fondamentali e così poco comprese.

Il giorno dopo, in effetti, si sono svolti tutti i riti di introduzione al Conclave, che ho seguito per radio mentre raggiungevo Pesaro, dove dovevo tenere le mie 4 ore di lezione, dalle ore 18 alle ore 21. Proprio al momento della pausa, intorno alle 19.30, ho avuto la notizia della “fumata nera”, che P. Federico Lombardi aveva già pronosticata fin dal giorno prima. Come era ovvio, la prima votazione aveva avuto soltanto la funzione di “sondaggio” e di “verifica” delle condizioni di consenso e di orientamento dei cardinali.

Il giorno successivo, mercoledì 13 marzo, da molti ritenuto decisivo, si è sviluppato con una crescente tensione. Erano previste 4 votazioni, due la mattina e due nel pomeriggio. La mattina è passata in modo molto lineare e con una certa sorpresa la fumata nera di fine mattinata si è levata in cielo con largo anticipo rispetto al programma previsto. Che cosa poteva significare, tutto questo? Non lo si poteva capire. Nel pomeriggio c’è stata una certa attesa per la metà pomeriggio, quando poteva essere annunciata l’elezione. Ma l’attesa è stata delusa. Ci si era quasi convinti che anche la sera, intorno alle 19, o forse prima, avremmo di nuovo visto una fumata nera.

Intanto dovevo partire per Milano, dove la sera alle 21 avevo una conferenza nel ciclo “La cattedra del Concilio”. Andando verso Milano, da Padova, sono passato davanti all’uscita di Bergamo e ho visto l’indicazione “Sotto il Monte”. Un piccolo voto è sbocciato nel mio cuore. Se Papa Giovanni, 50 anni dopo, avesse voluto metterci una mano…

Mentre arrivavo a Milano, alla parrocchia di S. Giovanni in Laterano, poco dopo le 19, per radio ho sentito il giornalista urlare: “E’ bianca, la fumata è bianca”. Così diceva il commentatore, mentre la piazza intorno a lui cominciava ad applaudire con entusiasmo. In pochi minuti, con crescente agitazione, arrivo alla Parrocchia, dove è pronta la cena e la televisione inquadra continuamente la finestra della loggia di S. Pietro.

Mangio con il Parroco, don Giuseppe Grampa, i suoi collaboratori e amici, nello spazio tra l’annuncio e la proclamazione. Passa un’ora abbondante, percorsa da mezze parole, aperture e chiusure, slanci di fantasia e realismi quasi cupi. Arrivano poi i primi accenni di apertura della finestra: si accendono le luci nelle stanze, si muovono tenue ombre dietro le tende bianche, infine ecco il momento, esce il Cardinale Protodiacono e ascoltiamo la parola tanto attesa: Habemus Papam! E’ il cardinale Bergoglio, di Buenos Aires. Che si chiamerà “Francesco”! Mi guardano in modo interrogativo e dico: “E’ aperto, era il competitore di Ratzinger nel 2005”. Resto molto colpito, capisco che è successo qualcosa che forse tutti avremmo potuto prevedere, ma che pochissimi avevano considerato.

Ancora qualche minuto di attesa, poi ecco il nuovo papa Francesco. Resta per alcuni minuti in silenzio, mentre la folla applaude e le bande suonano, sotto il balcone. Poi cominciano i 10 minuti più lunghi e più densi della Chiesa postconciliare. Il nuovo papa saluta con un “Fratelli e sorelle, buona sera!”. Colpisce subito il tono della voce, che sta a metà tra Papa Roncalli e Papa Lucani. Ma poi la preghiera per Papa Benedetto (chiamato “vescovo emerito di Roma”) prende la forma di un Padre Nostro, di un’Ave Maria e di un Gloria, recitati in un italiano inevitabilmente incerto, ma diretto e sentito, sorprendente. Poi imposta il proprio cammino di “Vescovo con il suo popolo”, chiedendo che il popolo preghi silenziosamente Dio, perché benedica il proprio Vescovo. E nel silenzio della piazza che prega, papa Francesco si inchina di fronte a Dio e al suo popolo. Poi procede alla benedizione, vestendo solo a quel punto la stola, che poi leva con le sue stesse mani, appena concluso il rito di benedizione. Alla fine chiede ancora il microfono e saluta la folla, ringraziando per l’accoglienza e augurando buona notte e buon riposo. Sono senza parole, quasi frastornato per sovrabbondanza. Come se, dopo le prospettive di un cambiamento ecclesiale, i rischi di vanificazione delle speranze, il risultato del Conclave ci presentasse, di colpo, una possibilità di reale mutamento di linguaggio, di priorità, di stile, di prospettiva, in un modo che forse nessuno osava pensare dopo le promesse solenni del Concilio Vaticano II. Erano 50 anni che non si sentiva parlare un Papa così.

Ma la serata doveva riservarmi altre sorprese. Infatti gli amici milanesi, che non conoscevo, avevano preparato come “introduzione” alla mia conferenza su “Sacrosanctum Concilium” la proiezione di due “video”: il primo erano alcuni minuti di una messa di Mons. Marcel Lefebvre a Parigi, nel 1977; la seconda alcuni momenti dell’ultima Veglia Pasquale presieduta da P. David Maria Turoldo. Nessuno, se avesse voluto contestualizzare quella serata imprevedibile, avrebbe potuto meglio anticipare i sentimenti e le emozioni che abitavano mente e cuore, anima e corpo. Eravamo di fronte a una svolta ecclesiale del tutto sorprendente e cominciare con quelle immagini è stata la premessa per una riconsiderazione del “partecipare” alla liturgia come esigenza elementare di questa stessa svolta, finalmente aperta e disponibile davanti a noi, da appena un’ora!

Il giorno successivo, giovedì 14 marzo sono partito di buon mattino per Roma, dove dovevo tenere il mio seminario sulla “liturgia nel Concilio Vaticano II” e poi, nel tardo pomeriggio, la presentazione di un volume di un bravo monaco, filologo e musicista, mio ex alunno, di nazionalità argentina. La giornata, con tutti i suoi impegni, è però segnata dal crescente entusiasmo che trapela dalle prime mosse e parole del nuovo Vescovo di Roma. A S. Anselmo incrocio alcuni colleghi che mi rivelano alcuni retroscena della prima apparizione. Il “rifiuto della mozzetta” [mantellina corta] diventa una specie di simbolo del nuovo corso liturgico, che papa Francesco sembra voler inaugurare. Ma si viene anche a sapere della disinvoltura con cui il nuovo papa paga il conto al proprio albergo, prende lui stesso le sue valigie, accorcia le distanze con le persone, scende dalla sede, quasi inciampando, per andare ad abbracciare il Decano del collegio cardinalizio, porta un mazzolino di fiori alla Madonna e si inginocchia nell’ultima panca e non all’inginocchiatoio solenne a lui riservato. Sembra quasi che il linguaggio formale della Chiesa, in questa accelerazione improvvisa, riacquisti una possibilità di parola autorevole e di credito umano che per troppo tempo era rimasta latente o aveva anche dovuto conoscere aperte smentite.

La sera, presso l’Abbazia di San Paolo fuori le mura, posso sentirmi prossimo e quasi compreso in quel famoso mosaico dove il papa (Onorio III) viene rappresentato “piccolo e quasi annichilito per terra”, che “bacia il piede al Cristo, dalle gigantesche dimensioni”, come ha scritto Paolo VI nel primo famoso discorso al Concilio Vaticano II, nel settembre del 1963.

Il giorno dopo, tornato a casa, a Savona, posso considerare la sera, in una riunione nella Parrocchia, quanto anche il percorso della iniziazione cristiana dei bambini possa essere riletto e promosso da questa prospettiva pastorale, confermata con tanta forza dal nuovo papa Francesco.

Intanto le diverse occasioni di incontro, di presa di parola, di presenza del nuovo Papa confermano la prima impressione: una rilettura non trionfalistica, non imperiale, non sommo sacerdotale, non gerarchica si fa strada su tutti i livelli e può rinnovare tutto, se lo si vorrà davvero.

Sabato 16 mi aspetta una giornata di lavoro a Lugano, per i catechisti della Diocesi. Il tema è quello della “fede celebrata”. Il contesto è l’Anno della Fede. E’ un contesto che risente della ambiguità di una “scelta mancata”. Come si fa a celebrare il 50° del Concilio Vaticano II, unendolo ai 20 anni del Catechismo della Chiesa Cattolica? Questa scelta, che ha inaugurato l’anno della fede, risulta letteralmente travolta dai fatti degli ultimi tre giorni. E’ stata proprio questa crescente mancanza di chiarezza a compromettere la figura ecclesiale degli ultimi anni, che ora può essere riscattata.

Ieri, domenica, al ritorno da Lugano, decido di onorare il voto di una settimana fa. Allungo di poco la strada e ritorno a Sotto il Monte. Dopo la celebrazione eucaristica salgo all’Abbazia di S. Egidio e visito la tomba di Padre David Maria Turoldo, mentre nel silenzio scendono soffici fiocchi di neve. Nel segno di Giovanni XXIII e del grande frate servita medito su questi giorni e su come, quasi di colpo, la Chiesa si sia trovata consolata nella sua diversità, nel suo anelito a dar la parola allo Spirito, a farsi prossima a tutti, a riprendere il cammino sospeso o interrotto, per troppi anni.

Dovremo raccontare ai nostri figli e ai nostri nipoti questi giorni di grazia. Dovremo narrarli in tutte le loro sorprese, in tutto ciò che era inatteso e che, realizzandosi di colpo, ci ha quasi levato la parola. Nelle pieghe di queste poche giornate è spirato un vento fresco, una brezza leggera, nella quale abbiamo potuto riconoscere l’impronta inconfondibile del bene che si fa largo e della libertà dello Spirito Santo, che soffia dove vuole, spesso contro ogni nostra attesa. E così apre alla speranza, vincendo ogni presunzione e ogni disperazione. La chiesa cammina, per davvero.

Andrea Grillo blog:    Come se non   13 marzo 2019

www.cittadellaeditrice.com/munera/sei-anni-fa-una-settimana-memorabile-intorno-al-13-marzo/

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GENITORI

Non ci sono più i genitori di una volta

«Organizzare l'educazione significa mettere al centro non ciò che penso io o le mie idee di genitore, ma i bisogni evolutivi del bambino. Questa è la rivoluzione, niente affatto scontata», afferma Paolo Ragusa. Nelle famiglie di oggi, centrate sul "cosa" e sul "come" invece che sul "chi", c'è la possibilità di riuscirci. «I figli sono sempre più lontani dai nostri desideri di genitori, ma forse c’è un’opportunità maggiore che vadano verso i loro desideri»

            «Non ci sono più i genitori di una volta». Un’affermazione secca, che può suonare come la presa d’atto di un dato di fatto, oppure aprire a una vena di nostalgia o al contrario a un liberatorio “per fortuna!”. Sottotitolo: “L’aiuto alle nuove genitorialità: mamme o papà soli, famiglie allargate, genitori con nazionalità diverse, famiglie arcobaleno”. È questo il tema scelto per una conversazione fra Susanna Mantovani, già docente di Pedagogia generale e sociale all’Università degli Studi Milano Bicocca e Paolo Ragusa, vicepresidente e responsabile delle attività formative del Centro PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti (CPP).

L’appuntamento è per il 13 aprile a Piacenza, nell’ambito del convegno annuale del CPP, “Dalla parte dei genitori”. Ne parliamo con Paolo Ragusa.

Partiamo dal titolo, che incuriosisce molto.

Non c’è nostalgia. Il titolo vuole mettere in evidenza il fatto che siamo in un’epoca di grandi opportunità: il nostro interesse è proprio in queste opportunità. L’evolversi della genitorialità e della famiglia oggi permette a ciascuna persona di trovare il suo spazio: un tempo qualcuno poteva dire “io non sono fatto per la famiglia”, “io non sono fatta per essere mamma” o “per essere papà”, mentre oggi questo è meno giustificabile. Vediamo tutto ciò come una grande opportunità, anche se ovviamente ci sono i rischi di derive.

            Però c’è nel confronto esplicito fra stili educativi diversi c’è anche una pressione sociale che prima non c’era sull’essere un buon genitore.

Sentirsi addosso la pressione rispetto a come gli altri vorrebbero che facessi il genitore (che poi vale anche per come gli altri vorrebbero che facessi il marito, la moglie, il lavoratore…) è nefasto. Anche qui però guardiamo all’aspetto interessante: l’esistenza di un’attenzione. Oggi c’è una domanda sociale di genitorialità che va raccolta, c’è una domanda esplicita di organizzazione dell’educazione dei figli, un dire “abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti”. Tutta questa domanda prima non c’era o era implicita, oggi invece è esplicita anche se talvolta non viene posta bene.

            La fragilità educativa non è una cosa nuova: la novità di oggi è che essa è diventata sistema e anzi è propagandata come forma educativa evoluta, perché crea vicinanza tra genitori e figli. Questo sentire però deve trovare una misura e un’organizzazione: se non si trova la misura, diventa un eccesso di investimento o un eccesso di vicinanza o qualcosa per cui il genitore si sostituisce al figlio. Così come nei nostri nonni la fragilità educativa diventava, al contrario, eccesso di distanza o autoritarismo. Paolo Ragusa

Cosa intende?

Diciamo che c’è un paradosso. Da una parte c'è molto interesse e attenzione nei confronti dei bambini e dell’infanzia - i diritti dei bambini, il tema della loro felicità e di una buona infanzia - ma spesso c’è anche un eccesso di eccentricità degli adulti rispetto ai bambini. Penso in particolare al fatto che l’adulto, nell’essere genitore, cerca di realizzare suoi aspetti progettuali, di trovare un posto nel mondo. Queste sono derive. Ad esempio cercare nell’essere padre qualcosa che riscatti la mia infanzia. Un padre incontrato poche settimane fa mi raccontava di come nella loro famiglia, in accordo, lei lavori e lui abbia lasciato il lavoro per occuparsi del figlio. Poi però, approfondendo il come lui interpreta la funzione paterna, è emerso che questa non è una semplice scelta di organizzazione familiare, ma un modo per riscattare la sua infanzia, per recuperare quelle opportunità che a lui erano mancate con suo padre. Questo rischia di essere un pasticcio. Come pure è un pasticcio il padre che, perché in casa, fa la madre: occuparsi dei figli non significa fare la madre. 

Un aspetto del «non ci sono più i genitori di una volta» è anche la fragilità dei giovani genitori di oggi, evidenziata da Daniele Novara.

www.vita.it/it/article/2019/02/26/i-bambini-di-bim-bum-bam-genitori-fragili-e-iperemotivi/150786

Questa fragilità genitoriale è solo in parte collegata alla dimensione generazionale. Oggi in realtà tutti i genitori, che abbiano 25 o 50 anni, sono potenzialmente esposti alla fragilità. La fragilità riguarda tutti coloro che si trovano a educare oggi, perché c’è una globalizzazione di un "sentire", tale per cui non c’è più la distanza di un tempo tra adulto e bambino. Questo fatto deve trovare una nuova forma, una misura e un’organizzazione: se non si trova la misura, questo diventa un eccesso di investimento o un eccesso di vicinanza o qualcosa per cui il genitore si sostituisce al figlio. Se ci pensa, i nostri nonni non erano meno fragili da un punto di vista educativo, ma la loro fragilità prendeva derive diverse: il rigore, l’eccesso di distanza, l’autoritarismo… Quel che voglio dire è che la fragilità educativa non è una cosa nuova: la novità di oggi è che essa non è più occasionale ma è diventata sistema e anzi è propagandata come forma educativa evoluta, perché crea vicinanza tra genitori e figli. Crea vicinanza ma produce criticità. Si tratta quindi di organizzare e dare forma all’educazione.

E cosa significa organizzazione nell’educazione?

Significa mettere al centro non ciò che penso io o le mie idee di genitore, ma i bisogni evolutivi del bambino. Questa è la rivoluzione, niente affatto scontata. Cosa serve a un figlio a 2 anni, a 6 anni, a 13 anni? Partire da lì. Sono bisogni complessi e non facili, ma solo così possiamo organizzare l’educazione. A 3 anni è inutile dare dieci regole, il bambino a quell’età ha una forma di comprensione della realtà binaria, bianco/nero, sì/no… Se comincio a spiegare, a dare regole che più che regole sono prediche, a farmi problemi sulla frustrazione del bambino davanti a un no… entro in un vortice di fragilità. Così l’adolescente: se non realizzo che per separarsi la conflittualità è necessaria, se da genitore mi offendo perché mio figlio adolescente mi volta le spalle... le ragioni emotive del genitore prevalgono sui bisogni evolutivi dell’adolescente. Ad esempio il conflitto o la regolazione sono criteri per organizzare l’educazione, come anche la socialità: che un bambino debba poter stare con altri è importante, mentre oggi la tendenza è a dire “mettiamolo al riparo da tutto e da tutti” …

    Organizzazione nell’educazione significa mettere al centro non ciò che penso io o le mie idee di genitore, ma i bisogni evolutivi del bambino. Questa è la rivoluzione, niente affatto scontata. Cosa serve a un figlio a 2 anni, a 6 anni, a 13 anni? Partire da lì.     Paolo Ragusa

Quindi alla base dell’organizzazione educativa c’è la conoscenza dei bisogni evolutivi.

La base è informativa. Le scuole genitori in questo senso aiutano molto, ma anche lo scambio e il confronto: occorre costruire una comunità di genitori che si interroga. Poi però occorre “saperci fare”, non basta sapere: occorre sapere cosa scegliere in questo preciso momento. Questo è difficile, perché quando si deve decidere e scegliere, molti genitori oggi vanno in blocco. E se poi? Intanto fa quello che va fatto, e se poi succede che… ci ragioniamo. La fragilità della capacità genitoriale ha generato anche l’idea che pure il bambino sia fragilissimo e questo spesso non ci fa fare la mossa giusta. Ma non è così, l’adolescente è perfettamente in grado di assorbire la conflittualità con i genitori e anzi la cerca e a creargli problemi è un genitore troppo accondiscendente. Così come un bambino è rassicurato da un genitore in cui trova un punto fermo, è l’imprevedibilità genitoriale ad essere angosciante per lui.

Veniamo alle diverse composizioni familiari a cui accennate fin dal titolo: mamme o papà soli, famiglie allargate, genitori con nazionalità diverse, famiglie arcobaleno.

Sono cose vecchie come la famiglia stessa, ma che erano implicite. Da un lato oggi si può essere coppia ma non famiglia e si può essere famiglia senza essere coppia: l’innesco della famiglia non è più solo quello della coppia. Dall’altro tante famiglie sono poliaggregate, policentriche, dove è difficile trovare il nucleo originario, dal punto di vista affettivo… La famiglia naturale è fondata sul “chi”, mentre oggi la pluralità degli aggregati familiari ci permette di mettere l’accento non tanto sul "chi" costruisce ma sul "cosa" costruiamo e sul "come" lo costruiamo. Il cosa, il senso e il come, l’organizzazione, non il chi dà legittimazione alla famiglia. Questo è interessante.

            Qual è l’opportunità che lei vede?

Che qualcosa che prima era “fuori” ora è incluso. L’estrema inclusività dell’esperienza famigliare, tale per cui oggi possiamo molto più di ieri immaginare che il “figlio degenere” sta dentro la famiglia non viene più messo fuori. È esperienza di maggiore integrazione, più larga. Qual è l’opportunità? La maggior dialettica tra appartenenza e separazione: i nostri figli sono sempre più lontani dai nostri desideri di genitori, ma forse c’è un’opportunità maggiore che vadano verso i loro desideri. E poi in un’epoca di narcisismo imperante, la famiglia ti chiede di stare nella mancanza: per stare dentro, devi accettare di perdere qualcosa, non puoi avere tutto e in questo senso l’esperienza della famiglia dal punto di vista sociale e di sviluppo delle persone è una grossissima occasione.

            Il convegno "Dalla parte dei genitori" si svolgerà a Piacenza sabato 13 aprile, dalle 10 alle 17, nel Teatro Politeama (via San Siro 7).

https://cppp.it/convegno/pagine/2019-aprile/programma-del-convegno-dalla-parte-dei-genitori-piacenza-2019

Sara De Carli             Vita on line     11 marzo 2019

www.vita.it/it/article/2019/03/11/non-ci-sono-piu-i-genitori-di-una-volta/150922

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MATRIMONIO

Non amo più mio marito: conseguenze legali

Quando è possibile chiedere la separazione con addebito; se uno dei due coniugi non è più innamorato dell’altro è colpevole e deve risarcire il danno per il divorzio?

Dopo cinque anni di matrimonio ti sei accorta di sentirti sola ed affettivamente arida. Non sono tanto i litigi che, come in ogni coppia, si consumano anche a casa vostra. Sono piuttosto gli stili di vita e le abitudini diverse che hanno portato te e tuo marito a un progressivo allontanamento, sfociato poi in una sostanziale indifferenza. I momenti di intimità sono ormai ridotti all’osso; le conversazioni sempre meno frequenti. E se anche lui dice di amarti, il suo affetto non riesce più a scaldarti come un tempo e a farti vibrare. Così, un giorno, davanti allo specchio, nel confessarti con te stessa, hai trovato il coraggio di dirti in faccia: non amo più mio marito! Ora però ti chiedi quali possano essere le conseguenze legali nell’affrontare a viso scoperto una tale situazione.

Avevi già provato, infatti, qualche mese fa, a chiedergli un periodo di pausa per una riflessione, ma lui ti ha invitato a riprovarci. Per convincerti – a modo suo – a tornare sui tuoi passi, aveva insinuato che, in caso di separazione, la colpa sarebbe stata tua anche a livello legale. Ti chiedi se questa affermazione sia vera o se si tratta solo di una latente minaccia. Non amare più una persona è una colpa?

Non preoccuparti: se questi sono i tuoi dubbi, la legge offre una risposta a tutto, anche ai problemi di carattere sentimentale. Cercheremo, qui di seguito, di spiegarti per filo e per segno, cosa succede quando marito e moglie si lasciano perché l’affetto viene meno, anche se ciò dipende da uno solo dei due, in disaccordo con l’altro.

Dunque se ti sei detta «non amo più mio marito» e vuoi sapere quali sono le conseguenze legali di tale presa di coscienza, ecco i chiarimenti che fanno al caso tuo.

Amare è un obbligo tra marito e moglie? Le persone cambiano e, se non coltivati, i sentimenti si affievoliscono. Per quanto il matrimonio è basato sulla comunione materiale e spirituale dei coniugi, e quindi sull’esistenza di un legame affettivo, la legge non può obbligare una persona ad amare un’altra, neanche se con questa ha scelto di convolare a nozze. Per questo la legge consente di fare marcia indietro e di separarsi.

Il divorzio è stato previsto proprio per quei casi (e non solo) in cui l’amore tra i coniugi viene meno. Non è necessario, per divorziare, che vi sia il consenso di entrambe le parti. A chiedere il divorzio può essere anche uno solo dei due coniugi, in disaccordo con l’altro. E, per ottenere la sentenza dal tribunale, questi non deve per forza trovare, in un comportamento colpevole dell’altro, la giustificazione.

In buona sostanza, non c’è bisogno di dare delle prove di altrui responsabilità per chiedere la separazione e il divorzio: basta semplicemente affermare che la convivenza è diventata intollerabile. Situazione, quest’ultima, che non va dimostrata, perché il solo fatto di affermarlo in giudizio e di chiedere la separazione, è indice più che sufficiente per ritenere tale circostanza vera.

Il giudice non deve quindi entrare nel merito delle ragioni che spingono una persona a separarsi, a meno che questa non presenti una domanda di separazione “con addebito” a carico dell’altro coniuge ossia ritenga che quest’ultimo abbia commesso un comportamento gravemente colpevole e lesivo degli obblighi del matrimonio (ad esempio, l’abbandono definitivo della casa, un tradimento, le offese e le percosse, ecc.).

Smettere di amare il coniuge è un proprio diritto. La libertà di esprimere i propri sentimenti è sacra e intangibile così come la libertà sessuale. Nessuna legge e nessun giudice potranno mai costringere una donna ad amare suo marito o ad andare a letto con lui se non ne è più innamorata.

È tuttavia necessario, però, che tale situazione sia esternata prima che sia proprio tale comportamento di rifiuto a generare la crisi coniugale. In buona sostanza, è lecito dire di non amare più il proprio marito e, per ciò, voler divorziare; non è però lecito restare sposati e, nonostante ciò, rifiutarsi di avere rapporti sessuali. Secondo la giurisprudenza, infatti, rientra tra i doveri morali dei coniugi quello della congiunzione carnale

Rischi legali per chi dice al coniuge di non amarlo più. Ed allora, per la moglie che non ama più suo marito, si apre una sola strada: separarsi e poi divorziare, senza alcuna conseguenza legale, visto che non è fonte di responsabilità perdere la fiamma dell’innamoramento. Il marito non potrà chiedere l’addebito alla moglie o, tantomeno, rifiutarle l’assegno di mantenimento se questa dovesse avere un reddito più basso del suo.

L’uomo non potrà neanche chiedere il risarcimento del danno per il dolore e la depressione conseguente al distacco dalla moglie ancora amata, neanche se lei gli ha tenuto nascosto la sua decisione per diversi mesi, al fine magari di tentare un ultimo riavvicinamento. Dunque, la moglie può, anche in disaccordo con il marito, presentare un ricorso per separazione giudiziale in tribunale. Il ricorso, depositato tramite l’avvocato, andrà notificato al marito che potrà decidere o meno di partecipare alla causa, causa che comunque andrà avanti nonostante la sua assenza. Chiaramente, se i due dovessero invece trovare un accordo per la separazione, si potrebbe invece procedere più celermente con la procedura consensuale, in tribunale, in Comune (in assenza di figli minori o non autosufficienti) o con la negoziazione assistita (l’atto firmato davanti agli avvocati).

Se la moglie però tace questa sua condizione di disagio e, ciò nonostante, rifiuta i rapporti sessuali al marito, quest’ultimo potrebbe invece passare “all’attacco” e chiedere, a sua volta, la separazione, questa volta però con addebito alla moglie che, con il suo comportamento, ha decretato la fine dell’unione. Salvo quest’ultima dimostri che la crisi si era già consumata da tempo e che il suo non era altro che un comportamento riflesso.

Tutto ciò conferma ancora una volta come, anche quando finisce l’amore, la chiarezza e la sincerità pagano sempre

La Legge per tutti      10 marzo 2019

www.laleggepertutti.it/277530_non-amo-piu-mio-marito-conseguenze-legali

 

Non amo più mia moglie: conseguenze legali

Separazione e divorzio: scoprire di non essere più innamorati è causa di addebito? Cosa succede all’assegno di mantenimento?

Tua moglie fa la casalinga; in realtà, gran parte del suo tempo lo spende tra negozi, parrucchiere, amiche, palestre e centri estetici. Tu, al contrario, sei un instancabile lavoratore, esci la mattina presto e torni la sera. Le chiedi piccole attenzioni come il tuo piatto preferito o un massaggio. Lei puntualmente sostiene di essere sfinita, di non avere le forze per dedicarsi a te. A sentirla parlare, sembrerebbe che il suo lavoro è il più difficile del mondo: “badare alla casa, mandare avanti la famiglia sono attività che un uomo non può comprendere”. Alla fine, questo suo disinteresse ti ha portato, poco alla volta, ad allontanarti. Hai smesso di cercarla, non forzi più i discorsi per cercare di capire cosa la tiene chiusa nel suo mondo. Così, un giorno, hai guardato in faccia alla realtà e ti sei detto:non amo più mia moglie! Ma, subito dopo, ti sei chiesto a quali conseguenze legali andresti incontro se decidessi di separarti da lei. Potrebbe fartela pagare? Ti lascerebbe sul lastrico? Come ti giudicherebbe un magistrato sapendo che non sei più innamorato? Saresti tenuto, in causa, a dimostrare l’assenteismo e le distrazioni di tua moglie?

Se questo problema ti attanaglia, ecco le risposte che stai aspettando. In questo articolo ti chiariremo cosa succede quando uno dei due coniugi non ama più l’altro, quali effetti può comportare una richiesta di separazione motivata da un “capriccio” o dalla scoperta che il proprio coniuge è diverso da ciò che ci si aspettava o è semplicemente “cambiato col tempo”.

Bisogna dire al giudice perché ci si separa? L’esperienza giudiziale dimostra come il tribunale sia ormai un luogo di scontro tra gli ex coniugi che, nell’ambito del giudizio di separazione e di divorzio, cercano di rinfacciarsi a vicenda le responsabilità per il fallimento del matrimonio. Ma è davvero così necessario combattere per spiegare al giudice se è “colpa” del marito o della moglie? Certo, quando si tratta di condotte particolarmente deplorevoli – un tradimento, l’abbandono del tetto coniugale, un marito violento – la battaglia ha un suo significato sia di tipo giuridico (il colpevole non può chiedere il mantenimento), che sociale (una sorta di riscatto). Ma, a ben vedere, per potersi dire addio non c’è bisogno di spiegare al tribunale perché ci si separa. La legge dice soltanto che si può chiedere la separazione se la «convivenza è divenuta intollerabile»; ma, secondo la giurisprudenza, questo elemento non va dimostrato poiché il solo fatto di agire in tribunale è sintomatico del venir meno della volontà di continuare a stare insieme al proprio coniuge.

Atteso quindi che non è necessario presentare prove circa il venir meno dell’unione tra i coniugi, basta una semplice dichiarazione (qualcosa come «Mi voglio separare da mia moglie») per ottenere la sentenza di separazione. E ciò vale sia che l’altro coniuge condivida la scelta (in tal caso si procede con la separazione consensuale) sia che si opponga (poiché, in tale ipotesi, si avvierà un processo di separazione giudiziale ossia con un normale processo).

È chiaro però che, se non ci si accontenta della semplice separazione, ma si vuole anche che il giudice dichiari il cosiddetto “addebito – ossia la responsabilità di uno dei due coniugi per la fine del matrimonio – bisogna portare in giudizio le prove dell’altrui colpa: la dimostrazione di una o più condotte che hanno leso irrimediabilmente l’unione (appunto un tradimento, l’abbandono, le violenze, ecc.).

Il venir meno dell’amore è causa di addebito? Ora non resta che verificare se il venir meno dell’innamoramento possa essere considerato violazione dei doveri matrimoniali e, quindi, causa di addebito. Se anche una persona abbandonata si sente “parte lesa” e vittima, a ben pensarci la legge non può imporre l’amore, così come non può imporre al coniuge di avere rapporti sessuali con chi non si ama più. L’autodeterminazione – ossia la libertà – sessuale è un principio costituzionale che mai nessuna legge, né un giudice potranno vincolare.

È vero: se si è sposati e non ci sono ragioni di crisi, il sottrarsi ai rapporti sessuali è considerato un comportamento colpevole; e questo perché tra i doveri del matrimonio ci sono anche le “coccole” (rientrano nell’obbligo di assistenza morale). Con il risultato che se la moglie si rifiuta di fare l’amore col marito può subire la separazione con addebito e perdere definitivamente l’assegno di mantenimento. Ma è anche vero che, se ci si dichiara non più innamorati per altre ragioni, è sacrosanto astenersi da qualsiasi contatto. Ed allora le porte della separazione sono spianate.

Conseguenze legali per il marito che non ama più la moglie. Non resta quindi che definire le conclusioni di questo nostro discorso e concludere rassicurando ogni marito non più innamorato della propria moglie: non sarà questa dichiarazione a mandarvi sul lastrico. E difatti, l’obbligo di versare l’assegno di mantenimento non dipende dall’accertamento dell’eventuale colpa per la fine del matrimonio (colpa che, peraltro, non sussiste a carico di chi ha perso tutto l’innamoramento). Gli alimenti scattano piuttosto perché c’è un divario economico tra i coniugi e, nel caso di specie, quando la moglie è disoccupata o percepisce un reddito che non le consente di essere autonoma.

Anche in un matrimonio senza colpe, dunque, si rischia di dover pagare il mantenimento alla moglie. Addirittura, se la situazione dovesse essere all’inverso, ossia è la moglie a volersi separare perché non ama più il marito, quest’ultimo sarebbe comunque tenuto a mantenerla se più povera di lui. Come detto, infatti, e lo ripetiamo per l’ennesima volta, perdere per strada l’amore non è causa di addebito e quindi non comporta alcuna responsabilità

La Legge per tutti      10 marzo 2019

www.laleggepertutti.it/277577_non-amo-piu-mia-moglie-conseguenze-legali

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MINORI NON ACCOMPAGNATI

I minori stranieri non accompagnati: il focus di In Pratica Famiglia

            www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2017/04/21/17G00062/sg

Gli aspetti innovativi della L. n. 47/2017. Il 6 maggio 2017 entra in vigore la L. 7 aprile 2017, n. 47, recante "Disposizioni in materia di misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati". Il suo ambito di applicazione (art. 1) riguarda i minori stranieri non accompagnati, i quali sono titolari dei diritti in materia di protezione dei minori a parità di trattamento con i minori di cittadinanza italiana o dell'Unione europea. Secondo l'art. 2 di tale nuova disciplina per minore straniero non accompagnato presente nel territorio dello Stato si intende il minorenne non avente cittadinanza italiana o dell'Unione Europea che si trova per qualsiasi causa nel territorio dello Stato o che è altrimenti sottoposto alla giurisdizione italiana, privo di assistenza e di rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti per lui legalmente responsabili in base alle leggi vigenti nell'ordinamento italiano.

Gli aspetti innovativi riguardano:

  • Le misure di accoglienza (modifiche alle disposizioni recate in proposito dal D.Lgs. n. 142/2015): è ridotto da 60 a 30 giorni il termine massimo di trattenimento dei minori nelle strutture di prima accoglienza;
  • È stabilito un termine massimo di 10 giorni per le operazioni di identificazione, mentre attualmente non è previsto alcun termine;
  • È introdotto in via generale il principio di specificità delle strutture di accoglienza riservate ai minori;
  • Procedura unica di identificazione del minore, che prevede: un colloquio del minore con personale qualificato, sotto la direzione dei sevizi dell'ente locale; la richiesta di un documento anagrafico in caso di dubbio sull'età e di esami sociosanitari, con il consenso del minore e con modalità il meno invasive possibile; la presunzione della minore età nel caso in permangono dubbi sull'età anche in seguito all'accertamento;
  • Istituzione del Sistema informativo nazionale dei minori stranieri non accompagnati;
  • Piena estensione all'accesso ai servizi del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati - SPRAR a tutti i minori non accompagnati, a prescindere dai posti disponibili.

Le tutele e diritti riconosciuti ai minori stranieri non accompagnati:

  • Disciplina del c.d. rimpatrio assistito: rimpatrio del minore finalizzato a garantire il diritto all'unità familiare dello stesso. Il provvedimento può essere adottato solo se si ritiene che il rimpatrio sia opportuno nell'interesse del minore;
  • Più celere l'attivazione delle indagini familiari con nuovo criterio di preferenza dell'affidamento ai familiari rispetto al collocamento in comunità di accoglienza;
  • Gli enti locali avranno il compito di sensibilizzare e formare affidatari per accogliere minori non accompagnati, in modo da favorire l'affidamento familiare in luogo del ricovero in una struttura di accoglienza;
  • Istituzione, presso ogni tribunale per i minorenni, di elenchi di tutori volontari disponibili ad assumere la tutela di un minore straniero non accompagnato;
  • Estesa la piena garanzia dell'assistenza sanitaria ai minori non accompagnati prevedendo la loro iscrizione al Servizio sanitario nazionale anche nelle more del rilascio del permesso di soggiorno;
  • Incentivata l'adozione di specifiche misure da parte delle istituzioni scolastiche e delle istituzioni formative accreditate dalle regioni idonee a favorire l'assolvimento dell'obbligo scolastico e formativo da parte dei minori;
  • Implementate le garanzie processuali e procedimentali a tutela del minore straniero, mediante la garanzia di assistenza affettiva e psicologica dei minori stranieri non accompagnati in ogni stato e grado del procedimento e il riconoscimento del diritto del minore di essere informato dell'opportunità di nominare un legale di fiducia;
  • Misure speciali di protezione per specifiche categorie di minori non accompagnati, in considerazione del particolare stato di vulnerabilità in cui si trovano, come i minori non accompagnati vittime di tratta.

Con la Risoluzione del 12 settembre 2013 sulla situazione dei minori non accompagnati nell'UE (2013) il Parlamento europeo intende concentrarsi sulle criticità della situazione dei minori non accompagnati. Il testo deliberato dall'istituzione ricorda che un minore non accompagnato è innanzitutto un bambino potenzialmente a rischio, pertanto il principio guida degli Stati Membri e dell'Unione Europea deve essere orientato alla protezione dei bambini, in ossequio alla prioritaria tutela del best interest del minore, invece che focalizzarsi sulle politiche di contenimento dell'immigrazione. Altresì, il Parlamento Europea rileva che tra i minori non accompagnati, le bambine sono sottoposte a rischi maggiori. Inoltre, il Parlamento ricorda che a nessun minore può essere negato l'accesso al territorio dell'Unione e insiste sul fatto che gli Stati membri devono rispettare gli obblighi internazionali ed europei che si applicano quando un minore è sotto la loro giurisdizione, senza restrizioni arbitrarie.

            Ulteriormente l'Assemblea ricorda che alle frontiere di uno Stato membro nessun bambino può essere respinto per mezzo di una procedura sommaria.

            Infine, il Parlamento esorta gli Stati membri, al fine di garantire coerenza e di uniformare le norme in materia di protezione dei minori non accompagnati all'interno dell'UE, ad assicurare ai minori non accompagnati, indipendentemente dal loro status e alle stesse condizioni dei bambini cittadini del Paese ospitante i seguenti benefici essenziali per tutela di una vita dignitosa:

  • Accesso a un alloggio appropriato;
  • L’accesso al supporto legale e psicologico;
  • Il riconoscimento del diritto all'istruzione, alla formazione professionale nonché a un sostegno socioeducativo e l'immediato accesso ad essi;
  • La protezione effettiva del diritto alla salute e l'accesso a cure mediche di base;
  • L’accesso all'informazione e all'utilizzo dei media per soddisfare le proprie esigenze di comunicazione;
  • Il diritto al riposo e al tempo libero;
  • Il diritto al gioco e alle attività ricreative;
  • Il diritto alla valorizzazione e all'ulteriore sviluppo della propria identità e dei propri valori culturali, compresa la propria lingua madre;
  • Il diritto di manifestare e di praticare la propria religione.

Negli anni sono diventati più puntuali anche i servizi e gli interventi messi in atto dai servizi sociali degli Enti Locali per garantire una maggiore protezione dei minori stranieri non accompagnati. Gli interventi più frequenti in materia di assistenza e protezione attivati in favore dei minori soli accolti indicati dai Comuni sono risultati: il collocamento in luogo sicuro, il colloquio, la segnalazione del minore alla Procura presso il Tribunale dei minorenni, la richiesta di apertura di tutela, la segnalazione al Comitato per i minori stranieri non accompagnati nonché la richiesta del permesso di soggiorno [Fonte: I minori stranieri non accompagnati in Italia, IV Rapporto, ANCI Cittalia, 2011].

Panoramica giurisprudenziale. Non è fondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 11 e 21, L. 7 aprile 2017, n. 47, per violazione dell'art. 3 Cost., nella parte in cui prevedono, con riferimento ai minori stranieri non accompagnati, la nomina di un rappresentante del minore tratto da un elenco di tutori volontari, senza che gli oneri della tutela possano essere posti a carico dello Stato, così escludendo, di fatto, l'applicabilità di un'equa indennità come regolata dall'art. 379, comma 2, c.c., non avendo tali minori beni o denaro a disposizione, diversamente dai tutori delle persone incapaci italiane, alle quali sarebbe spettata una pensione di invalidità, su cui avrebbe potuto gravare detto beneficio, poiché il presupposto dell'indennità è costituito dall'esistenza di un patrimonio del minore (e non della mera pensione d'invalidità) e il suo riconoscimento è legato all'attività di gestione di esso, in assenza della quale al tutore, anche se di persona incapace di nazionalità italiana, non spetta alcunché, neppure per la rifusione delle spese vive sostenute, trattandosi di ufficio non corrispondente a un impiego o a una prestazione professionale, ma integrando piuttosto il suo adempimento su base volontaristica un dovere sociale di alto rango morale (Corte cost., 29 novembre 2018, n. 218).

            Può accadere che molti giovani si trovino nelle condizioni di immigrati in Europa di cultura mussulmana di seconda generazione, in bilico tra la difficile integrazione sociale ed il richiamo alle proprie radici, mistificato dai divulgatori del terrorismo fondamentalista islamico. Nel caso in esame, è possibile che il minore subisca, frequentando ambienti nei quali è diffuso il fanatismo religioso, gli effetti di un indottrinamento di matrice terroristica, tuttavia, allo stato, tale rischio appare sussistente con alto grado di verosimiglianza soltanto nell'ipotesi che egli facesse nuovamente rientro in Pakistan, dove evidentemente il ragazzo è già entrato in contatto con persone che dispongono di armi e forse con ambienti fondamentalisti, mentre, invece, la sua permanenza ad Olbia non è attualmente legata ad alcuna organizzazione terroristica, egli, inoltre, nonostante le perquisizioni eseguite in passato, non è mai stato trovato in possesso di armi, né risulta alcun elemento dal quale fondatamente ritenere che la sua presenza in Italia possa favorire o agevolare attività terroristiche, non avendo egli mai assunto, ad Olbia, comportamenti che possano essere riconducibili ad un simile rischio (Tribunale per i minorenni di Sassari, 5 gennaio 2016).

            Costituisce discriminazione il mancato tesseramento da parte della FIGC di un minore straniero extracomunitario in affido in quanto la ratio di evitare il traffico internazionale di minori extracomunitari - e la conseguente applicazione degli art. 19 e 19 bis del Regolamento FIFA al fine di verificare la regolarità della documentazione - non può spingersi al punto di giustificare un silenzio prolungato della federazione, avente l'effetto di escludere il minore dalla stagione calcistica (Tribunale Palermo 28 dicembre 2015).           (…)

            La norma di cui all'art. 32, comma 1 bis, del D.Lgs. n. 286/1998 introduce una fattispecie distinta rispetto a quella di cui all'art. 32, comma 1, estendendo il beneficio della possibilità di rimanere in Italia per lavoro o altro, una volta raggiunta la maggiore età, anche nel caso di "minori stranieri non accompagnati, purché ammessi per un periodo non inferiore a due anni in un progetto di integrazione sociale [...]", vale a dire a minori i quali, come chiarito sin dal D.P.C.M. 19 dicembre 1999, n. 535, non avendo cittadinanza italiana e non avendo presentato istanza di asilo, si trovino per qualsiasi causa nel territorio dello Stato privi di assistenza e rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti per loro legalmente responsabili in base alle leggi vigenti nell'ordinamento italiano (Tar Friuli-Venezia Giulia Trieste, sez. I, 21 aprile 2008, n. 253).

            La conclusione a cui si deve pervenire circa l'interpretazione da dare all'art. 32, comma 1, D.Lgs. n. 286/1998 (ossia, l'applicazione anche in favore dei minori stranieri che abbiamo ottenuto l'affidamento ad un tutore appositamente nominato), non si deve ritenere smentita dall'art. 32, comma 1bis, dello stesso D.Lgs., che ha introdotto una ulteriore e distinta fattispecie in cui può essere rilasciato il permesso di soggiorno ai minori stranieri non accompagnati che versano in una diversa situazione e per i quali il legislatore ha richiesto il requisito della ammissione al progetto di integrazione sociale e civile (Cons. Stato, sez. VI, 5 aprile 2007, n. 1540).

Elena Falletti  In Pratica Famiglia, 11marzo 2019

www.altalex.com/documents/biblioteca/2019/03/11/minori-stranieri-non-accompagnati

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OMOFILIA

La chiesa cattolica e i preti gay. Ma perché ci sono tanti preti omosessuali?

Vale la pena notare che il collegamento tra omosessualità e spiritualità non è affatto prerogativa del cattolicesimo. Alcuni psicologi evoluzionisti hanno trovato un antico collegamento tra i gay e lo sciamanesimo tribale.

Carl Gustav Jung ha identificato i doni archetipici della persona omosessuale: “Grande capacità di amicizia, che spesso crea dei legami di sorprendente tenerezza tra uomini”; il talento per l’insegnamento, l’estetica e la tradizione (“essere conservatori nel miglior senso della parola e amare i valori del passato”); “ricchi sentimenti religiosi, che contribuiscono a rendere reale l’ecclesia spiritualis; ricettività spirituale, che rende sensibili alla rivelazione”.

Interrogando i sacerdoti gay, ho sentito una quantità di risposte. Alcuni mi hanno parlato di come la sensazione di essere fuori posto quando erano bambini e adolescenti li abbia resi più sensibili ai bisogni degli emarginati: “Se sei una persona fuori posto, puoi aiutare chi è nella tua stessa situazione, e accoglierlo”. Uno ha detto semplicemente “Noi capiamo la sofferenza”; un altro ha parlato del senso di conforto nell’appartenenza a una comunità religiosa.

Altri ancora parlano dell’attrazione per i rituali della Chiesa: “Il cattolicesimo era diverso, io ero diverso… avevo una forte tendenza mistica” spiega un sacerdote. Il cattolicesimo è una fede che trova il suo centro nella Messa, in cui il corpo, l’anima e i sensi sono importanti tanto quanto la mente. In un certo senso, la Messa è una performance e, senza voler indulgere troppo in stereotipi, c’è qualcosa nella liturgia, nel rituale, nella musica e nella messa in scena che attrae una determinata categoria di gay. Le persone che vi appartengono (si possono trovare anche tra gli artisti e gli studiosi) sono attentissime ai dettagli, ferree per quanto riguarda le regole e innamorate della tradizione e della bellezza. Sotto molti aspetti l’antica ed elaborata Messa cantata, composta di incenso e processioni, vesti dai colori codificati, complessa sotto il profilo liturgico, precisa nelle musiche, nel coro e nell’organo, in pratica uno spettacolo teatrale, è ovviamente, almeno in parte, una creazione dei sacerdoti gay, la cui sessualità è stata sublimata in modo da diventare parte integrante ed essenziale del culto cattolico. Poi c’è l’esperienza, molto diffusa, del bambino/adolescente gay, allevato nel cattolicesimo, che si rivolge a Dio per trovare una risposta al suo essere diverso, lontano dalla norma. In questa situazione è obbligato a sviluppare meditazioni più profonde di quelle della maggior parte dei suoi coetanei, un forte spirito di osservazione e una precoce spiritualità, che difficilmente lo abbandonerà. Anch’io ero così da giovane. La prima persona con cui ho fatto coming out è stata Dio, con una preghiera silenziosa fatta mentre mi recavo a fare la Comunione. Facevo il chierichetto, sapevo bene come maneggiare un turibolo d’ottone pieno d’incenso, all’età di undici anni sapevo discutere le sottigliezze della transustanziazione e pensavo di essere vocato al sacerdozio (ma alla fine conclusi di non esserne abbastanza degno). Come molti ragazzi cattolici solitari, vedevo in Gesù un modello: single, sensibile, non faceva parte di una famiglia, era stato emarginato e perseguitato, ma alla fine aveva vinto ed era vivo nei secoli dei secoli.

Ma ci sono altre ragioni, ben poco sane, per cui molti gay scelgono il sacerdozio. La prima è il celibato. Nei secoli passati i giovani gay cattolici, se volevano evitare l’ostracismo sociale o le domande insistenti sulla loro mancanza di interesse verso le ragazze e le donne, avevano la scappatoia del sacerdozio.
(Una volta un sacerdote mi ha detto che per molto tempo la spinta più potente alla vocazione sono state quelle madri che, intuendo che uno dei loro figli era quel tipo di persona “che non si sposerà mai”, li incoraggiavano a entrare nella Chiesa per salvare il prestigio sociale della famiglia.) È un meccanismo in attività ancora oggi, anche se meno che in passato. Anche una forte mancanza di autostima, in parte dovuta all’omofobia cattolica, è un fattore che conduce al sacerdozio come mezzo per reprimere o curare in qualche modo la propria sessualità.

“Prima ancora dell’adolescenza, capiamo che quella cosa è un abominio, perciò ci rivolgiamo a ciò che insegna la Chiesa e finiamo per dire ‘Riempimi con le tue parole e diventerò te. Diventerò una personalità magisteriale’” dice un sacerdote, che chiamerò padre John.

Con “personalità magisteriale” intende una persona che incarna il Magistero, l’insegnamento ufficiale della Chiesa: “In altre parole, ho smesso di essere io. Ho il sospetto che sia proprio per questo che molte di queste persone finiscono per essere spaventosamente grigie e impersonali: a un certo punto della loro vita hanno deciso di non essere più se stesse”. Ho visto questa cosa in molti preti: incapaci di essere se stessi, divengono simulacri, simboli, e alla fine perfino caricature o maschere personificate.

Spesso questa lotta inconscia li esaurisce. Non è mai facile rinunciare ad essere se stessi. Alcuni cercano di rimediare assumendo atteggiamenti da checca stravagante, altri sprofondano nella depressione, in cui fanno capolino l’alcool e la droga: “Mio Dio, quando nel 2010 sono tornato nella Chiesa non potevo credere quanto fossero diventati oscenamente obesi quei preti. Erano così atletici da giovani” dice padre Andrew. Un altro sacerdote mi ha detto “Avevo sepolto molto in profondità [la mia omosessualità]. Poi ebbi un tracollo: fu uno di quei momenti in cui vorresti fare qualcosa con un amico. Una sera, quando me ne ero andato da qui, capii che volevo a tutti i costi avere una relazione con quell’uomo. Poi cominciai a sgonfiarmi. Non volevo essere quella persona, non volevo essere io”.

Altri, più consapevoli e cinici, sanno che si può fare carriera con tutta questa falsità. È facile capire come, fin dal XIII secolo, i gay abbiano segretamente trovato nella Chiesa, e solo nella Chiesa, una fonte di prestigio e potere. Emarginati dalla società, nella Chiesa potevano diventare consiglieri dei monarchi, perdonare i peccati degli altri, avere un reddito fisso, godere di enormi privilegi ed essere trattati sempre e ovunque con rispetto. Tutto era soppresso, nei seminari non si facevano domande e i counseling psicologici non esistevano (e anche oggi sono rari). Molti uomini feriti e spaventati diventavano preti, e cominciarono a emergere certi meccanismi.

Uno di questi, come abbiamo visto, è il mettere in atto le proprie tendenze sessuali in modo deviato. Mettere gli abusi sessuali e i sacerdoti gay nello stesso fascio, come molti oggi fanno d’impulso, è una grottesca diffamazione rivolta alla grande maggioranza di essi, che mai ha contemplato simili crimini, e che ne è anzi inorridita: sono i classici capri espiatori. Al tempo stesso, stralciare completamente la questione abusi da quella dei sacerdoti gay significa ignorare deliberatamente una spiacevole realtà. La pedofilia è una categoria separata [si tratta di una parafilia, una cosiddetta “devianza” sessuale, n.d.t.], non fa parte dell’orientamento sessuale, ma molti degli abusi di maschi minorenni e di giovani uomini, nonché di confratelli, derivano da un’omosessualità terribilmente deviata; circa un quarto dei casi noti riguarda vittime tra i 15 e i 17 anni.

L’impatto di tutto questo alla fine del XX secolo è stato straordinario, ma con il senno di poi era prevedibile. Se non vieni a patti in maniera onesta con la tua sessualità, la sessualità pretenderà il suo spazio negato. Se metti in piedi un’istituzione retta da uomini repressi e privi di amore per se stessi, e le sue fondamenta sono il segreto e la completa obbedienza ai superiori, hai praticamente creato una macchina che sfornerà disagio e abusi.

L’orrenda realtà è che non conosceremo mai l’estensione degli abusi nei secoli passati e cosa succede ancora oggi, specialmente in quelle parti del mondo, come l’Africa e l’America Latina, dove a volte è ancora tabù ficcanasare negli affari della Chiesa.

Un altro di questi meccanismi è l’omofobia interiorizzata: ciò che odi in te stesso, ma non sai affrontare, lo scruti e lo punisci negli altri. È un fatto che molti dei vescovi e cardinali più omofobi sono stati e sono gay. Il più potente cardinale americano del Novecento, l’arcivescovo di New York Francis Spellman, morto nel 1967, per anni ha avuto una vita sessuale gay molto attiva pur essendo uno dei più rigidi cani da guardia dell’ortodossia. Monsignor Tony Anatrella, un esperto di terapie riparative molto ascoltato in Vaticano, è stato recentemente sospeso per abusi sessuali su uomini. Il cardinale scozzese Keith O’Brien definì l’omosessualità “degrado morale” e il matrimonio omosessuale “pazzia”, ma fu obbligato a rassegnare le dimissioni e ad abbandonare il Paese dopo essere stato accusato di abusi sessuali su quattro sacerdoti.

Il cardinale australiano George Pell, ultraconservatore e anti-gay, è stato di recente trovato colpevole di abusi su minori. Marcial Maciel, il fondatore dei Legionari di Cristo, una setta un tempo enormemente influente, di estrema destra e anti-gay, ha sessualmente abusato di innumerevoli uomini, donne e bambini. Il leader di Church Militante, un uomo ossessionato dai preti gay, è lui stesso un “ex gay”. Ecco una buona regola: i vescovi e i cardinali ossessionati dalla questione omosessuale spesso si rivelano gay; chi è più moderato tende ad essere etero.

Benedetto XVI ha parlato di sé come di un topo di biblioteca, non molto portato per lo sport. La sua parlata carezzevole è senz’altro effeminata: lo si vedeva costantemente in compagnia del suo focoso segretario privato, padre Georg Gänswein; andava in giro parato con vesti stravaganti, come ermellini e scarpine rosse fatte su misura. È un teologo dominato dal desiderio maniacale di bacchettare qualsiasi minima deviazione dall’ortodossia, che ha definito i gay “oggettivamente disordinati” e portati verso “un intrinseco male morale”; dopo averli banditi dai seminari, li ha chiamati “una delle miserie della Chiesa”. Suggerire qualche tipo di collegamento tra tutti questi aspetti di una persona santa, celibe e sensibile vuol dire essere tacciati di fare insinuazioni disgustose, per il motivo che ancora moltissimi vescovi non riescono a considerare l’omosessualità una questione di amore e identità, ma solo di atti e di desiderio sessuale. Mettendo alla luce tutto ciò che non funziona ai vertici della Chiesa, possiamo far vedere quanto siano nudi questi imperatori ingioiellati.

C’è ovviamente un ulteriore livello di complessità nella narrazione dei sacerdoti gay: le generazioni. Chi oggi ha 70-80 anni è cresciuto in un mondo diverso, in cui il nascondiglio era automatico e solo la remota ipotesi di discutere questo tema era scandalosa. Un sacerdote mi ha descritto così quella generazione: “Erano così nascosti che sembrava vivessero a Narnia”.

Forse non sono nemmeno consapevoli di essere gay, ma si sono rintanati nella loro trincea in preda al panico di fronte al moderno riesame dell’amore omosessuale e del sesso come distinto dalla procreazione. Chi oggi ha da 50-60 anni in giù è generalmente molto più consapevole, e molto meglio accettato dalla famiglia e dagli altri cattolici. Questa differenza tra generazioni è l’origine di molti dei conflitti nelle alte sfere della Chiesa.

http://nymag.com/intelligencer/2019/01/gay-priests-catholic-church.html

Andrew Sullivan        21 gennaio 2019, tradotto da Giacomo Tessaro

www.gionata.org/ma-perche-ci-sono-tanti-preti-cattolici-omosessuali

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PEDAGOGIA

Stereotipi di genere nella prima infanzia

Una nuova ricerca pubblicata dalla Fawcett Society evidenzia le conseguenze negative che gli stereotipi hanno sulle scelte lavorative e sulle relazioni personali di donne e uomini

La Fawcett Society ha pubblicato una nuova ricerca Gli stereotipi di genere nella prima infanzia, che evidenzia l’impatto permanente degli stereotipi di genere nell’infanzia. Secondo i nuovi sondaggi il 45% delle persone ha affermato di aver sperimentato stereotipi di genere quando erano bambini. Gli stereotipi nell’infanzia hanno conseguenze negative di vasta portata sia sulle donne che sugli uomini: più della metà (51%) degli intervistati dice che tali stereotipi hanno limitato le loro scelte lavorative e hanno danneggiato le loro relazioni personali (44%).

Sette donne su dieci (18-34 anni) affermano che le loro scelte professionali sono state limitate dagli stereotipi sperimentati durante l’infanzia.

Questo riguarda anche gli uomini: il 69% sotto i 35 anni ha affermato che la stereotipizzazione di genere nei bambini ha un effetto dannoso sulla percezione di cosa significhi essere un uomo o una donna. In particolare gli uomini affermano, più delle donne, che gli stereotipi di genere sperimentati in tenera età hanno influenzato negativamente le loro relazioni.

Sam Smethers, amministratore delegato della Fawcett Society, ha dichiarato: «Gli stereotipi di genere hanno effetti negativi su tutti. Abbiamo incontrato ragazzi che non riescono a esprimere le loro emozioni, diventano aggressivi, non riescono a raggiungere buoni risultati a scuola e continuano a far parte di una cultura della mascolinità tossica che normalizza la violenza. Mentre abbiamo incontrato ragazze che hanno una bassa autostima e problemi con l’immagine del loro corpo, una ragazza su cinque (14 anni) è autolesionista. Abbiamo un mercato del lavoro fortemente segregato: tra coloro che scelgono discipline accademiche della scienza, della tecnologia, dell’ingegneria e della matematica (STEM), solo l’8% sono donne. Lo stereotipo di genere è alla base di tutto questo. Dobbiamo cogliere la sfida per cambiare questa situazione».

I dati della nuova ricerca pubblicata dalla Fawcett Society dimostrano che gli stereotipi dannosi sono ripetutamente e inconsapevolmente reiterati e insegnati in tutta la società. Ad esempio i genitori, con neonati e bambini piccoli, inavvertitamente rafforzano gli stereotipi di genere creando un “universo di genere” attraverso giocattoli, giochi, linguaggio e ambiente; gli insegnanti premiano in modo diverso il comportamento di ragazzi e ragazze, e le rappresentazioni nelle storie dei bambini sono spesso stereotipate. All’età di due anni i bambini sono consapevoli del genere e, a partire dai sei anni, i bambini associano l’intelligenza all’essere uomini e “la gentilezza” all’essere donne.

La ricerca sottolinea l’impatto dannoso che questo ha, e traccia i legami che esistono ad esempio tra gli stereotipi di genere degli adolescenti e la violenza contro donne e ragazze, o anche l’impatto diretto sul divario retributivo di genere e la scarsa adozione tra le giovani donne di discipline scientifiche, tecnologiche e matematiche. 

«Gli stereotipi di genere sono dannosi – ha aggiunto Sam Smethers –, le prove sono chiare. Ma noi possiamo sfidare certi atteggiamenti, reagire al danno che gli stereotipi di genere stanno facendo a tutti noi e al prezzo che stiamo pagando per questo».

La ricerca identifica anche alcuni interventi chiave, rivolti in particolare ai bambini più piccoli, che possono scardinare alcuni stereotipi di genere e limitare i danni ravvisati poi in età avanzata. Tra questi: promuovere una letteratura per bambini che metta in discussione gli stereotipi di genere; adottare a scuola giochi, giocattoli, linguaggi che non reiterino stereotipi di genere.

In Svezia, sfidare gli stereotipi di genere è un requisito esplicito del curriculum scolastico.

Riforma.it       12 marzo 2019

https://riforma.it/it/articolo/2019/03/12/gli-stereotipi-di-genere-nella-prima-infanzia?utm_source=newsletter&utm_medium=email

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PROCREAZIONE ASSISTITA

Fecondazione: in Italia terapia ormonale 'su misura'

Diventa "su misura" la terapia ormonale nei cicli di fecondazione assistita: il tutto grazie a un nuovo principio attivo, ora disponibile anche in Italia, in grado di stimolare la produzione di ovociti solo nella misura necessaria, abbassando così i rischi di iperstimolazione ovarica e della sindrome ad essa collegata.

"Per ogni paziente viene calcolato il dosaggio ormonale effettivamente necessario grazie ad un algoritmo specifico, che tiene in considerazione il peso corporeo e l’ormone antimulleriano (AMH) - spiega Antonio La Marca, ginecologo e docente presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Modena e Reggio Emilia - questo approccio personalizzato migliora la compliance e riduce l’apporto ormonale laddove non necessario". La ricerca clinica internazionale a cui ha partecipato La Marca ha evidenziato che la maggior parte delle donne trattate con il nuovo principio attivo ha avuto una risposta ovarica adeguata, con risultati migliori rispetto alle terapie tradizionali.

Nei cicli di fecondazione assistita, la paziente è sottoposta a cure ormonali che favoriscono la produzione di ovociti per aumentare le possibilità di concepimento. Si tratta di terapie avviate con dosaggi standard, che nel corso della terapia vengono adattati in funzione della risposta individuale.

La reazione alla stimolazione ovarica, infatti, varia da donna a donna e ci possono essere risposte inattese che si ripercuotono sull’efficacia e sulla sicurezza del trattamento. Si tratta di una svolta nell'ambito della fecondazione assistita, perché per la prima volta cambia radicalmente la modalità clinica con cui si effettua la stimolazione ovarica: se nei decenni precedenti la variabile principale che guidava il medico nella prescrizione del farmaco era l'età della paziente, oggi dopo diversi studi si è capito che ci sono altre variabili che incidono di più, come ad esempio la riserva ovarica.

Due donne con la stessa età possono avere riserve ovariche totalmente diverse, e quindi la terapia deve essere basata su criteri diversi.

"Il primo vantaggio della personalizzazione della cura è sicuramente il rischio ridotto per le pazienti, in particolare di contrarre la sindrome da iper stimolazione ovarica - ha spiegato La Marca - che in passato aveva un'incidenza del 4% mentre oggi questa complicanza può essere quasi del tutto evitata".

"Un altro importante vantaggio - ha concluso La Marca - è la maggiore possibilità di ricevere transfert a fresco, ovvero un transfert di embrioni a pochi giorni dal pick up (il metodo per prelevare gli ovociti da dentro i follicoli, in modo da poterli poi fecondare in vitro).

Infine, con la nuova tecnica, c'è anche un minor consumo globale del farmaco e quindi una spesa sanitaria ridotta".

AdnKronos Salute     12 marzo 2019

www.lasaluteinpillole.it/salute.asp?id=51074

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RICONCILIAZIONE

Riconciliazione tra coniugi separati

Ti sei separata dopo qualche anno di matrimonio. Di recente però il tuo ex marito è venuto a trovarti per sapere come stavi. Ti ha detto che gli manchi e vi siete baciati. Siete finiti a letto in pochi minuti. Lo stesso episodio si è verificato più volte nelle ultime settimane. Ora ti chiedi quali riflessi possa avere una situazione del genere sul procedimento di divorzio che avevate intenzione di avviare a breve. Lui sostiene che una rappacificazione – anche avvenuta tacitamente, tramite rapporti sessuali – comporta il venir meno della separazione e quindi anche la cessazione dell’obbligo del versamento dell’assegno di mantenimento. Ti senti molto confusa: se, infatti, da un lato il sentimento verso di lui è sempre forte, dall’altro lato vuoi comunque tutelare i tuoi diritti e non restare fregata una seconda volta. Insomma, che succede in caso di rapporti sessuali con l’ex dopo la separazione? Cos’è e come funziona la riconciliazione tra coniugi? La questione è oggetto di una apposita disciplina da parte del Codice civile, spesso spiegata e interpretata dalla Cassazione.

Cos’è la riconciliazione. Al divorzio si arriva sempre tramite un gradino intermedio: la separazione. Si tratta di due procedimenti distinti, anche se sostanzialmente identici nella forma. La separazione inizia a “rompere” alcuni doveri tra i coniugi, come quello di fedeltà e di coabitazione. Invece il divorzio interrompe definitivamente il matrimonio. Si può divorziare solo se sono trascorsi almeno 6 mesi dalla separazione (se avvenuta consensualmente) o 1 anno (se avvenuta giudizialmente). Questo periodo di mezzo serve come pausa di riflessione, per consentire ai coniugi di valutare tutte le conseguenze dell’addio. Ecco perché la separazione può sempre essere “revocata”, non invece il divorzio.

Ma come si cancellano gli effetti della separazione? Come si torna indietro? Con la riconciliazione. La riconciliazione consiste quindi nella cessazione dello stato di crisi matrimoniale, che può essere evidenziata o con un accordo espresso tra marito e moglie o con semplici comportamenti concludenti. In altri termini la coppia si può riconciliare anche ponendo delle attività incompatibili con la volontà di divorziare. Questi comportamenti sono costituiti, ad esempio, dal ripristino dei rapporti sessuali o dal ritorno alla convivenza sotto lo stesso tetto (se non dettata da ragioni di opportunità o di ospitalità come nel caso in cui uno dei due non abbia dove andare a dormire).

Quando avviene la riconciliazione? La riconciliazione può intervenire in qualsiasi momento: sia durante la causa di separazione che dopo la pubblicazione della sentenza di separazione. Non può però intervenire dopo la sentenza di divorzio. Se questa è già stata emessa, l’unico modo per tornare indietro e risposarsi.

Se la riconciliazione avviene nel corso della causa di separazione, tale circostanza viene messa a verbale e il giudice ne dà atto. In alternativa, le parti possono evitare di presentarsi alla successiva udienza e il giudizio si estingue. La seconda soluzione è più economica: nel primo caso, infatti, viene emessa la sentenza che accerta la riconciliazione sulla quale è necessario versare l’imposta di registro; nel secondo caso, invece, la cancellazione della causa dal ruolo non implica alcun esborso economico.

La riconciliazione dopo la sentenza di separazione è automatica: non richiede cioè l’intervento del giudice. Quindi non c’è bisogno di andare in tribunale per far revocare la sentenza di separazione; la separazione cessa già con i rapporti sessuali tra i coniugi.

Come avviene la riconciliazione. Come detto la riconciliazione può avvenire in due modi:

a)      tacitamente, tenendo un comportamento non equivoco incompatibile con lo stato di separazione;

b)      espressamente: dichiarando in un accordo scritto di volere riprendere la normale vita matrimoniale e ripristinarne tutti i doveri.

È comunque necessaria una dichiarazione scritta per poter attuare la pubblicità della riconciliazione. Difatti, per annullare la separazione e poter opporre la riconciliazione opponibile ai terzi è necessario prestare una dichiarazione davanti all’ufficiale di Stato civile, presso il Comune dove fu celebrato il matrimonio o presso il Comune dove il matrimonio fu trascritto.

  • L’ufficiale di Stato civile iscrive la dichiarazione negli archivi dello Stato civile e la annota a margine dell’atto di matrimonio.
  • La dichiarazione espressa ha efficacia autonoma rispetto al comportamento delle parti. In altri termini, la riconciliazione avviene già con la ripresa dei rapporti tra coniugi mentre la dichiarazione all’ufficio del Comune è una semplice formalità.

          Quando si ha riconciliazione?

Affinché si possa parlare di riconciliazione non bastano pochi e sporadici rapporti sessuali tra gli ex coniugi, né la breve ripresa della convivenza [Cass. 5 febbraio 2016 n. 2360, Cass. 17 settembre 2014 n. 19535, Cass. 1o agosto 2008 n. 21001].

Se i coniugi hanno avuto per poco la stessa residenza manca la prova che vi sia stata una vera e propria riconciliazione fra le parti, che si configura soltanto quando la coppia torna a vivere come marito e moglie. Non basta la ripresa della convivenza in via sperimentale né, ad esempio, che l’uomo dia alla moglie del denaro o che i due vivano nella casa del primo in camere da letto diverse: si tratta di circostanze che di per sé non dimostrano il ripristino della famiglia.

Ai fini della riconciliazione, perché lo stato di separazione possa ritenersi interrotto è necessario, secondo l’opinione prevalente, ricostituire l’unione coniugale e all’accordo deve conseguire il ripristino di fatto della vita familiare [Cass. 14 febbraio 2000 n. 1227].

Per accertare l’avvenuta riconciliazione i coniugi devono avere tenuto un comportamento non equivoco incompatibile con lo stato di separazione. Si deve dare rilievo alla concretezza degli atti, dei gesti e dei comportamenti dei coniugi, valutati nella loro effettiva capacità di dimostrare la loro disponibilità a riprendere la convivenza e a costituire una rinnovata comunione. Rilevano quindi i comportamenti oggettivi e non i dati psicologici, difficili da provare in quanto appartenenti alla sfera intima dei sentimenti.

Secondo la Cassazione, neanche la nascita di un nuovo figlio durante la separazione è sufficiente a far parlare di riconciliazione, potendo questa dipendere da un singolo e occasionale rapporto sessuale [Cass. 16 ottobre 2003 n. 15481].

Non sono infine sufficienti comportamenti quali: visite giornaliere al coniuge separato bisognoso di cure [Cass. 26 novembre 1993 n. 11722].

Quali effetti ha la riconciliazione? La riconciliazione, facendo venir meno la separazione, determina anche la cessazione dell’obbligo di versare l’assegno di mantenimento. Inoltre si azzera il termine per chiedere il divorzio. Significa che, se la coppia ha tentato di riconciliarsi e non c’è riuscita, i 6 mesi o l’anno necessario per chiedere il divorzio decorre non già dalla sentenza di separazione ma dall’ultimo momento in cui c’è stata la riconciliazione (quindi da quando i due hanno cessato di vivere di nuovo insieme).

La prova della riconciliazione. La riconciliazione viene utilizzata anche come arma per contrastare la richiesta di divorzio presentata dall’ex coniuge. Tuttavia spetta al coniuge che vuole provare la riconciliazione cercare di dimostrare che si sono verificati fatti quali l’aver ripreso la convivenza, l’avere ripreso i rapporti sessuali, lo svolgimento in comune di una vita sociale, frequentando parenti ed amici o trascorrendo le vacanze insieme (se ciò non avviene solo per il bene dei figli).

La legge per tutti       6 marzo 2019

www.laleggepertutti.it/277243_riconciliazione-tra-ex-coniugi

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SALUTE

Farmaco gender, servono chiarezza e misericordia

L’acceso dibattito dopo il via libera dell’Aifa alla prescrivibilità della «triptorelina» (controllata e in casi estremi) [per l'impiego in casi selezionati in cui la pubertà sia incongruente con l'identità di genere (disforia di genere), con diagnosi confermata da un’equipe multidisciplinare e specialistica e in cui l'assistenza psicologica, psicoterapeutica e psichiatrica non sia risolutiva].

                                               www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2019/03/02/19A01426/SG

Quali aspetti morali vanno valutati nella sofferenza della transessualità? Il 'cambio di sesso' è eticamente accettabile? Prescrivere un farmaco che blocca lo sviluppo puberale di un adolescente in vista anche, ma non obbligatoriamente, della 'riassegnazione chirurgica' degli organi sessuali è sempre scelta deprecabile o può, in alcune, rarissime circostanze, essere considerato opzione corretta, non solo dal punto di vista terapeutico ma anche antropologico?

Questioni complesse, delicate e controverse che sarebbe assurdo pensare di definire con una norma valida per tutte le circostanze. Il dibattito acceso dal 'via libera' deciso dall’Aifa, per quanto riguarda la prescrivibilità della triptorelina nei casi di disforia di genere, [disturbo dell'identità di genere - DIG)] ha scatenato una ridda di osservazioni e di commenti – a proposito e a sproposito – che hanno finito per far passare in secondo piano l’autentico snodo della questione (ieri è stato annunciato l’avvio di un’indagine conoscitiva della Commissione Sanità del Senato). Ma per evitare di trasformare in una contesa da stadio una questione umana, morale e scientifica tanto difficile, perché fonte di profonda sofferenza ma anche di strumentalizzazioni ideologiche per chi ne è coinvolto, occorre infatti tenere presente che siamo di fronte a un problema di frontiera.

Nessuno, né scienziati, né bioeticisti né teologi morali, ha su questo argomento, la verità in tasca. Forse, dal punto di vista etico, stiamo percorrendo una di quelle periferie a cui ha fatto cenno papa Francesco quando, al n.3 di Amoris lætitia, ha scritto: «Non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero». Invece si è arrivati a dire che il Vaticano avrebbe concesso il suo nihil obstat per quanto riguarda l’utilizzo del cosiddetto 'farmaco gender' semplicemente perché Laura Pallanzani, vicepresidente del Comitato nazionale di bioetica e membro della Pontificia Accademia per la Vita, in un’intervista all’agenzia 'Vatican News', si è limitata a ricordare che il documento del Cnb- Comitato nazionale per la bioetica ha espresso parere favorevole all’utilizzo della triptorelina ma «solo in casi molto circoscritti, con prudenza, con una valutazione caso per caso». E così infatti è andata, al di là delle diverse opinioni sull’opportunità dei contenuti del documento del Cnb.

http://bioetica.governo.it/it/documenti/pareri-e-risposte/in-merito-alla-richiesta-di-aifa-sulla-eticita-dell-uso-del-farmaco-triptorelina-per-il-trattamento-di-adolescenti-con-disforia-di-genere-dg

Naturalmente la Santa Sede non ha espresso in questa occasione alcuna osservazione né positiva né negativa, così come il magistero – è bene dirlo subito – non ha mai definito la liceità morale della 'riassegnazione chirurgica'. Probabilmente perché la complessità di questo tema, che investe aspetti anatomici, psichici, comportamentali, insieme a precise coordinate socio-culturali, impone di riflettere in modo sereno, guardando in faccia la realtà per quella che è, evitando soprattutto la pretesa legalistica del 'si può', 'non si può'.

La prima domanda non può che riguardare la natura del problema. La disforia di genere esiste davvero? Ci sono adolescenti che manifestano realmente un disagio anche grave nei confronti del proprio sesso biologico? E questo disturbo, cioè il fatto di sentirsi 'come in gabbia' nella propria identità maschile o femminile, con il desiderio insopprimibile di 'sentirsi altro', suscita in alcuni casi avversione così profonda da scatenare disperazione, tentativi di suicidio, automutilazioni? Gli esperti, a parte qualche caso negazionista dettato da pregiudizi ideologici, sono concordi. Il disturbo, per fortuna raro – un caso su novemila persone – esiste. Non si sa bene quali siano le origini, forse soprattutto organiche, forse soprattutto socio-psicologiche, masi tratta di una patologia reale, che va affrontata in modo serio con approccio scientifico, vicinanza umana, comprensione, senza demonizzare nessuno. Ma come? L’accompagnamento psicologico e poi negli anni successivi la psicoterapia, offre nella maggior parte dei casi un aiuto decisivo.

Circa l’80% dei preadolescenti che manifesta disturbi per quanto riguarda l’identità di genere, riesce naturalmente a risolvere il problema, ma per quei due ragazzi, o ragazze, su dieci che non hanno avuto alcun beneficio dall’accompagnamento psicologico, che vivono la loro condizione con una sofferenza profonda, che hanno manifestato l’intenzione di rinunciare a vivere, e magari hanno anche già tentato il suicidio, come intervenire? Pensare alla chirurgia per salvare una vita è ipotesi così eticamente inaccettabile?

In queste condizioni, solo in casi valutati con attenzione da un’équipe multidisciplinare, alcuni specialisti non escludono il ricorso alla triptorelina. Quali sarebbero i vantaggi? Il farmaco, che ricordiamo è un antitumorale, bloccando lo sviluppo puberale, permetterebbe una rivalutazione più serena del problema in anni successivi, stemperando l’urgenza di una decisione affrettata e permettendo all’adolescente di avvertire in modo meno traumatico gli effetti di quella crescita puberale del proprio sesso biologico causa di tanta sofferenza. L’esito di questo percorso, spiegano gli specialisti, non è obbligatoriamente l’intervento chirurgico. Può essere che, al termine dell’adolescenza, il problema vada stemperandosi. Può capitare che gli effetti dell’accompagnamento psicologico, che non va mai interrotto, abbiano finalmente un riscontro positivo.

www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=60243

Non tutti, certo, sono d’accordo, come più volte spiegato su queste pagine. Abbiamo più volte messo in luce le pesanti riserve espresse al proposito da Scienza & Vita e dal Centro studi Rosario Livatino. Riguardano l’assenza di studi scientifici, il rischio che il blocco della pubertà possa compromettere la definizione morfologica e funzionale di quelle parti del cervello che contribuiscono alla strutturazione dell’identità sessuale, insieme a fattori ambientali ed educativi. Rimane sullo sfondo la questione della reversibilità. Cosa succede quando un adolescente affetto da disforia e sottoposto al trattamento con triptorelina interrompe la somministrazione?

Anche qui le opinioni sono inconciliabili. I presidenti della Società italiana di endocrinologia, Paolo Vitti, della Società italiana di andrologia e medicina della sessualità, Giovanni Corona, della Società italiana di endocrinologia e diabetologia pediatrica, Stefano Cianfarani e dell’Osservatorio nazionale sull’identità di genere, Paolo Valerio, hanno riconosciuto, in una nota congiunta, il valore medico ed etico dell’estensione della prescrivibilità della triptorelina da parte dell’Aifa. Sono valutazioni scientifiche da parte di medici che operano in quel settore e che non si possono facilmente liquidare. Di parere totalmente opposto la Società italiana di adolescentologia che si è detta del tutto contraria perché la triptorelina avrebbe «gravi effetti avversi per la salute ben documentati in letteratura, tra cui anche l’induzione di psicosi. La prescrizione 'terapeutica' di un farmaco per un disturbo di orientamento sessuale – spiegano in una nota gli esperti di adolescenza – è pertanto assolutamente errata, in quanto un disturbo di natura psicologica, non malattia, richiede conseguentemente un trattamento esclusivamente psicologico».

Ma se alla fine di tutto questo dibattito rimane l’eventualità di tentare comunque il cosiddetto 'cambio di sesso' non si può aggirare anche una valutazione morale. E qui entriamo in un ginepraio di ipotesi. Secondo alcuni autori l’intervento potrebbe essere legittimato dal principio di totalità, secondo il quale una parte del nostro organismo, anche se sana, potrebbe essere sacrificata quando lo esigono con certezza e senza alternative, la salute e il benessere della persona nel suo insieme. Altri bioeticisti hanno contestato questa posizione, sottolineando come la riassegnazione chirurgica non offra vantaggi sostanziali alla risoluzione della disforia. E quindi sarebbe sbagliato appellarsi al principio di totalità. Più recentemente alcuni teologi morali, tra i pochissimi che hanno studiato davvero il mondo della transessualità, hanno però fatto notare che, se l’intervento chirurgico rimane l’unico modo per liberare la persona dalla sua angoscia distruttiva, non può essere eticamente escluso per il bene della persona, perché dettato dallo stato di necessità. E, anche se non si trattasse di una terapia specifica, potrebbe comunque essere intesa come palliativa, in grado comunque di attenuare i sintomi di una situazione comunque insostenibile.

Rimangono – è bene ribadirlo – valutazioni autorevoli ma personali, non magistero. Osservazioni che vanno valutate mettendo comunque da parte qualsiasi uso strumentale o ideologico di un farmaco, anche dal punto di vista simbolico, tanto dirompente. Ma soprattutto non bisogna mai dimenticare che siamo di fronte a persone afflitte da una sofferenza che può essere distruttiva e che l’obiettivo di prendersene cura, con tutte le risorse a disposizione per alleviarne la disperazione angosciante, rimane in una prospettiva di umanità, di misericordia e di verità. E questa dev’essere la prima, reale preoccupazione.

Luciano Moia “Avvenire” 13 marzo 2019

www.avvenire.it/opinioni/pagine/farmaco-gender-servono-chiarezza-e-misericordia

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SEPARAZIONE

Tradimento: quando spetta il risarcimento?

Corte di cassazione, terza sezione civile, ordinanza n. 6598, 7 marzo 2019

www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_33845_1.pdf

Il tradimento da parte del coniuge rappresenta, senza dubbio, un evento idoneo a creare turbamento nel " Il tradito" e dal quale spesso discende la disgregazione del rapporto familiare. Tuttavia, dalla relazione extraconiugale intrattenuta dal coniuge non scatta automaticamente il risarcimento del danno, essendo necessario che l'afflizione superi la soglia della tollerabilità e che il tradimento, per le sue modalità o per la gravità dello sconvolgimento provocate nell'altro coniuge, si traduca nella violazione di un diritto costituzionalmente protetto.

            Lo ha ribadito la Corte di Cassazione, pronunciandosi sulla vicenda di un uomo che aveva convenuto in giudizio la moglie dalla quale si era separato.

Ai giudici, l'istante aveva chiesto un risarcimento per il danno morale e alla salute subito a causa della relazione extraconiugale intrattenuta dalla ex con un collega di lavoro, iniziata circa quattro mesi prima del concepimento del loro figlio e protrattasi per quattro anni.

Una scoperta che l'uomo rivela avergli provocato un disturbo depressivo cronico, al punto da aver anche chiesto il test di paternità del bambino. La sua domanda, tuttavia, viene giudicata inammissibile e si risolve addirittura con una condanna a carico dell'uomo per lite temeraria.

            Nonostante il ricorrente continui a sostenere che la violazione del dovere di fedeltà, perpetrata dalla moglie nei suoi confronti, abbia integrato la violazione di un diritto costituzionalmente protetto e sia da considerarsi pertanto fonte di un danno risarcibile, anche la Cassazione respinge la sua decisione.

Violazione dei doveri derivanti dal matrimonio. Gli Ermellini premettono che la violazione dei doveri che derivano ai coniugi dal matrimonio, ove cagioni la lesione di diritti costituzionalmente protetti, può integrare gli estremi dell'illecito civile e dare luogo a un'autonoma azione volta al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi dell'art. 2059 c.c., senza che la mancanza di pronuncia di addebito in sede di separazione sia a questa preclusiva (Cass. n. 18853/2011).

            Tuttavia, come puntualizzato dalla giurisprudenza (da ultimo Cass. n. 4470/2018), i danni alla persona, come danni conseguenza, devono essere specificamente allegati e provati, anche a mezzo di presunzioni.

            I doveri discendenti dal matrimonio, spiega la Corte, non costituiscono automaticamente, in capo a ciascun coniuge e nei confronti dell'altro coniuge, altrettanti diritti, costituzionalmente protetti, la cui violazione è di per sé fonte di responsabilità aquiliana per il contravventore.

Una loro violazione potrà rilevare, oltre che in ambito familiare, come presupposto di fatto della responsabilità aquiliana se ne discende la violazione di diritti costituzionalmente protetti, che si elevi oltre la soglia della tollerabilità e possa essere in tal modo fonte di danno non patrimoniale.

Tradimento: niente risarcimento se non è violato un diritto costituzionalmente protetto. La mera violazione dei doveri matrimoniali, dunque, non integra di per sé ed automaticamente una responsabilità risarcitoria, dovendo, in particolare quanto ai danni non patrimoniali, riscontrarsi la concomitante esistenza di tutti i presupposti ai quali l'art. 2059 c.c. riconnette detta responsabilità, secondo i principi affermati dalle Sezioni Unite (cfr. sent. n. 26972/2008), la quale ha ricondotto sotto la categoria e la disciplina dei danni non patrimoniali tutti i danni risarcibili non aventi contenuto economico.

            Sebbene dalla violazione del dovere di fedeltà possa indubbiamente derivare un dispiacere per l'altro coniuge e discendere la disgregazione del nucleo familiare, questo non sarà automaticamente risarcibile, ma solo quando l'afflizione superi la soglia della tollerabilità e si traduca, per le sue modalità o per la gravità dello sconvolgimento che provoca nell'altro coniuge, nella violazione di un diritto costituzionalmente protetto, primi tra tutti quelli alla salute, alla dignità personale e all'onore.

            Nel caso di specie, correttamente la Corte d'Appello ha escluso che la violazione del dovere di fedeltà fosse stata causa della separazione, poiché la moglie aveva svelato il tradimento al marito quando la coppia era già legalmente separata da alcuni mesi e nel contesto di una conversazione privata.

Ancora, il giudice ha quo ha escluso anche che il tradimento perpetrato dalla donna, per le sue modalità, avesse potuto recare un apprezzabile pregiudizio all'onore e alla dignità del coniuge, in quanto non noto neppure nell'ambiente circostante di lavoro e comunque non posto in essere con modalità tali da ledere la dignità della persona.

Lucia Izzo Studio Cataldi      11 marzo 2019

www.studiocataldi.it/articoli/33845-tradimento-quando-spetta-il-risarcimento.asp

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UNIONE CONSULTORI ITALIANI PREMATRIMONIALE E MATRIMONIALI

            La gestione del conflitto. L’esperienza del conflitto all’interno della famiglia

Il termine ‘conflitto’ è spesso utilizzato come ‘contenitore’ generale di diversi significati e a questo termine si possono ricondurre diversi altri termini: litigio, discussione, dissidio, contrapposizione, divergenza, scontro, guerra, violenza, bullismo, aggressività, contrasto, tensione. Presenta quindi un range di significati diversi.

Il conflitto si riferisce ad una situazione nella quale si presentano bisogni, concezioni, interessi, in contrasto tra loro. Può trattarsi di un conflitto interiore alla persona, o tra persone, o tra gruppi o tra popoli e culture diverse. Il conflitto può portare a forme varie di violenza, sopraffazione, aggressività. Esso, inoltre può essere latente o manifesto, permanente o momentaneo, conscio o inconscio.

I conflitti sono accompagnati, di norma, da sentimenti/emozioni diversi: paura, rabbia, senso di frustrazione, sfiducia, delusione, dolore, risentimento, ansia. Quando questi sentimenti sono intensi e per così dire occupano tutta la scena psichica del soggetto, allora diventa più difficile gestire il conflitto stesso: in questi casi è necessario ristabilire un certo equilibrio tra ragione e sentimento per poter procedere ad una adeguata gestione del conflitto.

Per un’interpretazione corretta del conflitto nelle relazioni interpersonali. Può essere utile richiamare alcune brevi considerazioni per ‘guardare’ al conflitto nel modo più corretto e adeguato.

  • Il conflitto è un’esperienza normale all’interno delle varie forme di convivenza umana, come ad esempio la famiglia. Già Ovidio ricordava che “l’amore non dura se si toglie ogni conflitto” (l’equivalente di un noto proverbio: “l’amore non è bello se non è litigarello”). Si tratta di per sé di un’esperienza che non è in sé né buona né cattiva: non è quindi necessario sentirsi in colpa per il semplice fatto che ci si trova implicati in una situazione di conflitto. Positive o negative sono semmai le modalità con cui si affronta l’esperienza del conflitto.
  • Il problema non è allora cercare di evitare i conflitti (dato e non concesso che ciò sia sempre possibile), quanto piuttosto imparare a gestirli in modo corretto e costruttivo (è preferibile parlare di ‘gestione’ anziché di superamento del conflitto). In generale, ciascuno di noi ha un suo stile più o meno abituale di gestire i conflitti. Oltre che dal quadro generale di personalità, le modalità adottate possono dipendere da diversi fattori:
      • L’atteggiamento generale di sicurezza o insicurezza della persona;
      • L’atteggiamento generale di fiducia o sfiducia circa la possibilità di gestire correttamente il conflitto;
      • L’atteggiamento generale di assertività o al contrario di soccombenza e di aggressività;
      • La capacità di tolleranza della frustrazione;
      • Il ricorso a modalità comunicative più o meno adeguate;
      • La capacità introspettiva (alla base di una buona gestione dei conflitti sta la capacità di distinguere e riconoscere le emozioni) e di conseguenza la capacità di esprimere i propri vissuti;
      • La (relativa) assenza di stereotipi.
  • Se si vuole comprendere meglio le cause di possibili conflitti tra coniugi, è opportuno tenere presente che donne e uomini ‘parlano’ due lingue diverse, hanno due modi diversi di pensare e di guardare alla realtà e di vivere le relazioni interpersonali. Si comportano in modo diverso per quanto riguarda, ad esempio: il dare e ricevere aiuto; la reazione ai problemi; i sentimenti e i segreti; l’attenzione al dettaglio; le modalità dell’ascolto; lo scopo della conversazione; i ‘sistemi di allarme’ che li avvertono di una minaccia alla reciproca relazione.
  • E’ molto utile, soprattutto in vista della prevenzione di certi conflitti, aiutare coloro che intendono vivere un’esperienza di coppia ad avere una visione realistica del matrimonio, per evitare aspettative irrealistiche e accettare più facilmente determinati aspetti ed esperienze della vita matrimoniale che magari si pensava non dovrebbero capitare in un matrimonio che funziona bene.  I modelli offerti dai mass media, la cultura segnata da un accentuato individualismo ed edonismo spesso confondono l’innamoramento con l’amore autentico. Il paradosso dell’amore è che due infiniti bisogni di essere amati si incontrano con due limitate capacità di amare. E’ stato scritto che l’amore è dapprima illusione, poi delusione, poi dedizione. Ogni suo momento è necessario, è un passo che procede. E’ impossibile in un tempo vedere il successivo, ma solo rivivere i precedenti. Si passa dal primo al secondo per opera degli anni, il peso delle cose, i limiti e gli errori delle persone. Si passa dal secondo al terzo per un cammino di saggezza e per un supplemento spirituale profondo di misericordia e di pazienza, che libera dalla preoccupazione di sé e dà la precedenza all’altro. Solo al termine del cammino l’amore è maturo, libero, indipendente, creativo. Nel primo tempo si vive la felicità di avere, nel secondo il dolore di perdere, nel terzo la gioia di dare. Sempre se non si abbandona il cammino (E. Eriksson). “L’amore è un sentimento da imparare” (W. Trobisch).
  • Tenendo presente quanto richiamato precedentemente a proposito dei sentimenti che si accompagnano normalmente all’esperienza del conflitto, è molto importante ricordare qual è l’origine dei sentimenti. Questi non nascono dalla realtà, dalle situazioni concrete, ma da come ciascuno di noi ‘legge’ e ‘interpreta’ le singole situazioni. Ciò dipende da diversi fattori, come ad esempio: concetto di sé, pregiudizi, esperienze pregresse. Già il filosofo greco Epitteto (nato nel 50 d.C.) ricordava che “gli uomini sono agitati e turbati, non dalle cose, ma dalle opinioni che essi hanno delle cose” E ancora: “Pensa che la tua propria immaginazione è quella che ti sprona all’ira, e non altri”. Collegato a questo richiamo ve n’è un altro pure importante: faccio riferimento alla necessità di saper distinguere verità e sincerità. Spesso, in situazioni di conflitto, si è portati a ritenere come dato oggettivo (verità) ciò che invece noi pensiamo e diciamo (sincerità). Essere sinceri non significa senz’altro essere anche veri.

Conflitto e aggressività. Un problema particolare legato spesso all’esperienza del conflitto è rappresentato dall’aggressività. Possono essere utili alcune considerazioni al riguardo.

  • L’aggressività di norma ferisce l’altro, non vi è immedesimazione in lui;
  • Stress, tensioni e disagi provocano più facilmente animosità e violenza, per cui è bene cercare di ridurre stress e tensioni; frequenti sentimenti aggressivi sono connessi a un indebolimento della salute psichica (ad esempio: benessere limitato, minore stima e fiducia in sé, paure, malumori e depressioni, disturbi psicosomatici). Al contrario, invece, tutti gli sforzi compiuti per favorire la nostra salute psichica, la stima e la fiducia in noi stessi e per imparare un comportamento sociale adeguato riducono la tendenza a reagire aggressivamente;
  • L’accettazione della realtà e il saper rinunciare a ciò che io non posso avere, a ciò che mi è negato, impediscono in me il sorgere di animosità e indignazione;
  • È utile ammettere a noi stessi i propri sentimenti aggressivi senza sentirsi subito in colpa, accettarli come dati di fatto e far luce su di essi. In questo processo di chiarimento ci si può chiedere: ‘Che cos’è che mi ferisce o mi minaccia?’ ‘Da che cosa dipendono i miei sentimenti?’, ‘Che c’entra lui in questo?’, ‘In che consistono le mie difficoltà?’. In questo modo è più facile che i sentimenti che provocano aggressività si rendano accessibili alla nostra coscienza e si diventa consapevoli che spesso i sentimenti e le valutazioni che hanno generato l’animosità si chiamano: delusione, perplessità, incapacità di cambiare l’altro, desiderio di riconoscimento e di affetto. Sovente è più difficile accettare questa verità che essere aggressivi e attraverso questa analisi segreta su me stesso constato che sono io stesso la causa dei miei sentimenti e non gli altri, sono io stesso a ferirmi, non gli altri;
  • È pure importante percepire e manifestare quanto più presto è possibile i propri sentimenti che hanno a che fare con l’aggressività e la collera, senza fare valutazioni;
  • È possibile contribuire a ridurre l’aggressività altrui se: riusciamo ad essere sufficientemente calmi e rilassati; evitiamo di riferire alla nostra persona i sentimenti ostili provati da altre persone e li consideriamo, invece, come sentimenti loro; vigiliamo che altri non vengano messi, senza necessità, in situazioni in cui si sentano minacciati e provocati, così che non siano portati a reagire aggressivamente;
  • Soprattutto, infine, siamo consapevoli che l’aggressività è molto spesso figlia della paura, è una forma di difesa dietro cui si celano spesso un senso di inferiorità, insicurezza, invidia, richiesta di attenzione e di affetto.

Spunti operativi per la gestione dei conflitti in famiglia. Coloro che vogliono essere disponibili per aiutare le persone a gestire correttamente i conflitti possono riuscire di reale aiuto nella misura in cui sono presenti alcune condizioni. Ad esempio: un’adeguata preparazione professionale per quanto riguarda i vari problemi che riguardano la vita familiare  e, in particolare, il rapporto di coppia; una chiara visione dei valori importanti per creare e mantenere relazioni interpersonali mature e soddisfacenti (i cristiani includono, tra questi valori, anche quello del perdono…); una ‘funzionalità psichica’ sufficiente normale (o ‘passabile’) così da non essere troppo condizionati da processi e meccanismi inconsci (ad esempio alleanze inconsce con una delle parti in causa); buone capacità comunicative.

            In secondo luogo, è ovvio che le indicazioni da suggerire per aiutare, ad esempio, una coppia a gestire i conflitti sono diverse a seconda che ci si ponga nella prospettiva di prevenire i conflitti e quindi di attrezzare previamente le persone per affrontare in futuro situazioni difficili, oppure nella prospettiva di chi deve proporre interventi concreti ad una coppia che si trova a dover gestire un conflitto in atto (magari da diverso tempo).

            Vale anche in questo caso il richiamo di Ovidio che suggeriva di prepararsi e “opporsi agli inizi; tardi viene procurata la medicina quando i mali, per i troppi indugi, hanno acquistato vigore”.

            Fatte queste premesse, ecco qualche spunto concreto per aiutare le persone (una coppia) a gestire correttamente i conflitti:

  1. Aspettare il momento giusto, lasciando decantare forti emozioni negative, cercando in un certo senso di ‘distanziarsi’ dalla situazione stessa per poterla vedere con maggiore obiettività.
  2. Cercare l’interesse comune piuttosto che la vittoria ad ogni costo, superando la forma del muro contro muro, sapendo uscire dalla logica delle posizioni per entrare in quella dei vantaggi reciproci (D. Novara).
  3. Distinguere la persona dai suoi comportamenti (ad esempio, anziché dire: ‘io sono infastidita da te’, meglio dire: ‘io sono infastidita da questo tuo comportamento). Evitare ogni forma di giudizio della persona e di colpevolizzazione generalizzante. Cercare quindi di oggettivare per quanto è possibile la situazione che per me è fonte di conflitto, precisando cosa, quando, come, dove si verifica ciò che a me crea problema.
  4. Fare attenzione a: non cercar il colpevole; non imporre la soluzione; creare le condizioni affinché ciascuna parte in conflitto possa esporre la propria versione, limitandosi il più possibile a descrivere i dati oggettivi e i sentimenti provati; rendere il più possibile chiara la comunicazione tra le parti attraverso brevi sintesi, domande di chiarimento, feedback; favorire per quanto possibile l’accordo che nasce dalle due parti in conflitto.
  5. Proporre esempi concreti che aiutino le persone ad esercitarsi in alcune abilità comunicative fondamentali, quali:
  1. l’ascolto empatico;
  2. la comunicazione aperta e congruente (l’importanza dei ‘messaggi-io’);
  3. la comunicazione descrittiva.

Aldo Basso, sacerdote e psicologo, consultorio familiare di Mantova

UCIPEM 11 marzo 2019

www.ucipem.com/it/index.php?option=com_content&view=article&id=760:la-gestione-del-conflitto-l-esperienza-del-conflitto-all-interno-della-famiglia&catid=10&Itemid=163

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VIOLENZA

I comportamenti aggressivi della vittima non impediscono l’allontanamento del marito dalla casa

            Corte di Cassazione, sesta sezione penale, sentenza n. 9145, 1° marzo 2019.

www.avvocatirandogurrieri.it/leggi-e-diritto/moglie-aggressiva-sc-va-allontanato-il-marito-se-in-risposta-agli-attacchi-della-moglie-la-maltratta

Il delitto di maltrattamenti in famiglia è configurabile, in astratto, anche in presenza di un comportamento non “remissivo” della persona offesa. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un uomo avverso l’ordinanza con cui il Tribunale del Riesame di Roma aveva disposto nei suoi confronti la misura cautelare dell’allontanamento dalla casa familiare (art. 282 bis del c.p.p.) in relazione ai supposti reati di maltrattamenti in famiglia e lesioni personali aggravate.

In particolare, nel corso del procedimento, l’esame dei fotogrammi estrapolati dal sistema di videosorveglianza, installato all’interno della casa coniugale, aveva evidenziato l’esistenza di un “rapporto coniugale certamente connotato da alta conflittualità reciproca”.

Proprio su questa base il marito aveva dedotto l’insussistenza di uno stato di soggezione della vittima rispetto all’indagato: stato di soggezione che, appunto, costituirebbe uno degli elementi essenziali del reato previsto dall’art. 572 del c.p. [maltrattamenti contro familiari o conviventi].

Tuttavia la Corte di Cassazione, nel condividere la valutazione operata dal Tribunale del Riesame, ha sottolineato che anche gli eventuali comportamenti aggressivi posti in essere dalla persona offesa (consistiti, nel caso in esame, nel mordere le braccia ed afferrare i testicoli del marito) non escludono di per sé la sussistenza del delitto di maltrattamenti.

Infatti, anche una eventuale reazione ad asseriti comportamenti aggressivi della moglie non giustifica “la brutalità, il disprezzo e la sopraffazione, con cui l’indagato si è rapportato alla denunciante” emersi appunto dal materiale probatorio, che risulta essere stato attentamente valutato dal giudice del riesame.

Conseguentemente, la Corte ha ritenuto adeguata, allo stato, la misura cautelare adottata nei confronti dell’indagato. Peraltro, nella sentenza in esame la Cassazione si è espressa anche sulla utilizzabilità a fini probatori delle immagini estrapolate dal sistema di videosorveglianza, installato di comune accordo tra i coniugi nell’abitazione familiare.

Il dubbio era sorto, semmai, in relazione alle modalità con cui la moglie si era procurata tali immagini, e cioè filmandole col proprio cellulare dal monitor di un PC: tuttavia la Corte ha fatto proprie, anche in questo caso, le valutazioni del Tribunale del Riesame. Era emerso, infatti, che detto personal computer era non solo accessibile ad entrambi i coniugi, ma altresì ad altri abitanti e frequentatori della casa (domestici compresi).

Redazione Giuridica  Brocardi.it      11 marzo 2019

www.brocardi.it/notizie-giuridiche/maltrattamenti-comportamenti-aggressivi-della-vittima-impediscono/1894.html?utm_source=Brocardo+Giorno&utm_medium=email&utm_content=news_big_famiglia&utm_campaign=2019-03-12

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NewsUCIPEM n. 746 – 24 marzo 2019

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01 ABORTO                                                       Ultime sentenze.

03 ADDEBITO                                                    Separazione con addebito tradimento: ultime sentenze.

05 ADOZIONI A DISTANZA SAD                 Nuove linee guida della cooperazione per minori: il ruolo del SAD.

05 ADOZIONI INTERNAZIONALI                               Bulgaria. 13mila bambini abbandonati, ma adozioni diminuiscono.

06                                                                          Perù. Ai.Bi. riaccreditata in via definitiva.

07 AFFIDO CONDIVISO                                 Affidamento del minore a un solo genitore: quando e perché.

09 ASSEGNO DIVORZILE                              Tornano in Parlamento le nuove norme sull'assegno di divorzio.

11 ASSOCIAZIONI – MOVIMENTI             AICCeF. L'intervento di Rita Roberto al Convegno CIPRA

11                                                                          MPV. Un impegno al centro della società.

12 CENTRO INTERN. STUDI FAMIGLIA   Newsletter CISF - n. 11, 20 marzo 2019.

14 CENTRO ITALIANO SESSUOLOGIA     Educazione sessuale 3.0 (riservato agli insegnanti).

14 CHIESA CATTOLICA                                  Il “Me Too delle donne: quando il potere maschile è sacro.

15                                                                          Chiesa: Vergottini (teologo), “è molto più di una democrazia”

16 CONFERENZA EPISCOPALE ITAL.        Bassetti: per cattolico è immorale vedere nel migrante un nemico.

18 CONGEDI PARENTALI                          Gli aspetti principali in una sintesi aggiornata, le novità 2019

21                                                                          Come prolungare maternità fino al settimo mese.

24 CONGRESSI–CONVEGNI–SEMINARI                Verona.Parolin: famiglia, d'accordo nella sostanza non su modalità

25 CONSULTORI UCIPEM                            Cremona. Iniziative x genitori d’adolescenti,x mamme con cesareo

25 DALLA NAVATA                                         3° Domenica di Quaresima- Anno C – 24 marzo 2019.

25                                                                          Quell'invito a cambiare rotta su ogni fronte.

26 DIRITTO DI FAMIGLIA                             Danno endofamiliare: da privazione della figura genitoriale.

27 FAMIGLIA                                                    Nuovo Osservatorio: “Famiglia nella cabina di regia della storia”.

28 FORUM ASSOCIAZIONI FAMILIARI    Educazione alla cittadinanza digitale per scuola del terzo millennio

29 MIGRANTI                                                   "Lettera" di Don Ciotti che smonta i pregiudizi di Vladimiro Polchi.

29 PARLAMENTO                                            Senato della Repubblica–Commissione Giustizia– DDL 950.

29 REVERSIBILITÀ                                           Reversibilità alla moglie anche senza mantenimento

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ABORTO

Aborto: ultime sentenze

  1. Risultati dell’amniocentesi: escludono l’indagine sulla responsabilità del sanitario? I risultati dell’esame di amniocentesi – anche qualora ininfluenti sulla possibilità di abortire – al contrario certamente incidono sulla possibilità della madre di acquisire consapevolezza su ciò che accadrà, modificare gradualmente le proprie aspettative e prepararsi psicologicamente anche eventualmente ricorrendo ad adeguato supporto psicologico al fine di affrontare più saldamente l’attendibile percorso di accettazione e preparazione all’accoglimento del neonato e così calmierare l’eventuale impatto psicologico della notizia. Ciò comporta che sia comunque necessario accertare se effettivamente il sanitario abbia condotto con diligenza e perizia la propria prestazione, e se abbia correttamente informato la paziente sulla metodologia usata e sul grado di certezza raggiungibile scientificamente. Tribunale Roma sez. XIII, 02/08/2018, n.16044.
  2. Mancato accertamento della malformazione del feto, scelta abortiva e responsabilità dei sanitari. Essendo state provate le rilevanti possibilità di accertamento diagnostico anche i fini di un aborto terapeutico oltre i 90 giorni; il collegamento eziologico fra l’omesso accertamento della malformazione e l’impossibilità per la madre di optare una legittima scelta ai fini dell’interruzione della gravidanza in atto; le mancate informazioni ai genitori sui limiti o il grado tecnico di approssimazione degli accertamenti strumentali effettuati, non consentendo loro anche scelte trattamentali alternative (intervento chirurgico in utero la cui possibilità non è stata esclusa in termini assoluti e documentati); va riconosciuta agli appellanti la risarcibilità del danno per le conseguente conduzione di una vita con disagi e sofferenze evitabili. La liquidazione di un tale danno è necessariamente equitativa quanto ad intensità della connessa sofferenza morale, ai pregiudizi derivanti dalla perdita di un figlio, perché, come questi, sono espressione di una irreparabile menomazione del rapporto parentale. Corte appello Ancona sez. I, 27/04/2018, n.533.
  3. Omessa informazione sulle condizioni del feto. In tema di pregiudizi da nascita indesiderata è necessario verificare preventivamente la responsabilità contrattuale del medico per l’omessa informazione alla gestante e la conseguente violazione della libertà di autodeterminazione della puerpera, non idoneamente informata, che si è vista sottrarre la possibilità di interrompere la gravidanza. Posta nell’alveo contrattuale la responsabilità del medico, la gestante deve in pratica concentrare i propri sforzi probatori sul quantum del pregiudizio sofferto (una volta dimostrato che, al momento della diagnosi, sussistevano le condizioni dell’aborto terapeutico). Corte appello Roma sez. III, 28/07/2017, n.5179.
  4. Accesso delle coppie fertili alla procreazione assistita. La gravità della patologia genetica che rappresenta uno dei requisiti per la liceità dell’accesso delle coppie fertili alla procreazione medicalmente assistita previa diagnosi preimpianto deve essere valutata alla stregua del criterio di gravità di cui all’art. 6, L. n. 194/1978. In particolare, tale disposizione, per giustificare l’interruzione volontaria di gravidanza dopo i primi novanta giorni di gestazione, richiede che le patologie del nascituro siano state accertate, nonché siano rilevanti, e che il pericolo per la salute fisica o psichica della donna sia “grave”, così da giustificare l’aborto (nel caso di specie, è stato ritenuto che, nell’ipotesi in cui l’embrione fosse effetto dalla patologia osteocondromi multipli ereditari, cd. HMO, ereditata dal padre, sussisterebbe il serio pericolo per la salute psichica della madre, tale da giustificare l’accesso alla procreazione medicalmente assistita, previa diagnosi preimpianto). Tribunale Milano sez. I, 18/04/2017.
  5. Mancanza di una mano: è una malformazione rilevante ai fini dell’aborto terapeutico? La mancanza di una mano non è una malformazione del nascituro così rilevante da mettere in serio pericolo la salute fisica e psichica della madre. Di conseguenza, non è possibile ottenere il risarcimento del danno da parte dei medici per non aver rilevato l’assenza dell’arto con l’ecografia morfologica, comunque effettuata dopo il novantesimo giorno. Ad affermarlo è la Cassazione che ribadisce il principio per cui dopo i 90 giorni l’aborto è possibile solo se il pericolo per la vita della donna è “grave” e le malformazioni del nascituro sono “rilevanti”. Nel caso di specie, la mancanza di una mano non può considerarsi anomalia “rilevante” per la legge e l’handicap con il quale era nato il bambino non era idoneo a incidere sulla vita e sulla salute della madre. Cassazione civile sez. III, 11/04/2017, n.9251.
  6. Medico induce la donna ad abortire illegalmente. Integra il reato di concussione la condotta del medico in servizio presso il reparto di ginecologia di un ospedale, il quale, strumentalizzando la propria posizione in ambito ospedaliero (era uno dei sanitari non obiettori in servizio presso l’ambulatorio di interruzione volontaria della gravidanza), con la prospettazione di lungaggini nella pratica standard e ostacoli organizzativi, induca le donne gravide, che avevano necessità di abortire in tempi contenuti, a un aborto illegale a pagamento presso il proprio studio. Cassazione penale sez. VI, 15/11/2016, n.53444.
  7. Istanza di aborto della minorenne. Qualora la minore, intenzionata a interrompere volontariamente la gravidanza, non compaia innanzi al giudice tutelare per essere sentita ai sensi dell’art. 12 l. 194/1978, non è possibile verificare la effettiva consapevolezza in capo alla stessa della scelta di abortire, con la conseguenza che la relativa istanza andrà rigettata. Tribunale Mantova, 29/02/2016.
  8. Nascita indesiderata e diritto della madre a non procreare. In tema di omessa informazione medica sulla sussistenza delle condizioni che legittimano l’interruzione volontaria della gravidanza ex art. 6 L. n. 194 del 1978, la madre è onerata della prova controfattuale della volontà abortiva, ma può assolvere il relativo onere mediante presunzioni semplici. Cassazione civile sezioni unite, 22/12/2015, n.25767.
  9. Omesso o mal riuscito intervento di sterilizzazione richiesto dalla partoriente. In tema di risarcimento del danno per la nascita indesiderata di un figlio a seguito di omesso o mal riuscito intervento di sterilizzazione, correttamente richiesto dalla partoriente, ai fini dell’art. 1227, comma 2, c.c. l’ordinaria diligenza è da intendersi nell’ambito di attività o scelte che non abbiano carattere di eccezionalità o comportino rischi o sacrifici, pertanto al fine di evitare i danni conseguenti alla mancata esecuzione della sterilizzazione, non esiste alcun obbligo della donna a sottoporsi a interruzione volontaria di gravidanza comportando l’aborto un sacrificio alla salute e alla libertà di autodeterminarsi della madre. Tribunale Reggio Emilia sez. II, 07/10/2015, n.1298.
  10. 10.  Aborto: intervento pericoloso per la salute della donna. Gli art. 1, commi 1 e 2, e 4 comma 1, L. 19 febbraio 2004 n. 40 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistita) sono incostituzionali, per violazione degli art. 3 e 32 cost., nella parte in cui non consentono l’accesso alla procreazione medicalmente assistita e, dunque, alla diagnosi e selezione preimpianto a coppie fertili che possono invece ricorrere all’aborto — intervento più pericoloso per la salute della donna, e comunque comportante la soppressione del concepito — in quanto portatrici di malattie genetiche trasmissibili, rispondenti ai criteri di gravità di cui all’art. 6, comma 1, lett. b), L. 22 maggio 1978 n. 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza), accertate da apposite strutture pubbliche. Corte Costituzionale, 05/06/2015, n.96

L'esperto La legge per tutti       20 marzo 2019

www.laleggepertutti.it/276714_aborto-ultime-sentenze

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ADDEBITO

Separazione con addebito tradimento: ultime sentenze

La violazione dell’obbligo di fedeltà determina l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza. In sede di separazione, è necessario provare l’esistenza del nesso di causalità tra l’infedeltà e la crisi del rapporto di coppia per giustificare l’addebito al coniuge responsabile, a meno che quest’ultimo non dimostri che l’adulterio non sia stato la causa della crisi familiare, in quanto la convivenza era ormai diventata da tempo meramente formale.

  1. L’adulterio giustifica l’addebito al coniuge responsabile? In tema di separazione giudiziale dei coniugi, si presume che l’inosservanza del dovere di fedeltà, per la sua gravità, determini l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, giustificando così, di per sé, l’addebito al coniuge responsabile, salvo che questi dimostri che l’adulterio non sia stato la causa della crisi familiare, essendo questa già irrimediabilmente in atto, sicché la convivenza coniugale era ormai meramente formale. Tribunale Monza, 07/01/2019, n. 6.
  2. Separazione coniugale e violazione del dovere di fedeltà. In tema di addebito della separazione coniugale per violazione del dovere di fedeltà, le dichiarazioni rese dai figli spontaneamente o in sede di deposizione testimoniale da cui emerge da un lato, l’instaurazione di una relazione extraconiugale ad opera di uno dei genitori e, dall’altro, che i contrasti e le discussioni pesanti tra gli stessi avevano avuto avvio solo successivamente alla scoperta, da parte dell’altro coniuge, di detta relazione – escludendo, dunque, la preesistenza al tradimento di una crisi coniugale -, costituiscono prova efficace ed esauriente della violazione del dovere suddetto. Corte appello Cagliari sez. I, 16/10/2018, n.869.
  3. Come provare l’esistenza della crisi familiare? In tema di separazione giudiziale dei coniugi si presume che l’inosservanza del dovere di fedeltà, per la sua gravità, determini l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, giustificando così, di per sé, l’addebito al coniuge responsabile, salvo che questi dimostri che l’adulterio non sia stato la causa della crisi familiare, essendo questa già irrimediabilmente in atto, sicché la convivenza coniugale era ormai meramente formale. Ciò sta a significare che, a fronte della prova dell’adulterio, il richiedente l’addebito abbia assolto all’onere della prova su di lui gravante solo dando prova della condotta dell’altro coniuge, non essendo egli onerato anche della dimostrazione dell’efficienza causale dal medesimo svolta; spetta, di conseguenza, all’altro coniuge di provare, per evitare l’addebito, il fatto estintivo e cioè che l’adulterio sopravvenne in un contesto familiare già disgregato. Tribunale Modena sez. II, 13/07/2017, n.1248.
  4. Messaggi: sono prova dell’adulterio? In tema di separazione giudiziale dei coniugi, la prova dell’adulterio (nella specie, del marito) ben può fondarsi su messaggi (Sms) estratti dal telefono cellulare dell’uomo, di cui la moglie è entrata in possesso, essendo recessivo, rispetto al diritto di difesa in giudizio, quello alla inviolabilità della corrispondenza. Tribunale Roma, 17/05/2017.
  5. Addebito della separazione al coniuge infedele: cosa occorre provare? In tema di separazione giudiziale dei coniugi, ai fini dell’addebito della stessa al coniuge infedele, nonostante la violazione dell’obbligo di fedeltà costituisca senza alcun dubbio una violazione particolarmente grave, che determina l’intollerabilità della convivenza e rappresenta una circostanza idonea e sufficiente a determinare la pronuncia di addebito a carico del coniuge responsabile, si ritiene necessaria la sussistenza del nesso di causalità fra l’infedeltà e la crisi del rapporto di coppia. Infatti, non giustifica l’addebito della separazione l’accertamento della preesistenza di una crisi coniugale già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale. Ciò posto, nel caso di specie, il Tribunale ha pronunciato l’addebito nei confronti del marito in quanto era emerso in giudizio che, prima della scoperta del tradimento da parte di costui, il rapporto di coniugio non fosse già definitivamente compromesso e che la moglie credesse ancora di poter salvare l’unione. Tribunale Milano sez. IX, 19/06/2017, n.6831.
  6. Dissoluzione del consorzio familiare. Non ricorrano gli estremi per l’addebito della separazione ad entrambi i coniugi. Nel caso di specie, è risultato ben evidente che il marito non solo ha tollerato la infedeltà, ma ha addirittura voluto ricostruire l’unità familiare. Ed è evidente che in questo contesto è ontologicamente esclusa la possibilità che il tradimento abbia in qualche modo causato la dissoluzione del consorzio familiare. Nei confronti della moglie, le due sole testimonianze evidenziano circostanze in modo del tutto generico e che, al più, confermano la sussistenza di un clima di dissoluzione della consorteria e dell’affectio coniugalis, dovuta al reciproco allontanamento di entrambi i coniugi dai loro doveri coniugali. Tribunale Bari sez. I, 16/03/2016, n.1486.
  7. Volontà riconciliativa del coniuge tradito. In tema di separazione e addebito, una generica affermazione di volontà riconciliativa da parte del coniuge che ha subito il tradimento non elide, di per sé, la gravità del vulnus subito, a maggior ragione quando essa non determini un effettivo ristabilimento dell’armonia coniugale. Allorché, in presenza di una condotta univocamente trasgressiva e gravemente lesiva dei doveri coniugali, alla volontà di riconciliazione non corrisponde un positivo riscontro, si palesa come evidente la persistenza della situazione di crisi e la conseguente intollerabilità della convivenza. Cassazione civile sez. VI, 27/06/2013, n.16270.
  8. Sospetti di infedeltà e offesa all’onore. La relazione di un coniuge con estranei rende addebitabile la separazione ai sensi dell’art. 151 cod. civ. quando, in considerazione degli aspetti esteriori con cui è coltivata e dell’ambiente in cui i coniugi vivono, dia luogo a plausibili sospetti di infedeltà e quindi, anche se non si sostanzi in un adulterio, comporti offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge. Cassazione civile sez. I, 12/04/2013, n.8929.
  9. Nesso causale tra crisi coniugale e tradimento. In tema di separazione tra i coniugi, l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, deve ritenersi, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempre che non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale mediante un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale. Tuttavia tale ultimo elemento non si ravvisa nel caso in cui, dalle risultanze probatorie, risulti che il coniuge abbia accolto la notizia del tradimento come un avvenimento del tutto inaspettato, a riprova del fatto che la vita coniugale fino a quel momento non aveva conosciuto una crisi e meno che mai che essa fosse stata palesata. Tribunale Milano sez. IX, 07/09/2012, n.9832.
  10. Deterioramento del rapporto tra coniugi. L’allontanamento dalla casa familiare, senza il consenso dell’altro coniuge e confermato dal rifiuto di tornarvi, costituisce violazione di un obbligo matrimoniale; conseguentemente è causa di addebitamento della separazione poiché porta all’impossibilità della coabitazione. Tuttavia, non sussiste tale violazione qualora risulti legittimato da una “giusta causa”, da ravvisare anche nei casi di frequenti litigi domestici della moglie con la suocera convivente e nel conseguente progressivo deterioramento dei rapporti tra gli stessi coniugi, e ciò anche in assenza di tradimento o di violenze da parte del marito. Cassazione civile sez. I, 24/02/2011, n.4540.
  11. 11.  Separazione giudiziale dei coniugi. In tema di separazione giudiziale dei coniugi, l’addebito non può essere pronunciato per condotte, pur di per sé integranti la violazione di diritti nascenti dal matrimonio, poste in essere da uno dei coniugi, successive però alla cessazione della convivenza, divenuta ormai intollerabile (nella specie, la separazione è stata pronunciata con addebito al marito per adulterio, che aveva determinato la cessazione della convivenza tra i coniugi, mentre è stato ritenuto irrilevante il successivo compimento, da parte della moglie, di condotte pur illegittime, avendo ella impedito gli incontri del marito con i figli minori ed essendosi la stessa impossessata di beni del marito medesimo). Corte appello Napoli, 02/11/2012.

L’esperto La legge per tutti  19 marzo 2019

www.laleggepertutti.it/278586_separazione-con-addebito-tradimento-ultime-sentenze

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ADOZIONI A DISTANZA SAD

Le nuove linee guida della cooperazione italiana per minori: il ruolo fondamentale del Sad

            Oggi, 22 marzo, la seconda delle quattro giornate del XIX Forum del Sostegno a Distanza “La solidarietà segna la storia”, si è discusso di Sud Italia, Sud del Mondo e solidarietà.

            Tanti i temi all’ordine del giorno: dalla necessità di una comunicazione nuova che sia coerente ai comportamenti, alla capacità di fare rete, dalla trasparenza alla rendicontazione fino alla reputazione, dalla capacità di generare futuro al rapporto con le istituzioni.

            Marzia Masiello, referente per le relazioni istituzionali di Ai.Bi. Amici dei Bambini, ha coordinato la sessione tematica dedica al SAD nella cooperazione da cui è scaturita la “Proposta per il contributo del sostegno a distanza nella cooperazione allo sviluppo a tutela dell’infanzia e dell’adolescente”, che sarà presentata nei prossimi giorni alla Viceministra per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale, Emanuela Del Re.

            E’ stata una sessione di confronto sull’importanza e le urgenze di rilanciare le Linee Guida della Cooperazione Italiana per l’Infanzia e l’Adolescenza, in coerenza con la nuova legge sulla cooperazione internazionale del 2014 e con l’Agenda 2030 del 2015.

            “Il gruppo di lavoro del Forum SAD ha ragionato su una proposta di documento che valorizzi il SAD come strumento sistemico nell’ambito delle Linee Guida della Cooperazione Italiana sui minori, ferme al 2012” ha commentato Marzia Masiello, referente per le relazioni istituzionali di Ai.Bi. – Associazione Amici dei Bambini.

            “Il percorso come Forum SAD in questa direzione è stato avviato nel 2018” – ha aggiunto Masiello – “in sinergia con il gruppo infanzia di AOI (Cooperazione e solidarietà internazionale) nell’ambito di un seminario dedicato al SAD e alle politiche per l’infanzia, che si è tenuto il 21 novembre 2018 scorso alla Farnesina“. “In quella sede Ai.Bi.” – spiega – ” evidenziò i tratti particolari del SAD: ruolo attivo dei cittadini, tutela dell’infanzia, coinvolgimento multilivello di famiglie, istituzioni, associazioni e la reciprocità nella relazione. Cornice storica e identità del SAD sono le Linee Guida del Sostegno a Distanza storicamente nate dall’Agenzia delle Onlus“.

            Tra le reti Associative che interverranno nella giornata di sabato, si attende l’intervento di Silvia Stilli, portavoce di AOI che dichiara “Già nei lavori avviati in collaborazione tra AOI e Forum SAD, in occasione dell’incontro alla Farnesina si parlò di come il SAD sia pronto per crescere e arricchire di ulteriore significato la cooperazione allo sviluppo. In tale ottica sarà essenziale valorizzare il sostegno a distanza come strumento di aiuto e sviluppo in favore dell’infanzia nell’ambito della cultura del Dono

News Ai. Bi. 22 marzo 2019

www.aibi.it/ita/rimini-xix-forum-sad-nuove-linee-guida-della-cooperazione-italiana-per-minori-il-ruolo-fondamentale-del-sostegno-a-distanza

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ADOZIONI INTERNAZIONALI

Bulgaria: 13mila i bambini abbandonati, ma le adozioni internazionali diminuiscono ogni anno.

            In Bulgaria i fondi europei per l’affido sono una manna per molte famiglie in cerca di soldi: accogliere è diventato un business (permanente) e pochi trovano una famiglia vera. Ma qualcuno ce la fa!

            E’ questa la conclusione alla quale giunge dopo Monica Ricci Sargentini in un’inchiesta per il Corriere della Sera “Cento Giorni in Europa, Sofia, Bulgaria. Bambini in attesa di una famiglia” pubblicata online e sul numero del Corriere oggi, 20 marzo 2019, in edicola.

www.corriere.it/elezioni-europee/100giorni/bulgaria/?refresh_ce-cp

            Nonostante più di 13 mila bambini senza famiglia le adozioni internazionali in Bulgaria diminuiscono di anno in anno, passando dalle 326 adozioni realizzate nel 2016 alle 306 nel 2017 fino alle 290 nel 2018. Anche i tempi delle procedure adottive si sono allungati.

            Con l’ingresso nell’Unione Europea, nel 2007, la Bulgaria ha beneficiato di diversi milioni di euro per avviare la chiusura degli orfanotrofi. Degli 80 istituti funzionanti nel 2010, oggi sono rimasti aperti solo 12 orfanotrofi e l’ultimo chiuderà nel 2025. Un ottimo risultato che ha, però, creato un’altra grande stortura nel sistema di protezione dell’infanzia bulgara fuori famiglia: i fondi europei, 136,5 milioni di leva solo per il periodo 2015-2020 (circa 70 milioni di euro), sono diventati un modo come un altro per combattere la disoccupazione, soprattutto nei piccoli villaggi dove i soldi che una famiglia riceve per accogliere un bambino in affido temporaneamente, circa 1100 leva al mese (550 euro), sono visti come una vera manna dal cielo.

            «È stato giusto togliere i bambini dagli Istituti — ha spiegato Krasimira Natan, avvocata appassionata, che lavora da 15 anni per Ai. Bi., intervistata da Monica Ricci Sargentini — infatti oggi il neonato (abbandonato) entra subito in una famiglia affidataria. Il problema è che rischia di rimanerci tutta la vita perché questo è diventato un lavoro».

            In Bulgaria ci sono 2.198 famiglie affidatarie che accolgono ogni anno più di 2 mila bambini. Famiglie che, spesso, vivono in villaggi a bassa densità di popolazione e con alto tasso di disoccupazione dove i bambini vengono scolarizzati per modo di dire. “Alcuni a 11-12 anni non sanno nemmeno leggere” – spiega Krasimira – “Per diventare genitori affidatari basta seguire un corso di 36 ore, avere due lettere di referenze, possedere una casa abbastanza grande e la fedina penale pulita. Non è previsto un limite d’età per chi accoglie. La legge prevede sei mesi di tempo per decidere se il piccolo può tornare nella famiglia d’origine o se deve essere adottato — ma poi può essere sufficiente un’ordinanza del ministero degli Affari Sociali per far slittare la decisione di adottabilità. Così il bambino diventa un ragazzo, si affeziona alla famiglia affidataria e non vuole più essere adottato.

            Se i tempi si allungano a dismisura l’adozione diventa tutta in salita: “L’anno scorso — aggiunge Krasimira – siamo riusciti a portare a termine l’adozione di una ragazzina di 16 anni che era stata abbandonata alla nascita. Sedici anni ci sono voluti! In un villaggio una donna di 72 anni ha tenuto una bambina dai sei mesi ai nove anni finché non riusciva più a starle dietro e finalmente è stata adottata”.

            Un viaggio quello dell’adozione che hanno compiuto nel 2016 Nicola, che oggi ha 13 anni, e Antonio che ad aprile ne compirà 11. Oggi vivono in provincia di Salerno, insieme a mamma Maria e papà Pasquale, coppia adottiva di Ai.Bi.. «Loro ci hanno sempre riconosciuto come genitori — racconta papà Pasquale —. “Mi dicono papà grazie di esistere e di averci accolto, qui è così bello e siamo così contenti. Io se potessi ne adotterei altri cento”.

            L’anno prossimo finiranno gli stanziamenti europei, ma il governo, assicura che non ci saranno cambiamenti.

News Ai. Bi. 20 marzo 2019             www.aibi.it/ita/adozioni-bulgaria-corriere-della-sera

 

Adozioni internazionali in Perù. Ai.Bi. riaccreditata in via definitiva

L’adozione internazionale, da anni al centro di una grave e profonda crisi, comincia a respirare una nuova area di “primavera” che arriva proprio dai Paesi di origini.

Dopo la risoluzione della Colombia che rilancia l’importanza di promuovere l’accoglienza dei minori che hanno più di sette anni o con bisogni speciali, la firma e la ratifica della Convenzione de L’Aja del 29 maggio 1993 sulla protezione dei bambini e sulla cooperazione in materia di adozione internazionale (HCCH) da parte dell’Honduras, e la ripresa delle adozioni internazionali in Bolivia, a distanza di un decennio dal fermo, per Ai.Bi. arriva dal Perù, con risoluzione del 1° marzo 2019, il riaccreditamento in via definitiva.

Su esempio della Federazione Russa, il Perù non richiederà più, come in passato, agli enti autorizzati di rinnovare ogni due anni l’accreditamento ad operare nel Paese sud americano.

L’accordo bilaterale in materia di adozioni internazionali tra Federazione Russa e Italia nel 2008, il primo a essere raggiunto con un Paese di accoglienza dei minori – e per questo definito “storico” – ha segnato un punto di riferimento per la sottoscrizione di accordi con gli altri Paesi, aprendo – a quanto pare – anche la strada all’accreditamento in via definitiva e senza necessità di rinnovo degli enti autorizzati ad operare sul Paese.

Il Perù segue così l’esempio della Federazione Russa e fa da apripista – è questo l’auspicio – per altri Paesi sud americani.

News Ai. Bi. 18 marzo 2019             www.aibi.it/ita/adozioni-peru-aibi-riaccreditamento

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AFFIDO ESCLUSIVO

Affidamento esclusivo del minore a un solo genitore: quando e perché

            Con la separazione, vorresti chiedere al giudice l’affidamento esclusivo di tuo figlio perché tuo marito è un irresponsabile o un violento? Innanzitutto, devi sapere che nel nostro ordinamento l’affidamento esclusivo del figlio minore a un solo genitore è disposto dal giudice solo se l’affidamento condiviso sia contrario all’interesso del figlio stesso [Art. 337 quater cod. civ.].

            La legge [Legge n. 54/8 febbraio 2006], come già si è anticipato in questo articolo stabilisce (pur senza individuare i singoli casi) che l’affidamento esclusivo sia l’eccezione, mentre quello condiviso sia la regola. Il giudice decide, quindi, quale delle due forme di affido prediligere solo sulla base dell’interesse del minore. In ogni caso, il provvedimento con cui si dispone l’affidamento esclusivo ad un solo genitore devono essere sempre motivati.                                                                 www.camera.it/parlam/leggi/06054l.htm

  1. L’affidamento condiviso e il principio di bigenitorialità. A seguito della cessazione della relazione affettiva e quindi della convivenza tra i genitori, il giudice deve disporre l’affidamento dei figli minori. Abbiamo già detto che la regola generale prevede l’affidamento condiviso dei figli ad entrambi i genitori, i quali:
  2. Esercitano la responsabilità genitoriale;
  3. Partecipano alla cura e all’educazione dei figli;
  4. Adottano le decisioni di maggiore interesse per i minori (ad esempio quelle relative alla scuola, alla salute e all’educazione).

Se i genitori sono in disaccordo sulle questioni di maggiore interesse, dovranno rivolgersi al giudice. Mentre le questioni di ordinaria amministrazione, e cioè quelle riguardanti la vita quotidiana, potranno anche essere decise dai genitori separatamente.

            Devi sapere che quando il giudice dispone l’affidamento decide anche il collocamento, ossia dove il figlio dovrà abitare stabilmente. Attenzione perché anche in caso di affido condiviso, il minore sarà collocato presso la residenza di uno solo dei genitori. Il collocamento, infatti, è cosa ben diversa dall’affidamento e consiste nell’assegnazione della residenza al minore. Nella maggior parte dei casi, i figli vengono collocati presso la madre, in considerazione del suo ruolo centrale e maggiormente più adatto all’educazione dei figli. Questo significa che il minore vivrà presso la mamma ed incontrerà il papà nei giorni ed alle ore previste dal giudice. Questa è la regola che di recente il governo sta cercando di cambiare con il disegno di legge c.d. “Pillon “[Ddl n. 735/2018] che, in caso di affido condiviso, prevede che il figlio debba trascorrere con entrambi i genitori non meno di 12 giorni al mese, compresi i pernottamenti. Questo vuol dire che i figli avranno un doppio domicilio, uno presso la madre e uno presso il padre.

            L’affidamento condiviso, quindi, realizza in pieno la c.d. bigenitorialità, ossia quel principio secondo il quale un bambino ha diritto a mantenere un rapporto stabile e continuativo con entrambi i genitori [Art 337 ter cod. civ.], anche nel caso in cui questi siano separati o divorziati.

  1. L’affidamento esclusivo: una soluzione eccezionale. La legge prevede che solo qualora ricorrano motivi gravi nei quali il genitore sia del tutto inadeguato al suo ruolo, sia possibile chiedere al giudice l’affidamento esclusivo. Ad esempio, si pensi al marito che scompare dalla vita del figlio, oppure è dedito al gioco d’azzardo e contrae un grosso debito.

            Pertanto, l’unica ragione che può indurre un giudice a tale scelta è l’interesse del minore, ossia la necessità (e l’obbligo giuridico) di garantirgli un sano sviluppo psico-fisico. La giurisprudenza ha ritenuto che si possa prevedere la forma di affidamento esclusivo solamente quando:

  1. L’affidamento condiviso si rivelerebbe pregiudizievole per il figlio;
  2. Uno dei genitori è inidoneo o incapace a prendersi cura del minore (ad esempio un genitore che manifesta un completo disinteresse nei confronti del figlio);
  3. Il minore rifiuta di rapportarsi con uno dei genitori.

Pertanto, in assenza di norme specifiche che regolino la materia, si possono individuare (sulla scorta dei casi giudiziari più noti sinora verificatisi) le seguenti ipotesi in cui è possibile chiedere al l’affidamento esclusivo:

  • In caso di violenza sui figli;
  • In caso di violenza sulla moglie in presenza dei figli quando questi ne abbiano subito un trauma;
  • Se vi sono forti carenze di un genitore sul piano affettivo. Ad esempio: non si provvede alla cura e all’educazione del figlio minore, non si versa volontariamente l’assegno di mantenimento, si fa uso di sostanze stupefacenti, si è riconosciuti incapaci d’intendere e volere, ci si rende irreperibili;
  • Se il genitore non affidatario è rimasto assente e non si è costituito nel giudizio di separazione e pertanto, non ha rivendicato il suo diritto ad esercitare il suo ruolo genitoriale né ha chiesto l’affido condiviso.
  • Quando il minore, ascoltato dal giudice, riesce a spiegare i motivi per i quali preferisce essere affidato ad un solo genitore.

Si tratta, quindi, di situazioni, purtroppo ancora molto frequenti, in cui le negligenze di un genitore, il suo totale disinteresse verso il figlio minore – sia sul piano affettivo che dell’assistenza economica – inducono il giudice ad escludere l’affido condiviso, potendo ben prevedere i danni che ne deriverebbero ai figli se fossero affidati ad entrambi i genitori.

  1. Quando l’affidamento esclusivo non viene concesso. L’affidamento esclusivo non viene concesso nei seguenti casi:
  • Se uno dei due ha una reale o presunta relazione omosessuale che non pregiudica il rapporto con i figli;
  • Se uno dei genitori aderisce a una religione diversa da quella cattolica;
  • Se uno dei due è stato accusato ma non condannato da una sentenza penale. Se un genitore è in carcere non è detto che debba essergli negato l’affidamento del figlio. Ciò dipende sia dal tipo di reato contestato che dalla pena inflitta;
  • Se la residenza dei due è particolarmente distante. L’affido condiviso, infatti, può essere stabilito anche se i due genitori risiedono in due città diverse, anche molto distanti tra loro. Non è la distanza, infatti, che impedisce ad entrambi di raggiungere l’accordo sulle questioni più importanti per i figli;
  • Se uno dei due affida spesso i figli ai nonni (si pensi al caso in cui genitori lavorano entrambi);
  • Se sussiste una conflittualità tra i coniugi, derivante dalla particolarità caratteriale di entrambi. In questo caso l’affidamento esclusivo può essere disposto solo se derivi un pregiudizio tale da alterare e porre in serio pericolo il sano equilibrio e sviluppo psico-fisico del figlio [Cass. Sent. n. 27/2017].
  1. Quando e come chiedere l’affidamento esclusivo. La domanda per ottenere l’affidamento esclusivo dei minori può essere presentata al giudice in qualsiasi momento (anche dopo che il giudice abbia disposto l’affido condiviso dei figli).

La richiesta di affidamento esclusivo (che può essere avanzata da ciascuno dei genitori) deve essere sufficientemente motivata: vanno cioè indicate le ragioni che rendono incompatibile, con l’interesse del minore, l’affidamento a quel determinato genitore. Si pensi, ad esempio, ai casi di abusi familiari.

            La legge, però, per evitare intenti vendicativi o ricattatori, punisce il genitore che, senza fornire adeguate motivazioni, chieda al giudice l’affidamento esclusivo. Infatti, se il giudice riterrà la richiesta manifestamente infondata potrà valutare se estromettere quel genitore dall’affidamento e se condannarlo (in caso di malafede o colpa grave) al risarcimento del danno. Il genitore, quindi, non potrà presentare una domanda di affido esclusivo basata sulla propria convinzione (o sul timore) che l’altro genitore non sia in grado di prendersi cura dei figli, ma dovrà fornire al giudice prove concrete che dimostrino, in particolare, che tale condotta sia dannosa per il figlio.

            Se il giudice individua nelle particolari circostanze che gli vengono rappresentate (anche da una eventuale relazione dei servizi sociali da lui incaricati) dei motivi contrari all’interesse del minore e rendere uno dei genitori inadeguato al proprio ruolo, egli accoglie la domanda di affido esclusivo al genitore che ne ha fatto richiesta oppure al genitore che egli ritiene essere il più idoneo (quando la domanda di affido esclusivo gli sia stata formulata da entrambi).

            In tal caso il magistrato ha l’obbligo di motivare tale decisione spiegando nel provvedimento sia perché ritiene idoneo il genitore affidatario sia perché individua una inidoneità educativa nell’altro [Cass. Sent. n. 24841/2010]. Non è sufficiente, cioè, che il giudice decida per l’affido esclusivo ritenendo “idoneo” il genitore affidatario; ciò, infatti, nulla dice riguardo alle capacità genitoriali dell’altro. Pertanto il giudice deve spiegare anche perché ravvisa la inidoneità educativa del genitore che si vuole escludere dall’analogo esercizio della responsabilità sui figli (cosiddetto criterio della “motivazione in negativo” [Cass. Sent. n. 9632/20157].

            Quindi, nei casi in cui il giudice ritenga la richiesta di affidamento esclusivo del tutto priva di fondamento, egli potrebbe:

  • Decidere di affidare i figli proprio al genitore che non abbia chiesto l’affido esclusivo;
  • Condannare il genitore al risarcimento del danno per aver agito in giudizio con mala fede o colpa grave chiedendo l’affidamento esclusivo nella consapevolezza dell’infondatezza della propria domanda.
  1. Le conseguenze dell’affidamento esclusivo. Nell’affidamento esclusivo è il genitore affidatario ad esercitare in via primaria la responsabilità genitoriale. Tuttavia, egli deve favorire il rapporto tra il figlio e l’altro genitore, affinché quest’ultimo eserciti il diritto di visita (nei tempi e secondo le modalità stabilite dal giudice) e partecipi alle decisioni più importanti nell’interesse dei figli.

È evidente, perciò, che il genitore non affidatario conserva sempre il diritto-dovere di vigilare sull’educazione ed istruzione del figlio, potendo ricorrere dinanzi all’autorità giudiziaria quando ritenga che le decisioni assunte dal genitore affidatario, in via esclusiva, siano contrarie all’interesse del minore.

L’affido esclusivo, dunque, non comporta – come si pensa erroneamente – la perdita della responsabilità genitoriale in capo al genitore che non ha ottenuto l’affidamento della prole, ma semplicemente una sua limitazione qualora sussistano particolari motivi (che a breve esamineremo) che abbiano indotto il giudice a ritenere l’affidamento condiviso dannoso per i figli minori.

            Il legislatore, tuttavia, non precisa come deve essere regolato l’affidamento esclusivo. Spetterà al giudice, infatti, indicare – a seconda del caso – i tempi e le modalità del diritto di visita del genitore non affidatario.

            Quanto alle decisioni di maggiore interesse per la vita del figlio, la legge non precisa se queste debbano essere assunte di comune accordo da entrambi i coniugi anche nell’ipotesi di affido esclusivo. Tuttavia rimane immutato il diritto del minore di ricevere cura educazione e istruzione da entrambi i genitori. Quindi per le decisioni di maggior interesse i genitori dovranno confrontarsi tra di loro e decidere insieme ad es: che scuola scegliere, le cure mediche non urgenti; l’attività sportiva da far praticare. Per ciò che concerne il quotidiano, invece, il genitore affidatario potrà scegliere in assoluta autonomia nel rispetto dell’interesse del minore.

            Il genitore non affidatario conserva comunque il diritto di visita nei confronti dei minori. Il giudice, infatti, determina i tempi e le modalità del diritto di visita da parte del genitore non affidatario. In alcuni casi, può decidere di limitare o escludere tale diritto; ciò può avvenire quando ritenga che la frequentazione tra genitore non affidatario e figli possa in qualche modo pregiudicare il benessere di questi ultimi.

            La limitazione del diritto di visita da parte del genitore non affidatario può essere intesa come:

  • Una riduzione del tempo (e dei giorni) da dedicare agli incontri,
  • Che gli incontri avvengano in una determinata sede (ad esempio presso la casa dei nonni)
  • La partecipazione agli incontri di terze persone perché affettivamente legate al minore o tenute ad un ruolo di sorveglianza (ad esempio i servizi sociali).

Il giudice può anche escludere del tutto il diritto di visita quando, ad esempio, il genitore sia tossico o alcool dipendente, o abbia una condotta particolarmente violenta nei confronti della moglie o dei figli.

            Nel caso in cui il genitore non affidatario soffra di patologie invalidanti, il giudice potrà disporre, anche in ragione dell’età del figlio, che gli incontri avvengano alla presenza di un familiare o un conoscente.

  1. I genitori possono accordarsi per l’affidamento esclusivo? No, i genitori non possono stipulare un accordo di questo tipo. In caso di richiesta congiunta, il giudice non dovrà omologare l’accordo, in quanto il minore ha il diritto, previsto dalla legge, a ricevere cura e assistenza morale e materiale sia dalla madre che dal padre (c.d. diritto alla bigenitorialità).

Quindi spetta solo al giudice decidere di disporre l’affido esclusivo sulla base di circostanze concrete, dettagliate e specifiche tali da poter stabilire che l’interesse dei figli sia pregiudicato dal comportamento di uno dei genitori.

Raffaella Mari           La legge per tutti       20 marzo 2019

www.laleggepertutti.it/3646_affidamento-esclusivo-del-minore-a-un-solo-genitore-quando-e-perche

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ASSEGNO DIVORZILE

Tornano in Parlamento le nuove norme sull'assegno di divorzio

Riproposto con ampio consenso il modello Ferranti per il mantenimento del coniuge divorziato con alcune modifiche che ne accentuano i rischi. Venne già commentata la Pdl 4605 [proposta di legge) che si proponeva di individuare un’equa via di mezzo che dopo il divorzio evitasse rendite di posizione per il coniuge beneficiario di assegno e al tempo stesso un suo drammatico e insanabile impoverimento, a dispetto dei sacrifici di una vita.

www.studiocataldi.it/articoli/27761-assegno-divorzio-dire-addio-al-tenore-di-vita-per-condividere-anche-il-risparmio.asp

Caduto il progetto per la chiusura della legislatura, quella iniziativa viene ora riproposta (Pdl 506, unica firmataria e relatrice l'on. Alessia Morani) con taluni ritocchi, che tuttavia non ne alterano la sostanza e soprattutto non ne risolvono gli aspetti negativi, già a suo tempo riscontrati, ma più probabilmente appaiono destinati ad accentuarli.                                               www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_33965_1.pdf

Già nella presentazione si riscontrano le stesse forzature nell'interpretazione delle legislazioni straniere, invocate per inserire il provvedimento in una generale "normalità" che viceversa sembra proprio non esistere, visto che in generale il divorzio è pensato come tombale rispetto al matrimonio. Vero che qua e là la sentenza conclusiva è accompagnata da un aiuto per il coniuge debole, in nome di condivisibili principi solidaristici; un aiuto, tuttavia, pensato come una sorta di "indennità di fine rapporto", versato il quale si è definitivamente liberi.

            Viceversa, la Pdl in oggetto, sforzandosi di trovare analogie, presenta i pochi casi in cui qualcosa del genere esiste come il dominante "orientamento degli ordinamenti europei", e per giunta ritaglia le norme dal contesto, dando loro l'interpretazione che più conviene. Senza ripetere tutte le considerazioni già svolte sul punto nel citato intervento precedente, è il caso della normativa francese, che largamente ispira nell'articolato la Pdl.

            Di essa non si dice che al momento del divorzio prevede e dettaglia in ben sei articoli (270 e segg. c.c.) la liquidazione una tantum limitandosi ad aggiungere a una prassi evidentemente prevalente solo una teorica possibilità (art. 276 c.c.): "A tigre exceptionnel, le juge peut, par décision spécialement motivée... , lorsque l'âge ou l'état de santé du créancier ne lui permet pas de subvenir à ses besoins, fixer la prestation compensatoire sous forme de rente viagère" dove è chiaramente evidenziato che si tratta di casi che escono del tutto dall'ordinario. Per giunta, la Pdl si limita a citare l'erogazione a forfait nell'introduzione, ma nell'articolato neppure la ipotizza, dichiarando in tal modo la propria volontà di favorire la corresponsione di vitalizi. E che per "coniuge debole" debba intendersi la moglie - non per motivi statistici, che sarebbero accettabili, ma ideologici - risulta abbastanza chiaro dall'avere spazzato via dalla formulazione francese i due più significativi e ragionevoli parametri, ovvero l'età e le condizioni di salute sia del beneficiario che dell'obbligato, forse nella documentata consapevolezza che i mariti in genere sono più grandi e più malandati delle mogli.

            Non manca, in effetti nella Pdl 506 qualche attenuazione rispetto alla precedente Pdl 4605, come avere optato per una facoltà del giudice di disporre l'assegno anziché un obbligo, allineandosi con quanto la Pdl 4605 annunciava nell'introduzione, ma non prevedeva nelle prescrizioni, probabilmente per una frettolosa redazione. In cambio di ciò la Pdl si segnala per varie modifiche decisamente pesanti sotto il profilo delle conseguenze per l'obbligato. Lo si comprende immediatamente dalla definizione dello scopo al quale è destinato l'assegno: "... a equilibrare, per quanto possibile, la disparità che lo scioglimento o la cessazione degli effetti del matrimonio crea nelle condizioni di vita rispettive dei coniugi".

            Indubbiamente, una analisi intellettualmente onesta dei termini impiegati porta a concludere che si dovranno sommare le risorse di entrambi e dividere per due, con il che si va già ben oltre quanto basta per il mantenimento del precedente tenore di vita. Dove, però, per "risorse" non si considera più il solo reddito ma, altra novità della Morani, anche il patrimonio posseduto ("il patrimonio e il reddito di entrambi"), a prescindere dal modo in cui sia stato acquisito. Quindi anche ciò che il coniuge obbligato abbia guadagnato prima di contrarre matrimonio o in qualsiasi momento ereditato. Ovviamente si allude anche al patrimonio del beneficiario, ma siccome questi è per definizione "il coniuge debole" è scontato che anche le risorse patrimoniali siano di regola inferiori.

            Tradotto in termini concreti, pur considerando l'altro insieme di circostanze alle quali il giudice potrà fare attenzione, è evidente che scompare qualsiasi interesse a rendersi autonomi e il matrimonio torna - tipicamente per la donna - all'ottocentesca valenza di "sistemazione". Senza nulla togliere o negare a una doverosa solidarietà verso chi abbia svolto per lunghi anni un lavoro domestico non retribuito e si trovi poi senza risorse proprie a una età che non permette l'ingresso nel mondo del lavoro, ragionando a monte c'è da chiedersi quanto convenga alla donna abbandonare la propria attività e trascorrere la vita familiare alle dipendenze economiche del compagno, ovvero se non sia il caso quanto meno di non incoraggiare il crearsi di queste situazioni. Già, perché nel 2016 l'età media al matrimonio è stata di 37 anni per gli uomini e 33 per le donne; dunque tipicamente ciascuno aveva già caratterizzato in modo autonomo la propria vita sociale: il fabbro e l'infermiera, l'imprenditrice e l'avvocato. Ma allora, è davvero politicamente utile e "progressista" introdurre norme che allontanano dal senso di responsabilità personale (in antitesi con lo sforzo compiuto da Corte di Cassazione, prima Sezione civile, sentenza n. 11504,10 maggio 2017),

www.altalex.com/documents/news/2017/05/10/assegno-di-divorzio-addio-al-tenore-di-vita

assicurando un paracadute economico che nella fattispecie va addirittura oltre la garanzia di una vita adeguata ai propri meriti? Se davvero si sta andando alla ricerca di soluzioni eque che vogliano evitare i due eccessi su cui diffusamente insiste la proposta nell'introduzione, quanto meno non appare ragionevole, né equo, né socialmente opportuno pensare di superare il riferimento al "tenore di vita" goduto in costanza di matrimonio, procedendo in sostanza alla confisca dei beni dell'obbligato. Ad es., se una insegnante che ha lasciato il lavoro per dedicarsi alla famiglia può vivere più che dignitosamente con 3.000,00 € al mese (quello che guadagnerebbe nella migliore delle ipotesi se non avesse lasciato la scuola), perché separandosi con la Pdl 506 (se diventasse legge) ne dovrebbe ottenere 5.000,00 solo perché nel frattempo l'ex marito ha ereditato dei beni di famiglia, dei quali lei non ha alcun merito? Non poteva bastare, quale finalità dell'assegno - contro il quale "di per sé" nulla qui si dice - quella di "assicurare, per quanto possibile, decorose condizioni di vita, valutate tenendo conto delle condizioni sociali proprie del beneficiario"?

            Certo, tutto questo potrà anche non avvenire, visto che il giudice "può" e non "deve" disporre l'assegno divorzile, e con ampio margine di discrezionalità, che ruota su una quantità di circostanze. Ma sarà merito del magistrato, non certo della legge, che così com'è si presta alle più inique interpretazioni e applicazioni. Anzi, forse il rischio maggiore non è stato ancora qui evidenziato. Tra i parametri da considerare ai fini della erogazione dell'assegno la Pdl 506 inserisce creativamente "il comportamento complessivamente tenuto da ciascuno in ordine al venir meno della comunione spirituale e materiale". Una vera dritta a vantaggio di chi voglia salvarsi dall'obbligo: speculare sulla causa del fallimento dell'unione, proprio in un momento in cui da più parti si suggerisce la cancellazione dell'addebito. Non è difficile immaginare quanto se ne avvantaggerà il contenzioso; nonché l'attività delle agenzie investigative.

            Ce n'è abbastanza per suggerire che il progetto non vada avanti senza sostanziali emendamenti.

Marino Maglietta      Studio Cataldi                        24 marzo 2019

www.studiocataldi.it/articoli/34020-tornano-in-parlamento-le-nuove-norme-sull-assegno-di-divorzio.asp

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ASSOCIAZIONI - MOVIMENTI

AICCeF. L'intervento di Rita Roberto al Convegno CIPRA

Équipe interdisciplinari. Un ponte possibile fra i diversi ambiti e settori d’intervento

Nell’ambito delle iniziative programmate per il World Social Work Day del 19 marzo 2019, il CROAS insieme al CIPRA e a CO.ME.TE. hanno promosso a Brescia il 22 marzo 2019 una interessante giornata di riflessione sul valore delle équipe multi e interdisciplinari e di condivisione di pratiche professionali, portando valide esperienze nel campo della relazione d’aiuto - passate e future.

 Abbiamo aderito molto volentieri all’invito della presidente CIPRA Cécile Edelstein per portare il contributo dell’AICCeF nel panorama delle professioni della relazione di aiuto con la relazione Lavorare in équipe: ricchezza e risorsa della consulenza familiare, curata dalla nostra presidente Stefania Sinigaglia e da Rita Roberto. Questa relazione ci ha permesso sia di parlare della nostra storia, della metodologia della consulenza familiare, del lavoro in équipe e sia del nostro profilo professionale.

            E’ stato un evento importante che ha messo in dialogo costruttivo i rappresentanti dei servizi alla persona che interagiscono nel processo della relazione di aiuto. Questo evento mette le basi per rispondere al bisogno di trovare una collaborazione sostanziale, che richiede un’accurata e costante opera di tessitura di relazioni che non nascono spontanee, ma necessitano di una volontà precisa d’integrazione: pubblico, privato sociale e privato.

E’ stato molto arricchente riflettere insieme sulle risorse e i vincoli di pratiche collaborative fra i diversi settori e ambiti e le varie professioni; valorizzare e mettere a fuoco il ruolo delle singole professioni all’interno delle équipe.

Alla fine degli interventi della giornata, si è svolta una Tavola rotonda a cui hanno partecipato tutti i rappresentanti delle professioni della relazione d'aiuto. E' stato importante vedere colloquiare costruttivamente tutte le figure professionali che interagiscono nel processo della relazione di aiuto, tradizionali e non.

Questo dialogo è fondamentale per evitare il rischio che i singoli professionisti rimangano isolati, che il lavoro nella relazione d’aiuto si fossilizzi in una pratica parcellizzata, che i diversi ambiti d'intervento– sociale, sanitario, educativo, legale – vengono sempre più distinti e frammentati e che il terzo settore fatichi a rimanere a fianco delle strutture pubbliche.

https://ilconsulente11.blogspot.com/2019/03/lintervento-di-rita-roberto-al-convegno.html

Le 32 slide dell'intervento              https://youtu.be/4V_fxWUzRl4

 

Un impegno al centro della società

            «Il vostro impegno non si pone ai margini, ma al centro della vita e la segna in modo decisivo, come pure appare dirimente per il futuro della società». Così si è espresso il cardinale arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori nel suo caloroso messaggio ai partecipanti dell’assemblea nazionale del Movimento per la vita che si è tenuta a Firenze nei giorni scorsi. Una partecipazione vivace, arricchita da un video di saluti e messaggi rivolti all’Mpv da parte di esponenti di altri movimenti e associazioni italiane e internazionali. Una coralità non casuale, perché, come ha ricordato la presidente nazionale Marina Casini Bandini, il Mpv «ha sempre cercato di essere strumento di unità nel mondo cristiano e anche al di fuori di esso, operando come lievito che fermenta la società e rifiutando l’idea di avere il monopolio della difesa della vita. La grandezza della vita umana e delle relative questioni emergenti esige che il Movimento non sia un’associazione chiusa in se stessa, distinta e separata da altri gruppi, ma una realtà aggregante capace di risvegliare la sensibilità di molti».

La relazione della presidente ha offerto uno sguardo sullo scenario culturale italiano in ordine alla tutela della vita nascente per ricavare ancora una volta le ragioni profonde dell’impegno e del significato della presenza e dell’operatività del Movimento in un contesto che ha visto la vita dei ‘più poveri tra i poveri’ subire forti contraddizioni. Tra i temi toccati, la legge 194\1978, la contraccezione post-coitale, la denatalità, l’obiezione di coscienza, le derive della procreazione assistita.

Perché torni a prevalere il diritto alla vita – è il messaggio dell’assemblea – occorre il verificarsi di alcune condizioni culturali come il riconoscimento della piena umanità del concepito e della sua qualità di soggetto per il diritto, la laicissima difesa del diritto alla vita dei bambini in viaggio verso la nascita, l’accettazione del principio di gradualità, l’individuazione di metodi alternativi alla sanzione penale per la difesa della vita nascente con riferimento alla gravidanza, una forte e chiara consapevolezza dell’alleanza tra la donna e la vita.

In particolare si punta sul riconoscimento del concepito come essere umano – uno di noi – cercando l’alleanza di tutte le donne d’Italia, in primo luogo e le madri. Uno spazio di riflessione è stato dedicato anche al fine vita, ricordando che la «mentalità eutanasica è figlia della mentalità abortista».

Molte le attività svolte quest’anno, sia a livello nazionale (la formazione dei giovani e degli operatori Cav, il coordinamento delle Case di accoglienza e di Sos Vita, il Progetto Gemma), sia internazionale (mediante il collegamento con la federazione europea One of us e Heartbeat International).

            Il card. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, nel suo saluto all’assemblea del Movimento per la vita, ha detto «L’impegno di difendere e promuovere il valore della vita umana dal concepimento alla morte naturale a fronte dell’affievolirsi, sul piano delle leggi civili, del riconoscimento di ogni essere umano come soggetto titolare dell’inalienabile diritto alla vita non si pone ai margini ma al centro della questione della vita e la segna in modo decisivo, come pure appare dirimente per il futuro della società. Questo soprattutto in un contesto culturale e politico in cui, a fronte della fragilità della persona, cresce l’insinuazione ingannevole che la risposta adeguata non sia la cura ma l’eutanasia».

Comunicato Stampa Daniele Nardi 22 marzo 2019

www.mpv.org/category/comunicazione/comunicati-stampa

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF - n. 11, 20 marzo 2019

Unione Europea. Anziani e diritti di previdenza sociale e sanità in caso di trasferimento in altri

paesi. Un breve video di "servizio", che spiega come funzionano gli accordi europei per le prestazioni sanitarie e pensionistiche quando un pensionato si trasferisce in un altro Paese (nel video seguiamo Marta, che ha lavorato in Finlandia e va a vivere la sua pensione in Portogallo). Molto interessante perché è un piccolo esempio di come si è costruita una "buona Europa", in cui per le persone (in questo caso gli anziani) è più facile vivere le proprie libere scelte di mobilità.

https://audiovisual.ec.europa.eu/en/video/I-076257

Il video non si riferisce al nodo della differente tassazione sulle pensioni nei diversi Paesi, che è regolata invece a livello nazionale, e che necessita di particolare attenzione (se si vuole confrontare la pressione fiscale sui redditi da pensione tra un Paese e l'altro, o per evitare la doppia tassazione tra Paese d'origine e Paese di nuova residenza.           https://audiovisual.ec.europa.eu/en/video/I-076257

La triste deriva di un’etica minimalista. Il caso della prostituzione. "La Corte Costituzionale con una decisione di grande buon senso, di elevata dirittura morale e di profonda fondatezza giuridica ha respinto l'ipotesi che in fondo fare la escort 'sia una professione come un’altra'. Comprando l’uso del corpo di una persona, anche consenziente, la si riduce comunque in schiavitù e si tradisce la tutela della dignità umana". Un commento del direttore CISF (F.Belletti) su Famiglia Cristiana on line.

www.famigliacristiana.it/articolo/prostituzione-e-liberta-chi-consiglierebbe-questo-lavoro-ai-propri-cari.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_20_03_2019

Vedi anche l'accurata ricostruzione storica sulla Legge Merlin e la chiara posizione della Comunità Papa Giovanni XXIII, da sempre al fianco delle donne sulla strada, contro la tratta e la prostituzione, sulle orme di don Oreste Benzi.             www.apg23.org/it/post/legge-merlin-prostituzione-italia.html

Women in politics in the EU: State of play (Donne in politica nell'Unione Europea: stato dell'arte). A cento anni di distanza dal momento in cui le donne hanno cominciato a poter votare e ad essere elette, la loro presenza nella vita pubblica, in politica e nei vari parlamenti locali, nazionali ed europei è ancora fortemente sottodimensionata. In questo breve report dell'Unione Europea sono contenuti alcuni interessanti dati in merito, oltre che suggerimenti e indicazioni per poter migliorare questa situazione.

www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/BRIE/2019/635548/EPRS_BRI(2019)635548_EN.pdf

Qualche dato storico: nel 1919 Belgio e Svezia concessero qualche limitato diritto di voto ad alcune categorie di donne. In Belgio il voto a tutte le donne fu accordato nel 1948, in Svezia nel 1921. La Finlandia è stata la prima nazione UE a dare il diritto di voto alle donne, nel 1906.Voto alle donne in Italia per la prima volta con il referendum del 1946 su monarchia o repubblica. Vedi anche questi dati sintetici UE sulla percentuale di donne elette nei Parlamenti delle singole nazioni e nel Parlamento Europeo.

www.europarl.europa.eu/EPRS/EPRS-at-a-glance-599314-Women-in-parliaments%20Update_FINAL.pdf

Il Centro Studi di Itinerari Previdenziali ha recentemente pubblicato il Rapporto “Bilancio del sistema previdenziale italiano” per il 2017, che illustra gli andamenti della spesa, delle entrate contributive e dei saldi delle gestioni pubbliche e privatizzate che compongono il sistema pensionistico obbligatorio italiano. Questi i dati principali: a fronte di entrate per circa 200 miliardi di euro, le uscite sono state 220,8 miliardi; in rapporto al PIL, la spesa pensionistica è passata dal 10,8% del 1989 al 14,8% del 2017; sull’intera spesa sociale, pari a circa il 30% del PIL, la spesa pensionistica ne costituisce quasi il 60%. La conseguenza di questa situazione: forti limitazioni per tutte le altre aree di intervento sociale, dalla sanità al sostegno alla disabilità, dal supporto alla famiglia e alla genitorialità alle politiche di housing, dall’inclusione sociale alla formazione, nonché una forte preoccupazione per la tenuta complessiva del nostro sistema di welfare. Siamo sicuri che ciò di cui c’è bisogno per garantire un futuro alle giovani generazioni siano le “quota 100”?

www.itinerariprevidenziali.it/site/home/biblioteca/pubblicazioni/sesto-rapporto-bilancio-del-sistema-previdenziale-italiano.html

Il disagio abitativo nelle famiglie con figli. Alcuni dati recenti. Le spese per l’abitazione sono considerate tra le più onerose per le famiglie che hanno figli. Con conseguenze negative sulla vita dei bambini: case affollate, lontane dai servizi o con problemi. Un punto su alcuni indicatori del disagio abitativo. "I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa sono realizzati da Openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo"

www.openpolis.it/il-disagio-abitativo-nelle-famiglie-con-figli

Dalle case editrici

  • Eugenia Scabini, Raffaella Iafrate. Psicologia dei legami familiari, Il Mulino, Bologna 2019.

Il volume propone una chiave di lettura innovativa della psicologia dei legami familiari nella quale dimensioni teoriche, metodologiche e di intervento sono strettamente connesse e coerenti con un modello di riferimento, il modello relazionale simbolico. Tale prospettiva viene poi declinata nelle varie transizioni cui i legami familiari vanno incontro, la transizione al patto di coppia, la nascita del legame genitoriale, il distacco dei figli e il distacco dalla vita. Di ciascuna di queste transizioni vengono individuati gli obiettivi e i compiti di sviluppo intergenerazionali.

Viene anche dato spazio a transizioni peculiari quali la separazione, la ricomposizione familiare, l’adozione, l’affido e l’immigrazione. Infine, dopo una breve esposizione della peculiarità della ricerca sulla famiglia, vengono esposte alcune forme di intervento psico/sociale e clinico/sociale in sintonia con la prospettiva proposta quali i percorsi di Enrichment Familiare, i Gruppi di Parola per i figli di genitori separati e la Mediazione Familiare. Il testo è rivolto a studenti, a professionisti e a tutti coloro che sono interessati a comprendere le dinamiche familiari in una società in grande trasformazione.

                                                                    Save the date

  • Nord: Legami sociali e stili comunicativi di comunità, seminario promosso dal Dipartimento di Sociologia dell'Università Cattolica con il Patrocinio della Facoltà di Scienze della Formazione, Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia, Cremit, Milano, 9 aprile 2019.

https://centridiateneo.unicatt.it/famiglia-0001.jpg

  • Nord: Verso il sad 2.0. Rilanciare i servizi domiciliari dei Comuni tra caregiver familiari, badanti e bisogni emergenti, incontro formativo promosso da IRS/Scuola IRS per il Sociale (con crediti formativi per gli assistenti sociali). Milano, 28 marzo 2019.

http://scuolairsperilsociale.it/wp-content/uploads/2019/01/PROGRAMMA-GIORNATA-SAD-28-marzo.pdf

  • Centro: Dall'individuo al sistema e dal sistema all'individuo. Il lavoro sul vincolo e sull’individuazione nella terapia sistemica, convegno promosso da IIPR (Istituto Italiano di Psicoterapia Relazionale) e SIPRES (Società Italiana di Psicoterapia Relazionale E Sistemica), Gaeta (LT), 11–14 aprile 2019.

www.iipritalia.it/_HOME/download/Covegno%20IIPR-SIPRES/2019/IIPR-SIPRES%202019.pdf

  • Sud: Diritti delle donne... Nella consapevolezza che occorre nutrirsi di conoscenze e di contenuti più ampiamente culturali e progettuali, promosso da Associazione Progetto Donna, Monopoli (BA), 23 marzo 2019.

www.csvbari.com/new/wp-content/uploads/2019/03/SEMINARIO.pdf

  • Estero: Representations of Migration and Emotions of Exclusion (Rappresentazioni delle migrazioni e sentimenti di esclusione), workshop presso il Max Planck Institute for Human Development, Berlino, 20–21 marzo 2019.

www.mpib-berlin.mpg.de/sites/default/files/media/pdf/24/program_representations_of_migration_5.pdf

  • Estero: Positive Parenting and Social Inclusion. Vulnerability of Families with Children, evento collaterale (side event) promosso da alcune delegazioni di Stati presso le Nazioni Unite (tra cui l'Italia) e alcune NGO internazionali in occasione della 52.a Sessione della Commissione Popolazione e Sviluppo, New York, 4 aprile 2019.                                                                                                    www.familyperspective.org/act/act-0048-en.php

Iscrizione                http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

Archivio        http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/marzo2019/5115/index.html

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CENTRO ITALIANO SESSUOLOGIA

Educazione sessuale 3.0 (riservato agli insegnanti).

12-13 aprile 2019 – Firenze (partecipazione gratuita)

www.cisonline.net/wp-content/uploads/2019/02/CIS-ok1-2.pdf

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CHIESA CATTOLICA

Il “Me Too delle donne: quando il potere maschile è sacro

https://it.wikipedia.org/wiki/Movimento_Me_Too

La realtà degli abusi sessuali commessi da presbiteri ai danni di tante suore è stata finora insabbiata, nonostante le segnalazioni e i dossier disponibili da molto tempo. Ci sarà ora una risposta adeguata, dopo che le religiose hanno approfittato del recente incontro sulla protezione dei minori per denunciare, ancora una volta, questa estrema manifestazione di ineguaglianza di genere nella Chiesa?

Papa Francesco, convocando gli “Stati generali” sulla Protezione dei minori nella Chiesa, ha aperto l’armadio degli scheletri clericali che l’ipocrisia di molti cattolici preferirebbe tenere chiuso. Le superiore degli Ordini femminili hanno approfittato del crimen della pedofilia (impropriamente, perché si tratta di una questione del tutto diversa) per ri-presentare il crimen della violenza di genere in ambito clericale. Hanno evocato vecchi dossier che, più volte spediti alla Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, non avevano mai avuto risposta. L’argomento scottante che il papa ha accettato venisse denunciato è tuttavia rimasto in secondo piano, sia all’interno degli “Stati generali”, sia sui media: ci sarà da temere che una così inquietante questione possa venire, ancora una volta, accantonata? Sembra che le suore ormai siano determinate a volere che il Satana maschio, frequentatore di conventi e parrocchie, abbia nomi e cognomi, e non siano più disposte a chinare la testa.

Le denunce ci sono da più di vent’anni. Nella sessione è stata menzionata suor Maura O’Donohue, che, nel 1995, aveva raccolto prove impressionanti a carico di sacerdoti che, per essere sicuri di evitare il contagio, “frequentavano” i conventi: «Si scoprirono cose agghiaccianti: una superiora che, in Africa, era ricorsa al vescovo a causa dello lo stato di gravidanza di 29 suore abusate da preti diocesani fu sollevata dall’incarico con tutto il capitolo; suore violate, lasciate sole con il loro bambino a rischio di indigenza totale e ridotte ad assumere il ruolo di seconda o terza moglie in una famiglia o a diventare prostitute; era opinione diffusa che le suore costituivano l’obiettivo sicuro da un punto di vista sanitario per le esigenze sessuali dei preti, non garantiti dai contagi se frequentavano le prostitute; alcuni preti suggerivano alle suore prese di mira di assumere contraccettivi con il falso pretesto che servivano contro l’Aids; una suora indotta all’aborto dal prete che aveva abusato di lei, morì per le conseguenze dell’intervento e fu il responsabile della sua rovina a celebrarne il funerale».

Un paio d’anni dopo suor Marie McDonald aveva presentato per via gerarchica altri dossier di cui pervenne notizia alla stampa inglese. Il National Catholic Reporter, ma anche il Global Sister Report hanno più volte ospitato interventi di religiose che, oltre a rivelare deplorevoli casistiche, hanno segnalato, a scopo preventivo, le strategie di adescamento a cui ricorrono i preti, lo squilibrio di potere e l’aura di sacralità che possono rendere vulnerabile la vittima, oltre che il dovere di denunciare le violenze e i pericoli di punizioni e trasferimenti a cui può andare incontro tanto la suora offesa quanto la superiora che abbia accolto una denuncia; come è accaduto a sr. Esperanza Principio, della Women and Gender Commission delle Superiore filippine, che si trovò costretta, per mantenere la sua vocazione, a cambiare ordine religioso e paese.

Sr. Rita Mboshu Kongo, docente all’università Urbaniana, ha recentemente confermato la persistenza delle violenze non essendoci mai stati interventi ufficiali. La rivista Il Regno all’inizio del 2019 ha informato del caso del vescovo di Jalandhar nel Punjab, Franco Mulakkal, che ha usato violenza alla superiora delle Missionarie di Gesù convocata per “importanti questioni”. La suora, mandate lettere a tutte le istanze superiori, essendo stata rimossa dalla carica, ha presentato denuncia alla polizia e mons. Mulakkan è stato arrestato, poi rilasciato su cauzione. La diocesi è pienamente solidale con la suora, ma l’ex-primo ministro del Kerala teme che, se il vescovo resta in libertà, «userà il suo potere per distruggere prove e influenzare i testimoni» e influenzare la Corte Suprema.

Se il maschio è Dio. Non c’è una scala di gravità nelle violenze sessuali contro le donne. Tutte sono violazioni dell’intimità femminile che, senza consenso, restano inaccettabili. Se giungono allo stupro, sottraggono alle vittime pezzi di anima. Nel caso della suora che ha subito violenza da parte di un prete, la situazione assume aspetti che raggiungono un estremo che sfugge alla comprensione.

Nel cattolicesimo, infatti, ci sono persone che hanno “consacrato” a Dio e al prossimo non solo la mente e il cuore, ma anche il corpo, un corpo di per sé sessuato e forma del divino: preti e suore che per vocazione rinunciano – per legge della Chiesa – alla libertà di altre scelte di vita. Ma la volontà della Chiesa non segue la simbologia biblica: l’Adamo che si fa prete diventa padrone dell’altare, agisce in persona Christi ed è autorizzato al comando; Eva invece, pur consacrata, non è degna di salire all’altare, non presiede, non consacra e, in quanto donna, resta soggetta all’obbedienza. Una donna non solo esclusa dal ministero, ma psicologicamente esposta alle suggestione di chi rappresenta il suo Signore. Che anche lui abbia pronunciato gli stessi voti, non ha importanza: conserva il potere e i privilegi maschili, con in più il carisma del sacro a incutere soggezione. Se un uomo potente e sacralizzato commette violenza verso una donna così, le conseguenze, sempre psicologicamente disastrose, azzerano ogni fiducia e distruggono perfino Dio.

Suor Maura o’Donohue sarebbe stata molto contenta che un papa si sia fatto carico dell’urgenza di «integrare la donna come figura della Chiesa nel nostro pensiero, pensare la Chiesa con le categorie di una donna», anche se poi è tornato all’immagine di una Chiesa che resta “donna, è sposa, è madre” a conferma dello stereotipo.

Intanto un uomo di valore come il cardinale Christoph Schoenborn, arcivescovo di Vienna, ha rotto il silenzio dei maschi e ha voluto incontrare in una trasmissione televisiva Doris Wagner Reisingen, religiosa vittima di un prelato che divenne poi consulente della Congregazione per la dottrina della fede. Uscita dalla Chiesa, Doris scrisse Non sono più io. Storia di una giovane suora, che ha interessato il cardinale, il quale ha espresso la necessità da parte della Chiesa di riconoscere la squilibrata posizione di potere del prete e la sua immagine sacralizzata («figura sacra, intoccabile, il signor parroco…»), i peccati estremi della Chiesa. Un’intera cultura ecclesiastica va riformata nel rispetto dell’uguaglianza dei generi, riconosce il cardinale.

Per ora resta una Chiesa di celibi che insegnano la virtù alle famiglie e alle donne, non ai maschi.

Giancarla Codrignani               Il Regno delle donne, 19 marzo 2019

http://giancodri.women.it/il-metoo-delle-suore

 

Chiesa: Vergottini (teologo), “è molto più di una democrazia”

La Chiesa cattolica non è una “democrazia”; al tempo stesso “non ha senso parlare nel suo caso” di una “monarchia”. Si può però affermare che “la Chiesa non è una democrazia soltanto a condizione di voler sostenere che essa è molto più di una democrazia. In altre parole, il vissuto ecclesiale dovrà contraddistinguersi per forme concrete di realizzazione che lascino trasparire uno stile ancora ‘più democratico’, cioè più libero, egualitario, partecipativo e antiautoritario”.

Lo sostiene Marco Vergottini, incaricato di Teologia pastorale alla Facoltà teologica del Triveneto (Fttr) e autore del volume “Il cristiano testimone. Congedo dalla teologia del laicato” (Edb, Bologna 2017), in un’intervista pubblicata dal sito della stessa Fttr, in vista del convegno sulla sinodalità delle Facoltà teologiche italiane che si terrà il 12 aprile 2019 a Padova. Con riferimento ai consigli pastorali diocesani o parrocchiali, Vergottini osserva che si ripete frequentemente che “tali organismi, non potendo rivendicare un potere deliberativo, si devono accontentare di esprimere un parere solo consultivo”, ma ciò “costituisce un palese equivoco”.

“A proposito del ‘consigliare’ nella chiesa, bisogna finalmente mettere fine a un falso dualismo espresso dalla coppia consultivo/deliberativo”, chiarisce il teologo secondo il quale “poiché il consiglio è un dono dello Spirito, e non già una prestazione del singolo, il pastore non può che sentirsi obbligato in presenza di consigli saggi, ben ponderati, spirituali che promuovono il bene della comunità”.

Agenzia SIR   18 marzo 2019

https://agensir.it/quotidiano/2019/3/18/chiesa-vergottini-teologo-e-molto-piu-di-una-democrazia

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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Bassetti: «Per un cattolico è immorale vedere nel migrante un nemico»

Per un cattolico è immorale vedere nel migrante un nemico da combattere o da odiare». Negli ultimi tempi «si è diffuso un clima di paura, a volte alimentato in modo irresponsabile, che ha fatto emergere rigurgiti xenofobi». Parole durissime quelle del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente dei vescovi italiani, che diventano un monito nei giorni dell’ennesimo braccio di ferro tra il ministro dell’Interno Salvini e una nave Ong piena di disperati del mare. Vengono in mente il giuramento sul Vangelo del leader leghista, i richiami all’«accoglienza prudente» di papa Francesco e le polemiche - presenti e accese anche nelle parrocchie - sull’atteggiamento da tenere nei confronti degli immigrati.

Eminenza, un cattolico come deve rapportarsi al tema migranti?

«I cattolici devono rapportarsi al tema dei migranti con grande amore e fede certa, tenendo sempre amente il Vangelo di Matteo: “ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto”. Papa Francesco ha donato alla Chiesa 4 verbi per affrontare la sfida delle migrazioni internazionali: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Quattro verbi che sintetizzano una lunga serie di azioni pastorali ma che hanno un unico grande significato: attraverso l’accoglienza noi scegliamo di accogliere Cristo nella nostra vita e difendiamo la dignità inviolabile di ogni essere umano. Perché – è bene ricordarlo con fermezza – i migranti fanno parte dell’unica famiglia umana e non sono cittadini di serie B. I migranti sono gli ultimi, i piccoli e i poveri di questo mondo e come disse Paolo VI i poveri appartengono alla Chiesa per “diritto evangelico”. Con altrettanta fermezza vorrei ribadire un concetto che forse scomoda i benpensanti: per un cattolico è assolutamente immorale vedere nel migrante un nemico da combattere o da odiare».

L’Italia è inquinata dal razzismo?

«L’Italia è un Paese con una grande tradizione umanitaria ed è abitata da un popolo gioioso e creativo che nei momenti di difficoltà ha sempre dato il meglio di sé. Quindi non direi che l’Italia è inquinata dal razzismo. Penso, però, che negli ultimi anni, complice una durissima crisi economica, si è diffuso un clima di paura e di incertezza, a volte alimentato in modo irresponsabile, che ha contaminato lo spirito pubblico fino a far emergere alcuni rigurgiti xenofobi».

Come bisogna affrontare il diffondersi di populismi e sovranismi? Quali sono i pericoli che ne derivano?

«Ogni epoca storica ha avuto i suoi “ismi” pericolosi: comunismo, fascismo, nazismo, laicismo, relativismo e via discorrendo. Solitamente, tutte queste ideologie hanno promesso all’uomo un paradiso in Terra che consisteva nel benessere e nella felicità. Oggi come ieri bisogna quindi stare molto attenti nel promettere al popolo delle facili ricette. Il rischio grosso è che con il passar del tempo queste ricette si traducano facilmente in soluzioni illusorie e quindi possano generare ancor più frustrazione e rabbia sociale. Penso dunque che sarebbe opportuno tornare a guardare con saggezza e realismo alla tradizione del popolarismo sturziano e al personalismo di Maritain. Il popolo infatti non si accarezza con gli slogan e le promesse mirabolanti ma lo si aiuta a crescere fornendo risposte concrete e parole di verità».

A 100 anni dall’appello di don Sturzo, che cosa sono chiamati a essere e a fare i cattolici in politica? E che ruolo dovrebbero avere i preti e i vescovi?

«I cattolici in politica sono chiamati a mettere in pratica autenticamente la logica del servizio: non si fa politica per carriera, per soldi o per bramosia di potere, ma come impegno di umanità e santità. La politica è una missione in cui i cattolici possono rendere testimonianza al Vangelo servendo con carità il proprio Paese. I pastori invece hanno un altro grande compito: quello di esortare alla fedeltà del magistero della dottrina sociale della Chiesa Cattolica, alla comunione fraterna e alla solidarietà tra le persone. Non mi stancherò mai di dirlo: il laicato cattolico deve superare, una volta per tutte, questa vecchia e sterile divisione tra chi si occupa solo di bioetica e chi soltanto di povertà. Il messaggio sociale del cristianesimo è unitario e si basa sulla salvaguardia della dignità della persona umana in ogni circostanza: dalla maternità al lavoro, dal rapporto con la scienza alla cura dei migranti».

Uno dei temi cruciali per la Chiesa è la famiglia: qual è lo “stato di salute” della famiglia? Di che cosa ha più bisogno?

«A me sembra che oggi siamo in presenza di “famiglie sole” che vivono in un mondo liquido ma che, nonostante le moltissime difficoltà, continuano ad essere “la roccia” della nostra società. Fare una famiglia oggi è un atto di eroismo incredibile perché significa andare totalmente controcorrente. Contro un sistema sociale e culturale che privilegia ogni forma di individualismo rispetto alla famiglia e favorisce ogni desiderio al di là di ogni responsabilità. Oggi sembra quasi impossibile parlare al mondo dell’esistenza di un amore per sempre, che non finisce e non si divide. Eppure, nonostante questa lunga serie di ostacoli che rendono difficile la vita delle coppie, la famiglia continua ad essere un baluardo, anzi, una roccia della nostra esistenza. La prima cosa di cui oggi c’è assoluto bisogno consiste nel ribadire, con forza, che l’unione matrimoniale tra un uomo e una donna, aperta ai figli, non è una struttura residuale della storia, ma è la cellula fondamentale ed insostituibile del nostro vivere in comune».

Che cosa dovrebbero fare i governanti in ambito familiare? C’è un modello di politiche familiari di qualche paese straniero a cui Lei farebbe riferimento?

«I paesi stranieri, soprattutto quelli con una democrazia ancora giovane e con un passato autoritario, non li prenderei come esempio: devono ancora maturare, hanno molta strada da fare. Riguardo all’Italia la prima considerazione da fare è un po’ amara. Perché, al di là delle tante parole, siamo ancora indietro sulle politiche familiari. Il presente e il recente passato sono infatti caratterizzati da tante chiacchiere e pochi fatti. Io penso, invece, che ci siano almeno tre campi su cui agire concretamente:

  1. In primo luogo, un nuovo welfare più vicino alle famiglie che non si traduca soltanto in piccoli interventi monetari ma che produca un nuovo intervento sociale a sostegno delle coppie giovani, dei precari, delle donne e della natalità;
  2.  In secondo luogo, un rafforzamento dell’alleanza scuola-famiglia, in cui gli alunni siano al centro del progetto educativo, i docenti siano valorizzati nella loro professionalità, e le famiglie siano salvaguardate da ogni deriva ideologica in campo educativo;
  3. In terzo luogo, infine, ciò di cui c’è più bisogno, oggi, è una nuova organizzazione del lavoro che si basi sul cosiddetto fattore famiglia».

In che senso?

«Occorre ripensare i tempi di lavoro e bilanciarli con quelli di un armonico sviluppo morale e civile, non solo economico, della famiglia. Sono sicuro che se un lavoratore è inserito in un ambiente di lavoro sereno, rispettoso dei tempi familiari, lavori meglio e la società nel suo insieme ne può trarre beneficio».

Che cosa pensa delle tensioni attorno al Congresso della famiglia di Verona?

«La famiglia sta particolarmente a cuore alla Chiesa, proprio per questo ci dispiace che finisca in polemiche strumentali».

Quanto serviva davvero il reddito cittadinanza?

«Tutto ciò che va in soccorso ai poveri è senza dubbio positivo. E quindi, come Chiesa, riceve la nostra attenzione e il nostro riconoscimento. Direi, però, che ci troviamo di fronte soltanto all’inizio di un tentativo di aiuto nei confronti di chi è in difficoltà. Le politiche di lotta alla povertà, probabilmente, dovranno avere un carattere più organico e non potranno ridursi soltanto all’erogazione temporanea di un reddito. Sarebbe opportuno, infatti, fornire un sostegno diretto al lavoro e all’occupazione. E in più bisognerebbe dare un’attenzione particolare, come ho già detto prima, alle donne in maternità».

A che punto è il piano della Chiesa italiana nella lotta ad abusi e pedofilia?

«Rispetto a questo tema così doloroso la Chiesa in Italia non è rimasta a guardare. Fin dalle Linee guida del 2012 – quelle nuove saranno presentate all’Assemblea generale del prossimo maggio – la Cei ricerca gli strumenti più adeguati a contrastare ogni sorta di abusi. Tra i vescovi, infatti, è ferma la consapevolezza che il primo interesse deve essere rivolto ai ragazzi feriti e alle loro famiglie, ritrovando quel “Me ne importa, mi sta a cuore” di don Milani e, al contempo, rigettando ogni forma di strumentalizzazione. La recente istituzione del Servizio nazionale per la tutela dei minori vuole rispondere a queste priorità, con un cambio di passo fondato su prevenzione e formazione. Il Servizio è al lavoro, a partire dalla costituzione dei Servizi regionali e interdiocesani: con la nomina dei vescovi incaricati da ogni Conferenza episcopale regionale, si sta completando un primo tratto del percorso. A seguire, si individueranno diocesi per diocesi uno o più referenti, da avviare a una formazione specifica. Il territorio già si muove in questo senso, penso alla Lombardia, al Trentino-Alto Adige, all’Emilia Romagna, alla Sardegna: segno dell’adesione convinta al cambio di mentalità chiesto dal Papa».

Papa Francesco: come descriverebbe il suo Pontificato?

«Lo descriverei in tre modi.

  1. Innanzitutto, come un pontificato profetico che ha raccolto lo spirito del Concilio vaticano II e ha rilanciato alcune categorie che erano finite un po’ ai margini. Penso per esempio al dialogo interreligioso, alla conversione pastorale e alla sinodalità.
  2. E in secondo luogo, come il pontificato dell’annuncio del Vangelo sine glossa: l’Evangelii gaudium non è solo il documento programmatico ma è il cuore pulsante dell’azione pastorale di Francesco. Tutto ruota attorno a questo documento pontificio che delinea la cifra morale, spirituale e sociale del pontificato.
  3. E infine, è il pontificato delle periferie. Le periferie umane – si pensi per esempio a Bangui, nella Repubblica Centrafricana, dove è iniziato il giubileo della misericordia – e le periferie esistenziali del mondo contemporaneo. Il Papa ha dunque restituito la centralità a Cristo e ha dato l’immagine di una Chiesa che, a raggiera, è diffusa nel mondo intero».

Come percepisce il futuro prossimo della Chiesa? Quali sono le Sue principali preoccupazioni e ansie e quali le speranze?

«Il futuro non ci appartiene, ma penso che in questi anni sono stati avviati dei processi i cui frutti si potranno comprendere tra molto tempo. Il grande tema della sinodalità, per esempio, se opportunamente sviluppato saprà fornire alla Chiesa un volto nuovo, sempre più autentico, partecipato e meno autoreferenziale. Un primo passaggio lo avremo nell’incontro di riflessione e di spiritualità per la pace nel Mediterraneo che si svolgerà a Bari nel febbraio 2020. Quella sarà una prima grande occasione per sperimentare concretamente lo spirito sinodale e per proporre soluzioni concrete per i problemi che affliggono il Mediterraneo».

La donna nella Chiesa: è un rapporto e una presenza che deve ricevere maggiore attenzione e riconoscimento?

«Senza dubbio sì. Occorre una presenza femminile di qualità e non solo di quantità. È necessario, per il bene della Chiesa, una maggiore presenza femminile nei luoghi di indirizzo pastorale e nei ruoli apicali della Chiesa. Non certo per una questione di suddivisione delle cariche in base ad una sorta di quota rosa ma per avere una visione diversa e più completa. Sono sicuro che su molti temi, tutti noi pastori abbiamo molto da imparare dalle donne».

Intervista di Domenico Agasso jr " La Stampa Vatican Insider" 20 marzo 2019

www.lastampa.it/2019/03/20/vaticaninsider/bassetti-per-un-cattolico-immorale-vedere-nel-migrante-un-nemico-Bzq0xfE6DjvjXdkweRbJjP/pagina.html

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CONGEDI PARENTALI

Congedo di maternità, paternità, parentale: gli aspetti principali in una sintesi aggiornata, le novità 2019

I lavoratore dipendenti e, in misura minore gli autonomi, godono di alcuni periodi collegati alla nascita dei figli in cui è possibile astenersi dal lavoro godendo pero di una indennità economica garantita di norma dall'INPS. Vediamo le principali misure previste per la tutela della genitorialità.

Il congedo di maternità è il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro riconosciuto alla lavoratrice durante il periodo di gravidanza e puerperio. Durante il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro la lavoratrice percepisce un’indennità economica in sostituzione della retribuzione. Il diritto al congedo ed alla relativa indennità spettano anche in caso di adozione o affidamento di minori.

In presenza di determinate condizioni che impediscono alla madre di beneficiare del congedo di maternità, il diritto all’astensione dal lavoro ed alla relativa indennità spettano al padre (congedo di paternità).

A chi spetta il congedo di maternità retribuito:

  • Alle lavoratrici dipendenti assicurate all'Inps anche per la maternità (apprendiste, operaie, impiegate, dirigenti) aventi un rapporto di lavoro in corso alla data di inizio del congedo;
  • Alle disoccupate o sospese se ricorre una delle seguenti condizioni (art. 24 T.U.):
  • Il congedo di maternità sia iniziato entro 60 giorni dall’ultimo giorno di lavoro,
  • Il congedo di maternità sia iniziato oltre i predetti 60 giorni, ma sussiste il diritto all'indennità di disoccupazione, alla mobilità oppure alla cassa integrazione. Per le disoccupate che negli ultimi due anni hanno svolto lavori esclusi dal contributo per la disoccupazione, il diritto all’indennità di maternità sussiste a condizione che il congedo di maternità sia iniziato entro 180 giorni dall’ultimo giorno di lavoro e che siano stati versati all'Inps 26 contributi settimanali negli ultimi due anni precedenti l'inizio del congedo stesso;
  • Alle lavoratrici agricole a tempo indeterminato ed alle lavoratrici agricole tempo determinato che nell’anno di inizio del congedo siano in possesso della qualità di bracciante comprovata dall’iscrizione negli elenchi nominativi annuali per almeno 51 giornate di lavoro agricolo (art. 63 T.U.);
  • Alle lavoratrici addette ai servizi domestici e familiari (colf e badanti) che hanno 26 contributi settimanali nell'anno precedente l'inizio del congedo di maternità oppure 52 contributi settimanali nei due anni precedenti l'inizio del congedo stesso (art. 62 del T.U.);
  • Alle lavoratrici a domicilio (art. 61 T.U.);
  • Alle lavoratrici LSU o APU (attività socialmente utili o di pubblica utilità di cui all’art. 65 del T.U.).
  • Lavoratrici iscritte alla Gestione Separata INPS e non pensionate, tenute però a versare il contributo con l'aliquota maggiorata prevista dalla legge per finanziare le prestazioni economiche di maternità. La relativa indennità è riconosciuta a prescindere dall’effettiva astensione dall’attività lavorativa; alle lavoratrici dipendenti da amministrazioni pubbliche (che percepiscono la relativa indennità dall'amministrazione cui appartengono, corrispondente al trattamento economico, secondo quanto disposto dagli articoli 2 e 57 del TU.)

A questi soggetti spetta di norma:

  1. Prima del parto
  • I 2 mesi precedenti la data presunta del parto (salvo flessibilità) e il giorno del parto;
  • I periodi di interdizione anticipata disposti dall’azienda sanitaria locale (per gravidanza a rischio) oppure dalla direzione territoriale del lavoro (per mansioni incompatibili).
  1. Dopo il parto
  • I 3 mesi successivi al parto (salvo flessibilità) e, in caso di parto avvenuto dopo la data presunta, i giorni compresi tra la data presunta e la data effettiva;
  • In caso di parto anticipato rispetto alla data presunta (parto prematuro o precoce), ai tre mesi dopo il parto si aggiungono i giorni non goduti prima del parto, anche qualora la somma dei 3 mesi di post partum e dei giorni compresi tra la data effettiva del parto ed la data presunta del parto, superi il limite complessivo di cinque mesi;
  • I periodi di interdizione prorogata disposti dalla direzione territoriale del lavoro (per mansioni incompatibili con il puerperio).

Con la legge di bilancio 2019 il congedo per le neomamme lavoratrici è cambiato nel senso che è data la scelta alla madre di spostare in avanti il periodo utilizzandolo tutto dopo il parto. Infatti, chi vorrà (con via libera del medico) potrà rimanere al lavoro fino al nono mese, portandosi “in dote” l’intero periodo di astensione di 5 mesi a dopo il parto.

In caso di parto gemellare la durata del congedo di maternità non varia.

In caso di ricovero del neonato in una struttura pubblica o privata, la madre può sospendere, in tutto o in parte, il congedo post partum (art. 16 bis comma 1 T.U.), riprendendo nel frattempo l’attività lavorativa e differendo la fruizione del periodo di congedo residuo a partire dalla data di dimissioni del bambino. Tale diritto può essere esercitato una sola volta per ogni figlio subordinatamente alla sussistenza della compatibilità della ripresa dell’attività lavorativa con il proprio stato di salute (comma 2 dell’art. 16 bis T.U.). Tale compatibilità, per espressa disposizione normativa, è comprovata da “attestazione medica che dichiari la compatibilità dello stato di salute della donna con la ripresa dell’attività lavorativa”.

In caso di interruzione di gravidanza che si verifica dopo i 180 giorni dall'inizio della gestazione (180simo giorno incluso), nonché in caso di decesso del bambino alla nascita o durante il congedo di maternità, la lavoratrice ha diritto ad astenersi dal lavoro per l'intero periodo di congedo di maternità salvo che la stessa non si avvalga della facoltà di riprendere l’attività lavorativa (art. 16, comma 1 bis, del T.U. modificato dal D.lgs. 119/2011).

In caso di adozione o affidamento nazionale di minore di cui alla legge 184/1983 il congedo di maternità spetta per i 5 mesi successivi all’effettivo ingresso in famiglia del minore adottato o affidato preadottivamente nonché per il giorno dell’ingresso stesso

Per le adozioni o gli affidamenti preadottivi internazionali di cui alla legge 184/1983 il congedo spetta per i 5 mesi successivi all’ingresso in Italia del minore adottato o affidato nonché per il giorno dell’ingresso in Italia. Fermo restando il periodo complessivo di 5 mesi, il periodo di congedo può essere fruito, anche parzialmente, prima dell'ingresso in Italia del minore. Il periodo di congedo non fruito antecedentemente all'ingresso in Italia del minore, è fruito, anche frazionatamente, entro i 5 mesi dal giorno successivo all'ingresso medesimo. I periodi di permanenza all'estero, seguiti da un provvedimento di adozione o affidamento validi in Italia, possono essere indennizzati a titolo di congedo di maternità. Per i periodi di permanenza all'estero è previsto anche un congedo non retribuito, né indennizzato (art. 26, comma 4, T.U. maternità/paternità).

In caso di affidamento non preadottivo di cui alla legge 184/1983 il congedo spetta per un periodo di 3 mesi da fruire, anche in modo frazionato, entro l’arco temporale di 5 mesi dalla data di affidamento del minore.

Congedi di paternità sostitutivi della madre e congedi legge di stabilità 2019

ü  L’art. 28 del D.lgs. 151/2001, riconosce il congedo di paternità, ossia il diritto al padre lavoratore di astenersi dal lavoro per tutta la durata del congedo di maternità o per la parte residua che sarebbe spettata alla madre lavoratrice, ma solo nei seguenti casi:

  • Morte o grave infermità della madre. La morte della madre dev’essere attestata mediante compilazione dell’apposita dichiarazione di responsabilità predisposta nella domanda telematica; la certificazione sanitaria comprovante la grave infermità va presentata in busta chiusa al centro medico legale dell’Inps, allo sportello oppure a mezzo raccomandata postale;
  • Abbandono del figlio da parte della madre. L’abbandono (o mancato riconoscimento del neonato) da parte della madre dev’essere attestato mediante compilazione dell’apposita dichiarazione di responsabilità predisposta nella domanda telematica;
  • Affidamento esclusivo del figlio al padre (art. 155 bis cod. civ.). L’affidamento esclusivo può essere comprovato allegando alla domanda telematica copia del provvedimento giudiziario con il quale l’affidamento esclusivo è stato disposto oppure comunicando gli estremi del provvedimento giudiziario ed il tribunale che lo ha emesso;
  • Rinuncia totale o parziale della madre lavoratrice al congedo di maternità alla stessa spettante in caso di adozione o affidamento di minori. La rinuncia è attestata dal richiedente mediante compilazione dell’apposita dichiarazione di responsabilità predisposta nella domanda telematica.
  • Il congedo di paternità, che decorre dalla data in cui si verifica uno degli eventi suindicati (morte, grave infermità e così via), coincide temporalmente con il periodo di congedo di maternità non fruito dalla lavoratrice madre, anche nel caso di madre lavoratrice autonoma avente diritto all’indennità prevista dall’art.66 T.U. In caso di madre non lavoratrice, il congedo di paternità termina al terzo mese dopo il parto.
  • In caso di ricovero del bambino in una struttura ospedaliera, il congedo di paternità può essere sospeso, in tutto o in parte, fino alla data di dimissioni del bambino.
  • Retribuzione spettante: durante i periodi di congedo di maternità (o paternità) la lavoratrice (o il lavoratore) ha diritto a percepire un’indennità economica pari all’80% della retribuzione giornaliera calcolata sulla base dell’ultimo periodo di paga scaduto immediatamente precedente l’inizio del congedo di maternità quindi, di regola, sulla base dell’ultimo mese di lavoro precedente il mese di inizio del congedo (art. 22 e seguenti del T.U.). Di regola, l’indennità è anticipata in busta paga dal datore di lavoro.

Congedo obbligatorio e congedo facoltativo per i padri (legge di stabilità 2019). Il congedo obbligatorio retribuito per i padri lavoratori dipendenti era stato istituito dalla legge Fornero del 2012, per un solo giorno e poi portato a due giorni dalla legge di stabilità 2015 per il 2016 e 2017. La finalità della norma era contribuire alla promozione di una “cultura di maggiore condivisione dei compiti di cura dei figli all’interno della coppia e per favorire la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro”.

La stessa legge aveva anche istituito il congedo facoltativo, in alternativa a uno dei giorni di congedo materno, su libera scelta dei genitori

La legge di bilancio 2019 ha esteso la misura: per le nascite che avvengono nel 2019 i padri hanno diritto a 5 giorni di congedo obbligatorio e sempre 1 giorno di astensione facoltativa.

Per i giorni di astensione dal lavoro i padri lavoratori godono della retribuzione piena, erogata dall'INPS, ma anticipata di norma dai datori di lavoro.

Il congedo di paternità obbligatorio può essere effettuato in concomitanza con l’assenza della madre e quindi si aggiunge al congedo di maternità.

Quello facoltativo invece si fruisce in alternativa ad uno dei giorni di astensione della madre.

Hanno diritto al congedo di paternità anche i lavoratori in cassa integrazione e in mobilità.

Sono esclusi i lavoratori dipendenti della pubblica amministrazione.

Congedo parentale. Il congedo parentale non va confuso con il congedo di maternità/paternità, infatti esso si traduce in periodo di astensione facoltativo dal lavoro concesso ai genitori per prendersi cura del bambino nei suoi primi anni di vita e soddisfare i suoi bisogni affettivi e relazionali.

Il congedo parentale è rivolto a lavoratrici e lavoratori dipendenti, ma non ai genitori disoccupati o sospesi, ai genitori lavoratori domestici, ai genitori lavoratori a domicilio.

Il congedo parentale spetta ai genitori naturali, che siano in costanza di rapporto di lavoro, entro i primi 12 anni di vita del bambino per un periodo complessivo tra i due genitori non superiore a 10 mesi. I mesi salgono a 11 se il padre lavoratore si astiene dal lavoro per un periodo continuativo o frazionato di almeno tre mesi. Tale periodo complessivo può essere fruito dai genitori anche contemporaneamente. Se il rapporto di lavoro cessa all’inizio o durante il periodo di congedo, il diritto al congedo stesso viene meno dalla data di interruzione del lavoro.

Tale diritto spetta:

  • Alla madre lavoratrice dipendente per un periodo continuativo o frazionato di massimo 6 mesi;
  • Al padre lavoratore dipendente per un periodo continuativo o frazionato di massimo 6 mesi, che possono diventare 7 in caso di astensione dal lavoro per un periodo continuativo o frazionato di almeno 3 mesi;
  • Al padre lavoratore dipendente, anche durante il periodo di astensione obbligatoria della madre (a partire dal giorno successivo al parto) e anche se la stessa non lavora;
  • Al genitore solo (padre o madre) per un periodo continuativo o frazionato di massimo 10 mesi.

Ai lavoratori dipendenti che siano genitori adottivi o affidatari, il congedo parentale spetta con le stesse modalità dei genitori naturali, quindi entro i primi 12 anni dall'ingresso del minore nella famiglia indipendentemente dall'età del bambino all'atto dell'adozione o affidamento e non oltre il compimento della maggiore età.

La legge 24 dicembre 2012, n. 228, ha introdotto la possibilità di frazionare a ore il congedo parentale, rinviando tuttavia alla contrattazione collettiva di settore il compito di stabilire le modalità di fruizione.

Il decreto legislativo 25 giugno 2015, n. 81, ha previsto infine la possibilità di chiedere la trasformazione del rapporto di lavoro a tempo pieno in tempo parziale, al posto del congedo parentale o entro i limiti del congedo ancora spettante. La riduzione dell'orario non deve però superare il 50%. Ai genitori lavoratori dipendenti spetta:

  • Un’indennità pari al 30% della retribuzione media giornaliera, calcolata in base alla retribuzione del mese precedente l’inizio del periodo di congedo, entro i primi 6 anni di età del bambino (o dall’ingresso in famiglia in caso di adozione o affidamento) e per un periodo massimo complessivo (madre e/o padre) di sei mesi;
  • Un’indennità pari al 30% della retribuzione media giornaliera, dai 6 anni e un giorno agli 8 anni di età del bambino (o dall’ingresso in famiglia in caso di adozione o affidamento), solo se il reddito individuale del genitore richiedente è inferiore a 2,5 volte l'importo annuo del trattamento minimo di pensione ed entrambi i genitori non ne abbiano fruito nei primi sei anni o per la parte non fruita anche eccedente il periodo massimo complessivo di sei mesi;
  • Nessuna indennità dagli 8 anni e un giorno ai 12 anni di età del bambino (o dall’ingresso in famiglia in caso di adozione o affidamento).

La domanda va inoltrata prima dell’inizio del periodo richiesto. Se viene presentata dopo saranno pagati solo i giorni di congedo successivi alla data di presentazione della domanda. Per le lavoratrici e i lavoratori dipendenti, l’indennità è anticipata dal datore di lavoro, tranne per gli operai agricoli a tempo determinato, i lavoratori stagionali a termine e i lavoratori dello spettacolo a tempo determinato, per i quali è previsto il pagamento diretto dall’INPS, così come per le lavoratrici e i lavoratori iscritti alla Gestione Separata e per le lavoratrici autonome.

Il diritto all’indennità si prescrive entro un anno e decorre dal giorno successivo alla fine del periodo indennizzabile.

Remo Christopher Borghese            Fisco e tasse   22 marzo 2019

www.fiscoetasse.com/approfondimenti/13364-congedi-parentali-2019.html

 

Come prolungare maternità fino al settimo mese

Fattori di rischio e lavori usuranti quali pre-requisiti da porre a fondamento delle domande per estendere il diritto alla maternità nel post partum.

            “Son tutte belle le mamme del mondo” cantava Claudio Villa, ma da quel lontano 1954 di acqua ne è passata sotto ai ponti. E se la bellezza delle mamme di allora la si doveva anche al clan familiare che circondava le puerpere di attenzioni per consentire loro di riprendere a pieno le forze dopo lo stress del parto, oggi con i ritmi imposti da una vita personale e lavorativa sempre più incalzante, le neo mamme hanno bisogno, forse più di prima, di tutele a sostegno della maternità. Una tutela che deve avere di mira in primis le mamme che lavorano, perché, inutile dirlo, c’è lavoro e lavoro. Inoltre è bene sin da ora sgomberare il campo dalle false credenze secondo cui una volta nato il bambino, il più è fatto. Questa è infatti una mezza verità che dimentica però la delicatezza del periodo “post partum”. Un focus quello del “post partum” che non è sfuggito al legislatore che specie dagli ultimi anni in avanti ha predisposto una serie di strumenti a tutela della maternità. È ormai un fatto di comune acquisizione, che la donna lavoratrice abbia diritto ad un periodo di cinque mesi di astensione obbligatoria dal lavoro, diversamente modulati, a cavallo del parto, ma magari non tutti sono a conoscenza di come prolungare maternità fino al settimo mese del bambino. Se anche tu senti di rientrare nella cerchia di coloro che non ne sanno abbastanza sul punto, continua a seguirci. Una migliore salvaguardia dei diritti delle mamme e dei loro piccoli non potrà che ripercuotersi positivamente su tutti coloro che le circondano.

Esiste una norma a tutela della maternità? La risposta è affermativa. Nello specifico si tratta di un Decreto Legislativo risalente al 2001 [D. Lgs n. 151 del 26.03.2001] con questo specifico nome “Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e paternità […]”.

            In buona sostanza, tra gli obiettivi che questo strumento di legge persegue, c’è anche la tutela della salute della donna che lavora, senza tralasciare i profili connessi alla sua sicurezza. Se quindi la mamma ha diritto ad un range di cinque mesi di astensione dal lavoro quale periodo fisiologico per una sana ripresa, delle forze fisiche e psicologiche, è bene sapere che tale periodo può prolungarsi fino al settimo mese di vita del bambino.

I fattori di rischio che estendono la maternità fino a sette mesi. Tra i fattori che possono mettere a rischio la salute della mamma e quindi, di conseguenza, anche quella del bambino, si possono annoverare alcune macroaree. Passiamole in rassegna alla luce delle disposizioni di un apposito dettato normativo [Art. 17 co. 2 lett c) del D.Lgs 151/2001].

  • Agenti fisici. Rientrano in questo macrogruppo le posizioni adottate per l’espletamento delle mansioni lavorative, nonché i movimenti eseguiti per portare a termine il lavoro.

Nel dettaglio, tra le posture/posizioni assunte nel turno di lavoro considerate a rischio si annoverano:

  • posizione in piedi per più di metà del turno di lavoro;
  • posizione seduta fissa o postura fissa;
  • necessità di salire/scendere costantemente dal sedile/sedia del posto di lavoro;
  • lavoro svolto prevalentemente su scale o impalcature;

Tra i movimenti da attenzionare vi rientrano:

  • movimentazione manuale di pesi che comporta lo spostamento di un certo tot di chilogrammi con una certa frequenza nel turno di lavoro;
  • movimenti ripetitivi degli arti superiori: è questo ad esempio il caso in cui la lavoratrice sia addetta alla fase di assemblaggio o carteggiatura, in osservanza a ritmi di lavoro imposti.

Tra le esposizioni a fattori di rischio vanno considerate:

  • le esposizioni a radiazioni ionizzanti o anche non ionizzanti;
  • le esposizioni a rumori superiori a 80 decibel.

Tra le tipologie di lavori che possono produrre effetti fisici non salutari, si rammentano:

  • lavori che richiedono l’uso di utensili comportanti vibrazioni/scuotimenti;
  • lavori con macchine azionate a pedale;
  • lavori a bordo di mezzi di trasporto.
  • Microclima: da ultimo, ma non certo per ordine d’importanza, va considerato il cosiddetto microclima sfavorevole in quanto sottoposto a sollecitazioni termiche: è questo il caso in cui la lavoratrice sia esposta, per le particolari mansioni svolte, a temperature elevate (come è ad esempio nel caso di vicinanza a forni), o temperature rigide (che ricorre nel caso di vicinanza a celle frigorifere) o anche umidità.
  • Agenti biologici. L’esposizione ad agenti biologici è di frequente legata a particolari tipologie di lavori; è questo ad esempio il caso della mamma lavoratrice che si trovi esposta al contatto con materiali di origine umana o animale (si pensi ai contesti che abbiano a che fare con l’allevamento e la cura del bestiame), o anche con agenti infettivi (come ad esempio nel caso di lavori svolti all’interno di reparti di malattie infettive).
  • Agenti chimici. L’esposizione a sostanze chimiche ricorre ad esempio nei casi in cui la donna per il lavoro che svolge si trovi a diretto contatto di sostanze tossiche. Rientra altresì nel range di tutela anche l’ipotesi in cui la lavoratrice lavori anche “solo” nelle immediate vicinanze di realtà dove si utilizzino sostanze tossiche. A tale riguardo vale la pena specificare che sono considerate tossiche tutte le polveri di varia natura, nonché i fumi di saldatura, il piombo, gli olii minerali, i vapori, i gas, i vapori di vernici, i diluenti, i solventi, i collanti, i sigillanti e i prodotti vari per la pulizia.
  • Altro. Rientrano altresì tra le fattispecie sotto sorveglianza stretta anche le mansioni in cui la mamma lavoratrice sia preposta a:
  • l’assistenza e cura di malati nei reparti di malattie nervose, mentali e nei sanatori, nonché con i bambini e con le persone affette da qualche disabilità (rientrano in tali fattispecie i lavori svolti nei reparti/servizi psichiatrici, nelle comunità/case protette);
  • lavoro notturno, considerandosi tale quello che deve necessariamente essere svolto a partire dalle ore 24:00 fino alle 6:00 di mattina.

Esistono dei settori lavorativi più a rischio per le mamme? La risposta è affermativa anche se per una valutazione più specifica si dovrà passare al vaglio ogni singolo caso con tutte le variabili che questo potrà comportare. Volendo procedere con una rapida carrellata dei lavori “pericolosi” per le lavoratrici, specie nel pre e nel post partum, questi sono gli ambienti da cui è meglio “stare alla larga”:

  • ristorazione, commercio alimentare, agricoltura. In tutti questi casi la lavoratrice è infatti esposta alla possibilità di lavorare in “microclima” (ad esempio in cucine troppo calde o celle frigorifere), costretta a posture obbligate, o a mansioni troppo faticose e a contatto con fattori biologici o agenti chimici;
  • settore industriale: anche in tali i casi i rischi possono essere connessi alla tenuta di posture obbligate, o al lavoro su scale e impalcature, a contatto con agenti chimici ecc.;
  • settore di parrucchieria ed estetica. La postura obbligata di estetiste e parrucchiere associata all’utilizzo di prodotti chimici e biologici può esporre a rischi la lavoratrice;
  • settore sanità. Tale ambiente espone la donna a particolari carichi di fatica fisica e stress, nonché a posture incongrue, o anche ad eventuale contatto con radiazioni, agenti infettivi, elementi biologici;
  • settore scuola. In tale ambiente la donna può essere esposta ad un alto rischio di contrarre infezioni, o di subire colpi in conseguenza della frequente movimentazione di bambini, ma anche le posture adottate potenzialmente incongrue potrebbero costituire un fattore di rischio, come anche la fatica fisica e lo stress.

Seguono anche altri settori che per un motivo o l’altro non possono considerarsi alleati delle mamme in attesa né delle neo mamme:

  • industria dell’abbigliamento/tessile;
  • impresa di pulizie;
  • industria farmaceutica;
  • industria del legno;
  • lavanderie;
  • industrie metalmeccaniche;
  • industrie per la lavorazione di materie plastiche;
  • industrie per la lavorazione delle pelli.

Cosa fare per ottenere l’estensione della maternità fino al settimo mese? Laddove ricorrano una o più delle condizioni elencate sopra, la lavoratrice dovrà attivarsi inoltrando una apposita domanda indirizzata alla direzione territoriale (provinciale) del lavoro di cui al link (i moduli sono comunque reperibili sul sito del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali), specificando quali fattori mettano a rischio la sua salute nel post partum.

            La data a partire dalla quale sarà possibile procedere con l’inoltro di tale istanza è quella del parto; per cui laddove ricorrano le condizioni che rendano il lavoro espletato dalla lavoratrice potenzialmente rischioso per la salute di mamma e bambino, meglio attivarsi sin dai primi giorni successivi al parto al fine di essere certi che la propria pratica venga istruita in tempo utile per l’estensione del congedo di maternità fino ai sette mesi di vita del bambino.

            È pur vero che in linea di massima la direzione territoriale dovrebbe rispondere nell’arco di una settimana dall’avvenuta ricezione, ma visto che la prudenza non è mai troppa, meglio evitare di ridursi agli ultimi giorni. Resta comunque inteso che la direzione territoriale, a suo insindacabile giudizio, valuterà la presenza o meno di effettivi rischi lavorativi, e al contempo se ci sia l’eventualità di un possibile trasferimento in altra sede o mansione lavorativa che potrebbe comportare anche una temporanea assegnazione ad una mansione di livello inferiore con il mantenimento però della retribuzione erogata prima della gravidanza.

            Laddove poi non fosse possibile né il trasferimento in altra sede aziendale, né un mutamento di mansione, si dovrà necessariamente optare per un periodo aggiuntivo di astensione dal lavoro.

            In buona sostanza la lavoratrice potrà temporaneamente venire assegnata ad altra mansione non pericolosa, essere trasferita, o maturare il diritto all’astensione dal lavoro. Per potere accedere a queste “corsie privilegiate”, non sarà però sufficiente che la lavoratrice produca l’istanza di cui sopra, ma dovrà altresì allegare alla domanda una ben specifica documentazione tale da comprovare lo stato di rischio a cui la medesima è esposta.

            Nel dettaglio i documenti da produrre sono i seguenti:

ü  copia del certificato di gravidanza;

ü  autocertificazione di nascita del figlio;

ü  schede di rilevazione rischi per lavoratrici madri debitamente compilate;

ü  fotocopia carta d’identità;

ü  copia avviso di ricevimento da parte del datore di lavoro di raccomandata o notifica e-mail/posta certificata del certificato di gravidanza/autocertificazione di nascita.

Trattandosi di astensione obbligatoria dal lavoro, la retribuzione a cui ha diritto la mamma lavoratrice è del 100% nel rispetto del livello a cui la stessa era adibita prima della gravidanza e del parto, anche nel caso di temporaneo spostamento ad un profilo di livello inferiore. Inoltre è bene rammentare che l’inosservanza da parte del datore di lavoro delle prescrizioni a tutela della lavoratrice madre è punita con l’arresto fino a sei mesi.

Quali rischi per il puerperio e per l’allattamento? È stato documentato che l’esposizione della mamma ad ambienti considerati insalubri per i motivi sopra esposti, è dannosa sia per l’integrità psico-fisica della donna sia per l’allattamento. Va da sé quindi che la mamma che allatta deve perseguire uno stile di vita più sano possibile al fine di non pregiudicare la qualità del suo latte.

            Pregiudizio che può verificarsi sia laddove l’ambiente di lavoro sia oggettivamente insalubre perché magari pregno di sostanze nocive per la salute di mamma e bambino, ma anche laddove siano i ritmi serrati o i rumori assordanti a mettere a rischio la cosiddetta montata lattea. Non a caso nella domanda tipo da inoltrare per l’estensione della maternità fino ai sette mesi di vita del bambino, esiste un’apposita scheda per la rilevazione rischi per il puerperio e l’allattamento.

            Tra i “sorvegliati speciali” anche i ritmi lavorativi e le pause imposte che potrebbero incidere negativamente sull’allattamento. Quindi perché rischiare quando esistono gli strumenti normativi a tutela sia del pre che del post partum? Meglio informarsi prima per valutare se, come e quando dar corso alla pratica per l’estensione della maternità a sette mesi. Tante infatti sono le situazioni lavorative che, se debitamente circostanziate in fase di domanda, possono dare diritto ad una estensione del periodo di maternità fino al settimo mese dal parto.

Maria Teresa Biscarini         La legge per tutti       20 marzo 2019

www.laleggepertutti.it/276902_come-prolungare-maternita-fino-al-settimo-mese

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CONGRESSI – CONVEGNI – SEMINARI

Congresso di Verona. Parolin: famiglia, d'accordo nella sostanza non sulle modalità

«Siamo d’accordo nella sostanza non sulle modalità». È la sintesi, efficacissima, di quanto la Chiesa pensa del Congresso mondiale delle famiglie in programma a Verona dal 29 al 31 marzo. A dirlo è stato ieri il Segretario di Stato vaticano, cardinale Piero Parolin, a margine della cerimonia per i 150 anni dell’ospedale Bambino Gesù. E a chi ha definito i cattolici "sfigati", il porporato spiega pazientemente: «Sono parole che non usiamo...».

            Cosa vuol dire «d’accordo nella sostanza non sulle modalità»? Venerdì scorso, alla conferenza stampa di presentazione, uno dei leader del Congresso, il neurochirurgo Massimo Gandolfini, ha ribadito la totale condivisione con il magistero della Chiesa sulla famiglia, con la dottrina sociale e con la Costituzione. Questa è la sostanza. Le modalità riguardano invece il rischio dell’uso strumentale di questi valori per obiettivi politici. O, meglio, di uno schieramento unico, visto che tra i politici attesi al Congresso ci sono soprattutto leghisti: il vicepremier Salvini, il ministro della famiglia Fontana, quello dell’Istruzione Bussetti, il governatore Zaia. Ieri Di Maio ha ribadito che «nessun membro del M5S, né del governo né del parlamento, andrà al congresso» di Verona. Mentre il quadro internazionale sembra prevalentemente caratterizzato dalla partecipazione di leader sovranisti da Ungheria, Moldavia, Polonia.

            Preoccupazioni espresse ieri anche da un comunicato della diocesi di Verona: «Alla Diocesi di Verona sta molto a cuore la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio che considera la sorgente fondamentale e vitale della convivenza civile. Consapevole delle fragilità del nostro tempo, la Chiesa veronese – si legge nel testo – è impegnata nel promuovere iniziative inclusive e di sostegno per tutte le situazioni di difficoltà familiare a livello sociale, lavorativo e affettivo. Oggi c’è bisogno di più famiglia non di meno.

E la politica potrebbe fare di più e meglio. Nello stesso tempo la Diocesi di Verona – prosegue il comunicato – si astiene dal prendere parte al conflitto politico su di un tema che, ritiene, non meriti il linguaggio violento e ideologico di questi giorni. Invita piuttosto a elaborare idee e proposte il più possibile condivise, a sostegno e a difesa delle persone che vivono situazione di fragilità affettiva, senza nulla togliere al valore di ogni dibattito che nasce da sensibilità diverse».

            Una presa di posizione diventata urgente visto il clima sempre più teso che si respira intorno al Congresso. Ieri è stato diffuso un manifesto firmato da un centinaio di docenti dell’Università di Verona, in particolare dal Dipartimento di Scienze sociali. Ordinari e ricercatori prendono le distanze dai relatori. E il rettore dell’Università, Nicola Sartor, ha parlato di "empirismo" a proposito di alcune delle tesi portate avanti dai relatori annunciati. Annunciati perché, a dieci giorni dall’evento, il programma definitivo non c’è ancora.

Luciano Moia             Avvenire                    19 marzo 2019

www.avvenire.it/famiglia-e-vita/pagine/famiglia-congresso-mondiale-verona-parolin

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CONSULTORI FAMILIARI UCIPEM

Cremona. Iniziative per genitori con figli adolescenti e per mamme con intervento cesareo

  • Il Consultorio organizza un ciclo di incontri dal titolo “Genitori e figli: i cambiamenti in adolescenza”. I percorsi, attivati presso la sede di via Milano 5, sono rivolto ai genitori di ragazze e ragazzi nati negli anni dal 2002 al 2005, e hanno l’obiettivo di essere uno spazio di incontro e confronto riguardo a differenti tematiche ed esperienze legate alla fase di vita che i ragazzi e le famiglie stanno vivendo.

            Il percorso si snoda lungo tre incontri di un’ora e mezza ciascuno e sono condotti dalla psicologa Marianna Bufano e dall’educatore Mattia Carbini, dell’équipe del consultorio.

            Il percorso è gratuito e prevede la partecipazione di un numero massimo di 15 persone: si attiverà con l’iscrizione di almeno 5 genitori.

www.diocesidicremona.it/blog/genitori-e-figli-i-cambiamenti-in-adolescenza-ciclo-di-incontri-al-consultorio-ucipem-25-03-2019.html

  • Quando il parto è stato cesareo. Tre incontri dal 4 aprile 2019 con l’ostetrica Linda Gabbi e la psicologa Paola Pighi.

www.ucipemcremona.it/content/parto-cesareo-2019

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DALLA NAVATA

3° Domenica di Quaresima - Anno C –24 marzo 2019

Esodo              ..03, 15. Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione».

Salmo              102, 08. Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.

1Corinzi           10, 12. Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.

Luca                 13, 03. Io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo

 

Quell'invito a cambiare rotta su ogni fronte

Che colpa avevano i diciotto morti sotto il crollo della torre di Siloe? E quelli colpiti da un terremoto, da un atto di terrorismo, da una malattia sono forse castigati da Dio? La risposta di Gesù è netta: non è Dio che fa cadere torri o aerei, non è la mano di Dio che architetta sventure.

Ricordiamo l'episodio del "cieco nato": chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché nascesse così? Gesù allontana subito, immediatamente, questa visione: né lui, né i suoi genitori. Non è il peccato il perno della storia, l'asse attorno al quale ruota il mondo. Dio non spreca la sua eternità e potenza in castighi, lotta con noi contro ogni male, lui è mano viva che fa ripartire la vita. Infatti aggiunge: Se non vi convertirete, perirete tutti.

            Conversione è l'inversione di rotta della nave che, se continua così, va diritta sugli scogli. Non serve fare la conta dei buoni e dei cattivi, bisogna riconoscere che è tutto un mondo che deve cambiare direzione: nelle relazioni, nella politica, nella economia, nella ecologia. Mai come oggi sentiamo attuale questo appello accorato di Gesù. Mai come oggi capiamo che tutto nel Creato è in stretta connessione: se ci sono milioni di poveri senza dignità né istruzione, sarà tutto il mondo ad essere deprivato del loro contributo; se la natura è avvelenata, muore anche l'umanità; l'estinzione di una specie equivale a una mutilazione di tutti.

            Convertitevi alla parola compimento della legge: " tu amerai". Amatevi, altrimenti vi distruggerete. Il Vangelo è tutto qui. Alla gravità di queste parole fa da contrappunto la fiducia della piccola parabola del fico sterile: il padrone si è stancato, pretende frutti, farà tagliare l'albero. Invece il contadino sapiente, con il cuore nel futuro, dice: "ancora un anno di cure e gusteremo il frutto". Ancora un anno, ancora sole, pioggia e cure perché quest'albero, che sono io, è buono e darà frutto. Dio contadino, chino su di me, ortolano fiducioso di questo piccolo orto in cui ha seminato così tanto per tirar su così poco. Eppure continua a inviare germi vitali, sole, pioggia, fiducia. Lui crede in me prima ancora che io dica sì. Il suo scopo è lavorare per far fiorire la vita: il frutto dell'estate prossima vale più di tre anni di sterilità. E allora avvia processi, inizia percorsi, ci consegna un anticipo di fiducia. E non puoi sapere di quanta esposizione al sole di Dio avrà bisogno una creatura per giungere all'armonia e alla fioritura della sua vita. Perciò abbi fiducia, sii indulgente verso tutti, e anche verso te stesso.

            La primavera non si lascia sgomentare, né la Pasqua si arrende. La fiducia è una vela che sospinge la storia. E, vedrai, ciò che tarda verrà.

p. Ermes Ronchi OSM

www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=45440

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DIRITTO DI FAMIGLIA

Danno endofamiliare: il danno da privazione della figura genitoriale

Il danno endofamiliare va riconosciuto nel pieno rispetto dei principi relativi al danno-conseguenza, sulla base delle risultanze probatorie acquisite ed accuratamente esaminate, secondo un'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 2059 c.c. Il che vuol dire la risarcibilità del pregiudizio di natura non patrimoniale, quando il fatto illecito abbia violato in modo grave diritti inviolabili della persona, come tali oggetto di tutela costituzionale.

Il danno da privazione della figura genitoriale. La responsabilità genitoriale sorge al momento della nascita del figlio poiché discende dal mero fatto della procreazione e pertanto non cessa per effetto della separazione o della cessazione degli effetti civili del matrimonio. L'abbandono consapevole del genitore, purché doloso, viola i doveri nascenti dal rapporto di filiazione ed è risarcibile a titolo di danno non patrimoniale poiché lesivo dello status di figlio, costituzionalmente garantito. Siffatta lesione non è riconoscibile in re ipsa, ma deve essere provata.

            La violazione dei doveri di mantenimento, istruzione ed educazione dei genitori verso la prole (nella specie il disinteresse mostrato dal padre nei confronti del figlio per lunghi anni) non trova sanzione solo nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, potendo integrare gli estremi dell'illecito civile, ove cagioni la lesione di diritti costituzionalmente protetti; questa, pertanto, può dar luogo ad un'autonoma azione volta al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi dell'art. 2059 c.c. esercitabile anche nell'ambito dell'azione per la dichiarazione giudiziale di paternità e maternità (Cass. civ., sez. I, 10 aprile 2012, n. 5652).

            Al di là del ricorso a varie figure di danno, diversamente denominate per meri fini descrittivi, la giurisprudenza di legittimità ha consolidato, in base a un'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 2059 c.c., la risarcibilità del pregiudizio di natura non patrimoniale, quando il fatto illecito abbia violato in modo grave diritti inviolabili della persona, come tali oggetto di tutela costituzionale. Non può dubitarsi come il disinteresse dimostrato da un genitore nei confronti di un figlio, manifestatosi per lunghi anni e connotato, quindi, dalla violazione degli obblighi di mantenimento, istruzione ed educazione, determini un vulnus, dalle conseguenze di entità rimarchevole ed anche, purtroppo, ineliminabili, a quei diritti che, scaturendo dal rapporto di filiazione, trovano nella Carta costituzionale (in part., artt. 2 e 30), e nelle norme di natura internazionale recepite nel nostro ordinamento un elevato grado di riconoscimento e di tutela.

Rassegna giurisprudenziale.

  • In materia di danno endofamiliare, il presupposto della responsabilità del genitore e del conseguente diritto del figlio al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali è costituito dalla consapevolezza del concepimento da parte del genitore inadempiente. Tale consapevolezza, in particolare, non si identifica con la certezza assoluta derivante esclusivamente dalla prova ematologica, ma si compone di una serie di indizi univoci e di fatti convergenti verso la chiara rappresentazione della verosimile derivazione biologica del figlio dal genitore convenuto in giudizio (Trib. Rimini, sez. unica, 3 febbraio 2018).
  • La liquidazione del danno non patrimoniale conseguente al mancato riconoscimento dello status di filiazione da parte del genitore va liquidato in via equitativa sulla base delle prove processuali ricondotte alle ricadute negative sulla salute e sulla vita del figlio. A tali fini è utilizzabile il criterio del minimo tabellare in uso per la liquidazione del danno da morte del padre. Tuttavia, tale parametro va corretto tenendo conto della differenza tra lutto da morte e abbandono. Fino alla maggiore età del figlio, l'unico legittimato attivo all'azione di risarcimento ex art. 2043 c.c., per il danno conseguente all'inadempimento del mantenimento del figlio, e degli altri strumenti tipici del sistema penale e civile, è la madre (Trib. Torino, 5 giugno 2014).
  • La violazione dei doveri di mantenimento, istruzione ed educazione dei genitori verso la prole, a causa del disinteresse mostrato nei confronti dei figli per lunghi anni, integra gli estremi dell'illecito civile, cagionando la lesione di diritti costituzionalmente protetti, e dà luogo ad un'autonoma azione dei medesimi figli volta al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi dell'art. 2059 c.c. In particolare, è un comportamento rilevatore di responsabilità genitoriale l'avere deprivato i figli della figura genitoriale paterna, che costituisce un fondamentale punto di riferimento soprattutto nella fase della crescita, e idoneo ad integrare un fatto generatore di responsabilità aquiliana. La voce di pregiudizio in esame sfugge a precise quantificazioni in moneta e, pertanto, si impone la liquidazione in via equitativa ex art. 1226 c.c. In merito alla quantificazione in concreto, in caso di danno endofamiliare da privazione del rapporto genitoriale, può essere applica, come riferimento liquidatorio, la voce ad hoc prevista dalle tabelle giurisprudenziali adottate dall'Osservatorio sulla Giustizia Civile di Milano ("perdita del genitore") (Trib. Milano, sez. IX, 23 luglio 2014).
  • Il danno da perdita del rapporto parentale va al di là del mero dolore che la morte in sé di una persona cara provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi esso in a) nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell'irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull'affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità, nonché b) nel non potere fare più ciò che per anni si è fatto e c) nell'alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra superstiti (Trib. Genova, 29 gennaio 2019).

Elena Falletti In Pratica Famiglia estratto Altalex, 11 marzo 2019

www.altalex.com/documents/biblioteca/2019/03/25/il-danno-da-privazione-della-figura-genitoriale

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FAMIGLIA

Nuovo Osservatorio, mons. Paglia: “Famiglia nella cabina di regia della storia”

Presentato oggi a Roma l’Osservatorio Internazionale per la Famiglia, costituito dall’Istituto Teologico Giovanni Paolo II insieme al Cisf-Centro Internazionale Studi Famiglia e all’Universidad Católica San Antonio di Murcia in Spagna

            “La famiglia, che viene colpita in maniera a volte drammatica, è però la risorsa che può maggiormente raddrizzare il pianeta”, così mons. Vincenzo Paglia, gran cancelliere del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II. Questo nuovo strumento di osservazione è stato concepito da mons. Paglia durante i lavori del Sinodo sulla famiglia, dopo l’esortazione alla concretezza espressa da Papa Francesco, ed è un modo per guardare con occhi spirituali, ma anche storici, alle condizioni della famiglia nel mondo di oggi. L’Istituto si appoggerà nelle sue ricerche anche sulla forza delle Caritas, capaci di registrare in maniera capillare le realtà dei diversi territori in cui operano.

Uno strumento concreto per la teologia. “L’Osservatorio - come sottolinea mons. Pierangelo Sequeri, preside dell'Istituto - è il braccio intelligente per elaborare una dottrina persuasiva”. Spesso infatti, ha spiegato il preside, “la teologia si è scordata di indicare un ordine di referenza, mentre il Cristianesimo è una fede in cui anche Dio ha un ordine di referenza, che è l’incarnazione di Gesù”. L’Osservatorio permetterà agli istituti accademici un’ulteriore qualificazione, divenendo un momento strutturale dell’elaborazione della conoscenza. Mons. Sequeri ha fatto emergere come le difficoltà economiche incidano non solo sulla costituzione dei legami famigliari, ma anche sulla costituzione del senso dei legami. Di qui l’urgenza di approfondire gli studi sul campo attraverso questa nuova realtà.

Famiglia e povertà un piano di ricerca triennale. Francesco Belletti, direttore del Cisf, ha illustrato il Piano triennale Famiglia e Povertà che con un metodo scientifico sperimentale porterà avanti in una dozzina di nazioni le indagini sulla famiglia, focalizzando l’attenzione sui rischi di una povertà non solo economica, ma anche relazionale. Sarà elaborato un questionario a livello centrale, che poi verrà declinato localmente. La famiglia sarà considerata come soggetto economico, educativo, come soggetto di cura e reciprocità e come luogo generativo di appartenenza e identità. Il presidente dell’Universidad Católica San Antonio di Murcia in Spagna, José Luis Medoza Perez, è tornato poi sugli aspetti spirituali ricordando l’importanza di tenere come modello la famiglia di Nazareth.

L’Esortazione Apostolica Amoris Lætitia, che al secondo capitolo parte con un’accurata analisi delle famiglie nel mondo contemporaneo, ci spinge a comprendere come guardare la realtà sia determinante anche per chi vuole riflettere sia nella prospettiva teologica sia in quella pastorale su questa istituzione che è senza dubbio il cardine dell’intera società umana. Non è un caso che per parlare del mondo intero si parla di “famiglia umana”, sino a parlare di “famiglia delle nazioni”, cioè la dimensione della famigliarità è la cifra per comprendere la vita del mondo intero. In questo senso, avere uno sguardo che cerca di cogliere la realtà concreta nel contesto contemporaneo, mi pare una condizione indispensabile. Un’accademia ispirata dalla visione cristiana ha la necessità di guardare la realtà così come essa è. Papa Francesco direbbe di “avere i piedi per terra”. E tenere i piedi per terra vuol dire allora dotarsi di strumenti che possano offrire dati, indicazioni concrete che riflettano la complessità e il progresso storico di questa situazione.

D. - Citava anche il ruolo delle Caritas.

R. - Quale migliore occasione attraverso le Caritas presenti in tutto il mondo per avere dati che riguardano appunto tutte le nazioni? E poiché non siamo un’associazione di statistici, sebbene la statistica sia importante, abbiamo però attraverso le Caritas una lettura e un’interpretazione della situazione che è particolarmente preziosa, proprio perché riesce ad entrare all’interno dei numeri, perché riesce a scoprire la ricchezza e la drammaticità delle singole situazioni.

D. - La famiglia è in crisi o la famiglia è la soluzione alla crisi?

R. - Sulla famiglia, oggi, si sta abbattendo la crisi della globalizzazione e si sta vivendo un singolare paradosso che vede i legami famigliari per un verso come i più desiderati – tutti desiderano una famiglia –; per altro verso sulla famiglia si abbattono le violenze più drammatiche. In effetti vediamo la famiglia infragilirsi. A questo punto interviene il Papa, unica istituzione al mondo che convoca tutti per porre l’attenzione sulla famiglia. La famiglia, che viene colpita in maniera a volte drammatica, è però la risorsa che può maggiormente raddrizzare il pianeta. Questo momento può essere di crisi drammatica, se perdiamo le visioni e le energie; può essere di crisi di crescita se riusciamo a raccogliere dalla profondità del cristianesimo, delle religioni e anche dall’umanesimo laico le profondità che hanno reso la famiglia fino ad oggi il vero cardine della società. È urgente! E questo osservatorio è un piccolo segno; bisogna riporre la centralità della famiglia nella società contemporanea. Insomma riportiamo la famiglia nella cabina di regia della storia.

A illustrare nel dettaglio il Piano triennale Famiglia e Povertà il direttore del Cisf, Francesco Belletti.

Audio interviste a mons. Paglia e al prof. Belletti

Eugenio Murrali – Vatican news 21 marzo 2019

www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2019-03/osservatori o-paglia-famiglia-cabina-regia-storia.html

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FORUM ASSOCIAZIONI FAMILIARI

Educazione alla cittadinanza digitale per la scuola del terzo millennio

Educare alla cittadinanza digitale significa rendere i soggetti capaci di esercitare i propri diritti (civili e politici) utilizzando in maniera critica e consapevole la Rete e i media. La cittadinanza in sé è uno status da cui derivano diritti, ma anche doveri soprattutto legati alla convivenza e all’essere parte di una società. Nello stesso modo, un cittadino digitale quando agisce in uno spazio online è tenuto a rispettare una serie di norme e regole specifiche create al fine di tutelare la libertà di tutti (come il rispetto della privacy o la tutela del diritto d’autore) e garantire un contesto, seppur virtuale, giusto e ordinato. Nella società postmoderna, dove le tecnologie sono entrate a far parte della vita quotidiana, è indispensabile dotare gli studenti, cittadini del futuro, delle competenze necessarie per utilizzare responsabilmente questi device evitando i pericoli nascosti nel web come truffe, adescamento o plagio. Educarli ad un uso critico significa anche prevenire fenomeni come il cyberbullismo, insegnando ai ragazzi le conseguenze, spesso gravi, che i comportamenti scorretti sui social media hanno nella vita reale.

            A questo tema sarà dedicato il convegno di studio organizzato a Roma il 2 aprile 2019 che vedrà riuniti e pronti a confrontarsi esperti in ambito educativo, rappresentanti politici e istituzionali e di associazioni familiari. Nella prima parte dell’incontro, insieme a docenti di pedagogia e sociologia provenienti dalle università italiane, interverrà il Presidente Indire Giovanni Biondi per presentare il movimento delle Avanguardie educative. Il Dott. Biondi ha spesso sostenuto l’idea che il modello scolastico ha bisogno di essere trasformato, se vuole cogliere le opportunità offerte dalla nuove tecnologie. È indispensabile che la scuola impari a conoscere questi strumenti perché sono il mezzo di comunicazione prediletto da tutti i discenti che crescono in un mondo intriso di “high tech”: questo “aggiornamento” consente, infatti, al sistema d’istruzione di parlare lo stesso linguaggio dei suoi destinatari, ovvero le nuove generazioni.

Proprio per questo il Presidente citerà le Avanguardie educative, quale movimento di innovazione nato con il preciso obiettivo di ripensare l’organizzazione della Didattica, del Tempo e dello Spazio del ‘fare scuola’ e che presenta alle scuole italiane proposte concrete d’innovazione che gli consentano di stare al passo con i tempi.                                                                                    www.indire.it/progetto/avanguardie-educative

L’incontro sarà moderato dal giornalista de Il Sole 24 ore Claudio Tucci, esperto di education e mercato del lavoro.

www.forumfamiglie.org/2019/03/25/educazione-alla-cittadinanza-digitale-indire-interviene-al-convegno-di-roma

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MIGRANTI

Don Ciotti e la sua "Lettera" che smonta i pregiudizi

Ci invadono, ci rubano il lavoro, ci rendono più poveri: il fondatore di "Libera" spiega con i numeri perché non è così. «Caro razzista, sei sicuro che le difficoltà in cui viviamo sono colpa dei migranti che ci portano via il lavoro, che sporcano, che rubano?».

Don Luigi Ciotti prova a sfatare, a suon di numeri, luoghi comuni e falsi miti che avvelenano il "pianeta immigrazione". Il fondatore di Libera, in "Lettera a un razzista del terzo millennio" (Edizioni Gruppo Abele, a 20 giorni dall’uscita già secondo nella classifica delle vendite di saggistica), parte da una premessa: la povertà crescente. Ma chiede al suo razzista immaginario: «Sei sicuro che la causa siano i migranti? Sai, intanto, quanti sono? Cinque milioni e 65mila persone. Ci sono anche gli stranieri che hanno ottenuto la cittadinanza italiana (180mila nel 2016) e i cosiddetti irregolari stimati in poco più di 400mila. Nel nostro Paese c’è uno straniero ogni quindici cittadini e gli irregolari sono meno di uno ogni centoquaranta cittadini.

Un numero significativo ma non certo un’invasione e, in ogni caso, inferiore a quello dei Paesi europei a noi più simili: la Germania, dove gli stranieri sono 9 milioni 845mila, pari al 12% della popolazione o la Spagna nella quale sono 6 milioni 466mila. E pensa che in Svizzera gli stranieri sono ben il 23% degli abitanti».

Ma gli immigrati ci rendono più poveri? «Gli occupati stranieri — scrive don Ciotti — sono il 10,5% della popolazione attiva e producono il 9,9% del Pil». «Mediamente — spiega — hanno retribuzioni inferiori e lavorano soprattutto nel settore alberghiero e della ristorazione, nell’edilizia, nell’agricoltura e nei servizi di cura alle persone. Ci rubano il lavoro? Non certo negli ultimi settori indicati, da anni abbandonati dagli italiani e in cui sono frequenti le situazioni di sfruttamento, basta pensare alla raccolta dei pomodori in Puglia o in Campania».

E ancora: gli immigrati sono dei privilegiati. Sicuri? «Fino al novembre scorso il ministero dell’Interno spendeva per ogni richiedente asilo 35 euro. Ma quel contributo veniva versato ai diversi enti che si occupano dell’accoglienza, con un residuo (il pocket money) di 2,50 euro al giorno per ogni migrante. Significa che quei 35 euro alimentano una serie di attività lavorative di italiani, perché tali sono pressoché in toto gli operatori delle strutture di accoglienza. Spesi, dunque, per i richiedenti asilo, ma al 90% a beneficio di italiani».

Vladimiro Polchi                    “la Repubblica” 18 marzo 2019

https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2019/03/17/news/razzismo-221851459

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt201903/190318polchi.pdf

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PARLAMENTO

Senato della Repubblica – Commissione Giustizia - Ddl n. 950

Disegno di legge n. 950. Modifica dell'articolo 1 del codice civile in materia di riconoscimento della capacità giuridica del concepito, presentato il 22 dicembre 2018 (Maurizio Gasparri), assegnato alla 2° Commissione Giustizia in sede redigente (non ancora iniziato l'esame)

Sede redigente: è la seconda procedura speciale prevista dai regolamenti di Camera e Senato; la commissione ha gli stessi compiti che aveva quando operava in sede referente con l'aggiunta che la sua votazione sui singoli articoli del progetto di legge assume carattere di definitività, e il testo che viene presentato alla Camera sarà votato nella sua interezza (senza quindi procedere alla votazione articolo per articolo; sono esclusi da questo procedimento le materie per le quali vi è una riserva di assemblea, citate nella Sede referente)

 

Ddl 950- Art. 1. L'articolo 1 del codice civile è sostituito dal seguente:

«Art. 1. (Capacità giuridica) Ogni essere umano ha la capacità giuridica fin dal momento del concepimento.

I diritti patrimoniali che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all'evento della nascita».

www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/DDLPRES/0/1084953/index.html?part=ddlpres_ddlpres1-relpres_relpres1

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REVERSIBILITÀ

Reversibilità alla moglie anche senza mantenimento

Corte di Cassazione, sezione Lavoro, ordinanza n. 7464, 15 marzo 2019

www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_33944_1.pdf

Per la Cassazione, il coniuge separato, anche se non beneficia dell'assegno di mantenimento, ha diritto a percepire la pensione di reversibilità dell'ex. L'ordinanza della Cassazione ribalta le decisioni di primo e secondo grado che hanno negato a una vedova separata il diritto alla pensione di reversibilità dell'ex coniuge. Per la Corte di legittimità il giudice di secondo grado non ha tenuto conto della pronuncia della Consulta n. 286/1987 che ha ritenuto non giustificabile il diniego al coniuge a cui è stata addebitata la separazione, di una tutela (pensione di reversibilità) che garantisca la continuità dei mezzi di sostentamento che il marito (defunto) sarebbe tenuto a procurargli.

La Corte d'appello conferma la sentenza di primo grado con cui viene rigettata la domanda avanzata per ottenere la pensione di reversibilità da parte del coniuge separato privo del diritto agli alimenti. Per il giudice di secondo grado, in assenza del diritto agli alimenti, il coniuge non può attivare la richiesta, dopo la morte dell'ex, del trattamento previdenziale a suo vantaggio. La pensione di reversibilità è la prosecuzione del pregresso diritto alla pensione del defunto avente diritto solo in favore di terzi aventi diritto. L'ex moglie ricorre in Cassazione perché secondo giurisprudenza la pensione di reversibilità spetta anche al coniuge separato per colpa o con addebito.

La reversibilità spetta anche se l'ex non percepisce il mantenimento. La vedova separata non beneficiava dell'assegno di mantenimento al momento del decesso dell'ex coniuge. Per questo le è stato negato dalla Corte d'Appello la pensione di reversibilità. Per la Cassazione però il ricorso della donna è fondato e merita accoglimento.

La Corte Costituzionale con sentenza n. 286/1987 ha stabilito che la pensione di reversibilità "va riconosciuta al coniuge separato per colpa o con addebito, equiparato sotto ogni profilo al coniuge superstite (separato o non) e in favore del quale opera la presunzione legale di vivenza a carico del lavoratore al momento della morte." La Consulta, con la sentenza suddetta ha precisato infatti che non è "più giustificabile il diniego, al coniuge a cui fosse stata addebitata la separazione, di una tutela che assicuri la continuità dei mezzi di sostentamento che il defunto coniuge sarebbe stato tenuto a fornirgli."

Per la Cassazione la legge n. 903/1965 predispone una tutela previdenziale con la finalità "di porre il coniuge superstite al riparo dall'eventualità dello stato di bisogno, senza che tale stato di bisogno divenga (anche per il coniuge separato per colpa o con addebito) concreto presupposto e condizione della tutela medesima."

Annamaria Villafrate                                  Studio Cataldi      19 marzo 2019

www.studiocataldi.it/articoli/33944-reversibilita-alla-moglie-anche-senza-mantenimento.asp

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