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NewsUCIPEM n. 756 – 2 giugno 2019

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento on line. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

 

Le News, gratuite, si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali.

Sono così strutturate:

  • Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.
  • Link diretti per documentazione

I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica.

La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo. Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.

In ottemperanza alla direttiva europea sulle comunicazioni on-line (direttiva 2000/31/CE), se non desiderate ricevere ulteriori news e/o se questo messaggio vi ha disturbato, inviateci una e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con richiesta di disconnessione.

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02 ABUSI                                                            Linee guida contro gli abusi.

03 ADOZIONI                                                    Quando l'adozione va in crisi

04 AFFIDO CONDIVISO                                 Risarcito il figlio se la madre gli impedisce di vedere il padre

05 ASSEGNO DIVORZILE                              Niente mantenimento se l’ex è giovane e il matrimonio dura poco

05 ASSOCIAZIONI-MOVIMENTI                               I 28 anni della CRC in Italia

06                                                                          Ai. Bi.: un avvocato per ogni minorenne fuori dal nucleo familiare

07 CENTRO INTERN. STUDI FAMIGLIA   Newsletter CISF - n. 21, 29 maggio 2019.

09 CONFERENZE– CORSI – SEMINARI    7° edizione dell'International Conference on Adoption Research

10                                                                          Donna e Chiesa: corso al Pontificio Ateneo Regina Apostolorum

11 CONSULTORI FAMILIARI CATTOLICI  Psicoterapeuta e avvocato, alleati nei conflitti familiari

12 COPPIA                                                         Crisi di coppia: cause e soluzioni

15 DALLA NAVATA                                         Ascensione del Signore - Anno C – 2 giugno 2019

15                                                                          Una «forza di gravità» che spinge verso l'alto

16 DISCERNIMENTO                                      Discernere implica scegliere e decidere

16                                                                          Sacerdote: uomo discernimento se si sottopone a questo processo

17 DONNE NELLA CHIESA                            Donne e ministero diaconale

23 ENTI TERZO SETTORE                               Statuti: adeguamento possibile anche dopo il 2 agosto

25 FRANCESCO VESCOVO DI ROMA       L’altra faccia della medaglia è una responsabilità di tutti

26 OMOFILIA                                                    "Accompagnare gli omosessuali? Scelta evangelica"

28 PROCREAZIONE ASSISTITA                    La maternità surrogata nella sentenza delle Sezioni Unite Civili

33 SESSUOLOGIA                                            Sessualità in contatto con l’altro/a e col mondo

35 WELFARE                                                     Congedo maternità dopo il parto, i chiarimenti dell'Inps

35                                                                          Premio Nascita” e la nuova App. Novità per le neomamme

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ABUSI

Linee guida contro gli abusi.

            Il documento è frutto di un lavoro di studio di quasi tre anni, prima del Gruppo e poi del Servizio nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili guidato dall’arcivescovo di Ravenna-Cervia, mons. Lorenzo Ghizzoni, che in quest’intervista spiega la portata della sfida che la Chiesa italiana ha deciso di affrontare. A partire dall’azione pastorale e formativa da avviare, anche nei confronti dei ragazzi, in ogni territorio a protezione dei più piccoli e vulnerabili, una preoccupazione che dovrà essere dell’intera comunità cristiana, delle parrocchie, delle diocesi. Perché troppo gravi sono i danni che segnano le vittime degli abusi, dentro e fuori dalla chiesa.

Nasce la pastorale per la tutela dei minori. È questa la novità più significativa, assieme all’obbligo “morale” per i vescovi di denuncia all’autorità giudiziaria in caso di abusi sui minori, delle Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili approvate dall’Assemblea della Cei della scorsa settimana.

Qual è la principale novità contenuta in queste Linee Guida?

La vera svolta è l’introduzione dell’obbligo di denuncia all’autorità giudiziaria da parte dell’ordinario del luogo (il vescovo, ndr) nel quale avviene un possibile abuso da parte di un chierico. Ovviamente dopo averne vagliato la verosimiglianza. Il vescovo aveva già l’obbligo di avviare un’indagine cosiddetta “previa”, cioè raccogliere elementi da inviare alla Congregazione per la Dottrina della fede e, nel caso, avviare un procedimento canonico. Ma nelle linee guida introduciamo anche l’obbligo morale (perché dal punto di vista giuridico in Italia non lo avremmo), di informare anche l’autorità giudiziaria, che ha mezzi molto più efficaci di indagine, questo è il punto.

O meglio, dopo aver fatto l’indagine “previa” sulla segnalazione, noi incoraggiamo anzitutto la denuncia da parte di chi l’ha presentata o dei genitori o tutori, se minorenne. Se non la vogliono fare, prepariamo noi un esposto, informando di questo chi segnala. Se si opporranno, chiederemo che questa opposizione alla denuncia sia scritta, debitamente documentata e ragionevolmente giustificata.

Prima di tutti, quindi, la tutela del minore.

Di fatto, incoraggiamo ad andare a denunciare chiunque, compresi sacerdoti o religiosi. E il focus di tutto il documento è proprio sull’ascolto, sull’accoglienza e sul dare credibilità alle vittime, non a proteggere il chierico colpevole. Le conseguenze fisiche, psichiche, morali e spirituali di questi abusi sono troppo gravi. I segni restano per sempre, anche in chi riesce a rielaborarli e a parlarne.

L’obbligo di denuncia è presente in altre linee guida degli episcopati nazionali?

In quasi tutte quelle del mondo Occidentale: in molti Paesi soprattutto del Nord del mondo, c’è l’obbligo per legge di denunciare questi reati. In Italia, la Chiesa ha ampliato decisamente gli spazi di tutela delle possibili vittime, accogliendo una definizione molto ampia di “persone vulnerabili” contenuta nell’ultimo motu proprio di Papa Francesco, che include “ogni persona in stato d’infermità, di deficienza fisica o psichica, o di privazione della libertà personale che di fatto, anche occasionalmente, ne limiti la capacità di intendere o di volere o comunque di resistere all’offesa”.

Le linee guida affrontano anche il tema della prevenzione. Cosa prevedono per le singole diocesi?

Ogni diocesi deve individuare un referente diocesano che, magari affiancato da una piccola equipe, scelta tra professionisti ed esperti {dei consultori familiari?}, affiancherà il vescovo nell’azione di ascolto. Ma soprattutto si occuperà della prevenzione, su tre livelli.

Il primo è quello delle parrocchie, dei sacerdoti e degli educatori e catechisti. Le linee guida contengono materiali già pronti con i quali la diocesi dovrà fare formazione e informazione verso gli educatori. Ci sono indicazioni e definizioni di base: cos’è un abuso, un profilo di come può presentarsi un abusatore, un vademecum per la scelta degli educatori, i luoghi e i tempi nei quali può avvenire un abuso, i segnali rivelatori, etc…

Il secondo livello è quello dei ragazzi stessi. Se non lo diciamo a loro, a chi lo possiamo dire? Fonti Onu dicono che i ragazzi, a 11 anni, hanno già in mano il cellulare e quindi hanno accesso ai social (soprattutto Istagram) e ai siti che possono essere veicolo di varie forme di abuso, come il sexting, i ricatti, il grooming. Sempre gli stessi dati Onu dicono che il 70% dei ragazzi usano il cellulare. E anche gli adulti che vogliono educare, non riescono ad intercettare questo mondo dove la dipendenza può creare veri danni emotivi, affettivi, neurologici. L’educazione e la pastorale su questi temi è importante anche perché costringe gli educatori e le parrocchie a fare educazione all’affettività, alla sessualità, che molto spesso si sottovaluta.

Il terzo livello?

Poi dobbiamo aiutare le famiglie, che oggi, in generale, ma soprattutto su temi come l’educazione ai media, sono in difficoltà. Se è vero tra l’altro che una percentuale altissima di abusi, avviene in famiglia, questo aspetto è ancor più fondamentale, e al contempo complicato. Il discorso in questo caso si può introdurre bene coinvolgendo i genitori nella prevenzione al bullismo, anche perché tanto bullismo è a sfondo sessuale. Ed è sempre più precoce.

Chi potrà occuparsi di questa formazione?

L’equipe diocesana dovrà avviare dei processi. I referenti, in Emilia-Romagna hanno già iniziato la loro formazione e lavoreranno insieme, a livello regionale. Noi immaginiamo questa come un’azione pastorale: ci sarà bisogno di specialisti ma soprattutto di persone delle parrocchie.

Altri aspetti rilevanti delle linee guida? Quando verranno pubblicate?

Dobbiamo solo recepire alcune indicazioni che ci hanno dato i vescovi in assemblea e poi le pubblicheremo, questione di settimane. Le linee guida danno indicazione anche su come accompagnare gli abusatori, dopo la fine dei processi, canonico e civile. Ovviamente se la persona è disponibile. È il momento più delicato, perché quando finisce tutto, spesso queste persone se ne vanno dalla Chiesa e dal territorio nel quale hanno commesso un abuso. E sono libere, e sole.

Daniela Verlicchi       30 maggio 2019

www.agensir.it/chiesa/2019/05/30/cei-linee-guida-contro-gli-abusi-mons-ghizzoni-ravenna-incoraggiamo-a-denunciare-chiunque-compresi-sacerdoti-o-religiosi

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ADOZIONI

Quando l'adozione va in crisi

Il fenomeno delle adozioni nazionali e internazionali è diventato, con il passare degli anni, assai rilevante ma poco si sa dell’andamento di queste adozioni nel tempo. Quante sono le adozioni che vanno incontro al fallimento e ancora prima quali sono i campanelli di allarme? Rispondere a queste domande non è semplice, specialmente considerando il contesto italiano dove non è presente un sistema di registrazione dei casi di fallimento e non ci sono ricerche che monitorino l’andamento delle adozioni nel tempo.

            Le poche ricerche esistenti nel contesto internazionale si sono focalizzate sui casi di fallimento in cui si è giunti alla revoca della responsabilità genitoriale e all’allontanamento del minore dalla famiglia adottiva e al suo ricollocamento in una struttura residenziale o, più raramente, in una famiglia affidataria.  Ciò che emerge chiaramente in questi casi è la presenza di una molteplicità fattori che impatta negativamente sull’esito dell’adozione, fattori che possono riguardare le caratteristiche del minore adottato (età elevata al momento dell’adozione, paesi di provenienza dell’Est Europa o America Latina, maggiori problemi comportamentali, problemi nell’istaurare un legame di attaccamento, e così via), della coppia genitoriale (forte disaccordo tra i coniugi nella decisione di adottare, presenza di altri figli al momento dell’adozione, uno stile educativo eccessivamente rigido, alte aspettative rispetto al figlio, eccetera) e dei servizi che si occupano dell’iter adottivo (assenza di una formazione pre-adottiva adeguata, mancanza di un supporto post-adottivo, forti discrepanze tra il profilo del bambino richiesto dalla coppia e il bambino effettivamente dato in adozione, e così via).

            Ma che cosa sappiamo delle situazioni che precedono il fallimento? Cosa sappiamo delle situazioni di crisi adottiva quando sono presenti forti disagi a carico del minore adottato e relazioni familiari molto tese? Tali difficoltà possono portare, a volte, all’interruzione dei rapporti con la famiglia adottiva e, quindi, a un fallimento, ma non sempre. Quali sono, quindi, i campanelli di allarme che possono aiutare gli operatori a intervenire in queste situazioni e a ridurre, di conseguenza, i fallimenti adottivi? Quali sono, inoltre, le risorse su cui possono contare le famiglie adottive per poter superare la crisi? Si tratta di domande cruciali per strutturare interventi preventivi.

            A questo proposito è stata avviata dal Centro Studi e Ricerche sulla Famiglia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano una ricerca volta ad approfondire come le famiglie adottive affrontino momenti di particolare crisi. Lo studio è stato condotto mediante la somministrazione di un questionario on-line madri adottive che si sono rivolte a un forum online rivolto a genitori adottivi in difficoltà.

            Le madri adottive hanno riportato problemi di una certa gravità nei figli, problemi comportamentali ed emotivi, abuso di sostanze stupefacenti, fughe da casa, scarso impegno scolastico e così via. Un dato interessante messo in luce dalla ricerca riguarda proprio le risorse sui cui contare in queste situazioni: la principale è la relazione con il partner. Le madri adottive, infatti, dicono di ricevere un significativo supporto dal partner nell’affrontare queste situazioni.

            Rispetto ai servizi, invece nelle prime fasi dell’adozione il supporto dato da figure professionali quali lo psicoterapeuta, l’educatore e lo psichiatra, è stato riconosciuto come abbastanza significativo. Ma il livello di soddisfazione per il sostegno ricevuto diminuisce drasticamente se ci spostiamo al periodo nel post adozione e soprattutto durante la fase di crisi adottiva.

            È necessario dunque implementare gli interventi specifici di enrichment [arricchimento] familiare e di supporto post-adottivo, anche dopo diversi anni dall’adozione. Inoltre, sembrano necessari interventi specifici volti a intercettare e supportare quelle famiglie che stanno attraversando una forte crisi, così da poter prevenire una rottura dei legami familiari. Infine, un dato ulteriormente interessante emerso dalla ricerca è la percezione da parte delle partecipanti di un positivo ruolo del forum per genitori adottivi in cui essi sentono di aver trovato un reale supporto e un confronto significativo, privo di giudizio, un dato che potrebbe essere un punto di partenza per le nuove forme di intervento. Si potrebbe immaginare, infatti, di creare delle reti online in cui i genitori adottivi possano confrontarsi anche con professionisti che, grazie alla propria formazione, sono in grado di accogliere i bisogni dei genitori adottivi e intervenire in termini preventivi e promozionali.

            Tutti temi di interesse questi, tra i numerosi che saranno affrontati nella settima edizione dell’International Conference on Adoption Research (ICAR7) che si svolgerà, ospitata dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia, presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore dal 7 all'11 luglio 2020, un incontro di grande importanza per ascoltare le riflessioni più innovative della ricerca e dell’intervento nel campo delle adozioni secondo una prospettiva interdisciplinare.

            Renata Maderna        Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia - newsletter n. 9-2019

            https://centridiateneo.unicatt.it/famiglia-ricerca-quando-l-adozione-va-in-crisi

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AFFIDO CONDIVISO

Risarcito il figlio se la madre gli impedisce di vedere il padre

Corte di Cassazione, Prima Sezione civile, ordinanza n. 13400, 7 maggio 2019

www.studiofronzonidemattia.it/wp-content/uploads/2019/05/Cassaxione-Civile-17.05.2019-n.-13400.pdf

Il genitore che con atteggiamento ostruzionistico impedisce al figlio di vedere l’altro genitore, nonostante gli intervenuti accordi circa le modalità di frequentazione, rischia di incorrere nella condanna al risarcimento del danno a favore del figlio per aver leso il diritto alla bigenitorialità di quest’ultimo.

            Nell’attuale panorama, che vede disegni di legge all’esame del Parlamento, la Cassazione è tornata a pronunciarsi in materia di bigenitorialità, intesa quale interesse del minore a mantenere un rapporto continuativo con entrambi i genitori.

            Nel caso esaminato, la Corte d’Appello, discostandosi da quanto precedentemente stabilito dal Tribunale, aveva condannato una madre al risarcimento del danno di € 5.000,00 a favore del figlio poiché aveva impedito a quest’ultimo di frequentare il padre secondo le modalità già concordate tra i genitori, rilevando il clima di forte conflittualità ancora esistente nella coppia.

            La madre ha dunque presentato ricorso in Cassazione avverso la sentenza della Corte d’Appello deducendo come fosse stato lo stesso figlio a non voler vedere il padre ed a pretendere anche la presenza della madre ad ogni incontro con lo stesso.

            La Cassazione ha ribadito che le misure sanzionatorie previste dall’art. 709 ter c.p.c., tra cui anche quella del risarcimento del danno a favore del figlio, “sono suscettibili di essere applicate facoltativamente dal giudice nei confronti del genitore responsabile di gravi inadempienze o di atti che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento”.

            Applicando tale principio al caso posto alla sua attenzione, la Corte di Cassazione ha ritenuto la condanna emessa dalla Corte d’Appello adeguatamente motivata, essendo stato provato un atteggiamento ostruzionistico della madre ed un condizionamento al corretto svolgimento delle modalità di affidamento del minore, oltre al disagio derivante allo stesso dall’atteggiamento materno.

            Il ricorso è stato dunque rigettato ed è stata confermata la condanna della madre al pagamento di € 5.000,00 a titolo di risarcimento danno a favore del figlio.

www.studiofronzonidemattia.it/risarcito-figlio-la-madre-gli-impedisce-vedere-padre

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ASSEGNO DIVORZILE

Niente mantenimento se la ex è giovane e il matrimonio dura poco

Corte di Cassazione, sesta sezione civile, ordinanza n. 13902, 22 maggio 2019

www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_34727_1.pdf

Per piazza Cavour, se la moglie è giovane, lavora, il matrimonio è durato poco e non riesce a provare il tenore di vita goduto durante lo stesso, non le spetta il mantenimento. La Cassazione dichiara inammissibile il ricorso, condividendo le conclusioni a cui è giunta la sentenza oggetto d' impugnazione. Per la Corte d'Appello infatti sono diversi i fattori che le hanno fatto ritenere di non dover riconoscere l'assegno di mantenimento alla ex moglie. La giovane età della donna, lo svolgimento di un'attività lavorativa, la breve durata del matrimonio e l'assenza di prove in relazione al tenore di vita goduto in costanza dello stesso fanno ritenere che alla stessa non spetti l'assegno di mantenimento.

La Corte d'Appello in parziale riforma della sentenza del giudice di prime cure che ha pronunciato la separazione di due coniugi, dichiara non dovuto l'assegno di mantenimento. La ex moglie soccombente ricorre in Cassazione lamentando, tra l'altro:

  • La mancata valutazione, da parte della Corte d'Appello, del materiale probatorio offerto;
  • La violazione dell'art 156 c.c. visto che la corte, nel valutare il suo diritto all'assegno di mantenimento, non ha considerato la sua effettiva capacità reddituale, la durata tutt'altro che breve del matrimonio e la grande disparità di reddito tra coniugi;
  • L’omissione di fatti decisivi, considerato che il giudice non ha esaminato le contestazioni sollevate da parte ricorrente in giudizio.

La Cassazione dichiara inammissibile il ricorso, perché teso a riproporre un nuovo giudizio di fatto, non consentito in sede di legittimità. A giudizio degli Ermellini inoltre la motivazione della sentenza d'Appello risulta essere "puntuale, coerente e perfettamente idonea a consentire di individuare il procedimento logico-giuridico che ne costituisce fondamento …. che, infatti, la corte di merito, nel negare al coniuge l'assegno di mantenimento, ha tenuto conto della effettiva capacità di produrre reddito dell'odierna ricorrente (la quale verosimilmente svolge attività lavorativa ed è di giovane età); del tenore di vita goduto dai coniugi durante la convivenza familiare (restando indimostrato il suo carattere elevato), nonché dalla oggettivamente breve durata della coabitazione...".

Annamaria Villafrate            newsletter       Studio Cataldi            28 maggio 2019

www.studiocataldi.it/articoli/34727-cassazione-niente-mantenimento-se-la-ex-e-giovane-e-il-matrimonio-dura-poco.asp

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ASSOCIAZIONI - MOVIMENTI

I 28 anni della CRC in Italia

http://gruppocrc.net/chi-siamo

Il 27 maggio 1991 l’Italia ratificava la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza con la Legge 176/27 maggio 1991.                         www.camera.it/_bicamerali/infanzia/leggi/l176.htm

Un passo importante che ha visto il nostro Paese impegnarsi negli ultimi 28 anni nell’attuazione dei 1991principi fondamentali in essa affermati, così come nel riconoscimento e nella protezione dei diritti universali di tutti i bambini, le bambine, i ragazzi e le ragazze con meno di 18 anni.

            Per ricordare alle Istituzioni questo impegno, il Gruppo di Lavoro sulla Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Gruppo CRC) si è attivato al fine di garantire un sistema di monitoraggio permanente, indipendente e condiviso tra le associazioni che lavorano per la promozione e la tutela dei diritti dell’infanzia in Italia. Oltre ad elaborare il Rapporto Supplementare sull’attuazione della Convenzione in Italia da inviare al Comitato ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza per l’esame periodico del nostro Paese, ogni anno, il 27 maggio, il Gruppo CRC pubblica un Rapporto di aggiornamento sullo stato di attuazione della CRC in Italia. Quest’anno verrà invece presentata un’edizione speciale a novembre in occasione del 30° anniversario della Convenzione sui Diritti del Fanciullo.

            Inoltre nel 2018 il Gruppo CRC ha deciso di sperimentare una nuova pubblicazione che si affianca all’analisi compiuta a livello nazionale nel consueto Rapporto di monitoraggio. Con l’obiettivo di fornire una fotografia regione per regione sulla base di una serie di indicatori ed offrire una panoramica sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza nei vari territori, il Network ha realizzato un Rapporto Regionale con dati disaggregati per regione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia, che verrà presentato oggi a Roma e a Trieste, alla presenza di rappresentanti delle istituzioni regionali e del Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza Regione Lazio e della Garante della Regione Friuli-Venezia Giulia per i Diritti della Persona, ed una delegazione del Gruppo CRC.

            Dalla lettura disaggregata sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza, emerge una forte differenziazione territoriale che impone una riflessione a livello nazionale e locale: come recentemente proposto anche dal Comitato ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza nelle proprie raccomandazioni all’Italia occorre “l’adozione di misure urgenti per affrontare le disparità esistenti tra le Regioni relativamente all’accesso ai servizi sanitari, allo standard di vita, ad un alloggio adeguato, compresa la prevenzione degli sgomberi forzati, lo sviluppo sostenibile e l’accesso all’istruzione di tutti i minorenni in tutto il Paese”.

            Questo primo lavoro di ricognizione dei dati esistenti, oltre ad evidenziare le lacune del sistema nazionale e regionale di monitoraggio e di raccolta dati sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza, ha sottolineato come numerose e profonde diseguaglianze regionali permangono relativamente al sostegno dei minori fuori della propria famiglia di origine, diritto all’educazione,  e fruizione di attività culturali, diritto alla salute, così come in merito alla distribuzione geografica dei minori che vivono in famiglie  a rischio povertà ed esclusione sociale, con gravi divari regionali che vedono il Mezzogiorno come zona di maggiore criticità.

            Ciò significa che le persone di minore età hanno differenti opportunità e diritti a seconda di dove nascono e crescono. Si tratta di forte discriminazione su base regionale, che ha un forte impatto sulla vita dei bambini, e che rende indispensabile avviare una riflessione strategica rispetto alle politiche per l’infanzia e adolescenza, da cui derivi l’assunzione di un impegno reale da parte delle istituzioni competenti per risolvere le criticità ancora insolute.

Rapporto I diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia. I dati regione per regione, dicembre 2018

http://gruppocrc.net/wp-content/uploads/2019/04/rapporto-CRC-2018-ok_-aprile-2019-002.pdf

Analisi del paragrafo su Il principio di non discriminazione del 3° Rapporto Supplementare

http://gruppocrc.net/wp-content/uploads/2009/02/par_1-18.pdf

A cura del Coordinamento CRC      27 maggio 2019

http://gruppocrc.net/i-28-anni-della-crc-in-italia

           

Ai.Bi. – Amici dei Bambini: un avvocato per ogni minorenne fuori dal nucleo familiare d’origine

Dopo le elezioni europee, il Governo dovrebbe tornare a occuparsi di una serie di questioni aperte. Tra queste il delicato tema delle case famiglia e delle comunità educative. Lo ha detto, tra le altre cose, il vicepremier Matteo Salvini, che in precedenza aveva accusato parte di queste strutture. “Su tantissime case famiglia che fanno il loro lavoro – aveva dichiarato il leader della Lega – ci sono anche soggetti che tengono in ostaggio migliaia di bambini”. E, nello scorso mese di aprile, proprio la Lega aveva depositato una proposta di legge per istituire una commissione parlamentare di inchiesta sulle attività di affidamento di minori alle case famiglia.

Nel frattempo, però, rimane il tema di chi si dovrebbe occupare di tutelare questi minorenni fintanto che sono collocati all’esterno del nucleo familiare d’origine. Perché, per un minore, l’allontanamento dalla propria famiglia è uno dei momenti più disperati della vita. E così, proprio quando avrebbe bisogno dell’aiuto di qualcuno veramente preparato, si trova spesso solo, in un limbo. Una questione ancora più spinosa se si pensa che, mentre le adozioni non crescono, i collocamenti fuori famiglia di minori aumentano. Secondo le ultime stime, in Italia i minori collocati in strutture di accoglienza (comunità educative, con massimo 12 minori per struttura, case famiglia, con un massimo di 6 minori e famiglie affidatarie) avrebbero oramai superato il tetto di 35mila.

Eppure, negli ultimi anni, a livello internazionale, si è andati verso il pieno riconoscimento del diritto del minore ad essere rappresentato nei procedimenti giudiziari che lo riguardano. La Convenzione ONU del 1989 e la Convenzione di Strasburgo del 1996 hanno specificato e attuato il diritto del minore alla piena ed effettiva partecipazione ai processi che lo riguardano ed alla difesa, con diverse modalità e a seconda della sua capacità di discernimento.

Ebbene il minore è l’unica persona al mondo che non può nominare un suo avvocato difensore: c’è da porsi quindi la domanda: “chi è in grado di tutelare e difendere i diritti del minore proprio nel periodo più fragile della propria vita?” Non lo può essere infatti il giudice, in quanto per legge è un terzo nel conflitto di contrapposti diritti e interessi (quelli del minore, dei genitori e altri).

Rifacendosi al principio di assolutezza e superiorità dei diritti dei minori, Ai.Bi. – Amici dei Bambini sta elaborando una proposta di legge per individuare e formare figure specializzate in diritto minorile che possano adeguatamente rappresentare gli interessi dei minori dal punto di vista sostanziale e tecnico.

L’avvocato del minore così pensato, oltre a possedere una conoscenza completa della normativa e della giurisprudenza minorile, in modo da realizzare al meglio possibile il diritto di difesa e di rappresentanza del suo assistito, dovrebbe essere anche in grado di sviluppare una capacità comunicativa e una competenza relazionale che gli possa permettere di interagire con tutti i soggetti coinvolti nei procedimenti relativi al minore. Il minore dovrà poter stabilire con il suo avvocato un rapporto di fiducia che gli consentirà di esprimere i propri desideri e il proprio benessere.

News Ai. Bi. 29 maggio 2019

www.aibi.it/ita/dopo-le-elezioni-tornano-in-scena-le-case-famiglia-e-ora-di-istituire-lavvocato-del-minore

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                                      CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA  

Newsletter CISF - n. 21, 29 maggio 2019

  • Politiche per la famiglia: prima e dopo le elezioni europee, cambierà qualcosa? Qualche riflessione sulle politiche per la famiglia, in una intervista telefonica su RadioInBlu al direttore del Cisf (F. Belletti), la mattina del 22 maggio 2019 (prima degli esiti elettorali). “L’Idea di recuperare per le famiglie risorse dal Reddito di Cittadinanza, conferma che Rdc non aveva centrato bene il tema delle famiglie con figli [...]” I nuclei con tre figli e oltre si trovano in grande percentuale sotto la soglia di povertà. Bene la costituzione di un Fondo per la Famiglia che arrivi a un miliardo, perché serve una linea di finanziamento permanente e affidabile. È necessaria una strategia permanente e di lungo periodo, un disegno organico e affidabile. Questo si aspettano le nuove famiglie. Avere figli è un progetto che dura almeno 25 anni”... [ascolta l'audio 10 minuti]

www.radioinblu.it/2019/05/22/dl-famiglia-belletti-cisf-serve-un-disegno-organico

  • Gorizia. Nella stimolante cornice del XVI Festival èStoria,                                          www.estoria.it

dedicato quest'anno al tema "famiglie", venerdì 24 maggio 2019 il direttore Cisf (Francesco Belletti) ha parlato di «Stati di famiglia», con l'antropologo francese Emmanuel Todd. Qualche riflessione dall'incontro è riportata sull'intervista di Matteo Sacchi a Francesco Belletti, pubblicata su "Il Giornale" di sabato 24 maggio 2019

www.ilgiornale.it/news/spettacoli/famiglia-cambia-resta-decisiva-1701063.html

  • Dalle case editrici. Tema importante: gioco d'azzardo, dipendenze, come difendersi.

Zappolini Armando, Scigliano Mimma, Mettersi in gioco. L’azzardo: dalle storie di dipendenza alle strategie per combatterlo, San Paolo, Cinisello B. (MI), 2019, pp. 236, € 17,00.

Partendo dall'esperienza di don Armando Zappolini, portavoce della campagna contro l'azzardo "Mettiamoci in gioco" e per molti anni presidente del CNCA (rete nazionale di comunità di accoglienza), il libro racconta e documenta un fenomeno sociale molto diffuso, del quale però non si ha ancora un’adeguata percezione. Il volume intende informare e sensibilizzare quante più persone possibile, e nello stesso tempo aiutare chi è caduto nella spirale della dipendenza e i suoi famigliari, con indicazioni utili e precise. Il suo filo narrativo è rappresentato dalle testimonianze di giocatori patologici in percorso di recupero presso la Comunità residenziale di Festà (provincia di Modena); alle loro storie s'intrecciano poi le voci di operatori, attivisti e collaboratori di "Mettiamoci in gioco", in quanto osservatorio privilegiato proprio sui temi del gioco d'azzardo. Vengono affrontati i costi economici e sociali, i rischi sanitari e per la collettività, le facce di una dipendenza "senza sostanza", difficile da intercettare e da prevenire, il limite tra gioco legale e gioco illegale. Infine, gli autori fanno il punto sul divieto di pubblicità del gioco d'azzardo e sull’assoluta necessità di una legge, che purtroppo ancora tarda a venire alla luce.

  • UE- COFACE Families. Building Inclusive Societies - First steps to bridging the gaps between family, education and migration policies (Costruire società inclusive. Primi passi per coprire le distanze tra famiglia, educazione e politiche migratorie). Il documento, appena pubblicato, contiene una documentata ed aggiornata ricognizione delle attuali politiche migratorie e del modo in cui la dimensione familiare e la partecipazione scolastica possono favorire o penalizzare processi di integrazione e inclusione sociale per i minori migranti.

www.coface-eu.org/wp-content/uploads/2019/05/COFACE-paper_Building-Inclusive-Societies_FINAL.pdf

  • Nuove statistiche sulle adozioni internazionali: primo semestre 2018 "In attesa dei dati annuali, CAI pubblica le informazioni relative al primo semestre 2018, consentendo una prima analisi sull’andamento del fenomeno adottivo nel 2018. Nei primi sei mesi dell’anno le coppie che hanno fatto richiesta di autorizzazione all’ingresso in Italia di minori stranieri alla Commissione per le adozioni internazionali sono state 501. Dall’analisi storica dei dati semestrali relativi al periodo 2012-2018 emerge un trend fortemente calante ma se ci si sofferma sull’ultimo biennio, emerge invece una stabilizzazione del fenomeno, con una riduzione di solo 11 casi nel 2018 rispetto all'anno precedente

www.commissioneadozioni.it/media/1607/report_cai_1___semestre_2018.pdf

  • Più asili nido e più posti nelle scuole materne favoriscono l'occupazione femminile. La conferma viene dai dati di una ricerca della Fondazione Openpolis. (Dati in sintesi).

www.openpolis.it/estendere-i-servizi-per-linfanzia-serve-anche-per-loccupazione-femminile

Nelle quattro regioni considerate (Valle d'Aosta, Umbria, Emilia Romagna e Toscana), dove la presenza di asili nido e servizi integrativi per la prima infanzia arriva al 33% dei bambini da zero a tre anni, il tasso di occupazione femminile supera il 60%, rispetto alla media nazionale del 52,5%, dato che ci colloca al penultimo posto nell’Unione Europea, appena sopra la Grecia. L’Italia è anche il secondo paese con il più ampio divario occupazionale uomo-donna: 19,8 punti di differenza, rispetto a una media Ue di 11,5. Nel nostro paese, infatti, le donne tra 20 e 49 anni senza figli lavorano nel 62,4% dei casi, contro una media europea del 77,2%. Tra le donne con un figlio, le italiane lavorano nel 57,8% dei casi, contro l'80,2% nel Regno Unito, il 78,3% in Germania, il 74,6% in Francia. L’ennesima triste dimostrazione che avere figli e lavorare per le donne italiane restano spesso due cose inconciliabili, e una chiara indicazione – casomai qualcuno volesse cominciare a pensare seriamente al dramma della denatalità nel nostro Paese – su quali provvedimenti privilegiare

www.openpolis.it/wp-content/uploads/2019/04/Scuole-e-asili-per-ricucire-il-paese.pdf

  • Specializzarsi per la famiglia. Donna e chiesa. Diploma promosso dall’Istituto di studi Superiori sulla Donna dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. Anno accademico 2019-2020.

www.upra.org/wp-content/uploads/2019/03/ANITA-

Il percorso vuole approfondire la missione e il contributo della Donna nella Chiesa, anche in considerazione del più recente magistero di papa Francesco. Si articolerà su tre moduli: socio-culturale, teologico-pastorale ed ecclesiale, antropologico e psico-pedagogico. Due settimane intensive si svolgeranno dal 23 al 28 settembre 2019 e dal 10 al 15 febbraio 2020. Termine iscrizioni: 11 settembre 2019.

  • Alba, 26 maggio - 2 giugno 2019. 14.a settimana della comunicazione. In corso in questi giorni nella città di Alba (Cuneo) la Settimana della Comunicazione, promossa dal locale Centro Culturale San Paolo Onlus, in collaborazione con Gazzetta d'Alba e con la diocesi. Convegni, incontri, feste per riflettere a partire da un recente sfida di Papa Francesco: "Dalle social network communities alla comunità umana".

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf2119_allegato2.pdf

  • Save the date
  • Nord: Le famiglie sandwich. Tra compiti di cura e responsabilità educative, con il supporto dei servizi, seminario formativo organizzato da ANTEAS (Associazione Nazionale tutte le età Attive per la Solidarietà - Federazione Nazionale Pensionati della CISL), Biassono (MB), 3 giugno 2019.

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf2119_allegato3.pdf

  • Nord: La sfida quotidiana - conciliare lavoro e famiglia, evento promosso dal Gruppo Terziario Donna Confcommercio della provincia di Varese, Varese, 10 giugno 2019.

http://panel.confcommerciovarese.it/allegati/2207_Progamma_Convegno_Terziario_Donna.pdf

  • Centro: Formazione Personale e Uso del Sé del Terapeuta Familiare, 52° convegno di studio, promosso dall'Accademia di Psicoterapia della Famiglia, Roma, 21 - 22 giugno 2019.

www.accademiapsico.it/news/52-convegno-di-studio-21-22-giugno-2019.html

  • Centro: Le domande grandi dei bambini, primo convegno nazionale presentazione dei tre volumi di "Itinerario di prima Comunione per genitori e figli", per sacerdoti, animatori e catechisti, promosso dagli autori (padre Maurizio Botta e don Andrea Lonardo) e da Itaca Edizioni, Roma, 8 giugno 2019.                                                                                       www.ledomandegrandideibambini.org
  • Centro: Legami adottivi tra appartenenze e identità, incontro promosso dall'Associazione Legàmi adottivi (composta da persone adottate), Firenze, 15 giugno 2019.

www.ciai.it/wp-content/uploads/2019/04/LEGAMI-VOLANTINO.pdf

  • Sud: Pratiche di mediazione familiare, workshop (con crediti formativi per assistenti sociali), promosso da Associazione Prof.As.S. (Professione Assistente Sociale), Trapani, 14 giugno 2019.

www.cnoas.it/cgi-bin/cnoas/vfale.cgi?i=NNWNENOEHNMNFNXOQQVEAP&t=brochure&e=.pdf

  • Sud: Family Economics. Come la famiglia può salvare il cuore dell'economia. Presentazione del volume (Lubomir Mlcoch, Edizioni San Paolo 2017

www.sanpaolostore.it/family-economics-come-famiglia-puo-salvare-cuore-dell-economia-lubomir-mlcoch-9788892211247.aspx?Referral=newsletter_cisf_20190605

Promosso da Alleanza Cattolica, Rodì Milici (Messina), 8 giugno 2019.

https://alleanzacattolica.org/evento/rodi-milici-family-economics-come-la-famiglia-puo-salvare-il-cuore-delleconomia

  • Estero: 6th Annual International Conference on Demography and Population Studies, evento promosso dalla Divisione Antropologia e Demografia di ATINER (Athens Institute for Education and Research), Atene, 17-20 giugno 2019.

https://iussp.org/en/6th-annual-international-conference-demography-and-population-studies

Iscrizione                  http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

Archivio          http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/maggio2019/5126/index.html

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CONFERENZA - CONGRESSI – CONVEGNI – CORSI - SEMINARI

7a edizione dell'International Conference on Adoption Research

Il Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore ha l’onore di ospitare la 7° edizione dell’International Conference on Adoption Research Milano, 7-11 luglio 2020.

L'International Conference on Adoption Research (ICAR) è stata organizzata per la prima volta nel 1999 dal professor Harold Grotevant, dell'Università del Massachusetts, ad Amherst (U.S.A.) con l'obiettivo di creare un'occasione di incontro e di scambio tra i ricercatori, gli operatori e i professionisti di tutto il mondo impegnati nel campo delle adozioni. La prima Conferenza ebbe molto successo, così che la professoressa Elsbeth Neil, dell'Università dell'East Anglia (Gran Bretagna), decise di organizzare una seconda edizione a Norwich nel 2006. Sono poi seguite altre quattro edizioni: 2010, Leiden, Paesi Bassi; 2013, Bilbao, Spagna; 2016, Auckland, Nuova Zelanda; 2018, Montréal, Canada.

L'ICAR è diventato così un evento ricorrente e rappresenta un'opportunità unica per la comunità internazionale di ricercatori, accademici e professionisti per condividere e diffondere le più recenti conoscenze nell'ambito delle adozioni. La finalità ultima è quella di sviluppare un network internazionale per individuare nuove linee di ricerca e di intervento che possano contribuire al benessere dei bambini adottati e delle loro famiglie.

L'ICAR7 sarà preceduta da due giornate di formazione (Summer School) 6-7 luglio dedicate a dottorandi e giovani ricercatori, al fine di acquisire ulteriori competenze nell'ambito dello studio e della metodologia di ricerca riguardante i temi dell'adozione. Inoltre, la Summer School intende stimolare la creazione di una rete internazionale di scambio e di confronto tra le nuove generazioni per lo sviluppo di future ricerche e collaborazioni.

Il sito web è ora on-line e sarà costantemente aggiornato:      www.unicatt.it/icar7

Seguici sulla pagina Facebook                                                             www.facebook.com/ICARadoption

 

"Donna e Chiesa": nuovo corso al Pontificio Ateneo Regina Apostolorum

Il diploma è offerto dall'Istituto di Studi Superiori sulla Donna, a partire dal prossimo Anno accademico 2019/2020. Intervista con la prof.ssa Marta Rodriguez, direttrice dell'Issd.

Comprendere, rispettare, valorizzare e promuovere il genio femminile nella vita della Chiesa, così come raccomandato da Papa Francesco. Da qui l'idea di offrire un percorso accademico ad hoc nell'ambito della Pontificia Università Regina Apostolorum (Upra), che porti a conseguire un Diploma di specializzazione su "Donne e Chiesa". Il Corso prevede due settimane intensive di insegnamenti multidisciplinari, in programma dal 23 al 28 settembre 2019 e dal 10 al 15 febbraio 2020, presso l'Istituto di Studi Superiori sulla Donna (Issd), fondato nel 2003 con l'intento di promuovere la prospettiva femminile, in ambiti ecclesiale e civile incoraggiando un proficuo rapporto di collaborazione tra uomini e donne, che porti a valorizzare la ricchezza delle loro specificità.

Che cosa impedisce ancora oggi alle donne di essere pienamente apprezzate e valorizzate nella Chiesa, nei propri talenti femminili?

R. - Io credo vi sia una mancanza di formazione di cultura, perché negli ultimi 40 anni abbiamo parlato molto dell'importanza del contributo delle donne. Ci sono principi molto chiari che poi fanno fatica ad essere concretizzati nella vita.

Il cammino di emancipazione delle donne è stato costellato di grandi successi nel secolo scorso, che in parte però oggi vediamo vanificati dal venire meno di alcune tutele sociali, ad esempio della famiglia tradizionale o della maternità, sempre più osteggiata nel mondo del lavoro o dei tempi di conciliazione del lavoro fuori e dentro casa.  Come ancorare i risultati ottenuti ad un progresso civile che valorizzi davvero il ruolo delle donne?

R. - Per me il cammino è guardare avanti e non indietro, perché le conquiste che sono state fatte sono importanti e le celebriamo, però non hanno colmato, non hanno risposto a tutte le domande. Oggi le donne fanno fatica anche a capire cosa significa essere donna, quando la società e i modelli organizzativi non favoriscono la maternità, ma tutto il contrario. Noi crediamo che il cammino sia quello di promuovere un'alleanza tra uomo e donna come quella di cui parlava il Santo Padre nel suo Messaggio ai membri dell'Accademia Pontificia per la Vita: quell'alleanza tra uomo e donna che porterà a prendere in mano la regia della società, e anche i modelli organizzativi del mondo del lavoro, perché non siano così improntati sul tempo e lo spazio ma siano più flessibili ed improntati sui risultati.

Effettivamente, troppo spesso vediamo il ruolo delle donne schiacciato su quello maschile.

R. -Sì, oggi invece ci vogliono le soft skill ovvero le caratteristiche personali che le donne portano in un modo preminente, e di cui anche il mondo del lavoro ha bisogno per uscire dalla crisi che stiamo affrontando.

Forse manca una profonda presa di coscienza delle donne stesse, del proprio valore, della propria unicità?

R. - Io sono convinta di questo. Credo che oggi abbiamo perso anche il contatto con il significato del corpo, facciamo fatica a capire cosa significa essere donna. Sappiamo che è difficile ma non sappiamo cosa significhi. E quello porta anche una crisi della virilità, che oggi è un fenomeno in crescita.

Quindi questa contrapposizione uomo donna ha portato piuttosto degli aspetti negativi?

R. - La contrapposizione sempre porta aspetti negativi. Noi proponiamo un'alleanza che parte dal riconoscimento dell'identità di ciascuno, del rispetto dell'identità dell'altro e poi è nell'incontro che ognuno trova anche la propria identità. E' una sinergia…e sono risultati che da soli non si possono raggiungere.

A chi è rivolto il Corso?

R. - E' aperto a vescovi, presbiteri, religiose, religiosi, laici, uomini e donne che siano impegnati in ruoli formativi o di leadership in ambito ecclesiastico, sia a livello curiale e diocesano che accademico. Loro sono in primis i drivers i guidatori del cambiamento che ci auguriamo di poter raggiungere insieme a loro.

Sono previsti tre moduli incentrati sugli aspetti socioculturali, teologico-pastorali ed ecclesiali, antropologico e psicopedagogico. Un percorso a 360 gradi?

R. - Sì, molto ambizioso. Il primo modulo tenterà di evidenziare a livello socioculturale quali sono le luci e le ombre della situazione della donna all'interno della Chiesa e non solo. Il modulo teologico-pastorale che ha una buna parte ecclesiologica tenterà di approfondire le prospettive ecclesiologiche che sono state aperte dal Concilio Vaticano II per i laici e anche con le sue implicazioni di tipo canonico. C'è poi una parte di mariologia ed un approfondimento nell'antropologia teologica. Mentre nella parte più applicativa, più psicopedagogica si affrontano temi di teologia pastorale che a volte i sacerdoti fanno fatica ad affrontare e che riguardano le donne in modo particolare, per esempio la violenza sulle donne, la pornografia, l'abuso sessuale… Vogliamo dare strumenti in questo campo che si concretizzeranno in workshop molto pratici: come gestire la comunicazione tra uomo e donna nel mondo del lavoro, come gestire il pregiudizio e l'empatia, l'ascolto... Quindi si va da lezioni di tipo scientifico abbastanza esigenti a workshop di tipo molto pratico e applicativo.

Roberta Gisotti Vatican news           28 maggio 2019

www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2019-05/donna-e-chiesa-nuovo-corso-pontificio-ateneo-regina-apostolorum.html

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CONSULTORI FAMILIARI CATTOLICI

Psicoterapeuta e avvocato, alleati nei conflitti familiari

L’importanza della salvaguardia del legame tra le generazioni, fulcro della relazione familiare. Una riflessione nata dal lavoro concreto nei casi di separazione

Approfondendo la tematica ho avuto modo, come terapeuta, di confrontarmi con situazioni di sofferenza relazionale sia all’interno della coppia sia nella dinamica familiare, dove i figli diventano i principali catalizzatori del disagio emotivo. È possibile, con un lavoro terapeutico, poter entrare nella storia e nel romanzo di quella coppia e di quella famiglia e permettere a ciascun membro di poterne vedere la ricchezza e la complessità, favorendo la consapevolezza dei processi che hanno portato alla formazione del disagio, dei conflitti e delle sintomatologie specifiche. Quando non è possibile accompagnare un processo trasformativo, che si verifica nella maggior parte delle situazioni, è comunque possibile sostenere le persone nel poter affrontare la sofferenza della separazione.

L’oggetto di approfondimento è proprio il legame, e la persona è intesa come essere in relazione che vive di legami e che esiste in relazione con l’altro: così come insieme si stringe il patto, così insieme lo si scioglie. L’aspetto paradossale del divorzio, quando il processo di coppia porta alla rottura del patto, è quello di essere un compito congiunto che trascende l’elaborazione personale, che ha comunque il suo spazio e il suo peso.

Il lavoro è sul legame perché con lo scioglimento si ritirano dal patto gli impegni e i doni reciproci, lasciando spazio al dolore del fallimento, all’odio per l’altro vissuto come fonte di male o verso di sé, percepiti come indegni e incapaci nel portare avanti una relazione, o all’essere assorbiti dall’angoscia del presente-futuro. A corona della risonanza personale ci sono i figli che non sono “separabili” dal destino del patto di coppia e per quanto un figlio possa “differenziarsi” rispetto ai singoli genitori, non può farlo dal legame di coppia e tenterà di intervenire in vari modi: rifuggendolo; riparandolo; alleandosi con un membro della coppia, generalmente quello percepito come il più fragile; riproducendolo nel proprio stile relazionale futuro.

È importante, nel lavoro da fare, la salvaguardia del legame tra le generazioni che è il fulcro della relazione familiare. I legami non si eliminano ma si trasformano, vengono ad assumere altre forme e significati perché la loro dimensione emotiva-affettiva è essere “eterni” e su di questo va calibrato l’intervento.

Non c’è dunque la fine-sparizione, ma piuttosto la fine-passaggio, perché non è possibile uscire dal legame annullandolo, anche se questo è ciò che molti disperatamente desiderano e nei casi più gravi agiscono, è invece possibile separarsene nel senso di riconoscerlo per quello che è stato, dare spessore storico alle relazioni vitali, offrire un senso di aver qualcosa dato e qualcosa ricevuto, oppure constatare dolorosamente che ciò non è stato possibile per più cause e non per malvagità di uno solo, e soprattutto poter riproporre il valore e la speranza nel legame.

Il legame è qui pensato nella sua complessità, non solo in termini di vincolo-obbligo ma anche come luogo di comunione, della lealtà, del proprio romanzo familiare, della fede nel rapporto che teorizza la coppia come sintesi, dove si incontrano e si incastrano bisogni-paure-aspettative per la maggior parte inconsapevoli.

Da questi presupposti è nata la collaborazione con due professionisti, Sarah Verdini, avvocato, ed Emiliano Luchetti, mediatore e psicoterapeuta familiare, inizialmente come richiesta in ambito giudiziale dove era necessaria l’analisi e la valutazione delle diverse dinamiche tra i coniugi in fase di separazione conflittuale con le implicazioni sia nell’ambito della sofferenza personale sia nell’ambito della genitorialità: tale sofferenza era direttamente correlata all’inasprirsi della conflittualità nei confronti dell`altro coniuge e ciò con grave pregiudizio dei figli, che erano diventati vittime innocenti del dramma della disgregazione familiare.

Abbiamo potuto riscontrare che poter creare uno spazio di lavoro condiviso tra avvocato e psicoterapeuta può concretamente portare ad una risoluzione consensuale del rapporto coniugale, a tutto vantaggio del “sistema familiare” garantendo a ciascun membro di essere accolto nella propria sofferenza e di poter essere “visto” rispetto alle proprie richieste. Le richieste, oltre ad essere percepite come una sorta di “risarcimento” correlato al dolore, diventano anche ponte per la tenuta della collaborazione degli ex-coniugi nella gestione e nella educazione dei figli. Quanto detto è il perno centrale per ridurre la triangolazione del minore che avviene inevitabilmente in ogni situazione di conflitto coniugale.

È importante valutare, attraverso il lavoro dello psicologo, se chi intraprende il percorso giudiziale abbia come spinta motivazionale “il bisogno di vendicarsi” del dolore subìto oppure presenti una dinamica intrapsichica/caratteriale che determini la conflittualità ed influenzi necessariamente il percorso alla separazione. Tale valutazione può permettere di ipotizzare quale sia l’elemento che incida maggiormente oppure osservarne la compresenza con altri aspetti che andranno ad essere riscontrati, così da offrire un valore aggiunto ed orientare il lavoro legale, il quale è imprescindibile dalle dinamiche personali e relazionali.

Indispensabile, ai fini del buon esito della mediazione, è la concreta volontà delle parti ad intraprendere un percorso che permetterà di poter vedere e riconoscere le vere motivazioni ad una scarsa disponibilità nei confronti dell’ex partner al fine di poterle analizzare e lavorare favorendo così un dialogo proficuo tra le parti. L’elemento centrale è la possibilità di essere assistiti da un unico consulente “super partes” che sia garante e neutrale degli interessi di entrambe le parti e che abbia come unico scopo quello di favorire il raggiungimento degli obiettivi che la stessa coppia decide di porsi. Tale lavoro, complesso e specializzato, è la condizione per costruire un nuovo assetto familiare funzionale, sostenibile e collaborativo garantendo le funzioni genitoriali e preservando la relazione genitori-figli.

Questa riflessione è nata dal lavoro concreto con le famiglie che affrontano la separazione e la collaborazione interdisciplinare si è resa necessaria proprio per garantire un terreno neutrale su cui costruire le basi del nuovo accordo lavorando congiuntamente su due piani: quello psicologico e quello legale. Negli Stati Uniti e in Inghilterra è già ampiamente affermato l’uso del diritto “collaborativo” con evidenti vantaggi per tutte le parti coinvolte, sia per la famiglia sia per i professionisti, e auspichiamo che anche in Italia possa prendere sempre più piede questa forma di gestione e di risoluzione alternativa delle dinamiche conflittuali familiari.

Laura Boccanera       Consultorio familiare diocesano Roma        27 maggio 2019

www.romasette.it/psicoterapeuta-e-avvocato-alleati-nei-conflitti-familiari

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COPPIA

Crisi di coppia: cause e soluzioni

Poeti, scrittori, pittori, musicisti si sono sempre interrogati sul significato dell’amore ed hanno dedicato versi, tele e canzoni a quel sentimento irrazionale che pervade l’anima, accende la passione e il desiderio, occupa i pensieri più profondi e fa avvertire palpiti di pura magia. Un sentimento travolgente che può portarti a compiere la più dolce follia. Ma cosa succede quando svanisce tutta la poesia? Quando i problemi quotidiani si insinuano nella coppia e trasformano le piccole incomprensioni in grandi discussioni? Cosa accade quando la serenità viene meno e ci si annoia anche solo a litigare? Quando le delusioni prendono il sopravvento e non hai più fiducia nel partner, avverti una rottura, improvvisamente qualcosa si distrugge. E’ la crisi! Allora, due sono le possibili alternative. Dalla crisi possono emergere i problemi, le diversità di vedute, le differenze caratteriali e allora può instaurarsi un confronto costruttivo. La coppia può decidere di affrontare tutto ciò e trovare la forza di crescere insieme. Oppure, dopo vari tentativi, si arriva ad una triste conclusione: la fine del sentimento. Ma l’amore può svanire da un momento all’altro? Magari in questo momento stai vivendo un periodo di crisi con il tuo partner e vorresti saperne di più sulla crisi di coppia: cause e soluzioni.

Può darsi che col tempo, dopo tutti i rospi che hai buttato giù, sei arrivato/a al limite di sopportazione e ritieni che non abbia più senso investire in una relazione che non ti porta da nessuna parte e non ti regala più quelle belle emozioni di un tempo. Hai pensato che fino a quel momento probabilmente esisteva solo l’illusione di un sentimento? Magari eri innamorato/a dell’idea che avevi del tuo lui o della tua lei. Tutto può succedere!

Ma quali sono le cause della crisi di coppia? A volte, la routine, l’abitudine, le delusioni, il tradimento, la mancanza di attenzioni sono tra le cause che possono accendere la miccia di una crisi. Molti sono d’accordo nel ritenere che non bisogna mai dare per scontata la persona che si ha accanto senza preoccuparsi di ciò che prova e non curandosi delle sue difficoltà quotidiane, delle sue aspirazioni e dei suoi successi. C’è chi dice che talvolta l’amore non basta; chi, al contrario, pensa che con l’amore si supera tutto. Per qualcuno il fatto di decidere se portare avanti o meno un rapporto, nonostante la crisi, dipende dalle situazioni, dalle delusioni, dai problemi da affrontare. Insomma, i casi possono essere i più disparati e una coppia in crisi che ha intenzione di recuperare il rapporto ha diverse strade davanti per ritrovare la propria complicità.

Quali sono le fasi evolutive di una coppia? Intanto, occorre definire cos’è una coppia. Si tratta di un sistema vivente complesso, un bio-sistema nel linguaggio psicocorporeo. Le due persone della coppia, diverse tra loro, nello stare insieme, nel comunicare, nel relazionarsi, creano questo bio-sistema complesso chiamato coppia. La relazione di coppia si co-costruisce ogni giorno con amore e rispetto, edificando così reciprocità e benessere.

Le fasi evolutive non sono identiche per tutte le coppie. Solitamente, si attraversa una fase iniziale d’innamoramento, in cui l’altro non viene visto per quello che è realmente, ma per l’idealizzazione fatta da lui o da lei. Sicuramente, è una persona bellissima, affidabile, tutta dedita all’altro/a. Nel tempo, iniziano ad apparire limiti e difetti del partner o, meglio, si inizia a vedere l’altro così com’è. Spesso si cade nella tentazione di volerlo cambiare o tentare di plasmarlo sul modello ideale che ci siamo fatti di lui o di lei. E’ qui che spesso appaiono le prime crisi e conflitti.

            Dopo l’attraversamento di periodi d’allontanamento e di riavvicinamento, di difficoltà e litigi, si passa, nel tempo, all’accettazione dell’altro/a così com’è. La coppia può così raggiungere fasi più stabili di co-costruzione e di rispetto reciproco.

Come capire se è amore o solo abitudine? L’amore e l’abitudine hanno origini assai diverse. Se si ama una persona solitamente c’è reciprocità, cioè ci si sente amati, compresi e sostenuti dall’altro. Lo stare in coppia è piacevole. Solitamente, tali sensazioni facilitano nel percepirsi aperti con gli altri e con tante energie da spendere in   progetti ed attività diverse.

Se è abitudine o routine, spesso non si prova amore e non ci si sente amati, compresi e sostenuti. Spesso ci si chiude emotivamente verso gli altri per non sentire il dolore che provoca tutto questo e, conseguentemente, non si ha tanta voglia di fare. C’è tristezza.

Come vincere l’abitudine e la monotonia nella coppia? Un modo per affrontare abitudine e routine è mantenere sempre una buona comunicazione emozionale ed affettiva con il proprio partner.

Mancanza di dialogo: quanto e come incide in un rapporto di coppia? La comunicazione è molto importante nella coppia. Ciò che è veramente importante non è tanto la comunicazione di ciò che si fa, ma di ciò che si sente. In altre parole, saper comunicare all’altro le proprie emozioni, sensazioni e pensieri. Parliamo quindi della comunicazione del proprio mondo emozionale ed affettivo.

Sia se è un buon momento che un momento critico, è importante avere sempre il coraggio di esprimere all’altro/a il proprio stato d’animo anche se sentiamo rabbia o dolore.

Crisi di coppia: quali sono i campanelli d’allarme? I campanelli d’allarme sono sempre e soprattutto emotivi. Sentirsi trascurati, delusi o non amati, può innescare pensieri d’incertezza sulla stabilità affettiva data dall’altro/a. Questi pensieri ne innescano altri ancora e c’è la crisi.

Quali sono le dinamiche della crisi di coppia? Il distacco emotivo e il desiderio di allontanarsi provato da uno dei due partner o da entrambi fa sì che si interrompa la co-costruzione del benessere nella coppia e, contemporaneamente, si tenta di compensare individualmente il disagio percepito. Il distacco affettivo poi può creare la premessa per qualsiasi cosa che possa minare la relazione di coppia: un tradimento, un lavoro che porta lontano o altro ancora. Può accadere che l’evasione prenda la mano ed è difficile rientrare.

Crisi di coppia: come uscirne? Per molti la parola crisi vuol dire che la coppia è ad un passo dalla separazione, vuol dire cioè che già possiamo prevederne la fine. Nell’antica Grecia la parola crisi rimandava al concetto di decisione, scelta. Possiamo dire che per i greci antichi la crisi, invece, era occasione di trasformazione e di cambiamento. Oggigiorno, non c’è coppia che non abbia problemi o che non abbia attraversato momenti critici. Spesso le crisi si risolvono in modo naturale e funzionale e sono anche passaggi evolutivi della coppia.

Può, invece, capitare che i problemi non diminuiscano, ma aumentino e quindi le crisi non vengono superate ma perdurano nel tempo. In questo caso, le crisi divengono sempre più forti emotivamente. Quando ciò accade, è necessario chiedere aiuto all’esterno, ad un professionista che abbia la capacità e le competenze necessarie per riportare i partner a sentirsi e a percepirsi nuovamente amati dall’altro/a, il tutto nello spazio protetto del setting terapeutico.

Crisi di coppia: quali sono le cause più frequenti? I motivi più frequenti per cui possono innescarsi difficoltà e crisi nella relazione di coppia sono molti e diversi. Secondo me, i più frequenti sono:

  • separazioni non compiute con le famiglie d’origine. Solitamente, la relazione di coppia, soprattutto nel momento in cui si stabilizza nella convivenza, nel matrimonio o nell’attesa di un figlio, necessità di serenità, stabilità e fiducia. Se lui o lei o entrambi non hanno compiuto una separazione con la famiglia d’origine, tali legami possono prevalere e creare delle interferenze. Può succedere che giudizi, incomprensioni, futili litigi tra parenti, possono interferire nello stabilizzarsi della relazione di coppia e minare una buona intimità;
  • traumi interni o esterni alla coppia. I traumi interni sono la forte possessività e gelosia di uno dei due partner, tradimenti, comunicazioni importanti non date ed altro ancora, possono incrinare la chiarezza, la trasparenza, la sincerità della relazione. I traumi esterni sono: lutti inattesi, licenziamenti, difficoltà economiche improvvise, malattie, possono mettere in luce fragilità nascoste dei partner e della coppia stessa;
  • lunghi allontanamenti. Oggi, è frequente sia per necessità economica o per carriera accettare soluzioni lavorative che portano alla separazione di fatto dei partner. La lontananza non è facile da gestire emotivamente. A volte, basta una parola detta dall’altro a innescare fantasie di disamore o peggio ancora di tradimento;
  • difficoltà relazionali con i figli. Spesso nel percorso della genitorialità s’incontrano momenti di forti incomprensioni tra partner, nella gestione e nell’educazione dei propri figli. Se non espressi ed elaborati, questi possono diventare veri conflitti interni alla coppia;
  • squilibrio tra i partner. Può succedere che solo uno/a nella coppia evolve a livello culturale, lavorativo e professionale. Questo può far nascere nell’altro/a competizione, invidia e gelosia. Conseguentemente, ci si allontana dalla costruzione dell’armonia e della reciprocità.

Come superare le crisi e riportare la serenità nella coppia e in famiglia? Le crisi possono avere motivazioni assai diverse, ma per attraversarle e per superarle ciò che necessita è la fiducia e il desiderio di trasformarsi. Fiducia prima di tutto in se stessi e poi fiducia nell’altro/a. La fiducia sostiene nei momenti più difficili, fa chiedere aiuto se necessario, fa trovare il coraggio di comunicare all’altro/a i propri sentimenti e il proprio mondo affettivo ed emozionale. La fiducia aiuta e supporta la trasformazione di se stessi e la comprensione dell’altro, entrambe necessarie per poter superare qualunque crisi di coppia.

Crisi di coppia: quando lasciarsi? Come capire se l’amore è finito? Sentirsi trascurati, isolati e non amati attiva, a catena, comportamenti d’allontanamento, distacco emotivo, diminuzione dell’attrazione sessuale, noia e affaticamento nello stare insieme. Alcune coppie comunicano le proprie difficoltà e riescono a riavvicinarsi affettivamente, altre invece nel tempo tendono a peggiorare e conseguentemente le sensazioni negative prendono il sopravvento.

Esistono crisi naturali, di passaggio o fisiologiche, con le quali la coppia nell’andare avanti e nel tempo impara anche ad attraversare. Ci sono crisi che possono portare uno dei due partner o entrambi a desiderare la separazione e a tentare di ristabilire la serenità e l’armonia nella propria vita individualmente.

Quando lasciarsi? Non c’è un confine uguale per tutti. Il confine lo dà la sensazione di piacere e di benessere personale. Quando oramai conflitti, rivalse, vendette e non rispetto reciproco hanno preso il sopravvento. Quando, cioè, lo stare insieme al partner è divenuto un affaticamento emotivo, una sofferenza, un inutile litigare che non produce cambiamenti ma solo altre rivalse e altro malessere. Forse allora possiamo dire che la coppia è giunta in quello spazio di non ritorno.

Crisi di coppia: quando è possibile chiedere la separazione? Dopo aver analizzato gli aspetti psicologici nell’intervista alla psicoterapeuta Francesca Zoppi, possiamo passare agli aspetti legali. Ti spiegherò quali sono i motivi per cui puoi porre fine al tuo matrimonio.

Se la convivenza con tua moglie o con tuo marito è diventata intollerabile, puoi chiedere la separazione. La legge non specifica quali sono i motivi dell’intollerabilità. Potrebbe trattarsi di una causa qualunque come il disinteresse reciproco; l’assenza di comprensione e di supporto morale e materiale; l’assenza di rapporti (anche sessuali); i continui litigi; il disaccordo sulla vita matrimoniale; l’infedeltà; l’allontanamento dalla casa coniugale. E se non amassi più la tua dolce metà? Il disinnamoramento può essere considerato una valida ragione per chiedere la separazione? La risposta è affermativa.

Insomma, i motivi possono essere innumerevoli. Non occorre provare che la convivenza sia diventata intollerabile, ma è sufficiente che uno dei due coniugi si sia rivolto al giudice, in quanto non desidera più restare accanto all’altro unito in matrimonio.

Inoltre, non è necessario che ci sia il consenso dell’altro coniuge che, al contrario, vorrebbe proseguire il rapporto. Pertanto, in tal caso, si potrà procedere ad una separazione giudiziale e non consensuale.

E se volessi chiedere l’addebito a carico dell’altro coniuge per le sue condotte contrarie al matrimonio?

Occorrerà dimostrare che ha violato uno dei doveri coniugali: fedeltà, convivenza, assistenza morale e materiale, rispetto, collaborazione nell’interesse della famiglia.

Denise Ubbriaco        La legge per tutti       30 maggio 2019

www.laleggepertutti.it/287111_crisi-di-coppia-cause-e-soluzioni

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DALLA NAVATA

Ascensione del Signore - Anno C – 2 giugno 2019

Atti Apostoli   01, 01. Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo.

Salmo                          46, 02. Popoli tutti, battete le mani! Acclamate Dio con grida di gioia, perché terribile è il Signore, l’Altissimo, grande re su tutta la terra.

Ebrei   10, 23. Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede             colui che ha promesso.

Luca    24, 46. In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».

 

Una «forza di gravità» che spinge verso l'alto

            Ascensione è la navigazione del cuore, che ti conduce dalla chiusura in te all'amore che abbraccia l'universo (Benedetto XVI). A questa navigazione del cuore Gesù chiama gli undici, un gruppetto di uomini impauriti e confusi, un nucleo di donne coraggiose e fedeli. Li spinge a pensare in grande, a guardare lontano, ad essere il racconto di Dio "a tutti i popoli".

            Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Nel momento dell'addio Gesù allarga le braccia sui discepoli, li raccoglie e li stringe a sé, prima di inviarli.

            Ascensione è un atto di enorme fiducia di Gesù in quegli uomini e in quelle donne che lo hanno seguito per tre anni, che non hanno capito molto, ma che lo hanno molto amato: affida alla loro fragilità il mondo e il vangelo e li benedice.

            È il suo gesto definitivo, l'ultima immagine che ci resta di Gesù, una benedizione senza parole che da Betania raggiunge ogni discepolo, a vegliare sul mondo, sospesa per sempre tra cielo e terra.

            Mentre li benediceva si staccò da loro e veniva portato su, in cielo.

            Gesù non è andato lontano o in alto, in qualche angolo remoto del cosmo. È asceso nel profondo delle cose, nell'intimo del creato e delle creature, e da dentro preme come benedizione, forza ascensionale verso più luminosa vita. Non esiste nel mondo solo la forza di gravità verso il basso, ma anche una forza di gravità verso l'alto, che ci fa eretti, che fa verticali gli alberi, i fiori, la fiamma, che solleva l'acqua delle maree e la lava dei vulcani. Come una nostalgia di cielo.

            Con l'ascensione Gesù è asceso nel profondo delle creature, inizia una navigazione nel cuore dell'universo, il mondo ne è battezzato, cioè immerso in Dio. Se solo fossi capace di avvertire questo e di goderlo, scoprirei la sua presenza dovunque, camminerei sulla terra come dentro un unico tabernacolo, in un battesimo infinito.

            Luca conclude, a sorpresa, il suo vangelo dicendo: i discepoli tornarono a Gerusalemme con grande gioia. Dovevano essere tristi piuttosto, finiva una presenza, se ne andava il loro amore, il loro amico, il loro maestro. Ma da quel momento si sentono dentro un amore che abbraccia l'universo, capaci di dare e ricevere amore, e ne sono felici (ho amato ogni cosa con l'addio (Marina Cvetaeva).

            Essi vedono in Gesù che l'uomo non finisce con il suo corpo, che la nostra vita è più forte delle sue ferite. Vedono che un altro mondo è possibile, che la realtà non è solo questo che si vede, ma si apre su di un "oltre"; che in ogni patire Dio ha immesso scintille di risurrezione, squarci di luce nel buio, crepe nei muri delle prigioni. Che resta con me "il mio Dio, esperto di evasioni." (Marina Marcolini).

Padre Ermes Ronchi, OSM

www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=45970

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DISCERNIMENTO

Mons. Semeraro (Albano), “discernere implica scegliere e decidere”

            Il processo del discernimento si conclude con “due azioni importanti e complementari: scegliere e decidere”. Lo sottolinea mons. Marcello Semeraro, vescovo di Albano, nel volume “Ascoltare e curare il cuore”, edito dalla Lev con la prefazione di Papa Francesco. “Occorre scegliere, perché il discernimento non può rimanere nella testa ma deve passare in tutto il corpo: ossia nelle scelte concrete, in comportamenti, in relazioni, in opere”, spiega mons. Semeraro ricordando che il passo successivo è quello del “decidere”. “Fino a quando non si sono compiuti passi concreti, non sarà possibile verificare se si è davvero entrati nella realtà, se si è sulla via giusta o si è stato imboccato un vicolo cieco”, rileva il vescovo evidenziando che “ogni decisione ha sempre bisogno della prova dei fatti, per potere poi ricevere una conferma”. Ecco allora, osserva mons. Semeraro, che “il binomio scegliere e decidere ci rimanda a un presupposto fondamentale del discernimento, che è l’esercizio di un’autentica libertà umana e di una responsabilità personale”.

Per il vescovo di Albano, bisogna “scegliere il bene possibile, quello possibile per me qui ed oggi”. Si tratta, cioè, “di scegliere concretamente, e questo mai una volta per tutte, il cosa fare ‘qui ed oggi’ per corrispondere alla volontà di Dio”. È questo, afferma, “il punto cruciale, giacché tappa decisiva e qualificativa del discernimento è precisamente l’agire secondo la volontà divina”. Che non significa “svolgere un copione, quasi si fosse a teatro” o “di scoprire e di eseguire un programma prestabilito”, ma di “far nascere una fedeltà”.

Agenzia SIR   28 maggio 2019

https://agensir.it/quotidiano/2019/5/28/spiritualita-mons-semeraro-albano-discernere-implica-scegliere-e-decidere/

 

Mons. Semeraro: “sacerdote è uomo del discernimento se sottopone se stesso a questo processo”

Il sacerdote “è davvero uomo del discernimento anzitutto se ha sottoposto se stesso a questo processo e se vi rimane aperto e disponibile per tutta la vita”. Lo ricorda mons. Marcello Semeraro, vescovo di Albano, nel volume “Ascoltare e curare il cuore”, edito dalla Lev con la prefazione di Papa Francesco, da ieri in libreria. “Chi accompagna gli altri nel fare discernimento deve sempre essere egli stesso dentro il discernimento”, osserva il vescovo per il quale “non si può essere capaci di operare discernimento per gli altri, e neppure riguardo alla realtà umana, ossia nel discernimento dei segni dei tempi, se non si sarà già entrati personalmente nel discernimento”.

Secondo mons. Semeraro, “essere uomo del discernimento, è un obbligo morale per chi ha ricevuto la responsabilità di guidare una comunità”. Un sacerdote, cioè, “deve necessariamente avere operato un discernimento nella propria vita”. Che vuol dire, chiarisce il vescovo di Albano, “rendere la propria vita conforme alla volontà di Dio conosciuta proprio mediante il discernimento”, che è “un processo aperto”. “Per la vita spirituale di noi sacerdoti, il discernimento – aggiunge – è prezioso anche per superare quel male oscuro che è l’accidia”, che rappresenta “un male che non risparmia nessuno”. “Un sintomo speciale della sua presenza nella vita di noi sacerdoti – rileva – è il cominciare a girare a vuoto, magari disperdendoci in mille cose da fare assunte come alibi per abitare sempre altrove e mai con se stessi, dove invece Dio abita”

Agenzia SIR        28 maggio 2019

https://agensir.it/quotidiano/2019/5/28/chiesa-mons-semeraro-albano-sacerdote-e-uomo-del-discernimento-se-sottopone-se-stesso-a-questo-processo

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DONNE NELLA CHIESA

Donne e ministero diaconale

La richiesta del diaconato alle donne è da derubricare alla voce «rivendicazioni»? Rimette in discussione la questione – definitiva – dell’ordinazione sacerdotale maschile? Mentre si sta discutendo sugli esiti del lavoro della Commissione appositamente formata da papa Francesco tre anni fa, è opportuno ripartire dai fondamentali. In particolare dalla riflessione del concilio Vaticano II sul diaconato permanente (maschile): il punto è che non si mirava a «ripristinare una prassi del I millennio», quanto a «ripensare l’antica strutturazione tripartita del ministero promuovendo una figura nuova (...) rispondente alle esigenze e ai bisogni della Chiesa contemporanea». Quali sono tali esigenze? Quale Chiesa si sta configurando e quale ruolo in essa in quanto battezzate ricoprono le donne? «Il mutato ruolo delle donne nelle società occidentali, il riconoscimento della loro piena soggettualità ecclesiale» oggi pare imprescindibile. Come dunque far sì che «l’apostolicità di fede della Chiesa sia servita e custodita anche con voce e ministero femminile»?

EV. Enchiridion Vaticanum è una pubblicazione delle Edizioni Dehoniane Bologna che raccoglie tutti i documenti ufficiali della Santa Sede dal 1962 in avanti: i documenti del Concilio Vaticano II, le encicliche e gli altri documenti pontifici, i documenti delle Congregazioni romane, il Codice di Diritto Canonico.

Il duplice interrogativo sulla possibilità e opportunità di ordinare donne diacono nella Chiesa cattolica è stato affrontato frequentemente negli ultimi anni, sulle pagine dei quotidiani e su quelle delle riviste cattoliche di alta divulgazione; è stato rilanciato su blog interessati alle questioni femminili e femministe, cristiane e non; interessa teologi e teologhe di diverse confessioni cristiane e coinvolge gli storici e gli studiosi e le studiose di letteratura cristiana antica, come gli esperti di sociologia delle religioni e d’antropologia culturale.

L’intervento al Sinodo sulla famiglia di mons. J.P. Durocher nell’ottobre 2015 aveva contribuito a sollecitare la ripresa della questione aperta, ma erano state la richiesta formulata da una religiosa dell’Unione internazionale delle superiore generali (UISG) a papa Francesco nel maggio successivo e la manifesta disponibilità al confronto sul tema mostrata dal papa che avevano riportato nel contesto pubblico la discussione sulle diacone/diaconesse. A una Commissione di studio sul diaconato femminile di nomina papale, costituita il 2 agosto 2016, è stata affidato il compito – non semplice – di predisporre contributi e individuare orientamenti sull’argomento. In realtà la ricerca storica, patristica, teologico-sistematica sul tema è ormai ricca di centinaia di contributi, molti d’ampio respiro; fin dalla prima stagione postconciliare, alle richieste che venivano dalla base del popolo di Dio si sono aggiunte proposte di riflessione di vescovi di diversi paesi del mondo, anche se negli ultimi due decenni indubbiamente il confronto rimaneva confinato in gruppi ristretti di teologi e pastori, più avvertiti delle sfide ecclesiali in atto e maggiormente edotti delle possibilità che la stessa Tradizione ecclesiale consegna.

Ricostruire le traiettorie del dibattito postconciliare sull’ordinazione ministeriale delle donne aiuta a individuare quali siano i paradigmi e le categorie teologiche adottate per pensare il diaconato femminile e permette di comprendere gli interrogativi aperti intorno ai quali le posizioni dei diversi autori si sono polarizzate. La novità dell’insegnamento del Vaticano II sulla ragione teologica del ministero ordinato e sulla reinterpretazione della specificità delle figure ministeriali dei vescovi, presbiteri, diaconi appare, proprio a partire dal confronto postconciliare, quale orizzonte imprescindibile di riferimento, per proporre come possibile e necessaria la figura di «donne diacono».

Donne e ministero al Vaticano II: impensabile. Una prima, ancora vaga, sollecitazione a pensare una reistituzione del diaconato femminile può essere trovata nei vota et consilia inviati a Roma durante la fase ante-preparatoria del Vaticano II, da mons. Giuseppe Ruotolo, vescovo di Ugento - S. Maria di Leuca, e mons. León de Uriarte Bengoa, vicario apostolico di San Ramon in Perù. Così pure è conservato nell’Archivio segreto Vaticano un appunto di un componente della Commissione preparatoria «De missionibus», Elías Gómez Domínguez, che si chiedeva «Diaconissæ? Cur non mulieres, ætate, et scientia præditæ, possunt ascendere diaconato?» (Diaconesse? Perché non possono accedere al diaconato donne adatte per età, dottrina e sapienza?), giudicava accettabile da parte del popolo cristiano il servizio diaconale di una donna (meglio se vergine, vedova, dalla vita esemplare, consacrata a Dio con voti pubblici) e suggeriva di costituire un ordine religioso diaconale del quale le donne potessero far parte.

Durante la fase preparatoria Magdaleine Leroy-Boy, presidente della St. Joan’s International Alliance, un’associazione di suffragiste cattoliche nata all’inizio del Novecento a Londra, scrisse alla Commissione «De apostolatu laicorum» chiedendo che venisse accordata alle donne l’ordinazione diaconale. Ben più ampie e documentate le due animadversiones scriptæ, consegnate nell’ultima fase di lavori conciliari, a firma di Remi J. De Roo, vescovo di Victoria (Canada), e di Paul Hallinan, arcivescovo di Atlanta (USA).

Il primo giudicava essenziale allargare gli spazi d’apporto e cooperazione delle donne nella vita pastorale e giungeva a ipotizzare forme di ministerialità specifica, dandone ragione sul piano teologico e canonistico, a partire dalla Tradizione ecclesiale che nel primo millennio ha visto «l’esistenza di una certa diaconia delle donne attestata dalla Scrittura e dalla prima Tradizione».

La proposta formulata alludeva a una sorta di ministero «istituito», e non ordinato, delle diaconesse: «Benché non appartenessero alla gerarchia, esse attuavano funzioni immediatamente connesse a quelle della gerarchia e sanzionate da una consacrazione di tipo speciale».

Diverso l’orientamento prospettato dal vescovo statunitense: nel quadro di numerose proposte volte a permettere una partecipazione delle donne in campo teologico e pastorale, con l’assunzione di responsabilità nelle Chiese nazionali e nei dicasteri vaticani, Hallinan proponeva per un effettivo ed efficace apporto nella vita liturgica delle Chiese: «Mulieres munia lectoris et acolythæ in sacris peragendis adimplere valeant; mulieres, post congruum studium peractum debitamque formatione receptam, in ordine diaconatus assumantur: ut Verbum Dei populo annuntiare atque sacramenta ad talem ordinem spectantia, præsertim baptismum solemne sacramque eucharistiam administrare queant».

Di ministero istituito o ordinato delle donne non si parlò, quindi, né nell’aula conciliare, né nei lavori delle commissioni. Le affermazioni che troviamo nei documenti e le parole pronunciate dai padri conciliari sul coinvolgimento delle donne nel servizio pastorale sono espressioni d’auspicio (sentito da alcuni vescovi più avvertiti) e sollecitazione a individuare settori d’attività più adeguate alla figura femminile; non raramente il linguaggio tradisce stereotipi di genere e non viene percepito assolutamente l’influsso di una cultura patriarcale e androcentrica nella determinazione della forma delle relazioni intra-ecclesiali e nell’organizzazione di ruoli e funzioni.

Viene generalmente apprezzato l’apporto dato nella catechesi, nell’evangelizzazione, nel servizio di carità e d’assistenza, nell’attività missionaria ad gentes; si auspica una maggiore partecipazione nel campo dell’animazione liturgica della comunità; ma non si traggono conseguenze sulla specifica soggettualità ecclesiale di laiche e religiose. Per quanto riguarda il tema del ministero, gli studi storici sulle diaconesse pubblicati nella prima metà del Novecento rimangono appannaggio di pochi specialisti; gli appelli a una revisione dei presupposti antropologico-teologici per l’esclusione delle donne dall’esercizio dell’autorità e della denigrazione della condizione femminile che alcune donne, con il coordinamento della giurista svizzera Gertrud Heinzelmann, avevano posto all’attenzione dei padri con una lettera aperta dal significativo titolo Non siamo più disposte a tacere non ottengono né risposta, né attenzione alcuna.

Così pure alla petizione per la richiesta di ordinazione presbiterale e diaconale delle donne elaborata dalla St. Joan’s International Alliance nel 1965 non ci fu riscontro. Allo stesso tempo non può essere sottovalutata l’importanza di un incontro ecumenico, non ufficiale, promosso dal Segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani con il Comitato permanente dei congressi internazionali per l’apostolato dei laici (CO-PECIAL) e dal Dipartimento per la cooperazione tra uomini e donne nella Chiesa, nella famiglia e nella società del Consiglio ecumenico delle Chiese, che si tenne vicino a Roma dal 22 al 24 ottobre 1965, a cui parteciparono anche tre uditrici conciliari: nell’affrontare il tema «Le forme di vita e di servizio per le donne nelle nostre Chiese» venne ripresa esplicitamente la questione del ministero ordinato.

Il postconcilio. La percezione di un iniziale dibattito in atto nell’opinione pubblica può essere colta nel fatto che nel novembre del 1965 L’Osservatore romano pubblica tre articoli, a firma di p. Gino Concetti, nei quali si sosteneva, ricorrendo ad argomenti d’ordine biblico, storico, giuridico, teologico-sistematico, l’impossibilità di un’ordinazione ministeriale delle donne.

Dal 1966 in poi si assiste invece a una fioritura di studi sul tema che ne mostrano fattibilità, importanza, necessità per una Chiesa che, nella recezione delle istanze ecclesiologiche conciliari, apre spazi sempre più ampi all’azione pastorale delle donne, si confronta con prassi altre nelle Chiese protestanti e con le ragioni teologiche addotte, si gioca in cammini di riforma complessiva sul piano della visione ecclesiologica e della stessa organizzazione delle relazioni ecclesiali.

La richiesta del diaconato emerge in alcuni sinodi e congressi pastorali europei e nordamericani, è oggetto di specifici approfondimenti da parte delle associazioni per l’ordinazione delle donne nella Chiesa cattolica, viene tematizzata in conferenze e convegni sul diaconato a livello internazionale e rilanciata da alcuni vescovi nell’autorevole contesto del Sinodo dei vescovi e nei lavori delle Conferenze episcopali.

La riflessione sulle diacone/diaconesse si colloca nella fase postconciliare nel più ampio orizzonte del dibattito sull’ordinazione ministeriale delle donne tout court, pur ricevendo, in alcuni autori e intorno ad al-cune prospettive interpretative del ministero, specifiche attenzioni e apporti.

Il confronto postconciliare sul tema «donne e ministero» può essere compreso tenendo presenti due documenti magisteriali che fanno da spartiacque nel dibattito: la dichiarazione della Congregazione per la dottrina della fede Inter insigniores del 1976; la lettera apostolica di Giovanni Paolo II Ordinatio sacerdotalis del 1994.

Con questo ultimo documento si sancisce un punto fermo nella discussione: «Pertanto al fine di togliere ogni dubbio su una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli (cf. Lc 22,32), dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli» (n. 4; EV 14/1348).

Le motivazioni addotte rimandano alla Traditio perpetuo servata, e non più alla assenza delle donne dal Cenacolo nell’Ultima cena, all’impossibilità di rappresentare Cristo maschio nella celebrazione eucaristica, tutte motivazioni presenti in Inter insigniores. Il documento pontificio, inoltre, parla esplicitamente d’«ordinazione sacerdotale»: non è quindi incluso il ministero diaconale, che secondo Lumen gentium (LG), n. 29 è non «sacerdotale».

A questi due testi magisteriali s’aggiungono due ulteriori documenti che riguardano specificamente l’ordinazione di donne diacono: la Notificatio delle Congregazioni per il clero, la dottrina della fede, per il culto divino del 2001, che dichiara non attivabili percorsi formativi al diaconato per le donne, e l’ampio testo della Commissione teologica internazionale Sul diaconato: evoluzione e prospettive (2002.2004).

 Tale prospettiva è stata superata dal Vaticano II, anche se non si può negare un nostalgico recupero di questo linguaggio e di queste categorie a partire dagli anni Novanta, nel magistero (ad esempio in Pastores dabo vobis) e nella ricerca di tanti teologi. I padri conciliari, con il recupero della sacramentalità dell’episcopato e la reistituzione del diaconato permanente, attestano per altro il fatto che le figure ministeriali e la teologia del ministero ordinato possono e devono mutare, com’è avvenuto nel corso dei secoli più volte, in rapporto a nuove esigenze di evangelizzazione, a nuovi bisogni pastorali, a nuove configurazioni della vita ecclesiale, in stretta correlazione con le interpretazioni ecclesiologiche che le veicolano.

                Dal punto di vista della ricerca scientifica sul diaconato femminile gli ultimi 50 anni sono stati particolarmente ricchi di contributi, che hanno permesso d’acquisire una vasta messe di dati di natura storica, una migliore conoscenza dei riti liturgici, e di maturare una più approfondita visione teologico-sistematica. Le questioni aperte sono state progressivamente definite, anche attraverso il confronto critico delle posizioni dei sostenitori di una possibile ordinazione diaconale e di chi si oppone a essa: l’esistenza di diaconesse/diacone; la loro identità ministeriale (ministero ordinato o laicale) a cui è connessa la domanda sulla tipologia di rito di costituzione (ordinazione o benedizione); le funzioni specifiche. Sono gli interrogativi a cui ogni ricerca sul diaconato femminile deve rispondere.

Moltissimi compiti pastorali. In primo luogo la ricerca storica attesta, ormai senza dubbi, l’esistenza di donne impegnate in servizi pastorali stabili, definite fin dall’epoca neotestamentaria «diakonos», «diakonai», «diakonissai», «diaconæ», «ministræ», «diaconissæ». Fonti storiche, letterarie, canonistiche, epigrafi funerarie e riti liturgici, di tradizione orientale e occidentale, sono state inventariate e sono divenute oggetto di innumerevoli studi critici.

Il servizio svolto da queste donne varia dall’evangelizzazione, al servizio alla celebrazione del battesimo delle donne, alla visita a donne malate nelle loro case, a un coinvolgimento più ampio nella vita pastorale, con significative differenze tra Chiese locali, senza che possa essere ridotto – secondo molti storici – a un elenco di funzioni uguali per tutte le diaconesse/diacone in tutti i contesti geografici e periodi storici.

Più dibattuta la questione della sacramentalità del ministero ricevuto dalle donne. Le posizioni che emergono dal confronto tra A.G. Martimort e C. Vagaggini (riprese anche da R. Gryson) negli anni Settanta rappresentano anche oggi le due prospettive interpretative dei testi liturgici di costituzione delle donne diacono: tra chi opta per una benedizione (che aprirebbe quindi esclusivamente all’ipotesi di un ministero istituito delle diaconesse) e chi riconosce una vera e propria ordinazione.

In terzo luogo la ricerca teologico-sistematica ha posto la questione in modo più radicale: si tratta di riprendere una figura di diacona, presente nel I millennio della storia della Chiesa, per riprodurla nel presente, oppure è necessario pensare a una nuova configurazione di un ministero femminile, dai tratti nuovi perché rispondente a nuove esigenze pastorali e soprattutto a un inedito riconoscimento di soggettualità delle donne che solo con il XX secolo si è andato affermando, nella società e nella Chiesa?

E ancora più profondamente, quale teologia del ministero ordinato, e più specificamente del diaconato, va tenuta quale framework [struttura, piattaforma]dell’investigazione teologica? Il concilio Vaticano II consegna alla Chiesa cattolica una vera e propria revisione della teologia del ministero ordinato, altra rispetto alla visione codificata dal Tridentino, che ha permesso lo sviluppo di una nuova autocoscienza e nuove modalità di esercizio del ministero di vescovi, presbiteri e diaconi nella fase post-conciliare.

Oltre il sacerdozio. Il concilio Vaticano II rivede profondamente la teologia del ministero ordinato, i presupposti e le categorie interpretative, la comprensione della ratio teologica ultima e le funzioni delle diverse figure ministeriali. In primo luogo il ministero ordinato è pensato in rapporto alla missione messianica del popolo di Dio (LG20.24): i ministri ordinati sono parte del popolo sacerdotale, comunità tutta ministeriale, in cui tutti i battezzati sono visti come soggetti corresponsabili nell’an-nuncio e nella diakonia ecclesiale.

Ci si distacca nettamente dalla tradizionale fondazione cristologico-ontologica del ministero sacerdotale, ratificata autorevolmente al concilio di Trento, in particolare nel decreto De ordine (sessione XXIII): è determinante al Vaticano II la radicazione ecclesiologica del ministero e la fondazione pneumatologica di carismi e ministeri. Viene ripensata la struttura tripartita del ministero, sulla base di un recupero della teologia di Ignazio d’Antiochia e di Cipriano: l’esistenza del ministero ordinato è di «divina istituzione», ma le figure che incarnano tale ministero sono mutate nel corso del tempo e cambiata è la lettura teologica che ne è stata data.

Come afferma LG 28 «iam ab antiquo» (EV 1/354) sono stati chiamati vescovi, presbiteri, diaconi; s’attesta così il divenire storico delle figure ministeriali a fronte del permanere di un’unica ragione teologica: custodire l’apostolicità della fede della Chiesa e garantire l’unità del corpo ecclesiale (nelle sue diverse configurazioni).

Il Concilio recupera, dopo secoli, il riconoscimento della sacramentalità dell’episcopato (cf. LG 21) e afferma con decisione le implicazioni che vengono da una lettura collegiale del ministero episcopale (cf. LG 22s). Gli altri gradi del ministero – presbiterato e diaconato – vengono pensati a partire dalla pienezza del sacramento dell’ordine conferita con la consacrazione episcopale (cf. LG 21.28s; Presbyterorum ordinis, n. 2), nel quadro del servizio alla Chiesa locale di cui il vescovo è principio visibile e fondamento di unità, superando così la logica di una gerarchia ascendente, che aveva accompagnato per secoli la prassi e la teologia del ministero ordinato, e una chiave interpretativa che si limitava a definire poteri e funzioni.

Il Vaticano II abbandona, infatti, con decisione il quadro interpretativo delle due potestates (di giurisdizione e sacra, con due diverse sorgenti), per dispiegare la riflessione intorno ai tria munera Christi, che vengono declinati prima per tutto il popolo di Dio (cf. LG c. II) e poi – in forma specifica – per vescovi, presbiteri, laici, sia nella costituzione sulla Chiesa (cc. III-IV) sia nei decreti Christus Dominus, Presbyterorum ordinis, Apostolicam actuositatem.

Il cambiamento di prospettiva teologica diventa evidente nella considerazione del sacerdozio: il sacerdote non è più l’analogatum princeps per pensare il ministero, come avveniva nella teologia di Trento (De Ordine, c. I), ma si deve partire dal vescovo, che riceve in pienezza l’ordine, per pensare poi presbiteri e diaconi – sempre al plurale – che esercitano uno specifico ministero per partecipazione e mediazione episcopale. Viene re-istituito il diaconato come grado autonomo e permanente, come vedremo, dopo secoli dalla sua scomparsa.

 L’interrogativo sulle donne diacono deve essere posto in questo quadro ecclesiologico e di teologia del ministero che il Vaticano II dispiega, e non a partire da una precomprensione radicata nella visione tridentina e post-tridentina del ministero, che si sviluppava a partire dalla radicazione cristologica del mini-stero, intorno a una riduzione di fatto del ministero al sacerdozio, e che accentuava l’in persona Christi e la rappresentanza sacramentale.

Tale prospettiva è stata superata dal Vaticano II, anche se non si può negare un nostalgico recupero di questo linguaggio e di queste categorie a partire dagli anni Novanta, nel magistero (ad esempio in Pastores dabo vobis - 1992) e nella ricerca di tanti teologi. I padri conciliari, con il recupero della sacramentalità dell’episcopato e la reistituzione del diaconato permanente, attestano per altro il fatto che le figure ministeriali e la teologia del ministero ordinato possono e devono mutare, com’è avvenuto nel corso dei secoli più volte, in rapporto a nuove esigenze di evangelizzazione, a nuovi bisogni pastorali, a nuove configurazioni della vita ecclesiale, in stretta correlazione con le interpretazioni ecclesiologiche che le veicolano.

Diaconi: per il ministero. Ma è soprattutto in relazione alla figura dei diaconi permanenti così come sono stati delineati, seppur in modo iniziale, nei documenti del Vaticano II che va impostata la ricerca sulle donne diacono oggi.

Rivisitare le richieste di un ripristino del diaconato permanente pervenute nelle fasi ante-preparatoria e preparatoria, ripercorrere le fasi del dibattito conciliare, rileggere criticamente i paragrafi dei documenti espressamente dedicati al tema, tenendo presenti i cambiamenti avvenuti nel corso della redazione dei testi, sono passaggi utili per comprendere le traiettorie e gli snodi del confronto sul diaconato, come anche i fattori di resistenza alla reistituzione di questa figura ministeriale: sono numerosi, infatti, i paralleli con le richieste del diaconato femminile oggi e con le obiezioni che vengono sollevate. In ogni caso è la teologia del diaconato emersa in Concilio e approfondita nella fase postconciliare che costituisce un riferimento, imprescindibile, per affrontare in modo adeguato e significativo l’interrogativo sulle «donne diacono».

Le motivazioni di una richiesta. Le motivazioni che guidavano i vescovi nel pensare un eventuale ripristino del diaconato permanente erano estremamente diversificate e riflettevano esperienze pastorali diverse: accanto a chi lamentava la carenza di presbiteri e vedeva nei diaconi un necessario appoggio per l’evangelizzazione nei paesi di missione, per la pastorale d’ambiente in Europa o per il rinnovamento della vita parrocchiale, si levava la voce di chi pensava di promuovere così l’apostolato laicale, riconoscendo con una benedizione apposita il valore dell’apporto di laici fortemente impegnati in parrocchie e associazioni; insieme a chi ricordava il ruolo liturgico dei diaconi nelle Chiese orientali si poneva chi metteva in evidenza esigenze ecumeniche; c’era chi voleva recuperare l’antica strutturazione tripartita del ministero, sottolineando le funzioni liturgiche dei diaconi, e chi faceva risuonare la richiesta delle Caritas di lingua tedesca che già dagli anni Trenta avevano sollecitato il ripristino del diaconato per il servizio d’assistenza e promozione della diaconia nelle Chiese locali.

Gli apporti teologico-sistematici sull’argomento erano rari; si riveleranno utili gli studi di storici e liturgisti, mentre dal punto di vista teologico-sistematico il passaggio fondamentale sarà la pubblicazione, a cura di Karl Rahner ed Herbert Vorgrimler, del volume collettivo Diaconia in Christo (1962).

I dibattiti in aula conciliare e nelle commissioni interessate si concentreranno sui motivi della scomparsa, sulla relazione tra ministero del diacono e diaconia ecclesiale e sui rischi di clericalizzazione del laicato connessi, sulla sacramentalità e l’appartenenza al clero, sullo stato di vita e l’obbligo del celibato, sulle relazioni con vescovi e presbiteri e, più raramente, su come comprendere teologicamente lo specifico ministeriale.

Il confronto aiutò i padri a capire che non era possibile semplicemente replicare il passato, ma – fondandosi sulla Tradizione – era necessario ripensare – re-istituire – una figura specifica di diacono adeguata al presente e al futuro della Chiesa, nel quadro della teologia del ministero ordinato che il Vaticano II andava definendo.

Le implicazioni per il diaconato femminile. I testi esplicitamente dedicati al diaconato nei documenti conciliari sono, come noto, pochi. Troviamo un’affermazione solo indiretta della sacramentalità (LG 29: «gratia sacramentali roborati»; EV 1/359) e due differenti elenchi di funzioni in LG 29 e Ad gentes n. 16, incentrate (per LG 29) soprattutto sul servizio liturgico, che si era conservato nel corso dei secoli nel diaconato transeunte, pur con alcuni riferimenti all’evangelizzazione e alla carità.

Ciò che appare più rilevante in ordine a un’interpretazione teologica della figura del diacono è la collocazione dei testi.  Si può comprendere l’identità ministeriale specifica dalle relazioni portanti che vengono poste in atto dall’ordinazione (con la Chiesa locale, con il vescovo, con il presbiterio, con il resto del popolo di Dio): «In diaconia liturgiæ, verbi, caritatis populo Dei (...) inserviunt» (LG 29; EV 1/359). Due espressioni guidano a comprendere la natura peculiare del ministero diaconale e risultano decisive per giudicare possibile e opportuna l’ordinazione ministeriale di donne diacono: il fatto che i diaconi sono ordinati «non ad sacerdotium, sed ad ministerium» (LG 29), e quanto affermato nel decreto sull’attività missionaria. «Iuvat enim viros, qui ministerio vere diaconali fungantur, vel verbum divinum tanquam catechistæ praedicantes, vel  nomine  parochi  et  episcopi  dissitas  communitates  christianas  moderantes,  vel  caritatem  exercentes  in  operibus  socialibus  seu  caritativis,  per  impositionem manuum inde ab Apostolis traditam corroborari et altari arctius coniungi, ut ministerium suum per gratiam sacramentalem diaconatus efficacius expleant». (È bene infatti che gli uomini, i quali esercitano un ministero veramente diaconale, o perché come catechisti predicano la parola di Dio, o perché a nome del parroco e del vescovo sono a capo di comunità  cristiane  lontane,  o  perché  esercitano  la  carità  attraverso  opere  sociali  e  caritative,  siano  fortificati  dall’imposizione delle mani, che è trasmessa fin dagli apostoli, e siano più saldamente congiunti all’altare per poter esplicare più fruttuosamente il loro ministero con l’aiuto della grazia sacramentale del diaconato; AG 16; EV 1/1140).

Consacrazione per il ministero. La consacrazione diaconale è conferita «non ad sacerdotium, sed ad ministerium». L’espressione è ripresa dalle Constitutiones Ecclesiae ægyptiacae (III, 2), ma viene omesso nel testo conciliare l’inciso «[ad ministerium] episcopi», che specificava la forma del servizio diaconale nella relazione con il vescovo e motivava la prassi liturgica per cui il solo vescovo (e non tutto il presbiterio) impone le mani al candidato al diaconato. La soppressione del genitivo episcopi (delimitante il fruitore del servizio primo del diacono) sembra qui suggerire il conferimento di un ministero per imposizione delle mani, a servizio dell’apostolicità della fede della comunità cristiana (come quello del vescovo e del presbitero), ma in una forma propria, non connessa all’esercizio di una funzione sacerdotale o di presidenza liturgica della comunità: come afferma la Relatio, i diaconi sono ordinati «non ad corpus et sanguinem Domini offerendum, sed ad servitium caritatis in Ecclesia».

Nell’unica gerarchia, pensata nella sua radice sacramentale per la mediazione del vescovo (cf. LG 21), si distingue una connotazione sacerdotale che qualifica due gradi – episcopato e presbiterato – e una ministeriale comune a tutti i gradi. Ordinatio sacerdotalis - 1994 stabilisce autorevolmente (definitive tenenda) che non è possibile ordinare donne ai gradi sacerdotali, ma alla luce di quanto affermato in LG 29 possiamo riconoscere che il diaconato è grado ministeriale non sacerdotale: c’è un servizio al popolo di Dio nella custodia dell’apostolicità della fede, reso possibile per imposizione delle mani, senza che questo comporti presidenza sacramentale eucaristica. In secondo luogo, il passaggio di Ad gentes dedicato ai diaconi motiva la necessità dell’ordinazione sulla base di una lettura della Traditio Ecclesiæ in sviluppo, in rapporto alle esigenze pastorali delle Chiese e alle prassi già esistenti che chiedono una revisione delle relazioni e delle funzioni nel e per il noi ecclesiale istituzionalizzato. Il contesto è quello della fondazione di nuove Chiese locali con clero indigeno. Chi esercita servizi di annuncio e catechesi, d’animazione pastorale di comunità senza presbitero (si usa il verbo latino moderari e non præesse, presiedere), attività caritativo-sociali – qui riconosciuti come ministeri vere diaconali – è bene che sia fortificato per mezzo dell’imposizione delle mani, trasmessa dal tempo degli apostoli, e sia più strettamente unito all’altare (altari arctius coniuncti). Anche oggi, è una nuova prassi pastorale – sia nei paesi del sud del mondo, come in Europa e in Nord America – che vede donne responsabili degli stessi servizi pastorali indicati in AG 16 che spinge e sostiene la richiesta del diaconato per le donne, religiose e laiche. Non è, infatti, possibile e necessario (o per lo meno «utile», «di giovamento», nel latino di AG 16 «iuvat»), che – sul fondamento della Tradizione ecclesiale del primo millennio – anche per le donne valga quanto affermato in AG 16 per gli uomini?

Una trasformazione ecclesiale. Il concilio Vaticano II con la re-istituzione del diaconato permanente, nel quadro di un ripensamento complessivo del ministero ordinato, consegna prospettive nuove per affrontare l’interrogativo del diaconato femminile: è in questo quadro, sulla base degli assunti presenti nei documenti e in analogia con lo sviluppo del dibattito teologico tra i padri conciliari che li ha motivati, che deve essere posta oggi la ricerca sulle donne diacono. Il Concilio ci presenta i diaconi come ministri ordinati nel popolo di Dio e per il popolo di Dio: il ministero, di grado e funzione non sacerdotale, complementare a quello del presbitero, è conferito loro dal vescovo per imposizione delle mani; sono chiamati a custodire l’apostolicità della fede ecclesiale nella verità dell’amore e a servire il noi ecclesiale in primis nella sua diakonia costitutiva e qualificante.

Non ripristinare ma ripensare. Nel caso del diaconato i padri conciliari non hanno voluto ripristinare (il verbo è restitui) una prassi del 1° millennio, ma ripensare l’antica strutturazione tripartita del ministero, promuovendo una figura nuova, quella del diacono, rispondente alle esigenze e ai bisogni della Chiesa contemporanea. Nella differenziazione delle figure sta un principio-chiave della teologia del ministero al Vaticano II: il ministero risponde a diverse realtà ecclesiali; garantisce qual-cosa d’essenziale e costitutivo per la Chiesa in ambiti di vita ecclesiale e d’esercizio della funzione ecclesia-le differenti, nel quadro della Chiesa locale   e della sua missione.

Anche nel caso delle donne diacono non si tratta di replicare una figura ministeriale antica, che rispondeva a necessità pastorali specifiche con determinati compiti (per altro in un contesto patriarcale), ma – appurata l’esistenza di donne diacono, tali per imposizione delle mani da parte del vescovo – si tratta di riconoscere una prassi ecclesiale significativa già presente e sulla scia di quanto indicato in AG 16 riplasmare una «figura ministeriale» inedita. La Chiesa ha la possibilità e il dovere di rimodellare il ministero ordinato secondo il divenire ecclesiale e le necessità emergenti per mantenersi nel di-venire della storia umana nella sua apostolicità. Se si esamina la storia della Chiesa, è evidente che le trasformazioni nel ministero non sembrano mai delineate in modo teorico da qualche teologo o pastore, ma nascono in stretta relazione con le trasformazioni ecclesiali e culturali, nell’orizzonte della Traditio.

Un mutamento strutturale e di forme d’esercizio potrà allora essere necessario perché sollecitato da nuove esigenze pastorali per le quali si ritenga necessario promuovere nuove configurazioni delle relazioni istituzionalizzate nella Chiesa. Il mutato ruolo delle donne nelle società occidentali, il riconoscimento della loro piena soggettualità ecclesiale con una parola pubblica, autorevole, competente sul piano teologico, e un sempre maggiore coinvolgimento nell’animazione di comunità cristiane in assenza di presbitero, sollecitano la riflessione sulle donne diacono e mostrano quanto sia limitato pensare a un «ministero istituito» delle diaconesse, come taluni vorrebbero. È oggi accettabile e auspicabile che l’apostolicità di fede della Chiesa sia servita e custodita anche con voce e ministero femminile. Nella visione del Vaticano II, i diaconi, che non sono ordinati «ad sacerdotium», custodiscono il legame tra il Vangelo e l’esistenza da vivere nell’amore e nel servizio; salvaguardano lo spessore d’umanità che deve segnare le relazioni ecclesiali nella Chiesa; attestano a tutti che una fede professata che non si faccia carità vissuta, in particolare per coloro che sperimentano il bisogno e vivono situazioni di povertà, è contraddittoria e «vuota».

I diaconi non sono chiamati tanto o soltanto a un’opera assistenziale o caritativa, in risposta ai bisogni e alle necessità che leggono nel territorio (non è un ministero laicale istituito), ma devono – come è proprio  del  ministero  ordinato  –  sollecitare  e  promuovere la diaconia di tutti i componenti della comunità, perché sia la Chiesa intera a vivere concretamente una fede che manifesta nel servizio dell’amore  la  sua  verità,  custodendo  l’anima  e  la  forma  diaconale della comunità intera.

Non è quindi tanto un agire nella Chiesa, come quello dei laici, ma un agire costitutivo del noi ecclesiale, nel suo darsi e farsi nella storia, intorno al principio generatore della comunicazione dell’Evangelo (è ministero ordinato).

Le donne potrebbero, a mio parere, servire in questa specifica figura ministeriale il noi ecclesiale, che ne uscirebbe indubbiamente trasformato.  La  presenza di donne diacono ordinate, sul fondamento di quanto avveniva già nei primi secoli (per altro in un contesto patriarcale e androcentrico, di per sé non favorevole), permetterebbe una parola pubblica di  proclamazione  del  Vangelo,  l’apporto  dell’omelia, la moderazione di celebrazioni della Parola e del battesimo con ministri ordinari da parte di donne: l’apostolicità della fede verrebbe custodita in modo nuovo e il volto della Chiesa mostrerebbe più chiara-mente la sua natura inclusiva, di popolo di uomini e donne.

I tempi appaiono maturi per il confronto con questa prospettiva, con parresia e coraggiosa ricerca, che la teologia del ministero ordinato del Vaticano II rende possibile e che la prassi pastorale di una Chiesa mondiale richiede, seppur in forme varie e differenziate.  La riforma stessa della Chiesa, oggi sollecitata da papa Francesco con nuovo vigore, chiede questo passaggio.

Prof. Serena Noceti, teologa  Il Regno Attualità, n.10/2019, 15 maggio 2019, pag. 305

39 citazioni                                         www.ilregno.it/articles/Regno-attualita-10-2019-305-gtesb5.pdf

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ENTI TERZO SETTORE

Statuti: adeguamento possibile anche dopo il 2 agosto

            Si potranno adeguare gli statuti per diventare ente del terzo settore anche dopo il 2 agosto 2019. Se ne parla da tempo, ma la precisazione nero su bianco è arrivata con una nota del Ministero del lavoro e delle politiche sociali lo scorso 31 maggio.

www.cantiereterzosettore.it/images/phocadownload/normativa/Circolare_n._13_del_31.05.2019_-_Adeguamenti_statutari_1.pdf

            La scadenza riguarda solo la possibilità di utilizzare il regime “alleggerito”, che prevede le modalità e le maggioranze dell’assemblea ordinaria e attiene alle sole procedure per la iscrizione al registro unico nazionale del terzo settore (Runts),

www.cantiereterzosettore.it/riforma/ets-enti-del-terzo-settore/odv-organizzazioni-di-volontariato

e quindi non ai requisiti per il mantenimento della iscrizione agli attuali registri delle organizzazioni di volontariato (Odv),

www.cantiereterzosettore.it/riforma/ets-enti-del-terzo-settore/odv-organizzazioni-di-volontariato

e associazioni di promozione sociale (Aps)

www.cantiereterzosettore.it/riforma/ets-enti-del-terzo-settore/aps-associazione-di-promozione-sociale

 e Onlus. Il mancato rispetto del termine ultimo previsto dalla legge, quindi, non compromette l’iscrizione agli attuali registri Odv, Aps e Onlus né al registro unico e non incide sulle agevolazioni fiscali applicabili nel periodo transitorio.                                                www.cantiereterzosettore.it/riforma/fiscalita-agevolazioni

            In sintesi, le modifiche statutarie riguardano tutte le organizzazioni che vogliano diventare Enti del terzo settore: solo per Odv, Aps e Onlus è prevista la possibilità di introdurre le modifiche entro il 02/08 con un regime assembleare agevolato. Gli enti non iscritti ai registri di organizzazioni di volontariato (Odv), associazioni di promozione sociale (Aps) e Onlus, se vorranno iscriversi al Runts e nei tempi a loro più adeguati, dovranno seguire le indicazioni previste dal proprio statuto (tendenzialmente con maggioranze rinforzate).

            Un chiarimento importante quello ministeriale, che scioglie uno dei nodi irrisolti del regime transitorio dell’articolo 101 comma 2, e che si aggiunge a una serie di altre precisazioni sulle modalità di iscrizione al registro unico e sugli adempimenti per gli enti con personalità giuridica.

www.cantiereterzosettore.it/riforma/vita-associativa/personalita-giuridica

            Iscrizione al registro unico. Come già indicato nel codice del terzo settore, per gli enti come Odv e Aps la trasmigrazione dal registro precedente al nuovo registro unico sarà automatica.

www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2017-07-03;117!vig=2019-05-03

La verifica dei requisiti è sarà in mano agli uffici territorialmente competenti del Runts che, una volta costituiti, avranno 180 giorni di tempo per esercitare le attività di controllo, in particolare su atto costitutivo e statuto. In questa fase di verifica, gli enti continuano ad essere considerati Aps e Odv. Se in questa fase l’ufficio territoriale dovesse sollevare l’esigenza di ulteriori modifiche statutarie, gli enti avranno tempo 60 giorni dalla notifica per provvedere alle modifiche (con le maggioranze previste da statuto) e alla trasmissione delle informazioni e documenti richiesti. L’assenza di inoltro determinerà la mancata iscrizione al registro unico.

            Le amministrazioni che gestiscono i registri finora esistenti di Odv e Aps, inoltre, potranno adottare, anche prima della trasmigrazione, eventuali provvedimenti di cancellazione di enti non conformi (ad esempio, se un ente dovesse svolgere attività diverse da quelle indicate in statuto).

            Discorso diverso per le Onlus, la cui disciplina resta in vigore fino all’applicazione delle nuove disposizioni fiscali previste dal titolo X del codice del terzo settore. Anche in seguito all’approfondimento dell’Agenzia delle Entrate e del Telefisco del febbraio 2018, la circolare precisa che le Onlus possono adeguare il proprio statuto agli indirizzi della nuova normativa entro il 2 agosto 2019 subordinando l’efficacia di tali modifiche all’entrata in vigore del nuovo regime fiscale, su cui si aspetta ancora il parere della Commissione europea. Nello statuto bisogna anche specificare che a questo termine si collega anche la cessazione delle vecchie clausole Onlus divenute incompatibili con la nuova disciplina.

            Per l’inserimento del Runts, inoltre, le Onlus, dovranno aspettare un apposito decreto che ne chiarisca le modalità, vista la natura eterogenea di questa qualifica e l’impossibilità di ricondurla a una specifica sezione del registro.

            Si ricorda che la legge sulle Onlus (D. Lgs 460/1997) resta in vigore sino alla autorizzazione della Commissione europea e, comunque, non prima del periodo di imposta successivo di operatività del Runts; pertanto la verifica della adeguatezza del nuovo statuto al codice del terzo settore sarà condotta dagli istituendi uffici del Runts territorialmente competenti.

            Enti con personalità giuridica, entro il 2 agosto la delibera assembleare. Uno dei temi caldi della riforma è il coordinamento tra le indicazioni nazionali e le richieste degli enti locali. In molti, infatti, hanno richiesto agli enti dotati di personalità giuridica di aggiungere alle delibere assembleari anche altri adempimenti. La nota ministeriale chiarisce definitivamente questo aspetto: ciò che viene richiesto entro il 2 agosto è esclusivamente l’adozione della delibera di modifica statutaria, adeguandosi alle previsioni del codice del terzo settore.

            Base associativa, apertura per chi supera in corso la soglia dei 7 soci. Ma non finiscono qui i chiarimenti del Ministero. È del 28 maggio 2019 un’altra nota sempre a firma del direttore generale Alessandro Lombardi rivolta ancora una volta a Odv e Aps. Se un ente, infatti, si costituisce con un numero inferiore a 7 soci e nel tempo supera tale numero, per poter richiedere l’iscrizione al registro unico come Odv o Aps è sufficiente una delibera assembleare, approvata da un numero di associati favorevoli tale da soddisfare il requisito del numero minimo previsto dalla nuova normativa.

www.cantiereterzosettore.it/images/phocadownload/normativa/Nota-direttoriale-prot-n-4995-del-28052019.pdf

            Nella delibera è necessario prendere atto del mancato requisito numerico al momento della costituzione, affermare o ribadire la volontà di essere Odv o Aps ai sensi della nuova normativa e dare mandato al rappresentante legale di richiedere la relativa qualificazione.

            Ulteriori chiarimenti anche per quanto riguarda le deleghe: in una nota del 30 maggio: anche nei casi di piccole organizzazioni, il numero delle deleghe previste non può scendere al di sotto del limite previsto dalla legge. Non è possibile, inoltre, affidare deleghe a membri di organi amministrativi o di controllo.

www.cantiereterzosettore.it/images/phocadownload/normativa/Nota-prot-5093-del-300519-numero-deleghe-conferibile-ad-ogni-associato.pdf

Lara Esposito Cantiere terzo settore                       giugno 2019

www.cantiereterzosettore.it/component/content/article/9-notizie/120-statuti-possibile-adeguamento-anche-dopo-il-2-agosto?Itemid=101

www.uneba.org/adeguamenti-degli-statuti-i-controlli-sono-dellufficio-del-registro-unico-terzo-settore

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

L’altra faccia della medaglia è una responsabilità di tutti

            Lo scorso 24 maggio 2019, Papa Francesco ha incontrato, presso la sala del Concistoro in Vaticano, i membri dell’Istituto degli Innocenti di Firenze. Anticipando il discorso preparato per l’occasione, il Santo Padre è intervenuto con alcune spontanee considerazioni, una delle quali esplicitamente riferite all’adozione e alla responsabilità cui è chiamata la Chiesa.

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/may/documents/papa-francesco_20190524_ospedale-innocenti-firenze.html#Saluto_del_Santo_Padre_a_braccio

            “Papa Francesco ci ha messi tutti di fronte alla responsabilità dell’abbandono di milioni di bambini del mondo: una doccia fredda!” scrive Cristina Riccardi, neo vicepresidente di Ai.Bi. e consigliere del Forum delle Associazioni Familiari, nel suo editoriale pubblicato dal Forum.

            “Dopo che in Amoris Lætitia Papa Francesco ci ha esortati a considerare l’adozione e l’affido come una forma di genitorialità equivalente a quella biologica, nell’incontro con i membri dell’Istituto degli Innocenti, con i suoi modi schietti che non lasciano dubbi sulle responsabilità e sugli impegni da prendere, ci ha invitati a ricomporre la medaglia del bambino abbandonato.

            La medaglia spezzata dalle mamme che un tempo abbandonavano i figli davanti agli orfanotrofi. La vita spezzata di quei bambini che oggi non sono figli di nessuno.

Ha parlato proprio a tutti: alle famiglie, ai politici e agli operatori del settore. Ci ha messi tutti di fronte alla responsabilità dell’abbandono di milioni di bambini del mondo: una doccia fredda.

Sono milioni i bambini che vivono nel limbo dell’attesa di una mamma e di un papà, il numero di questi bambini cresce di minuto in minuto. Papa Francesco ha dato voce a questi bambini il cui triste destino è sempre più spesso schiavo “della troppa burocrazia” che li costringe a sopravvivere in istituti in attesa della decisione per la loro adottabilità.

            A volte arriva tardi e al compimento dei 18 anni si ritrovano soli in paesi estremamente poveri, in guerra, senza alcuna guida anche nel nostro paese. Senza una speranza, senza un futuro, prede preziose di chi vuole sfruttarli senza alcuno scrupolo.

Ma ci sono anche famiglie desiderose di avere un figlio, o un figlio in più, che a loro volta vedono infrangersi la loro speranza di diventare genitori a fronte delle infinite verifiche, della lungaggine dei tribunali, della burocrazia “da ungere”.

            E’ ora di cambiare il punto di vista: confermando il diritto per ogni bambino a crescere in una famiglia, il diritto di noi genitori ad avere un figlio deve diventare una responsabilità a cui, ognuno di noi a suo modo, non può sottrarsi.”

News Ai. Bi. 28 maggio 2019

www.aibi.it/ita/riccardi-ai-bi-e-forum-laltra-faccia-della-medaglia-e-una-responsabilita-di-tutti

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OMOFILIA

"Accompagnare gli omosessuali? Scelta evangelica"

Inclusione, rispetto, accoglienza della diversità in ogni condizione di vita. Ecco l'atteggiamento evangelico con cui la Chiesa dovrebbe guardare alle persone omosessuali e pensare a una pastorale adeguata per le esigenze di queste persone. È il parere di padre Giovanni Salonia, cappuccino siciliano, docente di psicologia e lui stesso psicoterapeuta, oltre che esperto di pastorale familiare.

Cosa dice a un giovane omosessuale che "bussa alla sua porta" e chiede di essere aiutato a fare chiarezza nel proprio orientamento sessuale?

Per rispondere è necessario precisare "a quale porta bussa". È il contesto (la porta!) in cui viene posta la domanda che decide la risposta, in quanto rispetta la richiesta della persona che chiede aiuto. Si può affermare che la chiarezza e il rispetto dei contesti è il primo dovere che abbiamo nei confronti dell'altro. Collocarsi nel contesto in cui viene posta la domanda è la prima garanzia richiesta perché una relazione non diventi manipolazione.

Se la domanda è posta al terapeuta, questi ha il compito di aiutare il paziente a "fare chiarezza sul proprio orientamento di genere" facilitando in lui l'ascolto del proprio corpo, dei propri vissuti, del proprio quadro di riferimento. Da questo ascolto e dall'integrazione di questi livelli la persona scoprirà il proprio orientamento di genere.

Il giovane omosessuale, invece, che bussa alla porta del prete, non chiede di fare chiarezza sul proprio orientamento di genere (compito che appartiene alla terapia) ma cercando il modo di collocare l'orientamento omosessuale all'interno del proprio cammino di fede.

All'obiezione che non ci si può scindere tra sacerdote e terapeuta la risposta è semplice: un terapeuta è bravo e aiuta veramente se rispetta l'altro e la sua richiesta: ogni manipolazione, ogni suggestione più o meno esplicita che vuole imporre all'altro scelte o valori del terapeuta è scorrettezza etica e di incompetenza professionale.

Da dove nasce la sofferenza di queste persone? L'aiuto dell'esperto può anche puntare a "risolvere" la tendenza omosessuale? Oppure è opportuno valutare caso per caso, rispettando quel tipo di orientamento come profondamente strutturato?

Compito dell'esperto è comprendere il tipo di sofferenza di ogni persona, e quindi anche della persona con orientamento omosessuale. Partendo dal dato di fatto che l'orientamento sessuale non è una scelta, è possibile comprendere i diversi tipi di sofferenza delle persone omosessuali. Se il giovane omosessuale è dentro un cammino di fede, la sua ricerca sofferta sarà quella di conciliare la propria vita spirituale con il proprio orientamento omosessuale. L'operatore pastorale dovrà aiutarlo in questo percorso di discernimento per trovare risposte che rispettino i vissuti della per- sona e la Parola di Dio.

Una seconda possibile sofferenza riguarda il giovane omosessuale che, pur vivendo come egosintonica la propria omosessualità, non si sente pronto a manifestarla (outing) per timore dei pregiudizi omofobici dei familiari o della società. In queste situazioni si tratta di aiutare il giovane a ritrovare la fierezza e il valore della propria esistenza umana e spirituale includendo la propria omosessualità: non è evangelico o umano sostenere che ci siano esistenze non benedette al di là dell'orientamento sessuale.

Una terza eventualità riguarda la sofferenza del giovane che vive la propria omosessualità come egodistonica, non definitiva e non in linea con l'esperienza di sé. Dopo aver verificato che non si tratta della paura specifica di presentarsi al mondo come omosessuale, il giovane va aiutato a comprendere il proprio disagio e scoprire nell'intimo il proprio orientamento al di là di ideologie o introietti esterni.

Quali criteri etici deve tenere presente in questi casi un terapista cattolico?

L'etica di un terapeuta è il rispetto profondo della persona, per cui il terapeuta non impone - né a livello esplicito né a livello implicito (questa è professionalità) - valori e ideologie che non appartengono al mondo interiore (corpo, vissuti) della persona. È ovvio che ogni terapeuta non può non avere una propria antropologia ed una propria etica nello stare vicino alla persona, ma appartiene proprio alla competenza professionale e all'etica del prendersi cura il rispetto dei cammini personali di scoperta dell'orientamento di genere da parte del paziente.

La Chiesa ha avviato un difficile e complesso percorso per dare concretezza all'invito di papa Francesco a proposito della necessità di accompagnare le persone omosessuali "a realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita", nel rispetto della dignità di ciascuno ed evitando ogni marchio di ingiusta discriminazione. Ma le difficoltà sono tante. Quali dovrebbero essere i criteri su cui impostare questa nuova pastorale?

La "nuova pastorale" richiede l'accoglienza della persona nella realtà concreta che essa vive, non imponendo dall'esterno identità o valori - un Super Io - ma aiutandola ad ascoltare la voce di Dio che parla nell'intimo più intimo del cuore ed evangelizza ogni realtà umana che a Lui si apra con fiducia, umiltà e dignità.

Esiste una specificità della persona omosessuale di cui pastorale e teologia dovrebbero tenere conto? E ritiene che questa unicità possa tradursi in un aspetto da valorizzare anche in ambito ecclesiale?

È sempre difficile individuare specificità di una particolare condizione umana senza correre il rischio di sottolineature precarie o ideologiche. Certamente non ha senso nella comunità ecclesiale discriminare i cristiani in termini di etero o omo sessualità. La serietà del cammino di fede, l'appartenenza alla Chiesa, l'attenzione agli ultimi sono i valori che devono determinare i servizi all'interno della vita ecclesiale.

Ritiene che il nuovo sguardo della Chiesa sull'omosessualità, più inclusivo, accogliente e rispettoso, possa risultare positivo anche in una logica più ampia di accoglienza sociale e di accettazione culturale delle diversità?

Il Vangelo apre e dona una logica di inclusività per ogni uomo di buona volontà. Il Vangelo è accoglienza e rispetto delle diversità e delle fragilità che si presentano in ogni condizione di vita. Nella fattispecie, l'attenzione che oggi la Chiesa manifesta alle persone omosessuali è espressione di atteggiamento evangelico può diventare segno e spinta ad una evangelizzazione che dia dignità ad ogni esistenza.

Se oggi qualche esperto parlasse di "curare i gay" sulla base delle terapie riparative verrebbe messo all'indice con le accuse peggiori di omofobia se non di razzismo. Ma qual è allora l'atteggiamento corretto quando una persona omosessuale si rivolge a uno specialista rivelando di sentirsi a disagio nel proprio orientamento?

La frase "curare gli omosessuali" è gravemente erronea perché a livello implicito comunica una valutazione patologica dell'omosessualità, che contrasta con i criteri di psicopatologia condivisi ormai da più di sessant'anni dalla comunità scientifica internazionale. Come già detto, la condizione omosessuale si presenta oggi come una delle tante condizioni dell'essere umano. E va confrontata con la Parola di Dio e con il Magistero dentro una logica di dignità, umiltà e inclusività. Come accennavo, si richiede "un cammino di discernimento" per valutare se il disagio dell'orientamento sia dovuto alla difficoltà di accettare la propria omosessualità - avvertita come egosintonica - a causa dei pregiudizi sociali o familiari, ovvero sia un disagio dovuto ad una fase transitoria di con- fusione di orientamento, che fa percepire a livello intimo come egodistonico l'orientamento omosessuale.

Al di là delle teorie gender, quelle almeno che parlano di fluidità di genere, crede che l'orientamento sessuale di una persona possa realisticamente cambiare, per esempio da omosessualità a eterosessualità o viceversa?

            È un dato di fatto che esistono trasmigrazioni da "etero" ad "omo", come viceversa. Il processo di questi cambiamenti è intimo, coerente con l'ascolto che il paziente fa di sé, non proviene certo da forzature o imposizioni più o meno suggestive provenienti dall'esterno. Come in molti aspetti della crescita, anche nell'orientamento sessuale possono esserci blocchi, ritardi (a livello etero ed omo), per cui aiutare una persona a conoscere se stesso in profondità e in genuinità è l'etica che deve contrassegnare ogni relazione d'aiuto.

            Gli atti omosessuali, anche quelli tra coppie con lunga stabilità affettiva, vanno sempre e comunque considerati "intrinsecamente disordinati"?

Il fatto stesso che si ponga la domanda su una affermazione che fino a pochi decenni fa sembrava scontata rivela che viviamo - a livello antropologico ed ecclesiale - un momento storico di profondi cambiamenti per cui sembra necessario rivedere la forma o la comprensione di tale affermazione. Non si tratta solo di riprendere e rileggere in modo più approfondito le scontate clausole (piena avvertenza e deliberato consenso) di valutazione di ogni scelta morale. È in atto una riflessione ad ampio raggio su tale affermazione. Pur consapevoli che nessuno può sostituirsi al Magistero, è possibile ed auspicabile offrire contributi che favoriscano questo percorso e rimangono sempre sottoposti al sensus ecclesiæ, agli orientamenti magisteriali.

            Nella fattispecie, nel processo per elaborare una risposta a questa domanda è necessario tener presente, tra l'altro, la distinzione tra legalità e legittimità. Partendo dalla considerazione che l'orientamento sessuale non è una scelta ma accade nell'intimo della persona, il giovane cristiano che si scopre omosessuale in che modo può vivere la propria vita di fede? Deve vivere una vita di castità come dato imposto e non come scelta? È questa la "Buona Novella" che dobbiamo annunciare? Una seconda domanda abbastanza seria va tenuta in considerazione: come può il cristiano omosessuale vivere la propria esistenza con la percezione costante di "essere-fatto- male" a causa di una valutazione di illegittimità per una situazione (l'omosessualità) di cui non è per nulla responsabile?

La fede è la risposta alle domande della con- dizione umana. Oggi a livello ecclesiale si ripresentano domande antiche ma con nuove sfumature, connotazioni ed implicazioni. Le risposte vanno ricomprese e riformulate in una prospettiva innanzitutto evangelica, di una Chiesa che - come ci ricorda Paolo VI nell'Ecclesiam Suam - ascolta il cuore dell'uomo e per quanto possibile cerca di assecondarlo.

Intervista di Luciano Moia a padre Giovanni Salonia, sacerdote, psicoterapeuta e docente.

pubblicata su Noi famiglia & vita, supplemento mensile ad Avvenire, 26 maggio 2019, pp.34-36

www.gionata.org/accompagnare-gli-omosessuali-scelta-evangelica

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PROCREAZIONE ASSISTITA

La maternità surrogata nella sentenza delle Sezioni Unite Civili

Corte di Cassazione, Sezioni Unite civili, sentenza n. 12193, 8 maggio 2019

www.neldiritto.it/public/pdf/s.u._12193_2019.pdf

www.neldiritto.it/appgiurisprudenza.asp?id=17018#.XO7lto9S92B

Con la sentenza 12193/2019 le Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione hanno posto l’ulteriore e almeno per ora definitivo – tassello giurisdizionale nel più vasto e fin troppo complesso mosaico giuridico relativo al problema della maternità surrogata che, nonostante l’espresso divieto normativo sancito dal comma 6 dell’articolo 12 della legge 40/19 febbraio 2004, [www.parlamento.it/parlam/leggi/04040l.htm: "Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro".] sempre più di fatto si diffonde, sollecitando non soltanto sforzi di carattere interdisciplinare, ma altresì coinvolgendo all’interno di ciascuna disciplina, contemporaneamente molteplici profili tra loro interconnessi, come quelli di carattere costituzionalistico (per esempio, i diritti della famiglia o la tutela della salute riproduttiva), o civilistico (per esempio, la determinazione dello status filiationis o la configurazione della stepchild adoption per coppie del medesimo sesso), o penalistico (per esempio, l’effettività del piano sanzionatorio della legge 40/2004 o l’integrazione della fattispecie di reato di falsa dichiarazione a un pubblico ufficiale sull’identità propria o altrui), o internazionalistico (per esempio, la definizione dei rapporti tra ordine pubblico internazionale e nazionale o l’ampiezza territoriale della giurisdizione penale italiana).

Difficoltà che, con tutta evidenza, si producono non soltanto assecondando la cosiddetta “funzione creativa” della giurisprudenza che sempre più estesamente si afferma tanto in ambito nazionale quanto internazionale portando a compimento una vera e propria “rivoluzione clandestina”, che segna il passaggio dallo Stato di diritto democratico a quella che potrebbe definirsi come una vera e propria “giuristocrazia”, ma anche e soprattutto allorquando, come purtroppo da parte di molti ci si augura invocando la tutela di una fraintesa concezione (laicistica) dell’ordinamento, si intende negare risolutamente ogni cittadinanza «a beni eticamente fondati, quali la “naturalità della procreazione” ovvero la conservazione della generazione umana all’interno di modelli di famiglia tradizionali basati sul matrimonio e sulla discendenza biologica e genetica», dimenticando, tuttavia, che proprio su questo assunto si assiste al tradimento della matrice antropologica strutturale del diritto, e altresì, specialmente e speciosamente, alla reificazione (perfino commerciale) del figlio, poiché, come è stato acutamente precisato, «la radicale separazione che la legge impone tra il legame giuridico e il legame biologico può spianare a sua volta la strada a un delirio tecnologico, consistente nel fare del “progetto parentale” il fondamento esclusivo dell’identità del figlio e nel considerare il suo essere biologico come un semplice supporto materiale della realizzazione della volontà dei genitori» [Alain Supiot, Homo juridicus. Saggio sulla funzione antropologica del diritto, Mondadori, Milano, 2006, pag. 173]

La suddetta pronuncia delle SS. UU., salutata con vivace soddisfazione sia da parte di coloro che sostengono la pratica della maternità surrogata sia da parte di coloro che vi si oppongono, presenta dei chiaroscuri che, anticipando le conclusioni delle presenti riflessioni, possono riassumersi affermando che con la medesima suddetta sentenza la Corte fa rientrare dalla finestra ciò che ha fatto uscire dalla porta.

La Corte di Cassazione è stata adita nell’ambito della vicenda processuale incentrata sul riconoscimento in Italia del provvedimento emesso il 12 gennaio 2011 dalla Superior Court of Justice dell’Ontario, in Canada, tramite il quale si sancì la genitorialità di entrambi i componenti maschi di una coppia del medesimo sesso in relazione ad un minore nato tramite donazione di ovociti e maternità surrogata: provvedimento straniero di cui nel 2016 la coppia italiana chiese la trascrizione all’ufficiale di stato civile presso il Comune di Trento il quale oppose il suo rifiuto nel procedere alla trascrizione.

Tralasciando, per brevità, gli aspetti processuali (come, per esempio, la qualità di litisconsorte necessario del Pubblico Ministero che nei giudizi aventi ad oggetto il riconoscimento dell’efficacia di un provvedimento giurisdizionale straniero con il quale sia stato accertato il rapporto di filiazione tra un minore nato all’estero ed un cittadino italiano è pur privo della legittimazione ad impugnare la relativa decisione, non essendo titolare del potere di azione, neppure ai fini dell’osservanza delle leggi di ordine pubblico), meritano attenzione i punti sostanziali sui cui le Sezioni Unite hanno focalizzato la propria attenzione.

            In primo luogo: la Corte di Cassazione ha ribadito la cristallizzazione del passaggio da una concezione “difensiva” dell’ordine pubblico, oramai circoscritta a una ermeneutica giuridica superata, volta a filtrare l’ingresso nell’ordinamento italiano di atti o norme di origine straniera ritenuti in contrasto con il diritto interno, a una concezione “promozionale” volta a collegare sempre di più l’ordinamento nazionale con quello internazionale, anche perché, a detta degli ermellini, «caratteristica essenziale della nozione di ordine pubblico è infatti la relatività e mutevolezza nel tempo del suo contenuto, soggetto a modificazioni in dipendenza dell’evoluzione dei rapporti politici, economici e sociali, e quindi inevitabilmente destinato ad essere influenzato dalla disciplina ordinaria degl’istituti giuridici e dalla sua interpretazione, che di quella evoluzione costituiscono espressione, e che contribuiscono a loro volta a tenere vivi e ad arricchire di significati i principi fondamentali dell’ordinamento».

In secondo luogo: pur essendo acquisita la consapevolezza per cui l’ordinamento italiano non fonda il rapporto genitoriale in maniera esclusiva sul legame biologico tra genitore e prole, occorre pur riconoscere che, nell’ambito della cosiddetta progettualità genitoriale, vi è una differenza tra una coppia di persone dello stesso sesso composta da donne, e una coppia di persone dello stesso composta da maschi, poiché nel primo caso le due donne possono concorrere alla genitorialità secondo la via biologica, per esempio donando gli ovociti l’una, e conducendo la gravidanza l’altra, mentre nel caso dei due uomini occorre necessariamente ricorrere alla surrogazione di maternità espressamente vietata dall’ordinamento italiano.

In terzo luogo: richiamando la sentenza 162/10 giugno 2014 della Corte Costituzionale

[www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2014&numero=162]

le Sezioni Unite hanno puntualizzato che il divieto di maternità surrogata contemplato dalla legge 40/2004 costituisce un principio di ordine pubblico, ben fondato non soltanto in quanto la volontà di diventare genitori non può essere priva di limiti, ma anche perché rientra nella discrezionalità riconosciuta agli Stati e ai singoli ordinamenti la facoltà di escludere la liceità della surrogazione di maternità, come già espressamente stabilito dalla stessa Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel caso Mennesson e Labassee c. Francia nel 2014.

In quarto luogo: il riconoscimento del provvedimento straniero che dichiari lo status filiationis (la cui conservazione incontra comunque un favor da parte dell’ordinamento italiano) di un soggetto nato tramite maternità surrogata trova ostacolo nel divieto espressamente previsto dall’ordinamento italiano, in quanto quest’ultimo tutela la dignità umana della gestante e l’istituto dell’adozione, pur dovendosi contemperare con la tutela dell’interesse del minore.

In quinto luogo: sebbene il rapporto genitoriale non possa essere instaurato tramite il riconoscimento dell’atto straniero in Italia per via del divieto della maternità surrogata, si può tuttavia fare ricorso alla adozione in casi particolari ai sensi della disciplina della lettera “d” del primo comma dell’articolo 44 della legge 184/1983 che costituisce una «clausola di chiusura volta a consentire il ricorso a tale strumento tutte le volte in cui è necessario salvaguardare la continuità della relazione affettiva ed educativa».

               www.camera.it/_bicamerali/leg14/infanzia/leggi/legge184%20del%201983.htm

Alla luce di questi punti enucleati dalla decisione delle Sezioni Unite, si possono proporre alcuni rilievi. Sebbene la nozione di ordine pubblico possa in una certa misura essere ritenuta relativa e mutevole, come molti altri concetti giuridici, è anche pur vero che un minimo nucleo essenziale non soggetto all’erosione temporale deve pur essere riconosciuto, per esempio nella inviolabilità dei diritti umani fondamentali, primi fra tutti il diritto alla vita e la dignità umana.

Se è vero che la prospettiva cosiddetta “difensiva” dell’ordine pubblico, dunque, è oramai superata, è pur vero che anche nella prospettiva cosiddetta “promozionale” non si può abdicare all’orizzonte teleologico costitutivo della fenomenologia giuridica, cioè l’inviolabilità della persona umana in quanto indisponibile.

Anche la mutevolezza e la relatività della concezione dell’ordine pubblico, non possono essere assolute, dunque, incontrando nel principio personalistico, che del resto informa la stessa Costituzione italiana, un limite invalicabile.

Se così non fosse, sarebbe difficile apporre una reale giustificazione giuridica ai divieti di determinate pratiche che potrebbero diventare, con il tempo, con i decenni, prassi sociali in cerca di legittimazione legale anche in Occidente, come, per esempio, la mutilazione genitale religiosa, la poligamia o la compravendita di organi umani a fini di trapianto.

La prospettiva per cui vi possa essere una differenza tra coppie del medesimo sesso composte da donne, a cui si applicherebbe la logica della fecondazione eterologa, e coppie del medesimo sesso composte da uomini a cui sarebbe impedito l’accesso alla maternità surrogata, presenta dei punti deboli, proprio in ragione delle pregresse pronunce della Corte Costituzionale che la medesima Corte di Cassazione a Sezioni Unite richiama, ma non in modo completo.

E’ ben verosimile, infatti, che potrebbe trascorrere ben poco tempo – specialmente alla luce della mutevolezza della concezione dell’ordine pubblico e del raccordo tra ordinamento nazionale e ordinamenti stranieri – prima che una simile prospettazione possa essere accusata di violare non soltanto il principio di uguaglianza ex art. 3 della Costituzione, ma anche e soprattutto il diritto alla procreazione degli individui alla luce dei parametri di ragionevolezza e proporzionalità, che nel tempo si sono consolidati andando a fondare l’impalcatura ermeneutica su cui si erigono le statuizioni della Corte Costituzionale, [sentenze n. 1130/1988 e n. 87/2012] come è accaduto, del resto, con la stessa sentenza 162/2014 in virtù della quale, infatti, «lo scrutinio di ragionevolezza, in ambiti connotati da un’ampia discrezionalità legislativa, impone[…] di verificare che il bilanciamento degli interessi costituzionalmente rilevanti non sia stato realizzato con modalità tali da determinare il sacrificio o la compressione di uno di essi in misura eccessiva e pertanto incompatibile con il dettato costituzionale». Se il divieto di accesso alla fecondazione eterologa è stato in passato giudicato costituzionalmente illegittimo, in futuro anche una tale preclusione alla maternità surrogata per coppie del medesimo sesso composte da uomini, oggi pur professata dalle Sezioni Unite della Cassazione, potrebbe essere intesa come una lesione della libertà fondamentale della coppia di formare una famiglia con dei figli, senza che la sua assolutezza sia giustificata dalle esigenze di tutela del nato.

Si consideri inoltre che anche ammettendo che la genitorialità biologica non costituisca un criterio assoluto trovando oramai ampia tutela anche la genitorialità sociale, è anche pur vero che la Corte Costituzionale ha precisato per un verso che «non si può contrapporre al favor veritatis il favor minoris, dal momento che la falsità del riconoscimento lede il diritto del minore alla propria identità», [Corte Costituzionale n. 112/22 aprile 1997] e altresì che pur facendo salvo il necessario bilanciamento degli interessi tra favor veritatis e interesse del minore, occorre riconoscere che, «la verità biologica della procreazione costituisce una componente essenziale dell’interesse del medesimo minore».[Corte Costituzionale n. 7/9 gennaio 2012.]

Da ciò consegue che se è vero, come è vero, che il divieto di maternità surrogata costituisce un principio di ordine pubblico, è altresì pur vero che la sua violazione andrebbe impedita anche avendo riguardo agli effetti che da tale eventuale violazione trovassero scaturigine, sanzionando tali effetti sia civilmente che penalmente.

Sarebbe del resto ben vano pretendere di sanzionare penalmente associazioni di tipo mafioso, o atti di evasione delle normative fiscali, o comportamenti tesi alla tortura o ai trattamenti disumani e degradanti se non si sanzionassero anche gli effetti e i benefici – magari economici – che i loro esecutori potrebbero trarre dagli stessi.

Ecco perché la stessa Cassazione, Prima Sezione civile con la sentenza 24001/12 novembre 2014 ha dichiarato i contratti di maternità surrogata nulli (cioè colpiti dalla più radicale delle sanzioni civili relativamente ai negozi) per contrarietà all’ordine pubblico, ed ecco perché la stessa Cassazione (penale, sesta sezione) con la recente sentenza 2173/27 febbraio 2019 ha sancito che l’accordo intercorso tra il medico e la coppia committente, in esecuzione di un superiore contratto di maternità surrogata, con cui si intende dichiarare che il nato da madre surrogante è figlio della madre committente integra la fattispecie di corruzione stante la qualifica di esercente di pubblico servizio del medico ginecologo che all’operazione si presta.

Insomma: sarebbe mero flatus vocis dichiarare l’accordo di maternità surrogata (civilmente e penalmente) nullo e contrario alla dignità della persona se non si impedisse altresì che il suddetto accordo potesse esplicare i suoi effetti, così come sarebbe vano impedire l’eventuale riduzione in schiavitù dichiarandone la mera contrarierà alla dignità umana se poi non si colpisse anche il profitto da questa eventualmente tratto o se, ancor peggio, non si liberasse colui che in schiavitù è ridotto.

Da un punto di vista di categorie generali del diritto civile, a cui le Sezioni Unite non sembra abbiano posto sufficiente attenzione, se un accordo è nullo non può esplicare la propria efficacia e quindi non si può ragionare sulla tutela di ulteriori posizioni giuridiche che da ciò discendono seguendo la linea sostanzialmente immaginaria di un binario giuridicamente morto, anzi mai nato contro cui l’ordinamento reagisce.

Occorre chiarire, infatti, che se realmente è nullità quella che colpisce gli accordi o i contratti di maternità surrogata, da essi non potranno giammai prodursi effetti, come fatti o atti ulteriori, di alcun tipo (nemmeno invocando la teoria degli effetti indiretti del contratto nullo o il generale principio di conservazione dell’esecuzione materiale del contratto nullo), non soltanto in ossequio al principio generale e fondamentale per cui quod nullum est nullum producit effectum, ma anche e soprattutto perché, come ha ben evidenziato Francesco Carnelutti, il carattere della nullità è tale che può definirsi come «inefficacia diffusiva o, anche, contagiosa».

Anche focalizzando maggiormente l’attenzione sul tema della coordinazione del diritto nazionale e di quello internazionale, risulta che, proprio alla luce della griglia delle carte e delle dichiarazioni internazionali, l’ordinamento italiano non soltanto non può accettare la liceità dei contratti di maternità surrogata, ma neanche gli effetti che da questi potrebbero prodursi in modo diretto o indiretto. [Articolo 35 della Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo del 20 novembre 1959: «gli Stati parti devono prendere ogni misura appropriata sul piano nazionale, bilaterale e multilaterale per prevenire il rapimento, la vendita o il traffico di fanciulli a qualsiasi fine o sotto qualunque forma».]

Si pensi in tal senso al Principio VI e al Principio IX della Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo del 20 novembre 1959 ai sensi dei quali, rispettivamente, «il fanciullo, per lo sviluppo armonioso della sua personalità ha bisogno di amore e di comprensione. Egli deve, per quanto è possibile, crescere sotto le cure e la responsabilità dei genitori e, in ogni caso, in atmosfera d’affetto e di sicurezza materiale e morale. Salvo circostanze eccezionali, il bambino in tenera età non deve essere separato dalla madre», e «il fanciullo deve essere protetto contro ogni forma di negligenza, di crudeltà o di sfruttamento. Egli non deve essere sottoposto a nessuna forma di tratta».

In questo senso appare legittima la configurabilità dell’esercizio dell’azione penale anche oltre i confini italiani. Sotto il profilo più strettamente penalistico, infatti, non mancano le pronunce di merito, [Corte di Assise di Lecce 10/01/2017] e di legittimità, [Cassazione Penale n. 18354/2014] che, nonostante anche sentenze di senso contrario,[Cassazione Penale n. 13525/2016] affermando l’esistenza della giurisdizione italiana pur in caso di reato commesso fuori del territorio nazionale lasciano intendere che determinate fattispecie criminose, a causa della grave violazione della dignità umana che esse costituiscono, sono perseguibili “universalmente” e incondizionatamente, potendosene, anzi dovendosene, impedire la causa, lo svolgimento e gli effetti nocivi e lesivi.

La maternità surrogata, dunque, potrebbe e dovrebbe rientrare nell’alveo di quelle fattispecie civilmente e penalisticamente illecite che potrebbero e dovrebbero essere perseguite incondizionatamente e di cui si dovrebbero in tutti i casi impedire gli effetti proprio per una reale ed compiuta tutela di quella dignità umana di cui il divieto dovrebbe costituire il presidio normativo, anche e soprattutto nell’ottica della concezione promozionale dell’ordine pubblico alla luce di espresse normative internazionali, come, per esempio, l’art. 21 della Convenzione di Oviedo del 1997,[Il corpo umano e le sue parti non debbono essere, in quanto tali, fonte di profitto»] o l’art. 6 della Dichiarazione di Istanbul del 2008 [«Il traffico di organi e il turismo del trapianto violano i principi di equità, di giustizia e di rispetto per la dignità umana e dovrebbero essere vietati. Dal momento che il commercio di trapianti colpisce donatori impoveriti e altresì vulnerabili, conduce inesorabilmente a iniquità e ingiustizia, e dovrebbe essere vietato. Con la risoluzione 44.25, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha invitato gli Stati a impedire l’acquisto e la vendita di organi umani per trapianti]. E in tal senso si attende un intervento del Legislatore.

Alla luce di ciò appare, dunque, singolare che le Sezioni Unite, alla fine del loro iter argomentativo, ritengano che sebbene non si possa riconoscere il provvedimento straniero che instaura lo status filiationis a seguito di maternità surrogata, si possa invece ricorrere alla adozione in casi particolari.

Con questa previsione, infatti, le Sezioni Unite non soltanto vanificano l’enunciata qualificazione del divieto di maternità surrogata quale principio inderogabile di ordine pubblico, poiché avallano post hoc la stessa maternità surrogata “ratificandone” gli effetti tramite il ricorso alla adozione in casi particolari, ma per di più stravolgono la natura, la funzione e la ratio iuris dell’istituto dell’adozione in casi particolari.

L’adozione in casi particolari, infatti, come le stesse Sezioni Unite ammettono rappresenta una “clausola” di chiusura del nostro ordinamento per garantire una “copertura” della responsabilità genitoriale del minore in carenza delle condizioni naturali per procedere alla normale adozione, costituendo, in sostanza, l’ultima estrema ratio non già per garantire agli adulti il diritto al figlio, ma per garantire al minore il diritto ai genitori.

Non sembra potersi rilevare, quindi, che casi analoghi a quelli portati all’attenzione della Corte possano essere inquadrati, come invece, incautamente, la Corte suggerisce, nell’ambito dell’adozione in casi particolari, poiché uno dei requisiti per l’applicazione di quest’ultimo istituto è lo stato di abbandono del minore che non ricorre in presenza del rapporto genitoriale del medesimo con l’altro genitore.

Viene insomma snaturata non soltanto la funzione della adozione in casi particolari, ma quella dell’adozione in se stessa considerata, almeno come storicamente determinatasi a partire dal diritto romano. Nel diritto romano, infatti, soprattutto dopo l’intervento di Giustiniano, l’adoptio trova la sua ragion d’essere nella esigenza di garantire una continuità all’asse patrimoniale nel caso di assenza di discendenti o di perdita prematura degli stessi. Proprio per questo si richiedeva anche il consenso del genitore naturale che, infatti, non interrompeva l’esercizio della patria potestà nei confronti del figlio ormai adottato dal terzo adottante.

Si trattava di una “finzione” in funzione sostanzialmente patrimoniale. Anche nel diritto romano, tuttavia, la funzione dell’adozione, oltre che patrimoniale nel caso in cui ad essere adottato fosse un maggiorenne, emerse ben presto come solidaristica nel caso in cui ad essere adottato fosse un minore, garantendo così a quest’ultimo l’assistenza secondo lo schema della famiglia naturale.

Non a caso si descrive lo spirito di questo secondo tipo di adozione con il brocardo latino “adoptio naturam imitatur”, cioè “l’adozione imita la natura”, nel senso che con l’adozione si instaura un rapporto di filiazione che dovrebbe ricalcare quello che si sarebbe instaurato con la naturale procreazione.

Ecco quindi come spiegarsi alcuni requisiti essenziali dell’istituto dell’adozione ordinaria: il consenso; la differenza di età tra adottante e adottato; che la coppia adottante sia sposata e, soprattutto, formata da soggetti di sesso diverso.

Questi due ultimi elementi sono la traduzione a livello normativo del suddetto principio per cui la adozione imita la natura, in quanto in natura non si può avere filiazione senza procreazione, e quest’ultima è possibile solo tra soggetti di sesso diverso. Il requisito del matrimonio si spiega in quanto solo con il matrimonio si crea quella stabilità socio-giuridica che rappresenta un presupposto per la adeguata assistenza del minore.

Il ricorso all’adozione in casi particolari, come soluzione per l’impossibilità del riconoscimento del provvedimento straniero che riconosce lo status filiationis in seguito a maternità surrogata, rappresenta insomma un vero e proprio aggiramento, una elusione del divieto di maternità surrogata, con l’aggravante che viene messa in essere ope iudicis, cioè con la legittimazione delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione.

            La Cassazione, nonostante che la legge 76/20 maggio 2016 (cd Cirinnà)

www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2016/05/21/16G00082/sg

non estenda la disciplina dell’adozione alle coppie del medesimo sesso, si sostituisce, insomma, al legislatore varando spontaneamente la liceità della cosiddetta “stepchild adoption” suggellando tramite la solennità delle Sezioni Unite un proprio precedente e solitario pronunciamento in tale direzione, innovando la propria vocazione nomofilattica con una inedita deviazione autofilattica.

Sotto questo profilo la statuizione in oggetto delle presenti riflessioni appare non soltanto contraddittoria con se stessa e opposta al quadro normativo, ma anche e soprattutto in controtendenza con quanto sancito dalla Grande Chambre della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel caso Paradiso e Campanelli c. Italia del 24 gennaio 2017 allorquando la CEDU conclude il suo ragionamento precisando che «se la Convenzione non sancisce alcun diritto di diventare genitore, la Corte non può comunque ignorare il dolore morale che sentono coloro il cui desiderio di genitorialità non è stato o non può essere soddisfatto. Tuttavia, l’interesse generale in gioco ha un grande peso sul piatto della bilancia mentre, in confronto, si deve accordare una importanza minore all’interesse dei ricorrenti ad assicurare il proprio sviluppo personale proseguendo la loro relazione con il minore. Accettare di lasciare il minore con i ricorrenti, forse nella prospettiva che questi diventassero i suoi genitori adottivi, sarebbe equivalso a legalizzare la situazione da essi creata in violazione di norme importanti del diritto italiano».

La suddetta pronuncia delle Sezioni Unite, anche alla luce di un rapido e sintetico esame come quello contenuto in queste scarne riflessioni, rivela tutte le fragilità e le antinomie su cui si fonda lasciando intendere che sarà foriera di incertezze giuridiche maggiori di quelle che invece, probabilmente, intendeva risolvere.

            Aldo Rocco Vitale, visiting professor presso la facoltà di bioetica dell’ateneo Regina Apostolorum

Centro Studi Rosario Livatino         25 maggio 2019

www.centrostudilivatino.it/la-maternita-surrogata-nella-sentenza-delle-sezioni-unite-civili-n-12193-2019

Vedi    pag 31→36 di NewsUCIPEM n. 753 - 12 maggio 2019

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SESSUOLOGIA

Sessualità in contatto con l’altro/a e col mondo

Un aspetto centrale dell’essere umano, lungo tutto l’arco della vita, che comprende il sesso, le identità e i ruoli di genere, l’orientamento sessuale, l’erotismo, il piacere, l’intimità e la riproduzione», così l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la sessualità umana.

Ben lungi dall’essere un fenomeno iscritto soltanto nella biologia, la sessualità è una delle manifestazioni più complesse del sé. È il suo divenire pienamente adulto, il suo farsi incontro all’altro/a nella sua versione più intima e totalizzante, perché non solo è il veicolo della fecondità biologica, ma mentre investe profondamente il corpo e le sue sensazioni, attiva le emozioni più potenti, si apre all’immaginario e sostiene la progettualità di ogni coppia.

Non solo la continuazione della specie, ma la soddisfazione del bisogno sessuale in quanto bisogno primario, la ricerca dell’intimità corporea ed emozionale, il dare ricevere piacere. Tanto è cruciale questa dimensione  dell’espressione  umana  che quando l’esperienza della sessualità è frustrata  o  è  imposta,  o  viene  attraversata senza  rispetto  e  senza  cura,  irrompono emozioni dalle tinte forti, come il dolore, la  paura,  la  rabbia,  il  risentimento,  il  di-sgusto, la vergogna, l’umiliazione, il senso di  colpa,  fino  ad  un  accorato  sentimentosi solitudine e di autosvalutazione. Al crocevia tra natura e cultura, stili educativi e storia personale, schemi valoriali consuetudini sociali, norme giuridiche immaginario collettivo, vive in una articolazione  complessa  che  percorre  il  passaggio tra confini personali e apertura all’altro/a,  tenerezza  e  aggressività,  accoglienza  e  proposta,  autonomia  e  bisogno dell’altro/a.

Una stella per orientarsi. Per avere un quadro più chiaro di questo approccio multidimensionale, possiamo immaginare (S.  Ginger, 1995, La Gestalt, l’art du contact, Guide de Poche Marabout, Paris 2003) una stella a cinque punte che descrive in sintesi come l’attività umana si sviluppi secondo diversi assi dimensionali: la dimensione fisica, quella affettiva, quella cognitiva, la dimensione sociale la dimensione etica e spirituale. È interessante confrontare il diverso grado di sviluppo e realizzazione di ciascuna di que-ste dimensioni e indagare sul rapporto che esiste tra i diversi assi. È possibile che una punta della stella troppo sviluppata impedisca alle altre di trovare un’armonia. Utilizzando questa schematizzazione per la sessualità, possiamo fare il punto mantenendo uno sguardo sull’insieme, sulla globalità del sé che questa espressione umana investe (B.  Martel, Sexualitè, amour e Gestalt, InterEdition, Dunot, Paris 2004). Cominciamo dalla prima punta della stella, che colleghiamo al corpo, al polo fisico. Qui incontriamo la conoscenza del corpo, delle sue sensazioni, dei piaceri e dei dispiaceri, le memorie corporee che raccontano le vicende vissute, l’atteggiamento rispetto al contatto fisico, il piacere sessuale sul piano degli organi e della loro funzionalità.

Sulla punta successiva della nostra stella collochiamo il cuore, il polo affettivo. Qui possiamo analizzare la nostra capacità di fare contatto con le emozioni, il modo in cui  ci  permettiamo  di  esprimere  i  sentimenti, la nostra libertà di accedere all’intimità, la nostra capacità di comunicazione emotiva, la memoria affettiva della fa-miglia  di  origine  che  ci  portiamo  dentro, la nostra capacità di apertura all’amore.

Proseguiamo sulla punta della stella che rappresenta la testa, il polo cognitivo.  Di quali  conoscenze  disponiamo  sul  tema della  sessualità,  quali  sono  le  convinzioni,  e  magari  anche  gli  stereotipi  e  i  pre-giudizi che inevitabilmente portiamo con noi, quale è la nostra cultura sulla sessualità,  di  quali  immagini  si  nutrono  le  nostre rappresentazioni mentali in materia. Siamo arrivati alla quarta punta della stella, il polo sociale, gli altri, il rapporto con la propria comunità e coi propri simili dello stesso e dell’altro genere, l’iscrizione della propria vita sessuale nella vita socia-le. Il modo in cui la cultura familiare, l’educazione ricevuta, hanno  plasmato  la  nostra  visione  sociale  della  sessualità,  dei ruoli di genere, dell’appropriatezza o inaccettabilità  di  date  forme  di  espressione sociale  della  sessualità,  il  modo  in  cui  le norme  e  le  consuetudini  culturali  della società in cui viviamo ammettono, favoriscono o inibiscono i comportamenti sociali conseguenti,  e  quale  è  la  scala  dei  propri valori in ambito sessuale.

Ecco infine la quinta punta della stella, il polo spirituale, dove collochiamo la ricerca di senso che investe la nostra sessualità, la ricerca di trascendenza, dell’andare oltre noi stessi, che vi è implicita, lo spa-zio  che  ha  nel  proprio  mondo  spirituale, le  posizioni  ideologiche,  la  ricerca  di  ciò che trascende il materiale, la sacralità del-la  propria  sessualità  come  offerta  di  sé  e incontro al di là dei confini personali, ma anche  la  sessualità  come  generatività, come  fecondità  non  solo  materiale,  energia viva che cerca un varco per andare oltre se stessa.

Un equilibrio vitale. Possiamo fare anche noi, lettori e lettrici di questo articolo, un piccolo check-up

Personale sulle cinque punte di questa stella, e provare a scoprire quale aspetto prevale ora nella nostra vita, se c’è una branca troppo sviluppata e magari un’altra che è carente, disinvestita, o quasi dimenticata. Possiamo domandarci, se troviamo per caso un qualche tipo di squilibrio che riconosciamo come penalizzante, cosa esso comporta nella relazione con il nostro sé globale, con la persona che amiamo o con la società in cui viviamo.

E possiamo comprendere meglio da quale componente poter cominciare per ritrova-re, nella nostra condizione esistenziale attuale, un equilibrio migliore, più soddisfacente, o più libero, o più rispettoso dell’altro/a.

 Possiamo cominciare a rintracciare dove sono i pericoli e le carenze che limitano la nostra capacità di essere profondamente intimi con l’altro/a. Traumi, violenze, false intimità come la fusionalità, la promiscuità, le paure arcaiche di essere fagocitati che forse abbiamo attraversato, la sicurezza interiore e la padronanza di noi stessi che forse ci mancano ancora un po’, l’autonomia, e nello stesso tempo la capacità di aprirci all’altro/a, la fiducia e il rispetto che possiamo tributargli, e la responsabilità che possiamo assumere per il nostro modo di comunicare e di proporci nella relazione, per i bisogni antichi, le paure recondite, gli schemi impliciti non elaborati che portiamo con noi come un bagaglio pesante ormai forse diventato inutile.

Uno o più di questi fattori possono bloccare o limitare la nostra capacità di essere intimi, di dare e ricevere piacere e gioia nella nostra vita sessuale.

Tenerezza, intimità e un po’ di sana aggressività. Realizzare un buon equilibrio tra tenerezza, intimità e una quota di sana, giocosa aggressività. Ecco in poche parole una buona «ricetta» per questa sfera della nostra vita. Saper transitare fluidamente dall’una all’altra componente di questa triade vuol dire aver rispetto della delicatezza del confine altrui, ma anche essere capaci, col suo permesso, di attraversarlo con energia, e incontrarsi in quella zona sacra e preziosa dove i confini personali per un poco si azzerano.

Dare e ricevere tenerezza, con le parole, con i gesti, con l’attenzione e il riguardo, è il passaggio di inizio necessario per avvicinarsi alla soglia dell’intimità. E non stiamo parlando solo di preliminari amorosi. Stiamo parlando di quella atmosfera di affetto tenero che avvolge la persona amata e la fa sentire al sicuro, anche da lontano, anche quando siamo ognuno al lavoro, anche quando abbiamo bisogno di uno spazio/tempo personale.

Da qui nasce la possibilità dell’intimità: ricevere l’altro nel proprio territorio emotivo e corporeo, senza sentirsi «invasi» o «contaminati», a contatto di pelle con l’altro/a, senza perdere la propria individualità. È qui che arrivano a manifestarsi, se per caso erano immagazzinate dentro di noi, le nostre paure arcaiche di essere distrutti o di essere abbandonati, e sono loro che ci tengono lontano dall’intimità. Non stiamo parlando solo della nudità inerme ed esposta dei corpi, parliamo delle componenti affettive, in primo luogo, ma anche di quelle intellettuali e spirituali dell’intimità.

E infine, anche se è la più difficile da collocare e da regolare, una certa quota disana aggressività. Nel senso etimologico del termine, nel senso di quell’«andare verso» che è l’energia necessaria per muoversi attivamente verso l’altra persona, per non restare intrappolati dalla paura del rifiuto, dalla vergogna, dal senso di inadeguatezza. Un «andare verso» che sostiene nell’esprimere il desiderio, che è offerta generosa, gioco lieto, e non diventa mai imposizione o ricatto. Che sa anche dire un no, sa mantenere un confine e accettare un rifiuto. Che sa vedere nel «noi» un io e un tu capaci di tensione dialogante. Un «andare verso» che è invito, proposta, slancio che coinvolge e colora a tinte vive la vita.

Quando si trova insieme la chiave per una buona armonia tra tenerezza, intimità e sana giocosa aggressività, lo spazio della sessualità diventa uno spazio sacro, dove «fare l’amore» non è più soltanto una maniera più fine e gentile per dire di un incontro sessuale, ma è compiutamente l’azione del costruire l’amore dall’inizio e fino in fondo, fino al corpo, al cuore, alla mente, al mondo, allo spirito.

Rosella De Leonibus  Rocca n. 11, 01 giugno 2019

www.rocca.cittadella.org/rocca/s2magazine/index1.jsp?attiva_pre_zoom=1&idPagina=63&id_newspaper=1&data=01062019

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WELFARE

Congedo maternità dopo il parto, i chiarimenti dell'Inps

Rispetto alla possibilità per le lavoratrici di astenersi dal lavoro esclusivamente dopo il parto entro i 5 mesi successivi allo stesso, arriva il messaggio 6 maggio 2019, n. 1738 dell'Inps che fornisce i primi chiarimenti.                                                        www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_34744_1.pdf

            La novità viene introdotta dalla legge di bilancio: le lavoratrici hanno facoltà di astenersi dal lavoro per i 5 mesi successivi al parto, a condizione che il medico specialista del servizio sanitario nazionale o convenzionato e il medico competente ai fini della prevenzione e tutela della nei luoghi di lavoro, attestino l'assenza di pregiudizi per la della gestante e del nascituro. Le lavoratrici potranno usufruire del congedo obbligatorio di maternità dal giorno successivo alla data del parto fruendone quindi per i successivi 5 mesi.

Col messaggio l'Inps chiarisce di aver aggiornato l'applicazione "Domande di Maternità online", dunque, le lavoratrici madri che intendano avvalersi della facoltà di astensione esclusivamente dopo il parto possono esercitare l'opzione, presentando domanda telematica di indennità di maternità. Per farlo basterà spuntare la specifica opzione.

Ancora, la domanda di maternità deve essere presentata prima dei 2 mesi che precedono la data prevista del parto e mai oltre un anno dalla fine del periodo indennizzabile, esclusivamente per via telematica o sul sito web istituzionale (con PIN dispositivo) oppure tramite patronato o Contact center.

L'Inps evidenzia inoltre che le documentazioni sanitarie necessarie per poter fruire del congedo di maternità esclusivamente dopo il parto devono essere presentate alla sede competente, in originale e in busta chiusa, recante la dicitura "contiene dati sensibili". Tali domande non transiteranno in procedura "Gestione Maternità" fino all'emanazione della circolare operativa e ai conseguenti aggiornamenti.

Gabriella Lax – News Studio Cataldi 28 maggio 2019

www.studiocataldi.it/articoli/34744-congedo-maternita-dopo-il-parto-i-chiarimenti-dell-inps.asp

 

“Premio Nascita” e la nuova App “Inps Mobile”. Novità per le neomamme

www.inps.it/bussola/VisualizzaDoc.aspx?sVirtualURL=%2fMessaggi%2fMessaggio%20numero%201874%20del%2016-05-2019.htm

Premio Nascita per i nuovi nati e i minori adottati o in affido, corrisposto direttamente dall’INPS e pari a 800 euro per ogni figlio, ora anche in versione mobile/tablet

L’INPS diventa mobile friendly. Con la nuova applicazione mobile dell’Inps, richiedere il premio alla nascita è diventato ancora più semplice. Le domande per ottenere il bonus di 800 euro erogato per la nascita o l’adozione di un minore, potranno essere presentate anche attraverso dispositivo mobile/tablet. Una facilitazione in più per neo mamme e donne in dolce attesa.

La novità introdotta dall’Istituto, consentirà alle mamme e alle donne in stato di gravidanza di richiedere il premio alla nascita di 800 euro direttamente dal proprio cellulare o tablet, e di potere consultare anche lo stato di avanzamento delle domande presentate in precedenza.

Il Bonus mamma domani è un’agevolazione riconosciuta dall’INPS in caso di nascita o adozione di un bambino a partire dal 1° gennaio 2017. Per ottenere il bonus, serve una domanda della futura madre al compimento del settimo mese di gravidanza (inizio dell’ottavo mese di gravidanza) o alla nascita, adozione o affidamento preadottivo.

Chi ne ha diritto? Le donne in stato di gravidanza o le mamme per uno dei seguenti eventi verificatisi a partire dal 1° gennaio 2017: compimento del 7° mese di gravidanza; parto, anche se è avvenuto prima dell’inizio dell’8° mese di gravidanza; adozione nazionale o internazionale di un minore disposta con sentenza definitiva ai sensi della legge n. 184/4 maggio 1983; affidamento preadottivo nazionale o internazionale disposto con ordinanza.

Il contributo, previsto sia per i nuovi nati che per le adozioni di minori, è corrisposto direttamente dall’INPS ed è pari a 800 euro per ogni figlio. Si tratta di una somma corrisposta una tantum, per singolo evento e in relazione ad ogni figlio nato, adottato o affidato. Particolarità del bonus è quella di non essere subordinato ad alcuna soglia ISEE, per cui spetta a tutte le richiedenti indipendentemente dal loro reddito.

La domanda può essere inviata dopo il compimento del 7° mese di gravidanza, e comunque entro 1 anno dalla nascita, affido o adozione del piccolo. La domanda all’INPS va presentata seguendo una delle seguenti modalità:

  • Servizi telematici messi a disposizione sul sito istituzionale dell’Inps, accedendo all’area personale del portale con il proprio codice pin;
  • Telefonando al Contact Center dell’ente previdenziale il numero 803164, per le chiamate da rete fissa, oppure il numero 06164164 per le chiamate da rete mobile;
  • Rivolgendosi a un patronato.

Per presentare domanda di “Premio Nascita” direttamente dal proprio telefonino o tablet, l’interessata deve per prima cosa scaricare (gratuitamente) l’App “Inps Mobile” dagli store ufficiali Apple e Android. Scaricata l’App, bisogna cercare nell’elenco “Tutti i servizi” la voce “Premio Nascita” ed inserire, nelle varie schermate che compariranno man mano, tutti i dati e le informazioni previste. Conclusa questa fase, la richiedente dovrà confermare i dati inseriti e protocollare la domanda. Dopo la protocollazione della domanda, per la neo mamma o futura mamma sarà possibile aggiungere un massimo di 3 allegati che non devono superare le dimensioni di 1Mb ciascuno.

Sempre attraverso l’App “Inps Mobile”, si potrà consultare l’elenco delle domande di “Premio Nascita” già presentate e verificare lo stato della domanda.

News Ai. Bi.         30 maggio 2019

www.aibi.it/ita/premio-nascita-e-la-nuova-app-inps-mobile-novita-per-le-neomamme

 

Fonte           Francesca De Cristofaro    Magevola          30 maggio 2019

www.magevola.it/famiglia/credito-e-opportunita/nazionale/bonus-mamma-domani-inps

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NewsUCIPEM n. 755 – 26 maggio 2019

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“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento on line. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, 2019che siano d’interesse per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali.

Sono così strutturate:

ü  Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.

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02 ADOZIONE                                                   Interventi regionali su adozione nazionale ed internazionale

03 AFFIDO CONDIVISO                                 Risarcito il figlio se la madre gli impedisce di vedere il padre

03 ALIENAZIONE PARENTALE                    PAS non ha basi scientifiche e non basta per affidamento esclusivo

04 ASSEGNO MANTENIMENTO FIGLI     Mantenimento dei figli di genitori non sposati

05 ASSEGNO DIVORZILE                              Marito e moglie stesso stipendio: a chi va il mantenimento

07                                                       Il giudice può fissare ordinare il pagamento al datore di lavoro

07 ASSOCIAZIONI-MOVIMENTI                               AICCeF. Dal Consiglio Direttivo           

08                                                                          Movimento x la vita.41 anni di 194.Siamo ancora x diritto alla vita

08 CENTRO INTERN. STUDI FAMIGLIA   Newsletter CISF - n. 20, 22 maggio 2019.

10 CITTÀ DEL VATICANO                              Nomine

11 CONFERENZA EPISCOPALE ITAL.        Le parole del Papa e il possibile Sinodo della Chiesa italiana

11                                                                          Le preoccupazioni del Cardinale Presidente

11                                                                          Terzo settore: Bassetti, “sconcertati” per raddoppio tassazione

12                                                                          Card. Bassetti, “Abbandonare il criterio del si è fatto sempre così".

12                                                                         Approvazione "Linee guida" per gli abusi.

13                                                                          Francesco, vescovi e tribunali: la riforma mancata

14 CONGRESSI–CONVEGNI–CORSI-       Figli adottivi: "rivedere il mito del vincolo biologico".

14 CONSULTORI FAMILIARI                        Torino. Punto familia. Dialogare con il corpo

14 CONSULTORI UCIPEM                            Bologna. Navigare nelle relazioni con trasparenza comunicativa

15 DALLA NAVATA                                         6° Domenica di Pasqua - Anno C – 26 maggio 2019

15                                                                          Si ama Gesù dandogli tempo e cuore

16 DIVORZIO                                                    Consigli legali per divorzio

19 DONNE NELLA CHIESA                            Ordinazione femminile, sacramento e atto giuridico: il canonista

20 ENTI TERZO SETTORE                               Mi conviene diventare Ets? Quali i vincoli, quali i benefici?

20 FORUM ASSOCIAZIONI FAMILIARI    Le parole non bastano. Politiche familiari: risorse e chiarezza

21                                                                          «Non serve un miliardo ma giustizia». Si pensa a una class action

21 FRANCESCO VESCOVO DI ROMA       L'aborto non è mai la risposta. «No alla mentalità eugenetica»

22                                                                          Troppa burocrazia nemica della cultura dell'adozione

23 MINORI                                                        Zigzagando tra i diritti, la Consulta ragazzi affiancata dai più piccoli

24 NULLITÀ MATRIMONIALE                     Sulla nullità: boicottare il poco o riformare il molto?

25 SEPARAZIONE                                            Effetti fiscali della separazione consensuale

27 STORIA                                                          Storia di famiglie, famiglie nella storia

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ADOZIONI

Interventi regionali in materia di adozione nazionale ed internazionale

Sul Bollettino Ufficiale della Regione Veneto 30 aprile 2019 n. 43 è stata pubblicata la Deliberazione della Giunta Regionale 26 marzo 2019 n. 336 "Sistema Veneto Adozioni. Interventi regionali in materia di adozione nazionale ed internazionale".

https://bur.regione.veneto.it/BurvServices/Pubblica/DettaglioDgr.aspx?id=391374

            Nel corso degli ultimi anni la Regione del Veneto ha sviluppato, definito e consolidato, attraverso numerosi provvedimenti, un insieme articolato e coerente di iniziative, azioni e progetti a sostegno della genitorialità adottiva e del minore adottato delineando, coerentemente alla cornice normativa nazionale di riferimento, un sistema denominato Sistema Veneto Adozioni.

Il Fondo Nazionale per le Politiche Sociali per l'anno 2018 ha destinato la somma di euro 19.738.148,09 alla Regione Veneto. Con il presente atto, si intende sviluppare e potenziare il Sistema Veneto Adozioni.

            Le peculiarità di tale Sistema regionale possono essere così sinteticamente individuate:

  • individuazione di 26 "equipe adozioni consultori familiari" nell'ambito delle ex ventuno Aziende Ulss che "dedichino parte del loro orario settimanale di lavoro consultoriale esclusivamente all'adozione nazionale ed internazionale" e relativa individuazione di 7 Aziende Ulss capofila a livello provinciale rappresentate da un referente con funzioni di raccordo con le aziende della stessa provincia (Delib. G.R. n. 712/2001);
  • Coinvolgimento:
  • Degli Enti autorizzati, quali unici soggetti deputati all'intermediazione nell'adozione internazionale e firmatari dei Protocolli regionali, chiamati ad operare garantendo la massima integrazione delle attività con le equipe adozioni consultoriali, assicurando la condivisione di esperienze, competenze e professionalità anche attraverso la partecipazione ai tavoli coordinati dalle Aziende Ulss;
  • Del Tribunale per i minorenni che concorre al monitoraggio dell'andamento delle adozioni nazionali e internazionali e alla condivisione delle problematiche emergenti;
  • Dell'ufficio Scolastico regionale, al fine di garantire e tutelare l'inserimento e l'integrazione scolastica del minore adottato;
  • Promozione, definizione e sottoscrizione di Protocolli operativi e d'intesa;
  • Realizzazione di Linee guida, le prime risalenti al 2004, le ultime al 2011;
  • Promozione e sviluppo di interventi a sostegno della genitorialità adottiva e del minore adottato attraverso il finanziamento di progettualità che garantiscono un elevato grado di integrazione, prevalentemente su base provinciale, tra servizi pubblici ed enti autorizzati del privato sociale;
  • Realizzazione di attività formative e di aggiornamento sulle tematiche e sulle problematiche emergenti rivolte ad operatori pubblici e privati operanti nel sistema.

Nell'ottica della continuità, del sostegno e del consolidamento del Sistema Veneto Adozioni, con il presente provvedimento si determina una somma pari ad euro 400.000, ripartito per le seguenti tipologie di intervento:

  1. Progetti Territoriali Veneto Adozioni (P.T.V.A.) - annualità 2019 - 2020. Al fine di consolidare, implementare e sostenere adeguatamente il Sistema Veneto Adozioni, con il presente provvedimento si determina di destinare a favore delle nove Aziende Ulss regionali, una somma pari ad euro 310.000,00 a sostegno di progettualità che garantiscano un elevato grado di integrazione tra servizi pubblici ed enti autorizzati del privato sociale, relative all'annualità 2019-2020, volte alla promozione e allo sviluppo di interventi a favore della genitorialità adottiva e del minore adottato in particolare sulle tematiche dell'attesa, del post adozione e del sostegno agli adolescenti adottivi.
  2. Progetto "Veneto Adozioni". Il progetto prevede il sostegno alle attività di informazione a favore delle coppie interessate ai percorsi adottivi; attività di formazione e aggiornamento sulle tematiche emergenti dell'adozione nazionale ed internazionale per gli operatori pubblici e privati; iniziative di sensibilizzazione a favore delle famiglie aspiranti adottive.

Si affida ad ANCI Veneto l'attuazione di tale progetto, in quanto riconosciuto quale componente designato dalla Conferenza Unificata Stato Regioni della Commissione per le Adozioni Internazionali - C.A.I. Pertanto con il presente provvedimento si determina di destinare, a titolo di rimborso spese, a favore di ANCI Veneto una somma pari ad euro 90.000,00.

            www.nonprofitonline.it/default.asp?id=466&id_n=8192&utm_campaign=Newsletter+Non+profit+on+line+23+maggio+2019&utm_medium=email&utm_source=CamoNewsletter

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AFFIDO CONDIVISO

Risarcito il figlio se la madre gli impedisce di vedere il padre

Corte di Cassazione, prima Sezione civile, ordinanza n. 13400, 17 maggio 2019

www.studiofronzonidemattia.it/wp-content/uploads/2019/05/Cassaxione-Civile-17.05.2019-n.-13400.pdf

Il genitore che con atteggiamento ostruzionistico impedisce al figlio di vedere l’altro genitore, nonostante intervenuti accordi circa le modalità di frequentazione, rischia di incorrere nella condanna al risarcimento del danno a favore del figlio per aver leso il diritto alla bigenitorialità di quest’ultimo.

            Nell’attuale panorama, che vede disegni di legge all’esame del Parlamento, la Cassazione, con l’ordinanza è tornata a pronunciarsi in materia di bigenitorialità, intesa quale interesse del minore a mantenere un rapporto continuativo con entrambi i genitori.

            Nel caso esaminato, la Corte d’Appello, discostandosi da quanto precedentemente stabilito dal Tribunale, aveva condannato una madre al risarcimento del danno di € 5.000,00 a favore del figlio poiché aveva impedito a quest’ultimo di frequentare il padre secondo le modalità già concordate tra i genitori, rilevando il clima di forte conflittualità ancora esistente nella coppia.

            La madre ha dunque presentato ricorso in Cassazione avverso la sentenza della Corte d’Appello deducendo come fosse stato lo stesso figlio a non voler vedere il padre ed a pretendere anche la presenza della madre ad ogni incontro con lo stesso.

            La Cassazione ha ribadito che le misure sanzionatorie previste dall’art. 709 ter c.p.c., tra cui anche quella del risarcimento del danno a favore del figlio, “sono suscettibili di essere applicate facoltativamente dal giudice nei confronti del genitore responsabile di gravi inadempienze o di atti che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento”.

            Applicando tale principio al caso posto alla sua attenzione, la Corte di Cassazione ha ritenuto la condanna emessa dalla Corte d’Appello adeguatamente motivata, essendo stato provato un atteggiamento ostruzionistico della madre ed un condizionamento al corretto svolgimento delle modalità di affidamento del minore, oltre al disagio derivante allo stesso dall’atteggiamento materno.

            Il ricorso è stato dunque rigettato ed è stata confermata la condanna della madre al pagamento di € 5.000,00 a titolo di risarcimento danno a favore del figlio.

Studio Fronzoni De Mattia    22 maggio 2019

www.studiofronzonidemattia.it/risarcito-figlio-la-madre-gli-impedisce-vedere-padre

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ALIENAZIONE PARENTALE

Alienazione parentale: PAS non ha basi scientifiche e non basta per affidamento esclusivo figlio

Corte di Cassazione, prima Sezione civile, sentenza n. 13274, 16 maggio 2019

www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_34666_1.pdf

La Cassazione torna a parlare di PAS [Parental Alienation Syndrome] precisando che, il giudice, nel momento in cui deve la consulenza tecnica concluda per una diagnosi che non è supportata dalla scienza medica ufficiale, è tenuto ad approfondire per verificarne il fondamento. Non si può inoltre concludere per l'affidamento esclusivo del minore al padre basandosi solo su un giudizio non debitamente motivato d'inadeguatezza della madre, in un contesto di tale conflittualità. Così come non si può trascurare di rinnovare l'ascolto del minore a distanza di quasi due anni dalla prima audizione in un procedimento in cui devono essere adottati provvedimenti che lo riguardano.

La Corte d'appello conferma la sentenza di primo grado con cui è stata disposta la separazione dei coniugi, respinta la domanda di addebito al marito e ordinato l'affidamento esclusivo del figlio al padre all'esito di due perizie, con collocamento del minore presso una comunità. Il giudice di secondo grado ritiene che la madre sia "un soggetto anelastico, scarsamente propensa a mettersi in discussione … caratterizzato da un atteggiamento preconcetto, …. restia a porsi in una prospettiva critica, di analisi e di ricerca, non interessata ad individuare le ragioni del comportamento anomalo di …… con il padre." La Corte d'appello concorda pertanto con i risultati delle perizie che hanno condotto a una diagnosi di alienazione parentale. La madre avrebbe infatti messo in atto un piano di esclusione del padre biologico, per sostituirlo con il nonno materno. Progetto che, secondo il giudice di secondo grado deve essere interrotto attraverso l'affidamento esclusivo del minore al padre con il supporto della struttura residenziale dedicata al sostegno e alla cura dei minori.

            La madre soccombente ricorre in Cassazione, lamentando tra i vari motivi:

  • Come la Corte si sia limitata a disporre l'affidamento esclusivo al padre basandosi sulla sola inidoneità dell'altro genitore;
  • La "mancata verifica dell'attendibilità scientifica della teoria posta a base della diagnosi di sindrome di alienazione parentale (o PAS) e soprattutto della valutazione espressa in ordine alla qualificazione della madre come "genitore alienante";
  • La violazione delle linee guida in tema di ascolto del minore.

La Cassazione accoglie alcuni motivi del ricorso avanzato dalla madre, cassa la sentenza e rinvia alla Corte d'Appello in diversa composizione per statuire, anche sulle spese. Gli Ermellini, concordemente a quanto sostenuto nel ricorso della madre ritengono che "A prescindere dalle obiezioni sollevate dalle parti, qualora la consulenza tecnica presenti devianze dalla scienza medica ufficiale, come avviene nell'ipotesi in cui sia formulata la diagnosi di sussistenza della PAS, non essendovi certezze nell'ambito scientifico al riguardo - il Giudice del merito, ricorrendo alle proprie cognizioni scientifiche oppure avvalendosi di idonei esperti, è comunque tenuto a verificarne il fondamento."

            Da accogliere anche la doglianza relativa al motivo per il quale il giudice d'appello ha disposto l'affidamento esclusivo al padre, poiché basato esclusivamente sulla condotta della madre, la quale in realtà, come emerso dalle risultanze probatorie, non è stata sufficientemente supportata dai consulenti tecnici nominati nel giudizio di primo grado che si sono mostrati rigidi e severi con la stessa, trascurando la sua condizione psicologica.

            Fondata infine la contestazione relativa all'ascolto del minore, che in sede d'Appello non è stata disposto perché ritenuto superfluo. La Corte Suprema ritiene infatti che "il tempo trascorso dall'audizione del minore e la stessa violazione del principio di bigenitorialità dedotta, che non può comportare la soppressione "ad ogni costo" della volontà del minore ultradodicenne, imponevano il rinnovo del suo ascolto, sia pure con il supporto di esperti del ramo. Proprio perché si trattava di minore di tredici anni (attualmente quindici), capace di discernimento anche se affetto da una situazione personale di disagio e sofferenza, era necessario procedere al suo ascolto, anche considerato che l'ultima relazione aggiornata risaliva al 2015-2016."

Annamaria Villafrate Studio Cataldi, 22 maggio 2019

www.studiocataldi.it/articoli/34666-alienazione-parentale-pas-non-ha-basi-scientifiche-e-non-basta-per-affidamento-esclusivo-figlio.asp

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ASSEGNO DI MANTENIMENTO PER I FIGLI

Mantenimento figli genitori non sposati

Come funziona il mantenimento dei figli nati fuori dal matrimonio e quali tutele sono previste se il genitore si disinteressa. Oggi esistono ancora tante differenze, riguardo al regime giuridico, tra le coppie sposate e le coppie di fatto, specie in ipotesi di separazione. Non esistono invece distinzioni, sul piano della tutela giuridica, tra figli nati da genitori sposati e figli nati da genitori non sposati e magari neppure conviventi.

            Fino a qualche tempo fa esisteva la distinzione tra figli legittimi e figli naturali (nati fuori dal matrimonio): la legge [L. n. 219/10 dicembre 2012] ha definitivamente abrogato tale distinzione, non solo dal punto di vista terminologico, ma sotto ogni profilo giuridico, equiparando in tutto e per tutto i figli, a prescindere dal fatto che siano nati o meno da coppia sposata.

www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2012/12/17/012G0242/sg

Dunque, il figlio, per il solo fatto di essere tale, ha sempre il medesimo stato giuridico tutelato dalla legge, indipendentemente dal rapporto che lega o legava i suoi genitori (matrimonio, convivenza, rapporto occasionale ecc.). Ne consegue che i genitori non sposati hanno, nei confronti dei propri figli, i medesimi diritti e doveri e non possono sottrarsi al mantenimento morale e materiale degli stessi.

Come funziona il mantenimento dei figli di genitori non sposati e quali tutele prevede il nostro ordinamento giuridico.

Genitori non sposati: chi mantiene i figli? Il fatto che i genitori non siano sposati non li esonera dall’obbligo di mantenimento dei figli. Il figlio nato fuori dal matrimonio ha i medesimi diritti di quello nato da coppia sposata. Ciascun genitore è quindi tenuto a contribuire all’educazione, all’istruzione e al mantenimento dei figli. Tale obbligo è sancito dalla Costituzione [Art. 30 cost.] che recita testualmente: «è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio».

            L’obbligo di mantenimento sussiste anche se il figlio è maggiorenne, ma non ha ancora raggiunto la propria indipendenza economica. I genitori devono adempiere i loro obblighi nei confronti dei figli in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo.

            Se i genitori non hanno mezzi sufficienti, gli altri ascendenti, in ordine di prossimità, (quindi i nonni) sono tenuti a fornire ai genitori stessi i mezzi necessari affinché possano adempiere i loro doveri di mantenimento nei confronti dei figli.

Mantenimento figli: se la coppia si separa. Ciascun genitore deve contribuire al mantenimento del figlio, in proporzione alle proprie capacità economiche. Se ciò può essere semplice da rispettare in un rapporto di coppia armonioso, non lo è sicuramente in caso di coppia separata. La fine di un relazione e, ancora peggio, il disinteresse di uno dei genitori può impedire di trovare un accordo sul mantenimento del figlio.

            Le coppie di fatto, a differenza delle coppie sposate, non hanno bisogno di un provvedimento giudiziale che pronunci la separazione. Tuttavia, può sorgere comunque la necessità di un intervento giudiziale se sorgono conflitti sull’affidamento e il mantenimento dei figli.

            Se c’è un rapporto pacifico tra i genitori, questi potrebbero trovare un accordo, tramite scrittura privata, sull’affidamento del figlio minore, sul diritto di visita e sulla misura dell’assegno di mantenimento che il genitore non convivente dovrà versare all’altro con cui andranno a vivere i figli. Nello stesso accordo, dovrebbe essere pattuita la ripartizione delle spese straordinarie.

            Se, invece, i genitori non riescono a trovare un accordo, è indispensabile rivolgersi al tribunale.

Mantenimento figli genitori non sposati: tribunale competente. In caso di disaccordo sull’affidamento e sul mantenimento dei figli nati fuori dal matrimonio, il genitore può presentare ricorso al tribunale, affinché sia il giudice a prendere la decisione più giusta nell’interesse dei figli. Il tribunale competente è sempre il tribunale ordinario, anche quando si tratta di figli minori. Recentemente, la legge ha riorganizzato la ripartizione delle competenze tra tribunale ordinario e tribunale per i minorenni [Art. 38 disp. att. cod. civ.], prevedendo che per i procedimenti di affidamento e mantenimento si applica il rito della camera di consiglio dinanzi al tribunale ordinario civile. La competenza territoriale del tribunale si individua in base al luogo di residenza abituale del figlio.

Maria Monteleone     La legge per tutti       24 maggio 2019

www.laleggepertutti.it/286206_mantenimento-figli-genitori-non-sposati

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ASSEGNO DIVORZILE

Marito e moglie stesso stipendio: a chi va il mantenimento

Separazione e divorzio: non sempre chi guadagna di più deve pagare l’assegno di divorzio all’ex coniuge. Immagina una coppia, sposata da non molti anni, che sia già in procinto di separarsi. Entrambi i coniugi hanno un contratto di lavoro part-time: percepiscono più o meno lo stesso stipendio. Al capolinea, i due si chiedono chi di loro dovrà pagare l’assegno di mantenimento all’altro. Entrambi, infatti, hanno un reddito insufficiente a mantenersi da soli e, soprattutto ora che le spese fisse raddoppieranno (inevitabile conseguenza dello sdoppiamento del nucleo familiare), sarà più difficile arrivare a fine mese. Cosa succede in ipotesi come questa? Nel caso di marito e moglie con lo stesso stipendio, a chi va il mantenimento?

            La risposta la si può comprendere da una attenta lettura della legge sul divorzio ed è stata sottolineata più volte dalla Cassazione. Di recente ne ha parlato anche il tribunale di Siracusa [Trib. Siracusa sent. n. 1006 del 22.05.2019] che, applicando un nuovo principio fissato dalle Sezioni Unite della Cassazione nell’estate del 2018 [Cass. S.U. sent. n. 18287/2018], ha così risolto il problema.

            Mantenimento: condizioni per ottenerlo. Tanto l’assegno di mantenimento (quello liquidato dal giudice dopo la separazione) quanto l’assegno di divorzio (quello liquidato invece dopo la sentenza di divorzio, sostitutivo dell’assegno di mantenimento) sono subordinati a due condizioni: innanzitutto un rilevante squilibrio nelle condizioni economiche dei due coniugi e, in secondo luogo, l’assenza di una responsabilità nella separazione. Se il giudice, quindi, accerta che i redditi sono sostanzialmente uguali o dichiara il cosiddetto “addebito” a carico del marito o della moglie, l’assegno non può più essere riconosciuto dal tribunale.

Cos’è l’addebito? Abbiamo appena detto che, se il giudice rileva che il matrimonio è entrato in crisi a causa della colpa di uno dei due coniugi, dichiara quest’ultimo responsabile della fine dell’unione – ossia pronuncia a suo carico il cosiddetto “addebito” – e lo esclude dalla possibilità di ottenere l’assegno di mantenimento. Ciò succede anche se le sue condizioni economiche sono peggiori rispetto all’ex.

            Per subire l’addebito bisogna aver violato i doveri tipici del matrimonio: convivenza, fedeltà, assistenza morale e materiale, contribuzione ai bisogni della famiglia, rispetto dell’altrui reputazione e onore. È così responsabile – e non può ottenere né l’assegno di mantenimento, né l’assegno di divorzio – il coniuge che tradisce, quello che va via definitivamente di casa per non più tornare, quello che picchia o umilia l’altro, quello che non contribuisce alle spese e ai bisogni della famiglia, ecc.

            Affinché tali condotte siano causa di addebito è necessario che siano l’esclusiva causa della fine del matrimonio e non una conseguenza di una crisi precedente. Ad esempio, la moglie picchiata che va via di casa non subisce l’addebito; il marito tradito che inizia una relazione perché non si sente più amato non subisce l’addebito, e così via.

            Non è causa di addebito i litigi continui o il “disinnamoramento”: la legge infatti non impone ai coniugi di amarsi fino alla morte e ben può avvenire che l’uno perda tutta l’attrazione per l’altro senza che ciò costituisca una colpa.

Marito e moglie con lo stesso stipendio: a chi va il mantenimento? Il diritto all’assegno di divorzio scatta solo se c’è un divario economico rilevante fra marito e moglie. Il richiedente quindi deve versare in una situazione economica peggiore rispetto all’altro.

            Se tutti e due i coniugi hanno un reddito insufficiente per vivere, ma sostanzialmente uguale, nessuno dei due deve versare il mantenimento all’altro. Così, se il marito guadagna 400 euro al mese e la moglie solo 300, quest’ultima non ha diritto al mantenimento. Lo stesso, a maggior ragione, avviene se l’uomo guadagna 1.800 euro al mese e la donna 1.500. La legge non richiede una identità dei due redditi ma una uguaglianza sostanziale: significa che possono esserci anche piccole differenze.

Disparità economica ma stipendio sufficiente per vivere. Che succede invece se, tra i coniugi, c’è una disparità economica e, ciò nonostante, il coniuge più “povero” ha un reddito sufficiente per vivere? Si pensi al marito, imprenditore, che guadagna 20mila euro al mese e alla moglie, insegnante, che ne guadagna 1.700. Anche in questo caso, dice la Cassazione, non spetta l’assegno di divorzio poiché c’è “autosufficienza economica” della moglie: questa è infatti in grado di mantenersi da sola. Tuttavia se risulta che la donna, finché era sposata, si è occupata della casa e dei figli, deprimendo le proprie aspettative di carriera per dedicare più tempo alla famiglia e favorendo in questo modo il lavoro dell’uomo, la moglie avrà diritto al mantenimento. Secondo infatti le Sezioni Unite [Cass. S.U. sent. n. 18287/2018], se anche è vero che l’assegno di divorzio non è dovuto se si può essere indipendenti economicamente, bisogna comunque garantire un compenso al coniuge che, con la propria opera in casa, ha contribuito alla ricchezza della famiglia.

            Queste regole sono state scritte dalla giurisprudenza con riferimento ai rapporti tra coniugi dopo il divorzio. Diverso è il discorso per l’assegno di mantenimento (quello riconosciuto subito dopo la separazione) il cui scopo non è garantire solo l’autosufficienza ma anche l’eliminazione del divario dei redditi e, quindi, lo stesso tenore di vita. In questo caso, quindi è pressoché scontato – almeno fino al divorzio – che il reddito più elevato venga compensato tra i due coniugi.

I criteri per calcolare l’assegno di divorzio. La Suprema Corte ritiene indispensabile valorizzare i sacrifici fatti da ciascuno dei coniugi nell’interesse della famiglia durante la vita matrimoniale. Per stabilire quindi se c’è diritto all’assegno divorzile e determinarne l’ammontare, il giudice deve effettuare i seguenti passaggi:

  • Accertare l’eventuale esistenza di un rilevante squilibrio nelle posizioni economiche dei coniugi (condizione che deve riguardare non solo i redditi ma anche il patrimonio e qualunque altra utilità suscettibile di valutazione economica);
  • Accertare se questo squilibrio sia riconducibile alle scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise tra i coniugi, implicanti il sacrificio della professione e dei redditi di uno dei due (di solito la donna che decide di fare la casalinga o comunque impiegare metà giornata per la casa e i figli) in favore dell’assunzione di un ruolo centrale e trainante nella famiglia. In pratica significa che la volontà della donna di dedicarsi alla casa e fare la casalinga deve essere non il frutto di una volontà unilaterale, ma condivisa con l’uomo;
  • Accettare la durata del matrimonio: tanto breve è stato il matrimonio, tanto minore sarà il sacrificio prestato dal coniuge più debole alla famiglia e quindi minore è l’aspettativa di un mantenimento;
  • Valutare la possibilità per il coniuge economicamente più svantaggiato di recuperare il divario con l’ex grazie alla propria giovane età e formazione, recuperando la propria vita professionale: il che significa se ci sono le condizioni – fisiche, di salute e di professionalità – tali da consentire un ricollocamento in modo dignitoso nel mercato del lavoro. Una donna di 25 anni non potrà chiedere un mantenimento vita natural durante, atteso che la sua condizione le consente di cercare un’occupazione.

Effettuate tali valutazioni, il giudice passa alla quantificazione dell’assegno, da calcolarsi e adeguarsi al contributo personale fornito alla vita familiare, tenendo naturalmente conto dei sacrifici e delle aspettative professionali ed economiche operate dal coniuge svantaggiato per la realizzazione del superiore comune interesse familiare.

La legge per tutti       26 maggio 2019                     video

www.laleggepertutti.it/286569_marito-e-moglie-stesso-stipendio-a-chi-va-il-mantenimento

 

Il giudice può fissare l'assegno ordinare il pagamento al datore di lavoro

Art. 156, com. VI. In caso di inadempienza, su richiesta dell'avente diritto, il giudice può disporre il sequestro di parte dei beni del coniuge obbligato e ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere anche periodicamente somme di danaro all'obbligato, che una parte di esse venga versata direttamente agli aventi diritto.

In caso di pregresso reiterato inadempimento all'obbligo di pagamento, il giudice può determinare l'importo dell'assegno perequativo in misura comprensiva anche delle spese non preventivabili e ordinarne il pagamento al terzo (datore di lavoro).

l legislatore, sin dalla riforma del diritto di famiglia del 1975, ha sentito l’esigenza di approntare peculiari strumenti per garantire l’effettivo pagamento degli importi dovuti a titolo di mantenimento, non essendo sufficiente per essi il mero ricorso alle azioni esecutive; gli assegni di mantenimento, infatti, maturano mensilmente e dunque le azioni esecutive, per essere efficaci, dovrebbero moltiplicarsi a dismisura; essi poi sono destinati a garantire al percipiente il soddisfacimento delle primarie esigenze di vita quotidiana e i tempi delle azioni esecutive non sembrano collimare con la necessità di approntare una tutela immediata e tempestiva a chi con l’assegno di mantenimento vive. Tra questi strumenti, l’ordine di pagamento diretto è quello che ha avuto maggior successo. Il Giudice, ex art. 156 comma 6 c.c., in caso di inadempimento ad uno qualsiasi degli obblighi di mantenimento contenuti in un provvedimento e su richiesta della parte, può ordinare a soggetti terzi di versare direttamente l'assegno al titolare, stornando i relativi importi dalle somme che il terzo deve versare, anche periodicamente, all'obbligato inadempiente.

            Alessandro Simeone   il familiarista  17 maggio 2019

ilfamiliarista.it/articoli/giurisprudenza-commentata/il-giudice-del-divorzio-pu-fissare-lassegno-perequativo-misura?utm_source=MAILUP&utm_medium=newsletter&utm_campaign=FAM_piucliccati_31_Maggio_2019

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ASSOCIAZIONI       MOVIMENTI

AICCeF. Dal Consiglio Direttivo     Estratto

Il Consiglio Direttivo, nella riunioni del 4 maggio scorso a Salerno, ha preso le seguenti decisioni:

  • La seconda Giornata di studio del 2019, che verte sempre sull'argomento "Le relazioni al tempo dei social", avrà come titolo "La Consulenza familiare nell'età della adultescenza digitale" e si occuperà dei nuovi Peter Pan che navigano nella rete, nativi digitali e non, e di quali interventi socio educativi attuare nei casi in cui l'adultescenza investe la coppia e la famiglia. Il format della Giornata rimane identico a quello di Salerno, con relazione mattutina, 4 Laboratori sul tema (tra cui l'Officina locale) ed uno Come fare per...
  • La giornata di studio del 20 ottobre 2019 si svolgerà a Bologna ed ospiterà, con l'occasione, l'Assemblea annuale dei Soci, in cui saranno presentate le relazione della Presidente, del Segretario/Redattore ed il Bilancio consuntivo e preventivo dell'Associazione da parte dei Revisori dei Conti.
  • In relazione alla 65a Conferenza Internazionale dell'ICCFR, in collaborazione con il CISF, che si svolgerà a Roma dal 15 al 17 novembre 2019, col titolo 'Rifugiati e migranti, bambini e famiglie. Preservare la vita familiare attraverso scelte difficili', il Consiglio Direttivo delibera di accettare l'invito della Presidente Berger a partecipare alla manifestazione con un workshop Aiccef sull'argomento. In questo evento internazionale l'intervento sarà a cura della Presidente e di alcuni Consiglieri.
  • In relazione ai numerosi quesiti inviati all'AICCeF, da parte di soci e non, per conoscere la differenza tra la figura professionale del Consulente Familiare ed altri nuovi profili quali: il consulente familiare con specializzazione in pastorale familiare, l’operatore di pastorale, lo specializzato con master in consulenza familiare, si è proceduto ad una comparazione dei programmi dei suddetti percorsi formativi, che, sia per durata che per metodologia e contenuti, sono apparsi molto diversi dagli standard formativi e di qualificazione professionale che l’AICCeF ha depositato al CNEL (1993) e al Ministero dello Sviluppo economico (2013). Pertanto, il Consiglio ha deciso di avviare un dialogo costruttivo con gli Enti che organizzano i suddetti percorsi formativi, improntato allo scambio reciproco e teso a sollecitare una comunicazione più chiara tra i diversi ambiti formativi, dandone mandato alla Presidente.

www.aiccef.it/it/news/le-ultime-delibere-del-consiglio-direttivo.htm

 

Movimento per la vita. 41 anni di 194. E siamo ancora per il diritto alla vita

Il Movimento per la vita, a 41 anni dall’entrata in vigore della legge 194/1978, continua a giudicare ingiusta questa legge. Rimuoverla è un obiettivo ineliminabile. Tuttavia, realisticamente, le difficoltà sono enormi visti gli attuali assetti parlamentari che ne rendono politicamente impossibile l’abrogazione. L’idea fondamentale per migliorare la situazione, in un sistema in cui l’aborto è legale [no; è depenalizzato a certe condizioni, quali il colloquio di prevenzione e i 7 giorni di riflessione prima di una decisione] e la legge non è immediatamente modificabile, è quella di non rinunciare alla difesa del diritto alla vita e di attuarla attraverso la cultura, l’educazione, il consiglio e la condivisione concreta delle difficoltà che orientano la donna verso l’aborto.

In questa prospettiva è auspicabile una profonda riforma dei consultori familiari [compresi quelli non pubblici di ispirazione cristiana] in modo da renderli efficace strumento di tutela del diritto alla vita dei concepiti.

Se la misericordia deve inondare le donne che vi hanno fatto ricorso – vittime anche loro – ferma deve essere la severità nei confronti di quella cultura radicale che continua a rifiutare di volgere lo sguardo anche verso il concepito, preferendo seminare censure, menzogne, e violente – oltre che infondate – accuse verso gli obiettori di coscienza [quelli totali anche per il colloquio di prevenzione e di aiuto concreto e per la relativa attestazione verbalizzata e controfirmata dalla donna circa l’assistenza concordata; il certificato è riservato per le urgenze sanitarie, non quelle burocratiche] e coloro che ritengono che l’aborto sia una sconfitta. In questo quadro rientra anche quell’aborto occulto dato dalle pillole del giorno dopo e dei cinque giorni dopo.

Alla cultura radicale ha già risposto la Corte Costituzionale nel 1997, che ha dichiarato inammissibile la richiesta di referendum promosso dal partito radicale, che voleva abbattere ogni sia pur modesto filtro all’aborto. E la Corte ha detto che il diritto alla vita del concepito è oggetto di salvaguardia costituzionale

Il Movimento per la vita mette a disposizione della società l’esperienza dei Centri di aiuto alla vita che hanno aiutato a nascere moltissimi bambini non contro le madri ma insieme alle madri. È urgente uno sforzo comune perché il riconoscimento del concepito come uno di noi divenga patrimonio comune della intera società.

Daniele Nardi             Comunicati Stampa   22 maggio 2019

www.mpv.org/2019/05/22/41-anni-di-legge-194-non-rinunciamo-alla-difesa-del-diritto-alla-vita

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF - n. 20, 22 maggio 2019

Qualche riflessione sulle "solite promesse" di sostegno alle famiglie. Un commento del Direttore del Cisf (F.Belletti) "...una coppia di giovani che vuole mettere al mondo un figlio fa una scommessa su di sé e sul futuro di sé e della società, sapendo che si assume una responsabilità di cura, di educazione, di apprendimento professionale, di progetto di vita che durerà almeno 25 anni, prima che i figli possano volare via. E questi genitori hanno quindi bisogno di vedere governi, giornalisti, imprenditori, sindacalisti e amministratori locali che progettano con lo stesso orizzonte temporale, e non con misure ristrette, per poche condizioni familiari e sostanzialmente “a termine”: ma quale governo e quale partito sta pensando con questo orizzonte di tempi lunghi, anziché pensare alla prossima scadenza elettorale, o peggio, al prossimo sondaggio? (...)".

www.ilsussidiario.net/news/politica/decreto-famiglia-ecco-perche-le-giovani-coppie-bocciano-la-proposta-di-maio/1884991

Cuneo. Famiglie, bisogni, servizi. Generazione sandwich: aiutiamo la famiglia a non restare schiacciata.

www.famigliacristiana.it/articolo/generazione-sandwich-aiutiamo-la-famiglia-a-non-restare-schiacciata.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_22_05_2019

Una ricerca sul territorio di Cuneo (500 interviste a genitori "dell'età di mezzo" con figli e genitori anziani), realizzata dal Cisf, mostra come frenesia, mancanza di tempo, stress sono legati all’essere stretti tra il lavoro, i compiti educativi verso i propri figli e i compiti di cura verso i genitori anziani. Significa che per aiutare le famiglie non bisogna guardare solo l'aspetto economico ma anche le condizioni di vita e di lavoro delle persone. A partire da questi dati la Fondazione CRC, ente promotore dell'indagine, ha avviato e finanziato una progettazione partecipata pluriennale, con gli attori sociali del territorio, per rispondere a questi bisogni nella Provincia di Cuneo.     http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf2019_allegato1.pdf

Educazione orizzontale. Il mestiere di sorelle e fratelli nelle famiglie numerose. E' il titolo del volume (Edizioni Toscana Oggi) da oggi in libreria, che presenta i risultati di una innovativa ricerca promossa dall’associazione nazionale famiglie numerose (Aanfn), realizzata dal Cisf (centro internazionale studi famiglia) e dal Centro di ateneo studi e ricerche sulla famiglia dell’Università cattolica del sacro cuore di Milano, su un campione di figli con almeno tre fratelli e di figli unici (113 interviste in profondità), originari di sei diverse regioni, distribuite tra nord, centro e sud d’Italia. La prima presentazione del volume si è tenuta a Milano il 21 maggio 2019, presso il convento san Carlo, alla presenza del vicario episcopale della diocesi ambrosiana, mons. Carlo Azzimonti. Un secondo incontro avrà luogo il 5 giugno a Roma, alle ore 17.30, presso la Casa Nazareth, alla presenza del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana.

www.vaticannews.va/it/mondo/news/2019-05/bello-essere-tanti-famiglia-valore-risorsa-societa.html

USA. "The Wealth of Relations", "La ricchezza delle relazioni", è il titolo di un recente rapporto del Joint Economic Committee del Congresso degli Stati Uniti sul “capitale sociale”, che fa ampio riferimento alla famiglia e al suo ruolo sociale per arricchire le relazioni e l’intera società.

www.jec.senate.gov/public/index.cfm/republicans/analysis?ID=5A31D0C5-CE7C-45D9-8654-0A2358FCC33F

Di estremo interesse, sia per le sue conclusioni, sia per la ricca documentazione empirica su cui si fondano tali riflessioni. Il Rapporto è parte di un più ampio progetto sul tema del capitale sociale, con ulteriori approfondimenti empirici e ricerche specifiche.  www.jec.senate.gov/public/index.cfm/republicans/socialcapitalproject

Le riflessioni sul capitale sociale in italia. Già nel 2003 il Cisf aveva dedicato a questo tema il proprio Ottavo Rapporto, "Famiglia e capitale sociale nella società italiana"

http://cisf.famigliacristiana.it/cisf/rapporti-sulla-famiglia/dossierCISF/famiglia-e-capitale-sociale-nella-societa-italiana.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_22_05_2019

Famiglia, lavoro e abitazione nell'Unione Europea. Libro bianco europeo. Un'iniziativa della società civile. (Home & family employment and home care in the EU. A civil society initiative. European White Paper)

www.assindatcolf.it/wp-content/uploads/2019/04/Livre-Blanc-EFFE_UK_web_compressed.pdf

"Dieci proposte per il riconoscimento del settore domestico a livello europeo: dalla creazione di un Osservatorio statistico centrale che possa censire i reali numeri che contraddistinguono il settore, pilastro sociale ma anche economico dell’Europa tutta, alla lotta contro il lavoro irregolare, passando per la sfida della formazione e della certificazione professionale. Dieci azioni concrete che, alla vigilia delle elezioni europee, la società civile intende indirizzare alla politica affinché possano tradursi in impegni tangibili. C’è tutto questo e molto altro nel Libro Bianco europeo del settore domestico". Promosso in Italia da Assindatacolf, referente nazionale nella European Federation for Family Employment and Home Care (EFFE)

www.assindatcolf.it/wp-content/uploads/2019/04/LIBRO-BIANCO-EUROPEO.pdf

Piemonte. Approvata una legge sul fattore famiglia (aprile 2019). Dopo quasi due anni dalla sua presentazione, la proposta di legge sull’istituzione del Fattore Famiglia è diventata una legge della Regione Piemonte. Si tratta di un primo, ma fondamentale passo, per riconoscere il valore della famiglia in tutti gli ambiti di competenza regionale. In sintesi, quando la legge sarà attuata, il governo regionale potrà sui singoli provvedimenti introdurre specifiche agevolazioni, in base al numero dei componenti del nucleo familiare, ad integrazione di quelle previste dalla normativa statale (p.e. ISEE). Gli ambiti al momento previsti sono: prestazioni sociali e sanitarie, servizi socio-assistenziali, sostegno per la prima casa, servizi scolastici (comprese paritarie), trasporto pubblico locale. Interessante, nella legge, anche il sistema di monitoraggio, la "clausola valutativa" e la presenza di un Osservatorio con le associazioni familiari.

www.regione.piemonte.it/governo/bollettino/abbonati/2019/15/attach/aa_aa_regione%20piemonte%20-%20legge%20regionale_2019-04-09_67924.pdf

Milano - Centro aiuto alla vita. Gruppo mamme. Nuova iniziativa. "Da novembre 2018 è nato un nuovo servizio per le future mamme: un momento dedicato solo a loro, un momento dove possono mettere insieme alla propria, esperienze di altre donne che sono in gravidanza, con le quali possono condividere tutte le tematiche di questo tempo di attesa. Con l’aiuto dell’assistente sociale e della mediatrice culturale, ogni 15 giorni i nostri spazi si animano, quindi, di presente e di futuro"

www.cavambrosiano.it/index.php/notizie/ultime/68-gruppo-mamme

Dalle case editrici

  • Carocci, La nascita: rischi reali, pericoli percepiti, Regalia A., Colombo G.
  • FrancoAngeli, Pedagogia per le famiglie. La consulenza educativa alla genitorialità in trasformazione, Perillo P.
  • San Paolo, Per una nuova cultura pastorale. Il contributo di Amoris lætitia, Autiero A. (a cura di)
  • Maino Franca, Razetti Federico, Fare rete per fare welfare. Dalle aziende ai territori: strumenti, attori, processi, G. Giappichelli Editore, Torino, 2019, pp. 211, € 22,00. Nel quadro della riconfigurazione in corso dei sistemi di protezione sociale, si assiste anche in Italia alla crescita del welfare aziendale e al parallelo aumento di interesse di studiosi, parti sociali e decisori politici per la riscoperta di forme di solidarietà collettiva diverse da quelle assicurate dal sistema pubblico [...] Come superare i limiti incontrati sino ad oggi? In particolare, come evitare che il cuore del tessuto produttivo italiano – fatto di micro, piccole e medie imprese – resti ai margini di tali processi?

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf2019_allegatolibri.pdf

Save the date

  • Nord: Il Familiare, il suo modello e i suoi strumenti: didattica, formazione, ricerca e clinica, promosso dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell'Università Cattolica, in collaborazione con l’Alta Scuola di Psicologia A. Gemelli – Asag, Milano, 13 giugno 2019.

https://centridiateneo.unicatt.it/famiglia-Locandina_convegno_Il_Famigliare_JPG(1).jpg

  • Nord: Prendersi cura: Alimentazione e anziani, incontro all'interno dell'Open Day della “Casa Valloni”, promosso da Coop. Elleuno in collaborazione con l'Associazione Alzheimer Rimini, l'U.N.I.T.A.L.S.I. Sottosezione di Rimini e lo Sportello Anziani di San Raffaele, Rimini, 25 maggio 2019.               http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf2019_allegato2.pdf
  • Centro: Editing genetico. Saremo davvero tutti perfetti? XVII convegno nazionale Scienza & Vita, Roma, 24 maggio 2019.

www.scienzaevita.org/wp-content/uploads/2019/04/Invito-EDITING-GENETICO.-Un-futuro-senza-malattie-ver.pdf

  • Centro: Donne (in)visibili. Verso Pechino +25. A che punto siamo in italia, evento promosso da ASVIS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) all'Interno delle iniziative del Festival dello Sviluppo Sostenibile 2019, in collaborazione con il CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), Roma, 29 maggio 2019.

http://festivalsvilupposostenibile.it/public/asvis/files/29MagRomaGoal5Progr_3_.pdf

  • Sud: Le Relazioni Violente. L'Esperienza dei Centri Antiviolenza Italiani, promosso da Centro Antiviolenza "Riscoprirsi" in collaborazione con altri enti del territorio, (con crediti ECM per assistenti sociali, richiesti per avvocati), Bitritto (BA), 27 giugno 2019.

www.cnoas.it/cgi-bin/cnoas/vfale.cgi?i=WWGWTWHUERBWSWUTYGRWUF&t=brochure&e=.jpg

  • Sud: Con i bambini: esperienze di Comunità educante, convegno promosso da Con i Bambini, Come un Faro, APPtraverso, Crescere in Calabria, Rizoma, Reggio Calabria, 24 maggio 2019.

www.conibambini.org/wp-content/uploads/2019/05/locandina_evento-24-maggio.pdf

  • Estero: Helping older people in poverty: FEAD initiatives (Sostenere gli anziani in povertà: le iniziative FEAD) , incontro organizzato dalla rete FEAD (Fund for European Aid to the most Deprived - Fondo per Sostegno Europeo per le persone più deprivate), Vilnius (Lituania), 4-5 giugno 2019.

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf2019_allegato3.pdf

Iscrizione                  http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

Archivio        http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/maggio2019/5125/index.html

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CITTÀ DEL VATICANO

Nomine

Per la prima volta, per volere di Papa Francesco, la Segreteria generale del Sinodo dei vescovi si avvarrà del contributo di quattro donne: tre suore e una laica. Il Papa, infatti, ha nominato oggi consultori della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi tre suore: Nathalie Bécquart Xavière, già direttrice del Servizio nazionale della Conferenza episcopale francese per l’evangelizzazione dei giovani e per le vocazioni; Alessandra Smerilli, docente di Economia presso la Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxilium, membro del Comitato scientifico e organizzatore delle settimane sociali dei Cattolici della Conferenza episcopale italiana, consigliere dello Stato della Città del Vaticano; María Luisa Berzosa Gonzàlez, direttrice di Fey Alegría (Spagna). Ad esse si aggiunge Cecilia Costa, docente di Sociologia presso l’Università Roma Tre.

Il Papa ha nominato, inoltre, consultori della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi padre Giacomo Costa SJ, direttore della rivista Aggiornamenti Sociali, Presidente della Fondazione Culturale San Fedele; don Rossano Sala, docente di Pastorale Giovanile presso la Pontificia Università Salesiana, direttore della rivista Note di pastorale giovanile.

News Agenzia SIR 24 maggio 2019

https://agensir.it/quotidiano/2019/5/24/papa-francesco-per-la-prima-volta-nomina-quattro-donne-consultori-della-segreteria-generale-del-sinodo-dei-vescovi/

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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Le parole del Papa e il possibile Sinodo della Chiesa italiana

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/may/documents/papa-francesco_20190520_cei.html

Le parole meditate che il Papa ha pronunciato in apertura dei lavori della 73° Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana sono state interpretate da qualcuno come un evidente sostegno in favore della celebrazione di un prossimo Sinodo della Chiesa italiana. Rileggendo con attenzione l’intervento del Pontefice si comprende però che Francesco non ha voluto fare pressioni sull’episcopato italiano per indirizzarlo a organizzare – magari in tempi rapidi – un nuovo Sinodo, quanto piuttosto abbia inteso indicare ancora una volta un metodo.

            Il cammino della sinodalità che coinvolge tutto il popolo di Dio, e quello della collegialità episcopale in comunione con il Vescovo di Roma, sono stati citati dal Papa per evitare scorciatoie che inevitabilmente rischiano di poggiarsi sulle idee di alcuni invece che sulla realtà e sul coinvolgimento dal basso. È una via certamente meno immediata, più di lungo respiro, ma che prevede un lavoro di base e passa per il coinvolgimento di tutti nella Chiesa italiana, non soltanto degli addetti ai lavori o delle élite.

            A questo movimento dal basso verso l’alto, Francesco ne ha aggiunto un secondo, dall’alto verso il basso. Ma anche qui, a scanso di equivoci, ha richiamato esplicitamente il discorso che aveva rivolto alla Chiesa italiana durante il V Convegno Nazionale a Firenze, il 10 novembre 2015. Un discorso che “rimane ancora vigente e deve accompagnarci in questo cammino”, nel quale aveva invitato ogni diocesi, ogni comunità e ogni parrocchia ad avviare “in modo sinodale” un approfondimento dell’esortazione Evangelii gaudium, traendo da essa criteri pratici per attuarla. Non è un mistero che il Papa ritenga ci sia ancora molto lavoro e cammino da fare in questa direzione, come ha sottolineato pochi giorni fa al convegno della diocesi di Roma.

        “Se qualcuno pensa di fare un sinodo sulla Chiesa italiana – ha detto Francesco ai vescovi italiani riuniti in Assemblea - si deve incominciare dal basso verso l’alto, e dall’alto verso il basso con il documento di Firenze. E questo prenderà, ma si camminerà sul sicuro, non sulle idee”. Sarà un percorso più lungo, che richiederà tempo. Ma sarà fruttuoso soltanto se “camminerà sul sicuro” della realtà e dell’esperienza quotidiana di tutte le comunità, e non su progetti costruiti a tavolino o in laboratorio.

Andrea Tornielli        Vatican news  21 maggio 2019

www.vaticannews.va/it/papa/news/2019-05/parole-papa-possibile-sinodo-chiesa-italiana.html

 

Le preoccupazioni del Cardinale Presidente

Dalla riforma del Terzo settore alla ricostruzione dopo il terremoto, fino al futuro dell'Unione Europea insidiato da sovranismi e populismi: questi i temi toccati dall'introduzione del Cardinale Gualtiero Bassetti ai lavori della seconda giornata dell'Assemblea Generale Ordinaria della CEI (Roma, 20-23 maggio 2019), aperta lunedì 20 maggio dall'intervento di Papa Francesco. Come pastori delle Chiese che sono in Italia siamo "inviati al mondo per amare, servire, annunciare, consolare, liberare - ha detto il Presidente della CEI -. Con il coraggio di affrontare anche nuovi tratti di strada, finora poco o per nulla battuti, per raggiungere con la luce del Vangelo ogni situazione umana; nella disponibilità a lasciare tutto - senza rimpianto alcuno - per il bene della missione e delle persone incontrate".

Testo    www.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/sites/31/2019/05/21/Bassetti-Introduzione.docx

CEI     21 maggio 2019                     www.chiesacattolica.it/le-preoccupazioni-del-cardinale

 

Terzo settore: card. Bassetti, “sconcertati” per raddoppio tassazione su enti non profit.

 “Crescente preoccupazione” per “antichi pregiudizi” anticattolici e “sconcerto” per il raddoppio della tassazione sugli enti non profit. Ad esprimerli è il card. Gualtiero Bassetti, nell’introduzione ai lavori: “Avverto una crescente preoccupazione per la situazione che si è venuta a creare con la riforma del Terzo settore”, le sue parole: “Al fondo restano ancora antichi pregiudizi per le attività sociali svolte dal mondo cattolico; pregiudizi che non consentono di avere ancora una normativa adeguata a rispondere alle esigenze di centinaia di migliaia di persone, dedite al prossimo e alle persone bisognose”. “Si tratta di un mondo di valori e progetti realizzati, di assistenza sociale, di servizi socio-sanitari, di spazi educativi e formativi, di volontariato e impegno civile”, ha fatto notare il cardinale presidente della Cei, secondo il quale “in una società libera e plurale questo spazio dovrebbe essere favorito e agevolato in ogni modo”. “Per questo non si può che rimanere sconcertati – ha proseguito Bassetti – vedendo che al Paese intero si manda un segnale di segno opposto, intervenendo senza giustificazione alcuna per raddoppiare la tassazione sugli enti che svolgono attività non commerciali”. “Al Governo chiediamo non sconti fiscali o privilegi, ma regole idonee e certe, nel rispetto di quella società organizzata e di quei corpi intermedi che sono espressione di sussidiarietà”, l’appello del presidente della Cei: “Risposta di prossimità offerta al bene di ciascuno e di tutti; risposta qualificata dall’esperienza e dalla creatività, dalla professionalità e dalle buone azioni”.

https://agensir.it/quotidiano/2019/5/21/terzo-settore-card-bassetti-sconcertati-per-raddoppio-tassazione-su-enti-non-profit-al-governo-chiediamo-non-sconti-ne-privilegi-ma-regole-certe

 

Card. Bassetti, “Abbandonare il criterio del si è fatto sempre così".

“La sinodalità non è un evento da celebrare, ma uno stile da lasciar trasparire nel linguaggio, nella stima vicendevole, nella gratitudine, nella cura delle relazioni: tra noi e con il Popolo di Dio, a partire dai nostri presbiteri”. Lo ha detto il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, introducendo i lavori dell’Assemblea generale dei vescovi italiani, che si è aperta ieri in Vaticano con l’intervento del Papa, a cui il cardinale ha espresso, anche a nome dei suoi confratelli “gratitudine e affettuosa solidarietà: il nostro ministero episcopale vive intimamente legato al suo servizio di unità e di presidenza della carità; in lui troviamo riferimento, monito e promessa”. “In sintonia” con Papa Francesco, ha fatto notare Bassetti, è il tema centrale dell’assise dei vescovi: “Modalità e strumenti per una nuova presenza missionaria”. “Preziosa per tutti è anche la presenza fra noi di una quindicina di missionari, che ringraziamo per la testimonianza evangelica di cui sono espressione”, l’omaggio del presidente della Cei, secondo il quale “affrontare il tema della missione non significa mettere in fila una nuova serie di attività da realizzare, ma piuttosto fare nostro un nuovo modo di essere Chiesa, che, in quanto tale, coinvolge l’esistenza di ciascuno e l’intera pastorale”. “Ce lo chiede quella stessa realtà che non ci stanchiamo di accompagnare con sguardo di pastori”, la tesi di Bassetti: “È questo sguardo, infatti, a farci prendere coscienza del cambiamento d’epoca nel quale siamo immersi, che ha archiviato il tempo in cui un progetto pastorale poteva essere sviluppato appoggiandosi su un tessuto per molti versi omogeneo”. “Oggi, come ci ricorda l’Evangelii gaudium, siamo chiamati ad ‘abbandonare il comodo criterio pastorale del si è sempre fatto così’, per trasformare la nostra tradizione in ‘spinta verso il futuro’, capace di ‘fornire forza e coraggio per il proseguimento del cammino”, ha affermato il cardinale: “Va in questa direzione lo stesso tema degli Orientamenti pastorali, anch’esso all’ordine del giorno dei nostri lavori: ci permetterà di iniziare a individuare la direzione di marcia e a condividere spunti di riflessione, contenuti e proposte per le nostre Chiese”.

“Umiltà, gratuità, gioia”: questi i “sentimenti”, raccomandati dal Papa a Firenze, “dove ha tracciato il piano per la Chiesa in Italia”. “Puntare a farli nostri – fino a trasformarli in atteggiamenti permanenti – è la condizione per essere all’altezza della nostra missione”, l’impegno assunto dal presidente della Cei per la Chiesa italiana, chiamata ad “ascoltare e comprendere i bisogni della gente”, e non alle “pianificazioni perfette perché astratte”: “Diversamente, come ci ammoniva il Santo Padre, ‘non mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significherebbe costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi che non danno frutto e che rendono sterile il dinamismo’ missionario.

https://agensir.it/quotidiano/2019/5/21/missione-card-bassetti-non-significa-mettere-in-fila-una-nuova-serie-di-attivita-da-organizzare-abbandonare-il-criterio-del-si-e-fatto-sempre-cosi

 

            Abusi: card. Bassetti, anche approvazione “Linee guida” tra i temi dell’assemblea

 “La finalità ultima del nostro andare rimane l’annuncio della paternità misericordiosa di Dio, che ci è rivelata in Cristo Gesù, perché ciascuno possa trovare in Lui il significato ultimo e unificante della vita”. A ribadirlo è stato il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, nell’introduzione ai lavori dell’Assemblea generale dei vescovi italiani. “Se siamo spinti a oltrepassare i confini del gruppo, della piccola comunità, della cerchia rassicurante di chi la pensa come noi; se ci sta a cuore la dignità di ogni persona, la vita nascente come quella che giunge al suo tramonto, la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili – per cui in questi giorni andremo ad approvare le Linee guida – il futuro dei giovani, il lavoro, le famiglie provate dalla quotidianità, la persona migrante e le cause che l’hanno costretta a lasciare la sua terra, la custodia del creato e lo sviluppo sostenibile, la testimonianza da offrire ai credenti di altre fedi attraverso la meditazione delle Scritture Sacre e il dialogo ecumenico e interreligioso. Se tutto questo ci sta a cuore è perché siamo radicati nel Signore Gesù”, ha spiegato il presidente della Cei: “È Lui la ragione per cui nessuna situazione, nessuna circostanza, nessun ambito umano può trovarci estranei o indifferenti. In Lui non finiremo mai di ‘scoprire i tratti del volto autentico dell’uomo’, come pure di spenderci perché tutti abbiano la vita: ne è parte l’impegno per ‘l’inclusione sociale dei poveri’ come l’essere ‘fermento di incontro e di unità’ per ‘costruire insieme con gli altri la società civile'”.

https://agensir.it/quotidiano/2019/5/21/abusi-card-bassetti-anche-approvazione-linee-guida-tra-i-temi-dellassemblea

 

Francesco, vescovi e tribunali: la riforma mancata

Il santo padre, nel discorso ai vescovi italiani del 20 maggio 2019 scorso, al secondo punto del suo intervento ha parlato esplicitamente della mancata attuazione della riforma del processo breve per le nullità matrimoniali. Egli ribadisce quanto disposto dai due Motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus e Mitis et Misericors Iesus, pubblicati nel 2015, con i quali ha introdotto un nuovo tipo di processo, chiamato breviore che si applica – parole del papa – «nei casi in cui l’accusata nullità del matrimonio è sostenuta dalla domanda congiunta dei coniugi, argomenti evidenti, essendo le prove della nullità matrimoniale di rapida dimostrazione. Con la domanda fatta al vescovo, e il processo istruito dal vicario giudiziale o da un istruttore, la decisione finale, di dichiarazione della nullità o di rinvio della causa al processo ordinario, appartiene al vescovo stesso, il quale – in forza del suo ufficio pastorale – è con Pietro il maggiore garante dell’unità cattolica nella fede e nella disciplina.»

Ha aggiunto tre note:

  1. «Sia il processo ordinario che quello breviore sono comunque processi di natura prettamente giudiziale, il che significa che la nullità del matrimonio potrà essere pronunciata solo qualora il giudice consegua la certezza morale sulla base degli atti e delle prove raccolte».
  2. «Ribadisco con chiarezza che il rescritto da me dato, nel dicembre 2015, ha abolito il motu proprio di Pio XI Qua cura (1938), che istituiva i Tribunali ecclesiastici regionali in Italia e, pertanto, auspico vivamente che l’applicazione dei due suddetti motu proprio trovi la sua piena ed immediata attuazione in tutte le diocesi dove ancora non si è provveduto».
  3. Per concludere: «Quindi non permettiamo che gli interessi economici di alcuni avvocati oppure la paura di perdere potere di alcuni Vicari giudiziari frenino o ritardino la riforma».

Le ragioni del ritardo. Ad un attento esame il ritardo della riforma ha diverse cause.

  1. Molte diocesi italiane sono talmente piccole da non avere gli “strumenti” necessari per la costituzione di un vero e proprio tribunale diocesano. La storia dice che lo stesso vicario giudiziale, obbligatorio per ogni diocesi, non sempre ha affrontato (e conosce) il processo di nullità. Il meccanismo giudiziale presuppone una specifica conoscenza e preparazione non sufficientemente diffusa sul territorio italiano.
  2. Le riforme precedenti – con la riorganizzazione dei tribunali regionali – hanno coinvolto personale specializzato, molto spesso laico, che ha comportato un grande impegno di specializzazione e di risorse economiche (sedi, giudici, difensori del vincolo, cancellieri, notai, periti, segreteria, oltre i patroni stabili avvocati del tribunale), sostenuti finanziariamente dalla CEI i cui importi sono accreditati alle Conferenze episcopali regionali.

Sicuramente, dopo il richiamo pubblico del papa, la Conferenza episcopale nazionale si impegnerà a dettare nuove linee guida di costituzione dei tribunali diocesani, con le relative risorse economiche.

Il nodo da sciogliere: sacramento o contratto. Rimane comunque il grosso nodo della natura della dichiarazione della nullità matrimoniale. La riforma di papa Bergoglio insiste molto sulla funzione del vescovo «quale capo della diocesi, chiedendogli di pronunciarsi personalmente nei casi più manifesti di nullità. E questo poiché la dimensione pastorale del vescovo, comprende ed esige anche la sua funzione personale di giudice. Il che non solo manifesta la prossimità del pastore diocesano ai suoi fedeli, ma anche la presenza del vescovo come segno di Cristo sacramento di salvezza».

L’equivoco è qui: il processo di nullità riguarda il foro esterno: prove, dichiarazioni, testimoni, perizie, osservazioni etc. derivante – a ben conoscerlo – dalla procedura di un giudizio contenzioso, anche se speciale. Non solo: data la complessità della materia lo stesso votum Episcopi subisce l’istruttoria del vicario giudiziale che deve attenersi ai dati e ai fatti dimostrabili che non sempre rivelano tutta la verità.

È arrivato il momento di ritornare alla natura sacramentale del matrimonio e affrontare la materia non in schema giudiziale, ma in schema amministrativo. Si andrebbe a rispettare il sacramento che non è semplicemente un contratto. Materia complessa che si spera venga almeno approfondita teologicamente e giuridicamente.

                                     Vinicio Albanesi     settimana News 21 maggio 2019

www.settimananews.it/papa/francesco-vescovi-e-tribunali-la-riforma-mancata

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CONGRESSI – CONVEGNI – CORSI – SEMINARI

Figli adottivi: Griffini (Aibi), "rivedere il mito del vincolo biologico".

Un seminario estivo e un convegno nazionale per riflettere sul tema

"Se oggi una persona adottata non si pone il problema della ricerca delle origini non è considerata 'normale'. E ciò vale anche per i genitori adottivi. Così la ricerca delle origini è diventato per molti un percorso al limite della schizofrenia". A puntare i riflettori su questo problema è Marco Griffini, presidente di "Ai.Bi.-Amici dei Bambini", per il quale occorre "rivedere il 'mito del vincolo biologico'". Spesso la ricerca delle origini, spiega, viene interpretata come "un diritto, in virtù di una tendenza a rappresentare l'istanza degli individui come un imperativo cui dover aderire 'a prescindere', senza considerare eventuali diritti esercitabili da altri soggetti comunque coinvolti o da sostenere e garantire, anche per legge, ad ogni costo". Invece, sottolinea Griffini, "non è così e serve una riflessione approfondita: serve una distinzione tra un 'legittimo desiderio' e un 'presuntuoso diritto'; occorre svelare e dire quanto le proprie 'origini', di sangue e di terra, non siano automaticamente da considerare come il proprio originario fondamento". Per questo, Ai.Bi ha organizzato un convegno nazionale che si terrà l'1 e 2 novembre 2019 ad Assisi e sarà preceduto dal seminario estivo in programma a Casino di Terra (Pisa) il 28 agosto, dal titolo "Ricerca delle origini: quale necessità", a cui prenderà parte Francesco Belletti, direttore del Centro Internazionale Studi sulla Famiglia.

Agenzia SIR 24 maggio 2019

http://preprod.agensir.it/quotidiano/2019/5/24/figli-adottivi-griffini-aibi-rivedere-il-mito-del-vincolo-biologico-un-seminario-estivo-e-un-convegno-nazionale-per-riflettere-sul-tema

 

Per informazioni e iscrizioni al seminario di agosto si dovrà contattare Cecilia Fiori di Ai.Bi. – Amici dei Bambini al numero di telefono 0298822359 o alla mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

www.aibi.it/ita/figli-adottivi-e-ricerca-delle-origini-un-seminario-estivo-e-un-convegno-nazionale

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                                                         CONSULTORI FAMILIARI

Torino. Punto familia. Dialogare con il corpo

Appunti per la vita di coppia dal mondo del tango

 Giovedì 6 giugno 2019 alle ore 21.00 al Punto Familia

Nel corso delle serata, in particolare per quanto riguarda i ruoli all'interno della coppia, e da lì prenderemo spunto per parlare della vita di coppia e della sua dinamica.

Conducono l'incontro

ü  Ileana Buzzi - maestra di tango presso Tango Jar alla Casa del Quartiere di San Salvario. Organizza il Circuito Milonguero, una delle principali manifestazioni di tango in città.

ü  Ivano Calaon - psicoterapeuta, psicologo del lavoro. Conduce il Laboratorio per Separati presso il Punto Familia. Ovviamente appassionato di tango.

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CONSULTORI FAMILIARI UCIPEM

Bologna. Navigare nelle relazioni con trasparenza comunicativa

Servizio di Consulenza per la Vita Familiare Modulo formativo 21-22-23 giugno 2019

Navigare nelle relazioni con trasparenza comunicativa condotto da Silvana Sandri

Un workshop dedicato alla Comunicazione verbale e non verbale, agli stili comunicativi efficaci, alla gestione del conflitto. Saper comunicare più chiaramente, direttamente ed efficacemente è il fondamento per chiarire a se stessi e agli altri il proprio punto di vista e il proprio sentire, per migliorare le proprie relazioni e per approcciarsi o sviluppare una qualsiasi professione di aiuto e a favore del benessere, in particolare la consulenza alla persona, alla coppia, alla famiglia. Obiettivi.

1)      Migliorare la conoscenza di sé e del proprio stile comunicativo

2)      Sperimentare gli aspetti inefficaci ed efficaci della comunicazione

3)      Migliorare le personali competenze nell’ascolto e nella gestione dei conflitti

Il modulo è aperto a tutti coloro che sono interessati alla conoscenza di sé e dell’altro nell’ambito della relazione e della comunicazione efficace, a chi opera nelle relazioni d’aiuto e vuole formarsi, o approfondire le proprie competenze, sia nell’ascolto e nel colloquio d’aiuto, che nella mediazione dei conflitti.

Il modulo esamina gli aspetti verbali e non verbali della relazione, i disagi comunicativi nelle incomprensioni e gli stili inefficaci che portano a difficoltà di comprensione e ascolto.

Sviluppa quindi i fondamenti della comunicazione efficace, dell’ascolto attivo e delle abilità del colloquio d’aiuto, quali la Riformulazione, la Sintesi, il Feedback fenomenologico.

Approfondisce il tema del conflitto e degli aspetti critici che comporta, le difficoltà emotivo-comportamentali che emergono e la loro gestione.

Evidenzia i giochi relazionali dannosi, promuovendo il loro superamento e prevenzione.

Propone la pratica dell’analisi del problema, il role playing e le tecniche del metodo Gordon.

https://it.wikipedia.org/wiki/Role_playing_formativo

www.consultoriobologna.it/navigare-nelle-relazioni-trasparenza-comunicativa

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DALLA NAVATA

6° Domenica di Pasqua - Anno C – 26 maggio 2019

Atti Apostoli     14, 27. Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede.

Salmo              144, 09. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

Apòcalisse        21, 05. E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose».

Giovanni           13, 35. «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Si ama Gesù dandogli tempo e cuore

Se uno mi ama, osserverà la mia parola. «Se uno ama me»: è la prima volta nel Vangelo che Gesù chiede amore per sé, che pone se stesso come obiettivo del sentimento umano più dirompente e potente. Ma lo fa con il suo stile: estrema delicatezza, rispetto emozionante che si appoggia su di un libero «se vuoi», un fondamento così umile, così fragile, così puro, così paziente, così personale. Se uno mi ama, osserverà... perché si accende in lui il misterioso motore che mette in cammino la vita, dove: «i giusti camminano, i sapienti corrono, ma gli innamorati volano» (santa Battista Camilla da Varano). L'amore è una scuola di volo, innesca una energia, una luce, un calore, una gioia che mette le ali a tutto ciò che fai.

            «Osserverà la mia parola». Se arrivi ad amare lui, sarà normale prendere come cosa tua, come lievito e sale della tua vita, roccia e nido, linfa e ala, pienezza e sconfinamento, ogni parola di colui che ti ha risvegliato la vita. La Parola di Gesù è Gesù che parla, che entra in contatto, mi raggiunge e mi comunica se stesso. Come si fa ad amarlo? Si tratta di dargli tempo e cuore, di fargli spazio. Se non pensi a lui, se non gli parli, se non lo ascolti nel segreto, forse la tua casa interiore è vuota. Se non c'è rito nel cuore, se non c'è una liturgia nel cuore, tutte le altre liturgie sono maschere del vuoto.

E noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.

            Verremo. Il Misericordioso senza casa cerca casa. E la cerca proprio in me. Forse non troverà mai una vera dimora, solo un povero riparo, una stalla, una baracca. Ma Lui mi domanda una cosa soltanto, di diventare frammento di cosmo ospitale. Casa per le sue due promesse: lo Spirito e la pace.

            Lo Spirito: tesoro che non finisce, sorgente che non tace mai, vento che non posa. Che non avvolge soltanto i profeti, le gerarchie della Chiesa, i grandi personaggi, ma convoca tutti noi, cercatori di tesori, cercatrici di perle: «il popolo di Dio per costante azione dello Spirito evangelizza continuamente se stesso» (Eg 139), Parole come un vento che apre varchi, porta pollini di primavera. Una visione di potente fiducia, in cui ogni uomo, ogni donna hanno dignità di profeti e pastori, ognuno evangelista e annunciatore: la gente è evangelizzata dalla gente.

            Vi lascio la pace, questo miracolo fragile continuamente infranto. Un dono da ricercare pazientemente, da costruire “artigianalmente” (papa Francesco), ciascuno con la sua piccola palma di pace nel deserto della storia, ciascuno con la sua minima oasi di pace dentro le relazioni quotidiane. Il quasi niente, in apparenza, ma se le oasi saranno migliaia e migliaia, conquisteranno e faranno fiorire il deserto.

Ermes Ronchi OSM

www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=45908

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DIVORZIO

Consigli legali per divorzio

Tu e tuo marito siete separati da tempo e state per sciogliere definitivamente la vostra unione. Su una cosa sola siete d’accordo: non siete fatti l’uno per l’altra e non vi intendete su nulla. Per il resto, non fate altro che litigare e ciò è stato dimostrato anche dal giudizio di separazione, lungo e pieno di contrasti. Prima di intraprendere il passo che porterà al definitivo scioglimento del vostro matrimonio, hai quindi bisogno di ricevere consigli legali per il divorzio.

Il divorzio comporta lo scioglimento definitivo del vincolo matrimoniale tra due persone. Se i due coniugi si sono sposati in chiesa, esso prende il nome di cessazione degli effetti civili del matrimonio. Infatti per il diritto canonico, che è la legge della Chiesa, il matrimonio è un sacramento e come tale non può mai essere sciolto (salvo che in casi rari e particolari); pertanto chi si è sposato con rito cattolico può divorziare soltanto per la legge civile. Davanti allo Stato egli tornerà ad essere una persona libera e se vorrà potrà sposarsi nuovamente al Comune; non potrà, invece, convolare a nuove nozze in chiesa.

Divorzio: consigli utili.

La prima cosa che devi fare se vuoi divorziare è andare da un avvocato di tua fiducia ed esporgli la tua situazione. È importante che tu gli fornisca le seguenti informazioni:

  • Se dalla vostra unione sono nati figli; in caso affermativo, la loro età, la scuola che frequentano, le eventuali attività extra scolastiche che svolgono;
  • Qual è la situazione patrimoniale tua e del tuo coniuge, in particolare se avete proprietà separatamente o in comune;
  • Quale attività lavorativa tu e il tuo coniuge svolgiate. Se uno dei due non lavora, per l’avvocato è importante conoscerne le ragioni: può essere, ad esempio, che abbia preferito dedicarsi interamente alla famiglia, o che abbia subito la perdita del lavoro (ad esempio per malattia o licenziamento);
  • Quale sia il reddito di ognuno di voi. Questo dato non è necessariamente legato al lavoro, perché è possibile anche avere entrate diverse, ad esempio gli affitti;
  • Se siete giunti di comune accordo alla decisione di divorziare. In caso affermativo, il legale vorrà sapere se vi siete accordati, o se pensate di poterlo fare, riguardo alle condizioni del divorzio: principalmente con chi debbano vivere i vostri figli, oppure se uno dei due debba corrispondere all’altro un assegno di mantenimento.

Il tuo legale, acquisite da te tutte le informazioni che ti ho indicato, ti aiuterà a scegliere se divorziare in modo consensuale o giudiziale. La prima soluzione è praticabile se tu e il tuo coniuge siete d’accordo sulle condizioni che regoleranno lo scioglimento del vostro matrimonio; se invece avete dei contrasti bisognerà ricorrere al divorzio giudiziale. Vediamo in cosa consistono queste due diverse opzioni.

Come si divorzia in modo consensuale? Se tu e il tuo coniuge siete d’accordo nel divorziare, e anche su come regolare i vostri rapporti (affidamento dei figli, eventuale corresponsione di un assegno di mantenimento da parte di uno all’altro, altri aspetti economici che vi riguardano), dovete scegliere una procedura di tipo consensuale. Al riguardo le modalità di divorzio che la legge prevede sono tre:

  1. Il divorzio in Comune;
  2. Il divorzio consensuale in tribunale;
  3. La negoziazione assistita.

Il divorzio in Comune [L. n. 162/2014] è una procedura veloce ed economica, e non richiede nemmeno l’assistenza di un avvocato. Il costo è veramente minimo: solo l’imposta di bollo. Quando ricorrono i presupposti, conviene utilizzare questa opportunità. Per divorziare in Comune occorrono però alcune condizioni:

  1. Non dovete avere figli minori di età, portatori di handicap o incapaci;
  2. Nel vostro accordo non deve essere previsto un trasferimento di beni tra di voi. Facciamo un esempio. Tizio e Caia vogliono divorziare. Essi hanno già concordato tutte le condizioni che regoleranno lo scioglimento della loro unione. Durante il matrimonio Tizio aveva acquistato un appartamento, intestandolo a sé, ma lo aveva fatto utilizzando il denaro proveniente dall’attività lavorativa della moglie. Adesso i due hanno concordato che l’immobile in questione venga trasferito a Caia, per questo motivo non potranno divorziare in Comune ma per farlo dovranno scegliere un’altra modalità.

Se tu e il tuo coniuge volete divorziare in questo modo, dovete presentare, anche separatamente, al sindaco o dall’ufficiale dello stato civile la dichiarazione di voler divorziare. Non è necessario preparare nulla di scritto: infatti viene redatto un verbale. Quest’ultimo ha la stessa efficacia di una sentenza del tribunale. Il sindaco o l’ufficiale di stato civile dispongono poi l’annotazione del divorzio a margine dell’atto di nascita. Potete anche concordare che uno di voi versi all’altro un assegno di mantenimento.

            Se mancano le condizioni per divorziare in Comune, occorre rivolgersi al Tribunale oppure ricorrere alla negoziazione assistita.

            Per il divorzio consensuale in tribunale [Art. 4 co. 16 L. 898/1970] dovete semplicemente presentare un ricorso congiunto in cui esponete dettagliatamente le condizioni che regoleranno lo scioglimento del matrimonio: chi debba abitare la casa coniugale, con chi debbano vivere i figli, se uno di voi debba versare all’altro un assegno di mantenimento, e così via.

            Se avete figli minori di età il Tribunale effettuerà un controllo per accertare che gli accordi tra voi non li pregiudichino. Infatti, quando due coniugi si separano o divorziano viene salvaguardato innanzitutto l’interesse dei figli della coppia, che devono superare l’inevitabile trauma derivante dal fallimento dell’unione dei loro genitori. I coniugi non possono quindi prendere accordi che non tengano conto, principalmente, del benessere materiale e psicologico dei figli. Ad esempio, essi non potrebbero concordare, solo perché fa loro comodo, che il loro bambino viva a giorni alterni con l’uno e con l’altro, cambiando continuamente abitudini.

            In questa forma di divorzio c’è una sola udienza che si svolge davanti al Presidente del tribunale. Successivamente il Tribunale omologa il divorzio, cioè lo “ufficializza” con una sentenza. Ovviamente i costi di questa procedura sono più elevati, perché occorrerà pagare, oltre agli avvocati, anche le tasse che la legge prevede quando si inizia una causa. La buona notizia è che, se tu e il tuo coniuge siete d’accordo, potete anche scegliere un solo legale per entrambi.

            La negoziazione assistita [Art. 4 L. n. 162/2014] presenta, più o meno, gli stessi costi del procedimento in Tribunale. In questo caso due legali di fiducia dei coniugi preparano un accordo di divorzio, che viene sottoscritto da marito e moglie e certificato dagli avvocati. Successivamente esso viene trasmesso al Comune. Se i coniugi sono d’accordo nel designarlo, essi possono anche ricorrere a un solo legale. Se vi sono figli minori di età, l’accordo viene controllato dal Tribunale.

Come avviene il divorzio giudiziale? Il divorzio giudiziale [Cass. Sent. n. 11504/2017] si svolge davanti al tribunale. Se tu e il tuo coniuge non siete d’accordo su uno o più aspetti dello scioglimento della vostra unione, è necessario che sia il tribunale a stabilire chi di voi ha ragione. L’unica strada percorribile è pertanto quella del divorzio giudiziale, una vera e propria causa che può durare anche anni.

            Se vuoi fare il primo passo devi quindi andare da un avvocato e spiegargli, senza nascondere nulla, i vari aspetti del fallimento dell’unione matrimoniale. L’avvocato preparerà un ricorso che sarà depositato nella cancelleria del tribunale e poi notificato alla controparte. Tu e il tuo coniuge dovrete comparire ad un’udienza davanti al presidente del tribunale. Egli tenterà di conciliarvi (il che, per ovvie ragioni, sarà molto difficile).

            Il presidente darà alcuni provvedimenti provvisori e urgenti, necessari per regolamentare i rapporti patrimoniali tra voi coniugi e quelli con gli eventuali figli. Ad esempio: se, dopo la separazione, uno di voi ha continuato ad abitare la casa coniugale, il presidente stabilirà se debba ancora farlo; egli potrebbe disporre che uno di voi versi all’altro un assegno di mantenimento; se vi sono figli minori di età, oppure che si trovano in condizioni particolari (incapacità, handicap), darà le disposizioni più opportune per curare i loro interessi. Il presidente baserà la sua decisione su ciò che gli risulta al momento: quindi prenderà in considerazione quello che i vostri avvocati avranno scritto, le dichiarazioni dei redditi che avrete prodotto, ciò che gli direte quando vi sentirà. Ovviamente, nel corso della causa, potranno essere raccolti ulteriori elementi che consentiranno al tribunale una valutazione più completa.

            Dopo la prima udienza, la causa continuerà con un altro giudice, nominato dal presidente. Ognuno di voi cercherà di far valere le proprie ragioni, portando delle prove a sostegno di esse. Gli esempi possono essere tanti; te ne faccio alcuni. Poniamo che Tizio e Caia divorzino. Caia, disoccupata, chiede un assegno di mantenimento, ma Tizio afferma che in realtà l’ex moglie lavora in nero e cerca di dimostrarlo portando testimoni. Oppure la coppia ha dei figli minori, e Caia non vuole che l’ex marito li frequenti, accusandolo di comportamenti violenti nei loro confronti. Il suo avvocato chiederà, quindi, di sentire dei testimoni che hanno assistito a scene di violenza, o anche la nomina di un consulente psicologo che, parlando con i bambini nel giusto modo, possa comprendere come stanno le cose.

            Come vedi, il divorzio giudiziale può essere una guerra senza esclusione di colpi. Per questo ti ho detto che bisogna riferire al proprio avvocato tutte le circostanze che riguardano il fallimento dell’unione, anche quelle che mettono a disagio, senza nascondere i propri eventuali errori e cattivi comportamenti. Solo così il legale sarà messo nelle condizioni di preparare una difesa adeguata. Inoltre, si tratta della procedura più costosa: infatti chi inizia deve pagare delle tasse; l’attività dell’avvocato sarà particolarmente impegnativa, e ciò farà lievitare la parcella.

            Il procedimento si conclude con una sentenza, che pronuncia il divorzio e nella quale il Tribunale può confermare i provvedimenti dati dal presidente alla prima udienza, oppure modificarli. Può succedere che in corso di causa tu e il tuo coniuge raggiungiate un accordo: in tal caso il divorzio da giudiziale diventa consensuale e il tribunale emette subito una sentenza.

Se divorzio mi spetta un assegno di mantenimento? Se il divorzio avviene in maniera consensuale, tu e il tuo coniuge sarete certamente d’accordo su un eventuale assegno di mantenimento che uno dei due debba corrispondere all’altro per il suo sostentamento e per quello dei figli.

            Se invece il divorzio avviene in forma giudiziale, sarà il Tribunale a decidere se uno di voi abbia diritto a percepire dall’altro l’assegno di divorzio. Ciò avviene quando un coniuge non dispone di mezzi adeguati e non può procurarseli per ragioni oggettive.

            Facciamo un esempio. Tizio e Caia divorziano. Caia lavora ma percepisce uno stipendio basso, che si rivela insufficiente per il suo sostentamento e per quello del bambino avuto dalla coppia. Non ci si può nemmeno aspettare che Caia svolga delle attività extra, perché il lavoro la impegna già buona parte della giornata e deve anche dedicarsi al figlio; pertanto il tribunale pone a carico di Tizio un assegno di mantenimento in suo favore.

            Ma con quali criteri il tribunale stabilisce l’entità dell’assegno di divorzio? In conformità con il più recente orientamento della Cassazione civile [SS. UU. Sentenza 11/07/2018 n. 18287] i giudici terranno conto di questi fattori:

  • Il reddito di entrambi i coniugi. Con questo termine si intendono tutte le entrate a carattere continuativo: non solo lo stipendio ma anche eventuali canoni di locazione o rendite. Può essere che uno dei due non lavori, ma che possieda degli immobili che ha concesso in affitto, e che quindi percepisca mensilmente un importo superiore a uno stipendio;
  • Le ragioni della decisione. Verranno considerati, cioè, i comportamenti di ognuno dei coniugi che hanno provocato in modo definitivo la rottura del vincolo. In particolare, si terrà conto del fatto che la precedente separazione sia stata pronunciata con addebito a uno dei due, cioè attribuendogli la responsabilità del fallimento dell’unione;
  • La concreta possibilità per il coniuge economicamente più debole di lavorare. Facciamo un esempio. Una coppia divorzia; la moglie non lavora, il marito percepisce un ottimo stipendio. La moglie ha ormai più di 50 anni e si è dedicata tutta la vita alla famiglia, in particolare al marito, del quale ha agevolato la carriera. Ormai non ha concrete possibilità di immettersi nel mercato del lavoro, perché ha interrotto gli studi e non ha esperienze lavorative. Diverso sarebbe il caso se la donna fosse giovane, e avesse le competenze e le forze per incominciare a svolgere un’attività;
  • Il contributo dato da ciascun coniuge alla vita familiare. Si terrà conto anche del ruolo che ognuno di essi ha avuto nella formazione del patrimonio della famiglia e di quello appartenente a ognuno dei due. Si pensi al caso di una moglie che si è sempre dedicata, in modo esclusivo, alla casa ed ai figli, consentendo al marito di lavorare gran parte della giornata e di acquistare con il proprio reddito dei beni, che vengono intestati a lui soltanto. I due divorziano, e la moglie non lavora. Peraltro, avendo trascorso lungo tempo a casa, le viene difficile trovare un’occupazione. Il Tribunale terrà conto del fatto che il sacrificio della donna ha consentito al marito di arricchirsi;
  • La durata del matrimonio. Se una coppia si separa e divorzia a breve distanza dalle nozze, il Tribunale valuterà con particolare attenzione la richiesta di un assegno divorzile, per evitare che con un matrimonio – lampo uno dei due possa “sistemarsi” a carico dell’altro coniuge, economicamente avvantaggiato. Pensiamo alla donna che, per interesse, sposa un uomo ricco e molto più anziano, e poi, dopo un paio d’anni, divorzia.

Quindi, se vuoi ottenere un buon assegno di divorzio, ti consiglio di cominciare a pensare alle prove che puoi presentare al giudice (sottoponendole prima al tuo avvocato) per dimostrare che il reddito che già eventualmente percepisci non ti è sufficiente per vivere dignitosamente e che non hai la possibilità di lavorare; che il fallimento dell’unione non è da attribuire a te; che non hai la possibilità di lavorare, o, se già lo fai, di trovare un’altra occupazione più redditizia; che hai contribuito alla formazione del patrimonio familiare.

            Potrai ricorrere a prove testimoniali, ma anche ad estratti conto, ricevute di acquisto e altri documenti. L’importante è che tu ne parli con il tuo legale fin da subito: infatti è possibile proporre al giudice le prove che si vogliono utilizzare entro certi termini.

            La stessa cosa devi fare se, al contrario, ritieni ingiusto corrispondere al tuo ex partner un mantenimento. Cerca di raccogliere le prove che potrebbero dimostrare il suo ruolo nel fallimento del matrimonio o il fatto che potrebbe lavorare.

            Tieni inoltre presente che, se avete figli, non puoi certo sottrarti al dovere di contribuire al loro mantenimento.

            Infine ti segnalo che è in corso di approvazione una legge che modificherà i criteri di determinazione dell’assegno di divorzio: per saperne di più ti consiglio di leggere Divorzio: come cambia l’assegno di mantenimento.

Lo scioglimento definitivo di un matrimonio è sempre un momento difficile e impegnativo, ma essere consapevoli dei propri e degli altrui diritti può certamente aiutare a viverlo con più lucidità ed efficacia nelle scelte che si dovranno compiere.

Adele Margherita Falcetta    la legge per tutti 23 maggio 2019

Video       www.laleggepertutti.it/285715_consigli-legali-per-divorzio#Nuovo_assegno_di_mantenimento_GUARDA_IL_VIDEO

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DONNE NELLA CHIESA

Ordinazione femminile, sacramento e atto giuridico: parla il canonista (P. Consorti)

            Il Prof. Consorti ha scritto un prezioso commento al mio post precedente, sull’incrocio tra teologia e diritto nella concezione di un possibile “diaconato femminile”.

www.cittadellaeditrice.com/munera/donna-e-ministero-da-impedimento-a-risorsa-una-soluzione-inattesa-dal-concilio-di-trento

Riprendo il suo testo, che merita una attenzione maggiore di una “noticina” a fondo pagina. Credo che sia il segnale di una fecondità, che dobbiamo riconoscere ai “punti ciechi” che si trovano ai confini delle discipline. Se dialoghiamo, tra teologi e canonisti, vediamo non solo le cose diverse, ma cose diverse. Il suo è solo un commento: titolo e sottotitoli sono miei.

Questo contributo di Andrea Grillo produce molte riflessioni, che non è facile sistemare nello spazio di un post. Credo però che una suggestione giuridica possa aiutare ad approfondire la sostanza del tema, vale a dire la perdurante discriminazione di genere ‘in ordine all’ordine’.

www.cittadellaeditrice.com/munera/donna-e-ministero-da-impedimento-a-risorsa-una-soluzione-inattesa-dal-concilio-di-trento

In questo senso penso che il tema dovrebbe essere affrontato partendo dalla sostanza del ruolo attribuito nella Chiesa al ministro ordinato, che non può essere concepito tutto e solo nella logica sacramentale.

Ministro, sacramento e diritto. Il diacono, il prete e il vescovo non si distinguono dai fedeli comuni perché possono dispensare – gradualmente e progressivamente – più sacramenti. Questa idea clericale assorbe maschile e femminile in una logica gerarchica che facilmente mantiene in vita le distinzioni fra generi e ruoli che tipizzano ogni società.

Questa stessa idea è un po’ alla base della massimizzazione dell’eucarestia come apparente unica forma della presenza di Cristo-Dio in terra, che è un’idiozia: dato che Cristo-Dio in terra non si rifugia nel tabernacolo, ma parla attraverso le Scritture e si muove coi corpi dei fratelli e delle sorelle, specialmente dei poveri e delle povere. Solo che la sacramentalizzazione della sacralità devozionale non riconosce simile centralità alle varie presenze con cui Cristo si manifesta concretamente. Perciò adoriamo il SS.mo sacramento (dell’altare), ma non la SS.ma Parola di Dio o i SS.mi fratelli e sorelle. Col risultato di centralizzare tutta l’attenzione verso la sola eucarestia, che sarebbe invece una parte del tutto (perché ci sarebbe pure la proclamazione e l’ascolto della Parola e la richiesta e concessione del perdono, tanto per schematizzare un po’). Peraltro, la vita della Chiesa non si esaurisce nella vita sacramentale, ma è molto di più.

            Ordinazione: sacramento e atto giuridico. Tornando al punto dell’ordinazione, osservo che questa non è solo un sacramento, ma un atto giuridico col quale “alcuni fra i fedeli sono costituiti ministri sacri”, ossia “destinati a servire, ciascuno nel suo grado, con nuovo e peculiare titolo, il popolo di Dio”. Così recita il can. 1008 del Codice di Diritto canonico (25 gennaio 1983 Giovanni Paolo II) dopo la riforma del 26 ottobre 2009 di Benedetto XVI (motu proprio Omnium in mentem).

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/apost_letters/documents/hf_ben-xvi_apl_20091026_codex-iuris-canonici.html

            Questo canone è precedente (concettualmente e non solo sistematicamente) al canone 1024, che si muove nella logica della validità del sacramento escludendo le battezzate di sesso femminile, nonché al canone 1025, che si muove nella logica della liceità, ponendo ulteriori limitazioni.

www.vatican.va/archive/ITA0276/_INDEX.HTM

            Muovere dalle eccezioni giuridiche anziché dalla base concettuale, è come guardare una partita di calcio concentrandoci sull’arbitro. Perciò, se vogliamo riprendere il discorso sull’ordine, dovremmo ripartire dal servizio e non dal sacramento. Siccome il servizio al popolo di Dio non si esaurisce nelle funzioni proprie dei ministri sacri, può essere utile partire dal diritto canonico per aiutarci a rendere più esplicite le funzioni di servizio che caratterizzano gli ordinati rispetto a quelle assegnate a ciascun battezzato.

Chi fa cosa? Questa scelta appartiene alla comunità. E’ la Chiesa che determina le funzioni, non il contrario. Quindi, anche se non fosse mai successo finora che una battezzata abbia annunciato il Vangelo o soccorso un povero o presieduto un’assemblea o consolato un afflitto, nulla vieta che si possa cominciare a farlo. L’uomo e la donna sono padroni della legge; i battezzati e le battezzate del diritto canonico.

Il resto appartiene alla teologia, munus alienum mihi. Immagino però che anche la teologia sia al servizio del popolo di Dio; perciò siccome Ecclesia semper reformanda est, possiamo incamminarci e vedere se riusciamo a costruire il Regno di Dio anche quaggiù.

Se poi volessimo prendere esempio da Gesù, non credo che dovremmo indugiare sulle differenze, ma oltrepassarle. Non è facile, ma possiamo provarci.

            Andrea Grillo blog: Come se non     18 maggio 2019

www.cittadellaeditrice.com/munera/ordinazione-femminile-sacramento-e-atto-giuridico-parla-il-canonista-p-consorti

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ENTI TERZ0 SETTORE

Mi conviene diventare Ets? Quali i vincoli, quali i benefici?

Il mio ente ha i requisiti per diventare ETS, cioè “ente del Terzo Settore”, la nuova qualifica prevista dalla Riforma del Terzo Settore? Quali sono i vincoli da rispettare e quali i benefici? E se invece l’ente divenisse impresa sociale?

Offrono una sintesi delle indicazioni di legge su questo tema le slide “La Riforma del Terzo Settore: opportunità e vincoli con l’ingresso negli Ets” presentate al convegno Uneba Marche di venerdì 17 maggio 2019 da Francesco Capogrossi Guarma, Presidente della commissione Terzo Settore e non profit dell’Ordine dei commercialisti di Roma.

www.slideshare.net/dobromersi/terzo-settore-conviene-diventare-ets-o-impresa-sociale

UNEBA - Unione nazionale istituzioni e iniziative di assistenza sociale 24 maggio 2019

www.uneba.org/terzo-settore-mi-conviene-diventare-ets-quali-i-vincoli-quali-i-benefici

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FORUM ASSOCIAZIONI FAMILIARI

Le parole non bastano. Politiche familiari: risorse e chiarezza

                Non sappiamo ancora se davvero ci sarà bisogno di intentare una class action, ovvero una causa civile di massa, per vedere rispettati il diritto delle famiglie italiane con figli a non essere discriminate dallo Stato sotto il profilo fiscale. Sappiamo però che il Forum delle associazioni familiari sta ragionando seriamente e concretamente su questa opportunità, assai più seriamente di quanto i nostri governanti mostrano di occuparsi di politiche per la famiglia.

Su queste pagine lo abbiamo già scritto qualche giorno fa: proprio mentre il vicepremier del M5s Di Maio inaugurava il "tavolo aperto" per discutere la proposta del Forum su un "assegno per figlio", il ministro leghista per la Famiglia Fontana, con il sostegno dell’altro vicepremier Salvini, annunciava un suo "pacchetto" ad hoc da inserire nel decreto crescita. Piccolo particolare: entrambi indicavano i fondi da stanziare in quel miliardo di euro che dovrebbe avanzare una volta coperte le spese per il Reddito di cittadinanza. Altro piccolo particolare: secondo la Ragioneria generale dello Stato quella cifra non può essere impegnata perché, di fatto, ancora non è avanzata.

E, se avanzerà, bisognerà spenderla in tutta fretta alla fine di quest’anno perché quei soldi, «se utilizzati in anni successivi, comporterebbero nuovi e maggiori oneri in termini di fabbisogno e di indebitamento» dello Stato. Insomma, la nebbia è tanta e la sostanza poca. Eppure tutte le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, si sono dette d’accordo con la formula prospettata dal Forum. Ma le parole le porta via il vento, soprattutto in campagna elettorale.

Non vorremmo, insomma, che il "tavolo" fosse una nuova versione dell’ordine del giorno, che in Parlamento è come il sigaro nei film americani: non si nega a nessuno, ma finisce in cenere. Se si apre un tavolo, è preferibile metterci sopra soluzioni possibili, non bandierine di parte o di partito. Non questo o quel partito, intendiamoci. La responsabilità è parlamentare, perché la famiglia non ha colore politico. Nella scorsa legislatura il Pd era al governo e un suo senatore, Stefano Lepri, presentò la stessa proposta di assegno unico per le famiglie con figli, e non se ne fece nulla.

Sentiamo ogni giorno ripetere «prima gli italiani». Ma chi è più italiano di coloro che, siano nati qui o altrove, hanno ancora amore e coraggio sufficienti per mettere al mondo o adottare figli, di trasmettere la vita per dare un futuro, e magari un sorriso, a questo Paese invecchiato e arrabbiato? Se fare famiglia non fosse più un’impresa eroica, come purtroppo è spesso oggi, probabilmente ci sarebbero in giro meno sospetto e odio. E, vogliamo sperarlo, meno "italiani" pronti ad agitare il tricolore come fosse una clava contro il "diverso" di turno.

Danilo Paolini                                    Avvenire 20 maggio 2019

www.avvenire.it/opinioni/pagine/le-parole-non-bastano

 

«Alle famiglie non serve un miliardo ma giustizia»: Forum pensa a una class action

Presidente De Palo: «Delusi dal fatto che attorno a un tavolo ufficiale i partiti sono tutti d’accordo, poi su giornali e social prosegue la guerra di tutti contro tutti». «Ciò che sta accadendo nelle ultime ore riguardo alla famiglia è surreale. È qualcosa che succede quando la famiglia, per chi ci governa, non è la chiave di lettura con cui ragionare su ogni tema e proposta ma solo un pezzetto appiccicaticcio della realtà». È il commento del presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari Gigi De Palo dopo le polemiche politiche seguite al Tavolo tecnico del Mise e alla predisposizione del decreto sui sostegni alle famiglie. «È ciò che accade se la famiglia viene vista dalla politica come un’occasione elettorale e non come il volano da cui far ripartire la crescita del Paese – scrive il Forum in una nota -. Ma la famiglia non è un “settore”, è il motore dell’economia nazionale. Se ci si scontra e la si mette in mezzo, questi litigi non riguardano un ministero, né una o due parti politiche, ma la tenuta reale del Paese».

«Non si comprende che non c’è più tempo da perdere: mentre si fanno i balletti pre-elettorali – prosegue De Palo – le famiglie italiane, sempre più stanche della discriminazione fiscale che vivono da quarant’anni, stanno pensando di andare all’estero per regalare ai loro figli qualche opportunità. Se non riparte la natalità, non ci sarà più chi pagherà le pensioni, crollerà il Welfare, la sanità non sarà più “gratuita”, con la prospettiva di vivere tra vent’anni in un Paese che sarà un grande e insostenibile ospizio. Il Forum si è impegnato per mettere tutte le forze politiche attorno ad un tavolo e, dopo esserci riusciti grazie alla proposta di #assegnoXfiglio, oggi apprendiamo che nel governo si discute e si minaccia una crisi legata proprio al decreto sulla famiglia. Ma il miliardo di euro di cui si parla, da solo, non serve. Occorre un ragionamento più ampio sulla Legge di bilancio, serve la convergenza di tutti: Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega, M5S e Partito democratico. Le famiglie non vogliono mancette ma riforme strutturali. Alle famiglie non serve un miliardo ma giustizia; non chiedono pannolini ma concretezza e scelte precise».

Ancora: «Siamo delusi del fatto che attorno a un tavolo ufficiale i partiti sono tutti d’accordo, ma poi davanti ai giornalisti o sui social prosegue la “guerra” di tutti contro tutti, nel rigido e drammatico rispetto di un copione. Senza risposte a breve, non ci resta che ragionare su una class action delle famiglie italiane, per il mancato rispetto dei dettami costituzionali che le riguardano – annuncia De Palo -. Sarebbe la nostra extrema ratio ma vista la situazione stiamo pensando di muoverci per concretizzare la cosa».

Redattore sociale         Roma sette      20 maggio 2019

www.romasette.it/alle-famiglie-non-serve-un-miliardo-ma-giustizia-forum-pensa-a-una-class-action

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

L'aborto non è mai la risposta. «No alla mentalità eugenetica»

L'aborto non è mai la soluzione, no alla mentalità eugenetica, sì alla vita sempre, anche e soprattutto quando il bambino che deve nascere soffre di una malattia che lo porterà a morire in poco tempo. È questo il cuore del discorso che papa Francesco ha pronunciato questa mattina, nella Sala Clementina, ricevendo in udienza i partecipanti al Convegno internazionale promosso dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, in collaborazione con la fondazione “Il Cuore in una goccia – Onlus”, associazione che si adopera per accogliere alla nascita bambini in condizioni di estrema fragilità, e con il sostegno di Knights of Columbus, sul tema “Yes to life! - Prendersi cura del prezioso dono della vita nella fragilità”.

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/may/documents/papa-francesco_20190525_yes-to-life.html

Il Convegno, a cui hanno partecipato circa 400 persone da 70 paesi in rappresentanza di Conferenze episcopali, Diocesi, famiglie e medici esperti, si è svolto all’Istituto Patristico Augustinianum, a Roma.

            Nessun essere umano può essere “incompatibili con la vita”. "Ogni bambino che si annuncia nel grembo di una donna è un dono, che cambia la storia di una famiglia: di un padre e di una madre, dei nonni e dei fratellini. E questo bimbo ha bisogno di essere accolto, amato e curato. Sempre!", ha detto il Papa.

            Tra una donna e il bimbo che porta in grembo si crea un intenso dialogo, una relazione reale e intensa che corre tra madre e bimbo e viceversa. "È così che questo nuovo essere umano diventa subito un figlio, muovendo la donna con tutto il suo essere a protendersi verso di lui".

            "Oggi, le moderne tecniche di diagnosi prenatale sono in grado di scoprire fin dalle prime settimane la presenza di malformazioni e patologie, che a volte possono mettere in serio pericolo la vita del bambino e la serenità della donna. Il solo sospetto della patologia, ma ancor più la certezza della malattia, cambiano il vissuto della gravidanza, gettando le donne e le coppie in uno sconforto profondo. Il senso di solitudine, di impotenza, e la paura della sofferenza del bambino e della famiglia intera emergono come un grido silenzioso, un richiamo di aiuto nel buio di una malattia, della quale nessuno sa predire l’esito certo. Perché l’evoluzione di ogni malattia è sempre soggettiva e nemmeno i medici spesso sanno come si manifesterà nel singolo individuo.

            Eppure, c’è una cosa che la medicina sa bene: i bambini, fin dal grembo materno, se presentano condizioni patologiche, sono piccoli pazienti, che non di rado si possono curare con interventi farmacologici, chirurgici e assistenziali straordinari, capaci ormai di ridurre quel terribile divario tra possibilità diagnostiche e terapeutiche, che da anni costituisce una delle cause dell’aborto volontario e dell’abbandono assistenziale alla nascita di tanti bambini con gravi patologie. Le terapie fetali, da un lato, e gli Hospice Perinatali, dall’altro, ottengono risultati sorprendenti in termini clinico-assistenziali e forniscono un essenziale supporto alle famiglie che accolgono la nascita di un figlio malato.

            Tali possibilità e conoscenze devono essere messe a disposizione di tutti per diffondere un approccio scientifico e pastorale di accompagnamento competente. Per questo, è indispensabile che i medici abbiano ben chiaro non solo l’obiettivo della guarigione, ma il valore sacro della vita umana, la cui tutela resta il fine ultimo della pratica medica. La professione medica è una missione, una vocazione alla vita, ed è importante che i medici siano consapevoli di essere essi stessi un dono per le famiglie che vengono loro affidate: medici capaci di entrare in relazione, di farsi carico delle vite altrui, proattivi di fronte al dolore, capaci di tranquillizzare, di impegnarsi a trovare sempre soluzioni rispettose della dignità di ogni vita umana.

            In tal senso, il confort care perinatale è una modalità di cura che umanizza la medicina, perché muove ad una relazione responsabile con il bambino malato, che viene accompagnato dagli operatori e dalla sua famiglia in un percorso assistenziale integrato, che non lo abbandona mai, facendogli sentire calore umano e amore.

            Tutto ciò si rivela necessario specialmente nei confronti di quei bambini che, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, sono destinati a morire subito dopo il parto, o a breve distanza di tempo. In questi casi, la cura potrebbe sembrare un inutile impiego di risorse e un’ulteriore sofferenza per i genitori. Ma uno sguardo attento sa cogliere il significato autentico di questo sforzo, volto a portare a compimento l’amore di una famiglia. Prendersi cura di questi bambini aiuta, infatti, i genitori ad elaborare il lutto e a concepirlo non solo come perdita, ma come tappa di un cammino percorso insieme. Quel bambino resterà nella loro vita per sempre. Ed essi lo avranno potuto amare.

            Purtroppo la cultura oggi dominante non promuove questo approccio: a livello sociale il timore e l’ostilità nei confronti della disabilità inducono spesso alla scelta dell’aborto, configurandolo come pratica di “prevenzione”. Ma l’insegnamento della Chiesa su questo punto è chiaro: la vita umana è sacra e inviolabile e l’utilizzo della diagnosi prenatale per finalità selettive va scoraggiato con forza, perché espressione di una disumana mentalità eugenetica, che sottrae alle famiglie la possibilità di accogliere, abbracciare e amare i loro bambini più deboli.

            L’aborto non è mai la risposta che le donne e le famiglie cercano. Piuttosto sono la paura della malattia e la solitudine a far esitare i genitori.

            Le difficoltà di ordine pratico, umano e spirituale sono innegabili, ma proprio per questo azioni pastorali più incisive sono urgenti e necessarie per sostenere coloro che accolgono dei figli malati. Bisogna, cioè, creare spazi, luoghi e “reti d’amore” ai quali le coppie si possano rivolgere, come pure dedicare tempo all’accompagnamento di queste famiglie».

Redazione internet Avvenire                        25 maggio 2019

www.avvenire.it/papa/pagine/udienza-papa-yes-to-life

 

Troppa burocrazia nemica della cultura dell'adozione

Bergoglio ha ricevuto dirigenti, operatori e bambini l'Istituto Ospedale degli Innocenti di Firenze, che da 600 anni si occupa di accoglienza dei bambini.

Ci sono bambini soli e famiglie che vorrebbero figli ma la troppa burocrazia, e a volte anche la corruzione, impediscono questo incontro. È il Papa a lanciare un appello affinché si diffonda «una cultura dell'adozione».

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/may/documents/papa-francesco_20190524_ospedale-innocenti-firenze.html

«Tante volte c'è gente che vuole adottare bambini, ma c'è una burocrazia così grande, quando non c'è la corruzione di mezzo, che tu paghi e... Ma aiutatemi in questo: a seminare coscienza», «tante, tante famiglie che non hanno figli e avrebbero sicuramente il desiderio di averne uno con l'adozione: andare avanti, creare una cultura di adozione perché i bambini abbandonati, soli, vittime di guerre e altro sono tanti». Poche parole pronunciate a braccio, dopo avere consegnato il discorso scritto, nell'incontro con i dirigenti, gli operatori e i bambini della storica istituzione, l'Istituto Ospedale degli Innocenti di Firenze, che da 600 anni si occupa di accoglienza dei bambini.

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/may/documents/papa-francesco_20190524_ospedale-innocenti-firenze.html#Discorso_del_Santo_Padre_consegnato

Una questione, quella delle difficoltà nelle adozioni, che ciclicamente si propone ma che non è mai stata risolta del tutto, a fronte invece di una richiesta enorme di accoglienza. E i bambini sono proprio «tra le persone più fragili di cui dobbiamo prenderci cura», ha esortato il Papa.

            «Ci sono sicuramente tanti bambini rifiutati, derubati della loro infanzia e del loro futuro; minori che affrontano viaggi disperati per fuggire dalla fame o dalla guerra -ha aggiunto- Bambini che non vedono la luce perché le loro mamme subiscono condizionamenti economici, sociali, culturali che le spingono a rinunciare a quel dono meraviglioso che è la nascita di un figlio». «Quanto abbiamo bisogno - ha commentato Papa Francesco - di una cultura che riconosca il valore della vita, soprattutto di quella debole, minacciata, offesa, e anziché pensare di poterla mettere in disparte, di escluderla con muri e chiusure, si preoccupi di offrire cure e bellezza!».

            Francesco, nel discorso, ha anche sottolineato un aspetto culturale e morale: “C’è una cultura della sorpresa nel vedere crescere, vedere come si sorprendono dalla vita, come entrano in contatto con la vita”, ha detto Francesco: “E noi dobbiamo imparare a fare lo stesso. Questa via, questa strada che tutti noi abbiamo fatto da bambini, dobbiamo riprenderla”. Nel Vangelo, ha ricordato il Papa, Gesù “va anche oltre: non solo dice di accogliere i bambini, e chi li accoglie, accoglie Lui, ma va oltre: ‘Se non diventate come bambini, non entrerete nel Regno dei cieli’. Ed è questo che a noi deve insegnare la cultura del bambino”.

            Francesco ha poi richiamato alla «responsabilità sociale ed etica» il mondo della finanza che, se vuole, può contribuire a «costruire una società più giusta e solidale». Un esempio fu, sei secoli fa, proprio quell'Ospedale degli Innocenti di Firenze, che nacque grazie alla donazione di un banchiere, Francesco Datini. Quindi “anche oggi, la responsabilità sociale ed etica del mondo della finanza è un valore indispensabile”

            «L'altro elemento che colpisce, di questa storia, è che la progettazione fu affidata a Filippo Brunelleschi, l'architetto più importante dell'epoca, che proprio in quegli anni stava lavorando a un capolavoro che ancora oggi stupisce il mondo: la cupola della cattedrale di Santa Maria del Fiore. Perché la stessa bellezza che si dedica alla casa del Signore la si dedichi anche alla casa dei bambini meno fortunati”. “Perché per i bambini bisognosi di accoglienza non bastava dare il latte delle balie, c’era il desiderio di farli crescere in un ambiente che fosse il più bello possibile”, ha concluso Bergoglio.

Redazione Internet Avvenire            24 maggio 2019

www.avvenire.it/papa/pagine/adozioni-burocrazia-papa-francesco-ospedale-innocenti

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MINORI

Zigzagando tra i diritti, la Consulta dei ragazzi affiancata dai più piccoli

            L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza (Agia) ha ascoltato ieri i suoi “consulenti” più piccoli, riuniti per l’occasione in Commissioni bambino e Redazioni locali. Si tratta di studenti delle scuole primarie e secondarie di primo grado, che ieri si sono ritrovati nella sede dell’Autorità a Roma. Un incontro che ha visto protagonisti circa 180 ragazzi, i quali hanno illustrato il loro lavoro di preparazione, studio, partecipazione svolto a scuola con i docenti su tre diritti della Convenzione di New York: quello all’educazione, quello all’istruzione e quello al gioco. Un’attività realizzata in classe anche con l’intervento dei rappresentanti della Consulta dei ragazzi, costituita dalla Garante Filomena Albano sin dallo scorso anno per essere interpellata sui temi dei diritti delle persone di minore età.

L’occasione dell’incontro è stata offerta da “Zigzagando tra i diritti. La Consulta dei ragazzi, le Commissioni bambino e le Redazioni locali si raccontano”, una riunione plenaria che si è svolta ieri in contemporanea nel Parlamentino dell’Autorità garante e in quello del Cnel. I lavori sono stati moderati dagli stessi ragazzi della Consulta, i quali hanno dato la parola alla Garante, ai rappresentanti delle Commissioni e delle Redazioni provenienti dagli istituti comprensivi “De Finetti”, “Palombini” e “Rosmini” di Roma. Sono stato presentati elaborati, canzoni originali sul tema dei diritti e riflessioni. Per i bambini c’è stata l’opportunità di confrontarsi a tu per tu con Filomena Albano esprimendo desideri, bisogni e opinioni.

Un ascolto istituzionale arricchito. “La Convenzione di New York sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza [ratificata L. n. 176, 27 maggio 1991] pone tra i suoi principi centrali quello dell’ascolto e della partecipazione delle persone di minore età” ricorda la Garante Filomena Albano.

www.unicef.it/doc/599/convenzione-diritti-infanzia-adolescenza.htm

“Si arricchisce così la positiva esperienza della Consulta dei ragazzi, che ha supportato con le proprie raccomandazioni l’Autorità in numerosi pareri, da quelli sui diritti dei figli nella separazione dei genitori a quelli sull’età del consenso digitale. A essere coinvolti ora sono stati i bambini più piccoli, a partire dal primo anno della Primaria, scuola nelle quali sono state realizzate Commissioni bambino, mentre le Redazioni locali si sono costituite in alcune classi delle Secondarie di primo grado. Insieme alla Consulta hanno offerto elementi importanti per chi, come l’Autorità garante, esercita l’ascolto istituzionale, che consiste appunto nel cogliere dalla viva voce dei minorenni le loro esigenze e portarle all’attenzione delle istituzioni”.

Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza (Agia)             22 maggio 2019

www.garanteinfanzia.org/news/zigzagando-tra-i-diritti

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NULLITÀ MATRIMONIALE

Sulla nullità: boicottare il poco o riformare il molto?

Le parole di papa Francesco, rivolte ai vescovi italiani, sul “boicottaggio” della riforma del processo matrimoniale di dichiarazione della nullità non sorprendono. Sia perché era chiaro, già nell’agosto del 2015, che il mondo dei canonisti non aveva digerito la iniziativa e la velocità della sua realizzazione. Sia perché la logica della “semplificazione” contrasta con un mondo che – anche per le necessarie esigenze di giustizia – produce “complicazioni” in abbondanza.

Insomma, anche nel piccolo orticello del “processo matrimoniale” accade ciò che è accaduto con Evangelii Gaudium dopo il 2013 o con Gaudium et Spes dopo il 1965: da un lato la apertura verso un cambiamento, dall’altro la chiusura e la inerzia del modello precedente.

E’ ovvio che la inerzia, soprattutto nel mondo ecclesiale, ma non solo in esso, è una forza ingentissima. Ma non è solo inerzia. E’ anche omissione, esplicita e diretta. Ho avuto notizia di un caso che può far sorridere, ma che deve anche far pensare. In una diocesi italiana, alla volontà di attivare in “processo breve”, veniva opposta una ragione molto banale, ma insuperabile: non era ancora stato stabilito, dall’organo competente, l’entità della tassa da pagare. “Finché non abbiamo i bollettini per il versamento, la procedura non può iniziare”. Così puoi aspettare anche anni…Nel frattempo prendi la “via lunga”, garantita, piuttosto che aspettare una “via breve” piena di trappole.

Ma questo è solo un piccolo caso marginale. La questione è molto più grande e non riguarda neppure soltanto il “processo breve”. Certo, questa è una novità importante, che dovrebbe essere attuata nel modo più spedito possibile. Ma essa inciderebbe comunque, anche quando fosse perfettamente applicata, su un numero di casi molto limitati, proprio a causa delle condizioni eccezionali di “non conflittualità” e di “evidenza della prova” che richiede. Le condizioni stesse, che danno diritto ad accedere al processo breve, la rendono un fatto eccezionale. Ma è significativo che il boicottaggio investa anche un piano di riforma che altera solo parzialmente il “sistema processuale” in materia matrimoniale.

In realtà, si deve riconoscere che la iniziativa del papa, intervenuta 4 anni fa nella pausa tra Sinodo Straordinario e Sinodo ordinario sulla famiglia, nel 2015, ha aperto un “falla” nel sistema processuale, a cui non si rimedia solo sul piano processuale. Se infatti leggiamo insieme il duplice evento della Riforma del Processo, col Motu Proprio Mitis Iudex, e della Esortazione Apostolica Amoris Lætitia, pubblicata 10 mesi dopo, comprendiamo bene che in gioco non vi sono semplicemente le procedure, ma il diritto sostanziale.

Il cambiamento di mentalità e di prospettiva, che esigono questi due documenti, implica un “processo di recezione” che dovrà passare, inevitabilmente, attraverso un profondo ripensamento del diritto canonico matrimoniale. Nel quale si dovrà far entrare non soltanto la “pattuizione del vincolo”, ma anche la sua “storia”. Infatti ciò che Amoris Lætitia ha introdotto, uscendo dal modello ottocentesco di diritto matrimoniale, è l’idea storica ed escatologica di matrimonio. Una Chiesa che cammina verso l’ideale matrimoniale, che non sta all’inizio, ma alla fine, pensa il matrimonio in modo nuovo, più realistico e insieme più esigente. Ne fa una questione di vocazione prima che di legge.

Per questo, un adattamento del diritto sostanziale, cambierà il processo matrimoniale non soltanto perché “possa prevedere un processo breve”, ma perché ridimensionerà l’idea stessa di “processo di dichiarazione di nullità”. Questo punto è decisivo, di fronte al quale non vi è boicottaggio, ma rimozione. Dopo Amoris Lætitia è l’idea stessa di processo di dichiarazione di nullità a subire una rilettura assai profonda e a mostrare i limiti intrinseci dell’istituto giuridico della nullità, se considerata in sé, breve o lunga che sia la procedura per accertarla. Proviamo a dirlo meglio: il processo di nullità, come istituto che rimedia non ad un “vizio del consenso”, ma ad una “crisi” e ad un “fallimento” del matrimonio, non risponde più alle esigenze del popolo di Dio.

E’ uno strumento che è stato messo a punto dalla perizia dei giuristi medievali e moderni. Negli ultimi 100 anni questo istituto è stato costretto, giocoforza, a coprire fattispecie sempre più ampie, a costo di forzare in modo sempre più forte le sue categorie di impianto. Oggi siamo giunti, ragionevolmente, al momento in cui occorre predisporre, accanto ad esso, uno strumento diverso, che possa costatare non la nullità originaria, ma il fallimento storico di un vincolo. Senza mettere in questione la indisponibilità del vincolo, ma constatandone, nella realtà, la frangibilità. Il matrimonio indissolubile non è infrangibile. Per questo oggi le cause di nullità, inseguendo una realtà che sfugge alla loro presa, sono sempre più costrette a ricorrere a finzioni. Questa pratica giuridica ha raggiunto ormai limiti di mistificazione non più tollerabili. La riforma è iniziata dalla procedura, ma deve arrivare alla sostanza. Non è sufficiente un processo breve, occorre un processo diverso. Per il quale occorre l’apporto decisivo di canonisti dotati di inquietudine nel rapporto con la realtà, di senso della incompletezza del sistema giuridico e di immaginazione nel configurare soluzioni alternative. Come ha fatto la Chiesa di 100 anni fa, scrivendo il Codice di Diritto Canonico, dobbiamo progettare una soluzione giuridica all’altezza della vita dei battezzati e delle battezzate del nostro tempo. Cercare di far fronte alla realtà con strumenti vecchi è un modo per complicare ulteriormente questioni già di per sé tutt’altro che semplici. Boicottare l’inizio di questa riforma è un segno della distanza che separa buona parte del mondo giuridico cattolico da quella realtà familiare complessa, al cui servizio dovrebbe esercitare il proprio ministero.

Andrea Grilloblog: Come se non     21 maggio 2019.

www.cittadellaeditrice.com/munera/sulla-nullita-boicottare-il-poco-o-riformare-il-molto

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SEPARAZIONE

Effetti fiscali della separazione consensuale

Come funzionano detrazioni e deduzioni di casa, spese per figli, Irpef o assegni quando finisce il matrimonio con un accordo tra i coniugi?

            Quando un matrimonio salta in aria, prima di arrivare al divorzio ci sono due possibilità: optare per la separazione consensuale o per quella giudiziale. Nel primo caso, i coniugi trovano un accordo sui loro rapporti futuri e sanciscono in tribunale la loro intesa. Nel secondo, in mancanza di quell’accordo, è un giudice a decidere per loro. Gli effetti fiscali della separazione consensuale sono praticamente gli stessi di quella giudiziale.

            Primo fra tutti, lo scioglimento del regime di comunione dei beni, sempre che sia stato adottato al momento del matrimonio o successivamente durante il rapporto di convivenza. Ciò ha inevitabili conseguenze sulle garanzie su cui si appoggiano eventuali creditori della coppia.

            Ci sono, tuttavia, tanti altri effetti fiscali della separazione consensuale. Riguardano gli assegni di mantenimento, la casa, i familiari a carico, la dichiarazione dei redditi, ecc. Pensa, ad esempio, alla coppia che si separa dopo avere acceso un mutuo per l’acquisto dell’abitazione: le detrazioni fiscali spetteranno ancora ad entrambi o solo a chi resta a vivere in quella casa? La stessa domanda si può fare chi stava usufruendo delle agevolazioni per la ristrutturazione dell’immobile: chi lascia quello che era il tetto coniugare ne ha ancora diritto? E chi deve pagare Imu, Tari e Tasi?

Separazione consensuale: che cos’è? Come accennato, la separazione consensuale è quell’accordo che interrompe un matrimonio con il consenso di entrambi i coniugi. È uno dei modi per ottenere una separazione legale (l’altro è la separazione giudiziale). Comporta la divisione dei beni in comune, l’affidamento degli eventuali figli avuti in comune e degli effetti fiscali.

            Questo consenso può essere revocato entro il termine dell’udienza di comparizione in cui il giudice deve prendere atto del fallito tentativo di conciliazione.

            La separazione consensuale, infatti, ha bisogno dell’esame del tribunale, il quale deve verificare che l’accordo sia stipulato nel rispetto della legge e dei diritti della prole. In caso di parere contrario, si possono avviare le pratiche per la separazione giudiziale.

Separazione consensuale: gli assegni di mantenimento. In caso di separazione consensuale, può capitare che uno dei coniugi debba versare all’altro un assegno di mantenimento. C’è da sottolineare che, fino alla sentenza di divorzio, l’ex coniuge separato privo di un reddito o che guadagna fino a 2.840,51 euro l’anno, è a carico dell’altro.

            Chi versa l’assegno può dedurre il mantenimento a patto che gli ex coniugi siano ancora conviventi oppure che il coniuge economicamente più debole percepisca assegni alimentari che non risultino da un provvedimento giudiziario.

            Inoltre, l’assegno può essere portato in deduzione sul 730 se il versamento è stato disposto da un giudice e viene fatto periodicamente.

            Per quanto riguarda l’assegno di mantenimento dei figli, non sono deducibili dal reddito imponibile. Significa che, se c’è un provvedimento giudiziario che dispone il pagamento all’ex coniuge e ai figli, devono essere distinti i due importi. In caso contrario, l’assegno si intende per metà ai figli e, di conseguenza, chi lo versa ne potrà dedurre soltanto l’altra metà.

            Chi, invece, riceve l’assegno, deve dichiararlo nel reddito imponibile sul 730. Solo la sua parte, però, e non quella destinata ai figli.

            Altra precisazione importante: gli assegni di mantenimento non usufruiscono dell’incremento di deduzione di 4.500 euro previsto per il reddito da lavoro dipendente, a cui sono assimilati. Vuol dire che se il reddito dell’ex coniuge è composto soltanto dagli assegni, dovrà calcolare la sua no tax area con la sola deduzione base di 3.000 euro.

Separazione consensuale: i familiari a carico. Tramite l’accordo di separazione consensuale, i coniugi possono determinare a carico di quale dei due restano i figli oppure in quale percentuale restano a ciascuno dei due. Questo al di là di chi si prende i figli in affidamento.

            Bisogna precisare che in caso di separazione non si può avere per i figli a carico la detrazione per coniuge mancante di cui si beneficia quando l’altro coniuge è morto oppure non ha riconosciuto i figli.

            Il genitore che dichiara i figli a carico può usufruire delle detrazioni e delle deduzioni per le spese per loro sostenute, quindi per spese di istruzione, spese mediche, assicurazione e quant’altro.

            Nel caso in cui i coniugi dichiarino i figli a carico al 50%, possono decidere se dividersi queste spese a metà oppure no.

            Fino alla sentenza di divorzio, un coniuge legalmente ed effettivamente separato può essere considerato come altro familiare a carico del dichiarante.

Separazione consensuale: la casa. Tra gli effetti fiscali della separazione consensuali ci sono anche quelli che riguardano la casa familiare. Di solito viene assegnata ad uno solo dei coniugi e, principalmente, a chi ottiene l’affidamento dei figli.

            Nel caso in cui l’immobile sia in affitto, il contratto di locazione viene modificato a nome di chi resta ad abitare nella casa, di norma il titolare del contratto salvo accordo diverso.

            Se, invece, la casa è di proprietà, di solito viene lasciata a chi ne ha il possesso. Ma se è intestata ad entrambi i coniugi, ci vorrà un accordo tra entrambi oppure una decisione in merito del giudice. Nulla vieta, quando è possibile, di inserire nell’accordo di separazione consensuale la possibilità di dividerla o di venderla.

Separazione consensuale: la dichiarazione dei redditi. Quando c’è una separazione consensuale non è possibile presentare la dichiarazione dei redditi congiunta. Ma che succede nel caso in cui sia stata presentata in precedenza una dichiarazione congiunta dalla quale spetta un rimborso, ad esempio, delle detrazioni per ristrutturazione della casa? Di fronte a questa ipotesi, ciascuno dei coniugi ha diritto alla parte che gli spetta in base all’importo che risulta dal 730.

            È fondamentale, però, comunicare all’Amministrazione finanziaria (all’Agenzia delle Entrate, per capirci) l’accordo di separazione consensuale.

Separazione consensuale: il Tfr. Se uno dei due coniugi perde il lavoro o si dimette, l’altro non ha diritto ad una parte del Tfr, a differenza dei coniugi divorziati (in questo caso, percepisce il 40% del trattamento di fine rapporto maturato dall’ex nel periodo in cui sono stati sposati sotto forma di assegno di mantenimento).

Separazione consensuale: l’Irpef. In caso di separazione consensuale, quando la casa intestata ai due coniugi viene assegnata a uno di loro e risulta come la loro abitazione principale, entrambi possono dichiararla ancora come abitazione principale e, quindi, possono beneficiare della relativa deduzione.

            Tuttavia, il coniuge che ha lasciato quell’immobile non deve risiedere in un altro di sua proprietà, poiché diventerebbe la sua abitazione principale e perderebbe l’agevolazione. Vale lo stesso quando la casa è intestata soltanto al coniuge al quale non è stata assegnata.

Separazione consensuale: il mutuo. Può capitare che il matrimonio finisca mentre ancora si sta pagando il mutuo per l’acquisto della casa. Chi può beneficiare della detrazione sugli interessi? Di norma, l’agevolazione spetta al coniuge al quale è stato intestato il finanziamento, per quanto l’immobile sia l’abitazione principale anche dell’ex. In caso di separazione consensuale, però, siccome l’ex rientra tra i familiari dell’intestatario finché non c’è una sentenza di divorzio, entrambi possono usufruire della detrazione.

Separazione consensuale: Imu, Tasi e Tari. Anche in una situazione piuttosto antipatica come la separazione consensuale c’è da pensare a tre delle tasse più odiate dagli italiani, ovvero l’Imu, la Tasi e la Tari, la tassa sui rifiuti. Chi le paga?

            Non certo chi non abita più nella casa familiare. Il coniuge che se l’è vista assegnare (anche se non ne è il proprietario) dovrà provvedere al pagamento dell’Imu. Rimpiangerà la vecchia Ici: a quei tempi, pagava chi era l’intestatario dell’immobile.

            Stesso discorso per la tassa sui servizi (a meno che non si abiti in affitto) e per quella sui rifiuti.

Nuovo assegno di mantenimento: guarda il video.

Carlos Arija Garcia  la legge per tutti         23 maggio 2019

www.laleggepertutti.it/286038_effetti-fiscali-della-separazione-consensuale

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STORIA

Storia di famiglie, famiglie nella storia

Barbero: «La storia? Una questione di famiglie»

Due scheletri, un uomo e una donna, rinvenuti abbracciati nella stessa sepoltura, le mani che si stringevano, le teste vicine come in un bacio eterno. Era il 2007 e nel Mantovano gli archeologi scoprivano una coppia vissuta nel neolitico. Era questa la notizia, ciò che turbava e commuoveva: molte migliaia di anni prima di Cristo si amava, si era coppia, si era famiglia proprio come accade a un uomo e una donna di oggi.

Millenni di storia scomparivano davanti a quell’unione che nemmeno la morte aveva interrotto, così la Soprintendenza si adoperò per trasportare i due coniugi senza rompere quel vincolo intatto. È solo un esempio, tanti altri potremmo citarne, dalla fede nuziale in oro ancora lucente, fatta incidere dal faraone Ramsete II per la sua Nefertari, alle raffigurazioni di padre, madre e bambini incise sulle rocce preistoriche della Valcamonica (Brescia) in quelle che possiamo considerare le istantanee più antiche di gruppi familiari.

Ma quanto è antico il concetto di famiglia? È nato con l’uomo o si è sviluppato con l’evoluzione? Era simile o del tutto diverso da come lo intendiamo oggi? “Famiglie” è il titolo della XV edizione del Festival èStoria di Gorizia, che ripercorre a 360 gradi uno dei temi più attuali e dibattuti.

Tra le voci, quella di Alessandro Barbero, docente di Storia medievale all’Università del Piemonte Orientale, autore di saggi e romanzi storici, volto noto del piccolo schermo.

Professor Barbero, iniziamo dalla definizione: che cosa è una famiglia?

La famiglia è un gruppo umano che ha come fondamento qualcosa di naturale, cioè relazioni sessuali e genitoriali, ma che ogni società di ogni epoca si costruisce anche in chiave culturale. Per cui non è mai solo una cosa ovvia e naturale, ma anche una sovrastruttura variabile nel corso della storia.

La Bibbia ci parla di Adamo, Eva, Caino e Abele. La paleoantropologia retrocede sempre più nel tempo alla scoperta di famiglie antichissime. Quando nasce la famiglia in seno all’umanità?

Da sempre. Certe volte sono tentato di approfondire gli usi degli scimpanzé e non scherzo: non ho idea se pratichino una libertà sessuale o la monogamia, ma certamente la madre partorisce il suo piccolo, lo allatta e se lo tiene. Questo è già famiglia. Direi che esistono infatti due piani, uno verticale, appunto la madre con la sua prole, e uno orizzontale, ovvero un uomo e una donna che si uniscono sessualmente, fanno coppia stabile, decidono di rimanere insieme, desiderano riprodursi. Questo è il modello naturale per gli esseri umani, ma comune a tante specie animali. Poi è chiaro che vi sono molte altre combinazioni possibili, ci sono specie in cui il maschio resta accanto alla femmina e si occupa dei figli, altre in cui invece divora la prole, oppure viene allontanato subito dopo l’accoppiamento.

Tornando a noi, all’umanità?

L’uomo è un animale ma è anche molto di più, un “di più” che in una prospettiva di fede è la sua somiglianza con Dio, ma che dal punto di vista scientifico non sappiamo bene definire. La cosa certa, però, è che in tutte le società umane conosciute le madri, e spesso anche i padri, si prendono cura della prole, ovvero basano la loro vita sulla costruzione della famiglia. Semmai la vera discriminante è tra le società che prevedono la coppia fissa e quelle basate sulla poligamia, quasi sempre maschile. Questi sono i due modelli principali che ritroviamo lungo tutte le epoche e le latitudini. In fondo nei millenni cambia molto poco: la famiglia ristretta, ovvero padre, madre e figli, per un romano, uno spartano o un longobardo era la stessa sperimentata oggi dalla gente. Da sempre le componenti forti del nostro essere umani sono queste: desidero fortemente quella donna/quell’uomo, voglio avere dei figli con lei/lui e proteggerli con tutte le mie forze. Queste solo le pulsioni che si riscontrano nelle società umane conosciute. In tutte c’è poi una minoranza la cui natura (o scelta culturale) è fare sesso con una persona dello stesso sesso: per i greci era cosa lecita e pregevole, sempre che avvenisse tra un adulto e un ragazzino, mentre tra due adulti era considerato ridicolo... come vede le cose cambiano, oggi semmai è l’opposto. Solo da tempi recentissimi, infine, le tecnologie cercano infine di rendere possibile ciò che per natura non lo è, compreso il desiderio di essere genitori tra due uomini o due donne, con enormi complicazioni etiche e casi estremi, ma questi rientrano appunto nella dimensione della costruzione culturale. I modelli dominanti e maggioritari continuano a tenere in considerazione che la natura ha un ruolo centrale. Attenzione, non è sbagliato a priori che la civiltà si sostituisca alla natura e la modifichi, a volte in meglio, a volte in peggio.

È possibile scrivere una storia dell’umanità attraverso la famiglia?

Certamente sì, perché le evoluzioni della famiglia si portano dietro tutto il resto. Un esempio sono i diritti delle donne: i romani erano una società patriarcale e maschilista, per cui la moglie era soggetta alla potestas del marito, ma quando restava vedova recuperava l’autonomia e anche la sua dote. Arrivano i barbari e la donna diventa una persona perennemente minorenne, non c’è un’età in cui può agire liberamente, va sempre tutelata da un maschio, se resta vedova subentrano i figli e se non ne ha la sua tutela passa al re. Sembrano dettagli, ma incidono terribilmente sulla vita quotidiana e quindi sulla storia dei popoli.

Nel dibattito attuale c’è chi sostiene che la famiglia sia solo un’astrazione moderna, in pratica che non esista.

Quando un argomento storico diventa arma da usare in uno scontro ideologico, non si arretra davanti a nessuna forzatura.

La storia antica è ricca di aneddoti sorprendenti sulla mutevolezza dei legami familiari.

Nell’antico medioevo finché il padre non era morto i figli non avevano alcun diritto, non esisteva la maggiore età. Semmai poteva emanciparli con un atto giuridico e solo allora erano liberi. Ergo, erano davvero tristi quando il padre moriva? Nella terza crociata il Saladino aveva conquistato quasi tutto il regno di Gerusalemme, solo Tiro era ancora difesa dal marchese Corrado di Monferrato. Il Saladino in precedenza aveva catturato suo padre e per convincere Corrado ad arrendersi portò il prigioniero sotto le mura minacciando di decapitarlo. «Mio padre ha già vissuto abbastanza», rispose Corrado.

Che ne fu del prigioniero?

Stupefatto dalla volgarità di questo cristiano, il Saladino gli risparmiò la vita e gli diede la libertà.

Intervista a Alessandro Barbero, a cura di Lucia Bellaspiga "Avvenire" 23 maggio 2019

www.avvenire.it/agora/pagine/storia-di-famiglie-famiglie-nella-storia

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06 ADOZIONI INTERNAZIONALI                               Una buona notizia: la Bolivia semplifica le pratiche burocratiche

07 ASSEGNO MANTENIMENTO FIGLI     No condanna a padre che non dà assegno ma paga scuole e vacanze

08 ASSOCIAZIONI-MOVIMENTI                               Per Ai.Bi. un nuovo Consiglio direttivo e una strategia in tre punti

09 CASA CONIUGALE                                    Se figlio torna solo x weekend assegnazione può essere revocata.

09 CENTRO INTERN. STUDI FAMIGLIA   Newsletter CISF - n. 18, 8 maggio 2019

11 CHIESA CATTOLICA                                  Papa Francesco e le presunte eresie, riflessioni e note storiche

13                                                                          Mirabile eresia

14                                                                          Sul diaconato femminile: alcuni punti fermi

15                                                                          Il clericalismo malattia della chiesa

18                                                                          La chiesa sta per rompersi

20 CITAZIONI                                                    Fulton Sheen: chiacchieri solo o fai davvero l’amore?

21 CITTÀ DEL VATICANO                              Prendersi cura della famiglia è prendersi cura di uomo e società

21 COMM.ADOZIONI INTERNAZ.             Incontro Vicepresidente Laera con l'Autorità Centrale Vietnamita

22 CONGRESSI–CONVEGNI–SEMINARI                Brescia. Mamme sole: un convegno per capire come aiutarle

22                                                                          Milano. Centro Giovani Coppie. Un progetto che si chiama desiderio

22 CONSULTORI CATTOLICI                        Corso di formazione per operatori

23 CONSULTORI UCIPEM                            Bologna. Festeggiamenti per i 40 anni del servizio di consulenza

23                                                                          Milano2. “Genitori Oggi”, Presentazione del libro Per un bambino

24 DALLA NAVATA                                         4° Domenica di Pasqua - Anno C – 12 maggio 2019

24                                                                          I seduttori e i maestri: due voci ben diverse

25 DIRITTI                                                          L’Autorità garante presenta a Torino “I bambini parlano di diritti”

25 ENTI TERZO SETTORE                               L'attacco al Terzo settore devasta l'Italia civile

26 FORUM ASSOCIAZIONI FAMILIARI    L'#assegnoXfiglio. De Palo: Venga inserito nella Legge di stabilità

26 FRANCESCO VESCOVO DI ROMA       Cercare nuove strade nella Chiesa non è peccato, ci vuole coraggio

27                                                                          Il Papa sulle donne diacono: non si può andare oltre la Rivelazione

29                                                                          L’escalation dell’assedio al papa

29                                                                          Chi chiama eretico il papa

31 MATERNITÀ SURROGATA                     Sentenza in materia di procreazione medicalmente assistita

31                                                                          Valore della norma (e di una battaglia): il senso della dignità

32                                                                          Valutare l’interesse del minore? Il tribunale è meglio dell’anagrafe

33                                                                          Così la Corte dei diritti umani indicò la strada dell’adozione

33                                                                          Figli di due padri all'estero: no alla trascrizione in Italia

33                                                                          Cassazione. No alla trascrizione in Italia per bambini con due papà

35                                                                          Non può il Comune con la trascrizione può il giudice con l’adozione

35                                                                          Cassazione. Una sentenza buona a metà

35                                                                          Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e maternità surrogata

36 MEDIAZIONE                                              Percorso terapeutico ordinato se conflitti danneggiano i figli

37 PARLAMENTO                                            Camera Deputati. Commissione Giustizia. Assegno divorzile

38 PROCREAZIONE ASSISTITA                    Crioconservazione: si può attribuire il cognome del padre morto?

40 SESSUOLOGIA                                            Virgili: l'amore è l'essere l'uno per l'altra

41 SINODALITÀ                                                Il futuro della chiesa è nella sinodalità

42 UCIPEM                                             Soggetti disabili - sentimenti e sessualità

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ABUSI

Motu proprio. Abusi, la nuova «stretta» di Francesco

Nuove procedure per segnalare casi di abuso su minori e adulti vulnerabili ma anche molestie e violenze dovute ad abuso di autorità, compresi i casi di stupro sulle suore da parte di chierici come pure quelli riguardanti molestie sui seminaristi.

È questa la nuova legge universale, che si applica all’intera Chiesa cattolica, pubblicata da papa Francesco con il Motu proprio: «Vos estis lux mundi, Voi siete la luce del mondo». 7 maggio 2019

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/papa-francesco-motu-proprio-20190507_vos-estis-lux-mundi.html

I «crimini di abuso sessuale offendono Nostro Signore, causano danni fisici, psicologici e spirituali alle vittime e ledono la comunità dei fedeli» mette per iscritto il Papa ribadendo la particolare responsabilità che hanno i successori degli apostoli nel prevenire questi reati.

            Un sistema per la prima volta codificato per far sì che cardinali, vescovi e superiori religiosi rendano conto del loro operato nel caso abbiano coperto abusatori. «Il documento – scrive il direttore editoriale dei media vaticani Andrea Tornielli in un articolo di commento – rappresenta un ulteriore frutto dell’incontro sulla protezione dei minori tenutosi in Vaticano nel febbraio 2019».

www.vaticannews.va/it/papa/news/2019-05/papa-francesco-motu-proprio-nuove-norme-chiesa-contro-abusi.html

Tra le principali novità introdotte dalla nuova normativa quella dell’obbligo per ogni diocesi del mondo di dotarsi di uno sportello per ricevere le segnalazioni e l’obbligo per chierici e religiosi di segnalare all’autorità ecclesiastica casi di abuso di cui vengono a conoscenza.

Entro un anno tutte le diocesi del mondo dovranno pertanto dotarsi di «uno o più sistemi stabili e facilmente accessibili al pubblico per presentare segnalazioni» riguardanti gli abusi sessuali commessi da chierici e religiosi, l’uso di materiale pedopornografico e la copertura degli stessi abusi. La normativa non specifica di più in merito per lasciare alle diocesi la scelta operativa.

            Tutti i chierici, i religiosi e le religiose sono però ora obbligati a «segnalare tempestivamente» all’autorità ecclesiastica ogni notizia di abuso di cui vengano a conoscenza come pure le eventuali omissioni e coperture nella gestione dei casi di abusi.

L’obbligo è sancito solo per i chierici e i religiosi, ma certamente anche i laici possono e sono anzi incoraggiati a segnalare abusi e molestie all’autorità ecclesiastica

Stefania Falasca giovedì 9 maggio 2019

www.avvenire.it/papa/pagine/motu-proprio-abusi-la-nuova-stretta-di-francesco

 

“Vos estis lux mundi” contiene diverse novità

1. Tutte le diocesi debbono stabilire entro un anno sistemi stabili e accessibili al pubblico per segnalare i casi di abuso sessuale e la copertura degli stessi.

2. Tutti i chierici, i religiosi e le religiose sono tenuti a segnalare alle competenti Autorità ecclesiastiche gli abusi di cui vengano a conoscenza.

3. Alla stregua degli abusi sui minori e sugli adulti vulnerabili vengono trattate le molestie o violenze per abuso di autorità: vengono cioè inclusi nella normativa i casi di abuso sulle religiose da parte dei chierici, o di abuso su seminaristi o novizi da parte dei superiori.

4. La verifica delle segnalazioni contro i Vescovi vengono affidate al Metropolita della Provincia ecclesiastica.

5. Per la prima volta vengono stabiliti dei limiti temporali entro i quali l’indagine deve essere svolta, nonché le modalità che devono essere seguite dal Metropolita, il quale può avvalersi del contributo professionale specifico dei laici.

www.luigiaccattoli.it/blog/abusi-cinque-novita-dazione-introdotte-da-francesco

 

Lotta contro gli abusi sessuali: la svolta del papa

Ha tergiversato, ha dato l'impressione di prendere coscienza dell'ampiezza dello scandalo della pedofilia che scuote la Chiesa cattolica, ha fatto due passi avanti e tre indietro. Finalmente, giovedì 9 maggio 2019 papa Francesco ha operato sull'argomento una svolta forte e importante. In un motu proprio (decreto) intitolato Vos estis lux mundi, “Voi siete la luce del mondo”, con riferimento al vangelo dell'apostolo Matteo, che “chiama ogni fedele ad essere un esempio luminoso di virtù, integrità e santità” - il sovrano pontefice mette fine alla tolleranza che fino ad ora era troppo spesso prevalsa. Ha introdotto nel diritto canonico un obbligo di denuncia dei casi di violenza sessuale su minori o su persone vulnerabili e di ogni comportamento mirante a insabbiare tali fatti. Queste regole entreranno in vigore a partire dal 1° giugno, in tutte le diocesi, che dovranno dotarsi, entro il giugno2020, di “sistemi stabili e facilmente accessibili al pubblico”.

In febbraio il papa aveva già preso un'iniziativa positiva convocando a Roma 190 responsabili per un esercizio inedito di introspezione sulle ragioni del silenzio o del diniego di diversi prelati sulle aggressioni sessuali perpetrate da preti. Ma il risultato di quel convegno non era stato affatto all'altezza ed era stato accolto con costernazione dalle vittime. Francesco aveva certamente riconosciuto che la Chiesa si trovava ad affrontare un problema universale che, “purtroppo esiste dappertutto”, Si era impegnato a fare “tutto ciò che è necessario al fine di consegnare alla giustizia chiunque avrà commesso tali reati”, assicurando che “la Chiesa non cercherà mai di soffocare o sottovalutare alcun caso”. Ma era sembrato eludere le sue responsabilità, incriminando Satana, in quanto vedeva negli abusi sessuali “una manifestazione del male flagrante, aggressiva, distruttrice”.

Le regole previste dal motu proprio sono severe. Hanno come obiettivo le violenze sessuali su minori o persone vulnerabili e tutti gli atti commessi “con minaccia o abuso di autorità”, come gli stupri di religiose da parte di preti o i casi di seminaristi abusati da loro formatori. Obbligano soprattutto il clero, a tutti i livelli, a segnalare ogni sospetto di aggressione sessuale o di molestie ed ogni copertura da parte della gerarchia. Così, ad esempio, l'autorità che riceve una segnalazione contro un vescovo o un superiore dovrà rivolgersi sia alla Santa Sede sia all'arcivescovo della propria provincia ecclesiastica. Questo colpo inferto all'omertà si accompagna alla fine del segreto pontificio, che manteneva le vittime nell'ignoranza di ciò che era stato deciso per il loro aggressore. L'arcivescovo potrà ora informarli sull'esito delle procedure avviate con le accuse.

Le associazioni di vittime sono però deluse. Non solo non vi è la creazione di un tribunale speciale per giudicare i vescovi colpevoli, come loro chiedevano, ma il motu proprio non obbliga la Chiesa a rivolgersi alle autorità giudiziarie. Caso per caso, gli ecclesiastici si rivolgeranno o meno a tali autorità, dato che il Vaticano ha escluso una regola generale per, sostiene, non mettere in pericolo i cattolici i paesi dove sono perseguitati. Le associazioni di vittime hanno anche deplorato l'assenza di sanzioni in caso di mancato rispetto del motu proprio. Ma almeno il papa ha compiuto u atto che dovrebbe permettere di lottare più efficacemente contro queste piaghe che distruggono la sua Chiesa.

Editoriale di Le Monde in “Le Monde” dell'11 maggio 2019 (traduzione: www.finesettimana.org)

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt201905/190511editorialelemonde.pdf

 

Perché le nuove norme della Chiesa riguardano solo la giustizia interna?

La lotta alle aggressioni sessuali commesse dal clero e la loro copertura ha compiuto, giovedì 9 maggio, un ulteriore passo con la pubblicazione del motu proprio Voi siete la luce del mondo. Questo testo afferma l'obbligo di denunciare quei crimini alle autorità ecclesiastiche e colma una grave lacuna mettendo in atto una procedura di indagine interna alla Chiesa per giudicare i vescovi e i superiori religiosi e le superiore religiose accusati di crimini o di averli coperti. Il testo organizza anche la protezione delle vittime e di coloro che denunciano gli abusi. Sceglie una definizione molto ampia di “persone vulnerabili” che va al di là dei minorenni e che riguarda “ogni persona che si trova in uno stato (...) che di fatto limita, anche occasionalmente, la sua capacità di comprensione o della volontà, o in ogni caso di resistenza all'offesa”. Il testo risponde ad alcune, ma non a tutte le richieste che erano state fatte da alcune vittime francesi a Mons. Georges Pontier, arcivescovo di Marsiglia e presidente della Conferenza episcopale francese, prima del vertice sugli abusi a Roma (21-24 febbraio 2019). Il loro appello ad “aprire dei processi canonici in termini ragionevoli” e a una “maggiore trasparenza” sembra essere stato ascoltato.

Invece, il motu proprio non dice niente dell'indennizzo delle vittime – prevede la creazione di un fondo unicamente per finanziare le indagini – né una riparazione liturgica per le vittime “il cui corpo è stato profanato”. Mentre le vittime francesi si auguravano di veder “rafforzare i tribunali ecclesiastici”, “formati a trattare di nullità di matrimonio, ma poco a sanzionare gli abusi”, qui non se ne parla, e neppure delle sanzioni che potranno essere prese. La rete delle vittime americane Snap accoglie favorevolmente gli sforzi del papa per “riconoscere specificamente la sorte degli adulti vulnerabili” e “procedere rapidamente a indagini interne”. “Ma saremmo stati molto più favorevolmente impressionati se questa nuova legge obbligasse i rappresentanti della Chiesa e far riferimento alla polizia e ai pubblici ministeri”, dichiara l'associazione in un comunicato. “Le autorità laiche esterne proteggerebbero meglio i bambini e dissuaderebbero ogni dissimulazione”.

Le norme del motu proprio “si applicano senza pregiudizio dei diritti e obblighi stabiliti on ogni luogo dalle leggi degli stati, in particolare per quanto riguarda gli eventuali obblighi di segnalazione alle autorità civili competenti”. In altre parole, l'obbligo di segnalazione alla giustizia statale continua ad imporsi nei paesi dove la legge civile lo prevede. In Francia, ad esempio, questo obbligo esiste, si impone a tutti, e quindi evidentemente ai preti, ai religiosi e alle religiose. Di fatto, il nuovo testo romano non crea un obbligo universale di segnalazione degli abusi alla giustizia dello Stato. Questo non pone problemi negli Stati di diritto, ma esiste un rischio negli altri.

“Ad esempio, l'opinione pubblica ha ragione ad essere scioccata per il fatto che la conferenza episcopale italiana abbia decretato solo un obbligo morale e non legale di segnalare le aggressioni sessuali alla giustizia italiana, dato che la Chiesa non ha nulla da temere in un paese democratico come l'Italia”, afferma fratel Hervé Legrand, domenicano ed ecclesiologo. Comunque, questo teologo non ritiene auspicabile “universalizzare” questo obbligo. “Non è opportuno fidarsi immediatamente della giustizia di un paese non democratico, ad esempio in Venezuela, sarebbe molto facile destabilizzare l'episcopato, che è in prima linea contro il presidente Maduro”. Nella storia recente, la Germania nazista è un esempio ben conosciuto di strumentalizzazione della giustizia contro la Chiesa: in seguito ad una campagna lanciata da Goebbels nel maggio 1937, centinaia di preti e religiosi furono accusati di omosessualità.

Anne-Bénédicte Hoffnerwww.la-croix.com10 maggio 2019 (traduzione: www.finesettimana.org)

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt201905/190510hoffner.pdf

 

Pedofilia, al governo dovrebbero leggere con attenzione il decreto di Papa Francesco

Matteo Salvini e Luigi Di Maio farebbero bene a leggere attentamente l’ultimo decreto di papa Francesco sugli abusi. E sarebbe utilissimo che lo leggesse anche il premier Conte, che ha un legame particolare con padre Pio e dunque dovrebbe interessarsi alla sorte degli umili.

Il documento papale mette finalmente la Chiesa sui binari giusti. L’Avvenire, il giornale dei vescovi, ha titolato efficacemente: “Uno sportello in ogni diocesi”. E’ quello che per quasi dieci anni la Conferenza episcopale italiana (come il 90% delle diocesi del mondo) si è rifiutata di fare. Soltanto l’anno scorso, sotto la guida del cardinale Gualtieri Bassetti, la Cei ha istituito un Servizio nazionale di prevenzione e in questi mesi sta organizzando la rete dei servizi regionali. Vedremo se saranno messi in piedi questi sportelli perché senza strutture permanenti e visibili di ascolto le vittime non saranno incoraggiate a denunciare i criminali, che hanno abusato di loro.

Il decreto di Francesco è fondamentale perché obbliga le conferenze episcopali di tutto il mondo a mettersi in regola entro dodici mesi. I cardini della svolta sono molteplici. L’obbligo di denuncia al vescovo di qualsiasi abuso attuato ai danni di minori e “persone vulnerabili”. Vale anche per ogni costrizione che tramite violenza, minaccia o abuso di autorità, porti qualsiasi individuo a “compiere o subire atti sessuali”. Quindi per essere precisi: è delitto anche spingere adulti ad atti sessuali servendosi del potere clericale sulle coscienze. E’ quello, per intenderci che hanno fatto alcuni cardinali come Mc Carrick in America oppure O’Brien in Scozia (entrambi espulsi dal collegio cardinalizio da Francesco), quando si sono portati a letto seminaristi o preti maggiorenni. Ed è quello che hanno fatto centinaia, se non migliaia, di preti e vescovi ai danni di suore in varie parti del mondo.

            E’ un colpo preciso all’atteggiamento di omertà largamente diffuso nel mondo ecclesiastico. Il decreto – ed è altrettanto importante – sottolinea che al denunciante “non può essere imposto alcun vincolo di silenzio riguardo al contenuto” della denuncia. Una rivoluzione copernicana rispetto all’obbligo del silenzio imposto solennemente in passato.

            Altro elemento cruciale è quello di avere stabilito procedure precise anche nei confronti di qualsiasi vescovo e patriarca (i cardinali sono tutti vescovi) colpevole di abusi o di insabbiamenti. E’ stato anche stabilito che il denunciante ha diritto di essere informato dell’esito del processo.

            Ci sarà da tornare su tutta la materia perché molto resta ancora da fare per rendere organica la repressione degli abusi e la loro individuazione all’interno della Chiesa. Ma per Conte, Di Maio e Salvini è di diretta rilevanza l’articolo finale del decreto: l’articolo 19. E’ intitolato “Osservanza delle leggi statali”. E recita: “Le presenti norme si applicano senza pregiudizio dei diritti e degli obblighi stabiliti in ogni luogo dalle leggi statali, particolarmente quelli riguardanti eventuali obblighi di segnalazione alle autorità civili competenti”.

            Le associazioni internazionali delle vittime hanno fatto notare che il Vaticano dovrebbe imporre in tutto il mondo cattolico la regola che i crimini si denunciano alla polizia e alla magistratura. In Vaticano, ufficiosamente, fanno notare che ci sono paesi corrotti e non democratici in cui denunce anche false potrebbero portare ad eliminare dalla scena preti o vescovi scomodi. E’ un’osservazione su cui riflettere. Ma non può essere in nessun caso un alibi per non applicare negli Stati democratici la regola ferrea che i vescovi informati debbano denunciare alle autorità civili gli abusi compiuti dal clero. Esistono norme in tal senso negli Stati Uniti e in Francia.

            Non c’è nessun motivo perché governo e Parlamento italiano non si dotino di una identica legge, che menzioni esplicitamente la responsabilità dell’autorità ecclesiastica. Salvini, che ci tiene tanto alla sovranità italiana, batta un colpo. Di Maio, che tanto parla di trasparenza, proponga questa norma di elementare civiltà. E il premier Conte, così legato a padre Pio anche per ragioni familiari, porti in Consiglio dei ministri un decreto a protezione degli umili abusati.

            Certo, sarebbe un segno di risveglio se il Partito radicale, ispirandosi al coraggio di Pannella, e le comunità di base cristiane, che tante volte hanno preso la parola per denunciare il prepotere clericale, portassero in Parlamento una legge di iniziativa popolare per attuare in Italia la regola dell’obbligo di denuncia sui crimini dei preti predatori.

            Gli uomini di governo e i parlamentari distratti possono andare a leggersi il Fatto Quotidiano di domenica scorsa. Parla del prete Giovanni Trotta, che fu processato e condannato dal Sant’Uffizio per abusi e spretato. Ma il Vaticano suggerì al vescovo locale di non dire nulla per non turbare i fedeli. Con il risultato che Trotta ha continuato a portare la tonaca e ad allenare una squadra di calcio di ragazzi. Risultato: altri dieci bambini abusati (e una condanna in appello a Bari a 20 anni di carcere).

Ci fosse stata una norma, che obblighi i vescovi alla denuncia, non sarebbe successo. Perciò non ci sono più alibi. Tocca all’Italia darsi le giuste leggi

Blog di Marco Politi  Il fatto quotidiano      12 maggio 2019

www.ilfattoquotidiano.it/2019/05/13/pedofilia-al-governo-dovrebbero-leggere-con-attenzione-il-decreto-di-papa-francesco/5175664/#disqus_thread

 

Sportello anti-abusi e obbligo di denuncia, le regole del Papa

Nuove norme e procedure vincolanti per la Chiesa in tutto il mondo. Segna una svolta importante, il Motu proprio Vos estis lux mundi, «Voi siete la luce del mondo», firmato da Papa Francesco contro la pedofilia e gli abusi sessuali. Tra l’altro, prevede l’obbligo di aprire entro un anno sportelli pubblici in ogni diocesi del pianeta, per raccogliere le denunce di abusi sessuali, e l’obbligo per preti, religiosi e religiose di «segnalare tempestivamente» ogni crimine alle autorità ecclesiastiche. Il testo, oltre ai delitti contro i minori e le «persone vulnerabili», e la pedopornografia, riguarda anche altri crimini sessuali che derivano dall’abuso di autorità: i casi di violenza di preti e vescovi sulle suore, ad esempio, oppure le molestie ai seminaristi, anche se maggiorenni.

Coperture e insabbiamenti vengono definiti come categoria specifica di crimine. Ma non si tratta solo di questo. Il testo segue l’incontro planetario sulla protezione dei minori di febbraio. E la prima conseguenza è che vescovi e superiori religiosi debbano rendere conto del loro operato più di quanto non sia accaduto finora. Viene rafforzato il ruolo dell’arcivescovo metropolita, ovvero delle grandi arcidiocesi: sarà il metropolita a ricevere dalla Santa Sede il mandato per investigare nel caso la denuncia riguardi un vescovo della sua provincia. Il Papa non può controllare tutti i vescovi, ci vuole più collegialità e decentramento.

Francesco scrive che la responsabilità di affrontare gli abusi «ricade anzitutto sui successori degli apostoli». Resta un punto controverso: il testo non obbliga a denunciare i crimini alle autorità civili, si rimanda alle legislazioni degli Stati, se lo impongono lo si deve fare. Ma cosa impedisce di imporre la denuncia anche nei Paesi, come l’Italia, dove per i preti non è obbligatoria?

«La Santa Sede, facendo una legge universale, deve ricordarsi della diversità delle culture e delle scelte che fanno le autorità civili. Dare un tipo di normativa universale che impone un obbligo non previsto dalle leggi dello Stato, sarebbe un’ingerenza», dice al Corriere l’arcivescovo di Malta Charles Scicluna, segretario aggiunto della Congregazione per la dottrina della fede. Quindi ci dovrebbe pensare lo Stato? «Sì. Io non oserei mai dire a uno Stato cosa deve fare, lo Stato lo sa. Il mio dovere è dire ai cattolici che devono obbedire alle leggi civili».

Gian Guido Vecchi    “Corriere della sera” 10 maggio 2019

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt201905/190510vecchi.pdf

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ADOZIONE INTERNAZIONALE

“Sentenza su utero in affitto una vittoria per i bambini. Ora rilanciare la adozione internazionale”

Crisi e rilancio nelle parole di Marco Griffini, presidente di Ai.Bi. “Accogliamo ovviamente con favore la notizia della sentenza della Corte di Cassazione, che nega la possibilità di riconoscere i genitori senza legame biologico di figli nati con l’orrenda pratica dell’utero in affitto, una pratica che di fatto permette la compravendita di bambini nonostante i milioni di minori abbandonati che, in tutto il mondo, attendono di essere adottati da una mamma e da un papà”. Lo dice il presidente di Ai.Bi. – Amici dei Bambini, Marco Griffini a proposito del pronunciamento della Cassazione sul divieto di trascrivere gli atti di filiazione dei bambini nati all’estero attraverso un procedimento di maternità surrogata nel caso di genitori privi di un legame biologico con il minore.

 “Dato che, come sembra – ha aggiunto Griffini – i sindaci che hanno precorso i tempi dovranno rispondere, ritengo che dovrebbero essere chiamati a risarcire quei conduttori televisivi che hanno invitato con gran squilli di tromba quei politici che si sono vantati di aver fatto uso di utero in affitto”.

            “Ora – ha concluso il presidente di Ai.Bi. – a completamento di questa importante vittoria di civiltà, bisogna assolutamente rilanciare il concetto di adozione, in modo particolare quello di adozione internazionale, che dopo gli anni tremendi della presidenza della Commissione Adozioni Internazionali di Silvia Della Monica sta vivendo il momento peggiore della sua storia, un momento che non sembra vedere una conclusione. Occorre una urgente riforma imperniata in particolare sul passaggio dalla cultura della selezione delle coppie, che culmina nel mantenimento della idoneità in capo ai tribunali dei minori, a quella dell’accompagnamento nel percorso dell’adozione”.

News Ai. Bi.    9 maggio 2019

www.aibi.it/ita/griffini-ai-bi-sentenza-su-utero-in-affitto-una-vittoria-per-i-bambini-ora-rilanciare-la-adozione-internazionale

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ADOZIONI INTERNAZIONALI

Una buona notizia: la Bolivia semplifica le pratiche burocratiche

Buone notizie per la adozione internazionale arrivano dalla Bolivia. A metà aprile il presidente Evo Morales ha infatti apposto la firma sulla legge 229 per la “Abreviación Procesal para Garantizar la Restitución del Derecho Humano a la Familia de las Niñas, Niños y Adolescentes”. Si tratta di una importante riforma del Codice per la bambina, il bambino e l’adolescente che ha lo scopo primario di accelerare i processi di adozione nel Paese sudamericano. “Si tratta di risolvere e dare i diritti umani e la famiglia a tanti bambini che sono abbandonati e che si trovano nei centri di accoglienza, con una soluzione temporanea o permanente“, ha affermato.

Le principali novità introdotte dalla riforma con riferimento all’adozione (e, in particolare, con riferimento alla adozione internazionale) possono essere così riassunte:

  • Il periodo di convivenza pre-adottiva che la coppia deve effettuare in Bolivia non deve essere superiore a un mese (il termine è stato dunque ridotto da due mesi a un mese);
  • Il tempo che intercorre dal deposito della domanda di adozione al giudice fino alla sentenza non potrà essere superiore a due mesi (precedentemente il termine era di quattro mesi);
  • L’omologazione dei certificati medici delle coppie non sarà più effettuata dai SeDeGeS (Servicios Departamental De Gestione Social) bensì dall’equipe dell’Autorità Centrale. Anche questo dovrebbe portare ad una riduzione dei tempi;
  • Viene istituito un registro unico per l’adozione nazionale e internazionale (presso il Tribunale Supremo di Giustizia) con l’elenco dei minori in stato di adottabilità;
  • Come accadeva in passato (prima della ripresa delle adozioni nel 2015), responsabili degli abbinamenti torneranno ad essere i giudici in materia di infanzia e adolescenza. L’abbinamento tornerà ad essere “giudiziario” e non più “amministrativo”;
  • Si riducono i termini per definire lo stato giuridico di un minore istituzionalizzato.

Una riforma, quella boliviana, sicuramente necessaria: secondo stime dell’UNICEF sono più di 8mila i bambini fuori famiglia con una situazione legale non definita. Bambini che, peraltro, rischiano di rimanere vittime dello sfruttamento minorile. Dopo la riapertura alle adozioni internazionali della Bolivia, dal 2016 sono state depositate le prime pratiche e, nonostante la lentezza delle procedure burocratiche, già ad oggi diverse coppie sono riuscite a portare in Italia i loro bambini.

News Ai. Bi.    10 maggio 2019

www.aibi.it/ita/adozione-internazionale-una-buona-notizia-la-bolivia-semplifica-le-pratiche-burocratiche

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ASSEGNO DI MANTENIMENTO PER I FIGLI

Mantenimento figli: niente condanna al padre che non versa l'assegno ma paga scuole e vacanze

Corte di Cassazione, sesta sezione penale, sentenza n. 18572, 3 maggio 2019

https://www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_34496_1.pdf

Per la Cassazione il reato di cui all'art. 570, comma secondo, n.2, c.p. non discende dalla mera inosservanza degli obblighi di mantenimento, ma dall'aver fatto mancare i mezzi di sussistenza

Nel giudizio per violazione degli obblighi di assistenza familiare (ex art. 570, comma secondo, n. 2, del codice penale), il giudice dovrà verificare se la condotta del genitore abbia in concreto comportato in capo ai beneficiari la mancanza dei mezzi di sussistenza e lo stato di bisogno. A tal fine, l'inadempimento parziale agli obblighi fissati dal giudice con la sentenza di separazione con affidamento condiviso dei figli andrà confrontato con l'erogazione di altre somme asseritamente rilevanti (ad esempio quelle per spese scolastiche, vacanze o altro) nonché con la messa a disposizione della casa familiare in comunione fra i coniugi.

            Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso di un padre condannato in sede di appello per violazione degli obblighi di assistenza familiare in danno dei figli minori. Il ricorrente, tuttavia, ritiene che il giudice a quo abbia errato nel ritenere integrato il reato in mancanza di prova dello stato di bisogno dei minori, evidenziando di aver comunque provveduto a sostenere le spese per scuola, attività sportive, prestazioni medico-sanitarie e altro.

            Con un provvedimento articolato e puntualmente motivato, i giudici si occupano di dettagliare la disciplina attualmente vigente e le differenze tra le incriminazioni in materia di assistenza familiare e mancata corresponsione degli assegni di mantenimento e divorzio.

In primis, i giudici rammentano che, con il D. lgs. n. 21, 01 marzo 2018, le incriminazione di cui agli artt. 12-sexies della L. n. 898/1970 e 3 della L. n. 54/2006 sono state abrogate e le relative condotte, in termini sostanzialmente inalterati, sono state trasferite nel novellato art. 570-bis del codice penale. Stante la sovrapponibilità delle condotte, dunque, si ritengono tuttora validi i principi elaborati al riguardo dalla giurisprudenza di legittimità e ormai stabilizzati.

            Nel caso in esame, il fatto di cui è colpevole il ricorrente è stato riqualificato nel reato previsto dall'art. 570, comma secondo, n. 2, del codice penale e si tratta di un reato diverso da quello previsto dal citato art. 12-sexies. Nel primo caso, la condotta consiste nella mera inosservanza dell'obbligazione civile, ovvero nella mancata corresponsione dell'assegno di mantenimento stabilito dal giudice in sede di divorzio, a prescindere dalla prova della mancata messa a disposizione dei mezzi di sussistenza e dello stato di bisogno dell'avente diritto. Proprio perché i reati si fondano su presupposti diversi, la prevalente giurisprudenza di legittimità è ormai orientata nel ritenere che sussista concorso formale eterogeneo, e non un rapporto di consunzione, fra i due delitti.

            Nel caso di specie, si ritiene che il giudice del gravame non abbia tenuto conto dei tratti strutturali delle incriminazioni e del discrimen tra le fattispecie: nel riqualificare il fatto originariamente contestato in quello previsto dall'art. 570, comma secondo, n. 2, c.p., i decidenti di merito hanno dato conto dell'inadempimento agli obblighi economici da parte del genitore, e, tuttavia, hanno omesso di compiere un'indagine circa l'effettivo riflesso dell'inadempimento all'obbligo di versamento dell'assegno di mantenimento sulle condizioni dei minori e, in particolare, se tale inadempimento avesse determinato il venir meno dei mezzi di sussistenza e lo stato di bisogno.

            Non è revocabile in dubbio (come confermato da consolidata giurisprudenza) che lo stato di bisogno dei figli minori sia presunto, salvo prova contraria, e nondimeno, trattandosi di una presunzione di natura relativa, la sussistenza di tale situazione avrebbe dovuto essere verificata alla luce delle specifiche circostanze dedotte dalla difesa a sostegno del contrario.

In particolare, i giudici della cognizione avrebbero dovuto considerare tutti i parametri indicati dalla difesa, ovvero:

  1. L’entità dell'assegno versato dal padre per circa un anno (pari a 5.500 euro mensili, di cui 1.500 a favore della moglie e i restanti 4.000 a favore dei figli), obiettivamente suscettibile di capitalizzazione o accantonamento;
  2. La circostanza che l'imputato, pur omettendo il versamento dell'assegno, avesse continuato a pagare per intero le rette delle scuole private frequentate dai tre figli, a sostenere i costi delle loro vacanze estive e invernali e dell'attività sportiva;
  3. La circostanza che avesse "lasciato" che moglie e figli continuassero ad abitare nel lussuoso alloggio (dal valore stimato di circa 4 milioni di euro), in quanto la ex coniuge si era rifiutata di venderlo per acquistare tre appartamenti più piccoli da intestare ai figli.

La Corte ribadisce che di stato di bisogno può parlarsi solo allorquando il soggetto obbligato faccia mancare i "mezzi di sussistenza", nozione non riconducibile a quella di mantenimento e che non si identifica con il concetto civilistico di alimenti. I mezzi di sussistenza includono quanto necessario per la sopravvivenza vitale (vitto e alloggio), ma anche gli strumenti che consentano, in rapporto alle reali capacità economiche e al regime di vita personale del soggetto obbligato, un sia pur contenuto soddisfacimento di altre complementari esigenze della vita quotidiana (quali, ad es., abbigliamento, libri di istruzione, mezzi di trasporto, mezzi di comunicazione).

            Il giudice a quo, dunque, avrebbe dovuto confrontarsi con tali parametri e valutare se dalla condotta inadempiente dell'imputato fosse davvero derivata quella situazione integrante la materialità del reato di incolpazione. La Corte territoriale, invece, ha ritenuto provato lo stato di bisogno dei minori con motivazione manifestamente incongrua e, nella sostanza, apodittica essendosi limitata a rilevare l'inadempimento dell'assegno di mantenimento, ma senza aver attentamente verificato se da esso fossero discesi anche gli ulteriori elementi costitutivi del reato di cui all'art. 570 cit.

            La ratio dell'incriminazione di cui all'art. 570, comma secondo, n. 2, rammenta la Corte, non è quella di sanzionare l'inosservanza agli ordini impartiti dal giudice in sede di separazione o di divorzio allorché l'agente sia tenuto al mantenimento dei figli minori o maggiorenni inabilitati al lavoro o del coniuge non economicamente autonomo (situazione posta appunto a base delle incriminazioni di cui ai citati artt. 3 e 12-sexies), ma quella di colpire quella condotta di inosservanza agli obblighi di assistenza economica che appunto si traduca anche nella deprivazione dei bisogni familiari della vita quotidiana.

            La fattispecie ha dunque una cornice più circoscritta, non discende dalla mera inosservanza agli obblighi di "mantenimento" e "alimentari", è indipendente dalla condizione sociale del destinatario e si riferisce alle sole cose necessarie per assicurargli una vita dignitosa, secondo parametri di carattere universale che non tengono conto della provenienza sociale dell'obbligato, né dell'avente diritto.

            Nel giudizio di rinvio, il Collegio di merito, in applicazione dei principi di diritto sopra delineati, dovrà dunque verificare se l'inadempimento parziale agli obblighi fissati con la sentenza di separazione con affidamento condiviso dei figli, con erogazione di somme asseritamente rilevanti (sotto forma di contributo alle spese scolastiche, vacanze o altro) nonché con la messa a disposizione della casa familiare in comunione fra i coniugi, abbia o meno comportato, in concreto, in capo ai beneficiari la mancanza di mezzi di sussistenza e lo stato di bisogno, nei termini delineati dalla giurisprudenza di legittimità.

Lucia Izzo      Studio Cataldi            7 maggio 2019

www.studiocataldi.it/articoli/34496-mantenimento-figli-niente-condanna-al-padre-che-non-versa-l-assegno-ma-paga-scuole-e-vacanze.asp

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ASSOCIAZIONI       MOVIMENTI

Per Ai.Bi. un nuovo Consiglio direttivo e una strategia in tre punti

Riparte con nuovo slancio, con un piano strategico in tre punti e dopo il triennio più difficile della sua storia, l’attività di Ai.Bi. – Amici dei Bambini. Scaduto il precedente mandato triennale, è infatti stato rinnovato il Consiglio direttivo dell’organizzazione, che ha la sua sede istituzionale principale a San Giuliano Milanese. L’Assemblea dei soci ne ha deliberato la composizione nei giorni scorsi, eleggendone i cinque membri.

Nel ruolo di presidente è stato riconfermato Marco Griffini, come vicepresidente è stata eletta Cristina Riccardi, già presidente della Fondazione AiBi, come segretario generale Ermes Carretta, già presidente della Cooperativa Sociale AIBC, e come ulteriori componenti sono stati indicati Giuseppe Salomoni e don Massimiliano Sabbadini, rispettivamente prossimo presidente e consigliere spirituale de “La Pietra Scartata”, l’Associazione di fedeli costituita da famiglie adottive e affidatarie di minori abbandonati.

Inoltre è stata approvata la costituzione, in vista della prossima revisione dello statuto, che dovrà essere approvata entro i termini previsti dalla riforma del Codice del terzo settore, di un “Consiglio Nazionale di Ai.Bi.” composto da tutti i coordinatori regionali della associazione.

“L’assemblea – spiega il presidente Marco Griffini – ha voluto esprimere sentiti ringraziamenti al Consiglio Direttivo uscente, che ha dovuto affrontare uno dei periodi più difficili, forse il più difficile, della vita più che trentennale della associazione, culminati nel folle attacco della ex vicepresidente CAI Silvia Della Monica sostenuta dal governo Renzi e dal settimanale L’Espresso contro l’idea stessa di adozione internazionale. L’infaticabile lavoro e la tenace resistenza dei membri del Consiglio direttivo, dei coordinatori regionali e di tutti i collaboratori della associazione, nonché la incrollabile fiducia e il sostegno delle centinaia di famiglie hanno permesso ad Ai.Bi. non solo di poter superare i numerosi ostacoli, ma soprattutto di poter tracciare le linee direttrici di una strategia, che i nuovi vertici dovranno attuare, nel corso del loro mandato, per rilanciare tutto il settore della accoglienza di chi si trova in difficoltà familiare”.

I tre punti indicati nella strategia sono:

1) Il rilancio della adozione internazionale soprattutto nei paesi africani e con la presentazione di una riforma legislativa.

2) Il lancio della campagna di sostegno a distanza #AfricainFamiglia, una concreta risposta al dramma della emigrazione dai paesi africani con l’avvio di progetti di cooperazione internazionale a favore della famiglia

3) La ripresa delle attività connesse alla promozione della cultura e della spiritualità della accoglienza.

www.aibi.it/ita/per-ai-bi-un-nuovo-consiglio-direttivo-e-una-strategia-in-tre-punti

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CASA CONIUGALE

Se il figlio torna a casa solo per il weekend l'assegnazione della casa coniugale può essere revocata. Corte di Cassazione, sesta Sezione civile, ordinanza n. 11844, 6 maggio 2019

www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_34504_1.pdf

(Sintesi)              Qual'è la ratio dell'assegnazione della casa coniugale in presenza di figli maggiorenni?

A tale quesito risponde la presente sentenza dalla Suprema Corte. La figlia maggiorenne si era trasferita all'estero, ma tornava spesso a "casa", ovvero nell'abitazione assegnata alla madre e ove era vissuta: si chiarisce come il mero trasferimento all'estero non sia di per sé significativo, ma ove risulti agli atti che l'effettivo centro degli interessi sia allocato altrove e che il ritorno a casa, pur frequente, sia da considerarsi come mera ospitalità, i presupposti per l'assegnazione della casa coniugale vengono meno.

www.studiocataldi.it/articoli/34504-l-ex-perde-l-assegnazione-della-casa-familiare-se-la-figlia-torna-solo-nel-weekend.asp

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF - N. 18, 8 maggio 2019

Manager e dirigenti a servizio volontario del terzo settore. Un'esperienza di gratuità dal profit al non profit. In pensione e non. "A marzo 2019 si è svolta a Milano la Festa per i 20 anni del Gruppo Volontariato di Manageritalia Lombardia. Vent'anni di servizio, in cui decine di manager hanno messo a disposizione del Terzo Settore le proprie competenze professionali". Nel video numerose testimonianze dei manager e delle piccole e grandi realtà del terzo settore che hanno beneficiato della loro collaborazione.                       www.youtube.com/watch?v=ZGtDMaRUqYs&feature=youtu.be

Lo scippo degli assegni familiari. Circa il 20% dei soldi versati per questo tipo di prestazioni (oltre un miliardo di euro l'anno, dal 2016) finisce in altre casse dell’INPS. "Per le famiglie forse è tempo di una vera e propria class action, presso gli organi che devono garantire giustizia ed equità attraverso la legge, per rivendicare i propri diritti calpestati"

www.famigliacristiana.it/articolo/lo-scippo-degli-assegni-familiari.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_08_05_2019

“Nel pieno possesso delle mie facoltà…” l’eredità tra lascito patrimoniale e trasmissione psichica. Il Cisf (con il suo direttore, Francesco Belletti) interverrà alla "Terza Giornata di studi in ricordo di Deborah Libardi", che si terrà a Verona sabato 11 maggio 2019. L'evento, promosso dall'Associazione Famiglie per la famiglia in sinergia con numerosi enti ed associazioni locali, mette al centro un nodo spesso trascurato, ma certamente decisivo nel qualificare le storie familiari: l'intreccio tra dimensione relazionale (matrimoniale) e dimensione economica (patrimoniale), che proprio in occasione dell'eredità emerge in modi spesso imprevedibilmente tumultuosi. Per questo al convegno interverranno economisti, giuristi, ma anche psicologi, sociologi, terapeuti: perché non si tratta solo di trasmettere soldi o patrimoni (pur importanti), ma soprattutto di verificare ciò che rimarrà, nelle relazioni e nelle memorie, di una storia familiare.

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf1819_allegato1.pdf

Guida digitale per genitori di figli da 0 a 8 anni. (Smart parenting in the digital age: a how-to guide for parents). "Aiutiamo i nostri figli ad allacciarsi le scarpe... ad attraversare una strada trafficata... ad entrare in un parco senza farsi male.... I nostri figli hanno bisogno del nostro aiuto anche nel mondo digitale". Ecco perché questa guida, semplice, sintetica, comprensibile

http://digilitey.eu/wp-content/uploads/2019/03/DigilitEY-Smart-Parenting-English.pdf

Randstad employer brand research 2019. La conciliazione famiglia lavoro è tra gli elementi decisivi per qualificare un marchio aziendale. Anche in Italia. "È la ricerca più grande e rappresentativa al mondo sull'Employer Branding [...] Un’indagine che comprende 32 Paesi con oltre 200.000 persone intervistate e 6.162 aziende analizzate [...] Riporta quali sono i principali fattori che un potenziale dipendente cerca in un datore di lavoro. Ci indica quali siano le aziende più attrattive del panorama italiano. Si basa sulla percezione degli intervistati rispetto alle principali 150 aziende presenti nel nostro Paese". In Italia 7.709 interviste, tra dicembre 2018 e gennaio 2019.

www.randstad.it/employer-branding-center/rebr-2019_country-report-italia.pdf

Manuale dei servizi educativi per l’infanzia. Programmare, progettare e gestire per la qualità del sistema integrato e dello 0 6 anni. Il Manuale dei servizi educativi per l’infanzia costituisce da alcuni anni un indispensabile strumento per accompagnare e sostenere il lavoro di tutti i professionisti coinvolti nello sviluppo dei servizi educativi per la prima infanzia. Il manuale contiene oltre 200 schede navigabili che riguardano le banche dati appositamente allestite, sia sui dati aggiornati relativi alla domanda e all'offerta di servizi 0-6 anni, sia relativamente agli aspetti normativi e regolamentari attualmente vigenti nelle diverse regioni. Il Manuale è promosso dal Dipartimento per le politiche della famiglia e realizzato con la collaborazione scientifica dell’Istituto degli Innocenti di Firenze.

www.politichefamiglia.it/media/1442/manuale-servizi-educativi-infanzia.pdf

Il Corso di Alta Formazione in Consulenza Familiare con specializzazione pastorale, si svolgerà, per le due settimane estive, a La Thuile (AO) In Valle D'Aosta dal 7 al 21 luglio 2109. E' possibile scaricare il dépliant dettagliato del biennio e quello sintetico che mostra tutto il percorso del triennio. Il Corso è promosso dall'Istituto Superiore di Scienze Religiose Ecclesia Mater della Pontificia Università Lateranense, dall'Ufficio Nazionale per la Pastorale della Famiglia della Conferenza Episcopale Italiana, in collaborazione con la Confederazione Italiana Consultori Familiari di Ispirazione Cristiana.

https://famiglia.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/sites/23/2018/11/12/ALTA-

FORMAZIONE2019.pdf

https://famiglia.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/sites/23/2018/11/12/DEPL-SINTETICO-2018-2020.pdf

Dalle case editrici

  • Rigoli Mariateresa, Muscarà Giuseppe, Sempre nel cuore. Rinascere dopo la perdita di un figlio, IPL, Milano, 2018, pp. 162, € 14,00.

Un figlio che ha lasciato volontariamente questa vita quando aveva solo 20 anni. Due genitori che quel giorno hanno iniziato un lungo cammino, che continua ancora oggi, alla ricerca di un senso e di nuove ragioni per sperare e per amare. È opportuno entrare "in punta di piedi" nelle pagine di questo libro, in cui raccontano il loro viaggio, perché - come scrive padre Ermes Ronchi, religioso servita noto per aver predicato gli esercizi a papa Francesco, nella prefazione che è in realtà un vero e proprio saggio introduttivo- «sono loro i veri maestri, i testimoni che ci mettono alle strette davanti al "caso serio" della vita».

Le parole di questo struggente "diario" ce li riconsegnano infatti come dei guaritori feriti, che proprio dalla ferita subita sanno trarre una terapia, un balsamo per il vivere d'altri. Le ferite diventano allora feritoie di luce per quanti devono affrontare lo stesso dolore: il dolore più atroce e che mette tutto a repentaglio, per il quale non sembra possa esistere rimedio o spiegazione, ma a cui gli autori intendono “offrire col cuore” queste parole, per ritrovare una speranza di vita.

Save the date.

  • Nord: Convention Comuni family friendly, evento promosso dall’Agenzia provinciale per la famiglia della Provincia autonoma di Trento con il Distretto famiglia e la Comunità della Paganella, Andalo (TN), 16 maggio 2019.

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf1819_allegato2.pdf

  • Nord: Oltre l'Eutanasia. La proposta e l'esperienza della condivisione, convegno organizzato da AVCL (Associazione Vita Consacrata in Lombardia). Milano, 16 maggio 2019.

https://metenoprofit.org/wp-content/uploads/2019/04/Programma-16.05.2019.pdf

  • Centro: La famiglia nel tempo dell’individualismo. Interazioni e complicazioni: istruzioni per l'uso, incontro promosso da UCIPEM Toscana e altri enti (con crediti formativi Aiccef), Firenze, 11 maggio 2019.                  www.cisonline.net/wp-content/uploads/2019/04/Depliant-11mag19.pdf
  • Centro: NaturalMente. Natura Umana e Psicologia, secondo congresso nazionale di Laboratorio di Psicologia Cristiana, Assisi (PG), 17-19 maggio 2019.

www.psicologiacristiana.it/wp-content/uploads/2019/01/Volantino.pdf

  • Sud: Gli adolescenti senza tempo, promosso da Istituto Di Gestalt HCC Italy (con crediti formativi ECM per professioni sanitarie e assistenti sociali), Siracusa, 7-8 giugno 2019.

www.gestalt.it/events/eventi-siracusa-rappresentazioni-classiche-adolescenti-senza-tempo-convegno-studi-massimo-ammaniti-siracusa/

  • Estero: Ethics in Dementia Care 5Th Edition (Etica nelle cure per la demenza - Quinta Edizione), Summer Course/Scuola Estiva, promossa dall'Interfaculty Centre for Biomedical Ethcis and Law, Lovanio/Leuven (Belgio), 2-5 luglio 2019.

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf1819_allegato3.pdf

Iscrizione                http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

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CHIESA CATTOLICA

Papa Francesco e le presunte eresie, riflessioni e note storiche

Alcune considerazioni sulla recente “Lettera aperta” in cui si accusano posizioni del Pontefice che si vorrebbero indicare come fuorvianti dalla verità cattolica nel magistero.

www.lastampa.it/2019/05/03/vaticaninsider/papa-francesco-nuova-mossa-dei-tradizionalisti-una-lettera-aperta-lo-accusa-di-eresia-359rqsRIrLBYKwPr37mafM/pagina.html

            Alcuni studiosi, ecclesiastici e laici per lo più dell’area dei cattolici tradizionalisti, in data 30 aprile 2019 hanno inviato una “lettera aperta” ai vescovi e alla Chiesa per accusare Papa Bergoglio di eresia.

www.aldomariavalli.it/2019/05/01/lettera-aperta-ai-vescovi-della-chiesa-cattolica

Che nella Chiesa vi debba essere un dialogo sulle questioni che riguardano la fedeltà e la legittima interpretazione del dato rivelato è un diritto-dovere auspicato e riconosciuto già da Paolo VI nell’enciclica Ecclesiam suam [6 agosto 1964] e oggi dallo stesso Codice di Diritto canonico in vigore dal 27 novembre 1983 (can. 212 §3) [§2. I fedeli sono liberi di manifestare ai Pastori della Chiesa le proprie necessità, soprattutto spirituali, e i propri desideri. §3. In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l'integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l'utilità comune e la dignità delle persone].

http://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_06081964_ecclesiam.html

www.vatican.va/archive/cod-iuris-canonici/cic_index_it.html

Fatta questa doverosa premessa, veniamo a considerare i due obiettivi che si prefigge questa lettera aperta: primo, accusare Papa Francesco del delitto di eresia; secondo sollecitare i vescovi della Chiesa cattolica ad assumere le misure necessarie per affrontare la grave situazione che implica la presenza di un Papa eretico.

Nel testo della lettera, i firmatari di essa, dopo aver esposto le loro tesi circa la presunta eresia di Papa Francesco, ammettono però che «non spetta a noi dichiarare il Papa colpevole del delitto di eresia, in modo tale che la dichiarazione abbia conseguenze canonicamente rilevanti per i cattolici. Facciamo pertanto appello a Voi (cioè ai vescovi, nda) affinché ammoniate pubblicamente Papa Francesco ingiungendogli di abiurare le eresie che ha professato».

Le prove degli errori che potrebbero essere stigmatizzati come eretici vanno dalla concezione della persona giustificata e il suo agire; dalla valutazione della coscienza nei rapporti dei suoi atti (anche sessuali) e la loro giustizia morale; dalla considerazione che i rapporti sessuali sono buoni e nel loro genere moralmente leciti non solo quelli tra marito e moglie; dalla consapevolezza che i principi morali contenuti nella Rivelazione e nella legge naturale non includono proibizioni di carattere negativo in modo assoluto per certi tipi di atti intrinsecamente negativi; dal fatto che Dio non nega il pluralismo e la diversità delle religioni, cristiane e non cristiane, ma lo permette e lo vuole positivamente.

Queste accuse e perplessità estrapolate da un contesto di rispetto delle verità rivelate, dallo sviluppo della Tradizione e dalle affermazioni del Magistero pontificio per una evangelizzazione non certo imbevuta di modernismo, ma doverosamente attenta alla adeguata lettura dei segni dei tempi, perdono della loro pregnanza valoriale. Non basta citare i documenti del Magistero dei vari secoli, che rimangono validi nella loro oggettività, ma vanno letti nel contesto scritturistico e secondo le istanze emerse dal Concilio Vaticano II, dal Magistero contemporaneo, anche quello di Papa Francesco, e dal tenere presente la situazione reale, psicologica, morale, culturale e spirituale dei destinatari. Gesù già disse: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Mc 2, 27).

Vediamo singolarmente le sette quaestio, presentate dai firmatari della lettera come affermazioni ereticali da parte di Papa Francesco e diamone un’interpretazione “altra”.

  1. La prima quæstio tratta della giustificazione: «Una persona giustificata non ha la forza di osservare – con l’aiuto della grazia di Dio – i comandamenti oggettivi della legge divina». Tale affermazione darebbe adito al fatto che alcuni comandamenti di Dio sarebbero impossibili da osservarsi da parte della persona giustificata. Ma ciò è da intendersi nel senso che la persona può liberamente sciupare il dono della grazia e non corrispondere ad esso e quindi sentirsi incapace – per sua colpa – a corrispondere, in quel frangente, al piano di Dio. Questo non significa che una persona giustificata, in quanto giustificata, non abbia la forza di osservare i comandamenti oggettivi della legge divina, ma le circostanze e la volontà del soggetto che mediante il libero arbitrio dice il suo “no” provano la sua incapacità.
  2. La seconda quæstio riguarda il fatto che: «Un fedele cristiano può possedere la piena conoscenza di una legge divina e decidere di sua spontanea volontà di trasgredirla in materia grave e ciononostante non trovarsi in stato di peccato mortale come conseguenza della sua azione». Le citazioni portate dagli autori della lettera aperta sono in sé pertinenti. Bisogna però tener conto se la persona ha una reale consapevolezza oggettiva degli effetti della trasgressione in materia grave, sulla sua anima, sull’offesa a Dio e sulla perdita della vita di grazia. Se tutto ciò in toto non è di piena consapevolezza del soggetto, l’azione rimane grave, ma non è imputazione gravemente, ergo… Questo è ciò che viene offerto dall’Amoris lætitia, ma prima ancora dallo stessa Catechismo della Chiesa cattolica.
  3. Terza quæstio: «Una persona che osserva una divina proibizione può peccare contro Dio per via di quello stesso atto di obbedienza». Giovanni Paolo II nella Veritatis splendor afferma che: «La libertà dell’uomo e la legge di Dio si incontrano e sono chiamate a compenetrarsi tra loro, nel senso della libera obbedienza dell’uomo a Dio e della gratuita benevolenza di Dio all’uomo» (n. 41). Il Levita del Vangelo, che di fronte all’homo quidam che, lasciando Gerusalemme, va verso Gerico e viene derubato e picchiato ed è sul ciglio della strada, e non si ferma ad aiutarlo per non contaminarsi e poter svolgere il suo servizio come richiede la Legge, ha certo peccato contro il comando di Dio che chiede amore e attenzione per chi è impoverito pur avendo osservato una prescrizione (Lc 10, 31-37). Prima è il soccorrere l’uomo, che è la gloria di Dio e poi le cose pur buone che riguardano il culto. Sant’Ambrogio non esitò a vendere i tesori della Chiesa per aiutare il popolo.
  4. Quarta quæstio: tratta dei rapporti sessuali tra persone che hanno contratto matrimonio civile dopo un divorzio e che vengono considerati moralmente giusti o persino comandati da Dio. Siamo d’accordo che la valutazione morale in tal caso non può essere giudicata secondo l’etica della situazione, ma non può prescindere dalla valutazione della situazione stessa in cui si trovano i soggetti. È doveroso formare la coscienza delle persone ad essere educata ad un giudizio morale illuminato (CCC 1783). Per giudizio morale illuminato si deve intendere la conoscenza reale della situazione venutasi a creare con la separazione, quale effetto di diverse cause, anche gravi, per i coniugi. Il coniuge non colpevole, che rimane solo, può accedere ai sacramenti, compresa l’Eucarestia. Già lo affermò la Cei nel 1979. Se dopo un abbandono coniugale, per dare la figura paterna o materna ai figli, il coniuge si unisce ad un’altra persona in modo stabile, in tale situazione è doveroso e necessario che questa coppia faccia un percorso di discernimento nella Comunità cristiana, affinchè questa la aiuti a dare un giudizio retto, in accordo sia con la realtà venutasi a creare, sia con la ragione e la legge divina. In tal modo, dopo un illuminato e reale discernimento, le persone dovranno prendere una decisione che le porti a chiarire in verità e retta coscienza la realtà del loro rapporto (cfr CCC 1786-1787) e decidere, nella loro retta coscienza, la bontà degli atti da vivere come coppia ferita ma stabile. Questo credo sia la mens di Papa Francesco.

5-6. Poi ci sono la quinta e la sesta quæstio che riguardano una presunta legittimazione della bontà di ogni rapporto sessuale, compresa l’omosessualità. Papa Francesco nel suo operato ha stigmatizzato sia l’azione omosessuale che gli abusi contro i minori e lo stupro. L’Amoris lætitia non confuta né l’Humanæ vitæ, né l’Evangelium vitæ. La pulizia che Papa Francesco sta operando nella Chiesa è davanti al mondo, quindi su questo argomento penso non vi siano dubbi sul suo Magistero e operato.

7. La settima quæstio riguarda il dialogo interreligioso e ovviamente l’ecumenismo. Qui sia il Concilio Vaticano II che i Pontefici Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno indicato nell’ecumenismo la via della Chiesa e nel dialogo interreligioso la via della concordia e della pace per l’intera famiglia umana. Nessuno di noi abdica alla verità offerteci dal Concilio Vaticano II: «Cristo colui che rivela all’uomo tutto l’uomo e ad ogni uomo» (GS 22).

           Mi sono sentito interpellato dagli studiosi firmatari della lettera aperta ad offrire alcune mie considerazioni sulle posizioni che si vorrebbero indicare come fuorvianti dalla verità cattolica nel magistero di Papa Francesco. Capisco che per un certo mondo lo stile essenziale di Papa Bergoglio può non soddisfare, ma la sua attenzione per le periferie esistenziali che emerge dalla sua profonda spiritualità del mistero di Dio misericordia e Padre di amore per gli ultimi, è evangelico e suggerito dallo Spirito per una Chiesa capace di stupire l’uomo d’oggi secondo i criteri di Cristo: «Come puoi dire di amare Dio che non vedi, se non ami il prossimo che vedi?» (cfr 1 Gv 4, 20).

Ettore Malnati, Vicario episcopale per il laicato e la cultura per la Diocesi di Trieste

www.lastampa.it/2019/05/08/vaticaninsider/papa-francesco-e-le-presunte-eresie-riflessioni-e-note-storiche-kiWhDjpqA7MT3kbJVM0aNL/pagina.html

 

Mirabile eresia

L'accusa di eresia mossa a papa Francesco da un gruppo di scribi che ha ora ripreso e aggravato la denuncia, sfrontatamente denominata “Correctio filialis”, già presentata contro di lui il 16 luglio 2017, è una cosa meravigliosa. Per sostenere infatti l’anatema e le conseguenti dimissioni o deposizione del papa, il pamphlet riunisce in un’unica sezione alcuni passaggi dell’Esortazione “Amoris lætitia” e la citazione di “atti, parole e omissioni” di papa Francesco che, letti tutti insieme, sono una straordinaria affermazione di libertà, verità e misericordia evangeliche; moniti che anzi dovrebbero essere affissi nelle sacrestie di tutte le chiese perché predicatori celebranti e confessori vi si ispirino per trasmettere ai fedeli in omelie e parole finalmente persuasive l’anelito a seguire le vie di Dio e ad assaporarne l’amore.

Del resto non si potrebbe fare una lode più grande a un cristiano e in modo più ficcante definirne l’identità che imputarlo di eresia. È il peccato rimproverato a Gesù, fin da quando nella sinagoga di Nazaret annunziò misericordia e non vendetta di Dio e perciò già allora volevano gettarlo dalla rupe, e per questo fu poi arrestato nel Sinedrio, per aver rivelato l’universale paternità di Dio: la sua religione ne era messa a rischio, Anna e Caifa avevano tutte le ragioni per metterlo a tacere. E dopo la resurrezione, quando ancora non c’era né Chiesa né religione cristiana, di certo erano eretici per la religione del tempio Pietro e Giovanni che proprio lì annunciavano Gesù e la resurrezione dei morti, meritandosi la prigione. Ed eretico è lo Spirito Santo, che pure invochiamo come guida e maestro, ma non si sa da dove viene e dove va, e la ragione di questo andare e venire è di condurci a tutta la verità, che appunto tutta ancora non conosciamo, sicché proprio lui è il latore nel mondo dell’eresia divina; e c’è un non capire oggi, che dovrà capire domani, che perfino Pietro ha ricevuto come compito.

Invece i lillipuziani che vogliono correggere il papa, e stanno tentando di sollevargli contro la Chiesa (perché quella lettera del 30 aprile 2019 altro non è che un appello alla sedizione) credono di sapere tutto, credono di avere in mano tutto, credono di avere in pugno Dio stesso che fin lì deve andare e non oltre, deve stare nei limiti che loro stessi gli hanno assegnato, che corrispondono al loro “deposito” di cui come fondamentalisti e integristi hanno la chiave (la naftalina è già dentro); e di tutte le ricchezze del cielo e della terra e di tutte le teologie delle Chiese e dei santi sanno solo il Concilio di Trento, che nelle pezze d’appoggio per l’accusa di eresia è citato a ogni piè sospinto, 13 volte (e il Concilio Vaticano Primo, 10 volte).  A leggere il corredo dei testi canonici che essi hanno allegato per definire la vera fede, che sarebbe negata nella Chiesa di oggi, ci è tornata alla mente una facezia che si raccontavano i Padri al Concilio Vaticano II, quando negli intervalli si recavano ai due bar installati dietro alle tribune, scherzosamente chiamati l’uno “Bar Jona” e l’altro “Bar Abba”. Si diceva che una mattina il cardinale Ottaviani, il gran carabiniere dell’ortodossia, prefetto del Sant’Uffizio e come tale predecessore dei cardinali Ratzinger e Müller, svegliatosi tardi saltò su un tassì chiedendo di essere portato subito al Concilio. Nel tragitto si addormentò, e quando si svegliò si accorse che il tassì viaggiava fuori Roma, in aperta campagna; allarmatissimo disse all’autista: “ma dove andiamo, le ho detto di portarmi al Concilio”. E quello rispose: “Certo, Eminenza, la sto portando al Concilio di Trento”.

Il Concilio di Trento ha segnato tutta una stagione della vita della Chiesa, controriforma, divisione dei cristiani, lotta alla modernità. Bisogna leggere “Il paradigma tridentino” dello storico Paolo Prodi per sapere quanto l’aver ristretto il sacro nei bastioni di Trento sia costato alla Chiesa e alla stessa umanità contristata nella sua gioiosa fruizione di Dio; ad ogni modo, come nella sua autobiografia ha scritto quel grande storico del Tridentino che fu Hubert Jedin, “l’epoca tridentina della storia della Chiesa è tramontata” e proprio il Vaticano II ha fatto di ciò un “patrimonio comune” e ha elaborato il “commiato da Trento”, avvertito “come il maggior ostacolo alla riunificazione dei cristiani”.

Non a caso il papa è accusato dai restauratori di oggi di indulgere alle idee di Lutero, di essere andato a celebrarlo a Lund, di aver fatto dare la comunione in san Pietro a un gruppo di luterani e di aver perfino presieduto alla sala Nervi un incontro di cattolici e protestanti usando loro la cortesia di metterci una statua del riformatore tedesco.

Ma questo svela anche qual è la vera posta in gioco, che non è il caso specifico della disciplina del matrimonio indissolubile e della comunione ai divorziati risposati, materia delle sette eresie contestate al pontefice, ma è la questione della dignità umana, la “Dignitatis Humanae” dell’ultimo Concilio, cioè la questione suprema della libertà delle persone, del primato della coscienza, dei ritmi e dei modi propri di ciascuno di obbedire ai richiami morali e alla guida di Dio, di una Chiesa che non è la padrona dei comportamenti deputata a prescrivere il dover fare dei singoli e di ogni potere, ma è l’ospedale che fascia le ferite e il pastore che guida danzando i popoli ai pascoli lussureggianti di vita, non centrale mondana dell’etica ma veicolo universale di salvezza.

Ed è veramente consolante, dopo secoli di cultura finiti nell’ateismo globale, vedere che le accuse alla Chiesa di papa Francesco sono ora quelle di non condannare eternamente nessuno, di ritenere tutti raggiungibili dalla grazia santificante, di non rinchiudere nessuno nel peccato mortale per lo stato in cui è invece che per quello che fa, di riconoscere la gradualità con cui ciascuno progredisce nella risposta all’amore di Dio e al dettato morale, di far conto del giudizio della coscienza sulla bontà degli atti sessuali, di non usare il corpo del Signore nella comunione come scettro di divisione invece che di unità, di non voler trasformare i confessionali in sale di tortura, di proclamare, insieme ai musulmani (è l’ottava, suprema  eresia del papa!) che Dio stesso ama e ha pensato nella sua Sapienza i molti modi e le diverse forme in cui gli uomini si rivolgono a lui, mentre è sempre Dio a prendere l’iniziativa di venirci incontro e di giustificarci.

Ed è proprio questo ciò di cui l’umanità ha bisogno: sentirsi amata, non selezionata tra giustificati e “dannati al fuoco eterno”, ha bisogno di Chiese che capiscano il faticoso viaggiare umano tra le stazioni della libertà, che sappiano che la libertà di coscienza è stata data agli esseri umani da Dio prima ancora della libertà della grazia (Bernardo da Chiaravalle).

Noi comprendiamo che a molti uomini di potere non piaccia la libertà traboccante dalla fede al posto di una libertà centellinata e vigilata dalla legge, e non piace nemmeno ai siti web della campagna anti-Bergoglio, agli ex vaticanisti “embedded” [incastrati] e svezzati in un Vaticano che non c’è più e, perduto quello, persuasi a retrocedere al Sinedrio. Ma questo inno alla gioia, alla libertà, alla misericordia e al perdono che rompe la tristezza dei tempi è così prezioso che nessuna “correctio” potrà soffocare.

Raniero La Valle       11 maggio 2019

http://ranierolavalle.blogspot.com/2019/05/mirabile-eresia.html

 

Sul diaconato femminile: alcuni punti fermi

            La apertura di una fase di riflessione e di studio sulla possibilità di riconoscere anche alle donne un ruolo all’interno del ministero ecclesiale ordinato, sollecitata dalle superiore delle religiose e profeticamente assunta da papa Francesco, esige il chiarimento di una serie di “evidenze dimenticate” che può essere utile richiamare in questa fase di apparente “stallo”:

  1. Da quando Giovanni XXIII ha riconosciuto tra i “segni dei tempi” anche il “ruolo pubblico della donna”, la tradizione ha conosciuto una svolta che non è esagerato chiamare, con le parole utilizzate da papa Francesco all’inizio di “Veritatis gaudium”, come un “cambio di paradigma”.
  2. Tale cambio di paradigma, o “rivoluzione culturale” non è la volontà ostinata di cambiare ciò che da sempre ha funzionato diversamente, ma piuttosto è la esigenza di onorare un cambiamento di cultura e di esperienza da cui la Chiesa può imparare qualcosa di decisivo.
  3. Per questo la esigenza di “fondare storicamente” la nuova apertura, per le caratteristiche del nuovo “segno dei tempi” – appunto la emancipazione femminile – deve essere inteso in modo corretto. Se si ritiene di poter fondare nella storia la novità che viviamo da un secolo, questa sarà inevitabilmente una impresa destinata al fallimento.
  4. Va aggiunto, però, che il modo di valutare la “storia” è subordinato al modello teologico-sistematico che si alimenta nella struttura del pensiero teologico. Ad es., alcuni membri della Commissione teologica istituita per studiare la storia del diaconato femminile, hanno una impostazione sistematica che “esclude a priori la donna dal ministero ecclesiale”. Questa è una petizione di principio che impedisce di leggere la storia in modo profetico. Il “dato” che dovrebbe autorizzare una possibile apertura è escluso per principio dall’orizzonte.
  5. Per questo occorre pensare diversamente il “fondamento teologico-dogmatico” del ministero femminile ordinato. Per farlo, occorre liberarsi dei pregiudizi che la storia di secoli hanno depositato nel pensiero dei teologi e dei pastori.
  6. D’altra parte è curioso che oggi la Chiesa viva una condizione del tutto paradossale: il papa parla di “cambio di paradigma”, di “rivoluzione culturale”, di “squilibrio della profezia”, mentre una parte dei teologi e dei funzionari di curia si occupa solo di negare le novità, di impedire ogni cambiamento, di garantire un equilibrio inossidabile, di confermare le esclusioni e di alzare muri.
  7. I due principi più importanti di Evangelii Gaudium – il primato del tempo sullo spazio e il primato della realtà sulla idea – esigono che di fronte al segno dei tempi delle “donne autorevoli nella Chiesa” non si resti senza aprire processi e senza onorare la realtà. Questo sarebbe un peccato di omissione.
  8. Uno dei membri della Commissione Teologica, Phyllis Zagano, ha detto: ora è il tempo della argomentazione e della diffusione, nella Chiesa, di una nuova possibilità. Per poterlo fare occorre riequilibrare i ruoli. Negli ultimi anni la teologia più avanzata è spesso venuta dal vertice della Chiesa. I teologi si sono spesso nascosti all’ombra di questo “presa di iniziativa”, teorizzata apertamente in Evangelii Gaudium. Oggi occorre che i teologi si assumano la responsabilità dello squilibrio e della profezia. Altrimenti tutto resterà fermo e vecchio.
  9. La prudenza, infine. Tanto il magistero, quanto la teologia debbono comporre, in modo diverso, audacia e pazienza. Ma una cosa, sulla prudenza, deve sempre essere ricordata. Essere prudenti non significa sempre la stessa cosa: quando si guida la prudenza vuole che talora si usi il freno, talora l’acceleratore. Una prudenza identificato soltanto con il “primato del freno” è un luogo comune della Chiesa in difesa, che non esce, che si chiude nei suoi muri tranquillizzanti.
  10. Quando alla fine del Concilio Vaticano II, papa Paolo VI riservò a se stesso tre questioni brucianti – contraccezione, ministero femminile e celibato obbligatorio – forse non poteva immaginare che, 55 anni dopo, saremmo ancora rimasti sostanzialmente in mezzo al guado, come allora. Avviare un processo di vero discernimento sul ministero femminile è oggi non più una possibilità, ma una necessità. Nessun silenzio del passato potrebbe giustificare una inerzia teologica e pastorale del presente, che suonerebbe come indifferenza e irresponsabilità verso il futuro.

Andrea Grillo blog: Come se non     2 maggio 2019

www.cittadellaeditrice.com/munera/sul-diaconato-femminile-alcuni-punti-fermi

 

Il clericalismo malattia della chiesa

Il summit vaticano sugli abusi da parte del clero che si è svolto all’inizio del 2019 ha suscitato reazioni discordanti: vivo apprezzamento da parte di alcuni, critiche da parte di altri, in vario modo riconducibili a una percezione di insufficienza. Ma è ben difficile che in questo campo un singolo evento possa risultare ‘sufficiente’: si tratta sempre e comunque di tappe, in un cammino complesso e lungo. E in questo caso si è trattato senza dubbio di una tappa molto positiva, soprattutto grazie a quanto lo ha preceduto e a quanto si spera che lo seguirà. Non è la prima volta che la Chiesa istituzionale ammette il peccato al suo interno e chiede perdono per questo. Lo fece anche Giovanni Paolo II, al volgere del millennio; e per questo allora parecchi lo disapprovarono, come se ammettere colpe significasse sminuire l’autorità della chiesa (reazione tipicamente ‘clericale’, ma non esclusiva del clero). Allora si trattava di fatti e problemi di innegabile ampiezza e gravità, di solito però lontani nel tempo e ben noti e studiati e privi ormai di gran parte della loro forza d’urto, su cui la storia aveva già espresso da molto tempo il suo giudizio. Diversi sono i crimini di cui si parla ora, in cui accusati e colpevoli e fiancheggiatori sono nostri contemporanei e hanno un nome e un volto. Ma la differenza principale è un’altra. Allora l’opinione pubblica cattolica più sensibile, pur apprezzando la coraggiosa iniziativa papale, osservava che si trattava di una richiesta di perdono relativamente indolore e ‘depurata’ dalla distanza di tempo; soprattutto che la richiesta di perdono si riferiva a peccati commessi da uomini della chiesa, a colpe di singoli insomma, senza che venissero messe in discussione le responsabilità collettive dell’istituzione, della chiesa in quanto tale.

In questo caso papa Francesco innegabilmente è andato oltre. Ha colto in se stesso e si è aperto fuori di sé alla percezione sempre più convinta e argomentata che le «piaghe» della Chiesa di oggi sono strutturali e di atteggiamento, più e prima di essere singoli crimini di singoli peccatori, che comunque mantengono tutta la loro gravità. La novità più rilevante è che questo sia oggi riconosciuto e affermato, non in modo generico ma chiarissimo e diretto, dalla stessa autorità ecclesiastica. Ed è stato riconosciuto, non solo a parole, che esprimere rincrescimento e chiedere perdono è giusto, ha una forte carica di esempio, ma non basta: occorrono azioni concrete di riparazione nei confronti del passato e di stabile risanamento in vista del futuro.

Il clericalismo che cos’è? Il clericalismo come idea e come termine è cambiato nel tempo. Le origini risalgono al secolo XIX, al momento in cui il potere politico della chiesa entrò in una crisi mai conosciuta in passato. Verso la metà dell’Ottocento nei paesi di tradizione cattolica si cominciò a definire «clericali», ovviamente da parte di chi li avversava (dapprima in Francia e in Belgio, più tardi anche in Italia e in Spagna), i cattolici impegnati in politica e organizzati in movimenti o partiti che si richiamavano esplicitamente alla loro confessione religiosa. In Italia la storia del clericalismo è un caso a parte, poiché per vari decenni com’è noto il condizionamento del non expedit fu molto forte. Quello che ora ci interessa è comunque che allora il clericalismo era fondamentalmente un’etichetta politica. Oggi le cose sono cambiate e il clericalismo viene percepito come un fatto più interiore, anche se storicamente determinato e anche se all’origine di atteggiamenti e scelte dalla forte ricaduta all’esterno. Da notare che l’aggettivo ‘clericale’ all’origine del sostantivo, all’inizio – e all’interno della chiesa cattolica, almeno fino ai primi del Novecento – non aveva alcuna coloritura ideologica negativa; semmai tendenzialmente positiva, in quanto significava semplicemente «proprio del clero».

Ma la storia delle parole è illuminante. Pensiamo alla persistente ambivalenza, talvolta fino all’ambiguità, di un aggettivo- sostantivo come ‘laico’, quando è usato all’interno o all’esterno della chiesa.

La questione del clericalismo, che quasi sembrava tramontata, ha acquistato una nuova impensata attualità in riferimento a fatti molto tristi – e squallidi, e criminali – che nessuno più ignora; il merito di aver evidenziato e riportato al centro dell’attenzione il clericalismo in chiave molto critica, non come qualcosa che ‘sostiene’ o ‘fiancheggia’ la chiesa, ma come qualcosa che la limita e può distruggerne la fisionomia storica, va ascritto soprattutto a papa Francesco.

Due lettere di papa Francesco. Questa convinzione-riflessione espressa da papa Francesco si estende nell’arco degli ultimi tre anni almeno, e affiora in diversi testi e allocuzioni informali; ora vorremmo ricordare in modo particolare due lettere.

1. La «devozione del nostro popolo» come antidoto al clericalismo? – La prima, datata 19 marzo 2016 e di carattere più privato- mirato, è rivolta al card. Marc Ouellet, presidente della Pontificia Commissione per l’America latina. Non ha direttamente a che fare con il problema degli abusi. Parlando del laicato, mette subito a fuoco la piaga del clericalismo. «... Non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale [...]. Il clericalismo porta a una omologazione del laicato [...]. Va spegnendo poco a poco il fuoco profetico di cui l’intera Chiesa è chiamata a rendere testimonianza nel cuore dei suoi popoli». Qui si trova anche un riferimento alla religiosità popolare, che ci lascia perplessi perché la nostra esperienza al riguardo è ormai assai meno viva e in ogni caso meno ‘alternativa’ di quella a cui si riferisce papa Francesco. Egli dice infatti: «... Credo che sia uno dei pochi spazi in cui il Popolo di Dio è stato libero dall’influenza del clericalismo [...]. È stato uno dei pochi spazi in cui il popolo (includendo i suoi pastori) e lo Spirito Santo si sono potuti incontrare senza il clericalismo che cerca di controllare e di frenare». Ricorda un’osservazione di Paolo VI nell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi (n. 48), secondo cui la religiosità popolare «ha certamente i suoi limiti. È frequentemente aperta alla penetrazione di molte deformazioni della religione», e tuttavia «se è ben orientata, soprattutto mediante una pedagogia di evangelizzazione, è ricca di valori. Essa manifesta una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono conoscere...». Papa Francesco rileva ancora, seguendo Paolo VI, che questa fede del popolo «i suoi orientamenti, ricerche, desideri, aneliti, quando si riescono ad ascoltare e a orientare, finiscono col manifestarci una genuina presenza dello Spirito. [...] Confidiamo che lo Spirito Santo agisce in e con esso, e che questo Spirito non è solo «proprietà» della gerarchia ecclesiale». Non si può non concordare. Tuttavia, dall’epoca storica in cui si muoveva Paolo VI quando nel 1975 fu pubblicata l’Evangelii nuntiandi (uno scritto che conserva comunque tutta la sua validità, giustamente prediletto da papa Francesco a cui fornisce un’importante sorgente di ispirazione per l’esortazione apostolica Evangelii gaudium del 2015) sono passati oltre quarant’anni, quindi almeno un paio di generazioni - o molto di più forse, se si considera quanto appare oggi accelerato in senso culturale il mutamento, lo ‘stacco’ tra le generazioni. Alcune rispettose perplessità sulla pietà popolare e sulle sue possibili derive erano comunque già avvertibili allora in Paolo VI, e oggi quello che dice papa Francesco ci appare poco verificabile e forse un po’ ‘alieno’ nella nostra situazione d’Occidente. E tuttavia si capisce: il papa scrivendo al card. Ouellet ha in mente la situazione dell’America Latina, in cui la religiosità popolare è forse molto più sentita e più ricca che da noi (ma certo da noi non riproducibile), e ancora può costituire un’alternativa alla religiosità ufficiale, in quanto in America Latina il ‘popolo’ in molte zone risente ancora, anche in modo irriflesso, dei propri caratteri indigeni e precristiani e della silenziosa opposizione alla religione ‘ufficiale’ dei dominatori venuti dall’Europa.

2. Contro il clericalismo: discernimento e responsabilità. – Il secondo testo che vorremmo ricordare è la Lettera al popolo di Dio, che papa Francesco ha reso pubblica il 20 agosto 2018, poco prima dell’apertura del summit vaticano sugli abusi da parte di membri del clero e sulle loro cause e i possibili rimedi. Un testo toccante perché insieme doloroso e semplice, e anche molto diretto com’è nello stile del papa. Ci piace che non parli solo di pedofilia nel senso ovvio e materiale, ma di «abusi sessuali, di potere e di coscienza commessi da un numero notevole di chierici e persone consacrate»: ovviamente nei confronti di chi, per varie ragioni (le accenniamo alla rinfusa: età, immaturità e insicurezza, condizione di dipendenza materiale, intellettuale o spirituale, handicap fisico o psichico), si trovi in una posizione debole nei confronti dell’abusatore. E anche ammettendo che la maggior parte dei casi venuti alla ribalta dell’opinione pubblica riguarda il passato, afferma che ferite di questo tipo «non vanno mai prescritte». «Il dolore di queste vittime è un lamento che sale al cielo, che tocca l’anima e che per molto tempo è stato ignorato, nascosto o messo a tacere. Ma il suo grido è stato più forte di tutte le misure che hanno cercato di farlo tacere o, anche, hanno preteso di risolverlo con decisioni che ne hanno accresciuto la gravità cadendo nella complicità. Grido che il Signore ha ascoltato facendoci vedere, ancora una volta, da che parte vuole stare». Non è comunque una lettera sugli abusi – fatto ormai accertato e indiscutibile, da approfondire in altre sedi –, semmai sul modo di affrontarli e di prevenirli. Va ben oltre la denuncia e cerca di delineare i connotati di una chiesa sana, risanabile e capace di ascolto. Soprattutto è un testo sul clericalismo; presentato come la causa prima di molti mali della chiesa. Perciò «dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo». Non è una affermazione occasionale o ad effetto: fa intimamente parte del pensiero teologico e pastorale di papa Francesco. «È impossibile immaginare una conversione dell’agire ecclesiale senza la partecipazione attiva di tutte le componenti del Popolo di Dio. Di più: ogni volta che abbiamo cercato di soppiantare, mettere a tacere, ignorare, ridurre a piccole élites il Popolo di Dio abbiamo costruito comunità, programmi, scelte teologiche, spiritualità e strutture senza radici, senza memoria, senza volto, senza corpo, in definitiva senza vita». Il clericalismo è essenzialmente un modo anomalo di intendere l’autorità nella chiesa, ed è molto presente nelle comunità in cui più spesso si sono verificati comportamenti di abuso sessuale, di potere e di coscienza. Le dimensioni di questo fatto, secondo Francesco, rendono necessario farsene carico in maniera globale e comunitaria. Prendere coscienza dell’accaduto è importante, ma certo non basta. «È necessario che ciascun battezzato si senta coinvolto nella trasformazione ecclesiale e sociale di cui tanto abbiamo bisogno». È questo l’antidoto al clericalismo: diventare consapevoli delle proprie responsabilità di credenti, rafforzare la coscienza, attuare un vero discernimento comunitario senza appaltare a nessuno le proprie responsabilità. C’è la percezione sempre più convinta che le «piaghe» della Chiesa di oggi sono strutturali, cosa che beninteso non esclude la responsabilità personale nei casi singoli; non sono patologie isolate che possano venire guarite da medicine specifiche somministrate caso per caso. L’istanza forse non è nuova, ma la novità più rilevante consiste nel fatto che viene posta, per la prima volta in modo chiarissimo e diretto, dalla stessa autorità ecclesiastica.

Attese, speranze, riserve. Non si può più dire che in questo campo non si stia facendo nulla. Molte cose sono state fatte, in modo speciale nell’ultimo anno, e sono state poste almeno le premesse perché altre se ne facciano e l’omertà intraecclesiale, anche se non è scomparsa, sia almeno delegittimata per sempre. Il prossimo Sinodo su questi temi sarà certo un momento importante. Forse non proprio risolutivo, semplicemente perché non può esserlo. Anche il migliore dei sinodi ha comunque una durata limitata; può affrontare problemi, offrire spunti di analisi e mettere in campo iniziative, non però esaurire una questione che, tra l’intrico delle cause e il muro di gomma degli ostruzionismi, può angosciare o scoraggiare chi si proponga di farvi chiarezza; in cui molti colpevoli sono nello stesso tempo vittime, o lo sono stati; in cui il principale colpevole additato da papa Francesco – il clericalismo appunto – pervade tutte le strutture ecclesiali, e in certi casi vi si è impastato in un modo ormai indistinguibile, lasciando il segno non solo su individui corrotti, opportunisti e carrieristi, ma anche su persone che sotto altri aspetti sono buone e meritevoli. La durata di un Sinodo non consente nemmeno di mettere sul tavolo tutte le questioni in un modo che non sia puramente teorico. Tuttavia sarà difficile richiudere le porte che si aprono, sarà difficile d’ora in poi far finta di niente. La chiesa cattolica, se saprà essere all’altezza della crisi più grave attraversata finora nel corso della sua lunga storia, ne uscirà più provata e forse meno orgogliosamente autoreferenziale, ma più attenta alle persone e alle loro fragilità, più capace di ascolto, più evangelica.

Lilia Sebastiani                      "Rocca" n. 10\2019

www.rocca.cittadella.org/rocca/s2magazine/index1.jsp?attiva_pre_zoom=1&idPagina=63&id_newspaper=1&data=15052019

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt201905/190510sebastiani.pdf

 

La chiesa sta per rompersi

Il portale ufficiale della Conferenza episcopale tedesca qualche giorno fa dava grande risalto alle parole del vescovo di Essen, mons. Franz-Josef Overbeck: dopo il Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia (appuntamento in Vaticano il prossimo ottobre, dal 6 al 27) “niente sarà più come prima”. Il Sinodo “porterà a una rottura nella chiesa cattolica”. E pazienza se in teoria i padri convocati dal Papa a Roma dovrebbero discutere su come portare la parola di Dio e l’eucaristia ai cattolici che abitano la foresta, con i pochi preti costretti a percorrere – quando lo fanno – migliaia di chilometri spostandosi continuamente da un villaggio all’altro. Ma si sa, ormai i sinodi diventano una sorta di grande assemblea dove dibattere tutto quel che si può dibattere, con le conferenze episcopali (alcune, almeno) che non vedono l’ora di illustrare davanti al Papa, alla grancassa mediatica convenuta nell’Urbe per l’occasione, e agli altri confratelli vescovi i propri programmi che spesso si discostano dal tema centrale per cui quel sinodo è convocato.

Lo chiarisce bene mons. Overbeck, secondo il quale più che la situazione dei cattolici che abitano le rive del Rio delle Amazzoni bisognerà focalizzarsi sulla “struttura gerarchica della chiesa”, “la sua moralità sessuale” e “l’immagine del sacerdozio”. Naturalmente non può mancare un’indagine attenta del “ruolo delle donne” che “deve essere riconsiderato”. Puntuale come un orologio rotto che comunque batte due volte l’ora giusta, anche stavolta è la chiesa tedesca ad alzare la voce, puntando i piedi e annunciando con tanto di fanfare episcopali un’agenda da presentare all’attenzione del Sinodo. Nel 2015 fu il cardinale Reinhard Marx a fare sapere che “non siamo una filiale di Roma e non sarà un Sinodo a dirci cosa fare in Germania”, stavolta è un presule meno noto ma altrettanto combattivo e molto aperto allo Spirito del tempo. Niente di nuovo, è sempre stato così. Benedetto XVI l’ha ripetuto per l’ennesima volta tra le righe del suo documento pre-pasquale sulle derive assunte anche all’interno della chiesa a cavallo del 1968. Le stesse cose, benché edulcorate dalla necessaria diplomazia dovuta all’essere Pontefice, le aveva dette nel 2011 a Friburgo, arrivando a invocare una sorta di “demondanizzazione”. L’allora presidente della Conferenza episcopale, mons. Robert Zollitsch, si precipitò in conferenza stampa a spiegare che “il Papa, parlando di entweltlichung [demondificazione] (questo il termine usato per tre volte dal Pontefice, ndr) non voleva riferirsi all’abolizione della tassa statale”. Una excusatio non petita che non convinse nessuno. Chiese vuote ma casse piene, anche se non più come un tempo. Colpa dell’abbandono di fedeli, che preferiscono lasciare ufficialmente le confessioni cattolica e protestante pur di non pagare più l’esosa Kirchensteuer, la tassa (sulle religioni) che ogni battezzato è tenuto a versare.

 I numeri, di cui il Foglio ha dato conto la scorsa settimana, sono drammatici: tra quarant’anni i cattolici saranno 12 milioni (ora sono 23), la maggior parte dei quali “non praticante”. Qualche avvisaglia c’è già stata: enormi accorpamenti parrocchiali, dismissione di chiese e cappelle. E, soprattutto, una campagna di reclutamento che ammicca a chi in una chiesa non ha mai messo piede e che, incuriosito dalle novità o magari scambiando la chiesa stessa per una sorta d’una potente Ong, potrebbe pensare di aderire, “iscrivendosi”. Lo stesso mons. Overbeck lo fa capire quando gli si chiede conto dei numeri a precipizio: la chiesa deve rispondere anche “all’immenso sfruttamento ambientale e alla violazione dei diritti umani”, e “al Sinodo sull’Amazzonia si parlerà di tutto”, probabilmente anche di viri probati, cioè di uomini sposati che potrebbero essere ordinati per supplire alla mancanza di clero, ha confermato il vescovo di Passau, mons. Oster, che pure è di orientamento opposto a quello di Overbeck. Per fortuna, ha aggiunto il vescovo di Essen, “Papa Francesco con la sua prospettiva sudamericana ha fatto sì che ci fosse consapevolezza di queste sfide”. Il primo punto del programma è smontare “la struttura eurocentrica della chiesa” e il modello è proprio l’America latina, dove “le chiese locali e il clero sono diventati via via sempre più indipendenti”.

I cattolici calano non solo in Germania ma anche in Brasile, dove dal novanta percento che erano sono scesi al settanta, ecco perché “la chiesa deve reagire a tutto questo e trovare risposte. La questione del celibato, insomma, potrebbe essere la prima di queste risposte. La chiesa potrebbe essere chiamata a “cercare uomini sposati adatti”, ha spiegato il vescovo di Aquisgrana, mons. Helmut Dieser. Intanto, in patria, la situazione è disastrosa. “La fiducia di molti cattolici nella loro chiesa è scossa in modo profondo, si stanno domandando come poter vivere la propria fede nella situazione attuale e condividerla con gli altri”, ha detto Thomas Sternberg, presidente del Comitato centrale dei cattolici tedeschi, l’organismo di coordinamento delle organizzazioni laiche ufficiali cattoliche locali. “Vivono nella sensazione di passare attraverso una valle oscura”, ha aggiunto interpellato al Catholic News Service. In Germania è cattolico il 30% della popolazione, i praticanti sono molti di meno. Sì, quelli che in chiesa ci vanno credono in modo profondo, ha aggiunto Sternberg, aggiungendo però che gli “scandali” recenti, finanziario e relativo agli abusi su minori, hanno messo in crisi anche questa categoria di fedeli convinti. Da qui il pullulare di ricette, proposte, idee per uscire dalla crisi ed evitare – aspetto tutt’altro che secondario – che i forzieri riempiti dalla generosa Kirchensteuer si svuotino mandando in rovina intere diocesi.

Il risultato è un trionfo di parresia: ogni vescovo è convinto d’avere la soluzione giusta e quindi parla, la espone. Spesso causando ancora più problemi di quelli che c’erano già. “Le affermazioni del vescovo Franz Overbeck non devono sorprendere. Egli, nato nel 1964 da una famiglia di contadini, appartiene a quella generazione di sacerdoti che hanno messo il proprio ministero al servizio di una nuova religione civile”, dice al Foglio Wolfgang Spindler, teologo domenicano cinquantenne che oltre a occuparsi di una parrocchia scrive sulle riviste Die Neue Ordnung e Tumult e per diletto anche libri per bambini, visto che loro “hanno un rapporto diretto con la trascendenza”. Una nuova religione civile “che non si basa più, come in Rousseau, sulla separazione tra stato e chiesa, tra politica e religione, ma mira piuttosto alla loro fusione e compenetrazione. Non è più la chiesa a essere l’unico veicolo della salvezza, bensì lo è lo ‘stare insieme’ di tutti nella società composta da individui e gruppi, indipendentemente da confessione e religione, ovvero il progetto postmoderno di una coesistenza pacifica, per la cui realizzazione (processo infinito!) si è costituita l’attuale alleanza di Trono (Merkel, Unione europea, organizzazioni non governative) e altare (la ‘chiesa sinodale delle Amazzoni’ [...], le conferenze episcopali)”.

La prima preoccupazione, nota Spindler, “ormai non è più rivolta ai fedeli cattolici. Il loro numero si è tanto ridotto nel corso di una generazione da farne un gruppo marginale, e i vescovi si sono votati a un compito più grande: dare vita al ‘vero’ universalismo, che si lascia alle spalle il ‘vecchio’ universalismo della chiesa cattolica e del diritto naturale. I presupposti di questa svolta, in Overbecke nei suoi colleghi, sono evidenti: una fede del ‘come se’ (als-ob) e una teologia che ha sostituito la metafisica con un’etica del discorso alla Habermas. Le loro prediche sono esercizi di paleomodernismo, i seguaci del quale per definizione – come direbbe Péguy – ‘non credono in ciò che credono’. Hanno rinunciato a giustificarsi di fronte al passato, al depositum fidei. Non fanno più riferimento ormai nemmeno al Concilio Vaticano II, perché questo concilio, con le sue plumbee montagne di documenti, nel frattempo è diventato ‘poco flessibile’, ‘restaurativo’, se non addirittura ‘reazionario’. Il loro feticcio è l’incommensurabile Domani. Solo quando la chiesa cattolica si sarà liberata dalle pesanti catene del passato (la gerarchia, il sacerdozio, gli studi teologici, il celibato e così via), Satana sarà legato per mille anni e potrà avere inizio il regno della pace, della riconciliazione universale, della cosmopoli di Kant. Nella lotta verso questo fine – dice ancora il teologo domenicano – non si risparmiano alcuna fatica”. Se il vescovo di Essen, come s’è visto, vaticina una rivoluzione totale, il collega di Magdeburgo, mons. Gerhard Feige, vuole l’ordinazione delle donne al sacerdozio. In mezzo, il cardinale Marx, che lo scorso marzo concludendo i lavori della plenaria dell’episcopato tedesco ha annunciato l’apertura di un “percorso sinodale vincolante per la chiesa in Germania” per discutere di morale sessuale, celibato sacerdotale e abuso di potere clericale. Ancora una volta si sente l’eco di quel non-sarà-Roma-a-dire-cosa-dobbiamo-fare qui.

Un’agenda, quella del presidente della conferenza episcopale tedesca, definita “certamente più sociologica che teologica” da padre Frank Unterhalt, portavoce di Communio veritatis, un gruppo di sacerdoti della diocesi di Paderborn che si è costituito in associazione il 22 febbraio del 2018, festa della cattedra di San Pietro. Preti che si ritrovano ogni mese per “pregare e preparare pubblicazioni teologiche in risposta alle questioni d’attualità. A giudizio di Unterhalt, il cardinale Marx “parla e si comporta come un politico di sinistra e non come un pastore della santa chiesa di Dio. Chiunque metta da parte la croce e desideri servire la dittatura del relativismo dovrebbe accettarne le conseguenze”. La diocesi di Paderborn ha da tempo fatto sapere che Communio veritatis è un gruppo privato non legato alla diocesi. Proprio l’arcivescovo di Monaco e Frisinga, tra una conferenza stampa e l’altra, ha partecipato al congresso annuale delle Caritas diocesane tedesche che come slogan aveva “Il sociale ha bisogno del digitale”. Una persona su cinque non ha accesso al digitale, osservava incredulo Marx, domandandosi “cosa si può fare per queste persone, come possano essere rese partecipi della vita sociale”, anche per raggiungere chi potrebbe essere tentato “dal suicidio”. Evidentemente il portavoce del cenacolo di sacerdoti di Paderborn aveva letto le dichiarazioni del porporato prima di parlare di deriva sociale della chiesa tedesca.

Joseph Ratzinger disse nel 2001, durante un’omelia pronunciata a Fontgombault, in Francia – pubblicata sul Foglio dello scorso 4 maggio 2019– che “dopo il Concilio si è diffusa l’idea che il contenuto del Vangelo sarebbe lo sviluppo sociale, che bisognerebbe fare soprattutto le cose esteriori, materiali, e che solo dopo forse si può avere ancora tempo per Dio. Ne vediamo le conseguenze: anche i missionari non avevano più il coraggio di annunziare il Vangelo. Pensavano che il loro compito ora fosse quello di contribuire allo sviluppo dei paesi sottosviluppati. Ci si è dimenticati di Dio, e la conseguenza è terribile: la distruzione dei fondamenti morali di queste società”. Ecco.

Matteo Matzuzzi        "Il Foglio" 10 maggio 2019

www.ilfoglio.it/chiesa/2019/05/10/news/la-chiesa-sta-per-rompersi-253884

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CITAZIONI

Fulton Sheen: chiacchieri solo o fai davvero l’amore?

Una donna non può amare un uomo se non lo conosce almeno un poco. Il “presentatemelo” è appunto l’esigenza preliminare di quella conoscenza che precede l’amore. Anche la “fanciulla dei suoi sogni” idoleggiati dal giovincello ha bisogno d’essere costruita in base ad alcuni frammenti di conoscenza. Ciò che è ignorato non è amato.

Perfino negli animali l’amore ha inizio da quella conoscenza che procede dai sensi, ma la conoscenza dell’uomo viene dai sensi e dall’intelletto insieme. È come l’amore proviene dalla conoscenza, così l’odio proviene dalla mancanza di conoscenza. Il bigottismo è frutto dell’ignoranza. Sebbene all’inizio la conoscenza sia la condizione dell’amore nelle sue ultime fasi l’amore può accrescere la conoscenza.

            Un marito e una moglie che abbiano vissuto molti anni insieme hanno un nuovo genere di conoscenza reciproca che supera in profondità qualsiasi parola detta, o qualsiasi indagine scientifica: è la conoscenza che nasce dall’amore, una specie di percezione intuitiva di ciò che è nella mente e nel cuore dell’altro. Può darsi che noi amiamo più che non conosciamo. Una persona semplice in buona fede può amare Dio più di quanto non lo ami un teologo e avere, quindi, una comprensione più affinata che non quella degli psicologi riguardo ai modi in cui Dio agisce sui cuori degli uomini. La sola bontà, isolata dalla conoscenza, non solleciterebbe l’amore; bisogna prima che sia proposta alla mente e compresa come bene.

            La conoscenza può essere tanto astratta che motiva. La geometria è una conoscenza astratta, ma la conoscenza del sesso è una conoscenza emotiva. Un triangolo isoscele non suscita passioni, ma la conoscenza sessuale può suscitarli. Coloro che invocano un’educazione sessuale indiscriminata per prevenire le promiscuità dei sessi dimenticano che, a causa delle incidenze di carattere emotivo, la conoscenza del sesso può indurre disordini sessuali.

Si obietta che se nessun uomo sapesse che in una casa c’è la febbre tifoidea, gli passerebbe la voglia di andarci. Giusto; ma la conoscenza del sesso non è la conoscenza della febbre tifoidea. Nessuno prova una passione” tifoidea” che lo induca ad abbattere le porte della quarantena, mentre l’essere umano sperimenta una passione sessuale che ha bisogno di controllo. Una delle ragioni psicologiche per cui le persone per bene rifuggono dalle volgari discussioni sul sesso e che questa forma di conoscenza è per sua natura incomunicabile. Tanto personale è il suo metodo di comunicazione che i due interessati sono riluttanti a generalizzarlo. Esso è troppo sacro per venir profanato.

È una realtà psicologica che coloro la cui conoscenza della vita sessuale sia incanalata nel matrimonio e in un unico amore sono i meno proclivi a ritirarla dal chiuso del loro intimo mistero per trasportarla nel campo della pubblica discussione. E non perché il sesso li abbia delusi, ma perché esso si è trasformato nell’amore, e due creature soltanto possono condividerne i segreti. D’altra parte, coloro la cui conoscenza del sesso non è stata sublimata nel mistero dell’amore, e che sono quindi i più frustrati, sono proprio quelli che incessantemente sentono il bisogno di parlare di questi argomenti. I mariti e mogli le cui unioni sono caratterizzate dall’infedeltà sono i più loquaci in materia sessuale, mentre i padri e le madri che hanno avuto un matrimonio felice non ne parlano mai. La loro conoscenza, infatti, si è mutata in amore, per cui non sentono il bisogno di chiacchierarne. Coloro invece che presumono di intendersi profondamente di sesso, in realtà non sanno nulla del suo mistero, perché altrimenti non sarebbero così loquaci in materia.

Da Fulton Sheen,        Tre per sposarsi

https://it.aleteia.org/2018/08/17/fulton-sheen-chiacchiere-sesso-fare-amore

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CITTÀ DEL VATICANO

Prendersi cura della famiglia è prendersi cura dell’uomo e della società

La famiglia, nella sua originaria costituzione di comunità affettiva, generativa e parentale dell’uomo e della donna, istituisce il grembo sociale dell’ordine degli affetti. Le dinamiche sorgive della singolarità individuale, della reciprocità sociale, della cooperazione comunitaria, vengono apprese e ulteriormente elaborate a partire dalla grammatica personale-relazionale iscritta nella costituzione famigliare. L’essere umano apprende, nella convivenza e nella rete dei legami famigliari, i fondamentali del legame umano, indisgiungibilmente personale e comunitario, nel quale è generato e al quale è destinato.

L’immaginazione della qualità umana delle affezioni –della loro dignità e della loro verità, della loro profondità e della loro giustizia –si iscrive nell’esperienza famigliare legame tra il “far essere” e il “voler bene”. Nell’esperienza famigliare, l’intrinseca unità della dimensione biologica del legame umano e di quella spirituale della vita personale, plasma l’edificazione del corpo insieme con l’empatia dell’interiorità altrui. La dimensione famigliare appare così il grembo originario della dimensione etico-affettiva in cui l’esistere umano si attende di sperimentare la giustificazione del proprio essere al mondo e la giustizia della propria partecipazione al suo divenire. L’ordine famigliare instaura al proprio interno anche la giusta articolazione di eros e philia, provvedendo alla istruzione della giusta differenziazione dell’intimità sessuale e della reciprocità parentale (paterna e materna, filiale e fraterna). In tal modo, insegna la loro armonizzazione insieme con la loro diversa perfezione.

Il metabolismo di questa grammatica fondamentale è alla radice delle analogie e delle trasformazioni extra-familiari dell’ordine degli affetti, nelle varie forme del legame personale e sociale. Nello stesso modo, forte della originaria autorevolezza generativa e della competenza affettiva in cui è radicato, e alla cui responsabilità si consegna personalmente e stabilmente, il sistema famigliare introduce alle ragioni etico-affettive –non dispotiche, non arbitrarie, non opportunistiche –del rispetto della legge (nomos) e della condivisione del desiderio (koinonia). La speciale condizione famigliare di questa iniziazione, che si avvale dell’archetipo del possente legame tra amore e generazione che istituisce la vita e il senso della vita (il credo cristiano è radicato nel riconoscimento della generazione come sorgente dell’amore, in Dio stesso) è indeducibile da ogni altro rapporto. Possiamo –e dobbiamo–compensarne le molteplici vulnerabilità e curarne le ferite, anche gravi. Non sostituirlo. Di nuovo, le nostre possibilità migliori di cura, nella congiuntura drammatica dei suoi passaggi attraverso le ombre, vengono pur sempre dalla disposizione sociale e comunitaria del sistema famigliare medesimo, quando mette a disposizione della comunità la ricchezza delle sue originali risorse etico-affettive. Questa disposizione, a ben vedere, non è altro che l’espressione –la più bella e la più emozionante, forse –dell’originale vocazione umana e comunitaria del sistema famigliare medesimo.

Naturalmente, sarebbe contraddittorio –e pertanto controproducente –pensare ad una funzione di prossimità-sussidiarietà dell’ordine famigliare che venga forzato a svolgere il proprio compito umanizzante e socializzante a prezzo della giustizia degli affetti dalla quale esso trae la sua legittimazione e la sua forza. La vocazione “antropologica” e “politica” del sistema famigliare appartiene dunque alla sua originale costituzione storica. Una simile considerazione impone pertanto un duplice e simmetrico tema di osservazione e di riflessione. Da un lato, si tratta di comprendere in quale modo, oggi, la consapevolezza di questa destinazione e di questo protagonismo umanistico e comunitario faccia parte della coscienza diffusa: della cultura famigliare, dei processi educativi, delle politiche istituzionali. Dall’altro, è necessario anche valutare i modi nei quali la comunità civile (e anche religiosa) offrono, a riscontro di questa vocazione umanistica e comunitaria della famiglia, cultura e risorse idonee ad esprimere il fattivo apprezzamento e lo specifico sostegno della collettività. Nell’ambito di questo processo di reciproco riconoscimento e di responsabile restituzione, a che punto sono il diritto, la politica, l’economia, la governance della cittadinanza e la cultura della sussidiarietà?

Family International Monitor           11 maggio 2019        Mons. Pierangelo Sequeri,

Preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia

www.gliscritti.it/blog/entry/4900

https://static.wixstatic.com/ugd/e2c551_09a7357471334c418f284ac6e11ae2d1.pdf

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COMMISSIONE ADOZIONI INTERNAZIONALI

Incontro del Vicepresidente Laera con l'Autorità Centrale Vietnamita

            La Vicepresidente Laera ha ricevuto il 9 maggio 2019 a Roma una delegazione dell'Autorità Centrale Vietnamita guidata dalla Direttrice Generale del Dipartimento Adozioni del Ministero della Giustizia del Vietnam, Madam Nguyen Thi Hao e dall'Ambasciatrice del Vietnam in Italia, Nguyen Thi Bich Hue. La riunione, a cui hanno partecipato in una seconda parte anche gli Enti Autorizzati in Vietnam, ha consentito un articolato scambio di informazioni sulle nuove disposizioni in materia di adozioni internazionali introdotte dal decreto governativo vietnamita N. 24/2019 del 5 marzo 2019.

www.commissioneadozioni.it/media/1610/decreto-n-24-2019-it.pdf

L'obiettivo generale del nuovo decreto è quello di migliorare la procedure esistenti a livello nazionale per assicurare ad un maggior numero di minori la possibilità di crescere in una famiglia adottiva. A questo fine, è stato disposto che i circa duecento centri per l'infanzia presenti sul territorio nazionale possano partecipare alle procedure per le adozioni internazionali. Ciò richiederà un particolare sforzo, da parte del Governo, circa la formazione degli operatori che saranno chiamati a rendere operative le nuove disposizioni. Sebbene l'intenzione dei nuovi provvedimenti sia quella di facilitare le adozioni, nazionali e internazionali, è prevedibile che l'adeguamento alle nuove procedure comporterà, almeno nei primi tempi, un'ulteriore contrazione del già esiguo numero di minori che saranno dichiarati adottabili nel corso del 2019.

            Il capo delegazione ha sottolineato che l'Italia con Francia e Spagna, è uno dei paesi che ha ricevuto il più alto numero di minori per l'adozione internazionale. Da quando ha ratificato la convenzione dell'Aja nel 2012, il Vietnam ha aperto le adozioni a tredici paesi e accreditato trentuno enti autorizzati.

Comunicato stampa   9 maggio 2019

www.commissioneadozioni.it/notizie/incontro-del-vicepresidente-laera-con-lautorit%C3%A0-centrale-vietnamita

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CONGRESSI – CONVEGNI – SEMINARI

Mamme sole: un convegno per capire come aiutarle. E prevenire l’abbandono di bambini

Un convegno per condividere prassi e modelli di lavoro sull’accompagnamento delle mamme sole e fragili. Si terrà all’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Brescia, in via Trieste 17, il prossimo 21 maggio, dalle ore 9 alle 13 in Sala della Gloria. A organizzare l’evento, che si inserisce in un progetto finanziato dalla Fondazione della Comunità Bresciana, con il patrocinio del CESPEF – Centro Studi Pedagogici sulla Vita Matrimoniale e Familiare dell’Università Cattolica, del Comune di Brescia, sono Ai.Bi. – Amici dei Bambini, un movimento di famiglie adottive e affidatarie che, dal 1986, lavora ogni giorno al fianco dei bambini ospiti negli istituti di tutto il mondo per combattere l’emergenza abbandono ed è presente in tutta Italia con 25 sedi locali e in 33 Paesi all’estero, e la Cooperativa Sociale AIBC.

            Il titolo del convegno è: “Mamme in Crescita. Condivisione di prassi e modelli di lavoro sul sostegno e l’accompagnamento dei nuclei mono-genitoriali fragili”.

            Dopo i saluti introduttivi di Marco Fenaroli, Assessore alle politiche per la Famiglia, la Persona e la Sanità e all’Associazionismo del Comune di Brescia e di Ermes Carlo Carretta, Presidente della Cooperativa Sociale AIBC, con la moderazione della dott.ssa Monica Amadini, docente di Pedagogia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, seguiranno gli interventi degli esperti, che si concentreranno sui temi dell’analisi del contesto cittadino, della prospettiva preventiva e della tutela dei minori attraverso la tutela del loro legame con le mamme, della valutazione delle competenze genitoriali, della presa in carico e della co-costruzione del progetto verso l’autonomia, dell’inserimento lavorativo delle mamme sole e di buone pratiche realizzate.

            “Quello delle mamme sole – spiega il presidente di Ai.Bi. – Amici dei Bambini, Marco Griffini – è un problema drammatico, come ci hanno purtroppo illustrato anche i recenti avvenimenti di Rovigo. Tutelarle significa, anche e soprattutto, prevenire la piaga dell’abbandono minorile, la più grande e grave ingiustizia di tutte”

News Ai. Bi.    8 maggio 2019

www.aibi.it/ita/mamme-sole-un-convegno-per-capire-come-aiutarle-e-prevenire-labbandono-di-bambini

 

Milano. Centro Giovani Coppie. Un progetto che si chiama desiderio

Sono disponibili le registrazione della conferenze

  • Generatività della coppia – Tra desiderio e limite 10 maggio 2019
  • Educare al futuro nell’epoca di internet e del narcisismo 12 aprile 2019
  • Coppia e denaro. Le sfide dell’oggi 24 marzo 2019
  • Ti amo, ma non ti desidero. Sesso e passione nella coppia 23 febbraio 2019
  • People. Prima le persone 31 gennaio 2019

www.centrogiovanicoppiesanfedele.it/ Incontri 2018-2019

www.centrogiovanicoppiesanfedele.it/news

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CONSULTORI FAMILIARI CATTOLICI

Corso di formazione per operatori

La Confederazione Italiana e la Federazione Toscana dei Consultori familiari di ispirazione cristiana promuovono un Corso di formazione per operatori di consultori familiari di ispirazione cristiana.

Obiettivi principali del corso

  • Fornire conoscenze, competenze e abilità necessarie a chi intende operare come consulente familiare in un consultorio di ispirazione cristiana;
  • Potenziare le capacità di lavorare in equipe secondo prospettive multi e interdisciplinari;
  • Fornire conoscenze e strumenti per l’analisi della richiesta d’aiuto;
  • Consolidare le conoscenze di base proprie dell’antropologia cristiana.

A chi si rivolge

  • Operatori dei Consultori familiari;
  • Operatori nei Centri di ascolto Caritas e nei Centri di Aiuto alla Vita;
  • Operatori della Pastorale familiare;
  • Operatori socio-educativi, psicologi, pedagogisti, assistenti sociali, giuristi.

Programma e contenuti del Corso

Il corso prende avvio nel mese di ottobre 2019 e termina nel mese di aprile 2021 (date da definire).

Si articola in lezioni frontali, lavoro di gruppo, attività online per un totale di 203 ore così suddivise:

  1. 10 moduli residenziali di 12 ore ciascuno (un fine settimana ogni 2 mesi da tenersi nel seguente orario: venerdì 16.00-20.00, sabato 9.00-13.00 e 14.00-18.00);
  2. Attività online (30 ore);
  3. Tirocinio (40 ore);
  4. Supervisione (10 ore);
  5. Verifica finale (3 ore).

I contenuti del corso sono articolati in 10 moduli:

  1. La persona umana; il consultorio familiare; servizio alla persona, alla coppia, alla famiglia; il consulente familiare;
  2. Comunicazione e meta comunicazione;
  3. La relazione d’aiuto;
  4. Accoglienza, ascolto, accompagnamento.
  5. Il lavoro d’équipe 1° modulo
  6. Il lavoro d’équipe 2° modulo;
  7. La supervisione.
  8. Le fasi del ciclo di vita umana; coppia e famiglia;
  9. L’azione sul territorio;
  10. Consultorio e Pastorale familiare.

Sede del corso e costi di partecipazione

Il corso si terrà a Firenze, presso il Monastero di S. Marta, Via di S. Marta n.7

Il corso è a numero chiuso (da un minimo di 15 ad un massimo di 30 di partecipanti, con priorità per gli operatori dei consultori).

La quota individuale di partecipazione per l’intero corso è di € 150,00.

La quota comprende: iscrizione, frequenza e materiale didattico per l’intero corso.

La quota non comprende: il pranzo del sabato (possibilità comunque di consumarlo presso il Monastero al costo di €.10,00) ed eventuali pernottamenti la notte del venerdì (chi è interessato al pernottamento presso il Monastero dovrà comunicarlo al momento dell’iscrizione).

                        Iscrizione

Per iscriversi al corso occorre compilare il modulo online, accessibile dal seguente link:

https://forms.gle/fco7nqywLdptFkWE9

L’iscrizione si ritiene perfezionata con il versamento della quota di partecipazione, da effettuare mediante bonifico bancario sul c/c della Federazione Toscana dei Consultori Familiari di ispirazione cristiana:

IBAN – IT95X0103014216000000556441 (presso banca MPS).

Brochure                           www.cfc-italia.it/cfc/materiale/CorsoFormazione_Toscana.pdf

                        Informazioni

Per richiedere informazioni, inviare una mail all’indirizzo:   Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

oppure chiamare al n. 328.1575989 (in orario: martedì 9.00-12.00 e 16.00-19.00, giovedì 10.00-13.00).

www.cfc-italia.it/cfc/index.php/2-non-categorizzato/444-corso-di-formazione-per-operatori-di-consultori-familiari-di-ispirazione-cristiana

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CONSULTORI FAMILIARI UCIPEM

Bologna. Festeggiamenti per i 40 anni del servizio di consulenza per la vita familiare

Il Consultorio di via G.  Tacconi, 65 prosegue con i festeggiamenti: domenica 19 maggio con la Messa celebrata dall’Arcivescovo Mons. Matteo Maria Zuppi.

http://www.consultoriobologna.it/wp-content/uploads/2019/05/depliant-messa-ed-evento-19-maggio-2019-A3.pdf

Milano 2. Consultorio Familiare ‘Genitori Oggi’, Presentazione del libro Per un bambino

Quasi 35 anni di Centro di Aiuto la Vita Mangiagalli; impossibile ricordare tutte le emozioni provate! La direttrice Paola Marozzi Bonziha tentato di raccogliere le vicende storiche, sociali e di cronaca nella prima parte del suo ultimo libro “Per un bambino”. Da tutto ciò scaturisce naturalmente l’impegno del Centro di Aiuto alla Vita, del consultorio familiare “Genitori Oggi” e tante storie di donne incontrate. Naturalmente l’incontro è sempre stato cercato dalle donne stesse che ne avevano sentito parlare da amiche già aiutate e da operatore sanitario che stima la vita nascente come un grande valore da difendere. Per loro è stato studiato un metodo particolare fatto di “ascolto attivo” che porta alla “relazione d’aiuto”.

A questo siamo arrivati aiutati anche da autori eccellenti come Silvia Vegetti Finzi (Il bambino della notte), Oriana Fallaci (Lettera a un bambino mai nato), Alba Marcoli (Il bambino nascosto).

Il libro viene presentato a Villa Litta a Milano e alla Fiera Internazionale del Libro di Torino.

www.cavmangiagalli.it/news

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DALLA NAVATA

4° Domenica di Pasqua - Anno C – 12 maggio 2019

Atti Apostoli   13, 46. Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. Così infatti ci ha ordinato il Signore: “Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra”».

Salmo              99, 05. Perché buono è il Signore, il suo amore è per sempre, la sua fedeltà di generazione in generazione.

Apòcalisse      07, 09. Io, Giovanni, vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani.

Giovanni         06, 30. «Io e il Padre siamo una cosa sola».

 

I seduttori e i maestri: due voci ben diverse

Le mie pecore ascoltano la mia voce. Non i comandi, la voce. Quella che attraversa le distanze, inconfondibile; che racconta una relazione, rivela una intimità, fa emergere una presenza in te. La voce giunge all'orecchio del cuore prima delle cose che dice.

            È l'esperienza con cui il bambino piccolo, quando sente la voce della madre, la riconosce, si emoziona, tende le braccia e il cuore verso di lei, ed è già felice ben prima di arrivare a comprendere il significato delle parole. La voce è il canto amoroso dell'essere: «Una voce! L'amato mio! Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline» (Ct 2,8). E prima ancora di giungere, l'amato chiede a sua volta il canto della voce dell'amata: «La tua voce fammi sentire» (Ct 2,14)

            Quando Maria, entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta, la sua voce fa danzare il grembo: «Ecco appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo» (Lc 1,44). Tra la voce del pastore buono e i suoi agnelli corre questa relazione fidente, amorevole, feconda. Infatti perché le pecore dovrebbero ascoltare la sua voce?

            Due generi di persone si disputano il nostro ascolto: i seduttori, quelli che promettono piaceri, e i maestri veri, quelli che danno ali e fecondità alla vita. Gesù risponde offrendo la più grande delle motivazioni: perché io do loro la vita eterna. Ascolterò la sua voce non per ossequio od obbedienza, non per seduzione o paura, ma perché come una madre, lui mi fa vivere. Io do loro la vita. Il pastore buono mette al centro della religione non quello che io faccio per lui, ma quello che lui fa per me.

            Al cuore del cristianesimo non è posto il mio comportamento o la mia etica, ma l'azione di Dio. La vita cristiana non si fonda sul dovere, ma sul dono: vita autentica, vita per sempre, vita di Dio riversata dentro di me, prima ancora che io faccia niente.

Prima ancora che io dica sì, lui ha seminato germi vitali, semi di luce che possono guidare me, disorientato nella vita, al paese della vita. La mia fede cristiana è incremento, accrescimento, intensificazione d'umano e di cose che meritano di non morire. Gesù lo dice con una immagine di lotta, di combattiva tenerezza: Nessuno le strapperà dalla mia mano.

            Una parola assoluta: nessuno. Subito raddoppiata, come se avessimo dei dubbi: nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io sono vita indissolubile dalle mani di Dio. Legame che non si strappa, nodo che non si scioglie. L'eternità è un posto fra le mani di Dio. Siamo passeri che hanno il nido nelle sue mani. E nella sua voce, che scalda il freddo della solitudine.

Padre Ermes Ronchi, OSM

www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=45803

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DIRITTI

            Salone del libro di Torino, l’Autorità garante presenta “I bambini parlano diritti(o)”

                Diecimila bambini di tutta Italia. Ottanta scuole e 600 docenti. Quindicimila copie del libro “Geronimo Stilton. Viaggio alla scoperta dei diritti dei bambini” distribuite. Sono i numeri del progetto “I bambini parlano diritti(o)” di cui l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Filomena Albano, parlerà il 10 maggio al “Salone internazionale del Libro” di Torino. Nel corso dell’evento, in programma alle 13,30 nella Book Arena, la Garante incontrerà gli alunni della scuola primaria. Sarà illustrato lo scopo del progetto: far riscrivere ai bambini la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, per cercare collegamenti e affinità con il mondo contemporaneo e con i nuovi bisogni dei più piccoli a trent’anni dalla sua approvazione. Centocinquanta bambini provenienti da Puglia, Piemonte e Sicilia intervisteranno la Garante, rivolgendole domande sui diritti che loro stessi hanno riscritto, attualizzando la Carta di New York.

Nell’occasione sarà presentato il volume di Geronimo Stilton “Viaggio alla scoperta dei diritti dei bambini” realizzato da Piemme per l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, un’avventura lungo la Penisola alla ricerca della Convenzione di New York andata perduta. Il libro è uno degli strumenti utilizzati nell’ambito del progetto “I bambini parlano diritti(o)” per stimolare la riflessione e la creatività dei più piccoli attraverso un percorso partecipato che mira a far emergere i bisogni dei più piccoli per trasformarli in richiesta di diritti. L’evento è realizzato in collaborazione con l’associazione “Così per gioco” ed Edizioni Piemme.

Focus su quattro dei diritti riscritti. “L’esperienza entusiasmante di far ‘riscrivere’ ai bambini la Convenzione Onu, già vissuta lo scorso anno, ci ha insegnato che ascoltare i più piccoli porta non solo a risultati sorprendenti, ma anche ad adeguare al mondo di oggi la lettura di un documento vivo e attuale” dice la Garante Filomena Albano. “Quest’anno, a Torino, abbiamo scelto di sottolineare quattro diritti tra quelli che ci hanno proposto i bambini:

  1. Diritto a vivere in un ambiente sano;
  2. Diritto alla creatività, al gioco e al sogno;
  3. Diritto all’unicità e all’ascolto;
  4. Diritto alla riservatezza e alla sicurezza su internet”.

Nel pomeriggio, alle 17.30, la Garante Albano incontrerà gli insegnanti alla Sala El Dorado, in occasione dell’appuntamento “A 30 anni dalla Convenzione Onu: il diritto di leggere e giocare” che vuole essere momento di condivisione di idee e strumenti per favorire la partecipazione dei bambini alla convivenza civile.

Agli incontri parteciperà anche la Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Piemonte Rita Turino. Ai due eventi prenderanno parte gli “allenatori di cervelli” Carlo Carzan, Sonia Scalco e Andrea Vico.

News AGIA   7 maggio 2019

www.garanteinfanzia.org/news/salone-libro-torino-autorita-garante-presenta-i-bambini-parlano-diritti

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ENTI TERZ0 SETTORE

L'attacco al Terzo settore devasta l'Italia civile

Gentile direttore,         è vero: oggi chiunque, di formazione cattolica o laica, operi nel Terzo settore deve fare i conti con un clima culturale decisamente peggiorato. La discussione, avviata in queste settimane dalle colonne di questo quotidiano, ha il grande merito di aver fatto riemergere il tema della condizione e del ruolo di questa fondamentale 'infrastruttura' sociale del nostro Paese. L’Arci, nel suo ultimo Consiglio nazionale di pochi giorni fa, ha dibattuto molto dell’argomento. Abbiamo assunto alcuni impegni di lavoro, come associazione e nelle reti di rappresentanza di cui siamo parte.

            Da tempo denunciamo i pericoli per la nostra democrazia derivanti da un certo lavoro di delegittimazione del ruolo dei corpi intermedi, dalle 'apologie' di varia provenienza della disintermediazione. E oggi abbiamo di fronte un 'salto di qualità' nell’attacco al Terzo settore: si mina con il sospetto e la diffamazione la fiducia dei cittadini nei confronti di organizzazioni che fino a ieri sempre avevano raccolto fiducia e sostegno, alimentando la conflittualità tra gli ultimi. L’effetto è devastante: si diffondono comportamenti e atteggiamenti che accrescono le tensioni, distruggono la coesione, producono separazione e divisione. Tutto si individualizza, si brutalizza, scatenando istinti di aggressione verso chi è più debole. È necessario battersi per arginare questa deriva e ribaltare questa egemonia valoriale. E l’occasione può essere offerta, paradossalmente, proprio dall’attuazione della tanto discussa riforma del Terzo settore.

            La riforma sembra avanzare coi suoi dispositivi, ma, purtroppo, con molta fatica. Va sottolineato, infatti, che i recenti provvedimenti approvati sono solo quelli risalenti alla precedente legislatura e rimasti chiusi per mesi nel cassetto. Inoltre, l’opera di ingegneria legislativa alla base della riforma ha riconosciuto finalmente una legittimità piena al Terzo settore, ma il suo dipanarsi applicativo ha destato preoccupazione, smarrimento, ansia nelle migliaia di organizzazioni e nei milioni di cittadini, lavoratori e volontari impegnati. Detto questo, andrebbe colta l’opportunità di ribadire che la sussidiarietà, su cui si poggia gran parte del welfare e delle opportunità culturali, ha efficacia solo se è organizzata, solo se non consiste in attività frutto di una semplice somma di individui, ma si riconosce in un progetto che li accomuna. Riaffermare il diritto alla libera autorganizzazione, difendere il valore della partecipazione, della democrazia rappresentativa, dell’intermediazione sono altresì punti cruciali per lavorare a un 'capovolgimento' della prospettiva.

            La nostra esperienza, quella di un Terzo settore con attitudine ricreativa, ci dice che queste pratiche e valori - coltivando pensiero critico, e definendo una 'cultura' - hanno efficacia nel contrasto alle solitudini. Fare il giusto assieme al bene è una risorsa preziosa, perché promuove emancipazione dei singoli e della collettività, dentro un progetto collettivo e di condivisione di passioni. Le risorse economiche di conseguenza non sono un dato secondario, ma sono centrali per lo sviluppo di quella Italia civile che oggi rappresenta l’ossatura della coesione sociale sempre più sottoposta a erosione e delegittimazione. L’economia civile o solidale è un presupposto cardine perché la sussidiarietà circolare trovi modo di concretizzarsi.

            Ma al tempo stesso il principio e la pratica dell’autofinanziamento attraverso le attività di volontariato e promozione sociale rappresentano un elemento fondamentale da salvaguardare, perché si garantisce terzietà, autonomia e soggettività delle associazioni. Per contrastare una deriva pericolosa, dal nostro punto di vista, è necessario far sentire la voce di un mondo complesso che lavora quotidianamente in tante forme e chiedere al Governo di riconoscere il ruolo fondamentale svolto da tutte le organizzazioni del Terzo settore, spesso unico baluardo a sostegno della coesione sociale e della lotta alle diseguaglianze.

Francesca Chiavacci, Presidente nazionale dell’Arci [Associazione Ricreativa Culturale Italiana]

Avvenire         10 maggio 2019

www.avvenire.it/opinioni/pagine/l-attacco-al-terzo-settore-devasta-l-italia-civil-8b8fd7dccdba498d94f486e60f34e4fc

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FORUM ASSOCIAZIONI FAMILIARI

             Ecco l’#assegnoXfiglio. De Palo: “Venga inserito nella prossima Legge di stabilità”

            “In attesa di vedere realizzarsi l’assegno universale di cui si parla, chiediamo alla politica di prendere in carico la nostra proposta di #assegnoXfiglio, che oggi presentiamo. Una misura che auspichiamo possa essere inserita nella prossima Legge di stabilità: 150 euro per ogni figlio, crescenti al crescere del numero dei figli, indipendente da reddito o ISEE e soprattutto dalla condizione lavorativa dei genitori. Esattamente come accade nel resto d’Europa. Perché i figli non sono un interesse privato, ma un bene comune, se è vero che, ad esempio, saranno loro a pagare le pensioni di chi magari oggi critica la scelta di chi li ha messi al mondo”: così il presidente nazionale del Forum delle Associazioni Familiari, Gigi De Palo, l’11 maggio 2019 in occasione della presentazione ai leader politici di maggioranza e opposizione dell’#assegnoXfiglio, misura che punta a cambiare ‘culturalmente’ il sostegno ai nuclei familiari con figli in Italia.

             “Un intervento universale e strutturale, facile da comprendere per il mondo politico come per le famiglie, l’unica scelta oggi capace di rilanciare la natalità e, con essa, far ripartire l’economia nazionale”, conclude De Palo.

Comunicato stampa   11 maggio 2019

www.forumfamiglie.org/2019/05/11/ecco-lassegnoxfiglio-de-palo-venga-inserito-nella-prossima-legge-di-stabilita

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

 “Cercare nuove strade nella Chiesa non è peccato, ci vuole coraggio”

È con coraggio, perseveranza e testardaggine («non dell’anima», però) che «si fanno i veri cambiamenti nella Chiesa». Con persone che «sanno lottare nel piccolo e nel grande». Nella messa a Santa Marta di oggi, la prima dopo la lunga pausa da Pasqua, Papa Francesco loda quei «tanti uomini e donne, coraggiosi, che rischiano la vita, che vanno avanti, anche che cercano nuove strade nella vita della Chiesa». Perché cercare cambiamenti «non è peccato», ma una cosa che «fa bene a tutti».

Parole che il Pontefice pronuncia di fronte ad alcuni sacerdoti eritrei e ad un gruppo di suore del Cottolengo che partecipano alla messa nella Domus vaticana per celebrare il 50esimo anniversario di vita religiosa. «Grazie per ascoltare la voce di Dio e grazie per la docilità», dice loro Francesco come riportato da Vatican News. La «docilità delle donne del Cottolengo», sottolinea ricordando la sua prima visita negli anni ’70 in una delle strutture che, come voluto dal fondatore San Giuseppe Benedetto Cottolengo, accolgono in tutto il mondo disabili psichici e fisici. In quel passare da una stanza all’altra, accompagnato da una suora tra tutte quelle che trascorrono la vita «fra gli scartati», Bergoglio ha visto tanta perseveranza e tanta docilità. Senza queste virtù le religiose non farebbero quello che fanno, dice il Pontefice.

«Perseverare. E questo è un segnale della Chiesa», afferma. «Io vorrei ringraziare oggi, in voi, tanti uomini e donne, coraggiosi, che rischiano la vita, che vanno avanti, anche che cercano nuove strade nella vita della Chiesa. Cercano nuove strade! “Ma, padre, non è peccato?”. No, non è peccato!». «Cerchiamo nuove strade», allora, «questo ci farà bene a tutti!», assicura il Papa, «a patto che siano le strade del Signore». Sempre però bisogna andare avanti: «Avanti nella profondità della preghiera, nella profondità della docilità, del cuore aperto alla voce di Dio. E così si fanno i veri cambiamenti nella Chiesa, con persone che sanno lottare nel piccolo e nel grande».

            Al centro della riflessione di Papa Francesco c’è la figura di San Paolo e la sua conversione sulla via di Damasco che rappresenta un «cambio di pagina nella storia della Salvezza». Sàulo di Tarso, «uomo forte», persecutore dei cristiani, lascia che il Signore sconvolga la sua vita. Era un uomo «innamorato della legge, di Dio, della purezza della legge», era «onesto» e, anche se con un «caratteraccio», era «coerente» perché «aperto a Dio». «Se lui perseguitava i cristiani era perché era convinto che Dio voleva questo», annota il Papa. «Ma come mai? E come mai, niente: era convinto di quello. È lo zelo che aveva per la purezza della casa di Dio, per la gloria di Dio. Un cuore aperto alla voce del Signore. E rischiava, rischiava, andava avanti».

            Al contempo Paolo era «un uomo docile, aveva la docilità, non era un testardo». «Forse il suo temperamento era testardo - precisa Francesco - ma non la sua anima». Paolo era «aperto ai suggerimenti di Dio», con ardore incarcerava e uccideva i cristiani, ma «una volta che ha sentito la voce del Signore divenne come un bambino, si lascia portare». Questa sua conversione «segna l’apertura ai pagani, ai gentili a coloro che non erano israeliti», in una parola, evidenzia il Pontefice, è «la porta aperta sulla universalità della Chiesa».

            Con la sua «apertura alla voce di Dio» e la sua «docilità» l’Apostolo delle Genti è dunque «un esempio della nostra vita», afferma il Vescovo di Roma. Perché «il cristiano – conclude - deve avere questo carisma del piccolo e del grande». Al Signore dobbiamo chiedere perciò la «grazia della docilità» e un «cuore aperto»: la grazia, cioè, «di non spaventarci di fare cose grandi, di andare avanti, a patto che abbiamo la delicatezza di curare le cose piccole»

Salvatore Cernuzio    Vatican insider           10 maggio 2019

www.lastampa.it/2019/05/10/vaticaninsider/cercare-nuove-strade-nella-chiesa-non-peccato-ci-vuole-coraggio-FcNJwtCzq6fLK0leniQ9CN/pagina.html

Il Papa sulle donne diacono: non si può andare oltre la Rivelazione

Papa Francesco ha consegnato alla presidente dell’Unione internazionale delle superiori generali (Uisg) le conclusioni della commissione che aveva formato proprio su sollecitazione di un interrogativo delle religiose, tre anni fa, sulla possibilità di introdurre il diaconato femminile, sottolineando che, a causa delle divergenze tra i teologi che ne hanno fatto parte e del «poco» su cui tutti concordavano, «non è granché ma è un passo avanti», evidenziando che bisogna approfondire ulteriormente la questione e avvertendo che egli non può «fare un decreto sacramentale senza fondamento teologico-storico» e che, più in generale, «non possiamo andare oltre la rivelazione e l’esplicitazione dogmatica» perché, «se il Signore non ha voluto il ministero sacramentale per le donne, non va».

Francesco ha definito l’abuso sessuale delle suore «un problema grave, serio» del quale è «cosciente» e che è presente «anche a Roma» e, allargando il discorso al più generale problema dell’abuso di potere e di coscienza, ha scandito: «Servizio sì, servitù no», una donna non sceglie l’abito «per diventare la domestica di un chierico», e su questo «aiutiamoci mutuamente», ha detto il Papa alle religiose, «possiamo dire di no, ma se la superiora dice di sì».

«Io oggi consegno ufficialmente alla presidente il risultato del poco a cui sono arrivati in accordo tutti (i membri della commissione, ndr), poi io ho con me la Relatio personale di ognuno, posso nel caso darle se a qualcuno interessa, uno che va più avanti, uno che si ferma lì, e si deve studiare questo», ha detto il Papa nel lungo scambio a braccio che ha avuto con le 850 religiose di tutto il mondo riunite in questi giorni a Roma per la loro ventunesima assemblea . «Io non posso fare decreto sacramentale senza fondamento teologico storico», ha scandito Francesco.

Proprio in risposta ad una sollecitazione dell’assemblea dell’Uisg del 2016, il Papa aveva fondato una “Commissione di Studio sul Diaconato delle donne”. «Quando voi mi avete suggerito di fare una commissione – l’idea è stata vostra – ho detto sì, ho fatto una commissione, che ha lavorato bene, tutti in gamba, uomini e donne teologi, e sono arrivati fino a un certo punto tutti d’accordo, poi ognuno aveva la propria idea», ha raccontato il Pontefice. La commissione, insomma, ha «lavorato abbastanza, è vero, i l risultato non è granché, ma è un passo avanti. Certo, c’era una forma di diaconato femminile nel principio, soprattutto in Siria e in quella zona, ma, l’ho detto sull’aereo , aiutavano nel Battesimo, nei casi di scioglimento dei matrimoni, e la forma di ordinazione non era la formula sacramentale, era per così dir come – questo è quello che mi dice l’informativa, io non sono perito – come oggi è la benedizione abbaziale di una badessa, una benedizione speciale per il diaconato. Andrà avanti, di qui a un tempo io potrei dar chiamare i membri della Commissione e vedere come sono andati avanti. Hanno fatto un bel lavoro e grazie».

Sulla funzione della Chiesa «dobbiamo andar avanti nella domanda: qual è il lavoro della donna e della donna consacrata nella Chiesa», ha proseguito il Papa, «non sbagliare pensando che solo sia un lavoro funzionale: può darsi che lo sia – capa dicastero, a Buenos Aires avevo una cancelliera… - ma andare oltre le funzioni, e questo ancora non è stato maturata, ancora non abbiamo capito bene». La Chiesa, ha insistito il Papa, «è femminile, è donna».

Francesco è tornato sull’argomento in risposta alla domanda di una religiosa di lingua tedesca, che ha espresso l’auspicio che la commissione papale approfondisca ulteriormente per affrontare la questione delle donne diaconesse «non solo sulla base della storia, della dogmatica, della rivelazione, ma anche della forza gesuana, di come Gesù si accompagnava alle donne, e di cosa l’umanità ha bisogno oggi nel 22esimo secolo». «È vero», ha risposto Jorge Mario Bergoglio – che la Chiesa non è soltanto il Denzinger, la collezione di passi dogmatici e cose storiche, ma la Chiesa si sviluppa nel cammino nella fedeltà alla rivelazione. Non possiamo cambiare la rivelazione. È vero che la rivelazione si sviluppa col tempo e noi col tempo capiamo meglio la fede. Il modo di capire oggi la fede dopo il Concilio vaticano II è diverso rispetto a prima, perché c’è uno sviluppo della coscienza. Lei ha ragione, e questa non è una novità, perché la natura stessa della rivelazione è in movimento continuo per chiarire se stessa, anche la natura stessa della coscienza morale».

«Per esempio - ha detto il Papa - oggi ho detto chiaramente che la pena di morte non è accettabile, è immorale, ma cinquant’anni fa no. È cambiata la Chiesa? No, si è sviluppata la coscienza morale, e questo lo avevano capito i padri. Nell’800 c’era un padre francese, Vincenzo da Lérins, che aveva coniato una bella espressione: la coscienza della fede, lo dico in latino, “annis consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate”, cioè cresce con gli anni è in crescita continua, non cambia, cresce, si allarga col tempo, si capisce meglio e con gli anni si sublima. Se io vedo che questo che penso adesso è in connessione con la rivelazione, va bene, ma se è una cosa strana che non è nella rivelazione, anche nel campo morale che non è secondo il campo morale non va. Per questo sul caso del diaconato dobbiamo cercare cosa c’era all’inizio della rivelazione: se c’era qualcosa farla crescere e che arrivi, se non cera qualcosa, se il signore non ha voluto il ministero sacramentale per le donne, non va. Per questo andiamo alla storia, al dogma. Mi è piaciuto quel che la madre ha detto: non è solo questo, ci sono due cose in più: la cosa in più è il dialogo col mondo nel quale viviamo, e questo dialogo col mondo provoca situazioni nuove, che chiedono risposte nuove, ma queste risposte devono essere in armonia con la rivelazione».

«Sviluppo della fede e della morale ma sempre col fondamento», ha proseguito il Pontefice. «Non avere paura di dialogare. E la testimonianza. Pertanto è vero, non solo le cose dogmatiche, col Denzinger non andiamo da nessuna parte nella vita concreta, sappiamo la verità, sappiamo il dogma ma come affrontiamo questo, come facciamo crescere è un’altra cosa, il Denzinger ci aiuta, ma noi dobbiamo crescere continuamente. Io avevo fatto riferimento all’abito vostro ma avete cambiato, l’abito avete rovinato la vita consacrata? No, nel dialogo col mondo ogni congregazione ha visto come era meglio esprimere il proprio carisma, esprimersi, e questa ha un abito così, quella un altro, non sono né peggio ne migliori, ogni congregazione fa il suo discernimento. E con questo cado nella parola chiave: discernere, non è tutto bianco e nero, neppure grigio, è tutto in cammino, tutto è in cammino: ma camminiamo sulla strada giusta, la strada della rivelazione, non possiamo camminare su un’altra strada. Credo che sebbene non ho risposto a tutte le sfumature che c’erano nella domanda della madre credo che questa è la risposta: è vero, non solo le definizioni dogmatiche e le cose storiche aiuteranno, non solo, ma non possiamo andare oltre la rivelazione e l’esplicitazione dogmatica. Capito? Siamo cattolici, eh? Se qualcuno vuol fare un’altra Chiesa è libero».

Nella sua introduzione, sempre a braccio, il Papa ha affrontato anche il tema degli abusi sessuali sui minori e dell’abuso sessuale delle religiose, due questioni che, come quella del diaconato femminile, erano stati sollevati nel saluto introduttivo dalla presidente dell’Uisg, la maltese Camen Sammut. I problemi nella Chiesa «non si risolvono da un giorno all’altro», ha detto il Papa, che sulla pedofilia ha sottolineato che «si è cominciato un processo», ha ricordato che ieri è stato pubblicato un nuovo Motu Proprio , ha evidenziato che «da vent’anni» si sta prendendo «lentamente» coscienza del problema e che ancora «stiamo prendendo coscienza, con tanta vergogna – ma benedetta vergogna, la vergogna è una grazia di Dio! – ma è un processo e dobbiamo andare avanti passo passo per risolvere questo problema. Alcuni delle organizzazioni anti-abusi non sono rimasti contenti dell’incontro a febbraio (con i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo, ndr): “Ma non hanno fatto nulla!”. Io li capisco perché c’è la sofferenza dentro, io ho detto che se noi avessimo impiccato cento preti abusatori in piazza San Pietro sarebbero stati tutti contenti, ma il problema non sarebbero stati risolti. I problemi nella vita si risolvono con processi non occupando spazi».

Quanto al problema delle religiose abusate, «è un problema serio, grave, ne sono cosciente», ha detto il Papa, sottolineando di essere «cosciente» che si verifica «anche qui a Roma» e, più in generale, di essere «cosciente» «dei problemi, delle informazioni che vengono, e anche non solo dell’abuso sessuale della religiosa, ma l’abuso di potere, l’abuso di coscienza: dobbiamo lottare contro di questo», ha detto Jorge Mario Bergoglio, che ha proseguito spiegando, in merito al «servizio delle religiose»: «Per favore: servizio sì, servitù no. Tu non ti sei fatta religiosa per diventare la domestica di un chierico, no, ma su questo aiutiamoci mutuamente: possiamo dire di no, ma se la superiora dice di sì… tutti insieme, servitù no, servizio sì. Lavori nei Dicasteri, amministrando una nunziatura, questo va bene, ma domestica no. Se vuoi fare la domestica, fai come fanno le suore dell’Ascensione che fanno infermiere e domestiche nelle case degli ammalati. Sì li sì perché è servizio, ma servitù no».

Il Papa, che dopo un suo primo indirizzo a braccio, lasciando da parte il testo scritto che aveva preparato, ha risposto ad una serie di domande di diverse religiose, ha toccato i temi dell’ecumenismo «del sangue, del povero e della preghiera». Ha sottolineato la necessità di lavorare con persone di altre religioni sui valori in comune («Per esempio, il rispetto per la vita dei neonati o dei non nati che hanno i musulmani è meraviglioso»), ha raccomandato alle religiose di essere vicine alle «fragilità» dei più poveri e malati, così come quelli delle consorelle, ha parlato della «maternità» delle religiose, ed ha raccomandato la «cura» nell’«accompagnare» la inculturazione della fede ad esempio in materia liturgica.

Ad una suora sud sudanese che lo ha ringraziato per l’incontro spirituale tra leader politici del Paese africano , gli ha chiesto di ordinare un vescovo nella sua diocesi vacante («Non sempre si trovano in candidati adatti…», ha risposto il Papa) e lo ha invitato a visitare il Paese, Francesco ha ricordato che aveva intenzione di recarsi in Sud Sudan l’anno scorso con l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, «ma non è stato possibile» per motivi di sicurezza. Tuttavia «ho promesso di andarci, insieme, forse quest’anno… Forse, non è una promessa! Quando vado in Mozambico, Madagascar e Mauritius (a settembre, ndr) e forse c’è tempo per stare lì, non dico il tempo dell’orologio, ma il tempo maturo per arrivare lì: io voglio andare, il Sud Sudan lo porto nel cuore», ha detto il Papa, che ha poi voluto ricordare che in occasione del ritiro spirituale in Vaticano i leader contrapposti del Paese «facevano pranzo nella sala comune dove pranzo io, e li vedevo lì, come novizi, zitti… mangiavano, questi che facevano la guerra, zitti, perché pensavano alla meditazione che aveva dato loro il cattolico l’episcopaliano e l’anglicano. Nessuna nazione ha fatto questo, solo loro: sono bravi, e se hanno avuto questo coraggio di dare una testimonianza del genere, c’è possibilità di andare avanti».

Infine, prima di accomiatarsi, Papa Francesco ha promesso: «Prendo sul serio – se sarò vivo, non so – l’invito di partecipare almeno a una parte della prossima assemblea» dell’Uisg che prevedibilmente si svolgerà nel 2022. «Se sarò vivo, al contrario – ha concluso con un sorriso – ricordatelo al successore, che faccia lo stesso»

Iacopo Scaramuzzi    Vatican insider           10 maggio 2019

www.lastampa.it/2019/05/10/vaticaninsider/il-papa-sulle-donne-diacono-non-si-pu-andare-oltre-la-rivelazione-TxykoAoSKayQVdPKKIw1PJ/pagina.html

 

L’escalation dell’assedio al papa

La santa eresia di cui è accusato Francesco

Una lettera ai vescovi, ripetitiva delle accuse già lanciate nel 2017 contro il papa, ne chiede l’ammonizione e la deposizione. Ma l’enumerazione delle sue pretese eresie è in realtà un monumento apologetico alla libertà cristiana e alla grandezza e novità del suo magistero mosso dalla potenza dello Spirito

            Pubblichiamo quello che dice Francesco, e con lui altri vescovi, nella sintesi che ne hanno fatto i suoi accusatori nella “Correctio filialis” del 16 luglio 2017, ripresa e integrata nella Lettera ai vescovi e alla Chiesa pubblicata dai più sediziosi il 30 aprile 2019. Un dossier che vorrebbe essere di accusa, e invece mette in risalto senza volerlo la novità e la forza dello Spirito irradianti dal magistero di papa Francesco.

            Lettera ai vescovi e alla Chiesa. 30 aprile 2019.                   (…)

www.chiesadituttichiesadeipoveri.it/la-santa-eresia-di-cui-e-accusato-francesco

 

Chi chiama eretico il papa

Ho letto con un penoso senso di fastidio spirituale la lettera firmata inizialmente da una ventina di cattolici, chierici e laici, e indirizzata ai vescovi, perché mettano in stato di accusa, come eretico, papa Francesco. Il fastidio ha vari motivi. Cercherò di spiegarli.

  1. Il primo è di natura estetica, come se un ragazzaccio avesse lanciato una manciata di fango su un bel quadro. Sul volto dolce di un vecchio papa, stanco ma irradiato e reso bello dalla “gioia del vangelo”, sono stati lanciati sputi meschini da volti somiglianti agli arcigni inquisitori di un famoso film di Dreyer. Chi una sola volta ha visto la Passione di Giovanna d’Arco di quel regista, non riuscirà mai a dimenticare il contrasto tra il volto pulito e sofferente di Renée Falconetti e quello grossolano e duro dei suoi giudici. È vero che gli inquisitori di papa Francesco non chiedono il rogo, ma ne vogliono l’abiura pubblica.
  2. Il secondo motivo è dato dalla grossolanità delle accuse formulate, in termini che citano non ciò che è stato effettivamente detto dal papa, ma ciò che dovrebbe essere presupposto da ciò che il papa ha detto, scritto o fatto. Questa è una vecchia prassi inquisitoriale, purtroppo ancora non del tutto dismessa nella chiesa cattolica. Tutto verte attorno a 3 titoli di accusa: il rifiuto della condanna degli omosessuali, l’ammissione all’eucaristia dei cristiani divorziati, la giustificazione del pluralismo religioso. Non mancano tra i firmatari alcuni teologi di professione. A loro, anche se non a tutti i firmatari, è legittimo chiedere come facciano a passare sotto silenzio il canone 8 del concilio di Nicea sulla comunione ai digamoi [che contraevano un secondo matrimonio dopo un divorzio o un ripudio] come ignorino il senso esatto dei decreti tridentini sull’indissolubilità del matrimonio e la disciplina conseguente, che non implica la condanna della prassi delle chiese ortodosse le quali prevedono per i divorziati, secondo il principio della “economia” (cioè, in termini orientali, della “misericordia”), una benedizione particolare (fino alle terze nozze “civili” e per alcune chiese persino fino alla quarta). E si può ancora chiedere perché ignorino tutta la portata della dottrina di Trento sull’eucaristia che stabilisce come, quando si partecipa con i retti sentimenti alla celebrazione del sacrificio eucaristico, Dio “placato dall’offerta, concede il dono e la grazia della penitenza e crimina et peccata etiam ingentia dimittit”.
  3. Il terzo motivo è dato dalla rozzezza dell’ermeneutica teologica messa in atto dai firmatari sedicenti ortodossi. Che le dottrine della chiesa siano mutate, nella continuità sostanziale, non è un fatto che possa essere messo in discussione. E sappiamo che, come in tanti altri casi analoghi. I “vincitori” al concilio di Calcedonia (anno 451) furono “vinti” nel secondo concilio di Costantinopoli (553). Che ci sia qualcosa di mutato nella disciplina della chiesa, introdotta sotto il pontificato di papa Francesco, è un dato altrettanto incontrovertibile. E, dato importante, i capisaldi di quel mutamento sono stati approvati con la maggioranza qualificata di due terzi e passa da un sinodo episcopale. Ma almeno i teologi dovrebbero sapere che la continuità o discontinuità non si misurano nel rapporto diretto tra dottrina e dottrina, tra disciplina e disciplina, ma ogni volta nel rapporto di ogni formulazione dottrinale o misura disciplinare con il vangelo. Ogni dottrina e ogni disciplina deve cioè, nelle sempre mutevoli condizioni storiche, essere fedele al vangelo che resta sovrano nella chiesa. Ed è quindi grave ignorare la portata del vangelo, che non è racchiuso nella formulazione dottrinale o nella legge disciplinare, ma «è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo, prima, come del Greco. In esso infatti si rivela la giustizia di Dio». Ci sono inoltre altri motivi del fastidio. Scorrendo i nomi dei firmatari e cercando notizie sul loro conto attraverso la rete, ho scoperto che la maggior parte di loro fanno esplicitamente riferimento a una sorta di Internazionale dei tradizionalisti, sia sul piano politico che religioso, che sappiamo ben foraggiata economicamente da un certo signor Bannon. Qui il fastidio non è soltanto quello di una determinata sensibilità teologica, ma tocca altre fibre forse più delicate, quelle cristiane come tali e culturali di chi, nato negli anni Quaranta del secolo scorso, fino a tutti gli anni Sessanta, ha respirato l’aria di una umanità, sottomessa controvoglia alla caducità, ma che non cessa di sperare che «la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio».

Giuseppe Ruggieri, teologo, docente nell’Università Gregoriana di Roma e presso la facoltà di Teologia cattolica di Tubinga                            “la Repubblica" 11 maggio 2019

https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2019/05/10/news/chi_chiama_eretico_il_papa-225963573

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt201905/190511ruggieri.pdf

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MATERNITÀ SURROGATA

            Sentenza in materia di procreazione medicalmente assistita

                    Corte di Cassazione, Sezioni unite civili, sentenza n. 12193, 8 maggio 2019

www.neldiritto.it/public/pdf/s.u._12193_2019.pdf

Non può essere trascritto nei registri dello stato civile italiano Il provvedimento di un Giudice straniero con cui è stato accertato il rapporto di filiazione tra un minore nato all'estero mediante il ricorso alla maternità surrogata ed un soggetto che non abbia con lo stesso alcun rapporto biologico (c.d. genitore d'intenzione).

            Lo hanno deciso le Sezioni Unite della Corte di cassazione con la sentenza n. 12193, pubblicata in data odierna 8 maggio 2019, la quale ha rigettato la domanda di riconoscimento dell'efficacia del predetto provvedimento, riguardante due minori concepiti da uno dei componenti di una coppia omosessuale mediante il ricorso alla procreazione medicalmente assistita, con la collaborazione di due donne, una delle quali aveva messo a disposizione gli ovociti, mentre l'altra aveva provveduto alla gestazione.

        La Corte ha ritenuto che il riconoscimento del rapporto di filiazione con l'altro componente della coppia si ponesse in contrasto con il divieto della surrogazione di maternità, previsto dall'art. 12, comma sesto, della legge n. 40 del 2004, ravvisando in tale disposizione un principio di ordine pubblico, posto a tutela della dignità della gestante e dell'istituto dell'adozione.

            In proposito, è stato chiarito che la compatibilità con l'ordine pubblico, richiesta ai fini del riconoscimento dagli artt. 64 e ss. della legge n. 218 del 1995, dev'essere valutata alla stregua non solo dei principi fondamentali della Costituzione e di quelli consacrati nelle fonti internazionali e sovranazionali, ma anche del modo in cui gli stessi hanno trovato attuazione nella legislazione ordinaria, nonché dell'interpretazione fornitane dalla giurisprudenza.

            E' stato tuttavia precisato che i valori tutelati dal predetto divieto, ritenuti dal legislatore prevalenti sull'interesse del minore, non escludono la possibilità di attribuire rilievo al rapporto genitoriale, mediante il ricorso ad altri strumenti giuridici, quali l'adozione in casi particolari, prevista dall'art. 44, comma primo, lett. d), della legge n. 184 del 1983.

Corte Suprema di Cassazione           Comunicato Stampa  Roma, li 8 maggio 2019

www.cortedicassazione.it/corte-di-cassazione/it/dett_cst.page;jsessionid=817011ADA79ADFFB3946201C30C73372.jvm1?contentId=CST22683

                                                                               

Valore della norma (e di una battaglia): il senso della dignità

Natura e artificio, verità e finzione. Quante volte la vita fabbricata in provetta ci ha messo di fronte a spinosi grovigli, umani e giuridici; specie nelle varianti di progetto più azzardate, come la maternità surrogata. Sappiamo che c’è una giustizia delle regole, che rifiuta le aberrazioni, e va messa in salvo. E se fallisce resta un desolato bisogno di rimedio residuo alle trasgressioni avvenute, quasi una specie di “giustizia del giorno dopo” china sui cocci. Quanti pensieri dunque riemergono ora, di fonte alla sentenza della Cassazione italiana a Sezioni Unite, che dice “no” alla trascrizione nei registri dello stato civile italiano dei “figli” ottenuti da maternità surrogata all’estero, in uno Stato che ammette quella pratica che da noi è penalmente vietata. Quel divieto è principio di civiltà, perché ha una «funzione essenziale di tutela di interessi costituzionalmente rilevanti».

            Finalmente. Quanti balbettii, quante diatribe ossessive, quanti paralogismi nei provvedimenti finora registrati nei vari tribunali, nella discorde dimostrazione del teorema di conformità o contrarietà all’ordine pubblico. Ora sia chiaro per tutti: non solo l’atto di nascita estero, ma neppure la sentenza di un giudice straniero, là dove l’utero in affitto viene praticato, può scavalcare la norma che da noi (e nella stragrande maggioranza dei Paesi del mondo) rappresenta – sono le parole della Corte «un principio di ordine pubblico posto a tutela della dignità della gestante e dell’istituto dell’adozione».

            Dignità è parola grande e positiva, che fa schermo per antitesi al disvalore indegno della surrogazione, già definita dalla Corte costituzionale n. 272 del 2017 «una pratica che offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane». È appena il caso di rammentare che nella coscienza collettiva l’aspetto di sfruttamento e di deprivazione che lo contrassegna produce dolore e riprovazione pressoché generalizzata, con proposte di mettere al bando nel mondo questa forma che studiosi e commentatori definiscono «schiavitù». Oggi la lettura delle norme fatta dalla nostra Corte Suprema rafforza e presidia questa frontiera.

            Nell’ultima parte la sentenza esplora, un po’ succintamente, il problema della sorte del “figlio” che non è figlio e si chiede se il suo interesse non sia sacrificato dall’esclusione di quel pur falso rapporto genitoriale che la maternità surrogata ha procurato. E quasi a dar spiraglio a una “giustizia del giorno dopo”, dice che un possibile rimedio non è escluso, ad esempio mediante il pertugio della «adozione in casi particolari» a favore del genitore “intenzionale”. In queste riflessioni c’è una parte positiva e una parte ambigua.

            La parte positiva è l’attenzione perdurante all’interesse del bambino, anche quando l’acqua è sporca. Ma allora questo interesse bisogna risvegliarlo prima, e intendere dapprincipio che la «dignità violata» si riferisce, certo, alla donna ridotta – per contratto – a “fattrice”, ma anche al bambino. Perché troppi dimenticano di guardare sin dall’inizio pure alla dignità del bambino, ridotto a sua volta a strumento del “desiderio” dei committenti, che viene al mondo e perde all’istante la relazione fondamentale della sua vita, quella con la madre che l’ha portato in grembo, e la sua nascita è un abbandono, cioè un morire? Il rimedio migliore non pare quello di suggerire adozioni speciali e spicce, o sananti come si usa nella patria dei condoni e degli sconti.

            Il rimedio è dare serietà dissuasiva e non aggirabile alla norma, così esaltata dalla Consulta e oggi ancora dalla Cassazione in modo definitivo. Sì, dare serietà dissuasiva, una buona volta, anche se la norma è violata e fa vittime fuori confine: giusto per non fare più vittime, mai più.

Giuseppe Anzani        Avvenire        9 maggio 2019

www.avvenire.it/opinioni/pagine/il-senso-pieno

 

Valutare l’interesse del minore? Il tribunale è meglio dell’anagrafe

Una scelta di prudenza e di buon senso per mettere al primo posto l’interesse del minore ferma restando l’impossibilità di trascrizione all’anagrafe dell’atto di figliazione del bambino nato con la maternità surrogata. Così Cristina Maggia, presidente del Tribunale dei minorenni di Brescia, legge il no della Cassazione alla maternità surrogata ma la confermata legittimazione del ricorso all’articolo 44 della legge 183, 4 maggio 1984.

www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=1983-05-17&atto.codiceRedazionale=083U0184&elenco30giorni=false

In particolare del comma "d" della norma, dove si parla di adozione in casi speciali. Come se le sezioni unite del-la Cassazione, nel ribadire il divieto all’utero in affitto, pratica non contemplata dalla nostra legislazione, indicassero una strada per la tutela di un bambino comunque esistente, comunque legato da rapporti affettivi non solo con il genitore biologico ma, probabilmente, anche con quello che nella sentenza pubblicata ieri si definisce "intenzionale". «E per garantire questa tutela il giudice ha senza dubbio a sua disposizione strumenti più efficaci rispetto all’ufficiale dell’anagrafe», osserva il magistrato.

Quali sono le possibilità previste da questa ormai famigerata lettera "d" articolo 44 della legge 184 che, secondo la Cassazione, apre la strada all’adozione per le coppie omosessuali?

La legge dice all’articolo 44, lettera "d" che l’adozione in casi speciali è possibile «quando vi sia la constata impossibilità di un affidamento preadottivo». Il caso tipico è questo: un bambino in affido familiare per un tempo molto prolungato che ha consolidato rapporti molto stretti con la famiglia affidataria, anche se non esistono i requisiti necessari per l’adozione legittimante, può comunque essere adottato.

Questo vale anche per i single?

Sì, nel caso in cui ci sia un legame affettivo forte, costruito negli anni e che quindi non sarebbe giusto spezzare.

E nel caso delle coppie omogenitoriali?

Prima che alcuni Comuni iniziassero a trascrivere gli atti registrati all’estero, ritenendo legittima questo tipo di genitorialità, il genitore "sociale" poteva chiedere l’adozione del figlio del partner, genitore biologico, ai sensi dell’articolo 44. La Cassazione non ha fatto altro che ribadire questo orientamento, peraltro già presente nei pronunciamenti della stessa Corte. Nel 2016, per esempio, aveva fatto ricorso al concetto di "paradigma di non discriminazione" in riferimento ai genitori omosessuali per spiegare la questione dell’applicabilità dell’articolo 44, lettera "d". Anche se gli orientamenti dei vari tribunali rimangono diversi.

Per applicare questo articolo occorrono comunque verifiche da parte del giudice?

Certo, per questo la Cassazione spiega che non possono essere i Comuni a registrare "in automatico" gli atti di nascita prodotti da uno Stato estero. Sia perché la questione della maternità surrogata è insuperabile per la nostra legislazione, sia perché l’Ufficiale dell’anagrafe non ha gli strumenti per verificare la bontà di queste relazioni, Come fa il Comune ad accertare che tipo di legame è stato costruito con quel bambino, se i genitori sono persone adeguate, se le rispettive famiglie sono a posto? Impossibile.

Quindi la Cassazione legittima in qualche modo il ricorso all’articolo 44 anche per le coppie omosessuali?

Non dobbiamo dimenticare che al primo posto c’è sempre l’interesse del minore. E non si tratta di una figura ipotetica, ma di un bambino esistente, in carne e ossa, che ha stretto rapporti significativi con due genitori. Quindi la Corte dice, in sostanza: la maternità surrogata è vietata ma noi dobbiamo apprezzare caso   se quel legame che si è costruito è positivo per quel bambino e se è giusto considerarlo figlio di tutti e due, proprio per tutelarlo al meglio. Per questo possiamo applicare l’articolo 44, lettera "d" nell’ambito di una valutazione giurisdizionale.

Non si poteva fare diversamente?

Non lo so, certo si tratta di una scelta prudente e condivisibile. Tocca al giudice valutare se nell’interesse di quel bambino l’articolo della legge può essere applicato. Altrimenti tutto è consentito. Anche andare all’estero con le motivazioni più consumistiche, anche alimentare le "Fabbriche di bambini”.

L’articolo 44 non finirà per essere una via più breve per adottare un bambino?

No, il giudice dovrà comunque incaricare i servizi sociali di fare tutte le verifiche del caso. Si dovrà capire se quei legami sono davvero solidi, si dovranno verificare i rapporti con le famiglie d’origine. C’è davvero una capacità genitoriale? Ci sono motivazioni serie? Nel migliore dei casi è necessario un anno, un anno e mezzo. Forse di più.

Luciano Moia Avvenire         9 maggio 2019

www.scienzaevita.org/wp-content/uploads/2019/05/9-L.-Moia-Avvenire.pdf

 

Così la Corte dei diritti umani indicò la strada dell’adozione

La sentenza della Cassazione ricorda per diversi aspetti quella emanata dalla Corte europea dei diritti umani (Cedu) il 10 aprile 2019 scorso. Pronunciandosi sul caso di una coppia francese, eterosessuale e coniugata, i Mennesson, la Corte aveva stabilito che gli Stati non hanno l’obbligo di trascrivere pedissequamente nel registro dello stato civile il certificato dello Stato estero in cui è nato il bambino attraverso la maternità surrogata. Il «genitore intenzionale», a differenza del genitore naturale (biologico), non può far valere tout court il riconoscimento legale acquisito all’estero, se nel suo Paese esistono norme che non lo prevedono. Però gli Stati hanno il dovere, questo sì, di riconoscere attraverso altre vie e in modo rapido il legame filiale del bambino con il «genitore intenzionale». La Cedu aveva espressamente indicato, nel caso specifico francese – ma creando un punto di riferimento giurisprudenziale – «l’adozione del bambino da parte della madre intenzionale». Una indicazione che ora sembra essere stata in qualche modo «recepita» dalla Cassazione italiana.

A Ma        Avvenire         9 maggio 2019

www.scienzaevita.org/wp-content/uploads/2019/05/9-L.-Moia-Avvenire.pdf

 

Figli di due padri all'estero: no alla trascrizione in Italia

La Cassazione non esclude la possibilità dell'adozione in casi particolari

Il principio di diritto. Le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione hanno affermato il principio secondo cui non può essere trascritto nei registri dello Stato civile italiano il provvedimento reso da un giudice estero, col quale è stato accertato il rapporto di filiazione tra un minore, nato all'estero attraverso la maternità surrogata, e un soggetto che, rispetto al medesimo, non vanta alcun rapporto biologico.

            La vicenda. Il massimo consesso civile, risolvendo il quesito posto dalla Prima Sezione civile della Corte con l'ordinanza interlocutoria n. 4382 del 22 febbraio 2018, ha respinto l'istanza volta al riconoscimento dell'efficacia del provvedimento straniero, riguardante due bambini concepiti da uno dei membri di una coppia omosessuale mediante ricorso alla procreazione medicalmente assistita.

www.altalex.com/documents/news/2018/02/26/genitorialita-di-due-padri-all-estero

Il ruolo della donna. Nella vicenda hanno cooperato anche due donne: una aveva messo a disposizione gli ovociti, l'altra aveva portato avanti la gestazione.

Il principio di ordine pubblico. Secondo il supremo consesso di legittimità, il riconoscimento del rapporto di filiazione con l'altro componente della coppia omosessuale collide col divieto della surrogazione della maternità (ex articolo 12, comma VI, Legge n. 40, 19 febbraio 2004),

www.fecondazioneeterologaitalia.it/legge-40-aggiornata-tutte-modifiche

individuando in norma siffatta un principio di ordine pubblico che tutela due valori distinti: la dignità della gestante, l’istituto giuridico dell’adozione.

            La valutazione di compatibilità con l’ordine pubblico. Altresì, è stato posto in rilievo che la compatibilità con l'ordine pubblico, richiesta per il riconoscimento ad opera della Legge n. 218, 31 maggio 1995, deve valutarsi alla stregua del modo con cui principi siffatti hanno trovato attuazione: nell’ordinamento interno, nell’ermeneutica giurisprudenziale.

            L’adozione in casi particolari. In conclusione, è stato precisato che i valori tutelati dal divieto in questione, e ritenuti dallo stesso legislatore prevalenti sull’interesse del minore, non escludono la possibilità di dare rilievo al rapporto genitoriale, ricorrendo, tuttavia, ad ulteriori strumenti messi a disposizione dall’ordinamento, quale ad esempio l'adozione in casi particolari (articolo 44, comma I, lettera d), Legge n. 184, 4 maggio 1983).      www.camera.it/_bicamerali/leg14/infanzia/leggi/legge184%20del%201983.htm

Redazione Altalex, 9 maggio 2019   sentenza

www.altalex.com/documents/news/2019/05/08/figli-di-due-padri-all-estero-no-alla-trascrizione-in-italia

 

Cassazione. No alla trascrizione in Italia per bambini con "due papà"

Corte di Cassazione, Sezioni unite civili, sentenza n. 12193, 8 maggio 2019

Non può essere trascritto nei registri dello stato civile italiano il provvedimento di un giudice straniero con cui è stato accertato il rapporto di filiazione tra un minore nato all'estero mediante il ricorso alla maternità surrogata e un soggetto italiano che non abbia con lo stesso alcun rapporto biologico (c.d. genitore d'intenzione).

            Lo hanno deciso le Sezioni Unite della Corte di cassazione con la sentenza n. 12193, pubblicata in data odierna, la quale ha rigettato la domanda di riconoscimento dell'efficacia del provvedimento riguardante due minori concepiti da uno dei componenti di una coppia omosessuale mediante il ricorso alla procreazione medicalmente assistita con la collaborazione di due donne, una delle quali aveva messo a disposizione gli ovociti mentre l'altra aveva provveduto alla gestazione (la madre surrogata).

            La Corte ha ritenuto che il riconoscimento del rapporto di filiazione con l'altro componente della coppia si ponesse in contrasto con il divieto della surrogazione di maternità, previsto dall'art. 12, comma sesto, della legge n. 40 del 2004, ravvisando in tale disposizione un principio di ordine pubblico posto a tutela della dignità della gestante e dell'istituto dell'adozione.

            In proposito, è stato chiarito che la compatibilità con l'ordine pubblico, richiesta ai fini del riconoscimento dagli artt. 64 e seguenti della legge n. 218 del 1995, dev'essere valutata alla stregua non solo dei principi fondamentali della Costituzione e di quelli consacrati nelle fonti internazionali e sovranazionali ma anche del modo in cui gli stessi hanno trovato attuazione nella legislazione ordinaria, nonché dell'interpretazione fornitane dalla giurisprudenza.

            È stato tuttavia precisato che i valori tutelati dal divieto, ritenuti dal legislatore prevalenti sull'interesse del minore, non escludono la possibilità di attribuire rilievo al rapporto genitoriale, mediante il ricorso ad altri strumenti giuridici, quali l'adozione in casi particolari, prevista dall'art. 44, comma primo, lett. d), della legge n. 184 del 1983.

            Nella sostanza, dunque, vengono confermati (e ulteriormente sviluppati) i principi espressi in un’altra sentenza di Cassazione in tema di utero in affitto (anche se, allora, il caso concreto riguardava una coppia etero): la 24001/2014, che già 5 anni fa aveva ritenuto il divieto di surrogazione di maternità “certamente di ordine pubblico”.

dirittocivilecontemporaneo.com/wp-content/uploads/2014/12/Cass.-1-novembre-2014-n.-24001-Est-De-Chiara.pdf

A motivare la decisione sul punto, allora, era intervenuta l’osservazione per cui il divieto di maternità surrogata è assistito dalla “sanzione penale”, che “di regola” è “posta appunto a presidio di beni giuridici fondamentali”.

E quali fossero questi beni, la pronuncia lo spiega nel dettaglio: “Vengono qui in rilievo la dignità umana, costituzionalmente tutelata, della gestante – si legge in sentenza -, e l’istituto dell’adozione, con il quale la surrogazione di maternità si pone oggettivamente in conflitto”. Ed è a questo punto che la Suprema Corte dimostra come le sue osservazioni non si pongano in contrasto con “la tutela del superiore interesse del minore”.

            Anzi: proprio questa salvaguardia vuole garantire “il legislatore italiano”, laddove ha deciso di attribuire “la maternità a colei che partorisce”, e di affidare “all’istituto dell’adozione, realizzato con le garanzie proprie del procedimento giurisdizionale, piuttosto che al semplice accordo delle parti, la realizzazione di una genitorialità disgiunta dal legame biologico”.

            Sulla scorta di tali principi, confermati dalla sentenza di oggi, risultano dunque illegittime tutte le trascrizioni – effettuate da alcuni sindaci italiani, tra cui quello di Roma, Virginia Raggi – di atti di nascita relativi a bimbi nati da maternità surrogata, e lo stesso vale per tutte le altre pronunce territoriali – tra cui la Corte d’Appello di Trento – che avevano obbligato altri Comuni a riconoscere la piena genitorialità di coppie con bebè proveniente da utero all’estero.

            La pronuncia a Sezioni Unite, infatti, pur non avendo tecnicamente valore di legge, costituisce un precedente da cui molto difficilmente possono discostarsi tutte le magistrature locali, a cominciare dai tribunali. Tra l’altro – particolare importante, in passato più volte messo in discussione – la stessa sentenza chiarisce una volta per tutte che sull’utero in affitto non c’è alcun vuoto normativo, avendo il nostro ordinamento una posizione assolutamente univoca.

            E quando ammette la possibilità, all’interno delle coppie gay, di veder garantito il rapporto di filiazione attraverso la cosiddetta “adozione in casi particolari”, fa riferimento a un istituto giuridico con conseguenze ben diverse rispetto alla trascrizione di un atto di nascita. Tale adozione, infatti, non è legittimante, limitandosi a istituire uno status personale tra adulto e piccolo.

Marcello Palmieri      Avvenire        8 maggio 2019

www.avvenire.it/famiglia-e-vita/pagine/cassazione-no-alla-trascrizione-in-italia-per-bambini-con-due-papa

 

Quel che non può il Comune con la trascrizione può il giudice con l’adozione

Corte di Cassazione, Sezioni unite civili, sentenza n. 12193, 8 maggio 2019

www.cortedicassazione.it/cassazione-resources/resources/cms/documents/12193_05_2019_no-index.pdf

La sentenza della Cassazione ha certamente il pregio di ribadire il divieto della maternità surrogata contenuto all’art. 12 della legge 40/2004, di ancorare tale divieto all’ordine pubblico interno, di richiamare il principio della dignità della gestante e di precludere – proprio perché si tratta di una pronuncia delle Sezioni unite civili – ogni improprio aggiramento di tali norme e principi. “Il giudice non può sostituire la propria valutazione”, dice la Suprema Corte, al bilanciamento effettuato dal Parlamento.

            Lascia invece a desiderare l’apertura che nella sentenza si trova alla estensione della c.d. stepchild adoption ai casi di maternità surrogata: quel che non è consentito all’ufficiale dello stato civile, cioè il riconoscimento come figlio dei “committenti” del nato da maternità surrogata, parrebbe consentito col ricorso all’adozione da parte degli stessi “committenti”.

            Il messaggio che viene dato, ridotto alla sostanza, è che – ferma restando la preclusione in Italia dell’utero in affitto – la coppia che lo desideri può recarsi all’estero per ottenere un bambino da maternità surrogata e poi renderlo proprio giuridicamente attivando la procedura adottiva: un messaggio pilatesco, visto che conduce comunque a un esito di legittimazione, se pure per altra via, della maternità surrogata. Andrebbe poi spiegato alle coppie che attendono da anni un bambino, avendo attivato una procedura di adozione, perché una condotta vietata dalla legge la rende in concreto possibile, mentre per via ordinaria l’adozione resta complicatissima ed eventuale.

            Il Parlamento ha bisogno di altro per intervenire con una legge che scongiuri in modo chiaro la pratica dell’utero in affitto?

Centro studi Livatino            8 maggio 2019

www.centrostudilivatino.it/pilatesca-la-sentenza-delle-sezioni-unite-sulla-maternita-surrogata

 

Cassazione. Una sentenza buona a metà

«La sentenza è apprezzabile nella parte in cui ribadisce la illiceità della maternità surrogata» commenta il presidente del Movimento per la vita, Marina Casini Bandini. «Tuttavia essa è gravemente criticabile nella parte in cui indaga sui principi fondamentali dell’ordinamento. Il matrimonio è fondato sulla diversità sessuale e il bambino ha come principale interesse avere un padre e una madre.

            «La dimenticanza di questi principi rende debole tutto l’ordinamento giuridico in materia di matrimonio e di filiazione. Bisogna dunque recuperare la verità del matrimonio e della filiazione ed è questo un compito prioritario nel momento attuale.

«Anche il riferimento all’adozione è improprio. L’adozione ha lo scopo di perseguire l’interesse del minore ad avere un padre e una madre e la cosiddetta adozione in casi particolari non può diventare l’escamotage per far passare “step child adoption”

Daniele Nardi             Comunicati Stampa MPV      10 maggio 2019

www.mpv.org/2019/05/10/cassazione-una-sentenza-apprezzabile-a-meta

 

Corte EDU e maternità surrogata

Su richiesta della Corte di Cassazione francese i giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sono stati chiamati, per la prima volta, a pronunciarsi sulla richiesta di parere preventivo proposto in base al nuovo Protocollo n. 16 alla Convenzione EDU, entrato in vigore ad agosto del 2018. Si tratta di un parere non vincolante, neppure con riferimento al caso giudiziario dal quale è scaturita la richiesta di parere alla Corte di Strasburgo; né tale parere può avere la stessa efficacia giurisprudenziale delle sentenze della Corte Edu, che, come è noto, costituisce il diritto vivente della Convenzione dei diritti dell’uomo, al di là della risoluzione del singolo ricorso. Ciò non di meno, il parere può certamente orientare a livello interpretativo l’autorità politica e gli organi giudiziari dei Paesi aderenti alla Convenzione. Va sul punto precisato che l’Italia, dopo aver sottoscritto il “Protocollo 16”, non ha ancora provveduto a ratificare con legge tale accordo internazionale – essendovi non poche perplessità sulle sue ricadute -, per cui i giudici italiani non possono al momento avvalersi dello strumento della richiesta di parere preventivo non vincolante.

            Il caso in questione è di particolare importanza perché riguarda il tema, controverso anche in Italia (si è in attesa del deposito di una pronuncia delle Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione), della trascrizione degli atti di nascita formati in Paese dove è possibile praticare la maternità surrogata, vietata in Italia (e pure in Francia), anche con sanzione penale, per il grave disvalore che tale pratica provoca alla dignità delle donne: di chi si presta a mettere a disposizione l’ovulo e di chi effettua una gestazione per altri, in entrambi i segmenti della procedura di regola a fronte di un corrispettivo in denaro.

            Nel caso oggetto del procedimento giudiziario avanti alla Cassazione francese, da cui la richiesta di parere alla Corte di Strasburgo, il bambino era nato all’estero attraverso un accordo di maternità surrogata, su richiesta di una coppia eterosessuale, ed era stato concepito utilizzando i gameti del padre biologico e di una donatrice terza; peraltro la relazione giuridica genitore-figlio con il padre biologico era stata già riconosciuta nel diritto interno. Rimaneva invece controverso il riconoscimento formale, tramite trascrizione dell’atto di nascita formatosi all’estero, della relazione di filiazione tra il minore e la madre cosiddetta intenzionale, indicata nel predetto atto di nascita secondo la lex loci. Tale preteso riconoscimento secondo i ricorrenti troverebbe tutela nell’art. 8 della Convenzione, ossia nella specie il diritto al rispetto della vita privata del bambino.

            I giudici di Strasburgo hanno stabilito con il parere (Corte europea diritti dell’uomo, Opinion 10 aprile 2019 (n. 28932/14) quanto segue:

  1. Il diritto del minore al rispetto della vita privata ai sensi dell’articolo 8 della Convenzione EDU richiede che la legge nazionale preveda la possibilità di riconoscimento della relazione giuridica con il “genitore sociale”, legalmente indicata nel certificato di nascita rilasciato all’estero come “madre legale”;
  2. Il diritto del bambino al rispetto della vita privata non richiede che tale riconoscimento assuma la forma dell’iscrizione nel registro degli atti di nascita, matrimonio e decesso dei dati del certificato di nascita legalmente redatto all’estero; il riconoscimento, secondo la Corte EDU, può avvenire in altro modo, ad esempio con l’adozione del minore da parte della madre intenzionale.

In particolare si è affermato, a sostegno delle suddette conclusioni, che la Corte “…considera inoltre che l’articolo 8 della Convenzione non imponga l’obbligo generale per gli Stati di riconoscere ab initio un legame di filiazione tra il bambino e la madre intenzionale. Ciò che richiede l’interesse superiore del minore è che il legame, regolarmente accertato all’estero, possa essere riconosciuto al più tardi quando si è concretizzato. Non spetta alla Corte, ma alle autorità nazionali, valutare, alla luce delle circostanze particolari del caso di specie, se e quando tale legame si sia concretizzato.

            Non si può dedurre dall’interesse superiore del minore che il riconoscimento del legame di filiazione tra il minore e la madre intenzionale imponga agli Stati di procedere alla trascrizione dell’atto di nascita straniero in quanto lo stesso indica la madre intenzionale come madre legale. Questo interesse superiore può essere perseguito adeguatamente con altri mezzi, tra cui l’adozione che, per quanto riguarda il riconoscimento di questo legame, produce effetti della stessa natura della trascrizione dell’atto di nascita straniero. Tuttavia, è importante che le modalità previste dal diritto interno garantiscano l’effettività e la celerità della loro attuazione, conformemente all’interesse superiore del minore”. A breve faremo seguire su questo a questa prima informazione un commento.

Segue traduzione del Comunicato della Corte EDU              omissis

Centro Livatino         6 maggio 2019

www.centrostudilivatino.it/corte-edu-e-maternita-surrogata

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                                                                    MEDIAZIONE

Percorso terapeutico ordinato dal giudice se i conflitti danneggiano i figli

Corte di Cassazione, sesta sezione civile, ordinanza n. 11842, 6 maggio 2019

www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_34508_1.pdf

Il giudice ha facoltà di predisporre un percorso psicoterapeutico di coppia volto a superare le difficoltà riscontrate qualora i conflitti tra i genitori siano a tal punto elevati da porre a rischio la salute psico-fisica e lo sviluppo dei figli minori.

Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, pronunciandosi sul ricorso di una madre che si era vista respingere dalla Corte d'Appello i reclami proposti contro la decisione resa in primo grado dal Tribunale della stessa città. Il primo giudice aveva disposto l'affidamento condiviso della figlia minore ad entrambi i coniugi, disciplinando il diritto del padre a vedere la bambina e riducendo il mantenimento spettante alla piccola.

            La Corte territoriale aveva altresì disposto che il consultorio familiare territorialmente competente prendesse in carico la famiglia predisponendo per loro un percorso di sostegno psicologico per la minore e di supporto alla genitorialità di ambo le parti e che il Servizio Sociale monitorasse il nucleo familiare.

            La ricorrente ritiene, tra l'altro, che il giudice abbia condizionato le parti imponendo loro di effettuare un percorso psicoterapeutico di coppia volto a supportare la genitorialità di entrambi, ledendo altresì il loro diritto di autodeterminazione.

Una doglianza ritenuta dagli Ermellini manifestamente infondata. Il giudice a quo, si legge in sentenza, si è limitato a ritenere opportuno che i genitori provvedessero a una mediazione familiare, per superare le difficoltà riscontrate. Si tratta, secondo la Corte, di uno specifico compito affidato al giudice in simili situazioni a tutela del pieno interesse della minore.

La giurisprudenza di legittimità, in merito all'art. 155 c.c. e in tema di provvedimenti riguardo ai figli nella separazione personale dei coniugi, ha chiarito che al giudice è concesso fissare le modalità della loro presenza presso ciascun genitore e di adottare ogni altro provvedimento a essi relativo, attenendosi al criterio fondamentale rappresentato dal superiore interesse della prole, che assume rilievo sistematico centrale nell'ordinamento dei rapporti di filiazione fondato sull'art. 30 della Costituzione. L'esercizio in concreto di tale potere, secondo la Cassazione, deve costituire espressione di conveniente protezione (art. 31, comma 2, Cost.) del preminente diritto dei figli alla salute e alla crescita serena ed equilibrata, potendo assumere anche profili contenitivi dei rubricati diritti e libertà fondamentali individuali ove le relative esteriorizzazioni determinino conseguenze pregiudizievoli per la prole che vi presenzi, compromettendo la salute psico-fisica e lo sviluppo (cfr. Cass. n. 6546 2012, come confermato da Cass. n. 12954/2018).

            Pertanto, conclude la Corte, l'indicazione contenuta nel decreto impugnato è ritenuta ineccepibilmente aderente al dettato normativo avendo i giudici d'appello assunto a parametro di riferimento l'interesse preminente della minore. Interesse che, all'esito dell'insindacabile valutazione discrezionale delle risultanze istruttorie, sorretta da puntuale e adeguato riscontro argomentativo, i giudici hanno ritenuto a rischio di pregiudizio per la elevata conflittualità genitoriale sulla quale è possibile preventivamente incidere prevenendo così altri gravi danni alla minore.

Lucia Izzo Studio Cataldi      10 maggio 2019

www.studiocataldi.it/articoli/34508-mediazione-familiare-ordinata-dal-giudice-se-i-conflitti-danneggiano-i-figli.asp

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PARLAMENTO

Camera Deputati. Commissione Giustizia (II). Assegno divorzile

Pdl AC506. Alessia Morani, (avvocato civilista). Modifiche all'articolo 5 della legge 1° dicembre 1970, n. 898, in materia di assegno spettante a seguito di scioglimento del matrimonio o dell'unione civile.

            http://documenti.camera.it/leg18/pdl/pdf/leg.18.pdl.camera.506.18PDL0010090.pdf

Presentata il 12 aprile 2018, assegnata 10 luglio 2018, relatore Alessia Morani

Parere delle Commissioni: I Affari Costituzionali, XI Lavoro e XII Affari sociali

Esame in Commissione iniziato il 31 gennaio 2019

                Iter                                  www.camera.it/leg18/126?tab=4&leg=18&idDocumento=506&sede=&tipo=

9 maggio 2019. La Commissione ha concluso l'esame in sede referente della proposta di legge, concernente l'assegno spettante a seguito di scioglimento del matrimonio o dell'unione civile. Il provvedimento passa ora all'esame dell'Assemblea.

www.camera.it/leg18/824?tipo=C&anno=2019&mese=05&giorno=09&view=&commissione=02&pagina=data.20190509.com02.bollettino.sede00020.tit00010#data.20190509.com02.bollettino.sede00020.tit00010

Il testo della proposta di legge C. 506, risultante dall'esame in Commissione Giustizia, modifica la disciplina sull'assegno divorzile (art. 5 della legge n. 898 del 1970), con effetto anche sui procedimenti per lo scioglimento e la cessazione degli effetti civili del matrimonio già in corso.

www.altalex.com/documents/leggi/2012/06/27/disciplina-dei-casi-di-scioglimento-del-matrimonio

In particolare, si prevede che con la sentenza di divorzio il tribunale possa disporre l'attribuzione di un assegno tenuto conto di una serie di circostanze, individuate dal medesimo testo in esame. Rispetto alla normativa vigente, la riforma elimina il presupposto che collega il diritto di uno dei due coniugi a percepire l'assegno quando sprovvisto di mezzi adeguati. La discrezionalità del giudice nell'attribuzione dell'assegno, dunque, non è più ancorata al presupposto della debolezza economica di uno dei due coniugi. Con riguardo alle circostanze che il giudice deve valutare ai fini della decisione sull'attribuzione dell'assegno, la proposta inserisce parametri parzialmente diversi da quelli che attualmente valgono a determinare il quantum da riconoscere al coniuge economicamente più debole.

 In particolare: l'attuale ampio concetto di "condizioni dei coniugi" è sostituito da quello più specifico di "condizioni personali ed economiche in cui i coniugi vengono a trovarsi a seguito della fine del matrimonio" e sono esplicitate come circostanze autonome l'età e lo stato di salute del richiedente; il richiamo attuale alle ragioni che hanno motivato la cessazione del matrimonio è soppresso; la valutazione della situazione economica non è più circoscritta al solo reddito ma è estesa anche  al patrimonio dei coniugi; peraltro, per quanto riguarda il reddito, la riforma specifica che si deve tener conto del reddito netto; sono confermati gli altri elementi già considerati dalla normativa vigente; la durata del matrimonio è tuttavia indicata nella proposta di legge come elemento valutativo autonomo; sono aggiunti ulteriori elementi di valutazione quali l'impegno di cura personale di figli comuni minori o disabili o non economicamente indipendenti; la ridotta capacità di reddito dovuta a ragioni oggettive anche in ragione della mancanza di una adeguata formazione professionale, quale conseguenza dell'adempimento di doveri coniugali.

Si tratta sostanzialmente di un rafforzamento, mediante il riconoscimento con legge, di specifici elementi di valutazione già operanti in sede giurisprudenziale. La proposta di legge inoltre introduce un'altra innovazione all'attuale disciplina prevedendo che, ove la ridotta capacità di produrre reddito da parte del coniuge richiedente sia momentanea ("dovuta a ragioni contingenti o superabili"), il tribunale possa attribuire l'assegno anche solo per un periodo determinato. Afferma che l'assegno non è dovuto in caso di nuovo matrimonio, nuova unione civile o stabile convivenza del richiedente e precisa che il diritto all'assegno non rivive a seguito della cessazione del nuovo vincolo o del nuovo rapporto di convivenza. Conferma l'applicazione delle nuove disposizioni sull'assegno di divorzio anche allo scioglimento delle unioni civili.

Camera dei Deputati   9 maggio 2019

www.camera.it/temiap/documentazione/temi/pdf/1160134.pdf?_1557821641610

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PROCREAZIONE ASSISTITA

Crioconservazione: si può attribuire il cognome del padre morto?

La Corte di Cassazione è chiamata a pronunciarsi in ordine alla attribuibilità del cognome del padre alla bambina nata a seguito di crioconservazione, dopo la morte del padre medesimo. Pubblichiamo le conclusioni del Sostituto Procuratore Generale della Cassazione cons. Luisa De Renzis, per il rigetto della richiesta, a sua volta formulata dalla madre della minore, perché contiene interessanti considerazioni sul contrasto dell’istanza con la legislazione italiana. Daremo conto dell’esito della pronuncia della Suprema Corte, non appena la sentenza verrà depositata.

Procura generale della Corte di Cassazione   estratto

(…)  Il tribunale di ZZ, nel respingere il ricorso, ha rilevato che l’oggetto del giudizio non è quello di stabilire se XX sia il padre biologico della bambina, ma di accertare se sia legittimo o meno il diniego dell’ufficiale di stato civile di iscrivere la paternità della minore nell’atto di nascita, secondo quanto richiesto dalla parte ricorrente.

Il tribunale ha affermato che non competeva all’ufficiale dello stato civile di iscrivere nell’atto la paternità biologica della bambina sulla base della dichiarazione della sola madre, non essendo ammissibile e consentito allo stesso una indagine sulla rilevanza probatoria della documentazione relativa alla procreazione medicalmente assistita allegata alla richiesta di formazione dell’atto di nascita, trattandosi di attività di valutazione delle prove della paternità e di accertamento dello status esulante dai suoi compiti istituzionali.

Ancora, il tribunale ha rilevato come la diversa impostazione seguita dalla parte ricorrente non sia coerente con l’art. 241 c.c., che ammette la prova della filiazione con ogni mezzo, ma solo nell’ambito di un giudizio, e che i diritti della minore sono comunque preservati perché l’atto di nascita è stato formato e la madre può ricorrere ad altri strumenti processuali diretti a far constatare la paternità e ad ottenere l’attribuzione del cognome paterno, con la conseguenza che non è ravvisabile alcuna violazione della giurisprudenza anche comunitaria, che valorizza l’attribuzione dello “status” come strumento di tutela della identità dell’individuo e del rispetto alla vita familiare ex art. 8 CEDU.

All’esito del reclamo, anche la corte di appello di ZZ (decreto n. 1214/2018), con analoghe motivazioni, affermava la correttezza del rifiuto opposto dall’ufficiale dello stato civile di iscrivere nell’atto di nascita della bambina la paternità sulla base delle dichiarazioni della madre.

Propone ricorso per cassazione XX in proprio e nella qualità di esercente la responsabilità genitoriale sulla figlia minore.

(…)      In via preliminare, in considerazione della rilevanza della questione giuridica e della vicenda umana ad essa sottesa, che investe la tematica del procedimento di PAR (“postmortem assisted reproduction”) e lo stato giuridico del figlio nato “postumo”, si chiede la rimessione del ricorso alle Sezioni Unite della Corte di cassazione perché riguardante una questione di particolare importanza. (…)

La controversia, della quale non vanno ignorate le delicate vicende umane, introduce importanti spunti di riflessione sulle ricadute civilistiche della fecondazione “post mortem”, tecnica peraltro non consentita nel nostro stato. In questo contesto, occorre ragionare sul profilo dell’attribuzione automatica della paternità e sugli impedimenti per l’ufficiale dello stato civile che, sulla base delle dichiarazioni ricevute dalla madre, dovrebbe provvedere a redigere l’atto di nascita con il cognome del padre. (…)

Gli interrogativi giuridici che la questione pone suggeriscono dunque la richiesta di una preliminare rimessione della questione all’esame delle Sezioni Unite anche in relazione al valore da attribuire al consenso scritto (rilasciato in vita dal marito e dal padre) per il futuro utilizzo del seme criocongelato e sulla idoneità e validità di tale consenso ad essere recepito automaticamente nell’atto di nascita al fine di configurare lo stato di figlio (nato nel matrimonio) e di attribuire, al contempo, i correlati diritti successori. In relazione al consenso va accertato se tale elemento consensuale sia da correlare alla sola pratica di fecondazione (una sorta di consenso informato di tipo medico), ovvero se il consenso possa essere esteso anche ai profili ulteriori, connessi per l’appunto all’attribuzione dello stato e all’attribuzione del diritto a succedere. (…)

Il problema giuridico sconta, come è ovvio, una complessa ricostruzione sistematica sia perché la fecondazione “post mortem” è una pratica che risulta proibita in Italia, ma anche in altri stati, non solo dell’Unione Europea, sia perché, nella esplicitazione del divieto a livello normativo (legge 40/2004), diventa arduo scorgere l’esistenza di un percorso giuridico lineare, che non passi attraverso l’accertamento giudiziale dello “status” e che si fermi al procedimento di rettifica dell’atto di nascita con il correlato accertamento incidentale relativo all’accertamento dello stato ed ai correlati conseguenti effetti sul diritto successorio. (…)

Ancora, sempre nell’intento di ricostruire il panorama normativo applicabile al caso in esame, occorre interrogarsi sulla valenza della legge 40/2004 ed in particolare dell’art. 8 della citata legge, nella parte in cui si afferma che “i nati a seguito dell’applicazione delle tecniche di procreazione assistita hanno lo stato di figli nati nel matrimonio e riconosciuti dalla coppia che ha espresso la volontà di ricorrere alle tecniche medesime”.

La portata (espansiva ed alternativa) di tale norma è tale da poterla applicare anche alle tecniche espressamente vietate dalla stessa legge nella quale è inserita? (…)

Si tratterebbe di un sistema giuridico alternativo, volto a regolamentare in via autonoma, o meglio speciale, lo “status filiationis” con una deroga alle norme del codice civile, le quali conserverebbero intatta la loro valenza giuridica per le sole ipotesi di filiazione naturale, ovvero non assistita medicalmente. (…)

Ne consegue che l’operazione estensiva, per quanto la si possa sostenere ed auspicare, si pone pur sempre al di fuori del testo di legge. (…)

Del resto, anche a voler ragionare in ottica di interpretazione estensiva e fare riferimento alle pratiche in uso presso altri paesi dell’Unione Europea [Spagna]e non, deve osservarsi come il panorama giuridico sulla fecondazione assistita “post mortem” è estremamente variegato, trattandosi di pratica non consentita nemmeno in tutti i paesi dell’Unione Europea, con la conseguente difficoltà di fare uso della nozione di “ordine pubblico internazionale” al fine di valutare e considerare quale sia il giusto limite all’applicazione del diritto straniero anche sotto il profilo temporale. (…)

Il preminente interesse del minore, nel caso in esame, appare comunque tutelato dall’ordinamento interno sia perché l’atto di nascita è stato formato, con l’attribuzione del cognome materno e con la relativa attribuzione dello “status”, sia perché l’ordinamento italiano appresta appositi strumenti processuali per l’accertamento giudiziale della paternità e per l’attribuzione del cognome paterno proprio nei casi in cui non sia possibile valersi delle presunzioni legali.

Ne consegue che non è ravvisabile un contrasto con la giurisprudenza comunitaria, né con la giurisprudenza riferita a fattispecie di maternità surrogata e di rifiuto della trascrizione dell’atto di nascita già formato all’estero poiché si tratta comunque di situazioni diverse da quella oggetto del presente giudizio. (…)

Il divieto della fecondazione assistita “post mortem”, dalla quale trarrebbero origine i profili di illegittimità costituzionale, è certamente riferibile ad una comprensibile opzione del legislatore, peraltro comune ad alcuni paesi dell’Unione Europea. La decisione impugnata correttamente afferma tale principio, rilevando che “la mancata previsione della fecondazione assistita post mortem, dalla quale traggono origine i diversi profili di illegittimità costituzionale dedotti, è ricollegabile ad una scelta del legislatore che appare giustificata dalla esigenza di garantire al nascituro il diritto al benessere psicofisico del medesimo mediante il suo inserimento e la sua permanenza in un nucleo familiare ove siano presenti entrambi le figure genitoriali”.

Chiede che la Corte di Cassazione;

  • In via preliminare, proceda alla rimessione del presente procedimento all’esame delle Sezioni Riunite della Corte di Cassazione;
  • In via subordinata, rigetti il ricorso con le conseguenze previste dalla legge.

                                                     Il Sostituto Procuratore Generale     Luisa De Renzis

Centro studi Livatino                                 6 maggio 2019

www.centrostudilivatino.it/crioconservazione-si-puo-attribuire-il-cognome-del-padre-morto

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SESSUOLOGIA

Virgili: l’amore è l’essere l’uno per l’altra

In una recente intervista di Raffaella De Santis su 'Repubblica' intitolata Il sesso? Troppo facile, provate l’amore, il filosofo sloveno Slavoj Žižek tesse un elogio del romanticismo e si scaglia, con la forza della logica, contro l’individualismo imperante nel campo dell’amore e del sesso, che oggi porta al cosiddetto poliamore. «Ci diamo appuntamento su Tinder o su altri siti di incontri e ci illudiamo così di tenere a bada le passioni. È orribile, vogliamo innamorarci senza mai perdere il controllo. Altro che poliamore e sessualità libera: non ci credo. In inglese si usa il termine 'to fall in love', letteralmente 'cadere nell’amore'. Il vero amore è una caduta, uno shock totale. L’amore è molto più radicale del sesso. Il sesso può essere brutale, pragmatico, una risposta ai nostri bisogni immediati. L’amore ha invece un aspetto sublime, totale. Per questo quando amiamo accettiamo tutto, anche i difetti del partner. Perché non è una semplice prestazione».

Critico della società capitalistica, neomarxista e lacaniano, Žižek spesso utilizza metafore religiose e non disdegna dialogare con pensatori cristiani come John Milbank, col quale ha scritto un libro su Gesù e san Paolo. Alla teoria del poliamore, che si è affermata negli ultimi decenni in Occidente, dedica un capitolo assai eloquente la teologa e biblista Rosanna Virgili in un suo libretto, Qual è il tuo nome?, pubblicato da Qiqajon (pagine 116, euro 10).

Ma cosa si intende per poliamore? Ne parlò la prima volta la femminista americana e leader di una comunità neopagana Morning Glory Zell-Ravenheart nel 1990, mentre nel 1997 uscì il primo volume che ne provocò la diffusione: il titolo era The ethical slut. A guide of infinity sexual possibilities e vendette 200mila copie. Autrici ancora due donne statunitensi, le sessuologhe Janet Hardy e Dossie Easton. Si tratta di una teoria in cui individualismo e consumismo sono portati all’estremo e che proclama il diritto di tutti, sia di chi vive in coppia stabile sia di chi è single, eterosessuale o omosessuale, alle relazioni amorose e sessuali multiple, ove tutti i partner sono consenzienti.

Come ben spiega Virgili, il motivo di questa scelta «sta nella fatica di avere solo un rapporto monogamico e di avvertire questo come una forzatura dei propri desideri e della propria natura». Chi sostiene questa teoria insomma punta tutto sul diritto dell’individuo a vivere in totale 'libertà' la sua dimensione sessuale; non solo, in tal modo si pretende di eliminare la logica del possesso che sarebbe alla base dell’amore tradizionale vissuto all’interno di una coppia. La teologa non ha difficoltà a smontare questo complesso di costruzioni mentali a partire dalla storia, dato che nelle culture poligamiche il senso di proprietà dell’uomo rispetto alla donna era ed è enormemente accentuato: la poligamia non serve altro che ad accrescere il senso di proprietà di un uomo, sia attraverso le donne che attraverso i figli o i beni materiali. «Il superamento della poligamia - si legge nel libro è stato storicamente una grande vittoria delle donne, diventate con la monogamia non più proprietà ma coniugi del loro marito, quindi soggetti liberi e non possedibili al pari di loro».

E non è vero nemmeno che l’esclusività del rapporto fra due persone coniugate comporti per forza una relazione possessiva: «In realtà succede il contrario: le coppie monogamiche in cui emerge la possessività sono destinate ad esplodere, non possono resistere». In ogni relazione amorosa si può essere possessivi. Ma quello che manca al poliamore è proprio la dimensione del noi: al centro c’è l’idea della persona ridotta a essere individuale, il cui corpo ha pulsioni e bisogni sessuali che devono essere soddisfatti. Punto e basta. Sparisce completamente la dimensione dell’eros, dell’amore come dono di sé all’altro, e tutto è considerato lecito. Sempre Virgili ricorda la concezione dell’amore elaborata dalla cultura ebraico-cristiana: l’essere l’uno per l’altra. «I due formeranno una carne sola» è scritto in Genesi per immaginare non un rapporto di potere ma di reciproco amore, rifiutando di 'consumare' l’altro come se fosse un oggetto e solo per soddisfare il proprio piacere. La biblista esplora poi il concetto di corpo e anima in san Paolo per aiutarci a ridefinire cosa significa oggi parlare di identità, in un excursus che va da Mosè a Ulisse, da Pirandello a Dostoevskij. Una rilettura di testi sapienziali e letterari che ci permette di capire meglio quanto sia essenziale ancor oggi abbattere le barriere che separano uomini e donne, ma anche popoli e culture. Partendo innanzitutto da noi stessi, dalla capacità di vincere il senso di estraneità che possiamo vivere fra il nostro corpo e la nostra anima per arrivare poi a scoprire l’altro, sia vicino che lontano.

Roberto Righetto       "Avvenire"     7 maggio 2019

www.lapartebuona.it/wp-content/uploads/2019/05/Craig-Morrison-Che-cosa-c%C3%A8-nel-nome-Farisei-Avvenire-7-5-2019.pdf

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SINODALITÀ

Il futuro della chiesa è nella sinodalità

Papa Francesco, in modo autorevole e con grande frequenza, parla della necessità di vivere la sinodalità nella chiesa di oggi. A suo avviso, vivere e instaurare la sinodalità nella chiesa non è solo l’urgenza maggiore, ma proprio dalla pratica della sinodalità dipende il futuro della chiesa e il rimedio per molte patologie che oggi appaiono devastanti e dolorose. Dopo il concilio Vaticano II eravamo abituati a parlare di “collegialità” episcopale e presbiterale, mentre il termine “sinodalità” raramente era presente nel linguaggio ecclesiale cattolico. E quando si evocava la sinodalità, lo si faceva in riferimento alle istituzioni delle chiese orientali-ortodosse, indicando con il termine “sinodo-sinodalità” la loro forma di governo. È significativo che negli annidi passaggio tra i due millenni sia stato delineato e presentato prima a Giovanni Paolo II e poi a Benedetto XVI un progetto per un sinodo permanente che fosse accanto al vescovo di Roma, per accompagnarlo nel suo ministero petrino di sollecitudine per tutte le chiese. Questo progetto venne elaborato da alcuni tra i più grandi teologi ed ecclesiologi e fu portato all’attenzione dei due papi con grande speranza. È così che il sinodo era pensato e desiderato, quale rinnovamento della forma di governo della chiesa.

Una volta diventato vescovo di Roma, Francesco, dopo aver fatto alcuni riferimenti alla forma sinodale quale assetto delle chiese ortodosse, dalle quali trarre insegnamento, ha cominciato a usare il termine “sinodo-sinodalità” con un significato molto più esteso: sinodo è un processo, è una modalità di vivere la chiesa; sinodo è il cammino ecclesiale che tutti devono fare insieme, perché i cristiani sono compagni di viaggio, “sinodali”; sinodo è l’espressione della fraternità dei battezzati; sinodo è la forma più visibile della comunione; sinodo è anche liturgia, essendo un atto di un’assemblea santa, sacramentale.

Occorre dunque assumere una concezione del sinodo e della sinodalità che vada oltre il significato di un evento puntualmente celebrato: la sinodalità come stile di vita ecclesiale, come processo simbolico, perché battezzati e gerarchia la vivono insieme, come processo pericoretico, perché si nutre della circolarità tra tutte le componenti della chiesa. Sì, va ammesso che non eravamo pronti a tale comprensione della sinodalità, e proprio per questo da un lato dobbiamo riconoscere un ritardo della riflessione teologica in merito, dall’altro dobbiamo confessare una reale difficoltà ad approdare a questa nuova comprensione indicata da papa Francesco. A tale proposito, sarebbe molto importante la meditazione e la preghiera dell’Adsumus [siamo qui davanti] un’orazione con cui da più di un millennio in occidente si aprono le assemblee sinodali [recitata all’inizio di ogni sessione del concilio vaticano II]. In questo testo, che è una vera epiclesi [invocazione]sull’assemblea, è infatti presente una “confessio peccatorum ecclesiae”, dunque una “penitenza” in cui la chiesa si riconosce peccatrice ma sa anche porsi in ascolto della parola di Dio e in ascolto reciproco tra fratelli e sorelle, per cercare attraverso il discernimento fatto insieme la sinfonia spirituale nelle valutazioni e nelle decisioni.

Sia però chiaro: in questa comprensione, un sinodo non può essere un’assemblea riservata ai “quadri”, alla gerarchia, a quanti sono a capo di gruppi o istituzioni, ma è un’assemblea dei battezzati in cui ognuno e tutti devono essere ascoltati, devono confrontarsi nel dialogo che non esclude i conflitti, devono trovare convergenze nella carità fraterna ecclesiale, devono produrre una deliberazione a cui obbedire. Questo secondo l’antico principio ecclesiale “quod omnes tangit, ab omnibus tractari et approbari debet”; “ciò che riguarda tutti, da tutti deve essere discusso e approvato”. Per comprendere il processo sinodale, occorre affermare innanzitutto e sempre che la sinodalità può solo essere un cammino fatto insieme dai cristiani, sotto l’egemonia dello Spirito santo promesso dal Signore Gesù Cristo alla sua chiesa. Il sýn (insieme, con) non implica solo che i cristiani camminino insieme ma coinvolge anche l’azione dello Spirito santo che, invocato, scende, ispira e accompagna l’intero processo sinodale. O il sinodo è un evento in cui è lo Spirito ad avere il primato e ad agire, oppure non è un sinodo della chiesa, ma solo un’adunanza, un’assemblea, un’istituzione sociale. Perché nel sinodo deve sempre avvenire una “conversione del cuore”, un’ispirazione che indica, in-segna, mostra e rivela qual è il cammino della chiesa secondo la volontà di Dio. Detto altrimenti, deve trattarsi di un predisporre tutto affinché lo Spirito santo possa portare a termine il lavoro iniziato.

 Quali sono dunque le tappe da percorrere come “processo sinodale”?

  • All’inizio sta l’ascolto: ascolto della chiesa, ascolto nella chiesa, ascolto del mondo inteso quale umanità. Sempre emergono bisogni, sfide, crisi, conflitti che vanno in primo luogo letti e ascoltati, non tralasciati né rimossi. Tutto il popolo di Dio deve esercitare questa vigilanza e stare in ascolto. Gli Atti degli apostoli testimoniano che la sinodalità è stata percorsa dalla chiesa nascente già per ricostituire il gruppo dei Dodici mutilato dopo il tradimento di Giuda (cf. At 1,15-26).
  • Poi si è compiuto un cammino sinodale per risolvere il conflitto sorto tra giudei ed ellenisti nella ripartizione e condivisione dei beni (cf. At 6,1-7), e lo stesso è avvenuto di fronte alla minaccia di uno scisma nella comunità cristiana tra missionari evangelizzatori dei pagani e la comunità dei giudeocristiani di Gerusalemme (cf. At 15,1-35).
  • Si tratta dunque di saper leggere e ascoltare la realtà con le sue inattese criticità. Ascoltare diventa dunque ascoltarsi l’un l’altro, nella volontà di imparare qualcosa dall’altro e di accogliersi reciprocamente: l’ascolto di tutti, membri forti o deboli, giusti o peccatori, intelligenti o semplici, giudei o greci, uomini o donne, è una confessione pratica e una celebrazione dell’unità dei battezzati in Cristo. Tutti hanno la stessa dignità di figli e figlie di Dio e perciò di fratelli e sorelle di Gesù Cristo: “un solo corpo, un solo spirito, una sola vocazione” (cf. Ef 4,4), un’unica comunione ecclesiale! La chiesa è una fraternità (adelphótes: 1Pt 2,17; 5,9), i cristiani sono “pietre vive dell’edificio spirituale” (1Pt 2,5) che è la chiesa e in ciascuno di loro è presente lo Spirito santo, l’unctio magistra, quel “fiuto” – dice papa Francesco – che li abilita a narrare le meraviglie compiute dal Signore, a riconoscere la sua azione e a vivere la propria esistenza come dinamica del Regno.
  • Comunità profetica, sacerdotale e regale, la chiesa si nutre della corresponsabilità di tutti, nella pluralità dei doni e dei ministeri donati dallo Spirito santo a ciascuno. Il cammino sinodale è il cammino di questa realtà che vuole percorrere la stessa strada, restare unita in una comunione reale, per giungere alla stessa meta: il regno di Dio. Prendere la parola è dunque essenziale nella vita della chiesa, perché significa comunicare, entrare in un confronto, in un dialogo che plasma quanti si ascoltano reciprocamente e crea in loro solidarietà e corresponsabilità. Così la sinodalità è generativa di una coscienza ecclesiale, di una fede pensata e motivata che rende ogni battezzato protagonista della vita e della missione della chiesa.
  • In questo ascolto “orizzontale” deve sempre essere presente l’ascolto del Vangelo, di “ciò che lo Spirito dice alle chiese” (cf. Ap 2 passim). Voglio dire “in questo ascolto” dei fratelli e delle sorelle, e non “accanto a questo ascolto”, perché non è possibile separare l’ascolto intra-umano dall’ascolto di Dio. Dio ci parla negli eventi, negli incontri con gli altri, nello spessore del quotidiano, sia che ascoltiamo la sua parola nella liturgia o nella lectio divina, sia che incontriamo i nostri fratelli e sorelle in umanità. Certo, per quanto riguarda l’ascolto occorre distinguere tra il versante liturgico e il contatto diretto con la Parola contenuta nelle Scritture, da una parte, e il versante dei segni dei tempi, della storia, della vita quotidiana, dall’altra.
  • Resta in ogni caso vero che questo primo passo dell’ascolto reciproco e della presa della parola è oggi il più difficile e faticoso, perché la sinodalità richiede obbedienza al Vangelo, appartenenza ecclesiale, formazione continua, disponibilità al mutamento e alla creatività: non siamo esercitati a questo ascolto e anche nelle comunità monastiche, che dovrebbero essere case e scuole di sinodalità, in realtà questa operazione è difficile, talmente difficile da cedere il posto a una generale

Enzo Bianchi  “Vita Pastorale”       maggio 2019

www.monasterodibose.it/fondatore/articoli/articoli-su-riviste/12983-il-futuro-della-chiesa-e-nella-sinodalita

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UNIONE CONSULTORI ITALIANI PREMATRIMONIALE E MATRIMONIALI

            Soggetti disabili - sentimenti e sessualità

Le difficoltà sono il pane quotidiano e sembrano accompagnare tutta la vita di questi bambini. Si capisce benissimo lo scoraggiamento a cui queste difficoltà possono portare, come si comprende il desiderio, a volte, di gettare la spugna non solo da parte della persona e della famiglia interessata ma anche, e questo è molto più grave, da parte degli operatori e della società.

Tuttavia queste stesse difficoltà possono e devono essere lette anche come una sfida alla persona colpita, alla sua famiglia e anche a tutti noi. Sfida alla nostra capacità di accettazione, alla nostra apertura mentale, alla nostra duttilità e intelligenza; sfida inoltre, io credo, tanto più interessante quanto più difficile da affrontare e risolvere.

Ebbene, anche la sua vita affettiva e sessuale è una sfida: al nostro buon senso, al nostro perbenismo e al nostro moralismo che si può e si deve combattere e vincere. Per affrontare questo problema dobbiamo prima comprendere che cosa spinge l’essere umano a un rapporto affettivo e sessuale di coppia.

            Un ragazzo si avvicina a una ragazza, un uomo a una donna spinto da varie pulsioni interiori: una di queste è la paura della solitudine. Nessun essere vivente è fatto per essere solo. La solitudine intristisce e fa rinsecchire e morire lentamente un uomo o una donna, così come un qualunque altro essere vivente, che ha bisogno dell’altro per iniziare a vivere, per aprirsi al mondo, ma anche per camminare nel mondo.

            Accanto a questo elemento c’è il bisogno di protezione, di aiuto, di conforto, di sicurezza. C’è il bisogno di un dialogo intimo con un altro essere umano a cui aprire il nostro cuore quando capiamo che quello saprà accoglierlo e accettarlo.

            Ma ancora più importante ci appare il bisogno del piacere e della gioia che caratterizzano e sono così abbondanti nello scambio affettivo e sessuale; pulsioni che sono fondamentali per la crescita fisica e della personalità.

            Da non dimenticare, poi, il desiderio di far fiorire altre vite umane, il desiderio di costruire una nuova famiglia e di esprimere se stessi, abbandonando il ruolo filiale, per diventare marito o moglie, padre o madre.

            Ma anche fattori inconsci ci spingono l’uno nelle braccia dell’altro. Ritroviamo questi fattori inconsci nella ricerca di quella parte di noi che non abbiamo o non conosciamo, perché di un altro sesso, perché assente nella nostra personalità o perché non accettata o rifiutata da una parte del nostro io.

            Questa perdita di una parte di sé e questo bisogno di unione con quella parte inconscia e nascosta della propria anima, è stata ben simbolizzata nella Bibbia con la perdita della costola di Adamo e con il suo bisogno di unirsi a Eva.

Da quanto abbiamo detto ci appare difficile pensare che una persona, solo perché deficitaria in una o più funzioni possa fare a meno, rinunciare o cancellare da sé questi bisogni umani fondamentali. Dobbiamo quindi, e questa è la sfida, annotare le difficoltà allo stesso modo con cui dobbiamo studiare le possibilità, in modo tale da diminuire le prime e rendere sempre più concrete le seconde, fino a far diventare attuale e concreta anche per queste persone una vita relazionale, affettiva e sessuale la più ricca e umana possibile.

            Vi sono sicuramente dei limiti. Molti di essi derivano dalla disabilità stessa che rende difficile un impegno così pieno di responsabilità, di implicazioni e coinvolgimenti emotivi. Altri limiti nascono dalle ridotte possibilità di scelta che ha il disabile rispetto al giovane normale, quando sboccia in lui e si manifesta impetuoso il bisogno di amare e di essere amato.

            Ma ci sono limitazioni che nascono dal legame particolare che spesso si stabilisce tra i genitori e il figlio con problemi. Molti di questi genitori, infatti, vedono il figlio come qualcuno che chiede e ha continuamente bisogno degli altri e non come qualcuno che è capace di dare e di staccarsi pienamente dal legame affettivo con i propri genitori e la famiglia di origine per intraprendere una vita affettivo - relazionale autonoma.

            Questa possibilità, da parte dei genitori, ma anche degli operatori, non solo non viene vista come obiettivo possibile, ma anzi viene negata o rifiutata quando nasce o si manifesta.

            Molte altre restrizioni provengono sicuramente dall’ambiente sociale. In questo, specie nelle persone cosiddette “benpensanti”, è spesso presente e serpeggia un immotivato o eccessivo senso di sfiducia, ogni volta che un giovane disabile parla, sogna, si avvicina o intraprende un cammino affettivo sentimentale o peggio sessuale con un’altra persona normale o no.

            C’è in questa sfiducia la paura ancestrale di tutto ciò che è diverso o che esce dai classici canoni di “normalità”. Tale distruttivo e castrante atteggiamento viene giustificato con la possibilità, che è sicuramente reale in alcuni casi, ma non in molti altri, di conseguenze genetiche negative per la prole, oppure con la difficoltà che questi giovani riescano a gestire un rapporto così complesso come quello sentimentale, coniugale o familiare.

            Pur tenendo conto di queste e altre limitazioni che sicuramente esistono e che non devono essere sottovalutate, i genitori, i familiari e gli educatori, devono riuscire però a porsi come obiettivo il graduale superamento dei reali problemi presenti e la conquista da parte del minore di relazioni affettive sempre più valide, complete e coinvolgenti. Essi devono inoltre impegnarsi, giorno dopo giorno, fin dall’infanzia ad educare il giovane disabile in questi aspetti così importanti della realtà umana, in modo da renderlo pronto ad affrontarli e viverli con pienezza nel momento in cui si presenteranno o saranno richiesti.

            Nasceranno infatti sicuramente, e molto presto, sentimenti d’amicizia che hanno bisogno, per essere vissuti pienamente, di buone capacità di dialogo e di ascolto, ma anche di disponibilità al sostegno, alla comprensione e all’aiuto della persona che ci è vicina.

            A questi seguiranno i rapporti sentimentali veri e propri, per i quali è necessario aver sviluppato nel giovane o nella ragazza disabile una grande capacità di amare e di donare. Dovrà essere inoltre maturo in questi giovani, come in tutti, il rispetto per la vita, accanto alla capacità di sacrificio.

            Infine, dovrà essere ben sviluppato il giusto senso di responsabilità. Responsabilità verso se stessi e gli altri, tanto più grande quando si manifestano i primi impulsi sessuali, che non vanno sicuramente repressi ma educati ed indirizzati in modo tale che diventino non solo fonte di gioia e di piacere, ma anche strumento di dialogo, unione e crescita reciproca.

        Per tale motivo, educare al senso di responsabilità significa anche saper accettare dei limiti, se ci sono, oppure riuscire ad affrontarli e superarli insieme, mano nella mano, se possibile.

Emidio Tribulato Messina     3 maggio 2019

www.ucipem.com/it/index.php?option=com_content&view=article&id=772:soggetti-disabili-sentimenti-e-sessualita&catid=96&Itemid=277

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NewsUCIPEM n. 752 – 5 maggio 2019

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01 ASSEGNO DIVORZILE                              Arrivano nuovi criteri per l’assegno di mantenimento

025 CENTRO INTERN. STUDI FAMIGLIA Newsletter CISF - n. 17, 02 maggio 2019.

04 CHIESA CATTOLICA                                  A. C.: Camminare insieme a persone di ogni età, condizione sociale

06                                                                          Convegno AC Apparteniamo a un’universale famiglia, quella umana

07                                                                          I laici cattolici tedeschi vogliono poter decidere “alla pari”

08 CITAZIONI                                                    Litigare è un'arte: vince solo chi perde.

09 CITTÀ DEL VATICANO                              Religione non significa devozionalismo o facile ingenuo pietismo.

10                                                                          Gruppo di donne a lavoro

11 CONSULTORI CATTOLICI                        Torino. Punto familia. Coppie d’argento e Separazione

11 CONSULTORI UCIPEM                            Mantova. Il n. 3 maggio di Etica, Salute & Famiglia

11                                                                          Milano 1. La casa news - aprile 2019

12                                                                          Torino. CCF Collaborazione col Centro per le Relazioni e le Famiglie

13 CONVIVENZA                                             I rapporti tra i conviventi.

15 DALLA NAVATA                                         3° Domenica di Pasqua - Anno C – 5 maggio 2019

15                                                                          Alla fine saremo tutti giudicati sull'amore

16 FORUM ASSOCIAZIONI FAMILIARI    La denuncia: ogni anno un miliardo in meno per la famiglia

16 MATRIMONIO                                           Guida.

18 MINORI                                                        Sulla scelta della scuola il minore deve essere ascoltato.

18 NASCITA                                                       Responsabilità medica: padre risarcito per la nascita indesiderata

19 OMOFILIA                                                    La Chiesa cattolica e i gay. Percorsi di fede nella diversità.

22 PARLAMENTO                                            Camera Deputati. Commissione Giustizia. Assegno divorzile

22 SEPARAZIONE                                            Necessario l'ascolto del figlio.

23 SESSUOLOGIA                                            Sessualità incontro all’altro/a tra natura e cultura

25 UCIPEM                                             La solitudine dell’anziano.

25 VIOLENZA                                                    Violenza sessuale: sussiste anche se la moglie accetta il rapporto

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ASSEGNO DIVORZILE

Divorzio, arrivano nuovi criteri per l’assegno di mantenimento

Per l’assegno di divorzio in vista nuovi criteri e durata. È in dirittura d’arrivo, si è concluso alla Camera l’esame degli emendamenti, una proposta di legge, condivisa da maggioranza e opposizione, che, accantonato come da sentenze della Cassazione l’elemento della conservazione del medesimo tenore di vita, dà un peso maggiore ad aspetti come il patrimonio, la mancanza di un’adeguata formazione professionale o di esperienza lavorativa, l’impegno di cura. Possibile anche la concessione solo per un periodo limitato e predeterminato.

Un assegno di divorzio diverso. Quanto a criteri per la concessione importi più in linea con i cambiamenti economico-sociali e, sul piano giuridico, le recenti sentenze della Corte di cassazione (dalla pronuncia Grilli alle Sezioni unite del luglio 2018). La commissione Giustizia della Camera ha concluso l'esame degli emendamenti alla proposta di legge in quota opposizione (segnatamente al Pd, relatrice Alessia Morani) e il testo è in attesa del parere delle altre commissioni competenti prima di affrontare il voto dell'Aula. Il consenso però è ampio anche da parte della maggioranza e, per restare al diritto di famiglia e alle sue delicate modifiche, mentre il destino del controverso disegno di legge Pillon sull'affido dei figli è quantomeno incerto, le modifiche a questa parte della legge 898/70 hanno una strada assai più agevole.

Nel dettaglio, respinta una proposta di inserimento nella legga anche del tema dei patti prematrimoniali (fortemente sostenuto dalla deputata di Forza Italia Giusi Bartolozzi), il disegno di legge prende atto del superamento, per effetto della sentenza della Cassazione 11504 del 2017, del diritto a mantenere il tenore di vita goduto durante il matrimonio. Successivamente, le Sezioni unite (sentenza 18287 del 2018) hanno concluso che all'assegno di divorzio in favore dell'ex coniuge deve attribuirsi una funzione assistenziale, in misura uguale compensativa e perequativa, che richiede l'accertamento dell'inadeguatezza dei mezzi dell'ex coniuge stesso e dell'impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive. In particolare, per quanto riguarda gli elementi da valutare per la determinazione dell'importo dell'assegno, l'attuale ampio concetto di «condizioni dei coniugi» è sostituito da quello più specifico di «condizioni personali ed economiche in cui i coniugi vengono a trovarsi a seguito della fine del matrimonio»; il richiamo attuale alle ragioni che hanno motivato la cessazione del matrimonio è sostituito con il parametro del comportamento tenuto dai coniugi per il venir meno della comunione spirituale e materiale; la valutazione della situazione economica non è più circoscritta al solo reddito ma è estesa anche al patrimonio dei coniugi.

Sono poi, aggiunti ulteriori elementi di valutazione come l'impegno di cura personale di figli comuni minori o disabili o non economicamente indipendenti; la ridotta capacità di reddito dovuta a ragioni oggettive; la mancanza di una adeguata formazione professionale come conseguenza dell'adempimento di doveri coniugali. La proposta di legge introduce un'altra innovazione all'attuale disciplina, prevedendo che, quando la ridotta capacità di produrre reddito da parte del coniuge richiedente è momentanea («dovuta a ragioni contingenti o superabili»), il tribunale può attribuire l'assegno anche solo per un determinato periodo. Si afferma poi che l'assegno non è dovuto in caso di nuovo matrimonio, nuova unione civile o «stabile convivenza» del richiedente e si precisa che il diritto all'assegno non resuscita per effetto della cessazione del nuovo vincolo o del nuovo rapporto di convivenza

Giovanni Negri          Il sole 24 ore  04 maggio 2019

www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2019-05-03/divorzio-arrivano-nuovi-criteri-l-assegno-mantenimento-072207.shtml?uuid=ABTemhtB

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF - N. 17, 2 maggio 2019

Dalle aule di un tribunale statunitense. Lo strano fascino di una giustizia "relazionale". Il giudice Frankie Caprio che esercita a Providence, nello stato del Rhode Island è una vera star (anche televisiva, nel programma "Caught in Providence" (da noi, un po' "Forum", un po' "Un giorno in Pretura"). Sicuramente i sistemi giudiziari sono diversi, tra Stati Uniti ed Italia, ma probabilmente un giudice che coinvolge così i bambini non è normale nemmeno negli USA. Fa molto pensare, oltre che strappare un sorriso, questo breve filmato

www.facebook.com/guardachevideo/videos/1927676867297850

Partecipare ai 50 anni dell'AGE (Associazione Italiana Genitori). Bello celebrare un compleanno. Ho avuto il piacere di poter intervenire al convegno Age del 6 aprile 2019 (Napoli), dove ho offerto qualche riflessione su "Come parlare della famiglia oggi: mutamenti e scenari": qualche numero (anche qualche previsione demografica), qualche ragionamento sul "genoma familiare" (cfr. Donati), vale a dire sulla possibilità stessa di poter dire famiglia, oggi, individuando un significato condiviso e un luogo sociale preciso, e non "qualunque relazione che si autodefinisca famiglia". E il piacere di condividere con tanti genitori dell'Age la costante fatica (e bellezza) della responsabilità educativa verso le nuove generazioni - o meglio, verso i nostri figli. (F. Belletti

Slide         http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf1719_allegato1.pdf

"Famiglia 6 granda", IX Edizione, promossa dal Forum delle Associazioni Familiari della Provincia di Cuneo insieme agli Uffici Famiglia delle Diocesi Cuneesi, alle Consulte della Famiglia presenti sul territorio e alcune Amministrazioni Comunali, che si celebra in diverse città della provincia di Cuneo, per dare rilevanza, con un unico titolo, a tante iniziative a favore della famiglia. Cuneo e altri Comuni della provincia, 28 aprile - 21 giugno 2019.

www.autorivari.com/con-famiglia-sei-granda-due-mesi-di-eventi-in-sette-centri-della-provincia

Radici di cura e nuove traiettorie. IX Edizione del Caregiver Day, giornate dedicate al caregiver familiare (persona che si prende cura di una persona cara), ciclo di incontri/eventi promosso da Regione Emilia Romagna, cooperative sociali Sofia e Anziani e non solo, Carpi (MO) e altri comuni, 8-31 maggio 2019.            www.caregiverday.it/wp-content/uploads/Invito_caregiver_day_2019.pdf

Festival biblico 2019, 15a. Edizione, "Il Festival Biblico è nato così: dall’idea di uscire, incontrare e confrontarsi con chiunque, credenti e non credenti, laici e religiosi, cattolici e persone che professano altre religioni[...] L’idea della Bibbia che si fa festival popolare e che nei luoghi di incontro delle città invita famiglie, giovani, imprese, istituzioni, comunità (anche religiose) e organizzazioni culturali per una festa gioiosa. L’idea del Festival Biblico che, attraverso un tema diverso ogni anno, fa da filo conduttore tra le pagine della Bibbia e fa dialogare “il libro dei libri” con una società in continuo mutamento", Vicenza e tante altre città del Triveneto, 2-26 maggio 2019.

www.festivalbiblico.it/programma-2019/

E' storia - Famiglie" - Gorizia. "Portare al centro della scena la storia come motivo di dialogo e Gorizia come luogo d’incontro: due visioni che hanno trovato un’occasione per esprimersi in maniera unita e unica attraverso il Festival internazionale della Storia di Gorizia, nato nel 2005 col nome La Storia in Testa”. 15.a Edizione, Gorizia, 13-26 maggio 2019.            .       www.estoria.it/festival

In.Con.Tra. Festival delle Relazioni. "Cinque giorni di eventi per coinvolgere adolescenti e giovani adulti, famiglie e tutti coloro che, a vario titolo, si occupano di giovani e delle loro famiglie come insegnanti, educatori, psicologi, Istituzioni, Enti, Associazioni culturali, sportive e di volontariato". Prima edizione, Verona, 1-5 maggio 2019.                                                                https://festivalincontra.it

Ue. A new start to support work-life balance for parents and carers. (Un nuovo inizio per sostenere la conciliazione vita-lavoro per genitori e caregivers). "La Plenaria del Parlamento Europeo ha approvato giovedì in via definitiva le nuove misure per facilitare la conciliazione tra lavoro e vita di famiglia. La legge, già concordata informalmente con i ministri UE, stabilisce i requisiti minimi che tutti gli Stati membri dovranno attuare nel tentativo di aumentare le opportunità delle donne nel mercato del lavoro e rafforzare il ruolo del padre, o di un secondo genitore equivalente, nella famiglia. Beneficeranno di tali norme i bambini e la vita familiare, rispecchiando al contempo più accuratamente i cambiamenti sociali e promuovendo la parità di genere".

www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20190402IPR34670/lavoro-e-famiglia-nuove-regole-ue-su-congedo-parentale-e-di-paternita

www.vleva.eu/sites/default/files/2019-04/factsheet_work_life_balance.pdf

Disponibili già diversi commenti/segnalazioni in Italia.

  • Dal sito PMI.it (piccole e medie imprese)

www.pmi.it/economia/lavoro/300319/direttiva-ue-nuovi-congedi-per-caregiver-e-in-paternita.html

  • Dal sito lavoce.info (Più che tradizionali o nuove le famiglie sono incerte)

www.lavoce.info/archives/58567/piu-che-tradizionali-o-nuove-le-famiglie-sono-incerte

  • Dal sito "Secondo Welfare" "Meno impegnativa rispetto alla proposta originale della Commissione UE, sono comunque previste molte novità significative, come il congedo di paternità esteso fino a dieci giorni e maggiore flessibilità lavorativa per i genitori".

www.secondowelfare.it/primo-welfare/innovazione-sociale/il-parlamento-europeo-ha-approvato-la-direttiva-europea-sul-work-life-balance.html

Cuneo. Forum Provinciale delle Associazioni Familiari. Promossa la FamilyCard F6G, un progetto innovativo appena partito. "La Carta F6G (Famiglia Sei Grande/Granda) è frutto di quasi due anni di confronto tra il Forum delle associazioni familiari della provincia di Cuneo e le amministrazioni comunali dei sette maggiori centri della Granda (Alba, Bra, Cuneo, Fossano, Mondovì, Saluzzo e Savigliano). Il progetto, che ha visto l’adesione anche da parte delle maggiori associazioni di categoria provinciali (Confcommercio, Confindustria, Coldiretti e Confagricoltura), ha l’obiettivo di offrire alle famiglie delle agevolazioni su alcune tipologie di servizi pubblici e su altre voci di spesa del bilancio familiare sulla base del numero e dell’età dei figli che compongono il nucleo familiare. La card può essere richiesta gratuitamente da ogni famiglia sul portale.                                 www.cartaf6g.it

Area metropolitana di Milano - E-net: Equilibrio vita-lavoro in rete. Il progetto E-net si sviluppa in un’ottica di innovazione sociale e di sperimentazione di forme collaborative atte ad avviare un’azione di start up del percorso strategico di messa in rete di micro aziende e singoli lavoratori autonomi. In particolare "questa scelta è dettata dalla necessità di estendere le opportunità di welfare di conciliazione a quelle imprese e ai singoli lavoratori/lavoratrici che, singolarmente, non potrebbero accedere né alla contrattazione di secondo livello né ai servizi di welfare". Il progetto E-net si fonda su tre assi portanti: Trasferibilità, Innovazione, Cultura di conciliazione vita – lavoro

Dalle case editrici

  • Nicolais Giampaolo, Il bambino capovolto. Per una psicologia dello sviluppo umano, San Paolo, Cinisello B. (MI), 2018, pp. 136, € 15,00.

L’epoca nella quale viviamo è quella in cui maggiore è l’attenzione al bambino e alle sue esigenze di crescita. Dai genitori agli psicologi, passando per i legislatori e coloro che a vario titolo sono impegnati nella cura, difesa e tutela dell’infanzia, tutti appaiono animati dalla consapevolezza di voler e dover operare per il “migliore interesse del bambino”. Ma qual è il bambino che essi hanno in mente? Nella cultura attuale e nel comune sentire, si è fatta sempre più strada l’immagine di un bambino fragile, che necessita di cure e accudimento continui. Niente di più distante dal bambino “competente” e “resiliente” che la moderna psicologia dello sviluppo descrive limpidamente. Il risultato di questo capovolgimento paradossale è sotto gli occhi di tutti: il bambino è, sì, il centro dell’attenzione del mondo adulto, ma non già come soggetto le cui precoci capacità e disposizioni latenti devono essere incoraggiate e sostenute, bensì come soggetto debole che deve essere protetto. Molto opportunamente, il volume fornisce quindi un compendio dei processi di sviluppo che risultano fondamentali, a partire dal concepimento: la matrice intercorporea del sé; la resilienza a fronte di eventi avversi; la precoce disposizione a sviluppare una coscienza morale.

Practicum in Rome. How to give voice to marginalized and immigrant families. A systemic - multicultural approach (Come restituire voce alle famiglie emarginate e immigrate. Un approccio sistemico-multiculturale).  Intervento formativo per terapeuti e specialisti, promosso da Accademia di Psicoterapia della Famiglia & Fondazione Silvano Andolfi, Roma, 1-5 luglio 2019 (seminario in inglese).           http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf1719_allegato2.pdf

Save the date

  • Centro: l’anziano e la sua nuova età: Il ruolo della psicogeriatria, promosso da Associazione Italiana Psicogeriatria -Sezione Marche (con crediti ECM), Ancona, 24 maggio 2019.

https://www.sigg.it/wp-content/uploads/2019/04/2019.05.24_L%E2%80%99anziano-e-la-sua-nuova-et%C3%A0-la-sfida_programma.pdf

  • Centro: Per contrastare la povertà, combinare più politiche, seminario di studi organizzato dal portale Welforum.it (Osservatorio nazionale sulle politiche sociali), Roma, 14 maggio 2019.

https://welforum.it/wp-content/uploads/2019/04/prog.-provv.-welforum-inapp140519.pdf

  • Estero: 2019 London POPFEST. The 27th Annual Population Postgraduate Conference, evento organizzato dai post-dottorati negli indirizzi socio-economici, demografici ecc. della London School of Economics and Political Science, Londra, 28-30 maggio 2019.                  www.popfest2019.com

Iscrizione                http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

Archivio        http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/maggio2019/5121/index.html

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CHIESA CATTOLICA

Azione Cattolica. Truffelli: “Camminare insieme a persone di ogni età, condizione sociale e culturale”

Il presidente dell'Azione cattolica, impegnato a Chianciano Terme per il convegno delle presidenze diocesane, lancia un appello per "camminare insieme a persone di ogni età, condizione sociale e culturale, credenti e non credenti, prendendoci cura della vita concreta e dei bisogni più profondi della loro esistenza". E in vista delle imminenti elezioni europee aggiunge: "Sono un passaggio importante da cui dipende, più di quello che crediamo, il futuro del nostro Paese. Stare in Europa è decisivo"

            “Essere popolo per tutti vuol dire sapere che la nostra vocazione, che è anche la nostra identità, è quella di camminare insieme a chiunque”. Ne è convinto Matteo Truffelli, (Parma) presidente nazionale dell’Azione cattolica (Ac), impegnato in questi giorni a Chianciano Terme nel convegno delle presidenze diocesane. Un’occasione per riflettere “sul tema della fraternità come categoria unificante, attraverso la quale l’Ac intende declinare il tema del popolo ‘civile’ poiché ‘il primo nome di cristiani è fratelli’”. A margine dell’evento il Sir lo ha intervistato.

Presidente, cosa vuol dire oggi essere un popolo per tutti, riscoprirsi fratelli e stare nella realtà del nostro tempo?

“Essere popolo per tutti vuol dire sapere che la nostra vocazione, che è anche la nostra identità, è quella di camminare insieme a chiunque, a quella che nel Vangelo viene chiamata ‘la folla’. Camminare insieme a persone di ogni età, condizione sociale e culturale, credenti e non credenti, prendendoci cura della vita concreta e dei bisogni più profondi della loro esistenza. Consapevoli del fatto che tutti questi bisogni hanno alla radice una necessità fondamentale: riscoprire dentro la vita la presenza del Signore. Se essere ‘popolo per tutti’ significa quindi aiutarci reciprocamente a riscoprire la presenza del Signore, esserlo come fratelli implica invece una seconda domanda fondamentale, quella che il Signore pone a Caino: ‘Dov’è tuo fratello?’ Questa domanda deve guidare ogni nostra riflessione e ogni nostro programma di vita, ovvero cosa fare per essere dove sono i nostri fratelli, per scoprire in ciascuno il volto di un nostro fratello, compreso chi è diverso da noi.

Il fratello è anche l’altro. Questo ha una valenza ancora più particolare nella dimensione della città, perché è lo spazio in cui la fraternità va scelta, non te la ritrovi come famiglia”.

Questa è una prerogativa che spetta solo ai cattolici?

“Non è chiaramente una prerogativa esclusivamente cattolica. È un elemento che nasce dal desiderio di convivere, del vivere bene insieme. In questo senso la dimensione della fraternità diventa fondativa della città, perché diventa lo spazio in cui essa viene messa alla prova essendo le città anche un luogo di sopraffazione, violenza, ingiustizia. Non si devono chiudere gli occhi davanti a queste situazioni, ma bisogna accettare la sfida di prendersene carico”.

Papa Francesco, nell’ Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, in un certo modo lancia questa sfida. “La sfida – scrive il Pontefice – di scoprire e trasmettere la ‘mistica’ di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità”. Cosa ne pensa?

“Da questo punto di vista l’Evangelii Gaudium è molto provocante, perché ci spinge a interpretare la nostra identità di credenti come un qualche cosa che non può essere circoscritta a noi stessi, ma che ci chiede di cercare gli altri come necessari compagni del nostro camminare dentro al mondo. La ‘mistica del vivere insieme’ è proprio questo sentimento di bisogno che noi abbiamo degli altri e che abbiamo di camminare insieme con gli altri e per gli altri. È realizzazione della nostra identità più profonda”.

Questo include anche le drammaticità del nostro tempo?

“Certo! Quando parliamo di fraternità, di camminare insieme, non possiamo farlo pensando che sia tutto ‘rose e fiori’. La condizione della convivenza tra gli uomini è sempre anche una condizione di drammaticità e proprio per questo deve essere un camminare insieme che sa farsi carico delle situazioni di criticità, a partire da coloro che, dentro la città, meno sono ritenuti fratelli, come chi vive nella marginalità, chi non è considerato cittadino perché non membro della comunità e chi addirittura viene ritenuto membro di un’altra fraternità, quelli che consideriamo avversari o nemici. Lo scoprire in ciascuno di essi tratti fraterni ci aiuta a capire e ricordare che apparteniamo tutti a una sola universale famiglia, quella umana”.

Nella grande famiglia umana c’è anche la grande famiglia europea, che si sta preparando all’importante appuntamento delle elezioni di fine mese. Cosa auspica?

“Le elezioni europee sono un passaggio importante da cui dipende, più di quello che crediamo, il futuro del nostro Paese. Noi siamo abituati a pensare alle elezioni europee come a qualche cosa di relativamente importante. Invece, sempre di più, dobbiamo acquisire la consapevolezza che stare in Europa è decisivo per il nostro futuro. Pertanto, si deve arrivare a queste elezioni con consapevolezza, sapendo per cosa e come si vota, e sapendo anche che dal modo in cui staremo dentro l’Europa dopo l’appuntamento elettorale dipenderà gran parte di quello che l’Italia potrà essere, perché, in un contesto di fortissima globalizzazione, da soli non possiamo sopravvivere né tantomeno essere protagonisti. Possiamo essere protagonisti solo se lo facciamo assieme a tutta l’Europa”.

In questo senso quanto è importante riscoprire i valori che hanno ispirato i padri fondatori? Alcide De Gasperi, ad esempio, il 21 aprile 1954 alla Conferenza parlamentare europea di Parigi, ha parlato dell’Europa come della “nostra patria”.

“Sì! Dobbiamo riscoprire, saper ridire e saper rilanciare le ragioni del nostro stare in Europa come cittadini europei, che sono certamente legate anche ai benefici economici e di vita, ma ancora di più a un progetto di convivenza pacifica dentro al Continente e per il resto del mondo. Questi sono i fondamenti entro i quali dobbiamo riscoprirci europei”.

Andrea Regimenti      agenzia SIR    4 maggio 2019

https://agensir.it/italia/2019/05/04/azione-cattolica-truffelli-camminare-insieme-a-persone-di-ogni-eta-condizione-sociale-e-culturale

 

Convegno presidenze diocesane AC: “Apparteniamo tutti a una sola universale famiglia, quella umana”

            “Un popolo per tutti. Riscoprirsi fratelli nella città”. Questo il titolo del convegno delle presidenze diocesane dell’Azione cattolica italiana (Ac), che si è svolto dal 3 al 5 maggio a Chianciano Terme (SI). Oltre 600 i partecipanti, impegnati a riflettere “sul tema della fraternità come categoria unificante, attraverso la quale l’Ac intende declinare il tema del popolo ‘civile’ poiché ‘il primo nome di cristiani è fratelli”.

            Tre giorni per riflettere “sul tema della fraternità come categoria unificante, attraverso la quale l’Ac intende declinare il tema del popolo ‘civile” poiché, come hanno sottolineato mons. Gualtiero Sigismondi, vescovo di Foligno e assistente generale dell’Ac e mons. Stefano Manetti, vescovo di Montepulciano-Chiusi-Chianciano, nelle rispettive omelie delle due Messe celebrate, ‘il primo nome di cristiani è fratelli”. La “fraternità”, quindi, come filo conduttore e come campo di confronto per gli oltre 600 partecipanti provenienti da tutta Italia, chiamati una volta tornati a casa, a “stare dentro la realtà del nostro tempo, nelle nostre città e nella nostra terra generando valore aggiunto”.

            Il vero coraggio di un cristiano è l’amore. Le giornate si sono alternate tra momenti di confronto e dibattito, accompagnati da testimonianze e riflessioni provenienti dalle realtà dell’associazionismo, del volontariato, della politica e della Chiesa. Tra loro, mons. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, che ha invitato ad avere “uno sguardo contemplativo e non solo sociologico. Contemplare è anche un po’ perdersi. La compassione e la misericordia ci fanno vedere ciò che è nascosto, sono il reagente che rivela la complessità e la bellezza del mondo attorno a noi”. Una “bellezza che è in tutti e che deve essere di tutti”. Da qui, l’esortazione di mons. Zuppi: “Spesso abbiamo paura che essere per tutti significhi non essere più niente. Ma, quando si ha paura del mondo, si vedono solo nemici, si perde la lezione della storia e non si guarda più la realtà con gli occhi della compassione, che è l’unico modo possibile. Il clima da rissa, da campagna elettorale costante, toni sempre belligeranti alimentati da fake news non aiutano.

            È necessario avere visioni per risolvere e non dividere e saper scegliere degli itinerari. Itinerari non conosciuti e sicuri, ma sempre nuovi, che offrono una visione altra”. Itinerari che consentano a tutti i “cristiani e agli uomini di buona volontà di ritrovarsi nella missione, che poi è quell’agire altro cui tutti siamo chiamati”. “Una missione di Chiesa e di popolo – ha spiegato l’arcivescovo di Bologna -, non intesa come un’incursione di qualche audace che esce nel mondo, o come una stagione sacrificale per poi tornare al sicuro a casa.

I cristiani infatti, ha concluso, “non sono coraggiosi ma sono gente che ama. Il vero coraggio di un cristiano è l’amore”. Un invito a non avere paura dell’altro è arrivato anche da Claudia Fiaschi, portavoce del Forum del Terzo Settore: “Non si deve cedere alla paura – ha affermato -. Una paura che nasce dalla diffidenza e dalla mancanza di connessione tra generazioni. Le differenze stanno diventando progressivamente diseguaglianze e non un dono da esercitare per arricchirsi”. Affinché ciò non accada, ha spiegato Fiaschi, è necessario “pensarsi come un mondo dentro a un territorio con radici”.

            Al convegno si è parlato anche di Europa, con attenzione alle imminenti elezioni di fine mese. In particolare, un’intera serata dedicata all’Europa del passato e a quella del futuro, dal titolo “So(g)no l’Europa”. Presenti i ragazzi del progetto radio europeo “Europhonica”, colleghi di Antonio Megalizzi, il giovane reporter morto in seguito all’attentato terroristico dell’11 dicembre 2018 scorso a Strasburgo. Con loro Piero Pisarra, giornalista e sociologo, che ha ricordato l’importanza del “sogno europeo”.

            Un sogno popolato di volti e quindi concreto. Un sogno alla cui origine vi è un’idea di apertura e fraternità e, proprio per questo, l’idea di un’Europa dei muri e del filo spinato è uno schiaffo alla storia del Continente”.

            Stare in Europa è decisivo per il nostro futuro. Un’idea di un’Europa aperta e fraterna, soprattutto in vista delle elezioni, è stata rilanciata anche dal presidente dell’Azione cattolica, Matteo Truffelli, che intervistato dal Sir ha affermato: “L’appuntamento elettorale è un passaggio importante da cui dipende, più di quello che crediamo, il futuro del nostro Paese. Noi siamo abituati a pensare alle elezioni europee come a qualche cosa di relativamente significativo. Invece, sempre di più, dobbiamo acquisire la consapevolezza che stare in Europa è decisivo per il nostro futuro”. Pertanto, per Truffelli, per si deve arrivare alle urne “con consapevolezza, sapendo per cosa e come si vota, e sapendo anche che dal modo in cui staremo dentro l’Europa dopo le elezioni dipenderà gran parte di quello che l’Italia potrà essere, perché, in un contesto di fortissima globalizzazione, da soli non possiamo sopravvivere né tantomeno essere protagonisti. Possiamo essere protagonisti solo se lo facciamo assieme a tutta l’Europa”.

Il presidente dell’Ac ha poi sottolineato l’importanza di “essere popolo per tutti e di camminare insieme a chiunque”. “Camminare insieme a persone di ogni età, condizione sociale e culturale, credenti e non credenti – ha detto -, prendendoci cura della vita concreta e dei bisogni più profondi della loro esistenza. Consapevoli del fatto che tutti questi bisogni hanno alla radice una necessità fondamentale: riscoprire dentro la vita la presenza del Signore”. Citando poi “la mistica del vivere insieme”, evocata da Papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, Truffelli ha esortato a “interpretare la nostra identità di credenti come un qualche cosa che non può essere circoscritta a noi stessi, ma che ci chiede di cercare gli altri come necessari compagni del nostro camminare dentro al mondo. La ‘mistica del vivere insieme’ è proprio questo sentimento di bisogno che noi abbiamo degli altri e che abbiamo di camminare insieme con gli altri e per gli altri. È realizzazione della nostra identità più profonda”.

            In questo senso, ha rimarcato, “quando si parla di fraternità, di camminare insieme, non lo si può fare pensando che sia tutto ‘rose e fiori’. La condizione della convivenza tra gli uomini è sempre anche una condizione di drammaticità e proprio per questo deve essere un camminare insieme che sa farsi carico delle situazioni di criticità, a partire da coloro che, dentro la città, meno sono ritenuti fratelli, come chi vive nella marginalità, chi non è considerato cittadino perché non membro della comunità e chi addirittura viene ritenuto membro di un’altra fraternità, quelli che consideriamo avversari o nemici”. Lo scoprire in ciascuno di essi tratti fraterni, ha concluso il presidente dell’Azione cattolica, “ci aiuta a capire e ricordare che apparteniamo tutti a una sola universale famiglia, quella umana”.

Andrea Regimenti      Agenzia SIR   5 maggio 2019

https://agensir.it/italia/2019/05/06/azione-cattolica-apparteniamo-tutti-a-una-sola-universale-famiglia-quella-umana

 

I laici cattolici tedeschi vogliono poter decidere “alla pari”

Molto consapevoli ed esigenti – così ritengono di doversi porre i cattolici dello ZdK (Comitato centrale dei cattolici tedeschi), la più importante associazione di laici cattolici tedeschi, rispetto alle riforme nella Chiesa. Circa 230 membri discuteranno nell'assemblea generale di primavera a Magonza. Adesso la parola passa ai laici cattolici. Dopo che i vescovi tedeschi alla luce dello scandalo degli abusi hanno formulato in marzo a Lingen le loro proposte, lo ZdK si incontra per la sua assemblea di primavera il 10 e l'11 maggio 2019 a Magonza. I 230 delegati vogliono prendere posizione rispetto alla “via sinodale” annunciata dai vescovi, dove i temi presenti sono anche la riduzione del potere, il celibato e la morale sessuale. Finora il Comitato dei cattolici si era espresso su questo in maniera piuttosto discreta. Infatti molti dettagli di questa via aperta in un processo di discussione comune da chierici e laici non sono ancora definiti.

In occasione dell'assemblea generale, lo ZdK deciderà se e come vorrà partecipare. Il portavoce del Comitato, Theodor Bolzenius, indica alcuni criteri a questo proposito: il processo di discussione deve svolgersi “alla pari, in maniera trasparente ed essere orientato a dei risultati”. Il presidente dello ZdK Thomas Sternberg, in carica dal 2015, aveva già affermato nelle settimane scorse di vedere una “autentica volontà di riforme” nella maggior parte dei vescovi tedeschi. Metteva però anche in guardia dalla “frustrazione”, in caso non si giungesse a decisioni concrete. “Adesso la gente vuole vedere riforme”, diceva.

Diaconato femminile e “viri probati”. Sternberg si batte per l'ammissione delle donne al diaconato e per “viri probati”, cioè l'abilitazione al presbiterato di “provati” uomini sposati – cosa che allenterebbe parzialmente l'obbligo del celibato per i preti. La Chiesa in Germania deve usare integralmente il suo spazio d'azione, afferma Sternberg. Con la sua “relazione sulla situazione” darà il tono all'incontro di Magonza. “Donne in ministeri ecclesiali” è il punto 7 dell'ordine del giorno dell'assemblea generale dello ZdK, che si compone di 94 donne e 133 uomini. Provengono prevalentemente da associazioni e consigli diocesani, ma all'assemblea generale appartengono anche più di 40 personalità elette della politica e della società.

A Magonza i membri dello ZdK dovrebbero anche poter esprimere in maniera chiaramente udibile la richiesta di una “partecipazione di laici legittimata” in commissioni ecclesiali a vari livelli, da quello diocesano a quello nazionale – come per comitati relativi alle finanze della Chiesa o a riforme di tipo pastorale. Si attende con ansia ciò che riferirà l'arcivescovo di Amburgo Stefan Hesse nella sua funzione di “assistente spirituale dello ZdK” delle deliberazioni della Conferenza episcopale sulla “via sinodale”.

L'Europa al centro dell'attenzione. Quale importante passo sulla via del superamento del clericalismo, Sternberg ha già indicato l'introduzione di una magistratura amministrativa nella Chiesa in Germania. Su questo punto riferirà a Magonza il presidente della corte costituzionale federale Klaus Rennert. Secondo lo ZdK deve poterci essere, in caso di decisioni delle amministrazioni ecclesiali, la possibilità del ricorso. Bolzenius afferma che si tratta anche dei casi nei quali viene negato il nulla osta a professori di teologia cattolici da parte del vescovo diocesano. L'assemblea generale dello ZdK discuterà anche sulla situazione in Europa. Sulla base di un intervento del primo ministro del Land Renania-Palatinato, Signora Malu Drever (SPD), dovrebbe essere deciso un appello per le elezioni europee, appello che dovrebbe avere come punto centrale il rafforzamento dell'Europa democratica.                       (...)

Norbert Demuthin, www.domradio.de, 29 aprile 2019 (traduzione: www.finesettimana.org)

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt201904/190430demuth.pdf

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CITAZIONI

Litigare è un'arte: vince solo chi perde

È lecito cercare di vincere in una disputa. È normale cercare di far valere la propria idea in un dibattito politico. È divertente battere gli avversari in un torneo di calcetto. Ma nella coppia no! Se c'è un luogo nel quale vincere crea disastri è la relazione coniugale.

La coppia infatti vive di una costante ricerca di equilibrio dinamico e questo equilibrio si mantiene a più livelli. C'è un livello semplice da capire, quello pratico: la suddivisione del lavoro domestico per esempio. È giusto che ognuno dia il suo contributo e nessuno se ne approfitti. Poi se uno dei due - in genere lui, ma non sempre - dedica più ore al lavoro, non potrà dedicare lo stesso tempo in casa, ma avrà presumibilmente guadagnato di più, a beneficio della famiglia. Anche se queste faccende possono produrre discussioni e malintesi, i termini della questione sono abbastanza chiari. Alla fine ci deve essere un equilibrio tra dare e ricevere. E quando non c'è, lo squilibrio deve essere percepito da entrambi entro margini di tolleranza accettabili.

            Altri equilibri sono più sottili e a volte difficili da cogliere, ma non per questo meno implicanti. L'equilibrio nelle parole che si usano, nei torti che si subiscono, nei favori, negli scambi d'affetto, nelle ragioni. Quando si crea un forte squilibrio, il sistema- coppia tende a riportarsi in asse, e le strategie che usa sono quelle a disposizione dei membri della coppia stessa, e soprattutto non sempre sono consapevoli.

            Lo sa bene il consulente, al quale vengono in genere presentati gli effetti di questo squilibrio: "Dottore, il problema è che a lui non importa nulla di me", "Che lei brontola per ogni cosa", "Che lui è un padre assente", "Che lei è una madre isterica e ossessiva", e via così. Non è una regola, ma spesso 'il problema' non è altro che un modo disfunzionale per cercare di ricreare un equilibrio. Si comincia ad intuire questa dinamica quando si cominciano a sentire i processi di discolpa: "Per forza dottore, perché lui/perché lei".

            Tutte le volte che attribuiamo al consorte la causa di nostri comportamenti riprovevoli, stiamo ammettendo che i nostri margini di libertà sono fortemente ridotti. Ma davvero vogliamo dar da bere a chi ci sta ascoltando e pure a noi stessi che siamo così deboli da essere in grado solamente di reagire? No, allora la verità si svela: il comportamento imputato è una irresistibile tentazione a pareggiare i conti dei torti che riteniamo di aver subìto. A volte poco consapevolmente, semplicemente mettendo in atto forme di comunicazione irritanti, altre volte tenendo alto il muro e il muso "finché la capisce", altre spingendoci col pensiero e con le azioni verso zone decisamente più rischiose: "Questa me la paga" (...).

            Certo, siamo dotati di libero arbitrio che ci permette di apportare dei correttivi al biblico 'occhio per occhio, dente per dente', ma sarà meglio usare tutte le nostre strategie per prevenire situazioni di squilibrio. 'Non vincere' è una di queste strategie.

            E allora chi, durante un litigio di coppia, si rende conto di essere in una posizione di forza, la usi per cercare di rimettere l'altro/l'altra su un piano più possibile di parità, di pari dignità. Si eviti che esca un vincente e un perdente, semplicemente perché non è possibile: se uno vince avete perso in due.

            Non si tratta di non considerare che ci possono essere delle situazioni in cui uno dei due dovrà cedere e si deciderà di seguire una linea educativa piuttosto di un'altra, di acquistare o non acquistare un oggetto. Ma queste scelte non dovrebbero mai trasformare la discussione e quello che ne consegue in un rapporto non paritario: io ho ragione, tu hai torto; io sono up, tu sei down; io sono OK, tu non sei OK, per dirla con l'analisi transazionale. La coppia è il luogo più evidente dove chi vince resta con un pugno di mosche: ottiene una vittoria esterna, e l'altro si allontana interiormente. Penso che ogni uomo o donna che si trova in coppia da più di un paio di settimane abbia sperimentato quando è frustrante amare da una posizione subalterna. Ma anche tu che hai vinto: che te ne fai di un marito o di una moglie che sei riuscito a 'vincere'? Che ne è della tua relazione? Della vostra intimità?

            Allora, attenzione ai consigli della prima regola: cercate di non ottenere mai una vittoria su tutti i fronti; non schiacciate mai l'avversario; quando vedete che sta per capitolare lasciategli una via d'uscita; non braccatelo/a. Accontentatevi che la vostra idea è stata presa in considerazione, che si prenderanno le piastrelle del bagno che piacciono a voi, e siate pronti a fornire qualcosa in cambio, magari una partita a calcetto con gli amici se è per lui, o un fiore se è per lei (...). Litigare è il regno dell'agon e del pathos, ma questo non significa che non ci sia un campo di battaglia delimitato e non ci siano delle regole di combattimento.

            Queste regole io le chiamo 'ring' perché mi piace pensare ai pugili, alle corde che li contengono. Avere un ring aiuta ad impedire che il conflitto dilaghi, che si trascini negli spogliatoi, o tra il pubblico. Traducendo la metafora, potremmo dire di evitare che si trascini in camera da letto o davanti a figli e parenti. Idealmente ci sono due tipi di ring, due sistemi di definizione dei confini di ciò che è lecito e ciò che non lo è: uno è oggettivo, per cui c'è già la legge che indica che certi comportamenti sono inaccettabili e penalmente perseguibili. Di questo non intendo parlare, lo diamo per scontato.

            C'è però anche un ring di coppia, che si definisce in una relazione di intimità, di conoscenza dell'altro e dell'altra, perché non siamo tutti uguali (...).

            Importante: il ring non è una gabbia ma un sistema di riferimento. Sarebbe presuntuoso e irrealizzabile pensare che neppure dopo la lettura di queste righe nelle vostre famiglie non si urlasse e non si offendesse più, anche se sarebbe auspicabile. Vi scapperà di sbagliare. Allora le regole non servono a nulla? Tutt'altro: le regole sono un orizzonte di riferimento. Servono per indicare la strada, soprattutto servono per indicare la strada quando si sbaglia, quando si sbaglia. È molto importante tenere a mente questo concetto: se - per errore - qualcuno esce dal ring che ha definito, può chiedere scusa e rientrare. Se invece il ring non c'è, non ci sono regole ed è facile e pericoloso scivolare verso il 'tutto è permesso'. Vale in tutte le cose. Avere una direzione chiara verso la quale andare dà senso al cammino e anche agli errori. Pensare invece di non commettere mai errori o al contrario che posso commettere gli errori che voglio, sono entrambi atteggiamenti disumanizzanti. Quale potrebbe essere il vostro ring? Due lati a testa, provate a definirli Tagliate corto. È la regola più importante e se proprio dovete scegliere di applicarne una sola, applicate questa. Alcune ricerche hanno dimostrato che non ci sono differenze significative tra le coppie felici e quelle disfunzionali su molti aspetti del conflitto. Non ci sono differenze significative nel numero dei conflitti, nell'intensità e nei temi della contesa. C'è un'unica differenza significativa: il tempo.

            Le coppie felici riescono ad aprire e chiudere la litigata in tempi brevi, in quelle disfunzionali la litigata non ha mai fine. Ore e giorni e notti di agonia. Ore e giorni e notti inutili, perché alla fine non si arriva ad un accordo ma allo sfinimento, e magari è già pronta un altro argomento da contendere.

            Quanto stressano, quanto esauriscono le litigate lunghe? Quanta salute fisica e mentale se ne va? Quante occasioni perse per fare cose buone e belle?

            Allora questa regola dovrebbe diventare un imperativo categorico, dove ci si può davvero dare una mano, perché c'è sempre chi ci arriva prima e chi dopo. C'è sempre chi - talvolta lui, talvolta lei - propone 'dai finiamola qui' ma poi c'è sempre quella parolina che fa riprendere il discorso. In certe coppie è come se ci fosse una vocina invisibile che sussurra all'orecchio dell'uno o dell'altra e che rende impossibile la chiusura (...). Allora l'accordo per voi potrebbe essere questo: il primo (o la prima) che desidera chiudere un conflitto che sta andando per le lunghe lo propone. L'altro (o l'altra) si sforzerà di assecondare questo desiderio. Se proprio non se la sente potrà dire con onestà "non mi sento ancora pronto, ma possiamo interrompere la discussione ". Magari non ci riuscirete tutte le volte, ma con un allenamento costante riuscirete in breve tempo a ridurre sensibilmente il tempo passato a litigare. Certo sono consigli pratici e magari qualcuno ha bisogno di qualcosa di più profondo, per trovare la motivazione a chiudere, proprio mentre si pensa di aver ragione.

            A me aiuta molto se riesco a considerare che il mio è solo un punto di vista, non la verità. Recenti ricerche hanno confermato che siamo in genere molto clementi con i nostri difetti e poco con quelli degli altri, che giustifichiamo le nostre incongruenze e radiografiamo quelle degli altri (del coniuge nel nostro caso). Anche nella coppia, come nelle dispute politiche, caschiamo nel cosiddetto 'realismo ingenuo', la credenza di essere gli unici a vedere le cose 'come stanno davvero'.

Tratto dal libro di Marco Scarmagnani  "Tre regole per litigare. E altri consigli per una coppia felice"

Amici di Aiuto Famiglia    26 aprile 2019       www.aiutofamiglia.org/documenti/coppia/vince-chi-perde

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CITTÀ DEL VATICANO

Religione non significa devozionalismo o facile ed ingenuo pietismo

La libertà religiosa Per il bene di tutti. Approccio teologico alle sfide contemporanee

www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_20190426_liberta-religiosa_it.html

            Nel Documento “La libertà religiosa per il bene di tutti. Approccio teologico alle sfide contemporanee” il linguaggio è chiaro, come chiara è l’impostazione. La difficoltà risiede nella complessità dell’argomento e nell’accezione del linguaggio quando venga collocato, secondo il documento stesso, non in una zona di confine in un qualche modo da superare ma sulla soglia della porta da cui osservare quanto accade per poter intervenire con la propria vita

            La densità del Documento recentemente emanato dalla Commissione teologica internazionale, Sottocommissione libertà religiosa – risulta immediatamente al solo scorrere la successione dei sette capitoli in cui si articola. Non si può prescindere da un’accurata riflessione che, all’istante, denuncia come la fede non possa essere che riflessa e non tacciata di irrazionalità.

            Il credente non è per il fatto di essere credente, isolato o avulso dal suo preciso contesto storico e sociale. La polis – non i partiti politici – è sempre stata una cura che ha richiamato le forze della Chiesa ad impegnarsi nei diversi ambiti in cui si declinava. Con rigore quindi il Documento rifiuta una postura che voglia dirsi neutrale, quasi vissuta fra le nuvole piuttosto che con i piedi ancorati saldamente nel presente: “La pretesa neutralità ideologica di una cultura politica che dichiara di volersi costruire sulla formazione di regole meramente procedurali di giustizia, rimuovendo ogni giustificazione etica e ogni ispirazione religiosa, mostra la tendenza ad elaborare una ideologia della neutralità che, di fatto, impone l’emarginazione, se non l’esclusione, dell’espressione religiosa dalla sfera pubblica. E quindi, dalla piena libertà di partecipazione alla formazione della cittadinanza democratica”.

            Negare o imporre una partecipazione attiva in nome della religione in cui si crede, svilisce la stessa persona e la riduce ad un’ameba che si accontenta di sopravvivere invece di considerarla parte attiva e ricettiva del vivere politico. La riflessione teologica è uno scalpello che non risparmia neppure la selce. In realtà è riuscita a gettare luce su quelle ambiguità che portano l’etichetta del “ritorno della religione”. Segno irrispettoso e carente di limpidezza mentale.

            “Questo cosiddetto ‘ritorno’, infatti, presenta anche aspetti di ‘regressione’ nei confronti dei valori personali e della convivenza democratica che stanno alla base della concezione umanistica dell’ordine politico e del legame sociale”.

            Il confronto o anche solo il rapporto, se si vuole, con la tradizione passata getta un segnale inquietante: “Molti fenomeni associati alla nuova presenza del fattore religioso nella sfera politica e sociale appaiono del tutto eterogenei – se non contraddittori – rispetto alla tradizione autentica e allo sviluppo culturale delle grandi religioni storiche”.

Tuttavia, religione non significa devozionalismo o facile ed ingenuo pietismo. Al credente è richiesta una ricerca inesausta della verità e della trascendenza per dare vita ad una cultura che proprio oggi sappia accogliere stimoli e vivacità e sia in grado di sbriciolare i pregiudizi.

            Non in forza di argomentazioni patetiche o apodittiche ma in forza di un impegno, sia intellettuale-riflessivo, sia pratico-concreto “capace di attivare la circolazione di una cultura adeguata della religione”. La cultura però deve essere creata, lavorata e intrisa di quella “dinamica dell’inculturazione del Vangelo che è un’immersione libera della Parola di Dio nelle culture per trasformarle dall’interno, illuminandole alla luce della rivelazione, in modo tale che anche la fede stessa si lasci interpellare dalle realtà storiche contingenti – interculturalità – come spunto per poter discernere significati più profondi della verità rivelata che deve, a sua volta, essere ricevuta nella cultura del contesto”.

            Si tratta di accogliere “il filo conduttore – quello che scorre in tutto il Documento – ispirato all’utilità di tenere strettamente collegati, in chiave sia antropologica sia teologica, i principi personalistici, comunitari e cristiani della libertà religiosa di tutti”.

https://agensir.it/chiesa/2019/04/29/religione-non-significa-devozionalismo-o-facile-ed-ingenuo-pietismo

 

Gruppo di donne a lavoro

Grazie alla costituzione di un nuovo Comitato di Direzione, coordinato da Rita Pinci, l'inserto mensile dell'Osservatore Romano, nato sette anni fa, uscirà a maggio con un nuovo numero.

L'Osservatore Romano fa sapere che si è costituito il nuovo Comitato di Direzione di "Donne Chiesa Mondo" e che l'inserto mensile del quotidiano della Santa Sede uscirà regolarmente nel mese di maggio. A coordinare il Comitato, oltre a farne parte, è Rita Pinci giornalista, laureata in Sociologia, già corrispondente e poi vicedirettore de Il Messaggero, ma anche alla guida del magazine Specchio de La Stampa e poi con ruoli direttivi nei settimanali Panorama e Chi, oltre ad aver collaborato con l'Huffington Post Italia, con la Rai e con Tv 2000.

In una dichiarazione d'inizio incarico, la Pinci si dice sorpresa della scelta ricaduta su di lei da parte del direttore Andrea Monda. Sottolinea la "totale libertà" che è stata assicurata al Comitato di Direzione, convinta del bisogno che la Chiesa ha "dello sguardo e della voce delle donne che rappresentano più della metà dei fedeli." "Mi viene chiesto di mettere la mia esperienza a disposizione di una comunità e di un giornale che ho letto sempre con interesse - afferma -  e credo che per me sia una grande opportunità umana, prima che professionale, poter aderire a questo progetto". Nello specificare il tipo di lavoro che il Comitato andrà ad affrontare parla di "collegialità" e di "spirito di condivisione dei diversi talenti e competenze delle donne che vi partecipano".

I membri internazionali scelti per il Comitato sono, docenti universitarie come Francesca Bugliani Knox, Yvonne Dohna Schlobitten, Chiara Giaccardi, Shahrzad Houshmand Zadeh, Giorgia Salatiello e Amy-Jill Levine; Elena Buia Rutt, poetessa e traduttrice, già collaboratrice sulle pagine culturali de L’Osservatore Romano come Silvia Guidi, e Giulia Galeotti scrittrice e dal 2014 responsabile delle pagine culturali del quotidiano della Santa Sede. Completano il gruppo Carola Susani, scrittrice e insegnante, Valeria Pendenza, da 20 anni a L’Osservatore Romano, da 11 come archivista; Silvina Pérez giornalista e autrice televisiva alla guida dell'edizione spagnola del quotidiano vaticano e Marta Rodríguez Díaz che dal 2010 dirige l'Istituto di Studi Superiori sulla Donna dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum ed è responsabile dell'Ufficio donna del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita.

Vatican news  30 aprile 2019

www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2019-04/osservatore-romano-comitato-donne-chiesa-mondo.html

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CONSULTORI CATTOLICI

Torino. Punto familia. Coppie d’argento e Separazione

v  Giovedì 16 maggio 2019 alle 18.30 ci sarà un incontro per le "coppie d'argento". I giovani, e non solo loro, pensano che in una coppia rodata non ci siano più problemi, cioè che i due partner abbiano imparato e consolidato un proprio modo di star bene insieme, ma nella realtà le cose non stanno proprio così.

  • Quando i figli sono adulti e, ancora in casa o già fuori, fanno una loro vita;
  • Quando si diventa nonni;
  • Quando la stagione lavorativa volge al termine o è già conclusa;
  • Quando i genitori, molto anziani e acciaccati, sono bisognosi di cure; gli equilibri di coppia si modificano e possono sorgere molte domande:
  • Ma noi due, adesso, che senso diamo al nostro stare insieme?
  • Perché tanti battibecchi?
  • La menopausa è solo femminile?
  • Alla nostra età, dopo tanti anni insieme, possiamo ancora cambiare le nostre dinamiche?
  • e molte altre.

A queste coppie Punto Familia propone un percorso per confrontarsi in gruppo sulle problematiche e le dinamiche di coppia proprie degli anni d’argento, quando non si è più giovani ma si ha ancora voglia di mettersi in gioco e di cambiare quello che può essere cambiato per stare meglio insieme.

Il percorso prevede un primo incontro per mettere a fuoco interessi, bisogni e aspettative. Si costruirà così insieme un progetto più dettagliato, cucito sulla misura delle esigenze anche di orario dei partecipanti. Il focus sarà sulla relazione di coppia.

www.puntofamilia.it

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CONSULTORI FAMILIARI UCIPEM

Mantova. Il n. 3 di maggio di Etica, Salute & Famiglia

  • Generazione Greta: insieme per salvare la terra         Armando Savignano
  • Il bambino, la sofferenza e la morte                           Aldo Basso, sacerdote e psicologo
  • La solitudine dell’anziano                                         Renato Bottura, geriatra
  • Il futuro del nascere e il trapianto d’utero                  Gabrio Zacchè, ginecologo
  • Svezzamento o alimentazione complementare                       Alessandra Venegoni, ostetrica
  • Sul senso del riflettere                                               Giuseppe Cesa, psicologo psichiatra

 

Milano 1 via Pietro Colletta 31. La casa news - aprile 2019

  • Costruire relazioni nel cambiamento              Alice Calori
  • Pasqua in carcere                                           dagli scritti di don Paolo Liggeri
  • Le radici e le ali                                             Beppe Sivelli
  • Matrimonio: una scelta libera e consapevole Emanuela Colombo
  • Anche le maestre vanno a scuola                   Mary Rapaccioli
  • Appartenere e crescere                                              Jolanda Cavassini
  • Adozione, Internet e Social Network             Daniela Sacchet
  • Un nido quasi vuoto                                      Ondina e Bruno
  • Progetti di cooperazione internazionale                     Associazione Hogar Onlus
  • Festa di Primavera                                          Associazione Hogar Onlus
  • Appuntamenti: corsi e gruppi e servizi
  • www.istitutolacasa.it/pdf_sarat/rivistapdf_pdf_321906314.pdf
  1. Adozione internazionale: Bolivia, Cile, Colombia, Bulgaria. Corso pre-adozione, gruppo di lingua, adozione a scuola, gruppo adozione, internet, social network.
  2. Consultorio familiare: Gruppo di parola, genitori di pre e adolescenti a confronto, la trasgressività in adolescenza.
  3. DSA-disturbi specifici dell’apprendimento: Genitori e DSA, insegnanti e DSA.

 

Torino. Centro Consulenza Familiare. Collaborazione col Centro per le Relazioni e le Famiglie

Dal 2005 il Centro fa parte della Rete fra Consultori Familiari Privati e Centri d'Ascolto che raccoglie al suo interno 6 centri qualificati nella relazione di aiuto del singolo, alla coppia e della famiglia situati nel territorio di Torino. La Rete nasce per accogliere chiunque sia in situazione di disagio e bisogno, secondo i principi del primato della persona e nel rispetto delle scelte come espressione della libera coscienza personale. Gli scopi che ci si prefigge aderendo a questa realtà sono di accoglienza, sostegno, educazione, offerta quindi di strumenti e risorse alle famiglie perché mantengano o ritrovino relazioni interpersonali consoni al loro benessere. 

Insieme con la Rete, il C.C.F. è presente anche all'interno del Centro Relazioni e Famiglie istituito dal Comune di Torino nel 2010, realizzato con il contributo della Regione Piemonte e del Fondo Nazionale delle Politiche per la Famiglia.                           www.ccf.ideasolidale.org/index.asp?IDCAT=2#.XNaWsKRS-FI

v  Per la quarta volta negli ultimi tre anni, il Centro per le Relazioni e le Famiglie del Comune di Torino, in collaborazione con la Rete dei consultori del privato sociale, propone 4 incontri sugli aspetti giuridici, psicologici e relazionali collegati al tema della separazione.

  1. Normativa recente in materia di separazione e divorzio. Le disposizioni del giudice quando il conflitto coinvolge il minore.
  2. Normativa recente in materia di coppie conviventi. Le disposizioni del giudice quando il conflitto coinvolge il minore.
  3. Trasformazione dei legami familiari dopo la separazione e ricaduta sui figli e sugli adulti. Proposte di sostegno offerte dal Centro e dalla Rete: consulenza familiare ed educativa, laboratorio per separati, gruppi di parola per i figli.
  4. La mediazione familiare nella gestione del conflitto.

v  Incontri per neo papà e bebè (0-12 mesi) a partire da sabato 4 maggio 2019, dalle ore 10.00 alle ore 12.00 Ciclo di incontri gratuiti rivolti ai neo papà e i loro bebè, per condividere le gioie e le fatiche dell’essere padre, per divertirsi col/la proprio/a cucciolo/a, per avere uno spazio di ascolto rivolto esclusivamente ai papà. Insieme affronteremo argomenti come:

  • Congedi di paternità e parentali;
  • La gravidanza e la nascita viste e vissute dai papà;
  • La risposta dei padri ai bisogni del neonato e della nuova famiglia;
  • I bisogni del papà: dov’è finita la mia ragazza?
  • Sostegno alla mamma;

Gruppo di ascolto e di parola per bambini della fascia 6 – 10 anni

Il Centro per le Relazioni e le Famiglie attiva a maggio un gruppo di ascolto e di parola per bambini/e della fascia 6 – 10 anni, figli/e di coppie separate. Sarà previsto un incontro preliminare a cui sono invitati sia i genitori del gruppo dei bambini/e iscritti/e, sia coloro che sono interessati e vogliono saperne di più.

Il Gruppo di Ascolto e di Parola permette ai bambini di:

  • Affrontare temi importanti in un ambiente accogliente, per un tempo limitato, con la guida di due conduttrici
  • Riconoscersi, confrontarsi e sostenersi in un gruppo tra pari
  • Esprimere ciò che si vive attraverso la parola, il gioco, la scrittura, il disegno
  • Chiarirsi le idee, sciogliere dubbi, comprendere i cambiamenti della vita familiare
  • Mettere in parola sentimenti, paure, speranze e inquietudini
  • Trovare modi per parlare con i genitori di ciò che sta succedendo.

L’attività del Gruppo di Ascolto e di Parola si realizza in quattro incontri di due ore a cadenza settimanale. Tre incontri sono dedicati solo ai figli mentre, nella seconda ora dell’ultimo incontro, sono attesi anche i genitori. Per la partecipazione è indispensabile il consenso di entrambi i genitori.

Le conduttrici del gruppo di parola sono educatrici professionali, assistenti sociali, psicologhe, operanti presso il Centro per le Relazioni e Famiglie, con formazione specifica per condurre gruppi di ascolto e di parola.                                                                                        www.comune.torino.it/relazioniefamiglie

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CONVIVENZA

I rapporti tra i conviventi

Famiglia è dove c’è amore e affetto reciproco, al di là dei riti e delle celebrazioni: se due persone si vogliono bene, tanto basta perché vi sia felicità. Tuttavia, per la legge non è proprio così semplice: se è sicuramente vero che al cuor non si comanda e che i sentimenti sono sempre liberi, è altrettanto vero che le istituzioni pretendono che l’unione sia in qualche modo formalizzata, altrimenti v’è il rischio di non vedersi riconosciuti importantissimi diritti. A lungo in Italia si è discusso del diritto del mero convivente di poter assistere la persona a cui si è sentimentalmente legata pur in assenza di vincolo coniugale; lo stesso dicasi per tutta una serie di diritti, quali la facoltà di succedere dopo la morte, di poter far visita in carcere, in ospedale, ecc. Oggi, in Italia, come sono regolati i rapporti tra i conviventi?

Fino al 2016, potevamo distinguere due tipi di unioni: quella basata sul matrimonio e la coppia di fatto. La prima era frutto di regolare sposalizio, nel rispetto delle leggi e della normativa del codice civile; la seconda, invece, si limitava a convivere sotto lo stesso tetto, senza alcuna regolamentazione giuridica. Nel 2016, con l’approvazione della nota legge Cirinnà [Legge n. 76/20 maggio 2016], accanto al matrimonio possiamo individuare almeno altre due istituzioni giuridicamente rilevanti: le unioni civili tra persone dello stesso sesso e la convivenza di fatto. Al di fuori di questi tre nuclei (matrimonio, unione civile e convivenza di fatto) riconosciuti dalla legge, resta la coppia di fatto, cioè la coppia che non ha aderito a nessun regime particolare.

www.gazzettaufficiale.it/atto/vediMenuHTML?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2016-05-21&atto.codiceRedazionale=16G00082&tipoSerie=serie_generale&tipoVigenza=originario

  1. Convivenza di fatto: cosa dice la legge? Quando parliamo di convivenza intendiamo riferirci a due persone che vivono insieme e che sono legate da un rapporto sentimentale. Orbene, l’ordinamento giuridico italiano disciplina esplicitamente la convivenza di fatto all’interno della nota Legge Cirinnà: per conviventi di fatto si intendono due persone maggiorenni (dello stesso o di diverso sesso) unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile.
  2. Conviventi di fatto: come si diventa? Perché la legge riconosca lo status di conviventi di fatto alle persone sopra indicate, occorre che la coppia formalizzi la propria unione. La convivenza di fatto tra persone può essere attestata da un’autocertificazione, redatta in carta libera e presentata al Comune di residenza, nella quale i conviventi dichiarano di convivere allo stesso indirizzo anagrafico. Il Comune, fatti gli opportuni accertamenti (riguardanti principalmente il requisito della stabile convivenza), rilascerà il certificato di residenza e stato di famiglia. Non vi è alcun obbligo per i conviventi di presentare la predetta autocertificazione, in quanto la convivenza può essere provata con ogni strumento, anche con dichiarazioni testimoniali.
  3. Quanti tipi di convivenza esistono? Alla convivenza di fatto appena descritta si affianca la mera convivenza tra persone che, pur legate da vincolo sentimentale e condividendo lo stesso tetto, hanno deciso di non comunicare nulla al proprio Comune di residenza. Per costoro è possibile utilizzare la denominazione di “coppia di fatto”, per la quale la legge non prevede nulla. In sintesi, possiamo dire che i rapporti tra i conviventi sono regolati diversamente a seconda del tipo di situazione giuridica che si viene a creare; avremo pertanto questo schema:
  • Convivenza di fatto, che è quella che si crea dopo aver formalizzato la propria convivenza presso il Comune di residenza. Essa è regolata dalla Legge Cirinnà del 2016;
  • Coppia di fatto, che, pur trovandosi materialmente nella stessa condizione dei conviventi di fatto, non ha registrato la propria unione.

    Alle due situazioni prospettate corrispondono due differenti trattamenti giuridici: mentre la convivenza di fatto è espressamente disciplinata dalla legge, le coppie di fatto continuano a restare al di fuori di una cornice giuridica precisa, poiché per essa c’è solo la tutela approntata nel corso degli anni dalla giurisprudenza. In poche parole, alla coppia di fatto non può applicarsi né la disciplina dedicata alla convivenza di fatto, né tantomeno quella prevista per il matrimonio o per le unioni civili tra persone dello stesso sesso. Alla luce di ciò, vediamo quali sono i rapporti tra conviventi. Come detto, a partire dal 2016 la convivenza di fatto è un istituto giuridico pienamente riconosciuto: le coppie, indifferentemente omosessuali od eterosessuali, che convivono sotto lo stesso tetto possono decidere di recarsi presso il proprio Comune di residenza al fine di regolarizzare la propria unione.

  1. Quali sono i rapporti tra conviventi di fatto? È la Legge Cirinnà a stabilirlo: vediamo quali sono i diritti dei conviventi che hanno formalizzato la loro unione. Diritti nella convivenza di fatto: quali sono?
  • Ai conviventi di fatto toccano gli stessi diritti spettanti al coniuge nei casi previsti dall’ordinamento penitenziario (in buona sostanza, si tratta del diritto di far visita al proprio convivente che sia detenuto);
  • In caso di malattia o di ricovero, i conviventi di fatto hanno diritto reciproco di visita, di assistenza nonché di accesso alle informazioni personali (cartella clinica, ecc.);
  • Ciascun convivente di fatto può designare l’altro quale suo rappresentante con poteri pieni o limitati in caso di malattia che comporta incapacità di intendere e di volere, per le decisioni in materia di salute,
  • Ovvero in caso di morte, per quanto riguarda la donazione di organi, le modalità di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie;
  • In caso di morte del proprietario della casa di comune residenza il convivente di fatto superstite ha diritto di continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza, se superiore a due anni, e comunque non oltre i cinque anni. Ove nella stessa abitazione coabitino figli minori o figli disabili del convivente superstite, il medesimo ha diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza per un periodo non inferiore a tre anni;
  • Nei casi di morte del conduttore o di suo recesso dal contratto di locazione della casa di comune residenza, il convivente di fatto ha facoltà di succedergli nel contratto;
  • Nel caso in cui l’appartenenza ad un nucleo familiare costituisca titolo o causa di preferenza nelle graduatorie per l’assegnazione delle case popolari, di tale titolo o causa di preferenza possono godere, a parità di condizioni, i conviventi di fatto;
  • Il convivente può essere nominato tutore, curatore o amministratore di sostegno, qualora il partner sia dichiarato interdetto o inabilitato;
  • In caso di decesso del convivente di fatto, derivante da fatto illecito di un terzo (incidente stradale, ad esempio), nell’individuazione del danno risarcibile alla parte superstite si applicano i medesimi criteri individuati per il risarcimento del danno al coniuge superstite;
  • I conviventi di fatto possono disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune con la sottoscrizione di un contratto di convivenza.
  1. I rapporti delle coppie di fatto. Passiamo ora alle coppie di fatto, cioè alle coppie che, pur convivendo, non hanno registrato la propria condizione presso il Comune di residenza. Per le coppie di fatto la legge non prevede nulla: si tratta di un vuoto normativo che ora, alla luce della Legge Cirinnà, si giustifica in ragione dell’istituzionalizzazione delle convivenze di fatto. In altre parole, coloro che vivono assieme ma non vogliono essere conviventi di fatto secondo la legge, scelgono consapevolmente di continuare a vivere in un “limbo”, in una zona grigia non contemplata dall’ordinamento giuridico. Quanto appena detto, tuttavia, non significa che le coppie di fatto siano sfornite di diritti: al contrario, la giurisprudenza ha stabilito una serie di regole applicabili anche a coloro che hanno vissuto insieme legati da vincolo sentimentale.
  2. Diritti delle coppie di fatto: quali sono? Nonostante non siano esplicitamente riconosciute dalla legge, alle coppie di fatto è riconosciuta una tutela, seppur minima, dei propri diritti. In particolare:
  • Al termine della relazione, il partner non può mandare via dalla propria abitazione l’altro senza un congruo preavviso. Secondo la giurisprudenza, il possesso del convivente non proprietario va tutelato, anche se la coppia non era sposata;
  • Se l’abitazione in cui vive la coppia di fatto è presa in affitto, con la morte dell’uno, il convivente ha diritto di subentrare nel contratto fino alla sua naturale scadenza;
  • Il partner che maltratta l’altro risponde ugualmente del reato di maltrattamenti in famiglia;
  • I figli della coppia di fatto hanno la medesima tutela di tutti gli altri: pertanto, a loro spetta il mantenimento e ogni altro diritto previsto dalla legge;
  • Se uno dei due partner muore a causa dell’illecito commesso da un terzo (pensa ad esempio a un incidente stradale o a un omicidio), il superstite ha diritto ad essere risarcito al pari di un coniuge, purché si tratti di una convivenza stabile e duratura;
  • Alla fine della relazione, le somme elargite al partner per sostenere le spese della convivenza oppure come contributo al nucleo familiare di fatto creato, non possono essere restituite, in quanto esse si configurano come adempimento di un’obbligazione naturale, espressione della solidarietà tra due persone unite da un legame stabile e duraturo;
  • Ai fini del rilascio del titolo di soggiorno rileva anche la convivenza stabile dello straniero che dimostri di trarre da tale tipo di rapporto mezzi leciti di sostentamento.
  1. Coppie di fatto: quali doveri non devono rispettare? Al di fuori di quanto illustrato nel precedente paragrafo, le coppie di fatto non hanno altri diritti né doveri reciproci. Di conseguenza, tra i partner che costituiscono una coppia di fatto non sussiste un dovere di fedeltà (proprio del matrimonio), né di contribuire al mantenimento a seguito si separazione.

Inoltre, alle coppie di fatto (ma anche ai conviventi di fatto) non spetta alcun diritto successorio (in pratica, non si diventa eredi l’uno dell’altro, come avviene tra marito e moglie), né il partner superstite può rivendicare pretese sulla pensione di reversibilità.

Mariano Acquaviva     La legge per tutti….                  2 maggio 2019

www.laleggepertutti.it/280737_i-rapporti-tra-i-conviventi

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DALLA NAVATA

3° Domenica di Pasqua - Anno C – 5 maggio 2019

Atti Apostoli   05, 41. Essi allora se ne andarono via dal Sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù

Salmo              29,05. Cantate inni al Signore, o suoi fedeli, della sua santità celebrate il ricordo, perché la sua collera dura un istante, la sua bontà per tutta la vita.

Apocalisse      05, 12. L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione.

Giovanni         21, 01. Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così:

 

Alla fine saremo tutti giudicati sull'amore

In riva al lago, una delle domande più alte ed esigenti di tutta la Bibbia: «Pietro, tu mi ami?». È commovente l'umanità del Risorto: implora amore, amore umano. Può andarsene, se è rassicurato di essere amato. Non chiede: Simone, hai capito il mio annuncio? Hai chiaro il senso della croce? Dice: lascio tutto all'amore, e non a progetti di qualsiasi tipo. Ora devo andare, e vi lascio con una domanda: ho suscitato amore in voi? In realtà, le domande di Gesù sono tre, ogni volta diverse, come tre tappe attraverso le quali si avvicina passo passo a Pietro, alla sua misura, al suo fragile entusiasmo.

Prima domanda: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gesù adopera il verbo dell'agàpe, il verbo dell'amore grande, del massimo possibile, del confronto vincente su tutto e su tutti. Pietro non risponde con precisione, evita sia il confronto con gli altri sia il verbo di Gesù: adotta il termine umile dell'amicizia, philéo. Non osa affermare che ama, tanto meno più degli altri, un velo d'ombra sulle sue parole: certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene, ti sono amico!

Seconda domanda: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Non importano più i confronti con gli altri, ognuno ha la sua misura. Ma c'è amore, amore vero per me? E Pietro risponde affidandosi ancora al nostro verbo sommesso, quello più rassicurante, più umano, più vicino, che conosciamo bene; si aggrappa all'amicizia e dice: Signore, io ti sono amico, lo sai!

Terza domanda: Gesù riduce ancora le sue esigenze e si avvicina al cuore di Pietro. Il Creatore si fa a immagine della creatura e prende lui a impiegare i nostri verbi: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene, mi sei amico?». L'affetto almeno, se l'amore è troppo; l'amicizia almeno, se l'amore ti mette paura. «Pietro, un po' di affetto posso averlo da te?».

Gesù dimostra il suo amore abbassando ogni volta le sue attese, dimenticando lo sfolgorio dell'agàpe, ponendosi a livello della sua creatura: l'amore vero mette il tu prima dell'io, si mette ai piedi dell'amato. Pietro sente il pianto salirgli in gola: vede Dio mendicante d'amore, Dio delle briciole, cui basta così poco, con la sincerità del cuore.

Quando interroga Pietro, Gesù interroga me. E l'argomento è l'amore. Non è la perfezione che lui cerca in me, ma l'autenticità. Alla sera della vita saremo giudicati sull'amore (Giovanni della Croce). E quando questa si aprirà sul giorno senza tramonto, il Signore ancora una volta ci chiederà soltanto: mi vuoi bene? E se anche l'avrò tradito per mille volte, lui per mille volte mi chiederà: mi vuoi bene? E non dovrò fare altro che rispondere, per mille volte: sì, ti voglio bene. E piangeremo insieme di gioia

Padre Ermes Ronchi, OSM

www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=45760

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FORUM ASSOCIAZIONI FAMILIARI

La denuncia del Forum: ogni anno un miliardo in meno per la famiglia

È tornata alla ribalta la questione degli assegni familiari (Anf, assegni al nucleo familiare). È di due giorni fa il video delle Iene, programma tv di Mediaset, che ha preso spunto dalla denuncia del presidente del Forum delle associazioni familiari, Gigi De Palo. Gli assegni destinati ai nuclei risultano dal 2013 più bassi di quanto dovrebbero essere e ogni mese mancherebbe circa il 20%. In bilancio è scomparso circa un miliardo di euro l’anno: ben sei miliardi e 163 milioni di euro in sei anni.

Dopo il servizio delle Iene, con i “silenzi” dell’ex presidente Tito Boeri e le promesse del suo successore Pasquale Tridico, sono ancora parecchie le critiche lanciate contro l’Inps e contro la gestione dei governi passati in merito al nodo “famiglia”. Il nuovo presidente dell’istituto di previdenza ha spiegato così l’anomalia sollevata da De Palo: «C’è sempre la differenza di un miliardo: quello che può succedere è che in alcuni capitoli di spesa ci sia maggiore liquidità e venga travasato su altro per un periodo e per una certa esigenza. Capisco il punto, questa sarà anche la mia missione: se c’è un ammanco di questo tipo, è sicuramente qualcosa che l’istituto dovrà vedere. Mi impegnerò a fare chiarezza su questo: se c’è questa differenza, mi impegno su questo».

Poi, sull'annosa proposta di allargare il diritto anche agli autonomi: «Io penso che bisognerebbe fare distribuzione al di là della categoria, guardando sicuramente al reddito». Tutto è nato dalla denuncia del presidente del Forum delle Famiglie: «In Italia non si fanno più figli e le famiglie sono abbandonate, intanto ogni anno l’Inps fa sparire circa un miliardo di euro destinati a loro», dice De Palo. Del tema se ne era occupato anche Avvenire già nel 2016. I deputati Mario Sberna e Gian Luigi Gigli (all’epoca del gruppo parlamentare Democrazia solidale-Centro democratico), durante un question time in aula rivolto all’allora ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti, avevano denunciato e chiesto il motivo della «mancata distribuzione di un miliardo di euro l’anno per gli assegni familiari». I contributi vengono infatti prelevati ogni mese dalla 'busta- paga' dei lavoratori e destinati a un Fondo nazionale (per un totale di 6,3 miliardi di euro), ma gli stessi dati Inps 2013-2014 confermavano che un miliardo non è stato ancora distribuito.

Sberna e Gigli avevano chiesto al ministro Poletti la restituzione di «quanto impropriamente trattenuto a danno dei bambini, senza aspettare la prossima manovra: pure la mancata fruizione degli assegni a danno dei figli dei lavoratori autonomi è iniqua e assurda tanto quanto la sospensione della loro corresponsione al compimento del diciottesimo anno d’età». Una richiesta ancora oggi disattesa. Intanto, quest’anno sono cambiate anche le regole per ottenere l’Anf, che riguarda quasi tre milioni di lavoratori italiani. Entro fine giugno, infatti, dovranno presentare la domanda per l’assegno al nucleo familiare, ma stavolta non potranno farlo riempiendo un modulo cartaceo in azienda, come è avvenuto finora.

Le uniche possibilità per continuare a percepire in 'busta- paga' la somma, legata a reddito e numerosità della famiglia, sono munirsi di credenziali dell’istituto con dispositivo Pin (o Spid) e accedere alla procedura sul sito, oppure in alternativa rivolgersi a un patronato. La decisione, annunciata dall’Inps con una circolare a fine marzo, è passata finora piuttosto in sordina, ma coinvolgerà nelle prossime settimane tutti i circa 2,8 milioni di dipendenti (esclusi quelli dell’agricoltura) che attualmente percepiscono questa forma di sostegno al reddito.

Maurizio Carucci Avvenire  venerdì 3 maggio 2019

www.avvenire.it/attualita/pagine/famiglie-scippo-continuo

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MATRIMONIO

Guida

Il matrimonio, in diritto, è l'atto con il quale due persone di sesso diverso formalizzano la loro volontà di realizzare una comunione di vita spirituale e materiale. Tale comunione si attua attraverso la convivenza, il rispetto, l'assistenza e la ricerca di un indirizzo di vita comune.

Il matrimonio può essere inteso in una duplice accezione: come rapporto e come atto.

Il matrimonio come rapporto è l'insieme dei diritti e degli obblighi che legano tra loro i coniugi. Il codice civile, in particolare, fa discendere dal matrimonio, in capo ai coniugi, l'obbligo reciproco alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell'interesse della famiglia e alla coabitazione. Il marito e la moglie sono poi tenuti a contribuire ai bisogni della famiglia in relazione alle proprie sostanze e alle proprie capacità di lavoro professionale o casalingo.

Matrimonio come atto. La maggior parte delle numerose norme che il codice civile dedica al matrimonio, tuttavia, riguarda il matrimonio come atto. Ci si riferisce al consenso che due persone si scambiano con la celebrazione del matrimonio e che dà origine a una famiglia legittima. L'atto di matrimonio non può essere sottoposto a termine o a condizione.

Tipi di atto matrimoniale. I tipi di atto matrimoniale riconosciuti dal nostro ordinamento come produttivi di effetti giuridici sono due:

  1. Il matrimonio civile, che viene celebrato dinanzi all'ufficiale di stato civile,
  2. Il matrimonio concordatario, che viene celebrato davanti a un ministro del culto cattolico e poi trascritto nei registri di stato civile.

È anche possibile celebrare un matrimonio civile dinanzi all'ufficiale di stato civile e, successivamente, un matrimonio canonico dinanzi al ministro del culto cattolico.

Matrimonio: chi non può contrarlo. Il matrimonio è subordinato a specifiche condizioni.

Per contrarlo, infatti, è necessario:

  • Aver compiuto 18 anni (o 16 anni se c'è l'autorizzazione del tribunale)
  • Non essere vincolato da precedenti nozze
  • Non essere interdetto per infermità di mente.

La donna che è stata già sposata, poi, non può risposarsi prima che siano decorsi 300 giorni dallo scioglimento o dall'annullamento del precedente matrimonio o dalla cessazione dei suoi effetti civili, al fine di evitare incertezze sulla paternità di un eventuale figlio. Se tale divieto è violato, tuttavia, l'unica conseguenza è un'ammenda.

Divieto di contrarre matrimonio. Vi sono poi degli impedimenti che ostacolano la celebrazione del matrimonio solo tra alcuni soggetti. Si tratta, in particolare, del divieto di contrarre matrimonio tra coloro che sono legati da un vincolo di sangue o familiare (come l'adozione o l'affinità), salvo le eventuali autorizzazioni del giudice. Inoltre non è possibile contrarre matrimonio tra due persone una delle quali ha subito una condanna per omicidio (consumato o tentato) del coniuge dell'altra.

La promessa di matrimonio. I futuri coniugi possono impegnarsi reciprocamente a contrarre matrimonio con la promessa di matrimonio, la quale, tuttavia, non li obbliga né a contrarlo né a eseguire ciò che si fosse convenuto per il caso di non adempimento. Tuttavia, se il matrimonio non è poi celebrato, il promittente può chiedere la restituzione dei doni fatti a causa della promessa.

Inoltre, in caso di promessa di matrimonio, fatta vicendevolmente per atto pubblico o scrittura privata o risultante dalla richiesta di pubblicazione, il promittente che rifiuti senza giusto motivo di eseguirla è obbligato a risarcire il danno cagionato all'altra parte per le spese che ha fatto e le obbligazioni che ha contratto a causa della promessa. Il risarcimento spetta anche a chi rifiutato il matrimonio per giusto motivo derivante da colpa dell'altro.

Le pubblicazioni di matrimonio. La celebrazione del matrimonio deve essere preceduta dalla pubblicazione nei Comuni di residenza degli sposi e il matrimonio non può essere celebrato prima del quarto giorno dopo che la pubblicazione sia compiuta. Quest'ultima, poi, si considera non avvenuta se il matrimonio non è celebrato nei 180 giorni successivi. In alcune ipotesi, in presenza di gravi motivi, il termine della pubblicazione può essere ridotto e, per cause gravissime, tale adempimento può anche essere omesso. Serve in ogni caso l'autorizzazione del tribunale.

Opposizioni al matrimonio. Se sussiste una causa che osta alla celebrazione del matrimonio, i genitori o, in loro mancanza, gli ascendenti e i collaterali entro il terzo grado degli sposi possono fare opposizione, il cui diritto compete anche al tutore o al curatore, se uno degli sposi è soggetto a tutela o a cura, e al coniuge della persona che vuole contrarre un altro matrimonio.

Celebrazione del matrimonio civile. Il matrimonio civile deve essere celebrato nel Comune in cui è stata fatta la richiesta di pubblicazione, in forma pubblica, dinanzi all'ufficiale civile e in presenza di due testimoni.

Il matrimonio celebrato davanti a un apparente ufficiale di stato civile si considera valido se questo ne esercitava pubblicamente le funzioni, a meno che entrambi gli sposi non sapevano che il celebrante non aveva tale qualità.

Matrimonio concordatario. Le disposizioni del codice civile sulla celebrazione del matrimonio riguardano solo il rito civile. Il matrimonio concordatario, infatti, trova la sua disciplina nel concordato con la Santa Sede. Esso deve essere preceduto dalle pubblicazioni e va poi trascritto nei registri dello stato civile.

La celebrazione avviene secondo il rito religioso, ma deve concludersi con la lettura degli articoli del codice civile che riguardano i diritti e i doveri dei coniugi.

Matrimonio invalido. Il matrimonio si considera invalido quando è celebrato in violazione dei requisiti previsti per la celebrazione (ad esempio da chi era già sposato) e quando il consenso allo stesso sia stato estorto con violenza o sia stato determinato da timore di eccezionale gravità derivante da cause esterne allo sposo o sia stato dato per errore sull'identità fisica dell'altro coniuge o su determinate sue qualità personali, predeterminate dal codice civile.

È altresì invalido il matrimonio simulato, ovverosia nel caso in cui gli sposi hanno convenuto di non instaurare alcuna comunione di vita coniugale ma si sono sposati solo per conseguire una certa utilità di carattere accessorio (come ad esempio la cittadinanza).

Matrimonio putativo. L'articolo 128 del codice civile si occupa di disciplinare il matrimonio putativo.

In particolare, tale norma prevede che se i coniugi hanno contratto il matrimonio nullo in buona fede o hanno dato il consenso allo stesso a seguito di violenza o di timore di eccezionale gravità derivante da cause esterne, gli effetti del matrimonio valido si producono nei loro confronti sino alla sentenza che pronuncia la nullità. Se tali condizioni si verificano per uno solo dei coniugi, tali effetti valgono solo nei suoi confronti.

In ogni caso, il matrimonio nullo rispetto ai figli ha sempre gli effetti del matrimonio valido. Ciò vale anche quando il matrimonio dichiarato nullo sia stato contratto in mala fede da entrambi i coniugi: esso ha gli effetti del matrimonio valido rispetto ai figli nati o concepiti durante lo stesso a meno che la nullità non consegua a incesto.

Scioglimento del matrimonio. Il matrimonio si scioglie con la morte di uno dei coniugi o negli altri casi previsti dalla legge, tra i quali il divorzio, che ne determina la cessazione degli effetti civili. Il divorzio deve comunque essere sempre preceduto dalla separazione personale dei coniugi

Valeria Zeppilli          Studio Cataldi                        2 maggio 2018

www.studiocataldi.it/articoli/34443-il-matrimonio.asp

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MINORI

Sulla scelta della scuola il minore deve essere ascoltato.

Corte di Cassazione, prima Sezione civile, ordinanza n. 10776, 17 aprile 2019

www.studiolegalejaccheri.it/2019/04/29/sulla-scelta-della-scuola-il-minore-deve-essere-ascoltato

Il ricorrente lamenta che quanto alla scelta della scuola il giudice del merito non avrebbe tenuto conto dei desiderata del figlio.

Obbligo di ascolto del minore di almeno 12 anni - e anche di età inferiore, purché dotato di capacità di discernimento. Trattasi di modalità di esercizio del suo diritto fondamentale ad essere informato e ad esprimere le proprie opinioni nei procedimenti che lo riguardano. Elemento di importanza fondamentale nella valutazione del suo interesse. Solo ove il giudice ritenga l'esame manifestamente superfluo o in contrasto con il suo interesse può ometterlo, ma deve motivare specificamente le ragioni.

Con decreto emesso ai sensi dell'art. 337 bis c.c. del 1/12 giugno 2017, il Tribunale di Vicenza accoglieva parzialmente le istanze di B.V. nei confronti di Z.A. e per l'effetto disponeva l'affidamento condiviso dei due figli minori con collocamento prevalente presso la madre e regolamentazione dei contatti con il padre, imponendo a quest'ultimo il contributo mensile di mantenimento di Euro 150 per ciascun figlio annualmente rivalutabili in base agli indici Istat, oltre al 50% delle spese straordinarie. Il Tribunale accoglieva altresì l'istanza materna di iscrizione del figlio N. alla scuola secondaria del Comune di residenza (omissis)                        Ordinanza                      http://www.studiolegalejaccheri.it/author/elena

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NASCITA

Responsabilità medica: padre risarcito per la nascita indesiderata

Corte di Cassazione, terza Sezione civile, sentenza n. 10812, 18 aprile 2019

www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_34352_1.pdf

Quando si pensa alle ipotesi di responsabilità medica, si deve considerare che le stesse si possono configurare non solo nei confronti dei pazienti, ma anche nei confronti di soggetti terzi cui si estendono gli effetti protettivi del contratto stipulato dai pazienti stessi con la struttura sanitaria.

L'esempio lampante è rappresentato dal padre, che può essere risarcito per il danno da nascita indesiderata anche quando il contratto avente a oggetto la prestazione di cure finalizzate a garantire il corretto decorso della gravidanza sia stato stipulato solo tra la gestante e la struttura sanitaria.

Proprio di una simile ipotesi si è di recente occupata la Corte di cassazione che, nel decretare il diritto al risarcimento del padre, ha chiarito anche molteplici altri principi fondamentali nell'ambito della responsabilità medica per il danno da nascita indesiderata. Tra di essi, in particolare, quello relativo alla rilevanza da attribuire a un pregresso fattore naturale, che non sia legato alla condotta colposa del sanitario da un nesso di interdipendenza causale.

Con riferimento a questo, più nel dettaglio, i giudici hanno precisato che se il pregresso fattore naturale non imputabile è privo di interdipendenza funzionale con la condotta colposa del sanitario ma è dotato di efficacia concausale nella determinazione di un'unica e complessa situazione patologica, "ad esso non può attribuirsi rilievo sul piano della ricostruzione della struttura dell'illecito, e in particolare dell'elemento del nesso di causalità tra tale condotta e l'evento dannoso, appartenendo ad una serie causale del tutto autonoma rispetto a quella in cui quest'ultima si inserisce".

Pertanto, al pregresso fattore naturale "può assegnarsi rilevanza unicamente sul piano della determinazione equitativa del danno, e conseguentemente pervenirsi … alla delimitazione del quantum del risarcimento dovuto dal responsabile".

Avv. Valeria Zeppilli Newsletter Giuridica             29 aprile 2019

www.studiocataldi.it/articoli/34352-responsabilita-medica-padre-risarcito-per-la-nascita-indesiderata.asp

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OMOFILIA

La Chiesa cattolica e i gay. Percorsi di fede nella diversità. Come pensarli

L’amore omosessuale, la liceità morale degli atti, il problema della differenza sessuale, l’esigenza di “inventare” un nuovo approccio pastorale. Tanti gli aspetti toccati da Damiano Migliorini, giovane studioso cattolico che sul tema ha però già scritto e pubblicato molto. Le sue riflessioni, su cui si può certamente anche dissentire, non sono né conclusioni definitive né verità di fede, ma spunti per discutere su questioni troppo lasciate sullo sfondo che attendono di essere sviluppate con serenità e senza pregiudizi, avendo a cuore soprattutto il bene delle persone.

            L’approccio tradizionale afferma che i gesti affettivi delle persone omosessuali sarebbero eticamente negativi in quanto svuotati del valore della differenza. Posizione da mantenere o da rivedere?

            È una questione che richiederà sempre più studio e una chiarificazione concettuale. Quale “differenza”? In che senso essa viene “negata”? Quando è un “valore”? Provo ad abbozzare alcuni spunti per la discussione. La differenza sessuale (dimorfismo) è indispensabile per la procreazione e fa parte del disegno di Dio perché rende possibile una delle forme di comunione umana. Quest’ultima è il valore che ogni tipo di coppia, conformemente alla propria natura, dovrebbe esprimere. Quella sessuale non è infatti l’unica “differenza” che lo rende possibile: ogni persona è diversa da ogni altra, e ogni amore – anche omosessuale – è incontro faticoso, gioioso e misterioso, con un\una totalmente altro\a.

In questo incontro – che implica tutte le dimensioni della persona, corporeità compresa – può accadere il misterioso momento della trasformazione in una caro. Le persone rinascono nella coppia, per grazia di Dio (non sono più due semplici “io”, ma un “noi”): l’amore di coppia determina l’apertura a una nuova dimensione di vita per i soggetti (ed è dunque “generativo”, li ricrea). Anche l’amore omosessuale non esclude una relazione positiva con l’altro sesso e non nega l’importanza della differenza. La coppia omosessuale opera forse una negazione “simbolica”, ma non “materiale”, né “valoriale” (cioè non implica la cancellazione del dimorfismo). Una negazione “simbolica” perché si nega la pretesa che solo la coppia eterosessuale sia portatrice di bellezza relazionale e affettiva.

Anche il celibato, però, è una negazione “innocua” di questo tipo, giacché attesta i molteplici modi di realizzarsi affettivamente e cristianamente. Ugualmente, riconoscere la complessità della natura, l’esistenza de facto di numerose positive identità sessuali e le loro costellazioni affettive, non equivale a negare il dimorfismo biologico o la positività dell’eterosessualità. Significa apprezzare la varietà della creazione, riconoscere i valori propri di più esperienze umane, facendole splendere tutte maggiormente.

            Sullo sfondo rimane quella definizione del Catechismo a proposito di una condizione “moralmente disordinata”. Si tratta di una posizione insuperabile?

            Per rispondere è necessario scomporre il problema nelle sue articolazioni. Una riguarda l’autorità dottrinale del Catechismo (o dei documenti di cui è sintesi): esprime una verità immutabile, anche nella formulazione linguistica? È una questione dibattuta, visto che i catechismi non sono rimasti immutati. Inoltre, è consapevolezza comune che, su certi temi, la Tradizione richiede una sapiente ermeneutica. Si tratta anche di comprendere perché il magistero abbia assunto una certa posizione, in base a quali presupposti filosofici, scientifici, esegetici. Ed eventualmente correggere alcuni termini (o interpretarli in modo nuovo), in base alle nuove evidenze.

Detto questo, entriamo nel concetto contenuto nei documenti. L’omosessualità è una condizione “moralmente disordinata”, si sostiene, per gli atti non riproduttivi – quindi “incompleti” – a cui conduce (sulla mancanza della “differenza” abbiamo già detto). Nel ragionamento manca però una considerazione adeguata sull’omosessualità come condizione esistenziale strutturale. Essa è una variante sana e stabile della psiche umana che porta ad amare integralmente un’altra persona: a questa condizione, per alcuni individui naturale, corrispondono alcuni atti corporei oggettivamente adatti e congruenti alla necessità d’esprimere quell’amore, cioè il valore della comunione.

Se si approfondisce il significato dell’omosessualità, allora, potrebbe emergere che essa (e i relativi atti) corrisponde a un ordine diverso – proprio di una natura individuale– prima sconosciuto e non per forza negativo. Una foresta appare disordinata finché non scopriamo il suo ordine e quindi la sua bellezza. Ci sono pertanto gli estremi per un aggiornamento, pur mantenendo vivo lo spirito profondo della Tradizione.

            Il problema rimane sempre quello della liceità degli atti omosessuali?

Prima o poi si arriva sempre alla questione degli atti, che riguarda la dottrina dell’”inscindibilità” dei fini “procreativo” e “unitivo” per ogni atto sessuale (dottrina infallibile, secondo alcuni). Cosa dire, allora, circa gli atti omosessuali, biologicamente non procreativi? La teologia sta esplorando alcuni percorsi, da alcuni decenni. Una via è quella d’intendere “procreativo” in senso ampio, come “generatività” (che dunque renderebbe completi anche gli atti biologicamente non fecondi).

L’altra è riconoscere i casi in cui i due fini non sono volutamente (per scelta consapevole dei partner) bensì naturalmente separati: nell’atto d’amore omosessuale uno dei fini non c’è “per natura”, data la natura individuale dei partner. Si potrebbe però obiettare che le coppie omosessuali dovrebbero vivere l’astinenza, perché lo specifico degli atti sessuali (la loro forma), in quanto atti corporei, è la potenzialità procreativa: a un atto corporeo, cioè, dovrebbe corrispondere – almeno in potenza – un “frutto” corporeo.

Dato che l’amore tra due persone dello stesso sesso produce solo un frutto spirituale (il fine unitivo, la mutua cura) – prosegue l’obiezione – l’atto sessuale non è consentito perché manchevole di un aspetto essenziale. È tuttavia un ragionamento che nasconde un dualismo problematico. In realtà, infatti, alcuni frutti spirituali (come l’amore di coppia) richiedono atti corporei conseguenti.

Se dunque verifichiamo l’esistenza di un amore omosessuale, potremmo concludere che la natura lo consente e gli atti sessuali conseguenti sono necessari e hanno un loro ordine\perfezione naturale (sono atti in cui natural- mente non c’è il fine procreativo). Un’ulteriore ipotesi, di alcuni autori, è che vi sia integrazione (corpo-psiche) proprio dove l’atto corrisponde alla complementarietà olistica (psico-affettiva e corporea, non solo genitale). Gli atti sessuali sono veramente umani (personali, buoni) quando sono integrati con il Sé completo. Penso siano tutte ipotesi che meritino di essere discusse.

            È d’accordo con l’approccio teologico che sollecita al superamento della legge morale naturale? E come ci si dovrebbe muovere?

            No, non sono d’accordo. La legge naturale è utile per fondare un’etica universale. Alcuni oggi vorrebbero abbandonarla, forse a causa di un suo fraintendimento. Dopo la Veritatis Splendor, in teologia morale fondamentale, sono state però sviscerate le sue potenzialità. Tale “legge” è legata alla conoscenza di ciò che è naturale o razionale, implica un continuo aggiornamento, in base all’accesso progressivo al dato naturale. Vale per essa il principio secondo cui la realtà è superiore all’idea: la realtà va indagata per come è, non per come vorremmo che fosse. Una fenomenologia (del corpo, dei gesti) e antropologia adeguate partono da qui.

Sull’omosessualità, solo oggi iniziamo ad apprezzare aspetti determinanti: le persone Lgbt sono “sane” sotto tutti i punti di vista e il loro orientamento le porta a innamorarsi integralmente di un’altra persona (nell’interezza corporeo-spirituale). La natura quindi contempla orientamenti sessuali diversi che consentono alla persona di fiorire.

Le evidenze scientifiche mostrano altre inclinazioni “naturali” – legate all’orientamento sessuale – che ci permettono di aggiornare le implicazioni etiche della legge naturale, senza archiviarla. L’uomo è un “corpo spirituale”: il corpo è inserito in una rete di relazioni che strutturano un suo aspetto, la psiche, generando vari orientamenti affettivi che determinano un modo naturale individuale d’espressione corporea negli atti. L’orientamento sessuale è cioè una struttura psichica profonda determinata dall’avventura esistenziale corporeo-relaziona- le. Questa complessa avventura determina la natura individuale della persona (“Socrate”) conforme a quella universale (“umanità”) e dunque la diversificazione del desiderio di un amore sano e personale.

Gli atti sono conformi all’amore che le persone naturalmente vivono: la natura umana inclina ad atti diversi, conformi alle perfezioni naturali personali. Non è, evidentemente, un approccio basato solo sulla “qualità delle relazioni”, bensì è sostenuto da una comprensione dei dinamismi profondi dei nostri corpi (intesi come totalità degli aspetti della persona).

La Chiesa ha avviato un difficile e complesso percorso per dare concretezza all’invito di papa Francesco a proposito della necessità di accompagnare le persone omosessuali “a realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita”, nel rispetto della dignità di ciascuno ed evitando ogni marchio di ingiusta discriminazione. Quali criteri si dovrebbero seguire in questo percorso di sviluppo pastorale?

            “Difficile e complesso”, sì: spesso non ci si rende conto dello sforzo che il popolo di Dio sta facendo per trovare un nuovo modo di accompagnare queste persone. E forse ci si scorda di ringraziare lo Spirito Santo per averlo innescato in tutti noi. Comunque, non parlerei di “criteri” ma di “buone pratiche”, in attesa dell’elaborazione teologica. Le indicazioni di James Martin (nel libro Un ponte da costruire) sono sagge. In generale vale quanto scritto nell’Evangelii Gaudium (EG, 127-129): un accompagnamento da persona a persona che passa per l’”incontro” e l’”ascolto”.

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20131124_evangelii-gaudium.html

Vorrei ricordare un pensiero del Papa, adattandolo: il dialogo è un bene che consiste nelle persone stesse che si donano in esso (EG, 142). Il dialogo è un fine, non solo un mezzo. Poi, certo, ci vuole “cautela”. Ai sacerdoti a volte si rivolgono persone fragili, incapaci di accogliere in pienezza la dottrina ufficiale. Qui è necessario dare tempo (EG, 171), facendo percepire loro d’essere amate, non giudicate. Se vivono una relazione che ritengono positiva, nella logica della legge di gradualità è incauto suggerire subito d’interromperla, magari facendole cadere nella promiscuità. Insomma, pur a “dottrina invariata”, ci sono molti modi per proporla. La verità può essere proposta con un abbraccio o con una pugnalata: sta ai pastori decidere quale modalità usare, consapevoli delle conseguenze sull’anima che è loro affidata.

Un appunto però è necessario: le nostre comunità cristiane non possono fermarsi agli auspici di accoglienza. Devono intraprendere percorsi di formazione per la rimozione dei pregiudizi. Questo è concreto, ed è il minimo, oltre che un obbligo morale indicato dal magistero, di recente in Amoris Lætitia e nel documento finale del Sinodo dei Giovani (n. 150).

            È d’accordo con chi sostiene che questa pastorale dev’essere “in cammino”, non sulla testa delle persone omosessuali, ma insieme a loro, apprendendo con loro, offrendo un dialogo mai scontato, mai concluso, in cui tutti ci si mette radicalmente in gioco?

            Sì. Ad oggi non esistono “soluzioni” facili, né pastorali né teologiche. È una situazione inedita, dal punto di vista ecclesiale, scientifico e teologico. Siamo tutti in fase d’apprendimento, e quindi è indispensabile il dialogo. Ma quali sono i confini di quel “radicalmente”? Ci sono alcuni aspetti irrinunciabili della proposta cristiana sulla sessualità? Forse non esiste una risposta definitiva: quando ci s’incontra davvero non si può stabilire a priori la linea di confine.

Affidarsi all’altro è qualcosa di artigianale, ci ricorda Francesco (EG, 244). Tuttavia, la verità deve restare come orizzonte del cammino. Si tratta di cercare l’essenziale (ciò che “profuma di Vangelo”: EG, 39). Cristianamente, ciò consiste nell’affidarsi all’azione dello Spirito imprevedibile (EG, 22): è Lui a guidarci nel processo di apprendimento, di creatività teologica e pastorale (EG, 33). Sarà Lui a indicarci i passi da compiere, le certezze da abbandonare o da mantenere (EG, 131).

Noi mettiamoci in gioco, ponendo al servizio dell’incontro la riflessione teologica, esperienziale, affettiva. Superiamo le paure di essere invasi, e riscopriamo la “mistica di vivere insieme” (EG, 87-88). Nella franchezza e libertà chiesta da Francesco. La sintesi arriverà, nei luoghi, modalità e tempi opportuni (“il tempo è superiore allo spazio”: EG, 222-225). Il teologo dev’essere libero nella ricerca, ma umile nell’accettare che il complesso momento decisionale spetta alla Chiesa.

            Esiste una specificità della persona omosessuale di cui pastorale e teologia dovrebbero tenere conto? E ritiene che questa unicità possa tradursi in un aspetto da valorizzare anche in ambito ecclesiale?

            Vedo con diffidenza gli essenzialismi che rischiano di rinchiudere le persone all’interno di stereotipi. Esistono molti modi (tanti quante sono le persone!) di essere uomo, donna, etero, omo, trans. Forse omo e transessuali possono essere segno visibile (tra molti altri), nella comunità, della prodigiosa grazia di Dio nell’ambito del corpo e della sessualità. Dio permette all’ essere umano di amarne un altro in diversi modi (nel celibato, nell’unione etero o omosessuale), di fiorire, a partire dalla condizione esistenziale data (l’orientamento, l’identità di genere etc.). Come per tutte le diversità – di colore della pelle, di culture, d’abilità motorie o psichiche – le minoranze sessuali rendono presente il mistero della volontà di Dio sulla creazione: sembra che il suo piano generale per l’universo sia quello di educarci continuamente all’incontro fraterno.

Le diversità non sono un inconveniente da “tollerare”, ma disvelano il senso profondo del cosmo. Tutto è volto alla comunione, ed essa è piena nella massima diversità possibile.

Ogni diversità ci ricorda sia il piano di Dio, sia la nostra intima essenza di cristiani (l’obbligo morale alla comunione con il fratello), la nostra identità teologale, imago Trinitatis. Per questo la diversità va valorizzata all’interno delle comunità come benedizione: è Dio che viene ancora in mezzo a noi per ricordarci chi siamo.

Intervista di Luciano Moia a Damiano Migliorini pubblicata su Noi famiglia & vita, supplemento mensile allegato ad Avvenire del 28 aprile 2019, pp.34-37

Gionata 30 aprile 2019

www.gionata.org/la-chiesa-cattolica-e-i-gay-percorsi-di-fede-nella-diversita-come-pensarli

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                                                                   PARLAMENTO

Camera Deputati. Commissione Giustizia (II). Assegno divorzile

Pdl 506. Alessia Morani, (avvocato civilista). Modifiche all'articolo 5 della legge 1° dicembre 1970, n. 898, in materia di assegno spettante a seguito di scioglimento del matrimonio o dell'unione civile.

            http://documenti.camera.it/leg18/pdl/pdf/leg.18.pdl.camera.506.18PDL0010090.pdf

Presentata il 12 aprile 2018, assegnata 10 luglio 2018, relatore Alessia Morani

Parere delle Commissioni: I Affari Costituzionali, XI Lavoro e XII Affari sociali

Esame in Commissione iniziato il 31 gennaio 2019

                Iter                                  www.camera.it/leg18/126?tab=4&leg=18&idDocumento=506&sede=&tipo=

30 aprile 2019. Discussione e votazione degli emendamenti. (…) Francesca Businarolo, presidente, avverte che, essendo concluso l’esame delle proposte emendative, il testo del provvedimento, come risultante dagli emendamenti approvati, sarà trasmesso alle Commissioni competenti per il parere.

www.camera.it/leg18/824?tipo=C&anno=2019&mese=04&giorno=30&view=&commissione=02&pagina=data.20190430.com0 2.bollettino.sede00010.tit00010#data.20190430.com02.bollettino.sede00010.tit00010

Emendamenti approvati

www.camera.it/leg18/824?tipo=A&anno=2019&mese=04&giorno=30&view=&commissione=02#data.20190430.com02.allegati.all00020

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SEPARAZIONE

Necessario l'ascolto del figlio

Corte di Cassazione, prima Sezione civile, sentenza n. 10774, 17 aprile 2019

https://associazioneforenseemilioconte.it/wp-content/uploads/Cass.-civ.-sez.-I%5E-sentenza-n%C2%B010774-del-17-aprile-2019.pdf

            L’audizione del minore è determinante per decidere sulla collocazione e sulle modalità di frequentazione. La sentenza emessa dalla Cassazione, affronta il delicato tema dell’ascolto del minore nei procedimenti che lo riguardano. In proposito, l’art. 315 bis, comma 3 del Codice civile - Diritti e doveri del figlio, stabilisce che Il figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici, e anche di età inferiore ove capace di discernimento, ha diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano.

La vicenda processuale: il Tribunale, in sede di separazione, affidava in via esclusiva il figlio minore (nato nel 2006) al padre, collocandolo presso di lui, e addebitando la separazione alla madre, la quale aveva abbandonato la casa coniugale portando con sé il bambino.

La Corte d'Appello riformava però la sentenza, disponendo l’affidamento del minore al Comune e il collocamento presso l’abitazione materna. Il padre del minore ricorreva in Cassazione.

Nel decidere sull'impugnazione, la Cassazione ricorda innanzitutto il proprio orientamento (espresso nella recente ordinanza n. 12957/2018), secondo cui, in tema di separazione personale tra i coniugi, ove si assumano provvedimenti in ordine alla convivenza dei figli con uno dei genitori, l’audizione del minore infradodicenne, capace di discernimento, costituisce adempimento previsto a pena di nullità.

In relazione a tale doveroso adempimento, secondo la giurisprudenza in esame, incombe sul giudice un obbligo di specifica e circostanziata motivazione, tanto più necessaria quanto più l’età del minore si approssima a quella dei dodici anni, oltre la quale subentra l’obbligo legale dell’ascolto.

Questo rigoroso obbligo di motivazione va assolto non solo laddove il giudice ritenga il minore infradodicenne incapace di discernimento ovvero l’esame manifestamente superfluo o in contrasto con l’interesse del minore, ma anche qualora il giudice opti, in luogo dell’ascolto diretto, per un ascolto effettuato nel corso di indagini peritali o demandato ad un esperto al di fuori di detto incarico, atteso che l’ascolto diretto del giudice dà spazio alla partecipazione attiva del minore al procedimento che lo riguarda, mentre la consulenza è indagine che prende in considerazione una serie di fattori quali, in primo luogo, la personalità, la capacità di accudimento e di educazione dei genitori, la relazione in essere con il figlio.

Nel caso oggetto della pronuncia in commento - rileva la Suprema Corte - il minore non era mai stato ascoltato né dal Giudice, né da persona da questi incaricata, né dal C.T.U. nominato nel giudizio di primo grado. La mancata audizione del minore ha costituito, secondo la Corte, una sicura violazione dei suoi diritti. Pertanto, concludono i giudici di legittimità, “appare determinante sentire il minore… al fine di meglio valutare le ragioni delle parti e stabilire quale debba essere la collocazione del minore e le modalità di frequentazione con l’altro genitore”.

La Suprema Corte ha dunque accolto il ricorso, rinviando ad altra sezione della Corte d’Appello competente per l’ulteriore corso del giudizio.

Redazione Giuridica Brocardi          2 maggio 2019

www.brocardi.it/notizie-giuridiche/separazione-necessario-ascolto-figlio/1938.html?utm_source=Brocardo+Giorno&utm_medium=email&utm_content=news_big_famiglia&utm_campaign=2019-05-03

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SESSUOLOGIA

Sessualità incontro all’altro/a tra natura e cultura

Potremmo cominciare col definire la sessualità umana come la sintesi perfetta di natura e cultura, come un nodo, o un complesso di nodi, nella rete che queste due variabili intrecciano da sempre nella espressione di ogni valenza umana. E allora, tra la componente di espressione pulsionale e quella inscritta nella reciprocità relazionale secondo i modelli definiti dal contesto culturale, non ci sono cesure, ma una continuità di sottili sfumati passaggi.

Come ogni fenomeno biologico, la sessualità umana ha un inizio, un’acme e una conclusione. Avvicinandoci però a descrivere l’arcata energetica che questa attivazione comporta, ci accorgiamo subito di come e quanto agiscano le altre determinanti, quelle ascrivibili alla cognizione, al contesto sociale e valoriale che definisce implicitamente riti, ruoli e funzioni di ogni espressione umana, alla costruzione di significato che ogni esperienza umana richiede all sue autrici e ai suoi autori.

Quindi, anche limitandoci al mero terreno dell’espressione della sessualità genitale adulta, incontriamo subito queste altre variabili, inestricabilmente intrecciate col dato biologico di due corpi che si uniscono intimamente.

Disponibilità, desiderio, eccitazione. L’attività sessuale umana non comincia infatti col desiderio, ma necessita di una premessa. Ha bisogno che la persona ospiti dentro di sé, nel corpo ma più ancora nella psiche, prima di tutto un interesse di base per la sessualità. Ha bisogno di disporre di un certo spazio interiore per questa energia, di non essere la psiche troppo stanca né occupata da altre emozioni difficili, come la paura, o il risentimento, o l’umiliazione, o un sentimento di inutilità e di sconfitta. C’è bisogno di aver fatto pace col proprio corpo, con la propria disponibilità al contatto fisico, c’è bisogno di nutrire una certa fiducia nell’altro/a che si avvicina. Prima ancora di sentir nascere dentro di sé il desiderio, la persona può essere o non essere interessata al sesso.

Solo se è interessata, solo se ha spazio nella mente per questa attivazione, allora si potrà lasciar arrivare il desiderio. Avviene che si prenda coscienza di una tensione, di uno slancio verso l’altro, sconosciuto o conosciuto, o anche soltanto immaginato. Può nascere dal di dentro, da una suggestione interiore, da un ricordo, da una sensazione corporea rievocata, oppure da uno stimolo esterno, come uno sguardo, un contatto, una voce, una parola, un invito, un gesto, una seduzione agita o ricevuta. Al desiderio sessuale si associano pulsioni, attivate dagli ormoni sessuali o da elementi esterni, e insieme ad essi pensieri e attività fantasmatica, cioè un lavoro dell’immaginario. A questo punto la fase del desiderio può essere sviluppata, oppure frenata, fino a potere essere anche interrotta. La persona stessa, con la sua intenzionalità consapevole o con le sue vibrazioni inconsce, può agire da catalizzatore dell’alchimia del desiderio, o viceversa rallentare o arrestare l’energia pulsionale che si è attivata.

Anche elementi dell’ambiente possono svolgere questa funzione, e la risposta individuale a questi elementi può essere molto variabile. Uno stimolo esterno, un gesto del partner, un assetto dell’ambiente in cui avviene l’incontro, possono a loro volta inibire o sostenere il desiderio.

A questo punto il corpo, se la crescita del desiderio è proseguita, comincia ad entrare nella fase dell’eccitazione. Compaiono le manifestazioni fisiologiche più forti, una maggiore sensibilità della pelle, movimenti anche involontari di avvicinamento e apertura del corpo al contatto, e soprattutto cominciano la lubrificazione della vagina, l’erezione del pene.

Plateau, orgasmo, risoluzione ed elaborazione. Il corpo è pronto per un contatto più intimo, e da qui cominciano i contatti corporei più intensi e diretti, e infine può avvenire la penetrazione e le altre forme di attivazione genitale. L’eccitazione continua a crescere, sostenuta dall’intimità corporea e dalle sensazioni di piacere che aumentano man mano, e si arriva alla fase di plateau, nella quale l’eccitazione si fissa a un livello forte, la tensione neuro-muscolare è elevata e il corpo si prepara all’orgasmo. Se la liberazione energetica dell’orgasmo viene posticipata, la tensione può mantenersi più a lungo, fino a quando si rilascia nella reazione orgasmica: è un’esperienza che è nello stesso tempo fisica e psichica; la componente fisica è una liberazione forte e potente di energia, che viene avvertita in forma di onda o di vibrazione o di acuta e prolungata sensazione di piacere sia localmente che, talvolta, in tutto il corpo. La componente psichica è una sensazione di temporaneo intenso dissolvimento dei confini dell’io, un’esperienza di fusione e allentamento rapido del controllo, che i francesi chiamano poeticamente la petite mort.

All’orgasmo segue la fase di risoluzione. È una tappa di cambiamento fisiologico, durante la quale l’energia dell’eccitazione scende, il tono muscolare si rilassa, il cuore e il respiro vanno rallentando, e gli organi sessuali ritrovano la loro condizione iniziale. Strettamente contiguo alla fase precedente o comunque dopo un breve tempo, segue poi il periodo refrattario. Può durare da qualche minuto a parecchie ore. È un passaggio che ha una durata molto variabile, più presente presso gli uomini, e la sua durata è correlata con l’età, oltre che col sesso. In questa fase il corpo riposa, la mente è distesa, recettiva alle sfumature emotive, mentre l’eccitazione si trasforma in ricerca di tenerezza o di relax.

Infine arriva un passaggio di elaborazione psichica. È una tappa importante, che spesso viene bypassata o trascurata; è il momento in cui la persona assimila l’esperienza, ne registra l’eco nel corpo e nella psiche, trae conclusioni, o decisioni per il futuro. Si colloca alla fine del ciclo, ma può prodursi lungo ogni altra fase del processo, per poter scegliere di procedere avanti o fermarsi. Se guardiamo alla sessualità genitale adulta come un ciclo che si muove verso l’acme del contatto e da esso ridiscende verso il ritiro, le esperienze sessuali condivise rivelano il loro valore simbolico di veicoli della relazione e del legame intimo, come eccedenze di senso agite al fine di creare, alimentare o ricreare il legame affettivo col sostegno dell’energia erotica, come atti intenzionali di presenza capaci di invitare ed ospitare l’alterità.

La sessualità, inquadrata nella sua valenza di esperienza di contatto, ci permette di collegarci profondamente ad un altro essere umano, di metterci in presa diretta con la vita, per far circolare la nostra energia all’interno di un sistema vivente, per rompere la solitudine dell’individualità, per far parte della catena, trasmettere presenza viva, sentire che non siamo soli, ma possiamo appartenere profondamente, col corpo, col cuore, col cervello, con lo spirito. In questa ottica, l’esperienza del contatto nella sessualità è un salto misterioso oltre il nostro confine, è testimonianza attiva del nostro desiderio di legame.

Profonda, rispettosa, intensa intimità. Da queste premesse, le difficoltà sessuali possono essere osservate come interruzioni inadeguate del ciclo, oppure come incapacità a interromperlo, o come degli «scarti» e delle difficoltà di sintonizzazione tra i cicli dei due partner. Il ciclo di contatto della sessualità, nelle tappe che abbiamo appena descritto, non deve essere necessariamente terminato. Non necessariamente ogni desiderio deve culminare in un atto sessuale, non necessariamente ogni eccitazione deve culminare nell’orgasmo, e meno che mai ogni seduzione che viene messa in atto deve automaticamente diventare disponibilità sessuale dell’altro/a. La sessualità genitale adulta è prima di tutto arte dell’invito, arte dell’offerta, della ricerca di una possibile intensa sintonia con la persona dell’altro/a, non solo coi suoi genitali e non solo nell’intimità dei corpi, che peraltro non avrebbe luogo se non nell’incontro della disponibilità reciproca, del desiderio reciproco, dell’eccitazione reciproca, dell’avvicinamento l’uno all’altro.

È gratificante poter terminare il ciclo in modo soddisfacente, ma è fondamentale anche riconoscere quando è meglio che venga fermato, se non vogliamo o non possiamo, se l’altro non vuole o non può. La nostra salute sessuale si misura sulla capacità di sintonizzarci adeguatamente con l’altro/a lungo tutto il ciclo, e le nostre problematiche sessuali si misurano sia con l’incapacità di compiere il ciclo, sia con l’incapacità di fermarlo.

Saper interrompere un ciclo che non sta più diventando fonte di benessere e gioia profonda, per noi o per l’altro, è altrettanto importante che compierlo.

Non ogni passaggio di eccitazione deve di-ventare una attività sessuale con una persona. Siamo natura pulsionale, ma siamo anche cultura e relazione e incontro e progetto e dialogo, siamo energia vitale che irrompe e siamo trepida attesa del permesso dell’altro/a, siamo affettività accessibile e vulnerabile nello stesso istante in cui siamo anche un corpo massimamente egocentrico nella sua attivazione abitata dagli ormoni. Incontrarsi nella sessualità genitale adulta è l’atto più intimo che un essere umano possa sperimentare, il gesto più potente per uscire dai propri confini e sentire davvero cosa sia essere insieme fino alle viscere.

Forse è per questo che nella sua reale estensione fa un po’ paura, e forse è per questo che viene facilmente attraversato piuttosto nella versione ridotta, scissa, più rassicurante, paradossalmente più controllabile, fatta di pulsioni e ormoni eccitati. Forse è per questo che viene svilito a strumento indiretto di potere e dominio sull’altro/a anziché disporsi a viverlo nella sua forma originale estrema, quella dell’accedere all’intimità dell’altro/a e all’altro/a rendere accessibile la propria intimità più profonda, anima e corpo.

Rosella De Leonibus Rocca n. 7     1 maggio 2019

www.rocca.cittadella.org/rocca/allegati/429/DELEONIBUS.pdf

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UNIONE CONSULTORI ITALIANI PREMATRIMONIALE E MATRIMONIALI

La solitudine dell’anziano.

Nel mese di febbraio 2019 la Fondazione Mazzali di Mantova ha organizzato una Mostra Fotografica itinerante sul tema della “Solitudine dell’anziano”. La Mostra è stata allestita dall’Associazione Italiana di Psicogeriatria, di cui è presidente il Prof. Marco Trabucchi, che ha introdotto l’evento.

La bellissima relazione ha sottolineato soprattutto l’aspetto negativo della solitudine per la persona anziana (e non solo), pure spesso affetta da malattie invalidanti.

Essa si configura come un evento antropologico-esistenziale che diventa, nel corso del tempo, un problema biologico-clinico. La solitudine è molto frequentemente una vera e propria causa di malattie: senso di abbandono, isolamento, emarginazione, tutte realtà che diventano spesso anticamera della depressione (30% di probabilità in più per chi vive solo). Essa di regola impone una forte riduzione del cammino e delle relazioni sociali. L’anziano fragile pian piano perde forza nelle gambe, è più esposto così alle cadute, mangia poco e male, si trascura, magari non assume con regolarità i farmaci… La solitudine quindi innesca un circolo vizioso che coinvolge la mente, la forza muscolare, la voglia di uscire e relazionare, la voglia di nutrirsi correttamente. Tutto ciò incide spessissimo anche sulla sfera cognitiva (perdita progressiva di memoria, maggior disorientamento temporo-spaziale, apatia…) evidenziando forme di demenza che prima erano silenti (circa il 27% in più di probabilità per chi vive solo di procurarsi e ammalarsi di demenza!). La solitudine in ogni caso fa vivere 3 anni e mezzo in meno, e corrisponde anche all’aver fumato 15-20 sigarette al giorno per una vita intera.

Al contrario “l’amore conta più del colesterolo”, ”mangiare insieme è più salutare dell’astenersi dal vino”, ”l’amore salva la vita”, ”le relazioni e le reti amicali combattono la malattia”. Queste frasi, apparentemente sloganistiche pronunciate da un eminente clinico e scienziato, ci fanno comprendere quanto sia possibile e doveroso combattere il più possibile la solitudine dell’anziano.

Un dato: più del 30% di anziani ultra 65enni oggi in Italia vive solo. Ci si rende conto a questo punto di quale grande sfida si trovano di fronte le società ricche dell’Occidente (questo trend è estensibile alla maggioranza dei Paesi Europei).

Per concludere vorrei sottolineare che la ”Cura” delle persone anziane e ammalate ha bisogno anche di arte e bellezza, perché la Cura vera e globale è un’arte da coltivare insieme e da regalare a chi soffre.

                        Renato Bottura, geriatra                  Mantova

ucipem.com/it/index.php?option=com_content&view=article&id=774:la-solitudine-dell-anziano&catid=10&Itemid=163

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VIOLENZA

Violenza sessuale: sussiste anche se la moglie accetta il rapporto

Corte di Cassazione, terza sezione penale, sentenza n. 17676. 29 aprile 2019

www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_34440_1.pdf

La Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un ex marito condannato per i reati di maltrattamenti e violenza sessuale nei confronti della moglie. La Corte precisa infatti che in un clima familiare caratterizzato dalla prevaricazione del marito nei confronti della moglie non è pensabile che il consenso della donna ad avere rapporti sessuali sia frutto di una libera "autodeterminazione". Ragione per la quale deve essere confermata la condanna per il reato di violenza sessuale.

La Corte d'appello conferma la sentenza di primo grado contenente la condanna dell'imputato per i reati di cui agli artt. 572 c.p. (maltrattamenti contro familiari o conviventi) e 609 bis (violenza sessuale) nei confronti della moglie convivente.

Ricorre in Cassazione il marito adducendo "l'illogicità della sentenza impugnata che dopo aver dato atto di un clima estremamente conflittuale all'interno della coppia, dovuto per lo più all'abuso di alcool da parte dell'imputato e a motivazioni di ordine economiche avendo costui perso il lavoro, conclude apoditticamente ritenendo sussistente il reato di maltrattamenti." Per il marito, poiché il rapporto era estremamente conflittuale, tanto da addivenire a una separazione giudiziale, nessuna condotta di prevaricazione di fatto gli era attribuibile, né dal punto di vista della condotta che dell'elemento psicologico, non essendo affatto presente la volontà di umiliare consapevolmente la moglie.

Egli contesta altresì la condanna per violenza sessuale, stante l'assenza di consapevolezza del dissenso della moglie ad intrattenere con lui rapporti sessuali. L'ex marito rileva infatti la condotta ambigua della moglie, che mai ha dichiarato di aver subito violenze sessuali, ammettendo al contrario di essere stata accondiscendente alle sue richieste.

La Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell'imputato. Per comprendere la motivazione del provvedimento relativamente al reato di violenza sessuale occorre premettere che, in relazione al reato di maltrattamenti gli Ermellini precisano che: "Non basta evocare il clima di aperta conflittualità all'interno della coppia per elidere la connotazione molesta e persecutoria della condotta tipica che presuppone una chiara prevaricazione posta in essere dall'aggressore nei confronti della vittima all'interno del consesso familiare, che proprio perché sistematica, da qui l'abitualità richiesta dalla norma incriminatrice, va a ledere l'integrità psichica, prima ancora che fisica, del soggetto passivo, traducendosi in un sistema di vita che, in ragione delle continue umiliazioni, violenze, atti offensivi della dignità e della libertà della persona e del clima di paura conseguentemente instauratosi, rende dolorosa la stessa relazione familiare."

Stesse considerazioni per le contestazioni relative al reato di violenza sessuale. Per la Cassazione infatti il reato di violenza sessuale richiede la costrizione della vittima, che sussiste in presenza di qualsiasi forma di costringimento sia fisico che psichico capace d'incidere sull'altrui libertà di autodeterminarsi. Condotta che si configura anche attraverso l'intimidazione psicologica capace di provocare la coazione della vittima a subire atti sessuali, senza che rilevi il rapporto coniugale esistente con l'imputato. Questo perché all'interno di una relazione matrimoniale o di convivenza non è contemplato un diritto ad avere rapporti sessuali, né tanto meno la pretesa di imporlo o di esigerlo senza il consenso dell'altro.

Il concetto d'intimidazione rimanda a una compressione della volontà e della capacità di reazione della vittima. Nel caso di specie è irrilevante che la moglie acconsentisse ai rapporti sessuali con il marito. Il clima perdurante di sopraffazione dell'imputato sulla moglie infatti fanno ribadire alla Corte che "ai fini della configurabilità del reato di violenza sessuale, non ha valore scriminante il fatto che la donna non si opponga palesemente ai rapporti sessuali e li subisca quando è provato che l'autore, per le violenze e le minacce precedenti poste ripetutamente in essere nei confronti della vittima, aveva la consapevolezza del rifiuto implicito della stessa agli atti sessuali.

Annamaria Villafrate Studio Cataldi           1 maggio 2019

www.studiocataldi.it/articoli/34440-violenza-sessuale-sussiste-anche-se-la-moglie-accetta-il-rapporto.asp

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NewsUCIPEM n. 754 – 19 maggio 2019

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01 ABUSI                                                            Atti sessuali abuso: ultime sentenze

03 ADOZIONE                                                   Nel giudizio di adozione è necessaria l’assistenza legale del minore

04 ADOZIONE INTERNAZIONALE              Solidarietà nel mirino. Adozioni, la minaccia razzismo

05 ADOZIONE INTERNAZIONALE              La Via della Seta tra Italia e Cina passa anche dai bambini

05 AFFIDO CONDIVISO                                 La madre risarcisce il figlio per avergli impedito di vedere il padre

06 AFFIDAMENTO DEI FIGLI                       Affidamento condiviso, congiunto, alternato ed esclusivo

08 ASSEGNO DIVORZILE                              Avvocati matrimonialisti: riforma assegno rivoluzione copernicana

09 ASSOCIAZIONI-MOVIMENTI                               Ai. Bi in Marocco fino al 2021 per formare gli Intermediari sociali

09 CASA CONIUGALE                                    Divorzio casa coniugale e figli maggiorenni

10 CENTRO INTERN. STUDI FAMIGLIA   Newsletter CISF - n. 19, 15 maggio 2019.

12 CHIESA CATTOLICA                                  Anche noi eretici come te

14                                                                          Gli oppositori

16 CITTÀ DEL VATICANO                              Amoris Lætitia bussola per nuova ricerca sulle famiglie del mondo

17 COMM.ADOZIONI INTERNAZ.             La Cambogia riavvia la cooperazione bilaterale con l'Italia

17 CONFERENZA EPISCOPALE ITAL.        A che punto siamo sulla pedofilia del clero?

20 CONGRESSI–CONVEGNI–CORSI-       77° corso di studi cristiani alla Cittadella di Assisi. 21-25 agosto 2019

20 CONSULTORI UCIPEM                            Collegno. Famiglialcentro.Aggiornamento per consulenti familiari

21                                                                          Trento Siete in crisi? Il sindaco paga la “manutenzione di coppia”

21 COPPIE DI FATTO                                      Contratto di convivenza: la guida per le coppie non sposate

23                                                                          Ricongiungimento familiare da tutela ampia delle convivenze

24 DALLA NAVATA                                         5° Domenica di Pasqua - Anno C – 19 maggio 2019

24                                                                          Siamo tutti mendicanti di amore in cammino

24 DIVORZIO                                                    Ecco il corso (gratuito) per guidarti verso un addio ''amichevole''

26 DONNE NELLA CHIESA                            Sulle donne diacono il Papa vuole una discussione ampia.

27                                                       Donna e ministero: una soluzione inattesa dal Concilio di Trento?

30                                                                          Un cambiamento di paradigma “Vultum Dei Quaerere”

31 ENTI TERZO SETTORE                               Dal 20 maggio sanzioni per chi non applica il Gdpr

31 FIGLI                                                              La Chiesa oltre il tabù adesso apre le porte ai figli dei sacerdoti

32                                                                          Chiesa cattolica di Francia verso il riconoscimento dei figli di preti

33 FORUM ASSOCIAZIONI FAMILIARI    Basta scontri, su tema-famiglia torni clima d’unità del Tavolo MISE

34 FRANCESCO VESCOVO DI ROMA       Prossimo Incontro Mondiale delle Famiglie su vocazione e santità

34 MINORI                                                        Bambini maltrattati. Cesvi: quasi 100mila ed è allarme al sud.

35 OBIEZIONE DI COSCIENZA                     Ai sanitari. Il Papa: sì all'obiezione, ma sia fatta con rispetto

36 PARLAMENTO                                            Camera Deputati. Assemblea. Approvato Pdl su Assegno divorzile

36 WELFARE                                                     Congedo maternità post parto: prime istruzioni

36                                                                          Assegno per il congedo matrimoniale

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ABUSI

Atti sessuali abuso: ultime sentenze

Quando si configura il reato di violenza sessuale? La condotta di coloro che inducono la vittima che versa in condizioni di inferiorità psichica o fisica, a subire atti sessuali, abusando del loro stato, integra il reato di violenza sessuale di gruppo. La violenza sessuale con l’abuso delle condizioni di inferiorità sussiste anche quando la persona offesa ha volontariamente assunto alcol o droghe.

  1. 1.     Protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale. In tema di pornografia minorile, in virtù della modifica introdotta dall’art. 4, comma 1, lett. l), della legge n. 172 del 2012 (Ratifica della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale) – che ha sostituito il primo comma dell’art. 600-ter cod. pen. – costituisce materiale pedopornografico la rappresentazione, con qualsiasi mezzo atto alla conservazione, di atti sessuali espliciti coinvolgenti soggetti minori di età, oppure degli organi sessuali di minori con modalità tali da rendere manifesto il fine di causare concupiscenza od ogni altra pulsione di natura sessuale. Cassazione penale sez. V, 08/06/2018, n.33862.
  2. Violenza sessuale ai danni di infraquattordicenne. Il delitto di violenza sessuale commessa ai danni di persona infraquattordicenne di cui agli artt. 609-bis, comma secondo, n. 1 e 609-ter, comma primo, n. 1, cod. pen., si distingue dalla fattispecie a forma libera di atti sessuali con minorenne per la presenza di una condotta di induzione, ossia per l’attività di persuasione del minore succube e passivamente tollerante, che manca nel reato disciplinato dall’art. 609-quater cod. pen., nel quale il consenso del minore è viziato dalla condizione di inferiorità dovuta all’età.

Cassazione penale sez. III, 17/05/2018, n.44530

  1. 3.     Violenza sessuale di gruppo con abuso delle condizioni di inferiorità psichica o fisica. Integra il reato di violenza sessuale di gruppo, con abuso delle condizioni di inferiorità psichica o fisica, la condotta di coloro che inducano la persona offesa a subire atti sessuali in uno stato di infermità psichica determinato dall’assunzione di bevande alcoliche, essendo l’aggressione all’altrui sfera sessuale connotata da modalità insidiose e subdole, anche se la parte offesa ha volontariamente assunto alcol e droghe, rilevando solo la sua condizione di inferiorità psichica o fisica seguente all’assunzione delle dette sostanze. Cassazione penale sez. III, 19/01/2018, n.32462.
  2. Violenza sessuale e abuso di autorità. In tema di violenza sessuale, si parla di abuso di autorità ogniqualvolta un qualsiasi soggetto dotato di autorità pubblica o privata, abusi della propria posizione per costringere il soggetto passivo a compiere o a subire atti sessuali, specificando come rientrano in tale categoria non solo i soggetti pubblici ufficiali che svolgono funzioni pubbliche ma anche soggetti che svolgono funzioni aventi natura privatistica, come ad esempio coloro che compiono funzioni d’ufficio, prestazioni d’opera, di coabitazione o di ospitalità (nella specie, la Corte ha ritenuto integrato l’abuso di autorità in capo ad un parroco accusato di atti sessuali su minori).

Cassazione penale sez. III, 15/12/2017, n.40301.

  1. 5.     Psichiatra e abuso dello stato d’inferiorità della vittima. In tema di reati sessuali ai fini della configurabilità del reato di violenza sessuale mediante abuso di persona che si trovi in uno stato d’inferiorità psichica o fisica, nel caso in cui le condotte siano compiute nell’ambito di una relazione stabile, non è sufficiente valorizzare il carattere sessuale della relazione, ma è necessaria la prova della persistenza della dolosa strumentalizzazione dell’inferiorità della vittima da parte dell’agente, dovendo altresì essere il giudizio circa la sussistenza del reato scevro da considerazioni di carattere morale. (Nella specie la S.C. ha escluso la configurabilità della condotta di abuso nel “ricatto morale” posto in essere da uno psichiatra nei confronti della propria paziente di porre fine alla loro relazione sentimentale, non costituendo di per sé una strumentalizzazione dell’inferiorità della vittima). Cassazione penale sez. III, 20/09/2017, n.15412.
  2. 6.     Atti sessuali con minorenne: la relazione di convivenza. In tema di atti sessuali con minorenne, la relazione di convivenza richiesta per l’integrazione del reato di cui all’art. 609-quater, comma primo n. 2) cod. pen., rileva a prescindere dall’abuso di una posizione dominante o autorevole sul convivente minore di anni sedici, elemento, quest’ultimo, previsto invece nell’ipotesi di soggetto passivo ultrasedicenne, di cui al comma secondo del medesimo articolo.

Cassazione penale sez. III, 31/05/2017, n.53135.

  1. 7.     Infermità psichica per assunzione di bevande alcoliche. Integra il reato di violenza sessuale di gruppo (art. 609 octies c.p.), con abuso delle condizioni di inferiorità psichica o fisica, la condotta di coloro che inducano la persona offesa a subire atti sessuali in uno stato di infermità psichica determinato dall’assunzione di bevande alcooliche, essendo l’aggressione all’altrui sfera sessuale connotata da modalità insidiose e subdole. Cassazione penale sez. III, 11/01/2017, n.45589.
  2. 8.     Sacerdote: abuso di potere. È configurabile l’aggravante dell’abuso dei poteri o della violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro di un culto, non solo quando il reato sia commesso nella sfera tipica e ristretta delle funzioni e dei servizi propri del ministero, ma anche quando la posizione ricoperta abbia facilitato il reato stesso, essendo l’incarico religioso non limitato alle funzioni strettamente connesse al culto, ma comprensivo di tutte le attività prestate al servizio della comunità comunque riconducibili al mandato. (In applicazione del principio, la S.C. ha ritenuto corretta la configurazione dell’aggravante in un caso di violenze sessuali perpetrate, in occasione di momenti ludici, nei confronti di giovani parrocchiani da parte di sacerdote, approfittando del suo ministero e della fiducia risposta dalle vittime nella sua funzione di guida spirituale ed animatore della comunità religiosa). Cassazione penale sez. III, 28/09/2016, n.1949.
  3. 9.     Esercizio abusivo della professione medica e violenza sessuale. Il rapporto di connessione anche meramente investigativa tra esercizio abusivo della professione medica e violenza sessuale mediante abuso delle condizioni di inferiorità psichica, rileva anzitutto anche sul piano della procedibilità d’ufficio di tutti i reati così connessi; inoltre la commissione di condotte sessuali nell’ambito di un rapporto di totale affidamento tra operatore/specialista medico e paziente, indipendentemente dalla metodologia seguita dal curante ed, a maggior ragione, se il curante è andato anche oltre le competenze della propria professione, proprio in virtù del rapporto di totale fiducia ingenerato nelle vittime, esclude ogni tipo di consenso idoneo a legittimare l’invasione della sfera sessuale della vittima e configura di per sé una violenza sessuale compiuta mediante induzione e abuso delle condizioni di inferiorità psichica. Cassazione penale sez. III, 18/05/2016, n.37166.

10. Costrizione della vittima. Non è configurabile il concorso del reato di violenza sessuale commesso mediante costrizione della vittima, previsto dal comma primo dell’art. 609-bis c.p., con quello di induzione indebita, previsto dall’art. 319-quater c.p., essendo logicamente incompatibile la condotta di “costrizione”, di cui alla prima fattispecie, con quella di “induzione”, prevista nella seconda. (Fattispecie di atti sessuali commessi dal cappellano del carcere con costrizione consistita in condotte repentine di toccamenti dei genitali e sfregamento del pene sul corpo dei detenuti e con abuso di autorità derivante dalla sua posizione). Cassazione penale sez. III, 17/05/2016, n.33049.

11. Concorso di reati: violenza sessuale e maltrattamenti in famiglia. Il delitto di violenza sessuale concorre con quello di maltrattamenti in famiglia qualora, attesa la diversità dei beni giuridici offesi, le reiterate condotte di abuso sessuale, oltre a cagionare sofferenze psichiche alla vittima, ledano anche la sua libertà di autodeterminazione in materia sessuale, potendosi configurare l’assorbimento esclusivamente nel caso in cui vi sia piena coincidenza tra le due condotte, ovvero quando il delitto di maltrattamenti sia consistito nella mera reiterazione degli atti di violenza sessuale.

Cassazione penale sez. III, 23/09/2015, n.40663

L’esperto        La legge per tutti       16 maggio 2019

www.laleggepertutti.it/285181_atti-sessuali-abuso-ultime-sentenze

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ADOZIONE

Nel giudizio di adozione è necessaria l’assistenza legale del minore

Corte Cassazione, prima Sezione civile, ordinanza n. 12020, 7 maggio 2019

            Il procedimento volto all’accertamento dello stato di adottabilità del minore deve svolgersi con l’assistenza legale del minore o, se sussiste conflitto di interessi, con la presenza di un curatore speciale, a cui compete la nomina del difensore del minore.

            “In tema di adozione, ai sensi della L. n. 184 del 1983, art. 8, u.c., e art. 10, comma 2, come novellati dalla L. n. 149 del 2001, il procedimento volto all’accertamento dello stato di adottabilità deve svolgersi, fin dalla sua apertura, con l’assistenza legale del minore, il quale ne è parte, e, in mancanza di una disposizione specifica, sta in giudizio a mezzo di un rappresentante legale ovvero, se sussista conflitto di interessi, di un curatore speciale, soggetti cui compete la nomina del difensore tecnico.

Ne deriva, in caso di omessa nomina di quest’ultimo cui non segua la designazione di un difensore d’ufficio, la nullità del procedimento de quo, non avendo potuto il minore esercitare il contraddittorio su tutti gli atti processuali che hanno costituito il presupposto per la decisione del giudice di merito; in tal caso, va peraltro esclusa la rimessione del giudizio in primo grado, giacché tale rimessione, comunque contraria alle esigenze di speditezza del procedimento diretto all’accertamento dello stato di adottabilità, risulta preclusa dalla natura tassativa delle ipotesi di cui agli artt. 353 e 354 c.p.c., e il giudice di appello deve procedere, a norma dell’art. 354 c.p.c., comma 4, alla rinnovazione degli atti del procedimento che risultano viziati per il loro compimento in assenza della costituzione, a mezzo di difensore, del rappresentante legale o del curatore speciale del minore”.

Massima tratta da: Estratto della sentenza

Redazione –Mio legale                      16 maggio 2019

www.miolegale.it/giurisprudenza/nel-giudizio-di-adozione-necessaria-assistenza-legale-minore

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ADOZIONE INTERNAZIONALE

Solidarietà nel mirino. Adozioni, la minaccia razzismo

Per mettere al riparo le adozioni di bambini stranieri dai rigurgiti di razzismo alimentati dalla situazione sociale e politica dei nostri giorni che sembra soffocare la spinta verso il bene, servono tre azioni coraggiose: denunciare, diffondere consapevolezza, chiamare le cose con il loro nome.

            Lo sostiene Stefania Lorenzini, docente di pedagogia interculturale all’Università di Bologna, che nei giorni scorsi ha messo a punto uno studio originale per inquadrare il fenomeno. Quanto incidono gli episodi di razzismo sopportati dai ragazzi con la pelle nera che vivono in Italia sulla decisione delle famiglie di aprire le porte di casa a nuove accoglienze dai Paesi africani e asiatici? Una domanda tutt'altro che bizzarra alla luce del progressivo restringersi della disponibilità all’adozione internazionale. Dai 3.154 minori arrivati in Italia nel 2011 si è scesi a poco più di 1.500.

            Lo scorso anno (2018) sono stati solo 1.364 i bambini adottati nel nostro Paese. E ora, su numeri già tanto fragili, quanto peserà la cupa minaccia dell’intolleranza razziale? Difficile dirlo. La studiosa mette in fila gli episodi degli ultimi anni, intervista decine di ragazzi adottati, riferisce vicende di cronaca note e meno note. Un crescendo impressionante di situazioni di cui, soltanto negli ultimi mesi, si contano almeno dieci casi. Storie di sofferenza e di soprusi che spesso, per scelta o per distrazione, rimangono confinati nelle pagine delle cronache locali.

            Talvolta sono soltanto scambi di battute, insulti, piccole violenze verbali ma più sferzanti di una scudisciata. Nelle interviste i ragazzi di colore adottati in Italia li riferiscono con un misto di delusione e di dolore. «Diversi intervistati – scrive Lorenzini – riconducono al contesto scolastico le esperienze definite come particolarmente dolorose, perché avvenute davanti agli amici, in età precoce in cui è più difficile capire, rispondere, rielaborare. Si tratta di esperienze che vanno dalla derisione all’insulto, al rifiuto, in qualche caso a comportamenti definibili come persecutori».

            Che fare allora? «Prendere consapevolezza del fenomeno è un passaggio indispensabile e non scontato. Fino a non molto tempo fa – osserva la pedagogista – nel contesto italiano la parola 'razzismo' non era neppure pronunciabile. Ora è presente, persino ricorrente, nei discorsi pubblici e mediatici». A suo parere pesano in questa prospettiva situazioni che arrivano da lontano. La rappresentazione dell’italiano accogliente e non razzista sconta il fatto di non aver mai veramente riesaminato il nostro passato coloniale e la diffusa e persistente presenza di stereotipi e di diffidenze verso lo straniero specie, se di pelle scura. Ma ora il problema si acuisce, perché «nel contesto sociale attuale – riprende Lorenzini – si vive insoddisfazione e carenza di risorse e di opportunità, cosicché l’altro diviene una minaccia ancora più grande, non solo per quella che è sentita come la 'propria identità' ma anche per quelli che sono considerati i propri 'diritti'».

            Come voltare pagina? «Consapevolezza e denuncia sono il primo passo per uscire dal tabù e dal silenzio che rifiuta di parlare di razzismo se non nei casi di aggressioni violente e distruttive». Un errore perché in questo modo si finisce per occultare tanti episodi gravi, solo apparentemente minori.

            «Occorre partire da qui per mettere in campo un impegno volto a favorire la trasformazione della mentalità comune e costruire percorsi educativi interculturali, che consentano la decostruzione di stereotipi e pregiudizi». E poi bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome: razzismo, intolleranza discriminazione. Non cedere alla tentazione di edulcorarne la gravità, pur senza esasperarla.

            «Dalle interviste con i giovani adottati di origini straniere – riprende l’esperta – emerge una tendenza molto diffusa a ridurre la gravità degli episodi di discriminazione, sia da parte dei giovani adottati stessi sia da parte dei loro interlocutori, in primo luogo i genitori. Se un bambino/a o ragazzina/o incorre in episodi di aggressione (anche 'solo' in forma verbale) di tipo razzista deve poter trovare ascolto aperto, supporto a livello emotivo, spiegazioni sul piano razionale che richiamino anche i contenuti culturali di un fenomeno dal volto più ampio e complicato».

            I giovani adottati intervistati che dichiarano di non aver parlato delle loro esperienze difficili con i genitori, offrono diverse spiegazioni. Il proposito di cavarsela da soli, il timore che papà e mamma non diano peso all'accaduto, ma anche il desiderio di non dare preoccupazioni.

            «Se vogliamo trovare un aspetto costruttivo, possiamo dire che proprio l’esacerbarsi di certi problemi dal volto razzista – conclude la pedagogista – sta sollecitando risposte attive e impegnate a contrastarli». Quasi impossibile ipotizzare però se questo basterà davvero a non scoraggiare le adozioni di bambini dalla pelle scura.

Luciano Moia             Avvenire                    15 maggio 2019

www.avvenire.it/attualita/pagine/adozioni-la-minaccia-razzismo

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ADOZIONI INTERNAZIONALI.

La Via della Seta tra Italia e Cina passa anche dai bambini

Partire per accogliere quel figlio tanto atteso e, dopo sole tre settimane di permanenza nel Paese straniero d’origine del bimbo, tornare con lui tra le braccia. È questa la positiva esperienza recentemente vissuta da cinque famiglie che, con Ai.Bi. – Amici dei Bambini, hanno scelto di adottare nella Repubblica Popolare Cinese. La Via della Seta, insomma, passa anche dalle adozioni. Che, in Cina, funzionano con più efficienza che altrove. Nel caso specifico di Ai.Bi. grazie anche all’esperienza e alla serietà del suo personale e dei volontari.

            Tutte le famiglie infatti, tranne una, sono rimaste in Cina per tre settimane, dove si sono recate con un viaggio unico. Viaggio che, di prassi, prevede prima una sosta nella provincia di destinazione e poi una permanenza a Pechino. “In 10 anni– spiega Cristina Legnani di Ai.Bi. – non mi è mai capitato che si prolungasse il viaggio. Per nessun motivo. Inoltre dal sito dell’ente preposto, il CCCWA, si possono scaricare schede dettagliate, foto e spesso video dei bimbi. Potendo definire noi la partenza, è inoltre possibile e molto frequente che le coppie partano in gruppo, condividendo così un’esperienza unica, ma anche fonte di ansie e paure. In più persone la paura spesso passa”.

            Le coppie godono inoltre di un accompagnamento personalizzato: Ai.Bi. mette a disposizione il volontario espatriato italiano che le accompagna, anche nelle faccende quotidiane come fare la spesa, sia in Provincia che a Pechino. In caso di compresenza di più coppie, il volontario ne segue solo una ovviamente, ma sulle altre Province si cercano, grazie all’aiuto del BLAS, guide esperte di adozioni internazionali parlanti italiano o inglese. Nel periodo di Pechino inoltre, sempre con Ai.Bi., i bambini vengono visitati dalla pediatra che raggiunge le famiglie in albergo per una visita accurata in camera. Non mancano, durante il viaggio, gite per conoscere anche la Cina, terra natia dei bimbi.

            Rispetto ad alcuni altri Paesi con i quali sono in essere accordi per le adozioni internazionali come la Russia (che prevede tre viaggi dove, tra il primo e il secondo, possono passare addirittura sei mesi), la Bulgaria (due viaggi con un intervallo di circa quattro mesi), la Moldova (anche qui tre viaggi) o il Brasile e altri paesi del Sudamerica con permanenze anche di 60 e più giorni la Cina dovrebbe essere un modello da seguire nella adozione internazionale

News Ai. Bi.    13 maggio 2019

www.aibi.it/ita/adozione-internazionale-la-via-della-seta-tra-italia-e-cina-passa-anche-dai-bambini

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AFFIDO CONDIVISO

La madre risarcisce il figlio per avergli impedito di vedere il padre

Corte di Cassazione, prima sezione civile, ordinanza n. 13400, 17 maggio 2019

www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_34660_1.pdf

Il genitore che, con atteggiamento ostruzionistico, impedisce all'altro di vedere il figlio nonostante gli accordi intervenuti prevedano una maggiore frequentazione, rischia di incorrere nella condanna a risarcire il figlio per aver leso il suo diritto alla presenza di entrambi i genitori nella sua vita.

            Il giudice, infatti, ha facoltà di applicare le misure previste dall'art. 709-ter c.p.c. nei confronti del genitore resosi gravemente inadempiente o responsabile di atti idonei ad arrecare pregiudizio al minore oppure a ostacolare il corretto svolgimento delle modalità dell'affidamento.

            Tanto ha chiarito la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di una mamma che aveva permesso all'ex di vedere il figlio solo poche volte in due anni. In particolare, la Corte d'Appello aveva ampliato le modalità di incontro del padre con il minore, condannando la madre a risarcire ben 5mila euro al figlio per i danni a lui provocati, in forza dell'art. 709-ter, secondo comma, nr. 2, c.p.c., per lesione del diritto alla bigenitorialità a causa del clima di conflittualità esistente tra i coniugi a seguito della separazione.

            Un risarcimento che la signora ritiene ingiusto, affermando che era stato proprio il figlio a non voler vedere da solo il padre e a pretendere in ogni incontro con questi anche la presenza della madre. Per gli Ermellini, invece, tali doglianze appaiono infondate.

La Corte evidenzia come, dal provvedimento impugnato, si evince che il padre, in circa due anni e mezzo, aveva incontrato il figlio solo tre volte nonostante gli accordi intervenuti tra i genitori che prevedevano una più ampia frequentazione.

            I comportamenti ostativi contestati alla ricorrente hanno condotto alla condanna di risarcimento a favore del figlio con l'intenzione di censurare proprio la mancata frequentazione tra il padre e il figlio e il ruolo svolto dalla madre.

            Le misure previste dall'art. 709-ter c.p.c., spiega la Cassazione, in particolare la condanna al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria, sono suscettibili di essere applicate facoltativamente dal giudice nei confronti del genitore responsabile di gravi inadempienze o di atti "che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell'affidamento" (cfr. Cass. 16980/2018).

            Nel caso di specie, la Corte d'appello ha ritenuto comprovato un atteggiamento ostruzionistico della madre e il condizionamento al corretto svolgimento delle modalità di affidamento del minore, nonché il disagio, le sofferenze e i conflitti derivati al minore dall'atteggiamento della madre. Il ricorso viene, pertanto, rigettato.

Lucia Izzo      Studio Cataldi                        20 maggio 2019

www.studiocataldi.it/articoli/34660-la-madre-risarcisce-il-figlio-per-avergli-impedito-di-vedere-il-padre.asp

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                                                        AFFIDAMENTO DEI FIGLI

Affidamento condiviso, congiunto, alternato ed esclusivo

Stai per separarti da tua moglie. Si tratta di una decisione sulla quale entrambi siete d’accordo, consapevoli del fatto che la vostra unione non ha funzionato e che non vi è modo di ristabilire l’armonia di un tempo. Nonostante ciò, il pensiero dei contrasti che potrebbero sorgere tra voi durante la procedura, riguardo ai vari aspetti della separazione, ti provoca una certa ansia. Quello che più ti preoccupa riguarda l’affidamento dei vostri due bambini. Comprendi che essi hanno bisogno di tua moglie, che è sempre stata un’ottima madre, e quindi non ti opporresti al fatto che vivessero con lei, però li ami profondamente e sai che hanno bisogno anche di te. Vuoi quindi saperne di più su affidamento condiviso, congiunto, alternato ed esclusivo: termini che hai sentito tante volte, ma dei quali non conosci l’esatto significato.

Affidamento. Quando due persone si separano o divorziano, il giudice è chiamato a prendere decisioni molto delicate che incideranno sul loro futuro. La scelta più importante è quella riguardante l’affidamento dei figli minori d’età; quelli che hanno compiuto diciotto anni, naturalmente, possono liberamente scegliere con quale dei genitori stare.

La decisione del giudice riguardo ai figli della coppia coinvolge profondamente la sfera affettiva dei genitori che spesso litigano aspramente contendendosi il tempo da dividere con loro. Inoltre, quando ci sono contrasti, può succedere che la prole venga utilizzata dalle parti per farsi guerra tra loro e che ognuno dei genitori cerchi di allontanare i bambini dall’altro. Si comprende che, in simili situazioni, il giudice dovrà prima di ogni altra cosa considerare l’interesse dei minori e prendere una decisione che consenta loro di limitare il più possibile il trauma della separazione dei genitori.

Poiché, salvo eccezioni, la separazione tra i coniugi precede il divorzio, la prima decisione riguardante la prole viene presa dal tribunale al momento della separazione. Quando sopraggiunge il divorzio, spesso l’affidamento dei figli è confermato, a meno che non siano cambiate le condizioni che lo avevano determinato.

Succede anche che la separazione o il divorzio siano consensuali: i coniugi non litigano e concordano tutti gli aspetti che riguardano la fine della loro unione, sia dal punto di vista economico che da quello dell’affidamento della prole. Anche in questo caso, tuttavia, il tribunale esercita un controllo su ciò che le parti hanno stabilito riguardo ai loro figli, accertandosi che corrisponda all’interesse dei minori, che deve essere salvaguardato prima di ogni altra cosa.

I provvedimenti riguardanti i figli minori della coppia, oltre che nei procedimenti di separazione o di divorzio (che nel caso di persone sposate in chiesa viene denominato “cessazione degli effetti civili del matrimonio”), vengono pronunciati anche in caso di annullamento o dichiarazione di nullità del vincolo matrimoniale, nonché nelle separazioni delle coppie di fatto, che si rivolgono al giudice perché decida riguardo all’affidamento dei figli nati dalla loro unione [Art. 337-bis cod. civ.].

Le forme di affidamento che la legge prevede sono quattro: congiunto, condiviso, alternato ed esclusivo.

Affidamento congiunto. L’affidamento congiunto era una modalità, oggi superata, prevista dalla legge sul divorzio. Vi era infatti la possibilità di affidare i figli della coppia ad entrambi i coniugi che avrebbero continuato ad esercitare la potestà sugli stessi. La potestà consiste nel potere, attribuito ai genitori, di curare gli interessi dei figli minori e di prendere le decisioni che ritengono più opportune a tale scopo. Naturalmente, per procedere all’affidamento congiunto era necessario che vi fosse cooperazione tra i genitori, ma non sempre, quando in una coppia viene meno l’unione, vi è questa buona volontà. Pertanto, spesso il giudice si limitava ad affidare la prole ad uno dei due (di solito la madre), stabilendo in favore dell’altro i giorni e gli orari in cui avrebbe avuto la possibilità di vedere i figli. La norma sull’affidamento congiunto, benché prevista espressamente solo dalla legge sul divorzio, veniva applicata anche nei giudizi di separazione. La Cassazione, in diverse pronunce, ha rilevato che si tratta di situazioni analoghe, tali da giustificare l’utilizzo delle stesse norme [Cass. Sent. n.2210/2000; Cass. Sent. n. 127775/1995].

Affidamento condiviso. L’affidamento condiviso è stato introdotto con una legge del 2006 [L. n. 898/1970] che ha modificato il codice civile in materia di separazione dei coniugi. In tali procedimenti, in presenza di figli della coppia minori di età, il giudice deve adottare provvedimenti che tengano conto del loro esclusivo interesse morale e materiale [L. n. 54/2006]. In particolare, il figlio ha il diritto di mantenere buoni rapporti con entrambi i genitori, frequentandoli in maniera equilibrata e continuativa; ciò significa:

  • Che il minore deve poter condividere la sua vita allo stesso modo sia con il padre che con la madre;
  • Che entrambi i genitori devono, in ugual misura, occuparsi di lui, non soltanto mantenendolo dal punto di vista economico, ma anche dandogli istruzione, educazione ed assistenza morale. Questo comporta il trascorrere del tempo col figlio, così come avverrebbe in una famiglia in cui i genitori vivono insieme;
  • Che il minore ha anche il diritto di mantenere buoni rapporti con i nonni, con gli zii e con i cugini, sia da parte di padre che da parte di madre.

Per raggiungere tali obiettivi la legge stabilisce che il giudice deve valutare, innanzitutto, la possibilità che i figli vengano affidati ad entrambi i genitori, stabilendo le modalità pratiche perché ciò avvenga. Rispetto all’affidamento congiunto, la nuova legge ha operato un importante cambiamento, anche nella mentalità che sta alla base delle modifiche introdotte dal legislatore. Non si parla più di potestà, bensì di responsabilità genitoriale: i genitori non esercitano un potere sul figlio, ma sono responsabili della sua crescita serena ed equilibrata. Mentre in passato perché si disponesse l’affidamento congiunto era necessaria la cooperazione tra i genitori, con l’affidamento condiviso è il tribunale a stabilire le modalità precise in cui esso si deve svolgere.

Il giudice:

  1. Determina quanto tempo e in che modo i figli debbano stare presso ciascun genitore;
  2. Fissa come e in che misura ciascuno dei genitori debba contribuire a mantenerli, curarli, istruirli ed educarli.

Ogni genitore deve contribuire al mantenimento dei figli in proporzione al proprio reddito. Se lo reputa necessario, il giudice stabilisce a carico di ciascuno di essi un assegno periodico, di importo tale da rispettare questo criterio di proporzionalità. L’importo dell’assegno viene stabilito in base a diversi fattori:

  • Le esigenze attuali del figlio. Ogni età e ogni periodo della vita, infatti, sono diversi. Un bambino di pochi anni ha necessità differenti rispetto a un ragazzo che, oltre a studiare, conduce una vita sociale con i coetanei;
  • Il tenore di vita di cui il figlio godeva quando i genitori vivevano ancora insieme. Si vogliono, in tal modo, evitare traumi psicologici con bruschi passaggi da una condizione di benessere ad una di privazioni;
  • Le disponibilità economiche di entrambi i genitori;
  • L’entità del contributo dato da ciascun genitore in termini di lavori domestici e di cura del figlio. Può essere, infatti, che uno dei due abbia un reddito basso o inesistente, ma dedichi molto tempo ad occuparsi delle incombenze domestiche e delle necessità del figlio.

L’affidamento condiviso è stato esteso, nel 2013 [D. Lgs. n.154/2013], a tutti i casi in cui l’unione, matrimoniale o di fatto, tra due persone viene meno. Si tratta quindi della soluzione da preferire non solo in caso di separazione, ma anche di divorzio, cessazione degli effetti civili del matrimonio, annullamento o dichiarazione di nullità di quest’ultimo, separazione di persone conviventi con figli minori.

Affidamento esclusivo. L’affidamento esclusivo costituisce una soluzione di carattere eccezionale alla quale si ricorre quando non è possibile disporre l’affido condiviso [Art. 155-bis cod. civ.; art. 337-quater cod. civ.]; ciò può avvenire in due casi:

  • Quando lo stesso giudice si rende conto che frequentare assiduamente uno dei due genitori sia contrario all’interesse del minore. Si pensi al caso di un genitore violento o che tenga una condotta contraria alla legge o alla morale;
  • Quando l’altro genitore si oppone all’affidamento congiunto, spiegandone ovviamente le ragioni. Ad esempio, può essere che uno dei due, quando ancora perdurava la convivenza, si sia dimostrato irresponsabile nella gestione dei figli; oppure abbia commesso atti di violenza domestica particolarmente gravi o abbia tenuto, in presenza della prole, comportamenti diseducativi. Il genitore che afferma la sussistenza di un motivo del genere deve, ovviamente, darne dimostrazione. Quando il giudice dispone l’affidamento esclusivo ad uno solo dei genitori, deve dare motivazione del suo provvedimento.

L’affidamento alternato. L’affidamento alternato è una soluzione poco utilizzata consistente nel disporre che il figlio minore di una coppia, la cui unione è venuta meno, abiti in maniera alternata presso ciascuno dei genitori: ad esempio, una settimana con la madre e una settimana col padre, e così via. Questa modalità di affidamento non è vista di buon occhio dalla Corte di Cassazione [Cass. Ord. n. 4060/2017]. La Suprema Corte, infatti, ha affermato che essa non dà buoni risultati, avendo un effetto destabilizzante sui minori. E’ facile, infatti, che un bambino, costretto a spostarsi con una certa frequenza tra due abitazioni, possa considerarsi un estraneo in entrambe. Pertanto, secondo la Cassazione, l’affidamento alternato può essere disposto quando ricorrono le seguenti condizioni:

  • Il contrasto tra i genitori è tale da non consentire in alcun modo l’affidamento condiviso della prole;
  • I genitori approvano la soluzione di disporre che il figlio risieda in maniera alternata con ciascuno di essi;
  • Il minore venga sentito e dichiari di essere d’accordo. Solo in questo caso, infatti, si ha la certezza che il frequente cambiamento di abitazione non venga da lui vissuto con disagio.

Nonostante la pronuncia della Cassazione, vi sono tribunali che hanno disposto l’affidamento alternato, ritenendo che esso costituisca un modo per consentire ai figli di dividere equamente il tempo tra entrambi i genitori [Trib. Rieti, sent. n.489/2018].

Tieni bene a mente che quando due genitori si separano devono cercare di accantonare i loro contrasti per pensare unicamente a soluzioni che realizzino pienamente gli interessi dei figli.

Adele Margherita Falcetta    La legge per tutti       14 maggio 2019

www.laleggepertutti.it/282025_affidamento-condiviso-congiunto-alternato-ed-esclusivo

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ASSEGNO DIVORZILE

Avvocati matrimonialisti: riforma assegno divorzio "rivoluzione copernicana"

"Una legge che ha riflessi non soltanto giuridici ma anche culturali. Esce definitivamente di scena il parametro del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio. Il legislatore ha ritenuto di codificare i recenti principi sanciti dalla Suprema Corte di Cassazione, adeguandosi peraltro a quasi tutti gli ordinamenti degli altri paesi europei nei quali l'assegno divorzile è quasi del tutto uscito di scena". Con la riforma "bipartisan" si attua insomma "una rivoluzione copernicana del diritto di famiglia cambiando radicalmente i parametri di riconoscimento e quantificazione dell'assegno divorzile". E' questo il commento del presidente dei matrimonialisti italiani (Ami), Gian Ettore Gassani, sul Ddl approvato ieri alla Camera che cambia criteri dell'assegno divorzile.

            I nuovi criteri - prosegue il presidente Ami - "non escludono il diritto del coniuge economicamente più debole a ricevere l'assegno in sede di divorzio, bensì circoscrivono tale diritto a precise condizioni. In caso di matrimoni di breve durata, l'assegno di divorzio può essere concesso soltanto a tempo, ossia viene data una possibilità al coniuge economicamente più debole di inserirsi nel contesto del lavoro per raggiungere la propria indipendenza economica. Nel caso in cui il coniuge economicamente più debole sia autosufficiente dal punto di vita economico (stipendi, rendite, pensioni o proprietà immobiliari) l'assegno di divorzio non è riconosciuto".

            La legge prevede peraltro - prosegue - "che l'assegno di divorzio non venga riconosciuto o venga successivamente revocato nel caso in cui il coniuge che lo riceve abbia allacciato una stabile relazione more uxorio con altro compagno/a. Tali principi si applicano anche alle coppie unite civilmente".

L'assegno di divorzio, dunque, viene riconosciuto, seppur disancorato dal tenore di vita, dice ancora Gassani, "nel caso in cui si tratti di matrimoni di lungo corso (almeno venti anni), a condizione che il coniuge che avanza pretese in tal senso sia in grado di provare in giudizio di aver fornito un importante contributo alla crescita umana, sociale, economica e professionale dell'altro coniuge. O nel caso in cui, raggiunta una certa età che non gli consentirebbe un reinserimento nel mondo del lavoro, non possa godere di mezzi per il proprio sostentamento. Analogo principio vale per i coniugi inabili al lavoro, dichiarati tali da un'apposita commissione". In sostanza, sarà "perequativo/compensativo nel pieno rispetto del principio della solidarietà, che consenta a chi lo riceve una esistenza tranquilla" ma sarà la giurisprudenza a dover sancire quali sono i parametri per stabilire l'ammontare dell'assegno". Questa legge, insomma, conclude Gassani, "tende ad attribuire un significato diverso all'istituto del matrimonio che non può essere più considerato come l'automatico raggiungimento di una sicurezza economica a vita

Redazione Studio Cataldi      16 maggio 2019

www.studiocataldi.it/articoli/34619-avvocati-matrimonialisti-riforma-assegno-divorzio-quotrivoluzione-copernicana-quot.asp

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ASSOCIAZIONI       MOVIMENTI

Amici dei Bambini in Marocco fino al 2021 per formare gli Intermediari sociali

Ai.Bi. – Amici dei Bambini è stata coinvolta per diversi anni nella tutela dei diritti dei care leavers e nella promozione della ricerca internazionale in questo campo. Nell’ambito di questi studi, effettuati a livello europeo grazie a progetti supportati dall’UE, è emersa l’importanza della presenza di un operatore specializzato, un Intermediario sociale appunto, interamente dedicato ai progetti di inclusione. Si tratta di una figura che rappresenta un elemento chiave per un adeguato supporto al raggiungimento dell’autonomia da parte di un care leaver e che è, peraltro, di fatto già contemplata dalle “Linee guida delle Nazioni Unite per assistenza alternativa per i bambini“, che invitano a fornire risorse umane specifiche in grado di seguire individualmente il neo-maggiorenne al momento dell’uscita dal sistema di protezione sociale, facilitando quindi la sua indipendenza.

            La figura dell’intermediario sociale viene, da un lato, gestita da un soggetto privato esterno al sistema di protezione ma, allo stesso tempo, chiamata a coordinarsi con soggetti e team multidisciplinari appartenente al settore pubblico. L’intermediario sociale deve essere in grado di proporre un rapporto educativo, basato su un forte “codice paterno” e finalizzato a stimolare, da parte del care leaver, l’attivazione di risorse per il raggiungimento dell’autonomia.

            Sulla base dell’esperienza sviluppata, il Ministero della Famiglia, della Solidarietà, dell’Uguaglianza e dello Sviluppo sociale del Regno del Marocco ha richiesto ad Ai.Bi. una consulenza per l’organizzazione e la formazione del personale pubblico locale, predisponendo anche gli strumenti di concertazione e collaborazione inter-istituzionale come piani e protocolli operativi tra amministrazioni a livello centrale e sui territori.

            L’obiettivo finale è quello di supportare il Ministero a dare avvio alla figura dell’intermediario sociale in cinque realtà territoriali, almeno all’esordio, perché possa poi supportare l’inclusione sociale e lavorativa dei ragazzi e ragazze in uscita dal sistema di tutela e protezione statale

News Ai. Bi.  15 maggio 2019

www.aibi.it/ita/amici-dei-bambini-in-marocco-fino-al-2021-per-formare-gli-intermediari-sociali

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CASA CONIUGALE

Divorzio casa coniugale e figli maggiorenni

Uno dei provvedimenti del giudice più importanti in occasione del divorzio (ma anche dello scioglimento della famiglia di fatto) è quello riguardante l’assegnazione – cioè l’attribuzione del diritto al godimento – della casa coniugale. Riguardo ai criteri di tale assegnazione, è opportuno fare alcune precisazioni. In primo luogo, la casa non viene assegnata necessariamente a chi ne è proprietario. Accade di frequente, anzi, che l’abitazione (spesso di proprietà del marito) venga assegnata alla moglie.

            Inoltre, l’immobile non viene assegnato obbligatoriamente al coniuge al quale non è addebitato il divorzio, quasi fosse un premio per il suo comportamento corretto, nei confronti dell’altro coniuge, durante il matrimonio. In realtà, il criterio da seguire nell’assegnazione della casa coniugale è esclusivamente quello dell’interesse della prole, soprattutto in presenza di figli minori [Art. 337 sexies, cod. civ.1]. È per questo motivo che l’abitazione viene assegnata al genitore affidatario, ossia il coniuge a cui siano stati affidati i figli. Si tratta di un criterio che tende a garantire, tra l’altro, il diritto dei figli – soprattutto minori – a quella stabilità emotiva e affettiva che scaturisce proprio dal fatto di continuare ad abitare nella casa nella quale sono cresciuti nonché a frequentare i propri amici e che potrebbe essere compromessa da un repentino e traumatico cambio di residenza.

Che cosa ne è della casa coniugale quando vi sono figli maggiorenni?

Se il figlio è maggiorenne, viene meno l’assegnazione della casa familiare? La presenza del figlio maggiorenne non incide, di per sé, sull’assegnazione della casa familiare. Infatti, se è vero che, in occasione del divorzio (ma lo stesso vale nel caso di scioglimento di un’unione di fatto), l’ordinamento si preoccupa di tutelare in modo particolare i figli minori – al cui esclusivo interesse devono essere ispirati i provvedimenti del giudice – ciò non significa che tale tutela scompaia con riferimento ai figli maggiorenni.

            In effetti, mentre l’assegnazione della casa di famiglia al coniuge affidatario è la regola in presenza di figli minorenni, tale assegnazione, nell’ipotesi di un figlio maggiorenne, dipende dall’autonomia finanziaria di quest’ultimo: se è indipendente dal punto di vista economico – e dunque può permettersi di andare a vivere altrove, salvo prova del contrario – viene meno nei suoi confronti l’esigenza di protezione, realizzata attraverso l’assegnazione dell’abitazione al coniuge affidatario.

            Pertanto, se la casa è stata assegnata a uno dei coniugi quando il figlio era ancora minorenne e, dopo aver raggiunto la maggiore età, questi diventa economicamente autonomo, il genitore non affidatario – proprietario dell’abitazione familiare – potrà richiedere la revoca del precedente provvedimento di assegnazione della stessa. Ciò in quanto, è bene ricordare, le decisioni del giudice in materia di separazione e divorzio hanno carattere provvisorio, sono cioè soggette a modifica nel caso in cui le circostanze che ne erano a fondamento siano mutate nel corso del tempo.

            Se, invece, tale autonomia finanziaria non è stata ancora raggiunta, riprendono il sopravvento le esigenze di tutela della stabilità abitativa della prole che abbiamo visto con riferimento ai figli minori, ma che valgono – sia pure con intensità e forme diverse – anche per i figli che abbiano raggiunto la maggiore età.

            Ovviamente, la non autosufficienza del figlio maggiorenne può determinare l’assegnazione della casa familiare solo se il coniuge affidatario dimostri che lo stesso figlio si stia dando da fare (per esempio, inviando curriculum o sostenendo colloqui di lavoro), per conseguire un impiego che gli consenta di rendersi indipendente.

Figlio maggiorenne che vive da solo per motivi di studio. Se il figlio maggiorenne va a vivere da solo perché lo stipendio che percepisce glielo consente, ciò potrà comportare la revoca del precedente provvedimento del giudice di assegnazione dell’abitazione familiare al coniuge affidatario (sempre che non vi siano anche figli minori di età, la cui tutela, come visto sopra, è sempre garantita).

            Se egli, invece, si trasferisce soltanto perché è un iscritto fuori sede all’università, è ovvio che questa sua condizione è, in sé, del tutto insufficiente per poter parlare di indipendenza economica e, dunque, per revocare l’originario provvedimento di assegnazione dell’appartamento [Cass. n. 25604 del 12/10/2018].

Figlio maggiorenne con contratto di lavoro a termine. Il figlio maggiorenne che lavora con un contratto a termine, anche se i suoi guadagni sono limitati, va considerato autosufficiente sotto il profilo economico, con la conseguente revoca dell’eventuale provvedimento di assegnazione della casa familiare in favore del coniuge affidatario [Cass. n. 13354 del 26/5/2017].

Massimo Coppin        La Legge per tutti      17 maggio 2019

www.laleggepertutti.it/282206_divorzio-casa-coniugale-e-figli-maggiorenni

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF - N. 19, 15 maggio 2019

Un video per iniziare la lettura della newsletter. Solidarietà tra ragazzi e anziani.  Un breve video che non ha bisogno di parole per descrivere la serenità e la bellezza del tempo passato insieme tra anziani e ragazzi, nell'ascolto, nella compagnia, perché "...basta un sorriso". Video realizzato dalla 1A della scuola media Caprin di Trieste dopo una giornata assieme agli anziani della casa Verde di Servola (un quartiere di Trieste).                                                                            www.youtube.com/watch?v=Dr45w8Lz3dQ

Caltagirone: Convegno Internazionale in occasione del Centenario dell’Appello ai Liberi e Forti (18 gennaio 1919), “L’Attualità di un impegno nuovo” Caltagirone (CT), dal 14 al 16 giugno 2019. "Promosso da un Comitato Promotore e Scientifico composto da rilevanti esponenti del mondo cattolico, il convegno intende riproporre la sfida della partecipazione da cattolici alla vita pubblica del Paese, che nel 1919 don Luigi Sturzo lanciava con questo appello, che oggi, a cent'anni esatti di distanza, conserva tuttora la propria validità, pur nella novità delle sfide del terzo millennio". Ai lavori preparatori hanno collaborato diversi esperti a livello nazionale, che animeranno anche le giornate di Caltagirone. In particolare alla voce "famiglia" ha contribuito anche il Direttore del Cisf (F. Belletti).

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf1919_allegato0.pdf

Un'occasione per riflettere sul rapporto tra i media digitali e le relazioni in famiglia. L'annuale incontro di Sistema Famiglia - Conferenza permanente dei Centri di Orientamento Familiare si terrà quest'anno a Firenze, sabato 18 maggio 2019. In occasione dell'evento il direttore Cisf (F.Belletti) interverrà su Le relazioni familiari, tra reale e virtuale, a partire dai contenuti del Rapporto Cisf 2017

newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf1919_allegato1.pdf

USA. Promuovere la resilienza di bambini e ragazzi. Il programma SPARK (Strategic Personal Resiliency for Kids, Resilienza Personale Strategica per Ragazzi) "è un programma utilizzabile da chiunque abbia a cuore il sano sviluppo dei bambini e la loro capacità di far fronte alle difficoltà della vita. I piccoli infatti inevitabilmente si trovano ad affrontare sfide a livello scolastico, sociale, anche spirituale, e SPARK ha l’obiettivo di aiutarli oggi a vincere queste sfide, per essere pronti un domani ad indirizzare sui giusti binari il corso della loro vita. Il programma fornisce libri e audio di storie educative, una guida per educatori, esercizi per il potenziamento delle proprie capacità, ed anche gadget come la “power stone” (la pietra della forza) come simbolo della forza interiore che ogni bambino ha".                                                                           www.sparkprogram.com

Il programma SPARK è collegato alla Fondazione HIARC [Health Integration and Resiliency Center]                                                                          https://hiarcenter.org/ex-offenders-resiliency

Educazione finanziaria: un interessante sito per aiutare le famiglie a gestire i propri progetti di vita e le proprie scelte economiche. Promosso dalla Fondazione per l'educazione finanziaria ed il risparmio. In collaborazione con varie associazioni di consumatori. www.curaituoisoldi.it/progetto

"In questo sito troverai tutte le informazioni di base che devi conoscere, oltre a strumenti e consigli utili, per orientarti nelle scelte che riguardano i tuoi soldi. La prima regola d’oro che devi tenere presente è che bisogna sempre informarsi e confrontare le diverse possibilità prima di prendere qualsiasi decisione finanziaria. Saper amministrare bene il proprio denaro significa: controllare le spese, valutare se è possibile risparmiare in qualche modo, evitare inutili sprechi, costi non necessari e indebitamenti, avere un rapporto chiaro con la propria banca, avere un tenore di vita adeguato rispetto ai propri guadagni, valutare possibili investimenti per aumentare le proprie entrate, verificare le offerte delle banche e le varie possibilità di pagamento". Video illustrativi delle "parole quotidiane dell'economia" (spread, previdenza integrativa, home banking, usura, ecc.)                                                www.curaituoisoldi.it/area-video

L’inclusione e la partecipazione delle nuove generazioni di origine immigrata. Focus sulla condizione femminile. "A tutela dei loro diritti di persone di minore età l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza (Agia) ha formulato una serie di raccomandazioni rivolte a ministeri, regioni, comuni, servizi sociali, assistenti sociali e giornalisti. A contenerle è un documento di studio e proposta “L’inclusione e la partecipazione delle nuove generazioni di origine immigrata. Focus sulla condizione femminile”, realizzato con il supporto tecnico dell’Istituto degli Innocenti di Firenze".

www.garanteinfanzia.org/sites/default/files/nuove-generazioni-origine-immigrata-focus-condizione-femminile.pdf

Chioggia, festival della comunicazione 2019. "Un evento socio/culturale organizzato dalla Diocesi di Chioggia, attraverso la Fondazione “Santi Felice e Fortunato”, col patrocinio della Città di Chioggia, in collaborazione con l’Ufficio Nazionale Comunicazioni Sociali della C.E.I. (Conferenza Episcopale Italiana), e le Congregazioni dei Paolini e delle Paoline (che gestiscono importanti iniziative editoriali tra cui i periodici: Famiglia Cristiana, Jesus, il Giornalino, Credere, Vivere, BenEssere, le Edizioni San Paolo e Paoline, il Festival Biblico, ecc.). Ogni anno dal 2006 viene scelta una città e diocesi diversa". La 14.a Edizione del Festival si svolgerà dal 17 maggio al 2 giugno 2019, a Chioggia, sul tema "Le belle notizie: dal virtuale al reale"

www.chioggia.org/public/cultura/PROGRAMMA%20Festival%20della%20Comunicazione.pdf

v  Chiavari. Festival della parola 2019. "Quattro giorni dedicati al genio e alla capacità di visione, ricordando Lucio Dalla e Leonardo. [...] incontri, appuntamenti, parole, spettacoli, ospiti e sorprese, tra i portici del centro storico e le stupende piazze cittadine. [...] a fare da filo rosso al cartellone degli appuntamenti sarà dialogo, password della 6° edizione, scelta per la sua etimologia greca ovvero dià = attraverso e logos = discorso. Il dialogo come il ponte ideale, costruito attraverso il confronto dialettico, che offre un trampolino di lancio per idee, progetti e sogni". Chiavari, dal 30 maggio al 2 giugno 2019                                                                                                        www.festivaldellaparola.eu

Mettiamo mano al nostro futuro. Festival dello Sviluppo Sostenibile, terza edizione. "Si tratta della più grande iniziativa volta a sensibilizzare e mobilitare cittadini, giovani generazioni, imprese, associazioni e istituzioni sui temi della sostenibilità economica, sociale e ambientale. [...] Il Festival prevede 17 eventi nazionali, dal 21 maggio al 6 giugno 2019, dedicati ai temi chiave dello sviluppo sostenibile e ai diversi Obiettivi dell'Agenda 2030, organizzati dagli aderenti all'associazione ASVIS e da collaboratori esterni. Genova, Napoli, Roma, Torino, Udine sono le città italiane che ospiteranno queste iniziative"                                              http://festivalsvilupposostenibile.it/2019

Save the date

  • Nord: striving for quality. From Quality of Care to Quality of Life (impegnarsi per la Qualità. Dalla qualità della Cura alla Qualità della vita), 27.a Conferenza Europea dei Servizi Sociali, promossa dallo European Social Network (sul sito programma in più lingue), Milano, 5-7 giugno 2019.

https://essc-eu.eu/programme/#italian

  • Nord: lavorare in ottica sistemica con le famiglie in cui c’è stato un problema di violenza: attaccamento, rischio e sicurezza, incontro DFI formazione con Arlene Vetere e Jan Cooper, promosso da Scuola di Psicoterapia IRIS, Milano, 25-26 maggio 2019.

www.centrocta.it/lavorare-in-ottica-sistemica-con-le-famiglie-in-cui-ce-stato-un-problema-di-violenza-attaccamento-rischio-e-sicurezza

  • Centro: Il mestiere di con-vivere: intrecciare vite, storie e destini, "Dialoghi sull'uomo" - festival dell’antropologia contemporanea, decima edizione, Pistoia, 24-26 maggio 2019.

www.dialoghisulluomo.it/docs/programma-2019-it.pdf

  • Centro: Educazione affettiva e sessuale. Il dovere d’informare, la capacità di educare, Convegno FISS (Federazione Italiana Sessuologia Scientifica), Roma, 24 maggio 2019.

www.fissonline.it/pdf/osservatorionazionalemaggio2019.pdf

  • Sud: La famiglia è viva! E si mette in cammino, unita nella preghiera, 12.o Pellegrinaggio nazionale delle famiglie per la famiglia, promosso da Rinnovamento nello Spirito Santo in collaborazione con altri soggetti ecclesiali e locali, Pompei (NA), 14 settembre 2019.
  • Estero: Children in Migrant or Ethnic Minorities: Demographic and Social Processes in a Comparative Perspective (Bambini nelle minoranze migranti o etniche. Una comparazione dei processi demografici e sociali), promosso da EAPS (Network Migrant and Minority Fertility in Europe), dalla Sezione ‘Migration and Ethnic Minorities’ (German Sociological Association-DGS), in collaborazione con il Max Planck Institute for Demographic Research, Rostock (D), 16-17 maggio 2019.
  • https://soziopolis.de/fileadmin/user_upload/redakteure/Veranstaltungen/Programm_Tagung_migrant_fertility_Koeln_16052019.pdf

Iscrizione                  http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

Archivio        http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/maggio2019/5122/index.html

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CHIESA CATTOLICA

Anche noi eretici come te

            Caro papa Francesco,                                  lo sai bene visto che ci chiedi sempre di pregare per te. C’è chi vuole screditarti. Chi vuole zittirti. Chi vuole eliminarti. Chi ti vuole morto. Il problema non è criticarti visto che chiedi un linguaggio libero, anche a te contrario. Il problema non è la critica ma lo scatenarsi di una nuova inquisizione incalzante e cattiva. E’ l’attacco ossessivo. La polemica compulsiva. La condanna predeterminata.

            Una bella eresia. Gli ecclesiastici ora ipercritici (un tempo ossequienti ad ogni parola del papa) vogliono insegnarti la vera dottrina. Nel 2017 alcuni preti e studiosi ti hanno accusato di 7 eresie. Il 30 aprile 2019 scorso altri ecclesiastici hanno proposto di processarti per il “delitto canonico di eresia”. Da tempo alcuni prelati “dubitanti” hanno preparato il terreno. Ce l’hanno con quello che dici e che fai. Con i viaggi, gli incontri, i gesti. Ce l’hanno con Amoris lætitia o con Evangelii gaudium, Misericordiae vultus, Laudato si’ e con altri interventi che contengono indicazioni di sconvolgente e scomoda attuazione. Per noi di grande bellezza perché profumano di Vangelo. Testimoni con gesti concreti la presenza di Dio padre dall’infinito amore, di Gesù Cristo morto e risorto, dello Spirito Santo che vola fuori da ogni gabbia. Se questa è eresia, noi siamo con te. Vogliamo farne parte.

            Un movimento anticonciliare. Il vero bersaglio dei nuovi inquisitori è il Concilio Vaticano II. Sembrano cristiani senza Cristo. A disagio davanti alla carne e al sangue di Gesù Cristo (presente dentro e oltre ogni cultura). Ritengono pericoloso il dialogo ecumenico e interreligioso. Li hai definiti “testardi che vogliono addomesticare lo Spirito, stolti e lenti di cuore” oppure “restaurazionisti ideologici”. Vorrebbero esaltare la tradizione senza coglierne il valore dinamico (Dei Verbum 8, Gaudium et spes 44). Rifiutano una visione alta di tradizione: quella evangelica e apostolica, quella dei santi e dei martiri che hai ricordato nella Gaudete et exultate.

            Una triste compagnia. Quelli che ti attaccano non saranno tantissimi ma sono aggressivi e organizzati. Il loro assalto è avvolgente. Proviene da fronti diversi: quello tradizionalista ecclesiastico; quello nazionalista etno-religioso; quello reazionario di matrice neofascista; quello progressista o iperliberista legato alla religione della prosperità e alla cultura dello scarto. Alcuni si sentono “disorientati” forse perché preferiscono strutture imbalsamate, magari rosari sventolati sulla folla o crocifissi branditi come armi politiche. Altri sono nostalgici della cristianità basata sull’alleanza tra trono e altare. Ci sono anche i distratti, i tiepidi, i muti, i grigi o i furbi. Ci sono senz’altro quelli che hai chiamato pianificatori del terrore, organizzatori dello scontro, affaristi della guerra, mercanti di armi e di morte, imprenditori della paura, promotori dello scarto, poteri della finanza speculativa, povera gente criminale. Ci sono i siti e le agenzie d’assalto (maestre in fake news). Ci sono i negazionisti climatici e i primatisti bianchi. Stanno anche trasformando un’abbazia laziale in scuola per sovranisti guerrieri.

            Papa coraggio. Fin dai primi mesi sei stato accusato di essere populista, pauperista, comunista, demagogo, musulmano, relativista, quindi pericoloso, traditore, incolto, abusivo. Negli Stati Uniti qualcuno ti ha definito “l’uomo più pericoloso per il mondo”. Osi parlare di un sistema economico che scarta e uccide. Parli di pace, di giustizia e di cura del creato. Inviti al dialogo e all’incontro, alla misericordia e alla tenerezza. Insisti sulla riforma della Chiesa “in uscita”, sulla Chiesa povera e dei poveri, sulla Chiesa inquieta e gioiosa, aperta ai giovani. Nel dicembre 2014 hai elencato 15 grandi patologie curiali (tra esse il clericalismo, il carrierismo, la vanagloria, il denaro, l’arroganza, la tristezza). Hai poi affrontato con coraggio il tema degli “abusi di coscienza, di potere e sessuali”. Ci sembrano ipocriti coloro che, forse per coprire le loro complicità, ti accusano di essere debole proprio dove stai introducendo una forte innovazione dando sostegno alle vittime.

            Periferie e frontiere. In Italia hai visitato le tombe di Primo Mazzolari, Lorenzo Milani, Tonino Bello, Zeno Saltini, Pino Puglisi e altri, indicandoli come “preti non clericali”, “luminosi e scomodi”, “dono e profezia” da accogliere e imitare. Solo un papa giunto dalla periferia della terra poteva comprendere la bontà delle periferie di casa nostra. Te ne siamo grati.

            Amici e corresponsabili. Ricordiamo tutto questo per amore di verità e impulso di vicinanza anche se quanto ti capita non ci sorprende considerando cosa è accaduto a Gesù e alla Chiesa primitiva o contemplando le beatitudini dei poveri, dei miti, dei perseguitati, dei misericordiosi, degli affamati di giustizia e di pace. Vogliamo semplicemente dirti che siamo con te (anche in caso di opinioni diverse su alcune questioni). Che vogliamo aiutarti con la preghiera, la parola e l’azione. Che intendiamo accompagnarti. Che ci sentiamo corresponsabili della stagione ecclesiale che stiamo vivendo. Speriamo e preghiamo che non ti capiti qualcosa di male. Sei per noi una meraviglia coinvolgente. Testimone credibile del Signore. Profeta di nuova umanità. Ci fai respirare aria fresca. In noi non c’è alcuna mitizzazione. C’è una profonda spirituale amicizia. C’è il nostro affetto. C’è il desiderio di un impegno conviviale. C’è la realistica consapevolezza di un mondo violento bisognoso di ospedali da campo, di buone relazioni, di radicali riforme e di quotidiana profezia. 

            Con tutti i nostri limiti (e assieme a tanti altri) intendiamo sviluppare con te:

  • Il tema del dialogo interreligioso, alla luce del “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019
  • Il tema della pace nonviolenta, nel contesto del movimento per il disarmo, con ipotesi di intervento educativo nei luoghi di formazione, negli itinerari catechistici, nelle scuole
  • Il tema della riforma della Chiesa proposto dalla Evangelii gaudium e dalla Lettera al popolo di Dio mettendo a fuoco il contributo decisivo delle donne
  • Il tema della cura del creato rilanciando con i giovani in lotta la tua splendida Laudato sì.

Un grande abbraccio, un’intensa preghiera, un augurio di buon cammino (comune).

Pax Christi Verona, Centro Studi di Pax Christi Italia                  15 maggio 2019

www.settimananews.it/papa/anche-noi-eretici-come-te/

 

Gli oppositori

Forse mai nella storia della Chiesa un papa è stato oggetto di tanti attacchi e perfino di richieste di dimissioni come papa Francesco. Le accuse sono pesanti: errori dottrinali ed eresia. Ma chi sono queste persone o gruppi che lo avversano e che cosa li muove? Sonja Angelika Strube, docente di teologia e di pedagogia religiosa presso l’Istituto di teologia cattolica dell’Università di Osnabrück ed esperta di temi relativi al populismo di destra, pubblica su katholisch.de del 5 maggio 2019 scorso un’analisi in cui descrive il profilo psicologico e politico di queste persone e mostra quanto siano pericolose per la Chiesa e per la società.

 

Dall’elezione di papa Francesco soffia nella Chiesa cattolica un vento più fresco: sono di nuovo possibili le discussioni aperte dove per lungo tempo regnava soltanto un silenzio di piombo. Nello stesso tempo, però, papa Francesco è continuamente attaccato da piccoli gruppi reazionari in una maniera che lascia senza parole. Lo si accusa di ciò che mai era stato rimproverato da secoli ad un pontefice, cioè di diffondere false dottrine, di essere un “papa hæreticus”, per cui le sue riforme, decisioni ed encicliche non possono pretendere alcun assenso. Queste discussioni vengono promosse sui relativi forum internet privati presenti anche nella Chiesa cattolica romana, come pure nell’ambito della lingua tedesca, negli USA e in altri paesi. Attualmente circola online anche una petizione che invita papa Francesco a ritirarsi.

Un particolare appoggio mediatico questi circoli lo trovano nel campo delle destre politiche, dall’AfD (Alternative für Deutschland – partito politico euroscettico, ndr) ai media di destra, fino a Steve Bannon (ex capo stratega del presidente americano Donald Trump, ndr). Il rimprovero aggressivo, che degenera a volte fino allo scherno, proviene proprio da ambienti che con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si definivano gli unici “fedeli al papa”.

            Al centro dei rimproveri contro papa Francesco ci sono l’esortazione Amoris lætitia e ogni più lieve modifica della morale sessuale tradizionale della Chiesa. Ma vengono attaccate aspramente anche molte altre sue posizioni e bollate come “di estrema sinistra”, per esempio sui migranti, sulla giustizia e sul cambiamento globale del clima. Persino l’invito alla virtù cristiana così venerata della misericordia per questi circoli è una spina nell’occhio.

Il problema della dottrina e dell’eresia che, a prima vista, potrebbe sembrare una questione teologicamente molto complessa, sta a indicare due cose:

  1. L’esistenza di una piccola ma aggressiva corrente sotterranea, di carattere fondamentalista-autoritario nella Chiesa cattolica romana,
  2. Un interesse politico a impossessarsi o almeno a dividere questa Chiesa per mezzo di alcuni protagonisti dell’area della destra politica.

Chi sono questi “ex fedeli del papa” che avversano papa Francesco? Analizzando i forum internet che denunciano papa Francesco in modo così duro, si ottengono informazioni sul comportamento dei loro autori e dei loro utenti (informazioni che sono rivelatrici). Molti di coloro che pubblicano dei commenti sono persone chiaramente istruite, scrivono senza problemi lunghi testi elaborati, fanno riferimento agli antichi filosofi e ai padri della Chiesa, citano in latino. La semplicità mentale, la mancanza di istruzione e anche condizioni di vita precarie non sembrano essere problemi di queste persone. A predominare sono persone più anziane rispetto alla media. Inoltre, i media e i loro utenti manifestano spesso una vicinanza con i partiti e i gruppi politici a destra della CDU/CSU. Nonostante i livelli di istruzione, un forte rifiuto della teologia scientifica pervade i loro commenti, tanto che spesso sembrano contrari anche ad un discorso democratico.

La verità religiosa, Dio e la sua volontà sono considerati come un’affermazione ben definita e un solido possesso (uno “ha” la verità) e non come qualcosa di ineffabile e di molto più grande, che gli uomini possono solo presagire e a cui avvicinarsi a tentoni. In definitiva, la nostra prospettiva umanamente limitata è “scambiata” con la prospettiva di Dio – la propria posizione, la propria visione del mondo vengono “scambiate” per volontà di Dio. In generale, in questi ambienti si manifesta sempre più chiaramente un’opposizione globale al Vaticano II, cercando di annullare su tutta la linea le sue decisioni e le sue riforme e di rendere l’antimodernismo ecclesiastico della fine del secolo XIX e dell’inizio del XX l’unica forma vincolante del cattolicesimo romano.

            Anche lo stile dei discorsi e le presentazioni dei forum internet “critici verso Francesco” mostrano una serie di particolarità: una visione estremamente negativa del mondo abbinata a resoconti di indignazione e di scandali; una forte svalutazione verbale di chi la pensa diversamente, accompagnata spesso dalla derisione; la formulazione di idee morali rigide, quasi esclusivamente nel campo della sessualità, con la richiesta di rimproveri e di dure punizioni.

Ci sono esplicite proposte di punizioni da parte dei tribunali, a volte anche fantasie di vendetta di carattere apocalittico e retoriche di cospirazione, accompagnate da una marcata polemica contro la misericordia, contro le immagini di tenerezza di Dio e contro qualsiasi forma creativa di prassi religiosa.

L’autoritarismo come debolezza di coscienza. Tutto ciò che può essere osservato nei media cattolici di destra trova una probante spiegazione psicologica negli studi di Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno sulla “personalità autoritaria”. Negli anni ’40, di fronte al fascismo e al nazismo, Adorno esplorò la personalità antidemocratica autoritaria e la descrisse soprattutto come “sottomissione autoritaria” ad autorità esterne e a rigidi sistemi di norme associati ad un’“aggressione autoritaria” verso quelle persone che osano trasgredire queste norme. Tra le importanti caratteristiche che egli rileva, vi sono una forte «difesa del soggettivo, dell’immaginario, del sensibile», la superstizione e gli stereotipi, l’ambizione di potere, l’«ostentazione di forza fisica», la distruttività e il cinismo, la tendenza a credere «ad avvenimenti devastanti e pericolosi nel mondo», come pure la «proiezione degli impulsi inconsci verso il mondo esterno» unita ad una fissazione sull’insieme dei temi riguardanti la sessualità.

Nel modo vigoroso, forte e terrorizzante con cui agiscono e operano le persone autoritarie (che è la ragione per cui dev’essere posto loro un freno), Adorno diagnostica chiaramente alla base un’accentuata debolezza dell’“io” e della “coscienza”. Le persone autoritarie mancano di fiducia nel proprio modo di pensare, nel proprio mondo dei sentimenti e nella propria capacita di giudizio morale.

I surrogati sono dei punti esterni immobili e strutture predefinite, una rigida adesione a convenzioni e una sottomissione ad autorità “moralmente” rilevanti – siano queste leggi, dogmi, capi religiosi e politici.

Chi non si sottomette in pari misura alle autorità autoelette dimostra che si può vivere anche in maniera diversa mettendo così in discussione la loro sottomissione.

Il mondo circostante è considerato come ostile, malvagio, immorale, con venature di cospirazione, così che, di fronte ad esso, occorre armarsi e difendersi. Come orientamenti occorrono chiare gerarchie e un preciso ordinamento verso i poli “bene” o “male”. Siccome non è possibile fidarsi della propria vita interiore, viene rifiutato e svalutato tutto ciò che è critico-riflessivo e interiormente emotivo.

e come motivo dell’opposizione a Francesco. Così diventano plausibili i diversi aspetti della teologia e dell’agire di papa Francesco combattuti dai suoi avversari. Credenti con una struttura personale autoritaria richiedono una rigida osservanza di regole, norme e dogmi ritenuti eternamente immutabili e per compensare in tal modo la debolezza della loro coscienza e del loro “io” mediante un quadro normativo esterno.

L’idea di una misericordia donata gratuitamente mina la rigidità delle regole. Inoltre, richiede compassione, toccando così il “campo minato” delle emozioni, cosa da evitare accuratamente. La ragione per cui il cambiamento delle accentuazioni nel campo della morale sessuale è percepito come particolarmente minaccioso si spiega – secondo Adorno – con l’importanza che ha il loro modo di affrontare i propri bisogni sessuali personali.

Il rifiuto veemente della moderna teologia scientifica e del dialogo ecumenico e interreligioso si spiegano come una difesa contro l’insicurezza che nasce dalla molteplicità di possibili prospettive e dal riconoscimento di chi la pensa diversamente come partner alla pari del dialogo. Il pensiero teologico relazionale e contestualizzato – teologie contestuali e teologie della liberazione, ma anche le riflessioni sociali e le morali sociali – vengono rifiutati come “relativismo”.

La religione, in questa prospettiva, deve servire soprattutto alla stabilizzazione psichica interiore attraverso un universo di valori chiaramente strutturato di idee “eterne” e l’attenzione non deve essere focalizzata sull’ambivalenza del mondo.

Ogni volta che papa Francesco (o altri teologi e teologhe) ragionano sotto il profilo pastorale e contestuale, aprono spazi discrezionali o rafforzano la coscienza personale e provocano un processo di maturazione, i credenti dotati di una personalità autoritaria hanno i loro problemi nell’affrontare i dilemmi morali e le loro debolezze di coscienza. Dal papa, in quanto persona in autorità, questi credenti si aspettano che egli confermi il loro comportamento autoritario con delle norme, in quanto garante del loro quadro normativo, e propugni idee religiose rigide nella politica della Chiesa e che, in forza della sua funzione, le renda obbligatorie per tutti.

Siccome papa Francesco ha intenzionalmente deluso le aspettative autoritarie, egli si sarebbe screditato come oggetto di sottomissione autoritaria; inoltre, per il suo rifiuto di impersonare il ruolo che gli corrisponde, ha attirato su di sé di una duplice collera: “l’aggressione autoritaria” contro di lui in quanto “trasgressore di regole”, nel senso che egli ammette delle eccezioni, e l’indignazione perché ora il proprio rigido quadro normativo deve sbrigarsela senza più il papa come garante.

Un pericolo per la Chiesa e la società. L’autoritarismo nella forma descritta da Theodor W. Adorno possiede un forte potenziale chiarificatore quando si tratta di descrivere gruppi e correnti antimoderniste e fondamentaliste, ma anche strutture problematiche, tradizioni di pensiero e di azione in seno alla Chiesa, e di comprendere le loro dinamiche distruttive.

Inoltre, per quanto riguarda la violenza sessuale, il suo occultamento e anche l’abuso spirituale, fa attualmente problema il significato delle strutture autoritarie della Chiesa. L’autoritarismo costituisce anche una categoria centrale per spiegare le posizioni populiste ed estremiste di destra. Questo spiega la prossimità che esiste spesso tra i circoli religiosi autoritari e politici di destra. E sottolinea il pericolo che può derivare alla Chiesa dai gruppi strutturati in maniera autoritaria. Dal punto di vista ecclesiastico-politico, si pone l’esigenza di un chiaro rifiuto del populismo e dell’estremismo misantropo di destra come anche della supremazia dei gruppi strutturati in maniera autoritaria e del loro retroterra ideologico all’interno della Chiesa.

Sonja Angelika Strube                      17 maggio 2019

http://www.settimananews.it/papa/gli-oppositori/?print=pdf

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CITTÀ DEL VATICANO

Amoris Lætitia bussola per la nuova ricerca sulle famiglie del mondo

Intervista al presidente della Pontificia Accademia per la vita al termine dei lavori del primo meeting di esperti dell’osservatorio Internazionale sulla Famiglia: l’indagine durerà tre anni e coinvolgerà anche i nuclei familiari di altre religioni e culture

“E’ stata davvero un’esperienza positiva”. Mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la vita e Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli studi su matrimonio e famiglia, traccia il bilancio finale dei lavori del primo meeting di esperti dell’osservatorio internazionale sulla famiglia svoltosi a Roma per due intere giornate e conclusosi il 15 maggio 2019 scorso con l’udienza da Papa Francesco. Obiettivo dei lavori, al quale hanno preso parte più di 15 università di tutto il mondo: gettare le basi metodologiche per dare avvio alla realizzazione di una grande ricerca (che si dovrebbe concludere nel 2021), minuziosa e dettagliata, sulle potenzialità e le fragilità dell’istituto familiare.

Mons. Paglia, è la prima volta che si realizza un evento di questo spessore?

R. - Sì. Non c’era mai stato prima d’ora. Hanno partecipato alcune università di diverse parti del mondo, numerosi esperti di organizzazioni che hanno come interesse la famiglia. Tutti uniti dall’istituto Giovanni Paolo II che in questo modo fa proprie tutte le problematiche familiari: da quelle teologiche a quelle morali fino a quelle antropologiche e sociali. Riusciamo ad offrire quello che Papa Francesco, nel punto 2 di Amoris Lætitia, chiede: quando si parla di famiglia cerchiamo di stare con i piedi per terra.

            Dunque, l’esortazione apostolica del Papa sull’amore nella famiglia come bussola per i vostri lavori?

R. -Certamente. Il secondo capitolo è una grande lettura, una contemplazione, della realtà di tutte le famiglie del mondo con diverse condizioni, in modo tale da poter trare indicazioni e prospettive aderenti alla società. Senza dimenticare il patrimonio di sapienza della Chiesa. In fondo, sono duemila anni che la Chiesa Cattolica si occupa della famiglia. La prima Chiesa aveva una forma domestica anche in maniera strutturale mentre più recentemente con il Concilio Vaticano II è la costituzione pastorale Gaudium et Spes ad indicare la famiglia come territorio privilegiato per l’evangelizzazione.

Perché si è scelto di realizzare la ricerca con istituti internazionali anche di diversa estrazione culturale?

R. - Per ottenere dei risultati più affidabili, precisi. E per allargare gli orizzonti. In passato il Pontificio Consiglio per la Famiglia aveva già promosso qualche ricerca. Oggi, però, nel tempo della globalizzazione, anche la ricerca deve essere ‘globale’. E deve riguardare le famiglie di altre religioni e culture, non solo quelle cattoliche o cristiane. I sette miliardi di abitanti del pianeta corrispondono a miliardi di famiglie, non dimentichiamolo. Le famiglie sono il vero patrimonio dell’umanità e lo sono nella loro pluralità d’espressione.

            La ricerca non dimenticherà il rigore scientifico.

R. - E’ proprio così. Uno dei cardini dell’osservatorio è il rigore scientifico da utilizzare nella valutazione dei risultati della ricerca. Altrimenti essa sarebbe solo una scatola vuota. Però a noi non bastano solamente i numeri: sappiamo bene che dietro ogni numero c’è un volto, una storia, legami e sentimenti. Che vanno interpretati. Per questi primi tre anni di indagine, abbiamo scelto come temi delle domande da porre alle famiglie quelli legati alla povertà relazionale ed economica. Sono queste le due direttrici che ci guideranno.

Federico Piana- Città del Vaticano  16 maggio 2019

www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2019-05/paglia-amoris-laetitia-bussola-nuova-ricerca-famiglie-mondo.html

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COMMISSIONE ADOZIONI INTERNAZIONALI

La Cambogia riavvia la cooperazione bilaterale con l'Italia in materia di adozioni internazionali

A seguito di una missione a Phnom Penh che ha avuto luogo il 6 e 7 maggio la CAI, in persona del Ministro plenipotenziario Bardini a ciò delegato, e il Ministero degli Affari Sociali della Cambogia hanno concordato di dare ufficialmente inizio al riavvio della cooperazione bilaterale in materia di adozioni internazionali, sospese dalla Cambogia con tutti i paesi a partire dal 2011. L’autorità cambogiana ha ritenuto di mantenere la validità dell’accordo bilaterale sottoscritto con l’Italia il 17 settembre 2014 che prevedeva 8 Enti autorizzati ad operare nel paese, ancorché suddivisibili in due gruppi con modalità allo stato non meglio precisate. Gli enti potranno procedere all’accredito.

            Le due parti hanno altresì concordato sull’opportunità di limitare il numero dei depositi dei dossier delle coppie nella fase iniziale, allo scopo di assicurare un’ordinata e agevole messa in opera delle relative procedure, innovate in Cambogia rispetto al passato a seguito dell’entrata in vigore della Legge sulle Adozioni Internazionali nel 2009 e dei successivi 10 Decreti attuativi (Prakas).

In considerazione delle vicende pregresse che hanno portato alla chiusura delle adozioni internazionali nel Paese e del fatto che l’Italia sarebbe la prima a riavviare le procedure di adozione, la Commissione valuterà le modalità dell’eventuale ripresa del percorso adottivo a cui tutti gli enti dovranno attenersi, al fine di garantire al meglio la correttezza e trasparenza delle procedure, a seguito di ulteriori e necessari contatti e chiarimenti tra i rispettivi Paesi.

Comunicato stampa   16 maggio 2019

www.commissioneadozioni.it/notizie/la-cambogia-riavvia-la-cooperazione-bilaterale-con-litalia-in-materia-di-adozioni-internazionali

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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

A che punto siamo sulla pedofilia del clero?

I vescovi italiani sono a una prova decisiva nella loro assemblea di lunedì 20 maggio 2019. Dopo l’incontro di febbraio in Vaticano dei Presidenti di tutte le Conferenze episcopali il   pedofilia del clero è rimasto più che mai aperto. Papa Francesco è intervenuto ora con un suo Motu Proprio ma interventi concreti sembrano essere affidati alle Conferenze episcopali nazionali. Ci sono però molti elementi per capire cosa stia avvenendo almeno per quanto riguarda il nostro paese.

La discussione tra i vescovi. In premessa bisogna sapere che siamo ora a conoscenza di quanto veramente discusso dai vescovi in febbraio. Ne fa un resoconto un libro curato da p. Federico Lombardi, “Consapevolezza e purificazione”, per la Libreria Editrice Vaticana. Vi si leggono affermazioni impegnative, per certi versi sorprendenti per la loro provenienza. Vi si parla con forza di “rompere e superare la cultura del silenzio”, di sviluppare “una positiva cultura della denuncia”, vi si parla di clericalismo per le “connessioni fra gli abusi di potere, di coscienza e sessuali”. “Le ferite profonde nelle vittime sono causate non solo dagli abusi ma anche in gran parte dall’esperienza del rifiuto di essere ascoltate”; esse dovrebbero avere un maggiore ruolo nel corso dei processi canonici. Si è parlato della maggiore partecipazione dei laici e delle donne su tutte le questioni inerenti la pedofilia, della formazione nei seminari, dei rapporti tra diocesi ed ordini religiosi, della necessità di norme vincolanti. Infine si è posto con forza il problema dell’abolizione del segreto pontificio in queste procedure. La conoscenza di queste discussioni mette in luce che c’è un’area vasta dei vertici ecclesiastici a livello internazionale che ha le idee chiare e ciò dovrebbe fare bene sperare.

I decreti di papa Francesco per la Curia romana e la Città del Vaticano. Il sostanziale rinvio alla periferia del problema è stato rotto, un po’ a sorpresa, il 26 marzo dal Papa che ha firmato tre documenti: una legge, delle “Linee Guida” ed una Lettera Apostolica, tutti “sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili”. Sono documenti che hanno vigore solo per gli abitanti del Vaticano, gli uffici della Curia romana e le nunziature. Essi dicono, nella loro diversa articolazione, cose importanti ed impegnative. La figura della vittima è centrale, deve essere ascoltata, accolta e accompagnata. È previsto per esse “un adeguato supporto spirituale, medico, psicologico e legale”. Idem per i suoi famigliari. Inoltre è istituito un referente a cui rivolgersi e c’è l’obbligo della denuncia (“salvo il sigillo sacramentale”) al Promotore di Giustizia (cioè al pubblico ministero), il reato è perseguibile d’ufficio. La prescrizione interviene dopo vent’anni (a partire dalla maggiore età della vittima), il condannato deve essere rimosso dai suoi incarichi. Le Linee Guida descrivono le persone coinvolte (canonici, parroci, cappellani, religiosi e chi abita in Vaticano le caratteristiche e i compiti del vari soggetti attivi (Referente ed operatori pastorali) ed il rapporto coi genitori dei minori (è previsto un rigido consenso informato). L’elenco delle prescrizioni pastorali per i comportamenti (compresi i divieti) per chi si occupa dei minori è molto analitico, impegnativo e fin troppo esigente. Ugualmente sono molto esplicite le indicazioni per le segnalazioni dei presunti casi di abuso o maltrattamento.

Questi decreti sono un messaggio per i vescovi. Questi documenti del Vaticano hanno suscitato una certa sorpresa, da una parte per la loro severità (del tutto al di fuori di quanto praticato usualmente nelle tantissime strutture giovanili che fanno capo alla Chiesa), dall’altra soprattutto perché riguardano un’area di persone interessate del tutto esigua, quasi inesistente (Quanti sono i bambini nella Città del Vaticano? è stata l’ovvia domanda che tutti si sono posti). L’unica interpretazione che ci sembra possibile di questi tre documenti, così fuori dal ritmo ordinario delle competenze curiali, è il messaggio che essi hanno voluto lanciare a tutti gli episcopati. Come potranno essi assumere posizioni più arretrate di quelle del Papa? D’altronde il summit di febbraio, a quanto si capisce, ha lasciato dei segni nei prelati soprattutto per quanto riguarda le testimonianze delle vittime e i tre interventi femminili inusuali e di insolita efficacia. Forse qualcosa si potrebbe muovere nella giusta direzione.

Il Motu ProprioVos estis lux mundi”. Dopo questo intervento, il 7 maggio 2019 papa Francesco ha emanato finalmente le norme che si aspettavano e che hanno ora vigore per tutta la Chiesa universale. Dovranno essere bene studiate, anche per capire come potranno essere interpretate ed usate concretamente dalle Conferenze episcopali. Ad un primo esame sono evidenti passaggi importanti nella direzione del superamento della situazione attuale. I reati considerati non sono solo quelli nei confronti dei minori o di “persona vulnerabile” (è una figura nuova), ma anche quelli consistenti nel “costringere qualcuno, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, a compiere o subire atti sessuali”. Come non ipotizzare in questa fattispecie la violenza nei confronti delle suore da parte di presbiteri se il concetto di abuso lo si vuole interpretare nel senso giusto? Si potrebbe così intervenire concretamente in situazioni che sono da lungo tempo state denunciate. L’altro reato previsto è quello commesso da “chierici” mediante “azioni od omissioni dirette a interferire o ad eludere le indagini” di qualsiasi tipo. Si interviene sui comportamenti di “copertura”, che sono stati quasi la regola fino ad ora nel sistema clericale. Poi il Motu Proprio obbliga tutte le strutture periferiche (le diocesi) a “stabilire, entro un anno, uno o più sistemi stabili e facilmente accessibili al pubblico a cui presentare segnalazioni, anche attraverso l’istituzione di un apposito ufficio ecclesiastico”. Successivamente si prescrive l’obbligo da parte di ogni “chierico” di segnalare al vescovo notizia documentata sui possibili reati sopra descritti (che possono essere perseguiti anche d’ufficio). Questo è un punto molto importante. La segnalazione può avvenire anche da parte di terzi. Il denunciante è tutelato, la sua iniziativa non costituisce una violazione del segreto d’ufficio, non può dare luogo a ritorsioni e non c’è alcun vincolo di silenzio riguardo al contenuto di essa.

Il sistema si modifica solo se intervengono soggetti esterni alla struttura clericale. Forse per la prima volta si dice qualcosa di importante sulle vittime nel Motu Proprio. Le autorità devono offrire ad esse “accoglienza, ascolto e accompagnamento, anche tramite specifici servizi: assistenza spirituale, assistenza medica, terapeutica e psicologica, a seconda del caso specifico”. Ma nulla si dice su possibili indennizzi di tipo economico e sappiamo che questa è una questione importante. Infine il documento prescrive la possibilità di intervenire nei confronti dei vescovi, mediante un complicato sistema di competenze distribuite tra il vescovo metropolita e la curia romana. In tutto il meccanismo può “essere offerta la cooperazione da parte dei laici”. Quanto ai rapporti con l’autorità civile, si dice: “Le presenti norme si applicano senza pregiudizio dei diritti e degli obblighi stabiliti in ogni luogo dalle leggi statali, particolarmente quelli riguardanti eventuali obblighi di segnalazione alle autorità civili competenti”. In linea generale ci sono, senza ahttp://www.cittadella.org/77-corso-di-studi-cristianilcun dubbio, dei passi in avanti importanti se saranno accolti e non accantonati dalle Conferenze episcopali che, dopo l’incontro di febbraio, dovrebbero farsi carico seriamente di una rigenerazione della Chiesa su questa questione. Essi non vanno però, in modo univoco, nella direzione che abbiamo ipotizzato e proposto da tempo. Il fenomeno della pedofilia ci è apparso così radicato e accettato nei fatti anche dalle tante aree sane dell’universo cattolico che ci siamo convinti che per la sua modifica possa essere efficace solo un intervento esterno al sistema clericale, che provenga o dai media e dalla magistratura oppure da soggetti interni alla Chiesa che siano credibili. Quindi l’affidare a “sistemi stabili” nominati a discrezione dal vescovo la raccolta delle segnalazioni, il non stabilire nei vari iter previsti una presenza generalizzata e con autorità decisionale delle vittime, di laici indipendenti e, soprattutto, di donne rende questo testo debole in partenza. Infine non viene risolto il problema del tutto centrale del rapporto con l’autorità civile che viene lasciato alle diverse situazioni locali.

La situazione in Italia. Chi ha seguito la situazione in Italia negli anni conosce bene le caratteristiche dell’approccio al problema della pedofilia nel nostro Paese da parte dei vescovi. “Noi Siamo Chiesa” è intervenuta in modo costante e documentato negli ultimi dieci anni. In sintesi si può dire che, mentre molti casi di pedofilia del clero venivano a galla con processi ed eco sui media, i vescovi hanno sempre sostenuto, e non troppo sottovoce, che in Italia le cose erano diverse dagli altri paesi, non hanno raccolto informazioni esatte sul fenomeno (tuttora non ci sono), non hanno predisposto alcun intervento a livello centrale o diocesano, si sono arroccati nella difesa delle procedure interne al sistema ecclesiastico, in particolare ricordando che le norme concordatarie e civili non obbligano il vescovo alla denuncia alla magistratura. Niente di niente è stato fatto nella direzione dell’attenzione alle vittime, non ascoltate e lasciate sole davanti alla decisione su una denuncia alle autorità civili, che spesso veniva scoraggiata. Infatti la prassi è stata quella di chiedere alle vittime di non denunciare pubblicamente i fatti a “tutela” del buon nome della Chiesa. Il sistema più comune è stato quello del trasferimento del prete accusato da una parrocchia ad un’altra (nel migliore dei casi di isolarlo in qualche struttura protetta) e di non avere il pudore di rinunciare alla prescrizione nel caso essa fosse intervenuta nei processi davanti alla magistratura civile. Nessun referente esterno e indipendente per l’ascolto delle vittime è stato a oggi istituito (salvo che nella diocesi di Bolzano). In sostanza tutto il contrario di quanto altri episcopati hanno cercato di fare, in qualche caso anche non pubbliche e solenni celebrazioni penitenziali.

Il nuovo “Servizio nazionale per la tutela dei minori”. Le Linee Guida del 2012 (corrette nel 2014, su intervento del Vaticano) sono state l’espressione di questa linea. Ma questa passiva ordinaria amministrazione nella gestione della questione non ha potuto continuare per l’irrompere degli scandali sui media internazionali (in particolare in Cile e in Pennsylvania), per altri casi emersi in Italia, ma soprattutto per la “Lettera al Popolo di Dio” del 20 agosto 2018 di papa Francesco e per altri interventi del Vaticano, che considera la situazione italiana del tutto arretrata rispetto al generale tentativo di organizzare seriamente la “tolleranza zero”. Il Consiglio Episcopale permanente di settembre e gennaio e anche l’assemblea generale dei vescovi di novembre hanno deciso di istituire un “Servizio nazionale per la tutela dei minori”. Esso prevede una struttura di 16 referenti vescovi, uno per ogni regione ecclesiastica a cui fanno capo referenti diocesani nominati dal vescovo che si giovano di esperti ed operatori pastorali. Questa macchina burocratica si è già messa in movimento, i referenti regionali si sono riuniti, esiste un Regolamento nazionale, il Presidente del Servizio è Mons. Ghizzoni, vescovo di Ravenna, esiste un Consiglio di Presidenza (7 preti, cinque donne, due laici), è prevista una Consulta nazionale, che non è ancora stata costituita. Gli scopi del Servizio sono quelli di impegnarsi nella prevenzione e nella formazione. I tempi dell’efficacia di questo intervento sono inevitabilmente molto lunghi. Una logica organizzativo-burocratico-gerarchica sembra essere inevitabile.

Vescovi e Motu Proprio. Questo percorso ha portato alla redazione di una bozza riservata di modifica delle Linee Guida del 2014 che sarà sottoposta ai vescovi nell’assemblea generale del 20 maggio2019. Essa dovrà tenere conto dei reati come definiti nel Motu Proprio, dell’obbligo di denuncia, dell’istituzione di “servizi stabili” per ricevere le segnalazioni (saranno, secondo logica, gli uffici o referenti diocesani previsti dal Servizio nazionale che si stanno istituendo). Quanto sia insufficiente la normativa del Motu Proprio (a cui sarà facile accondiscendere da parte delle nostre diocesi), lo testimonia la struttura diocesana della più importante diocesi italiana, quella di Milano, che è già stata costituita. Essa è composta da ben dieci preti, due donne e da un avvocato di fiducia della Curia. Ci chiediamo se sia credibile la composizione di questo ufficio. Essa è stata nominata dall’arcivescovo, che, tra l’altro, è ben noto essere stato coinvolto personalmente in una questione di copertura. L’altra questione, forse la più importante, che pone meritoriamente il Motu Proprio, è quella delle vittime. Potranno i nostri vescovi continuare, come in passato, ad ignorarle? Potranno escluderle dall’ascolto e dall’assistenza? Come ci si potrà continuare ad occuparsi del problema solo all’interno degli uffici delle curie? Chiediamo che la composizione dei nuovi uffici sia composta in modo paritetico da uomini e donne, che ci sia una rappresentanza delle vittime e che abbiano il segno della loro indipendenza dal vescovo.

La questione della denuncia all’autorità civile. L’altra questione aperta per i vescovi italiani è il possibile superamento dell’assenza dell’obbligo di denuncia alla magistratura del prete pedofilo. Il Motu proprio non dà indicazioni, lascia libere le Conferenze episcopali. Forse è una prudenza determinata dalle enormi differenze esistenti nel mondo nei rapporti tra Chiesa ed autorità civili. Detto questo, il problema si pone invece nel nostro paese in modo non rinviabile. Su questa questione, rispetto alla quale ci sono ancora tante resistenze, si gioca la prossima assemblea dei vescovi del 20 maggio. Modifiche alle Linee Guida del 2014 pare siano state apportate nella bozza in circolazione. Il Card. Bassetti ha ripetuto in sede pubblica (“Avvenire” del 10 marzo 2019) che “La Chiesa italiana assicura la massima collaborazione alla giustizia ordinaria” e mons. Russo, segretario della CEI, che la Chiesa “collabora con l’autorità civile fino in fondo” (intervista a “Radio anch’io”). In attesa di sapere cosa significhino in concreto queste dichiarazioni e se i vescovi sulla questione continueranno a prendere tempo o se, come chiediamo da tempo, riusciranno a rompere con un passato opaco e di comodo, ci permettiamo di esporre ancora una volta il nostro dissenso su come è stato affrontato tutto il problema.

Fare il secondo passo senza avere fatto il primo è un grave errore. Si decide di fare il secondo passo senza avere fatto il primo e così il secondo, pure necessario, quello della prevenzione e della formazione, perde credibilità, perché ha tempi lunghi e perché può essere visto come tentativo di eludere ciò che costa di più e che non può essere rinviato, essendo il ritardo nell’intervento già del tutto eccessivo. Abbiamo incalzato da molto tempo il sistema ecclesiastico, con la nostra voce dal basso poco ascoltata, su quello che deve essere il primo passaggio. Lo riassumiamo e ripetiamo: esso consiste nel prendere atto della gravità della situazione anche in Italia, nell’esprimere un pentimento collettivo organizzando atti penitenziali per il peccato del prete pedofilo e per la prassi diffusa di proteggerlo, nell’istituire una struttura di indagine per il passato e di monitoraggio per l’oggi (come fatto da altri episcopati), nel modificare le Linee Guida senza esitazioni e senza retropensieri prevedendo l’obbligo di denuncia alla magistratura del prete pedofilo e le rinuncia alla prescrizione nei processi, nell’istituire in ogni diocesi un’autorità veramente indipendente dal vescovo che accolga e ascolti le vittime, e  che offra loro accompagnamento sotto i diversi aspetti necessari ed opportuni. Si deciderà un nuovo corso nell’assemblea dei vescovi del 20 maggio? Se così non sarà, si rischia un di più di opacità, di gestione ancora (come ora) tutta interna al corpo ecclesiale che, senza la chiarezza di una confessione di colpa e di un immediato diverso percorso, farebbe male alla testimonianza dell’Evangelo.

Esplosioni periodiche del problema sui media da una parte, insieme a silenzi e insabbiamenti dall’altra, accrescerebbero nella vasta opinione pubblica diffidenza verso la Chiesa proprio nel momento in cui invece opera, su un altro versante del tutto diverso, in modo meritorio con tante realtà di base, ONG, ordini religiosi e parrocchie che in questi mesi cercano di fare argine alle nuove leggi e alle prassi che respingono gli “ultimi” nel mare o che li allontanano dai centri di accoglienza.

Noi siamo chiesa        Roma, 18 maggio 2019

www.noisiamochiesa.org/wordpress/wp-content/uploads/2019/05/La-pedofilia-del-clero-allassemblea-dei-vescovi-il-20-maggio-NSC.pdf

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CONGRESSI – CONVEGNI – CORSI - SEMINARI

77° corso di studi cristiani alla Cittadella di Assisi. 21→25 agosto 2019

Quando nell'umano irrompe la sete dell'oltre

Il desiderio e l'esigenza di proseguire l'approfondimento dell'umano alla prova, felicemente condiviso nella precedente esperienza, approda, con il 77° Corso di Studi Cristiani, alla sete dell'oltre.

Ci siamo chiesti se il codice, la cifra eccedente dell'umano, non consista in una connessione con il profondo, dove molto probabilmente lampeggia sotto traccia quel roveto ardente di biblica esperienza, denominata ‘spiritualità’.

Alcuni particolari eventi drammatici, come l'incendio di Notre-Dame a Parigi, seguito in diretta a livello mondiale, hanno avuto una risonanza interiore imprevedibile e straordinariamente diffusa nella coscienza di credenti e diversamente credenti, coinvolti non solo in un'emozione, ma anche in una indefinibile sete di riportare alla luce nella propria coscienza quella perla nascosta di evangelica memoria.

            Ci siamo chiesti ancora se non sia questo un segno dei tempi, una breccia più ampia e più profonda di quanto si possa empiricamente percepire, da verificare con il contributo di filosofi e di teologi, studiosi della modernità e della secolarizzazione.

Perciò riteniamo opportuno e significativo rivisitare l'esperienza di coloro che vivono cammini di inquieta speranza, di fede senza orpelli di sovrastrutture.

            In buona sostanza, ci chiediamo se non solo il credente, ma quanti vivono in sintonia con le attese più autenticamente umane la travagliata complessità del mondo globale, la sofferta profetica spiritualità di Papa Francesco, non debbano inverare tali attese in una spiritualità resistente e resiliente, oltre che solidale e fraterna.

www.cittadella.org/77-corso-di-studi-cristiani

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CONSULTORI FAMILIARI UCIPEM

                   Collegno. Famiglialcentro. Corso di aggiornamento per consulenti familiari

            Corso di aggiornamento per consulenti familiari, sabato 25 maggio 2019

  1. Teoria dalle ore 9.00 alle ore 13
  2. Laboratorio dalle ore 14 alle ore 18 per un totale di 8 ore

dott.ssa Giovanna Francesca Sacilot, psicopedagogista e consulente della coppia e della famiglia

Famiglialcentro è un’associazione mirata a supportare le persone in situazioni di difficoltà relazionali

L’ascolto come arte d’aiuto. La missione: Offrire un servizio qualificato di consulenza alla persona in situazione di difficoltà, secondo criteri di promozione umana e di aiuto, occupandoci delle relazioni tra le persone. Formazione, prevenzione, educazione per la crescita consapevole della persona, della coppia e della famiglia

Alessandra Milighet: Caro papà, la figura paterna in bilico fra tradizione e nuovi ruoli

www.famigliacentro.it/wp-content/uploads/2019/04/La-figura-del-padre-Alessandra-Milighetti.pdf

www.famigliacentro.it

 

Trento Siete in crisi? Il sindaco paga la “manutenzione di coppia”

Trento. Il Comune pensa a tutto. Alle coppie che stanno per scoppiare, o che hanno bisogno di un tagliando dopo anni di routine, ma anche ai giovani incollati allo schermo di un telefonino e letteralmente drogati di social media. Ed ecco che il servizio Attività sociali di palazzo Thun ha elaborato una proposta destinata sia alle nuove coppie sia a quelle che hanno qualche problemino. Ma non solo, per disintossicare i giovani torna anche il Mountain social detox, il campo estivo sul monte Bondone.

Al percorso per coppie in difficoltà hanno dato un nome evocativo, ma forse più adatto a una macchina che a un progetto di vita in comune: «Un tempo per noi due: dalla formazione alla manutenzione della coppia». Al di là della terminologia meccanica, l’assessora alle politiche sociali, nonché vice-sindaca Maria Chiara Franzoia, spiega che la proposta era nata come percorso di formazione per le giovani coppie ma che poi è virata verso la manutenzione delle coppie: «Ormai ci si sposa sempre meno e abbiamo pensato di adeguare la proposta alla nuova realtà. Così ecco che abbiamo elaborato un percorso di incontri destinato a quelle coppie che, dopo un po’ di tempo, hanno bisogno di tornare a parlarsi, di dedicare un po’ di tempo a se stessi, di confrontarsi».

Ed ecco quindi che il servizio Attività sociali in collaborazione con il Tavolo della formazione alle relazioni familiari hanno preparato una proposta per le coppie in difficoltà o che hanno bisogno di maggiore comunicazione sui temi come la sessualità, la relazione e gli aspetti giuridici della vita di coppia. Il percorso, seguito da professionisti, viene proposto due volte all’anno, in autunno e primavera ed è rivolto a tutte le coppie.

L’iniziativa è progettata insieme a varie realtà che offrono servizi alle famiglie, come Punto Famiglie, Ama, Associazione laica famiglie in difficoltà, Alfid, Consultorio familiare Ucipem, Consultorio dell’Azienda provinciale per i servizi sanitari, Forum della associazioni familiari del Trentino e Led-laboratorio di educazione al dialogo. (…)

Giornale Trentino                                      15 maggio 2019

www.giornaletrentino.it/cronaca/trento/siete-in-crisi-il-sindaco-paga-la-manutenzione-di-coppia-1.2007616

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COPPIE DI FATTO

Contratto di convivenza: la guida per le coppie non sposate

Che piaccia o non piaccia agli ultraconservatori, da tempo le coppie di fatto non sono più un fenomeno sociale isolato ma una realtà consolidata. Molti giovani (e meno giovani, magari usciti da un matrimonio fallito e senza voglia di ripetere l’esperienza) decidono di adottare questa formula anziché passare dall’altare o dall’ufficiale dell’anagrafe per pronunciare il fatidico sì. Se lo dicono tra loro, mettono su casa e cominciano la loro vita insieme. Tuttavia, ci sono degli aspetti legali che portano necessariamente a stipulare un contratto di convivenza.

            Un elenco di diritti e doveri che, soprattutto all’inizio, può sembrare superfluo a chi ha i cuoricini al posto degli occhi ma che con il tempo, bene o male che vadano le cose, si rendono necessari. Può essere utile, allora, a chi sta per firmare o ancora non conosce il contratto di convivenza: la guida per le coppie non sposate. Questo accordo è l’unico documento che regola la convivenza di una coppia di fatto, non essendoci di mezzo un matrimonio. Deve essere fatto per iscritto con atto pubblico o scrittura privata ed autenticato da un notaio, pena la nullità.

Il contratto di convivenza approfondisce ulteriori diritti e doveri oltre a quelli già acquisiti quando la coppia di fatto si registra formalmente come tale all’ufficio anagrafe del Comune in cui risiede. Ma non concede ai partner tutti i diritti acquisiti dal matrimonio, come può essere quello che riguarda l’eredità.

Coppia di fatto: che cos’è? Conviene, forse, cominciare proprio da qui, dalla definizione di una coppia di fatto. Perché, contrariamente a ciò che si può pensare, non basta trasferire le proprie cose in una casa in comune, «andare a vivere insieme» per formalizzare una coppia di fatto.

            Non ci vuole necessariamente un contratto di convivenza ma un minimo di «nero su bianco» sì che ci vuole. Altrimenti, si parla di due persone che vivono insieme, che hanno la residenza insieme (se la stabiliscono entrambi in quella casa) e basta.

            Si può dire, dunque, che una coppia di fatto è quella formata da due persone maggiorenni, stabilmente legate da un vincolo sentimentale e di reciproca assistenza morale e materiale ma non da un legame matrimoniale o di unione civile. E, soprattutto, che hanno fatto un’apposita dichiarazione all’ufficio anagrafe del Comune di residenza di persona o tramite posta elettronica o fax. Solo così si diventa coppia di fatto e non semplici coinquilini, tanto per dire.

            Nessuno dei due deve avere un legame matrimoniale in corso. Significa che se uno dei partner è stato precedentemente sposato, per poter formare una coppia di fatto non basta la separazione legale: ci vuole il divorzio.

Coppia di fatto: quali diritti senza contratto di convivenza? Quando la coppia di fatto si registra all’anagrafe comunale, acquisisce alcuni diritti senza bisogno di sottoscrivere il contratto di convivenza, anche se quest’ultimo, come vedremo, offrirà maggiori garanzie.

            Il riconoscimento della convivenza di fatto, ad esempio, comporta il diritto di assistere il partner in caso di malattia o di ricovero. Significa che si ha diritto di visita e di accesso alle informazioni personali del paziente come previsto per i coniugi o per i parenti. Inoltre, il convivente ha la facoltà di decidere (se c’è un accordo previo nella coppia) che cosa fare quando l’altro è in punto di morte e, a decesso avvenuto, se donare o meno gli organi, come celebrare il funerale, se optare per la sepoltura tradizionale o per la cremazione, ecc.

            L’iscrizione della coppia di fatto all’anagrafe concede anche dei diritti per quanto riguarda la casa. Ad esempio, se muore il proprietario dell’abitazione in cui abitano i due partner, il convivente superstite può continuare a viverci per 2 anni o per un periodo uguale al tempo di convivenza se è durato più di 2 anni ma non per più di 5 anni. Se il superstite vive con un figlio minorenne o disabile, può continuare ad occupare la casa per un periodo non inferiore ai 3 anni.

            Se, invece, la coppia vive in affitto, in caso di morte della persona a cui è intestato il contratto il partner ha il diritto di succedergli nella locazione.

            Altri diritti della coppia di fatto sono:

  • Il diritto al risarcimento di un danno che spetta al coniuge superstite quando uno dei conviventi muore a causa di un fatto illecito di un terzo (un incidente stradale, un caso di malasanità, ecc.);
  • Il diritto a partecipare alla gestione e agli utili di impresa familiare del convivente, ai beni acquistati con quegli utili e agli incrementi dell’azienda in proporzione al lavoro svolto;
  • Il diritto di ricevere gli alimenti dall’ex convivente in caso di cessazione della convivenza, nel caso in cui il partner si trovi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento;
  • Il diritto di denunciare l’altro convivente per il reato di maltrattamenti in famiglia;
  • Il diritto di visita e di affidamento condiviso dei figli nel caso di rottura del rapporto;
  • Il diritto di ricevere dal partner il contributo economico necessario al mantenimento della coppia o della famiglia. In caso contrario, scatta la violazione degli obblighi familiari anche se non c’è di mezzo un legame matrimoniale.

Contratto di convivenza: che cos’è? Il contratto di convivenza è stato introdotto nel nostro ordinamento dalla legge Cirinnà [Legge 20 maggio 2016, n. 76]. Presuppone un passo avanti rispetto al semplice rapporto di coppia di fatto. Si tratta di un vero e proprio contratto, appunto, in cui vengono fissati diritti e doveri dei due partner che decidono di vivere insieme senza sposarsi. Deve essere sottoscritto come atto pubblico a pena di nullità e può essere stipulato prima o durante la convivenza sia dalle coppie eterosessuali sia da quelle omosessuali.

Contratto di convivenza: che cosa stabilisce? Il contratto di convivenza sancisce aspetti come:

  • Il luogo di residenza della coppia;
  • Il modo in cui ciascuno dei partner contribuisce al mantenimento della coppia;
  • Il regime patrimoniale che regola il rapporto (comunione o separazione dei beni).

Più nel dettaglio, è possibile fissare attraverso questo documento le regole su:

  • Le modalità con cui si deve partecipare alle spese comuni o l’attività domestica ed extra-domestica;
  • L’attribuzione della proprietà dei beni acquistati durante la convivenza, a seconda del regime patrimoniale scelto;
  • Il modo in cui può essere utilizzata la casa in cui abita la coppia, indipendentemente dal fatto che sia di proprietà di uno dei due o di entrambi o che ci sia un contratto di affitto;
  • Il reciproco rapporto patrimoniale in caso di cessazione di convivenza per evitare di scomodare i tribunali;
  • La possibilità di assistenza reciproca in caso di malattia fisica o psichica;
  • L’eventuale designazione di un amministratore di sostegno per uno dei due partner;
  • Gli obblighi inerenti l’istruzione e l’educazione dei figli.

Contratto di convivenza: qual è il suo valore giuridico? Chi sottoscrive un contratto di convivenza deve accettare tutti gli obblighi giuridici che comporta tale accordo. Significa che violare una delle clausole del contratto può comportare una denuncia in tribunale da parte del partner per chiedere un risarcimento o per ottenere che vengano rispettati i suoi diritti.

Contratto di convivenza: quando è nullo? Affinché un contratto di convivenza sia legalmente valido, deve essere autenticato da un notaio o da un avvocato. Il professionista scelto dovrà iscriverlo entro 10 giorni dalla stipula presso l’anagrafe del Comune di residenza della coppia di persona, via fax o tramite posta ordinaria o elettronica. Altrimenti, sarà carta straccia.

            L’iscrizione, però, avverrà soltanto dopo che il notaio o l’avvocato abbia verificato che il contratto sia conforme alle norme e all’ordine pubblico e che non sia sottoposto a termini o condizioni.

            Il contratto può essere nullo anche quando viene sottoscritto:

  • Da un minorenne;
  • Da una persona interdetta;
  • Da una persona condannata per omicidio testato o consumato del coniuge del partner;
  • Da due persone non conviventi;
  • Da chi ha già un contratto di convivenza o di unione civile;
  • Da chi è ancora legalmente sposato.

Contratto di convivenza: quanto dura? Si potrebbe dire, anche se non si è sull’altare, «finché morte non ci separi»? Il contratto di convivenza non comporta un vincolo di legame come un matrimonio religioso ma il concetto è molto simile. La durata dell’accordo è pari a quella della convivenza stessa.

            Tuttavia, ci sono alcune clausole che entrano in vigore soltanto dopo che la vita insieme si è conclusa. Ad esempio, quelle che riguardano le questioni patrimoniali dopo la separazione, il rapporto con i figli, la divisione dei beni comuni, ecc.

            Il contratto può essere risolto in questi casi:

  • Per comune accordo dei due conviventi;
  • Per decisione di uno dei due partner;
  • In caso di matrimonio o di unione civile di uno dei conviventi o tra di loro;
  • In caso di morte di uno dei conviventi.

Anche in caso di risoluzione del contratto entra in gioco il notaio o l’avvocato: affinché abbia valore legale, deve essere sottoscritta tramite un professionista che provvederà ad autenticarla.

Segue             Modulo / Fac simile Contratto di convivenza

www.laleggepertutti.it/281012_contratto-di-convivenza-la-guida-per-le-coppie-non-sposate#Coppia_di_fatto_che_cose

 

Il ricongiungimento familiare non può prescindere da tutela ampia offerta alle convivenze more uxorio.

Accolto il ricorso avverso un provvedimento di diniego al ricongiungimento di un militare con la propria compagna convivente more uxorio. La questione verte sull’interpretazione da dare all'istituto del ricongiungimento familiare in ambito militare con riferimento, in particolare, alla possibilità di applicare tale istituto ai conviventi more uxorio. Osserva il Collegio come la Corte Costituzionale abbia ripetutamente chiarito come nessuna norma costituzionale o principio fondamentale possa cancellare le ontologiche differenze tra la famiglia di fatto e quella fondata sul matrimonio, legate ad una scelta delle stesse parti interessate (quella cioè di sposarsi o meno).

Cionondimeno, la stessa Consulta ha evidenziato la necessità di tutelare i diritti individuali dell’uomo in tutte le formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, specificando che “per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione” (Corte Costituzionale, 15 aprile 2010, n. 138), ponendo così le basi per il riconoscimento della rilevanza giuridica della famiglia di fatto.

www.osservatoriofamiglia.it/contenuti/17508232/il-ricongiugimento-familiare-non-pu%C3%B2-prescindere-dalla-tutela-ampia-offerta-alle.html

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DALLA NAVATA

5° Domenica di Pasqua - Anno C – 19 maggio 2019

Atti Apostoli     14, 27. Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede.

Salmo              144, 09. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

Apòcalisse        21, 05. E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose».

Giovanni           13, 35. «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Siamo tutti mendicanti di amore in cammino

«Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate come io vi ho amato»: una di quelle frasi che portano il marchio di fabbrica di Gesù. Parole infinite, in cui ci addentriamo come in punta di cuore. Ma perché nuovo, se quel comando percorre tutta la Bibbia, fino ad abbracciare anche i nemici: «Se il tuo nemico ha fame, dagli pane da mangiare, se ha sete, dagli acqua da bere» (Prov 25,21)? Se da sempre e dovunque nel mondo le persone amano? La legge tutta intera è preceduta da un «sei amato» e seguita da un «amerai». «Sei amato», fondazione della legge; «amerai», il suo compimento. Chiunque astrae la legge da questo fondamento amerà il contrario della vita (P. Beauchamp). Comandamento significa allora non già un obbligo, ma il fondamento del destino del mondo e della sorte di ognuno.

Il primo passo per noi è entrare in questa atmosfera in cui si respira Dio. E non è un premio per la mia buona condotta, ma un dono senza perché. Scriveva Angelo Silesio: «La rosa è senza perché, fiorisce perché fiorisce». L'amore di Dio è la rosa senza perché, Lui ama perché ama, è la sua natura. La realtà è che «siamo immersi in un oceano d'amore e non ce ne rendiamo conto» (G. Vannucci).

            Il secondo passo lo indica un piccolo avverbio: Gesù non dice amate quanto me, il confronto ci schiaccerebbe. Ma: amate come me. Non basta amare, potrebbe essere anche una forma di possesso e di potere sull'altro, un amore che prende e pretende, e non dona niente; esistono anche amori violenti e disperati, tristi e perfino distruttivi. Gesù ama di «combattiva tenerezza» (Evangelii gaudium), alle volte coraggioso come un eroe, alle volte tenero come un innamorato o come una madre, che non si arrende, non si stanca, non si rassegna alla pecora perduta, la insegue per rovi e pietraie e trovatala se la carica sulle spalle, teneramente felice.

            Amore che non è buonismo, perché non gli va bene l'ipocrisia dei sepolcri imbiancati, perché se un potente aggredisce un piccolo, un bambino, un povero, Gesù tra vittima e colpevole non è imparziale, sta con la vittima, fino ad evocare immagini potenti e dure.

Terzo passo: amatevi gli uni gli altri. Espressione capitale, che ricorre decine di volte nel Nuovo Testamento e vuol dire: nella reciprocità, guardandovi negli occhi, faccia a faccia, a tu per tu. Non si ama l'umanità in generale; si ama quest'uomo, questo bambino, questo straniero, questo volto. Si amano le persone ad una ad una, volto per volto, corpo a corpo.

            Amatevi gli uni gli altri, uno scambio di doni, perché dare sempre, dare senza ritorno è molto duro, non ce la facciamo; siamo tutti mendicanti d'amore, di una felicità che si pesa sulla bilancia preziosa del dare e del ricevere amore.

Padre Ermes Ronchi, OSM

www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=45880

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DIVORZIO

Divorzi? Ecco il corso (gratuito) per guidarti verso un addio ''amichevole''

Una pratica già sperimentata da molti vip d'oltreoceano - - per fare in modo che la separazione non si trasformi in un incubo. Sentimentale, ma anche economico. Ora arriva in Italia, copre ogni aspetto del divorzio ed è accessibile a tutti. L'ultimo, in ordine di tempo, è stato il fondatore di Amazon Jeff Bezos. Per dire addio alla sua consorte, il multimilionario americano ha scelto la strada del divorzio amichevole. Una pratica già sperimentata da molti vip d'oltreoceano per fare in modo che la separazione non si trasformi in un incubo. Sentimentale, ma anche economico. Perché qualunque rottura porta con sé inevitabili problemi: liti infinite ed estenuanti, difficoltà a dividere immobili e conti correnti, impossibilità di trovare un accordo per la gestione dei figli. Proprio per questo negli ultimi anni sono nate agenzie e corsi che insegnano alle coppie a separarsi limitando il trauma. Proprio negli Usa in tanti decidono sempre più spesso di farsi seguire da esperti nel cosiddetto “negoziato amichevole”. E così sono diventati numerosi i coach specializzati proprio nella pianificazione del divorzio perfetto. Fra loro, a Chicago, c'è per esempio Deanna Conklin-Danao, psicologa clinica che segue in partner fino all'addio definitivo. Mentre in Danimarca è appena stato inaugurato un corso che insegna a lasciarsi nel modo più giusto.

Qualcosa di simile sta succedendo anche in Italia, dove è partito il primo corso dedicato al divorzio amichevole. A idearlo è stato Armando Cecatiello, avvocato milanese esperto di diritto di famiglia. Il legale ha creato un ciclo di tre lezioni – l'ultima è in programma a fine maggio – che, con l'ausilio di esperti in diverse materie, aiuta le coppie a intraprendere questo percorso doloroso arginando le difficoltà “Quando ci si sposa ci si prepara per mesi, a volte per anni, a questo momento" racconta. "In caso di separazione, invece, nessuno sa cosa fare. Spesso ci si muove in una tempesta emotiva. C’è chi la vede come una liberazione, c'è chi la subisce. Molto raramente si arriva preparati”. L'obiettivo è far capire che la decisione di dirsi addio può essere vissuta anche come una opportunità. “Innanzi tutto ribadiamo che i figli non devono in alcun modo divenire vittime del conflitto" suggerisce l'avvocato. Ma anche che ci sono diversi modi per separarsi, che gli aspetti economici devono essere ben ponderati e che non bisogna mai prendere decisioni affrettate o legate all’emozione del momento”.

            Il corso è gratuito ed è strutturato in tre incontri: nel primo è presente una pedagogista, nel secondo c'è un esperto di psicologia clinica, nel terzo viene coinvolto un commercialista. Gli iscritti sono al momento trenta. “Si tratta di uomini e donne di diversa estrazione. Molti arrivano da soli, non hanno ancora comunicato all’altro partner la volontà di separarsi o ci stanno ancora pensando. Altri vengono in coppia e a volte escono con uno sguardo complice", prosegue Cecatiello. "Le lezioni si rivolgono non solo alle coppie in procinto di separarsi, ma anche a tutti i professionisti che si confrontano con la crisi della famiglia, come insegnanti, psicologi e assistenti sociali. Questa esperienza permette di avere delle indicazioni a 360 gradi, in modo da essere aiutati a riflettere e a programmare al meglio la propria vita futura”. Gli incontri sono organizzati come dialoghi aperti con l’avvocato, il pedagogista, l’esperto di psicologia clinica e il commercialista. “Ciascuno offre il proprio contributo in un’ottica multidisciplinare, spesso sono i partecipanti a fare domande e ad aprire un discorso che serve a tutti. L'obiettivo è spiegare che un accordo tra coniugi, o ex conviventi, è la soluzione migliore per se stessi e per i figli. La via giudiziale si deve percorrere solo se costretti dalla completa incomunicabilità o da situazioni gravi”.

            Naturalmente, le difficoltà restano. “La più grave sta nel fatto che a distanza di soli sei mesi dalla separazione consensuale, o un anno da quella giudiziale, si possono discutere le condizioni di divorzio. Si tratta di una situazione poco costruttiva" conclude l'esperto. "La nostra normativa non prevede ancora la possibilità di un divorzio diretto senza separazione, e questo impone di duplicare i procedimenti. In Italia è comunque possibile, quando ci sia un elemento di estraneità, come quando uno dei partner sia cittadino straniero, applicare il Regolamento europeo che prevede la possibilità di usare la legge straniera, In questo modo possiamo procedere direttamente con il divorzio”. Che è meno traumatico se si sceglie la pratica collaborativa. E se si applicano le regole contenute nel decalogo messo a punto da legale.

            I consigli per rendere il divorzio meno doloroso

  1. Bambini fuori dal conflitto. I figli non vanno coinvolti nei problemi tra mamma e papà. Potrebbero sentirsi in colpa e le conseguenze davvero rischiose. È meglio parlare della separazione ai figli insieme, dopo aver ben ponderato la decisione e sempre con tranquillità.
  2. Niente critiche. È possibile che un partner non sopporti più l'altro. Ma non bisogna mai parlarne male davanti ai figli. Loro hanno solo due genitori, e li amano entrambi.
  3. Papà e mamma per sempre. Ricordare che l'ex partner continua a essere l’altro genitore. È importante che i figli sentano che entrambi si occupino di loro e facciano scelte senza conflitti.
  4. Non usare i figli come messaggeri. Non utilizzare i figli per mandare messaggi difficili da comunicare.  Non costringerli mai a essere depositari di segreti.
  5. Cercate gli esperti. Rivolgersi ad avvocati specializzati in diritto di famiglia, che abbiano esperienza specifica anche sugli aspetti emotivi della separazione. Occorre anche un commercialista quando la situazione patrimoniale è particolarmente complessa.
  6. Chiedere aiuto. Quando i minori coinvolti nella separazione sono molto provati cercare un supporto pedagogico e psicologico. Il bambino può sembrare sereno ma spesso cerca di compiacere così i genitori.
  7. Non avere fretta. Bisogna fare molta attenzione alle soluzioni affrettate. Quando ci si separa occorre valutare con attenzione gli effetti nel medio e nel lungo periodo. Ci si può pentire per anni di decisioni avventate.
  8. Tutelare i bambini. Informare gli educatori, gli allenatori o tutte le figure importanti nella vita dei figli di ciò che sta succedendo in famiglia.
  9. Non dire menzogne. Non edulcorare mai la verità o addirittura dire bugie ai figli. Se ci sono incomprensioni, i ragazzi sono i primi a capire la situazione e a soffrirne.
  10. I nonni sono una risorsa. Farsi aiutare dai nonni: sono una risorsa fondamentale. A volte, se sono in grado di rimanere fuori dal conflitto, sanno essere dei bravi mediatori.

Daniela Uva   La repubblica             13 maggio       2019

https://d.repubblica.it/life/2019/05/13/news/corso_per_divorzio_amichevole_diritti_famiglia_decalogo_separazione-4403269/?ref=RHPPRT-BS-I0-C4-P1-S1.4-T1

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DONNE NELLA CHIESA

Phyllis Zagano: sulle donne diacono il Papa vuole una discussione ampia

Con la decisione di consegnare pubblicamente alla presidente dell’Unione internazionale delle Superiori generali (Uisg) il risultato a cui è giunta la Commissione sul diaconato femminile nonostante il «poco» su cui tutti i commissari concordassero, e la contestuale sottolineatura che è necessario approfondire ulteriormente la questione prima che egli possa fare un «decreto sacramentale» che abbia «fondamento teologico-storico», Papa Francesco sta cercando di allargare ai vescovi la discussione: è quanto pensa Phyllis Zagano, membro della commissione e professoressa della Hofstra University (Stati Uniti).

Se «molti hanno reagito con delusione, anche tra le sorelle», alle parole del Pontefice, «io sono in pace», ha detto la professoressa Zagano nel corso di un incontro con un gruppo di giornalisti. «Penso che il Papa sta cercando di portare fuori la discussione, penso che stia chiamando i vescovi a parlarne, li sta sfidando. Mi aspetto che ne venga fuori una ampia discussione, sia formale che informale». La studiosa, grande esperta del tema, favorevole alla reintroduzione del diaconato femminile, non ha tenuto conferenze pubbliche né ha rilasciato interviste nel periodo in cui la Commissione era in carica (agosto 2016-giugno 2018), né parla adesso di quanto accaduto in seno alla Commissione. «Il Santo Padre ci ha chiesto un rapporto», finalizzato alla sua «personale riflessione» e «non ho mai inteso che fosse qualcosa destinato alla pubblicazione», si limita a dire Zagano, «non so cosa il Papa abbia consegnato» alla presidente dell’Uisg.

Nella ricostruzione di Phyllis Zagano, Paolo VI chiese ad un membro della Commissione teologica internazionale, Cipriano Vagaggini, di approfondire la questione delle donne diacono, e il teologo, in un articolo poi pubblicato nel 1974 nel giornale del Pontificio Istituto Orientale, affermò che era possibile procedere a tale ordinazione. Orientamento confermato da una sottocommissione della stessa Commissione teologica internazionale (1992-1997), le cui conclusioni di 17 pagine, però - a quanto riferito da due membri - non vennero pubblicate poiché l’allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, il cardinale Joseph Ratzinger, «si rifiutò di firmare», modificando poi la composizione della sottocommissione.

Nel 2002, la Commissione teologica internazionale pubblicò un documento su «evoluzione e prospettive» del diaconato, con molti passaggi analoghi a quelli di un libro sul tema del cardinale Gerhard Ludwig Müller, nel quale affermò che le diaconesse «non sono puramente e semplicemente assimilabili ai diaconi» e precisò che la decisione circa l’ordinazione delle donne spetta «al ministero di discernimento». Benedetto XVI, da parte sua, affermò, in un incontro con i sacerdoti della diocesi di Roma nel 2006, che «è giusto chiedersi se anche nel servizio ministeriale... non si possa offrire più spazio, più posizioni di responsabilità alle donne». Nel 2009, poi, il motu proprio Omnium in mentem del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi modificò il Diritto canonico per stabilire che «coloro che sono costituiti nell’ordine dell’episcopato o del presbiterato ricevono la missione e la facoltà di agire nella persona di Cristo Capo, i diaconi invece vengono abilitati a servire il popolo di Dio nella diaconia della liturgia, della parola e della carità».

Dalle ultime dichiarazioni di Papa Francesco si evince che «sta ai commissari continuare a fare ricerca e parlarne», afferma la professoressa, «io sento che mi è stato chiesto di pubblicare ancora sul tema, che è quanto sto facendo». Nel corso di questi anni, racconta, durante i suoi soggiorni a Casa Santa Marta ha incontrato «vescovi e cardinali che sarebbero contrari» all’ordinazione di donne diacono, mentre «molti vescovi del Centro e Sud America non avrebbero problemi, così come i vescovi dell’America del nord». E di recente, sempre nella residenza vaticana, un sacerdote italiano le è andato incontro chiedendole: «Quando arrivano le donne diacono? Ho molte donne nella mia parrocchia, ne ho bisogno!».

Zagano, però, non immagina «che possa essere presa una decisione che non valga per la Chiesa universale: posso immaginare che una decisione per la Chiesa universale venga applicata da singole Conferenze episcopali e quindi da singoli vescovi», afferma, convinta che il tema, ad esempio, verrà discusso in occasione del Sinodo sull’Amazzonia di ottobre. La Chiesa, ha detto la studiosa, «ha l’opportunità di mostrare al mondo che le donne sono fatte a immagine e somiglianza di Dio. Abbiamo 1,3 miliardi di cattolici, due miliardi di cristiani e cinque miliardi di altre persone e la metà del mondo sono donne, molte sono discriminate, vengono bruciate, picchiate perché non hanno cucinato bene il riso, soffrono. Se il Santo Padre fosse in grado di avere accanto a sé una donna che proclama il Vangelo a San Pietro, direbbe al mondo che le donne non sono lo stesso che gli uomini, ma sono uguali agli occhi di Dio: questo è l’importante, e per questo combatto

Iacopo Scaramuzzi    La Stampa Vatican Insider 16 maggio 2019

www.lastampa.it/2019/05/16/vaticaninsider/phyllis-zagano-sulle-donne-diacono-il-papa-vuole-una-discussione-ampia-8hKXHsmSoAag9jIKYX3FjL/pagina.html

 

Donna e ministero: da impedimento a risorsa. Una soluzione inattesa dal Concilio di Trento?

La evoluzione della riflessione intorno all’esercizio ministeriale della autorità femminile nella Chiesa chiede una rinnovata attenzione da parte dei teologi. Non mancano contributi di valore (ad es. qui), che mostrano come si possa aprire una nuova fase di riflessione, come preludio ad un esercizio della autorità ecclesiale, che spetta ai pastori e non ai teologi, ma alla quale i teologi possono offrire argomenti e motivazioni in parte nuove e in parte antiche.

            Un punto di evidenza del tutto chiaro, e che di recente è tornato anche nelle argomentazioni offerte da papa Francesco, nel riferire sul risultato interlocutorio della Commissione pontificia sul diaconato femminile, è la esigenza di fornire un adeguato “fondamento teologico-dogmatico” per giustificare la possibile nuova introduzione del diaconato femminile. Di per sé lo spazio è aperto, anche se in negativo, perché sia Inter Insigniores sia Ordinatio Sacerdotalis parlano de limiti solo di Episcopato e di Presbiterato, non del Diaconato. Quindi lo spazio istituzionale per una apertura del diaconato alla ordinazione anche di donne è già stato acquisito formalmente.

            Tuttavia, su questo punto specifico possiamo notare come, facilmente, il discorso teologico passi dal “contenuto” (la apertura del diaconato permanente al sesso femminile) alla “forma” (la mancanza di potere della Chiesa nel procedere a questo ampliamento). Come dire che la porta è aperta, ma non si ritiene di avere la autorizzazione a varcarla. In un certo senso, si passa facilmente dal “che cosa” al “come” con molta disinvoltura. E qui si può notare, sul piano sistematico, una interferenza profonda, tra logiche non coerenti, che meritano un chiarimento. Qui sta, a mio avviso, il punto di resistenza più delicato e che merita di essere meglio illuminato.

            Noto infatti una facile interferenza tra una acquisizione del tutto pacifica nella storia della teologia cristiana e cattolica – ossia il limite di potestas ecclesiale di fronte al contenuto rivelato della tradizione, su cui la Chiesa non ha potere – e la tendenziale estensione di questo limite, per garantire alla Chiesa una apparente condizione di sicurezza e assicurarle una strutturale immobilità nella storia. Poiché, se di fronte ad ogni aspetto della tradizione sacramentale la Chiesa ritenesse di avere a che fare con la “sostanza del sacramento”, si vedrebbe costretta a ripetere semplicemente il passato, sicura di essere, per questo, nell’ambito della autentica e indefettibile tradizione ecclesiale. Una estensione troppo disinvolta della “sostanza del sacramento” rischia di impedire l’accendersi della sensibilità per il mutare delle circostanza, dei luoghi e dei tempi.

            In altri contesti (ad es. qui) ho notato come questa argomentazione classica sia diventata, dopo il Concilio Vaticano II, una piccola e grande tentazione: la tentazione di “blocco della tradizione”, con cui la Chiesa, invocando una “mancanza di autorità”, mantiene esattamente lo stesso potere di prima, non si lascia interpellare dalla storia, non si mette in ascolto dei “segni dei tempi”, non si apre ad alcuna “conversione pastorale”. Il Concilio Vaticano II aveva aperto proprio su questo punto la Chiesa a un nuovo esercizio della autorità, dopo la lunga stagione dello scontro col modernismo, mentre dopo di esso, forse spaventati, si è tornati ad argomentazioni difensive e negativa: papa Francesco ha identificato, proprio in questo meccanismo di negazione di autorità, una delle fonti della “autoreferenzialità” e del “clericalismo”, in quanto rischi di degenerazione della tradizione, incapaci di apertura e di “uscita”. Assumere il “fatto” del sesso maschile del diacono come un “dovere per sempre” appare una forzatura, legata ad un eccesso del metodo storico rispetto al metodo sistematico. Come diceva Romano Guardini, la storia ci dice che cosa è stato, ma la sistematica ci dice che cosa deve essere. Questa differenza sembra oggi appannata, quasi dimenticata. E si preferisce spostare solo sul passato il compito di dirci che cosa debba essere il futuro. Ma per “primerear” [prendere l’iniziativa], per prendere l’iniziativa, il passato non basta mai.

            Sebbene questo “stile” abbia singolari caratteri di novità negli ultimi 40 anni, riposa però su evidenze che la tradizione ha già elaborato e su cui, in modo sorprendente, ha saputo “prendere l’iniziativa” in forma molto efficace. Vorrei per questo considerare un testo del Concilio di Trento dal quale si può desumere una soluzione delle questioni molto diversa da quella che oggi proponiamo in generale, e nel caso specifico del diaconato femminile.

            Comunione e potere della Chiesa. Come è noto, il Concilio di Trento ha affrontato con molta larghezza il tema del confronto con il protestantesimo in tema di eucaristia. In una delle Sessioni, la XXI, nel 1562, ha risolto il nodo della relazione tra “comunione sotto le due specie” e “comunione sotto una sola specie” invocando un principio generale che merita di essere riletto e considerato con cura: ecco il testo tratto dal Decreto della XXI sessione: Il potere della chiesa circa la distribuzione del sacramento dell’eucaristia.

“Il concilio dichiara, inoltre, che la chiesa ha sempre avuto il potere di stabilire e mutare nella distribuzione dei sacramenti, salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse di maggiore utilità per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle circostanze, dei tempi e dei luoghi.

            Cosa che l’apostolo sembra accennare chiaramente, quando dice: La gente ci ritenga servi di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio. (1 Cor 4,1). Ed è abbastanza noto che egli stesso si è servito di questo potere, sia in molte altre circostanze (At 16,3; At 21,26-27) che in relazione a questo stesso sacramento, quando, date alcune disposizioni circa l’uso di esso: Il resto, dice, lo disporrò quando verrò. (1 Cor 11,34)

            Perciò la santa madre chiesa, consapevole di questo suo potere nell’amministrazione dei sacramenti, anche se all’inizio della religione cristiana l’uso delle due specie non era stato infrequente, col progredire del tempo, tuttavia, mutato in larghissima parte della chiesa quell’uso, spinta da gravi e giusti motivi, approvò la consuetudine di dare la comunione solo sotto una sola specie e credette bene farne una legge, che non è lecito riprovare o cambiare a proprio capriccio, senza l’autorità della stessa chiesa”.

            Questo testo propone una ricostruzione della tradizione in cui la limitazione del potere della Chiesa riguarda la “sostanza dei sacramenti”, mentre la Chiesa “ha sempre avuto” un potere di “adattamento” e di “aggiornamento” che viene così determinato: “il potere di stabilire e mutare nella distribuzione dei sacramenti, salva la loro sostanza, quegli elementi che ritenesse di maggiore utilità per chi li riceve o per la venerazione degli stessi sacramenti, a seconda delle circostanze, dei tempi e dei luoghi”. La “sacramentorum dispensatio” può conoscere un mutamento che è legato a due criteri fondamentali:

  1. La utilità di chi li riceve
  2. La venerazione dello stesso sacramento

e ciò può mutare “a seconda delle circostanze, dei tempi e dei luoghi” (pro rerum temporum et locorum varietate).

            Per giustificare la possibilità di “mutare” la prassi ecclesiale, così come era avvenuto con l’affermarsi della “comunione sotto una sola specie”, che sembrerebbe contraddire le parole di Gesù che chiede di mangiare del pane e di bere del vino, la Chiesa assume su di sé la responsabilità di una potestà, che muta la prassi ecclesiale – almeno per i laici – e la mantiene solo per coloro che presiedono la celebrazione, lasciando immutata la “sostanza del sacramento”.

            A questo principio, affermato dal Concilio di Trento, dovremmo aggiungere la prosecuzione di esso nel Concilio Vaticano II, che fa della autorità ecclesiale, che muta il “rivestimento” della sostanza della antica dottrina del depositum fidei, il cuore stesso della sua “indole pastorale”. Il passo in avanti consiste qui nel fatto che il mutare non è soltanto una possibilità di esercizio della autorità ecclesiale, ma anche una esigenza che sorge dal depositum fidei stesso, che esige di essere comunicato secondo le circostanze mutate, i diversi tempi e i diversi luoghi. La acquisizione della differenza storica e geografica della evangelizzazione diventa principio di identità ecclesiale.

            La diversità della domanda sulla comunione e sul ministero femminile. Il caso del “ministero femminile” sembra rientrare facilmente in questo ragionamento tridentino ripreso e ampliato dal Concilio Vaticano II. La Chiesa, cioè, non solo può, ma deve tener conto del mutare delle circostanze, dei tempi e dei luoghi. La Chiesa tridentina, pur confrontandosi duramente con una grande novità come la contestazione luterana e protestante, che chiedeva di tornare all’originaria forma della comunione, non recedeva dalla possibilità di “mutare la tradizione”, recependo la autorevolezza delle circostanze, dei luoghi e dei tempi. Dunque un primo guadagno importante, grazie al contributo de testo tridentino, è il superamento del pregiudizio secondo cui “assumere circostanze, tempi e luoghi”, nella loro variazione, sia un “cedimento allo spirito del mondo”. Piuttosto fa parte della costitutiva tradizione della Chiesa aprirsi alla novità e recepirla adeguatamente.

Vi è, però, un secondo livello di obiezione alla praticabilità di questa argomentazione. E’ facile infatti considerare che la espressione “sostanza del sacramento”, che delimita il campo della variazione storica, si adatti molto bene alla tradizione eucaristica, ma sia più complessa e accidentata quando si tratta del sacramento dell’ordine. Il modo di pensare la “ordinazione” infatti, storicamente, è avvenuta piuttosto con le categorie della “validità/impedimenti” che non mediante le categorie di “sostanza/uso”. Qui usiamo una analogia che non è lineare e che deve essere attentamente controllata.

            Questa diversità ha subito una certa accelerazione nell’ultimo secolo, a partire dal sorgere del Codice di Diritto Canonico nel 1917, che ha formalizzato una definizione della ordinazione, in cui il “vir” – dunque il sesso maschile – diventa “requisito sostanziale per la esistenza del sacramento”. Pur nella somiglianza del risultato, altra cosa è pensare la ordinazione come un procedimento ecclesiale che ha nel “sesso femminile” un impedimento, come faceva la tradizione medievale e moderna; altra cose è pensare la ordinazione come un fenomeno che abbia, originariamente, il sesso maschile come criterio sostanziale di esistenza.

            Se provassimo a tradurre, sul piano del ministero, il ragionamento tridentino sulla comunione, potremmo dire così: salva la sostanza del sacramento, che è la vocazione e il servizio diaconale di un soggetto battezzato, cresimato e in comunione, circa il diaconato permanente, come forma rinnovata del primo grado del ministero, può esservi una dispensatio sacramenti “nella forma unius sexus” oppure “nella forma utriusque sexus”. Pensare che l’uso del sacramento possa avvenire in una declinazione solo maschile, oppure maschile e femminile, lascerebbe immutata la sua sostanza, permettendo alla Chiesa, e alle singole Chiese, l’esercizio della autorità di adottare per il diaconato permanente una sola o entrambe le soluzioni, Ciò, ovviamente, dovrebbe essere trattato con grande cautela, ma avrebbe, quanto al come, un precedente storico chiaro. La analogia permetterebbe di giustificare la continuità della tradizione nel mutamento della prassi.

            Ma questa cautela, oltre che dalla differenza del sacramento dell’ordine rispetto al sacramento dell’eucaristia, discende anche dal modo con cui la tradizione ha argomentato intorno alla ragione dell’impedimentum sexus: esemplare è, da questo punto di vista, il nitido argomentare tomista, che radica la “necessitas sacramenti” dell’impedimento sessuale nella “assenza di eminenza di autorità della donna”, una differenza che Tommaso giustifica creaturalmente, antropologicamente, naturalmente, biologicamente, fisiologicamente. La radice della esclusione non è dogmatica, ma culturale. Per Tommaso il criterio di giustificazione dell’impedimento di ordinazione della donna trova il suo fondamento in un “ordine sociale strutturalmente inaequalis” che induce anche una rilettura biologica e antropologica “sbilanciata”. E’ legittimo chiedersi se, nel momento in cui le circostanze dei tempi, almeno in alcuni luoghi della esperienza ecclesiale, hanno elaborato un modello diverso di cultura, di società, di biologia e di fisiologia, non sia possibile far accedere anche le donne all’esercizio della autorità ecclesiale, introducendole nell’ambito del ministero ordinato, al grado del diaconato, su cui i pronunciamenti recenti non dicono nulla.

            Una seconda differenza: la parola e il silenzio. Vi è poi una seconda distinzione su cui occorre meditare: la potestà che la Chiesa si è riconosciuta a Trento, sulla prassi eucaristica, aveva a che fare con una esplicita parola di Gesù, che nei sinottici e in Giovanni, ma anche indirettamente nelle attestazioni paoline, si riferisce alla comunione come ad una azione “col pane e con il calice”, come un “mangiate e bevete”. Anche di fronte ad una parola esplicita di Gesù, grazie ad una serie di distinzioni sistematiche, la Chiesa ha potuto riconoscersi fedele al suo Signore, pur nella variazione rispetto alle sue parole letterali: essa infatti, distinguendo tra sostanza e uso, poi distinguendo tra chierici e laici, proprio mediante la elaborazione di queste due distinzioni, ha potuto garantire il permanere della tradizione intatta solo nella prassi dei chierici “celebranti” (che consumano sempre e pane e vino) e ha potuto giustificare la semplificazione della prassi per i laici (che si limitano al pane), in vista di un beneficio che era ritenuto di utilità soggettiva e di venerazione oggettiva. Questo non ha impedito, poi, al Concilio Vaticano II, di recuperare, invece, la pienezza del segno come criterio diverso di utilità soggettiva e di venerazione oggettiva.

            Ora, è possibile chiedersi se, in modo analogo, non si possa considerare “a fortiori” abilitata la Chiesa ad un mutamento della prassi di ordinazione che si confronta con una tradizione che:

  • Non è fondata su una parola esplicita di Gesù, che non ha detto nulla sul tema del ministero femminile;
  • È radicata in una prassi che ha giustificato la esclusione della donna con argomenti troppo deboli o addirittura irripetibili;
  • Può generare un beneficio soggettivo per le donne battezzate e un beneficio oggettivo per una autorevolezza più ampia, più articolata e più capillare del sacramento.

Una elaborazione di questa differenza potrebbe essere assai feconda. Sia perché il silenzio di Gesù non può essere elaborato con argomentazioni troppo congetturali. Non si può dire, ad es.: “se Gesù avesse voluto ordinare le donne, lo avrebbe fatto. Se non lo ha fatto è perché lo ha escluso”. L’argomento, nella sua struttura logica, si può capovolgere facilmente: “Se Gesù avesse voluto escludere le donne dalla ordinazione lo avrebbe detto. Se non lo ha detto, significa che non le ha escluse”. In altri termini, il silenzio sul tema della ordinazione apre la Chiesa ad un ambito di esercizio della potestà, che non può essere negato sulla base di una formulazione giuridica del 1917, che introduce il sesso maschile nella “sostanza” del sacramento dell’ordine.

            In questa svolta recentissima, le ragioni del passaggio dalla logica dell’impedimento, alla logica della sostanza, sono molteplici. Tra di esse si può sicuramente trovare una nuova interpretazione della “potestas ecclesiæ”, limitata all’interno delle leggi vigenti. E’ una tipica rappresentazione tardo-moderna, influenzata profondamente dal Codice Napoleone e dalla sua concezione della legge e del potere. Il recupero di una proposizione tridentina, con la sua antichità e nella sua differenza rispetto ai linguaggi dell’ultimo secolo, può contribuire a guardare all’esercizio della autorità ecclesiale come ad un atto che, fondato sulla tradizione, sa che il mutare delle circostanze, dei tempi e dei luoghi permette di configurare mutamenti in cui non è in gioco la sostanza del sacramento.

Servire da diaconi permanenti la Chiesa di Cristo non sembra esigere, come requisito sostanziale, il sesso maschile, cosa che può essere confermata anche da Inter Insigniores e da Ordinatio sacerdotalis: come si ricorda in sede giuridica il can. 1024 parla in generale di “sacra ordinazione” del maschio battezzato, ma la Sacra Congregazione per la dottrina della fede, nella dichiarazione Inter insigniores del 15 ottobre 1976, approvata da Paolo VI, ha precisato che per diritto divino il requisito del sesso maschile non riguarda tutti i gradi dell’ordine, ma segnatamente il presbiterato e l’episcopato. Questa affermazione, che non ha nulla di sorprendente, può essere giustificata se si evita di dogmatizzare il sesso maschile come “sostanza del sacramento dell’ordine” e si recupera una più elastica logica degli “impedimenti”, sottoponendola però alla critica accurata dovuta al mutare delle circostanze, dei tempi e dei luoghi. E’ sufficiente essere fedelmente tridentini per scoprire nuove possibilità per la tradizione ministeriale. Infatti nella società aperta l’impedimentum sexus subisce una profonda trasformazione, al punto da avere, come impedimentum, solo due alternative: o si dogmatizza o sparisce. Il sesso femminile, pensato nel ministero ecclesiale non più come impedimento, ma come risorsa, è il segno del sorgere di un mondo nuovo, che ecclesialmente dobbiamo ancora iniziare a comprendere e ad amministrare.

Andrea Grillo blog: Come se non     15 maggio 2019

www.cittadellaeditrice.com/munera/donna-e-ministero-da-impedimento-a-risorsa-una-soluzione-inattesa-dal-concilio-di-trento

 

                                   Un cambiamento di paradigma “Vultum Dei Quaerere”

È assolutamente indiscutibile che uno degli obiettivi del pontificato di Papa Francesco sia orientato al riconoscimento e alla valorizzazione della speciale vocazione e missione delle donne nella Chiesa. Tra i suoi molti gesti e parole, che confermano quest’indirizzo in modo chiaro e inequivocabile, va posta senza dubbio la Costituzione apostolica Vultum Dei Quaerere, dedicata alla vita contemplativa femminile e firmata il 29 giugno del 2016. Un documento singolare, per molte ragioni, che rappresenta un cambiamento di paradigma nella comprensione della vita contemplativa delle donne nella Chiesa.

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2016/07/22/0530/01195.html

È nostra intenzione sottolineare alcuni degli aspetti più significativi, che possano offrire una luce a tutti — perché la vocazione contemplativa è anticipo e annuncio del destino ultimo di ogni cristiano e della creazione intera, cioè la chiamata alla comunione sponsale con Cristo — e contemporaneamente un invito alla lettura integrale del testo.

            Esso è il punto culminante di un dialogo con le donne contemplative che la Santa Sede iniziò apertamente anni fa, attraverso diversi questionari, inviati a tutti i monasteri del mondo dalla Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica. Questa Costituzione nasce pertanto come risposta alla parola delle contemplative invitate a riflettere sulla loro identità, missione e forma vitae di fronte alle nuove sfide del XXI secolo. All’origine del documento vi è perciò un previo atteggiamento di ascolto, interesse e attenzione nei nostri riguardi, le donne contemplative, che viene espresso e restituito dal testo in forma di discernimento e consiglio, cura materna e accompagnamento ecclesiale.

            Già a partire dal suggestivo titolo, Cercare il volto di Dio, la vita contemplativa viene caratterizzata dall’attitudine alla ricerca mai conclusa, all’anelito, all’inquietudine del cuore, alla sete insaziabile, all’attrattiva e al desiderio di Dio — espressioni usate frequentemente nel documento per descrivere l’esperienza contemplativa. Una vita, dunque, ferita dall’apofatismo, [lontano dal dire, Dio inconoscibile] ossia squadernata nella coscienza vitale dell’abisso insondabile che è Dio, nel costante superamento di ogni tentazione idolatrica di conquista conoscitiva o volontaristica, al di là di ogni volgarizzazione o profanazione del Mistero, nella posizione di un’attesa piena d’amore, di una vigilia, di un vespro, di una preparazione in vista dell’arrivo dello Sposo, annunciato in mezzo alle realtà di questo mondo e aperto a quel compimento definitivo di cui il cuore ha fame, «fino a riposare in Te».

            Quest’atteggiamento di attesa sgorga paradossalmente dalla maggior vicinanza e intimità col Mistero di Dio. Usando un linguaggio e un metodo teologico proprio della tradizione spirituale monastica del Medioevo, la Costituzione Vultum Dei Quaerere fa della “ricerca mai conclusa di Dio” il segno e il criterio di autenticità della vita contemplativa. Via negativa di accostamento a Dio non per assenza o lontananza, ma, giustamente, per eccesso e sovrabbondanza della sua presenza, perché il Dio cristiano ha “rotto” per amore la sua trascendenza, rendendosi vicino, e la sua gloria si manifesta nella pienezza della sua vicinanza: in Gesù, «il più bello tra i figli dell’uomo».

            Da questa posizione vitale, le donne contemplative vivono in solidarietà con tutti gli uomini e le donne che esprimono un anelito di felicità, una ricerca dell’assoluto, un’insoddisfazione esistenziale che, pur incoscientemente, pur nel dramma e nella resistenza alla fede, muove verso Dio. Esse si trasformano così in madri di queste anime straziate, in punti di riferimento e segni profetici dell’amore di Dio, conducendo e orientando i passi di tutti all’incontro con lui. È la maternità spirituale, così propria dei monasteri che, separati dal mondo, sono — nel paradosso della distanza che permette l’incontro, una categoria che attraversa il documento del Papa come un cantus firmus — mediante la spiritualità dell’ospitalità e la continua intercessione, veri fari, torce, sentinelle dell’aurora, città sopra il monte, lampade sul candelabro, scale con cui Dio scende e si avvicina agli uomini e attraverso le quali essi salgono a lui. Tutte immagini presenti in Vultum Dei Quaerere in riferimento alla vita monastica.

            In definitiva, Papa Francesco sta invitando con grande profondità e audacia la vita contemplativa ad assumere, in comunione con tutta la Chiesa, un’esistenza “in uscita” come gesto tipico, inerente ed essenziale della propria vocazione. Nel porre l’accento sulla ricerca di Dio, la contemplazione si estende alla ricerca dell’uomo, sul cui volto è nascosto, a volte sfigurato — come in un’icona danneggiata — il volto di Cristo. E così la compassione, la maternità, l’accoglienza e l’accompagnamento, l’intercessione e la profezia formano intrinsecamente parte dell’esperienza claustrale.

            Carolina Blázquez Casado    Osservatore romano 18 maggio 2019

www.osservatoreromano.va/it/supplement/le-voci-delle-donne

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ENTI TERZ0 SETTORE

Dal 20 maggio sanzioni per chi non applica il Gdpr

Probabile un aumento dei controlli, a partire dal 20 maggio, sull’applicazione della normativa Gdpr sulla gestione dei dati personali. Il regolamento generale sulla protezione dei dati (in inglese General Data Protection Regulation).

            Il decreto legislativo 101 del 10 agosto 2018 di adeguamento della legislazione italiana al Gdpr è entrato in vigore il 19 settembre 2018 all’articolo 22 comma 13 recita: “Per i primi otto mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto, il Garante per la protezione dei dati personali tiene conto, ai fini dell’applicazione delle sanzioni amministrative e nei limiti in cui risulti compatibile con le disposizioni del Regolamento (UE) 2016/679, della fase di prima applicazione delle disposizioni sanzionatorie”

www.uneba.org/tag/gdpr

            Trascorsi gli otto mesi, quindi da lunedì 20 maggio, il Garante potrà applicare appieno le sanzioni previste dal Gdpr. Il presidente del Collegio del Garante della protezione dei dati personali Antonello Soro ha annunciato che nelle ispezioni ”Ci si muoverà secondo il criterio: prima i grandi numeri e i settori più importanti. Nel pubblico, per esempio, si controllerà come sta funzionando Spid e le grandi banche dati. Nel privato, i grandi istituti di credito, chi fa profilazione con sistemi di fidelizzazione su larga scala, chi tratta i dati sulla salute”.

https://www.uneba.org/dal-20-maggio-sanzioni-per-chi-non-applica-il-gdpr/

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FIGLI

La Chiesa oltre il tabù adesso apre le porte ai figli dei sacerdoti

La questione dei figli dei preti è secolare e, nella storia della Chiesa, ci sono stati anche dei Papi con prole. Ma è con il pontificato di Francesco che il tema, da sempre tabù, comincia ad emergere. In Francia tre figli di sacerdoti — membri dell’associazione «Les Enfants du silence», che ne comprende una cinquantina — sono stati ricevuti per la prima volta da un rappresentante della conferenza episcopale, il segretario Olivier Ribadeau-Dumas, un’ora e mezzo di racconti. L’incontro è avvenuto il 4 febbraio 2019 a Parigi ed è stato rivelato dal quotidiano Le Monde: «Abbiamo sentito che la Chiesa ci apriva le porte, che non c’era più negazione, ma un ascolto e una presa di coscienza di ciò che abbiamo vissuto», ha spiegato Anne-Marie Jarzac, presidente dell’associazione. Non più «vergogna e segreto».

Alla fine di febbraio, sull’Osservatore Romano, era stato il cardinale Beniamino Stella a confermare l’esistenza di una «Nota relativa alla prassi della Congregazione per il Clero a proposito dei chierici con prole», linee-guida interne per i vescovi: il prete deve «assumersi le proprie responsabilità come genitore, dedicandosi esclusivamente al bambino», con relative incombenze «personali, legali, morali e finanziarie». Che fosse un tabù lo dimostra il fatto che il caso non sia previsto dal codice canonico. Ma le regole sono chiare: il sacerdote deve chiedere la «dispensa» e lasciare il sacerdozio, perché prima di tutto c’è «il bene dei bambini» e il loro diritto «ad avere accanto anche un padre». Ne parlò l’allora cardinale Bergoglio nel libro Il cielo e la terra del 2010: «La legge naturale viene prima dei suoi diritti come prete».

Gian Guido Vecchi                                  Corriere della Sera                         19 maggio 2019

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt201905/190519vecchi.pdf

 

Apertura senza precedenti della Chiesa cattolica di Francia verso il riconoscimento dei figli di preti

Alcuni figli di preti sono stati ricevuti per la prima volta da un responsabile ecclesiastico francese, e in giugno parleranno davanti ai vescovi. Dopo secoli di rifiuto, la Chiesa cattolica di Francia fa un passo timido, ma senza precedenti, verso il riconoscimento dei figli di preti. Tre di loro, membri dell'associazione francese Les enfants du silence (i figli del silenzio), che conta una cinquantina di figli di ecclesiastici, sono stati ricevuti per la prima volta – su loro richiesta – da un responsabile ecclesiastico, secondo le informazioni di Le Monde.

L'incontro, rimasto fino a questo momento confidenziale, si è svolto il 4 febbraio 2019 a Parigi nei locali della Conferenza episcopale francese (CEF), che riunisce i vescovi e i cardinali del paese. Per un'ora e mezza, Olivier Ribadeau-Dumas, segretario generale della CEF, ha ascoltato la loro testimonianza su quell'argomento tabù. Una discussione “cordiale e costruttiva”, spiega l'interessato, che ha ascoltato le “sofferenze” di questi uomini e di queste donne considerati frutto del peccato, rifiutati e cresciuti nella vergogna e nel segreto.

Questo colloquio, Anne-Marie Jarzac, figlia di un prete e di una suora e presidente di Les enfants du silence, lo ha atteso a lungo. “È stato un momento molto commovente, racconta questa pensionata di 67 anni. Per la prima volta, abbiamo sentito che la Chiesa ci apriva le porte, che non c'era più un rifiuto ma un ascolto e una presa di coscienza di ciò che abbiamo vissuto”. È stata affrontata la delicata questione della sorte riservata ai preti che hanno un figlio nel corso del loro presbiterato, così come il riconoscimento di questi figli nelle comunità parrocchiali. Segno di un'evoluzione storica della Chiesa di Francia in materia, Olivier Ribadeau-Dumas ha proposto che alcuni figli di preti incontrino i vescovi incaricati della formazione in occasione delle prossime riunioni della commissione episcopale per i ministeri ordinati e i laici in missione ecclesiale (Cemoleme), affinché possano testimoniare. Il primo incontro si terrà il 13 giugno 2019. “È un grande passo, si rallegra la Signora Jarzac. Penso a tutti quei figli di preti che cercano disperatamente di sapere chi è il loro padre e che si scontrano col silenzio della Chiesa. Cominciavo a perdere la speranza”.

Questo gesto di apertura avviene dopo che il Vaticano ha riconosciuto, in febbraio, l'esistenza di un documento segreto, mai pubblicato, che fissa le direttive da applicare, riguardante coloro che vengono chiamati i “figli degli ordinati”. “È un documento confidenziale, tecnico e ad uso interno della congregazione per il clero [il dipartimento del Vaticano che soprintende ai circa 400 000 preti nel mondo], precisa a Le Monde Antonio Ammirati, portavoce del Consiglio delle conferenze episcopali d'Europa. Che cosa contiene esattamente? Contattata, la Congregazione per il clero rinvia all'intervista data in febbraio dal suo responsabile, il cardinale Beniamino Stella, a Vatican News, l'organo di comunicazione della Santa Sede. In tale intervista, il cardinale spiega che il criterio fondamentale è “il bene del bambino” e che la regola consiste nel permettere al prete di abbandonare lo stato clericale “nel più breve tempo possibile” affinché “possa rendersi disponibile presso la madre per crescere la sua progenitura”. Menziona tuttavia due eccezioni: quando, nella famiglia del neonato, “un altro genitore assume il ruolo del padre” e “quando si tratta di preti di età già avanzata, con figli adulti, di 20 o 30 anni”.

Vincent Doyle, un irlandese a capo di una rete mondiale di figli di preti, Coping international, che rivendica più di 500 membri, è uno dei pochissimi ad aver letto il famoso documento, redatto nel 2009. Lo ha potuto fare nell'ottobre 2017, in un incontro con Mons Ivan Jurkovic, osservatore permanente della Santa Sede alle Nazioni Unite (ONU) a Ginevra. Questo psicoterapeuta e teologo di 35 anni, anch'egli figlio di prete, è formale: “Il documento non suggerisce, non implica né indica da nessuna parte che il prete debba lasciare il presbiterato dopo aver avuto un figlio”. Sostenere il contrario, come fa il Vaticano, è una “menzogna”, assicura.

Questo aspetto è fondamentale, prosegue, infatti “i preti che hanno un figlio sono posti di fronte a due possibilità estreme: mantenere il segreto o ritrovarsi disoccupati”. Vincent Doyle chiede un chiarimento e invita la Santa Sede a pubblicare al più presto le direttive. Invano. “Se non le diffondono, è perché hanno paura”, è la sua analisi. La Conferenza episcopale francese assicura di non aver letto il documento né di averne copia. “Da Roma ho ricevuto delle indicazioni chiare sul comportamento da tenere in queste situazioni, comunque molto rare, quindi non ho bisogno di quel documento”, sostiene padre Ribadeau-Dumas. Le conferenze episcopali di tutti i paesi possono però chiedere di riceverlo: la congregazione per il clero, a Roma, sarà “più che lieta di inviarne loro una copia”, afferma il suo sottosegretario, Mons. Andrea Ripa, in una mail del 24 aprile 2019 inviata a Vincent Doyle e che Le Monde ha potuto consultare. Mons. Ribadeau-Dumas afferma di non essere stato informato della prima eccezione, che però era stata menzionata dal cardinale Stella, riguardante i preti che hanno appena avuto un figlio. Se si presentasse il caso, la applicherebbe? Il prelato assicura che la posizione dell'episcopato francese è la stessa di quella di Roma, pur rifiutando di rispondere su questo punto, e ripete che gli “è stata menzionata solo l'eccezione riguardante i figli abbastanza cresciuti per essere autonomi”.

Aggiunge di aver saputo dell'esistenza del documento solo alcune ore prima grazie a Le Monde, che gli ha inviato il link all'intervista del cardinal Stella che spiegava le direttive. “È un'ottima cosa che ci sia un documento interno, ma questo non cambia la posizione, da me conosciuta, dei responsabili della congregazione”, aggiunge. Di fronte a una crisi senza precedenti con la moltiplicazione degli scandali di pedofilia e di stupri su religiose, la Chiesa cattolica ha finalmente affrontato quegli scandali. Ma si mostra riluttante a fare la stessa cosa con lo scandalo dei figli di preti, il cui dialogo appena iniziato con le autorità religiose resta fragile. “Siamo percepiti come una minaccia”, deplora Anne-Marie Jarzac.

Riconoscere la loro esistenza potrebbe infatti rimettere in discussione il celibato dei preti. Questa regola, che la Chiesa cattolica romana è la sola religione al mondo ad applicare, è stata instaurata nel Medio Evo per evitare la dispersione dei beni del clero con l'eredità. Attento a non correre tale rischio, il cardinal Stella ha spazzato via questa possibilità nell'intervista a Vatican News: “Il fatto che certi preti abbiano vissuto delle relazioni e abbiano messo al mondo dei figli non rimette in discussione il celibato presbiterale che rappresenta un dono prezioso per la Chiesa latina e il cui valore, ancora attuale, è stato ricordato dagli ultimi papi, da Paolo VI fino a Francesco”. L'istituzione teme anche che i figli di preti le chiedano un risarcimento finanziario.

Vincent Doyle esprime un'ultima ipotesi per spiegare queste reticenze: “Un pedofilo o uno stupratore possono essere arrestati, ma non si può impedire ad un uomo di avere dei figli”. Fino ad oggi, la Chiesa ha fatto di tutto per nascondere l'esistenza di queste migliaia di uomini e di donne nel mondo, la cui stessa presenza tradisce le violazioni alla regola del celibato. Ha usato per questo principalmente tre metodi: il trasferimento dei preti per allontanarli dal figlio, gli accordi di confidenzialità (segretezza) imposti alle madri, e gli abbandoni forzati. Lo stesso Comitato dei diritti del bambino dell'Onu aveva attirato l'attenzione sulla sorte dei figli di preti, per la prima volta in un rapporto del 2014. Si diceva “preoccupato” per la situazione di queste persone che “in molti casi non conoscono l'identità del padre”, denunciava gli accordi di confidenzialità e chiedeva con forza al Vaticano di porvi fine. La Santa Sede non ha finora mai avuto né una parola né un gesto nei confronti di questi figli nascosti della Chiesa. “Abbiamo vissuto un tale rifiuto che abbiamo bisogno di questo riconoscimento”, sottolinea Anne-Marie Jarzac. Spera che la lettera da lei redatta da presentare a papa Francesco, e che Mons. Ribadeau-Dumas ha promesso di fargli pervenire, saprà convincerlo ad uscire dal silenzio.

Faustine Vincentin “Le Monde” 19 maggio 2019 (traduzione: www.finesettimana.org)

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt201905/190519vincent.pdf

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FORUM ASSOCIAZIONI FAMILIARI

Famiglia, De Palo: “Basta scontri, sul tema-famiglia torni clima di unità del Tavolo MISE”

Sui giornali di oggi si legge di ‘scontri’ sul Decreto famiglia. Siamo sorpresi e dispiaciuti di questo clima, che non rispecchia quello unitario creato tra tutti i partiti al Tavolo convocato dal ministro Di Maio presso il MISE. Il miliardo di cui si parla è molto importante perché rappresenta il primo passo attraverso il quale poter creare le premesse affinché nella prossima Legge di stabilità possano essere inserite riforme strutturali per le famiglie”: così il presidente nazionale del Forum delle Associazioni Familiari, Gigi De Palo.

“Al Tavolo tecnico, insieme a tutte le forze politiche, si è convenuti nel destinare questo miliardo avanzato dal Reddito di cittadinanza alla proposta del Forum di #assegnoXfiglio. Ora chiediamo di evitare ulteriori polemiche e ci appelliamo a tutti i partiti: le famiglie hanno bisogno di unità, anche se siamo in campagna elettorale”, conclude De Palo.

                                                         Comunicato 19 maggio 2019

www.forumfamiglie.org/2019/05/19/famiglia-de-palo-basta-scontri-sul-tema-famiglia-torni-clima-di-unita-del-tavolo-mise

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

Prossimo Incontro Mondiale delle Famiglie su vocazione e santità

“L’amore familiare: vocazione e via di santità” è il tema scelto da Papa Francesco per il prossimo Incontro Mondiale delle Famiglie, che si svolgerà a Roma dal 23 al 27 giugno 2021.

            Nel quinto anniversario dell’Esortazione apostolica Amoris Lætitia e a tre anni dalla promulgazione di Gaudete et Exsultate, il tema scelto intende far risaltare l’amore familiare come vocazione e via di santità, per comprendere e condividere il senso profondo e salvifico delle relazioni familiari nella vita quotidiana. A tal fine, l’Incontro si propone di rileggere Amoris Lætitia alla luce della chiamata alla santità di Gaudete et Exsultate.

            L’amore coniugale e familiare rivela, infatti, il dono prezioso del vivere insieme, alimentando la comunione e prevenendo la cultura dell’individualismo, del consumo e dello scarto: “L’esperienza estetica dell’amore si esprime in uno sguardo che contempla l’altro come un fine in sé stesso” (AL 128) e che al tempo stesso riconosce l’altra persona nella sua sacra identità familiare, come marito, moglie, padre, madre, figlio/a, nonno/a.

            Nel dare forma all’esperienza concreta dell’amore, matrimonio e famiglia manifestano il valore alto delle relazioni umane, nella condivisione di gioie e fatiche, nello svolgersi della vita quotidiana, orientando le persone all’incontro con Dio. Questo cammino, quando vissuto con fedeltà e perseveranza, rafforza l’amore e realizza quella vocazione alla santità, propria di ogni persona, che si concretizza nei rapporti coniugali e familiari. In questo senso, la vita familiare cristiana è vocazione e via di santità, espressione del “volto più bello della Chiesa” (GE 9).

Vatican news 17 maggio 2019

www.vaticannews.va/it/papa/news/2019-05/prossimo-incontro-mondiale-famiglie-vocazione-santita.html

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MINORI

Bambini maltrattati. Cesvi: quasi 100mila ed è allarme al sud.

Quasi 100mila i bambini vittime di maltrattamento nel nostro Paese. Resta forte il divario tra Nord e Sud. Lo rivela oggi la seconda edizione dell’Indice regionale sul maltrattamento all’infanzia. Stretta la correlazione con povertà e disagio. Urgenti una legge quadro nazionale e il potenziamento del sistema informativo e dei servizi sul territorio

            In Italia sono quasi 100mila i bambini vittime di maltrattamenti – più della metà (52,5%) bambine – ma quasi 460mila minori sono in carico ai servizi sociali. La maggior parte di questi abusi, violenze e forme di trascuratezza avviene in famiglia, ma si tratta di un fenomeno sottostimato sul quale è difficile avere dati certi perché per ogni caso denunciato si ritiene che almeno altri nove non vengano alla luce. Un milione e 208mila minori vivono in una situazione di povertà assoluta, pur con rilevanti differenze territoriali, tanto che al Sud è a rischio povertà ed esclusione sociale il 44% della popolazione. Lo rivela il Cesvi che ha presentato oggi a Roma, presso la Camera dei deputati, la seconda edizione dell’Indice regionale sul maltrattamento all’infanzia in Italia, intitolato “L’ombra della povertà”, risultato dell’aggregazione di 64 indicatori relativi ai fattori di rischio e all’offerta di servizi sul territorio e i cui dati sono validati da un comitato scientifico di cui fanno parte, tra gli altri, il Cnr, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e l’Istituto degli Innocenti di Firenze.

            Un titolo non casuale, ha spiegato l’amministratore delegato del Cesvi, Daniele Barbone “Anche se il maltrattamento avviene trasversalmente in tutte le classi sociali e la povertà nelle sue diverse forme – economica, educativa, di relazioni – non ne è di per sé motivo scatenante, una grave deprivazione può aumentare il livello di stress dei genitori al punto da mettere a rischio i figli che avranno molte probabilità di diventare a loro volta adulti maltrattanti”. Non solo povertà:

È ancora allarme nel Mezzogiorno, dove la Campania rimane in ultima posizione, sia per contesto sia per servizi sociali, preceduta da Sicilia, Calabria e Puglia, mentre si riconferma al primo posto come regione più virtuosa – bassi fattori di rischio e un buon livello di servizi sul territorio – l’Emilia Romagna, seguita da Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Toscana.

            Per Filomena Albano, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza (Agia), la parola chiave è “fiducia”. “Per quanto studi e ricerche abbiano dimostrato ampiamente il potere delle politiche preventive, come il sostegno alla genitorialità fragile, nel tutelare bambini e ragazzi dall’esperienza traumatica della violenza e nel promuoverne la crescita serena – avverte – non ci si crede abbastanza, altrimenti gli investimenti e le risorse destinate a questo tipo di intervento verrebbero considerati prioritari”. Invece, annota, alla base del report presentato oggi, c’è “una fiducia reale, un invito e investire nella fiducia di cambiare situazioni che sembrano compromesse in partenza”. All’inizio di maggio, l’Autorità garante ha sensibilizzato con una nota di segnalazione tutti gli attori coinvolti sul piano istituzionale sull’importanza di mettere in campo “una strategia comune in materia di maltrattamenti e violenze, misure di prevenzione prima che di cura”. A partire da un efficiente sistema di rilevazione – oggi inesistente – dell’abuso “classificabile in maltrattamento fisico, psicologico, violenza assistita, sessuale”.

            “Grazie a questo Indice le regioni possono migliorare il loro lavoro”, afferma Michela Di Biase, consigliere segretario della Regione Lazio, che per la propria regione parla di “dati allarmanti” e ricorda le azioni intraprese per contrastare una duplice violenza: contro i bambini e contro le donne”. “Far girare i dati colma in parte una forma di sottovalutazione del fenomeno. Non solo le istituzioni o la politica; anche l’italiano medio è distratto sul tema”, osserva da parte sua Carlo Borgomeo, presidente di Con i Bambini impresa sociale. E l’indignazione non basta: “Deve scattare una battaglia di convenienza perché disinvestire sull’infanzia, e quindi sul capitale umano, significa disinvestire sul proprio futuro”. Sulla stessa linea Gianmario Gazzi, presidente dell’Ordine degli assistenti sociali:

 “Non sono più tollerabili differenze territoriali”, prosegue ricordando che in Trentino Alto Adige, la sua regione, il rapporto tra cittadini e assistenti sociali è di uno a tremila, mentre in altre è addirittura di uno a quarantamila. Ed è qui che occorre investire perché un miglioramento dei servizi territoriali può contribuire a migliorare le condizioni dei contesti e incidere positivamente sui fattori di rischio.

            E’ Giovanna Badalassi, ricercatrice del Cesvi, a presentare i dati più significativi del report e a sintetizzarne le raccomandazioni: “E’ anzitutto necessario disporre di un sistema informativo puntuale e mirato; occorre affrontare in maniera più determinata e con nuovi sistemi di governance le rilevanti differenze territoriali; è opportuno sviluppare politiche dirette e indirette di prevenzione e di contrasto in un approccio multimediale”. Infine, conclude, “nonostante la volatilità della nostra politica, per affrontare il fenomeno in maniera efficace è indispensabile costruire politiche di medio e lungo termine”.

Giovanna Pasqualin Traversa          Agenzia SIR   14 maggio 2019

https://agensir.it/italia/2019/05/14/bambini-maltrattati-cesvi-quasi-100mila-ed-e-allarme-al-sud-servono-politiche-di-lungo-termine-sistema-informativo-efficace-e-servizi-sul-territorio

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OBIEZIONE DI COSCIENZA

Agli operatori sanitari. Il Papa: sì all'obiezione, ma sia fatta con rispetto

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/may/documents/papa-francesco_20190517_acos.html

Difendere e promuovere la vita, a partire dai più indifesi e bisognosi di assistenza perché malati, o anziani, o emarginati, o perché si affacciano all’esistenza e chiedono di essere accolti e accuditi. Nel discorso all’Associazione cattolica operatori sanitari (Acos) ricevuta stamani in udienza nel 40° di fondazione, il Papa ha indicato gli obiettivi del suo impegno ringraziando per le tante circostanze in cui viene realizzato.

Nel discorso del Pontefice anche una riflessione sul sistema di assistenza e cura radicalmente cambiato negli ultimi decenni portando a una trasformazione anche nel modo di intendere la medicina e il rapporto con il malato. In particolare – ha sottolineato Francesco – «la tecnologia ha raggiunto traguardi sensazionali e insperati e ha aperto la strada a nuove tecniche di diagnosi e di cura, ponendo però in modo sempre più forte problemi di carattere etico».

Non tutte le possibilità offerte dalla tecnica sono infatti moralmente accettabili ma vanno invece valutate prendendo come riferimento il rispetto o meno della vita e della dignità umana. Di qui il sì all'obiezione di coscienza, «nei casi estremi in cui sia messa in pericolo l’integrità della vita umana», una scelta che «si basa sulla personale esigenza di non agire in modo difforme dal proprio convincimento etico, ma che rappresenta anche un segno per l’ambiente sanitario nel quale ci si trova, oltre che nei confronti dei pazienti stessi e delle loro famiglie.

Tuttavia – ha aggiunto il Papa – la scelta dell’obiezione quando necessaria, va compiuta con rispetto, perché non diventi motivo di disprezzo o di orgoglio ciò che deve essere fatto con umiltà, per non generare in chi vi osserva un uguale disprezzo, che impedirebbe di comprendere le vere motivazioni che vi spingono. È bene invece cercare sempre il dialogo, soprattutto con coloro che hanno posizioni diverse, mettendosi in ascolto del loro punto di vista e cercando di trasmettere il proprio, non come chi sale in cattedra, ma come chi cerca il vero bene delle persone»

Riccardo Maccioni    Avvenire        17 maggio 2019

www.avvenire.it/papa/pagine/il-papa-si-all-obiezione-ma-sia-fatta-con-rispetto

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PARLAMENTO

Camera Deputati. Assemblea. Assegno divorzile

Pdl AC506-A. Alessia Morani, (avvocato civilista). Modifiche all'articolo 5 della legge 1° dicembre 1970, n. 898, in materia di assegno spettante a seguito di scioglimento del matrimonio o dell'unione civile.

            http://documenti.camera.it/leg18/pdl/pdf/leg.18.pdl.camera.506.18PDL0010090.pdf

Presentata il 12 aprile 2018, assegnata 10 luglio 2018, relatore Alessia Morani

Parere delle Commissioni: I Affari Costituzionali, XI Lavoro e XII Affari sociali

Esame in Commissione iniziato il 31 gennaio 2019, terminato il 9 maggio 2019

                Iter                                  www.camera.it/leg18/126?tab=4&leg=18&idDocumento=506&sede=&tipo=

13 maggio 2019. Alessia Morani, relatrice (…) Pertanto, prima di procedere alla illustrazione del provvedimento, ritengo opportuno ricostruire brevemente il quadro normativo e giurisprudenziale in materia di assegno di divorzio. (…). Si esaminano gli articoli.

www.camera.it/leg18/410?idSeduta=0174&tipo=stenografico#sed0174.stenografico.tit00060

            14 maggio 2019. Esame degli ordini del giorno,- Dichiarazioni di voto finale

www.camera.it/leg18/410?idSeduta=0175&tipo=stenografico#sed0175.stenografico.tit00070.sub00020

Votazione finale: con 386 sì, 19 astensioni e nessun voto contrario l'assemblea di Montecitorio ha approvato la proposta di legge n. 506-A.-

www.camera.it/leg18/410?idSeduta=0175&tipo=stenografico#votazione.111

Il Testo approvato passa all'esame del Senato, si compone di due soli articoli, con i quali si introducono modifiche all’articolo 5 della Legge n. 898, 1° dicembre 1970, in tema di assegno disposto a seguito dello scioglimento del matrimonio o dell’unione civile, al fine di adattarlo ai più recenti orientamenti giurisprudenziali e, unitamente ad essi, ai più generali mutamenti sociali ed economici intercorsi negli ultimi anni.                                                                                www.altalex.com/documents/news/2019/05/04

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WELFARE

Congedo maternità post parto: prime istruzioni

https://olympus.uniurb.it/index.php?option=com_content&view=article&id=20376:inps1738_19&catid=6&Itemid=137

            L'Inps ha emanato il Messaggio 6 maggio 2019, n.1738 sulle possibilità di astenersi dal lavoro nei 5 mesi dopo l'evento del parto, (articolo 1, comma 485, della legge 30 dicembre 2018, n.145 (legge di bilancio). A breve la circolare di istruzioni operative.

            In tema di congedo di maternità obbligatorio la legge di stabilità 2019 ha previsto la possibilità di utilizzare tutti e 5 i mesi di maternità obbligatoria dopo l'evento del parto ed entro i cinque mesi successivi a condizione che il medico specialista del Servizio sanitario nazionale o convenzionato, attestino che tale opzione non danneggia la salute della gestante e del nascituro."

            A tal proposito, la domanda di maternità deve essere presentata prima dei due mesi che precedono la data prevista del parto e comunque mai oltre un anno dalla fine del periodo indennizzabile ed esclusivamente per via telematica o direttamente sul sito web istituzionale (con PIN dispositivo) o tramite patronato oppure tramite contact center.

Si ricorda, infine, che le documentazioni sanitarie necessarie per poter fruire del congedo di maternità esclusivamente dopo il parto devono essere prodotte, alla Sede competente, in originale ed in busta chiusa recante la dicitura "contiene dati sensibili".

www.fiscoetasse.com/rassegna-stampa/26765-congedo-maternit-post-parto-prime-istruzioni.html?utm_campaign=Newsletter+Settimanale+del+Lavoro&utm_medium=email&utm_source=Rassegna+Lavoro&utm_content=Newsletter+Settimanale+del+Lavoro+2019-05-13

 

Assegno per il congedo matrimoniale

L’Inps fornisce un aiuto finanziario alle coppie che convolano a nozze. L’assegno per congedo matrimoniale è erogato in occasione del congedo straordinario concesso per matrimonio civile o concordatario, da utilizzare nei 30 giorni successivi alle nozze. Non viene erogato a chi contrae solamente il matrimonio religioso e può essere richiesto anche in caso di seconda cerimonia, ma solamente se vedovi o divorziati.

Assegno per congedo matrimoniale: chi può richiederlo? Tale beneficio spetta a operai, apprendisti, lavoratori a domicilio, ai marittimi di bassa forza, dipendenti da aziende industriali, artigiane, cooperative che: contraggono matrimonio civile o concordatario; possono far valere un rapporto di lavoro da almeno una settimana; fruiscono del congedo entro 30 giorni dalla celebrazione del matrimonio; se disoccupati, siano in grado di dimostrare che nei 90 giorni prima del matrimonio hanno lavorato per almeno 15 giorni alle dipendenze di aziende industriali, artigiane o cooperative; non siano in servizio per malattia, sospensione del lavoro, richiamo alle armi.

L’assegno spetta a entrambi i coniugi che non siano dipendenti di: aziende industriali, artigiane, cooperative e della lavorazione del tabacco come impiegati, apprendisti impiegati e dirigenti; aziende agricole; commercio, credito e assicurazioni; enti locali e statali; aziende che non versano il relativo contributo alla Casa Unicas Assegni Famigliari (CUAF).

Assegno per il congedo matrimoniale: a quanto ammonta? Per operai e apprendisti, la somma è pari a sette giorni di retribuzione. Dal pagamento giornaliero di detrae la percentuale a carico del lavoratore pari a 5,54%. Per quanto riguarda i lavoratori a domicilio, si parla di sette giornate di guadagno medio giornaliero e, come per operai apprendisti, anche in questo caso si detrae la percentuale a carico del lavoratore di 5,54%. Nel caso dei marittimi, la somma ammonta al salario medio giornaliero di otto giorni. Anche in questo caso, si detrae il 5,54% a carico del lavoratore. Infine, la somma è pari ai giorni di retribuzione che coincidono con quelli previsti dal contratto di lavoro part-time verticale, detraendo sempre la percentuale a carico del lavoratore. Altre informazioni L’assegno di congedo matrimoniale è cumulabile con l’indennità INAIL per infortunio sul lavoro, fino al raggiungimento dell’importo che sarebbe spettato a titolo di retribuzione. Di conseguenza, sarà corrisposta la differenza tra retribuzione spettante e importo dell’INAIL a titolo di inabilità temporanea. Inoltre, durante il congedo matrimoniale il lavoratore conserva il diritto all’assegno per il nucleo famigliare. Tuttavia, l’assegno non è cumulabile con le prestazioni di malattia, maternità, cassa integrazione ordinaria e straordinaria e disoccupazione NASpI. In questi casi, verrà corrisposto l’assegno per il congedo matrimoniale, poiché è la misura più favorevole.

È l’Inps a pagare l’assegno per congedo matrimoniale ai disoccupati o ai richiamati alle armi, mentre per i lavoratori occupati l’erogazione avviene tramite i datori di lavoro.

Assegno per congedo matrimoniale: quando e come fare domanda? I lavoratori occupati devono presentare la domanda al proprio datore di lavoro alla fine del congedo e non oltre i 60 giorni dal matrimonio. È necessario unire alla domanda il certificato di matrimonio o lo stato di famiglia con i dati delle nozze rilasciato dall’autorità comunale, oppure la dichiarazione sostitutiva comprovante lo stato di coniugato e gli estremi del matrimonio. I disoccupati e i richiamati agli armi devono presentare domanda online all’Inps entro un anno dalla data di matrimonio. È necessario altresì allegare la dichiarazione sostitutiva comprovante lo stato di disoccupato alla data di matrimonio; la dichiarazione comprovante lo stato di coniugato e gli estremi del matrimonio; l’ultima busta paga e, se in possesso, anche la dichiarazione sostitutiva relativa al rapporto di lavoro non impiegatizio di almeno 15 giorni nei 90 giorni precedenti il matrimonio

https://economiafinanzaonline.it/assegno-per-il-congedo-matrimoniale-cose-e-come-usufruirne/guide/?utm_source=welcoming&utm_medium=newsletter&utm_campaign=informazione-indipendente

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