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Genitori e figli adolescenti

Genitori e figli adolescenti

 

 

 

Autore: Giuseppe Cesa

Tempo fa lessi il libro "Lettere a Lucilio" di Seneca, filosofo dell'antica Roma. In una delle lettere indirizzate ad un allievo immaginario, Seneca si chiedeva se fosse meglio, nell'educare una persona, che il saggio trasmettesse i principi generali o fosse meglio dare di volta in volta dei consigli pratici alla luce dei principi generali.

Seneca non arrivò a decidere quale fosse preferibile tra le due opzioni, ma certamente non venne meno il fatto che l'educatore dovesse avere lui per primo raggiunto quella saggezza che, poi, avrebbe dovuto in qualche modo trasmettere ad altri. Credo che queste considerazioni ci facciano riflettere su come genitori o educatori possano trasmettere solo ciò che hanno loro stessi effettivamente raggiunto.

 

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Braccia di mamma e papà: solo lì mi sento sicuro. Il fisiologico bisogno di contatto di un neonato.

Braccia di mamma e papà: solo lì mi sento sicuro.

Il fisiologico bisogno di contatto di un neonato.

 

 Autrice: Alessandra Venegoni

Una delle domande più ricorrente che si pongono le mamme e i papà è: “ma perché il mio bambino non sta da nessuna parte, se non in braccio? Appena lo metto giù, piange!”

E da questa domanda hanno origine infiniti commenti e consigli (non richiesti) da parte da chi frequenta la nuova famiglia: “Ha il vizio, è furbo, decide già tutto lui, mettilo giù, a lungo andare si abitua, ha fame, ha le coliche, ha freddo, ha caldo” e chi più ne ha più ne metta.

Ne consegue che i genitori siano disorientati, come se tutti sapessero interpretare meglio di loro i bisogni del loro neonato; alla fisiologica stanchezza dei primi mesi da genitori, ai dubbi del “starò facendo bene così”, si sommano doveri sociali, familiari ed i recenti modelli virtuali che pretendono che i neo genitori (mamme comprese) tornino a lavorare nel più breve tempo possibile, tengano la casa perfettamente in ordine, abbiano una brillante vita sociale, siano sempre precisamente in ordine e presentabili, che i bambini mangino ad orari regolari, aumentino costantemente di peso e dormano tranquillamente nei loro lettini (magari in un’altra stanza) … la perfetta utopia!

La realtà è ben diversa, i piccoli spesso dormono solo adagiati sul genitore, stanno infinitamente attaccati al seno, spesso piangono molto senza poter trovare una causa spiegabile con raziocinio, hanno bisogno del calore, dell’odore, del battito del cuore, della voce e delle braccia della madre. Del resto, siamo mammiferi ed in quanto tali nasciamo con competenze solo sufficienti per essere trasportati dal genitore o dagli altri adulti del branco (riflesso di prensione per aggrapparsi al pelo/manto, divaricazione delle gambe per aderire al corpo dell’adulto durante il movimento) e necessitiamo di essere sfamati da altri.

 

 

Un cucciolo di mammifero non è in grado di muoversi autonomamente né tantomeno di alimentarsi; se in natura la madre lasciasse il suo cucciolo a terra per procacciarsi cibo, al ritorno non troverebbe più il suo cucciolo: ne consegue che questo istinto di attaccamento e unione sia funzionale alla sopravvivenza.

Assecondando la loro richiesta di essere tenuti a contatto comunichiamo che di loro ci stiamo prendendo cura, che ad un loro bisogno viene data una risposta, probabilmente risposte diverse a seconda dell’adulto che si prenderà cura del piccolo in quel momento: ne deriva che saranno adulti sicuri, maggiormente indipendenti, disposti a loro volta a proteggere ed ascoltare i bisogni ed in grado di trovare risposte diverse ai problemi.

Per conciliare la frenesia dei nostri ritmi di vita e la fisiologica necessità di contatto dei più piccoli si può provare l’esperienza del babywearing, di cui qualche mese fa abbiamo scritto.

Durante la gravidanza (endogestazione) il feto si sviluppa, cresce a livello fisico, ma quando nasce è totalmente inerme a livello cognitivo, sociale e motorio, pertanto i nove mesi successivi alla nascita (esogestazione) sono consequenziali allo sviluppo iniziato in utero e funzionali anche all’adattamento della nuova diade mamma – neonato.



 

Alessandra Venegoni

Ostetrica del Consultorio

Il bambino e l'asilo nido

 

 

 

IL BAMBINO ED I SERVIZI PER L’INFANZIA

Quando pensiamo ai servizi per l’infanzia è naturale immaginare qualcosa che richiede un costo sociale non indifferente a carico dello Stato o dei privati ma che sarà sicuramente utile allo sviluppo fisico e/o psichico del bambino. Insomma, un servizio per l’infanzia dovrebbe aiutare il bambino nella sua crescita: affettiva, intellettiva, motoria e sociale, dovrebbe prevenire i problemi del bambino, dovrebbe curarli, quando essi si presentano o quando la malattia ha lasciato dei postumi o delle disabilità. Tali servizi dovrebbero poter far recuperare ai piccoli, in tutto o in parte, le abilità perdute o menomate. Tutto ciò per fortuna in molti casi e per molti servizi dedicati all’infanzia, avviene.

 

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Dopo il suicidio di un adolescente - Racconto di un intervento nella scuola

 

 

Dopo il suicidio di un adolescente

Racconto di un intervento nella scuola

 Autore: Paolo Breviglieri

C’è un evento, il suicidio, che sembra sconvolgere la normale percezione della realtà e che getta i diretti interessati in una sorta di cupo senso di smarrimento, di vuoto e di impotenza. Il suicidio in quanto “morte voluta” unisce in sé due aspetti difficili da accogliere emotivamente per un ragazzo: la morte esiste, può riguardare un mio compagno, e quindi anche me, e dall’altro, si può stare così male da cercare e volere la morte, si può perdere la testa e fare qualcosa di irreversibile e tremendo. Questo è il vissuto che produce nell’ambiente scolastico il suicidio di un giovane e che investe particolarmente i suoi compagni di classe e i suoi insegnanti. Lo scopo di questo articolo è descrivere l’intervento messo in campo nei confronti della comunità scolastica con particolare attenzione proprio verso i compagni di classe che hanno condiviso la vita scolastica di chi è arrivato a questo gesto.

L’intervento assume la forma di una prevenzione secondaria volta a proteggere una determinata popolazione specifica considerata più a rischio da un evento nocivo.

 

Perché è necessario predisporre un intervento di prevenzione rivolto ai compagni di classe a fronte di questi eventi?

Il suicidio di un giovane sul piano epidemiologico non è molto frequente (sotto i 24 anni abbiamo il 5% complessivo dei suicidi, 1,4 ogni 100.000 abitanti), tuttavia l’ideazione del suicidio risulta un fenomeno molto più frequente, presente all’incirca nel 20 % della popolazione giovanile. Il suicidio rappresenta inoltre la seconda causa di morte tra i giovani. L’insieme di questi dati ci porta a considerare il suicidio adolescenziale come una sorta di tabù sociale in quanto da un lato è percepito come spaventoso perché contraddice lo stereotipo del giovane vitale e proteso verso il futuro, dall’altro i rari episodi di cui facciamo esperienza sembrano richiamare una minaccia molto più presente e diffusa e quindi potenzialmente pericolosa: molti giovani sono in “contatto” con questa fantasia che con gradi diversi si affaccia nella loro esperienza.

Il lutto che si genera nei compagni di classe e amici di un giovane che si è suicidato, rappresenta certamente un lutto traumatico in quanto di solito ci appare come imprevedibile anche quando si percepiscono segnali di disagio e soprattutto genera sensi di colpa molto importanti: tutti si chiedono come mai non sono riusciti a capire il reale stato di disperazione, o che cosa potevano fare per aiutare il compagno.

Tale processo di lutto è inoltre caratterizzato da un senso di confusione e di disorientamento molto intenso: ci si chiede quali processi mentali o quali circostanze esterne possano portare un giovane e porre fine alla propria vita. Di fronte a questi interrogativi si avverte una paralisi del pensiero e della stessa razionalità e talvolta si abbandona il campo della riflessione per abbracciare un atteggiamento fatalistico o patologizzante con affermazioni del tipo “non è possibile prevedere ciò che è racchiuso nell’animo umano” o ancora “sono comportamenti che nascono in seno ad un disturbo mentale non riconosciuto”, ecc.

 

Obiettivi dell’intervento

Gli aspetti su cui centrare l’intervento con la classe:

Contenere l’angoscia che deriva da un evento che risulta incomprensibile e quindi minaccioso rispetto alla percezione della realtà e alla fiducia che possiamo riporre nella capacità di governare i processi mentali e i comportamenti.

Discutere i sensi di colpa legati al pensiero: cosa potevamo fare per evitarlo.

Attenuare l’ansia che può derivare dal pensiero: anch’io posso perdere il controllo sulle mie emozioni e comportamenti.

Elaborare il lutto attraverso una condivisione dei diversi stati mentali e una comprensione delle diverse fasi dello stesso; a questo proposito è anche molto importante stabilire con la classe le modalità collettive del ricordo e della celebrazione del rito funebre.

Evitare forme di difesa primitiva quali l’attribuzione di una colpa ad un capro espiatorio, la negazione, il fatalismo, la spiegazione centrata su una patologia.

Evitare anche forme di ricordo romantico e in un certo senso idealizzante del compagno suicida in quanto questo potrebbe produrre un involontario senso di idealizzazione del suo stesso gesto soprattutto alla luce dell’evidenza di notorietà e attenzione che può generare. Su questo punto è infatti necessario tener presente la possibilità che si generino condotte imitative.

Contrastare una rappresentazione deresponsabilizzante dell’evento rispetto al quale “non ci sono vie d’uscita alternative”. È importante al contrario riconoscere che si tratta comunque di un processo che si compone di più stadi entro i quali vi sono ambiti in cui è possibile scegliere e gestire in diversi modi il proprio malessere.

Riconoscere infine in questo processo che può portare a questi esiti che cosa fare per prevenire l’esasperazione e il passaggio all’atto. Quest’ultimo punto è particolarmente rilevante in quanto se - come abbiamo ricordato - il suicidio è un evento raro, il pensiero del suicidio e il malessere che lo alimenta è un fatto piuttosto comune in adolescenza.

Rinsaldare i legami comunitari e contrastare quel senso di colpa e di inadeguatezza collettiva che può portare alla disgregazione e conflittualità all’interno della classe o nella scuola nel suo insieme. A questo proposito è utile assumere un atteggiamento di responsabilità non colpevolizzante in quanto può essere positivo cercare di migliorare l’ambiente scolastico e umano per evitare il disagio e riconoscerne i segnali, senza per questo assumere una posizione accusatoria che in genere è sproporzionata e non produttiva.

 

Aspetti dell’intervento

L’intervento si è articolato in 4 momenti definiti con una tempistica specifica, i primi sono già attuati mentre l’ultimo è in fase di progettazione:

  1. Intervento contenitivo del trauma (immediatamente il giorno dopo l’evento)

  2. Intervento sull’elaborazione del lutto (due settimane successive)

  3. Intervento di rinforzo dei legami e della comunicazione (mesi successivi)

  4. Intervento di pianificazione di azioni preventive (anno scolastico successivo)

 

Descriviamo brevemente i singoli passaggi.

Contenimento del trauma

Il giorno successivo all’evento si è predisposto un incontro con la classe e con la partecipazione di alcuni insegnanti; l’obiettivo era quello di verbalizzare e condividere le reazioni emotive ed i pensieri che hanno travolto i ragazzi e gli stessi insegnanti. La partecipazione di quest’ultimi è stata fondamentale in quanto ha permesso ai ragazzi di confrontarsi con le vivide reazioni emotive dei loro insegnanti e di riconoscere nella loro umanità e partecipazione un valido esempio di coping emotivo.

Le linee che hanno guidato l’intervento sono state: validare le reazioni emotive, accogliere le loro diverse tipologie e soprattutto inserire le stesse in un quadro di risposta fisiologica ad un evento traumatico. Sono emerse in questo frangente molte risposte di negazione e di incredulità (“non è possibile che abbia deciso di uccidersi”, “è stato un incidente”), o di rabbia e ribellione (“è assurdo uccidersi per motivi di questo tipo, non è possibile”) o di colpa e senso di impotenza (“perché non mi ha detto qualcosa?”, “perché non me ne sono accorto?”).

L’attenzione del gruppo si è spostata rapidamente alla domanda di fondo: “perché è potuto succedere?”; “cosa ha pensato, cosa lo ha spinto a questo?”.

Questa riflessione ha portato la classe a riconoscere che nessuno aveva potuto immaginare un disagio così grande (“era l’ultima persona da cui mi sarei aspettato questo”) e anche a comprendere che un aspetto essenziale di questa dinamica consiste proprio nel celare dentro di sé i propri stati di depressione o di disperazione. Alla fine, progressivamente i ragazzi hanno cercato di intuire che cosa poteva vivere il compagno trovando una parola che poteva efficacemente rappresentare tutto ciò: “un tormento nascosto”.

Su questo ultimo punto si è svolto l’ultima parte dell’incontro, portando i ragazzi a riconoscere che la realtà difficile che uno vive viene elaborata soggettivamente in un vissuto che risulta tanto più intollerabile e pesante quanto più resta incistato e non condiviso al punto da divenire una vera ossessione o un aspetto che fa sentire il soggetto “senza via d’uscita”.

Ciò che va rimosso quindi non sono tanto le difficoltà esterne quanto quelle barriere alla comunicazione che le fanno apparire come non comunicabili. Una ragazza ha alla fine sintetizzato “nessuno dovrebbe vergognarsi dei propri sentimenti e difficoltà”. Con questa indicazione finale abbiamo concluso il primo incontro.

 

Elaborazione del lutto

L’incontro aveva lo scopo di presentare il lavoro del lutto e di raccogliere in ciascuno i diversi aspetti di questo percorso emotivo e mentale. Ogni ragazzo è stato invitato a descrivere il proprio stato d’animo rispetto alla perdita del compagno, esplorando gli aspetti emotivi, comportamentali, i pensieri e anche gli stati fisici. Le risposte di ognuno sono state collocate lungo un processo che parte dal rifiuto dell’evento e arriva ad una ripartenza passando per l’accettazione dello stesso. L’analisi delle singole componenti è avvenuto in un clima di accettazione delle risposte di ciascuno nella premessa che questo processo si svolge per ciascuno con tempi diversi e con momenti anche ambivalenti di ritorno su fasi precedenti, come ha suggerito una ragazza che ha usato il termine “onda” per definire il suo stato d’animo.

 

Rinforzo dei legami e della comunicazione nella classe

Questo momento progettato durante una mattinata trascorsa in cammino in un luogo naturalistico, verrà predisposta con apposite attività per stimolare i rapporti di fiducia e di comunicazione all’interno della classe. Si considera importante infatti far sì che il trauma non produca un senso di depressione collettiva e di colpa irreparabile, ma possa permettere al gruppo classe di prendere coscienza del ruolo protettivo proprio del gruppo classe e divenire più pronti a svolgerlo. Il punto essenziale di questo approccio è proprio quello di pensare che qualsiasi situazione avversa può essere più facilmente contrastata se ognuno può disporre di un luogo in cui condividere e depositare le sue angosce senza vergogna e paura di essere giudicato.

La memoria dell’amico scomparso potrà più facilmente essere onorata e resa costruttiva se - oltre al vuoto affettivo che avrà lasciato - potrà generare un processo di crescita umana e relazionale all’interno della comunità in cui egli ha vissuto gran parte del suo tempo.

 

Progettualità preventiva per l’intera comunità scolastica

In una prospettiva più allargata è importante delineare nel prossimo futuro per tutta la comunità scolastica delle iniziative che tendano a prevenire questi stati di disagio. Il punto fondamentale è - come si è già ricordato - predisporre dei dispositivi sociali che facilitino la condivisione di aspetti problematici e di fragilità personale. Esempi di questi dispositivi possono essere gli sportelli d’ascolto, le attività di peer education per rinforzare le abilità di coping, i momenti in classe in cui si possa esprimere “come ognuno sta” sul piano emotivo.

Accanto a ciò è importante far sì che le capacità di ascolto degli insegnanti possano essere potenziate sia nei contatti diretti con i ragazzi, sia nell’interfaccia con i genitori per poter raccogliere questi segni di disagio sotterraneo.

 

Conclusioni

“… so che la vita è stupenda ma che io ne sono tagliato fuori, per merito tutto mio, e che questa è una futile tragedia”. Così scriveva Cesare Pavese in una lettera pochi mesi prima di togliersi la vita. Credo, senza generalizzare, che questa sia spesso l’espressione del vissuto ricorrente di chi si appresta a compiere questo tipo di scelta: si tratta di un vissuto di indegnità, di inguaribile inadeguatezza, di mancanza di speranza in un possibile cambiamento e di profonda vergogna. Questi stati d’animo sono connessi a tante esperienze di frustrazione che di fatto non possono essere evitate ed eliminate a priori. Tuttavia, è plausibile che, se tali vissuti potessero essere verbalizzati e condivisi, potrebbero attenuare il loro potere di rendere il soggetto isolato e diverso dall’intera comunità. Il parlare con qualcuno dei propri dolori è sempre la più preziosa medicina preventiva; la scuola è una comunità di pari e di adulti, ha il dovere di favorire queste opportunità creando le occasioni facilitanti per poterle suscitare.

 

Paolo Breviglieri

Psicologo e psicoterapeuta

presso il Consultorio Familiare di Suzzara

 

L’arte di portare i piccoli

Ostetrica mi dica

 

L’arte di portare i piccoli

 

 

 AUTRICE: Alessandra Venegoni

 

Una volta il portare era un metodo indispensabile per accudire i bambini, portati con sé ovunque. La diffusione di questa pratica deriva da un’esigenza pratica: quella di muoversi con le mani libere per poter cacciare, coltivare i campi o muoversi trasportando merci, tenendo i bambini in sicurezza. Rimanere soli per i bambini voleva dire essere esposti a grandi pericoli.

Si tratta, quindi, di una delle forme più spontanee di comportamento materno presente e riscontrata in molti mammiferi. 

 

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