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Lorenzetti: etica per l’oggi

 

 

 

 Autore: Giannino Piana

Con la morte di Luigi Lorenzetti la teologia morale italiana perde uno dei protagonisti più importanti della stagione postconciliare. E questo non solo per il contributo offerto attraverso il suo insegnamento e la sua produzione scientifica, ma anche per il prezioso lavoro di coordinamento e di stimolo che ha saputo fornire alla ricerca in qualità di direttore della Rivista di teologia morale e di presidente dell’Associazione teologica italiana per lo studio della morale (ATISM).

Precursore del rinnovamento della teologia morale

Non è questa la sede per ripercorrere, in maniera dettagliata, il lungo itinerario intellettuale, che ha lasciato segni preziosi e duraturi nei suoi scritti. Ci saranno in futuro – lo speriamo – altre occasioni per farlo.

Ma ci sembra importante evocare qui la sua figura di teologo sapiente, onesto, laborioso, che ha saputo accogliere con entusiasmo e con passione la lezione del rinnovamento teologico e pastorale del Vaticano II, traducendola con tenacia e con pazienza nel proprio impegno quotidiano, tanto nell’ambito della ricerca quanto in quello della divulgazione.

Sì, perché, al di là delle opere peraltro numerose che Lorenzetti ci ha lasciato, non si possono dimenticare le sue collaborazioni a giornali e riviste – prima fra queste Famiglia cristiana –, dove ha saputo affrontare con coraggio questioni delicate e di grande attualità.

Pur essendosi misurato con i nodi critici di tutti gli ambiti della teologia morale – ne sono testimonianza gli editoriali che puntualmente hanno chiuso per molti anni la rubrica Forum della Rivista di teologia morale –, Lorenzetti ha privilegiato nei suoi studi la morale sociale, con un particolare approfondimento dei temi economici e politici, nel solco della dottrina sociale della Chiesa.

La scelta di dare particolare rilevanza a questo ambito, peraltro in passato relegato ai margini, nasceva in lui da uno stimolo interiore, dalla tensione a stare dalla parte dei meno privilegiati, di cui andavano tutelati e promossi i diritti. Il lavoro intellettuale assumeva così anche il significato di una militanza, corroborata peraltro dalla scelta coerente di uno stile di vita, ispirato alla sobrietà fino a limiti dell’austerità.

Mite e di grande umanità

Ma oltre a svolgere egregiamente la funzione di teologo morale, Lorenzetti è stato anche un importante operatore culturale, che si è prodigato nell’opera di coinvolgimento di un numero sempre maggiore di colleghi sia nella redazione della rivista – ha sempre riservato a tale proposito un’attenzione privilegiata ai giovani – sia nella compilazione di opere collettive, quali il Trattato di etica cristiana e il Dizionario di teologia della pace, sia, infine, nella costruzione di numerose collane, che hanno fatto delle Edizioni dehoniane Bologna (EDB) il principale protagonista del rinnovamento della teologia morale in Italia.

Anche in questo caso le radici delle scelte affondavano nel vivo della personalità: egli ha infatti sempre creduto nel lavoro di gruppo, nel rispetto delle competenze e nella pratica della interdisciplinarità e ha saputo soprattutto intessere con semplicità una rete estesa di rapporti, grazie anche alla discrezione e all’amabilità del suo carattere.

Al di là dell’impegno profuso nei vari settori in cui ha operato con tenacia e con rigore professionale, non si può non ricordare la sua grande umanità, frutto della ricchezza del suo mondo interiore. L’asciuttezza del modo con cui si presentava, dovuta alle sue origini montanare, si stemperava immediatamente, quando si aveva la fortuna di accostarlo, e si rimaneva sorpresi dalla radicale disponibilità all’ascolto e alla partecipazione personale. La signorilità del tratto nasceva da una robusta formazione spirituale, che lo induceva a considerare ogni incontro personale come un’occasione di arricchimento e ogni attività come un servizio agli altri.

Non sono mancati nel suo lungo percorso di vita momenti di sofferenza, dettati da incomprensioni, qualche volta pesanti, provenienti anche dall’interno della Chiesa e sempre affrontati con grande nobiltà d’animo. Anche per questa esemplare mitezza, di cui ha dato fino all’ultimo testimonianza – basti ricordare con quale dignità ha affrontato la dolorosa questione della chiusura della Rivista di teologia morale – merita di essere ricordato con sincera gratitudine non solo dai moralisti dell’ATISM, ma più in generale dall’intera comunità ecclesiale e dalla stessa società italiana, alla quale ha offerto un importante contributo di riflessione per la costruzione di una convivenza civile libera e solidale.

Giannino Piana, 12/03/2018

 

 

Padre Luigi Lorenzetti

 

Domande su Dio, domande sugli uomini

 

 

 

Letture della messa: Is 65,17-21; Sal 29/30 (del giorno); Mc 10,17-21

 

        

 

         Ho scelto questo brano del Vangelo di Marco, incentrato su una domanda: «Maestro buono, cosa devo fare per ottenere la vita eterna?», perché mi ha richiamato con molta forza il titolo di un libro di p. Luigi Lorenzetti, costruito sul rapporto domanda-risposta. Sono sempre colpito dalle domande che il testo sacro pone a chi lo legge. Secondo me si potrebbe spiegare la Bibbia e il cristianesimo prendendo in successione una a una le grandi domande che si trovano nel testo sacro. Tutti ricordiamo le due prime grandi domande che la Parola di Dio ci pone davanti. La prima: «Adamo, dove sei?» – la fuga dell'uomo da Dio. La seconda: «Dov'è Abele, tuo fratello?» – la fraternità negata. Le domande della Bibbia su Dio e sull'uomo, che p. Luigi metterà in dialogo con le domande provocatorie che l'uomo fa alla morale cristiana.

 

         La domanda del Vangelo di Marco che abbiamo letto è una di quelle che nella vita di un credente non si possono aggirare. «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Davanti al «Maestro buono», p. Luigi si è posto questa domanda e per tutta la sua vita ha cercato di rispondervi. «Cosa dobbiamo fare per essere graditi a Dio e andare oltre la vita umana?».

 

         Un suo volume ha un titolo rivelatore: La morale. Risposta alle domande più provocatorie (San Paolo, Cinisello Balsamo 1998), tradotto in diverse lingue. Certamente quel titolo fa riferimento alle domande che il lettore pone alla teologia morale. Ma sono convinto che quel titolo può essere usato anche per interpretare tutta l'attività di p. Luigi. Egli ha fatto proprie le domande che venivano e che vengono poste alla morale: «cosa debbo fare... per la vita eterna?». P. Luigi si è reso conto che per rispondere a quella domanda di Gesù occorre tutta la vita. È forse qui la spiegazione del suo instancabile dedicarsi al lavoro teologico, allo studio e alle conferenze. Perfino nell'ultimo colloquio in ospedale ha tentato di parlare con p. Bruno del libro che a tutti i costi voleva completare. E personalmente mi sono visto arrivare dei file per la stampa, spediti attorno alla mezzanotte. In questo suo spendersi totalmente nel lavoro p. Luigi è un figlio fedele della generazione antica che «muore lavorando».

 

         Ma, soprattutto, in questo suo «accanimento» al lavoro, sempre accompagnato da grande austerità di vita, credo dobbiamo leggere il suo tentativo di scrivere la risposta alla volontà del «Maestro buono». Quante volte ciascuno di noi si è posto la domanda «e adesso cosa faccio?». Il più delle volte davanti a uno sbaglio, a un fraintendimento, a un guasto, in una situazione in cui occorre ricominciare. Per rispondere al «cosa debbo fare?» davanti al Maestro interiore, cioè Gesù che chiama e sollecita in senso morale, p. Luigi si è identificato con lo studio e l'insegnamento della morale.

 

         Ho avuto p. Luigi come professore di teologia morale dal 1963 al 1967. Dal '62 al '65 si è celebrato il Vaticano II. Significa che la mia classe ha cominciato a studiare teologia prima del concilio e ha sperimentato «in vivo» la trasformazione del sapere teologico rappresentata dai documenti conciliari. Abbiamo incominciato a studiare la morale su un testo latino, che esprimeva l'impianto di un tempo nel quale in molti seminari la teologia veniva insegnata dai professori di diritto: la morale del precetto, del peccato misurabile a centimetri, dell'obbedienza cieca o priva di motivazioni. Il «maestro esteriore» da portarsi dentro più con timore che con amore. P. Luigi segnò lo stacco tra la teologia morale del precetto e la teologia morale del «maestro interiore»: la coscienza educata dal Vangelo, la teologia morale come educazione a decidere da adulti in ascolto di fede. Nei nostri corsi il manuale in latino del Noldin fu sostituito da quello in italiano di p. Haering. Per l'intera teologia è stato un cambiamento epocale: in quegli anni la Chiesa cattolica ha voltato la pagina del Concilio di Trento.

 

         In quel clima di rinnovamento, p. Luigi fondò nel 1969 la Rivista di teologia morale. È stata la creatura della sua vita. La Rivista e il Dizionariodi teologia della pace (1997) costituiscono le due testimonianze più significative della sua volontà di affermare l'agire morale cristiano anche nei contesti e nei luoghi più difficili e problematici.

 

         I profili che sulla stampa hanno ricordato padre Luigi in questi giorni sottolineano la sua competenza di docente (Studio teologico S. Antonio di Bologna, Istituto di scienze religiose di Trento), i suoi volumi su vari temi della teologia morale, i manuali che ha coordinato, le collaborazioni stabili a periodici come Famiglia Cristiana, che lo hanno impegnato a livello divulgativo, l'insegnamento itinerante delle conferenze a gruppi e parrocchie, con le quali ha aiutato il cristiano feriale a vivere la morale con maturità e libertà interiore. All'interno dell'«Associazione teologica italiana per lo studio della morale» (ATISM) è stato segretario dal 1984 al 1992, presidente dal 1992 al 1996, animatore sempre.

 

         Proprio per questa molteplicità di interlocuzioni – l'istituzione ecclesiastica, il mondo universitario ed editoriale, la divulgazione seria e la pastorale – egli ha interpretato e trasmesso una visione della morale capace di interloquire anche su temi discussi e problematici.

 

         Nel suo lavoro si era dato dei punti di riferimento chiari: la teologia morale deve proporre anzitutto un quadro biblico-teologico, poi deve prendere in seria considerazione il contesto storico e culturale sempre in movimento. Da qui la sua partecipazione al Comitato nazionale di bioetica, da qui la sua attenzione ai temi del movimento animalista ed ecologico, che possono un poco stupire.

 

         Il Dizionario di teologia della pace è nato dall'ansia di p. Luigi di affermare il principio morale nel vissuto sociale contemporaneo. Era convinto che il tema della pace fosse uno dei grandi problemi umani e teologici sui quali misurare la pertinenza del Vangelo oggi. «Il Vangelo della pace è destinato a incarnarsi, a fare cultura e prassi di pace nella Chiesa e nella comunità dei popoli. La teologia morale, prima che un'etica della guerra, mira a delineare un'etica della pace, e a considerarla non come un valore tra i tanti ma il valore sul quale poggiare l'intera trattazione morale».

 

         Giuseppe Ricciotti, in apertura della sua ormai lontana Vita di Cristo, nata come primo abbozzo in un ospedale da campo durante la prima guerra mondiale e completata a inizio della seconda, scrive: «La guerra è la negazione più integrale del Vangelo». Trascritta in positivo, l'affermazione diventa: «La pace è la realizzazione più integrale del Vangelo». È certamente un parallelo eloquente con il sentire di p. Luigi.

 

         Ed è, quello della pace, un rimando diretto alla prima lettura che abbiamo letto e che, per singolare coincidenza, la liturgia di oggi ci propone. «Dice il Signore: "Ecco io creo nuovi cieli e nuova terra... creo Gerusalemme per la gioia e il suo popolo per il gaudio. Io esulterò di Gerusalemme e godrò del mio popolo"». Un Dio che gode delle sue creature, che gode della loro gioia. Desideriamo una Chiesa che offre serenità e consolazione. È questo l'orizzonte della morale che p. Luigi ci ha proposto. È l'orizzonte della beatitudine che egli ora vive e nella quale crediamo sia diventato nostro intercessore.

 

 

 





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Ci ha lasciato don Ezio Foglia,

Il parroco che ha organizzato convegni su etica salute

 

 

13-6-2010 don Foglia con i relatori in uno dei 17 convegni provinciali

(dal 1997 al 2014) dedicato a medici e farmacisti.

 

18 Aprile, chiesa di Barbassolo gremitissima, una quindicina di sacerdoti, tante testimonianze, persone in lacrime e un lungo applauso per salutare un sacerdote che ha organizzato tante iniziative per animare la fede cristiana. Ha esercitato per tanti anni il ministero sacerdotale lasciando segni importanti. Un parroco che ha seminato molto e, a distanza di tanti anni, i raccolti sono racchiusi nei cuori della sua comunità che amava.

Classe 1922, Don Ezio era uno dei sacerdoti più anziani della Diocesi di Mantova. Ha sempre messo a disposizione la sua energia per le comunità, soprattutto nelle visite a malati e anziani che effettuava a domicilio. Grande uomo di Chiesa. Il Vicario Generale Don Gian Giacomo Sartori ha detto: «è stato un sacerdote fino in fondo: robusto, tenace, generoso». Il parroco di Roncoferraro Don Alberto Bertozzi lo ha ricordato con poche parole ma di grande spessore umano e cristiano: «quando sono diventato parroco, gestivo la parrocchia e andavo a trovarlo, per aiutarlo, consigliarlo per i suoi problemi di salute, ebbene mi ha colpito il fatto che essendo più anziano di me, mi obbediva, mi ascoltava e mi sosteneva nelle varie iniziative che gli proponevo».

Don Ezio lascia dei ricordi che sono sempre belli, anche se lontani nel tempo, come quando era diventato vice-preside e ancora come negli anni delle mondine che si recavano a Vercelli, lui partiva in vespa per portare loro la posta, dei pacchi, insomma non sembra vero, ma Don Ezio ha fatto anche questo. Persona decisa, costante e insistente: quando voleva ottenere una cosa, muoveva il mondo! Come non ricordare i convegni medici partiti in sordina e diventati gli unici a livello provinciale. Ma ancor di più la gioia di far vedere e raccontare come quando la Pieve Romanica dei due pozzi (acqua e fede) venne eletta a Santuario della Salute. I suoi occhi si illuminavano.

Ma come è nato tutto questo? Lo abbiamo chiesto a Mons. Paolo Gibelli con il quale aveva proposto e condiviso idee e progetti partiti dal 1997 fino al 2014: «Ricordo il giorno in cui venne a trovarmi in seminario e mi espose la sua idea di organizzare ogni anno un convegno per medici e farmacisti in occasione della festa dei Santi medici Cosma e Damiano, ai quali è dedicata la bella pieve romanica di Barbassolo. Rimasi colpito dal suo entusiasmo e dal suo coraggio: un prete di età già avanzata ancora così vivace e intraprendente, desideroso di offrire momenti di formazione e di confronto su temi di etica medica! Ammirato e stupito cercai subito di incoraggiarlo e sostenerlo nella realizzazione del suo progetto, suggerendogli temi da affrontare e relatori da invitare. Così ebbe inizio la bella esperienza dei convegni di fine settembre presso la “pieve dei due pozzi”, come fieramente la chiamava.

Incoraggiati dalla partecipazione e dall’interesse che si erano creati, successivamente riuscì a coinvolgere il prof. Giorgio Zamboni, uomo di grande competenza professionale e di vasta cultura, che per alcuni anni fu l’animatore e il coordinatore dei convegni. Dopo la sua prematura scomparsa, gli successe il dott. Gabrio Zacchè che contribuì a mantenere viva la bella tradizione. Con il suo entusiasmo e la sua caparbietà don Ezio ha saputo proporre nei convegni di Barbassolo interessanti momenti di formazione e aggiornamento su vari argomenti di bioetica di grande attualità favorendo l’ascolto e il dialogo tra professionisti e operatori sanitari. Al caro don Ezio va la nostra riconoscenza e stima nel momento in cui lo affidiamo al Signore che lo ha chiamato a sé proprio nella domenica della Pasqua di risurrezione». Don Ezio un parroco attivo e caparbio, tenace, instancabile, una guida spirituale, è stato davvero un parroco fino in fondo.

Attilio Pignata

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 Lettera a  padre Luciano Cupia

 

Autrice: Gabriella Moschioni

 

Ed eccoci qui, caro Luciano, io e Te.

Perché,  incredibilmente,  anche se so che devo scrivere per il Tuo primo anniversario, Tu ancora per me sei qui. Certamente questa sensazione di presenza dipende anche dal fatto che abitando Tu a Roma e io a Como in questo anno il nostro rapporto non è cambiato molto.

Rispetto agli altri anni l’unica differenza è che non ci siamo visti al Convegno di Rimini 2014

Evidentemente  però la nostra comunicazione era ed è di testa e di cuore, non avevamo bisogno di telefonate, mail , messaggini vari per connetterci

Del Tuo declino fisico mi voglio ricordare solo una splendida Tua affermazione in una delle ultime omelie nella cappellina dell’Istituto La Casa a Milano.Avevi detto che ad ogni “magagna” nuova che il Tuo corpo ti presentava, Tu ringraziavi Dio perché questo accorciava la distanza che ti avrebbe portato a vederlo ……finalmente di persona. Io , in quel momento , avevo pensato :  “Padre Cupia ci ha insegnato a vivere e adesso ci insegna a morire”.

In quel momento non ero triste, ero solo contenta che la vita potesse essere vista così.

Certo la tristezza poi è venuta  e mi domando  se, io, sarò capace di accostarmi in questo modo alla morte.Noi  (e quando dico noi non so neanche quantificare la quantità di persone che c’è in quel noi…. ) abbiamo preso da Te a larghe mani di tutto, affetto, allegria, amore, barzellette e storielle, abbracci, espressioni  incoraggianti, e prese per il naso.

Eri il papà , l’amico, il prete : quello che aveva celebrato il matrimonio di moltissimi, ma anche quello che , a volte,  li aveva aiutati a separarsi.

Quello sempre entusiasta  per una cena ……. E poi mangiavi pochissimo.

Quando sei stato ospite e casa nostra non sono mai riuscita a prepararti poco più che una mozzarella……..

Eri una miniera senza fondo , davi tutto, davi sempre , davi senza aspettare che ti fosse chiesto.

Io mi meravigliavo ogni volta che salutavi mio marito……… quasi che ti fosse figlio, fratello carissimo .

Mi meravigliavo soprattutto di come per mio marito questo fosse normale, quanto Tu “fossi” per lui Tu , che in fondo, eri solo amico mio.

Tantissime altre persone, in particolare penso ai relatori del Congresso di Pescara, quando ho annunciato loro la Tua morte hanno avuto la stessa reazione :  stupore e dolore, ma anche la lievità e la gioia “son contento di averlo salutato !”

Cosa mai avrai comunicato a tutti perché loro Ti considerassero familiare e affettivo per loro stessi ?

Ecco perché non mi manchi, perché ci sei.

In fondo non mi ero mai rivolta a Te, come avevo fatto con Sergio Cammelli o con Don Paolo per avere consigli, istruzioni, aiuto .

Tu c’eri e ci sei perché nella semplicità del Tuo essere e in fondo anche del Tuo modo di esprimerTi  eri sempre connesso con l’”Amore”.

Come avrai mai fatto dal punto di vista umano a diventare così lo posso solo immaginare con gli occhi dell’affetto.

Ci hai sempre raccontato che il tuo obbiettivo “famiglia” dipendeva dal fatto che non avevi avuto una famiglia. Non hai mai nascosto la tua estrema nostalgia per la famiglia che non hai avuto.

Ma nostalgia, bisogno di affetto, di gioia, di calore umano, di allegria di speranza , di condivisione erano tutte emozioni che trasparivano, mi viene da dire ……….traspaiono.

Ci hai regalato i Tuoi bisogni trasformati in tenerissime, ma anche disincantate carezze.

Mi domando solo adesso che non ci sei se avrai fatto fatica, mi piace pensare di no, per lo meno non troppo.

Tu Ti sei affidato all’amore e noi ne abbiamo goduto tutti gli effetti.

Quella sensazione di gioia e di allegria ad ogni incontro e ad ogni sguardo non sarà stata forse un piccolo assaggio, una anticipazione molecolare di quello che proveremo quando “vedremo” come Dio ci ama ?.

Io non so se Tu fossi consapevole di questo, di questa “trasparenza” di rapporti fra Te, Dio e noi, ma  noi l’abbiamo capita ...

“Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?” dicevano i discepoli di Emmaus?

Hai fatto ardere il nostro cuore per tanti lunghissimi anni, ma non credere che sia finita …

Quello che sei stato per me lo sei ancora , anzi di più perché per Te il tempo della speranza è finito , è il tempo dell’Amore e io mi metto vicina a te e me lo godo tutto…

Non è né un saluto, né un arrivederci perché ci sei, per me e per tutti.

Solo, Ciao

Gabriela

P.S.

Quando ho mandato in stampa, mi sono messa a piangere “Caro maestro, grazie, i lutti vanno elaborati…”

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Ha aperto serenamente gli occhi al cielo”

;Con queste parole padre Alfredo Feretti, confratello e successore di Padre Luciano Cupia presso il Centro “La Famiglia” di Roma,  ci ha comunicato il 26 febbraio  il volo al cielo del nostro amico padre Luciano (30 luglio 1927 – 26 febbraio 2014).

 Ed io, che, insieme a Maria donatami in sposa da Dio e successivamente anche in modo diverso con i nostri figli, lo abbiamo da tanti  anni (1968) tallonato, affiancato e seguito, sovente col fiatone, sui sentieri del Regno di Dio, desidero liberare una confidenza relativa a quanto succede nella mia anima all’accader di certi eventi.  Talvolta risuonano tra le pareti dell’anima, quasi a voler danzare fra loro in modo suadente, alcune espressioni di Gesù sparse quale e là nel vangelo. Ed allora accade alla mia anima di rimanere stupita, quasi estasiata, nella contemplazione di tale danza… Un esempio, in ricordo amico fraterno, di padre Luciano.

“Cercate prima di tutto il Regno di Dio e il resto vi verrà dato in sovrappiù… ma sappiate che… senza di me non potete fare niente…e se volete proprio fare qualcosa… imparate da me che sono mite e umile di cuore…non dimenticando che… nessuno può venire a me se il Padre mio che è nei cieli non lo attira,ma anche convinti nel profondo dell’anima che  ogni cosa che chiederete al Padre mio in nome mio Egli ve la darà”.

Ma, tornando alla espressione “ha aperto serenamente gli occhi al cielo” coniata da padre Alfredo per comunicarci la sua scomparsa, altre sollecitazioni hanno invaso la mia anima…Mai avevo sentito espressione più pertinente e bella per descrivere il morire... Non la morte, bensì il morire.

Ed ora, caro Luciano, che hai aperto gli occhi, hai potuto vedere (non so se in un colpo solo o scorrendo fotogramma per fotogramma…) quanto ben operare per il Regno di Dio hai agito, quanto ascetico soffrire del quale scopri solamente ora l’efficacia salvifica per chissà quanti fratelli e sorelle incontrate sulla tua strada… Ora che hai aperto, gli occhi hai visto anche le nostre lentezze e magari contraddizioni nel seguirti, lentezze e contraddizioni certamente già perdonate e finite nel calderone della misericordia di Dio…

 Adesso che  hai aperto gli occhi (l’ultimo lunedì che ti siamo venuti a farti visita con Maria, che tu chiamavi sorridendo Masha per via di quel viaggio in Russia… ti ricordi… l’ultimo lunedì mi chiedesti un bacio e mi sussurrasti “non ci vedo più”), non li potrai chiudere più. C’è troppa luce in Cielo (lux perpetua…) per poter pensare di poter chiudere gli occhi magari per  schiacciare un pisolino o per fare una pennichella (eppure mi ricordo bene le tue improvvise sonnolenze dopo i pranzi in casa nostra, sonnolenze improvvise accompagnate dalla curiosa armonia di un russare soave…che anche i nostri figli ricordano). C’è troppa luce e forse c’è anche troppo da fare  (altro che “requiem aeternam”… e lo chiedevi a padre Alfredo negli ultimi tempi del tuo Purgatorio terrestre… “chissà cosa si farà nell’eternità”) per poterti permettere di sonnecchiare, magari di nascosto da Dio…Lì ti sarà facile incontrarlo e non come qui da noi che gira sempre in incognito per non farsi notare…

Adesso che  hai aperto gli occhi, “rivolgi a noi quegli occhi tuoi misericordiosi” … La troppa commozione che sta soffiando tra le fessure della mia anima mi fa sbagliare preghiera! No, ho semplicemente indirizzato a te  la medesima invocazione che chissà quante volte avrai ricolto alla nostra Mamma, tu che sei un Oblato di Maria Immacolata e che fosti parroco a Bologna nella parrocchia Mater mea et fiducia mea (a proposito, avrai  anche già incontrato la tua mamma terrena che avevi perso quando avevi 4 anni…)… Adesso che hai aperto gli occhi, caro Luciano, tienici d’occhio. tu che ben ci conosci, ma continua a farlo con la trasparenza, la tolleranza e la tenerezza che hai voluto fossero la bandiera del Centro FAMIGLIA da te fondato nel lontano-vicinissimo 1966… Tienici d’occhio, più di prima, adesso che hai aperto gli occhi,

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Don Virgilio Bianchi

Autrice: Gabriela Moschioni

 

 

Io non so se Don Virgilio abbia lasciato un testamento spirituale, ma sono certa che ha scolpito nel cuore e nell’anima delle innumerevoli di persone che ha seguito il segno indelebile dell’amore di Dio.

E’ una gioia per noi essere certi che adesso Lui è li a godere di quella tenerezza di Dio che in ogni modo ha cercato di farci conoscere, capire, sperimentare, gustare.

Un amore di Dio paterno e forte, ma anche dolce e premuroso come quello di una mamma.

Ricorderemo sempre il sorriso un po’ timido, un‘ po’ furbo di don Virgilio che ci dice  “quando stai tirando la carretta e fai fatica……. il Signore Ti sorride, Ti incoraggia è sicuro che ce la farai”, oppure  “il Signore Ti ama con una tenerezza che va oltre le Tue aspettative!”

Ricorderemo anche la forza e la sicurezza con cui ci ha sollecitato, secondo l’insegnamento di San Paolo, a diventare adulti nella fede e nel dono: non basta essere genericamente buoni, non basta fare qualche cosa di buono, ci si deve informare, approfondire, studiare.

L’amore conosciuto e sperimentato deve diventare servizio, umile generoso, ma anche forte e qualificato

Rifletto sull’eredità che ci ha lasciato: trent’anni di Consultorio : un incredibile numero di persone che hanno usufruito di un servizio nato dalla profetica intuizione di un sacerdote “il don Bianchi”, di un medico, “il dott.Terruzzi”, di un’assistente sanitaria “la Rosabianca”.

Diverse generazioni di professionisti operatori volontari; i piu’ giovani non l’hanno neppure fisicamente conosciuto il don Bianchi, ma erano tutti li stamattina in Duomo, con gli occhi lucidi e commossi a raccogliere un’eredità fatta di affetti di scienza e di coscienza.

Non mi sembra allora così pesante questa eredità da portare avanti perché la continuità ed il perfezionamento del sogno dei “fondatori del Consultorio” è ora portata avanti con impegno da tante persone a cui sono pervenuti i grandi valori che don Virgilio ci ha insegnato.

L’attenzione alla persone, il “religioso” ascolto dell’animo umano, la fiducia nelle risorse e nei doni che Dio ha dato a tutti.

Il rispetto umile e forte della dignità di ogni individuo indipendentemente dalla sua cultura, dalla sua posizione sociale, dalle sue miserie e difficoltà.

L’impegno a continuare sempre a studiare (quanti libri gli devo ancora restituire ?...) a confrontarsi, a lavorare insieme nelle diverse competenze scientifiche con umiltà e con coraggio prevenendo talvolta i tempi lunghi dei nostri pregiudizi.

L’amore per la Chiesa che si fa servizio e che si esprime attraverso l’umiltà del dono delle proprie competenze, ma anche con l’impegno concreto nella coerenza umana e cristiana.

L’amore di Dio che si fa piccolo coi  piccoli, povero coi poveri, divertito coi potenti.

Non ci sentiamo soli ora che don Bianchi è morto perché a poco a poco con la Sua lunga infermità fisica ci ha insegnato a camminare piano piano da soli e chissà  come si divertirà adesso quando ci vedrà tirare faticosamente le nostre carrette : “Dai che ce la fai” ……..

Gabriela Moschioni

direttore consultorio la famiglia di Como

 

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