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I.V.G. e prevenzione dell'I.V.G.

I.V.G. e prevenzione dell'I.V.G.

La decisione di interrompere la gravidanza è spesso un momento difficile della vita di una donna, costituisce un momento drammatico con importanti implicazioni psicologiche, etiche e religiose.

L'evento costringe a prendere in seria considerazione la propria capacità di generare con il passaggio immediato al mondo adulto e fertile.

            Costringe a valutare la propria capacità di scelta rispetto ad eventi "inevitabili" solo per chi accetta il destino, ma non per donne che scelgono per sé, razionalmente e con equilibrio, il controllo medico della propria fecondità, elemento inevitabile per tutte le donne che hanno un'attività sessuale.

            Aspetti psicosociali dell'interruzione di gravidanza: il processo decisionale e le conseguenze. Dagli studi sino ad oggi effettuati si è osservato che il ricorso all'IVG nella maggioranza dei casi (70%) non è una scelta, ma la conseguenza della incapacità concreta di regolare la fecondità con altri metodi.

            Esistono comunque delle categorie in cui il ricorso all'aborto risulta più elevato: fra queste ci sono le donne con figli, quelle con titolo di studio più basso e le casalinghe.

            In generale il numero di IVG aumenta con l'aumentare dei figli e dell'età. Più le nubili rispetto alle coniugate. L'elevato livello d'istruzione e la disponibilità di un lavoro agiscono come "fattore protettivo". Molto spesso queste donne scelgono la via dell'aborto volontario perché non ricevono il sostegno del compagno che può lasciarle alla notizia della gravidanza o disinteressarsi al destino della stessa, si sentono abbandonate, temono di non avere la capacità, anche a livello economico, di mantenere un bambino da sole, né vogliono che loro figlio cresca senza un padre.

            Non bisogna dimenticare però che non ci sono solo le difficoltà economiche e situazioni familiari incerte dietro la scelta di rinunciare al bambino, anche se queste sono le motivazioni prevalenti.

            Ci sono donne che semplicemente ritengono di non essere ancora pronte per la famiglia, che vogliono far carriera e divertirsi. Questo timore di dover modificare la propria vita e di non essere più in grado di gestirla può anche arrivare a manifestarsi con un vero e proprio incontrollabile terrore la cui soluzione sfocia inevitabilmente in un aborto volontario.

            Negli ultimi anni si è evidenziato un aumento del numero di interruzioni volontarie di gravidanza richiesto da donne straniere immigrate in Italia. Infatti delle 138.708 IVG effettuate nel 1999, 18.806 (pari al 14%) hanno riguardato cittadine straniere, rispetto alle 9.850 registrate nel 1996.

L'aumento numerico delle IVG effettuate da donne straniere è sicuramente dovuto all'aumento della presenza straniera in Italia: i permessi di soggiorno, ad esempio, secondo i dati Istat, sono passati da 678.000 nel 1995 a 1.100.000 nel 1999. Utilizzando una stima delle donne immigrate di età 18-49 anni, l'Istat ha calcolato che il tasso di abortività era pari a 32,5 nel 1998, circa tre volte superiore a quello osservato tra le cittadine italiane.

L'apporto delle donne straniere al numero di IVG in Italia potrebbe essere la causa principale dell'attuale fase di stabilizzazione dell'incidenza del fenomeno. Infatti se si considerano solo le cittadine italiane l'aborto risulta essere ancora in diminuzione: 127.700 IVG richieste da donne italiane nel 1996 e 120.407 nel 1999, anni più attendibili perché i casi in cui manca l'informazione della cittadinanza sono pochi.

Le analisi condotte evidenziano tra le donne straniere ricorrenti all'aborto ragazze in genere molto giovani, che spesso non parlano la nostra lingua e affrontano l'interruzione di gravidanza come un fatto normale. Nei paesi di provenienza l'aborto viene utilizzato come contraccettivo. In Romania, ad esempio, la pillola o ogni altro sistema anticoncezionale è costoso, le donne non possono permettersi la spesa e preferiscono rischiare. Il problema è che con certe immigrate non si riesce neppure ad avviare un percorso di educazione sessuale. Non parlano la lingua e i consultori o i centri ospedalieri sono sprovvisti di mediatori culturali.

            Inoltre l'avere un figlio, nella migrazione, rappresenta spesso un ostacolo al progetto migratorio, ed una gravidanza viene quindi di frequente considerata una condizione non opportuna. Per questo motivo, quando la donna immigrata giunge involontariamente a questo stato, ricorre nella maggior parte dei casi, andando a volte anche contro la propria cultura e la propria religione, all'interruzione volontaria di gravidanza. Spesso devono affrontare da sole questa situazione, in quanto la cultura di appartenenza non ammette determinate scelte, e quindi il portare a conoscenza parenti ed amici riguardo il proprio stato, potrebbe influenzare in senso opposto la decisione presa e porterebbe le donne ad essere "condannate" per il gesto compiuto.

            Le donne immigrate che scelgono una interruzione volontaria di gravidanza, quindi, sono prevalentemente nubili e non godono di uno stato socio-economico solido; la maggior parte di loro lavora come domestica ed il rischio o l'ipotesi che la gravidanza possa comportare la perdita del posto di lavoro può spiegare l'elevata prevalenza di aborti volontari, specialmente se la presenza della donne in Italia risulta essere clandestina. Il fattore economico spesso è determinante.

            Non di rado la decisione di effettuare l'IVG è presa singolarmente dalla donna che neanche dichiara il suo stato di gravidanza indesiderato a parenti ed amici che, influenzati dalla religione di appartenenza e dalla cultura di origine potrebbero non condividere la sua decisione. Si trova quindi sola a dover affrontare una situazione molto difficile, una situazione di grande conflitto interiore da dover superare esclusivamente da sole.

            La donna immigrata che ricorre all'IVG, nel caso in cui la sua cultura o religione non ammetta questa pratica, vive un sentimento di colpa per il mancato rispetto delle ideologie del paese di origine. L'IVG però apre uno spiraglio alla possibilità di utilizzare la contraccezione come metodo di controllo delle nascite, che prima non veniva presa in considerazione, ma che ora rappresenta una soluzione essenziale per non rivivere la sofferenza di un'altra IVG.

Le reazioni psicologiche della madre all'interruzione volontaria della gravidanza. Le conseguenze del ricorso a una IVG sono possono essere psicologicamente pesanti. Dopo aver affrontato l'intervento di interruzione della gravidanza, molte donne riportano sentimenti di dolore, di perdita, di sconforto, di tristezza, di rimorso e di smarrimento.

Ciò che emerge nella maggior parte dei racconti è l'autocolpevolizzazione, il forte senso di colpa nei confronti della scelta fatta, a cui si accompagna una perdita di stima in sé stesse e la convinzione che il dolore che si sta provando sia la giusta punizione per ciò che si è commesso. Dice Arianna, 31 anni: "Sono sola, alcuni anni fa ho avuto un'IVG. Le conseguenze sono atroci, soprattutto quando la famiglia prima ti costringe ad una scelta, ti disprezza, e poi ti abbandona, così pure hanno fatto gli "amici" che venuti a conoscenza del fatto avevano promesso aiuto ed invece sono spariti tutti. Io ho sbagliato prima di tutto commettendo un omicidio, non so ancora perché l'ho fatto, ed ho continuato a sbagliare cercando aiuto e conforto, ma forse è giusto pagare per tutto a questo modo."

In considerazione di ciò, sarebbe caldamente consigliabile un sostegno nell'elaborazione di tale esperienza; un sostegno che potrà essere offerto dagli psicologi del Consultorio Familiare.

            La consapevolezza e l'elaborazione, anche intima, dell'evento possono essere occasione di crescita personale e di senso della propria responsabilità, anche se accompagnate dal dolore.

Le reazioni psicologiche del padre e dei familiari all'interruzione volontaria della gravidanza. Essendo la gravidanza un evento che coinvolge tutta la famiglia, se informata della stessa, ricadute psicologiche dell'aborto volontario possono essere avvertite non solo dalla donna, direttamente coinvolta.

            Anzitutto il marito o, più in generale, il padre biologico del bambino, soprattutto se ha dovuto cedere davanti alla decisione della sua compagna.

            Il sentimento dominante sarà quello di una profonda impotenza di fronte alla decisione della madre. Questo causerà frizioni intollerabili nella loro vita matrimoniale, portandoli spesso verso il divorzio.

            E anche un senso di colpevolezza per non aver potuto impedire l'aborto.

E, da ultimo, un senso di perdita di responsabilità, perché comunque il "padre" non ha più niente da dire nel campo del concepimento e della salvaguardia del bimbo prima della nascita.

            E anche i fratelli e le sorelle del bambino abortito. Quello che gli americani chiamano "Sindrome del sopravvissuto all'aborto".

Vi sono pochi studi su questo argomento, ma è abbastanza facile immaginare cosa deve pensare un figlio dei propri genitori quando viene a sapere che uno dei suoi fratelli o sorelle è stato ucciso da un medico su domanda esplicita della loro madre, magari con il consenso del padre.

            Il sintomo prevalente in questi bambini è un grande senso d'insicurezza; una perdita di fiducia, accompagnata, talvolta, da senso di paura, d'avversione e persino di odio verso i genitori giudicati "capaci di uccidere anche loro, dal momento che hanno osato uccidere un fratello o una sorella".

            E, infine, anche gli altri membri della famiglia, e in modo particolare i nonni.

            Questi ultimi vedono la loro discendenza più lontana, i loro nipotini uccisi dai loro stessi figli. Quando si vede l'affetto particolare che molti nonni hanno per i loro nipoti, non occorre essere psichiatra per rendersi conto di cosa devono sentire nel proprio intimo i nonni di un bambino abortito.

            Vissuti psicologici e possibili conseguenze psicopatologiche all'interruzione volontaria di gravidanza. Per la maggior parte delle pazienti, l'aborto non è una minaccia al benessere mentale e non dà sequele psicologiche negative. Prima che tale intervento fosse facilmente e legalmente eseguibile, le difficoltà psicologiche erano, verosimilmente, dovute più che altro ai problemi e allo stress che le donne dovevano affrontare per riuscire a realizzare il loro intento. Le pazienti più soggette alle sequele di ordine psicologico sono quelle che hanno sofferto di sintomi psichiatrici già prima di rimanere gravide, quelle che hanno dovuto interrompere una gravidanza desiderata per ragioni mediche (materne o fetali), quelle dotate di una notevole instabilità oppure le giovanissime o quelle che hanno avuto un aborto tardivo.

            Studi condotti nei Paesi Bassi, che oggigiorno hanno il tasso d'interruzione di gravidanza fra i più bassi al mondo grazie allo sviluppo di una "cultura di pianificazione familiare", hanno dimostrato che non vi è una maggior incidenza di disturbi psicologici nelle donne che si sono sottoposte a un'IVG. Se alcune donne possono percepire tristezza e rimorso, la maggior parte di loro prova una sensazione di sollievo dopo l'intervento. Tempo dopo, continuano a pensare che la loro decisione era fondata, anche se per alcune è stata una decisione difficile da prendere. Le donne che invece sono state costrette a mettere al mondo un bambino contro la propria volontà, come pure i bambini indesiderati, soffrono più spesso di disturbi psichici e psicosomatici delle donne che hanno abortito o dei bambini desiderati.

Il caso più grave di psicopatologia a cui può andare incontro la donna in seguito a IVG è la "Sindrome post abortiva (PAS)", a tutt'oggi ancora molto dibattuta.

Sindrome post abortiva (PAS). La perdita di un bambino, anche prima della nascita, è causa naturale di un tempo di lutto per ogni madre. Tuttavia, quando il bimbo muore di morte naturale, il tempo fa superare, più o meno, questa tristezza della madre, non cancellando però mai un sentimento di perdita insostituibile. L'accettazione della morte d'un bimbo è cosa difficile per ogni madre.

            Ma quando questa morte avviene in modo deliberato, organizzato prima, quando il bimbo è ucciso da un medico, il trauma psichico è maggiore. Il senso di colpa per cui la donna non cessa di accusarsi d'aver ucciso suo figlio può portarla a sviluppare una nevrosi.

Il pensiero che la tortura è: "Non mi perdonerò mai d'aver consentito all'uccisione del mio bimbo e ciò mi perseguiterà sempre".

            La base stessa della sindrome post-abortiva si situa al livello della percezione soggettiva dell'aborto subito. In altri termini: la donna risente l'aborto come il fatto d'aver ucciso il proprio figlio in modo cosciente e premeditato. Il fatto che l'esecutore sia stato un medico accresce l'orrore dell'accaduto.

            La percezione di una complicità da parte della donna è d'importanza capitale per tentar di capire cosa avviene nella coscienza della donna che ha abortito. L'idea di omicidio del proprio bambino rimane scolpita nella memoria.

Le conseguenze per la donna colpita da questa sindrome terribile sono lì a testimoniarne la gravità.

Secondo l'"Elliot Institute for Social Sciences Research":

  • Il 90% di queste donne soffre di danni psichici nella stima di sé;
  • Il 50% inizia o aumenta il consumo di bevande alcoliche e/o quello di droga;
  • Il 60% è soggetto a idee di suicidio;
  • Il 28% ammette di aver persino provato fisicamente a suicidarsi;
  • Il 20% soffre gravemente di sintomi del tipo stress post-traumatico;
  • Il 50% soffre dello stesso in modo meno grave;
  • Il 52% soffre di risentimento e persino di odio verso quelle persone che le hanno spinte a compiere l'aborto.

Non vi sono statistiche su certi altri aspetti, come gli incubi notturni, le difficoltà di relazioni interpersonali, gli stati di panico, di depressione incontrando altri bimbi o bimbe.

La comparsa di disturbi organici a seguito di questo stato di "trauma psicologico" è anche difficile da quantificare, ma molte donne soffrono di disturbi ginecologici dopo l'aborto. Fra questi l'amenorrea prolungata, dolori persistenti ai seni. Tali disturbi, che possono trascinarsi per anni, non si spiegano solo con l'aspetto chirurgico dell'intervento.

            Queste donne subiscono pure, molto frequentemente, diversi sintomi di relegazione nel loro subcosciente dell'aborto subito. Si sforzano di compensare il loro rimorso, più o meno ammesso, attraverso un'attività vicariante; gettandosi in pieno nelle loro occupazioni, rese sempre più trepidanti allo scopo di non dover pensare ancora...

            Spesso queste donne non mettono in relazione i loro disturbi psichici con l'aborto subito. Ciò non facilita il compito del medico consultato per sintomi a prima vista molto disparati.

            Evidentemente l'aborto è irreversibile; per cui ogni terapia sarà essenzialmente palliativa. Attualmente non esiste una terapia curativa di questa sindrome.

            E il carattere d'irreversibilità ci costringe a considerare anzitutto l'importanza della prevenzione.

            Troviamo, fra gli specialisti della terapia, "scuole" diverse relativamente alla percezione degli atteggiamenti e dei comportamenti da tenere di fronte a questa sindrome. Tuttavia, noteremo più avanti che dai testi di questi esperti, che sono peraltro di origine e di formazione molto disparate, emerge una straordinaria unanimità.

            Uno degli istituti specializzati, l'"lnstitute of Pregnancy Loss and Child Abuse Research and Recovery" (IPLCARR), situato in Canada (Colombia britannica), e diretto dallo psichiatra professor Philip Ney, forma consiglieri specializzati. Essi sono preparati in modo approfondito nelle tecniche di aiuto psicologico. Imparano a evitare le trappole di rimozione (refoulement) nella donna che soffre, per farle prendere pienamente coscienza del suo errore e per guidarla nel processo di lutto e di svolgimento (déploiement) spirituale, unica via praticabile per "uscire dal tunnel".

Susan Standford descrive nei dettagli una via simile nel suo libro "Will I Cry Tomorrow?", "Piangerò domani?". Questa psicologa americana ha, del resto, iniziato la sua carriera di specialista della sindrome post-abortiva subendo lei stessa un aborto. Ora dedica la sua vita alla cura delle donne che hanno abortito. Lo fa assieme a suo marito, il dottor Vincent Rue.

            Questi esperti hanno trovato che il processo terapeutico del conflitto psicologico poteva essere paragonato al processo di accettazione della propria morte più o meno imminente, così come l'ha descritto Elisabeth Kübler-Ross, psichiatra americana di origine svizzera.

            Questa progressione avviene in 7 tappe successive:

  1. La negazione del problema;
  2. La rabbia per il fatto di dover affrontare il problema;
  3. Il mercanteggiamento con la propria coscienza per tentare di liberarsene;
  4. La depressione;
  5. Il senso di colpa e di vergogna;
  6. Il perdono;
  7. La riconciliazione.

È praticamente impossibile, per la donna che ha abortito, arrivare alle due ultime tappe senza aiuto esterno. Qui si trova appunto lo spazio operativo dei consiglieri psicologici. Perché il fatto di non progredire più dopo la tappa 4 (depressione) o 5 (colpa/vergogna) è all'origine del tasso di suicidi elevato in questa categoria.

            La signora Meta Eichmann, che dirige "Suicide anonymous" a Cincinnati, nello Stato dell'Ohio, negli Stati Uniti d'America, ha dichiarato che il suo gruppo, in 2 anni e mezzo di tempo, aveva curato più di 4000 casi di (tentativi di) suicidio di donne. La metà di questi casi riguardava donne che avevano abortito. Fra queste, 1.400 erano di età fra i 15 e i 24 anni, che è la fascia d'età in cui, negli Stati Uniti d'America, il tasso di suicidi mostra il picco più elevato.

            Ma anche una buona formazione generale non è sempre sufficiente per condurre a buon fine questo compito.

            Supponendo un "quadro di fondo" intensamente religioso, il dottor Pablo Verdier, psichiatra uruguaiano, specializzato in questa sindrome, insiste per esempio sul fatto che i confessori cattolici dovrebbero badare affinché le loro penitenti non abbiano a confessare "un aborto", bensì "il loro aborto", senza di che non potranno progredire oltre sulla via delle 7 tappe citate prima. Questo fatto è pure citato da papa Benedetto XVI nel suo scritto sulle questioni importanti attuali sulla Fede. Il dottor Vincent Rue chiama questo "to name the pain", "dare un nome al dolore".

            Come Susan Standford, il dottor Pablo Verdier auspica quel che chiama "sueño diurno dirigido", il "sogno sveglio guidato". È uno stato in cui la donna che ha abortito si concentra intensamente sul proprio aborto, immaginandosi il più vivamente possibile il proprio figlio che viene ucciso e che lei rimette in spirito al Creatore e Redentore del mondo.

            Prevenzione dell'I.V.G. Nei Paesi Bassi come precedentemente detto l'introduzione della soluzione dei termini è stata accompagnata da una precisa volontà, degli ambiti coinvolti in questa problematica, di attivare la prevenzione: educazione sessuale intensiva, contraccezione gratuita, accessibilità ai centri di pianificazione familiare e, nel caso di un'interruzione della gravidanza, consulenze centrate sulla contraccezione. L'insieme di queste misure di prevenzione hanno sviluppato una "cultura di pianificazione familiare". Sono questi i fattori che, nonostante una legge permissiva, hanno prodotto il tasso d'interruzione di gravidanza fra i più bassi al mondo. Quindi, nonostante l'aborto in Italia sia in calo costante, in relazione all'elevazione dei livelli di cultura e istruzione ed alla diffusione dei concetti e metodi della contraccezione, è prevedibile che un impegno più incisivo a favore della pianificazione familiare, anche attraverso l'attività formativa e informativa, a livello tanto centrale quanto locale, comporterebbe un più rapido calo del ricorso all'IVG, con ovvi benefici per i singoli e la collettività. Questo compito dovrebbe essere assunto in primis dai Consultori Familiari, con un potenziamento delle attività e delle risorse dello stesso e la presenza di mediatrici culturali in grado di connettere il servizio con quella parte di popolazione femminile che incontra una barriera pressoché insormontabile nelle differenze culturali, etniche, religiose e linguistiche.

            Infine un discorso più particolareggiato meriterebbe l'educazione scolastica. È tempo di insistere sul dovere, che le scuole hanno, di promuovere la conoscenza sia dei fatti inerenti alla sessualità umana (fisiologia, emotività), sia dei relativi problemi, insieme con i modi di affrontarli, conoscenza rivolta alla consapevolezza circa le responsabilità che ne derivano.

www.inftub.com/filosofia/psicologia/IVG-e-prevenzione-dell-IVG-Tes12638.php

Dare un volto all'amore - Un pensiero che duri un anno…

Un pensiero che duri un anno

 

 

AUTORE:  Cesare Lodeserto

 

 

Tutti vorremmo la ricetta della felicità e poter credere all’inizio del nuovo anno di aver risolto tutti i problemi. Sarebbe veramente bello! Iniziamo con il dire che tra ieri, ultimo giorno dell’anno trascorso, ed oggi, primo giorno del nuovo anno, non è cambiato assolutamente nulla, nonostante la magica notte degli auguri donati e ricevuti. Eppure una novità c’è o ci può essere, ed è reale, la puoi constatare, sentire e vivere. La novità è il tuo buon cuore che ha deciso di rinnovarsi, di rimuovere ostacoli e sassolini, pensieri inutili e progetti irraggiungibili. Un cuore che ha deciso di amare e forse camminare con i piedi per terra senza inseguire ciò che non avverrà mai. Allora la ricetta è l’amore.

Certo, ma non quello dei film strappalacrime o qualcosa del genere, ma quello che ti fa amare nonostante tutto, perdonare con fatica, rendere vicini i lontani, compiere gesti che stupiscano coloro che sono abituati a vederti in modo monotono e negativo, fino a dire “come sei cambiato!”.

La novità di questo nuovo anno che inizia sei tu, perché hai deciso di amare. Lo hai sempre fatto, ma è giunto il tempo di dare un volto all’amore, di renderlo capace di fare miracoli e non magie, di risolvere i problemi e non crearli, di costruire ponti per andare oltre le macerie di un mondo che genera lontani ed allontana anche i buoni. Forse il primo ponte lo devi costruire per essere parte viva di coloro che vivono al tuo fianco, che spesso rendiamo più lontani dei lontani reali.

Ponti da percorrere per amare, abbracciare, ritrovare, ricomporre e dare vita ad un anno che sia quello del mio e tuo cambiamento. Certo, amare è anche soffrire, sentire la fatica delle relazioni e doversi confrontare con chi non vuol saperne nulla del tuo amore e preferisce continuare a vivere da lontano.

Il modello dell’amore è Gesù e non è un modello impossibile, perché lui ci ha dato un esempio, ci ha fatto capire che bisogna amare nella quotidianità, con i piccoli gesti, con le semplici virtù, con le scelte che stupiscono ed emozionano coloro che ci osservano, vicini o lontani che siano.

Non dirmi “non sono praticante”, perché il buon Dio non seleziona, non distingue e soprattutto non usa il registro delle presenze, per puntare il dito sul fatto che tu non ci sia. Ci sei già, perché hai compreso con me e noi tutti che si inizia dalla strada dell’amore, dal proprio cuore e dal desiderio di vivere un anno la cui ricetta per la serenità siamo noi stessi. Ecco l’anno dell’amore che rinnova i cuori. (1 gennaio 2019)

Don Cesare Lodeserto

Missionario presso Chiesa Cattolica

di Chisinau (Moldavia)

ABORTO VOLONTARIO - Il manifesto. Nei diritti dell’uomo anche il concepito

ABORTO VOLONTARIO

 

Il manifesto. Nei diritti dell’uomo anche il concepito

 


Da 52 sigle associative d’ispirazione cristiana un «manifesto» per riconoscere il valore del concepito, espresso attraverso gravidanza e maternità.

 

Alla vigilia dei 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti umani è nata l’idea di una riflessione pubblica sulla dignità della persona a partire dalla consapevolezza dei diritti dei più fragili, primo tra tutti il concepito. Attorno al principio scolpito all’articolo 3 («Ogni individuo ha diritto alla vita») è stato sviluppato un testo sottoposto all’esame di associazioni e realtà ispirate ai valori cristiani e poi integrato facendo tesoro delle numerose indicazioni di chi lo ha condiviso e firmato. Il risultato di questo lavoro è il testo che oggi pubblichiamo, con le adesioni di numerose sigle associative, un «Manifesto» aperto a eventuali nuove sottoscrizioni (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.). 
Manifesto sul diritto alla vita nel 70° anniversario della Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo.


10 dicembre 1948-10 dicembre 2018


Premessa.

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è intervenuta al termine di tre terribili decenni caratterizzati da due conflitti mondiali con decine di milioni di morti, devastazioni materiali e morali e all’inizio di una guerra, detta 'fredda' perché non dichiarata ma in atto col possibile uso di armi distruttive ancora più potenti. La Dichiarazione pone le premesse di una pace duratura allorché richiama il «riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti uguali ed inalienabili, quale base della libertà, della giustizia e della pace nel mondo».

Non affida la pace alla forza delle armi, ma a un 'atto della mente' quale è il riconoscimento della inerente – cioè intrinseca – dignità di ogni essere umano. La violazione dei diritti dell’uomo è continuata in tante guerre locali, con dimensioni più o meno ampie, nell’aggressione del terrorismo, nel rifiuto dell’accoglienza di poveri e di vittime della fame e della violenza.

Ancora più grave è il rifiuto di riconoscere la dignità di esseri umani che sono i più piccoli e i più poveri: i figli concepiti e non ancora nati. Non è possibile rassegnarsi di fronte ai milioni di aborti realizzati con il sostegno dello Stato e al numero incalcolabile di esseri umani eliminati nell’ambito delle tecniche di fecondazione in vitro. Ancor più è inaccettabile l’assuefazione di fronte all’attuale pretesa di una parte del femminismo – propagandata anche da potenti lobby internazionali – di considerare l’aborto come 'diritto umano fondamentale', come se il giusto moto di liberazione della donna da una minorità sociale e familiare trovasse la sua conclusione e raggiungesse il suo vertice con la facoltà di sopprimere i propri figli. In occasione della celebrazione dei diritti dell’uomo è doveroso concentrare la riflessione su due punti: l’identità umana del concepito – componente della famiglia umana – e la maternità quale segno dell’amore per la vita, particolarmente espresso dalla gravidanza.


L’identità umana del concepito.

La scienza moderna e la ragione provano che il figlio concepito è un essere umano e, dunque, titolare della dignità umana come ogni altro essere umano. Molti sono i documenti che dimostrano la piena umanità del concepito. In questa sede basta ricordare, sul versante italiano, i ripetuti pareri del Comitato Nazionale per la Bioetica e la sentenza costituzionale n. 35 del 10 febbraio 1997. Per giustificare pubblicamente la distruzione degli embrioni, nessuno osa negare la identità umana del concepito, ma si sofferma soltanto sulla condizione femminile con un’ambiguità di linguaggio che nasconde la verità parlando di 'salute sessuale e riproduttiva', di 'donna' anziché di 'madre', di 'interruzione volontaria della gravidanza' o 'Ivg' anziché di aborto, e invocando una sorta di 'diritto' all’autodeterminazione in ordine al figlio (che si esprime nel rifiutarlo con l’aborto se non gradito e nel volerlo a ogni costo con la cosiddetta 'procreazione medicalmente assistita' o con la 'maternità surrogata' se invece non arriva).

La convinzione che il concepito non è un essere umano, non è un figlio, ma è soltanto un grumo di cellule, cancella il coraggio innato nella singola donna di accettare una gravidanza difficile e non attesa. L’esperienza dei Centri di aiuto alla Vita e di quanti operano al servizio della vita nascente e delle madri in difficoltà prova, invece, che la consapevolezza della identità umana del concepito è il massimo elemento di prevenzione dell’aborto, perché invita alla condivisione dei problemi, risvegliando il coraggio innato della madre e lo spontaneo amore per il figlio.

Di conseguenza, il dibattito pubblico deve essere concentrato sulla identità umana del concepito, sia per la sua forza argomentativa sia per la sua efficacia preventiva capace di salvare vite umane, specialmente quando l’aborto è privatizzato e reso possibile mediante prodotti chimici assumibili nella propria abitazione (Ru486 e cosiddetta 'contraccezione di emergenza').

È evidente che la difesa della vita nascente è affidata prioritariamente alla coscienza individua-le, ma la coscienza ha bisogno in qualche modo di essere 'illuminata'.
Meditazione sulla maternità e la gravidanza La misericordia e l’accoglienza verso le donne che hanno fatto ricorso all’aborto – spesso indotte a ricorrervi da circostanze esterne e contro la loro vera natura e volontà – deve essere un punto fermo. Tuttavia, non possiamo esimerci dal constatare che la spinta verso la legalizzazione dell’aborto come 'diritto' deriva in prima battuta da un certo femminismo che, dopo aver rivendicato giustamente la uguale dignità rispetto alla popolazione maschile, pretende l’uguaglianza in modo grossolano anche per quanto riguarda la generazione dei figli, dimenticando così quella prerogativa esclusivamente femminile che rende la donna naturalmente privilegiata rispetto all’uomo, la cui figura maschile e paterna va comunque valorizzata nella dimensione della responsabilità e dell’indispensabile coinvolgimento relazionale. Tuttavia, nonostante la rappresentazione mediatica, la cultura che in nome della donna e dei suoi diritti pretende il 'diritto d’aborto' riunisce solo una minoranza delle donne.

La grande maggioranza desidera o comunque realizza la maternità. La gravidanza, indispensabile perché l’essere umano nasca e quindi perché la società sussista e abbia futuro, è caratterizzata da tre segni che mettono il timbro dell’amore sulla vita umana. In primo luogo, la gravidanza implica sempre una modificazione del corpo femminile, spesso è accompagnata da disagi e termina con il dolore del parto.

La donna accetta tutto questo con un istintivo coraggio. In secondo luogo, la crescita del figlio nel seno materno ('dualità nell’unità') può essere interpretata come un abbraccio prolungato per molti mesi. L’abbraccio è un segno dell’amore. Per questo abbiamo parlato di un privilegio femminile posto a servizio dell’intera umanità.

La terza caratteristica riguarda la relazione di cura dell’altro che la gravidanza instaura in modo davvero speciale tra madre e figlio: si potrebbe dire che il 'genio della relazione', sovente attribuito alla donna, trova la sorgente in quel modello primordiale di relazione che si stabilisce con la naturale ospitalità del figlio sotto il cuore della mamma.

A ben guardare ogni autentica relazione di cura (si pensi ai malati, ai disabili, agli anziani) rimanda a quell’accoglienza gratuita e a quel dono di sé che fa appello alla donna quando si annuncia il figlio che vive dentro di lei. La meditazione sulla maternità e sulla gravidanza indica come traguardo del moto di liberazione la capacità tutta femminile di imprimere sull’umanità il segno dell’amore, il quale suppone, a sua volta, il riconoscimento del concepito come la meraviglia delle meraviglie, il risultato della creazione in atto, una freccia di speranza lanciata verso il futuro, uno di noi.

Ne consegue l’urgenza di una nuova riconoscibile presenza femminile che faccia parlare e ascoltare le donne in nome della loro maternità realizzata o desiderata.
Segue, in ordine alfabetico, l’elenco delle associazioni che aderiscono al Manifesto.
Redazione Avvenire 9 dicembre 2018
www.avvenire.it/attualita/pagine/dalla-parte-del-pi-indifeso

Il Natale Cristiano - Una meditazione per gli operatori consultoriali

Il Natale Cristiano

Una meditazione per gli operatori consultoriali

 

 AUTORE:  Aldo Basso

È il giorno natale di nostro Signore: ecco il mistero che oggi celebriamo nella gioia. La parola di Dio che abbiamo ascoltato è tutta una espressione di esultanza. L’angelo dice ai pastori: “Vi annunzio una grande gioia... oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore” (Lc 2,10-11). Il profeta Isaia incoraggia alla speranza il popolo scoraggiato: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una gran luce... Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia... Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio” (Is 9,1-5).

 

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L’ HUMANAE VITAE cinquant’anni dopo

 

Primo piano

L’ HUMANAE VITAE cinquant’anni dopo

 

 Autore: Gabrio Zacchè

 

 

L’Humanae Vitae(HV)è una enciclica di Papa Paolo VI, promulgata nel difficile contesto socio-culturale del 1968. Enciclica preceduta dai pareri spesso discordi di numerose commissioni, è stata a suo tempo criticata da teologi vescovi ed episcopati. Le dichiarazioni dei più importanti episcopati furono finalizzate prevalentemente a minimizzare la portata delle indicazioni magisteriali, a sottolineare il primato della coscienza secondo quanto emerso dalla costituzione pastorale Gaudium et spes, e a sollecitare una larga comprensione nei confronti di tutti quei coniugi che di fronte alle impegnative indicazioni in tema di regolazione della fertilità si sarebbero scoraggiati.

Ignota a molti allievi che iniziano i miei corsi di bioetica preso l’ISSR di Mantova, è praticamente dimenticata da gran parte dei fedeli. L’HV definì la contraccezione contraria non solo all’apertura alla vita, ma anche all’amore sponsale, caratterizzato dall’inscindibilità dell’aspetto unitivo e procreativo di ogni atto coniugale (HV 12), e ammette esclusivamente il ricorso ai periodi infecondi (HV 16). L‘enciclica riflette soprattutto la preoccupazione di Paolo VI rispetto alla diffusione delle politiche antinataliste di fronte al rischio della cosiddetta “bomba demografica” (HV 2).

Giovanni Paolo II si è posto in continuità con il messaggio della HV approfondendo il significato non solo teologico ma anche antropologico dei metodi naturali nella regolazione della fertilità (Familiaris Consortio, 32, 1981). In quegli anni fu diffusa la conoscenza del metodo della ovulazione dei coniugi John ed Evelyn Billings, sicuramente più affidabile rispetto al solo metodo statistico Ogino-Knaus o al solo uso della temperatura basale. Seguirono, in Vaticano, i primi “Congressi Internazionali della Famiglia d’Africa e d’Europa”. Vi partecipai invitato dal mio vescovo Egidio Caporello. Organizzatrice era suor Anna Cappella, responsabile della Centro Studi sui metodi naturali dell’Università Cattolica, ospiti i coniugi Billings, psicologi e coppie prevalentemente polacche impegnate nella pastorale famigliare e gruppi cattolici provenienti dall’Africa e dall’America Latina.

Nel consultorio Ucipem ci eravamo organizzati per l’insegnamento dei metodi, le parrocchie ci invitavano a parlare ai fidanzati, ma poche erano le richieste e provenivano prevalentemente da giovani con un vissuto ecclesiale all’interno di particola gruppi di spiritualità.

 

Papa Francesco nella esortazione apostolica Amoris laetitia (AL)si pone nella stessa linea di principio e afferma che “va riscoperto il messaggio dell’enciclica HV che sottolinea il bisogno di rispettare la dignità della persona nella valutazione morale dei metodi di regolazione della natalità” (AL 82, 2016).

Oggi, la grande domanda è quella di capire come mettere in sintonia il quadro normativo della HVcon la tensione al rinnovamento alla luce del primato della coscienza che si respira in AL.E’da tener presente:

  • Già l’11 agosto 1968, presentando il documento alla stampa, monsignor Ferdinando Lambruschini, allora ordinario di teologia morale alla Lateranense, dopo pochi mesi nominato arcivescovo di Perugia, spiegò – su diretta richiesta del Papa – che quel testo non doveva essere considerato né infallibile né irreformabile.

  • Lo stesso Paolo VI più volte negli anni successivi, scosso e turbato dalle critiche giunte anche da teologi da lui stimatissimi, come padre Bernard Haering, riconfermò il valore del giudizio di coscienza dei coniugi accompagnati da una saggia guida spirituale.

  • Il Catechismo degli adulti (1995), dopo aver riconosciuto che “la prassi è al di sotto dell’ideale”, afferma, che “alcuni i quali ritengono impraticabile per loro la continenza periodica …. devono essere essi per primi a valutare la situazione della loro coscienza (1062).”

  • I recenti Sinodi sulla famiglia (2014-2015) hanno mostrato a livello mondiale, nelle risposte ai due questionari proposti, una rimozione collettiva della contraccezione come problema.

  • Nella esortazione apostolica AL, Francesco affronta esplicitamente la questione dei metodi contraccettivi in un solo punto (il n° 222). Eccolo: «L’accompagnamento deve incoraggiare gli sposi ad essere generosi nella comunicazione della vita. Conformemente al carattere personale e umanamente completo dell’amore coniugale, la giusta strada per la pianificazione familiare è quella di un dialogo consensuale tra gli sposi, del rispetto dei tempi e della considerazione della dignità del partner. In questo senso l’enciclica Humanae vitae e l’esortazione apostolica Familiaris consortio devono essere riscoperte al fine di ridestare la disponibilità a procreare in contrasto con una mentalità spesso ostile alla vita […]. La scelta responsabile della genitorialità presuppone la formazione della coscienza, che è ‘il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità’ (Gaudium et spes, 16). Quanto più gli sposi cercano di ascoltare nella loro coscienza Dio e i suoi comandamenti (cfr Rm 2,15), e si fanno accompagnare spiritualmente, tanto più la loro decisione sarà intimamente libera da un arbitrio soggettivo e dall’adeguamento ai modi di comportarsi del loro ambiente. Rimane valido quanto affermato con chiarezza nel Concilio Vaticano II (Gaudium et spes, 50): ‘I coniugi […], di comune accordo e con sforzo comune, si formeranno un retto giudizio: tenendo conto sia del proprio bene personale che di quello dei figli, tanto di quelli nati che di quelli che si prevede nasceranno; valutando le condizioni sia materiali che spirituali della loro epoca e del loro stato di vita; e, infine, tenendo conto del bene della comunità familiare, della società temporale e della Chiesa stessa. Questo giudizio in ultima analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi’ ”.

 

In questo cinquantesimo anniversario dell’enciclica, il contesto socioculturale è molto diverso da quello della fine anni ‘60, soprattutto nell’ambito della sessualità. Non solo i comportamenti dei giovani sono cambiati, ma anche la stessa interpretazione antropologica della sessualità, dove si trova anche una ricerca di valori (reciprocità, autenticità, totalità…) che viene colta e adeguatamente interpretata. Così il solco tra sessualità e fecondità si è approfondito.

Oggi, inoltre, possiamo meglio conoscere il percorso dell’enciclica grazie al documentato studio archivistico del teologo Gilfredo Marengo “La nascita di una enciclica” (Libreria Editrice Vaticana, 2018), partendo dai documenti papali e non che l’hanno preceduta e dalle commissioni preliminari che si sono succedute.

Così veniamo a conoscenza del dossier riservato del futuro papa Luciani, cautamente aperturista sulla possibilità di ammettere la contraccezione chimica, e di un’enciclica già approvata dallo stesso Paolo VI e addirittura già stampata, la De nascendae prolis, di cui lo stesso Pontefice bloccò la pubblicazione perché troppo prescrittiva, ispirata a una teologia quasi preconciliare.

Quest’anno, incontri e convegni hanno riaperto il dibattito sulla HV valutando il presente e scrutando “i segni dei tempi”. Tra questi:

  • La Pontificia Università Gregoriana vi ha dedicato un ciclo di 9 pubbliche lezioni iniziate nell’ottobre 2017 e concluse a maggio (8 incontri con 16 relatori).

  • Convegno al Camillianum di Roma, in maggio: una riflessione pastorale, teologica e bioetica sulla genitorialità oggi.

  • L’Associazione teologica italiana per lo studio della morale (ATISM) vi ha dedicato il suo XXVII Congresso Nazionale (Torino, luglio 2018)

  • In ottobre, su iniziativa di Voice of the Family,un’organizzazione inglese che riunisce 25 associazioni pro-life internazionali, riunisce presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Angelicum) alcuni tra i più apprezzati studiosi e leader pro-life di tutto il mondo.

 

Le voci son state inevitabilmente contrastanti, ma la voce di due teologi, ospiti il primo dell’ATISM, il secondo dell’Università Gregoriana, si impongono per competenza e autorità alla nostra riflessione: Salvino Leone, medico e docente di teologia morale alla Facoltà Teologica di Sicilia e don Maurizio Chiodi, docente di bioetica presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale (Milano) e membro della Pontificia Accademia della Vita.

  • Salvino Leone ha proposto di percorrere un cammino di rifondazione della norma che evidenzi maggiormente la distinzione fra atto e mentalità contraccettiva, che valorizzi il sensus fidelium e quella che Newman chiamava “la consultazione dei laici in materia di dottrina” e soprattutto accolga in modo pieno il paradigma personalista rispetto a quello biologico e giusnaturalista. Leoni è anche autore di un libro “Il rinnovamento dell’etica sessuale” (EDB, 2017) dove, nel capitolo “Contraccezione: il coraggio di un’evoluzione dottrinale”, svolge un’ampia e documentata riflessione sul tema.

  • Chiodi rilegge l’Humanae vitae” a partire dalla Amoris laetitia: «La tecnica, in determinate circostanze, può consentire di custodire la qualità responsabile dell’atto coniugale anche nella decisione di non generare quando sussistano motivi plausibili per evitare il concepimento di un figlio. La tecnica non può essere rifiutata a priori quando è in gioco la nascita di un figlio, perché anche la tecnica è una forma dell’agire e quindi richiede un discernimento sulla base di criteri morali, irriducibili però a una interpretazione materiale della norma».

È proprio all’interno di questa novità, recepita anche da alcune posizioni magisteriali, che si aprono rinnovate prospettive di ricerca e di riflessioni, in grado forse di ridurre la distanza fra la dottrina cattolica e l’ethos occidentale contemporaneo nell’ambito dell’amore sessuale, del matrimonio e della generazione.

Molti passi sono stati fatti dalla Chiesa in questo ultimo secolo, sia a livello dottrinale che pastorale, circa l’amore e la procreazione. Basti pensare che l’enciclica Casti Connubi di Pio XI (1930) riconosceva come fine primario del matrimonio esclusivamente la procreazione! Sviluppare una dottrina non significa cancellarla. Significa tener conto di vissuti e conoscenze nuove e positive sulla vita di coppia, ed adeguare le risposte ai tempi che si stanno vivendo. Saggezza che la Chiesa ha sempre esercitato.

Così si è espresso papa Francesco a questo riguardo: “La Tradizione è una realtà viva e solo una visione parziale può pensare al ‘deposito della fede’ come qualcosa di statico. La Parola di Dio non può essere conservata in naftalina come se si trattasse di una vecchia coperta da proteggere contro i parassiti! No. La Parola di Dio è una realtà dinamica, sempre viva, che progredisce e cresce perché è tesa verso un compimento che gli uomini non possono fermare” (12/10/2017).

Gabrio Zacchè



 

 

   

 

 

 

 

 

Salvino Leone

Maurizio Chiodi

 

 

 

   

 

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