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NewsUCIPEM n. 866 – 11 luglio 2021

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…Ndr}.

Link diretti e link per pdf -download a siti internet, per documentazione.

                I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

                Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.

                In ottemperanza alla direttiva europea sulle comunicazioni on-line (direttiva 2000/31/CE), se non desiderate ricevere ulteriori news e/o se questo messaggio vi ha disturbato, inviate una e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con richiesta di disconnessione.

                Chi desidera connettersi invii a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. la richiesta indicando nominativo e-comune d’esercizio d’attività, e-mail, ed eventuale consultorio di appartenenza. [Invio a 1.391 connessi]

1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

 

02 ABORTO                                          Rapporto Matić: l’Europa torna a sostenere l’aborto volontario

04 ABUSI                                              Milano: NSC a margine della condanna di don Mauro Galli

05 AFFIDO CONDIVISO                     La Cassazione sposa apertamente e direttamente la monogenitorialità

08 A.I.C.CONIUGALI E FAMILIARI   Il consulente familiare anno XXXII n.3\2021 luglio-settembre 2021

08 AUTORITÀ GARANTE MINORI   Affidi, trasparenza su relazioni dei servizi sociali e maggiori controlli sulle comunità

09 BIBBIA                                             Rebecca lo sapeva. Se non è lecito benedire bisogna agire d’astuzia

09 CENTRO INT. STUDI FAMIGLIA  Newsletter CISF - n. 27, 07 luglio 2021

11 CENTRO IT. SESSUOLOGIA          Masturbazione femminile: falsi miti e tabù

12 CHIESA DI TUTTI                            Una grave crisi aleggia sulla Chiesa

13                                                           Dio che perdiamo

14                                                           Perché cambiare”. Un libro di Don Mencucci sulla riforma della Chiesa

15 CITTÀ DEL VATICANO                  Benedizioni di unioni omoaffettive: un piccolo libro

16 CONF. IT. METODI NATURALI    L’accompagnamento alla coppia infertile

17 CONF. EPISCOPALE ITALIANA    Sul ddl Zan la Cei non torna indietro: «Ci auguriamo una riformulazione del testo».

18                                                           Consiglio Permanente: il Comunicato finale

20 CONSULTORI FAMILIARI             Consultazione pubblica per il nuovo Piano Nazionale per la Famiglia

20                                                          Aggiornare la Legge dei Consultori Familiari?

22                                                          I consultori familiari delle USL [ora ASL] (1995)

28                                                          Progetto Obiettivo Materno Infantile (2000)

30                                                          I consultori familiari e il progetto obiettivo materno infantile

30                                                          Esperienze. Aree di intervento

31                                                          Chi e perché sta abbandonando i consultori?

35                                                          C. F.: le sintesi regionali sui risultati dell’indagine nazionale del 2018-2019

36 CONSULTORI REG. VENETO        Consultori Familiari Socio Educativi e Consultori Familiari Socio-sanitari

37  CONSULTORI FAM. UCIPEM      Organi sociali rinnovati

37 COUNSELING SESSUOLOGICO    Quando sentiamo parlare di counseling o di counseling sessuologico?

38                                                          Identità sessuale: facciamo chiarezza

38 DALLA NAVATA                             XV Domenica del Tempo ordinario - Anno B 11 – 11 luglio 2021

38                                                          «In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due

39 DONNE NELLA (per la) CHIESA   Autorità e profezia

40 ENTI TERZO SETTORE                    Codice del terzo settore

40 FIGLI NATURALI                            Assegno di mantenimento: i criteri di revisione

40 FRANCESCO VESCOVO ROMA    Note sul discorso di papa Francesco all'Organizzazione Mondiale del Lavoro

45 GENERAZIONI                                Sessualità: tra i millennials conferme e sorprese, 5 minuti con Dalla Zuanna

46 NULLITÀ DEL MATRIMONIO       F. P. T. spiega il valore della sentenza di nullità matrimoniale dall’Amoris Lætitia

48                                                           Delibazione sentenza nullità matrimonio: Cassazione

50 PARLAMENTO                                Senato. Il Disegno di legge Zan

50                                                          Guerra di parole. La controversa interpretazione del concetto di identità di genere

51                                                          L’analisi dei giuristi: «Così com’è, il ddl Zan è solo propaganda»

52                                                          Il giurista. Irti: «È in gioco la libertà di tutti»

53                                                          Al Senato. Togliere quella spina (articoli 1 e 4) e fare la legge Zan (condivisa)

54                                                          Come intendere l’«identità di genere»? Alcuni nodi problematici      

56                                                           L'ambiguità toglie al testo la natura universalistica

58                                                          Ddl Zan. Fassina: «Il gender va tolto dal testo»

59                                                          Omofobia. Visione antropologica e leggi dello Stato

59                                                          Ddl Zan, bastano tre piccole modifiche

60                                                          Un disegno di legge sbagliato si cambia e il ddl Zan può essere ben corretto

62                                                          Altri articoli pubblicati da “Avvenire

62                                                          Approvare senza modifiche il Ddl Zan: un appello                                                   

63 RICONOSCIMENTO                       Figli: negato il riconoscimento al padre prevaricatore

64 SESSUOLOGIA                                Sesso e MTS: quella terribile paura di contrarre l’HIV

65 SINODO                                           La sinodalità, un cammino di conversione

68                                                          Leggere i segni dei tempi, La collegialità dei vescovi nel cap. III della Lumen Gentium

72 VACCINAZIONI                              Vaccini obbligatori ai bambini: nessuna violazione di diritti umani

74                                                          Scontro genitori e figli sul vaccino: cosa fare?

 

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ABORTO

Rapporto Matić: l’Europa torna a sostenere l’aborto volontario

                Distratti dalle «ripartenze» post-pandemiche e dal DDL Zan, forse non abbiamo fatto attenzione alla notizia dell’approvazione, da parte del Parlamento europeo, del cosiddetto Rapporto Matić relativo all’interruzione volontaria della gravidanza, presentato dall’eurodeputato croato Predrag Fred Matić il 21 maggio. Il suo titolo intero è Report on the situation of sexual and reproductive health and rights in the EU, in the frame of women’s health (Rapporto sulla situazione della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi in UE, nel quadro della salute delle donne).      www.europarl.europa.eu/doceo/document/A-9-2021-0169_EN.html

Dopo la sua presentazione sono pervenuti al Parlamento europeo numerosi rilievi critici da parte di conferenze episcopali, movimenti «pro life», nonché un Position paper da parte degli ospedali europei dei Fatebenefratelli. Senza alcuna efficacia, dato che il Rapporto è stato approvato il 25 giugno con 378 voti favorevoli, 255 contrari e 42 astenuti.

                Articolato come una disamina sui diritti relativi alla salute sessuale e riproduttiva che, a suo giudizio, sarebbero insufficientemente garantiti nell’Unione Europea, il testo mette insieme problematiche di ordine diverso quali ad esempio le discriminazioni di genere o la violenza sulle donne. I punti di maggiore criticità riguardano la presentazione dell’aborto volontario come «diritto umano» da garantire e tutelare; l’invito a una prassi che agevoli maggiormente il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), ritenuta ancora troppo restrittiva; la richiesta di controllare e soprattutto ridurre nella sua applicazione la prassi dell’obiezione di coscienza. E a ulteriore conferma dell’approssimazione del testo più volte si usano i termini «razza» o «razziale», del tutto erronei: è paradossale che trovino posto proprio in un documento dell’Unione Europea.    Ci soffermiamo in modo specifico su alcune criticità.

                 Diritto alla salute riproduttiva e all’aborto. Sessualità e libertà di scelta. Innanzitutto, come premessa, si fa riferimento al diritto di «decidere se, con chi e quando essere sessualmente attivi». In tale espressione c’è una forte ambiguità perché questa affermazione, presa alla lettera, legittimerebbe la pedofilia o i rapporti sessuali tra minori se consensuali.

                Tra gli ostacoli al diritto alla salute sessuale e riproduttiva vi sarebbe anche il «rifiuto delle cure mediche basate sulle credenze (belief) personali». Questo è svalutativo dell’obiezione di coscienza, come verrà ulteriormente detto più avanti. Tale possibilità non è vista come un istituto giuridico di rispetto per la coscienza del medico e la vita del nascituro, ma come mero rifiuto di «cure mediche» (medical care). Si parla anche di «educazione sessuale», ma dandone un’accezione prettamente sanitaria e informativa, trascurando del tutto, senza neanche un cenno, gli aspetti realmente educativi: i valori della sessualità, la loro correlazione allo sviluppo della persona, il suo esercizio come forma di responsabilità umana ecc.

                Sessualità e infertilità. Si critica l’affermazione dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), che definisce l’infertilità come un deficit del sistema riproduttivo, dicendo che questo non tiene conto della «realtà delle donne lesbiche o bisessuali come delle persone transgender, in coppie dello stesso sesso o donne single». Ma l’eventuale ricorso alla procreazione assistita da parte di queste persone non rientra ad alcun titolo nella «terapia» dell’infertilità. Anzi a rigor di termini non vi entrerebbe neanche la procreazione medicalmente assistita per le coppie eterosessuali, dato che non si tratta di «terapia» ma di un provvedimento sanitario che consente di ottenere la gravidanza.

                In ogni caso l’attuale definizione dell’OMS di «infertilità», concordata con ICMART (International Committee for monitoring assisted reproductive technology)

https://translate.google.com/translate?hl=it&sl=en&u=https://www.icmartivf.org/&prev=search&pto=aue

del 2017 è: «Malattia caratterizzata dal mancato raggiungimento di una gravidanza clinica dopo dodici o più mesi di rapporti sessuali non protetti, o dalla compromissione della capacità di una persona di riprodurre come individuo con il suo partner». Definizione che, nell’ultima parte, tiene conto della realtà di tutte le persone che non possono concepire per nessun motivo.

                L’aborto come «diritto umano». Nel Rapporto si dice che l’aborto rientra tra i «diritti fondamentali della donna». Come osservano Margarita de la Pisa Carrión e Jadwiga Wiśniewska in una minority position, il testo tratta «l’aborto come un supporto diritto umano che è inesistente nella legislazione internazionale. Questo contrasta con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e i principali trattati vincolanti, e con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte di giustizia dell’Unione Europea». Si deve ricordare che a partire dalla Conferenza del Cairo, nel 1994,

http://dirittiumani.donne.aidos.it/bibl_2_testi/d_impegni_pol_internaz/a_conf_mondiali_onu/c_conf_cairo_e+5/home_conf_cairo.html

 gli stati si sono impegnati a ridurre l’uso dell’aborto e ad adottare misure appropriate per aiutare le donne a evitare l’aborto.

www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+REPORT+A5-2004-0055+0+DOC+XML+V0//IT

                Piuttosto in tema di diritti umani va rilevato che in questa proposta non si fa riferimento ai diritti del concepito: diritto alla vita, diritto a conoscere la propria identità biologica, gestazionale e familiare, diritto a crescere ed essere educato in un ambiente favorevole per la loro salute fisica, psicologica e ambientale. Portare a termine la gravidanza «contro la propria volontà» o l’essere costretti «ad andare all’estero» per farlo costituirebbe una «violenza basata sul genere»: un’affermazione che perde totalmente di vista la sussistenza del feto. Nella maggior parte delle legislazioni, in realtà, non si nega tale esistenza, ma la si ritiene subordinabile alle esigenze di autodeterminazione della donna. In questo Rapporto, invece, scompare del tutto.

                Riduzione delle «restrizioni» alla prassi abortiva. Vengono biasimate le «restrizioni legali e le barriere pratiche nell’accesso ai servizi per l’aborto». Ma non si possono ritenere le limitazioni normative, che tutte le legislazioni europee in varia misura e con varie modalità attuative prevedono, come un semplice ostacolo al diritto di aborto. Questo presupporrebbe un aborto libero e incondizionato per tutti. Viene stigmatizzato anche il «rifiuto delle cure abortive» (abortion care). Anche questo è un concetto ambiguo. L’aborto non è una cura e in nessuna legislazione è considerato tale. Viene ulteriormente dettagliata la critica alle normative che prevedono «limiti» nell’accesso all’aborto, come il «periodo di tempo limitato [in cui si può ricorrere all’aborto]»; l’«obbligo del counseling» e l’eventuale «autorizzazione di parti terze» (come ad esempio, per la legislazione italiana (art.5 L. 194, 22.5.1978, la certificazione ??? [il rilascio in copia di un documento, firmato anche dalla donna] del medico o del consultorio).

                Ma le condizioni stabilite da molte leggi non possono essere considerate barriere, bensì mezzi per garantire la piena autonomia delle donne. Alcuni esempi che vengono presentati sono chiari al riguardo, come i «periodi di attesa [ritenuti] ingiustificati dal punto di vista medico», previsti affinché la decisione venga considerata, affrontata e rivalutata in tempo dalla donna.

                Per quanto riguarda «i periodi di tempo limitati» e le «ragioni per cui accedere all’aborto», unitamente alle leggi restrittive di alcuni stati, va tenuto presente che la stessa Corte europea dei diritti dell’uomo (sentenza dell’8 luglio 2004, Vo c. Francia n. 84) ha affermato: «La Corte osserva che la questione della natura e dello statuto dell’embrione e/o del feto non è oggetto di consenso, anche se appaiono elementi di tutela di quest’ultimo, in vista del progresso scientifico e delle conseguenze future della ricerca su manipolazioni genetiche, procreazione medicalmente assistita o esperimenti sull’embrione».

https://translate.google.com/translate?hl=it&sl=en&u=https://unipd-centrodirittiumani.it/it/pubblicazioni/Corte-europea-dei-diritti-umani-sentenza-della-Grande-Camera-nel-caso-Vo-c-Francia-8-luglio-2004-Nota/65&prev=search&pto=aue

Non è oggetto di consenso: pertanto ogni stato può legiferare secondo il proprio parere in merito alla questione della natura e dello stato dell’embrione e/o del feto, senza che una posizione sia comunque più legittima di un’altra, come sembra invece essere indicato in tutto il Rapporto Matić.

                Obiezione di coscienza. L’obiezione consapevole e motivata è un fondamentale diritto di libertà. Cercare di eliminarlo presuppone una forma di sottomissione al potere assolutista e dittatoriale degli stati.

Si dice che spesso negli stati membri si consente a singoli medici o intere «istituzioni» di rifiutare i servizi di interruzione della gravidanza «sulla base della cosiddetta clausola di coscienza». A parte l’aspetto svalutativo dell’obiezione di coscienza, il relatore ignora che non esiste giuridicamente (almeno allo stato attuale) un’obiezione di coscienza istituzionale. Solo per una explicatio terminorum, in genere s’intende «per obiezione di coscienza» quella formalmente garantita da un articolo di legge, e per «clausola di coscienza» ogni altra applicazione in cui sussista un rifiuto di eseguire un atto per un fondato motivo di coscienza.

                Sulla «clausola di coscienza»: è del tutto errato affermare che questa «costituisca violazione del diritto della donna all’informazione sullo stato del feto», poiché presuppone implicitamente la negligenza del medico obiettore che, oltre a non effettuare l’aborto, non pone la diagnosi e non informa sulla stessa. La clausola di coscienza è una garanzia di tutela dei diritti degli operatori sanitari: «Ognuno ha diritto alla libertà di pensiero, coscienza e religione» (art. 18 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo). Confrontare il diritto degli operatori sanitari con l’autonomia delle donne non è pertinente, e in nessun caso obbliga a tutelare queste ultime a scapito dei diritti umani degli operatori sanitari.

                E adesso che succede? Ovviamente tutto questo potrebbe tradursi in una Raccomandazione da parte dell’Unione Europea, magari formulata con qualche modifica, frutto delle numerose prese di posizione critiche frattanto pervenute. La Raccomandazione poi andrebbe agli stati membri, e qui – come sappiamo – non sempre i tempi attuativi sono celeri. E una volta tanto potrebbe essere un fatto positivo.

                Prof. Salvino Leone, medico, docente di teologia morale e bioetica         post “Il regno” 3 luglio 2021

https://re-blog.it/2021/07/03/rapporto-matic-leuropa-torna-a-sostenere-laborto-volontario

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ABUSI

Milano: NSC a margine della condanna di don Mauro Galli

                Conferma della pesante condanna. Oggi la prima Corte D’Appello penale della magistratura milanese ha confermato (con una riduzione da sei anni e quattro mesi a cinque e quattro mesi) la condanna di don Mauro Galli per abuso sessuale. Si tratta di un episodio del dicembre 2011, una brutta vicenda di cui si occuparono i media a suo tempo. Essa si caratterizzò da una parte per una lunga serie di scorrettezze e di “coperture” da parte dei vertici ecclesiastici, dall’altra per la tenacia e perseveranza della famiglia della vittima, un giovane allora di 15 anni. Abbiamo ampiamente documentato tutta la storia esprimendo le nostre riflessioni critiche ed alcune proposte. L’iter giudiziario non è finito e c’è il rischio concreto della prescrizione. Nel frattempo la cosiddetta “Indagine prævia” promossa dalla curia di Milano, che iniziò con  incomprensibili tre anni di ritardo (dopo che la vittima si rivolse alla Procura della Repubblica!!), portò a un giudizio del Tribunale Ecclesiastico Regionale che emise una sentenza di sostanziale assoluzione del Galli, ma senza che se ne conoscano il testo e le motivazioni. Ora il processo è davanti alla Congregazione per la Dottrina della Fede. La situazione è paradossale. la contraddizione tra ordinamento civile e procedure ecclesiastiche è clamorosa e bisognerà affrontarla ancora una volta.

                Un problema per la diocesi. Fatti come questi, con altri conosciuti e con altri nascosti, intaccano la credibilità un po’ di tutto il clero agli occhi dell’opinione pubblica, anzitutto di quella cattolica che partecipa alla vita della Chiesa. Si dirà che non bisogna generalizzare, che ci sono tante situazioni virtuose e via di questo passo. Ma il fenomeno dell’abuso non è poi così ridotto se gli addetti ai lavori informano che in Italia e negli altri paesi ci sarebbe una presenza costante di preti che abusano intorno al 4-5%, quindi un numero grande. Mi chiedo perché, per stare alla nostra diocesi, non ci sia una reazione da parte del clero nei confronti della situazione che faccia chiarezza e che quindi non appaia o non sia una qualche forma di protezione del sistema, o di tolleranza o di questione che riguarda solo i vescovi che in questo modo sarebbero al riparo da contestazioni. Forse si pensa che tutto, in fondo, rientri nell’ordinaria amministrazione, “siamo tutti peccatori”, ci sono anche i peccati degli uomini di Chiesa. Sorprende che non si capisca in questo modo che si trascurano del tutto le vittime, cattolici di serie B, che, tra l’altro, proprio perché subiscono una violenza da persona che interviene sulle loro coscienze, patiscono danni psicologici ben più gravi di altri tipi di violenza. Nel caso della nostra diocesi mi domando se non conta e molto, per una sorta di rispetto e per non voler creare un forte turbamento nel tranquillo vivere delle attività di Chiesa, il fatto che i due principali responsabili della Chiesa in Lombardia, l’arcivescovo di Milano Mons. Mario Delpini e il vescovo di Brescia Mons. Pierantonio Tremolada, siano stati coinvolti direttamente in questa storia prima di essere nominati vescovi quando i fatti erano già ben noti. In aree sensibili e preoccupate dei problemi di gestione della Chiesa furono sollevati a suo tempo forti dubbi sull’opportunità di queste due nomine da parte di papa Francesco.

                In Italia. Questa situazione propone, come in altri casi pesanti, il problema di come i vescovi affrontino il problema della pedofilia del clero nella nostra Chiesa. Negli altri paesi a noi vicini, Spagna, Francia, Germania e ora Polonia (prima in USA, Irlanda…) in questi mesi il mondo cattolico è profondamente scosso dagli scandali del clero pedofilo e i vescovi cercano di affrontare là le situazioni con un certo coraggio e parresia. In Italia niente di tutto questo. Si crede di fare il dovuto con l’istituzione di Commissioni diocesane che si occupino dei minori con iniziative di formazione e di prevenzione. Abbiamo già scritto ampiamente e con tenacia che non è questo che serve ora. Ripetiamo i quattro punti sine qua non per riprendere credibilità:   a) istituire una Commissione di indagine indipendente per accertare la quantità e le caratteristiche degli abusi nel nostro paese,

b) fare un solenne atto collettivo di penitenza di tutta la chiesa,

c) rinunciare in ogni modo ai canali interni di tipo ecclesiastico e ricorrere subito alla magistratura,

d) occuparsi delle vittime.

                Il Card. Reinhard Marx ha innovato, con coraggio e forte coinvolgimento personale, la pesantezza delle tradizionali “liturgie” degli apparati ecclesiastici, che si manifestano nei loro aspetti peggiori quando ci sono di mezzo rapporti personali ed interpersonali nel clero, conflitti di competenze, rapporti con le gerarchie interne, rapporti con l’autorità civile e via di questo passo. Il card. Marx si è dimesso contro il “sistema” di cui sta discutendo la Chiesa in Germania. Sarebbe buona cosa se nella Chiesa italiana si guardasse al suo esempio, in particolare quando a un giudizio critico sul “sistema” si aggiungessero responsabilità personali per fatti specifici. Si avvierebbe col tempo un circolo virtuoso, usando di questa occasione un sistema nuovo in cui nel funzionamento della chiesa progressivamente assumano responsabilità donne e uomini, più liberi dai vincoli gerarchici e non prigionieri dei silenzi e delle ipocrisie.

                Vittorio Bellavite, coordinatore nazionale Noi Siamo Chiesa       7 luglio 2021

www.adista.it/articolo/66321

www.micromega.net/pedofilia-del-clero-il-caso-don-galli-e-il-silenzio-dei-vescovi

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AFFIDO CONDIVISO

La Cassazione sposa apertamente e direttamente la monogenitorialità

                Due provvedimenti in sequenza del giugno 2021, Cass. 17221 e Cass. 17222, smantellano i pilastri dell'affidamento condiviso.

Corte di Cassazione, prima sezione civile, ordinanza n. 17221, 16 giugno 2021

www.rivistafamilia.it/wp-content/uploads/2021/07/Cass.-civ.-sez.-I-ord.-16-giugno-2021-n.-17221.pdf

Corte di Cassazione, prima sezione civile, ordinanza n. 17222, 16 giugno 2021ù

www.studiolegalefalinimartino.it/wp-content/uploads/2021/07/cassazione_1722_16_06_2021.pdf

                Coincidenze casuali o una precisa intenzione? Addì 13 aprile 2021 si riunisce la prima Sezione civile della Suprema Corte, quel giorno composta da Genovese (pres.), Tricomi, Lamorgese, Pazzi e Falabella. Vengono esaminati due ricorsi, le cui valutazioni poi assumeranno i numeri 17221 e 17222, per entrambi relatrice Laura Tricomi. I reclami divergono, ovviamente, per le specificità delle situazioni, ma hanno in comune l'aspetto centrale: in entrambi i casi si rivendica la sostanza dell'affidamento condiviso. E per entrambi i casi arriva la medesima risposta - negativa - articolata con le medesime parole, affidata alla medesima relatrice. Anzi, non è difficile individuare un filo rosso che collega tutta una serie di pronunce, fedeli al vecchio schema e incompatibili con lo spirito e la lettera della legge 54/2006, che partono dal primo anno stesso di introduzione della riforma e che nei tempi più recenti si sono andate infittendo, toccando via via tutti gli aspetti qualificanti dell'affidamento a entrambi i genitori. In altre parole, il modello bigenitoriale vince sul campo del voto parlamentare, vince sul campo del diritto scritto, ma perde a tavolino, sulla cattedra del giudice. Difficile non pensare ad una sistematicità degli interventi; difficile non pensare ad una ostilità preconcetta nei confronti di quell'assetto. Tanto più osservando il recente moltiplicarsi di iniziative che chiedono l'abrogazione della legge sull'affidamento condiviso.

                La frequentazione paritaria. Entrando nel merito dei due recenti provvedimenti, si rileva che questi affrontano un argomento comune, ovvero la domanda di un'applicazione paritetica dell'affidamento condiviso, in particolare rispetto ai tempi. Il secondo reclamo aggiunge, per la parte che qui interessa, la richiesta di poter provvedere in forma diretta al mantenimento dei figli.

                Essendo la trattazione identica sarà sufficiente discutere la seconda ordinanza (17222/2021), che assorbe anche la prima. L'inizio appare confortante: "Secondo il consolidato orientamento di questa Corte il regime legale dell'affidamento condiviso, tutto orientato alla tutela dell'interesse morale e materiale della prole, deve tendenzialmente comportare, in mancanza di gravi ragioni ostative, una frequentazione dei genitori paritaria con il figlio". Fin qui il lettore avrebbe capito che il giudice disporrà una frequentazione paritaria tutte le volte che non esistono ragioni ostative insormontabili; ovvero che anche in presenza di queste, comunque tenderà a realizzare una presenza dei genitori paritetica per quanto possibile, tenuto conto di eventuali impedimenti, che però devono essere seri e tangibili.

                Purtroppo il dispositivo così prosegue: "… tuttavia nell'interesse di quest'ultimo il giudice può individuare un assetto che si discosti da questo principio tendenziale al fine di assicurare al minore la situazione più confacente al suo benessere (Cass. 19323/2020, Cass. 9764/2019). Per tale ragione, la regolamentazione dei rapporti con il genitore non convivente non può avvenire sulla base di una simmetrica e paritaria ripartizione dei tempi di permanenza con entrambi i genitori, ma deve essere il risultato di una valutazione ponderata del giudice del merito che, partendo dall'esigenza di garantire al minore la situazione più confacente al suo benessere e alla sua crescita armoniosa e serena tenga anche conto del suo diritto a una significativa e piena relazione con entrambi i genitori e del diritto di questi ultimi a una piena realizzazione della loro relazione con i figli e alla esplicazione del loro ruolo educativo (Cass. 3652/2020)."

                Una serie di affermazioni che lascia fortemente perplessi. Anzitutto il passaggio da "può" a "non può". Nello spirito della prima parte, si dovrebbe intendere semplicemente che può avvenire che le circostanze, a titolo di eccezione, consiglino di discostarsi dalla parità e che il giudice (giustamente) ne abbia facoltà. Ineccepibile. La frase successiva, viceversa, è sconcertante nei suoi evidenti salti logici. Anzitutto, esiste un genitore "non convivente" solo "dopo" che si è deciso che i tempi non siano uguali, per cui la frase in realtà non introduce alcun elemento conoscitivo. Un po' come sostenere che una persona bionda non può avere i capelli neri. Tuttavia un senso si intravede: dimostra che si è già deciso che ci deve essere un genitore convivente e uno non convivente. Ovvero questa è la pistola fumante in mano all'assassino. E pretendere che una decisione discriminatoria, con genitore prevalente, tuttavia verrà adottata nel pieno rispetto della bigenitorialità è davvero voler aggiungere la beffa al danno.

                Il mantenimento diretto. Peggio ancora, se possibile, vanno le cose in merito alla richiesta di mantenimento diretto. Si legge infatti: "Come già affermato da questa Corte, il coniuge - divorziato o separato - ha diritto ad ottenere, iure proprio, dall'altro coniuge, il contributo per mantenere il figlio minorenne o maggiorenne convivente, non in grado di procurarsi autonomi mezzi di sostentamento (Cass. 11863 del 25 giugno 2004), e l'affidamento congiunto del figlio ad entrambi i genitori - previsto dall'articolo 6 della legge sul divorzio (1 dicembre 1970, numero 898, come sostituito dall'articolo 11 della legge 6 marzo 1987, numero 74), analogicamente applicabili anche alla separazione personale dei coniugi - è istituto che, in quanto fondato sull'esclusivo interesse del minore, non fa venir meno l'obbligo patrimoniale di uno dei genitori di contribuire, con la corresponsione di un assegno, al mantenimento dei figli, in relazione alle loro esigenze di vita, sulla base del contesto familiare e sociale di appartenenza, rimanendo per converso escluso che l'istituto stesso implichi, come conseguenza "automatica", che ciascuno dei genitori debba provvedere paritariamente, in modo diretto e autonomo, alle predette esigenze, principio confermato nelle nuove previsioni della legge 8 febbraio 2006, numero 54, in tema di affidamento condiviso (Cass. n. 26060 del 10/12/2014; Cass. n. 16376 del 29/07/2011; Cass. n. 18187 del 18//8/2006)…".

                Difficile, davvero difficile, capire perché per negare la forma diretta del mantenimento in regime di affidamento condiviso non si debba riportare e discutere semplicemente le attuali norme di legge che lo trattano. Stupisce che si voglia partire dall'affidamento congiunto, oltre tutto attribuendo ad esso contenuti che non risultano da alcun articolato, visto che la sua possibilità nacque da un subemendamento di due righe circa alle quali nulla si aggiunse sul piano normativo. Faticosissimo ricostruire e comprendere il perché di un percorso così tortuoso: come indirizzare a una ragazza italiana una lettera d'amore copiata e tradotta da Joyce: la poverina non capirà mai tutti quei riferimenti a Dublino. Salvo poi compiere un salto di parecchi anni e appiccicare a quelle considerazioni altri copia e incolla prelevati da successive pronunce, ma essenzialmente da Cass. 16739 del 2020: " … posto che, in concreto, è il genitore convivente ad anticipare le spese ordinarie per il mantenimento del figlio ed a provvedervi nella quotidianità attraverso la necessaria programmazione che connota la vita familiare (Cass. n. 24316 del 28/10/2013; Cass. n. 25300 del 11/11/2013), … . Invero, "l'obbligo di mantenimento del minore da parte del genitore non collocatario deve far fronte ad una molteplicità di esigenze, non riconducibili al solo obbligo alimentare, ma estese all'aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, all'assistenza morale e materiale, alla opportuna predisposizione di una stabile organizzazione domestica, idonea a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione, secondo uno standard di soddisfacimento correlato a quello economico e sociale della famiglia, di modo che si possa valutare il tenore di vita corrispondente a quello goduto in precedenza." (Cass. n. 16739 del 6 agosto 2020)".

                Un errore antico e la sua incredibile propagazione. Naturalmente, essersi rifatti ai precedenti, per quanto remoti, nulla contiene in sé di disdicevole, potendosi anzi apprezzare la volontà di ispirarsi a "consolidata giurisprudenza": Malauguratamente, tuttavia, la trasposizione è inappropriata per una quantità di motivi. Iniziando dalla decisione del merito, a favore di un popolare cantante pugliese, di considerare che l'affidamento congiunto automaticamente comportasse la cancellazione di ogni contributo integrativo di un genitore all'altro, correttamente la Suprema Corte accolse il reclamo dell'altrettanto nota consorte che lo negava, aggiungendo - visto che era appena entrata in vigore la le legge 54/2006 - che neppure l'affidamento condiviso conteneva previsioni del genere, per cui sarebbe stato inutile tornare dal giudice in nome della nuova normativa. Purtroppo la locuzione usata ("in modo diretto e autonomo") ha indotto molti lettori distratti, militanti tra l'avvocatura come tra la stessa magistratura, ad invocare Cass. 18187/2006 come la "provata" bocciatura del mantenimento diretto di cui all'affidamento condiviso; che tuttavia ha tutt'altra connotazione, mirando a ribadire che entrambi i genitori sono tenuti a rimboccarsi concretamente le maniche per contribuire ai bisogni dei figli, soddisfacendo il loro diritto a ricevere le cure di entrambi. Magari anche con integrazioni economiche (esplicitamente previste) di un genitore a favore dell'altro. E tuttavia, anche no. Ovvero ci saranno solo "ove necessario per rispettare la proporzione" tra le risorse gli obblighi individuali. Mentre Cass. 17222/2021 considera, a torto, l'assegno come insopprimibile. Così come è banale escludere che in caso di affidamento condiviso "paritariamente" voglia dire spendendo la stessa cifra: visto che il comma IV dell'art. 337 ter c.c. prevede un contributo proporzionale alle rispettive risorse economiche. Così come a torto, proseguendo, elenca una serie infinita di incombenze che considera gestite dal solo genitore collocatario, ma alla quale il non collocatario deve dare contributo in denaro, alzandone implicitamente la consistenza quantitativa. Anche perché la stessa ordinanza citata si esprime in modo apprezzabilmente diverso: "Trova applicazione, infatti, l'art. 147 c.c., che, imponendo ai genitori il dovere di mantenere, istruire ed educare i figli, obbliga i coniugi a far fronte ad una molteplicità di esigenze, non riconducibili al solo obbligo alimentare, ma estese all'aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, all'assistenza morale e materiale ed all'opportuna predisposizione di una stabile organizzazione domestica, idonea a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione". Ovvero correttamente attribuisce i doveri di intervento a entrambi i genitori, non a uno solo, e ai sensi dell'art. 147 c.c., a sua volta connesso all'art. 30 Cost., la stessa fonte della riforma del 2006.

                Verso un intervento istituzionale? Una ulteriore riflessione non può non accompagnare questa breve sintesi della risalente e continuativa erosione dell'affidamento condiviso. Il modello monogenitoriale, competitivo e conflittuale per la sua stessa definizione, non può che incrementare il contenzioso e disincentivare la propensione ad utilizzare i mezzi di soluzione extragiudiziale delle controversie, a loro volta privilegiati ed esaltati nelle dichiarazioni di intenti dell'attuale ministro della Giustizia; nonché dello stesso Capo dello Stato. L'abbattimento, o almeno il contenimento del conflitto tra i genitori costituisce il principale desiderio dei figli di coppie separate - in quanto la loro principale causa di sofferenza - e realizza al meglio il loro interesse.

                Dunque, l'aspetto che soprattutto fa assumere agli orientamenti sopra descritti il sapore della beffa è che non esiste sentenza, ordinanza o decreto in cui non si ripeta e non si sottolinei che ogni decisione viene presa nell'interesse supremo del minore. Ovvero, il minore viene spogliato di suoi indisponibili diritti in nome del suo interesse, del quale tuttavia viene data una lettura capovolta, sicuramente adultocentrica. Le istituzioni vorranno continuare a tacere?

Marino Maglietta                           studio Cataldi   4 luglio 2021

www.studiocataldi.it/articoli/42312-la-cassazione-sposa-apertamente-e-direttamente-la-monogenitorialita.asp#ixzz76Ltj1TtR

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ASSOCIAZIONE ITALIANA CONSULENTI CONIUGALI E FAMILIARI

Il consulente familiare anno XXXII n.3\2021 luglio-settembre 2021

♦ Ai Lettori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 2    Maurizio Quagliano

♦ Lettera della Presidente . . . . . . . . . . . . .  3     Stefania Senigallia

♦ La prossima Giornata di Studio online . . 6     Le relazioni familiari al tempo del Covid 17 ottobre 2021

iscrizioni

♦ I nuovi bisogni al tempo del Covid . . . . . 7     Rita Roberto. Rigenerare le relazioni con la consulenza familiare

                                                                                  Ilaria Venturi. Generazione Covid, gli studenti pronti all’esame si ribellano

                                                                               Chiarastella Foschini Viola, 16 anni, vaccinata solo dopo la diffida al padre

                                                                                              Politecnico di MiIano. Il futuro post Pandemia

♦La Giornata della Consulenza Familiare 23             Poesie e prosa

♦ L’Atlante del Lavoro . . . . . . . . . . . . . . . . 29    Federico Sandrucci. Collaborazione tra il COLAP e l’INAPP.                                                                                         Scheda tecnica

♦ Pillole di storia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 32     Rita Roberto. I coniugi Boccassi

♦ A proposito di famiglia . . . . . . . . . . . . . 34      Ivana De Leonardis. Voglia di (ri)partire

♦ Letto e visto per Voi . . . . . . . . . . . . . . . 36      Davide Monaci, Licia Serino. Rubrica di libri e cinema

♦ Panorama sulla relazione d’aiuto .        38      Saptaparna Biswas. Il burnout del terapeuta

                                                                                              Zoe Read. Un anno di Covid: perso e ritrovato. “Va bene non essere OK”

♦ Notizie Aiccef .                                                          Assemblea on-line dei Soci e elezioni. 21 novembre 2021

                                                                                              Modifiche statuto supervisori 26 IX, candidature per organi collegiali

                                                                                              La poesia che fa girare il mondo

https://drive.google.com/file/d/1MkrCdS5jodRTUzdSCDCraXmE-eplsImH/view

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AUTORITÀ GARANTE PER I MINORI

                “Affidi, trasparenza sulle relazioni dei servizi sociali e maggiori controlli sulle comunità”

                Carla Garlatti ascoltata sulle riforme in materia dalla commissione parlamentare sui fatti del Forteto

[https://it.wikipedia.org/wiki/Scandalo_Forteto] L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Carla Garlatti è stata sentita oggi dalla Commissione parlamentare di inchiesta sui fatti accaduti presso la comunità “Il Forteto”. Garlatti, a proposito delle proposte di riforma del sistema degli affidi all’esame del Parlamento, ha ricordato che l’autorità giudiziaria dovrebbe poter esaminare le vicende caso per caso senza essere sottoposta ad automatismi. “È importante, in ogni caso, che in tutte le fasi del procedimento sia garantito il contraddittorio tra le parti” afferma Garlatti. “Il giudice dovrebbe poi poter ricavare dalle relazioni i fattori oggettivi alla base delle valutazioni espresse dai servizi sociali – che vanno formati ad hoc e rafforzati – e le parti dovrebbero sempre poter leggere le relazioni dei servizi. Lo stesso minore ha diritto di essere ascoltato, sempre che abbia un adeguato discernimento”.

                Nei casi d’urgenza previsti dall’articolo 403 del Codice civile, che non va abrogato ma riformato, il provvedimento andrebbe inviato immediatamente al PM minorile e, se ritenuto ammissibile, sottoposto a conferma da parte del tribunale per i minorenni. Garlatti, inoltre, si è detta contraria alla decadenza automatica dell’affido dopo un determinato termine senza che sia previsto uno strumento adeguato a tutela del minore nel caso in cui la famiglia d’origine non abbia superato le problematiche che avevano provocato l’allontanamento. Quanto alle comunità, poi, vanno rafforzati i controlli già in capo alle procure e applicate le linee di indirizzo per l’accoglienza approvate il 14 dicembre 2017 dalla Conferenza Stato-Regioni.

www.regioni.it/news/2017/12/18/conferenza-unificata-del-14-12-2017-accordo-sul-documento-recante-linee-di-indirizzo-per-laccoglienza-nei-servizi-residenziali-per-minori-544240

                “I controlli sono importanti, così come l’applicazione delle sanzioni - ribadisce Garlatti - ma resta fondamentale agire in prevenzione per evitare al minorenne qualsiasi forma di danno”. L’Autorità garante tiene poi a ricordare che “i minorenni hanno diritto di crescere nella propria famiglia, ma quando questa presenta aspetti disfunzionali l'allontanamento diventa necessario, proprio a sua tutela. In questi casi il minorenne andrebbe affidato a una famiglia e ove questo non sia possibile collocato in comunità”.

                Serve infine chiarezza sui dati. Erano 32.185, al 31 dicembre 2017, i minori ospiti delle 4.027 comunità in Italia secondo la terza rilevazione sperimentale effettuata dall’Autorità garante in collaborazione con le procure minorili italiane (la quarta è stata avviata nei giorni scorsi). Per il Ministero delle politiche sociali, invece, sulla base dei dati delle regioni e delle province autonome risultavano ospiti nello stesso periodo 12.892 bambini e adolescenti (sul totale di 27.111 in affido). Una banca dati risolverebbe il problema della non coincidenza dei numeri, aiuterebbe il monitoraggio e la programmazione delle politiche in materia. A tal proposito l’Autorità garante ha suggerito la piena attivazione di quella nazionale dei servizi e degli interventi a tutela di bambini e adolescenti, prevista per legge.

Comunicato stampa       Roma, 5 luglio 2021

www.garanteinfanzia.org/sites/default/files/05-07-2021-audizione-commissione-forteto.pdf

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BIBBIA

Rebecca lo sapeva. Se non è lecito benedire bisogna agire d’astuzia

Riflessioni di Lidia Maggi, teologa e pastora battista

                Rebecca lo sapeva… se non è lecito benedire perché la legge “divina” lo impedisce bisogna agire d’astuzia e travestirsi con i panni di chi è degno di benedizione. Rebecca lo sapeva: se chi deve benedire è cieco fino a non riconoscere la sete di benedizione, che si aggiri l’ostacolo con la furbizia!

                Oggi è così che mi parla la storia di Giacobbe ed Esaù e della benedizione estorta pensando ai tanti amori che non possono essere benedetti. Forse è proprio in quell’inganno che l’ultimo patriarca ha imparato che la benedizione di Dio è troppo grande per riservarla solo ai figli “legittimi”.

                Giacobbe, a differenza di suo padre, non si dimostrerà avaro nel benedire: avrà per ognuno dei suoi figli, una benedizione particolare… Rebecca lo sapeva.

                                               Lidia Maggi, teologa e pastora battista  Facebook il 15 marzo 2021

www.gionata.org/rebecca-lo-sapeva-se-non-e-lecito-benedire-bisogna-agire-dastuzia

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CISF - CENTRO INTERNAZIONALE DI STUDI SULLA FAMIGLIA

Newsletter CISF - n. 27, 7 luglio 2021

Perché il denaro deve essere un argomento del dialogo di una coppia. Quando si tratta di parlare di soldi con la propria metà, la maggior parte di noi… semplicemente non lo fa. La scienziata comportamentale Wendy De La Rosa spiega, nell'ambito di un ted talk, perché è importante confrontarsi fin da fidanzati su questo tema e per quale motivo la persona che delega maggiormente la gestione delle finanze, all'interno di una coppia, si trova svantaggiata e impreparata agli eventi della vita                                                                                         www.youtube.com/watch?v=Zu1kaPLt66E

La povertà relazionale al centro della ricerca del family international monitor. Il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II ha ospitato la presentazione del 1°rapporto del Family International Monitor, dedicato a Famiglia e povertà relazionale.                                                              www.familymonitor.net

Accompagnati dalle relazioni di Mons. Vincenzo Paglia e Mons. Pierangelo Sequeri, sono intervenuti Francesco Belletti, responsabile della ricerca del Family International Monitor, Gian Carlo Blangiardo, presidente dell’Istat, Matteo Rizzolli, docente di politica ed economia all’Istituto Giovanni Paolo II e Moira Monacelli di Caritas Internationalis. Al centro del confronto, che ha guardato all'attualità degli scenari del Covid e della crisi demografica, la relazione tra ricchezza economica e ricchezza relazionale nella determinazione del benessere delle famiglie. Anche nei contesti internazionali più fragili (il report ha indagato la situazione in 12 diversi paesi del mondo) la buona qualità delle relazioni intrafamiliari e le reti di famiglie contrastano i quadri di fragilità economica (oppure li complicano, quando le relazioni sono compromesse).Report 2020 del family international monitor, "famiglia e povertà relazionale"                   www.youtube.com/watch?v=5czBQahjJuc

  • Sul tema della dimensione della povertà e sui modi per misurarla rispetto all'impatto sulla qualità della vita delle famiglie, Francesco Belletti è recentemente intervenuto sulle pagine di Avvenire                    www.avvenire.it/opinioni/pagine/ma-quante-sono-le-dimensioni-della-povert-assoluta-oggi

attingendo ai dati del Report del Family International Monitor. Ancora dalla rassegna stampa dedicata alla presentazione del report FIM, sull'Osservatore Romano: "Una ricerca condotta in 12 paesi"

                         www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/quo-149/una-ricerca-condotta-br-in-dodici-paesi.html

e su Famiglia Cristiana "Famiglia, la povertà non è solo economica. Il rapporto del Family Monitor".

                https://m.famigliacristiana.it/articolo/famiglia-la-poverta-non-e-solo-economica-il-rapporto-del-family-monitor.htm

OMS, il primo rapporto sui rifiuti elettronici mette in guardia sulla salute di donne e bambini. Il Rapporto Children and digital dumpsites: e-waste exposure and child health, appena pubblicato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, descrive un mondo diviso a metà: una parte butta oltre mille chilotonnellate l'anno di rifiuti elettronici (l'Italia è tra questi) e un'altra parte se li ritrova in discarica, e impiega la sua popolazione in attività (rischiosissime) di riciclo. Il rapporto descrive i danni alla salute di milioni di donne e bambini in Africa, Asia e America Latina, richiamando i Paesi ad avanzato sviluppo alle proprie responsabilità, e nello stesso tempo mette in guardia rispetto alle prospettive di salute e sicurezza globali, se il trend di consumo della tecnologia (e del suo rapido disuso) manterranno i livelli attuali.

v                                          https://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/341718/9789240023901-eng.pdf

v  La città più accessibile dell'Unione europea. Sono aperte fino all'8 settembre le candidature per tutte le città europee con più di 50mila abitanti che abbiano preso iniziative esemplari nel migliorare l’accessibilità delle abitazioni, degli ambienti di lavoro, dei trasporti e delle strutture ricreative e culturali, e nell'ambito delle tecnologie della comunicazione. Access Award City 2022 è un'iniziativa promossa dalla Commissione Europea in partnership con il Forum Europeo sulla Disabilità. La città premiata nella scorsa edizione è stata Jönköping (Svezia). L'unica città italiana ad aver vinto, finora, è stata Milano (nel 2015).

https://ec.europa.eu/social/main.jsp?langId=en&catId=88&eventsId=1871&furtherEvents=yes&preview=cHJldkVtcGxQb3J0YWwhMjAxMjAyMTVwcmV2aWV3

Piemonte, via alle linee d'indirizzo per infermieri di famiglia. La Giunta regionale piemontese ha approvato linee di indirizzo sulle mansioni dell’infermiere di famiglia e di comunità (Ifec), figura che contribuisce al potenziamento dell'assistenza territoriale e domiciliare, tenendo conto dell'invecchiamento della popolazione, e dell'incremento al 40,8% delle persone con almeno una patologia cronica. La figura punta a migliorare le prestazioni e l'integrazione territorio-ospedale-territorio, a ridurre gli accessi impropri al Pronto soccorso, la partecipazione dell'utenza ai programmi di screening. Il documento di indirizzo è stato prodotto da un gruppo di lavoro costituito dalla Direzione Sanità regionale con la partecipazione degli Ordini delle professioni infermieristiche, delle Università di Torino e del Piemonte orientale, dell'Associazione infermieri di famiglia e di comunità (AIFeC) e di alcune Asl che in via sperimentale hanno già inserito tali professionisti. L’Infermiere di famiglia e comunità ha come interesse l’individuo, la famiglia, la comunità e la casa come ambiente in cui i vari membri possono farsi carico dei problemi di salute.

www.regione.piemonte.it/web/pinforma/notizie/linee-indirizzo-per-gli-infermieri-famiglia-comunita

In val di Fassa ha aperto il "bar educante". È stato inaugurato lo scorso primo luglio nel comune di San Giovanni di Fassa il "Bar Educante", un luogo ma anche un progetto (rientra nell’iniziativa #FuoriCentro – Coltiviamo le periferie, promossa da Fondazione Trentina per il Volontariato Sociale e selezionata dall’impresa sociale Con i Bambini di Roma)                                                      www.fovoltn.it

v  che ha l'obiettivo di fornire a ragazze e ragazzi l’opportunità di progettare e partecipare in prima persona alla vita di comunità, e di essere luogo dove anche gli adulti potranno formarsi, socializzare, praticare sport e stringere nuove amicizie, per rinsaldare i legami comunitari.

.facebook.com/bareducante

Turismo: sentieri a misura di famiglia. Si chiama Sentieridifamiglia.com ed è un sito a cura delle realtà che afferiscono alla valle dei Laghi del Trentino (Piano Giovani, Distretto Famiglia in Trentino e Comunità della Valle dei Laghi) per offrire itinerari, percorsi e sentieri a misura di bambini, attività e laboratori a tutte le famiglie che desiderano, magari in tempo di vacanza, scoprire il territorio della valle che collega Trento a Riva del Garda.                                                        www.sentieridifamiglia.com

Dalle case editrici

  • Patrizia Dugoni-Barbara Veronelli Legami di corte. Storie semiserie e sagge riflessioni sulle dinamiche familiari, Paoline, Milano, 2020, p. 304
  • Mattia Mascher Guida galattica per nonni e nonne del terzo millennio, San Paolo, Cinisello B. (MI), 2021, p. 192
  • Jorge María Randle, Cuori spezzati. Un cammino per guarire dalle ferite dell’aborto, Ares, Milano 2021, pp. 184

Scrive Costanza Miriano, nella sua prefazione, che questo è un libro che “parla ai cuori spezzati”. Ed è davvero una materia complessa, e socialmente passata sotto silenzio, la questione della necessità di una guarigione post-aborto. L’autore, sacerdote argentino che si è dedicato per anni all’accompagnamento di persone ferite dall’aborto, offre un saggio straordinariamente chiaro sull’argomento, e fornisce strumenti prima di tutto di pastorale, preziosi per i sacerdoti ma anche per tutti coloro che accompagnano questi cuori spezzati.

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf2721_allegatolibri.pdf

Percorsi di formazione

Convegno (IT) - 15/16 ottobre 2021. "Affrontare la violenza sulle donne", convegno online organizzato da Erickson sui profili della psicoterapia, sostegno psicologico e altri interventi clinici www.erickson.it/it/affrontare-la-violenza-sulle-donne-15-10-2021?utm_source=SOCIAL_NETWORK&utm_medium=FB-Ads&utm_campaign=TWOW_PROSP_CONVEGNI_07%2F2021&utm_content=[Convegno_Professionisti]%2007%2F2021_IMG_convegno_affrontare-violenza%20-%2005%2F2021&fbclid=IwAR3Eo8PoXNQYFBdmgUupzFLxrMexoonBH_bRk5zUEmoGFxK9kK2DwMYzQK0

 

Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

Archivio   http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

https://a4e9e4.emailsp.com/f/rnl.aspx/?fgg=wsswt/e-ge=s/fh0=nz_49a1:a=.-4&x=pv&65kac&x=pp&qzb9g6.b9g9h/:i4-7d=uw3xNCLM

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CENTRO ITALIANO DI SESSUOLOGIA

Masturbazione femminile: falsi miti e tabù

                Il piacere femminile, dalla società italiana conservatrice considerato elemento impronunciabile della sessualità, è argomento ancora oggi circondato da disinformazione, falsi miti e ambiguità. Nonostante sia ormai noto che i bambini di entrambi i generi si tocchino provocandosi sensazioni piacevoli seppur sconnesse dal concetto adulto di sessualità sin dalla nascita, è indubbio che per la nostra società questo concetto sia molto più accettabile quando riferito a un maschio. Questa tendenza prosegue poi durante l’adolescenza e la vita adulta, senza perdere importanza persino durante la terza età, periodo della vita durante il quale è più facile e generalmente accettato che un uomo ricerchi una partner giovane a fini sessuali o che un maschio utilizzi farmaci per continuare la sua attività sessuale. Il piacere maschile, d’altronde, è sempre stato accettato se non addirittura considerato necessario e immancabile per svolgere qualunque tipo di atto sessuale. Insomma, il falso mito della “cecità” è stato messo a tacere da un pezzo. Il piacere femminile, invece, è sempre stato immaginato come extra, come qualcosa che “se succede è bello” ma che va sempre immaginato nel contesto di coppia eterosessuale e quasi mai in termini di masturbazione.

                Ancora oggi molte donne raccontano di come durante l’adolescenza, periodo caratterizzato dall’esplorazione di sé e dalle domande curiose dei coetanei, abbiano mentito dicendo di non masturbarsi anche alle amiche più care, poiché tutte silenziosamente convinte che non fosse una cosa da fare. Alcune utilizzano la parola “sporca”, o “peccato”, o raccontano di come pensassero che ciò avrebbe potuto portare malattie. Eppure, quasi la totalità lo faceva.

                Ancora oggi, la società è convinta che la masturbazione femminile avvenga durante “lunghi periodi di astinenza”, avallando la credenza che se un uomo fosse presente nella vita di queste donne, allora masturbarsi non servirebbe. Allo stesso tempo, praticamente tutti ormai sanno e accettano che gli uomini continuino a masturbarsi anche quando impegnati in relazioni di coppia, perché “è normale”, “è fisiologico”. Eppure, anche la quasi totalità delle donne lo fa più spesso di quel che si creda.

                Ancora oggi, molte persone sono convinte del fatto che la masturbazione femminile avvenga per lo più tramite inserimento di dita e stimolazione interna, e quindi con l’obiettivo di mimare la penetrazione. In realtà, solo il terzo esterno della vagina è dotato di sensibilità e la maggioranza delle donne si masturba esternamente, stimolando il clitoride (slegando quindi ulteriormente la masturbazione femminile da una concezione etero-patriarcale della stimolazione vaginale). Questa realtà fatica ad essere conosciuta poiché l’argomento non viene praticamente mai liberamente discusso all’interno della nostra società, ad esclusione dei luoghi di formazione di esperti.

                Banalmente, il fatto che le donne sin dall’adolescenza, pur non sentendo parlare di masturbazione femminile né dalle amiche né dalla società, pur avendone paura, pur non sapendo precisamente come funzioni, finiscano comunque per intraprendere questo percorso di conoscenza di sé e piacere è di per sé il miglior argomento a favore della masturbazione. Sicuramente si potrebbe argomentare come la masturbazione porti a numerosi benefici, tra i quali la conoscenza del proprio corpo e la riduzione dello stress. Tuttavia, questo lavoro di advocacy [sostegno] non dovrebbe semplicemente essere necessario. Le donne lo fanno, punto. La masturbazione è intima e non rischia di dolere nessuno, non comporta rischi come gravidanze indesiderate o infezioni sessualmente trasmissibili. È arrivato il momento, per la nostra società, di rinunciare alle imposizioni sulla sessualità privata ed intima femminile, per un semplice motivo: il piacere è un diritto, e non va giustificato.

                Fortunatamente, sembra che i giovani d’oggi stiano sfruttando sempre più i nuovi metodi di comunicazione per aumentare le conoscenze e la salienza di alcuni temi inerenti alla salute sessuale, tra i quali anche la masturbazione e il piacere femminile. Si diffondono sempre più velocemente volantini e video esplicativi, che con forza sottolineano e reclamano il diritto al piacere delle donne e si occupano di eliminare falsi miti riguardo alla masturbazione. Così com’è stato per il mito della “cecità”, si può quindi auspicare che presto anche i tabù riguardanti la masturbazione femminile verranno eliminati e la società sarà finalmente pronta per affrontare questi argomenti in maniera limpida e veritiera, senza stigmatizzare il piacere femminile.

Anna Pasolli, dr in Psicologia di Comunità, della Promozione del benessere e del Cambiamento Sociale

www.cisonline.net/news/masturbazione-femminile-falsi-miti-e-tabu/

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CHIESA DI TUTTI

Una grave crisi aleggia sulla Chiesa

                Viviamo un’ora faticosa e di grave crisi nella Chiesa cattolica: in realtà già da alcuni decenni, ma era assolutamente proibito dirlo pubblicamente. Quasi tutti erano impegnati a sottolineare l’efficienza della presenza della Chiesa nella società e a ribadire il suo peso e le sue capacità d’intervento, quasi in risposta alla tentazione di una religione civile che sembrava così urgente e apportatrice di vita sociale positiva per il nostro Paese. Chi non voleva prendere parte a questo coro abituato a celebrare trionfi senza mai ipotizzare fallimenti neanche parziali fu autorevolmente richiamato e definito profeta di sventura. Ma oggi è un cardinale, l’arcivescovo di Monaco, già presidente delle Conferenze episcopali europee, membro del Consiglio che assiste il Papa nella riforma della Curia romana, a gridare che la Chiesa «è giunta a un punto morto!», e afferma che questa situazione gli ha cambiato la fede. Si badi bene: ha «cambiato la fede» di un vescovo di sessant’anni, inducendolo a dare le dimissioni.

                Il tutto con la sottoscrizione «nell’obbedienza e nella pace», il motto di papa Giovanni. Viviamo in molti un profondo malessere che però solo in parte è dovuto agli scandali suscitati dalla pedofilia. Quest’ultimo è certamente un crimine grave e detestabile e la Chiesa tutta si è impegnata per cercare di comprendere in modo nuovo quest’abuso, di prevenirlo e impedirlo, fino alla condanna. Ma non va dimenticato che chi commette delitti di pedofilia è un malato: la pedofilia è inscritta nella patologia di una persona e di conseguenza la persona deve essere non solo condannata una volta commesso il delitto, ma anche aiutata, accompagnata e riaccolta perché è un essere umano peccatore/peccatrice al quale mai va negata la misericordia di Dio e della Chiesa. C’è tanto giustizialismo nell’aria cattolica, tanta tendenza a cedere alle dominanti dei mass media e a certo moralismo populista.

                Non riesco a comprendere, piuttosto, come non turbino le coscienze le rivelazioni della pulizia etnica operata nelle scuole cattoliche in Canada fino al 1980, dove bambini strappati alle loro famiglie e rinchiusi in quei collegi-lager sono stati maltrattati, trascurati, fino a morire ed essere seppelliti nelle fosse comuni (si calcola almeno 6 mila ragazzi!). Delitti perpetrati da preti, frati, suore.

                Qui non c’è patologia, c’è malignità, c’è un esercizio perverso del potere! Io mi chiedo: com’è stato possibile per dei cristiani che si dicono “consacrati” compiere simili crimini? E questi crimini non sono forse gravissimi? Dunque è uno scandalo, che suscita interrogativi sulla capacità di vivere il cristianesimo, su una Chiesa magari generosa nella missione, ardente in devozione, come in Canada, ma poi peggio che persecutrice! Dunque non si restringa la crisi della Chiesa alla piaga della pedofilia: c’è tutto un assetto di autorità, potere, ricchezza che deve essere giudicato dal Vangelo.

                Come tentare di uscirne e giungere a una vera riforma? Sì, sappiamo che la riforma inizia da noi stessi, ma questo la Chiesa l’ha sempre predicato senza poi compiere dei passi per riformare l’istituzione. Il cardinale Marx lo sottolinea: le colpe non sono solo personali ma correlate all’istituzione!

                In questa situazione anche nella Chiesa si porta la croce, che nelle parole di Gesù è strumento della propria esecuzione: la croce è situazione crudele e turpe, che mai noi dobbiamo addossare agli altri e della quale non dobbiamo parlare piamente a quelli che la stanno portando. Resta straordinario che anche Gesù fu aiutato a portare la croce non solo dal Padre, ma anche da un povero uomo, Simone di Cirene, che sul cammino del Calvario ha preso la croce sulle sue spalle. Scriveva il teologo Yves Congar: «Soffrire nella Chiesa è faticoso, ma soffrire a causa della Chiesa è terribile».

Enzo Bianchi  Jesus - luglio 2021

www.ilblogdienzobianchi.it/blog-detail/post/134274/una-grave-crisi-aleggia-sulla-chiesa

 

Dio che perdiamo

                Una premessa. La Newsletter n. 226 dell'8 luglio 2021 di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” si intitola “Il Dio che perdiamo” (opera di Raniero La Valle), inserendosi a pieno titolo nel dibattito sul post-teismo che Adista ospita da qualche anno ma che in questi giorni ha assunto una vivacità inarrestabile (www.chiesadituttichiesadeipoveri.it/il-dio-che-perdiamo). Il nucleo del contendere di tale dibattito riguarda il Dio-persona: possiamo ancora intenderlo così, dato l’avanzare delle scienze e il sentire, sempre più critico e “adulto”, dell’umanità contemporanea? Proprio il “sentire critico” sta inducendo studiosi, credenti o dubbiosi, a porsi domande che per prima cosa mettono in discussione la necessità dell’esistenza delle religioni e, a seguire e conseguire, l’"identità” di Dio. Un ragionare, questo, che, se articolato in risposte troppo radicali, fa sorgere in alcuni un doloroso senso di orfanità, associato al timore che anche il cristianesimo possa essere inghiottito - sospettano - in questa sorta di vuoto metafisico. Altri rispondono che no, Gesù Cristo non ha voluto creare una religione - voluta invece da sedicenti suoi seguaci e mantenuta, in alleanza anche con poteri temporali, fin oggi - e perciò la validità della parola di Gesù resta intatta e lascia intatto quell’umanesimo cristiano che è e rimane faro di fratellanza-amore-giustizia.

                Un ragionare importante per la crescita spirituale; parlarne e poterne parlare non comporta giudizi e non depriva l’identità degli interlocutori, tanto meno lo strumento che ospita il loro generoso scambio di pensieri. (Eletta Cucuzza)

 

Carissimi,                            grazie al “dossier sul post-teismo” curato da Enrico Peyretti, che pubblichiamo nella sezione “Dicono la loro” di questo sito,                                   www.chiesadituttichiesadeipoveri.it/dossier-sul-post-teismo

portiamo qui alla luce un tema finora passato sotto silenzio, che da tempo sta turbando gruppi cristiani anche a noi più vicini. Si tratta della questione che fa di Dio una nozione del passato, non più utilizzabile oggi: “Oltre Dio” è l’ultimo documento in cui è espressa questa posizione, è il terzo libro di una serie edita con dichiarata neutralità dall’editore Gabrielli, dedicata appunto al tempo che viviamo come successivo alla religione e perciò detto “post-religione”, dove però è la neutralità stessa che fa problema: ne va infatti non solo dell’identità, ma del fondamento stesso dell’essere, non di Dio, ma della nostra relazione con lui.

                L’oggetto stesso del dibattito è difficile ad essere definito, non c’è un limite, una soglia su cui alfine ci si possa attestare. Nel libro di Raniero La Valle,No, non è la fine” (Edizioni Dehoniane), in cui il tema è già stata affrontato,  la questione è stata posta così: “Certo Dio è licenziato e accompagnato alla porta della città con tutti gli onori… (Ma) fatto sta che messo Dio tra i vecchi attrezzi da riporre, la strada è stata aperta per procedere allo smaltimento dei “miti”, che sono poi la creazione, il peccato, il messia, la redenzione: un accanimento da cui viene fuori un messaggio globalmente anti biblico. E se c’è stato qualche teologo volenteroso che nella ricerca di nuovi modelli cristiani ancora ha cercato di inalveare questo sommovimento nei parametri del Concilio Vaticano II e nella nuova prospettiva aperta dalla predicazione di papa Francesco (Victor Codina, “Cristiani in Europa”,

https://translate.google.com/translate?hl=it&sl=es&u=https://blog.cristianismeijusticia.net/interview/victor-codina-ser-cristiano-en-europa&prev=search&pto=aue

in Adista-documenti, 11 luglio 2020), altri hanno rivendicato la radicalità del superamento necessario: il Concilio, papa Francesco sarebbero a loro parere ancora dei cambiamenti interni al vecchio computer; bisogna invece cambiare il computer stesso, il suo hard disk «che gira a vuoto, è pieno di virus e non consente nuove applicazioni» (Santiago Villamajor, “Riscattare il cristianesimo”

www.donpaolozambaldi.it/2021/08/riscattare-il-cristianesimo-santiago-villamayor

Solo che l’hard disk da buttare via è il Vangelo stesso, nel suo contenuto inaudito, il pezzo da rimuovere è lo stesso mistero pasquale; e dunque a cadere sono la croce e la resurrezione, lo scambio trinitario, il dono dello Spirito, il discepolo che rimane, e l’anno liturgico che tutto ciò rivive e ripropone nel tempo. Cioè è il cristianesimo, comunque lo si dica riformato. Ebbene, il prezzo è troppo alto…” La questione è aperta. Forse si potrebbe dire qui come alla base ci sia un equivoco di fondo sul contenuto stesso della disputa: per i neo-non credenti collocare nel passato la questione di Dio vuol dire rifiutarne l’oggettivazione che l’ha resa tributaria del mito, della fantasia, dell’invenzione antropomorfa, l’ “Oggetto Immenso” fatto preda della ragione; e ne hanno i motivi. Ma col Dio pensato così i conti sono stati fatti da tempo, alla domanda sull’identità di Dio la risposta è quella di Gesù alla Samaritana, Dio non va cercato su questo monte o su quell’altro, ma in Spirito e verità; la questione invece è quella del rapporto umano con lui, è la fede che lo coinvolge nella storia, è della fede che si può identificare un prima e un dopo (“il Figlio dell’uomo quando verrà troverà la fede sulla Terra?”); la domanda è sul senso e le implicazioni della fede di quanti credono in lui, è questo che appicca il fuoco alla storia.

                E qui, su questo rapporto vitale con un “Tu” che ci ama, vale la notazione con cui Enrico Peyretti ha accompagnato il suo dossier per rivendicare il rapporto con Dio come “persona”: «Se ciò che abbiamo chiamato Dio non fosse comunicante, appellante, ispirante, in qualche modo parlante,  trasmittente una comunicazione significativa per lo spirito umano (cioè se non fosse persona), avremmo “deus sive natura” [Dio ossia la Natura] (infatti è una ipotesi): la bellezza, armonia, sensatezza, e anche cecità e violenza della natura. Ci sono, infatti, religioni della natura… Se non fosse persona, non avrebbe alcun senso l’atteggiamento umano di fede, affidamento, fiducia interiore e resistente ai colpi del caso, e della malvagità umana. Una fede che genera speranza, al di là di tutte le vicende storiche e biografiche… Se non fosse persona, non ci sarebbe la preghiera umana, che è anche il semplice sospiro, più grande di tutte le parole, davanti all’alba, al tramonto, al morire, al nascere, all’incontrare altri simili a noi, e accompagnarci nell’impresa della vita».

                Se perdessimo questo Dio, possiamo aggiungere, perderemmo anche il Dio nonviolento che è il grande dono fatto all’umanità dalla Chiesa del Concilio, da Giovanni XXIII a papa Francesco ad Abu Dhabi alla preghiera nella piana di Ninive, e la violenza, a cominciare da quella religiosa, resterebbe inarginata.

                Con i più cordiali saluti                                  Raniero La Valle                              www.adista.it/articolo/66335

 

Perché cambiare”. Un libro di Don Mencucci sulla riforma della Chiesa

                Il tema di fondo è sempre quello (e lo sarà ancora per diversi anni, specie sinché le Chiese, la cattolica in particolare, non rinnoveranno strutture, liturgie, impianto dogmatico e insegnamenti morali): è auspicabile una fede oltre le religioni o è più opportuno riformare le religioni in maniera che possano tornare a essere punto di riferimento delle comunità di fede? In questa seconda prospettiva si colloca la riflessione di don Vittorio Mencucci, prete della diocesi di Senigallia, teologo di frontiera assai conosciuto ai lettori di Adista. Il suo ultimo libro, Perché cambiare. Ripensare l’uguaglianza originaria dei battezzati nella comunità (il Pozzo di Giacobbe, 2021, pp. 152, presenta una serie di questioni centrali nel dibattito contemporaneo intorno alla Chiesa e alle religioni, sulla scia di riflessioni che attraversano tanta parte del dibattito contemporaneo (basti citare, per tutti, il recente testo di John Shelby Spong, [teologo, filosofo, vescovo episcopale] Perché il cattolicesimo deve cambiare o morire).

                Per Mencucci, la maggior parte dei cattolici impegnati pensa che basti cambiare il linguaggio in genere e qualche aspetto in particolare nella Chiesa. Non è però con un maquillage che si risolvono secolari contraddizioni che la modernità e i processi di secolarizzazione hanno ormai fatto emergere. L’intervento di riforma da attuare deve allora essere radicale e profondo per essere credibile; e per dare risposte ai tanti credenti che abbandonano la pratica religiosa. Il problema è scegliere in quale prospettiva attuare questa necessaria riforma. Per Mencucci, ogni tentativo che voglia essere rigoroso presuppone la conoscenza della storia della situazione originaria della Chiesa e dei processi storici che ne hanno modificato ruolo, struttura, messaggio. Mencucci utilizza un doppio approccio: quello della ricostruzione storica delle ragioni che hanno portato la Chiesa all’attuale struttura; e quella della riflessione teologica che tenta di recuperare il senso evangelico perduto o mistificato nelle contraddizioni del connubio trono-altare dalla Chiesa costantiniana in poi. «Se l’acqua è inquinata, bisogna risalire alla sorgente e verificare i vari passaggi, è inutile disperdersi tra le giuncaglie della valle. Se manca la conoscenza del percorso, l’analisi non va oltre la punta del naso e il discorso diventa insignificante. Nei progetti di cambiamento della Chiesa a me pare che manchi sia il riferimento alla realtà originaria, sia la consapevolezza del tempo che stiamo vivendo», scrive Mencucci nella presentazione del libro.

                Snodo fondamentale della riflessione è il processo di clericalizzazione dell’istituzione ecclesiastica e di sacralizzazione della figura del presbitero, l’anziano della comunità, presto divenuto “sacerdote”, esclusivo rappresentante del divino e suo tramite presso i fedeli. L’articolata ricostruzione storica risale alle prime comunità cristiane, quando «il battesimo abilitava a svolgere tutte le mansioni della comunità», raccontando il passaggio cruciale avvenuto nel III secolo d.C., quando «“sacro, sacerdote e sacrificio” formano un nucleo unitario che diventa il punto di vista interpretativo di tutto il messaggio evangelico e fondamento di tutto lo sviluppo teologico successivo». Da quel momento, «le varie facoltà vengono unificate nella stessa persona che diventa autorità, mentre la comunità dei fedeli perde progressivamente ogni ruolo, fino ad essere relegata solo al silenzio e all’obbedienza»; da quel momento, «la sintesi sacerdote-sacrificio-sacro costituisce la precomprensione secondo cui ogni aspetto del cristianesimo viene espresso».

                Mencucci richiama allora l’esigenza di tornare al senso profondo del messaggio di Gesù, «il grande liberatore dall’oppressione religiosa». Nessuno, infatti, «chiede che si torni indietro nella storia, ma che si prenda coscienza della dimensione storica delle attuali strutture per liberarle dalla mummificazione sacrale e restituire alla comunità di fede la libertà di esprimersi secondo il linguaggio del proprio tempo e il proprio stile di vita». In questo senso, per Mencucci la modernità non è affatto un ostacolo per una Chiesa che recuperi il suo senso evangelico. Semmai una risorsa: Perché «le radici della modernità nella conquista della democrazia e nell’affermazione dei diritti umani si trovano proprio nel vangelo, anche se storicamente chi ha lottato per la conquista di questi diritti ha visto la Chiesa schierata dalla parte opposta della barricata». Per questo, «sento di vivere la mia esperienza di fede nella fedeltà al Vangelo e nella solidarietà con il mio tempo».

                Quindi, per Mencucci, non si risolve il problema tentando semplicemente di ripristinare l’originario, ma di comprendere quanto dell’originale è essenziale e recuperabile. Un tentativo rivoluzionario, se si considera, spiega l’autore, che la Chiesa non è mai cambiata confrontandosi con il Vangelo, ma sempre perché costretta dalla forza dei suoi avversari. E sempre in ritardo.

Valerio Gigante                               Adista notizie n. 26                        2 luglio 2021                      www.adista.it/articolo/66306

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CITTÀ DEL VATICANO

Benedizioni di unioni omoaffettive: un piccolo libro

Gli autori cercano di riflettere da teologi cattolici sulla questione delle “benedizioni di unioni omoaffettive”. Ecco la introduzione del testo, che presenta in sintesi il disegno del piccolo volume.

“Cum igitur in sexu femineo

non possit significari aliqua eminentia gradus,

quia mulier statum subiectionis habet,

ideo non potest ordinis sacramentum suscipere.”

                               S. Tommaso d’Aquino

                Non sembri strano che prendiamo avvio da un responsum che Tommaso d’Aquino diede alla domanda se una donna possa accedere all’ordine sacro. Come prevedibile, la risposta di Tommaso fu negativa, ma è interessante l’argomentazione (cfr. Summa Theologiæ: I, 92,1; S. Th. Suppl. 39,1). Da un lato, egli chiama in causa Aristotele e il suo trattato sulla Riproduzione degli animali, secondo il quale la donna nel processo di generazione avrebbe un ruolo meramente passivo rispetto all’uomo; ciò secondo una conoscenza ‘scientifica’ diffusa all’epoca, che poco conosceva circa l’ovulazione, le mestruazioni e così via. Dall’altro lato, Tommaso sostiene che, siccome l’ordine sacro richiede la potentia activa in ordine alla responsabilità ecclesiale, in analogia alla suddetta acquisizione naturalistica, l’ordine sacro è riservato solo ai maschi (possibilmente non omosessuali secondo recenti orientamenti confermati dalla Santa Sede). Il che significa che se oggi si dovesse dimostrare che la donna non solo ha un ruolo attivo nella generazione, ma addirittura ce l’ha preponderante rispetto al maschio, la domanda dovrebbe essere riformulata: ”può un maschio accedere all’ordine sacro”? Quale il responsum?

                Ci stiamo introducendo con un tema apparentemente peregrino per rilevare l’interdipendenza tra la teologia e gli altri ambiti e strumenti della conoscenza. Da ciò deriva il delicato compito di un continuo processo di ripensamento di ogni acquisizione presunta corretta; tanto più se alcune affermazioni hanno radicalmente compromesso l’esistenza delle persone con sofferenze sia a livello personale (fisico, psichico…) che sociale (stigma ed emarginazione). A partire dalla condizione della donna ci avviciniamo alla condizione degli omosessuali, che, considerati contro natura, hanno subìto i più grandi torti nella storia della Chiesa. La riflessione, che pure ha il compito della rigorosa chiarificazione e argomentazione, punta ancor più a un processo di liberazione da pregiudizi e prassi discriminatorie. La comunità cristiana è chiamata a dare il suo contributo, convertendosi dalle responsabilità del passato e aprendosi alla perenne novità dello Spirito di amore del Risorto. Seppure con la consapevolezza della parzialità e provvisorietà, col nostro tentativo puntiamo a “ridurre il danno” alle persone nella profondità del loro mistero, dando spazio alla specificità di un loro contributo nella edificazione della vita ecclesiale.

                Quindi, di fronte ad una “risposta” inadeguata, che fare? Bisogna pensare più a fondo. Una buona reazione alle difficoltà che la Chiesa sperimenta di fronte alla realtà consiste nell’offrire, come teologi, una parola di comprensione e di maggiore ampiezza, da intendersi come “servizio alla tradizione”, ad una tradizione che non diventa una “pietra da gettare”, ma una parola da comprendere e da tradurre, in una lingua e in una cultura nuova. Il nostro volumetto è perciò composto di due parti. Nella prima – di Andrea Grillo – si reagisce criticamente al “responsum” che la Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicato lo scorso 15 marzo 2021 e si chiede alla teologia di continuare ad essere maestra di distinzioni. Nella seconda – di Cosimo Scordato – si imposta una riflessione sistematica per fornire un quadro teorico ed ecclesiale che possa giustificare, teologicamente e pastoralmente, la possibilità di benedire tutte le coppie, anche quelle omoaffettive.

Andrea Grillo  e Cosimo Scordato, parroco e teologo Palermo  blog: Come se non   7 luglio 2021

www.cittadellaeditrice.com/munera/benedizioni-di-unioni-omoaffettive-un-piccolo-libro/

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CONFEDERAZIONE ITALIANA DEI CENTRI PER LA REGOLAZIONE NATURALE DELLA FERTILITÀ

L’accompagnamento alla coppia infertile

Conoscenza della fertilità, percorsi diagnostico-terapeutici, sostegno psicologico

Verona - 18 settembre 2021 ore 9 presso il Centro Culturale G. Toniolo

Responsabile scientifico: dr.ssa Maria Boerci

  • Saluti e Inizio dei lavori                                         Marina Casini Bandini, Rosanna Fornaro, Maria Boerci
  • L’accompagnamento alla coppia infertile: il senso di una proposta                                  Gabriella Bozzo
  • L’iter diagnostico-terapeutico nel fattore femminile di infertilità.           modera: Mariangela Fornalè
  • Funzione e riserva ovarica: cosa c’è di nuovo?                                                                       Rosanna Fornaro
  • Il fattore infettivo di infertilità femminile -                                                                                     Miriam Dedè
  • Lettura magistrale:  La chirurgia del fattore tubo-peritoneale di infertilità                Riccardo Marana
  • L’iter diagnostico-terapeutico nel fattore maschile di infertilità.                modera: Samuele Tosadori
  • Lo spermiogramma: traguardo o punto di partenza?                                                         Giuseppe Grande
  • Le infezioni/infiammazioni delle ghiandole sessuali accessorie                                     Domenico Milardi
  • Mente e corpo: che coppia!                                                                                               Valentina Pasqualetto
  • Conoscenza della fertilità nel percorso d’accompagnamento alla coppia infertile  modera: G. Bozzo
  • La base scientifica dei metodi naturali di regolazione della fertilità                                      Maria Boerci
  • Il muco cervicale e la finestra fertile                                                                                        Mario Campanella
  • La temperatura basale e la finestra fertile                                                                                   Renè Ecochard
  • Conoscenza della fertilità nel percorso d’accompagnamento coppia infertile     Giancarla Stevanella
  • Conclusioni. Il questionario ECM verrà svolto in modalità telematica

                La partecipazione è gratuita previa registrazione online sul sito: www.mpv.org ,     Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

www.confederazionemetodinaturali.it/userfiles/News/files/programma_convegno18_settembre.pdf

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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Sul ddl Zan la Cei non torna indietro: «Ci auguriamo una riformulazione del testo».

                Tre settimane dopo l’invio della Nota Verbale del Vaticano all’Italia, con Repubblica parla il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente dei vescovi italiani.

            Eminenza, il ddl Zan sembra procedere, seppur non senza fatica. La Nota Verbale non è stata una ingerenza indebita negli affari di uno Stato laico?

                Nessuno e neppure la Santa Sede ha mai messo in discussione la laicità dello Stato. Il termine “ingerenza” è errato, così come lo è “indebita”. Lo ha spiegato il Cardinale Parolin: il rilievo della Santa Sede si pone sulle possibili interpretazioni del testo, con conseguenze paradossali. In assenza di precisazioni, nel normale svolgimento delle funzioni evangelizzatrici proprie della Chiesa che è in Italia, parte della Chiesa universale, si corre il rischio di rendere punibili arbitrariamente affermazioni di antropologia fondata, tra l’altro, su una fede condivisa da milioni di credenti. È una prassi diplomatica scambiarsi Note Verbali. La Santa Sede ha fatto notare, con toni pacati, alcuni punti. La vera domanda è un’altra: come mai un documento riservato è stato inviato ai giornali per la pubblicazione?

                Più volte Lei aveva espresso perplessità su parte del ddl. La Nota Verbale è stata inviata perché lei e la Cei non avete avuto risposta?

                Si tratta di profili differenti che s’integrano perfettamente: un’azione non esclude l’altra, proprio per le ragioni che spiegavo precedentemente. Anche in questo caso il Card. Parolin è stato esplicito nell’affermare la piena continuità di vedute e di azione con la Cei, ogni supposizione alternativa è priva di fondamento. La Conferenza Episcopale Italiana, già da un anno, ha formulato pubblicamente le proprie preoccupazioni sul testo, di ampia portata, circa ad esempio la vaghezza del dettato normativo o la pericolosità dei reati di opinione. Esse sono state ampiamente condivise anche da associazioni, movimenti, intellettuali e politici di diverso orientamento culturale. Il rilievo della Santa Sede, espresso in via riservata, è diverso sia per la modalità sia per il contenuto.

                Quali sono le perplessità?

                È necessario garantire in modo adeguato la libertà di espressione e, tanto più laddove s’intendono introdurre norme di natura penale, non bisogna lasciare margini interpretativi non ragionevoli. Questo discorso vale anche per la Giornata nazionale contro l’omofobia nelle scuole. Altrimenti c’è il rischio che, oltre all’istigazione all’odio, venga sanzionata la libera espressione di convincimenti etici e religiosi e sia inoltre messo in discussione il diritto umano universale dei genitori all’educazione dei figli secondo i propri convincimenti e a insegnare ciò che è bene e ciò che è male. Le nostre perplessità sono le stesse che, durante quest’anno, hanno espresso tante voci di diversa sensibilità: alcune definizioni appaiono molto vaghe e questo renderebbe l’applicazione della legge penale rischiosamente incerta. Come hanno fatto notare insigni giuristi, i ruoli differenti di uomini e donne all’interno delle associazioni cattoliche o l’affermazione di alcune verità di fede potrebbero essere oggetto di procedimenti penali perché da qualcuno ritenute “idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori”.

                Eravate informati dell’azione del Vaticano? C’è chi ha parlato di pressioni per un’azione sua o della Cei più importante rispetto a quanto era stato fatto.

                Sono ricostruzioni tendenziose e architettate ad arte per generare contrapposizioni. Non c’è stato alcun cortocircuito interno vaticano, né tanto meno tra la Santa Sede e la Cei. Tutt’altro: è evidente che la Santa Sede e i Vescovi italiani hanno la stessa opinione su questo ddl. Entrambe le Istituzioni sono intervenute nel merito e con modalità che sono loro proprie.

                Si dice che parte dei vescovi italiani siano nostalgici di una Cei più combattiva sui temi eticamente sensibili. Quale linea le ha chiesto di tenere il Papa in merito?

                Il “si dice” è sempre ingannevole. A volte ho l’impressione, ma non sono l’unico, che ci sia come un vezzo a riferirsi a un passato che non c’è più con quella nostalgia che alimenta distrazione sul tempo presente. Noi dobbiamo invece impegnarci per far sì che la nostra voce, la voce di tutti i cristiani, sia percepita in modo chiaro nella società odierna. Ci sono valori umano-universali che il cristianesimo porta con sé e che dobbiamo sempre più saper mettere in campo a servizio del bene comune. Da questo punto di vista sono convinto che il laicato cattolico debba portare un contributo straordinario anche in questa stagione particolare. È necessario riscoprire e saper testimoniare sempre più la bellezza di appartenere a un progetto di vita comune. In questo senso il “cammino sinodale” avviato con l’Assemblea Generale di maggio della Cei può portare buoni frutti. Circa la linea chiesta dal Papa, il Suo Magistero è molto chiaro ed è anche quanto abbiamo messo in evidenza nelle nostre due note sul ddl in questione: accoglienza, dialogo aperto e non pregiudiziale.

                La Nota Verbale, o anche il documento che stoppa la benedizione per le coppie di persone omosessuali, contraddicono le aperture del Papa?

                In alcun modo propongono la non accoglienza delle persone omosessuali. La Congregazione ha ribadito che non è possibile benedire alcuna coppia che viva stabilmente al di fuori del matrimonio, anche se formata da persone di sesso diverso. Il Catechismo della Chiesa cattolica poi è molto chiaro: le persone con tendenze omosessuali devono essere accolte “con rispetto, compassione, delicatezza” evitando “ogni marchio di ingiusta discriminazione” (cfr n. 2358). E nelle note della Presidenza della CEI del giugno 2020 e dello scorso aprile abbiamo ribadito la necessità e la volontà di accogliere e accompagnare le persone omosessuali. Anche qui, purtroppo, credo ci sia sempre una spinta a ricercare contrapposizioni non fondate. Il Papa, i Vescovi, i sacerdoti, le comunità cristiane guardano alle persone omosessuali con gli occhi di Cristo e tengono le braccia aperte nell’impulso della misericordia. Ci auguriamo una riformulazione del testo.

                Molti omosessuali si sentono distanti dalla Chiesa. Cosa pensa?

                Il Vangelo è per tutti, la ricerca di Cristo è parte dell’esperienza di ciascuno: nessuno si senta escluso dall’essere parte della Chiesa, che è costituita da quel grande popolo di Dio che in Lui vede la Salvezza. La Chiesa cattolica è evangelizzatrice e porta a ogni uomo e a ogni donna, senza distinzioni di alcun tipo, il proprio messaggio di fratellanza e di comunione da vivere nella sua interezza. Papa Francesco lo ha ben ricordato a Firenze nel 2015: “Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo. Voi, dunque, uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso (cfr Mt 22,9)”. Il cammino sinodale parte dall’ascolto profondo e reciproco, in un dialogo costante che è incontro.

Paolo Rodari     La Repubblica   8 luglio 2021

www.repubblica.it/politica/2021/07/08/news/ddl_zan_chiesa_bassetti_liberta_di_espressione-309577859

 

Consiglio Permanente: il Comunicato finale

                La riflessione sul cammino sinodale, avviato dalla 74ª Assemblea Generale, e sulla scansione delle varie tappe è stata al centro della sessione straordinaria del Consiglio Episcopale Permanente, che si è svolta in videoconferenza il 9 luglio 2021, sotto la guida del Cardinale Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

                In apertura dei lavori, il Cardinale Presidente ha rinnovato la vicinanza della Chiesa che è in Italia a Papa Francesco, ancora ricoverato al Policlinico Gemelli dopo l’intervento chirurgico del 4 luglio scorso.

                Nel sottolineare l’importanza di un cammino che parta dal basso e che si ponga in continuità con il percorso compiuto dalla Chiesa in Italia dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, i Vescovi hanno evidenziato la necessità di sviluppare un processo basato su “ascolto, ricerca e proposta” che si armonizzi con quello delineato per la XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi.

                Un ulteriore momento di verifica e analisi avrà luogo durante la sessione autunnale del Consiglio Episcopale Permanente e durante l’Assemblea Generale straordinaria della Conferenza Episcopale Italiana, sulla cui convocazione i Vescovi si sono espressi all’unanimità: dovrebbe svolgersi a Roma, dal 22 al 25 novembre 2021, salvo peggioramento della curva pandemica nel Paese.

                Nel corso dei lavori, sono stati offerti alcuni aggiornamenti circa l’Incontro del Mediterraneo in programma a Firenze nei primi mesi del 2022 e sulla preparazione del Congresso Eucaristico Nazionale che si terrà a Matera dal 22 al 25 settembre 2022.

                Un altro aggiornamento ha riguardato il lavoro seguito alla pubblicazione delle tre Istruzioni della Congregazione per l’Educazione Cattolica sull’affiliazione, l’aggregazione e l’incorporazione degli Istituti di studi superiori (8 dicembre 2020).

                Il Consiglio Permanente ha provveduto alla nomina dell’Economo della Conferenza Episcopale Italiana, che entrerà in carica dal 1° ottobre 2021.

                Gli auguri di pronta guarigione a Papa Francesco

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                La sessione straordinaria del Consiglio Episcopale Permanente si è aperta con il saluto del Cardinale Presidente, Gualtiero Bassetti, che ha espresso «l’affetto e l’augurio di una pronta guarigione al Santo Padre, degente al Policlinico Gemelli». A nome dei Vescovi e interpretando i sentimenti di tutte le comunità cristiane, il Cardinale ha aggiunto: «Ci rallegriamo per le buone notizie circa la sua salute che continuamente ci giungono. Tutte le nostre Chiese sono in preghiera per Lui. Gli auguriamo di riprendere presto e con rinnovata energia il Suo ministero petrino». Il Cardinale ha dunque rinnovato l’auspicio già espresso nel messaggio inviato a Papa Francesco il 5 luglio: «Affidiamo al Signore i medici e tutto il personale sanitario che, con passione e amore, si stanno prendendo cura di Lei e di tutti i pazienti e gli ammalati. Anche in questa occasione ci ha insegnato come affrontare la sofferenza. Lo sguardo rivolto agli impegni dei prossimi mesi (il viaggio in Ungheria e in Slovacchia a settembre) e il sorriso abituale dalla finestra del Palazzo Apostolico, con cui ci dà appuntamento ogni domenica, sono una grande testimonianza. Non bisogna mai cedere allo sconforto anche nelle ore della fatica più dura. Grazie, Padre Santo!».

                Cammino sinodale: voce profetica per le istanze dell’oggi e del futuro. Il cammino sinodale è stato al centro della riflessione dei Vescovi che si sono confrontati, secondo quanto previsto dalla mozione votata dalla 74ª Assemblea Generale, su alcune proposte per dare attuazione alla Carta d’intenti. Si tratta – è stato ribadito – di un percorso che, pur cercando strade nuove, si snoda a partire da sentieri tracciati, con i contributi fondamentali dei Pontefici, da san Paolo VI a Francesco. Una ricchezza, questa, che si aggiunge al percorso compiuto dalla Chiesa che è in Italia dal Concilio Ecumenico Vaticano II a oggi, scandito dai Convegni nazionali che, con cadenza decennale, hanno fatto il punto della situazione e rilanciato le sfide individuate.

                Nel contesto attuale, in una fase ancora segnata sul piano sociale, economico ed ecclesiale dagli effetti della pandemia, il cammino sinodale costituisce un’occasione propizia di rilancio delle comunità oltre che una voce profetica rispetto alle istanze dell’oggi e del futuro. Ecco, allora, che il tema “Annunciare il Vangelo in un tempo di rigenerazione” riassume l’impegno della Chiesa che è in Italia, in continuità con quanto fatto e nell’orizzonte di un nuovo impulso. I Vescovi hanno infatti ricordato che, già nel 2019, il Consiglio Episcopale Permanente aveva deciso di adottare Orientamenti pastorali quinquennali, e non più decennali, prendendo atto di un’accelerazione dei cambiamenti in corso. Nel 2020, l’insorgere della pandemia aveva spinto a focalizzarsi sull’ascolto capillare del popolo di Dio fino alla decisione di avviare un cammino sinodale, in risposta alle sollecitazioni espresse da Papa Francesco il 30 gennaio 2021, in occasione dell’udienza concessa all’Ufficio Catechistico Nazionale, e in quella del 30 aprile all’Azione Cattolica Italiana.

                La Carta d’intenti, approvata dall’Assemblea Generale il 27 maggio scorso, ricorda le tre direttrici su cui lavorare, ovvero “ascolto, ricerca e proposta”. Questa triade, è stato sottolineato, aggiorna quella del “vedere-giudicare-agire” e può essere declinata in tre momenti:

  1. il primo, “narrativo”, volto a intercettare, dal basso, le domande di senso e i bisogni emergenti riguardo all’accompagnamento delle famiglie, ai giovani, ai poveri, alla Casa comune, ma anche all’annuncio e all’iniziazione cristiana, all’antropologia e al nuovo umanesimo, al ripensamento delle strutture e al rapporto con le istituzioni pubbliche;
  2.  una seconda fase di discernimento o lettura “sapienziale” di quanto raccolto
  3. una terza “profetica” di proposta, per un annuncio più snello, libero, evangelico e umile, come chiesto ripetutamente da Papa Francesco.

                I Vescovi hanno evidenziato la necessità di armonizzare il cammino sinodale italiano con quello delineato per la XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, valorizzando il ruolo delle Commissioni Episcopali e degli Uffici pastorali così come quello delle Conferenze Episcopali Regionali. Proprio per favorire la condivisione e una maggiore collaborazione, sarà messo a disposizione delle Conferenze Episcopali Regionali un indirizzo mail dove far giungere riflessioni, spunti e materiali elaborati a livello locale, che facciano tesoro dell’esperienza maturata con i Sinodi diocesani e provinciali.

                Un ulteriore momento di verifica e analisi avrà luogo durante la sessione autunnale del Consiglio Episcopale Permanente e durante l’Assemblea Generale straordinaria della Conferenza Episcopale Italiana, sulla cui convocazione i Vescovi si sono espressi all’unanimità: dovrebbe svolgersi a Roma, dal 22 al 25 novembre 2021, salvo peggioramento della curva pandemica nel Paese.

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10 luglio 2021                            www.chiesacattolica.it/consiglio-permanente-il-comunicato-finale-2/

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CONSULTORI FAMILIARI

Consultazione pubblica per il nuovo Piano Nazionale per la Famiglia

Verso la quarta Conferenza nazionale sulla famiglia in autunno.

                Per garantire un ampio processo partecipativo alla definizione del nuovo Piano Nazionale per la Famiglia, il Dipartimento per le Politiche della Famiglia ha lanciato una consultazione pubblica diretta a tutti gli stakeholder interessati [tutti i soggetti, individui od organizzazioni, attivamente coinvolti in un'iniziativa e in un progetto, il cui interesse è negativamente o positivamente influenzato dal risultato dell'esecuzione, o dall’andamento, dell’iniziativa e la cui azione o reazione a sua volta influenza le fasi o il completamento di un progetto o il destino di un’organizzazione.]..

                È la prima volta nel nostro paese che viene lanciata una consultazione pubblica per la definizione condivisa di politiche sociali ! Questa è un’occasione unica e straordinaria per esprimere la propria opinione e dare suggerimenti sul nuovo Piano Nazionale per la Famiglia, ovvero la strategia che orienterà le politiche a supporto delle famiglie per i prossimi anni ! Fino al 15 ottobre 2021 per tutti gli stakeholder e i soggetti interessati, sarà quindi possibile dare il proprio contributo alla redazione del nuovo Piano nazionale per la Famiglia a questo link                                                  https://partecipa.gov.it/processes/verso-il-piano-nazionale-famiglia.

                Inoltre, i contributi raccolti verranno discussi nella prossima Conferenza Nazionale per la Famiglia in programma in autunno.                        vedi newsUCIPEM n. 864, pagg. 4144

 

Aggiornare la Legge dei Consultori Familiari?

                In Parlamento si sono già presentati delle proposte in merito alla revisione e all’aggiornamento della Legge n. 405 del 29 luglio 1975.

www.trovanorme.salute.gov.it/norme/dettaglioAtto?aggiornamenti=&attoCompleto=si&id=25554&page=&anno=null

Ci uniamo come UCIPEM o a titolo personale da presidente emerito? Utilizzando l’opportunità di cui sopra?-

Il vostro parere speditelo a        Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  dopo aver letto l’informazione

                Tenendo presente che oltre i mutamenti sociali e del “sentire” dei cittadini sono intervenute Leggi e interventi governativi e iniziative, specialmente nei consultori non pubblici che direttamente o indirettamente hanno mutato i servizi.

                 La legge che istituisce i consultori familiari, stabiliva e stabilisce ancora che il "servizio di assistenza alla famiglia e alla maternità" ha come scopo:

  • l'assistenza psicologica e sociale per la preparazione alla maternità ed alla paternità responsabile e per i problemi della coppia e della famiglia, anche in ordine alla problematica minorile;
  • la somministrazione dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte dalla coppia e da singolo in ordine alla procreazione responsabile nel rispetto delle convinzioni etiche e dell'integrità fisica degli utenti;
  • la tutela della salute della donna e del prodotto del concepimento;
  • la divulgazione delle informazioni idonee a promuovere ovvero a prevenire la gravidanza consigliando i metodi ed i farmaci adatti a ciascun caso;

                Inoltre la Legge del 19 febbraio 2004, n. 40 Norme in materia di procreazione medicalmente assistita, ha aggiunto come scopi:                               www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2004/02/24/004G0062/sg

  • l'informazione e l'assistenza riguardo ai problemi della sterilità e della infertilità umana, nonché alle tecniche di procreazione medicalmente assistita;
  • l'informazione sulle procedure per l'adozione e l'affidamento familiare. L. 184, 4 maggio 1983, n 184

Disciplina dell'adozione e dell'affidamento dei minori

 www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1983/05/17/083U0184/sg

                Quest'ultimo scopo, essendo un intervento sociale, non rientra propriamente fra i servizi sanitari e sociosanitari gestiti dalle ASL, conseguentemente è realizzato d'intesa con i Comuni, che gestiscono le procedure per l'adozione e l'affidamento familiare in quanto titolari degli interventi e dei servizi sociali.

                Il consultorio familiare assume inoltre un ruolo centrale nell'ambito della tutela sociale della maternità e dell'ivg, infatti la Legge del 22 maggio 1978, n. 194 Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza stabilisce che essi, oltre ai predetti compiti istituzionali, assistono la donna in stato di gravidanza, specie negli art. 1→ 6 (stadio\livello della prevenzione primaria e secondaria, la terziaria è l’art. 14)                                      https://it.wikipedia.org/wiki/Prevenzione_(medicina)

www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=1978-05-22&atto.codiceRedazionale=078U0194&elenco30giorni=false

  • informandola sui diritti a lei spettanti in base alla legislazione statale e regionale e sui servizi sociali, sanitari e assistenziali concretamente offerti dalle strutture operanti nel territorio;
  • informandola sulle modalità idonee a ottenere il rispetto delle norme della legislazione sul lavoro a tutela della gestante;
  • attuando direttamente o proponendo all'ente locale competente o alle strutture sociali operanti nel territorio speciali interventi, quando la gravidanza o la maternità creino problemi per risolvere i quali risultino inadeguati i normali interventi consultivi;
  • contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all'interruzione della gravidanza.

                La legge 405 è del 1975; è del 23 dicembre 1978 la legge 833Istituzione del servizio sanitario nazionale”                                                                                  www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1978/12/28/078U0833/sg

(art. 14. (Unità sanitarie locali).(…) Nell'ambito delle proprie competenze, l'USL provvede in particolare: (…) d) alla protezione sanitaria materno-infantile, all'assistenza pediatrica e alla tutela del diritto alla procreazione cosciente e responsabile.

È dell’8 novembre 2000, la legge 328 "Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali"                                                                                                 www.parlamento.it/parlam/leggi/00328l.htm

Art. 16.(Valorizzazione e sostegno delle responsabilità familiari).

                1. Il sistema integrato di interventi e servizi sociali riconosce e sostiene il ruolo peculiare delle famiglie nella formazione e nella cura della persona, nella promozione del benessere e nel perseguimento della coesione sociale; sostiene e valorizza i molteplici compiti che le famiglie svolgono sia nei momenti critici e di disagio, sia nello sviluppo della vita quotidiana; sostiene la cooperazione, il mutuo aiuto e l'associazionismo delle famiglie; valorizza il ruolo attivo delle famiglie nella formazione di proposte e di progetti per l'offerta dei servizi e nella valutazione dei medesimi. Al fine di migliorare la qualità e l'efficienza degli interventi, gli operatori coinvolgono e responsabilizzano le persone e le famiglie nell'ambito dell'organizzazione dei servizi.

                2. I livelli essenziali delle prestazioni sociali erogabili nel territorio nazionale, di cui all'articolo 22, e i progetti obiettivo, di cui all'articolo 18, comma 3, lettera b), tengono conto dell'esigenza di favorire le relazioni, la corresponsabilità e la solidarietà fra generazioni, di sostenere le responsabilità genitoriali, di promuovere le pari opportunità e la condivisione di responsabilità tra donne e uomini, di riconoscere l'autonomia di ciascun componente della famiglia.

3. Nell'ambito del sistema integrato di interventi e servizi sociali hanno priorità:

c) servizi formativi ed informativi di sostegno alla genitorialità, anche attraverso la promozione del mutuo aiuto tra le famiglie;

f) servizi per l'affido familiare, per sostenere, con qualificati interventi e percorsi formativi, i compiti educativi delle famiglie interessate.

                Il raccordo tra le 5 leggi citate non è specificato, non si citano nemmeno con riferimenti puntuali eccetto che nell’art. 2, della L. 405\1975 che si raccorda con il ???   futuro sconosciuto, ma solamente per i consultori pubblici e soltanto per il personale

a)       sono istituiti da parte dei comuni o di loro consorzi i consultori di assistenza alla famiglia e alla maternità quali organismi operativi delle unità sanitarie locali, quando queste saranno istituite;

b)       consultori possono essere istituiti anche da istituzioni o da enti pubblici e  privati che abbiano finalità sociali, sanitarie e assistenziali senza scopo di lucro quali presidi di gestione diretta o convenzionata delle unità sanitarie locali, quando queste saranno istituite;

c)       i consultori pubblici ai fini della assistenza ambulatoriale e domiciliare, degli opportuni interventi e della somministrazione dei mezzi necessari si avvalgono del personale dei distretti sanitari, degli uffici sanitari comunali e consorziali, delle condotte mediche e ostetriche e delle altre strutture di base sociali, psicologiche e sanitarie. I consultori di cui alla precedente lettera b) adempiono alle funzioni di cui sopra mediante convenzioni  con  le unità sanitarie locali.

 

I consultori familiari delle USL (ora ASL)                              passim

L. 405\1975. Art. 2 ,§a) consultori di assistenza alla famiglia e alla maternità

quali organismi operativi delle unità sanitarie locali,

I consultori familiari. Evoluzione storica e prospettive per la loro riqualificazione

Michele Grandolfo Laboratorio di Epidemiologia e Biostatistica – Istituto Superiore di Sanità

Introduzione

                Sono passati 20 anni dall'approvazione della legge istitutiva dei Consultori Familiari (n. 405/1975) a cui hanno fatto seguito, dal 1975 al 1979, le leggi regionali attuative. Fare un bilancio di questo ventennio, ricostruendo l'evoluzione di una realtà complessa quanto mai, è molto difficile per almeno cinque motivi:

1) La mancanza di obiettivi operativi misurabili, interessanti dal punto vista di sanità pubblica, dichiarati e condivisi, associata a una aleatorietà delle risorse assegnate.

2) La sostanziale disomogeneità dei modelli operativi indicati dalle leggi regionali, per di più inseriti in contesti funzionali (servizi) e amministrativi (assessorati) diversi.

3) La non stabilità e non completezza, soprattutto al Sud, delle figure professionali previste, associate a una sistematica e sostanziale svalorizzazione dell'attività consultoriale, soprattutto per quanto concerne le professionalità mediche.

4) La diversa densità per unità di popolazione dei servizi consultoriali nelle regioni italiane e, soprattutto, tra Nord, Centro e Sud.

5) I diversi tempi di attivazione dei servizi, tempi lentissimi al Sud, dove spesso le sedi fisiche non erano idonee e, talvolta, francamente fatiscenti.

                Non è stato lineare l'inserimento dei Consultori Familiari nelle unità sanitarie locali, pur previste nella legge 405 ma realizzate effettivamente, sulla base della legge 833/1978 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, dal 1980. Come non va trascurato che una caratteristica peculiare del servizio consultoriale, cioè quella di qualificazione sociale, male si coniugava a un modello operativo del Servizio Sanitario Nazionale a forte connotazione sanitaria tradizionale, nonostante gli enunciati di principio pure presenti nella legge 833. Tant'è che alcune regioni hanno voluto recuperare anche formalmente la dimensione sociale utilizzando la dizione Unità Socio Sanitarie Locali (USSL) invece che Unità Sanitarie Locali (USL) come previsto dalla legge 833/1978.

                E, ancora, non è stato senza conseguenze la mancanza di un piano sanitario nazionale, di indirizzo dei piani sanitari regionali operativi, che potesse contribuire a definire i termini di riferimento da utilizzare per i confronti tra realtà diverse ed esperienze diverse. La qual cosa costituisce un problema molto serio per servizi iscritti nella dimensione della prevenzione, piuttosto che in quella della cura e riabilitazione, quando la prevenzione non è espressamente indicata da leggi specifiche (per es. le vaccinazioni obbligatorie) che definiscono obbligazioni inderogabili per i servizi stessi.

(…)

Nascita ed evoluzione dei consultori familiari

(…)

                Le novità della legge nazionale furono più diffusamente sviluppate nelle leggi regionali attuative, sia attraverso una maggiore sottolineatura della dimensione psicosociale dell'azione consultoriale, sia con l'indicazione alla costituzione di forme di partecipazione delle utenti e delle associazioni della società civile, per la promozione, programmazione e controllo dell'attività consultoriale. Nella pur variegata legislazione regionale il consultorio familiare veniva collocato alla frontiera tra istituzioni e società civile.

                La legge 194/1978 che legalizzava l'interruzione volontaria di gravidanza ulteriormente sottolineava il ruolo centrale del consultorio nella promozione della procreazione responsabile, dell'educazione sessuale e della prevenzione dell'aborto.

(…)

                In realtà non fu facile, perché per completare gli organici, soprattutto quelli rappresentati dalle figure mediche, si dovette far ricorso a personale operante in ospedale o arruolato su base convenzionale (soprattutto ginecologi), spesso alle prime armi, non necessariamente motivato. All'inizio dell'attività consultoriale fu posta l'esigenza cardinale di operare in un contesto di multidisciplinarietà (il cosiddetto lavoro di équipe) scomponendo le gerarchie verticali delle conoscenze e delle organizzazioni, in dimensioni orizzontali e pluridisciplinari, dove il sapere delle varie professionalità avesse pari dignità.

                Le problematiche sociali impegnarono immediatamente i servizi consultoriali, a testimonianza della pressione della società civile, oltre che delle motivazioni delle professioniste {femministe che talora imponevano counseling in gruppo senza alcuna riservatezza con stile impositivo, specie per l’ivg} impegnate a costruire questa affascinante avventura.

                I corsi di educazione sessuale nelle scuole, l'attività conseguente le richieste del Tribunale dei minori per le problematiche dell'adozione e dell'affidamento, l'attività sul disagio adolescenziale segnalato anche dalle scuole furono alcuni tra i più significativi momenti di uscita dalla struttura fisica del consultorio e dalla dimensione medicale tradizionale. Veniva favorita l'attività di gruppo nel consultorio per stimolare la socializzazione dei bisogni. Non poche furono le esagerazioni come quelle di rifiutare le donne che non fossero disposte a socializzare i loro problemi. Si evidenziava il paradosso di esprimere un eccesso di direttività per liberare le donne dal dominio delle convenzioni sociali.

(…)

                Già all'inizio degli anni '80 le riflessioni presentate nelle riviste che si occupavano di sanità pubblica erano molto pessimiste, per le demotivazioni del personale, soprattutto medico, per lo scemare della pressione della società civile. Cioè, nel momento in cui andava sostenuto lo sviluppo consultoriale, veniva a mancare il sostegno motivazionale delle operatrici più attive e il consenso delle utenti, con i comitati di gestione che sempre più divenivano palestre di discussioni sterili e ideologiche.

                In ogni caso, alla fine del 1979, a 4 anni dalla legge istitutiva, meno di 650 consultori erano stati attivati su tutto il territorio nazionale, la maggior parte nel Centro Nord. Nell'ipotesi ragionevole di avere almeno un consultorio per ogni distretto sanitario, allora ipotizzato con un bacino di utenza di circa 25.000 abitanti, il numero di consultori da attivare doveva essere almeno 2.200. Quindi ancora molto da fare, ormai

senza più il sostegno di motivazioni forti della società civile.

                Dall'inizio degli anni ottanta si pose l'esigenza di raccogliere dati sull'attività consultoriale e si pensò soprattutto al numero delle utenti e al numero delle prestazioni per tipo di prestazione, individuale o di gruppo. Questi dati potevano avere una qualche utilità per verificare che il tempo delle figure professionali era effettivamente impegnato in attività lavorativa corrispondente alle indicazioni delle leggi. Tuttavia non permettevano confronti tra le diverse realtà e nel tempo, data l'assoluta disomogeneità delle caratteristiche consultoriali e la notevole mutevolezza della disponibilità delle risorse umane.

                Tra l'altro, in alcune regioni (E. Romagna e Veneto, per es.) l'attività consultoriale pediatrica era fisicamente separata da quella relativa alla salute della donna. In ogni caso non potevano essere prodotti elementi per una valutazione di efficacia dell'azione consultoriale. Il limite essendo costituito dalla non rapportabilità del numero delle prestazioni a prestabilite e quantificate popolazioni bersaglio.

                All'inizio si dette tanta importanza a sviluppare le modalità nuove dell'intervento consultoriale con le utenti spontaneamente sensibilizzate, o sollecitate a rivolgersi al consultorio per le azioni di stimolo che il servizio metteva in atto. Come si dette importanza ad azioni esemplari sul territorio (per es. i corsi di educazione sessuale nelle scuole). Fu una eccellente palestra per fare sviluppare le nuove professionalità e fare emergere le nuove soggettività nel contesto delle relazioni sociali. Si ebbe la possibilità di sperimentare modelli di rapporti tra professioniste ed utenti, rispettosi della dignità della persona.

                Successivamente, proprio il far riferimento all'utenza spontanea, per privilegiare la soggettività, è andato costituendo il limite fondamentale e l'insterilimento della qualità nuova del servizio consultoriale. Ciò fu dovuto non solo al mutare del clima "politico", ma soprattutto perché, sviluppata la riflessione sulla qualità della relazione medico-paziente e sulla complessità sociale della salute, il consultorio familiare non si proiettò

nella popolazione generale per affrontare con essa la contraddizione tra desiderio di autonomia e desiderio di affidamento a chi avesse il potere "magico" di guaritore, e per realizzare programmi di prevenzione.

                Ciò fu favorito dalle tendenze burocratiche che andavano identificando l'attività lavorativa come la erogazione di prestazioni in un definito luogo fisico. Non essendo sviluppata la cultura della verifica dell'efficacia dei servizi, si voleva avere la garanzia che il personale fosse presente in sede, come unica testimonianza valida di attività lavorativa effettivamente svolta.

(…)

                Certamente l'istituzione sanitaria è stata spesso sorda e matrigna verso i consultori familiari e non si è voluto fare nessun investimento su tali servizi di frontiera, ma va detto con altrettanta chiarezza che i consultori familiari avevano un vizio di fondo, nella generalità dei casi, di operare verso le persone che spontaneamente si rivolgevano al servizio o vi erano indirizzate da altri servizi e istituzioni, quando c'era da scaricare qualche problema difficile.

(…)

                Qualunque indagine effettuata intervistando campioni probabilistici della popolazione femminile ha messo in evidenza che non più del 20% aveva avuto modo di utilizzare il consultorio e che la conoscenza dei servizi prestati dal servizio era assolutamente scarsa. A questo proposito è interessante notare come i mass media e gli opinion leader ritenessero che la popolazione generale, e quella femminile in particolare, considerasse il consultorio il luogo dove "fare aborti" e, pertanto, da non frequentare. In verità, delle donne intervistate, una proporzione inferiore al 5% sapeva che ci si poteva rivolgere al consultorio per l'aborto e, in particolare, per avere la certificazione.

                Per inciso, i consultori familiari sono stati spesso accusati di non fare molto per la prevenzione dell'aborto. Questa accusa è totalmente infondata perché nelle regioni dove era maggiore la presenza consultoriale si è avuta una più rapida diminuzione del tasso di abortività. È una misura dell'efficacia dei consultori familiari nel determinare una maggiore diffusione di comportamenti più consapevoli nella gestione della sessualità. Certamente si poteva fare di più, ma avrebbe comportato un cambio radicale di prospettiva.

                Questo, dei consultori, di essere un servizio di frontiera, tra istituzionale e non istituzionale, che minacciosamente stava lì a esprimere una potenziale contestazione radicale della relazione di subordinazione tra chi cura e il paziente, ha determinato nel corso della sua storia ultradecennale il confluire di attenzioni negative: nessuna valorizzazione, niente risorse, disprezzo del personale, delegittimazione, area parcheggio.

La strada per i consultori familiari è stata costantemente in salita e solo una "rivoluzione copernicana" avrebbe potuto offrire una prospettiva di riqualificazione. L'utenza che affluiva spontaneamente era selezionata di per sé e comunque esprimeva una richiesta di servizio congruente con le professionalità di merito presenti. Una persona si muove verso un servizio spontaneamente solo quando ha un problema in atto e cerca il servizio, con ripetuti tentativi, più accessibile e disponibile. Questo fatto, più che l'attitudine degli operatori, determinava la configurazione del consultorio quale servizio ambulatoriale. Naturalmente la carenza di servizi di secondo livello, facilmente accessibili, nel distretto, favoriva questi flussi. E gli operatori, che costantemente dovevano riconfermare prima di tutto a sé stessi e quindi ai responsabili, le proprie capacità professionali, tendevano a esprimersi nella dimensione specialistica; di qui la richiesta di ecografi in consultorio, la tendenza degli/le psicologi di fare psicoterapia, solo per fare alcuni esempi.

{L’evidente disinteresse per la coppia e i rapporti intrafamiliari incideva sulla valorizzazione del servizio, dopo il fastidio della ideologizzazione dell’estremismo femminista, ben oltre i diritti delle donne (almeno in certe realtà. Ndr}.

                Le prospettive di riqualificazione dell'attività consultoriale. Ma se il consultorio è iscritto come servizio nell'area della prevenzione, cosa ha a che fare questo modo tradizionale di operare che modula il meccanismo della cura? La rivoluzione copernicana consiste nel trarre tutte le conseguenze dell'essere il consultorio familiare un servizio di prevenzione, prevalentemente nell'area della salute della donna e dell'età evolutiva, considerate nelle relazioni familiari e sociali.

                Le domande che si impongono sono: quali sono le condizioni e gli eventi che vengono giudicati dalla comunità meritevoli di azioni atte a prevenirli. Come si quantificano? con quali indicatori? Quale popolazione è a rischio di produrli? Quali sono i più importanti determinanti per la loro insorgenza?

                Nel meccanismo di cura la transizione dallo stato di malessere a quello di benessere è la migliore e più convincente dimostrazione dell'efficacia del "trattamento" e la verifica della transizione, non raramente prodottasi spontaneamente, riconferma la qualità professionale dell'operatore. Nel meccanismo della prevenzione, che tende a produrre non eventi, perché deve far persistere le persone nello stato di benessere, come è possibile verificare l'efficacia dell'azione preventiva se non attraverso l'osservazione, scientificamente fondata, della riduzione della prevalenza o dell'incidenza delle condizioni o degli eventi nella popolazione a rischio di produrli?

                Non è certamente sufficiente osservare la persistenza della singola persona nello stato di benessere (che peraltro può cambiare per altra causa) quando è stata esposta a un intervento preventivo che ha avuto lo scopo di offrirle l'opportunità di rimuovere il fattore di rischio, o di sottrarsi alla sua esposizione.

(…)

                Ma cosa significa "raggiungere" una persona? È il grande problema della comunicazione, iscritta nella dimensione fisica, psicologica, relazionale, culturale, etica, sociale, antropologica. E poiché la persona, nelle sue relazioni sociali, può non essere consapevole del problema potenziale, sarà compito di chi deve comunicare con lei farsi accettare, trovare la via giusta per entrare in sintonia, rimuovere le barriere che ostacolano la comunicazione, adattarsi alla peculiarità, alla singolarità di quella persona, tenendo conto che si va a prospettare la possibilità di ammalarsi o ad andare incontro a uno stato di sofferenza.

(…)

                È certamente una rivoluzione, rispetto agli stereotipi convenzionali, assumere la gentilezza, l'empatia e la compassione come caratteristiche "professionali" che ogni giorno vanno reinventate e riconquistate con ogni singola persona. Ed è fuori dubbio che è più facile sperimentare queste capacità con persone gradevoli, educate, dello stesso livello sociale, o che comunque stanno al loro posto. È un po' più difficile con chi è radicalmente differente. E lì che viene messa alla prova la capacità professionale degli operatori della prevenzione. È questa capacità il fondamentale requisito del professionista della prevenzione, mentre le competenze di merito, sempre importanti, rappresentano solo un prerequisito.

                E, inoltre, chi opera nella prevenzione non deve determinare direttivamente i comportamenti, deve in verità offrire l'opportunità alle persone di acquisire la consapevolezza e quindi la capacità di decidere in autonomia. E se la persona coinvolta non decide per quello che viene ritenuto il meglio, si deve sempre sentire l'obbligo di chiedersi se la decisione deriva da una insufficiente qualità comunicativa, oppure perché questa scaturisce da una consapevole preferenza per una strada alternativa. Questo dubbio non può essere mai risolto, e deve costituire il più importante stimolo al miglioramento. Quindi è un dubbio fecondo.

                Per inciso, va detto che ogni impostazione direttiva ha scarsissima possibilità di avere successo. Questa possibilità si annulla totalmente quando si associa a questa impostazione un atteggiamento terroristico. La prevenzione deve essere proposta come opportunità di vivere meglio, non come mezzo per evitare il peggio. Quelli che nella popolazione bersaglio sono "sporchi, brutti e cattivi" rappresentano la fondamentale risorsa, per il professionista della prevenzione, per la sfida che propongono. L'essere professionista si afferma non già nel fare le cose a regola d'arte, bensì nel riconoscere gli errori, in questo caso quelli della comunicazione, e trovare soluzioni innovative. Per fare le cose bene potrebbero bastare, e per molti aspetti già bastano, le macchine.

                Analizzando i compiti assegnati ai consultori familiari dalla legge nazionale e dalle leggi regionali, deriverebbe una attenzione centrale alla famiglia, come lo stesso nome del servizio sta a indicare. E una particolare attenzione viene dedicata alla sessualità e alla salute riproduttiva. È molto difficile stabilire dei contorni rigidi per l'attività consultoriale e in ogni caso non può essere disconosciuto che lo spirito della legge fa riferimento alla salute della donna, contestualizzata nelle sue relazioni familiari e sociali. Così come non può essere disconosciuto un ruolo specifico del consultorio familiare nell'attività di educazione sessuale, il che definisce immediatamente una responsabilità operativa nei confronti dell'età evolutiva.

                {Se la donna è in coppia, non si può prescindere dalla coppia. Lo stesso per la Famiglia Ndr}

                Può sembrare abbastanza semplice definire programmi di prevenzione {primaria abolire il rischio. ndr} dell'aborto ivg (espressamente indicati dalle leggi 405/1975 e dalla 194/1978) o di prevenzione dei tumori femminili, ma non è affatto immediato definire programmi per la prevenzione del disagio familiare. È opportuno precisare, se si vuole mantenere il contatto con la realtà effettuale, che quando si parla di disagio familiare, si fa riferimento prevalentemente al disagio di persone nella famiglia, si parla quindi di donne, bambini e adolescenti.

                In ogni caso l'intervento sui problemi esplosi, seppure doveroso almeno fin dove arriva la competenza consultoriale, e più la conseguenza di una sconfitta e non può essere iscritto nella prevenzione. Quando il problema esplode non è infrequente la lamentazione contro i consultori familiari che non lo hanno saputo prevenire. Quante volte si rimane sorpresi di fronte a fiammate di violenza, che si sviluppano all'interno delle famiglie, non prevedibili perché i prodromi non avevano alterato le convenzioni sociali. Non riconoscere la centralità di una lettura di genere significa negarsi la possibilità di apprezzare seriamente le situazioni di disagio e i loro prodromi. E quanto più sono forti le convenzioni sociali, tanto più l'esplosione può essere dirompente ed imprevedibile.

                Esistono tre problemi fondamentali nell'affrontare programmi di prevenzione del disagio familiare e, specificamente, di quello adolescenziale. (…). Ultimo, ma non meno importante, l'intervento deve tendere a ristabilire un equilibrio secondo le convenzioni sociali date e che, molto probabilmente, hanno determinato l'insorgenza del problema, oppure si deve tendere a ricercare un nuovo equilibrio, mettendo in qualche modo in discussione proprio le convenzioni sociali? La non banalità, la assoluta originalità dei consultori familiari sta proprio nell'essere potenziale luogo di frontiera, non solo tra istituzioni e società civile, ma anche tra convenzioni sociali e libertà individuali. {Benessere e ben-essere Ndr} Appare così in tutta l'evidenza, quanto sia fondamentale assumere un punto di vista di genere e si comprendono le ragioni di fondo dell'ostracismo radicale che questo servizio ha subito, al di là delle responsabilità degli operatori, e dei paradigmi dominanti l'organizzazione delle istituzioni preposte per la tutela della salute delle persone e delle comunità. Questo essere luogo di frontiera impone atteggiamenti sensibili e delicati che rifuggono da ogni fondamentalismo, nella consapevolezza della legittimità dell'ambiguità (quando non è opportunismo) e comunque nel rispetto della assoluta autonomia della persona nei processi decisionali. Agire per far crescere la consapevolezza delle persone e non per condizionarle è una impresa ardua ed è una continua sfida per le professionalità consultoriali.

(…)

                Si comprende come siano fuori luogo le diatribe se il consultorio debba occuparsi prevalentemente dei temi sanitari o dei temi sociali e come siano altrettanto insostenibili le tesi che vorrebbero privilegiare alcune figure professionali rispetto altre. Tutte le figure professionali devono avere la competenza peculiare della prevenzione, quella riguardante la comunicazione; alcune figure professionali dovrebbero essere particolarmente specializzate, anche nella competenza di merito, in questo ambito e devono aiutare le altre professionalità a crescere su questa particolare e fondamentale dimensione.

(…)

                Riguardo gli/le adolescenti, l'attività del consultorio familiare può consistere nella offerta di corsi di informazione sulla fisiologia della riproduzione e sull'igiene, o nell'offerta attiva di consulenza, nel caso in cui gli insegnanti si sentano in grado di svolgere tale compito educativo. In entrambi i casi il consultorio familiare può ulteriormente offrire spazi e tempi riservati ai giovani svolgendo la funzione di consultorio per adolescenti, così da soddisfare le richieste di consulenza individuali o di piccoli gruppi per approfondimenti sulle problematiche psico-relazionali legate alla sessualità. Questa attività produce come effetto, se efficacemente condotta, una maggiore consapevolezza nello sviluppo della personalità in una fase delicata come è quella dell'adolescenza, e quindi riduce la possibilità di sviluppo del disagio adolescenziale. Sul medio e lungo periodo, tale attività avrà effetto sulla riduzione dell'incidenza delle malattie sessualmente trasmesse e dell'aborto.

                Di particolare interesse è la realizzazione di programmi per la prevenzione dei tumori femminili e in particolare del tumore del collo dell'utero.  {??? Ndr}

(…)

                Altre attività prioritarie del consultorio familiare riguardano l'offerta di consulenza prematrimoniale, l'offerta di un colloquio informativo a tutte le donne in gravidanza e, a quelle che lo desiderano, l'offerta del corso di preparazione alla nascita. Le pubblicazioni prematrimoniali garantiscono la visibilità delle coppie che si sposano, l'ufficio per l'esenzione del ticket (oltre che le farmacie, i laboratori di analisi e soprattutto i medici di base) garantisce la visibilità delle donne che sono in gravidanza. Il colloquio prematrimoniale può permettere di identificare le coppie a rischio genetico per indirizzarle alla consulenza genetica.

(…)

                Conclusioni.      Configurare l'attività programmatica dei C.F. nell'area della prevenzione implica immediatamente una selezione delle priorità, che debbono far riferimento a indicazioni nazionali e regionali e devono tener conto delle eventuali condizioni locali. La prevenzione deve essere attivamente offerta e questa è una condizione necessaria e sufficiente per avere alti tassi di accettazione.         Parlare di strategie di prevenzione significa predisporre un piano operativo che risponda ai seguenti quesiti:

1) Come, quando, dove offrire la prevenzione e a chi;

2) come gestire la misura di prevenzione;

3) come allestire e gestire una opportuna anagrafe al fine di verificare periodicamente chi non è stato raggiunto;

4) come svolgere indagini per identificare i determinanti del non raggiungimento;

5) come stimare i tassi di incidenza e/o prevalenza e di gravità attesi nella sezione della popolazione bersaglio non raggiunta.

                Esempi di programmi strategici prioritari per l'attività consultoriale

  1. Nascita. a). Offerta attiva a tutte le coppie che si sposano di un colloquio prematrimoniale (consulenza preconcezionale, compresa quella genetica, fisiologia della riproduzione e procreazione responsabile, problematiche genitoriali, ecc.).

                       La visibilità è data dalle pubblicazioni matrimoniali presso i municipi.

                         b). Offerta attiva di un colloquio informativo a tutte le donne in gravidanza (presso il   consultorio o a domicilio, a discrezione della donna) sulle raccomandazioni riguardo l'assistenza in                gravidanza, sui servizi disponibili e per invitarle a partecipare a corsi di preparazione alla nascita. La visibilità va recuperata con la collaborazione dei medici di base, dei ginecologi, dei laboratori di analisi e delle farmacie e presso l'ufficio ticket per esenzione.

                         c). Offerta attiva di almeno una visita domiciliare entro uno-due mesi dal parto (sviluppo psico-fisico del nato/a, bilanci di salute, alimentazione procreazione responsabile, dinamiche relazionali, educazione alla salute, soprattutto per quanto concerne la prevenzione oncologica, ecc.). La visibilità è data dall'iscrizione all'anagrafe del nato/a, dai certificati di assistenza al

parto.

                         d). Offerta attiva di assistenza ostetrica e pediatrica, a domicilio, entro la 1° settimana dalla nascita; in caso di parto fisiologico, ciò favorisce la dimissione precoce. La visibilità è data dai certificati di assistenza al parto.

2. Adolescenti. a). Offerta attiva di corsi di informazione sessuale nelle scuole (fisiopatologia della riproduzione, igiene, ecc.) Offerta di possibilità di approfondimento per piccoli gruppi in tempi e spazi riservati presso il consultorio, soprattutto sulle problematiche psico-relazionali Visibilità: scuole.

b. Incontri con genitori degli alunni delle scuole elementari e medie, sulle

problematiche della sessualità in età adolescenziale.

Visibilità: scuole.

                               b). Incontri con genitori degli alunni delle scuole elementari e medie, sulle problematiche della sessualità in età adolescenziale. Visibilità: scuole.

3. Prevenzione dei tumori femminili.   {??? Ndr}

                               a). Offerta attiva del Pap-Test a tutte le donne di età compresa tra 25 e 65 anni, con periodicità triennale.

                               b). Offerta attiva di addestramento all'autopalpazione del seno. Visita clinica e percorso programmatico dalla visita clinica effettuata nel consultorio familiare agli esami strumentali e istologici di approfondimento da eseguirsi nei servizi ambulatoriali della Azienda Sanitaria Locale e in quelli ospedalieri.

Condizione: esistenza di servizi di secondo e terzo livello (citologia, colposcopia, mammografia, ecc.) accreditati e con controllo di qualità. Visibilità: anagrafe comunale, anagrafe assistite.

4. IVG.  Attività di sportello di prenotazione per l'IVG per i reparti di ostetricia e offerta attiva di colloquio preIVG e postIVG (salute, procreazione responsabile ecc.).

5. Disagio familiare. Ricerca attiva e valutazione dei casi di grave ritardo o evasione vaccinale (su segnalazione dei servizi vaccinali) e dei casi di grave basso profitto o abbandono scolastico (su segnalazione delle scuole). Per ogni progetto indicato è possibile identificare e quantificare gli obiettivi, individuare e quantificare la popolazione bersaglio, individuare gli indicatori e i sistemi di valutazione, le risorse necessarie (soprattutto riguardo le ore lavoro per figura professionale) e i tempi di attuazione.

                dr Michele E. Grandolfo, classe 1945, laurea in fisica, responsabile scientifico di progetti, Istituto Superiore di sanità, ora pensionato. Relazione del 1995

https://www.google.com/search?q=Grandolfo_Nascita-POMI.pdf&client=firefox-b-d&sxsrf=AOaemvIR5JYVNAnElnxTTUcYcExHq1zHuw%3A1632066861040&ei=LV1HYb7hAen_7_UPksSlyA0&oq=Grandolfo_Nascita-POMI.pdf&gs_lcp=Cgxnd3Mtd2l6LXNlcnAQDEoECEEYAFAAWABgtCxoAHAAeACAAQCIAQCSAQCYAQA&sclient=gws-wiz-serp&ved=0ahUKEwj-q4HssovzAhXp_7sIHRJiCdkQ4dUDCA0

 

Progetto Obiettivo Materno Infantile (2000)

Progetto Obiettivo Materno Infantile

slide 10. I  consultori familiari prefigurano l’integrazione sociosanitaria e hanno come base costitutiva il modello di welfare dell’empowerment. I consultori familiari, una invenzione geniale dal movimento delle donne all’inizio degli anni 70, con equipe multidisciplinare dedicati alla promozione della salute e alla prevenzione, attenti ai determinanti psico-sociali della salute, consapevoli del punto di vista di genere, con modalità relazionale non direttiva.

slide .11    Promozione della sinergia e dell’integrazione. Dal POMI: In un progetto più ampio di tutela della salute della donna va quindi prevista la riqualificazione del Consultorio Familiare, sia in termini organizzativi che operativi, che integri l’offerta consultoriale con quella delle altre strutture territoriali, facenti capo all’organizzazione dipartimentale dell’area materno - infantile in modo tale che si persegua una maggiore efficacia ed efficienza, coniugata ad una maggiore equità, e si contraggano le attuali dispersioni di risorse finanziarie e umane, quali sono quelle che troppo spesso realizzano interventi parcellari e ripetitivi nella medesima popolazione che, per contro, vede insoddisfatti bisogni primari

Nel Progetto Obiettivo Materno Infantile sono stati individuati tre progetti strategici:

  • percorso nascita,
  •  adolescenti
  • prevenzione dei tumori femminili.

 Nel POMI (piano sanitario nazionale 1998-2000)allegato 1 si legge tra l’altro

www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2000-06-07&atto.codiceRedazionale=000A6425&elenco30giorni=false

1° parte, n.12. Consultori Familiari. Il Consultorio familiare costituisce un importante strumento {l. 405. organismo operativo}, all'interno del Distretto per attuare gli interventi previsti a tutela della salute della donna più globalmente intesa e considerata nell'arco dell'intera  vita, nonché a tutela della salute dell'età evolutiva e dell'adolescenza, e  delle relazioni di coppia e familiari.   (…)  (…)

                L'azione del Consultorio Familiare deve poter contare su solide radici nel tessuto sociale e sanitario territoriale ed essere orientata dalle evidenze epidemiologiche della comunità in cui il Consultorio familiare opera. {anche difficoltà comportamentali scolastiche, bullismo, tentativi o effettivi suicidi, separazioni, divorzi, mobbing, violenze, abusi sessuali, ivg, aborti clandestini…}, In particolare tale connotazione richiede la  capacità di interlocuzione con gruppi  associazioni, istituzioni educative a vario titolo presenti ed operanti nel territorio, nonché la capacità di stabilire rapporti permanenti tra i vari presidi e servizi, anche al fine di garantire percorsi di assistenza agevoli e completi, in special modo a chi si trova in condizioni di elevato rischio sociale o sociosanitario.

                (…) Essendo il Distretto la sede di coordinamento delle azioni territoriali della ASL il Consultorio Familiare, nel rispetto delle prerogative sue proprie, istituzionali ed operative, si integra nell'organizzazione dipartimentale dell'area materno-infantile afferendo al Distretto, dove dovranno altresì raccordarsi le attività e gli operatori del settore socio-assistenziale. L'azione del Consultorio Familiare deve poter contare su solide radici nel tessuto sociale e sanitario territoriale ed essere orientata dalle evidenze epidemiologiche della comunità in cui il Consultorio familiare opera.

                In particolare tale connotazione richiede la capacità di interlocuzione con gruppi, associazioni, istituzioni educative a vario  titolo presenti ed operanti nel territorio, nonché la capacità di stabilire rapporti permanenti tra i vari presidi e servizi, anche al fine di garantire percorsi di assistenza agevoli e completi, in special modo a chi si trova in condizioni di elevato rischio sociale o sociosanitario.

                {Non si citano rapporti con i consultori del privato sociale}

                Per lo svolgimento delle sue funzioni il consultorio si avvale, di norma, delle seguenti figure professionali: ginecologo, pediatra, psicologo, ostetrica, assistente sociale, assistente sanitario, infermiere pediatrico (vigilatrice di infanzia), infermiere (infermiere  professionale), il cui intervento integrato, proiettato nelle problematiche della prevenzione, ne definisce la fisionomia e specificità rispetto ai presidi di natura  il sociologo, il legale, il mediatore linguistico-culturale, il neuropsichiatra infantile, l'andrologo e il genetista  presenti nella ASL, a disposizione dei singoli consultori.

                Attività consultoriale. Il consultorio familiare mantiene la propria connotazione di servizio di base fortemente orientato alla prevenzione, informazione ed educazione sanitaria, riservando alla attività di diagnosi e cura una competenza di "prima  istanza", integrata con l'attività esercitata al medesimo livello, sul territorio di appartenenza delle U.O. distrettuali ed ospedaliere e dei servizi degli Enti Locali.

                Sul piano organizzativo, l'integrazione deve essere completamente attivata da una parte all'interno del consultorio familiare stesso, tra figure a competenza prevalentemente sanitaria e quelle a competenza psico-sociale e socio-assistenziale sviluppando il lavoro di e dall'altra con gli altri servizi e U.O. territoriali (ginecologia ambulatoriale, pediatria di libera scelta, psicoterapia, neuropsichiatria infantile e dell'età evolutiva, ecc.) nonché con le U.O. ospedaliere.   (…)

      Spazio Adolescenti. Le attività di promozione della salute in età adolescenziale vanno svolte quanto più possibile negli ambiti collettivi (soprattutto nelle scuole). In tal modo i servizi si accreditano e divengono punti di riferimento per gli adolescenti. L'attività di promozione della salute offre l'opportunità di rendere visibili gli stati di disagio per i quali fornire aiuto, organizzando più diffusamente gli spazi adolescenziali nei C. F.. Il consultorio deve associare alla capacità di offerta attiva dei programmi di prevenzione una funzione di accoglienza e presa in carico per chi accede spontaneamente al servizio. Molta attenzione deve essere riservata all'educazione alla salute e all'analisi delle condizioni socio-familiari o ambientali predisponenti alla devianza o al disagio. Sono da definire programmi di interventi sociosanitari concordati con altre Istituzioni: Pubblica Istruzione, Giustizia, ecc.

                Coordinare con gli organi scolastici l'offerta attiva di corsi di informazione ed educazione alla salute nelle scuole (sulla fisiopatologia della riproduzione, alimentazione, educazione alla affettività, prevenzione delle malattie sessualmente trasmesse, ecc.).                (…)

                Controllo della fertilità e procreazione responsabile. Deve essere potenziata l'offerta attiva di consulenza tendente all'espressione di una sessualità rispondente ai bisogni del singolo ed una maternità e paternità responsabili. Compito del Consultorio Familiare è quello di aiutare le donne e le coppie a scegliere tra le varie possibilità ciò che più si adatta ai propri valori culturali ed etici ed ai propri bisogni e stili di vita, tenendo conto della fase del ciclo della vita riproduttiva. In tema di sterilità e infertilità di coppia il ruolo del Consultorio Familiare consiste in un primo approccio con la oppia, nell'esclusione di una grossolana patologia a carico dell'apparato genitale e nella consulenza inerente la fisiologia riproduttiva, l'adeguatezza nella frequenza dei rapporti, ecc.,  e  quindi indirizzare alle strutture idonee per il successivo iter diagnostico e terapeutico.

                Assistenza in gravidanza.  (…)

                Offrire sostegno psicologico individuale e di coppia ed alle gestanti con facoltà di partorire in anonimato, come da legislazione vigente; (…)

                Offrire sostegno e presa in carico sanitario, psicologico delle minorenni che affrontano la maternità senza reti familiari e parentali di appoggio o che intendono affrontare l'IVG predisponendo la relazione per il giudice tutelare.

                Prevenzione dell'IVG. La problematica dell'interruzione volontaria di gravidanza presenta certamente aspetti di grande delicatezza e complessità: da un lato implica infatti la necessità di cercare di rimuovere le cause che potrebbero indurre la donna all'interruzione (anche attraverso la stimolazione di interventi di natura sociale e socio sanitaria integrata) e, ove ciò risultasse vano, seguire adeguatamente (da un punto di vista sanitario, ma anche psicologico), nell'intero percorso assistenziale, la donna che richiede un IVG. Nel caso in cui tale richiesta provenga da minorenne senza assenso dei genitori, o da donna in situazione di disagio sociale e/o sociosanitario (con particolare riferimento a donne con problemi psichiatrici, tossicodipendenti, immigrate ecc.) l'intervento consultoriale deve farsi più attento e deve garantire, per quanto. possibile, il "tutoring" dell'utente che si traduce in un vero e proprio affiancamento ed accompagnamento dell'intero percorso assistenziale.

                Prevenzione dei tumori femminili: Il consultorio collabora all'attuazione dei programmi di screening regionali o aziendali su tumore del collo dell'utero e della mammella (mammografia) attivati secondo le indicazioni della Commissione Oncologica Nazionale. Al consultorio può essere assegnata la competenza dell'offerta attiva, mediante chiamata e verifica della non rispondenza.  (…)

                Interventi per l'età post-fertile.  (…)  Risulta  pertanto necessario selezionare prioritariamente le donne in rapporto alle esigenze individuali ed alle prospettive di prevenzione di patologie degenerative.

                Vaccinazioni. Il Consultorio Familiare, in sinergia con il DP e con il Distretto può intervenire nell'offerta attiva delle vaccinazioni per il conseguimento degli obiettivi del Piano Sanitario Nazionale.

13. Organizzazione dipartimentale dell'area materno-infantile. (…) Nella rete degli ambulatori ginecologici afferenti all'organizzazione dipartimentale Aziendale, sia a livello distrettuale, sia a quello ospedaliero, dovrebbero essere previsti i servizi di colposcopia e di ecografia, disponibili alle segnalazioni provenienti dal consultorio.

                Il Consultorio Familiare deve essere facilmente raggiungibile e possibilmente in sede limitrofa ai servizi sanitari e socio-assistenziali del distretto, preferibilmente a pianoterra e senza barriere architettoniche, in ambienti accoglienti, nel rispetto della normativa per l'edilizia sanitaria e delle diverse esigenze della popolazione di ogni età maschile e femminile, in particolare dei bambini e degli adolescenti.

                24 aprile 2000

 

I consultori familiari e il progetto obiettivo materno infantile

                Il 4 e 5 giugno 2007 si è svolto a Roma nell’aula magna del Consiglio nazionale delle ricerche il convegno nazionale “I consultori familiari e il Progetto obiettivo materno infantile (Pomi)”. L’iniziativa è nata dalla necessità di verificare l’importanza del Pomi come modello di riferimento normativo per l’attività di tutela e promozione della salute della donna e dell’età evolutiva.

                L’aula magna è stata piena per tutti e due i giorni, per un totale di più di 350 partecipanti provenienti da tutta Italia.

                Un modello sociale di salute. Durante il convegno è stato ricordato che i consultori familiari nascono da un’esigenza posta con forza dal nuovo ruolo che le donne sono andate acquistando nella società e ne hanno raccolto il potente messaggio. Un messaggio peraltro proposto anche dai gruppi omogenei operai di Maccacaro e dai malati di mente di Basaglia: un modello sociale di salute invece di un modello biomedico, quindi un modello di welfare fondato sulla partecipazione e sull’empowerment, invece del tradizionale modello paternalistico direttivo.

                A queste esigenze lo Stato ha risposto con un modello di servizi sociosanitari integrati di base, con competenze multidisciplinari, operanti per la promozione della salute come offerta attiva, a partire dal punto di vista di genere: i consultori familiari. I consultori nascono quindi in un contesto storico in cui si andava affermando un modello sociale di salute, che riconosceva nei determinanti sociali le cause dietro le cause biologiche della salute. Ma i determinanti sociali possono essere rappresentati solo dalle persone, se adeguatamente sostenute in questa espressione di competenza. Porre la persona al centro del sistema e agire in termini di promozione dell’espressione di competenze e di consapevolezza per aumentare la capacità di controllo sul proprio stato di salute, diviene così l’elemento distintivo dei consultori familiari.

                La salute della donna e dell’età evolutiva costituiscono l’ambito privilegiato della promozione della salute, in quanto le donne sono il pilastro delle famiglie e la loro valorizzazione produce effetti benefici per tutta la famiglia. Gli/le adolescenti sono la generazione che costruisce il futuro e l’investimento sulle loro competenze ha il più alto valore aggiunto. Per la promozione della salute bisogna agire con il metodo dell’offerta attiva che richiede gentilezza, rispetto, empatia, compassione e umiltà: caratteristiche professionali essenziali non solo per avere risultati validi in termini di promozione della salute, ma anche per creare condizioni tali da favorire la formulazione della richiesta di aiuto per disagi che maturano nell’ambiente familiare e sociale. Il Pomi si inserisce proprio in questa visione e propone modelli organizzativi, progetti strategici e satellite, obiettivi, indicatori e azioni. Convinzione degli operatori è che il potenziamento dei consultori familiari si realizza con l’applicazione integrale del Pomi.

                               Interventi relativi alle esperienze effettuate  (…)

                               www.epicentro.iss.it/materno/pomi07_relazioni

 

Esperienze. Aree di intervento

                Nei fatti il Consultorio Familiare ha aspetti variegati a seconda della sua presenza nelle diverse Regioni e Province autonome ed anche nelle aeree di competenza delle Aziende Sanitarie. A titolo di esempio vengono ripresi da internet alcune delle principali aree di intervento:

  • informazioni e consulenze per la procreazione responsabile;
  • prescrizione contraccettivi orali e applicazione contraccettivi meccanici;
  • consulenza psicologica e sessuale;
  • informazione per la prevenzione dei rischi e per il controllo della gravidanza a rischio;
  • consulenze sull'interruzione volontaria di gravidanza (IVG);
  • corsi di preparazione alla nascita;
  • informazione e formazione in materia di puericultura e economia domestica familiare, con particolare riguardo alle vaccinazioni infantili e all'alimentazione e alla cura dei neonati;
  • servizi per l'età evolutiva;
  • mediazione familiare;
  • informazione sulle procedure per l'adozione e l'affidamento familiare (in collaborazione con i servizi sociali comunali, cui competono le procedure di adozione e affido dei minori);
  • consulenza per la salute della donna in gravidanza in ambito lavorativo;
  • prevenzione dei fenomeni di maltrattamento e abuso a danno dei minori e delle donne;
  • visite mediche ginecologiche e pediatriche.
    • colloqui psicologici e psicoterapie brevi
    • colloqui sociali

• esecuzione Pap Test

• visite ostetriche

• visite ginecologiche per i programmi di prevenzione (screening tumore cervice uterina, promozione contraccezione, salute della donna in età fertile ed in menopausa )

• consulenza su infertilità e sterilità

• incontri di accompagnamento alla nascita

• consulenza per la contraccezione e prescrizione di contraccettivi

• attività e presa in carico per l’interruzione volontaria della gravidanza

• attività di prevenzione per il benessere degli adolescenti

In collaborazione con l'Autorità Giudiziaria e gli Ambiti Sociali di Zona i consultori assicurano:

• interventi di tutela minorile

• attività di prevenzione e presa in carico per il contrasto alla violenza, maltrattamento e abuso

• iter per le adozioni nazionali ed internazionali

• iter per gli affidamenti familiari

 

Chi e perché sta abbandonando i consultori?

                È totalmente irragionevole che solo una quota irrisoria, generalmente meno del 20%, di donne in gravidanza venga seguita dal consultorio familiare o da un’ostetrica, come è raccomandato, nonostante le indagini nazionali condotte dall’ISS nel corso di decenni testimonino come l’assistenza consultoriale o dell’ostetrica e gli incontri di accompagnamento alla nascita producano maggiore soddisfazione e migliori esiti di salute, come la maggiore persistenza dell’allattamento al seno, senza trascurare la minore esposizione alle pratiche inappropriate.

                Prima della loro istituzione esistevano servizi consultoriali di ispirazione cristiana e laica, che si ispiravano alla definizione di salute del 1948 (non solo assenza di malattia ma completo benessere psicofisico) che metteva in discussione il paradigma del modello biomedico di salute, ma non ne traeva tutte le conseguenze mantenendo il paradigma che ha caratterizzato tutto il ventesimo secolo: il paternalismo direttivo.

                Nel secolo scorso si sviluppano le istituzioni di sanità pubblica, anche in risposta alle rivendicazioni espresse nei conflitti sociali, soprattutto nel campo del lavoro, riconoscendo le crisi sanitarie (anche dovute alle condizioni di estremo disagio negli ambienti di lavoro) come problema di ordine pubblico.

                In Italia la Sanità Pubblica ha avuto livelli di eccellenza nella qualità dell’organizzazione sul territorio e per le attività svolte: Medici provinciali e Laboratori di Igiene e Profilassi e Ufficiali sanitari in ogni comune, con le ostetriche condotte. Tutto sotto il coordinamento del commissariato alla sanità del ministero dell’interno (il ministero della sanità fu costituito negli anni cinquanta). Vale la pena ricordare che i “general practitioner” [medici di medicina generale] della riforma inglese di William Henry Beveridge si ispiravano ai nostri ufficiali sanitari.

                Il paternalismo direttivo veniva radicalmente messo in discussione dal  movimento delle donne dalla fine degli anni sessanta: nelle piazze e per le strade le donne gridavano “il corpo è mio e lo gestisco io”. Rivendicazione radicale dell’autodeterminazione e dell’autonomia. Già il movimento operaio aveva minato il paternalismo direttivo rivendicando il diritto a parlare delle loro condizioni e di essere artefici della tutela della loro salute, con Giulio Alfredo Maccacaro, e, con Franco Basaglia, anche ai malati di mente fu riconosciuto il diritto alla parola. Per inciso, Maccacaro e Basaglia furono giganti del ventesimo secolo, che ricordo assieme a Albert Bruce Sabin, altro genio assoluto della sanità pubblica con un vaccino adatto per una strategia vincente di sanità pubblica, che esalta il concetto di salute come bene comune.

                I consultori femministi autogestiti prefigurarono i futuri consultori della legge 405\1975 per il portato innovativo non solo sotteso da un modello sociale di salute (quelle sociali sono le cause dietro le cause) ma, soprattutto, per la modalità non paternalistica delle relazioni con la finalità della promozione della salute.

                Il compromesso lessicale che li fa chiamare nella legge consultori familiari servì per affermare una rivoluzione copernicana: è la persona, nel contesto delle sue relazioni affettive e sociali, che decide di sé con consapevolezza, acquisita nel percorso della promozione della salute.

                Le donne e l’età evolutiva sono le sezioni prioritarie della popolazione verso le quali delineare strategie di promozione della salute, le prime perché perni delle relazioni affettive e sociali, l’età evolutiva perché costruisce il futuro.

                Mentre il paternalismo direttivo trova giustificazione in un modello biomedico di salute: il professionista sa e dispone il da farsi e la persona deve seguire le direttive, il modello sociale di salute implica che la dicibilità delle cause sociali è competenza della persona e deve essere messa in grado di esprimere tale competenza: si tratta di un iniziale percorso di empowerment [processo di crescita, sia dell'individuo sia del gruppo, basato sull'incremento della stima di sé, dell'autoefficacia e dell'autodeterminazione per far emergere risorse latenti e portare ad appropriarsi consapevolmente del suo potenziale; strumento di prevenzione del burnout], che si attiva se chi opera si dispone con rispetto, gentilezza, empatia, compassione e umiltà, da considerare vere e proprie competenze professionali. Per inciso, è di moda la medicina narrativa, ma la medicina o è narrativa o non è.

                È opportuno sottolineare che solo dopo un decennio con la Carta di Ottawa (21 novembre 1986) [La prima Conferenza Internazionale per la Promozione della Salute] si propone una nuova definizione di salute come la condizione in cui la persona ha capacità autonoma di controllo sul proprio stato: la promozione della salute si pone tale obiettivo. L’arte socratica della maieutica viene applicata per stimolare la riflessione e il ripensamento sui propri vissuti quotidiani, sulla memoria storica della comunità di appartenenza, compresi i tabù e i pregiudizi: alle domande che emergono debbono essere proposte le migliori conoscenze scientifiche, con i contesti di validità e i loro margini di errore. La riflessione in corretti termini probabilistici sui benefici e sui rischi delle varie alternative, alla luce delle preferenze della persona, può portare all’autodeterminazione e al controllo autonomo del proprio stato.

                Il movimento delle donne, nel rivendicare per tutte e per tutti l’autodeterminazione, sperimentò un modello di servizio di base, originale per i paradigmi che congiuntamente lo sottendevano, per costruire un percorso di liberazione dagli stereotipi e di acquisizione di consapevolezza. Le professioniste e i professionisti che si impegnarono con entusiasmo nei nuovi servizi tuttavia furono, nella generalità dei casi, condizionati dal modello ambulatoriale di attesa di chi propone un problema di salute anche se non mancarono esperienze geniali di offerta di servizio in ambienti comunitari per la promozione della salute, a partire dalle scuole. La deriva verso una prevalente attività di cura era inevitabile senza una strategia operativa per la promozione della salute. Venivano a essere privilegiate le prestazioni, i cui numeri venivano richiesti come valutazione di attività dai servizi di gestione tradizionali. Ciò comportava un rischio di frammentazione e settorializzazione in clamorosa contraddizione con l’idea originale di operare come equipe multidisciplinare.

                Già nei primi convegni degli inizi degli anni ottanta emersero le criticità, peraltro favorite dalle legislazioni regionali differenziate secondo logiche contraddittorie. Le criticità furono esacerbate dalle ostilità dei servizi tradizionali che provarono sistematicamente ad emarginare questi servizi innovativi che mettevano in discussione con la loro presenza il modello biomedico di salute e il paternalismo direttivo. Anche se, a tale proposito, la deriva ambulatoriale tendeva a far rientrare dalla finestra i due paradigmi tradizionali. Peraltro, la stessa riforma sanitaria della legge 833/1978 fu osteggiata proprio per i principi innovativi che avevano dato luogo precedentemente anche all’istituzione dei consultori familiari.

                Era necessario riflettere sulle implicazioni in termini di strategie operative della scelta della promozione della salute come attività dominante e qualificante. L’idea del POMI nasce alla metà degli anni ottanta, le prime formulazioni furono approvate in commissioni ministeriali del 1987-89 e del 1995-96, da cui scaturirono finanziamenti e la legge 34/1996 che stabiliva un consultorio ogni 20 mila abitanti. Il POMI fu varato nel 2000.

                Come valutare l’efficacia, in termini di impatto di sanità pubblica, dell’attività di promozione della salute? Il livello di capacità autonoma di controllo sul proprio stato non è misurabile, ma lo sono gli effetti, in termini probabilistici, di riduzione del rischio di eventi e condizioni di sofferenza,  di una maggiore capacità di cercare salute e della disponibilità ad aiutare altre persone nella crescita di consapevolezza.  Il primo punto è cruciale: le condizioni di rischio non sono uguali nelle stratificazioni sociali e, nella generalità dei casi, chi vive in condizioni di marginalità sociale è a maggior rischio e ha minore capacità di “cercare salute”. Senza un modello operativo di offerta attiva non viene esposto all’attività di promozione della salute proprio chi è a maggior rischio e, di conseguenza, l’impatto dell’intervento risulta ridotto.

                Offerta: ci si rivolge alla persona con rispetto, gentilezza, empatia, compassione ed umiltà; attiva: se la persona rifiuta il coinvolgimento ci si deve domandare quali errori possono essere stati compiuti nel superare le barriere della comunicazione, guarda caso maggiori per chi vive in condizioni di marginalità sociale, perché non è dato sapere senza un’indagine epidemiologica se il rifiuto sia stata una scelta consapevole, da rispettare, o, piuttosto, una conseguenza di un difetto di comunicazione.

                Quindi la conoscenza epidemiologica dei differenziali di rischio nella comunità di riferimento è essenziale per non rischiare di andare a cercare la chiave dove c’è luce e non dove la si è persa. Quindi strategie operative per rispondere alle domande: Chi? Come? Quando? Dove? Con la consapevolezza che le persone difficili da raggiungere sono anche quelle a maggior rischio. Infatti, come si è detto, la capacità di cercare salute è un risultato dell’azione di promozione della salute e non può essere valido il modello operativo di attesa che un bisogno, peraltro potenziale, venga proposto spontaneamente.

                L’offerta attiva ha un alto valore di etica pubblica, chiaramente richiamata dall’articolo 32 della Costituzione, ma rappresenta una modalità operativa essenziale per le verifiche di efficacia in quanto altrimenti non sarebbe possibile riconoscere se il risultato dell’attività dipenda dall’agire professionale o non piuttosto dai fattori che hanno determinato l’autoselezione. Quindi, la valutazione della qualità è possibile in modo rigoroso solo quando il meccanismo dell’offerta attiva è operativo. È interesse di tutti che i servizi operino secondo il modello dell’offerta attiva, infatti il benessere di ciascuna persona dipende da quello di tutte le altre e anche  i più abbienti vedono il loro benessere aumentare se aumenta quello dei meno abbienti, a conferma che la salute è bene comune.

                Parlare di strategie operative ha senso se sono chiari gli obiettivi specifici e scelti gli indicatori di esito per valutarli, se è definita la popolazione “bersaglio” con le sue articolazioni rispetto al rischio, se sono delineate le attività i cui risultati da valutare con adeguati indicatori di risultato, le modalità con cui svolgerle, a partire dalle procedure per l’offerta attiva, da cui ricavare gli indicatori di processo. In tale prospettiva derivano conseguentemente i carichi di lavoro necessari, per ogni componente dell’equipe consultoriale, per coinvolgere un numero minimo ottimale delle popolazioni bersaglio, nel bacino di riferimento del servizio consultoriale, dei programmi strategici (percorso nascita, educazione sessuale nelle scuole, prevenzione del tumore del collo dell’utero), di quelli satellite, oltre  al tempo per rispondere alle richieste di altre autorità, per l’utenza spontanea, la programmazione, la formazione e la valutazione, avendo cura di raggiungere equamente tutte le articolazioni sociali. È da tale approccio che scaturisce l’indicazione di un consultorio ogni 20000 abitanti della legge 34/96 con l’organico e gli orari di lavoro indicati nei documenti ministeriali e infine nel POMI.

                Perché i programmi strategici indicati? Nel percorso nascita si vive un cambiamento di rilevanza assoluta in cui si esprime una competenza e una ricerca di benessere: la disponibilità a rimettere in discussione gli stili di vita è massima, il contatto con i servizi sanitari avviene nella dimensione della fisiologia (nella generalità dei casi). Inoltre sperimentare una competenza, quella di far nascere, rafforza il senso di competenza, essenziale per affrontare le “sfide” poste dal nuovo sistema relazionale  affettivo nella ricerca del ben-essere.

                L’ostetrica, figura pivotale [centrale, di riferimento. Deriva da «pivot», il giocatore che, nella pallacanestro, costituisce il perno dell’attacco] nell’equipe consultoriale (equipe che va vista come ensamble [complesso] jazzistico piuttosto che orchestra sinfonica) svolge una funzione essenziale nel far emergere, valorizzare, promuovere, sostenere e proteggere le competenze della donna e della persona che nasce (questo e non altro significa assistere la fisiologia) , accoglie le “fragilità” e, promuovendo la capacità di cercare salute, aiutare la donna a tenerle sotto controllo e a superarle, offre un’opportunità eccezionale di crescita di consapevolezza, a partire dall’alimentazione e la procreazione responsabile. Tale “assistenza” deve essere garantita a maggior ragione quando si ha a che fare con una gravidanza e parto problematici, in cui l’affiancamento dell’esperto di patologia è indispensabile, perché in tali circostanze si propone la tendenza a delegare e a perdere il controllo sul proprio stato. Per la persona che nasce avere la possibilità di poter sperimentare le proprie competenze sostenute dalla dimensione affettiva è essenziale per sviluppare il senso di autonomia e renderlo meno disponibile agli stereotipi, alimentari e non solo.

                L’età evolutiva, peraltro immersa in un processo di formazione formale (che, se ben condotto, aiuta a sviluppare competenze e autonomia), ha una plasticità caratteristica dei continui cambiamenti che sperimenta. Lo stimolo alla riflessione e al ripensamento sui vissuti e sulla memoria storica della comunità di appartenenza, da connettere alla memoria storica della comunità globale, anche con gli strumenti didattici in corso di acquisizione, ha una potenzialità di successo straordinaria, soprattutto se c’è l’invito a produrre “opere” da utilizzare per “educare” gli adulti (ecco che cosa si deve intendere con l’”health promoting school” [scuole che promuovono salute]). Il tema della sessualità e delle relazioni affettive è certamente un tema caldo di estremo interesse ed è presente in tutte le manifestazioni della creatività umana, vero e proprio “cavallo di Troia” per sviluppare processi di consapevolezza con la finalità di aumentare il controllo sul proprio stato: non c’è ambito migliore per mettere in discussione gli stereotipi, a partire da quelli primali del maschilismo.

                La prevenzione del tumore del collo dell’utero ha come popolazione bersaglio le donne di età compresa tra 25 e 64 anni: è la popolazione femminile più attiva, pilastri delle famiglie, con “bisogni” di promozione della salute facilmente immaginabili: dal desiderio di fecondità alla procreazione responsabile, dall’alimentazione all’attività fisica, dalla prevenzione dei tumori alla gestione della menopausa, per citare i più importanti.

                Se l’età evolutiva costruisce il futuro, la crescita di consapevolezza delle donne ha evidenti riflessi nella famiglia e nella società, con effetti più rapidamente acquisibili.

                Se la promozione della salute ha come obiettivo specifico una aumentata capacità di cercare salute, si comprende come la relazione che si instaura con le singole persone nei programmi strategici e in quelli satellite offre l’opportunità di far emergere fragilità, problemi familiari e/o sociali che altrimenti non emergerebbero se non come punta di iceberg: spesso si tratta di condizioni delle quali si ha vergogna a parlare,  come nel caso di abusi e violenze familiari o condizioni di dipendenza che riguardano la persona stessa o i propri cari. Si riconosce così l’importanza strategica delle equipe multidisciplinari per la straordinaria capacità di immediata presa in carico in un sistema protetto. Non c’è problema di salute che non si configuri in tutte le sue sfaccettature e implicazioni bio-psico-sociali.

                In definitiva, avere servizi di base con capacità di visione integrata, dedicati alla promozione della salute, con prioritaria attenzione alla salute della donna e dell’età evolutiva, considerate in un sistema paternalistico aree di fragilità mentre invece, liberi dagli stereotipi, sarebbero da considerare aree forti della popolazione per le potenzialità di promozione  della salute, è la condizione perché possa esistere un valido servizio sanitario pubblico universale. Promuovere la consapevolezza delle persone e delle comunità nel produrre benessere riduce i rischi di malattia e le conseguenti necessità di cura e riabilitazione, determina anche le condizioni per arginare la vera piaga che minaccia la sostenibilità del sistema sanitario pubblico: l’esplodere dell’inappropriatezza.

                Nell’attuale temperie, caratterizzata da una continua e pervicace offerta di prestazioni diagnostico terapeutiche, ammantate della fascinosità dell’essere prodotte dalle biotecnologie avanzate ma spesso prive di documentata validità scientifica (mancano conclusive prove di efficacia) e sempre più, ingiustificatamente,  costose, l’unico baluardo per frenare il rischio di insostenibilità è rappresentato dalla consapevolezza delle persone e dalla loro capacità autonoma di controllo del proprio stato di salute che le rende difficile preda di un mercato famelico.

                L’inganno sta nello scambiare come scientifico qualcosa prodotto dalle più avanzate biotecnologie ma senza il riscontro scientifico delle prove di efficacia. Si comprende come per fare mercato della salute ci sia necessità di un ritorno asfissiante di paternalismo direttivo, peraltro ammantato della vernice della scientificità, in un contesto di persone deleganti e non autonome.

                L’inappropriatezza si mangia fino a un terzo delle risorse dedicate alla salute, tenendo conto anche degli effetti iatrogeni da mettere sempre in conto. L’insostenibilità è garantita e la deriva verso sistemi privatistici è all’ordine del giorno. L’esperienza statunitense ci indica la meta: più spese a fronte dei peggiori indicatori e maggiori differenziali di salute, oltre ad ampie quote di popolazione non coperte dall’assistenza sanitaria.

                Se c’è un ambito in cui l’inappropriatezza esplode in tutta la sua inaccettabilità e contraddittorietà è proprio il percorso nascita, caratterizzato nella generalità dei casi dalla fisiologia, che deve essere rispettata ed è invece  sistematicamente violata con la “minaccia” del rischio e con la presunzione di produrre maggiore sicurezza che, al contrario, viene messa in discussione: le interferenza sulla fisiologia (che è bene ricordare essere espressione di competenza) produce danno, come è nel caso del trauma perineale, o induce al ricorso a pratiche di chirurgia maggiore taglio [parto] cesareo, salva vita nelle rare volte per cui è indicato) con complicanze iatrogene non trascurabili.

                Gli effetti iatrogeni a breve non sono l’unico effetto perverso dell’inappropriatezza, sono di gran lunga più importanti gli effetti subdoli di inibizione del senso di competenza, prodotta con l’interferenza della sua espressione. Per non parlare dell’impedimento dell’espressione di competenza della persona che nasce, con effetti devastanti, anche di tipo epigenetico, e dell’impedimento dell’incontro che permette l’espressione di autonomie in relazione affettiva, fondamento di tutte le relazioni affettive valide. Questo è l’effetto perverso di impedire il contatto pelle-pelle immediato e prolungato e il conseguente tempestivo attacco al seno, determinanti l’avvio corretto dell’allattamento e della sua persistenza nel tempo. Nel percorso nascita l’inappropriatezza, nel foraggiare in modo scandaloso il mercato della salute, produce senso di dipendenza, delega all’”esperto” che si ammanta dell’alone della scienza negandola quando propone procedure non sostenute da valide prove scientifiche: ecco le basi del mercato della salute.

                È totalmente irragionevole che solo una quota irrisoria, generalmente meno del 20%, di donne in gravidanza venga seguita dal consultorio familiare o da un’ostetrica, come è raccomandato, nonostante le indagini nazionali condotte dall’ISS nel corso di decenni testimonino come l’assistenza consultoriale o dell’ostetrica e gli incontri di accompagnamento alla nascita  producano maggiore soddisfazione e migliori esiti di salute, come la maggiore persistenza dell’allattamento al seno, senza trascurare la minore esposizione alle pratiche inappropriate.

                È proprio la costanza di rilevazione nelle indagini epidemiologiche di maggiore soddisfazione e di maggiore efficacia dei servizi consultoriali, nonostante i limiti, nonostante l’emarginazione, permette di affermare che i consultori familiari pubblici operanti secondo il modello del POMI sono servizi del ventunesimo secolo e pilastri di un servizio sanitario nazionale pubblico, universale e sostenibile.

                               Michele Grandolfo, epidemiologo, già dirigente di ricerca dell'Istituto Superiore di Sanità e

e direttore del reparto Salute della Donna e dell'Età evolutiva del CNESPS 11 dicembre 2017

www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=56823

 

Consultori Familiari: le sintesi regionali sui risultati dell’indagine nazionale del 2018-2019

                Nell’ambito del Progetto CCM “Analisi delle attività della rete dei consultori familiari per una rivalutazione del loro ruolo con riferimento anche alle problematiche relative all’endometriosi”, coordinato nel 2018-2019 dal reparto Salute della Donna e dell’Età Evolutiva dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e configuratosi come un vero e proprio censimento nazionale, sono state raccolte informazioni dettagliate sulle attività svolte dai consultori familiari (CF) a livello regionale. All’indagine hanno partecipato i referenti di tutte le Regioni e Province Autonome (PA), 183 responsabili/coordinatori aziendali di 1703 sedi consultoriali e i referenti di 1557 sedi consultoriali. L’alto tasso di partecipazione all’iniziativa ha permesso di raccogliere dati rappresentativi di questo variegato mondo di servizi di prossimità, particolarmente preziosi in un momento storico in cui, anche a seguito della pandemia di COVID-19, l’organizzazione del territorio ha assunto un ruolo strategico nella programmazione sanitaria.

                Con la scheda informativa del primo livello di indagine, destinata ai referenti regionali individuati dagli Assessorati regionali alla salute, sono state raccolte informazioni sugli assetti organizzativi dei servizi consultoriali, sulla presenza di programmazione, valutazione e integrazione delle attività svolte dai consultori a livello regionale.

                 Con la scheda informativa del secondo livello di indagine, destinata ai responsabili/coordinatori aziendali dei servizi consultoriali, sono state raccolte informazioni sulle attività di coordinamento relative ai CF, sull’integrazione con gli altri sevizi socio-sanitari presenti sul territorio e la comunità e sulle attività di programmazione e valutazione.

                Con la scheda informativa sul terzo livello di indagine, destinata ai referenti delle singole sedi di CF, sono state raccolte informazioni sulla rilevazione di aspetti strutturali, organizzativi e di attività dei consultori, comprese le attività svolte nell’ambito dei programmi strategici previsti dal Progetto Obiettivo Materno Infantile (POMI).

                Per facilitare un’analisi comparata delle diverse realtà regionali prese in esame, i risultati dei tre livelli di indagine sono stati elaborati e descritti facendo riferimento a una cornice interpretativa unica e omogenea. A tal fine, le sintesi sono state arricchite di una parte descrittiva di contesto, che include i principali atti normativi locali che hanno regolamentato la storia dei CF nelle singole Regioni e PA, a partire dalla loro istituzione nel 1975. La descrizione dello stato dell’arte dei servizi consultoriali è stata organizzata utilizzando una serie di indicatori arricchiti da rappresentazioni grafiche che forniscono una chiave di lettura e di interpretazione dei risultati immediata e specifica per ogni Regione.

                Le sintesi regionali sulle attività dei consultori sono frutto dell’elaborazione dei dati raccolti dalle indagini condotte tra il 2018 e il 2019 nell’ambito del progetto CCM i cui risultati preliminari sono stati presentati in occasione del Convegno di fine progetto tenutosi in ISS nel dicembre 2019. La sfida più impegnativa ha riguardato la difficoltà di descrivere la grande eterogeneità di questi servizi che, nonostante una legge istitutiva nazionale, hanno risentito fortemente di normative e servizi sanitari regionali con architetture organizzative, gestionali e funzionali molto diverse tra loro di cui si è tenuto conto nel disegno dell’indagine.

                le sintesi dei risultati regionali  (vedi il link per il testo

(…)

   La storia dei consultori non è stata lineare nel tempo e nello spazio e già dagli anni Novanta si è assistito a una progressiva riduzione delle sedi e del personale dedicato, a fronte del riconoscimento del loro ruolo insostituibile per la prevenzione e promozione della salute anche da parte di agenzie internazionali come l’OMS e l’UNICEF. A livello nazionale le istituzioni hanno dimostrato interesse per questi servizi territoriali unici nel panorama italiano. La necessità della loro riqualificazione e potenziamento è stata infatti richiamata dai nuovi Livelli essenziali di assistenza nel 2017 e dai Piani Nazionali “Fertilità” e “Infanzia e adolescenza” oltre che dal bando CCM 2017 del Ministero della Salute che ha promosso e finanziato il progetto CCM.

                L’invito rivolto ai lettori è di non tralasciare di leggere la sintesi di ogni singola Regione per ricostruire l’insieme delle molteplici potenzialità di questi servizi. L’auspicio è che questi risultati possano promuovere il benchmarking e il coinvolgimento delle parti interessate a livello nazionale, regionale e locale contribuendo a individuare opportunità di miglioramento dei CF e delle reti assistenziali territoriali in ambito socio-sanitario.

27 maggio 2021

                www.epicentro.iss.it/consultori/indagine-2018-2019-regioni

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CONSULTORI REGIONE VENETO

Consultori Familiari Socio Educativi e Consultori Familiari Socio-sanitari

                La Regione del Veneto – Direzione Servizi Sociali ha istituito ed aggiorna l’Elenco dei Consultori Familiari Socio Educativi operanti nella Regione del Veneto.  (estratto passim)

                L’avvio di un CFSE e l’inserimento dello stesso nell’Elenco dei Consultori Familiari Socio Educativi operanti nel territorio regionale non preclude la possibilità, per gli enti interessati, di richiedere ed ottenere l’autorizzazione all’esercizio e l’accreditamento istituzionale in qualità di Consultorio Familiare socio-sanitario,qualora in possesso dei requisiti così come previsti dalla normativa regionale vigente.

                Richiesta di contributi. La Regione del Veneto, con la legge 28/1977, ha previsto la possibilità di concedere contributi ai consultori familiari pubblici e privati che realizzano servizi di consulenza ed assistenza al singolo, alla coppia e alla famiglia. La richiesta di contributi può essere presentata dai CFSE che siano iscritti all'elenco dei Consultori Familiari Socio Educativi operanti nel territorio regionale da almeno 1 anno, sulla base delle attività svolte nell'anno precedente. La domanda va presentata entro il 31 di gennaio di ogni anno (a pena di decadenza).                                                                                                                 (aggiornamento estate 2021)    www.regione.veneto.it/web/sociale/consultori-familiari-socio-educativi

https://bur.regione.veneto.it/BurvServices/Pubblica/DettaglioDgr.aspx?id=448943

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CONSULTORI FAMILIARI UCIPEM

Organi sociali rinnovati

Presidente                                                                        Francesco Lanatà - (Pisa)

Vicepresidenti                                                                Chiara Camber -(Trieste), Luca Proli - (Forlì)

Consiglieri                                                                        Annarita Bandini  - (Faenza)

                                                                                              Ermanno D’Onofrio - (Frosinone)

                                                                                              Emanuela Elmo - (Bologna)

                                                                                              Giuseppe Gallo  - (Acerra)

                               Giancarlo Odini - (Mantova)

                                                                                              Angela Sgambati - (Roma2  Santa Costanza)

                                                                                              Luisa Solero -( Padova)

Consiglieri cooptati                                                       *Gabriela Cairoli Moschioni - (Como)

                                                                                              Silvana Mancini - (Senigallia)

                                                                                              Francesca Neri - (Milano1 - Istituto La casa)

Collegio dei Probiviri                                                    Paolo Benciolini – (Padova)

                                                                                              *Gabriela Cairoli Moschioni - (Como)

                                                                                              Beppe Sivelli (Parma),

                                               * in attesa di opzione

Revisori dei Conti                                                           Gabriella Gallese (Grosseto).

                                                                                              Giovanni Gibello (Biella),

                                                                                              Alessandra Rapaccioli (Piacenza)

Delegati Regionali          Abruzzo                              Vacante

                                               Calabria                              Maria Cristina Parrotta - (Cosenza)

                                               Campania                           Giuseppe Gallo - (Acerra)

                                               Emilia Romagna               Emanuela Elmo - (Bologna)

                                               Lazio                                     Angela Sgambati - (Roma - Santa Costanza)

                                               Lombardia                         Saula Sironi - (Cremona)

                                               Marche                               Marina Santinelli - (Jesi).

                                               Piemonte                           Vacante

                                               Puglia                                  Vacante

                                               Sardegna                            Carla Corona - (Oristano)

                                               Sicilia                                   Antonino Prima - (Trapani)

                                               Toscana                               Gabriella Gallese - (Grosseto)

                                               Triveneto                           Afro Groppo - (Treviso)

                                               Umbria                                Vacante

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COUNSELING SESSUOLOGICO

Di cosa si tratta quando sentiamo parlare di counseling o, specificatamente di counseling sessuologico?

                Ormai la parola counseling appartiene al linguaggio comune, ma soprattutto molte sono le persone che dispensano consigli sulla sessualità. Molte volte capita che emergano dubbi e paure legati alla sfera sessuale che spesso sono causati dal condizionamento socio-culturale e dalla relazione con altri. Per poter trovare risposte o capire la direzione che vogliamo intraprendere, basterebbero pochi incontri con uno specialista. Il Counseling Sessuologico è una relazione d’aiuto, diversa dalla terapia sessuale (sia nella durata che nella tecnica), che attraverso informazioni e chiarimenti permette a chi ne fa richiesta (singolo o coppia) di acquisire quelle informazioni e conoscenze che sono necessarie per attuare scelte consapevoli e responsabili nell’ambito della propria sessualità. Il counselor sessuale è una figura specializzata {preziosa ed utile nei consultori familiari come conferma l’esperienza, già dagli inizi. Ndr}, che attraverso una specifica formazione, offre il suo aiuto a chi ne fa richiesta.

                La sessualità è fondamento delle persone, la troviamo {nella costituzione dell’io. Ndr}, nella relazione interpersonale, nella comunicazione, nelle diverse culture, è fonte di piacere ed emozioni contrastanti e non la si costruisce sotto le lenzuola, ma soprattutto fuori, giorno dopo giorno.

Alba Mirabile   psicologa, psicoterapeuta, sessuologa                  11 marzo 2021

www.studiomirabile.com/counseling-sessuologico

 

Identità sessuale: facciamo chiarezza

                Dopo un confronto con una coppia di amici, allarmatasi per i “particolari gusti del figlio”, credo che sia importante fare un po’ di chiarezza su alcuni aspetti dell’identità sessuale.

                L’ identità sessuale rappresenta la dimensione che ognuno ha del suo essere sessuato; è influenzata dalla relazione di tre diversi aspetti: biologici, psicologici e sociali. È caratterizzata da diverse dimensioni: sesso biologico, ossia l’essere biologicamente xx (femmine) o xy (maschi)

                L’identità di genere indica il percepirsi come maschio o come femmina. Si forma nei primi tre anni di vita e spesso coincide con il proprio sesso biologico anche se, alcune volte, accade di non riconoscersi nel proprio sesso biologico. Questo porta al transessualismo, un percorso di riattribuzione del genere, un percorso che porta l’individuo alla ricerca di far aderire l’aspetto corporeo con l’identità di genere.

                Il ruolo di genere è strettamente legato al riscontro sociale, è l’espressione esteriore dell’identità di genere ed indica le caratteristiche comportamentali e culturali che sono spesso associate all’essere uomo o donna. L’orientamento sessuale indica l’attrazione emotiva-affettiva e sessuale verso una persona dello stesso sesso (omosessuale), del sesso opposto (eterosessuale) o di entrambi i sessi (bisessuali).

                Una continua lotta contro stereotipi e pregiudizi caratterizza le persone (adolescenti e genitori) che si muovono in questo ambito della sessualità. I vissuti più comuni con cui si scontrano persone omosessuali, bisessuali e transessuali sono spesso il continuo disagio per il pregiudizio, l’isolamento e il rifiuto da parte del gruppo dei pari o dei loro familiari.

                Occorre quindi valutare la possibilità di un sostegno psicologico per far fronte a questi vissuti. Percorso necessario soprattutto per tutte quelle persone che non si riconoscono nel proprio corpo sessuato (transgender). La figura dello psicoterapeuta assume un ruolo importante nell’elaborazione dei vissuti e delle emozioni soprattutto durante il percorso di transizione: sostegno, valutazione dell’impatto emotivo e psichico durante il passaggio alla riattribuzione di sesso è una tappa obbligata.

                Alba Mirabile    psicologa, psicoterapeuta, sessuologa                 1° settembre 2016

www.studiomirabile.com/identita-sessuale-facciamo-chiarezza

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DALLA NAVATA

XV Domenica del Tempo ordinario - Anno B 11 – 11 luglio 2021

Amòs                                    07, 14. Amòs rispose ad Amasìa e disse: «Non ero profeta né figlio di profeta; ero                                        un mandriano e coltivavo piante di sicomòro. Il Signore mi prese, mi chiamò mentre                                  seguivo il gregge.

Salmo                                   84, 09. Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annuncia la pace per il suo                                                 popolo, per i suoi fedeli. Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme, perché la sua gloria                                 abiti la nostra terra.

Efesini                                 01, 04. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e                                                     immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi                                      mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà

Marco                                  06, 07. In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e                                         dava loro potere sugli spiriti impuri.

 

Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri

                Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli. Ogni volta che Dio ti chiama, ti mette in viaggio. Il nostro Dio ama gli orizzonti e le brecce. A due a due: perché il due non è semplicemente la somma di uno più uno, è l'inizio del noi, la prima cellula della comunità. Ordinò loro di non prendere nient'altro che un bastone. Solo un bastone a sorreggere la stanchezza e un amico su cui appoggiare il cuore. Né pane, né sacca, né denaro, né due tuniche. Saranno quotidianamente dipendenti dal cielo. Li vedi avanzare da una curva della strada, sembrano mendicanti sotto il cielo di Abramo. Gente che sa che il loro segreto è oltre loro, «annunciatori infinitamente piccoli, perché solo così l'annuncio sarà infinitamente grande» (Giovanni Vannucci, OSM).

                Ma se guardi meglio, puoi notare che oltre al bastone portano qualcosa: un vasetto d'olio alla cintura. Il loro è un pellegrinaggio mite e guaritore da corpo a corpo, da casa a casa. La missione dei discepoli è semplice: sono chiamati a portare avanti la vita, la vita debole: ungevano con olio molti infermi e li guarivano. Si occupano della vita, come il profeta Amos, cacciano i demoni, toccano i malati e le loro mani dicono: «Dio è qui, è vicino a te, con amore». Hanno visto con Gesù come si toccano le piaghe, come non si fugga mai dal dolore, hanno imparato l'arte della carezza e della prossimità. E proclamavano che la gente si convertisse: convertirsi al sogno di Dio: un mondo guarito, vita senza demoni, relazioni diventate armoniose e felici, un mondo di porte aperte e brecce nelle mura. Le loro mani sui malati predicano che Dio è già qui. È vicino a me con amore. È qui e guarisce la vita. Francesco ammoniva i suoi frati: si può predicare anche con le parole, quando non vi rimane altro. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro.

                Gesù li prepara anche all'insuccesso e al coraggio di non arrendersi. Come i profeti, che credono nella parola di Dio più ancora che nel suo realizzarsi: Isaia non vedrà la vergine partorire, né Osea vedrà Israele condotto di nuovo nel deserto del primo amore. Ma i profeti amano la parola di Dio più ancora che i suoi successi. I Dodici hanno quella stessa fede da profeti: credono nel Regno ben prima di vederlo instaurarsi. L'ideale in loro conta più di ciò che riescono a realizzarne. Bellissimo Vangelo, dove emerge una triplice economia: della piccolezza, della strada, della profezia. I Dodici vanno, più piccoli dei piccoli; sulla strada che è libera, che è di tutti, che non si ferma mai e ti porta via, come Dio con Amos; vanno, profeti del sogno di Dio: un mondo totalmente guarito.

p. Ermes Ronchi, OSM

www.avvenire.it/rubriche/pagine/vita-senza-demonie-un-mondo-guarito

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DONNE NELLA (per la) CHIESA

Autorità e profezia

                Questo mese presentiamo donne «terremoto»: donne che hanno provocato scosse inaspettate e messo in ballo gli equilibri del loro tempo, a volte pagando caro il prezzo di questo scompiglio. Ne abbiamo esempi in tutte le religioni, le Scritture e il Corano ce le raccontano. Dalla Chiesa, per la quale hanno talvolta dato la vita, sono state considerate ribelli, alcune anche eretiche. Sono donne protagoniste del loro destino, che hanno sfidato il potere e si sono scontrate con le gerarchie (maschili) per porre problemi rivelatesi poi profetici. Alcune sono state riabilitate solo dopo la morte. Forse il loro è stato una sorta di «martirio ecclesiale».

                Queste storie non sono semplicemente un altro fronte della «guerra tra i sessi». Anche se il maschilismo ha indubbiamente giocato un ruolo nella loro sorte, non si tratta solo di questo. La questione di fondo è se l’autorità è aperta a riconoscere la profezia, soprattutto quando si presenta, come fa spesso e come ha fatto nel caso di queste donne, per canali estranei ai luoghi di potere. La profezia rompe schemi e crea disordine; è fondamentalmente scomoda. Non ha paura di mettere in discussione abitudini e strutture. Ascoltare un profeta è sempre un rischio, perché implica essere disposti ad abbandonare la propria zona di comfort e convertirsi a livello personale e istituzionalmente.

                La profezia non si oppone alla legge: semplicemente la precede. Profezia e autorità non si contrappongono neanche tra loro: al contrario. Per i cristiani sono entrambi doni dello Spirito, che a tutti chiede di mettersi in cammino. L’ autorità deve però imparare ad accogliere e discernere. Nell’ambito della Chiesa cattolica, deve distinguere tra la Tradizione, derivante dalla Rivelazione, e le tradizioni nate da schemi culturali superabili. L’autorità non deve avere paura di abbandonare costumi o sicurezze e, accogliendo la novità portata da Gesù, deve riconoscere la voce del Pastore anche nei piccoli ed emarginati, portatori spesso di un sensus fidei che è cammino di vita nuova per la Chiesa stessa. Dall’altra parte, i profeti devono superare la tentazione della auto-referenzialità. Il dono da loro ricevuto è per la comunione e servizio del Popolo di Dio, e questo diventa guida nel travaglio del discernimento.

                Servono risposte profetiche alle tante domande di oggi? La questione è se siamo pronti a riconoscerle, e a scoprire nelle domande poste dalle donne un orizzonte e una prospettiva per il bene di tutti.

Marta Rodriguez       Donne Chiesa Mondo  03 luglio 2021

dal 2010 è Direttrice dell’Istituto di Studi Superiori sulla Donna

www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/dcm-007/autorita-e-profezia.html

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ENTI TERZO SETTORE

Codice del terzo settore

Presentiamo il Codice del Terzo Settore aggiornato, da ultimo, con le modifiche apportate, dal D.L. 22 marzo 2021, n. 41. Il volume fa parte della collana di Codici e Ebook Altalex disponibili in download gratuito per tutti gli utenti iscritti al sito ed è scaricabile in formato pdf e stampabile.

https://images.go.wolterskluwer.com/Web/WoltersKluwer/%7B50a0c0e5-70bc-491e-9246-6566bab9ac9a%7D_codice-del-terzo-settore-14-aprile-2021.pdf?_gl=1%2A71fh4w%2A_ga%2AMTU0OTIyMTQyMS4xNjI5NzAzMzQ3%2A_ga_B95LYZ7CD4%2AMTYzMTY5MTQ3My43LjEuMTYzMTY5MTg4OC4w&_ga=2.149205046.1836115000.1631638240-1549221421.1629703347

Indice

Titolo I - Disposizioni generali (Artt. 1-3)

Titolo II - Degli enti del Terzo Settore in generale (Artt. 4-16)

Titolo III - Del volontariato e dell'attività di volontariato (Artt. 17-19)

Titolo IV - Delle associazioni e delle fondazioni del Terzo Settore (Artt. 20-31)

Titolo V - Di particolari categorie di enti del Terzo Settore (Artt. 32-44)

Titolo VI - Del registro unico nazionale del Terzo Settore (Artt. 45-54)

Titolo VII - Dei rapporti con gli enti pubblici (Artt. 55-57)

Titolo VIII - Della promozione e del sostegno degli enti del Terzo Settore (Artt. 58-76)

Titolo IX - Titoli di solidarietà degli enti del Terzo Settore ed altre forme di finanza sociale (Artt. 77-78)

Titolo X - Regime fiscale degli enti del Terzo Settore (Artt. 79-89)

Titolo XI - Dei controlli e del coordinamento (Artt. 90-97)

Titolo XII - Disposizioni transitorie e finali (Artt. 98-104)

www.altalex.com/documents/biblioteca/2018/10/01/codice-del-terzo-settore-ebook

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FIGLI NATURALI

Assegno di mantenimento: i criteri di revisione

Assegno ai figli nati fuori dal matrimonio, minorenni o maggiorenni non autosufficienti, valgono gli stessi criteri previsti in caso di separazione e divorzio.

Corte di Cassazione, prima Sezione civile, Ordinanza n. 18608, 30 giugno 2021,

https://images.go.wolterskluwer.com/Web/WoltersKluwer/%7B7c159a7f-6c23-4517-9044-4510a73b397e%7D_cassazione-civile-ordinanza-18608-2021.pdf?_gl=1%2A1vi6kyr%2A_ga%2AMTU0OTIyMTQyMS4xNjI5NzAzMzQ3%2A_ga_B95LYZ7CD4%2AMTYzMTY5MTQ3My43LjEuMTYzMTY5MjcwNS4w&_ga=2.188014248.1836115000.1631638240-1549221421.1629703347

                In caso di revisione dell’assegno di mantenimento dei figli nati fuori dal matrimonio, sia minorenni, sia maggiorenni non autosufficienti, valgono gli stessi criteri previsti per analoghe statuizioni patrimoniali nei giudizi di separazione e divorzio. Il provvedimento di revisione presuppone infatti l’accertamento di una circostanza sopravvenuta, idonea a modificare le condizioni economiche dei genitori e dunque l’assetto patrimoniale realizzato con il precedente provvedimento attributivo dell’assegno.

                Il giudice non potrà quindi procedere ad una nuova e autonoma valutazione dei presupposti o dell’entità dell’assegno ma, in linea con le valutazioni espresse al momento dell’attribuzione originaria dell’emolumento, dovrà limitarsi a verificare se, ed eventualmente in quale misura, le circostanze sopravvenute abbiano alterato l’equilibrio raggiunto e dunque adeguare l’importo (o l’obbligo della contribuzione) alla nuova situazione patrimoniale.

Avv. Irene Marconi 7 luglio 2021

www.altalex.com/documents/news/2021/07/07/figli-naturali-e-assegno-di-mantenimento-i-criteri-di-revisione

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

Note sul discorso di papa Francesco all'Organizzazione Mondiale del Lavoro

                In questi giorni Francesco fa notizia da ospedalizzato e non ha ancora fatto conoscere qualche nuova dichiarazione sorprendente. In mancanza, mi premuro a far conoscere un documento è stato presentato dai media come una delle solite adesioni di dovere alle rituali scadenze dei grandi organismi internazionali. Il testo del videomessaggio del Santo Padre Francesco In occasione della 109a Conferenza Internazionale Del Lavoro (Ginevra, 17 giugno 2021) è stato regolarmente pubblicato (e da me trascritto) dall'Osservatore Romano e fortunatamente conservato nell'edizione spagnola, per sanare una lacuna che ho tradotto ed è in corsivo. Non ci sono stati commenti specifici ad un discorso davvero impegnativo.

www.vatican.va/content/francesco/it/messages/pont-messages/2021/documents/20210617-videomessaggio-oil.html

                Perché questo testo è un po' come una Rerum novarum, ma Francesco non concede né mediazioni né sconti. Per questo credo che sia bene farla leggere. La complessità dell'intervento richiede una lettura paziente e mi sono permessa di selezionare le citazioni che sottolineano la crisi attuale che attanaglia diritti ritenuti acquisiti e che vanno costantemente rinnovati seguendo i cambiamenti di vita e di storia.

                Omessi i convenevoli d'apertura, Francesco ha presentato all'Oil [Organizzazione internazionale del lavoro dal 1919] una eccezionale sollecitazione alla grande politica:

                <<Questa Conferenza è stata convocata in un momento cruciale della storia sociale ed economica, che presenta gravi e vaste sfide per il mondo intero. Negli ultimi mesi, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, attraverso i suoi resoconti periodici, ha svolto un lavoro encomiabile, dedicando particolare attenzione ai nostri fratelli e sorelle più vulnerabili. Durante la persistente crisi, dovremmo continuare a esercitare una “cura particolare” del bene comune. Molti degli sconvolgimenti possibili e previsti ancora non si sono manifestati, pertanto si richiederanno decisioni attente. La diminuzione delle ore di lavoro negli ultimi anni si è tradotta sia in perdita di posti di lavoro sia in una riduzione della giornata lavorativa di quanti mantengono il proprio lavoro. Molti servizi pubblici, come pure imprese, hanno dovuto far fronte a difficoltà tremende, alcuni correndo il rischio di fallimento totale o parziale. In tutto il mondo abbiamo osservato nel 2020 una perdita di posti di lavoro senza precedenti.

            Con la fretta di tornare a una maggiore attività economica, al termine della minaccia del Covid-19, evitiamo le passate fissazioni sul profitto, l’isolamento e il nazionalismo, il consumismo cieco e la negazione delle chiare evidenze che segnalano la discriminazione dei nostri fratelli e sorelle “scartabili” nella nostra società. Al contrario, ricerchiamo soluzioni che ci aiutino a costruire un nuovo futuro del lavoro fondato su condizioni lavorative decenti e dignitose, che provenga da una negoziazione collettiva, e che promuova il bene comune, una base che farà del lavoro una componente essenziale della nostra cura della società e della creazione. In tal senso, il lavoro è veramente ed essenzialmente umano. Di questo si tratta, che sia umano.

            Ricordando il ruolo fondamentale che svolgono questa Organizzazione e questa Conferenza come ambiti privilegiati per il dialogo costruttivo, siamo chiamati a dare priorità alla nostra risposta ai lavoratori che si trovano ai margini del mondo del lavoro e che si vedono ancora colpiti dalla pandemia di Covid-19; i lavoratori poco qualificati, i lavoratori a giornata, quelli del settore informale, i lavoratori migranti e rifugiati, quanti svolgono quello che si è soliti denominare “il lavoro delle tre dimensioni”: pericoloso, sporco e degradante, e l’elenco potrebbe andare avanti.

            Molti migranti e lavoratori vulnerabili, insieme alle loro famiglie, generalmente restano esclusi dall’accesso a programmi nazionali di promozione della salute, prevenzione delle malattie, cure e assistenza, come pure dai piani di protezione finanziaria e dai servizi psicosociali. È uno dei tanti casi di quella filosofia dello scarto che ci siamo abituati a imporre nelle nostre società-. Questa esclusione complica l’individuazione precoce, l’esecuzione di test, la diagnosi, il tracciamento dei contatti e la ricerca di assistenza medica per il Covid-19 per i rifugiati e i migranti, e aumenta quindi il rischio che si producano focolai tra quelle popolazioni. Tali focolai possono non essere controllati o addirittura nascosti consapevolmente, il che costituisce un’ulteriore minaccia per la salute pubblica.

            La mancanza di misure di tutela sociale di fronte all’impatto del Covid-19 ha provocato un aumento della povertà, la disoccupazione, la sottoccupazione, l’incremento della informalità del lavoro, il ritardo nell’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro, il che è molto grave, l’aumento del lavoro infantile, il che è ancora più grave, la vulnerabilità al traffico di persone, l’insicurezza alimentare e una maggiore esposi- zione all’infezione tra popolazioni come i malati e gli anziani. A tale riguardo ringrazio per questa opportunità di esporre alcune preoccupazioni e osservazioni chiave.

            In primo luogo, è missione fondamentale della Chiesa fare appello a tutti a lavorare congiuntamente, con i governi, le organizzazioni multilaterali e la società civile, per servire e prendersi cura del bene comune e garantire la partecipazione di tutti in questo impegno. Nessuno dovrebbe essere lasciato da parte in un dialogo per il bene comune, il cui obiettivo è, soprattutto, costruire, consolidare la pace e la fiducia tra tutti. I più vulnerabili — i giovani, i migranti, le comunità indigene, i poveri — non possono essere lasciati da parte in un dialogo che dovrebbe riunire anche governi, imprenditori e lavoratori. È altresì essenziale che tutte le confessioni e le comunità religiose s’impegnino insieme. La Chiesa ha una lunga esperienza nella partecipazione a questi dialoghi attraverso le sue comunità locali, movimenti popolari e organizzazioni, e si offre al mondo come costruttrice di ponti per aiutare a creare le condizioni di tale dialogo o, ove opportuno, aiutare a facilitarlo. Questi dialoghi per il bene comune sono essenziali al fine di costruire un futuro solidale e sostenibile della nostra casa comune e dovrebbero tenersi a livello sia comunitario sia nazionale e internazionale. E una delle caratteristiche del vero dialogo è che quanti dialogano siano sullo stesso piano di diritti e doveri. E non che uno che ha meno diritti o più diritti dialoghi con uno che non li ha. Lo stesso livello di diritti e doveri garantisce così un dialogo serio.

            In secondo luogo, è anche essenziale per la missione della Chiesa garantire che tutti ottengono la protezione di cui hanno bisogno a seconda delle loro vulnerabilità: malattia, età, disabilità, dislocamento, emarginazione o dipendenza. I sistemi di protezione sociale, che a loro volta stanno affrontando rischi importanti, devono essere sostenuti e ampliati per assicurare l’accesso ai servizi sanitari, all’alimentazione e ai bisogni umani di base. In tempi di emergenza, come la pandemia di Covid-19, si richiedono misure speciali di assistenza. Un’attenzione particolare alla prestazione integrale ed efficace di assistenza attraverso i servizi pubblici è a sua volta importante. I sistemi di protezione sociale sono stati chiamati ad affrontare molte delle sfide della crisi, e allo stesso tempo i loro punti deboli sono diventati più evidenti. Infine, si deve garantire la protezione dei lavoratori e dei più vulnerabili mediante il rispetto dei loro diritti fondamentali, incluso il diritto della sindacalizzazione. Ossia, unirsi in un sindacato è un diritto. La crisi del Covid ha già inciso sui più vulnerabili e questi non dovrebbero vedersi colpiti negativamente dalle misure per accelerare una ripresa che s’incentri unicamente sugli indicatori economici. Ossia, qui c’è anche bisogno di una riforma del modo economico, una riforma a fondo dell’economia. Il modo di portare avanti l’economia deve essere diverso, deve a sua volta cambiare.

            In questo momento di riflessione, in cui cerchiamo di modellare la nostra azione futura e di dare forma a un’agenda internazionale post-Covid-19, dovremmo prestare particolare attenzione al pericolo reale di dimenticare quanti sono rimasti indietro. Corrono il rischio di essere attaccati da un virus ancora peggiore del Covid-19: quello dell’indifferenza egoista. Ossia, una società non può progredire scartando, non può progredire. Questo virus si propaga nel pensare che la vita è migliore se è migliore per me, e che tutto andrà bene se andrà bene per me, e così si inizia e si finisce selezionando una persona al posto di un’altra, scartando i poveri, sacrificando quanti sono rimasti indietro sul cosiddetto “altare del progresso”. È una vera e propria dinamica elitaria, di costituzione di nuove élite al prezzo dello scarto di molta gente e di molti popoli. Guardando al futuro, è fondamentale che la Chiesa, e pertanto l’azione della Santa Sede con l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, sostenga misure che correggano situazioni ingiuste o incorrette che condizionano i rapporti di lavoro, rendendoli completamente soggiogati all’idea di “esclusione”, o violando i diritti fondamentali dei lavoratori. Una minaccia la costituiscono le teorie che considerano il profitto e il consumo come elementi indipendenti o come variabili autonome della vita economica, escludendo i lavoratori e determinando il loro squilibrato standard di vita: «Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita» (Evangelii gaudium, n. 53).

            L’attuale pandemia ci ha ricordato che non ci sono differenze né confini tra quanti soffrono. Siamo tutti fragili e, al tempo stesso, tutti di grande valore. Speriamo che quanto sta accadendo attorno a noi ci scuota profondamente. È giunto il momento di eliminare le disuguaglianze, di curare l’ingiustizia che sta minando la salute dell’intera famiglia umana. Di fronte all’Agenda dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, dobbiamo continuare come abbiamo già fatto nel 1931, quando Papa Pio XI, dopo la crisi di Wall Street e nel bel mezzo della “Grande Depressione”, denunciò l’asimmetria tra lavoratori e imprenditori come una flagrante ingiustizia che concedeva al capitale carta bianca e disponibilità. Diceva così: «Per lungo tempo certamente il capitale troppo aggiudicò a sé stesso. Quanto veniva prodotto e i frutti che se ne ricavavano, ogni cosa il capitale prendeva per sé, lasciando appena all’operaio tanto che bastasse a ristorare le forze» (Quadragesimo anno, n. 55). Persino in quelle circostanze, la Chiesa promosse la posizione secondo cui la remunerazione per il lavoro svolto non solo deve essere destinata a soddisfare i bisogni immediati e attuali dei lavoratori, ma anche ad aprire la capacità dei lavoratori di salvaguardare i risparmi futuri delle loro famiglie o gli investimenti capaci di garantire un margine di sicurezza per il futuro.

            Così, fin dalla prima sessione della Conferenza Internazionale, la Santa Sede sostiene una regolamentazione uniforme applicabile al lavoro in tutti i suoi diversi aspetti, come garanzia per i lavoratori. È sua convinzione che il lavoro, e pertanto i lavoratori, possono contare su garanzie, sostegno e rafforzamento se li si protegge dal “gioco” della deregolamentazione. Inoltre le norme giuridiche devono essere orientate verso la crescita dell’occupazione, il lavoro dignitoso e i diritti e i doveri della persona umana. Sono tutti strumenti necessari per il suo benessere, per lo sviluppo umano integrale e per il bene comune.

            La Chiesa cattolica e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, rispondendo alle loro differenti nature e funzioni, possono continuare a mettere in atto le loro rispettive strategie, ma possono anche continuare ad approfittare delle opportunità che si presentano per collaborare in un’ampia varietà di azioni importanti. Per promuovere questa azione comune è necessario intendere correttamente il lavoro. Il primo elemento per detta comprensione ci invita a focalizzare la necessaria attenzione su tutte le forme di lavoro, includendo le forme di impiego non standard. Il lavoro va al di là di ciò che tradizionalmente è conosciuto come “impiego formale” e il Programma di Lavoro Dignitoso deve includere tutte le forme di lavoro. La mancanza di protezione sociale dei lavoratori dell’economia informale e delle loro famiglie li rende particolarmente vulnerabili agli scontri, poiché non possono contare sulla protezione che offrono la previdenza sociale o i regimi di assistenza sociale destinati alla povertà. Le donne dell’economia informale, incluse le venditrici ambulanti e le collaboratrici domestiche, risentono dell’impatto del Covid-19 sotto diversi punti di vista: dall’isolamento all’esposizione estrema a rischi per la salute. Non disponendo di asili nido accessibili, i figli di queste lavoratrici sono esposti a un maggior rischio per la salute, perché le madri devono portarli sul posto di lavoro o lasciarli a casa incustoditi. Pertanto, è particolarmente necessario garantire che l’assistenza sociale giunga all’economia informale e presti speciale attenzione ai bisogni particolari delle donne e delle bambine.

            La pandemia ci ricorda che molte donne di tutto il mondo continuano ad anelare alla libertà, alla giustizia e all’uguaglianza tra tutte le persone umane: «per quanto ci siano stati notevoli miglioramenti nel riconoscimento dei diritti della donna e nella sua partecipazione allo spazio pubblico, c’è ancora molto da crescere in alcuni paesi. Non sono ancora del tutto sradicati costumi inaccettabili. Anzitutto la vergognosa violenza che a volte si usa nei confronti delle donne, i maltrattamenti familiari e varie forme di schiavitù [...]. Penso alla [...] disuguaglianza dell’accesso a posti di lavoro dignitosi e ai luoghi in cui si prendono le decisioni» (Amoris lætitia, n. 54).

            Il secondo elemento per una corretta comprensione del lavoro: se il lavoro è un rapporto, allora deve includere la dimensione della cura, perché nessun rapporto può sopravvivere senza cura. Qui non ci riferiamo solo al lavoro di assistenza: la pandemia ci ricorda la sua importanza fondamentale, che forse abbiamo trascurato. La cura va oltre, deve essere una dimensione di ogni lavoro. Un lavoro che non si prende cura, che distrugge la creazione, che mette in pericolo la sopravvivenza delle generazioni future, non è rispettoso della dignità dei lavoratori e non si può considerare dignitoso. Al contrario, un lavoro che si prende cura, contribuisce al ripristino della piena dignità umana, contribuirà ad assicurare un futuro sostenibile alle generazioni future. E in questa dimensione della cura rientrano, in primo luogo, i lavoratori. Ossia, una domanda che possiamo farci nel quotidiano: come un’impresa, immaginiamo, si prende cura dei suoi lavoratori?

            Oltre a una corretta comprensione del lavoro, uscire in condizioni migliori dalla crisi attuale richiederà lo sviluppo di una cultura della solidarietà, per contrastare la cultura dello scarto che è all’origine della disuguaglianza e che affligge il mondo. Per raggiungere questo obiettivo, occorrerà valorizzare l’apporto di tutte quelle culture, come quella indigena, quella popolare, che spesso sono considerate marginali, ma che mantengono viva la pratica della solidarietà, che «esprime molto più che alcuni atti di generosità sporadici». Ogni popolo ha una sua cultura, e credo che sia il momento di liberarci definitivamente dell’eredità dell’Illuminismo, che associava la parola cultura a un certo tipo di formazione intellettuale o di appartenenza sociale. Ogni popolo ha una sua cultura e noi dobbiamo accettarla così com’è. «E’ pensare e agire in termini di comunità, di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni. È anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, della terra e della casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi. È far fronte agli effetti distruttori dell’Impero del denaro [...]. La solidarietà intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia, ed è questo che fanno i movimenti popolari» (Fratelli tutti, n. 116).

            Con queste parole mi rivolgo a voi, partecipanti alla 109a Conferenza Internazionale del Lavoro, perché come attori istituzionalizzati del mondo del lavoro avete una grande opportunità d’influire sui processi di cambiamento già in atto. La vostra responsabilità è grande, ma ancora più grande è il bene che potete ottenere. Vi invito pertanto a rispondere alla sfida che abbiam di fronte. Gli attori stabiliti possono contare sull’eredità della loro storia, che continua a essere una risorsa di fondamentale importanza, ma in questa fase storica sono chiamati a restare aperti al dinamismo della società e a promuovere la comparsa e l’inclusione di attori meno tradizionali e più marginali, portatori di impulsi alternativi e innovatori.

            Chiedo ai dirigenti politici e a quanti lavorano nei governi d’ispirarsi sempre a quella forma di amore che è la carità politica: «un atto di carità altrettanto indispensabile [è] l’impegno finalizzato ad organizzare e strutturare la società in modo che il prossimo non abbia a trovarsi nella miseria. È carità stare vicino a una persona che soffre, ed è pure carità tutto ciò che si fa, anche senza avere un contatto diretto con quella persona, per modificare le condizioni sociali che provocano la sua sofferenza. Se qualcuno aiuta un anziano ad attraversare un fiume — e questo è squisita carità —, il politico gli costruisce un ponte, e anche questo è carità. Se qualcuno aiuta un altro dandogli da mangiare, il politico crea per lui un posto di lavoro, ed esercita una forma altissima di carità che nobilita la sua azione politica» (Fratelli tutti, n. 186).

            Ricordo agli imprenditori la loro vera vocazione: produrre ricchezza al servizio di tutti. L’attività imprenditoriale è essenzialmente «una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti, Dio ci promuove, si aspetta da noi che sviluppiamo le capacità che ci ha dato e ha riempito l’universo di potenzialità. Nei suoi disegni ogni persona è chiamata a promuovere il proprio sviluppo, e questo comprende l’attuazione delle capacità economiche e tecnologiche per far crescere i beni e aumentare la ricchezza. Tuttavia, in ogni caso, queste capacità degli imprenditori, che sono un dono di Dio, dovrebbero essere orientate chiaramente al progresso delle altre persone e al superamento della miseria, specialmente attraverso la creazione di opportunità di lavoro diversificate. Sempre, insieme al diritto di proprietà privata, c’è il prioritario e precedente diritto della subordinazione di ogni proprietà privata alla destinazione universale dei beni della terra e, pertanto, il diritto di tutti al loro uso» (Fratelli tutti, n. 123). A volte, nel parlare di proprietà privata dimentichiamo che è un diritto secondario, che dipende da questo diritto primario, che è la destinazione universale dei beni.

            Invito i sindacalisti e i dirigenti delle associazioni dei lavoratori a non lasciarsi rinchiudere in una "camicia di forza", a puntare sulle situazioni concrete dei quartieri e delle comunità nelle quali sono impegnati, ponendo insieme le questioni relazionate con le politiche economiche più vaste e le "macro-relazioni". Anche in questa fase storica il movimento sindacale si confronta con due sfide importanti. La prima è la profezia che va riferita alla natura propria dei sindacati, la loro vocazione più genuina. I sindacati sono un'espressione del profilo profetici della società. I sindacano nascono e rinascono ogni volta che , come i profeti biblici, danno voce a chi non ce l'ha, denunciano quanti venderebbero il povero per un paio di sandali, come dice il profeta (Amos, 2,6), denudano i potenti che calpestano i diritti dei lavoratori più vulnerabili, difendono le cause degli stranieri, degli ultimi, dei rifiutati. Evidentemente, quando un sindacato si corrompe, non può più agire così e si trasforma in una condizione pseudo-padronale, anch'esso lontano dal popolo.

                La seconda sfida: l'innovazione. I profeti sono sentinelle che vigilano dal loro posto di osservazione. Anche i sindacati devono sorvegliare le mura della città del lavoro, come una guardia che sorveglia e protegge quanti sono dentro la città del lavoro, ma che sorveglia e protegge anche quelli che stanno fuori dalle mura. I sindacati non svolgono la loro funzione fondamentale d’innovazione sociale se tutelano solo i pensionati. Questo va fatto, ma è la metà del vostro lavoro. La vostra vocazione è anche di proteggere quanti ancora non hanno diritti, quanti sono esclusi dal lavoro e che sono esclusi anche dai diritti e dalla democrazia.

            Stimati partecipanti ai processi tripartiti dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e di questa Conferenza Internazionale del Lavoro, la Chiesa vi sostiene, cammina al vostro fianco. La Chiesa mette a disposizione le sue risorse, a cominciare dalle sue risorse spirituali e dalla sua Dottrina Sociale. La pandemia ci ha insegnato che siamo tutti sulla stessa barca e che solo insieme potremo uscire dalla crisi.

            Grazie>>

                Traduzione dell'Osservatore Romano (tranne le righe in corsivo, traduzione d'autore dallo spagnolo)

Giancarla Codrignani 10 luglio 2021

www.adista.it/articolo/66352

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GENERAZIONI

                Sessualità: tra i millennials conferme e sorprese – 5 minuti con… Gianpiero Dalla Zuanna

                La sessualità ha un ruolo centrale nelle relazioni di coppia delle nuove generazioni, oggi più che per i giovani dei primi anni Duemila. Pornografia e autoerotismo sono adesso più diffusi che in passato, e più flebile è l’influenza della religione sulla sfera intima. Si riduce nel tempo il divario tra i comportamenti dei ragazzi e quelli delle ragazze, ed escono dall’ombra le diverse dimensioni dell’omosessualità e della bisessualità. Non si tratta però di una sessualità libera da legami, orientata solo al piacere: le persone in coppia si dicono molto più appagate sessualmente, la fedeltà al partner è praticata e considerata un valore importante, i giovani dichiarano di volersi sposare e di essere propensi ad avere figli. Sono questi, in sintesi, i risultati di una ricerca condotta intervistando circa novemila studenti del primo e secondo anno della facoltà di Economia e statistica di alcune università italiane. Questo studio – sintetizzato nel libro Piacere e fedeltà. I millennials italiani e il sesso edito da Il Mulino – replica un’indagine analoga, realizzata diciassette anni prima su un campione simile e mantenendo i medesimi quesiti. Ne abbiamo discusso con Gianpiero Dalla Zuanna, professore di Demografia all’università di Padova, che ha condotto l’indagine assieme a Daniele Vignoli.

 

Ascolta l’intervista a Gianpiero Dalla Zuanna

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                Professore, che importanza assegnano i millennials alla sessualità? I loro comportamenti sono profondamente cambiati rispetto ai giovani dei decenni precedenti e quelli di altri paesi?

                «Attraverso i dati raccolti possiamo notare che il posto occupato dal sesso nella vita dei millennials è maggiore rispetto a diciassette anni fa. Registriamo un aumento della frequenza dei rapporti sessuali e un incremento dell’utilizzo della pornografia e della masturbazione. Poi emerge un altro dato, forse meno scontato ma più interessante: calano i comportamenti edonistici e cresce il numero di persone che inseriscono la sessualità all’interno dell’affettività di coppia. Questo viene confermato in diverse risposte: aumenta per esempio la quota di persone che ha il primo rapporto all’interno di una coppia, così come aumenta la quota di persone che ritiene non possibile e non giusto il tradimento del partner e quindi non tradisce il fidanzato o la fidanzata; c’è poi un incremento della ricerca del piacere sessuale e fisico, ma sempre all’interno di una vita di coppia stabile dove si prova la massima soddisfazione; i single, intervistati in merito alla propria soddisfazione sessuale dichiarano di essere meno soddisfatti e meno contenti. Sono tutti risultati che ricalcano abbastanza bene ciò che si vede in altri paesi che peraltro hanno preceduto l’Italia nei cambiamenti come il Regno Unito, la Finlandia e gli Stati Uniti».

                In un capitolo voi prendete in esame le differenze tra i giovani «devoti» e i giovani «non religiosi». Di quali differenze si tratta?

                «Questo titolo ricalca un articolo di una trentina d’anni fa, “Verso la fine della fecondità cattolica”, nel quale si dimostrava che negli anni Settanta e Ottanta i cattolici negli Stati Uniti avevano più o meno lo stesso numero di figli dei protestanti e del resto della popolazione. Effettivamente abbiamo riscontrato che, rispetto a 17 anni fa, fra i millennials il comportamento sessuale dei cattolici – o almeno di chi dice di credere in Dio e andare a messa – è meno dissimile rispetto a quello dei non cattolici. Non è un risultato scontato. Potevamo immaginare, infatti, che a fianco di una riduzione del numero di persone che vanno in chiesa ci fosse una radicalizzazione del comportamento sessuale, cioè che i “devoti” si sentissero sempre più vicini a ciò che la Chiesa propone come comportamento eticamente e moralmente corretto».

                Secondo il vostro studio è cresciuta fra i millennials la tolleranza verso l’amore omosessuale. Come spiegate questo atteggiamento?

                «Nel nostro questionario abbiamo chiesto: come valuti moralmente due persone che hanno rapporti omosessuali? Rispetto a 17 anni fa c’è un incremento importante delle persone che considerano questo comportamento lecito e tollerabile. Ci sono però sfumature importanti. Da un lato è molto più tollerata l’omosessualità femminile rispetto a quella maschile. Mentre le donne esprimono una tolleranza simile per l’omosessualità maschile e femminile, il doppio dei maschi italiani ritengono tollerabile l’omosessualità femminile rispetto a quella maschile. Questo dato lo ritroviamo anche in altri Paesi, e secondo vari studi è

legato al fatto che in molte persone l’identità eterosessuale si costruisce anche in modo oppositivo rispetto all’omosessualità. Dal punto di vista psicologico si crea un rifiuto dell’omosessualità maschile per ribadire la propria eterosessualità. A differenza di altri comportamenti, da parte dei ragazzi è percepito in modo molto forte il rifiuto di comportamenti omosessuali da parte dei genitori ma anche da parte degli amici. Specialmente all’interno dei gruppi maschili, l’omosessualità viene spesso considerata come una cosa non positiva e quindi c’è una percezione della negatività del comportamento».

                Nella ricerca parlate di una «rivoluzione dell’intimità». In che cosa consiste?

                «Con questo termine vogliamo descrivere un’intimità che è sempre meno regolata in modo istituzionalizzato. Le persone hanno bisogno di costruirsi percorsi propri, molto meno legati a norme esplicite e condivise. La chiamiamo “rivoluzione” perché fa parte di quello che un tempo chiamavamo “percorso di secolarizzazione”, non solo dal punto di vista religioso. I comportamenti e le idee delle persone sono sempre meno governati da norme eterodirette. Come dimostrano ricerche condotte in altri Stati, si è avviato un nuovo percorso: diminuiscono i rapporti sessuali e aumenta la sessualità virtuale. Questo avviene in particolare in Finlandia, dove si registra un incremento dell’autoerotismo e un decremento della frequenza dei rapporti. Io credo che queste cose vadano studiate continuamente. Noi abbiamo privilegiato una ricerca quantitativa sui comportamenti sessuali, ma si dovrà indagare anche sui comportamenti della sfera intima, come la scelta di andare a convivere con il proprio partner o la decisione di avere figli e di sposarsi, senza dare per scontato nulla perché i percorsi che le persone costruiscono spesso sono diversi rispetto a quelli che possono immaginarsi gli studiosi».

Paolo Tomassone           blog Il regno      26 marzo 2021

 https://re-blog.it/2021/03/26/sessualita-tra-i-millennials-conferme-e-sorprese-5-minuti-con-gianpiero-dalla-zuanna

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NULLITÀ DEL MATRIMONIO

Il prof. Trombetta spiega il valore della sentenza di nullità matrimoniale dall’Amoris Lætitia

                Per la prima volta, conformemente al capitolo 8 dell’esortazione apostolica Amoris Lætitia ed al motu proprio ‘Mitis Iudex Dominus Iesus’ di papa Francesco, un fedele assistito dal gruppo canonico-pastorale ‘Il buon Pastore’ dell’arcidiocesi di Palermo (Ufficio pastorale familiare, direttori mons. Alerio Montalbano e coniugi proff. Giovanni ed Antonella Pillitteri) con sede presso la parrocchia ‘Annunciazione del Signore’ di Palermo, creato dai coniugi Trombetta per i fedeli separati, divorziati (risposati o conviventi) nel 2013 con la guida spirituale di p. Cesare Augusto Rattoballi (è stato il confessore del giudice Paolo Borsellino), con il supporto psicoterapeutico e convegnistico di p. Giovanni Salonia (noto in tutto il mondo cattolico, accademico, conventuale e professionale), con la collaborazione tecnologica e teologica del dott. Diego Talluto, con il patrocinio, in particolare, dell’avvocato canonista/civilista/cassazionista Sergio Bellafiore, ha ottenuto una sentenza di nullità matrimoniale dopo 6 mesi dalla presentazione del libello, suffragata anche da un determinante ed efficace attestato giuridico-pastorale elaborato dal prof. Francesco Pietro Trombetta e sottoscritto dal team, allegato alla documentazione probatoria, adesso riconosciuto formalmente dalla giurisprudenza ecclesiastica come rilevante sul piano giuridico e pastorale (in attesa di altre 3 sentenze in merito).

                Al Tutor del Gruppo diocesano prof. Trombetta (plurilaureato, giurista, dirigente emerito Magistratura. Corte dei conti, in possesso del Titolo di teologia di Base, conseguito con la massima votazione presso il Centro diocesano STB San Luca Evangelista di Palermo), chiediamo di spiegarci quale valore ha questa recentissima sentenza di nullità matrimoniale:

                “Il primo pronunciamento giurisdizionale che riconosce la rilevanza canonico-pastorale di un Atto giuridico-ecclesiastico (allegato alla documentazione probatoria) da me creato e che ho dedotto dall’interpretazione sistematica delle norme procedurali del motu proprio ‘Mitis Iudex Dominus Iesus’ e dai principi sanciti dal capitolo 8 dell’esortazione apostolica Amoris Lætitia. In questa sentenza di nullità matrimoniale per la prima volta in giurisprudenza il TEIS specifica che il dubbio sul vizio da cui potrebbe essere inficiato il matrimonio è stato ipotizzato per la prima volta dal gruppo ‘Il buon Pastore’ dell’arcidiocesi di Palermo durante il percorso di fede previsto espressamente dai citati documenti di papa Francesco (da me e mia moglie attivato presso la parrocchia ‘Annunciazione del Signore’ nel 2013, dopo le nostre risposte ufficiali al questionario ricevuto dalla diocesi di Palermo, preparatorio del doppio Sinodo mondiale sulle famiglie 2014-2015)”.

                Cosa comporta sul piano giuridico pastorale la sentenza?

                “Essendo il nostro gruppo l’unico in Sicilia, per quello che mi risulta, ad avere assunto, con l’assistenza della SS. Trinità, la missione di seguire a 360 gradi talune tipologie di famiglie contemplate dai citati documenti ed avendo io e mia moglie, Marcella Varia, acquisito i titoli idonei sul piano giuridico e teologico, abbiamo cercato di istituire il cosiddetto ‘ponte giuridico-pastorale’ durante le catechesi mensili da noi organizzate ‘ad hoc’, di cui siamo stati anche relatori, delegando anche altri docenti (compresi i direttori diocesani dell’Ufficio Pastorale familiare, coniugi proff. Antonella e Giovanni Pillitteri, il cui direttore chierico è Mons. Alerio Montalbano, vicario episcopale), teologi (del Centro accademico diocesano STB San Luca Evangelista di Palermo), canonisti (compresi giudici ecclesiastici) e psicoterapeuti (il più importante incontro in materia è stato quello svolto il 17/2/2019 insieme al nostro membro prof. p. Giovanni Salonia, noto in tutto il mondo cattolico, accademico e professionale) chierici e laici (il nostro membro accolito episcopale Diego Talluto) a redigere ed illustrare relazioni in merito; questo mese con questa sentenza la nostra speranza è diventata una realtà che può essere emulata in tutto il mondo cattolico”.

(cfr. www.pastoralefamiliare.arcidiocesi.palermo.it/il-buon-pastore).

                Perché un percorso di fede per divorziati risposati?

                “Forse non tutti sanno che nel 325 il Concilio di Nicea prevedeva questo percorso di fede per coloro che avevano tale status (cfr. canone 8- i catari), canone mai abrogato dai successivi concili (per ultimo il Concilio Vaticano II del 1965), che esso è anche contemplato dall’esortazione apostolica del 1981 Familiaris Consortio, confermato, ripeto, dal motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus (8/12/2015) e da Amoris Lætitia (19/3/2016). Pertanto, come evidenzia papa Francesco, possono esistere delle circostanze attenuanti e scriminanti, previste anche dal vigente Codice di Diritto canonico, dal Catechismo della Chiesa Cattolica e dal motu proprio De concordia inter Codices, in presenza delle quali la responsabilità morale dei fedeli divorziati risposati può essere attenuata o addirittura eliminata e vivere, seguendo il percorso di fede formativo ed effettuando con il sacerdote il discernimento in foro interno

                (il nostro assistente spirituale è il parroco don Cesare Augusto Rattoballi della menzionata parrocchia, già confessore unico del giudice Paolo Borsellino) in grazia di Dio, con eventuale ricezione eucaristica ed attivando la causa di nullità in presenza di un “vizio” sancito dal CIC (cioè se deduco il dubbio del “fumus boni iuris” della  sussistenza dei presupposti giuridici in merito tramite i loro interventi dopo le nostre catechesi, di cui successivamente riferisco al nostro membro avv. canonista/civilista Sergio Bellafiore per eventuale predisposizione del libello da presentare al competente Tribunale ecclesiastico)”. Orientamento acclarato da “ Le valutazioni del Cardinale G. Ravasi: www.famigliacristiana.it –Il termine greco “pornéia “( Vangelo secondo Matteo 19,9), anche se non era in uso allora questa fattispecie giuridica, si riferisce ad una dichiarazione di nullità del matrimonio.”

                Perché è sorto il gruppo pastorale ‘Il buon Pastore’?

                “Dopo aver partecipato per molti anni insieme a mia moglie al Cammino neocatecumenale ed a quello carismatico del Rinnovamento nello Spirito abbiamo seguito quello predisposto ad hoc dal gruppo diocesano ‘Pozzo di Sicàr’ di cui diventammo parte attiva e fattiva, determinante per  comprendere che per conoscere meglio il nostro creatore avevamo la necessità di frequentare un corso istituzionale di Teologia che ci consentisse di declinarla e coniugarla meglio con il Diritto al fine di costituire cum grano salis, in scienza e coscienza, un nostro gruppo (finora abbiamo accompagnato 25 coppie, di cui abbiamo documentato anche il direttore nazionale della Pastorale familiare della CEI Padre fr. Marco Vianelli, giudice ecclesiastico, ricevendo via mail il Suo plauso) che approfondisse concretamente (caso per caso) le fragilità familiari valorizzate dal Pontefice in Amoris Lætitia (2021-2022 celebrazione 5 anni) e nel “MIDI”.

                Quale discernimento contemplato dal cap. 8 di Amoris Lætitia è stato attuato dal 2013?

                “La ratio è costituita da un sincero esame di coscienza personale, di coppia e con il nostro Sacerdote Don Cesare, fondato sui propri comportamenti prima, durante e dopo le nozze in chiesa e le successive in municipio con altro soggetto; a volte scoprono, riflettendo in merito anche durante le nostre catechesi, che la persona con cui ritrovano la fede in Dio è quella con la quale seguono il nostro percorso, tuttavia è anche capitato in tale contesto che qualche coppia convivente interrompe il rapporto e ritorna dal coniuge sposato in chiesa.

                Simone Baroncia                            5 luglio 2021

www.korazym.org/63503/il-prof-trombetta-spiega-il-valore-della-sentenza-di-nullita-matrimoniale-dallamoris-laetitia

 

Delibazione sentenza nullità matrimonio: Cassazione

                Nullità del matrimonio per difetto di consenso e delibazione della sentenza ecclesiastica. In tema di delibazione della sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità di un matrimonio concordatario per difetto di consenso, le situazioni di vizio psichico assunte dal giudice ecclesiastico come comportanti inettitudine del soggetto, al momento della manifestazione del consenso, a contrarre il matrimonio non si discostano sostanzialmente dall’ipotesi d’invalidità contemplata dall’articolo 120 del Cc, cosicché è da escludere che il riconoscimento dell’efficacia di una tale sentenza trovi ostacolo in principi fondamentali dell’ordinamento italiano. In particolare, tale contrasto non è ravvisabile sotto il profilo del difetto di tutela dell’affidamento della controparte, poiché, mentre in tema di contratti la disciplina generale dell’incapacità naturale dà rilievo alla buona o malafede dell’altra parte, tale aspetto è ignorato nella disciplina dell’incapacità naturale, quale causa d’invalidità del matrimonio, essendo in tal caso preminente l’esigenza di rimuovere il vincolo coniugale inficiato da vizio psichico.

                                                                                              Cassazione civile sez. I, 05/05/2021, n.11791

                L’eccezione di convivenza ultratriennale dei coniugi. La convivenza tra coniugi non richiede necessariamente la loro materiale coabitazione. Una seppur anomala convivenza ultratriennale “come coniugi” costituisce anch’essa una situazione giuridica di ordine pubblico ostativa alla delibazione della sentenza canonica di nullità del matrimonio, essendo caratterizzata da una complessità fattuale strettamente connessa all’esercizio di diritti, adempimento di doveri e assunzione di responsabilità di natura personalissima. In materia di delibazione di sentenze in materia matrimoniale emesse da Tribunali ecclesiastici, la convivenza “come coniugi”, quale elemento essenziale del “matrimonio -rapporto”, ove protrattasi per almeno tre anni dalla celebrazione del matrimonio concordatario, integra una situazione giuridica di “ordine pubblico italiano”, la cui inderogabile tutela trova fondamento nei principi supremi di sovranità e di laicità dello Stato, già affermato dalla Corte costituzionale con le sentenze n. 18 del 1982 e n. 203 del 1989, ostativa alla dichiarazione di efficacia della sentenza di nullità pronunciata dal tribunale ecclesiastico per qualsiasi vizio genetico del “matrimonio-atto”.

                                                                                              Cassazione civile sez. I, 13/01/2021, n.367

                Delibazione di sentenza di nullità ecclesiastica e morte di uno dei coniugi. La sopravvenienza della morte di uno dei coniugi, nel corso del procedimento dinanzi alla Corte di cassazione sull’impugnazione della pronuncia che abbia dichiarato l’esecutività della sentenza del tribunale ecclesiastico di nullità del matrimonio canonico, non determina la cessazione della materia del contendere, salva l’esigenza di avvertire gli eventuali eredi per assicurare il contraddittorio e il diritto di difesa. (Conforme Rv. 42203801).

                                                                                              Cassazione civile sez. VI, 16/10/2020, n.22599

                Riserva mentale alla procreazione di figli. Può essere delibata, e conseguire gli effetti civili, la sentenza ecclesiastica che abbia pronunciato la nullità del matrimonio concordatario per esclusione di uno, o più, dei “bona matrimonii”, nel caso di specie il consenso alla procreazione di figli ed il vincolo dell’indissolubilità del matrimonio, a condizione che la riserva mentale sia stata manifestata all’altro coniuge o sia stata da questo effettivamente conosciuta, o comunque risultasse conoscibile con l’ordinaria diligenza, atteso che, ove tali circostanze non ricorrano, la delibazione trova ostacolo nella contrarietà con l’ordine pubblico italiano, che è rilevabile d’ufficio, e nel cui ambito deve essere ricompreso il fondamentale principio della tutela della buona fede e dell’affidamento del coniuge incolpevole.

                                                                                              Cassazione civile sez. VI, 16/06/2020, n.11633

                La contrarietà all’ordine pubblico per ragioni inerenti alla tutela della buona fede e dell’affidamento incolpevole. In tema di delibazione di sentenza ecclesiastica con cui sia stata dichiarata la nullità del matrimonio, l’ipotesi ostativa della contrarietà all’ordine pubblico per ragioni inerenti alla tutela della buona fede e dell’affidamento incolpevole può essere rilevata d’ufficio (nella specie nella sentenza, non era stata dimostrata la conoscenza o conoscibilità da parte della donna circa la convinzione del marito di escludere l’indissolubilità del matrimonio o la possibilità di avere figli, rilevando dunque d’ufficio la contrarietà all’ordine pubblico).                                                   Cassazione civile sez. VI, 16/06/2020, n.11633

                Riconoscimento dell’efficacia della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio proposto da un solo coniuge. In tema di riconoscimento dell’efficacia delle sentenze canoniche di nullità del matrimonio, qualora la relativa domanda sia proposta da uno solo dei coniugi, non trova applicazione la disciplina del procedimento camerale, ma quella del giudizio ordinario di cognizione.

                                                                                              Cassazione civile sez. I, 22/04/2020, n.8028

                Omosessualità del coniuge e nullità del matrimonio. La convivenza triennale “come coniugi”, quale situazione giuridica di ordine pubblico ostativa alla delibazione della sentenza canonica di nullità del matrimonio, essendo caratterizzata da una complessità fattuale strettamente connessa all’esercizio di diritti, adempimento di doveri e assunzione di responsabilità di natura personalissima, è oggetto di un’eccezione in senso stretto, non rilevabile d’ufficio, né opponibile dal coniuge, per la prima volta, nel giudizio di legittimità.

                                                                                              Cassazione civile sez. III, 20/04/2020, n.7932

                Contumacia del convenuto. La contumacia del convenuto, nel giudizio di riconoscimento degli effetti civili alla sentenza ecclesiastica di nullità matrimoniale, non incide sulla natura dell’eccezione relativa alla convivenza triennale come coniugi, che costituisce un limite di ordine pubblico alla delibazione, e rimane compresa, anche in mancanza della costituzione della parte convenuta, tra quelle riservate dall’ordinamento all’esclusiva disponibilità delle parti. (Nella specie la S.C. ha respinto il ricorso per cassazione proposto dal procuratore generale nel giudizio di delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità matrimoniale, in cui la moglie era rimasta sempre contumace e dagli atti era emersa una convivenza tra i coniugi di durata ultra-triennale, accompagnata dalla nascita di tre figli).

                                                                                              Cassazione civile sez. I, 20/04/2020, n.7923

                La convivenza coniugale ultra-triennale costituisce una eccezione in senso stretto rilevabile su istanza di parte. L’eccezione relativa alla convivenza triennale come coniugi, ostativa alla positiva delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio, rientra tra quelle che l’ordinamento riserva alla disponibilità della parte interessata; e ciò in base sia alla complessità fattuale delle circostanze sulle quali essa si fonda e alla connessione molto stretta di tale complessità con l’esercizio di diritti, con l’adempimento di doveri e con l’assunzione di responsabilità personalissimi di ciascuno dei coniugi, sia alla espressa previsione della necessità dell’eccezione di parte nell’analoga fattispecie dell’impedimento al divorzio costituito dall’interruzione della separazione, ai sensi della L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 3.

                                                                                              Cassazione civile sez. I, 20/04/2020, n.7925

                Sul riconoscimento dell’esecutività della sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità del matrimonio per motivi legati alla prole. La sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità del matrimonio religioso per esclusione da parte di un coniuge di uno dei “bona” matrimoniali, quale quello relativo alla prole, e cioè per una ragione diversa da quelle di nullità previste per il matrimonio civile dal nostro ordinamento, non impedisce il riconoscimento dell’esecutività della sentenza ecclesiastica, quando quella esclusione, ancorché unilaterale, sia stata portata a conoscenza dell’altro coniuge prima della celebrazione del matrimonio, o, comunque, questi ne abbia preso atto, ovvero quando vi siano stati concreti elementi rivelatori di tale atteggiamento psichico non percepiti dall’altro coniuge solo per sua colpa grave.

                                                                                              Cassazione civile sez. I, 09/12/2019, n.32027

                Declaratoria di esecutività della sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità del matrimonio concordatario per esclusione, da parte di uno solo dei coniugi, di uno dei “bona matrimonii”. La declaratoria di esecutività della sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità del matrimonio concordatario per esclusione, da parte di uno solo dei coniugi, di uno dei “bona matrimonii”, postula che la divergenza unilaterale tra volontà e dichiarazione sia stata manifestata all’altro coniuge, ovvero che sia stata da questi in effetti conosciuta, o che non gli sia stata nota esclusivamente a causa della sua negligenza, atteso che, qualora le menzionate situazioni non ricorrano, la delibazione trova ostacolo nella contrarietà all’ordine pubblico italiano, nel cui ambito va ricompreso il principio fondamentale di tutela della buona fede e dell’affidamento incolpevole. In quest’ambito, se, da un lato, il giudice italiano è tenuto ad accertare la conoscenza o l’oggettiva conoscibilità dell’esclusione anzidetta da parte dell’altro coniuge con piena autonomia, trattandosi di profilo estraneo, in quanto irrilevante, al processo canonico, senza limitarsi al controllo di legittimità della pronuncia ecclesiastica di nullità, dall’altro, la relativa indagine deve essere condotta con esclusivo riferimento alla pronuncia da delibare ed agli atti del processo medesimo eventualmente acquisiti, opportunamente riesaminati e valutati, non essendovi luogo, in fase di delibazione, ad alcuna integrazione di attività istruttoria; inoltre, il convincimento espresso dal giudice di merito sulla conoscenza o conoscibilità da parte del coniuge della riserva mentale unilaterale dell’altro costituisce, se motivato secondo un logico e corretto “iter” argomentativo, statuizione insindacabile in sede di legittimità, sebbene la prova della mancanza di negligenza debba essere particolarmente rigorosa e basarsi su circostanze oggettive e univocamente interpretabili che attestino la inconsapevole accettazione dello stato soggettivo dell’altro coniuge.

                                                                                              Cassazione civile sez. VI, 25/06/2019, n.17036

                La declaratoria di esecutività della sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità del matrimonio religioso per esclusione da parte di un coniuge di uno dei “bona” matrimoniali, postula che la divergenza unilaterale tra volontà e dichiarazione sia stata manifestata all’altro coniuge, ovvero sia stata da questo effettivamente conosciuta o ignorata esclusivamente per sua negligenza. Ne consegue che ove tale condizione non ricorra la delibazione troverà ostacolo nella contrarietà al principio di ordine pubblico italiano di tutela della buona fede e dell’affidamento incolpevole.

                                                                                              Cassazione civile sez. I, 14/02/2019, n.4517

                Resta il diritto all’assegno di divorzio accertato prima della sentenza di annullamento delle nozze della sacra rota. In materia di separazione e divorzio, l’assegno divorzile non viene meno quando l’accertamento relativo all’impossibilità di proseguire il matrimonio sia passato in giudicato prima della delibazione della sentenza rotale di annullamento del matrimonio. Ad affermarlo è la Cassazione per la quale non esiste un rapporto di “primazia” della pronuncia di nullità, secondo il diritto canonico, del matrimonio concordatario sulla pronuncia di cessazione degli effetti civili delle stesse nozze. Resta pertanto il diritto all’assegno di divorzio accertato. Nella fattispecie, la Corte ha respinto il ricorso dell’ex marito che negava dì dover corrispondere mille euro mensili, come deciso dal giudice ordinario, visto che il tribunale ecclesiastico aveva annullato le nozze.

                                                                                              Cassazione civile sez. I, 23/01/2019, n.1882

www.laleggepertutti.it/508963_delibazione-sentenza-nullita-matrimonio-cassazione

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PARLAMENTO

Senato. Il Disegno di legge Zan

<             Il disegno di legge Zan (così chiamato per il nome del relatore alla Camera, on. Alessandro Zan, del Partito democratico, d’ora in avanti DDL Zan) è stato approvato dalla Camera il 4 novembre 2020. Attualmente è all’esame del Senato. Atto 2005.

Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere e sulla disabilità

testo         www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/DDLPRES/0/1179390/index.html

Trattazione in commissione                                 www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/53457.htm

Documenti acquisiti               www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/documenti/53457_documenti.htm

 

Seduta 8 luglio 2021. Commissione permanente (Giustizia) in sede referente, Discusso congiuntamente: S. 2205, Petizione n. 623, Petizione n. 816, Petizione n. 819, 44, Congiunzione di Petizione n. 873

www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=SommComm&leg=18&id=1301112&part=doc_dc

 

                Guerra di parole. La controversa interpretazione del concetto di identità di genere nel ddl Zan

                Il testo contro l’omotransfobia presentato dal deputato del Partito democratico rende a norma di legge ciò che viene percepito, ovvero l’orientamento sessuale, mentre ciò che è platealmente reale, il sesso della persona, si trasformerebbe in un’opinione soggetta a prevaricazioni e definizioni fuorvianti. Non vedo sostanziali differenze tra il gender e il terrapiattismo. Anzi; poiché ambedue i casi si basano sulla percezione mi sembra più comprensibile ritenere che Terra sia piatta (l’umanità lo ha creduto per secoli), piuttosto che non riconoscere le differenze (visibili e intuitive) che da miliardi di anni distinguono in tutti gli esseri viventi il maschio dalla femmina.

                E sono le differenze che consentono di procreare. Da questo vincolo non si sfugge, nonostante tutti i surrogati e le diavolerie che una scienza, un po’ disumana e mercificata, ha incentrato per sottrarre il concepimento alla Natura. È lontano il tempo in cui, agli studiosi di diritto costituzionale comparato, veniva spiegato che il Parlamento del Regno Unito poteva legiferare in tutti i campi, ma non gli era consentito di trasformare l’uomo in donna e viceversa. Tuttavia, come dicevano i versi di una vecchia canzone: «Cambian con la moda gli usi e le tradizioni».

                In quell’Europa in cui si aggirava, nel XIX secolo, il fantasma del comunismo, oggi siamo chiamati a fare i conti con una nuova visione della biologia e dell’evoluzione, assolutamente priva di basi scientifiche. Almeno Darwin aveva concepito le sue teorie, non conformi al libro della Genesi, osservando i fenomeni naturali delle Isole Galapagos; mentre William King aveva individuato il lungo processo evolutivo che in milioni di anni risaliva dall’Uomo di Neanderthal all’Homo sapiens (non abbiamo approfondito la questione del cosiddetto anello mancante), basando le sue teorie su dati reali come la forma degli oggetti e i disegni sulle pareti delle caverne.

                Ma su che cosa si basa, invece, il concetto di gender? I suoi sostenitori – va loro riconosciuto – rifiutano i concetti di dottrina e di teoria; inoltre chi volesse documentarsi deve sapere che nel corso degli anni, si sono sviluppati diversi approcci, elaborazioni e studi sul genere, ognuno dei quali ha approfondito un aspetto dell’intera questione: è quindi plausibile che non esista in realtà un pensiero organico sul gender (come dicono al di là della Manica) che possa assurgere a teoria o a dottrina.

                Certo, come quel personaggio di Molière che all’improvviso si accorge «di aver fatto sempre della prosa», alcuni possono formulare dottrine e teorie a loro insaputa. Ma è nostra intenzione evitare una guerra di parole. Poiché da noi – la Patria del diritto – è in discussione al Senato, dopo una prima lettura della Camera, un disegno di legge noto col nome di Alessandro Zan [professione: ingegnere delle comunicazioni] del Partito democratico, suo primo firmatario (in realtà si tratta di un testo che ne ha unificati altri) attingiamo da lì le definizioni che potrebbero esserci imposte con il potere della legge.

                Non è necessario impegnarsi nell’interpretazione dei 10 articoli che compongono il ddl, anche perché sono tante le spiegazioni dei sostenitori come se parlassero a nome dei giudici che saranno chiamati a sanzionare le violazioni. Basta citare l’articolo 1 dal titolo indicativo di “Definizioni” che ci autorizza a usare questo termine anche per il gender.

1. Ai fini della presente legge: a) per sesso si intende il sesso biologico o anagrafico; b) per genere si intende qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso; c) per orientamento sessuale si intende l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi; d) per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione.

                Sulla base di queste coordinate, il ddl Zan è presentato come un deterrente all’omotransfobia (è un obiettivo sicuramente encomiabile) e come un ampliamento dei diritti civili. Premesso – ma non è questo il caso – che per un certo «dirittismo» (copyright di Alessandro Barbero) ricorda spesso un verso di Dante (libito fé licito in sua legge), è sicuramente un diritto civile esprimere il proprio orientamento sessuale anche attraverso il riconoscimento di rapporti giuridici più solidi di quelli attualmente previsti, pur continuando ad appartenere al sesso biologico denunciato all’anagrafe (a meno che non si segua la procedura molto più complessa della trasmigrazione sessuale) che non toglie o aggiunge nulla al diritto di provare, in piena libertà, «attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi».

                Che omosessuale è una persona, creata uomo, che per andare a letto con un’altra dello stesso sesso deve percepirsi come donna? Se l’orientamento sessuale viene difeso dalla legge, per quale motivo la teoria dell’identità di genere (ovvero «l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione») deve trovare posto, in modo arbitrario e truffaldino, nell’ordinamento giuridico alla stregua di un valore comune? Determinando così una vistosa contraddizione: quanto viene percepito diventerebbe reale a norma di legge, mentre ciò che è platealmente reale (il sesso) si trasformerebbe in un’opinione, magari un po’ retrò e a rischio di essere ritenuta una prevaricazione.

Giuliano Cazzola                             Linkiesta                             6 luglio 2021

laureato in Giurisprudenza, già dirigente generale del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, politico, giornalista, economista imprenditore ed ex sindacalista italiano, già docente presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Bologna dove ha insegnato Diritto della Previdenza Sociale; attualmente è docente di diritto del lavoro presso la facoltà di giurisprudenza dell'Università degli Studi eCampus.

www.linkiesta.it/2021/07/ddl-zan-lgbt-gender/

 

L’analisi dei giuristi: «Così com’è, il ddl Zan è solo propaganda»

Baccari, Zannotti, Doria, Esposito e Mantovano esaminano il disegno di legge ed evidenziano le sue numerose incongruenze giuridiche.

                «Ha senso utilizzare il diritto penale come strumento di promozione di nuovi diritti?». È stato Roberto Zannotti, penalista dell’Università Lumsa di Roma, ad aprire con questo interrogativo il convegno giuridico online organizzato venerdì dall’ateneo cattolico. Sotto i riflettori il ddl Zan. Ad accenderli quattro giuristi, moderati da Maria Pia Baccari, professore di Diritto romano. Ormai lo si sa: il disegno di legge Zan vuole essere una norma penale, che prevede anche pene detentive. Ma, secondo Zannotti, quando una nuova norma penale si fa promotrice dei "nuovi diritti" questi generalmente sono condivisi. Nel nostro caso, invece, non solo la materia ma anche «le definizioni non presentano unanimità di consensi». Basti pensare all’identità di genere, concetto tutt’altro che chiaro anche a livello sociologico. Ma non solo: «Quando la norma all’articolo 4 fa salve dalla punizione le "condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee", precisando poi "purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti, a cosa si sta riferendo?».

                Sono considerazioni che fanno sorgere dubbi sul rispetto del principio della tassatività della norma penale, vale a dire che il fatto oggetto di punizione debba chiaramente essere delineato. Proprio su questo tema si è innestato Giovanni Doria, professore di Diritto privato all’Università Tor Vergata di Roma, secondo cui «c’è il pericolo che in via interpretativa si arrivi a una nozione di atto discriminatorio tale per cui chi vive una sessualità in modo diverso dal dato biologico debba vedersi garantite le stesse prerogative di chi esercita questo suo modo d’essere secondo quanto attribuitogli dalla natura». Con queste parole Doria non vuole riferirsi solo a grandi temi sociali e antropologici, come il "matrimonio egualitario", ma anche a situazioni di diverso profilo, come l’esistenza o meno del diritto di un uomo che si sente donna a essere annoverato tra le "quota rosa". Ma «è ammissibile – si chiede Doria – che una persona che si rifiuti di accogliere questa richiesta rischi per ciò solo il carcere?». Da qui una considerazione di più ampio respiro: «Ho l’impressione che questa iniziativa legislativa, più che a un’esigenza di tutela, risponda a una necessità di propaganda politica, attuata per il tramite di un’iniziativa legislativa».

                Il ddl "vivisezionato" durante il convegno della Lumsa pone qualche problema anche sotto il profilo del Diritto costituzionale. Mario Esposito, che lo insegna all’Università del Salento, ricorda come la nostra Carta fondamentale preveda «stretti limiti alla limitazione della libertà personale. E il primo criterio è l’aderenza alla natura delle cose». Aderenza in questo caso assente se, come già sottolineato da Doria, il testo normativo vuole prescindere dal dato biologico di ogni persona. Fatto sta che per Esposito la legge in fieri introdurrebbe una «pedagogia della repressione delle idee, un sistema di censura».

                La cosiddetta "clausola salva idee", quella che all’articolo 4 dichiara di voler far salve le idee legittime, sarebbe proprio la prova del fatto che il testo in esame qualche problema di censura lo pone. Ne è convinto Alfredo Mantovano, consigliere della Corte di Cassazione, che ritiene particolarmente grave anche il fatto che questa «libertà delle idee» sia stata precisata «in una legge ordinaria». Come a dire: la libertà di pensiero è un diritto protetto dalla Costituzione, fisiologicamente destinata a durare: inserirlo in una legge ordinaria, per sua natura modificabile con maggioranze parlamentari, potrebbe invece configurarsi come una pericolosa scalfittura della nostra Carta. Lancia poi una provocazione, Mantovano, commentando la possibilità – a beneficio di una persona condannata in forza del ddl – di evitare il carcere prestando un’attività a favore della collettività: «Vi immaginate un sacerdote sanzionato per "propaganda anti-gender" cui viene proposto di organizzare un gay pride? Sembra la legge dantesca del contrappasso»

Marcello Palmieri           Avvenire 10 luglio 2021

www.avvenire.it/attualita/Pagine/ddl-zan-cosi-est-solo-propaganda

 

Il giurista. Irti: «È in gioco la libertà di tutti»

                Natalino Irti, giurista di cultura liberale, professore emerito a 'La Sapienza' di Roma e accademico dei Lincei: siamo al crocevia politico fondamentale per il ddl Zan e pare che dibattito nel merito e dibattito politico non riescano a confluire in una sintesi. Lei è arrivato ad una conclusione?

                Io muovo dal principio che vuole pienamente compatibili legalità e libertà: cioè osservanza delle leggi vigenti e diritto di contestarle e di promuoverne l’abrogazione. Ed altresì dal principio del nulla pœna sine lege, che esige la precisa e rigorosa descrizione della condotta proibita. Spetta alla legge, e non al giudice, di definire l’azione vietata, di indicarne gli elementi di fatto, e perciò di segnare con nettezza di parole il limite della libertà individuale.

                Principio che si riscontra nella legge Zan?

                Alla luce di questi principi, che sono a fondamento del moderno Stato di diritto, il disegno di legge sembra esporsi a talune critiche. È davvero labile - di quella labilità che è propria di percezioni soggettive, arbitrarie e mutevoli - la nozione di «identità di genere» introdotta nell’articolo 1 e ricorrente in altre norme del ddl. Ed anche osserverei, in linea più generale, che il testo scompone l’unità e identità del singolo nella pluralità di categorie biologiche o naturalistiche, dimenticando la tutela costituzionale della «persona». Se questa è il bene protetto, da difendere contro offese e minacce, esso è da considerare nella sua unità, che non sopprime le diversità individuali, ma le raccoglie in una sintesi complessiva e quasi oggettivabile. Il rischio della moltiplicazione è che restino fuori della legge aspetti e profili della persona, che pure sarebbero meritevoli di tutela.

                Sta dicendo che 'spezzettare la persona' porti ad amplificare le tutele per alcuni e ridurne per altri, con una contrazione generale della libertà di espressione?

                Alla sua domanda ho risposto nel segno della compatibilità tra legalità e libertà. Libertà che scorgo vulnerata nel testo dell’articolo 4, posto sotto l’altisonante e retorica rubrica «Pluralismo delle idee e libertà della scelta». E forse è bene che se ne conosca il testo: «Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti». Come non avvertire la gravità, direi l’abisso interpretativo, di quel «legittime» e di quell’«idonee». È «legittima» l’asserzione di una differenza sessuale, compiuta per convincimenti profani o fede religiosa e magistero di antiche Scritture? E chi decide, se non l’occasionale giudice, circa la «idoneità» a determinare il «concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti»? Alla legge, e non al giudice, spetta la descrizione della condotta illecita. Un grande studioso tedesco dedicò sue pagine alla «architettura delle fattispecie criminose», così indicando il rigore della tecnica legislativa, che tanto più deve farsi precisa e netta quanto più si avvicina ai fragili e delicati temi delle libertà.

                È proprio la libertà il tema su cui pone l’accento la nota verbale della Santa Sede, però contestata da alcune parti politiche.

                La nota diplomatica della Santa Sede si muove entro la rigorosa cornice dei Patti Lateranensi (riveduti nel 1984) che, con il decisivo voto dei comunisti, si vollero inserire nella Costituzione repubblicana. Ed anche chi, come me, non approva il sistema concordatario ed ama tornare sul nobile dissenso espresso da Benedetto Croce nei discorsi del 1929 e 1947, deve pur riconoscere, in ossequio al principio di legalità, che la Nota solleva problemi di libertà cari a tutti i cittadini. I quali, ancorché non protetti da accordi internazionali, hanno il costituzionale diritto di esprimere opinioni in disaccordo dalla scelta legislativa.

                Diritto che è ora a rischio?

                La consapevole libertà del cittadino non sta nel dispregio del diritto vigente, il quale va osservato e obbedito, ma nell’esprimere convincimenti profani o dogmi religiosi, che pur siano in contrasto con le scelte legislative. In breve, la legge non può proteggersi sopprimendo la libertà di dissenso e di critica. Nel difendere la libertà della Chiesa cattolica difendiamo la nostra stessa libertà, di fedeli e non fedeli, o meglio, quei diritti di libertà che comprendono l’una e l’altra. Senza indulgere ad arbitrari paragoni storici, è da rammentare che il vescovo di Münster, conte Graf von Galen, levò, alta e libera e non vana, la propria voce contro il «programma di eutanasia» del regime nazista.

Marco Iasevoli                 Avvenire 6 luglio 2021

www.avvenire.it/attualita/pagine/in-gioco-la-libert-di-tutti

 

Al Senato. Togliere quella spina (articoli 1 e 4) e fare la legge Zan (condivisa)

                In un’incisiva intervista pubblicata ieri, ↑ martedì 6 luglio, sulle pagine di questo giornale, Natalino Irti ha spiegato con esemplare chiarezza la labilità della definizione di «identità di genere» all’art. 1 del cosiddetto ddl Zan, e a discendere l’«abisso interpretativo» che si apre nell’applicazione dell’art. 4, dove viene meno, con la tassatività della norma penale, il principio fondamentale che «tocca alla legge e non al giudice definire l’azione vietata». Il giurista ha quindi argomentato la necessità di rivedere in modo chiaro e netto il ddl per raggiungere, in modo condiviso e innanzi tutto senza ambiguità lesive della stessa tenuta in giudizio della legge, il più che condivisibile principio di fondo: un’aggiuntiva e specifica disincentivazione penale di comportamenti omofobici e transfobici.

                Vorremmo dare un contributo intuitivo al ragionamento in punto di diritto di Irti. Mettiamo cioè il caso che un eterosessuale noto per posizioni ideologiche distanti dagli auspici della comunità lgbt, o semplicemente infastidente con la sua presenza, entri in un bar che sia ritrovo abituale della comunità, e venga aggredito in quanto retrivo eterosessuale, e che denunci l’aggressione subita, si applicherà ai suoi aggressori l’aggravante di pena prevista dal ddl Zan? Quesito e richiesta in giudizio del tutto legittima, considerato che anche l’eterosessualità, ancorché più diffusa, è un’identificazione di genere, collassata com’è nell’articolato della legge la tradizionale identità connessa al sesso biologico. E questo perché se, come vogliono ampi settori della comunità lgbt, il genere non esiste, ma c’è solo uno spettro di genere, logica vuole che in quello spettro ci siano anche i colori binari, maschile e femminile. Se si risponde no, a questa domanda, che l’aggravante Zan non può applicarsi, perché è prevista solo per comportamenti omofobici e transfobici, ne discende l’incostituzionalità della norma, in quanto non tutte le identità di genere sono tutelate alla stessa maniera. Se si risponde invece affermativamente, ne discende che la norma è pleonastica, perché già le attuali norme prevedono aggravanti per gli abietti motivi (tra cui quelli che afferiscono alla sessualità) dell’aggressione alle persone e alla loro eguale dignità.

                Se quest’osservazione ha un senso, dovrebbe spingere urgentemente a trovare una riscrittura condivisa del ddl Zan, sia politicamente, per farlo approvare con certezza e senza indugio, sia nel merito razionale dello scrivere bene le leggi. A meno che non si insista a fare della norma in questione una bandiera a mio avviso mal sventolata. E persino esposta alla tentazione che è meglio non farla approvare, la legge, a detrimento proprio delle persone che socialmente hanno bisogno di una protezione maggiore in diritto. Tutto per poter continuare a sventolare quella bandiera, utile a mantenere in piedi un mandato "rappresentativo" di un problema non risolto.

                A questo proposito mi viene in mente un apologo, relativo a un medico condotto e al suo figliolo neolaureato che comincia ad aiutarlo in ambulatorio. L’apologo recita più o meno così. «Papà, ti ricordi quel signore che da anni curi per un infezione sotto l’unghia di un dito?». «Sì, perché?». «Stamattina è passato ancora una volta in ambulatorio, mi sono accorto che aveva una spina di pesce che aveva sotto l’unghia, e glielo ho tolta. E subito si è disinfiammato il dito, è guarito». «Stupido, hai finito di mangiare pesce fresco la domenica!». Il signore era il pescivendolo del paese. Ecco, credo che la buona politica sia quella del figliolo neo medico, che perde un cliente, ma risolve un problema. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

Eugenio Mazzarella, filosofo Università Federico II di Napoli, già parlamentare Avvenire 7 luglio 2021

www.avvenire.it/attualita/Pagine/fare-la-legge-senza-la-spina-ideologica

 

 Come intendere l’«identità di genere»? Alcuni nodi problematici

                È in gioco una visione della sessualità e delle persone. La discussione sul ddl Zan si è prevalentemente sviluppata sul tema della libertà di opinione e sul rischio di una censura nei confronti di chi non condivide la concezione della sessualità adottata nel testo. Lasciando spesso in secondo piano il contenuto di questa concezione. Che invece vale la pena di esaminare attentamente.

                Perché il testo non si riduce – come dicono i suoi sostenitori – alla tutela di soggetti emarginati e perseguitati per la loro diversità sessuale. A questo sarebbe bastato il ddl Scalfarotto (che il testo dell’on. Zan ha assorbito e sostituito), in cui ci si limitava a rendere più pesanti le pene per i reati «fondati sull’omofobia o sulla transfobia», senza tirare in ballo le definizioni generali oggi contestate, inevitabilmente legate a una visione complessiva (e dunque filosofica) della persona.

                Ed è proprio tale visione, non la tutela in sé stessa (su cui tutti, almeno a parole, dicono di essere d’accordo), a suscitare le divergenze nei confronti del ddl che il Senato si accinge a discutere e probabilmente ad approvare, riconoscendo e rendendo vincolanti nel nostro ordinamento giuridico delle categorie concettuali proprie delle gender theories, contenuti nel testo Zan.

                L’«identità di genere». Ma quali sono questi contenuti “teorici”? Uno, in particolare, ha determinato una decisa opposizione anche da parte di 17 associazioni femministe, tra cui Arcilesbica. Si tratta della definizione, contenuta nell’art. 1, dell’«identità di genere»: «Per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione». Mentre il sesso è costituito da quell’insieme di caratteri biologici e morfologici, inscritto nella corporeità di una persona fin dalla sua nascita, per cui si è maschio oppure femmina, ed è dunque un dato oggettivo, l’«identità di genere» dipende dalla percezione che il soggetto ha di sé anche se questa non corrisponde al sesso. E ciò anche se non ha già «concluso un percorso di transizione», in altri termini, anche se non ha ancora “cambiato sesso” con l’aiuto di interventi chimici o chirurgici.

                Ora, che si possa distinguere tra il sesso biologico e la percezione soggettiva della propria «identità di genere» (nella stragrande maggioranza dei casi, peraltro, corrispondente al sesso), è un dato di fatto. Non si nasce uomo, come non si nasce donna. Il dato anagrafico trova la sua piena realizzazione quando il maschio e la femmina se ne appropriano attraverso la loro crescita complessiva. Ma fissare come normativa, in un testo legislativo, questa «identità di genere», a prescindere dal sesso, significa mettere in secondo piano, in linea di principio, la dimensione fisica, biologica, corporea, di una persona, e privilegiare unilateralmente la sua percezione soggettiva. E questo non è più un dato ma, per quanto molti si accaniscano a negarlo, una teoria – o, per chi preferisce, una ideologia –, una concezione della sessualità, che, se fatta propria dall’ordinamento, non può non creare dei problemi, anche al di fuori delle questioni specifiche affrontate nel ddl Zan.

                Il rispetto delle donne. Un esempio lo hanno portato, in un loro documento, le associazioni femministe che hanno protestato contro di esso: «In California 261 detenuti che “si identificano” come donne chiedono il trasferimento in carceri femminili». Con grande allarme delle donne in senso biologico detenute in queste carceri.

                Ma ci sono altri casi che balzano agli occhi. Che succederebbe se un individuo caratterizzato biologicamente come maschio dicesse di “sentirsi” donna e pretendesse, perciò, di essere ammesso nel bagno o nello spogliatoio femminile? Negarglielo non significherebbe discriminarlo, misconoscendo la sua «identità di genere»…?

                E, nelle discipline sportive in cui è fondamentale la distinzione tra le gare femminili e quelle maschili, basata sulla differenza di sviluppo muscolare, potrebbe essere ammesso alle prime, come concorrente, un maschio che “si sentisse” donna?

                Insomma, una simile visione, secondo molti, non rispetta la peculiarità dell’identità femminile e i suoi spazi propri. Nel documento delle associazioni femministe si osserva: «Il “genere” in sostituzione del “sesso” diviene il luogo in cui tutto ciò che è dedicato alle donne può essere occupato dagli uomini che si identificano in “donne” o che dicono di percepirsi “donne”».

                Tutto questo merita un ulteriore approfondimento, ma è sufficiente a evidenziare che, sullo sfondo del rapporto tra «sesso» e «identità di genere», si pongono dei problemi reali e che far diventare legge dello Stato un testo che non sembra prenderli in considerazione – ma a cui ci si potrà appellare per altre possibili e imprevedibili applicazioni – è quanto meno un’imprudenza.

                L’applicazione educativa della «identità di genere». Ci sono poi perplessità che riguardano più in generale la corrispondenza della teoria dell’«identità di genere» alla struttura dell’essere umano, per il quale la corporeità – di cui la caratterizzazione sessuale è elemento essenziale – non rappresenta un involucro esteriore secondario, rispetto alla sua identità, ma entra a costituirla. Noi non «abbiamo» un corpo, «siamo» il nostro corpo. Ed esso non è un frammento di materia amorfa, indifferente per il nostro destino, ma esprime in ogni sua manifestazione la nostra personalità. Questa considerazione assume un particolare rilievo in ambito educativo. Il DDL Zan istituisce una «Giornata contro l’omofobia», che prevede interventi nelle scuole di ogni ordine e grado e sulla cui scia si moltiplicheranno probabilmente analoghe iniziative. L’idea è in sé in linea con la necessità di superare un clima diffuso di discriminazione nei confronti dei «diversi». Il punto critico semmai riguarda le modalità della sua realizzazione. Non è irragionevole supporre che gli istituti scolastici facciano tesoro del materiale già elaborato appositamente per la formazione degli insegnanti in questo campo. E questo materiale già esiste.

                Alcuni anni fa, su commissione di un ufficio governativo, l’UNAR, l’Istituto Beck ha elaborato, con la collaborazione delle associazioni LGBT, tre opuscoli – uno per ogni diverso livello di scuola – con l’unico titolo Educare alla diversità nella scuola, destinati ad essere distribuiti a tutti gli insegnanti (in realtà la distribuzione fu poi bloccata nell’aprile del 2014, da una decisione del MIUR, dopo che il quotidiano dei vescovi Avvenire aveva denunciato la problematicità del loro contenuto). Lo scopo era di combattere ogni forma di discriminazione dei «diversi», con particolare riferimento all’aspetto sessuale.

                Proprio in questa polarità veniva infatti individuata la matrice della violenza. Da qui la necessità di superarla: «Nella società occidentale si dà per scontato che l’orientamento sessuale sia eterosessuale. La famiglia, la scuola, le principali istituzioni della società, gli amici si aspettano, incoraggiano e facilitano in mille modi, diretti e indiretti, un orientamento eterosessuale. A un bambino è chiaro da subito che, se è maschio, dovrà innamorarsi di una principessa e, se è femmina, di un principe. Non gli sono permesse fiabe con identificazioni diverse» (Istituto Beck, Educare alla diversità a scuola. Scuola primaria, p.3).

                Neutralizzare anziché educare al rispetto. Per rimediare a questa situazione, negli opuscoli in questione si raccomandava agli insegnanti, fin dalla scuola primaria, di «non assegnare attività diverse a seconda del sesso biologico, di «non usare analogie che facciano riferimento a una prospettiva etero-normativa (cioè che assuma che l’eterosessualità sia l’orientamento «normale», invece che uno dei possibili orientamenti sessuali)» di far capire ai bambini/ragazzi/adolescenti che «i rapporti sessuali omosessuali sono naturali», equiparandoli sistematicamente a quelli etero: «Quindi potremmo ribaltare la domanda chiedendoci: “i rapporti sessuali eterosessuali sono naturali?”» (ivi, p.23). Si chiedeva inoltre di far sempre riferimento, nell’attività didattica, alla famiglia gay, perfino nel proporre di problemi di matematica. Per esempio: “Rosa e i suoi papà hanno comprato tre lattine di tè freddo al bar. Se ogni lattina costa 2 euro, quanto hanno speso?”» (ivi, p.6). Si tratta di una linea che per superare l’innegabile proliferare della violenza nei confronti dei «diversi», piuttosto che educare al rispetto della diversità, punta sulla sua neutralizzazione, promuovendo l’idea che la polarità sessuale maschio-femmina è irrilevante. Da qui l’impegno sistematico, sul piano educativo, a sganciare l’«identità di genere» dalla corporeità, affidandola unicamente all’ esperienza soggettiva di singoli.

                Dal punto di vista pedagogico ci si potrebbe chiedere se sia opportuno caricare di un simile problema personalità ancora molto acerbe (si comincerebbe fin dalla scuola primaria), in una fase della vita in cui l’identità sessuale ha ancora bisogno di definirsi e il riferimento alla propria caratterizzazione sessuale in senso biologico è molto importante. Ma, più in generale, si tratterebbe di una «rivoluzione culturale», a cui la codificazione giuridica della «identità di genere» contenuta nel DDL Zan darebbe la sua copertura, senza che questo concetto sia stato mai veramente discusso e accettato democraticamente. Giusta o sbagliata che sia questa concezione della persona e della sessualità, non si rischia di introdurre, così, surrettiziamente, un’ideologia di Stato, contro le logiche di una società veramente pluralista?

                Sono domande che meritano quanto meno una riflessione. Per non affidare una scelta così gravida di conseguenze all’onda emotiva dell’opinione pubblica e alle pressioni degli influencer.

                Prof. Giuseppe Savagnone,                        tuttavia.eu         i chiaroscuri 10 luglio 2021

per 41 anni docente di storia e filosofia nei licei statali, dal 1990 direttore dell’Ufficio diocesano della Pastorale della cultura di Palermo                         www.tuttavia.eu/2021/07/10/identita-genere-ddl-zan-problemi

www.settimananews.it/societa/identita-genere-nodi-problematici

 

L'ambiguità toglie al testo la natura universalistica

                Caro direttore,                                                 la Nota vaticana del 17 giugno scorso ha mostrato a tanti di noi come siano necessari punti prospettici esterni perché un chiuso mondo di persone 'aperte' veda di nuovo ciò che la sua intenzione innovativa gli nasconde. La stretta tecnicità concordataria non impedisce anzi fa cogliere un dato centrale: il ddl Zan investe il sistema scolastico (vedi art. 7 comma 3: «Le scuole provvedono alla attività di cui al comma 1 e 2», e art.8) perché usa condivise preoccupazioni di tutela del mondo lgbt per universalizzarne la dottrina o ideologia. Ed è chiaro che giudicare e comunque distinguere tra relazioni sessuali e relazioni omosessuali non è né pregiudizio né discriminazione né induce a violenza. I violenti sono responsabili di se stessi.

                Vediamo meglio. Il testo Misure di prevenzione e contrasto presenta dieci articoli. I suoi nodi di consistenza sono: 1. le cosiddette Definizioni (art.1), 2. le formule di integrazione, 3. degli indirizzi di promozione.

                1) Si è fatto finta di considerare le Definizioni dell’art. 1 come neutre. Sono semplicemente dottrina lgbt. Dice infatti il ddl (comma 'a'): il sesso è da intendere o quello biologico o quello anagrafico, supponendo che possano non coincidere. Ma nella autodichiarazione del sesso è necessaria univocità; sottintendere «sono uomo/donna anche se risulto donna/uomo» è un non senso ai fini dell’ordinamento.

                Al comma 'b' si legge: «Per genere si intende qualunque manifestazione esteriore della persona», conforme o difforme dalle attese sociali in ordine al sesso: si tratta di malintesa sociologia. Ho insegnato questa materia all’Università per decenni e mi permetto di essere franco. È una tesi classica che un ruolo possa essere definito dal fascio delle aspettative sociali che vi corrispondono. E trova il suo significato nella corrispondenza effettiva tra le attese e le condotte di ruolo (tecniche e morali). Un ruolo di insegnante (esempio ricorrente) può essere definito dalla somma delle distinte attese degli allievi, dei genitori, dell’istituzione scolastica. In questa prospettiva l’insegnante che non vi corrisponda viene sanzionato; oltre una soglia di inadempimento l’insegnante non esiste più. È sempre stata evidente sia l’acutezza sia l’insufficienza della definizione funzionalistica che identifica ruolo e soggetto morale. In ogni caso, però, gli oneri del ruolo non possono essere ignorati. Ora, definire il «genere» come manifestazione («esteriore» è pleonastico) conforme o contrastante con le «aspettative sociali connesse al sesso» aggrava l’indeterminatezza del comma 'a', e non serve ad alcuna identificazione, neppure a quella del soggetto omo-trans-bi-sessuale: per identificarsi dovrà essere conforme almeno alle «attese connesse al sesso» del suo ambiente.

                Il legislatore intende chiarire la concezione lgbt? Si dica allora che sesso, genere, identità, sono intese e vissute così – come nell’art.1 – da un individuo che vi aderisce. E si chieda tutela per tale quadro ideologico, entro i confini del lecito. Infatti il legislatore deve riservarsi di valutare la legittimità della imposizione a terzi (per esempio, a minori) delle difformità dalle condotte attese riguardo al sesso biologico.

                Quanto al comma 'c 'ove si definisce l’orientamento sessuale come l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti dell’altro sesso, dello stesso sesso, di ambedue i sessi (supponendo, dunque, che si possano univocamente individuare) negherei drasticamente che si possano considerare sessuale e affettivo come equivalenti o fungibili. Tutti abbiamo attrazione affettiva per uomini come per donne; è una delle componenti profonde dell’amicizia e, salvo che per desuete posizioni pansessualistiche, non significa attrazione sessuale. Nelle relazioni del genere 'amicizia' il possibile slittamento da affettività ad attrazione e pratica erotica viene nel soggetto morale rigorosamente sorvegliato ed evitato. Sul polo opposto, cercare un partner per 'fare sesso' non ha a che fare con l’affettività. Anche questo comma dell’art. 1 tende dunque, deliberatamente, a confondere le acque in sede culturale e normativa.

                Il comma 'd' (identità di genere) conferma lo studiato relativismo dell’art. 1. L’identità di genere sarebbe l’identificazione di sé (in relazione al genere) come percepita e come manifestata da un soggetto, anche se non corrispondente al sesso (biologico o anagrafico?). Ora, si è visto, il genere è «qualunque manifestazione della persona in relazione al sesso, conforme o difforme (d)alle attese sociali». Quindi l’«identità di genere» corrisponde a come qualcuno si identifica (ovvero si percepisce e si manifesta) in ogni relazione liberamente difforme col sesso proprio e altrui. Questa estrema soggettività vagamente 'neo libertina' dovrebbe esser elevata a paradigma antropologico; troppo per una (opportuna) tutela di minoranze. Vedo che diversi giuristi lo hanno rilevato, da Carlo Cardia a Giovanni Maria Flick a Cesare Mirabelli.

                2. Quanto alla formula di integrazione degli articoli del Codice penale, facciamo un po’ di analisi logica nella incerta sintassi del ddl. La modifica dell’art. 604bis chiede che integrino illecito la «propaganda di idee (…) , (la) istigazione a delinquere (…) e (gli) atti discriminatori e violenti (…) fondati su sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere (…)». Propaganda, istigazione a delinquere, e determinati atti, tutti si descrivono «fondati su»: non è buona prosa giuridica. 'Fondato' significa tutto e il suo contrario. Si dovrebbe precisare almeno: 'atti ecc. volti a discriminare o colpire persone portatrici di identità o di orientamenti sessuali difformi dalle comuni aspettative sociali connesse al sesso'. Il ddl Zan non dice la diversità anzi la 'normalizza' con le Definizioni di art.1. Ma non si può giocare affermando a un tempo che la diversità è legittima e che quella diversità è solo nella testa dei suoi 'odiatori'. Una deprecabile pubblicità governativa mostra un miserabile stralunato che si indigna del bacio sulla bocca tra due giovani, serene e ben messe, accanto a lui. Evidentemente questo si pensa ormai (in un Ministero) del comune senso del pudore; il passo successivo è un TSO a quello scarto di società che dissente. E a questo proposito: la legge auspicata è designata correntemente come anti- omofobica e conserverà tale profilo. La terminologia è esplicitata all’art. 7 ove si propone una «giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia». Non si avverte che i composti con la terminazione fobia/fobico attribuiscono un connotato psicopatologico all’atteggiamento di opposizione a ciò che è designato dal vocabolo qualificante, esempio omo[ sessualità]-fobia? Le definizioni tecniche di fobia, se non quelle metaforiche, assegnano il fobico alla categoria dei soggetti affetti da paure irrazionali durature e ne prevedono trattamenti terapeutici. Ora, invece, non deve esservi dubbio che i comportamenti sessuali lgbt, negativamente sanzionati dalle tavole di valori delle culture storiche mondiali, sono suscettibili di motivate interdizioni. Depenalizzare oggi (e proteggere) quei comportamenti non è celebrarli o renderli esemplari o desiderabili.

                La natura ambigua dei testi toglie al ddl Zan quella qualità universalistica che una legge esige. La pretesa, poi, di investire dell’ideologia lgbt i programmi scolastici è irricevibile. Ogni riga del ddl estranea all’obiettivo della semplice tutela va cancellata. Un Parlamento è sovrano (costituzionale) ma è anche succube delle proprie maggioranze; non detti regole alla ragione e non decida dei fondamenti culturali. L’incostituzionalità della legge che ne deriverebbe è quasi una certezza.

Pietro de Marco, sociologo, Università di Firenze

www.avvenire.it/opinioni/Pagine/lambiguit-toglie-al-testo-la-natura-universalistica  

 

Ddl Zan. Fassina: «Il gender va tolto dal testo»

Intervista al deputato Leu che si ritrova in minoranza a sinistra

                Non è d’accordo con il suo campo politico. Non è d’accordo con la gara a forzare la mano sul ddl Zan condotta da Pd e M5s al Senato. Lo dice apertamente Stefano Fassina, [laurea in discipline economiche e sociali, economista] deputato di Leu [Liberi e Uguali], a costo di ritrovarsi in ultra-minoranza a sinistra (ma non sarebbe la prima volta): «Ho votato la legge alla Camera sulla base di elementi che oggi non esito a definire insufficienti. Ma dopo, nei mesi successivi, ho riscontrato l’assoluta fondatezza dei rilievi critici. Ho letto e condiviso le preoccupazioni sul versante femminista di Marina Terragni e Francesca Izzo, gli appelli di Arcilesbica a cambiare la legge, i pareri di giuristi di diverso orientamento culturale ma concordi nell’indicare criticità oggettive. E penso che sia un grave errore, in democrazia, fare una legge senza ascoltare».

                Il punto centrale su cui intervenire?

                La questione fondamentale è che l’articolo 1 contiene una visione antropologica. E una visione antropologica non può essere legge dello Stato. Il rafforzamento necessario e urgente della normativa antidiscriminatoria non può essere legato, mi ripeto ancora per essere più chiaro possibile, ad una visione antropologica.

                Dove si trova la visione antropologica nell’articolo 1?

                Nella definizione di identità di genere. È una definizione che va espunta dalla legge. Non si può assoggettare ad una norma penale una pur legittima visione del superamento della dualità uomo-donna. Si rischia un arretramento di cultura politica.

                E il 4 e il 7?

                Se si elimina l’identità di genere, l’articolo 4 si può anche evitare. Alla Camera è stato introdotto per rispondere alle critiche che venivano dal centrodestra sul rischio di un reato di opinione, se togli quella definizione l’articolo si può rimuovere con tutto il suo portato di arbitrio giurisdizionale.

                Vale lo stesso discorso per l’articolo 7?

                Togliendo dalla legge l’identità di genere, la Giornata contro la discriminazione omo-transfobica diventa "praticabile" anche per quella componente del sistema pubblico dell’istruzione che reclama legittimamente la violazione della propria libertà di avere una propria idea di persona. Anche la questione posta dalla Chiesa cattolica avrebbe una risposta.

                Ormai opinioni come la sua si trovano a destra, a sinistra e al centro: perché il Pd tira dritto?

                È da settimane che provo a dare il suggerimento di mediare e trattare. A mio avviso il Pd doveva giocare all’attacco e intestarsi l’accoglimento di una parte dei rilievi posti, chiedendo contestualmente un impegno pubblico in Senato da parte di tutte le forze di maggioranza, con l’obiettivo di una terza lettura immediata alla Camera. La strumentalità di alcune forze politiche non giustifica questo arroccamento del Pd su un errore che è di merito.

                Il Pd ha strozzato il dibattito interno?

                Intanto c’è un errore anche in termini di democrazia costituzionale: chi difende la centralità del Parlamento, su temi delicati come i diritti e le libertà deve sapere ascoltare e costruire un consenso che vada oltre la strettissima maggioranza. Poi sì, certo, sono sincero, mi aspettavo un dibattito molto più aperto nel Pd.

                Così ha voluto Letta?

                Sulla legge Zan Letta ha trovato un percorso molto avanzato. Penso che il segno della sua segreteria dovrebbe puntare a ricostruire l’autonomia culturale e la credibilità politica del Pd sui diritti sociali, non inseguire derive transumaniste sui diritti civili.

                Vale anche per Leu in cui lei milita...

                Certo, quanto rilevato per il Pd vale a maggior ragione per la sinistra fuori dal Pd.

Marco Iasevoli                 Avvenire 7 luglio 2021

www.avvenire.it/attualita/Pagine/ddl-zan-fassina-il-gender-va-tolto-dal-testo

 

Omofobia. Visione antropologica e leggi dello Stato

                Nel dibattito profondo e appassionato circa la legge contro l’omo-transfobia per chi cerca di pensare e far pensare si pongono delle questioni fondamentali, che superano il livello politico- partitico e giuridico-legislativo. E il teologo non le può accantonare assistendo dalla finestra al susseguirsi degli eventi. Tanto più che egli è, e non può non essere, cittadino consapevole della propria appartenenza alla città di Dio e a quella degli uomini, senza confusione, ma anche senza separazione, come recita il Concilio di Calcedonia. Una recente intervista ↑ a Stefano Fassina, intellettuale e parlamentare di sinistra, ha messo in luce un nodo teorico decisivo: «La questione fondamentale è che l’articolo 1 [dell’attuale disegno di legge] contiene una visione antropologica. E una visione antropologica non può essere legge dello Stato. Il rafforzamento necessario e urgente della normativa antidiscriminatoria non può essere legato, mi ripeto ancora per essere più chiaro possibile, a una visione antropologica» (Avvenire 7 luglio 2021).

                Che cosa è in gioco, se non l’umano, che si caratterizza per il passaggio (in questa terra) di un 'io' in una corporeità, fisica e determinata, il cui realismo non può essere facilmente eluso a favore di un soggettivismo indiscriminato? Viene dunque alla ribalta la discussione sulla 'persona', sui suoi inalienabili diritti e doveri, ma anche sulla visione che la società e lo Stato sono chiamati a esprimere di questa singolarità inviolabile, di cui la legge dovrebbe garantire in primo luogo la sussistenza, condannando ogni forma di violenza nei suoi confronti.

                Tuttavia, all’argomentazione del deputato, si potrebbe obiettare il fatto che in ogni caso una legge ha alle sue spalle una visione antropologica, persino le leggi più curvate sull’economico. E di questo abbiamo tutti, da intellettuali e da credenti, il dovere di continuare a discutere. Questa sottolineatura mi conduce al nocciolo della riflessione. Proprio perché dell’umano si tratta, e dell’uomo in quanto persona, ogni volta che ci si accinge a formare una legge, come cittadino non della città celeste, ma di questa stupenda nazione che è l’Italia, mi sento garantito dalla Costituzione repubblicana, che agli articoli 55 e 70 afferma il bicameralismo e l’«esercizio collettivo» (art. 70) del potere legislativo.

                E questo perché rispettosa della complessità delle questioni e dei risvolti antropologici che esse mettono in campo di volta in volta. Problematiche che hanno bisogno di tempo di riflessione, di dialogo e di dibattito. La sapienza dei padri della Repubblica tende a mettere in guardia dalla fretta e dal prendere decisioni istantanee (tutto e subito!), quando invece si richiede tempo e matura riflessione. Nella fattispecie, come direbbero i giuristi, alla cui categoria non appartengo affatto, ma che mi interpella come cittadino, blindare un testo legislativo nel passaggio da una camera all’altra non è per nulla rispettoso della Costituzione. Se ciò può accadere (per esempio, nel caso della fiducia posta dall’esecutivo), non è questo il caso, in quanto il premier ha detto che la questione è del Parlamento (ossia delle due Camere), non del Governo in carica e neppure della sola Camera che l’ha già votata. Tirare la giacca al Senato o blindare il testo con il diktat: 'o prendere o lasciare!', significa non aver compreso né la posta in gioco, né l’ordinamento della nostra Repubblica. Cerchiamo pertanto di essere democratici nella vita e non solo nell’etichetta partitica

Giuseppe Lorizio, ordinario di Teologia fondamentale p. Università Lateranense  Avvenire 8 luglio 2021

www.avvenire.it/opinioni/Pagine/visione-antropologica-e-leggi-dello-stato

 

Ddl Zan, bastano tre piccole modifiche

                Caro direttore, memore dei comuni trascorsi nel Ppi, ho rivolto un appello a Enrico Letta a non dimenticare lo stile del popolarismo: basta muro contro muro, basta mortificare giuste istanze di libertà civili con imposizioni ideologiche, basta rifiutare il dialogo e il confronto per tatticismi politici. Basterebbero tre piccole modifiche al ddl Zan per disinnescare le armi dell'odio fazioso: prudenza sul 'genere d'intenzione', punibilità delle condotte realmente omofobe e lasciare le scuole fuori dalla propaganda ma attente a raccogliere e articolare senza costrizioni normative le sfide del rispetto della dignità della persona e della convivenza civile. Tre modifiche, tre. Per superare rischi di incostituzionalità, violazioni dei diritti individuali e magari anche del Concordato. Tre modifiche, tre.

  1. Art. 1, comma 5, eliminare «d) per identità di genere si intende l'identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall'aver concluso un percorso di transizione ».
  2. Art. 4, comma 1 sostituire le parole «purché non idonee a determinare il pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti» con le parole «purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori e violenti».
  3. Art. 7, eliminare il comma 3 «In occasione della Giornata nazionale contro l'omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia sono organizzate cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile per la realizzazione delle finalità di cui al comma 1. Le scuole, nel rispetto del piano triennale dell'offerta formativa di cui al comma 16 dell'articolo 1 della legge 13 luglio2015, n. 107, e del patto educativo di corresponsabilità, nonché le altre amministrazioni pubbliche provvedono alle attività di cui al precedente periodo compatibilmente con le risorse disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica».

Vito Rizzo, avvocato       Avvenire            6 luglio 2021

www.scienzaevita.org/wp-content/uploads/2021/07/6-V.-Rizzo-Avvenire-1.pdf

                              

Un disegno di legge sbagliato si cambia e il ddl Zan può essere ben corretto

                Gentile direttore,                            tra le dichiarazioni pubbliche sul ddl Zan mi hanno colpito, per stringente logica e apertura all’esperienza umana elementare, alcune di persone lontane (apparentemente) dalla cultura cattolica, con le quali ho avuto trascorsi di dissenso su altre questioni. Piergiorgio Odifreddi, laicissimo studioso e tenace difensore dell’ateismo, sulla cosiddetta 'ideologia gender' riconosce che «la legge decreterebbe di una profonda cesura tra la percezione psicologica di un individuo e la sua realtà fisiologica: la prima deve essere naturalmente tutelata e difesa, perché ciascuno ha diritto di avere le opinioni e i sentimenti che desidera, ma la seconda non può semplicemente essere negata o rimossa, perché anche i fatti hanno i loro diritti». Sulla differenza tra i sentimenti e desideri affettivi e la realtà della identità-differenza sessuale, cita un esempio che volentieri offrirei io stesso ai miei allievi: «Nessuno si sogna di negare a un ottantenne il diritto di sentirsi un ventenne, o viceversa, ma questo non significa che allora dobbiamo tutti dire, o addirittura insegnare nelle scuole, che non esistono l’età biologica o il tempo, e che non possiamo misurarli». Il presidente del Partito comunista italiano, Marco Rizzo, anch’egli non certo a favore di uno Stato confessionale, dice che «è una legge costrittiva, e io rivendico il mio diritto di esprimere una opinione contraria supportata da fatti». All’opposto, uomini vicini al cattolicesimo per storia e per impegno civile e politico, sembrano non rispondere, agli appelli che vengono lanciati per modifiche realiste e ragionevoli. Senza dare giudizi che competono a un Altro vorrei invitare a coltivare una ragione politica sempre aperta e ad accogliere e valorizzare ogni accento di verità. Lo Spirito Santo suscita semi di verità ovunque e, con la libertà divina, anche in coloro che non lo (ri)conoscono.

                don Roberto Colombo, Università Cattolica

 

                Gentile direttore,                                          ho cercato di seguire in questi mesi il dibattito sul ddl Zan su varie testate giornalistiche. Senza dubbio gli interventi ospitati su 'Avvenire' hanno il pregio di proporre una visione più sfaccettata della questione, più problematica, e questo è decisamente un pregio. Tuttavia ho l’impressione che manchi qualcosa di essenziale per un cristiano: la carità. Anche negli articoli di cronaca e di opinione degli ultimi giorni, successivi alla nota del Vaticano, ho trovato molte idee, ma appunto idee; un dibattito acceso, il desiderio (del tutto legittimo e ragionevole) di mostrare le criticità del disegno di legge e le sue ambiguità, con tutti i potenziali rischi che esse comportano, ma non volti, persone, storie. E quando parlo di volti, persone, storie, intendo riferirmi a tutti quei fratelli e quelle sorelle che, per il modo in cui vivono la propria sessualità, sono vittime di pregiudizi, scherno, offese, se non violenze psicologiche e fisiche. Non c’è bisogno di affannarsi a cercare esempi di questo, purtroppo la realtà ne abbonda. E, dispiace dirlo, atteggiamenti discriminatori o di dileggio e fastidio non sono poi così rari in casa cattolica. Allora, direttore, la prego, portiamo avanti due impegni: quello a migliorare una legge che ha ampi margini di ambiguità, ma anche quello di sollecitare un pronto, efficace intervento del legislatore in difesa di tutti e tutte coloro che soffrono ingiustamente. Perché certo soffrire per il proprio orientamento sessuale è ingiustizia di cui dovremo rendere conto, a Dio e alle generazioni future.

                               Giovanna Giuliodori, Ancona

                Caro direttore,                                 mi perdoni se entro nella questione Santa Sede-ddl Zan: so bene di non avere nulla da aggiungere a quanto 'Avvenire' ha già illustrato, e non da ieri. Ma c’è un aspetto che vorrei evidenziare. Mi riferisco ad accenti, che non saprei definire se non sovranisti ('Non accettiamo ingerenze straniere!') che abbiamo visto provenire da esponenti di certe forze, che della lotta al sovranismo fanno una delle loro principali bandiere. E poco importa se la 'ingerenza' non è che un richiamo, a quanto risulta istituzionalmente garbato, al rispetto di un Trattato liberamente sottoscritto dal nostro Paese; trattato che peraltro il nostro Paese – tutto, non solo una parte – ritiene di fondamentale importanza, se è vero che ne fa esplicita menzione nella Costituzione della Repubblica, all’art. 7. Se l’uso, così grossolanamente improprio, del concetto di 'ingerenza' provenisse solo da celebrità dello spettacolo, che non sono tenute a studiare Diritto, sarebbe meno triste; ma abbiamo purtroppo letto o sentito esponenti politici e illustri giuristi, che certo devono possedere migliori criteri di giudizio. Un’ultima annotazione: riguardo a certo entusiasmo a corrente alternata verso la Chiesa. Si manifesta solo quando le sue affermazioni coincidono con le nostre, già sappiamo. Al prossimo intervento a favore di migranti e profughi, il «luminoso faro spirituale» ridiventerà il «Papa comunista», e chi oggi lo critica lo applaudirà; e viceversa. E così via… Grazie, direttore, per il vostro prezioso lavoro.

                Luca Fabri, Genzano di Roma

 

                Caro direttore,                                 non sono affetto da alcuna forma di omotransfobia, ero favorevole ai Di. Co. di Rosy Bindi, ho condiviso l’iniziativa che ha portato alla legge sulle Unioni civili, ma continuo a pensare – senza demonizzazioni di sorta – che il matrimonio riguardi, a prescindere da ragioni, diciamo… etimologiche, la coppia uomo-donna, sono nettamente contrario all’«utero in affitto», e sono piuttosto perplesso (solo perché ormai... anzianotto?) a proposito delle adozioni per le coppie o le persone singole omosessuali. Eppure detesto i tentativi di certa destra politica nostrana di imitare talune... 'orbanate'. Ciò detto, mi ritrovo a domandarmi (un po’ retoricamente?): se esprimessi le mie convinzioni sopra elencate in pubblico, rischierei qualcosa, una volta che il ddl Zan venisse approvato nella versione che conosciamo?

                Vincenzo Ortolina, Milano

 

                Propongo oggi in questo spazio di dialogo un bel florilegio di opinioni sul ddl Zan e sul suo esame al Senato. Il punto non è semplicemente la nuova aggravante per omotransfobia prevista (assieme ad altro, come abbiamo spiegato più volte) da quel testo già votato alla Camera, ma l’insieme delle norme proposte, la loro portata effettiva e la loro efficacia. Penso che sia utile leggere queste opinioni per capire a che punto sono dibattito, consapevolezza dei nodi reali e incomprensioni nel Paese reale. Anch’io ho scritto e detto tanto in proposito. E sono lieto del fatto che sulle pagine di 'Avvenire' abbiano potuto dire la loro, con intonazioni differenti, tante voci di persone di diversa visione. Abbiamo lavorato per smontare, torno a dire anche questo con soddisfazione, la caricatura di uno scontro tra 'noi' (i cattolici e i reazionari) e 'loro' (i laici e i progressisti). Ci interessa, da cittadini, che ci sia una buona legge contro l’omotransfobia, non una cattiva legge scritta male, ma mascherata con slogan a effetto... Troppe idee e poche storie di fatti con protagoniste persone omosessuali o transessuali offese, dice la signora Giuliodori. Non è esatto. Anche perché le cronache in questo anno di dibattito sul tema hanno fornito occasioni per raccontarne, di storie, e per rendere chiaro, a chi vuol capire, che la realtà è sempre più complessa e dolorosa di ogni semplificazione e previsione di legge. Per questo non bisognerebbe pensare a educare le persone a colpi di sanzioni penali e non si dovrebbe giocare con leggero pressappochismo con i limiti a libertà fondamentali di tutti, come quella di pensiero e di parola (che non contempla mai l’insulto, la violenza anche solo verbale e la discriminazione e la denigrazione dell’altro). Questo ha sottolineato la Nota presentata dalla Santa Sede al Governo italiano, non al Parlamento che è ovviamente libero di discutere e decidere, e un grande e laico giurista come Natalino Irti lo ha colto e sottolineato in modo limpido su 'Avvenire' del 6 luglio. Su questo avevano avvertito anche i vescovi italiani. Per questo bisognerebbe emendare il ddl Zan e io, come il professore e sacerdote Roberto Colombo, spero che in Senato si sia capaci di farlo. È sbagliata, semplicemente sbagliata una legge penale che non offre fattispecie di reato chiare e che incentiva dubbi come quello sollevato da uomo di grande esperienza politica e amministrativa del calibro di Vincenzo Ortolina. Bisogna fare una legge decente. Continueremo a insistere.

Marco Tarquinio, direttore di Avvenire 7 luglio 2021

www.avvenire.it/opinioni/Pagine/un-disegno-di-legge-sbagliato-si-cambia-e-il-ddl-zan-pu-essere-ben-corretto

 

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Mons. Paglia     www.c3dem.it/wp-content/uploads/2021/07/troppe-discriminazionmi.-la-chiesa-vuole-aiutare-a-combattere-gli-abusi-int-v.-paglia-last.pdf

Zan e migranti          www.c3dem.it/wp-content/uploads/2021/07/zan-e-migranti-i-diritti-non-possono-avere-una-gerarchia-g.-cuperlo.pdf

Perché chiediamo di approvare senza modifiche il ddl Zan                                    www.gionata.org/tag/percheilddlzan

Cronache di ordinaria omofobia                                                                                                                    www.omofobia.org

Lettera docenti universitari      www.lettera150.it/2021/07/08/lettera150-chiede-di-fermare-liter-di-approvazione-del-ddl-zan

Il Foglio          www.c3dem.it/wp-content/uploads/2021/07/la-battaglia-da-combattere-e-per-avere-piu-diritti-non-piu-punizioni-gcarlo-loquenzi-foglio.pdf

Zamagni          www.c3dem.it/wp-content/uploads/2021/07/testo-giusto-nei-fini-non-nel-metodo.-i-giudici-hanno-troppa-discrezionalita-int-st.-zamagni-igiornale.pdf

Bersani            www.c3dem.it/wp-content/uploads/2021/07/nella-lotta-tra-la-scienza-e-lideologia-lgbt-ci-vanno-di-mezzo-i-giovani-int-gius-besani-ord.-psich.-la-sapienza-laverita.pdf

Scalfarotto             www.c3dem.it/wp-content/uploads/2021/07/la-mediazione-sul-ddl-zan-e-un-passo-avanti-non-indietro-ivan-scalfarotto-foglio.pdf

Cei e Vaticano      www.c3dem.it/wp-content/uploads/2021/07/per-il-vaticano-una-legge-imperfetta-e-meglio-del-naufragio-della-zan-marco-grieco.pdf

Pasquino                    www.c3dem.it/wp-content/uploads/2021/07/il-falso-dilemma-della-sinistra-tra-diritti-civili-e-diritti-sociali-gf-pasquino.pdf

Colaianni             www.c3dem.it/wp-content/uploads/2021/07/la-santa-sede-e-il-ddl-zan-sulla-tutela-di-LGBTQ-nic-colaianni-un-bari.pdf

 

Approvare senza modifiche il Ddl Zan: un appello

                Una Lettera aperta, promossa dal portale su fede e omosessualità Gionata e sottoscritto da numerosi gruppi, associazioni, cristiane e non, ma anche da singoli cittadini che chiede alle senatrici e ai senatori italiana un voto favorevole, il prossimo 13 luglio, al Ddl Zan così come presentato, senza modifiche.

                Riportiamo di seguito l'appello con la presentazione del portale Gionata.

www.gionata.org/perche-chiediamo-di-approvare-senza-modifiche-il-ddl-zan-contro-lomotransfobia

                Il ddl Zan arriva finalmente in Senato dopo una discussione e una contrapposizione politica che spesso ha perso di vista la finalità di questa proposta di legge che vuol permettere, anche in Italia, la “prevenzione e il contrasto della discriminazione e della violenza” causate dall’omotransfobia, dalla misoginia e dall’abilismo (la discriminazione nei confronti delle persone disabili).

                Come cittadini, credenti LGBT e loro genitori, gruppi, associazioni cristiane e non, ed operatori pastorali che conoscono da vicino la condizione delle persone LGBT+ abbiamo deciso di lanciare un ultimo appello ai nostri rappresentanti che siedono in Senato per spiegargli perché consideriamo importante approvare, senza modifiche, questa legge.

                            Onorevoli Senatrici e Senatori della Repubblica Italiana,

come cittadini, credenti LGBT e loro genitori, gruppi, associazioni cristiane e non, ed operatori pastorali che conoscono da vicino la condizione delle persone LGBT+ riteniamo che il Parlamento italiano debba approvare al più presto il disegno di legge Zan per la “prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identita? di genere e sulla disabilita?”.

                Consapevoli della complessità del tema in oggetto e delle perplessità espresse anche in ambito ecclesiale, tuttavia riteniamo che uno stato laico debba comunque rispondere ad un urgente bisogno di tutela di tutte le persone, comprese le persone LGBT+. In questo caso riteniamo che il ddl Zan sia al momento lo strumento più adeguato.

                In Italia dal 2013 ad oggi sono state registrate già ben 1285 vittime della violenza dell’omotransfobia, di cui 191 solo quest’anno (Dati aggiornati al 5 luglio 2021 tratti da www.omofobia.org). Siamo dell’opinione che la mancata approvazione del ddl, per queste persone e per la società italiana, certamente comporterebbe un danno molto maggiore rispetto agli eventuali inconvenienti, su cui si potrà intervenire in seguito grazie ad un confronto schietto e fecondo.

                In particolare siamo convinti che le varie definizioni presenti nell’art. 1, circa “sesso”, “genere”, “orientamento sessuale” e, in particolare, “identità di genere” siano opportune, pur nella loro complessità; come complessa è la realtà esistenziale che descrivono. Raccogliere tutti questi significati nell’unico concetto di “sesso”, come suggerito da un noto costituzionalista, non renderebbe giustizia alla realtà diversificata delle persone che il ddl intende tutelare.

                In particolare riteniamo che sia da confermare la dicitura “identità di genere”, compresa la sua definizione, perché possa davvero essere rappresentata la realtà delle persone transessuali che abbiano o meno concluso il percorso di transizione.

                Conosciamo queste persone e i loro familiari, e per questo possiamo affermare che, considerare il sesso biologico attribuito alla nascita come l’unica possibilità per loro di identificare se stesse, pensare quindi che la percezione di sé non definisca anch’essa oggettivamente la realtà esistenziale del soggetto, rappresenta per noi una grave offesa alla persona; spesso vissuta come violenza, fino al suicidio.

                Le persone transessuali esistono, anche per l’ordinamento giuridico italiano almeno fin dalla sentenza n. 161 del 1985 della Corte Costituzionale; nonché la sentenza 221 del 2015 in materia di rettificazione di attribuzione di sesso.

                Poi, circa il paventato pericolo di limitare la libertà di espressione, riteniamo che l’art. 4 offra a chiunque sufficienti garanzie, tra l’altro già assicurate dalla Costituzione.

                Circa l’art. 7, che non intende altro che promuovere una educazione al rispetto di ogni persona nella sua diversità affettiva e sessuale, a nostro parere non introduce nessuna dittatura ideologica: l’attenzione alle circostanze concrete di tempo, luogo, opportunità e risorse espressa nello stesso articolo, fa della giornata del 17 maggio una vera occasione di educazione al rispetto sociale per le generazioni più giovani.

                Ecco perché come cittadini, credenti LGBT e loro genitori, gruppi, associazioni cristiane e non, ed operatori pastorali che conoscono da vicino la condizione delle persone LGBT+, riteniamo in coscienza di dover dare la nostra convinta adesione al disegno di legge così come è stato proposto dall’onorevole Alessandro Zan, primo firmatario.

Con stima, i sottoscrittori                                          www.adista.it/articolo/66322

                Coordinamento teologhe                                                                                                                      ww.c3dem.it/wp-content/uploads/2021/07/e-scaduto-il-tempo-degli-indugi.-noi-teologhe-davanti-al-ddl-zan-cons-presid-cti.pdf

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RICONOSCIMENTO

Figli: negato il riconoscimento al padre prevaricatore

Corte di Cassazione, prima sezione civile, ordinanza n. 18600, 30 giugno 2021

www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_42299_1.pdf

                Per la Cassazione, ai fini del riconoscimento di una minore, occorre tenere conto della condotta prevaricatrice del padre verso le donne, frutto di un modello culturale

                Madre si oppone al riconoscimento della figlia da parte del padre. Il giudice chiamato a pronunciarsi sul secondo riconoscimento di un minore, se l'altro si oppone adducendo motivi gravi e irreversibili, è tenuto, ai fini del decidere, a bilanciare necessariamente il diritto del genitore a riconoscere la figlia con l'interesse di quest'ultima a uno sviluppo sano e armonioso. Valutazione che nella vicenda decisa con ordinanza n. 18600/2021 della Cassazione non è stata compiuta dalla Corte di Appello, la quale non ha tenuto conto della condotta violenta, minacciosa e prevaricatrice dell'uomo nei confronti della famiglia e della madre di sua figlia, la cui salute psico fisica prevale sul diritto del padre al riconoscimento della sua genitorialità.

                La vicenda processuale. Il giudice di primo e di secondo grado autorizzano un padre nel procedere al riconoscimento della figlia, non rilevando i gravi ostacoli addotti invece dalla madre. Per la Corte di Appello in particolare non sussiste "il rischio di un pregiudizio concreto e attuale per la minore" poiché l'uomo è vero che ha tentato di far interrompere la gravidanza alla ex compagna e ha abitudini di vita e lavorative precarie, ma queste sono problematiche che interessano più la madre che la figlia. Ai fini del riconoscimento non rileva neppure la minaccia dell'uomo di portare via la bambina e farla allevare dalla madre, secondo i dettami della religione musulmana perché il riconoscimento non incide sull'affidamento, il mantenimento, l'istruzione, l'educazione e la gestione degli interessi patrimoniali della minore.

                Rileva la condotta minacciosa e violenta dell'uomo. La madre, poco convinta delle ragioni su cui si fonda la decisione della Corte di Appello, ricorre in Cassazione sollevando i seguenti motivi:

  1. con il primo e il secondo si duole della violazione della Convenzione di New York del 1989 perché la Corte ha trascurato un fatto decisivo ai fini del decidere, che è rappresentato dalla condotta minacciosa e violenta dell'uomo, espressa nei confronti della famiglia e della bambina e idonea come tale "a vincere la presunzione di interesse della minore al secondo riconoscimento da parte del padre";
  2. con il terzo fa presente invece che la Corte ha deciso senza tenere conto delle prove documentali e orali ammesse in primo grado.

                Il Procuratore Generale, per il quale il ricorso deve essere accolto, rileva la mancata indicazione da parte della Corte delle ragioni per le quali il secondo riconoscimento da parte del padre nei confronti della figlia, deve ritenersi rispondente all'interesse di quest'ultima di crescere in modo armonioso e sereno, nel rispetto del pieno bilanciamento tra interesse alla stabilità dei rapporti familiari e verità biologica.

                La salute psicofisica del minore prevale sul diritto al riconoscimento. Per la Corte di Cassazione le censure sollevate dalla madre sono fondate, per cui il ricorso viene accolto. La Corte ribadisce infatti che "il secondo riconoscimento, ove vi sia opposizione da parte dell'altro genitore che per primo abbia proceduto al riconoscimento, può essere sacrificato solo in presenza di motivi gravi ed irreversibili, tali da far ravvisare la probabilità di una forte compromissione dello sviluppo psico fisico del minore." La Corte riafferma inoltre che il giudice, nel decidere in merito al secondo riconoscimento, deve procedere al un accertamento concreto dell'interesse del minore tenendo conto delle vicende che lo riguardano in quanto il provvedimento adottato deve avere l'effetto di garantire allo stesso uno "sviluppo armonico dal punto di vista psicologico, affettivo, educativo e sociale." Qualora l'interesse del minore a uno sviluppo sano ed equilibrato rischia di essere pregiudicato allora quello del genitore può essere sacrificato.

                Vero che il giudizio sulla presenza di motivi gravi in grado di ostacolare il riconoscimento è rimesso al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità, nel caso di specie però la ricorrente ha lamentato da parte della Corte di Appello una motivazione del tutto carente e apparente in relazione ai motivi gravi ed irreversibili che, a suo dire, impediscono il riconoscimento da parte del padre. La stessa inoltre non ha valutato l'interesse della minore, che come sottolineato dal PG, deve essere vagliato all'attualità.

                Dalla seconda parte della motivazione emerge poi una grave perplessità della Corte, la quale ha ritenuto i profili di pregiudizio per la minore sollevati dalla madre di minore rilievo rispetto al diritto al riconoscimento, senza tuttavia "verificarne il rilievo, l'effettività, la continuità temporale" in quanto collocati al di fuori del necessario bilanciamento che deve tenere conto prioritariamente dell'interesse del minore. La stessa ha omesso di esaminare l'incidenza sullo sviluppo della minore della condotta violenta e prevaricatrice del padre nei confronti dei famigliari e della madre della bambina "frutto di un modello culturale di rapporti di genere, che doveva essere posta in evidenza nell'operazione di bilanciamento rimessa al giudice di merito in sede di valutazione dell'interesse del minore al riconoscimento.

Annamaria Villafrate     Studio Cataldi   4 luglio2021

www.studiocataldi.it/articoli/42299-figli-negato-il-riconoscimento-al-padre-prevaricatore.asp

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SESSUOLOGIA

Sesso e MTS: quella terribile paura di contrarre l’HIV

                MTS è un acronimo che indica le Malattie Sessualmente Trasmesse. L’Hiv- Human immunodeficiency virus – è il virus che causa l’Aids – Acquired immune deficiency sindrome – ossia la “sindrome da immunodeficienza acquisita”. Il sistema immunitario delle persone malate di Aids è fortemente indebolito a causa di questo virus (Hiv) e non è più in grado di contrastare l’insorgenza d’infezioni e malattie, più o meno gravi, causate da altri virus, batteri o funghi (malattie opportunistiche). La persona contagiata da questo virus viene definita sieropositiva all’Hiv. Inizialmente la persona non presenza alcun sintomo fisico, nella prima fase è un virus asintomatico: spesso è possibile vivere per anni senza alcun sintomo e accorgersi del contagio solo al manifestarsi di una malattia opportunistica.

                Negli anni la ricerca ha fatto enormi passi avanti, ma non è stato ancora trovato un vaccino capace di contrastare il contagio. Dal 1996 sono state introdotte, invece, terapie antiretrovirali, che permettono di ridurre e bloccare la replicazione virale. Queste terapie hanno migliorato la qualità di vita e prolungato la sopravvivenza delle persone sieropositive: permettono alle persone affette da questo virus di portare avanti progetti di vita personali, lavorativi e familiari, inclusa la possibilità di diventare genitori di figli sani.

                Il miglior modo per impedire il contagio del virus dell’Hiv è la condotta: evitare i comportamenti a rischio e attuare le regole del sesso sicuro. I comportamenti a rischio sono:

 

  • i rapporti sessuali penetrativi (vaginali e anali) sono a rischio per entrambi i partner;
  • i rapporti oro-genitali sono a rischio solo per la persona che con la bocca stimola i genitali del partner, mentre chi riceve la stimolazione non si espone ad alcun rischio.

Le regole del sesso sicuro sono:

  • nei rapporti sessuali penetrativi utilizza sempre il preservativo fin da subito;
  • nel praticare la fellatio, ossia la stimolazione orale del pene, usa il preservativo ed evita di ricevere sperma in bocca;
  • nel praticare il cunnilingus, ossia la stimolazione orale dei genitali femminili, utilizza il dental dam, un sottile lenzuolino dentale che mette una barriera tra la bocca e i genitali femminili.

                È importante sapere che il virus dell’Hiv non si trasmette mangiando dallo stesso piatto o condividendo lo stesso bagno, né scambiandosi baci e abbracci: nessun familiare di una persona sieropositiva è stato mai infettato.

                Se hai avuto dei comportamenti a rischio ricordati di fare un test! Da pochi mesi, si possono trovare in farmacia degli autotest che hanno il “vantaggio” della riservatezza assoluta: si compra, si può eseguire quando e dove si vuole, non c’è necessità di interfacciarsi con alcun operatore. Purtroppo, a mio avviso, l’autotest non consente di poter parlare con un esperto che in quel momento potrebbe aiutare la persona a capire meglio quali siano i comportamenti a rischio e a chi rivolgersi per chiedere un aiuto nel “gestire” l’eventuale risultato positivo.

                Quanto aspettare, per fare il test, dopo un possibile rischio? Esiste un tempo, il così detto “periodo finestra” durante il quale il test risulterebbe negativo sebbene si sia stati infettati e si sia capaci di trasmetterlo. In questo periodo, nonostante il contagio e la contagiosità, nell’organismo non è ancora avvenuta la sieroconversione. Purtroppo questo è proprio il periodo di maggiore capacità infettiva, perché la replicazione del virus HIV è in un momento di massimo picco. Il periodo finestra dura mediamente dalle 3 alle 6 settimane, ma sino ad oggi l’indicazione generale è che a 3 mesi si ha la certezza di un eventuale risultato negativo.

Alba Mirabile   psicologa, psicoterapeuta, sessuologa                 

www.studiomirabile.com/sesso-mts-quella-terribile-paura-contrarre-lhiv/

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SINODO

La sinodalità, un cammino di conversione comunitaria

                La sinodalità è fra le principali caratteristiche dell’idea di Chiesa che papa Francesco cerca di promuovere. Ospitiamo a questo proposito l’intervento di Nathalie Becquart, religiosa saveriana, ecclesiologa, recentemente nominata sotto-segretaria del Segretariato Generale del Sinodo dei Vescovi, prima donna con diritto di voto nell’assemblea sinodale.

            La sua riflessione illustra le attitudini umane e spirituali necessarie a realizzare un’autentica pratica sinodale che, al di là della sua regolamentazione e strutturazione formale, rimane essenzialmente un processo: «La sinodalità non è una strada segnata in partenza. Richiede di aprirsi all’inatteso di Dio che, attraverso l’ascolto degli altri, giunge a toccarci, a scuoterci, a modificarci interiormente». Essa non può prescindere da «pastori formati alla sinodalità che esercitano un nuovo stile di leadership – che possiamo caratterizzare come una leadership collaborativa –, non più verticale e clericale ma orizzontale e cooperativa».

               

                Quando ero direttrice del Servizio nazionale per l’evangelizzazione dei giovani e per le vocazioni alla Conferenza dei vescovi di Francia, dal 2012 al 2018, ho partecipato ogni anno, come gli altri direttori di servizio nazionali, all’Assemblea plenaria dei vescovi di Francia a Lourdes, all’inizio del mese di novembre. Nel 2015, abbiamo avuto una serie di incontri sul secondo sinodo dei vescovi sulla famiglia che si era da poco tenuto a Roma. I vescovi francesi delegati al sinodo hanno allora condiviso con i loro confratelli alcune notizie di quella esperienza. Ognuno di loro, in maniera discreta ma reale, ha allora evocato nella sua testimonianza come quel mese di incontri romani, a contatto dei vescovi del mondo intero, avesse modificato il proprio modo di vedere, e convertito. Il cardinale André Vingt-Trois poteva dire con umorismo: «anch’io, un vecchio cardinale ben radicato nelle sue convinzioni, come ben potete immaginare, sono stato scosso da quel sinodo!». Già nel 2012, al ritorno dal sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione, ero stata colpita dall’osservazione di Monsignor Yves Le Saux, vescovo di Le Mans: «Durante il sinodo, abbiamo preso coscienza dei cambiamenti radicali della nostra società [...] della sfida di una conversione pastorale. E abbiamo compreso, noi vescovi, che l’evangelizzazione comincia dalla nostra personale conversione». Poi, nel 2018, avendo l’opportunità di partecipare al sinodo dei vescovi su I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, ne ho fatto io stessa l’esperienza diretta. Il sinodo mi ha profondamente trasformata, ben al di là di quel che avrei potuto immaginare. La sinodalità, vissuta con una disposizione profonda di ascolto dello Spirito e di discernimento, è davvero un cammino di conversione personale e comunitaria. Papa Francesco lo esprime così nel suo ultimo libro di conversazioni sulla crisi attuale: Quel che caratterizza un cammino sinodale è il ruolo dello Spirito santo. [...] Aperto ai cambiamenti e alle nuove opportunità, il sinodo è per ognuno un’esperienza di conversione. La sinodalità non è un cammino segnato in partenza e richiede di aprirsi all’inatteso di Dio che, attraverso l’ascolto degli altri, giunge a toccarci, a scuoterci, a modificarci interiormente. Cammino di discernimento in comune di una assemblea radicata nell’eucaristia che prende coscienza di sé e si mette in strada insieme, la sinodalità è fondamentalmente chiamata alla conversione per elaborare e produrre una comunione missionaria al servizio del mondo. Essa è un processo – un processo spirituale – che si svolge nel tempo. Ha bisogno di un inquadramento e di una struttura ma, in modo più fondamentale, è lo stile peculiare che qualifica la vita e la missione della Chiesa, esprimendone la natura come il camminare insieme e il riunirsi in assemblea del Popolo di Dio convocato dal Signore Gesù nella forza dello Spirito Santo per annunciare il Vangelo. Essa richiede dunque alcune attitudini umane e spirituali che fra poco cerchiamo di esplorare, dopo aver tentato di definire dapprima quel che è la sinodalità.

                Una chiamata a vivere nel respiro della Trinità. La sinodalità è diventata un termine di moda! Nella Chiesa di Francia, molteplici iniziative e pubblicazioni sostengono la realizzazione a tutti i livelli di una Chiesa più sinodale. Con papa Francesco, che ha fatto della sinodalità uno degli assi principali del suo pontificato e il tema del prossimo sinodo dei vescovi, tutti i battezzati sono chiamati a essere promotori e attori della sinodalità. Ma che cos’è propriamente la sinodalità? Quale visione di Chiesa traduce? A quali pratiche chiama? Spesso, per semplificare le cose, si presenta la sinodalità secondo l’etimologia del termine ‘sinodo’ (dal greco sun-odos, ‘strada insieme’), come un camminare insieme all’ascolto dello Spirito. Ma la sinodalità, nozione antica il cui equivalente latino concilium (‘concilio’) designa un’assemblea di vescovi, è una nozione ricca e polimorfa che non ha una definizione completamente stabilita. La sinodalità infatti è un modus vivendi et operandi: Tale modus vivendi et operandi si realizza attraverso l’ascolto comunitario della Parola e la celebrazione dell’Eucaristia, la fraternità della comunione la corresponsabilità e partecipazione di tutto il Popolo di Dio, ai suoi vari livelli e nella distinzione dei diversi ministeri e ruoli, alla sua vita e alla sua missione. Si tratta di uno stile, di una pratica, di una maniera di essere Chiesa nella Storia «a immagine della comunione trinitaria», secondo papa Francesco: la pratica della sinodalità, tradizionale ma sempre da rinnovare, è l’attuazione, nella storia del Popolo di Dio in cammino, della Chiesa come mistero di comunione, a immagine della comunione trinitaria. Come sapete, questo tema mi sta molto a cuore: la sinodalità è uno stile, è un camminare insieme, ed è quanto il Signore si attende dalla Chiesa del terzo millennio. Tale nozione antica caratterizzava di fatto la Chiesa primitiva perché, nei primi secoli, numerosi sinodi e concili locali sono stati organizzati per permettere ai vescovi riuniti di discutere e di discernere le decisioni da prendere in un contesto segnato da controversie e da eresie che occorreva troncare. Insieme allo storico John O’Malley, possiamo unque riconoscere che «da un punto di vista storico, la governance tradizionale della Chiesa era una governance sinodale, vale a dire collegiale».

                Se la sinodalità affonda le sue radici nella Bibbia, e in particolare nel riferimento-fonte spesso citato che è il «concilio» di Gerusalemme, in Atti 15, considerato come il «modello paradigmatico» di tutti i concili successivi, essa è considerata e sviluppata nella sua visione e nella sua riappropriazione moderna come un frutto del Vaticano II. In effetti, la creazione del sinodo dei vescovi nel settembre del 1965 a opera di Paolo VI, in apertura della quarta e ultima sessione del Concilio, si presenta come una espressione della sinodalità e un mezzo per prolungare l’esperienza della collegialità vissuta e auspicata dai Padri conciliari. Se la sinodalità e la collegialità partecipano dello stesso «dinamismo di comunione» costitutivo della Chiesa, si distingue, in senso tecnico oggi, la collegialità, nel senso di collegialità episcopale così come venne reintrodotta dal Vaticano II, dalla sinodalità che non è più ormai l’espressione della sola collegialità episcopale ma implica tutti i fedeli.

                Con papa Francesco, che fa del sinodo dei vescovi uno strumento importante del suo progetto di riforma della Chiesa in vista della sua trasformazione missionaria, la sinodalità assume maggiore ampiezza e si sviluppa come una visione dinamica per la Chiesa, una Chiesa centrata sulla misericordia e chiamata alla conversione permanente. Sinodalità, riforma della Chiesa e conversione sono dunque intrinsecamente connesse. Nell’eucaristia celebrata il 9 novembre 2013 a Santa Marta, papa Francesco evoca così la sfida della Chiesa: «La Chiesa ha sempre bisogno di rinnovarsi perché i suoi membri sono peccatori e hanno bisogno di conversione». La sinodalità porta dunque in sé, nella sua pratica e nella sua attuazione, la chiamata alla conversione personale e comunitaria. Essa è cammino di conversione spirituale e pastorale. Presuppone dunque e richiede attitudini spirituali, si potrebbe anche parlare di una spiritualità della sinodalità che è, di fatto, una spiritualità di comunione, come ben rileva l’importante documento della Commissione teologica internazionale (CTI) sulla «sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa» (2018) nel suo paragrafo su «la spiritualità della comunione e la formazione alla vita sinodale»: «Di qui l’esigenza che la Chiesa divenga “la casa e la scuola della comunione”». Senza una conversione del cuore e dello spirito, e senza un allenamento ascetico all’accoglienza e all’ascolto reciproco, gli strumenti esteriori della comunione sarebbero poco utili e potrebbero anzi trasformarsi in semplici maschere senza cuore né volto.

                Se la saggezza giuridica, ponendo precise regole alla partecipazione, manifesta la struttura gerarchica della Chiesa e scongiura tentazioni di arbitrio e pretese ingiustificate, la spiritualità della comunione conferisce un’anima al dato istituzionale con un’indicazione di fiducia e di apertura che pienamente risponde alla dignità e responsabilità di ogni membro del Popolo di Dio.

                Spiritualità del ‘noi’ ecclesiale. Per permettere di camminare insieme all’ascolto dello Spirito, la sinodalità deve mettere all’opera una pratica del discernimento in comune che «porta a generare e a mettere in atto processi che ci costruiscano come popolo di Dio» e che ha di mira la comunione missionaria. Riassumendo, potremmo dire che la sinodalità significa passare dall’‘io’ al ‘noi’. Ma un ‘noi’ che integra in un approccio inclusivo gli ‘io’ singolari. È un ‘noi’ nel quale ogni ‘io’ è attore. La sinodalità significa ritrovare la priorità del ‘noi’ ecclesiale per servire il bene comune prendendo coscienza che «la vita è un cammino comunitario dove i compiti e le responsabilità sono divisi e condivisi in funzione del bene comune». La sinodalità, che presuppone che tutti i battezzati prendano sul serio il loro battesimo per essere protagonisti degli orientamenti da prendere e attori della missione della Chiesa, viene a risvegliare e rafforzare in noi la dimensione ecclesiale costitutiva della nostra vocazione battesimale. La sinodalità è profondamente connessa a una ecclesiologia del popolo di Dio, radicata in essa e valorizza la pari dignità di tutti i battezzati, tutti pervasi dallo Spirito, tutti chiamati e tutti discepoli missionari. Essa richiede di prendere sul serio il sensus fidei e dunque di ascoltare ognuno. Mi piace sottolineare il ruolo irrinunciabile che in questo processo [sinodale] ricopre il Popolo di Dio. In questo modo il sensus fidei recupera la sua funzione attiva, che permette di praticare l’ascolto come principio di una Chiesa veramente tutta sinodale. Essa permette così di prendere in considerazione la diversità delle voci nella Chiesa. «Le stesse disposizioni richieste per vivere e maturare il sensus fidei, di cui tutti i credenti sono insigniti, si richiedono per esercitarlo nel cammino sinodale».

                All’ascolto dello Spirito. Così, la sinodalità ci chiede di vedere la Chiesa in una prospettiva dinamica e sistemica, inclusiva e non competitiva, che prenda in considerazione la diversità dei carismi e ponga l’accento sulle relazioni e la comunità, sull’ascolto e il dialogo, la partecipazione e la corresponsabilità, la reciprocità fra tutti i membri e la circolarità fra tutti i poli ecclesiali. Al di là della sinodalità formale che si dispiega nelle strutture e nei processi istituzionali come i consigli pastorali, i sinodi o i concili, l’appello a «camminare insieme e riunirsi in assemblea del popolo di Dio convocato dal Signore Gesù nella forza dello Spirito Santo per annunciare il Vangelo», «deve esprimersi nel modo ordinario di vivere e di operare della Chiesa». La sinodalità è dunque un processo, un processo spirituale che deve essere promosso alla base nelle Chiese locali e a tutti i livelli. È un modo di vita che favorisce e sviluppa la partecipazione e la collaborazione di tutti.

                Per entrare nello stile e nella pratica della sinodalità, abbiamo bisogno di coltivare e di dispiegare attitudini spirituali: l’ascolto, il dialogo, l’empatia, la condivisione, la libertà interiore e la libertà di parola, l’umiltà, la ricerca della verità e soprattutto la fede e la fiducia in Dio, l’ancoraggio nella preghiera e l’eucaristia. Fiducia nello Spirito santo che soffi a in ognuno e nel gruppo che cammina insieme grazie alla sinodalità. L’esperienza della sinodalità è infatti prima di tutto una esperienza dello Spirito, è un cammino aperto, non tracciato in anticipo, che si tesse grazie all’incontro, al dialogo e alla condivisione che viene ad allargare e modificare la visione di ciascuno. È un cammino di umanità e di fraternità che ci fa diventare ‘una famiglia’, una comunità.

                Un appello a cambiare. Entrare nella sinodalità significa dunque accettare di mettersi in cammino, di vivere da pellegrino in una Chiesa, essa stessa in pellegrinaggio su questa terra. La sinodalità è un’esperienza d’incarnazione che ci pone all’ascolto del reale, all’ascolto delle grida e dei bisogni del mondo. Essa è «un modo di essere e lavorare insieme, giovani e anziani, nell’ascolto e nel discernimento, per giungere a scelte pastorali rispondenti alla realtà». La sinodalità è un appello a cambiare in una Chiesa in movimento. È come «una danza insieme» nella quale tutti, pastori e fedeli, grazie a un dialogo vivo e a una fiducia, si muovono in relazione gli uni con gli altri nell’ascolto reciproco e nell’ascolto comune della musica dello Spirito. Per entrare in una attitudine corretta di dialogo e di condivisione, che richiede a un tempo di «parlare con coraggio e franchezza, vale a dire integrando libertà, verità e carità» e di entrare nella «umiltà dell’ascolto», la sinodalità richiede interiorità e attenzione ai moti degli spiriti in sé e nel gruppo. Non si può sviluppare la sinodalità nella Chiesa senza formare al discernimento, perché essa presuppone di poter riconoscere quei frutti dello Spirito che sono anche i frutti della sinodalità: la gioia, la pace, lo slancio missionario, la comunione, il desiderio d’impegnarsi, l’amore degli altri e della Chiesa.

                La sfida di una giusta autorità. Per mettersi all’opera a tutti i livelli della Chiesa, sia locale che universale, la sinodalità ha bisogno di leaders adatti a guidare e ad accompagnare dei processi sinodali. Perché, in ambito cattolico, non vi è sinodalità senza primato. Allargando il discorso, poiché la Chiesa cattolica contiene strutturalmente un principio gerarchico, possiamo dire che la sinodalità non può dunque svilupparsi a tutti i livelli senza un servizio di presidenza. Questa senza dubbio è una delle sfide maggiori. Per attuare la sinodalità, per dispiegare una pastorale sinodale, la Chiesa ha bisogno oggi di pastori formati alla sinodalità che esercitano un nuovo stile di leadership – che possiamo caratterizzare come una leadership collaborativa –, non più verticale e clericale ma più orizzontale e cooperativa. Una leadership di servizio che si traduce in un nuovo rapporto con il potere e una nuova maniera di esercitare l’autorità che si concepisce come un servizio della libertà. Si tratta di una certa maniera di accompagnare ponendosi in mezzo agli altri, con essi, in una corresponsabilità che cerchi l’autonomizzazione e la partecipazione di tutti. Il che richiede dunque di integrare e di realizzare un senso dell’autorità vista come una forza generatrice per liberare la libertà e non come un potere d’imposizione. A immagine di papa Francesco, modello di leadership per una Chiesa sinodale, i responsabili pastorali al servizio della sinodalità, chiamati a porsi insieme come pastori e come discepoli, sono chiamati ad abbracciare queste parole d’ordine: prossimità, disponibilità, fiducia, mutualità. Senza dimenticare la responsabilità di mantenere l’obiettivo della sinodalità che è di costruire un popolo, una comunità fraterna e missionaria, al servizio del bene comune della società.

                In conclusione, la sinodalità – come processo di conversione – è di fatto un’arte, quella del discernimento che accoglie e designa la vita dello Spirito per fare della Chiesa una barca in movimento. È l’arte di una Chiesa che si lascia rinnovare per diventare sempre di più una Chiesa relazionale, inclusiva, dialogante e generativa, vale a dire una Chiesa in via di formazione che rinasce senza sosta con e grazie a coloro che la fanno vivere.

Nathalie Becquart                          La rivista del clero          11 maggio 2021

www.vitaepensiero.it/scheda-articolo_digital/nathalie-becquart/la-sinodalita-un-cammino-di-conversione-comunitaria-666666_2021_0005_0361-370826.html

20 note    www.c3dem.it/wp-content/uploads/2021/07/La_sinodalita_un_camino_di_conversione_c.pdf

 

Leggere i segni dei tempi. La collegialità dei vescovi nel cap. III della Lumen Gentium

                1. Un tentativo di bilancio sul Concilio Vaticano II. Stendere un bilancio su ciò che significa e ha significato per la Chiesa la Lumen Gentium e il Concilio Vaticano II nel suo complesso, a più di cinquant’anni dalla sua apertura, non è certo un’operazione semplice. Molto tempo è passato, molti sono stati gli avvenimenti, i cambiamenti e i conflitti, che hanno segnato profondamente il volto della Chiesa. Ancora oggi quando si discute del Vaticano II e soprattutto dell’ecclesiologia che da esso deriva, è difficile mantenere una vera neutralità. Infatti si possono riscontrare posizioni diverse, spesso tra loro incompatibili e che, per chiarezza espositiva, si possono riassumere in tre gruppi fondamentali.

  1. Un primo gruppo è costituito da coloro che vogliono semplicemente applicare ciò che il concilio ha stabilito basandosi sui documenti finali. Questa tendenza si fonda su quella che può essere definita “una lettura miope dei testi, evitando la ricerca della loro intenzione, cosa che finisce per comprometterne seriamente l’applicazione”.
  2. Un secondo approccio è quello di chi esprime il desiderio di andare oltre la lettera del concilio, ispirandosi allo “spirito” conciliare che porta verso nuove evoluzioni future.
  3. Il terzo atteggiamento, minoritario ma in aumento negli ultimi decenni, è rappresentato dai “nostalgici” della Chiesa preconciliare che continuano nei loro tentativi più o meno riusciti di cancellare il Vaticano II e tutte le dinamiche da esso messe in moto.

                Questa diversità di approccio si è avuta perché il Vaticano II ha rappresentato una vera svolta, una “transizione epocale” nella vita della Chiesa. Svolta peraltro richiesta e condizionata dal contesto storico rappresentato dagli anni ’60, che furono un momento di profondissimi mutamenti sociali politici e che resero visibile quella frattura che si era andata creando già da molto tempo tra l’uomo moderno che viveva in un mondo in cambiamento e una Chiesa statica, impaurita e schiava delle sue stesse condanne nei confronti della modernità.

                Ciò che però non bisogna fare è cadere nell’errore, purtroppo molto diffuso, di disprezzare tutto ciò che la Chiesa era stata prima del Vaticano II, perché di fatto risulta evidente come non si possa prescindere della storia che sempre plasma e condiziona un’istituzione che è chiamata a vivere nel mondo. Infatti la Chiesa alle soglie del Vaticano II proveniva da un tempo lungo e travagliato denso di tensioni e di conflitti [8 Essa era infatti composta da uomini figli del loro tempo, i quali vivevano paure, speranze e contraddizioni comuni che li portarono ad aderire ad un’idea di Chiesa come societas perfecta e a sostenere, pur con il dissenso di una minoranza, il dogma dell’infallibilità.] un tempo nel quale però alcuni suoi esponenti di spicco avevano compreso che era auspicabile la fine di un certo modo di vivere e pensare la Chiesa di Cristo.

                È giusto quindi, prima di tutto, fare memoria sul perché il Vaticano II sia stato convocato. Esso non venne sognato e realizzato, né da Giovanni XXIII né da Paolo VI, come un concilio che avrebbe dovuto mettere rimedio a dispute, condannare eresie o formulare dogmi; esso si presentava in modo più semplice e radicale come un mezzo per dare il via ad un’ opera di rinnovamento della Chiesa, come un concilio pastorale.

                Oggi molti, all’interno e all’esterno della Chiesa, negano il carattere vincolante del Vaticano II rifacendosi proprio al suo taglio puramente pastorale e non dogmatico. A questo punto appare legittimo chiedersi che rapporto vi sia in realtà tra la dottrina precedente e ciò che emerge dal Vaticano II. Per quanto riguarda i documenti, la lettera del Concilio, la continuità con la Tradizione della Chiesa e con i Concili precedenti è espressamente sottolineata. Su questo tema è sufficiente portare alla memoria il proemio della Lumen Gentium, l’incipit del cap. III, così come il proemio della Dei Verbum. Inoltre è bene valutare attentamente, come abbiamo già accennato in precedenza, cosa decidiamo di comprendere all’interno del termine Tradizione. Infatti in questo ambito il Vaticano II ha il merito di saper spaziare in modo molto più ampio e completo. Nei suoi documenti, quando si fa riferimento alla Tradizione della Chiesa, non ci si limita a quella tridentina o derivante dal Vaticano I ma si recupera in modo importante, oltre alla Sacra Scrittura, anche la tradizione e teologia patristica. Su questi temi numerosi studiosi e autorevoli personaggi della Chiesa hanno “giostrato” e continuano a farlo anche oggi. Un conflitto che non fa onore a ciò che il Concilio Vaticano II è stato e che alla lunga ne ha depotenziato l’azione e ridotto la messa in atto, allontanandolo di fatto dalla Chiesa reale, dal Popolo di Dio in cammino.

                La Lumen Gentium. Prendendo in esame la costituzione sulla Chiesa Lumen Gentium, appare subito evidente come ci si trovi di fronte ad un cambiamento profondo, ad una svolta, una rivoluzione copernicana nell’ecclesiologia rispetto a ciò che esisteva in precedenza. Infatti, pur essendo la medesima Chiesa di Cristo di cui si parla, il suo modo di auto-comprendersi e di farsi comprendere dal mondo su molti punti centrali, non potrebbe essere più distante da quello del Vaticano I. Viene spontaneo chiedersi allora, quali siano i segni, i punti focali di questo cambiamento di prospettive.

  1. In primo luogo la Lumen Gentium inizia presentando la Chiesa come mistero, ma esplicitando questo concetto per risolvere i non pochi problemi ermeneutici e pratici ereditati dai secoli precedenti. [13. In merito basti ricordare l’Enciclica Mystici Corporis di Pio XII; nata per risolvere la questione e fare chiarezza si trasformò in un’arma a doppio taglio. Essa infatti poneva in essere un’equazione nefasta, ovvero l’identificazione del mistero della Chiesa universale nell’ordinamento giuridico di quella romana. Cfr. Pio XII, Enciclica Mystici Corporis Christi, 29 giugno 1943] Su questo punto essa mostra chiaramente un cambio radicale di prospettive: da un’ecclesiologia profondamente giuridica ad una che potremo chiamare sacramentale, fondata sulla dottrina dei sacramenti, per tornare alle origini, per vivere appieno il mistero cristiano di cui la Chiesa è simbolo visibile e comunità testimoniante.
  2. In secondo luogo, come elemento di svolta, non si può ignorare la centralità assunta dall’elemento comunitario, ovvero la Chiesa che inizia a definirsi partendo dal Popolo di Dio in cammino. Un cambiamento forte che fa scivolare quasi in secondo piano l’idea del corpo mistico di Cristo. Purtroppo molti detrattori del Vaticano II non riescono ad accettare un semplice fatto: con l’immagine del Popolo di Dio in cammino la Chiesa riprende il suo posto nella storia dell’umanità, e cancella tutte le visioni misticheggianti, strettamente giuridiche, statiche e astoriche.
  3. In terzo luogo uno dei punti più importanti è sicuramente il sacerdozio comune dei fedeli. Leggere questo riferimento come un attentato alla dignità ed all’importanza dei ministeri ordinati, in particolar modo del presbiterato, è superficiale, ideologico e spesso si basa sulla valutazione di esperimenti post-conciliari più che sul Concilio stesso. I Padri del Vaticano II non hanno mai voluto né pensato ad una svalutazione dei ministeri ordinati, ma ad una loro giusta collocazione ed armonizzazione all’interno della vita Chiesa. Nel testo della Lumen Gentium infatti, la sola precedenza data alla Chiesa come Popolo di Dio fa comprendere come si sia proceduto ad una riorganizzazione della materia. Forse ciò che in molti ambienti “conservatori” non piace, al di là delle motivazioni di facciata, è che questo modo di pensare nuovo costringe ad interrogarsi seriamente su una serie di argomenti e problematiche come, ad esempio, la concezione di tutti i ministeri come servizio al Popolo di Dio, il rapporto tra Chiesa intesa come gerarchia ecclesiastica e strutture di potere, la rivalutazione del ruolo del laicato e dei suoi carismi, il carattere specificamente missionario e testimoniante della Chiesa stessa.

                Ricordando tutto ciò viene da pensare che avesse ragione Giuseppe Dossetti quando scriveva che tutti coloro che avevano, in diversa misura, contribuito alla stesura della Lumen Gentium avevano avuto “una intuizione felice: e cioè che queste realtà una volta dette, e dette nel modo in cui si è riusciti a dirle, avrebbero fatto un grande cammino; cioè, meglio ancora, avrebbero aperto delle brecce infinitamente più grandi della loro portata immediata.” Così è stato, il Concilio Vaticano II ha mutato in modo indelebile il volto della Chiesa, riportandola, almeno nelle intenzioni, a quella Chiesa pellegrina e molto umana che languiva sotto “l’armatura” di quasi quattro secoli di conflitti.

                3.Il capitolo III e la collegialità. Uno dei punti che più hanno sollevato, e sollevano ancora, dubbi e perplessità, per non dire scontri veri e propri, è il tema della collegialità dei vescovi e del loro rapporto con il Romano Pontefice. Osservando da vicino il processo e le discussioni, che hanno portato alla stesura definitiva del cap. III, è facile notare come il tema collegialità sia stato il più dibattuto e polarizzante per l’assemblea conciliare. In merito basti pensare ai dibattiti in aula sulle tre successive proposte di schema, le animadversiones scripto exhibitæ [16. Tra gli interventi presentati per iscritto di particolare interesse, per comprendere la portata teologico/dogmatica del discorso, risultano essere quelli dei teologi Schillebeeckx e Rahner] e le proposte alternative che circolavano tra i Padri. Da questo dialogo assembleare emerse forte un desiderio di cambiamento sul tema della collegialità, un maggiore approfondimento teologico sulla dottrina circa l’episcopato, recuperando un significato più autentico circa l’essere vescovo, l’appartenenza al collegio episcopale e la collegialità nel governo della Chiesa.

                Nonostante questo importante ed arricchente dibattito la trattazione della materia all’interno del testo finale non si può dire completamente esaustiva e risulta inoltre complicata ulteriormente dalla Nota explicativa prævia. Sull’argomento si possono evidenziare tre punti nodali.

  1. Innanzitutto da una scrupolosa lettura del testo del cap. III si comprende che, circa gli elementi che conferiscono ad un vescovo piena appartenenza al collegio episcopale, la comunione gerarchica, è requisito subordinato alla consacrazione. Ciò è in perfetta continuità con lo spirito generale che ha ispirato il testo, ovvero con il primato dell’ordine sacramentale. Questo primato si traduce, nella realtà, nel fatto che i tria munera episcopali discendono dalla consacrazione, mentre solo per il loro valido esercizio si richiede la comunione gerarchica con Roma. Quindi a livello ideale risulta lampante come il secondo, ovvero la comunione gerarchica, sia da considerarsi subordinato al primo, ovvero la consacrazione. Certo è legittimo domandarsi se in realtà si tenga conto di questa precedenza dell’ordine sacramentale o non sia piuttosto il contrario.
  2. Questa riflessione ci porta verso il secondo punto da affrontare, ovvero la portata negativa della Nota, in particolare per uno sviluppo, costante ed armonico, di un dialogo ecumenico sincero. In particolare la Nota rischia di alterare i rapporti, non ufficiali ma tremendamente reali, tra alcuni testi del Vaticano II.
  3. Un terzo elemento problematico è rappresentato dalle indicazioni ermeneutiche contenute nei punti che vanno dal III e comprendono l’inizio del IV della Nota. Infatti se le stesse modalità di introduzione del testo in questione avevano destato non poche perplessità, ancora maggiori risultano essere le riserve sui contenuti e su come vennero esposti. [22. 3.  Il sommo Pontefice, cui è affidata la cura di tutto il gregge di Cristo, giudica e determina, secondo le necessità della Chiesa che variano nel corso dei secoli, il modo col quale questa cura deve essere attuata, sia in modo personale, sia in modo collegiale. Il romano Pontefice nell’ordinare, promuovere, approvare l’esercizio collegiale, procede secondo la propria discrezione, avendo di mira il bene della Chiesa. 4. Il sommo Pontefice, quale pastore supremo della Chiesa, può esercitare la propria potestà in ogni tempo a sua discrezione, come è richiesto dallo stesso suo ufficio]. Appare subito evidente come questo testo pesi fortemente sull’ermeneutica ufficiale del cap. III della Lumen Gentium ed esprima contenuti, nonché modi di esprimerli, rigettati dalla maggioranza conciliare e dalla Commissione Teologica e ripresentati, con insistenza quasi intimidatoria, a Paolo VI verso la fine dei lavori da parte di elementi della minoranza.        Questa parte di testo afferma infatti che il Pontefice, nella sua cura/governo del gregge a lui affidato, ha piena discrezionalità nello scegliere il mezzo di decisione ed intervento: personale o collegiale. Inoltre nel punto IV della Nota viene affermato apertamente come sia affidata alla mera discrezionalità del Papa di convocare o meno il collegio. Infine, oltre ad una sua discrezionalità incondizionata nella convocazione del collegio, si rincara la dose affermando il carattere non permanente del collegio. Anche tralasciando i contenuti, si avverte subito leggendo questo testo che esso non è in armonia con i toni del cap. III e come sia stato compilato sotto l’influenza del gruppo curiale che guidava la minoranza.[Riemerge infatti forte quel giuridismo fortemente criticato dai Padri fin dalla discussione del primo schema De Ecclesia. In particolare Montini fece emergere il problema degli eccessivi riferimenti al Diritto Canonico, e l’uso di un linguaggio troppo giuridico, già nel corso della 34ma congregazione generale]
  4. Il quarto punto dottrinale riguarda l’episcopato in sé, ovvero la necessità di riflettere su quale figura di vescovo sia emersa dal Vaticano II. In effetti nel post-concilio si è assistito ad una progressiva ed eccessiva lievitazione della funzione vescovile: ogni incarico ecclesiale viene in qualche modo legato alla carica vescovile, quasi che senza questo collegamento il primo non abbia valore o rilevanza. Ciò ha portato ad un aumento eccessivo dei vescovi titolari in tutto il globo. Questi dati di fatto portano con sé due ordini di conseguenze. Come primo assistiamo ad un indebolimento della funzione sempre più ridotta a semplice titolo. In secondo luogo la progressiva distanza che si è venuta a creare tra “la base”, ovvero la Chiesa reale e radicata sul territorio e un collegio dove una moltitudine di vescovi non rappresenta alcuna chiesa particolare.
  5. Un’ ultima riflessione è volta ad analizzare il punto che riguarda l’attuazione della dottrina sulla collegialità elaborata dal Concilio Vaticano II. Infatti, forse per via della Nota, per il carattere fortemente compromissorio dei testi, per le forti spinte interne alla Chiesa che rifiutavano, e continuano a rifiutare, i mutamenti sanciti dal concilio, si può affermare che l’ecclesiologia conciliare fatica ancora a tradursi in istituzioni reali. Se osserviamo la ricaduta concreta del Vaticano II, almeno in materia di collegialità, ci si accorge che poco è cambiato rispetto a prima del concilio. In particolare ciò che è rimasto immutato è un sostanziale scollamento tra il pontefice e gli altri membri del collegio. Quando parliamo di sinodo dei vescovi, ovvero della principale realizzazione concreta della collegialità, parliamo di un’esperienza fatta di luci ed ombre. Le luci sono soprattutto a livello di esperienza concreta vissuta dai singoli vescovi, una forte spinta emozionale verso una maggiore coesione. Le ombre si concentrano a livello istituzionale dove il sinodo dei vescovi rimane principalmente un organo consultivo, ben lontano da avere forza decisionale ed autonomia. Stendendo infatti un bilancio a grandi linee sui sinodi dei primi quindici anni del periodo post-conciliare possiamo trarre due conclusioni generali.

1)      In primo luogo il sinodo dei vescovi, fin dall’ esordio nel 1967, è stato poco incisivo e di portata modesta, anche a causa di una dottrina sinodale con grandi carenze.

2)      In secondo luogo i quattro sinodi successivi (1969, 1971, 1974 e 1977) hanno avuto rilevanza molto differente tra loro [27. Particolarmente significativi per la Chiesa post-conciliare furono, l’assemblea straordinaria del 1969, che evidenziò la necessità di una maggiore applicazione della collegialità per il bene della Chiesa e l’assemblea generale del 1974 centrata sul tema dell’evangelizzazione e delle sue prospettive che vide, al di là dei risultati finali, un apporto decisivo delle chiese più “giovani”] Osservando più da vicino queste esperienze possiamo farci un’idea di come la dottrina del Vaticano II sulla collegialità abbia saputo trovare realizzazioni concrete. Per svolgere questa analisi bisogna distinguere diversi piani d’indagine. Innanzitutto in riferimento alla dottrina, i sinodi non hanno portato a progressi significativi. A livello di procedure essi furono quasi disastrosi, anche per la mancanza di un regolamento articolato, e per una serie di intoppi, più o meno casuali, che ne ridussero notevolmente la portata. Per quanto riguarda invece il punto di vista delle chiese locali queste esperienze furono molto positive perché permisero il confronto, lo sviluppo di una solidarietà e un tentativo di collegialità effettiva tra i vescovi. Se si analizza infine il piano delle istituzioni ecclesiali è difficile ignorare come sia possibile armonizzare un’ assemblea con le sue necessità di dialettica e di pluralità con un potere monocratico e personale come quello del Papa.

                La riforma della curia romana voluta fortemente da Paolo VI ha avuto certamente effetti positivi, ma con il progressivo sviluppo delle congregazioni in senso burocratico, ha perso ogni autonomia nei confronti del Papa. Le stesse conferenze episcopali, che hanno assunto nel corso dei decenni via via più competenze, restano istituzioni molto fragili di esercizio della potestà collegiale. In particolare questa debolezza emerge nei loro rapporti con la potestà suprema del pontefice e che quasi sempre si riducono a una totale resa alla volontà di Roma.

                Quanto detto fa emergere quindi un problema non risolto dal Vaticano II con la Lumen Gentium, ovvero come far coesistere in modo armonico il primato con le sue prerogative e il collegio dei vescovi con i suoi diritti. Infatti senza istituzioni reali che garantiscano l’esercizio concreto della collegialità, essa rimane qualcosa di molto astratto, vera e necessaria, ma solo in via di principio. È ciò di cui parla Giuseppe Alberigo quando distingue tra “collegialità affettiva e collegialità effettiva”, ovvero la paura di un proliferare incontrollato di atti collegiali che metterebbe in discussione il primato come autorità sulla Chiesa universale.

                In conclusione per quanto riguarda l’ermeneutica e la recezione del cap. III della Lumen Gentium, molte questioni “scottanti” restano ancora insolute. La Chiesa odierna risente ancora pesantemente della mancanza, a livello dottrinale e istituzionale, di un equilibrio tra l’esercizio del primato ed una partecipazione reale ed incisiva dei vescovi al governo della Chiesa. Questa considerazione apre ad una vastità di scenari per il futuro, a prospettive difficili da prevedere per una Chiesa cattolica che negli ultimi cinquant’anni è molto cambiata. Ciò che auspico è che il Concilio Vaticano II venga sempre più spesso ripreso, approfondito e scoperto per renderlo sempre più vivo e reale per tutto il Popolo di Dio e per l’umanità intera. Vorrei dunque concludere questa riflessione con le parole di Paolo VI in occasione della chiusura dei lavori conciliari: “(…) il Concilio Ecumenico Vaticano II è senza dubbio da enumerare tra i massimi eventi della Chiesa (…) perché, tenendo conto dei bisogni causati da quest’epoca, si è occupato soprattutto delle necessità pastorali e, alimentando la fiamma della carità, ha fortemente cercato di raggiungere con animo fraterno i cristiani ancora separati dalla comunione con la Sede Apostolica, anzi tutta la famiglia umana.”.        31 note

don Paolo Zambaldi       6 luglio 2021

www.donpaolozambaldi.it/2021/07/la-collegialita-dei-vescovi-nel-cap-iii-della-lumen-gentium-don-paolo-zambaldi

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VACCINAZIONI

Vaccini obbligatori ai bambini: nessuna violazione di diritti umani

                Prima sentenza storica della Cedu sui vaccini obbligatori. Secondo la Corte l'obbligo vaccinale è "necessario in una società democratica"

www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_41607_1.pdf

                Secondo la Corte Europea dei Diritti Umani l'obbligo vaccinale è ritenuto "necessario in una società democratica". Lo hanno stabilito 17 giudici della Corte di Strasburgo nella sentenza di oggi inerente ai ricorsi presentati da Vavřička e altri contro la Repubblica Ceca, dove vige l'obbligo di vaccinare i bambini contro 9 malattie. Per i legali responsabili dei minori, in caso di mancato rispetto dell'obbligo vaccinale, sono previste multe, mentre i bambini non vaccinati non sono ammessi nelle scuole dell'infanzia, ad eccezione di coloro che non sono immunizzati per motivi di salute.

                È la prima volta che la Corte europea dei diritti dell'uomo esamina un caso di questo tipo. Alcuni ricorrenti (Vavřička e altri), si legge nel comunicato stampa ufficiale, non avendo osservato l'obbligo di vaccinare i propri figli "contro le malattie infantili ben note alla scienza medica, vale a dire difterite, tetano, pertosse, infezioni da Haemophilus influenzæ di tipo b, poliomielite, epatite B, morbillo, parotite, rosolia e - per i bambini con specifiche indicazioni di salute - infezioni da pneumococco", hanno presentato ricorso alla Corte dei Diritti Umani contro la Repubblica Ceca per aver violato l'art. 8 della Convenzione (diritto al rispetto della vita privata dei minori e dei loro genitori).

                Quali sono state le conseguenze per i richiedenti del mancato rispetto dell'obbligo di vaccinazione? Si legge nella nota: "Cinque domande sono state presentate da "ricorrenti minori" che non erano stati ammessi alla scuola materna o la loro iscrizione era stata cancellata, poiché non erano stati vaccinati o le loro vaccinazioni non corrispondeva alla tempistica prevista dalla normativa. Una domanda (del sig. Vavřička) è stata presentata da un padre che non aveva avuto i suoi due figli vaccinati. Questo inadempimento è stato ritenuto un reato minore ed è stata inflitta un'ammenda."

                La Cedu non riscontra alcuna violazione dell'art. 8 della Convenzione. Secondo la giurisprudenza della Corte, la vaccinazione obbligatoria rappresenta un'ingerenza nel diritto al rispetto della vita privata, sebbene non sia avvenuta alcuna vaccinazione forzata. Le malattie possono rappresentare un serio rischio per la salute e lo Stato cerca di raggiungere un livello elevato di vaccinazione per la protezione contro le malattie contagiose. "Questo obiettivo corrisponde alle finalità della tutela della salute e della tutela dei diritti di altri, riconosciuti dall'articolo 8 della Convenzione."

                "Gli articoli 2 (diritto alla vita) e 8 (diritto al rispetto della vita privata) impongono agli Stati - prosegue il comunicato - un obbligo positivo di adottare misure appropriate per proteggere la vita e la salute di coloro che si trovano nella loro giurisdizione. Obblighi simili derivano da altri strumenti internazionali. Nella Repubblica Ceca il dovere di vaccinazione, fortemente voluto dalle autorità mediche competenti, rappresenta la risposta delle autorità nazionali alla pressante esigenza sociale di proteggere la salute pubblica e individuale contro le malattie in questione e per difendersi da qualsiasi tendenza al ribasso del tasso di vaccinazione tra i bambini."

                Obbligo per gli Stati. Esiste l'obbligo per gli Stati di porre l'interesse primario del bambino e quelli degli altri bambini come gruppo, al centro di tutte le decisioni che riguardano la loro salute e il loro sviluppo. "Quando si tratta di immunizzazione, l'obiettivo dovrebbe essere che ogni bambino sia protetto contro malattie gravi. Nella grande maggioranza dei casi, ciò viene ottenuto dai bambini che ricevono il pieno programma di vaccinazioni durante i primi anni. Coloro ai quali tale trattamento non può essere somministrato sono indirettamente protetti contro le malattie contagiose fintanto che il livello richiesto di copertura vaccinale è mantenuta nella loro comunità; cioè, la loro protezione viene dall'immunità di gregge. Questa politica di salute pubblica si basa su argomenti pertinenti e come tale è coerente con il migliore interesse dei bambini che sono il suo obiettivo."

                La Corte dà quindi ragione alla Repubblica Ceca per l'approccio obbligatorio alla vaccinazione infantile.

                Efficacia e sicurezza dei vaccini. L'obbligo di vaccinazione riguarda nove malattie contro le quali la vaccinazione è considerata efficace e sicura dalla comunità scientifica. "Non è contestato che, sebbene del tutto sicura per la grande maggioranza dei destinatari, in rari casi - si legge ancora nella nota - la vaccinazione possa rivelarsi dannosa per un individuo, provocando danni gravi e duraturi alla sua salute. Il governo ha indicato che su circa 100.000 bambini vaccinati ogni anno nella Repubblica Ceca (che rappresenta 300.000 vaccinazioni), il numero di casi di danni alla salute gravi, potenzialmente permanenti, si è attestato a cinque o sei. In considerazione di questo molto raro ma senza dubbio molto grave rischio per la salute di una persona, le istituzioni della Convenzione hanno sottolineato l'importanza di prendere le necessarie precauzioni prima della vaccinazione. Questo evidentemente si riferisce al controllo in ogni singolo caso per eventuali controindicazioni e per monitorare la sicurezza dei vaccini in uso".

                La Corte non ha visto alcun motivo per mettere in dubbio l'adeguatezza del sistema nazionale. La sentenza potrebbe anche avere implicazioni per il vaccino anti Covid? È da evidenziare che la sentenza di Strasburgo si riferisce a vaccini "ben noti alla scienza medica".

Tale sentenza potrebbe rappresentare un precedente e avere delle implicazioni sull'obbligo vaccinale inerente agli attuali vaccini anti Covid-19? Vedremo.

Antonio Accadia   Studio Cataldi                             08 aprile  2021

www.studiocataldi.it/articoli/41607-vaccini-obbligatori-ai-bambini-nessuna-violazione-di-diritti-umani.asp#ixzz76MHTMDIY

 

Scontro genitori e figli sul vaccino: cosa fare?

                Cosa fare se c'è disaccordo tra genitori sulla vaccinazione del figlio e cosa può fare il grande minore che si vuole vaccinare contro il parere dei genitori

                A.M.I: scontri genitori figli sui vaccini. Un recentissimo articolo, pubblicato sul sito dell'AMI, Associazione avvocati Matrimonialisti Italiani annuncia "Bari, figli contro genitori no vax: battaglia sui diritti in vista." Dall'A.M.I della Regione Toscana il presidente Avv. Gianni Baldini segnala che sono sempre più frequenti gli sconti genitori figli sui vaccini. Litigi che si verificano soprattutto perché, mentre i figli si dicono pronti a ricevere il vaccino anti Covid per riacquistare la libertà perduta da oltre un anno, i genitori la ritengono superflua, visto che i danni sugli adolescenti, a loro dire, sono meno rischiosi di quelli che è in grado di provocare l'influenza. Sulla questione Firenze e ad Arezzo sono state lo scenario di due scontri tra figli e genitori naturali in un caso e genitori in corso di separazione nell'altro, proprio in relazione alla vaccinazione anti-Covid. La domanda questo punto è: come si risolvono questi contrasti? Cosa dice la legge al riguardo?

                Scontro tra genitori sul vaccino: la parola al giudice. Può accadere che il contrasto veda protagonisti i due genitori sulla vaccinazione del figlio. In questo caso, se la coppia sta insieme, occorre fare riferimento a quanto dispone l'art. 316 c.c. sulla responsabilità genitoriale. Questa norma impone infatti ai genitori di esercitarla di comune accordo, così come di comune accordo devono essere prese le decisioni più importanti che riguardano la vita del figlio. Accordo che, se non viene raggiunto, legittima ciascuno dei genitori a ricorrere al giudice, il quale una volta sentiti madre e padre e ascoltato il minore di età superiore ai 12 anni o inferiore (se capace di discernimento), suggerisce le determinazioni che ritiene più utili soprattutto nell'interesse del figlio e dell'unità della famiglia.

                Può capitare tuttavia che neppure il giudice riesca risolvere questa situazione di stallo. In questo caso il giudice attribuisce il potere decisionale a quello dei genitori che ritiene più idoneo, nel caso specifico, a tutelare gli interessi del minore.

                In caso di coppia separata invece l'art. 709 ter c.c. dispone che "Per la soluzione delle controversie insorte tra i genitori in ordine all'esercizio della responsabilità genitoriale o delle modalità dell'affidamento è competente il giudice del procedimento in corso."

                E se lo scontro è tra genitori e figli? In caso di contrasto dei genitori con il figlio sulla vaccinazione invece la regola vuole che ci si debba rivolgere al Tribunale dei Minori o a quello ordinario se la coppia si sta separando o sta divorziando.

                Se invece la coppia è unita, come abbiamo visto, è previsto l'ascolto del minore che abbia compiuto gli anni 12 o meno, se capace di discernimento. Diritto sancito a livello internazionale dalla Convenzione di New York sui diritti dei fanciulli del 1989, dalla Convenzione di Strasburgo del 1997 sui diritti del fanciullo, dalla Costituzione Europea 24 e dal Reg. UE 219/1111.

                Il discorso però cambia ancora se si parla di grandi minori. Per il nostro ordinamento del resto il quattordicenne può riconoscere il figlio naturale e il sedicenne può sposarsi. Nel caso quindi in cui ragazzi di questa età dovessero trovarsi in disaccordo con i genitori in materia di vaccinazioni, la loro parola avrebbe sicuramente un peso. In realtà il grande minore può anche segnalare la problematica a scuola, che può attivare i servizi sociali al fine d'intraprendere l'azione giudiziaria più corretta davanti al Tribunale competente. C'è poi il Garante per l'Infanzia a cui rivolgersi o l'Ufficio interventi civili della Procura, che permette al minore di mettere per iscritto le sue dichiarazioni e avviare un procedimento presso il Tribunale dei Minori. Procedimento in cui il minore viene sostenuto nelle sue richieste da un curatore speciale.

                Del resto, come ha segnalato l'Avv. Rosa Angela Martucci Zecca, presidente dell'Associazione avvocati matrimonialisti (Ami) Puglia sezione distrettuale di Bari, gli adolescenti "sono quelli che hanno patito più di tutti, in questo anno e mezzo di pandemia, le limitazioni connesse alla salvaguardia della salute della collettività. In particolare i ragazzi, difformemente da noi adulti che abbiamo raggiunto maturità e stabilità di vita, hanno saltato un passaggio essenziale della loro crescita perché è stata negata la socialità e la condivisione che sono aspetti fondamentali ed indispensabili per un armonico sviluppo psichico della loro personalità in formazione. Mi consta che per gli adolescenti la vaccinazione rappresenti non solo la possibilità di recupero della propria normalità ma anche un gesto di responsabilità sociale."

                Concetto accolto anche dalla recente giurisprudenza di merito. Per i giudici infatti, senza che rilevi che la vaccinazione sia obbligatoria e facoltativa e che la coppia sia separata o meno, quando si parla di vaccinazioni obbligatorie o facoltative, se vi è concreto pericolo di vita per il minore e i dati scientifici sono univoci per quanto riguarda l'utilità della vaccinazione, allora il giudice può decidere anche di sospendere temporaneamente la capacità del genitore che si oppone a questa pratica.

Annamaria Villafrate     Studio Cataldi   04 luglio 2021

www.studiocataldi.it/articoli/42267-scontro-genitori-e-figli-sul-vaccino-cosa-fare.asp

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