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NewsUCIPEM n. 867 – 18 luglio 2021

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…Ndr}.

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                I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

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1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

 

02                                                          Il cardinale tedesco Marx si scusa in parrocchia per i "fallimenti" degli abusi

02                                                          Rassegna estera di BishopAccountability.org

03 ADOZIONE                                      Perché l’Adozione Internazionale sta morendo? I “miti culturali”

04                                                          Adozione, una risorsa. Non lasciamola morire

05                                                          Webinar: muovere i primi passi nel mondo dell’adozione internazionale

06 AFFIDAMENTO                               L’affidamento condiviso non presuppone la frequentazione paritaria

07 AICCeF                                             La prossima Giornata di Studio AICCeF di domenica 17 ottobre

08 AUTORITÀ PER L’INFANZIA        L’Autorità garante per l’infanzia compie 10 anni.

08 CENTRO INT. STUDI FAMIGLIA  Newsletter CISF - n. 28, 14 luglio 2021

13 CHIESA DI TUTTI                            Ritorno al passato?

14 CHIESA CATTOLICA                       Né sul monte Garizim né a Gerusalemme

16                                                          Vita e celibato. Un necessario ripensamento teologico.

18                                                          Se una persona è gay. Francesco e le posizioni della Chiesa novecentesca

21                                                          Curare gli omosessuali? Finalmente il Vaticano prende posizione.

21 CONF. EPISCOPALE ITALIANA    49ª Settimana Sociale dei cattolici italiani

22 CONSULTORI FAMILIARI             Consultazione pubblica per il nuovo Piano Nazionale per la Famiglia

22                                                          Verso la IV Conferenza nazionale della famiglia

23                                                          Riorganizzazione dei consultori familiari

23                                                          Disegni di legge relativi ai consultori familiari. Senato e Camera Deputati

31 CONSULTORI UCIPEM                  Bologna. Formazione Integrata alle Relazioni

31                                                          Cremona. “Gruppi di Parola”, incontri per figli di genitori separati

31                                                                               Affiancamento Anno scolastico 2021-2022

32 DALLA NAVATA                             XVI Domenica del Tempo ordinario – Anno B – 18 luglio 2021

32                                                          Finché c’è compassione il mondo può sperare

33 DONNE NELLA (per) LA CHIESA  “Occupare” la Parola per avere diritto di parola

35                                                          Ribelli profetiche: donne che osano e cambiano la storia

37 D.NE e MINISTERO ORDINATO Donne pastore: una prassi da consolidare

39 FRANCESCO VESCOVO ROMA    I nodi di Francesco. Cronaca da un mese difficile

41                                                          Se il messale è una bandiera

43                                                          Stop a messa preconciliare: Francesco salda i conti col fondamentalismo cattolico

44                                                          Messa in latino: il rito trasformato in ideologia

46                                                          Tra Bergoglio e Ratzinger, cosa significa l’abbandono della messa in latino

47 PARLAMENTO                                Senato. Il Disegno di legge Zan - Seduta 13 luglio 2021

47                                                          I partiti mancano e la CEI è in crisi

49                                                          La lezione che vien da Helsinki

50 PASTORALE                                     Se creassimo “coming out” fraterni e solidali?

52 PATERNITÀ                                     Dramma padri separati: come difendere e recuperare il rapporto genitori-figli?

53 PEDAGOGIA                                    Educare alla relazione

54 PERSONE DEL CONCILIO             Una mistica tra lotta e contemplazione

57 RIFLESSIONI                                   Vita e celibato. Un necessario ripensamento teologico

59 SEPARAZIONE                                Ok al mantenimento all’ex in base al tenore di vita

60 SESSUOLOGIA                                Gender. La realtà rimossa del «maschile» e «femminile»

60                                                           Insegnare al proprio figlio a proteggersi dagli abusi sessuali

61 SINODO                                           Brucia la Chiesa di papa Francesco?

62                                                          Un Concilio per la Chiesa americana

66 TEOLOGIA                                       Gli sposi sono già “diaconi”

67 VIOLENZA                                       Le molestie sessuali nei luoghi di lavoro

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ABUSI

Il cardinale tedesco Marx si scusa in parrocchia per i “fallimenti” degli abusi

                Sabato, durante una visita alla parrocchia bavarese di Garching an der Alz, il cardinale tedesco Reinhard Marx si è scusato per i casi di abuso e ha ammesso gli errori. Ora è noto “che sono avvenuti anche abusi, che il sacerdote che lavorava qui era un abusatore”, ha detto Marx, che è anche arcivescovo di Monaco e Frisinga, dopo i colloqui e una sessione di preghiera congiunta con i rappresentanti delle parrocchie.

                “Questo è un tradimento del messaggio di Gesù ed è un fallimento dell’istituzione per cui mi scuso”, ha detto il presule cattolico. Un prete condannato per abusi sessuali aveva lavorato a Garching per circa 20 anni, anche se in precedenza aveva abusato di bambini in un’altra parrocchia ed era stato condannato anche per quello. Secondo la diocesi, è ricaduto dopo il suo trasferimento a Garching, che era prima che Marx fosse vescovo in carica. Tre vittime si erano fatte avanti accusando l’uomo di averle abusate. “Per questo fallimento, mi scuso”, ha detto Marx. “Probabilmente abbiamo sottovalutato qualcosa sulle tensioni, le ferite e gli infortuni che ci sono”.

                Garching (Germania)          Deutsche Presse Agentur [Berlino,]          18 luglio 2021

www.dpa-international.com/topic/germany-cardinal-marx-apologizes-parish-abuse-failures-urn%3Anewsml%3Adpa.com%3A20090101%3A210718-99-424583

www-bishop–accountability-org.translate.goog/2021/07/germanys-cardinal-marx-apologizes-in-parish-for-abuse-failures/?_x_tr_sl=en&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=nui,sc

 

Rassegna estera di BishopAccountability.org

                Addetti ai lavori della chiesa statunitense che hanno denunciato presunti abusi sessuali su minori e insabbiamento. L’onere della divulgazione degli abusi sessuali da parte dei religiosi cattolici e del relativo insabbiamento da parte dei leader religiosi è ricaduto quasi completamente sulle vittime. La maggior parte degli addetti ai lavori della chiesa che hanno assistito a una cattiva condotta ha scelto di non denunciarla. Fortunatamente, ci sono state notevoli eccezioni. BishopAccountability.org è lieto di presentare il primo database di informatori ecclesiastici: sacerdoti, religiosi e religiose e altri dipendenti e volontari della chiesa che hanno segnalato colleghi alle autorità ecclesiastiche o civili e hanno combattuto l’occultamento degli abusi da parte dei loro superiori. Abbiamo definito “informatore” in senso lato: il nostro tavolo comprende sia chi si è espresso internamente sia chi è uscito fuori dalla chiesa. Molte delle persone descritte di seguito hanno subito ritorsioni e lutto in qualche forma: diffamazione, perdita del lavoro, abbandono della carriera, ostracizzazione, pressioni dei superiori ad ammettere la malattia mentale e, in almeno un caso, il suicidio. Documentando questo aspetto trascurato della crisi, speriamo di aumentare la consapevolezza che gli informatori devono essere protetti sia nella chiesa che nella società civile. Speriamo anche che queste storie aiutino i testimoni ancora silenziosi a trovare il coraggio di farsi avanti.

                Nel 2012, nelle prime fasi della nostra ricerca sugli informatori, abbiamo riunito dieci delle persone coraggiose (nella foto del link). Dopo mesi di pianificazione e conversazione, hanno lanciato Catholic Whistleblowers, il primo gruppo di preti e suore dediti ad aiutare gli addetti ai lavori della chiesa cattolica che hanno assistito ad atti illeciti. Vedere “Gli informatori della Chiesa uniscono le forze sugli abusi “, di Laurie Goodstein, The New York Times, 20 maggio 2013.

                Nota: il 18 dicembre 2013, abbiamo aggiunto informatori laici al nostro database di informatori religiosi e religiosi. Sebbene abbiamo sempre inteso documentare il ruolo degli informatori laici e ordinati, le sorprendenti rivelazioni dell’ottobre 2013 sull’arcidiocesi di St. Paul e Minneapolis da parte dell’ex cancelliere canonico Jennifer Haselberger hanno  reso urgente questa espansione. Aggiungeremo costantemente alle banche dati dei laici e del clero, nonché alla nostra  lista internazionale.

https://www-bishop--accountability-org.translate.goog/news/list/?yr=2021&mo=7&_x_tr_sl=en&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=nui,sc

 

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ADOZIONE

Perché l’Adozione Internazionale sta morendo? I “miti culturali”

                Il punto non è continuare a studiare il fenomeno dell’adozione internazionale, ma cercare di capire perché si stia estinguendo. Le “neglect list”, i miti culturali e la vergognosa lacuna della Convezione ONU sui Diritti dell’Infanzia.

                Si è svolta, nei giorni dal 6 al 9 luglio 2021, presso l’Università Cattolica di Milano, la settima edizione dell’International Conference on Adoption Research, che ha richiamato oltre 200 esperti provenienti da 27 Paesi del Mondo per presentare “i contributi più innovativi della ricerca e dell’intervento nel campo delle adozioni”. Per l’importanza dell’evento, sono stati definiti come gli “Stati Generali dell’Adozione”: in realtà, mi sembra un po’ esagerato. Non tanto perché a questo consesso mancavano i “veri protagonisti dell’accoglienza adottiva” (le famiglie adottive e coloro che tutelano gli interessi e i diritti dei minori abbandonati, cioè gli enti autorizzati e le associazioni familiari), ma più che altro perché non sono stati affrontati i veri nodi che attanagliano l’adozione internazionale e ne stanno minacciando la stessa sopravvivenza.

                Il diritto di ogni bambino a essere figlio! Perché il punto non è continuare a studiare il fenomeno dell’adozione internazionale, ma cercare di capire perché questa stupenda forma di solidarietà si stia spegnendo, senza avanzare assurde ipotesi – di chi evidentemente poco conosce il mondo dei minori abbandonati – come l’aumento delle adozioni nazionali o degli affidamenti nei Paesi di origine. Il problema, oggi, sono le “neglect list” – di cui non si è sentito alcuna eco nei giorni del convegno. Elenchi su elenchi di migliaia di minori abbandonati, inviati periodicamente dai Paesi di origine agli enti autorizzati nella speranza che qualcuno di loro possa essere adottato. Elenchi tutti uguali, sia che provengano dal Sud America, o dai Paesi dell’Est: minori dai 12/13 anni in su con storie pressoché identiche: abbandonati nei primi anni della loro infanzia e costretti a vivere per anni e anni in istituti, finché qualcuno, accorgendosi anche di loro, li proietta fuori dal “limbo dell’abbandono”. Quando ormai, però, è troppo tardi: quante famiglie, infatti, sono disponibili ad adottare minori adolescenti? Il problema, oggi, è la mancanza di un sacrosanto diritto, la più grave lacuna della Convenzione dell’Onu sui diritti dell’infanzia del 1989: il diritto per ogni bambino a essere figlio! Nemmeno di questo c’è stata traccia nel convegno internazionale appena concluso.

                Così, in assenza di questo fondamentale diritto, iscritto e sancito nella natura stessa dell’umanità, ciascuno può “fare ciò che vuole” della propria infanzia in difficoltà e dare fiato a un altro grande problema che sta attanagliando, oggi, l’adozione, ma di cui nessuno sembra preoccuparsene: i “miti” culturali che impediscono di fatto ai bambini abbandonati di essere considerati “persone portatori di diritti”.

                Sconfiggere i “miti culturali” dell’adozione. Eccoli i pericolosi e distruttivi miti dell’adozione: il mito dell’assistenza, che esprime tutta la sua efficacia nel momento in cui si ritiene che la risposta dell’assistenza possa superare, annullare, sconfiggere l’abbandono. Ma, in realtà, un bambino abbandonato, anche se ottimamente assistito, non potrà mai essere un figlio, finché resta abbandonato.

                Ma c’è anche il mito della famiglia di origine: quel legame di sangue che configura una sorta di diritto di proprietà dell’adulto sul minore. Così, assistiamo, in nome di tale mito, a migliaia di vite consumate nell’attesa di un evento che mai si verificherà: il ritorno nella famiglia di origine a dispetto di un’accoglienza definitiva, stabile, in una nuova famiglia preparata e responsabile.

                Infine, il più dannoso: il mito della cultura del Paese di origine, rappresentato dalle divisioni etniche e culturali, dalla salvaguardia delle proprie tradizioni, dalla volontà di far crescere i bambini abbandonati solo nella propria nazione, anche se non si è in grado di garantire loro il “diritto di essere figlio”.

                “Meglio un bambino abbandonato, ma nel suo Paese, che strappato dal proprio contesto etnico per trapiantarlo in uno differente: è un’operazione innaturale che renderà il minore incapace di adattarsi alla nuova realtà”. Forse, chi afferma questo non conosce il triste destino cui sono condannati i bambini abbandonati: cosa è più innaturale? Lasciare che un bambino resti segnato per sempre dalla solitudine dell’abbandono o che trovi, seppure in un altro continente, l’amore accogliente di una madre e un padre?

                Tanti Paesi hanno chiuso le adozioni internazionali – e continuano a tenerle chiuse – a causa di questo mito! Non chiamiamoli, quindi, gli “Stati Generali dell’Adozione Internazionale”. Questi li potremo celebrare realmente quando, tutti insieme – ricercatori, politici, istituzioni, famiglie, enti, ONG…- riusciremo a far approvare dalla Assemblea dell’Onu l’emendamento alla Convenzione sui Diritti dell’Infanzia con il riconoscimento che “ogni bambino che viene concepito su questa nostra terra ha il diritto di essere figlio“. Solo allora avremo la certezza che l’adozione internazionale sarà finalmente considerata per ciò che è stata pensata e voluta: un sistema di protezione, tutela e garanzia per il diritto di ogni bambino abbandonato a essere e vivere da figlio, in qualsiasi Paese del mondo esso si trovi.

Marco Griffini. Presidente Ai.Bi.                              15 Luglio 2021

www.aibi.it/ita/ai-margini-del-convegno-internazionale-sulladozione-per-favore-non-chiamiamoli-gli-stati-generali

 

Adozione, una risorsa. Non lasciamola morire

                Appello dai 200 esperti che hanno animato la Conferenza internazionale alla Cattolica di Milano: ecco come sostenere e promuovere questa scelta di coerenza e generosità edere nel valore dell’adozione non significa solo sostenere dal punto di vista della scelta culturale le famiglie che vogliono aprire le porte di casa a un bambino senza famiglia. E neppure soltanto offrire a questi genitori il sostegno economico necessario per intraprendere un percorso che, soprattutto in Italia, è ancora complesso e costoso. E non vuol dire neppure soltanto accompagnare le famiglie nei percorsi sempre più accidentati del post-adozione, anche alla luce del fatto che, negli ultimi anni, il 60-70% dei minori diventati italiani grazie all’adozione internazionale presentano disturbi di vario genere e sono classificati come bambini con “bisogni speciali”.

                Intendiamoci, in Italia realizzare tutto questo sarebbe già un sogno. Ma quello che è emerso da “Icar7”, la Conferenza internazionale sull’adozione, ospitata da lunedì e venerdì scorso dal Centro di ateneo studi e ricerche sulla famiglia, mostra un dato ancora più allarmante. Nel nostro Paese anche la ricerca specifica sull’amplissima gamma di problemi connessi ai bambini adottivi, è quasi all’anno zero. E, senza ricerca, non si possono offrire alle istituzioni le basi scientifiche per varare provvedimenti davvero efficaci, e neppure aiutare le famiglie a sostenere il loro ruolo con metodologie sperimentate. «Se, per esempio parliamo di supporti alle famiglie adottive – spiega Rosa Rosnati, docente di psicologia dell’adozione alla Università Cattolica e chairman della Conferenza internazionale – dobbiamo ammettere che nel nostro Paese non esiste un metodo validato scientificamente. Ci sono certamente esperienze importanti ma, a differenza di altri Paesi, come gli Stati Uniti o l’Olanda, non possiamo contare su percorsi certamente efficaci perché risultato di una ricerca scientifica».

                Venerdì, nella giornata conclusiva della Conferenza internazionale, ne ha parlato anche David Cross del Karyn Purvis Institute di Forth Worth, nel Texas, mentre Rifkat Muhamedrahinov dell’Università Statale di San Pietroburgo, ha spiegato gli effetti positivi del programma Abc, una sorta di pre-affidamento familiare in cui sono collocati i bambini che arrivano dagli istituti prima di essere assegnati alle famiglie affidatarie. Si tratta di una sorta di “camera di compensazione” che nasce da un dato facilmente osservabile: più si rimane in istituto, più i problemi aumentano, ma il passaggio alle famiglie deve avvenire gradualmente. Il progetto avviato in Russia ha permesso di diminuire di quattro volte il numero di bambini in istituto e di arrivare a 164mila bambini in affidamento familiare. I miglioramenti nei bambini in affidamento familiare sono apparsi evidenti già solo dopo tre mesi, sia sotto il profilo della stabilità psicologica sia sotto il profilo organico. E anche questa è un’osservazione che potrebbe offrire lo spunto per non pochi sviluppi anche da noi.

                Come il tema trattato da Judith Eckerle, dell’Università del Minnesota, che ha affrontato un tema spesso considerato marginale quando si parla di adozione. Quanti sono i bambini adottivi che hanno alle spalle condizioni di vita difficile, marginalità, sofferenze e sono stati esposti ad alcol e droghe durante il periodo prenatale? Tanti, molto probabilmente, anche se non esistono statistiche. Ma saperlo è importantissimo perché la sindrome feto-alcolica apre la strada a problemi gravissimi sulla salute dei bambini, patologie al fegato, neurologiche e psichiatriche. Ecco perché servono interventi preventivi per i piccoli adottati e le loro famiglie, con un imperativo che va esteso naturalmente a tutte le donne in gravidanza: l’alcol va bandito nel modo più assoluto, in ogni circostanza e senza alcuna eccezione.

                Laurie Miller (Università di Boston) ha poi fatto notare come il 15-20% dei bambini che arrivano dall’adozione internazionale abbiano problemi di sottonutrizione, una sindrome ben diversa dalla malnutrizione. Problemi ben noti e risolvibili come polmonite e diarrea, se associati alla malnutrizione, aumentano in modo esponenziale il rischio di morte. La malnutrizione compromette nel bambino la capacità di muoversi, di essere curioso e riduce lo sviluppo psicomotorio. E apre la strada a un’ampia serie di patologie in età adulta. Anche in questo caso prevenire vuol dire preparare un futuro più felice tanti piccoli la cui vita è già stata segnata dalla sofferenza.

                E in questa prospettiva come si pone l’Italia? Martedì, aprendo i lavori della Conferenza internazionale, la ministra della famiglia, Elena Bonetti, ha fatto riferimento alla pandemia che ha fermato o rallentato molte attività, aggiungendo una complicazione in più a un quadro già negativo. «Il numero di coppie di genitori adottivi – ha detto – ha raggiunto un nuovo record minimo scendendo, per la prima volta, sotto le 1.000 unità (969), registrando un calo del 14% rispetto all’anno precedente». E nel 2020? Le coppie adottive sono state 526 che hanno portato nel nostro Paese 669 minori. Pochissimi, certo, ma Covid a parte, va considerato – ha fatto notare ancora la ministra – che da un decennio a questa parte in maniera sistematica e salvo rarissimi casi, tutti i principali Paesi di accoglienza hanno registrato una significativa riduzione dei flussi in ingresso di minori per fini adottivi».

                Dal 2004 al 2018, nei 24 principali Paesi di accoglienza il crollo è stato dell’81,7%. Eppure, secondo Bonetti, il crollo statistico non va inteso solo negativamente. In molti Paesi di origine dei minori si registra una crescita delle adozioni nazionali e di altre forme di accoglienza, come l’affido nel proprio territorio, garantendo così un’accoglienza che non implichi uno sradicamento del minore e lasciando all’adozione internazionale un compito più sussidiario, se non del tutto residuale». La ministra ha poi sottolineato l’impegno della Commissione adozioni internazionali – da lei presieduta – che continua a vigilare sulla sicurezza e trasparenza dell’adozione internazionale e «ha promosso un dialogo costante con i Paesi di origine negoziando, stipulando e rinnovando accordi bilaterali o protocolli d’intesa con le autorità centrali». Ha ricordato il versamento dei rimborsi arretrati alle famiglie adottive e l’impegno della Cai nella formazione rivolta ad assistenti sociali, psicologi, educatori, insegnanti, giudici, avvocati. Tutto bene, certamente, ma come è emerso in modo evidente dalla Conferenza internazionale non basta ancora. L’adozione è una preziosa risorsa di solidarietà internazionale che non va lasciata estinguere. I bambini adottivi e le loro famiglie meritano ben altro.

Luciano Moia         Noi in famiglia n. 276  11 luglio 2021

www.scienzaevita.org/wp-content/uploads/2021/07/11-Noi-in-famiglia-Avvenire.pdf

 

Muovere i primi passi nel mondo dell’adozione internazionale: 6 ottobre un webinar vi spiega come fare

                Mercoledì 6 ottobre, alle ore 17.00 su piattaforma on line, Antonella Spadafora, referente di Ai.Bi. Amici dei Bambini, vi prenderà per mano, per condurvi nel mondo dell’adozione. Partendo da un approfondimento della normativa di riferimento, vi farà conoscere le procedure da espletare passo dopo passo, affrontando anche il ruolo degli enti autorizzati all’adozione internazionale.

                Al termine dell’incontro, sarete in possesso di tutti gli strumenti necessari per presentare domanda di idoneità al fine di diventare genitori adottivi a livello internazionale.

                È da un po’ che state pensando di allargare la famiglia e vorreste davvero tanto dare una mamma ed un papà ad un bambino abbandonato ma non sapete proprio da dove cominciare per avvicinarvi al meraviglioso e complesso mondo dell’adozione internazionale?

                Prima di affrontare il percorso dell’adozione vorreste conoscere in maniera un po’ più approfondita steps, iter burocratici, procedure da espletare e normativa di riferimento? Si? Allora il webinar gratuito: “Primi passi nel mondo dell’adozione internazionale” è proprio il corso che fa per voi!

www.fondazioneaibi.it/faris/muovere-i-primi-passi-nel-mondo-delladozione-internazionale-il-6-ottobre-un-webinar-vi-spiega-come-fare/

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AFFIDAMENTO

L’affidamento condiviso non presuppone la frequentazione paritaria

                l giudice deve garantire la situazione più idonea al benessere del minore, considerando anche il diritto a una relazione piena con ambedue i genitori

Corte di Cassazione, prima Sezione civile, ordinanza n. 17222, 16 giugno 2021

https://documentcloud.adobe.com/link/review?uri=urn:aaid:scds:US:c981f7a1-5ebe-4149-903f-de94116b5b37

www.studiolegalefalinimartino.it/wp-content/uploads/2021/07/cassazione_1722_16_06_2021.pdf

L’affidamento condiviso è volto a garantire al minore il mantenimento del rapporto affettivo con entrambi i genitori. Dopo la separazione dei coniugi, la difficoltà maggiore consiste nel consentire la frequentazione del genitore non convivente, che ha meno possibilità di interfacciarsi con il figlio. L’affido condiviso mira proprio a realizzare la frequentazione paritaria da parte di entrambi i genitori. Tuttavia, “il giudice può individuare un assetto che si discosti da questo principio tendenziale” nell’interesse del minore.

                La Corte di Cassazione ha affermato che la regolamentazione dei rapporti con il genitore non convivente deve essere il risultato di una valutazione ponderata del giudice e non può “avvenire sulla base di una simmetrica e paritaria ripartizione dei tempi di permanenza con entrambi i genitori”. Occorre garantire al minore la situazione che risulti più idonea a soddisfare le sue necessità, considerando il suo diritto a una relazione piena con entrambi i genitori e bisogna considerare, altresì, il diritto di questi ultimi a una piena realizzazione della loro relazione con la prole.

                La vicenda. A seguito della separazione personale dei coniugi, veniva disposto l’affido condiviso del figlio minore della coppia, con collocazione prevalente presso la madre. In sede di gravame, la pronuncia di primo grado veniva parzialmente riformata ampliando i tempi di permanenza del minore con il padre, confermando l’assegnazione della casa coniugale alla madre e rigettando la richiesta di divisione dell’immobile avanzata dall’uomo. L’assegno di mantenimento a favore del figlio veniva diminuito (da 450,00 euro a 350,00 euro) così come quello in favore della moglie (da 150,00 euro a 100,00 euro). Infine, veniva confermata la sanzione pecuniaria a carico del marito a causa del suo inadempimento agli obblighi di mantenimento. L’uomo, infatti, aveva cessato di corrispondere l’assegno mensile provvedendo direttamente al mantenimento del figlio, ma, secondo il giudice, le “dazioni volontarie” non soddisfacevano l’obbligo di mantenimento e il padre veniva considerato inadempiente. Si giunge così in Cassazione.

                L’affidamento condiviso non implica il mantenimento diretto. Tra le varie doglianze, il padre del minore lamenta che la pronuncia gravata non abbia dato rilievo al fatto che egli provvedeva al mantenimento diretto del figlio, come era emerso dalle risultanze istruttorie e dalle dichiarazioni rese dal minore in sede di audizione. A tal proposito, il ricorrente allega di essere stato assolto dal reato di inosservanza degli obblighi di mantenimento (art. 570 c.p.) perché il fatto non costituisce reato. La Corte considera infondata la doglianza, infatti, il coniuge collocatario del figlio non economicamente autosufficiente ha diritto di ottenere dall’altro il contributo al mantenimento (Cass.11863/2004). L’affidamento congiunto della prole è un istituto fondato sull’esclusivo interesse del minore, esso “non fa venir meno l’obbligo patrimoniale di uno dei genitori di contribuire, con la corresponsione di un assegno, al mantenimento dei figli, in relazione alle loro esigenze di vita, sulla base del contesto familiare e sociale di appartenenza, rimanendo per converso escluso che l’istituto stesso implichi, come conseguenza “automatica”, che ciascuno dei genitori debba provvedere paritariamente, in modo diretto ed autonomo, alle predette esigenze […]”.

                L’obbligo di mantenimento da parte del genitore non collocatario. La Corte esclude che l’affidamento condiviso comporti “in automatico” che ciascun genitore mantenga direttamente il figlio. Infatti, secondo la giurisprudenza, sul genitore non collocatario (in questo caso, il padre) grava l’obbligo di mantenimento che è diretto a coprire molteplici esigenze. Non si tratta solo di soddisfare un “obbligo alimentare”, ma l’obbligo si estende “all’aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, all’assistenza morale e materiale, alla opportuna predisposizione di una stabile organizzazione domestica, idonea a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione, secondo uno standard di soddisfacimento correlato a quello economico e sociale della famiglia di modo che si possa valutare il tenore di vita corrispondente a quello goduto in precedenza” (Cass. 16739/2020). La Cassazione ritiene che il giudice di merito abbia correttamente applicato i principi di cui sopra, provvedendo ad una diminuzione dell’importo del mantenimento in ragione delle condizioni economiche delle parti e respingendo la domanda di contribuzione diretta avanzata dal padre.

                Nel caso di specie, i pagamenti diretti operati dall’uomo sono stati valutati come espressione della sollecitudine del padre a favore del figlio. Nondimeno, il giudicante ha ritenuto che tali dazioni fossero insufficienti per disporre la revoca della sanzione irrogata per il mancato versamento dell’assegno. Infatti, il contributo al mantenimento serve a garantire una continuità di provvista economica al genitore collocatario che sopporta e anticipa le spese ordinarie; tale garanzia non può operare con il mantenimento diretto.

                La bigenitorialità non sempre impone la frequentazione paritaria. Il ricorrente lamenta che la pronuncia gravata, pur affermando che vada garantita la bigenitorialità, non abbia ampliato i tempi di visita del padre. A tal proposito, la Corte ricorda che l’affidamento condiviso deve consentire una frequentazione dei genitori paritaria con il figlio, in mancanza di gravi ragioni ostative. Purtuttavia, il giudice può stabilire un assetto diverso, in dissonanza con questo principio, purché sia volto a tutelare il superiore interesse del minore (Cass. 9323/2020; Cass. 9764/2019). In buona sostanza, il giudice non deve operare astrattamente una ripartizione dei tempi di permanenza che sia simmetrica e paritaria per ciascun genitore. Al contrario, deve effettuare una valutazione ponderata per garantire al minore una crescita serena, tenendo conto del suo diritto ad una relazione piena con entrambi i genitori e del diritto di questi ultimi nei riguardi del figlio (Cass. 3652/2020).

                L’assegnazione della casa familiare e la richiesta di divisione. Il ricorrente lamenta che la casa familiare sia stata assegnata alla moglie e si duole che sia stata respinta la sua richiesta di divisione. Quando la casa coniugale appartiene in via esclusiva al coniuge non collocatario, il giudice può limitare l’assegnazione ad una porzione dell’immobile. Ciò avviene, nell’ipotesi in cui l’unità abitativa:

  • sia del tutto autonoma e distinta da quella destinata ad abitazione della famiglia,
  • oppure sia agevolmente divisibile (Cass. 22266/2020),
  • e il livello di conflittualità coniugale sia lieve onde consentire sia l’esercizio della bigenitorialità che il mantenimento dell’”habitat” domestico dei figli minori (Cass. 8580/2014).

                Secondo la Corte, il ricorrente non ha allegato l’assenza di conflittualità tra le parti che, al contrario, emerge dal mancato pagamento del mantenimento a cui è seguito il procedimento penale (per violazione dell’art. 570 c.p.) e l’irrogazione della sanzione civile.

                Conclusioni. In conclusione, la Suprema Corte ribadisce il proprio orientamento relativamente al “ruolo” assolto dall’obbligo di mantenimento gravante sul genitore non collocatario. Infatti, l’assegno di mantenimento “risponde all’esigenza di garantire con continuità la provvista economica per far fronte alle spese ordinarie cui provvede il genitore collocatario ed è incompatibile con l’occasionalità di contribuzioni dirette e non concordate” dal momento che “è il genitore convivente ad anticipare le spese ordinarie per il mantenimento del figlio ed a provvedervi nella quotidianità attraverso la necessaria programmazione che connota la vita familiare” (Cass. 24316/2013; Cass. 25300/2013).

                Inoltre, contiene un importante principio in materia di bigenitorialità laddove stabilisce che le statuizioni del giudice possono discostarsi da una ripartizione dei tempi paritaria e simmetrica, purché ciò avvenga nell’interesse del minore.

                Il ricorso del padre del minore viene rigettato (così come il ricorso incidentale della madre) ed entrambi i ricorrenti vengono condannati alla corresponsione dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dell’art. 13 c. 1 bis DPR 115/2002.

Avv. Marcella Ferrari                                       Altalex             12 luglio 2021

www.altalex.com/documents/news/2021/07/12/affidamento-condiviso-non-presuppone-la-frequentazione-paritaria

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ASSOCIAZIONE ITALIANA CONSULENTI CONIUGALE E FAMILIARI

La prossima Giornata di Studio AICCeF di domenica 17 ottobre

                L’emergenza eccezionale della pandemia ci ha sottoposto ad un esperimento sociale anomalo e totalmente inedito, che ci ha fatto vivere fasi del tutto nuove ed inattese. Imboccare una strada proficua di resilienza post-crisi sarà il nostro obiettivo.

Le relazioni familiari al tempo del covid, tra nuovi bisogni e nuova generatività

                Viva è la consapevolezza del fatto che occorre riflettere attentamente su questi vissuti e cogliere l’occasione che ci si presenta di sviluppare dentro di noi, nella famiglia e nel mondo attorno a noi un nuovo spirito critico ed una vera capacità di resilienza trasformativa nei confronti del modello di vita cui eravamo abituati. Imboccare una strada proficua di resilienza post-crisi rappresentata fondamentalmente   dal valore della relazione e delle relazioni. Guardare in maniera fattiva con fiducia e speranza al futuro.

                La Giornata, che si svolgerà in modalità on line sulla piattaforma Zoom Aiccef, inizierà alle 8,30 di domenica 17 ottobre 2021 e si concluderà dopo le 13,30, con il seguente programma (cliccare sui nominativi-

                del link per avere i profili dei relatori)

Introduzione della Presidente Stefania Sinigaglia

  • Relazione, di Lidia Maggi: ”Quando arriva la tempesta. Le relazioni affettive alla prova”.
  • Riflessione di Brunetto Salvarani, con una riflessione: “C’è un tempo per ogni cosa. Riscoprire la ritualità, il silenzio e il racconto”.
  • Spazio domande per i partecipanti.
  • Dopo breve pausa, -Intermezzo creativo con il video realizzato da Stephany Wolsieffer: “Dare forma all’indicibile
  • Proiezione della videointervista alla dott.ssa Pauline Boss, terapeuta sistemico relazionale e professore emerito all’Università del Minnesota, sul tema della “perdita ambigua”, a cura di Stefania Sinigaglia e di Caranita Wolsieffer.
  • Parte esperienziale: come affrontare le “perdite ambigue” nella consulenza familiare socio educativa, con la presentazione di casi e strumenti d’intervento, a cura di Caranita Wolsieffer ed Antonella De Ponte.

                L’iscrizione alla Giornata di Studio va fatta con le consuete modalità, nella pagina web, cliccando sul banner iscriviti.

                La Giornata di studio è riservata ai Soci Aiccef ed agli allievi del terzo anno del Corso di formazione in Consulenza Familiare delle Scuole riconosciute Aiccef.

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AUTORITÀ PER L’INFANZIA

L’Autorità garante per l’infanzia compie 10 anni.

                L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza compie oggi 10 anni. La legge istitutiva porta infatti la data del 12 luglio 2011. “Dieci anni rappresentano una tappa importante per una delle autorità più giovani del panorama istituzionale italiano” osserva Carla Garlatti. “L’Autorità si è fatta carico di raccogliere le esigenze di bambini e ragazzi e portarle all’attenzione delle istituzioni e, contemporaneamente, ha promosso in Italia i diritti dell’infanzia sanciti dalla Convenzione di New York”.

                Tra i temi sui quali è intervenuta l’Autorità in questi dieci anni i figli dei separati, quelli di genitori detenuti, i minorenni fuori dalla famiglia di origine, i minori alle prese con la giustizia, quelli di origine straniera, quelli con disabilità, i figli delle vittime di crimini domestici, i bambini e i ragazzi nell’ambiente digitale, l’educazione e l’istruzione, il maltrattamento e la violenza ai danni dei minorenni, le dipendenze, il bullismo e la salute mentale degli adolescenti.

                “Ora occorre fare un passo in avanti: da un lato con il rafforzamento dei poteri dell’Autorità, come propongono alcune iniziative di legge, dall’altro sviluppando la partecipazione dei minori alle decisioni che li riguardano” aggiunge Garlatti. Sotto questo secondo aspetto l’Autorità intende estendere a livello nazionale le attività della Consulta delle ragazze e dei ragazzi e definire, con uno studio proposta della Consulta delle associazioni e delle organizzazioni presieduta dall’Agia, le linee guida nazionali per la partecipazione.

                I dieci anni trascorsi portano con sé l’esigenza di attualizzare i diritti dell’infanzia. In tale direzione è risultato prezioso un progetto dell’Autorità garante volto a diffondere la conoscenza della Convenzione di New York tra gli alunni della scuola primaria che ha portata anche a individuare nuove esigenze dei bambini che meritano un riconoscimento da parte degli adulti.

Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza  Comunicato stampa    Roma, 12 luglio 2021

www.garanteinfanzia.org/sites/default/files/12-05-2021-decennale-agia.pdf

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF – n. 28, 14 luglio 2021

Il “privilegio” spiegato con la corsa. Una gara di corsa tra ragazzi, ma con partenze diverse. “Fate due passi avanti se i vostri genitori sono ancora sposati”; “Fate due passi avanti se avete avuto una figura paterna in casa”; “Fate due passi avanti se avete frequentato scuole private”; “Fate due passi avanti se non avete mai dovuto preoccuparvi di aiutare mamma e papà a pagare le bollette”... Sono le indicazioni che un insegnante americano ha proposto a un gruppo di ragazzi per spiegare, anche visivamente, cosa significa avere condizioni di partenza, in termini familiari ed economici, che possono avvantaggiare o meno nella “corsa della vita”                            https://youtu.be/4K5fbQ1-zps.

“Anziani, famiglia e povertà” DISPONIBILE ANCHE SU YOUTUBE. Ha avuto un grande successo il webinar dedicato ad “Anziani, Famiglia e Povertà” che il Cisf ha organizzato in streaming lo scorso 30 giugno, in collaborazione con il Pontificio Consiglio Giovanni Paolo II e gli esperti dell’IRCCS INRCA. Il webinar concentra la sua attenzione sul ruolo dell’anziano all’interno della relazione tra famiglia e povertà. Il Rapporto del Family International Monitor 2020 ha infatti evidenziato l’anziano come una figura cruciale della relazione intergenerazionale, quale risorsa per la famiglia, che aiuta a contrastare l’impoverimento relazionale nelle diverse realtà sociali. Il progressivo invecchiamento della popolazione di fatto riduce la portata della relazione intergenerazionale, accentuando la dimensione di bisogno di cura dell’anziano all’interno della famiglia.

www.youtube.com/watch?v=dGiuAwy9PGM

Presentazione del report 2020 del Family international monitor, “Famiglia e povertà relazionale”, Roma, 5 luglio 2021. È disponibile anche la registrazione completa della presentazione del Rapporto 2020, con interventi di Francesco Belletti, Giancarlo Blangiardo, Moira Monacelli, Vincenzo Paglia, Matteo Rizzolli, Pierangelo Sequeri.                                                     www.youtube.com/watch?v=5czBQahjJuc

Giornata della popolazione, i numeri di un’Europa che decresce. “Demografia dell’Europa” è la pubblicazione interattiva che l’ufficio di statistica dell’Ue, Eurostat, ha pubblicato per la Giornata mondiale della popolazione, che si è celebrata l’11 luglio. I dati mostrano che la popolazione sta diminuendo e invecchiando: gli ultraottantenni che nel 2001 erano il 3,4% della popolazione, nel 2020 sono diventati il 5,9% nel 2020. Tra i cambiamenti anche l’aumento dell’età media delle madri al primo figlio: da 28,8 anni nel 2013 a 29,4 anni nel 2019. Tutti i dati (e la possibilità di fare una proiezione della popolazione nel proprio Paese fino al 2080.

 https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/-/edn-20210709-1

  • Germania/le case intergenerazionali. Nella città tedesca di Salzgitter è stato creato il progetto delle case intergenerazionali: giovani, bambini e anziani si ritrovano in un centro di aggregazione aperto a tutti per contrastare l’individualismo e creare dei rapporti sociali a protezione dei soggetti più vulnerabili. L’esperienza nasce dall’associazione SOS Kinderdorf, che nasce come progetto di assistenza per madri sole e bambini in affidamento. A partire del modello Salzgitter, sono nate 500 realtà di questo tipo, ormai veri e propri quartieri solidali in cui le persone non convivono sotto lo stesso tetto ma si ritrovano in spazi comuni per trascorrere del tempo assieme.
  • Anziani, nonni e conciliazione famiglia-lavoro. La Fondazione Marco Vigorelli www.marcovigorelli.org ha pubblicato Anziani, nonni e conciliazione famiglia-lavoro”, quaderno curato da Maria Novella Bugetti e Franca Maino, docenti dell’Università degli Studi di Milano, che si concentra sul ruolo degli anziani-nonni nel campo del welfare, soprattutto di matrice informale  Con la pandemia da Covid-19 è apparso sempre più chiaro quanto queste figure rappresentino nel nostro Paese un vero sostegno per la conciliazione vita-famiglia-lavoro. Al tempo stesso, le dinamiche demografiche e il progressivo invecchiamento della popolazione portano ad interrogarsi circa la sostenibilità del welfare e delle pratiche di conciliazione che vedono al centro i nonni.                                                https://quaderni.marcovigorelli.org/i-quaderni/quaderno-7
  • Piemonte/più giochi tradizionali e meno videogames. Dopo aver ricevuto un milione di euro in più dallo Stato per il finanziamento delle attività dei 45 Centri Famiglia sparsi sul territorio, la Regione Piemonte ha annunciato un investimento per promuovere (utilizzando il 10% del budget) i giochi tradizionali a discapito di quelli elettronici. La proposta mira a combattere le dipendenze e a rilanciare forme di gioco più tradizionali, che verranno proposte nelle attività dei Centri Famiglia per favorire una migliore relazionalità e dialogo educativo tra genitori e figli.
 
  • Plastic radar: segnalare le plastiche di mari e fiumi. L’associazione Greenpeace lancia una grande iniziativa per tutti, adulti e ragazzi, che hanno a cuore la questione dell’inquinamento da plastica di coste, rive e fondali. L’iniziativa di attivismo “Plastic Radar” invita a fotografare le plastiche, buttarle negli appositi contenitori e inviare a Greenpeace le immagini e il luogo di ritrovamento, per mappare la situazione della plastica in Italia e sollecitare le aziende a diventare plastic free
  • Percorsi di formazione
  • Corso di alta formazione “Conduttori di gruppi di coppie e genitori”.
 

https://formazionecontinua.unicatt.it/formazione-conduttore-di-gruppi-di-coppie-e-genitori-p221mi051814-03

 A ottobre 2021 parte l’ottava edizione del Corso di Alta Formazione Conduttori di gruppi di coppie e genitori. Il Corso si svolgerà dal 15 ottobre 2021 al 9 aprile 2022 (+ giornata di follow-up: 2 dicembre 2022) presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Milano). Se non dovesse essere possibile avviare il corso in presenza, è comunque garantita la partenza nelle date programmate con formula a distanza. La scadenza per le iscrizioni è fissata per il 6/10/2021. Iscrizioni attraverso il seguente form on line.                                   https://iscrizionionline.unicatt.it/s/eventsub?subId=a100600000Rh7jo

Per informazioni sul corso:                https://inbreve.unicatt.it/exc-conduttore-gruppi-coppie-e-genitori.

  • JP2: aperte le iscrizioni all’anno accademico, ecco l’offerta formativa. Studi sul femminismo e sul patriarcato, su disabilità, economia e adozioni, e ancora studi storici e biblici, teatro, arte, letteratura e cinema. Nell’anno Famiglia Amoris Lætitia, il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II rilancia la sfida degli studi su Matrimonio e Famiglia con un’offerta formativa che guarda sempre più lontano, allargando il proprio orizzonte e aprendosi in particolare ai laici. L’Istituto Giovanni Paolo II costituisce oggi il più autorevole centro specialistico, a livello mondiale, nel campo degli studi su matrimonio e famiglia. Per far fronte alle restrizioni legate all’attuale emergenza sanitaria e favorire l’iscrizione di studenti impossibilitati a venire stabilmente a Roma, l’Istituto mette a disposizione degli studenti i mezzi più adeguati per garantire sia la didattica in presenza, che quella online .
  • Un percorso socio-politico sulla “fratelli tutti”. È la proposta dell’Arcidiocesi di Milano per riprendere l’enciclica “Fratelli tutti” in maniera interdisciplinare e per scorgere gli apporti che i diversi linguaggi possono offrire alla visione sociale e politica. Lo scopo è quello di aiutare a pensare come vivere la propria partecipazione attiva costruendo percorsi di fraternità e amicizia sociale.

               Il corso, aperto a giovani e adulti interessati ad approfondire i vari temi, si apre con una due giorni residenziale (Villa Cagnola – Gazzada Schianno (Va) l’8 e il 9 ottobre 2021 e prosegue in sette date mensili fino al 7 maggio 2022.                                                         Formazione_socio-politica2021_22.pdf

  • La tutela del minore e della persona vulnerabile. Il Tribunale di prima istanza della diocesi di Roma e il Cœtus Advocatorum propongono un percorso formativo (in presenza ma anche in modalità webinar) su “La formazione del personale diocesano nella tutela del minore e della persona vulnerabile “e “La tutela del minore e della persona vulnerabile”, suddiviso in due incontri: 20 ottobre, “Relazione tra autorità ecclesiastica e civile nella tutela del minore e della persona vulnerabile” e 17 novembre “L’aiuto ai minori vittime di abusi” e “L’aiuto alle suore vittime di abusi”.
  • Percorsi di formazione. Forum della non autosufficienza e dell’autonomia possibile. Rivolto ai professionisti e agli operatori dei servizi alla persona e per chi – a vario titolo – si occupa delle persone non autosufficienti, il XIII Forum della Non Autosufficienza si terrà il 24 e 25 novembre 2021 (a Bologna, in presenza regolamentata dalle norme anti-Covid).
  • Dalle case editrici
  • Volentieri ospitiamo in questa newsletter una recensione firmata dal professor Giorgio Campanini, che ha letto il nuovo libro di Giulia Paola Di Nicola, Ben più che una Madonna. Rivoluzione incompiuta, Effatà, Cantalupa (TO), 2021, p. 352. «Veramente singolare ed originale questo volume di un’autrice giunta ormai alla piena maturità e che sviluppa in dense pagine una riflessione, condotta da molti anni, a due diversi livelli, che tuttavia nello snodarsi delle pagine si incontrano e si confrontano: il profilo di Maria e la “questione femminile” del nostro tempo. Due nodi teoretici apparentemente diversi e che certo non vengono posti a confronto fra loro da quelle correnti femministe che vedono nel culto mariano una patetica “via di uscita” da quella emarginazione della donna che avrebbe caratterizzato l’Occidente cristiano. A partire da questo confronto, le fitte pagine del volume leggono da una parte avvenimenti che fanno capo a Maria, le molte parole che su di lei sono state dette, le interpretazioni che sono state date, di volta in volta, della sua maternità; e dall’altra, quasi in controcanto, si sviluppa un articolato confronto con le varie correnti di un femminismo che la Di Nicola ha a più riprese studiato e approfondito e le cui principali correnti vengono riprese ed esplorate. Si tratta dunque da una parte della storia di una donna, Maria, e dall’altra di una storia di donne (le varie aree del “femminismo”): due strade apparentemente distinte, se non contrapposte, e che l’attrice del volume pone a confronto, mostrando come l’immagine di Maria depurata di certi malcauti orpelli – sia ben presente nella storia dell’Occidente e abbia in essa lasciato profonde tracce, riscontrabili anche in autori da Di Nicola molto amati come Charles Péguy e Simone Weil, dalle cui pagine emerge una visione di Maria tutt’altro che sdolcinata ed edulcorata. Il denso ed articolato volume si situa a due livelli: da una parte continua la riflessione sui momenti centrali della vita di Maria e sull’amplissima letteratura che fa ad essa riferimento (dai Padri della Chiesa ad autori contemporanei) dall’altra sviluppa interessanti riflessioni consegnate a quattro distinti momenti.
  1. Il primo momento (pp.53 e ss) fa riferimento al difficile rapporto fra amore e matrimonio anche in relazione alle diverse espressioni della corporeità, con il rischio di una sorta di mercificazione del corpo femminile alla quale deve opporsi da parte dei credenti la piena accettazione della corporeità, evitando tuttavia di concentrare l’attenzione al rapporto di coppia sulla sola dimensione della fecondità, dal momento che nel mondo contemporaneo la relazione coniugale si proietta nel tempo al di là dell’età feconda. Occorre di conseguenza, inventare “nuove vie” di espressione della maternità e della paternità (cfr. p.81).
  2. Un secondo specifico approfondimento (pp.146 e ss.) riguarda il recupero del significato e del valore della corporeità contro le demonizzazioni del passato, ma insieme rifiutando la “liquidità” della relazione, tipica di una società individualistica, e dunque fragile, in nome di una fedeltà creativa e non ripetitiva.
  3. Il terzo excursus (pp. 228 e ss) ha per oggetto specifico la famiglia a partire dall’ideale di Nazaret, ma con la consapevolezza dei mutati orizzonti dell’epoca moderna. In questa linea viene sottolineata l’importanza dell’ospitalità, della “apertura” delle proprie porte (p. 139), in un atteggiamento di totale disponibilità all’incontro e al dialogo.
  4. Infine il quarto snodo fa riferimento ad una questione che potrebbe apparire marginale, ma che non lo è, quella della decisione del cognome, a giudizio dell’autrice da rivedere – anche con il superamento di un’antica tradizione – in funzione del riconoscimento del ruolo autonomo della donna e di una piena “parità di genere” (p.299). In questa linea vengono sviluppate interessanti notazioni su “famiglia e familismo” (pp. 326 e ss).

                In conclusione, questo prolungato elogio di Maria – del tutto privo di quelle purtroppo frequenti “esagerazioni” mariane che ne hanno talora ostacolato l’autentico culto – ha una forte valenza ecclesiologica in quanto, a partire dalla figura di Maria madre della Chiesa, mette in evidenza come non sia possibile vivere appieno la vita cristiana con l’insegnamento della Vergine: una testimonianza, la sua, più di gesti e di opere che di parole. Per questo Maria è chiamata ad “accompagnare e sostenere la fede” (p. 329) e ad alimentarla e sorreggerla anche quando essa viene rifiutata o soffocata dall’indifferenza, dall’ostilità e talora anche dalla persecuzione: per questa via Maria “continua il travaglio del suo parto laddove suo Figlio è scacciato” (p.330).

                               Giorgio Campanini.

  • Save the date
  • Convegno internazionale (it) – 1/2 ottobre 2021. “Progettare comunità. Strumenti di community work per tornare alle relazioni” a cura di centro studi Erickson e il centro di ricerca Relational social work dell’Università cattolica di Milano [qui per info e iscrizioni].

https://eventi.erickson.it/convegno-progettare-comunita-2021/Home

  • Presentazione rapporto (IT) – 01 ottobre 2021 (inizio ore 11.00). “Noi doniamo”, presentazione del rapporto sulla propensione a donare degli italiani dell’Osservatorio sul dono IID-Istituto Italiano della Donazione, in attesa del Dono Day del 4 Ottobre 2021. Dal parlamentino del Cnel in diretta streaming

www.istitutoitalianodonazione.it/it/donoday/donoday2021/1ottobre2021

  • WEBINAR (EU) – 12 ottobre 2021 (9.30-11.00 CET). “Building peer support to family carers of persons with disabilities”, a cura di COFACE nell’ambito del ciclo Breakfast Bites

www.coface-eu.org/disability/building-peer-support-to-family-carers-of-persons-with-disabilities

  • Ciclo di webinar (IT) – 30 settembre/21 ottobre/2 dicembre (17.30-19.30). “Incontri per genitori di adolescenti”, a cura del CSV Terre Estensi (comune di Ferrara)
  • Corso (IT) – 30 ottobre 2021 (9.00/13.00 – 14.00/17.30). “Ritiro sociale e pandemia. Aspetti educativi e clinici nel lavoro con gli adolescenti”, corso organizzato da Erickson. Tra i relatori: Gustavo Pietropolli Charmet, Michele Procacci, Matteo Lancini.

www.erickson.it/it/ritiro-sociale-e-pandemia?default-group=eventi&utm_source=EMAIL&utm_medium=DEM&utm_campaign=Formazione_didattica_w36_Esclusi

  • Meeting (USA) – 11/13 November 2021. “Unmuting the Voices of Children and Families: Can You Hear Me Now?”, a cura di AFCC-Association Family and Conciliation Courts, sul tema delle buone pratiche per migliorare l’ascolto dei bambini, da parte degli operatori, durante situazioni di difficoltà (dal momento che la pandemia ha messo sotto silenzio i più vulnerabili). Evento in presenza con un ampio pacchetto di webinar.                                                                  AFCC Cincinnati 2021 Fall Conference Brochure.pdf

 

www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&ved=2ahUKEwjN7eDnhqDzAhVvhv0HHebiALwQFnoECAMQAQ&url=https%3A%2F%2Fwww.afccnet.org%2FPortals%2F0%2FAFCC%2520Cincinnati%25202021%2520-%2520CFP.pdf&usg=AOvVaw11Yal10OYoZ0ZWz9jyeGJx

  • Convegno (IT) – 13 novembre 2021. “Il contributo della psicoanalisi nella società contemporanea”, convegno online a cura del Centro Milanese di Psicoanalisi con il patrocinio del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca.

www.cmp-spiweb.it/convegno-13-novembre-il-contributo-della-psicoanalisi-nella-societa-contemporanea

  • Conferenza internazionale (USA) – 2/5 novembre 2021. “2021 Annual Conference NCFR”, conferenza annuale del National Council on Family Relations, evento in modalità virtuale

www.ncfr.org/ncfr-2021/registration

  • Convegno (IT) – 9 ottobre 2021 (9.30-18.30). “Siamo stati adottati e stiamo bene”, promosso da Officina Adozione dedicato al mondo delle adozioni, con focus su ricerca delle origini, successo scolastico, adolescenza e adozioni. A Firenze presso la libreria Libri Liberi

www.libriliberiofficine.it/sabato-9-10-2021-convegno-siamo-adottati-e-stiamo-bene-8

  • International conference (EU) – 13/15 october 2021 (time of sessions: 9.00-17.00 CET). 19th Conference of the European Divorce Research Network, to discuss papers on relationship dissolution and its causes and consequences.

www-divorceconference2021-eu.translate.goog/?_x_tr_sl=en&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=nui,sc

https://easychair-org.translate.goog/cfp/DivCon2021?_x_tr_sl=en&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=nui,sc

www.divorceconference2021.eu

  • Martini Lecture Bicocca (IT) – 14 ottobre 2021 (inizio ore 11.00). “Intelligenza artificiale. L’uso delle nuove macchine”, Terza edizione della Martini Lecture Bicocca con Luciano Floridi e Federico Cabitza, una Lecture dedicata ai temi dell’intelligenza artificiale e delle sue connessioni con la vita dell’uomo.                                        www.unimib.it/eventi/intelligenza-artificiale-luso-delle-nuove-macchine
  • Festival (IT) – 7/10 Ottobre 2021. Generazioni. Educazione, sostenibilità, Giustizia sociale”. Festival promosso dal Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa” dell’Università Bicocca di Milano. Avrà luogo in maniera diffusa sul territorio del Municipio 9 e del Distretto Bicocca.

https://festivalgenerazioni.unimib.it

  • Webinar (FR)-13 ottobre 2021 (5.30 – 7.00 PM CEST). “Protéger les enfants du cyber-harcèlement”, primo appuntamento del ciclo di conferenze annuali organizzate dalla Facoltà di Educazione dell’Institut Catholique de Paris

www.icp.fr/a-propos-de-licp/actualites/le-23e-cycle-de-conferences-de-lisp-faculte-deducation-entierement-en-ligne

  • Giornata di studio (IT) – 13 ottobre 2021 (9.30-17.30). “Traiettorie di welfare di comunità”, a cura di Animazione Sociale in collaborazione con la Regione Emilia Romagna.

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=8%3d5TDd9T%26u%3dX%26r%3dQ0Z%26s%3dRAXDT%264%3dCxJy_MUsY_Xe_HZxT_Ro_MUsY_WjM6R.eDrHePrJr52Jg9jGi.93_MUsY_WjMy-8sD30rJ_1vWp_AAyFuJe42_MU6e1jsY_WjRIW5_HZxT_RoeC_HZxT_RolmE1IeJj-NxKmDs_bxGs7w6.t4o%269%3dqK2QgR.w0x%2692%3dZARH&mupckp=mupAtu4m8OiX0wt

  • Convegno (IT) – 15 ottobre 2021 (inizio ore 11.00). “Rapporto annuale 2021 sull’economia dell’immigrazione”, a cura della Fondazione Leone Moressa, presso la Camera dei deputati

www.fondazioneleonemoressa.org/2021/09/16/presentazione-rapporto-2021

 

https://a4e9e4.emailsp.com/f/rnl.aspx/?fgg=ytsuu/e-ge=s/fh0=nzt49a1:a=&x=pv&g4&x=pv&69l7c/f-.:8eh-&x=pp&y_ged5nag/:i4-7d=uwvzNCLM

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CHIESA DI TUTTI

Ritorno al passato

La nostra ultima lettera, “Il Dio che perdiamo”(opera di Raniero La Valle),      www.adista.it/articolo/66335

è stata ragione di consolazione per molti, per i quali “perdere Dio” significherebbe perdere tutto; più che posteri di Dio se ne sentirebbero orfani, vittime di una promessa non mantenuta (“non vi lascerò orfani”). Il dossier sul post-teismo potrebbe pertanto arricchirsi di molti nuovi apporti contro e a favore delle nuove teorie, ma è difficile rintracciare tutti gli scritti e riunirli tutti insieme perché da molte fonti e per molti canali la discussione dilaga.

                È importante però soffermarsi ancora sul punto di partenza del confronto per chiedersi che cosa in effetti ci viene proposto da quanti appellandosi alle nuove consapevolezze acquisite grazie alla scienza, alle scoperte e al vissuto di questa nuova età del mondo, dichiarano chiuso il capitolo di Dio, visto nelle forme forse un po’ stereotipe in cui lo ha tramandato il teismo (onnipotente, onnisciente, dispotico, ecc.).

                E intanto per la chiarezza dei termini bisogna dire che ciò che ci viene proposto non è l’ateismo, perché per l’ateismo nessun Dio c’è mai stato, neppure questo oggi dismesso; non è per il mutare dei tempi che egli viene ora negato, altra è la privazione di Dio che alla sua lunga e nobile tradizione va ascritta. Il post-teismo ragiona invece di un Dio che c’era, o che almeno è stato creduto (e tanto e da tanti che intorno a questa nozione di Dio si è caratterizzata un’intera epoca storica), e che ora in un mondo fattosi adulto non c’è più, non ha ragione di essere creduto e a cui è facile addossare improbabili connotati oggi confutati fino all’irrisione.

                Però il Dio che così viene ora licenziato non è tanto quello del teismo, quanto in realtà è il Dio del monoteismo, che distaccandosi dal magma delle religioni primitive e dei culti panteisti che divinizzavano le forze della natura come il cielo la terra il sole la luna, a un certo punto ha fatto irruzione nella storia di questa parte del mondo nell’area mediterranea.

                Secondo la Bibbia questo evento risale all’età dei patriarchi, al patto con Abramo, secondo Freud (“L’uomo Mosè e la religione monoteistica”, che è il suo ultimo libro) è, nel XIV secolo a. C., un frutto della gloriosa quattordicesima dinastia dell’Egitto divenuto impero, che aveva bisogno di una religione più diffusiva; e questa religione fu trasmessa da Mosè, che sarebbe stato non ebreo ma un egizio, al popolo di Israele nell’atto di mettersene a capo, di portarlo fuori dall’Egitto e di farsene legislatore e guida.

                In ogni caso quale che sia la genesi del monoteismo è come se due strade si fossero aperte al tempo delle origini: da un lato nel popolo greco secondo Freud ci fu “un allentamento del politeismo” e l’inizio del pensiero filosofico, dall’altro in Egitto e nel popolo ebreo si ebbe l’abbandono dei culti idolatrici e la costruzione dell’unico Dio dominante su tutto e capace di amare in modo personalissimo il suo popolo: e fu questo il grande dono fatto da Israele all’umanità intera. Poi, nel tempo stabilito questo Dio, immedesimato in Gesù di Nazaret e da lui reinterpretato fino al rovesciamento dell’umiliazione e della croce, è entrato nella storia e attraverso la sua Chiesa con tutto il suo carico di paradossi, mito o mistero che siano considerati, ha piantato la sua alternativa nel mondo.

                Sbarrare ora questa strada e risospingere questo Dio nel nostro passato, come fa il post-teismo, che piuttosto dovrebbe dirsi un post-monoteismo, non significa perciò proiettarsi nel futuro come vorrebbe il progressismo, ma tornare a quel bivio della storia umana quando il Dio unico si separò dagli idoli, desacralizzò la natura e demitizzò le astrazioni spiritualistiche per le quali tutte le cose sono considerate divine e le stesse facoltà umane sono esaltate come brandelli dell’assoluto.

                Occorre pertanto vigilare perché questo “post” del teismo non sia piuttosto una ricaduta nel passato e perché questo ritorno all’areopago di Atene che dovrebbe affrancarci dal “Dio ignoto”, giustamente inaccessibile alla scienza, non ci consegni piuttosto agli idoli che sempre più stanno prendendo il controllo della nostra vita. Se noi abbiamo infatti più sicurezze e meno antidoti, gli idoli crescono di numero e potenza, che si tratti del pallone glorioso, dei mercati sovrani, dei brevetti irrinunciabili sui vaccini o della libertà di inquinare.                              

                Con i più cordiali saluti                                                

www.adista.it/articolo/66396

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CHIESA CATTOLICA

Né sul monte Garizim né a Gerusalemme

                La desacralizzazione è stata, fin dall’inizio, uno dei connotati fondamentali del cristianesimo. In un mondo – quello pagano – costellato di divinità che occupavano gli spazi naturali e presiedevano alle diverse funzioni esercitate dall’uomo non fa meraviglia che i cristiani venissero considerati come atei. In continuità con la precedente tradizione ebraica essi adorano un Dio unico, che non esita ad affermare con forza la sua trascendenza. Come JHWH, il Dio di Israele, il quale nel momento in cui si fa alleato del popolo rivendica la sua infinita diversità e distanza, prescrivendo all’uomo di non farsi di lui immagine alcuna e persino di non chiamarlo per nome (Es 20, 4-6), anche il Dio di Gesù Cristo è geloso della sua radicale alterità.

                Culto, tempio, legge. La fedeltà a questa alta concezione di Dio ha subìto nel corso della storia della salvezza, sia ebraica sia cristiana, gravi contraccolpi. La tentazione di catturare Dio, asservendolo al proprio potere e ai propri interessi, ha imboccato spesso la strada della sacralizzazione di alcune realtà che hanno a che fare con l’esperienza religiosa. Tra queste un ruolo particolarmente rilevante hanno avuto, nel mondo ebraico, il culto – si pensi alle invettive della predicazione profetica nei confronti del culto materiale – il tempio e, nell’ultima fase – quella del giudaismo – la legge, divenuta, dopo la distruzione del tempio, l’unico riferimento per la religiosità del popolo (cfr Salmo 119).

                Nel Nuovo Testamento la tentazione di far coincidere automaticamente la salvezza con l’adesione all’una o all’altra di queste realtà, non riconoscendo che essa è dono di Dio e che la sua acquisizione può avvenire soltanto a condizione che si riconosca la propria povertà e si creino le condizioni interiori per la sua accoglienza, ha continuato a persistere. È questo il motivo principale della polemica di Gesù nei confronti degli scribi e dei farisei, che fanno dell’osservanza della legge lo strumento della propria autogiustificazione, la via attraverso la quale meritare – come ci ricorda la parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18, 9-14) – la salvezza. Gesù reagisce per questo con forza ai tentativi di sacralizzare la legge, non destituendola del suo significato, ma portandola alla pienezza («Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge e i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento», Mt 5, 17) mediante la sua sottomissione al comandamento più grande, quello dell’amore. Un’analoga posizione Egli assume nei confronti di altri simboli religiosi riguardanti – come scrive l’autore della lettera agli Ebrei – sacerdozio, sacrificio e vittima che non hanno più senso di esistere perché identificati con la sua stessa persona (Ebr 4, 14-16; 5-10).

                Né su questo monte né a Gerusalemme. Tale processo si verifica poi anche nei confronti del tempio, che Gesù identifica con il suo stesso corpo (Gv 2, 19-20). Il testo dal quale emerge il suo pensiero al riguardo è soprattutto il brano dedicato all’incontro con la samaritana nella città di Sicar presso il pozzo di Giacobbe. Qui replicando alla donna, che rileva la diversità dei luoghi in cui samaritani e giudei venerano Dio, Gesù le dice: “Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così il Padre vuole che siano quelli che lo adorano” (Gv 4, 21-23).

                A venire in questo caso affermata con chiarezza è l’abolizione di uno spazio “sacro”. Né il tempio né il monte Garizim possono rivendicare il diritto di essere luoghi esclusivi del rapporto con il divino; non vi sono spazi “separati” (o riservati), perché Dio è presente ovunque, nella profondità delle cose e nell’intimità della coscienza dell’uomo (intimior intimo meo, dice Agostino).

                Ma la possibilità di riconoscere questa Presenza – è questa la seconda importante affermazione del testo giovanneo – è strettamente dipendente dall’essere “veri adoratori” che si rapportano a lui “in spirito e verità”; che si aprono, in altre parole, all’accoglienza del mistero divino, muovendo dalla propria interiorità e aderendo alla verità della sua manifestazione nella persona del Figlio di Dio.

                La dialettica fede – religione. L’istanza contenuta in queste affermazioni non può che avere il primato. La fede in cui si attua l’incontro con Dio non ha bisogno di per sé di sovrastrutture che la incapsulino; è un atto libero che non deve avere vincoli di spazio e di tempo. Tuttavia la possibilità che si generi l’apertura a Dio che si fa sempre per primo a noi incontro è legata all’attuarsi di alcune precondizioni antropologiche, che favoriscono la nostra capacità recettiva. Non è questo il significato del rapporto tra fede e religione?

                Il riconoscimento del primato della fede non implica il rifiuto della religione, la quale è, da un lato, la struttura originaria – l’apertura alla trascendenza (homo naturaliter religiosus) – che consente all’uomo di recepire il dono della fede e, dall’altro, la via attraverso il quale la fede trova la sua possibilità di espressione incarnandosi in atti umanamente significativi.

                Tra fede e religione sussiste – come è facile intuire – un rapporto dialettico, per il quale la subordinazione della religione alla fede comporta la messa in atto di un costante discernimento per evitare forme di sacralizzazione che costringono quest’ultima a subire un indebito inquinamento. È come dire che si tratta di non misconoscere l’importanza della religione per l’accoglienza e il consolidamento della fede e di assumere, nello stesso tempo, un atteggiamento di vigilanza nei suoi confronti per il pericolo della emergenza del “sacro” in senso deteriore.

                Uno spazio che faciliti l’interiorizzazione. Il significato dello spazio “sacro” va collocato in questo contesto. Esso costituisce un fattore importante per la creazione di un clima, che favorisca il raccoglimento e la concentrazione meditativa, l’interiorizzazione e l’ascolto; elementi che concorrono a dar vita a quelle precondizioni antropologiche cui si è accennato. Questo spazio – è bene sottolinearlo – non può essere ridotto esclusivamente alle mura di una chiesa; esistono e sono diversi gli scenari anche naturali in cui l’atmosfera descritta può prendere vita: si pensi soltanto ad alcuni incantevoli panorami di alta montagna nei quali si è sollecitati a guardare in alto invocando una Presenza che si percepisce vicina.

                Tuttavia, nonostante queste considerazioni, gli edifici sacri rimangono pur sempre un fattore importante per lo sviluppo del clima cui si è accennato. Certo non ogni tipo di chiesa assolve a questa funzione, perché non sempre si tratta di spazi “sacri” in senso autentico. La possibilità che lo diventino è infatti strettamente connessa alla capacità di associare il livello artistico, che costituisce un paradigma insostituibile, con l’attenzione alla sensibilità propria del contesto culturale in cui si vive, non dimenticando le finalità che tali edifici perseguono e che possono essere conseguite soltanto laddove si rispettano i canoni propri dell’identità dell’arte sacra.

                Esistono, a tale proposito, esempi luminosi del passato che hanno ben interpretato lo spirito del tempo, producendo opere di grande prestigio: dalle chiese romaniche alle cattedrali gotiche fino allo stesso barocco (si pensi a quello romano del Bernini e del Borromini). La diversità dei contesti, che determina la varietà degli stili, consente di accostarsi alla ricchezza di una testimonianza che, attraverso i secoli, viene consegnata all’umanità come espressione di una spiritualità diversamente modulata e insieme fedele alla sostanza del messaggio religioso. E questo non riguarda soltanto il passato; si proietta anche nell’oggi nel segno di una vera continuità, se si considerano alcune opere della modernità – è sufficiente ricordare qui tra le molte le chiese di Le Corbusier e del pistoiese Michelucci – nelle quali bellezza e verità sono l’orizzonte di un “sacro” che interpreta, in modo esemplare, la coscienza religiosa dell’uomo contemporaneo.

                Il “santo” e il “sacro”: due dimensioni della religiosità. La secolarizzazione ci ha liberato da una forma di “sacro” che faceva da copertura a una serie di realtà, separandole da tutto il resto e trasformandole in contenitori immediati del “divino”, e ci ha fatto scoprire il santo” come una dimensione che pervade nel profondo cose e persone, al di fuori e di là di ogni distinzione. E questo grazie alla presenza dello Spirito che anima dal di dentro l’universo e la coscienza dell’uomo, e che si muove in assoluta libertà senza che si sappia in anticipo donde viene e dove vada. La fede ci aiuta a cogliere questa Presenza laddove di volta in volta si manifesta senza barriere temporali o spaziali.

                La riscoperta di questa dimensione, che è la più vera, non si oppone tuttavia radicalmente alla possibilità (e persino alla necessità), di tempi – si pensi al tempus opportunum di alcuni momenti significativi dell’anno liturgico – e di spazi che hanno – come si è ricordato – una funzione strumentale al servizio dell’acquisizione di quelle attitudini che danno all’uomo la possibilità di attingere la “santità” delle persone e delle cose. Se lo spazio “sacro” assolve a questa funzione acquisisce una particolare importanza, senza che per questo gli si assegni un’esclusività che non può avere e soprattutto senza pretendere di sostituirsi a quell’adorazione di Dio “in spirito e verità”, che è il modo più autentico di vivere il rapporto con il mistero assoluto.

                Giannino Piana                                12 luglio 2021

                Già docente di etica cristiana alla Libera Università di Urbino e di etica ed economia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino.

L’articolo è stato pubblicato, con il titolo “Esiste uno spazio sacro?”, dalla rivista “Il Gallo” (nn. 7-8 del 2021)

www.viandanti.org/website/santo-sacro

 

Vita e celibato. Un necessario ripensamento teologico.

                Stati «generali della natalità». L’antica espressione di matrice feudale, diventata in seguito emblema dell’innesco di un processo rivoluzionario, è stata scelta dal Forum delle famiglie per organizzare un incontro dedicato all’«inverno demografico» italiano (Roma, 14 maggio 2021). L’inaugurazione è stata così solenne da contemplare un discorso del primate d’Italia. Le parole di papa Francesco sono state contraddistinte da una nota di forte attualità largamente ispirata dalla «ripartenza» post pandemica.

www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2021/may/documents/papa-francesco_20210514_statigenerali-natalita.html

                I tre pensieri guida proposti dal papa sono stati contraddistinti da altrettante espressioni chiave: «dono» (concepimento e nascita sono, per definizione, realtà che ci precedono), «sostenibilità generazionale» (non c’è ripartenza senza ripresa demografica), «solidarietà strutturale» (occorre provvedere a un sostegno organico alle famiglie). È una spia del clima «invernale» il fatto che tra questi pensieri manchi.

                La distanza fra la tradizione ebraica e quella cattolica è assai netta in relazione al comandamento di sposarsi e di generare che nell’ebraismo non conosce eccezioni. A tale proposito, nelle corde di Lutero vi sono espressioni che l’ebraismo non avrebbe alcuna difficoltà a fare proprie: «Il matrimonio è poi un ordine e una creazione di Dio (…) Satana infatti odia questo genere di vita. Suvvia in nome di Dio arrischiati [si sta rivolgendo al suo discepolo Dietrich Veit; nda] sulla sua benedizione e sulla sua creazione» (M. Lutero, Discorsi a tavola, n. 233, Einaudi, Torino 1969, 50). Va da sé che queste parole sono condivise anche dal cattolicesimo che rende il matrimonio un sacramento [1184, Concilio di Verona]. Tuttavia esse non possono essere dotate di un’estensione universale. Nella tradizione cattolica si è infatti obbligati ad affermare che il matrimonio è buono, ma non ogni forma di vita buona è riconducibile a esso. In luogo di un radicale aut aut, occorre rivolgersi a un più mediato et et. Secondo Giovanni Crisostomo: «Chi denigra il matrimonio, sminuisce anche la gloria della verginità; chi lo loda, aumenta l’ammirazione che è dovuta alla verginità», quest’ultima infatti attesta una condizione più alta non rispetto a quanto è brutto, ma rispetto a quanto è bello (Cf. Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1620).

                Il Catechismo della Chiesa cattolica (n. 1619) dichiara che: «La verginità per il regno dei cieli è uno sviluppo della grazia battesimale, un segno possente della preminenza del legame con Cristo, dell’attesa ardente del suo ritorno, un segno che ricorda pure come il matrimonio sia una realtà del mondo presente che passa (cf. Mc 12,25; 1Cor 7,31)». La scelta però può essere vissuta anche in modo molto spoglio, ma non per questo meno autentico. Ivan Illich, a proposito di se stesso, scrisse che il voto di castità è scelta «di vivere adesso la povertà assoluta che ogni cristiano spera di vivere nell’ora della morte» (Cit. in F. Milana, «Postfazione» a I. Illich, Pervertimento del cristianesimo, Quodlibet, Macerata 2008, 143).

                Il termine «responsabilità». In tempi non lontani parlare di maternità e paternità responsabili rientrava nel lessico comune. Ogni dono presuppone, va da sé, un donatore, allo stesso modo in cui non è concesso parlare di creature senza riferirsi al Creatore («Laudato si’ mi’ Signore, cum tucte le tue creature»).

                Fra i tre riferimenti è evidentemente quello legato al dono a trovare più rispondenze nell’ambito delle tradizioni spirituali. A prescindere dalle questioni demografiche, in questo caso irrilevanti, sarebbe opportuno riesaminare il tema del perché il clero secolare di rito latino è compartecipe di quel dono solo nel ricevere e non già nel dare.

                Precetti e «consigli evangelici». Secondo una plausibile percezione media, l’ebraismo è più prossimo al cattolicesimo di quanto non lo sia al protestantesimo. I motivi di questa vicinanza si trovano nel valore attribuito ai precetti. La radicale dialettica riformata sottesa alla polarità fede-opere appare più lontana dalla sensibilità ebraica della mediazione cattolica in cui, senza negare il ruolo della grazia, alle opere viene assegnato un compito decisivo anche nell’orizzonte della salvezza. Va da sé che molto ci sarebbe da precisare rispetto a questa precomprensione abbastanza stereotipata. Tuttavia essa ha una sua parziale ragion d’essere. Eppure c’è anche dell’altro. È il caso, per esempio, dei cosiddetti «consigli evangelici», scelte volontarie che segnano una differenza tra una condizione particolare e quella dei comuni fedeli. Qui tra ebraismo e protestantesimo le affinità sono maggiori di quelle che si registrano rispetto al cattolicesimo. Fino a qui ci troviamo in un ambito condiviso anche dall’ortodossia. Tocchiamo infatti le basi peculiari della vocazione monastica. La presenza di uomini e donne che scelgono di testimoniare il Regno nell’attesa della venuta del Signore, alla fine dei tempi, fa parte di una grande e condivisa tradizione cristiana.

 

                Quanto è peculiare al cattolicesimo, o meglio al suo rito latino, è l’imposizione del celibato come condizione indispensabile per l’esercizio del sacerdozio ministeriale. Anni addietro, in Conversazioni notturne a Gerusalemme, fu posta a Carlo Maria Martini una domanda in termini molto franchi: «Non avere rapporti sessuali è innaturale. Come mai i preti non devono sposarsi?». Il cardinale rispose: «I preti possono sposarsi in tutte le Chiese a eccezione di quella cattolica romana. L’idea che i sacerdoti non debbano sposarsi è nata dal monachesimo. Donne e uomini vivono insieme in comunità, oppure da eremiti, per seguire Gesù nel suo celibato. Vogliono essere completamente liberi per servire Dio (…) rischiano la vita per amor suo. Per il celibato è fondamentale che una comunità offra al sacerdote uno spazio in cui sentirsi amato e protetto. Un prete non deve sentirsi solo…» (C.M. Martini, G. Sporschill, Conversazioni notturne a Gerusalemme, Mondadori, Milano 2012, 32).

                Celibato per tutti? La lunga esperienza pastorale rese evidente a Martini quanto sia grande il problema del prete che vive in solitudine nel cuore della città. Tuttavia il centro della questione non sta nel dramma reale del conforto nei riguardi di chi ha fatto una scelta che dovrebbe renderlo disponibile verso tutti. Né tutto è risolvibile nella grande testimonianza di colui che decide volontariamente di restare solo per essere più vicino a chi, contro il suo volere, è stato gettato dalla vita nella solitudine. Questa vocazione radicale rende prossimi alla gente e costringe chi la fa propria a comprendere come vanno le cose del mondo anche quando, di persona, si astiene dal rischio di allevare figli in una società difficile.

                Occorre chiedersi, e non solo per motivi pastorali, se la scelta del celibato obbligatorio, imposta in Occidente alla fine dell’XI secolo e codificata disciplinarmente solo con il concilio di Trento, non rappresenti una perdita rispetto alla posizione mantenuta dalla grande tradizione ortodossa (e contemplata anche dalle Chiese cattoliche di rito orientale) che rende vincolante il celibato per i monaci e per i vescovi ma non per i presbiteri che vivono nel mondo. La vitalità del neo-monachesimo occidentale (peraltro non al riparo da prove; basta pensare al «caso Bose») ha di nuovo posto al centro dell’attenzione la differenza tra lo status di monaco e quello di presbitero. Tutto ciò potrebbe trasformarsi in occasione per ripensare alle condizioni e agli obblighi propri del presbitero secolare. Ciò avverrebbe in nome della tradizione e non già contro di essa.

                La storia della Chiesa mostra che, alle spalle dell’opzione celibataria imposta ai sacerdoti, vi sono pure considerazioni teologiche diverse rispetto a quelle legate alla perfezione monastica. Alcune di esse sono molto antiche. Per esempio già nel Sinodo di Elvira (attorno al 300), l’accento posto sull’astinenza sessuale di vescovi, presbiteri e diaconi, lungi dall’essere assunto dalla novità del sacerdozio di Cristo, deriva dall’ibrido impasto che lo collega a una spuria ripresa dell’antico sacerdozio levitico (Cf. H. Denzinger, Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, ed. bilingue, a cura di P. Hünermann, EDB, Bologna 1995, n. 119). Prima di compiere il loro servizio al Tempio di Gerusalemme, i kohanim (sacerdoti) dovevano entrare in uno stato di purità – ovviamente temporaneo – il che comportava per loro l’astensione dai rapporti sessuali. Pensando al nuovo sacerdozio secondo l’ordine di Melchìsedek come eterno (cf. Sal 110,4) si è ritenuto logico concludere che anche l’astensione dal sesso fosse perenne.

                È stata, dunque, una visione teologicamente impropria di una Chiesa che si pensava come nuovo Israele ad aver favorito l’associazione tra l’essere presbitero e l’essere celibe. Prima che la pressione degli avvenimenti e le urgenze pastorali conducano ad affrettati accomodamenti, sarebbe bene ripensare, per tempo, ad alcuni fondamentali snodi teologici.

                Piero Stefani, biblista                    Regno attualità n. 12, pag. 405, 15 giugno 2021

re-blog.it/2021/07/12/vita-e-celibato-un-necessario-ripensamento-teologico

 

Omosessualità: se una persona è gay. Francesco e le posizioni della Chiesa novecentesca

                Se «una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?»

In fondo   www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2013/july/documents/papa-francesco_20130728_gmg-conferenza-stampa.html

                La frase, pronunciata da papa Francesco nel luglio 2013 durante il viaggio di ritorno da Rio de Janeiro, è stata presentata come una svolta nell’atteggiamento della Chiesa nei confronti dell’omosessualità.

                Le successive misure di Roma – basta pensare al recente Responsum della Congregazione per la dottrina della fede sulla benedizione delle unioni tra persone omosessuali – hanno innescato una vivace discussione all’interno e all’esterno della comunità ecclesiale. Per cercare d’uscire da polemiche spesso funzionali a opzioni di politica ecclesiastica e talora dettate da preconcette ideologie religiose, è ovviamente necessario stabilire con qualche certezza qual era l’atteggiamento della Chiesa verso l’omosessualità prima dell’ascesa di Bergoglio al soglio pontificio. Gli studi storici, almeno in lingua italiana, non sono molti.

                A colmare la lacuna interviene ora un interessante libro di Francesco Torchiani: Il «vizio innominabile». Chiesa e omosessualità nel Novecento (Bollati Boringhieri, Torino 2021). Fondato su una ricca documentazione di respiro internazionale, prende in esame, oltre agli atti ufficiali del magistero, materiali attinti dai più diversi generi letterari. Fin dall’inizio il volume si presenta come un primo affresco, sottolineando poi a più riprese quanto ci sia ancora da scavare e conoscere. Non solo per i limiti programmaticamente posti all’indagine – in effetti riguarda esclusivamente l’omosessualità maschile –, ma anche per altre ragioni: da un lato occorre chiarire i processi redazionali dei documenti ufficiali se si vuole davvero comprendere le scelte che portano alle posizioni formalmente espresse dal magistero; dall’altro lato è necessario ricostruire compiutamente il ruolo giocato da quel frastagliato mondo, composto da singole persone, riviste e associazioni, che, declinando sul piano pubblico il rapporto tra adesione alla fede cattolica e condizione omosessuale, hanno formulato domande, avanzato istanze, proposto riforme. Eppure uno dei meriti maggiori di questa solida ricerca sta proprio nell’aver saputo collocare i pronunciamenti magisteriali nel contesto ecclesiale e sociale in cui vengono enunciati, dando in particolare rilievo, accanto alle riflessioni di scienziati e teologi, alle voci dei credenti gay. L’autore, ricercatore di Storia contemporanea all’Università di Pavia, ha già al suo attivo diverse pubblicazioni, per lo più su esponenti di primo piano della cultura storiografica novecentesca. Anche in questo lavoro, pur ben consapevole della lunga durata del tema, si concentra sul XX secolo. Con buone ragioni. Non solo perché sono disponibili ricostruzioni su epoche precedenti (al 1980 risale il libro di John Boswell, che aveva sostenuto come il cristianesimo avesse modificato l’iniziale tolleranza verso l’omosessualità in seguito all’assunzione di schemi culturali tipici della società medievale). Ma anche perché, proprio sullo scorcio dell’Ottocento, si verifica un decisivo cambiamento nel discorso pubblico: alla figura del «sodomita» comincia a sostituirsi quella dell’«omosessuale». Ne è sintomo inequivocabile la diffusione di quest’ultimo termine nato nel 1869 dalla penna di uno scrittore ungherese. Com’è ovvio, i due sostantivi sottendono due diversi modelli interpretativi: il primo rimanda a una concezione religiosa della realtà, che vede nei rapporti tra persone dello stesso sesso una violazione della legge naturale da punirsi sia come peccato sia come reato; il secondo deriva dall’approccio al fenomeno in chiave medico-scientifica.

                Sessualità e natura. Ciò non significa che la scienza proponga allora una visione unitaria: per alcuni l’omosessualità ha radice in una distorsione psichica che, per quanto incolpevole, deve essere curata; per altri il desiderio verso una persona dello stesso sesso è un’espressione naturale dell’istinto sessuale. Nonostante queste divaricazioni, i risultati della ricerca scientifica hanno ricadute sociali: emergono infatti le prime richieste di depenalizzazione del reato di sodomia previsto nei codici civili dei diversi paesi. Invece nei documenti ecclesiastici – Catechismo (1912), Codex iuris canonici (1917); circolare del Sant’Ufficio De modo procedendi in causis sollicitationis (1922) – non fanno breccia le novità del discorso medico. Non stupisce dunque che la lotta all’omosessualità costituisca tra le due guerre mondiali uno dei terreni d’incontro tra Chiesa e regimi totalitari, anche se il nazismo non esita poi a servirsi del tema per condurre una campagna anticlericale. Nuova risulta invece l’apparizione, soprattutto nella letteratura, di una pubblica attestazione d’appartenenza cattolica e condizione omosessuale. Si nota anzi in questi autori uno svolgimento. Si passa da una rivendicazione di elezione spirituale (che consente di vivere la propria diversità sessuale in piena castità) all’affermazione dell’impossibilità d’accettare come peccaminosa la pratica sessuale derivante da una inclinazione personale che non si è voluta, che non si può mutare e che Dio, essendo amore, non può condannare. Come rileva l’epistolario Maritain-Cocteau, queste posizioni sono però ben lungi dall’essere accolte anche dai più aperti settori della cultura cattolica dell’epoca: per il filosofo francese non è mai ammissibile la violazione dell’ordine naturale della creazione, sicché il credente omosessuale non può che vivere la sua condizione nell’astinenza.

                Su questo quadro si abbatte nel 1948 la pubblicazione del Rapporto Kinsey sul comportamento sessuale maschile degli americani, che ottiene ampia risonanza in tutto il mondo. Il libro, sulla base di un’ampia ricerca statistica, scardina due stereotipi: la società non è divisa tra omosessuali e eterosessuali (vi sono infatti non irrilevanti aree di sovrapposizione tra i due gruppi); l’omosessualità non si lega a devianza psicologica. Le acquisizioni della sessuologia americana cominciano a incidere sulla cultura cattolica: Marc Oraison, nel quadro del tentativo di conciliare la Chiesa con la psicanalisi, propone di sostituire alla condanna l’assistenza medica e spirituale; nasce nel 1954 una rivista, Arcadie, che vuole anche essere organo di collegamento tra credenti omosessuali; un autorevole moralista olandese, Jos Vermeulen, prospetta, in attesa che la ricerca scientifica possa fornire più adeguate conoscenze sul fenomeno, l’opportunità di un mutamento pastorale verso gli omosessuali: dovrebbe far perno sull’accoglienza, di cui appare elemento costituivo l’accesso alla pratica sacramentale. L’aggiornamento conciliare incentrato sull’apertura al mondo moderno, e in particolare ai risultati della ricerca scientifica, favorisce lo sviluppo di tendenze al rinnovamento. S’indirizzano su due piani. Da un lato la nascita di associazioni – come, negli Stati Uniti, Dignity fondata dall’agostiniano Patrick Nidorf – che si propongono d’aiutare l’inserimento nella comunità ecclesiale di gay e lesbiche cattolici; dall’altro lato l’approfondimento degli studi nell’ambito della teologia morale.

Questi ultimi spaziano dall’esigenza di trovare un linguaggio più rispondente alla realtà (Herman von Spijker propone, ad esempio, di distinguere tra omotropia, omoerotismo, omofilia) fino alla sottolineatura, come fa in particolare Ambrogio Valsecchi, della necessità di rivedere le posizioni della Chiesa alla luce di una più attenta indagine sui condizionamenti storici che, a partire dalla redazione dei testi biblici e patristici, le hanno determinate.2

                I gruppi cattolici gay. Naturalmente lo spettro di posizioni teologiche è ampio. Per uno dei più famosi moralisti dell’epoca, Bernhard Häring, la promozione di un diverso atteggiamento pastorale si deve accompagnare all’inequivocabile ribadimento di un dato che egli ritiene derivare dalla Scrittura: si tratta di una deviazione curabile dalla medicina e disastrosa per la vita sociale. Ma all’inizio degli anni Settanta, oltre alla libertà con cui si sta sviluppando il dibattito teologico postconciliare, un altro fatto richiama l’attenzione dell’autorità ecclesiastica: la nascita, la rapida diffusione e la risonanza mediatica di un movimento di liberazione omosessuale che guarda al cristianesimo come a un ostacolo da rimuovere per l’autorealizzazione personale e per una più giusta organizzazione della vita collettiva. In questo contesto – che interpreta come il dilagare di un pansessualismo diretto a scardinare gli insegnamenti della Chiesa e a creare confusione tra i fedeli – la Congregazione per la dottrina della fede pubblica il 29 dicembre 1975 la dichiarazione Persona humana con cui affronta alcune questioni di etica sessuale. Il documento proclama di voler tener conto dei risultati delle indagini scientifiche.

www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19751229_persona-humana_it.html

                In effetti, riconoscendo che esistono forme di omosessualità transitoria e forme invece incurabili, recepisce, almeno in parte, la de-patologizzazione del fenomeno da qualche anno introdotta dall’American Psychiatric Association. Ma certo non si confronta con la storia: sulla base del richiamo all’universale ed eterna legge naturale, per tutti sempre e ovunque vincolante, asserisce che, nel caso d’accertamento di una tendenza omosessuale definitiva, la castità costituisce l’unico comportamento moralmente lecito. Nonostante l’irrigidimento romano si moltiplicano negli anni successivi in numerosi paesi le associazioni di cattolici gay che sottolineano la loro differenza sia rispetto ai movimenti radicali sia rispetto al mondo protestante in cui prendono piede comunità ecclesiali formate esclusivamente da omosessuali. Al contempo aumentano le voci di sacerdoti, come quella di Franco Barbero [Pinerolo- 25 gennaio 2003 viene dimesso dallo stato clericale e “dispensato dagli obblighi del celibato” con decreto di Giovanni Paolo II, promulgato dall’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede cardinale Joseph Ratzinger], che, senza concessioni alle tesi liberazioniste, ma anche respingendo le concezioni incentrate su comprensione e compassione di comportamenti giudicati comunque «essenzialmente imperfetti», richiedono un mutamento d’atteggiamento della Chiesa: suo compito non è definire quel che è naturale e quel che è contro natura, ma annunciare l’amore di Dio per tutte le creature (e quindi anche per gli omosessuali).

                Qualche Chiesa nazionale, in particolare quella statunitense – attraverso pubblicazioni di singoli teologi come il gesuita John McNeill, prese di posizione della Catholic Theological Society e soprattutto documenti ufficiali sia di singoli vescovi che della conferenza episcopale – non si mostra insensibile a un’applicazione pastoralmente duttile della concezione secondo cui il comportamento omosessuale risulta comunque morally wrong [moralmente errato].

                Ma a questo punto si manifesta l’inflessibilità romana. Giovanni Paolo II approfitta del viaggio a Chicago del 1979 per correggere la linea dell’episcopato statunitense; poi un diretto intervento del prefetto della Congregazione per la dottrina della fede esige la revisione del documento redatto dai vescovi USA sull’AIDS. In realtà Ratzinger ha esplicitato nell’ottobre 1986 la posizione della Santa sede con una Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali. Il documento fissa le coordinate che per alcuni decenni orientano le posizioni ufficiali della Chiesa. Pur riconoscendo la qualifica di persona – quindi di soggetto cui imputare diritti – agli omosessuali, ribadisce che la legge naturale, rispondente al piano di Dio per la vita collettiva, costituisce l’unico criterio di valutazione per i loro comportamenti. Sottolinea poi la necessità di conformare la legge civile alle norme dell’etica cattolica.

                Baget e la condizione «non scelta». In tal modo, come nota lucidamente don Gianni Baget Bozzo, la Chiesa affronta una condizione «che è tanto poco una scelta quanto l’essere ebrei», con il richiamo al ritorno al regime di cristianità. Si potrebbe aggiungere che per il card. Ratzinger non pesa solo il mito della restaurazione della società cristiana elaborato dall’intransigentismo ottocentesco, ma agisce anche un residuo dell’integrismo antimodernista: non a caso il documento accenna alle associazioni di credenti gay come a un tentativo d’infiltrare all’interno della Chiesa orientamenti volti a sgretolarne la dottrina. Gli ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo II e poi il governo di Benedetto XVI sono sostanzialmente caratterizzati dall’approfondimento di una linea che si propone, attraverso il richiamo ai «principi non negoziabili», di ribadire la necessità di tradurre sul piano dell’ordinamento statale le posizioni della Chiesa.

                In questa chiave s’insiste sulla drammatizzazione delle conseguenze di un mancato adeguamento della legislazione civile alle concezioni cattoliche, in particolare in ordine alle unioni civili di persone omosessuali: fine della civiltà, dissoluzione della «vera democrazia», canonizzazione del relativismo morale, violazione della stessa libertà della Chiesa ecc. Sullo sfondo di queste prospettive – di cui le dimissioni di Ratzinger mostrano tutta la difficoltà a diventare condivisa linea di governo della Chiesa universale – si può collocare il mutamento introdotto da papa Francesco e coglierne le dimensioni effettive. Il papa argentino ha sciolto il nesso tra norma canonica e legge civile: la serena accettazione del tramonto di un pubblico ordine cristiano della vita collettiva e il riconoscimento dell’impossibilità di ricostruirlo chiude la pretesa della Chiesa di dettare agli stati la normazione dei diritti civili degli omosessuali. L’autorità ecclesiastica si limita a rivendicare la libertà d’esprimere le proprie posizioni, declinandola poi in modo diverso a seconda degli ordinamenti. Al contempo Bergoglio ha accentuato l’invito ad approfondire gli studi in materia, sollecitando intanto le comunità ecclesiali, in attesa di più adeguate conoscenze scientifiche, all’amichevole accoglienza delle persone omosessuali e al sostegno nel percorso di fede di quelle credenti. Ciò non significa che il pontefice abbia abbandonato la visione secondo cui la legge naturale, interpretata dalla Chiesa, costituisce la corretta misura della sessualità umana. Si limita a ricordare che, di fronte ai drammatici problemi odierni della convivenza dei popoli sul pianeta, compito prioritario dei cattolici non può essere il richiamo a «principi non negoziabili» in materia sessuale. Sotto questo profilo la «rivoluzione» del papa argentino appare dunque assai poco rivoluzionaria.

                Ma su un punto il cambiamento è chiaro: l’invito alla comunità ecclesiale ad ascoltare i risultati dell’indagine scientifica. Anche l’accurata ricerca storica di cui si è qui parlato si può collocare in questo orizzonte. Mostra infatti che l’atteggiamento della Chiesa verso la diversità sessuale costituisce una cartina al tornasole significativa per illuminare le forme della sua presenza nella società come la sua incidenza sulle pratiche sociali e giuridiche del consorzio civile. Non a caso Baget Bozzo, pur senza spingersi a ricordare che entrambe le categorie erano state oggetto della persecuzione del totalitarismo nazista, aveva in qualche modo assimilato omosessuali ed ebrei. Il libro ricorda il caso di Pierre Seel, un cattolico francese di Mulhouse internato in un campo nazista per omosessualità, che decide di rendere pubblica la sua condizione dopo aver ascoltato nel 1982 dal suo vescovo gli stessi argomenti che avevano consentito ai suoi persecutori di un tempo di segregarlo. La consapevolezza di queste analogie è un buon viatico per approfondire il ripensamento sollecitato dal papa.

Daniele Menozzi, storico delle religioni, emerito Scuola Normale di Pisa

 Il Regno attualità n . 14, pag.411            15 luglio 2021

https://ilregno.it/attualita/2021/14/chiesa-omosessualita-se-una-persona-e-gay-daniele-menozzi

 

Curare gli omosessuali? Finalmente il Vaticano prende posizione. Un editoriale di “Vida Nueva”

                Per la prima volta nella storia il Vaticano sconfessa le cosiddette “terapie di conversione dell’omosessualità”. Lo afferma il settimanale di informazione religiosa spagnolo Vida Nueva in un editoriale del 9 luglio scorso (qui il testo originale in una traduzione di Innocenzo Pontillo del Progetto Gionata, che lo ha rilanciato in Italia)

www.gionata.org/nella-chiesa-cattolica-le-persone-omosessuali-non-devono-essere-curate-ma-accompagnate

 che rende note le conclusioni dell’indagine condotta dalla Congregazione vaticana per il Clero con le quali prende le distanze dalle pratiche della piattaforma “Verdad y libertad”, laica e non afferente ad organismi ecclesiali ma comunque frequentata da numerosi cattolici e fondata su principi religiosi per giustificare l’atteggiamento “settario”.

                «La verità – spiega Vida Nueva, è che l’omosessualità non si può curare perché non è una malattia. E questo lo ha stabilito l’Organizzazione Mondiale della Sanità 31 anni fa (17 maggio 1990). L’approvazione di leggi che sanzionano questi programmi e le denunce pubbliche contro questa organizzazione hanno spinto queste pratiche verso la clandestinità per evitare le multe, ma non verso la chiusura definitiva. E purtroppo, chi le continua a sostenere nella loro guerra permanente contro l’ideologia di genere si barrica dietro le accuse di presunte persecuzioni, e si presenta come martire in difesa della legge naturale». Al di là del caso in questione, spiega Vida Nueva, la presa di posizione vaticana assume un importante significato per tutti coloro che, all’interno della Chiesa cattolica, sono impegnati in ruoli di formazione spirituale e accompagnamento pastorale di religiosi ma anche di fedeli laici, soprattutto giovani, «affinché possano intervenire per rintracciare e soccorrere quanti finiscono intrappolati in queste dinamiche».

                «Educare all’affettività e alla sessualità non significa indottrinare né prescrivere – chiarisce ancora il periodico ispanofono – ma significa accompagnare e discernere, per vivere la verità che ognuno rappresenta. Soprattutto, implica accogliere senza giudicare, con una misericordia che si fonda sul fatto che ogni persona è figlia di Dio, creata a sua immagine e somiglianza, e che l’amore di Gesù è donato a tutti senza eccezioni. Accettare e accogliere la diversità non significa rinunciare al cattolicesimo né cedere alle confusioni relativistiche».

                Vida Nueva cita in conclusione il messaggio di papa Francesco al gesuita James Martin (uno dei maggiori sostenitori dei diritti Lgbt nella Chiesa e per questo bersaglio di feroci critiche da parte dei settori ecclesiali conservatori), di cui Adista ha ampiamente dato conto. Nella lettera, conclude il giornale spagnolo, Francesco «ricorda che “lo stile di Dio ha tre tratti: vicinanza, compassione e tenerezza”. Al di là di questi tre approcci, ogni tentativo di avvicinare una persona come se fosse un peccatore malato da esorcizzare per la sua salvezza per via del suo orientamento sessuale, non è solo discriminazione e rifiuto di un fratello: non è cristiano; non è da Dio. Ed è, inoltre, un crimine».

Giampaolo Petrucci   Adista   15 luglio 2021

www.adista.it/articolo/66362

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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

49ª Settimana Sociale dei cattolici italiani

il programma della 49ª Settimana Sociale dei cattolici italiani che si svolgerà a Taranto (Palamazzola, via Cesare Battisti) dal 21 al 24 ottobre sul tema: “Il Pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. #tuttoèconnesso”.

  1. In ascolto della realtà
  2. Il Pianeta che speriamo. Visioni di futuro
  3. L’approfondimento e l’incontro
  4. Le Conversioni e l’Alleanza
  5. La missione. Prospettive, responsabilità, impegni

www.chiesacattolica.it/49a-settimana-sociale-il-programma

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CONSULTORI FAMILIARI

Consultazione pubblica per il nuovo Piano Nazionale per la Famiglia

Verso la quarta Conferenza nazionale sulla famiglia in autunno.

                Per garantire un ampio processo partecipativo alla definizione del nuovo Piano Nazionale per la Famiglia, il Dipartimento per le Politiche della Famiglia ha lanciato una consultazione pubblica diretta a tutti gli stakeholder interessati [tutti i soggetti, individui od organizzazioni, attivamente coinvolti in un'iniziativa e in un progetto, il cui interesse è negativamente o positivamente influenzato dal risultato dell'esecuzione, o dall’andamento, dell’iniziativa e la cui azione o reazione a sua volta influenza le fasi o il completamento di un progetto o il destino di un’organizzazione.]..

                È la prima volta nel nostro paese che viene lanciata una consultazione pubblica per la definizione condivisa di politiche sociali ! Questa è un’occasione unica e straordinaria per esprimere la propria opinione e dare suggerimenti sul nuovo Piano Nazionale per la Famiglia, ovvero la strategia che orienterà le politiche a supporto delle famiglie per i prossimi anni ! Fino al 15 ottobre 2021 per tutti gli stakeholder e i soggetti interessati, sarà quindi possibile dare il proprio contributo alla redazione del nuovo Piano nazionale per la Famiglia a questo link                                                     https://partecipa.gov.it/processes/verso-il-piano-nazionale-famiglia

Inoltre, i contributi raccolti verranno discussi nella prossima Conferenza Nazionale per la Famiglia in programma in autunno.                             vedi newsUCIPEM n. 864, pagg. 4144

 

Verso la IV Conferenza nazionale della famiglia

  • La questione demografica. Si è tenuto lo scorso 15 luglio 2021, il webinar dedicato al tema “La questione demografica”, con la presentazione del report predisposto dal Gruppo di lavoro 1 dell'Osservatorio nazionale sulla famiglia. All’evento, moderato dal Prof. Alessandro Rosina, coordinatore del gruppo di lavoro, hanno partecipato il Capo del Dipartimento per le politiche della famiglia, Ilaria Antonini, e la coordinatrice del Comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio, Prof.ssa Chiara Giaccardi. Nel corso dei lavori, sono stati presentati i contributi dei rappresentanti del Ministero dell’istruzione, dell’Istat, delle Regioni Veneto e Puglia, dei sindacati UIL e CISL, di Confindustria e del Forum delle associazioni familiari.
  • Il rapporto tra generi e generazioni nelle relazioni familiari. Il 21 luglio, il webinar è dedicato al tema “Il rapporto tra generi e generazioni nelle relazioni familiari, con la presentazione del report predisposto dal gruppo di lavoro in materia dell'Osservatorio nazionale sulla famiglia. All’evento, moderato dalla Prof.ssa Elisabetta Carrà, coordinatore del competente gruppo di lavoro, hanno partecipato il Capo del Dipartimento per le politiche della famiglia, Ilaria Antonini, e la coordinatrice del Comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio, Prof.ssa Chiara Giaccardi.

                Nel corso dei lavori, sono stati presentati interessanti contributi da parte dei rappresentanti del                 Dipartimento per le politiche giovanili e il servizio civile universale, del Ministero dell’istruzione, delle   Regioni Lombardia e Calabria, dell’UPI, della CGIL, di Confindustria, del Forum delle associazioni             familiari e del Forum nazionale del Terzo settore. b) alle banche dati delle amministrazioni statali,      anche concordando con queste idonee forme di collegamento telematico.

  • Il lavoro in un'ottica di parità di genere. L’8 settembre il webinar è dedicato al tema “Il lavoro in un’ottica di parità di genere”, con la presentazione del report predisposto dal gruppo di lavoro dell'Osservatorio nazionale sulla famiglia. Si tratta del terzo dei quattro incontri tematici preparatori della IV Conferenza nazionale sulla famiglia, aventi lo scopo di favorire un’ampia condivisione delle questioni affrontate dall’Osservatorio in vista della formulazione del nuovo Piano nazionale per la famiglia. All’evento, moderato dalla professoressa Paola Profeta, coordinatore del gruppo di lavoro, partecipano il capo del Dipartimento per le politiche della famiglia, Ilaria Antonini, e la coordinatrice del Comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio, Chiara Giaccardi. Nel corso dei lavori, vengono presentati interessanti contributi da parte dei rappresentanti del Dipartimento per le pari opportunità, del Ministero dell’Istruzione, della Regione Piemonte, dell’ANCI, della CGIL, della UIL, di Confindustria e del Forum delle associazioni familiari.
  • Tema della diseguaglianza. Il17 settembre 2021, il webinar dedicato al tema con la presentazione del report predisposto dal gruppo di lavoro in materia dell'Osservatorio nazionale sulla famiglia. Si tratta del quarto ed ultimo degli incontri tematici preparatori della IV Conferenza nazionale sulla famiglia, aventi lo scopo di favorire un’ampia condivisione delle questioni affrontate dall’Osservatorio in vista della formulazione del nuovo Piano nazionale per la famiglia. All’evento, moderato dal professore Costanzo Ranci Ortigosa, coordinatore del competente gruppo di lavoro, hanno partecipato il capo del Dipartimento per le politiche della famiglia, Ilaria Antonini, e la coordinatrice del Comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio, Chiara Giaccardi. Nel corso dei lavori, sono stati presentati interessanti contributi da parte dei rappresentanti del CNEL, della Regione Emilia Romagna, del Comune di Napoli, della UIL e della CISL, di Confindustria, del Forum delle associazioni familiari e del Forum nazionale del terzo settore.

                         I video in merito sono ai link url                                             https://youtu.be/Ge6lZWJ3mlk

https://youtu.be/Hg4bony3Px0

https://youtu.be/D1O7viTuN-o

https://youtu.be/-rjhwCWiN1A

https://famiglia.governo.it/it/politiche-e-attivita/comunicazione/notizie/verso-la-iv-conferenza-nazionale-della-famiglia

 

Riorganizzazione dei consultori familiari

    La legge 27 dicembre 2006, n. 296, all’art. 1, comma 1251, prevede l’elaborazione di un Piano Nazionale per la famiglia “che costituisca il quadro conoscitivo, promozionale e orientativo degli interventi relativi all’attuazione dei diritti della famiglia”.  Art. 1, parte 5

Articoli 1 ( parte 6)       www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2007/01/11/07A00183/sg

comma 1251.  Il Ministro delle politiche per la famiglia si avvale altresì del Fondo per le politiche della famiglia al fine di:

a)      finanziare l'elaborazione, realizzata d'intesa con le altre amministrazioni statali competenti e con la Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281,

www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1997/08/30/097G0136/sg

di un piano nazionale per la famiglia che costituisca il quadro conoscitivo, promozionale e orientativo degli interventi relativi all'attuazione dei diritti della famiglia, nonché acquisire proposte e indicazioni utili per il Piano e verificarne successivamente l'efficacia, attraverso la promozione e l'organizzazione con cadenza biennale di una Conferenza nazionale sulla famiglia;

                b) realizzare, unitamente al Ministro della salute, una intesa in sede di Conferenza unificata ai sensi                 dell'articolo 8, comma 6, della legge 5 giugno 2003, n. 131, avente ad oggetto criteri e modalità per     la riorganizzazione dei consultori familiari, finalizzata a potenziarne gli interventi sociali in favore               delle famiglie;                                                          www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2003/06/10/003G0148/sg

                c) promuovere e attuare in sede di Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del decreto legislativo          28 agosto 1997, n. 281, d'intesa con il Ministro del lavoro e della previdenza sociale e con il Ministro           della pubblica istruzione, un accordo tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di         Bolzano per la qualificazione del lavoro delle assistenti familiari [già dette colf].

www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1997/08/30/097G0136/sg

 

Disegni di legge concernenti i consultori familiari

 18° legislatura (23 marzo 2018- marzo 2023)

Senato: assegnati in sede redigente alla 12ª Commissione Igiene e sanità

non ancora iniziato l'esame

Sen. Antonio De Poli S136\26 giugno 2018 Disciplina dei consultori familiari a tutela e sostegno della famiglia, della maternità, dell'infanzia e dei giovani in età evolutiva e istituzione dell'Autorità nazionale per le politiche familiari. (31 articoli)

                Art. 1.(Istituzione del servizio dei consultori familiari)

1. Lo Stato promuove l'istituzione di consultori familiari a tutela e a sostegno della famiglia, della maternità, dell'infanzia e dei giovani in età evolutiva.

2. I consultori familiari esercitano le loro funzioni nei seguenti settori: a) educativo; b) giuridico;          c) della consulenza psicologica; d) sanitario.

3. I consultori familiari sono un servizio di base, pubblico e gratuito, e fanno parte del complesso dei servizi garantiti dal Ministero della salute e dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali.

4. I consultori familiari sono distinti in:

                a) consultori gestiti da comuni, da loro consorzi o da enti pubblici;

                b) consultori promossi o gestiti da organizzazioni non lucrative di utilità sociale (ONLUS), quali

                    istituzioni sociali a fini pubblici;

                c) consultori facenti capo a strutture private lucrative.

5. I consultori familiari possono ottenere il riconoscimento e l'accreditamento in base alla legislazione vigente in materia.

6. Lo Stato riconosce il ruolo e l'importanza dell'attività dei soggetti del volontariato, dell'associazionismo familiare e femminile, della cooperazione sociale e degli enti non profit e profit operanti nei settori di cui al comma 2.

                Art. 2. (Princìpi ispiratori)

1. Costituiscono princìpi ispiratori per la realizzazione dei servizi di cui all'articolo 1:

                a) la tutela della vita in tutte le sue fasi, fin dal concepimento, con particolare attenzione alla

                    gestante, al periodo prenatale e all'infanzia;

                b) il riconoscimento dell'alto valore della maternità e della paternità;

                c) la valorizzazione della famiglia, quale società naturale fondata sul matrimonio, istituzione

                    finalizzata al servizio della vita, all'istruzione e all'educazione dei figli, soggetto politico garante dei

                    diritti inviolabili della persona e dell'adempimento dei doveri di solidarietà familiare,

                    intergenerazionale e sociale;

                d) l'attribuzione alle associazioni familiari e femminili e alle organizzazioni senza scopo di lucro, che

                    promuovono la cultura familiare, ai sensi degli articoli 2, 3, 29, 30, 31, 37 e 117 della Costituzione,

                    della funzione di istituzioni sociali, costituite nell'esercizio dei diritti fondamentali di libertà

                    della persona, i cui fini conformi all'ordinamento sono recepiti come fini pubblici ai sensi della

                    presente legge;

                e) il rispetto del principio di sussidiarietà delle istituzioni pubbliche nei confronti della famiglia.

                Art. 3. (Finalità dei consultori familiari)

1. I consultori familiari perseguono i seguenti obiettivi, nel rispetto dei princìpi di cui all'articolo 2:

                     a) rimuovere gli ostacoli di ordine sociale, culturale ed economico che impediscono il pieno

                         sviluppo della persona;

                     b) valorizzare il principio di corresponsabilità dei genitori nei confronti della prole, garantendo il

                          diritto alla procreazione libera e consapevole, anche attraverso l'offerta di opportunità e di

                          idonei sostegni volti a rimuovere limitazioni dovute a infertilità o a stati di bisogno economico

                          e di disagio;

                      c) realizzare una reale tutela sociale della maternità, potenziando l'assistenza sanitaria e sociale e

                          favorendo interventi volti a prevenire e a rimuovere difficoltà economiche, sociali e familiari

                          che, in applicazione dell'articolo 4 della legge 22 maggio 1978, n. 194, possano indurre la madre            all'interruzione volontaria della gravidanza, prevedendo anche l'erogazione di fondi destinati             alle donne in difficoltà economica a causa della gravidanza;

               d) predisporre specifici programmi e percorsi di sostegno in favore di situazioni di particolare

                  disagio, ivi comprese quelle conseguenti a provvedimenti giudiziari afferenti a separazione

                    legale o a divorzio;

                e) promuovere attività di tutela, di assistenza e di consulenza a sostegno dei componenti del

                     nucleo familiare, dei minori orfani o comunque privi dell'assistenza dei genitori, delle vittime

                    della violenza anche sessuale, nonché dei minori sottoposti a maltrattamenti, abusi e

                    abbandoni e della coppia, della madre e del bambino vittime di violenze familiari;

                  f) favorire e sostenere la realizzazione di reti di solidarietà e di mutuo aiuto tra famiglie, nonché

                      di forme di autorganizzazione e di imprenditorialità al fine di integrare i compiti di cura

                      familiari;

                   g) favorire gli istituti dell'adozione e dell'affido familiare;

                   h) prevedere la formazione e l'aggiornamento degli operatori dei servizi alla famiglia.

         Art. 4.(Funzioni nel settore educativo)

         Art. 5. (Funzioni nel settore giuridico)

         Art. 6. (Funzioni nel settore della consulenza psicologica)

         Art. 7. (Funzioni nel settore sanitario)

         Art. 8. (Interventi a sostegno della maternità)

         Art. 9. (Coordinamento)

         Art. 10. (Personale dei consultori familiari)   [il consulente familiare]

         Art. 11. (Procedimenti giudiziari)

         Art. 12. (Struttura dei consultori familiari pubblici)

         Art. 13. (Gestione dei servizi consultoriali familiari pubblici)

         Art. 14. (Struttura dei c. f. istituiti o gestiti da ONLUS e dei consultori familiari privati)

         Art. 15. (Istituzione dell'Autorità nazionale per le politiche familiari)

         Art. 16. (Funzione normativa)

         Art. 17. (Funzione di vigilanza e di controllo)

         Art. 18. (Funzione divulgativo-informativa)ù

         Art. 19. (Funzione consultiva)

         Art. 20. (Funzione sanzionatoria)

         Art. 21. (Composizione dell'Autorità)

         Art. 22. (Autorità regionali per le politiche familiari)

         Art. 23. (Comitati bioetici)

         Art. 24. (Contributo alle regioni per i servizi resi dai consultori familiari)

         Art. 25. (Disposizioni fiscali)

         Art. 26. (Fondo nazionale per l'assistenza alla maternità)

         Art. 27. (Copertura finanziaria)

         Art. 28. (Norme di attuazione)

         Art. 29. (Norme transitorie e finali)

         Art. 30. (Abrogazioni)

Art. 31. (Entrata in vigore)

www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/DDLPRES/0/1067329/index.html?part=ddlpres_ddlpres1

 

Sen. Maria Rizzotti, Maurizio Gasparri S183\26 giugno 2018 Disciplina dei consultori familiari a tutela e sostegno della famiglia, della maternità, dell'infanzia e dei giovani in età evolutiva e istituzione dell'Autorità nazionale per le politiche familiari. (31 articoli)

         Art. 1. Istituzione del servizio dei consultori familiari)

1. Lo Stato promuove l'istituzione di consultori familiari a tutela e a sostegno della famiglia, della maternità, dell'infanzia e dei giovani in età evolutiva, nonché riconosce il ruolo e l'importanza dell'attività dei soggetti del volontariato, dell'associazionismo familiare e femminile, della cooperazione sociale e degli enti no profit e profit operanti nei settori di cui al comma 2.

2. I consultori familiari esercitano le loro funzioni nei seguenti settori:

         a) informativo;   b) educativo;   c) giuridico;   d) della consulenza psicologica;    e) sanitario.  

3. I consultori familiari sono un servizio di base, pubblico e gratuito, e fanno parte del complesso dei servizi garantiti dal Ministero della salute e dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali.

4. I consultori familiari sono distinti in:

         a) consultori gestiti da comuni, loro consorzi o da enti pubblici;

         b) consultori promossi o gestiti da organizzazioni non lucrative di utilità sociale (ONLUS);

         c) consultori facenti capo a strutture private lucrative.

5. I consultori familiari possono ottenere il riconoscimento e l'accreditamento ai sensi della presente             legge.

         Art. 2. (Princìpi ispiratori)

1. Costituiscono princìpi ispiratori per la realizzazione dei servizi di cui all'articolo 1:

         a) la tutela della vita in tutte le sue fasi, fin dal concepimento, con particolare attenzione alla

             gestante, al periodo prenatale e all'infanzia;

         b) il riconoscimento dell'alto valore della maternità e della paternità;

         c) la valorizzazione della famiglia, quale società naturale fondata sul matrimonio, istituzione       finalizzata al servizio della vita, all'istruzione e all'educazione dei figli, soggetto politico garante dei            diritti inviolabili della persona e dell'adempimento dei doveri di solidarietà familiare,          intergenerazionale e sociale;

         d) l'attribuzione alle associazioni familiari e femminili e alle organizzazioni senza scopo di lucro, che          promuovono la cultura familiare, ai sensi degli articoli 2, 3, 29, 30, 31 e 37 della Costituzione, della          funzione di istituzioni sociali, costituite nell'esercizio dei diritti fondamentali di libertà della persona,     i cui fini conformi all'ordinamento sono recepiti come fini pubblici ai sensi della presente legge;

         e) il rispetto del principio di sussidiarietà delle istituzioni pubbliche nei confronti della famiglia.

         Art. 3.(Finalità dei consultori familiari)

1. I consultori familiari perseguono i seguenti obiettivi, nel rispetto dei princìpi di cui all'articolo 2:

         a) rimuovere gli ostacoli di ordine sociale, culturale ed economico che impediscono il pieno sviluppo della persona;

         b) valorizzare il principio di corresponsabilità dei genitori nei confronti della prole, garantendo il              diritto alla procreazione libera e consapevole, anche attraverso l'offerta di opportuni e di idonei     sostegni volti a rimuovere limitazioni dovute a infertilità o a stati di bisogno economico e di disagio;

         c) realizzare una reale tutela sociale della maternità, potenziando l'assistenza sanitaria e sociale e          favorendo interventi volti a prevenire e a rimuovere difficoltà economiche, sociali e familiari che, in          applicazione dell'articolo 4 della legge 22 maggio 1978, n. 194, possano indurre la madre            all'interruzione volontaria della gravidanza, prevedendo anche l'erogazione di fondi destinati alle     donne in difficoltà economica a causa della gravidanza;

         d) predisporre specifici programmi e percorsi di sostegno in favore di situazioni di particolare disagio,   ivi comprese quelle conseguenti a provvedimenti giudiziari afferenti a separazione legale o a divorzio;

         e) promuovere attività di tutela, di assistenza e di consulenza a sostegno dei componenti del nucleo          familiare, dei minori orfani o comunque privi dell'assistenza dei genitori, delle vittime della violenza

                anche sessuale, nonché dei minori sottoposti a maltrattamenti, abusi e abbandoni e della coppia,           della madre e del bambino vittime di violenze familiari;

                f) favorire e sostenere la realizzazione di reti di solidarietà e di mutuo aiuto tra famiglie, nonché di          forme di autorganizzazione e di imprenditorialità al fine di integrare i compiti di cura familiari;

                g) favorire gli istituti dell'adozione e dell'affido familiare;

                h) prevedere la formazione e l'aggiornamento degli operatori dei servizi alla famiglia;

                i) informare gli adolescenti sull'educazione sessuale soprattutto per prevenire malattie sessualmente                 trasmissibili.

                Art. 4. (Funzioni nel settore educativo)

                Art. 5. (Funzioni nel settore giuridico)

                Art. 6. (Funzioni nel settore della consulenza psicologica)

                Art. 7. (Funzioni nel settore sanitario)

                Art. 8. (Interventi a sostegno della maternità)

                Art. 9. (Coordinamento)

                Art. 10. (Personale dei consultori familiari)        [il consulente familiare]

                Art. 11. (Procedimenti giudiziari)

                Art. 12. (Struttura dei consultori familiari pubblici)

                Art. 13. (Gestione dei servizi consultoriali familiari pubblici)

                Art. 14. (Struttura dei consultori f. istituiti o gestiti da ONLUS e dei consultori familiari privati)

                Art. 15. (Istituzione dell'Autorità nazionale perle politiche familiari)

                Art. 16. (Funzione normativa)

                Art. 17. (Funzione di vigilanza e di controllo)

                Art. 18. (Funzione divulgativo-informativa)

                Art. 19. (Funzione consultiva)

                Art. 20. (Funzione sanzionatoria)

                Art. 21. (Composizione dell'Autorità)

                Art. 22. (Autorità regionali per le politiche familiari)

                Art. 23. (Comitati bioetici)

                Art. 24. (Contributo alle regioni per i servizi resi dai consultori familiari)

                Art. 25. (Disposizioni fiscali)

                Art. 26. (Fondo nazionale per l'assistenza alla maternità)

                Art. 27. (Copertura finanziaria)

                Art. 28. (Norme di attuazione)

                Art. 29. (Norme transitorie e finali)

                Art. 30. (Abrogazioni)

                Art. 31. (Entrata in vigore)

www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/DDLPRES/0/1067391/index.html?part=ddlpres_ddlpres1

 

Sen. Valeria Valente, Monica Cirinnà e altri S271\26 giugno 2018 Disciplina dei consultori familiari.

(8 articoli)

                Art. 1. (Finalità e compiti dei consultori familiari)

1. In attuazione degli articoli 29, 30, 31, 32 e 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione, la presente legge detta i princìpi che regolano l'attività dei consultori familiari.

2. I consultori familiari sono un servizio di base di prima accoglienza, pubblico e gratuito, fanno parte del complesso dei servizi garantiti dalla programmazione del Piano sanitario nazionale del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, quali presìdi di gestione diretta o convenzionata delle aziende sanitarie locali (ASL), e operano in tutto il territorio nazionale in base al principio della coerenza e della rispondenza alle esigenze territoriali.

3. I consultori familiari forniscono informazione e assistenza alle famiglie dei nuovi nati, sostegno pediatrico per le prime cure ai nuovi nati dimessi dal posto nascita, prima della nomina del pediatra di libera scelta, alle neo famiglie ad alto rischio socio-sanitario, alle famiglie adottive e agli adolescenti.

4. I consultori familiari forniscono un'offerta attiva ai cittadini, attraverso azioni informative, anche mirate a specifiche tipologie di utenti, nei rispettivi bacini di utenza, per assicurare la conoscenza e la possibilità di fruizione dei servizi attivati presso ciascuna struttura.

5. I consultori familiari sono istituiti dalle regioni, d'intesa con i comuni, in forma singola o associata, quali organismi operativi delle ASL con un rapporto minimo di un consultorio ogni 20.000 abitanti nei centri urbani e di un consultorio ogni 10.000 abitanti nelle zone rurali.

6. I consultori familiari possono essere istituiti anche da istituzioni o da enti pubblici e privati che hanno finalità sociali, sanitarie e assistenziali senza scopo di lucro, quali presìdi di gestione diretta o convenzionata delle ASL.

                Art. 2. (Compiti dei consultori familiari)

1. Ai consultori familiari competono compiti di prevenzione, assistenza e consulenza, anche legale:

                a) alla persona, alla coppia, alle famiglie e ai minori in difficoltà, nell'ambito della vita di relazione,          della sessualità e delle problematiche ad essa inerenti;

                b) in materia di fertilità, contraccezione, gravidanza, fecondazione assistita, educazione alla       Z                maternità e alla paternità responsabili, interruzione volontaria di gravidanza e adozioni.

2. I consultori familiari svolgono altresì attività di coordinamento dei servizi ritenuti idonei, dai consultori medesimi, a offrire soluzione alle problematiche familiari e personali loro sottoposti e, in tale quadro, sono i soggetti direttamente incaricati dell'attivazione dei procedimenti necessari per:

                a) chiedere l'erogazione di uno o più servizi esistenti a favore del soggetto o del nucleo familiare che                 necessita di tale servizio;

                b) svolgere l'attività di pianificazione e di graduazione dei servizi necessari per la realizzazione del                 programma di accompagnamento richiesto e per la soluzione delle problematiche familiari e     personali di cui si occupano.

                Art. 3. (Procedimenti giudiziari)

                 Art. 4. (Programmazione)

                Art. 5. (Personale)

                Art. 6. (Fondo per garantire il funzionamento dei consultori familiari)

                Art. 7. (Norme transitorie)

                Art. 8. (Abrogazione)

www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/DDLPRES/0/1067667/index.html?part=ddlpres_ddlpres1

 

Sen. Massimiliano Romeo, Umberto Bossi e altri S547\02 ottobre 2018 Disposizioni per la tutela della famiglia e della vita nascente e delega al Governo per la disciplina del quoziente familiare (39 articoli)

                Art. 1. (Finalità)

  1. La Repubblica, in conformità agli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione, riconosce nella famiglia il soggetto sociale fondamentale in base al ruolo procreativo, educativo, formativo, di solidarietà e di cura da essa svolto, nonché la struttura sociale in cui sono offerte le risorse per la maturazione della personalità del cittadino.

                Art. 2. (Minori)

                Art. 3. (Riconoscimento giuridico)

                Art. 4. (Destinatari degli interventi)

                Art. 5. (Abitazione)

                Art. 6.(Fondo speciale di garanzia per l'acquisto dell'abitazione principale)

                Art. 7. (Soggetti beneficiari)

                Art. 8. (Assegno di base)

                Art. 9. (Carta buono famiglia per l'accesso ai servizi per la prima infanzia)

                Art. 10. (Norme di attuazione)

                Art. 11. (Particolari forme di sostegno)

                Art. 12. (Accelerazione delle procedure di affidamento preadottivo e di adozione)

                Art. 13. (Delega al Governo per la disciplina del quoziente familiare)

                Art. 14. (Detrazioni fiscali)

                Art. 15. (Clausola di salvaguardia)

                Art. 16. (Assistenza domiciliare dei familiari non autosufficienti)

                Art. 17. (Indennità per i minori di tre anni e per i familiari non autosufficienti a carico)

                Art. 18. (Semplificazione dei rapporti tra le famiglie e la pubblica amministrazione)

                Art. 19. (Divieto di utilizzare nei documenti ufficiali definizioni surrettizie dei termini madre e padre)

                Art. 20. (Riordino del sistema territoriale dei servizi socio-educativi per l'infanzia)

                Art. 21 (Servizi integrativi e nidi nei luoghi di lavoro)

                Art. 22. (Servizi sperimentali)

                Art. 23. (Piano straordinario dei servizi socio-educativi)

                Art. 24. (Compartecipazione)

                Art. 25. (Bonus baby-sitting)

                Art. 26. (Associazioni per la promozione della famiglia)

                Art. 27. (Tutela della famiglia)

                Art. 28. (Azione familiare)

                Art. 29. (Compiti dei consultori familiari)

  1. Le disposizioni del presente capo recano i princìpi che regolano l'attività dei consultori familiari, in

 attuazione degli articoli 29, 30, 31, 32 e 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione.

2. I consultori familiari hanno i seguenti compiti:

                a) fornire assistenza psicologica e sociale alle famiglie e alle donne, con particolare riferimento al                sostegno delle responsabilità genitoriali e al rispetto della vita umana;

                b) garantire la protezione dei minori e del loro sviluppo psico-fisico;

                c) assicurare la tutela della vita umana fin dal suo concepimento;

                d) fornire l'informazione medica per la prevenzione e per il trattamento delle malattie sessualmente          trasmissibili, delle patologie e delle situazioni di disagio che incidono sulla vita sessuale e di       relazione, nonché l'informazione sui metodi contraccettivi;

                e) fornire l'informazione relativa alla diagnosi e alla cura dell'infertilità e della sterilità, nonché alle         norme sulla procreazione assistita di cui alla legge 19 febbraio 2004, n. 40;

                f) prevedere interventi sanitari per la tutela della salute della donna in gravidanza e del nascituro;

                g) predisporre misure di prevenzione e interventi di tutela in caso di violenze, maltrattamenti e abusi         sessuali;

                h) assicurare interventi di mediazione familiare in caso di conflittualità in presenza di figli minori o               disabili anche di maggiore età;

                i) assistere le famiglie in presenza di disabilità o di patologie gravi.

                Art. 30. (Tutela della maternità e del concepito)

  1. Nell'ambito delle prestazioni socio-sanitarie relative all'area materno-infantile previste dalla tabella

      allegata all'atto d'indirizzo e coordinamento di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri

     14 febbraio 2001, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 129 del 6 giugno 2001, i consultori familiari

      assistono le donne in stato di gravidanza e si adoperano, in conformità, alla legge 22 maggio 1978, n.

      194, affinché le donne siano messe nelle condizioni di scegliere coscientemente e liberamente se

       portare a termine la gravidanza.

     2. In attuazione di quanto previsto dal comma 1, i consultori familiari svolgono i seguenti compiti:

                a) forniscono ogni informazione necessaria sul concepimento, sulle fasi di sviluppo dell'embrione e             sulle tecniche attuate in caso di interruzione volontaria della gravidanza, avvalendosi di personale        medico e ostetrico anche obiettore di coscienza;

                b) informano sui diritti spettanti alle donne in gravidanza ai sensi della legislazione statale e regionale         vigente in materia, nonché sui servizi sociali, sanitari e assistenziali offerti nel comune di residenza               e nel territorio della provincia, anche in collaborazione con il privato sociale;

                c) informano sulla legislazione del lavoro vigente a tutela della maternità;

                d) predispongono, in collaborazione con gli enti locali, interventi individualizzati per le donne che                scelgono di proseguire la gravidanza;

                e) offrono assistenza psicologica alle donne durante la pausa di riflessione prevista dall'articolo 5,                quarto comma, della legge 22 maggio 1978, n. 194;

                f) si avvalgono, attraverso appositi regolamenti e convenzioni, della collaborazione delle associazioni           operanti a difesa della vita;

                g) informano sulla normativa vigente in materia di non riconoscimento del nascituro ai fini                             dell'eventuale adozione.

                Art. 31. (Criteri per lo svolgimento dei compiti dei consultori familiari)

  1. Le regioni fissano i criteri per la programmazione, il funzionamento, la gestione e il controllo del servizio prestato dai consultori familiari in attuazione dei compiti previsti dagli articoli 29 e 30, in conformità ai seguenti princìpi:

                a) i consultori familiari sono istituiti da parte dei comuni, in forma singola o associati, o da parte di               consorzi di comuni quali organismi operativi delle aziende sanitarie locali;

                b) i consultori familiari operano su tutto il territorio nazionale in base al principio della rispondenza            alle esigenze territoriali;

                c) i consultori familiari possono essere istituiti anche da istituzioni o da enti pubblici o privati che                   hanno finalità sociali, sanitarie e assistenziali senza scopo di lucro quali i presìdi di gestione diretta                o convenzionata delle aziende sanitarie locali;

                d) ai fini dell'assistenza ambulatoriale e domiciliare, i consultori familiari si avvalgono del personale              delle aziende sanitarie locali.

                Art. 32. (Compiti delle regioni)

  1. Le regioni assicurano attraverso l'attività dei consultori familiari di cui al presente capo la vigilanza e il rispetto dei princìpi stabiliti dalla legge 22 maggio 1978, n. 194.

Art. 33. (Personale)

1. Nella dotazione organica dei consultori familiari è garantita la collaborazione delle seguenti figure professionali:

        a) medici, di cui almeno uno obiettore di coscienza;

b) psicologi;

                c) assistenti sociali;

                d) educatori professionali;

                e) infermieri.

       2. Gli operatori di cui al comma 1 sono tenuti a esercitare la propria attività con il metodo del lavoro di

           équipe interdisciplinare.

                Art. 34. (Ripartizione delle risorse)

                Art. 35. (Abrogazioni)

                Art. 36. (Fondo di solidarietà per la famiglia)

                Art. 37. (Consulta nazionale per la famiglia)

                Art. 38. (Osservatorio)

                Art. 39. (Copertura finanziaria)

www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/DDLPRES/0/1076226/index.html?part=ddlpres_ddlpres1

 

Disegni di legge concernenti i consultori familiari - 18° legislatura (23 marzo 2018- marzo 2023)

Camera dei Deputato: assegnati in sede referente alla 12ª Commissione Affari sociali

non ancora iniziato l'esame

on. Michela Vittoria Brambilla C22\2 agosto 2018 "Modifiche all'articolo 609-bis del codice penale, concernenti il delitto di violenza sessuale in danno di persone disabili o in condizioni di inferiorità fisica, psichica o sensoriale, e alla legge 29 luglio 1975, n. 405, in materia di prestazioni dei consultori familiari nei riguardi delle donne disabili.” (3 articoli)

                Art 1. Al primo comma dell'articolo 1 della legge 29 luglio 1975, n. 405, è aggiunta, in fine, la seguente lettera:                «d-quater) l'assistenza socio-sanitaria per la salute e per le problematiche della sessualità, della procreazione responsabile e della contraccezione delle donne disabili».

                Art. 2. All'articolo 2 della legge 29 luglio 1975, n. 405, sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:

                «Il Ministero della salute, d'intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, detta regole di principio in ordine ai criteri da osservare nell'erogazione dei servizi dei consultori familiari e alle misure da adottare per garantire il rispetto del principio della parità di trattamento dei disabili allo scopo di assicurare la completa parità delle prestazioni socio-sanitarie erogate agli utenti. Detta, altresì, regole di principio in ordine ai criteri da adottare nella verifica periodica della qualità e dell'efficacia delle prestazioni e dell'adeguatezza delle misure adottate per assicurare il principio della parità di trattamento, allo scopo acquisendo anche la valutazione degli utenti attraverso la presentazione di reclami, istanze e segnalazioni in ordine al rispetto dei livelli qualitativi da parte dei soggetti esercenti il servizio. Il Ministero della salute, d'intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, detta inoltre regole di principio per assicurare la più ampia pubblicità dei servizi erogati dai consultori familiari e promuove campagne informative per la divulgazione del servizio di assistenza socio-sanitaria per la salute e per le problematiche della sessualità, della procreazione responsabile e della contraccezione rivolto alle donne disabili».

                Art. 3.  Il secondo comma dell'articolo 609-bis del codice penale è sostituito dai seguenti:

                «Alla stessa pena di cui al primo comma soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona.

                La pena è aumentata da un terzo alla metà se i delitti di cui al presente articolo sono commessi in danno di una persona affetta da minorazione fisica, psichica o sensoriale o nel caso in cui il reo abbia indotto la persona offesa a compiere o subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica, psichica o sensoriale di questa al momento del fatto».

www.camera.it/leg18/995?sezione=documenti&tipoDoc=lavori_testo_pdl&idLegislatura=18&codice=leg.18.pdl.camera.22.18PDL0001340&back_to=https://www.camera.it/leg18/126?tab=2-e-leg=18-e-idDocumento=22-e-sede=-e-tipo=#FR

 

On Barbara Saltamartini, Giancarlo Giorgetti e altri. C388\18 luglio 2018Legge quadro sulla famiglia e per la tutela della vita nascente.”   ( 39 articoli)                         identico Sen. Romeo  S547\\02 ottobre 2018

www.camera.it/leg18/995?sezione=documenti&tipoDoc=lavori_testo_pdl&idLegislatura=18&codice=leg.18.pdl.camera.388.18PDL0010490&back_to=https://www.camera.it/leg18/126?tab=2-e-leg=18-e-idDocumento=388-e-sede=-e-tipo=

Chi ha  altri testi di disegni e progetti di legge li invii a                  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

https://www.nonautosufficienza.it/programma-edizione-2021

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CONSULTORI FAMILIARI UCIPEM

Bologna. Formazione Integrata alle Relazioni

Relazioni con se stessi, con l’altro, di coppia, con la famiglia, nei gruppi e nelle comunita

                Una formazione per trovare la nostra forma. Come esseri umani, proprio come le foglie nella trama di questa brochure, abbiamo una forma. E quando ci relazioniamo gli uni con gli altri è solo attraverso il rispetto della nostra forma e della forma della relazione, che lo Spirito e l’amore possono infondere le nostre opere individuali, comunitarie, collettive come la nostra vita familiare.

                Integrata perché, in un’ottica di complementarietà, utilizziamo strumenti e approcci diversi, semplici e allo stesso tempo potenti, portati da formatori diversi.

                Il focus di tutti questi strumenti è la relazione. Relazione con se stessi, con l’altro, di coppia, con la famiglia, nei gruppi e nelle Comunità.

                La scelta degli strumenti è frutto della lunga esperienza maturata in Consultorio, riguardo le relazioni. Si tratta di una proposta formativa con un potenziale fortemente innovativo nell’ambito del Counseling. L’esperienza ci ha portato, nel tempo, a scegliere strumenti e formatori con l’intenzione di coniugare il meglio di quanto esistente nel panorama delle conoscenze attuali e consolidate, come il metodo Gordon, l’Analisi Transazionale, la pratica della Gestalt Counseling, integrandolo con strumenti attualmente ancora poco utilizzati, ma con un grande potenziale evolutivo, formativo ed educativo, in ambito relazionale, quali le Costellazioni Familiari e Organizzative, altri strumenti di facilitazione per gestire al meglio gli incontri di gruppi e i processi di Comunità e il Disegno Umano.

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www.consultoriobologna.it/wp-content/uploads/2021/06/Formazione-integrata.pdf

               

Cremona. “Gruppi di Parola”, incontri per figli di genitori separati

                Nel mese di ottobre 2021 il Consultorio Ucipem di Cremona propone il percorso strutturato del “Gruppo di Parola per figli di genitori separati”. Attivi in tutta Italia, sotto la supervisione dell’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano, i “Gruppi di Parola” (GdP) sono una risorsa per la cura dei legami familiari nella separazione dei genitori. Questi percorsi sono interventi brevi, destinati a bambini e ragazzi con genitori separati o divorziati. L’esperienza di gruppo si articolerà in quattro incontri che si svolgeranno nel mese di ottobre al sabato mattina. I bambini potranno parlare, condividere pensieri ed emozioni attraverso il gioco, il disegno e altre attività, con l’aiuto di professionisti specializzati.

                Il Gruppo di Parola aiuterà i bambini ad esprimere vissuti, pensieri, domande e a trovare modi per dialogare con i genitori e fronteggiare le difficoltà legate ai cambiamenti familiari. Questo percorso coinvolge inoltre anche i genitori: dalla fase di informazione e autorizzazione per i figli, alla partecipazione alla seconda parte dell’incontro conclusivo del gruppo, fino al colloquio di restituzione realizzato a distanza di circa un mese.   Il percorso è rivolto a bambini e ragazzi di età compresa tra i 6 e i 12 anni ed è a partecipazione gratuita.

                Si svolgerà un incontro informativo per tutti i genitori interessati

Video illustrativo del progetto sui Gruppi di Parola promosso dall'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza in collaborazione con l'Università Cattolica del Sacro Cuore e l'Istituto Toniolo

www.youtube.com/watch?v=xga-GI7cD14

 

Affiancamento Anno scolastico 2021-2022

                Il Consultorio si affianca alla famiglia e alla scuola per offrire il proprio supporto nel compito dell’educare, con una particolare attenzione alla dimensione affettiva, intesa come capacità di essere in relazione attraverso le diverse dimensioni che costituiscono la persona: corporea, emotiva, cognitiva, valoriale e spirituale. Gli interventi hanno l’obiettivo di promuovere il processo di costruzione dell’identità e le capacità relazionali all’interno dei contesti di vita nella consapevolezza della frammentarietà odierna che si manifesta in tempi, luoghi, relazioni e valori molteplici e di difficile integrazione.

                Affiancare e sostenere genitori e insegnanti nel fondamentale compito di educare e di esercitare la propria funzione di riferimento nella crescita. Accompagnare le alunne e gli alunni nella crescita affettiva, relazionale e corporea e nella transizione verso l’età adulta, promuovendo il benessere fisico e relazionale e prevenendo situazioni di disagio, anche dopo l’emergenza sanitaria. Promuovere occasioni di confronto e formazione con alunni, insegnanti e famiglie sulle risorse e criticità relazionali che si vivono online ed in presenza considerando anche il distanziamento sociale. Offrire ai docenti spazi di confronto e di lettura condivisa delle dinamiche di classe per migliorare il clima affettivo-relazionale nei gruppi di lavoro.

                Promuovere il lavoro di rete tra scuola, famiglia e realtà educative che a vario titolo sono implicate nell’educazione all’affettività. Il Consultorio in ogni percorso proposto intende offrire ad alunni, insegnanti e famiglie l’opportunità di riflettere circa il complesso momento storico e sociale che si sta attraversando. L’attenzione è posta all’aspetto emotivo di ciascuno, al fine di condividerlo in modo creativo, trasformativo e collettivo, tenendo presente che le relazioni, fortemente ridisegnate dalla pandemia, hanno caratterizzato il vissuto di ciascuno. Sarà importante fornire spazi guidati da figure esperte per poter riflettere su quanto accaduto. Si offre inoltre sostegno per affrontare gli stati ansiosi diffusi e spesso disfunzionali all’apprendimento degli studenti e al lavoro degli insegnanti. Si offrono occasioni per agevolare il rapporto, la comunicazione e l’alleanza tra scuola e famiglie.

                Per consultare i progetti  per i tre ordini di scuole:

www.ucipemcremona.it/content/progetti

       Referente Scuola Primaria:                        Dott.ssa Marta Prarolo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

      Referente Scuola Secondaria I grado:   Dott.ssa Marta Lucchi    Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

      Referente Scuola Secondaria II grado:  Dott.ssa Barbara Gentili   Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

      Gruppi di sostegno al ruolo per il personale docente

                L’attenzione alla salute e il supporto psicologico per il personale scolastico e per gli studenti rappresenta una misura di prevenzione precauzionale indispensabile per una corretta gestione dell’anno scolastico. Sulla base di una Convenzione tra Ministero dell’Istruzione e il Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi, si promuove un sostegno psicologico per fronteggiare situazioni di insicurezza, stress, ansia dovuta ad eccessiva responsabilità, timore di contagio, rientro al lavoro “in presenza”, difficoltà di concentrazione, situazione di isolamento vissuta.

      Referente docenti                                          Dott.ssa Marianna Bufano    Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

www.ucipemcremona.it

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DALLA NAVATA

XVI Domenica del Tempo ordinario - Anno B - 18 luglio 2021

Geremia             23.03. Radunerò io stesso il resto delle mie pecore da tutte le regioni dove le ho scacciate                        e le farò tornare ai loro pascoli; saranno feconde e si moltiplicheranno. Costituirò sopra di                      esse pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi;                  non ne mancherà neppure una. Oracolo del Signore.

Salmo                   22.06. Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora                       nella casa del Signore per lunghi giorni.

Efesini                 02.17. Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano                   vicini. Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo                            Spirito.

Marco                  06.34. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano                   come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

 

Finché c'è compassione il mondo può sperare

                In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po'». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

 

                Venite in disparte e riposatevi un po'. I suoi sono ritornati felici da quell'invio a due a due, da quella missione in cui li aveva lanciati, un pellegrinaggio di Parola e di povertà. I Dodici hanno incontrato tanta gente, l'hanno fatto con l'arte appresa da Gesù: l'arte della prossimità e della carezza, della guarigione dai demoni del vivere. Ora è il tempo dell'incontro con se stessi, di riconnettersi con ciò che accade nel proprio spazio vitale. C'è un tempo per ogni cosa, dice il sapiente d'Israele, un tempo per agire e un tempo per interrogarsi sui motivi dell'agire. Un tempo per andare di casa in casa e un tempo per “fare casa” tra amici e con se stessi. C'è tanto da fare in Israele, malati, lebbrosi, vedove di Nain, lacrime, eppure Gesù, invece di buttare i suoi discepoli dentro il vortice del dolore e della fame, li porta via con sé e insegna loro una sapienza del vivere.

                Viviamo oggi in una cultura in cui il reddito che deve crescere e la produttività che deve sempre aumentare ci hanno convinti che sono gli impegni a dare valore alla vita. Gesù ci insegna che la vita vale indipendentemente dai nostri impegni (p. Gaetano Piccolo SJ).

                La gente ha capito, e il flusso inarrestabile delle persone li raggiunge anche in quel luogo appartato. E Gesù anziché dare la priorità al suo programma, la dà alle persone. Il motivo è detto in due parole: prova compassione. Termine di una carica bellissima, infinita, termine che richiama le viscere, e indica un morso, un crampo, uno spasmo dentro. La prima reazione di Gesù: prova dolore per il dolore del mondo. E si mise a insegnare molte cose. Forse, diremmo noi, c'erano problemi più urgenti per la folla: guarire, sfamare, liberare; bisogni più immediati che non mettersi a insegnare. Forse abbiamo dimenticato che c'è una vita profonda in noi che continuiamo a mortificare, ad affamare, a disidratare.

                A questa Gesù si rivolge, come una manciata di luce gettata nel cuore di ciascuno, a illuminare la via. Questo Gesù che si mette a disposizione, che non si risparmia, che lascia dettare agli altri l'agenda, generoso di sentimenti, consegna qualcosa di grande alla folla: «Si può dare il pane, è vero, ma chi riceve il pane può non averne bisogno estremo. Invece di un gesto d'affetto ha bisogno ogni cuore stanco. E ogni cuore è stanco» (sorella Maria di Campello). È il grande insegnamento ai Dodici: imparare uno sguardo che abbia commozione e tenerezza. Le parole nasceranno. E vale per ognuno di noi: quando impari la compassione, quando ritrovi la capacità di commuoverti, il mondo si innesta nella tua anima, e diventiamo un fiume solo. Se ancora c'è chi sa, tra noi, commuoversi per l'uomo, questo mondo può ancora sperare.

p. Ermes Ronchi OSM

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DONNE NELLA (per) LA CHIESA

Donne nella Chiesa: “occupare” la Parola per avere diritto di parola

                Papa Francesco fa quello che può’: le donne non gradiscono. Difficile mantenere l’unità della barca di Pietro. Infatti papa Francesco sembra costretto a praticare ostentatamente qualche contraddizione, sperando di essere compreso. Certo si rivolge al laicato come referente privilegiato chiedendo indirettamente venia se, per superare le conseguenze dei duecento anni di ritardi sulla storia, deve assicurare anche i dissidenti che “non è il Vangelo che cambia, siamo noi che impariamo a leggerlo meglio”. Purtroppo gran parte del mondo cattolico non si accorge delle difficoltà che dividono anche le religioni e le teologie, soprattutto in un paese come l’Italia che ha avuto non la Riforma, ma la Controriforma, dove anche la parte che crede di avere imparato la lezione del Vaticano II, mentre da un lato condivide la linea stimolante di questo pontificato, dall’altro, sconcertata da dichiarazioni in contrasto con le aperture coraggiose, dichiara la propria delusione.

                In particolare le donne, religiose comprese, che hanno sentito tradite le loro aspettative e sono le più critiche: sanno di essere ben più della metà del popolo di Dio e di essere portatrici di giuste pretese che vanno nell’interesse della Chiesa. Eppure anche il femminismo cattolico si distingue per scelte diverse: una di rappresentazione di sé nella comunicazione interna ai media interni – cfr. il mensile dell’Osservatore Romano Donna, Chiesa, Mondo, in cui (cfr. numero di giugno “Donne fuori dal sistema. Le samaritane) Marinella Perroni ha curato la sezione “Quelle che rompono il tetto di cristallo”,

www.osservatoreromano.va/it/news/2021-05/dcm-006/quelle-che-rompono-br-il-soffitto-di-cristallo.html

e altre che scalpitano per l’incomprensione di una situazione sclerotizzata. Intanto prosegue l’autentica persecuzione nei confronti di Francesco da parte dell’ala tradizionalista che, nei siti recuperabili su internet, non perde occasione per accusarlo di infedeltà e, a proposito del Sinodo della Chiesa tedesca, i cui risultati non dovrebbero essere lontani – mentre il papa ha lanciato il sinodo italiano e conta di rovesciare come il classico calzino la cattolicità italiana – il cardinal Ruini ne anticipa la condanna di eresia sapendo che i vescovi tedeschi non potranno esimersi dal prendere posizione sulle questioni scomode, a partire dai diritti di genere.

                I problemi posti dalle donne, infatti, non consentono mediazioni facili: se molte femministe chiedono la parità e partono dal presbiterato – che è certo una questione di principio, anche se è grande il rischio di condividere e mantenere il ruolo di “questo” clero – Francesco sa benissimo che il conflitto che divide i cattolici passerebbe a guerra dichiarata se ammettesse le donne al sacerdozio.

                La realtà presenta confusione e conflitti e sono possibili anche sorprese impreviste e sconcertanti: è una notizia irrilevante, ma la “Chiesa cristiana vetero-cattolica” ha ammesso le donne al sacerdozio e, per rappresentare la diocesi italo-spagnola, ha scelto la “vescova” (sic) Teodora Tosatti (cfr. Adista 04.04.2021). Forse c’è bisogno di un po’ di fredda acribia politica nell’interpretare l’oggettività di documenti che fanno rumore al momento in cui vengono emanati, ma non creano continuità e opportunità per aiutare la crescita dei valori. Recentissima la Lettera apostolica in forma di Motu Proprio con cui il papa ha ministerializzato la figura del catechista, un provvedimento che in primo luogo rafforza la presenza di laici e laiche nella rappresentazione istituzionale della Chiesa e contemporaneamente impedisce il fai-da-te tradizionale sia nelle missioni sia nella preparazione dei bambini delle comunità parrocchiali. I giornali hanno ripreso la notizia e solo pochi hanno prospettato il dubbio che la misura fosse stata presa per eludere la richiesta dei viri-probati e il diaconato femminile. Analogamente il 10 gennaio 2021 è uscita la modifica del can. 230§1 del codice di diritto canonico con cui papa Francesco concedeva ai laici, uomini o donne, il lettorato e l’accolitato, in virtù di una peculiare forma di esercizio del sacerdozio battesimale, due privilegi essenzialmente distinti dal ministero ordinato; tuttavia, se si tratta di sacerdozio battesimale esservi abilitati/e in quanto battezzati/e, fa pensare: Francesco infatti distingue e comprime “questo” sacerdozio, ma apre il problema paritario due gradini sotto, sbloccando la riserva maschile esplicitamente ribadita da Paolo VI. Mi sembra un elemento su cui riflettere: se vale per fare memoria che tutti siamo “sacerdoti, re e profeti”, è un’evocazione retorica e non si dà problema. Ma se partiamo dal sacerdozio in quanto battesimale, perché l’accesso di grado gerarchico al presbiterato è riservato solo ai maschi? Un’altra argomentazione di genere.

                Francesco ha reso esecutivo l’avvio del sinodo annunciato nel 2015 al Convegno ecclesiale di Firenze. I vescovi italiani non hanno la tempra dei colleghi tedeschi e, se nella prima bozza di risposta al Santo Padre hanno richiamato subito alle difficoltà della pandemia, nella dichiarazione di intenti presentata dal card. Bassetti lo stile non è uscito dalla formalità d’obbligo. Né i vescovi né i parroci avrebbero voglia di sobbarcarsi l’operazione di risvegliare una comunità data per secolarizzata e che è così poco “catechizzata” da essersi lasciata sfuggire di mano la rivoluzione del Vaticano II; tuttavia dovranno affrontare i problemi scomodi che non possono più essere rinviati. Date le divisioni interne anche alla Cei e la timidezza decisionale di molti vescovi, l’impresa è affidata soprattutto al coraggio del laicato, quel popolo di Dio ancora ignaro della propria autonomia e, quindi, libero solo astrattamente o nella disinvoltura dell’applicazione della “morale cattolica”, ma lontano dalla presa della parola, dalla parrhesia. Si dice Chiesa “di donne, oltre che di uomini”: il pregiudizio è stato suffragato dalla tradizione ecclesiastica, ma per essere sconfitto necessita iniziative a tutto campo per sradicarlo dalla cultura profonda, ancora, purtroppo, sessista. La società deve contribuire e decidere se vale la pena tentare di riformare il potere

                Le donne sanno molto di sé. E anche della Chiesa. Quando Eva osò aspirare alla conoscenza di Dio, il peccato fu attribuito ad Adamo. Forse il modello unico non è più così vincente: in Europa, Germania, Norvegia, Danimarca, Islanda, Finlandia, Lituania, Estonia sono governate da donne che, se non intenderanno ripetere il ruolo maschile, una volta cresciute di numero, si spera non dichiareranno guerre. Il Papa può essere vittima del ruolo clericale e aver paura delle donne: lo confermerebbe la resistenza ad affrontare – proprio lui che ha avuto il coraggio di reagire senza remissione contro la pedofilia – le denunce delle superiori degli Ordini religiosi che hanno ampiamente accusato la violenza di sacerdoti nei confronti di suore, donne che hanno pronunciato gli stessi voti di un presbitero che porge loro la sacra particola “in persona Christi”.

                Ma forse dà segnali per far sapere che ha capito. Non so perché avrebbe dovuto attribuire a Maria di Magdala l’equiparazione nell’apostolato: mi stupisce non aver mai sentito nessuno/a chiedere se anche le donne vanno comprese nella successione apostolica. Il problema dei diritti nella Chiesa riguarda entrambi i generi, ovviamente soprattutto le donne impegnate nei gruppi femminili e femministi del versante religioso, spesso radicali. Francesco non lascia trasparire alcuna disponibilità a legittimare il presbiterato femminile, anche se l’unicum di un’istituzione di soli maschi celibi non sta più in piedi nemmeno sul Monte Athos. Non approva nemmeno il diaconato, anche se ha istituito cinque anni fa e successivamente rinnovato (questa volta anche con una presenza femminile) la solita “commissione” destinata a scrivere la relazione finale di dissolvenza. Le amiche teologhe che si sono spese a sostenere con dottrina e rigore il diritto al diaconato non possono superare l’ostacolo che viene facilmente opposto: essendo l’ultimo livello gerarchico prima del sacerdozio, appare una deadline (termine ultimo).

                Anche la concessione alle donne di lettorato e accolitato riguarda la gerarchia dei “gradi” che precedono il sacerdozio. Si tratta di funzioni di cui nessuno aveva fatto richiesta dopo che Paolo VI le aveva confermate riservati ai soli maschi e, per la verità, nemmeno ci si ricordava che esistessero. Come per i catechisti Francesco dichiara la volontà di concedere accrediti graduali alla partecipazione liturgica dei laici che restano esclusi dalla partecipazione simbolica dell’altare. A tutt’oggi il presbitero “ordinato” è un prete obbediente al tradizionale diritto canonico, che non ha mai dato vita ad un movimento per contestare il celibato obbligatorio e chiederlo opzionale; tanto meno si accorge di gestire il sacerdozio come segno di potere di un genere sull’altro e neppure immagina che il “privilegio” debba essere concesso alle donne che gli hanno sempre tenuto in ordine l’altare, naturalmente gratis. Se Giovanni XXIII aveva stabilito che “la donna esige di essere considerata come persona, tanto nell’ambito della vita domestica che in quello della vita pubblica”, cinquant’anni dopo quel segno dei tempi nella chiesa cattolica è ancora privo della pari dignità, senza che ci sia alcuna giustificazione teologica o scritturale, ma solo perché il sacramento dell’ordine resti un potere clericale, inesorabilmente maschile proprio in quanto “potere”.

                L’organizzazione internazionale Unione Mondiale delle Donne Cattoliche attraverso la presidente Maria Lia Zervino, ha scritto una lettera aperta a papa Francesco (13.03.2021) esplicitamente non rivendicativa – “non per scalare posizioni di potere” o per incarichi decorativi, ma perché le donne si sentono “in credito”, dato che “non sono stati fatti progressi sufficienti per trarre vantaggio dalla ricchezza delle donne”.                                                                                       www.settimananews.it/papa/papa-francesco-donna

Anche la presidenza delle superiori degli Ordini religiosi femminili ha più volte espresso la consapevolezza che il mancato accoglimento della cultura delle donne danneggia proprio la Chiesa, ma sembra che non solo un clero educato alla misoginia abbia paura dell’avanzata delle sorelle, ma l’ala tradizionalista sia in grado di ricattare il papa.

                Forse i due piccoli diritti concessi formalmente alle donne, in particolare il lettorato, potrebbero essere ripresi in chiave politica. Resta infatti teoricamente giusta la richiesta del diaconato, anche se ormai è meglio dichiararlo un espediente strategico e chiedere direttamente l’ultimo livello del presbiterato. Anche perché che cosa mai “farebbe” oggi una diacona (per piacere non si dica diaconessa), a parte qualche sostituzione non determinante che già non faccia, da sacrestana per lo più volontaria?

                L’ostilità del clero integralista conferma il dominio del patriarcato che nel cattolicesimo controlla una società di soli uomini, celibi, monocratici e non accetta riforme, “cedimenti” al dogmatismo istituzionale negando allo Stato/Città del Vaticano l’equiparazione – come chiede Francesco – allo Stato di diritto. Accolitato e lettorato non saranno così appetibili, sono ministeri ancor meno significativi simbolicamente del “servir messa” dei bambini, ma se le donne chiedessero ai parroci (alcuni dei quali già lo fanno, liberamente trasgredendo le prescrizioni canoniche) di leggere il Vangelo e fare l’omelia – Bibbia e Paolo sono già letti comunemente da donne e uomini – altrimenti di che “lettura” si parla? – si verificherebbe quell’occupazione dell’altare tante volte stigmatizzata, un passo avanti simbolicamente riferibile al magistero ministeriale femminile. L’occupazione della parola.

                Si aggiunge un particolare non insignificante notare: il papa ha esplicitato la gratuità dei due ministeri paritari (il “conferimento non attribuisce loro il diritto al sostentamento o alla rimunerazione da parte della Chiesa), un monito necessario non perché virtuoso, ma perché, pur necessario al senso cristiano dell’organizzazione amministrativa, che il papa non vorrebbe oggetto né di carrierismo né di erogazioni di benefici ecclesiastici. Ma se, partendo dal basso le parrocchie e ai piani alti le diocesi fossero amministrate da donne, sarebbero evitate “le pompe” che creavano l’abisso tra il prete di montagna e il cardinale compiaciuto dei 12 metri di strascico ammessi fino a cinquant’anni fa. Che Ildegarda di Bingen nel suo convento chiedesse l’eleganza per partecipare alla Messa significava simbolicamente la gioia dell’incontro con l’amico più grande.

Giancarla Codrignani                    12 luglio 2021

 

Ribelli profetiche: donne che osano e cambiano la storia

                Perché la profezia inquieta chi la esercita? E perché incute timore nelle autorità costituite? Forse la risposta sta nel fatto che non è un incarico istituzionale gestito dalle autorità, ma un libero dono dello Spirito rivolto a chiunque, senza discriminazioni di età, di sesso e di condizione sociale, segno dei tempi messianici, come aveva annunciato il profeta Gioele (Gl 3,1-2) e come aveva ben compreso la comunità delle origini (Atti Apostoli 2, 17-18): «Negli ultimi giorni, dice il Signore, Io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno dei sogni. E anche sui miei servi e sulle mie serve in quei giorni effonderò il mio Spirito ed essi profeteranno». Lo Spirito, dunque, dà la capacità a ognuno di profetare, cioè di parlare con libertà e osare sfidare il comune sentire in nome di una comprensione più profonda dei disegni di Dio.

                Non è sempre facile individuare e accettare la voce profetica, spesso interpretata come ribellione; non lo è stato soprattutto per le donne le cui azioni e parole sono state tante volte osteggiate perché intese come illecitamente trasgressive. Eppure, la Bibbia è ricca di narrazioni di donne protagoniste del loro destino, che hanno saputo sfidare pregiudizi e poteri: che hanno osato trasgredire le leggi umane, come Sara e Rebecca che intervengono nella linea della discendenza e della promessa cambiandone il percorso; come le levatrici che salvano Mosè contravvenendo ai provvedimenti ingiusti del Faraone che voleva la morte dei bambini ebrei o come Ester che aiuta il popolo a salvarsi da un sicuro sterminio sfidando i comandi dell’imperatore persiano Assuero. Donne che hanno osato opporsi all’autorità maschile, come Miriam che, nei confronti di Mosè, rivendica il proprio ruolo profetico, o come Giuditta che con astuzia uccide il nemico Oloferne sovvertendo i suoi progetti di dominio. Oppure, donne che hanno osato piegare gli ordinamenti maschili a difesa dei propri diritti, come Tamar e Rut che hanno saputo interpretare la legge del levirato mettendo in sicurezza la propria identità e dignità femminili. Per non parlare delle donne che Gesù incontra e che incrinano le sue certezze, come la siro-fenicia, o che pungolano la sua riflessione sulle ipocrisie sociali, come l’adultera e la prostituta.

                L’essere audaci, trasgressive, ribelli è un tratto che accompagna la storia delle donne e soprattutto di quelle che consapevolmente si sono sentite investite di una missione profetica. E la profezia, si sa, non è un carisma da vivere nel privato, ma è un dono che lo Spirito elargisce per edificare, esortare o consolare la comunità (1Cor 12,28). È carisma ministeriale con una marcata dimensione pubblica e politica che guida il gruppo dei credenti verso il bene comune (1Cor 14,4) e, allo stesso tempo, è un dono spirituale, perché discende direttamente dalla Ruah di Dio [vento, respiro, spirito]. Per questo nella storia del cristianesimo troviamo tante donne che hanno avuto la forza di parlare con libertà, con quella che i greci chiamavano parrhesìa-parresia, la franchezza di esprimersi anche davanti ai potenti sfidando spesso i comodi assetti del potere costituito.

                Fu consapevole autonomia quella di Chiara d’Assisi che, nel difendere il privilegio della povertà, oppose a Innocenzo III la propria coscienza: «A nessun patto e mai, in eterno, desidero essere dispensata dalla sequela di Cristo» (Leggenda di Chiara, 14). Fu vocazione pastorale quella di Domenica Narducci che, davanti al vescovo di Firenze, difese agli inizi del Cinquecento il proprio ruolo di predicatrice, consapevole che la Chiesa ha bisogno delle donne e che Dio chiama chiunque egli voglia, anche il genere femminile, a parlare profeticamente in suo nome e ad annunciare la sua parola.

                Fu difesa del proprio pensiero rivoluzionario quella che manifestò l’indomita Margherita Porete che non si piegò all’intimazione dell’Inquisizione di abiurare la propria fede in una Chiesa grande delle anime semplici che vivono direttamente un’esperienza d’amore con Dio, o quella della fiera Giovanna d’Arco che rifiutò di sottomettersi ai giudici per fedeltà alle voci interiori che l’avevano spinta a liberare la Francia dal dominio inglese. Fu meditata autocoscienza quella di Teresa d’Ávila, giudicata “femmina inquieta, vagabonda, disubbidiente e contumace” per la sua determinazione di donna consapevole della durezza dei tempi e delle ingiuste limitazioni imposte al genere femminile. Fu appello al diritto per le donne allo studio quello della poetessa Juana Inés de la Cruz, la monaca messicana costretta ad abiurare davanti al tribunale dell’Inquisizione per aver chiesto l’accesso alla conoscenza a tutti coloro che avevano talento e virtù. E l’elenco potrebbe continuare a lungo nel segnalare quelle donne guardate con sospetto, emarginate, censurate, esecrate perché considerate donnicciole ribelli, disobbedienti e persino eretiche da un’istituzione Chiesa che spesso si è dovuta ricredere sulle proprie dure posizioni di condanna o su semplici pregiudizi.

                È opportuno, però, richiamare alcune figure a noi più vicine, sensibili interpreti dei segni dei tempi. Ricordiamo le accuse rivolte a Maria Montessori per il metodo pedagogico ritenuto dannoso da molti cattolici perché scardinava i principi immutabili della pedagogia dell’epoca. Maria, pur non prendendo posizioni nette contro la gerarchia cattolica che la spinse a emigrare all’estero, rimase ferma nella sua visione positiva e gioiosa dell’essere umano e nella proposta pedagogica finalizzata alla costruzione di una umanità fondata su rapporti di pace e di amore. Tre volte candidata al Nobel per la Pace, soffrì molto per l’incomprensione da parte di alcuni cattolici che sconfessarono ingiustamente il suo metodo che metteva il bambino al centro del suo progetto educativo all’interno di una visione profetica di “rinnovamento cosmico”.

                Non meno combattive sono state alcune donne invitate al concilio Vaticano II in veste di uditrici. Particolarmente intraprendente è stata la madre Mary Luke Tobin, presidente della Conferenza delle Superiori Maggiori degli Istituti Femminili degli Stati uniti, nel sollecitare i perplessi padri conciliari a istanze di cambiamenti per la vita religiosa femminile, né si fece intimorire dall’ostruzionismo di alcuni cardinali. Difese sempre con forza le proprie posizioni e non venne mai meno al suo impegno civile anche dopo il conclave, schierandosi contro le guerre, a difesa dei diritti umani e per una maggiore valorizzazione dei ministeri femminili nella Chiesa. Ha anche osato molto la messicana Luz Maria Longoria, presidente, insieme al marito José Icaza Manero, del Movimento della Famiglia Cristiana. Luz Maria non esitò, in presenza di attoniti vescovi ed esperti, a contrapporsi alle tradizionali posizioni sulla realtà matrimoniale definendoli fuori dalla realtà e proponendo una nuova immagine di famiglia poggiata sull'amore coniugale e sulla responsabilità genitoriale. Dopo il concilio, continuò anche lei, insieme al marito, ad impegnarsi in difesa dei diritti umani e ad essere attiva nella teologia della liberazione non poche volte in contrastato con il clero messicano.

                Alla spagnola Pilar Bellosillo, presidente dell’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche, anche lei uditrice al Vaticano II , non fu concessa la parola nonostante per due volte fosse indicata come portavoce del gruppo degli uditori: non era consentito, infatti, alle donne di parlare nell’assemblea conciliare. In seguito, lei stessa osò sfidare Papa Paolo VI e la commissione di studio sui ministeri non accettando che venissero limitate la libertà di ricerca e di espressione delle partecipanti.

                Forse, proprio questa spiritualità anti-dogmatica e anti-autoritaria ha spaventato le autorità ecclesiastiche. Forse, da qui deriva una difficoltà ad accettare la libertà delle donne di fede e a riconoscere, anche se nei tempi diluiti della storia, la loro voce profetica, anticipatrice dei tempi nuovi.

Adriana Valerio, *Storica e teologa, docente di Storia del Cristianesimo all’Università Federico II di Napoli

03 luglio 2021        www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/dcm-007/il-carisma-della-provocazione.html

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DONNE E MINISTERO ORDINATO

Donne pastore: una prassi da consolidare

                Sono passati ormai quasi 40 anni dall’Assemblea generale delle Chiese battiste in Italia quando, nel 1982, con consenso unanime, fu votato per la prima volta il riconoscimento del ministero pastorale femminile. Gli anni che precedono questo traguardo sono caratterizzati da dibattiti locali e nazionali, da convegni su tematiche legate alla pluralità di ministeri e al ruolo delle donne nella società, nella Chiesa e nelle Scritture. Dibattiti che porteranno a maturare una sensibilità inedita rispetto al ruolo pastorale delle donne.

                Prima del 1982, la leadership femminile nelle Chiese si limitava alla guida di gruppi femminili, alla catechesi o, tutt’al più, all’affiancamento al servizio pastorale. Precedentemente, un solo caso di funzione pastorale vera e propria ha preso forma, con la cura di una Chiesa affidata direttamente a una donna, una missionaria americana che negli anni si era ben radicata nel contesto culturale italiano.

                Non è stato semplice arrivare al riconoscimento pastorale delle donne. Le difficoltà sono state molteplici e non necessariamente legate alla resistenza di una cultura patriarcale nella Chiesa.

                La prima difficoltà è legata alla percezione teologica dei ministeri. Per le Chiese battiste, come in genere per ogni comunità riformata, tutti i ministeri hanno pari importanza. Non esiste, nella sostanza, una gerarchia tra questi. Un animatore musicale, una diacona, una predicatrice, un monitore, hanno nella Chiesa la stessa dignità; e, concretamente, nell’assemblea locale, quando s’affrontano processi decisionali, il loro voto vale come quello del pastore.

                Nel corso degli ultimi decenni si sta facendo un grande lavoro simbolico e pratico teso a far sì che la consacrazione al ministero non sia circoscritta solamente al pastorato. Dare visibilità liturgica a questa teologia dei ministeri è diventata una priorità importante per le nostre Chiese. E tuttavia è anche questa concezione plurale dei ministeri che ha rischiato di rallentare l’ingresso delle donne pastore: se a queste, come ad altri fratelli nella Chiesa, è già riconosciuta la possibilità di predicare, insegnare, gestire gruppi e persino di celebrare alcuni sacramenti, perché doversi pronunciare sul pastorato femminile? Soltanto quando le Chiese sono state sollecitate a ribaltare la domanda «Che cosa impedisce alle donne di essere riconosciute come pastore?» è emersa l’incongruenza di un ministero pastorale esclusivamente al maschile.

                La seconda difficoltà s’interseca con il modello organizzativo delle Chiese battiste, che si configurano come comunità riformate che valorizzano in modo specifico la realtà locale. Ogni piccola comunità sul territorio ha una propria autonomia. A ogni Chiesa locale viene riconosciuto il diritto d’autodeterminarsi e di decidere i propri ministri. Questo ha reso più complesso il processo decisionale che ha portato tutte le Chiese battiste a riconoscere e ad affermare con una sola voce che Dio chiama singole persone con particolari doni senza distinzione di genere. Se, per raggiungere il consenso, in ogni comunità ecclesiale, è necessario lavorare dal basso, creando dibattito nelle realtà locali, ancor di più lo è per la Chiesa battista che vive un’ecclesiologia congregazionalista, che dà molto peso alle decisioni delle realtà locali accanto a quelle poi condivise nell’assemblea generale.

                La struttura congregazionalista, che permette una pluralità di posizioni all’interno dell’Unione delle Chiese evangeliche battiste in Italia (UCEBI), poteva impedire la ricerca di un consenso condiviso, di fronte al dissenso di alcune realtà più tradizionaliste. Non è stato così. Le Chiese hanno discusso localmente, nelle associazioni regionali, nei convegni nazionali fino a giungere a un consenso condiviso.

                Bisogna, infine, riconoscere che la maturità teologica che ha portato le Chiese battiste ad abbandonare le riserve sul riconoscimento formale del ministero pastorale femminile, oltre a essere radicata in un confronto vivace e costruttivo, è segnata anche dal cammino comune di dialogo e collaborazione con quelle Chiese sorelle del mondo riformato che, qualche anno prima, avevano accolto le donne all’interno del proprio corpo pastorale.

                Il Sinodo valdese e metodista, infatti, già dal 1967 aveva riconosciuto che, dal punto di vista biblico, teologico ed ecclesiale, nulla impediva alle donne d’accedere al ministero pastorale. Le Chiese battiste hanno avuto bisogno di qualche anno in più per superare le riserve radicate più su una prassi consolidata che su una consapevolezza teologica. Non è stato un processo semplice e alcune pastore pioniere hanno pagato un prezzo nel preparare la strada alle generazioni successive. Alcuni membri maschili dell’esecutivo battista, nonostante le decisioni assembleari a favore del ministero femminile, non hanno ostacolato l’ingresso di nuove pastore, ma non lo hanno di certo incoraggiato.

                Emblematico è il caso della prima pastora, che entra in servizio a pochi mesi dalla decisione dell’assemblea generale nel 1983. Anna Maffei non è soltanto la prima donna pastora nella Chiesa battista in Italia: con suo marito, anche lui ministro dell’UCEBI, forma la prima coppia pastorale. E con loro gli esecutivi si trovano ad affrontare una serie di piccoli problemi pratici, che vanno dalla necessità di trovare delle sedi pastorali limitrofe, o almeno vicine, al decidere se la residenza familiare è da ritenersi quella dell’una o dell’altra sede. Apparentemente problemi secondari rispetto alle riflessioni teologiche sui ministeri: ma è proprio sul modo come questi vengono gestiti che si ravvisa un’iniziale (mal)celata resistenza alle donne pastore. Il primo incarico pastorale affidato alla prima pastora è su un territorio montano esteso: tre comunità distanti tra loro e lontane anche dall’unica sede pastorale del marito.

                Oggi parleremmo di pressione per far desistere; ma la pastora Anna Maffei resiste. Svolge il suo periodo di prova spostandosi tra le montagne per raggiungere le comunità a lei affidate. A lei spetta, in seguito, un altro primato: sarà la prima donna presidente dell’UCEBI. Una vera pioniera! In pochi anni s’aggiungono altre donne, alcune sposate a pastori, altre no. La loro presenza nella leadership delle Chiese mette in atto processi di trasformazione.

                40 anni sono ancora troppo pochi per un’analisi esaustiva dei mutamenti del ruolo pastorale legati all’ingresso delle donne nella conduzione di una comunità. Il ministero pastorale ha subito tanti cambiamenti, trasversali alle Chiese di diversa confessione; alcuni di questi sono certamente da rintracciare nei mutamenti sociali e culturali, che hanno portato a un modo differente di vivere le identità religiose. Venuta meno un’immagine d’appartenenza a tutto tondo, le Chiese battiste, come molte altre, hanno dovuto ripensare il pastorato e gli altri ministeri della Chiesa alla luce delle sfide che, di volta in volta, sono state chiamate ad affrontare.

                Il corpo, la lingua, le minoranze. È tuttavia innegabile che uno dei fattori di cambiamento più importanti nella percezione del ministero pastorale sia stato l’ingresso delle donne. È cambiato il modo di fare il pastore e, probabilmente, sono cambiate le Chiese. Ma come? È possibile evidenziare i segnali di queste trasformazioni a partire da come le donne hanno abitato questo servizio che hanno ereditato con un modello maschile e come lo hanno adattato al proprio genere. Certo, ogni donna è differente. Esistono tuttavia degli aspetti che le donne hanno portato, o reso più evidenti, con il loro pastorato.

                Il corpo: il proprio corpo. La Chiesa ha preso maggiore consapevolezza, attraverso le donne pastore, che il corpo sessuato fa parte della vita ecclesiale, dei singoli fratelli e sorelle, dei pastori e delle pastore. La metafora della Chiesa come corpo di Cristo ha ritrovato con le donne una maggior concretezza, una nuova evidenza simbolica. La gioia di corpi che vivono la vita ecclesiale nelle diverse stagioni della vita. Donne che celebrano e annunciano le grandi meraviglie di Dio con i loro corpi che cambiano: dalla gravidanza, all’allattamento, alla menopausa… Corpi che hanno aiutato la Chiesa a ritrovare il senso di una fede incarnata.

                Il corpo delle donne, presenti nella Chiesa in posizione di maggiore visibilità, ha spinto la Chiesa a vivere una vicinanza concreta e simbolica alle donne che nella società sono ancora sottovalutate, se non umanamente mortificate e vittimizzate dagli uomini. Essere presenti come donne nei luoghi dove si prende la parola nelle Chiese, una parola autorevole, ha sollecitato le Chiese a confrontarsi con temi tradizionalmente tenuti fuori dagli eventi liturgici, primo fra tutti quello della violenza maschile verso le donne e verso i bambini e le bambine.

                Il linguaggio: nel dire la fede, le donne pastore hanno aiutato le Chiese a scegliere un linguaggio inclusivo. Sono state in grado, in pochi decenni, di trasformare la comunicazione, smascherando l’ideologia del linguaggio maschile come norma universale. Hanno svelato che nella lingua nulla è neutro. Hanno coinvolto le istituzioni per riscrivere in un linguaggio inclusivo i regolamenti, il materiale liturgico, i documenti teologici. Il linguaggio crea una realtà: credo che le nostre Chiese siano spazi più liberanti grazie a questa particolare attenzione.

                Infine le donne pastore hanno portato nelle Chiese una maggiore attenzione per le minoranze, a partire dall’assunzione di un punto di vista maturato dalle teologie femministe. Di fatto, alcune donne pastore si sono spese nella ricerca teologica e nella divulgazione, suscitando dibattiti, fornendo nuove chiavi di lettura del testo biblico, suggerendo percorsi pastorali creativi, dando forma a comunità inclusive.

                Le sfide da affrontare sono ancora molte e questi primi 40 anni sono solo l’inizio, allo stesso tempo promettente e problematico, di un processo di ecclesiogenesi che dia forma a quella comunità di eguali, sognata da Gesù. Un inizio che domanda di essere consolidato.

 Lidia Maggi       Il Regno Attualità, n. 14 pag. 421, 15 luglio 2021

* Pastora della Chiesa battista, esercita un ministero biblico itinerante.

ilregno.it/attualita/2021/14/donne-e-ministero-ordinato-2-chiesa-battista-la-trasformazione-lidia-maggi

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

I nodi di Francesco. Cronaca da un mese difficile

                Il mese di giugno e gli inizi di luglio sono stati caratterizzati da un’agenda fittissima di notizie sul fronte vaticano – escludendo la questione del DDL Zan e della salute del papa –. Meritano di essere fissate nero su bianco perché sintetizzano alcuni degli snodi cruciali del pontificato di Francesco e delle Chiese locali nel seguire il percorso tracciato dal papa venuto «dalla fine del mondo».

                Modifica al diritto penale canonico. Il 10 giugno il papa emana la costituzione apostolica Pascite gregem Dei con cui viene riformato il Libro VI del Codice di diritto canonico, che si occupa del diritto (canonico) penale. Sono almeno tre i temi caldi su cui l’innovazione ha una ricaduta: sulla «tentata ordinazione di donne» (can. 1379); sulla punizione del delitto di pedofilia (can. 1398, che, tra l’altro, passa da essere classificato da delitto «contro obblighi speciali» dei chierici a delitto «contro la vita, la dignità e la libertà dell’uomo»); sulla specificazione dei «delitti in materia economica», specialmente quelli compiuti da chierici.

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_constitutions/documents/papa-francesco_costituzione-ap_20210523_pascite-gregem-dei.html

                Partiamo da quest’ultimo ambito: un primo link va al caso del card. Becciu, destituito il 24 settembre dell’anno scorso e rinviato (3 luglio 2021) a giudizio (la prima udienza dovrebbe tenersi il 27), assieme ad altre 9 persone, dal promotore di giustizia vaticano Gian Piero Milano, per i seguenti capi d’accusa: truffa, peculato, abuso d’ufficio, appropriazione indebita, riciclaggio e autoriciclaggio, corruzione, estorsione, pubblicazione di documenti coperti dal segreto, falso materiale di atto pubblico, falso in scrittura privata.

                Un secondo link va al Rapporto di Moneyval – organo di controllo del Consiglio d’Europa che certifica il rispetto degli standard internazionali nella lotta contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo – che il 9 giugno riconosce alla «giurisdizione vaticana (…) cinque giudizi di efficacia “sostanziale” e sei di efficacia “moderata”; in nessun caso è stato espresso un giudizio di efficacia “bassa”». Anche se occorre «migliorare l’analisi dei rischi conseguenti a potenziali abusi finanziari da parte del personale interno al Vaticano (i cosiddetti insiders -personale interno)».

                Un terzo link va infine alla notizia che l’8 del mese viene battuta dall’ANSA su una revisione contabile che per la prima volta il vicariato di Roma sta affrontando da aprile, affidata al revisore generale vaticano Alessandro Cassinis Righini.

                La protesta di Marx e la questione pedofilia. Il 4 giugno si dimette il card. Reinhard Marx: la notizia è così dirompente (il primo caso di vescovo che si dimetta in questa modalità, a memoria di vaticanista) che occupa buona parte dell’informazione sul Vaticano, anche se non è facile capirne il perché: dai testi della lettera di Marx, dall’intervista al presidente della Conferenza episcopale tedesca, mons. G. Bätzing, e infine dalla lettera che il papa gli scrive il 10 rifiutando le dimissioni, si può ricostruire per sommi capi una connessione. Il card. Marx, da sempre molto attento alla questione delle violenze sui minori, è tra i primi a parlare della necessità di una reazione a livello sistemico nella Chiesa; la violenza sui minori e le sue implicazioni per la Chiesa sono una delle voci del Cammino sinodale tedesco, il quale tuttavia ha messo in evidenza le divisioni nell’episcopato, una fra tutte quella con l’arcivescovo di Colonia, card. R.M. Woelki che viene accusato – dal 26 maggio è in corso una visita apostolica – di gestire le accuse di violenze in modo troppo procedurale e garantista per l’istituzione ecclesiastica, a danno delle vittime. Risposte indirette alla vicenda arrivano l’8 giugno dal presidente emerito del Pontificio consiglio per i testi legislativi card. J. Herranz che – sulle pagine dell’Osservatore romano, https://bit.ly/3r0ugwE –, propone una «sommessa» contestazione dell’aggettivo «sistemico» presente nella lettera di Marx e il 10 giugno dal card. W. Kasper piuttosto critico verso il Cammino sinodale tedesco (https://bit.ly/3e14anY) senza tuttavia mai nominare l’arcivescovo di Monaco. Che la questione pedofilia e più in generale delle violenze sui minori non si possa rubricare come una tra le faccende da disbrigare lo testimoniano alcuni altri recenti fatti del mese.

                Innanzitutto i ritrovamenti in Canada di alcune fosse comuni con i resti di centinaia di bambini accanto a scuole per nativi gestite dalla Chiesa cattolica per conto del governo (tra la fine dell’Ottocento e gli anni Novanta del Novecento), e la richiesta dei nativi sopravvissuti di poter incontrare il papa (cosa che avverrà nel prossimo dicembre).

                La prosecuzione del processo in Vaticano per un’accusa di violenza che si sarebbe perpetrata nel Preseminario S. Pio X (https://bit.ly/3jZrer4).

                L’annuncio – secondo una fonte locale (https://bit.ly/3ApoPpc) improvviso – della visita ad limina a ottobre dei vescovi polacchi, dopo che ben 7 di loro (4 emeriti e 3 in carica) sono stati sanzionati per le loro coperture di casi di pedofilia;  a cui ha fatto eco quello del deferimento a Roma del caso di 3 vescovi argentini denunciati per lo stesso motivo presso la Congregazione per la dottrina della fede (https://bit.ly/3htPFLS).

                Novità in curia ma la riforma aspetta. Il 7 giugno viene annunciato che il vescovo di Mondovì mons. Egidio Miragoli sarà il «visitatore apostolico» della Congregazione per il clero: e questa è la terza congregazione di curia che, poco dopo il pensionamento del prefetto, ha in corso un’indagine. La prima è stata la Rota romana agli inizi dell’anno; la seconda la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti: dopo la fuoriuscita in ragione dei limiti d’età del card. Sarah (20 febbraio;), in marzo mons. Claudio Maniago, vescovo di Castellaneta, è stato incaricato del compito; la nomina a prefetto dell’ex segretario della Congregazione e in precedenza presidente della Commissione per l’inglese nella liturgia (ICEL), mons. Arthur Roche, arriva il 27 maggio. La terza – quella, appunto, del clero –, dopo il pensionamento del card. Beniamino  Stella (79 anni) immediatamente precede di poco l’arrivo del nuovo prefetto, nominato l’11 giugno, nella persona dell’outsider mons. Lazzaro You Heung-sik, finora vescovo di Daejeon (Corea del Sud). In realtà nei giorni successivi (il 25) viene reso noto che andrà sotto la lente di un «visitatore» anche il Dicastero per lo sviluppo umano, nella persona del card. Blase Cupich, arcivescovo di Chicago.

                Preludio della tanto attesa riforma della curia? Secondo il card. Óscar Rodríguez Maradiaga (https://bit.ly/3qYwQDy), membro del Consiglio dei cardinali, sembrerebbe di no, perché la tempistica del testo che sancisce la riforma sarebbe stata ulteriormente spostata a fine 2021 – ha dichiarato a Religión digital il 10 dello stesso mese –.Le novità curiali si sono arricchite infine dall’annuncio di una nomina decisamente originale quanto a incarico: il 16, infatti, il papa nomina «assistente ecclesiastico del Dicastero per la comunicazione ed editorialista de L’Osservatore romano il rev.do Luigi Maria Epicoco, del clero dell’arcidiocesi de L’Aquila». Non è tanto la relativamente giovane età (40 anni) del sacerdote – molto noto nell’infosfera e nell’editoria ecclesiale – a destare stupore, quanto il fatto che Francesco abbia sentito necessario «assistere spiritualmente» l’unico dicastero che attualmente ha al suo vertice un laico, Paolo Ruffini, e dare direttamente un incarico nel suo giornale: che sia conseguenza del rimprovero non poi tanto velato manifestato dal pontefice dopo aver visitato il dicastero stesso lo scorso 24 maggio?

                La sterzata democratica sui movimenti. Rispetto all’approccio cauto di Francesco nei confronti di associazioni e movimenti sorti dopo il vento conciliare, con questo provvedimento esprime tutta la sua preoccupazione verso un prevalere malsano di fondatori e personalità carismatiche. Oltre al caso Bose, il rischio in effetti di nicchie di abusi di potere e in alcuni casi di violenze si è rivelato, alla prova dei fatti, alto. Così si può comprendere la mens del decreto del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita Le associazioni di fedeli, pubblicato l’11, che «disciplina l’esercizio del governo nelle associazioni internazionali di fedeli, private e pubbliche, e negli altri enti con personalità giuridica soggetti alla vigilanza diretta del medesimo Dicastero»

                Il punto centrale è (art. 1) la regolamentazione dei «mandati nell’organo centrale di governo a livello internazionale», che «possono avere la durata massima di 5 anni ciascuno», e il fatto che (art. 2) «la stessa persona può ricoprire un incarico nell’organo centrale di governo a livello internazionale per un periodo massimo di 10 anni consecutivi», anche se «i fondatori potranno essere dispensati dalle [suddette] norme» (art. 5). Il tutto, appunto, giustificato dal «fine di promuovere un sano ricambio e di prevenire appropriazioni che non hanno mancato di procurare violazioni e abusi». Uno dei primi a rispondere è stato don Julian Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e liberazione, che si è detto pronto a lasciare l’incarico entro i 3 mesi previsti dal decreto (https://bit.ly/3ANja2z). Chiara Amirante, Kiko Arguello, Salvatore Martinez, Andrea Riccardi e molti altri (secondo un noto canonista sarebbero 109 gli organismi interessati; https://bit.ly/36o9qOz)… sono avvisati.

Maria Elisabetta Gandolfi Il Regno Attualità, n. 14, pag. 414  15 luglio 2021

ilregno.it/attualita/2021/14/santa-sede-informazione-vaticana-i-nodi-di-francesco-maria-gandolfi

 

Se il messale è una bandiera

Papa Francesco ha pubblicato ieri il motu proprio “Traditionis Custodes” con il quale stabilisce nuove regole per la celebrazione della messa nel rito anteriore alla riforma liturgica voluta dal concilio Vaticano ll e abroga la liberalizzazione della celebrazione in quella forma voluta da Benedetto XVI con il motu proprio "Summorum Pontificum”.  Offro alla vostra lettura l’articolo da me pubblicato in quell’occasione su “La Repubblica”, l’8 luglio 2007, perché quel che allora temevo di fatto è avvenuto. Papa Francesco è così intervenuto con sollecitudine e per l’unità di tutta la chiesa. (16 luglio 2021)

www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/20210716-motu-proprio-traditionis-custodes.html

                Molto atteso dai pochissimi cattolici "tradizionalisti" e molto temuto dai vescovi e dalle chiese locali, è stato promulgato, dopo molte dilazioni indicatrici di incertezze, il motu proprio Summorum Pontificum che "liberalizza" il rito della messa vigente prima della riforma liturgica.

www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/motu_proprio/documents/hf_ben-xvi_motu-proprio_20070707_summorum-pontificum.html

                Preconizzato da più di un anno, ha destato grandi preoccupazioni e ha acceso un dibattito di grande qualità: conferenze episcopali, singoli vescovi, teologi e liturgisti hanno analizzato con spirito di pace e volontà di riconciliazione con i tradizionalisti scismatici i problemi e le derive che potrebbero inoculare contrapposizioni e ulteriori divisioni tra i cattolici. Sì, perché in questi quarant’anni del post-concilio , le chiese hanno percorso un lungo cammino, spesso faticoso, nell’attuazione della riforma liturgica, hanno registrato anche qua e là abusi e contraddizioni allo spirito dell’autentica liturgia cattolica ma, come ha affermato Giovanni Paolo II nel 1988, "questo lavoro è stato fatto sotto la guida del principio conciliare: fedeltà alla tradizione e apertura al legittimo progresso; perciò si può dire che la riforma liturgica è strettamente tradizionale, ‘secondo i santi padri’" (XXV annus n. 4). Di conseguenza, nel chiarire le possibilità offerte ai tradizionalisti Giovanni Paolo II precisava che "la concessione dell’indulto non è per cercare di mettere un freno all’applicazione della riforma intrapresa dopo il concilio (Udienza generale del 28.9.1990).

                Noi cattolici, ma per la convinzione profonda che il vescovo di Roma è il servo della comunione ecclesiale, obbediamo anche a prezzo di fatica, di sofferenza e di non piena comprensione di ciò che ci vien chiesto autorevolmente e che non contraddice il vangelo: siamo anche capaci di obbedienza pur dissentendo lealmente e con pieno rispetto. Questa obbedienza che vuole essere evangelica e "in ecclesia", richiede che ci esercitiamo a pensare e riflettere per capire maggiormente e per animare la comunicazione in vista di una comunione matura e salda, per fare di tutto affinché la chiesa non soffra di disordine e di ulteriori contrapposizioni: chi ha un vero sensus ecclesiæ questo soprattutto teme!

Dunque questo motu proprio deve essere accolto come un atto di Benedetto XVI teso a metter fine allo scisma aperto dai lefebvriani e alla "sofferenza" di altri pur restati in comunione con Roma. Il papa è consapevole che più passano gli anni, più le posizioni si induriscono, più ci si abitua allo scisma e si affievolisce il desiderio di una reciproca riconciliazione tra chiesa e scismatici. È in questa prospettiva che va compreso e accolto questo motu proprio, come dice la lettera personale del papa che lo accompagna: "fare tutti gli sforzi affinché, a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente".

                Per questo il papa autorizza con liberalità la celebrazione della messa conformemente al messale detto di Pio V (riedito nel 1962 prima della celebrazione del concilio e perciò detto anche "di Giovanni XXIII") sicché ora "ogni sacerdote cattolico ... può usare o il Messale Romano promulgato nel 1962 dal B. Giovanni XXIII, oppure il Messale Romano promulgato dal Papa Paolo VI nel 1970 ... senza alcun permesso, né della Sede apostolica, né del suo Ordinario".

                Si esce così dall’indulto concesso da Giovanni Paolo II nel 1984 e ribadito nel 1988, perché allora si dava la possibilità di celebrare la messa detta di Pio V se il vescovo lo permetteva, mentre ora vi è la possibilità di celebrarla e il vescovo non può proibirla. La forma della messa di Pio V non è più dunque "eccezionale" ma "straordinaria", non è più una deroga alle regole ma permessa dalle regole. Scrive testualmente il papa: "Il Messale Romano promulgato da Paolo VI è l’espressione ordinaria della ‘legge della preghiera’ ... tuttavia il Messale promulgato da Pio V ... deve venir considerato come espressione straordinaria della stessa ‘legge della preghiera’ ... Queste due espressioni sono due usi dell’unico rito romano".

                Ma per chi è stata promulgata questa nuova legislazione? La risposta non è semplice perché quanti chiedono la possibilità di praticare il messale di Pio V sono una galassia numericamente ridotta ma molto variegata. In tutto il mondo questi cattolici con sensibilità tridentina sono circa 300.000 con circa 450 preti, sul totale di un miliardo e 200 milioni di cattolici, e di essi circa la metà appartiene alla porzione scismatica dei seguaci di mons. Lefebvre. Nel motu proprio si pensa certo a questi ultimi – per i quali, afferma la lettera, "la fedeltà al messale antico divenne un contrassegno esterno" – ma c’è attenzione soprattutto ai tradizionalisti in comunione con Roma, quelli legati al rito diventato per loro familiare fin dall’infanzia.

                Accanto a questi cattolici, scismatici o no, all’orizzonte affiorano anche giovani preti che vorrebbero ritornare all’antico rito e alcuni movimenti ecclesiali che auspicano una ripresa di un’identità fondamentalista cattolica; vi è poi un’appariscente deriva di confraternite e ordini cavallereschi vari che attendono di poter celebrare in latino per rinvigorire il loro folklore e ridare lustro alle loro livree medievali.

                Ma qui sorge una serie di domande che esigono una risposta evangelica e una responsabilità conforme al sensus ecclesiæ da parte di tutti: vescovi, presbiteri, fedeli cattolici.

                Non è che questi gruppi si nascondano dietro i veli della ritualità post-tridentina per non accogliere altre realtà assunte oggi dalla chiesa, soprattutto attraverso il concilio? Il messale di Pio V non rischia di essere il portavoce di rivendicazioni di una situazione ecclesiale e sociale che oggi non esiste più? La messa di Pio V non è per molti una messa identitaria, preferenziale e dunque preferita rispetto a quella celebrata dagli altri fratelli, come se la liturgia di Paolo VI fosse mancante di elementi essenziali alla fede? C’è oggi troppa ricerca di segni identitari, troppo gusto per le cose "all’antica", soprattutto in certi intellettuali che si dicono non cattolici e non credenti e misconoscono il mistero liturgico. E ancora, perché alcuni giovani che non sono nati nell’epoca post-tridentina e non hanno mai praticato come loro messa "nativa" quella pre-conciliare, vogliono un messale sconosciuto? Cercano forse un messale lontano dal cuore ma praticato dalle labbra? E se la celebrazione della messa risponde alle sensibilità, ai gusti personali, allora nella chiesa non regna più l’ordo oggettivo, ma ci si abbandona a scelte soggettive dettate da emozioni del momento. Non c’è

forse il rischio, in questo soggettivismo, di incoraggiare ciò che Benedetto XVI denuncia come obbedienza alla "dittatura del relativismo"?

                E perché coloro che chiedono il rito di Pio V si sentono i "salvatori della chiesa romana"? Salvatori rispetto a cosa? A un concilio ecumenico presieduto dal vescovo di Roma? Perché assicurano: "Vinceremo ... tutta la chiesa tornerà all’antica liturgia!"? Questo non è un cammino di riconciliazione e di comunione, ma di rivincita, di condanna dell’altro, di rifiuto di riconoscere le colpe rispettive... Sì, c’è il timore che si risvegli nella chiesa una serie di rapporti di forza in cui c’è chi perde e chi guadagna. Ma questo risponde più a un’ottica mondana che a un’ottica evangelica!

                Ogni cattolico – anche chi come me può testimoniare con gioia per averlo a lungo praticato che il messale di Pio V lo ha fatto crescere nella fede, nell’intelligenza eucaristica e nella vita spirituale e lo sente come un monumento liturgico, un’architettura rituale capace di far vivere la comunione diacronica di tutta la chiesa – deve interrogarsi per non lasciare spazio a forme di idolatria e, con il cardinale Ratzinger, "ammettere che la celebrazione dell’antica liturgia si era troppo smarrita nello spazio dell’individualismo e del privato e che la comunione tra presbitero e fedeli era insufficiente". Sì, nessun idealismo né sul messale né sulla sua pratica e non sia un messale a far guerra all’altro messale, perché così si sfascia la chiesa.

                Mons. Fellay (il successore di Lefebvre alla guida della Fraternità San Pio X) ha dichiarato che "la liberalizzazione del messale di Pio V provocherà una guerra nella chiesa con una deflagrazione pari a quella della bomba atomica". Sono parole gravi, ma che ci fanno restare vigilanti! Né si dimentichi che è sempre stato ed è tuttora possibile celebrare in latino: non è una questione di lingua, perché anche il messale di Paolo VI è in latino e in esso è confluito, seppur riformato, il messale di Pio V.

                Benedetto XVI scrive nella lettera che d’ora innanzi non ci sono due riti ma "un uso duplice dell’unico e medesimo rito" e tuttavia non si possono tacere le differenze: tra un "uso" e l’altro ci saranno letture bibliche sempre diverse, si vivranno i tempi liturgici in modo diverso, con feste del Signore e dei santi in date diverse; con il messale di Pio V si sarà autorizzati a pregare in modo non conforme all’insegnamento ecumenico del Vaticano II, così si pregherà per "eretici e scismatici perché il Signore li strappi da tutti i loro errori", mentre per gli ebrei si userà l’espressione "popolo accecato". Cosa significherà questo nei rapporti ecumenici con le chiese e con gli ebrei? Sì, verificheremo cosa accadrà nella chiesa e come crescerà o sarà contraddetta la comunione. Sarà determinante l’azione dei vescovi, ai quali "spetta salvaguardare l’unità concorde, vissuta nelle celebrazioni della diocesi" (Sacramentum Caritatis. 39).

                La stragrande maggioranza dei vescovi e intere conferenze episcopali nazionali e regionali, anche italiane, hanno manifestato la loro opposizione a questo provvedimento, ma ora nell’obbedienza e per amore della chiesa dovranno discernere come compaginare la comunione che è sempre innanzitutto comunione liturgica. I vescovi non smettano di chiedere a quanti vogliono praticare la messa di Pio V un’accettazione del concilio e della sua riforma liturgica come legittima e conforme alla verità e alla tradizione cattolica: le espressioni possono essere diverse, ma uno è il vescovo e il presbiterio attorno a lui.

                L’unità non può essere realizzata a qualsiasi prezzo, né a prescindere dall’autorità del vescovo in comunione con il papa. Il viaggio della barca della chiesa non è ancora giunto al suo termine e nessun porto può diventare una meta, ma solo un luogo di sosta e di transito: anche il messale di Pio V, anche quello di Paolo VI ... C’è ancora un altro domani anche per la forma della liturgia.

                               Enzo Bianchi                      17 luglio 2021

www.ilblogdienzobianchi.it/blog-detail/post/135046/se-il-messale-%C3%A8-una-bandiera

 

Stop alla messa preconciliare: Francesco salda i conti col fondamentalismo cattolico

                La decisione di papa Francesco di revocare la liberalizzazione della messa in latino preconciliare abrogando il motu proprio di Benedetto XVISummorum pontifIcum’, chiude un intero ciclo politico e definisce la rotta del futuro per la malridotta barca di Pietro, anche oltre l’orizzonte dell’attuale pontificato. Ci sarà modo per tornare sulla portata della decisione di Francesco, qui basterà accennare appena alcuni fatti.

                Da un punto di vista meramente simbolico si può dire che dietro le falangi estremiste pronte a dare l’assalto al Congresso di Washington nel dicembre scorso, aleggiava fra gli altri anche il fantasma di ‘Summorum pontificum’ e del mondo fondamentalista e apocalittico cristiano che lo aveva accolto e al quale Ratzinger aveva teso la mano della riconciliazione. Benedetto XVI ha infatti perseguito, nei primi anni del suo pontificato, un sogno restauratore, un disegno ideologico che certo è andato in frantumi ma ha prodotto danni enormi.

                È opportuno ripercorre alcuni passaggi di quel percorso. Nel settembre del 2005 il papa tedesco incontrò il Superiore della Fraternità di San Pio X, mons. Bernard Fellay nel palazzo apostolico di Castelgandolfo per avviare il cammino di riconciliazione con i lefebvriani; nel dicembre dello stesso anno tenne il celebre discorso alla Curia (22 dicembre 2005) nel quale smontò la portata innovatrice del Concilio Vaticano II, collocandolo in una prospettiva più tranquillizzante e addomesticata in cui ogni interpretazione delle intuizioni e delle strade aperte dall’assise conciliare veniva soffocata sul nascere (la disputa sulla ‘lettera’ dei testi contrapposta alle prospettive che quegli stessi documenti aprivano).

www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2005/december/documents/hf_ben_xvi_spe_20051222_roman-curia.html

                Benedetto XVI provava a fermare il tempo. Nel 2007 arrivava la liberalizzazione della messa in latino preconciliare preceduta, nel 2006, dal celebre discorso di Ratisbona che cadeva come un ordigno esplosivo sul dialogo fra cristianesimo e mondo islamico.

                Il documento ‘Summorum pontificum’ venne subito visto con allarme dagli episcopati europei che avvertirono la Santa Sede dei rischi cui si andava incontro: il provvedimento era infatti gradito e accolto con favore da gruppi estremisti, spesso legati a movimenti di estrema destra, venati di antisemitismo, contrari a ogni idea di fratellanza e dialogo, ai principi democratici, di cui la Fraternità di San Pio X era solo la punta dell’iceberg. Era un fondamentalismo alimentato da vecchie mitologie e complottismi antiebraici, dalle paure per la modernità, e dalla speculare visione del mondo prodotta dalle frange minoritarie ma efferate del fondamentalismo islamico.

                Forse Benedetto XVI non era consapevole di tutto questo? Forse; forse il suo sogno di restaurazione cristiana era più moderato e puntava a un tradizionalismo soft, più malleabile e pronto a un dialogo formale con tutti per riaffermare la propria identità. Ma certo se così stavano le cose, l’abbaglio fu clamoroso. Nel 2009, infatti, si arrivò a quello che resta, anche oltre Vatileaks, il punto più critico del pontificato ratzingeriano.

                 Nel gennaio di quell’anno, la Santa Sede porta a compimento l’intero processo revisionista rimuovendo la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani ordinati irregolarmente a suo tempo (1988) da mons. Marcel Lefebvre. La mossa che doveva chiudere il cerchio, si rivelò un gigantesco passo falso.

                A ridosso della promulgazione del decreto di remissione della scomunica venne diffusa un’intervista a uno dei quattro - l’inglese Richard Williamson – che faceva affermazioni sconvolgenti e spalancava l’abisso su tutta una serie di altre affermazioni del monsignore. Williamson descriveva la Shoah come una montatura le stesse camere a gas sarebbero state un’invenzione, sosteneva la veridicità di uno dei testi classici dell’antisemitismo, cioè quei “Protocolli dei savi di Sion” nel quale si descriveva un complotto ebraico per il dominio del mondo. Secondo Williamson, inoltre, l’11 settembre 2001 sarebbe stato pianificato dagli stessi Stati Uniti e il celebre terrorista solitario americano Unabomber era da considerarsi un criminale ma conservava una dose di cattolicità in quel suo odio per la tecnologia. Queste solo alcune delle perle. Ma restava soprattutto la volontà dei 4 vescovi e di tutta la comunità lefebvriani di non riconoscere la validità del Concilio Vaticano II, neanche nella forma edulcorata messa insieme da Ratzinger.

                Inutile dire che la parziale riabilitazione dei lefebvriani naufragò fra le contestazioni dei governi di mezzo mondo (compresa la Cancelliera Angela Merkel) e furiose richieste di ritrattazione da parte Vaticana. L’ultimo indecoroso capitolo di questa storia si ebbe nell’ottobre del 2013 in occasione dei funerali del capitano delle SS Erich Priebke, responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Nell’occasione, il Vicariato di Roma, in accordo col papa – Francesco era stato eletto pochi mesi prima - chiuse tutte le chiese della Capitale alle esequie del gerarca nazista mai pentito; si rese disponibile al rito il priorato lefebvriano di Albano, cittadina nei dintorni di Roma.

                Fin qua la cronaca di eventi che hanno segnato potentemente la storia della Chiesa e quella del mondo. È un fatto, in ogni caso, che Francesco è stato assediato nel suo cammino – anche incerto o ambiguo -  dai settori integralisti del cattolicesimo, da vescovi, cardinali, movimenti che, in Europa come in America, si riconoscevano in una visione preconciliare e guardavano alla messa tridentina come una bandiera ideologica mentre puntavano a sovvertire tutta la Chiesa uscita dal Concilio. Ora è stata tracciata una linea, c’è un prima è c’è un dopo, e il Vaticano II è un punto non d’arrivo ma di partenza, un salvagente lanciato verso li futuro.

Francesco Peloso        Adista  18 luglio 2021

www.adista.it/articolo/66397

 

Messa in latino: il rito trasformato in ideologia

                Per capire cosa succeda nella Chiesa cattolica dopo l’atteso decreto (motu proprio) di papa Francesco che limita l’uso della liturgia in latino gli specialisti potranno spiegare nel dettaglio tante cose. Ma per i non addetti ai lavori resterà difficile capire l’importanza del nodo che Francesco ha colto e sfidato con coraggio e visione. La questione che lui ha posto non è affatto ideologica. Da otto anni ha lasciato che quel rito si celebrasse liberamente ovunque. Ma ora ha constatato che, nei fatti riferitigli da tanti vescovi, sta diventando un’occasione per promuovere e diffondere visioni anticonciliari, cioè contro il Concilio Vaticano II. Ma come? Facciamo un esempio che ha a che fare con un altro contesto.

                Grandi esperti di questioni liturgiche, molti ex comunisti ricorderanno il dibattito che arroventò tante loro assemblee: “marxismo-leninismo si può scrivere senza trattino?” Chi rispondeva che si poteva, o meglio che si sarebbe dovuto scrivere senza trattino, nella sostanza negava l’esistenza di un corpo unico, eterno e immodificabile, codificato per sempre, o meglio, immodificabile, nel quale tutto Marx confermerebbe (sebbene sia impossibile) tutto Lenin. È il marxismo-leninismo appunto, necessariamente con il trattino. Eppure nel richiamo al marxismo leninismo Marx e Lenin restavano ciò che erano ai loro occhi, senza però  l’illusione che la dottrina fosse una, eterna, compatta dalla A alla Z, sempre e in tutto. Marx non poteva essere usato per criticare una qualsiasi “azioncina” di Lenin. Tutto è coerente e immodificabile. Di questo si discuteva discutendo di quel trattino… Tutto il movimento operaio spostava l’utopia nel futuro, nel domani, nel sol dell’avvenire, ma la strada per giungere al domani agognato per gli apologeti del marxismo-leninismo doveva essere certa, un rettilineo eterno dal quale nessuno poteva scansarsi di un solo centimetro. Nessun cedimento al pensiero borghese, nessun ripensamento, nessuna lezione della storia poteva essere impartita o accettata dall’ala marciante del proletariato: loro, i depositari dell’utopia perfetta che si raggiungerà seguendo la strada tracciata dal marxismo-leninismo, dovevano solo leggere, mai scrivere.

                Gran parte del pensiero religioso, a differenza del movimento operaio, sposta l’utopia nel passato. Tornare alle origini, è quello che spesso si indica come strada. Sarebbe ovviamente importante, ma per molti cattolici le origini non sono quelle dei padri della Chiesa, quando i cristiani erano perseguitati dal potere costituito, che contestavano. No, le origini sono nel costantinismo, cioè nei tempi in cui la Chiesa divenne il potere, l’imperatore presiedeva i Concili. Il discorso in realtà non riguarda tanto Costantino, nel caso ci si dovrebbe riferire ai suoi successori, quelli che imposero il cristianesimo (un cristianesimo, quello da loro definito “ortodosso”, con brutte conseguenze per gli “eretici”) come religione di Stato, (con conseguenze non appetibili per gli altri). Ecco che l’antico rito, quello in latino, benché non risalga certo a quei tempi, ma solo al XVI secolo, con relativa abrogazione di tutti i precedenti, dà ad alcuni cattolici l’illusione di essere sempre gli stessi, “immutabili”.

                Immutabili: è questa la chiave per capire il doppio falso: il falso liturgico, che cioè il rito di Pio V sia il “rito di sempre” della Chiesa Cattolica, che scegliendolo dunque rimarrebbe fedele alla sua tradizione, eterna e immodificabile, e il falso ideologico, e cioè che il cristianesimo sia un’ideologia e in quanto tale immodificabile, uguale a sé stessa al di là del tempo e della storia. Questo cristianesimo ideologico in realtà ha sdoganato il cattocapitalismo, pronto a sposare addirittura il liberismo economico pur di illudersi di rimanere aggrappato al potere che in cambio gli dà qualche concessione sulla forma-famiglia per ottenere l’avallo a ciò che gli interessa, la trasformazione della società in un sistema individualista e consumista, ma soprattutto gli concede la copertura “religiosa” della politica internazionale, con la nota teoria dello scontro di civiltà.

                Così la messa in latino viene usata per convincere i fedeli che i musulmani siano eterni nemici e infedeli, come ai tempi di Lepanto, gli ebrei a dir poco un problema (in quegli ambienti l’antisemitismo è diffuso), la modernità un discostamento dai sacri valori e il cristianesimo il giusto nemico di tutte le falsità, l’àncora di salvataggio a partire dall’immodificabile famiglia non tanto perché basata sul matrimonio (che poi vuol dire “ciò che compete alla madre” a differenza del patrimonio che vuol dire “ciò che compete al padre”) ma perché basata sul pater familias, cioè sul dominio, della donna e della natura, da sfruttare a piacimento.  È la cosmologia del dominio, che con Gesù a mio avviso ha proprio poco a che fare.

                Ma Francesco non ha nulla contro il rito in latino, la sua non è un’ideologia conciliare. Lui ha detto di no non ad un rito, ma ad un fatto: che lo scisma di chi rifiutò il Concilio perché lui rifiutava la libertà religiosa rientrasse dalla porta di un rito usato per dire ciò che il Concilio ha messo in cantina, e cioè che fuori dalla propria verità ci sono solo false credenze e quindi una falsa umanità. Idea che personalmente non considero molto distante da quello che pensavano i custodi del marxismo-leninismo, con il trattino.

Riccardo Cristiano Cose dell’altro mondo  luglio 2021

www.reset.it/blog/messa-in-latino-il-rito-trasformato-in-ideologia

Tra Bergoglio e Ratzinger, cosa significa l’abbandono della messa in latino

                Rispetto ai tempi dell’antico messale la Chiesa è cambiata. Prendere atto del cambiamento è importante. Ma il cambiamento non sta solo in una formula. È tutta una visione che cambia, non si tratta soltanto di usare il latino. La discussione sulla decisione di papa Francesco di ridare centralità alla liturgia voluta dal Concilio Vaticano II andrebbe affrontata partendo dal significato e dal valore della liturgia per la comunità ecclesiale. Ma per farlo può essere utile partire dalla fine, e cioè dalla correzione in corsa alla quale la reintroduzione facoltativa della celebrazione in latino costrinse il Vaticano.

                Il decreto (motu proprio) di Benedetto XVI che liberalizzò l’uso della messa in latino apparve il 7 luglio del 2007. Nel febbraio del 2008, avvicinandosi la Pasqua, il Vaticano comunicò che quel messale veniva corretto, non poteva essere usato così come era. Come mai? Perché quando papa Giovanni XXIII fece rimuovere dal messale, in occasione del Venerdì Santo, l’espressione “perfidi giudei” rimase però quella per la “conversione degli ebrei”. E con qualche mese di ritardo si pose rimedio. Come mai?

                Perché rispetto ai tempi dell’antico messale la Chiesa è cambiata. Prendere atto del cambiamento è importante. Ma il cambiamento non sta solo in una formula. È tutta una visione che cambia, non si tratta soltanto di usare il latino. La questione della conversione era una questione che la Chiesa che non riconosceva la libertà religiosa non vedeva come oggi che l’ha scelta, con il Concilio. Dunque non è una questione di “messa in latino”. Certo, qualche nostalgico, soprattutto dei canti, molto più belli nella loro versione originale (basti pensare ai canti gregoriani), ci sarà. Ma la riforma della liturgia ha dato un volto nuovo alla Chiesa.

                Non solo verso gli altri, ma anche verso di sé. Come tutti sappiamo la riforma oltre a passare dal latino alle lingue vive (da qualcuno ancora dette “volgari”) ha anche girato gli altari. Cosa vuol dire? Vuol dire, detto molto semplicemente da un non liturgista, che nella liturgia conciliare si celebra insieme. Come ha detto tanti anni fa don Luigi Ciotti“un immenso cambiamento: finalmente si entrava come comunità dentro la parola di Dio. Prima c’erano due chiese, quella dei preti e quella dei fedeli: con la riforma liturgica si è capito che l’altare è una tavola con tanti commensali”.

                Questa liturgia spiega perché Francesco parli tanto di Chiesa sinodale. Sinodo vuol dire “camminare insieme”. Quindi si cammina insieme, in un cammino che riguarda e coinvolge tutti i fedeli, un cammino comune, nella storia, con la storia. La riforma dunque è un processo e con Francesco la Chiesa non sta più lì ferma a interpretare il Concilio: cambiamento nella continuità, continuità nel cambiamento? Basta: ora la Chiesa è chiamata ad attuare il Concilio. E i 50 anni passati dal Concilio rendono evidente che tra le due liturgie passa uno spazio culturale che sembra di secoli, di visioni, di concezioni, di culture.

                La fase di passaggio è stata lunghissima, forse troppo. Gli eccessi post-conciliari che lo stesso Francesco riconosce nella sua lettera di accompagnamento al nuovo decreto (motu proprio) che limita l’uso dell’antico messale si sono accompagnati ad annacquamenti, retromarce, paure. Ma non si può restare per sempre in mezzo al guado. Perché i tradizionalisti non rimpiangono il latino, i bei canti, la loro musicalità. Qualcuno sarà anche nostalgico, ma la libertà accordata sin qui è stata davvero, come afferma Francesco, usata  per trasformare il vecchio rito in un collante anti-conciliare: “È sempre più evidente nelle parole e negli atteggiamenti di molti la stretta relazione tra la scelta delle celebrazioni secondo i libri liturgici precedenti al Concilio Vaticano II e il rifiuto della Chiesa e delle sue istituzioni in nome di quella che essi giudicano la ‘vera Chiesa’.

                Si tratta di un comportamento che contraddice la comunione, alimentando quella spinta alla divisione – ‘Io sono di Paolo; io invece sono di Apollo; io sono di Cefa; io sono di Cristo’ –, contro cui ha reagito fermamente l’Apostolo Paolo. È per difendere l’unità del Corpo di Cristo che mi vedo costretto a revocare la facoltà concessa dai miei Predecessori. L’uso distorto che ne è stato fatto è contrario ai motivi che li hanno indotti a concedere la libertà di celebrare la Messa con il Missale Romanum del 1962. Poiché «le celebrazioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa, che è sacramento di unità», devono essere fatte in comunione con la Chiesa. Il Concilio Vaticano II, mentre ribadiva i vincoli esterni di incorporazione alla Chiesa – la professione della fede, dei sacramenti, della comunione –, affermava con sant’Agostino che è condizione per la salvezza rimanere nella Chiesa non solo con il corpo, ma anche con il cuore”.

                Molti ritengono evidente che l’esperimento unitario tentato sin qui abbia portato, contro le proprie intenzioni, le posizioni anticonciliari a sentirsi legittime nella Chiesa. Era possibile andare avanti così?

Riccardo Cristiano          Formiche   17 luglio 2021

formiche.net/2021/07/tra-bergoglio-e-ratzinger-cosa-significa-labbandono-della-messa-in-latino/

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PARLAMENTO

Senato. Il Disegno di legge Zan

<             Il disegno di legge Zan (così chiamato per il nome del relatore alla Camera, on. Alessandro Zan, del Partito democratico, d’ora in avanti DDL Zan) è stato approvato dalla Camera il 4 novembre 2020. Attualmente è all’esame del Senato. Atto 2005.

Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere e sulla disabilità

testo         www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/DDLPRES/0/1179390/index.html

Trattazione in commissione                                 www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/53457.htm

Documenti acquisiti               www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/documenti/53457_documenti.htm

 

Seduta 13 luglio 2021. Commissione permanente (Giustizia) in sede referente, Discusso congiuntamente: S. 2005 e S 2205

                Prosegue l'esame congiunto, sospeso nella seduta dell'8 luglio. Il Presidente Ostellari ricorda che il seguito dell'esame congiunto è stato sospeso giovedì scorso, in attesa di acquisire le memorie scritte dei soggetti le cui audizioni non sono state più possibili. Sono sin qui pervenute 20 memorie scritte, che sono state regolarmente rese disponibili sulla pagina internet curata dalla Commissione e 2 memorie messe a disposizione su "Theca".

                Interviene il senatore Balboni (FdI), secondo cui il dibattito d'Assemblea rischia di accentuare tratti ideologici, che non aiutano a dirimere le questioni sottese ai disegni di legge in titolo. Al contrario, il livello di approfondimento che può garantire l'esame in sede referente, da parte della Commissione di merito, costituisce un modello al quale tendere. Per tale motivo, alla luce della proposta di sintesi avanzata dal Presidente nella scorsa seduta, propone che gli sia conferito mandato a riferire all'Assemblea sull'opportunità che l'esame del disegno di legge prosegua in Commissione, in luogo della calendarizzazione imposta a maggioranza in Assemblea. Il problema giuridico delicato, sotteso all'articolo 2, richiede un supplemento di istruttoria soprattutto con riferimento all'istigazione alla discriminazione; l'articolo 7 proposto dal presidente Ostellari, appare invece un punto di equilibrio condivisibile.

                Il senatore Pillon (L-SP-PSd'Az) dà conto di pubblicistica che individua l'eziologia dell'iniziativa legislativa, poi confluita nel testo approvato dalla Camera, in un'associazione internazionale LGBT: proprio negli altri Stati occidentali, in cui questa iniziativa ha avuto successo, è possibile riscontrare (adduce in proposito esempi che si sarebbero verificati in Belgio ed in Gran Bretagna) la fondatezza delle preoccupazioni, avanzate dalla stragrande maggioranza dei soggetti auditi nel corso del mese di giugno. Non è solo l'impiego della fattispecie dell'istigazione a preoccupare: è l'istigazione alla discriminazione a difettare gravemente di qualsiasi requisito di tipicità e tassatività della fattispecie. Si unisce perciò alla richiesta del senatore Balboni.

                Il Presidente avverte che è imminente l'inizio di lavori di Assemblea, che contemplano la messa all'ordine del giorno proprio dei disegni di legge in titolo: a meno di un'inammissibile contrapposizione tra deliberazioni dell'organo referente e la Conferenza dei capigruppo (che allo stato, in virtù della calendarizzazione, ha fissato un termine valido ai fini di cui all'articolo 43, comma 3, secondo periodo del Regolamento), il mandato proposto dal senatore Balboni non può essere posto ai voti.

www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=SommComm&leg=18&id=1302671&part=doc_dc-sedetit_isr:3

 

I partiti mancano e la CEI è in crisi

                Il 17 giugno 2021 scorso, attraverso le vie diplomatiche, la sezione per i rapporti con gli stati della Segreteria di stato vaticana, con una nota verbale ha comunicato allo stato italiano la propria preoccupazione circa alcuni contenuti del disegno di legge n. S2005, recante «misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità», noto come DDL Zan.

                «Al riguardo – si legge nella nota, resa pubblica con intento politico da parte italiana – la Segreteria di stato rileva che alcuni contenuti dell’iniziativa legislativa – particolarmente nella parte in cui si stabilisce la criminalizzazione delle condotte discriminatorie per motivi “fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere” – avrebbero l’effetto d’incidere negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa cattolica e ai suoi fedeli dal vigente regime concordatario».

                La laicità dello stato. «La Segreteria di stato auspica pertanto che la parte italiana possa tenere in debita considerazione le suddette argomentazioni e trovare una diversa modulazione del testo normativo in base agli accordi che regolano i rapporti tra stato e Chiesa e ai quali la stessa Costituzione repubblicana riserva una speciale menzione».

                Scoppiata la polemica, vi sono stati due interventi istituzionali rilevanti. Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha risposto alla nota della Santa Sede il 22 giugno durante un intervento in Senato ribadendo necessariamente e doverosamente la laicità dello stato: «L’Italia è uno stato laico, non confessionale, e le leggi rispettano sempre Costituzione e trattati». Draghi ha anche ricordato la sentenza n. 203 della Corte costituzionale del 1989 che specifica come «la laicità non è indifferenza dello stato rispetto al fenomeno religioso, ma tutela del pluralismo e delle diversità culturali».

                Non c’è solo la considerazione aprioristica della sovranità dello stato italiano, ma anche la sottolineatura che lo stato democratico ha tutti gli strumenti per muoversi correttamente (cioè costituzionalmente) nei confronti di un’altra istituzione internazionale. In ogni caso, la materia è oggi, legittimamente, in capo al Parlamento: «Ora è il tempo del Parlamento». Nel merito è intervenuto anche il segretario di Stato, card. P. Parolin, che in un’intervista del 23 giugno ribadisce come da parte del Vaticano non ci sia stata alcuna richiesta di fermare la legge contro l’omotransfobia, né indebite pressioni sul lavoro del Parlamento italiano. La richiesta è stata quella di rimodularla.

                La lettera che il 21 giugno il papa ha inviato a p. James Martin, gesuita che svolge la sua opera pastorale tra le persone LGBT, non è affatto una smentita della nota verbale della Santa Sede, ma al contrario la dimostrazione che il Vaticano non chiede che non si faccia la legge, ma che non se ne faccia una legge dai contenuti ideologici che rovescia la discriminazione verso coloro che hanno idee rispettosamente diverse. «Dio si avvicina – dice il papa – con amore a ognuno dei suoi figli, a tutti e a ognuno di loro».

                L’utilizzo simbolico del diritto. L’uscita pubblica della nota vaticana ha creato prevedibili reazioni conflittuali. Non solo in sede politica. La babele di linguaggi, in un tempo di comunicazione diretta, rapida e senza mediazioni, genera ulteriore caos o, per meglio dire, sgrammaticate difficoltà, creando, nel migliore dei casi, uno slittamento continuo fra il piano morale e il piano giuridico-legislativo. Mentre nella maggioranza dei casi il dibattito viene radicalizzato su un generico pro o contro la difesa di un principio affidato esclusivamente a quella (e solo quella) formulazione legislativa.

                Abbiamo affrontato il tema nel maggio scorso con un lungo saggio del costituzionalista Emanuele Rossi, che arrivava alle seguenti conclusioni: «A me pare che il cuore della proposta di legge in questione sia costituito certamente dalle norme  incriminatrici, cui s’aggiungono le disposizioni di promozione culturale avverso atteggiamenti discriminatori. Con riguardo a tale obiettivo prioritario, il quadro che sembra emergere induce a ritenere che esso sia formulato in modo talmente incerto e confuso, anche a causa dell’intersezione con diritti fondamentali che devono essere garantiti, da impedire la realizzazione di un’efficace repressione penale».

                Allo stesso tempo vi è anche uno slittamento continuo tra il piano descrittivo e quello prescrittivo, ed è questo uno dei problemi interni alla legge stessa per com’è scritta, non per la sua necessità, che rimane. Concludeva Rossi: «Anche da parte di chi considera opportuno un intervento legislativo quale quello del DDL Zan si sottolinea infatti che “la norma giuridica, attraverso la sua portata simbolica, agisce sulla coscienza collettiva, così che il comportamento diventa non solo illegale, ma anche socialmente condannato”» «Indipendentemente da ogni valutazione circa il fine che si vuole così realizzare, è dunque soprattutto il mezzo che suscita perplessità, come avviene ogni qualvolta “l’entità dell’offesa è largamente superata dall’allarme sociale che essa suscita e dunque si deve rinvenire una risposta a questo allarme sociale per placarlo attraverso l’uso strumentale del diritto penale”» (T. Padovani; cf. ivi).

                Questa vicenda, come in parte quella dello scorso anno nello scontro tra la Conferenza episcopale italiana e il governo Conte sul tema delle aperture alle funzioni liturgiche durante e dopo il lockdown (allora il Vaticano, pur interpellato dalla CEI, non intervenne, mentre in una seconda fase intervenne addirittura il papa e «a gamba tesa»), mostra cambiamenti profondi che sono intervenuti nel rapporto tra Santa Sede, Chiesa italiana, da una parte, e paese e governo italiano, dall’altra.

                La CEI debole, i partiti nel caos. Negli ultimi 10-15 anni sono saltati i livelli di mediazione tra i due punti apicali, che per la storia italiana si configurano anche come due entità indipendenti e sovrane: la Santa Sede e l’Italia. Nella situazione politica del nostro paese sono venuti meno i partiti nella loro definizione strutturata e culturalmente consapevole (oggi sono poco più che delle organizzazioni organi-grammatiche, non depositarie di un progetto politico per il paese), ed è venuta meno la Conferenza episcopale italiana.

                Da tempo la CEI non è più in grado d’interloquire efficacemente con le diverse componenti politiche. Ha perso peso specifico e manca di relazioni efficaci. Occorre anche annotare che taluni dei soggetti politici dimostrano in alcuni casi (vedi il Movimento 5 Stelle) totale disinteresse a farlo. Nei confronti del Partito democratico (PD) e in particolare verso la nuova segreteria Letta è cresciuta la delusione di molti vescovi italiani. Il PD viene visto come un partito che non sa più che cos’è e che cerca la propria identità rincorrendo, in cerca di chissà quale legittimazione, la cultura radicale. La negazione della vicenda del cattolicesimo democratico, ma anche di una parte della storia del Partito comunista. Un atteggiamento, quello del PD, che secondo i vescovi regala spazio alla Lega nel mondo cattolico. Occorre anche annotare come lo stesso PD si sia dimenticato che al tempo dell’Ulivo la carta fondativa di quella coalizione aveva posto, per i temi relativi alla morale soggettiva inerente la vita e la morte, libertà di coscienza, escludendo esplicitamente ogni disciplina di partito in quanto limitativa della libertà d’ogni parlamentare, mentre oggi ci si trova in una situazione rovesciata, nella quale decide la segreteria del partito in base all’equilibrio delle sue minoranze interne. La scelta lettiana di fare del DDL Zan una bandiera ideologica della propria identità è una scelta strumentale che non difende correttamente i diritti e non fa crescere un dibattitto culturale necessario su questi temi.

                La crisi della CEI su questo terreno è dovuta anche alla crisi del laicato cattolico, ridimensionato negli anni dalle stesse gerarchie ecclesiastiche, che hanno avocato a sé ogni decisione, anche quelle di morale pubblica, salvo poi non essere state spesso in grado di prenderle. Mentre sia i vescovi sia le diverse organizzazioni cattoliche sono componenti a pieno titolo della comunità nazionale e come tali hanno il diritto e il dovere di esprimersi liberamente sulle questioni del paese.

                L’insufficienza di questi livelli (quello dei partiti e quello dell’episcopato italiano) spiega perché su qualsiasi questione si giunga immediatamente ai livelli supremi (nel caso specifico Santa Sede e governo), il che determina inevitabilmente o un comportamento di «laissez faire» da parte vaticana un po’ su tutto quello che ha a che fare con la Chiesa italiana, oppure il generarsi di tensioni, che come tali appaiono eccessive e inopportune. Mentre Draghi ha assunto un atteggiamento istituzionalmente corretto, che forse mette in condizione le forze politiche di tentare una mediazione autonoma e migliorativa della legge, anche se, nel «tempo del Parlamento» sono troppi coloro che vogliono andare alla conta.

Gianfranco Brunelli  Il Regno attualità n. 14, pag.409   15 luglio 2021

ilregno.it/attualita/2021/14/santa-sede-italia-ddl-zan-i-partiti-mancano

 

La lezione che vien da Helsinki

                Caro direttore,                 uno dei rischi maggiori della proposta di legge Zan è rappresentato dall’introduzione di eccessive restrizioni alla libertà di manifestazione del pensiero. Sia chiaro: non stiamo parlando delle parole che incitano al compimento della violenza, parole che sono giustamente da punire. E nemmeno di affermazioni che ledono la dignità di una persona, anch’esse da punire (anzi, sia detto per inciso, andrebbe in via generale ripristinato il reato d’ingiuria, oggi depenalizzata). Ma parliamo del rischio di vietare e sanzionare manifestazioni del pensiero che ad esempio mettono in luce l’infungibile funzione sociale della famiglia fondata sul matrimonio, inteso come unione di un uomo e una donna, secondo quanto insegnato già dai giuristi romani e riconosciuto anche dall’art. 29 della Costituzione. I rischi emergono anche dalla lettura di alcuni progetti a fondamento dell’attuale proposta Zan: in essi sostanzialmente si riconosce che la definizione delle affermazioni lecite sarebbe rimessa al giudice, come se un’indagine e un processo a carico non fossero già una forma di pena e come se non esistesse uno Stato di diritto, in virtù del quale il legislatore ha il dovere di rendere note a tutti, ex ante, le fattispecie di reato, senza delegare alla magistratura la decisione in proposito.

                L’esperienza comparatistica ci dimostra proprio in questi giorni la fondatezza di tali pericoli. In Finlandia vige da tempo una normativa simile a quella contenuta nella proposta di legge Zan. Il codice penale, sotto la rubrica Ethnic agitation, punisce fino a due anni di reclusione chi diffonde un’opinione che minaccia, diffama o insulta un certo gruppo testualmente «per ragioni di razza, colore della pelle, status alla nascita, origine nazionale o etnica, religione o credenza, orientamento sessuale o disabilità». Facendo leva sulla disposizione ora riportata è stata incriminata una parlamentare, Päivi Räsänen, moglie di un pastore protestante e ministro dell’Interno fino al 2016.

                L’accusa è fondata su tre elementi. Anzitutto, nel 2004, cioè 17 anni fa, aver pubblicato un volumetto con la Luther Foundation della Finlandia, intitolato 'Maschio e femmina li creò'. In esso esprime idee fortemente contrarie all’omosessualità, ma senza né incitare all’uso della violenza, né ledere la dignità di alcuna persona. La pubblicazione del volume è, oltretutto, costata l’incriminazione anche a un vescovo luterano. La seconda ragione dell’accusa è la pubblicazione di un tweet in cui la parlamentare, postando la foto di un noto passo di san Paolo, chiede come faccia la Chiesa luterana ad appoggiare il gay pride locale. Infine, a sostegno dell’accusa vi è un’intervista in un programma radiofonico, in cui, tra l’altro, Räsänen parlava dei rapporti omosessuali e di quelli prematrimoniali qualificandoli in termini di 'peccato'.

                Dunque, per delle manifestazioni del pensiero prive di legame con la violenza e non lesive della dignità di alcuna persona, in virtù di una normativa simile a quella prevista nel ddl Zan, una deputata finlandese è sotto accusa. È vero, potrà essere assolta. Ma passeranno anni, perderà tempo prezioso e soldi. Il processo, poi, insegnavano i classici, già di suo è una pena. Per difendere Räsänen hanno preso posizione alcuni autorevolissimi giuristi americani, da sempre sensibili alla garanzia della libertà di espressione e di quella religiosa, tra cui Mary Ann Glendon (Harvard) e Robert P. George (Princeton). Hanno scritto una lettera alla Commissione per la libertà religiosa degli Stati Uniti, evidenziando come la decisione del Procuratore di Helsinki d’incriminare la donna politica mette a rischio la libertà dei credenti e delle Chiese in Finlandia, imponendo di scegliere tra la eventuale prigione e l’insegnamento – pacifico, è bene ribadirlo – di norme legate alla morale e alla religione. Visto il carattere vago e onnicomprensivo delle norme penali contenute nel ddl Zan è possibile immaginare che, ove approvato, potremmo trovarci anche in Italia a dibattere presto di casi come questo.

Filippo Vari  Costituzionalista, Università Europea di Roma  Avvenire 15 luglio 2021

https://www.avvenire.it/opinioni/Pagine/ddl-zan-la-lezione-che-vien-da-helsinki

Tutti gli articoli sul ddl Zan e l'omofobia pubblicati da Avvenire

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PASTORALE

E se creassimo “coming out” fraterni e solidali?

                È il momento di ascoltare storie di vita di chi esterna la propria omosessualità per capire quanto di positivo possa esserci. È questa la convinzione espressa dal teologo vicentino don Dario Vivian pubblicata sul settimanale diocesano “La Voce dei Berici” l’11 luglio 2021.

 

«Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana: siamo in grado di accogliere queste persone, garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità?». Questa affermazione, che diventa una domanda, è risuonata al Sinodo dei vescovi sulla famiglia. L’avevano proposta nella relazione a metà della discussione sinodale, poi è stata tolta. Passi in avanti ne sono stati fatti, nella Chiesa cattolica, sul tema dell’omosessualità. Dalla condanna in nome di ciò che è secondo natura e contro natura, all’accettazione della persona omosessuale…, purché metta tra parentesi il suo orientamento sessuale e soprattutto non arrivi a praticarlo.

                Le persone omosessuali dono per la comunità?                 In inglese c’è una frase significativa: Don’t ask, don’t tell, non chiederlo e non dirlo. Da sempre le comunità cristiane e la Chiesa cattolica nel suo insieme si è arricchita di doti e qualità delle persone omosessuali tra le cristiane e cristiani laici, le religiose e i religiosi, i preti e vescovi. L’importante è che non divenga esplicito. In questo la Chiesa trovava e in parte trova ancora sintonia con la società, ma da noi il vento sta cambiando e questa alleanza di sostanziale condanna viene meno sempre di più. Che sia occasione di un ritorno all’esempio di Gesù, che ha condiviso con tutti gli irregolari del suo tempo lo sprezzante giudizio di essere un eunuco? Forse è venuto il momento di ascoltare storie di vita, nelle quali chi vive l’omosessualità possa raccontare non solo le difficoltà, ma anche quanto di positivo ha segnato gli affetti e le relazioni, donando una comprensione più significativa del vangelo. Non aspettiamo però i pronunciamenti dall’alto, che arrivano sempre dopo e spesso tardi, ma iniziamo a farlo nei gruppi, nelle associazioni, nelle parrocchie.

                Nel mondo omosessuale si distingue tra coming out e outing. Il primo temine indica che la persona ha sentito la libertà di dichiararsi, il secondo invece che sono stati altri a dirlo a tutti, spesso in modalità giudicanti o addirittura violente. Outing nelle comunità cristiane se ne sentono e talvolta sono voci diffuse ad arte. E se creassimo l’occasione di coming out fraterni e solidali, non per compassione, ma per convinzione appunto delle risorse anche spirituali che la condizione omosessuale è per la Chiesa?

                Chi benedice chi? Ha suscitato reazioni diverse la dichiarazione della Congregazione per la dottrina della fede, che nega la benedizione alle coppie omosessuali. Il cardinale di Vienna (Christoph Maria Michael Hugo Damian Peter Adalbert Schönbornnon OP) ha esitato a dirsi disobbediente: «Non sono stato contento di questa dichiarazione. Se è sincera ed è domanda della benedizione di Dio per un cammino di vita che due persone stanno cercando di percorrere, allora non sarà negata». E si tratta del primo estensore del Catechismo della Chiesa cattolica, che però ha colto l’azione della grazia. Tempo fa invitò a cena due ragazzi omosessuali, che avevano stabilizzato la loro unione con riconoscimento civile e per questo vennero esclusi dal consiglio pastorale parrocchiale. Dopo la serata trascorsa con loro, il vescovo scrisse al parroco di reintegrarli, perché edificato dalla loro fede. Nella sua disobbedienza, giustamente riconosce che la benedizione è di Dio, che i suoi doni li fa non interrogando prima le dichiarazioni della Chiesa.

                Il vero scoglio è di come s’interpreta la relazione tra persone dello stesso sesso: si può parlare, come si è iniziato a fare, di amore omosessuale? Se sì, la parola di Dio è chiara: «L’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio, perché Dio è amore» (1Gv 4,7-8). Riconoscere con gratitudine questo amore non è più, nella Chiesa cattolica, di qualcuno dottrinalmente e pastoralmente spericolato. Un altro cardinale, stavolta di Monaco (Reinhard Marx), osserva: «Se c’è una relazione omosessuale, fedele per trent’anni, non posso dire che non è niente».

                Chiediamoci se queste storie d’amore ricche di grazia debbano restare tra i gruppi di omosessuali credenti, come il gruppo La Parola che c’è in Vicenza, oppure possano iniziare ad essere condivise nella vita quotidiana delle parrocchie. Cammino sinodale: la Chiesa italiana – e quindi anche la diocesi di Vicenza – è stata messa da papa Francesco in stato di sinodo. Il camminare insieme può escludere le persone omosessuali in quanto portatrici di doti e qualità, non nonostante la loro condizione, ma grazie ad essa? Nei giorni in cui la Santa Sede è intervenuta in riferimento alla proposta di legge Zan, papa Francesco ha scritto una lettera autografa a padre James Martin SJ, da tempo impegnato nella pastorale con le persone omosessuali: «Lo stile di Dio ha tre tratti: vicinanza, compassione, tenerezza. Questo è il modo in cui si avvicina a ciascuno di noi. Pensando al tuo lavoro pastorale, vedo che cerchi continuamente di imitare lo stile di Dio. Prego affinché tu possa continuare in questo modo, essendo vicino, compassionevole e con molta tenerezza».

                E se il primo dono di queste persone alla Chiesa, alle nostre parrocchie, fosse proprio quello di farci riapprendere lo stile di Dio sperimentato nella concretezza del loro osteggiato amore?

Dario Vivian      Settimananews               17 luglio 2021

                Commenti

Antonio De Caro. L’amore omosessuale non per tutti è acquiescenza alla lussuria o desiderio di realizzazione intramondana: per i gay credenti è una vocazione, che impegna la persona, la sua coscienza e la sua anima immortale; è una condizione di cui si porta pienamente la responsabilità, anche di fronte a Dio.

Tobia. L’amore “sessuale” (non inteso nel senso solo fisico ma come amore di desiderio) è sempre realizzazione o appagamento intramondano. Etero o omo, quando questo amore confligge con la volontà di Dio così come è espressa nella Rivelazione – e ciò può avvenire in tanti modi – crea in noi una profonda frattura (che è il disordine di cui parla il Catechismo della Chiesa Cattolica). E siamo noi stessi poi a portarne con profonda sofferenza le stimmate nella nostra carne viva, a volte senza neanche rendercene conto. Lo Spirito Santo ci faccia vedere coi suoi occhi la nostra vita e ci trasformi sempre più ad immagine del Figlio.

Tobia. Spiace constatare che si fanno tanti discorsi, a volte direi elucubrazioni, sulla parola di Dio manipolandola a proprio piacimento e piegandola allo “spirito del tempo” (da non confondersi coi “segni dei tempi”). È francamente stucchevole elencare i passi dell’antico e del nuovo testamento (Vangeli inclusi) in cui la pratica omosessuale è chiaramente condannata e la sessualità umana è declinata unicamente come rapporto uomo-donna all’interno del matrimonio. Ora, a meno di non seguire la pratica ermeneutica del p. Sosa (per intenderci quella de “ai tempi di Cristo non c’era il registratore”), occorrerebbe che si dicesse apertamente di voler andare “contra scripturas” assumendosene la responsabilità nei confronti delle persone omosessuali – senza infingimenti – così come faceva Gesù (che però è il Logos incarnato). Purtroppo la morale opportunistica di marca liberale sta travolgendo anche la nostra onestà intellettuale, spingendoci ai più estremi funambolismi pur di giustificarci da soli dinnanzi a Dio (questo lo dico prima a me stesso). Sullo sfondo resta la sofferenza delle persone omosessuali credenti che, volendo valutare con onestà il dato rivelato, non si risolve col semplice inclusivismo contemporaneo. Quanto alla “compassione, vicinanza e tenerezza” io le vedo esercitate quotidianamente nelle parrocchie dove tante sono le persone omosessuali notoriamente presenti e attive senza pretendere che si benedica la loro vita affettiva o attività sessuale (quando contrarie alla legge divina). Esse danno il loro apporto ben sapendo di non essere in una perfetta obbedienza alla volontà di Dio ma d’altronde chi di noi figli di Dio lo è? Tuttavia il Signore chiama ognuno di noi a conformarci a Cristo sempre più, allo scopo di farci raggiungere la maturità dei figli di Dio. Ecco il vero camminare insieme, partendo ognuno dalle nostre miserie (senza amarle), diretti verso la metà che Dio ci pone davanti che è quella della santità al suo cospetto nell’amore ai fratelli, in Cristo Gesù. Ma se il nostro scopo non è più questo ma diventa unicamente la nostra realizzazione intramondana allora ogni dottrina “contra scripturas” diventa lecita, alimentata dall’andirivieni continuo delle “dottrine” dominanti nel tempo, le quali fanno e disfano le visioni della vita e dell’identità individuale. Scusate la logorrea e grazie per l’attenzione.

Antonio De Caro Lei è sicuro che le Scritture condannino senza appello le relazioni di amore omosessuale? Ha la preparazione esegetica ed ermeneutica per dirlo? Oppure le basta interpretare alcuni versetti o passi al di fuori del loro contesto? Le ricordo che esiste il metodo storico-critico e che l’interpretazione fondamentalista è chiaramente disapprovata dal Magistero Cattolico. E soprattutto le ricordo che qualsiasi interpretazione della Scrittura in contrasto con l’Amore di Dio rivelato in Cristo è sbagliata. Esistono, su questo, studi autorevoli che dimostrano come e perché è legittimo mettere in discussione il Magistero -che fra l’altro ormai mette in discussione se stesso. Oppure (spero di no) per lei è importante che le Scritture forniscano una pseudo-giustificazione al suo personale disgusto verso l’omosessualità? Per stare bene con Dio è davvero così necessario avere qualcuno da disprezzare, come il fariseo al tempio?

Tobia. Come sempre in questo tipo di dibattito si scade nel processo alle intenzioni del contraddittore col malcelato scopo di svalutarlo (mio disgusto verso l’omosessualità… bah). Purtroppo darmi del fariseo o dell’odiatore (ahimè prassi oramai fin troppo abusata) non avvalorerà le sue tesi. Lei parla di interpretazione fondamentalista contraria al Magistero cattolico salvo poi sostenere che è legittimo metterlo in discussione quando va contro l’amore di Dio rivelato in Cristo… e come il Magistero sarebbe andato contro l’amore divino? Piuttosto è proprio l’amore di Dio che ha spinto in ogni tempo la Chiesa ad indicare ai suoi figli la via della santità nella verità così come ha fatto e fa Cristo. Quanto ai versetti decontestualizzati temo che questo tipo di problema lo abbiano gli ermeneuti-funamboli sostenitori di un vero e proprio revisionismo biblico. Infatti – e un esempio per tutti sono le lettere paoline – è proprio il contesto testuale ad essere profondamente avverso all’omosessualità per cui non c’è proprio bisogno di decontestualizzare nulla per interpretare molti passi nel senso del Magistero millenario della Chiesa. Così arriviamo al metodo storico-critico che – nelle mani di alcuni – suole diventare metodo storicista. Infatti dallo studio del “sitz im leben” – (posto nella vita) fondamentale per la comprensione dei testi antichi – si passa con nonchalance alla sistematica ed ideologica svalutazione dei versetti in argomento perché “condizionati dalla cultura del tempo”. È evidente il fraudolento passaggio dallo studio del milieu (ambiente)storico per la comprensione testuale all’utilizzo dello stesso milieu per far dire (o non dire) al testo ciò che si vuole. Infine una parola sugli studi autorevoli. Il tempo delle “auctoritates” e degli “ipse dixit” sono ben tramontati. Quindi se si vuole sostenere una tesi, come lei tenta di fare, o si utilizzano argomenti chiari e ragionevoli basati sulle vere autorità che sono il Magistero e le Scritture oppure il dialogo diventa stucchevole. Beh spero di non averla disgustata ulteriormente col mio fariseismo. La saluto fraternamente rammentandole che quando uno è in Cristo è una persona nuova perché si lascia trasformare oltre ogni ideologia o desiderio carnale: l’uomo/donna maturo in Cristo è diventato una persona spirituale. Non per questo è una persona disincarnata ma restando con i piedi al suolo, le mani strette a quelle dei fratelli (etero o lgbtqi+ non conta) guarda al cielo ed al secolo futuro in cui saremo come angeli.

www.settimananews.it/pastorale/creassimo-coming-out-fraterni-solidali

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PATERNITÀ

Il dramma dei padri separati: come difendere e recuperare il rapporto genitori – figli?

                Lontani dai figli, spesso impossibilitati a vederli e in grandi difficoltà economiche. Sono i “nuovi poveri” poco tutelati dalla legge. Il percorso di consulenza Faris può essere un’opportunità. I numeri dicono che in Italia ci sono 4 milioni di padri separati. 800 mila di questi vivono alle soglie della povertà. Secondo la Caritas, quasi la metà dei nuovi poveri (46%) è formato da padri separati a cui non sono stati affidati i figli e che, dunque, devono provvedere all’assegno di mantenimento e, nel contempo, trovare una nuova casa in cui abitare e che sia abbastanza ampia da poter ospitare i figli quando possibile. Tutto questo quando i rapporti tra gli ex coniugi non si compromettono del tutto e i padri non riescono proprio a vedere i figli, tenuti distanti non per decisione del tribunale o dei servizi sociali, ma per ritorsioni di vario tipo.

                Padri separati impossibilitati a esercitare la loro funzione educativa e vivere il rapporto con i figli. Lo conferma ad Avvenire Ernesto Emanuele, presidente dell’Associazione famiglie separate cristiane: “È fuori discussione che nelle situazioni conflittuali esista un comportamento diffuso e discriminatorio da parte di un genitore separato verso l’ex coniuge. E, nella maggior parte dei casi, il genitore che esercita verso i figli questa influenza negativa, è la madre”, semplicemente per il fatto che nell’affido condiviso 9 volte su 10 i figli vivono con la madre. Ne consegue – conclude Emanuele – che ci sono “centinaia e centinaia di padri separati che considerano l’impossibilità di vedere i propri figli la più grande delle sciagure”. Una sciagura cui si sommano, come detto, le difficoltà economiche, con non pochi padri costretti a vivere in macchina e, quindi, a non poter ospitare i figli e vedere così ulteriormente dirotto il tempo per stare con loro.

                Il diritto dei figli alla bigenitorialità. Eppure, quello della bigenitorialità è un diritto dei minori stessi, per i quali la presenza e l’educazione da parte di entrambi i genitori, anche se separati, è un pilastro fondamentale di crescita. Progetti di riforme per favorire e facilitare tutto questo ci sono e ci sono stati, ma nessuno è arrivato a mettere nero su bianco un testo definitivo che venisse approvato. La conseguenza è un esercito di bambini e ragazzi a cui viene negato un diritto essenziale, e milioni di padri disperati. Al di là della legge (doverosa) ci sono delle strade per cercare di evitare situazioni di questo tipo, come, per esempio, il servizio di consulenza di Faris – Family Relationship International School. Nato dalla grande esperienza di Faris con le famiglie, i bambini e gli adolescenti, si tratta di un “metodo” che offre un primo colloquio gratuito, a cui fa seguito, se è il caso, l’indicazione di un percorso con professionisti dedicati per aiutare genitori e figli a ritrovare un equilibrio, essenziale per tutti.

                Per maggiori informazioni si può consultare questa pagina, oppure scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

AIBInews   14 luglio 2021

www.aibi.it/ita/il-dramma-dei-padri-separati-come-difendere-e-recuperare-il-rapporto-genitori-figli/

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PEDAGOGIA

Educare alla relazione

                Un recente volume di Nicolò Terminio (Educare alla relazione. Amore, affetti, sessualità, Edizioni Dehoniane Bologna, 2021) offre stimoli per alcune considerazioni sul rapporto tra psicoanalisi ed educazione, ambiti a prima vista molto distanti tra loro, che, invece, possono fecondamente interagire, come ora si cercherà di evidenziare con particolare riferimento all’amore, all’affettività e alla sessualità, come è indicato nel sottotitolo. Nonostante la sua piccola mole, il testo di Terminio apre la strada a molteplici piste di approfondimento, in direzioni tra loro anche distanti e di ciò si dovrebbe tenere conto se l’obiettivo fosse quello di una puntuale recensione. Qui, invece, si vuole prendere lo spunto per alcune riflessioni da sviluppare liberamente, muovendo dal libro, ma andando al di là di esso.

                Tenendo sempre sullo sfondo la prospettiva educativa, ma non rinchiudendosi in essa, i nodi concettuali che si intende approfondire, facendo tesoro degli apporti della teoria e della pratica psicoanalitiche, sono essenzialmente due: quello della coppia e quello, in sé inesauribile, dell’amore. Riguardo alla coppia si impone una preliminare chiarificazione relativa al livello sul quale ci si vuole collocare nell’analisi, cioè quello sociologico o quello che potremmo definire antropologico, ovvero filosofico e psicologico. Sul piano socio-culturale, che rileva come il rapporto di coppia sia stato e sia tuttora ampiamente sperimentato, si deve evidenziare un’enorme asimmetria che assegna a ciascun soggetto, l’uomo o la donna, precisi ruoli e modelli di comportamento predefiniti, ai quali è estremamente difficile sottrarsi, non solo per la pressione sociale ma anche perché sono profondamente interiorizzati.

                Ogni coppia, al contrario, è un unicum in quanto sono unici, nella loro singolarità e irripetibilità, i due soggetti che la costituiscono ed essa deve trovare la sua via al di là della ripetizione di schemi e stereotipi precostituiti, il fantasma inconscio di cui parla la psicoanalisi, con una capacità di inventiva sempre aperta alla ricchezza della vita.

                A proposito dell’amore, poi, come si è già accennato, il discorso potrebbe essere infinito e il testo di Terminio, nella sua sintetica densità, fornisce molteplici suggestioni per varie piste di indagine. Qui, però, ci si vuole muovere in una sola direzione che, come si cercherà di mostrare, ha rilevanti ricadute su vari piani, ovvero quella del rapporto tra godimento e amore. A un livello superficiale, godimento e amore sono spesso confusi, ma invece si tratta di due realtà profondamente distanti e questo emerge con tutta evidenza non appena l’analisi si fa più approfondita e aderente al vissuto della coppia. Infatti, «sul piano della relazione sessuale il soggetto non può raggiungere la sensazione di fare Uno con l’Altro» (pagina 120) e, nonostante la stretta vicinanza dei corpi, ognuno vive isolatamente il proprio godimento che non costituisce una vera apertura all’altro che rimane ugualmente chiuso nelle sue sensazioni.

                Si introduce, a questo riguardo, il concetto di “supplenza” dell’amore che, a differenza del godimento, apre a un incontro tra i due soggetti, strappandoli al loro isolamento e coinvolgendoli in un rapporto in cui entra l’intera persona, in tutte le sue dimensioni. Solo l’amore, cioè, può portare l’Io e il Tu, a un’esperienza totalmente nuova che è quella del Noi, in cui, pur senza alcuna fusione simbiotica, si realizza un rapporto di comunione e di scambio profondo tra le due soggettività.

                I temi affrontati meriterebbero ben altri approfondimenti, ma anche da questi cenni emerge la portata delle loro ricadute in tre ambiti significativi e ineludibili: quello dell’educazione affettiva dei giovani, quello delle relazioni di coppia, alle quali l’educazione deve preparare, e infine quello della famiglia che sulla coppia si fonda, trovando in essa la propria radice vitale.

                Recensione di Giorgia Salatiello apparsa sul sito de L’Osservatore Romano il 12 luglio 2021.

www.settimananews.it/libri-film/educare-alla-relazione/

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PERSONE DEL CONCILIO

Una mistica tra lotta e contemplazione

                Scrittrice, teologa ed eremita, Adriana Zarri (1919-2010) fu una delle poche donne che riuscì a far udire la propria voce nella Chiesa italiana del Novecento, partecipando in prima persona al dibattito ecclesiale, sociale e politico, e godendo di una certa notorietà per i suoi scritti e per la sua partecipazione a trasmissioni radiofoniche e televisive.

                A pochi anni dalla morte, la sua figura appare tuttavia quasi completamente dimenticata: penalizzata dall’essere rimasta fuori dall’accademia e dall’attenzione di altri studiosi, ha pagato probabilmente il prezzo di una memoria schiacciata sul fiero interventismo polemico che la contraddistinse in vita. L’immagine di una donna di lotta non è errata ma ne oscura il profilo di originale cercatrice di Dio, di donna di preghiera e di contemplazione, d’autrice di scritti di profonda spiritualità, che ritessono creativamente fili di pensiero, poesia, mistica, regalando pagine di grande intensità anche al lettore contemporaneo. La sua stessa vicenda esistenziale, la scelta di una vita eremitica spesa nella cura di piante e animali appare eloquente per l’oggi, con il suo vissuto di sobrietà, gratuità, bellezza, con il suo rimando esplicito all’equilibrio tra umano e ambiente, impegno non più differibile per il presente e il futuro del pianeta.

                E la sua fede, radicata nella grande tradizione biblica e spirituale cristiana, spogliata di orpelli, condizionamenti, superstizioni e ricondotta a un quotidiano «semplicemente vivere», può essere ancora alimento per un cristianesimo aperto ai valori essenziali del Vangelo, del dialogo tra culture e tradizioni diverse, delle esigenze più profonde del cuore di ognuno.

                Una precoce vocazione teologica. La vita di Adriana Zarri appare indelebilmente segnata dalla vocazione religiosa fin dagli anni dell’infanzia. Nata e cresciuta nella campagna emiliana in un contesto apparentemente sereno, la sua infanzia fu invece travagliata da un profondo rifiuto di Dio, il Dio «monolitico» e distante che allora s’insegnava, risolto da un «evento traumatico» e benefico che determinò la sua «conversione». In diari e interviste avrebbe accennato a una folgorante rivelazione dell’amore divino che aveva «domato» la sua ribellione infantile e aveva «disciolto in amore» la sua fiera opposizione. Ne parlò come di una presenza apportatrice di grande certezza e dolcezza interiore, un’esperienza non insolita nella letteratura religiosa, di tradizione non solo cristiana, espressa con parole riecheggianti pagine suggestive di Simone Weil o di Raissa Maritain. Da quell’episodio prese avvio una ricerca di fede condotta in totale solitudine, arricchita successivamente dall’adesione alla Gioventù femminile di Azione cattolica che allora offriva una seria formazione soprattutto a chi, come Adriana, ricopriva l’incarico di dirigente e «propagandista» dell’associazione. Una ricerca poi continuata e approfondita in studi e corsi di teologia che poté frequentare nel periodo della sua permanenza nella Compagnia di San Paolo, dal 1942 al 1949, dove si poté appropriare del patrimonio della tradizione cristiana classica con particolare passione per la mistica: Agostino, Tommaso, padri della Chiesa antichi e moderni, Caterina da Siena, Teresa D’Ávila, Teresa di Lisieux, Giovanni della Croce. Furono anni in cui si precisò una sua doppia vocazione: alla contemplazione, come attitudine di fondo, e alla scrittura come espressione a lei più consona. Scriveva di avvertire «fratello di arte e di fede» un letterato come Giovanni Papini, di cui condivideva il forte sentire, lo stile sferzante, il valore della polemica come forma di testimonianza e di pedagogia a servizio della verità.

                Furono anni in cui, sulla scorta di autori e riviste francesi, come La vie spirituelle, maturò l’esigenza di una spiritualità nuova, che superasse lo spirito antimoderno e l’atteggiamento mortificante dell’etica tradizionale rivalutando l’esperienza umana nella sua pienezza. La esprimeva efficacemente una massima del filosofo francese Gustave Thibon che appuntava in un suo quaderno: «Domani si eleverà forse un nuovo tipo di santità in cui gli amanti di Dio saranno uomini fino in fondo».

                Verso il concilio Vaticano II. Uscita dalla Compagnia di San Paolo per una scelta di condivisione dell’umanità di tutti, senza distinzioni di status o appartenenze, la sua nuova vita laicale fu segnata da amicizie e frequentazioni con gruppi e personalità poi definite «avanguardie cattoliche» per i loro propositi di svecchiamento culturale e teologico in una Chiesa italiana ancora tentata da logiche di conservazione, di «onnipotenza», di compromesso con il potere politico. Fu ancora un tempo di raffinamento e maturazione. Specialmente con gli amici fiorentini de L’Ultima e con i genovesi de Il Gallo poté condividere l’amore per le arti e la poesia, la spiritualità del quotidiano su cui meditava con la lettura di Charles de Foucauld, il valore della laicità confrontandosi con gli studi di Yves Congar, la fede non negatrice della «santa materia» che rintracciava nelle pagine di Teilhard de Chardin.

                Nelle tante collaborazioni a giornali e riviste, dava avvio a riflessioni poi sviluppate negli anni seguenti, distinguendosi come militante per il rinnovamento ecclesiale ma esercitando una severa critica verso posizioni che le apparivano di troppo facile e superficiale modernità. I suoi strali si appuntavano contro un cristianesimo «statico», contro una predicazione che indulgeva a un linguaggio «disincarnato» e «rugiadoso»; contro l’«integrismo» cattolico e il perdurare di concezioni clericali e autoritarie; i suoi scritti inauguravano una nuova simpatia del cristianesimo per la terra, una rivalutazione della quotidiana «vita di Nazaret» come esperienza cristiana esemplare, la promozione del ruolo e della libertà dei laici nella Chiesa. Fu la donna più presente nella stampa cattolica negli anni in cui il concilio Vaticano II in preparazione favoriva una grande vivacità di confronto e d’intervento.

                La teologia trinitaria. Ma se la pubblicazione su giornali e riviste le dava precariamente da vivere, Adriana si sentiva soprattutto scrittrice e pensatrice, elaboratrice di una propria riflessione teologica originale che traduceva nei diversi linguaggi, letterari e saggistici, che sempre praticò nel corso della sua vita. In anni in cui le donne in Italia iniziavano appena ad affacciarsi agli studi teologici, si riconobbe l’autorevolezza di proporre una personale «teologia trinitaria» che sviluppava in concomitanza con un ritorno d’attenzione a quell’indirizzo nella storia della teologia del Novecento e che rimase la prospettiva di fondo della sua riflessione. La sua era una teologia che non nasceva nelle aule dell’accademia ma, lo scriveva lei stessa, dal vivo della vita, acquisita «per via intuitiva», «sapienziale». A partire dall’osservazione, Zarri riconosceva un ritmo trinitario impresso nel cosmo e nell’uomo: l’intera realtà, la relazione tra i sessi, il cammino dell’umanità, ogni piano del vivere erano investiti secondo lei dalla stessa dinamica critica e relazionale che regolava il Dio Trinità.

                Non era però la sua una riflessione che rimaneva sul piano dell’intuizione. Sulla scorta della tradizione biblica e cristiana, contaminata con il procedimento dialettico hegeliano, delineava un’interpretazione complessiva e riassuntiva del farsi cosmico e umano a partire dalla dinamica presente nella Trinità divina. In quella individuava la frantumazione del Dio monolitico nella distinzione, dialogo, ricomposizione delle persone di Padre Figlio Spirito, movimento poi trasmesso attraverso l’atto della creazione e il dono dell’incarnazione all’intera realtà creata.

                Cosmogenesi, sessuogenesi, vicenda storica, vicenda interiore erano tutte interpretate come svolgimento di un unico disegno in tre fasi che conosceva un momento originario, il manifestarsi di una crisi, a cui seguiva il raggiungimento di un nuovo equilibrio. Come dal caos originario attraverso l’esplosione della materia primordiale si giungeva al nuovo accordo che costruiva l’armonia del mondo, così dall’Adamo biblico originariamente indistinto si articolava la dualità dei sessi con la nascita della donna, ricomposta in unità escatologica nel Cristo risorto in cui «non c’è maschio e femmina» (Gal 3,28).

                Con ragionamento analogo, nel cammino di fede Adriana distingueva un percorso in tre fasi, dall’infantilismo religioso alla semplicità evangelica raggiunta dopo una radicale revisione di categorie e pratiche tradizionali. E nella maturazione interiore un procedere dall’attaccamento egoistico alle cose, alla purificazione del distacco ascetico, all’uso gioioso e parco della terra e i suoi doni in una ritrovata amicizia. Il pensiero trinitario di Adriana Zarri, proposto come schema interpretativo totale e onnicomprensivo, poteva prestarsi a non poche obiezioni, ma risultava vitale e creativo per l’elaborazione della sua ideatrice, a cui offriva categorie per ripensare e ridefinire in chiave nuova l’identità cristiana e percorsi praticabili di Chiesa, di società, di vita e fede personale. In particolare, nella dinamica trinitaria si dissolveva l’immagine d’onnipotenza e assolutezza che aveva reso Dio lontano e temibile e si ridefiniva lo stile cristiano sull’affermazione di valori inediti o nuovamente declinati come la relazione, il divenire, la pluralità. In quella dinamica trovavano fondamento la dialettica del dare e del ricevere da cui Zarri ricavava la critica a un attivismo tipicamente maschile e la valorizzazione di qualità femminili come l’accoglienza, l’apertura, l’ascolto; si riconosceva la garanzia della pluralità, della varietà, della diversità, da custodire e coltivare nella Chiesa, nella società, nell’umanità, nell’equilibrio molteplice e articolato della natura.

                Ma il movimento trinitario dava fondamento anche al sentire mistico di Adriana perché stabiliva un rapporto di circolarità tra Dio e mondo, nutrendo in lei l’intima persuasione di una «totale solidarietà» tra Creatore e creature, la consapevolezza che «un seme divino» era sepolto «nella mortalità» degli esseri. La sua visione, fondendo e reinterpretando lo «scambio tra divino e umano» di tradizione patristica con la più vicina nozione teilhardiana di «santa materia», ricomponeva la lacerazione tra sacro e profano rendendo capaci di leggere nel proprio contingente «provvisorio» i segni e la pienezza dell’«assoluto».

                Vi era dunque un disegno unitario nell’universo teologico di Adriana Zarri, non concretizzato tuttavia in un’opera di sintesi ma riversato in suoi saggi e volumi (Impazienza di Adamo, 1964; È più facile che un cammello…, 1975) proposti come parola teologica possibile alla riflessione a più voci dei suoi contemporanei.

                Un pensiero plurale era implicito anche nel titolo del suo libro più letto negli anni immediatamente postconciliari, Teologia del probabile (1967), in cui, contro il fissismo dei tradizionalisti e sulla scorta dei più autorevoli teologi del Concilio (Karl Rahner, Marie-Dominique Chenu, Edward Schillebeeckx), esaminava i punti caldi di dibattiti accesi e di riforme che incontravano resistenze e opposizioni: riforma liturgica, revisione del celibato obbligatorio dei preti e dell’indissolubilità del matrimonio civile, ruolo dei laici nella Chiesa, significato della funzione gerarchica e dell’infallibilità, abbandono delle strutture temporali e dei connubi con il potere politico. Il libro era il rilancio di un vero e proprio cantiere di discussione dell’identità cattolica, a partire dalla consapevolezza che le categorie moderne di temporalità, storicità, divenire, pluralità, trovavano nel Dio trinitario il loro ultimo suggello.

                Nella storia e nella comunione cosmica. Con la ricchezza di questo patrimonio teologico, ecclesiale e interiore, sulla fine degli anni Sessanta Adriana Zarri maturò l’esigenza di una vita più raccolta e solitaria e diede avvio a una sua originale esperienza monastico-eremitica, segnata inizialmente da una ricerca di crescente solitudine e poi da una maggior socialità nel suo ultimo eremo fiorito di amicizie e incontri. Il suo monachesimo mantenne un carattere di laicità, non legato ad alcuna istituzione o promessa ecclesiastica, consegnato esclusivamente a una saldissima promessa interiore. Ne parlò come di una scelta di «deserto», «solitudine», «silenzio», ma non di abbandono dell’umanità e della storia di tutti, perché convinta che la scelta eremitica, con la sua prospettiva di distacco, non autorizzasse nessun isolamento ma anzi rendesse più acuta e vigilante la coscienza critica verso le storture del mondo. Il suo fu un monachesimo fedele ai ritmi monastici e biblici della preghiera, ma che si prendeva la libertà di reinventarla, ricreando antiche liturgie, come il rito della «missa sicca» [forma di devozione usata nella chiesa medievale quando non si poteva celebrare una messa completa; era senza l'Offertorio , la Consacrazione e la Comunione], in cui Adriana celebrava la liturgia della Parola utilizzando pane e vino consacrato che le era permesso conservare. Sulla preghiera molto rifletté e scrisse, nel tentativo di riscattarla dalle forme quantitative, esteriori, mercantili su cui si era modellata nei secoli, rilanciandone la postura interiore, la realtà di habitus, atteggiamento esistenziale, modo di essere al mondo (Nostro Signore del deserto. Teologia e antropologia della preghiera, 1978). Più che recitare preghiere, più che moltiplicare parole, occorreva porsi in posizione ricettiva e accogliente di quel Dio che la sua attitudine mistica e trinitaria le faceva avvertire immanente e trascendente insieme, «dentro» e «altro» dalle cose. A quel Dio di parole ne scrisse, di grande bellezza e intensità, in forma di poesia, rivolgendosi a lui con il «Tu» appassionato del Cantico dei Cantici e della letteratura mistica (Tu. Quasi preghiere, 1971).

                Cantare Dio non le sembrò in contrasto con l’attiva partecipazione a battaglie allora divisive e controverse come la difesa delle norme sul divorzio e sull’aborto, da lei condotte sulla necessaria distinzione tra legge civile e legge religiosa, in nome della libertà del Vangelo da ogni costrizione o compromesso politico.

                Ma la sua dimensione più vera, più pacificata e armonica la trovò nel rapporto con i suoi animali, il giardino, l’orto, i frutti della terra, che percepiva come primizie di un Eden promesso e creduto, anticipo di una vita senza fine di cui si sentiva già partecipe, «immersa», come amava scrivere, nella «comunione cosmica».

                Raimon Panikkar e Karl Rahner affermavano che «il cristianesimo del futuro o sarà mistico o non sarà». La vita di Adriana Zarri, con il suo impasto di lotta e preghiera, impegno nella storia e immersione nella natura, unificati nella ricerca e nell’attesa di Dio, ne è stata un’incarnazione che vale la pena di riscoprire.

Mariangela Maraviglia Il Regno attualità, n. 14, pag.441, 15 luglio 2021

https://ilregno.it/attualita/2021/14/adriana-zarri-mariangela-maraviglia

                Una testimonianza sulla vita e sull'esperienza spirituale di Adriana Zarri, teologa ed eremita, dalle parole di mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, che ha accolto e accompagnato la sua scelta singolare di monachesimo fuori dalle istituzioni e dalle consuetudini allora   20 febbraio 2021

www.youtube.com/watch?v=7kv2E27y5Uc

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RIFLESSIONI

Vita e celibato. Un necessario ripensamento teologico.

                Stati «generali della natalità». L’antica espressione di matrice feudale, diventata in seguito emblema dell’innesco di un processo rivoluzionario, è stata scelta dal Forum delle famiglie per organizzare un incontro dedicato all’«inverno demografico» italiano (Roma, 14 maggio 2021). L’inaugurazione è stata così solenne da contemplare un discorso del primate d’Italia. Le parole di papa Francesco sono state contraddistinte da una nota di forte attualità largamente ispirata dalla «ripartenza» post pandemica.

                I tre pensieri guida proposti dal papa sono stati contraddistinti da altrettante espressioni chiave: «dono» (concepimento e nascita sono, per definizione, realtà che ci precedono), «sostenibilità generazionale» (non c’è ripartenza senza ripresa demografica), «solidarietà strutturale» (occorre provvedere a un sostegno organico alle famiglie). È una spia del clima «invernale» il fatto che tra questi pensieri manchi il termine «responsabilità». In tempi non lontani parlare di maternità e paternità responsabili rientrava nel lessico comune. Ogni dono presuppone, va da sé, un donatore, allo stesso modo in cui non è concesso parlare di creature senza riferirsi al Creatore («Laudato si’ mi’ Signore, cum tucte le tue creature»).

                Fra i tre riferimenti è evidentemente quello legato al dono a trovare più rispondenze nell’ambito delle tradizioni spirituali. A prescindere dalle questioni demografiche, in questo caso irrilevanti, sarebbe opportuno riesaminare il tema del perché il clero secolare di rito latino è compartecipe di quel dono solo nel ricevere e non già nel dare.

                Precetti e «consigli evangelici» Secondo una plausibile percezione media, l’ebraismo è più prossimo al cattolicesimo di quanto non lo sia al protestantesimo. I motivi di questa vicinanza si trovano nel valore attribuito ai precetti. La radicale dialettica riformata sottesa alla polarità fede-opere appare più lontana dalla sensibilità ebraica della mediazione cattolica in cui, senza negare il ruolo della grazia, alle opere viene assegnato un compito decisivo anche nell’orizzonte della salvezza. Va da sé che molto ci sarebbe da precisare rispetto a questa precomprensione abbastanza stereotipata. Tuttavia essa ha una sua parziale ragion d’essere. Eppure c’è anche dell’altro. È il caso, per esempio, dei cosiddetti «consigli evangelici», scelte volontarie che segnano una differenza tra una condizione particolare e quella dei comuni fedeli. Qui tra ebraismo e protestantesimo le affinità sono maggiori di quelle che si registrano rispetto al cattolicesimo.

                La distanza fra la tradizione ebraica e quella cattolica è assai netta in relazione al comandamento di sposarsi e di generare che nell’ebraismo non conosce eccezioni. A tale proposito, nelle corde di Lutero vi sono espressioni che l’ebraismo non avrebbe alcuna difficoltà a fare proprie: «Il matrimonio è poi un ordine e una creazione di Dio (…) Satana infatti odia questo genere di vita. Suvvia in nome di Dio arrischiati [si sta rivolgendo al suo discepolo Dietrich Veit; nda] sulla sua benedizione e sulla sua creazione» (M. Lutero, Discorsi a tavola, n. 233, Einaudi, Torino 1969).

                Va da sé che queste parole sono condivise anche dal cattolicesimo che rende il matrimonio un sacramento. Tuttavia esse non possono essere dotate di un’estensione universale. Nella tradizione cattolica si è infatti obbligati ad affermare che il matrimonio è buono, ma non ogni forma di vita buona è riconducibile a esso. In luogo di un radicale aut aut, occorre rivolgersi a un più mediato et et. Secondo Giovanni Crisostomo: «Chi denigra il matrimonio, sminuisce anche la gloria della verginità; chi lo loda, aumenta l’ammirazione che è dovuta alla verginità», quest’ultima infatti attesta una condizione più alta non rispetto a quanto è brutto, ma rispetto a quanto è bello (Cf. Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1620).

                Il Catechismo della Chiesa cattolica (n. 1619) dichiara che: «La verginità per il regno dei cieli è uno sviluppo della grazia battesimale, un segno possente della preminenza del legame con Cristo, dell’attesa ardente del suo ritorno, un segno che ricorda pure come il matrimonio sia una realtà del mondo presente che passa (cf. Mc 12,25; 1Cor 7,31)». La scelta però può essere vissuta anche in modo molto spoglio, ma non per questo meno autentico. Ivan Illich, a proposito di se stesso, scrisse che il voto di castità è scelta «di vivere adesso la povertà assoluta che ogni cristiano spera di vivere nell’ora della morte» (Cit. in F. Milana, «Postfazione» a I. Illich, Pervertimento del cristianesimo, Quodlibet, Macerata 2008).

                Fino a qui ci troviamo in un ambito condiviso anche dall’ortodossia. Tocchiamo infatti le basi peculiari della vocazione monastica. La presenza di uomini e donne che scelgono di testimoniare il Regno nell’attesa della venuta del Signore, alla fine dei tempi, fa parte di una grande e condivisa tradizione cristiana. Quanto è peculiare al cattolicesimo, o meglio al suo rito latino, è l’imposizione del celibato come condizione indispensabile per l’esercizio del sacerdozio ministeriale. Anni addietro, in Conversazioni notturne a Gerusalemme, fu posta a Carlo Maria Martini una domanda in termini molto franchi: «Non avere rapporti sessuali è innaturale. Come mai i preti non devono sposarsi?». Il cardinale rispose: «I preti possono sposarsi in tutte le Chiese a eccezione di quella cattolica romana. L’idea che i sacerdoti non debbano sposarsi è nata dal monachesimo. Donne e uomini vivono insieme in comunità, oppure da eremiti, per seguire Gesù nel suo celibato. Vogliono essere completamente liberi per servire Dio (…) rischiano la vita per amor suo. Per il celibato è fondamentale che una comunità offra al sacerdote uno spazio in cui sentirsi amato e protetto. Un prete non deve sentirsi solo…» (C.M. Martini, G. Sporschill, Conversazioni notturne a Gerusalemme, Mondadori, Milano 2012).

                Celibato per tutti? La lunga esperienza pastorale rese evidente a Martini quanto sia grande il problema del prete che vive in solitudine nel cuore della città. Tuttavia il centro della questione non sta nel dramma reale del conforto nei riguardi di chi ha fatto una scelta che dovrebbe renderlo disponibile verso tutti. Né tutto è risolvibile nella grande testimonianza di colui che decide volontariamente di restare solo per essere più vicino a chi, contro il suo volere, è stato gettato dalla vita nella solitudine. Questa vocazione radicale rende prossimi alla gente e costringe chi la fa propria a comprendere come vanno le cose del mondo anche quando, di persona, si astiene dal rischio di allevare figli in una società difficile. Occorre chiedersi, e non solo per motivi pastorali, se la scelta del celibato obbligatorio, imposta in Occidente alla fine dell’XI secolo e codificata disciplinarmente solo con il concilio di Trento, non rappresenti una perdita rispetto alla posizione mantenuta dalla grande tradizione ortodossa (e contemplata anche dalle Chiese cattoliche di rito orientale) che rende vincolante il celibato per i monaci e per i vescovi ma non per i presbiteri che vivono nel mondo.

                La vitalità del neomonachesimo occidentale (peraltro non al riparo da prove; basta pensare al «caso Bose») ha di nuovo posto al centro dell’attenzione la differenza tra lo status di monaco e quello di presbitero. Tutto ciò potrebbe trasformarsi in occasione per ripensare alle condizioni e agli obblighi propri del presbitero secolare. Ciò avverrebbe in nome della tradizione e non già contro di essa. La storia della Chiesa mostra che, alle spalle dell’opzione celibataria imposta ai sacerdoti, vi sono pure considerazioni teologiche diverse rispetto a quelle legate alla perfezione monastica. Alcune di esse sono molto antiche. Per esempio già nel Sinodo di Elvira (attorno al 300), l’accento posto sull’astinenza sessuale di vescovi, presbiteri e diaconi, lungi dall’essere assunto dalla novità del sacerdozio di Cristo, deriva dall’ibrido impasto che lo collega a una spuria ripresa dell’antico sacerdozio levitico (Cf. H. Denzinger, Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, ed. bilingue, a cura di P. Hünermann, EDB, Bologna 1995, n. 119). Prima di compiere il loro servizio al Tempio di Gerusalemme, i kohanim (sacerdoti) dovevano entrare in uno stato di purità – ovviamente temporaneo – il che comportava per loro l’astensione dai rapporti sessuali. Pensando al nuovo sacerdozio secondo l’ordine di Melchìsedek come eterno (cf. Sal 110,4) si è ritenuto logico concludere che anche l’astensione dal sesso fosse perenne.

                È stata, dunque, una visione teologicamente impropria di una Chiesa che si pensava come nuovo Israele ad aver favorito l’associazione tra l’essere presbitero e l’essere celibe. Prima che la pressione degli avvenimenti e le urgenze pastorali conducano ad affrettati accomodamenti, sarebbe bene ripensare, per tempo, ad alcuni fondamentali snodi teologici.

Piero Stefani, biblista                                    Re-blog                12 Luglio 2021

https://re-blog.it/2021/07/12/vita-e-celibato-un-necessario-ripensamento-teologico

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SEPARAZIONE

Separazione: ok al mantenimento all'ex in base al tenore di vita

Corte d'appello di Roma - Sezione Persona e Famiglia-Minorenni -  Sentenza n. 1762, 9 marzo 2021.

studiodonne.it/wp-content/uploads/2021/06/sentenza-Corte-dAppello-di-Roma-n-1762-del-9-marzo-2021.pdf

                i due coniugi rimangono legati dal vincolo coniugale, il quale andrà ad esaurirsi solamente al termine della procedura di divorzio. La Corte d'Appello di Roma, con la sentenza n. 1762/2021 ha sancito la permanenza della quantificazione dell'assegno di mantenimento in base al criterio del tenore di vita.

                Perché in base al tenore di vita se il criterio era stato rimosso per il divorzio? La risposta è molto semplice: la separazione è molto diversa dal divorzio e la solidarietà post coniugale che ne deriva è molto più accentuata. Nonostante la separazione, infatti, permane, in capo ad entrambi i coniugi, il dovere di assistenza materiale reciproca, risultando sospesi solamente i doveri di fedeltà, collaborazione ed ovviamente di convivenza.

                Nella separazione permane il vincolo coniugale. La Corte d'Appello ha dunque rimarcato come nella separazione non sopraggiunga lo scioglimento del vincolo coniugale e come per la decisione in merito alla quantificazione dell'assegno di mantenimento vada, necessariamente, preso in considerazione il tenore di vita in costanza di matrimonio. Vengono anche richiamate alcune sentenze della Suprema Corte di Cassazione che fanno luce sull'argomento: "…in tema di separazione tra coniugi, al fine della quantificazione dell'assegno di mantenimento a favore del coniuge, al quale non sia addebitabile la separazione, il giudice del merito deve accertare, quale indispensabile elemento di riferimento ai fini della valutazione di congruità dell'assegno, il tenore di vita di cui i coniugi avevano goduto durante la convivenza, quale situazione condizionante la qualità e la quantità delle esigenze del richiedente, accertando le disponibilità patrimoniali dell'onerato" (cfr. Cass. n. 16809/2019)".

                Deve poi rilevarsi come l'attribuzione di un assegno di mantenimento al coniuge che non abbia adeguati redditi propri trova la sua fonte nel rilevante ruolo che l'art. 29 Cost. attribuisce alla famiglia nell'ambito dell'ordinamento. Assume particolare rilevanza il principio di uguaglianza morale e giuridica tra i coniugi, più volte ribadito dalla giurisprudenza costituzionale (Corte cost., 4 maggio 1966, n. 46, proprio con riferimento all'obbligo di consentire al coniuge separato di mantenere lo stesso tenore di vita precedentemente goduto, sia pure con la necessità di considerare i mezzi di cui autonomamente disponga" (cfr. Cass. n. 12196/2017).

                Elevatissimo tenore di vita: il caso di specie. Nel caso di specie, sottolinea la Corte d'Appello, "si è correttamente dato atto dell'elevatissimo tenore di vita che aveva caratterizzato la vita matrimoniale" (la stessa era stata, infatti, caratterizzata da lussuose case e ville e dalla costante presenza di diversi collaboratori domestici che aiutavano la coppia). Inoltre, le spese che il ricorrente aveva dichiarato di sostenere durante il matrimonio erano del tutto inverosimili ed incongruenti rispetto alla qualità della vita che la coppia si garantiva. Proprio queste dichiarazioni di lui, oltre alla reticenza nel presentare l'ulteriore documentazione fiscale richiesta dalla CTU, giustificano in pieno le decisioni del giudice di primo grado che hanno stabilito come l'ex moglie non possa mantenere il precedente tenore di vita solamente attraverso il proprio autonomo sostentamento ed hanno obbligato il marito al versamento di un assegno di mantenimento di 3.500 euro al mese. È evidente come il criterio del mantenimento del tenore di vita sia stato ritenuto fondamentale per la quantificazione dell'assegno di mantenimento e come, il comportamento ostativo di "lui" nei confronti del Tribunale e della CTU abbia solamente dato conferma alla Corte d'Appello di Roma di quanto era già stato stabilito all'interno del giudizio di primo grado.

avv. Maria Luisa Missiaggia  Studio Cataldi        10 luglio 2021

www.studiocataldi.it/articoli/42290-separazione-ok-al-mantenimento-all-ex-in-base-al-tenore-di-vita.asp#ixzz77eJsjxO6

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SESSUOLOGIA

Gender. La realtà rimossa del «maschile» e «femminile»

                Con l’identità di genere svanisce la connotazione binaria sessuata dell’identità umana, sostituita con una nuova, senza alcun riferimento al corpo e al biologico. Una questione etica e culturale seria

                Il transgender riguarda qualcosa di radicalmente diverso dall’omosessualità. Si tratta di una identità umana in cui la differenza uomo/donna viene cancellata, modificando radicalmente i corpi. C’è differenza fra "sessuato" e "sessualità": l’orientamento sessuale riguarda la sessualità, le relazioni sessuali interpersonali, e presuppone di riconoscere l’umanità sessuata, fatta da maschi e femmine, e che la sessualità è praticata fra persone di sessi definiti. Il riconoscimento anche legale delle relazioni omosessuali riguarda comportamenti umani descritti in base alla differenza sessuale. L’omosessualità non nega il corpo sessuato, al contrario: per affermarne la legittimità si presuppone che esistano due sessi definiti, tanto che si usano parole per indicare donne con relazioni fra loro – lesbiche – analogamente per gli uomini – gay –, con associazioni distinte di militanti (Arcigay e Arcilesbica, per limitarsi a due note).

                Con l’identità di genere invece svanisce la connotazione binaria sessuata dell’identità umana – maschio/femmina – sostituita con una nuova, senza alcun riferimento al corpo e al biologico: ogni essere umano è un punto nello spettro delle identità di genere, fa parte di un fluido continuo di possibili identità esclusivamente auto-percepite, cioè soggettive, differenti fra persona e persona e, per ciascuna persona, mutevoli nel tempo. In questa visione – che si diffonde a livello globale – non ha senso parlare di orientamento sessuale: a una persona con un’identità variabile, non riconducibile al maschile/femminile, non ha senso chiedere qual è il genere di appartenenza della persona con cui ha rapporti fisici. Le relazioni sessuali fra transgender possono essere solo relazioni fra partners. Quella transgender è un’identità nomade, indefinita. Un’identità che si vorrebbe connaturata all’umano: per questo c’è tanta insistenza sulle transizioni dei bambini: se tale è il paradigma antropologico proposto, deve poter valere sempre, senza limiti di età. I bloccanti della pubertà sono questione centrale per l’umanità transgender: è con la pubertà che si differenziano il maschile e il femminile. Bloccandola, gli interventi ormonali e chirurgici successivi potranno più facilmente modellare il corpo nella direzione voluta, perché intervengono in un fisico ancora non segnato dalle caratteristiche sessuate. Trattamenti irreversibili che disegnano un corpo mutante, seguendo una filosofia che vuole dimenticare il maschile e il femminile.

Assuntina Morresi          Avvenire             10 luglio 2021

www.avvenire.it/vita/pagine/la-realta-rimossa-del-maschile-e-femminile

 

Insegnare al proprio figlio a proteggersi dagli abusi sessuali

                Partiamo da un assunto fondamentale: educando i figli alla sessualità insegneremo loro anche a difendersi dagli abusi. Perché? Proprio partendo dalla prima, e per me importantissima, nozione principale: Se la mamma e papà parlano con me di tutto io posso parlare con loro di tutto.

                Sicuramente molti di noi ricordano che i nostri genitori ci dicevano di non accettare mai caramelle dagli sconosciuti. Ma, ahimè, è proprio tra le persone a noi più vicine che si nasconde l’abusatore. Con questo non è mia intenzione creare allarmismi, ma in qualche modo ritengo sia importante per tutti i genitori, creare un clima di confidenza all’interno della famiglia, in modo che i bambini si sentano legittimati a poterci raccontare le loro paure o angosce, anche se queste riguardano un parente, un insegnate o il parroco.

                Ecco di seguito alcune delle principali regole che dovremmo insegnare ai nostri figli per proteggersi da eventuali abusi.

  • Il corpo è mio. Insegniamo loro che, se non vogliamo baciare o essere baciati e/o accarezzati, abbiamo il diritto di dire no.
  • Insegniamo loro il concetto di parti intime: parti del corpo che copriamo anche al mare perché appartengono solo a noi. Non possiamo toccarle ad altri e non possono essere toccate senza la nostra autorizzazione.
  • Scoraggiateli ad avere segreti che li mettano in difficoltà. Spiegate loro che spesso le persone che vogliono far del male vogliono condividere un segreto che a noi non piace: <<Se il segreto mi spaventa lo dico subito al mio adulto di fiducia>>.
  • Devo avere degli adulti di cui mi fido e a cui posso chiedere aiuto se qualcuno mi fa qualcosa che mi spaventa.

                In fine, ma non meno importante, aiutiamoli a “capire i segnali di pericolo”: <<Se qualcuno ti sta facendo o dicendo qualcosa che non ti piace sentirai il tuo cuore battere velocissimo, lo stomaco potrebbe farti male e le gambe tremarti, potresti aver voglia di piangere. Se senti queste cose allontanati subito da quella persona e corri a raccontare queste cose alla tua persona fidata >>.

                Molti genitori tendono a non insegnare queste regole ai propri figli perché credono di esorcizzare la paura e la possibilità di potersi trovare in quella situazione. Dalla mia esperienza clinica purtroppo ho dovuto prendere atto che gli abusi sono molto più frequenti di quello che pensiamo. Un bambino potrebbe percepire come abuso anche l’insistenza di alcuni giochi che tra coetanei solitamente sono comuni e fanno parte del normale percorso di crescita.

                Un suggerimento finale è quello di prestare attenzione ai giochi o ai momenti di “intimità” che i vostri figli ritagliano con bambini di età superiore alla loro: capita spesso che pur non volendo far male molte volte accade, l’aiuto e la vicinanza di un adulto potrebbe cambiare l’elaborazione del vissuto. Creare un clima sereno di confronto e ascolto in casa vi permetterà di essere più presenti nei momenti in cui i vostri figli avranno bisogno di voi.

                Se del sesso non si può parlare, non parleremo neanche di questo. Educare alla sessualità non significa parlare solo di sesso ai propri figli, ma anche educare alle emozioni, alla reciprocità, alla relazione, al rispetto per se stessi e per gli altri.

dr Alba Mirabile, psicologa, psicoterapeuta, sessuologa              Padova               

www.studiomirabile.com/stop-abusi-insegnare-al-figlio-proteggersi-dagli-abusi-sessuali

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SINODO

Brucia la Chiesa di papa Francesco?

                È ciò che si domanda lo storico Andrea Riccardi nel suo ultimo libro.[La Chiesa brucia. Crisi e futuro del Cristianesimo, coll. Tempi nuovi, Laterza, Bari 2021, pp. 256,] È vero – mi domando – che una buona parte delle Chiese in Europa occidentale stanno “bruciando”, insieme a quella americana?

                Hanno ragione coloro che – a differenza di A. Riccardi – sostengono invece che esse stanno implodendo, come si può leggere in queste ultime settimane nella stampa specializzata? E che dire del “punto morto” in cui, presumibilmente, si troverebbe la Chiesa tedesca per la sua incapacità di lottare contro gli abusi del clero, sia sessuali sia di potere, come ha sostenuto il cardinale R. Marx nella sua lettera di dimissioni, poi non accolta da Francesco?

                Come è noto, questa Chiesa tedesca sta sperimentando una diminuzione impressionante del numero dei cattolici che pagano la cosiddetta “imposta religiosa” (Steuer), come anche nella frequenza alla messa (circa la metà della popolazione nel 1950 e il 9% nel 2019) e di sacerdoti (17.129 nel 2000 e 12.893 nel 2019). È anche risaputo che i vescovi e un gruppo rappresentativo del laicato tedesco hanno intrapreso, dal 2019, quello che chiamano il “cammino sinodale” (Synodaler Weg) per diagnosticare e approvare proposte in grado di far fronte alla crisi degli abusi del clero, all’emorragia – a quanto pare – inarrestabile di chi non paga la tassa religiosa e alla mancanza di vocazioni. E che propongono di rivedere il celibato sacerdotale, la dottrina sessuale, il ruolo delle donne nella Chiesa, l’elezione dei vescovi, l’esercizio dell’autorità e un lungo eccetera.

                Come è vero che il nervosismo si è impadronito di una buona parte della curia vaticana, e anche di altri episcopati europei e di non pochi gruppi cattolici che aspirano a tornare al secolo XVI, ai tempi del Concilio di Trento o che – nel caso, una parte della Chiesa spagnola e anche di quella basca – sognano di restaurare il nazional-cattolicesimo. Sorprende soprattutto la diagnosi del card. W. Kasper quando denuncia che il “cammino sinodale” non sta «esaminando i problemi critici alla luce del Vangelo» o, detto altrimenti, «senza avere Cristo come norma». È un modo raffinato per dire che la Chiesa tedesca – ignorando il suo fondamento – si è inoltrata in un percorso scismatico. Perché – è stata la risposta decisa e ferma – i cattolici tedeschi dovrebbero dimenticarsi di un rapporto con il mondo dettato da un’empatia critica? Perché dovrebbero tornare alle condanne stupide e autoritarie del “mondo” così comuni nei decenni prima del Vaticano II? Com’è possibile che W. Kasper si sia dimenticato che il “mondo”, con le sue conoscenze e i suoi saperi e i suoi modi di vivere, non è un luogo di “perdizione” ma di “incontro con Cristo”?

                Questa denuncia – e altre simili – mette in risalto la tentazione alla quale, a quanto pare, non possono sottrarsi coloro che – come nel caso del cardinale – hanno finito per essere “contaminati” dall’autoritarismo e dal patriarcalismo, che, quasi sempre, finisce per prendere il sopravvento in coloro che vivono troppo a lungo nella amministrazione e non sul campo; per quanto lucidi possano essere i loro contributi in altri ambiti.

In definitiva – si è sottolineato nella replica – sono critiche di nostalgici di un tempo che non tornerà mai più e ai quali non rimane altro modo per attirare l’attenzione che citare “il fantasma” dello scisma o della rottura della comunione. In realtà, sono persone che non ne vogliono sapere di assemblee o di sinodi dei battezzati, nonostante Francesco li abbia resi obbligatori prima di ogni sinodo dei vescovi.

                Resta da vedere come sapremo attuare questa direttiva pontificia. Temo molto che, viste le consultazioni che ci sono state in occasione dei precedenti sinodi, non si andrà al di là di un lavoro di abbellimento. Fortunatamente capita che Francesco abbia “incoraggiato” la Chiesa tedesca a continuare a discutere «in maniera aperta e onesta le questioni sollevate» e a formulare «raccomandazioni che permettano un rinnovamento». Lo ha fatto nell’udienza concessa a G. Bätzing, presidente della Conferenza episcopale tedesca, il 24 giugno 2021. Più ancora, ha chiesto che i contributi del “cammino sinodale” tedesco contribuiscano alla preparazione del sinodo dei vescovi del 2023, da lui stesso convocato.

                La Chiesa brucia con papa Bergoglio? Niente di tutto questo. Piuttosto, dà l’impressione di avere troppi “pompieri” che tentano di spegnere l’impulso sinodale da lui stesso messo in atto e sono impegnati a impedire lo smantellamento di una struttura anacronistica, autoritaria e patriarcale. Forse, proprio per questo, non è il caso di parlare di incendio, di implosione o di “punto morto”, quanto piuttosto del crollo di una fatiscente struttura di governo e di un’organizzazione più somigliante all’Impero Romano che al modello organizzativo sperimentato nei due primi della Chiesa cristiana e che da diversi secoli la ragione chiede di modificare. Vista così la situazione, è evidente che, nella Chiesa cattolica, abbondi questo genere di “pompieri”, mentre, per gli stessi motivi e con la stessa grinta, sarebbe necessario un maggior numero di “piromani”.

Jesús Martínez Gordo   Settimananews               12 luglio 2021

www.settimananews.it/chiesa/brucia-la-chiesa-papa-francesco/?utm_source=newsletter-2021-07-

               

Un Concilio per la Chiesa americana

                Il Terzo Concilio Plenario della Chiesa cattolica americana di Baltimora si concluse nel dicembre 1884. Tra i suoi risultati vi fu il catechismo noto a generazioni di cattolici come Catechismo di Baltimora. Questa riunione fu l’ultimo di 13 concili di diverso tipo che ebbero luogo a Baltimora tra il 1829 e il 1884. Questi 13 concili fecero degli Stati Uniti uno dei luoghi più conciliari della Chiesa cattolica in quel periodo – radicati, in parte, nell’esperimento democratico del paese. Date tutte le sfide che la Chiesa cattolica sta affrontando nel nostro paese, siamo già molto in ritardo per un momento in cui i vescovi, il clero, i religiosi e i fedeli laici del nostro paese possono discernere insieme come essere il popolo di Dio nel nostro tempo e nel nostro paese.

                È tempo che noi, come Chiesa, convochiamo un Quarto Consiglio Plenario di Baltimora. Dato il lavoro di preparazione pratica e di conversione spirituale necessario per un tale evento, esso dovrebbe essere tenuto nel 2029 – ossia, nel 200° anniversario del Primo Concilio di Baltimora del 1829. Questo ci permetterà di camminare insieme nel dialogo sui bisogni pastorali della nostra Chiesa.

                Questioni aperte. La più importante delle molte sfide che la Chiesa dovrà affrontare nei prossimi decenni è la questione dell’abuso sessuale dei minori da parte dei chierici e il fatto che tali abusi sono stati resi possibili da parte di vescovi, superiori religiosi e altri leader della Chiesa. Dobbiamo ancora riconoscere pienamente e affrontare questi peccati, sia passati che presenti. Né abbiamo affrontato in modo appropriato le risposte che si stanno dando ai sopravvissuti degli abusi sessuali clericali e ad altre forme di molestie sessuali e cattiva condotta.

                Negli ultimi anni, gli omicidi di George Floyd, Breonna Taylor, Rayshard Brooks e di troppi altri afroamericani per mano di agenti di polizia hanno finalmente avviato dei dibattiti e aumentato la consapevolezza delle persone su quanto profondamente le istituzioni degli Stati Uniti, inclusa la Chiesa, siano formate da storie di supremazia bianca e ingiustizia razziale. Come Chiesa dobbiamo ancora affrontare collettivamente le strutture del razzismo sistematico e i suoi effetti su tutte le persone di colore, che sono o saranno presto la maggioranza dei cristiani cattolici negli Stati Uniti.

                Molti di noi si sono resi conto di come i cattolici bianchi, che predominano nella leadership delle diocesi, delle università cattoliche, delle parrocchie e di altre istituzioni cattoliche (mi includo qui come teologo cattolico bianco), controllano le principali conversazioni e narrazioni, trascurando di ascoltare le voci dei cattolici neri, latini, nativi americani, mediorientali e dell’Asia-Pacifico nel nostro paese.

                La Chiesa sta anche incontrando significativi cambiamenti demografici, a cui si è fatto fronte finora con risposte imprecise o con una paralizzata inazione in molti ambiti. Le istituzioni radicate nelle comunità di immigrati euro-americani del Nord-Est e del Midwest sono in declino, e la voce e le dimensioni crescenti delle popolazioni cattoliche del Sud e dell’Ovest offrono sfide e opportunità per la Chiesa. In relazione a questo c’è la questione più ampia di come evangelizzare, come organizzare e strutturare i nostri ministeri e come andare avanti nel servizio al Vangelo del regno di Dio in uno stato americano la cui politica, economia, strutture sociali e norme sono molto diverse dai tempi dell’ultimo consiglio plenario del 1884.

                Una terza questione che richiede attenzione è lo status e il trattamento delle donne nella Chiesa. I cattolici negli Stati Uniti sono divisi sulle questioni riguardanti l’ordinazione delle donne al presbiterato e all’episcopato. Ma le questioni dell’ordinazione delle donne al diaconato e la mancanza di voci femminili a livello decisionale nella nostra Chiesa hanno urgente bisogno di essere affrontate. Un concilio plenario potrebbe aprire uno spazio per le donne cattoliche per parlare tra loro, e alla Chiesa nel suo complesso, delle loro speranze e paure per il futuro della Chiesa statunitense e del loro coinvolgimento.

                Una quarta questione, implicita nelle altre tre, è il modo in cui siamo divisi come cattolici. Ci manca lo spazio per discutere, con carità e generosità, le principali questioni ed esperienze che ci dividono. Abbiamo bisogno di dar voce ai nostri disaccordi riguardo al genere, alla sessualità, alla politica, all’economia e alla responsabilità ambientale. Abbiamo bisogno di uno spazio abbastanza ampio da includere i cattolici che spesso vivono ai margini della Chiesa, dai cattolici divorziati e risposati e i cattolici LGBT da una parte ai cattolici che si identificano come “tradizionali” dall’altra. Abbiamo bisogno di sentire dagli ex cattolici perché hanno scelto di andare altrove, e dai nuovi cattolici perché hanno scelto di unirsi a noi. E dobbiamo riflettere – con i membri di altre Chiese cristiane, con i membri di altre tradizioni religiose e con tutte le persone di buona volontà – su come possiamo contribuire al bene comune della chiesa e della nostra casa comune.

                Perché un Concilio? Perché avere questa conversazione attraverso un concilio plenario, piuttosto che attraverso qualche altra forma assembleare? Dopo tutto, abbiamo già la Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti, che riunisce regolarmente i leader della nostra Chiesa per determinare la politica ecclesiastica e i piani pastorali. In che modo questo sarebbe diverso e non solo un’altra forma di organismo clericale? Ancora più a lungo di quanto abbiamo avuto papi e primati nella Chiesa, abbiamo avuto concili, o riunioni di cristiani per il discernimento comune, il dialogo e il processo decisionale. La teologia chiama il principio di questa forma di discernimento collettivo “sinodalità”. Mentre la goffaggine e la poca familiarità col termine suggeriscono quanto poco essa abbia giocato nella nostra Chiesa negli ultimi secoli, un recente documento vaticano ha affermato che “la sinodalità è una dimensione essenziale della Chiesa”; e papa Francesco ha suggerito che la sinodalità è “ciò che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio”. E mentre molti cattolici sono a conoscenza dei concili “ecumenici” o “mondiali” della Chiesa come Nicea e Calcedonia, Trento e il Concilio Vaticano II, meno sono a conoscenza delle pratiche dei concili diocesani, regionali e nazionali che hanno segnato la nostra storia. Come definito nel Codice di diritto canonico del 1983, un concilio plenario offre alcuni vantaggi che altre istituzioni, come la conferenza episcopale, non offrono. In primo luogo, proprio come nel Concilio Vaticano II, i vescovi formano il nucleo del concilio e solo loro possiedono il diritto di voto deliberativo sui suoi decreti finali. Questo rende gli insegnamenti del concilio un esercizio ufficiale del loro magistero di insegnamento collettivo – a differenza delle dichiarazioni della conferenza episcopale, che secondo la legge attuale non sono vincolanti per nessun vescovo particolare nella sua diocesi.

                In secondo luogo, a differenza delle riunioni della Conferenza episcopale, un concilio plenario è un incontro molto più ampio di persone che si occupano di problemi della Chiesa in una particolare regione. Alcuni membri della Chiesa devono per legge essere invitati a partecipare al concilio: i vicari di tutte le diocesi; i rappresentanti dei superiori maggiori delle comunità religiose, sia maschili che femminili; i presidenti delle università cattoliche e i decani delle facoltà di teologia e diritto canonico; i rappresentanti dei rettori dei seminari; i rappresentanti dei consigli presbiterali e dei consigli pastorali di ogni diocesi. Oltre a questi partecipanti richiesti, altri membri della Chiesa – sacerdoti, diaconi, religiosi, teologi e fedeli laici – possono essere invitati a partecipare ai lavori del concilio, così come osservatori, ospiti ecumenici e interreligiosi (Codice di diritto canonico, canone 443).

                È vero, però, che coloro che non sono vescovi non hanno un voto “deliberativo”, il che significa che non votano per approvare o respingere particolari documenti; sarebbe difficile all’interno dell’attuale ecclesiologia cattolica che i decreti possano avere l’autorità che hanno senza questa limitazione. Ma quello che il diritto canonico definisce come voto “consultivo” o, meglio, “voce” degli altri invitati dà loro la possibilità di condividere le loro esperienze e le loro conoscenze con il concilio nel suo insieme. Tale partecipazione supera potenzialmente anche quella del Vaticano II, quando i partecipanti non vescovi erano generalmente pochi e lontani tra loro. Un incontro in cui siano presenti rappresentanti dell’ampiezza e della profondità del clero cattolico, dei religiosi e dei laici degli Stati Uniti sarebbe un’opportunità unica per discernere il sensus fidelium, il senso dei fedeli, insieme ai nostri vescovi sul passato, sul presente e sul futuro della nostra Chiesa.

                Infine, e forse la cosa più importante, i concili, siano essi locali o ecumenici, differiscono dagli altri incontri ecclesiastici e secolari in quanto sono innanzitutto atti di preghiera. Il verbo primario usato per un concilio non è organizzato o convocato o tenuto, ma celebrato. Decreti, decisioni e documenti sono sempre stati emessi dai concili, ma a differenza delle assemblee delle conferenze episcopali o di quelle delle legislature secolari, i concili sono prima di tutto una realtà sacramentale – stabiliscono la comunione della Chiesa in un luogo particolare e in tempo reale. Piuttosto che essere un organo deliberativo in cui si prega, sono un organo di preghiera in cui si delibera.

                Come funzionerebbe un Concilio? È ovvio solo dalla lista dei potenziali partecipanti che un tale incontro non sarebbe un’impresa facile, come raramente lo sono stati i concili nella storia della Chiesa. Innanzitutto, il concilio non deve essere un esercizio vuoto di approvazione di una serie di risultati predeterminati prima che i partecipanti arrivino a Baltimora. Piuttosto, se deve essere un vero momento di discernimento collettivo dei cattolici negli Stati Uniti, dovrà iniziare con processi preparatori di dialogo e discernimento all’interno delle diocesi, delle parrocchie e di altre comunità degli Stati Uniti. In termini ecclesiologici, l’autorità dei vescovi che insegnano insieme in un concilio deriva non solo dalla loro saggezza come individui, con le loro idee e priorità, ma anche come incarnazione della fede, della vita e della testimonianza dei cattolici nella loro Chiesa locale, la loro diocesi. Come ha sostenuto il teologo Richard Gaillardetz, incarnare questa fede richiede che i vescovi non siano solo insegnanti ma anche discenti, che ascoltino la fede, le esperienze e le domande del loro popolo. Fare questo richiederà tempo, organizzazione, impegni episcopali e clericali per un modo rinnovato di esercitare il loro ministero e, soprattutto, pazienza da tutte le parti.

                Un processo sinodale preconciliare, fatto bene, ha un potenziale catechetico per i fedeli e per i loro pastori per imparare a parlarsi e a imparare gli uni dagli altri. Potrebbe fornire la possibilità di rinnovare, nella forma e nella funzione, i consigli presbiterali e pastorali diocesani, così come i consigli pastorali parrocchiali, con un tratto più democratico. Se condotta con trasparenza ed equità, trattando tutti i membri della Chiesa come interessati piuttosto che come consumatori, come collaboratori piuttosto che come lattanti, la preparazione di un concilio nazionale plenario potrebbe essere un momento di crescita e di matura corresponsabilità in tutta la Chiesa degli Stati Uniti.

                Un’altra serie di sfide riguarda l’esecuzione del concilio. I concili hanno sempre operato con l’aspettativa di un consenso o di un consenso virtuale, piuttosto che di un semplice voto di maggioranza. Sebbene sia meno probabile vedere le esplosioni di unanimità spontanea descritte nei documenti dei primi concili della Chiesa, gli storici del Vaticano II hanno notato quanto duramente i padri conciliari abbiano lavorato per elaborare documenti che sarebbero stati accettabili per la grande maggioranza dei membri, e di solito prendevano le loro decisioni con l’aspettativa di un voto dei due terzi. Purtroppo, trovare il consenso attraverso il dialogo non è un’abilità particolarmente ben esercitata attualmente negli Stati Uniti, dentro o fuori la nostra Chiesa. Una triste prova di ciò è stata appena data all’incontro di giugno della Conferenza episcopale. I processi preparatori, compresi i sinodi diocesani o i concili regionali, potrebbero aiutarci a iniziare a riapprendere le abitudini sinodali e a praticare il dialogo conciliare negli anni che precedono il concilio plenario.

                Possiamo anche guardare ad altre esperienze di sinodalità, sia positive che negative, per ottenere la sapienza di cui abbiamo bisogno. Il teologo Bradford Hinze, nel suo lavoro sul dialogo nella Chiesa, evidenzia i successi e gli insuccessi del più recente tentativo di discernimento cattolico a livello nazionale, l’incontro Catholic Call to Action del 1976, così come le esperienze postconciliari nel discernimento collettivo e nel processo decisionale sperimentato dalle comunità religiose femminili. I cinque processi Encuentro dei cattolici ispanici statunitensi dal 1972 forniscono forse l’esempio più solido di una conversazione nazionale iniziata a livello locale, riunita a livello nazionale, e poi ritornata per essere ricevuta nelle parrocchie, nei ministeri e nelle diocesi locali. Le comunità religiose femminili negli Stati Uniti hanno una saggezza di lunga data, acquisita duramente, sui metodi basati sul consenso per la leadership e il discernimento collettivo.

                Inoltre, le Chiese cattoliche nazionali hanno esperienza nel riunirsi insieme; i cattolici tedeschi si riuniscono in processi sinodali e la Chiesa cattolica australiana terrà presto il suo concilio plenario. Le comunità protestanti che si incontrano regolarmente in conferenze o convegni, nonostante le differenze nella struttura e nella teologia, forniscono risorse utili ed esperienza di lunga data per le migliori pratiche nel discernimento collettivo. Imparare dai successi e dai fallimenti di tutte queste varie esperienze aiuterebbe l’esecuzione del concilio plenario. I processi sinodali basati sul consenso hanno bisogno di uno spazio aperto per ascoltare le voci di tutti, compresi i giovani e coloro le cui voci sono state meno ascoltate per varie ragioni. Una salvaguardia chiave qui sarebbe la selezione dei partecipanti invitati al concilio. Da un lato, molti dovrebbero essere rappresentativi della fede, della vita e della testimonianza delle loro Chiese locali.

                Allo stesso tempo, un’attenta selezione dei partecipanti invitati, provenienti da identità attuali e storicamente emarginate e da distinte comunità di esperienza, comprese quelle potenzialmente più impegnative per lo status quo, sarà fondamentale per evitare che si scivoli dalla ricerca del consenso alla debole ratifica dello status quo. Forse la cosa più importante, data la predominanza di voci maschili e bianche nell’assemblea guidata dai nostri attuali vescovi, la selezione preferenziale di donne e di cattolici di colore come partecipanti sembra essere un requisito per la credibilità e l’autenticità di un concilio.

                Infine, l’attuazione di un concilio nazionale richiederà tempo per la riflessione, il giudizio e la ricezione. Mentre un concilio plenario è inteso come un evento piuttosto che come un corpo permanente o una legislatura, non c’è nessuna legge che richieda che il suo lavoro sia completato in una settimana o in un fine settimana. Come il Vaticano II e le recenti deliberazioni del Sinodo universale dei vescovi, riunirsi in diverse sessioni, separate da un anno per la ricezione e il feedback nelle diocesi locali, potrebbe aumentare il valore, l’autenticità e l’efficacia dei risultati finali del consiglio.

                Perché Baltimora nel 2029? Una ragione per tenere un concilio a Baltimora nel 2029 è l’ovvia risonanza simbolica di tornare nel luogo del Primo Concilio Plenario duecento anni dopo per ricominciare la nostra vita insieme come Chiesa sinodale. Ma mentre tale simbolismo potrebbe essere importante, questo da solo non è un motivo sufficiente. Baltimora stessa fornirebbe un ideale crocevia di alcune delle maggiori questioni di cui dobbiamo parlare. Non è solo la storica “prima sede” della Chiesa cattolica statunitense, ma è stata anche storicamente un centro per i cattolici neri negli Stati Uniti – in parte a causa del gran numero di loro antenati schiavizzati da laici, clero e istituzioni cattoliche.

                Baltimora è il luogo dove Freddie Gray è morto in custodia della polizia nel 2015, e l’intersezione di razza, classe e povertà ne fanno un luogo dove la partecipazione della Chiesa al razzismo sistematico non può essere ignorata. Baltimora è anche una città che affronta molte delle sfide che si trovano nelle diocesi cattoliche del Nord-Est e del Midwest: sfide e opportunità per nuovi ministeri di fronte ai cambiamenti demografici, alla diminuzione del numero di sacerdoti e seminaristi, alle infrastrutture sempre più costose, alla crescente disuguaglianza di ricchezza e alle difficoltà finanziarie, e a tutte le altre realtà di essere una Chiesa cattolica in un’epoca secolare.

                Ma il concilio plenario non deve svolgersi solo a Baltimora. Oltre a tutto il lavoro preparatorio che avrebbe luogo in tutto il paese, un concilio che avesse più sessioni potrebbe continuare l’anno successivo in un’altra parte del paese. Una possibilità potrebbe essere quella di spostarsi nella spesso dimenticata sede originaria del cattolicesimo romano in quelli che oggi sono gli Stati Uniti, il sud-ovest americano, dove i cattolici di lingua spagnola vivevano e trasmettevano la fede già all’inizio del XVII secolo. Ciò collocherebbe le nostre conversazioni con i cattolici ispanici e nativi americani in una prospettiva più ampia, al di là della storia euro-americana del cattolicesimo statunitense.

                Ci si potrebbe chiedere: se questi problemi sono così urgenti e il bisogno così ovvio, perché aspettare fino al 2029? La risposta, al di là del simbolismo dell’anniversario, è che semplicemente non siamo ancora pronti per un tale incontro. Come un atleta infortunato che è stato in convalescenza, non abbiamo esercitato i nostri muscoli sinodali per molto tempo, ed è probabile che faremmo ulteriormente del male a noi stessi e agli altri senza una terapia ecclesiale un po’ più intensa e graduale. Un concilio plenario tenuto prima del tempo potrebbe portare a risposte superficiali e inefficaci, a un conflitto più profondo senza consenso, a un clericalismo che approva proposte scollegate dalla realtà dei cattolici di questo paese, o, se Twitter è una guida, semplicemente a un sacco di urla gli uni contro gli altri.

                Al di là della necessità di molta preparazione pratica, il bisogno più profondo per un concilio che riesca è una conversione delle menti e dei cuori alla sinodalità. Se importiamo semplicemente le nostre motivazioni politiche di regola della maggioranza e di giochi di potere in un concilio o, al contrario, manteniamo una conversazione interamente gerarchica chiusa all’input dell’intero popolo di Dio, il concilio fallirà, e fallirà in modo spettacolare. “La sinodalità”, ha scritto la Commissione Teologica Internazionale, “non è semplicemente una procedura di lavoro, ma la forma particolare in cui la Chiesa vive e opera”, così come “un metodo di discernimento comunitario e apostolico che è un’espressione della natura stessa della Chiesa”. Crescere spiritualmente in un recupero di questa visione richiederà tanto tempo e sforzo quanto le considerazioni pratiche.

                Perché no? Ci sono naturalmente molte ragioni per non tenere un concilio plenario: la spesa dell’impresa, i pericoli di ulteriori divisioni e scismi, il potenziale di un concilio fallito che causa ulteriori danni alla vita della Chiesa, il rischio che un processo mal gestito emargini ulteriormente o disimpegni i laici e le persone già emarginate nella nostra Chiesa. Probabilmente si potrebbero addurre altri argomenti. Potrebbe andare tutto storto così facilmente. D’altra parte, le sfide stesse non se ne andranno, e affrontarle collettivamente e sinodalmente, con il contributo della più ampia gamma possibile di fedeli e con i particolari vantaggi che il meccanismo di un concilio plenario fornisce, sembra un modo migliore di affrontarle che ignorarle completamente o continuare ad affrontarle solo all’interno delle strutture attualmente in uso.

                Fondamentalmente, la vocazione di un concilio plenario è ricordare che ogni concilio è un atto di fede, speranza e amore: fede nel Dio di cui siamo il popolo; speranza nella guida dello Spirito Santo; e amore per Cristo e per coloro che Cristo ha reso nostri fratelli e sorelle. È anche un atto di fede, speranza e amore per la Chiesa e per gli altri, in questo tempo e in questo luogo. I concili sono raramente convocati quando le cose vanno bene. Come in tempi passati di malessere e incertezza ecclesiale, il rischio di un concilio di questo tipo potrebbe valere il potenziale di una nuova effusione di grazia per i cattolici degli Stati Uniti, ora e per il nostro futuro.

                È tempo di celebrare un altro Concilio di Baltimora.

Jesús Martínez Gordo    America, rivista gesuiti USA      12 luglio 2021

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TEOLOGIA

Gli sposi sono già “diaconi”

                Qual è “il ministero della coppia”? Per un’integrazione degli sposi nella vita della Chiesa senza “toppe” clericali. Perché dopo due Sinodi sulla famiglia l’importanza ecclesiale degli sposi ha ancora bisogno della “legittimazione clericale” per essere riconosciuta? Ad esempio, e impropriamente secondo me, mediante il filtro del diaconato permanente. Per spiegare quello che voglio dire, devo ricordare una storia che qui su Vinonuovo ho già raccontato. La storia è quella di Enrico e Desi Ceccarelli. Sposi, genitori e poi missionari in Mozambico. Rientrati a Piombino, in provincia di Livorno, fu loro affidata la corresponsabilità di una parrocchia in una cappellania che ne includeva tre, ma con soli due sacerdoti disponibili. Abitavano “in canonica”. O meglio, la loro casa era divenuta una canonica in stile familiare. Un giorno proposero a Enrico di avviarsi al diaconato permanente. Forse – suppongo io – per offrire una legittimazione, per dare un vestito accettabile al ruolo e al servizio che stavano svolgendo insieme (e insieme ai figli, tra l’altro). Enrico ringraziò, ma declinò dicendo che tutta la sua esperienza missionaria era stata vissuta in coppia, alla luce e grazie alla “consacrazione matrimoniale” ricevuta con Desi; e che non vedeva come questo potesse essere integrato nella sua ordinazione diaconale. Piuttosto immaginava e proponeva l’istituzione di un “ministero della coppia”. Quello che faceva, il servizio che svolgeva, lo sguardo missionario sul mondo e sulle persone che aveva sviluppato, per Enrico era maturato come coppia di sposi. Per lui insomma erano già “diaconi”, prima come battezzati e poi come sposi.

                È alla luce di questa intuizione, per me ispiratrice da tanti anni, che ho letto il post di qualche tempo fa di Assunta Steccanella, qui su Vinonuovo. Assunta è un’esperta e riconosciuta teologa, io un brontolone rompiscatole. Ma cercherò di spiegare come posso cosa mi convince e cosa no nella sua riflessione, che invito a rileggere. Lascerò per brevità sullo sfondo tutta una serie di implicazioni a questo ragionamento.

                Mi piace in Assunta la sapienza di cogliere lo spiraglio possibile – dato il contesto – e la sua intuizione in prospettiva: vedere come segno di un cammino in avanti, “in uscita”, quello di un incontro diocesano di formazione e programmazione in cui sono stati invitati non solo vescovi, sacerdoti e diaconi, ma “anche” le mogli dei diaconi. Comprensibilmente Assunta gioisce della presenza di quelle che lei ha definito “coppie diaconali” e le è venuto spontaneo chiamare “diacone” le mogli dei diaconi. Ora io qui non sono in grado di affrontare tutte le implicazioni di queste sue due suggestioni. Per inciso mi pare di aver inteso – al netto dei mal di pancia di questo o quel vescovo o responsabile del diaconato – che anche tra i diaconi permanenti (e le loro mogli) queste due, diciamo, soluzioni retoriche non sono “scontate” e possono anche aprire ferite e incomprensioni nella coppia.

                Mi piace anche il richiamo di Assunta al fatto che il matrimonio, come il ministero ordinato, è un sacramento di servizio, che imprime un carattere negli sposi e che non si cancella. Con la coppia nasce un nuovo soggetto, scrive Assunta. Ma perché allora per “immaginare il possibile”, ossia una più ricca integrazione degli sposi in quanto tali nella vita della Chiesa, abbiamo bisogno del cappello clericale? Della legittimazione offerta alla moglie dall’ordinazione del marito diacono? Per completare l’osservazione di Assunta, cito il catechismo. Nella premessa del capitolo “I sacramenti al servizio della comunione” al numero 1.534, si dice: “Due altri sacramenti, l’Ordine e il Matrimonio, sono ordinati alla salvezza altrui. Se contribuiscono anche alla salvezza personale, questo avviene attraverso il servizio degli altri. Essi conferiscono una missione particolare nella Chiesa e servono all’edificazione del popolo di Dio”.

                Non si tratta di una nota a margine, o magari dell’ultimo articolo di un paragrafo. Ma è la premessa. A me pare evidente che qui venga detto che, fatti salvi i ministeri propri dell’ordine, nella prospettiva del “servizio alla comunione” questi due sacramenti devono essere integrati. Hanno bisogno l’uno dell’altro per funzionare bene. Non c’è qui una base migliore rispetto ad altri escamotage per fondare e dare corpo a quel “ministero della coppia” immaginato da Enrico e Desi (anche sul piano liturgico, per esempio) e per far comprendere il valore del matrimonio per la vita della Chiesa?

                Non è prima di tutto una questione di ruoli o di incarichi – che spesso mi sembrano ancora una toppa di legittimazione clericale sopra buchi antichi – ma di una sincera visione di Chiesa “tutta ministeriale” (come immaginava il Concilio Vaticano II). E quindi davvero sinodale.

                Simone Sereni                                 Vinonuovo 15 luglio 2021

www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/gli-sposi-sono-gia-diaconi

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VIOLENZA

Le molestie sessuali nei luoghi di lavoro

  1. 1.       Molestie e mobbing. La disciplina giuridica delle molestie è stata introdotta soltanto nel nostro ordinamento con il D.lgs. n. 145 del 2005, poi trasfuso nel Codice delle pari opportunità tra uomo e donna (D.lgs. n. 198 del 2006). Il riconoscimento giuridico delle molestie è avvenuto - sia da parte del diritto comunitario, sia da parte del diritto nazionale – prima con riguardo ad altri fattori di “rischio” (rispetto ai quali la tutela antidiscriminatoria ha conosciuto importanti sviluppi), e poi, successivamente, anche in relazione al sesso. Seguendo le prescrizioni della Direttiva 2000/43/CE («che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica») e della Direttiva 2000/78/CE («che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro»), le normative italiane di trasposizione (D.lgs. n. 215 del 2003 e, rispettivamente, D.lgs. n. 216 del 2003) stabiliscono infatti che si debbano considerare come «discriminazioni» anche le molestie poste in essere per motivi di razza, origine etnica, religione, convinzioni personali, handicap, età ed orientamento sessuale. Viene spontaneo chiedersi perché le molestie sessuali sono state qualificate dal legislatore come «discriminazioni». In effetti la discriminazione implica una comparazione tra un trattamento deteriore riservato a persona di un determinato sesso rispetto al trattamento privilegiato attribuito ad altra dell’altro sesso.

Nel caso delle discriminazioni da molestie sessuali, questa comparazione non viene e non va operata. La discriminazione, per scelta legislativa, è a monte, insita nel fatto che il trattamento vessatorio e persecutorio (potrebbe dirsi mobbizzante) è «fondato sul sesso». Il legislatore avrebbe più correttamente potuto qualificare le «molestie sessuali» come comportamento persecutorio o mobbizzante, ma – stante il fatto che il mobbing non era (e non è) ancora riconosciuto dotato di una disciplina giuridica – ha preferito ricondurre le vessazioni a connotazione sessuale nell’alveo della disciplina antidiscriminatoria, connotata da pacifico riconoscimento giuridico, in termini processuali e sanzionatori.

                Si è trattato di una scelta discrezionale del legislatore, caratterizzata da cd. «favor» rispetto alle persecuzioni mobbizzanti non fondate sul sesso, che - senza essere inquadrabili in una cornice regolamentare di natura legislativa - possono solo ottenere riconoscimento e protezione in sede giudiziaria (con tutte le conseguenti incertezze anche in termini di esito della controversia). Tuttavia va rilevato che anche le molestie da mobbing, a nostro avviso, hanno successivamente ricevuto - per effetto del D. L. 23 febbraio 2009 n. 11 convertito nella L. 23 aprile 2009 n. 38 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori) - un riconoscimento legislativo di natura sanzionatoria (passato sotto silenzio per l’enfasi conferita al solo fenomeno dello stalking che ha visto impegnato l’allora Ministra Carfagna), proprio nella enfatizzata disciplina dello stalking, L’articolo aggiuntivamente introdotto, così dispone: «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita».

                Chi ha esaminato o conosce la fattispecie vessatoria del mobbing – tramite le variegate e multiformi modalità di inflizione delle molestie e delle mortificazioni – sa bene che lo stato d’ansia e di paura, sfociante nelle sindromi depressive solitamente coniugate ad attacchi di panico, costituiscono la patologia degenerativa di elezione per il mobbing, rifluenti nel riscontro e nella richiesta risarcitoria di danno biologico; parimenti ricorre nel mobbing la conseguenza delle «modificazione peggiorativa della qualità della vita» derivante giustappunto da una sostanziale «alterazione delle proprie precedenti abitudini di vita», in tutte le sue forme manifestative che ricomprendono le relazioni sociali, le forme ricreative e gli abituali svaghi, i rapporti all’interno della famiglia, ecc.

                Non si può quindi, oramai più, correttamente affermare che il mobbing sia fenomeno del tutto estraneo alla codificazione giuridica.

                Il mobbing tuttavia – rispetto alle molestie sessuali - si caratterizza per la finalità del soggetto agente, i cui comportamenti vessatori sono tipicamente diretti ad emarginare la vittima dall’ambiente di lavoro, al limite inducendola a rassegnare le dimissioni; mentre obiettivi del genere non sono affatto necessari per poter considerare giuridicamente illecite le molestie sessuali.

                2. Molestie sessuali. Come anticipato, le molestie sessuali configurate legislativamente quali «discriminazioni», dal punto di vista meramente fattuale, non sono caratterizzate necessariamente da un trattamento penalizzante nei confronti di un lavoratore, accompagnato da un trattamento di favore riservato al lavoratore dell’altro sesso (ovvero l’ipotesi classica della discriminazione di sesso).

                Le molestie, in realtà, sono vietate dall’ordinamento giuridico in quanto comportamenti lesivi della dignità dei soggetti che ne sono vittime. Per questo, nel caso delle molestie, a differenza di quanto tipicamente avviene di fronte ad una discriminazione vera e propria, non è necessario andare alla ricerca di un termine di comparazione (il trattamento di maggior favore riservato al lavoratore dell’altro sesso).

                Le molestie, peraltro, hanno in comune con le discriminazioni la circostanza che al loro accertamento si procede con una valutazione di tipo oggettivo. Non occorre, in altre parole, accertare l’intento del soggetto agente, essendo sufficiente verificare l’effetto (di lesione della dignità della persona) prodotto sul soggetto molestato, allo stesso modo della «condotta antisindacale» ricorrente indipendentemente dall’intenzionalità datoriale di nuocere, sufficiente essendo l’oggettiva compressione e/o vanificazione del ruolo del sindacato (al riguardo, in tal senso, Cass. SU. 12.6.1997 n. 5295).

                Il fatto che le molestie vadano considerate come «discriminazioni», d’altra parte, implica – come già anticipato - che esse siano assimilate alle discriminazioni vere e proprie sia sul versante sanzionatorio, sia su quello processuale.

                Il legislatore (comunitario e nazionale) si è preoccupato innanzi tutto di sanzionare il cosiddetto ricatto sessuale, stabilendo che «il rifiuto di, o la sottomissione a, tali comportamenti (molestie e molestie sessuali) da parte di una persona non possono essere utilizzati per prendere una decisione riguardo a detta persona» (Direttiva 2002/73/CE, art. 1). Si tratta di una prescrizione che il legislatore italiano ha raccolto, precisando che qualsiasi atto inerente al rapporto di lavoro (un mutamento di mansioni, un trasferimento, un provvedimento disciplinare, ecc.) è nullo se adottato «in conseguenza del rifiuto o della sottomissione» ai comportamenti molesti (art. 26, comma 3, del Codice delle pari opportunità, che così letteralmente dispone :«Gli atti, i patti o i provvedimenti concernenti il rapporto di lavoro dei lavoratori o delle lavoratrici vittime dei comportamenti di cui ai commi 1 e 2 sono nulli se adottati in conseguenza del rifiuto o della sottomissione ai comportamenti medesimi»).

                Grazie a tale previsione, solo per fare un esempio, una lavoratrice che - per aver rifiutato di sottostare ad un certo comportamento molesto - sia stata colpita da un trasferimento punitivo (ancorché formalmente giustificato da ragioni tecnico-organizzative), potrà rivolgersi al giudice ed ottenere l’annullamento del trasferimento stesso.

                Le molestie, d’altra parte, possono esaurirsi in se stesse, senza che vi si accompagnino ulteriori provvedimenti lesivi nei confronti del soggetto molestato, tuttavia non per questo sono destinate a restare senza conseguenze per il loro autore. Soccorre, infatti, la loro considerazione da parte del legislatore come «discriminazioni», in virtù della quale sarà possibile agire in giudizio richiedendo il risarcimento del danno.

                Va sottolineato che la vittima delle molestie potrà avvalersi della procedura d’urgenza prevista dall’art. 38 del Codice delle pari opportunità, ed utilizzabile nei confronti di qualsiasi forma di discriminazione («in tutti i casi di azione individuale in giudizio», come precisa il comma 6 dell’art. 38), per ottenere «il risarcimento del danno anche non patrimoniale». L’azione in giudizio, naturalmente, come per qualsiasi ipotesi di discriminazione, potrà essere intentata, su delega della persona molestata, dal consigliere/a di parità.

                Va precisato che il risarcimento del danno va sempre chiesto nei confronti del datore di lavoro, anche quando non si tratti dell’autore delle molestie, dal momento che sul datore di lavoro grava il generale obbligo, previsto dall’art. 2087 c. c., di adottare tutte le misure necessarie a preservare, nei luoghi di lavoro, non solo l’integrità fisica ma anche «la personalità morale dei prestatori di lavoro».

                Se poi l’autore materiale dei comportamenti molesti è un superiore gerarchico o un collega di lavoro, resta aperta la possibilità di agire direttamente nei suoi confronti, facendone valere la relativa responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c., in ragione della violazione del principio del «neminem lædere»

                3. Tipologia legale delle molestie. Seguendo l’impostazione della direttiva comunitaria, l’art. 26 del d.lgs. n. 198 del 2006 (Codice delle pari opportunità) distingue due ipotesi diverse, considerando separatamente le molestie (semplici) e le molestie sessuali (vere e proprie):

                a) le molestie sono «quei comportamenti indesiderati, posti in essere per ragioni connesse al sesso, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo» (art. 26, comma 1);

                b) per molestie sessuali, invece, si intendono «quei comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, espressi in forma fisica, verbale o non verbale, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo» (art. 26, comma 2).

                Le due ipotesi sembrano alludere a comportamenti, comunque connessi al sesso, di diversa gravità secondo la valutazione del legislatore (minore nel caso delle molestie semplici, ove il sesso pare venire in rilievo come mero movente della condotta; maggiore in quello delle molestie sessuali, rispetto alle quali il fattore sesso si riflette sulle modalità della condotta stessa): fermo restando che sia le molestie, sia le molestie sessuali «sono considerate come discriminazioni» (art. 26, commi 1 e 2)

                Da ultimo il d.lgs. n. 5 del 2010, ha aggiunto il comma 2-bis all’art. 26 d.lgs. n. 198/2006, dilatando la definizione di «discriminazione» fino a ricomprendervi anche i «trattamenti meno favorevoli subiti da una lavoratrice o da un lavoratore per il fatto di aver rifiutato i comportamenti di cui ai commi 1 e 2 o di esservisi sottomessi»

                4.Casistica giurisprudenziale. In tema di risarcimento del danno biologico temporaneo (per shock e turbamento della sfera emotiva a carattere transitorio e non permanente) a seguito di molestie sessuali sul posto di lavoro, induttive di dimissioni per giusta causa della lavoratrice, si registra il caso di una lavoratrice dimessasi ex art. 2119 c.c. per indesiderato corteggiamento da parte del proprio datore di lavoro, cui sono stati liquidati, all’epoca, 10 milioni per danno morale (strutturando il comportamento datoriale il reato ex art. 610 c.p. o quello ex art. 56 e 521 c.p.), ed altri 10 milioni per danno biologico, consistente nella lesione – in violazione dell'art. 2087 c.c. - della personalità morale e della dignità della lavoratrice.

                Si registra altresì il caso di un'altra lavoratrice, anch'essa dimessasi per giusta causa a seguito di molestie sessuali subite dal rappresentante legale della società (consistite in tentata violenza carnale), alla quale il magistrato ha riconosciuto, per risarcimento del danno morale (riconducibile al turbamento psicologico indotto dalla condotta delittuosa), la somma, all’epoca, di 30 milioni ed altri 10 milioni, per il ristoro del danno biologico (costituito nell'alterazione dell'integrità psico-fisica della vittima). Tale decisione venne confermata dal Tribunale di Milano che condivise, in punto di diritto, la sentenza di primo grado asserendo che: «alla lavoratrice che, in occasione di lavoro, abbia subito un'aggressione sessuale in azienda da parte del preposto alla stessa, compete il risarcimento del relativo danno biologico a carico dell'autore e dell'azienda medesima – in via solidale ex art. 2087 c.c. – nonché del danno morale, anche se la molestia ha agito nella determinazione del danno con ruolo di concausa in ragione della particolare fragilità della personalità dell'interessata che l'ha portata a risentire della violenza patita con una sofferenza psichica ben maggiore di quanto accada ad altre persone, atteso che la condotta – come insegna Cass. 20.12.1986 n. 7801 – è causa in senso giuridico di un determinato effetto dannoso quando, sulla base di un giudizio di probabilità ex ante, è ragionevolmente idonea a provocare le conseguenze in realtà verificatesi». In ordine alla misura del risarcimento, tuttavia, il Collegio giunse – in via equitativa – a disporre una riduzione (di oltre il 50%) degli indennizzi definiti, sia per danno biologico che per danno morale, dal primo giudice.

                La Cassazione - occupandosi della competenza giurisdizionale per il risarcimento del danno da «molestie sessuali» – ha avuto occasione di puntualizzare come la responsabilità del datore di lavoro rivesta natura contrattuale, atteso che si fonda sulla violazione dei doveri su di esso gravanti ex art. 2087 c.c., a tal fine affermando che: «l'obbligo previsto dall'art. 2087 c.c., che impone al datore di lavoro di tutelare l'integrità fisica e la personalità morale del lavoratore, determina, in caso di violazione di esso, una responsabilità contrattuale – rientrante nelle competenze del giudice del lavoro – che concorre con quella extra contrattuale originata dalla violazione di diritti soggettivi primari; tale obbligo non è limitato al rispetto della legislazione tipica della prevenzione, ma (come si evince da una interpretazione della norma in aderenza ai principi costituzionali e comunitari) implica anche il divieto di comportamenti commissivi lesivi dell'integrità psico-fisica del lavoratore, che in quanto caratterizzati da colpa o da dolo (come le molestie sessuali o veri e propri atti di libidine violenti) ed attuati durante l'orario dell'attività lavorativa, sono perciò fonte di responsabilità contrattuale per inosservanza della norma anzidetta, oltre ad integrare violazione dei doveri di buona fede e correttezza di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c.»

                La natura contrattuale della responsabilità datoriale e dell'azione risarcitoria del vessato ha indubbie conseguenze sul piano dell'azione rivendicativa, considerato che l'azione per il risarcimento di danno contrattuale si prescrive in 10 anni, mentre si prescrive in 5 anni quella per il risarcimento del danno extracontrattuale fondato sull'art. 2043 c.c. (afferente al risarcimento del danno ingiusto da fatto illecito

                Sull’obbligo datoriale di tutela della lavoratrice dalle molestie sessuali, la Cassazione è ritornata con la decisione del 18 aprile 2000, n. 5049 5, e, successivamente con Cass. 18/9/2009, n. 20272, affermando in entrambe che: «Le molestie sessuali sul luogo di lavoro, incidendo sulla salute e la serenità (anche professionale) del lavoratore, comportano l’obbligo di tutela a carico del datore di lavoro ai sensi dell’art. 2087 c.c.; deve ritenersi pertanto legittimo il licenziamento irrogato a dipendente che abbia molestato sessualmente una collega sul luogo di lavoro, a nulla rilevando la mancata previsione della suddetta ipotesi nel codice disciplinare, e senza che, in contrario, possa dedursi che il datore di lavoro è controparte di tutti i lavoratori, sia uomini che donne, e non può perciò essere chiamato ad un ruolo protettivo delle seconde nei confronti dei primi, giacché, per un verso, le molestie sessuali possono avere come vittima entrambi i sessi, e, per altro verso, il datore di lavoro ha in ogni caso l’obbligo, a norma dell’art. 2087 cit., di adottare i provvedimenti che risultino idonei a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori, provvedimenti tra i quali può certamente ricomprendersi anche l’eventuale licenziamento dell’autore delle molestie sessuali». In senso conforme sull’obbligo prevenzionale a carico del datore, Trib. Milano 28 dicembre 2001, secondo cui :«Ai sensi dell'art. 2087 c.c. l'imprenditore è tenuto ad adottare, nell'esercizio dell'impresa, tutte le misure necessarie a tutelare non solo l'integrità fisica ma anche la personalità morale dei dipendenti; tale obbligo di protezione impone al datore di lavoro, cui sia noto il compimento di molestie sessuali nell'ambito dell'impresa, di intervenire, adottando tutte le misure, anche di natura disciplinare ed organizzativa, necessarie a garantire la tutela dei dipendenti. Il prolungato comportamento omissivo del datore di lavoro a fronte di atti di molestia sessuale costituisce dunque violazione dell'art. 2087 c.c.; è illegittimo il licenziamento intimato alla lavoratrice molestata ove le condotte alla stessa imputate quale giusta causa di recesso siano causalmente ricollegabili al detto comportamento omissivo; ove tale nesso di causalità sussista anche in relazione al danno biologico lamentato dalla lavoratrice, la stessa ha diritto al relativo risarcimento, che è quantificabile in via equitativa»

                Tornando alla casistica giudiziaria va segnalato come sia approdato a livello giudiziario il caso di una lavoratrice di una boutique «molestata» per circa un biennio dal proprio superiore gerarchico (sia per telefono sia con tentativi di palpeggiamenti a sfondo sessuale sul posto di lavoro), cui il Tribunale di Milano 7] ha riconosciuto congruo (anzi, forse peccante per difetto) il risarcimento, in ragione, all’epoca, di circa 30 milioni, liquidatole dal primo giudice per danno biologico e in ragione di 20 milioni per danno morale, in presenza del reato di «molestie…alla persona», ex art. 660 c.p. Da segnalare il fatto che il Collegio ritenne irrilevante – ai fini dell'esclusione, richiesta dal convenuto, del nesso di causalità tra la condotta molesta ed il danno biologico indotto alla ricorrente - la circostanza pacifica, riscontrata dal CTU, dell'aver tale condotta insistito su «una preesistente struttura di personalità della ricorrente, incapace di elaborare esperienze stressanti».

                Nel merito e con specifico riguardo a tale circostanza, il Collegio giunse ad asserire che: «è proprio su soggetti psicologicamente meno attrezzati e più fragili che possono prodursi gli effetti deleteri di comportamenti illeciti, gli altri riuscendo a reagire non solo facendo scivolare sulla loro pelle gli effetti della condotta, ma ancor prima, magari anche in forza di un'esperienza di vita maggiore specie nel confronto con il 'potere' – si ripete che il convenuto era il responsabile della boutique ed un componente del Consiglio di amministrazione della società – e l'altro sesso, ponendo il molestante nella condizione di lasciar perdere subito, ovvero denunciandolo prontamente a chi di dovere. La preesistente struttura della personalità, allora, non esclude affatto il nesso causale tra disturbo e molestie…», soggiungendo poi che «rientra nei limiti della prevedibilità – ex art. 1225 – il fatto che dall'omesso intervento societario a tutela della persona della ricorrente le potesse derivare un danno alla salute cui consegue, pertanto, una correlativa responsabilità contrattuale aziendale».

                All’inizio del nuovo secolo, il giudice unico del lavoro del Tribunale di Pisa 8 – occupandosi di un caso di molestie sessuali determinative di dimissioni della lavoratrice – giunse a statuire (conformemente ai giudicati innanzi riferiti) quanto segue: «Il riferimento codicistico (art. 2087 c.c.) e Costituzionale (art. 41, 2 co., attinente al divieto per l’iniziativa economica privata di arrecare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana) alla necessaria tutela anche della personalità morale e della dignità umana da parte del datore di lavoro consente di qualificare come illecito contrattuale ogni comportamento che cagioni ingiustificatamente al lavoratore un pregiudizio alla sua personalità umana. Normativa ordinaria e costituzionale dunque approntano una tutela all’uomo in sé, sanzionando con il risarcimento ogni atteggiamento che travalichi il diritto ad ottenere dal lavoratore una corretta prestazione, nel presupposto, ovvio, che si tratti della parte più debole del rapporto e quindi, in astratto, disposta (o costretta) a subire pressioni od umiliazioni pur di mantenere la sua fonte di reddito. Lo status di soggezione anche meramente psicologica - che diventa ingravescente quando il rapporto di sottordinazione si realizza fra soggetti di sesso diverso (proprio perché ognuno si porta dietro la sua natura, anche quando va a lavorare) - comporta l’obbligo giuridico del datore di lavoro di vigilare affinché nel contesto organizzativo nessuno approfitti della sua posizione gerarchica per acuire lo stato di soggezione del sottordinato, imponendo comunque il rispetto della personalità, soprattutto nei confronti dei soggetti più deboli (minori, donne lavoratrici, lavoratori con contratti precari, lavoratori cui sono affidate mansioni semplici ) e conseguentemente più esposti ad ogni tipo di pressione, o, se si vuole, di ricatto, in ragione della necessità di non perdere il lavoro.

                Il danno conseguente alla violazione dell’art. 2087 c.c., per la parte in cui tutela la personalità morale del lavoratore, non corrisponda sempre e solo al c.d. danno biologico, cioè a quel danno che comprometta la capacità di relazionare nella vita civile, mediante la causazione di un pregiudizio fisico o psichico; quello del danno per lesione della personalità morale è concetto più ampio del c.d. danno biologico quale oggi è inteso dalla giurisprudenza e consiste nell’oggettivo travalicamento del potere di eterodirezione o gerarchico che si concretizzi in un pregiudizio “morale” (quindi non necessariamente psichico).

                Si può correttamente qualificare tale danno – né biologico né morale – come danno “esistenziale”, eventualmente in concorso con il danno alla vita di relazione e quello – di natura extracontrattuale – che tradizionalmente si riconduce alla figura del danno morale, correlata alla ricorrenza del reato (in fattispecie individuabile negli atti di libidine molesta). Se si ritenesse l’inconfigurabilità del danno esistenziale per la violazione dell’art. 2087 c.c., quest’ultima norma risulterebbe inutiliter data, nelle ipotesi, frequentissime, di pregiudizio alla personalità morale che non cagioni un vero e proprio danno psichico con conseguenze permanenti nella vita di relazione. Per il danno “esistenziale” o alla vita di relazione, conseguente a violazione dell’art. 2087 – liquidabile equitativamente in 30 milioni (utilizzando il parametro delle 15 mensilità opzionali previste indennitariamente ex art. 18 statuto lavoratori. per il licenziamento ingiustificato) - sono responsabili in solido il molestatore (per comportamento commissivo) e l’azienda (per comportamento omissivo), mentre per il danno morale, liquidabile in 15 milioni, è responsabile esclusivamente l’autore del reato di molestie».

                Sulle molestie sessuali e risarcimento del danno morale, si registra altresì Trib. Milano 30 gennaio 2001 9, secondo cui: «Il licenziamento irrogato a causa delle proteste della dipendente per essere stata sottoposta a molestie sessuali da un suo superiore è illegittimo ove il datore di lavoro ometta ogni verifica circa la fondatezza delle proteste (nella specie, comunque il giudice ha anche ritenuto che i fatti denunciati dalla dipendente sussistessero effettivamente).

                Nel luogo di lavoro, apprezzamenti allusivi, battute a sfondo sessuale, inviti a cena tendenziosi, telefonate continue con costanti ricadute sul piano sessuale, approccio tramite un bacio o proposte di approccio, sono qualificabili come molestie sessuali e come tali ledono la personalità, di cui la dignità personale è un attributo, dando luogo alla risarcibilità del danno in via equitativa; a tal fine debbono essere utilizzati come parametri durata, intensità e gravità dell’offesa, la posizione delle parti, le circostanze in cui l’offesa è arrecata. Anche il datore di lavoro, che posto a conoscenza della condotta del suo preposto, non abbia agito secondo gli obblighi a lui imposti dall’art. 2087 c.c., va condannato in solido al risarcimento del danno».

                Sul tema specifico il Tribunale di Milano si si è nuovamente espresso con sentenza del 9 maggio 2003, (Est. Ianniello), affermando che: «In ipotesi di atti di libidine violenti e di violenza carnale commessi in danno di lavoratrice subordinata, il datore di lavoro e l'autore dei fatti delittuosi sono solidalmente responsabili per il risarcimento del danno morale, del danno biologico nelle due componenti temporanea e permanente, nonché del danno esistenziale; per la determinazione della misura di tali voci il Giudice può procedere in via equitativa.

                Sul tema, si menzionano decisioni della magistratura in sede penale, quali Cass. pen. sez. III, 26/10/2005, n.45957, secondo cui: «La molestia sessuale si differenzia dall’abuso – anche nella forma tentata – in quanto prescinde da contatti fisici a sfondo sessuale e normalmente si estrinseca o con petulanti corteggiamenti non graditi o con petulanti telefonate o con espressioni volgari, nelle quali lo sfondo sessuale costituisce un motivo e non un momento della condotta». Nonché Cass. pen. sez. III, 05/06/2008, n.27469, secondo cui: «La molestia sessuale, forma particolare di molestia comunque punita come reato dall’art. 660 c.p., è cosa diversa dall’abuso sessuale sia pure nella forma tentata, giacché prescinde da contatti fisici a sfondo sessuale e si estrinseca o con petulanti corteggiamenti non graditi o con altrettante petulanti telefonate o con espressioni volgari nelle quali lo sfondo sessuale costituisce un motivo e non un momento della condotta. In definitiva, coincide con tutte quelle condotte, sessualmente connotate, diverse dall’abuso sessuale, che vanno oltre il semplice complimento o la mera proposta di instaurazione di un rapporto interpersonale. Mentre, nel momento in cui dalle espressioni volgari a sfondo sessuale o dal corteggiamento invasivo e insistito si passa a toccamenti non casuali suscettibili di eccitare la concupiscenza sessuale si è fuori della molestia e si realizza quantomeno il tentativo di abuso sessuale».

                Ed altresì, Cass. pen. sez. III, 07/10/2014, n.24895, che riconfermò la differenza tra molestie sessuali e reato di violenza sessuale, asserendo che: «La contravvenzione prevista dall’art. 660 c.p. (molestie sessuali) è configurabile solo in presenza di espressioni verbali a sfondo sessuale o di atti di corteggiamento, invasivi ed insistiti, diversi dall’abuso sessuale (confermata la condanna per violenza sessuale nei confronti di un datore di lavoro che si era strusciato addosso ad una dipendente toccandole il seno e varie parti del corpo)».

                5. Responsabilità risarcitorie. Traendo le conclusioni in ordine alle responsabilità, va detto che la giurisprudenza di merito – in tema di «molestie sessuali» – distingue quelle riconducibili al «danno biologico» da quelle riconducibili al «danno morale», ricorrente (ante Corte cost. n. 233/2003, di interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c.) solo in presenza di fattispecie delittuosa, rilevante penalmente. Con la conseguenza che per il ristoro del «danno biologico» derivante da «molestie sessuali» arrecate alla lavoratrice, rispondono solidalmente l'autore delle molestie ed il datore di lavoro – quest'ultimo ex art. 2087 c.c., per non aver tutelato l'integrità psico-fisica e la personalità morale della dipendente -, mentre per il risarcimento alla lavoratrice del «danno morale» risponde il solo autore dell'aggressione, con esonero di responsabilità dell'azienda al riguardo.

                Nel caso che le molestie sessuali non abbiano occasionato la fattispecie del reato penale, ma solo la violazione di diritti della personalità (costituzionalmente garantiti), il Tribunale di Milano ha riconosciuto una responsabilità solidale (tra molestatore ed azienda) per il risarcimento di un danno – che potremo definire “esistenziale” o alla serenità e gioia della vita – in ragione degli obblighi aziendali ex art. 2087 c.c. (e ex art. 2049 c.c.) volti alla tutela della personalità morale del lavoratore, non assolti (in fattispecie) ma infranti da atteggiamento di indifferenza o di mero attendismo dei preposti provvisti dei poteri di intervento (rei, pertanto, di responsabilità omissiva).

                Va detto altresì che le molestie debbono rispondere al criterio dell’oggettività secondo il comune apprezzamento ed il comune buon senso, non tanto essere frutto di percezione indotta da ipersensibilità soggettiva, poiché – stante il fatto che l’onere probatorio grava su chi le adduce – un eventuale addebito indimostrato può portare a gravi implicazioni, come nel caso deciso da Cass., sez. lav., n. 143/2000, secondo cui: «L'onere di provare la ricorrenza di molestie sessuali da parte del superiore gerarchico grava sulla lavoratrice che si assume molestata; qualora la prova sia raggiunta, alla lavoratrice spetta il risarcimento del danno biologico, se verificatosi, ex art. 2087 c.c.; qualora la prova non sia stata fornita e la lavoratrice abbia accusato la società datrice di lavoro, con espressioni idonee a lederne il prestigio, di non averla tutelata, sussiste un giustificato motivo di licenziamento, per essere venuto meno il rapporto fiduciario intercorrente tra le parti».

                In ogni caso è onere del magistrato esaminare approfonditamente la fattispecie concreta sottoposta alla sua valutazione, ed in un caso – deciso da Cass. 23 gennaio 2001 n. 623 - si è giunti a sancire l’insussistenza della natura riprovevole e penalmente rilevante del comportamento molesto, così stabilendosi: «Va confermata la decisione della Corte di Appello - e conseguentemente respinto il ricorso - secondo la quale, sebbene fosse risultato probatoriamente dimostrato che l'imputato dette una pacca isolata e repentina sul sedere della di lui dipendente, egli non intese compiere un vero e proprio atto di libidine sulla donna, non essendo emersi elementi per ritenere che il gesto, e cioè, quel toccamento, fosse rappresentativo di un gesto di concupiscenza di natura sessuale». Analogamente è stata riscontrata l'inconfigurabilità del reato di atti di libidine in relazione al fatto del palpeggiamento isolato e repentino e, all'opposto, la configurabilità del reato in ordine al tentativo di baci sul collo.

                Quanto alle implicazioni penali connesse al riscontro dei reati che la «molestia sessuale» concretizza – e alle conseguenze sul piano della responsabilità civile – si menzionano: Cass. III pen. 14 maggio 2004 n. 2278616, secondo cui: «Commette il delitto di violenza sessuale con abuso di autorità di cui all'art. 609 bis, comma 1. C.p. il datore di lavoro che abbia intrattenuto rapporti intimi con una lavoratrice dipendente, non per il mero rapporto di subordinazione aziendale, ma a condizione che - pur senza usare coazione fisica o morale - abbia utilizzato la sua autorità in maniera deviata, distorta, oltre il limite lecito e consentito, sì da porre la lavoratrice nella condizione di non poter rifiutare le sue richieste»; nonché Cass. pen. 9 giugno 2003, n. 2484817, che ebbe a stabilire: «Affinché il delitto di violenza sessuale di cui all'art. 609 bis c.p. possa considerarsi aggravato dalla circostanza dell'abuso delle relazioni d'ufficio prevista dall'art. 61 n. 11 c.p., non è richiesto che l'agente e la persona offesa appartengano allo stesso ufficio (pubblico o privato), essendo invece sufficiente che entrambi, per esigenze del proprio lavoro, ancorché autonomamente esercitato, frequentino abitualmente lo stesso ambiente lavorativo tanto da instaurare un rapporto fiduciario»; e, infine Cass., V pen., 8 marzo 2010 n. 9225, secondo cui: «Le insistenti richieste di prestazioni sessuali, rivolte con la protervia e l’arroganza che l’abuso del ruolo di superiore gerarchico della vittime consentiva, ed i comportamenti vessatori. che facevano seguito in guisa di sanzione dei rifiuti, integravano ampiamente la fattispecie di violenza privata - tentata quella consumata nei confronti della dottoressa C. -, in quanto costringevano le vittime quantomeno a patire ingiuste e mortificanti vessazioni, inducendo in loro non solo sofferenza e malessere, ma anche concreti pregiudizi della loro serenità sul lavoro e delle loro legittime aspirazioni a progressioni in carriera, lasciate intravedere solo in guisa di ricompensa di disponibilità, manifestata almeno sotto forma dell’intrigante offerta del proprio corpo allo sguardo, mercé l’ausilio di abbigliamento acconcio.

                Infondata si rivela la capziosa tesi del Tribunale, secondo il quale siccome reprimende, contestazioni e minacce di sanzioni disciplinari erano successive ai rifiuti, non potevano essere qualificate come violenze finalizzate al conseguimento di un risultato che era stato già negato; basti considerare che, come ha esattamente rilevato la corte territoriale, era la stessa caratterizzazione deteriore del rapporto di lavoro che costituiva violenza, e non aveva senso parcellizzare ogni episodio svalutando cosi il contesto, che amplificava la violenza, rendendola penosa ed inaccettabile».

                A conclusione, va, peraltro, condivisa l’amara osservazione effettuata in dottrina, secondo cui: «Quanto al risarcimento del danno ed alla relativa liquidazione, i risarcimenti (per le molestie sessuali, ndr) concessi dai giudici, esclusi i danni patrimoniali, sono sempre di poche migliaia di euro, e che le somme liquidate stridono rispetto alle quantificazioni, ben maggiori, riconosciute in sede civile in caso di incidenti stradali e danno da prodotti difettosi ed in sede lavoristica in ipotesi di dequalificazione e infortuni sul lavoro»

                Non senza sottolineare, da parte nostra, l’intrinseco limite di tale considerazione, giacché, purtroppo, l’insufficienza risarcitoria – da parte dei giudici –sia in termini compensativi per le vittime che di deterrenza alla reiterazione da parte dei colpevoli, risulta essere prerogativa comune ad altre e più diffuse pratiche riprovevoli, offensive della dignità, della serenità della vita e della salute psico–fisica, quali lo stalking [comportamenti persecutori messi in atto da un molestatore ai danni di qualcuno che intende avvicinare, convincere, spaventare o punire e che quindi percepisce tali atti con fastidio o con paura, riportandone sconvolgimenti anche profondi a livello psicologico e pratico ], il mobbing [forma di terrore psicologico sul posto di lavoro, esercitata attraverso comportamenti aggressivi e vessatori ripetuti, da parte di colleghi o superiori.]e lo straining [situazione lavorativa conflittuale in cui la vittima ha subito azioni ostili limitate nel numero e/o distanziate nel tempo), tuttavia tali da provocarle una modificazione in negativo costante e permanente della sua condizione lavorativa.] che attengono a tutte le persone, indifferentemente dal genere.

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Prof. Mario Meucci – Giuslavorista nell’Università di Firenze, 13 luglio 2021

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