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NewsUCIPEM n. 868 – 25 luglio 2021

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

                Le News sono gratuite e si propongono di riprendere dagli operatori consultoriali e dai media informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

  • Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.
  • Link diretti e link per pdf -download a siti internet, per documentazione.

                I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

                Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.

                In ottemperanza alla direttiva europea sulle comunicazioni on-line (direttiva 2000/31/CE), se non desiderate ricevere ulteriori news e/o se questo messaggio vi ha disturbato, inviate una e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con richiesta di disconnessione.

1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

02 ABUSI                                              Come riconoscere un pedofilo, consigli utili alle mamme

04                                                          Sgradevoli e imbarazzanti trattazioni di vicende d’abusi nella diocesi di Milano e...

06                                                          “Denaro offerto da Legionari di Cristo per silenzio su abusi subiti da nostro figlio”

06                                                          La Chiesa deve interrogarsi sulla formazione dei preti accusati di abusi su minori

07 ADOZIONE INTERNAZIONALE    Colombia. Da agosto 2021 in vigore le nuove linee guida: ecco le novità

08                                                          Adottare a distanza un bambino solo o sostenere un centro d’accoglienza?

08                                                          WEBINAR Primi passi nel mondo dell’Adozione Internazionale

08                                                          WEBINAR Adottare bambino con bisogni sanitari speciali? Una strada percorribile

09 ADOZIONE NAZIONALE               L’ adozione “mite” esiste realmente?

11 AFFIDO                                            Come vive il minore l’inserimento in famiglia?

11                                                           WEBINAR Incontro Informativo sull’Affido Familiare

11 CENTRO INT. STUDI FAMIGLIA  Newsletter CISF - n. 29, 21 luglio 2021

14 CHIESA CATTOLICA                       Card. Marx: Se non potessi + servire la Chiesa, rassegnerei di nuovo le dimissioni

14                                                          Gesuiti: leggere i segni dei tempi

17 CHIESA DI TUTTI                            Chi semina vento raccoglie tempesta, Ovvero la mancata selezione dei preti

19                                                           Alcuni segni del tempo

20                                                          Pregiudizi ed errori

21 CITTÀ DEL VATICANO                  Due Chiese a confronto

22                                                          Il controverso rapporto tra la Chiesa e le terapie di riorientamento sessuale

24 CONF. EPISCOPALE ITALIANA    Consiglio Permanente: il Comunicato finale

25 CONSULTORI FAMILIARI             Suggerimenti sul nuovo Piano Nazionale per la Famiglia

28 CONSULTORI UCIPEM                  Frosinone. 1° Assemblea dei soci online e 2° Giornata formativa

28 COUNSELING                                 Frosinone. La consulenza coniugale e familiare nel campo dell’adolescenza

28                                                                              Cispef-Master: Relazione di aiuto con sopravvissuti all’abuso sessuale

29 DALLA NAVATA                             XVII Domenica del tempo ordinario – anno B - 25 luglio 2021

30                                                          Quel pane moltiplicato che chiama alla fraternità

30 ECUMENISMO                                A proposito di Marx

31FRANCESCO VESCOVO ROMA    Bergoglio e quei capolavori diventati «scuola di umanesimo»

32                                                          Via gli spiriti di divisione. Alt all’uso scismatico del rito latino

33                                                          Francesco restringe le facoltà concesse da Benedetto ai cultori del Vetus Ordo

33                                                          Lettera ai Vescovi. Un intento pastorale gravemente disatteso

36                                                          La messa in latino, l’unità della Chiesa, la tradizione

38                                                          Traditionis custodes: il papa si contraddice?

40                                                          Anarchia dall’alto: il motivo sistematico dell’abrogazione di Summorum Pontificum

42                                                          “Pace liturgica”: per superare lo “stato di eccezione”

44                                                          Papa Francesco e H. U. von Balthasar sono d’accordo: il rito antico si estingue

45                                                          Uso da promuovere, non abuso da ostacolare: la svolta liturgica del Vaticano II

47 MATRIMONIO                                Matrimoni. Crollo eccezionale per effetto anche del Covid-19

49                                                          Matrimoni bianchi: tabù, scelta consapevole o paura?

49  PARITÀ                                           Parità di genere: la misura cronologica del rinvio è la generazione

50                                                           Battezzatǝ in Cristo. Una radicale uguaglianza tra uomini e donne

51 PARLAMENTO                                Senato. Il Disegno di legge Zan in Assemblea

52                                                          Il dibattito. Oltre mille emendamenti al Senato, per il ddl Zan rinvio di fatto

53                                                          Mirabelli: ecco perché il ddl Zan limita libertà di pensiero e di educazione

55 PERSONE DOPO CONCILIO         "La Genova di don Gallo", in ricordo di un prete di strada

56                                                          Un prete che si è scoperto uomo

57                                                          Genova, è morto don Federico Rebora: era l’altra metà di don Andrea Gallo

57 RIFLESSIONI                                   A caccia dell'uomo

58                                                           Affettività e eucaristia

62 SINODO                                           Cei e Sinodo: tornare sul passato?

64                                                          Spero che il Sinodo non sia…

 

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ABUSI

Come riconoscere un pedofilo, consigli utili alle mamme

L’immagine popolare del pedofilo è quella di un uomo di una certa età, una sorta di “sporcaccione” generalmente in pensione o disoccupato che, oltre a molestare ogni qualsiasi bambino che gli capiti a tiro, può avere anche altre anomalie del comportamento sessuale, o “parafilia”, come l’esibizionismo, il voyeurismo o altro. Le statistiche più recenti indicano, invece, che l’abitudine a molestare i bambini inizia generalmente attorno ai 15-16 anni, che di solito la vittima è nota al pedofilo e quest’ultimo spesso è un parente, un amico di famiglia o un frequentatore della casa che non presenta apparenti anomalie di comportamento.

                L’attrazione erotica che alcuni sentono per i bambini non si traduce necessariamente in atti sessuali completi: il pedofilo può limitarsi a spogliare il bambino e guardarlo, a mostrarsi, a masturbarsi in sua presenza, a toccarlo con delicatezza o ad accarezzarlo, può convincere il bambino a toccarlo a sua volta e così via. C’è anche chi si limita guardare del materiale pornografico, materiale che oggi, navigando in Internet, può essere rintracciato abbastanza facilmente.

Come riconoscere un pedofilo? Cerca di capire che chiunque potrebbe essere un pedofilo. I pedofili non hanno in comune nessuna caratteristica fisica, professione o tipo di personalità. I pedofili possono essere di qualunque sesso o razza, e le loro passioni, religioni e professioni sono tanto diverse quanto quelle di chiunque altro. Un pedofilo può apparire piacevole, amabile e benevolo mentre cova pensieri predatori che ha imparato a nascondere. Ciò significa che non devi mai scartare l’ipotesi che qualcuno possa esserlo.

Sappi che la maggior parte dei pedofili non erano degli sconosciuti ai bambini molestati. Il 30% dei bambini vittime di abuso vengono molestati sessualmente da un membro della famiglia, mentre il 60% viene molestato da un adulto che conoscono che non è un membro della famiglia. Ciò significa che solo il 10% dei bambini molestati sessualmente sono stati vittima di persone assolutamente sconosciute. Nella maggior parte dei casi si scopre che il pedofilo è qualcuno che il bambino conosce a scuola o in altre attività, come il vicino, l’insegnante, l’allenatore, un membro del clero, il maestro di musica o il babysitter. Alcuni membri della famiglia, come padri, nonni, zii, cugini, patrigni o matrigne, potrebbero essere predatori sessuali.

Impara a riconoscere le caratteristiche comuni di un pedofilo. Anche se può esserlo chiunque, la maggior parte sono uomini, a prescindere dal sesso della vittima. Molti predatori sessuali hanno un passato di abusi a loro volta, fisici e sessuali. Alcuni soffrono anche di malattie mentali, come disturbi dell’umore o della personalità. Un pedofilo ha la stessa probabilità di essere omosessuale o eterosessuale. L’idea che gli uomini omosessuali siano più inclini a essere pedofili è un mito. Le donne pedofile sono più inclini a molestare i ragazzi, rispetto alle ragazze.

La patologia del pedofilo. La maggior parte delle persone non pensa ai bambini come a dei possibili partner o “oggetti sessuali”. Perché per alcuni non è così? Si tratta di una malattia o di un impulso naturale? Secondo moli psicologi e psichiatri i pedofili hanno una personalità immatura, problemi di relazione, o sensi di inferiorità, che non consentono loro un rapporto con un adulto “alla pari”: si focalizzano sui bambini perché possono controllarli e dominarli. Con loro non provano sentimenti di inadeguatezza. L’immaturità emerge anche dall’incapacità di questi individui di assumere un ruolo responsabile. È vero che un bambino può, di tanto in tanto, assumere degli atteggiamenti provocanti o seduttivi, ma chi si lascia attivare sessualmente da tali atteggiamenti disinibiti e per lo più inconsapevoli è una persona che non sa tener conto del contesto. Questi stessi atteggiamenti e movenze suscitano, in una persona responsabile, un sentimento di tenerezza o di divertimento, non una reazione di tipo sessuale.

                Secondo la psicoanalisi classica, i pedofili abituali sarebbero preda di un disturbo narcisistico della personalità. Nei bambini essi rivedrebbero se stessi nel periodo della propria infanzia, idealizzerebbero il corpo e la bellezza infantile, o preadolescenziale, e rievocherebbero lo stesso trattamento, o il suo opposto subito in passato. Sarebbero dunque al centro di un circuito che si autoalimenta e che li porta compulsivamente indietro nel tempo, al momento in cui essi stessi hanno vissuto quel tipo di esperienza, hanno provato eccitazione-paura e anche il turbamento di essere depositari di un segreto incomunicabile, una sorta di doppia vita. I pedofili sarebbero insomma rimasti “fissati” a quelle emozioni intense e a quegli schemi estetico-erotici che ora cercano di esplorare e rivivere, senza riuscire ad evolvere verso forme diverse di erotismo, incuranti della differenza tra generazioni e negando l’esistenza di ruoli e funzioni adulte. A ciò si aggiunge, nei pedofili abituali, il piacere della trasgressione e, oggi, anche quello di trovare propri simili su Internet. Qui, oltre a scambiarsi materiale e informazioni, possono rivendicare un’identità in contrapposizione a tutti coloro che disapprovano i loro comportamenti o combattono la pedofilia.

Infine, in casi in cui il disturbo narcisistico della personalità sia associato a gravi tratti asociali, le determinanti inconsce del comportamento sessuale possono pericolosamente connettersi alle dinamiche del sadismo. La conquista sessuale del bambino, in questo caso, rappresenta uno strumento di vendetta per gli abusi subiti, una sorta di puntello alla scarsa stima di sé. Un senso di trionfo e di potere può accompagnare la trasformazione di un trauma passivo in una vittimizzazione perpetrata attivamente: il bambino è così visto come un oggetto che può essere facilmente dominato e terrorizzato, che non provoca frustrazione e non si vendica.

Tipi di molestatori. Alcuni autori (Tony Ward et al., 1995) hanno anche elaborato un modello teorico che mette in relazione i problemi di intimità dei pedofili con i diversi tipi di attaccamento. Essi hanno individuato tre diversi tipi di molestatori:

  • Gli “ansiosi-resistenti”. Hanno scarsa autostima, si considerano indegni d’amore e ricercano costantemente l’approvazione degli altri. In presenza di un partner che può essere controllato (come un bambino in stato di bisogno o di carenza) essi si sentono sicuri, mentre sono incapaci di stabilire relazioni emozionali con persone adulte. Talvolta possono diventare dipendenti emotivamente dal rapporto con i bambini, con la conseguenza che i confini tra adulto e bambino si perdono e la relazione affettiva si trasforma in sessuale. Curano e corteggiano i bambini e raramente usano mezzi coercitivi.
  • Gli “evitanti-timorosi”. Presentano un forte desiderio di contatto insieme alla paura del rifiuto, tanto da evitare relazioni intime con adulti percepiti come rifiutanti. Le modalità con cui il soggetto mette in atto l’abuso sono caratterizzati da scarsa empatia e uso della forza.
  • Gli “evitanti-svalutativi”. Hanno come meta il conseguimento dell’autonomia e dell’indipendenza, per cui sono alla ricerca di relazioni con il minimo contatto sociale possibile e il minor grado di apertura emozionale e personale. Al pari degli evitanti-timorosi cercano rapporti impersonali, caratterizzati però da un maggior grado di ostilità e aggressività che può condurre a comportamenti coercitivi violenti o sadici.

Raccomandazioni utili. Insegna a tuo figlio a riconoscere i tipi di contatto inappropriati. Molti genitori usano il metodo “contatto buono, contatto cattivo, contatto segreto”. Con questo metodo si insegna al bambino che c’è un contatto appropriato, come le pacche sulla spalla o i batti cinque; c’è un contatto cattivo, come le botte o i calci, e che c’è un contatto segreto, quando viene chiesto ai bambini di mantenerlo segreto. Usa questo metodo o uno simile per insegnare a tuo figlio che c’è un contatto che non è appropriato, e che quando avviene, deve dirlo immediatamente.

                Insegna a tuo figlio che a nessuno è permesso toccare le sue parti intime. Molti genitori identificano le parti intime come quelle che vengono coperte dal costume da bagno. Insegna a tuo figlio a dire di “no” e di allontanarsi, se qualcuno prova a toccarlo nelle parti intime. Dici a tuo figlio di venire immediatamente a riferirti se qualcuno lo tocca in maniera inappropriata.

Ma come ci accorgiamo se nostro figlio è vittima di un pedofilo? Se cambia la sua affettività: da sempre allegro a triste per giorni, oppure se da triste diventa fibrillato, se si chiude in se in eccessiva riservatezza, o il contrario. Se non dorme più bene la notte nella continuatività, se ci sono bruschi risvegli o incubi. Chiediamoci cosa è successo e ricordiamoci che la comunicazione, il colloquio e l’ascolto, sono l’antibiotico per tutti i problemi del bambino. Altri cambiamenti possono essere il disinteresse al gioco con i coetanei e la predilezione per la compagnia con i grandi, l’improvviso interesse a immagini con tematiche erotiche e un’adultizzazione. Tra le prede ideali ci sono quei bambini che appartengono alle famiglie disgregate “Ci penso io a lui, lo guardo io…”: una delle “regole” del pedofilo è quella di diventare amico di un bambino senza amici.

Ana Maria Sepe, psicologa, ricercatrice in psicoanalisi.  Redazione Web psicoadvisor     24 marzo 2016

https://psicoadvisor.com/come-riconoscere-un-pedofilo-consigli-utili-alle-mamme-2648.html

https://retelabuso.org/come-riconoscere-un-pedofilo-consigli-utili-alle-mamme

 

Sgradevoli e imbarazzanti trattazioni di vicende di abusi in diocesi Milano e...

“Ci vuole tutta la tenacia di una mamma che ha seguito con il cuore straziato la via crucis del proprio figlio minorenne – all’epoca dei fatti – abusato da un sacerdote lombardo e avere sperimentato a suo tempo il muro di gomma della curia di Milano”. Lo scrive la vaticanista Franca Giansoldati sul Messaggero, raccontando la vicenda di Cristina Battaglia che non si è mai arresa nella sua lotta per fare emergere la verità e, recentemente, quando la Corte di Appello ha confermato la pena al prete che aveva abusato del figlio ed era anche stato spostato in un’altra parrocchia dalla diocesi ha ripreso in mano carta e penna per una lettera aperta all’arcivescovo monsignor Mario Delpini. “Quello che più la ha ferita – scrive la Giansoldati – è stato il comunicato diffuso dalla curia”.

 

“Egregio mons. Mario Delpini – si legge nella lettera della signora Battaglia – siamo la famiglia della vittima di abuso sessuale da parte di don Mauro Galli condannato recentemente anche in appello a 5 anni e 6 mesi di carcere. La preghiamo gentilmente di non scrivere più che Lei e la diocesi “esprimete ancora una volta la vostra vicinanza alla vittima e alla sua famiglia” come puntualmente vi siete precipitati a scrivere il giorno della conferma della condanna introducendo per altro la nota con la frase: ‘La Corte di Appello ha riformato parzialmente la sentenza riducendo la pena…’ lasciando intendere che il reato è stato ridimensionato”. La mamma del ragazzo aggiunge: “Vi siete guardati bene dallo spiegare invece che il reato è stato integralmente confermato cristallizzando l’abominevole abuso, la riduzione di alcuni mesi è relativa all’attenuante generica riconosciuta per legge per aver pagato i danni e le spese per 150.000 euro prima del processo (art. 62.6 codice di procedura penale), al fine di far ritirare la costituzione di parte civile che riguardava in solido anche la Parrocchia e la Diocesi di Milano appunto”.

                La signora Battaglia aggiunge che sicuramente Delpini ricorda “perfettamente del pagamento di tale importo, ricorderà che ha negoziato con la Procura il suo interrogatorio rilasciato alla polizia e dunque acquisito agli atti del processo, per evitare di comparire in tribunale come richiesto dal Pm, interrogatorio da lei sottoscritto dove si assumeva tutta la responsabilità di avere spostato don Galli a Legnano ancora con i minori nonostante l’allora parroco di Rozzano, don Carlo Mantegazza, le avesse segnalato l’abuso due giorni dopo il fatto come lei stesso ha riferito alla Polizia di Stato su esplicita domanda”.

Qualche mese fa, il giorno 17 gennaio 2021, dopo insistenza della famiglia della vittima, l’arcivescovo ha incontrato la mamma in occasione della visita pastorale a Rozzano. “Dopo dieci anni dall’abuso, dieci anni di assoluto silenzio, ci ha concesso solo 8 minuti per non dirci nulla, ha aperto bocca solo per dire che non sapeva cosa dirci, che non aveva nulla da dirci e il suo portavoce concludeva che non c’era tempo”.  “In dieci anni è mancato il tempo per dimostrare la vicinanza alla vittima e ai familiari, magari banalmente per chiedere scusa per aver protetto il pedofilo, per non aver avviato le indagini preliminari (dette indagini previe) obbligatorie per il diritto canonico, per aver consigliato a don Mauro di stare attentissimo perché sotto indagine, come si è appreso dalle carte del tribunale”.

                Altrettanto sgradevole e imbarazzante la vicenda, di cui dà conto la stessa Giansoldati, della denuncia “estinta per prescrizione” da parte del tribunale vaticano che ha archiviato la denuncia di monsignor Florian Kolfhaus, l’ex funzionario della Segreteria di Stato vaticana che sarebbe stato molestato nel 2004 dal suo ex capo ufficio, un altro monsignore tedesco, Christof Kuhn. “Le leggi vaticane entrate in vigore solo tre anni fa sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili – scrive la brava vaticanista del Messaggero – in tema di prescrizione non sono retroattive. Lo ha stabilito un decreto emesso la scorsa settimana il magistrato d’Oltretevere mettendo così fine ad uno scabroso caso affiorato grazie alla denuncia fatta a un tribunale tedesco. I giornali tedeschi che si erano occupati di questa vicenda avvenuta sotto il pontificato di Papa Ratzinger lo avevano chiamato il processo contro la lobby gay in Vaticano”.

Redazione Il FarodiRoma                            20 luglio 2021

www.farodiroma.it/sgradevoli-e-imbarazzanti-trattazioni-di-vicende-di-abusi-in-diocesi-milano-e-in-vaticano-mette-tristezza-leggere-le-ricostruzioni-della-brava-vaticanista-giansoldati

 

“Denaro offerto da Legionari di Cristo per silenzio su abusi subiti da nostro figlio”

La testimonianza della madre del ragazzo, all'epoca 12enne: “In quel momento eravamo fragili e vulnerabili e abbiamo subito anche noi, in quanto genitori, un abuso di coscienza”. Queste le parole della madre di un ragazzo, che quando aveva 12 anni ha subito violenze sessuali nel seminario di Novara della congregazione religiosa dell’allora rettore Vladimir Resendiz Gutierrez, già condannato in via definitiva a 6 anni e mezzo di carcere e ridotto allo stato laicale. “Non abbiamo mai chiesto soldi a nessuno, sono stati loro a offrirceli per tacere, perché sapevano che c’erano delle difficoltà economiche nella nostra famiglia e che nostro figlio voleva andare a studiare all’estero. Siamo stati traditi”, ha continuato la signora durante la sua deposizione in aula di mercoledì mattina durante il processo a Milano nel quale sono imputati cinque ex vertici dei Legionari di Cristo, che rispondono delle accuse di favoreggiamento e tentata estorsione.

In base all’indagine del pubblico ministero Alessia Menegazzo, la madre – costituita parte civile nel processo ed è assistita, insieme al marito, dall’avvocato Daniela Cultrera – avrebbe subito pressioni affinché tacesse le violenze sessuali subite dal figlio, all’epoca 12enne all’interno del seminario.

Redazione Web Rete l’Abuso      23 luglio 2021

https://retelabuso.org/2021/07/23/denaro-offerto-da-legionari-di-cristo-per-silenzio-su-abusi-subiti-da-nostro-figlio

 

La Chiesa deve interrogarsi sulla formazione dei preti accusati di abusi su minori

                Don Emanuele Tempesta è un prete di 29 anni, vicario in una parrocchia della diocesi di Milano. È stato arrestato a Bardonecchia, dove si trovava in vacanza con un gruppo di minori, con l’accusa di aver abusato, nei mesi precedenti, di almeno otto bambini tra gli otto e i dodici anni.

                I vertici della diocesi, nell’evidente ansia di sottrarsi ad ogni accusa di collusione con l’indagato, si sono precipitati a rendere noto il fatto e le accuse mosse al prete e ad esprimere «stupore e dolore» e insieme «vicinanza a tutti i soggetti in vario modo coinvolti nella vicenda». Il tono del comunicato e il contenuto di alcuni suoi passaggi fanno insomma pensare che la diocesi reputi credibili e molto gravi gli addebiti rivolti al suo sacerdote. La vicinanza alle presunte vittime e alle comunità coinvolte è sicuramente apprezzabile, ma in questo caso non rappresenta un atto particolarmente coraggioso, dal momento che fa seguito all’arresto del prete da parte delle forze dell’ordine e quindi all’esplosione dello “scandalo”.

                Diverso sarebbe stato il caso in cui fosse stata la stessa diocesi a denunciare gli abusi alle autorità statali. Quello sarebbe stato un vero gesto straordinario e di discontinuità rispetto al passato. Dissociarsi da un prete indiziato di abusi dopo che costui è stato clamorosamente arrestato può essere facilmente interpretato come un tentativo di tutelare a tutti i costi, anche ammettendo una colpevolezza dell’indagato, che è ancora da dimostrare in sede processuale, l’istituzione dal fango sollevato dalla vicenda.

                Don Emanuele Tempesta è stato ordinato prete solo due anni fa e in questo brevissimo lasso di tempo potrebbe essersi reso responsabile di un numero tale di reati sessuali da farlo qualificare come un “abusatore seriale”. Prima del 2019 ha trascorso non meno di sei lunghi anni all’interno di un’istituzione totale come il seminario, un luogo chiuso da dove non si esce e dove i ragazzi sono costantemente sotto osservazione da parte dei compagni e soprattutto dei tanti formatori (professori, rettori, vice rettori, educatori, padri spirituali, psicologi, eccetera).

                Quali valutazioni sono state compiute sulla maturità umana e spirituale del futuro don Emanuele? La chiesa è disposta a mettere a disposizione dell’accertamento della verità il fascicolo che sicuramente possiede nei suoi archivi su don Emanuele? È possibile che nessuno tra i compagni e i superiori del seminarista si sia accorto che c’era qualcosa non andava?

                Una strana carriera. Alcune agenzie di stampa riferiscono che don Tempesta sarebbe stato ordinato con alcuni anni di ritardo. Questo vuol dire che molto probabilmente è stato, a un certo punto del percorso, “fermato” dai superiori perché ritenuto non ancora adatto a fare il prete oppure che è stato allontanato da un seminario e ripreso da un altro. Cosa ha motivato lo “sblocco” della sua carriera? E perché si è deciso di ordinarlo comunque? Non sarà per caso stata la “fame di preti” a far propendere il vescovo in questa direzione o, peggio, la sistematica sottovalutazione delle qualità umane e della situazione psicologica a tutto vantaggio dell’attitudine a rispettare la disciplina e a seguire gli ordini impartiti dall’alto? L’ultimo punto riguarda la personalità dei seminaristi e lo svolgimento della loro carriera dentro i ranghi del clero. Molti di questi ragazzi sono assai immaturi e fragilissimi da ogni punto di vista già al momento di candidarsi al sacerdozio. Molto spesso sono attratti dalla possibilità che l’istituzione offre loro di “mettere tra parentesi”, in ragione dell’obbligo celibatario, le loro difficoltà sessuali e le loro incertezze relazionali e affettive. La permanenza dentro i seminari molto spesso peggiora, e molto, la situazione, consolidando l’attitudine al segreto, al nascondimento e alla menzogna, l’anaffettività e l’immaturità.

                L’uscita dal seminario che segue l’ordinazione e l’inserimento in parrocchia fanno venir meno l’ultimo guscio protettivo rappresentato dal monitoraggio quotidiano operato dall’istituzione e finiscono per produrre, nel caso di don Tempesta in un arco di tempo incredibilmente ridotto, conseguenze devastanti per la società e anche per la comunità dei credenti, per il popolo di Dio. L’eventuale colpevolezza di don Emanuele verrà accertata in tribunale, ma la Chiesa Cattolica non è costretta ad aspettare la sentenza per iniziare un doloroso ma necessario processo di riforma e rigenerazione.

Marco Marzano, ordinario di Sociologia all'Università di Bergamo           “Domani” 20 luglio 2021

www.c3dem.it/wp-content/uploads/2021/07/la-chiesa-deve-interrogarsi-sulla-formazione-dei-preti-accusati-di-abusi-sui-minori-marco-marzano-domani.pdf

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ADOZIONE INTERNAZIONALE

Colombia. Da agosto 2021 in vigore le nuove linee guida: ecco le novità

Grandi novità per gli aspiranti mamme e papà in attesa di concludere la procedura adottiva di un figlio colombiano. Dal 12 agosto 2021, nel Paese sudamericano, saranno infatti in vigore le nuove linee guida che si applicheranno ai dossier di coppie straniere depositati a partire da quella data, mentre per i dossier delle coppie colombiane sono già in vigore. Come sopra detto, tutte le domande di adozione internazionale presentate dal 12 agosto 2021 saranno disciplinate dalla Nuova Linea Guida (Risoluzione 0239 del 19 gennaio 2021)

  • Innalzamento della differenza di età tra adottati e adottanti. I Nuovi Lineamenti ampliano la fascia di età dei genitori adottivi, alzando la differenza tra adottati e adottante a 50 anni.  Per le aspiranti coppie adottive italiane, continueranno, comunque, sempre a valere anche le limitazioni previste dal nostro ordinamento giuridico. Precedentemente per adottare in Colombia un minore tra gli 0 e i 4 anni e 11 mesi o fratelli in cui il maggiore aveva massimo 6 anni e 11 mesi l’età degli adottanti doveva essere tra i 25 e i 45 anni. Le coppie tra i 46 e i 50 anni potevano invece adottare bambini tra i 5 e i 9 anni e 11 mesi o gruppi di fratelli dove il maggiore aveva tra i 7 e i 9 anni e 11 mesi.
  • Bambini con caratteristiche speciali: Un ulteriore ampliamento della differenza di età si applica al caso in cui si adottino bambini con caratteristiche speciali:

– da 0 a 5 anni (da 25 a 55 anni)

– da 6 a 9 anni (da 56 a 59 anni)

  • Oppure nel caso si scelga di adottare gruppi di fratelli:

– Qualora il più grande dei fratelli abbia fino a 6 anni e 11 mesi (da 25 a 55 anni)

– Qualora il più grande dei fratelli abbia un’età compresa tra 7 e 9 anni e 11 mesi  (da 56 a 59 anni)

  • Per le domande di adozione per ragazzi, ragazze o adolescenti di età superiore a 10 anni, o gruppi di 3 o più fratelli, verrà applicata la differenza di 50 anni tra il più vecchio dei richiedenti e il più grande dei bambini.
  • Alcune modifiche vengono apportate anche ai documenti che la coppia deve preparare per formare il suo dossier e nella relazione psico-sociale a cura dell’ente.
  • Per aiutare la formazione della nuova famiglia, le nuove linee guida apportano qualche modifica anche al numero di giorni di affiatamento tra coppia e bambino sul Paese: a seconda dell’età del bambino i giorni varieranno da un minimo di 3 ad un massimo di 6 di integrazione per la nuova famiglia.
  • In ultimo, modifiche anche al post adozione. Se prima erano per tutti 4 relazioni di post adozione ogni 6 mesi, ora per bambini sopra i 7 anni e i gruppi di fratelli le relazioni diventano 6, sempre da presentare ogni 6 mesi.

Un intervento relazionale basato sulla fiducia.  Le nuove linea guida portano inoltre, come nuova proposta per la costruzione del legame di attaccamento e la gestione del trauma nei bambini: la teoria dell’intervento relazionale basato sulla fiducia, modello terapeutico che consente ai genitori di fornire supporto e trattamento efficaci per i bambini a rischio, grazie a tre principi fondamentali:

1) Principio di connessione: si riferisce alle condizioni di relazione che devono stabilirsi tra il bambino e i genitori adottivi

2) Principio di correzione: comprende le strategie che devono usare i genitori adottivi per direzionare al meglio la condotta dei bambini

3) Principio di potenziamento: attenzione che l’adulto deve fornire ai bisogni sensoriali e fisiologici che ne sono alla base del comportamento osservabile del minore

AIBI news                   20 luglio 2021

www.aibi.it/ita/adozione-internazionale-in-colombia-da-agosto-2021-in-vigore-le-nuove-linee-guida-ecco-le-novita

 

Meglio adottare a distanza un bambino solo o sostenere un centro d’accoglienza con tutti i bambini?

   Ho visto che avete due tipologie e cioè l’Adozione a Distanza e il Sostegno a Distanza. Il primo è riferito a un solo bambino mentre il secondo a un gruppo di bambini di un centro di accoglienza. Mi sono chiesto, allora: perché preferire un solo bambino quando si possono sostenere più bambini?

    Se scegliessi pertanto un Sostegno a Distanza centro farei la cosa giusta?

La domanda è una riflessione corretta e interessante. La nostra risposta è “ovviamente sì”. Infatti, proprio in questo periodo, stiamo lanciando tanto il “sad centro” e il “sad progetto”, cioè il sostegno a distanza da 25 euro al mese rivolto esclusivamente a ognuno dei centri di accoglienza dei nostri Paesi all’estero o a un progetto nello specifico. Bisogna assolutamente dare valore al Sostegno a Distanza e accendere i riflettori su di esso affinché tutti i sostenitori possano davvero prenderlo in considerazione. Il sostegno a distanza centro o progetto è principalmente una partecipazione diretta alle attività progettuali di Ai.Bi. rivolte ai minori in difficoltà familiare, ospiti di una comunità di accoglienza. Attivando questa tipologia di sostegno, contribuiremo a migliorare le loro condizioni di vita, assicurando alimentazione adeguata, visite mediche specialistiche, attività socio–educative, corsi di formazione professionale, percorsi d’inserimento lavorativo per gli adolescenti e tutto ciò che si rende necessario per far sì che i minori ospiti delle comunità sostenute da Ai.Bi. possano crescere, per quanto possibile, serenamente, come se fossero i “nostri” figli. Pensare alla collettività e non solo al singolo è un valore aggiunto, specialmente in un periodo come questo dove aiutarsi è l’unica risposta per superare le difficoltà che tutto il mondo sta vivendo.

Un Sostegno a Distanza innovativo. Questo è un sostegno a distanza innovativo, in quanto con soli 25 euro al mese si diventa testimoni attivi della crescita e delle evoluzioni di un gruppo di bambini che non aspettano altro che il calore di una famiglia. Ma quel calore comincia a essere donato proprio dal sostenitore che seguirà costantemente i progressi della crescita di vita di ognuno di loro. Infatti, riceverà mensilmente un report con fotografie, filmati dei bambini e attività del centro e avrà la possibilità di scrivere e comunicare con loro attraverso mail, skype call e soprattutto avrà la possibilità di andare a conoscerli di persona nel centro di accoglienza dove sono ospiti.

Staff Sostegno a Distanza                   AIBInews  20 luglio 2021

www.aibi.it/ita/e-meglio-adottare-a-distanza-un-bambino-solo-o-sostenere-un-centro-di-accoglienza-con-tutti-i-suoi-bambini

 

WEBINAR Primi passi nel mondo dell’Adozione Internazionale

03 novembre 2021 – 17-20 (GMT+1:00) Rome

Il webinar risponde all’esigenza di dare alle coppie che intendono avvicinarsi per la prima volta al mondo dell’adozione, le nozioni base sulla normativa di riferimento e le procedure da espletare, nonché sul significato stesso dell’adozione. Il webinar, partendo da un approfondimento della normativa di riferimento per l’adozione, farà conoscere  le procedure da espletare passo dopo passo, affrontando anche il ruolo degli enti autorizzati all’adozione internazionale. L’obiettivo principale del webinar è quello di dare ai partecipanti gli strumenti per presentare domanda di idoneità per diventare genitori adottivi a livello internazionale.

            L’incontro informativo è condotto dalla referente della sede di Mestre di Ai.Bi. Amici dei Bambini, dott. Alice Paolin. Per maggiori informazioni è possibile contattare la segreteria di FARIS a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

www.fondazioneaibi.it/faris/prodotto/webinar-primi-passi-nel-mondo-delladozione-internazionale-2

WEBINAR Adottare un bambino con bisogni sanitari speciali? Una strada percorribile

02 novembre 2021 – 17,30-20,30  (GMT+1:00) Rome

Sono tanti i bisogni sanitari dei bambini in attesa di adozione: conoscerli e capire l’impatto che possono avere nella vita di una famiglia è l’obiettivo del webinar Faris del 2 novembre. Aprirsi all’adozione è, anche, un gesto di generosità: essere genitori adottivi, infatti, è sì un’avventura affascinante, ma è anche un impegno che richiede preparazione e determinazione per affrontare i tanti momenti difficili che sicuramente arriveranno. Per questo, affrontare il percorso dell’adozione significa anche interrogare se stessi, come singoli e come coppia, sulle proprie capacità, la volontà e la disponibilità a cambiare del tutto la propria vita, come sempre succede laddove arrivi un figlio, a maggior ragione se questo ha alle spalle una storia difficile e di abbandono.

Uno degli argomenti che più “mette alla prova” i futuri genitori adottivi è quello dei bisogni “speciali “dei tanti bambini che presentano situazioni di salute particolari. Ecco perché il Faris – Family Relationship Internazional School dedica proprio a questo argomento un webinar di approfondimento. Il corso si rivolge a tutte le coppie interessate all’adozione internazionale che stanno facendo il percorso con i servizi e il Tribunale o che, in possesso di Decreto di idoneità, hanno già dato mandato ad un Ente autorizzato. L’obiettivo è quello di riflettere su quali siano i bisogni sanitari più frequentemente riscontrati nei bambini in adozione e su quale impatto questi abbiano nella vita della coppia e del bambino stesso, preparandosi a prefigurare la propria disponibilità verso figli che possono avere queste caratteristiche. Sono pronto a correre in ospedale per un intervento chirurgico? A convivere con una patologia cronica? Cosa significa prendersi cura di un bambino con una malformazione?

Sono queste le domande che il webinar affronterà, partendo dalla descrizione di alcuni casi reali e descrivendo alcune possibili situazioni. A condurre l’incontro sarà la dott.ssa Irene Castellina, psicologa e consulente del Settore Adozioni Internazionali di Ai.Bi – Amici dei Bambini. Esperta in tematiche di Adozione.

Sarà presente anche un medico chirurgo, specializzato in Pediatria, consulente del Settore Adozioni Internazionali di Ai.Bi – Amici dei Bambini.

Per maggiori informazioni si può scrivere una mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

www.fondazioneaibi.it/faris/prodotto/webinar-adozione-internazionale-i-bisogni-sanitari-dei-bambini

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ADOZIONE NAZIONALE

L’ adozione “mite” esiste realmente?

legge 184/4 maggio 1983                            www.brocardi.it/legge-sull-adozione/titolo-ii/capo-i

                L’obiettivo ti tale tipo di adozione è quello di creare un rapporto stabile tra il minore e la famiglia alla quale viene affidato senza, tuttavia, far venir meno il rapporto con la famiglia in cui è nato. Se ne sente parlare già da un po’: accanto alle “classiche” forme previste dal legislatore per disciplinare l’istituto dell’adozione (adozione legittimante e adozione in casi speciali) una nuova tipologia creata, questa volta, dalla prassi giurisprudenziale, sta prendendo piede anche in Italia, è la cosiddetta “adozione mite”, che vuole preservare il diritto del bambino a mantenere intatto il legame con la sua famiglia biologica. Scopriamo insieme di cosa si tratta.

                Adozione: cosa prevede il legislatore italiano:  Nel nostro ordinamento l’adozione c.d. “tipica” è l’adozione legittimante, che comporta la totale rescissione dei legami tra l’adottato e la famiglia biologica e il venire in essere di una nuova realtà che a pieno titolo può definirsi famiglia, in cui il figlio adottato non ha alcuna differenziazione (o non deve avere alcuna differenziazione) da qualsiasi altro figlio biologico sia a livello affettivo che amministrativo e giuridico. Quasi tutti gli articoli della legge 184/1983 si riferiscono a questo tipo di adozione.

                L’adozione in casi speciali. Il nostro ordinamento però prevede anche un’altra adozione, intesa quale eccezione, la c.d. “adozione in casi speciali” o “adozione ex art. 44”, infatti è proprio l’art. 44 della L. 184/83 a prevedere questa figura di tutela del minore. L’adozione in casi particolari comporta la non interruzione dei rapporti con la famiglia di origine, famiglia con la quale il minore mantiene un rapporto significativo e che, in casi particolari, previsti dalla legge, può anche essere revocata. Con l’adozione in casi particolari il minore si vede riconosciuto un legame con i genitori adottivi senza annullare, però, il rapporto con la propria famiglia di origine.

                L’adozione in casi particolari è prevista:

      quando il minore è orfano di entrambi i genitori e l’adottante è un suo parente entro il sesto grado o una persona a lui legata da un rapporto stabile e duraturo preesistente alla morte dei genitori;

      quando l’adottante è il coniuge del genitore anche adottivo del minore;

      quando il minore, orfano di padre e madre, è riconosciuto affetto da “minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva che è causa di difficoltà di apprendimento di relazione od integrazione lavorativa, tale da determinare una condizione di svantaggio sociale o di emarginazione” (art. 3 c 1 L. 104/1992);

      quando il minore è in impossibilità di affidamento preadottivo.

                Tale tipo di adozione, che non recide il vincolo di parentela con la famiglia biologica, comporta che al cognome del minore adottato si aggiunge quello della famiglia adottiva, famiglia che, acquisisce il diritto di esercitare la potestà genitoriale così come ha il diritto/dovere di istruire, educare e mantenere il minore.

                Il rapporto adottivo che si viene ad instaurare riguarda solo l’adottante e l’adottato e non si estende alle rispettive famiglie. Conseguentemente, quindi, l’adottato acquista i diritti ereditari esclusivamente nei confronti dell’adottante (non accade l’inverso) e partecipa alla divisione ereditaria dei beni di quest’ultimo al pari di ogni altro figlio. Gli adottanti, invece, non acquistano alcun diritto ereditario su eventuali beni dell’adottato.

                L’adozione mite.  Non prevista legislativamente, ma creata dalla prassi giurisprudenziale, avviata dal Tribunale per i Minorenni di Bari è la c.d. “adozione mite”, una forma di adozione pensata per risolvere determinate situazioni di incertezza che possono crearsi quando la famiglia biologica non risulta idonea a rispondere ai bisogni educativi del minore. Anche nei casi di adozione mite non si interrompe il rapporto di filiazione con la famiglia d’origine, anzi, a tale rapporto se ne aggiunge un altro che è, appunto, quello con i c.d. adottanti, soggetti a cui spetta, anche in questo caso, la potestà genitoriale. L’obiettivo ti tale tipo di adozione è quello di creare un rapporto stabile tra il minore e la famiglia alla quale viene affidato senza, tuttavia, far venir meno il rapporto con la famiglia in cui è nato. L’istituto dell’adozione mite, non disciplinato dal nostro ordinamento, deriva da un’interpretazione estensiva dell’art. 44, lett. d), della L. n. 184/1983 rubricata “diritto del minore ad una famiglia”.

                Vi è una sostanziale differenza tra i due tipi di adozione: nell’adozione in casi speciali la famiglia di origine può anche mancare, mentre l’adozione mite interviene proprio quando è presente la famiglia d’origine e la sua presenza è uno dei presupposti necessari perché si possa avviare tale tipo di adozione.

                L’invito della Convenzione Europea Diritti Uomo. Negli ultimi tempi la CEDU si è espressa invitando gli Stati membri e in particolare l’Italia a “creare” forme di adozione che potessero soddisfare certe situazioni di abbandono complesse, nell’esclusivo interesse del minore, senza intaccare o eliminare il rapporto con la famiglia d’origine relegando l’adozione legittimante al ruolo di extrema ratio: “l’adozione legittimante è l’estrema ratio a cui si deve pervenire quando non si ravvisa alcun interesse per il minore di conservare una relazione con i genitori biologici, attesa la condizione di abbandono materiale e morale nella quale si troverebbe a vivere” così pronunciava la Suprema Corte già nel 2020 in accoglimento delle indicazioni del diritto comunitario.

                La CEDU stessa ha sottolineato in recenti decisioni il principio del primato della maternità biologica, ritenendo necessario che gli Stati adottino tutte le misure concrete per permettere al minore di vivere con i genitori biologici o, nel caso in cui ciò non fosse possibile, di preservare il legame tra genitori biologici e minore anche nei casi in cui vi siano condizioni di parziale compromissione dell’idoneità genitoriale in ossequio all’art. 8 CEDU.

                La recente sentenza Corte di Cassazione, prima Sezione civile, ordinanza n. 1476, 25 gennaio 2021

Cassazione-civile-ordinanza-1474-2021.pdf

                Una recentissima decisione italiana ha inserito espressamente l’adozione mite nell’alveo dei tipi di adozione, seppur, lo si ripete, non prevista legislativamente: “in applicazione degli artt. 8 CEDU, 30 Cost., 1 1. n. 184/1983 e 315 bis, comma 2, c.c., nonché delle sentenze in materia della Corte EDU, il giudice chiamato a decidere sullo stato di abbandono del minore, e quindi sulla dichiarazione di adottabilità, deve accertare la sussistenza dell’interesse del medesimo a conservare il legame con i suoi genitori biologici, pur se deficitari nelle loro capacità genitoriali, costituendo l’adozione legittimante una extrema ratio cui può pervenirsi nel solo caso in cui non si ravvisi tale interesse. Il modello di adozione in casi particolari, e segnatamente la previsione di cui all’art. 44, lett d), l. n. 184/1983, può, nei singoli casi concreti e previo compimento delle opportune indagini istruttorie, costituire un idoneo strumento giuridico per il ricorso alla cd. “adozione mite”, al fine di non recidere del tutto, nell’accertato interesse del minore, il rapporto tra quest’ultimo e la famiglia di origine». (Cass. 1476/2021)

Ufficio Diritti Ai.Bi. – Amici dei Bambini    22 luglio 2021

www.aibi.it/ita/ladozione-mite-esiste-realmente

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AFFIDO

 Come vive il minore l’inserimento in famiglia?

L’inserimento è molto diverso da caso a caso. Fattori determinanti sono indubbiamente l’età dei minori e la presenza di altri bambini all’interno della famiglia affidataria.

            Farsi famiglia accogliente è un’esperienza davvero arricchente. Aprire la propria casa e il proprio cuore ad un minore in un momento di difficoltà, divenire per lui un riferimento, proteggerlo, prendersi cura di lui fin quando la sua situazione familiare non sarà migliorata è un gesto carico di altruismo, al quale molte coppie ed anche single si aprono, dopo aver seguito un primo periodo di formazione. Perché il desiderio, la volontà, l’amore sono terreno fertile per “seminare” accoglienza, ma, per farla “fiorire” occorre essere informati, formati e correttamente preparati.

L’inserimento del minore in famiglia. Pensiamo ad esempio, al primo momento dell’inserimento del bambino o dell’adolescente in famiglia affidataria. Le reazioni dei bambini sono le più diverse, perché ognuno ha la sua storia e il suo carattere. Ci sono bambini che vivono questo cambiamento con molta preoccupazione per cui per il primo periodo sono molto accomodanti e adesivi a tutta la nuova realtà familiare, quasi a non voler disturbare. Altri invece mettono in atto da subito provocazioni e capricci.

L’inserimento è una fase davvero molto diversa da caso a caso, da bambino a bambino. Fattori determinanti sono indubbiamente l’età dei minori e la presenza di altri bambini all’interno della famiglia affidataria.

            L’importanza dei fratelli affidatari. Spesso i “fratelli affidatari” sono una risorsa per i bambini che arrivano perché la dimensione del “giocare insieme” è facilitante. In generale, i giovani sono molto resilienti e capaci di affrontare i cambiamenti con maggiore flessibilità degli adulti, come nel caso di Maria (nome di fantasia) che dovendo scrivere un tema descrittivo su un familiare si chiedeva di chi raccontare per non offendere nessuno e non destare troppe domande nei compagni… alla fine la scelta è ricaduta sulla sorella dell’affidataria perché, ha spiegato: “almeno una zia ce l’hanno tutti”!

            Insomma, il desiderio di accoglienza è il presupposto immancabile per aprirsi all’affido, ma una buona informazione e preparazione è davvero importante.       Per avere maggiori informazioni sull’affido e sugli incontri informativi e preparatori realizzati da Ai.Bi.       www.aibi.it/ita/attivita/affido

AIBInews  19 luglio 2021

www.aibi.it/ita/affido-come-vive-il-minore-linserimento-in-famiglia/

 

Incontro Informativo sull’Affido Familiare

Webinar 18 novembre 2021 – ore 21-23

Quando una famiglia attraversa un momento di difficoltà e non riesce a prendersi momentaneamente cura dei figli, i minori possono essere accolti per un periodo di tempo determinato in un’altra famiglia, la famiglia accogliente. Chi può fare affido? Che età bisogna avere? Quanto può durare un affido? E che tipologie di affido esistono? Come funziona tutto il procedimento?

            Se sei un single, una coppia o una famiglia e sei interessata a conoscere e approfondire il tema dell’affido familiare, partecipa al nostro incontro informativo.

            L’incontro informativo è condotto da una famiglia affidataria di Ai.Bi. – Amici dei Bambini. Avrai modo di conoscere l’accoglienza familiare temporanea grazie alla testimonianza diretta di chi vive quest’esperienza.

Per maggiori informazioni è possibile contattare la segreteria di FARIS Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

www.fondazioneaibi.it/faris/prodotto/webinar-incontro-informativo-sullaffido-familiare-2/

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF - n. 29, 21 luglio 2021

Meet-more equal europe togheter. Meet è il titolo di un progetto contro l'islamofobia promosso e coordinato dalla Fondazione L'albero della Vita che coinvolge 5 Paesi oltre l’Italia (Francia, Belgio, Polonia, Ungheria e Bulgaria).      www.youtube.com/channel/UCoI97hXzXksujFCy5LXbnKA

Sono disponibili su Youtube gli episodi italiani (girati a Milano nei quartieri di Baggio, San Siro, via Padova) in cui le donne mussulmane si raccontano davanti alla telecamera, in video realizzati da ragazzi tra i 12 e i 18 anni come esito di laboratori con il duplice obiettivo di fornire ai ragazzi alcuni strumenti tecnici di riprese video e anche contenuti educativi per poter realizzare episodi di contro-narrazione sui temi legati a islamofobia, discriminazione e stereotipi.

www.youtube.com/watch?v=6DsFD3pI0FM

Giovani, famiglia e futuro: se ne parla su chiesadimilano.it. Il programma tv (Telenova) "La chiesa nella città oggi" della Diocesi Ambrosiana, curato da Annamaria Braccini, ha dedicato una puntata monografica all'indagine del Cisf e dell'Istituto Toniolo su "Giovani, famiglia e futuro attraverso la pandemia" con un'approfondita intervista al direttore Cisf, Francesco Belletti, sui temi della propensione dei giovani under 35 a progettare una famiglia e sugli ostacoli che complicano i loro desideri di generatività.                                           www.youtube.com/watch?v=vt1v1X7VFPU

Associazione don Zilli: approvato il bilancio sociale. "Con il Bilancio Sociale 2020 intendiamo proseguire e migliorare la nostra capacità di essere sempre più trasparenti ed affidabili, raccontandoci meglio e comunicando con maggiore sistematicità il nostro modo di perseguire la mission che ci siamo dati: sostenere e valorizzare la famiglia come valore forte del tessuto sociale del nostro Paese, con una particolare attenzione alle condizioni di marginalità e vulnerabilità": sono le parole del presidente don Antonio Rizzolo nella presentazione del Bilancio Sociale dell'associazione Don Zilli, operativa da 40 anni al servizio della famiglia e (dopo essere diventata Onlus) in procinto di diventare un Ente di Terzo Settore. L’obiettivo del Bilancio Sociale mira a far conoscere le finalità istituzionali dell’Associazione e i principi valoriali che guidano l’operatività e al tempo stesso illustrare i servizi offerti, i progetti e le attività realizzate, nonché evidenziare i risultati raggiunti durante il periodo di riferimento.

www.associazionedonzilli.it/bilancio-sociale

Le info per sostenere l'Associazione don Zilli nelle sue attività al servizio delle famiglie bisognose e il promemoria per selezionarla nell'ambito del 5 per mille. www.associazionedonzilli.it/come-sostenerci

Può la separazione cambiare la personalità? È la domanda alla base della ricerca condotta da tre ricercatori dell'Università di Anversa e pubblicata sulla rivista Personality and Individual Differences su 35mila individui sposati (di Regno Unito, Australia, Germania). I ricercatori hanno esaminato le persone che si sono separate durante un periodo da quattro a sei anni. Il cambiamento dei tratti della personalità di chi si è separato in questo periodo è stato poi confrontato con chi è rimasto sposato. Dai risultati appare che l'esperienza della separazione non intacca i tratti fondamentali della personalità (che, secondo un modello codificato, contiene 5 tratti possibili: nevrotico, estroverso, coscienzioso, gradevole, aperto alle esperienze). È possibile, scrivono i ricercatori, che sebbene in media il divorzio non porti a un cambiamento di personalità, alcuni individui possano accentuare il tratto della gradevolezza, perché la loro nuova vita da single richiede tratti di personalità utili per ricostruire una rete sociale.            www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S019188692030619X

USA/denaro ma anche tempo, ecco cosa serve per rilanciare la natalità. Segnaliamo un'interessante riflessione di The Atlantic sul rilancio della natalità negli USA. Mentre il piano Biden ha previsto, tra le altre cose, un'espansione del credito d'imposta per i figli che darà ai genitori fino a 3.600 dollari l'anno per ciascuno - ma è attualmente prevista solo quest'anno - gli osservatori si domandano se i soli sostegni economici bastino a ridare fiducia alle famiglie. In realtà, si legge nell'articolo, i due modi principali per aiutare le persone ad avere i bambini che desiderano sono dar loro tempo e denaro. Un paese può offrire sostegno finanziario e può anche promuovere la flessibilità del lavoro con programmi di congedo parentale e assistenza all'infanzia, e fornendo tutele lavorative ai genitori che scelgono il lavoro part-time. Queste strategie affrontano due ragioni fondamentali per cui molte persone che vogliono figli esitano ad averli: perché non possono permetterselo e perché (oggi sempre di più) non vogliono scendere a compromessi sulla loro carriera.

 www.theatlantic.com/family/archive/2021/07/improve-us-birth-rate-give-parents-money-and-time/619367

Welfare di comunità: l'esperienza del condominio solidale di Cervia. È stato presentato il rapporto di ricerca "Il valore della solidarietà, l'impatto del condominio solidale", incentrato sull'esperienza del Condominio Solidale Pantera Rosa di Cervia. Si tratta di un progetto di welfare di comunità, avviato nel 2015 dalla Cooperativa Sole www.solecooperativa.com insieme al Comune di Cervia, e incentrato sul coinvolgimento diretto delle persone e sullo sviluppo dell’housing sociale attraverso la promozione di formule di collaborazione e “buon vicinato”. I condomini sono chiamati all'aiuto reciproco, attraverso azioni volontarie, generando un impatto positivo sulle singole persone, andando così a migliorare molti aspetti, tra i quali quelli psicologici, relazionali e di salute. L'obiettivo è far sprigionare alle persone le proprie potenzialità, mettendosi a disposizione della comunità e concorrendo al miglioramento della vita e salute propria, e degli altri. Non a caso, alla base di quest’esperienza ritroviamo concetti fondamentali come relazioni, partecipazione, solidarietà, inclusione, condivisione e cooperazione.                            www.solecooperativa.com/portfolio/condominio-solidale

Anziani, Rsa e cure domiciliari. “Perché non possiamo fare a meno delle Rsa – Servono risposte diverse su misura dei diversi bisogni di chi è fragile”, Giovedì 15 luglio si è tenuta la conferenza stampa organizzata dall'Osservatorio RSA dell'Università LIUC di Castellanza (VA), in collaborazione con Uneba.                                        www.uneba.org/senza-le-rsa-non-ce-futuro-per-lassistenza-agli-anziani

Interventi di Marco Trabucchi (Gruppo Ricerca Geriatrica, Brescia), Antonio Sebastiano (Osservatorio RSA LIUC), Franco Massi (Uneba nazionale), Luca Degani (Uneba Lombardia), Fabio Toso (Uneba Veneto).                                                                                 www.uneba.org/tag/futuro-delle-rsa

  www.uneba.org/video-della-conferenza-stampa-sulle-rsa-con-trabucchi-sebastiano-massi-degani-toso

Al via la nuova agenzia per la vita indipendente nord Milano. È stata presentata pubblicamente a Cinisello Balsamo (Milano), la nuova Agenzia per la Vita Indipendente Nord Milano, un servizio rivolto al territorio con l’obiettivo di accompagnare le persone con disabilità fisica e intellettiva tra i 18 e i 64 anni nella realizzazione di un percorso di vita indipendente. E' lo sviluppo di un progetto partito tre anni fa, Linc, che ha coinvolto molte realtà pubbliche e del privato sociale per mettere al centro (anche decisionale) la persona con disabilità. L'agenzia avrà due sedi (a Cinisello B. e a Bresso) e vede l’introduzione delle figure del consulente e della famiglia alla pari.

www.progettocrew.it/wellbeing/da-progetto-a-servizio-l-esempio-di-l-inc-la-nuova-agenzia-per-la-vita-indipendente-nord-milano

PERCORSI DI FORMAZIONE

  • Master in affido, adozione e nuove sfide dell'accoglienza familiare. Organizzato da Asag-Alta scuola di Psicologia Agostino Gemelli-Università Cattolica di Milano in partnership con l'Istituto degli Innocenti di Firenze, offre una formazione di eccellenza per la costruzione e lo sviluppo di competenze specifiche nell’ambito dell’affido, dell’adozione e strumenti utili per far fronte alle sfide dell’accoglienza familiare. Sono previsti 14 Moduli formativi di due giorni, a partire da gennaio 2022 fino a luglio 2022 (I annualità) e poi settembre 2022 fino a marzo 2023 (II annualità). I candidati dovranno compilare la domanda attraverso il portale ammissioneentro il 30 novembre 2021 (primo turno per i candidati interessati alla borsa di studio parziale**) o il 10 gennaio 2022 (secondo turno) allegando il curriculum vitæ

https://asag.unicatt.it/asag-master-affido-adozione-e-nuove-sfide-dell-accoglienza-familiare-aspetti-clinici-sociali

  • §  Master biennale in diritto di famiglia. Lo propone il Centro Studi Famiglia, un centro privato di studio e ricerca di Milano,         www.centrostudifamiglia.com     in collaborazione con Studio La Scala, https://lascala.com    ed è rivolto ad avvocati e giuristi per unire competenze multidisciplinari (nozioni di diritto di famiglia, di psicologia familiare e di diritto patrimoniale, oltre a tecniche negoziali e tecniche di risoluzione alternativa delle controversie). Il Master potrà essere seguito in presenza a Milano o via web da qualsiasi altro luogo. La durata è biennale: inizierà febbraio 2022 e terminerà a novembre 2023 (le lezioni si svolgeranno un venerdì al mese dalle ore 9.00 alle ore 17.00).

www.centrostudifamiglia.com/master-diritto-20222023.html?fbclid=IwAR2jIz5XM0-foAM3r7nOP99FXTD2pS1-fT1gHmHcXkzcH8ew1bAyFg01Sbo

  • Il metodo della coordinazione genitoriale. È il corso di formazione online rivolto a mediatori familiari, psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, neuropsichiatri, avvocati, assistenti sociali, pedagogisti ed educatori con esperienza in diritto di famiglia, in psicologia evolutiva e nella gestione dei conflitti familiari e organizzato dal Centro Studi Famiglia e dalla Società La Scala. Il corso prevede 50 ore di formazione dal 20 ottobre 2021 al 27 novembre 2021 (sempre dalle ore 9.00 alle 14.00). vedi ↑

www.centrostudifamiglia.com/corsodicoordinazionegenitoriale.html?fbclid=IwAR001tcd7rEUvkhROhg_ckbrema2s-MB5nEEOfd5iiHzCMCJIa0L_qwPDXo

  • Convegno (IT) - 23 ottobre 2021 (9.30-18.00). "Il limite e l'orizzonte. Fragilità, trauma e cura",  Convegno nazionale di Neuroscienze, neuropsicologia e psicoterapia a cura di PerFormat.

www.performat.it/convegno-neuroscienze/convegno-nazionale-neuroscienze-neuropsicologia-psicoterapia-2021

  • Eventi (INT) - 28/29 ottobre 2021 (inizio ore 15.00). “Women Enhancing Work Change 2021”, evento internazionale in cui saranno presentati i risultati dell'omonima ricerca realizzata dall’Istituto di Studi Superiori sulla Donna      www.upra.org/offerta-formativa/istituti/istituto-di-studi-superiori-sulla-donna

con il contributo di ricercatori italiani, stranieri e con vari esperti di settore che hanno esplorato ed approfondito l’impatto della pandemia sul lavoro e sulla qualità della vita delle donne in Italia, Spagna, Messico e Cile.                                 www.upra.org/evento/women-enhancing-work-change-2021

Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

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CHIESA CATTOLICA

Card. Marx: "Se non potessi più servire la Chiesa, rassegnerei di nuovo le dimissioni"

 

                Il card. Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, che il 4 giugno 2021 scorso ha rassegnato le dimissioni, poi rifiutate da papa Francesco, ha fatto intendere, in un messaggio letto in tutte le chiese dell'arcidiocesi nel fine settimana e pubblicato sul sito dell'arcidiocesi, che potrebbe verificarsi la possibilità di una seconda richiesta di essere liberato dal papa dal suo incarico episcopale. Pur ribadendo il «nuovo sì al mio servizio come arcivescovo di Monaco e Frisinga», Marx ha infatti sottolineato allo stesso tempo: «Considero il mio servizio di vescovo non come un ufficio che mi appartiene e che devo difendere, ma come un mandato per le persone in questa arcidiocesi e come servizio all'unità della Chiesa»; «Se non potessi più svolgere questo servizio, allora sarebbe tempo - sentiti i comitati diocesani e anche la commissione di elaborazione e il consiglio consultivo per le vittime - di decidere per il bene della Chiesa e di presentare nuovamente le mie dimissioni». Come a dire: non si tratterebbe, in quel caso, di un'iniziativa individuale, ma una di una decisione presa all'interno di un processo consultivo.

                Parlando dello scandalo degli abusi, «ciò che rimane decisivo per me - ha detto - è la consapevolezza che tante persone nella Chiesa hanno vissuto dolore e sofferenza e stanno ancora soffrendo»; «è essenziale e allo stesso tempo una sfida che ci sia permesso ascoltare le vittime e le persone colpite e imparare da loro»; solo di recente si è cominciato a capire «fino a che punto gli abusi e le violenze sessuali hanno conseguenze anche sulla vita delle persone indirettamente colpite, ad esempio nelle famiglie o nelle nostre comunità e parrocchie». Nel frattempo, è atteso per il prossimo ottobre il rapporto da lui commissionato dallo studio legale di Monaco di Baviera Westpfahl Spilker Wastl (WSW) in merito alla condotta dell'arcidiocesi nei casi di abusi sessuali perpetrati dal clero.

                Ludovica Eugenio            Monaco-Adista                25 luglio 2021

www.adista.it/articolo/66441

Gesuiti: leggere i segni dei tempi

                Quest’anno l’ordine dei gesuiti celebra un anno giubilare in occasione del 500° anniversario della conversione di sant’Ignazio di Loyola. In questa intervista a katholisch.de padre Arturo Sosa, da quasi cinque anni preposito generale della Compagnia di Gesù, spiega perché sant’Ignazio può essere un modello per i credenti di oggi, qual è la situazione attuale della Compagnia, cosa significa lo scandalo degli abusi per i gesuiti e qual è il rapporto del papa con il suo ordine e con lui personalmente.

                 Cosa ha da dire sant’Ignazio di Loyola ai credenti dei nostri giorni?

                La vita di Ignazio può insegnarci soprattutto due cose: la prima è la grande capacità di cambiare se stesso e la sua vita in modo del tutto inatteso. Sant’Ignazio non si aggrappò spasmodicamente al suo progetto di una vita di successo, ma si lasciò guidare da eventi imprevedibili, come la ferita nella battaglia di Pamplona o il fallimento del suo intento di vivere in Terra Santa, tanto desiderato. Non si lasciò scoraggiare dai contrattempi e percorse nuove vie. Ebbe in questo fiducia nello Spirito Santo e alla fine fondò i gesuiti. Ignazio ha avuto l’ardire di lasciarsi cambiare confidando in Dio.

                E qual è il secondo punto importante della vita di sant’Ignazio?

                Il profondo incontro personale con Cristo. Questo è stato il centro della sua vita ed è anche il centro dell’ordine dei gesuiti e di tutta la Chiesa, ieri e oggi. Come cristiani, siamo chiamati a mettere Cristo al centro della nostra vita, dei nostri sentimenti e delle nostre motivazioni. Ciò fu estremamente importante per Ignazio nella fondazione della Compagnia di Gesù. Ecco perché noi come ordine ci siamo proposti in questo anno giubilare ignaziano di porre sempre più l’orientamento a Cristo al centro della nostra missione. Di qui il motto di quest’anno: “Vedere tutto nuovamente in Cristo”. Questa inconsueta prospettiva è un arricchimento per il mondo d’oggi.

                 Ma la gente di oggi ha bisogno di questo nuovo sguardo di Ignazio per lasciarsi cambiare da ciò che non è abituale?

                Assolutamente, perché Ignazio ha esperimentato che Dio era all’opera nella sua vita. Il Concilio Vaticano II ha attribuito ai cosiddetti “segni dei tempi” un significato particolare per la Chiesa. Questo è esattamente ciò che anche Ignazio ha imparato: Dio parla nel presente alle persone, alla Chiesa, e invia loro dei segni per il cammino su cui li invita. Di fronte allo stato attuale della Chiesa, è particolarmente importante saper leggere i segni dei tempi. Fa parte di ciò anche la capacità di discernimento per riconoscere quali segni provengono realmente da Dio e quali hanno origine da altre fonti, come le ideologie o le idee politiche.

                Soprattutto in Europa e Nord America, ma anche in altri continenti, i credenti chiedono l’apertura del ministero consacrato alle donne e una maggiore partecipazione nella Chiesa. Sono anche questi “segni dei tempi”?

                Non c’è nulla in contrario a queste richieste, perché colgono importanti sviluppi nella società. Ma bisogna imparare a leggere se questi sono segni dei tempi in senso evangelico. Dobbiamo chiederci cosa in Germania o in qualsiasi altra Chiesa locale rende la Chiesa di Cristo migliore alla luce della Buona Novella. Nei segni dei tempi non si tratta di mettersi a proprio agio nel presente e creare meno urti possibili. La Chiesa deve anche prendere le distanze da certe tendenze della società. Perciò è importante imparare a discernere. Ciò significa che è importante scegliere dove andare con lo sguardo di Cristo. Si tratta di lasciarsi guidare dal vangelo, dallo Spirito Santo. Ma è un compito molto difficile perché non è sempre chiaro ciò che Dio vuole da noi. E occorre del tempo per questo: non si impara a discernere da un giorno all’altro.

                Le decisioni e le dichiarazioni del papa non sono sempre facili da capire e talvolta sono contraddittorie. Ciò fa parte del discernimento degli spiriti? Il papa può essere capito meglio da chi conosce la sua formazione gesuitica e la spiritualità ignaziana?

                Sicuramente chi conosce la storia dei gesuiti e la nostra spiritualità può capire meglio il papa, perché in fondo è un gesuita. Ma va anche detto che il discernimento non fu una scoperta di Ignazio. Appartiene al popolo di Dio fin dai tempi biblici. Anche Gesù conosce questa prassi: ne offre un buon esempio la notte nell’orto del Getsemani, prima della Passione. Gesù si chiede cosa deve fare. Piange, prega e suda sangue, perché prova una grande angoscia davanti alla sofferenza che lo attende. Ma alla fine decide di percorrere questa strada. Oppure i profeti dell’Antico Testamento: essi hanno un messaggio da proclamare in nome di Dio e, nonostante le avversità, scelgono il modo migliore per svolgere la loro missione. Il discernimento è presente già nella Bibbia e non è un proprium della Chiesa cattolica, ma avviene anche al di fuori di essa per opera dello Spirito Santo. Credo anche che il sinodo dei vescovi sulla sinodalità e la sua preparazione nelle Chiese locali farà capire meglio quanto nella Chiesa è importante il discernimento degli spiriti.

                Ma lei può capire coloro che non possono mettere in pratica le decisioni e le dichiarazioni del papa perché si basano sul discernimento, ossia su un atto del tutto individuale?

                Bisogna tener presente che qui non si tratta del discernimento di una singola persona, ma dell’intera comunità ecclesiale. Perciò è importante promuovere lo spirito sinodale nella Chiesa. Questo riguarda tutti, dai ministri ordinati ai fedeli delle parrocchie. Tutti hanno il compito – nella loro vita personale, ma anche nella comunità ecclesiale – di discernere gli spiriti.

                Come può contribuire l’ordine dei gesuiti allo sviluppo sinodale della Chiesa?

                La sinodalità non è un’invenzione di papa Francesco, ma è fondata nel Vaticano II. I Padri conciliari hanno iscritto la sinodalità nel DNA della Chiesa. La costituzione Lumen gentium definisce la Chiesa popolo di Dio in cammino guidato dallo Spirito Santo. Il popolo e la comunità stanno al centro. È solo partendo da questa base che sono descritti i ruoli dei vescovi, dei sacerdoti e dei religiosi nella Chiesa. Dobbiamo riscoprire e realizzare sempre più questa struttura di servizio e di comunione nella Chiesa. Il contributo di noi gesuiti, particolarmente impegnati nei campi della teologia, dell’educazione e della pastorale, consiste nel dovere di attuare il Concilio Vaticano II. Siamo chiamati a fare quanto oggi è necessario per far progredire la sinodalità nella Chiesa.

                Se guardiamo un po’ alla storia dei gesuiti, qual è il maggior impegno dell’ordine? E dove ha avuto le sue colpe?

                Non pretendo di rispondere a questa domanda, perché si tratta di una storia di oltre 500 anni, fatta di innumerevoli persone e migliaia di nuovi inizi. La Compagnia di Gesù era ed è così diversa e differenziata in così tanti paesi che un giudizio del genere mi sembra impossibile.

                Questo naturalmente si capisce. Ma riprendo un argomento doloroso: gli abusi che ci sono stati anche nelle parrocchie e nelle scuole dei gesuiti. Rappresenta un grosso problema per l’ordine?

                Purtroppo il tema degli abusi è presente anche tra noi gesuiti, ma circola anche in altre strutture e istituzioni. A mio parere, abbiamo reagito energicamente al problema e oggi stiamo facendo tutto il possibile per il bene dei bambini e dei giovani nelle nostre scuole e parrocchie. Prima di tutto, abbiamo riconosciuto cosa è successo e abbiamo avviato dettagliati processi di elaborazione in molti paesi, ad esempio in Germania, ma anche in Irlanda, Canada, Stati Uniti o in Cile. Per noi era importante fare tutto nel modo più trasparente possibile. Abbiamo chiesto perdono e fatto ammenda. L’attenzione ora è posta sulla prevenzione. Vogliamo creare un “ambiente sicuro” per tutti nelle nostre strutture, una “cultura del bene del bambino”. Purtroppo, questo non è sempre facile, perché le differenze culturali nei singoli paesi sono molto grandi. Tuttavia, per noi è importante raggiungere ovunque quanto prima un elevato livello di prevenzione e di trasparenza in materia di abusi. Il tempo dell’occultamento è finito.

                In Germania, la Provincia dei gesuiti è stata recentemente sciolta ed è stata creata una sola Provincia dell’Europa Centrale. Il numero delle vocazioni in Europa è diminuito così tanto da rendere necessario questo passo?

                In numero dei gesuiti è molto cambiato, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti. Tuttavia, noi non consideriamo tanto le nostre strutture in relazione ai numeri, ma dal miglior adempimento possibile del nostro mandato. Negli ultimi decenni, l’Europa si è trasformata in una forte comunità politica dove la comunicazione vicendevole è molto più semplice e le frontiere sono sempre meno importanti. Ecco perché non è più così importante per noi organizzare le nostre province esclusivamente in base ai confini nazionali. Queste decisioni dipendono anche da come possiamo utilizzare al meglio le risorse per la nostra missione. La creazione della nuova Provincia dell’Europa Centrale è stato un processo di discernimento molto lungo. Fa parte di una serie di accorpamenti simili negli ultimi anni, ad esempio quello di una sola provincia francofona in Europa o di un’unica provincia religiosa in Spagna. Anche in altri continenti sono previsti cambiamenti analoghi. Queste strutture, inoltre, non sono create per durare in eterno, ma possono essere rimodulate in una ventina d’anni se le circostanze esterne o interne dovessero cambiare. Su questo punto, l’ordine dei gesuiti è un’organizzazione molto flessibile, a differenza dei benedettini, ad esempio, che come ordine hanno delle associazioni di singoli monasteri. In quel caso i cambiamenti sono più difficili. Noi siamo flessibili anche con le nostre istituzioni religiose. Un esempio: il servizio dei gesuiti per i rifugiati è strutturato a livello internazionale e si adatta alle esigenze attuali. Come cambiano gli itinerari percorsi dei rifugiati, così cambia anche questo servizio.

                Guardiamo i numeri: dove cresce l’ordine e dove è in diminuzione?

                Se guardiamo solo ai numeri, l’Europa è sempre il centro della nostra attenzione. Qui però vivono anche i membri più anziani. Le vocazioni in Europa sono relativamente minori rispetto a 75 o 50 anni fa. In Africa, la Compagnia di Gesù ha un altissimo numero di ingressi ed è in costante crescita. Questo ha a che fare anche con lo sviluppo della popolazione nella maggior parte dei paesi africani, perché lì ci sono molti giovani. In Europa, invece, ci sono meno giovani e quindi meno vocazioni. In America Latina, per così dire, il numero dei gesuiti è rimasto molto stabile, ma un quarto di tutti i gesuiti vive in India: 21 province con più di 4.000 membri.

                Lei è a capo della Compagnia di Gesù. Come riesce a tenere insieme questo ordine i cui membri godono fama di essere grandi individualisti?

                (Ride) Questo è possibile perché l’unità dell’ordine è garantita non solo dalla sua leadership, ma da ogni gesuita. Noi siamo un corpo e Gesù è il nostro capo, non io come preposito generale. A questo riguardo è particolarmente importante il voto di obbedienza. Ma non è obbedienza ad un’associazione umana, ma allo Spirito Santo, alla nostra missione. Perciò compito di chi guida non sta nell’impartire ordini, ma nel vedere dove nell’ordine e in che posto ogni gesuita può servire al meglio la nostra missione. Ciò presuppone che tutti i membri dell’ordine siano possibilmente ben formati, e siano in grado di pensare autonomamente e in maniera diversa. La diversità è un tratto distintivo di noi gesuiti. Lo si può vedere nel multiculturalismo della nostra comunità: mai prima d’ora i gesuiti provenivano da contesti culturali così diversi. Questa è una grande ricchezza, ma anche un’enorme sfida. Dobbiamo sempre chiederci come utilizziamo questa diversità per la nostra missione. Il mio compito di preposito consiste proprio nel mantenere viva questa attenzione.

                Lei ha menzionato l’obbedienza di cui i gesuiti sono celebri. Ma l’obbedienza può anche essere fraintesa

                Certo. Circolano tanti paragoni satirici tra la Compagnia di Gesù e i militari. Ma per noi è esattamente il contrario. Noi non vogliamo un’obbedienza da cadaveri, ma cerchiamo uomini che sappiano pensare e discernere autonomamente. Obbedienza significa cercare insieme come e dove uno può offrire al meglio il suo contributo all’insieme. È quanto ho sempre cercato anch’io durante tutta la mia vita di gesuita.

                Come preposito generale dei gesuiti, lei ha grandi possibilità di influire e per questo è anche chiamato il “papa nero”. Di recente, lei si è opposto con forza a questa definizione. Perché? È anche una specie di riconoscimento…

                Non mi piace per niente questa espressione! Perché è l’esatto contrario di quello che i gesuiti considerano nella loro missione. Si vuole dire con questa espressione che il preposito generale dei gesuiti ha un potere simile a quello del santo padre. Ciò non è vero e non posso accettarlo, neanche per scherzo. I gesuiti vogliono servire la gente e la Chiesa mettendosi a disposizione del papa. Perciò non ci può essere alcun secondo papa. Noi gesuiti facciamo voto speciale di non aspirare ad uffici e titoli ecclesiastici, nemmeno per l’ufficio di vescovo – figuriamoci per la sede papale.

                Oggi, però, il successore di Pietro a Roma è un gesuita. Qual è il rapporto tra l’ordine e il papa?

                Papa Francesco è prima di tutto capo della Chiesa e non un gesuita. Ha trascorso molti anni della sua vita nell’ordine e questo ovviamente lo ha formato – positivamente, immagino. (Ride). Ma il rapporto dei gesuiti con lui non è diverso da quello che avremmo con qualsiasi altro papa. Ci sottomettiamo sempre al papa, chiunque egli sia. Naturalmente c’è anche un altro livello di rapporto con il papa, perché ci conosciamo personalmente, parliamo la stessa lingua e abbiamo una spiritualità simile. Ma il papa è il papa. C’è un enorme rispetto per lui e per il suo ufficio da parte dei gesuiti, ma anche da parte sua per il lavoro del nostro ordine, non solo per i gesuiti, ma anche per gli altri istituti. Papa Francesco è molto vicino a tutti gli ordini e comunità religiose.

                Non c’è quindi alcuna particolare simpatia del papa per i gesuiti?

                Spesso nessuno mi crede, ma non ho alcuna linea diretta con il papa diversa da quella degli altri superiori generali. Se voglio parlare con Francesco, devo, come tutti, fare richiesta al suo segretario.

                               Roland Müller (a cura)                                 20 luglio 2021

www.settimananews.it/vita-consacrata/gesuiti-leggere-segni-dei-tempi/?utm_source=newsletter-2021-07-27

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CHIESA DI  TUTTI

Chi semina vento raccoglie tempesta, Ovvero la mancata selezione dei preti

Nel suo ultimo incontro con i vescovi italiani il papa ha lanciato un accorato allarme: «In questo momento c’è un pericolo molto grande: sbagliare nella formazione e anche sbagliare nella prudenza nell’ammissione dei seminaristi. Abbiamo visto con frequenza seminaristi che sembravano buoni ma rigidi […] ci siamo accorti che dietro quella rigidità c’erano dei grossi problemi. I seminaristi ricevuti senza chiedere informazioni, che sono stati cacciati via da una congregazione religiosa o da una diocesi … » e che invece sono accolti in altre diocesi.

            Un’ipoteca per la Chiesa. Da dove nasce questo deficit di prudenza nella selezione e nell’ammissione dei candidati al sacerdozio ministeriale? Deriva dalla paura di seminari con posti tutti vuoti, dal terrore dissimulato di non avere più preti. Ma questo timore porta a gravi errori di sottovalutazione. Lo ha indicato esplicitamente lo stesso papa Francesco nel giugno 2017: «Posti vuoti: non riempire quei posti con gente che non è stata chiamata dal Signore, non prendere da qualsiasi parte; esaminare bene la vocazione di un giovane, l’autenticità, e se viene per rifugiarsi o perché sente la chiamata del Signore. Accogliere soltanto perché abbiamo bisogno, cari vescovi, questa è un’ipoteca per la Chiesa! Un’ipoteca». Cioè si paga dopo. E si paga caro. È una bomba ad orologeria. Il rischio è quello di selezionare ragazzi che non hanno una vocazione spirituale ma una voragine spirituale, cioè problemi psicologico-comportamentali.

Un rischio da non correre. E anche su questo papa Bergoglio è stato chiarissimo, ricordando, nel novembre 2015, la sua personale esperienza: «il discernimento vocazionale, l’ammissione al seminario. Cercare la salute di quel ragazzo, salute spirituale, salute materiale, fisica, psichica. Una volta, appena nominato maestro dei novizi, anno ’72, sono andato a portare alla psicologa gli esiti del test di personalità, un test semplice che si faceva come uno degli elementi del discernimento. Era una brava donna, e anche brava medico. Mi diceva: “Questo ha questo problema ma può andare se va così…”. Era anche una buona cristiana, ma in alcuni casi era inflessibile: “Questo non può” – “Ma dottoressa, è tanto buono questo ragazzo” – “Adesso è buono, ma sappia che ci sono giovani che sanno inconsciamente, non ne sono consapevoli, ma sentono inconsciamente di essere psichicamente ammalati e cercano per la loro vita strutture forti che li difendano, così da poter andare avanti. E vanno bene, fino al momento in cui si sentono bene stabiliti e lì incominciano i problemi” – “Mi sembra un po’ strano…”.

            E la risposta non la dimentico mai, la stessa del Signore a Ezechiele: “Padre, Lei non ha mai pensato perché ci sono tanti poliziotti torturatori? Entrano giovani, sembrano sani ma quando si sentono sicuri, la malattia incomincia ad uscire. Quelle sono le istituzioni forti che cercano questi ammalati incoscienti: la polizia, l’esercito, il clero… E poi tante malattie che tutti noi conosciamo che vengono fuori”». Possiamo rischiare che nelle parrocchie, negli oratori, frequentati dai nostri ragazzi, ci siano preti psicologicamente simili alle guardie carcerarie di S. Maria Capua Vetere?

            Aggiornare i processi di selezione. Seminario vuol dire semenzaio. Ma una selezione senza discernimento significa seminare al vento: anzi, propriamente, seminare vento.

Ecco l’allarme lanciato dal papa. È ripetuto da tempo. Così nel settembre 2018: «Vi raccomando una particolare attenzione al clero e ai seminari. Non possiamo rispondere alle sfide che abbiamo nei loro confronti senza aggiornare i nostri processi di selezione, accompagnamento, valutazione. Ma le nostre risposte saranno prive di futuro se non raggiungeranno la voragine spirituale che, in non pochi casi, ha permesso scandalose debolezze».

            I segnali, in alcuni dei nuovi preti, ci sono: rigidità e mondanità, cura eccessiva del look fino a pavoneggiarsi perfino negli abiti liturgici: pianete romane riccamente ricamate, stola incrociata (secondo vecchie forme superate) sotto la pianeta. Pavoneggiarsi in un estetismo da tradizionalismo pre-conciliare. «È triste vedere un vescovo e un prete che si pavoneggiano» ha detto Bergoglio nello scorso giugno.

Non ovvietà, ma trasparenza. Insomma, il papa ha parlato e parla chiaro. Ma viene preso sul serio da tutti? È recente il caso di un giovane prete della diocesi di Milano, ordinato nel giugno 2019, accusato di abusi sessuali su 7 bambini dagli 8 agli 11 anni, compiuti nel periodo dal febbraio 2020 al maggio 2021, cioè appena mandato in parrocchia. Un caso paradigmatico, se vero. La Curia milanese, in un comunicato del 16 luglio 2021, dichiara: «Nell’assicurare la più completa disponibilità alla collaborazione con l’autorità giudiziaria per accertare la verità dei fatti, la Diocesi desidera altresì precisare che non è mai giunta alla Curia, al Vicario di zona e al parroco alcuna segnalazione relativa ai fatti oggetto dell’indagine».

            Ma questa precisazione è un’ovvietà! Ci mancherebbe pure che Curia, Vicario e parroco avessero avuto segnalazioni e coperto tutto! O forse è una precisazione dettata da un retro-pensiero rispetto a casi passati? Ma non è questa ovvietà che è oggi richiesta. Si vorrebbe sapere come è stata condotta la “selezione” al sacerdozio ministeriale, evidentemente – se il caso fosse confermato dalle indagini – sbagliata e difettosa. Ma trasparenza vorrebbe pure, per esempio, che si sapesse quali diocesi hanno accolto seminaristi “scartati” in altre diocesi.

            La necessità di un ripensamento radicale. «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci» dice Gesù nel Vangelo di Matteo. Forse ci sono diocesi italiane che stanno rischiando, non ascoltando i moniti di papa Francesco, di dare la cosa santa, la perla, del sacerdozio ministeriale a cani e porci. Ma poi lo scoppio, sia pure ritardato, arriva. E la credibilità crolla anche nei confronti dei preti bravi e santi, che per fortuna sono ancora la maggioranza (forse una maggioranza troppo “silenziosa”). È questa la Chiesa di Cristo o dobbiamo aspettarne un’altra? Il problema, reale, delle poche vocazioni non si risolve ordinando cani e porci: pseudo-preti che poi hanno comportamenti violenti e sporchi. Ma si risolve ripensando radicalmente ed evangelicamente le modalità del sacerdozio ministeriale cattolico.

Fulvio De Giorgi, docente di Storia dell’educazione- Università di Modena e Reggio Emilia 24 luglio 2021

www.viandanti.org/website/chi-semina-vento-raccoglie-tempesta-ovvero-la-mancata-selezione-dei-preti

 

Alcuni segni del tempo

                La Costituzione conciliare sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, Gaudium et spes, ci chiede di saper leggere e decifrare i segni del tempo, il nuovo che emerge. Ne vogliamo indicare alcuni, anche a partire dalla nostra esperienza ecclesiale, che superficialmente potrebbero apparire dei segnali negativi invece che delle opportunità.

                La diminuzione dei presbiteri. La mancanza di presbiteri non va vista come una fatalità, ma come un’occasione propizia, opportuna per ripensare il ministero del presbitero e il ruolo dei laici battezzati nella comunità dei credenti. Non basta ridurre di numero le parrocchie, magari annullando tante piccole comunità all’interno delle quali sono possibili relazioni più autentiche, dove è possibile crescere nella condivisione, nell’ascolto e nel dialogo fraterno. È compito della Chiesa assicurare alle comunità cristiane quei presbiteri e quei vescovi di cui ha bisogno per poter celebrare l’eucaristia e se non si trovano più persone che fanno una scelta di vita celibataria occorre cercare altrove.

                Ma costituisce problema anche il modo di intendere il proprio ministero da parte dei presbiteri più giovani. Come scrive un vescovo emerito, Jacques Noyer, “dal loro modo di comportarsi con sorridente arroganza, certi giovani sembra che abbiano confuso l’umile sequela di Cristo con il gusto di dominare”. (J. Noyer, Dateci preti, in Témoignage Chrétien del 25 novembre 2010)

Il cammino che abbiamo fatto nella nostra comunità, accompagnato da presbiteri ricchi di sapienza e anche di anni, è visto come cosa estranea e strana dai presbiteri più giovani, più attenti a evidenziare la particolarità del loro ruolo, a marcare distanze, a sottolineare diversità, a sentirsi poco in sintonia con i grandi orientamenti conciliari.

                Una responsabilità di tutti i battezzati., In gioco, perciò, non c’è solo “quanti presbiteri”, ma “quali presbiteri”, o forse, ancor meglio, per “quale comunità” il presbitero svolge il proprio ministero. È credibile che una comunità cristiana non debba svolgere alcun ruolo nella scelta e nella preparazione di un presbitero? Occorre ripensare profondamente il modo di reclutamento e di formazione dei presbiteri, alla luce del ruolo e delle responsabilità che tutti i battezzati hanno all’interno della comunità. È’ un cammino insieme urgente e impegnativo, perché è in contrasto con una lunga tradizione che ha cancellato la ricchezza di carismi e di funzioni delle prime comunità cristiane condensando tutti i ministeri della comunità cristiana nel presbiterato. Come affermava Luigi Sartori, il carisma del presbitero è un carisma vuoto, perché tutto teso a valorizzare e a coordinare i carismi presenti nella comunità di cui fa parte. O, come ha scritto mons. Rouet, l’identità del presbitero non sta nel mettersi su di un piedistallo, ma nasce da una fraternità condivisa. (Albert Rouet, arcivescovo, ora emerito, di Poitiers, in “Le Monde” del 4 aprile 2010).

                Quello che sembra sempre evanescente è il ruolo della comunità cristiana. Se la comunità cristiana, quella che celebra abitualmente l’eucaristia la domenica, non ha alcun ruolo, non ha alcuna autonomia decisionale, inevitabilmente si riduce ad essere un’esecutrice più o meno fedele, di ordini e di prescrizioni che piovono dall’alto. Non c’è spazio, allora, in questo contesto per una vera corresponsabilità laicale.

                L’ospitalità. I grandi movimenti migratori sono un altro potente segno del tempo, che sta cambiando la fisionomia delle nostre città, che ci costringe ad allargare gli orizzonti, a ripensare il nostro essere cittadini e credenti nell’ottica della multiculturalità e multireligiosità. Ciò che appare a molti come una minaccia, come un attentato alla nostra identità e al nostro benessere, costituisce al contrario una grande opportunità per ripensare il nostro appartenere alla grande famiglia umana, della cui unione e riconciliazione la comunità ecclesiale dovrebbe essere segno. Si impone l’elaborazione di un’etica della convivenza, come ricerca di valori condivisibili per tutti, e come questione di giustizia.

                Il tema dell’accoglienza, del “ricordati che sei stato prigioniero in Egitto” e dell’ “ero straniero e mi avete accolto”, ci apre al riconoscimento dell’altro, ci chiede di accogliere lo straniero, perché è il volto di Dio. L’accoglienza non può essere stemperata in nome della difesa di presunte identità cristiane. La contiguità con il potere e il timore di perdere appoggi ha a volte reso silenziosa la gerarchia nei confronti di posizioni esplicitamente razziste da parte di movimenti e partiti, che si propongono come difensori di mal comprese e aberranti identità cristiane.

                L’ impegno per la liberazione. Altro segno è l’attuale grave crisi economica, che si può leggere come opportunità di un cammino più umanizzante per tutti. L’attuale crisi finanziaria ed economica, che colpisce duramente tante persone nel mondo di oggi e nel nostro paese, ci interpella come credenti. Crescita della disoccupazione, lavori sempre più precari, un numero sempre maggiore di famiglie che fa fatica ad arrivare alla fine del mese, tagli a servizi essenziali come sanità istruzione e assistenza, crescita vertiginosa e scandalosa delle disuguaglianze tra i paesi e all’interno del nostro paese. È una crisi non solo economico-finanziaria, ma anche culturale ed etica, una crisi di sistema e non solo congiunturale, che necessita, per il suo superamento, non di semplici aggiustamenti, ma di cambiamenti radicali e alternativi, sia sul piano delle strutture sia su quello degli stili di vita.

                Il trionfo di un capitalismo selvaggio senza regole, la finanziarizzazione dell’economia, il presupposto individualistico che identifica nell’interesse individuale la molla dello sviluppo economico, richiedono antidoti anche sul versante culturale ed etico. In gioco è una certa visione dell’uomo come persona, come essere profondamente relazionale, una visione promossa in particolare dalla concezione ebraico-cristiana.

Il necessario cambiamento strutturale deve accompagnarsi alla sobrietà come stile di vita e come risposta positiva alla crisi. La pratica del consumo critico, il commercio equo e solidale, la finanza etica… sono tutte scelte che mettono al primo posto la qualità delle relazioni e il bene comune, anziché l’interesse individuale e le logiche dell’economia neoliberista. Nella sobrietà, assunta come stile di vita del credente e della comunità, risuonano le beatitudini, riecheggia lo spirito della povertà evangelica, che ha fiducia più nella vita accolta che nell’accumulo dei beni.

                Il duro contrasto nei confronti di quelle riflessioni teologiche (teologia della liberazione) che mettevano al loro centro l’opzione preferenziale per i poveri, la scarsa considerazione per tutte quelle persone che si sono battute contro strutture ingiuste e opprimenti (come Oscar Romero, di cui papa Francesco ha sbloccato la causa di beatificazione) sono segni del ritardo in cui ci troviamo e sono un richiamo pressante alla necessità di recuperare quella via pastorale indicata dal Concilio, di una Chiesa povera, di una Chiesa dei poveri, di una Chiesa che sempre si rinnova. L’elezione di papa Francesco, i primi gesti da lui compiuti e le prime parole da lui pronunciate alimentano la speranza di una decisa ripresa del cammino conciliare.

                La Chiesa dei poveri. Il passaggio da una Chiesa per i poveri ad una Chiesa dei poveri, in cui tutti si sentano protagonisti, in cui si vedano le cose dal punto di vista dei poveri, deve ancora verificarsi. Soprattutto in questo campo e in questo tempo, “dovremmo compiere gesti concreti e significativi di distacco dai beni materiali e di testimonianza dello spirito di povertà vissuto e richiesto da Gesù per chi vuol essere suo discepolo.” (Luigi. Bettazzi, in “Adista” n. 6 del 10 settembre 2011).

In questa situazione di crisi è estremamente significativo il contributo delle associazioni ecclesiali per sovvenire alle necessità delle persone. Prevale però anche in questo caso un atteggiamento caritativo assistenziale di una Chiesa per i poveri, mentre fa fatica a manifestarsi una Chiesa dei poveri, che guarda e valuta la realtà a partire dalla prospettiva dei poveri, una Chiesa che vive la povertà e la sobrietà come scelta indilazionabile e necessaria.

                Si fa fatica a intravvedere uno spirito evangelico in certe operazioni finanziare dello Ior, in alcuni aspetti del meccanismo dell’8‰, nei rapporti vischiosi con il potere che non permettono di pronunciare parole profetiche, nell’accentuata attenzione ai cosiddetti valori non negoziabili, rispetto ai temi della giustizia sociale e dell’equità.

                Fine settimana (Verbania) Gruppo aderente alla Rete dei Viandanti

www.viandanti.org/website/alcuni-segni-del-tempo

Si può leggere anche:

Marco Guzzi, Ri-formare i cristiani a partire dai presbiteri

www.viandanti.org/website/ri-formare-i-cristiani-a-partire-dai-presbiteri

 

Pregiudizi ed errori

                Anche il papa, in un’intervista su Civiltà Cattolica del 2013, riconosce che “la comprensione dell’uomo muta col tempo, e così anche la coscienza dell’uomo si approfondisce”. Ne è prova, dice, “la schiavitù ammessa in passato senza alcun problema”. Infatti oggi sembra incredibile il pronunciamento del Sant’Uffizio dopo l’approvazione del XIII emendamento alla Costituzione americana che aboliva la schiavitù negli Usa: <<Nonostante che i Pontefici Romani non abbiano nulla lasciato di intentato per abolire la schiavitù presso tutte le genti la schiavitù, di per sé, non ripugna affatto né al diritto naturale né al diritto divino… Infatti, il possesso del padrone sullo schiavo, non è altro che il diritto di disporre in perpetuo dell’opera del servo, per le proprie comodità, le quali è giusto che un uomo fornisca ad un altro uomo. Ne consegue che non ripugna al diritto naturale né al diritto divino che il servo sia venduto, comprato, donato>>. Anche Aristotele credeva che lo schiavo fosse tale “per natura”. I “conquistadores” che fecero strage degli indios non erano convinti che “tutte le persone su questa terra sono uomini”, come predicava Bartolomé de las Casas.

                La “razza” costituì fondamento di ideologie nefaste, mentre oggi sappiamo una definizione scientificamente inesistente. Eppure può succedere che un Senatore definisca impunemente “orango” una signora che gli è collega ed è nera. Il bimbo nato “per natura” mancino veniva torturato a scuola, con il braccino legato dietro la schiena, perché la sinistra è (per natura?) del diavolo.

                L’omosessuale è ancora un deviante, un malato, un perverso: il rifiuto della sua naturalità produce sofferenze e perfino suicidi, anche se basta leggere il Fedro per sapere come Socrate e Platone ragionavano d’amore. La sessualità è certamente naturale, ma non la conosciamo: è varia, consente situazioni di cui finora non si parlava, forse non vuole che tutti siano procreativi. Oggi non facciamo molto per capire di più.

Giancarla Codrignani, docente e giornalista, già parlamentare per tre legislature blog   19luglio 2021

https://vorreicapire.it/pregiudizi-ed-errori

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CITTÀ DEL VATICANO

Due Chiese a confronto

                L'imminente processo vaticano ai finanzieri accusati di aver depredato la Santa Sede, ai loro complici e ai superiori ha una valenza storica peculiare. Essa non sta nella dimensione (28mila pagine) di documenti e opinioni che il dibattimento dovrà ricondurre a violazioni di norme vigenti al momento dei fatti. La sua valenza non sta nemmeno nella corruzione, che nella storia della curia non è una novità (anzi: se le si confronta col caso Ior/Ambrosiano, stavolta non pare che ci siano mafiosi, che nessuno spari ad Ambrosoli, e che nessun ecclesiastico chieda ostracismi, come fu contro Nino Andreatta, colpevole di aver salvato il papato).

                Il nodo di questo processo è che inattesamente si ritrovano uno di fronte all'altro i due corpi del pontefice: da un lato il pastore della chiesa universale, con i suoi poteri spirituali; dall'altro il sovrano assoluto di uno Stato piccolissimo che ha silenziosamente restaurato alcune funzioni temporali. Il Risorgimento aveva liberato il cattolicesimo da questo intreccio complesso: perché era stato proprio il sovrano pontefice che aveva inventato lo Stato moderno con un assoluto, un sistema fiscale, i ministeri e il debito pubblico; e questo identificava il ministero di Pietro del secondo millennio con una filosofia politica monarchica. La fine definitiva del potere temporale aveva tagliato il nodo e aperto la porta ad una ricomprensione dell'autorità, liberando il Papa dal dovere di manutenere galere, ghigliottine, esattori. Così dopo aver rimpianto il "divin principato", la Chiesa era arrivata a desiderare "quel poco di corpo che basta a contenere un'anima".

                Il papato italiano, la Costituzione italiana e la laicità italiana avevano custodito gelosamente questo esito: grazie al quale il Papa sta sulla scena internazionali come sovrano, ma senza che vi siano conseguenze interne. La giurisdizione temporale vaticana - cercata per allinearsi agli standard finanziari degli Stati, sfiorata col processo al maggiordomo di Ratzinger - è diventata piena nel papato di Francesco: che ha associato ad un annuncio in cui traspare tutto e solo il Vangelo, un modo di affrontare i problemi che confida nella sanzione dei sudditi più che nel governo.

                Il peso di questa divaricazione lo ha sentito prima di tutto Francesco. Lo dice il fatto che come pastore sia andato a celebrare con il cardinale Becciu, e come sovrano lo abbia in catene a farsi processare. E questo senza che il collegio cardinalizio abbia saputo nulla, se non una legge che comunica a tutti che anche i porporati - pars corporis papæ - che saranno più giudicati non dal Papa, ma da Giuseppe Pignatone, qualora servizi interni o esterni forniscano informazioni bastevoli a processarli. Questa contraddizione riemersa dalla storia riverbera poco su alcuni imputati, ma certamente sul cardinale Becciu. Egli, come imputato, avrebbe il diritto/dovere di chiamare a testimoniare tutti coloro le cui parole o contraddizioni potessero scagionarlo dalle accuse che l'hanno sottoposto a crocifissione cautelare: ma nessuno meglio di un ex Sostituto sa che questo vorrebbe dire mandare in onda una House of card(inals) con conseguenze incalcolabili per l'istituzione.

                D'altro canto come sacerdote e cardinale, egli avrebbe il diritto di alzarsi alla prima seduta, giurare sul Vangelo l'innocenza che dichiara, e rinunciare ad ogni difesa proprio per il bene del papato, ricordando a tutti che Dio giudicherà lui, chi lo accusa e chi lo giudica. Sia in un caso che nell'altro si dovrà poi aspettare una sentenza (statuale) che se fosse di condanna sarà comunque seguita dalla grazia del sovrano pontefice per scongiurare di avere in cella un cardinale come nel Cinquecento del Morone [Giovanni Gerolamo Morone 1509- 1580] e per evitare il rischio di avere dei cittadini italiani in galera a Porta Sant'Anna. Quel che è certo è che non sarà una giustizia temporale vaticana a rimediare i problemi del governo della Chiesa colti da un apoftegma [detto memorabile] del compianto cardinal Achille Silvestrini: "Mai lasciar soldi ai preti: perché quelli buoni si fidano dei delinquenti perché sono buoni; e quelli delinquenti si fidano dei delinquenti perché sono come loro". Distinguere fra loro non è mai facile. E non è che i laici siano diversi.

Alberto Melloni,                             La Repubblica  25 luglio 2021

www.repubblica.it/commenti/2021/07/25/news/due_chiese_a_confronto-311732353

 

Conversioni vaticane. Il controverso rapporto tra la Chiesa e le terapie di riorientamento sessuale

                La Congregazione per il Clero ha preso le distanze dalla piattaforma Verdad y Libertad, l’ente vicino al Vaticano nato per “curare” l’omosessualità. Dal dicastero però non è arrivato un vero divieto dei cosiddetti trattamenti e continuano ad essere pubblicati documenti episcopali a favore dei corsi “riparativi” per le persone gay. Benché relativa a un’informativa della Congregazione per il Clero comunicata durante l’Assemblea plenaria della Conferenza episcopale spagnola, la notizia di un freno del Vaticano alle “terapie di conversione gay” è stata data solo il 9 luglio 2021 dal settimanale cattolico Vida Nueva. Ed è subito deflagrata ovunque come una bomba, rilanciata anche in Italia dai grandi media che si sono limitati a riprendere pedissequamente la narrazione della rivista ispanica. In realtà l’informativa finale del dicastero vaticano, licenziata dall’allora prefetto cardinale Beniamino Stella (il Papa ne ha accolto le dimissioni l’11 giugno scorso per raggiunti limiti di età) al termine di una lunga indagine condotta dall’episcopato spagnolo nell’aprile scorso, non contiene propriamente un divieto delle cosiddette terapie riparative o di riorientamento sessuale. Ma una presa di distanza dalla piattaforma Verdad y Libertad, più conosciuta con l’acronimo VYL, fondata tra la fine del 2012 e gli inizi del 2013 dal pediatra granadino Miguel Ángel Sánchez Cordón come un percorso psico-spirituale per persone con problemi relazionali per lo più correlati a traumi infantili. Tra tali problemi, presentati come «ferite da curare» attraverso terapia, Verdad y Libertad ha sempre riservato particolare attenzione all’«attrazione per lo stesso sesso» sulla scorta dell’esperienza del suo ideatore, che nel 2012, all’epoca cinquantacinquenne, aveva dichiarato di essere guarito dall’omosessualità e di aver scoperto l’eterosessualità. Legato al Movimento dei Focolari e operante in tre continenti e in decine di Paesi come «laico impegnato al servizio della Chiesa» – così lo presentava nel 2016 la diocesi di Jaén sul suo sito ufficiale –, Sánchez Cordón è stato tenuto in considerazione da vescovi, superiori di seminari e congregazioni religiose, parroci. In Italia, ad esempio, il percorso psico-spirituale da lui proposto ha trovato un entusiasta sostenitore in Daniele Libanori, vescovo ausiliare di Roma per il Settore Centro.

                Ma qualcosa era iniziato a scricchiolare circa due anni fa con accuse provenienti da laici e chierici spagnoli che, indotti a “curare” la propria omosessualità, sarebbero arrivati a Verdad y Libertad attraverso il passaparola di compagni, direttori spirituali e psicologi in linea con la piattaforma. A fare da detonatore la testimonianza di un giovane di Granada, che il 9 giugno 2019, nel corso del programma televisivo Liarla Pardo sul canale La Sexta, aveva raccontato di aver partecipato, quando aveva 18 anni, a sedute di terapie individuali o di gruppo guidate da Sánchez Cordón. Durante gli incontri personali, incentrati sull’infanzia dell’assistito, il pediatra lo avrebbe costretto a spogliarsi davanti a lui. Modalità, questa, attuata anche nelle terapie di gruppo o di sostegno, nel corso delle quali altri uomini tra i 20 e i 30 anni sarebbero stati spinti a denudarsi, interagire e abbracciarsi al fine di controllare e superare il desiderio sessuale. Nella stessa intervista il giovane aveva anche dichiarato che, alla fine del percorso, Miguel Angel Sanchez Cordon gli avrebbe consigliato di rivolgersi a uno psichiatra di sua fiducia e di farsi prescrivere dei farmaci.

                Dopo oltre due anni d’indagine l’informativa finale della Congregazione per il Clero, di cui in ogni caso non è stato diffuso il testo, si limita a dichiarare che Verdad y Libertad non è un ente ecclesiale e a invitare l’episcopato spagnolo a non assecondare, né partecipare, né raccomandare il percorso terapeutico promosso dalla piattaforma. Da qui la conseguente impossibilità di un procedimento canonico ma l’appello a chi si considera danneggiato da VYL a sporgere denuncia civile. Secondo il gesuita Pino Piva la «notizia è in sé interessante, anche se a memoria non ricordo che la Chiesa abbia mai promosso ufficialmente tali terapie. Certo, lo zelo eccessivo e pregiudiziale di alcuni vescovi ha di fatto appoggiato e favorito alcune persone e organizzazioni che, spacciandosi per esperti, hanno praticato su persone in buona fede queste pseudo-terapie, ingannandole e purtroppo minando gravemente il loro equilibrio psichico e morale. Di frequente queste persone sono seminaristi, sacerdoti, religiosi e religiose. Questo è il motivo, credo, per cui la Congregazione per il Clero ha ritenuto di intervenire con chiarezza in questo caso specifico». Come dichiara ancora a Linkiesta il religioso della Compagnia, impegnato in percorsi di accompagnamento pastorale di persone Lgbt+, «il problema di questo e di altri gruppi è che si presentano con una forte identità confessionale cristiana, affermando di poter guarire la “patologia” dell’omosessualità, non riconoscendo l’autorevolezza della comunità scientifica internazionale che ormai da più di trent’anni non considera più l’orientamento omosessuale come patologico. Questi gruppi, oltre ad avere una forte caratterizzazione confessionale, sono fondati e costituiti da persone che affermano d’esser guariti loro stessi dall’omosessualità – come nel caso del fondatore di Verdad y Libertad – e questo rende molto ideologico il loro approccio alla questione. Sono persone che mostrano d’avere ancora dei problemi con sé stessi e la loro storia, coinvolgendo in questo loro conflitto interno altre persone, manipolandole».                                 www.youtube.com/watch?v=5oHiOYOfgQE

                In realtà non sono mancati anche ultimamente documenti episcopali a favore delle terapie riparative. Basti pensare allo Stanowisko [posizione] della Conferenza episcopale polacca, che, approvato il 28 agosto 2020, sostiene la necessità di «creare centri di consulenza (anche con l’aiuto della Chiesa o delle sue strutture) per aiutare le persone che vogliono ritrovare la propria salute sessuale e orientamento sessuale naturale». Ma non solo, perché, come ricorda lo stesso padre Piva al nostro giornale, «c’è un documento vaticano che, esulando dall’ambito spirituale e morale, si è spinto in un giudizio di carattere psico-sociale su queste questioni senza alcun fondamento scientifico. Si tratta dell’Istruzione circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli ordini sacri della Congregazione per l’Educazione cattolica del novembre 2005, ripresa dalla Ratio sulla formazione dei Seminari. In quella Istruzione la Congregazione si espresse con questo giudizio verso le persone che presentano tendenze omosessuali profondamente radicate: “Le suddette persone si trovano, infatti, in una situazione che ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne” (n. 199), ordinandone l’esclusione dai Seminari. Sappiamo che questo giudizio, non di carattere spirituale o morale ma psico-sociale, fu ispirato dal noto sacerdote psicanalista mons. Tony Anatrella, consultore di varie Congregazioni vaticane. Lui stesso commentò proprio questa Istruzione vaticana su L’Osservatore Romano del 30 Novembre 2005, giustificando quella affermazione. Ora è sospeso a divinis e sotto processo canonico per aver abusato sessualmente di alcuni suoi giovani pazienti seminaristi».

https://it.wikipedia.org/wiki/Tony_Anatrella

                Il processo canonico a carico di Anatrella è iniziato nel giugno scorso. Ma già dal luglio 2018 l’arcivescovo di Parigi Michel Aupetit gli aveva vietato di svolgere incarichi pastorali, confessare e dirigere spiritualmente i fedeli, esercitare l’attività di psicoterapeuta come già disposto dal cardinale André Vingt-Trois.                  www.gay.it/tony-anatrella-a-processo-il-prete-omofobo-che-voleva-curare-lomosessualita-molestando-giovani-gay

                Classe 1941, lo psicologo della Chiesa, soprannome con cui è conosciuto in Francia Tony Anatrella, è infatti accusato d’aver abusato sessualmente di giovani uomini nel corso di sedute volte alla guarigione degli stessi dall’omosessualità secondo il metodo delle terapie riparative di Joseph Nicolosi [1947-2017, psicologo clinico statunitense, noto per le sue terapie riparative]. Ma il tutto si sarebbe tradotto in palpeggiamenti e induzione alla masturbazione reciproca. Il caso era scoppiato con le accuse di Denise Lemarca e altre, anonime, nel 2006, senza però alcuna presa di posizione da parte delle autorità ecclesiastiche. Ma non venendo meno tali voci, il cardinale André Vingt-Trois si era visto costretto, nel maggio 2016, a intervenire suo malgrado con l’incoraggiare «queste persone ad uscire fuori dall’anonimato, a mettersi in contatto personalmente con la diocesi di Parigi e presentare denuncia alla giustizia». Cosa che fu fatta da più soggetti al punto tale che lo stesso porporato non si era potuto poi esimere dal ritenere oramai improrogabile l’apertura d’un processo canonico a carico di Anatrella. Un’inchiesta, questa, durata fino al 19 marzo 2018 e conclusasi con le accennate sanzioni irrogate allo psicologo della Chiesa da parte dell’arcivescovo di Parigi. La dura presa di posizione del presule aveva suscitato tre anni fa un clamore enorme. Già consultore degli allora Pontificio Consiglio per la Famiglia e Pontificio Consiglio della Pastorale per gli operatori sanitari, Anatrella è infatti noto per le sue posizioni di aperta condanna dell’omosessualità, ritenuta «immaturità narcisistica» da curare. Aperto sostenitore de Le Manif pour tous, Anatrella si è impegnato, a partire dagli anni ’90, nell’avversare sui media i diritti delle persone Lgbt+ e nell’allertare la pubblica opinione sulle rivendicazioni delle stesse a favore del matrimonio egualitario e del riconoscimento genitoriale. Il 14 giugno 2004 era arrivato il primo riconoscimento d’Oltretevere con la nomina a Cappellano di Sua Santità da parte di Giovanni Paolo II.

                Ispiratore dell’accennata Istruzione della Congregazione per l’Educazione cattolica, è stato a partire dal 2005 uno dei collaboratori di punta de L’Osservatore Romano e a apprezzata firma de L’Avvenire. Il congiunto interesse per l’ideologia gender, quale filiazione diretta dei gender studies e «pericolo per l’Occidente paragonabile ai totalitarismi del Novecento», lo avevano accreditato agli occhi delle gerarchie vaticane come il massimo esperto di quella che a Oltretevere amano chiamare «politicizzazione e ideologizzazione dell’omosessualità». Tesi, queste, che Anatrella ha esplicitato nei volumi Gender, la controverse (Téqui, Parigi 2011) e in Mariage en tous genre. Chronique d’une régression culturelle annoncée (L’échelle de Jacob, Digione 2014), la cui sintesi italiana è stata edita nel 2015 dalla San Paolo col titolo La teoria del gender e l’origine dell’omosessualità. Una sfida culturale. Non a caso è stato uno dei «collaboratori del Segretario speciale» in preparazione e nel corso del Sinodo dei vescovi sulla Famiglia che, convocato e presieduto da papa Francesco nei giorni 9-15 ottobre 2014, ha visto un acceso dibattito su tali tematiche.

                Non meraviglia, dunque, se ancora nel 2016 il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, a conclusione del convegno Il celibato sacerdotale, un cammino di libertà presso la Pontificia Università Gregoriana, non si esimeva dal ringraziare «monsignor Tony Anatrella, psicanalista, specialista in psichiatria sociale, consultore e collaboratore di vari dicasteri della Curia romana, anche lui ideatore e organizzatore dell’iniziativa».

                Ma tutto ciò sarebbe forse indicativo di ben altro. Secondo il domenicano Philippe Lefebvre, professore alla Facoltà di teologia di Friburgo, Tony Anatrella, infatti, «è stato coperto da un potente silenzio, da un’omertà organizzata». Ma questa è tutta un’altra storia.

Francesco Lepore             Linkiesta 21 luglio 2021

www.linkiesta.it/2021/07/chiesa-cattolico-omosessualita-terapie-papa

inoltre                          www.quotidiano.net/esteri/vaticano-gay-spagna-1.6598010

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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Consiglio Permanente: il Comunicato finale                      passim

                La riflessione sul cammino sinodale, avviato dalla 74ª Assemblea Generale, e sulla scansione delle varie tappe è stata al centro della sessione straordinaria del Consiglio Episcopale Permanente, che si è svolta in videoconferenza il 9 luglio 2021, sotto la guida del Cardinale Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

                In apertura dei lavori, il Cardinale Presidente ha rinnovato la vicinanza della Chiesa che è in Italia a Papa Francesco, ancora ricoverato al Policlinico Gemelli dopo l’intervento chirurgico del 4 luglio scorso.

                Nel sottolineare l’importanza di un cammino che parta dal basso e che si ponga in continuità con il percorso compiuto dalla Chiesa in Italia dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, i Vescovi hanno evidenziato la necessità di sviluppare un processo basato su “ascolto, ricerca e proposta” che si armonizzi con quello delineato per la XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Un ulteriore momento di verifica e analisi avrà luogo durante la sessione autunnale del Consiglio Episcopale Permanente e durante l’Assemblea Generale straordinaria della Conferenza Episcopale Italiana, sulla cui convocazione i Vescovi si sono espressi all’unanimità: dovrebbe svolgersi a Roma, dal 22 al 25 novembre 2021, salvo peggioramento della curva pandemica nel Paese.

                Nel corso dei lavori, sono stati offerti alcuni aggiornamenti circa l’Incontro del Mediterraneo in programma a Firenze nei primi mesi del 2022 e sulla preparazione del Congresso Eucaristico Nazionale che si terrà a Matera dal 22 al 25 settembre 2022. Un altro aggiornamento ha riguardato il lavoro seguito alla pubblicazione delle tre Istruzioni della Congregazione per l’Educazione Cattolica sull’affiliazione, l’aggregazione e l’incorporazione degli Istituti di studi superiori (8 dicembre 2020).    (…)

                Cammino sinodale: voce profetica per le istanze dell’oggi e del futuro. Il cammino sinodale è stato al centro della riflessione dei Vescovi che si sono confrontati, secondo quanto previsto dalla mozione votata dalla 74ª Assemblea Generale, su alcune proposte per dare attuazione alla Carta d’intenti. Si tratta – è stato ribadito – di un percorso che, pur cercando strade nuove, si snoda a partire da sentieri tracciati, con i contributi fondamentali dei Pontefici, da san Paolo VI a Francesco. Una ricchezza, questa, che si aggiunge al percorso compiuto dalla Chiesa che è in Italia dal Concilio Ecumenico Vaticano II a oggi, scandito dai Convegni nazionali che, con cadenza decennale, hanno fatto il punto della situazione e rilanciato le sfide individuate.

                Nel contesto attuale, in una fase ancora segnata sul piano sociale, economico ed ecclesiale dagli effetti della pandemia, il cammino sinodale costituisce un’occasione propizia di rilancio delle comunità oltre che una voce profetica rispetto alle istanze dell’oggi e del futuro. Ecco, allora, che il tema “Annunciare il Vangelo in un tempo di rigenerazione” riassume l’impegno della Chiesa che è in Italia, in continuità con quanto fatto e nell’orizzonte di un nuovo impulso. I Vescovi hanno infatti ricordato che, già nel 2019, il Consiglio Episcopale Permanente aveva deciso di adottare Orientamenti pastorali quinquennali, e non più decennali, prendendo atto di un’accelerazione dei cambiamenti in corso. Nel 2020, l’insorgere della pandemia aveva spinto a focalizzarsi sull’ascolto capillare del popolo di Dio fino alla decisione di avviare un cammino sinodale, in risposta alle sollecitazioni espresse da Papa Francesco il 30 gennaio 2021, in occasione dell’udienza concessa all’Ufficio Catechistico Nazionale, e in quella del 30 aprile all’Azione Cattolica Italiana. La Carta d’intenti, approvata dall’Assemblea Generale il 27 maggio scorso, ricorda le tre direttrici su cui lavorare, ovvero “ascolto, ricerca e proposta”. Questa triade, è stato sottolineato, aggiorna quella del “vedere-giudicare-agire” e può essere declinata in tre momenti:

  1. il primo, “narrativo”, volto a intercettare, dal basso, le domande di senso e i bisogni emergenti riguardo all’accompagnamento delle famiglie, ai giovani, ai poveri, alla Casa comune, ma anche all’annuncio e all’iniziazione cristiana, all’antropologia e al nuovo umanesimo, al ripensamento delle strutture e al rapporto con le istituzioni pubbliche;
  2.  una seconda fase di discernimento o lettura “sapienziale” di quanto raccolto
  3. una terza “profetica” di proposta, per un annuncio più snello, libero, evangelico e umile, come chiesto ripetutamente da Papa Francesco.

                I Vescovi hanno evidenziato la necessità di armonizzare il cammino sinodale italiano con quello delineato per la XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, valorizzando il ruolo delle Commissioni Episcopali e degli Uffici pastorali così come quello delle Conferenze Episcopali Regionali. Proprio per favorire la condivisione e una maggiore collaborazione, sarà messo a disposizione delle Conferenze Episcopali Regionali un indirizzo mail dove far giungere riflessioni, spunti e materiali elaborati a livello locale, che facciano tesoro dell’esperienza maturata con i Sinodi diocesani e provinciali.

                Un ulteriore momento di verifica e analisi avrà luogo durante la sessione autunnale del Consiglio Episcopale Permanente e durante l’Assemblea Generale straordinaria della Conferenza Episcopale Italiana, sulla cui convocazione i Vescovi si sono espressi all’unanimità: dovrebbe svolgersi a Roma, dal 22 al 25 novembre 2021, salvo peggioramento della curva pandemica nel Paese.

                Incontro del Mediterraneo. I membri del Consiglio Permanente hanno ricevuto un aggiornamento riguardante l’Incontro del Mediterraneo che si terrà nei mesi iniziali del nuovo anno a Firenze, la città di Giorgio La Pira. L’appuntamento darà continuità al progetto dell’“Incontro di riflessione e spiritualità Mediterraneo frontiera di pace”, che si è svolto a Bari dal 19 al 23 febbraio 2020. Questo nuovo evento coinvolgerà le comunità ecclesiali e civili del Mare Nostrum e si svilupperà attorno al tema della cittadinanza e della fraternità. Il Mediterraneo, è stato ricordato, continua a essere centrale nelle strategie mondiali e in esso è custodito il futuro dell’Europa: se l’Europa riuscirà a riconquistare una leadership in quest’area, potrà rimettere in moto non solo l’economia, ma anche i valori spirituali che accomunano i diversi popoli.

                Congresso Eucaristico Nazionale. Un altro aggiornamento ha riguardato la preparazione del Congresso Eucaristico Nazionale, in programma a Matera dal 22 al 25 settembre 2022. Nella sessione autunnale del Consiglio Permanente è previsto un “focus” su tema e contenuti.

                Entrambi gli eventi, è stato precisato, sono parte integrante del cammino sinodale: il primo come espressione di una Chiesa che si apre e dialoga, il secondo come manifestazione di una Chiesa che trae dall’Eucaristia il proprio paradigma sinodale. (…)

10 luglio 2021

www.chiesacattolica.it/consiglio-permanente-il-comunicato-finale-2

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CONSULTORI FAMILIARI

                Consultazione pubblica per il nuovo Piano Nazionale per la Famiglia

Suggerimenti sul nuovo Piano Nazionale per la Famiglia
inviato al Dipartimento per le Politiche della Famiglia

La legge 27 dicembre 2006, n. 296, all’art. 1, comma 1251, prevede l’elaborazione di un Piano Nazionale per la famiglia “che costituisca il quadro conoscitivo, promozionale e orientativo degli interventi concernenti l’attuazione dei diritti della famiglia”.  Art. 1, parte 5,

 www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2007/01/11/07A00183/sg

comma 1251. Il Ministro delle politiche per la famiglia si avvale altresì del Fondo per le politiche della famiglia al fine di:

b) realizzare, unitamente al Ministro della salute, una intesa in sede di Conferenza unificata ai sensi dell'articolo 8, comma 6, della legge 5 giugno 2003, n. 131, avente ad oggetto criteri e modalità per la riorganizzazione dei consultori familiari, finalizzata a potenziarne gli interventi sociali in favore               delle famiglie;                                                  www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2003/06/10/003G0148/sg

Referenze: Presidente emerito dell’Unione Consultori Italiani Familiari e Matrimoniali (UCIPEM costituita il 24\3\1968 avendo come socio fondatore il consultorio di Ivrea di cui fui cofondatore il 19\5\1965 ed essendone stato presidente nazionale per sedici anni (1987- 2003) e membro del Consiglio direttivo dal 1977 al 2013, avendo promosso e presieduto otto congressi nazionali con inerenti pubblicazioni presso l’editore FrancoAngeli di Milano, essendo redattore di newsUCIPEM (settimanale on-line) giunto al n. 868

Utilizzo la mia esperienza e conoscenza per ricordare che già nella primavera del 1975, l’allora presidente prof. Sergio Cammelli aveva segnalato al segretario della DC Amintore Fanfani che il Dl della sen. Falcucci e del Pdl on. Martini per l’istituzione dei consultori familiari era una riformulazione dell’ONMI (Opera Nazionale Maternità Nazionale Infanzia istituita nel 1925, di cui era prevista l’abolizione al termine dello stesso anno) e che si doveva modificare l’impianto.

In breve l’art. 1 della legge 405 ebbe il comma a), ma mantenne il comma c), ma soprattutto il comma a) dell’art. 2 “organismi operativi delle USL, quando saranno istituite”.

Art. 1.Il servizio di assistenza alla famiglia e alla maternità ha come scopi:
a) l'assistenza psicologica e sociale per la preparazione alla maternità ed alla paternità responsabile e per i problemi della coppia e della famiglia, anche in ordine alla problematica minorile;
b) la somministrazione dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte dalla coppia e dal singolo in ordine alla procreazione responsabile nel rispetto delle convinzioni etiche e dell'integrità fisica degli utenti;
c) la tutela della salute della donna e del prodotto del concepimento;
d) la divulgazione delle informazioni idonee a promuovere ovvero a prevenire la gravidanza consigliando i metodi ed i farmaci adatti a ciascun caso.
Art.2. La regione fissa con proprie norme legislative i criteri per la programmazione, il funzionamento, la gestione e il controllo del servizio di cui all'articolo 1 in conformità ai seguenti principi:
a) sono istituiti da parte dei comuni o di loro consorzi i consultori di assistenza alla famiglia e alla maternità quali organismi operativi delle unità sanitarie locali, quando queste saranno istituite;

www.trovanorme.salute.gov.it/norme/dettaglioAtto?aggiornamenti=&attoCompleto=si&id=25554&page=&anno=null

Ora i consultori pubblici hanno di fatto l’operatore centrale l’ostetrica, fanno prevenzione oncologica e sono le ancelle del SSN (Rosy Bindi, Ministra della salute - Congresso Ucipem-Roma 10 giugno 2007).

                “L’ostetrica, figura pivotale [centrale, di riferimento. Deriva da «pivot», il giocatore che, nella pallacanestro, costituisce il perno dell’attacco] nell’equipe consultoriale (equipe che va vista come ensamble [complesso] jazzistico piuttosto che orchestra sinfonica) svolge una funzione essenziale nel far emergere, valorizzare, promuovere, sostenere e proteggere le competenze della donna e della persona che nasce (questo e non altro significa assistere la fisiologia), accoglie le “fragilità” e, promuovendo la capacità di cercare salute, aiutare la donna a tenerle sotto controllo e a superarle, offre un’opportunità eccezionale di crescita di consapevolezza, a partire dall’alimentazione e la procreazione responsabile. Tale “assistenza” deve essere garantita a maggior ragione quando si ha a che fare con una gravidanza e parto problematici, in cui l’affiancamento dell’esperto di patologia è indispensabile, perché in tali circostanze si propone la tendenza a delegare e a perdere il controllo sul proprio stato. Per la persona che nasce avere la possibilità di poter sperimentare le proprie competenze sostenute dalla dimensione affettiva, è essenziale per sviluppare il senso di autonomia e renderlo meno disponibile agli stereotipi, alimentari e non solo.

                Dott. Michele Grandolfo, * quotidiano sanità                   11 dicembre 2017 estratto        

 *classe 1945, pensionato, laurea in fisica, epidemiologo, già dirigente di ricerca dell'Istituto Superiore di Sanità e direttore del reparto Salute della Donna e dell'Età evolutiva del CNESPS [unico alto dirigente che si interessava, relazionava, scriveva, pubblicava relativamente ai consultori familiari pubblici, organizzava convegni nazionali, ma ignorava il Convegno nazionale relativo ai consultori pubblici (27-30 marzo 1980) Venezia condotto dalla prof. Chiara Saraceno].{Ero presente con i coniugi Luisa e Paolo Benciolini di Padova .Ndr}

www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=56823

Ancora giacciono in Senato dal 26 giugno 2018 quattro Disegni di legge concernenti i consultori familiari assegnati in sede redigente alla 12ª Commissione Igiene e sanità, di cui non è ancora iniziato l'esame.

  1. Sen. Antonio De Poli S136\26 giugno 2018 Disciplina dei consultori familiari a tutela e sostegno della famiglia, della maternità, dell'infanzia e dei giovani in età evolutiva e istituzione dell'Autorità nazionale per le politiche familiari. (31 articoli).

www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/DDLPRES/0/1067329/index.html?part=ddlpres_ddlpres1

  1. Sen. Maria Rizzotti, Maurizio Gasparri S183\26 giugno 2018 Disciplina dei consultori familiari a tutela e sostegno della famiglia, della maternità, dell'infanzia e dei giovani in età evolutiva e istituzione dell'Autorità nazionale per le politiche familiari. (31 articoli).

www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/DDLPRES/0/1067391/index.html?part=ddlpres_ddlpres1

  1. Sen. Valeria Valente, Monica Cirinnà e altri S271\26 giugno 2018 Disciplina dei consultori familiari. (8 articoli).

www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/DDLPRES/0/1067667/index.html?part=ddlpres_ddlpres1

  1. Sen. Massimiliano Romeo, Umberto Bossi e altri S547\02 ottobre 2018 Disposizioni per la tutela della famiglia e della vita nascente e delega al Governo per la disciplina del quoziente familiare (39 articoli)

www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/DDLPRES/0/1076226/index.html?part=ddlpres_ddlpres1

Inoltre giacciono nella Camera dei Deputati dal 2 agosto 2018 due Progetti di legge concernenti i consultori familiari assegnati in sede referente alla 12ª Commissione Affari sociali, di cui non è ancora iniziato l'esame.

  1. a.        on. Michela Vittoria Brambilla C22\2 agosto 2018 "Modifiche all'articolo 609-bis del codice penale, concernenti il delitto di violenza sessuale in danno di persone disabili o in condizioni di inferiorità fisica, psichica o sensoriale, e alla legge 29 luglio 1975, n. 405, in materia di prestazioni dei consultori familiari nei riguardi delle donne disabili.” (3 articoli).

www.camera.it/leg18/995?sezione=documenti&tipoDoc=lavori_testo_pdl&idLegislatura=18&codice=leg.18.pdl.camera.22.18PDL0001340&back_to=https://www.camera.it/leg18/126?tab=2-e-leg=18-e-idDocumento=22-e-sede=-e-tipo=#FR

  1. on Barbara Saltamartini, Giancarlo Giorgetti e altri. C388\18 luglio 2018Legge quadro sulla famiglia e per la tutela della vita nascente”. (39 articoli). identico Sen. Romeo S547\02 ottobre 2018

www.camera.it/leg18/995?sezione=documenti&tipoDoc=lavori_testo_pdl&idLegislatura=18&codice=leg.18.pdl.camera.388.18PDL0010490&back_to=https://www.camera.it/leg18/126?tab=2-e-leg=18-e-idDocumento=388-e-sede=-e-tipo=

  • La regione Veneto ha istituito i Consultori Familiari Socio-Educativi nel 2017 distinguendoli dai Consultori Familiari della legge 405\1975

Allegato a)         https://bur.regione.veneto.it/BurvServices/pubblica/DettaglioDgr.aspx?id=352404

Osservazioni sommarie su innovazioni

ü  Il Dl  S136 prevede:  consultori di strutture private lucrative; il consulente familiare, Autorità nazionale e regionali per le politiche familiari; dipendenza dai comuni o da strutture consortili

ü  Il dl       S183 prevede: consultori di strutture private lucrative; il consulente familiare, Autorità nazionale e regionali per le politiche familiari;

ü  Il Dl      S271 prevede:  gestione delle USL con un medico direttore, il pediatra.

ü  Il DL      S547 prevede    solo nel capo V (artt. 29-35): dipendenza dei comuni.

ü  Il Pdl    C22 prevede      solo artt. 1-2 per le donne disabili.

ü  Il Pdl    C388 prevede   solo nel capo V (artt. 29-35): dipendenza dei comuni.

Appunti per testo innovativo relativo ai Consultori familiari

            I consultori familiari ritornano di competenza dei Comuni e loro consorzi, utilizzando la Legge 8 novembre 2000, n. 328 “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato d’interventi e servizi sociali” e integrazioni.

http://casale.angsa.it/wp-content/uploads/sites/7/2020/09/L-328DEL2000.pdf

  1. I consultori familiari s’interessano di tutti i temi concernenti il diritto  di famiglia (vedi proposte in corso riguardante il Tribunale dei minorenni.)
  2. Per gli aspetti sanitari stipulano convenzioni con il Servizio Sanitario nazionale.
  3. Per tutti i consultori si applichi il criterio dell’accreditamento.
  4. Il personale deve avere titoli qualificanti rilasciati dagli Ordini professionali o dagli Albi professionali riconosciuti. Inoltre deve essere preparato e aggiornato periodicamente rispetto alle finalità e alle metodologie di équipe interprofessionali. Per ogni consultorio è tassativa l’operatività di alcune professionalità (consulente familiare, assistente sociale, legale familiarista, medico, psicologo, pedagogista).
  5. I consultori familiari non possono dipendere da strutture lucrative.
  6. S’istituiscano l’Autorità nazionale e le Autorità regionali per le politiche familiari.
  7. Le competenze governative sono del Ministero del lavoro in attesa di un Ministero delle politiche sociali e della famiglia.

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CONSULTORI UCIPEM

Frosinone. 1° Assemblea dei soci online e 2° Giornata formativa

 

www.consultorioanatole.it/site/index.php/contatti

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COUNSELING

Frosinone. La consulenza coniugale e familiare nel campo dell’adolescenza

                Gli adolescenti cercano un aiuto professionale quando la loro vita è diventata particolarmente difficile, quando si rendono conto di non avere l’esperienza necessaria per risolvere alcuni problemi che li fanno stare male o quando sono emotivamente provati. Quando si rivolgono al consulente coniugale e familiare si aspettano di trovare una persona intelligente, con una buona esperienza di vita, con un’ottima conoscenza dei loro problemi, una persona che sia in grado di dargli soluzioni o che sappia dargli indicazioni o consigli.

                Per poter lavorare nel campo dell’adolescenza il consulente coniugale e familiare deve dunque avere competenze ed abilità specifiche, diverse da quelle necessarie nel lavoro con i bambini o con gli adulti, deve essere di struttura più libera e deve servirsi di abilità e strategie che facilitino la conversazione. Inoltre, deve avere una chiara e approfondita conoscenza sull’adolescenza, dei processi di sviluppo che avvengono in questa fase della vita e dei bisogni e dei compiti che la caratterizzano. Deve anche essere in grado di mettersi in contatto con il suo adolescente interno, deve saper vedere il mondo con gli occhi del ragazzo, in modo da essere più libero di accettare i costrutti del cliente senza farsi frenare dal pensiero adulto.

                Possiamo pertanto dire che la consulenza coniugale e familiare per l’età dell’adolescenza si basa su uno stile “pro-attivo”, cioè caratterizzato dalla capacità non solo di ascoltare, ma anche di condurre la persona a un cambiamento che essa stessa non riuscirebbe a raggiungere da sola, attraverso la concretezza, l’orientamento a un problema specifico e la capacità di ricalcare lo stile e i contenuti del ragazzo o della ragazza che si vuole aiutare.

                Al centro di questo approccio si trova soprattutto la relazione, ovvero il rapporto interpersonale che si istaura fra consulente coniugale e familiare e adolescente, che è in grado di produrre quell’azione di miglioramento della qualità della vita della persona che essa stessa desidera, aldilà di ogni ragionamento teorico.

Valentina Mancini                                         4 luglio 2021

www.cispef.it/la-consulenza-coniugale-e-familiare-nel-campo-delladolescenza

 

Cispef, Centro Italiano Studi Professione e Formazione

Attivo a Frosinone dal 9 novembre 2010

Master n. 1. Relazione di aiuto con sopravvissuti all’abuso sessuale

                Nel corso degli ultimi anni lo studio del fenomeno dell’abuso sessuale sui minori si è molto sviluppato ed ha interessato, anche nella presa in carico della vittima, diversi professionisti in un’ottica interdisciplinare dal momento che sono coinvolte diverse figure professionali (educatori, insegnanti, assistenti sociali, pedagogisti, psicologi, mediatori familiari, psicoterapeuti, consulenti della persona della coppia e della famiglia, counselors, avvocati medici, forze dell’ordine, responsabili ed operatori degli Uffici Diocesani per la Tutela dei minori…). Ecco dunque che diventa centrale la collaborazione tra le differenti aree di pertinenza e lo sviluppo della capacità di operare in un’ottica allargata ed integrata. E’, inoltre, fondamentale, acquisire conoscenze per poter supportare ed aiutare tutti quegli adulti che sono sopravvissuti ad abusi sessuali subiti quando erano minori.

Master n. 2 La relazione di aiuto on line

                Lo sviluppo delle tecnologie di comunicazione a distanza e la loro rapida diffusione hanno aperto a diversi professionisti della relazione di aiuto la possibilità di un loro utilizzo, non solo ai fini di informazione e pubblicità, ma anche per fornire pre-stazioni professionali, soprattutto oggi, in conseguenza della situazione di emergenza sanitaria che stiamo vivendo. Nella quotidianità, il nostro modo di comunicare è caratterizzato, per la maggior parte, dall’on line, di conseguenza, questo aspetto coinvolge an-che la relazione di aiuto, che nell’on line può trovare una sua modalità di espressione efficace, così come diversi professionisti già fanno. Nel corso del Master si approfondi-ranno tecniche e metodologie e si aiuterà ogni partecipante a realizzare uno spazio efficace per la relazione di aiuto on line.

www.cispef.it/nuovi-master

https://ilbilanciere.it/wp-content/uploads/2021/09/LOCANDINA-4-DICEMBRE_1.3.jpg

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DALLA NAVATA

XVII Domenica del tempo ordinario – anno B - 25 luglio 2021

2Re                    04.44. Lo pose davanti a quelli, che mangiarono e ne fecero avanzare, secondo la parola del Signore.

Salmo             144.17.  Giusto è il Signore in tutte le sue vie e buono in tutte le sue opere. Il Signore è vicino a chiunque lo                      invoca, a quanti lo invocano con sincerità.

Efesini                04. 01 Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata                 che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a                             cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, come                              una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede,                                un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in                             tutti.

Giovanni            06, 14. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che                   viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da                         solo.

Quel pane moltiplicato che chiama alla fraternità

                In quel tempo, (...) Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». (...) Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». (...) Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». (...).

 

                Domenica del pane che trabocca dalle mani, dalle ceste, che sembra non finire mai. E mentre lo distribuivano, non veniva a mancare; e mentre passava di mano in mano, restava in ogni mano. C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci... Un pane d'orzo, il primo cereale che matura; un ragazzo, in cui matura un uomo. Quella primizia d'umanità ha capito tutto, nessuno gli ha chiesto nulla e il ragazzo mette tutto a disposizione. È questa la prima scintilla della risposta alla fame della folla. Ma che cosa sono cinque pani per 5.000: uno a mille. Il Vangelo sottolinea la sproporzione tra il poco di partenza e la fame innumerevole che assedia. Sproporzione però è anche il nome della speranza, che ha ragioni che la ragione non conosce. E il cristiano non può misurare le sue scelte solo sul ragionevole, sul possibile. Perché dovremmo credere a un Risorto, se siamo legati al possibile? La stessa sproporzione la sentiamo di fronte ai problemi immensi del nostro mondo. Io ho solo cinque pani, e i poveri sono legioni. Eppure Gesù non bada alla quantità, ne basta anche meno, molto meno, una briciola. E la follia della generosità. E infatti, non appena gli riferiscono la poesia e il coraggio di questo ragazzo, sente scattare dentro come una molla: Fateli sedere! Adesso sì che è possibile cominciare ad affrontare la fame!

                Gesù prese i pani e dopo aver reso grazie li diede... Giovanni non riferisce come accade. Come avvengano certi miracoli non lo sapremo mai. Ci sono e basta. Sono perfino troppi. Ci sono, quando a vincere è la legge della generosità: poco pane spezzato con gli altri è misteriosamente sufficiente; il nostro pane tenuto gelosamente per noi è l'inizio della fame: «Nel mondo c'è pane sufficiente per la fame di tutti, ma insufficiente per l'avidità di pochi» (Gandhi).

                Prese i pani e dopo aver reso grazie li diede... Tre verbi benedetti: prendere, ringraziare, donare.

                 Gesù non è il padrone del pane, lo riceve, ne è attraversato, semplice luogo di passaggio. Quando noi ci consideriamo i padroni delle cose, ne profaniamo l'anima, roviniamo l'aria, l'acqua, la terra, il pane. Niente è nostro, noi riceviamo e doniamo, siamo attraversati da una vita, che viene da prima di noi e va oltre noi.

                Rese grazie: al Padre e al ragazzo senza nome, al suolo e alla pioggia d'autunno, alla macina e al fuoco, madre e padre del pane. Tutto ci viene incontro, è vita che ci ospita, dono che viene «da un divino labirinto di cause ed effetti» (Mariangela Gualtieri). Che fa della vita un sacramento di comunione.

                E li diede. Perché la vita è come il respiro, che non puoi trattenere o accumulare; è come una manna che per domani non dura. Dare è vivere.

p. Ermes Ronchi, OSM                  

www.avvenire.it/rubriche/pagine/quel-panemoltiplicatoche-chiamaalla-fraternita

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ECUMENISMO

A proposito di Marx

                La lettera di dimissioni del cardinale Reinhard Marx dalla carica di arcivescovo cattolico di Monaco ha generato molte e diverse interpretazioni. La risposta di papa Francesco, in particolare, induce a una riflessione sull’idea di “riforma”. La lettera mi aveva colpito anzitutto dal punto di vista spirituale: il testo, cioè, mi sembrava andare oltre il piano dell’analisi (della crisi del cristianesimo, dell’emergenza pedofilia, delle resistenze ai meccanismi di trasparenza), per introdurre una categoria strettamente teologica: quella di colpa, con la connessa esigenza di conversione.

Il punto originale, rispetto a centinaia di prediche, comprese le mie, era che tale appello non fosse rivolto anzitutto ad altri: io ho fallito, diceva in sostanza Marx, io mi dimetto. La stragrande maggioranza delle interpretazioni, per contro, si è collocata direttamente sul piano della politica ecclesiastica. Alcuni hanno colto nel gesto una polemica, nemmeno troppo indiretta, con il cardinale di Colonia Rainer Maria Wölki, considerato un baluardo dei cosiddetti conservatori (cosiddetti perché non è chiarissimo chi siano mai i “progressisti”): mentre scrivo, la diocesi di Colonia è oggetto di una “visita”, cioè di un’ispezione, per verificare comportamenti e reazioni specie sulla questione degli abusi sessuali: Wölki, però, di fare un passo indietro non ne ha voluto sapere.

Più in generale, molti analisti hanno letto le dimissioni del presule all’interno del cammino “sinodale” della Chiesa cattolica tedesca, che vede spinte abbastanza decise su aspetti che Francesco stesso guarda con non celata preoccupazione, ad esempio nella pastorale delle persone omoaffettive e, dall’altra parte, un certo ricompattamento del fronte avversario.

Infine, c’è chi, semplicemente, ha pensato a un gioco delle parti: il cardinale «franceschista» offre le dimissioni, il papa le respinge e si ricomincia come prima, solo con la figura di Marx rafforzata da una nuova investitura romana. Il fatto che, effettivamente e in tempi strettissimi, Francesco abbia respinto la richiesta, invitando l’arcivescovo a rimanere al proprio posto, ha rafforzato questa lettura. Sia come sia, il linguaggio della Chiesa (cattolica, in questo caso) viene immediatamente ricondotto al registro della politica: il tentativo del cardinale (ammesso che di questo si sia davvero trattato) di collocarsi su di un piano diverso e di porre questioni diverse rispetto allo scontro tra fazioni e al minuetto un po’ frusto tra gli amici veri o presunti di Francesco e i suoi avversari, non ha trovato udienza.

                La lettera con la quale il papa respinge le dimissioni è, a sua volta, un documento interessante. Alcuni osservano che Il Nuovo Testamento è citato in modo un po’ “garibaldino”, in particolare accostando passi provenienti da diversi dialoghi tra Gesù e Pietro. Il punto più interessante, però, riguarda l’interpretazione del termine “riforma”, che in un’occasione è posto tra virgolette e corredato da un «mi si permetta l’espressione», come se fosse sconveniente. La tesi del papa è che la “vera riforma” non è un progetto di ristrutturazione della Chiesa, bensì il fatto che Gesù mette in gioco sé stesso sulla croce, e la fede è chiamata a corrispondergli mediante la conversione.

                Alcuni commentatori protestanti hanno osservato che, in tal modo, il papa lancia una frecciata sia alle Chiese della Riforma, sia al Cattolicesimo del cambiamento. Può essere e non mi stupirei: Papato e Riforma non sono mai stati amici. La contrapposizione tra la conversione personale e il cambiamento delle strutture, specie quando invocata da chi si colloca al vertice della più potente di tali strutture, non può non suscitare perplessità. Volendo, però, si potrebbe anche leggere il testo papale in bonam partem, cioè nello stesso senso dell’esigenza espressa da Marx: la comunità cristiana deve resistere alla tentazione di pensare il cambiamento soltanto mediante categorie sociologiche: decisiva è la conversione. Solo che, ed è questo che Roma non vuol sentirsi dire, la conversione delle singole persone e quella delle strutture vanno insieme. Limitarsi a parlare di strutture è un alibi, questo è vero; ma rimuovere il tema del loro cambiamento, rifugiandosi nella dimensione puramente individuale, è moralistico.

                La Riforma protestante lo ha capito e per questo ha cambiato la Chiesa.

Fulvio Ferrario, [Milano 1958] docente di teologia sistematica e decano della facoltà valdese di teologia di Roma

Confronti            20 luglio 2021

https://confronti.net/2021/07/a-proposito-di-marx

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

Bergoglio e quei capolavori diventati «scuola di umanesimo»

                Da bambino, il Santo Padre è stato cinefilo, ha visto tutti i film con Anna Magnani e Aldo Fabrizi; per il piacere dello schermo o, chissà, forse per nostalgia dell’Italia. Ha molto amato Roma città aperta perché gli ha fatto capire la grande tragedia della guerra. Il suo film preferito resta La strada di Federico Fellini per il suo afflato evangelico. E apprezza ancora oggi il cinema neorealista come «scuola di umanesimo», come «catechesi di umanità». Nell’Italia uscita dalla guerra, si sentiva il bisogno di una rinascita politica e sociale. Cineasti e registi vollero farsi artefici di questo rinnovamento. Proposero un cinema che scavava nella realtà del presente e del più recente passato, portando alla luce storie, temi e personaggi di quel mondo su cui bisognava agire: il cinema neorealista si caratterizza fin da subito per il suo forte impegno sociale.

E possiamo immaginare l’effetto di quei film per chi era emigrato all’estero, per sfuggire alla dittatura o alla miseria. Ancora oggi, cosa sia stato il cinema neorealista, creatura polimorfa, è difficile da spiegare. Fu un’aggregazione di fenomeni eterogenei? Il nome di una battaglia? Un’etica dell’estetica? Un mix di ideologia e poetica? Una coincidenza? Quattro passi tra le nuvole o un’ossessione? Alcuni film di quel periodo restano straordinari perché frutto di un artificio di incerta e ironicamente fatale destinazione; sembrano magicamente fatti da una sola persona. In apparenza chiari e determinati, di felice trasparenza, sono percorribili in diverse le direzioni, inesauribili e insensati (che idea, trasformare una bicicletta in una macchina narrativa!); è proprio la loro «ambiguità» linguistica a renderli duraturi.

                Per il Santo Padre il neorealismo è un’educazione allo sguardo e, a tal proposito, cita Simone Weil che al tema ha dedicato riflessioni di intensa spiritualità. In Attesa di Dio scrive: «Una delle verità fondamentali del cristianesimo, oggi misconosciuta da tutti, è che lo sguardo è ciò che salva». Basterebbe oggi ritrovare un po’ del coraggio con cui Simone Weil si concentrava su un esile fascio di parole (Amore, Bene, Fede, Bellezza, Necessità, Limite, Sacrificio…), per restituire alle medesime la loro forza incendiaria. Molte pagine degli scritti di Simone Weil sono fuoco che arde perché i nostri occhi possano vedere meglio, in profondità. La cosa curiosa è che Roberto Rossellini si ispirò proprio alla figura di Simone Weil per tratteggiare il personaggio di Irene, in Europa ‘51: non basta soffermarsi sul visibile, che sta davanti agli occhi, bisogna a ogni costo ricercare l’invisibile, che sta dietro gli occhi.

                Aldo Grasso, critico Tv e docente UCSC “Corriere della Sera” 18 luglio 2021

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202107/210718grasso.pdf

 

Via gli spiriti di divisione. Alt all’uso scismatico del rito latino

                La comprensione mostrata da san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI nei confronti della residuale affezione per la precedente abitudine rituale della Messa è stata tradita. Essa era finalizzata a incoraggiare la maturazione di una più profonda affezione per la comunione celebrativa di tutta la Chiesa. L’esperienza della transizione mostra invece segni evidenti di un movimento contrario. La concessione della possibilità di usare il Messale Romano (promulgato da san Pio V ed edito da Giovanni XXIII) è troppo spesso sequestrata dalla tendenza scismatica a denunciare il Concilio Vaticano II, insieme con il ministero petrino che lo conferma e lo promuove, come fattore di corruzione della tradizione della fede.

                In altri termini, come esplicitamente riconosce la Lettera del papa Francesco «ai Vescovi di tutto il mondo» che accompagna il Motu Proprio Traditionis custodes (16 luglio 2021), lo spirito della concessione relativa all’uso del Messale che precede quello promulgato da san Paolo VI è stato mortificato. Non solo dal movimento scismatico «guidato da monsignor Lefebvre», come nota esplicitamente la Lettera del Papa: ma anche da «molti dentro la Chiesa» che hanno attivamente strumentalizzato la concessione in un senso opposto a quello della comunione ecclesiale. Come se si potesse utilizzare il Messale precedente per 'sconfessare' la fede espressa nel Messale attualmente vigente. E come se fosse lecito, per questa via, e addirittura in nome di una «vera Chiesa», coltivare il dubbio di una «deviazione» del Concilio, del Papa e, in ultima analisi, «dello stesso Spirito che guida la Chiesa».

www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/20210716-motu-proprio-traditionis-custodes.html

                Questa deriva concede agli spiriti maligni della corruzione della fede cattolica e della divisione della comunione ecclesiale un’ospitalità che non può essere tollerata. Ospitalità certamente scandalosa per il popolo di Dio: tanto più grave, poi, se fossero proprio i titolari del ministero ordinato (sacerdoti e vescovi) a farsene promotori e complici.

                Il Motu Proprio dispone perciò autorevolmente – affidandone alla responsabilità dei vescovi il discernimento – la fine di ogni concessione che possa anche solo lontanamente far pensare che ci possa essere una Chiesa dove chiunque è autorizzato a scegliersi il 'suo' Papa, il 'suo 'rito', il 'suo' catechismo. E persino il 'suo' Cristo, come grida l’Apostolo Paolo, scandalizzato, ai cristiani di Corinto (1 Cor 1, 12-13). Esiste una sola lex orandi e una sola lex credendi: lo Spirito istruisce le sue formulazioni più adatte ai tempi della Chiesa, affidandole alla cura delle forme previste dalla successione apostolica e della passione concorde della comunità cattolica. Questa cura e questa passione vanno saldamente ristabilite: scacciando gli spiriti maligni della divisione e attivando i carismi autentici della comunione. L’ordine rituale è al vertice dei 'beni comuni' della Chiesa: «culmen et fons», dice il Concilio, (Costituzione sulla Liturgia, n.10). Non è un’opzione privata (n.22). L’ordine rituale non può essere strumentalizzato, né deve essere manipolato.

                Certo, si può e si deve fare molto di più per ristabilire l’autentico incanto della celebrazione del mistero al quale è appesa l’esperienza dello Spirito che, «mediante l’annuncio del Vangelo e per mezzo della celebrazione della Eucaristia», rende possibile il ministero apostolico della comunità cattolica, secondo la bella e solenne affermazione che forma l’incipit del Motu Proprio.

                Continuiamo a essere in ritardo, mi pare, sul fervore celebrativo che dovrebbe corrispondere allo Spirito che esalta la lieta comunione della fede. Mentre siamo costretti ad attardarci sulle passioni tristi che vorrebbero dividere il Corpo del Signore.

Pierangelo Sequeri, teologo, musicista, già preside del Pontificio istituto JP2 Avvenire 17 luglio 2021

www.avvenire.it/opinioni/pagine/alt-all-uso-scismatico-del-rito-latino

 

Francesco restringe le facoltà concesse da Benedetto ai cultori del Vetus Ordo

                Ruolo dei vescovi. Francesco con i due documenti pubblicati oggi stabilisce che “I libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, sono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano”. La responsabilità di regolare la celebrazione secondo il rito preconciliare torna al vescovo, moderatore della vita liturgica diocesana: “è sua esclusiva competenza autorizzare l’uso del Missale Romanum del 1962 nella diocesi, seguendo gli orientamenti dalla Sede Apostolica”. Il vescovo dovrà accertare che gruppi che già celebrano con il messale antico “non escludano la validità e la legittimità della riforma liturgica, dei dettati del Concilio Vaticano II e del Magistero dei Sommi Pontefici”. Le messe con il rito antico non si terranno più nelle chiese parrocchiali, il vescovo stabilirà la chiesa e i giorni di celebrazioni. Le letture dovranno essere “in lingua vernacola” usando le traduzioni approvate dalle Conferenze episcopali. Il celebrante sarà un sacerdote delegato dal vescovo. A quest’ultimo spetta anche di verificare l’opportunità di mantenere o meno le celebrazioni secondo il messale antico, verificandone la “effettiva utilità per la crescita spirituale”. E “avrà cura di non autorizzare la costituzione di nuovi gruppi”.

Blog Luigi Accattoli, vaticanista 16 luglio 2021

www.luigiaccattoli.it/blog/francesco-restringe-le-facolta-concesse-da-benedetto-ai-cultori-del-vetus-ordo

 

Un intento pastorale gravemente disatteso

Lettera del Santo Padre Francesco ai Vescovi di tutto il mondo

per presentare il Motu Proprio «Traditionis Custodes»

                Cari Fratelli nell’Episcopato,

            come già il mio Predecessore Benedetto XVI fece con Summorum Pontificum, anch’io intendo accompagnare il Motu proprio Traditionis custodes con una lettera, per illustrare i motivi che mi hanno spinto a questa decisione. Mi rivolgo a Voi con fiducia e parresia, in nome di quella condivisione nella «sollecitudine per tutta la Chiesa, che sommamente contribuisce al bene della Chiesa universale», come ci ricorda il Concilio Vaticano II.

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            Sono evidenti a tutti i motivi che hanno mosso san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI a concedere la possibilità di usare il Messale Romano promulgato da san Pio V, edito da san Giovanni XXIII nel 1962, per la celebrazione del Sacrificio eucaristico. La facoltà, concessa con indulto della Congregazione per il Culto Divino nel 1984 e confermata da san Giovanni Paolo II nel Motu proprio Ecclesia Dei del 1988, era soprattutto motivata dalla volontà di favorire la ricomposizione dello scisma con il movimento guidato da Mons. Lefebvre. La richiesta, rivolta ai Vescovi, di accogliere con generosità le «giuste aspirazioni» dei fedeli che domandavano l’uso di quel Messale, aveva dunque una ragione ecclesiale di ricomposizione dell’unità della Chiesa.

            Quella facoltà venne interpretata da molti dentro la Chiesa come la possibilità di usare liberamente il Messale Romano promulgato da san Pio V, determinando un uso parallelo al Messale Romano promulgato da san Paolo VI. Per regolare tale situazione, Benedetto XVI intervenne sulla questione a distanza di molti anni, regolando un fatto interno alla Chiesa, in quanto molti sacerdoti e molte comunità avevano «utilizzato con gratitudine la possibilità offerta dal Motu proprio» di san Giovanni Paolo II. Sottolineando come questo sviluppo non fosse prevedibile nel 1988, il Motu proprio Summorum Pontificum del 2007 intese introdurre in materia «un regolamento giuridico più chiaro». Per favorire l’accesso a quanti – anche giovani –, «scoprono questa forma liturgica, si sentono attirati da essa e vi trovano una forma particolarmente appropriata per loro, di incontro con il Mistero della Santissima Eucaristia», Benedetto XVI dichiarò «il Messale promulgato da S. Pio V e nuovamente edito dal B. Giovanni XXIII come espressione straordinaria della stessa lex orandi», concedendo una «più ampia possibilità dell’uso del Messale del 1962».

            A sostenere la sua scelta era la convinzione che il tale provvedimento non avrebbe messo in dubbio una delle decisioni essenziali del concilio Vaticano II, intaccandone in tal modo l’autorità: il Motu proprio riconosceva a pieno titolo che «il Messale promulgato da Paolo VI è la espressione ordinaria della lex orandi della Chiesa cattolica di rito latino». Il riconoscimento del Messale promulgato da san Pio V «come espressione straordinaria della stessa lex orandi» non voleva in alcun modo misconoscere la riforma liturgica, ma era dettato dalla volontà di venire incontro alle «insistenti preghiere di questi fedeli», concedendo loro di «celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato, come forma straordinaria della Liturgia della Chiesa». Lo confortava nel suo discernimento il fatto che quanti desideravano «trovare la forma, a loro cara, della sacra Liturgia», «accettavano chiaramente il carattere vincolante del Concilio Vaticano II ed erano fedeli al Papa e ai Vescovi». Dichiarava inoltre infondato il timore di spaccature nelle comunità parrocchiali, perché «le due forme dell’uso del Rito Romano avrebbero potuto arricchirsi a vicenda». Perciò invitava i Vescovi a superare dubbi e timori e a ricevere le norme, «vigilando affinché tutto si svolga in pace e serenità», con la promessa che «si potevano cercare vie per trovare rimedio», nel caso fossero «venute alla luce serie difficoltà» nell’applicazione della normativa dopo «l’entrata in vigore del Motu proprio».

            A distanza di tredici anni ho incaricato la Congregazione per la Dottrina della Fede di inviarVi un questionario sull’applicazione del Motu proprio Summorum Pontificum. Le risposte pervenute hanno rivelato una situazione che mi addolora e mi preoccupa, confermandomi nella necessità di intervenire. Purtroppo l’intento pastorale dei miei Predecessori, i quali avevano inteso «fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente», è stato spesso gravemente disatteso. Una possibilità offerta da san Giovanni Paolo II e con magnanimità ancora maggiore da Benedetto XVI al fine di ricomporre l’unità del corpo ecclesiale nel rispetto delle varie sensibilità liturgiche è stata usata per aumentare le distanze, indurire le differenze, costruire contrapposizioni che feriscono la Chiesa e ne frenano il cammino, esponendola al rischio di divisioni.

            Mi addolorano allo stesso modo gli abusi di una parte e dell’altra nella celebrazione della liturgia. Al pari di Benedetto XVI, anch’io stigmatizzo che «in molti luoghi non si celebri in modo fedele alle prescrizioni del nuovo Messale, ma esso addirittura venga inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale porta spesso a deformazioni al limite del sopportabile». Ma non di meno mi rattrista un uso strumentale del Missale Romanum del 1962, sempre di più caratterizzato da un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II, con l’affermazione infondata e insostenibile che abbia tradito la Tradizione e la “vera Chiesa”. Se è vero che il cammino della Chiesa va compreso nel dinamismo della Tradizione, «che trae origine dagli Apostoli e che progredisce nella Chiesa sotto l’assistenza dello Spirito Santo» (Dei Verbum 8), di questo dinamismo il Concilio Vaticano II costituisce la tappa più recente, nella quale l’episcopato cattolico si è posto in ascolto per discernere il cammino che lo Spirito indicava alla Chiesa. Dubitare del Concilio significa dubitare delle intenzioni stesse dei Padri, i quali hanno esercitato la loro potestà collegiale in modo solenne cum Petro et sub Petro nel concilio ecumenico, e, in ultima analisi, dubitare dello stesso Spirito Santo che guida la Chiesa.

            Proprio il Concilio Vaticano II illumina il senso della scelta di rivedere la concessione permessa dai miei Predecessori. Tra i voti che i Vescovi hanno indicato con più insistenza emerge quello della piena, consapevole e attiva partecipazione di tutto il Popolo di Dio alla liturgia, in linea con quanto già affermato da Pio XII nell’enciclica Mediator Dei sul rinnovamento della liturgia. La costituzione Sacrosanctum Concilium ha confermato questa richiesta, deliberando circa «la riforma e l’incremento della liturgia», indicando i principi che dovevano guidare la riforma. In particolare, ha stabilito che quei principi riguardavano il Rito Romano, mentre per gli altri riti legittimamente riconosciuti, chiedeva che fossero «prudentemente riveduti in modo integrale nello spirito della sana tradizione e venga dato loro nuovo vigore secondo le circostanze e le necessità del tempo». Sulla base di questi principi è stata condotta la riforma liturgica, che ha la sua espressione più alta nel Messale Romano, pubblicato in editio typica da san Paolo VI e riveduto da san Giovanni Paolo II. Si deve perciò ritenere che il Rito Romano, più volte adattato lungo i secoli alle esigenze dei tempi, non solo sia stato conservato, ma rinnovato «in fedele ossequio alla Tradizione». Chi volesse celebrare con devozione secondo l’antecedente forma liturgica non stenterà a trovare nel Messale Romano riformato secondo la mente del Concilio Vaticano II tutti gli elementi del Rito Romano, in particolare il canone romano, che costituisce uno degli elementi più caratterizzanti.

            Un’ultima ragione voglio aggiungere a fondamento della mia scelta: è sempre più evidente nelle parole e negli atteggiamenti di molti la stretta relazione tra la scelta delle celebrazioni secondo i libri liturgici precedenti al Concilio Vaticano II e il rifiuto della Chiesa e delle sue istituzioni in nome di quella che essi giudicano la “vera Chiesa”. Si tratta di un comportamento che contraddice la comunione, alimentando quella spinta alla divisione – «Io sono di Paolo; io invece sono di Apollo; io sono di Cefa; io sono di Cristo» –, contro cui ha reagito fermamente l’Apostolo Paolo. È per difendere l’unità del Corpo di Cristo che mi vedo costretto a revocare la facoltà concessa dai miei Predecessori. L’uso distorto che ne è stato fatto è contrario ai motivi che li hanno indotti a concedere la libertà di celebrare la Messa con il Missale Romanum del 1962. Poiché «le celebrazioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa, che è “sacramento di unità”», devono essere fatte in comunione con la Chiesa. Il Concilio Vaticano II, mentre ribadiva i vincoli esterni di incorporazione alla Chiesa – la professione della fede, dei sacramenti, della comunione –, affermava con sant’Agostino che è condizione per la salvezza rimanere nella Chiesa non solo “con il corpo”, ma anche “con il cuore”.

            Cari fratelli nell’Episcopato, Sacrosanctum Concilium spiegava che la Chiesa «sacramento di unità» è tale perché è «Popolo santo adunato e ordinato sotto l’autorità dei Vescovi». Lumen gentium, mentre ricorda al Vescovo di Roma di essere «perpetuo e visibile principio e fondamento di unità sia dei vescovi, sia della moltitudine dei fedeli», dice che Voi siete «visibile principio e fondamento di unità nelle vostre Chiese locali, nelle quali e a partire dalle quali esiste l’una e unica Chiesa cattolica».

            Rispondendo alle vostre richieste, prendo la ferma decisione di abrogare tutte le norme, le istruzioni, le concessioni e le consuetudini precedenti al presente Motu Proprio, e di ritenere i libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, come l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano. Mi conforta in questa decisione il fatto che, dopo il Concilio di Trento, anche san Pio V abrogò tutti i riti che non potessero vantare una comprovata antichità, stabilendo per tutta la Chiesa latina un unico Missale Romanum. Per quattro secoli questo Missale Romanum promulgato da san Pio V è stato così la principale espressione della lex orandi del Rito Romano, svolgendo una funzione di unificazione nella Chiesa. Non per contraddire la dignità e grandezza di quel Rito i Vescovi riuniti in concilio ecumenico hanno chiesto che fosse riformato; il loro intento era che «i fedeli non assistessero come estranei o muti spettatori al mistero di fede, ma, con una comprensione piena dei riti e delle preghiere, partecipassero all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente». San Paolo VI, ricordando che l’opera di adattamento del Messale Romano era già stata iniziata da Pio XII, dichiarò che la revisione del Messale Romano, condotta alla luce delle più antiche fonti liturgiche, aveva come scopo di permettere alla Chiesa di elevare, nella varietà delle lingue, «una sola e identica preghiera» che esprimesse la sua unità. Questa unità intendo che sia ristabilita in tutta la Chiesa di Rito Romano.

            Il Concilio Vaticano II, descrivendo la cattolicità del Popolo di Dio, rammenta che «nella comunione ecclesiale esistono le Chiese particolari, che godono di tradizioni proprie, salvo restando il primato della cattedra di Pietro che presiede alla comunione universale della carità, garantisce le legittime diversità e insieme vigila perché il particolare non solo non nuoccia all’unità, ma piuttosto la serva». Mentre, nell’esercizio del mio ministero al servizio dell’unità, assumo la decisione di sospendere la facoltà concessa dai miei Predecessori, chiedo a Voi di condividere con me questo peso come forma di partecipazione alla sollecitudine per tutta la Chiesa. Nel Motu proprio ho voluto affermare come spetti al Vescovo, quale moderatore, promotore e custode della vita liturgica nella Chiesa di cui è principio di unità, regolare le celebrazioni liturgiche. Spetta perciò a Voi autorizzare nelle vostre Chiese, in quanto Ordinari del luogo, l’uso del Messale Romano del 1962, applicando le norme del presente Motu proprio. Spetta soprattutto a Voi operare perché si torni a una forma celebrativa unitaria, verificando caso per caso la realtà dei gruppi che celebrano con questo Missale Romanum.

            Le indicazioni su come procedere nelle diocesi sono principalmente dettate da due principi: provvedere da una parte al bene di quanti si sono radicati nella forma celebrativa precedente e hanno bisogno di tempo per ritornare al Rito Romano promulgato dai santi Paolo VI e Giovanni Paolo II; interrompere dall’altra l’erezione di nuove parrocchie personali, legate più al desiderio e alla volontà di singoli presbiteri che al reale bisogno del «santo Popolo fedele di Dio». Al contempo Vi chiedo di vigilare perché ogni liturgia sia celebrata con decoro e fedeltà ai libri liturgici promulgati dopo il Concilio Vaticano II, senza eccentricità che degenerano facilmente in abusi. A questa fedeltà alle prescrizioni del Messale e ai libri liturgici, in cui si rispecchia la riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II, siano educati i seminaristi e i nuovi presbiteri.

            Per Voi invoco dal Signore Risorto lo Spirito, perché vi renda forti e fermi nel servizio al Popolo che il Signore vi ha affidato, perché per la vostra cura e vigilanza esprima la comunione anche nell’unità di un solo Rito, nel quale è custodita la grande ricchezza della tradizione liturgica romana. Io prego per voi. Voi pregate per me.                     FRANCESCO

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La messa in latino, l’unità della Chiesa, la tradizione

                Un atto di intolleranza verso la diversità? Non ha mancato di suscitare accese polemiche il Motu proprio «Traditiones custodes», con cui papa Francesco ha modificato le regole per la celebrazione della cosiddetta “messa in latino”, non abolendola – come erroneamente è stato detto nel disinvolto linguaggio giornalistico –, ma certamente ridimensionandola.

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                Le voci che si sono levate per protestare non hanno risparmiato toni drammatici. Si è parlato di «decisione spietata»; si è detto che lo «sciagurato Motu proprio» in questione «rivela un disprezzo profondo verso i sacerdoti e i fedeli che frequentano abitualmente o saltuariamente la Messa antica» e si è visto in esso «la decisione del cattivo pastore, che sta facendo di tutto per scacciare le pecore fuori dal gregge, incurante dei loro bisogni e della loro sensibilità. In barba all’unità nella diversità» («Nuova Bussola Quotidiana»). Addirittura il provvedimento pontificio è stato paragonato alla croce, su cui il rito latino – implicitamente identificato con Cristo –, veniva crocifisso! (ivi).

                Ma è veramente così alta la posta in gioco? E, in caso di risposta affermativa, in che senso? Sia per i credenti che per i non credenti vale la pena di porsi queste domande, cercando di dare una risposta meno superficiale di quanto non sia stato fatto nella maggior parte dei casi. Si può guardare la questione sotto due profili diversi. Uno è quello istituzionale, l’altro quello propriamente liturgico. Cominciamo dal primo.

                La Chiesa non è una piramide. Un punto su cui tutti gli osservatori – favorevoli e contrari – si sono trovati d’accordo è che, con questo Motu proprio, papa Francesco ha cambiato linea rispetto al suo predecessore Benedetto, che, nel 2007, aveva “liberalizzato” la pratica della messa celebrata secondo il rito preconciliare, con il messale del 1962, rendendola indipendente dal permesso del vescovo diocesano. In realtà anche Giovanni Paolo II aveva autorizzato questa pratica, ma subordinandola al controllo dei vescovi delle singole diocesi. La svolta di Benedetto era stata di eliminare questa condizione, sottolineando che il messale del 1962 rientrava a pieno titolo, come “Rito Romano extra-ordinario”, nella liturgia cattolica.

                Con quest’ultimo Motu proprio, il vescovo di ogni singola diocesi si vede restituire la responsabilità di regolare la celebrazione secondo il rito preconciliare, valutando volta per volta le ragioni che spingono un sacerdote e un gruppo a farne richiesta. Da ora in poi «è sua esclusiva competenza autorizzare l’uso del Missale Romanum del 1962 nella diocesi, seguendo gli orientamenti dalla Sede Apostolica». Già questo è un passo la cui importanza è stata troppo poco sottolineata nei commenti dei giornali. Il fatto è che, abituati come siamo a pensare la Chiesa in termini burocratici, spesso la concepiamo come una piramide monolitica, con un vertice, il papa, da cui i vescovi dipendono come i funzionari di un ufficio dal direttore generale. Non è così. La Chiesa universale ha la sua realtà, immensamente variegata, nelle Chiese particolari – ognuna guidata dal suo vescovo, in quanto successore degli apostoli –, in cui si riflette la totalità della Catholica. Come ha ricordato e sottolineato il Concilio Vaticano II, «i singoli vescovi sono il visibile principio e fondamento di unità nelle loro Chiese particolari, formate ad immagine della Chiesa universale, ed in esse e da esse è costituita la Chiesa cattolica una e unica» (Lumen Gentium n.23). Il primato di Pietro non è quello di un capufficio, ma deriva dal suo essere il vescovo di Roma (e così Francesco si è definito, la sera della sua elezione a papa). Ed è insieme agli altri vescovi, pur avendo un primato rispetto ad essi, che egli governa la Chiesa. È in questo senso che si parla di «collegialità episcopale». In quest’ottica, bisogna riconoscere che la decisione di Benedetto di sottrarre ai vescovi delle singole diocesi il controllo della liturgia, almeno per quanto riguarda le messe in latino, era in netta rottura con la direzione indicata dal Concilio. Papa Francesco si è limitato a rimettere in primo piano la prospettiva della Lumen Gentium, la costituzione conciliare sulla Chiesa. Poteva farlo con un suo personale atto d’autorità. Invece ha voluto seguire una procedura che conferma lo stile della collegialità, consultando prima gli altri vescovi di tutto il mondo e traendo le conclusioni dai loro pareri.

                La ricerca dell’unità. E proprio all’unità della Chiesa e delle singole Chiese egli ha fatto riferimento, per giustificare la sua decisione di ristabilire l’autorità dei vescovi, «visibile principio e fondamento di unità nelle loro Chiese particolari», come dice il Concilio. «Purtroppo», scrive Francesco nella lettera che accompagna il Motu proprio, «l’intento pastorale dei miei Predecessori, i quali avevano inteso “fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente», è stato spesso gravemente disatteso. Una possibilità offerta da san Giovanni Paolo II e con magnanimità ancora maggiore da Benedetto XVI al fine di ricomporre l’unità del corpo ecclesiale nel rispetto delle varie sensibilità liturgiche, è stata usata per aumentare le distanze, indurire le differenze, costruire contrapposizioni che feriscono la Chiesa e ne frenano il cammino, esponendola al rischio di divisioni». Soprattutto papa Ratzinger aveva sperato, con la sua apertura alla “messa in latino”, di far riassorbire lo scisma dei lefebvriani. In realtà, non solo la speranza si era rivelata vana, ma il ricorso incontrollato alla liturgia preconciliare aveva creato due piste parallele e contrapposte, che incrinavano l’unità delle singole diocesi e della Chiesa nel suo insieme, legittimando una visione teologica sbagliata. Scrive ancora papa Bergoglio: «Mi rattrista un uso strumentale del Missale Romanum del 1962, sempre di più caratterizzato da un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II, con l’affermazione infondata e insostenibile che abbia tradito la Tradizione e la “vera Chiesa”».

                La liturgia come simbolo. Questo però significa che il problema propriamente liturgico – il secondo che ci siamo posti – non può essere affrontato se non alla luce dei sottintesi simbolici che si attribuivano all’antica celebrazione. Dietro l’uso del latino (oggi incomprensibile alla stragrande maggioranza), dietro il mantenimento della posizione del sacerdote, che dà le spalle all’assemblea, dietro la recita dell’atto penitenziale prima dal solo celebrante e poi da tutti i fedeli – a sottolineare il ruolo “separato” e preminente del primo rispetto ai secondi, non c’è nessuna eresia, ma solo il rischio che tutto ciò diventi, agli occhi di chi privilegia questo modo di celebrare la messa, un tacito rifiuto del cambiamento della Chiesa e del modo di essere cristiani e la riaffermazione di un rapporto tra presbiteri e laicato che giustamente oggi l’ecclesiologia ha superato. Il problema è simbolico.

                Non a caso il Motu proprio non proibisce il Missale Romanum, ma chiede al vescovo di accertare che i gruppi che già celebrano con esso «non escludano la validità e la legittimità della riforma liturgica, dei dettati del Concilio Vaticano II e del Magistero dei Sommi Pontefici». Insomma, in base all’antico principio secondo cui «lex orandi lex credendi», “la regola della preghiera è anche quella della fede”, bisogna che la varietà sempre possibile delle forme liturgiche (tutt’ora ampiamente ammessa nella Chiesa cattolica, per esempio nel rito ambrosiano e ancor più nelle Chiese di rito greco) non nasconda un sottile rifiuto dell’unità a tutte sottostante, perché questo non rompe solo l’unità liturgica, ma quella di fede.

                Essere fedeli alla storia. È in gioco, peraltro, non solo l’unità della Chiesa, ma la visione che si ha del suo rapporto con la storia. È nella logica dell’incarnazione che l’immutabile contenuto del Vangelo si cali di epoca in epoca in formule, elaborazioni teologiche e modalità liturgiche sempre differenti. Dio è entrato nella storia degli uomini e questo rende la religione cristiana diversissima da quelle che cercano la divinità in una immutabile eternità fuori del tempo o quelle altre che si ispirano agli altrettanto immutabili cicli della natura. Facendosi uomo, il Verbo divino ha accettato di condividere la storicità degli esseri umani, che restano sé stessi solo nel continuo cambiamento. Voler fermare questo dinamismo, immobilizzandolo in una sua fase, ritenuta intoccabile, è la negazione di questa assunzione della storia da parte di Dio.

                Non si nega, ovviamente, che vi debba essere una continuità, pur nel mutamento. Non è il Vangelo che cambia, ma la comprensione che i cristiani nel corso del tempo ne acquisiscono, sotto la spinta delle nuove situazioni storiche e delle domande sempre nuove che esse pongono ai credenti. Per questo c’è un progressivo sviluppo perfino dei dogmi e, a maggior ragione, dell’etica personale e pubblica. Di questi sviluppi sono un riflesso anche il mutamento della liturgia, che i nostalgici scambiano per un tradimento, ma che sono invece l’unico modo di essere veramente fedeli al carattere storico, e perciò dinamico, della Rivelazione.

                La fedeltà alla tradizione non è il mantenimento di un passato imbalsamato, rifiutando il nuovo, ma la capacità di leggere, alla luce del passato, il dinamismo del presente verso il futuro. Questo, con fatica, sta facendo la Chiesa di oggi.

                Giuseppe Savagnone, responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, w.tuttavia.eu. Scrittore ed Editorialista. 24 luglio 2021

www.tuttavia.eu/2021/07/24/i-chiaroscuri-la-messa-in-latino-lunita-della-chiesa-la-tradizione

 

Traditionis custodes: il papa si contraddice?

                Il superamento di Summorum Pontificum (il motu proprio che ha liberalizzato la celebrazione col vecchio rito nel 2007) con la lettera apostolica Traditionis custodes (16 luglio 2021) contraddice la benevolenza con cui papa Francesco ha gestito i suoi rapporti con il mondo dei lefebvriani, di quanti cioè hanno rifiutato la riforma liturgica conciliare? La denuncia del paradosso di una apertura all’antico ordinamento che non produce comunione ma contrapposizione è anche un cambiamento nell’orientamento di Francesco dalla benevolenza alla chiusura nei confronti degli eredi di mons. Lefebvre?

                In realtà l’indurimento non è relativo alla Fraternità sacerdotale di san Pio X, quanto a quella parte del mondo cattolico che ha fatto del rito antico l’arma per resistere al magistero papale e alle sue riforme. Non è cambiato il papa, ma i suoi interlocutori. Per semplificare: non si guarda tanto alla Francia, il paese che ha una presenza lefebvriana significativa (250 gruppi, 60.000 fedeli, 199 luoghi), ma agli Stati Uniti dove i fedeli che frequentano la messa in latino sono 150.000 e 657 luoghi in cui si celebra il rito antico.

                Non si tratta solo di una contrapposizione liturgica e teologica, ma soprattutto di un posizionamento ecclesiale in cui il rito è un mezzo per rifiutare il magistero e per coprire una ideologia politica autoritaria (trumpiana o altra).

                Interlocutori diversi. Il coraggio e l’azzardo di una decisione pastorale i cui riferimento teologici sono già stati indicati suggeriscono la distinzione degli interlocutori, assai diversi fra loro, al di là della protesta fra loro comune. I capisaldi di Traditionis custodes sono due:

  1. l’affermazione dell’unicità del rito romano rispetto alla pretesa di un dualismo che minaccia l’unità di lex orandi e lex credendi
  2. l’affidamento al vescovo e alla sua responsabilità di liturgo di gestire l’esperienza rituale del suo popolo.

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                All’interno di tali indicazioni vi sono le concrete disposizioni, fra cui ricordo: l’accettazione della riforma liturgica, l’esclusione del rito antico dalle chiese parrocchiali, la negazione alla costituzione di nuovi gruppi, la necessaria autorizzazione del vescovo ai sacerdoti celebranti, il passaggio della ventina di famiglie religiose di rito antico alla responsabilità del dicastero dei religiosi (e non più alla Congregazione per dottrina della fede).

                Oltre all’ambito lefebvriano, vi sono le fondazioni tradizionaliste che hanno il riconoscimento vaticano, vi è un’area di tipo estetizzante, curiosa e nostalgica e, infine, una più ampia corrente di risentiti che nascondono nel rito di Pio V (non certo di quello malabarese o ambrosiano) il loro rifiuto alle riforme ecclesiali e alla predicazione della radicalità evangelica. La loro presenza è riscontrabile ben oltre gli Stati Uniti. Non casualmente il testo del motu proprio è prima uscito in italiano e inglese e successivamente nelle altre lingue.

                Benevola attenzione. La posizione benevola di Francesco è bene espressa in una risposto a La Croix (9 maggio 2016): «A Buenos Aires ho sempre parlato con loro. Mi salutavano, mi chiedevano una benedizione in ginocchio. Si dicono cattolici. Amano la Chiesa. Mons. Fellay (ex-superiore generale della Fraternità sacerdotale san Pio X, ndr.) è un uomo con cui si può dialogare. Non è così per altri elementi un po’ strani, come mons. Williamson (espulso dalla Fraternità nel 2012, ndr.) o altri che si sono radicalizzati. Penso, come avevo detto in Argentina, che siano cattolici in cammino verso la piena comunione». Nel 2015 aveva incontrato mons. Fellay. Poi, nell’anno della misericordia, ha autorizzato i loro preti ad assolvere l’aborto (di solito riservato ad alcuni sacerdoti scelti dai vescovi), ha permesso la celebrazione del matrimonio. Nel 2020 ha implementato il rito antico della memoria dei santi recenti e di sette nuovi prefazi. La soppressione della Commissione (2019) è stata accettata dai lefebvriani senza grandi patemi. Per contro ha rigidamente disciplinato le celebrazioni nel vecchio rito in San Pietro, ha bandito le celebrazioni in latino fra i Cavalieri di Malta e ha condiviso col dicastero dei religiosi una esigente verifica fra le famiglie religiose commissariate sul tema liturgico.

                Il nuovo pericolo. Il papa giustifica così la decisione presa e il testo pubblicato: «A distanza di tredici anni ho incaricato la Congregazione per la dottrina della fede di inviare (ai vescovi) un questionario sull’applicazione del motu proprio Summorum Pontificum. Le risposte pervenute hanno rivelato una situazione che mi addolora e mi preoccupa, confermandomi nella necessità di intervenire. Purtroppo l’intento pastorale dei miei predecessori, i quali avevano inteso “fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente”, è stato spesso gravemente disatteso». La possibilità offerta «è stata usata per aumentare le distanze, indurire le differenze, costruire contrapposizioni che feriscono la Chiesa e ne frenano il cammino, esponendola al rischio di divisioni». «È per difendere l’unità del corpo di Cristo che mi vedo costretto a revocare la facoltà concessa dai  miei predecessori. L’uso distorto che ne è stato fatto è contrario ai motivi che li hanno indotti a concedere la libertà di celebrare la messa con il missale romanum del 1962. Poiché “le celebrazioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa” che è sacramento di unità, devono essere fatte in comunione con la Chiesa ».

                In un commento di Felix Neumann (Katholisch.de) si allude al metodo di Francesco: anzitutto produrre dei segnali occasionali e di prova, aspettare gli sviluppi e analizzarli con attenzione. Avvicinarsi ai problemi «con indifferenza»  e sottoporli a una attenta distinzione, ascoltando voci diverse. Poi decidere con parola autorevole esercitando appieno il ruolo primaziale.

                Francia e USA. I vescovi hanno recepito il messaggio e, in generale, si sono preoccupati di non allarmare quanti in buona fede e in obbedienza ecclesiale ricorrono al vecchio rito, senza rinunciare all’esecuzione del motu proprio e all’esercizio della responsabilità che era loro stata tolta dal Summorum Pontificum. Nella sintesi della conferenza episcopale francese (apparso sul sito della Fraternità san Pio X e poi tolta) cito alcuni passaggi delle conclusioni alle singole nove domande. «Nella maggioranza delle diocesi la situazione sembra appianata. Rimane qualche increspazione, spesso dovuta alla storia e a conflitti del passato». «Ci si può chiedere se la calma (registrata) sia davvero una buona notizia: si sarebbe dovuto sperare in un dialogo sull’adesione di fondo all’insegnamento conciliare. “Se il motu proprio (SP) ha indiscutibilmente favorito la tranquillità, non ha tuttavia alimentato la comunione” ha constatato un vescovo. La calma sembra aver fissato lo stato delle relazioni e il dialogo ne ha risentito…. La comunione diocesana, l’uso di un calendario e di un lezionario differenti, il rifiuto della concelebrazione sono le principali difficoltà registrate dai vescovi». «Se le norme del motu proprio (SP) sembrano generalmente rispettate, restano tuttavia questioni relativamente alla recezione del suo spirito». «La constatazione condivisa è quella di due mondi che non si incontrano. Non si è avvertito alcun arricchimento reciproco… Spesso (il rito) straordinario vuol dire esclusività». «Sono un mondo a parte, si delinea una Chiesa parallela».

                «La pubblicazione del motu proprio (SP) esprime una lodevole intenzione ma senza i frutti attesi. Se ha onorato un principio di realtà, appare necessario un incessante lavoro per l’unità. Le promesse di un reciproco arricchimento delle due forme dell’unico rito romano restano largamente iniziali. Diffidenze reciproche sterilizzano il tutto. La cura dell’unità della Chiesa non è pienamente onorata nella pratica del motu proprio». I vescovi americani si sono preoccupati di confermare l’attuale situazione per calmare gli animi più indisposti, rimandando a uno studio più accurato delle disposizioni. Così il vescovo di Minneapolis, di Baltimora, di Los Angeles, di Oklaoma city, di Little Rock. Più supponente il vescovo conservatore di san Francisco, S. Codileone: «la messa in latino della tradizione continuerà ad essere disponibile nell’arcidiocesi, a disposizione dei legittimi bisogni e desideri dei fedeli».

                Critiche: da decifrare.    A questo punto le reazioni critiche, spesso molto simili, si possono collocare nei loro contesti propri. A parte le prevedibili critiche dei cardd. Zen, Sarah, Müller, il giornale on-line Bussola quotidiana ammonisce: «Non ci si dovrà sorprendere se ci sarà una reazione molto forte, che rischia di lacerare ulteriormente un tessuto ecclesiale ormai a brandelli… Facciano attenzione, con Dio non si scherza: sarà la loro Waterloo». Per G. de Tanouärn dell’istituto Buon pastore: «il papa appare come un divisore: inquietante per il futuro». Per i tradizionalisti di Rorate cæli il testo di Francesco è scioccante e terrificante. Per p. Benoit Paul Joseph della Fraternità san Pio X: «Non ci sarà più stabilità. Passiamo dalla “benevolenza” a un regime di semplice “tolleranza”, reso evidente dal fatto che le messe della tradizione non possono più essere celebrate nelle chiese parrocchiali, che non verranno più erette parrocchie personali e che si impone ai vescovi di a non accettare domande di nuovi gruppi». In Corrispondenza romana si dice: «Il motu proprio e la lettera accompagnatoria ci sprofondano inevitabilmente nello sconforto, ci tentano alla disperazione, forse potrebbero addirittura indurci alla risposta rabbiosa e alla ribellione fine a se stessa». Per Joseph Shaw, presidente per la società per la messa in latino del Regno Unito il documento è «sbalorditivo. Supera le nostre peggiori aspettative». Per la Fraternità san Pio X: «Finora gli spazi riservati al rito antico avevano una certa ampiezza di movimento, un po’ come delle riserve naturali. Oggi siamo passati allo stato di zoo: gabbie strettamente limitate e confinate». «Mentre la messa della tradizione è in estinzione e le promesse fatte alla commissione Ecclesia Dei sono così neglette essa (la Fraternità) trova nella libertà lasciatale dal vescovo di ferro (Lefebvre), la possibilità di continuare a lottare per la fede e per il Regno di Cristo Re».

Lorenzo Prezzi                  Settimananews               23 luglio 2021/ 7 commenti

7 commenti    www.settimananews.it/liturgia/traditionis-custodes-il-papa-si-contraddice/#comments

 

                               .  il teologo liturgista Andrea Grillo e figli

 

“Anarchia dall’alto”: il motivo sistematico della abrogazione di Summorum Pontificum

                Con una fulminante definizione, 14 anni fa Gianfranco Zizola aveva colto con singolare lucidità l’effetto che Summorum Pontificum SP avrebbe prodotto nel corpo ecclesiale: “anarchia dall’alto”.

www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/motu_proprio/documents/hf_ben-xvi_motu-proprio_20070707_summorum-pontificum.html

Nel momento in cui una istituzione assolutizza la relazione soggettiva con il “sacro”, ponendola al di fuori della storia, finisce con il disgregare se stessa. Non è difficile identificare il “principio sistematico” di questa decisione: esso appare con chiarezza non dal Motu Proprium MP del 2007, ma dalla “lettera ai vescovi” che lo accompagnava. Vi si diceva infatti: “ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o addirittura giudicato dannoso”.

www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/letters/2007/documents/hf_ben-xvi_let_20070707_lettera-vescovi.html

                Vorrei tentare di chiarire la fragilità sistematica di questo principio, che qualcuno oggi richiama per criticare la saggia decisione con cui papa Francesco ha posto fine a questa tendenza anarchica. Procedo in tre passaggi: chiarisco per sommi capi la vicenda, ne illustro alcuni effetti “imprevisti” e ne traggo alcune conclusioni sistematiche in prospettiva.

                1. Un equivoco tra rito e forma. Riepilogo per punti l’essenziale di questa storia recente:

                a) Papa Giovanni XXIII, nel 1960, valutando il da farsi, aveva esitato: doveva dar corso alle riforme che Pio XII aveva già preparato, oppure doveva aspettare lo svolgersi del Concilio, che aveva già convocato? Decise di procedere alla revisione del Messale tridentino, ma in forma provvisoria. Il Concilio avrebbe fissato gli altiora principia sulla base dei quali si sarebbe fatta la riforma. E così nacque il testo provvisorio del Messale Romano del 1962.

www.maranatha.it/MobileEdition/T15-MissaleRomanum1962/testi/cospage.htm

                b) Il Concilio, ai nn. 47-58 di Sacrosanctum concilium SC, fissa esplicitamente le linee fondamentali della riforma dell’ordo missæ, che verrà realizzato e approvato nel 1969. E chiede, per questo, di modificare profondamente, di integrare largamente, di implementare e arricchire strutturalmente il rito del 1962.

www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19631204_sacrosanctum-concilium_it.html

                c) Paolo VI, all’entrata in vigore nel novus ordo NO, ribadisce quello che il suo predecessore e il Concilio avevano detto: il nuovo testo sostituisce il precedente, a causa dei limiti rituali, teologici, pastorali e spirituali del testo precedente.

www.vatican.va/content/paul-vi/it/apost_constitutions/documents/hf_p-vi_apc_19690403_missale-romanum.html

                d) Nel 2007, con il motu proprio Summorum Pontificum SP, Benedetto XVI cerca di favorire la “riconciliazione” nella Chiesa e concede un più largo uso del «Messale del 1962», costruendo una ipotesi sistematicamente assai discutibile e argomentata con il sofisma della “covigenza” di un rito ordinario e di un rito straordinario. Come ebbe a dire il cardinal Camillo Ruini, alla uscita di Summorum Pontificum: «Speriamo che un gesto di riconciliazione non diventi un principio di divisione» (Avvenire, 8 luglio 2007).

www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/motu_proprio/documents/hf_ben-xvi_motu-proprio_20070707_summorum-pontificum.html

                e) Negli ultimi quattrodici anni la presenza ufficiale di una “forma straordinaria”, con la sua equivoca ufficialità, ha dato forza a tutte le forme di Chiesa “anticonciliare”. Non era certo questa la intenzione di Benedetto XVI, ma questo è stato uno dei suoi effetti principali. Questo rito “antico” ha coagulato intorno a sé, accanto ad attaccamenti convinti e ad intenzioni sincere di custodia della tradizione, interessi della reazione ecclesiale e civile, passatisti di varia stoffa, aristocratici decaduti, insieme a qualche soggetto poco equilibrato. Nel frattempo, la Commissione Ecclesia Dei conduceva trattative di accordo con i lefebvriani in cui non si capiva mai del tutto da quale parte del tavolo ci fossero i nemici del Concilio Vaticano II. Di amici, del Concilio, se ne vedevano sempre pochi.

                f) Da ultimo, la Commissione, avendo in molti casi superato gravemente i limiti delle proprie competenze, è stata soppressa. Tuttavia, le sue competenze sono state trasferite ad una sezione della Congregazione per la dottrina della fede.

                2. L’eccesso anarchico sta nel principio. Voglio soffermarmi brevemente su questo ultimo punto. Perché la Commissione Ecclesia Dei è arrivata spesso a travalicare rispetto a quanto previsto da SP? Perché ne ha applicato con zelo non solo il dettato, ma il principio radicale: ossia la “autorità intoccabile” di ogni forma storica del rito romano. In particolare questo è accaduto a proposito del “Triduo Pasquale”, che è un ambito su cui la riforma liturgica si è messa in moto prima del 1962. Ciò ha generato una situazione paradossale. Infatti, se per quanto riguarda il Messale nella sua generalità, il testo del 1962 risulta “antico” rispetto al testo del 1969, per quanto riguarda il Triduo il testo del 1962 recepisce già le riforme compiute da Pio XII nel 1951 e nel 1958 sulla Veglia Pasquale e sulla Settimana Santa. Se vale il principio “ciò che è stato sacro per le generazioni anteriori…”, allora diventa possibile, per non dire necessario, concedere la facoltà di celebrare il Triduo con le forme “precedenti” le riforme di Pio XII. Ma questo, come è evidente, può non aver mai fine. Perché si trova sempre una “forma precedente”, che è stata “ritenuta sacra” e che come tale si impone come alternativa alla forma successiva. In questo modo l’intera tradizione cattolica diventa il banco di un incontrollabile “self-service liturgico”. È quindi evidente come il principio che giustifica la “duplice forma” in realtà introduce una “moltiplicazione infinita delle forme possibili”, e quindi una “deformazione”, perché tutto ciò che storicamente è stato prima si impone su ciò che è vigente e il passato esercita un paternalismo ad oltranza sul presente e sul futuro.

                3. La lacerazione della “doppia forma”. Sul piano della teologia sistematica questa impostazione della “riconciliazione liturgica” introduce alcune astrazioni pericolose, che di fatto ampliano piuttosto che ridurre il conflitto. Dire che sono vigenti contemporaneamente due forme dello stesso rito, di cui la seconda è nata per correggere, emendare e rinnovare la prima, è una argomentazione debole e fallace, che fin dall’inizio ha gravemente alterato le competenze liturgiche nella Chiesa cattolica. Tanto che, dal 2007, non solo i vescovi delle diocesi non potevano sovrintendere alla liturgia nella loro diocesi, ma anche la Congregazione del culto divino non poteva esercitare il proprio discernimento in materia liturgica, perché una “forma straordinaria” veniva controllata e modificata prima dalla Commissione Ecclesia Dei e poi dalla Congregazione per la dottrina della fede. Questo “stato di eccezione” non costituiva causa di riconciliazione, ma di lacerazione.

                La “invenzione della duplice forma” introdotta dal motu proprio Summorum Pontificum era orientata ad una riconciliazione: una riconciliazione con il “tradizionalismo”, sia esterno alla Chiesa cattolica, sia interno alla comunione cattolica. Ma il nobile fine di una Chiesa liturgicamente riconciliata è stato perseguito mediante uno strumento troppo fragile, troppo astratto e non poco insidioso: ossia attraverso un “parallelismo rituale generalizzato”. Ci si era convinti, nel 2007, che la presenza parallela di una “forma straordinaria” accanto alla “forma ordinaria” avrebbe riportato la pace nella Chiesa. L’esito dell’esperimento di questi quattordici anni ha però mostrato ampiamente che il mezzo della “doppia forma dell’unico rito romano” è non soltanto una costruzione teologicamente astratta e senza solido fondamento teorico, ma è anche un rimedio istituzionalmente incontrollabile, ecclesialmente alquanto lacerante e spiritualmente insidioso. Non alimenta la riconciliazione, ma la divisione e la sedizione, su entrambi i versanti: rende il rito antico sempre più oscurantista e il rito riformato sempre più intellettualistico. Ed è singolare che, sul piano strettamente teologico, non pochi teologi si siano semplicemente “adattati” – con scarsa responsabilità – a sostenere in modo acritico una tesi tanto debole sul piano teologico, quando pericolosa sul piano pratico.

                Nell’individuare la impossibile coesistenza di due forme diverse del medesimo rito romano, la via della riconciliazione – questa sorta di “ecumenismo intracattolico” – non deve essere più pensata a livello di “forme parallele”, ma come evoluzione dell’unica forma celebrativa, da assumere proprio nella serietà della sua natura di “forma rituale”. Il bisogno di una riconciliazione liturgica, dal Concilio Vaticano II potentemente introdotta nella coscienza e nel corpo ecclesiale, deve abbandonare la strategia dello “stato di eccezione”, che ha caratterizzato la Chiesa dal 2007 fino ad oggi, e deve imboccare e riprendere il cammino di un’unica forma rituale, che assuma in pieno tutti i linguaggi della celebrazione. Proprio questo cammino risulta chiaramente dischiuso dal MP Traditionis custodes nonché dalle chiare parole con cui laLettera ai Vescovi di papa Francesco ne precisa intenzioni e motivazioni, per superare ogni tentazione di “anarchia dall’alto” e restituire la esperienza liturgica alla ricchezza della sua tradizione comune e popolare, così come voluta dal Concilio Vaticano II.

Andrea Grillo    blog: Come se non          19 luglio 2021

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“Pace liturgica”: per superare lo “stato di eccezione”

                Da una grave crisi si possono trarre cose buone: questo è il senso più autentico di ciò che chiamiamo tradizione. Anche l’occasione di una serissima crisi pandemica, che apre una riflessione comune e collettiva sullo “stato di eccezione civile”, permette di leggere con maggiore lucidità quel diverso “stato di eccezione” che la Chiesa cattolica viveva da quattordici anni, soffrendone non piccoli disagi interni ed esterni. Per comprendere la questione, pur profittando della condizione contemporanea, bisogna cominciare da lontano. Ossia dalla “riconciliazione liturgica” che il Movimento liturgico e il Concilio Vaticano II hanno proposto e “istituito” nel corpo della Chiesa cattolica. Un accurato ripensamento dell’atto di riconciliazione iniziato formalmente sessant’anni anni fa è la condizione per non aggirare quella pace che ancora oggi ci è chiesta, con una nuova urgenza che si impone.

                1. Due secoli di “riconciliazione liturgica”. Sotto la spinta del lavoro di quasi due secoli, iniziato nella prima metà del XIX secolo da A. Rosmini e P. Guéranger, nutrito dal pensiero di profeti (come M. Festugière, L. Beauduin, R. Guardini, O. Casel) e da sperimentazioni pastorali (come quelle di Klosterneuburg, Lipsia, Montcésar, Rothenfels) la questione liturgica è giunta con il Concilio ad una svolta decisiva. Il compito di una “riconciliazione liturgica” è al cuore del Concilio Vaticano II e ne costituisce una delle acquisizioni decisive. Potremmo esprimerla così: avendo constatato la “incapacità liturgica” della Chiesa cattolica, chiarita dal percorso di riflessione del Movimento liturgico, che aveva identificato la “crisi liturgica” della tradizione come una “questione” inaggirabile, il Concilio intende “rimediare” a tale crisi – che è di almeno un secolo e mezzo antecedente al Vaticano II – mediante una adeguata riforma della tradizione e formazione alla tradizione. Ciò che dal Concilio abbiamo ricevuto, ossia una “riforma del rito romano”, non è il sorgere del problema, al quale si possa rispondere con la “riabilitazione del rito preconciliare”, ma è precisamente la riconciliazione di cui la tradizione aveva bisogno e di cui continua ad avere bisogno. Per questo la “soluzione” approntata mediante il motu proprio Summorum Pontificum risulta contraddittoria e deve essere accantonata, perché parte da una analisi distorta della storia degli ultimi 200 anni.

www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/motu_proprio/documents/hf_ben-xvi_motu-proprio_20070707_summorum-pontificum.html

  1. Dalla dialettica tra “due forme” alla polarità tra “verbale/non verbale”. Una volta riacquisito un concetto originario di “riconciliazione liturgica” e superata la illusione di una soluzione mediante “forme rituali parallele”, dobbiamo chiederci: che cosa rappresenta dunque la riconciliazione liturgica operata dal MP Traditionis Custodes , se non può e non deve essere una “riforma della riforma”, né un “nuovo Movimento liturgico”?  Credo che le sue caratteristiche fondamentali possono essere così sinteticamente presentate:
  • la riconciliazione liturgica, se non vuole smentire il Concilio Vaticano II, implica un lavoro comune su un unico tavolo: il rito romano ha un’unica forma vigente, quella scaturita dalla riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II. Non può esservi alcuna riconciliazione liturgica senza ascoltare fedelmente la voce del Vaticano II: non si può fare la pace né contra Concilium né præter Concilium.
  • la riunificazione della forma, con il superamento di ogni parallelismo generalizzato di usi tra loro non coerenti, permette di lavorare sulla stessa forma ma a diversi livelli: infatti si deve valorizzare la riforma liturgica non solo a livello verbale, ma anche a livello non verbale. Attivare tutti i linguaggi della celebrazione è, in effetti, una nuova definizione dell’ars celebrandi secondo la definizione di Sacramentum caritatis, che al n. 40 così la determina: «l’attenzione verso tutte le forme di linguaggio previste dalla liturgia: parola e canto, gesti e silenzi, movimento del corpo, colori liturgici dei paramenti». Ed è su questo punto che il Novus Ordo può “essere riconciliato” con la tradizione che ha ricevuto e che ora trasmette fedelmente e creativamente.

www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/apost_exhortations/documents/hf_ben-xvi_exh_20070222_sacramentum-caritatis.html

  • il Vetus Ordo, sul piano della lingua, da secoli non veniva più compreso: per questo ha saputo dar maggior valore, diremmo quasi per necessità, al registro non verbale. Questa condizione deve diventare una “luce” per lavorare sul Novus Ordo. È l’uso del Novus Ordo a diventare il terreno di lavoro su cui la Chiesa può recepire davvero, integralmente e plenariamente, tutta intera la tradizione del rito romano – la tradizione sana, non quella malata – in una unica forma vincolante per tutti, ma valorizzata sui diversi livelli della sua espressione “multimediale”: parola e canto, spazio e tempo, silenzio e movimento, tatto e odorato sono “organi” e “codici” di esperienza e di espressione del rito romano – in una forma unica, ma non univoca né monotona.
  1. Alcune prospettive. I compiti che s’aprono dinanzi alla Chiesa cattolica nel prossimo futuro, in vista di un progresso nella “riconciliazione liturgica” inaugurata dal Concilio Vaticano II e ristabilita nella sua “ordinarietà” da Traditionis custodes TC, possono essere identificati in 3 diversi passi:

www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/20210716-motu-proprio-traditionis-custodes.html

                a) Primo passo, istituzionale e sistematico: la esperienza della doppia forma parallela dello stesso rito romano ha dimostrato di essere fragile e astratta dal punto di vista teorico, pericolosa e ingestibile dal punto di vista pratico. Perciò viene ufficialmente superata, uscendo dallo “stato di eccezione” che essa ha determinato sia nelle competenze sulla liturgia (che vengono restituite integralmente a vescovi e Congregazione per il culto divino) sia nella unificazione della forma rituale per tutto il corpo ecclesiale, che non può sopportare un parallelismo generalizzato di usi tra loro contraddittori;

                b) Secondo passo, ecclesiale e pastorale: resta forte l’esigenza di una “riconciliazione liturgica”, che riprenda il progetto del Concilio Vaticano II e lo recepisca in modo pieno, equilibrato e profetico, per «far crescere ogni giorno di più la vita cristiana tra i fedeli» (SC 1). Tale crescita deve riflettere criticamente sul modo con cui la riforma è stata eseguita, recepita e pensata, per attuarne più radicalmente le implicazioni verbali e non verbali, corporee e simboliche, dinamiche ed ecclesiali. Restituire al rito la parola implica una conversione che dà pace.

                c) Terzo passo, simbolico-liturgico: alla concorrenza tra “forme parallele”, che non generava pace ma discordia, si deve sostituire una lucida correlazione tra “forma verbale” e “forma rituale”, sulla cui integrazione la sapienza ecclesiale deve saper predisporre strumenti teorici nuovi e buone pratiche comuni, perché l’unica forma del rito romano, in sé indivisa e concorde, possa brillare di nobile semplicità «per ritus et preces» (SC 48), mediante la partecipazione attiva di ogni fedele battezzato all’unica azione di culto comune, che edifica il corpo ecclesiale.

                La felice convergenza tra le priorità poste oggi con nuova chiarezza dal “magistero della cattedra pastorale” e le attenzioni sollevate da tempo dal “magistero della cattedra magistrale” conferma la avvenuta maturazione della coscienza ecclesiale, che può aprirsi ora ad una fase nuova nella recezione del Concilio Vaticano II nel suo disegno di traduzione della tradizione. Perché i riti e le preghiere assicurino al corpo ecclesiale una efficace intelligenza liturgica del mistero

Andrea Grillo    blog: Come se non           20 luglio 2021

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I confini del Vetus Ordo. La normativa ecclesiale dopo “Traditionis custodes”.

Andrea Grillo    blog: Come se non           21 luglio 2021

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Papa Francesco e H. U. von Balthasar sono d’accordo: il rito antico si estingue

                Desidero riprendere un post che avevo pubblicato un anno e mezzo fa, con qualche piccola correzione. Si tratta di un documento importante, che aiuta a comprendere la ragionevole posizione assunta da papa Francesco con il MP “Traditionis Custodes”. Sono alcune pagine importanti, che vengono da un pensatore e da un teologo che in nessun modo potrebbe essere ridotto a “ideologia progressista” o, peggio, “modernista”. Egli sa bene come stanno le cose e che cosa significa sviluppo organico della tradizione.

                H. U. von Balthasar e la fine del Vetus Ordo. In un testo di più di 40 anni fa, Hans Urs von Balthasar [*19051988, presbitero e teologo svizzero] esaminava, con grande lucidità, i destini del Vetus Ordo. Era chiaro, per lui, già allora, che quella “forma” del rito romano fosse stata superata dalla riforma liturgica, in modo definitivo. Vorrei qui riportare le pagine fondamentali di quel testo, alle quali intendo aggiungere solo alcune considerazioni rivolte alla attualità ecclesiale. Riporto dunque anzitutto il testo, tratto da H.-U. Von Balthasar, Piccola guida per i cristiani, Milano, Jaca Book, 1986 (ed. orig. 1980), 111-114, di cui evidenzio le parti più significative :

            «Da non molto… la protesta si leva da quei gruppi che si sono appartati a destra, e si leva parte in franca opposizione all’ultimo concilio in nome della tradizione antecedente, parte restando ai margini della Chiesa e appoggiandosi dove può: sugli evidenti errori dei progressisti, sul mantenimento delle vecchie forme di liturgia e di pietà, e, non da ultimo, su numerose rivelazioni private, siano esse riconosciute dalla Chiesa ufficiale o non lo siano (come il più delle volte). [...]

            L’altalenare fra questi due estremi – attaccamento ostinato a vecchie forme e umile implorazione al volere del cielo – rivela una mancanza di centralità e di equilibrio. Si sottolinea l’ecclesia apostolica e sancta, ma il gruppuscolo protestatario vuol essere al tempo stesso l’una, ed è impossibile, e la catholica, che per natura sua non può consistere in un’opposizione. Ciò che più inquieta, nella situazione della Chiesa odierna, è questo: all’ala sinistra, alquanto caotica ma forte in fatto di media, si contrappone a destra una quantità di formazioni certo zelanti ma più o meno introverse, quasi settarie, che naturalmente avanzano tutte la pretesa di essere loro il centro, mentre di fatto impediscono che ne prenda corpo uno che stia al di sopra di esse e rappresenti vivamente la viva tradizione.

            Prende o dà scandalo, come ebbe a sentenziare Guardini, chi pretende di aver ragione adducendo argomenti «penultimi», cioè non perentori. Simili ragioni penultime sono in questo caso il clamoroso abuso del nuovo Ordo liturgico da parte di un gran numero di ecclesiastici, mentre la ragione ultima parla, nonostante tutto, per la Chiesa del Concilio e contro i tradizionalisti. La S. Messa aveva urgente bisogno del rinnovamento, soprattutto di quell’attuosa partecipazione di tutti i fedeli all’azione sacra che nei primi secoli era qualcosa di assolutamente pacifico. Tutt’al più- come hanno ribadito P. Louis Bouyer e anche il cardinale Ratzinger — si sarebbe potuto tollerare ancora per un determinato tempo la vecchia messa preconciliare (nella quale, dai tempi di Pio V, sono state apportate a più riprese numerose e sostanziali modificazioni); a poco a poco questa messa avrebbe finito per estinguersi organicamente. Quel che, inoltre, i tradizionalisti non considerano, è che quasi tutto il «nuovo» inserito nel messale di Paolo VI deriva dalle più antiche tradizioni liturgiche, che il suo pezzo forte, il Canone Romano, è rimasto immutato, che il ricevere l’ostia nelle mani e in piedi è stato abituale fino al IX secolo e dei padri della Chiesa ci testimoniano che i fedeli si toccavano devotamente occhi e orecchie coll’ostia prima di consumarla. Non dovremmo dimenticare, dice Ratzinger, , «che impure sono non le sole nostre mani, ma anche le nostre lingue» — Giacomo dice che la lingua è il nostro membro più peccaminoso (Gc 3, 2-12) — «e anche il nostro cuore… Il massimo rischio e nel contempo la massima espressione della misericorde bontà di Dio è che sia lecito toccare Dio non solo con le mani e la lingua, ma anche con il cuore» (J. Ratzinger, Eucharistie — Mitte del Kirche. Vier Predigten, Muenchen, Erich Wewel, 1978, 45) .

            Il tradizionalismo si appoggia a forme non basate su di una teologia e una filosofia vive e che già per questo non possono rivendicare una validità oggi persuasiva  Ovviamente la situazione varia a seconda delle regioni; altro è che in un certo paese interi ambienti si appartino rabbiosamente e pubblichino i loro fogli, altro è che in un cert’altro manipoli di laici generosi ingaggino una battaglia col clero progressista, costituendo gruppi di preghiera intensiva, sostenendo case di esercizi spirituali con un ampio raggio di influenza, pubblicando volantini realmente edificanti. Qui lo spirito genuino ha una chance di vincere il Golia di una lettera possentemente organizzata in entità burocratica. Qui la cosiddetta «destra» si avvicina a quel centro che è l’unico da cui possa promanare l’auspicato rinnovamento conciliare e sul quale possa edificarsi una teologia aperta sia a una rivelazione non sminuita sia alle necessità dell’ora: il centro che solo — al di sopra di destre e sinistre, divenute incapaci di dialogo — è in grado di conferire nuova forza anche fra gli uomini alla Parola di Dio»

                La singolarità dell’approccio di von Balthasar, che pure, come è del tutto evidente, non può essere considerato «ideologico» e in nessun modo “progressista”, non esita a formulare con grande chiarezza la necessità dell’atto riformatore, anzitutto per la S. Messa. Ora è chiaro che, nel momento in cui si ammette a chiare lettere la necessità della Riforma, il rito precedente, quando anche continui a sussistere, può esserlo solo per carità, per prudenza pastorale, per contingente opportunità, ma in vista della sua «sparizione» e per nulla secondo un parallelismo strutturale, che in tal caso si opporrebbe non solo alla tradizione, ma anzitutto al più elementare buon senso. Questo a me sembra il punto su cui von Balthasar enuncia una verità antica e che oggi, grazie al recente provvedimento di papa Francesco, dovrebbe ricevere una rapida acquisizione non soltanto da parte della ufficialità ecclesiale, ma direi soprattutto in quella fascia di teologi e pastori che hanno mostrato di essere diventati stranamente indulgenti con questa idea, piuttosto stramba, secondo cui accanto al rito riformato possa “strutturalmente convivere” il rito precedente.

                Se la autobiografia ratzingeriana, (La mia vita) con tutta la sua emozione, ci lascia pensare che la Riforma dovesse assumere carattere accessorio, considerando «intoccabile» il rito tridentino nella versione del 1962 – e possiamo constatare quanto di autobiografico abbia in sé anche “Summorum Pontificum” – viceversa questa lettura balthasariana sente il bisogno di sottolineare con chiarezza la necessità insuperabile della Riforma, anche se può ammettere un regime limitato e provvisorio di tutela della forma precedente del rito romano, che però riconosce “destinata ad estinguersi”. Se riascoltate attentamente a distanza di quasi 40 anni, le parole di von Balthasar indicano l’unica via possibile, per uscire da un imbarazzo sempre più paralizzante:

  • la ripresa della Riforma Liturgica non può procedere se non si lavora tutti su un unico rito;
  • l’accesso al rito precedente, destinato ad estinguersi, può avvenire solo per condizioni eccezionali, sotto la vigilanza della autorità territoriale competente;
  • la “elaborazione” del nuovo rito, con tutte le correzioni e le promozioni necessarie, può accadere su un “unico tavolo”: non esiste alcuna possibilità che due forme rituali, di cui una è nata per emendare e sostituire l’altra, possano produrre altro che divisione, lacerazione e discordia.

                Proprio il profilo “conservatore” e, diremmo, orientato “a destra” di von Balthasar, risulta al di sopra di ogni sospetto. Egli sapeva, già più di 40 anni fa, che il disegno di “parallelismi rituali strutturali” non era la rivincita ecclesiale del passato contro il futuro, ma la resistenza emotiva e nostalgica di un passato ormai senza futuro. Sotto questo profilo la coerenza di Von Balthasar è stata assunta, con grande lucidità, dal testo di Francesco.

                Andrea Grillo    blog Come se non           21 luglio 2021

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Uso da promuovere, non abuso da ostacolare: la svolta liturgica del Vaticano II

                Le discussioni intorno al Motu Proprio “Traditionis Custodes” rivelano, soprattutto nella considerazione della “messa antica”, una certa fragilità rispetto ad uno degli intenti fondamentali che hanno caratterizzato il Concilio Vaticano II e la sua cura per la tradizione liturgica. Come abbiamo visto nell’ultimo post di questo blog,↑ anche un teologo di valore come H. U. von Balthasar sapeva bene che occorre distinguere tra “questioni ultime” e “questioni penultime”. Richiamo qui brevemente una sua affermazione dalla quale vorrei prendere avvio nella mia riflessione.

                a) Ragioni ultime e ragioni penultime. Nel suo testo Balthasar chiarisce bene un aspetto piuttosto nascosto della questione: “Prende o dà scandalo, come ebbe a sentenziare Guardini, chi pretende di aver ragione adducendo argomenti «penultimi», cioè non perentori. Simili ragioni penultime sono in questo caso il clamoroso abuso del nuovo Ordo liturgico da parte di un gran numero di ecclesiastici, mentre la ragione ultima parla, nonostante tutto, per la Chiesa del Concilio e contro i tradizionalisti. La S. Messa aveva urgente bisogno del rinnovamento, soprattutto di quell’attuosa partecipazione di tutti i fedeli all’azione sacra che nei primi secoli era qualcosa di assolutamente pacifico”  (H.-U. Von Balthasar, Piccola guida per i cristiani, Milano, Jaca Book, 1986, 112),   Questa differenza merita una parola di commento e di approfondimento. Che cosa significa, davvero? Proviamo a considerare bene l’ottica con cui il Concilio Vaticano II è entrato “in re liturgica”. Assumendo in pieno la “questione liturgica” il Vaticano II esce da un’ottica ristretta, che considerava l’”abuso” come il problema centrale della liturgia. Questa prospettiva discende da una serie di premesse che meritano di essere apertamente contestate:

  • la liturgia è il linguaggio dei preti
  • ai preti è prescritto un “ritus servandus
  • se i preti non osservano questo rito, commettono un abuso
  • Di fronte a questa impostazione distorta, il Concilio Vaticano II ha ridotto questo problema – che a modo suo resta anche oggi – ad una “questione penultima”. Perché ha posto, in primo piano, una “questione ultima”, che non riguarda l’abuso liturgico, ma l’uso liturgico.
  • b) Dall’abuso all’uso: il cambio di paradigma. Ciò che Sacrosanctum Concilium imposta, in modo esemplare, è precisamente questo recupero della liturgia in una diversa prospettiva, i cui criteri sono, a differenza del modello precedente:
    • la liturgia è linguaggio comune, la cui azione è partecipata dall’intera assemblea;
    • non solo ai preti, ma all’intera assemblea è prescritto un “ritus celebrandus”;
    • l’impegno fondamentale è la “promozione dell’uso” di questo rito, e solo subordinatamente la “lotta all’abuso”.
    • L’esito di questo mutamento sta in una rilettura della tradizione del “rito romano” che si alimenta di tre novità strutturali, le cui conseguenze sul piano ecclesiologico, pastorale e spirituale sono di prima importanza. Promuovere la partecipazione attiva significa, in sostanza, “cambiare uso” della liturgia.
    • c) Lo “stato di minorità” di Summorum Pontificum (SP). È evidente come, se esaminiamo le cose da questa prospettiva, appaia che SP ha avuto due motivi di grave debolezza, proprio a causa di questa non chiara comprensione del primato dell’uso sull’abuso:
  1. da un lato, assumendo come normali “due usi paralleli”, SP oscurava in modo grave l’intento deciso con cui il Vaticano II aveva indicato, con tutta la sua autorità, ben “sette” punti di non ritorno rispetto all’uso della messa tridentina: solo il Novus Ordo (NO), elaborato in ottemperanza al Concilio, ha garantito maggiore ricchezza biblica, preghiera dei fedeli, omelia, lingua volgare, unità delle due mense, concelebrazione e comunione sotto le due specie (SC 51-58). Questo “uso” diventa normativo, mentre persistere nel Vetus Ordo Missæ (VO) significa inevitabilmente disattendere questi imperativi conciliari. SP aveva emarginato obiettivamente la centralità di queste priorità.
  2. dall’altro, tra le sue giustificazioni, SP rimane legato alla prospettiva del “primato dell’abuso sull’uso”, perché fa dell’uso del VO una sorta di “temperamento degli abusi legati al NO”. In realtà questa lettura è largamente fallace. Perché il NO introduce “usi più complessi” del rito romano, che chiamano alla azione, alla responsabilità, alla parola non solo il “prete”, ma tutta la assemblea. Di qui deriva, strutturalmente, la non comparabilità tra VO e NO. Sono due fasi di sviluppo del rito romano, che non possono darsi contemporaneamente se non in casi eccezionali e destinati alla estinzione.
  3. 3.       d) La custodia della tradizione. Ecco allora apparire in una nuova luce la questione dell’uso in rapporto all’abuso. Per il Concilio Vaticano II è più importante imparare un nuovo uso del rito romano piuttosto che evitare gli abusi legati ad una concezione clericale, formale e separata dell’atto di culto. Guardini sapeva bene che la vera sfida della riforma liturgica era “reimparare l’atto di culto”. Per impararlo non è più sufficiente la “lotta agli abusi”. Occorre anzitutto reimparare usi: reimparare l’uso della liturgia della parola, l’uso della anafora [il pane offerto per la celebrazione, preghiera eucaristica sulle oblazioni, racconto dell’Ultima cena, Padre nostro, fractio panis e Comunione], l’uso del rito di comunione. Questa è cosa molto più complessa della lotta agli abusi, ma anche molto più vitale. Per questo la “custodia della tradizione” non può neppure concepire che i nuovi usi possano essere custoditi permettendo che si torni ai vecchi usi. Si tratta piuttosto di entrare con decisione dentro una nuova prospettiva, che passa dal “ritus servandus” del VO al “ritus celebrandus” del NO. Questa sapienza celebrativa non può essere oggetto di cura, se si lascia in piedi una lettura clericale, separata e formalistica della liturgia. Il congedo dal VO è un imperativo del Concilio Vaticano II, perché una nuova “ars celebrandi”, che non riguarda solo i preti, coinvolga in radice l’assemblea e plasmi in modo nuovo la preghiera e la Chiesa: questo uso non può essere oggetto di “libera opzione”, né per qualsiasi prete, né per ogni singolo Vescovo, e neppure per i Sommi Pontefici. Qui il vero abuso è costituito  dagli attaccamenti emotivi e dalle nostalgie del passato.

Andrea Grillo    blog: Come se non           24 luglio 2021

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MATRIMONIO

Matrimoni. Crollo eccezionale per effetto anche del Covid-19

                I profondi mutamenti sociali che hanno interessato il mondo occidentale nel secondo dopoguerra hanno determinato trasformazioni che, seppure con tempi e intensità diverse, accomunano tutti i Paesi: il calo e la posticipazione della nuzialità e della fecondità, l’aumento delle convivenze prematrimoniali e delle libere unioni, il più frequente scioglimento di queste ultime e il diffondersi di nuove forme familiari (famiglie ricostituite, monogenitori, monocomponenti).

                Nel nostro Paese, la persistente bassa e tardiva fecondità ha prodotto, più che altrove, una progressiva riduzione dei contingenti delle generazioni nate a partire dalla metà degli anni Settanta, con un calo delle nuove generazioni che produce un ulteriore effetto negativo su matrimoni e nascite man mano che queste generazioni sono entrate nella fase di vita adulta.

                In oltre quarant’anni di quasi ininterrotto calo della nuzialità, si sono verificate solo brevi oscillazioni temporanee. Per citare alcuni esempi, un aumento è stato osservato in occasione dell’anno 2000, per l’attrattività che questa data, corrispondente all’inizio del nuovo Millennio, esercitava. All’opposto, nel triennio 2009-2011 si è osservata una diminuzione particolarmente marcata, in buona parte dovuta al crollo delle nozze dei cittadini stranieri a seguito di alcune modifiche legislative.

                Venendo all’oggi, i dati del 2020 e dei primi mesi del 2021 danno conto del primo impatto della crisi sanitaria sui matrimoni, evidenziando un crollo di portata eccezionale: una riduzione annua del 47,5% nel 2020, con una perdita di oltre 87.000 mila nozze. Le tipologie di matrimonio che hanno risentito maggiormente degli effetti della crisi pandemica sono quelle celebrate con rito religioso, le nozze tra giovani sposi e quelle tra sposi entrambi stranieri. A livello territoriale la ripartizione più colpita è il Mezzogiorno.

                Le misure di contenimento dell’emergenza sanitaria hanno determinato un calo verticale soprattutto dei matrimoni celebrati con rito religioso (meno 68% nel 2020) ma sono diminuiti fortemente anche quelli civili (meno 29%). Per questa tipologia di nozze si tratta della prima eccezionale battuta d’arresto dopo una fase di continua crescita.

                In termini di composizione, questi andamenti dovuti a cause eccezionali hanno modificato l’incidenza dei matrimoni celebrati con rito civile, passata dal 52,6% del 2019 a oltre il 70% nel 2020 (era il 2,3% del totale dei matrimoni nel 1970, il 36,7% nel 2008). I matrimoni civili sono più diffusi nel Nord (dal 67% nel 2019 al 79 nel 2020) rispetto al Mezzogiorno (35 per cento del 2019 e 58 per cento nel 2020).

                Scendendo più nel dettaglio dell’analisi della nuzialità dell’anno scorso, in coincidenza con le specifiche misure di restrizione a marzo, il numero dei matrimoni crolla rapidamente, raggiungendo un minimo nel mese di aprile con circa l’89% di nozze in meno rispetto al mese di aprile 2019 e quasi il 98% meno nel caso dei matrimoni religiosi. A maggio 2020, l’attenuazione di alcune misure restrittive ha frenato il calo dei matrimoni civili e l’ulteriore apertura giunta a giugno ha dato luogo a una moderata ripresa estiva.

                Con il sopraggiungere della seconda ondata pandemica, e le conseguenti nuove misure di contenimento, le nozze a novembre e dicembre sono tornate a diminuire e la fase negativa è proseguita nei mesi di gennaio e febbraio 2021. Le nozze celebrate nel mese di marzo 2021, infine, nonostante il raddoppio rispetto a marzo 2020, restano inferiori di oltre un terzo nel confronto con marzo 2019.

                Le differenze territoriali nel fenomeno di caduta dei matrimoni sono considerevoli: nel 2020 la diminuzione è stata più marcata nel Mezzogiorno (55,1% rispetto al 48% della media nazionale), mentre nel Nord-est è stata più contenuta (-38,0%). Il calo è stato inizialmente più marcato nel Nord-ovest, mentre nei mesi estivi ha riguardato soprattutto il Mezzogiorno e, in misura decisamente minore, le regioni del Nord. Anche nella fase di inizio dell’inverno le regioni meridionali presentano il calo più forte, mentre a marzo la maggiore caduta torna a registrarsi al Nord.

                La posticipazione delle prime nozze, che già caratterizzava le scelte familiari e riproduttive nel nostro Paese sembra essersi ulteriormente accentuata: le spose nubili fino a 34 anni nel 2019 erano il 68,2%, mentre nel 2020 sono il 58,7% e le spose in totale dai 40 anni in poi, sono aumentate dal 26,0% nel 2019 al 34,3%. È evidente il posticipo dell’esperienza nuziale, particolarmente marcato nel 2020, che si caratterizza per un forte spostamento in avanti della struttura per età. Complessivamente, considerando il totale dei matrimoni celebrati nel 2020, le spose al di sotto dei 35 anni sono più che dimezzate mentre quelle con 35 anni e più sono diminuite del 37,4%.

                Tra le componenti della nuzialità in crescita prima dello shock da COVID-19 spicca quella dei matrimoni con sposi stranieri: nel 2019 sono state celebrate oltre 34 mila nozze con almeno uno sposo straniero. Questa tipologia rappresenta poco meno del 20% del totale dei matrimoni e la proporzione è stata confermata anche nel 2020. I matrimoni misti (in cui uno sposo è italiano e l’altro straniero) ne rappresentano la parte più consistente (70,7% nel 2020); la quota è aumentata di 5 punti percentuali, anche per effetto dei divieti di ingresso che hanno presumibilmente inciso di più sui matrimoni con entrambi i cittadini stranieri. Il nostro Paese, infatti, esercita un’attrazione come luogo di celebrazione delle nozze per coppie abbienti provenienti in prevalenza da paesi economicamente avanzati ma nel 2020 i matrimoni di questa tipologia (“turismo matrimoniale”) sono caduti del 77,8%.

                L’aumento dell’instabilità coniugale contribuisce alla diffusione delle seconde nozze e delle famiglie ricostituite composte da almeno una persona che ha vissuto una precedente esperienza matrimoniale, generando nuove tipologie familiari. Nel 2019, il 20,6% dei matrimoni ha riguardato almeno uno sposo alle seconde nozze o successive contro il 13,8% nel 2008, con un aumento che deriva in misura significativa dall’introduzione del divorzio breve; il valore registrato nel 2019 è comunque simile a quello dei due anni precedenti, per la stabilizzazione della quota di secondi matrimoni che è rimasta quasi invariata anche nel 2020 (20,9%). Nel 2020 sono diminuiti soprattutto i secondi matrimoni di sposi entrambi stranieri, entrambi al secondo matrimonio.

                È, infine, interessante valutare come sia cambiata la nuzialità per livello di istruzione degli sposi, una caratteristica a cui si associano status socio-economico e comportamenti differenziali nelle modalità di formazione della famiglia. Fino a settembre 2020 non si osserva una grande variabilità per ripartizione e livello di istruzione della sposa (i matrimoni sono relativamente omogami in quanto al titolo di studio), anche in virtù del fatto che la crisi sanitaria ha toccato tutte le tipologie di matrimonio e di coppie. Nell’ultimo trimestre del 2020 emerge nel Nord un ruolo positivo del livello di istruzione elevato sulla realizzazione dei progetti nuziali mentre ciò non accade nel Mezzogiorno, dove la nuzialità mantiene una dinamica particolarmente negativa. È presumibile che in questo caso l’impossibilità di festeggiare secondo le forme consuete il matrimonio abbia costituito un forte deterrente.

                Le differenze più marcate per quanto riguarda il festeggiamento delle nozze si osservano, a livello territoriale, proprio per il numero degli invitati. Nel Mezzogiorno è netta la prevalenza di ricevimenti con almeno 100 invitati (55,8% dei ricevimenti rispetto al 39,3% del Nord); per matrimoni con almeno 200 invitati la proporzione del Mezzogiorno si presenta quasi doppia rispetto al Nord del Paese (19,8% rispetto al 10,2%. I festeggiamenti nuziali con meno di 30 invitati incidono per il 12,1% al Nord mentre nel Mezzogiorno sono una tipologia marginale (3,5%).

                La diminuzione dei matrimoni sembra mostrare una differente intensità a seconda della condizione professionale degli sposi e soprattutto della posizione nella professione e della tipologia di lavoro. Rispetto al 2019, a risentire maggiormente del rinvio/rinuncia a sposarsi sono i lavoratori in proprio (meno 52,3% per lo sposo e meno 51% per la sposa); il calo si accentua se entrambi gli sposi sono in questa tipologia di occupati (meno 55%) la quale ha subito gli effetti più severi della crisi.

                Le ricadute della pandemia da COVID-19 hanno avuto un forte impatto anche sull’andamento dell’instabilità coniugale. Una diminuzione rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente emerge già nel primo trimestre 2020 ma è nel secondo trimestre che si delinea un crollo: circa il 60% rispetto a un anno prima per separazioni/divorzi consensuali presso i Comuni e i Tribunali e, rispettivamente, del 40% e il 49% per separazioni e divorzi giudiziali. Nonostante differenti iter e modalità, l’esigenza prioritaria è stata, infatti, quella di trattare i procedimenti che hanno riguardato le urgenze delle crisi familiari.

                Per separazioni e divorzi presso i Tribunali il calo è stato mitigato dalla possibilità offerta da alcuni Tribunali, nel periodo dell’emergenza, di optare per modalità virtuali. Forse anche per queste innovazioni nel terzo trimestre vi è stato un aumento per le separazioni e i divorzi consensuali (rispettivamente +12% e +15%). Nell’intero anno le separazioni e i divorzi in Tribunale sono diminuiti di circa il 20% così come è avvenuto anche per le separazioni e i divorzi presso i Comuni. Gli accordi di negoziazione assistita con avvocati sia per le separazioni sia per i divorzi, infine, mostrano un calo più contenuto perché già utilizzavano modalità telematiche. Complessivamente, nel corso del 2020, gli accordi di separazione con negoziazione assistita con avvocati hanno segnato un aumento (+3,5%) mentre i divorzi di questa tipologia una flessione limitata (-4,4%).

(Tratto da ISTAT, Rapporto annuale 2021, pp. 65-69)

https://francescomacri.wordpress.com/2021/07/21/matrimoni-crollo-eccezionale-per-effetto-anche-del-covid-19

www.istat.it/storage/rapporto-annuale/2021/Rapporto_Annuale_2021.pdf

 

Matrimoni bianchi: tabù, scelta consapevole o paura?

                Cosa significa avere un matrimonio bianco? Come può accadere che una coppia non abbia rapporti sessuali? È una scelta oppure accade nel tempo? Queste e molte altre, sono le domande che spesso ricevo da mariti o mogli che non riescono a capire cosa stia accadendo nel loro matrimonio. Perché non fanno l’amore? Purtroppo sono molte le coppie che oggi vivono la relazione senza avere rapporti sessuali, o nelle quali il rapporto sessuale non avviene in maniera completa, ossia senza l’atto  penetrativo, ma solo attraverso il toccarsi, lo sfregamento dei corpi o il sesso orale.

                L’Associazione matrimonialisti italiani (Ami) ha pubblicato dei dati nella quale afferma che secondo uno studio, nelle coppie sposate da più di 30 anni circa il 50% non ha rapporti sessuali. Il luogo comune potrebbe portarci a pensare che a rifiutare il rapporto sessuale possa essere la donna, in realtà i dati affermano che siano gli uomini a rifiutare nella maggior parte delle volte (70%). Alla base di questo atteggiamento possono esserci diverse cause: problemi legati alla forte paura del sesso e del “dolore”; problemi relativi alla vergogna del non sapere niente sulla sessualità (tabù); la credenza religiosa, ossia la scelta consapevole di arrivare vergini al matrimonio; vissuti personali rispetto alla sessualità e all’altro sesso, come la difficoltà a lasciarsi andare o vivere il sesso come sporco e immorale;  la paura inconscia di non volere dei figli o più banalmente il non desiderarsi più.

                Dovremmo fare una distinzione tra quelle coppie che non hanno alcun tipo di avvicinamento sessuale e quelle tra cui è esclusa solo penetrazione, tra le coppie che non hanno mai avuto nessun avvicinamento e quelle in cui l’assenza della penetrazione è arrivata dopo diverso tempo in cui tutte le cose andavano bene. Sono molte le coppie che si rivolgono ad uno specialista per non sentirsi diversi nel confronto con gli altri o  soprattutto in cui arriva il momento che desiderano avere un figlio: è proprio questo desiderio che porta la coppia ad affrontare la situazione. Per le coppie in cui questa dinamica è iniziata dopo

                La terapia sessuale in questi casi è un ottimo strumento per la risoluzione del problema, perché permette alla persona e alla coppia di conoscersi nei propri sentimenti, nelle proprie sensazioni e nei propri desideri riuscendo a costruire o ricostruire il legame d’amore.

Alba Mirabile   psicologa, psicoterapeuta, sessuologa

www.studiomirabile.com/i-matrimoni-bianchi-tabu-scelta-consapevole-o-paura

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PARITÀ

Parità di genere: la misura cronologica del rinvio è la generazione

                L’impatto della pandemia si è fatto sentire in modo fortemente consistente, così da rinviare la chiusura del divario globale. Un'altra generazione di donne dovrà attendere la parità di genere, secondo il Global Gender Gap Report 2021 del World Economic Forum. L'impatto della pandemia si è fatto sentire in modo fortemente consistente, così da rinviare la chiusura del divario di genere globale di un’altra generazione. 99,5 anni era la distanza dalla parità nel penultimo report, mentre quella misurata dall’ultimo è di 135,6 anni.

                Il Global Gender Gap Index confronta l'evoluzione dei divari di genere tra quattro variabili: partecipazione e opportunità economiche, rendimento scolastico, salute e sopravvivenza, responsabilizzazione politica, e misura i progressi proiettandoli, nel tempo, verso l’obiettivo, cioè colmare la disparità per raggiungere l’auspicata uguaglianza. I risultati evidenziano che l'emergenza sanitaria, e la correlata recessione economica, hanno colpito le donne più gravemente degli uomini, riaprendo in parte lacune già parzialmente colmate. Il divario di genere nell'empowerment politico rimane il più grande dei quattro divari rilevati, con solo il 22% chiuso fino ad oggi, essendosi ulteriormente ampliato, dall'edizione 2020 del report, di 2,4 punti percentuali. Nei 156 paesi passati sotto la lente, le donne rappresentano solo il 26,1% di circa 35.500 seggi parlamentari, e solo il 22,6% di oltre 3.400 ministri in tutto il mondo. In 81 paesi non c'è mai stato un capo di stato donna. Con l'attuale ritmo di progresso, il World Economic Forum stima che ci vorranno 145,5 anni per raggiungere la parità di genere nell’ambito politico.

                Il gap di genere nella partecipazione e nelle opportunità economiche rimane il secondo più grande dei quattro divari chiave monitorati. Secondo i risultati di quest'anno, il 58% del divario in questione è risultato finora colmato. La discrepanza ha visto un miglioramento marginale dall'edizione 2020 del rapporto e, di conseguenza, è stato stimato che ci vorranno altri 267,6 anni per chiudersi. Il lento progresso registrato, nel colmare il divario di partecipazione economica e opportunità, è il risultato di due tendenze opposte. Da un lato, la percentuale di donne tra i professionisti qualificati continua ad aumentare, così come i progressi verso la parità salariale, anche se a un ritmo più lento. Dall'altro lato, le disparità di reddito complessive sono solo in parte colmate e si registra una persistente mancanza di donne in posizioni di leadership. Le dame rappresentano solo il 27% di tutte le posizioni manageriali.

                I divari di genere nel conseguimento dell'istruzione, nella salute e nella sopravvivenza sono quasi colmati. Sia per l'istruzione che per la salute, sebbene i progressi siano migliori rispetto a quelli registrati, nei dati globali, per economia e politica, la pandemia ha comunque causato importanti effetti, come anche variazioni di qualità tra reddito, geografia, razza ed etnia. Timidi miglioramenti, e senza alcun entusiasmo, perché, con questo ritmo, ci vorranno altri 135,6 anni per colmare il divario di genere in tutto il mondo.

Laura Bariella   Altalex 20 luglio 2021

www.altalex.com/documents/news/2021/06/18/parita-genere-misura-cronologica-rinvio-generazione

 

Battezzatǝ in Cristo. Una radicale uguaglianza tra uomini e donne

                La parete di fondo del salone d’onore del Palazzo dei diamanti a Ferrara è contraddistinta da un affresco (staccato e riportato su tela) di grandi dimensioni. La sua collocazione originaria era il refettorio del convento agostiniano di Sant’Andrea. L’opera, risalente alla terza decade del Cinquecento, è di Benvenuto Tisi da Garofalo; resta ignoto l’autore del complesso programma iconografico. Il contenuto del dipinto è riassunto dall’espressione «Trionfo della Chiesa cristiana sulla Sinagoga ebraica». Al centro della rappresentazione vi è infatti un crocifisso, dagli estremi della croce escono sei braccia. Ogni braccio svolge una funzione specifica; in particolare, uno dei due in alto a destra incorona la Chiesa, mentre uno di quelli a sinistra colpisce al cuore la Sinagoga. L’opera esprime visivamente una teologia della sostituzione di tipo «economico». Essa cioè mira a raffigurare un irrevocabile passaggio di consegne. Una «economia» (quella dell’Antico Testamento) è finita perché ne è cominciata un’altra (quella del Nuovo). Chi resta attaccato alla fase precedente (la Sinagoga) è ormai colpito al cuore.

                L’affresco evidenzia anche aspetti volti a mettere in luce il versante imitativo insito nella teologia della sostituzione. Il nuovo è cioè pensato sulla scorta del vecchio. In effetti, l’espressione «Chiesa nuovo Israele» (la più riassuntiva di questa visione teologica) contiene in sé una componente tanto sostitutiva quanto imitativa. In particolare, nell’opera del Garofalo occorre confrontare quanto è raffigurato a sinistra del crocifisso con quello che è alla sua destra. Da un lato vi è un sacrificio compiuto da Aronne, un capro espiatorio e una circoncisione; dall’altro un sacrificio eucaristico, una confessione auricolare e un battesimo; i tre sacramenti sono quindi interpretati a partire da antichi modelli di cui prendono il posto; si tratta di una correlazione che compromette l’autentico senso da attribuire al nuovo.

                Battesimo nuova circoncisione? Se il taglio nella carne è segno di alleanza (cf. Gen 17,9-14), l’acqua non può forse presentarsi come segno della nuova alleanza? Un brano della lettera ai Colossesi (cf. 2,11) parla in effetti della circoncisione di Cristo compiuta attraverso la spogliazione, non attuata da mano d’uomo, del corpo della carne. Si tratta evidentemente di una ripresa cristologica del tema della «circoncisione del cuore» presente nel Deuteronomio (10,16 e soprattutto 30,6) e in Geremia (4,4). Al detto non corrisponde alcun rito specifico. La circoncisione del cuore riguarda tutti gli ebrei, maschi o femmine che siano.        Nell’espressione «circoncisione del cuore» è il secondo termine a essere il più qualificante. In Colossesi non ci si riferisce affatto al battesimo come nuova circoncisione che sostituisce la precedente. In ragione della cogenza anatomica del prepuzio, il rito della circoncisione è di pertinenza solo maschile. La «spogliazione del corpo della carne» in Cristo (vale a dire il diventare nuova creatura) riguarda invece tutti i credenti, maschi o femmine che siano. Lo stesso vale per il rito del battesimo che, fin dal principio, fu amministrato sia a uomini sia a donne. Basterebbe questo dato per far capire che la circoncisione non è una prefigurazione dell’atto di essere incorporati in Cristo attraverso il battesimo. Nelle prime comunità dei credenti in Gesù Cristo si è discusso molto – e non di rado aspramente – su vari temi. Gli scritti neotestamentari, in primis l’epistolario paolino, sono lì a testimoniarlo. Vi sono vari e corposi indizi che un argomento fortemente dibattuto fosse quello se battezzare o meno gli incirconcisi.

                A tal proposito gli Atti degli apostoli attribuiscono un ruolo addirittura strategico al battesimo del gentile Cornelio compiuto da Pietro (cf. At 10,1-11,18). È quindi rilevante mettere in luce che nella documentazione a noi giunta non sia mai stato sollevato il problema se si dovessero o meno battezzare anche le donne. Rispetto alle tre coppie, collegate in maniera esplicita al battesimo, secondo le quali in Cristonon c’è né giudeo né greco, né schiavo né libero, né maschio né femmina (cf. Gal 3,28s), sono attestati dibattiti solo rispetto alla prima.

                È fuori discussione che il punto di partenza di ogni indagine stia nel sollevare problemi non scontati. Interrogarsi perché si siano battezzate subito le donne rientra a pieno titolo in quest’ambito. La risposta sarebbe semplice se il battesimo fosse ricondotto a un rito di purificazione. In questo caso è ovvio che esso riguardi direttamente anche le donne. Le leggi bibliche e la prassi giudaica sono lì a confermarlo. Tuttavia una delle regole di base dei rituali di purificazione è la necessità di essere ripetuti; ciò avviene per il semplice motivo che nella vita si ripropongono sempre situazioni foriere di impurità. Di contro, una delle caratteristiche peculiari del battesimo, visto come partecipazione alla morte e risurrezione di Gesù Cristo (cf. Rm 6,4), è il suo essere amministrato una volta per tutte. Senza trascurare il fatto che, in genere, i riti di purificazione sono compiuti dal soggetto stesso, mentre il battesimo va necessariamente ricevuto da altri.

                I campi di ricerca sulle origini del battesimo sono molteplici: si va dai riti d’iniziazione presenti nel mondo greco-romano, all’apparentemente più calzante precedente costituito dal bagno giudaico dei proseliti; a questo lavacro devono infatti essere sottoposti sia maschi sia femmine di origine gentilica nell’atto di entrare nella comunità d’Israele. A molti quest’ultimo riferimento appare convincente; tuttavia ciò avviene perché in loro opera, più o meno consapevolmente, un residuo sostitutivo. In altri termini si pensa all’ingresso nella comunità dei credenti in Gesù Cristo sulla scorta dell’entrata a far parte del popolo d’Israele. L’analogia però cade per il fatto che il battesimo riguardò, fin dal principio, anche i credenti ebrei che continuarono

a essere e a considerarsi parte del popolo d’Israele (i cosiddetti giudeo-cristiani). Nella Lettera ai Galati i termini dell’accordo avvenuto a Gerusalemme tra le «colonne» Giacomo, Cefa e Giovanni da un lato e Paolo e Barnaba dall’altro sono che questi ultimi annunciassero al «prepuzio» (se si resta fedeli alla lettera di Gal 2,7) e i primi andassero verso la circoncisione (Gal 2,9). La franca, giudaica e maschile qualificazione dei due gruppi rende evidente che il battesimo, che accomuna i chiamati da Israele e dalle genti (cf. Rm 9,24), non va pensato come sostituzione né della circoncisione, né del bagno rituale riservato ai proseliti.

                I Vangeli parlano del battesimo di Giovanni; a suo proposito non si afferma in maniera esplicita che sia stato amministrato solo a maschi; al contrario, la dimensione sua collettiva («accorrevano a lui da tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme»; Mc 1,5) lascia intendere che fossero presenti anche le donne.

                Se poi si rimarca il carattere unico di un battesimo amministrato in vista del giudizio compiuto da colui che ha in mano il ventilabro della definitiva separazione (cf. Mt 3,12), appare convincente che si trattasse di un rito compiuto una volta per tutte. Da un lato, negli scritti neotestamentari quel battesimo viene profondamente distinto da quello compiuto in nome di Gesù (cf. At 19,1-7), mentre, dall’altro, i mandei (popolarmente conosciuti come «cristiani di Giovanni Battista») conoscono forme ripetibili di battesimo purificatore. In conclusione, dal punto di vista storico, rispetto alla nascita del battesimo compiuto in nome di Gesù Cristo, ci sono ancora molte componenti da chiarire, mentre è indubbio che le donne siano sempre state battezzate (cf. ad es. At 16,4-5).

                Questo secondo e decisivo dato costituisce una realtà posta per sempre a fondamento del sacerdozio universale dei fedeli. Ogni discorso dedicato sia alla partecipazione dell’intera comunità dei credenti alla vita della Chiesa (anche nella sua modalità sinodale) sia ai ministeri aperti (o preclusi) alle donne deve prendere avvio dalla radicale uguaglianza battesimale di tutti e tutte in Cristo.

Piero Stefani, teologo ed esegeta           “Il Regno” 15 luglio 2021

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202107/210720stefani.pdf

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PARLAMENTO

Senato. Il Disegno di legge Zan in Assemblea

<             Il disegno di legge Zan (così chiamato per il nome del relatore alla Camera, on. Alessandro Zan, del Partito democratico, d’ora in avanti DDL Zan) è stato approvato dalla Camera il 4 novembre 2020. Attualmente è all’esame del Senato. Atto 2005.

Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere e sulla disabilità

testo         www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/DDLPRES/0/1179390/index.html

Trattazione in commissione                                 www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/53457.htm

Documenti acquisiti               www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/documenti/53457_documenti.htm

 

Seduta 20 luglio 2021. Assemblea                        www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/Resaula/0/1304742/index.html?part=doc_dc-ressten_rs

Assemblea Seduta 20 luglio 2021.           Estratti passim

  • Presidente. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge n. 2005, già approvato dalla Camera dei deputati in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge d'iniziativa dei deputati Boldrini e Speranza; Zan ed altri; Scalfarotto ed altri; Perantoni ed altri; Bartolozzi.
  • Intervengo 19 senatori
  • Presidente. Metto ai voti la proposta di modifica del calendario dei lavori dell'Assemblea, avanzata dal senatore Ciriani, volta ad inserire la discussione del disegno di legge Zan e l'esame dei documenti della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari sulle elezioni contestate.
  • La proposta di modifica non è approvata.
  • Presidente. Resta pertanto definitivo il calendario dei lavori adottato a maggioranza dalla Conferenza dei Capigruppo e comunicato all'Assemblea.
  • Rinvio il seguito della discussione del disegno di legge in titolo ad altra seduta.

www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Resaula&leg=18&id=1310491&part=doc_dc-ressten_rs

 

Il dibattito. Oltre mille emendamenti al Senato, per il ddl Zan rinvio di fatto

                Scivolano lentamente, tra accuse e recriminazioni dette e ridette, i 19 interventi al Senato sul ddl Zan (sui 35 iscritti parlare), e a sera cala il sipario – verosimilmente fino a settembre – sulla contestata legge fortemente voluta da Pd e M5s. La discussione generale pure incompleta va avanti nell’aula di Palazzo Madama, mentre arriva la richiesta – che per i dem sa più di minaccia – di Fdi e Lega di un voto, meglio se segreto, per evitare il passaggio alla votazione degli articoli.

                Così, senza l’accordo richiesto da Matteo Salvini e caldeggiato da Matteo Renzi, tra la pioggia del migliaio di emendamenti (solo dalla Lega ne arrivano 672, mentre Paola Binetti ne deposita 80), e la tensione ormai alle stelle, tra i dem sembra crescere la consapevolezza che spingere sul testo ora sarebbe un rischio troppo grande. E alla fine la conferenza dei capigruppo si arrende al calendario fitto del Senato, e il testo sull’omotransfobia dovrebbe slittare a dopo la pausa estiva. Tra le sorprese che convincono il Pd a non calcare la mano sul ddl, i quattro emendamenti di Italia viva (due a firma di Davide Faraone, del collega Giuseppe Cucca e della presidente del gruppo Autonomie Julia Unterberger, gli altri due del socialista Riccardo Nencini). Per lo più le richieste di modifica si concentrano sugli articoli 1, 4 e 7, vale a dire identità di genere, libertà di espressione e gender nelle scuole.

                Nello specifico dei tre articoli più contestati entrano anche le proposte di Iv, che risolverebbe la questione cancellando la definizione di identità di genere dall’articolo 1 (si sanzionano semplicemente le discriminazioni «fondate su misoginia, abilismo, omofobia o transfobia»), tutelando la «piena autonomia scolastica» nell’articolo 7, infine inserendo la "clausola salva-idee", sostituendo la frase «sono fatte salve» con «non sono compromesse» e citando direttamente l’articolo 21 della Costituzione sulla libertà di espressione. Quanto all’articolo 4, Nencini propone di modificarlo del tutto: «Ai fini della presente legge è fatta salva qualunque forma di manifestazione del pensiero che non configuri istigazione al compimento di atti discriminatori o violenti».

                Alla fine della giornata, dunque, risuonano ancora le richieste di dialogo di Salvini (che incontra una delegazione di GayLib, formata dal segretario nazionale Daniele Priori e dal presidente Luca Maggioni), per il quale «bisogna tenere quel che di buono contiene» il ddl Zan e «quindi aumentare le pene per chi offende, aggredisce o insulta due ragazze o due ragazzi che hanno tutto il diritto di amarsi senza che nessuno si permetta di dire alcunché, togliendo però i bambini dalla contesa politica, la teoria gender nelle scuole, il bavaglio e la censura». E risuona l’eco di Enrico Letta, per il quale resta «impossibile per noi negoziare con la Lega, con un partito che ha presentato oltre 700 emendamenti». Gli stessi che il leader della Lega si dice pronto a ritirare di fronte all’apertura di una trattativa. Il segretario del Pd non si fida. Piuttosto i dem presentano «un ordine del giorno generale, che chiederemo di votare prima dell’esame degli emendamenti, per dare piena chiarezza interpretativa sull’intero provvedimento». Un modo, spiega una nota del gruppo, per «fissare le basi di un confronto trasparente in aula. Sull’articolo 1, spiega la nota, «non può mai essere il solo elemento volontaristico a determinare la rettificazione di attribuzione di sesso, bensì un percorso di accertamento rigoroso svolto in sede giudiziale».

                Quanto all’articolo 4, «va garantita sempre la tutela delle libere manifestazioni di pensiero». E sul 7 «vanno promosse disposizioni finalizzate» a «trasmettere la conoscenza e la consapevolezza riguardo i diritti e i doveri costituzionalmente garantiti della persona». Riflessioni che restano agli atti, in attesa che il Senato trovi uno spazio per riprendere il filo. Forse tra il 3 e il 6 agosto, almeno per chiudere la discussione generale. E stavolta a premere per non lasciar cadere il testo è Iv, convinta che i suoi emendamenti possano condurre al compromesso.

Roberta D’Angelo Avvenire 21 luglio 2021

www.avvenire.it/attualita/Pagine/ddl-zan-mille-emendamenti-senato

 

Mirabelli: ecco perché il ddl Zan limita libertà di pensiero e di educazione

                L’audizione del Presidente emerito della Consulta in Commissione Giustizia del Senato: i problemi posti dagli articoli 4 e 7 dell'attuale testo

            Pubblichiamo una sintesi dell’audizione sui ddl Zan e Ronzulli del professore Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale, da parte della commissione Giustizia del Senato, il 30 giugno 2021 scorso.

 

                Ambedue i testi tendono, con modalità diverse, ad attribuire una speciale protezione penale a categorie di persone considerate vulnerabili. Il ddl 2205 (Ronzulli) mediante l’introduzione di una nuova circostanza aggravante (nell’art. 61 del Codice penale), che riguarderebbe qualsiasi reato commesso per «aver agito in ragione dell’origine etnica, credo religioso, nazionalità, sesso, orientamento sessuale, disabilità (…)» della persona offesa.

                Il ddl 2005 (Zan), già approvato dalla Camera, estenderebbe a nuove figure – di ciascuna delle quali viene data una definizione ai fini della legge (sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere) – il reato previsto dall’art. 604 bis del Codice penale (propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica o religiosa). Ritengo comune a tutti e due i ddl l’orientamento a rafforzare mediante norme penali la protezione di determinate categorie di persone, in un ambito che l’art. 3 della Costituzione considera, con una espressione generale, eguaglianza senza distinzioni di sesso o di condizioni personali. Ma anche la convinzione che si debba salvaguardare, si direbbe ovviamente dal punto di vista costituzionale, la libertà di manifestazione del pensiero in tutte le sue modalità ed espressioni.

                L’articolo 4, che dovrebbe tutelare il pluralismo delle idee, non considera i diritti della famiglia sulla formazione dei figli e del magistero ecclesiastico (riconosciuti dall’Accordo di revisione del Concordato). Analoghi problemi pone l’articolo 7.

                In materia penale, il principio costituzionale di stretta legalità (art. 25 della Costituzione) implica che stabilire quali fatti costituiscono reato è frutto di una scelta eminentemente politica, rimessa esclusivamente al Parlamento, sulla quale non ho veste per esprimermi. Segnalo invece che, dal punto di vista tecnico, il medesimo principio costituzionale richiede chiarezza e precisione nella descrizione legislativa delle fattispecie di reato. In proposito, osservazioni sono state fatte nel dibattito pubblico, alcune anche in questa sede, da autorevoli penalisti, indipendentemente dal loro orientamento ideologico o culturale – ricordo ad esempio Giovanni Fiandaca o Giovanni Maria Flick – e confido che quanto è stato già osservato sia tenuto presente e valutato. Per parte mia, mi limito a proporre alcune considerazioni su due aspetti del ddl Zan.

                Mentre l’altro ddl, il n. 2205 (Ronzulli), introducendo una nuova circostanza aggravante, inserita nel- l’art. 61 del codice penale, non sollecita le medesime osservazioni. L’art. 4 del testo Zan rende evidente la preoccupazione di non incidere sulla libertà di manifestazione del pensiero. Lo segnala la stessa rubrica dell’articolo 'Pluralismo delle idee e libertà delle scelte'. Tuttavia non sembra raggiungere questo obiettivo e rischia anzi di restringere l’ambito delle garanzie per la libertà di manifestazione del pensiero. Infatti il testo dell’articolo 4 contiene un limite che intenderebbe circoscrivere l’ambito sanzionato penalmente – e se correttamente inteso come tale dovrebbe essere inserito nel codice penale in connessione con la norma incriminatrice – stabilendo che «ai fini della presente legge sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte»; ma subito dopo stabilisce un contro limite: «purché non idonee a determinare il concreto pericolo di atti discriminatori o violenti».

                Nella prima parte della disposizione, dunque, la formula «libera espressione di convincimenti od opinioni» sembrerebbe voler comprendere una pluralità di situazioni riferibili a diversi diritti costituzionali, e anzitutto la generale libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 della Costituzione). Tuttavia la specificità della protezione di altri diritti solleciterebbe una formulazione che si riferisca espressamente ad essi. In particolare andrebbe considerate la libertà della ricerca, della scienza e dell’insegnamento (art. 33 della Costituzione), la libertà di educazione (della quale sono primi titolari i genitori: art. 30 della Costituzione e art. 2 del Protocollo addizionale alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo), la libertà del magistero ecclesiastico (assicurata dall’art. 2 dell’Accordo di revisione del Concordato) che comprende anche la espressione di una visione antropologica ed etica.

                Per questi aspetti il testo dell’art. 4, nella sua prima parte, potrebbe essere opportunamente integrato, richiamando in modo specifico i diritti di libertà ai quali è assicurata la salvaguardia. La seconda parte dell’art. 4, stabilendo un limite alle libertà che intende rispettare nella sua prima parte, prescinde totalmente dalla intenzione, dalla volontà, dal contesto di chi esprime il proprio pensiero, stabilendo una responsabilità oggettiva per il pericolo di un fatto che altri possano commettere, di discriminazione o violenza, indipendentemente anche da una connessione temporale e di contesto tra la manifestazione del pensiero e il pericolo che essa determinerebbe. Ne risulta accresciuta l’incertezza sull’ambito delle condotte punite penalmente, che tra l’altro potrebbe suscitare la propensione ad usare lo strumento della denuncia penale per colpire la manifestazione di orientamenti dissenzienti rispetto a tesi sgradite o dominanti, quale che ne sia l’orientamento. Da qui l’esigenza di migliorare la formulazione dell’art. 4, e di rendere quanto meno precisa e meno controvertibile la salvaguardia che con tale disposizione si intende introdurre. La formula dell’art. 4 potrebbe essere completata (e se ne suggerisce l’inserimento nel Codice penale come art. 604 ter) secondo il seguente tenore: «In nessun caso può costituire reato l’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero, delle libertà educativa, di ricerca e di insegnamento, di esercizio del magistero ecclesiastico, salvo che si tratti di condotte dirette a (o aventi lo scopo di) determinare il concreto pericolo di atti discriminatori o violenti».

                L’art. 7 del ddl Zan riguarda l’istituzione della giornata contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e transfobia (è una scelta politica sulla quale, ancora una volta, non ho veste per esprimermi), e stabilisce che le scuole provvedano alle relative attività, «nel rispetto del piano triennale dell’offerta formativa di cui al comma 16 dell’art. 1 della legge 13 luglio 2015 n. 107». Il piano, come definito nella stessa legge (art. 1, comma 14), è «il documento fondamentale costitutivo dell’identità culturale e progettuale delle istituzioni scolastiche ed esplicita la progettazione curriculare, extracurriculare, educativa e organizzativa che le singole scuole adottano nell’ambito dell’autonomia scolastica». È da premettere in proposito che rientra nei compiti formativi della scuola educare al rispetto della dignità di ogni persona e al rispetto dell’ eguaglianza di tutti gli individui senza alcuna distinzione. Le modalità di questo percorso educativo rientrano nella libertà della scuola e nella scuola; né possono essere oggetto di una attività formativa il cui orientamento non rispetti la responsabilità dei genitori negli indirizzi educativi, quale espressione del loro diritto e dovere previsto dall’art. 30 della Costituzione, e più puntualmente precisato dall’art. 2 del Protocollo addizionale alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, per la quale «lo Stato, nell’esercizio delle funzioni che assume nel campo dell’educazione e dell’insegnamento, deve rispettare il diritto dei genitori di assicurare tale educazione e tale insegnamento in modo conforme alle loro convinzioni religiose e filosofiche».

                Per quanto riguarda le scuole istituite dalla Chiesa cattolica, è da ricordare che «a tali scuole che ottengano la parità è assicurata piena libertà» (art. 9, n.1 dell’Accordo di revisione del Concordato). Si segnala la opportunità che l’art. 7, comma 3, del ddl Zan mantenga espressamente queste garanzie e assicuri che le attività riferite a tale disposizione rispettino la libertà della scuola e dell’insegnamento, l’indirizzo educativo dei genitori e gli impegni internazionali dello Stato.

Cesare Mirabelli              Avvenire             20 luglio 2021

www.avvenire.it/attualita/Pagine/ecco-perch-lattuale-testo-limita-le-libert-di-pensiero-e-di-educazione

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PERSONE DEL DOPO CONCILIO

"La Genova di don Gallo", in ricordo di un prete di strada

                In questi giorni in cui i pensieri di tanti vanno a Genova, dove venti anni fa – era il 20 luglio 2001 – è stato ucciso dalla polizia il giovane Carlo Giuliani durante le manifestazioni contro il G8 che si stava svolgendo nella città ligure, Tonio Dell'Olio, nella sua rubrica “Mosaico dei giorni” ricorda il sacerdote don Andrea Gallo – partigiano, prete di strada, fondatore e animatore della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova – che con quei manifestanti solidarizzava.

                                        Di don Gallo, scomparso il 22 maggio 2013, Vito Mancuso nella sua prefazione al libro Don Gallo e i suoi fratelli così diversi così uguali (a cura di Giovanna Benetti, Gabrielli editore, 2014) scrisse: «Don Gallo vivrà nell’immaginario degli italiani con il suo sigaro, il cappello nero e l’immancabile colletto da prete, i segni più caratteristici della doppia appartenenza che ha contraddistinto la sua lunga, tormentata, ma felice esistenza: l’appartenenza al mondo e alla Chiesa, alla terra e al cielo». «Termini – precisava – che per la cultura dominante sono contrapposti, ma che per «Don Gallo erano allo stesso modo importanti perché ha dedicato la vita proprio alla pensabilità della loro unione nell’esistenza concreta delle persone». Aggiungeva fra l’altro il teologo che, in un cattolicesimo come quello italiano, «spesso privo di schiettezza e di libertà di parola, calcolatore, politico, amico del potere, caratterizzato da un conformismo che fa allineare pubblicamente tutti alla voce del padrone, compresi coloro che privatamente fanno i profeti e gli innovatori, in questo cattolicesimo cortigiano e privo di coraggio, la figura di «Don Gallo con il suo sigaro e il suo cappello ha svettato e svetterà per onestà intellettuale e libertà di spirito, perché egli non temeva di ripetere dovunque (che fosse in tv o davanti al suo vescovo o in una pubblica piazza per lui non aveva importanza) i concetti sostenuti tra nuvole di fumo nelle lunghe nottate genovesi con gli amici della sua Comunità».

                Di seguito le sentite parole di don Tonio Dell’Olio: ««Don Gallo mi piace ricordarlo nel giorno della sua nascita piuttosto che in quello della sua morte. Ieri ricorreva il suo compleanno (18 luglio 1928). Quando penso a lui non posso fare a meno di pensare contemporaneamente a Genova e ai suoi caruggi. E poi la mente sembra "allargarsi" alla sua comunità di San Benedetto al Porto, alla sua gente, al suo saper stare in mezzo alla gente e ai suoi problemi di ogni giorno. Penso alla franchezza, senza peli sulla lingua, della sua parola che lasciava sempre il solco nell'anima dell'altro come un aratro. Poi era sempre pronto a soffiare sopra alle ferite un respiro di sigaro. In questi giorni Genova mi rinnova altre ferite. C'ero. Ma non riesco a parlarne. Avevamo il cuore carico di speranza verso un mondo ferito da un sistema economico concentrato sulla ricchezza di pochi, inquinato da un modello di sviluppo che non riconosceva nemmeno l'aria, l'acqua e la terra, dalla politica prigioniera di una Zona rossa. Si discuteva e si produceva pensiero nelle piazze tematiche, nei dibattiti e nell'ascolto delle vittime. Poi, proprio nei giorni in cui si ricordava lo strazio di via D'Amelio*, qualcuno pensò di ustionare le piazze e le strade col fuoco della violenza. E don Andrea tirava dritto per la sua strada senza mollare. Lasciando dietro a sé una scia di sigaro».

* via Mariano D'Amelio a Palermo dove persero la vita in un attentato il magistrato Paolo Borsellino e cinque agenti: Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della Polizia a cadere in servizio, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Redazione Adista            19 luglio 2021

www.adista.it/articolo/66398

 

Un prete che si è scoperto uomo

               Andrea nasce a Genova il 18 luglio 1928 e viene immediatamente richiamato, fin dall’adolescenza, da Don Bosco e dalla sua dedizione a vivere a tempo pieno “con” gli ultimi, i poveri , gli emarginati, per sviluppare un metodo educativo che ritroveremo simile all’esperienza di Don Milani, lontano da ogni forma di coercizione. Attratto dalla vita salesiana inizia il noviziato nel 1948 a Varazze, proseguendo poi a Roma il Liceo e gli studi filosofici. Nel 1953 chiede di partire per le missioni e viene mandato in Brasile a San Paulo dove compie studi teologici: la dittatura che vigeva in Brasile, lo costringe, in un clima per lui insopportabile, a ritornare in Italia l’anno dopo. Prosegue gli studi ad Ivrea e viene ordinato sacerdote il 1° luglio 1959. Un anno dopo viene nominato cappellano alla nave scuola della Garaventa, noto riformatorio per minori: in questa esperienza cerca di introdurre una impostazione educativa diversa, dove fiducia e libertà tentavano di prendere il posto di metodi unicamente repressivi; i ragazzi parlavano con entusiasmo di questo prete che permetteva loro di uscire, poter andare al cinema e vivere momenti comuni di piccola autogestione, lontani dall’unico concetto fino allora costruito, cioè quello dell’espiazione della pena.

               Tuttavia, i superiori salesiani, dopo tre anni lo rimuovono dall’incarico senza fornirgli spiegazioni e nel ’64 Andrea decide di lasciare la congregazione salesiana chiedendo di entrare nella diocesi genovese: “la congregazione salesiana, dice Andrea, si era istituzionalizzata e mi impediva di vivere pienamente la vocazione sacerdotale”. Viene inviato a Capraia e nominato cappellano del carcere: due mesi dopo viene destinato in qualità di vice parroco alla chiesa del quartiere Carmine dove rimarrà fino al 1970, anno in cui verrà “trasferito” per ordine del Cardinale Siri. Nel linguaggio “trasparente” della Curia era un normale avvicendamento di sacerdoti, ma non vi furono dubbi per nessuno: rievocare quel conflitto è molto importante, perché esso proietta molta luce sul significato della predicazione e dell’impegno di Andrea in quegli anni, sulla coerenza comunicativa con cui egli vive le sue scelte di campo “con” gli emarginati e sulle contraddizioni che questa scelta apre nella chiesa locale.

               La predicazione di Andrea irritava una parte di fedeli e preoccupava i teologi della Curia, a cominciare dallo stesso Cardinale perché, si diceva, i suoi contenuti “non erano religiosi ma politici, non cristiani ma comunisti”. Un’aggravante, per la Curia è che Andrea non si limita a predicare dal pulpito, ma pretende di praticare ciò che dice e invita i fedeli a fare altrettanto: la parrocchia diventa un punto di aggregazione di giovani e adulti, di ogni parte della città, in cerca di amicizia e solidarietà per i più poveri, per gli emarginati che trovano un fondamentale punto di ascolto.

               Per la sua chiara collocazione politica, la parrocchia diventa un punto di riferimento per molti militanti della nuova sinistra, cristiani e non. L’episodio che scatena il provvedimento di espulsione è un incidente verificatosi nel corso di una predica domenicale: lo descrive il settimanale “Sette Giorni” del 12 Luglio 1970, con un articolo intitolato “Per non disturbare la quiete”. Nel quartiere era stata scoperta una fumeria di hashish e l’episodio aveva suscitato indignazione nell’alta borghesia del quartiere: Andrea, prendendo spunto dal fatto, ricordò nella propria predica che rimanevano diffuse altre droghe, per esempio quelle del linguaggio, grazie alle quali un ragazzo può diventare “inadatto agli studi” se figlio di povera gente, oppure un bombardamento di popolazioni inermi può diventare “azione a difesa della libertà”. Qualcuno disse che Andrea era oramai sfacciatamente comunista e le accuse si moltiplicarono affermando di aver passato ogni limite: la Curia decide per il suo allontanamento dal Carmine.

               Questo provvedimento provoca nella parrocchia e nella città un vigoroso movimento di protesta ma, la Curia, non torna indietro e il “prete scomodo” deve obbedire: rinuncia al posto “offertogli” all’isola di Capraia che lo avrebbe totalmente e definitivamente isolato. Lasciare materialmente la parrocchia non significa per lui abbandonare l’impegno che ha provocato l’atteggiamento repressivo nei suoi confronti: i suoi ultimi incontri con la popolazione, scesa in piazza per esprimergli solidarietà, sono una decisa riaffermazione di fedeltà ai suoi ideali ed alla sua battaglia “La cosa più importante, diceva, che tutti noi dobbiamo sempre fare nostra è che si continui ad agire perché i poveri contino, abbiano la parola: i poveri, cioè la gente che non conta mai, quella che si può bistrattare e non ascoltare mai. Ecco, per questo dobbiamo continuare a lavorare!”

               Qualche tempo dopo, viene accolto dal parroco della chiesa di San Benedetto, Don Federico Rebora, ed insieme ad un piccolo gruppo nasce la comunità di base, la Comunità di San Benedetto al Porto.

Dopo tanti anni, la nostra porta è sempre aperta!

Associazione Comunità San Benedetto al Porto              

https://sanbenedetto.org/chi-siamo/don-gallo

 

Genova, è morto don Federico Rebora: era l’altra metà di don Andrea Gallo

                Il prete di strada si è spento a 91 anni. Accolse don Gallo nel 1970 come cappellano, dopo l’esperienza nella chiesa del Carmine e le prime scintille con la gerarchia. La parrocchia che si era trasformata in una comunità aperta a tossici e prostitute dava scandalo a Genova, in quegli anni città rossa, ma conservatrice

                L’altra metà del Gallo. Senza don Federico Rebora, morto ieri a 91 anni, non ci sarebbe stata la Comunità di San Benedetto al Porto. La storia di Andrea Gallo sarebbe stata diversa. E anche quella di Genova. Strano a dirsi, di questo sacerdote così mite e riservato. Eppure solido e forte, come quelle sue grandi mani che agitava parlando. Mentre invece gli occhi ti osservavano dal basso, di sfuggita in una specie di carezza.

                Andrea e Federico, difficile immaginare due persone così diverse. Ma proprio questo li ha uniti e ha creato quell’alchimia durata più di quarant’anni. A cominciare dalla telefonata che don Federico ricevette dalla Curia di Genova nel 1970, quando era parroco di San Benedetto da tre anni. “C’è un sacerdote da accogliere”, dicevano. Era don Andrea, reduce dall’esperienza nella chiesa del Carmine, dalle prime scintille con la gerarchia. Rebora lo accolse come cappellano. E di lì tutto cominciò come raccontava don Federico: “Conoscevo Andrea, eravamo amici. All’inizio i parrocchiani erano preoccupati, ma io dissi che volevo così”. Eccolo, questo sacerdote schivo, ma forte. E il Gallo cominciò celebrando messa. Ma presto nacque la comunità, figlia di Andrea e anche di Federico. I due sacerdoti che per decenni hanno vissuto in due stanze misere, scrostate, un letto e pochi metri quadrati. Uno accanto all’altro. E la mattina si ritrovavano per pregare insieme, per scambiarsi poche parole: Andrea, così irruente, vitale, incontenibile. Federico riflessivo, timido, ma non fragile. Uno aveva bisogno dell’altro.

                Sono i due volti della chiesa di Genova che ha avuto cardinali come Giuseppe Siri, Tarcisio Bertone e Angelo Bagnasco, ma anche preti di strada. Rebora c’era sempre alle spalle di Gallo, anche quando la Curia scalpitava per trasferirlo: quella parrocchia che si era trasformata in una comunità aperta a tossici e prostitute dava scandalo a Genova, in quegli anni città rossa, ma conservatrice. Ma Federico fu categorico: “Se volete prendervi la responsabilità di cacciarlo, fatelo voi”. Nessuno ebbe il coraggio. E San Benedetto in quegli anni di eroina e disperazione era l’unica porta sempre aperta a chi aveva bisogno. Racconta un magistrato genovese che in quegli anni faceva il pretore: “Ci capitavano tanti ragazzi disperati, sapevamo che se li avessimo lasciati andare sarebbero morti. Che li avremmo trovati in qualche angolo d’ombra con una siringa nel braccio. Ma nessuno a Genova voleva prenderseli, ci sentivamo impotenti. Allora chiamavamo San Benedetto, a qualunque ora del giorno e della notte, perché sapevamo che sarebbero stati sempre accolti”. Perfino nelle stanze dei due sacerdoti. Pur di non lasciarli in strada.

                Don Federico è stato sempre così, anche dopo che Andrea era morto e negli ultimi tempi di malattia. Lo vedevi con le camicie vuote, gli occhiali sempre più grandi sul volto prosciugato. Ma non ha mai abbandonato la Comunità e Genova: “Come stanno i ragazzi?”, “Raccontami del ponte”, ha chiesto fino a ieri mattina. Ora Genova è ancora più sola.

Ferruccio Sansa                                Il fatto quotidiano          24 ottobre 2018

www.ilfattoquotidiano.it/2018/10/24/genova-e-morto-don-federico-rebora-era-laltra-meta-di-don-andrea-gallo/4715630/.

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RIFLESSIONI

A caccia dell'uomo

«L’uomo cerca Dio. Quello che mi avrebbe colpito sarebbe stato che Dio cerca l’uomo, che Dio mi segue». Che l’uomo cerchi Dio è affermazione che la storia delle religioni può attestare da tempo immemorabile: pratiche, riti, tradizioni e rappresentazioni artistiche fin dalla notte dei tempi ci dicono che l’uomo ha sempre provato a mettersi in comunione con quello che considerava una Forza Invisibile. Ma che sia Dio a cercare l’uomo questa è la novità inaudita della tradizione biblica, attestata fin dalla GenesiAdamo, dove sei?») per poi concludersi in un altro giardino, quello della Pasqua di CristoDonna, perché piangi?»). Lo scrittore francese Eric-Emmanuel Schmitt ha saputo, in un suo diario di conversione, rendere ancora più esplicito questo movimento di Dio verso l’umanità, riconoscendo che 'Dio segue l’uomo'. Già sant’Agostino ci ricordava che Dio è interior intimo meo et superior summo meo, Dio è «all’interno di me più del mio intimo e più in alto della mia parte più alta». Questo è il segreto del cristianesimo: un alternarsi di interiorità ed esteriorità, intimo e storia, anima e vicende terrene, che rende porosa l’esperienza umana. L’intimità dà profondità alla storia, la storia verifica l’interiorità. Dio si manifesta dentro e fuori di noi. È 'solo' questione di orecchio e occhio.    Lorenzo Fazzini, giornalista e scrittore   “Avvenire” 18 luglio 2021

www.avvenire.it/rubriche/pagine/a-caccia-dell-uomo

Affettività e eucaristia

                Affettività. Dotati di sessualità, corpo e passioni. Affettività implica non solo la capacità di amare, ma anche il nostro modo di amare in quanto dotati di sessualità, dotati di emozioni, corpo e passioni. Nel cristianesimo parliamo molto di amore, ma dobbiamo amare come siamo, con la nostra sessualità, i desideri, le forti emozioni, la necessità di toccare e stare vicini all'altro. È strano che non ci venga bene parlare di questo, perché il cristianesimo è la più corporale delle religioni. Crediamo che è stato Dio a creare questi corpi e a dire che erano cosa molto buona. Dio si è fatto corpo fra di noi, essere umano come noi. Gesù ci ha dato il sacramento del suo corpo e ha promesso la resurrezione dei nostri corpi. Sicché dovremmo sentirci (a nostro agio) nel parlare di affettività! Eppure quando la Chiesa parla di sesso la gente appare perplessa! Una volta san Crisostomo, che stava predicando sul sesso, notò che alcuni arrossivano e si indignò: "Perché vi vergognate? L'argomento non è puro? Vi state comportando come eretici" Dio si è incarnato in Gesù Cristo, ma forse noi stiamo ancora imparando ad incarnarci nei nostri stessi corpi ... è un fallimento dell'autentica castità.

                Voglio parlare di Ultima Cena e sessualità. Può sembrare un po' strano, ma pensateci un momento. Le parole centrali dell'Ultima Cena sono state: «Questo è il mio corpo, offerto per voi». L'eucaristia, come il sesso, è centrata sul dono del corpo. Per la nostra società è molto difficile capire questo perché tendiamo a vedere i nostri corpi semplicemente come oggetti che ci appartengono. Se pensi al tuo corpo in questo modo, come la cosa che possiedi insieme ad altre cose, allora gli atti sessuali non sono particolarmente significativi. Posso fare quel che mi pare con le mie cose se non faccio male a nessuno ... E dunque, perché non posso fare quello che voglio con il mio corpo? Ma l'Ultima Cena guarda ad una tradizione più antica e più saggia. Il corpo non è solo una cosa che possiedo, sono io, è il mio essere come dono ricevuto dai miei genitori e dai loro prima di loro e, in ultima istanza, da Dio. Per questo quando Gesù dice «Questo è il mio corpo, offerto per voi» non sta disponendo di qualcosa che gli appartiene, sta passando agli altri il dono che lui è. Il suo essere è un dono del Padre che Egli sta trasmettendo.

                Dall'eucaristia alla sessualità e ritorno. La relazione sessuale è chiamata ad essere un modo per vivere questo dono di se stessi. Sono qui e mi dono a te, con tutto quello che sono, ora e sempre. Allora l'eucaristia ci aiuta a capire cosa significa per noi essere individui dotati di sessualità, e la nostra sessualità ci aiuta a capire l'eucaristia. Generalmente si vede l'etica sessuale cristiana come restrittiva rispetto ai costumi contemporanei. La Chiesa ti dice esattamente quello che non è permesso fare! In realtà, alla base dell'etica sessuale cristiana c'è l'apprendimento di come vivere relazioni di donazione mutua. L'Ultima Cena è stato un momento di crisi inevitabile nell'amore di Gesù per i suoi discepoli. È stato venduto da uno dei suoi amici; la rocca, Pietro, era sul punto di rinnegarlo e la maggioranza dei suoi discepoli sarebbero scappati correndo. Come sempre, furono le donne ... a rimanere fino alla fine! Gesù. ha preso il tradimento, il fallimento dell'amore, e l'ha trasformato in un momento di donazione: «Mi consegno a voi ... faccio di questo momento un momento di dono, ora e sempre». Arrivare ad essere persone mature che amano significa che imbatterersi in queste crisi inevitabili, nelle quali il mondo sembra andare in pezzi. Questo succede ... tanto se ci sposiamo quanto se ci facciamo religiosi o preti. Dobbiamo affrontare queste crisi. Noi saremo capaci di aiutare i giovani a fare questo solamente se noi stessi saremo passati per momenti così e se li avremo affrontati.

                Amare è pericoloso! Aprirsi all'amore è molto pericoloso. Uno, probabilmente, si fa male. L'Ultima Cena è la storia del rischio dell'amore. È per questo che Gesù è morto, perché ha amato. Uno che risveglia desideri e passioni profonde e sconcertanti può correre il pericolo di rovinare la propria vocazione e di vivere una doppia vita. Avrà bisogno della grazia per evitare il pericolo, ma non aprirsi all'amore è ancora più pericoloso, è mortale. Quando celebriamo l'eucaristia, ricordiamo che il sangue di Cristo è versato «per te e per tutti». Il mistero dell'amore, nel più profondo, è insieme particolare e universale. Se il nostro amore è solo particolare corre il rischio di diventare introverso e soffocante. Se è solamente un vago amore universale per tutta l'umanità, corre il rischio di diventare vuoto e senza senso. La tentazione per una coppia è di tenersi un amore intenso ma chiuso ed esclusivo. Si salva appena dall'essere distruttivo con l'arrivo di una terza persona, il bambino che espande il loro amore. La tentazione dei celibi potrebbe essere tendere verso un amore che è solamente universale, un vago e caldo amore per tutta l'umanità. Non possiamo rifugiarci in questa filantropia telescopica. Avvicinarci al mistero dell'amore significa anche amare persone concrete, alcune con amicizia, altre con profondo affetto. Dobbiamo imparare ad integrare questi amori nella nostra identità come religiosi, come sposati o come single. Bede Jarret, domenicano, fu provinciale della provincia d'Inghilterra. Una volta scrisse una bella lettera ad un giovane benedettino ... Questo giovane monaco si era innamorato di una persona che conosciamo solo come P. Temeva che fosse la fine della sua vocazione religiosa. Bede vide che era il principio. Permettetemi di farvene una lunga citazione. È impressionante pensare che sia stata scritta settanta anni fa. «Gioisco (del tuo innamoramento) perché credo che la tua tentazione sia sempre stata il puritanesimo. Una costrizione, una certa mancanza di umanità. La tua tendenza era quasi la negazione della santificazione della materia. Eri innamorato del Signore, ma non autenticamente innamorato dell'incarnazione. Eri realmente spaventato. Pensavo ... che, se ti fossi rilassato un momento, saresti esploso. Eri pieno di inibizioni. Quasi ti uccidevano. Quasi uccidevano la tua umanità. Ti faceva paura la vita perché volevi essere santo e sapevi che eri un artista. L'artista che è in te vedeva bellezza da ogni parte; l'uomo che voleva essere santo in te diceva: 'Caspita, ma questo è terribilmente pericoloso'; il novizio dentro di te diceva: 'tieni gli occhi ben chiusi ... Se P. non fosse nella tua vita, saresti potuto scoppiare. Credo che P. salverà la tua vita. Dirai una messa di ringraziamento per quello che P. ha rappresentato, e ha fatto, per te. Da molto tempo avevi bisogno di P. I tuoi parenti non avrebbero potuto sostituire la sua presenza. Tantomeno i vecchi e corpulenti provinciali». Non sto suggerendo che dovremmo tutti correre fuori di qui alla ricerca di qualcuno da amare! Dio ci invia gli amori e le amicizie che sono pane del nostro cammino verso di Lui, che è la pienezza dell'amore. Aspettiamo coloro che Dio ci invia e quando e come ce li invia. Ma quando arrivano, allora dobbiamo affrontare il momento, come fece Gesù nell'Ultima Cena. Quando amiamo qualcuno profondamente, allora dobbiamo imparare ad essere casti. Ognuno, scapolo, sposato o religioso è chiamato alla castità. Non è una parola popolare di questi tempi, suona bacchettona, fredda, distante, mezzo morta, per niente attraente.

                Castità è accogliere il principio di realtà. La castità non è innanzitutto la soppressione del desiderio. Il desiderio e le passioni contengono verità profonde su chi siamo e su di cosa abbiamo bisogno. Il semplice sopprimerli farà di noi esseri morti spiritualmente o persone che un giorno si autodistruggeranno. Dobbiamo educare i nostri desideri, aprire gli occhi su quello che veramente chiedono, liberarli dai piccoli piaceri. Abbiamo bisogno di desiderare più profondamente e con maggiore chiarezza. San Tommaso ha scritto qualcosa che viene facilmente fraintesa. Diceva che la castità è vivere secondo l'ordine della ragione. Suona molto freddo e cerebrale ... ma per Tommasoratio significa vivere nel mondo reale, in conformità con la verità delle cose reali, cioè vivere nella realtà di quello che sono io e di quello che sono le persone che amo realmente. La passione e il desiderio possono portarci a vivere nella fantasia. La castità ci fa scendere dalle nuvole, facendoci vedere le cose come sono. Per i religiosi, o a volte per gli scapoli, ci può essere la tentazione di rifugiarsi nella fantasia perniciosa che siamo eteree figure angeliche, che non hanno nulla a che vedere col sesso. Questo può sembrare castità, ma è una perversione della stessa. È difficile immaginare una celebrazione dell'amore più realista dell'Ultima Cena. Non ha niente di romantico. Gesù dice ai suoi discepoli semplicemente e liberamente che è arrivata la fine, che uno di loro lo ha tradito, che Pietro lo rinnegherà, che gli altri fuggiranno. Non è una cena a lume di candela in un ristorante, questo è realismo portato all'estremo. Un amore eucaristico ci fa scontrare in pieno con la complessità dell'amore, con i suoi successi e la sua vittoria finale. Quali sono le fantasie nelle quali può farci cadere il desiderio? Due, direi. L'una è la tentazione di pensare che l'altra persona sia tutto, tutto quello che cerchiamo, la soluzione a tutti i nostri aneliti. Questo è un capriccio passeggero. L'altra è non vedere l'umanità dell'altra persona, per farne semplicemente carne da consumo. Questo è lussuria. Queste due illusioni non sono fra loro tanto diverse come può sembrare a prima vista. L'una è il riflesso esatto dell'altra. Suppongo che tutti noi abbiamo conosciuto momenti di totale incapricciamento, quando qualcuno diventa l'oggetto di tutti i nostri desideri e il simbolo di tutto quello cui abbiamo anelato, la risposta a tutte le nostre necessità. Se non arriviamo ad essere uno con questa persona allora la nostra vita non ha senso, è vuota. La persona amata giunge ad essere per noi la risposta a quel grande e profondo bisogno che scopriamo dentro di noi. Pensiamo a questa persona tutto il giorno. Divinizziamo la persona amata e la mettiamo al posto di Dio. Certamente quello che stiamo adorando è una nostra proiezione. Forse ogni vero amore passa per questa fase ossessiva. L'unica cura per questo è vivere giorno per giorno con la persona amata e vedere che non è Dio, ma solamente suo figlio o sua figlia. L'amore comincia quando siamo guariti da questa illusione e ci troviamo faccia a faccia con la persona reale e non con la proiezione dei nostri desideri.

                Benedetta intimità! Cosa cerchiamo in tutto questo? ... Posso parlare solo per me. Direi che quello che c'è sempre stato dietro le mie turbolenze emozionali è stato il desiderio di intimità. È l'anelito ad essere totalmente uno, di dissolvere i limiti fra se stessi e l'altra persona per perdersi nell'altro, per cercare la comunione pura e totale. Più che la passione sessuale, credo che sia l'intimità che la maggioranza degli esseri umani cerca. Se viviamo attraversando crisi di affettività, credo che allora dobbiamo accettare il nostro bisogno di intimità. La nostra società è costruita intorno al mito dell'unione sessuale come culmine dell'intimità. Questo momento di tenerezza e di unione fisica totale è quello che ci porta all'intimità totale e alla comunione assoluta. Molta gente non ha questa intimità perché non vive una situazione matrimoniale, o perché si tratta di coppie non felici, o perché sono religiosi o preti. E possiamo sentirci esclusi ingiustamente da quella che è la nostra necessità più profonda. Ci sembra ingiusto! Come può Dio escluderci da questo desiderio profondo? Credo che ogni essere umano, sposato o single, religioso o laico, deve accettare le limitazioni all'intimità che può conoscere al momento. Il sogno di comunione piena è un mito che porta alcuni religiosi a desiderare di essere sposati e molti sposati a desiderare di stare con una persona diversa. L'intimità vera e felice è possibile solo se ne accettiamo i limiti. Possiamo proiettare nelle coppie di sposati un'intimità totale e meravigliosa, che è impossibile, che è la proiezione di nostri sogni. Il poeta Rainer Maria Rilke capì che non si può avere vera intimità all'interno di una coppia fino a quando non ci si rende conto che in qualche modo si rimane soli. Ogni essere umano conserva solitudine, uno spazio intorno che non può essere eliminato: "Un buon matrimonio è quello in cui ognuno dei due nomina l'altro guardiano della propria solitudine, e gli mostra fiducia, la più grande possibile ... Una volta che si accetta che anche fra gli esseri umani più vicini continua ad esistere una distanza infinita, può crescere una forma meravigliosa di vivere uno a fianco all'altro se si riesce ad amare quella distanza che permette ad ognuno di vedere nella totalità il profilo dell'altro stagliato contro un ampio cielo".

                Certamente nessuna persona può offrirci quella pienezza di realizzazione che desideriamo. Ci si trova solamente in Dio. Per gli sposati è possibile una meravigliosa intimità se, come dice Rilke, si accetta che siamo guardiani della solitudine dell'altra persona. E quelli di noi che sono single o celibi, possono anche scoprire un'intimità con gli altri profondamente bella. Intimità viene dal latino intimare, che significa stare in contatto con la parte più interna di un'altra persona. In quanto religioso, il mio voto di castità mi rende possibile essere incredibilmente intimo con altre persone. Il fatto di non avere intenzioni recondite, e il mio amore non dovrebbe essere divoratore o possessivo, fa sì che io possa avvicinarmi moltissimo al fondo della vita della gente. La trappola opposta all'incapricciamento non è fare dell'altra persona Dio, ma renderla un semplice oggetto, qualcosa con cui soddisfare le necessità sessuali. La lussuria ci chiude gli occhi alla persona dell'altro, alla sua fragilità e alla sua bontà. Una volta di più la castità è vivere nel mondo reale. La castità ci apre gli occhi per vedere che quello che abbiamo davanti è sì un bel corpo, ma quel corpo è qualcuno. Quel corpo non è un oggetto ma un soggetto. La lussuria ha a che fare con il potere, più che col sesso. Si può avere l'impressione che la lussuria sia passione sessuale fuori controllo, desiderio sessuale selvaggio. Sant'Agostino, che comprese il sesso molto bene, credeva che la lussuria avesse a che vedere con il desiderio di dominare altre persone piuttosto che con il piacere sessuale. La lussuria è parte della libido dominandi, l'impulso di aumentare il nostro potere di controllo e convertirci in Dio. La lussuria ha più a che vedere con il potere che con il sesso. Come ha scritto Sebastian Moore: "Il compito che abbiamo davanti non è quello di sottomettere la passione sessuale alla volontà, ma di restituirla al desiderio, la cui origine e fine è Dio, la cui liberazione è la grazia di Dio che si manifesta nella vita, nell'insegnamento, la crocifissione e la resurrezione di Gesù Cristo". Il primo passo per superare la lussuria non è sopprimere il desiderio, ma restaurarlo, liberarlo, scoprire che il desiderio è per una persona e non per un oggetto. Nell'Ultima Cena Gesù prende il pane e lo dà ai discepoli dicendo: «questo è il mio corpo offerto per voi». Egli consegna se stesso. Invece di prendere il controllo su di loro, si consegna ai discepoli perché facciano di lui quello che vogliono. E noi sappiamo quello che ne faranno. È l'immensa vulnerabilità dell'amore vero. La lussuria e il capriccio passeggero possono sembrare due cose molto differenti e tuttavia sono l'una il riflesso dell'altra. Nel capriccio uno converte l'altra persona in Dio, e nella lussuria uno in persona si fa Dio. Così la castità è vivere nel mondo reale, guardando all'altro come lui, o lei, e a me come io sono. Non siamo né esseri divini né semplici pezzi di carne. Siamo figli di Dio. Abbiamo la nostra storia. Abbiamo fatto voti e promesse. È così come ci troviamo, impegnati e legati ad altri impegni, che possiamo imparare ad amare con il cuore e gli occhi aperti. Questo è duro perché viviamo nel mondo di internet della World Wide Web [rete di ampiezza mondiale]. È il mondo della realtà virtuale, dove possiamo vivere in mondi di fantasia come se fossero reali, in cui risulta difficile distinguere tra fantasia e realtà. Per questo la castità è difficile. È il dolore di scoprire la realtà. Come possiamo rimettere i piedi per terra?

                Tre passi per amare. Suggerirei tre passi.

a). Dobbiamo imparare ad aprire gli occhi e a vedere i volti di quelli che ci stanno davanti. Con quale frequenza apriamo realmente gli occhi per guardare il volto delle persone e vederle per come sono?  È reale solo il momento presente. Sono vivo in questo momento, ed è in questo momento che posso incontrarmi con Dio. Devo imparare la serenità di smetterla di essere inquieto per il passato e per il futuro. Nell'Ultima Cena Gesù afferrò il momento presente. Invece di inquietarsi per quello che aveva fatto Giuda, o perché i soldati si stavano avvicinando, egli visse il momento presente, prese il pane e lo spezzò e lo offrì ai discepoli dicendo, «questo è il mio corpo, offerto per voi». Ogni eucaristia ci immerge in questo presente eterno. È in questo momento che possiamo farci presenti all'altra persona, silenziosi e quieti in sua presenza. Ora è il momento in cui posso aprire gli occhi e guardarla. È perché sono tanto occupato correndo da tutte le parti, pensando a quello che succederà dopo, che può capitare che non veda il volto che ho di fronte, la sua bellezza e le sue ferite, le sue gioie e le sue pene. La castità, insomma, implica aprire gli occhi! In secondo luogo, posso apprendere l'arte di star solo ... Se la solitudine mi fa paura ... vedrò la gente semplicemente come un modo per riempire il mio vuoto, la mia spaventosa solitudine. Pertanto non sarò capace di rallegrarmi con loro per il loro stesso bene. È quando uno sta con un'altra persona che è veramente presente; è quando sta solo che impara ad amare la solitudine. Se non è così, quando uno sta con un'altra persona, si attaccherà a lei e la soffocherà! Infine, ogni società vive delle sue storie. La nostra società ha le sue storie tipiche. Spesso sono storie romantiche. Il ragazzo conosce la ragazza (o a volte il ragazzo conosce il ragazzo), si innamorano e vivono felici per sempre. È una bella storia che capita di frequente. Se pensiamo che è l'unica storia possibile, vivremo con possibilità molto ridotte. La nostra immaginazione ha bisogno di essere alimentata con altre storie che ci parlino di modi di vivere e amare. Abbiamo bisogno di aprire ai giovani l'enorme diversità di forme nelle quali possiamo trovare significato e amore. Mi sono commosso molto per la biografia di Nelson Mandela, The long road to freedom [Lungo cammino verso la libertà]. È un uomo che ha dato tutta la sua vita per la causa della giustizia e dell'abbattimento dell'apartheid, e questo [Il lungo cammino verso la libertà]a significato che non ha avuto la parte di vita matrimoniale che anelava, visto che ha passato anni in carcere. Così il primo passo della castità è scendere dalle nuvole. Molto rapidamente menzionerò altri due passi.

b). Il secondo passo, in breve, è aprirci all'amore, perché non restino piccoli mondi su cui ripiegarsi. L'amore di Gesù si mostra a noi quando prende il pane e lo spezza perché possa essere condiviso. Quando scopriamo l'amore non dobbiamo conservarlo in un piccolo armadio privato per il nostro diletto personale, come una segreta bottiglia di whisky, salvaguardata dagli sconosciuti per nostro uso esclusivo. Dobbiamo condividere i nostri amori con i nostri amici e con coloro che amiamo. In questo modo l'amore particolare si espande e va incontro all'universalità. Soprattutto è possibile allargare Io spazio perché Dio abiti in ogni amore. In ogni storia d'amore concreta può vivere il mistero totale dell'amore, che è Dio. Quando amiamo profondamente qualcuno, Dio sta già li. Più che vedere i nostri amori in competizione con Dio, questi ci offrono luoghi in cui possiamo montare la sua tenda. Se ti allontani dall'amore non conoscerai mai quanto amorevole è Dio. Se non lasci entrare Dio in quell'amore, e lì lo onori, non vedrai mai il mistero di quell'amore. Se separiamo il nostro amore verso Dio dal nostro amore per le persone concrete, entrambi diventeranno aspri e malaticci. Questo è quello che significa avere una doppia vita.

c). Il terzo passo, forse il più difficile, è che il nostro amore deve liberare le persone. Ogni amore, che sia tra persone sposate o singole, deve essere liberante. L'amore tra marito e moglie deve aprire grandi spazi di libertà. E questo è tanto più vero per noi che siamo preti o religiosi. Dobbiamo amare perché gli altri siano liberi di amare gli altri più di noi stessi. Come disse Clive Staples Lewis, "È un privilegio divino essere sempre non tanto l'amato quanto l'amante". Dio è sempre quello che ama di più di quanto è amato. Può darsi che sia proprio questa la nostra vocazione. Questo implica rifiutarsi di lasciare che le persone diventino troppo dipendenti da qualcuno e non occupare il posto centrale delle loro vite. Uno deve sempre cercare altre forme di sostegno alla gente, altri pilastri, affinché noi possiamo smettere di essere tanto importanti. Così la domanda che uno deve sempre farsi è: il mio amore sta rendendo questa persona più forte, più indipendente, o la sta rendendo più debole e dipendente da me? Bene, un’ultima riflessione. Imparare ad amare è un compito difficile. Non sappiamo dove ci porterà. La nostra vita ne sarà stravolta. Capiterà che ci faremo male. Sarebbe più facile avere cuori di pietra che cuori di carne, però allora saremmo morti! Se siamo morti non possiamo parlare del Dio della vita. Però come trovare il coraggio di vivere passando per questa morte e resurrezione? In ogni eucaristia ricordiamo che Gesù ha sparso il suo sangue per il perdono dei peccati. Questo non significa che doveva placare un Dio furioso. Né significa solamente che se sbagliamo possiamo andare a confessare i nostri peccati ed essere perdonati. Significa molto di più. Significa che, in ogni nostra battaglia per essere persone che amano e sono vive, Dio è con noi. La grazia di Dio è con noi nei momenti di caduta e di confusione, per metterci di nuovo in piedi. Nello stesso modo in cui con la domenica di Pasqua Dio ha convertito il venerdì santo in un giorno di benedizione, possiamo stare sicuri che tutti i nostri tentativi di amare daranno frutto. E perciò non abbiamo nulla da temere! Possiamo addentrarci in questa avventura, con fiducia e coraggio.     

p. Timothy Radcliffe, OP                             blog di Enzo Bianchi

www.ilblogdienzobianchi.it/blog-detail/post/137367/affettivit%C3%A0-e-eucaristia

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SINODO

Cei e Sinodo: tornare sul passato?

 

                Nell’ultimo numero di Jesus  ↑, Marco Ronconi dedica un gustoso pezzo all’affaire Cei-Sinodo, intitolandolo «La Cei e il Sinodo: ritorno al futuro?». Nel film cult di metà anni ’80, diretto da Zemeckis, il protagonista deve tornare nel passato per cambiare la storia presente (e quindi futura). Nell’articolo di Ronconi, l’autore viaggia nel passato della CEI, rileggendo il contributo che essa inviò nel 1985 alla seconda Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei vescovi. Ma, a differenza del film, dove i protagonisti riescono nell’intento (di cambiare il passato e, quindi, il presente e il futuro), Ronconi si domanda: «come mai questo testo – tranne forse la parte sui giovani e non è un caso – sembra scritto ieri, mentre invece ha 36 anni? Cos’è successo nel frattempo? Una buona risposta potrebbe evitarci di ritrovarci tra altri 36 anni di nuovo allo stesso punto».

                Non ho ben capito perché Ronconi consideri invecchiata l’annotazione lieta della CEI sulla «crescente domanda di spiritualità, soprattutto tra i giovani (…) frutto del rinnovamento che il Vaticano II ha iniziato e che, nella nostra Chiesa, prende sempre più corpo e spazio», ma per il resto la sua sollecitazione, se non l’ho male interpretata, è condivisibile, anche in quel pizzico di provocazione che contiene. Perché mi sembra andare nella stessa direzione che avevo evidenziato qui su Vinonuovo, commentando l’introduzione del presidente della CEI all’assemblea generale di fine maggio. Anche lì, la ricostruzione storica degli ultimi 50 anni di “convenire ecclesiale” era caratterizzata da una continuità non corrispondente a quanto realmente accaduto (soprattutto se paragonata alle ricostruzioni autorevoli del compianto padre Sorge e del sociologo De Rita): una rimozione storica di svolte e nuovi inizi che rischia, come sottintende giustamente Ronconi, di far ritornare un passato che non passa mai e di ritardare un futuro che non avviene ancora.

p. Bartolomeo Sorge      www.laciviltacattolica.it/articolo/un-probabile-sinodo-della-chiesa-italiana

Giuseppe De Rita):    www.laciviltacattolica.it/articolo/quando-la-chiesa-italiana-ebbe-il-coraggio-di-osare

                Ad una seconda lettura del pezzo (ho detto che era gustoso, no?), qualcosa però non è mi è più tornato: qualcosa che non può sembrare scritto ieri, salvo una “malafede” (in chi della CEI dovesse eventualmente scriverlo) ancora più grande e grave di un umano – troppo umano (e perciò comprensibile) – processo di rimozione. Certo, ha ragione Ronconi a sottintendere che riconoscere il Concilio come una «grazia straordinaria», oltre a rammaricarsi per la lentezza delle riforme da esso auspicate, è qualcosa che non costa molto scriverlo. Altrettanto facilmente si potrebbe continuare a dire che nella Chiesa italiana «si è investito sulla formazione del clero», «si è iniziata una riforma profonda della catechesi» (la quale «andrà ulteriormente riformata alla luce delle sperimentazioni sul campo»), mentre «continua l’aggiornamento delle traduzioni del Messale» e «si sono strutturate le attività caritative».

                Alla luce però di quanto autorevolmente sostenuto da padre Sorge e Giuseppe De Rita (che peraltro si fanno portavoce di una lettura storica diffusa), mi sembra invece più difficile e complicato (se non appunto a costo di dare vita più che ad una rimozione ad una vera e propria “bugia”) immaginare – da parte della CEI – di poter scrivere che negli ultimi trent’anni si è negato del tutto che «le difficoltà attuali siano imputabili al Concilio o anche solo “agli orientamenti da esso venuti”». Altrettanto difficile e complicato per la CEI sarebbe immaginare di poter scrivere che «continua il coinvolgimento dei laici nella pastorale, soprattutto di donne, per le quali occorrerebbe ipotizzare l’accesso a nuove forme di ministeri», oppure che «si è investito nella formazione del laicato, in vista di una maggiore corresponsabilità da svilupparsi in due direzioni: verso un’apertura alla dimensione universale e verso una strutturazione diocesana basata sulla pluralità di carismi e ministeri, per i quali si prevedono nuove forme da istituire».

                Infine, circa gli «errori e abusi» e «le priorità», sicuramente potrebbero essere scritte ieri affermazioni come: le «incertezze in campo morale» che «riguardano soprattutto l’etica sessuale e, in particolare, l’etica coniugale» possono essere affrontate «nel momento in cui “si rifondi con chiarezza l’etica cristiana nel mistero di Cristo”»; «l’assunzione della “missione come costitutiva dell’essere Chiesa e come compito di tutti”» e «una più precisa presentazione della spiritualità liturgica». Ma mi sembra inverosimile che oggi la CEI possa fa rientrare in essi, con sincerità e convinzione, il chiedere «aiuto all’esperienza dei laici impegnati nel mondo, affinché si affrontino «i problemi di frontiera: Chiesa-mondo; vangelo-cultura; fede-storia», la «formazione capillare di tutti i soggetti ecclesiali in vista di un’azione ecclesiale sempre più corresponsabile», «una convinta educazione alla dimensione ecumenica della fede in Cristo, superando la paura», «un ampio confronto sull’operato dei movimenti ecclesiali in Italia, in certi casi da valutare con discernimento». La stessa giovanile «domanda di spiritualità» mi sembra essere qualcosa che nella CEI o viene di solito declinato differentemente (usando l’espressione «domanda di senso») o è stato negli ultimi trent’anni rimosso a favore della necessità di costruire un giovane dalla forte e chiara identità cattolica (per questo sarebbe già un passo avanti…ritornare a quella lettura – non invecchiata – del passato).

                Alcuni aspetti, quindi, della condivisibile sollecitazione-provocazione di Ronconi sull’“immobilismo” della CEI mi sembra colgano nel segno; altri aspetti, invece, più che non cogliere nel segno, mi sembra siano difficilmente riscrivibili in quel modo – da parte della CEI – senza esporsi al rischio di essere letti come frutto di rimozioni storiche (se va bene) o come vere e proprie “bugie” (se va male). Orientamenti post-conciliari, ascolto dei laici (e delle laiche) che stanno sulla frontiera del mondo (laddove si crea l’inculturazione e si leggono i segni della storia), autentica corresponsabilità con essi (ed esse), formazione e pratica ecumenica, discernimento profondo sull’operato dei movimenti cattolici, ricerca spirituale giovanile (non facilmente ‘cattolicizzabile’): mi sembrano aspetti della vita ecclesiale italiana (orgogliosamente rivendicati dalla Chiesa italiana degli anni ’70) rispetto ai quali, invece, proprio a metà degli anni ottanta si è deciso di attuare una svolta (rispetto all’impostazione di Paolo VI e dei presidenti CEI di quel pontificato). Sugli effetti (positivi e negativi) di tale svolta, come già detto altre volte, non si è ancora discusso e pregato sinodalmente nella Chiesa italiana – e, forse, sarebbe bene cominciare a farlo.

www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/padre-spadaro-evangelizza-dal-fatto-quotidiano-quale-scandalo

www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/ruinez

In conclusione, mi sembra che la sollecitazione-provocazione di Ronconi, a proposito di un certo “immobilismo” della CEI, possa e debba essere arricchita da una sollecitazione-provocazione a fare discernimento (finalmente) su una certa “mobilità” che, invece, all’epoca ci fu e, secondo alcuni storici, fu portata avanti con forza e determinazione. Nel sequel del film di Zemeckis, non a caso, veniamo a sapere che anche l’antagonista è riuscito a usare qualcosa dal passato che sarà in grado di modificare il futuro a suo vantaggio: non evidenziare le svolte (dell’“antagonista”) rischia dunque di far soccombere nuovamente – e ancora più malamente – il “protagonista”, anche di quella che si vorrebbe fosse una nuova stagione ecclesiale.

                Sergio Ventura                 VinoNuovo                                    25 luglio 2021

www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/cei-e-sinodo-tornare-sul-passato

 

Spero che il Sinodo non sia…

               L’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana del 21-27 maggio di quest’anno 2021 ha deciso di avviare ciò che è stato chiamato il “Cammino sinodale della Chiesa italiana”. Era da anni che il papa aveva invocato un Sinodo. Già ne aveva parlato intervenendo al Convegno ecclesiale di Firenze (In Gesù Cristo il nuovo umanesimo) il 10 novembre 2015.

                «Mi piace una Chiesa italiana inquieta – aveva detto papa Bergoglio – sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza». Sono stati necessari sei anni prima che i vescovi italiani abbiano accettato l’idea. Il titolo scelto non coglie nessuna novità, è anonimo: Annunciare il Vangelo in un tempo che cambia. Sintetizzando molto, il percorso prevede l’ascolto, la ricerca e la proposta. Sono stati chiariti anche i tempi della celebrazione del Sinodo. Il papa aveva raccomandato «dal basso, dal basso, dal basso», attenti alla fede del popolo. Una partecipazione dunque autentica.

               “Cammino sinodale della Chiesa italiana”. I partecipanti e il loro linguaggio. La consultazione del popolo è in realtà mediata da una serie di responsabili nominati, di volta in volta, da vescovi, dalle Conferenze episcopali, dalla Segreteria del Sinodo con un doppio Istrumentum laboris, con tanto di questionario e vademecum. Con questi meccanismi difficilmente si riuscirà a far emergere la fede del popolo. Saranno, ancora una volta, i chierici e qualche pio-pia battezzato-a a raccontare le vicende del mondo e della Chiesa.

               Rimarranno esclusi tutti quei battezzati (la grande maggioranza dei credenti) che oramai vivono la religione come opzionale: un ricordo/presenza che si utilizza e si dimentica con criteri personali e senza mediazioni. Si userà un linguaggio clericalese, incomprensibile e inadatto al dialogare dei popoli, oramai orientato non solo alle parole, ma a concezioni nuove con le quali la realtà si interpreta. Un grave problema che i teologi, i moralisti, i liturgisti, i giuristi non si sono posti, fermi ancora agli schemi dottrinali di qualche decennio oramai tramontato. I continui riferimenti letterali alla Scrittura, ai riti, alla tradizione non sono compresi, prima che rifiutati. La parola di Dio è efficace sempre se è reinterpretata, resa fruibile, ripresa nella sua essenzialità. È stata scritta in luoghi e tempi precisi: è indispensabile rileggerla con le categorie adeguate al mondo cambiato.

               Il pastore e il gregge, immagine del popolo con la sua guida, così come l’uomo nuovo e il corpo mistico di Cristo hanno necessità di essere ricollocati. L’accanirsi nei riferimenti all’interno del mondo di origine del cristianesimo è sbagliato: i Padri della Chiesa erano molto più fantasiosi e creativi commentando le Scritture. Avevano coraggio, intuizioni e fede, meno preoccupati dell’omologazione di concetti e relative sistematizzazioni. La liturgia è stata in continua evoluzione, con nuove preghiere, riti, simboli. Sedici anni per cambiare l’espressione del Padre nostro «non abbandonarci alla tentazione». Sono troppi.

               L’introduzione dell’incomprensibile santificazione dei doni «con la rugiada del tuo spirito» (2ª Preghiera eucaristica) è più vicina ai ricordi della Scrittura e dei Padri della Chiesa, ma non ai nostri fedeli che hanno già difficoltà a pensare allo spirito, figurarsi alla sua rugiada. Leccornia di estetisti, aristocratica e inutile.

               I contenuti. Anche in rapporto ai contenuti non è più possibile utilizzare gli schemi dei manuali di teologia e di catechesi. Gli stessi sforzi della pastorale risentono inesorabilmente delle trascorse impostazioni. Nemmeno i più attenti hanno oggi interiorizzato quegli schemi. Non si tratta di negare nulla, ma di adeguarsi a ciò che si vive per dare senso all’esistenza del nostro popolo. Volendo riassumere lo status odierno, la categoria più adeguata è la fragilità. Una fragilità antropologica e sociale. L’identità della propria storia è incerta: poche idee fluttuanti e contraddittorie, in ricerca di beni e consumi nemmeno appaganti: un fumetto che varia da pagina a pagina. Il risultato è il soggetto adulto incerto, supponente, infantile, alla fin fine vuoto. Sono saltati i riferimenti civici, relazionali, politici e religiosi. Il vuoto si riverbera nelle istituzioni e nella vita sociale.

                L’economia produce sempre più disuguaglianze e intolleranze, dettate da paure, senza proposte. Lo specchio di tale condizione è dato dai minorenni: li chiamano millennials, potrebbe essere chiamati, in italiano, cuccioli: giocano e giocano su tutto con tutti. Senza logica e senza continuità; teneri e aggressivi, solitari e compagnoni, con una scarsa tenuta all’attenzione. In compenso frequentano la rete. Nessuno sa, eccetto il piccolo gruppo a cui appartengono, che cosa cercano e con chi trascorrono il tempo.

               La fragilità è evidente in economia: ognuno è alla ricerca della propria stabilità. Superata la fase ideologica del collettivismo, è ritornato il ristoro: dovuto ed esigito, nonostante gli scambi irregolari in nero e l’evasione fiscale insopportabili. Invocano il debito pubblico, non volendo capire che la semplice immissione di carta moneta non è saggia gestione del bene pubblico. In compenso, i grandi trust raddoppiano i propri utili. La politica è molto attenta agli umori che vengono e vanno. Poca razionalità, molta emozione, nessun progetto: slogan, frasi mozzicate, giorno dopo giorno, costretta a stare insieme perché non esiste un orientamento forte e sicuro.

               Le relazioni sono sbrindellate: famiglie compromesse, relazioni affrettate, scarsa stabilità. La religione è opzionale; rimangono saldi solo l’inizio e la fine della vita; il miracolo della nascita e il dolore della morte. Le paure del diverso, dello straniero sono esaltate, eccetto le diversità dei potenti fatte passare per rispetto dei diritti. Il numero delle nascite è diminuito pericolosamente; la strage degli anziani è stata digerita senza battere ciglio.

               Di fronte a una civiltà in evidente degrado, le guide religiose sono come inebetite: non parlano o, al massimo, farfugliano. Invocano riti e messaggi come se nulla fosse cambiato, con linguaggi desueti e incomprensibili. Chi aiuterà a superare la fragilità? Penserà la natura. Essa ha memoria e non ha misericordia. Come per l’inquinamento, costringerà le coscienze a correggere gli approcci e i comportamenti. In attesa, il coraggio e la fantasia invocheranno una nuova fase.

               La fede cristiana ha i suoi capisaldi chiari e pertinenti. Può avere forza se affronta il mondo così come si presenta. Le attenzioni vanno rivolte a precisi nodi epocali: le disuguaglianze e le solitudini. I soggetti più fragili sono le famiglie giovani con i loro figli adolescenti. Hanno capacità di riflessione e di “conversione”. Possono fermare il declino della civiltà opulenta dell’occidente, affrontando i temi caldi della vita collettiva: l’inquinamento dell’ambiente, i meccanismi dell’arricchimento, i valori della vita nelle sue fasi, la cultura dei diversi, l’invecchiamento e la morte.

               La catechesi diventa vicinanza amicale e operosa. Vengono in mente le parole e le azioni narrate dal Vangelo. Con il linguaggio parabolico, il Maestro ha raccolto il vivere quotidiano dei suoi ascoltatori. In quel linguaggio quotidiano ha inserito la realtà spirituale del regno di Dio, senza paura che i mondi umani e divini venissero confusi. Non era rabbino, non era fariseo; era un figlio del popolo, lavoratore, devoto, in dialogo con Dio. Ha vissuto interamente la vita umana, che san Paolo sintetizzerà nella lettera agli Efesini, parlando di “uomo nuovo” per ricevere pace dai vicini e dai lontani. A chi era malato offriva salute, liberando da mali fisici e morali. Non ha respinto nessuno, avendo ricomposto, in un unico comandamento, l’amore di Dio e l’amore del prossimo.

               La catechesi diventa così l’accompagnamento nella vita, senza distinzioni tra problemi umani e spirituali. Più semplice applicarla in piccole comunità nelle quali la conoscenza è profonda e affettiva, più difficoltosa nei grandi agglomerati. La comunità cristiana, con le sue guide, ridiventerà riferimento per la vita, dolorosa e gioiosa del popolo. Gli addetti al culto, i sacerdoti del tempio non sono attrattivi. Il Sinodo – è la speranza – sia immersione totale e autentica della vita del mondo, dimenticando, per ora, i piccoli e grandi problemi della dottrina e dell’organizzazione ecclesiastica. È la risposta della presenza cristiana, nonostante gli scandali e i cattivi esempi di questi ultimi tempi.

               La sinodalità non può essere riservata al gruppo gerarchico della Chiesa

Vinicio Albanesi                              Settimana news              24 luglio 2021

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