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Comunicare è difficile,

accompagnare necessario

 

 

Autore: Mons. Egidio Faglioni 

     “Dì tutta la verità ma dilla obliqua / Il successo sta in un Circuito / Troppo brillante per la nostra malferma Delizia / La superba sorpresa della Verità / Come un Fulmine ai Bambini chiarito / Con tenere spiegazioni / La Verità deve abbagliare gradualmente / O tutti sarebbero ciechi”

(Emily Dickinson)

     “Il tempo della comunicazione tra medico e paziente costituisce tempo di cura”.

     (Legge n. 219/217, articolo 1, comma 8)

 

 

 

La comunicazione

           “Dì tutta la verità ma dilla obliqua”. Mi affido alla poesia di Dickinson per aprire questa riflessione sulla comunicazione: è un modo per parlare della cura nell’ultima parte della vita, dato che in questa circostanza la comunicazione risulta particolarmente delicata e richiede attenzione e professionalità. In questi casi la comunicazione diventa essenziale al punto che la “cura” non può dirsi tale se non si instaura una comunicazione sufficientemente buona tra persona malata-familiari-operatori sanitari. Si pensi alle scelte terapeutiche che possono incidere molto sulla vita delle persone già provate dalla malattia avanzata. Dipendere da una macchina per respirare, nutrirsi artificialmente tramite sonda, comunicare attraverso minimi movimenti residui, necessitare di altri pesi per ogni gesto quotidiano: queste condizioni hanno un altissimo impatto sulla vita personale e familiare. Anche “comunicare la verità” può avere grande influenza sulla vita del paziente ed è compito deontologico del medico.

          Certamente contenuti e stile comunicativo fanno la differenza e possono fare della comunicazione un processo personalizzato piuttosto che una sentenza. Il come della comunicazione si esercita e si affina, richiede una ricerca e un monitoraggio continui e un lavoro personale e d’equipe per ridurre il rischio di autosufficienza e autoreferenzialità. Comunicare è uscire da sé (andare verso l’altra/o) ma anche entrare in sé e ri-scoprirsi alla luce delle relazioni con persone malate, familiari, colleghe, colleghi. Dire la verità ma dirla obliqua significa tenere conto della sensibilità, della storia, della situazione psico-fisica ed emotiva delle persone, prepararsi al colloquio, esercitare un ascolto attivo, curare i contenuti ma anche la comunicazione paraverbale e non verbale, lasciare che il/la paziente orienti gli obiettivi di cura.

 

 

…….. nella relazione di cura

          In realtà sappiamo che la comunicazione non può e non deve essere unidirezionale. Corriamo però il rischio di sorvolare sulla componente che dal paziente (e dal familiare) procede verso il medico. Meglio sarebbe parlare di verità al plurale. Si, perché in una relazione di cura coesistono la verità della persona malata, dei familiari, dell’infermiere, del medico e così via. In un’ottica di cura partecipata, la composizione delle “verità” è auspicabile. Tra l’altro non si tratta di punti di vista giustapposti. C’è dell’altro, c’è interdipendenza. Ogni incontro ci interpella e ci cambia, non si può prescindere dalla relazione tra le parti, con attenzione centrata sulla parte più importante, il paziente! Facilitare la libera espressione della persona è uno degli obiettivi della cura: preferenze, desideri, ciò che dà senso alla storia personale. L’interdipendenza permette di lavorare su obiettivi condivisi e favorisce, pur nei limiti, il sostegno alla persona malata e la realizzazione delle sue volontà. Un approccio narrativo con ascolto dei racconti personali, al di là dell’anamnesi classica è auspicabile per comprendere le volontà e rafforzare il legame fiduciario. Aiutano un buon lavoro in équipe, imparare a convivere con l’incertezza, a gestire i conflitti e la complessità del reale.

 

………e al tempo della pandemia

          Emergono ulteriori difficoltà legate alle conseguenze della pandemia sull’organizzazione sanitaria. Anche se la gestione dell’emergenza assorbe quasi tutte le energie, stiamo organizzando la “convivenza” con il coronavirus anche nelle situazioni di fragilità e complessità che si avviano al fine vita. E’ prioritario, anche in questo tempo, affrontare la questione dell’accompagnamento e della comunicazione negli ultimi anni/mesi/giorni della vita. Ne abbiamo bisogno ancor più di prima, poiché si aggiungono difficoltà pratiche legate alle misure preventive (pensiamo ad esempio al problema della limitazione della presenza famigliare nelle strutture sanitarie). E’ altresì prioritario che l’investimento di risorse sulle cure in acuto sia accompagnato da progettazione e potenziamento della sanità domiciliare, partendo dalle situazioni complesse.

 

          Infine, comprendere e parlare di questi temi in famiglia, tra amici, con il medico, con le persone di fiducia è anche un percorso di conoscenza di sé e di ricerca spirituale, è un ricapitolare la propria vita e le relazioni: affrontare la questione della propria fragilità e della morte è un modo per far verità sulla vita.

          Lascio come testimonianza la parte finale della lettera di Giulia Facchini Martini allo zio, il cardinale Carlo Maria Martini, pubblicata su La Stampa il 4 settembre 2012. Queste parole e ancor più l’intera lettera (disponibile sul sito della Fondazione Martini) possono costituire fonte di ispirazione e vera preghiera.

“Grazie zio per averci permesso di essere con te nel momento finale. Una richiesta: intercedi perché venga permesso a tutti coloro che lo desiderano di essere vicini ai loro cari nel momento del trapasso e di provare la dolce pienezza dell’accompagnamento”.

Mons. Egidio Faglioni

Parroco Emerito di Suzzara

 

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