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“E il vecchietto dove lo metto, dove lo metto non si sa.

Va a finire che non c’è posto più neppure nell’al di là.”

 

 Autore: Giuseppe Cesa

Così cantava nel lontano 1977 un certo Domenico Modugno.

          Come spesso accade, diceva Sigmund Freud, gli artisti riescono ad evidenziare, nelle loro opere, aspetti psichici e/o sociali che si presentano nella nostra realtà.

          In effetti, una realtà socio-culturale come la nostra enfatizza all’estremo l’essere al top dell’efficienza e della forma fisica e mentale, che spinge sempre di più alla performance, a superare i propri limiti.

          Ogni volta, poi, che ci imbattiamo con situazioni che esulano da tali parametri la cosa diventa un problema da risolvere, qualcosa da curare e guarire.

          È un po’ come se un profondo meccanismo di difesa, la negazione, si attivasse per cancellare la “situazione problematica”, risolvendola o relegandola. Importante sembra essere l’impellente necessità di non rimanere troppo a lungo impotenti al cospetto della non potenza, della non efficienza.

          È vero, la competizione sociale è tale che non consente di attardarsi troppo con chi non può o non riesce a correre: siano bambini, malati, anziani ecc.

        In passato, e ancora oggi in alcune realtà, l’accompagnare e l’affiancare la dimensione della non potenza era, è, un compito delegato alla figura della donna. Quest’ultima era, è, relegata in casa a crescere i figli, prendersi cura dei vecchi e degli ammalati … e non solo, anche accogliere e onorare l’uomo. Roba da donne!

        Il maschio, intanto, era, è, libero di concentrarsi nel suo ruolo di competitor nelle cose da uomini.

          Il nostro mondo, però, è cambiato; qualcuno direbbe per colpa delle donne che non accettano più de essere relegate a fare le cose da donne, ma vogliono competere con i maschi nelle cose da uomini … risultandone spesso pienamente all’altezza.

         Certo, quando da ragazzino giocavo a pallone in piazza (allora si poteva fare e si giocava per giocare e basta) tutti correvamo addosso al pallone. Poi, abbiamo capito che se ognuno stava nel suo ruolo e/o posizione era più facile vincere. Il gioco di squadra è più efficiente se le parti sono definite e rispettate.

          Oggi, però, quei ruoli non sono più automaticamente connessi all’essere maschi o femmine. Credo sia sciocco addossare la colpa ad una categoria di persone cambiamenti socio-culturali epocali che modificano inevitabilmente gli assetti sociali. Credo, invece, sia corretto cogliere la realtà in evoluzione e cercare delle soluzioni sostenibili.

          Forse, nel rispetto dell’importanza delle competenze naturali e acquisite di ciascuno, questo significa che ciascuno di noi, ogni tanto nella vita, può confrontarsi con l’eventualità, la necessità e, perché no, il piacere di scendere dall’auto da corsa per integrare la propria vita con l’esperienza dell’affiancare e accompagnare chi per qualunque motivo non è ancora capace, non è più capace o non sarà mai capace di correre.

          In fondo in fondo, ognuno di noi è passato per fasi di non potenza e taluni (i più fortunati!) ci ripasseranno ancora prima di morire.

          È inutile sottolineare, e facile da immaginare, come ognuno di noi accarezzi l’idea di avere, oltre ovviamente alle adeguate cure, anche un accompagnamento umano nei momenti di non potenza.

 

Giuseppe Cesa

Psicologo – psicoterapeuta

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