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NewsUCIPEM n. 882 – 31 ottobre 2021

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

  • Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.
  • Link diretti e link per pdf -download a siti internet, per documentazione.

                I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

                Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.

                In ottemperanza alla direttiva europea sulle comunicazioni on-line (direttiva 2000/31/CE), se non desiderate ricevere ulteriori news e/o se questo messaggio vi ha disturbato, inviate una e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con richiesta di disconnessione.

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1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

 

02 ABUSI                                              Abusi sessuali del clero: altro che mele marce, il problema è strutturale

03                                                          Chiusa inchiesta in Francia, “dal 1950 circa 3mila preti pedofili”

04                                                           330.000 minori rivelati vittime di abusi sessuali all’interno della Chiesa francese

04                                                          Dato attendibile e rispetta le proiezioni Healy

06                                                          L’inventario schiacciante della commissione Sauvé

06                                                          CIASE: “Crudele indifferenza della Chiesa francese verso vittime della pedofilia”
07                                                          Enna, la diocesi e la parrocchia citate in giudizio per la responsabilità civile

07                                                          Osservazioni rapporto CIASE

10 ADOZIONE INTERNAZ.                 Faris Week. Il 2 e il 3 novembre, l’adozione internazionale fa il tutto esaurito!

10 ASSOCIAZIONI MOVIMENTI       CISPeF. Relazione di aiuto con sopravvissuti all’abuso sessuale

10                                                          Giornata formativa: emozioni, sentimenti, affetti: un percorso evolutivo senza fine

12                                                           MPV. Coltivare lo stupore di chi riconosce l’uomo nel concepito MPV.

12                                                          Marina Casini Bandini confermata presidente

12                                                          FARIS Chi siamo

13                                                          Faris, la scuola internazionale per le relazioni familiari, si potenzia

14 AUTORITÀ GARANTE MINORI   chiede audizione alla Camera: Tribunale famiglia "No a giudici monocratici"

14                                                           Riforma giustizia, Garlatti: Si mantiene giudice collegiale x imprese ma non x minori

14 BIBBIA                                             Sulle tracce del vero volto di Adamo

16 CENTRO GIOVANI COPPIE           On line. Riconoscimento. Custodire l’identità e coltivare l’alterità.

16 CENTRO INT. STUDI FAMIGLIA  Newsletter CISF - n. 41, 27 ottobre 2021

19 CHIESA CATTOLICA                       Il rapporto. Il presidente dei vescovi francesi: «Abusi? Dolore, la verità unica via»

21                                                          Fare i conti con gli abusi ed espiarli. Mai più alibi è tempo di arare

2221                                                      Una teologia della memoria in tempi di abusi sessuali commessi dal clero

26                                                          L’era dell’incertezza del pontificato di Bergoglio e la supremazia religione fai-da-te

27 CHIESA DI TUTTI                            Preti celibi e preti sposati

28 CITTÀ DEL VATICANO                  Dossier su pedofilia in Francia: 200mila minori abusati da tremila preti in 70 anni

29 CONSULTORI FAMILIARI             Il dialogo impossibile con i no vax

30 CONSULTORI ISPIR. CRISTIANA Punto familia - Torino Per le coppie: progetto di vita, separati

31                                                          Al Quadraro – Roma -  Emergenza adolescenti, il dopo-lockdown è drammatico

32 DALLA NAVATA                             XXXI Domenica del tempo ordinario  – Anno B – 31 ottobre 2021

32                                                          Amare è dare futuro al mondo

33 DONNE NELLA (per) LA CHIESA  Venezia, la teologa Marta Rodriguez predica esercizi spirituali al seminario

33 FRANCESCO VESCOVO ROMA    Francia. Abusi sui minori, tremila religiosi responsabili. Il dolore del Papa

34                                                           Videomessaggio. Abusi su minori, il Papa: la Chiesa chieda umilmente perdono

34 LITURGIA                                        L’autorità delle lingue parlate. Decreto vaticano sulle traduzioni liturgiche

36 NULLITÀ DI MATRIMONIO          La convivenza può sanare un matrimonio nullo?                                     

37 OMOFILIA                                       La genitorialità omoaffettiva tra artt. 2 e 29 Costituzione

49 PARLAMENT0                                 L’enciclica Fratelli tutti un anno dopo arriva al Senato

50                                                          Senato. Il Disegno di legge Zan in Assemblea bloccato

51                                                          Dopo lo stop al DDL Zan. Reazioni opposte, ma tutte fuori misura

52                                                          Dove sbaglia chi critica il ddl Zan sulla questione identità di genere?

53 PERSONE DEL CONCILIO             Tina Anselmi: il primato dell'etica

55 PSICOLOGIA                                   Dalla solitudine dell’io (individualismo) alla convivialità del noi (comunità)

60 RIFLESSIONI                                   Il disincanto attuale del “quarto uomo”

61 SETTIMANA SOCIALE                   La Settimana Sociale di Taranto tra ecologia e sussidiarietà

65                                                           Papa Francesco: “Ai cattolici italiani è richiesto un po’ più di coraggio”

66                                                          “Visioni di futuro e buone pratiche”

67                                                          Virgili (biblista), “serve una ecologia e una transizione ecologica anche nella Chiesa

67                                                          Mons. Santoro: “La Chiesa ha bisogno di rinnovarsi dando ascolto a tutti”

69                                                          Zamagni: “Il mondo cattolico non è succube al pensiero di nessuno”

70 SINODO                                           Chiesa. Sinodo universale al via, ecco cosa c'è da sapere

71                                                          Il Papa apre il Sinodo: ascoltarsi, non blindarsi in proprie certezze

71                                                          Il cammino sinodale che s'inizia, due novità e un dovere

73                                                          Messaggio ai presbiteri, ai diaconi, a consacrate\i e a tutti gli operatori pastorali

73                                                          Consiglio Permanente CEI. Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia

75                                                          Lettera alle donne e agli uomini di buona volontà

76                                                          In cammino sinodale in una realtà di «esculturato» cristianesimo

77                                                          La Chiesa ha urgente bisogno di un risveglio profondo e radicale.

81                                                          Consigli non richiesti per un percorso sinodale felice e nutriente

84                                                          Dacci oggi il nostro il nostro sinodo quotidiano

 

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ABUSI

Abusi sessuali del clero: altro che mele marce, il problema è strutturale

                La pubblicazione del Rapporto della Commissione Indipendente francese sugli abusi sessuali commessi dal clero cattolico (CIASE) ha fatto molto rumore, almeno per qualche giorno. A essere entrato nella comunicazione pubblica è stato tuttavia un unico dato: quello sul numero di preti abusatori sul totale dei sacerdoti cattolici. Il Rapporto contiene però molti altri elementi interessantissimi che ispirano queste prime considerazioni:

                1. Per far luce sul fenomeno la costituzione di una commissione indipendente (composta da scienziati di diverse discipline) è uno strumento indispensabile e praticamente insostituibile. È stato così ovunque: negli Stati Uniti, in Irlanda, in Australia, in Germania e ora in Francia. Solo le commissioni di inchiesta possono ottenere l’accesso agli archivi parrocchiali e diocesani e sollecitare su larga scala la deposizione delle vittime di ieri e di oggi, conseguendo un formidabile progresso nella conoscenza e nella misurazione del fenomeno. In Francia, la commissione CIASE, in poco più di un anno, ha ricevuto quasi 4.000 telefonate e 2.800 tra lettere ed email. I membri della commissione hanno incontrato personalmente quasi 200 vittime che hanno accettato di farsi intervistare per molte ore (in media tre per ciascuna intervista audio-registrata). Sono stati ascoltati una moltitudine di esperti e addirittura un piccolo gruppo di abusatori, che si è spontaneamente reso disponibile a raccontare la propria versione. L’inerzia assoluta della Conferenza Episcopale Italiana su questo terreno sconcerta e testimonia ancora una volta il livello di paurosa arretratezza del nostro paese, delle gerarchie ecclesiastiche così come della gran parte della stampa laica, sempre preoccupata di non disturbare le élites vaticane e nei fatti indifferente alle terribili sofferenze di tanti minori.

                2. La questione degli abusi clericali non è affatto risolta, il problema non appartiene in alcun modo al passato. La commissione CIASE ha riconosciuto che la Chiesa ha iniziato, nell’ultimo ventennio, a prendere sul serio la questione, ma lo ha fatto in misura timidissima e quasi mai di propria iniziativa, con molte differenze da diocesi a diocesi, in definitiva in una forma così debole da non impedire, a partire dagli anni Novanta e dopo un periodo di apparente declino, una decisa ripresa del fenomeno, un significativo aumento nel numero di abusi sessuali commessi da membri del clero. E tutto questo, aggiungo io, avviene malgrado il consistente declino nel numero dei sacerdoti e in quello dei frequentatori di parrocchie e oratori. Quindi ci sono meno preti e meno fedeli, ma gli abusi invece che diminuire crescono.

                3. Quello della Chiesa Cattolica si conferma l’ambiente organizzativo più pericoloso per la salute e l’integrità fisica e psichica dei minori, molto più rischioso, secondo i dati del rapporto CIASE, dei campi estivi per giovani, delle scuole pubbliche, dei club sportivi, delle istituzioni culturali o artistiche.

                4. Il report francese non manca di indicare anche alcune delle probabili cause degli abusi clericali: il diritto canonico, pensato per proteggere i sacramenti e cambiare l’animo dei peccatori, ma non per riconoscere in alcun modo il dolore delle vittime e per rispettare i loro fondamentali diritti umani; il clericalismo, e cioè l’eccessiva “santificazione” della figura del prete e la sopravvalutazione del suo status di celibe e casto; l’esaltazione delle virtù dell’obbedienza e del valore della gerarchia a discapito di tutti gli altri; una falsa interpretazione delle Scritture in relazione ai temi dell’affettività e della sessualità; l’assenza di qualsiasi forma di separazione tra i poteri.

                5. Nel rapporto CIASE si trovano indicati anche alcuni rimedi suggeriti con forza alla Chiesa francese: dare più spazio ai laici e soprattutto alle donne; ascoltare le vittime; migliorare la valutazione psicologica dei candidati al sacerdozio e incrementare gli insegnamenti delle scienze umane e sociali; assumersi la responsabilità di aver protetto gli abusatori e rendersi non solo disponibile ad avviare processi di giustizia riparativa, ma anche a risarcire le vittime, tutte le vittime, anche quelle di settant’anni fa o i loro eredi. È su quest’ultimo terreno che il Report mostra le sue maggiori debolezze. Sono convinto infatti che le generiche richieste di cambiamento contenute nel rapporto siano del tutto insufficienti a risolvere il problema. L’abuso sessuale è un comportamento strutturalmente legato alla forma attuale del sacerdozio cattolico, ovviamente non nel senso che tutti i sacerdoti siano abusatori, ma che, per coloro che lo sono, siano stati decisivi la formazione seminariale, l’obbligo celibatario, il rapporto con la sessualità e l’affettività imposti dalla Chiesa Cattolica. La teoria delle “mele marce”, cioè dei pedofili che si infiltrano nella Chiesa approfittando della buona fede e delle disattenzioni di vescovi e formatori, è del tutto priva, e da tempo, di ogni solido riscontro scientifico. Se il nodo è strutturale dev’essere affrontato con riforme strutturali, prime fra tutte la chiusura dei seminari e la fine del vincolo celibatario, le uniche vie per raggiungere l’obiettivo auspicato anche dalla commissione CIASE, di “de santificare” i preti.

                Tutto il resto, l’aumento delle ore di insegnamento delle scienze umane, gli appelli a diminuire il clericalismo e ad aprire le donne, eccetera, è al più un modesto palliativo, inutile nella sostanza e adatto nella forma solo a dare l’impressione che la Chiesa Cattolica si muova mentre invece rimane completamente immobile. Il papa tuona contro il clericalismo da anni, ma gli effetti sulla struttura sono stati praticamente insignificanti. È venuto il momento di esigere di più, di non accontentarsi delle buone intenzioni e dei proclami. Lo dobbiamo alle bimbe e ai bimbi, ai ragazzi e alle ragazze di domani alle quali dobbiamo offrire un mondo diverso e migliore.

Marco Marzano, autore de “La casta dei casti“, Bompiani, 2021                Rete l’abuso 25 ottobre 2021

https://retelabuso.org/2021/10/25/abusi-sessuali-del-clero-altro-che-mele-marce-il-problema-e-strutturale/

 

Chiusa inchiesta in Francia, “dal 1950 circa 3mila preti pedofili”

                Migliaia di pedofili operano all’interno della Chiesa cattolica francese dal 1950, lo ha detto Jean-Marc Sauve, capo di una commissione indipendente che indaga sullo scandalo subito prima della pubblicazione del suo rapporto. L’inchiesta della commissione ha scoperto tra 2.900 e 3.200 preti pedofili o altri membri della chiesa, ha detto Sauve, aggiungendo che si tratta di “una stima minima”. Il rapporto della commissione sarà pubblicato martedì 5 ottobre, dopo due anni e mezzo di ricerche basate sugli archivi della chiesa, dei tribunali e della polizia, così come le interviste con i testimoni. Il rapporto, che secondo Sauve consta di 2.500 pagine, cercherà di quantificare sia il numero dei pedofili che quello delle loro vittime. Esaminerà anche “i meccanismi, in particolare istituzionali e culturali” all’interno della Chiesa che hanno permesso ai pedofili di rimanere, e offrirà 45 raccomandazioni.

                La commissione indipendente è stata istituita nel 2018 dalla Chiesa cattolica francese in risposta a una serie di scandali che hanno scosso la Chiesa in Francia e nel mondo. La sua formazione è arrivata anche dopo che Papa Francesco ha approvato una misura storica che obbliga coloro che sanno degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica a segnalarli ai loro superiori. Composta da 22 professionisti legali, medici, storici, sociologi e teologi, il suo compito era quello di indagare sulle accuse di abusi sessuali su minori da parte di chierici che risalgono agli anni ’50. Quando ha iniziato il suo lavoro, la commissione ha richiesto le dichiarazioni dei testimoni e ha istituito una linea telefonica diretta. Nei mesi successivi ha ricevuto migliaia di segnalazioni.

Redazione web                Rete l’abuso      3 ottobre 2021

www.huffingtonpost.it/entry/chiusa-inchiesta-in-francia-dal-1950-circa-3mila-preti-pedofili_it_61595831e4b008640eb5398a

 

Situazione raccapricciante”: 330.000 minori rivelati vittime di abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica francese dagli anni Cinquanta

                La Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (CIASE) ha rivelato che oltre 300.000 minori sono stati vittime di abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica francese negli ultimi 70 anni. Il presidente dell’ente, Jean-Marc Sauvé, ha affermato che la stima, basata su un’attenta ricerca, include abusi da parte di sacerdoti e altro clero, nonché di persone non religiose associate alla chiesa. La commissione ha lavorato per due anni e mezzo ascoltando i racconti delle vittime e dei testimoni. Inoltre, sono stati studiati gli archivi della Chiesa, del tribunale, della polizia e della stampa degli anni ’50.

                Secondo il rapporto, ad oggi, 330.000 bambini e adolescenti sono stati vittime di abusi sessuali da parte di membri della Chiesa cattolica in Francia. Di questi, 216.000 sono stati abusati direttamente dai sacerdoti , mentre il resto sono state vittime di clero o laici che lavoravano per l’istituzione o nelle sue scuole. Sauvé ha indicato che circa l’ 80% dei minori abusati sono maschi . Inoltre, ha sottolineato che “circa il 60% degli uomini e delle donne che hanno subito abusi sessuali ha grandi problemi nella propria vita amorosa o sessuale”.

                Allo stesso modo, il rapporto rivela che circa 3.000 pedofili , di cui due terzi sacerdoti, hanno agito all’interno delle fila dell’istituzione durante quel periodo. Sauvé ha sottolineato che 22 casi sono stati deferiti alle autorità per possibili procedimenti penali. Sebbene più di 40 casi siano troppo vecchi per essere perseguiti dai tribunali, riguardano sospetti che sono ancora vivi e sono stati deferiti alle autorità ecclesiastiche.

                La commissione ha inoltre emesso 45 raccomandazioni su come prevenire gli abusi . Questi includono la formazione di sacerdoti e altro clero, la revisione del diritto canonico e la promozione di politiche per riconoscere e risarcire le vittime. Da parte sua, il presidente della Conferenza episcopale francese, Eric de Moulins-Beaufort, ha sottolineato che il rapporto CIASE descrive “una situazione disastrosa” e si è scusato con le vittime. “Esprimo loro la mia vergogna, il mio orrore, nonché la mia determinazione ad agire” per affrontare gli abusi e denunciarli pubblicamente, ha dichiarato.

                Papa Francesco “ha appreso con dolore” il contenuto di un’inchiesta, ha  riferito  il Vaticano. “Innanzitutto il suo pensiero va alle vittime, con grande dolore, per le loro ferite”, si legge nel comunicato, aggiungendo che il pontefice prova anche gratitudine per il coraggio che hanno dimostrato nel denunciare ciò che hanno subito.

Redazione web                Rete l’abuso      6 ottobre 2021

https://actualidad.rt.com/actualidad/406070-investigacion-menores-abusos-iglesia-catolica-francia

 

Dato attendibile e rispetta le proiezioni Healy

                I preti pedofili in Francia hanno stuprato 72 bambini a testa. Non sappiamo per quante volte. Questo è il risultato che si ottiene semplicemente dividendo le 216.000 vittime sopravvissute (quelle morte non sono state sentite), per i 3.000 preti pedofili riconosciuti (dato che come lo stesso Presidente della CIASE Jean Marc Sauvé sottolinea, è al ribasso).

 Commission Indépendante sur les Abus Sexuels dans l’Église Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa

www-ciase-fr.translate.goog/?_x_tr_sl=fr&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=nui,sc

                Come avevamo già commentato le anticipazioni della CIASE, erano davvero inverosimili in quanto inattendibile su 3.000 preti pedofili, solo 10.000 vittime. Pauroso al tempo stesso il dato di 3.000 pedofili sul totale di 22.000 preti che fa balzare le solite percentuali (4-6% ad eccezione dell’8% dell’Australia) a una stima del 13,38%.  La più alta registrata per ora in tutto il mondo.

                Perché affermiamo che il dato diffuso oggi è coerente e rispetta le proiezioni dello statistico irlandese Mark Vincent Healy? Perché esistono due studi, uno meno conosciuto, quello di padre Andrew M. Greeley, monaco benedettino e Professore di sociologia all’Università di Chicago, che afferma che ci siano 50 vittime per pedofilo. L’altro più famoso e citato anche nel caso Spotlight, è quello di Richard Sipe, presbitero e psicoterapeuta che afferma: “Studi ben consolidati mostrano che il pedofilo medio ha 250 o più vittime nel corso della sua vita”. Dato questa volta, riferito ai consacrati, che a differenza dei laici, vivono tra decine di minori il loro sacerdozio.

                Se guardiamo la tabella  creata da Mark Vincent Healy, se pur ci si fermi al dato massimo storico fino ad oggi ottenuto nelle varie commissioni di tutto il mondo, l’8%, notiamo che se pur in difetto sulla percentuale, dai dati del CIASE, questa sale bruscamente intorno al 13,38%.

 

                Le cifre divulgate oggi, se pur in grosso difetto come lo stesso Presidente Jean-Marc Sauvé ammette, sono tuttavia coerenti, a differenza delle sole 10.000 vittime annunciate domenica.

                Healey infatti, sulla base dei due studi (Greeley e Sipe) ha un dato che varia (nell’ipotesi dell’8%) dalle 87.720 vittime (dato questo fuori norma nell’ipotesi di 10.000) alle 438.600, dato che rientra nella coerenza percentuale. Ora è semplice, seppur la tabella di Healy si fermi all’8%, calcolare il 13%. Ed ecco che il dato di 216.000 vittime annunciato oggi, torna alla perfezione, da un minimo di 150.000 (dato Greeley) a 750.000 (dato Sipe) Tutto ciò è stato calcolato dallo statistico irlandese, tenendo conto di alcuni parametri di doverosa coerenza, il numero dei cattolici (ovvero la parte di popolazione a rischio) e il numero dei preti nella nazione, che successivamente ha rapportato nell’esito della sua tabella.

                Nel caso Francese un dato di una popolazione cattolica di 44.449.000 persone e 21.930 preti. L’Italia che tace ancora il problema, ha una popolazione cattolica di 57.665.000 cattolici e 50.148 preti. Senza arrivare a un 13% come la Francia, solo con l’8%, l’Italia potrebbe arrivare a un milione di vittime.

                               Francesco Zanardi           Il punto della Rete l'abuso          5 ottobre 2021

https://retelabuso.org/2021/10/05/dato-attendibile-e-rispetta-le-proiezioni-healy-la-francia-ha-la-percentuale-di-preti-pedofili-piu-alta-al-mondo

 

Abusi sessuali nella Chiesa cattolica: l’inventario schiacciante della commissione Sauvé

                Ancor più del valore assoluto, tragico ma probabilmente sottovalutato, è il confronto che è devastante. Il rapporto della commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica (CIASE), reso pubblico martedì 5 ottobre, stima in 216.000 persone adulte nell’attuale popolazione le vittime, minorenni, di violenze sessuali da parte di un sacerdote, diacono o religioso.

                La commissione presieduta da Jean-Marc Sauvé, già vicepresidente del Consiglio di Stato, ha cercato di sapere dove si collocava la Chiesa cattolica, in questa valutazione, rispetto ad altri ambiti della socializzazione. La sua risposta è categorica: “La Chiesa cattolica è, a parte gli ambienti familiari e amichevoli, l’ambiente in cui la prevalenza della violenza sessuale è più alta. “ Se a questo si aggiungono gli attacchi subiti da non sacerdoti o religiosi legati alla Chiesa (personale scolastico, catechisti, responsabili dei movimenti giovanili, ecc.), si arriva a una stima di 330.000 vittime.

                Frutto di due anni e mezzo di lavoro, il rapporto è stato presentato martedì ai suoi rappresentanti, la Conferenza episcopale francese (Cef) e la Conferenza dei religiosi francesi (Corref). Sotto la pressione dei collettivi delle vittime, le due organizzazioni, una rappresentativa delle diocesi e l’altra delle congregazioni, hanno deciso, ne Il consultorio di Milano l novembre 2018, di creare un organismo indipendente per fare il punto su quanto accaduto. gerarchia ecclesiastica, per valutare i provvedimenti presi da vent’anni per porre fine a questo fenomeno e per avanzare proposte per impedirne il ripetersi. Da alcuni giorni erano stati trasmessi messaggi da alcuni vescovi che avvertivano i fedeli di aspettarsi rivelazioni particolarmente sconvolgenti.

Redazione web                Rete l’abuso      5 ottobre 2021

www.lemonde.fr/societe/article/2021/10/05/pedocriminalite-un-etat-des-lieux-devastateur-pour-l-eglise-catholique_6097197_3224.html#xtor=AL-32280270-%5Bwhatsapp%5D-%5Bios%5D

https://retelabuso.org/2021/10/05/abusi-sessuali-nella-chiesa-cattolica-linventario-schiacciante-della-commissione-sauve

 

Il rapporto della CIASE: “Crudele indifferenza della Chiesa francese verso vittime della pedofilia”

                Dal 1950 al 2000, “le vittime non vengono credute, ascoltate – ha detto Sauvé – si ritiene abbiano un po’ contribuito a quello che è loro accaduto”. Secondo il rapporto della CIASE (Commissione sugli abusi sessuali nella Chiesa) voluto dai vescovi francesi, sono state 216.000 le vittime di violenze o aggressioni quando erano minorenni da parte di preti o religiosi cattolici in Francia fra il 1950 e il 2020.

                Secondo le cifre anticipate domenica scorsa, i preti pedofili sono stati in questi 70 anni fra i 2.900 e i 3.200. Il numero delle vittime sale a “330.000 se vi si aggiungono gli aggressori laici che lavorano nelle istituzioni della chiesa cattolica”, come sagrestani, insegnanti nelle scuole cattoliche, responsabili di movimenti giovanili), ha aggiunto Sauvé – alto dirigente francese, già membro del Consiglio di Stato e della Corte di Giustizia Ue – illustrando ai giornalisti le conclusioni della commissione da lui presieduta. “Queste cifre – ha commentato – sono ben più preoccupanti, sono agghiaccianti e non possono in nessun caso rimanere senza conseguenze”.

                Le cifre citate sono il risultato di una stima statistica comprendente un margine di circa 50.000 persone, ha precisato Sauvé. La Chiesa di Francia esprime vergogna e chiede perdono. Il presidente della Conferenza episcopale francese, Eric de Moulins-Beaufort, Arcivescovo di Reims, esprime “vergogna” e “spavento” e chiede “perdono” alle vittime della pedocriminalità in seguito alla pubblicazione del rapporto sugli abusi. “Il mio desidero, oggi, è di chiedervi perdono, perdono ad ognuna ed ognuno di voi”, ha dichiarato Moulins-Beaufort davanti alla stampa, aggiungendo che la voce delle vittime “ci sconvolge, il loro numero ci devasta”.

Redazione web                Rete l’abuso      5 ottobre 2021

www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Pedofilia-crudele-indifferenza-della-Chiesa-francese-nei-confronti-delle-vittime-d5e6bba3-39a7-4581-b388-f88ae0c4c0c4.htm

 

Enna, la diocesi e la parrocchia citate in giudizio per la responsabilità civile

                Il Tribunale di Enna, presieduto da Francesco Pitarresi, ha autorizzato la citazione alla responsabilità civile della Diocesi di Piazza Armerina e della parrocchia di San Giovanni Battista nel processo a don Giuseppe Rugolo, il sacerdote arrestato lo scorso 27 aprile con l’accusa di violenza sessuale aggravata a danno di minori.

La richiesta era stata avanzata dagli avvocati delle parti civili, l’avvocato Eleanna Parasiliti Molica per la vittima degli abusi, minore all’epoca dei fatti, Giovanni di Giovanni, legale della famiglia del giovane abusato, Mario Caligiuri, per l’Associazione Rete l’Abuso e Irina Mendolia per l’associazione Co.Tu.Le.Vi.

La prossima udienza il 23 dicembre 2021. – (fonte ANSA)

thttps://retelabuso.org/2021/10/21/enna-la-diocesi-e-la-parrocchia-citate-in-giudizio-per-la-responsabilita-civile

 

Osservazioni rapporto CIASE

                Dopo l’uscita del Rapporto CIASE, sono sicuro che le cifre sbalorditive provenienti dalla Francia avranno causato onde d’urto in tutto il mondo. Sembrerebbe anche essere evidente la necessità di rivedere i dati prodotti in altri rapporti in Australia, Belgio, Cile, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito e Stati Uniti, in quanto irrealistici, sottostimati e persino come affari incompiuti. La Francia ha svelato quella che è sempre stata suggerita come una scala molto più prolifica di abusi sui bambini dal clero cattolico, dove in un rapporto dopo l’altro, i numeri non sono mai stati più realistici ma hanno ancora molta strada da fare secondo alcuni esperti. Degli abusi sessuali da parte del clero sui bambini riportati nel Rapporto CIASE, l’82,8% riguardava i ragazzi, come riportato in modo simile in altre giurisdizioni. Il 17,2% riguardava abusi sessuali su ragazze. È necessario aumentare la consapevolezza dell’impatto specifico di genere dell’abuso sessuale di minori da parte del clero sui ragazzi, in particolare, che sono la maggior parte delle vittime a livello inter giurisdizionale.

                Lo chiedo da quando ho incontrato Papa Francesco nel 2014. L’americano John Jay Report è stato uno dei primi ad avere rapporti della Chiesa cattolica e a confermare che oltre l’80% degli abusi riguardava i ragazzi. Il rapporto ha continuato a registrare che: il 21,1% dei primi abusi riguardava bambini di età inferiore ai 9 anni; il 61,7% riguardava bambini di età compresa tra 10 e 13 anni; il 16,5% riguardava bambini di età compresa tra 14 e 17 anni e lo 0,7% è stato registrato tra i 18 e i 20 anni.

                È un’ammissione sbalorditiva che il numero “vivente” di sopravvissuti ad abusi sessuali su minori da parte del clero in Francia sia 216.000. Sono molto turbato pensando a quanti sono morti, dove il loro giorno di riconoscimento è arrivato troppo tardi. Tanto per chiarire, 3.000 preti pedofili dell’attuale numero di preti in Francia, 21.930 preti sarebbero oggi il 13,68% della popolazione di preti. Tuttavia, la cifra di 3.000 preti pedofili rivelata nel Rapporto CIASE è indicata come il 3% del numero totale stimato di preti in Francia negli ultimi 70 anni. Se le 216.000 vittime viventi rappresentano il 50% del numero totale di vittime di abusi sessuali su minori da parte del clero in Francia, emergono due fattori.

  • Uno, che circa l’8% dei preti francesi in un periodo di 70 anni erano pedofili che abusavano sessualmente di bambini. Tuttavia, il lavoro di Richard Sipe implicherebbe che ci sia stato qualcosa fino a un totale di 750.000 vittime per una popolazione di 3.000 preti pedofili in Francia negli ultimi 70 anni. Le cifre devono essere esaminate ulteriormente per quanto scioccanti siano. Già i sopravvissuti in Francia riferiscono che i numeri sono prudenti.
  • In secondo luogo, le proiezioni di Richard Sipe sono tristemente più vicine alla realtà degli abusi sessuali su minori da parte del clero, in cui ogni pedofilo ha abusato in media di 250 bambini nel corso della sua vita. Anche esaminando le cifre di 3.000 preti pedofili che hanno abusato di 216.000 vittime, significa che ogni sacerdote ha abusato in media di 72 vittime, 72 bambini. Queste cifre richiedono ulteriori chiarimenti ma sono monumentali come riportato. Che una persona possa aver causato una tale distruzione sostenuta per la prima volta dal Rapporto CIASE è davvero terrificante quanto angosciante. Sottolinea inoltre il fatto che nessun tale livello di abuso sui bambini avrebbe potuto aver luogo se non per l’aiuto e la complicità di quegli autori con atti di cospirazione, collusione e impegno sia a livello nazionale che internazionale, e da parte della Chiesa e dello Stato.

                Questo deve essere indagato ulteriormente. Un fattore essenziale nella genesi del Rapporto CIASE è dato dall’evidenziazione di vari casi da parte dei media che potrebbero aver agito da catalizzatore nella richiesta di trasparenza in questo rapporto, ma senza gli sforzi dei sopravvissuti “la nostra società sarebbe ancora vivendo nell’ignoranza, o nella negazione, di ciò che è accaduto.” Tuttavia, è necessario porsi delle domande sul perché i media abbiano potuto sbagliare così tanto nel riportare l’entità degli abusi quando c’erano così tante fonti affidabili che denunciavano le cifre basse riportate nei rapporti precedenti. Stavo citando le stime sottostimate fin dall’inizio nel mio dossier sugli abusi sessuali su minori da parte del clero quando mi è stata data un’udienza con Papa Francesco nel 2014.

                Di grande vergogna per il Ministero della Pubblica Istruzione in Francia, forse, è il fatto che il 30% degli abusi sessuali su minori segnalati da parte del clero sia registrato come avvenuto nelle scuole e un altro 23% come avvenuto in attività regolamentate legate all’istruzione come scout o patrocinio scolastico. Pertanto, l’ambiente educativo di un bambino era l’opportunità principale di perpetrare abusi sessuali su minori da parte del clero. L’abuso parrocchiale che ruotava intorno alla parrocchia locale è stato registrato come il 32% degli abusi sessuali su minori da parte del clero che hanno avuto luogo.

                In Irlanda, l’ingiustizia a carico dei bambini vittime di abusi sessuali nelle scuole nazionali, primarie e post-primarie, ha ricevuto il trattamento più duro da parte dello Stato irlandese, anche a seguito di una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) contro l’Irlanda nel gennaio 2014

https://bit.ly/3k5KTEq

                L’Irlanda ha ostacolato la giustizia nella sua incapacità di fornire un piano d’azione praticabile (http://hudoc.exec.coe.int/eng?i=DH-DD(2021)594E) con ulteriori promesse di non consegnarlo fino al 2022, otto anni dopo la sentenza emessa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

                I sopravvissuti francesi potrebbero benissimo fare a meno di tale aggravamento e tormento. Forse quei bambini abusati nelle scuole francesi non solo simpatizzeranno con quelli abusati nelle scuole in Irlanda, ma potrebbero voler citare la sentenza della Corte EDU emessa contro l’Irlanda per chiedere un risarcimento per le loro violazioni subite nelle scuole in Francia.

                In Irlanda, non c’erano prove di abusi sessuali sistemici su minori di ragazze, ma vi erano ripetuti abusi sessuali sistemici su minori di ragazzi, come affermato nel Rapporto Ryan o nel Rapporto della Commissione per le indagini sugli abusi sui minori (CICA) nel 2009. Come l’Irlanda, forse è tempo di una rapida Visita Apostolica in Francia.

                Papa Francesco non può restare ai margini degli scandali nazionali con dimensioni internazionali di abusi sessuali su minori che si sono estesi ben oltre i confini della Francia. Perché il CEF- Conferenza Episcopale Francese e la CORREF - Conferenza dei Religiosi e delle Religiose di Francia hanno impiegato così tanti anni per indagare sugli abusi sessuali su minori del clero in Francia? Il rapporto CIASE (www.ciase.fr) richiederà un’analisi per esaminare l’entità degli abusi sui bambini in Francia e all’estero. Quanto velocemente la Francia impone obblighi e obblighi chiari e legalmente vincolanti ai religiosi in Francia e resta da vedere? Ci deve essere anche la piena partecipazione dei sopravvissuti non solo come testimoni, ma anche come contributori nella progettazione e attuazione delle politiche, delle procedure e delle pratiche necessarie per affrontare le questioni della protezione dei bambini e quelle dei bisogni dei sopravvissuti attraverso una serie di misure compensative.

                Ciò che i vescovi e le congregazioni francesi faranno in risposta deve ancora concretizzarsi. I precedenti rapporti di compensazione sono stati riportati ai contributi. È una questione molto più complessa di una controversia da accertare. È necessario valutare le congregazioni della CORREF che senza dubbio hanno utilizzato una “politica di trasferimento” per “gestire” i loro membri pedofili che abusano criminalmente.

                Un’analisi del più grande rapporto in Irlanda, il Rapporto CICA 2009 ha mostrato che c’era un diffuso trasferimento di religiosi per evitare l’individuazione e lo scandalo. La “politica di trasferimento” è stata una chiara dimostrazione del fatto che i religiosi cattolici trattavano i bambini con disprezzo per preservare una reputazione e un interesse personale illeciti. Sono certo che le congregazioni della CORREF hanno impiegato la stessa aberrante “politica di trasferimento”, aiutando e favorendo gli autori in atti di cospirazione, collusione e impegno sia a livello nazionale che internazionale. Spero che questo possa essere esaminato in Francia dopo la pubblicazione del Rapporto CIASE.                 (…)

                Evidentemente, c’è ancora un’enorme assenza di voce e partecipazione dei sopravvissuti inclusa in qualsiasi processo di responsabilità tranne che nel fornire una testimonianza dolorosa. Essere parte del trattamento dei dati e delle politiche deve essere inclusivo. Questo deve cambiare in modo da includere vari interessi dei sopravvissuti specifici per genere, razza, religione e non, disabilità, privazione economica, bisogni educativi, salute mentale, gruppi minoritari, dipendenza, incarcerazione, autolesionismo, suicidio e considerazioni intergenerazionali. L’annullamento della condanna penale [prescrizione per omessa denuncia] di Philippe Barbarin [cardinale e arcivescovo di Lione] ha diminuito la fiducia nella legge e la fede nei doveri e negli obblighi di coloro che detengono l’autorità sia nella Chiesa che nello Stato in Francia. Potrebbe non essere stato criminale agli occhi dei tribunali francesi, ma è sempre stata moralmente ed eticamente responsabilità di Barbarin non aver denunciato, aver agito.

                Chiaramente c’è bisogno di dimostrare i colpevoli fallimenti sia della Chiesa che dello Stato nella parodia e nello scandalo degli abusi sessuali su minori in generale e sugli abusi sessuali su minori del clero in particolare. Dopo il Rapporto CIASE è chiaramente un momento in cui c’è più bisogno di azione che di scuse. Il riconoscimento del coinvolgimento implicito ed esplicito della Chiesa e dello Stato nel modo in cui tale abuso sui bambini avrebbe potuto persistere deve essere emesso nelle dichiarazioni della Chiesa e dello Stato affinché tutti possano ascoltarlo. C’è bisogno di lavorare ancora più da vicino per vedere che tali questioni sono esposte nei meccanismi sistemici che non solo hanno permesso questi livelli di abuso sui minori di operare in passato, ma per imparare come interromperlo in modo più efficace nel futuro a livello globale nella nostra volontà di affrontarlo. Forse dovremmo vedere come forzare il cambiamento avviando tali indagini contemporaneamente piuttosto che consecutivamente.

                L’Italia sarebbe un buon inizio dove il numero delle vittime farebbe impallidire quello della Francia con una stima di un milione di vittime.  ( vedi tabella a pag.   )--XXXXX

                Se leggi il Rapporto Sipe (http://archives.weirdload.com/sipe.html) ha affermato: “Studi ben consolidati mostrano che il pedofilo medio ha 250 o più vittime nel corso della sua vita”. Il Rapporto CIASE è un cambiamento nella giusta direzione nel riportare la portata degli abusi nella Chiesa cattolica. Tuttavia, la cifra di 216.000 sopravvissuti (vivi?) o vittime (vivi e morti?), di 3.000 sacerdoti, con una media di 72 vittime per sacerdote, mi sembra conservatrice. Ho difficoltà con l’utilizzo del 3% dei sacerdoti in Francia in oltre 70 anni è una percentuale che mi aspetto essere più alta, almeno due o tre volte quella. Sta sostenendo che c’erano solo pochi o una percentuale molto bassa di preti pedofili nel clero o nei religiosi francesi.

                Le fonti che sostengono la percentuale di sacerdoti religiosi pedofili è la seguente:

                a). 2% come sostenuto da Papa Francesco (intervista a Eugenio Scalfari          https://bit.ly/2O1u6VS) in sintonia con il Dr. Richard Sipe nel 1990, John Jay Report                               at https://bit.ly/3lio1TM pagina 216.

                b).4% come affermato da Bryan T. Froehle nel 1997, John Jay Report, a pagina 27,

https://bit.ly/3lio1TM.

                c). 6% come affermato da Spotlight (https://bit.ly/2PtKISL) in linea con i riferimenti del Dr. Richard Sipe fatti nel film dove 90 sacerdoti sono la stima su una popolazione di 1.500

                d). 7% come affermato dall’Australian Royal Commission Report                          http://jrnl.ie/3224627 basato su accuse tra il 1950 e il 2010.

                Si notano anche variazioni sulla percentuale in cui NSAC afferma che Boston in realtà ha l’8,9% dei religiosi cattolici sono pedofili Infine, ho scritto a un amico in Italia, Francesco Zanardi, fondatore di Rete L’Abuso, per incoraggiarlo e fargli sapere che dovremmo sostenere un appello per un’indagine simile sulla Chiesa cattolica in Italia.

                Francesco non si è mai arreso, come non doveva lui. Se il problema in Italia è l’inerzia politica, basata su qualche falsa nozione di orgoglio o reputazione, allora c’è bisogno di cambiare ciò di cui essere orgogliosi in Italia. Le persone sono fondamentalmente orgogliose di ciò che è buono. Facciamo del fare bene ai bambini qualcosa che sia sinonimo di tutto ciò che c’è di meglio nell’essere italiani, di tutto ciò che c’è di meglio in tutte le nazioni. Come si potrebbe dire, “vieni nel nostro Paese dove i bambini sono amati, protetti e amati”. Ci sono anche altre iniziative da considerare, come quella proposta al Simposio di Berna dove usciamo dai nostri confini nazionali per cercare sostegno e assistenza dall’UE o dal Consiglio d’Europa. Ci sono anche opportunità da considerare che potrebbero aiutare a incoraggiare il clero e i politici ad abbracciare la necessità di rivedere il passato ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, in cui tutti i firmatari dovrebbero dimostrare la conformità come firmatari di tali convenzioni e l’adesione delle stimate Nazioni Unite. L’orgoglio, la dignità e la decenza possono essere utili segni d’onore per ricordare a tutti i paesi l’importanza dei diritti umani della sua gente, dei suoi figli. Il rapporto CIASE è chiaramente un punto di partenza nella segnalazione di abusi sessuali su minori da parte del clero, che finalmente si avvicina a dichiarare la sua reale portata degli abusi inflitti ai bambini in tutto il mondo

Mark-Vincent Healy (abusato)                 Redazione web                Rete l’abuso      8 ottobre 2021

https://retelabuso.org/2021/10/08/osservazioni-rapporto-ciase-mark-vincent-healy-5-ottobre-2021

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ADOZIONE INTERNAZIONALE

                               Faris Week. Il 2 e il 3 novembre, l’adozione internazionale fa il tutto esaurito!

                La prima settimana di novembre, Faris inizia con il tutto esaurito. Sono infatti già sold out [al completo] i due webinar dedicati all’adozione internazionale organizzati dalla Family International School: quello del 2 novembre, dedicato ai bisogni sanitari dei bambini ed anche l’appuntamento dedicato alle coppie che intendano muovere i primi passi nel mondo dell’adozione, previsto per il 3 novembre ha già esaurito il numero di posti messi a disposizione. Niente paura, perché un nuovo webinar gratuito dedicato ai primi passi nell’adozione internazionale è stato già previsto per giovedì 18 novembre.

                Nell’attesa che le nuove date siano nuovamente on line, vi invitiamo a tenere costantemente monitorato il sito di FARIS – Family Relationship International School.                           www.fondazioneaibi.it/faris

Vi ricordiamo infine la nuova offerta di corsi on-demand. Tre, al momento, le proposte presenti sul sito che è possibile acquistare in qualsiasi momento.

www.aibi.it/ita/faris-week-il-2-e-il-3-novembre-ladozione-internazionale-fa-il-tutto-esaurito

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ASSOCIAZIONI MOVIMENTI

CISPeF, Relazione di aiuto con sopravvissuti all’abuso sessuale

                Nel corso degli ultimi anni lo studio del fenomeno dell’abuso sessuale sui minori si è molto sviluppa-to ed ha interessato, anche nella presa in carico della vittima, diversi professionisti in un’ottica inter-disciplinare dal momento che sono coinvolte diverse figure professionali (educatori, insegnanti, assi-stenti sociali, pedagogisti, psicologi, mediatori familiari, psicoterapeuti, consulenti della persona del-la coppia e della famiglia, counselors, avvocati medici, forze dell’ordine, responsabili ed operatori degli Uffici Diocesani per la Tutela dei minori…). Ecco dunque che diventa centrale la collaborazione tra le differenti aree di pertinenza e lo sviluppo della capacità di operare in un’ottica allargata ed integrata. E’, inoltre, fondamentale, acquisire conoscenze per poter supportare ed aiutare tutti quegli adulti che sono sopravvissuti ad abusi sessuali subiti quando erano minori.

                IL CISPeF sta portando avanti un interessantissimo Master sull’argomento e il Comitato Scientifico del Master, visto il valore dei contributi, ha deciso di aprire tre incontri anche a chi non ha avuto modo di partecipare all’intero Master ma è interessato ai seguenti argomenti e relatori:

                Il 4 settembre 2021 all’interno del master annuale promosso dal CISPEF per formare “Esperti in materia di abuso sessuale e nella relazione di aiuto con i sopravvissuti” si è tenuta la lezione magistrale della Prof.ssa Sanderson con cui il CISPeF ed Anatolè portano avanti una fattiva collaborazione. La prof.ssa Sanderson ha messo a disposizione dei partecipanti la sua trentennale esperienza sul campo e le sue alte competenze acquisite non solo con una intensa attività clinica ma anche grazie alla collaborazione con numerosi enti ed associazioni che lavorano sulla tematica dell’Abuso sessuale.

                Il master on-line prevede:

  • Il lavoro con i sopravvissuti adulti all’abuso sessuale       Christiane Sanderson    4 settembre 2021
  • Il Lavoro con i minori vittime dell’abuso sessuale             Marinella Malacrea       23 ottobre 2021
  • L’intervento del consulente persona, coppia                      Alessandra Testani         13 novembre 2021

www.cispef.it/nuovi-master

La Prof.ssa Christiane Sanderson è docente di Psicologia alla University of Roehampton di Londra. Ha un’esperienza trentennale nel lavoro con sopravvissuti ad abusi sessuali infantili, violenza sessuale, trauma complesso e abusi domestici. Ha lavorato come consulente e Trainer in diversi contesti, affiancando genitori, insegnanti, assistenti sociali, infermieri, terapeuti, counselor e avvocati; ha collaborato, inoltre, con svariati enti tra cui il Catholic Safeguarding Advisory Committee, la Chiesa Metodista, il Metropolitan Police Service, la National Society for the Prevention of Cruelty to Children (NPCC), il Refugee Coun-cil e ha lavorato anche in centri di detenzione.

                La Prof.ssa Sanderson aveva già partecipato come relatrice al convegno annuale del Consultorio familiare Anatolé e al congresso nazionale dell’UCIPEM nel novembre del 2019 su invito proprio del nostro Ente e negli atti pubblicati L’abuso sessuale sui minori: prendersi cura delle vittime (Aracne editrice)

compare il Primo contributo in italiano della Sanderson. Durante la lezione è stato annunciato che per Natale uscirà una nuova pubblicazione a quattro mani di don Ermanno D’Onofrio e la Sanderson dove verranno inseriti anche dei contributi dei corsisti.

                Il Master è una novità sul territorio italiano e gli organizzatori sono molto soddisfatti dal momento che hanno aderito all’iniziativa numero di consulenti della persona della coppia e della famiglia e psicologi in servizio presso alcuni consultori familiari di ispirazione cristiana e anche alcuni membri e responsabili dei neo nati uffici diocesani per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili.

Il CISPeF si augura di essere sempre di più promotore di rete tra enti e professionisti che lavorano sul campo perché solo una efficace sinergia può aiutare ad essere più efficaci nel fronteggiare una tematica così delicata e complessa. A tal proposito il CISPeF resta disponibile, unitamente al consultorio familiare Anatolè, per chiunque voglia informazioni in merito.

 

 

 

                Movimento per la vita: coltivare lo stupore di chi riconosce l’uomo nel concepito

                Prende il via domenica 31 ottobre il 41° Convegno nazionale dei Movimenti per la vita (Mpv), Cav e Case di accoglienza 2021, che radunerà fino al 3 novembre volontari provenienti da tutta Italia, oltre ai delegati di altre associazioni pro-life nel mondo. Il primo grande appuntamento Mpv dall’inizio della pandemia si svolgerà, nel rispetto delle norme per assicurare un ambiente Covid-safe, a bordo della nave da crociera Msc Magnifica sulla rotta Venezia-Spalato.

                Sotto il titolo “Usciamo a riveder le stelle. L’identità, luce che traccia la rotta” si nasconde il forte desiderio di riscoprire l’identità e la missione dei volontari pro-life. Il convegno, spiega la presidente nazionale Marina Casini Bandini, punta a “coltivare lo stupore di chi riconosce l’uomo nel concepito: ci concentreremo sulla questione dell’identità del nostro Movimento, sulla sua storia e sulle prospettive future, riscoprendo, così, il significato più profondo della nostra presenza nella società e dello stile del nostro servizio che si declina, tra le altre cose, in una comunicazione positiva e propositiva”.

                E alla formazione e approfondimento dei temi di bioetica sono dedicate circa venti sessioni. La prima, condotta dai giornalisti Safiria Leccese di TgCom24 e Francesco Ognibene di Avvenire, inaugura un programma ricco di spunti. I relatori, tra cui anche Peggy Hartshorn, presidente della Federazione mondiale dei Centri di aiuto alla vita “Heartbeat International” guideranno i partecipanti su un orizzonte che punta ad andare oltre l’emergenza e le difficoltà di una gravidanza inattesa, cercando soluzioni per assicurare l’autonomia delle mamme. Un’attenzione speciale sarà rivolta all’efficacia della comunicazione nella promozione della dignità umana.

                E ancora: una riflessione sul ruolo centrale della maternità nella nostra società, nell’ambito dell’iniziativa “Cuore a cuore”. Coinvolti anche numerosi ragazzi e ragazze che, sotto la guida della Equipe Giovani Mpvi parteciperanno al 38° Life Happening per giovani “Vittoria Quarenghi”. Significativa la sinergia con il 4° Convegno nazionale per medici obiettori e il corso di formazione e aggiornamento per volontari Sos Vita che si svolgeranno in contemporanea

www.agensir.it/quotidiano/2021/10/30/movimento-per-la-vita-al-via-domenica-il-41-convegno-nazionale-casini-bandini-coltivare-lo-stupore-di-chi-riconosce-luomo-nel-concepito/

 

Marina Casini Bandini confermata presidente

                Sarà ancora Marina Casini Bandini a guidare Il Movimento per la vita italiano (Mpv) nel triennio 2021-2024. Segretario generale Giuseppe Grande. Ne dà notizia un comunicato diffuso ieri dal Mpv. “Dopo le votazioni dell’Assemblea generale”, si legge nel documento, il Consiglio direttivo ha definito i ruoli al suo interno. Oltre alla presidente e al segretario generale sono stati eletti il tesoriere, Emanuele Petrilli e la Giunta. Vicepresidenti sono Maurizio Guida, settore medico-scientifico; Claudio Larocca, coordinamento Federazioni regionali e dialogo con le associazioni locali; Pino Morandini, dialogo con la politica; Giuseppe Anzani, riflessione giuridica ed impegno giudiziario; Bruna Rigoni, rete dell’accoglienza; Irene Pivetta, giovani, scuola e formazione. Membri di Giunta sono invece Andrea Tosato, comunicazione, marketing e fund raising, e Marco Alimenti, progetti e riforma Terzo settore. Tutti i nominati rimarranno in carica per il mandato 2021-2024. E intanto il Mpv guarda all’ormai imminente 41° convegno nazionale “Usciamo a riveder le stelle. Identità, luce che traccia la rotta” in programma dal 31 ottobre al 3 novembre su una nave da crociera.

                “Riaffermare il nostro volontariato quale presidio e testimonianza di una società accogliente nei confronti della vita nascente”, la mission del Movimento, sottolinea la presidente secondo la quale non basta dire dei “no”. Occorre piuttosto “superare il male mediante la forza persuasiva del bene. Coltivare insieme lo stupore di chi riconosce l’uomo nell’apparentemente più insignificante degli uomini – il concepito! – non può che aiutare a interpretare con occhi nuovi l’intera società e a operare con maggior lena per rendere il futuro più adeguato alla dignità umana di tutti e di ciascuno”.

                               G. P. T. AgenziaSIR         25 ottobre 2021

www.agensir.it/quotidiano/2021/10/25/movimento-per-la-vita-marina-casini-bandini-confermata-presidente-dal-31-ottobre-il-41-convegno-nazionale

FARIS Chi siamo

                A fronte di una domanda crescente di formazione, consulenza e accompagnamento alla persona e alle famiglie nei diversi ambiti di vita, Ai.Bi. ha costituito FARIS – Family Relationship International School, un centro d’eccellenza dove l’esperienza di oltre 30 anni maturata sui temi di adozione, di affido familiare e di gestione dell’accoglienza sarà messa a disposizione delle famiglie, degli operatori del sociale, delle aziende e della comunità.

                Dal latino for, fāris, fatus sum, fāri. Tu parli, racconti…Ai.Bi. ti ascolta…ti accoglie…ti mette a disposizione gli strumenti per migliorare e arricchire  le relazioni familiari

                Le aree di intervento che ci vedono protagonisti sono:

Adozione Internazionale: formazione, accompagnamento e consulenze sono finalizzate a preparare chi si avvicina al mondo dell’adozione internazionale e a sostenere chi vive le criticità che possono emergere nel corso degli anni, siano essi genitori o figli stessi.

Affido familiare: formazione, accompagnamento e consulenze hanno l’obiettivo di preparare chi vuole accogliere un minore temporaneamente, su disposizione di un Tribunale per Minori che ravvede forti criticità nella famiglia d’origine.

Area Genitori & Figli: in diverse fasi della vita, dalla formazione della coppia alla neo-genitorialità, alla crescita dei propri figli fino a come superare alcune fasi difficili della vita e delle interazioni dei componenti della famiglia con la società, elaboriamo formazioni specifiche, accompagnamento e consulenza attraverso i nostri esperti counselor, psicologi e pedagogisti.

Formazione Operatori del sociale: formiamo gli operatori che lavorano nelle tematiche dell’adozione, dell’affido familiare, della tutela in ambito minorile e nelle relazioni familiari. I corsi si rivolgono a studenti universitari in scienze sociali (es. Scienze dell’Educazione, Servizio sociale e Psicologia) e operatori del settore (educatori, assistenti sociali, psicologi e insegnanti).

Enti Pubblici & Privati: corsi di formazione e di aggiornamento sono pensati a beneficio di Scuole, Servizi Sociali, Enti territoriali e aziende. Per queste ultime, elaboriamo in particolare pacchetti di welfare aziendale che possano soddisfare le esigenze aziendali e del personale in carico.

                I nostri professionisti, consulenti e formatori rappresentano un team autorevole in grado di garantire un modello unico di intervento integrato che unisce specifiche competenze professionali all’esperienza maturata nelle tematiche sopraesposte.

www.fondazioneaibi.it/faris/chi-siamo

 

Faris, la scuola internazionale per le relazioni familiari, si potenzia

                Faris – Family Relationship International School allarga la sua offerta con una nuova sezione dedicata ai corsi “a richiesta”. Tre diverse proposte (al momento) per giovani, famiglie, genitori e figli

                Come se la ricchissima offerta di corsi e il puntuale servizio consulenza non fossero abbastanza, Faris viste le tante richieste arrivate nelle ultime settimane e la necessità di gestire al meglio le prenotazioni, sempre nell’ottica di garantire il miglior servizio possibile, ha pensato di attivare un nuovo servizio: i corsi on demand. Genitori, figli, famiglie: proposte per tutti nei corsi Faris on demand

                Come facilmente intuibile, visto il termine ormai entrato a far parte del vocabolario comune, si tratta di un’offerta di alcuni corsi che sono attivabili “a richiesta” delle famiglie, i genitori e tutti coloro che sono interessati. Al momento la lista prevede tre possibilità di webinar:

  1. Introduzione alla figura di Social Media Manager
  2. Toolkit d’accesso al mondo del lavoro
  3. La Spiritualità dell’accoglienza – Genitori “come se”

                Tra diversi argomenti che possono incrociare l’interesse di tutti: dai giovani che si stanno guardando intorno per entrare nel mondo del lavoro, a chi ha già un’idea più precisa e vorrebbe puntare sulle professioni legate ai social network; fino ai genitori che vorrebbero vivere un’esperienza di accoglienza familiare temporanea di un bambino o un ragazzo; un’avventura tanto arricchente quando spesso faticosa e per la quale una rilettura alla luce delle Scritture può diventare l’occasione giusta per trovare motivazione, forza, gioia e nuova consapevolezza.

                I tre corsi hanno tutti un costo di 20 euro e sono pronti per essere acquistati in qualsiasi momento dagli utenti interessati. Per qualsiasi informazione è comunque possibile mandare una mail all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

                                                               22 ottobre 2021

www.aibi.it/ita/faris-la-scuola-internazionale-per-le-relazioni-familiari-si-potenzia-ecco-la-nuova-sezione-dei-corsi-on-demand

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AUTORITÀ GARANTE INFANZIA

Tribunale famiglia, Autorità garante chiede audizione Camera: "No a giudici monocratici"

                L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Carla Garlatti ha chiesto di essere ascoltata in audizione dalla Commissione Giustizia della Camera sulla proposta di istituzione del Tribunale per le persone, per i minorenni e per le famiglie. Garlatti, in una nota inviata al presidente della II commissione Mario Perantoni, in particolare ha manifestato perplessità a proposito della scelta di assegnare delicatissime cause minorili a un giudice monocratico come previsto dal disegno di legge sulla riforma della giustizia civile all’esame della commissione. 

                “Oggi nei tribunali per i minorenni a decidere su questioni complesse, come ad esempio quelle che riguardano la limitazione della responsabilità genitoriale o gli allontanamenti dei bambini dalle famiglie, sono quattro giudici e non uno solo. E di questi quattro due sono giudici non togati: un sistema questo che garantisce la collegialità e la multidisciplinarietà necessarie per intervenire in materie così delicate, che incidono in modo profondo sulla vita dei minori coinvolti”, sottolinea l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. È comunque apprezzabile, per Garlatti, che con il tribunale per le persone, per i minorenni e per le famiglie si voglia istituire un unico organo giudicante e un unico organo requirente specializzato, in grado di superare l’attuale suddivisione di competenze, in parte sovrapponibili, tra i tribunali ordinari e quelli per i minorenni. Positiva, per l’Autorità, anche la riforma dell’articolo 403 del codice civile, che disciplina gli allontanamenti. “Pur concordando con la revisione dei presupposti dell’allontanamento del minore, ricondotti dalla riforma al ‘grave pregiudizio e pericolo per l’incolumità psico-fisica del minore e all’emergenza di provvedere’ - commenta Garlatti - la tempistica del procedimento risulta però caratterizzata da un’eccessiva rigidità dei termini, che non appare compatibile con la complessità degli accertamenti necessari da svolgere”.                                                        22 ottobre 2021

www.garanteinfanzia.org/news/tribunale-famiglia-autorita-garante-chiede-audizione

 

Riforma giustizia, Garlatti: "Si mantiene giudice collegiale per imprese ma non per minori"

                L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Carla Garlatti, sentita questa mattina in audizione dalla II commissione della Camera dei deputati sulla proposta di riforma che prevede l’introduzione del Tribunale per le persone, per i minorenni e per le famiglie, ha manifestato forte preoccupazione circa l’attribuzione a un giudice unico di cause particolarmente delicate che coinvolgono direttamente la vita di bambini e ragazzi, come gli allontanamenti dalla famiglia di origine.

                “Si lascia da solo il giudice a decidere, senza la possibilità di confrontarsi con altri magistrati, togati e onorari. Viene meno infatti la collegialità, che invece continua ad essere assicurata, ad esempio, nelle cause civili che riguardano le imprese: forse i diritti dei bambini e dei ragazzi sono meno importanti?”. “Né si può ritenere - aggiunge l’Autorità garante - che questo aspetto possa essere recuperato in appello, perché non si può pensare che tutti i processi siano oggetto di impugnativa e quindi di discussione in secondo grado e poi perché anche in appello mancherebbe la componente onoraria. Inoltre, in ogni caso, la perdita della multidisciplinarietà assicurata oggi dai giudici non togati non si supera con il loro inserimento nell’ufficio del processo, perché i giudici onorari svolgono un ruolo di ausiliario del giudice e non partecipano alla decisione, quindi il loro eventuale apporto finisce per restare lettera morta”.

                Altro nodo sul quale Garlatti ha posto l’accento è quello della videoregistrazione dell’audizione del minorenne. “L’ascolto non deve essere inteso come un interrogatorio finalizzato a trarre elementi da utilizzare in favore o in danno di una o dell’altra parte, ma deve servire a capire come sta il minore e quali sono le sue esigenze. Il minore non va trattato alla stregua di un imputato o di un indagato – conclude l’Autorità garante - né gli si può tenere nascosto che viene videoregistrato, perché bisogna costruire con lui un rapporto di fiducia e di massima trasparenza e lealtà”.                             27 ottobre 2021

www.garanteinfanzia.org/news/riforma-giustizia-garlatti-si-mantiene-giudice-collegiale-imprese-ma-non-minori

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BIBBIA

Sulle tracce del vero volto di Adamo

                A Sua immagine. La ricerca di Cristoph Böttigheimer attorno alla figura umana colta da diversi punti di vista, da quello psicologico a quello teologico. (Riconosciuti da Dio, Queriniana, pagg. 301).

                «Adamo, dove sei?». La celebre interpellanza del Creatore agli esordi della Bibbia e della stessa storia umana, potrebbe oggi essere trascritta con un «Adamo, chi sei?», un interrogativo destinato a trafiggere l’indifferenza amorfa o la fluidità dell’antropologia attuale. Una visione ormai secolarizzata ma anche amorale per la quale varrebbe la ripresa satirica della scena del paradiso terrestre suggerita da Jacques Prévert: «E Dio, sorprendendo Adamo ed Eva, disse: Continuate, ve ne prego, non disturbatevi di me, fate come se io non esistessi».

                Proprio in questa nebbia attuale, nella quale tutte le figure sono amorfe o polimorfe, si introducono spesso riflessioni che cercano di diradare la foschia e stagliare alcune tipologie. È ciò che fanno molti pensatori di diversa estrazione, intercettati anche da alcuni teologi, capaci di creare intersezioni coi linguaggi e i sistemi “laici”. Ne scegliamo ora uno tra i molti, forse meno noto, ma che proponiamo proprio per questa sua capacità dialogica inter- e transculturale. Si tratta di un docente dell’Università tedesca di Eichstätt-Ingolstadt (Baviera), Christoph Böttigheimer, classe 1960.

                La sua ricerca si muove sostanzialmente secondo due traiettorie consecutive.

1.La prima è scandita da tre categorie antropologiche capitali.

  1. Innanzitutto la «persona», vocabolo forse di matrice fenicia col significato di «maschera», semantica accolta dal latino e se si vuole anche dal prósopon greco, letteralmente «ciò che si può vedere», quindi il volto e l’oggetto visibile della creatura umana, una maschera che cela l’hypóstasis, «ciò che sta sotto», la «sostanza» appunto.
  2.  Certo è che il profilo primario della persona è contenuto nella relazione con l’altro, ed è così che nasce la seconda dimensione centrale del saggio del teologo tedesco, «il riconoscimento». Egli lo delinea attraverso il contributo di una legione di pensatori, a partire da Hegel per giungere a Ricoeur, Todorov Taylor e soprattutto al filosofo sociale Axel Honneth.
  3. Attraverso il riconoscimento reciproco si alimenta l’autentica relazione interpersonale comunitaria, l’intersoggettività, l’amore stesso e, a causa del limite umano, anche il conflitto, quando l’identitarismo egoistico «riconosce» nell’altro un ostacolo o un pericolo. Solo col riconoscimento si compie la «formazione della personalità», la terza categoria di taglio più psicologico, che «comprende tutte le peculiarità caratteristiche della natura di una persona che la distinguono nella sua unicità inconfondibile e nella sua individualità insostituibile».

2. A questo punto entra in azione la seconda traiettoria dello studio di Böttigheimer, quella strettamente teologica ove le precedenti categorie vengono applicate al registro trascendente.

  1. La relazione interpersonale, allora, si apre verticalmente a Dio del quale l’uomo e la donna sono «immagine» (Genesi 1,27), il cui prototipo è Gesù Cristo «immagine del Dio invisibile» (Colossesi 1,15). Questo «riconoscimento» da parte di Dio coinvolge innanzitutto la salvezza, che è appunto, un abbraccio interpersonale tra il Creatore e la creatura, attuato nella storia, cioè nell’edificazione del regno di Dio a cui partecipano sia Dio, sia il figlio umano di Dio attraverso la fede e le opere.
  2. Quando, però, la libertà umana traligna originando un «riconoscimento» aggressivo -teologicamente parlando, col peccato - ecco che scatta l’altra dimensione della salvezza che è la redenzione. E qui entrano in scena temi fondamentali come il sacrificio, l’espiazione e la figura sacrificale di Cristo nella sua morte, atto di condivisione radicale e solidale con i peccatori.
  3. Naturalmente, trattandosi di prospettive cristologiche che hanno sollecitato una secolare riflessione sulla teologia, l’analisi si fa fitta di ramificazioni che, però, convergono alla fine sul tronco centrale del «riconoscimento» da parte di Dio nei confronti della sua creatura in tutto il suo percorso personale infame o glorioso, asimmetrico o convergente con lui e con il prossimo.

                A questo punto, suggeriamo ai nostri lettori, che amano inerpicarsi anche sui sentieri d’altura della speculazione filosofica e teologica, una sosta su una sorta di pianoro verdeggiante con uno sguardo che abbraccia l’orizzonte, in silenzio e solitudine. Questo può essere fatto - rimanendo pur sempre nell’ambito dell’antropologia - con un nuovo delizioso volumetto di uno dei nostri massimi psichiatri, dotato però di una straordinaria temperie umanistica (basti solo seguire il palinsesto delle sue citazioni), Eugenio Borgna. Il testo s’intitola appunto In dialogo con la solitudine ed è un gioiello di meditazioni profane e religiose, profonde e trasparenti, realistiche e trasognate. Questi ossimori non sono retorici perché chi leggerà quelle paginette si troverà nella freschezza incantata della solitudine, vera dieta dell’anima, ma anche nella gelida stanza dell’isolamento che è invece il campo di gioco di Satana, come scriveva Nabokov. Vivrà la suprema esperienza dei «fiori bianchi del gelsomino» di Etty Hillesum, o i «frammenti di cielo» di Virginia Woolf, ma anche l’isolamento/solitudine del bambino, dell’adolescente, dell’anziano, dell’infermo, della casa di riposo, del malato psichiatrico, dell’autismo. A dominare, però, in questo scritto è il fascino della vera solitudine che è silenzio e parola, è festa e catarsi, è ascolto dell’infinito, è poesia (il «passero solitario» leopardiano), è alba e tramonto… Questa, comunque non è una recensione ma l’invito ad entrare in dialogo silenzioso e pur intenso con l’autore.

Gianfranco Ravasi           “Il Sole 24 Ore” 31 ottobre 2021

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202110/211031ravasi2.pdf

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CENTRO GIOVANI COPPIE

On line. Riconoscimento. Custodire l’identità e coltivare l’alterità.

                Ogni essere umano per diventare se stesso ha bisogno di avere un significato per gli altri, di essere “qualcuno” per qualcun altro. È fondamentale vivere l’esperienza di essere “visto” e riconosciuto come proprio simile e come individuo unico ed irripetibile. Essere riconosciuti e riconoscere sono le chiavi per una relazione significativa, capace di accogliere le persone nella loro diversità e nella loro pari dignità: in particolare, nella coppia al riconoscere e all’essere riconosciuti si aggiunge il riconoscersi come coppia.

Conferenza di giovedì 11 novembre 2021 ore 21

"Riconoscimento. Custodire l’identità e coltivare l’alterità"

                Relatori: Elisabetta Orioli,* psicologa psicoterapeuta e Adriano Pennati** formatore

  • ·         ha collaborato fino al 2010 con il COSPES dei Salesiani dove si è occupata di orientamento, psicodiagnostica, consulenza clinica e formazione. Attualmente lavora come psicoterapeuta; collabora a progetti formativi per genitori e per coppie e con il Centro Giovani Coppie San Fedele.

                ** socio fondatore del Centro Giovani Coppie San Fedele, nel quale cura i Training di formazione per conduttori/facilitatori. Ha fondato nel 1980 Satef srl, che ha diretto come Amministratore e Presidente sino al 2015, sviluppando un’intensa attività di formazione formatori, di progettazione formativa, di formazione manageriale e di project management per clienti pubblici e privati. Per il Centro Giovani Coppie San Fedele ha curato l’edizione di “Coppia, casa, città” e della raccolta delle conferenze di Paola Bassani.

                A causa delle restrizioni imposte dal Covid19, la conferenza avrà luogo a distanza con l’impiego della piattaforma Zoom. Per garantire la sicurezza della connessione siamo costretti ad adottare una procedura per l'accesso piuttosto rigida: ce ne scusiamo, ma è indispensabile. Per partecipare è quindi necessario iscriversi con una mail all'indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.entro le ore 12.00 di mercoledì 10 novembre 2021, mettendo in oggetto "Conferenza". In tempo utile verrà inviato agli iscritti il link al quale connettersi entro le ore 21.00 di giovedì 11 ottobre, limite oltre il quale non saranno accettare ulteriori connessioni.

                L'accesso è limitato a 100 partecipanti. Chi non riuscisse a collegarsi, potrà comunque vedere e ascoltare la conferenza in differita sul canale YouTube del Centro Giovani Coppie San Fedele, all'indirizzo:

www.youtube.com/channel/UCYmTqw5sH7Qr2kxo-7F89kw

                Video caricati con le precedenti conferenze

www.youtube.com/channel/UCYmTqw5sH7Qr2kxo-7F89kw/featured

https://centrogiovanicoppiesanfedele.it/calendario-conferenze-2021-2022

www.centrogiovanicoppiesanfedele.it

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF - n. 41, 27 ottobre 2021

"Venduti ai minori": un video di casa Surace per la campagna Moige. Prodotti come alcol, tabacco, gioco d’azzardo, pornografia, videogiochi 18+ e cannabis light sono ancora troppo accessibili ai minori: i dati dell’indagine “Venduti ai Minori”, realizzata dal MOIGE – Movimento Italiano Genitori, in collaborazione con l'istituto Piepoli (condotta su un panel di oltre 1.000 minori dai 10 ai 17 anni), mostra che in Italia la vendita di prodotti vietati ai minori è piuttosto diffusa, nonostante i divieti di legge. Per quanto riguarda la cannabis light e i videogiochi 18+ "addirittura siamo di fronte ad un vuoto normativo, perché è assente il divieto per legge e le relative sanzioni", sottolineano dal Moige, che per veicolare la campagna si è alleato con Casa Surace, nel simpatico video "Cos'è un maggiorenne"                                                                                                 www.youtube.com/watch?v=48rkPBF_UYI

Risparmio: quel 20% di famiglie che non riesce a mettere via nulla. In occasione della 97ª Giornata mondiale del risparmio (il prossimo 31 ottobre), vi proponiamo una riflessione di Francesco Belletti, pubblicata su Famiglia Cristiana, sul risparmio delle famiglie, incentrata su due temi generali: in primo luogo, la crescita complessiva del risparmio familiare, anche in tempi di difficoltà economica in pandemia; in secondo luogo, la presenza di una quota non marginale – e crescente - di famiglie che invece, non solo non riescono a risparmiare, ma addirittura “fanno fatica ad arrivare a fine mese”.

                www.famigliacristiana.it/articolo/cresce-il-risparmio-delle-famiglie-ma-non-per-tutte.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_27_10_2021

Webinar "sapore di famiglia": famiglie, giovani e progetti di futuro. Amarsi, educare, aprirsi al mondo è il sottotitolo del volume di Emma Ciccarelli e Pier Marco Trulli, “Sapore di famiglia”, da poco uscito per San Paolo, ma è anche una testimonianza aperta ai tanti giovani che sognano una famiglia e nello stesso tempo sono sopraffatti dal timore di non farcela. Di questo e di molto altro si parla il 28 ottobre, a partire dalle 18.30, in un webinar che vedrà gli autori in dialogo con Francesco Belletti, sociologo e direttore Cisf, introdotti e accompagnati dalle domande di Orsola Vetri, giornalista di Famiglia Cristiana [qui il link per iscriversi all'evento - gli iscritti riceveranno il link alla diretta streaming poco prima dell'evento e saranno avvisati in occasione delle presentazioni dei libri pubblicati da Edizioni San Paolo].

UK/families unlocked, la pandemia ha anche rafforzato i legami. L'Università di Worcester, insieme al partner australiano Relationships Australia hanno lavorato a partire dal 2020 a uno studio di ricerca longitudinale che esamina l'impatto della pandemia sulle relazioni e sulla vita familiare. Equilibrio di coppia, salute mentale, risorse per affrontare lutti o licenziamenti, fatiche dell'home-schooling [scuola parentale            www.orizzontescuola.it/home-schooling-cosa-prevede-la-legge-quali-compiti-ha-la-scuola-guida

La ricerca ha coinvolto 800 persone e ha mostrato che, nonostante gli enormi stress affrontati, molte di esse hanno trovato il modo di farvi fronte, anche rivalutando il modo in cui vivono le loro vite, le loro priorità e le relazioni che contano davvero. In alcuni casi, le restrizioni hanno permesso alle coppie di rafforzare la loro relazione: oltre un terzo ha riferito che il lockdown è stata un'esperienza positiva per il rapporto di coppia, un quarto delle coppie si è sentito positivo riguardo alla propria relazione e quattro coppie su dieci sono emerse dal blocco sentendosi più vicine di prima.

www.relate.org.uk/blog/2021/7/19/getting-through-pandemic-findings-families-un-locked-study

Iran/il punto di vista delle adolescenti sui matrimoni precoci. Una ricerca finanziata dalla Tabriz University of Medical Sciences e pubblicata su BMC Women'sHealth ha interpellato 300 ragazze adolescenti della città di Tabriz (Iran) a proposito dei matrimoni precoci. La maggior parte delle ragazze (85,4%) si è detta contraria al matrimonio prima dei 18 anni e solo il 5,1% erano invece favorevoli. Le cause dei matrimoni precoci sono, a parere delle adolescenti, l'analfabetismo o mancanza di istruzione dei genitori (64%), la necessità di soddisfare dei bisogni emotivi (59,3%), problemi e conflitti familiari (59,6%) e la mancanza di stimoli nella vita quotidiana, soprattutto nelle regioni rurali e periferie (58,3 %). La conseguenza più importante del matrimonio precoce, dal punto di vista delle ragazze, è la privazione della possibilità di istruzione.

                https://bmcwomenshealth.biomedcentral.com/articles/10.1186/s12905-021-01497-w

Lazio, risorse per famiglie fragili e 12 nuovi centri per la famiglia. Sostegno alle famiglie con percorsi di assistenza alle donne in gravidanza e ai neogenitori, e di contrasto alla dispersione scolastica: sono alcune delle attività dei Centri per la famiglia che saranno finanziate dalla Regione Lazio con un contributo di oltre 2,2 milioni di euro per le annualità 2022 e 2023, approvato con delibera di Giunta. Con il finanziamento inoltre saranno attivati 12 nuovi Centri che andranno ad ampliare e rafforzare la rete dei servizi su tutto il territorio.

                www.regione.lazio.it/notizie/sociale-famiglie/sociale-oltre-2-2milioni-favore-famiglie-vulnerabili

Scuola/disabilità. Il decalogo per le famiglie sulla sentenza del TAR e l'applicazione del PEI. CoorDown ha stilato un decalogo per rispondere, in maniera semplice e chiara, ai dieci quesiti posti più di frequente dalle famiglie dopo la sentenza del TAR che ha accolto il ricorso e annullato il Decreto Interministeriale 182/2020, che fissava l'adozione di un modello nazionale di Piano Educativo Individualizzato, ritenuto da alcune organizzazioni lesivo dei diritti dei ragazzi interessati. Molti dubbi sono sorti nei genitori che vedono avvicinarsi il termine del 31 ottobre per l'approvazione del PEI per questo anno scolastico, pertanto l'organizzazione ha diffuso questo decalogo per promuoverne una corretta applicazione e tutelare il diritto allo studio.

 Le-10-cose-da-sapere-dopo-la-sentenza-del-TAR-che-annulla-il-decreto-182_2021.pdf              

Percorsi di formazione

  • Cremit: nuova edizione del mooc “3-6-9-12. Crescere con gli schermi digitali”. Quinta edizione per un fortunato corso, in formato online e gratuito, che offre materiali di approfondimento, proposte operative e spunti di riflessione a chi voglia comprendere, valorizzare e accompagnare la crescente presenza dei media digitali nelle varie età dell’infanzia. I destinatari principali del MOOC sono gli insegnanti – dal nido alla scuola secondaria di primo grado – gli operatori sociali, i genitori e gli educatori che lavorano con le bambine e i bambini di età compresa tra 0 e 12 anni.

Il corso si articolerà in 6 moduli settimanali, con iscrizioni aperte fino al 10 dicembre 2021 (creando un profilo sulla piattaforma www.eduopen.org, che quest’anno ospiterà il corso online). La settimana di socializzazione in piattaforma partirà il 25 ottobre 2021, mentre il primo modulo sarà online la settimana successiva, il 1° novembre. L’ultimo modulo sarà erogato dal 6 dicembre, e i materiali saranno in ogni caso disponibili online fino al 10 gennaio 2022.      www.cremit.it/mooc-3-6-9-12-crescere-con-gli-schermi-digitali-v-edizione-in-partenza

  • Bioetica: corso di perfezionamento all'upra. C'è tempo fino al 29 ottobre per l'iscrizione al corso di perfezionamento in bioetica organizzato dalla Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. Il Corso in Bioetica è indirizzato a tutti coloro che intendono inserire nella loro attività professionale e lavorativa una maggiore consapevolezza delle questioni bioetiche: sacerdoti, religiose e religiosi, giuristi, medici e personale sanitario, insegnanti, catechisti ed altri agenti di pastorale e volontari impegnati nella difesa della vita. Il Corso è in modalità online, in videoconferenza interattiva. Le lezioni si svolgono il venerdì, dalle 15.30 alle 18.40. Inizio

5 novembre 2021      www.upra.org/offerta-formativa/facolta/bioetica/diploma-di-perfezionamento

Dalle case editrici

  • Francesco Berto-Paola Scalari, Parola di bambino. Il mondo visto coi suoi occhi, La Meridiana, Molfetta (BA) 2013, p. 158
  • Rossella Semplici, Famiglia e comunità educante. Crocevia di scelte, Paoline, Milano 2021, p.94
  • Gianpaolo Donzelli (a cura di), Esperienza della malattia e spiritualità, La nave di Teseo-Fondazione Meyer, Milano 2021, p.148

                La sofferenza della malattia e la prospettiva della morte sono porte strette che gli uomini, qualunque sia il loro sistema di valori o il loro credo, sono chiamati ad affrontare. Di questo argomento si occupano le tante e preziose voci (di medici, docenti, assistenti spirituali, esponenti di diverse fedi) contenute in questo volume curato da Gianpaolo Donzelli, ordinario di pediatria e presidente della Fondazione Meyer. Il filo rosso che lega questa lettura è la ricerca di senso che ogni uomo compie di fronte alla malattia e alla morte, e il sentimento di intollerabile ingiustizia che si prova, in particolare, se questo dolore riguarda un bambino. (...)

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=6%3d5UBb9U%26s%3dV%26r%3dR9U%26s%3dU0VBV%262%3dAxKw_KUtW_Ve_IXvT_Sm_KUtW_UjElPwClMx6y.LeEw4sCv7m8pMeC.pM_vrZs_67jBw7_ytWq_99eK14g9t8rKz4e2h_KUtW_UjElPw4pLjU8U5_2sEi8hMsCp5v0.w7j%265%3dtNwMjU.r61%26Bw%3dVDX7

Su questo complesso argomento, in particolare sull'elaborazione del lutto, si veda anche il webinar in cui il Cisf ha coinvolto un gruppo di esperti, disponibile su YouTube           www.youtube.com/watch?v=lBqdJVELh1Q

Save the date

  • Eventi (USA) - 2/5 novembre 2021. Conferenza annuale NCFR-National Council on Family Relations, evento organizzato interamente online, previste tre sessioni plenarie.

www.ncfr.org/index.php/ncfr-2021/schedule/program-highlights

  • Rassegna (IT) - 5 novembre 2021 (inizio ORE 18.00). "La Bellezza (intorno le brutture)", proiezione di un film (“Nevia” di Nunzia De Stefano) presso la sala cinema della Casa delle Culture di Bari, nell'ambito della rassegna “ImparoAimPARARE”, organizzata dalla Scuola popolare della cooperativa sociale "I bambini di Truffaut", che da 10 anni parla agli educatori attraverso il cinema.

www.comune.bari.it/-/dal-22-ottobre-al-29-aprile-imparoaimparare-de-i-bambini-di-truffaut

  • Convegno (IT) - 11 novembre 2021 (inizio ore 17.30). "Il ritiro sociale: una sofferenza nascosta", convegno presso la Fondazione Ambrosianeum di Milano nell'ambito del ciclo "Le conquiste della medicina al servizio della persona"       www.ambrosianeum.org/il-ritiro-sociale-una-sofferenza-nascosta
  • Webinar (IT) - 12 novembre 2021 (16.30-18.30). "Effetto Covid e intervento sociale. Reti, bisogni e pratiche di resilienza", a cura di Fondazione ISMU.

www.ismu.org/webinar-effetto-covid-e-intervento-sociale-reti-bisogni-e-pratiche-di-resilienza

  • Conference (EU) - 15  novembre 2021 (9.00-16.45 Bruxelles time). "Charting the European economy post Covid-19: unusual times require unconventional policies", organizzato dalla Commissione Europea, evento in presenza e in diretta streaming

https://ec.europa.eu/economy_finance/arc2021/index.html

  • Webinar (EU) - 17 novembre 2021 (14.00-15.30 Bruxelles time). "Launch of new report "Values and Identities – a policymaker’s guide”, a cura della Commissione Europea [qui per info e iscrizioni].

https://ec.europa.eu/jrc/en/event/webinar/launch-values-and-identities

  • Eventi (IT) - 18/21 novembre 2021. XXIII Settimana Nazionale di Studi sulla spiritualità coniugale e familiare, intitolata "Famiglia come stile sinodale in cammino con Amoris Lætitia" e organizzata dalla CEI (Uff Naz per la Pastorale della Famiglia) ad Assisi. Inizio dei lavori: giovedì 18 novembre alle ore 16.00; sono previste cinque sessioni di

https://famiglia.chiesacattolica.it/xxiii-settimana-nazionale-di-studi-famiglia-come-stile-sinodale

  • Rassegna (IT) - 4/25 novembre 2021 (inizio ore 20.30). "Follia e dintorni”, rassegna cinematografica sulla cultura della disabilità, proposta dall'Organizzazione di Volontariato Rosa Bianca ODV e sostenuta da Unimore. Quattro proiezioni cinematografiche presso il Teatro La Tenda (viale Molza) di Modena, ingresso libero con prenotazione.                                         www.rosabiancamodena.it/eventi
  • Convegno (IT) - 5 novembre 2021 (inizio ore 15.00). "I colori dell'inclusione. Integrazione, famiglia, impresa", presentazione del libro di Gianluca Bucci e Danilo Bascucci; tra gli interventi anche quelli della sen. Paola Binetti e del Sott. alla Giustizia Anna Macina; evento in presenza presso la sala Nassiriya del Senato a Roma

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=9%3dBaAeFa%26r%3dY%26y%3dX8b%26z%3dY8YKa%261%3dD5QvO_3xYv_D8_xwdw_8B_3xYv_CC3S8.Ok0lQzK3ByKnFgHp.Fz_NbzV_XqJk0t8_xwdw_8Bt_0uHzOo_0pIr_E7l8gy0rQ4FuJp%26A%3dsQ4SiX.yBz%26E4%3dbCcK

  • Ciclo di incontri (IT) - 6/27 novembre 2021 (10.00-12.30). "Comunicare con il bambino prima della nascita", ciclo di incontri per futuri genitori organizzato dal Centro delle famiglie e CAV di Aosta. Eventi in presenza con prenotazione obbligatoria.

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/percorso-nascita-aosta.jpg

  • Convegno (IT) - 8 novembre 2021 (inizio ore 17.30). "Ester, Giuditta e le altre. La metafora del potere", primo appuntamento, condotto dalla teologa Adriana Valerio, di sei convegni dedicati alle donne nella Bibbia (novembre 2021–aprile 2022) e organizzati dal Centro Culturale San Paolo di Alba (ingresso libero e gratuito con green pass).

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=0%3d3UMf7U%264%3dZ%26p%3dRJc%26q%3dSJZBU%26C%3dEvK8_OSth_Zc_IizR_Sx_OSth_YhEwTuCwQv60.PcE88qC7Ak81QcC.1Q_trkw_47uFu7_0xUq_JCcKB8e95BpKA8c2s_OSth_YhCAM-nFu8p51Kc-aP-X3-SRY3.GvC%26f%3dDCPx4J.KgK%261P%3d7XOg

Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

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CHIESA CATTOLICA

Il rapporto. Il presidente dei vescovi francesi: «Abusi? Dolore, la verità unica via»

                «Proviamo dolore, vergogna e indignazione per le ferite tanto profonde e sconvolgenti inflitte ad innocenti senza difese. Ringrazio papa Francesco per le sue parole di vicinanza alle vittime degli abusi nella Chiesa in Francia». Monsignor Éric de Moulins-Beaufort, arcivescovo di Reims e presidente della Conferenza episcopale francese, è convinto da anni che l’unica strada praticabile sia affrontare fino in fondo lo scandalo degli abusi sessuali nella Chiesa, appena rivelati in tutta la loro ampiezza sul suolo francese dal rapporto della commissione indipendente CIASE, affidata nel 2018 proprio dalla Chiesa di Francia a Jean-Marc Sauvé, già vicepresidente del Consiglio di Stato.

                Che cosa rappresenta questo dossier voluto dalla Chiesa francese?

                Rappresenta una prova estremamente dura, ma prima di tutto un momento necessario verso la verità. Sono conclusioni che ci invitano ancor più all’umiltà e ci dicono di non smettere mai di restare in ascolto della parola delle vittime e di chi ha sofferto con loro. Il nostro pensiero resta rivolto a quanti hanno vissuto un dramma tanto intimo e incommensurabile. Per questo, è pure nostro dovere leggere e studiare attentamente in ogni sua parte il rapporto, per appropriarcene e rispondere al meglio alle giuste attese che esprime.

                Che cosa l’ha colpita nella lezione delle vittime che hanno trovato il coraggio di parlare?

                Si tratta di testimonianze di un coraggio estremo. Ho potuto personalmente parlare con alcune di loro e questo mi ha aiutato a misurare la profondità del dolore che continua ad abitare nel cuore, spesso a distanza di tanti anni. Si tratta di ferite che non possono essere cancellate e che ci fanno sentire piccoli di fronte al male commesso.

                «Che cosa ci è successo?», lei si è chiesto fin all’inizio del volume “La Chiesa di fronte alle sue sfide”. C’è stata una forma di cecità?

                A lungo non abbiamo saputo vedere quanto stava accadendo e abbiamo poi tardato a comprenderlo. Si tratta di drammi che hanno riguardato tanti luoghi diversi legati alla Chiesa, come i convitti che accolgono dei ragazzi. Luoghi in cui certamente c’è stato anche chi non ha voluto vedere.

                Lei ha evocato «le disfunzioni che hanno reso possibile che alcuni potessero imperversare per decenni e che solo così pochi siano stati denunciati». A che livello occorre correggere queste disfunzioni?

                Se gli abusi sono stati commessi in luoghi precisi, le mancanze riguardano tutti i livelli. Non possiamo rifugiarci dietro l’idea che un male tanto pervasivo abbia riguardato solo perimetri ristretti. Abbiamo intrapreso un’opera di revisione e di controllo nelle diocesi, ma la riflessione deve continuare, guidata dall’assoluta volontà che tutto questo non possa più ripetersi.

                La Conferenza episcopale prenderà misure forti in occasione della propria plenaria di novembre?

                Quanto ci viene chiesto è un cambiamento in profondità e questo richiede del tempo. Poche settimane non possono bastare. Alla prossima Assemblea plenaria stabiliremo un calendario d’azione in modo da rendere pieno e concreto questo cambiamento, senza schivare nessun punto. Dovremo agire per tappe e in modo sistematico.

                Alla plenaria di Lourdes si discuterà pure delle riparazioni?

                È una questione molto importante che abbiamo già iniziato ad affrontare, proponendo una soluzione di risarcimento che non ha ricevuto un’approvazione dalla CIASE. Rivedremo dunque la nostra proposta. Dovremo individuare i modi per trovare del denaro, ben sapendo di non disporre di risorse infinite. Ciò richiederà del discernimento, ma non ci tireremo indietro.

                Secondo la CIASE, i confessori non dovrebbero far valere il segreto della confessione rispetto agli abusi. Qual è la sua posizione?

                Su questo punto, occorre una particolare disponibilità di tutti al dialogo. Spiegheremo ancora il valore del segreto della confessione, che non è mai stato messo in discussione dallo Stato francese. Rispettare questo segreto significa rispettare pure la dignità della coscienza di ciascuno. Inoltre, spiegheremo che la nostra Conferenza episcopale non rappresenta la totalità della Chiesa e che rispondiamo tutti al diritto canonico.

                Presenterà questa posizione anche all’incontro di martedì con il ministro dell’Interno?

Sì, sarà un’occasione per ribadire che il segreto della confessione non è un modo per aggirare le leggi. Per dire pure che tale segreto può anzi rappresentare una prima occasione offerta anche alle vittime per liberare la loro parola.

                Il giudice Édouard Durand, a capo della neonata commissione indipendente CIIVISE sulla piaga degli incesti, ha dichiarato che «la scuola, lo sport, le altre religioni devono impegnarsi nello stesso processo di verità della Chiesa cattolica». Che cosa le ispirano queste parole?

                Sono parole che indicano un percorso ragionevole per ritrovare assieme, come società, delle soluzioni e una volontà pienamente condivise. Tutti assieme, e non certo separatamente, dobbiamo mostrarci capaci di sconfiggere queste piaghe diffuse molto più di quanto fossimo disposti a credere, dentro la Chiesa così come in altre sfere sociali.

                Molti fedeli restano sotto choc. Riusciranno davvero a leggere il rapporto?

                La lettura sarà una prova per tutti. Ma più che mai abbiamo un dovere di vicinanza verso quanti hanno sofferto. Appropriarsi della verità su tali orrori è l’unica strada anche per poter manifestare una solidarietà reale verso le vittime. Pertanto invitiamo i fedeli a condividere il rapporto e a discuterne in ogni parrocchia.

                Non solo in Francia, simili rivelazioni possono suscitare nei fedeli pure degli interrogativi spirituali…

                Il dolore profondo e la vergogna sincera che proviamo di fronte a tali abissi di sofferenza inflitti all’interno della Chiesa possono e dovrebbero essere visti oggi anche come doni della misericordia del Signore. Provare fino in fondo tutto il peso delle proprie colpe deve divenire un passo verso il discernimento nella ricerca del bene. Solo così sarà possibile trovare la strada per offrire prove concrete di responsabilità. Tutto questo ci mette di fronte alla nostra piccolezza di uomini e al bisogno costante di affidare la nostra esistenza alla misericordia divina.

Daniele Zappalà, Parigi                Avvenire             9 ottobre 2021

www.avvenire.it/chiesa/pagine/abusi-in-francia-intervista-presidente-vescovi-de-moulins-beaufort

 

Fare i conti con gli abusi ed espiarli. Mai più alibi è tempo di arare

                Il tema non è come chiedere perdono, ma come espiare. Se non accettiamo questa postura, tutte le altre parole e dichiarazioni saranno vane. Non si tratta di essere d’ora in avanti più attenti, più sensibili, più vigili nei confronti dell’enormità di un delitto che abbiamo vergognosamente sottovalutato e ostinatamente rimosso. L’enormità dei numeri nel dossier su 70 anni di abusi nella Chiesa francese, diffuso ieri, non parla di una strada smarrita: parla di un sentiero frequentato. La credibilità del nostro processo di espiazione chiede un deciso rimescolamento delle carte, che deve sbarrare la strada per vocazioni sbagliate ed esigere la prova di personalità risolte.

                Deve essere sottoposto a profonda rielaborazione critica, in primo luogo, il tratto infantile – in tutti i sensi, purtroppo – di una diffusa cultura ecclesiastica della sessualità. Ieri inquadrata moralmente in una sorta di estensione degli «atti impuri» (versione infantile); oggi riabilitata nelle forme della «tenerezza reciproca» (versione infantile, per quanto positiva).

                La serietà della costruzione di una personalità risolta, a riguardo della sessualità, quali che siano le sue scelte di vita, chiede una più profonda comprensione dei modi in cui essa segna – fra gli umani – le forme della relazione e del riconoscimento, dell’identità e dei legami. Una personalità risolta sa anche, e assimila in comportamenti di relazione e in stili di vita, che il riconoscimento della dimensione sessuale nel rapporto con un figlio o con una sorella trova la sua ricchezza e la sua profondità in un modo profondamente diverso da quello dell’uomo e della donna che li hanno generati.

                Non solo il godimento, ma neppure la tenerezza è identica: la persona matura sa come custodire la differenza, senza mortificarne la ricchezza. La cultura diffusa in questa fase, a proposito del consumo della sessualità, non guarda troppo per il sottile alla differenza. Non è un caso se la drammatica immaturità generata da questa confusione mostra sintomi orribili e tragiche ricadute sui rapporti affettivi: anche i più intimi e famigliari. Che cosa rende così permeabile l’ambiente religioso – e non solo dei sacerdoti – per un disorientamento di questo genere?

                Il dolore nel dolore che proviamo di fronte a questa evidenza è proprio l’accusa di insensibilità del resto della Chiesa. L’orrore è stato sottovalutato, ammorbidito in semplice errore. Eccessi di tenerezza, appunto, atti impuri. Lo stravolgimento della grammatica affettiva di base, l’ostruzione della maturazione personale, l’imposizione di auto-interrogazioni destabilizzanti e senza risposta: come mai l’enormità di tutto questo ha prodotto reazioni così insignificanti – e spesso ancora più colpevoli?

                La nostra testimonianza – della nostra vita, prima di tutto, ma anche della nostra cultura – dovrebbe rappresentare un elemento persuasivo e affidabile di contrasto nei confronti dello svilimento infantile della sessualità e della violenza drammatica che esso finisce sempre per coprire. Questa cultura mediocre e infantile non ci scusa. Piuttosto, essa aggrava la nostra responsabilità. Perché noi non siamo uomini e donne analfabeti e sprovveduti.

                Espiare, dunque, significherà anche questo. Noi impareremo a dichiarare con maggiore umiltà e con serena franchezza di non essere comunque all’altezza della grazia che predichiamo e dell’amore che portiamo. Non per accampare un facile alibi alla nostra vergogna, naturalmente. Ma piuttosto per accettare di esserne più severamente giudicati. La riconquista della differenza sostanziale fra uno stile ecclesiale devoto e sentimentale, carezzevole e possessivo, e quello evangelico di Gesù ci dovrà costare lacrime e sangue nei prossimi anni. E solo così ridiventeremo credibili. Come lo sono già – grazie a Dio – i molti che non cercano nella violazione degli inermi un risarcimento per l’impotenza della loro dedizione.

                La ruvida tenerezza della dedizione di Gesù – asciutta, forte, non appiccicosa, non clericale – è una rivelazione nella Rivelazione. Nella formazione è quasi scomparsa dai radar. Dobbiamo chiedere e accettare di essere giudicati su questo metro: è una priorità. Meno chiacchiere di sacrestia e futili dispute su quante candele o quanti kyrie eleison. La nostra espiazione deve essere una cosa seria. Proprio essa dovrà onorare la fede che ci è stata consegnata e riconciliare la comunità con il ministero che le viene dedicato. Dovremo vedere i frutti di questa espiazione, per essere sicuri che il suo seme ha rivoltato la terra. Dio sa fare questo. E se siamo credenti, chiediamogli di avere il coraggio di affondare l’aratro, anche dove fa male.

                Pierangelo Sequeri* consultore del Sinodo dei vescovi                  Avvenire             6 ottobre 2021

*teologo, musicologo, musicista, già preside del Pontificio istituto Giovanni Paolo II

www.avvenire.it/opinioni/pagine/mai-pi-alibi-tempo-di-arare

 

Una teologia della memoria in tempi di abusi sessuali commessi dal clero

                Il 5 ottobre 2021 scorso è stato reso noto il Rapporto della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (Ciase) in Francia. Esso è stato chiesto dalla Conferenza episcopale francese e adesso è a disposizione per un esame approfondito, in modo che si possa compiere un nuovo passo qualificato nel campo della lotta contro gli abusi. Il Rapporto mostra come circa 3.000 preti e religiosi abbiano commesso abusi sessuali su minori o persone vulnerabili in 70 anni. Un totale di 216.000 persone in Francia oggi (con un margine di errore di 50.000) sono state abusate da preti e religiosi cattolici. Se si includono le aggressioni commesse da laici (soprattutto nelle scuole), questa stima sale a 330.000 persone. Ma questo è solamente un tassello di un quadro più ampio.

                La crisi mondiale degli abusi sessuali da parte del clero ha inferto ferite che impiegheranno molti anni a guarire. Va riconosciuto che la negazione degli abusi è tuttora un problema. La terribile tragedia perpetrata nei confronti di bambini e adulti vulnerabili da parte del clero e le sue conseguenze lasciano tuttora cicatrici in tutto il popolo di Dio e rendono necessaria una teologia che valuti il ruolo della memoria. Essendo convinti che una famiglia che non ricorda scompare, riteniamo che quello della memoria sia un imperativo teologico. Ma quale tipo di memoria? Come si fa a guarire i ricordi? Come Johann Baptist Metz sottolineava a proposito dell’Olocausto ebraico, i componenti del popolo di Dio «non devono lasciarsi bloccare da memorie non riconciliate, nemmeno a livello teologico, ma piuttosto devono valersene con fede e con esse parlare di Dio».

                Teologia e ferite dell’uomo. Se è vero che la memoria costituisce il grembo della storia e della teologia, in un mondo violento la teologia deve prendere le mosse proprio dai luoghi delle ferite. Questo articolo offre una rivisitazione del rapporto tra l’umanità e la Chiesa di Dio ferito dagli abusi sessuali del clero sui minori, ma anche dell’autorevolezza della Chiesa oggi minata dalla perdita di credibilità. Occorre formulare una teologia capace di orientare la riconciliazione della memoria e, al tempo stesso, di re-immaginare il valore della salvezza in una Chiesa che si sforza di guarire le ferite delle persone. L’obiettivo, quindi, è quello di affrontare gli aspetti teologici, antropologici, ecclesiali e morali della memoria, ossia di valutare l’ambivalenza della colpa, di soppesare quali specifici ricordi debbano avere la priorità rispetto ad altri, di confrontarsi con memorie collettive e individuali non riconciliate e con il significato vitale del perdono.

                «Memorie non riconciliate» è l’espressione precisa che useremo in seguito in un contesto di pedofilia. Essa si contestualizza in molti casi; ne evidenziamo alcuni:

  1. La memoria non riconciliata riguarda le numerose vittime che sono sopravvissute alla violenza sessuale da parte di sacerdoti e che devono affrontare il difficile percorso di essere lasciate sole a raccontare la loro storia in un contesto di negazioni degli abusi o di soppressioni della memoria.
  2. Si riferisce alla memoria dei bambini nati dallo stupro.
  3. Denota anche molte vittime che hanno deciso di allontanarsi il più possibile da coloro che le hanno ferite.
  4. Le memorie non riconciliate sono insite anche negli autori degli abusi, in coloro che sono usciti dal carcere e in quelli che si trovano in case di riposo, perché è stato loro vietato di esercitare ogni ministero ecclesiale pubblico o perché sono stati ridotti allo stato laicale. Essi devono trovare un modo di coesistere con le vittime dei loro abusi o con il peso interiore che deriva dal sapere che, se non avessero violentato persone giovani e vulnerabili, l’odierna crisi nella Chiesa non avrebbe raggiunto le attuali dimensioni.
  5. Teologicamente, le memorie non riconciliate riguardano quale posto abbia Dio nel mare di sofferenza conseguente agli abusi.
  6. Infine, molte persone devono ancora fare i conti con le mancanze istituzionali della Chiesa cattolica, i suoi peccati istituzionali, le complicità e le mancate assunzioni di responsabilità tuttora presenti. Yves Congar non avrebbe potuto dirlo meglio: da parte dei nostri contemporanei, nei confronti della Chiesa, «più che dei peccati dei suoi membri, ci si scandalizzerà delle sue incomprensioni, delle sue grettezze, dei suoi ritardi».

                Il concetto di memoria nella teologia. Se si tengono presenti tali memorie non riconciliate e irreconciliabili, qual è, allora, il luogo della memoria nella teologia? Il concetto di memoria trae origine dal verbo ebraico zakar e significa non soltanto «ricordare», ma anche «ripetere», nel senso di tornare a raccontarlo, ad attestarlo. Non è difficile cogliere quale sia l’importanza di ricordare crimini come gli abusi sessuali del clero. Infatti, «i crimini commessi nel passato non appartengono al passato, ma sono, al contrario, del tutto attuali. Essi hanno segnato le nostre società […], nelle quali il trauma che hanno impresso resta molto presente» .Queste possono sembrare affermazioni generiche, tuttavia danno un’idea di quanto il passato incida sulle vite e sulle comunità. L’appello a ricordare non è soltanto un invito a volgersi verso il passato, ma è anche un appello per il presente e per il futuro. Ci fa capire che per molte persone il presente è doloroso. Per molte vittime di abusi sessuali da parte del clero il passato non è passato; pertanto, «ricordare significa essere presenti. Ma è anche qualcosa su cui agire, e agire ancora, oggi e domani, per costruire una società in cui simili azioni mostruose e criminali siano semplicemente impensabili». Ricordare le vittime degli attacchi terroristici a New York, Nairobi, Parigi e Bruxelles ha questo scopo.

                La teologia cristiana riconosce che, quanto all’orientamento dell’essere umano verso Dio, siamo essenzialmente persone caratterizzate dalla memoria. I cristiani ricordano ciò che Dio ha fatto nella vita, morte e risurrezione di Gesù e attraverso di esse. Ricordano la presenza viva dello Spirito di Dio nella Chiesa. E celebrano l’invito di Gesù a spezzare il pane e a condividere un calice di vino in memoria di lui (cfr Lc 22,19; 1 Cor 11,24). La teologia cristiana riveste un ruolo fondamentale nel rapporto con la memoria e nel delineare l’identità delle persone. «L’intelligibilità del cristianesimo è trasponibile in termini non puramente speculativi, bensì narrativi: cristianesimo narrativo-pratico».

                Si stabilisce così una correlazione fondamentale tra la fede delle persone e la loro situazione contemporanea. La teologia ha una dimensione relazionale inevitabile. Nel fare teologia occorre essere immersi nella vita del popolo di Dio e vedere come il messaggio di Gesù sul regno di Dio possa dare orientamento a tale vita. Sostanzialmente, la teologia è un’incessante risposta a Dio, che per primo resta continuamente in noi. Questa risposta, radicata nella fede, ci aiuta a capire qualcosa sul mondo, sulla vita umana con il suo orientamento verso il Signore, su Dio che è assoluta trascendenza eppure realtà immanente, e su noi stessi. La teologia è radicata nella storia e nelle realtà politiche ed economiche del nostro mondo, che spesso sono segnate dalla gioia, ma anche dalla sofferenza del popolo di Dio. Inevitabilmente, essa riguarda l’esperienza umana, il linguaggio, le idee e le azioni. Sono questi i media attraverso i quali cerchiamo di impegnarci in una relazione con Dio. C’è, quindi, un orizzonte intellettuale ed esperienziale che è costitutivo della teologia come iniziativa umana, radicata nel ricordo di come Dio continua ad agire nella storia.

                La memoria è fondamentale per la formazione dell’identità umana. Per Paul Ricœur, essa si colloca nella dimensione dell’affettività: noi possiamo ricordare, perché alla cosa ricordata è legato un particolare amore o odio (dispiacere). Aristotele propone una riflessione analoga nell’Etica Nicomachea, dove afferma che ciò che siamo è dovuto a coloro che ci hanno preceduto e fanno parte di noi, e noi raccogliamo i loro ricordi. Sottolinea che la memoria ci permette di rispettare gli altri, di ricompensarli come è dovuto. È una questione di giustizia. I teologi contemporanei ne convengono. Per esempio, Elizabeth Johnson scrive: «Ricordare la grande folla di amici di Dio e profeti apre possibilità per il futuro; le loro vite esprimono un programma inconcluso che è ora nelle nostre mani; la loro memoria è un incentivo all’azione». Per Elie Wiesel, la memoria congiunge passato e presente: «È perché ricordo la nostra comune origine che mi avvicino agli uomini miei fratelli. È perché rifiuto di dimenticare che il loro futuro è importante quanto il mio […]. Che ne sarebbe del futuro dell’uomo se fosse privo di memoria?».

                Se guardiamo agli strazianti ricordi non riconciliati dovuti agli abusi sessuali del clero, le espressioni che abbiamo letto fanno da presupposto e da logica in base a cui cogliere ciò che significa esplorare il «lavorio della memoria», e indicano in che modo la teologia può contribuire a liberare sia la persona ferita sia la Chiesa.

                Trasformare la memoria delle persone. Il compito di trasformare e (ri)formare la memoria delle persone e la loro identità non può restare ai margini della riflessione teologica sistematica, dal momento che la teologia, alla luce della memoria della passione, morte e risurrezione di Gesù, riserva uno spazio particolare al ricordo della natura del peccato e della sofferenza, al ruolo dei testimoni e degli spettatori. Flora Keshgegian, pastora della Chiesa episcopale, afferma che il punto cruciale non è precisare che cosa la teologia possa fare dopo tanta sofferenza, e nemmeno elaborare una riflessione sulla storia e sulla memoria, ma piuttosto mostrare la «situazione del cristianesimo, che più volte si è messo in pericolo per la complicità con i regimi dittatoriali che hanno perpetrato abusi, persecuzione e violenza».

                Veniamo giudicati non soltanto da Dio, ma anche dalla nostra solidarietà con il peccato e con il silenzio davanti a coloro che soffrono. Forse «ci possono essere momenti in cui siamo impotenti a prevenire l’ingiustizia, ma non ci deve mai essere un momento in cui manchiamo di protestare». A tale riguardo, la neutralità non è ammissibile, e si deve prendere posizione. Come ha affermato Elie Wiesel, «a volte dobbiamo interferire. Quando le vite umane sono in pericolo, quando la dignità umana è in pericolo, i confini nazionali diventano irrilevanti». I teologi dovrebbero non soltanto riflettere sulle implicazioni del peccato umano, ma anche tener conto della testimonianza del passato e del presente, offrendo speranza per il futuro e rendendo giustizia ai morti e ai vivi. Si devono proporre un’apologia della speranza e il carattere distintivo della speranza cristiana per aiutare gli uomini a comprendere che la memoria ha un impatto su quello che possiamo diventare, ma che ciò lo si può fare soltanto quando una memoria costruttiva plasma il modo di guardare il passato e così scongiura un continuo impatto distruttivo sul presente.

                La memoria in un’epoca di abusi sessuali. Che cosa significa «riconciliare la memoria» in un’epoca di abusi sessuali del clero e di insabbiamenti? In parte, ciò significa smascherare le bugie dell’autore del male, il quale se ne serve per continuare a perpetrare il suo oltraggio. È un processo liberatorio rispetto al potere del passato, compiuto lavorando sui ricordi delle ferite inflitte. La vittima e il colpevole – i bambini e i sacerdoti – sono legati da una relazione di sospetto; ma una volta che hanno imparato in modo costruttivo dal passato, essi possono meglio lavorare per riuscire a svincolarsi l’una dall’altro, e colui che perdona compie sempre qualcosa di inconcepibile. La trasformazione della memoria può comportare un processo in cui si cammina a fianco delle vittime, nel tentativo di capire che cosa è successo, come ha fatto Gesù con i discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35). Egli li ha aiutati a comprendere che, nel loro andare verso qualcosa, in effetti stavano fuggendo da qualcosa: dalla tremenda crocifissione del loro amico Gesù. Purificare la memoria significa dire di no, empaticamente, a chi vuole chiudere con il passato. Significa affermare che il futuro è nel cammino, in quello sforzo dinamico verso la liberazione legato alla creazione di uno spazio per la riconciliazione, ed è nello stesso tempo offrire a chi è «imperdonabile» il dono divino del perdono. Si tratta di un atto rituale che proclama la possibilità – per il sopravvissuto e per il colpevole – di avere un futuro diverso. In questo modo affermiamo che la memoria riconciliante è un dovere verso gli afflitti, i bambini violati, e verso i sacerdoti.

                La complessità della storia di abusi sessuali da parte del clero racchiude questioni vitali per la teologia: l’importanza dell’umiltà, della necessità di un pluralismo di prospettive, la necessità della compassione, la profondità del discepolato cristiano, la revisione della formazione del clero. È indispensabile ascoltare l’esigente parola di Dio in un’epoca in cui così tante persone sono state ferite, e ascoltarsi l’un l’altro. Karl Rahner ha affermato che «quando abbiamo detto di noi tutto ciò che si può dirne […], non abbiamo ancora detto niente su di noi, se non […] abbiamo aggiunto che siamo esseri orientati verso Dio, che è incomprensibile». Dal momento che gli abusi sessuali commessi da esponenti del clero hanno rovinato la vita di tanti bambini, dobbiamo riscoprire le implicazioni di quella realtà che Rahner chiama «esistenziale soprannaturale» e «potenza obbedienziale». La prima espressione si riferisce al fatto che siamo un’umanità a cui è stata donata la grazia: tutto ciò che siamo è legato alla nostra relazione con Dio. «Non c’è niente di ciò che siamo come esseri umani che sia estraneo al nostro rapporto con Dio […]. Con una capacità di trascendere qualsiasi cosa che noi possiamo controllare […], siamo definiti da un’apertura che in definitiva soltanto Dio può soddisfare […]. Non c’è natura umana senza Dio». La seconda espressione – «potenza obbedienziale» – si riferisce alla nostra capacità di ascoltare la parola di Dio; riguarda «non solo quel che facciamo con le nostre orecchie […], ma l’essere aperti con tutta la nostra umanità alla parola di Dio, essere aperti alla presenza di Dio in tutto l’universo creato».

                Abbiamo bisogno di capire come Dio agisce nella storia e di riconoscere che gli interrogativi fondamentali della teologia scaturiscono dalla nostra comune umanità, quando affrontiamo insieme la sfida del destino umano. Il compito della teologia è formulare domande fondamentali di significato e di verità su come vada accostato il mistero di Dio e, inoltre, domande sulla nostra esistenza in quanto esseri umani, sulla società e sull’intera creazione; e fare tutto ciò con fede, dando risposte rigorose. Pertanto le teologie nascono da coloro che ragionano con la loro testa, e con la fede cercano di mostrare il mistero incomprensibile di Dio e in che modo esso dia senso alla vita del suo popolo.

                La riconciliazione della memoria. Nel contesto delle ferite degli abusi sessuali del clero, la teologia deve liberarsi dalla chiusura di una Chiesa che è stata plasmata da sensibilità borghesi e classiste ed è stata condizionata dal suo essere preoccupata per la rispettabilità, il successo materiale, l’autoritarismo, da una concezione debole o facile del Dio di Gesù Cristo e di un servizio del suo Vangelo fatto solo di parole. La Chiesa purtroppo è venuta meno al suo dovere di onorare le persone, peccando così contro il loro Creatore e rinnegando se stessa. Non ci può essere un’autentica teologia cristiana se voltiamo le spalle alle ferite di quanti sono stati abusati da preti e vescovi; così facendo, verremmo meno al dovere di prendere sul serio il passato. Ricordare le ferite della pedofilia non è mai una mera ri-presentazione «fattuale» del passato in quanto passato. Hannah Arendt ci offre un’analogia calzante: «Descrivere i campi di concentramento sine ira non significa essere “obiettivi”, ma assolverli». Ma da dove viene la nostra «ira», la nostra indignazione? Per re-immaginare l’umano e la Chiesa è essenziale la riconciliazione della memoria. Pertanto, come possiamo effettivamente affrontare i ricordi non riconciliati?

  1. In primo luogo, la riconciliazione della memoria deve riconoscere che le «negazioni dell’abuso» costituiscono ancora un problema, e deve mettere al primo posto la verità su quanto è accaduto, sul perché è accaduto e su chi ha compiuto il male. La memoria degli abusi sessuali del clero deve diventare la base a partire dalla quale affrontare la realtà attuale e chiedere cambiamento e assunzione di responsabilità. Scrivendo della forza della verità, sant’Agostino precisa: «Si dica allora la verità, specialmente quando qualche problema spinge a dirla; e lasciamo che quelli che ne sono capaci comprendano; altrimenti, se si tace per quelli che non possono capire, non solo sono defraudati della verità, ma sono addirittura conquistati dal falso quelli che potrebbero conquistare il vero e con esso mettersi al riparo dalla falsità».
  2. In secondo luogo, dobbiamo sostenere le vittime e riconoscere le responsabilità dei ministri della Chiesa. Questa è la teologia della memoria. Nessuno ha detto che ciò è o sarà facile. È un lavoro arduo, anzi impossibile, se fatto in solitudine; ma con il perdono otteniamo la riconciliazione della memoria nel nostro rapporto con Dio e tra di noi, nel contesto degli abusi sessuali del clero nella Chiesa.
  3. In terzo luogo, nel cammino verso la riconciliazione della memoria la Chiesa farebbe bene a prestare attenzione a quanto afferma il gesuita William O’Neill: «La memoria nata dalla testimonianza deve attribuire le responsabilità delle storture sistemiche dell’ideologia suprematista, ma deve anche rifiutarsi di “essenzializzare” vittima e carnefice. Le vittime possono diventare carnefici». Questa riconciliazione della memoria è quindi un compito rivolto a tutti i fratelli nella fede.
  4. In quarto luogo, pensare al compito della teologia in un’epoca di abusi sessuali del clero esige che si assuma il fermo impegno che una nuova teologia verrà scritta con il sangue delle vittime. Questo significa prendere seri provvedimenti contro chi ha abusato; significa prendere sul serio il passato e il presente. Riflettendo sulle visite da lei fatte alle tombe dei suoi parenti e amici, Maggy Barankitse, una signora tutsi del Burundi, ha scritto: «La ragione che mi spinge a tornare su quelle tombe non è rivivere il trauma, ma riuscire a vedere il futuro in modo più chiaro». La memoria deve prevedere e guidare gli atteggiamenti delle vittime verso la vita e, allo stesso tempo, aiutare loro e tutta la Chiesa «a rendersi consapevoli che si può vedere chiaramente il futuro solo ricordando il passato».
  5. In quinto luogo, molte persone si lamentano perché in Vaticano e in altre istituzioni della Chiesa si fa un gran parlare di guarigione, mentre andrebbero rafforzate le misure per rendere i vescovi locali responsabili di quello che sta accadendo. Allo stesso tempo, i ricordi dolorosi delle vittime vanno ascoltati e rispettati.
  6. In sesto luogo, la riconciliazione delle memorie dovrebbe costruire un’apologia della speranza per ispirare una nuova teologia per una Chiesa rinnovata, in modo che si possano ascoltare ancora una volta, nonostante le nostre ferite ecclesiali, queste parole di Dio: «Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo – oracolo del Signore –, progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza» (Ger 29,11). È questa speranza che ci consente di immaginare il perdono dell’imperdonabile.

                Concludiamo il nostro ragionamento con le parole che papa Francesco ha usato alla fine dell’Udienza generale del 6 ottobre 2021 scorso, riferendosi al Rapporto francese citato all’inizio. Esse esprimono in forma di appello considerazioni che abbiamo esposto in queste nostre pagine: «Desidero esprimere alle vittime la mia tristezza e il mio dolore per i traumi che hanno subito e la mia vergogna, la nostra vergogna, la mia vergogna, per la troppo lunga incapacità della Chiesa di metterle al centro delle sue preoccupazioni, assicurando loro la mia preghiera. E prego e preghiamo insieme tutti: “A te Signore la gloria, a noi la vergogna”: questo è il momento della vergogna. Incoraggio i vescovi e voi, cari fratelli che siete venuti qui a condividere questo momento, incoraggio i vescovi e i superiori religiosi a continuare a compiere tutti gli sforzi affinché drammi simili non si ripetano. Esprimo ai sacerdoti di Francia vicinanza e paterno sostegno davanti a questa prova, che è dura ma è salutare, e invito i cattolici francesi ad assumere le loro responsabilità per garantire che la Chiesa sia una casa sicura per tutti».

Marcel Uwineza              La civiltà cattolica           Quaderno 4112, pag. 169 – 179 Anno 2021         22  note

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L’era dell’incertezza del pontificato di Bergoglio e la supremazia della religione fai-da-te

                Il paradosso delle manovre pre-conclave, che sempre si sviluppano quando un pontefice entra nell’età avanzata, è che gli oppositori di Francesco sanno che non potranno puntare su un puro conservatore, mentre i riformisti sanno che non sembra esserci spazio per un Francesco II. In realtà la Chiesa cattolica è entrata da 60 anni in una fase di grande transizione verso un assetto ancora indefinibile. I credenti dell’animata e feconda epoca conciliare e postconciliare non sono riusciti a trasmettere lo stesso impegno ed entusiasmo alle generazioni successive e soprattutto il processo di secolarizzazione è andato inesorabilmente avanti.

                Nessun pontefice dell’ultimo mezzo secolo – si chiami Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II o Benedetto o Francesco e quali che siano il loro modo di agire, cultura, visione teologica – è riuscito a riportare alle messe o alla confessione e comunione un numero maggiore di fedeli. E intanto cadono senza sosta le adesioni al sacerdozio e agli ordini religiosi femminili. Eppure se qualcuno pensava che la secolarizzazione avesse per effetto una emancipazione definitiva dal “credere” e significasse di per sé un estendersi sistematico di una razionalità lontana dalla fede, i fatti lo smentiscono. Aumenta invece la molteplicità delle scelte, la soggettività frammentata e individualista, l’approccio al fai-da-te della credenza, il rifugio nelle sette, nei movimenti, nella meditazione, persino nell’astrologia. E resta saldo – benché spesso segreto – l’impulso e il bisogno alla preghiera.

                È l’età dell’incertezza. E Roberto Cipriani, già docente all’università Roma Tre e presidente dell’Associazione italiana di sociologia, veterano di ricerche sulla religione, nel suo volume L’incerta fede (ed. FrancoAngeli) porta un ingente materiale di riflessione. Più che mai necessario ora che papa Bergoglio ha lanciato un processo sinodale di due anni, simile ad un piccolo concilio: dedicato a forma e missione della Chiesa nel XXI secolo.

                È proprio il sentimento oscillante la caratteristica dell’era della transizione. Aumentano i nomadi della credenza, gli autonomi, i lontani. La ricerca indica un compatto 30% che sente Dio poco vicino o per nulla vicino. Un 20% circa non crede proprio in Dio o la questione è indifferente. A cui si aggiunge un robusto 14% di chi crede o non crede a seconda dei momenti. Poiché la ricerca si è svolta non solo statisticamente tramite questionari, ma anche attraverso colloqui specifici, il quadro va più in profondità e tocca gli stati d’animo. La domanda sul “sentimento” nei confronti di Dio fotografa perfettamente la situazione. Sentimento positivo: 28%, negativo 23%. Il “neutro” è eclatante: 48,6%.

                Il punto rilevante dell’epoca attuale è tuttavia il rapporto con la religione organizzata in forma istituzionale. Alla domanda quale posto occupi la religione nella propria vita, la risposta di quasi due terzi degli interrogati evidenzia la sua importanza. Ma quando si chiede ai fedeli se aderiscano alla propria confessione in maniera incondizionata, il Sì riguarda soltanto un terzo. Oltre il 50% esprime riserve o il diritto ad avere proprie posizioni. Nella sfera sessuale il predominio del giudizio autonomo a prescindere da papi e vescovi raggiunge il 65%. È la supremazia, ormai radicata, della religione-a-modo-mio. Significativo da questo punto di vista è che in una religione comunitaria per eccellenza come quella cristiana – incentrata sulla messa celebrata dal sacerdote e sul ruolo sacerdotale di chi ascolta la confessione, unisce in matrimonio, battezza i neonati e accompagna con il sacramento i morenti – quasi la metà degli intervistati risponda che “ognuno può vedersela da solo con Dio senza bisogno di preti e Chiesa”.

                Eppure tutto ciò non è in contrasto con una vita spirituale proiettata in diverse dimensioni. Uomini e donne credenti pregano molto. Lasciando da parte chi lo fa per dovere o tradizione, quasi un notevole 50% si raccoglie in preghiera per sentirsi vicino a Dio, per “lodarlo”, per trovare conforto o fare chiarezza dentro se stessi. Anche qui tuttavia il paesaggio è frastagliato. Un 40% circa si rivolge proprio a Dio, un 30% no. Nulla è semplice e univoco nell’età dell’incertezza. In questo mare in cui le onde si sovrappongono senza sosta, alla domanda se “nella sua vita è mai capitato di avere la sensazione che Dio o un essere superiore vigila sulla sua vita e la protegga?”, quasi il 60% risponde direttamente in maniera affermativa.

                Nella stagione del movimento e del giudizio personale la figura di papa Bergoglio riceve naturalmente consensi che vanno dai due terzi all’80%. Si percepisce chiaramente la sua azione di rottura e il suo contrasto con la struttura tradizionale del Vaticano, e al tempo stesso la maggioranza degli interrogati lo considera più impegnato socialmente che portatore di spiritualità.

                Tutto è fluido. “Non sono un’osservante, non mi faccio il problema di andare alla messa la domenica, non mi confesso e non prendo la comunione regolarmente, però io un mio modo di credere e praticare secondo i principi cristiani ce l’ho”, spiega un’intervistata. Certamente l’area dell’incerta fede è destinata a superare la massa dei credenti militanti. Crescono i non praticanti e diminuiscono i partecipanti ai riti religiosi, però si sviluppa una spiritualità autodeterminata mentre la credenza in Dio assume forme nuove, mobili, diventando frutto di personalissime riflessioni e sperimentazioni.

                Il bello della ricerca di Cipriani sta nel valorizzare la multidiversità, incluse le contraddizioni. Perché poi, a sorpresa, la maggioranza delle persone risponde che è un bene che la Chiesa tenga fermi i propri principi senza lasciarsi influenzare dalle opinioni prevalenti.

                               Marco Politi, scrittore e giornalista        il fatto quotidiano          23 ottobre 2021

www.ilfattoquotidiano.it/2021/10/23/lera-dellincertezza-del-pontificato-di-bergoglio-e-la-supremazia-della-religione-fai-da-te/6364800

{Ma prima, era Chiesa o religione. Ndr}

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CHIESA DI TUTTI

Preti celibi e preti sposati

                A causa delle dimissioni del vescovo di Solsona, Xavier Novell, torna sul tavolo il dibattito, sempre pendente e sempre acceso, sul celibato dei preti. Va ricordato che il Concilio Vaticano II nel Decreto sui preti afferma che il celibato «non è richiesto dalla natura stessa del sacerdozio», poiché non è un dogma di fede.

www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_decree_19651207_presbyterorum-ordinis_it.html

                Di più: nell'Oriente cristiano, sia cattolico che ortodosso, “oltre a chi sceglie il celibato, ci sono anche preti sposati”. Padre Manel Nin, monaco di Montserrat ed esarca dei cattolici bizantini di Grecia, che è stato padre spirituale (1996-1999) e rettore (1999-2016) del Pontificio Collegio Greco di Roma, ricordava in un suo articolo (Catalunya Religió, 17 febbraio 2021) che “le Chiese cattoliche bizantine hanno un doppio clero, sposato e celibe”. Non è che i preti si sposino, ma che i seminaristi che si sono sposati sono ordinati preti. Così, ad esempio, in Ungheria e Ucraina, “il 99% del clero è sposato”, mentre in altri Paesi i preti sposati sono il 75%, il 50% o il 30%.

                Padre Manel Nin, a causa del tempo trascorso nel Collegio Greco, ha detto che nella sua fase di padre spirituale e rettore aveva incontrato “preti sposati, ottimi preti ed ottimi padri di famiglia” e anche “ottimi preti celibi”. E per questo “il tema dell’apertura della Chiesa cattolica latina all'ordinazione di uomini sposati” padre Manel “lo amplierebbe dicendo: aprire la Chiesa cattolica latina ai preti celibi e ai preti sposati”. Anche papa Francesco nel maggio 2014, di ritorno dal viaggio in Terra Santa, ha detto a proposito dei preti, che “il celibato non è dogma di fede, è regola di vita” e “poiché non è un dogma di fede, la porta è aperta”. Il papa ha anche ricordato che “la Chiesa cattolica ha preti sposati nei riti orientali”, i preti cattolici delle Chiese orientali (maroniti, armeni, melchiti o copti) in piena comunione con Roma, che mantengono il carattere facoltativo del celibato dei preti.

www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2014/may/documents/papa-francesco_20140526_terra-santa-conferenza-stampa.html

                Come ho detto prima, il Concilio Vaticano II nel Decreto sui presbiteri ↑afferma che il celibato “non è certamente richiesto dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta evidente se si pensa alla prassi della Chiesa primitiva e alla tradizione delle Chiese orientali, nelle quali, oltre a coloro che assieme a tutti i vescovi scelgono con l'aiuto della grazia il celibato, vi sono anche degli eccellenti presbiteri coniugati”. Di fatto, la Chiesa primitiva non aveva il celibato come conditio sine qua non per essere ordinato. Così la prima lettera a Timoteo, quando parla dei requisiti per essere eletto vescovo, dice che l’ordinato deve essere “sposo di una sola moglie” (1Tm 3,2) e la lettera a Tito riguardo ai preti dice anche che l’ordinato “sia irreprensibile, marito di una sola moglie” (Tt 1,6).

                Potrebbe esserci un nuovo ripensamento del celibato presbiterale con papa Francesco? In effetti, non è solo il papa che lascia la porta aperta per discutere di questo tema. Il cardinale brasiliano Claudio Hummes (che ha detto a Bergoglio in conclave: “ricordati dei poveri”) ha affermato anche che “il celibato non fa parte del dogma della Chiesa e la questione è aperta alla discussione”. E inoltre, anche l’ex vescovo di Lleida, Joan Piris, ha detto che “il celibato può essere rivisto”, pur ritenendo che questo tema non sia fondamentale. Inoltre, nell’ottobre 2019 il Sinodo dell’Amazzonia ha aperto la porta all’ordinazione degli uomini sposati con 128 voti a favore e 41 contrari. E, se le Chiese orientali hanno il celibato facoltativo per i preti, perché non può essere così anche nella Chiesa latina? E se i diaconi, chiamati permanenti, possono essere sposati e lo sono anche i preti anglicani passati alla Chiesa cattolica, non possono esserlo anche i preti della Chiesa romana? Anche padre Xavier Poch, superiore del monastero del Miracle, a proposito del celibato dei preti ha detto molto giustamente che “si dovrebbe ricondurre la norma attuale verso l’opzionalità” (Regió 7, 26 settembre 2021).

                È diverso il caso dei religiosi e dei monaci, dove fin dall’inizio del monachesimo e della vita consacrata, il celibato è un aspetto che ci “identifica e ci configura come modello di vita”. Infine, va ricordato che nell’omelia del 12 maggio 2014 papa Francesco ha detto: «Chi sono io per porre ostacoli? Chi siamo noi per chiudere le porte? È lo Spirito che fa camminare la Chiesa. Sempre di più, al di là dei limiti, sempre più avanti”. E, come ha detto il teologo José María Castillo, “Gesù ha istituito l’Eucaristia, ma non il celibato”.

                Josep Misquel Bausset “Religión Digital ”           25 ottobre 2021              www.religiondigital.com

Traduzione cura di Lorenzo Tommaselli

ilsismografo.blogspot.com/2021/10/mondo-preti-celibi-e-preti-sposati.html

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CITTÀ DEL VATICANO

Papa Francesco e il dossier sulla pedofilia in Francia: 200mila minori abusati da tremila preti in 70 anni

                Di fronte al raccapricciante risultato del rapporto choc sulla pedofilia in Francia – appurando che nell’arco di 70 anni sono stati abusati più di 200mila bambini da circa tremila sacerdoti – il Papa ha manifestato enorme dolore. I numeri affiorati grazie al lavoro triennale di una commissione indipendente guidata da un autorevole giudice, di fatto erano già conosciuti in Vaticano, visto che Bergoglio era stato informato dai vescovi quattro giorni fa, durante una udienza fiume concessa ai vertici dell’episcopato d’Oltralpe.

                L’associazione delle vittime italiane Rete l’Abuso ha evidenziato che si tratterebbe di una percentuale altissima: oltre il 13 % di preti abusatori su un totale di 22 mila preti (numero attuale di sacerdoti ma rimasto sostanzialmente invariato negli anni). «Il suo pensiero va anzitutto alle vittime, con grande dispiacere, per le loro ferite, e gratitudine, per il loro coraggio nel denunciare, e alla Chiesa di Francia, perché, nella consapevolezza di questa terribile realtà, unita alla sofferenza del Signore per i suoi figli più vulnerabili, possa intraprendere una via di redenzione. Con la sua preghiera il Papa affida al Signore il Popolo di Dio in Francia, particolarmente le vittime, perché doni loro conforto e consolazione e con la giustizia possa giungere il miracolo della guarigione», ha fatto sapere il Vaticano.

                Stamattina la pubblicazione del dossier ha sconvolto l’intero paese. La Chiesa, per lungo tempo, ha mostrato «profonda, totale e persino crudele indifferenza verso le persone abusate, proteggendo se stessa piuttosto che le vittime» ha denunciato Jean-Marc Sauve, capo della commissione che ha compilato il rapporto. La maggior parte erano ragazzi tra i 10 e i 13 anni. Dal rapporto emerge che la Chiesa non solo non ha preso le misure necessarie per prevenire gli abusi, ma non è nemmeno riuscita a denunciarli e talvolta ha messo consapevolmente i bambini in contatto con i predatori. Il presidente della conferenza episcopale francese, Eric de Moulins-Beaufort chinando il capo a nome di tutti i vescovi ha affermato che si tratta di una piaga della quale vergognarsi. Ha chiesto perdono e ha promesso che non accadranno più cose simili.

                La commissione è stata voluta e istituita dai vescovi alla fine del 2018 per far luce sugli abusi e ripristinare la fiducia pubblica nella Chiesa in un momento di calo dei fedeli e dei credenti. Il giudice Sauve ha ammesso che il problema però è ancora lì, visto che la Chiesa ha mostrato fino agli anni 2000 una completa indifferenza» nei confronti delle vittime. Tuttavia ha iniziato a cambiare veramente atteggiamento solo nel 2015-2016. Dai dati incrociati dai database della Chiesa, delle procure, dei mass media la stima del fenomeno potrebbe allargarsi fino a salire a 330.000 vittime se si includono gli abusi da parte di membri laici. A questo si aggiunge che i sospetti pedofili potrebbero essere da 2.900 a 3.200 in un arco temporale di 70 anni.

www.ilgazzettino.it/italia/cronaca_bianca/papa_francesco_preti_pedofili_francia_dossier_abusi_minori-6238405.html

Redazione Web   Rete L’abuso  6 ottobre 2021

https://retelabuso.org/2021/10/06/papa-francesco-e-il-dossier-sulla-pedofilia-in-francia-200mila-minori-abusati-da-tremila-preti-in-70-anni

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CONSULTORI FAMILIARI

Il dialogo impossibile con i no vax

                Nelle ultime settimane si è fatta acuta la discussione e la proposta del “popolo dei no vax”. La domanda che si pone è: perché il rifiuto del vaccino? Credo che l’atteggiamento dei no vax sorga da un’emozione che mescola paura, incertezza per la propria salute, sicurezza di “dover” agire così per la propria tutela. Non è possibile dialogare con i no vax perché gli argomenti, la razionalità, le prove non riescono a cancellare l’emozione forte che porta al rifiuto dei vaccini. Tale emozione non è poi così unica. Gli esempi di altre emozioni lo dimostrano: c’è chi ha paura di volare, nonostante non sia mai salito su un aereo, oppure chi è diventato vegano, convinto che mangiare carne di animale sia un male.

                Nel primo caso, l’argomento che muoiono più persone per incidenti stradali che per disastri aerei non fa scomparire la paura di volare, come la constatazione che il nostro apparato dentario suggerisce che le creature umane sono onnivori e riesce a far cambiare idea a un vegano.

                In termini filosofici si può parlare di prelettura della realtà: nell’approccio a una verità che comporta conseguenze nella propria vita si sommano elementi razionali e irrazionali che determinano a priori scelte di verità. Vale per la politica, per la scienza, per la religione, per ogni argomento che si ritenga importante. L’emozione prevale sulla razionalità: la riflessione, la ricerca di prove è già orientata a selezionare argomentazioni che sostengano la propria convinzione.

                Esemplare per i “no vax” è cercare le prove degli effetti negativi delle vaccinazioni, dimenticando che ogni medicinale ha effetti negativi: né prevale la statistica dei numeri che dice che c’è un’enorme distanza tra i salvati dal vaccino e quanti non sono riusciti a eliminare la morte, nonostante il vaccino. La caratteristica di tali posizioni ha la radice profonda nell’identità. Il soggetto razionale è solitario: pensa, ragiona, decide in assoluta autonomia. Egli “è chiamato” ad essere responsabile unico delle proprie decisioni, dimenticando che la sua solitudine è conseguenza di partecipazione di altri soggetti che hanno determinato le proprie scelte. Non è difficile constatare che l’età adulta di ogni creatura umana è frutto della storia personale, determinata da educazione, famiglia, relazioni, scienza, ambiente ecc.

                Se, razionalmente, tutti accettano le conclusioni che siamo sintesi, emotivamente l’orientamento verso le scelte non cambiano. L’esempio più lampante è il rifiuto delle vaccinazioni dei propri figli: qualche tempo fa si determinò, da parte di alcuni, lo stesso rifiuto. Eppure erano genitori premurosi, attenti alla salute dei propri cari. Il dialogo non è possibile perché per dialogare occorre disporsi su piani di relazione omogenei: se esistono posizioni diverse, il dialogo non avviene. Occorrerà un’emozione contraria e forte per far cambiare idea: la dimostrazione è dei pentiti non vaccinati che sono finiti in terapia intensiva. L’unica cosa che hanno detto è stata di chiedere scusa.

                Spesso le scelte per comportamenti riguardanti la salute sono accompagnate da leggi repressive. Per il Coronavirus non è avvenuto perché non esistono certezze nella trasmissione del virus. Quando furono introdotti i divieti di superare una certa velocità nelle autostrade o il divieto del fumo in locali pubblici, la norma è stata rispettata per le sanzioni previste da parte delle autorità, ma anche da altri soggetti sottoposti agli effetti negativi del fumo. È possibile superare queste difficoltà solamente se si recupera la dimensione collettiva della propria vita: l’individualismo, la personificazione e, alla fin fine, la solitudine delle vite umane del mondo occidentale è troppo elevata e, per questo, nociva.

                La responsabilità personale va sempre e comunque modulata nel contesto sociale. Le verità scoperte in solitudine rischiano di diventare non vere. Diversa la posizione di intuizioni che vogliono cambiare le regole di vita: esse sorgono dalla lettura della realtà, non da emozioni, avendo presente il bene di tutti.

                Molto diversa la discussione sulla necessità del green pass da mostrare nei luoghi pubblici e di lavoro. L’invocazione alla libertà presuppone un giudizio politico nei confronti di decisioni governative. Si può discutere perché non sia stato dichiarato lo stato di emergenza con il vaccino obbligatorio. Il green pass è la conseguenza della non obbligatorietà vaccinale, a tutela della salute. Invocare la libertà poggia su argomentazioni deboli. Nella vita collettiva le proibizioni sono molte: a volte giuste, a volte discutibili, a volte addirittura sbagliate. L’organizzazione della vita sociale nei paesi democratici prevede l’autorità legislativa, giudiziaria e amministrativa. Ogni disposizione può essere criticata. Non si può negare, per un corretto svolgimento della vita sociale, la disobbedienza a una legge emanata dalla legittima autorità. Già san Tommaso aveva definito la legge «ordinazione di ragione per il bene comune promulgata da chi ha la cura della collettività sociale» (quædam rationis ordinatio ad bonum commune ab eo qui curam habet communitatis promulgata). Tutta la vita sociale poggia su una serie di disposizioni precettive, proibitive o permissive. L’opposizione può essere fatta nel rispetto di tutte le disposizioni previste, anche di protesta, ma presentate a chi ha il potere di cambiarle.

Vinicio Albanesi *           settimana news              26 ottobre 2021

  • Comunità di Capodarco – relatore al Congresso UCIPEM 2001 Senigallia

www.settimananews.it/societa/dialogo-impossibile-no-vax

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CONSULTORI ISPIRAZIONE CRISTIANA

Punto familia - Torino - Per le coppie

                Per il progetto di vita. Il percorso è aperto a chi desidera approfondire con il proprio partner il senso della scelta di vita insieme. È rivolto sia alle coppie che progettano il matrimonio, sia a quelle che ancora non hanno deciso, ma vogliono consolidare la propria relazione. Il tempo dedicato alla vostra coppia vi aiuterà a costruire e fortificare le fondamenta del rapporto grazie alla guida degli esperti e all’incontro con altre coppie con le quali condividerete esperienze e momenti di confronto.

                Il percorso è un’opportunità per riflettere sul proprio progetto di vita insieme, per migliorare la capacità di comunicazione all’interno della coppia, prevenire e gestire i conflitti, tutto questo con l’aiuto di esperti, di volontari e di altre coppie che condividono il  cammino di formazione. Si ha la possibilità di incontrarsi con esperti e con altre coppie come voi, per verificare se la relazione che oggi vi unisce possa durare per sempre. Al termine del percorso, si è acquisito strumenti per lavorare insieme al progetto di coppia.  (Incontri settimanali e week end)

                Ogni incontro ha modalità che variano a seconda dell’argomento trattato. Alcuni più interattivi, altri più di confronto di coppia ed in gruppo. Inoltre, sono previsti momenti di conoscenza e sensibilizzazione rivolti ai genitori - futuri suoceri. A conclusione dell’esperienza, verrà consegnato l’attestato di partecipazione valido per il matrimonio in chiesa.

www.costruireindue.it/?fbclid=IwAR2E8jtb_JuvrsZZquwWkElNN9yTuDy5qy0oFoMoG-aa2fPhi6OqYjELKzg#percorso

 

                Laboratorio per separati

                Rabbia, fallimento, fame di giustizia (o di vendetta?), senso di colpa, sensazione di non aver capito niente…I sentimenti e le domande che accompagnano la fine di una relazione importante sono complessi, potenti e dolorosi. A volte intollerabili. Non sempre amici e parenti sono in grado di accogliere e accettare ciò che sta accadendo e, se ci sono figli, tutto è ancora più difficile.

                Il Laboratorio per separati è uno spazio per persone singole che in un gruppo possono condividere e confrontare la propria esperienza con altri che affrontano la stessa situazione. Obiettivi del lavoro:

  • Ascoltare ed accettare le proprie emozioni
  • Riconoscere ed utilizzare le proprie risorse
  • Riorganizzare ed affrontare la propria esistenza

Il lavoro si svolge in un gruppo di 10 -12 partecipanti, nell'arco di 12 incontri della durata di due ore, in orario 21.00 – 23.00 e con cadenza quindicinale.

                I conduttori sono Ilaria Canali (mediatrice e counselor familiare) e Ivano Calaon (psicoterapeuta).

                A seguito dell’iscrizione verrà fissato un colloquio individuale, con uno dei conduttori del gruppo, per comprendere insieme motivazione e utilità della partecipazione.

www.puntofamilia.it/news-punto-familia.html

 

Consultorio diocesano Al Quadraro – Roma -  Emergenza adolescenti, il dopo-lockdown è drammatico

                La pandemia di coronavirus purtroppo sta lasciando una sequela di eventi patologici dovuti non soltanto all’evento infettivo, con i diversi quadri correlati alle differenti incidenze della malattia, ma ancor più nel campo delle patologie neuropsichiatriche, laddove si osserva una trasversale destabilizzazione dell’equilibrio psicologico sul piano individuale, familiare e sociale. È esperienza di tutti i servizi di neuropsichiatria infantile la presa in carico di ragazze dimesse dai reparti di degenza ospedaliera per disturbi del comportamento alimentare o per problematiche di autolesionismo o, ancor peggio, per ideazione suicidaria. Dalla scorsa estate nel servizio a me assegnato ciò si verifica con una frequenza di uno-due casi al mese, cioè con un’incidenza quasi triplicata rispetto all’epoca pre-Covid.

                C’è spesso una grave difficoltà a riconoscere la propria immagine, ad accettare quelli che vengono percepiti come i propri limiti, i propri difetti, le proprie imperfezioni in un corpo che si sta modificando rispetto all’epoca infantile. I genitori sono in genere spiazzati di fronte alla crisi adolescenziale, sembrano disorientati, chiedono aiuto alle strutture, che si trovano in difficoltà per la sproporzione della richiesta rispetto alla limitatezza dell’offerta, sia in termini di recettività sia per gli spazi terapeutici. Gli ospedali con reparti per l’età evolutiva già da tempo hanno lanciato l’allarme, poiché si trovano in grave sofferenza, non essendo preparati a una simile emergenza per le patologie neuropsichiatriche, ma allo stato attuale nulla sembra cambiato nell’ambito dei servizi. Quelli specialistici territoriali, afferenti alle Asl, in genere possono dare un primo appuntamento solo dopo circa sei mesi dal momento della richiesta, e ciò determina un senso di disorientamento in genitori severamente provati dalla gravità delle manifestazioni sintomatiche vissute dai figli e, più spesso, dalle figlie. Dietro alla crisi si ritrovano vissuti davvero profondi, che a volte si sono ipertrofizzati in modo subdolo, inapparente, fino a diventare patologici.

                Il conflitto con l’immagine di sé è spesso alimentato dal comportamento emarginante dei coetanei, che non infrequentemente attuano vere e proprie strategie di bullismo, sia direttamente sia attraverso i social. I soggetti più fragili stentano a trovare il sostegno necessario, anche perché soffrono del mancato riconoscimento da parte del gruppo, non riuscendo ad affermare la propria personalità. Si struttura, sovente, un problema di identità di genere, che viene come confermata dalla condizione di emarginazione in cui scivola chi viene soggetto a mobbing sistematico. A questo punto c’è chi si difende proprio facendosi scudo della propria diversità, ma se non c’è un vero sostegno psicologico si va avanti come vasi di terracotta tra vasi di ferro.

                La glorificazione di modelli corporei femminili costruiti nel mondo dello spettacolo, della moda, della pubblicità, in potente espansione attraverso i social (vedi blogger, influencer, youtuber) diventa un fattore di 29 Ottobre 2021rischio per la strutturazione di una anomala percezione del rapporto con il proprio corpo. E in questo i genitori si trovano certamente spiazzati, perché faticano a decodificare messaggi la cui rilevanza negli attuali sistemi di comunicazione è fondamentale, senza riuscire a potersi inserire in codesti sistemi per ottenere un feedback comprensibile. Il livello di “sorveglianza” e di apertura in ambito familiare dev’essere davvero alto per poter intercettare i primi segnali di un malessere che prelude ad una strutturazione patologica e richiede una pronta attivazione per fornire un appropriato intervento psicologico.

                Chiunque a questo punto potrebbe sollevare il problema della fragilità dei nostri nuclei familiari: quali competenze genitoriali ci si può aspettare da coppie in crisi? E ancor di più: quanto influisce la mancanza di complicità fra i genitori nella patogenesi del male di vivere dei figli? Per quanto difficile possa sembrare, si richiede un grande possibile sforzo agli adulti: mettere al primo posto la sofferenza dei figli per poterli aiutare ad essere adulti capaci e responsabili. Per i servizi sanitari è necessario un profondo ripensamento, perché agli specialisti si richiede di avere un know-how adeguato agli attuali modelli di comunicazione, affinché l’interlocutore abbia la piena percezione che il proprio disagio sia stato pienamente compreso e accolto, primo passaggio per iniziare un percorso terapeutico.

                Roberto Rossi, neuropsichiatra infantile                               Roma sette        29 ottobre 2021

www.romasette.it/emergenza-adolescenti-il-dopo-lockdown-e-drammatico

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DALLA NAVATA

XXXI Domenica del tempo ordinario  – Anno B – 31 ottobre 2021

Deuteronomio                 06, 04. «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il                                          Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi                                           precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore».

Salmo                                   17, 02. Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore.

Ebrei                                     07, 28. La Legge infatti costituisce sommi sacerdoti uomini soggetti a debolezza; ma                                   la parola del giuramento, posteriore alla Legge, costituisce sacerdote il Figlio, reso                                       perfetto per sempre.

Marco                                  12, 32. Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è                                           unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta                                                          l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti                                   gli olocausti e i sacrifici».

 

Amare è dare futuro al mondo

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: "Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza". Il secondo è questo: "Amerai il tuo prossimo come te stesso". Non c'è altro comandamento più grande di questi» (...).

 

                Qual è, fra tutti, il più grande comandamento? Aiutaci a ritornare al semplice, al principio di tutto... Gesù lo fa, esce dagli schemi, risponde con una parola che tra i comandamenti non c'è. Che bella la libertà, l'intelligenza anti conformista di Gesù, lui l'icona limpidissima della libertà e dell'immaginazione.

                La risposta comincia con un verbo: amerai, al futuro, a indicare una storia infinita, perché l'amore è il futuro del mondo, perché senza amore non c'è futuro: vi amerete, altrimenti vi distruggerete. E poi per vivere bene, perché la bilancia su cui si pesa la felicità di questa vita è dare e ricevere amore.

                Prima ancora però c'è un “comandamento zero”: shemà, ascolta, ricordati, non dimenticare, tienilo legato al polso, mettilo come sigillo sul cuore, come gioiello davanti agli occhi... Fa tenerezza un Dio che chiede: «Ascoltami, per favore». Amare Dio è ascoltarlo.

                Amerai con tutto il cuore; non da sottomesso ma da innamorato. Qualcuno ha proposto un'altra traduzione: amerai Dio con tutti i tuoi cuori. Come a dire: con il tuo cuore di luce e con il cuore d'ombra, amalo con il cuore che crede e anche con il cuore che dubita; come puoi, come riesci, magari col fiatone, quando splende il sole e quando si fa buio, e a occhi chiusi quando hai un po' paura, anche con le lacrime. Santa Teresa d'Avila in una visione riceve questa confidenza dal Signore: “Per un tuo ti amo rifarei di nuovo l'universo”.

                Con tutta la tua mente. Amore intelligente deve essere; che significa: conoscilo, leggi, parla, studia, pensa, cerca di capire di più, godi di una carezza improvvisa, scrivi una preghiera, una canzone, una poesia d'amore al tuo amore...

                Ma con questo, cosa ha detto di nuovo Gesù? In fondo le stesse parole le ripetono i mistici di tutte le religioni, i cercatori di Dio di tutte le fedi, da millenni. La novità evangelica è nell'aggiunta in attesa di un secondo comandamento, che è simile al primo... Il genio del cristianesimo: amerai l'uomo è simile all'amerai Dio. Il prossimo è simile a Dio. Il prossimo ha volto e voce, fame d'amore e bellezza, simili a Dio. Cielo e terra non si oppongono, si abbracciano. Vangelo strabico, verrebbe da dire: un occhio in alto, uno in basso, testa nel cielo e piedi per terra.

                Ma chi è il mio prossimo? Gli domanderà un altro dottore. C'è una risposta che mi ha allargato il cuore, quella di Gandhi: «il mio prossimo è tutto ciò che vive con me sulla terra», la natura, l'acqua, l'aria, le piante, gli animali. Ama la terra, allora, come te stesso, amala come l'ama Dio. Vivere è convivere, esistere è coesistere. Non già obbedire a comandamenti o celebrare liturgie, ma semplicemente, meravigliosamente, felicemente: amare.

p. Ermes Ronchi, OSM

www.avvenire.it/rubriche/pagine/amaree-dare-futuroal-mondo

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DONNE NELLA (per) LA CHIESA

Venezia, la teologa Marta Rodriguez predica esercizi spirituali al seminario patriarcale

                Sarà Marta Rodriguez, laica consacrata del Regnum Christi e docente al Pontificio Ateneo “Regina Apostolorum” di Roma, nonché collaboratrice dell’Osservatore Romano per l’inserto “Donne Chiesa Mondo” a predicare gli Esercizi al Seminario di Venezia. Si tratta della prima volta che una donna propone gli esercizi spirituali al seminario patriarcale. Questi si sono aperti ieri sera a Lentiai (BL) presso la casa di spiritualità “Stella Maris” delle Suore di San Giuseppe. Marta Rodriguez ha già collaborato con il Patriarcato, sia per un altro ritiro per il clero sia più recentemente, questa estate, per il campo di discernimento per i giovani proposto dal Centro Diocesano per le Vocazioni.

D. R.                      Agenzia SIR        30 ottobre 2021

www.agensir.it/quotidiano/2021/10/30/diocesi-venezia-la-teologa-marta-rodriguez-predica-esercizi-spirituali-al-seminario-patriarcale

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

Francia. Abusi sui minori, tremila religiosi responsabili. Il dolore del Papa

                È la notte più cupa della Chiesa in Francia. Ma una notte che tutti i fedeli attendevano per sperare in un’alba dopo la verità sullo scandalo degli abusi commessi da parte di preti e religiosi transalpini. Questa mattina, la commissione d’inchiesta indipendente CIASE, fermamente voluta dalla Conferenza episcopale francese, ha reso le proprie terribili conclusioni, dopo 3 anni di lavori.

                Raggelanti le rivelazioni, frutto innanzitutto dell’ascolto di centinaia di vittime e familiari di vittime, oltre che di ricerche senza precedenti in archivi d’ogni tipo, diocesani, ministeriali, di stampa. La stima centrale è quella di circa 216mila persone aggredite negli ultimi 70 anni da preti e religiosi uomini. Soprattutto dei ragazzini fra 10 e 13 anni. Ad infliggere le violenze sono stati «fra 2.900 e 3.200 pedo-criminali».

                A parlare oggi ancor prima di Jean-Marc Sauvé, l’autorevole presidente della commissione, è stato un rappresentante delle vittime, François Devaux, alla guida dell’associazione «La parola liberata», il quale ha denunciato «un tradimento della fiducia, della morale, dei bambini, dell’innocenza, del Vangelo, di tutto insomma».

                La Chiesa cattolica, ha detto Sauvé, ha manifestato "fino all'inizio degli anni 2000 un'indifferenza profonda, e anche crudele nei confronti delle vittime". Dal 1950 al 2000, "le vittime non vengono credute, ascoltate, si ritiene abbiano un po' contribuito a quello che è loro accaduto". Per una studiosa esponente della commissione, si è trattata di una «traversata del deserto» durissima per tutti. Si apre adesso per la Chiesa in Francia un’era che certamente dovrà tener conto pure delle numerose raccomandazioni contenute nel rapporto di circa 2.500 pagine.

                "Vergogna" e "orrore" ha espresso la Conferenza episcopale francese, chiedendo "perdono". "Il mio desiderio in questo giorno è di chiedere il vostro perdono, il perdono di ognuno di voi", ha detto il presidente della Conferenza episcopale francese, Eric de Moulins-Beaufort.

                Il dolore del Papa: grato alle vittime per il coraggio. "Il Santo Padre è stato informato dell'uscita del rapporto dai vescovi francesi, che ha incontrato nei giorni scorsi durante le visite ad limina, e ne ha appreso con dolore il contenuto". Lo comunica il direttore della sala stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, rispondendo alle domande dei giornalisti. "Il suo pensiero va anzitutto alle vittime - afferma -, con grande dispiacere, per le loro ferite, e gratitudine, per il loro coraggio nel denunciare, e alla Chiesa di Francia, perché, nella consapevolezza di questa terribile realtà, unita alla sofferenza del Signore per i suoi figli più vulnerabili, possa intraprendere una via di redenzione. Con la sua preghiera il Papa affida al Signore il Popolo di Dio in Francia, particolarmente le vittime, perché doni loro conforto e consolazione e con la giustizia possa giungere il miracolo della guarigione".

Redazione Internet e Daniele Zappalà, Avvenire             Parigi 5 ottobre 2021

www.avvenire.it/mondo/pagine/francia-pedofilia-chiesa-commissione-inchiesta

 

Videomessaggio. Abusi su minori, il Papa: la Chiesa chieda umilmente perdono

                Video-messaggio                            https://youtu.be/KZ_yYA168XY

                La Chiesa cattolica per cancellare l'ombra degli abusi minori tra le sue fila ha bisogno di "affrontare la verità di questi comportamenti crudeli e ricercando umilmente il perdono delle vittime e dei sopravvissuti" così da "trovare la sua strada per essere di nuovo considerata con fiducia un luogo di accoglienza e sicurezza per coloro che sono bisognosi". A dirlo è stato il Papa nel suo videomessaggio in occasione dell'incontro organizzato dalla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori e dalle Conferenze dei Vescovi dell'Europa Centrale e Orientale, che si tiene a Varsavia da domenica 19 al 22 settembre 2021.

www.vatican.va/content/francesco/it/messages/pont-messages/2021/documents/20210918-videomessaggio-incontro-tutela-minori.html

                Nel videomessaggio papa Francesco va oltre e chiede che le parole si trasformino in atti. “Le nostre espressioni di contrizione devono essere convertite in un concreto cammino di riforma, sia per prevenire ulteriori abusi che per garantire agli altri la fiducia nel fatto che i nostri sforzi condurranno a un cambiamento reale e affidabile” ha aggiunto il Pontefice incoraggiando i vescovi “ad ascoltare la chiamata delle vittime e a impegnarvi in queste importanti discussioni poiché toccano veramente il futuro della Chiesa”.

                Papa Francesco ha ricordato ai rappresentanti degli episcopati, ordini religiosi e professionisti laici che non sono “soli in questi tempi difficili. Riconoscere i nostri errori e i nostri fallimenti può farci sentire vulnerabili e fragili, è certo. Ma – ha continuato il Papa – può anche costituire un tempo di splendida grazia, un tempo di svuotamento, che apre nuovi orizzonti di amore e servizio reciproco”.

Redazione Internet        Avvenire             18 settembre 2021

www.avvenire.it/papa/pagine/papa-pedofilia-atto-crudele-chiesa-chieda-umilmente-perdono

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LITURGIA

L’autorità delle lingue parlate. Un importante Decreto vaticano sulle traduzioni liturgiche

                L’altro ieri, 22 ottobre 2021, è stato approvato un Decreto della Congregazione per il culto e la disciplina dei Sacramenti, che interviene come una dettagliata precisazione del contenuto del Motu proprio Magnum Principium ( 3 settembre 2017).

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2017/09/09/0574/01279.html

                Si tratta di ristabilire una relazione corretta tra diversi piani della esperienza ecclesiale: tra lingua latina e lingue parlate, tra testo liturgico e Conferenze Episcopali, tra Conferenze Episcopali e Congregazioni romane. Non si potrebbe capire questo documento se non si facesse memoria di quanto è accaduto nell’ultimo ventennio: la pretesa di “regolare” i conflitti di interpretazione a riguardo della “traduzione dei testi liturgici” con una logica unilateralmente deduttiva. Pensare le lingue parlate come “traduzione dal latino” e le competenze dei Vescovi come irrilevanti rispetto alle Congregazioni aveva portato all’esito inevitabile: le nuove traduzioni o venivano bloccate o, se approvate, creavano imbarazzo. Ciò dipendeva da un duplice punto cieco, nel quale ci eravamo infilati senza discernimento: l’idea che in liturgia le lingue parlate fossero una “concessione”. E che la vera competenza su ogni lingua spettasse soltanto alla Sede Romana.

                Questa lettura, diffidente verso le “lingue moderne” perché nostalgica di una universalità cattolica identificata con la lingua latina, confidava di poter essere fedele alla tradizione solo a due condizioni. Se il latino restava la lingua della esperienza e se Roma poteva controllare il passaggio dal latino (su cui resta obiettivamente forte) ad ogni altra lingua. Controllando la “fonte”, la universalità sembrava assicurata e la pace garantita. Ma il disegno era clamorosamente ingenuo e senza alcuna possibilità di riuscita.

                In realtà il Concilio aveva già compreso, in modo irreversibile, che le cose stanno in modo meno lineare e molto più complesso. Proviamo a dirlo in alcuni punti:

                a) La esperienza della fede non si vive e non si esprime più immediatamente in latino. Questo è vero da alcuni secoli, ma è diventato evidente, anche a Roma, dal momento in cui il latino non è più lingua madre per nessuno. Come lingua “tecnica”, il latino ha perso tutto lo strato simbolico e metaforico che si addice solo a “lingue vive”. Non essendo più parlato dai bambini, dalle mamme, dai comici e dai poeti, è uscito dall’uso primario. Si può usare, ma solo come lingua tecnica. Ma la liturgia non è una tecnica!

                b) Questo significa che noi facciamo esperienza della fede anzitutto in lingue diverse dal latino. Che così diventano “fonte” della nostra espressione, oltre che della nostra esperienza. Per questo, le versioni dei testi latini nelle lingue moderne non debbono riconoscere solo la forza del latino come lingua di partenza, ma anche la forza delle lingue parlate come lingue di arrivo.

                c) Questo cambia anche le competenze ecclesiali. La prima competenza di sintesi non può essere quella romana, ma quella “locale”, dove la sintesi tra latino e lingua parlata viene vissuta “materno more” e “paterno sensu”. La pretesa di controllare da Roma l’uso dell’inglese in Australia o in Kenia o in Nuova Zelanda perdeva di vista la logica delle lingue e della esperienza di fede sul piano esperienziale ed espressivo.

                d) Per questo la “liturgia autentica” può essere solo quella fedele. Ma la fedeltà deve essere accuratamente valutata su tre diversi piani, che si intersecano e non permettono mai ad un livello di prevaricare sugli altri. Lo dicono in modo esemplare in 4 numeri del recentissimo decreto (nn.20-23). Li riporto qui integralmente:

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2021/10/22/0683/01452.html#ita

                §20. Il can. 838, § 3 chiede alle Conferenze Episcopali di “preparare fedelmente le versioni dei libri liturgici nelle lingue correnti”. L’avverbio fedelmente comporta una triplice fedeltà: anzitutto al testo originale, quindi alla lingua peculiare in cui si traduce e infine alla comprensibilità del testo da parte dei destinatari introdotti nel vocabolario della rivelazione biblica e della tradizione liturgica.

                §21. Fedeltà anzitutto al testo originale, ossia in lingua latina, presente nei libri liturgici tipici del Rito Romano. Resta inteso che, trattandosi di traduzione, il testo latino funge sempre da riferimento in caso di dubbio circa il senso corretto. Non si può escludere, in seconda battuta, che come ausilio interpretativo ci si possa riferire anche alla versione dei testi liturgici in una lingua maggiormente diffusa già confermata dalla Sede Apostolica.

                §22. Fedeltà poi alla lingua in cui avviene la traduzione, dal momento che ogni lingua presenta peculiarità proprie. La diligenza della traduzione consiste nel coniugare il rispetto del carattere proprio di ciascuna lingua con il rendere “pienamente e fedelmente il senso del testo originale latino”.[30]

                §23. Fedeltà infine alla comprensibilità e alle “necessità spirituali”[31] da parte dei destinatari, tenendo conto che “il testo liturgico, in quanto segno rituale, è mezzo di comunicazione orale”.[32] Il lavoro di traduzione esige tra l’altro attenzione ai diversi generi letterari (orazioni presidenziali, acclamazioni, canti, monizioni, ecc.) come al fatto che vi sono testi destinati alla proclamazione, all’ascolto, ad essere proferiti coralmente. Resta inteso, che il linguaggio liturgico – termini, elementi, segni – ha bisogno nella catechesi di essere spiegato alla luce della Sacra Scrittura e della tradizione cristiana.

                La “triplice fedeltà” illustra bene il fine, che è la “partecipazione attiva” del popolo all’atto di culto. L’opera di traduzione, infatti, non guarda solo al passato, ma anche e anzitutto al futuro. Ciò viene sottolineato con molta proprietà al §13

                §13. La preparazione della versione dei libri liturgici suppone un quadro valutativo che tenga anzitutto conto della lingua,[20] delle sue prerogative e della sua diffusione, avendo uno sguardo rivolto al futuro prossimo del suo uso, a partire dal suo apprendimento da parte delle giovani generazioni. L’adozione nella liturgia di lingue vernacole deve tener conto, tra l’altro, che il criterio fondamentale è la partecipazione del popolo alle celebrazioni liturgiche e non convenienze di altro tipo, come risvolti socio-identitari.

                Proprio qui si gioca il ruolo che il “magnum principium” svolge nel guidare l’opera di traduzione. Così come formulato nel documento del 2017, risuona ora al §19:

                §19. Infatti, “fine delle traduzioni dei testi liturgici e dei testi biblici, per la liturgia della parola, è annunciare ai fedeli la parola di salvezza in obbedienza alla fede ed esprimere la preghiera della Chiesa al Signore. A tale scopo bisogna fedelmente comunicare ad un determinato popolo, tramite la sua propria lingua, ciò che la Chiesa ha inteso comunicare ad un altro per mezzo della lingua latina. Sebbene la fedeltà non sempre possa essere giudicata da parole singole ma debba esserlo nel contesto di tutto l’atto della comunicazione e secondo il proprio genere letterario, tuttavia alcuni termini peculiari vanno considerati anche nel contesto dell’integra fede cattolica, poiché ogni traduzione dei testi liturgici deve essere congruente con la sana dottrina”.

                Il principio della “traduzione dinamica” indica precisamente la condizione “storica” della lingua latina. È una fonte, ma è situata. E la correlazione tra latino e lingue parlate è operazione non semplice, bensì complessa, perché non è univoca, ma biunivoca. Il latino ci permette di capire l’italiano, ma l’italiano ci permette di capire il latino. Per rispettare questa complessità occorre una “normativa articolata di competenze diverse”. Questo è l’intento fondamentale del Decreto, che sblocca in modo lungimirante una situazione che risultava paralizzata. Perché la lettura ideologica degli ultimi 20 anni chiedeva al latino di essere quello che non è più da secoli e alle lingue parlate di non essere quello che sono ormai diventate da secoli: luoghi di esperienza e di espressione primaria del Mistero pasquale. Ossia “autorità” di cui il latino deve tenere conto. Il nuovo Decreto offre nel dettaglio la forma amministrativa e strutturale di questo importante riconoscimento.

Andrea Grillo    blog: Come se non          23 ottobre 2021

www.cittadellaeditrice.com/munera/lautorita-delle-lingue-parlate-un-importante-decreto-vaticano-sulle-traduzioni-liturgiche

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NULLITÀ DI MATRIMONIO

La convivenza può sanare un matrimonio nullo?

                Le nozze annullate dal giudice ecclesiastico sono considerate valide dal giudice italiano se la coppia ha vissuto insieme almeno tre anni. Chi si è sposato con il rito concordatario, davanti a un sacerdote della Chiesa cattolica, ha ottenuto automaticamente il riconoscimento degli effetti civili del matrimonio nello Stato italiano. Da quel momento il vincolo nuziale per la Chiesa dura per sempre, a meno che il tribunale ecclesiastico (che un tempo si chiamava Sacra Rota) non dichiari nullo il sacramento celebrato. Ma stavolta gli effetti nell’ordinamento italiano non sono automatici: serve una sentenza – chiamata di «delibazione» – che attribuisca efficacia alla pronuncia ecclesiastica; altrimenti, il matrimonio per lo Stato rimane valido. Siccome i motivi che possono portare alla dichiarazione di nullità del matrimonio religioso sono molti, ci si chiede se la convivenza tra i coniugi può sanare un matrimonio nullo.

                Non sono rari i casi di coppie che, a distanza di anni o di decenni dal matrimonio, ottengono l’annullamento dalla Chiesa, e così tornano liberi di sposarsi nuovamente con altri. Ma quando si arriva di fronte al giudice italiano per chiedere il riconoscimento della sentenza ecclesiastica i presupposti sono diversi: infatti, la Corte d’Appello – che è il giudice competente – non può deliberare lo scioglimento delle nozze concordatarie se la convivenza tra i coniugi è durata almeno tre anni. In questi casi, si arriva ad una situazione apparentemente paradossale: quel matrimonio non è più valido per la Chiesa, ma lo è ancora per lo Stato italiano. Il problema non si esaurisce qui, perché quando ci si chiede se la convivenza può sanare un matrimonio nullo c’è da considerare anche un altro aspetto: come accertare se effettivamente quella convivenza c’è stata, ed è avvenuta non come un “pro forma”, dovuta magari a motivi di apparenza e di convenienza, bensì come una vera e propria unione coniugale tra marito e moglie? Questa indagine va compiuta dal giudice ecclesiastico o da quello italiano? Cosa deve dimostrare chi si oppone alla delibazione? A queste importanti domande ha risposto una nuova sentenza della Corte di Cassazione.

                Matrimonio concordatario: validità ed effetti. Il matrimonio concordatario: (così chiamato perché è stato introdotto con il Concordato tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica) rappresenta il punto di incontro tra il matrimonio civile e quello religioso, detto anche matrimonio canonico. Senza il Concordato, il matrimonio civile non sarebbe valido ai fini religiosi, e quello canonico non avrebbe nessuna efficacia civile. Nel matrimonio concordatario il sacerdote cattolico che lo celebra, in presenza dei testimoni, dà lettura agli sposi degli articoli del Codice civile [artt. 143 e ss. Cod. civ.] che contemplano i diritti e i doveri derivanti dal matrimonio, tra i coniugi e verso la prole. Con questi requisiti, l’atto di matrimonio compilato dal ministro della religione cattolica può essere trascritto nei registri dello stato civile e così assume validità ed efficacia nell’ordinamento italiano.

                Nullità del matrimonio canonico: quando? Per la Chiesa il matrimonio è considerato un sacramento indissolubile, perciò nel caso di scioglimento del vincolo religioso si deve parlare di nullità del matrimonio canonico e non di annullamento (che comporterebbe la perdita di efficacia solo dal momento in cui viene dichiarato, mentre la nullità opera con effetti retroattivi, sin dall’origine). I motivi che comportano la nullità del matrimonio canonico – che deve essere dichiarata dal competente tribunale ecclesiastico – riguardano la mancanza di requisiti necessari in capo ad uno o entrambi gli sposi o la presenza di vizi nella formazione del consenso alle nozze. Sono tutti fattori concernenti cause concomitanti o preesistenti alla celebrazione del matrimonio, e in questo il regime della nullità del matrimonio canonico si differenzia dalla separazione e dal divorzio che, invece, dipendono da fatti sopravvenuti durante la vita coniugale.

                Tra i principali motivi di nullità del matrimonio canonico ci sono la mancanza di un consenso sincero, come chi si sposa perché costretto, gli errori sulle qualità del coniuge, come l’impotenza scoperta successivamente, e l’assenza di rapporti sessuali (è il cosiddetto «matrimonio rato e non consumato»); ti forniamo l’elencazione completa nella guida sull’annullamento del matrimonio.

                Delibazione della sentenza ecclesiastica: effetti. Abbiamo anticipato all’inizio che la declaratoria di nullità del matrimonio religioso richiede un giudizio di delibazione da parte della Corte d’Appello competente per territorio, che sottopone la pronuncia del tribunale ecclesiastico ad un vaglio di conformità con le leggi italiane; se la sentenza ecclesiastica non viene delibata, non potrà acquisire efficacia per lo Stato italiano.

https://www.laleggepertutti.it/164020_annullamento-matrimonio-sacra-rota-ed-effetti-civili

Invece, con la delibazione positiva il matrimonio concordatario sarà annullato in modo retroattivo, così da perdere efficacia sin dal momento della sua celebrazione. Rimarranno salvi solo i doveri degli ex coniugi verso i figli nati dall’unione coniugale dichiarata sciolta. Anche sotto questo profilo si registra un’importante differenza rispetto alla sentenza di divorzio, che fa cessare gli effetti del matrimonio solo dal momento in cui viene pronunciata.

                Convivenza tra i coniugi e annullamento del matrimonio. La convivenza è uno degli elementi essenziali del matrimonio, tant’è che l’abbandono del tetto coniugale senza valida ragione costituisce causa di separazione e diventa reato se fa mancare l’assistenza al coniuge. Inoltre, la legge [art. 122 Cod. civ.] preclude la possibilità di esercitare l’azione di annullamento del matrimonio se vi è stata coabitazione per un anno dal momento in cui le cause che avevano determinato l’errore, il timore o la violenza sono cessate. Invece, nell’ordinamento canonico, l’assenza, o la brevità, della convivenza more uxorio (quella compiuta secondo il costume e lo stile di vita che devono avere i coniugi), può essere un motivo per dichiarare la nullità del matrimonio religioso.

                La convivenza avvenuta «come coniugi» e protratta per almeno tre anni impedisce al giudice italiano di riconoscere efficacia alla sentenza canonica e, dunque, di poter annullare il matrimonio, a prescindere da quali siano stati i motivi che avevano comportato la pronuncia di nullità da parte del giudice ecclesiastico: quella sentenza non potrà essere delibata dallo Stato. La giurisprudenza [Cass. S.U. sent. n.16379/2014, ord. n. 11791 del 05.05.2021 e n. 19271 del 07.07.2021] afferma costantemente che si tratta di un limite invalicabile, posto a tutela di esigenze di ordine pubblico e come tali non disponibili e derogabili dalle parti in causa.

                Convivenza tra coniugi: come si accertano durata e modalità? Una nuova ordinanza della Corte di Cassazione, che ti riportiamo per esteso in fondo all’articolo, ha chiarito che la convivenza coniugale ultratriennale costituisce un elemento ostativo alla delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio. E deve essere la Corte d’Appello – non il giudice ecclesiastico – ad accertare, in piena autonomia, «la natura e la durata della convivenza, mediante adeguata istruttoria», senza riportarsi in modo vincolante alle circostanze descritte nella sentenza del tribunale ecclesiastico.

Corte di Cassazione civile, prima Sezione, ordinanza 28 ottobre 2021, n. 30645

In questa fase istruttoria potranno trovare ingresso i motivi dedotti dalle parti – e, in particolare, andranno esaminati quelli sollevati dal coniuge che si oppone alla delibazione – tenendo presente che la convivenza non si limita alla mera coabitazione (che può essere avvenuta per altri motivi, diversi dall’affetto coniugale), ma deve essere stata sostanziale ed intima, ossia, per usare le parole della Suprema Corte, «oggettivamente intesa, in attuazione degli obblighi assunti con il vincolo del matrimonio

Paolo Remer     La legge per tutti             30 ottobre 2021

                Sentenza in calce                www.laleggepertutti.it/528433_la-convivenza-puo-sanare-un-matrimonio-nullo

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OMOFILIA

La genitorialità omoaffettiva tra artt. 2 e 29 Costituzione

La Corte costituzionale sollecita il Parlamento su questioni sensibili non solo eticamente.

Sommario:

1.     Introduzione: i partiti sono chiamati a fare Politica

2.     Il monito della Corte Costituzionale: "non più tollerabile il protrarsi dell'inerzia legislativa"

2.1   La sentenza n. 32 e la p.m.a. eterologa

2.2   La sentenza n. 33 e la maternità surrogata

3.     A proposito di "maternità solidale" e di dignità

3.1   La rilevanza della "solidarietà"

3.2   Cosa significa "dignità"

3.3   "Dignità" e "laicità"

3.4   Dignità della persona e maternità surrogata

4.     A proposito del "diritto alla genitorialità"

4.1 "La dinamica dell'affettività può generare spaccati sentimentali profondi": genitorialità e diritto

                fondamentale all'identità genetica

4.2 "Autodeterminazione procreativa", diritto alla genitorialità e Corte costituzionale: per un diritto costituzionale non à la carte.

5.     A proposito di "apprezzamento sociale della fenomenologia considerata" e dello spazio da riconoscersi

                alla "giurisprudenza non costituzionale" alla stregua degli artt. 2 e 101 Cost

6.    A proposito di "famiglia ad instar naturæ", di art. 29 Cost. e di "fallacia naturalistica"

6.1  La "società naturale" ed il diritto fondamentale all'identità genetica;

6.2  "Società naturale" e "fallacia naturalistica";

6.3  Art. 29 Cost. e persona umana.

                               Il testo integrale in  con 107 note

Prof. Gioacchino La Rocca, ordinario diritto civile Università Milano Bicocca   Il caso.it 25 ottobre 2021

https://blog.ilcaso.it/news_1240/25-10-21/La_genitorialita_omoaffettiva_tra_artt_2_e_29_Cost-_la_Corte_costituzionale_sollecita_il_Parlamento_su_questioni_sensibili_non_solo_eticamenteù

                Estratti passim

1.- Introduzione: i partiti sono chiamati a fare Politica.

Il Parlamento - e dunque la Politica - è stato chiamato dalla Corte Costituzionale ad esprimersi su una questione che solo apparentemente riguarda un tema in grado di intercettare un consenso unanime, ossia l'interesse di quei minori messi al mondo all'estero ad iniziativa di coppie omosessuali che ricorrono a tecniche di procreazione medicalmente assistita (di seguito p.m.a.), ovvero a maternità surrogata, in violazione degli artt. 4, 5, 9 e 12, l. 19 febbraio 2004, n. 40.

        Sul piano tecnico giuridico ci si potrebbe limitare ad osservare che il legislatore è chiamato ad intervenire sul diritto e sul rapporto di filiazione, dando piena applicazione al principio di eguaglianza tra i figli sancito dall'art. 315 c.c. Sarebbe, tuttavia, un'osservazione intrinsecamente miope e fuorviante: invero, se si considera che il diritto della filiazione è stato finora ordinato sulle direttrici dell'eterosessualità, della biologicità, della bigenitorialità, dell'unicità e dell'indisponibilità ([1]), è agevole comprendere che il problema della tutela dei bambini generati per iniziativa di coppie omosessuali può porsi in dissonanza rispetto al paradigma delineato dalla legislazione vigente, che depone per una famiglia secondo il modello "naturale". Non può sfuggire, dunque, la delicatezza della questione: porre mano al rapporto di filiazione significa, infatti, ripensare il contesto nel quale "il minore ha diritto di crescere ed essere educato", ossia la famiglia (art. 1, L. n. 184/1983). Conseguenze:

  • in primo luogo, la rilevanza politica rivestita dalla materia sulla quale oggi il Parlamento è chiamato a legiferare;
  • in secondo luogo, la necessità che la Politica prenda posizione sul punto, in base alle valutazioni prevalenti in Parlamento e nel Paese se ancora intende essere tale, ossia espressione e, al tempo stesso, governo della società. Più precisamente, essa è chiamata a stabilire se e fino a che punto la necessaria tutela dei minori di fatto presenti nelle coppie omogenitoriali implichi la rinuncia al modello di famiglia quale stabile comunione spirituale e materiale di individui di sesso diverso.

                Qui si intende verificare se e fino a che punto talune affermazioni e argomentazioni presenti nel dibattito limitino la discrezionalità della Politica medesima nel delicato compito che l'attende.

2. - Il monito della Corte costituzionale: "non più tollerabile il protrarsi dell'inerzia legislativa".

2.1 - La sentenza n. 32 e la procreazione medicalmente assistita eterologa. Con la sentenza n. 32 del 9 marzo 2021 la Corte costituzionale ha invitato il Parlamento ad intervenire "al più presto" sulla situazione nella quale versano i minori nati da procreazione medicalmente assistita (di seguito p.m.a.) praticata all'estero da coppie omosessuali in violazione delle norme che la escludono per coppie di questo tipo (artt. 4, 5 e 12, l. 19 febbraio 2004, n. 40) ([6]).

www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?param_ecli=ECLI:IT:COST:2021:32

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2.2 - La sentenza n. 33 e la maternità surrogata. Con la coeva sentenza del 9 marzo 2021 n. 33 la Corte Costituzionale ha parimenti dichiarato "indifferibile" l'intervento del legislatore per un aspetto collegato per più versi al precedente. In particolare, in questo secondo caso "viene al pettine" il nodo del riconoscimento e della conseguente recezione, nei registri dello stato civile italiano, del provvedimento con il quale all'estero è stato disposto l'inserimento del c.d. "genitore di intenzione non biologico" negli atti dello stato civile del minore generato con la pratica della "maternità surrogata". Anche in questo caso, dunque, la questione sottoposta alla "indifferibile" attenzione del Parlamento riguarda i bambini messi al mondo ad iniziativa di coppie omoaffettive in violazione della legge esistente.

www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?param_ecli=ECLI:IT:COST:2021:33

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3. - A proposito di maternità surrogata "solidale" e di dignità.

3.1 - La rilevanza della "solidarietà". Viene così in primo piano un punto cruciale: quale rilievo assegnare al tema della dignità delle persone nelle questioni in esame? Tenuto conto delle contestazioni ricevute dal concetto di "dignità", ha ancora senso farvi riferimento? Ed anche a voler ammettere una persistente utilità del concetto, la sua fruibilità viene meno in alcuni casi? Anche recentemente, ad esempio, si è ribadito che le riserve enunciate nel precedente paragrafo in tema di surrogazione di maternità non dovrebbero riguardare la c.d. "maternità surrogata solidale". Tale assunto viene proposto per la necessità di assecondare la scelta - definita "incoercibile" - delle coppie omosessuali di divenire genitori, la quale sarebbe diretta espressione della libertà di autodeterminarsi radicata sugli artt. 2, 3 e 31 Cost. ([13]). Ora si affronta la questione dalla possibilità di introdurre un trattamento differenziato per la c.d. "surrogazione di maternità solidale", ossia nell'ipotesi di surrogazione di maternità in cui si assume che non viene versato alcun compenso alla madre surrogata.

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                Sennonché, le cose potrebbero non essere così semplici. Per un verso, infatti, si rischia di non cogliere fino in fondo sia la "forza identitaria", il "differente grado di identificazione percettiva", la diversa "dimensione psicologica" delle differenti parti e funzioni del corpo ([18]). Al riguardo, motivi di riflessione provengono dall'epigenetica ([19]), che ha evidenziato la particolare rilevanza assunta dalla gravidanza sul piano genetico: ad esempio, è scientificamente provato che il sistema endocrino materno determina le componenti fisiologiche del corpo fetale, la sua futura capacità mentale, la suscettibilità alle malattie, la struttura neurologica, oltre che una serie di complesse funzioni anatomiche. L'ambiente ormonale uterino scatena infatti lo sviluppo di attività genetiche del feto che, altrimenti, in presenza di un altro sistema endocrino, non sarebbero provocate; ogni neonato è unico per struttura e funzione organica in base alla cascata ormonale che ha sperimentato durante la gravidanza. ([20]).

                Questi dati - come si diceva - fanno riflettere. Essi sembrano assegnare un radicamento biologico specifico all'intenso legame tra madre e figlio, così da sostanziare quei parametri descrittivi ("forza identitaria", "identificazione percettiva", "dimensione psicologica") elencati dalla dottrina appena ricordata a proposito del diverso significato assunto dalle parti del corpo.

                Ulteriori ombre sono state gettate sulla c.d. surrogazione solidale: vi è, infatti, chi ha parlato in questi casi di "retorica del dono", funzionale solo a "nuove o rinnovate occasioni di sfruttamento delle donne" nell'ambito di un "processo di decostruzione della donna trasformata in materiale organico" ([21]).

                A fronte di tutto ciò, la presenza o meno di un corrispettivo non incide sulla posizione in cui oggettivamente vengono a trovarsi madre gestionale e figlio: la prima, anche se non è retribuita, resta una "incubatrice naturale", la cui rilevanza genetica, a questo punto, ne incentiva l'attenta selezione accentuandone così la strumentalità; il secondo è comunque sottratto alla madre naturale e al legame che ve lo lega.

3.2 - Cosa significa "dignità". I rilievi appena formulati riportano in primo piano le obiezioni di fondo mosse ad ogni ipotesi di maternità surrogata: essa - si è osservato all'unisono con la Corte Costituzionale - "è lesiva della dignità della donna e delle donne perché riduce la persona a corpo, ad incubatrice meccanica, a contenitore di una vita destinata per contratto a non appartenerle mai; è lesiva della dignità del bambino in quanto lo rende vittima di un processo di reificazione e quindi di cessione, recidendo un legame di primaria importanza per il suo sviluppo" ([22]).

                Riemerge, così, nel discorso una parola, che - benché presente nella riflessione occidentale fin da epoca romana ([23]), quando peraltro ci si muoveva su premesse aristoteliche ([24]) - svolge un ruolo cruciale nell'odierno dibattito nel e sul biodiritto ed è per questo motivo al centro di accese discussioni in tutto il mondo ([25]): mi riferisco alla parola "dignità".

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                L'essere umano, si è rilevato, è capace di pensare sé stesso, di darsi dei fini e di perseguirli secondo un piano preorganizzato, nonché di relativizzare tali fini tenendo conto anche di altri soggetti (umani e non umani) e dei loro interessi. In questo senso è stata letta la rappresentazione che l'uomo periodicamente ha dato di è stesso come "immagine di Dio" e della dignità come qualcosa di sacrale, un concetto "metafisico-religioso" ([28]), che è stato declinato già dai primi commentatori della Genesi sia in termini di ????? [etici? metafisici?], sia in termini di libertà, quali doti specifiche dell'essere umano ([29]). Questa caratterizzazione iniziale dell'essere umano è stata esplicitamente confermata nella filosofia kantiana, che tanta parte ha avuto nella fondazione culturale dell'attuale uomo occidentale: la persona umana è l'unico essere vivente in grado di sottrarsi al determinismo, alla legge causale, che governa la natura. In questa potenzialità di scelta, in cui si sostanzia la libertà, essa si caratterizza come "fine" e non può mai divenire strumento, "cosa", piegata alla realizzazione di fini e aspirazioni altrui ([30]).

[30. Il concetto di "dignità" è così enunciato da Kant: "ogni uomo ha il diritto di esigere il rispetto dei suoi simili, e reciprocamente è obbligato egli stesso al rispetto verso gli altri. L'umanità stessa è una dignità, poiché l'uomo non può essere trattato da nessuno (cioè né da un altro e neppure da lui stesso) come un semplice mezzo, ma deve sempre essere trattato nello stesso tempo come un fine; e precisamente in ciò consiste la sua dignità (la sua personalità), per cui egli solo si eleva al di sopra di tutti gli altri esseri della natura che non sono uomini, destinati per questo appunto a servirgli come strumento, ma anche di conseguenza si innalza al di sopra di tutte le cose. Come l'uomo non può vendere se stesso a nessun prezzo (ciò che sarebbe contrario al dovere della stima verso se stesso), così egli non può agire contrariamente al rispetto che gli altri devono necessariamente a loro stessi come uomini, vale a dire è obbligato a riconoscere praticamente la dignità dell'umanità in ogni altro uomo"]

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                Un modello significativo di questa prospettazione della dignità è costituito dall'art. 1 Cost. tedesca, il quale stabilisce che "la dignità dell'uomo è intangibile. Rispettarla e proteggerla è obbligo di tutto il potere statale" ([32]).

[32. Indicazioni non diverse sembra possibile trarre dall'art. 1 della Convenzione di Oviedo ("Convenzione per la protezione dei Diritti dell'Uomo e della dignità dell'essere umano nei confronti dell'applicazioni della biologia e della medicina : Convenzione sui Diritti dell'Uomo e la biomedicina", del 4 aprile 1997), il quale sembra porre la garanzia offerta dagli Stati all'integrità e ai diritti fondamentali dell'individuo in funzione strumentale rispetto alla protezione della "dignità" dell'individuo medesimo.]

                Sul piano normativo, dunque, la dignità si profila innanzi tutto come "rispetto" e la sua intangibilità non riguarda solo il potere statale: la dignità, proprio perché strutturale al complesso statuto antropologico della persona, è indisponibile anche per i singoli diretti interessati, in quanto è connessa con il rispetto di sé, che a sua volta è collegato con il "rispetto che gli altri hanno di me".

                L'attenzione al rapporto tra "me e l'altro" in forza della comune "dignità" apre la via ad un ulteriore significato della parola, che "ha a che fare con l'interazione sociale" ([33]). Indici normativi di questa versione della "dignità" possono trarsi dalla Costituzione italiana. La dignità - pur non mancando di essere connessa alla persona umana e al suo rispetto (art. 32 Cost.) - è espressamente riferita alla dimensione sociale dell'uomo, all'essere egli soggetto agente e relazionale all'interno di una collettività: nella Costituzione italiana la dignità diviene "dignità sociale" (art. 3) e consiste nel rispetto che ciascun componente dell'organizzazione collettiva deve ricevere in quanto inserito nella comunità politica, ossia in un gruppo di individui aventi un nucleo fondativo di base caratterizzato da cultura e fini condivisi. L'art. 36, inoltre, stabilisce il diritto ad una retribuzione che garantisca al cittadino-lavoratore - che è la figura antropologica delineata dagli artt. 1 e 4 Cost. ([34]) - "e alla sua famiglia un'esistenza libera e dignitosa" (art. 36 Cost.).

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                In questo contesto un ulteriore elemento merita attenzione: i parametri (significativamente ancora una volta associati) della libertà e della dignità sono declinati sul piano del tutto concreto dell'esistenza e sono destinati a riempirsi di contenuti specifici sulla base delle condizioni economico-sociali e sulle esigenze di vita maturate anche culturalmente in ciascun momento storico.

                Tale prospettazione socioculturale della dignità - tutta proiettata sulla società e sulla collocazione dell'individuo all'interno di questa - ha ricevuto svolgimenti importanti. Essa non è più declamata quale dote naturale, posseduta dagli uomini per il solo fatto di essere tali. Con un sensibile mutamento d'orizzonte, la dignità diviene una variabile socio-culturale bisognevole di una costante riformulazione, dal momento che - si osserva - è nei fatti così poco «intangibile» che l'uomo la può acquistare o perdere, quando e come si autorappresenti come partner dell'interazione sociale. Momento sociale e momento individuale della dignità tendono a questo punto a sovrapporsi: "così interpretata la dignità ha a che fare con quel processo di individualizzazione dell'autorappresentazione mediante il quale l'uomo, in comunicazione con altri uomini, acquista consapevolezza di sé, diventa persona ed in tale modo si costituisce nella sua umanità" ([35]).

                Nella prospettiva ora in esame si viola la dignità ogni qualvolta ci si intromette nell'ambito - al tempo stesso privato e socialmente condiviso - della autorappresentazione ([36]), che non si esaurisce mai in un momento di esclusiva intimità, ma - come insegna l'esperienza di ciascuno - si definisce sempre nell'interazione del singolo individuo con le sfide e gli ostacoli costantemente proposti dalla società.

                Questa proiezione sociale della dignità - che a ben vedere costituisce il presupposto sostanziale di fondo della tutela della riservatezza e della protezione dei dati personali - contiene in sé le premesse per un'ulteriore evoluzione del suo significato. Invero, se la dignità è il frutto di un processo continuo di costruzione del "sé" nella società, deve necessariamente essere riferita, non già ad un soggetto astratto, ma ad un individuo concreto, considerato, per di più, nella specificità della sua esistenza quale si determina nelle diverse fasi della sua vita dal concepimento in poi ([37]) e tenendo conto degli ostacoli di ordine economico sociale che egli inevitabilmente incontra.

                Con un ulteriore corollario: la dignità e la libertà, che l'uomo ha di fatto, non è quella di essere indipendente dai condizionamenti materiali e biologici, che in definitiva lo definiscono come persona, quale essere umano irripetibile nella sua individualità: la dignità - si ribadisce - non vive in una incomprensibile dimensione astratta, ma nella concretezza dell'esistenza ([38]), definita fin dalle caratteristiche genetiche, anch'esse, quindi, tutelate in nome della dignità (v. infatti art. 2, Sez. A, Dichiarazione universale diritti dell'uomo, 1948).

3.3 - "Dignità" e "laicità". La sommaria "carrellata" fin qui condotta delle diverse (ma sempre in qualche modo connesse) accezioni storicamente elaborate a proposito della dignità merita qualche precisazione ulteriore. In primo luogo, come si è già accennato, le diverse teorizzazioni non si contrappongono con granitica necessità l'una contro l'altra; al contrario, assai spesso esse coesistono a comporre un caleidoscopio complesso tra le varie sfumature di significato, segnando la specificità e la complessità operazionale del principio di dignità ([39]).

                Altro elemento che si scorge facilmente nell'assai sommaria esposizione sopra esperita, è la variabilità - e dunque l'oggettiva indeterminatezza - del contenuto da assegnare alla parola "dignità". Ciò ha in qualche modo agevolato facili scorciatoie verso una sorta di delegittimazione del concetto, che, da strumento operativo del dibattito sulla bioetica e sul c.d. biodiritto, viene descritto alla stregua di un orpello predato da inappropriate influenze della religione ([40]): il concetto di dignità sarebbe privo di significati diversi da quello di rispetto della persona, il quale si declinerebbe nella necessità di ottenere un consenso volontario e informato, nella riservatezza sul trattamento e nel divieto di discriminazioni e di pratiche abusive ([41]).

                È evidente la matrice culturale, da cui trae origine questa posizione: essa va rinvenuta nella tradizione nordamericana in materia, radicata su quel "diritto inalienabile al perseguimento della felicità" individuale (art. 1 Dichiarazione di indipendenza del 1776), che talora è tracimato anche in un esasperato individualismo. È una posizione che non sembra tener adeguatamente conto che la parola "dignità", lungi dall'essere necessariamente espressione di un punto di vista confessionale, traghetta sul piano operativo quel complesso statuto ontologico-antropologico della persona umana, sul quale la studiosa americana sopra citata ed i suoi epigoni sostanzialmente omettono di confrontarsi malgrado sia difficilmente contestabile che la persona umana delineata da quello statuto sia direttamente coinvolta nelle vicende giuridicamente rilevanti.

                Per quanto riguarda, poi, le perplessità sull'asserita assenza di un significato preciso della parola in esame e dei concetti da essa veicolati, deve darsi atto che la particolare vaghezza della parola "dignità" ed il conseguente contenuto "aperto" delle disposizioni che la contengono, non è uno "scandalo" in Europa, ma la banale espressione di una tecnica legislativa, adottata quando il legislatore - pur dettando le coordinate valoriali sulle quali deve allinearsi la decisione - intende demandare all'interprete la deduzione della norma nel singolo caso concreto ([42]). Il giurista italiano è consapevole di questo aspetto ed evita pregiudiziali rifiuti verso il principio di dignità, preferendo talora ancorarne il contenuto solo a quelle norme dalle quali possa trarsi un "indizio di legittimazione culturale diffusa e storicizzata", onde distinguere la nozione di "dignità" in ipotesi meritevole di accoglimento da quella desunta da "visioni morali ben caratterizzate sul piano religioso o ideologico, in contrasto col principio di laicità" ([43]).

                In quest'ultimo approccio non si può non cogliere l'elemento positivo costituito dalla consapevolezza che, nella determinazione del contenuto operativo del principio di dignità, l'elemento culturale svolge un ruolo determinante, dal momento che quest'ultimo contribuisce alla definizione e al completamento di quello statuto antropologico-ontologico della persona, cui sopra si è accennato. Lo spunto non sembra invece poter essere condiviso quando sconfina nell'autoreferenzialità e nell'apoditticità, che sono agevolmente rinvenibili nella distinzione tra "visioni morali ben caratterizzate sul piano religioso o ideologico, in contrasto col principio di laicità", alle quali si contrapporrebbero non meglio definite visioni diverse, di per sé invece apprezzabili secondo l'orientamento in esame, in quanto munite di una "legittimazione culturale diffusa e storicizzata".

                È evidente che una contrapposizione di questo tipo presenta delle difficoltà già a causa dei termini scarni in cui è prospettata, tanto più se si ha riguardo all'intrinseca polivalenza semantica della parola "laicità" ([44]). Qui non è necessario soffermarsi su tale posizione se non per rilevare che - a tutto voler concedere - rimane non pienamente convincente l'asserito momento di contraddizione tra "principio di laicità" - inteso ad esempio responsabilizzazione di ciascuna persona in nome dei principi di libertà, eguaglianza e fraternità come punti cardinali di orientamento ([45]) - e una nozione dell'essere umano qualificato da "dignità" e così definito quale ente meritevole di un rispetto che, per non essere mera declamazione, deve almeno concretizzarsi nella necessità che ciascuno resti un "fine", nel senso che si è detto, e non uno "strumento" funzionale ai desideri di altri esseri umani, dal momento che la relazione con questi ultimi contribuisce a scriverne la "dignità" ([46])

3.4 - Dignità della persona e maternità surrogata - Tutto ciò conferma la complessità operativa del concetto di dignità, che per di più è soggetto a complicarsi ulteriormente in forza delle tradizioni culturali storicamente prevalenti nelle varie aree geografiche. Ne segue la necessità di adottare un metodo quanto più "pragmatico" possibile, orientato a verificare se e come quello statuto antropologico-ontologico della persona umana sopra accennato sia in grado di rispondere all'interrogativo che qui in concreto si pone, vale a dire se possa dirsi compatibile con il principio di dignità la decisione della madre gestionale di mettere il proprio corpo a disposizione di quanti desiderino soddisfare la loro aspirazione alla genitorialità attraverso il ricorso alla maternità surrogata.

                In proposito, non sembrano aver ricevuto adeguata replica le osservazioni secondo le quali nella surrogazione di maternità la donna è ridotta ad "incubatrice naturale", a "materiale organico", funzionale alla produzione di altro materiale organico: sotto questo profilo non è un caso che i sociologi si siano riferiti ai bambini nati per maternità surrogata come a "prodotti di interventi tecnologici" ([47]). Il processo di reificazione degli esseri umani in vista della soddisfazione dei desideri di altri esseri umani è palesemente confermato dalle conseguenze che è possibile trarne sul piano giuridico: ci si è chiesti se l'attività della donna volta al "compimento dell'opera" non assuma una rilevanza giuridica tale da far propendere per la configurazione di un contratto d'opera ovvero di un contratto di appalto; come pure ci si è interrogati sulla operatività di un riferimento alla vendita o alla donazione ([48]); e non è mancato chi ha dubitato se la vicenda non sia addirittura riconducibile ad un'ipotesi di "schiavitù temporanea" ([49]).

                In ogni caso al giurista si pone una stringente alternativa: o si tratta di accordi dal problematico coordinamento con gli artt. 1322, 1343 e 1346 c.c., oppure non resta che prendere atto che esseri umani divengono quanto meno oggetto di contratto e di diritti trasferibili.

                Questo quadro complessivo non sembra superabile - come taluno ritiene - con il richiamo alla autodeterminazione della donna, che nella sua autonomia accetterebbe per corrispettivo o per "spirito di liberalità" di prestarsi alla maternità per surrogazione. Resta, infatti, confermato un dato: tale scelta impatta direttamente su esseri umani, vale a dire la stessa decidente e il bambino che nascerà. In questi casi, che al pari di altri coinvolgono la persona umana ed il rispetto che le è dovuto, è la stessa Costituzione ad escludere l'insindacabilità delle scelte dei diretti interessati e la loro autodeterminazione: l'art. 41 Cost. esclude che l'attività economica possa svolgersi in contrasto con la dignità umana e con ciò sottrae le relative valutazioni alla discrezionalità di quanti ne consentissero lo svolgimento in cambio di un qualsiasi vantaggio; non diversamente, l'art. 36 Cost. esclude una libera scelta del lavoratore nell'ipotesi in cui quest'ultimo sia disposto ad accettare una retribuzione ritenuta oggettivamente al di sotto delle "normali esigenze di vita" (questa era la formula a suo tempo presente nella Dichiarazione II della CdL) sua e della sua famiglia.

                Deve aggiungersi che una conclusione di questo tipo non può stupire. È generalmente accettato che la libertà di autodeterminazione nella gestione dei propri interessi sia limitata dal legislatore attraverso le valutazioni politiche sottintese nell'art. 810 c.c., ossia attraverso l'esclusione che determinate cose possano essere oggetto di diritti, con conseguente sottrazione delle cose medesime alla disponibilità degli individui. Orbene, è singolare che una severità analoga sia rifiutata quando le libere scelte abbiano ad oggetto (nel senso letterale del termine, come si è appena detto) esseri umani; è singolare, in altre parole, che la commerciabilità delle cose sia pacificamente ritenuta soggetta ai limiti posti dalla legge e dunque dalla politica, mentre al tempo stesso si declama che legge e politica non abbiano voce in capitolo in tema di "commerciabilità dei corpi".

4. - A proposito del "diritto alla genitorialità".

4.1 - "La dinamica dell'affettività può generare spaccati sentimentali profondi": genitorialità e diritto fondamentale all'identità genetica. Non può sfuggire lo sfondo drammatico su cui si innestano le vicende recate all'attenzione del Parlamento dalla Corte costituzionale: vi sono innanzi tutto soggetti dilaniati dal desiderio di genitorialità, il quale appare dettato da un'ansia di "normalità". Vi sono poi persone che donano gameti e che forniscono una "prestazione" dal contenuto molto particolare riassumibile nelle parole "dare la vita". Ed ancora vi sono persone che vengono al mondo con il crisma della scissione tra genitori naturali e genitori "intenzionali". Si delinea così la drammatica situazione sintetizzata recentemente con le parole riportate nel titolo di questo paragrafo ([50]). Con esse si allude a conflitti cruciali, che presentano "tensioni irrisolte a livello culturale [e] relazionale" ([51]), per la soluzione delle quali "mancano carte di navigazione e codici condivisi non solo a livello culturale, ma psichico" ([52])

                Di tutto ciò l'ordinamento - a sua volta chiamato "ad una tragica scelta tra verità parziali" - non può non tener conto.

                Sono questioni ampiamente studiate dalla dottrina giuridica ([53]) ed in queste note non è possibile ripercorrere analiticamente tutte le posizioni in tutte le loro sfaccettature. Qui interessa piuttosto richiamare i termini essenziali di quegli "spaccati sentimentali profondi" evocati nel titolo del paragrafo, in quanto è anche di questi drammi esistenziali che la Politica deve tener conto.

                Da un lato vi è l'incisiva aspirazione alla genitorialità delle coppie omosessuali: si è preso atto che nella prospettiva della c.d. "rivoluzione arcobaleno" si fanno sempre più diffusi "gli inviti a dare due mamme o due papà ai figli dell'altra metà del cielo" ([54]). Ad avvalorare queste aspirazioni si teorizza una superiorità intrinseca della famiglia omogenitoriale; si invocano, in proposito, "studi d'oltreoceano", che confermerebbero "che i figli nati in coppie sterili, omo ed etero-genitoriali, grazie alle tecniche di fecondazione assistita, risultano essere più creativi, più intellettualmente vivaci e più sereni di tanti figli procreati «naturalmente», proprio in quanto pensati e voluti più degli altri". Si ammette, peraltro, che vi siano casi che evidenziano criticità, ma si specifica che queste dovrebbero ascriversi, in definitiva, "ai pregiudizi", alle "posizioni arcaiche di parti politiche autoritarie e illiberali" ([55]).

                Non si saprebbe dire quanto queste narrazioni si concilino con le esperienze concrete affrontate dai giudici nei tribunali, un esempio delle quali è offerto dalla vicenda che ha occasionato la sentenza n. 32/2021, cit. in § 2.2, dove in pratica l'ordinamento è chiamato a preservare, per quanto possibile, il minore dai conflitti presenti nella coppia c.d. omoaffettiva in misura non diversa da quella eterosessuale.

                Per altro verso, qui non interessa riproporre le severe critiche formulate in dottrina a proposito dei "progetti di genitorialità intenzionale" ([56]), dei quali si è denunciata la sostanziale funzionalità a stereotipi "post patriarcali" della donna basati sulla possibile separazione tra gravidanza e maternità ([57]), senza considerare che entrambe costituiscono dimensioni esistenziali costitutive di ciascuna donna. Sono contrapposizioni che contrassegnano tutte le questioni con riflessi sulla bioetica e che contribuiscono in misura limitata a chiarire ciò che qui interessa, vale a dire il perimetro nel quale può muoversi il futuro legislatore.

[56. Un atteggiamento di questo tipo pare flettere le relazioni familiari all'"egoistica e gelosa realizzazione di sé", mediante asservimento dei rapporti intersoggettivi instaurati tra i membri della comunità familiare al conseguimento della più completa e soddisfacente attuazione di bisogni ed esigenze assolutamente personali. Da qui la resistenza ad accogliere proposte ermeneutiche che comportino il rischio di smarrimento della funzione solidaristica dell'adozione semplice".]

                A tal fine è maggiormente utile rammentare che l'aspirazione alla genitorialità di taluni non è neutra verso i terzi: per salvaguardare l'"autodeterminazione procreativa" di taluno, infatti, alla madre in affitto è negato il figlio che ha portato in sé, malgrado l'intenso legame genetico e neurobiologico che si instaura con il futuro nato al quale già si è fatto cenno.

                Ancora una volta si ripropone la gravità di quest'ultimo aspetto: il legame che si crea tra nascituro e gestante è alla base dell'art. 2693 c.c.; ad esso la giurisprudenza ha fatto riferimento allorché ha sottolineato che "la letteratura scientifica è unanime nell'indicare come sia proprio nell'utero che si crea il legame simbiotico tra il nascituro e la madre" ([58]).

                In questo contesto deve essere attentamente considerata l'idea di chi ammette che nel rapporto simbiotico tra uomo e madre si intravede "un aspetto coessenziale all'idea di uomo" quale "essere umano nato da donna". Ciò malgrado, si aggiunge, la maternità surrogata dovrebbe ammettersi come maternità "altra" rispetto a quella, per così dire, "tradizionale" ([59]).

                Di fronte a questa posizione si deve confessare un senso di profondo smarrimento; tale smarrimento, in particolare, si innesta sulle conseguenze dirette che inevitabilmente avrebbe l'abbandono del "modello tradizionale" nella fondazione biologica dell'uomo: quando si teorizza una maternità "altra" - oggi in rapporto alla maternità surrogata, in futuro analoga ipotesi potrebbe costruirsi in funzione di una gestazione completamente automatizzata, sulla quale sembrerebbe che taluno stia lavorando - occorre tener conto che ciò non può che avviare verso un essere umano "altro" rispetto a quello cui siamo avvezzi da molte decine di migliaia di anni. Le considerazioni di Paolo Zatti [emerito Diritto civile-Un. Padova], in altre parole, sono estremamente utili perché contribuiscono ad acquisire consapevolezza della posta in gioco: per assecondare il desiderio di genitorialità di taluno si propone di modificare l'idea che l'uomo ha di sé stesso in stretta conseguenzialità della fondazione costitutiva delle sue origini biologiche.

                Peraltro, il modello "tradizionale" di essere umano, con le sue caratteristiche descritte dall'epigenetica (v. ancora nota 19), e sul quale ci si interroga dalle origini dell'umanità, presenta riscontri di non poco momento sia sul piano giuridico, sia sul versante sociologico. Quanto al primo, occorre prendere atto che il profondo legame biologico che si stabilisce nel grembo materno costituisce la radice ultima del diritto del figlio ad uno status corrispondente alla verità biologica in quanto momento del diritto all'identità personale e del diritto all'identità genetica, sui cui si è già espressa la Corte Costituzionale ancorandolo agli artt. 2 e 3 Cost. ([60]), che si declina anche nell'imprescrittibilità delle azioni di stato per il figlio ([61]).

                Anche in rapporto a quanto si dirà infra in par. 6, non è inutile aggiungere che tale diritto all'identità genetica, lungi dall'essere frutto di elaborazioni suggestive, ha un riscontro sostanziale confermato dalle indagini condotte dai sociologi: questi ultimi hanno dovuto prendere atto del moltiplicarsi delle richieste provenienti da nati a seguito della donazione di gameti, che sempre con maggiore frequenza manifestano la volontà di conoscere l'identità dei donatori, ossia dei loro genitori biologici ([62]). Ciò, in altre parole, significa che con il diritto all'identità genetica l'ordinamento riconosce la rilevanza giuridica primaria di un insopprimibile vocazione degli esseri umani, che riceve conferme anche sul piano socio-antropologico: la discendenza biologica.

                Ne risulta un quadro assai frastagliato a causa del sovrapporsi di "genitorialità intenzionali" (più o meno articolate a seconda dei casi) con genitorialità biologiche anch'esse potenzialmente articolate. Tornano così inevitabilmente a far sentire i loro gemiti "gli spaccati sentimentali profondi" prima ricordati, con la conseguenza che - a tutto voler concedere - "la necessità di elaborare e trovare forme comunicative condivise e sostenibili di questa origine di nascita si impone con forza e forse, proprio per questo, è più riflettuta anche a livello collettivo" ([63]).

                4.2 - "Autodeterminazione procreativa", diritto alla genitorialità e Corte costituzionale: per un diritto costituzionale non à la carte. Sarebbe inutile eludere la realtà: gli "spaccati sentimentali profondi", cui sopra si è accennato, dipendono dal fatto che l'autodeterminazione procreativa delle coppie omoaffettive ha la peculiarità di essere purtroppo così poco autonoma da non poter fare a meno di servirsi di altre persone.

                Un consistente orientamento dottrinale e giurisprudenziale rappresenta tale particolare "autodeterminazione" in termini di "scelta incoercibile" costituzionalmente fondata sull'art. 2 Cost. Questa prospettazione viene avvalorata con il richiamo a Corte costituzionale 10 giugno 2014, n. 162 ([64]).

www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2014&numero=162

                A mio parere è necessaria un'ulteriore verifica sul se e come questa sentenza possa essere utile al cennato orientamento. Tale verifica non può non prendere le mosse da un dato oggettivo: la sentenza in realtà non contiene alcun riferimento in qualche modo estensibile alle coppie omosessuali. Anzi, v'è di più: non solo la sentenza n. 162/2014, ma la costante giurisprudenza della Corte costituzionale è nel senso di non riconoscere alle coppie omosessuali alcun diritto alla genitorialità costituzionalmente fondato.

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                A questo punto, fini di chiarezza espositiva impongono di trarre le seguenti conclusioni a margine di Corte cost. n. 162/2014:

                I) il diritto alla genitorialità, quale momento costitutivo della libertà di autodeterminazione e realizzazione della persona all'interno di "formazioni sociali" ex art. 2 Cost., è riferito dalla sentenza esclusivamente ai componenti di quella specifica "formazione sociale" descritta dall'art. 5, l. n. 40/2004 più volte richiamato in sentenza ed in queste pagine, vale a dire - è utile ripeterlo visti gli equivoci insorti in dottrina e giurisprudenza - la formazione sociale costituita da una coppia "di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi";

                II) l'infertilità idonea a giustificare ex art. 32 Cost. vicende di procreazione non naturale è esclusivamente l'infertilità patologica, ossia l'infertilità assoluta eziologicamente connessa a patologie suscettibili di trattamento medico: in altre parole, nell'ambito di applicazione dell'art. 32 Cost. nessuna cittadinanza ha ai fini predetti la c.d. "infertilità sociale" o "relazionale", caratterizzante le coppie mono affettive;

                III) al di fuori delle patologie del tipo ricordato nella sentenza n. 162, il ricorso alla procreazione non naturale deve essere valutato anche in rapporto al rischio di "assecondare il desiderio di autocompiacimento dei componenti di una coppia, piegando la tecnica a fini consumistici".       Su queste linee portanti la Corte costituzionale si è attestata nelle successive sentenze 23 ottobre 2019, n. 221 ([65])                                           www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2019&numero=221

4 novembre 2020, n. 230 ([66]).www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?param_ecli=ECLI:IT:COST:2020:230

La prima di tali sentenze prende le mosse dalla "possibilità - dischiusa dai progressi scientifici e tecnologici - di una scissione tra atto sessuale e procreazione", ma nega che tale scissione renda esperibile per singoli individui e coppie omoaffettive un diritto costituzionalmente garantito a procreare con metodi diversi da quello naturale. Su questa premessa, la sentenza n. 221/2019 conferma il precedente punto I) fissato dalla sentenza n. 162/2014: come si ricorderà, la precedente sentenza aveva riferito il diritto alla genitorialità di cui all'art. 2 Cost. alle coppie "di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi"; non diversamente, la sentenza del 2019 precisa che è costituzionalmente legittima "l'idea che una famiglia ad instar naturæ [a guisa] due genitori, di sesso diverso, entrambi viventi e in età potenzialmente fertile rappresenti, in linea di principio, il «luogo» più idoneo per accogliere e crescere il nuovo nato" (par. 13.1 e v. anche par. 11).

                In stretta coerenza con questo aspetto, la sentenza del 2019 prosegue confermando anche il punto II) ricavato dal precedente del 2014, il quale aveva affermato che solo l'infertilità patologica, propria delle coppie eterosessuali, può contare sull'ombrello costituzionale dell'art. 32 Cost. ([67]). La Corte nel 2019 completa il ragionamento aggiungendo che ad analoga copertura non può aspirare la c.d. infertilità sociale propria delle coppie omosessuali, atteso che quest'ultima non può qualificarsi come una "patologia", essendo al contrario assolutamente fisiologica ([68]).

                Anche la sentenza del 2019, infine, trae le inevitabili conseguenze a proposito delle aspirazioni a divenire genitori per il tramite della tecnologia: in proposito, la sentenza del 2014 aveva accennato al fatto che, al di fuori delle situazioni patologiche trattabili attraverso le "pratiche mediche", si sconfina nel "desiderio di autocompiacimento dei componenti di una coppia, piegando la tecnica a fini consumistici". Sulla stessa linea si colloca la sentenza del 2019, quando, una volta esclusa l'infertilità sociale dall'ambito di applicazione dell'art. 32 Cost., derubrica l'aspirazione alla genitorialità delle coppie omosessuali a mera "aspirazione soggettiva", la cui realizzazione è lasciata alla discrezionalità del legislatore ordinario (par. 16).

                Tutti questi aspetti sono fatti propri dalla sentenza n. 230/2020, la quale di fatto si limita a richiamare i passaggi maggiormente significativi del suo precedente del 2019. Così, è espressamente ribadito che alla stregua degli artt. 2, 3 e 30 Cost. "la scelta, operata dopo un ampio dibattito dal legislatore … di non riferire le norme relative al rapporto di filiazione alle coppie dello stesso sesso, cui è pur riconosciuta la piena dignità di una «vita familiare», sottende l'idea, «non ... arbitraria o irrazionale», che «una famiglia ad instar naturae [ossia composta da] due genitori, di sesso diverso, entrambi viventi e in età potenzialmente fertile rappresenti, in linea di principio, il 'luogo' più idoneo per accogliere e crescere il nuovo nato»".

                Su questa linea la sentenza del 2020 della Corte costituzionale precisa che "tale scelta [del legislatore ordinario] non vìola gli art. 2 e 30 Cost., … perché l'aspirazione della madre intenzionale [componente di una coppia omosessuale femminile] ad essere genitore non assurge a livello di diritto fondamentale della persona nei sensi di cui al citato art. 2 Cost.", con la conseguenza che "l'esclusione dalla p.m.a. delle coppie formate da due donne non è, dunque, fonte di alcuna distonia e neppure di una discriminazione basata sull'orientamento sessuale".

                Ognuno vede che ci troviamo di fronte alla stessa conclusione già tratta dalla sentenza 15 novembre 2019, n. 237 ([69]), par. 3.1.1: migliore prova della costanza dell'orientamento della Corte costituzionale non potrebbe esservi.                S             www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2019&numero=237

                L'esposizione della giurisprudenza della Corte costituzionale deve poi essere completata con un'ulteriore osservazione. Tale giurisprudenza, a ben vedere, non solo non contrasta con la giurisprudenza della CEDU ([70]), ma è assolutamente coerente con la Convenzione di Oviedo (4 aprile 1997, nel cui Preambolo si avverte espressamente che "i progressi della biologia e della medicina devono essere posti al servizio e a beneficio delle generazioni future". Più chiaramente, la Convezione di Oviedo, che, come noto, mira alla "protezione dei Diritti dell'Uomo e della dignità dell'essere umano nei confronti dell'applicazioni della biologia e della medicina",                                                                www.fedlex.admin.ch/eli/cc/2008/718/it

reca l'evidente indicazione secondo la quale biologia, medicina, non diversamente dai loro sofisticati sviluppi sul versante tecnologico, devono essere funzionali alle "generazioni future", con conseguente attenzione a interessi di carattere generale riferibili alla società prossima ventura, alla sua struttura, ai suoi valori, di fronte ai quali evidentemente cedono - secondo la Convenzione internazionale in esame - le aspirazioni dei singoli individui della generazione presente, soprattutto quando tali aspirazioni rischino di trascendere in quelli che la Corte costituzionale ha designato "desideri di autocompiacimento". Del pari, la Convenzione di Oviedo, ed in particolare il suo art. 19, conferma le indicazioni della Corte costituzionale e del legislatore ordinario in tema di genitorialità delle coppie omoaffettive. È pacifico che queste ultime presuppongono l'intervento quanto meno di un "donatore" che consenta la realizzazione della loro aspirazione di genitorialità. Senonché l'art. 19 della Convenzione cit. depone nel senso che gameti maschili e femminili possono essere "donati" solo a fini di terapia del ricevente (così, letteralmente, l'art. 19 cit.) e mai, dunque, per porre rimedio ad una sterilità "sociale" o per soddisfare una aspirazione alla genitorialità dello stesso ricevente o di terzi, atteso che in ogni caso non si tratta di patologie suscettibili di trattamento medico e che dunque non possono rientrare nell'ambito di applicazione dell'art. 32 Cost.

5. - A proposito di "apprezzamento sociale della fenomenologia considerata" e dello spazio da riconoscersi alla "giurisprudenza non costituzionale" alla stregua degli artt. 2 e 101 Cost.

                Non trova, dunque, concreto riscontro l'idea, secondo la quale le sentenze più recenti del giudice delle leggi si discosterebbero dalla sentenza n. 162/2014, talora descritta come esempio di progresso e civiltà, cui sarebbero seguite decisioni dalla "impostazione eccessivamente dottrinale, per non dire ideologica" ([71]). Al contrario, l'analisi condotta nelle pagine precedenti dimostra un'evidente continuità nella giurisprudenza della Corte costituzionale, la quale, per di più, non manca occasione di sottolineare come non esistano diritti costituzionalmente garantiti in modo assoluto, ossia insuscettibili di coordinamento con esigenze ed interessi in ipotesi confliggenti e di pari rango costituzionale.

                Non si può non convenire su questo punto. L'art. 2 Cost. lascia intravedere una trama di "diritti inviolabili". Questi "diritti inviolabili", nello scenario delineato dalla disposizione costituzionale, non sono monadi isolate, ma intersecano e sono suscettibili di confliggere con i "diritti inviolabili" di altri. Ed ancora quei "diritti inviolabili" affiancano e spesso collidono con "doveri inderogabili", a dimostrazione che "inviolabilità" non è sinonimo di "assolutezza".

                Nel quadro così delineato non v'è, ovviamente, né antinomia, né confusione: la chiave della composizione è indicata dalla stessa Costituzione.

                I "diritti inviolabili" sono funzionali all'espressione della personalità di ciascuno onde garantirne il "pieno sviluppo". Essi si sostanziano, in definitiva, in una garanzia della realizzazione del "sé", vale a dire in una garanzia di quel "poter essere sé stessi", che comporta, peraltro, la responsabilizzazione di ciascuno in ordine agli esiti della propria vita, con ricadute prescrittive che qui sarebbe un fuor d'opera richiamare ([72]). Preme sottolineare un altro aspetto: lo stesso art. 2 Cost. avverte che la società in esso prefigurata non è la società delle scelte individuali "incoercibili" o dei desideri di autocompiacimento esercitati nella loro assolutezza, a prescindere dalle loro "esternalità negative". La disposizione costituzionale, infatti, nell'accostare i diritti all'"adempimento di doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale", pone immediatamente il "sé" di ciascuno in relazione con il "noi" della collettività, con una inevitabile coloritura organicistica di quest'ultima, di cui sarebbe uggioso riproporre in questa sede la "risalentissima" e plurima genesi culturale.

                Ancora una volta affiora il tema del coordinamento tra diritti. Come pure, affiora ineludibile il coordinamento tra "diritti inviolabili" e "doveri inderogabili". Il senso di tale coordinamento emerge dalla parola che per prima connota la "solidarietà" richiesta dall'art. 2: invero, la "solidarietà" in cui si coagula la sintesi tra "diritti inviolabili" e "doveri inderogabili", è innanzi tutto "politica": ciò significa che il componimento di diritti e doveri deve aver luogo sulla base di valutazioni culturali aventi ad oggetto la struttura di fondo della società, le quali - non è inutile ribadirlo - sono valutazioni che pertengono al Parlamento quale collettore ed eco dei vari segmenti della società stessa.

                Si conferma così che il Parlamento, e dunque la Politica, sono chiamati a comporre in un delicato equilibrio "gli spaccati sentimentali profondi" prima accennati ed i diritti ed i doveri invocati a loro conforto. In particolare, come si ricorderà, è necessario stabilire le modalità della tutela del nato per iniziativa di coppie omogenitoriali, la cui situazione di vita, il cui interesse non potrà che essere accertato scrupolosamente dal giudice nel singolo caso concreto ([73]), onde evitare un triplice rischio: per un verso, infatti, vi è il rischio che il minore, in caso di burocratica formalizzazione di un rapporto posto in essere in violazione della legge, si trovi ad essere funzionale a desideri di autocompiacimento degli adulti ([74]); ovvero, all'opposto, il minore corre il rischio - correttamente denunciato dalla Corte Costituzionale - di essere sacrificato alla pur legittima finalità di disincentivare il ricorso a pratiche di PMA eterologa o a maternità surrogata vietate dalla legge. Ci si dovrà, a questo proposito, porre l'interrogativo se tali violazioni di legge debbano continuare a rimanere del tutto impunite. Infine, vi è il rischio - che attualmente, per la verità, è una certezza - di assoggettare ad un trattamento deteriore quelle coppie eterosessuali che decidono di rispettare la legge e si sottopongono ai molteplici accertamenti circa la loro idoneità genitoriale previsti dalla vigente disciplina dell'adozione.

                A questo punto si comprende la correttezza della scelta effettuata dalla Corte costituzionale con le sentenze n. 32 e 33 del 2021 di non procedere a dichiarazioni di incostituzionalità e di devolvere la questione al legislatore.

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6 - A proposito di "famiglia ad instar naturæ", di art. 29 Cost. e di "fallacia naturalistica".

                6.1 - La "società naturale" ed il diritto fondamentale all'identità genetica. Sui temi della filiazione e della famiglia si sono talora lamentate forzature dei dati normativi ([77]), come pure l'utilizzazione suggestiva di "parole magiche" (quali, ad esempio, "autodeterminazione" e "salute") ([78]), con il fine - si afferma - di imporre all'ordinamento curvature particolari su temi (non solo) eticamente sensibili eludendo in qualche modo il vaglio parlamentare. Fondati o meno che siano questi rilievi per quanto riguarda il passato, non può non prendersi atto che nella presente occasione la Corte costituzionale ha evitato "disarmonie" ed ha rimesso al Parlamento - e dunque ad una Politica auspicabilmente con la "p" maiuscola - la decisione sul se e fino a che punto la tutela dell'interesse del minore possa costituire una sorta di "grimaldello" per sancire il tramonto nell'ordinamento italiano del modello di famiglia, quale "luogo più adatto dove fare nascere un bambino", sancito, ad esempio, dal più volte richiamato art. 5, l. n. 40/2004: a questo fine è stata preferita quella particolare "formazione sociale" costituita da coppie di maggiorenni, di sesso diverso, coniugate o stabilmente conviventi, che pure un radicamento (e forse più di uno, come si dirà qui di seguito) nell'art. 29 Cost sembra averlo.

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                Il punto può essere chiarito meglio: quando si afferma che ogni essere umano ha diritto di conoscere le proprie origini biologiche in quanto queste costituiscono componenti essenziali del suo "essere sé stesso" nella inscindibilità della dimensione corporea da quella intellettiva, a ben vedere si arricchisce la "naturalità" della famiglia di un'ulteriore componente epistemologica. Invero, antropologia, biologia, "legami di sangue", in cui si è detto riassumersi la "naturalità" della famiglia, contribuiscono a far intravedere un ulteriore valore sotteso all'art. 29 Cost.: quest'ultimo, colla sua visione della "famiglia" quale "società naturale", mira ad evitare che la scissione tra procreazione e sesso annulli il legame genetico intergenerazionale privando di fatto le persone delle loro radici, che in definitiva accentuerebbe l'isolamento, l'artificialità, in definitiva l'alienazione fisica e morale dell'essere umano.

                In queste esigenze fondative della dimensione esistenziale si completa il nucleo costitutivo del diritto all'identità genetica. Alla costruzione di quest'ultimo, allora, si rivela direttamente funzionale l'art. 29 Cost. dal momento che, nell'individuare nella "famiglia naturale" il luogo socio-giuridico maggiormente idoneo all'accoglimento del nuovo nato, individua al tempo stesso in quel modello lo strumento idoneo alla salvaguardia di quella dimensione esistenziale che si è indicata alla radice del diritto fondamentale in questione.

                6.2 - "Società naturale" e "fallacia naturalistica". Si è anticipato che tra le critiche proposte a margine della "naturalità" della famiglia v'è quella secondo la quale tale interpretazione sarebbe affetta da "fallacia naturalistica". Non si saprebbe dire quanto tale obiezione possa dirsi calzante e meditata. La sensazione è che i giuristi dovrebbero essere estremamente circospetti nell'avventurarsi in una "selva", che, se non è "oscura", è di certo riconosciuta come estremamente intricata anche dai filosofi. Nell'articolato panorama di studi formatosi sulla nozione di "fallacia naturalistica", sono ormai consistenti i rilievi circa la pluralità delle sue formulazioni e la sua conseguente ambiguità ([101]), stante non solo e non tanto la non coincidente e discussa configurazione offerta, ad esempio, da Davide Hume, George Moore, Richard Hare ([102]), quanto soprattutto la sua riconducibilità a correnti anche sensibilmente diversi tra loro, quali il divisionismo, il decisionismo, il non cognitivismo, il neopositivismo novecentesco ecc., da declinarsi a loro volta in una pluralità di orientamenti ([103]).

                Come si vede, quanti intendano proporre argomenti fondati sulla "fallacia naturalistica" difficilmente possono eludere l'onere di precisare i termini della stessa che prendono a riferimento. Tanto più stringente appare tale onere quando si tenga conto che sono state sviluppate prospettive tendenti all'oggettivo superamento della "fallacia naturalistica" in nome di una naturalizzazione dell'etica o, più precisamente, di una "fondazione biologica" della stessa. Alla base di questa prospettazione vi è l'evidenza che "è il cervello che sorregge le nostre condotte sociali". In proposito si è rilevato che la moralità trae origine dalla configurazione del nostro cervello come si è evoluta rispetto a comportamenti di attaccamento e di legame: ciò che generalmente si definisce "etica o morale è uno schema quadridimensionale per il comportamento sociale", cui presiede un sistema di ormoni e amminoacidi costituito da ossitocina-vasopressina-arginina che faciliterebbe, in buona sostanza, comportamenti cooperativi, rimanendo, peraltro, ciascuno soggetto alle variabili indotte dall'ambiente e dalla cultura ([104]).

                È evidente come nella prospettiva appena ricordata la dicotomia tra natura ed etica, che tanta parte ha avuto nel dibattito filosofico e che è alla base della c.d. "fallacia naturalistica" (o almeno di alcune versioni della stessa), è destinata quanto meno ad attenuarsi o addirittura a rivelarsi essa stessa "fallace" ([105]), visto che le condotte volte alla collaborazione e alla condivisione con gli altri sembrano ispirate (anche) da condizioni neurobiologiche, oltre che dall'ambiente e dalla cultura.

Tra i tanti profili in rapporto ai quali la "fallacia naturalistica" è stata recentemente messa in discussione, ve ne è uno in particolare che sembra meritevole di attenzione in quanto va nel senso di escludere che la "fallacia naturalistica" ed i presupposti teorici che vi si celano, si trasformino in un incomprensibile feticcio ontologico, tale sbarrare ogni connessione tra "essere" e "dover essere", nel dialogo dei quali si iscrive, invece, l'esperienza giuridica. Mi riferisco a chi ha osservato che, se dai fatti non è possibile "derivare" norme quali conseguenze logicamente necessarie dei primi, queste ultime "si possono però argomentare, aggiungendo argomenti o ragioni meno stringenti della deduzione" ([106]), così da assegnare al fatto una regolazione quanto più articolata in proporzione alla sua eventuale complessità.

                In questa sede non è necessario dilungarsi ancora per dimostrare che il mero riferimento alla "fallacia naturalistica" non sembra dotato dell'efficacia necessaria per porre "fuori gioco" la decisione assunta a suo tempo dal legislatore di privilegiare la c.d. "procreazione naturale" in coerenza e nell'ambito della "società naturale" delineata dall'art. 29 Cost. nel senso che si è detto. Nella specie, in particolare, ci si dovrebbe porre l'interrogativo se la "fallacia naturalistica" sia appropriatamente invocata con riguardo a norme di diritto positivo. In proposito, mette conto osservare che, se con l'invocazione della "fallacia naturalistica" si vogliono tenere distinti lo "is", ossia l'esperienza, il fatto, e lo "ought to", il "dover essere", essa può avere una qualche utilità nella misura in cui mira a salvaguardare la libertà di colui che è chiamato ad effettuare la valutazione rispetto al fatto.

                Sennonché, quando l'"ought to" [dovrebbe] è già incorporato nella norma giuridica (sia essa l'art. 29 Cost., o l'art. 5, l. n. 40/04, o altra), il richiamo alla "fallacia naturalistica" sembra privo di operatività dal momento che la valutazione è stata già compiuta dal soggetto costituzionalmente legittimato, con la conseguenza che eccepire la "fallacia naturalistica" in questi casi non è altro che un artificio, se non fine a sé stesso, utile al più per criticare la scelta legislativa già compiuta anche a livello costituzionale.

                6.3 Art. 29 Cost. e persona umana. Si torna così all'art. 29 Cost. e al complesso sintagma "famiglia come società naturale". In esso pare effettivamente non semplice intravedere richiami ad un diritto naturale (par. 6.1). Peraltro, al pari di ogni norma giuridica l'art. 29 Cost. postula la valutazione, non già di un fatto in sé, quanto piuttosto dell'interesse umano connesso, intercettato da quel fatto: la norma che ne segue, esprime la valutazione di meritevolezza assegnata dal legislatore storico a quell'interesse ([107]). Il "fatto" dal quale muove l'art. 29 Cost. è la costante antropologica di ogni organizzazione umana, consistente nel radicamento della perpetuazione fisica nell'unione di una coppia eterosessuale allargata ai gradi parentali più stretti. In definitiva, dunque, il valore preso a riferimento dall'art. 29 Cost. è l'essere umano così come definito costitutivamente in chiave antropologica dalle modalità organizzative da lui socialmente adottate per assicurare la sua riproduzione. Anche in questo caso, in altre parole, viene in primo piano quella "persona umana", la cui centralità qualifica il vigente ordinamento giuridico, e la cui individuazione non può prescindere dalla naturalità del corpo a pena di essere ridotta ad una pura astrazione intellettuale. Più precisamente, la "persona umana", sulla quale è incentrato tutto l'apparato costituzionale, sembra a fatica separabile dall'essere umano nella sua fisicità fattuale, dalla quale il sesso, con le sue evidenti connotazioni riproduttive, non può essere stralciato se non con una forzatura tanto evidente, quanto priva di ragionevolezza.

Prof. Gioacchino La Rocca, ordinario diritto civile Università Milano Bicocca     Il caso.it 25 ottobre 2021

107 note     https://blog.ilcaso.it/news_1240/25-10-21/La_genitorialita_omoaffettiva_tra_artt_2_e_29_Cost-_la_Corte_costituzionale_sollecita_il_Parlamento_su_questioni_sensibili_non_solo_eticamente

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PARLAMENTO

L’enciclica Fratelli tutti un anno dopo arriva al Senato

                Una bella occasione di laicità. II discorso del papa sulla fratellanza pubblicato proprio un anno fa è stato presentato al Senato della Repubblica Italiana da uno dei suoi più acuti e fedeli interpreti, il direttore de La Civiltà Cattolica padre Antonio Spadaro, per farne oggetto di riflessione davvero politica, quindi davvero comune.

Video                     www.radioradicale.it/scheda/650929/fratelli-tutti-papa-francesco-e-la-profezia-del-futuro

                Anche sul tema urticante, per alcuni, della proprietà privata? Ovviamente l’accenno non poteva mancare, e chiaro, visto che “la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata. Il principio dell’uso comune dei beni creati per tutti è il primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale, è un diritto naturale, originario e prioritario. Tutti gli altri diritti sui beni necessari alla realizzazione integrale delle persone, inclusi quello della proprietà privata e qualunque altro, «non devono quindi intralciare, bensì, al contrario, facilitarne la realizzazione», come affermava San Paolo VI. È un punto molto importante per parlare di fratellanza, ma il discorso ha riguardato ovviamente tutti i temi di fondo di un’enciclica potente e innovativa, che coglie il complesso rapporto tra politica ed economia in tutta la valenza soprattutto per la politica, che deve trovare un pari livello di espressione e rappresentazione.

                Ascoltando mi è parso che il discorso del direttore de La Civiltà Cattolica abbia avuto soprattutto il merito di porci davanti all’urgenza di superare quello stanco refrain che ci invita da tempo a trovare la forza e la capacità di essere davvero noi stessi. “Sii te stesso”, è un invito che ci sentiamo rivolgere come un’esortazione fondamentale a trovare la chiave fondamentale per passare un esame, una prova, una sfida. “Sii te stesso”. Dunque siamo delle monadi, immodificabili, indifferenti al rapporto con il resto del mondo. Questo tipo di concezione salta nella visione della fratellanza umana, a mio avviso, che ci determina non in base ad un rapporto “io, l’altro”, o “io e il resto”, ma ci determina con l’altro, elimina “il resto”, vede tutto ciò che interagisce con noi, determinandoci. Questo ovviamente il discorso pronunciato da padre Antonio Spadaro non lo ha detto in questi termini, ma lo ha posto sul campo della determinazione di ciascuno di noi, quel noi che sparisce sempre più facilmente dalle percezioni di chi viene invitato ad “essere se stesso”.

                Cartesio è stato certamente un alunno dei gesuiti e padre Spadaro lo saprà benissimo, certo meglio di me, ma la dimensione relazione dell’individuo, che non esiste quindi soltanto in quanto se stesso pensante, ma interagente, a mio avviso l’ha posto. Sarebbe interessante se il Senato pubblicasse il testo per potere aprire proprio su questo una discussione più ampia a partire da quanto esattamente detto.

                La fratellanza dunque è anche la presa d’atto di un’umanità fatta da esseri relazionali, che ha ispirato anche il pensiero dei Lumi, che l’hanno posta dopo “libertà” e “uguaglianza” quasi a dare compimento alle loro valenze e prospettiva che nella fratellanza si compiono pienamente. Come essere liberi e come essere uguali senza riconoscersi fratelli? Qui il direttore de La Civiltà Cattolica ha notato con acume che però questo concetto finale, perché riassuntivo ed esplicativo di come poter essere liberi e uguali, è svanito nei grandi documenti illuministi, dal 1789 al 1791 e anche dopo, per ricomparire, ad esempio in Francia, soltanto con la vigente costituzione. Che cosa ostacola la comprensione della centralità della fratellanza? Una cultura basata sulla solitudine esistenziale? L’individualismo?

                Qui è molto interessante notare che il vocabolo “individuo” è intraducibile in alcune lingue: in arabo ad esempio il termine più utilizzato per rendere l’idea di individuo letteralmente vuol dire “uno di una coppia”. Questa visione diversa della singola persona rispetto a quella che la rende un “tutto chiuso e finito” dà all’architrave del discorso politico dell’enciclica, il bene comune, un sapore meno lezioso. Non è un bene comune da pubblicità Barilla, non rimuove il conflitto, ma dando valore alle diversità. Il conflitto non è mera contrapposizione di propagande, ma strumento di confronto e di crescita tra visioni parziali che nel conflitto possono crescere cercando il bene comune. Le diversità così sono il cuore della fratellanza e del suo obiettivo, la costruzione comune del bene comune. I diversi che si sanno tali non mirano a rimanere se stessi, ma possono coltivare insieme il sogno di diventare tutto, non di rimanere se stessi per sempre.

                È qui che il discorso di padre Spadaro ha offerto elementi di stretta attualità. Questa fratellanza infatti non crea una ipotetica fratellanza sferica, o astrattamente globale. No. Parte dalla polis per creare la fratellanza di quartiere, di città, di Paese e ovviamente globale. Il cuore di questa fratellanza che parte dalla cittadinanza ci rende tutti partecipi. È la partecipazione uguale e diversa alla vita comune nel quartiere, nella città, nel Paese e quindi nel mondo la norma imprescindibile, che individua quindi, come ha fatto espressamente padre Spadaro, la rilevanza del problema dell’astensione. Astensione dal voto, o astensione dall’essere polis? Basta Wikipedia per sapere che tratto distintivo della polis greca era “il fatto che tutti i cittadini liberi fossero sottoposti alle stesse norme di diritto, secondo una concezione che identificava l’ordine naturale dell’universo con le leggi della città”. Dunque la fratellanza è un fatto cosmico e fonda lo stesso rispetto degli ecosistemi che sono base indispensabile per le diversità culturali che rendono “mondo” il mondo.

                Nessuna discriminazione è possibile, nella polis e nell’ordine naturale. Le fortissime parole di papa Francesco di ieri sulla situazione dei profughi rinchiusi in veri e propri lager in Libia lo rendono chiaro per ciascuno di noi. Un riferimento che aiuta a capire l’importanza che padre Spadaro ha detto nel suo discorso alla convergenza sul tema della fratellanza e della comune e paritaria cittadinanza tra il papa, l’imam di al-Azhar, massima autorità sunnita, e l’ayatollah al Sistani, massima autorità teologica sciita. Una convergenza che potrebbe sviluppare in qualcosa che potremmo chiamare “la nuova Santa Alleanza contro tutte le Guerre Sante”. Ovviamente, nel nome della fratellanza, la sola che può consentirla.

Riccardo Cristiano          Formiche             25 ottobre 2021 -

https://formiche.net/2021/10/enciclica-fratelli-tutti-spadaro-papa-senato/

 

Senato. Il Disegno di legge Zan in Assemblea bloccato

                Il disegno di legge Zan (così chiamato per il nome del relatore alla Camera, on. Alessandro Zan, del Partito democratico, d’ora in avanti DDL Zan) è stato approvato dalla Camera il 4 novembre 2020. Attualmente è all’esame del Senato. Atto 2005.

Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere e sulla disabilità

testo         www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/DDLPRES/0/1179390/index.html

Trattazione in assemblea                                    www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/53457.htm

Documenti acquisiti               www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/documenti/53457_documenti.htm

Assemblea: Seduta n. 371 del 27 ottobre 2021 .Questioni procedurali.

                Approvati con voto segreto in un’unica votazione n. 2 O.d.g. di non passaggio all'esame degli articoli.

Il testo non potrà più essere messo in calendario per i prossimi sei mesi.

                www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/aula/53457_aula.htm

Resoconto stenografico. Presenti: 288; votanti 287; favorevoli: 154; contrari: 131; astenuti: 2.
www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Resaula&leg=18&id=1316562&part=doc_dc-ressten_rs

 

Dopo lo stop al DDL Zan. Reazioni opposte, ma tutte fuori misura

                Le reazioni, all’indomani dell’affossamento del ddl Zan al Senato, riflettono una radicale contrapposizione etica e politica.  «I diritti possono attendere», è il titolo de «La Repubblica». «Il Parlamento dei diritti negati» titola «La Stampa». «Vergognatevi», è il titolo di «Domani». Sulla stessa linea il commento del segretario del PD Letta, che scrive amareggiato su Twitter: «Hanno voluto fermare il futuro. Hanno voluto riportare l’Italia indietro». Di segno opposto le reazioni dei giornali di destra. «Fine del delirio gender», titola «Il Giornale». «Affondata la legge bavaglio» è il titolo de «La Verità». «Libero» esulta, più che per il contenuto del ddl bocciato, per la sconfitta degli avversari politici: «Piange il PD. Che bello», titola in prima pagina. Così anche Salvini, soddisfatto soprattutto perché ha visto il ddl «affossato dall’arroganza di Letta».

                In realtà, proprio alla vigilia della votazione che ha segnato la liquidazione del disegno di legge,  si era registrata, da parte del segretario del Partito democratico, una timida apertura. Letta aveva ipotizzato un’esplorazione con le altre forze politiche «per cercare di capire le condizioni che possano portare a un’approvazione rapida del testo». Mossa apprezzata da Renzi, che aveva ribadito la sua idea: «Se vogliamo che la legge passi, vanno cambiati i passaggi più delicati». A fare muro contro lo spiraglio aperto dal segretario del PD era stato però il mondo LGBT+, secondo cui il disegno di legge contro l’omotransfobia andava approvato così com’era, senza altre mediazioni e rinvii.

                Davanti a questo spreco di depressioni, indignazioni e manifestazioni di esultanza, non guasta forse un momento più pacato di riflessione sul significato di ciò che è accaduto.

                La prima considerazione che si impone è l’enorme sopravvalutazione del ddl Zan – e quindi del suo  affossamento – sia da parte dei suoi sostenitori delusi, sia da quella dei sui oppositori esultanti. Basta rileggere (o forse, da parte di molti, leggere) il testo in questione per rendersi conto che esso non introduceva affatto la tutela dei diritti delle persone omosessuali e transessuali, ma si limitava a inasprire le pene per chi li avesse violati e a prevedere una giornata  all’anno dedicata alla loro valorizzazione. Che poi il voto del Senato abbia posto fine al «delirio gender» è una evidente esagerazione retorica, visto che la questione non si esaurisce certo in una maggiore o minore tutela giudiziaria, come chiunque può constatare oggi davanti al moltiplicarsi – nella pubblicità, nei film, ma anche nella esperienza quotidiana – degli esempi di omosessualità e di transessualità.

                Una tardiva apertura al dialogo. Quanto alla tesi che il ddl costituisse una «legge bavaglio», essa ha certamente assai maggiore fondatezza di quelle precedenti. Non si può, però, ignorare lo sforzo fatto dai proponenti, con l’introduzione, in corso d’opera, dell’art.4, esplicitamente rivolto ad evitare questo effetto. Uno sforzo da molti giudicato (a ragione) insufficiente, ma da cui si poteva partire per un dialogo più costruttivo. In realtà né dall’una né dall’altra parte questo dialogo è stato fermamente voluto. Solo tardivamente la Conferenza episcopale italiana è passata da una posizione di netto rifiuto dell’iniziativa parlamentare dell’on. Zan a una più possibilista e costruttiva, spiegando che non ne voleva l’affossamento, ma la modifica. E ancora più tardivamente, come si è appena visto, l’on. Letta si è mostrato disponibile  ad accogliere questa ipotesi di modifica.  Alla fine hanno vinto i “falchi” di entrambi gli schieramenti, portando a uno scontro frontale che ha visto la vittoria della destra, ma che in ogni caso è stato caratterizzato dalla incapacità, dell’uno e dell’altro fronte,  di uscire dai rispettivi schemi ideologici.

                L’ideologia della sinistra. Perché di ideologia si tratta, quando si continua a vedere nella lotta – in sé sacrosanta – contro l’omofobia e la transfobia la questione centrale nella situazione odierna del nostro Paese e a farne, perciò, la punta di diamante della politica della sinistra. In una società che ha quasi 8 milioni (per la precisione 7 milioni e 734 mila) “incapienti” – cittadini, cioè, che  hanno un reddito complessivo non superiore a 8mila euro annui o con pensione fino a 7.500 euro –  il «futuro» a cui mirare non si può ridurre a inasprire le pene per chi incita alla  violenza contro gli omosessuali, per quanto giusto ciò possa essere, ma richiede una ridefinizione radicale dell’assetto socio-economico della nostra società neocapitalista, sostanzialmente ispirate, con delle occasionali attenuazioni, a quelle spietate di Squid Game [serie tv sudcoreana]. I «diritti che possono attendere», i «diritti negati», e la cui negazione merita il «Vergognatevi», rivolto alla nostra classe politica, sono “anche”, ma non “prima di tutto “ (e in definitiva quasi esclusivamente) quelli per cui la sinistra si è battuta in questi anni all’ultimo sangue e che, a quanti hanno il problema elementare di arrivare alla fine del mese, non possono non apparire un lusso.

E quella della destra. Ma ideologico è anche l’appello ai grandi valori etico-religiosi della tradizione cristiana da parte di chi, in nome di essi, si è strenuamente battuto contro il ddl Zan. L’ostentazione del vangelo da parte di Salvini non può far dimenticare – anche se gli italiani ci sono riusciti, perché hanno poca memoria! – che la Lega è nata da una scelta religiosa che contrapponeva i valori pagani e il dio Po alla religione cristiana e al cattolicesimo in particolare. «Io ci credo, in Dio» – spiegava Bossi. «Ma non è il Dio che ci raccontano al catechismo. È un Dio che sta ovunque, nell’acqua e nel fuoco, nell’aria che respiriamo (…) Penso che il mio sia una specie di panteismo». Anche quando si è adattata alla visione cristiana, la Lega non è stata in linea con la visione del vangelo. Significativa la dichiarazione dell’eurodeputato leghista Borghezio, presidente dell’organizzazione “Padania cristiana” ed esponente di punta dell’anima cattolica della Lega, che ha ritenuto di poter circoscrivere il concetto evangelico di “prossimo” a «coloro che fuoriescono dal nostro stesso ceppo»: per lui, è «solo nell’ambito di questa ben delineata categoria di “prossimità” che deve intendersi il precetto dell’amore fraterno. Di conseguenza, per quanto mi riguarda, non è estendibile al vù cumprà o al vù lavà, certamente prossimi di molte altre persone, ma non del sottoscritto. Grazie a Dio».

                Perciò non si può non condividere l’opinione del noto storico cattolico Franco Cardini: «Gli antiabortisti che auspicano l’affondamento dei gommoni dei clandestini e che vorrebbero escludere un bambino dal diritto ad avere una casa, a frequentare una scuola, a fruire di un posto-mensa, solo perché è extracomunitario, non sono cattolici nemmeno se riempiono la casa di crocifissi». Il discorso vale anche per la pretesa leghista di difendere, sul tema del gender, la visione cristiana della sessualità e della famiglia. E lo conferma la vita privata di Salvini, ispirata, al di fuori dei comizi, a ben altre prospettive. Come del resto quella (pubblicamente ostentata) di Berlusconi e, in forme meno eclatanti, quella della Meloni.

                Ma dove sono i cattolici? In questo contesto, la domanda che sorge spontanea è: ma dove sono finiti i cattolici (quelli che il vangelo non lo sventolano, ma lo leggono e cercano di praticarlo)? Dopo la fine della Prima Repubblica, sembrano scomparsi, inghiottiti, senza lasciare tracce, dai due poli che hanno dominato la Seconda. Avrebbero dovuto essere loro – i laici cristiani, non i vescovi! –  ad aiutare la sinistra a ricordare il primato del bene comune e dei valori in esso inclusi, a cominciare dalla giustizia, e la destra a capire che la difesa della vita nascente (nei confronti dell’aborto) o morente (nei confronti dell’eutanasia) e della famiglia (nei confronti delle teorie del gender) non ha senso se poi non si rispettano le persone già nate e non ancora moribonde, siano esse italiane (i poveri), siano straniere (i migranti). La presenza dei cattolici nei due schieramenti – sia a livello di vertice che di base – è risultata e rimane, invece, irrilevante. E c’è da temere che, quando il card. Bassetti apre le porte a un futuro testo che possa riproporre le esigenze contenute nel ddl Zan, sottolineando che esso dovrà però tenere conto anche della voce dei cattolici, quella a cui pensa sia la voce della Conferenza episcopale o della Santa Sede, non quella dei laici.

                Dobbiamo rassegnarci a questo stato di cose o possiamo sperare di cambiarlo? A spingerci ad preferire la seconda ipotesi non è la difesa degli interessi del cattolicesimo, ma la constatazione che entrambe le posizioni maturate in questa Seconda Repubblica senza il contributo del pensiero politico cristiano sono disastrose – non per la Chiesa, ma per le persone. Ma è plausibile un risveglio culturale e politico del laicato cattolico che, senza pensare a un “partito cristiano” – renda di nuovo rilevante il vangelo nella ispirazione delle scelte politiche? È una domanda a cui forse dovrebbe cercare di dar risposta il Sinodo che si è appena aperto.

                prof. Giuseppe Savagnone         Chiaroscuri                        29 ottobre 2021

www.tuttavia.eu/2021/10/29/i-chiaroscuri-dopo-lo-stop-al-ddl-zan

 

Dove sbaglia chi critica il ddl Zan sulla questione identità di genere?

                La questione di gran lunga più discussa a proposito del ddl Zan e su cui si addensano più critiche è sicuramente quella sull’identità di genere. La critica che arriva da più parti, anche da un pezzo del mondo femminista, ripresa e strumentalizzata poi da una parte del mondo politico, è che, con l’attuale testo, la legge porterebbe a una sorta di libera autocertificazione di genere, a un annullamento del dato biologico. Ma è così? Proviamo a ragionarci, partendo da ciò di cui la legge si occupa e dall’obiettivo che ha.

                Il ddl non si occupa di certificazioni, né per introdurle, né per cancellarle in favore di autocertificazioni: nulla cambia rispetto ai processi di certificazione (di cui è un’altra legge già in vigore a occuparsi) con o senza il ddl Zan. Ma allora perché l’articolo 1 della legge parla di “identificazione percepita”? In quell’articolo c’è infatti questa definizione: “Per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione”. Prima di rispondere alla domanda che ho posto, è importante sottolineare che la definizione di identità di genere contenuta del ddl Zan non ha il merito di essere originale, si trova, oltre che in altri documenti, in sentenze della Corte di Cassazione e in direttive UE.

                L’obiettivo del ddl è solo uno: proteggere le persone vittime di violenza per i fattori di discriminazione di cui la legge si occupa. Per farlo, e farlo pienamente per tutte le persone che non si identificano con il genere registrato alla nascita (che non sono solo quelle “certificate” come trans), c’è bisogno di una definizione ampia, che le comprenda tutte, e tale definizione è quella data nell’articolo 1 della legge, che permette di proteggere da crimini d’odio chi ha intrapreso ma non ancora concluso il percorso si transizione, chi quel percorso non se lo può permettere, per motivi economici, di salute o di età, chi, per altri motivi, non vuole o non può intraprenderlo.

                Il ddl non sta introducendo nessuna autocertificazione, sta invece dicendo un’altra cosa: che nessun certificato è richiesto alle vittime, che la legge le protegge sempre e comunque tutte, senza richiedere che abbiano i documenti “in regola”, che certifichino l’avvenuta transizione o lo stato del loro percorso di transizione. La legge non dice che la certificazione non serve in assoluto, dice che non serve per essere protetti da violenze e discriminazioni.

                Dov’è quindi l’errore che ha portato a spostare la discussione dal merito della legge ad altro? Sto pensando qui a chi fa considerazioni intellettualmente oneste, non a chi le usa per mascherare, dietro il cambiamento, l’obiettivo di cancellare la

legge (qui non c’è un errore, c’è un lucido ragionamento). L’errore sta, a mio avviso, nell’aver staccato, da parte di chi critica il ddl sulla questione identità di genere, l’articolo 1 dal corpo della legge stessa.

                L’articolo 1 è funzionale al testo della legge, dà le definizioni necessarie, come qualsiasi documento serio, che sia o no una legge, dovrebbe fare. Importante sottolineare le prime parole di quell’articolo: «Ai fini della presente legge, per sesso si intende…, per genere si intende…, per orientamento sessuale si intende…, per identità di genere si intende…».

                Appunto. Le definizioni lì contenute valgono e sono rilevanti nel contesto e ai fini di questa legge, non in assoluto. Estrapolare una definizione e far derivare da queste questioni estranee alla legge, può essere un esercizio interessante e volentieri potrei unirmi a chi lo vuole fare, ma ostacolare il ddl Zan su questa base significa prendersi, magari in buona fede, una responsabilità non da poco di fronte alle tante vittime di violenza omotransfobica. E con quale risultato? Nessuno: la definizione di identità di genere seguiterà a esistere, con o senza il ddl Zan, in molti altri documenti, anche di natura giuridica. Pensiamoci.

                Dea Santonico. Comunità di Base di San Paolo a Roma.  29 ottobre 2021

https://confronti.net/2021/10/dove-sbaglia-chi-critica-il-ddl-zan-sulla-questione-identita-di-genere

 

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PERSONE DEL CONCILIO

Tina Anselmi: il primato dell'etica

 

                Il giorno di Ognissanti di cinque anni fa ci lasciava Tina Anselmi, La donna della democrazia, come Marcella Filippa ha emblematicamente intitolato il bel libro a lei dedicato. Un percorso a ritroso nella vita intensa e luminosa di Tina che inizia proprio da quell’addio nella sua amata Castelfranco Veneto, dove ci siamo ritrovati in tante e tanti, stringendoci a quella semplice cassa avvolta nella bandiera italiana. Tina Anselmi è stata una protagonista di quella stagione del secondo Novecento che, dopo le tragedie della guerra e del regime nazifascista, ha visto donne di provenienza culturale, politica e geografica diversa impegnate nella ricostruzione morale e materiale del Paese. Una donna solare, amata, popolare e diventata il simbolo per tante e tanti, in Italia e in Europa, della politica come servizio e testimonianza intelligente e realizzativa.

                La sua umanità unita a un alto senso del dovere e a valori cristiani vissuti con coerenza ma aperta al dialogo e all’ascolto ne hanno fatto una donna indimenticabile e speciale. Donne che hanno testimoniato e trasmesso valori morali e democratici, come lei avevano preso parte alla Resistenza, direttamente o attraverso l’impegno educativo e sociale, preparando il terreno per l’avvento della democrazia e conquistando il riconoscimento della loro piena cittadinanza politica. Come ha scritto Anna Vinci nel bel libro-intervista Storia di una passione politica, lo spartiacque nella sua vita ha una data precisa: il 26 settembre del ’44 quando, studentessa dell’Istituto Magistrale, viene obbligata ad assistere insieme ai compagni di scuola alla impiccagione di 31 giovani partigiani. «Capii allora che per cambiare il mondo bisogna esserci», disse, e a 17 anni diventa staffetta partigiana. Quell’esperienza la segnerà per sempre.

                A questa sempre tornava parlando con le più giovani ricordandoci che nulla è conquistato per sempre e che ogni generazione deve vigilare perché non si torni indietro. L’antidoto – diceva – è conoscere e trasmettere la storia dei sacrifici, delle sofferenze e delle lotte che hanno dato vita ai valori a fondamento della nostra Costituzione. Ci diceva: fate la guardia perché possono cancellare le nostre conquiste! Sempre nei suoi incontri politici tornava la questione della democrazia come bene prezioso e fragile e da custodire e la stessa battaglia per la promozione della condizione femminile doveva essere valutata positiva se comportava un ampliamento dei diritti e della giustizia sociale per tutti. La formazione nella Ac, l’impegno sindacale quindi nell’insegnamento e poi nella Democrazia Cristiana, la vita spesa in politica e nelle istituzioni come servizio al bene comune poggiavano in lei su una fede salda e ispirata dal Concilio che ne faceva una donna della speranza e per questo amata da noi giovani. C’è una frase a questo proposito che mi ha colpito e dice tutto della sua concezione della motivazione del suo impegno pubblico: «Noi laureate eravamo libere e dovevamo farlo per loro» e così con loro occupa la filanda. Questa concezione della libertà delle donne conquistata con lo studio (allora erano poche le donne all’Università) e della posizione sociale più avvantaggiata che deve essere considerata non solo come risorsa personale ma come responsabilità da mettere al servizio delle altre, questa etica della restituzione è una delle più importanti eredità che quella generazione di donne mi ha lasciato. Ho conosciuto Tina nel ’74, io appena laureata con una tesi sul sindacato cristiano, la Cil costretta a chiudere dal fascismo, lei parlamentare, incuriosita della mia scelta in quegli anni di contestazione e di crisi dell’associazionismo cattolico. Inizia così la mia collaborazione con il Movimento femminile della Dc, allora guidato da Franca Falcucci e con donne del calibro di Maria Eletta Martini, Luisa Cassanmagnago, Paola Gaiotti, Sandra Codazzi, Gabriella Ceccatelli, Rosa Russo Jervolino, Maria Pia Garavaglia, Patrizia Toia. L’anno dopo Tina diventa sottosegretario al Lavoro, guida la delegazione italiana alla prima Conferenza Onu sulle donne e nel ’76 viene nominata prima ministro donna. Nello stesso anno, con la stagione di rinnovamento promosso da Aldo Moro, il suo riferimento politico, con l’elezione di Benigno Zaccagnini a segretario nazionale della DC, molti giovani entrano nelle liste ed io vengo eletta in Campidoglio.

                 Il Movimento Femminile Dc era un luogo di collaborazione e di elaborazione politica, di analisi e studio dei cambiamenti sociali, di confronto costante con associazioni, esperte, mondi vitali, di produzione di proposte di legge, di dialogo e anche duro confronto con le proposte di donne di altre forze politiche. Ho molta nostalgia di quella concezione non individualistica e carrierista dei percorsi femminili, ma alimentata da un comune sentire, una solidarietà intergenerazionale di trasmissione di valori e di consapevolezza storica, di un impegno comune. Tina diceva: la memoria è necessaria al nutrimento del vivere. Negli anni 70 quelle donne pioniere erano poche, in una società e in una politica molto maschile, ma Tina e le altre si sono conquistate rispetto e autorevolezza perché rappresentavano istanze, si preparavano, erano riconosciute dalle altre donne e dai cittadini, proponevano soluzioni per migliorarne la vita ma sempre nell’orizzonte del rafforzamento della democrazia e della giustizia sociale. L’esperienza di parlamentare e di governo di Tina Anselmi durò 24 anni, dal ’68 al ’92. In soli due anni, come ministro del Lavoro fece approvare leggi fondamentali: sulla parità nel lavoro, gli asili nido, l’ampliamento della tutela della maternità, i congedi parentali, la legge contro il fumo nei luoghi pubblici, gestendo anche difficili vertenze in quegli anni di crisi economica e di lotte sindacali. Nel ’78, ministra della Sanità, ha davvero segnato una pietra miliare: madre della Riforma della Sanità, la legge 833 e della riforma dell’assistenza psichiatrica. Due leggi rivoluzionarie ispirate a due fondamentali principi: la dignità della persona umana anche nella malattia mentale e la salute come diritto e bene universale, indipendentemente dalle condizioni lavorative ed economiche. In questa drammatica pandemia, molti hanno finalmente ricordato quanto dobbiamo al Servizio sanitario nazionale, da lei voluto con determinazione universale, integrato, accessibile per tutti. Senza cedere a minacce e a tentativi di corruzione (da lei pubblicamente denunciati) da parte di alcune case farmaceutiche. Una stagione di intensa legislazione sociale che proseguirà con la prima legge sui minori del ’97 della Jervolino e seguirà nel 2000 con la legge Turco di riforma dei servizi sociali e poi con la Turco Napolitano sulla immigrazione. Quel ’78 sarà un altro anno spartiacque nella vita di Tina e del Paese, segnato per lei dalle polemiche e dal raffreddamento gerarchie vaticane per sua firma alla legge 194\1978 che la fece molto soffrire. Ricordo la sua amarezza ma anche la sua convinzione di ministra che rispetta la volontà del Parlamento e della istituzione a lei affidata, nella autonomia della azione politica, dopo avere tentato con altri colleghi Dc di migliorare la legge sulla Ivg: si devono a loro gli articoli sulla tutela della vita umana dal suo inizio, l’aborto non come diritto soggettivo ma come dolorosa necessità e solo in alcune circostanze, gli articoli dedicati alla prevenzione, le limitazioni temporali, il ruolo dei consultori familiari e l’obbligo di un colloquio preventivo. Nel marzo, il rapimento e il barbaro assassinio di Moro da parte delle Brigate rosse: «Dopo quei giorni non saremmo stati più gli stessi – scriverà – . Si è aperta una ferita nella nostra intelligenza e umanità». E quel 1981 in cui rispose affermativamente alla richiesta della Nilde Jotti di presiedere la commissione parlamentare di inchiesta sulla P2: un lavoro immenso, tradotto nella relazione finale discussa dopo una attesa di 7 mesi in Parlamento! Restano parole dure come pietre, raccolte da Anna Vinci, su quella durissima esperienza in cui venne da tanti delegittimata, minacciata e vilipesa. Ma che le conquistò la fiducia e il sostegno di migliaia di cittadini. Il suo giudizio è netto come una sciabolata: la P2 è stata un tentativo di golpe strisciante, si è infiltrata nei corpi dello Stato, dall’economia, al giornalismo, alla magistratura. E molte cose che successero in quel periodo che va dal ’92 al ’96 gliene dettero ragione. Pagherà molto cara, Tina, quella sua audacia e trasparenza, quel primato dell’etica e del dovere verso la Repubblica, come lei lo chiamava. Nel ’92 nel suo collegio di Treviso che l’aveva sempre votata con amore e stima, le viene preferito un altro candidato e lei viene assegnata a un collegio a stragrande maggioranza leghista, mentre per ben due volte abbiamo raccolto firme per sostenere la sua candidatura a presidente della Repubblica e poi a senatore a vita. Inutilmente. In alcuni ambienti la vicenda P2 le ha alienato molte simpatie. Lei lo capisce e ne vive l’amarezza che ci confida e inizia un lungo periodo di allontanamento e di silenzio. Come altre grandi donne delle democratico-cristiane è uscita in punta di piedi dalla politica senza chiedere né pretendere contropartite. Ma noi sappiamo che queste madri della Repubblica sono entrate nella storia anche se finora sono state davvero troppo poche le iniziative istituzionali per ricordarla se si eccettua l’intitolazione di una sala al ministero della Sanità. Enzo Bianchi ha scritto: «Trasmettere è la sola maniera di essere fedeli a ciò che si è ricevuto ». Questa fedeltà Tina l’ha incarnata fino in fondo. Abbiamo il dovere morale e politico, soprattutto in questo diffuso smarrimento dei valori fondativi della politica e di perdita dei valori di quell’umanesimo integrale a cui lei si ispirava, di restituire viva anche tra le nuove generazioni la sua luminosa testimonianza. Un impegno che, anche come vice presidente della Associazione nazionale dei Partigiani Cristiani, intendo assumere.

Silvia Costa        Avvenire             30 ottobre 2021

www.avvenire.it/agora/pagine/tina-anselmi-il-primato-delletica

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PSICOLOGIA

Dalla solitudine dell’io (individualismo) alla convivialità del noi (comunità)

                Apertura primitiva dell’io. “L’ambiente umano è per noi un universo privilegiato, il solo dove non facciamo la figura di intrusi”. Nonostante la sua complessità e le sue incessanti e pericolose provocazioni per il nostro equilibrio psichico ci risulta tuttavia il più naturale. Lo si riscontra fin dagli inizi della vita cosciente. L’attenzione alla presenza umana è il primo interesse che il fanciullo manifesta al di là dei suoi istinti. Egli vi si applica prima ancora di volgere attenzione alle cose e alla propria persona. Il primo movimento di una vita personale non è un gesto di ripiegamento ma di apertura verso gli altri. Questa anteriorità si mantiene per tutta la prima età. Mentre la crisi egocentrica e la presa di possesso definitivo dell’io non appaiono che verso il terzo anno, il secondo semestre di vita registra il movimento di massima frequenza nelle reazioni di fronte al prossimo. In questa spinta di “socialità incontinente” (Kim Wallen), il fanciullo si scopre prima di tutto negli altri; riconosce il naso e l’orecchio nella madre prima di conoscerli nel suo corpo; prende notizia di se stesso in certi atteggiamenti che sono comandati dallo sguardo degli altri prima di conoscersi come oggetto fisico di osservazione diretta.

                Con ciò non si intende dire che egli conosca la società prima di conoscere se stesso, poiché ciò che egli coglie non è l’insieme oggettivato degli altri disposti davanti a lui come cose. “E’ il semplice rapporto vivente: l’io fra gli altri, l’io verso gli altri e gli altri verso l’io. Come ha dimostrato Ian T. Baldwin, il fanciullo scopre dapprima la sua soggettività come di vivente collettivamente nelle reazioni dell’ambiente; conosce la sua proiezione prima della sua soggettività e prima dell’oggettività”. (Emmanuel Mounier) Dopo questa incursione ardita ai limiti della società, il fanciullo si ripiega sulla operazione complementare. Deve consolidare le sue frontiere ai confini di questi enormi mondi che ha scoperto e che minacciano di sommergerlo. Allora si vedono comparire le reazioni al contatto con gli altri: la gelosia verso i nove mesi, poi l’ostentazione, l’imitazione selettiva, la “vergogna”; verso i tre anni il sentimento di esclusività nel possesso.

                La coscienza degli altri, la coscienza del reale, la coscienza del corpo, la coscienza dell’io progrediranno allora indissolubilmente, si sorreggeranno a vicenda e scivoleranno negli stessi passi falsi: tanto è vero che la persona non è un eremita che scavi la sua caverna solitaria nel vasto universo, ma un eroe fatto per percorrerlo ed impossessarsene. Ma non per questo si deve essere d’accordo con quegli psicologi che, come William James, James Mark Baldwin, Josiah Roice, riducono la personalità individuale alle persone sociali, eppure la fanno dipendere a tal punto dalla sociabilità che le forme della vita personale assumono l’andamento di involuzioni morbose. Essi hanno avuto il merito di riscattare, contro le psicologie solipsiste, un aspetto essenziale dell’esperienza vissuta. Ma trasformando questa esperienza che rimane personale, in esperienza oggettiva, ne falsano il significato. È certamente vero che io colgo il reale e gli altri prima di penetrare me stesso, che non conservo la mia coesione psichica se non rimanendo strettamente unito all’uno e all’altro, ma è un io che instaura queste diverse esperienze e da loro riceve conferma. Senza questo io, gli altri non sarebbero più un prossimo presente, ma si disperderebbero in pezzi staccati di un meccanismo sociale; le cose stesse non sarebbero più oggetti, meraviglie provocazioni lanciate davanti a noi, ma una materia indifferente e inerte.

                Rimanendo assodato che al centro dell’attività umana rimane l’io, si nota tuttavia in lui un duplice e diverso movimento: uno passivo (coscienza introiettiva) che converge dall’esterno all’interno riducendo la vita personale all’assimilazione dei rapporti sociali; l’altro (coscienza eiettiva) di conquista, che è interpretazione e personalizzazione della realtà. Esemplificando, si può dire in modo generico che il fanciullo ha soprattutto bisogno di essere amato e di essere compreso, l’adulto di amare e di comprendere. Gli atteggiamenti sociali passivi sono dunque piuttosto puerili, gli atteggiamenti attivi seguono un’evoluzione più avanzata.

                Sino ai cinque anni il fanciullo si nutre esclusivamente dell’ambiente familiare. A questo punto sopravviene la crisi della scuola; la sua cerchia di conoscenza e di autorità subisce un notevole ampliamento e le sue nuove esperienze entrano in conflitto con l’autorità familiare. Il periodo intorno ai dieci anni è un periodo di buona armonia sociale. Il fanciullo è portato poco all’introspezione, molto preso al contrario dall’interesse per le cose esterne. Con la pubertà, fra i tredici e quindici anni, appare una nuova fase di ripiegamento: si nota una rapida diminuzione della partecipazione ai giochi collettivi, una irregolarità crescente nella frequenza ai movimenti giovanili; è il momento critico dei conflitti familiari e delle reazioni antisociali. Il massimo di delinquenza minorile è sui tredici anni per le bambine, sui quindici per i ragazzi. Tuttavia l’adolescente, che si dispiega in tutti i sensi, si serve anche del registro contrario: è in simpatia vivente con i destini che lo circondano. Come la prima infanzia, la pubertà appare sotto forma di stato oscillante, in cui la persona si sposta febbrilmente dall’uno all’altro polo dell’io-fra-gli-altri prima di dominare lo spazio intermedio. Il passaggio dall’adolescenza allo stato adulto deve segnare il predominio definitivo della sociabilità attiva sulla sociabilità passiva. Non che questa sia ormai esclusa: da ogni ambiente nuovo l’adulto dovrà, come il fanciullo, lasciarsi penetrare come lo penetrerà a sua volta lui stesso prevenendolo con la sua iniziativa. Ma la sua reazione normale deve essere ogni volta di svincolamento pur impegnandosi.

                Il tirocinio dell’universo umano è dunque cosparso di crisi e d’insidie. La vita sociale è un’attività di alta tensione psicologica. È sostenuta da una sicura aspirazione, ma non vi è aspirazione che la vita non provochi a una lotta continua. Deve vincere incessantemente le resistenze dell’egocentrismo, le uniche che non invecchiano mai, che anzi si rafforzano invecchiando. Deve adattarsi ad un mondo multiplo, che sconcerta la rigidità lineare dell’istinto. Deve rispondere senza remissione all’iniziativa altrui, che è la spontaneità e la imprevedibilità stessa, che sollecita e non pazienta, che promette e non mantiene, che minaccia non si sa dove, che attacca quando non ce l’aspettiamo più, che resiste quando si crede che sia consenziente, che ci tiene, insomma, sempre in esercizio.

                Il rifiuto degli altri. Per le resistenze dell’egocentrismo che l’individuo deve vincere per tutto l’arco della sua esistenza, il movimento verso gli altri si colloca in un alinea ascendente della vita psichica, e implica una risonanza emotiva alla presenza degli altri ed una attività sufficiente per rispondere alle molteplici sollecitazioni implicite nel rapporto sociale.

                Gli inemotivi e gli inattivi sono generalmente asociali. Ma questo accecamento verso gli altri non ha niente di primitivo e originario. Ogni atteggiamento sociale negativo implica qualche forma di rifiuto responsabile. Spesso uno choc infantile ha creato condizioni favorevoli: un attaccamento esclusivo alla mamma genera una passività femminea o un ripiegamento sull’ambiente familiare; un’ostilità al padre, al quale si riferisce ogni pressione sociale, sviluppa la diffidenza verso il prossimo. Adler ha messo in evidenza la tendenza dell’essere sminuito da una inferiorità vivamente sentita a mettere una distanza protettrice tra la società e se stesso, a un “discendere dalla propria altezza”, a fare “una politica di prestigio” per sfuggire all’adattamento collettivo: Questo rifiuto sociale può avvenire in uno stato di coscienza crepuscolare e senza malizia, è però sempre indice sfavorevole nel quadro della personalità.

                Questo rifiuto degli altri si può esprimere in molti modi, che vanno dall’aggressività a forme più tenui, come il formalismo, la distinzione, la circospezione, la dissimulazione, il pudore, il segreto Ma fermiamoci su un atteggiamento di condotta tanto abituale: la diffidenza. Essa non è ancora ostilità, ma turba già il moto naturale dell’attenzione e della simpatia. Gli altri per il diffidente, sono apriori sinonimo non di promessa ma di minaccia. E non sono neppure direttamente personalizzati: si perdono nella massa inquietante dell’altro, confusamente conosciuto come il pericolo esterno.

                Il sequestro dell’altro sotto l’aspetto d’una ostilità diretta verso l’io (raggiunge il vertice nel paranoico), è molto primitivo e generale. Esprime la reazione dell’istinto di difesa dell’io contro il pericolo, e semplicemente l’adattamento reso necessario dalla presenza degli altri, la protezione del sentimento di colpevolezza per mezzo della proiezione dell’aggressività e della responsabilità interiore.

                Tuttavia la diffidenza abituale comporta una diagnosi più grave di quella di una reazione protettiva elementare. Non è più uno spasmo dell’istinto, ma già una avarizia di uomo. Nega agli altri quella fiducia di uomo a uomo che è come un omaggio anticipato della generosità. Rifiutare la propria fiducia non è semplicemente rifiutare un sentimento a anche rifiutare un aiuto efficace, è l’inospitabilità del cuore. L’insocievolezza costituzionale è sempre un sintomo grave. Alcuni psichiatri vogliono che un comportamento di rottura sociale stia alla base di tutti i turbamenti mentali. Per Alfred Adler il nevrotico cerca sempre di stabilire una distanza, una zona protettiva tra la società piccola e grande e se stesso. Per Charles Blondel la coscienza morbosa si aggrappa ad un’incapacità a ricevere l’apporto sociale. Ogni psicosi comporta una dissocializzazione contemporaneamente ad una alienazione. La coscienza isolata è una coscienza selvaggia che scivola inesorabilmente sul sentiero della follia.

                L’utilizzazione degli altri. Io posso di dimostrare di accettare l’esistenza altrui e tuttavia ridurla sia a un servizio della mia, sia a qualche maniera d’essere che sia una negazione pratica dei privilegi dell’esistenza personale. Più frequente di quanto si possa credere si verifica il caso di spogliare gli altri della loro realtà di prossimo e trasformarli in mezzo di divertimento: per quella mamma civettuola il bimbo è un ninnolo tra gli altri; per quel marito elegante la moglie costituisce un ornamento lusinghiero, un ornamento del suo prestigio sociale. Le relazioni sociali forniscono ad alcuni un largo alibi, dove vanno cercando sorprese per i propri desideri, complicità alle proprie debolezze, alimento ai propri pettegolezzi.

                Dall’effervescenza che produce attorno a noi questo movimento egli uomini nasce un’eccitazione assai ricercata. Essa crea quella pseudo-comunità delle chiacchiere quotidiane descritte da Martin Heidegger, in cui l’esistenza dei compagni non è più che un cicaleccio. Noi vi perdiamo il gusto e la capacità stessa di comprendere gli altri e insieme ogni relazione profonda con noi stessi. Noi proviamo per gli altri soltanto una curiosità superficiale e inquieta che si oppone ad ogni penetrazione, e la nostra attenzione è ripiegata tra noi e loro, sul passaggio delle mode e delle apparenze, dove indaga febbrilmente l’opinione che gli altri si formano di noi, l’opinione che bisogna contraccambiare, la gerarchia convenuta dei gusti e dei colori. Negli altri non si persegue l’esistenza, ma l’interessante, cioè il pittoresco. Alcuni scambiano questa morte in comune per vita in società. Accanto all’uso degli altri come diversione ed alibi c’è quello della sua utilizzazione come specchio di un io incerto di se stesso.

                Ci illumina in questo senso il meccanismo psicologico della “proiezione”. Avviene spesso che la pietà e i sentimenti apparentemente sociale che noi tributiamo alla nostra famiglia, al nostro partito, alla patria siano fondamentalmente egocentrici. Noi proiettiamo negli altri soprattutto ciò di cui non vogliamo riconoscere l’esistenza in noi, i nostri complessi incoscienti e, specialmente, i nostri rimproveri interiori, legittimi o no, le nostre colpe inconfessate. Queste proiezioni sono per lo più incoscienti. Ogni uomo che alza davanti a me l’interrogativo del suo sguardo mi richiama alla responsabilità morale, sia che mi solleciti ad una conversione spirituale con l’attrattiva della sua presenza, sia che per la sua degradazione si ponga come un rimprovero vivente contro l’insufficienza del mio ascendente. La coscienza morale dovrebbe affrontare questo giudizio ma invece spesso fugge quell’incontro tu per tu e disperde prontamente il rimprovero nell’impersonalità del gruppo rigettando la propria colpa su una collettività estranea: nazione, razza, classe, ambiente. Riesce in tal modo a distogliere l’attenzione degli altri e nello stesso tempo il suo proprio rimorso.

                Altre forme di utilizzazione degli altri sono il bisogno di essere visto e di comparire, la mania di essere amati, il bisogno di tenerezza, il bisogno di essere approvati, che nascondono tutte, con varie sfumature, l’egocentrismo infantile di fondo. In questi atteggiamenti il prossimo non è ancora considerato che a titolo strumentale. I servigi stessi che si richiedono riconoscono sempre il lui un centro di risorse affettive: misconosciuto nella sua dignità, non lo è invece nella sua commovente umanità. Esiste anche una strumentalizzazione peggiore che da mezzo ne fa un puro oggetto. E questa è certamente una forma più grave e responsabile che misconosce quasi assolutamente il mistero della persona umana nei suoi valori assoluti.

                La presenza degli altri. Dopo aver considerato i comportamenti di fuga davanti agli altri, e quelli di negazione esplicita dei loro privilegi di autonomia, passiamo ad osservare gli effetti diversi con i quali si impone alla nostra coscienza la presenza degli altri. Essa inibisce. È molto evidente nel neonato, che sotto la sua azione si abbandona ad eccessi di pianto e di movimento; sull’idiota provoca collere spasmodiche; il timido perde ogni continenza motrice e psichica; il paranoico sente sempre contro di sé qualcuno pronto a spiarlo; lo schizofrenico crede che tutti conoscano i suoi pensieri. La presenza degli altri può divenire uno stimolante della coscienza e dell’azione. Agisce allora per eccitazione, per slancio e per emulazione. Se si addizionano i suoi effetti debilitanti ci si convince che l’isolamento periodico è per qualsiasi uomo una necessità vitale. L’azione vi riprende il suo respiro e vi raccoglie le sue proprie energie.

                Finora non abbiamo considerato che la presenza degli altri quando stimola o inibisce un’attività costituita al di fuori di essa. Nelle due forme elementari della comunicazione, il contagio affettivo involontario e l’imitazione cosciente, essa non si limita più ad un semplice intervento ausiliario e perturbatorio, ma suscita realmente una immagine di se stessa. Il contagio affettivo involontario ha oggi preso proporzioni colossali per mezzo del cinema, radio, televisione, stampa, ecc.; ma la comunione degli spiriti non si è stabilita in proporzione. Questo contagio affettivo sfocia facilmente nell’imitazione con cui l’io rompe il suo isolamento senza comunicare necessariamente con la vita dell’altro, perché essa facilmente sotto il peso dell’abitudine si costituisce in automatismo e in conformismo: questa degradazione è tanto più facile in quanto si imita generalmente la formula e non la realtà, che si impoverisce, così passando da uomo a uomo.

                L’identificazione descritta da Sigmund Freud è un processo molto vicino a quelli che abbiamo affrontati. L’imitazione tende a divenire un’assimilazione completa dell’oggetto scelto dalla personalità ed assorbimento dell’io da parte dell’oggetto. Vi è tuttavia fra gli individui un’influenza superiore che la tavola delle correlazioni di WEB ha dimostrato che è in relazione non più con la debolezza e con la ristrettezza psichica dell’influenzato, ma con la profondità della sua coscienza, con la sua originalità. S’intende qui parlare del duplice valore di conoscenza dello sguardo ricevuto dagli altri e del nostro sguardo che subisce per ritornare su noi stessi lo sviamento provocato dagli altri.

                Molto è stato detto delle insufficienze dell’introspezione. Non soltanto io mi inganno in mille modi su ciò che sono e su ciò che penso, ma col vivere immerso nel mio essere e nei miei pensieri divengo loro parzialmente cieco. Così si costituisce nella sostanza stessa dell’attività morale il fariseismo spontaneo di cui essa non è mai interamente immune. Il fariseismo è il male della coscienza isolata. Avviciniamoci all’esperienza di un’amicizia nascente per cogliere l’importanza della presenza degli altri nel ristretto orizzonte della vita del singolo. Un essere nuovo entra nel campo immediato della mia vita e tutto è rimesso in esame dalla sola sua presenza. Fino al momento del suo incontro mi adagiavo in un certo fascio più o meno coerente, di disposizioni, convinzioni, abitudini e modi d’essere. Non vedevo più la mediocrità delle une, la finzione delle altre. Ero fatto a mia immagine. Ma ecco che un nuovo sguardo si posa su di me. Esso sconcerta questo ordine assopito. Provoca una specie di svelamento delle mie proporzioni. È chiaro che gli altri costituiscono la via più breve e sicura che conduce da me alla conoscenza di me stesso.

                La coscienza isolata è l’affermazione cieca e rigida, grossolana di se stessi. Gli altri sono l’interrogativo ritto sulla mia via, sono la molla dell’ironia salutare. Da solo mi saturo della mia sufficienza. Gli altri sono l’inaudito che giunge su questa paralisi e fa sentire il suo rimprovero e il suo appello, a risvegliare con le sue minacce e con le sue promesse le mie potenzialità addormentate. Il turbamento delizioso di mescolarsi ad una vita sconosciuta, di cui parla Marcel Proust, è uno dei sentimenti più sconvolgenti.

                Dall’accettazione degli altri alla dialettica con gli altri. L’imperialismo dell’individuo è tale, che la cosa più difficile da fare accettare ad un uomo è proprio l’esistenza integrale, al suo fianco, di un altro uomo rivestito dei suoi stessi privilegi. Freud crede a torto che l’io si erga davanti ad ogni oggetto con una sola esigenza primaria, egoistica e narcisistica. Ma se questo punto di vista è unilaterale, non si può ignorare l’esistenza, alle radici della personalità, di un’intolleranza degli altri molto primitiva. Passiva essa si tradisce con l’irritazione che provocano in noi le differenze dei caratteri che incontriamo. Attiva, questa aggressività di base, si nutre di critica incessante, di invidia e di gelosia. Qui, ancora e sempre, troviamo all’origine della psicogenesi le stigmate dell’infanzia. Il fanciullo troppo viziato e quello privo di gioie finiscono per avere entrambe una mentalità invidiosa e rivendicatrice, l’uno perché si è sviluppato in lui un egocentrismo imperioso, l’altro per effetto del sentimento. Ma tutti questi fattori crescono su un’intolleranza primitiva che è come una ferita originale della specie. Il senso degli altri comincia solo con l’accettazione non di un altro me stesso ma di un altro diverso da me. Essa è l’atto di una persona costituita come noi lo siamo, in una molteplicità generosa, e questo atto è da parte sua fondamentale come la coscienza di sé.

                Accettare gli altri non significa soltanto tollerarli per indifferenza come fanno i temperamenti poveri, amorfi, apatici; non significa starne lontani per calcolo di tranquillità. Questa tolleranza borghese non ci propone gli altri come un mistero da rispettare, da comprendere e da conquistare in un’ardita dialettica: traduce una filosofia per metà scettica e per metà egoistica. Il senso degli altri è condizionato da un’adattabilità generale al reale; ma propriamente parlando non comincerà che col rispetto degli altri; e che cosa si deve rispettare negli altri se non anzitutto ciò che si rispetta in se stessi? Esso quindi è proporzionale al valore che attribuisce al mistero dell’uomo e alla sua qualità di mistero. Il senso degli altri è inseparabile dal senso dell’interiorità. L’altro è il mio simile, è un altro-me-stesso.

                Se il senso degli altri è una specie di grazia che sgorga dalle profondità della vita spirituale e, appunto di lì sfugge alle competenze dell’analisi, spetta allo psicologo per lo meno circoscriverne le condizioni di esercizio. Un certo slancio vitale organico non gli è estraneo. L’apertura di coscienza favorisce l’apertura agli altri, favorendo il decentramento dell’io. L’egocentrismo è nello stesso tempo causa ed effetto. Per essere mancato precocemente l’adattamento agli altri, la personalità, spesso, si chiude e si ripiega all’eccesso. L’estroversione sembra favorire a tutta prima la disponibilità generale. È il grande motore della vita sociale. Ma facendoci rifluire alla periferia di noi stessi, sviluppa tra noi e gli altri uno schermo di determinazioni, di relazioni, d’illusioni che agghiacciano proprio la zona di contatto e blocca lo scambio intersoggettivo sotto la diversione sociale. Adler ha giustamente sottolineato l’importanza primordiale della famiglia e in modo speciale dell’influenza materna nella genesi affettiva del sentimento di comunità. La madre è per il bambino l’alter ego, il modello in cui si paragona e la matrice in cui s’innesta ogni altro rapporto umano. La sua missione è formidabile. La maggior parte degli uomini sono in ultima analisi gli uomini della loro madre.

                In connessione all’influenza familiare pesano fortemente sulla genesi del sentimento degli altri i quadri della vita, lo stile della professione. Ma al di sopra di tutte le forze provenienti dall’istinto, dall’ambiente, dall’emotività, dall’attività, che spingono alla comunanza con gli altri si deve assegnare un posto eminente ad un sentimento irriducibile: la fiducia dell’uomo nell’uomo. Essa nasce molto presto dalla fiducia incondizionata del bambino nell’adulto. Se essa è ingannata nel corso dell’infanzia, così vulnerabile alle ferite affettive, la vittima si ripiega su una finalizzazione di tutta la sua vita nell’egocentrismo.

Blog Francesco Macrì                    29 ottobre 2021

https://francescomacri.wordpress.com/2021/10/29/antropologia-dalla-solitudine-dellio-alla-convivialita-del-noi-%ef%bf%bc/#more-82617

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RIFLESSIONI

Il disincanto attuale del “quarto uomo”

                Alla fine del 1967, nel primo dopo-concilio, un gesuita, François Roustang, pubblicava un articolo che incendiava lettori e rivista, causando le sue dimissioni da direttore di Études. L'articolo, ripubblicato cinquant'anni dopo da Odile Jacob, era intitolato Le troisième homme, e delineava come emergenti dal Concilio tre figure: un cattolico conservatore, reticente; un cristiano conquistato dalla riforma conciliare, e un "terzo uomo" inedito e inaspettato, un semplice cristiano, convinto discepolo di Gesù, certo, capace di essere soggetto adulto, nella Chiesa ma senza voler essere gregario o militante ecclesiale.

                Oggi, dopo tanti cambiamenti sociali, culturali ed ecclesiali, possiamo delineare con maggior precisione il ritratto di questi cattolici e valutarne la situazione. Il "primo uomo", cioè il cattolico legato alla tradizione, è arrivato alla rottura dello scisma con la fazione legata al vescovo Lefebvre. Ma, in porzione non trascurabile, continua a essere presente ed eloquente anche all'interno della Chiesa. Porzione che anzi è certamente cresciuta, avendo ottenuto una legittimazione per quanto riguarda la conservazione del rito liturgico pre-conciliare nella celebrazione eucaristica e di tutti i sacramenti. Soprattutto dopo il Motu proprio Summorum pontificum, emanato da Benedetto XVI nel 2007, si è attestata ed estesa questa porzione ecclesiale che annovera monasteri ferventi e fecondi di vocazioni, e può contare su un numero considerevole di ordinazioni presbiterali (circa una cinquantina all'anno). Questo cattolico conservatore e tradizionalista oggi teme la limitazione attuata da papa Francesco alla libertà sancita da Benedetto XVI. Ma, in ogni caso, non mostra certo segni di prossima estinzione. Mantiene una forte convinzione e resiste a ogni tentativo di "aggiornamento" o di rinnovamento non solo della liturgia ma anche della pastorale, invocando il principio enunciato da Benedetto XVI in un discorso ai vescovi francesi: «Nella Chiesa c'è posto per tutti!».

                {il latino delle letture, degli oremus, del canone non è compreso, specialmente se pronunciato a 180°, voltando le spalle al popolo e talora anche senza amplificatore ben funzionante; il fedele tende ad esimersi dal riflettere; si accontenta dell’omelia, detta predica predicozzo, anche se tutti gli anni si  ripete spesso tale e quale. È stato il Concilio Vaticano II, nella costituzione sulla liturgia, che ha chiesto una presenza della Bibbia nelle celebrazioni “Più abbondante – da 2 a 3 letture - più varia e meglio scelta” (Sacrosanctum Concilium n. 35). Auspicando che “in un determinato numero di anni, si legga al popolo la maggior parte della Scrittura” (n. 51). La riforma liturgica ha realizzato tutto ciò: senza contare i Salmi, il totale è di circa 500-570 brani biblici (160-170 dell’Antico Testamento e circa 400 del Nuovo Testamento), rispetto ai circa 150 del Messale precedente.}

 

                Quanto al "secondo uomo", il cattolico convinto della grazia del Concilio e della riforma avviata con Paolo VI, va detto che appartiene a una generazione in parte scomparsa per motivi anagrafici: sono rimasti solo quelli che, nella stagione conciliare, erano "giovani". Oggi sono molto spenti, non sono più i protagonisti attivi delle comunità post-conciliari. E la loro voce nella Chiesa è poco percettibile e, peraltro, differenziata. Alcuni — pochi per la verità — sono ancora capaci di contestazione e di manifestare insoddisfazione di fronte a fatti e parole non aderenti allo spirito del Vaticano II. Ma la maggior parte degli altri arriva a definirsi "gregge smarrito", si lamenta della gerarchia. E come collocazione si pone nei movimenti sempre più in diminutio soprattutto propulsiva.

                Proprio da questi viene generato il "quarto uomo", un cattolico inedito ma oggi emergente e che occupa il posto tenuto anche dal "terzo uomo", rispetto al quale non è in contrapposizione ma neanche in continuità: è un soggetto che testimonia un dramma! Perché il "quarto uomo" è, innanzitutto, un cristiano disincantato. Ha vissuto la grazia di un Concilio senza anatemi e senza dogmi; un Concilio che ha mostrato una Chiesa che iniziava a mettersi in ascolto del mondo. Pieno di entusiasmo e di speranze, ha preso parte ai lavori del grande cantiere ecclesiale; ha visto e fatto discernimento di contestazioni e proteste che chiedevano un ritorno al Vangelo; ha, con fatica, dialogato con il mondo abbattendo muri e bastioni... Ma a distanza di cinquant'anni, questo "quarto uomo" accusa stanchezza, conosce il disincanto, e vede un riflusso inesorabile delle forme della Chiesa che potevano essere riformate. E, quindi, essere rinnovate. E l'uomo che comprende oggi, solo oggi, ciò che scriveva Hans Urs von Balthasar: «Nella storia della Chiesa lunghi sono gli inverni, l'estate non arriva mai ma sarà alla fine, e sulle rare primavere si abbattono gelate repentine».

                Così i vecchi "demoni" dell'istituzione si riprendono i loro diritti; i nuovi movimenti ripiegano in forme di tradizionalismo; il cammino ecumenico si fa sempre più gentile ma sempre meno efficace; l'approfondimento della parola di Dio cede il posto al sacro delle apparizioni, delle guarigioni; la spiritualità si nutre di psicologismo dilettantesco; la morale della libertà cristiana si irrigidisce e diventa giustizialista. E, allora, il disincanto assale e avvelena il "quarto uomo". Egli non rigetta la Chiesa e la Chiesa non lo rigetta, ma vive etsi ecclesia non daretur, cammina nella penombra della sera e sovente conosce la notte. Mantiene un vivo amore e un forte legame con Gesù Cristo suo unico Signore, ma Dio è per lui parola ancora troppo confusa con la religione. Un Dio non confessato come incarnato, ma troppo invocato come antropomorfico. E la Chiesa è per lui un mistero che sopravvive alla Chiesa istituzione, verso la quale non sente nessuna attrazione. E neppure le presta ascolto. Sì, il rapporto con la Chiesa istituzione segna la difficoltà, la sofferenza anche nella vita spirituale di questo cattolico. Ho ascoltato più volte le voci non certo uguali ma convergenti nell'indicarne le patologie di cui questi cristiani si lamentano senza rabbia, senza spirito di contestazione. Che cosa dicono? Innanzitutto, denunciano una distanza tra pastori e fedeli, soprattutto nel Nord e nel Centro Italia. Non accusano i pastori di pigrizia, di non fare nulla per l'evangelizzazione e la carità, ma non sentono una responsabilità condivisa, la volontà di fare insieme un cammino come parrocchia. E, soprattutto, soffrono la mancanza di interpretazione del presente. E non sopportano più la stanca ripetizione di slogan ecclesiali ormai inconsistenti.

                All'inizio della pandemia ho scritto chiedendo vigilanza ai pastori, perché non accettassero supinamente le decisioni della politica. E suggerendo di non sospendere con troppa facilità le liturgie nelle chiese, perché temevo una disaffezione nei confronti di quello che è il culmine e la fonte della vita cristiana. Ma, purtroppo, così è avvenuto. E, significativamente, oggi non vediamo più alla domenica lo stesso numero di fedeli in chiesa. E non è tanto una questione di numeri! È questione di accompagnamento da parte dei pastori del loro gregge in ogni situazione della vita. E di corresponsabilità del gregge con i pastori. Così, molti hanno sentito che la Chiesa non era capace di leggere, interpretare e discernere la presenza necessaria nell'ora della sofferenza. In tutte le chiese sono mancate parole evangeliche di fede. E molti hanno compreso che i discorsi eloquenti solo sulla situazione sociale non bastano più.

                Ma siamo convinti che la crisi, il declino della Chiesa — e, va detto, del cristianesimo qui da noi — è innanzitutto crisi di fede? Che ciò che manca è proprio la "buona notizia", ciò che è "Evangelo", e non certo discorsi morali e di difesa dei valori? C'è attesa di profezia, in questo "quarto uomo", desiderio di trovare spazi in cui credere in Gesù Cristo, Signore Vivente per sempre. Un'associazione di cattolici appena nata, Essere qui, propone e invita a «cercare le Chiese fuori dalla Chiesa»; invita a mettere un piede fuori dal recinto e a guardare a terreni che non si pensavano fruttuosi. Ma, intanto, questo "quarto uomo" quale credente si aspetti di camminare in compagnia di altri, nella luce crepuscolare. E di poter spezzare il pane alla tavola dell'amicizia dove la Vita è presente. La sua fede sarà fede notturna, nuda, attraversata da dubbi, punteggiata da domande, ma una fede umana come quella di Gesù di Nazareth. È notturna, nuda, modesta non significa debole o evanescente. Tanti credenti oggi si riconoscono in questo "quarto uomo". E la loro condizione non è certo facile, perché non è oggetto di attenzione della cura pastorale. Sono fuori dall'ovile? Non abbiano timore, perché il Pastore ha più a cuore le pecore fuori dall'ovile, quelle smarrite, che quelle che nell'ovile dormono.

                               Enzo Bianchi      Vita pastorale                  agosto-settembre 2021

www.ilblogdienzobianchi.it/blog-detail/post/136615/il-disincanto-attuale-del-%E2%80%9Cquarto-uomo%E2%80%9D

 

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SETTIMANA SOCIALE

La Settimana Sociale di Taranto tra ecologia e sussidiarietà

                Il numero 2/2021 de La Società, con la curatela scientifica di Flavio Felice, è pressoché interamente dedicato alla Quarantanovesima Settimana sociale dei cattolici che si svolge Taranto dal 21 al 24 ottobre 2021, sul tema: “Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. Tutto è connesso”. L’Instrumentum Laboris delle Settimane Sociali ha messo a fuoco l’importanza di sfuggire dalle scorciatoie ideologiche e dal pensiero settario, sui temi ecologici, come sulle altre grandi sfide che ci interpellano, dalla potenza illimitata della tecnica, alla rivoluzione digitale, alla povertà e alla crisi della democrazia. Abbiamo bisogno di un pensiero aperto, adottando il metodo della laicità del pluralismo, della ricerca dialogica. Abbiamo bisogno di un pensiero capace di affrontare e sciogliere i nodi problematici, di comprendere le diverse dimensioni della sfida ecologica. La tradizione cristiana non separa giustizia e ecologia, cura del creato e cura per la qualità̀ della vita umana. Questione sociale e questione ambientale sono due aspetti di un’unica emergenza: contrastare la volontà̀ di potenza, cercare la giustizia, la pace, l’armonia. La Dottrina sociale della Chiesa si rivela oggi un vero e proprio patrimonio dell’umanità̀ da cui attingere orientamenti e ispirazioni, un cantiere aperto a disposizione di una pluralità̀ di culture politiche.

                La Chiesa, nel 1891 (15 maggio), con la Rerum Novarum, di cui celebriamo proprio quest’anno il 130mo anniversario, non è stata sorda al grido degli sfruttati, ha condiviso la diagnosi del nascente movimento socialista, ma ha suggerito una terapia che se ne distaccava radicalmente perché́ non intendeva separare eguaglianza e libertà.

www.vatican.va/content/leo-xiii/it/encyclicals/documents/hf_l-xiii_enc_15051891_rerum-novarum.html

 Il primo capitolo della Rerum Novarum non a caso si intitolava “Il socialismo, falso rimedio” e si concludeva con queste limpide parole: “la comunanza dei beni proposta dal socialismo va del tutto rigettata perché́ nuoce a quei medesi- mi a cui si deve recar soccorso. (…) Resti fermo adunque, che nell’opera di migliorare le sorti delle classi operaie, deve porsi come fondamento inconcusso il diritto di proprietà privata”.

                Il biologo prussiano Hernst Haeckel inventa nel 1866, la parola ecologia, lo studio della natura in quanto oikos, casa, ambiente degli uomini. Nel 2015 (24 maggio) papa Francesco scrive la prima Enciclica ecologica, Laudato sì’’.

www.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

                A Taranto nel prossimo ottobre si svolgerà̀ la prima Settimana Sociale verde. Nel XXI secolo, la Chiesa solidale con l’umanità mette al centro della sua attenzione la questione ecologica, e lo fa perché́ continua ascoltare i segni dei tempi.

                Il paradigma tecnocratico. Il nostro avanzatissimo modello di sviluppo, e la rapacità di chi lo ha gestito, hanno portato ad un uso esagerato delle risorse naturali che ha alterato gli equilibri del pianeta. La pandemia ci ha fatto toccare con mano le conseguenze della riduzione della biodiversità, dell’inquinamento delle acque e dei terreni, della riduzione del patrimonio forestale, e del surriscaldamento climatico. Un tratto di strada sarà certamente compiuto a fianco dei movimenti ambientalisti di cui condividiamo le diagnosi sull’impronta ecologica e sul debito ecologico. Ma, come accadde nel XIX secolo col marxismo, ci distinguiamo da quelle forme panteiste e gnostiche di “religione ecologica” che considerano l’essere umano il virus della terra, un inquilino da sfrattare.

                Ecologia e economia. Né ci convince l’idea di contrapporre ecologia ed economia, inquinamento e posti di lavoro, proprietà̀ privata e destinazione universale dei beni, globale e locale, Stato e mercato. Ecco il punto decisivo delle Settimane Sociali di Taranto. Ricordare a noi stessi e a chi ci ascolta con animo sincero che la persona, considerata nell’insieme delle sue componenti spirituali, materiali, razionali, emozionali e nella capacità di generare legami comunitari, è sempre trascendimento della natura. Rispetto al mondo della necessità la persona umana è libertà. Di fronte agli animali e alle piante, la persona è ontologicamente, e gerarchicamente sovraordinata. Per chi accoglie il grido dei poveri e della terra, animalismo, geocentrismo, ecologismo radicale sono sfide culturali analoghe a quelle del paganesimo con cui si è confrontato il cristianesimo primitivo.

                Complexio oppositorum. Il pensiero cattolico legge la Chiesa e la vita come complexio oppositorum, [unione degli opposti] pensiero dialogico, evitando come ci ha insegnato Romano Guardini che le polarità̀ si risolvono manicheisticamente in opposizioni irriducibili. Nello specifico campo dell’ecologia, la prima contrapposizione manichea, è quella tra uomo e natura. Tenere insieme le polarità̀ è il vero scopo dell’ecologia integrale, che intende conciliare tutela ambientale e dignità̀ umana, evitando gli opposti scogli del panteismo ecologista e della tecnocrazia. Nel 1972 viene pubblicato il Rapporto del Club di Roma sui limiti dello sviluppo e si diffondono le idee di James Lovelock su gaia il pianeta vivente. L’ambientalismo diventa una delle principali visioni critiche dello sviluppo capitalistico. Nel 1987 il Rapporto Brundtland dell’ONU mette al centro il tema dello “sviluppo sostenibile”. E si propone di conciliare crescita economica e riduzione delle emissioni nocive per l’ambiente. Questo è un altro dei nodi problematici che saranno affrontati a Taranto. Tra decrescita felice e crescita sostenibile c’è uno iato ermeneutico. Due secoli fa l’economia mondiale si trovava al livello attuale del Bangladesh. Il consumatore medio viveva con l’equivalente di tre dollari al giorno. Oggi centinaia di milioni di esseri umani sono uscite dalla soglia della povertà̀. Nella Populorum Progressio (26 marzo 1967) al n. 19, Paolo VI, ci ricordava che l’industria è “segno e fattore di sviluppo” ed è necessaria “all’accrescimento economico e al progresso umano”. Dall’allevamento delle pecore la creatività umana è giunta a traguardi di sviluppo impensabili grazie al buon uso della tecnologia. L’ideologia della “decrescita felice” vorrebbe tarpare le ali all’industriosità̀ e alla creatività̀ umana.

www.vatican.va/content/paul-vi/it/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_26031967_populorum.html

                Taranto e lo sviluppo. E c’è chi vorrebbe sostituire la più grande acciaieria italiana, che ha certamente bisogno di una profonda conversione ecologica, basata su tecnologie pulite, in “un grande prato verde dove nascono speranze”. In realtà̀ con l’industria l’uomo strappa i suoi segreti alla natura, sviluppa il gusto della ricerca e dell’invenzione, l’audacia dell’intrapresa, il senso della responsabilità. Nel furore antindustriale che caratterizza un certo ecologismo radicale, c’è l’oblio del grande ruolo che ha avuto l’industria per sconfiggere la poverà dando lavoro, sviluppando la ricerca, accrescendo il benessere. Oggi sappiamo che la percentuale della popolazione mondiale che vive sotto la soglia di povertà è il 10%. Trenta anni fa era del 37%. Nel frattempo, la popolazione mondiale è cresciuta di due miliardi. C’è voluto un secolo per passare dal legno ai combustibili fossili (il carbone prima, il petrolio e il gas naturale poi). La stessa tecnologia che ha fatto danni inquinando, grazie alla creatività̀ e alla industriosità̀ dell’uomo potrà̀ aiutarci nella transizione ecologica. Ridurre drasticamente le emissioni di gas serra, passare gradualmente alle energie rinnovabili, adottare il paradigma della economia circolare, ridurre la dispersione energetica delle nostre case, tutelare la biodiversità̀ è giusto e necessario. Farlo secondo il paradigma dell’ecologia integrale richiede un ingrediente fondamentale: la sussidiarietà̀.

                La sussidiarietà. Il tema della sussidiarietà è fondamentale in un contesto caratterizzato da conflitti fra istituzioni e livelli di governo e sottovalutazione delle risorse spontanee della società̀. Sussidiarietà̀ è collaborazione tra le tre anime della società̀ (Stato, socialità̀, mercato) superando la contrapposizione pubblico-privato che blocca lo sviluppo del nostro paese. Esiste una confusione concettuale tra questo fondamentale principio e il timore di un uso privato delle risorse pubbliche. La sussidiarietà è un famoso principio della DSC [Dottrina Sociale della Chiesa] da tempo entrato nella Costituzione italiana e negli ordinamenti dell’Unione Europea. Il vero senso del principio di sussidiarietà è che lo Stato deve aiutare (sostenere) ma non può̀ soffocare, anzi deve favorire, la libera iniziativa dei “mondi vitali” della società̀ (famiglie, comunità, associazioni, imprese, cooperative, fondazioni, ONG, corpi intermedi, enti locali). Compito delle istituzioni è di intervenire a sostegno di tali realtà̀. Da qui l’etimologia di sussidiarietà̀, dal latino subsidium afferre, cioè̀ “sostenere”, non prevaricare, non soffocare. Lo Stato deve esercitare correttamente i suoi poteri come servizio ai cittadini, senza invadere le competenze dei corpi intermedi e la loro libera iniziativa. La sussidiarietà̀ viene invocata quindi come difesa degli spazi di libertà dei cittadini rispetto all’ingerenza del “sovrano”, o dello Stato.

                Ci sono tre tipi di sussidiarietà:

  1. la sussidiarietà verticale, cioè il decentramento amministrativo, tra Stato, Regioni, Comuni. Il potere centrale cede spazi di sovranità̀ a organismi rappresentativi più̀ vicini ai cittadini.
  2. La sussidiarietà orizzontale, che è una sussidiarietà̀ negativa, nel senso che: “lo Stato non deve fare quello che possono fare i corpi intermedi”, comprese le associazioni e le famiglie (che, ad esempio, costituendo una cooperativa di genitori possono creare un asilo nido). Questo tipo di sussidiarietà̀ è molto importante. Significano allo “stato pigliatutto”, “alla statolatria” e sì al decentramento amministrativo.
  3. La sussidiarietà circolare, che è invece positiva: “lo Stato deve fare insieme alle Regioni, alle associazioni, ai corpi intermedi, alle famiglie e a tutti gli altri mondi vitali, ciò che è utile al benessere collettivo”. Di fronte alla pandemia abbiamo capito il senso della sussidiarietà̀ circolare nel campo della sanità. Non bastano gli ospedali, ci vuole la sanità territoriale. Non basta il welfare state, ci vuole la welfare society. Occorre un maggior coinvolgimento del volontariato e del Terzo settore.

                La burocrazia inquina. Il primo nemico della sussidiarietà è la burocrazia, che impedisce lo sviluppo sociale, rallenta i processi di innovazione, impedisce ai cittadini di essere trattati con rispetto e li riduce a sudditi. Quando in una Regione, per inefficienze burocratiche e carenza di sussidiarietà̀ si fanno in un giorno 10.000 vaccinazioni anti-Covid, invece che 30.000, occorre dire con molta onestà e chiarezza, che la burocrazia uccide. I modelli matematici hanno reso evidente nella contabilità̀ dei defunti per Covid-19 quante persone in più̀ potevano essere salvate, e invece per elefantiasi burocratica sono morte. Così come non si può̀ realizzare la transizione ecologica senza o contro il mondo delle imprese, non si può̀ realizzare nessun cambiamento vero senza de-burocratizzare l’Italia. Bisogna dire chiaro e forte che la burocrazia inquina. Al pari di ogni parassita (come il Coronavirus) la rendita vive estraendo valore da altri. Tante sono le forme di rendita parassitaria (finanziaria, immobiliare, fondiaria, burocratica). Tutte hanno in comune il medesimo connotato: la non generativistà. La burocrazia è il più potente strumento in mano a chi ha il potere. Il più grave rischio che corre l’Italia dopo la pandemia è il ritorno allo statalismo. Specularmente la migliore cura è la sussidiarietà.

                L’applicazione del principio di sussidiarietà circolare alla sanità (che è fondamentale resti un servizio pubblico a cui tutti possono accedere, al di là delle risorse economiche di cui dispongono) significa integrare il ruolo dell’ospedale (pubblico e convenzionato) con la medicina territoriale, l’aspetto sanitario con quello sociale, valorizzando anche il contributo delle “imprese sociali”, delle cooperative, del terzo settore e delle famiglie. I comuni e le Regioni che hanno applicato la sussidiarietà̀ circolare hanno avuto risultati giudicati soddisfacenti dai cittadini. Ovviamente bisogna continuamente vigilare (perché́ gli effetti del peccato originale in termini di corruzione, sfruttamento, mala gestione, egoismi vari sono largamente diffusi) per evitare un uso distorto dei finanziamenti regionali e un abbassamento della qualità̀ dei servizi pubblici.

                Don Luigi Sturzo, il fondatore del Partito Popolare, ricordava sempre, a partire dal suo appello del 1919 (18 gennaio), A tutti gli uomini liberi e forti, che il merito del cristianesimo era stato quello di aver sancito il divieto di assorbire, da parte dello Stato, la coscienza, la libera iniziativa, la creatività̀ individuale. E sempre Sturzo identifica il motore della storia nella libertà di coscienza, in quanto for za dinamica che attiva l’esistenza individuale e dunque fonda l’azione sociale e le istituzioni.

                Coronavirus e solidarietà. Nel XIV secolo la peste nera per arrivare in Europa dalla Mongolia, provocando 30 milioni di morti, viaggiò utilizzando come vettori i topi nelle stive delle navi. Oggi il Coronavirus si è diffuso grazie al miliardo di cittadini del mondo che fanno viaggi internazionali. Siamo un’unica famiglia umana, ci possiamo ammalare tutti e possiamo guarire solo se ci curiamo gli uni degli altri. Il costo in vite umane del Covid-19 è stato molto alto. Le vittime non sono stati solo gli anziani, spesso non aiutati dalla carenza di dispositivi di protezione nelle RSA. In un grande Paese come gli Stati Uniti, una parte rilevante dei deceduti, in alcuni casi frettolosamente sepolti in fosse comuni, appartenevano alla popolazione afroamericana, una fascia di cittadinanza che, in una fase di emergenza sanitaria, non ha diritto di cura e possibilità̀ di accesso alle terapie.

                Ripensare il sistema economico in profondità ridare centralità al lavoro e all’impresa che produce in modo sostenibile, lottare contro la povertà e la cultura dello scarto, rafforzare i sistemi sanitari universali e innovare le politiche sociali, l’istruzione e la formazione. Dopo una lunga stagione di inquinamento e di sfruttamento incontrollato di risorse non rinnovabili in nome della crescita economica, come ci ricorda l’Instrumentum laboris al n. 36, “la soluzione ai tanti problemi con cui dobbiamo confrontarci a Taranto e in tutta Italia, non è la decrescita felice, ma la sostenibilità̀ economica, sociale e ambientale. Con una virtuosa combinazione di economia di mercato, tecnologie pulite, co- scienza ecologica, azione dei governi”.

www.settimanesociali.it/instrumentum-laboris

                L’emergenza Covid-19 rappresenta un’occasione unica per accelerare il cambiamento del paradigma economico, sulla base della convinzione che ci si salva solo insieme. Insieme imprenditori e lavoratori, con nuovi modelli di governance e di responsabilità, insieme finanza e economia reale, riportando la prima al servizio della seconda. Insieme profit e non profit, unendo competenze, efficienza ed efficacia tipiche del profit a valori, senso e cura dell’altro tipiche del non-profit. Insieme sviluppo economico e rispetto dell’ambiente, passando da un’economia estrattiva (con risorse non rinnovabili) a una generativa (capace di produrre di più̀ con minore sfruttamento delle risorse naturali).

                Poiché non ci si salva da soli ed è in gioco la stessa democrazia, lo sviluppo integrale della persona richiede questa visione d’insieme. La comprensione delle radici etiche e spirituali del degrado ambientale suggerisce soluzioni che non possono essere affidate solo alla scienza e alla tecnica ma esigono il cambiamento degli stili di vita delle persone, sviluppando generosità̀, sobrietà̀ capacità di condividere. In una parola: sussidiarietà.

Claudio Gentili editoriale La società n. 2\2021                  21 ottobre 2021

www.benecomune.net/la-fondazione/formazione-politica/la-settimana-sociale-di-taranto-tra-ecologia-e-sussidiarieta

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Papa Francesco: “Ai cattolici italiani è richiesto un po’ più di coraggio”

                “Non possiamo rassegnarci e stare alla finestra a guardare, non possiamo restare indifferenti o apatici senza assumerci la responsabilità verso gli altri e verso la società”. È il monito di Papa Francesco, nel messaggio inviato alla 49ma Settimana sociale, che si è aperta oggi a Taranto sul tema: “Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. Tutto è connesso”. Per uscire dalla crisi generata dal Covid, “crisi insieme sanitaria e sociale” – l’appello di Francesco ai circa mille tra vescovi, delegati e ospiti radunati al Palamazzola    “è richiesto un di più di coraggio anche ai cattolici italiani”.

www.vatican.va/content/francesco/it/messages/pont-messages/2021/documents/20211021-settimana-cattolici.html

                A fargli eco è stato il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, introducendo i lavori.  “Occorre un balzo in avanti”, la proposta: “Serve uno sguardo lungo sulle sorti dell’Europa e soprattutto dell’Italia. Mai come oggi è necessario un nuovo patto sociale tra tutti gli uomini e le donne italiane di buona volontà per mettere a tema l’Italia e il suo futuro facendo proposte concrete e non solo belle parole sul nostro Paese”. “Accanto a un piano di sviluppo per l’Italia c’è bisogno anche di altro”, ha sottolineato il presidente della Cei: “Qualcosa di più profondo. Serve una profezia sull’Italia. È necessaria una voce alta e autorevole che sappia leggere i segni dei tempi: ovvero sappia comprendere e interpretare questo scorcio di XXI secolo”. Al termine della prima parte dei lavori è arrivato a sorpresa anche un videomessaggio del Santo Padre, in cui rivolge “un pensiero particolare e un incoraggiamento ai giovani” e offre “una carezza a tutte le mamme e a tutti i papà di Taranto che hanno pianto o piangono per la morte e le sofferenze dei propri figli”.

www.vatican.va/content/francesco/it/messages/pont-messages/2021/documents/20211021-videomessaggio-settimana-cattolici.html

                Per fare della Settimana un’esperienza sinodale, raccomanda il Papa nel messaggio, “occorre ascoltare le sofferenze dei poveri, degli ultimi, dei disperati, delle famiglie stanche di vivere in luoghi inquinati, sfruttati, bruciati, devastati dalla corruzione e dal degrado”.

                “Abbiamo bisogno di speranza”, la tesi di Francesco che ha indicato tre “cartelli” per camminare con audacia su questa strada.

  1. Il primo è “l’attenzione agli attraversamenti”: “Troppe persone – la denuncia – incrociano le nostre esistenze mentre si trovano nella disperazione: giovani costretti a lasciare i loro Paesi di origine per emigrare altrove, disoccupati o sfruttati in un infinito precariato; donne che hanno perso il lavoro in periodo di pandemia o sono costrette a scegliere tra maternità e professione; lavoratori lasciati a casa senza opportunità; poveri e migranti non accolti e non integrati; anziani abbandonati alla loro solitudine; famiglie vittime dell’usura, del gioco d’azzardo e della corruzione; imprenditori in difficoltà e soggetti ai soprusi delle mafie; comunità distrutte dai roghi… Ma vi sono anche tante persone ammalate, adulti e bambini, operai costretti a lavori usuranti o immorali, spesso in condizioni di sicurezza precarie”.
  2. Il secondo cartello da rispettare sulla strada della speranza è il divieto di sosta. “Non sostiamo nelle sacrestie, non formiamo gruppi elitari che si isolano e si chiudono”, “Quanto sarebbe bello che nei territori maggiormente segnati dall’inquinamento e dal degrado i cristiani non si limitino a denunciare, ma assumano la responsabilità di creare reti di riscatto”, il sogno di Francesco. Non ci sono via di mezzo, “si tratta di ridefinire il progresso”, propone il Papa rilanciando uno dei temi di fondo della Laudato sì: “Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore non può considerarsi progresso. Talvolta prevalgono la paura e il silenzio, che finiscono per favorire l’agire dei lupi del malaffare e dell’interesse individuale. Non abbiamo paura di denunciare e contrastare l’illegalità, ma non abbiamo timore soprattutto di seminare il bene!”.
  3. Il terzo cartello stradale è l’obbligo di svolta. “Lo invocano il grido dei poveri e quello della Terra”, scrive il Papa, che cita don Tonino Bello, “profeta in terra di Puglia”, il quale amava ripetere: “Non possiamo limitarci a sperare. Dobbiamo organizzare la speranza!”. Per Francesco, “la svolta verrà solo se sapremo formare le coscienze a non cercare soluzioni facili a tutela di chi è già garantito, ma a proporre processi di cambiamento duraturi, a beneficio delle giovani generazioni”.

                Nella parte finale della sua introduzione, il card. Bassetti si è rivolto direttamente ai giovani, chiamati ad essere i nuovi protagonisti del cambiamento d’epoca che stiamo vivendo. “L’epoca dei pifferai magici è passata e non deve tornare più”. “La vostra numerosa presenza qui a Taranto, oggi, mi rincuora e mi consola”, le parole di Bassetti: “Non rassegniamoci!”.

                 “Come vorrei che da qui noi dessimo un segnale di apertura che racconti un futuro possibile”, il sogno del “padrone” di casa, mons. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto: “qui la speranza è precaria come il lavoro, qui l’inquinamento ha intossicato le coscienze prima ancora che l’aria, la terra e il mare”. “La Chiesa italiana ha la responsabilità di tracciare una parabola che non fronteggi l’emergenza della salute, dell’ambiente, del lavoro, con rattoppi dell’ultima ora come siamo abituati a subire da decenni, ma che sia lungimirante, che ponga le basi di una crescita per le nuove generazioni, che esprima la cura dell’educare e della gratuità”, l’appello del vescovo, che ha auspicato “un percorso virtuoso di ‘bonifica’ lungo la strada del concetto che il Papa ci ha offerto: quello dell’ecologia integrale”, ripartendo “dai volti delle persone morte e ferite per causa dell’inquinamento ambientale, dal volto ferito di tutta la Casa comune, e dalle vittime del lavoro”.

M. Michela Nicolais       AgenziaSIR         21 ottobre 2021

www.agensir.it/chiesa/2021/10/21/papa-francesco-ai-cattolici-italiani-e-richiesto-un-po-piu-di-coraggio

 

“Visioni di futuro e buone pratiche”

                Sostenibilità, resilienza, sviluppo, riscaldamento globale, disparità di genere. Sono alcuni temi emersi durante la seconda giornata della Settimana sociale, dedicata alle “visioni di futuro” del nostro pianeta e alle 274 “buone pratiche” censite nel percorso verso Taranto, alcune delle quali già visionate e raccontate dal Sir nei giorni precedenti all’appuntamento presso il PalaMazzola, dove sono riunite circa un migliaio di persone – tra vescovi, delegati e ospiti – in rappresentanza di 220 diocesi di 224. Serve una “ecologia ecclesiale”, la proposta della biblista Rosanna Virgili nella sua meditazione. “Passare dall’io al noi”, il suggerimento di mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei, durante la messa celebrata nella concattedrale di Taranto a inizio mattinata, insieme a quella di mons. Angelo Spinillo, vescovo di Aversa, a Castellaneta.

                Sostenibilità. “La sostenibilità non è soltanto una questione ambientale, ma anche economica, sociale e istituzionale”. Ne è convinto il ministro delle Infrastrutture, Enrico Giovannini, che ha esordito affermando che “la conversione ecologica, non solo la transizione ecologica, a cui ci richiama Papa Francesco è possibile. Siamo in un kairós [momento opportuno], siamo chiamati a dare il nostro contributo in maniera straordinaria. Dobbiamo balzare in avanti”. In questo senso, per il Ministro, il titolo della Settimana sociale “è un invito a sperare nel futuro, ma non in un futuro lontano, in un futuro che noi oggi abbiamo la possibilità di realizzare”. “Tra qualche mese – ha annunciato Giovannini – il Paese deciderà di cambiare la propria Costituzione per inserirvi il principio della giustizia tra le generazioni, che non c’è ancora. Il Senato e la Camera hanno già dato l’ok in prima lettura”. “L’attività economica non può andare a discapito della salute e dell’ambiente”, il principio innovativo che verrà inserito nella nostra Carta costituzionale, e che ha a che fare sia con l’art. 41 che con l’art. 9. “Se l’avessero inserito un po’ di tempo fa, tutta una serie di scelte sarebbero state dichiarate incostituzionali”, il commento di Giovannini. “Lavorare insieme per cambiare, perché tutto è connesso”, l’invito alla platea di Taranto: “Al centro del Pnrr e del Next Generation Eu c’è il tema di non danneggiare l’ambiente. Nei prossimi giorni, con la legge di bilancio, approveremo gli investimenti in un’ottica decennale”. “Il concetto di resilienza ha a che fare con l’accettare che il futuro sarà fatto di choc, sanitari, economici, sociali, ma gli choc hanno anche una valenza positiva”, ha concluso il Ministro esortando a “trasformare i problemi in una soluzione”. “Proteggere, preparare, prevenire, promuovere, trasformare”, i verbi con cui deve avere a che fare la politica: “Viviamo un tempo difficile ma interessantissimo. È’ il momento giusto per la trasformazione verso il pianeta, la società e le persone che speriamo”.

                Sviluppo. “Il lavoro che si fa sul sociale non è cosa diversa dal lavoro per lo sviluppo”. A testimoniarlo è stato Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione con il Sud. “Chi fa assistenza domiciliare agli anziani, che gestisce i beni confiscati alla mafia, deve essere consapevole che in quel momento sta facendo due operazioni: non sta compiendo solo un atto di solidarietà e di lotta alle disuguaglianze, ma sta costruendo lo sviluppo”. E proprio di “organizzare percorsi di inclusione sociale” si occupa la Fondazione con il Sud, soprattutto per l’inclusione dei soggetti più fragili. Il tema ambientale è il versante cui si stanno concentrando le iniziative più recenti.

                Riscaldamento globale. “Se le emissioni di Co2 continueranno con i livelli attuali, ci stiamo dirigendo verso un riscaldamento globale del pianeta di quattro gradi”. A lanciare il grido d’allarme è stato Gaël Giraud, gesuita, economista, direttore della Center for Environmental Justice della Georgetown University. “A causa del riscaldamento globale – la previsione dello studioso – il 50% della massa terrestre vivrà ondate di calore estremo e tre quarti della popolazione umana mondiale avrà più di 20 giorni di calore estremo entro la fine del secolo, e non potrà difendersi con l’aria condizionata perché inquina troppo. Questo significa che le popolazioni migreranno”. “Se continueremo con i livelli di emissioni di carbonio che abbiamo oggi – ha fatto notare inoltre Giraud – entro la fine del secolo il bacino dell’Amazzonia sarà completamente disabitato, così come l’America Latina, il bacino del Congo in Africa e l’intera costa orientale, l’India e tutto il Sud est asiatico”.

                Disparità di genere. “Non è una colpa essere madri e lavorare”. Lo ha detto Giovanna Iannantuoni, economista e rettrice dell’Università Bicocca di Milano. “In Italia non solo la percentuale di donne lavoratrici è la più bassa d’Europa – ha denunciato la relatrice – ma le mamme che hanno figli in età scolare passano al lavoro part-time. Questo vuol dire che qualcuno ha commesso un errore”. “Non è una colpa essere madri e lavorare, anzi, è una ricchezza”, ha assicurato: il problema è che “viviamo in un mondo disegnato dai maschi per i maschi”.

                Buone pratiche. Diocesi e comune insieme per aiutare a trovare lavoro per tutti coloro che sono rimasti esclusi a seguito della crisi del 2008. È il progetto “Insieme per il lavoro”, nato nel 2017 per iniziativa del card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, e del sindaco della città Matteo Lepore. “Si tratta di un processo innovativo per lavoratori fragili – ha spiegato don Paolo Dall’Olio – quelli che non riescono a trovare lavoro e non rientrano nell’assistenza”. Dopo quattro anni, “Insieme per il lavoro” sta per firmare un nuovo protocollo che permette l’ingresso anche della Regione Emilia Romagna nel progetto. Per accedere al progetto, basta un’iscrizione on line, a cui segue un colloquio: in 4 anni, hanno fatto richiesta più di 5mila persone. Solo nell’ultimo anno, sono state collocate 542 persone, di cui la metà delle quali donne e giovani under 30.

M. Michela Nicolais       AgenziaSIR         22 ottobre 2021

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Virgili (biblista), “serve una ecologia e una transizione ecologica anche nella Chiesa

                Nella Chiese serve una “ecologia ecclesiale” e “una transizione ecologica per introdurre fonti di energia alternativa”. Ne è convinta la biblista Rosanna Virgili, che ha aperto la seconda giornata della Settimana sociale di Taranto con una riflessione biblica sul racconto della creazione. “Custodire è l’arte della fraternità”, ha spiegato Virgili: “Ognuno di noi è custode non solo della terra, ma di ogni creatura che la abita: siamo nodi di una rete di relazioni che unisce il presente al futuro e fa spazio a coloro che verranno”. “La creazione è un work in progress”, ha fatto notare la biblista: “Anche la Chiesa è metaforicamente un giardino dell’Eden, che deve essere coltivato e custodito. Occorre anche una ecologia ecclesiale, che concepisce la Chiesa come uno dei diversi fiumi nel giardino della fratellanza universale”. Di qui la necessità di “riconoscere la debolezza di un modello di uniformità”, a favore invece di “un modello basato, come dice San Paolo, sulla varietà di carismi”. “È urgente una transizione ecologica nella Chiesa, per introdurre fonti di energia alternativa”, ha concluso Virgili: “Bisogna coinvolgere tutti i credenti nella responsabilità di scelte doverose e necessarie”.

M. Michela Nicolais       AgenziaSIR         22 ottobre 2021

www.agensir.it/quotidiano/2021/10/22/settimana-sociale-virgili-biblista-serve-una-ecologia-e-una-transizione-ecologica-anche-nella-chiesa/ettimana sociale: “Visioni di futuro e buone pratiche”

                              

Mons. Santoro: “La Chiesa ha bisogno di rinnovarsi dando ascolto a tutti”

                 “Imparando sempre meglio ad unire le nostre forze nel prossimo futuro possiamo veramente diventare un popolo in cammino in grado di aiutare il nostro Paese nella delicata transizione ecologica, sociale e spirituale verso il bene comune”. Ne è convinto mons. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto e presidente del Comitato scientifico e organizzatore, che ha concluso la 49ma Settimana sociale evidenziando il “filo rosso” che lega la precedente edizione, svoltasi a Cagliari, a quella attuale e ha indicato le piste di lavoro futuro per le diocesi e le parrocchie. “Riguardando al percorso che ci ha portato prima a Cagliari e poi a Taranto ci conforta aver scelto il metodo della sinodalità che papa Francesco ci ha indicato per il Sinodo”, ha detto il vescovo: “la Chiesa ha bisogno di rinnovarsi dando ascolto a tutti”. “Usciti da qui sarà nostro dovere impegnarci perché le giuste istanze, le proposte, il manifesto dei giovani, trovino piena accoglienza e realizzazione: non abbiamo più tempo!”, l’appello: “Abbiamo visto che possiamo realizzare il mondo diverso che abbiamo troppo a lungo solo immaginato mentre si perpetravano scelte di politica economica e sociale che hanno creato divari profondissimi tra gli uomini e oltraggiato la Terra”.

                Quattro le “piste di conversione e di generatività futura” proposte alle parrocchie.

  1. “La prima è la costruzione di comunità energetiche”, ha spiegato Santoro, che sono “una grande opportunità dal basso” per realizzare la transizione ecologica e “un’opportunità di rafforzamento dei legami comunitari che si cementano sempre condividendo scelte concrete in direzione del bene comune”. “Nell’ottica di una transizione giusta e socialmente sostenibile le comunità energetiche diventano anche uno strumento di creazione di reddito che può sostenere fedeli, parrocchie, case famiglia, comunità famiglia e comunità locali come già dimostrato da alcune buone pratiche realizzate o in via di realizzazione nei territori”, ha osservato il vescovo: “Vogliamo che tutte le comunità dei fedeli in tutte le parrocchie italiane avviino un progetto e diventino comunità energetiche”. “Sappiamo che abbiamo bisogno di circa 7 gigawatt di nuova produzione da fonti rinnovabili all’anno se vogliamo raggiungere l’obiettivo di emissioni nette zero nel 2050”, i dati da cui partire: “Se in ciascuna delle 25.610 parrocchie del nostro paese si costituisse almeno una comunità energetica che produce al livello massimo possibile di 200 chilowatt (o facesse nascere più comunità che arrivano complessivamente a quella produzione di energia) avremmo dato il nostro contributo con 5,2 gigawatt di nuova produzione da fonti rinnovabili”.
  2.  La seconda pista di impegno è quella della finanza responsabile. “Le nostre diocesi e parrocchie – l’invito – devono essere ‘carbon free’ nelle loro scelte di gestione del risparmio utilizzando il loro voto col portafoglio per premiare le aziende leader nella capacità di coniugare valore economico, dignità del lavoro e sostenibilità ambientale”.
  3. La terza pista d’impegno è quella del consumo responsabile, tramite la promozione di prodotti “caporalato free” nelle mense scolastiche e nelle diocesi.
  4. La quarta proposta, infine, “è la proposta dell’alleanza contenuto nel Manifesto dei giovani: “l’alleanza intergenerazionale e l’alleanza tra forze diverse di buona volontà nel nostro Paese”. Di qui la necessità di promuovere nelle comunità di appartenenza i contenuti dell’esperienza di Taranto, e in particolare i 7 punti del Manifesto sull’alleanza proposto e firmato dai giovani: “Promuovere la nascita di cooperative di comunità, cooperative di consumo, comunità energetiche e gruppi di acquisto solidale (GAS); studiare, capire e valorizzare la vocazione del proprio territorio; valorizzare le aree interne anche attraverso la pastorale rurale; essere audaci nel rivedere l’impostazione della formazione verso i giovani, non aver paura di proporre nelle catechesi l’amore e la cura della casa comune;  provvedere a che vi sia nelle diocesi e nelle parrocchie un referente con la relativa competenza per la pastorale sociale, del lavoro e dell’ecologia integrale; adoperarsi per la valorizzazione del ruolo della donna nella Chiesa ed in politica sostenendo misure per il tempo di cura della famiglia; favorire e partecipare ai gruppi di cittadinanza attiva che nascono dai problemi del territorio”.

                “Non un convegno, ma una piattaforma di partenza per dare speranza e avviare dei processi”. Così il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città delle Pieve e presidente della Cei, ha definito le quattro giornate al PalaMazzola, cui hanno partecipato un migliaio di delegati in rappresentanza della quasi totalità delle diocesi italiane. “L’apporto dei cattolici per affrontare le crisi è fondamentale”, ha sottolineato il cardinale nell’omelia della messa conclusiva celebrata nella concattedrale di Taranto: “Siamo sempre più convinti che le parole e i valori del Vangelo sono in grado non solo di dare una risposta alle domande di senso degli uomini, ma possono anche ispirare l’economia e la politica. Perché si possano trovare soluzioni praticabili alle emergenze ambientali e sociali, è necessario l’aiuto non solo dei cattolici, ma di tutti”. L’appuntamento, oltre che per il Sinodo universale dei vescovi e al Cammino sinodale delle Chiese in Italia, è per il prossimo incontro dei Vescovi del Mediterraneo, nel febbraio 2022, che riprenderà il tema del primo incontro “Mediterraneo frontiera di pace”, tenutosi a Bari nel 2020.

M. Michela Nicolais       AgenziaSIR         24 ottobre 2021

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Zamagni: “Il mondo cattolico non è succube al pensiero di nessuno”

                 “Il mondo cattolico continua a vivere la condizione di subordinazione e di auto delegittimazione rispetto al pensiero cosiddetto laico. Al contrario, la Chiesa italiana su questioni così rilevanti non è succube alle linee di pensiero dettate da altri, e questa Settimana sociale lo ha ampiamente dimostrato”. Ne è convinto Stefano Zamagni, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, che dal Palamazzola traccia per il Sir un bilancio delle giornate di Taranto – alle quali ha partecipato con un intervento molto applaudito – partendo da una sorta di orgoglio ritrovato: quello del “popolo cattolico” che si ritrova in presenza per la prima volta dopo la pandemia e ha voglia di mettersi in gioco dando il suo contributo di “pensiero pensato” a temi come l’ambiente, il lavoro, la sostenibilità del pianeta e quella che è stata definita durante i lavori una “ecologia ecclesiale”. Il punto di partenza: la volontà di partecipare al dibattito pubblico con riflessioni di alto profilo e di orientare il futuro tramite azioni concrete di partecipazione dal basso in grado di incidere sulle macro politiche.

                Professore, quale fotografia scatterebbe di questa Settimana sociale?

                Questa Settimana ha messo in luce quello che è il principale debito della comunità civile verso il mondo cattolico, riguardo alla transizione ecologica di cui tutti parlano e dicono che si debba affrontare, senza però conoscere fino in fondo tutte le implicazioni che questo passaggio comporta. A parole, tutti la vogliono, ma nei fatti nessuno la applica. Nessuno dice, infatti – e qui a Taranto se ne invece ampiamente parlato – che la transizione ecologica ha dei costi: alcuni ne hanno tratto grandi vantaggi, mentre altri sono stati fortemente danneggiati. Anche in Italia, ci sono azione che a causa della transizione ecologica andranno a rimetterci, a fronte di altre invece che hanno aumentato e aumenteranno notevolmente i propri profitti. Un esempio per tutti, quello dei vaccini: cinque multinazionali nel mondo hanno totalizzato 1.650 miliardi di profitto. Se i vantaggi di coloro che hanno tratto profitto dalla transizione ecologica superano una certa soglia, coloro che ne sopportano il peso si coalizzano tra di loro per bloccare i processi. Basti pensare ai lavoratori del petrolio: se de carbonizziamo, milioni di persone nel mondo si rivolteranno. Il presidente americano Biden aveva deciso di stanziare 3.500 miliardi di dollari per la transizione ecologica: pochi giorni fa è dovuto scendere a 1.700, perché quelli che ci avrebbero rimesso hanno protestato in maniera vibrante.

                Si può invertire questa tendenza?

                La Pontificia Accademia delle Scienze Sociali ha proposto di creare, a livello internazionale, un Fondo di compensazione per la transizione ecologica, nel quale quanti hanno guadagnato da tale processo versino una parte dei loro guadagni per compensare le aziende e i Paesi che ci hanno rimesso. È una proposta, questa, replicabile anche sul piano nazionale, che però stenta ad essere compresa: la “vulgata corrente, infatti, fa credere che la transizione porti dei benefici indistintamente a tutti.

                Sia il Papa che il card. Bassetti hanno chiesto “un balzo in avanti” alla Chiesa italiana. Come si può uscire dalla crisi provocata dalla pandemia senza lasciare nessuno indietro?

                Facendo una distinzione tra fragilità e vulnerabilità, che spesso vengono considerate erroneamente come sinonimi. La fragilità è la condizione di chi, in un particolare momento, non è in grado di provvedere a se stesso, e dunque ha a come riferimento l’emergenza e come durata il breve termine, come speriamo sia il caso della pandemia. La vulnerabilità, invece, riguarda tutti coloro che in questo momento sono a posto, ma che potrebbero cadere nella fragilità tra quattro, cinque, dieci anni, come ad esempio i giovani che non trovano lavoro o hanno occupazioni sempre e soltanto precarie. In Italia si continua ad agire sul piano emergenziale, tamponando le fragilità, mentre ci vorrebbero politiche anti vulnerabilità, pensate non per il breve ma per il medio e lungo termine.   Non basta, in altre parole, intervenire sull’emergenza, bisogna passare a politiche strutturali.

                È questo che ci chiedono i giovani, grandi protagonisti della Settimana sociale?

                I giovani di oggi hanno imparato a protestare in maniera concreta, a tenere sotto pressione la maggioranza, il potere politico, finanziario ed economico. Qui a Taranto ci hanno chiesto di animare operazioni concrete sul territorio e hanno fatto specifiche proposte di ampio respiro per iniziare questo cammino nelle parrocchie e nelle diocesi. È importante non perdere questa opportunità e dargli slancio. Il mondo cattolico finora ha dato corpo ad un pensiero troppo “calcolante”, adesso è il tempo di un pensiero “pensante” .

M. Michela Nicolais       AgenziaSIR         25 ottobre 2021

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SINODO UNIVERSALE

Chiesa. Sinodo universale al via, ecco cosa c'è da sapere

www.synod.va/it.html

                Domenica 10 ottobre 2021 papa Francesco apre ufficialmente il processo sinodale che porterà alla celebrazione del Sinodo dei vescovi prevista nel 2023.

                Quando si apre il processo sinodale? L’apertura del processo sinodale della Chiesa universale avverrà sia in Vaticano sia in ciascuna diocesi del mondo. Il cammino verrà inaugurato dal Papa in Vaticano il 9 e il 10 ottobre, mentre domenica 17 ottobre ogni vescovo lo aprirà nella propria diocesi. Va precisato che in Italia il percorso del Sinodo dei vescovi è destinato a intrecciarsi con il cammino sinodale della Chiesa italiana che si è aperto ufficialmente lo scorso maggio.

                Qui i dettagli del cammino sinodale che riguarderà soltanto la Chiesa italiana.

  • Che cosa si intende per fase diocesana del Sinodo universale? La fase diocesana in programma dall’ottobre 2021 all’aprile 2022 è una «consultazione del popolo di Dio», come indicato dalla costituzione apostolica Episcopalis communio di papa Francesco pubblicata il 15 settembre 2018 che “trasforma” il Sinodo dei vescovi. Si tratta della fase di ascolto “dal basso” della gente, cara al Pontefice, ed è la principale novità introdotta dalla riforma del Sinodo dei vescovi voluta da Francesco.

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_constitutions/documents/papa-francesco_costituzione-ap_20180915_episcopalis-communio.html

                La Segreteria generale del Sinodo ha inviato alle singole diocesi di tutto il mondo il Documento preparatorio, accompagnato da un questionario e da un vademecum. Lo stesso testo è stato inviato anche ai dicasteri della Curia romana, alle Unioni di superiori e superiore maggiori, alle federazioni della vita consacrata, ai movimenti internazionali dei laici e alle università e facoltà di teologia.

                Ogni vescovo nomina un responsabile (eventualmente un’équipe) diocesano della consultazione sinodale, che diventerà il punto di riferimento e di collegamento con la Conferenza episcopale e che accompagnerà la consultazione nella Chiesa particolare in tutti i suoi passi. La consultazione nelle diocesi si svolgerà attraverso gli organi di partecipazione senza escludere le altre modalità che «si giudichino opportune perché la consultazione stessa sia reale ed efficace». La consultazione in ciascuna diocesi si concluderà con una riunione pre-sinodale, che sarà il momento culminante del discernimento diocesano. Dopo la chiusura della fase diocesana, ogni diocesi invierà i suoi contributi alla Conferenza episcopale (entro aprile 2022).

                Qual è il tema del Sinodo dei vescovi? “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”.

                Come proseguirà il processo sinodale? Dopo la consultazione delle diocesi, le Conferenze episcopali metteranno a punto la sintesi che sarà inviata alla Segreteria generale del Sinodo insieme ai contributi diocesani. Quindi la Segreteria generale redigerà il primo Instrumentum Laboris entro settembre 2022.

                Si aprirà allora la fase continentale (da settembre 2022 a marzo 2023) che ha al centro il dialogo sul primo Instrumentum Laboris, realizzando un ulteriore atto di discernimento alla luce delle particolarità culturali di ogni continente. Si terranno quindi vere e proprie assemblee continentali: si stabiliranno i criteri di partecipazione dei vescovi e degli altri membri del popolo di Dio. Al termine la Segreteria generale del Sinodo procederà alla redazione del secondo Instrumentum Laboris.

                Nell’ottobre 2023 si terrà l’Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi in Vaticano con l’incontro dei vescovi.

www.avvenire.it/chiesa/pagine/domande-e-risposte-sul-sinodo

                La nota della sala stampa vaticana sul sinodo

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2021/05/21/0314/00693.html

  • Il documento preparatorio

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2021/09/07/0540/01156.html

  • Il vademecum per il sinodo sulla sinodalità

www.synod.va/content/dam/synod/document/common/vademecum/IT-Vademecum-Full.pdf

  • Il documento preparatorio. Il Papa avvia il Sinodo il 10 ottobre

www.avvenire.it/chiesa/pagine/il-sinodo-esperienza-di-ascolto

  • Il percorso. Cammino sinodale italiano, ecco il calendario e le tappe fino al 2025

www.avvenire.it/chiesa/pagine/cammino-sinodale-italiano-il-calendario-e-le-tappe

  • Vaticano. Il Papa riforma il Sinodo dei vescovi: partirà dal basso, dalle diocesi

www.avvenire.it/papa/pagine/il-papa-riforma-il-sinodo-dei-vescovi

  • Il tema. Una domanda, dieci tracce: ecco come le diocesi saranno coinvolte nel Sinodo

www.avvenire.it/chiesa/pagine/una-domanda-e-dieci-tracce-ecco-come-le-diocesi-saranno-coinvolte-nel-sinodo-dei-vescovi

  • L'iter. Per l’Italia un Sinodo “diffuso”. Protagoniste diocesi e parrocchie

www.avvenire.it/chiesa/pagine/sinodo-diffuso-della-chiesa-italiana

 

Vaticano. Il Papa apre il Sinodo: ascoltarsi, non blindarsi in proprie certezze

                "Oggi, aprendo questo percorso sinodale, iniziamo con il chiederci tutti - Papa, vescovi, sacerdoti, religiose e religiosi, sorelle e fratelli laici -: noi, comunità cristiana, incarniamo lo stile di Dio, che cammina nella storia e condivide le vicende dell'umanità? Siamo disposti all'avventura del cammino o, timorosi delle incognite, preferiamo rifugiarci nelle scuse del 'non serve' o del 'si è sempre fatto così'?".

www.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2021/documents/20211010-omelia-sinodo-vescovi.html

                L'interrogativo posto da papa Francesco durante la Messa inaugurale nella Basilica di San Pietro rappresenta la chiave di volta di questo Sinodo sulla Chiesa sinodale, che si è aperto domenica per concludersi con l'assemblea dei vescovi nell'autunno 2023. E se "fare Sinodo significa camminare sulla stessa strada, camminare insieme", papa Francesco nell'omelia ne precisa, con tre verbi, tre ulteriori caratteristiche: "incontrare, ascoltare, discernere".

                "Anche noi, che iniziamo questo cammino, siamo chiamati a diventare esperti nell''arte dell'incontro'", sottolinea, e "mentre talvolta preferiamo ripararci in rapporti formali o indossare maschere di circostanza - lo spirito clericale, di corte, no? - l'incontro ci cambia e spesso ci suggerisce vie nuove che non pensavamo di percorrere". Un "vero incontro" però "nasce solo dall'ascolto", avverte Francesco.

                 "Chiediamoci, con sincerità in questo itinerario sinodale - prosegue -: nella Chiesa, come stiamo con l'ascolto? Come va 'l'udito' del nostro cuore? Permettiamo alle persone di esprimersi, di camminare nella fede anche se hanno percorsi di vita difficili, di contribuire alla vita della comunità senza essere ostacolate, rifiutate o giudicate?". Per il Pontefice, fare Sinodo "è un esercizio lento, forse faticoso, per imparare ad ascoltarci a vicenda - vescovi, preti, religiosi e laici, tutti, tutti i battezzati - evitando risposte artificiali e superficiali, risposte prêt-à-porter" [pronte da assumere].

                "Non insonorizziamo il cuore, non blindiamoci dentro le nostre certezze. Le certezze tante volte ci chiudono. Ascoltiamoci" ha esortato Francesco. E sul potere salvifico dell'"ascolto" il Papa ha fatto un annuncio 'a braccio': "Oggi, dopo l'Angelus riceverò un bel gruppo di persone di strada, che semplicemente si sono radunate perché c'è un gruppo di gente che va ad ascoltarle, soltanto ascoltarle. E dall'ascolto sono riusciti a cominciare a camminare. L'ascolto".

                "L'incontro e l'ascolto reciproco non sono qualcosa di fine a sé stesso, che lascia le cose come stanno. Al contrario, quando entriamo in dialogo, ci mettiamo in discussione, in cammino, e alla fine non siamo gli stessi di prima, siamo cambiati", ha riflettuto infine a proposito del "discernimento". "Il Sinodo è un cammino di discernimento spirituale", precisa, non dev'essere "una' convention' ecclesiale, un convegno di studi o un congresso politico", oppure "un parlamento", bensì "un evento di grazia, un processo di guarigione condotto dallo Spirito Santo". Occorre quindi "svuotarci", "liberarci di ciò che è mondano, e anche delle nostre chiusure e dei nostri modelli pastorali ripetitivi", e "interrogarci su cosa ci vuole dire Dio in questo tempo e verso quale direzione vuole condurci".

Redazione internet         Avvenire            

www.avvenire.it/papa/pagine/il-papa-apre-il-sinodo-ascoltarsi-non-blindarsi-in-proprie-certezze

 

Il cammino sinodale che s'inizia, due novità e un dovere

                Da oggi l’intera cattolicità del pianeta – tutte le comunità e ogni singolo – è convocata ad assumere una postura "sinodale". Un evento enorme. Ma che significa questo, esattamente? In un primo senso, il più semplice (si fa per dire), questo significa che i cattolici sono sollecitati a creare le condizioni in cui tutti si impegnano ad ascoltare tutti su ciò che significa portare la testimonianza di Gesù come speranza per la storia del mondo. Dove sta la novità? La novità è duplice.

  1. In primo luogo, la postura sinodale fa parte della costruzione della domanda, non è semplicemente l’effetto funzionale della risposta. Non si tratta di organizzare un convegno di studio, né di eleggere un parlamento di rappresentanti. Non si tratta neppure di fare un super-concilio ecumenico per la riforma ecclesiastica o di indire gli stati generali della riscossa cattolica. Si tratta di riportare in vita un costume retoricamente enfatizzato e quotidianamente rinviato. Il costume dell’ascolto reciproco dei fratelli e delle sorelle che condividono e patiscono la medesima fede: la maggior parte dei quali non osa neppure più pensare di poter essere ascoltata. Molte donne e molti uomini fanno parte di una comunità dove la vita nella fede della grandissima parte dei credenti è perfettamente sconosciuta. Di questa vita dei nostri fratelli e sorelle nella fede dispersi abbiamo bisogno: un grande bisogno. Si tratta della vita della fede in presa diretta con la fatica di vivere, con il peso dei fallimenti, con la mortificazione dell’isolamento. Questa vita parla di una fede persa: da noi, però, non da loro. Noi ce li siamo persi. I riti e il gergo del riconoscimento riservato alle voci della fede che requisiscono la comunità li mettono in soggezione o li fanno sentire estranei. Non li incoraggiano a portare la propria testimonianza, a confessare la propria incertezza, e chiedere un pane adatto anche per sé e per i propri figli non raccomandati. Possiamo continuare a considerarli anche invisibili e inascoltabili, agli effetti della comprensione di ciò che significa adorazione di Dio in spirito e verità per gli uomini e le donne delle beatitudini evangeliche?
  2. Il secondo tratto della postura sinodale che ci è chiesto generosamente di assumere, attraverso l’impulso magisteriale e carismatico del papa Francesco, attinge alla profondità nella quale deve immergersi questa disposizione all’ascolto reciproco. L’ascolto reciproco cerca la strada della fede e la trasparenza della testimonianza. Ossia, cerca i modi e i tratti che devono restituire la Chiesa alla speranza del mondo abitato della città secolare. Questo è possibile soltanto se tutti convergono nella postura sinodale con il preciso intento di consultare lo Spirito Santo, creando il contesto adatto alla costruzione delle domande e all’ascolto delle risposte che devono venire da Lui (Gv 14, 26). Non si tratta semplicemente di ritrovare il piacere di stare insieme, creando nuove occasioni per il pic-nic parrocchiale. Non significa moltiplicare gratificanti assemblee in cui tutti i rappresentanti hanno i loro cinque minuti di devota partecipazione (o di personale rivendicazione). La quotidianità dello stato sinodale che la Chiesa è invitata a cercare – e a trovare – deve piuttosto guarirci da ogni forma di autoreferenzialità della devozione e degli apparati. Nell’intenzione di papa Francesco, la sinodalità ecclesiale non è un supplemento di carineria ecclesiasticamente corretta, che renda più sorridenti le riunioni. Piuttosto, è l’acquisizione di una postura permanente – non clericale e non sindacale – della complicità fra coloro che sono afferrati dal Vangelo: sia pure all’ultima ora e all’ultimo posto, come la Samaritana e Zaccheo, la Cananea e il Centurione.

                Senza questa sinodalità la Chiesa non è semplicemente meno simpatica: si corrompe. Quando manca (e manca da un bel po’), l’ombra degli apparati spegne lo Spirito. Si formano i partiti di Dio. Si lotta per il denaro, il potere, persino per il sesso: dissimulando la doppiezza mediante il puntiglio con il quale si infierisce sulla pagliuzza nell’occhio altrui, rimuovendo la trave che sta piantata nel proprio. Il popolo di Dio, il popolo di coloro che Dio ama e dai quali si sente amato, fortunatamente, è infinitamente più numeroso degli operai della vigna che cercano di sottrarla al Signore continuando a proclamare il loro diritto di disporne. La sinodalità ecclesiale deve purificarci dall’orrore e restituire l’onore a questa immensa teoria di gente delle beatitudini, e riconsegnarle il testimone della rappresentanza e della rappresentazione della Chiesa. Dobbiamo chiedere perdono di averli selezionati e trascurati, invitandoli ai primi posti a tavola.

                Il Sinodo dei Vescovi si fa grembo ospitale per questa postura che l’intera Chiesa cattolica deve assumere come tratto qualificante del suo modo di corrispondere al dono della fede e al compito della testimonianza. L’episcopato, e con esso il ministero sacerdotale ordinato, si trova così impegnato a sigillarne il fermento, saldando la riscoperta della forma sinodale della Chiesa con il suo normale esercizio nella Chiesa. La Chiesa è forse l’unico soggetto planetario che ha ancora la possibilità di rendere questo evento di purificazione, di riconciliazione, di fraternità un movimento di speranza per l’umano che è comune ai popoli del mondo.

                Certo, la svolta che ci è chiesto di cominciare ora non è facile: abbiamo pochi precedenti, molto lontani nel tempo; e dobbiamo diventare creativi anche con poche risorse. Se ci tiriamo indietro, però, non saremo solo indisciplinati: contristeremo lo Spirito. Se ci avventuriamo generosamente, invece, ritroveremo l’autentica letizia del Vangelo (che pure ci manca da un po’, se guardiamo al tasso di isteria ecclesiastica diffuso). In un momento come questo, non vorremo limitarci a una spuntatina della siepe del nostro giardino, solo per fare contento il capo, vero.

Pierangelo Sequeri, dal 4 giugno 2021 è consultore del Sinodo dei Vescovi         Avvenire 16 ottobre 2021

www.avvenire.it/opinioni/pagine/il-cammino-sinodale-che-inizia-due-novita-e-un-dovere

               

Messaggio ai presbiteri, ai diaconi, alle consacrate e consacrati e a tutti gli operatori pastorali

La Conferenza episcopale italiana, retrodatandoli al 29 settembre, ha reso noti in questi giorni tre documenti riguardanti il “Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia”, decisi nella riunione del Consiglio episcopale permanente del 27-29 settembre e predisposti nei giorni successivi. Quello qui riportato – il più importante – è di particolare interesse perché indica con una certa chiarezza l’impostazione che i vescovi italiani intendono dare al percorso sinodale, dopo incertezze e perplessità, e mostra l’intenzione di provare a prendere sul serio gli indirizzi più volte indicati da papa Francesco.

                (Gli altri due testi sono la Lettera alle donne e agli uomini di buona volontà e il Cronogramma delle varie tappe di qui al 2025).                            www.c3dem.it/wp-content/uploads/2021/10/TappeCammino.pdf

Admin C3dem   15 ottobre 2021

www.c3dem.it/messaggio-ai-presbiteri-ai-diaconi-alle-consacrate-e-consacrati-e-a-tutti-gli-operatori-pastorali

 

Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia: i testi approvati dal Consiglio Permanente

“E’ tempo di sottoporre con decisione al discernimento comunitario l’assetto della nostra pastorale, lasciando da parte le tentazioni conservative e restauratrici e (…) affrontare con decisione il tema della ‘riforma’, cioè del recupero di una ‘forma’ più evangelica”, un compito, quello della riforma, che, se è certo valido per ogni tempo, “diventa strutturale, come insegna la storia, ad ogni mutamento d’epoca”.

Il Cammino sinodale delle Chiese in Italia ha preso avvio con l’Assemblea Generale della CEI nel maggio scorso. Papa Francesco, a partire dal Discorso al Convegno nazionale di Firenze del 10 novembre 2015, ha indicato all’Italia lo stile sinodale come metodo per vivere un’esperienza ecclesiale umile e disinteressata, nella logica delle Beatitudini.

                Umiltà, disinteresse, beatitudine: questi i tre tratti che voglio oggi presentare alla vostra meditazione sull’umanesimo cristiano che nasce dall’umanità del Figlio di Dio. E questi tratti dicono qualcosa anche alla Chiesa italiana che oggi si riunisce per camminare insieme in un esempio di sinodalità. Questi tratti ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi sarebbe triste. Le beatitudini, infine, sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto: è uno specchio che non mente. Una Chiesa che presenta questi tre tratti – umiltà, disinteresse, beatitudine – è una Chiesa che sa riconoscere l’azione del Signore nel mondo, nella cultura, nella vita quotidiana della gente.

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                Le nostre Chiese in Italia sono coinvolte nel cambiamento epocale; allora non bastano alcuni ritocchi marginali per mettersi in ascolto di ciò che, gemendo, lo Spirito dice alle Chiese. Siamo dentro le doglie del parto. È tempo di sottoporre con decisione al discernimento comunitario l’assetto della nostra pastorale, lasciando da parte le tentazioni conservative e restauratrici e, nello spirito della viva tradizione ecclesiale – tutt’altra cosa dagli allestimenti museali – affrontare con decisione il tema della “riforma”, cioè del recupero di una “forma” più evangelica; se la riforma è compito continuo della Chiesa (“semper purificanda”: Lumen Gentium 8), diventa compito strutturale, come insegna la storia, ad ogni mutamento d’epoca: La pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è fatto sempre così”. Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità (Evangelii Gaudium §33).

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20131124_evangelii-gaudium.html

                Il discernimento comunitario dunque riguarda le decisioni da prendere non solo nei confronti della società e del mondo, ma anche, contemporaneamente, nei confronti della vita stessa della comunità. Il Papa esorta ad un ripensamento a tutto tondo, attraverso una logica che non può che essere quella pasquale: occorre il coraggio di sottoporre alla verifica delle Beatitudini obiettivi, strutture, stile e metodi, perché la parola di Dio possa correre più libera, senza inutili zavorre. Oltre che domandarsi “perché?”, la logica pasquale si chiede “per chi?”, esaminando finalità e strumenti con i criteri spirituali della “salvezza” più che con quelli mondani dell’“efficienza”; allora le persone ferite, povere, allontanate, sprovvedute e umiliate dalla vita – i protagonisti delle Beatitudini – diventano i punti di riferimento della riforma delle nostre comunità.

                Il grande gemito della pandemia. Dall’inizio del 2020 si leva nel mondo un gemito universale, causato dalla pandemia. È gemito dell’intera creazione e dell’intera umanità ed è, dunque, anche gemito dello Spirito. Il cammino sinodale, che prende avvio quando la crisi sanitaria è ancora in corso e le sue conseguenze sociali ed economiche fanno registrare disagi enormi, è occasione preziosa per mettersi in ascolto di questo gemito, al quale anche la Chiesa dà voce. Che cosa dunque “lo Spirito dice alle Chiese” attraverso questa grande sofferenza? È sempre il linguaggio del parto, il linguaggio pasquale di morte e risurrezione insieme, quello che parla lo Spirito: osserva infatti Papa Francesco, nell’enciclica Fratelli tutti, che la pandemia da una parte, accentuando i disagi e le sofferenze, suscita appelli e domande esistenziali; e dall’altra, svelando tanti gesti buoni normalmente nascosti, suscita il desiderio di donarsi e fare comunità: Il dolore, l’incertezza, il timore e la consapevolezza dei propri limiti che la pandemia ha suscitato, fanno risuonare l’appello a ripensare i nostri stili di vita, le nostre relazioni, l’organizzazione delle nostre società e soprattutto il senso della nostra esistenza (§33).

www.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20201003_enciclica-fratelli-tutti.html

                La recente pandemia ci ha permesso di recuperare e apprezzare tanti compagni e compagne di viaggio che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. Siamo stati capaci di riconoscere che le nostre vite sono intrecciate e sostenute da persone ordinarie che, senza dubbio, hanno scritto gli avvenimenti decisivi della nostra storia condivisa: medici, infermieri e infermiere, farmacisti, addetti ai supermercati, personale delle pulizie, badanti, trasportatori, uomini e donne che lavorano per fornire servizi essenziali e sicurezza, volontari, sacerdoti, religiose…hanno capito che nessuno si salva da solo (§54). Che la pandemia possa diventare culla e non sia solo sepolcro, che possa trasformarsi in un’esperienza di rigenerazione, di vita nuova attraverso le doglie del parto, dipende anche dalla nostra disponibilità ad ascoltare i gemiti dello Spirito. Questa esperienza dolorosa, che ha prodotto innumerevoli lutti e sofferenze e ci ha costretti a domandarci che cosa sia davvero essenziale nella vita, compresa la vita di fede, rende ancora più urgente un cammino sinodale che prenda avvio da un ascolto, paziente e capillare, di tutte le componenti del “Popolo santo e fedele di Dio”.

                Il “senso della fede” e il linguaggio narrativo. Il biennio iniziale (2021-2023) sarà quindi completamente dedicato alla consultazione di tutti coloro che vorranno partecipare: alle celebrazioni, alla preghiera, ai dialoghi, ai confronti, agli scambi di esperienze e ai dibattiti. Più che attendersi ricette efficaci o miracoli dal documento sinodale finale, che pure si auspica concreto e coraggioso, siamo certi che sarà questo stesso percorso di ascolto del Signore e dei fratelli a farci sperimentare la bellezza dell’incontro e del cammino, la bellezza della Chiesa. Sarà un evento nel quale le nostre comunità cercheranno di porsi “in uscita”, favorendo la formazione di gruppi sinodali non solo nelle strutture ecclesiali e negli organismi di partecipazione (consigli presbiterali e pastorali), ma anche nelle case, negli ambienti di ritrovo, lavoro, formazione, cura, assistenza, recupero, cultura e comunicazione. Gli operatori pastorali, coordinati dai presbiteri e diaconi, con i supporti che provengono dalle diocesi, dalle circoscrizioni regionali e dalla CEI, sono invitati a porsi al servizio di questa grande opera di raccolta delle narrazioni delle persone: di tutte le persone, perché in ciascuno opera in qualche misura lo Spirito; anche in coloro che noi riterremmo lontani e distratti, indifferenti e persino ostili. La vicenda della pandemia ha condensato nel cuore di tutti – specialmente delle persone colpite e di quelle impegnate in prima linea – tante emozioni negative e positive, domande di senso, ferite affettive e relazionali, esperienze dei doni offerti e ricevuti. Chi dovrebbe porsi in ascolto profondo, se non la Chiesa, che ha oltretutto un nome da dare a questa ricchezza: “frutto dello Spirito”?… San Paolo scrive infatti che “il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22). Dovunque maturi questo frutto, al di là delle distinzioni religiose, culturali e sociali, è all’opera lo Spirito. Gli strumenti sociologici sono certamente utili a definire percentuali, quantità e tendenze; ma sono gli strumenti spirituali a rilevare il “frutto dello Spirito”, che si manifesta nei credenti anche sotto forma di “senso della fede”: Il Popolo di Dio è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile “in credendo”. Questo significa che quando crede non si sbaglia, anche se non trova parole per esprimere la sua fede. Lo Spirito lo guida nella verità e lo conduce alla salvezza. Come parte del suo mistero d’amore verso l’umanità, Dio dota la totalità dei fedeli di un istinto della fede – il sensus fidei – che li aiuta a discernere ciò che viene realmente da Dio. La presenza dello Spirito concede ai cristiani una certa connaturalità con le realtà divine e una saggezza che permette loro di coglierle intuitivamente, benché non dispongano degli strumenti adeguati per esprimerle con precisione (Evangelii Gaudium §119).

                La dimensione del racconto è per sua natura alla portata di tutti, anche di coloro che non si sentono a loro agio con i concetti teologici: ed è per questo che sarà privilegiata nel biennio che si apre. Nel primo anno (2021-22) vivremo un confronto a tutto campo sulla Chiesa, percorrendo le tracce proposte dal Sinodo dei Vescovi; nel secondo anno (2022-23), come già chiese il Papa a Firenze, ci concentreremo sulle priorità pastorali che saranno emerse dalla consultazione generale come quelle più urgenti per le Chiese in Italia. Prima ancora dei documenti, sarà questa stessa esperienza di “cammino” a farci crescere nella “sinodalità”, a farci vivere cioè una forma più bella e autentica di Chiesa.

                Una lettura sapienziale in vista di scelte profetiche. Ci sarà tempo, in una fase successiva (“sapienziale”), per ritornare sulle narrazioni ed esperienze raccolte, riflettervi insieme anche con l’aiuto degli esperti, e giungere nel 2025 ad alcune decisioni finali, che dovranno avere il coraggio della “profezia”: consegneremo poi al Santo Padre, a cui è affidato il compito del discernimento finale, i nostri sogni e i nostri impegni. Nella seconda metà del decennio è prevista la restituzione degli orientamenti sinodali alle nostre Chiese, dalle quali provengono, per una approfondita ricezione, che dovrà essere ugualmente capillare e richiederà dei momenti di verifica. Vivremo così un decennio (2021-30) che vorrebbe essere interamente sinodale. Per questo i Vescovi italiani, su impulso di Papa Francesco, hanno deciso, anziché redigere gli orientamenti pastorali da studiare e tradurre in pratica nelle comunità cristiane, di affidarne la costruzione all’intero popolo di Dio (del quale fa parte anche il magistero), mantenendo al centro del decennio – in corrispondenza del Giubileo del 2025 – la convocazione nazionale, nella modalità che si chiarirà strada facendo.

                Non sappiamo dove ci condurrà questo cammino sinodale: “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3,8). Sappiamo però quanto ci basta per partire: se ci lasceremo condurre umilmente dal Signore risorto, a poco a poco rinunceremo alle nostre singole vedute e rivendicazioni e convergeremo verso “ciò che lo Spirito dice alle Chiese”.

                Il Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana

                Roma, 29 settembre 2021     Festa dei Santi Michele, Gabriele e Raffaele, arcangeli

https://camminosinodale.chiesacattolica.it/messaggio-ai-presbiteri-ai-diaconi-alle-consacrate-e-consacrati-e-a-tutti-gli-operatori-pastorali/

Lettera alle donne e agli uomini di buona volontà

                               Carissima, carissimo,

                tu che desideri una vita autentica, tu che sei assetato di bellezza e di giustizia, tu che non ti accontenti di facili risposte, tu che accompagni con stupore e trepidazione la crescita dei figli e dei nipoti, tu che conosci il buio della solitudine e del dolore, l’inquietudine del dubbio e la fragilità della debolezza, tu che ringrazi per il dono dell’amicizia, tu che sei giovane e cerchi fiducia e amore, tu che custodisci storie e tradizioni antiche, tu che non hai smesso di sperare e anche tu a cui il presente sembra aver rubato la speranza, tu che hai incontrato il Signore della vita o che ancora sei in ricerca o nel dubbio…desideriamo incontrarti!

                Desideriamo camminare insieme a te nel mattino delle attese, nella luce del giorno e anche quando le ombre si allungano e i contorni si fanno più incerti. Davanti a ciascuno ci sono soglie che si possono varcare solo insieme perché le nostre vite sono legate e la promessa di Dio è per tutti, nessuno escluso.

                Ci incamminiamo seguendo il passo di Gesù, il Pellegrino che confessiamo davanti al mondo come il Figlio di Dio e il nostro Signore; Egli si fa compagno di viaggio, presenza discreta ma fedele e sincera, capace di quel silenzio accogliente che sostiene senza giudicare, e soprattutto che nasce dall’ascolto. “Ascolta!” è l’imperativo biblico da imparare: ascolto della Parola di Dio e ascolto dei segni dei tempi, ascolto del grido della terra e di quello dei poveri, ascolto del cuore di ogni donna e di ogni uomo a qualsiasi generazione appartengano. C’è un tesoro nascosto in ogni persona, che va contemplato nella sua bellezza e custodito nella sua fragilità.

                Il Cammino sinodale è un processo che si distenderà fino al Giubileo del 2025 per riscoprire il senso dell’essere comunità, il calore di una casa accogliente e l’arte della cura. Sogniamo una Chiesa aperta, in dialogo. Non più “di tutti” ma sempre “per tutti”.

                Abbiamo forse bisogno oggi di rallentare il passo, di mettere da parte l’ansia per le cose da fare, rendendoci più prossimi. Siamo custodi, infatti, gli uni degli altri e vogliamo andare oltre le logiche accomodanti del si è sempre fatto così, seguendo il pressante appello di Papa Francesco che, fin dall’esordio del suo servizio, invita a “camminare, costruire, confessare”.

                La crisi sanitaria ha rivelato che le vicende di ciascuno si intrecciano con quelle degli altri e si sviluppano insieme ad esse. Anzi, ha drammaticamente svelato che senza l’ascolto reciproco e un cammino comune si finisce in una nuova torre di Babele. Quando, per contro, la fraternità prende il sopravvento sull’egoismo individuale, dimostra che non si tratta più di un’utopia. Ma di un modo di stare al mondo che diventa criterio politico per affrontare le grandi sfide del momento presente.

                Questo è il senso del nostro Cammino sinodale: ascoltare e condividere per portare a tutti la gioia del Vangelo. È il modo in cui i talenti di ciascuno, ma anche le fragilità, vengono a comporre un nuovo quadro in cui tutti hanno un volto inconfondibile.

                Una nuova società e una Chiesa rinnovata. Una Chiesa rinnovata per una nuova società.

                Ci stai? Allora camminiamo insieme con entusiasmo. Il futuro va innanzitutto sognato, desiderato, atteso. Ascoltiamoci per intessere relazioni e generare fiducia. Ascoltiamoci per riscoprire le nostre possibilità; ascoltiamoci a partire dalle nostre storie, imparando a stimare talenti e carismi diversi. Certi che lo scambio di doni genera vita. Donare è generare. Grazie del tuo contributo. Buon cammino!

                Il consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana   29 settembre 2021

https://camminosinodale.chiesacattolica.it/lettera-alle-donne-e-agli-uomini-di-buona-volonta

 

In cammino sinodale in una realtà di «esculturato» cristianesimo

                C’è un tempo per ogni cosa, sostiene il Qoèlet (detto anche Ecclesiaste). E questo, certo, è tempo di interrogarsi a fondo sui diversi significati di una pandemia che sta smascherando le nostre fragilità. Ma per le nostre diocesi – al pari delle altre della cattolicità sparse nel mondo – è altresì tempo di mettersi in cammino, anzi: di avviarsi per un cammino sinodale, come l’hanno definito i vescovi (scelta che non è una diminutio rispetto a sinodo, rinviando a uno stile, una metodologia, un atteggiamento ecclesiale, ben più di quello che, nel caso peggiore, potrebbe risultare anche solo un mero adempimento burocratico). Il titolo è programmatico: «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione». Un impegno, va detto, da far tremare i polsi, pur limitandosi al piano organizzativo: ma anche, e soprattutto, un’occasione preziosa, da cogliere al volo e sfruttare appieno, che avrà bisogno da parte di tutti noi di pazienza, capacità di ascolto e umiltà. Imparare ad agire sinodalmente, da parte di laici, presbìteri e vescovi, docili all’azione dello Spirito, non sarà facile. Anche per la nostra disabitudine a camminare insieme.

                La posta in gioco, in effetti, è davvero alta. Anche perché, per ragioni anagrafiche, dell’evento potrà sentirsi partecipe per l’ultima volta di un’esperienza ecclesiale importante una generazione ancora in grado di riferirsi al Concilio Vaticano II con cognizione di causa, avendo udito i racconti dai diretti protagonisti e respirato l’atmosfera unica di quell’assise di quasi sei decenni fa. Una generazione che può ancora scaldarsi il cuore su temi (dalle riforme ecclesiali al sacerdozio comune) che alla stragrande maggioranza dei nostri giovani probabilmente appaiono sospesi fra l’astruso e l’insensato: eppure, ovvio, il coinvolgimento di questi ultimi nel processo sinodale resta vitale. Nessuno si senta escluso!

                Credo che la domanda sottesa a tale percorso, sull’identità della Chiesa e su cosa significhi essere Chiesa oggi, vada declinata in un’unica modalità sensata: non rassegnandosi a contemplare il proprio ombelico né cimentandosi in analisi autoconsolatorie o lamentazioni laceranti, ma misurandola sulla sua disponibilità a relazionarsi con il mondo esterno, con quell’alterità che ormai ci abita e ci mette in crisi e spesso ci inquieta; con la vasta porzione di Paese che non soltanto ha smarrito il senso di Dio, ma non sente per nulla la spinta a un’appartenenza ecclesiale e neppure ha la percezione di cosa voglia dire un’appartenenza simile (penso all’analisi di un teologo di vaglia, il gesuita Christoph Theobald, che parla apertamente di esculturazione [processo di dissimilazione (nel senso etimologico di rendersi non/simile)]del cristianesimo dalla cultura europea).

                Per orientarci disponiamo, dal 2013, di una bussola non ancora sperimentata a fondo, l’Evangelii gaudium, che papa Francesco ci ha donato come mappa di una Chiesa capace di uscita.

https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20131124_evangelii-gaudium.html

Mappa tutta da decifrare, perché, come rileva il vescovo Erio Castellucci, «non sono concetti: sono volti, esperienze, urgenze che riguardano tutte la necessità di ripensare l’annuncio di Cristo, in un contesto nel quale si sono riscoperte alcune grandi domande esistenziali». Volti ammaccati, confusi, e mascherati. Sì, c’è tanto da riflettere, in vista del sinodo che si è appena aperto. Come si legge nella Mishnà, trattato Pirkè Avot [Capitoli dei Padri, raccolta di insegnamenti etici e massime risalenti ai rabbini dell'era mishnaica]: «La giornata è corta e il lavoro è tanto; gli operai sono pigri, il compenso è abbondante e il padrone di casa incalza. Ma non è tuo il compito di completare l’opera, né sei libero di esentartene». Se c’è un tempo per ogni cosa, è proprio questo il tempo per non esentarsi dal tentare l’opera e dal sentirsene

Brunetto Salvarani, teologo                       20 ottobre 2021

www.avvenire.it/opinioni/pagine/in-cammino-sinodale-in-una-realt-di-esculturato-cristianesimo

 

La Chiesa ha urgente bisogno di un risveglio profondo e radicale.

Intervista a Fulvio De Giorgi

                Il Sinodo deve dare il primo posto a tutti coloro a cui lo Spirito dà il dono della profezia, che significa saper vedere le piaghe della Chiesa e riuscire a immaginare cammini nuovi che curino tali piaghe. C’è bisogno di un onesto esame di coscienza, per confessare le nostre colpe. Se invece vogliamo dire che il percorso della Chiesa italiana, dal post-Concilio ad oggi, è stato tutto un cammino solo di luci e senza ombre, dunque senza alcuna necessità di cercare di individuare sbagli e colpe … Beh, se è questa la postura sinodale, mancano i presupposti per un confronto vero, profondo e radicale.

                Sul sito viandanti.orgè presente una sua riflessione che inizia con queste parole: “Tempi di responsabilità per i cattolici italiani. Tempi di metanoia per tutta la Chiesa d’Italia.

www.viandanti.org/website/verso-il-sinodo-della-chiesa-italiana

A quale responsabilità siamo chiamati? Quale conversione per tutta la Chiesa? Proviamo ad approfondire con il prof. De Giorgi* questi spunti

* Fulvio De Giorgi è professore di Storia della pedagogia, nel dipartimento di Educazione e scienze umane dell’Università di Modena e Reggio Emilia. È presidente della Società italiana degli storici dell’educazione, e condirettore della rivista “Annali di storia dell’educazione e delle istituzioni scolastiche”. I suoi libri più recenti sono Paolo VI, il Papa del Moderno; La Repubblica grigia. Cattolici, cittadinanza, educazione alla democrazia; Il brutto anatroccolo. Il laicato cattolico italiano; La rivoluzione transpolitica. Il ’68 e il post-’68 in Italia. Per la Morcelliana è appena uscito Quale sinodo per la Chiesa italiana? Dieci proposte.

                Cento anni fa, la Chiesa si risvegliava nelle anime, come ebbe a dire il teologo Romano Guardini. Adesso, almeno in Europa, sembra che si stia assopendo… Siamo dinanzi ad una crisi … Qui la metafora di questa crisi è quella del lento addormentarsi, nella indifferenza degli abitanti dei quartieri e delle città. Invece, il suo collega Andrea Riccardi propone una diversa metafora, quella del fuoco, di una chiesa che sta bruciando: quale metafora è più adeguata? L’assopirsi? Il fuoco che divora? Oppure?

                “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso”: non è Gesù che ha detto queste parole? E il fuoco non è – negli Atti degli Apostoli – un segno dello Spirito? Spero proprio che il Sinodo faccia ardere la Chiesa tutta! Ma perché questo si realizzi occorre ascoltare ciò che lo Spirito dice non solo al cuore di ciascuno per la sua conversione personale, ma anche al cuore di ciascuno e di tutti per la conversione ecclesiale. Infatti, la conversione personale al Vangelo è sempre necessaria e prioritaria, ma non è sufficiente, a meno che non diamo alcun valore alla dimensione ecclesiale in quanto tale. Bisogna ascoltare anche ciò che lo Spirito dice alla Chiesa – e questo ascolto non è ovvio, scontato – e poi occorre non porre resistenza allo Spirito. Se mi dispongo in questo atteggiamento spirituale interiore (e naturalmente – lo dico subito e dall’inizio – senza considerare la mia percezione come prioritaria rispetto ad altre: parlo sottovoce), ecco che avverto nel tempo che stiamo vivendo una gigantesca svolta storica. Non so se la Chiesa stia ferma o stia cambiando, vedo un gigantesco cambiamento storico velocemente in atto attorno a lei: culturale, psicologico, ideale e anche etico-spirituale. Ciò determinerà necessariamente, volente o nolente, cambiamenti anche sulla e nella Chiesa. La Chiesa cattolica, così come l’abbiamo conosciuta dalla nostra infanzia e fino ad adesso, sta storicamente finendo. Può essere un triste tramonto? Una consunzione? Come un lucignolo fumigante (non un incendio) che si sta spegnendo, incapace di illuminare il nuovo contesto storico e, dunque, inservibile? Può essere. Ma può essere pure che si tratti dell’alba di un orizzonte storico nuovo e molto diverso. Insomma, non credo che lo Spirito abbia cessato di soffiare. Ma vedo molta resistenza passiva allo Spirito. Come una sonnolenza (sono d’accordo con lei) o un sonno da cui destarsi: “Svegliati, tu che dormi!” (Ef 5,14). La luce rosseggiante dello Spirito c’è: dipende da noi se tale rosseggiare sarà un tramonto o un’aurora. Ritorniamo in noi stessi, crediamo al Vangelo e alziamoci in piedi. Quello che ci vuole è un grande “risveglio”. Senza risveglio spirituale vero, profondo e radicale (si segni questi tre attributi) non c’è Sinodo: ma il Sinodo può essere lo strumento benedetto per avviare questo risveglio, suscitando entusiasmo evangelico.

                Possiamo dire che la Chiesa è inceppata perché poco trinitaria? Cioè poco relazionale, poco capace di suscitare relazioni vive al proprio interno? I consigli pastorali non hanno aiutato molto in tale direzione… Così, il clero fa le cose del clero, il laicato segue le cose del laicato, i religiosi curano i propri ambiti… Ecco, la Chiesa potrebbe uscire dalla crisi, riscoprendosi icona di un Dio vivo, vivace, unico ma mai solo, uno ma mai separato?

                Come nella società francese prerivoluzionaria c’erano tre “stati”: nobiltà, clero e terzo stato, così ci sono tre “stati” nella Chiesa cattolica: clero (soli maschi), religiosi, laicato (terzo stato). Nella società di antico regime non c’era uguaglianza giuridica, ma ogni stato aveva le sue regole, e naturalmente i primi due stati avevano i privilegi e il potere. Il terzo stato, che era la maggioranza, non contava nulla. Così è canonicamente nella Chiesa: è questa la radice strutturale del clericalismo, cioè dell’asimmetria di dignità, prima ancora che di potere, nella Chiesa. Sa cosa scriveva l’abate Emmanuel Joseph Sieyès nel 1789? Scriveva: “Che cos’è il Terzo Stato? Tutto. Che cosa è stato finora nell’ordinamento politico? Nulla. Che cosa chiede? Di diventare qualcosa”. Non potremmo dire la stessa cosa del laicato nell’ordinamento ecclesiale? È da quando ero bambino che sento dire “è giunta l’ora dei laici”. Ebbene quest’ora è giunta ed è passata e non ci siamo accorti di molti cambiamenti. Ma – ecco il problema – l’ora sembra, appunto, passata (se lo Spirito non ci sorprende). Voglio dire: che rischi ci sono oggi? Che tanti laici alzino la voce? Che si scateni una contestazione e un dissenso come nel post-concilio? Che si sia in balia di estremismi giacobini-laicali? Non credo. Prima dell’avvio del cammino sinodale ho sentito allarmi in Italia che si potesse scatenare nel nostro Paese qualcosa di analogo al Sinodo tedesco: non sia mai! E così abbiamo già il rombo della Contro-rivoluzione preventiva senza aver avuto alcuna rivoluzione, nessuna pur modesta rivoluzioncina …

                Ma c’è questo rischio di neo-contestazione? Magari! Mi pare che il vero rischio siano il sonno e l’indifferenza e le chiese sempre meno affollate. I laici (in genere anziani: di giovani non ne vedo tanti) sono stati cloroformizzati da tempo e sonnecchiano rassegnati oppure semplicemente non vogliono rischiare di perdere tempo in chiacchere, che – come sempre – non cambiano nulla. Anche io, le confesso, sono in dubbio: il tempo è una risorsa scarsa che non va sprecata, forse è meglio dedicare il mio tempo alla preghiera. E basta.

                Dal punto di vista dello storico, che tipo di Chiesa siamo, all’inizio dei cammini sinodali? In particolare, nel contesto italiano, ci sono caratteristiche peculiari dell’essere Chiesa in Italia, solidificatisi nei decenni?

                Bella domanda, ma una risposta da storico richiederebbe molto spazio. Devo rimandare alle mie ricerche. Dico solo che c’è una situazione complessiva universale, condivisa dalla Chiesa italiana, e ci sono aspetti specifici della realtà ecclesiale nel nostro Paese. Sono due ambiti logicamente distinti, ma di fatto uniti. Sicuramente ci siamo cullati col pensare che la nostra fosse ancora una Chiesa-di-popolo a differenza di altri contesti cattolici nazionali in Europa. E ora stiamo capendo che, a rapidi passi (accelerati dal Covid), potrebbe non essere più così anche per noi. Ma siamo fermi, bloccati, incapaci di andare oltre la coazione a ripetere, a rifare le stesse cose in un tempo che non è più lo stesso. Mettiamoci d’accordo non sull’analisi della situazione, ma sui criteri metodologici per condurre un’analisi seria e veritiera, per realizzare una verifica vera, profonda e radicale (ritorno a sottolineare questi tre attributi). A mio avviso tali criteri sono tre:         1) capire i processi storici generali, diciamo ‘esterni’, nelle sfide (anche potenzialmente distruttive) che portano al campo religioso;

                2) valutare gli effetti specifici di tali cambiamenti (anche positivi) e di tali sfide all’interno della comunità ecclesiale, sui fedeli;

                3) fare una verifica onesta sulle scelte pastorali più o meno recenti, per individuare errori e insufficienze, cioè dove si è (dal punto di vista evangelico) sbagliato in pensieri, parole, opere e omissioni. C’è bisogno di un onesto esame di coscienza, per confessare le nostre colpe e per chiedere perdono, come si fa all’inizio della Messa: ‘forma’ di qualsiasi atto ecclesiale, anche di un Sinodo. Se invece vogliamo dire che il percorso della Chiesa italiana, dal post-Concilio ad oggi, è stato tutto un cammino trionfale, di gloria in gloria, solo di luci e senza ombre, senza errori e senza peccati, dunque senza alcuna necessità di cercare di individuare sbagli e colpe, perché non ci sono, e se qualcuno segnala problemi il problema è lui … Beh, se è questa la postura sinodale, e se veramente si è convinti di questo, mancano – a mio avviso –, i presupposti metodologici per un confronto vero, profondo e radicale. E allora grazie e arrivederci. Senza polemiche e senza rancori. Ma anche senza stare a perdere tempo.

                Devo tantissimo della mia formazione da credente al Movimento Studenti di Azione Cattolica, l’associazione di studenti medi dentro la AC. In particolare, mi riferisco agli anni ‘90, quando oltre al magistero di papa Giovanni Paolo II, aspettavamo gli interventi del card. Martini, [card. Pellegrino], del vescovo di Molfetta don Tonino Bello, del priore di Bose fratel Enzo Bianchi. Negli anni ‘80, una generazione precedente la mia, c’erano le riflessioni di padre Turoldo, di Adriana Zarri, di Carlo Carretto, di Italo Mancini, di padre Balducci… Ci mancano oggi questi testimoni brillanti che entusiasmano?

                Qui vorrei fare due considerazioni, in risposta a questa domanda.

  1. Primo: oggi le voci spirituali forti ci sono, ma vengono ignorate. Ci sono una freschezza, un’effervescenza positiva e una creatività spirituale nel mondo femminile: teologhe, bibliste, donne pensanti. Ma, in generale, tra i biblisti ci sono stimoli interessanti. E così, in campo ecumenico, nel mondo riformato. E naturalmente, al primo posto, c’è quella tromba dello Spirito nella Chiesa universale che è papa Francesco. In Italia il papa è amato e forse – lo penso – si vorrebbe anche seguirlo ma poi non si riesce veramente. Possiamo dire che il clima pastorale (lasciamo stare i progetti: oggi parlare di ‘progetto’ in ambito pastorale sembra una brutta parola, forse perché non si è più capaci di progettare veramente …), nei vari ambiti e contesti della Chiesa italiana, sia sul passo di papa Bergoglio? Mah … lasciamo stare. Secondo: quelle voci profetiche che lei ha ricordato (e anche tanti laici come Ardigò, Scoppola, Bolgiani, Pedrazzi, Paola Gaiotti e molti altri e altre) hanno avuto tutte, chi più chi meno, chi prima e chi poi, dei problemi. Sono stati in gran parte silenziati.
  2.  Ecco un aspetto su cui svolgere un serio esame di coscienza. Se lo facciamo, capiamo tante cose. E sto parlando anche di vescovi. Lei ha ricordato il mio conterraneo don Tonino Bello, che io ho conosciuto personalmente. Cito sempre un suo pensiero nel 1985 (dopo il Convegno di Loreto) in cui esprimeva il suo ideale pastorale: «Una Chiesa povera, semplice, mite. Che sperimenta il travaglio umanissimo della perplessità. Che condivide con i comuni mortali la più lancinante delle loro sofferenze: quella della insicurezza. Una Chiesa sicura solo del suo Signore, e, per il resto, debole. Ma non per tattica, bensì per programma, per scelta, per vocazione. Non una Chiesa arrogante, che ricompatta la gente, che vuole rivincite, che attende il turno per le sue rivalse temporali, che fa ostentazioni muscolari col cipiglio dei culturisti. Ma una Chiesa disarmata, che si fa “compagna” del mondo. Che mangia il pane amaro del mondo. Che nella piazza del mondo non chiede spazi propri per potersi collocare. Non chiede aree per la sua visibilità compatta e minacciosa […] una Chiesa che condivide la storia del mondo. Che sa convivere con la complessità. Che lava i piedi al mondo senza chiedergli nulla in contraccambio, neppure il prezzo di credere in Dio, o il pedaggio di andare alla messa la domenica, o la quota, da pagare senza sconti e senza rateazioni, di una vita morale meno indegna e più in linea col vangelo».

Ecco, proprio da quel momento, la Chiesa italiana ha adottato, per un lungo periodo, una linea esattamente opposta – punto per punto – rispetto a quella indicata allora da mons. Bello. Non mancarono le voci che indicarono limiti, carenze ed errori di quella linea opposta, dirigistica e clerico-centrica, ma furono emarginate. I danni sono stati enormi. C’è stato un gigantesco fallimento pastorale: oggi, anche alcuni critici più allarmati e apocalittici, sorvolano su questo, glissano, guardano dall’altra parte. Mi verrebbe da chiedere: ma voi dove eravate? Su un altro pianeta? Ma non voglio fare queste domande, perché non mi interessa colpevolizzare nessuno o puntare il dito. No, il contrario. Proprio chi in passato è stato vittima di emarginazione non cova, io credo, propositi di vendetta. Tuttavia, per il bene della Chiesa, ci vuole uno sguardo limpido: amorevole ma anche franco e, perciò, credibile. Constatare che c’è stato un gigantesco fallimento pastorale (che rischia di interrompere la trasmissione della fede alle nuove generazioni) è solo fare onestamente opera di verità: pura e semplice.

                Cosa dire della capacità di prendere decisioni nella Chiesa al termine del processo sinodale? Possiamo cavarcela sempre dicendo che “la Chiesa non è una democrazia”? I cammini sinodali quali novità potrebbero far sperimentare?

                Un Sinodo non serve a nulla se non individua delle scelte prioritarie. Tutto si deve seguire e nessun problema, situazione o ambito pastorale va dimenticato: ma per questo ci sono le forme – serie e impegnative – della pastorale ordinaria. Il Sinodo deve individuare i pochi punti essenziali, fondamentali, sui quali far leva per togliere i blocchi antievangelici, curare le piaghe della Chiesa, avviare un cambiamento vero, radicale. Ci vuole un processo circolare: un ascolto vasto del popolo di Dio per individuare questi pochi punti essenziali e poi ancora un secondo ascolto sul merito dei punti individuati. Quando dico ascolto intendo un’attenzione a tutti e in forme variegate. Tutti i fedeli devono essere veramente coinvolti nelle forme spirituali consone. Ma perché escludere altre forme, meno ecclesiali e più laiche (ma non false, nei loro limiti) per conoscere le opinioni? Non è possibile avere così dei dati su cui riflettere ed esercitare un discernimento nei luoghi ecclesiali consoni e nelle forme spirituali piene? Le faccio un esempio. Io farei un sondaggio per ambienti: non credenti, credenti di altre religioni presenti in Italia, cristiani di altra confessione, cattolici che si sono allontanati, battezzati poco praticanti, fedeli convinti. A tutti porrei la domanda (proprio con le tecniche, metodologicamente rigorose, del sondaggio d’opinione): saresti favorevole all’ammissione delle donne al sacerdozio ministeriale? È solo un esempio, ma per dire che non escluderei, a priori, nessuna via per conoscere le opinioni. Quanto alla democrazia, si dicono tante cose paradossali. Intanto “democrazia” non è una brutta parola, ma è la forma di governo civile oggi più consona all’insegnamento sociale della Chiesa, se unita alle libertà civili e all’uguaglianza giuridica. E nella Chiesa? Non vogliamo una Chiesa ‘democratica’, e va bene. Ma certo non ne vogliamo una ‘antidemocratica’ o totalitaria. E il fatto che tutti i fedeli siano ormai ‘democratici’ sul piano civile, abbiano una mentalità antitotalitaria e rivendichino, a livello sociale, libertà di parola e uguaglianza di diritti, non ha effetti impliciti sulla vita interna della comunità ecclesiale? Si possono sopportare, all’interno della Chiesa, mancanza di vera libertà di parola, disuguaglianze di dignità battesimale, strutture di potere clerico-centriche e maschio-centriche?

                Cosa possono fare per le donne i cammini sinodali? E cosa le donne possono fare per i cammini sinodali? Ad esempio, si parla da qualche anno della introduzione del diaconato femminile: una battaglia impossibile oppure una richiesta dello Spirito Santo?

                Lei tocca uno degli ambiti nodali, forse il nodo principale, il blocco antievangelico più forte. Il Sinodo tedesco ha messo all’ordine del giorno il diaconato femminile. Io ho proposto che in Italia si pensi ad un allargamento delle funzioni dei ministeri ora aperti, da papa Francesco, alle donne. Certo un Sinodo non può chiedere l’ammissione delle donne al sacerdozio ministeriale, forse per questo ci vorrebbe un Concilio. Ma un Sinodo nazionale può proporre alla Chiesa universale, al papa e a tutti di pensarci, di mettere la questione all’ordine del giorno. Personalmente sono tra coloro (tanti e da diverso tempo) che non vedono nel Vangelo alcun ostacolo al presbiterato femminile: Gesù chiamò tra i Dodici solo uomini? E allora? Erano anche tutti ebrei e circoncisi… i presbiteri devono essere maschi, ebrei e circoncisi? Ma nella nostra autoconsapevolezza evangelica di oggi non ci sembra l’esclusione delle donne non più giustificabile e anzi incomprensibile? Si dirà: ma le Chiese cristiane che hanno donne pastore non sembrano aver risolto tutti i problemi. E allora? Nessuno ha detto che questa scelta risolverà tutti i problemi. Solo che, se non verrà presa – in un tempo ragionevole –, i problemi si aggraveranno. Ecco: invece di un’aurora, un tramonto. Il cuore del cuore di ciò che oggi lo Spirito chiede alla Chiesa – a mio modestissimo avviso di battezzato di base – è un ripensamento complessivo del ‘ministero’ nella Chiesa, con una trasformazione strutturale, anche istituzionale. Con questa espressione voglio dire che la pur necessaria dimensione canonico-giuridica non deve più essere assicurata da un Codice di tipo napoleonico, come è stato dal Codex piano-benedettino ad oggi. La regola di vita della Chiesa, la sola lex fundamentalis è il Vangelo, le approssimazioni giuridiche derivate e seconde non devono avere la forma assoluta, gessificante e totalitaria che oggi ha il Codex. Tanti cambiamenti necessari non sono negati dal Vangelo ma dal Codice di diritto canonico. Pensiamo all’ordinazione dei viri probati che dovrebbe essere da tempo la norma dappertutto. Per favore! Più Vangelo, più Vangelo, più Vangelo! E, solo dopo, un’agile e duttile veste giuridica. Questo non risolverà tutti i problemi, non porterà masse immense nelle chiese. Ma ci renderà più credibili a noi stessi, diminuendo la percentuale di ‘sepolcrismo-imbiancato’. E se la Chiesa troverà opposizioni e inciampi ciò sarà da chi rifiuta il Vangelo non perché siamo noi ad essere poco evangelici.

                Qualche anno fa, Lei definì il laicato cattolico come “un brutto anatroccolo”. A che punto siamo della nostra trasformazione in cigno? Oggi userebbe altre citazioni favolistiche?

                Mi pare di averlo già implicitamente suggerito: La bella addormentata nel bosco. Ma in realtà l’orizzonte che vorrei si perseguisse è proprio il superamento del binomio clero-laicato, anzi il superamento della struttura da antico regime con i tre stati separati. Io vedrei al cuore della vita ecclesiale le due vocazioni fondamentali: al matrimonio (per maschi e femmine) e alla verginità consacrata (per maschi e femmine). E da entrambe le vocazioni venire – con un’individuazione dal basso, cioè da parte delle stesse comunità – i candidati e le candidate per il sacerdozio ministeriale e per i diversi ministeri ecclesiali. Il sacramento del matrimonio è un grande dono non solo per quei fedeli che ad esso sono chiamati, bensì anche per la comunità ecclesiale in quanto tale. Ma se le sue potenzialità non vengono sviluppate, in un contesto in cui avrebbero senso e che le richiama a gran voce, esse si atrofizzeranno via via. Lasceremo morire il sacramento del matrimonio? Non è esso, ed esso solo, il sacramento dell’unione della Chiesa sposa con Cristo suo sposo? I presbiteri non sono essi la Sposa, ma gli amici dello Sposo. Facciamo fiorire in tutti i modi possibili il sacramento del matrimonio nella vita della Chiesa, diamogli la centralità vitale che merita e porteremo nella Chiesa un clima di famiglia vero, non paternalistico (nel migliore dei casi). Una via più efficace per sradicare il clericalismo non la vedo. Se il clericalismo è un tarlo del Vangelo, e lo è, se il clericalismo genera a sua volta tanti mali, e li genera, allora che stiamo aspettando?

                Lei ha scoperto il filone della scuola italiana di spiritualità che da Antonio Rosmini andrebbe sino a don Milani passando da don Bosco e Maria Montessori. Ecco, la scuola italiana di spiritualità cosa avrebbe da donare ai cammini sinodali?

                La forma fondamentale della scuola italiana di spiritualità è quella della Riforma cattolica: cioè una spiritualità che forma ad un perenne esame di coscienza – personale e comunitario – per individuare i tratti da cambiare perché contraddittori rispetto al Vangelo. Una costante riforma della Chiesa dall’interno e in comunione con i pastori, non contro di essi o con una polemica esterna. Una Ecclesia semper reformanda. Ma non a parole, bensì nei fatti e in verità. Due virtù sono richieste: il coraggio di parlare chiaro, sapendo che si potrà dare fastidio a chi non vuole fastidi, e la serenità di accettare conseguenze anche umanamente dolorose. Coraggio e serenità. Non sta qui quella che S. Francesco chiamava “perfetta letizia”?

                Possiamo indicare dei criteri per valutare insieme il cammino sinodale, come fatto sociale e storico di Chiesa? Dal suo punto di vista, quali potrebbero essere alcuni di questi criteri? Ad esempio, l’ascolto delle persone che stanno ai margini… etc.

                Il criterio evangelico per il Sinodo è l’ascolto reciproco, sentendosi tutti figli di Dio, fratelli e sorelle di Gesù, templi dello Spirito. Ma non un ascolto generico e indifferenziato. Ci si aspetterebbe una scelta preferenziale per gli ultimi, i piccoli, gli emarginati. A cominciare da quelli interni alla Chiesa. Certo la Chiesa deve mettere al centro coloro che la società, con le sue logiche escludenti, emargina, opprime, scarta: poveri, anziani, malati, bambini. Ma per un Sinodo bisogna mettere al centro coloro che la Chiesa stessa ha emarginato al suo interno: delle donne ho già detto, è il grande tema. Ma pensiamo pure alle persone di orientamento omosessuale. E pensiamo ai presbiteri che hanno lasciato il sacerdozio ministeriale. Pensiamo alle comunità di base e ai cristiani del dissenso, o a ciò che resta di essi. Pensiamo agli ambiti – anche associati – di cattolicesimo conciliare critico (direi: gli eredi ideali di quella prospettiva pastorale richiamata nella citazione di don Tonino Bello). È possibile che l’esacerbazione per ingiuste emarginazioni passate renda questi ambienti diffidenti oltre misura e talvolta acerbamente polemici, sempre e comunque. Non importa, si offrano loro luoghi di incontro accogliente e di ascolto vero, interessato. In generale il Sinodo deve dare il primo posto a tutti coloro a cui lo Spirito dà il dono della profezia, che significa saper vedere le piaghe della Chiesa e riuscire a immaginare cammini nuovi che curino tali piaghe.

                               A cura di Giandiego Carastro     by c3dem_admin            28 ottobre 2021

www.c3dem.it/la-chiesa-ha-urgente-bisogno-di-un-risveglio-profondo-e-radicale-intervista-a-fulvio-de-giorgi/#comment-40250

 

Consigli non richiesti per un percorso sinodale felice e nutriente

                Sulla base del Documento preparatorio per il Sinodo dei vescovi, documento fatto proprio anche dalla Chiesa italiana per il suo “Cammino sinodale” che nel primo anno coinciderà con il percorso  della Chiesa universale, l’autore offre alcuni consigli per provare a vivere questo cammino, nel concreto di ciascuna chiesa locale, in modo – come lui dice – “felice e nutriente”. L’autore, dottorando all’Università politecnica delle Marche, si è formato nell’Azione cattolica e ha già scritto su c3dem sui temi della democrazia partecipativa (e anche sul Sinodo).

 

                Qualche tempo fa, c3dem mi ha dato l’opportunità di scrivere un pezzo sul percorso sinodale promosso da papa Francesco in tutte le chiese del mondo. Ho ricevuto diversi riscontri da amiche ed amici (Irene, Susan, Vittorio, Stefano, Giovanni, etc.) e questo secondo articolo vuole essere un modo per ringraziarli per i loro input e per provare ad offrire qualche consiglio non richiesto…

 

                Dal primo articolo del 24 maggio 2021, il contesto del cammino sinodale ha avuto un’accelerazione, perché il 7 settembre sono stati resi noti sia il Documento preparatorio “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione” sia il Vademecum metodologico. Inoltre, il 18 settembre Papa Francesco è ritornato sul tema in un importante discorso ai fedeli della diocesi di Roma. Il Documento preparatorio ci è utile per rispondere alla domanda “Di cosa parliamo quando parliamo di cammino sinodale?”.

                La Chiesa di Dio è convocata in Sinodo. Il cammino, dal titolo «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione», si aprirà solennemente il 9-10 ottobre 2021 a Roma e il 17 ottobre seguente in ogni Chiesa particolare. Una tappa fondamentale sarà la celebrazione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, nell’ottobre del 2023, a cui farà seguito la fase attuativa, che coinvolgerà nuovamente le Chiese particolari (cfr. EC, artt. 19-21). Con questa convocazione, Papa Francesco invita la Chiesa intera a interrogarsi su un tema decisivo per la sua vita e la sua missione: «Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio». Questo itinerario, che si inserisce nel solco dell’«aggiornamento» della Chiesa proposto dal Concilio Vaticano II, è un dono e un compito: camminando insieme, e insieme riflettendo sul percorso compiuto, la Chiesa potrà imparare da ciò che andrà sperimentando quali processi possono aiutarla a vivere la comunione, a realizzare la partecipazione, ad aprirsi alla missione. Il nostro “camminare insieme”, infatti, è ciò che più attua e manifesta la natura della Chiesa come Popolo di Dio pellegrino e missionario.

                Il Documento preparatorio precisa lo scopo del cammino sinodale. Scopo della prima fase del cammino sinodale (da ottobre 2021 ad aprile 2022) è favorire un ampio processo di consultazione per raccogliere la ricchezza delle esperienze di sinodalità vissuta, in tutte le differenti articolazioni e sfaccettature, coinvolgendo i pastori e i fedeli delle chiese particolari a tutti i diversi livelli, attraverso i mezzi più adeguati secondo le specifiche realtà locali. Il Popolo di Dio in ogni chiesa particolare sarà chiamato ad elaborare un documento di 10 pagine al massimo, entro il prossimo aprile 2022. La sintesi che ciascuna chiesa particolare elaborerà al termine di questo lavoro di ascolto e discernimento costituirà il suo contributo al percorso della Chiesa universale (confronta i numeri 31 e 32 del Documento Preparatorio).

                Nei giorni in cui iniziavo a pensare a questo articolo, stavo frequentando on-line il corso su Laiche e Laici nella Chiesa, promosso dall’Istituto Superiore di Scienze Religiose della Toscana e coordinato dalla prof.ssa Serena Noceti. Il lascito del corso, in sintesi, è stato quello di pregare e immaginare la comunità cristiana come una coreografia, una danza tra battezzati, nella valorizzazione di più ministeri (ministeri istituiti, ministeri di fatto, ministeri ordinati) e della soggettualità delle laiche e dei laici. Anche sulla scorta delle lezioni apprese, proverò a rispondere all’interrogativo presente nel Documento preparatorio del Sinodo:          (…)  come si realizza oggi, a diversi livelli (da quello locale a quello universale) quel “camminare insieme” che permette alla Chiesa di annunciare il Vangelo, conformemente alla missione che le è stata affidata; e quali passi lo Spirito ci invita a compiere per crescere come Chiesa sinodale?

                Per provare a realizzare il desiderio di vivere dei cammini sinodali in modo felice e nutriente, vorrei condividere alcuni consigli:

                1. Partire, all’interno dei gruppi di ascolto, da domande semplici, ma attuali, come ad esempio il rapporto delle donne con la nostra Chiesa (diocesi, parrocchia, gruppi) e il rapporto più ampio uomo-donna. Questi argomenti potrebbero attirare le persone che solitamente non frequentano la assemblea eucaristica domenicale. (Ringrazio Susan per questo input)

                2. Provare a pensare incontri di quartiere, di prossimità, per far conoscere agli altri che la Chiesa ha avviato un percorso sinodale. Ma praticamente chi sono gli altri? Dove li trovo, dove li incontro, dove li vedo? Cominciamo per esempio dai vicini di casa, dagli amici, dai genitori dei compagni di scuola… non sono necessari grandi numeri. (Ringrazio Irene per questo punto)

                3. Ridurre i rischi di sinodal washing [bucato]Cioè, stare attenti a non “camuffare” le consuete attività pastorali come esempio di un percorso sinodale. Potremmo sentir dire: “Ma tanto noi già facciamo le cose con stile sinodale”. Secondo me, questo atteggiamento rischia di bloccare la novità della esperienza, che è anche un appello ad una rinnovata fiducia nell’ascoltare lo Spirito Santo che parla alla nostra Chiesa diocesana, oggi. Non ieri…

                4. Valorizzare i gruppi informali di laiche e laici che si sono resi disponibili a sostenere il percorso sinodale con idee, riflessioni, spunti, dibattiti, anche al di là della strutturazione della segreteria diocesana del sinodo. Penso alle laiche e ai laici de I segni dei tempi, della diocesi di Venezia, che da mesi stanno riflettendo con animo proficuo e profetico per aiutare il discernimento comunitario nella propria Chiesa locale. (Ringrazio Margherita per questa segnalazione)

                5. Valorizzare le laiche e laici individuati dal Vescovo come facilitatori del percorso sinodale. Il percorso sinodale non si improvvisa; necessita di visioni, risorse, metodi, riti… ma anche di persone che siano dedicate alla buona riuscita del percorso. (Susan mi suggerisce questo pensiero: “ci vuole un po’ di esperienza per gestire i gruppi e tirar fuori delle idee e ascoltare i silenzi”)

                6. Sondare la prospettiva di considerare un ministero il servizio di facilitatori di percorsi sinodali. Se il vescovo nominerà con un rito i facilitatori, si tratterà di ministeri istituiti. Altrimenti, saranno ministeri di fatto, ma comunque si tratta di una figura importante nel Noi ecclesiale

                7. Sperare che ci si voglia pre-occupare del tema di essere chiesa dopo il Covid-19. (Ringrazio Giovanni per questo input: per lui si tratta di un punto di svolta che le circostanze o la Provvidenza ci hanno messo davanti)

                8. Evitare gli incontri frazionati: il percorso sinodale dovrebbe essere disegnato in modo da far emergere la coscienza ecclesiale del popolo di Dio riunito nelle singole diocesi. Sconsiglierei le assemblee frazionate per Vicarie, che spesso sono fuori sincrono (cioè alcune vicarie partono prima, altre rimangono indietro) e non facilitano la coscienza di essere un Noi diocesano.

                9. In caso di assemblee frazionate, avere comunque cura di stendere dei verbali di sintesi per punti, da inviare a tutti gli altri battezzati, creando un sito diocesano. Assecondare e promuovere la partecipazione anche ad incontri in parrocchie e vicarie diverse dalle proprie, questo al fine di imparare facendo o di riappropriarsi della dimensione diocesana dell’essere credenti.

                10. Creare un sito diocesano dedicato al percorso sinodale: è basilare che ogni battezzata e battezzato ed ogni “persona interessata a capirci qualcosa” siano messi nelle condizioni di prendere la parola (anche per iscritto), e di ascoltare quanti altri battezzati, gruppi, uffici, vicarie stanno discutendo. Camminare insieme è faticoso, ma è un fatto spirituale (cioè legato allo Spirito Santo) mettersi tutti allo stesso ritmo, senza persone o gruppi o parrocchie che rimangano indietro.

                11. Provare a generare un Osservatorio interdiocesano per seguire i nostri cammini sinodali e scambiarci idee, spunti, preghiere, buone pratiche.

                               Concludo, citando alcuni stralci del momento di riflessione per l’inizio del percorso sinodale, che Papa Francesco ha tenuto, presso l’Aula Nuova del Sinodo, sabato 9 ottobre (il testo è stato pubblicato  per intero da c3dem, vedi qui):

Cari fratelli e sorelle, sia questo Sinodo un tempo abitato dallo Spirito! Perché dello Spirito abbiamo bisogno, del respiro sempre nuovo di Dio, che libera da ogni chiusura, rianima ciò che è morto, scioglie le catene, diffonde la gioia. Lo Spirito Santo è Colui che ci guida dove Dio vuole e non dove ci porterebbero le nostre idee e i nostri gusti personali. Il padre Congar, di santa memoria, ricordava: «Non bisogna fare un’altra Chiesa, bisogna fare una Chiesa diversa» (Vera e falsa riforma nella Chiesa, Milano 1994, 193). E questa è la sfida. Per una “Chiesa diversa”, aperta alla novità che Dio le vuole suggerire, invochiamo con più forza e frequenza lo Spirito e mettiamoci con umiltà in suo ascolto, camminando insieme, come Lui, creatore della comunione e della missione, desidera, cioè con docilità e coraggio.

www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2021/october/documents/20211009-apertura-camminosinodale.html

                In ogni caso, come viene evidenziato nel Documento preparatorio: lo scopo intimo del Sinodo non è produrre documenti, ma “far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un’alba di speranza, imparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani”.

                Auguri di cammini sinodali felici e nutrienti!!!

Giandiego Carastro        by c3dem_admin            15 ottobre 2021

www.c3dem.it/consigli-non-richiesti-per-un-percorso-sinodale-felice-e-nutriente

Dacci oggi il nostro il nostro sinodo quotidiano

                Anche il Sinodo della Chiesa italiana, dopo quello della Chiesa universale, è ormai partito. E, come intitolava due domeniche fa Avvenire, questa volta «la Chiesa “riparte” dalla gente». O almeno dovrebbe. Perché, leggendo poi l’intervista del vescovo e teologo Brambilla, nonostante il promettente titolo, qualche perplessità sorge – e non va (ancora) via.

www.avvenire.it/chiesa/pagine/apre-il-percorso-del-sinodo-chiesa-italiana-vescovo-brambilla

Il già vice-presidente della CEI – e attuale presidente della commissione CEI per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi – esordisce ricordando che «di provocatoriamente nuovo, c’è il metodo», ossia il compito di realizzare un «Sinodo “diffuso” o “dal basso”». Per poi soffermarsi sulla (bella) «metafora» dei «“semi del tempo”» – di cui parleremo più avanti. Ma, in conclusione dell’intervista, si mostra forse eccessivamente preso dalla necessità di metterci giustamente in guardia dalle «acerrime polarizzazioni», dagli «estremismi di moda» e da chi «si crede narcisisticamente il primo», oltre a esortarci di essere «comunità testimoniali», «testimoni solo al plurale, anzi in modo corale», «crocevia di relazioni e azioni».

                Il nostro teologo non si accorge, infatti, che in questa foga di combattere quelle che considera incarnazioni dell’«egolatria moderna» finisce per utilizzare certe espressioni che rischiano di rivelarsi dei lapsus freudiani in grado di vanificare sul nascere la novità metodologica del processo sinodale. I «profeti isolati», la «voce stonata fuori dal coro [che] fa più danno anche se si fa sentire in modo forte», il «pioniere» – stigmatizzati dal vescovo Brambilla – non possono essere figure travolte in modo così immediato dall’accusa di «egolatria moderna». Un profeta, se tale, non viene isolato? Un profeta, se tale, non grida – non fa chiasso (lio) [piccolo chiasso] – nel deserto? Un profeta, se tale, non apre nuove vie?

                Ma soprattutto, come non accorgersi che definire la sinodalità come un «collocarsi nel “noi ecclesiale”» rischia di vanificare il tentativo operato da Papa Francesco di persuadere la gerarchia ecclesiastica che «il Sinodo è fino ai limiti, comprende tutti»? Come non accorgersi che lamentarsi del fatto che «basta aprire un sito per vedere quanti insegnano alla Chiesa che cosa deve fare» – accusandoli di voler rappresentare «il nuovo magistero dei blog» – rischia di vanificare l’attenzione che Papa Francesco riserva all’altro, all’imparare dagli altri, fino ad accettarne «anche gli insulti che ti danno»?

               

Forse per questo motivo, qualche giorno dopo l’intervista al vescovo Brambilla, Brunetto Salvarani – sempre su Avvenire – ci esortava a vincere alcune tentazioni: «non rassegnandoci a contemplare il proprio ombelico né cimentandosi in analisi autoconsolatorie o lamentazioni laceranti», ma disponendosi «a relazionarsi con il mondo esterno, con quell’alterità che ormai ci abita e ci mette in crisi e spesso ci inquieta; con la vasta porzione di Paese che non soltanto ha smarrito il senso di Dio, ma non sente per nulla la spinta a un’appartenenza ecclesiale e neppure ha la percezione di cosa voglia dire un’appartenenza simile».

www.avvenire.it/opinioni/pagine/in-cammino-sinodale-in-una-realt-di-esculturato-cristianesimo

D’altra parte, infine, come non accorgersi che riconoscere lo «stile sinodale» solo a quegli «artigiani che imparano il mestiere, per diventare “artisti di storie buone e nuove”» (Brambilla) rischia di vanificare anche l’invito pressante di Papa Francesco affinché «nel dialogo possano emergere le proprie miserie, senza giustificazioni»?                                      www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/il-sinodo-secondo-francesco

                Anche in tal caso, sempre su Avvenire ma il giorno prima dell’intervista al vescovo Brambilla, il teologo Sequeri aveva ricordato che la «postura sinodale» significa innanzitutto sentire il bisogno di non perdersi ma di ascoltare e riconoscere «la fatica di vivere, il peso dei fallimenti, la mortificazione dell’isolamento» di uomini e donne, «la maggior parte dei quali non osa neppure più pensare di poter essere ascoltata» nella «propria incertezza».

www.avvenire.it/opinioni/pagine/il-cammino-sinodale-che-inizia-due-novita-e-un-dovere

A pensarci bene – e sia detto con affetto – sarebbe bello scoprire che il nostro piccolo blog, con le sue storie anche su ciò che non va, che non funziona nella Chiesa, ha in qualche modo contribuito all’increspatura dell’umore del vescovo di Novara. Più che altro perché significherebbe che “esistiamo”, che “meritiamo” di essere riconosciuti come concausa di tale increspatura. Ma non osiamo pensare a tanto…

                Resta, invece, la bellezza della metafora “semi del tempo” usata dal nostro teologo. Con una precisazione, però, legata ad un problema che deve essere evidenziato sino alla nausea: ciò che «resta da pensare» (Brambilla) del processo sinodale secondo Francesco, non è solo cosa è partecipazione, ma anche cosa è missione. Se è condivisibile il richiamo del vescovo di Novara alla parabola del seminatore – come invitavo a fare già qui – bisogna anche riconoscere come sia il minimo insindacabile ricordare che «abbiamo bisogno di rinnovare il contatto con il mondo, la cultura, la gente, per dare corpo al Vangelo oggi», ossia che «il mondo, la cultura, la vita quotidiana delle persone sono il terreno e la pasta del Vangelo», perché «il seme senza terreno rinsecchisce, il lievito senza pasta diventa rancido».

                Certo, questo è un minimum importante, se pensiamo che per alcuni presbiteri e laici mondo e cultura sono invece «solo uno scenario, un teatro su cui si svolge il dramma del Vangelo», senza alcuna «circolarità tra Vangelo e cultura, tra Chiesa e mondo, tra annuncio e territorio», per poi stupirsi (o limitarsi a “maledire”) che «il terreno senza seme diventa steppa arida e torre di Babele, la pasta senza lievito resta massa informe».

                La questione centrale – che ho ricordato anche qui –

                www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/lasciarsi-sconvolgere-dal-dialogo

consiste però nell’insufficienza di pensare la Chiesa-in-uscita «dal proprio orticello sicuro» come una comunità che vuole «immettere il seme nel terreno, il lievito nella pasta», ossia «donarlo agli uomini». È vero che il vescovo Brambilla precisa come questa comunità debba «entrare nel campo aperto del mondo per raccogliere la sfida che il mondo di oggi pone al Vangelo», ossia che essa debba «raccogliere le intuizioni più promettenti e trovare vie nuove», appunto, «“i semi del tempo”, ordinandoli al loro destino soprannaturale». Ma, fino a quando non si chiarirà su quale chi – di questa semina – il Sinodo secondo Francesco mette l’accento, sarà difficile evitare «la delusione di una retorica della sinodalità».

Di conseguenza ripetita iuvant        www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/lasciarsi-sconvolgere-dal-dialogo

 – non è che, forse, Papa Francesco sta chiedendo di pensarci innanzitutto – e forse, in questo kairòs [momento supremo], solamente – come chi né semina, né coopera con la semina, ma solo parte alla ricerca della buona notizia dei semi già piantati da Gesù e dei loro frutti (ecco la missione evangelizzatrice oggi!), per proteggerli, aiutarli a crescere e maturare, raccoglierli e condividerli? In altri termini, come colui a favore del quale lo Spirito ha già allargato confini e orizzonti (della Chiesa stessa), perché si sta già muovendo, sta già operando buone notizie nell’umanità, sta già creando in essa nuove porzioni di popolo di Dio (a prescindere e, in alcuni casi, nonostante la Chiesa stessa)? Come chi non è ossessionato dal trasmettere agli altri un depositum fidei già d(on)ato e (pre)confezionato, ma è desideroso di scoprire negli altri ciò che attualizzerà e rinverdirà quel depositum fidei; non è concentrato sul proprio dono – ricevuto in passato da Dio – da regalare, presentare agli altri, ma anche e forse oggi innanzitutto sul regalo, sul presente – di Dio – che gli altri possono essere per noi?

                Sarei curioso di sapere se va nella stessa direzione l’affermazione (un po’ criptica) di Sequeri, secondo la quale questa postura sinodale permanente e quotidiana, richiesta da Papa Francesco, «non è semplicemente l’effetto funzionale della risposta», ma comporta la creazione del «contesto adatto alla costruzione delle domande e all’ascolto delle risposte che devono venire da Lui (Gv 14,26)». Certo è che anche per il teologo milanese «il popolo di Dio, il popolo di coloro che Dio ama e dai quali si sente amato, fortunatamente, è infinitamente più numeroso degli operai della vigna che cercano di sottrarla al Signore continuando a proclamare il loro diritto di disporne». E che, anche per Sequeri, la sinodalità, come «modo di corrispondere al dono della fede e al compito della testimonianza», si concretizza innanzitutto nel «restituire l’onore a questa immensa teoria di gente delle beatitudini, e riconsegnarle il testimone della rappresentanza e della rappresentazione della Chiesa», «invitandoli ai primi posti a tavola» dopo «averli selezionati e trascurati».

                D’altronde, conveniamo in conclusione con un pungente ma affettuoso Sequeri, «non vorremo limitarci a una spuntatina della siepe del nostro giardino, solo per fare contento il capo, vero? »

Sergio Ventura                 blog vino nuovo              25 ottobre 2021

www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/dacci-oggi-il-nostro-sinodo-quotidiano

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