logotype
Valutazione attuale:  / 0
ScarsoOttimo 

 

NewsUCIPEM n. 883 – 7 novembre 2021

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.

Link diretti e link per pdf -download a siti internet, per documentazione.

I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.

In ottemperanza alla direttiva europea sulle comunicazioni on-line (direttiva 2000/31/CE), se non desiderate ricevere ulteriori news e/o se questo messaggio vi ha disturbato, inviate una e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con richiesta di disconnessione.

Chi desidera connettersi invii a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. la richiesta indicando nominativo e-comune d’esercizio d’attività, e-mail, ed eventuale consultorio di appartenenza.    [Invio a 1.391 connessi]

 

Fondamenti antropologici

L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

 

02 ABUSI                                                      Cancellati le vittime e i crimini dei preti dalla storia d’Italia

05 ADOZIONE INTERNAZIONALE            Assolto Ente Autorizzato accusato di inadempimento contrattuale

06                                                                  Adozione senza veli: la trappola dei miti culturali. 10 dicembre on line

07                                                                  Adozione di un minore già in affido in famiglia

08 AFFIDO                                                    Affido & Accoglienza Familiare

09 ASSEGNO DIVORZILE                           Calcolo assegno di divorzio: va applicato l’indirizzo più recente

10 ASSOCIAZIONISMO ED ENTI              Progetto SAFE. Educare e accogliere in ambienti sicuri

13                                                                  L’abuso di minori online- il contrasto e la prevenzione.

13                                                                  Approccio multidisciplinare per abusi su minori in contesti ecclesiali

14 BIBBIA                                                     «La fede e noi. Non c’è più il grande ateismo, né la grande profezia»

18 CENTRO INT. STUDI FAMIGLIA          Newsletter CISF - N. 42, 3 novembre 2021

21 CHIESA DI TUTTI                                    ”Noi Siamo Chiesa” denuncia il peccato collettivo dei vescovi.

22                                                                  Per la Chiesa un compito ineludibile: rimettersi in discussione

24 CHIESA ITALIANA                                 Ecco come funziona la rete contro gli abusi

26                                                                  Cei. Il 18 novembre sarà la Giornata di preghiera per le vittime di abusi

27 CITTÀ DEL VATICANO                          Lo scontro di due tipi di potere nella Chiesa

29 CONFER. EPISCOPALE ITALIANA       Cammino Sinodale delle chiese in Italia

30 CONSULT. FAMILIARI CATTOLICI      Bergamasca. Una fondazione

30-CONSULTORI UCIPEM                         Cremona. Proposte e progetti

31                                                                                     Gruppi di parola

31                                                                  Mantova. Etica Salute & Famiglia - n°06 - novembre dicembre 2021

32                                                                  Pordenone. Progetto resilienza e servizio di sportello psicologico d'ascolto

32 DALLA NAVATA                                     XXXII domenica del tempo ordinario (anno B)- -7  novembre 2021

32                                                                  La povera vedova vera maestra di generosità

33 DEPRESSIONE                                         Soffrono 790milioni persone. Consigli di Papa Francesco per sconfiggerla

34 DIRITTI DEI MINORI                             Altri due webinar ed un unico obiettivo: i diritti dei bambini

34 FRANCESCO VESCOVO ROMA           Abusi: «Dolore e vergogna, la prevenzione deve essere un percorso»

35 NASCITE                                                  Natalità oggi

36 PARLAMENTO                                        Una speranza per 2 milioni di malati: è legge il ddl sulle Malattie Rare

37                                                                  Il sesso come dono, una lettura del ddl Zan

38                                                                  Il sesso come dono e come compito. In dialogo con Giuseppe Lorizio

40                                                                  Sesso, dono e libertà: il dibattito continua, grazie a Cosimo Scordato

41                                                                  Anziché lo Zan, meglio un testo che comprenda tutte le discriminazioni

42                                                                  Dopo il ddl Zan. Ex malo bonum?

42 PATERNITÀ                                             La semantica della paternità

46 PENSIONI                                               Pensioni “a quota 102”, ma chi fa figli o li adotta ancora prima

47 PERSONE DEL CONCILIO                     Ricordando Bori: diritti umani e consenso etico fra culture

49 PROBLEMATICHE                                   La cultura terapeutica: un nuovo governo delle anime?

52 RESILIENZA                                             Le otto mosse della resilienza

53 RIFLESSIONI                                           La riscoperta della vera identità cristiana

55 SESSUOLOGIA                                       Il gender e le sue tre vite

56                                                                  Disturbi del desiderio

57                                                                  Quei nostri figli invasi dal porno

58 SINODO                                                  Lo spirito autentico dei Sinodi è nel sapersi mettere in gioco

59                                                                  Radicarsi nel magistero o mettere in moto la tradizione?

61                                                                  Tre brevi considerazioni per un buon sinodo

62                                                                  Teologo svizzero: un nuovo Diritto canonico per la Chiesa del XXI secolo

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

ABUSI

Hanno risolto il problema cancellando le vittime e i crimini dei preti dalla storia d’Italia

Si è svolto a Berna, lo scorso settembre, il Simposio Europeo di tre giorni “Verità, Riconoscimento, Prevenzione” che ha visto presenti i rappresentanti di 17 paesi europei, tra cui l’Italia, rappresentata dalla Rete L’Abuso. Un incontro quasi surreale per l’Italia che, se pur con problematiche del tutto simili agli altri paesi, non solo è l’unica a non aver mai sondato l’entità del fenomeno, ma ne vanta una carenza assoluta e strutturale anche nel[GM1]  contrastarlo, troppo spesso direttamente attribuibile alle pressioni della chiesa in materia che inevitabilmente, si riflettono in qualunque settore.

Molte di queste carenze sono state denunciate più volte dalla Rete L’Abuso, prima al Governo italiano attraverso diverse istanze (Diffida e Denuncia),

https://retelabuso.org/2018/02/19/diffidato-il-governo-italiano-per-non-essere-intervenuto-per-contrastare-la-pedofilia-ecclesiastica-in-italia

https://retelabuso.org/2018/10/18/savona-denunciato-il-governo-italiano-per-omissioni-e-favoreggiamento-alla-pedofilia-sono-cinque-le-procure-interessate

nel 2018 tramite una interrogazione parlamentare tutt’ora inevasa

http://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&numero=4/18626&ramo=C&leg=17&parlamentare=MANTERO%20MATTEO&primoFirmatario=MANTERO%20MATTEO&testo=MANTERO%20Matteo

ed infine reportate dalla Rete, insieme ai silenzi del Governo, all’attenzione del Comitato per la tutela dell’infanzia che nel febbraio 2019 ha rilasciato all’Italia le osservazioni conclusive (par. 21) .

https://retelabuso.org/2019/02/28/relazione-onu-ita-comitato-per-i-diritti-del-fanciullo-2019

Ma il Governo italiano, ad oggi non ha risposto neppure all’ONU.

Notiamo subito la prima differenza in ambito europeo dell’Italia, ovvero l’assenza del Governo, che mentre negli altri paesi lavora attraverso commissioni di inchiesta indipendenti, con le conferenze episcopali locali, in Italia delega totalmente il problema al Vaticano e alla CEI. Le stesse direttive europee in Italia sono state recepite all’italiana e in modo direi alquanto originale, vanificandone totalmente la natura e l’ utilità. È qui che vediamo il perché dell’affermazione che la chiesa in questo ha avuto un grave peso, ed un ruolo attivo, a danno della prevenzione e della tutela dei minori. Naturalmente non solo quelli affidati alle sue cure, ma tutti i minori, anche quelli abusati in contesti estranei al clero, come famiglia, ambienti sportivi  ecc.

Come la Rete L’Abuso ha fatto notare nel 2019 alle Nazioni Unite attraverso il “Report giustizia sul caso Italia” – integralmente approvato dal Comitato durante le sedute del 23 e 24 gennaio 2019

https://retelabuso.org/2019/02/08/tutela-del-fanciullo-cosa-ha-chiesto-lonu-allitalia-e-perche-la-soddisfazione-della-rete-labuso/

nel nostro paese esiste una carenza strutturale che impedisce di fatto persino il normale operato della magistratura, alla quale il Comitato ONU si rivolge così; “il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana.” (par. 21)

La Carta di Lanzarote per esempio, introduce in tutela della vittima l’audizione protetta (ovvero in presenza di un tecnico psicologo che la assista durante l’audizione degli inquirenti) utilizzata oramai dai tribunali civili, ma totalmente inapplicata (se pur sul suolo italiano) nei processi canonici o penali canonici, dove la vittima, a sua insaputa, si trova senza alcuna tutela. Problema grave, denunciato al Garante per la protezione dei dati personali, che a oggi non ha mai risposto ai legali dell’Associazione.

https://retelabuso.org/2021/03/05/garante-per-la-tutela-dei-dati-personali-ma-non-quelli-delle-vittime-di-abusi

Se per esempio prendiamo un’altra norma preventiva, il c.d. Certificato antipedofilia introdotto in Italia nel 2014 e ne vediamo l’applicazione, ci rendiamo immediatamente conto di come la norma sia stata applicata anche qui in modo abominevole dal legislatore.

www.evisura.it/prodotti/Certificato-Antipedofilia?gclid=Cj0KCQiA-K2MBhC-ARIsAMtLKRso9FeuL8CuvnM2oDVJ5Te1IBRNTKHWW0Rp0wNl-ivTEmmw2Qjpmj8aAsOfEALw_wcB

Il certificato, che a livello europeo viene applicato a tutti coloro che operano con minori, solo nel nostro paese lascia scoperta l’intera fascia del volontariato. Quello che appare immediatamente nell’assurdità dell’applicazione stessa della norma, è che la lacuna, paradossalmente, indica ai predatori il terreno di caccia dove da pregiudicati non serve presentare il certificato, convogliandoli di fatto in una categoria, quella da sempre più a rischio. La domanda è scontata: perché? La risposta è tanto semplice quanto banale. I sacerdoti sono inquadrati nella categoria del volontariato e non potendo passare la norma al vaglio dell’approvazione costituzionale con la sola esclusione dei sacerdoti, il Legislatore ha esonerato l’intera categoria e il suo indotto.

Se pur vero che nell’Unione Europea solo l’Italia al momento non ha voluto produrre un dato governativo, è anche vero che l’unica Associazione italiana di sopravvissuti uno lo ha prodotto, ed è persino difficilmente opinabile in quanto decisamente in difetto, perché a differenza di una commissione di inchiesta, la Rete L’Abuso non ha accesso agli archivi giudiziari e si è limitata per forza alla cronaca degli ultimi soli 16 anni, ottenendo un dato tuttavia spaventoso…        https://retelabuso.org/diocesi-non-sicure

        Un dato introvabile persino nelle statistiche percentuali di Telefono Azzurro, che non prende in considerazione la categoria del clero. Quello dell’Osservatorio della Rete L’Abuso, purtroppo è da definirsi oggi, l’unico dato attendibile sulla pedofilia del clero in Italia. Un elenco parziale ma comunque impressionante di casi italiani ,di 159 sacerdoti condannati dal 2000 a tutto il 2019. Sono solo i sacerdoti che sono stati condannati in via definitiva o reo confessi di reati sessuali, molestie a danno di minori.

https://retelabuso.org/preti-condannati

www.ristretti.org/index.php?option=com_content&view=article&id=92455:e-inaccettabile-che-sia-la-chiesa-a-qgiudicareq-i-preti-pedofili&catid=220:le-notizie-di-ristretti&Itemid=1

www.repubblica.it/cronaca/2017/01/16/news/_ecco_i_200_preti_pedofili_d_italia_lo_scandalo_che_imbarazza_la_curia-156114960/

Membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori e presidente del Centre for child protection (Ccp) della Pontificia università gregoriana, padre Hans Zollner, nell’agosto 2018 ha dichiarato all’agenzia dei vescovi Sir, «Troppi sacerdoti, tra il 4 e il 6 nell’arco di 50 anni (negli Usa, ndr), hanno agito contro il Vangelo e contro le leggi. Sarebbe stupido pensare che in altri Paesi come l’Italia non sia accaduto lo stesso»

www.agensir.it/quotidiano/2018/8/21/lettera-papa-su-abusi-p-zollner-gregoriana-chiesa-italiana-e-suoi-responsabili-aprano-gli-occhi-e-si-impegnino-senza-esitazione

Una affermazione che non ha avuto alcuna risonanza mediatica in Italia ma sarebbero, secondo le percentuali dichiarate dallo stesso Hans Zollner (4 – 6 %) 750.000 le vittime del clero italiano negli ultimi decenni.                                      https://retelabuso.org/wp-content/uploads/2021/10/proiezioni-1.jpg

Questo è il dato inquietante elaborato dallo statistico irlandese Mark Vincent Healy per la Rete L’Abuso il quale, sull’assenza italiana del dato governativo, ma sulla base dei risultati delle commissioni di inchiesta effettuate negli altri paesi, ha potuto produrre delle proiezioni attendibili sul dato che in Italia nessuno vuole produrre e che molti censurano affermando che non esista. Quello della Rete, costantemente monitorato dall’Osservatorio permanente conta ben 157 procedimenti ancora in attesa di giudizio; più 159 casi giudicati in via definitiva; almeno 10 fuggitivi nascosti in Italia; ben 22 strutture sul territorio per curare i preti, nessuna per le loro vittime. Tutto in soli 16 anni. Criminale affermare che in Italia non vi siano dati e omettere questi, che se pur in difetto, di suo superano abbondantemente persino l’indagine del Team Spotlight dove in 50 anni emergevano solo 70 casi. In Italia, in soli 16 anni, più di 320.

Le soluzioni ci sarebbero e sono davvero banali, basterebbe volerle attuare ma anche qui, a differenza del resto dell’Europa, in Italia non esiste forza politica che voglia farsi carico del problema e soprattutto, che reclami la Sovranità del paese, sottomessa/compromessa al punto tale da essere incapace di recuperare persino gli arretrati dell’ICI.

 www.ilsole24ore.com/art/ici-chiesa-ue-pressing-l-italia-deve-recuperare-arretrati-ABcoczpB

        Per quanto concerne il certificato anti pedofilia, come chiesto nell’interrogazione parlamentare e successivamente dalle Nazioni Unite, basterebbe che questo venisse esteso a tutte le categorie.

        Sull’obbligo della denuncia invece, l’avvocato Mario Caligiuri presente al simposio di Berna in rappresentanza della Rete L’Abuso (Italia), ha esposto altre efficacissime quanto semplici soluzioni come l’estensione dell’obbligo della denuncia che in Italia lascia la facoltà a civili e clero, di non denunciare un abuso su un minore, anche qualora si sia informati. Carenze gravi e discriminanti, in quanto mentre l’Europa tende a recuperare i reati pregressi e progredire nell’ulteriore innalzamento della prevenzione, in Italia nel 2021, si nega ancora il diritto del minore ad essere tutelato, costringendolo a farlo da se solo una volta raggiunta la consapevolezza e spesso purtroppo, quando oramai il reato si è estinto. Uno studio realizzato dalla Commissione australiana d’inchiesta pubblicato nel 2017 sugli abusi di matrice clericale, su un campione di 4.445 persone, dimostra che sono passati in media 33 anni prima che le vittime riuscissero a parlare della violenza.

        Caligiuri spiega che “la soluzione capirete bene che In pratica la norma ex art. 364 c.p., limitata ai delitti contro la personalità dello Stato, andrebbe solo integrata inserendo per le ragioni enunciate i reati indicati nei 10 articoli così come denominati, riportati in corsivo ed evidenziati in grassetto. Non si determinerebbe alcuna antinomia né con le altre norme del codice penale né conflitto con le disposizioni dell’intero sistema.       Art. 364 c.p. omessa denuncia di reato da parte del cittadino

Il cittadino, che avendo avuto notizia di un delitto contro la personalità dello Stato (241-313) per il quale la legge stabilisce l’ergastolo, nonché dei delitti di violenza sessuale in danno di minore (artt. 609 bis, 609 ter, 609 octies) di atti sessuali con minorenne (art. 609 quater) quando procedibili d’ufficio, di corruzione di minorenne (art.609 quinquies),di adescamento di minorenni (art.609 undicies), di prostituzione minorile (art. 600 bis), di pornografia minorile e di detenzione di materiale pornografico (art. 600 ter, 600 quater e 600 quater1) non ne fa immediatamente denuncia all’Autorità indicata nell’articolo 361 è punito con la reclusione fino ad un anno e con la multa da euro 103 a euro 1032.

Nulla di più o di diverso.”

        Se pur con l’approvazione di tutti i presenti in sala a Berna, nessun mezzo di informazione purtroppo ha citato la semplice soluzione dell’avvocato. In Italia nessuno ha neppure parlato del Simposio di Berna a seguito del quale il consigliere nazionale Pierre-Alain Fridez, presidente della delegazione svizzera a Strasburgo, consegnerà al Consiglio d’Europa CdE una mozione basata sulle relazioni degli esperti intervenuti al Simposio dal titolo “Iniziativa per la giustizia”. Questo perché l’Europa si impegni ancor di più nella prevenzione e il contrasto dei crimini contro i minori. La mozione è per far sì che il CdE stili un rapporto sulla situazione nei diversi Paesi membri della UE, ai quali verranno poi rilasciate specifiche raccomandazioni.

        L’Italia oramai è l’unico paese tra i più industrializzati dove le vittime sono costrette dall’inerzia dello Stato a cercare la giustizia da sole in quanto manca nel paese una coscienza civile che le supporti. Un paese dove oramai non hanno più parola, neppure come vittime di un contesto sociale grave e distorto dai mezzi di informazione, che non fanno più inchieste giornalistiche, non chiedono spiegazioni alle parti, soprattutto se a doverle dare è il clero. Più che mezzi di informazione, agenzie che decidono quali notizie dare e quali invece no, limitandosi a fare copia incolla del comunicato del padrone di turno, evitando minuziosamente qualunque contraddittorio. Ed ecco che il problema sparisce.

        In Liguria, la sezione Human Right della Rete L’Abuso ha condotto nei mesi scorsi un interessante sondaggio per testare sia la consapevolezza del problema dei minori in Italia, sia per testare l’interesse della politica al problema. In occasione delle elezioni amministrative del 3 e 4 ottobre 2021, abbiamo proposto ai candidati Sindaco di ben 52 comuni liguri l’iniziativa chiamata #PARTIAMODALBASSO. Un semplice protocollo di sicurezza, riguardante l’integrazione del certificato anti pedofilia nelle zone rimaste esenti dall’esibirlo, alle quali spesso, le amministrazioni comunali affidano i minori per ragioni di sport, studio ecc. Ebbene non c’è stato neppure l’interesse politico di “vendere fumo” in campagna elettorale. Su 52 amministrazioni, solo 6 hanno aderito al protocollo. Le restanti, non hanno neppure voluto sapere di cosa si trattasse.

https://retelabuso.it/amministrative-2021-partiamodalbasso-non-lasciate-che-i-vostri-bambini-vadano-a-questi-candidati-liguri

        Nel frattempo, nel più totale silenzio dall’ONU arriva un altro sollecito al Vaticano datato 21 giugno 2021. Mentre il paese diventa nel frattempo meta dei tour operator non più per la fede, ma per la pedofilia e gli insabbiamenti nella chiesa italiana.

https://retelabuso.org/2021/06/21/gli-esperti-delle-nazioni-unite-esortano-la-chiesa-cattolica-ad-agire-contro-gli-abusi-sessuali-fornire-riparazion

        Una pandemia nota ovunque tranne in Italia, dove vescovi come l’ emerito mons. Valentino di Cerbo accusano noi sopravvissuti e il nostro blog  “La Chiesa viene presentata come un’Associazione a delinquere…“.

https://retelabuso.org/2021/08/28/la-chiesa-viene-presentata-come-unassociazione-a-delinquere-monsignor-valentino-di-cerbo

Francesco Zanardi   Rete l’abuso                      29 ottobre 2021

www.dangelosante.info/2021/10/hanno-risolto-il-problema-cancellando.html?m=0

Estratto da news 882, pag. 20

Secondo la CIASE, i confessori non dovrebbero far valere il segreto della confessione rispetto agli abusi. Qual è la sua posizione?

Su questo punto, occorre una particolare disponibilità di tutti al dialogo. Spiegheremo ancora il valore del segreto della confessione, che non è mai stato messo in discussione dallo Stato francese. Rispettare questo segreto significa rispettare pure la dignità della coscienza di ciascuno. Inoltre, spiegheremo che la nostra Conferenza episcopale non rappresenta la totalità della Chiesa e che rispondiamo tutti al diritto canonico.

Presenterà questa posizione anche all’incontro di martedì con il ministro dell’Interno?

Sì, sarà un’occasione per ribadire che il segreto della confessione non è un modo per aggirare le leggi. Per dire pure che tale segreto può anzi rappresentare una prima occasione offerta anche alle vittime per liberare la loro parola.

 

{Proposta: la confessione continua ad essere segreta, ma l’assoluzione viene data in seguito solamente dopo che il penitente si è autodenunciato al proprio vescovo, alla polizia\magistratura. Ndr}

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

ADOZIONE INTERNAZIONALE

Non esiste il diritto ad avere un figlio: assolto Ente Autorizzato accusato d’inadempimento contrattuale

        La sentenza del Tribunale ha ribadito che “la complessa procedura finalizzata all’adozione di un minore, configuri, inevitabilmente, una obbligazione di mezzi e non di risultato”. Una recente pronuncia di un Tribunale ordinario, in una causa sollevata da una famiglia adottante contro un Ente Autorizzato ha ribadito alcuni principi fondanti nello svolgimento della procedura adottiva.

        La coppia di coniugi aveva dato mandato all’ente di assisterla in una procedura di adozione internazionale. La procedura si è svolta sino all’incontro tra i coniugi e due bambine (con precedenti di abusi sessuali), con una convivenza tra gli stessi, per un breve periodo necessario a perfezionare l’adozione nel Paese di origine. Tuttavia la convivenza si è rivelata complessa a tal punto da far desistere la coppia dal proseguire l’adozione e decidere per la revoca dell’incarico conferito all’Ente. La coppia ha, successivamente alla revoca, agito in giudizio accusando l’EA di inadempimento contrattuale e chiedendo il rimborso delle spese per la procedura e il risarcimento dei danni subiti.

        Il Tribunale adito, visti gli atti di causa, numerosi e complessi (contenenti anche alcune relazioni psicologiche) ha rigettato le richieste della coppia, escludendo ogni addebito all’EA e formulando alcune importanti precisazioni. Non esiste il diritto di avere un figlio, ma semmai il diritto di un figlio ad avere una famiglia

        Il Tribunale, ha ribadito che “la complessa procedura finalizzata all’adozione di un minore, configuri, inevitabilmente, un’ obbligazione di mezzi e non di risultato, essendo inevitabilmente, l’esito della procedura, affidato non solo ad elementi oggettivi ma anche e soprattutto a fattori soggettivi ed imponderabili”. Si tratta di un concetto basilare nell’ambito adottivo in quanto è la definizione giudiziaria del principio per cui non esiste il diritto di avere un figlio, ma semmai il diritto di un figlio ad avere una famiglia, che sia in grado di accoglierlo con tutto il suo passato di terrore e di abbandono.

        La sentenza prosegue: “ nel caso di adozione internazionale, vi è una componente ulteriore e altrettanto imponderabile, costituita dal fatto che parte della procedura viene affidata dalla legge (nazionale e/o straniera) agli operatori dei Paesi di provenienza del minore e, di conseguenza, gestita, sia pure in parte, dalle Autorità del paese da cui proviene il minore”. L’adozione internazionale è un percorso complesso dove interagiscono soggetti differenti. La sentenza si sofferma quindi anche sull’aspetto procedimentale per cui l’adozione internazionale è un percorso complesso che vede interagire soggetti di Stati diversi ed è quindi sottoposta a legislazioni differenti. Ciò non esclude che l’EA deve agire scrupolosamente attenendosi alle disposizioni normative italiane in materia adottiva e anche su questo fatto la sentenza ha evidenziato come l’EA ha adempiuto correttamente gli impegni contrattualmente assunti “fornendo tutte le informazioni necessarie ai fini della corretta instaurazione della procedura c.d. di abbinamento e della conclusione del successivo iter adottivo” come legislativamente previsto.”

        Inoltre, al rientro dal viaggio all’estero conclusosi con il rifiuto dell’adozione, la coppia ha effettuato un colloquio con una psicologa in cui è emerso come la coppia, seppur preparata ed informata, non sia stata in grado di gestire il comportamento e le problematiche evidenziate dalle bambine durante la convivenza, comportando il fallimento dell’adozione.

        L’Adozione: una scelta di amore. In riferimento al ruolo degli adottanti, sintomatica ed esemplificativa risulta essere la parte conclusiva della sentenza secondo cui : “Entrambi i percorsi, sia quello di diventare genitori biologici sia quello di diventare genitori adottivi, presuppongono una scelta di amore che, al pari di tutte le scelte, può comportare riflessi, anche negativi, nella sfera personale di coloro che intraprendono tale percorso, ma che, al netto di inadempimenti contrattuali –che nel caso di specie non si sono verificati- non possono essere ritenuti meritevoli di tutela da parte dell’ordinamento giuridico ”. Purtroppo quando fallisce un’adozione si realizza un dramma per il bambino, ma è anche una sconfitta per tutti coloro che vi hanno preso parte, coppia, EA, professionisti, e spesso la conseguente delusione porta taluno cercare in altri colpe che non sussistono.

        La procedura adottiva è molto complessa e delicato e imprescindibile è il ruolo dell’EA, ma non va dimenticato il ruolo degli adottanti i quali, oltre ad avere un’importanza indiscussa hanno anche una responsabilità notevole nella buona riuscita della procedura.

Ufficio Diritti Ai.Bi.                 3 novembre 2021

www.aibi.it/ita/adozione-internazionale-non-esiste-il-diritto-ad-avere-un-figlio-assolto-ente-autorizzato-accusato-di-inadempimento-contrattuale

 

Adozione senza veli: la trappola dei miti culturali. Venerdì 10 dicembre l’incontro on line

        L’evento gratuito, che si terrà dalle ore 15.00 alle ore 18.00, è rivolto a tutti gli interessati al tema dell’adozione internazionale. Sono aperte le iscrizioni!

        In occasione della giornata mondiale dei diritti umani, venerdì 10 dicembre, Ai.Bi. in collaborazione con FARIS e con il contributo della Provincia di Bolzano, organizza un convegno dal titolo: Adozione senza veli: la trappola dei miti culturali. Un dialogo e confronto tra istituzioni, operatori dell’adozione, enti autorizzati e associazioni familiari sul significato dei miti legati all’adozione, in cui saranno analizzati i pregiudizi e tracciate le prospettive per il futuro dell’Adozione Internazionale.

        L’evento gratuito si terrà dalle ore 15.00 alle ore 18.00, solo in modalità on line, su piattaforma Zoom ed è rivolto a tutti gli interessati al tema dell’adozione, agli operatori dei servizi adozioni, dei servizi sociali, ai giudici dei Tribunali per i Minorenni e agli operatori degli enti autorizzati per le adozioni internazionali.

        Programma degli interventi e della Tavola Rotonda. Dopo i saluti istituzionali, ad introdurre il convegno sarà il moderatore dell’evento, Gianmario Fogliazza (responsabile del Centro studi de La Pietra Scartata) con un intervento sulla differenza fra miti e pregiudizi. A seguire, il primo momento verterà su “I miti culturali dell’abbandono” dove Barbara Ghiringhelli, docente del Dipartimento di studi umanistici dell’Università IULM [Istituto Universitario di Lingue Moderne] parlerà della nascita, diffusione ed efficacia di un mito culturale. A seguire il dottor Marco Griffini, presidente dell’Associazione Ai.Bi. – Amici dei Bambini, approfondirà il tema dell’inganno dei miti culturali nell’adozione internazionale.

        Il secondo momento verterà sui pregiudizi e quali sono le insidie nascoste nei diversi ambiti. Si indagherà, attraverso l’esperienza diretta di alcuni testimoni, la presenza di pregiudizi nei confronti dell’adozione e dell’adottato, nei principali ambiti dell’agire umano. Nella scuola, con Vilma Feltrin, insegnante e genitore adottivo. Nella comunicazione, con Francesca Mineo, giornalista e genitore adottivo. Nello sport con Daniel Gallozzi, giocatore di pallanuoto e figlio adottivo. Nei servizi sociali, con Michela De Santi, assistente sociale e genitore adottivo. Nella genitorialità, con Greta Griffini, insegnante, figlia adottiva e mamma biologica. Nella magistratura, con Joseph Moyersoen, giudice onorario del Tribunale per i minorenni di Genova ed infine nella politica, con Marzia Masiello referente relazioni istituzionali di Ai.Bi.

        L’incontro proseguirà, alle ore 17.00 con una Tavola Rotonda dal titolo: “Adozioni in prospettiva: come svelare un mito?” che metterà a confronto enti autorizzati, associazioni familiari, magistratura e servizi sociali. Interverranno Vincenzo Starita (vice Presidente della Commissione Adozioni Internazionali), Cinzia Bernicchi (Ai.Bi. – Amici dei Bambini), Giovanna Rota (psicoterapeuta della Comunità Shalom) e Michele Larcher (presidente di Genitori Adottivi ed Affidatari Altoatesini).

        Alle ore 18.00 Marco Griffini, presidente di Ai.Bi. – Amici dei Bambini concluderà i lavori della giornata.

        Attenzione. L’iscrizione dovrà avvenire entro le ore 14.00 dell’8 dicembre

Per conoscere il programma completo e per iscrizioni            www.aibi.it/lp/adozione-senza-veli/#features

        Per maggiori informazioni è possibile contattare FARIS – Family relationship international school scrivendo a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

www.aibi.it/ita/save-the-date-adozione-senza-veli-la-trappola-dei-miti-culturali-venerdi-10-dicembre-lincontro-on-line

 

Adozione di un minore già in affido in famiglia

        Vorremmo adottare la “nostra” bambina in affido, ma i servizi vogliono che sia adottata da una altra famiglia. Sono trascorsi 5 anni, Enrica è cresciuta, oggi ha 8 anni. Ha vissuto la sua infanzia con noi. Noi siamo i suoi punti di riferimento. La bambina è stata ritenuta adottabile., ma i servizi… “

    assieme a mio marito, abbiamo deciso, nel 2016, di aprirci all’accoglienza affidataria di un minore in difficoltà. Così dopo poco tempo, è arrivata nella nostra famiglia Enrica, una dolcissima bambina di 3 anni. All’inizio la piccola era un po’ frastornata ed intimidita, ma con il passare del tempo si è instaurato un legame profondo. Da allora sono trascorsi 5 anni, Enrica è cresciuta, oggi ha 8 anni. Ha vissuto la sua infanzia con noi. Noi siamo i suoi punti di riferimento. La bambina è stata ritenuta adottabile. Per noi è come se fosse nostra figlia e vorremmo formalizzare questo nostro sentimento tramite l’adozione. Enrica è d’accordo, ma i servizi vogliono sia adottata da un’altra famiglia.

        La legge 19 ottobre 2015, n. 173 sul “diritto alla continuità affettiva dei bambini e delle bambine in affido familiare”, che è in vigore dal 13 novembre 2015, ha introdotto nuove norme per valorizzare il legame creatosi tra i bambini in affidamento e gli affidatari, ovviamente nel caso di rapporto positivo e utile per i minorenni.                                      www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2015/10/29/15G00187/sg

        In particolare l’articolo 4 della legge 4 maggio 1983, n. 184, e successive modificazioni, dopo il comma 5 sono inseriti dei nuovi commi che riportiamo:

        “5-bis. Qualora, durante un prolungato periodo di affidamento, il minore sia dichiarato adottabile ai sensi delle disposizioni del capo II, del titolo II e qualora, sussistendo i requisiti previsti dall’articolo 6, la famiglia affidataria chieda di poterlo adottare, il tribunale per i minorenni, nel decidere sull’adozione, tiene conto dei legami affettivi significativi e del rapporto stabile e duraturo consolidatosi tra il minore e la famiglia affidataria”.

        Dunque in base all’articolo 5, comma 1, dopo le modifiche del 2015, è previsto che “L’affidatario o l’eventuale famiglia collocataria devono essere convocati, a pena di nullità, nei procedimenti civili in materia di responsabilità genitoriale, di affidamento e di adottabilità relativi al minore affidato ed hanno facoltà di presentare memorie scritte nell’interesse del minore”.

        Sicuramente l’affidamento e l’adozione di un minore sono due istituti con la medesima finalità che è quella di tutelare il minore, ma richiedono una partecipazione e una disponibilità della coppia genitoriale differente, tuttavia possiamo affermare che secondo la legge sopra citata, una famiglia affidataria può adottare il minore avuto in affidamento. La legge sul punto è chiara, la famiglia può dare la propria disponibilità all’adozione e il TM deve tenere conto della richiesta, valutando l’esistenza dei legami che si sono realizzati nel tempo dell’affidamento.

        Ma la legge prevede in ogni caso che la famiglia affidataria sia sentita nel momento in cui viene avviata la pratica di adozione del minore avuto in affidamento e in quell’incontro la famiglia può esprimere la propria volontà di adottare il minore. Occorre precisare che la legge non considera un obbligo del giudice quello di accogliere la richiesta di adozione formulata dalla famiglia affidataria, poiché è sempre primario l’interesse del minore che va valutato nello specifico e caso per caso, ma sicuramente gli affidatari hanno tale facoltà e la legge li pone in una posizione privilegiata rispetto alle altre famiglie adottanti.

        La Legge 173/2015, che ha sconvolto la legislazione in materia di adozione e affido, ha voluto sottolineare ancora una volta la priorità dell’interesse del minore rispetto a ogni altra situazione, considerando quei casi che non rientrano nelle adozioni legittimanti e che per tale motivo sono spesso maggiormente complicati da risolvere. L’art. 4 di questa legge si pone quindi nel novero di quelle adozioni c.d. particolari (come l’adozione speciale ex art. 44 L. 183/84 o l’adozione mite di natura giurisprudenziale) che intervengono laddove ci potrebbero essere dei legami forti del minore con altri soggetti (necessariamente una famiglia), ma occorre dare una veste giuridica e quindi definitiva, in particolare dare lo status di “figlio” al minore, alla situazione considerando se sia utile per il minore mantenere tali legami. Proprio qui sta l’interesse superiore del minore, quello di non vedersi distruggere i legami creatisi con la famiglia che lo ha accolto, laddove questi legami siano validi e siano stati fondamentali per la sua crescita.

        Può accadere che il TM ritenga validi i legami instauratisi, ma non tali da consentire l’adozione, in tali casi tuttavia, laddove il tribunale per i minorenni dovesse ritenere di non accogliere la disponibilità all’adozione degli affidatari, ma il bambino venga dato in adozione ad altra famiglia, è comunque tutelata, se rispondente all’interesse del minore, la continuità delle positive relazioni socio-affettive consolidatesi durante l’affidamento in considerazione delle valutazioni documentate dei servizi sociali (art. 5 ter e quater), e non è quindi escluso che, specie se in questo senso vada anche la volontà del bambino, che gli ex affidatari possano/debbano mantenere un legame col bambino.

        Concludiamo ricordando che, proprio perché non è una decisione automatica e proprio perché, come detto all’inizio, l’adozione e l’affidamento sono istituti diversi, affinché la famiglia affidataria possa adottare il minore occorre che abbia ottenuto preventivamente dal TM l’idoneità all’adozione nazionale.

                       Ufficio Diritti Ai.Bi.                         3 novembre 2021

www.aibi.it/ita/affido-vorremmo-adottare-la-nostra-bambina-in-affido-ma-i-servizi-vogliono-che-sia-adottata-da-una-altra-famiglia

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

AFFIDO

Affido & Accoglienza Familiare

        Affido a Napoli. Sono ben 41 gli iscritti al percorso che ha preso il via venerdì scorso e che si concluderà venerdì 28 gennaio 2022: 6 incontri e 18 ore di formazione nati con l’obiettivo di approfondire tematiche specifiche dedicate all’accoglienza familiare temporanea e alla solidarietà familiare. Il percorso è organizzato del CSV (Centro servizi al volontariato) di Napoli, in collaborazione con l’Associazione Ai.Bi. Amici dei Bambini, con Progetto Famiglia e Fondazione Ferraro.

        Un primo appuntamento dedicato al bisogno di affido. È stata proprio Ai.Bi., venerdì 5 novembre, a “rompere il ghiaccio” con un incontro dal titolo: “Il bisogno di affido e di relazioni significative” tenuto dalla psicologa, consulente di Ai.Bi. Giovanna Buonocore e con la testimonianza di Cristina Riccardi e Paolo Pellini, famiglia affidataria Ai.Bi. di lungo corso e comprovata esperienza.

        Dopo l’introduzione iniziale dei referenti del CSV Napoli e di Progetto Famiglia, Antonella Spadafora, responsabile Ai.Bi. Campania, ha preso la parola, introducendo l’associazione e le sue attività, per poi lasciare spazio all’intervento della dottoressa Buonocore. Per permettere ai 41 partecipanti di comprendere al meglio la tematica affrontata, le tre ore di webinar sono state suddivise in tre momenti significativi:

  1. Un primo momento dedicato allo sviluppo della parte teorica, (il bisogno di affido e di relazioni significative per la buona crescita di un minore. Il bisogno dei legami, della base affettiva, gli stili di attaccamento e le relazioni. Cosa succede se un minore nella crescita non ha una figura di riferimento. Non è mancata poi una particolare attenzione al tema del lavoro da svolgere sulla famiglia di origine).
  2. È poi seguito un momento pratico, che ha coinvolto i partecipanti in un interessante e stimolante gioco di ruolo.
  3. Prima dei saluti finali è giunto infine il momento della testimonianza di Cristina Riccardi e Paolo Pellini, famiglia affidataria.

Il prossimo appuntamento con l’accoglienza si terrà venerdì 19 novembre, quando verranno indagati gli aspetti giuridici dell’affido, l’attuazione, le regole e i diritti.

Al termine della parte formativa (il 28 gennaio) seguirà poi una Follow up di accompagnamento (una giornata ogni 2 mesi per 36 ore formative) che comporterà la suddivisione dei corsisti in piccoli gruppi per l’approfondimento dei percorsi in atto e dei processi di conoscenza e valutazione di idoneità delle famiglie affidatarie.

AIBInews                    7 novembre 2021

www.aibi.it/ita/affido-a-napoli-41-partecipanti-solo-dalla-provincia-per-il-primo-appuntamento-del-webinar-dedicato-allaccoglienza-familiare-temporanea

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

ASSEGNO DIVORZILE

Calcolo assegno di divorzio: va applicato l’indirizzo più recente

Corte di cassazione, prima Sezione civile, ordinanza n. 27906, 13 ottobre 2021

https://app.go.wolterskluwer.com/e/er?s=1364398973&lid=199208&elq=~~eloqua..type--emailfield..syntax--recipientid..encodeFor--url~~&_gl=1*1ffztan*_ga*MTk1NTU0NzIxMC4xNjMzMDE1NjY3*_ga_B95LYZ7CD4*MTYzNjk3MjM3MC4xMi4wLjE2MzY5NzIzNzAuMA..&_ga=2.136293749.512639132.1636835659-1955547210.1633015667

        Nella quantificazione dell’assegno divorzile, non basta considerare solo il tenore che aveva caratterizzato la vita matrimoniale degli ex coniugi: il giudice deve effettuare una valutazione concreta sulle condizioni economico-patrimoniali delle parti, alla luce del più recente orientamento giurisprudenziale. Tra i parametri da considerare, vi sono l’adeguatezza dei mezzi di sostentamento del coniuge richiedente e la sua eventuale incapacità di procurarseli per ragioni oggettive.

        In occasione della pronuncia di cessazione degli effetti civili del matrimonio, il giudice adito aveva disposto che l’ex marito versasse all’ex moglie un assegno divorzile di Euro 2.500 mensili, provvedimento poi confermato anche dalla Corte territoriale. Avverso tale statuizione, l’uomo ha proposto ricorso per cassazione, richiamando il recente orientamento della giurisprudenza di legittimità secondo il quale, per il riconoscimento dell'assegno divorzile, si deve tener conto non solo del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, ma anche di altri parametri, quali l'autosufficienza economica del richiedente, la disponibilità di una casa, l'idoneità a svolgere un'attività lavorativa, l'esonero dal versare contributi straordinari per il mantenimento dei figli.

        La Cassazione non ha condiviso la decisione della Corte di merito, la quale, nello stabilire la misura l'assegno di divorzio, ha considerato le complessive condizioni patrimoniali delle parti ed il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, senza tener conto del più recente orientamento della giurisprudenza di legittimità (Cass., Sez. U., 18287/2018), secondo il quale, la quantificazione dell'assegno divorzile, se riconosciuto, andrà effettuata sulla base di una valutazione concreta e complessiva delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, ovvero considerando l’adeguatezza dei mezzi per vivere del coniuge richiedente e la sua eventuale incapacità di procurarseli per ragioni oggettive. Inoltre, il giudice è tenuto ad accertare se l'eventuale disparità economico-patrimoniale degli ex coniugi all'atto dello scioglimento del matrimonio, dipenda da scelte condivise di conduzione della vita familiare in costanza di matrimonio, con il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti, considerando sia la durata del matrimonio sia le effettive potenzialità professionali e reddituali al momento della fine del matrimonio. Dunque, nel valutare l'inadeguatezza dei mezzi dell'ex coniuge richiedente l'assegno divorzile, o l'impossibilità per lo stesso di procurarseli per ragioni oggettive, il giudice deve tener conto, utilizzando i criteri di cui alla L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, sia della impossibilità del richiedente di vivere autonomamente e dignitosamente, sia della necessità di compensarlo per il contributo che dimostri di avere dato alla formazione del patrimonio comune o dell'altro coniuge durante la vita matrimoniale, senza che abbiano rilievo, da soli, lo squilibrio economico tra le parti e l'alto livello reddituale dell'altro ex coniuge. Sulla scorta delle suddette argomentazioni, i giudici di Piazza Cavour hanno cassato la pronuncia impugnata con rinvio alla Corte di merito, affinché quest’ultima reimposti i termini giuridici della vicenda processuale, tenendo presente i principi del più recente orientamento interpretativo dettato in materia.

Avv. Maria Elena Bagnato                   Altalex                 01 novembre 2021

ww.altalex.com/documents/news/2021/11/01/calcolo-assegno-divorzio-va-applicato-indirizzo-piu-recente

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

ASSOCIAZIONISMO ED ENTI

Progetto SAFE. Educare e accogliere in ambienti sicuri

        Il Progetto Safe – Educare e Accogliere in ambienti sicuri- è un progetto co-finanziato dall’Unione europea e vede come capofila la Comunità Papa Giovanni XXIII e come partners l’Azione Cattolica Italiana , il Centro Sportivo Italiano, il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Bologna con il Centro Interdisciplinare di Ricerca sulle Vittime e la Sicurezza (CIRVIS). Tale progetto vede impegnati i partners in un percorso biennale da novembre 2019 a novembre 2021.

        L’obiettivo generale del Progetto è creare quindi una cultura della prevenzione agli abusi e della formazione alla tutela dei minori e delle persone vulnerabili, tramite la promozione di ambienti sicuri e relazioni interpersonali rispettose e responsabili, sia in ambienti finalizzati alla protezione sociale, sia alla ricreazione nello sport e nel tempo libero. Il progetto combinerà attività di analisi, sviluppo, formazione e sensibilizzazione. Combinando questi metodi, il progetto genererà una conoscenza completa e approfondita delle questioni esaminate, fornendo una solida base scientifica per le attività educative e di accoglienza con minori nella protezione sociale, nello sport e nel tempo libero. Data la complessità e delicatezza del Progetto, il consorzio dei Partners ha deciso di affidarne la valutazione dell’efficacia dell’impatto del medesimo rispetto alle azioni intraprese, a un’equipe multidisciplinare di docenti universitari e ricercatori dei Dipartimenti di Scienze della Formazione e di Economia e Giurisprudenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Piacenza.

        SAFE risponde alla priorità di promuovere l’integrazione delle politiche di tutela dell’infanzia in diversi contesti e settori, quali organizzazioni sportive, attività extracurricolari e/o organizzazioni ricreative/di svago per bambini (incluse quelle religiose, femminili, scout e scuole private), sia come mezzo per proteggere e tutelare i bambini, sia per dotare il personale della formazione e dell’orientamento necessario, in conformità con gli standard del “Keeping Children Safe”.

www-keepingchildrensafe-global.translate.goog/?_x_tr_sl=en&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=nui,sc

        La mission. SAFE è un progetto nazionale ma con un elevato impatto transnazionale potenziale. È stato elaborato grazie alla grande esperienza della Comunità Papa Giovanni XXIII nel trattare con bambini vulnerabili e vittime di abusi, in stretta collaborazione con diversi esperti come psicologi, pedagogisti, assistenti sociali, avvocati, accademici. I difensori civici nazionali e regionali per l’infanzia (www.garanteinfanzia.org) hanno espresso il loro apprezzamento e la loro disponibilità per un coinvolgimento concreto nelle attività previste con lettere di impegno formali.

        Secondo l’articolo 5 della Convenzione per la Tutela dei Minori contro lo Sfruttamento Sessuale e gli Abusi Sessuali (Convenzione di Lanzarote) [25 ottobre 2007]

www.studocu.com/it/document/universita-degli-studi-di-napoli-federico-ii/diritto-penale/2013-11-18-convenzione-lanzarote/11913662]

 deve essere garantita un’adeguata consapevolezza e conoscenza della tematica tra le persone che hanno contatti regolari con i bambini nei settori dell’istruzione, della salute, della protezione sociale, della giustizia e delle forze dell’ordine e nelle aree relative allo sport, alla cultura e alle attività ricreative.

Il Parlamento italiano ha approvato la legge 1° ottobre 2012, n. 172, di ratifica della Convenzione del Consiglio d'Europa del 2007 per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l'abuso sessuale (Convenzione di Lanzarote). Il provvedimento detta alcune norme di adeguamento dell'ordinamento interno volte a modificare il codice penale (introducendo i nuovi reati di adescamento di minorenni, anche attraverso Internet, e di istigazione e apologia di pratiche di pedofilia e di pedopornografia), il codice di procedura penale e l’ordinamento penitenziario  .                                            https://leg16.camera.it/561?appro=517

        SAFE contribuirà all’attuazione di questo articolo in Italia  attraverso ampie sessioni di formazione in 27 province di 13 regioni italiane raggiungendo 1.200 persone tra leader locali, professionisti e volontari di organizzazioni religiose che hanno rapporti regolari con più di 46.300 bambini.

        Video di presentazione del progetto:                                           www.youtube.com/watch?v=T55hlgWNllw

        Obiettivi del progetto

  1. Sostenere l’integrazione delle politiche di tutela dell’infanzia nelle organizzazioni religiose italiane, ai fini di acquisire la consapevolezza che l’attuazione di tali politiche di tutela è un passo fondamentale per la tutela come prevenzione e custodia.
  2. Garantire un Pacchetto Formativo efficace per individuare, segnalare e prevenire gli abusi, per le persone che hanno contatti regolari con i bambini nei settori dell’istruzione e della protezione sociale e nelle aree connesse allo sport e alle attività ricreative.

grafica astratta

Risultati attesi dal progetto

  1. Aumento della consapevolezza e della capacità di prevenire, individuare e denunciare gli abusi sui minori di almeno 400 leader locali e di 800 membri e volontari delle associazioni di diritto pontificio e di 60 membri delle forze dell’ordine di 27 territori italiani.
  2. Aumento della consapevolezza tra tutte le organizzazioni religiose italiane impegnate nella cura dei bambini, nello sport e attività ricreative su come prevenire, identificare e denunciare gli abusi sui minori attraverso un’efficace politica di tutela dell’infanzia.

Tre piste di lavoro

a)      Politica di tutela: da orientamento a etica. Le associazioni coinvolte nel Progetto formalizzeranno l’adozione di una politica di tutela in materia di minori e persone vulnerabili. L’adozione e applicazione di una apposita politica di tutela assicurerà il passaggio da orientamenti che ispirano azioni e attività a prassi e strumenti attuativi di prevenzione e segnalazione , quanto mai necessari per la delicatezza e preziosità dei contesti educativi in cui le tre organizzazioni operano.  Si tratta  infatti di contesti educativi informali di grande importanza per garantire una crescita sana dei bambini e dei giovani.  L’obiettivo quindi del Progetto è di sostenere sia l’elaborazione della politica di tutela nelle tre organizzazioni sia la sua integrazione nei percorsi ordinari di formazione allo svolgimento delle attività  e alla sicurezza degli ambienti. La Politica di Tutela dei Minori garantisce la conformità alla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Minori e ai Dieci principi per i sistemi integrati di protezione dell’infanzia, e mira ad assicurare l’interesse superiore del bambino.

b)       Formazione come promozione di child safeguarding nelle realtà associative Tra ottobre 2020 e aprile 2021 saranno attivati percorsi formativi in 27 territori nazionali, suddivisi tra i tre partners del Progetto in rapporto alla presenza dei propri associati. Ogni percorso territoriale avrà una durata di 18 ore, suddiviso in tre moduli da 6 ore ciascuno. Il percorso formativo mira a promuovere negli associati delle tre organizzazioni l’acquisizione e condivisione di competenze in ordine a tre livelli della Child safeguarding:

  • Safe-self: da sentirsi esenti dal rischio di incorre in dinamiche abusanti di ogni genere alla condivisione ,comunicazione aperta , supervisione;
  •  Safe community: porre al centro delle esperienze comunitarie la qualità dello stile e della cura delle relazioni interpersonali e degli ambienti in cui si sviluppano;
  • Safe organitation: riconoscere come fattore di protezione la condivisione di codici di condotta associativi, la prevenzione come intervento strutturale ampio e propositivo.
  • Tre moduli formativi, tre focus tematici, uno per ogni modulo.
  • l’abuso, tra ferita e reato.  Impariamo a riconoscerlo, per prevenirlo.
  • l’adulto affidabile: un cammino verso l’intimità matura.
  • parole condivise per raccontare qualcosa di intimo. la tutela dei minori  tra accogliere le ferite e promuovere una comunicazione generativa.

      Il percorso formativo sarà supportato scientificamente dal report prodotto dal Dipartimento di Sociologia dell’Università di Bologna con il Centro Interdisciplinare di Ricerca sulle Vittime e la Sicurezza.

      Lo stesso Dipartimento svolgerà momenti di formazione rivolti agli studenti del Corso di Laurea Magistrale in Scienze Criminologiche e dell’Investigazione e alle forze dell’Ordine di alcuni territori italiani, impegnati nelle indagini nei reati connessi ai temi della formazione.

      Il Progetto ha quindi un’impostazione sistemica, di connessione tra i diversi contesti abitati dai minori – la famiglia, lo sport, il gruppo – in cui è necessario un’implemento della protezione in chiave preventiva – e nei contesti di segnalazione e supporto alle vittime.

c)       La comunicazione: promuovere la cultura della tutela dei minori e delle persone vulnerabili

Safe come progetto intende promuovere nella Chiesa e nella società una cultura della tutela dei minori e delle persone vulnerabili creando una struttura di comunicazione aperta e trasparente, Saper trattare apertamente in modo adeguato temi delicati come dignità, rispetto, relazione, responsabilità, potere, intimità, sessualità, violenza, abuso crediamo sia una sfida non rinviabile per l’emergenza educativa attuale.

        Promuovere un cambiamento culturale mediante informazione e sensibilizzazione, a partire dai media stessi. Ciò si esprimerà e sarà supportato da spazi di approfondimento e dialogo  attraverso rubriche e articoli mensili all’interno della pagina Stadium di Avvenire e del programma radiofonico “ Sport, salute ed educazione”  in onda su Radio Maria, curati dal Csi.

        I canali social di ciascun partner saranno ambienti di disseminazioni diverse delle iniziative e dei contenuti promossi dal Progetto.

        Aspetti innovativi del progetto. Gioco di squadra nella tutela dei minori in ambienti ecclesiali

        La Chiesa Cattolica ha intrapreso con il magistero dei suoi ultimi tre Pontefici un cammino in crescendo rispetto alla tutela dei minori e delle persone vulnerabili. Tale cammino come si ben evidenzia nel Motu Proprio 7 maggio 2019 di Papa FrancescoVoi siete la luce del mondo”, chiede un rinnovamento di tutta la comunità.

www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/papa-francesco-motu-proprio-20190507_vos-estis-lux-mundi.html

         Il Dicastero per i Laici, la Vita e la Famiglia ha invitato i movimenti e associazioni a intraprendere cammini di prevenzione e dotarsi di adeguati strumenti di segnalazione e contrasto ad ogni forma di abuso. La Chiesa Italiana si è dotata nel 2019 di nuove Linee Guida e di un’articolata struttura a livello diocesano, secondo quanto richiesto dalla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori.

        Innovativa quindi è la scelta di camminare insieme di tre realtà ecclesiali nel rispondere alla chiamata alla tutela dei minori così come chiesta dalla Chiesa stessa. Un gioco di squadra partendo da un percorso formativo condiviso nella prospettiva di promuovere una custodia dei più piccoli sempre più consolidata nella cultura dell’attenzione e della responsabilità, nello stile educativo e nelle prassi per bene agire e garantire sicurezza.

        Il coinvolgimento dei bambini. Il progetto prevede il coinvolgimento dei bambini, in conformità con l’articolo 12 della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell’Infanzia, nell’implementazione e nella progettazione della Politica di protezione dell’infanzia.    www.unicef.it/convenzione-diritti-infanzia/articoli

         La partecipazione dei bambini e i ragazzi  sarà incentrata inclusiva, volontaria, significativa, trasparente e adeguata. I bambini e i ragazzi avranno i mezzi, lo spazio , l’opportunità per esprimere liberamente le loro opinioni, alle quali sarà dato il giusto peso a seconda della loro età e maturità. Si incoraggia il coinvolgimento di bambini e ragazzi da contesti diversi per garantire la rappresentazione di tutte le esperienze, idee e pensieri nel processo di partecipazione degli stessi. La Comunità Papa Giovanni XXIII, in qualità di ente capofila, organizzerà quindi tre laboratori che coinvolgeranno bambini e ragazzi di diverse fasce d’età per comprendere meglio il loro punto di vista e dare loro il diritto di far sentire la loro voce, di essere ascoltati seriamente e di essere in grado di influenzare le decisioni che li riguardano. Il libro “ kiko and the hand”,                                                        www.quinonsitocca.it/Default_it.asp

 fornito dal Consiglio d’Europa nell’ambito della Campagna contro gli abusi sui minori “One to five” sarà utilizzato come strumento di supporto nel lavoro con i bambini.

        Laboratorio condotto con minori 6-11 anni. “Ma quanto siamo belli! Sento, penso, agisco.”

        Una concretizzazione di questo coinvolgimento sopra descritto è stato il percorso condotto con i bambini della fascia 6-11 anni, durante il Centro estivo, svoltosi a Cesena dal 24 al 28 agosto 2020, dal titolo “ Ma quanto siamo belli! In viaggio con don Oreste e… fata Lina. Sento, penso, agisco.”

        Cinque giorni, dove tra attività ludiche ed espressive, momenti di ascolto di se stessi e degli altri, i bambini hanno avuto l’occasione di scoprirsi belli, unici, importanti e apprendere alcune cose importanti per stare bene con se stessi e con gli altri: è preziosa la nostra intimità, pensieri, emozioni, storie, il nostro corpo… ”Non è facile raccontare a tutti”… ”A volte non è giusto”… “Bisogna trovare le persone di cui ci fidiamo “.                                      Blog                                                                                https://progettosafe.eu/blog

Valutazione del progetto    SAFE-Valutazione-Rapporto-Finale-29-10-2021_SR-1

https://progettosafe.eu/il-progetto-safe/#progettosafe

 

L’abuso di minori online- il contrasto e la prevenzione. Approcci multidisciplinari

        L’abuso sessuale di bambini, bambine ed adolescenti è una realtà che esiste in ogni società e ne sono testimonianza le immagini ed i video che circolano nella Rete Internet. L’utilizzo delle nuove tecnologie è alla portata di tutti ed ingenera fenomeni di portata globale. Altrettanto a livello globale va affrontato il tema della difesa dei minori che, a partire dalle Istituzioni, dalla famiglia e dalla Scuola, deve coinvolgere tutti, senza sosta e senza sconti. Le legislazioni di settore in tutto il mondo si sono ispirate ai principi della Convenzione dei Diritti del Fanciullo sottoscritta a New York il 20 novembre 1989 che, all’art. 34, prescrive agli Stati di proteggere i minori da ogni forma di sfruttamento ed abuso sessuale.

www.unicef.it/convenzione-diritti-infanzia/articoli

        Da allora, nel corso del tempo, il nostro diritto come la maggior parte dei sistemi nazionali ha edificato il proprio corpo giuridico sul recepimento ed attuazione di molteplici norme sovranazionali, Convenzioni internazionali, Direttive europee, principi condivisi nei Simposi mondiali organizzati sul contrasto e prevenzione di tali piaghe sociali. Dalla fine degli anni ’90 in poi, con l’avvento delle nuove tecnologie il diritto italiano ha riscritto pagine fondamentali dei propri codici, prevedendo numerosi reati specifici quali la detenzione, la produzione, il commercio, la distribuzione di materiale pedopornografico ma anche sulla prostituzione minorile, violenza ed abuso di minori.

        Il contrasto e l’emersione: un’azione di cooperazione. Il Diritto di ogni Nazione non è che la testimonianza degli strumenti messi in campo ed anche della consapevolezza sociale degli obiettivi da perseguire. Il Diritto di ogni Nazione recepisce, testimonia e chiama ognuno a fare la propria parte, nella consapevolezza che sconfiggere gli abusi sull’infanzia comporta ingaggiare una lotta contro il tempo per fronteggiare quello che qualcuno ha definito “il crimine dei crimini”.

        Le Forze di polizia e la Magistratura hanno da decenni instaurato una proficua collaborazione internazionale attraverso le Agenzie sovranazionali quali Europol, Interpol ed Eurojust per combattere i fenomeni criminosi sulla Rete. La coalizione internazionale delle Forze di Polizia specializzate in tale settore, soprattutto con riferimento alla prevenzione dei fenomeni dannosi e pericolosi per i più giovani, oltre ad interagire con altre Istituzioni, ha attivato avanzate sinergie anche con le hotline e le helpline in Rete, con i gestori dei servizi web e dei social, con le Associazioni e le Organizzazioni non governative di tutela dei minori e con la Scuola.

        Nel nostro Paese, la sensibilizzazione di insegnanti, genitori e scolari, il supporto all’attuazione del Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD) che prevede la formazione interna e la creazione dei soluzioni innovative nonché la valorizzazione delle figure degli animatori digitali della Scuola e l’osservanza del Patto di corresponsabilità tra scuola e famiglie, costituiscono un passaggio fondamentale nella tutela dei minori dagli abusi sessuali, verso la prevenzione partecipata dalla “comunità educante” che consenta l’emersione dei casi per l’individuazione e la presa in carico delle vittime e la persecuzione giudiziaria degli abusanti. È in tale spazio della società che si compiono ed avverano i nuovi canoni dell’Agenda digitale europea verso il riconoscimento universale dei diritti di cittadinanza digitale e di sicurezza rafforzata in Rete per i minori.                              Video                                              https://youtu.be/pXd2gHVfmBE

        Elvira D’Amato, già vice questore della polizia di stato e già direttore del centro nazionale per il contrasto alla pedopornografia online della polizia postale e delle comunicazioni

https://progettosafe.eu/labuso-di-minori-online-il-contrasto-e-la-prevenzione/approfondimenti/4022/

 

        La necessità e l’importanza di un approccio multidisciplinare per riflettere e proporre soluzioni agli abusi su minori in contesti ecclesiali o a carattere religioso

        Recensione di Simone Tuzza del libro: Marco Faccioli “Minori nella rete” 4 maggio 2021-edizioni AVE

https://progettosafe.eu/recensione-libro-minori-nella-rete/recensione-libri/4000/

        Questo volume che è frutto del Progetto Safe Educare ed accogliere in ambienti sicuri è stato co-finanziato dal programma Diritti, uguaglianza e cittadinanza dell’Unione Europea (Rec-Right, Equality and Citizenship Programme) con la finalità di prevenire, attraverso politiche di tutela dei minori, ogni forma di abuso e in particolare di abuso sessuale in contesti istituzionali di ispirazione religiosa.

         Gli autori, Raffaella Sette e Simone Tuzza, nei primi capitoli offrono un’analisi precisa e dettagliata delle varie forme di abuso sull’infanzia e, in particolare dell’abuso sessuale, mettendo in luce tutti i fattori di rischio che in qualche modo potrebbero favorire nei contesti ecclesiali il verificarsi di condotte abusanti e sottolineando la necessità di mettere in atto misure di prevenzione agli abusi partendo dalla consapevolezza che alcuni fattori di rischio aumentano le probabilità che si creino condotte trasgressive e abusanti. Nella seconda parte della ricerca, gli autori presentano le principali misure di prevenzione che sono già state attuate a livello organizzativo con lo scopo di modificare l’ambiente per renderlo sicuro dal punto di vista della tutela e per impedire l’azione di potenziali abusatori.

        Dalla ricerca emerge con chiarezza la necessità e l’importanza di un approccio multidisciplinare e come non sia sufficiente la conoscenza del fenomeno degli abusi, ma che sia urgente promuovere una formazione permanente nella comunità educante in materia di tutela dei minori e prevenzione degli abusi e la creazione di ambienti sicuri mettendo al centro delle politiche di tutela il minore e la sua protezione. Nelle società contemporanee l’argomento degli abusi sui minori è un terreno di analisi delicato, soprattutto da quando è diventato anche tema d’indagine della cronaca con il conseguente impatto sull’opinione pubblica, ma Raffaella Sette e Simone Tuzza sono riusciti in questa ricerca ad offrire un’analisi approfondita ed originale che andasse al di là dei soliti pregiudizi e luoghi comuni e offrendo anche una chiave di lettura per cercare di fermare e prevenire gli abusi sui minori nei contesti istituzionali religiosi e/o di ispirazione religiosa tramite un approccio situazionale. Lo scopo dell’approccio situazionale è quello di modificare l’ambiente fisico e organizzativo al fine di ridurre la possibilità di riuscire a commettere dei crimini, creando cioè delle situazioni in cui i potenziali perpetratori dovrebbero compiere enormi sforzi e correre rischi troppo elevati in modo tale da indurli a desistere dai loro propositi e lavorando contemporaneamente sulla cultura organizzativa per aumentare il livello di percezione del fenomeno da parte degli operatori.

        Federica Bertocchi, ricercatrice in Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso il Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia – Università degli Studi di Bologna

https://progettosafe.eu/recensione-del-libro-promuovere-ambienti-educativi-sicuri-di-r-sette-e-s-tuzza/recensione-libri/4009/

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

BIBBIA

Ravasi: «La fede e noi. Non c’è più il grande ateismo, né la grande profezia»

Il cardinale Gianfranco Ravasi, grande biblista ed ebraista, afferma che oggi, in campo religioso, domina il grigio. Quando celebra nelle chiese, l’80/90% dei presenti sono vecchi. Ma quando invece partecipa a dialoghi su fede e scienza, l’80% sono giovani. Nel suo ultimo libro, Biografia di Gesù, il porporato affronta le questioni legate alla situazione spirituale del nostro tempo

 

 Avevo pensato che a causa delle mie idee poco ortodosse il cardinale non avrebbe accettato di essere intervistato da me, ma mi sbagliavo. Così dopo averlo avuto come professore di Antico Testamento e di Greco biblico nel seminario di Milano, e dopo averlo incontrato più volte presso la Biblioteca Ambrosiana di cui era Prefetto, ora lo rivedo qui in Vaticano dove da 15 anni presiede il Pontificio Consiglio per la Cultura. L’occasione è l’uscita del suo nuovo libro nella collana Scienza e idee di Raffaello Cortina: Biografia di Gesù. Secondo i Vangeli.

        Entra con un radioso sorriso e io noto con gioia che il tempo è stato benevolo con lui. Rievochiamo un po’ il passato e le conoscenze comuni, anche il linguaggio rispecchia che le cose non sono cambiate perché lui mi dà del tu e io del Lei (mi dice di passare al tu, ma io non ci riesco). Poi mi introduce in una grande sala per l’intervista e io, rivolgendomi al ministro del Vaticano per la cultura, inizio proprio da qui.

        Eminenza, secondo lei che cultura aveva Gesù? Alcuni studiosi sostengono che era analfabeta, altri colto e plurilingue. Lei che ne pensa?

        «Questa è una delle domande più interessanti, che di solito non viene fatta. Dapprima occorre dire che il contesto culturale in cui egli viveva non supponeva la scrittura e infatti non si dice mai che egli scrive, se non una volta, per terra, nella polvere. Si sa però che legge. Aveva ricevuto la prima formazione nella modestissima scuola della sinagoga di Nazareth, la sua lingua era l’aramaico, conosceva l’ebraico classico, ma non è possibile dire che egli conoscesse il greco, di cui forse sapeva solo qualche parola. Dal materiale storicamente riconducibile a lui non riusciamo a verificare le sue conoscenze concrete. La mia convinzione è che egli fosse una figura simile a spugna, uno di quelli che riescono a filtrare e a comprendere percorsi diversi, un uomo molto sensibile alle atmosfere e per questo capace di conoscere con precisione le tipologie fondamentali del suo mondo, entrando però anche in polemica con esse, il che dimostra che era non solo recettivo ma anche creativo. Anzi, io direi che proprio questa era la sua grandezza».

                       In che senso?

        «Io ammiro le persone eclettiche. La competenza specifica è qualcosa di essenziale e va rispettata, ma io ammiro le persone che, lungi dal rimanere in un unico settore, comprendono che per essere significativi occorre giungere a formulare delle sintesi. E Cristo l’ha fatto, ha avuto la capacità di respirare visioni diverse. È l’orientamento che ho seguito anch’io quando sono entrato qui, ormai 15 anni fa: prima ci si interessava solo alla cultura cattolica, mentre io ho cercato di far comprendere che occorre respirare tutti gli ambienti, anche quelli radicalmente differenti. Tornando alla cultura di Gesù, quello che emerge è una persona con una grande capacità di orizzonte. Non possiamo farlo patrono degli studiosi, ma neppure bisogna cadere nell’estremo opposto che ne dichiara l’ignoranza: averne di geni così, che sanno poco, ma che alla fine sanno tutto! Tu condividi quello che ho detto?».

        Lei sostanzialmente ha detto che Gesù era un eclettico che leggeva i segni dei tempi, che non era uno studioso ma un interprete della vita. E in questo io vedo la peculiarità del profeta. Le chiedo perciò che idea ha del rapporto tra Gesù e Giovanni il Battista.

        «Il Battista veniva da un giudaismo eterodosso, forse legato a Qumran, quel giudaismo che, in un’epoca priva di profeti, cercava di essere profetico come comunità. Egli lancia un messaggio che sicuramente Gesù riprende e ricrea: il messaggio del regno di Dio, una profezia che rompe gli schemi sociali e annuncia un mondo nuovo. Gesù, quindi, è debitore del Battista, di cui è giusto parlare come del suo “mentore”. Ma la grandezza del Battista si compie quando comprende che questo suo discepolo è diverso e più grande di lui».

        Qual è la situazione della profezia oggi?

        «Oggi noi viviamo l’assenza dei profeti. Sono scomparse voci forti come Turoldo, Balducci, don Mazzolari, don Milani, Arturo Paoli e altri, certamente contestabili e parziali come lo sono di necessità i profeti, ma irrinunciabili. Devo dire però che, quanto a figura profetica, papa Francesco lo è. Pur con qualche parzialità di lettura rispetto alla complessità del reale, riesce infatti a essere incisivo e ascoltato. Ed è quello che la gente si aspetta».

        Gesù annunciava la venuta imminente, durante la sua stessa vita, del regno di Dio, però quel regno non è arrivato e io sono convinto che egli si sbagliò. Lei cosa ne pensa?

«A parte la complessità dei singoli loghia [parola, sentenza], ognuno dei quali va esaminato storicamente, io penso che si debbano dire due cose.

  1. La prima è che la teologia neotestamentaria, accanto alla profonda fede nella sua divinità, afferma rigorosamente la sua umanità. Lo fa in modo indiscutibile, anche alla luce del fatto che la prima eresia (la gnosi [forma di conoscenza superiore, di origine divina]) è la negazione non della divinità ma dell’umanità di Cristo. E che lui in quanto uomo avesse anche visioni limitate è confermato dalle sue stesse parole, per esempio quando afferma di non sapere nulla riguardo al tempo e all’ora del giudizio.
  2. La seconda cosa è che Gesù usava un linguaggio apocalittico, il quale giudica il presente ma insieme provoca il futuro, anche se si tratta non del futuro immediato ma del futuro assoluto, dell’eterno. Per Gesù il regno di Dio non era una categoria politica, del tutto riconducibile alla storia, ma conteneva sempre in sé anche una dimensione trascendente. Il Nuovo Testamento ha saputo tenere insieme queste due dimensioni nella loro tensione, come si comprende dai racconti pasquali».

        Lei nel suo libro parla al riguardo di un linguaggio duplice.

        «Gli autori neotestamentari avevano il problema di parlare di un evento in sé indescrivibile. Lo fecero usando da un lato la categoria “risurrezione”, concetto dell’Antico Testamento che suppone un nesso di stretta continuità tra l’individuo storico e il risorto (da cui le affermazioni sul risorto che può essere toccato e può addirittura mangiare); dall’altro lato però soprattutto Paolo e Giovanni usarono lo schema “esaltazione-glorificazione-innalzamento”, con il quale si sostiene che dopo la morte c’è un salto di qualità: Gesù rientra nell’eterno, nell’infinito, in quella dimensione che durante la vita terrena era compressa, come dicevano i teologi medievali che ne parlavano in termini di Verbum abbreviatum [«verbo concentrato»- Henri de Lubac] Occorre quindi salvare da un lato la storicità della persona e dall’altro il mistero del risorto. E in questa prospettiva va detto che il Gesù risorto raffigurato da Piero della Francesca non è evangelico, pur essendo una stupenda opera d’arte».

 

        È possibile oggi vivere la dimensione escatologica della fede?

        «La predicazione di oggi ha perso tale dimensione. Permane sempre il rischio di trasformare l’escatologia in apocalittica, come dimostrano le voci di questi giorni secondo cui il vaccino è un elemento del maligno che ci viene inoculato. Ma l’escatologia è tutt’altra cosa, consiste nel sostenere che “colui che crede è salvato già ora”, come dice il Vangelo, nel senso che il presente non viene più visto come fenomeno effimero ma è come ibridato dalla trascendenza, sperimentandone già al suo interno la presenza. Noi abbiamo una poliformia gnoseologica: non conosciamo solo sperimentalmente, né solo razionalmente, ma abbiamo anche altri canali, tra cui l’estetica con la poesia, la musica, l’arte».

        Come giudica oggi i rapporti fede-scienza?

        «Parto da una testimonianza personale: di solito, ed è drammatico, quando vado a celebrare nelle chiese vedo che l’80-90% dei presenti sono vecchi, al massimo di mezz’età. Quando faccio le conferenze sulla Bibbia siamo più o meno lì. Quando invece partecipo a dialoghi su fede e scienza si ha l’inverso: l’80% sono giovani. Forse vengono per vedere la difficoltà della Chiesa di fronte alla scienza, ma proprio per questo noi lavoriamo molto su tematiche scientifiche quali la flessibilità del Dna, le neuroscienze, l’intelligenza artificiale. Possiamo contribuire sollevando i problemi che lo scienziato comunemente non si pone e per esempio chiedere: quando si è finito di analizzare l’umano con i suoi cento miliardi di neuroni, dobbiamo poi proprio buttare via tutto il resto, come la libertà, il simbolo, l’anima, la religione, l’arte? E che dire dell’intelligenza artificiale, in particolare di quella strong che suppone che la macchina possa avere autocoscienza? Sono questioni che, se impostate bene, non fanno ridere gli scienziati seri, anzi».

        Secondo Lei qual è la peculiarità di ciò che il filosofo tedesco Karl Jaspers chiamava «la situazione spirituale del nostro tempo»?

        «Noi viviamo in un tempo in cui purtroppo non c’è più il grande ateismo né la grande profezia. Non c’è più il grande pensiero, negativo o positivo che sia, né le grandi figure che incombendo sulla storia richiedono grandi risposte. La nostra è l’epoca in cui dominano indifferenza, superficialità, banalità. Il suo colore è il grigio. Una nebulosa grigia, questa è la società contemporanea. Quando devo organizzare i nostri dibattiti faccio fatica a trovare grandi personalità credenti capaci di argomentare pubblicamente e grandi figure non credenti. Un giorno il noto pensatore canadese Charles Taylor mi disse che se dovesse arrivare Gesù a predicare in piazza, tutto si  risolverebbe con la polizia che giunge a chiedergli i documenti. Il colore dominante è il grigio. Io sono nato [1942] con il colore rosso, quello del sangue che scendeva sull’Europa mentre due pazzi, Stalin e Hitler, la dominavano. Ma pensa alla grandezza che ne è conseguita in tutto il secondo Novecento. Oggi si cerca di combattere il grigio con il colore acceso di una sola striscia, quello della propria specializzazione, l’iper-specializzazione delle singole competenze, le quali però da sole non hanno capacità di fecondare. Ritorniamo così alla necessità dell’eclettismo, che non è un insieme indistinto, ma è l’arcobaleno, lo spettro cromatico più ricco».

        Come giudica la situazione della teologia e della ricerca biblica?

        «Anche qui al massimo vi sono singole strisce cromatiche. Pur senza ricorrere ai grandi medievali, considera i teologi della seconda metà del ‘900 come Congar, de Lubac, Chenu, Teilhard de Chardin, von Balthasar, Rahner: avevano tutti una visione d’insieme. Pensa a cosa aveva letto von Balthasar! Prova invece a far parlare oggi un teologo o un biblista della letteratura classica e contemporanea! Io ho avuto la fortuna di aver avuto grandi maestri, tra cui faccio due nomi: in teologia Lonergan e per l’esegesi il mio maestro per eccellenza, Alonso Schöckel, che passava dalla musica alla poesia mostrando che se non conosci Bach o Goethe è impossibile fare bene teologia o interpretare a dovere la Bibbia. Quindi torniamo alla cultura».

        La scuola: io penso che si debba ripartire da lì.

        «Oggi la scuola fornisce istruzione, il che è necessario. Però c’è anche l’educazione. Oggi guai a chi lo dice, ma io lo ricordo lo stesso: la sola istruzione non basta, senza un’educazione di base non si va da nessuna parte. A questo riguardo la cultura deve fare di più, mentre oggi non c’è neppure un accordo preliminare sul concetto di natura umana. Occorre tornare a pensare insieme la natura umana».

        Vorrei chiederle infine della preghiera, della sua fede.

        «Io sono per una concezione della fede che è sostanzialmente quella di Giobbe: cioè il dubbio fecondo, la domanda. Anche Martini era in questa prospettiva. A volte il cielo è quello di Abramo quando sale sul monte con il figlio e i due parlano solo tra loro, “padre mio”, “figlio mio”, senza parlare più con Dio. Io direi che l’esperienza della fede personale va conquistata di continuo, è sempre un itinerario complesso e la preghiera è inquietudine. Una volta incontrai Julien Green, il grande scrittore francese convertito di cui ho letto pressoché tutto, e gli chiesi qual era il nodo d’oro che aveva tenuto insieme la sua fede durante un secolo molto critico come il ‘900. Lui pensò un po’ e poi rispose: “C’è una frase del mio Journal che nessuno ha notato: finché si è inquieti si può stare tranquilli”. È l’inquietudine agostiniana. È il pregare come continuo interrogare oltre e altro, per noi credenti Oltre e Altro (comunque poi si concepisca tale ulteriorità)».

        C’è una frase che desidera lasciare a suggello di questo nostro incontro?

        «Questa della poetessa polacca Szymborska: “Io chiedo perdono alle grandi domande per le piccole risposte che ho dato”. Io credo che nella mia vita ho capito le grandi domande, questo devo riconoscerlo. Come anche tu: noi abbiamo evitato le piccole domande. Ho però la consapevolezza di aver dato piccole risposte. Questa è la mia differenza da Gesù, che invece ha saputo dare una grande risposta. Solo questo è lo scopo del mio libro su di lui: far riprendere in mano i Vangeli, perché lì ci sono le grandi risposte che noi non sappiamo dare[GM2] ».

        Avrei voluto chiedergli molte altre cose, ma conservo in me le domande. E mentre scendo le scale dopo i cordialissimi saluti ripenso alle sue lezioni di quarant’anni fa, di come per tutto l’anno entrava in classe senza un foglio e persino senza la Bibbia ma con un solo mazzo di chiavi tintinnanti mentre camminava su e giù per l’aula spiegando in modo chiaro e avvincente. Quelle lezioni sono ancora incise dentro di me, mi fecero capire cosa significa leggere un testo nelle sue diverse dimensioni e intuire la possibilità di conciliare criticità e fede, interrogativi e principi, dubbi e certezze. Oggi invece sento di aver toccato con mano la stretta relazione tra cultura e spiritualità, che, quando sono autenticamente vissute, forse alla fine addirittura coincidono.

                       Vito Mancuso   Corriere della sera          2 novembre 2021

 

www.corriere.it/sette/attualita/21_novembre_02/ravasi-la-fede-noi-non-c-piu-grande-ateismo-ne-grande-profezia-3c5211cc-3813-11ec-b57d-189900ff8f36.shtml

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF - N. 42, 3 novembre 2021

La luce dentro: un documentario sui figli di genitori detenuti. Vi proponiamo un intenso video di Luciano Toriello, regista de “La Luce Dentro”, che spiega il progetto che ha dedicato ai figli di genitori detenuti: una delicata riflessione sulle esigenze affettive ed educative di questi bambini, ma anche sul desiderio di riscatto e cambiamento.                               www.youtube.com/watch?v=CfPgnaQJI18La Luce Dentro” è stato girato tra le mura della Casa Circondariale di Lucera, ed è realizzato in collaborazione con l’Associazione Lavori in Corso e con la Cooperativa Paidos Onlus, attive sul territorio foggiano con un lavoro quotidiano al fianco dei detenuti e delle loro famiglie. Il documentario è prodotto da Fondazione CON IL SUD e Fondazione Apulia Film Commission nell’ambito del Social Film Fund Con il Sud,                                                    www.socialfilmfundconilsud.it

l’iniziativa che unisce cinema e terzo settore per dare vita a un racconto originale del Sud Italia e dei fenomeni sociali che lo caratterizzano.

Disabili, sostegni economici e lavoro: pessima decisione dell'INPS. Con il messaggio n. 3495 del 14 ottobre 2021, l’INPS ha comunicato che l’assegno mensile di assistenza per persone disabili (con un'invalidità importante, dal 74% al 99%), pari a 287 euro mensili, non potrà più essere erogato se la persona disabile ha una qualsiasi attività lavorativa.

https://servizi2.inps.it/Servizi/CircMessStd/VisualizzaDoc.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_03_11_2021&sVirtualUrl=/messaggi/Messaggio%20numero%203495%20del%2014-10-2021.htm

Tale comunicazione cancella e impedisce la prassi precedente, che consentiva l’erogazione dell’assegno se il reddito personale era inferiore a 4.931 euro all’anno. Numerose associazioni di tutela delle persone disabili hanno già fatto sentire alta la loro protesta. L'analisi del direttore Cisf, Francesco Belletti, su Famiglia Cristiana.

www.famigliacristiana.it/articolo/inps-e-disabilita.aspx?utm_source=

newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_03_11_2021

Sapore di famiglia, il webinar è disponibile sul canale Youtube del cisf. È stata una testimonianza vivace e intensa, quella che Emma Ciccarelli e Pier Marco Trulli hanno offerto durante la diretta Cisf della scorsa settimana, rispondendo alle domande di Orsola Vetri (Famiglia Cristiana) e accompagnati dall'analisi sociologica di Francesco Belletti. Al centro della conversazione il libro di cui sono autori, "Sapore di famiglia", da poco edito da San Paolo.

www.sanpaolostore.it/sapore-di-famiglia-emma-ciccarelli-9788892225916.aspx?Referral=newsletter_cisf_20211103

Avere un progetto di famiglia, costruirlo ogni giorno condividendo le fatiche e i sogni, mantenere uno sguardo intergenerazionale ma anche di relazione con l'esterno; riflettere sul proprio ruolo di "famiglia in uscita", testimoniando la bellezza dell'impegno che si consegna alle nuove generazioni: sono tutti i temi affrontati dagli ospiti, ed è possibile riguardare la registrazione a questo link sul canale YouTube del Cisf .                    www.youtube.com/watch?v=sZjZPXm6Lj4

ICCFR - 67.A conf. INTERNAZIONALE - WEBINAR 2021.         https://iccfr.org/2021-conference-online

Anche quest'anno la consueta conferenza internazionale dell'ICCFR (rete internazionale di esperti sulle relazioni familiari, cui partecipa anche il Cisf)                                                      https://iccfr.org

si dovrà tenere on line (dopo aver progettato per mesi un evento in presenza a Boston, a fine ottobre 2021, poi riservato ai soli statunitensi, per le restrizioni anti-Covid).

Il tema del convegno, ben spiegato dal sottotitolo (Meccanismi di adattamento e risposte innovative da parte dei servizi di sostegno (alle famiglie). Cosa abbiamo imparato dal Covid) riveste grande interesse, e nei tre seminari on line/webinar (8,15 e 22 novembre - vedi gli orari nel programma) ci sarà l'opportunità di ascoltare interventi da Stati Uniti, Hong Kong, Sud Africa, Canada ed Italia. I seminari saranno in lingua inglese, e resteranno accessibili on line SOLO per chi si registrerà (senza costi) sul sito.

https://iccfr.org/online-conference-2021-registration

Novembre negli USA è il "national adoption month". Il National Adoption Month è un'iniziativa del Children's Bureau in collaborazione col Dipartimento federale della Salute e Servizi Sociali

www.childwelfare.gov/topics/adoption/nam

che cerca di aumentare la consapevolezza sui problemi dell'adozione, e attirare l'attenzione sulla necessità di famiglie adottive in particolare per gli adolescenti nel sistema di affidamento degli Stati Uniti (perché gli adolescenti in affido aspettano più a lungo l'adozione e corrono un rischio maggiore di invecchiare senza trovare una famiglia). Secondo le ultime cifre dell'Adoption and Foster Care Analysis and Reporting System (AFCARS)                                                   www.acf.hhs.gov/cb/report/afcars-report-27

sono circa 122mila i bambini e i ragazzi in attesa di adozione negli USA. L'età media è di 8 anni; il 22% di loro sono afro-americani, il 22% ispanici; il 44% caucasici. Solo il 5% dei ragazzi fra i 15 e i 18 anni è stato adottato.

EU/Ricerca sui costi dell'assistenza a lungo termine degli anziani. Il diritto a un'assistenza a lungo termine di qualità a prezzi accessibili è uno dei 20 principi del pilastro dei diritti sociali dell'UE. Il piano d'azione del pilastro europeo dei diritti sociali e il Libro verde sull'invecchiamento evidenziano che si prevede un aumento della domanda di servizi di assistenza in una società che invecchia e l'assistenza informale è una delle prospettive messe sotto la lente da una corposa ricerca dell'Unione Europea

199 pp.  https://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=738&langId=en&pubId=8423&furtherPubs=no

In essa si è cercato di sviluppare una comprensione comune dell'assistenza informale e delle sue caratteristiche chiave. Il secondo obiettivo era stimare il numero di persone che forniscono assistenza informale a lungo termine e analizzarne le caratteristiche. Il terzo obiettivo era stimare i costi associati alla fornitura di assistenza informale a lungo termine per l'individuo e lo Stato, utilizzando diversi concetti di costo.

Pandemia e povertà alimentare: uno studio Actionaid. Sono i minori e le donne i soggetti più esposti alla povertà alimentare. Il lockdown ha aumentato l’insicurezza alimentare per le famiglie, colpendo in particolare coloro che vivevano in condizioni di precarietà. La perdita del lavoro per interi nuclei famigliari dall’inizio della pandemia ha spinto verso la povertà nuove fasce della popolazione a rischio. Solo una piccola parte delle famiglie in stato di bisogno ha ricevuto assistenza tramite i buoni alimentari, la misura di emergenza varata dal Governo e erogata dai Comuni. È questa la fotografia che emerge dal Rapporto “La pandemia che affama l’Italia. Covid-19, povertà alimentare e diritto al cibo.               37 pp.   AA_Report_Poverta_Alimentare_2020.pdf

realizzata da Action Aid con un focus su 300 famiglie residenti a Corsico (Milano) e un'indagine trasversale su 8 comuni del territorio italiano. L’80% di chi richiede aiuto è donna tra i 22 e gli 85 anni, ben il 91% delle donne in età da lavoro è disoccupata. Nei nuclei famigliari sono presenti oltre 186 minori under 16.

La Caritas Roma pubblica la "guida al bilancio familiare". Crescere nella consapevolezza delle scelte economiche e finanziarie al fine di generare coesione familiare anche di fronte ai problemi della vita quotidiana: è questo l’obiettivo della pubblicazione (realizzata dalla Fondazione “Salus Populi Romani” e dalla Caritas di Roma) in occasione della Giornata mondiale del risparmio (che si è celebrata il 31 ottobre). L’opuscolo si intende offrire alle famiglie, ai volontari e più in generale a tutti gli operatori pastorali una guida all’utilizzo del Bilancio familiare richiamandone, in modo particolare, il senso e il significato che può avere per ciascuno e per la comunità tutta. La guida è disponibile anche in formato digitale

FondSalus-CaritasRoma_Bilancio-Familiare_pdf-on-line.pdf

Padova per, il portale con tutti i servizi per la famiglia. "Un luogo virtuale dove poter trovare tutte le informazioni, suddivise in maniera intuitiva e veloce. Uno strumento utile magari alle giovani famiglie, che spesso si devono districare in un mondo di siti, agevolazioni, contributi, enti, senza un’informazione chiara": sono le parole di Marta Nalin, assessore al sociale del comune di Padova, che ha presentato il portale "Padova Per", un sito informativo nato da un lavoro condiviso tra il Comune e il territorio, nell'ambito delle "Alleanze territoriali per la famiglia". Offre informazioni sui servizi sia comunali che degli altri soggetti istituzionali, economici e del terzo settore e notizie sui servizi della città, individuandoli per area di interesse, per tipologia di destinatari o per sede territoriale.                                                     http://padovaper.comune.padova.it

Dalle case editrici

  • Salvatore Biancorrosso – Enza Maria Mortellaro, I passi per costruire il NOI, San Paolo, Cinisello B. 2021, p.160
  • Luisa Marhino Antunes, Le malizie delle donne. Arte e potere della seduzione, Marietti, Bologna 2021, p. 212
  • Giorgio Bertini – Paolo Dalla Vecchia, Nascita di un padre. Esperienze di sostegno alla genitorialità paterna, Gabrielli, Milano 2021, p.176

“Non riesco a pensare ad alcun bisogno dell’infanzia altrettanto forte quanto il bisogno della protezione di un padre”: questa frase di Sigmund Freud apre nell’esergo il testo che Giorgio Bertini, psicoterapeuta, e Paolo Dalla Vecchia, educatore, hanno dedicato ai padri di oggi, esplorandone la complessità attraverso le storie (nella prima parte del libro) e le esperienze di gruppo (nella seconda parte) che hanno dato interessanti risultati. (...)

  • Recensione e presentazioni degli altri volumi                                             newscisf4221_allegatolibri.pdf

Save the date

  • Rassegna (IT) - 4/25 novembre 2021 (inizio ore 20.30). "Follia e dintorni”, rassegna cinematografica sulla cultura della disabilità, proposta dall'Organizzazione di Volontariato Rosa Bianca ODV e sostenuta da Unimore. Quattro proiezioni cinematografiche presso il Teatro La Tenda (viale Molza) di Modena, ingresso libero con prenotazione

www.rosabiancamodena.it/eventi

  • Ciclo di incontri (IT) - 6/27 novembre 2021 (10.00-12.30). "Comunicare con il bambino prima della nascita", ciclo di incontri per futuri genitori organizzato dal Centro delle famiglie e CAV di Aosta. Eventi in presenza con prenotazione obbligatoria

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/percorso-nascita-aosta.jpg.

  • WORKSHOPS (EU) - 15/18 novembre 2021. "EDF Board Meeting", a cura dell'European Disability Forum un ciclo di workshop online dedicati ai diritti nell'Unione Europea, al ruolo dell’ombudsman e alle prospettive di cooperazione internazionale.

www.edf-feph.org/events-slug/edf-board-meeting-workshops-and-committees-october-2021

Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

    Archivio   http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

https://a4e9e4.emailsp.com/f/rnl.aspx/?fgg=wsswt/e-ge=s/fh0=nrw49a1:a=.-4&x=pv&65kac&x=pp&qzb9g6.b9g9h/:i4-7d=ux/_NCLM

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

CHIESA DI TUTTI

Noi Siamo Chiesa” denuncia il peccato collettivo dei vescovi italiani che si rifiutano di istituire una Commissione indipendente sulla pedofilia del clero nel nostro paese

        Dopo Germania e Polonia ora è la Chiesa di Francia di fronte alle conclusioni angoscianti della Commissione Sauvé  sugli abusi del clero pedofilo. In Italia i vescovi resistono  da sempre a seri interventi di conoscenza, di pulizia e di pentimento collettivo. Senza aspettare Il prossimo Sinodo si buttino subito per aria le furbizie e le ipocrisie che servono a rifiutare  di costituire una Commissione indipendente di indagine la cui assenza costituisce un vero e proprio peccato collettivo dei vescovi italiani. La situazione è questa. Dopo gli interventi di papa Francesco sulla pedofilia dei preti qualcosa si è mosso di significativo, almeno in una parte dell’universo cattolico.

        In Germania l’impatto dell’indagine indipendente conclusasi nel settembre del 2018 con quanto di troppo pesante ha rivelato, è stata tale da contribuire in modo determinante a dare il là al percorso sinodale in corso. Tra i fatti recenti di grande importanza è stata la presa di coscienza delle Conferenze episcopali dei paesi dell’Est, in particolare della Polonia, dove, in generale, circolava l’opinione che si trattava di una questione che riguardava altri paesi (la stessa opinione dei vescovi italiani). L’emergere dei fatti  ha dato una sterzata. In settembre per quattro giorni a Varsavia venti conferenze di quei paesi hanno partecipato a un impegnativo incontro sugli abusi sessuali. Promotrice la Conferenza polacca. È emerso, con la partecipazione del Centro sugli abusi della Gregoriana del padre Zollner, un rovesciamento della posizione tradizionale. Si è preso atto di quanto sappiamo dalle situazioni di altri paesi. I vescovi  anche lì per anni si sono preoccupati della credibilità della Chiesa ed hanno volentieri “coperto” le violenze disinteressandosi delle vittime. In pratica si praticava un clericalismo ed un trionfalismo comodi da gestire e difficili da contestare. I fatti già accertati sono tanti (il blog “Il sismografo” ha informato in modo analitico facendo nomi e cognomi). Il Vaticano è intervenuto ripetutamente. L’importante è che, ora, le strutture ecclesiastiche con questo incontro abbiano rotto il clima passivo di prima.

                In Francia nel novembre del 2O18, prendendo esempio dalla vicenda tedesca, i vescovi hanno istituito la Commissione Sauvé (CIASE), composta di 22 membri, del tutto indipendenti, che ha lavorato per due anni e mezzo ed ieri, 5 ottobre 2021 ha reso pubblico il suo rapporto di 2.000 pagine , frutto 6.500 contatti, di 250 vittime ascoltate. Ha constatato (come realtà sottostimata)  216.000 atti di violenza e circa 3.000 vittime, per l’80% maschi dai 10 ai 13 anni. I preti pedofili sarebbero in Francia il 4% (il 4,4% in Germania ed il 4,8% negli Stati Uniti). La commissione è partita dalle vittime rispetto alle quali ha constatato la pesantezza delle conseguenze psicologiche, veri e propri traumi  ancora presenti a distanza anche di molti anni. Il rapporto è molto severo sulle responsabilità dei vescovi, per l’indifferenza verso le vittime, per veri e propri ricatti (“ti indennizzo se però stai zitto”), per il prevalere su tutto da una parte della “sacralizzazione del prete” e dall’altra della logica del sistema da proteggere ad ogni costo, “coprendo” il più possibile gli abusi. Il dramma ha avuto carattere sistemico e si è attenuato solo alla fine degli anni  ’90. Il rapporto, infine, le valutazioni complessive sulla posizione della Chiesa, sostenendo che essa debba riconoscere tutte le responsabilità del passato e che le vittime hanno un vero e proprio diritto a un risarcimento. Si conclude con 45 raccomandazioni. I membri della Commissione hanno anche detto quanto siano stati scioccati personalmente nel venire a contatto con tali racconti e con tali sofferenze prolungatesi nel tempo. Si legga in proposito la straordinaria intervista rilasciata da Marc Sauvé leggibile sul sito de “La Croix”, il quotidiano cattolico francese,

www.la-croix.com/Religion/Jean-Marc-Sauve-Nous-avons-ete-confrontes-mystere-mal-2021-10-05-1201179013

        Al contrario in Italia  i vescovi si rifiutano di fare i conti con la realtà. Dall’inizio degli anni 2000 hanno sostenuto che il fenomeno dei preti pedofili aveva dimensioni ben modeste nel nostro paese, a differenza degli altri. Poi, su pressione dell’emergere delle situazioni a livello internazionale e del Vaticano, hanno scritto tanti lunghi testi (Linee Guida del ’12, ’14 e ’19), hanno inoltre istituto un Servizio nazionale per la tutela dei minori articolato  a livello diocesano e regionale che ha scritto documenti sulla prevenzione e la formazione del clero e del personale impegnato coi giovani. Ora in marzo è stata annunciata per il prossimo 18 novembre 2021 una Giornata nazionale di preghiera di cui non si sa altro. In questi testi l’impegno di denunciare i fatti all’autorità civile è evanescente perché ci si rifà all’art. 4 del Concordato  che nega l’obbligo di denuncia. Ci si limita quindi  a parlare di “collaborazione”. “Noi Siamo Chiesa” ha aspramente e ripetutamente commentato questo tipo di interventi perché hanno al centro il funzionamento del sistema, la volontà di  non pensare al passato e ben poca  preoccupazione concreta  per le vittime. Essi appaiono e sono solo una dimostrazione che si vuole fare qualcosa, al massimo di buona volontà. Ma tutto il resto, che è emerso nelle indagini negli altri paesi e che, con ogni probabilità c’è anche nella nostra Chiesa italiana, resta sommerso. Il rifiuto nei fatti di istituire una Commissione indipendente di indagine è un vero e proprio peccato collettivo dei vescovi della nostra Chiesa. E  quelli, per cui si accertino interventi di “insabbiamento” di abusi, dovrebbero essere destituiti.

Noi siamo chiesa                                    Milano 11 ottobre 2021

https://mailchi.mp/5b05212034fe/comunicato-nsc-6301882?e=926594154a

 

Per la Chiesa un compito ineludibile: rimettersi in discussione

        La ricerca, curata da Roberto Cipriani, sulla fede religiosa degli italiani (di cui c3dem ha già offerto una sintesi), è stata discussa da scrittori e giornalisti nel giorno della sua presentazione. È sembrato emergere un certo scoraggiamento, attutito in parte dalla prospettiva del Sinodo che si è appena aperto per volontà di papa Francesco. Ma bisogna riuscire a far sì che sia un cammino sinodale coraggioso, libero, inclusivo. Una Chiesa non sulla difensiva ma intenzionata a rimettersi in discussione.

        Su cosa puntare l’evidenziatore per andare al di là dei numeri e delle interpretazioni che la corposa ricerca condotta dal prof. Roberto Cipriani e presentata nei giorni scorsi a Roma ha offerto.

https://www.c3dem.it/lincerta-fede-una-ricerca-curata-da-roberto-cipriani

        In altre parole: chi si occupa di alimentare (in tutte le forme possibili) l’appartenenza alla Chiesa (parrocchie, associazioni, frequenza ai riti ecc.) non può che prendere i dati e leggerli in prospettiva. Non è solo un’inchiesta sociologica. È un terreno condiviso e potenzialmente fertile per ricostruire un disegno di Chiesa che vogliamo, che pensiamo: meglio, che speriamo.

        La poderosa ricerca (commissionata dalla Cei nel 2017) ha prodotto due pubblicazioni principali: quella di Franco Garelli, Gente di poca fede. Il sentimento religioso in Italia incerta di Dio (Il Mulino, 2020) fondata su 3.239 questionari (quindi quantitativa), e questa di Roberto Cipriani, L’incerta fede, che rende conto di 164 interviste distribuite in varie località italiane. Lo schema, quindi, è sufficientemente articolato per dire che si riproduce una analisi, ben più ampia di una semplice fotografia, su cosa rappresentino per i credenti cattolici: la vita quotidiana, la felicità e il dolore, la vita e la morte, Dio, la preghiera, papa Francesco (sono questi i capitoli del libro). La ricerca «va oltre i numeri», come scrive mons. Nunzio Galantino nella presentazione; cerca cioè «di scoprire e comunicare l’anima che attraverso quei numeri ci viene incontro, le voci che da quei numeri si levano, la protesta che quei numeri innalzano, il grado di fedeltà che quei numeri rilevano e la gioia dell’appartenenza che quei numeri comunicano».         Ecco, appunto: l’anima e le voci di protesta, di disagio.

        Sul disagio i numeri appaiono chiari: una spiritualità sempre più personalizzata e che tende a fare a meno dell’istituzione religiosa (anche dei momenti comunitari?); una partecipazione alla messa intorno al 22%, e di questi solo un 14,2% (dei 164 intervistati) che fa la comunione. È solo il 35,4% a credere nell’esistenza di un al di là, e ben il 41,4 si mantiene (dando il titolo alla ricerca) incerto, non sapendo cosa dire. Insomma, la pratica religiosa è calata di quasi dieci punti in poco più di vent’anni: dal 31,1% (media accertata nel 1994-95 per la frequenza settimanale) al 22% (dato risultante dall’inchiesta svolta nel 2017). Con il timore che con la pandemia il dato si sia aggravato.

        I dati sono tanti e su un ampio spettro di questioni, anche di una certa attualità. Solo per fare qualche esempio, in tema di distacco tra principi e pratica: sull’eutanasia sono favorevoli il 62,7% degli intervistati; sulla pena di morte sono contrari “molto”  o “abbastanza” il 64,7% (quindi un 35% favorevoli); si ritengono molto o abbastanza “buoni cattolici”, “anche senza seguire le indicazioni del Papa o dei vescovi nel campo della morale sessuale”, il 65% degli intervistati. (Per un’analisi approfondita si possono leggere, per intero, le 164 interviste qualitative che gli autori della ricerca hanno messo a disposizione in una pagina web che ha un titolo certamente molto apprezzabile: “Condividere la scienza: i dati pubblici della ricerca sulla religiosità in Italia”).

www.ciprianiroberto.it/condividere-la-scienza-i-dati-pubblici-della-ricerca

        Risalta, comunque, un aspetto su tutti, che viene sottolineato dallo stesso curatore della ricerca. «Il rapporto con l’istituzione religiosa – osserva Cipriani è l’aspetto più problematico in assoluto, in base ai dati raccolti nelle interviste qualitative. Numerose sono le riflessioni critiche nei confronti di persone, regole, comportamenti, organizzazioni di natura religiosa». Di fatto, il 31,5% è su posizioni contrarie a quelle ufficiali.

        Nel dibattito di presentazione della ricerca, alla presenza di Eraldo Affinati (scrittore), Monica Mondo (giornalista), Corrado Augias (giornalista), mons. Nunzio Galantino (già segretario generale della Cei) e dell’autore Roberto Cipriani, si è cercato di leggere i dati sotto la dicotomia “incoraggiante o scoraggiante”, e ci si è chiesti che cosa essi ci dicono sul futuro della Chiesa e della fede.

        Sono emerse letture diverse, interpretazioni sfumate, a partire dalla introduzione severa di un intellettuale come Corrado Augias che si dichiara “serenamente ateo” e che però vede pericoloso per la nostra società l’evidente indebolimento della forza morale e sociale della Chiesa in questi ultimi anni. A suo avviso, per via dell’individualismo esasperato oggi dominante (coltivato e rafforzato dal progressivo sviluppo della tecnologia della Rete), «la funzione della Chiesa come rete di parrocchie/comunità – ha detto – è ormai venuta meno». E anche la figura di papa Francesco, seppure apprezzata e stimata da molti, non riesce a risollevare l’Istituzione da quella che sembra un’eclisse inarrestabile (il riferimento è al libro di Sabino Acquaviva del 1961, L’eclisse del sacro nella civiltà individuale), sebbene proceda lentamente.

        L’allarme che ha voluto lanciare il docente e scrittore Eraldo Affinati è che «per essere credibili con i giovani, ci vogliono soprattutto adulti credibili e la capacità di mettersi in gioco entrando in quella zona di rischio di cui parla papa Francesco», incarnando, cioè, le parole che si proclamano, andando incontro anche a quella “dimensione ferina” dell’uomo che è presente nella vita quotidiana. Siamo, dice Affinati, in presenza di una rivoluzione antropologica che richiede il coraggio delle scelte.

        La chiesa è “nelle mani di Dio”, ha detto Monica Mondo, come a dire che, in ultima analisi, siamo affidati al suo disegno; ma è anche vero che il Sinodo, voluto da papa Francesco, nelle modalità con cui lo ha voluto, può davvero essere un’occasione cruciale per tutti i credenti (e per gli incerti) per cercare risposte nuove alle tante domande, ai dilemmi, che emergono con forza da questa ricerca.

        A mio giudizio, i dati della ricerca dicono una cosa fondamentale: la Chiesa (tutta e non solo i suoi pastori) si deve mettere in discussione, in maniera aperta e sincera, con coraggio. E questo deve essere il cammino del Sinodo. In questo percorso, difficile e lungo, ma proprio per questo potenzialmente foriero di effetti positivi, potranno essere utili, io credo, due principi fondamentali.

  1. Primo: che sia un percorso sinodale aperto e coraggioso, libero e inclusivo, capace di ascoltare tutte le voci, anche le più dolorose e problematiche, senza la paura di eventuali contrasti e manifestazioni di dissenso, palesi o nascoste che siano. Insomma: di tutto ha bisogno la nostra Chiesa meno che di apparire in difesa, prudente e in contrapposizione ad un mondo “cattivo e nemico”, da cui proteggersi per non inquinare il proprio messaggio salvifico. Vanno considerati, questi momenti di sofferenza, il travaglio di un parto, piuttosto che quelli dell’agonia ultima (…copyright di un vecchio e sempre amato presidente di Ac, Alberto Monticone).
  2. Secondo: che sia un Sinodo capace di generare prospettive, impegni, scelte, opzioni, percorsi, idee, proposte. In una sola parola: visioni. Le discussioni che i fedeli faranno nelle (speriamo tante, tantissime) occasioni di confronto, le istanze che si manifesteranno, non rimangano sulla carta come puro flatus voci, trascritte nei verbali degli incontri, magari anche consegnate al papa perché ne prenda visione, ma – in realtà – non prese in carico per introdurre efficaci cambiamenti nella vita della Chiesa. Sarebbe un’occasione persa per rendere la Chiesa non già più “appetibile” (ché non si tratta di questo), ma più capace di farsi compagna di strada per tutti coloro che sentono – sì – incerto il proprio cammino di fede, ma che proprio non vorrebbero rinunciarvi né ridursi a condurlo da soli.

Vittorio Sammarco, giornalista e scrittore, docente presso l’Università Pontificia Salesiana.

        Commenti

                       Maria Pia Bozzo               6 novembre 2021

        Il timore che ho è che, a meno di un intervento provvidenziale dello Spirito, anche se si trovasse chi è disposto ad ascoltare, non si trovi chi è disposto e capace di parlare., chi oggi parla e segnala difficoltà e problemi sono gruppi di élite abituati a ragionare insieme, ma la maggioranza degli abituali frequentatori delle parrocchie, i pochi rimasti, non sono abituati a ragionare indipendentemente dai preti che conducono la parrocchia, sono disabituati ad assumersi responsabilità di decisioni e alla fin fine pure di pensieri. Eppure c’è una buona capacità operativa, ma sempre sostanzialmente subordinata. Saranno affrontati i due grandi problemi: rapporto clero-laici, rapporto in particolare clero-donne? E quindi la desacralizzazione del clero?

         Vittorio Sammarco risponde: Certo hai ragione Maria Pia: la capacità di parlare con sapienza, garbo e sincerità è sempre più rara. Ma bisogna crederci. Credo che siano la sfiducia e lo scetticismo, che ormai pervade tutti, a compromettere la qualità del dialogo e anche della stessa profezia. Faccio sempre mia le splendide righe finali de Le Città invisibili di Italo Calvino quando il suo Marco Polo, all’obiezione scettica del Gran Khan, convinto che non ci siano bellezze nel mondo, ma solo inferno, risponde: ““L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che già è qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Ecco, i preferisco: con fatica, adottare il secondo modo. Rischioso e faticoso.

                       Giampiero Forcesi          6 novembre 2021

        Ha molto ragione Maria Pia Bozzo. Molti di noi invocano l’ascolto da parte di vescovi e parroci, ma tendiamo a non considerare la probabile scarsa capacità critica e propositiva da parte dei frequentatori abituali delle parrocchie. Credo che sia ancora prevalente, tra i più, la critica al parroco se la messa è troppo lunga, piuttosto che per altro. Ed è difficile pensare che quella larga parte dei parroci che sin qui non hanno saputo o voluto coinvolgere davvero i laici in una partecipazione corresponsabile sappiano o vogliano accettare adesso questa sfida. Se però qualcuno che fin qui non ha provato a farlo lo facesse, cioè riunisse le persone delle messe domenicali per interrogarsi su che cosa è per ciascuno vivere da cristiani, vivere con fede, e lo facesse non una volta, ma come un cammino lungo, penso che qualche breccia si aprirebbe, qualche riflessione meno scontata verrebbe alla luce. E poi, come papa Bergoglio ha detto tante volte, non si tratta di ascoltare solo i frequentatori abituali della parrocchia, ma di aprire spazi di ascolto anche per i tanti che si sono allontanati e per coloro che sono sempre stati fuori ma che forse non si dispiacerebbero di essere invitati a un dialogo. Certo, bisognerebbe che i vescovi si rivolgessero a tutti i parroci, con parole di sincerità, per dire loro che questa è la sfida, grande e bella, che la chiesa sente che è tempo di affrontare: restituire parola, spazio, responsabilità ai credenti e ai forse-credenti, dentro e fuori le parrocchie, quasi come se si volesse cominciare un cammino nuovo, di riscoperta dell’essenziale, di ripensamento delle strade sin qui percorse, di sperimentazione di nuovi modi di fare chiesa e di alimentare e vivere la fede.

by c3dem_admin                    31 Ottobre 2021

www.c3dem.it/per-la-chiesa-un-compito-ineludibile-rimettersi-in-discussione/#comment-40369p

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

CHIESA ITALIANA

Ecco come funziona la rete contro gli abusi

        Sul portale del Servizio nazionale Cei i collegamenti ai primi 100 siti diocesani. Un passo avanti nella struttura che punta alla tutela dei minori nella prospettiva della svolta avviata dalla Chiesa

Ecco come funziona la rete contro gli abusi.                                              https://tutelaminori.chiesacattolica.it

Sono tutti raggruppati in un unico elenco pubblicato sul sito istituzionale del Servizio nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili della Cei e in continuo aggiornamento, i primi cento siti dei Servizi diocesani per la tutela dei minori veicolando maniera sinergica dalle iniziative avviate dalle comunità locali. Un prezioso collegamento che andrà crescendo nelle prossime settimane e che testimonia la volontà della Chiesa italiana di proseguire e ampliare l’impegno su questo fronte delicatissimo e urgente. Tutte le 226 diocesi hanno costituito il proprio servizio diocesano, alcune hanno un centro d’ascolto.

        «Il contrasto agli abusi in ambito ecclesiastico – osserva Emanuela Vinai, coordinatrice del Servizio nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili – è un percorso cresciuto con una evoluzione costante nel tempo. Negli ultimi anni si è avuta una crescita della sensibilizzazione e delle azioni messe in campo per promuovere una cultura adeguata e, soprattutto, per prevenire possibili situazioni non corrette». Prova inequivocabile della scelta di impegno e di trasparenza abbracciata dalla Chiesa in Italia che ha raccolto l’esortazione di Francesco nella lotta agli abusi e si è dotata di strumenti normativi e operativi per un intervento efficace e duraturo. Evidentemente una rete così vasta e articolata non si crea con un colpo di bacchetta magica e neppure facendo tabula rasa dell’esistente, ma è necessario investire tempo e risorse in formazione e informazione. «Senza fondamenta solide – aggiunge la coordinatrice nazionale – nessuna costruzione regge e per essere all’altezza del compito, che rappresenta un impegno autentico che ci sta di fronte e che ci interroga, è necessario mettere in campo laici, sacerdoti, religiosi e religiose che sappiano andare incontro al dolore delle vittime e dei sopravvissuti accogliendoli con competenza e delicatezza». Come ha detto papa Francesco: «Il dolore delle vittime e delle loro famiglie è anche il nostro dolore».

        Tutte le diocesi hanno attivato uffici che si avvalgono di competenze multidisciplinari, secondo le indicazioni delle Linee guida, che non è un testo giuridico ma un documento pastorale che punta alla formazione integrale

        Totale collaborazione con le autorità civili. Un obiettivo che può già contare su competenze adeguate in cui la componente laica e femminile è preponderante. L’aveva già fatto notare qualche tempo fa il l’arcivescovo di Ravenna-Cervia, Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio nazionale Cei tutela minori, a proposito dei componenti delle équipe multidisciplinari: «Oltre la metà sono laici, il resto sacerdoti esperti di diritto canonico o con incarichi nella pastorale familiare o giovanile. Ma ci sono anche delle religiose. Tra i laici sono predominanti le donne, e tutte con una preparazione di ottimo livello. Molte psicologhe, psicoterapeute, esperte di consulenza familiare. Non poche con preparazione giuridica».

        Le linee guida. La buona rivoluzione della Chiesa sul fronte della tutela dei minori è partita oltre due anni fa, con l’approvazione delle linee guida. «Non è esagerato parlare di rivoluzione perché questo testo ha davvero uno sguardo a 360 gradi», fa notare don Gianluca Marchetti, docente di diritto canonico, promotore di giustizia, membro del Consiglio di presidenza del Servizio nazionale contro gli abusi. «E proprio le Linee guida, che qualcuno critica senza conoscere, spiegano che la Chiesa non dovrà più affrontare questo problema in modo legalistico e punitivo, ma con uno sguardo più ampio, pastorale, educativo, accogliente e sinergico. Visto che riguarda tutti, vogliamo rendere corresponsabile l’intera comunità e, nello stesso tempo, secondo lo spirito del Vangelo, offrire un servizio all’intera società».

        L’errore che spesso viene fatto è quello di considerare le Linee guida un testo giuridico, mentre si tratta innanzi tutto di un documento pastorale. Allo stesso modo qualcuno ogni tanto riprende la vecchia questione dell’obbligo di denuncia. «Ma questo obbligo non esiste neppure per la legge civile – spiega il canonista – e poi va smontato il falso mito secondo cui il diritto canonico è una via privilegiata per proteggere preti e vescovi. Tutto falso. Qualsiasi cittadino italiano che sia chierico o laico risponde alla legge italiana e le nostre Linee guida incoraggiano la denuncia».

        Altra confusione sempre più intollerabile è quella tra delitto e peccato. Quando un chierico commette un peccato contro il sesto comandamento violando la libera volontà di un minore, commette evidentemente anche un delitto. «Per la legge civile però – precisa don Marchetti – serve l’oggettività del reato, per la legge della Chiesa si fa riferimento al sesto comandamento che è un concetto molto più ampio. Posso peccare contro il sesto comandamento anche senza commettere un delitto e, se sono sacerdote e se l’oggetto del mio peccato è un minore, il diritto canonico interviene».

        Tanto più che il recente Motu proprio di papa Francesco, che ha riformato il Libro Sesto del Codice di diritto canonico, parla in modo esplicito di reati contro la vita, la libertà, la dignità dell’uomo. Un passaggio di vitale importanza – fa notare l’esperto – perché non riguarda solo chierici e religiosi ma anche i laici che operano nella realtà ecclesiastiche e dimostra come la Chiesa sia pronta a recepire una nuova sensibilità sul fronte della protezione delle vittime.

        L’esperienza di Pisa. Una rinnovata attenzione verso i minori di cui Servizi diocesani e Centri di ascolto sono un esempio palpabile da Nord a Sud. «Il nostro Servizio diocesano opera con un lavoro di équipe. C’è una psicologa, una pedagogista, una responsabile dell’ufficio scuola diocesano, un canonista e una responsabile del Centro di ascolto». Donne poco coinvolte nella lotta agli abusi? «Siamo quattro donne e un uomo. L’unica consacrata sono io, gli altri sono madri e padri di famiglia», osserva suor Tosca Ferrante, religiosa apostolina, psicologa e coordinatrice regionale della Toscana e della diocesi di Pisa del Servizio tutela minori. «Il nostro arcivescovo Giovanni Paolo Benotto – riprende l’esperta – ha dato grande impulso alla formazione e all’informazione. Abbiamo già contattato diverse agenzie educative per incontri non solo sulla pedofilia ma anche sul piano dell’educazione all’affettività secondo il progetto della Chiesa che si prende cura della formazione integrale della persona».

        Per l’autunno sono già stati programmati Open day con la collaborazione di altri uffici diocesani (pastorale giovanile, scuola e catechesi) oltre all’Azione cattolica e agli Scout, in cui saranno invitati educatori e operatori pastorali. Mentre, in collaborazione con l’ufficio famiglia ci si rivolgerà in modo specifico ai genitori. «La scelta – riprende suor Ferrante – è quella di distinguere in modo attento gli interlocutori per poter affrontare in profondità i vari aspetti del problema». Nell’ambito del Servizio tutela minori opera poi il Centro di ascolto che ha una responsabile specifica, una sede riservata e una mail dedicata (tutte le informazioni sul sito della diocesi), con il compito di raccogliere segnalazioni di abusi commessi da sacerdoti e da persone nell’ambito ecclesiale. «Un servizio pastorale che non si sostituisce alla magistratura e alle forze dell’ordine ma – conclude la religiosa-psicologa – ha l’obiettivo di accogliere ed ascoltare le persone, offrendo poi un supporto psicologico, tecnico e giuridico». Tutte le segnalazioni saranno poi presentate al vescovo che deciderà per l’avvio un’indagine previa sul piano canonico, invitando allo stesso tempo la persona coinvolta a rivolgersi, quando è il caso, all’autorità giudiziaria.

        Pedofilia, cosa fare? Tre sussidi per capire. Il Servizio nazionale Cei per la tutela dei minori ha promosso la realizzazione di tre sussidi originali. "Le ferite degli abusi", curato da Anna Deodato, ausiliaria diocesana a Milano, padre Amedeo Cencini, psicologo e psicoterapeuta, e don Gottfried Ugolini, responsabile per la diocesi di Bolzano-Bressanone del Servizio prevenzione e tutela dei minori, risponde a domande molto concrete: dove accade l’abuso? Quali caratteristiche ha? E, soprattutto, quali sono le conseguenze per la vittima? "Buone prassi di prevenzione e tutela dei minori in parrocchia", curato da don Gianluca Marchetti, cancelliere della diocesi di Bergamo, e don Francesco Airoldi, anche lui sacerdote bergamasco, mette in evidenza invece i percorsi virtuosi da realizzare in parrocchia e nei luoghi comunitari. Il terzo sussidio, scritto da padre Cencini e dallo psichiatra Stefano Lassi, psichiatra, "La formazione iniziale in tempo di abusi" e punta a fornire materiale di riflessione, piste e indirizzi, specie sul piano psicopedagogico, per la didattica e la formazione

         I sussidi sono liberamente e gratuitamente scaricabili

https://tutelaminori.chiesacattolica.it/online-i-primi-due-sussidi-del-servizio-nazionale-per-la-tutela-dei-minori

                       allegati

  • Le ferite degli abusi
  • Buone prassi di prevenzione e tutela dei minori in parrocchia
  • Le ferite degli abusi (formato a pagine singola)
  • Buone prassi (formato a pagina singola)

Luciano Moia               Avvenire               29 luglio 2021

www.avvenire.it/chiesa/pagine/ecco-come-funziona-la-rete-contro-gli-abusi

Chi e in base a cosa vengono scelti il referente diocesano e i suoi collaboratori ?

Non sarà da considerarsi come “uno specialista”, anche se ho visto che quelli che sono stati nominati hanno delle competenze particolari. Sono psicologi, consulenti familiari, psichiatri, giuristi, avvocati.

Estratto          www.agensir.it/italia/2020/01/17/tutela-dei-minori-mons-ghizzoni-una-nuova-rete-in-italia-per-un-cambio-di-mentalita-fondamentale

 

Cei. Il 18 novembre sarà la Giornata di preghiera per le vittime di abusi

        La decisione annunciata dal Consiglio permanente. L'arcivescovo Lorenzo Ghizzoni: «Richiesta di perdono e sensibilizzazione del Popolo di Dio riguardo alla tutela dei minori»

ꙭꙭ ꙭꙭ

        La «Giornata» – che sarà celebrata ogni anno il 18 novembre – si inserisce in quella rete di impegni e di iniziative che hanno visto, all’indomani dell’approvazione delle linee guida per il contrasto agli abusi e il sostegno delle vittime (giugno 2019), il consolidarsi di una struttura che conta ormai in tutte le comunità su un referente specifico, su un pool di esperti (psicologi, psicoterapeuti, operatori di pastorale familiare, giuristi) e su uno sportello di ascolto (servizio ancora non presente ovunque), oltre che di un vescovo responsabile in ogni regione ecclesiastica. In questo mosaico che va ormai completandosi, la giornata di preghiera e di sensibilizzazione può diventare un appuntamento per ricordare che la Chiesa italiana, anche sul fronte del contrasto agli abusi e dell’educazione al rispetto e alla promozione dei soggetti più vulnerabili, c’è e intende fare la sua parte fino in fondo, mettendo da parte incertezze e imbarazzi del passato.

        «Vorremmo dare a questa Giornata un significato importante, tutt’altro che formale – sottolinea l’arcivescovo di Ravenna-Cervia, Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio nazionale Cei per la tutela dei minori – e certamente pregheremo per le vittime, chiedendo perdono al Signore per i peccati commessi anche dagli uomini di Chiesa, ma vorremmo anche che questa Giornata fosse un’occasione perché possa crescere la coscienza e la responsabilità del popolo di Dio nei confronti dei ragazzi e degli adolescenti affidati alla nostra custodia. Penso agli oratori, alle parrocchie, agli istituti, ma anche a tutte le altre attività».

        Come nasce questa giornata? Nel 2016 una sopravvissuta agli abusi sessuali aveva presentato una proposta alla Pontificia commissione per la tutela dei minori. L’aveva presentata come aiuto in un processo di guarigione per i sopravvissuti e per aumentare la consapevolezza nella Chiesa. Il Papa aveva approvato e aveva chiesto che ogni conferenza episcopale scegliesse una giornata da dedicare a vittime e sopravvissuti. L’anno successivo, il 21 settembre 2017, papa Francesco era tornato sull’argomento nel discorso ai membri della Pontificia Commissione per la tutela dei minori: «Mi ha riempito di gioia sapere che molte Chiese particolari hanno adottato la vostra raccomandazione per una Giornata di Preghiera e per un dialogo con le vittime e i sopravvissuti di abusi, come pure con i rappresentanti delle organizzazioni delle vittime. Ci hanno raccontato come queste riunioni – aveva proseguito il Papa – siano state un’esperienza profonda di grazia nel mondo intero e sinceramente spero che tutte le Chiese particolari ne beneficino».

        Si usa il termine “sopravvissuti” per indicare coloro che, dopo gli abusi, hanno avuto la forza di reagire e ce l’hanno fatta, mentre “vittime” sono coloro che hanno avuto conseguenze pesanti e definitive. Anche se spesso le due condizioni si sovrappongono, anche se in tempi successivi, e diventa difficile distinguere gli uni dagli altri.

        «Ora la decisione della Cei – prosegue Ghizzoni – che accoglie una proposta del Servizio tutela minori, punta a caratterizzare la giornata sia come richiesta di perdono sia come sensibilizzazione riguardo alla tutela dei minori. Che è infatti la linea con cui opera la nostra rete di referenti diocesani che si sono dedicati alla prevenzione e all’informazione». Come si svolgerà questa Giornata? La data è particolarmente significativa. Quest’anno giovedì 18 novembre precede di due giorni la solennità di Cristo Re, ma la scelta si deve alla concomitanza con una ricorrenza “civile”: la Giornata europea per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale: «Prepareremo certamente alcune indicazioni la preghiera e organizzeremo un evento che possa coinvolgere le comunità e i media.         Potrebbe anche essere l’occasione per la promozione per i sussidi che abbiamo preparato».

Come si ricorderà il Servizio nazionale tutela minori ha finora divulgato tre strumenti di studio e di approfondimento. L’ultimo, pubblicato la scorsa settimana, sulla formazione dei presbiteri. I due precedenti sulle ferite provocate dagli abusi e sulle buone prassi di prevenzione da adottare in parrocchia.

Luciano Moia       Avvenire             26 marzo 2021

www.avvenire.it/chiesa/pagine/abusi-giornata-di-preghiera-per-le-vittime

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

CITTÀ DEL VATICANO

Lo scontro di due tipi di potere nella Chiesa

        Il Centro Studi Biblici (CEBI) di Sergipe (Brasile) ha organizzato dal 25 al 28 ottobre 2021 un ciclo di conferenze sul libro “Chiesa: carisma e potere” a 40 anni dalla sua pubblicazione nel 1981. Il CEBI è un’organizzazione nazionale di gruppi popolari ed ecumenici che studiano in profondità la Bibbia come ispirazione per pratiche innovative all’interno della Chiesa e anche libertarie nella società. Lo scopo era quello di mostrare l’attualità dei temi trattati nel libro, che mettono in relazione la Chiesa con la società e gli attuali modelli di Chiesa. Questo libro è stato perseguito nel 1984 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, con il portare il suo autore, in questo caso io, ad un vero e proprio processo giudiziario. Questo è culminato nel 1985 con una “notifica” e non un decreto di condanna, che vietava la ristampa del libro, e con l’imposizione all’autore di un periodo di “silenzio ossequioso”. In esso non si emette alcuna condanna dottrinale, si dice solo come conclusione: “Questa Congregazione si sente obbligata a dichiarare che le «opzioni» qui analizzate da padre Leonardo Boff sono di natura tale da mettere in «pericolo» la sana dottrina della fede, che questa Congregazione ha il dovere di promuovere e proteggere”.

        Si noti che non si tratta di dottrine (campo dei dogmi) ma di “opzioni” (campo della morale) che possono significare un “pericolo”. Scongiurato questo pericolo, non c’è ragione per non proseguire con le opzioni che erano e continuano ad essere: la centralità dei poveri e della loro liberazione, il potere come servizio e non come centralizzazione e la legittima costituzione di comunità ecclesiali di base, come una reinvenzione della Chiesa negli ambienti popolari (ecclesiogenesi).

        Leggendo l’intero testo del card. Joseph Ratzinger che espone tali “pericoli”, si nota un errore di lettura. Si è letto non “Chiesa: carisma e potere”, ma “Chiesa: carisma o potere”. Questa alternativa non si trova in nessuna pagina del libro, che afferma la legittimità di un potere nella Chiesa insieme al carisma, evidentemente il potere inteso come servizio e non come accumulazione in poche mani. Probabilmente il punto centrale che la Congregazione ha visto come “pericolo” è stato lo scontro tra un modello di Chiesa, società gerarchizzata di potere sacro, e un altro modello di Chiesa, comunità fraterna di uguali con funzioni diverse.

        Il primo modello, dominante, è quello della Chiesa-grande istituzione composta da chierici, portatori del potere sacro, e da laici e laiche senza alcun potere decisionale. Qui sorgono le disuguaglianze, soprattutto nel chiudere le porte del ministero presbiterale alle donne e nell’imporre la legge del celibato obbligatorio a tutto il corpo clericale. L’altro modello è quello della Chiesa-rete-di-comunità, tutti portatori di potere sacro, esercitato attraverso funzioni (carismi) diverse. Entrambi i modelli fanno riferimento al passato della Chiesa; il primo soprattutto al vangelo di Matteo, che dà grande importanza a Pietro (Mt 16,18) e che darà origine alla centralizzazione, detta “cefalizzazione” (tutto è concentrato nella testa). Il secondo si riferisce alle lettere di Paolo, che parlano di una Chiesa comunità di fratelli e sorelle, dotata di molti carismi (funzioni e servizi), specialmente nelle sue Lettere ai Corinzi, ai Romani e agli Efesini. Per Paolo il carisma appartiene alla vita quotidiana e significa semplicemente funzioni o servizi, tutti animati dallo Spirito Santo e da Cristo risorto, capo nella Chiesa e nel cosmo, cosa che implica un decentramento del potere, presente in tutti ed in tutte.

        In sintesi, il fatto storico è il seguente: fino al IV secolo la Chiesa era fondamentalmente una comunità fraterna. Dal momento in cui il cristianesimo fu dichiarato dall’imperatore Costantino (325) “religione lecita”, da Teodosio (391) “religione obbligatoria” per tutti, con la proibizione del paganesimo, giungendo fino all’imperatore Giustiniano (529) che trasformò i precetti cristiani in leggi civili, allora fu creata la Chiesa-grande istituzione. Da una religione perseguitata passò ad essere una religione che perseguitava i pagani. Essendo “religione obbligatoria”, tutti dovevano assumere la fede cristiana, creando una Chiesa di massa non per conversione, ma per obbligo sotto la paura e la minaccia di morte. Con il declino dell’Impero Romano, il vescovo di Roma Leone Magno (440-461) assunse il potere e il titolo di papa (abbreviazione di “pater patrum, padre dei genitori), fino ad allora riservato agli imperatori. Insieme allo stile imperiale furono assunti anche i palazzi, il baculo [pastorale], la stola, il mantello (mozzetta) simbolo del potere monarchico, la porpora e altri simboli imperiali e pagani che persistono fino ai giorni nostri.

        La Chiesa-grande-istituzione non ha superato la prova del potere. In essa si è realizzato ciò che afferma Thomas Hobbes nel “Leviatano” (1615): “Indico, come tendenza generale di tutti gli uomini, un desiderio perpetuo e impaziente di potere e di più potere che cessa solo con la morte; la ragione di ciò risiede nel fatto che il potere non può essere garantito se non cercando ancora più potere” (cap. X). I papi iniziano ad accumulare potere arrivando fino a papa Gregorio VII con il suo “Dictatus Papæ” (Affermazioni di principio del Papa), che proclama il papa come signore assoluto sulla Chiesa e sugli imperatori o re. Non bastava più essere il successore di Pietro. Papa Innocenzo III (†1216) si annunciò come vicario di Cristo e infine Innocenzo IV (†1254) si costituì come rappresentante di Dio. Ancora oggi al papa viene attribuito, secondo il diritto canonico, un potere che sembra appartenere solo a Dio. Il papa è portatore di un potere sacro «supremo, ordinario, pieno, immediato e universale» (§331 codice diritto canonico). A ciò si aggiunse nel 1869 con Papa Pio IX l’infallibilità in materia di fede e di morale. Di più non si poteva arrivare.

        La conseguenza è stata l’emergere di una Chiesa-società piramidale, monarchica, rigida e rigorosa, quella che – come ho potuto farne esperienza da inquisito dottrinalmente - “non dimentica nulla, non perdona nulla ed esige tutto”. In questo modello di Chiesa si verifica quanto affermato dallo psicoanalista C.G. Jung: “Dove prevale il potere non c’è posto per la tenerezza o l'amore”. Gli unici papi che hanno rotto con questa tradizione, gelosa del suo potere sacro e monarchico, sono stati il papa buono Giovanni XXIII ed esplicitamente papa Francesco che nelle sue prime parole ha detto di governare la Chiesa nella carità e non nel potere sacro. Per questo chiede ai pastori la “rivoluzione della tenerezza”.

        Di fronte a questo modello, oggi in profonda crisi strutturale, è emerso un altro modello di Chiesa-rete di comunità fraterne. Nella storia della Chiesa è sempre esistito, soprattutto negli ordini e nelle congregazioni religiose, anche se non è mai riuscito ad essere egemone. Ma ha acquisito densità nell’ampia rete di comunità ecclesiali di base, oggi sparse in tutto l’universo cristiano ed ecumenico. In esse il potere è servizio effettivo, quotidiano e condiviso da tutti, nella misura in cui ciascuno ha il proprio posto nella comunità.

        Ci sono molti servizi e funzioni (carismi): chi prega, chi insegna, chi organizza la liturgia, chi visita i malati, chi lavora con i giovani, tutti alla pari, come dice Paolo (1Cor 7,7; 12, 28-29). C’è una funzione (carisma) singolare che è quella di creare unità e coesione nella comunità facendo convergere tutti i servizi (carismi) per il bene comune: è il servizio di chi presiede la comunità. Come tale, presiede anche l’Eucaristia, non come funzione esclusiva, ma contemporaneamente alle altre. La sua funzione non è quella di concentrare ma di coordinare. Questo modello traduce meglio il messaggio e l’esempio del Gesù storico, che non ha voluto alcun potere e che ha stabilito tutto il potere come servizio e non come dominio (Mt 23,11). Questo modello si presenta come un altro modo di organizzare l’eredità di Gesù, di creare una Chiesa più conforme al suo sogno di essere tutti fratelli e sorelle (Mt 23,8).

        Questo modello comunionale si presenta più adeguato per la vera evangelizzazione, che significa incarnare il messaggio cristiano nelle diverse culture, assimilandone i modi di essere. La Chiesa sarebbe come un immenso tappeto di colori, realizzato con un immenso tessuto di comunità cristiane, diverse nei loro corpi, ma tutte unite nella stessa testimonianza della vita nuova portata da Gesù, morto e risorto. Camminerebbe insieme al processo di globalizzazione che lentamente costruisce la Casa Comune, il mondo necessario, all’interno del quale si trovano i vari mondi culturali (asiatico, africano, latino, indigeno, ecc.). Ci sarà la Chiesa-grande-istituzione, che probabilmente sopravvivrà ma senza l’attuale egemonia, e soprattutto l’immensa rete di comunità cristiane diverse e unite nella stessa testimonianza del Risorto e del suo Spirito, insieme ad altre chiese e comunità spirituali al servizio gli uni degli altri e dell’unica Casa Comune che abbiamo, la Madre Terra.

        Leonardo Boff   Religión Digital (www.religiondigital.com)  Blog dell’autore 01 novembre 2021

Traduzione a cura di Lorenzo Tommaselli

http://ilsismografo.blogspot.com/2021/11/brasile-lo-scontro-di-due-tipi-di.html

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Cammino Sinodale delle chiese in Italia

        Con l’incontro con i referenti chiamati ad animare il Cammino sinodale sul territorio – che si è tenuto online il 28 ottobre 2021  – è entrato nel vivo il primo anno del percorso dedicato all’ascolto. “È tempo di far emergere i frutti che lo Spirito ha seminato nel cuore di tanti, specialmente durante la pandemia”, ha affermato Mons. Erio Castellucci, Arcivescovo Abate di Modena – Nonantola, Vescovo di Carpi e Vice Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ricordando che “non si tratta di aggiungere qualcosa, ma di modellare ciò che già facciamo in maniera sinodale”. Del resto, “non dobbiamo scordare che il Cammino sinodale è un evento dello Spirito, qualcosa di work in progress da costruire insieme”, ha avvertito Mons. Valentino Bulgarelli, Direttore dell’Ufficio Catechistico Nazionale e sottosegretario della CEI, per il quale “si sta facendo la storia della Chiesa che è in Italia”.

        Occorre “capire come camminiamo insieme, raccogliere le esperienze fatte e rileggerle”, ha aggiunto da parte sua padre Giacomo Costa, Direttore di Aggiornamenti Sociali e consultore della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi, evidenziando che il percorso nazionale si innesta in quello del Sinodo universale.

        Proprio per armonizzare i due cammini, sono state elaborate le “Linee metodologiche” che ripercorrono la proposta del Vademecum e sei schede che rappresentano esempi di percorsi pensati per destinatari diversi. Si tratta di tracce, di “provocazioni volte a liberare la creatività e l’intelligenza delle situazioni”, che vogliono “suscitare il protagonismo delle Chiese locali” per “realizzare una consultazione ampia e integrata, raggiungendo tutte le persone con cui condividiamo il cammino della vita”, ha spiegato Giuseppina De Simone, Docente alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale – Sez. San Luigi Napoli. “Ogni scheda – ha annunciato – si compone di una citazione dell’Evangelii Gaudium, della presentazione dei destinatari, delle linee metodologiche da seguire, delle domande che traggono spunto da quelle proposte dal Sinodo universale e che sono state riadattate al contesto italiano”.

        Di fondamentale importanza sarà dunque il lavoro dei referenti del Cammino sinodale che “dovranno essere punti di riferimento per le comunità locali, capaci di collegare, chiarire, lavorare insieme, coinvolgendo e motivando”, ha osservato Pierpaolo Triani, Docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. “Dovranno – ha continuato – saper organizzare, formare e condurre, ma soprattutto ascoltare le difficoltà e saperle raccogliere, senza avere l’ansia di dover ottenere dei risultati”.

        Tutti gli strumenti testuali e video per l’animazione sul territorio saranno disponibili sul sito che cercherà di veicolare “una nuova idea di comunicazione”, ha rilevato Vincenzo Corrado, Direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della CEI. “Puntiamo – ha ribadito – a uno stile di comunicazione integrato, perché la visione ecclesiale non continui a essere letta e interpretata in settori distinti; integrale, perché si è parte di una grande comunità; inclusivo, perché nessuno deve essere escluso dalle comunità”.

Schede:Indicazioni metodologiche          Scheda_AmbientiVita    Scheda_Organismi_partecipazione Scheda_Parrocchie                Scheda UfficiDiocesani                Traccia_AscoltoTutti

↓                         ↓          2 novembre 2021

https://camminosinodale.chiesacattolica.it/entra-nel-vivo-il-cammino-sinodale-delle-chiese-in-italia

https://camminosinodale.chiesacattolica.it/#lefasi

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

CONSULTORI FAMILIARI CATTOLICI

Bergamasca. Una fondazione

  • §  Fondazione Angelo Custode Onlus – Bergamo

Presidente: mons. Vittorio Nozza -Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

  • §  Area formazione, prevenzione, promozione della genitorialità, sviluppo di comunità – Bergamo

Coordinatore: Emilio Majer - Resp. Scientifico: Maria Elisa Cucit - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

  • §  Consultorio Adolescenti e Giovani – Bergamo

Coordinatore: Emilio Majer -  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

  • §  Consultorio Familiare “Costante Scarpellini” – Bergamo

Coordinatore: Antonio Mazzucco - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

  • Consultorio Familiare “Mons. Roberto Amadei” –  .Calusco d’Adda

Coordinatore: Antonio Mazzucco - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

  • §  Consultorio Familiare “S. Gianna Beretta Molla” Clusone

Coordinatore: Emilio Majer --  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

  • Consultorio Familiare “Zelinda” - Trescore Balneario

Coordinatore: Bruno Vedovati - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

  • §  Consultorio Familiare “Basso Sebino” – Villongo

Coordinatore: Bruno Vedovati - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

www.consultoriofamiliarebg.it/contatti

iniziative                                             www.consultoriofamiliarebg.it/eventi

www.consultoriofamiliarebg.it

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

CONSULTORI FAMILIARI UCIPEM

Cremona. Proposte e progetti

Un’attenzione speciale per l’anno Scolastico 2021 – 2022

        Il Consultorio in ogni percorso proposto intende offrire ad alunni, insegnanti e famiglie l’opportunità di riflettere circa il complesso momento storico e sociale che si sta attraversando. L’attenzione è posta all’aspetto emotivo di ciascuno, al fine di condividerlo in modo creativo, trasformativo e collettivo, tenendo presente che le relazioni, fortemente ridisegnate dalla pandemia, hanno caratterizzato il vissuto di ciascuno. Sarà importante fornire spazi guidati da figure esperte per poter riflettere su quanto accaduto. Si offre inoltre sostegno per affrontare gli stati ansiosi diffusi e spesso disfunzionali all’apprendimento degli studenti e al lavoro degli insegnanti. Si offrono occasioni per agevolare il rapporto, la comunicazione e l’alleanza tra scuola e famiglie.

Finalità dei diversi percorsi proposti

        Affiancare e sostenere genitori e insegnanti nel fondamentale compito di educare e di esercitare la propria funzione di riferimento nella crescita. Accompagnare le alunne e gli alunni nella crescita affettiva, relazionale e corporea e nella transizione verso l’età adulta, promuovendo il benessere fisico e relazionale e prevenendo situazioni di disagio, anche dopo l’emergenza sanitaria.

        Promuovere occasioni di confronto e formazione con alunni, insegnanti e famiglie sulle risorse e criticità relazionali che si vivono online ed in presenza considerando anche il distanziamento sociale.

        Offrire ai docenti spazi di confronto e di lettura condivisa delle dinamiche di classe per migliorare il clima affettivo-relazionale nei gruppi di lavoro.

        Promuovere il lavoro di rete tra scuola, famiglia e realtà educative che a vario titolo sono implicate

nell’educazione all’affettività.

Per consultare i progetti dettagliati cliccare sulla riga interessata, salvare il pdf e poi aprirlo con adobe e scorrere sul testo

Progetti Scuola Primaria 2021-2022 Consultorio Ucipem.pdf

Progetti Scuola Secondaria I Grado 2021-2022 Consultorio Ucipem.pdf

Progetti Scuola Secondaria II Grado AFFETTIVITA' 2021-2022 Consultorio Ucipem.pdf

Progetti Scuola Secondaria II Grado RELAZIONALITA' 2021-2022 Consultorio Ucipem.pdf

Progetti Scuola Secondaria II Grado SPUNTI DI BIOETICA 2021-2022 Consultorio Ucipem.pdf

PROPOSTE SCUOLE 2021-2022 Consultorio Ucipem.pdf

Progetto Gruppo di sostegno al ruolo docente '21-'22.pdf

                Il Consultorio dà voce ai pensieri attraverso la web radio: YoUcipem Radio Cremona. On line trovate i podcast ideati e realizzati da ragazzi, ragazze, operatori e adulti che hanno condiviso con noi riflessioni e idee. Buon ascolto!                                                                                                 www.spreaker.com/user/radio_ucipem

www.ucipemcremona.it/archivio_eventi

 

Gruppi di Parola”, incontri per figli di genitori separati all’Ucipem di Cremona

        Nel mese di ottobre 2021 il Consultorio Ucipem di Cremona propone il percorso strutturato del “Gruppo di Parola per figli di genitori separati”. Attivi in tutta Italia, sotto la supervisione dell’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano, i “Gruppi di Parola” (GdP) sono una risorsa per la cura dei legami familiari nella separazione dei genitori. Questi percorsi sono interventi brevi, destinati a bambini e ragazzi con genitori separati o divorziati. L’esperienza di gruppo si articolerà in quattro incontri che si svolgeranno nel mese di ottobre al sabato mattina. I bambini potranno parlare, condividere pensieri ed emozioni attraverso il gioco, il disegno e altre attività, con l’aiuto di professionisti specializzati.

        Il Gruppo di Parola aiuterà i bambini ad esprimere vissuti, pensieri, domande e a trovare modi per dialogare con i genitori e fronteggiare le difficoltà legate ai cambiamenti familiari. Questo percorso coinvolge inoltre anche i genitori: dalla fase di informazione e autorizzazione per i figli, alla partecipazione alla seconda parte dell’incontro conclusivo del gruppo, fino al colloquio di restituzione realizzato a distanza di circa un mese. Il percorso è rivolto a bambini e ragazzi di età compresa tra i 6 e i 12 anni ed è a partecipazione gratuita.                                                 Fonte: TeleRadio Cremona Cittanova

www.diocesidicremona.it/gruppi-di-parola-incontri-per-figli-di-genitori-separati-allucipem-di-cremona-16-09-2021.html

 

Mantova. Etica Salute & Famiglia - anno XXV n°06 - novembre dicembre 2021

  • Salviamo la terra dal degrado                    Armando Savignano, docente bioetica Università Trieste
  • Natalità oggi                                                     Gabrio Zacché, ginecologo, primario emerito
  • Le 8 mosse della resilienza                          Francesca Girelli, psicologa
  • Comunicare è difficile                                   Egidio Faglioni, parroco emerito
  • Si cresce!                                                           Alessandra Venegoni, ostetrica
  • “E il vecchietto dove lo metto …”             Giuseppe Cesa, psicologo, psicoterapeuta
  • Cristina Danielis. Un libro per ricordare

incontri ed esperienze come ostetrica   Chiara Savignano, laurea in legge,scrittrice, giornalista

  • Il post del mese, La vita dopo il parto

www.consultorioucipemmantova.it/consultorio/index.php/pubblicazioni/etica-salute-famiglia/182-etica-salute-famiglia-anno-xxv-n-06-novembre-dicembre

 

Pordenone. Progetto resilienza e servizio di sportello psicologico d'ascolto

        Sta per iniziare un nuovo anno scolastico, le incertezze sono ancora molte ma il Consultorio Noncello continuerà ad offrire alle scuole superiori del territorio il progetto sulla resilienza e il servizio di sportello psicologico d'ascolto, a sostegno soprattutto dei ragazzi.

        L'anno scorso le richieste sono raddoppiate ma siamo comunque riusciti a rispondervi grazie al costante sostegno della Fondazione BCC Pordenonese che crede fortemente nell'importanza di tutelare la salute psicologica delle famiglie. Anche con il riavvio della scuola continuerà a sostenerci pertanto  le rivolgiamo un sentito ringraziamento per la fiducia concessa e per l'immancabile presenza.

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

DALLA NAVATA

XXXII domenica del tempo ordinario (anno B)- -7  novembre 2021

1REe                               17, 16. La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì,                                          secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia.

Salmo                           145, 06. Signore rimane fedele per sempre rende giustizia agli oppressi, dà il pane                               agli affamati. Il Signore libera i prigionieri.

Ebrei                               09. 28. così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di                                    molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro                                         che l’aspettano per la loro salvezza.

Marco                            12,38. Gesù diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che                                amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi                                        nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti».

 

                                       La povera vedova vera maestra di generosità

        In quel tempo, Gesù (...) seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

 

        Una donna senza nome, sola, vedova, povera, è l'ultimo personaggio che Gesù incontra nel vangelo di Marco, l'ultima maestra. Gesù ha sempre mostrato una predilezione particolare per le donne sole. Appartengono alla triade biblica dei senza difesa: vedove, orfani e stranieri. E allora Dio interviene e prende le loro difese: "sono miei!". Una maestra senza parole e senza titoli, sapiente di lacrime e di coraggio, e "se tu ascoltassi una sola volta la lezione del cuore faresti lezione agli eruditi" (Rumi) [Jalāl al-Dīn Muḥammad, teologo musulmano sunnita, e poeta mistico persiano]. Seduto nel locale delle offerte, Gesù osserva: il suo sguardo si è fatto penetrante e affilato come quello dei profeti, come chi ama e ha cura della vita in tutti i suoi dettagli. Vede un gesto da nulla in cui si cela il divino, vede l'assoluto balenare nel dettaglio di due centesimi. Lei ha gettato nel tesoro due spiccioli, ma ha dato più di tutti gli altri. Perché di più di tutti gli altri? Perché le bilance di Dio non sono quantitative, ma qualitative. Le sue bilance non pesano la quantità, ma il cuore. Quella donna non dà qualcosa del suo superfluo, getta tutto, si spende fino in fondo nella sua relazione con Dio, ci mette tutto quello che ha per vivere.

        Non cercate nella vita persone sante, forse le troverete forse no (infatti non sappiamo se la vita morale della donna fosse retta o meno), non cercate persone perfette, cercate piuttosto persone generose, che danno tempo e affetti, quelle dei piccoli gesti con dentro tanto cuore. Non è mai irrisorio o insignificante un gesto di bontà cavato fuori dalla nostra povertà. Affidiamoci ai generosi, non ai perfetti o ai potenti.

        Le parole originarie di Marco sono geniali: gettò nel tesoro intera la sua vita. Quella donna ha messo in circuito nelle vene del mondo molto cuore e l'intero patrimonio della sua vita. E tutto questo circola nell'universo come una energia mite e possente, perché ogni gesto umano compiuto con tutto il cuore ci avvicina all'assoluto di Dio. Ogni atto umano "totale" contiene qualcosa di divino.

        Questa donna ha dato di più. La domanda dell'ultima sera risuonerà con lo stesso verbo: hai dato poco o hai dato molto alla vita? Dove tu passavi, dietro di te, rimaneva più vita o meno vita? I primi posti appartengono a quelli che, in ognuna delle nostre case o città, danno ciò che fa vivere, regalano cuore con gesti piccoli e grandi, gesti di cura, accudimento, attenzione, gentilezza, rivolti ai genitori o ai figli o a sconosciuti. Fossero anche solo due spiccioli di bontà, solo briciole, solo un sorriso o una carezza, chi li compie con tutto il cuore crede nel futuro. La notte comincia con la prima stella, il mondo nuovo con il primo gesto di un piccolo samaritano buono.

                                       P.Ermes Ronchi, osm

www.avvenire.it/rubriche/pagine/la-poveravedovavera-maestradi-generosita

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

DEPRESSIONE

790 milioni di persone soffrono di depressione. I consigli di Papa Francesco per sconfiggerla

        Il Papa, che conosce bene lo stato depressivo in quanto c’è passato lui per primo, si rivolge a chi è stanco, apatico, triste e depresso, anche spiritualmente. È il male di cui, chi ne soffre, meno ne parla: lo nasconde, lo dissimula, lo sminuisce… Perché saremo anche in tempi di #meetoo [movimento femminista] e di sdoganamento di ogni discorso e posizione, ma i disturbi mentali e la depressione a uscire dall’ombra non ce la fanno proprio, perseguitati da quella sballatissima idea strisciante che, in fondo, basta un po’ di “buona volontà” e farsi forza. E invece la forza non basta per niente. Per lo meno non la propria, da sola. E Papa Francesco lo sa. Lo sa perché è il Papa, perché è una persona attenta e sensibile, perché pensare alle persone in difficoltà, quale che siano i motivi, è parte del suo “mestiere”.

        Le parole di Papa Francesco per chi soffre di depressione. E di persone che soffrono di depressione, lo dicono i numeri, ce ne sono oltre 790 milioni: l’11% della popolazione mondiale. Tra questi ci sono anche i casi più gravi, che arrivano al suicidio, quarta causa di morte tra i giovani dai 15 ai 29 anni e che riguarda più di 700 mila persone ogni anno. Numeri terribili sui quali il Covid ha infierito ancora d più, mettendo alla prova l’equilibrio delle persone e, riporta Vatican News: “creando situazioni di angoscia e disperazione, aggravando disturbi mentali gravi come depressione, attacchi di panico e ansia”.

        Ma il Papa sa tutto questo anche perché dalla depressione c’è passato lui per primo – come racconta Renato Farina in un bell’articolo su Libero. Lo si percepisce ascoltando il videomessaggio dell’intenzione di preghiera per il mese di novembre, dedicato, per l’appunto, alle persone che soffrono di tristezza, apatia, stanchezza spirituale…

www.liberoquotidiano.it/news/commenti-e-opinioni/29335432/papa-francesco-depressione-come-si-capisce-terapia.html

        Non esiste una ricetta contro la depressione, ma solo affiancamento medico, vicinanza e preghiera.

        L’invito del Papa è quello di stare loro vicino, non con parole spesso inutili che invitano a “tirarsi su”, ma semplicemente con la propria presenza e la preghiera. “Cerchiamo di stare accanto a chi è esausto – dice Papa Francesco – a chi è disperato, senza speranza, spesso ascoltando semplicemente, in silenzio! Perché non possiamo andare a dire a una persona: “No, la vita non è così. Ascoltami, ti do io la ricetta”. Non c’è ricetta”. Quello che si può fare è suggerire di farsi aiutare da un bravo medico, e pregare ricordando le parole di Gesù: “ Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”.

        Ecco, dunque, l’invito finale: “Preghiamo affinché le persone che soffrono di depressione o di burn-out trovino da tutti un sostegno e una luce che le apra alla vita”.

                       AiBinews            7 novembre 2021

www.aibi.it/ita/venite-a-me-tutti-stanchi-e-oppressi-pensiero-papa-soffre-depressione

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

DIRITTI DEI MINORI

Altri due webinar ed un unico obiettivo: i diritti dei bambini

  • Il metodo ABA per i bambini con disturbi autistici. On Line                ore: 17-19           Costo: 20 euro

16 novembre 2021. Il webinar è rivolto ai genitori e a tutti coloro che a vario titolo vogliono conoscere o approfondire i comportamenti problematici nei bambini e il metodo d’intervento Aba. L’obiettivo è quello di dare ai partecipanti nuove conoscenze e spunti di riflessione per capire i comportamenti problematici dei bambini, approfondire un metodo di intervento utile e come tutti possiamo attivarci in prima persona per creare nuove strategie relazionali per gestirli meglio.

Dott.ssa Rosa Flauto, Pedagogista, formatore per il Family Relationship International School.

www.fondazioneaibi.it/faris/prodotto/metodo-aba-per-bambini-con-disturbo-autistico

  • Incontro informativo sull’affido familiare. On Line                 ore: 21-23           Costo: 10 euro

18 novembre 2021. Chi può fare affido? Che età bisogna avere? Quanto può durare un affido? E che tipologie di affido esistono? Come funziona tutto il procedimento? Se sei un single, una coppia o una famiglia e sei interessata a conoscere e approfondire il tema dell’affido familiare, partecipa al nostro incontro informativo. L’incontro informativo è condotto da una famiglia affidataria di Ai.Bi. – Amici dei Bambini. Avrai modo di conoscere l’accoglienza familiare temporanea grazie alla testimonianza diretta di chi vive quest’esperienza.

www.fondazioneaibi.it/faris/prodotto/webinar-incontro-informativo-sullaffido-familiare-2/

  • I diritti dei minori “fuori famiglia”. On Line                ore: 16-18            Costo: gratuito

19 novembre 2021. In occasione della Giornata Mondiale dei Diritti dei bambini che ricorre in data 20 novembre, FARIS – Family Relationship International School propone un momento di formazione sul tema dei diritti dei minori “fuori famiglia”. Partendo dalla presentazione delle fonti nazionali ed internazionali sui diritti dell’infanzia, verranno approfonditi i principi fondamentali e i diritti dei minori in dettaglio. Un focus particolare verrà fatto sulla protezione dei bambini e degli adolescenti fuori famiglia. Verranno inoltre presentate le strade e le prospettive per una fattiva efficacia dei diritti dei minori. Il webinar si rivolge in particolare agli operatori del sociale che si trovano ad operare in situazioni di tutela e a tutte le persone interessate ad approfondire l’argomento.

L’incontro sarà tenuto dall’Avv. Enrica Dato, dell’Ordine degli Avvocati di Catania.

Per maggiori informazioni ed iscrizioni

www.fondazioneaibi.it/faris/prodotto/diritti-dei-minori-fuori-famigli

  • È sempre attiva anche la sezione dei corsi on demand, acquistabili in qualsiasi momento.

www.fondazioneaibi.it/faris/corsi-on-demand

 

www.aibi.it/ita/faris-week-in-occasione-della-giornata-mondiale-dei-diritti-dei-bambini-il-19-novembre-un-webinar-dedicato-ai-diritti-dei-minori-fuori-famiglia

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

Abusi. Papa: «Dolore e vergogna per gli abusi, la prevenzione deve essere un percorso»

        Conversione, formazione, prevenzione. Papa Francesco indica l’“azione sistematica” che chiunque oggi rivesta responsabilità educative e operi in ambienti con minori - in Chiesa, società e famiglie – deve compiere per “sradicare la cultura di morte di cui è portatrice ogni forma di abuso, sessuale, di coscienza, di potere”. Il Papa usa parole chiare e definitive nel messaggio ai partecipanti al Convegno “Accogliere ed educare in ambienti sicuri. Promuovere child safeguarding al tempo del Covid-19 e oltre”, che si svolge oggi a Roma, nella sede del Dicastero della Comunicazione. “La tutela dei minori sia sempre più concretamente una priorità ordinaria nell’azione educativa della Chiesa; sia promozione di un servizio aperto, affidabile e autorevole, in contrasto fermo ad ogni forma di dominio, di sfregio dell’intimità e di silenzio complice”, dice il Pontefice ai partecipanti all’evento organizzato dalla Comunità Papa Giovanni XXIII con l’Azione Cattolica Italiana e il Centro Sportivo Italiano, in collaborazione con il Centro per la Vittimologia e la Sicurezza dell’Università di Bologna. Ad esso partecipano - in presenza e in remoto - rappresentanti del Parlamento Europeo e Italiano e della Polizia Postale.

        Un evento inedito, dunque, che segna un ulteriore passo nel cammino di collaborazione tra associazioni ecclesiali e laicali contro un male ancora oggi esistente e persistente come quello degli abusi sui minorenni. Il convegno è il frutto di due anni di ascolto, ricerca e formazione, all’interno del progetto “Safe”,↑ iniziativa nazionale co-finanziata dall’Unione Europea, con elevato impatto internazionale, elaborata grazie all’esperienza della Comunità Giovanni XXIII nel trattare con bambini vulnerabili e vittime di abusi, in stretta collaborazione con psicologi, pedagogisti, assistenti sociali, avvocati, accademici.

        È quindi "un lavoro partito ‘dal basso’, come espressione della partecipazione attiva del popolo di Dio al cammino di conversione personale e comunitaria”, come osserva il Papa nel suo messaggio, firmato il 21 ottobre 2021 a San Giovanni in Laterano e letto all'inizio dei lavori. “Un cammino – dice il Vescovo di Roma - che come Chiesa siamo chiamati a compiere tutti insieme, sollecitati dal dolore e dalla vergogna per non essere stati sempre buoni custodi proteggendo i minori che ci venivano affidati nelle nostre attività educative e sociali”.

        Francesco invoca un “processo di conversione” che, a sua volta, richiede con urgenza “una rinnovata formazione di tutti coloro che rivestono responsabilità educative e operano in ambienti con minori, nella Chiesa, nella società, nella famiglia”. “Solo così – afferma -, con un’azione sistematica di alleanza preventiva, sarà possibile sradicare la cultura di morte di cui è portatrice ogni forma di abuso, sessuale, di coscienza, di potere”.

        E “se l’abuso – sottolinea il Papa - è un atto di tradimento della fiducia, che condanna a morte chi lo subisce e genera crepe profonde nel contesto in cui avviene”, la prevenzione dev’essereun percorso permanente di promozione di una sempre rinnovata e certa affidabilità verso la vita e il futuro, su cui i minori devono poter contare”. È un compito che tocca agli adulti, i quali sono chiamati a riscoprire “la vocazione di artigiani dell’educare” e a sforzarsi ad “esservi fedeli”. Nel concreto, spiega il Pontefice, significa “favorire l’espressione dei talenti di coloro che accompagniamo; rispettarne i tempi, la libertà e la dignità; contrastare con ogni mezzo le tentazioni del sedurre e dell’indurre, che solo in apparenza possono facilitare le relazioni con le giovani generazioni”.

        Proprio ai giovani guarda il Papa, in particolare quelli formatisi in questo progetto. Li guarda – dice – “con fiducia e speranza”, perché sono proprio loro a chiedere “un passo deciso di rinnovamento di fronte alle ferite degli abusi riscontrate nei loro coetanei”. Sono “giovani apostoli dei giovani”, afferma Francesco citando un’espressione di Paolo VI: “Il contributo dei giovani sarà prezioso nel riconoscere le situazioni a rischio e nel richiamare con coraggio tutta la comunità alla sua responsabilità nella salvaguardia dei minori, a rivedere il modo di relazionarsi con le giovani generazioni, perché si torni ad assicurare loro la bellezza di incontrarsi, dialogare, giocare e sognare”.

        Da qui un nuovo appello agli adulti che hanno condiviso questo percorso con i ragazzi, anzi, un augurio: “Continuare a essere credibili, vale a dire responsabili nella cura e coerenti nella testimonianza”. “Possano essere promotori e custodi di una rinnovata alleanza educativa tra le generazioni e tra i diversi contesti di crescita dei minori, capaci di stimolare tra loro una connessione generativa e tutelante, soprattutto in questo tempo complesso di pandemia”, chiosa il Papa, esortando le associazioni laicali a “perseverare in questa azione di formazione alla corresponsabilità, al dialogo e alla trasparenza”.

Redazione Internet  Avvenire           4 novembre 2021

www.avvenire.it/papa/pagine/il-papa-sradicare-la-cultura-di-morte-degli-abusi-no-al-silenzio-complice

Messaggio al Convegno “Promuovere child safeguarding al tempo del Covid-19 e oltre”

www.vatican.va/content/francesco/it/messages/pont-messages/2021/documents/20211021-messaggio-child-safeguarding.html

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

NASCITE

Natalità oggi

        Una recente indagine affidata ad una agenzia specializzata, la Sfera Market Research Team, rivolta al desiderio di avere un figlio da parte delle nostre donne, merita una riflessione da parte di noi operatori consultoriali impegnati a favore della famiglia, anche se grandi novità non ne emergono. Da anni abbiamo capito che le donne vivono un desiderio di maternità frustrato da un altro legittimo desiderio, la realizzazione professionale. Il 74% di chi desidera un figlio vuole prima della maternità realizzare un traguardo economico o professionale. Ma si incolpa anche la politica e i media che poco si preoccupano del problema.

        Il desiderio di maternità c’è. Secondo l’indagine il 51% delle italiane tra i 25 e i 45 anni desidera figli e solo il 18% non ne sono interessate. Il desiderio è molto forte nelle donne sotto i 30 anni, sposate e non. Tra chi vuole un figlio ma non lo farà, il 28% non ha nessuno che la aiuti, mentre il 30% dice di non aver tempo. Nel 21% è la donna che non vuole figli mentre il suo compagno sì.

        Quali le ragioni di chi non vuole figli? Contano motivi culturali, sociali ed emotivi. Diventare genitori non è più una scelta per realizzarsi, ma l’inizio di anni di rinunce e responsabilità. Si preferisce vivere il presente e non proiettarsi nel futuro. Si preferisce non andare oltre sé stessi generando nuove vite. È l’espressione di un io fragile e narcisista. Prevalentemente le donne intervistate dichiarano di non avere impulso materno, poi di essere preoccupate per il futuro, il 34% infatti teme che le nuove generazioni avranno una vita peggiore in un mondo sovrappopolato e dal clima malato.

        Per chi vorrebbe un figlio l’ostacolo principale per decidersi è di tipo organizzativo, più che economico. Servono più servizi per i figli piccoli (nidi, potenziamento degli orari scolastici, campi estivi, bonus per baby sitter), un lavoro più flessibile e possibilità di lavorare da casa (come sperimentato nell’emergenza Covid) e misure di tutela sul lavoro per i neogenitori. Bisogna consentire alla donna di essere madre e lavoratrice insieme, se lo desidera.

        Una inchiesta del New York Time su giovani-adulti che non desiderano figli hanno dimostrato che il 58% li ritiene costosi, il 42% perché vorrebbe più tempo libero. Così si punta al figlio unico per prendersene cura nel migliore dei modi e garantirgli, in un mondo competitivo, più opportunità fin dalla culla. È bene conoscere questi risultati per non avere preconcetti che possono limitare il nostro impegno educativo e di accoglienza di fronte alle problematicità di coppia.

Gabrio Zacché, primario emerito di ginecologia      Mantova

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

PARLAMENTO

Una speranza per 2 milioni di malati: è legge il ddl sulle Malattie Rare

Le malattie rare colpiscono 300 milioni di persone nel mondo. Uno su cinque è un bambino

        Il Parlamento ha approvato il disegno di legge sulle malattie rare, che colpiscono in Italia tra gli 80 e i 140 mila minori, compresi diversi bambini “special needs” in attesa di adozione. Era un provvedimento molto atteso, che ha avuto una lunga elaborazione: ora, finalmente, il ddl sulle malattie rare è legge. Certo, mancano i decreti attuativi che chiariranno come si concretizzerà nella pratica il disegno prodotto dal Parlamento, ma già dall’inizio del nuovo anno dovrebbero iniziare a vedersi i primi effetti.

        Il ddl è composto da 16 articoli che – come riporta Agensir – mirano a “garantire l’uniformità dell’erogazione di prestazioni e medicinali; ad aggiornare costantemente l’elenco delle malattie rare e dei livelli essenziali di assistenza; a riordinare e potenziare la ‘Rete nazionale per la prevenzione, la sorveglianza, la diagnosi e la terapia delle malattie rare’; a sostenere la ricerca scientifica; a sensibilizzare l’opinione pubblica assicurando un’informazione tempestiva e corretta.

        Tra le misure è prevista anche un’integrazione del fondo nazionale destinato alla ricerca e alla produzione dei farmaci per le malattie rare, e di un credito d’imposta del 65% per le imprese che si applicano. Uno dei problemi delle malattie rare, infatti, è che, data l’esiguità del numero di malati (per essere definita “rara” una malattia deve avere un’incidenza inferiore alle 5 persone ogni 10 mila) le Case Farmaceutiche non riescono a coprire i costi per lo sviluppo di farmaci mirati, che infatti vengono chiamati “farmaci orfani”. L’incentivo pubblico serve proprio per far sì che la ricerca non si fermi.

        Sempre per quanto riguarda il livello economico, il ddl prevede anche l’istituzione di un “fondo di solidarietà per le persone affette da malattie rare” che ammonta a un milione di euro l’anno ed è destinato a supportare il lavoro di cura e assistenza ai soggetti con una invalidità del 100%.

        Più “operativo” è il provvedimento che prevede la messa a punto di un “piano diagnostico terapeutico assistenziale personalizzato”, che comprende “i trattamenti e i monitoraggi di cui la persona affetta da una malattia rara necessita, garantendo anche un percorso strutturato nella transizione dall’età pediatrica all’età adulta”. All’interno di questo piano, i trattamenti sanitari indicati come essenziali, sono totalmente coperti dal servizio sanitario nazionale.

        Altre disposizioni prevedono, poi, l’istituzione di organismi di controllo e di organizzazione per la definizione delle linee strategiche delle politiche nazionali e regionali in materia, nonché l’approvazione ogni tre anni di un accordo a livello di conferenza Stato – Regioni del “Piano nazionale per le malattie rare”.

        L’approvazione del ddl e i cuoi contenuti sono senza dubbio una buona notizia attesa non solo da tutti i soggetti malati, ma anche dalle loro famiglie presenti e… future. Tanti dei bambini cosiddetti special needs in attea di adozione, infatti, sono affetti da malattie rare: ora, i genitori che li adotteranno, sapranno di poter contare su un aiuto più costante ed efficiente da parte dello Stato, della ricerca e della società tutta.

         Secondo una ricerca MonitoRare riportata da Vita, che alle malattie rare ha dedicato il numero della rivista uscito a marzo 2020, se il 20% dei malati rari sono bambini o ragazzi, significa che “in Italia ci sono dalle 83.500 alle 147 mila persone con una malattia rara che hanno meno di 18 anni”.

AiBinews    6 novembre 2021

www.aibi.it/ita/una-speranza-per-300-milioni-di-malati-e-legge-il-ddl-sulle-malattie-rare/

 

Il sesso come dono, una lettura del ddl Zan

        Forse siamo ancora troppo presi dal dibattito politico, ideologico e parlamentare perché possiamo affrontare con lucida consapevolezza il nodo del contendere. E tuttavia è urgente e necessario muovere in questa prospettiva. Il ddl Zan si apre (o si apriva) con un glossario particolarmente significativo a riguardo, in modo da non generare equivoci linguistici:

  1. per sesso si intende il sesso biologico o anagrafico;
  2. per genere si intende qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso;
  3. per orientamento sessuale si intende l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi;
  4. per identità̀ di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione.

Un abisso. E proprio a proposito della quarta definizione si apre un abisso antropologico, filosofico e teologico fra quanti ritengono che l’identità di genere si debba assumere come criterio legislativo e quanti invece vi si oppongono.

        Una volta stabilito che la violenza va perseguita e costituisce reato soprattutto se perpetrata a danno di chi appartiene a una minoranza o si trova in situazione di fragilità, la questione riguarda l’essere umano, le sue origini e il suo destino. Chi, come il sottoscritto, pensa che il punto d rappresenti una reale e non surrettizia criticità della proposta di legge, muove in una prospettiva di realismo, secondo la quale c’è qualcosa che ci precede e ci seguirà, per cui ad esempio non abbiamo deciso se, come e quando esistere, eppure esistiamo e viviamo e siamo chiamati, qualora non lo fossimo, a riconciliarci con la nostra esistenza. Questo vogliamo dire quando affermiamo che la vita è «dono» da raccogliere e da offrire. E della vita fa parte il «sesso» (punto a delle definizioni). Il sesso è dono! Forse non sempre lo abbiamo insegnato e percepito così nella forma del cattolicesimo convenzionale, ma è difficile sostenere il contrario. Le scelte soggettive e individuali vanno collocate in questo orizzonte di senso della vita e della morte.

        La dignità del «dato». Proprio in questa prospettiva so di non poter «restituire il biglietto d’ingresso nell’esistenza», per dirla con Ivan Karamazov, ovvero di non poter auto sopprimermi, né intervenire su ciò che mi è stato donato. Del resto, perché in campo scientifico siamo sempre più orientati a riconoscere la dignità del «dato» e al contrario intendiamo stravolgere questo primato nell’esistenza concreta?

        Inoltre, quando una teoria è contraddetta dai dati, nelle scienze empiriche bisogna rivedere la teoria, visto che non si può manipolare il dato. In un caso e nell’altro è fondamentale il rispetto della vita delle persone e della loro incolumità, anche se abbracciano una teoria diversa dalla nostra. La fede cristiana non mortifica, ma vivifica, anche se non sempre è stata annunciata e percepita così nel nostro vecchio continente. E proprio per questo sono portato a ritenere che al Senato mercoledì 27 ottobre 2021 non abbia vinto nessuno: non l’amore per la vita e il sesso come dono, in quanto rappresentato anche da gruppi sovranisti e inclini ai respingimenti, non il rispetto delle persone, che avrebbe meritato una legge contro la violenza omofobica tale da salvaguardarne la dignità.

        Il dibattito necessario. In prospettiva andrebbe proseguito un dibattito che auguriamo fecondo sull’umano e il suo destino, così come implicato nelle proposte legislative che chiamano in causa la vita e la sua origine, la morte e il nostro destino, il sesso e la nostra esistenza. L’oltre-uomo non può essere contro l’umano e la partecipazione alla vita divina che, nella visione cristiana, rappresenta il fine da perseguire, di fatto custodisce e avvolge con la sua proposta di senso l’essere umano che, prima di poter scegliere e decidere è offerto e donato come un unicum nel creato e nella società.

        Non si tratta di essere né di destra né di sinistra per comprendere la portata del sesso come dono e la necessità di lavorare perché possiamo riconciliarci con questa, a tratti spaventosa, realtà. È altresì probabile che la visione cristiana in tal senso possa essere condivisa da altre prospettive religiose, ma anche da chi, pur non ritenendosi credente, guarda all’esistenza come dono e promessa e non come a oggetto manipolabile in balia di una tecnica, in cui si esprime la volontà di potenza del nihilismo.

don Pino Lorizio, teologo della Pontificia Università Lateranense     Famiglia Cristiana 29 ottobre 2021.

www.famigliacristiana.it/articolo/don-pino-lorizio-il-sesso-come-dono-una-lettura-del-ddl-zan.aspx

www.settimananews.it/societa/il-sesso-come-dono-una-lettura-del-ddl-zan

 

Il sesso come dono e come compito. In dialogo con Giuseppe Lorizio

        In un breve e interessante commento per SettimanaNews, che si può leggere , Giuseppe Lorizio individua il punto-chiave del dibattito intorno al “decreto Zan” nell’ultima delle definizioni che si trovano all’inizio del decreto. Per utilità riporto cui la serie di 4 definizioni che apre il testo di legge:

«a) per sesso si intende il sesso biologico o anagrafico;

 b) per genere si intende qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso;

 c) per orientamento sessuale si intende l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi;

        d) per identità̀ di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione».

        Di fronte all’ultima di queste definizioni Lorizio dice che “si apre un abisso antropologico, filosofico e teologico fra quanti ritengono che l’identità di genere si debba assumere come criterio legislativo e quanti invece vi si oppongono”. Quale è la argomentazione che sorregge questo dissidio? Lorizio indica in un approccio “realistico” la accettazione di una “precedenza” rispetto all’uomo, che è allo stesso tempo un “dato” e un “dono”. Questa precedenza impedirebbe di poter accettare una “prospettiva di genere” come normativa. Riporto per intero le due frasi in cui Lorizio sintetizza la sua posizione, commentando il punto d) della definizione:

        “Chi, come il sottoscritto, pensa che il punto d) rappresenti una reale e non surrettizia criticità della proposta di legge, muove in una prospettiva di realismo, secondo la quale c’è qualcosa che ci precede e ci seguirà, per cui ad esempio non abbiamo deciso se, come e quando esistere, eppure esistiamo e viviamo e siamo chiamati, qualora non lo fossimo, a riconciliarci con la nostra esistenza.

        Questo vogliamo dire quando affermiamo che la vita è «dono» da raccogliere e da offrire. E della vita fa parte il «sesso» (punto a) delle definizioni). Il sesso è dono! Forse non sempre lo abbiamo insegnato e percepito così nella forma del cattolicesimo convenzionale, ma è difficile sostenere il contrario. Le scelte soggettive e individuali vanno collocate in questo orizzonte di senso della vita e della morte”.

        In queste parole chiare, mi pare emerga una posizione classica, con cui non solo la fede cattolica, ma anche la ragione comune hanno elaborato posizioni importanti di custodia della tradizione e della umanità dell’uomo. Proprio per questa lunga tradizione, Lorizio può dire di non aver esultato per l’esito della votazione del 27 ottobre 2021, dove non ha vinto nessuno: “non l’amore per la vita e il sesso come dono, in quanto rappresentato anche da gruppi sovranisti e inclini ai respingimenti, non il rispetto delle persone, che avrebbe meritato una legge contro la violenza omofobica tale da salvaguardarne la dignità.”

        Penso che questo passaggio “preoccupato” del testo possa aiutare a cogliere una questione ulteriore, che dal testo non trapela, e che forse merita una specifica attenzione. Provo a spiegarla qui di seguito.

        Non solo dati e doni, ma compiti. Il sesso, a ben vedere, non è semplicemente un “dato naturale” che ci caratterizza originariamente, e neppure è solo un “dono” di cui rendere grazie. Il sesso, come ogni altra parte del nostro corpo e della nostra vita, è anche un compito. Questa categoria, che certamente è classica, visto che intorno al sesso abbiamo costruito raffinate dottrine morali, rende molto più complessa la relazione che abbiamo con il sesso, con il corpo e con la vita. Proprio perché siamo “animali che hanno la parola e le mani”, non possiamo mai mettere semplicemente “in asse” il dato e il dono. Tra il dato e il dono vi è il compito, ossia il legame, la lotta, la scienza, la tecnica: vi sono mediazioni tipicamente umane. Nella parola e nelle mani la vita, il corpo e anche il sesso vengono assunti e trasformati. Per l’uomo è così fin dall’origine. Con la parola e con le mani, che l’uomo ha ricevuto da Dio, l’uomo trasforma la vita, il corpo e il sesso e diventa a immagine e somiglianza di Dio. Non come posto o dato, ma come compiuto. Nell’inizio che l’uomo riceve è scritto l’inizio che deve diventare.

        Questa differenza implica che la prospettiva, da Lorizio indicata come “soluzione”, ossia la “riconciliazione” abbia assunto, nel corso dei secoli, volti e forme assai diverse. Certo, da sempre tra dato e dono non vi è stata, per l’uomo, perfetta coincidenza. Ed è giusto ricordare che, per mettere in pari la esperienza, una via classica, mai del tutto esaurita e spesso anche vincente, è stata ed resta la riconciliazione, la accettazione, la resa, la obbedienza. Ma il mondo tardo moderno, correndo il rischio di “voler tutto ridurre sotto il proprio controllo”, e di disobbedire all’infinito, ha scoperto “mediazioni nuove”, in cui le “mani” hanno insegnato qualcosa alla parola. Qui io credo che la tradizione del “compito”, ossia la tradizione etica, ha conosciuto nuove aperture, nuove crisi e nuove opportunità. Provo a fare due esempi.

  1. Due dati/doni classici: essere schiavi ed essere cardiopatici gravi. La storia della ragione comune, e anche della riflessione teologica, ha conosciuto a lungo forme di “riconciliazione” nella vita dei soggetti, che riguardavano la loro condizione “sociale” o “naturale”. Che cosa significava, nel mondo antico o moderno, essere “nati schiavi”? Era un “dato” che poteva certamente essere vissuto come “dono”. E così è stato. Ma da quando l’idea di schiavitù è stata culturalmente esclusa dalla dignità umana, è nata una “riconciliazione diversa”: si sono cambiati i rapporti sociali mediante nuove leggi e si è creato un mondo senza schiavitù (almeno senza schiavitù formale). Non è stato un fenomeno lineare: anche in un tale mondo “nuovo” potevano esserci regole per cui una donna di colore doveva liberare il posto in autobus se sul bus saliva un uomo bianco.
  2. ù La stessa cosa, su un piano diverso, è accaduta per i soggetti cardiopatici gravi. Essi erano chiamati, per lunghissima tradizione, ad assumere il “dato” imbarazzante come un “dono” e se ne facevano una ragione. E potevano riconciliarsi con la loro malattia ed essere capaci di vivere la vita intera come un dono. Ma quando è nata la “possibilità tecnologica” del trapianto di cuore, la relazione tra dato e dono è mutata. C’è stato un compito intermedio, una lotta, una ricerca, una sperimentazione, una “infrazione/sostituzione della natura” che ha aperto spazi di vita, di esperienza e di speranza nuovi e prima inconcepibili.

La legge e il compito, tra dato e dono. Perché ho proposto questi due esempi, che possono anche apparire impertinenti rispetto al tema? Perché in questa relazione tra “dato” e “dono”, che possiamo applicare al sesso, al corpo e alla vita intera, non possiamo leggere ogni passaggio culturale forte, dove entrano nuove parole o nuove tecnologie, solo con la categoria di “abisso antropologico”. Perché è lo stesso uomo/donna ad essere costitutivamente abissale. E la trasformazione della identità sessuale non inizia quando qualcuno pensa di “cambiare sesso”, ma quando la cultura comune non pensa più il sesso come una semplice dotazione per la generazione. Questa “trasformazione della intimità” è un fenomeno che ha ormai 200 anni e che è parallelo ad una diversa comprensione della legge.  Essa non dischiude semplicemente uno sguardo benevolo sul “delirio di un uomo manipolatore”, ma riesce a dare soluzione a questioni nuove, che sono e restano urgenti. Ma qui, appunto, occorre uscire da una visione della legge esclusivamente pedagogica, e aprirsi ad una funzione con cui la legge riconosce una sofferenza nuova e un nuovo diritto. Sarà sempre possibile pensare che una eventuale legge sulla discriminazione sessuale potrebbe favorire il capriccio di chi volesse provare ad essere uomo, essendo donna o donna essendo uomo. Ma questa valutazione è tipica di chi pensa il problema dal di fuori. La tutela di coloro che non si percepiscono sul piano del genere in asse rispetto al loro sesso costituisce una questione vera, una esperienza profonda e dura, rispetto a cui l’abisso antropologico rischia di essere anzitutto quello di chi rischia di intenderla solo come il frutto di una “campagna di stampa” o di una “lobby di potere”.

        Tra il dato naturale e il dono di senso vi è lo spazio aperto e complesso del compito. Questa non è una invenzione moderna. In questo spazio è possibile legiferare bene o male. Ma non credo che si possa semplicemente ridurre il compito al dono o al dato. Questo sarebbe, in sostanza, restare ad una impostazione che, non solo teologicamente, sarebbe troppo dipendente da un mondo che non c’è più. Sia chiaro, ciò non significa affatto che la decisione di un soggetto che “vuole cambiare sesso” (psicologicamente o fisicamente) possa essere collocata immediatamente né nel campo dei diritti soggettivi cui dare tutela diretta, né nel campo dei capricci che meritano solo un rimprovero o una sanzione. Ci sono ordinamenti che non concepiscono neppure l’idea di tutelare queste scelte. Ci sono ordinamenti che le permettono persino ad un minore. Il discernimento resta necessario e prezioso: ma non può essere risolto con il rimando immediato né al dato né al dono. Poiché il sesso non è mai solo “natura” né solo “grazia”, ma cammino storico e passaggio coscienziale, comprensione generazionale del rapporto tra genere e sesso. Questa complessità esige a mio avviso categorie più complesse. Ma non per questo meno urgenti.

www.cittadellaeditrice.com/munera/il-sesso-come-dono-e-come-compito-in-dialogo-con-giuseppe-lorizio

 

Sesso, dono e libertà: il dibattito continua, grazie a Cosimo Scordato

        Un breve ma intenso intervento di Cosimo Scordato, professore emerito di teologia sacramentaria a Palermo, offre ulteriori elementi di valutazione della “questione genere”, con argomentazioni di grande interesse. Il dibattito era iniziato da un articolo di Giuseppe Lorizio, al quale si era aggiunto ieri il mio post: entrambi ↑.

                       “Ogni persona è un genere a sé”                             di Cosimo Scordato

        Riprendendo il tema dell’articolo dei cari Giuseppe Lorizio e Andrea Grillo mi permetto di offrire una ulteriore considerazione.

        Parlare della vita come dono, includendo in essa tutte le componenti della persona, è importante per riconoscere la bellezza di quella gratuità, con la quale Dio ci precede e che dovrebbe ispirare, di conseguenza, le scelte dell’uomo “a sua immagine e somiglianza”. Ma il dono non può essere inteso soltanto come un dato già realizzato perché, nel caso dell’uomo, Dio dona l’uomo a se stesso e quindi coinvolge l’uomo nell’accoglienza nel dono e nella sua interpretazione. La libertà donata all’uomo è parte integrante e costitutiva del dono stesso; pertanto si accoglie il dono realizzandolo in libertà e includendo tutti i tentativi che ne portano alla luce potenzialità ed eventuali ambiguità. Nel caso specifico della sessualità, la persona va prendendo coscienza di ciò che è solo man mano che cresce, man mano che si sviluppa e detta presa di coscienza è esercizio del dono ricevuto. Ebbene, la ricerca della propria identità sessuata può approdare al riconoscimento della coincidenza tra il cosiddetto sesso fisico (maschile, femminile o altro) e il corrispondente genere (maschile, femminile o altro); oppure, potrebbe accadere che l’orientamento sessuale, che va prendendo forma, non fa sperimentare questa coincidenza. Nell’un caso e nell’altro bisogna dare precedenza a due importanti considerazioni.

  1. La prima è che la connotazione sessuata è qualità della persona la quale, appunto, va riconosciuta così come va venendo alla luce della propria identità, connotata come unica e irripetibile. È dono di Dio quella persona così come è e va accolta come una novità di Dio. Essa va accompagnata con grande rispetto nel suo percorso di auto-identificazione, spesso vissuto con tanta drammaticità e incertezza; certamente non è agevole quando nella propria crescita emerge la non coincidenza tra ciò che all’inizio sembra ovvio (il sesso biologico) e ciò che va maturando attraverso il difficile processo di autenticazione; né sarà facile trovare una collocazione all’interno di una società, che si è costruita sulla netta e intoccabile distinzione tra maschile e femminile. Ma la persona non è un’astrazione; essa è la singolarità di ogni essere umano, che viene a consapevolezza di se stesso e di come è concretamente costituito. La comunità deve accompagnare questo percorso di ‘personalizzazione’ con grande cura.
  2. La seconda osservazione è che, dato che la condizione sessuata, quale che sia, è dimensione personale allora la realizzazione della vita affettiva va coltivata in direzione inter-personale puntando a una esperienza autentica di amore. A questo punto è l’amore che dà il sigillo di umanità a ogni relazione, che troverà espressione e concretizzazione anche nella sfera sessuale. A questo punto il dato/dono diventa dono da offrire in direzione dell’ auto-donarsi delle persone, che è il più alto qualificativo della vita.

        Da quanto accennato ci sembra conducente potere affermare che la ricerca dell’identità personale non può non portare al riconoscimento che ogni persona è un genere a sé, la cui unicità (anche sul piano sessuato) non deve fare vergognare perché quella persona è creata da Dio e al mondo c’è n’è una sola! Evidentemente detta considerazione riguarda tutte le persone quanto più avranno vissuto l’approdo, faticoso ed esaltante, alla loro identità sessuata come spazio inalienabile, e l’unico possibile, per incontrare il mondo, la storia ed entrare nella circolarità dell’amore che, appunto perché proviene da Dio, è molto più varia e imprevedibile delle standardizzazioni consuete. A questo punto è compito della riflessione teologica aprire orizzonti nuovi dilatando la via Amoris, quella che Dio percorre verso di noi… anche attraverso di noi, così come siamo e così come andiamo diventando.

Andrea Grillo            blog: Come se non          6 novembre 2021

REPLY

        Ormai siamo oltre a ogni possibile immaginazione. Ciò che mi sconcerta non è tanto la libertà di fare quel che si vuole di se stessi (la libertà è costitutiva fin dalla scelta originaria e originante per il bene o per il male, lo insegna la Genesi e non occorre aver studiato teologia a Palermo per apprenderlo), quanto la pervicacia nell’illusorio (e inutile) tentativo di dare giustificazione teologica (cattolica?) a ciò che è meramente frutto di scelte umane.

Stiamo calmi. I padroni del vapore hanno già deciso la destinazione per questa umanità votata al fallimento. Non serviranno pseudo-maestri per incoraggiare ulteriormente una rotta già decisa.

Matteo Benedetti

 

        Carissimo, grazie per avere ribadito che la presa di coscienza della propria identità personale in tutte le sue componenti è “frutto di scelte umane”; ciò non toglie che si possa inserire detto ‘frutto’ all’interno dell’esperienza del dono di Dio. La dinamica che ci porta al venire a capo di chi siamo e di come siamo non è soltanto un puro accadimento naturalistico ma comprende, pur sullo sfondo di quanto va maturando nei diversi e cangianti orizzonti culturali, anche la percezione di sé maturata da ogni persona. Niente di eccezionale e pertanto lo possiamo affermare… anche da Palermo!

Cosimo Scordato

 

        Un articolo di Galli della Loggia che semplicemente dice che il re e nudo.

https/cercogesu.altervista.org/galli-della-loggia-siamo-in-pieno-pensiero-unico

Giampaolo Centofanti

Il punto di vista fantasma ma soltanto in pubblicodi Ernesto Galli della Loggia

https://drive.google.com/file/d/1IgFfGs4dOarSTSyc3RV5DM9116yIo4z2/view

 

www.cittadellaeditrice.com/munera/sesso-dono-e-liberta-il-dibattito-continua-grazie-a-cosimo-scordato

 

Anziché arroccarsi sullo Zan, meglio un testo che comprenda tutte le discriminazioni

        Una proposta per un provvedimento scritto da specialisti delle diverse branche, per scrivere un testo chiaro, moderno ed europeo. Gli esempi vengono da Gran Bretagna, Francia e Svizzera

        Si considera quasi ovunque che il motivo del rigetto in sede parlamentare del ddl Zan arieggi la discriminazione in materia sessuale. Sennonché, ritenere che quel disegno di legge fosse l’unica difesa degli omosessuali, una difesa priva di alternative legislative, costituisce un notevole equivoco. Quali che siano i reconditi motivi dei difensori o dei detrattori, sarebbe più realistico ricondurre il problema alla qualità di testi legislativi degli ultimi anni. Un testo frutto non solo di un maggior ordine e riflessione, ma soprattutto di una disamina del diritto comparato, nell’ottica della sostituzione dell’attuale arcipelago delle discriminazioni con un testo ordinato (in Gran Bretagna vi è una legge uniforme, in Svizzera è bastata, nel 2020, l’introduzione nel codice penale dell’art. 261 bis) non avrebbe incontrato alcuna opposizione in Parlamento. Ho grande rispetto delle bandiere, ma sono consapevole che non possono essere convertite in testi di legge.

        In Gran Bretagna, nell’Equality Act 2010 troviamo Sex, Gender Reassignment e Sexual Orientation, nella legge francese: sesso, orientamento sessuale o identità di genere vera o supposta, in quella svizzera l’orientamento sessuale. Invece, nel ddl Zan troviamo: sesso, genere, orientamento sessuale e identità di genere, rendendo problematica l’applicazione della norma.

        Il ddl Zan introduce delle modifiche al decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 215, che attua la direttiva 2000/43/CE per la parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica, attribuendo all’Unar (Ufficio nazionale anti discriminazioni razziali) il compito di elaborare con cadenza triennale una strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni per motivi legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere (tralasciando la discriminazione per sesso e disabilità, che pure ricorre nel ddl) anziché ampliare, all’art. 1, i compiti dell’Unar estendendoli alle discriminazioni per l’orientamento sessuale (che però si considera, nella varia pubblicistica, che siano stati ampliati col riferimento, alquanto ambiguo, all’“ambito delle competenze di cui al comma 2”). In Gran Bretagna, ad esempio, vi è l’Equality and Human Rights Commission (Ehrc) creata dall’Equality Act 2006, che riguarda tutte le discriminazioni: se ne è tenuto conto?

        In una normativa che dovrebbe essere onnicomprensiva, si tralascia il D. Lgs. 9 luglio 2003, n. 216, recante attuazione della direttiva 2000/78/CE per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, che riguarda anche le discriminazioni per le tendenze sessuali, e che ha già visto vittoriosa la Rete Lenford nella sentenza della Corte di Giustizia del 23 aprile 2020, in causa C- 507/18, riguardante il caso di un avvocato italiano che alla radio aveva dichiarato che non avrebbe mai assunto un omosessuale, e che era stato condannato. Giova ricordarlo perché la Direttiva 2000/78/CE contiene delle deroghe in materia religiosa che avrebbero potuto evitare le preoccupazioni di parte cattolica ed ebraica e che avrebbero reso più semplice il percorso del ddl Zan. L’art. 4 del ddl Zan prevede che “ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”. Non sarebbe stato più chiaro distinguere la libertà d’espressione dalla diffamazione? Non sarebbe stato più semplice considerare, ad esempio, la parte terza del Public Order Act 1986 britannico? L’idoneità a compiere atti discriminatori e violenti è anfibologica: quando Chapman uccise John Lennon, rimase sulla scena del crimine intento a leggere “Il giovane Holden” di J. D. Salinger (The Catcher in the Rye); dopo che Hinckley sparò a Ronald Reagan, gli trovarono in albergo una copia di quel romanzo. Eppure nessuno se l’è presa con Salinger; la richiamata idoneità al compimento di atti violenti è un criterio complicato. Anziché fare del ddl Zan la linea del Piave, perché non far faticare un’équipe composta non solo di bei nomi, ma anche di specialisti delle diverse branche, onde redigere un testo chiaro, moderno ed europeo, che comprenda tutte le discriminazioni?

Emanuele Calò         Il foglio quotidiano  5 novembre 2021

www.ilfoglio.it/politica/2021/11/05/news/anziche-arroccarsi-sullo-zan-meglio-un-testo-che-comprenda-tutte-le-discriminazioni-3334489

Dopo il ddl Zan. Ex malo bonum?

        Ieri con alcuni amici di Maschile plurale[associazione costituita a Roma nel maggio 2007], provando a scrivere un testo sulla violenza degli uomini contro le donne in vista del prossimo 25 novembre (giornata internazionale contro queste violenze) ci siamo accorti di quante volte tornasse il termine “identità”. Identità di sesso, identità di genere, identità maschile ecc. Qualcuno ha detto di non amare questa parola, per il rischio di derive, appunto “identitarie”, che può evocare. Disamore e sospetto linguistico abbastanza condivisi. Quindi ricerca di altri termini: soggettività, desiderio, sguardo, punto di vista…

                Ciò che non mi è piaciuto in tutta la vicenda che ha portato al voto “tagliola” del Senato è stato precisamente il peso, a partire da certe formulazioni dello stesso testo della norma, dei fattori identitari. Quelli più odiosi – gli applausi dai banchi della destra quando i “no” hanno prevalso – ma anche certe dichiarazioni venute dalla (ex?) maggioranza che sosteneva il provvedimento, del tipo: traditi dal voto segreto, ma siamo noi gli unici e veri difensori dei diritti di omosessuali, trans e delle tante declinazioni della soggettività comprese nel mondo Lgbtqia+.

                Un lettore del La Repubblica ha scritto domenica alla rubrica di Francesco Merlo affermando di vedere “un bicchiere mezzo pieno” nella “penosa vicenda del decreto Zan”. Perché “è stata una delle rare battaglie che restituiscono identità tanto alla sinistra quanto alla destra in modo chiarissimo. Un vero spartiacque, finalmente”. Ma la risposta di Merlo è stata tranchant: “Riempito così il suo bicchiere va subito svuotato: i diritti degli omosessuali non sono né di destra né di sinistra”.

Il giornale “fondato da Eugenio Scalfari” ha ospitato altri interventi. Se la lettera di Renzi pubblicata sabato non era molto credibile nel suo “saggio” lodare il compromesso in politica (per addossare la colpa di tutto al Pd di Letta e ai 5 Stelle), anche la sicurezza magniloquente con cui il senatore Zan ha raccontato – rispondendo a Renzi – che “il ddl Zan”, detto così in terza persona, ha attivato in due anni un “percorso di educazione alla democrazia” per una intera “generazione abituata a percepire il proprio destino lontano dalle istituzioni”, mi è suonata come una nota eccessiva. Credo che Zan avrebbe fatto meglio a ascoltare e riflettere su alcune delle critiche alla sua legge che sono venute da una parte importante del femminismo italiano, e a cercare un dialogo con quel mondo cattolico, e anche liberale, che è preoccupato delle possibili forzature derivanti da una norma che persegue non solo i reati di violenza, insulto, discriminazione, ecc. ma anche l’”istigazione” a commetterli.

        E questo non tanto in omaggio alla logica del “compromesso” – che pure spesso è opportuno – quanto all’interesse più vero delle singole persone che la legge dovrebbe tutelare. Viviamo un tempo di radicale “transizione” – ne parla una densa intervista del filosofo transgender Paul B. Preciado a Chiara Valerio, sull’ultimo numero dell’Espresso – in cui anche la differenza e le differenze che viviamo rispetto ai nostri corpi-mente sessuati mutano la radice di un simbolico millenario.

        La scrittura di una norma dovrebbe saper esprimersi nel linguaggio più comprensibile, condiviso e aperto a un senso comune in continua e sofferta evoluzione. Lo ha scritto – ancora su RepubblicaNatalia Aspesi, augurandosi un cambio di prospettiva, e una “prossima Zan più realistica, più positiva, più approvabile”. Se lo stile delle sue parole, ancora prima dei contenuti, fosse preso in considerazione, allora potrebbe essere vero che, ogni tanto, da una cosa cattiva ne può nascere una buona.

Rubrica di Alberto Leiss       il manifesto       2 novembre 2021

https://ilmanifesto.it/dopo-il-ddl-zan-ex-malo-bonum

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

PATERNITÀ

La semantica della paternità

        Premessa di paternità. Nell’antica Roma la figura del “pater familias” era così determinata nell’ordinamento giuridico e dominante nel tessuto sociale (aveva anche il cosiddetto “ius vitæ ac necis” o “vitæ necisque potestas” [diritto di vita e di morte] sugli altri membri della famiglia) tanto che era diffuso il parricidio (come emerge dagli studi della giurista e storica Eva Cantarella). Oggi, invece, si rischia (o si assiste già ad) una sorta di “parricidio diffuso”, poiché la figura del padre non è delineata né riconosciuta adeguatamente nelle scienze umane, in primo luogo il diritto, e nella quotidianità (dall’essere padre latitante al fare l’amico dei figli, soprattutto nei casi di separazione).

                Fino al decreto legislativo n. 154/2013,           www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2014/01/08/14G00001/sg

l’ultimo riferimento relativo al padre nel codice civile compariva nell’art. 316 comma 3,

www.brocardi.it/codice-civile/libro-primo/titolo-ix/capo-i/art316.html

 in cui si leggeva: “Se sussiste un incombente pericolo di un grave pregiudizio per il figlio, il padre può adottare i provvedimenti urgenti ed indifferibili”. Disposizione che - per quanto anacronistica e opinabile, perché retaggio della famiglia patriarcale cui era improntata la disciplina codicistica prima della riforma del diritto di famiglia del 1975 (legge n. 151 del 19 maggio 1975)   www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1975/05/23/075U0151/sg

dava al padre un ruolo e una differenziazione di ruolo, come può essere quello dello Stato, del paese d’origine, di un presidio. La protezione è insita nella figura del padre perché tale è il significato etimologico, “colui che protegge, sostiene, mantiene la famiglia”. Da “padre” è stata ricavata la parola “paternità” al femminile come “maternità”, perché l’una si realizza con l’altra nella genitorialità. La paternità è una relazione non scontata o connaturale, come può sembrare la maternità. “Non riesco a considerare nessuna necessità nell’infanzia tanto forte come la necessità di protezione del padre” (citazione attribuita a Sigmund Freud che dava molta importanza al ruolo del padre).

                In seguito ai continui rimaneggiamenti legislativi sono stati eliminati tutti i riferimenti normativi alla figura paterna nel codice civile ed è rimasta solo la locuzione “diligenza del buon padre di famiglia” nell’art. 1176 cod. civ.                                  www.brocardi.it/codice-civile/libro-quarto/titolo-i/capo-ii/sezione-i/art1176.html

 relativo all’adempimento delle obbligazioni, rubricato “Diligenza nell’adempimento”, al cui primo comma si legge: “Nell’adempiere l’obbligazione il debitore deve usare la diligenza del buon padre di famiglia”. Corresponsabilmente padri e madri abbiano la medesima diligenza affinché la figura paterna non sia ulteriormente esautorata o derubricata a livello familiare e sociale. Non solo, entrambi i genitori dovrebbero essere richiamati alla diligenza nei confronti dei figli perché, troppo spesso, sono distratti o affranti per altro. Alla paternità, oltre all’art. 1176, si addice anche l’art. 1177, “Obbligazione di custodire”: “L’obbligazione di consegnare una cosa determinata include quella di custodirla fino alla consegna”. Custodia (etimologicamente “coprire, difendere”) richiesta al padre in qualsiasi momento, ma ancor di più nei casi di separazione/divorzio.               www.brocardi.it/codice-civile/libro-quarto/titolo-i/capo-ii/sezione-i/art1177.html

Si può fare riferimento pure all’art. 1178, “Obbligazione generica”: “Quando l’obbligazione ha per oggetto la prestazione di cose determinate soltanto nel genere, il debitore deve prestare cose di qualità non inferiore alla media”.                                           www.brocardi.it/codice-civile/libro-quarto/titolo-i/capo-ii/sezione-i/art1178.html

Traslando il senso della norma dal piano qualitativo a quello quantitativo, la disposizione varrebbe soprattutto nei casi in cui si pretende troppo dai padri per l’assegno di mantenimento o, viceversa, i padri danno meno della media in ogni senso.

                Ada Fonzi, esperta di psicologia dello sviluppo, afferma: “Sono convinta dell’importanza della figura materna a tutti i livelli d’età, ma qui si esagera. Che fine ha fatto il padre? Colui che per la psicologia dovrebbe traghettare il figlio verso il mondo esterno ed essere il depositario dei valori morali e sociali? Perché ha perso quell’autorevolezza che per secoli ha contraddistinto il suo rapporto con la prole? Non ho una spiegazione convincente al riguardo. Non posso fare altro che invitare i padri, soprattutto quelli con figli ancora bambini, a riflettere sull’importanza del loro ruolo, a non abdicarvi. Perché privarsi della gioia di percorrere un pezzo di strada insieme al proprio figlio?”. Essere padre non deve significare solo avere un organo genitale capace di produrre liquido seminale atto al concepimento della vita (secondo alcuni etimologisti “sperma” ha la stessa radice etimologica di “speranza”), ma avere un cuore atto al concetto di vita e all’adempimento della paternità che è un’obbligazione che lega per tutta la vita e che richiede diligenza (etimologicamente “capacità di scegliere, separare”), ovvero che si operi con amore, con cura sollecita e assidua. “Tenerezza” (da “malleabile, che si lascia stendere”) è propria della madre il cui grembo si stende per accogliere il nuovo essere. “Autorità” (da “autore”, “colui che spinge, promotore”) è propria del padre il cui spermatozoo si spinge in avanti per fecondare una nuova vita. I ruoli sono designati già dalla natura (etimologicamente “ruolo” era il “rotolo di carta” su cui si scriveva). In realtà “tenerezza”, secondo un’indagine latinistica dell’etimo, indica le qualità “consustanziali” (distinte, ma identiche nella sostanza affettiva e relazionale) dell’agire materno e paterno nei riguardi del lattante: il contenere e l’abbracciare della madre (verbo “tĕnĕo”, “tenere, tenere in sé”) e il custodire fermo del padre (aggettivo “tĕnax”, “che tiene saldamente”): a dimostrazione dell’unitarietà e univocità della genitorialità nell’incontro tra maternità e paternità. È come se il bambino fosse allattato dalla madre e, poi, dal padre: ognuno lo farà con le proprie modalità, la madre lo farà dal seno e il padre con il biberon (e non indossando una tetta artificiale, come si vede in un film con Robert De Niro). Già nel ’700 lo scrittore e storico francese Abbé Prévost scriveva che “Un cuore di padre è il capolavoro della natura”, perché la figura paterna è quella che “dà il la” alla maternità, alla vita, al concerto della vita (basti guardare anche vari modelli di paternità tra gli animali, a cominciare dall’ippocampo). Si cerchi di capirlo tutti e di contribuire tutti alla costruzione della paternità nell’ambito della genitorialità. La paternità sia diventare padre, essere padre, sentirsi padre, fare il padre con accanto una madre.

                “Mio padre ha poggiato i suoi sogni sulle mie spalle facendomi studiare fotografia” (così Vittorio Storaro, direttore della fotografia). I genitori, ed in particolare i padri, non devono caricare di aspettative i figli né programmare la loro vita, ma trasmettere, alimentare, valorizzare sogni.

                Illuminante un dialogo tra un padre ed una figlia: “Qualcosa di strano o bellissimo? – No, papà! Perché me lo chiedi sempre? – Boh, forse perché desidero che ti accada qualcosa di strano o bellissimo!” (da un film). I figli non devono essere oggetti di desideri, ma soggetti dei desideri dei genitori. In special modo il padre, “colui che protegge, che sostiene, che nutre”, dovrebbe nutrire, sostenere lo spirito, i sogni, la serenità dei figli ed in special modo delle figlie. “Egli [il bambino] ha diritto alla spensieratezza, alla risata, al gioco, ed anche ad un avvenire professionale” (dalla Charte du Bureau International Catholique de l’Enfance, Parigi, giugno 2007). In questo ha un ruolo fondamentale il padre, pilastro della famiglia, di cui la base è la madre e insieme fanno “casa” (dall’origine osca di “famiglia”).

                “Papà? Papà, mi senti? Lo so, non vuoi che io alzi la voce. Non vuoi nemmeno sentirla, la mia voce. Una volta, ricordi, me lo dicesti perfino, che il mio tono ti infastidiva, che ti distraeva dai tuoi pensieri. Me la ricordo fin da quando ero piccola, questa sensazione. Le volte che eri a casa, e io dovevo smettere di giocare, di guardare la televisione, di ascoltare musica. Ricordo gli occhi della mamma, spalancati di terrore, una muta richiesta di comprensione, forse di aiuto. Stai zitta, mi supplicava. Zitta. E io tacevo, per lei e per me, per non sentire sulla pelle il bruciante dolore della tua cinghia, per non dover sperimentare la terribile combinazione della tua faccia priva di espressione, del tuo sguardo vuoto e della sofferenza delle ferite sulla schiena. Mi ascolti, papà? Mi senti?” (lo scrittore Maurizio De Giovanni). La violenza paterna è una delle peggiori, se non la peggiore, perché perpetrata da una delle persone più importanti della e nella vita di ognuno. Violenza in ogni forma: percosse, faccia priva di espressione, sguardo vuoto, mancato ascolto, mancate risposte anche ad un semplice buongiorno, mancanze e assenze. E risulta ancor più deleteria per le figlie, perché incide sulla formazione dell’identità sessuale e sulla futura relazione con l’altro sesso (ingenerando così una sorta di “castrazione psicologica femminile”), soprattutto quando le figlie non possono nemmeno confrontarsi e identificarsi con una figura materna positiva.

                “Papà, mi senti? Lo so che non mi risponderai. Non mi hai mai risposto. Non che ti abbia mai chiesto niente, d’altronde. E che avrei dovuto chiederti? Quali argomenti avevamo in comune? La casa, la mamma. Ma tu tornavi e ti mettevi in poltrona, lo sguardo nel vuoto, gli occhi senza niente dentro. Quegli occhi. Così simili ai miei, così spaventosamente diversi. Una finestra aperta sul nulla, sullo spazio senz’aria che c’è tra le stelle, senza la quiete di un raggio di luce. Il luogo del silenzio erano i tuoi occhi, papà. Un silenzio che infettava anche la mamma, che pure quando tu non c’eri rinasceva, come risvegliandosi in primavera dopo un lungo, inguaribile inverno. Non che fosse allegra; ma almeno il mento non le tremava di terrore come quando tu mi picchiavi, lo sguardo nel lavandino, le mani bianche per la stretta ad asciugare nervosamente un piatto già asciutto. Non parlavo di noi a scuola. Mi vergognavo dell’abissale differenza tra il mio mondo e quello delle compagne, che parlavano dei padri con tenerezza, con fastidio o con simpatia. Che ne ridevano, perfino. Io non avevo niente da ridere” (M. De Giovanni). Ci sono padri che, pur stando con i figli e con le figlie, non riescono a contribuire alla loro crescita armonica, un po’ per incapacità un po’ per mala volontà. “I padri sono pesanti, anche e soprattutto quelli che non ci sono. Più sono assenti e più lasciano segni evidenti, a maggior ragione nelle figlie” (cit.). I padri non siano ladri d’amore, ma quadri di vita d’amore.

                “Senso del padre” e “insieme”: è quello che dovrebbe dare ogni padre ed è quello che dovrebbe poter dire ogni figlio a proposito del padre. È anche questo uno dei significati di “ricerca della paternità”, di cui all’art. 30 comma 4 della nostra Costituzione, che va ben oltre il test del DNA e il riconoscimento della paternità. Così dovrebbe essere ogni paternità: lasciare tracce dei colori dell’amore e dileguare le negatività rinnovando e rinsaldando i valori della vita.

                Promessa di paternità. Nel romanzo dedicato alla madre “Tu che mi ascolti” di Alberto Bevilacqua (uno dei tanti che si è ritrovato a fare da padre a suo padre immaturo) è adombrata la paternità, da quella indesiderata a quella evitata (oggi, anche a causa della precarietà lavorativa): “In me si era fatto ossessivo il pensiero che non ero padre, traumi e contagi materni mi avevano impedito di esserlo. Ne era nata una poesia. Fra le mie che considero più belle. L’avevo dedicata al figlio che non avevo avuto… La tenevo in vista sul mio tavolo di lavoro. Andavo a rileggerla per provarne una pietà tutta mia, per farmi del male. Un giorno, il foglio con la poesia scomparve. Quei versi a cui avevo dato il titolo Figlio evitato”. Quella paternità tanto contesa, soprattutto se naturale, a cui è dedicato l’art. 30 comma 4 della Costituzione dove si parla di “ricerca della paternità” non solo nel senso civilistico di riconoscimento, ma estensivamente pure nel senso psicologico e sociale. Anzi, essendo comprovato che l’uomo sente più tardi la paternità rispetto alla donna nei confronti della maternità e data la rilevanza filosofica e socio-psicologica del vocabolo “ricerca”, si può risemantizzare la locuzione “ricerca della paternità”. La si può intendere specialmente come maturazione interiore di capacità, da parte di chi è padre o si accinge a diventarlo, di gestire la propria emotività, di aprirsi a qualcosa di nuovo, di stabilire una relazione senza difese, di impegnarsi responsabilmente. Non sono forse questi gli atti fondamentali di un uomo che intende svolgere un ruolo paterno, che è disposto a prendersi cura di persone che gli vengono affidate? La paternità è una vera prova di maturità, che l’uomo deve superare per diventare adulto, per lasciarsi alle spalle il proprio passato e per imparare a diventare veramente padre. Essere padre significa essere punto di riferimento all’interno della famiglia e fuori di essa; così ha senso pure l’attribuzione del solo cognome paterno ai figli, anche ai fini dell’unità familiare (art. 29 comma 2 Cost.). Non a caso il Costituente ha usato il termine “Patria”, che deriva dal latino pater (padre), nell’art. 52 Cost. che è quello relativo alla difesa dello Stato, mentre nel codice civile è rimasta solo l’espressione “buon padre di famiglia”.

                Una delle prime leggi speciali che ha valorizzato il ruolo del padre accanto a quello della madre è stata la legge 29 luglio 1975, n. 405 “Istituzione dei consultori familiari”, il cui art. 1 alla lettera a) così recita: “L’assistenza psicologica e sociale per la preparazione alla maternità ed alla paternità responsabile e per i problemi della coppia e della famiglia, anche in ordine alla problematica minorile”. La legge indica chiaramente il percorso: la maternità e la paternità si inseriscono e si vivono all’interno della coppia e della famiglia, ovvero la legge evidenzia quella relazionalità, inter-relazionalità e problematicità che caratterizza la genitorialità e la famiglia e di cui gli adulti dovrebbero prendere consapevolezza (per non cedere alla prima difficoltà o al primo conflitto). Una maternità ed una paternità responsabile (da notare che la legge usa l’aggettivo al singolare, proprio per sottolineare che la responsabilità è comune) non considerano solo il “tu”, il figlio che avrà o ha dinanzi, ma comporta il riconoscimento del “terzo”, cioè di ogni altro membro della società, familiare prima ed extrafamiliare poi, di cui si deve tener e a cui dar conto con la funzione educativa (responsabilità endofamiliare ed esofamiliare in senso lato). Tra padre e madre non vi deve essere separazione di ruoli, ma definizione dei ruoli, in altre parole padre e madre devono essere portatori delle proprie caratteristiche, anche del sistema familiare d’origine, per un’educazione completa. Purtroppo si sta assistendo ad una confusione o sovrapposizione di ruoli per cui si parla di matrizzazione dei padri o patrizzazione delle madri, precisando che non è “mammo” (espressione da evitare perché ha un’evidente accezione spregiativa) chi aiuta nelle faccende domestiche, ma chi si relaziona al figlio in maniera iperprotettiva e, pertanto, non adeguata. La genitorialità, proprio perché tale, richiede entrambi i ruoli, al fine di garantire un armonioso rapporto dei bambini con chi ha dato o dà loro la vita, altresì ai fini di un’adeguata educazione sessuale o di quella che oggi è chiamata educazione alla differenza. I due genitori sono come gli “institori” (artt. 2203 e ss. cod. civ.) della stessa impresa.

www.brocardi.it/codice-civile/libro-quinto/titolo-ii/capo-iii/sezione-iii/art2203.html

                Si parla generalmente di “bigenitorialità” presenza di entrambi i genitori, o meglio ancora di “cogenitorialità”, sublimazione della bigenitorialità poiché non ci si riferisce ai due genitori nella loro singolarità ma ci si riferisce alla coppia genitoriale, che dovrebbe rimanere tale anche in caso di rottura della coppia coniugale; la genitorialità, comunque la si voglia intendere e in ogni caso basata sulla condivisione e corresponsabilità soprattutto educativa nei confronti dei figli, non deve essere rivendicata dai padri solo quando è negata in caso di separazione o divorzio (in cui frequentemente si verifica il cosiddetto mobbing genitoriale; c’è chi preferisce parlare della tanto discussa “sindrome da alienazione parentale”) ma cercata e costruita ogni giorno a cominciare dai momenti di convivialità. Quotidianità e convivialità utili anche per l’educazione alimentare, da non trascurare e da non delegare alla scuola o ad altri soggetti (in primis i nonni) visto l’aumento dei disturbi del comportamento alimentare, che nascono proprio in seno alle relazioni familiari disfunzionali. In particolare, le ragazze possono manifestare questi disturbi a causa di rapporti controversi con la figura paterna, sulla cui incidenza nei disordini alimentari solo nell’ultimo decennio la psicopatologia si è soffermata, in quanto in passato il rapporto col padre era sottovalutato in tal senso ed era considerato, nell’ambito di tutto il sistema familiare, un elemento del sottosistema genitoriale o di quello coniugale e non nella sua singolarità. Si rende necessario perciò “Realizzare formazione specifica per operatori e operatrici dei servizi, insegnanti e genitori su intelligenza emotiva, competenze trasversali e disturbi nella gestione delle emozioni (alexitimia)” (dalle “Linee guida sull’infanzia e l’adolescenza”, a cura dell’AICS, Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, 2021).

www.aics.gov.it/2021/65221/

www.aics.gov.it/wp-content/uploads/2021/02/Linee_Guida_Infanzia_e_Adolescenza.pdf

Margherita Marzario             Altalex                 24 ottobre 2021

www.altalex.com/documents/news/2021/10/24/semantica-paternita

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

PENSIONI

Pensioni “a quota 102”, ma chi fa figli o li adotta ancora prima

        Sono giorno piuttosto frenetici dalle parti di Palazzo Chigi, come sempre, d’altra parte, quando c’è una Legge di Bilancio da impostare. Ormai le decisioni paiono essere in dirittura d’arrivo, con il Consiglio dei Ministri riunito per varare una manovra da oltre 23 miliardi. Tra i tanti temi sul piatto, a focalizzare le maggiori discussioni è il tema pensioni. La famosa “quota 100” era una misura temporanea e, come ormai ampiamento noto, il Governo non la rinnoverà, nonostante l’opposizione dei sindacati. La soluzione di compromesso individuata è “quota 102”, primo step di una tabella di marcia che mira riequilibrare un sistema pensionistico economicamente ormai molto difficile da sostenere.

        Secondo le nuove disposizioni, si andrà in pensione a 64 anni di età e 38 di contributi versati, anche se è previsto uno “scivolo” da 600 milioni per anticipare la pensione a 62 anni per i dipendenti delle piccole e medie imprese in crisi. Confermata, invece, la cosiddetta “opzione donna“, che permette alle lavoratrici di andare in pensione a 60 anni e con 35 anni di contributi versati.

        Una opzione che vale per tutte le donne, senza distinzione alcuna. Non è stata quindi recepita la proposta di Carlo Cottarelli, economista e direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano, che in un tweet aveva lanciato l’idea, vista la denatalità in crescita costante, di “premiare” chi fa figli con la possibilità di andare in pensione prima. Un’idea che aveva sollevato immediate discussioni ma che, se non altro, è servita a riportare ancora una volta l’attenzione sugli incentivi alla natalità, problema annoso che, se non risolto, diventerà un problema anche in ottica pensioni, visto che ci saranno sempre meno giovani pronti a lavorare per pagare le pensioni del futuro

Ai.Bi news  29 ottobre 2021

www.aibi.it/ita/pensioni-quota-102-chi-fa-figli-o-adotta-premiato-andando-prima

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

PERSONE DEL CONCILIO

Ricordando Bori: diritti umani e consenso etico fra culture

        A nove anni di distanza dalla morte di Pier Cesare Bori, avvenuta il 4 novembre 2012, rimeditare il suo fertile lascito appare più che mai importante per tentare ciò che, in linguaggio confuciano, si chiamerebbe una rettificazione dei nomi, ossia una restituzione di senso e di pregnanza alle parole, una responsabile attenzione alla loro possibilità di incidere nei problematici scenari del nostro confuso presente, che sembra così propenso a svuotarle, a sprecarle, a consumarle, o a snaturarle in retoriche aggressive.

    Impossibile riassumere in poche righe la poliedrica versatilità di interessi di questa eccezionale figura di maestro, di cui offre un’efficace rappresentazione, ad esempio, una bella nota biografica di Dino Buzzetti nel volume collettaneo in suo onore In the image of God. Foundations and objections within the discourse on human dignity (2010).

        Per molti anni docente di Storia del cristianesimo, Filosofia morale e Diritti umani alla facoltà di Scienze politiche dell’Alma Mater Studiorum di Bologna, e poco prima della scomparsa divenuto titolare della cattedra UNESCO per il pluralismo religioso e la pace, Bori condivideva il seminario di letture da lui fondato con i carcerati della Dozza di Bologna, e avvicinando distanti orizzonti di linguaggio e di pensiero esplorava in profondità fonti molteplici, d’Occidente e d’Oriente – da Gregorio Nisseno a Simone Weil, da Tolstoj al Laozi, da Pico a Freud, da George Fox a Ibn Tufayl ai testi buddhisti, solo per citarne alcune – alimentandovi un peculiare stile di pensiero, prossimo alle tradizioni sapienziali a lui care, come attestano, fra l’altro, gli scritti raccolti nella sezione a lui dedicata della rivista Inchiesta

www.inchiestaonline.it/culture-e-religioni/enrico-peyretti-profezia-e-sapienza-negli-scritti-di-pier-cesare-bor

www.inchiestaonline.it/culture-e-religioni/enrico-peyretti-in-ricordo-di-pier-cesare-bori-uno-scambio-di-lettere

www.inchiestaonline.it/editoriali/enrico-peyretti-il-4-novembre-e-lottavo-anniversario-della-morte-di-pier-cesare-bori

4 pagine        www.inchiestaonline.it/category/dossier/pier-cesare-bori-e-la-rivista-inchiesta

        La sua straordinaria esperienza, intellettuale ed esistenziale, è stata da lui stesso compendiata in Incipit. Cinquant’anni cinquanta libri (2005) e nell’intensa autobiografia CV 1937-2012 (2012), scritta alla vigilia e nella lucida consapevolezza della propria fine. Nelle prime pagine di questo curriculum sui generis che è anche una sorta di testamento spirituale, significativamente compaiono due dense parole, evocate in riferimento all’edizione cinese della Oratio de hominis dignitate di Pico promossa da Bori, e realizzata nel 2010 in collaborazione fra la Fondazione Scienze Religiose di Bologna e l’Università Beida di Pechino:

www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&ved=2ahUKEwj-sPyq05_0AhUIhv0HHUROBN8QFnoECAQQAQ&url=https%3A%2F%2Fmcbertarelli.files.wordpress.com%2F2012%2F10%2Fpico-della-mirandola1.pdf&usg=AOvVaw0hvuI4RXGRWGjXJ3e7ZsfB

        Vorrei tanto che il tema della concordia, hé 和, armonia/natura umana 性 xìng trovasse spazio in una riflessione comune. La sua speciale attenzione per queste due dense parole che ci trasmette la Cina antica, così significativamente ribadita nei giorni estremi della sua esistenza, era iniziata sin dagli anni Ottanta, nell’ambito di un’approfondita riflessione sul tema dei diritti umani, che si accompagnava a un concreto impegno con Amnesty International.

        Rifiutandosi di circoscrivere la questione a un ambito meramente giuridico, Bori avvertiva l’esigenza di un più profondo confronto sul piano dei fondamenti e delle motivazioni, capace di impostarne una formulazione transculturale e di instaurare un rapporto fra tradizioni antiche e moderno linguaggio dei diritti. Questa ricerca sfocia in Per un consenso etico tra culture (1991), che individua nel tema della compassione una risorsa essenziale e che, sfatando il luogo comune secondo il quale la Dichiarazione del 1948 sarebbe frutto di un’elaborazione meramente eurocentrica, ne pone in luce l’intrinseca dialettica interculturale: L’universalità dei diritti dell’uomo non suppone una concezione definita e costante della natura umana, ma piuttosto una idea di natura come attitudine tendenzialmente universale a partecipare al bisogno e alla sofferenza dell’altro.

        In particolare, in base ai documenti delle discussioni preparatorie della Dichiarazione, Bori pone in rilievo un aspetto generalmente ignorato: è 仁 ren, il «senso dell’umanità» confuciano a tradursi nel termine «coscienza». Come spiegò il delegato cinese Peng Chun Chang (Zhang Pengchun) che ne propose l’introduzione, si tratta del senso profondo della reciprocità, del «sentimento che esistono gli altri esseri umani», ossia della consapevolezza del vincolo solidale e fraterno che li lega indissolubilmente, e che si deve tradurre in comportamenti a essa conformi, in termini di sollecitudine verso ciascuno e di assunzione di responsabilità verso l’intera comunità umana.

        La nozione di diritti umani, dunque, si radica in una peculiare idea di concordia come umana religio: una direttrice che continuerà ad attraversare la riflessione di Bori negli anni seguenti, concretandosi nel suo lavoro su Pico e sull’Oratio de hominis dignitate – di cui egli, come s’è già ricordato, ha fra l’altro promosso la traduzione in cinese e in arabo (2010) – e nella sua ricerca sul tema dell’Imago Dei, intorno alla quale ha animato un largo confronto interdisciplinare e interculturale tradottosi in un importante convegno internazionale (2009).

        Ma vi è profondamente legata anche una pratica pedagogica che appare oggi più che mai attuale, la sua già citata attività di promozione della lettura di testi di varie tradizioni, occidentali e orientali, sviluppata con i detenuti nel carcere della Dozza di Bologna: un’esperienza dal valore paradigmatico, tramite la quale egli sperimenta «la possibilità di un discorso etico e di una formazione etica che possano reggere alla prova della differenza culturale, in direzione di un ethos condiviso». In tale prospettiva, ispirata dalla fiducia nella «luce che illumina ogni uomo», «laicità non ha il senso di agnosticismo, ma di pluralismo delle vie, irriducibilmente molteplici e tutte convergenti nel perseguire virtù e conoscenza» («Essere gharîb [straniero] in questo mondo», in Inchiesta 144-145, 2004                    www.inchiestaonline.it

Amina Crisma*,sinologa,  blog Il Regno         10 novembre 2021

      docente di Filosofie dell’Asia orientale all’Università di Bologna. Tra le sue pubblicazioni: Il Cielo, gli uomini. Percorso attraverso i testi confuciani dell’età classica, Libreria editrice Cafoscarina, Venezia 2000; Conflitto e armonia nel pensiero cinese dell’età classica, Unipress, Padova 2004

https://ilregno.it/blog/ricordando-bori-diritti-umani-e-consenso-etico-fra-culture-amina-crisma

http://www.ristretti.it/interviste/incontri/bori.htm

https://manifesto4ottobre.blog/2020/01/03/pier-cesare-bori-dopo-il-cristianesimo-lumano/

http://www.ilfoglio.info/default.asp?ACT=5&content=405&id=17&mnu=

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

PROBLEMATICHE

La cultura terapeutica: un nuovo governo delle anime?

        La diffusione del linguaggio e delle pratiche terapeutiche nella quotidianità dimostra quanta importanza la cultura contemporanea attribuisca loro. L’affermarsi di questa cultura “terapeutica”[si utilizza il termine “terapia” mutuandolo dalla medicina], di un modo di pensare diffuso che influenza la percezione generale dei fatti della vita, coincide con una radicale ridefinizione della personalità. Sempre più si incoraggiano le persone a vedersi come impotenti e insicure, a considerare una certa vulnerabilità come una caratteristica psicologica umana e a esternare la propria fragilità interiore. Si è talmente diffusa nel tempo presente un’immagine dell’uomo come “animale vulnerabile”, che il singolo ha finito per dipendere sempre più dall’autorità terapeutica.

        La crisi come condizione perenne. È in atto una enfatizzazione della fragilità delle persone. La categoria della fragilità (unitamente ai lemmi disturbo e sindrome è entrata nel lessico comune anche del linguaggio teologico ed ecclesiale fino a soppiantare la categoria di peccato, con una ricaduta sul senso di responsabilità e imputabilità degli atti morali. La mentalità che si va sempre più diffondendo, anche in ambito ecclesiale, è quella di considerare l’uomo come un essere perennemente in crisi, emozionalmente fragile, e bisognoso di cure e terapie “specialistiche”, per andare avanti: per sopravvivere. Ciò implica il rischio che la società (e anche i percorsi di formazione permanente all’interno del mondo ecclesiale) possa trasformarsi in una specie di gigantesco “setting” [scenario]. Il rischio che la cultura terapeutica operi una sorta di deresponsabilizzazione dell’individuo era stato già messo in luce da Cesare Pavese: “Ecco: quel che non ti va della psicanalisi è la evidente tendenza a trasformare in malattie le colpe. Capirei trasformarle in virtù, in modi di essere energici, ma no – si scopre il trauma che fa sì che hai paura, per esempio, dei ranocchi e allora aspetti la guarigione. Balle!” [Il mestiere di vivere].

        Uno scrittore danese contemporaneo, Henrik Stangerup, ritiene che questa visione deterministica dell’uomo non sia, in fin dei conti, così vantaggiosa come parrebbe a prima vista. Il suo romanzo L’uomo che voleva essere colpevole è una sorta di ribellione etica a quella concezione dell’uomo, psicologica, sociologica e medica, volta a deresponsabilizzarlo. Il protagonista, ex scrittore, sente crescere in lui un disagio; si percepisce come “un’insignificante pedina in un gigantesco progetto superiore”, Una sera quest’angoscia sfocia in violenza: dopo una litigata con la moglie, la uccide. Il motivo del litigio è stato in apparenza banale: dopo aver seguito una trasmissione alla televisione sui problemi che le fiabe di Andersen possono arrecare ai bambini, Torben ne ha parlato con la moglie, con la quale un tempo condivideva un sentire comune; l’ha, con sorpresa, trovata dubbiosa riguardo agli effetti che tali fiabe potrebbero avere sul loro figlio, lasciatasi forse condizionare dalle opinioni della sociologa alla televisione (che ritiene tali fiabe «un’esaltazione antisociale dell’individuo, del singolo, del “genio a qualunque costo”», pag. 234); Torben ha così iniziato a colpire la compagna fino a ucciderla. Un omicidio a tutti gli effetti, dunque. Nonostante questo, il protagonista del romanzo non viene punito: dopo una cura psichiatrica, viene rilasciato. Il protagonista non vuole essere lasciato libero poiché rivendica la propria responsabilità sull’atto compiuto: anche l’essere dichiarato colpevole, in una società che deresponsabilizza il singolo, diventa un diritto e un’affermazione del proprio valore in quanto individuo.

        Emozioni per gestire il sociale. Questo nuovo conformismo emotivo è una forma di gestione sociale, un governo delle anime più sottile e pervasivo di quanto le religioni e le ideologie del passato siano mai riuscite a fare. Serve a smorzare le tensioni sociali, ad anestetizzare i possibili conflitti, a ridurre al silenzio le voci di ribellione, ridefinendo le questioni pubbliche come problemi privati dell’individuo [F. Furedi, Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana].

        Mentre nel diciottesimo e diciannovesimo secolo si parlava di cura delle anime e le malattie che si presumevano guaribili in virtù di tali cure erano spirituali, oggi si parla di cura delle menti; la libera associazione di idee, richiesta dallo psicoterapeuta al paziente durante la seduta, altro non sarebbe se non la versione secolarizzata della confessione che il canone lateranense richiede al fedele. La figura del sacerdote sarebbe stata prima affiancata, poi in parte sostituita dallo psicoterapeuta: un prete laico che al posto dell’abito talare avrebbe un camice; e per converso, sostituendosi al confessore, lo psicoterapeuta sarebbe diventato una figura sacrale a cui narrare, con la stessa fiducia incondizionata, al posto dei propri peccati, i propri disturbi. Del fatto che la psicoterapia e la religione cristiana avessero avuto una sorta di influenza reciproca e provenissero dallo stesso terreno comune, ne prese atto perfino l’arcivescovo di Canterbury, George Carey, quando si rammaricò che «nei sermoni annacquati dei ministri della Chiesa, “Cristo salvatore” stesse diventando “Cristo consigliere psicologico”».

         La psicologizzazione della vita moderna ha assunto proporzioni impressionanti: negli Stati Uniti ci sono più terapeuti che librai, pompieri e postini e addirittura due volte di più che dentisti o farmacisti. Gli psicologi sono battuti numericamente solo dai poliziotti e dagli avvocati. Siamo in presenza di una psicologizzazione massiccia della mentalità contemporanea. Uno dei tanti effetti di quel grande fenomeno della modernità contemporanea che è una malintesa e indebitamente estesa psicologizzazione della vita, ossia la tendenza a spiegare ogni problema che tocca la vita delle persone come conseguenza di traumi psicologici. Fenomeno che ha due effetti fortemente distorcenti per la comprensione del comportamento umano: una tendenza a privilegiare spiegazioni di tipo traumatico-psicologico a scapito di fatti concreti ed evidenti; e la sistematica problematizzazione di comportamenti che si allontanino da una presunta normalità. Si assiste ad una pervasiva inclinazione a trovare se non prove almeno sintomi o spie di un problema psicologico in qualunque comportamento che appena appena si discosti dalla normalità. Si rischia di “patologizzare” esperienze ed emozioni, stati d’animo e sensazioni che, se valutate da una prospettiva più propriamente filosofica, farebbero semplicemente parte dell’umano esistere, e non di quel tipo di vita umana che necessita di cura poiché “malata”.

        «Oggi temiamo di non possedere sufficienti capacità di recupero e di non essere in grado di affrontare la solitudine, le delusioni e i fallimenti. Patologizzando le reazioni emotive negative alle difficoltà della vita, la cultura contemporanea involontariamente incoraggia le persone a sentirsi depresse e traumatizzate da esperienze che prima venivano considerate normali».

        Quando il quotidiano diventa malattia. In sostanza, accade che le normali condizioni di sofferenza umana che possono capitare a chiunque nel corso della vita, si trasformino in disturbi mentali da affrontare con precise e pesanti terapie farmacologiche, impoverendo quella che potremmo definire “la diversità umana”, cioè la ricchezza del panorama delle diverse risposte ai fatti della vita: «la diversità umana ha i suoi scopi, altrimenti non sarebbe sopravvissuta alla lotta evolutiva. I nostri antenati ce l’hanno fatta perché la tribù riuniva una vasta gamma di talenti e inclinazioni» [A. Frances, Primo, non curare chi è normale]. Gli psicologi imperversano, dall’alto delle loro poltrone e dei loro studi clinici, diagnosticando, affabulando, prescrivendo. Il transfert dallo studio o dal centro analitico alla scuola, ai campi gioco e alle famiglie, all’ambito ecclesiale, è globale e imperterrito. Veri e propri guru freudiani della sana educazione ci propinano le loro ricette a spron battuto.

        Bisogna però fare molta attenzione a non eccedere nella psicologizzazione del malessere, perché il disagio di fondo cui ci troviamo di fronte è soprattutto un disagio spirituale, culturale e sociale che coinvolge un’intera generazione (e più generazioni) in questa epoca storica. «La psicologizzazione ideologica della società è destrutturante perché gli individui non fanno che raccontarsi e analizzarsi fino allo sfinimento. La riflessione soggettiva può essere necessaria in certi casi, ma non dev’essere esclusiva: bisogna poter costruire la propria esistenza tenendo conto anche di un’altra dimensione oltre a se stessi, dimensione che, a sua volta, rivela e dinamizza l’individuo, dimensione che è sociale, culturale, morale e religiosa. Bisogna poter concepire la propria vita come un contesto di tutte queste realtà, senza rinchiudersi negli approcci psicologici tanto di moda oggi»[ T. Anatrella, Il mondo dei giovani: chi sono? Che cosa cercano?].

        Anche Galimberti ha stigmatizzato la crescente psicologizzazione della società, vale a dire l’incontro tra una domanda di aiuto che affiora con una progressione esponenziale dal corpo sociale, facente capo ad un malessere diffuso che le persone non riescono ad amministrare con i propri strumenti, un’offerta che, all’insegna non già della psicoanalisi ma del cosiddetto pensiero positivo, se ne fa carico, promettendo né più né meno la soluzione di tutti i problemi, se non addirittura la felicità. A differenza della distinzione che ha dominato troppo a lungo nella Chiesa, fra la salute e la salvezza, oggi si manifesta la tendenza opposta: molti uomini di Chiesa sono pronti a sfruttare la ricerca attuale della salute a ogni costo: lo psicoterapeuta deve guarirmi, Dio può guarirmi.

        Pervasività della psicologia. A cosa mira questa invasione della psicologia nella vita quotidiana, se non a creare in noi tutti un senso di vulnerabilità e quindi un bisogno di protezione, di tutela, quando non addirittura di cura? Io penso che la patologizzazione di esperienze umane sino a ieri ritenute normali risponda all’esigenza di omologare gli individui non solo nel loro modo di pensare (a questo ha già provveduto il “pensiero unico”, per cui, come già annotava Nietzsche: «Chi pensa diversamente, va spontaneamente in manicomio»), ma soprattutto nel loro modo di sentire. E qui non si fatica a scorgere, sotto l’imperativo terapeutico che va massicciamente diffondendosi nella nostra società, l’intento di promuovere non tanto l’autorealizzazione, quanto l’autolimitazione degli individui che, una volta persuasi di avere un sé fragile e debole, saranno loro stessi a chiedere non solo un ricorso alle pratiche terapeutiche, ma addirittura alla gestione della propria esistenza, che è quanto di più desiderabile possa esistere per il potere[Cf. U. Galimberti, in www.mangiabiologico.it/costuiamo-la-pace/1266-la-societa-delletica-terapeutica.html (21.06.2021].

        Non è infatti difficile intravedere le potenziali implicazioni autoritarie a cui inevitabilmente porta la diffusione generalizzata dell’etica terapeutica, che è la versione secolarizzata dell’etica della salvezza, con cui tenere gli uomini sotto tutela. Pensiamo per esempio al romanzo Nineteen Eighty-Four, 1984, in cui si nota come Giorgio Orwell abbia cercato di rappresentare una società in cui finanche la personalità è un crimine, in cui l’individualità è appiattita, schiacciata, asfaltata. Galimberti sostiene che, facendo questo, la psicologia è ancella del potere, sancendo la possibilità dell’adattamento e della crescita della personalità senza che ciò implichi un atteggiamento critico nei confronti della normalità dominante, dell’alienazione di potenzialità umane che essa implica e della connivenza dell’io con tale alienazione[Cf. U. Galimberti, La psiche conformista].

        Non penso però che il ruolo ancillare della psicologia e della pratica psicoterapeutica rappresenti una scelta tattica o il frutto di un’alleanza con il potere. Esso, purtroppo, è da ricondurre al fatto che l’enfatizzazione della prospettiva piscologica elude qualsivoglia strumento di analisi critica della realtà che consenta di sormontare l’orizzonte dell’esistente. Questo difetto intrappola in una sorta di psicologismo radicale, la cui conseguenza è un’interpretazione (positiva o negativa: dipende dalle formulette adottate) di tutto, ma di fatto si rischia di non comprendere quasi nulla della condizione umana. Anni fa, Th. Szasz scrisse un inquietante e divertente libricino dal titolo Il mito della psicoterapia. In esso, Szasz, oltre a denunciare l’ambizione della psicoanalisi di sostituire la religione, stigmatizzava la proliferazione di tecniche psicoterapeutiche intese a rispondere, talora in maniera bizzarra, a tutte le difficoltà sperimentate dai soggetti.

        L’umano vulnerabile. È fondamentale essere consapevoli che essere vulnerabili implica l’intuizione di essere esposti alla possibilità di soffrire (secondo tutte le modalità possibili di dolore); essere precari alla casualità, accidentalità e, da ultimo, all’insignificanza dell’io in un’ottica naturalistica; essere finiti ai limiti propri della condizione umana che vengono rappresentati (drammaticamente) dall’essere destinati a morire. Accettare queste consapevolezze, nel senso di riconoscere di averle inesorabilmente dentro di sé, confrontarsi con esse e prendere posizione (quale che sia: religiosa o laica), è un passaggio obbligato dell’esistenza umana: un passaggio che, se non produce la felicità, sicuramente può determinare una qualche serenità. Nel corso degli ultimi anni, la psicologia ha stretto anche un rapporto delicato ma fecondo con i processi formativi dei percorsi vocazionali alla vita religiosa e presbiterale. Va subito detto che, in una prospettiva storica, la psicologia ha avuto un percorso complesso prima di essere inserita a pieno diritto all’interno della formazione dei presbiteri e dei religiosi [Goya, Psicologia e Vita Consacrata,]. È stata necessaria una riflessione lunga e controversa che, partendo da un rifiuto iniziale (dovuto alla novità della disciplina psicologica), ha portato lentamente alla sua integrazione nel contesto formativo.

        Dobbiamo tuttavia precisare che la formazione presbiterale non è una terapia ma accompagnamento esigente. Pertanto va evitato il pericolo di spiritualizzare la psicologia o di psicologizzare la formazione, in una sorta di reciproca strumentalizzazione. È necessario lavorare ad una crescita integrale e integrata, che comprende la sfera psicologica, quella affettiva e quella spirituale, evitando gli squilibri di una eccessiva psicologizzazione come quelli di una eccessiva spiritualizzazione. Si tratta sia di non rendere ultra-tecnico sia di non psicologizzare il discernimento e l’accompagnamento vocazionale. Forse è necessario individuare un nuovo modo di far entrare la psicologia nella formazione, perché sia sempre più a servizio della crescita delle persone e delle istituzioni. La letteratura su quest’argomento è vasta ma è difficile individuarvi delle linee di pensiero ben delineate.

Domenico Marrone, teologo morale

www.settimananews.it/cultura/la-cultura-terapeutica-un-governo-delle-anime

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

RESILIENZA

Le otto mosse della resilienza

        Uno strumento di riflessione per restare in equilibrio nei momenti di difficoltà. Quando le persone sono immerse in eventi traumatici e destabilizzanti reagiscono con forti emozioni, reazioni talvolta non adattive e idee di sé e della realtà in parte non corrispondenti al vero. Per aiutare i soggetti che attraversano questi momenti si è ritenuto utile costruire uno strumento di riflessione che li guidasse attraverso diverse tappe di consapevolezza. Questa idea nasce dal desiderio di estendere il lavoro che viene svolto generalmente nella seduta psicoterapeutica anche all’interno della quotidianità del paziente, attraverso una sorta di piano facilmente ricordabile e di breve durata. Il modello che qui si presenta costituisce quindi un esempio di strumento ideato con questa finalità. Per rendere ancora concreta e facilmente ricordabile la sequenza di questo processo di riflessione, è stata immaginata come una sorta di danza in cui il soggetto si sposta in maniera codificata all’interno di una scacchiera costituita da 8 caselle che contornano la posizione di partenza del soggetto stesso. Ogni casella è costituita da uno stimolo di riflessione che aiuta il soggetto a prendere in considerazione diversi ambiti di esperienza per padroneggiare la situazione che sta vivendo e giungere, al termine di questa operazione mentale, a pianificare azioni concrete da intraprendere. Il presente strumento è stato utilizzato in diverse situazioni sia di colloquio individuale che di lavoro preventivo di gruppo con pazienti o studenti e insegnanti. Da queste prime esperienze si è ricavata una sostanziale utilità e applicabilità di questo processo di riflessione, che dopo averlo appreso e utilizzato più volte con la guida del terapeuta, comporta un impegno di tempo abbastanza contenuto.

        Esaminiamo ora i passi di questa sequenza, che si snoda in movimenti che potrebbero essere solo immaginati o anche svolti realmente e che verranno descritti nella parte finale di questo contributo. Le caselle del “percorso” sono 8:

        1. Cose fuori controllo: Individua le cose che non puoi controllare e che ti suscitano ansia o rabbia Prendi nota di uno o più di questi fatti. Riconosci che è inutile spendere energie di pensiero per questo tipo di aspetti

        2. Cose che posso controllare: Individua invece ora alcune cose che dipendono da te e che puoi controllare. Segnati uno o più di questi aspetti

        3. Ascolto i pensieri e le emozioni: Cerca di notare i tuoi pensieri e le tue emozioni, come se fossi uno spettatore che le osserva. Non giudicarle e limitati a riconoscerle. Prendi nota di quanto hai osservato.

        4. Ascolto il mio corpo: Cerca di percepire le tue sensazioni corporee, come il respiro, la tensione dei muscoli, il battito cardiaco. Ascolta ciò che provi senza volerlo cambiare, perché queste reazioni sono naturali.

        5. Riconosco le mie risorse: Pensa agli aspetti positivi di te stesso, alle tue risorse. Cerca di esprimere un pensiero gentile e di valorizzazione rivolto a te. Scrivilo su un foglio

        6. Riconosco le risorse esterne: Pensa alle risorse e alle opportunità che la realtà esterna ti offre, sia fisiche che legate ai rapporti personali e a quelli sociali. Annota alcune di queste.

        7. Riconosco i miei valori: Individua i valori importanti per te, le cose che vorresti perseguire e la persona che vorresti essere. Segna alcuni di questi.

        8. Azioni concrete: Individua alcune azioni concrete o atteggiamenti o comunicazioni che potresti attuare per realizzare in una certa misura i tuoi valori. Indica un paio di queste azioni.

        Ogni casella contiene domande stimolo a cui il soggetto deve rispondere ed eventualmente appuntarsi le risposte nella scheda riassuntiva. Le 8 caselle seguono il seguente criterio di scansione.

        La prima e la seconda tendono ad aiutare il soggetto a riconoscere e distinguere gli aspetti della realtà che sono sotto il suo controllo rispetto a quelli che invece non può far altro che riconoscere ed accettare. Questa dimensione è particolarmente cruciale in quanto un aspetto decisivo dei processi di adattamento è la capacità di accettare la realtà per come si presenta nelle sue forme irreversibili e date oggettivamente e nello stesso tempo individuare in essa quegli aspetti che possiamo attivamente modificare. Tenere insieme questa apparente contraddizione, ciò che devo accettare e ciò che posso modificare, costituisce un aspetto strategico di ogni processo di adattamento.

        La terza e la quarta casella invece tendono ad invitare il soggetto a compiere un esercizio di consapevolezza sul “qui ed ora” molto simile alla pratica della mindfulness: la prima sulla dimensione mentale (pensieri ed emozioni), la seconda sulla dimensione fisica-percettiva (corpo).

        La quinta e sesta casella toccano invece gli aspetti delle risorse interne ed esterne ed hanno lo scopo di aiutare il soggetto a riconoscere le proprie qualità personali e alcune opportunità o elementi di supporto presenti nel proprio ambiente. Queste due ultime caselle sono importanti in quanto nelle fasi prova e di fronteggiamento delle difficoltà si rischia spesso di veder prevalere gli elementi negativi e svalutativi.

        Infine, le ultime due caselle rappresentano l’asse dell’azione, ovvero la possibilità di riconoscere quali sono i valori e le cose importanti da sviluppare e contemporaneamente quali sono le azioni concrete da mettere in campo per dare corpo a tali obiettivi.

        Per dare un’indicazione metaforica che descriva questi passaggi nello schema, propongo la seguente immagine: nel quadrante la riga in alto simboleggia l’orizzonte, ovvero come io guardo la realtà e come in essa mi muovo; la riga centrale rappresenta il terreno, ovvero la consapevolezza di dove ci si trova in questo momento e ciò che si prova, la riga in basso rappresenta le radici, ovvero le risorse e i valori che custodiamo, che ci alimentano e ci spronano a perseguire i nostri scopi.

        Il programma di riflessione si conclude proprio con quest’ultima puntualizzazione su ciò che nella giornata o nel tempo presente il soggetto può fare per realizzare i propri valori. In sostanza quindi, questo movimento riflessivo ha lo scopo di aumentare la consapevolezza dello stato attuale in cui vive il soggetto, permettergli di ritrovare risorse personali e sociali e incoraggiarlo ad un’azione definita e realistica.

 

       

Dott.ssa Francesca Girelli, psicologa  Mantova    novembre 2021

Pag.6     www.consultorioucipemmantova.it/consultorio/images/pdf/etica/ETICA_SALUTE_FAMIGLIA_-_2021_anno_XXV_n06_-_Novembre_Dicembre.pdf

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

RIFLESSIONI

La riscoperta della vera identità cristiana

        luoghi teologici di separazione tra ebrei e cristiani rappresentano la singolarità del cristianesimo

        Dopo l’urgente riflessione sul quarto uomo [news 883, pag. 60] riprendiamo il percorso cristologico, per ridire ancora una volta la nostra fede cristiana in colui che è il Figlio di Dio, che è stato uomo come noi, che è nato da donna ed è vissuto in mezzo al suo popolo di Israele, morendo condannato sulla croce e risorgendo perché richiamato dai morti dal Padre, il terzo giorno. Per noi cristiani suoi discepoli Gesù è il Messia promesso ai padri e mandato da Dio a noi negli ultimi tempi, è colui che compie tutte le Scritture dell’Alleanza con Abramo, Mosè, David e il popolo santo, è colui che conferma la Torah e i profeti ma che si rivela anche Signore della Torah, e vivente in Dio prima dei profeti.

        Non voleva certo fondare una nuova religione, né provocare uno scisma del suo popolo santo, anche se questo è poi avvenuto per la separazione tra fratelli gemelli: entrambi generati dall’antico Patto, entrambi destinatari della Torah, entrambi chiamati alla salvezza attraverso la fede, l’adesione all’alleanza con il Dio uno, vivente e vero. Certamente occorre riconoscere che i due gemelli hanno dato interpretazioni diverse alla legge e alla profezia, alla storia di salvezza e alla missione nel mondo, ma senza mai spezzare quel legame indissolubile che può conoscere a volte gelosia e anche emulazione, ma che deve poi sempre ritornare alla fraterna accoglienza reciproca.

        Anche in questi giorni si è accesa una polemica tra rabbini e posizioni cristiane, in riferimento alle parole di papa Francesco pronunciate nel corso di un’udienza nella quale il papa commentava la Lettera ai Galati dell’apostolo Paolo.

www.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2021/documents/papa-francesco_20210908_udienza-generale.html

 In realtà le parole del papa erano piene di rispetto per la Torah, e quindi per gli ebrei che oggi la praticano con fervore, fiducia e amore per il Signore. Semplicemente, leggendo Paolo, papa Francesco riproponeva una convinzione dei discepoli di Gesù: Dio ha fatto un’alleanza unilaterale con Abramo prima ancora di dare la legge al popolo che sarebbe da lui nato, e dunque c’è un primato della promessa di Dio sulla Torah. Quest’ultima resta santa, resta in vigore, deve essere osservata dai credenti, ma nella consapevolezza che tutti disobbediscono alla legge e che nessuno la realizza pienamente. Per questo l’osservanza della legge non è sufficiente per la salvezza e deve intervenire la grazia, l’amore gratuito di Dio che giustifica chi ha peccato. L’abbiamo scritto nel testo precedente: la legge è buona, santa, sempre da obbedire, ma non è più l’ultima parola di Dio per noi. L’ultima parola è Cristo e la sua misericordia che ha sempre la meglio anche sulla giustizia.

        Noi cristiani dobbiamo vigilare molto sulle parole che usiamo quando percorriamo sentieri d’interpretazione che potrebbero ferire i fratelli ebrei, i quali non sono una realtà del passato, sono accanto a noi, testimoni del Dio vivente. E bisogna tener presente che l’ipocrisia di chi simula un comportamento religioso, ma ha il cuore ingombro di idoli, si manifesta dovunque ci sia la religione, dovunque ci siano religiosi, uomini e donne, a qualunque credo si rifacciano. Perciò quando Gesù ammonisce, attacca e minaccia i farisei nei vangeli non intende condannarli tutti, ma ha di mira solo alcuni di loro, suoi interlocutori, falsi, doppi, ipocriti: la stessa cosa che oggi si potrebbe dire di certi cattolici o di certi ecclesiastici...

        Ma non solo nel rapporto con la legge si è fatta strada una distinzione tra ebrei e cristiani, è avvenuto anche in altri luoghi teologici. Si potrebbe addirittura parlare di “rottura”, soprattutto a proposito del tempio, nel quale Gesù ha detto parole inequivocabili sulla scia dei profeti, soprattutto di Geremia (cf. Ger 7,4). Il tempio di Gerusalemme, luogo della Shekinah [dimora] di Dio, in verità per i cristiani non ha conservato la sua realtà sacramentale, perché ormai è Gesù il tempio di Dio, e il Dio vivente non lo si adora più nel tempio di Gerusalemme, né nel tempio sul monte di Samaria, ma nello Spirito santo e nella verità che è Gesù Cristo (cf. Gv 4,21-23). Perché ormai, come rivela l’Apostolo, il vero tempio è il corpo del cristiano e ogni uomo è tempio di Dio! Scrive Paolo: “Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio” (1Cor 6,19; cf. 3,16).

        Il tempio di pietre di Gerusalemme, luogo della presenza di Dio, nel 70 sarà distrutto e il culto dei discepoli di Gesù non sarà più celebrato né in templi né su altari ma nella vita quotidiana di uomini e donne, culto gradito a Dio secondo Paolo (tèn loghikèn latreían [culto spirituale], Rm 12,1). La loro preghiera sarà ascolto della Parola di Dio contenuta nelle Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento, sarà lode e ringraziamento a Dio, sarà spezzare il pane e bere all’unico calice per diventare l’unico corpo di Cristo presente nella storia tra gli uomini. Non dobbiamo avere timore di confessare con parresìa che sul tempio di Gerusalemme è avvenuto uno scisma tra noi e gli ebrei, perché ormai la comprensione del culto era diversa.

        Né possiamo dimenticare un’altra rottura che ha il suo significato: quella diversa interpretazione del legame con la terra di Israele. Sappiamo che la terra è la promessa folle di Dio ad Abramo (cf. Gen 12,1.7 ecc.). Questo legame, sempre minacciato dai nemici storici di Israele e dai persecutori del popolo santo, è per gli ebrei un legame teologico, ma all’interno della promessa di Dio. Resta vero che con la venuta di Gesù e il sorgere della comunità cristiana questo legame con la terra si scioglie: i cristiani si sentono senza terra propria, senza patria, e scoprono una vocazione alla diaspora, all’esilio tra la gente, senza mai identificarsi con un’etnia o una terra. Sono stranieri e pellegrini, in cammino verso il regno di Dio, con il mandato tra le genti di annunciare la liberazione e il perdono dei peccati da Gerusalemme a Roma (cf. Mt 28,20; Lc 24,47; At 28,11-31). È significativo che la Lettera agli Ebrei neghi addirittura che i padri (il popolo di Israele) abbia conseguito la promessa della terra fatta da Dio ad Abramo. Dio in realtà aveva promesso un’altra terra, un’altra città, della quale è lui stesso architetto e costruttore, la città del Regno! (cf. Eb 11,10.31-40).

        Infine va detto che Gesù consuma una rottura sul tema dei legami di sangue, nell’orizzonte di una fraternità universale. La rottura con la famiglia, con i consanguinei, per molti aspetti è immanente alla rottura con la terra. Non è facile accettare queste verità, anche per noi cristiani: i legami di sangue per Gesù, e di conseguenza per noi, non sono determinanti e soprattutto non dovrebbero mai essere di ostacolo all’incontro tra gli umani; qualsiasi lingua parlino, a qualunque popolo e cultura appartengano, sono tutti fratelli e sorelle.

        L’universalità è una dimensione essenziale della fede cristiana, e quando il cristiano incontra l’altro sempre dovrebbe riconoscersi in debito verso di lui, il debito dell’amore (cf. Rm 13,8): deve cioè amare con la sua vita Gesù Cristo e testimoniare la speranza che lo abita, a chiunque, sempre, senza alcun limite se non quello del rispetto.

        Sì, questi luoghi teologici di rottura o separazione tra ebrei e cristiani rappresentano la singolarità del cristianesimo rispetto all’ebraismo.

                E noi dobbiamo assumerli per accrescere la consapevolezza del nostro essere chiamati a vivere il Vangelo di Gesù Cristo, e non semplicemente un messaggio religioso. È in gioco la nostra identità, né più né meno! Il cristianesimo non fa che rinascere costantemente e anche in quest’ora di crisi è possibile per noi vivere una vita cristiana conforme al vangelo. Ma occorre “rifondare la nostra fede” nell’unico fondamento che è Gesù Cristo Signore, uomo e Dio, Vivente per sempre e sempre con noi che siamo in attesa della sua gloriosa venuta!

                Enzo Bianchi      Alzo gli occhi verso il cielo          22 ottobre 2021

www.alzogliocchiversoilcielo.com/2021/10/enzo-bianchi-la-riscoperta-della-vera.html

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

SESSUOLOGIA

Il gender e le sue tre vite

                «Ogni epoca – secondo Heidegger – ha una cosa da pensare. Una soltanto. La differenza sessuale, probabilmente, è quella del nostro tempo» (cf. L. Irigaray, Etica della differenza sessuale, Feltrinelli 1985)

Se questo è vero – come crediamo – allora non è fuori luogo andare oltre le polemiche che animano il dibattito sulla questione e dedicare la nostra attenzione allo studio del gender, che non è una teoria o un’ideologia, ma piuttosto uno «strumento euristico» impiegato da varie discipline per indagare le relazioni tra uomini e donne, mettendo in luce le relative strutture di potere presenti nelle culture e nelle società.

                All’incrocio tra natura e cultura. La sua nascita è solitamente attribuita agli studi di A. Ellis, J. Money e dei coniugi Hampson (anni Cinquanta del XX secolo), i quali contribuirono a mettere in luce che non è il sesso biologicamente determinato, ma l’identità di genere culturalmente plasmata è la vera «àncora della nostra salute emozionale, presente nell’amore e nel gioco, nei rapporti con gli altri» (J. Money, P. Tucker, Essere uomo, essere donna. Uno studio sull’identità di genere, Feltrinelli, Milano 1989).

                In tal modo si cominciò a superare un paradigma esclusivamente biologico dell’identità sessuale in favore di una comprensione più ampia, integrando variabili psicologiche, sociali e culturali. Da ciò risulta chiaro che l’identità sessuale si pone all’incrocio tra natura e cultura, per cui il «dato» (sex) biologico risulta essere sempre anche un «da farsi» (gender), un progetto da realizzare e, dunque, un compito educativo ed etico, che coinvolge la libertà di più attori e il cui esito non è scontato, né preordinato (cf. Congregazione per la dottrina della fede, lettera Esperta in umanità sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, 31 maggio 2004, § 8).

www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20040731_collaboration_it.html

                Critica delle strutture patriarcali. La giovane «creatura» venne successivamente adottata dal movimento femminista, che a partire dalle capostipiti – le antropologhe M. Mead e G. Ruby, e la filosofa S. De Beauvoir – ha messo in discussione l’immagine tradizionale della donna e dell’uomo. Il gender ha permesso di riconoscere che paradigmi mentali e schemi d’azione, tradizioni e costumi sono il prodotto di una storia nella quale si coniugano scelte operate dalle persone e accompagnate da pesanti condizionamenti segnati dalla logica del dominio e della prevaricazione, da violenze e ingiustizie che negano il senso autenticamente relazionale dell’esistenza umana.

                Differenze e i ruoli di genere, dati per scontati, spesso presentati come necessari e immutabili, al contrario vanno sempre contestualizzati e va riconosciuto che per lo più veicolano pregiudizi, che nella tradizione occidentale sono di carattere fortemente maschilista. Essi si configurano come strutture di peccato capaci di sfigurare il progetto originario di Dio sulla donna, sulla coppia e sul mondo (cf. Giovanni Paolo II, lettera A ciascuna di voi alle donne di tutto il mondo, 29 giugno 1995, §§ 3; 6). Contro di essi è giusto lottare e impegnarsi per favorire il riconoscimento delle reciproche differenze e stabilire relazioni paritarie improntate al rispetto e alla collaborazione.

www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/letters/1995/documents/hf_jp-ii_let_29061995_women.html

                Preservare e accogliere la differenza. Un’ultima fase storica – può essere chiamata post-gender (o forse anche trans-gender!) – vede l’appropriazione della categoria da parte della riflessione LGBT, improntata alla decostruzione della dualità e volta a negare la rilevanza della differenza.

                Eliminando ogni riferimento a schemi sociali ed educativi, l’identità personale diviene un’opzione privata, insindacabile e sempre reversibile. In questa deriva di tipo ideologico la corporeità è spesso ridotta a semplice «superficie di iscrizione di significati provvisoriamente apposti e intercambiabili, senza riferimento ai sensi o al processo identitario» [Susy Zanardo, «Gender e differenza sessuale. Un dibattito in corso», in Aggiornamenti sociali maggio 2014, pag. 380.

www.aggiornamentisociali.it/articoli/gender-e-differenza-sessuale-un-dibattito-in-corso

www.aggiornamentisociali.it/Download.aspx?CODE=AGSO&Filename=https://clmr.infoteca.it/bw5net/ShowFileAS.ashx?Filename=IwNDLXrLT+d86fddjq1guwjYICFZZAqw9/8JjPuB8li1RpXXLmFz2IiV/KT4g/Up

                Di fronte al rischio di disincarnare il soggetto e di dematerializzare la corporeità, ci sembra urgente la necessità di proporre modelli di convivenza che non neghino, ma riconoscano le differenze, le valorizzino e le compongano armonicamente, secondo logiche di accoglienza empatica e di convivialità sinfonica, come ci ricorda il modello poliedrico della Pentecoste (At 2,6-11), opposto al totalitarismo massificante dell’uniformità imposta secondo la logica di Babele (Gen 11,1-9)

[Cf. Francesco, esort. ap. Evangelii gaudium sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, 24 novembre 2013, §236].

                Come s’intuisce, è solo attraverso un discernimento attento e non ideologico della categoria del gender che i cristiani possono partecipare attivamente nella costruzione di un’umanità nuova, opponendosi a tutti gli schemi di sottomissione ed emarginazione, per promuovere relazioni umane risanate dalla forza redentrice di Cristo, nel quale «non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio né femmina» (Gal 3,28).

Giovanni Del Missier, teologo           Moralia               5 novembre 2021

https://re-blog.it/2021/11/05/il-gender-e-le-sue-tre-vite

 

Disturbi del desiderio

        Vi è mai capitato di trovarvi in un momento della vostra vita in cui il desiderio sessuale scarseggia un pochino? È solo un momento oppure perdura da diverso periodo? È un vero disturbo del desiderio? Molti pazienti si rivolgono allo specialista pensando che la mancanza del desiderio nei confronti del partner significhi basta amore. Fortunatamente non è sempre così.

        I disturbi del desiderio sessuale possono essere distinti in:

  • Disturbi da desiderio sessuale ipoattivo;
  • Disturbo da avversione sessuale.

Il primo, ossia il disturbo del desiderio sessuale ipoattivo è caratterizzato da una mancanza totale o parziale sia del desiderio sessuale, che delle fantasie. Si può distinguere il disturbo del desiderio sessuale per alcune caratteristiche principali: può essere limitato alla relazione con un solo partner o con una specifica attività sessuale, in questo caso è detto situazionale; oppure può comprendere qualsiasi forma di attività sessuale, in questo caso è detto globale. Altre volte potrebbe essere la conseguenza di altre disfunzioni sessuali, o problemi psichici (come ad esempio la depressione), altre volte l’effetto dell’utilizzo di farmaci o sostanze.

        Altra caratteristica fondamentale è l’insorgenza del sintomo: c’è sempre stato, o è appreso in conseguenza ad un “evento traumatico” non elaborato (lite, tradimento, nascita di un figlio, …), è episodico o costante? Molte volte può essere transitorio e dipendere da un periodo particolarmente stressante, preoccupazioni, tensioni nella relazione di coppia.  Solitamente la persona che presenta questo disturbo dimostra una scarsa motivazione nel prendere l’iniziativa sessuale, generalmente è recettivo  nel ricevere la stimolazione o le attenzioni del partner, potrebbe raggiungere il piacere sessuale e non prova alcuna emozione negativa nei confronti della sessualità.

        Diversamente dal disturbo del desiderio sessuale ipoattivo, il disturbo da avversione sessuale è caratterizzato dall’evitamento di tutti o quasi tutti i contatti sessuali genitali con un partner sessuale. Il soggetto con tale disturbo riferisce di non avere un basso desiderio sessuale, bensì un’ansia, timore o disgusto per tutto quello che ha una connotazione sessuale, come anche l’immaginazione. Tutto questo causa una totale assenza di desiderio, perché il solo trovarsi in un contesto sessuale con il proprio partner provocherebbe forti emozioni negative.

        Molte volte questa avversione riguarda anche tutti i comportamenti che implicano la vicinanza con l’altro: baci e effusioni amorose, altre volte invece è focalizzata su aspetto dell’esperienza sessuale come ad esempio le secrezioni genitali o il coito (introduzione del pene in vagina).

        Dr Alba Mirabile, psicologa, psicoterapeuta, sessuologa                              Padova

www.studiomirabile.com/disturbi-del-desiderio

 

Quei nostri figli invasi dal porno

        L'allarme è stato ancora recentemente lanciato dal Presidente del Tribunale dei minori di Bari, Riccardo Greco: i nostri figli sono esposti ad un consumo di immagini pornografiche senza alcun filtro. Si tratta di una esposizione potenzialmente nociva in quanto può promuovere comportamenti imitativi che corromperebbero un accesso gioioso alla vita sessuale enfatizzando l'aggressività, la violenza e il consumo dei corpi fine a se stesso. Questo allarme non è ingiustificato e andrebbe tenuto in seria considerazione. Il nostro tempo se per un verso si è giustamente liberato definitivamente dai tabù che avevano costretto la vita sessuale a subordinarsi alla macchina repressiva di una morale apertamente sessuofobica, ora il rischio è quello di un sesso non tanto senza tabù, ma senza amore, erotismo e mistero.

        Se il nostro tempo ha dissolto l'ombra cupa dei tabù, esso sembra promuovere – anche a causa di una presenza massiccia della pornografia accessibile sulla rete senza alcun filtro – una inedita dissociazione non solo tra il sesso e l'amore ma anche tra il sesso e l'erotismo. Il legame tra sesso e amore mostra quanto la presenza dell'amore sia decisiva a sottrarre la sessualità dal rischio di una sua mercificazione. Se infatti la pulsione sessuale tende a ricercare il suo soddisfacimento anonimamente, a prescindere dal nome proprio del partner – vi sono rapporti sessuali, anche tra i giovanissimi, che avvengono nel più totale anonimato -, l'amore ricorda sempre l'imprescindibilità e l'insostituibilità del nome proprio. Legando il corpo al nome esso rende questo corpo unico, amabile appunto, dunque non seriale, non anonimo, non un semplice strumento di godimento. La potenza dell'amore consiste infatti nel fare convergere la spinta della pulsione sessuale sul carattere unico del nome dell'amato. Diversamente, senza la presenza dell'amore, la pulsione sessuale dispiega il suo moto anarchicamente. Nel tempo dell'adolescenza questa anarchia della pulsione non deve ovviamente essere demonizzata. È parte integrante della vita di ogni adolescente. In primo piano è la legittima curiosità per un mondo nuovo di conoscenze, di sensazioni e di sperimentazioni che ruotano attorno al corpo sessuale. Il risveglio di primavera della giovinezza esige infatti che questo corpo trovi all'esterno della famiglia le sue soddisfazioni. Il problema è che questa apertura necessaria può dar luogo ad un accumulo disordinato di sensazioni che anziché costituire una esperienza tendano a distruggere ogni forma di esperienza. Wilfred Bion definiva il tossicomane come colui che non sa aspettare. Il consumo febbrile di materiali pornografici o l'accumulo superficiale di relazioni sessuali occasionali, possono essere una manifestazione significativa di questa difficoltà. Ma l'attesa, come, del resto, il velo e la distanza, la poesia e la cura, è una figura fondamentale del desiderio. Non sapere aspettare nella distanza può significare procedere nel senso del consumo compulsivo di sensazioni senza che si dia possibilità di renderle una esperienza che contribuisce a dare forma alla vita. Accentuando il consumo senza filtro delle nuove sensazioni anche l'esperienza erotica – non solo quella dell'amore – vien resa impossibile. Come se ne esce? È proprio la cultura ad insegnarci, ben più a fondo di quello che potrebbe fare qualunque corso specializzato di educazione sessuale, che si dovrebbe imparare a trattare un corpo come se fosse un libro. Non a caso in diversi oggi parlano anche della morte del libro. Non si può leggere un libro senza darsi il tempo giusto, senza concedersi una pausa, una riflessione, senza la cura e la dedizione che l'esercizio della lettura richiede. Non vale forse lo stesso per l'incontro erotico tra i corpi? La ricerca compulsiva del porno come oggetto di consumo immediato che soddisfa l'iperattivismo neo-libertino del nostro tempo non introduce affatto alla vita erotica, ma solo ad un consumismo senza desiderio.

                Il corpo erotico, infatti, diversamente dal corpo porno, è un corpo che diviene soggetto di esperienza. Non è sempre necessario il grande amore perché questo avvenga, ma una cultura che renda i nostri figli e le nostre figlie sensibili alla presenza dell'altro non come oggetto da saccheggiare ma come un soggetto da conoscere. Il corpo porno esclude la dimensione della relazione dalla vita sessuale, laddove invece il corpo erotico si fonda proprio sull'esistenza di una relazione. Ma il problema più generale è che il nostro tempo tende sempre più a privilegiare gli oggetti alle relazioni. Si tratta di una vera e propria intossicazione. È quello che Pasolini definiva già nel suo tempo "sistema dei consumi".

                Massimo Recalcati         “La Stampa”       4 novembre 2021

www.massimorecalcati.it/images/La_Stampa_-_Massimo_Recalcati_-_4_novembre_2021.pdf

www.padreluciano.it/2021/11/12/

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

SINODO

Anticipazione. Lo spirito autentico dei Sinodi è nel sapersi mettere in gioco

        Nell’ultimo numero di 'La Civiltà Cattolica' l’intervento del direttore della rivista: mettere la Chiesa in stato sinodale significa renderla inquieta, scomoda, tesa perché agitata dal soffio divino L’articolo di questa pagina, scritto dal direttore di 'La Civiltà Cattolica', padre Antonio Spadaro, è un’anticipazione tratta dal numero 4113 (6/20 Novembre 2021) del quindicinale della Compagnia di Gesù.

 

        L’avvio del Sinodo sulla sinodalità, avvenuto il 9 ottobre 2021 scorso, c’invita a porre la domanda su che cosa significa oggi essere Chiesa e quale sia il suo senso nella storia. E tale domanda è pure alla base del Cammino sinodale che la Chiesa italiana sta avviando, e di quello in corso o in fase di avvio in Germania, Australia e Irlanda. Chi ha seguito le Assemblee del Sinodo dei vescovi degli ultimi anni si è certamente reso conto di quanto sia emersa la diversità che plasma la vita della Chiesa cattolica. Se un tempo una certa latinitas o romanitas costituiva e modellava la formazione dei vescovi – i quali, tra l’altro, capivano almeno un po’ di italiano –, oggi emerge con forza la diversità a ogni livello: mentalità, lingua, approccio alle questioni. E ciò, lungi dall’essere un problema, è una risorsa, perché la comunione ecclesiale si realizza attraverso la vita reale dei popoli e delle culture. In un mondo fratturato come il nostro, è una profezia.

        Non si deve immaginare la Chiesa come una costruzione di mattoncini Lego diversi che si incastrano tutti al punto giusto. Sarebbe questa un’immagine meccanica della comunione. Potremmo meglio pensarla come una relazione sinfonica, di note diverse che insieme danno vita a una composizione. Se dovessimo proseguire usando questa immagine, direi che non si tratta di una sinfonia dove le parti sono già scritte e assegnate, ma di un concerto jazz, dove si suona seguendo l’ispirazione condivisa nel momento. Chi ha fatto l’esperienza dei recenti Sinodi dei vescovi avrà percepito le tensioni che emergevano all’interno dell’Assemblea, ma anche il clima spirituale nel quale erano – per lo più – immerse. Il Pontefice ha sempre molto insistito sul fatto che il Sinodo non è un’assemblea parlamentare dove si discute e si vota per maggioranza e minoranza. Il protagonista, in realtà, è lo Spirito Santo, che «muove e attira», come scrive sant’Ignazio nei suoi Esercizi spirituali. Il Sinodo è un’esperienza di discernimento spirituale alla ricerca della volontà di Dio sulla Chiesa.

        Che questa visione del Sinodo sia anche una visione della Chiesa, non è da mettere in discussione. C’è una ecclesiologia – maturata negli anni grazie al Concilio Vaticano II – che oggi si dispiega. Per questo c’è bisogno di grande ascolto. Ascolto di Dio, nella preghiera, nella liturgia, nell’esercizio spirituale; ascolto delle comunità ecclesiali nel confronto e nel dibattito sulle esperienze (perché è sulle esperienze che si può far discernimento e non sulle idee); ascolto del mondo, perché Dio vi è sempre presente, ispirando, muovendo, agitando: abbiamo l’opportunità di diventare «una Chiesa che non si separa dalla vita», ha detto Francesco salutando i partecipanti intervenuti all’inizio del percorso sinodale (9 ottobre 2021). Il Pontefice ha quindi sintetizzato così: «Siete venuti da tante strade e Chiese, ciascuno portando nel cuore domande e speranze, e sono certo che lo Spirito ci guiderà e ci darà la grazia di andare avanti insieme, di ascoltarci reciprocamente e di avviare un discernimento nel nostro tempo, diventando solidali con le fatiche e i desideri dell’umanità». Mettere la Chiesa in stato sinodale significa renderla inquieta, scomoda, tesa perché agitata dal soffio divino, che certo non ama safe zones, aree protette: soffia dove vuole.

        Il modo peggiore per fare sinodo allora sarebbe quello di prendere il modello delle conferenze, dei congressi, delle “settimane” di riflessione, e immaginare che così tutto possa procedere in modo ordinato, anche cosmeticamente. Altra tentazione è l’eccessiva premura per la «macchina sinodale», perché tutto funzioni come previsto. Se non c’è il senso della vertigine, se non si sperimenta il terremoto, se non c’è il dubbio metodico – non quello scettico –, la percezione della sorpresa scomoda, allora forse non c’è sinodo. Se lo Spirito Santo è in azione – una volta ha affermato Francesco –, allora «dà un calcio al tavolo». L’immagine è riuscita, perché è un implicito riferimento a Mt 21,12, quando Gesù «rovesciò i tavoli» dei mercanti del tempio.

        Per fare sinodo occorre cacciare i mercanti e rovesciare i loro tavoli. Non sentiamo oggi il bisogno di un calcio dello Spirito, se non altro per svegliarci dal torpore? Ma chi sono oggi i «mercanti del tempio»? Solo una riflessione intrisa di preghiera potrà aiutarci a identificarli. Perché non sono i peccatori, non sono i «lontani», i non credenti, e neanche chi si professa anticlericale. Anzi, a volte essi ci aiutano a capire meglio il tesoro prezioso che conteniamo nei nostri poveri vasi di argilla. I mercanti sono sempre prossimi al tempio, perché lì fanno affari, lì vendono bene: formazione, organizzazione, strutture, certezze pastorali. I mercanti ispirano l’immobilismo delle soluzioni vecchie per problemi nuovi, cioè l’usato sicuro che è sempre un «rattoppo », come lo definisce il Pontefice. I mercanti si vantano di essere «al servizio » del religioso. Spesso offrono scuole di pensiero o ricette pronte all’uso e geolocalizzano la presenza di Dio che è «qui» e non «lì».

        Fare sinodo allora implica essere umili, azzerare i pensieri, passare dall’«io» al «noi», aprirsi. Colpisce in questo senso, ad esempio, quanto ha detto il Relatore generale del Sinodo, cardinale Jean-Claude Hollerich, nel suo saluto il 9 ottobre 2021 durante l’inaugurazione: «Devo confessare che non ho ancora idea del tipo di strumento di lavoro che scriverò. Le pagine sono vuote, sta a voi riempirle». Occorre vivere il tempo sinodale con pazienza e attesa, aprendo bene occhi e orecchie. « Effatà cioè: “Apriti!”» (Mc 7,34) è la parola chiave del Sinodo. Roland Barthes – da esimio linguista e semiologo – aveva capito che gli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola servono a creare un linguaggio di interlocuzione con Dio fatto di ascolto e parola. Occorre comprendere che il Sinodo, a suo modo, condivide questa natura linguistica, di creatore di linguaggio. Ed è per questo che è importante il metodo, cioè il modo e le regole del cammino, soprattutto in funzione del pieno coinvolgimento. In definitiva, la dinamica che si sviluppa nel Sinodo può essere descritta come un «giocarsi» , un «mettersi in gioco». E, ad esempio, giocare a calcio non significa soltanto tirare una palla, ma anche correrle dietro, «essere giocati» dalle situazioni che si verificano in campo. Infatti, «il gioco raggiunge il proprio scopo solo se il giocatore si immerge totalmente in esso», come scrive Hans-Georg Gadamer nel suo celebre saggio “ Verità e metodo”. Il soggetto del gioco, dunque, non è il giocatore, ma il gioco stesso, che prende vita attraverso i giocatori. E questo è, in fondo, lo spirito del Sinodo: mettersi finalmente davvero in gioco seguendo la dinamica animata dallo Spirito.

Antonio Spadaro, direttore “La Civiltà Cattolica”                                    4 novembre 2021

 

Radicarsi nel magistero o mettere in moto la tradizione?

        Da quando si è avviato il processo sinodale, il quotidiano Avvenire sta pubblicando alcune analisi, volte – immaginiamo – ad aiutarci nel percorso da compiere. Sia per i nomi coinvolti, sia perché si tratta del quotidiano espressione della CEI, crediamo sia doveroso prestarvi attenzione: per trattenere ciò che è buono, ma anche per evidenziare ciò che, invece, potrebbe ostacolare il processo sinodale.

        Avevamo cominciato qui con le riflessioni di Sequeri e Salvarani (il lato del pendio percorribile) e quelle del vescovo Brambilla (il lato in parte pericoloso, perché assai scivoloso).      [news 882, pag. 84]

        Qualche giorno fa è intervenuto anche don Mauro Leonardi, il quale ha provato a leggere il cammino sinodale dal punto di vista della «fine della cristianità» e, quindi, dell’«inizio di un impegno nuovo».

www.avvenire.it/opinioni/pagine/la-fine-delle-cristianit-doccidente-linizio-di-un-impegno-nuovo

        Nella prima parte della riflessione, appoggiandosi alle analoghe dichiarazioni del cardinal Grech, don Mauro ha evidenziato come oggi non si possa che prendere atto della cosiddetta secolarizzazione e, a quanto sembra, degli aspetti positivi di essa (pur non nascondendosi il fatto che i suoi «esiti finali sono tutti da scoprire»). Infatti, con la sua fine – non a caso riconosciuta e insegnata oggi più come (negativa) «mondanizzazione» del cristianesimo che come (positiva) «cristianizzazione» dell’impero – possono aprirsi «nuove vie» al cristianesimo. Sin qui la riflessione di don Mauro è chiara e incontrovertibile. A tal punto conclamata che qualcuno potrebbe definirla, forse, come tardiva (di almeno quindici-venti anni), se non addirittura fuori tempo massimo (come si suole dire: i buoi sono ormai quasi tutti scappati dalla stalla) e povera (di qualsiasi tentativo di analisi esplicativa). Ma segno di saggezza è anche saper prendere il buono che arriva e nella quantità in cui arriva …

        D’altra parte, il vero problema sembra situarsi nella seconda parte della riflessione – quella costruttiva (e maggiormente legata alla questione sinodale) – il cui l’andamento diventa invece ambivalente: in prima istanza apparentemente condivisibile, ma meditandoci sopra decisamente discutibile. Chi non sarebbe d’accordo, infatti, con l’invito rivolto ai cattolici dei nostri giorni, da un lato, di prendere atto della fine di un’epoca in cui si poteva «delegare alla vita collettiva [e alle «agenzie valoriali»] molto del lavoro personale» e, dall’altro lato, di impegnarsi a «informarsi, riflettere, confrontarsi e prendere posizione pubblica come credente sulle grandi questioni dell’attualità» (inizio vita e fine vita, lavoro e ambiente, immigrazione e droghe)? E, seppur con qualche distinguo in più, chi non sarebbe d’accordo con la necessità di segnalare il rischio che, se questo invito all’autonomia, sinodalità e responsabilità andasse a vuoto, i cattolici finirebbero per «ripetere cose pensate e dette da altri che cristiani non sono rinunciando a un pensiero originale, libero e, se necessario (e spesso lo è), controcorrente»?

        Quando però la riflessione arriva al “dunque”, ossia alle caratteristiche di questo «’pensare cattolico’» che dovrebbe forgiarsi (anche) nel processo sinodale, don Mauro Leonardi non riesce ad andare oltre espressioni che vorrebbero rassicurarci sulla apertura di tale pensiero – «non necessariamente uniforme, non chiuso al dialogo» e derivante dalla «frequentazione viva del Vangelo» – ma che non sembrano riuscire nell’intento. Lo stato «attuale» del mondo è solo, per come lo vede don Mauro, un «(dis)ordine delle cose»? Lo Spirito, di cui parla tanto Papa Francesco, non è già all’opera in esso? Ma soprattutto: perché don Leonardi sente il bisogno di precisare che questo pensiero cattolico dialogico e pluriforme da costruire debba essere – cosa ovvia – «radicato nel magistero sociale della Chiesa»? Non si corre così il rischio di bloccare, di staticizzare ancora una volta, il movimento che il processo sinodale vorrebbe invece riavviare?

Il nostro teologo, d’altra parte, non aveva a disposizione una recente catechesi di Papa Francesco da cui riprendere una categoria meno ambivalente – e al contempo snodo fondamentale del processo sinodale – ossia quella di «visione dinamica della tradizione»? Perché, sia detto con franchezza, sui temi d’attualità evocati da don Leonardi, è buona parte dell’attuale magistero sociale della Chiesa che ha bisogno di essere meglio costruito e ridefinito, di ricevere una nuova dynamis, di essere – appunto – dinamizzato.

Come avevo già scritto qui, una volta compiuta la «kenosi» [svuotamento] auspicata dal vescovo di Roma nel convegno di Firenze (2015) ed abbassatici con misericordia, umiltà, disinteresse e letizia verso l’altro: «che fare» con il peccatore – ma soprattutto con il peccato – che incontriamo? Se come Chiesa siamo certi a priori di saper identificare peccato e peccatore, effettuandone una diagnosi corretta; se come Chiesa siamo certi a priori di saper effettuare una prognosi corretta e di sapere il modo per curare (se non guarire) il peccatore (se non anche il suo peccato), come possiamo pensare che non vengano così quasi azzerate le condizioni di possibilità affinché possa avvenire, con le parole di Papa Francesco, l’imprevisto di imparare qualcosa di inatteso e inaudito, soffiato dallo Spirito del Padre e del (o per il) Figlio già presente nelle storie degli altri?

        Nella realtà, infatti – e questo è il punto decisivo – diagnosi prognosi e cura del peccato potrebbero rivelarsi a posteriori, per la grazia di Dio che è nel (presunto) peccatore, tali da dover essere corrette secondo quello che si rivela essere a posteriori il (nuovo o vero) «progetto del Regno di Dio», la (nuova o vera) «linea dello Spirito Santo», che pensavamo di conoscere a priori. Che cosa fare allora? Si trasforma, si fa crescere, si corregge la realtà (presunta) peccaminosa (ma rivelatasi ispirata)? O si trasforma, si fa crescere, si corregge la dottrina (rivelatasi invece incompleta)?

        Ai posteri, anzi al processo sinodale, l’ardua sentenza

Sergio Venturi          VinoNuovo        2 novembre 2021

www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/radicarsi-nel-magistero-o-mettere-in-moto-la-tradizione

 

Tre brevi considerazioni per un buon sinodo

                L’autore di questo articolo è un laico della parrocchia di Marghera, a Venezia, che ha maturato oltre quarant’anni di servizio pastorale in vari organismi ecclesiali e ha vissuto l’esperienza di  un Sinodo parrocchiale, convocato tempo fa dall’allora Patriarca Angelo Scola. Ha letto sul nostro sito le considerazioni di Giandiego Carastro e i suoi “consigli non richiesti per un percorso sinodale”, e dice di averli trovati condivisibili e stimolanti. Ci offre qui – come ci scrive – “alcune minime suggestioni per vivere al meglio il cammino sinodale” che ha redatto per la sua Chiesa veneziana.

 

                Nessuno escluso. Il “convenire in unum” (1 Cor 11,18) della Chiesa e per fare Chiesa deve includere tutti i battezzati. Nel testo del manuale ufficiale per la preparazione del Sinodo nelle Chiese locali (il “Vademecum”) il concetto riguardante la necessità di non escludere dai lavori sinodali nessuno dei fedeli, di non tenere fuori dal cammino alcun battezzato è ripetuto ‒ con termini e espressioni differenti ‒ almeno sessanta volte! Se il Battesimo conferisce davvero a tutti una funzione profetica, sacerdotale e regale, ed introduce realmente e irrevocabilmente nella Chiesa, come potrebbe la comunità ecclesiale escludere qualcuno dei battezzati, oppure non operare affinché egli possa essere soggetto attivo nell’opera di evangelizzazione? Sarebbe una Chiesa che contraddice la verità del Vangelo, che non dimostra con i fatti la sua fede nel Battesimo. Se ad ogni battezzato è tributato ex opere operato l’onore di essere figlio di Dio, non possiamo impedire a quanti sono insigniti di tale natura di esprimere nel concreto la loro dignità filiale escludendoli dalla  partecipazione.

                Forse, come ha suggerito altrove papa Francesco, nel prossimo Sinodo dovremmo realizzare “il desiderio di ascoltare tutti e non solo alcuni, sempre pronti a fare i complimenti” (Evangelii Gaudium, 31). Nessuno ritiene neanche lontanamente che tutto ciò possa essere facile, ma è altrettanto vero che ciò che si assume teologalmente come buono e vero non può, nella pratica, essere messo da parte come irrealizzabile, senza essersi almeno seriamente domandati «Cosa altro possiamo fare per…». Non dobbiamo sposare una visione di ottimismo ingenuo, ma agire sulle nostre coscienze e stimolare riletture, revisioni, ripensamenti.

                Una vera spiritualità. La sinodalità che sperimenteremo sia una forma di spiritualità di comunione, vissuta e coestensiva. Gli incontri preparatori e quelli più propriamente sinodali non sono delle assemblee popolari alle quali appiccicare uno specifico momento di “spiritualità” ad hoc: un brano biblico, una preghiera e poi ‒ finalmente ‒ si comincia a lavorare al Sinodo. La natura propria della convocazione sinodale (un Sinodo non si realizza, si “celebra”) richiede un approccio spirituale coestensivo a tutte le fasi del lavoro comune, non segregato in specifici momenti sacrali: anche ascoltare il fratello che parla è un momento di altissima spiritualità (è lo Spirito Santo che si sta rivolgendo a noi per bocca di quella persona); pure il fraterno scambio di idee è una manifestazione della varietà dei doni di Dio; anche il confronto sul futuro ecclesiale dice la ricchezza dei carismi pneumatologici (e quindi delle opzioni di salvezza) che sono stati effusi a piene mani tra di noi.

                Del resto ogni aspetto del vissuto ecclesiale è una forte esperienza spirituale di comunione e di discepolato condiviso («Dove due o tre…», Mt 18,20). Serve davvero a qualcosa una spiritualità alienata (e alienante)? Forse non c’è alcun bisogno di separare nettamente il momento spirituale di inizio riunione dal resto della serata, magari con un bel segno di croce quale “tramezzo” (che cos’è? un modo per non contaminare l’alto momento ascetico con la pochezza della discussione pratica?), e ritenere, invece, in fede, che ogni minuto dell’incontro sia un vero momento di spiritualità. Dobbiamo fare un concreto atto di fede nello Spirito che soffia ‒ in ogni istante, come e con chi vuole! ‒ come un lievissimo refolo di vento.

                Non è democrazia, è Chiesa. Quando parleremo del Sinodo evitiamo, anche implicitamente, di utilizzare idee che richiamino il concetto di democrazia. La sinodalità è molto di più che la democrazia: questa fa appello alla sovranità ex lege, quella alla comunione tra le persone (e con Dio).

                Se qualcuno affermasse che la sua veloce automobile «raggiunge il settimo grado della scala Mercalli» noi ci sbellicheremmo dalle risate. Perché non ci comportiamo allo stesso modo se qualcuno dice che il Sinodo è un modo per rispondere alle esigenze nate con l’evoluzione democratica della società? È lo stesso tipo di inadeguatezza verbale del nostro avventato guidatore: l’utilizzo di una matrice di valori che non ha nulla a che vedere con la comunità dei battezzati.

                Che cosa c’entra la Chiesa con i criteri laici di gestione della società civile, con i suoi sistemi politico-sociali? Perché usare criteri statuali per interpretare l’essere, il sentirsi e il discernere insieme della comunità ecclesiale che si mette in ascolto di ciò che lo Spirito le suggerisce? La sinodalità è una dimensione intrinseca della Chiesa, non qualcosa che vi introduciamo dall’esterno per far fronte ad una sensibilità in senso partecipativo della società d’oggi. Proviamo a non usare sistemi di riferimento che non sono adatti alla realtà teandrica della Chiesa: ontologicamente la sinodalità è un “sinonimo” di Chiesa, è la Chiesa che attua se stessa, non una forma di coinvolgimento della gente in essa.

                Gigi Malavolta  by c3dem_admin            3 novembre 2021

www.c3dem.it/tre-brevi-considerazioni-per-un-buon-sinodo

 

Teologo svizzero: un nuovo Diritto canonico per la Chiesa del XXI secolo

                «Da molto tempo ho un'idea folle, non come canonista, ma come teologo sistematico. Se avessi molti soldi, creerei una fondazione. Scopo della fondazione: immaginare progetti alternativi per un nuovo Diritto canonico cattolico e formulare con coraggio un nuovo ordinamento ecclesiale che tenga conto di e si basi sui risultati dell'attuale teologia cattolica critico-scientifica nel e dopo il Concilio Vaticano II. In questo modo si potrebbe dimostrare concretamente che anche altri ordinamenti giuridici potrebbero funzionare per una Chiesa cattolica di Gesù Cristo. L'attuale legge ecclesiastica è troppo fortemente influenzata dalla teologia del XIX secolo». Una riforma radicale del Diritto canonico è quanto chiede il teologo sistematico svizzero di Lucerna Toni Bernet-Strahm, vicepresidente del gruppo di lavoro interreligioso Iras Cotis, in un contributo per la rivista di teologia online feinschwarz.net (4 novembre 2021)

                Se sul fatto che la Chiesa abbia bisogno di un quadro giuridico non ci sono dubbi, argomenta il teologo, già a capo della RomeroHaus di Lucerna, la questione è «di quale forma giuridica, di quali strutture e di quali regolamenti ha bisogno oggi il popolo di Dio nelle società che hanno sviluppato lo Stato di diritto»; «Può una sequela di Cristo regredire rispetto alla conoscenza giuridica della democrazia e funzionare in modo puramente monarchico? Sono convinto che le varie discipline dell'odierna teologia cattolica forniscano sufficienti nuove basi per plasmare un diritto canonico conforme alla teologia».

                «Un ordine statale monarchico in questioni di fede e di coscienza è superato, di fronte alla maturità dei battezzati. Non c'è bisogno di un organo di verità che sia l’unico depositario della conoscenza (esclusivamente sulla base di argomenti autoritari nascosti e di un discorso problematico sullo ius divinum, a cui tutti devono obbedire senza esitazione)». Ciò che occorre è un dialogo aperto che sia il fondamento di un dibattito basato sulla tradizione e sulla Scrittura; occorre una nuova costituzione per la Chiesa che contenga i diritti fondamentali più importanti. «Qualcosa del genere è già stato provato, ricordo la bozza di una Lex fondamentalis dopo il Concilio Vaticano II», scrive Bernet-Strahm, riferendosi al progetto di una Lex fundamentalis Ecclesiæ che fu abbandonata già nel 1980, alcune parti della quale furono assorbite nel Codice di Diritto canonico del 1983. «Ma l'unica cosa che emerse fu l'attuale Codex Iuris Canonici. Il lavoro non deve essere affrontato di nuovo?». Una nuova costituzione dovrebbe dare la preminenza alla dignità dell'essere umano e non al primato giurisdizionale del papa: ciò «aprirebbe al tempo stesso spazi giuridici che creano spazio per la giurisdizione procedurale e partecipativa delle singole Chiese locali. Principio di sussidiarietà anche nel diritto canonico: si regola solo ciò che deve essere regolato per tutta la Chiesa!».

                Operativamente, ipotizza, il teologo, si potrebbero riunire canonisti/e e teologi/e delle varie discipline, sotto gli auspici di un'università o una facoltà o una fondazione o un progetto di ricerca, allo scopo di arrivare alla definizione di un progetto comune di diritto canonico: «Non sarebbe anche questo un progetto all'interno del cammino sinodale appena iniziato?», si chiede il teologo svizzero. Anche l’immagine pubblica della Chiesa trarrebbe beneficio da questa apertura; le bozze di progetto sarebbero oggetto di dibattito ulteriore, e il coinvolgimento di altre confessioni su temi comuni «potrebbe avere conseguenze ecumeniche e interreligiose positive».

                Il punto, osserva Bernet-Strahm, è che la Chiesa è ad un punto critico e gli ultimi aggiustamenti al diritto canonico non sono risolutivi: «La nuova legge penale promulgata – rileva, riferendosi alla recente revisione del Libro VI del CIC, che regola il diritto penale ecclesiastico - ha lo scopo di evitare gli abusi, ma crea nuove ingiustizie (l'ordinazione delle donne è penalmente equiparata all'abuso, anche se in un caso si tratta di reato per abuso di potere e nell'altro caso si tratta di autorizzare metà dei credenti!). Di fronte ai casi di abuso scoperti e non scoperti, come si può parlare di una Chiesa segno di salvezza?». Ma il diritto canonico è riformabile? Secondo il canonista e costituzionalista Norbert Lüdecke, citato da Bernet-Strahm, esso è un sistema intrinsecamente irreformabile di ceti monarchici, che può cambiare solo grazie alla pressione esercitata dai laici. Insomma, anche per il diritto canonico il cambiamento parte dal basso, e non dal vertice. «Il tempo dei sogni sulla Chiesa è finito, ora servono conseguenze strutturali», sintetizza il teologo.

                «La teologia della liberazione mi ha insegnato che non è sufficiente concepire belle intuizioni e visioni teologiche se non hanno conseguenze per la liberazione strutturale e il rinnovamento. Non basta nemmeno la più bella ecclesiologia del popolo di Dio e della comunione. Sono necessarie modifiche strutturali. Un nuovo diritto canonico (per il momento, bozze creative e alternative ad esso) potrebbe aprire tali spazi e processi».

                Sarebbe bello «se questo compito e questo lavoro interessassero ad alcuni teologi cattolici. Una prima domanda può essere come trovare il tempo e le risorse per costituire una fondazione o per realizzare un progetto di ricerca. Ma per questo, un gruppo di teologi qualificati dovrebbe prima mostrare interesse e sentirsi motivato. Poi si possono trovare le risorse necessarie».

Ludovica Eugenio            Lucerna-Adista                5 novembre 2021

www.adista.it/articolo/66984

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

Riceve questa comunicazione in quanto è presente nella mailing list di newsUCIPEM.

Comunichiamo che i suoi dati personali sono trattati per le finalità connesse alle attività di comunicazione di newsUCIPEM. I trattamenti sono effettuati manualmente e/o attraverso strumenti automatizzati. I suoi dati non saranno diffusi a terzi e saranno trattati in modo da garantire sicurezza e riservatezza.

        Il titolare dei trattamenti è Unione Consultori Italiani Prematrimoniali e Matrimoniali Onlus

Corso Diaz, 49 - 47100 Forlì                 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Il responsabile è il dr Giancarlo Marcone, via A. Favero 3-10015-Ivrea.           Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 


 [GM1]

 [GM2]

2022  UCIPEM NAZIONALE   globbers joomla templates