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NewsUCIPEM n. 885 – 21 novembre 2021

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

  • Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.
  • Link diretti e link per pdf -download a siti internet, per documentazione.

                I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

                Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.

                In ottemperanza alla direttiva europea sulle comunicazioni on-line (direttiva 2000/31/CE), se non desiderate ricevere ulteriori news e/o se questo messaggio vi ha disturbato, inviate una e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con richiesta di disconnessione.

                Chi desidera connettersi invii a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. la richiesta indicando nominativo e-comune d’esercizio d’attività, e-mail, ed eventuale consultorio di appartenenza.    [Invio a 1.391 connessi]

 

1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

02 ABUSI                                               Abusi nella Chiesa: l'ipocrisia della "Giornata per le vittime"

03                                                          Mobbing e abusi nei conventi, un libro-inchiesta alza “Il velo del silenzio”

04                                                          Spagna: la pedofilia dei preti fa capolino all’assemblea dei vescovi

05                                                          Preti pedofili, la denuncia: “Noi, vittime di abusi ancora abbandonate”

06 ADOZIONI INTERNAZIONALI      Perché le adozioni internazionali sono in calo da 10 anni? Quali le vere cause?

07                                                          Mi spiegate che cosa vuol dire “Adottare a Distanza un orfanotrofio?”

08 AFFIDO                                            Giornata dei diritti dell’infanzia. Pubblicato il “Rapporto CRC regione per regione”

09 ASSEGNO DIVORZILE                    È ancora dovuto in caso di nuova convivenza?

10 AUTORITÀ GARANTE MINORI   Giornata mondiale dell’infanzia: le iniziative dell’Autorità garante

11                                                          20 novembre: la giornata mondiale dei diritti dei bambini

11                                                          L’Autorità alle istituzioni: “Fate partecipare i minorenni alle vostre decisioni”

12 CENTRO GIOVANI COPPIE           Meraviglia. Fascino e timore: il mistero dell’altro

13 CENTRO INT. STUDI FAMIGLIA Newsletter CISF - n. 44, 17 novembre 2021

15 CHIESA IN ITALIA                          Mons. Ghizzoni: Chiediamo perdono, siamo pronti ad ascoltarvi e accompagnarvi

17                                                          La questione abusi e la Chiesa italiana. Le ferite non si prescrivono

18                                                          Considerazioni a margine di un convegno bolognese sulle violenze sui minori

19 CHIESA NEL MONDO                    Cammino Sinodale nella "bufera" degli abusi

20                                                          L’olocausto bianco: la chiesa di fronte alla pedofilia

24                                                           Vescovi e preti sposati non “hanno abbandonato la casa di Dio”

24 CONF. EPISCOPALE ITALIANA    Custodire ogni vita

28                                                          La Cei è l’unica a ignorare la pedofilia. Commissione d’inchiesta inesistente

29                                                           Pregare costa meno, cinque minuti e ti lavi il crimine di dosso

29 COUNSELING                                 La questione dell’empatia

32 CONSULTORI CATTOLICI             CFC -Servire la famiglia edificare la Chiesa

33 DALLA NAVATA                             XXXIV domenica del tempo ordinario (anno B)- -21  novembre 2021

33                                                          È l'amore disarmato che cambia il mondo

33 DIBATTITI                                        Eutanasia, la disponibilità della vita e l’apertura della Chiesa

34                                                          Precisazioni sull’opera di riforma dell’attuale pontificato

36 DONNE NELLA (per) LA CHIESA Dimmi come ti vesti...

37 FARIS                                               Adottare fratelli o bambini già grandi: “impresa” o opportunità? Un Webinar

38                                                          Vuoi diventare un vero Social Media manager?

39 FORUM ASS. FAMILIARI              Assegno unico. La famiglia comincia a rappresentare una risorsa su cui investire

39 MATERNITÀ SURROGATA           Bimba abbandonata in Ucraina

40 PASTORALE FAMILIARE               Diritto canonico: i primi diplomati in Consulenza matrimoniale e familiare

41 RIFLESSIONI                                   Generazione Peter Pan

41 SESSUOLOGIA                                Il gender e le sue tre vite

42                                                          Ora la disforia di genere interroga anche la scuola

43 SINODO                                           Sinodo universale. Una lettura del documento preparatorio

45                                                          Intervista con Myriam Wijlens, teologa olandese

49                                                          Per una chiesa costitutivamente sinodale

52                                                          Nel Sinodo ripensare il nostro modo di intendere il Vangelo e di viverlo

56                                                           La gerarchia di fronte al sinodo

57                                                          Il vero protagonista è lo Spirito Santo, all’opera nel mondo e nella Chiesa

59 TRIBUNALE                                     + celerità con giudice monocratico non vale rinuncia ad approccio multidisciplinare

60                                                          Stiamo lottando per evitare la soppressione dei Tribunali per i minorenni

63 VIOLENZA                                       La violenza sulle donne e la falsa uguaglianza

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ABUSI

Abusi nella Chiesa: l'ipocrisia della "Giornata per le vittime"

                In molti Paesi d’Europa, commissioni di inchiesta indipendenti hanno lavorato strenuamente per portare alla luce la portata reale, o almeno verosimile, del fenomeno degli abusi sessuali perpetrati dal clero. È accaduto in Germania, e prima ancora nella cattolica Irlanda, in cui dopo nove anni di indagini, nel 2009, ha visto la luce il Rapporto Murphy; è accaduto in Francia, con la Commissione guidata da Jean Marc Sauvé, i cui risultati sono stati pubblicati il mese scorso. Un’inchiesta è stata commissionata in Svizzera all’Università di Zurigo, il Portogallo si è avviato su una strada analoga, persino in Polonia un’indagine è stata compiuta, benché parziale, e in Spagna, dove l’episcopato si è sempre detto contrario alla creazione di commissioni sulla pedofilia, il tema ha cominciato a fare capolino nel discorso del card. Omella in apertura dell’assemblea plenaria d’autunno della Conferenza episcopale (11-19 novembre 2021).

                E in Italia? In Italia tutto tace. A più riprese, soprattutto dopo la pubblicazione del Rapporto Sauvé, si sono diffuse petizioni per la creazione urgente di una Commissione d’inchiesta anche nel nostro Paese, ma per ora sono cadute nel vuoto. I vescovi italiani non sembrano disposti a indagare alcunché, ma in compenso non si risparmiano nei gesti formali e nella preghiera: il 18 novembre la Cei ha celebrato, in concomitanza con la Giornata europea per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale del Consiglio d’Europa, la prima Giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi, istituita lo scorso marzo. Si sprecano le veglie di preghiera, le contrite richieste di perdono, le assicurazioni di accoglienza e ascolto come quella di mons. Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio nazionale della Cei per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, che si ripara dietro alla considerazione che, in Italia, l’ondata di casi e denunce «noi non l’abbiamo avuta. Ma questo non dipende dal fatto che la Chiesa italiana stia spegnendo, trascurando o tacitando le vittime o le denunce». Per carità. La Chiesa italiana, assicura, si è mossa e per dimostrarlo sciorina tutta una serie di dati, misure, reti di referenti, offerte di numeri di telefono e e-mail che, secondo lui, faranno uscire «casi nuovi e del passato». Ma di una Commissione d’inchiesta che passi al setaccio archivi diocesani, parrocchiali, denunce, casi, trasferimenti sospetti, testimonianze di vittime, nemmeno l’ombra.

                Che tutto questo sia irricevibile lo ha detto chiaro e tondo a Savona la Rete L’Abuso di Francesco Zanardi con una pec di diffida al vescovo locale (“Non pregate per noi!”) in cui, a nome delle vittime di preti della diocesi che mai sono state ascoltate, rispedisce al mittente «qualunque iniziativa folcloristica o di preghiera così chiaramente disonesta nel pentimento», respingendo «sollecitamente le preghiere di un vescovo e di una comunità cattolica che non ha mai neppure accennato al pentimento, offerto riparazione o qualunque sorta di aiuto o sostegno, mostrandosi ogni volta invece irritata dalle richieste di giustizia delle vittime che con coraggio si sono mostrate». Qualsiasi iniziativa di preghiera legata all’iniziativa, non può che essere recepita «come falsa, strumentale ed a uso improprio non concesso della nostra immagine», afferma la rete L'Abuso; «sarebbe pertanto preferibile che la diocesi, umilmente ed unitamente alle altre sue realtà, istituisse una commissione di inchiesta indipendente che dia un reale e concreto senso di verità e giustizia».

                Sarebbe triste dover sperare che una spinta efficace possa arrivare da Oltralpe, da Jean-Marc Sauvé, che il 9 dicembre incontrerà papa Francesco; «Tra le piste di lavoro che noi proponiamo - ha detto alla Radio RCF - ce ne sono alcune che riguardano la Conferenza dei vescovi, altre che riguardano gli istituti e le congregazioni religiose, ma ci sono anche delle misure che riguardano direttamente il Papa e la Santa Sede. E la visita a Roma ci permetterà di sottolineare una serie di questioni che senza alcun dubbio riguardano il Papa».

                Noi riteniamo che se la Chiesa italiana vuole essere credibile sulla questione degli abusi, una commissione d'inchiesta indipendente sia imprescindibile e aggiungiamo che sarebbe auspicabile un’alleanza virtuosa tra vittime e media, tra vittime e giornalisti affidabili, di quelli che lavorano per dare voce proprio alle vittime, che cercano verità, cercano trasformazione e non sensazionalismo. Un’alleanza del genere potrebbe scuotere finalmente l’opinione pubblica cattolica, spesso intorpidita dagli episodici casi di cronaca, ma soprattutto diffidente quando si tratta di tirare dentro l’arena l’istituzione Chiesa. Per squarciare veli di ipocrisia e mostrare la nudità del re.

                Ludovica Eugenio                            Adista   19 novembre 2021

www.adista.it/articolo/67068

 

Mobbing e abusi nei conventi, un libro-inchiesta alza “Il velo del silenzio”

                Mobbing, violenze, ricatti e frustrazioni: non sono pochi i conventi messi in ginocchio da comportamenti che lo psichiatra Tonino Cantelmi definisce «predatori», legati alla «gestione del potere», che sconfina spesso in «autoritarismi compulsivi». In nome di quella trasparenza tante volte invocata e praticata da papa Francesco in questi tempi di verifiche e riforme nei Sacri Palazzi, arriva un libro-inchiesta sugli abusi nei monasteri: abusi di potere, di coscienza o sessuali all'interno di ordini e istituti, che portano donne e ragazze a spegnere il fuoco della vocazione e abbandonare il percorso religioso intrapreso, anche dopo anni. Sono loro stesse, suore o ex suore, che stanno per lasciare o hanno già lasciato quella che per anni è stata la loro «casa», a raccontare nel libro «Il velo del silenzio» di Salvatore Cernuzio (con introduzione di padre Giovanni Cucci, SJ e contributo di Giorgio Giovanelli) ciò che hanno subito: mobbing, ricatti, manipolazioni, discriminazioni in base alla nazionalità, violazione del foro interno (cioè dei segreti della propria coscienza), problemi di salute sottovalutati o usati come pretesto per l’emarginazione.

                Non pochi commentatori hanno subito definito questo volume «necessario», per purificare quegli ambienti ecclesiastici inquinati dalle debolezze umane, dalle tentazioni e dal «clericalismo», di cui parla lo stesso autore. «Tanti, troppi, i comuni denominatori nelle storie di queste religiose ed ex religiose, che pur provengono da latitudini e background completamente differenti. E che fanno pensare che non si tratti di singoli casi, in cui a rimetterci sarebbero donne particolarmente fragili, tendenti alla depressione o troppo deboli e “pazze” per reagire, ma che evidentemente sia presente un sistema malsano, basato su strutture di potere e su quel clericalismo che papa Francesco in diverse occasioni ha stigmatizzato come un “cancro” per la Chiesa». Clericalismo inteso «come quel surplus di grazia di cui superiori, fondatrici, maestre delle novizie o gli stessi padri spirituali si ammantano, decidendo sulla sorte di questa o quell’altra candidata, facendola precipitare in uno status di debolezza e soggezione che la rende anche facile preda di violenze. Fisiche e psicologiche».

                Il libro di Cernuzio, giornalista di Vatican News e dell’Osservatore Romano dopo essere stato redattore di Vatican Insider-La Stampa, raccoglie in forma anonima le testimonianze di donne di tutto il mondo e di diverse età che, dopo anni di silenzio, per paura o perché sotto forte pressione psicologica, hanno deciso di far sentire la loro voce, in modo da poter aiutare chi ancora non ha il coraggio di reagire. Un «velo», come quello tolto dal proprio capo, che ora cade per rivelare storie altrimenti nascoste. Come quella di Anne-Marie, vittima di episodi di razzismo nel suo istituto negli Stati Uniti. Lei e altre due africane hanno dovuto subire battute sull’ignoranza o sul vestiario; costrette a spalare la neve e fare lavori pesanti perché «abituate alla fatica in Africa». Quando è morta sua madre non gliel’hanno detto per tre giorni e hanno continuato a farla lavorare in cucina. Thérèse ha problemi alla colonna vertebrale. Per la madre sono scuse per evitare gli impegni della vita comunitaria. La ragazza diventa quasi anoressica, non viene aiutata nelle cure e le viene impedito di andare da uno psicologo. Esce dall’istituto, restando senza sostegno di alcun tipo, piena di timori e nevrosi. Aiutata ora da una comunità che le ha pagato anche i primi mesi di affitto, è in cura psicologica. Aleksandra viene molestata da un prete. Ma invece di essere protetta e aiutata, e invece di denunciare il sacerdote, è colpevolizzata dalla superiora che le toglie pure la guida di un progetto da lei fondato. Chi viene scelto per sostituirla alla guida del progetto? Il prete in questione. Aleksandra ha avuto problemi di salute ma non è stata aiutata in alcun modo, perché non rientrava tra le favorite delle suore più anziane. Ed è pure stata messa sotto accusa quando è uscita dall’istituto.

                Nei monasteri femminili «c’è a mio parere - sottolinea nell’'intervista contenuta nel libro Tonino Cantelmi - troppa sofferenza non raccontata, troppo dirigismo e un isolamento non sempre sano». Secondo lo psicoterapeuta «molte Congregazioni sono pervase da forme di individualismo impressionanti e la vita in comune è soltanto formale, priva di contenuti». È in questo individualismo che «si creano forme di abuso caratterizzate dalla ricerca di potere. Vedi subito questo quando in una Congregazione il religioso o la religiosa considera quella struttura di cui è superiore o quell’opera di carità che gli è stata affidata una sorta di suo potentato». Cantelmi denuncia che «a volte la gestione del potere si caratterizza per la costituzione di cordate che fanno sì che ci sia una forma di esclusione davvero crudele: su alcune religiose pesa un giudizio negativo particolarmente severo. Questo in realtà dimostra una incapacità in alcune Congregazioni, maschili e femminili, di vivere un’autentica fratellanza/sorellanza». La ricostruzione di relazioni autentiche e sane è «a mio parere una urgenza che riguarda molte Congregazioni».

                A impreziosire - e a sigillare - il lungo e complesso lavoro di Cernuzio c’è anche la prefazione di Nathalie Becquart, XMCJ saveriana, sottosegretario della Segreteria generale del Sinodo, prima donna con diritto di voto nell’assise dei vescovi. «Siamo tutti chiamati a prendere coscienza - evidenzia suor Nathalie - di queste pratiche erronee di obbedienza e di esercizio dell'autorità nella Chiesa, che purtroppo sono sorte sia nelle parrocchie che nelle vecchie e nuove comunità di vita consacrata o associazioni laicali». Becquart esorta ad «ascoltare la forte chiamata di Papa Francesco alla conversione pastorale, che ci richiede di abbandonare il modello clericale della Chiesa e di entrare in una visione di Chiesa sinodale, che implica l'ascolto e la partecipazione di tutti e l'assunzione di responsabilità congiunte». Un tema mai così cruciale come nelle dinamiche di relazioni distorte e violente raccontate con delicatezza da Cernuzio.

                 Suor Nathalie vuole «rendere omaggio a queste donne che hanno coraggiosamente accettato di parlare e dare la loro autentica testimonianza». Ora però «dobbiamo ascoltarle sentirle e prendere coscienza che la vita consacrata nella sua diversità, come altre realtà ecclesiali, può generare sia il meglio che il peggio». Il meglio quando «i voti religiosi di povertà, castità e obbedienza sono proposti come un cammino di crescita umana e spirituale». Il peggio quando «i voti religiosi sono interpretati e attuati in modo da infantilizzare, opprimere o addirittura manipolare e distruggere le persone». Nelle pagine di Cernuzio si trovano anche degli spunti sui percorsi di «rinascita», quindi sugli strumenti del Diritto canonico o della psicoterapia in supporto e a tutela delle consacrate, oppure sulle iniziative all'interno della Chiesa che aiutano queste donne a riprendere la vita in mano e ad andare avanti. A volte perfino ricominciando il cammino religioso, quando tornano a distinguere le malefatte di qualche superiore con l’opera e la presenza del Signore. E la propria preziosa missione per conto di Dio.

Domenico Agasso           Vatican insider - La stampa                        19 novembre 2021

www.lastampa.it/vatican-insider/it/2021/11/19/news/mobbing-e-abusi-nei-conventi-un-libro-inchiesta-alza-il-velo-del-silenzio-1.40935984

 

 

 

Spagna: la pedofilia dei preti fa capolino all’assemblea dei vescovi

                Non l’ha nominato, ma il problema della pedocriminalità nella Chiesa – convitato di pietra in tutte le riunioni degli episcopati, tanto più in Europa dopo il rapporto Ciase sugli abusi sessuali in Francia– non poteva essere assente nel discorso del card. Juan José Omella in apertura dell’assemblea plenaria d’autunno della Conferenza episcopale spagnola (11-19 novembre 2021). Volente o no, è il tema forte di quest’assemblea, pur se non compare nell’ordine del giorno dei lavori. È probabile che Omella ne avrebbe fatto volentieri a meno, considerando che il tema comporta l’ipotesi dell’istituzione di una Commissione d’inchiesta che faccia luce sui casi di abuso, prescritti o meno, commessi da preti e religiosi su minori. E questa ipotesi è stata finora apertamente respinta dai vescovi spagnoli, per lo meno da quelli apicali. Dunque non ha nominato il comportamento criminale riscontrato all’interno della Chiesa, ma l’ha lasciato trasparire citando altri “peccati” che – ha denunciato – stanno vieppiù allontanando la società dall’istituzione religiosa, e per tutti ha fatto “mea culpa”.

                «È che la fede – ha detto – sta perdendo presenza nella cultura ambientale del nostro Paese. Il che è causato anche, dobbiamo riconoscerlo, dalle incongruenze interne della Chiesa e dei cristiani, e dobbiamo anche dirlo chiaramente, di noi, propri pastori della Chiesa, e per questo chiedo perdono». «Mancanza di testimonianza e incongruenze», «divisioni e mancanza di passione evangelizzatrice»: con queste deficienze, ha aggiunto, «in molte occasioni contribuiamo, non senza scandalo, alla disaffezione e alla sfiducia nella gerarchia, nella Chiesa stessa». «Chiediamo perdono a Dio, alle vittime e alla società, mentre lavoriamo per la loro sradicamento e prevenzione».

                In attesa del termine dell’assemblea, i giornali hanno pubblicato i loro commenti. «Un “mea culpa” inatteso», ha osservato il quotidiano conservatore La Razón il 16 novembre, «non perché il presidente della Conferenza episcopale, Juan José Omella, non abbia condannato in precedenza i peccati ecclesiali in materia di abusi sessuali, ma perché vi ha insistito già all’inizio dell’assemblea plenaria. Ma, soprattutto, perché questo battersi il petto è stato esteso fino a comprendere tanti errori episcopali che, secondo il cardinale arcivescovo di Barcellona, avrebbero contribuito a far perdere gradualmente alla fede “la sua presenza nella cultura ambientale del nostro Paese”». «Omella è sembrato prendere atto della palude in cui si dibatte la vicina Chiesa francese con il rapporto devastante» della Commissione di inchiesta sugli abusi. E sa che «si sono levate voci che chiedono un simile studio retrospettivo in Spagna». Ad esso però «i vescovi si oppongono». Si tratta di «un folto gruppo di prelati restii a seguire le orme di Francia, Germania o Belgio con un audit storico, con il pretesto di non collaborare a una campagna mediatica. Altri, invece, ritengono che sia giunto il momento di ripensare la strategia. In pubblico, né l’uno né l’altro gruppo si esprime».

                Anche il Diario de Navarra (16/11) rileva che «non è la prima volta che la dirigenza episcopale intona un mea culpa per il discredito della Chiesa causato dalla pedofilia e da altre questioni. Ma è una novità che un leader episcopale si scagli contro la mancanza di comunione ecclesiale e la pigrizia nell’azione evangelizzatrice».

                È il quotidiano El País (16/11) a precisare che, «secondo fonti interne», è composto da «almeno otto prelati» il gruppo che «pensa di sollevare il tema la necessità che la Conferenza episcopale spagnola  acconsenta all’elaborazione di uno studio interno per conoscere la reale portata degli abusi». Comunque, seguita, è noto che «la Conferenza episcopale resiste a qualsiasi indagine, interna o esterna. Il rifiuto di mettere a disposizione degli esperti gli archivi ecclesiastici pone i vescovi spagnoli in coda per trasparenza».

                «A sorpresa», chiosa a seguire il quotidiano madrileno, «la Chiesa cattolica italiana si trova nella stessa situazione, nonostante Francesco, come vescovo di Roma, ne faccia parte e abbia più volte chiesto tolleranza zero e indagini». I vescovi italiani devono essere piuttosto riottosi a seguire, in questo campo, le indicazioni e/o le prescrizioni della sede centrale della cattolicità e del suo capo. Pur in presenza di un battage insistente: anche oggi, il card. Seán Patrick O’Malley, presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, prendendo parte alla Giornata europea per la Protezione dei Bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali, sul tema “Rendere il cerchio della fiducia veramente sicuro per i bambini”, ha detto che serve «un’indagine onesta, un’indagine indipendente e un’azione informata», perché «non possiamo riparare ciò che non riconosciamo. Non possiamo ripristinare una fiducia infranta se non entriamo nel cuore della questione».

Eletta Cucuzza                  Adista Madrid  18 Novembre 2021

www.adista.it/articolo/6706-5

 

Preti pedofili, la denuncia: “Noi, vittime di abusi ancora abbandonate”

                “In Italia ci sono 23 strutture per curare i preti e neanche una per le vittime di abusi: servirebbe ben altro che una preghiera”. Francesco Zanardi, fondatore della Rete L’Abuso-Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, guarda con scetticismo alla decisione dell’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, di celebrare oggi la messa in Duomo per le vittime di violenze. “Anch’io ho subito abusi – spiega – e in Italia siamo senza giustizia e abbandonati, anche dallo Stato”.

                La messa in Duomo è la tappa di un percorso della Cei e della Diocesi di Milano. Indica una presa di coscienza sul problema?

                “Preferiremmo vedere, piuttosto, l’istituzione di una commissione d’inchiesta sugli abusi sessuali, come è stato fatto in altri Paesi europei, da ultimo il Portogallo. Sarebbe un punto di partenza, anche perché dalle indagini all’estero emergono dati sconcertanti”.

                Quali?

                “In Francia sono 216mila i sopravvissuti “viventi“ ad abusi sessuali su minori da parte del clero, secondo il Rapporto Ciase, con circa tremila preti pedofili. In Italia, facendo una stima, il numero potrebbe triplicare. Noi abbiamo portato l’Italia davanti alle Nazioni Unite e all’Europa, ma non si è ancora mosso nulla”.

                Che cosa blocca l’apertura di una commissione d’inchiesta?

                “Il problema è politico, perché nessuno vuole andare contro il Vaticano. Per questo un segnale forte deve arrivare dall’Unione Europea”.

                La Diocesi di Milano, però, ha istituito nel 2019 il Referente per la tutela dei minori, ci sono stati protocolli e in generale passi avanti da parte del mondo cattolico.

                “Iniziative come gli sportelli per raccogliere le segnalazioni delle vittime di abusi non hanno senso, e le abbiamo anche denunciate al Garante della Privacy. Le vittime, in buona fede, rilasciano dichiarazioni che poi non si sa dove finiscono, senza alcun controllo sulla privacy. Dichiarazioni che poi finiscono anche nelle mani del legale del prete. Le denunce devono essere presentate all’autorità giudiziaria, e per ora a farlo sono solo le vittime e le loro famiglie. Bisogna evitare che sacerdoti sottoposti a indagini continuino a rimanere a contatto con i minori, magari dopo il trasferimento in altre città”.

                Quanti casi sta seguendo la vostra rete in Lombardia?

                “Stiamo seguendo sei casi, tra cui quelli di don Galli, don Tempesta, don Lucchina, dell’ex seminarista di Cuggiono. A Pavia siamo presenti nel processo a carico di don Silverio Mura, accusato di aver usato un falso nome quando aveva svolto il suo ministero in provincia. La vittima di abusi, a Napoli, ha ottenuto intanto un risarcimento di circa 120mila euro”.

                Che cosa la spinge ad andare avanti?

                “Ho subito anch’io abusi, altrimenti solo un pazzo potrebbe portare avanti una battaglia del genere. Finora sono stato querelato 70 volte, e nessun giudice mi ha condannato”.

Andrea Milani                                  Il giorno Milano                              17 novembre 2011

 

www.ilgiorno.it/milano/cronaca/preti-pedofili-1.7046927

https://retelabuso.org/2021/11/18/preti-pedofili-la-denuncia-noi-vittime-di-abusi-ancora-abbandonate/

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ADOZIONI INTERNAZIONALI

Perché le adozioni internazionali sono in calo da 10 anni? Quali le vere cause?

                Le adozioni internazionali sono in crisi, in Italia e nel mondo. È un dato di fatto incontrovertibile, basato sui numeri, e che riguarda tutti i Paesi, con pochissime eccezioni. Molti pensano che questo declino sia figlio soprattutto del Covid, che però, in realtà, ha solo accentuato e accelerato una tendenza iniziata ormai circa dieci anni fa. Nel 2011, infatti, si è registrato, in Italia e nel mondo, il picco assoluto di adozioni internazionali. Da lì in poi, i numeri sono stati costantemente al ribasso.

                Le “finte” risposte al problema del calo delle adozioni internazionali. Davanti a questo scenario, c’è chi ha focalizzato il fulcro del problema sui costi dell’adozione: calano le richieste perché servono troppi soldi per adottare un bambino dall’estero. Vero, ma fino a un certo punto, perché nello stesso lasso di tempo in cui le adozioni sono diminuite, pratiche come quelle dell’utero in affitto, che costano 4 o 5 volte di più, hanno continuato a svilupparsi.

                Altri pensano che la risposta alla domanda sia la mancanza di bambini da adottare. Ipotesi smentita senza pietà dai numeri (per quanto, scandalosamente, non esista un conteggio ufficiale) degli orfanotrofi pieni di minori in ogni parte del mondo, e ribadita dalle periodiche liste, che ogni ente autorizzato riceve dalle autorità centrali dei Paesi, composte da centinaia di minori dichiarati adottabili ma che nessuno vuole adottare, spesso perché ormai troppo grandi dopo anni passati “prigionieri” in istituto.

                Altra ipotesi ancora è quella che vuole che le famiglie disponibili ad accogliere un minore abbandonato siano sempre meno. Eppure, ancora una volta, questo fatto si scontra con il già citato aumento del ricorso all’utero in affitto, così come la notevole crescita delle richieste per la fecondazione eterologa.

                Le riflessioni e i racconti di chi quotidianamente “vive” l’adozione internazionale. Allora, davanti a tutto questo, quali sono “davvero” le cause che hanno portato al costante calo delle adozioni internazionali e non fanno intravedere, al momento, un’inversione di tendenza?

                Le risposte proverà a darle il Convegno “Adozione senza veli: la trappola dei miti culturali”, organizzato da Ai.Bi. in collaborazione con FARIS – Family Relationship International School e con il contributo della Provincia di Bolzano, per venerdì 10 dicembre, giornata mondiale dei diritti umani. Un evento gratuito, aperto a tutti coloro che sono interessati ad approfondire il tema dell’adozione internazionale, ascoltando i pareri e le riflessioni degli esperti che quotidianamente fanno “l’esperienza” di tale pratica nei vari Paesi del mondo.

                Ricchissimo l’elenco dei partecipanti: Barbara Ghiringhelli, docente del Dipartimento di studi umanistici dell’Università IULM di Milano; Marco Griffini, Presidente dell’Associazione Ai.Bi. – Amici dei Bambini; Vilma Feltrin, insegnante e genitore adottivo; Francesca Mineo, giornalista e genitore adottivo; Daniel Gallozzi, giocatore di pallanuoto e figlio adottivo; Michela De Santi, assistente sociale e genitore adottivo; Greta Griffini, insegnante, figlia adottiva e mamma biologica; Joseph Moyersoen, giudice onorario del Tribunale per i minorenni di Genova; Marzia Masiello, referente relazioni istituzionali di Ai.Bi.

                Al termine degli interventi, enti autorizzati, associazioni familiari, magistratura e servizi sociali si metteranno a confronto all’interno di una tavola rotonda dal titolo: “Adozioni in prospettiva: come svelare un mito?”, alla quale interverranno Vincenzo Starita, vice Presidente della Commissione Adozioni Internazionali; Cinzia Bernicchi, esperta di adozione internazionale di Ai.Bi. – Amici dei Bambini; Giovanna Rota, psicoterapeuta della Comunità Shalom; Michele Larcher, presidente di Genitori Adottivi ed Affidatari Altoatesini.

                L’evento si terrà a distanza, su piattaforma ZOOM, dalle ore 15.00 alle ore 18.00. La partecipazione è gratuita previa prenotazione obbligatoria entro le ore 14.00 dell’8 dicembre.

QUI il form per l’scrizione.                           www.aibi.it/lp/adozione-senza-veli/#features

                Per ulteriori informazioni scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

È possibile consultare il programma completo del convegno a questa pagina 

                www.aibi.it/lp/adozione-senza-veli/#features

www.aibi.it/ita/adozioni-calo-10-anni-quali-le-cause-10-dicembre-convegno-on-line

 

Mi spiegate che cosa vuol dire “Adottare a Distanza un orfanotrofio?”

                Si tratta di un’ Adozione a Distanza innovativa, in quanto con soli 25 euro al mese si diventa testimoni attivi della crescita e della speranza  di un gruppo di bambini che non aspettano altro che il calore di una famiglia. “Adotta un orfanotrofio” è un’Adozione a distanza innovativa: è principalmente una partecipazione diretta alle attività progettuali di Ai.Bi. rivolte ai minori in difficoltà familiare, ospiti di un orfanotrofio.

                Pensare alla collettività e non solo a singolo è un valore aggiunto specialmente in un periodo come questo dove aiutarsi è l’unica risposta per superare le difficoltà che tutto il mondo sta vivendo. Attivando questa tipologia di Adozione, si contribuirà a migliorare le loro condizioni di vita, assicurando alimentazione adeguata, visite mediche specialistiche, attività socio–educative, corsi di formazione professionale, percorsi d’inserimento lavorativo per gli adolescenti e tutto ciò che si rende necessario per far sì che i minori ospiti di un orfanotrofio sostenuti da Ai.Bi. possano crescere, per quanto possibile, serenamente, come se fossero i “nostri” figli.

                Questa è una Adozione a Distanza innovativa, in quanto con soli 25 euro al mese si diventa testimoni attivi della crescita e delle evoluzioni di un gruppo di bambini che non aspettano altro che il calore di una famiglia. Ma quel calore comincia ad essere donato proprio dal sostenitore che seguirà costantemente i progressi della crescita di vita di ognuno di loro. Infatti, il sostenitore riceverà mensilmente un report con fotografie, filmati dei bambini e attività dell’orfanotrofio e avrà la possibilità di scrivere e comunicare con loro attraverso mail, skype call e soprattutto avrà la possibilità di andare a conoscerli di persona nella struttura dove sono ospiti.

                I minori beneficiari dell’Adozione a Distanza sono bambini abbandonati o in grave difficoltà familiare. Quasi sempre provengono da famiglie povere, con un solo genitore o con molti figli, da famiglie che senza l’aiuto dei nostri sostenitori non potrebbero garantire loro l’accesso a scuola, una visita medica, il lusso di un regalino il giorno del compleanno, o anche solo un pasto al giorno. Per tutti i bambini che hanno una famiglia d’origine, l’Adozione a Distanza diventa fondamentale per contribuire alla reintegrazione familiare; infatti, grazie a questa preziosa forma di accoglienza si potrà seguire e accompagnare la famiglia nel reinserimento e far sì che possa continuare a crescere il proprio figlio serenamente.

                Ci sono, purtroppo, anche bambini orfani che non hanno mai conosciuto i genitori perché sono morti o quelli che sono stati abbandonati alla nascita. E poi diventano care leaver, cioè ragazzi adolescenti che sono cresciuti negli orfanotrofi e che non sono mai stati adottati e quindi non sono mai diventati figli. Qui l’Adozione a Distanza diventa fondamentale per preparare il loro tragico distacco al compimento del 18esimo anno di età e accompagnarli, una volta maggiorenni, nella società al di fuori di un orfanotrofio. I nostri interventi assicurano tutti i loro bisogni in termini di protezione, accoglienza, accompagnamento e scolarizzazione fino alla loro piena integrazione nella società.

                Ecco perché l’Adozione a Distanza di un orfanotrofio diventa la loro àncora di salvezza, perché diventa non solo la risposta ai loro bisogni materiali per una crescita armoniosa, ma un progetto di vita per far sì che possano essere accolti in una famiglia adottiva, ritornare a vivere nella propria famiglia d’origine o inserirsi nella società.                                                        www.aibi.it/ita/adozione-a-distanza/-adottare-a-distanza-un-orfanotrofio

                Staff Adozione a Distanza           Ai.Bi.     novembre 2021

www.aibi.it/ita/mi-spiegate-che-cosa-vuol-dire https:

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AFFIDO

Giornata Mondiale dei diritti dell’infanzia. Pubblicato il “Rapporto CRC regione per regione”

                Il 49% degli affidi “temporanei” in famiglia o istituti dura in media 4 anni: troppi! Inoltre, mancano dati e ci sono molte disparità tra le varie regioni. Insomma: sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza c’è da lavorare. Un evento il 2 dicembre per parlarne. In occasione della giornata mondiale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 20 novembre, il Gruppo CRC (ovvero il Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, che raccoglie oltre 100 soggetti del Terzo Settore), di cui Ai.Bi. fa parte, ha pubblicato la seconda edizione del Rapporto: “I diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia – I dati regione per regione 2021”.

                Dati mancanti e disomogenei da regione a regione. Si tratta di una pubblicazione che si affianca all’annuale monitoraggio e che ha l’obiettivo di offrire – come si legge sul sito stesso del Gruppo – “Una fotografia regionale attraverso una serie di indicatori, offrendo utili spunti per ulteriori approfondimenti. In particolare, sollecita le istituzioni pubbliche alla raccolta puntuale, sistematica e disaggregata di informazioni necessarie a programmare interventi efficaci e sostenibili per i bambini, le bambine, gli adolescenti e le loro famiglie”. Dal rapporto, infatti, si evince come la raccolta dei dati sia molto disomogenea da regione a regione. In Sicilia, per esempio, manca il dato sul perché e come terminino i collocamenti temporanei in comunità (rientro in famiglia origine, adozione, altro collocamento ecc.), mentre questo dato c’è per quanto riguarda l’affido familiare. Insomma, sicuramente l’uscita del rapporto è anche l’occasione per auspicare l’introduzione di un sistema omogeneo di raccolta dei dati, che renda giustizia ai minori fuori famiglia per avere un quadro esatto della situazione. La disomogeneità territoriale, però, non riguarda solo i fattori più “tecnici”, ma anche la fruizione dei diritti stessi dell’infanzia.

                Scendendo un po’ più nello specifico, continuano a essere del tutto inadeguate le informazioni relative al numero dei minori che vivono fuori della propria famiglia di origine e che sono inserite in percorsi di affidamento familiare e in comunità di accoglienza, sia temporalmente (i dati disponibili si riferiscono al 2017), sia rispetto alle caratteristiche del percorso di accoglienza. Qualche indicatore in più è stato inserito rispetto alle fasce d’età per quanto riguarda la progettualità e la conclusione dell’affidamento e dell’accoglienza in comunità.

                L’affido è una soluzione temporanea. Ma il 49% dura oltre 4 anni. Il dato riguardante il tasso di presenza dell’affido familiare per mille residenti è passato da 1,4 (del 2014) a 1,5. Ma, come si diceva, le variazioni territoriali sono molto evidenti: in Abruzzo, Campania, Friuli Venezia Giulia, Molise, Trentino Alto Adige il tasso è sotto l’1, mentre è di 2,6 in Liguria e 2 in Piemonte.

                Per le comunità di accoglienza, invece, si è passati dall’1,2 del 2014 all’1,3, con variazioni che vanno dallo 0,9 del Friuli Venezia Giulia al 2,9 in Liguria.

                Ma il dato che più va evidenziato è quello che indica come il 49,4% degli affidamenti familiari e dei collocamenti in comunità durino oltre i 4 anni, quando dovrebbero essere delle soluzioni temporanee pensate su archi temporali più brevi.

                Evidentemente, c’è ancora molto da lavorare. Su tutti i fronti. Intanto, il 2 dicembre 2021, dalle ore 11,30 alle 13,00 avrà luogo, in diretta Facebook e YouTube del settimanale “Vita”, l’evento di lancio del rapporto alla presenza di alcuni rappresentanti delle Istituzioni regionali, del Vice-presidente della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza e del Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie Mariastella Gelmini.

 

www.aibi.it/ita/giornata-mondiale-diritti-infanzia-rapporto-crc-tanto-da-fare-accoglienza-minori

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ASSEGNO DIVORZILE

È ancora dovuto in caso di nuova convivenza?

                Il diritto all’assegno di divorzio non viene automaticamente meno se l’ex coniuge inizia una nuova convivenza.                                                                                                              Vedi pure   news 884, pag.12

Corte suprema di Cassazione  Sezioni unite civili, Sentenza n. 32198, 5 novembre 2021

https://app.go.wolterskluwer.com/e/er?s=1364398973&lid=201732&elq=~~eloqua..type--emailfield..syntax--recipientid..encodeFor

                La Cassazione a Sezioni Unite ha risolto l’importante questione, da tempo controversa nella giurisprudenza di legittimità, relativa alla spettanza dell’assegno di divorzio in caso di instaurazione di una nuova convivenza da parte del coniuge che ne aveva diritto. Sul punto, il Supremo Collegio ha stabilito che il diritto a ricevere l’assegno non viene meno in modo automatico, ma può perdurare in virtù della funzione anche compensativa degli emolumenti versati dall’ex coniuge. Le Sezioni Unite hanno infatti confermato quanto in precedenza espresso in Sez. Un. n. 18287 del 11 luglio 2018, ribadendo che l’assegno di divorzio presenta una natura c.d. polifunzionale, svolgendo al tempo stesso funzione assistenziale e perequativo-compensativa. In particolare, quest’ultima funzione, connessa al principio costituzionale di solidarietà, ha una ratio “riequilibratrice”, mirando appunto a riportare in equilibrio le posizioni patrimoniali dei coniugi in considerazione del ruolo giocato da ciascuno dei coniugi in pendenza di matrimonio nella formazione del patrimonio familiare e personale dell’ex coniuge. Da ciò deriva che presupposto per il riconoscimento dell’assegno di divorzio è non solo e non tanto la non autosufficienza dell’ex coniuge - che può venir meno nel momento in cui questo instauri una nuova convivenza - quanto lo stato di disparità esistente tra i divorziati, disparità che si può desumere anche dal fatto che il coniuge economicamente più debole abbia sacrificato le proprie ambizioni professionali e personali in favore della famiglia.

                Per tale ragione, il Supremo Collegio rileva che è irragionevole che siffatta compensazione possa venir meno in conseguenza delle scelte sentimentali del coniuge debole. Al fine di comprendere appieno la soluzione fornita al quesito dalla Suprema Corte, giova esaminare brevemente i tre contrapposti orientamenti che erano emersi sulla questione:

  1. secondo una prima tesi, il diritto all’assegno non deve essere travolto dall’instaurazione di una nuova convivenza, non solo in ragione della funzione compensativa dell’assegno ma anche alla luce del fatto che la convivenza è connotata da precarietà sicché occorre tutelare il coniuge economicamente più debole;
  2. per una seconda impostazione, il diritto all’assegno di divorzio resta sospeso per la durata della convivenza di fatto instaurata dal coniuge avente diritto, per poi rivivere in caso di cessazione di quest’ultima;
  3. per una terza opzione ermeneutica, il diritto all’assegno di divorzio è automaticamente travolto in caso di nuova convivenza dell’avente diritto, in analogia a quanto previsto dall’art.5 co. 10 L. 898 del 1970 per il coniuge che passi a nuove nozze. I sostenitori di tale indirizzo, in particolare, fanno leva sul principio di auto responsabilità, per il quale l’ex coniuge che sceglie liberamente di instaurare una nuova convivenza deve accettare ogni conseguenza della cessazione definitiva del precedente rapporto coniugale ed assistenziale.

                Le Sezioni Unite, dunque, hanno optato per il primo orientamento. Va precisato che dal principio affermato dalle Sezioni Unite non discende che la nuova convivenza non possa avere mai impatto sull’assegno di divorzio dovuto in quanto rimane comunque possibile una valutazione sui presupposti e sulla quantificazione e rimane comunque in capo al coniuge che richiede l’assegno di divorzio l’onere di fornire la prova del contributo offerto alla comunione familiare. Ciò che la Cassazione esclude, invece, è l’automatismo nella perdita di ogni emolumento solo in ragione della nuova convivenza instaurata.

                Circa le modalità di liquidazione, infine, le Sezioni Unite precisano che, non essendo normativamente contemplata la corresponsione di un assegno temporaneo, sarebbe opportuno che le parti raggiungessero un accordo sul punto.

Redazione giuridica Brocardi                     17 novembre 2021

www.brocardi.it/notizie-giuridiche/assegno-divorzile-ancora-dovuto-caso-nuova-convivenza/2631.html?utm_source=Brocardo+Giorno&utm_medium=email&utm_content=news_big_famiglia&utm_campaign=2021-11-18

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AUTORITÀ GARANTE MINORI

Giornata mondiale dell’infanzia: le iniziative dell’Autorità garante

Spot istituzionale sulla Rai, un convegno a Roma e un manifesto sulla partecipazione dei minorenni in Italia. On line il nuovo sito Agia

                Sabato 20 novembre 2021 si celebra la “Giornata mondiale dell’infanzia”. Per l’occasione l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza ha lanciato la campagna di comunicazione istituzionale “Liberi di crescere” in onda dal 18 novembre sulle reti Rai radio e tv. In contemporanea è stato presentato da Carla Garlatti il “Manifesto sulla partecipazione dei minorenni” nell’ambito del convegno tenutosi ieri a Roma “Una società che ascolta: le nuove sfide della partecipazione”. Infine, sempre per le celebrazioni della Giornata per l’infanzia, è entrato online il nuovo sito ufficiale dell’Agia (www.garanteinfanzia.org).

                Lo spot “Liberi di crescere”, realizzato da Agia e diffuso negli spazi Rai del Dipartimento per l'informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio dei ministri, sottolinea l’importanza di conoscere il valore dei diritti di bambini e ragazzi, tra cui quelli di partecipare, imparare, giocare, comunicare e crescere in modo sano. La campagna vuole evidenziare, allo stesso tempo, come spetti agli adulti la responsabilità di difendere e rendere concreti tali diritti.

                Il “Manifesto sulla partecipazione dei minorenni” contiene cinque raccomandazioni indirizzate a Parlamento, Governo, regioni ed enti locali: coinvolgere bambini e adolescenti in tutte le scelte che li riguardano; adottare una normativa per disciplinare e sostenere la partecipazione attiva dei minori; attivare una piattaforma pubblica on line riservata alle consultazioni degli under 18 da parte delle pubbliche amministrazioni; introdurre la partecipazione nell’offerta formativa in materia di educazione civica delle scuole di ogni ordine e grado. Da ultimo, l’Autorità garante ha sollecitato l’istituzione di una giornata nazionale dedicata alla partecipazione delle persone di minore età.

                “La Giornata mondiale dell’infanzia rappresenta l’occasione per fare il punto sulla condizione dei minorenni in Italia e sullo stato di attuazione dei loro diritti. Quest'anno la ricorrenza cade in un momento storico particolare: la fase che stiamo vivendo richiede di adottare decisioni che non solo possano fronteggiare le difficoltà del presente ma debbano pure progettare una nuova Italia. E per far questo, bambini e adolescenti devono essere messi al centro dell’agenda politica e devono anche poter partecipare alla sua costruzione. Per tali ragioni l’Autorità garante ha voluto presentare il ‘Manifesto sulla partecipazione dei minorenni’, al fine di stimolare una discussione pubblica e avviare un cammino che speriamo possa rendere bambini e ragazzi reali protagonisti della società”.

Comunicato Stampa                      Roma, 19 novembre 2021

www.garanteinfanzia.org/giornata-mondiale-dellinfanzia-le-iniziative-dellautorita-garante

               

L’Autorità garante alle istituzioni: “Fate partecipare i minorenni alle vostre decisioni”

                In occasione della Giornata mondiale dell’infanzia lanciato da Carla Garlatti il "Manifesto sulla partecipazione di bambini e ragazzi". “Immagino un’Italia nella quale nessuna decisione che coinvolga i bambini e i ragazzi venga presa dalle istituzioni senza prima averli ascoltati e senza aver tenuto in adeguata considerazione le loro opinioni”. È il messaggio che questa mattina l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Carla Garlatti, ha indirizzato a Parlamento, Governo, regioni ed enti locali in occasione della “Giornata mondiale dell’infanzia” del 20 novembre. Cinque gli impegni contenuti nel “Manifesto sulla partecipazione dei minorenni”, presentato nel corso del convegno “Una società che ascolta: le nuove sfide per la partecipazione dei minorenni” svoltosi all’Auditorium dell’Ara Pacis di Roma. Cinque raccomandazioni per la partecipazione

  1. Con il primo impegno l’Autorità garante raccomanda alle istituzioni di accompagnare ogni futura scelta che interessi i minorenni - di carattere generale, normativo o programmatorio - con iniziative che promuovano la partecipazione di bambini e ragazzi alla decisione.
  2. Il secondo punto del “Manifesto” riguarda l’introduzione di una normativa che regolamenti – e sostenga con risorse adeguate - la partecipazione attiva dei minorenni alle scelte di carattere generale che li riguardano.
  3. Viene poi chiesto al governo di mettere a disposizione di tutte le pubbliche amministrazioni una piattaforma online ad hoc per le consultazioni di minorenni.

www.garanteinfanzia.org/lautorita-garante-alle-istituzioni-fate-partecipare-i-minorenni-alle-vostre-decisioni

www.garanteinfanzia.org/sites/default/files/2021-11/04-manifesto.pdf

 

20 novembre: la giornata mondiale dei diritti dei bambini

                Sono passati oltre 30 anni dall’adozione di quella convenzione che per la prima volta ha riconosciuto i bambini come aventi diritti civili, sociali, politici, culturali ed economici: la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Adottata nel 1989, l’Italia l’ha ratificata il 27 maggio 1991.

www.unicef.it/convenzione-diritti-infanzia

                Insieme all’adozione della convenzione si celebra la Giornata Mondiale dei diritti dei bambini e delle bambine poiché è grazie all’adozione e ratifica di questo documento che in quasi tutti i Paesi del mondo i bambini non solo godono dei diritti fondamentali, ma sono protetti e tutelati. Anche noi abbiamo contribuito alla nascita della CRC (Convention on the Rights of the Child), poiché già nel 1923, Eglantyne Jebb, la nostra fondatrice, scrisse la prima Carta dei diritti del Bambino (o Dichiarazione di Ginevra) adottata dalla Società delle Nazioni nel 1924, il documento che ha costituito la base per la successiva Convenzione.

                La Giornata Mondiale dei diritti dei bambini si celebra il 20 novembre di ogni anno. La data scelta coincide con il giorno cui l’Assemblea generale ONU adottò la Dichiarazione dei diritti del fanciullo, nel 1959,

www.figc-tutelaminori.it/wp-content/uploads/news-approfondimenti/FIGC-SGS_Dichiarazione-universale-dei-diritti-del-fanciullo-1959.pdf

e la Convenzione sui diritti del fanciullo, nel 1989.

                Questi documenti sono la base del nostro lavoro di protezione di tutti i bambini, in Italia e nel mondo. Le nostre attività vengono svolte infatti con un approccio basato sulla promozione e sulla tutela dei diritti dei bambini e delle bambine. È fondamentale la protezione dei diritti di tutti i bambini per mirare ad un futuro dove non vi siano più discriminazioni e disuguaglianze.

                Abbiamo raccolto 10 attività utili a far conoscere i propri diritti ai bambini e alle bambine. Si tratta di giochi, filastrocche, quiz e indovinelli per comprendere insieme ai più piccoli i loro diritti in maniera ludico-educativa. Da fare a casa o a scuola: scoprile subito sulla piattaforma "Arcipelago educativo".

https://risorse.arcipelagoeducativo.it/percorsi-tematici/10-attivita-sui-diritti-dei-bambini-e-dei-ragazzi

                Conflitti, povertà, fame e crisi climatica stanno spingendo milioni di bambine e bambini sull’orlo del baratro. Nel mondo, più di 400 milioni di bambine e bambini vivono in aree di conflitto, tra i 10 e i 16 milioni di minori rischiano di non poter tornare a scuola perché costretti a lavorare o a sposarsi, mentre ogni anno più di 22.000 bambine e ragazze muoiono durante gravidanze e parti che sono il risultato di matrimoni precoci. I bambini sotto i cinque anni sull’orlo della fame sono circa 5,7 milioni, più di 1 miliardo di bambini vive in aree ad alto rischio di minacce climatiche e si stima che 710 milioni di minori vivano nei 45 paesi a più alto rischio di subire l'impatto della crisi climatica. Ancora una volta, i dati sottolineano l’importanza di perseguire gli impegni presi e aumentare gli sforzi fatti finora per assicurare la protezione e il rispetto dei diritti dei bambini nel mondo, in un momento in cui questi sono messi particolarmente a rischio.

                Il video sulla giornata dell'infanzia.                                                                https://youtu.be/wcVhgGzYoSo

                I diritti dei bambini in Italia: disuguaglianze e povertà in aumento. Non è un “paese per bambini”: da anni si dice che l’Italia non sia un Paese per i più piccoli e, dopo qualche decennio di lento declino, sembra quasi diventato un luogo in cui l’infanzia è “a rischio estinzione”. La popolazione al di sotto dei 18 anni è diminuita di circa 600mila minori negli ultimi 15 anni: nello stesso periodo di tempo la povertà assoluta è aumentata portando a 1 milione i bambini, le bambine e le/gli adolescenti senza lo stretto necessario per vivere. A questo si aggiungono i tagli all’istruzione, ai servizi di prima infanzia, e molto altro con un peggioramento della situazione con l’inizio della pandemia. Sono moltissimi i dati sulla situazione dei bambini, delle bambine e dei/delle giovani in Italia: impatto della pandemia, gli effetti della crisi climatica e molto altro. A pochi giorni dalla Giornata mondiale dell’Infanzia e dell’Adolescenza abbiamo lanciato l’"XII Atlante dell’Infanzia a Rischio".

www.savethechildren.it/blog-notizie/XII-atlante-infanzia-disuguaglianze-e-poverta-in-aumento

atlante.savethechildren.it/content2021/XII_Atlante_dell_infanzia_a_rischio__Il_futuro_e_gia_qui.pdf

                La tutela dei bambini e gli SDGs. Tutelare i diritti di tutti, anche dei più piccoli, è l’unico modo per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs), tra i quale peraltro, troviamo due obiettivi (il 3 e il 4) focalizzati proprio sul diritto alla salute e all’educazione per bambini, bambine, ragazze e ragazzi.

www.savethechildren.it/blog-notizie/i-17-obiettivi-di-sviluppo-sostenibile

                È fondamentale diffondere una cultura della protezione e rendere partecipi i bambini fin da piccoli. Per questo abbiamo elaborato una guida per accompagnare i bambini nell’apprendimento dei loro diritti.

Vai all’articolo dedicato: "I diritti dei bambini spiegati ai bambini" e scarica la guida gratuita.

www.savethechildren.it/blog-notizie/i-diritti-dei-bambini-spiegati-ai-bambini

www.savethechildren.it/blog-notizie/20-novembre-la-giornata-mondiale-dei-diritti-dei-bambini

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CENTRO GIOVANI COPPIE

Meraviglia. Fascino e timore: il mistero dell’altro

                               16 dicembre ore 21                         Moreno Montanari, analista filosofo e socio fondatore di Sabof (società degli analisti biografici a orientamento filosofico); insegna alla Scuola in analisi biografica a orientamento filosofico di Philo ed è docente liceale di storia e filosofia. è autore di diversi saggi nei quali propone l’integrazione della prospettiva psicoanalitica con lo sguardo delle filosofie occidentali e orientali e gli insegnamenti delle diverse tradizioni spirituali rivisitati in chiave laica.

                Tra essi ricordiamo Il Tao di Nietzsche (Mursia, 2018); Hadot e Foucault nello specchio dei greci. La filosofia antica come esercizio di trasformazione (Mimesis, 2010); La filosofia come cura (Mursia, 2012); Vivere la filosofia (Mursia, 2013); Gli equivoci dell’amore (Mursia, 2015). Collabora stabilmente alla Rivista di psicologia analitica e alle pagine culturali di la Repubblica e di Doppiozero.

  • Non appena sarà possibile, troverete qui un’anticipazione del suo contributo, sotto forma di un breve abstract.

 La conferenza si svolgerà a distanza con l’utilizzo della piattaforma Zoom.

  • Per partecipare è necessario iscriversi inviando una mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. e indicando come oggetto “Conferenza” a partire dal 12/12/2021 ed entro le ore 12 del 15/12/2021

https://centrogiovanicoppiesanfedele.it/schede/meraviglia-fascino-e-timore-il-mistero-dellaltro

                Tutte le conferenze vengono registrate e sono fruibili in video o in audio sul canale YouTube del Centro Giovani Coppie San Fedele, all’indirizzo

www.youtube.com/channel/UCYmTqw5sH7Qr2kxo-7F89kw/featured.

                Allo stesso indirizzo, nel menu Playlist, potrete trovare tutte le conferenze tenute nel Centro Giovani Coppie San Fedele a partire dal 2007, organizzate per anno e per tipologia di argomento

https://centrogiovanicoppiesanfedele.it/chi-siamo

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF - n. 44, 17 novembre 2021

Per parlarne bisogna vederlo: unplanned. Anche se a fatica, continua la sua programmazione nei cinema Unplanned [trailer www.youtube.com/watch?v=Ef3BBABfd2E&t=1s], film basato sull'autobiografia di Abby Johnson, a capo di una clinica di Planet Parenthood e poi diventata attivista pro-life. Il film comincia dal settembre del 2009, quando Abby è chiamata ad assistere a un aborto e nel display dell’ecografia vede un feto di 13 settimane che cerca evidentemente di sottrarsi alla cannula di aspirazione che lo sta smembrando. Non è l’unica sequenza choc di un film, diretto da Chuck Konzelman e Cary Solomon, piuttosto schematico ma senza dubbio potente e drammatico: vi proponiamo la bella recensione del critico Beppe Musicco su Sentieri del Cinema.

                www.sentieridelcinema.it/unplanned-la-storia-vera-di-abby-johnson

Quanto costa crescere un figlio in Germania? È la domanda che si pone una recente ricerca del provider di pagamento Mollie, dopo il significativo "baby boom" che la Germania ha registrato a un anno dalla pandemia (65mila nuovi nati in un mese, marzo 2021, il tasso mensile più alto mai registrato dal 1998).                                     www.mollie.com/en/growth/familie-und-finanzen-deutschland

Le famiglie con due o più figli sono ancora la maggioranza in Germania (sono il 64,4%), e la questione del mantenimento dei figli è sentita come centrale, soprattutto per le grandi disparità che emergono tra famiglie benestanti e famiglie povere. Secondo l'Ufficio federale di statistica (Destatis) crescere un figlio fino ai 18 anni costerà circa 148mila euro, con una media annuale di 7mila euro l'anno fino ai 6 anni, che si incrementa fino a 9.400 dai 12 ai 18 anni. Però, osservando nel dettaglio, queste spese si abbassano drasticamente nei nuclei più fragili (424 euro al mese) e invece aumentano nelle famiglie abbienti (1.212 euro al mese).                                                 www.destatis.de/EN/Home/_node.html

UE/parent, un opuscolo rivolto ai papà per sostenere l'allattamento. Si chiama Parent ed è un progetto che promuove la partecipazione attiva dei padri nel ruolo di cura, finanziato dal Programma Rights, Equality and Citizenship della Commissione Europea.www.epicentro.iss.it/materno/progetto-parent

Il progetto, della durata di due anni, viene realizzato in Austria, Italia, Lituania e Portogallo ed è coordinato dal Centro de Estudos Sociais (CES) dell’Università di Coimbra. Nel mese di ottobre è stato realizzato un opuscolo in italiano sull’allattamento dedicato ai padri  “Prendersi cura, sostenere e proteggere l’allattamento”, che fornisce una panoramica sul latte materno e l’allattamento, compresi i problemi che possono sorgere, e una serie di indicazioni su cosa possono fare i padri per il bambino, per la mamma e, più in generale, la casa e la famiglia.

unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=9%3dKaHeOa%26y%3dY%268%3dXEe%269%3daFYRc%268%3dDDQ3O_Bxfv_M8_5wmw_EB_Bxfv_LC0SG.B3EwB1PBL.vOC.F7_Nkzc_XzJnPyO1K_Bxfv_LC30z_Odyj_YsLuOrJ7u8nD-L3QC02H9-8yHuQ777B1P9-L7P995A-LgEW-3QnH381K.0As%260%3d7R6RwY.1AD%26F6%3daQeE

Milano, un protocollo per l'organizzazione dello spazio informativo sulla mediazione familiare. È da poco operativo il protocollo d'intesa - tra Tribunale di Milano, Comune di Milano, Ordine degli Avvocati e Coordinamento milanese dei Centri di mediazione familiare - per lo Spazio informativo sulla mediazione familiare, presente presso la Nona Sezione del Tribunale di Milano, e aperto a tutte le persone e i professionisti a vario titolo coinvolti nelle vicende di separazione. L'obiettivo dello spazio informativo è quello di fornire gratuitamente informazioni specifiche su cos'è e come funziona la mediazione familiare e dove trovare in città Centri di mediazione pubblici o privati accreditati a cui rivolgersi. Nel giorno di apertura (martedì, 10-14) saranno presenti anche due mediatori.

Cesena, nasce l'agenzia per la famiglia. Il Comune di Cesena ha attivato l'Agenzia per la Famiglia, un servizio  dedicato alla famiglia, dai più piccoli fino ai nonni, che si propone di coordinare diverse realtà: Centro stranieri, Centro per famiglie, Centro Risorse Anziani, Progetto Giovani, servizi scolastici ed extrascolastici e Associazioni del territorio. Il "filo rosso" riguarda i bisogni delle famiglie a 360 gradi, dalla ricerca della casa all'educazione dei figli, dalle particolari fragilità (economiche, di salute) alla cura degli anziani. Vi lavoreranno due assistenti sociali e una pedagogista, e fornirà supporto alle autorità istituzionali valutando l’impatto sulle famiglie delle politiche comunali, avanzerà proposte e rappresenterà un punto di incontro tra tutte le realtà che si occupano del tema.

                www.comune.cesena.fc.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/48435

Oeffe lancia le "pillole di orientamento familiare".  All’interno del Progetto di Ricerca-Azione fare rete è stata lanciata da Oeffe Aps l'iniziativa "Pillole di Orientamento Familiare". Si tratta di brevi video (a cadenza settimanale) con consigli pratici, alla portata di tutti, per aiutare coppie e genitori a risolvere – e a prevenire – i piccoli e grandi problemi dell’ordinaria convivenza domestica. Nati dall’esperienza decennale dell’associazione nell’organizzazione di corsi e seminari per aiutare coppie giovani e meno giovani nel loro percorso di crescita come famiglia, questi contenuti multimediali vogliono stimolare gli utenti all'approfondimento delle tematiche proposte. La prima "pillola" è dedicata alla comunicazione [su YouTube - 2 min 33 sec], a seguire, sul canale Oeffe, è possibile vedere le successive su gioco, coppia, l'educazione in preadolescenza (un'uscita a settimana).                                           www.youtube.com/watch?v=Wb09oiYfhew

Dalle case editrici

  • Alberto Frigerio, Corpo e logos nel processo identitario, Cantagalli, Siena 2020, p.456
  • L. Tronca e D. Secondulfo (a cura di), Terzo rapporto dell’Osservatorio sui consumi delle famiglie. Consumi e consumatori al tempo del COVID-19, Milano, FrancoAngeli, 2021 in open access

https://francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_17_11_2021&id=27585

  • Salvo Noè, Il profumo delle relazioni. Riflessioni su se stessi, la coppia, i figli, San Paolo, Milano 2021, p.224

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=4%3dCaSZGa%260%3dT%26z%3dXPZ%261%3daQTJc%26I%3d96QD_Iczn_Tm_Ootb_Y4_Iczn_SrK3N5I3K6BF.JmKD21IC5uD7KmI.7K_4xqq_DC105C_Frew_P7mQH2oEA6zQG2m8y_Iczn_SrK3N507JraRSC_80CqDyK1I734F.D5r%26A%3dAL5S1S.zBH%2605%3dbUYD

                SAVE THE DATE

  • Webinar2 dicembre 2021 (17.00-18.30). "Raccontare, raccontarsi. L'Italia delle giovani autrici di origine straniera", a cura di Words4Link                                                          https://concorsolinguamadre.it
  • Evento (Roma) - 2 dicembre 2021 (inizio ore 19.00). "UNIted. A Voice for Afghan Women and Girls", concerto-evento a cura di Universities Network for Children in Armed Conflict (UNETCHAC) in collaborazione con l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” e il Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma

www.redattoresociale.it/article/united_a_voice_for_afghan_women_and_girls?UA-11580724-2

  • Convegno (Bari) - 4 dicembre 2021 (15.30-19.00). "Servire la famiglia, edificare la Chiesa”, convegno in memoriam di don Edoardo Algeri a cura della Federazione Consultori Familiari di Ispirazione Cristiana/Puglia

www.cfc-italia.it/cfc20/index.php?option=com_content&view=article&id=98:servire-la-famiglia-edificare-la-chiesa&catid=9:news-nazionali&Itemid=137

  • Convegno - 4 dicembre 2021 (9.00-17.30). "alla ricerca del tempo futuro. la chiesa italiana e la salute mentale", organizzato dall'Ufficio Nazionale CEI per la Pastorale della Salute presso la Pontificia Università Lateranense, in presenza e in diretta su YouTube.

https://salute.chiesacattolica.it/alla-ricerca-del-tempo-futuro-la-chiesa-italiana-e-la-salute-mentale-5

  • Incontro (Brescia) - 6 dicembre 2021 (18.00-19.30). "La presenza dei genitori nella scuola cattolica: una risorsa", a cura di Agesci

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=7%3dHZMcLZ%264%3dW%265%3dWKW%266%3dXJWQZ%26C%3dBAP8M_9wkt_J7_0ujv_J0_9wkt_IBEQD.97GBJ1NrAA7BK45.zP_0ujv_J0DL-uI5PwHA_Niwg_XxO7H75uO_0uj5r7sv_J0IfJU_9wkt_IBIU_9wkt_IBnI376NzJ7exAA7.70x%268%3d4QAPtX.69A%26EA%3dYNeP

  • Webinar (EU) - 7 dicembre 2021 (11.30-13.00 CET). “Data Is The New Oil”. What We Can – And Cannot – Learn From Facebook, Google & Co". Dialogues From Series "The Future Of Living Together", A Cura Di Population Europe                     https://population-europe.eu/tuesday-dialogue-prof-dr-emilio-zagheni
  • Webinar (FR) - 8 dicembre 2021 (17.30-19.00 CET). "Définir et analyser les pédagogies "différentes", a cura dell'Institut Catholique de Paris [qui per info e iscrizioni].

www.eventbrite.fr/e/billets-definir-et-analyser-les-pedagogies-differentes-160179026781

  • Webinar (EU) - 9 Dicembre 2021 (20.00-21.00 CEST). "Family and Synodality: a call for participation", evento a cura di FAFCE e Family Solidarity Ireland

www.fafce.org/webinar-invitation-family-and-synodality-a-call-for-participation-9-december-2021-20-00-21-00-cest-19-00-20-00-gmt

  • Webinar (IT) - 10 dicembre 2021 (10.00-13.00). "Donne e migrazione: violenza di genere e disuguaglianze in una prospettiva intersezionale", evento nell'ambito del progetto REMì – Reti per il contrasto della violenza sui minori migranti coordinato dalla Fondazione ISMU

www.ismu.org/webinar-sul-contrasto-alla-violenza-sui-minori-stranieri-progetto-remi

  • Webinar - 10 dicembre 2021 (15.00-17.30). "Famiglia ed economia integrale, organizzato da Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, evento in presenza e in diretta streaming

www.istitutogp2.it/wp/2021/11/25/famiglia-ed-economia-integrale-matteo-rizzolli-presenta-il-convegno

www.istitutogp2.it/wp/2021/11/23/famiglia-ed-economia-integrale

www.eventbrite.it/e/biglietti-famiglia-ed-economia-integrale-family-and-integr-207905499947?ref=estw

  • Annual meeting (CA) - 11 dicembre 2021. "MOMENTUM 2021: The 2021 Canadian National Men’s Issues Conference", a cura della Canadian Association for equality.

https://equalitycanada.com/project/momentum2021/

Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

    Archivio   http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

https://a4e9e4.emailsp.com/f/rnl.aspx/?fgg=ytsuv/e-ge=s/fh0=nrz49a1:a=&x=pv&g4&x=pv&n4k-0&x=pp&qz-ha39h/b8g=rwywNCLM

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CHIESA IN ITALIA

Vittime di abusi. Mons. Ghizzoni (Cei): “Chiediamo perdono, siamo pronti ad ascoltarvi e accompagnarvi”

                Si celebra il 18 novembre, per la prima volta in Italia, la Giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi. “Alle vittime, chiediamo perdono ed esprimiamo tutta la nostra vicinanza umana e soprattutto disponibilità ad accogliere la loro esperienza, ascoltare la loro storia e accompagnarle secondo le loro esigenze”, dice mons. Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio nazionale della Cei per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili. E aggiunge: “In tanti Paesi, ci sono state ondate di casi e denunce. Noi, in Italia, non l’abbiamo avuta. Ma questo non dipende dal fatto che la Chiesa italiana stia spegnendo, trascurando o tacitando le vittime o le denunce”.

Allora è meglio, opportuno anche per l’opinione pubblica indagare e pubblicare, cioè essere trasparenti. Le reticenze insospettiscono. È problema di spese? Il volontariato dei laici è diffuso. Inoltre il servizio diocesano può sfogliare gli archivi riservati della Curia. Ndr

                “Pregare per le vittime degli abusi, per coloro che hanno ricevuto sulla propria pelle e nel proprio cuore ferite così gravi. Ci vogliamo fare carico di questi dolori, chiedendo perdono. Ma vogliamo nello stesso tempo che questa iniziativa aumenti la coscienza e la responsabilità di tutto il popolo di Dio nei confronti dei bambini, dei ragazzi e degli adolescenti affidati alla nostra custodia in tutti i nostri ambienti, dalle parrocchie agli oratori alle scuole”. Così mons. Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna-Cervia e presidente del Servizio nazionale della Cei per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, presenta la prima Giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi che si celebra Il 18 novembre. Varie sono le iniziative promosse a livello locale dalle diocesi.

                A Bolzano, per esempio, si terrà un convegno dal titolo: “Coraggio parliamone! Opportunità e sfide per elaborare l’abuso di potere e di violenza” dove parteciperanno anche persone che hanno vissuto esperienze di abuso. A Piacenza in Duomo si svolgerà una veglia di preghiera con il vescovo mons. Adriano Cevolotto mentre a Cuneo la Giornata si vivrà domenica 21 novembre e viene presentata come un’iniziativa che “indica la volontà della Chiesa italiana di ribadire e proseguire nella svolta di trasparenza e di ‘parresia’ in nome del Vangelo confermata dalle decisioni di questi ultimi anni”. A Bologna si presenta alla città con il card. Zuppi il Servizio diocesano con un convegno e la domenica la preghiera nelle comunità.

                Mons. Ghizzoni, negli ultimi tempi molte Chiese in Europa, dalla Francia alla Germania, sono state profondamente scosse da Indagini choc sugli abusi commessi nella Chiesa. Perché in Italia questa piaga fa fatica ad emergere in maniera così forte?

                In realtà, anche in Italia questa piaga esisteva ed esiste. Nei Paesi citati, le denunce, le segnalazioni e i ricordi del passato si sono manifestati in gran numero anche per una dinamica particolare di reazione a catena. Anche in Italia, ci sono stati vari casi di reato, ma non c’è stata l’ondata che si è abbattuta altrove.

                Solo pochi giorni fa, un’operazione di polizia coordinata dalla procura di Torino è riuscita a smantellare una rete di pedopornografia e tra gli arresti figura anche un sacerdote. Gli inquirenti dicono di essersi trovati di fronte ad immagini “raccapriccianti”. Lei cosa prova quando legge queste notizie?

                È terribile. Credo che queste realtà suscitino in tutti disgusto, forse anche rabbia, ma nello stesso tempo l’impegno e il desiderio di spegnere per sempre questo mercato così turpe. In Italia, per esempio, esiste l’attività di don Fortunato di Noto [centro Meter ad Avola, diocesi di Noto www.associazionemeter.org] che opera proprio per contrastare la pedopornografia. Le sue denunce rivelano che c’è un aumento notevole e particolarmente grave in questi ultimi tempi a causa della pandemia, dello sfruttamento di minori e anche di bambini piccoli, addirittura di pochi mesi, per la creazione di video e immagini di pedopornografia. Va detto però che se c’è una produzione di materiale pedo-pornografico, c’è anche una quantità notevolissima di consumatori che alimentano il mercato. Occorre allora sensibilizzare l’opinione pubblica: dietro ad ogni immagine, c’è uno sfruttamento, una violenza. Ci sono reati gravissimi, ferite inferte per sempre.

                Torniamo agli abusi commessi nella Chiesa. È opinione comune che su questo versante la Chiesa italiana fa troppo poco. Lei come risponde a queste critiche?

                In tanti Paesi, non in tutti, ci sono state queste ondate di casi e denunce. Noi – come dicevo prima – non l’abbiamo avuta. Ma questo non dipende dal fatto che la Chiesa italiana stia spegnendo, trascurando o tacitando le vittime o le denunce. Devo invece dire che dalle notizie che raccogliamo in questi ultimi anni, molte diocesi si sono mosse e quando dei casi sono stati segnalati o denunciati, c’è stata una reazione di responsabilità ed un intervento secondo le norme e le Linee Guida che ci siamo dati. Posso quindi dire con certezza che oggi in Italia questo si fa.

                Concretamente cosa si fa?

                Abbiamo predisposto una rete di Referenti, responsabili dei Servizi diocesani per la tutela dei minori, presenti ed operativi in tutte le diocesi italiane. Questi Referenti sono per metà persone che appartengono al clero e per l’altra metà laici – in gran parte donne. Sia gli uni che gli altri sono persone qualificate ed hanno competenze in questo ambito. Ci siamo dati poi delle Linee guida, approvate dai vescovi italiani che danno indicazioni forti. Uno di questi orientamenti, per esempio, è l’impegno [solo] morale dei vescovi a denunciare tutti coloro, compresi chierici e religiosi, che si sono macchiati di questo reato e a collaborare con la magistratura, su tutti i casi e sempre.

                È un impegno morale che va oltre la legge italiana.

                Sta quindi dicendo che il fatto che ci siano dei referenti in ogni diocesi significa che dappertutto la vittima di un abuso o i suoi familiari possono bussare alla porta del vescovo? Sì, e non solo bussare ma essere ascoltati. C’è sul sito del Servizio nazionale per la tutela dei minori  https://tutelaminori.chiesacattolica.it/i-servizi-diocesani-per-la-tutela-dei-minori-sul-web l’elenco di tutte [100 su 226] le diocesi con i relativi numeri di telefono e le e-mail a cui ci si può rivolgere. Noi pensiamo che anche grazie a questo tipo di iniziativa, verranno fuori casi nuovi e del passato. Il referente e il centro di ascolto laddove è nato, sono garanzia che la Chiesa diocesana si rende disponibile ad ascoltare e accompagnare.

                In vista del 18 novembre, quale parola vorrebbe rivolgere alle vittime, agli abusatori ancora nascosti?

                Alle vittime, chiediamo perdono ed esprimiamo tutta la nostra vicinanza umana e soprattutto disponibilità ad accogliere la loro esperienza, ascoltare la loro storia e accompagnarle secondo le loro esigenze. Agli abusatori, invece, direi questo: qualunque cosa sia successa nella vostra vita, venite fuori, chiedete aiuto, parlate con degli esperti e affidatevi ad un accompagnamento psicologico e spirituale. Da soli non ne uscirete mai.

                E alle comunità cattoliche sparse in Italia, cosa vorrebbe dire?

                Il Papa ci chiede di reagire tutti insieme perché per rendere sani e sicuri i nostri ambienti e le nostre attività bisogna che tutti facciano la propria parte. Se accadesse l’opposto, se cioè ci disinteressiamo del problema o lasciamo fare solo ad alcuni addetti ai lavori, rischieremmo non solo di compiere un peccato di omissione, ma di fallire nell’intento di essere comunità che mettono al centro una cultura del rispetto per la persona umana, soprattutto se minore e vulnerabile.

M. Chiara Biagioni          AgenziaSIR         18 novembre 2021

www.agensir.it/italia/2021/11/18/vittime-di-abusi-mons-ghizzoni-cei-chiediamo-perdono-siamo-pronti-ad-ascoltarvi-e-accompagnarvi

 

La questione abusi e la Chiesa italiana. Le ferite non si prescrivono

                La domanda ricorre soprattutto sui media: cosa sta facendo la Chiesa italiana? Nessuna inchiesta? Nessuna Commissione che faccia indagini? In vent’anni sia la società italiana sia la Chiesa hanno iniziato a cambiare mentalità riguardo a violenze e abusi su minori e categorie svantaggiate. E nell’ultimo quarto di secolo anche le leggi sono cambiate.

                Sono molte migliaia i minori sottratti alle famiglie a causa di maltrattamenti, violenze assistite, abusi fisici e anche sessuali: purtroppo è l’ambito parentale, insieme a quelli sportivo e scolastico, i luoghi più a rischio per ragazzi, ragazze e adolescenti. Oggi in fortissima crescita c’è anche l’uso incontrollato e acritico della Rete, miniera di ricchezze, ma anche di percorsi oscuri e persino mortali. E i nostri ragazzi già a dieci anni iniziano a entrare e navigare senza barriere né vere protezioni.

                Chi è responsabile della pedopornografia, della produzione e del consumo, della messa online e del relativo guadagno, dovrà rendere conto prima o poi e speriamo non solo al giudizio divino, ma anche ai giudici umani, dei tanti piccoli vittimizzati fino alla morte e comunque distrutti nella personalità, per sempre. Anche dentro le comunità cristiane però abbiamo visto emergere questi reati, che sono anche peccati gravissimi. E li abbiamo visti commessi anche da preti, religiosi, laici impegnati nei ministeri educativi, volontari, allenatori che si sono comportati da lupi, tradendo la loro vocazione o semplicemente la legge evangelica dell’amore del prossimo, che ha come risvolto l’amore preferenziale per i poveri e i piccoli, per i più vulnerabili.

                C’erano nel passato, ci sono anche oggi. Gesù però l’aveva detto chiaramente: guai a chi scandalizza i piccoli, non solo con il cattivo esempio, ma tanto più con la violazione della loro anima, violando il loro corpo. È inevitabile che ci siano questi scandali, o per la patologia perversa di qualcuno che deve essere curato e fermato, o per la immaturità affettiva e sessuale di altri che non controllano la sessualità e l’aggressività e la riversano sugli adolescenti e i piccoli, i più facili da dominare e da sfruttare. E se i violatori appartengono al clero, o ai collaboratori del clero, devono essere scoperti, individuati, segnalati per metterli di fronte alla loro responsabilità e a una proposta di cura e di rielaborazione della loro identità, della vocazione. E questo fino all’assunzione di comportamenti maturi e controllati, se lo accettano e se il percorso avrà esito positivo. Ma intanto dovranno anche rispondere alla giustizia per i reati commessi. Senza disperare, perché la Grazia non è negata a nessuno.

                La grande svolta che anche la Chiesa italiana sta facendo (vedi le sue Linee Guida del 2019, con i relativi impegni presi dai vescovi) https://www.chiesacattolica.it/tutela-dei-minori-le-linee-guida/

è, però, il guardare al fenomeno dalla parte delle vittime, non dalla parte di chi ha commesso il delitto. Difendere loro, ascoltare loro, accompagnare loro, risarcire loro, aiutarle a recuperare dignità, a non vergognarsi e sentirsi in colpa come se fossero state complici e non fossero invece cadute nella trappola degli adescatori, dei manipolatori di coscienze, degli sfruttatori che le hanno usate per compensare i loro bisogni più egocentrici e antiumani. L’impegno sarà quello di trovare persone, e grazie a Dio ce ne sono già diverse nelle diocesi, che sapranno accompagnarle attraverso le vie di un riscatto umano psicologico e spirituale, necessario soprattutto per chi dopo aver subito un danno così profondo da persone di chiesa, perde la fiducia anche in Dio e nella Chiesa stessa.

                La Chiesa italiana con la sua rete dei Referenti diocesani e le loro équipe, con i centri di ascolto per i minori, presenti in tutte le diocesi si è avviata non solo a mettere a disposizione dei fedeli un luogo dove poter essere ascoltati e accolti, poi eventualmente indirizzati alle autorità ecclesiastiche o civili per le opportune denunce e i relativi processi, ma uno strumento di promozione della prevenzione. Perché questa è la scelta che riconosciamo necessaria: fare di tutto prima che l’abuso accada, individuare i rischi e le potenzialità dei nostri ambienti, selezionare e formare le persone che saranno a contatto con gli altri, soprattutto coi piccoli, con gli adolescenti, i giovani minorenni. Siamo nel tempo in cui si devono accendere non solo le telecamere, ma i nostri occhi, i nostri cuori, le nostre coscienze per vigilare e prenderci cura delle giovanissime vite preziose che ci sono affidate. Insieme chiediamo anche perdono.

                E non solo per i reati compiuti da qualcuno di noi, ma anche per le nostre omissioni, le superficialità, la trascuratezza o il bisogno di tranquillità che ci ha fatto chiudere gli occhi sui segni premonitori di un reato (e un peccato) gravissimo che poteva essere evitato. Papa Francesco ha scritto a tutto il Popolo di Dio che ciascuno ha il suo pezzo di responsabilità. Stiamo attenti e rinnoviamo una cura speciale per i piccoli e i fragili: come ci vuole un villaggio per crescere un fanciullo purtroppo ci vuole la complicità di un villaggio per abusarne. Evitiamola, memori del passato e di quelle ferite che non vanno mai in prescrizione.

                Lorenzo Ghizzoni*                         Avvenire 19 novembre 2021

*Arcivescovo di Ravenna-Cervia e presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori della Cei

www.avvenire.it/opinioni/pagine/le-ferite-non-si-prescrivonohttps://www.avvenire.it/opinioni/pagine/le-ferite-non-si-prescrivono

 

Considerazioni a margine di un convegno bolognese sulle violenze sui minori (e le persone fragili)

                Incuriosita dal fatto d’assistere alla prima uscita pubblica del Servizio diocesano per la tutela dei minori di Bologna, ho pensato di partecipare a questa mattinata, dalla quale, in tutta franchezza, non mi aspettavo di poter trarre cose nuove. Il tema, che ormai sulle pagine della rivista e anche al di fuori seguiamo da anni, forse decenni, un po’ ci ha costruito una piccola scorza.

https://tutelaminori.chiesadibologna.it/contatti

                «Minori e persone vulnerabili. Consapevolezza e prevenzione degli abusi: dialogo con la città», era il titolo attorno al quale lo scorso 13 novembre 2021 – e guardando a oggi, 18 novembre, Giornata di preghiera che la CEI ha dedicato alle vittime di abusi – ha visto gli interventi del card. Matteo Zuppi, di mons. Lorenzo Ghizzoni e di Elisa Benassi, Mariagnese Cheli, Clede Maria Garavini, coordinate da Giovanna Cuzzani.

                Non vorrei fare qui un resoconto della mattinata, quanto piuttosto annotare alcune considerazioni a margine, perché la scorza di cui parlavo è stata in realtà bucata da alcune positive osservazioni, più di quante ne avessi previsto.

                Al

Al tavolo quasi solo delle donne. L’osservazione, facile da fare dalla platea, l’ha espressa nel suo intervento anche il vescovo ospitante. Come nel mondo della cura, intesa nel senso più vasto, prevalgono le figure femminili, così anche nella Chiesa, oggi in tutti i Servizi di tutela dei minori (è un dato facilmente verificabile) diocesani e regionali le psicologhe, giuriste e in generale le «esperte» sono in prima linea. Sono donne giovani e meno giovani, professionalmente molto competenti; ma, soprattutto, sono del tutto consapevoli che prendere sul serio la questione degli abusi e delle violenze sui minori nella Chiesa significhi modificare radicalmente alcuni assunti di base: «Superare la cultura del silenzio» (Benassi), quella cultura che ha preferito il buon nome dell’istituzione all’ascolto delle vittime per tanti anni. Lo hanno ribadito anche il card. Zuppi e mons. Ghizzoni – vescovo di Ravenna e responsabile del Servizio CEI per la tutela dei minori –, ricostruendo come la Chiesa, nella sua storia recente, abbia preso consapevolezza degli errori del passato e della svolta così radicalmente impressa dal pontificato di Francesco.Però sta di fatto che il programma di rinnovamento che si trasmette nei seminari, agli educatori e ai catechisti, agli insegnanti di religione, ai sacerdoti in avvicendamento (Cuzzani) sta passando, prevalentemente, attraverso delle donne. Questione da tenere a mente, quando si parlerà concretamente del Sinodo italiano.

                Una convergenza possibile tra credenti e non credenti. Coloro che prendono a cuore le sofferenze dei minori che hanno subito violenze (in ogni ambito), convergono mettendo a confronto saperi ed esperienze, senza tema di scontro ideologico: la mattinata ha messo assieme la consapevolezza che la violenza più grave è quella che lede il «cuore sacro che rende l’umano tale» (Cheli), quel nucleo del sé che prende forma grazie alle relazioni umane di riferimento; i diritti dell’infanzia, un insieme di esigenze essenzialmente di tipo relazionale, che vengono violati dai (presunti o pretesi) diritti individuali degli adulti che si pensano irresponsabili nei confronti dei minori di cui, proprio perché adulti, dovrebbero prendersi cura (Garavini); richieste di sinergie e collaborazione da parte di un assessore (donna) di un grande comune della cintura bolognese e persino la più garbata delle domande sul celibato sacerdotale che io abbia mai ascoltato in un contesto pubblico. Miracoli di ascolto, quando la ricerca è realmente comune e sincera e non di bandiera.

                Pezzi di Chiesa consapevole. Il convegno, infine, mi ha posto di fronte a un pezzo di Chiesa umilmente consapevole. Un sacerdote intervenuto nel dibattito ha espresso con molta semplicità l’idea che perseguire a fondo l’accompagnamento delle vittime, la formazione e la prevenzione delle violenze configura cambiamenti radicali nella vita della Chiesa; tema raccolto da un altro sacerdote, don Gabriele Davalli, coordinatore regionale del Servizio di tutela, che ha parlato di una «Chiesa malata» in alcuni suoi tratti.[GM1]  Parlando poi a tu per tu con altri presbiteri presenti, un responsabile della formazione, un religioso, un parroco, ho avuta chiara la percezione che c’è una generazione giovane, attenta a questi fermenti della vita ecclesiale e sociale, incamminata lungo la via indicata dal pontefice, disponibile a una fraterna collaborazione con ogni componente del popolo di Dio anche se lo fa nel silenzio e in un’umile dedizione al proprio ministero. Senza clamori mediatici. Anche questo è un segno dei tempi.

Maria Elisabetta Gandolfi , caporedattrice attualità per “il Regno”18 novembre 2021

https://re-blog.it/2021/11/18/considerazioni-a-margine-di-un-convegno-bolognese-sulle-violenze-sui-minori-e-le-persone-fragili

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CHIESA NEL MONDO

Cammino Sinodale nella "bufera" degli abusi

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                "Abbiamo perso credibilità. La gente non crede più nella Chiesa, nei preti, nei vescovi. Non solo è diventato molto difficile per le persone credere nella Chiesa, ma è difficile anche capire cosa e se la Chiesa ha ancora qualcosa da dire oggi nella società post-moderna". È mons. Franz-Josef Overbeck, vescovo di Essen (Germania) a spiegare come la Chiesa cattolica in Germania si sta impegnando nel cammino sinodale in un contesto profondamente segnato dagli scandali degli abusi. E parlando delle vittime, dice: "Per tanti, troppi anni non le abbiamo viste, anche se erano fra di noi e con noi tutto il tempo. Mi sembra che valga la pena, almeno per l’Europa, parlare di crisi della coscienza"

                “Il cammino sinodale che abbiamo percorso finora è stato generato sostanzialmente dalla crisi dell’abuso, dal dramma di preti che hanno abusato di minorenni e bambini. Uno scandalo scoppiato nel 2010 che ci ha costretto a cercare, non solo come vescovi e preti, ma insieme a tutto il popolo di Dio e tutti gli uomini di buona volontà, le strade per aprire una nuova tappa della nostra storia come Chiesa in Germania”. Non ci gira intorno e va dritto al punto mons. Franz-Josef Overbeck, vescovo di Essen (Germania) per spiegare quando, perché e come la Chiesa cattolica in Germania si sta impegnando nel cammino sinodale. “Synodaler Weg”, viene chiamato in tedesco e la decisione di avviarlo è stata presa dall’Assemblea dei vescovi celebrata a Lingen nel marzo 2019. “Preferiamo dare a questo impegno questo nome e non Sinodo”, precisa subito il vescovo Overbeck. “Significa che è un processo e progresso allo stesso tempo. Un progresso in avanti e un processo il cui esito non lo conosciamo. Speriamo solo che sia un processo ispirato dallo Spirito”. Vi partecipano tutti i vescovi della Conferenza episcopale (Dbk) e altrettanti membri del Comitato centrale dei cattolici (Zdk), con in più rappresentanti di religiosi e consacrate, giovani, diaconi e altre realtà ecclesiali. Un’Assemblea che conta circa 230 membri, una settantina donne.

                Non solo in Germania, anche in altri Paesi d’Europa e nel mondo, la Chiesa si confronta con le ferite degli abusi. Quali effetti ha avuto questa tragedia in Germania?

                Abbiamo perso credibilità. La gente non crede più nella Chiesa, nei preti, nei vescovi. Ha ragione Papa Francesco quando dice che stiamo vivendo non tanto un‘epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Ci stiamo chiedendo allora come possiamo reagire. Non solo è diventato molto difficile per le persone credere nella Chiesa ma è difficile anche capire cosa e se la Chiesa ha ancora qualcosa da dire oggi nella società post-moderna, mettendo in discussione la plausibilità stessa della fede come sorgente della esistenza del cristianesimo come tale.

                Diceva che il cammino sinodale è un processo il cui esito nessuno ancora conosce. Ma dove si vuole arrivare?

                Quando la meta del cammino è sconosciuta, bisogna fare un passo dopo l’altro. Questa è la saggezza della Chiesa maturata in 2000 anni di storia e questo è quello che stiamo facendo in Germania. Non conosciamo bene l’esito del percorso ma conosciamo la prossima tappa. Stiamo cercando in questo momento di dare insieme risposte nuove alle domande che ci pone la gente.

                In Germania, sono quattro i temi messi al centro del confronto sinodale: “potere e divisione dei poteri nella Chiesa”; “vita sacerdotale oggi”; “donne nei servizi e nei ministeri della Chiesa”; “amore e sessualità”.              Perché questa scelta?

                Siamo allo stesso momento parte della Chiesa universale con il Papa e conviventi con tutti gli altri. In Germania in questo momento solo la metà della popolazione cristiana è battezzata e di questi battezzati, la metà appartiene alla Chiesa protestante, l’altra alla tradizione cattolica. La Chiesa protestante da quasi 70 anni ha pastori donne. È frequente quindi che si pone anche alla Chiesa cattolica qui in Germania la domanda sul sacerdozio femminile. Ci sono poi le scienze umane che evolvono le loro ricerche sulla sessualità femminile e maschile così come i progressi della politica riguardo alle leggi sull’uguaglianza dei diritti di tutti. Insomma, sorgono domande nuove. Non c’è quindi solo la crisi dell’abusi. Viene messo in discussione una certa storia che abbiamo vissuto e che sta radicalmente e velocemente cambiando.

                Non c’è paura, da parte soprattutto dei vescovi, di intraprendere fughe in avanti. Come si gestisce il nuovo e la richiesta di avviarsi su strade nuove rispetto al tracciato storico?

                Dobbiamo andare avanti insieme a tutta la Chiesa e in Germania forse abbiamo più pazienza di quanto si possa immaginare. D’altra parte, siamo anche convinti che queste domande ci sono non solo in Germania, ma anche nei paesi più industrializzati e post-moderni. Sono domande che investono tutta la Chiesa universale: come affrontarle? Stiamo vivendo una età della Chiesa di cambiamento radicale, non di distacco dalla tradizione ma con la tradizione. Ripeto, è un cambiamento di cui si conosce solo la tappa successiva ma non l’esito finale.

                Si è fatto un’idea di come sia possibile dare un esito al cambiamento?

                Mi vengono due considerazioni.

  • La prima è che molti problemi non possono più trovare risposte convincenti in strategie puramente nazionali. Questa apertura al mondo vale per quasi tutti i problemi e le sfide che stiano affrontando. Faccio riferimento per esempio alle questioni migratorie, alla costruzione della pace, al cambiamento climatico, alle crisi sanitarie post-Covid.
  •  La seconda considerazione riguarda invece l’opzione prioritaria per i poveri e per i più deboli. Mi pare che questa priorità sia il risultato anche della crisi degli abusi che stiamo vivendo in Germania e che ci ha obbligato ad avere uno sguardo privilegiato per i deboli presenti tra noi. Per tanti, troppi anni non li abbiamo visti, anche se erano fra di noi e con noi tutto il tempo. Mi sembra che valga la pena, almeno per l’Europa, parlare di crisi della coscienza e domandarci oggi come andare avanti a partire da questa povertà, in tutte le sue espressioni.

                Può questo cammino sinodale diventare per la Chiesa in Europa occasione per fare un “bagno di verità”?

                Si, della tradizione ma non solo. È un bagno di verità anche rispetto alla capacità che abbiamo, come popolo di Dio, di confrontarci con la realtà di oggi, con le famiglie, l’educazione, con tutte le strutture culturali, con il mondo.

                Quanto ha influito il dolore per la ferita degli abusi su questa capacità della Chiesa tedesca di mettersi in discussione?

                Non può immaginare quanto. È terribile, più che terribile. Come vescovo ho parlato con così tante vittime e con le loro famiglie. Ho quindi potuto toccare con mano le conseguenze che gli abusi hanno avuto sulla loro vita. È una grandissima sofferenza, prima di tutto per le vittime ma anche per la Chiesa. Per la Chiesa in secondo luogo, ovviamente. In primo luogo, le vittime.

                Di fronte a questo oceano di verità e sofferenza, pur non sapendo quale possa essere la meta del cammino sinodale, lei ha maturato un sogno? Quale Chiesa immagina di poter consegnare alle generazioni future?

                Una Chiesa più attenta alla povertà della gente, in tutte le sue dimensioni e anche Chiesa più umile. Una Chiesa fondata sull’umiltà, quasi come sacramento della presenza di Dio nella storia. Questo è il mio sogno.

M. Chiara Biagioni  AgenziaSIR         15 novembre 2021

www.agensir.it/europa/2021/11/15/in-germania-mons-overbeck-essen-il-dramma-degli-abusi-ci-sta-trasformando-in-una-chiesa-piu-povera-e-piu-umile

 

L’olocausto bianco: la chiesa di fronte alla pedofilia

                Partiamo da un dato acquisito: per uno Stato laico, cioè svincolato dalle morali religiose, come la omosessualità è un diritto civile così, al contrario, la pedofilia cioè l’abuso sessuale di un adulto su un minore è un reato. In origine era un reato contro la morale pubblica, successivamente si è trasformato in reato contro la persona, come stabilito da una legge del 1996. E questa trasformazione è avvenuta grazie a un profondo cambiamento culturale dell’opinione pubblica su questo drammatico fenomeno.

                Per la Chiesa, invece, la pedofilia è rimasta (come l’omosessualità), nella sua lunga storia e ancora oggi, un peccato, emendabile attraverso il sacramento della penitenza, da tenere segreto senza denunciarlo “né al popolo né al potere civile” (Pio XII).

                Due (docenti) storici dell’età moderna, Francesco Benigno[Scuola Normale Superiore di Pisa] e Vincenzo Lavenia [Università di Bologna], partendo da sensibilità piuttosto diverse ma entrambe di orientamento laico, si sono interrogati su questo nodo specifico della pedofilia nel clero cattolico. Può apparire un tema marginale ma è tutt’altro che secondario per la cultura e le problematiche sociali e politiche odierne ma anche per la sussistenza della stessa Chiesa. In questo primo ventennio del secolo XXI la pedofilia nel clero rappresenta una delle crisi più gravi che essa abbia vissuto nella sua lunga storia.

                I due storici sono pervenuti a conclusioni “nuove” mediante una ricostruzione storica originale e spiazzante. Il saggio ha per titolo “peccato o crimine, La chiesa di fronte alla pedofilia”[Laterza 2021]. É diviso in due parti: L’emergere del dramma (parte I) e Sessualità, clero e minori: una storia (parte II). Questa seconda parte è divisa in quattro capitoli: I. Peccato, penitenza e clero dall’antichità al medioevo; II. Gli abusi nell’età della Controriforma; III. Nel mondo moderno; IV. Il Novecento. Conclusioni: Un salto di paradigma.

                I fatti. Il saggio, per capire bene il fenomeno che varia da paese a paese, inizia per prima cosa con il mettere in fila i fatti e descrivere la sequenza di ciò che è accaduto negli ultimi trent’anni. Il fenomeno degli abusi sessuali su minori da parte del clero cattolico è stato percepito, nell’opinione pubblica, come diffuso e non marginale. Il problema specifico si inserisce in un quadro più ampio: “vari studi mostrano come la pedofilia sia diffusa primariamente in ambito familiare (dove si registra dal 75 all’80% dei casi secondo il Consiglio Europeo) e secondariamente nell’ambito scolastico” (p. 89). Per la quantificazione del fenomeno specifico, molto difficile (per una serie di motivi), gli studi sulla pedofilia dei preti prendono in considerazione due periodi:

  • fino al 2009 il riferimento è una fonte ufficiale ecclesiastica. Il cardinale brasiliano Cláudio Hummes, allora prefetto della Congregazione per il clero: «In alcune diocesi la pedofilia coinvolge il 4% del clero». Dunque, una minoranza. Sarebbe perciò sommamente ingiusto considerare la pedofilia una peste che infetta l’intero clero. Ma, quand’anche si trattasse di un solo caso, sarebbe tremendo per chi, per missione, annunzia l’Evangelo.
  • Un secondo periodo, dal 2010 all’11 settembre del 2018, definito l’11 settembre della Chiesa:

                “Tutto iniziò ad Abbelville, piccola cittadina della Louisiana, lo stato del Sud degli Stati Uniti affacciato sul golfo del Messico, una zona a forte maggioranza cattolica. Era il 6 febbraio del 1985. Quel giorno il ventunenne Scott Gastal denunciava alla locale procura un sacerdote, padre G. Gauthe, accusandolo di averlo violentato all’età di soli dieci anni e di aver proseguito poi con gli abusi per un anno intero…” (p. 9). Il caso suscitò viva attenzione e, purtroppo, si ripeteva in decine di storie simili: la vicenda di padre T. Adamson, la nascita delle prime associazioni di vittime degli abusi, il processo al prete abusante J. Porter, casi analoghi in Canada, il famoso caso Boston di padre Georghan (con 130 denunce di violenza su bambini) che ebbe sull’opinione pubblica mondiale una risonanza inaudita (Il 6 gennaio 2002 il Boston Globe, in prima pagina a caratteri cubitali titolava: La Chiesa ha permesso per anni abusi da parte dei preti); la questione irlandese, aperta da Colm O’Gorman che all’età di quindici anni era stato violentato da padre Sean Fortune e che aveva trascinato in tribunale dove poi a suo carico si erano accumulate altre 66 accuse di atti di molestia ai danni di otto minori, la pubblicazione nel 2009 del rapporto Ryan Report ovverossia l’inchiesta della Commissione sulle violenze sui bambini in Irlanda; … fino al diluvio del 2010.

                “Il 13 Marzo 2010, in un’intervista all’ Avvenire Charls Scicluna, stretto collaboratore di Ratzinger e promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, dichiarava che le denunce giunte nel primo decennio del secolo per abusi sessuali ai danni di minori coinvolgevano 3.000 sacerdoti. Ma quel che colpì l’opinione pubblica fu la progressione incalzante di casi: dalla Svizzera all’Inghilterra si verificò un’esplosione di segnalazioni, e perfino nella piccola Malta si registrarono accuse contro 45 preti. In Australia i casi denunciati lungo un arco temporale trentennale furono oltre 4.000 mentre nei Paesi Bassi si contavano del 1945 decine di migliaia di vittime e 800 sacerdoti abusanti. Preoccupante anche la situazione in Belgio. In Austria diversi monaci dell’abbazia di Kremsmunster iniziarono a essere indagati dalla magistratura. In Germania…” (p. 46). E poi in Polonia, nella Repubblica Dominicana, in Cile, in Brasile …

                L’11 settembre 2018, l’arcivescovo Georg Ganswein, già segretario particolare di papa Ratzinger e prefetto della casa pontificia, nel presentare il testo di Rod Dreher, L’Opzione Benedetto, notando come proprio quel giorno ricadesse l’anniversario dell’attacco alle Torri gemelle, affermò: “lo scandalo degli abusi sessuali è stato l’11 settembre della Chiesa cattolica” (p. 70)[4].

                Ma al di là dei numeri, “la pedofilia tra le file del clero ha causato negli ultimi tre decenni la più grave crisi della chiesa cattolica dai tempi della riforma protestante. Migliaia e migliaia di casi di abusi sessuali nei confronti di minori compiuti dai sacerdoti e da altri religiosi in tutto il mondo hanno dato origine a uno smarrimento spirituale di proporzioni enormi: si è trattato di un cedimento, di uno smottamento morale che ha preso le dimensioni di una slavina, causando disillusione e sconforto tra i fedeli, discredito nell‘opinione pubblica, e una rabbia diffusa nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche, incapaci di farvi fronte” (p. 5).

                Le costanti ecclesiastiche del fenomeno possono essere sintetizzate così:

  • all’abuso sessuale di un ecclesiastico, anche dopo anni, segue una denuncia della vittima al vescovo della diocesi di appartenenza dell’abusante;
  • il vescovo avvia una indagine riservata e un eventuale processo ecclesiastico che il Codice canonico del 1983 demandava solo per una supervisione alla Congregazione per il clero. Quasi sempre, per evitare scandali e per tutelare la istituzione ecclesiastica, la soluzione più comune diventa quella di spostare l’abusante in altra parrocchia. É esclusa qualsiasi denuncia all’autorità giuridica esterna da parte dell’autorità vescovile. Nel 2001 i processi per il “delictum gravius” (uno dei reati più gravi) commesso da un membro del clero con un minore di 18 anni viene sottratto alle competenze vescovili e assegnato in via esclusiva alla Congregazione per la dottrina della fede (ex Sant’Uffizio) basandosi sul principio che solo il papa può ridurre un sacerdote allo stato laicale;
  •  la vittima, spesso non ascoltata o contenta per queste soluzioni intra-ecclesiastiche, sporge denuncia all’autorità giuridica laica. Quando vi sono le condizioni, il processo arriva a sentenza in sede penale; per il risarcimento economico il processo si sposta in sede civile;
  •  in sede di giudizio civile per il risarcimento da versare alla vittima e alla sua famiglia si è posto il tema della responsabilità anche della diocesi di appartenenza del prete abusante e del Vaticano. Ha grande importanza in tutto ciò la struttura gerarchica e centralizzata della Chiesa cattolica, in considerazione della quale una diocesi può essere chiamata a rispondere in sede civile dei danni compiuti dai suoi membri. La responsabilità diocesana è testimoniata dall’esistenza di un dossier per ogni singolo sacerdote nell’archivio diocesano. E quella vaticana per aver avocato a sé il processo nei confronti del prete pedofilo;
  •  Le conseguenze per alcune diocesi sono state drammatiche per gli enormi risarcimenti pagati, anche quando si è pervenuti ad accordi con la vittima. A causa delle enormi cifre pagate per il risarcimento alcune diocesi americane sono fallite;
  • Il nodo più delicato di queste costanti è il rapporto tra autorità ecclesiastiche e procure civili. La strada più rapida per combattere gli abusi sui minori dei preti, almeno dove vige lo stato di diritto, sarebbe quella di un vescovo che alza la cornetta ed informa il magistrato. Un gesto semplice che i vescovi non solo non hanno il coraggio di fare ma che, spesso, teorizzano di non dover fare.

                Una sintesi del difficile rapporto tra autorità ecclesiastiche e quelle dei tribunali civili è stata così duramente espressa dal presidente cattolico repubblicano della commissione laica indipendente creata dalla Conferenza episcopale della chiesa americana, Frank Keating nel giugno del 2002: “Resistere alle ingiunzioni, sopprimere i nomi dei religiosi abusanti, negare, insabbiare, mentire; quello è il modello di un’organizzazione criminale, non della mia Chiesa” (p. 31).

                Le cause del fenomeno. Quali sono le cause di un simile terremoto che ancora nel 2021 non accenna a finire? Perché soprattutto la chiesa cattolica fa fatica a far fronte a un fenomeno che le ha causato discredito, disaffezione e un’acuta crisi spirituale e strutturale?

                Le spiegazioni parziali del fenomeno. Non convincono gli autori del libro le seguenti spiegazioni parziali del fenomeno:

  • Il lassismo morale dovuto al permissivismo sessuale post ’68 (ipotesi di papa Ratzinger ma contraddetta dall’esistenza del fenomeno anche negli anni ’50);
  • l’anticattolicesimo esistente nel sistema dei media che spinge a pensare all’immagine di una Chiesa sotto attacco;
  • la tendenza a considerare sia la pedofilia sia le pratiche tendenti ad occultarne l’esistenza come espressione di una pervasiva cultura del segreto tipicamente cattolica che avvolgerebbe la sfera sessuale e indurrebbe nei soggetti comportamenti devianti sul piano morale. Tale cultura avrebbe in sostanza forgiato un sistema di rapporti tra clero e i fedeli tale da perpetuare gli abusi su minori;
  • la presenza omosessuale nei ranghi dei religiosi, preparata da ambienti unicamente maschili come i seminari e indicata come vera causa scatenante della pedofilia ecclesiastica;
  • il celibato sacerdotale: la pedofilia è vista come conseguenza involontaria ma più o meno inevitabile dell’anacronistica scelta del celibato, come l’effetto della costituzione di comunità di convivenza maschili;
  • il clericalismo (inteso come un insieme di pratiche e di atteggiamenti, quali l’autodifesa del clero, rafforzata da una serie di modalità giuridiche di protezione e di gestione, i fenomeni di copertura dell’abusante, la scarsa trasparenza, le palesi omissioni): all’origine degli abusi sessuali su minori ci sarebbe l’atteggiamento dei vertici dell’istituzione ecclesiastica che tollerano il fenomeno, preoccupati tanto di indebolire il clero in una fase di crisi delle vocazioni quanto di intaccare l’immagine della Chiesa.

ü  {sentirsi al di sopra a tutto e a tutti -è solo un peccato sessuale che si assolve nella confessione; in gran parte vale anche per i genitori e psicopatici. ndr}

                Non vi è dubbio che in ognuna di queste spiegazioni vi sia qualche piccola parte di verità ma nessuna di esse offre una convincente spiegazione del radicamento e della diffusione delle pratiche pedofile tra i sacerdoti. Il libro, pur dando ad esse la patente di cogliere alcuni aspetti reali del fenomeno, dimostra che esse presentano tanti limiti e di ognuno di questi dà contezza.

                La pedofilia, peccato o crimine. La causa principale della pedofilia del clero è racchiusa in un dato culturale che è sintetizzato nel titolo del saggio: la pedofilia, peccato o crimine. Senza punto interrogativo e senza via di mezzo. Secondo questa tesi la pedofilia del clero è causata dalla divaricazione progressiva tra la percezione comune sociale della pedofilia come un crimine terribile e la convinzione della Chiesa cattolica che continua ad affrontarla come un peccato. Per la chiesa cattolica la pedofilia è un peccato che offende la morale o il costume sociale da essa impregnato più che un crimine contro la persona minorenne vittima di abuso sessuale.

                Ma qual è la differenza tra un peccato e un crimine? Il peccato è un concetto morale. Il crimine è un concetto giuridico. Un rapporto sessuale tra un adulto e un minorenne può essere visto come una macchia (peccato) o come una ferita inferta al minore (crimine): “Hanno grande importanza, in questo senso, le metafore della macchia e della ferita: il peccato è una sporcizia che si può ripulire, il crimine invece è una ferita, lascia un segno indelebile” (p. 239).

                Sessualità, clero e minori: una storia. La divaricazione tra la percezione sociale della pedofilia come crimine dalla concezione ecclesiastica come peccato ha una lunga storia. Il libro non è la ricognizione del rapporto tra cristianesimo e sessualità. Ma non prescinde dalla analisi storica dell’atteggiamento della chiesa nei confronti dei peccati della carne, dell’insistenza della Chiesa sulla castità del clero, del momento in cui la chiesa si costituì come corpo a sé. Il Medio Evo è costellato di episodi in cui il clero abusa di minori del proprio e dell’altrui sesso, e dopo l’anno 1000, la lotta per il celibato da un lato e la lotta “contro i peccati contro natura”, primo fra tutti la sodomia omosessuale, portò la chiesa a intervenire anche sul piano giudiziario. Questo piano era fortemente attento a preservare l’onore del clero, ad agire con procedure segrete, a difendere il sacramento della confessione da un eventuale uso o abuso per l’adescamento.

                Certo, se storicamente a riguardo si mette in evidenza l’aspetto repressivo, non va trascurata anche l’attenzione all’aspetto formativo e a quello persuasivo, ovvero alla capacità della Chiesa di «vincere» e di «convincere» su una certa cultura della vita sessuale, una capacità che si è dispiegata in particolare nell’età della Controriforma, e che ha creato conformismo ma anche un modo di essere più indulgente nei confronti dei difetti umani. Aspetti importanti per comprendere la cultura ecclesiastica della pedofilia ma anche la storia della penisola italiana.

                La Rivoluzione francese e la secolarizzazione della giustizia hanno sottratto alla chiesa l’intervento della magistratura giudiziaria. Ma la chiesa ha continuato a trattare della materia con procedure segrete e con correttivi che miravano a sancire il peccato più che il crimine commesso dal clero, scontrandosi già a fine ‘800 con una opinione pubblica non disposta a perdonare alla chiesa gli errori del proprio clero e non più disposta a tollerare il mancato profondo mutamento delle leggi canoniche, non adeguate all’allarme sociale neppure dopo il Concilio Vaticano II, fino ai nostri anni recenti. Senza riconoscere che, dopo la Shoah, e specialmente dopo gli anni Ottanta del Novecento, la società occidentale è diventata assai sensibile quando si tratta di bersagli innocenti. Per questo alcuni commentatori e le stesse associazioni delle vittime di abusi del clero hanno parlato polemicamente di un “olocausto bianco”.

                “Per comprendere questo legame tra l’abuso sessuale su minori e l’omicidio occorre tenere conto di un cambiamento epocale, maturato nell’opinione pubblica nel corso dell’ultimo tentennio: quello del rapporto con la violenza” (p. 253) e i vari genocidi. Proprio questo cambiamento culturale porta a considerare chi ha subito la violenza sessuale durante l’infanzia una “vittima”, cioè individuo portatore di uno stigma, di un marchio a fuoco, proprio come gli internati sopravvissuti ai lager nazisti.

                Il libro si conclude con un richiamo al recente film di Francois Ozon, Grazie a Dio, dedicato allo scandalo Preynat/Barberin. Preynat è un prete pedofilo di Lione e Barberin il suo arcivescovo. Secondo Barberin “la pedofilia è una malattia, un tratto degenerativo comunque transeunte ed emendabile, da rafforzare con fermezza ma al contempo con fede nella redenzione e nella forza del perdono”. Dall’altra parte, “il film mostra come coloro che sollevano il caso sostengono al contrario trattarsi di un crimine che produce l’effetto di distruggere l’innocenza; una ferita incancellabile e insanabile, permanentemente sanguinante” (p. 259).

                La tesi di Benigno-Lavenia sostenuta nel saggio Peccato o crimine, se non rimane solo una tesi di studio e di ricerca storica, fa piazza pulita di tutte quelle ricette “facili” indicate per risolvere il dramma della pedofilia dei preti e spinge ad andare alla radice del fenomeno. La distinzione, meglio la separazione, tra reato e peccato è un portato irreversibile dell’età contemporanea. E questa non vale solo per il reato della pedofilia dei preti. Essa relega sempre più nel passato, anzi cancella l’obiettivo a lungo perseguito dalla Chiesa di ottenere che le fondamentali norme etiche del cattolicesimo, non sempre rispondenti al Vangelo, fossero anche norme civili dello stato. Secondo questa concezione, solo se sorretta dalla legislazione pubblica la Chiesa avrebbe potuto continuare a svolgere un’efficace azione apostolica presso un uomo contemporaneo che si allontanava sempre più dalle sue prescrizioni morali. É questa una convinzione ereditata dalla mentalità cattolica intransigente dell’Ottocento ma teorizzata ancora oggi e che alcuni studiosi indicano con il nome di “ruinismo” (dal suo fautore, il card. Ruini, presidente della Conferenza Episcopale italiana dal 1991 al 2007). Teoria, purtroppo, ancora viva e vegeta nella chiesa italiana. La Chiesa sconta, quindi, un gap culturale nell’affrontare il dramma di questo olocausto, come dimostra il testo di Benigno-Lavenia.

                La pedofilia dei preti è, perciò, un caso clamoroso e molto significativo della difficoltà della chiesa cattolica di adattarsi al mutamento storico per rispondere alle due fedeltà, al Vangelo e all’uomo. Ma il cambio di paradigma nell’affrontare la pedofilia, pur necessario, è faticoso perché richiede cambiamenti strutturali radicali dell’attuale configurazione ecclesiastica e non si sa quanto questa necessità è recepita all’interno di tutta la comunità ecclesiale, soprattutto quella italiana.

                               Antonio Greco                  manifesto4ottobre        14 maggio 2021

https://manifesto4ottobre.blog/2021/05/14/lolocausto-bianco-la-chiesa-di-fronte-alla-pedofilia/

                vedi pure              https://manifesto4ottobre.blog/2021/06/16/il-cardinale-marx-e-la-pedofilia-tra-il-clero/

www.repubblica.it/cronaca/2021/11/18/news/eminenze_nere_i_no_vax_nella_chiesa_chi_sono_i_complottisti_dei_vaccini-326737148/?ref=RHTP-BG-I304110180-P5-S2-T1%C3%B9

 

Vescovi e preti sposati non “hanno abbandonato la casa di Dio”

Questo articolo di Rufo González (collaboratore di Moceop, MOvimiento CElibato OPcional. Ritirato da ogni incarico, dopo quarant'anni di insegnamento e di pastorale parrocchiale nel 2004, dedica il suo tempo allo studio e alla scrittura di spiritualità, a collaborare con ogni comunità cristiana che richiede il suo servizio) è stato pubblicato il 19 novembre scorso sul sito “Religión Digital” (www.religiondigital.com). Titolo originale: "Los obispos y presbíteros casados no “han abandonado la casa de Dios”»

                Questa teoria secondo cui i preti sposati “hanno abbandonato la casa di Dio” deriva dall’enciclica di Paolo VI sul celibato presbiterale (Sacerdotalis Cælibatus, 24.06.1967). Enciclica che realizza «la promessa già fatta ai Venerabili Padri del Concilio, ai quali dichiarammo il Nostro proposito di dare nuovo lustro e vigore al celibato sacerdotale [sic!] nelle circostanze attuali» (SC, 2). Al termine dell’enciclica il papa esorta i vescovi a non abbandonare i preti sposati: «Siamo sicuri, Venerabili Fratelli, che non lascerete nulla di intentato per coltivare assiduamente nel vostro clero, con la vostra dottrina e sapienza, col vostro pastorale fervore, l'ideale del celibato sacro e non perderete mai di vista i sacerdoti [sic!] che hanno abbandonato la casa di Dio, che è la loro vera casa, qualunque sia l'esito della loro dolorosa avventura, perché restano per sempre vostri figli” (SC, 95).

www.vatican.va/content/paul-vi/it/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_24061967_sacerdotalis.html

                Conoscete un vescovo che “non abbia mai perso di vista” questi preti? La sua attenzione è stata di tipo protocollare: eseguire le disposizioni del procedimento di secolarizzazione. Hanno continuato la tradizione perversa di secoli nel maltrattamento di questi preti, bollati come disertori, ribelli, risentiti, persino come traditori da parte del settore più fanatico. Non si sono avvicinati alla loro vita con rispetto e con l’amore di Gesù che “chiamò quelli che amò” (Mc 3,13) e non smette mai di chiamarli e di amarli, anche se la gerarchia li respinge.

                Come ricorda santa Teresa d’Avila: “Dio presta attenzione più di noi e sa per cosa ciascuno di noi è fatto" (“Libro della Vita”, 22,12). Lo Spirito Santo, sempre fedele ai bisogni umani, ha suscitato movimenti di preti sposati (in Spagna: ASCE [Asociación de Sacerdotes Casados de España] e MOCEOP [MOvimiento CElibato OPcional]) per accogliere le centinaia di preti abbandonati dalla gerarchia. Questo è stato il sentimento di uno dei suoi fondatori: «Qualcuno doveva fermare quest’emorragia di pastori premurosi, con una passione per Gesù di Nazareth e con il desiderio di continuare a servire la comunità ecclesiale come battezzati e come preti» (Julio Pérez Pinillos: «Memoria grata. 40 anni di MOCEOP» n. 152-153 della rivista “Tiempo de Hablar. Tiempo de Actuar”, pp. 26-27).

In Italia Vocatio, l’associazione, nata nel 1981, mette in rete i presbiteri uxorati (400 gli iscritti)

www.facebook.com/groups/vocatio

https://it-it.facebook.com/mov.pretisposati/

                http://nuovisacerdoti.altervista.org/profilo

https://www.repubblica.it/online/sessi_stili/pretisposati/vocatio/vocatio.html

https://www.voceevangelica.ch/voceevangelica/home/2019/09/preti-donne-vocatio.html

                Esemplari sono stati teologi, come José María Castillo: “Sento una profonda ammirazione per coloro che un giorno hanno preso la decisione di riorientare le loro vite anche a costo di abbandonare l’esercizio del ministero presbiterale...Questi uomini hanno avuto la libertà e il coraggio di prendere la propria vita nelle proprie mani, per condurre queste vite nella maniera in cui, a loro giudizio, più e meglio si adattasse alla loro umanità...L’impegno fondamentale... è che ognuno, secondo le proprie possibilità e le proprie condizioni, trovi il percorso più pieno della sua piena umanizzazione...In questo momento la cosa più ragionevole è affermare senza esitazione che ormai vi è la necessità pressante di affrontare con urgenza l’abolizione dell’obbligo del celibato ecclesiastico per i preti di rito latino” (“Preti sposati. Storie di fede e di tenerezza”. Moceop, Albacete 2006, pp. 339-355).

                Il fondatore dell’ASCE, José María Lorenzo Amelibia, continua ad esercitare ampiamente la sua vocazione presbiterale con meditazioni evangeliche e commenti sulla vita di questi preti. Non molto tempo fa, in occasione della modifica del rescritto di secolarizzazione, scriveva su “Religión Digital”: “Dopo 50 anni il rescritto della secolarizzazione è cambiato…Almeno nel 2019 hanno eliminato le umiliazioni; non siamo emarginati come laici, ma continuiamo ad essere tanto emarginati come preti...Noi, preti secolarizzati, che abbandoniamo il ministero per imposizione della gerarchia - la volontà della maggioranza non era questa ma contrarre matrimonio - continuiamo ad essere preti e la volontà del Signore su di noi non è affatto cambiata, una volta che ci ha scelti. Ci ha amato e ci ama ancora...

                In un modo molto semplice siamo stati accusati di “infedeltà”. Infedeltà a cosa? In nessun modo al ministero, né alla chiamata di Gesù. Continuiamo a sentirci preti ed a praticare il ministero all’interno della più stretta legislazione vigente, ma ci sentiamo completamente emarginati. Qualcosa è stato realizzato: la rimozione delle umiliazioni che abbiamo subito per cinquant’anni... Riconoscono unicamente il nostro ministero con l’obbligo di assolvere quando c’è pericolo di morte. Si comincia da qualcosa.

                Un giorno abbiamo chiesto la dispensa da un voto che è stato imposto come obbligatorio per poter accedere al ministero. In un modo poco equo ci hanno detto che «non siamo degni di seguire Cristo perché abbiamo messo mano all’aratro e ci siamo voltati indietro» (Lc 9,62). Ma non ci siamo voltati indietro: abbiamo contratto un sacramento della Chiesa, il matrimonio... È guardare indietro il ricevere un sacramento? No. Volevamo continuare nel ministero da sposati... Ci hanno imposto di ritirarci e non lo hanno fatto con eleganza, perché ci hanno anche proibito di servire messa, di essere chierichetti... 

                “Gesù chiamò quelli che amò” (Mc 3,13). E ha amato noi, così come i compagni che esercitano il ministero...Il rifiuto nei nostri confronti lo ha fatto la gerarchia...È vero che ci veniva richiesto di rinunciare all’esercizio del ministero, ma questa rinuncia non è stata libera. Come se dicessero a una persona: “Ti taglierò qualcosa: la mano o la testa, cosa preferisci? E ovviamente tutti direbbero: la mano. Come si può poi rinfacciare il fatto che lui stesso ha scelto di farsi tagliare la mano? Non odiamo nessuno, ma ci sentiamo emarginati. E per la cronaca, chi scrive questo lo fa senza alcuno spirito di rivincita. La mia età e la mia situazione mi impediscono di reintegrarmi nel ministero... Se fossi più giovane, l’avrei fatto. Ma quante vocazioni al ministero si sono perse e si continuano a perdere a causa dell’infelice legge del celibato!» (Blog dell’autore in “Religión Digital”, 25.01.2020).

                Purtroppo questi fatti (opzione chiara per il ministero di questi preti, la rinuncia imposta a causa di un imperativo legale, l’autorizzazione e l’obbligo di esercitare in pericolo di morte - unico squarcio di bontà del legalismo clericale -, l’opposizione alla volontà di Gesù “che chiamò coloro che amò”, Mc 3, 13-14) sembrano preoccupare poco i gerarchi della Chiesa. La paura dei problemi prevedibili, l’attaccamento alla legge, il clericalismo che il celibato alimenta, il principio di autorità-potere... continuano a bloccare la maggioranza dei vescovi. È difficile spiegare il silenzio davanti al grido di tante migliaia di preti sposati in tutti i paesi, molti organizzati in associazioni piene di Spirito, che chiedono dialogo e cambiamento della legge. Non li smuovono neanche le comunità senza eucaristia, la mancanza di vocazioni, l’abbandono massiccio...

                Grazie a Dio, il vescovo di Limburg, Georg Bätzing, presidente della Conferenza episcopale tedesca, appoggiando il Sinodo tedesco che propone di rivedere la legge sul celibato, ha dichiarato apertamente in questi giorni: “Credo che qui stiamo sostenendo un ministero che potrebbe benissimo essere collegato al matrimonio. E non siamo soli in questo...Vogliamo fornire argomenti perché questo potrebbe anche aiutare il bisogno dei sacramenti nella nostra situazione attuale. Questo non è solo un bisogno in Amazzonia, è un bisogno qui nel nostro Paese...Io non sono il vescovo per gli altri vescovi, ma per i credenti della mia diocesi. Hanno il diritto di sapere cosa penso e come mi posiziono. In questo senso, è un dovere interiore di coscienza quando dico molto chiaramente qua e là ciò che penso. Ho 60 anni. Il tempo della paura è finito. Quello era diverso” (Intervista a cura di Renardo Schlegelmilch realizzata il 12.11.2021 al sito www.katholisch.de).

Rufo González                  19 novembre 2021

www.religiondigital.org/atrevete_a_orar/obispos-presbiteros-casados-abandonado-Dios_7_2396530329.html

                Traduzione in italiano a cura di Lorenzo Tommaselli.

www.adista.it/articolo/67085

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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Custodire ogni vita

                Pubblichiamo il Messaggio che il Consiglio Episcopale Permanente della CEI ha preparato per la 44ª Giornata Nazionale per la Vita che si celebrerà il 6 febbraio 2022 sul tema «Custodire ogni vita. “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gen 2,15)».

 

                Al di là di ogni illusione di onnipotenza e autosufficienza, la pandemia ha messo in luce numerose fragilità a livello personale, comunitario e sociale. Non si è trattato quasi mai di fenomeni nuovi; ne emerge però con rinnovata consapevolezza l’evidenza che la vita ha bisogno di essere custodita. Abbiamo capito che nessuno può bastare a sé stesso: “La lezione della recente pandemia, se vogliamo essere onesti, è la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti. Ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme” (Papa Francesco, Omelia, 20 ottobre 2020). Ciascuno ha bisogno che qualcun altro si prenda cura di lui, che custodisca la sua vita dal male, dal bisogno, dalla solitudine, dalla disperazione.

                Questo è vero per tutti, ma riguarda in maniera particolare le categorie più deboli, che nella pandemia hanno sofferto di più e che porteranno più a lungo di altre il peso delle conseguenze che tale fenomeno sta comportando. Il nostro pensiero va innanzitutto alle nuove generazioni e agli anziani. Le prime, pur risultando tra quelle meno colpite dal virus, hanno subito importanti contraccolpi psicologici, con l’aumento esponenziale di diversi disturbi della crescita; molti adolescenti e giovani, inoltre, non riescono tuttora a guardare con fiducia al proprio futuro.

                Anche le giovani famiglie hanno avuto ripercussioni negative dalla crisi pandemica, come dimostra l’ulteriore picco della denatalità raggiunto nel 2020-2021, segno evidente di crescente incertezza. Tra le persone anziane, vittime in gran numero del Covid-19, non poche si trovano ancora oggi in una condizione di solitudine e paura, faticando a ritrovare motivazioni ed energie per uscire di casa e ristabilire relazioni aperte con gli altri.

                 Quelle poi che vivono una situazione di infermità subiscono un isolamento anche maggiore, nel quale diventa più difficile affrontare con serenità la vecchiaia. Nelle strutture residenziali le precauzioni adottate per preservare gli ospiti dal contagio hanno comportato notevoli limitazioni alle relazioni, che solo ora si vanno progressivamente ripristinando.

                Anche le fragilità sociali sono state acuite, con l’aumento delle famiglie – specialmente giovani e numerose – in situazione di povertà assoluta, della disoccupazione e del precariato, della conflittualità domestica. Il Rapporto 2021 di Caritas italiana ha rilevato quasi mezzo milione di nuovi poveri, tra cui emergono donne e giovani, e la presenza di inedite forme di disagio, non tutte legate a fattori economici. Se poi il nostro sguardo si allarga, non possiamo fare a meno di notare che, come sempre accade, le conseguenze della pandemia sono ancora più gravi nei popoli poveri, ancora assai lontani dal livello di profilassi raggiunto nei Paesi ricchi grazie alla vaccinazione di massa.

                Dinanzi a tale situazione, Papa Francesco ci ha offerto San Giuseppe come modello di coloro che si impegnano nel custodire la vita: “Tutti possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà” (Patris Corde). Nelle diverse circostanze della sua vicenda familiare, egli costantemente e in molti modi si prende cura delle persone che ha intorno, in obbedienza al volere di Dio. Pur rimanendo nell’ombra, svolge un’azione decisiva nella storia della salvezza, tanto da essere invocato come custode e patrono della Chiesa.

                Sin dai primi giorni della pandemia moltissime persone si sono impegnate a custodire ogni vita, sia nell’esercizio della professione, sia nelle diverse espressioni del volontariato, sia nelle forme semplici del vicinato solidale. Alcuni hanno pagato un prezzo molto alto per la loro generosa dedizione. A tutti va la nostra gratitudine e il nostro incoraggiamento: sono loro la parte migliore della Chiesa e del Paese; a loro è legata la speranza di una ripartenza che ci renda davvero migliori.

                Non sono mancate, tuttavia, manifestazioni di egoismo, indifferenza e irresponsabilità, caratterizzate spesso da una malintesa affermazione di libertà e da una distorta concezione dei diritti. Molto spesso si è trattato di persone comprensibilmente impaurite e confuse, anch’esse in fondo vittime della pandemia; in altri casi, però, tali comportamenti e discorsi hanno espresso una visione della persona umana e dei rapporti sociali assai lontana dal Vangelo e dallo spirito della Costituzione.

                Anche la riaffermazione del “diritto all’aborto” e la prospettiva di un referendum per depenalizzare l’omicidio del consenziente vanno nella medesima direzione. “Senza voler entrare nelle importanti questioni giuridiche implicate, è necessario ribadire che non vi è espressione di compassione nell’aiutare a morire, ma il prevalere di una concezione antropologica e nichilista in cui non trovano più spazio né la speranza né le relazioni interpersonali. […]

                 Chi soffre va accompagnato e aiutato a ritrovare ragioni di vita; occorre chiedere l’applicazione della legge sulle cure palliative e la terapia del dolore” (Card. G. Bassetti, Introduzione ai lavori del Consiglio Episcopale Permanente, 27 settembre 2021). Il vero diritto da rivendicare è quello che ogni vita, terminale o nascente, sia adeguatamente custodita. Mettere termine a un’esistenza non è mai una vittoria, né della libertà, né dell’umanità, né della democrazia: è quasi sempre il tragico esito di persone lasciate sole con i loro problemi e la loro disperazione.

                La risposta che ogni vita fragile silenziosamente sollecita è quella della custodia. Come comunità cristiana facciamo continuamente l’esperienza che quando una persona è accolta, accompagnata, sostenuta, incoraggiata, ogni problema può essere superato o comunque fronteggiato con coraggio e speranza.

                “Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato! La vocazione del custodire non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo.

                 È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. È l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. È il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene” (Papa Francesco, Omelia, 19 marzo 2013).

                Le persone, le famiglie, le comunità e le istituzioni non si sottraggano a questo compito, imboccando ipocrite scorciatoie, ma si impegnino sempre più seriamente a custodire ogni vita. Potremo così affermare che la lezione della pandemia non sarà andata sprecata.

 

Il Consiglio episcopale permanente della Conferenza episcopale italiana   Roma, 28 settembre 2021

Pubblicato il 17 novembre 2021

www.chiesacattolica.it/custodire-ogni-vita

                La Cei è l’unica a ignorare la pedofilia. Commissione d’inchiesta inesistente

                Quattro giorni fa la Conferenza episcopale portoghese (Cep) ha annunciato la creazione di una commissione nazionale incaricata di indagare su tutti gli episodi di abusi sessuali su minori e adulti vulnerabili commessi all’interno delle strutture diocesane e religiose portoghesi. Si tratta di un passaggio importante che segna una conferma della ricezione dei documenti di Papa Francesco contro la pedofilia. «Non abbiamo paura di fare tutto questo, al contrario», ha detto il presidente della conferenza, monsignor José Ornelas incontrando un gruppo di giornalisti al termine della assemblea plenaria che ha visto riuniti i vescovi portoghesi. Durante i lavori del summit è stata concordata la creazione della commissione nazionale con l’obiettivo di effettuare uno “studio storico” dei casi di abuso. Al momento non è stato specificato il termine temporale entro il quale fare luce anche se i vescovi hanno sottoscritto che l’organismo avrà totale indipendenza e non sarà minimamente controllata dalla conferenza episcopale.

                E in Italia? Niente, come se nel nostro Paese non ci siano stati e ci sono abusi sessuali consumati all’interno delle strutture ecclesiastiche, nelle parrocchie, nei seminari così come ci confermano, da tanti anni, notizie di preti, sacerdoti o frati, che vengono indagati o arrestati per avere compiuti abusi sessuali nei confronti di minori e anche di adulti. Ma prima del Portogallo altre nazioni hanno avviato e compiuto inchieste “indipendenti” su questo triste e scabroso argomento, come gli Stati Uniti, la Francia, Australia, Irlanda, Olanda ed altri paesi. Ma in Italia, che è il Paese più cattolico del mondo e dove ha sede il Vaticano, non si è fatto nulla nonostante Papa Francesco è intervenuto più volte sull’ argomento per tentare di eliminare questa piaga che sporca la Chiesa. Nel suo ultimo intervento sull’ argomento, il 4 novembre scorso a Bologna, Papa Francesco ha infatti affermato che il “cammino di conversione personale e comunitaria” rispetto alla piaga degli abusi sessuali sui minori è “un cammino che come Chiesa siamo chiamati a compiere tutti insieme, sollecitati dal dolore e dalla vergogna per non essere stati sempre buoni custodi proteggendo i minori che ci venivano affidati nelle nostre attività educative e sociali”.

                Così Papa Francesco il 4 novembre scorso ha detto nel messaggio al convegno “Promuovere child safeguarding al tempo del Covid-19 e oltre”, organizzato dalla Comunità Papa Giovanni XXIII con l’Azione Cattolica e il Centro Sportivo Italiano in collaborazione col Centro per la Vittimologia e la Sicurezza dell’Università di Bologna.

                Il “processo di conversione” rispetto alla piaga degli abusi sessuali sui minori “richiede con urgenza una rinnovata formazione di tutti coloro che rivestono responsabilità educative e operano in ambienti con minori, nella Chiesa, nella società, nella famiglia. Solo così, con un’azione sistematica di alleanza preventiva, sarà possibile sradicare la cultura di morte di cui è portatrice ogni forma di abuso, sessuale, di coscienza, di potere”, così affermava Papa Francesco.

                E su questo argomento spinoso e doloroso è anche intervenuto un mese fa il sacerdote e teologo tedesco Hans Zollner che sollecitava alla Conferenza Episcopale Italiana ad avviare un’indagine approfondita su tali abusi in Italia. Per Zollner Le chiese cattoliche di altri paesi dovrebbero ora avere lo stesso coraggio della chiesa francese. Spero che anche l’Italia prenda provvedimenti. L’unico modo è con la verità e l’onestà”.

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                Ed il Presidente dell’associazione italiana delle vittime di abusi in chiesa, Francesco Zanardi che da giovane ha subito abusi sessuali, che presiede la “Rete l’Abuso” fondata nel 2010, riferendosi alle dichiarazioni del sacerdote e teologo tedesco Zollner dice: “Penso che le parole di Zollner non avranno effetto. Perché nel 2019, come rappresentante delle vittime di abusi, sono andato dal Papa a Roma e gli ho chiesto chiarezza e chiarimenti. Dopo tutto, bisogna conoscere e capire un problema prima di poterlo risolvere. Ne avevo parlato anche con altri alti funzionari del Vaticano. Tutti hanno detto: ‘Hai ragione, dobbiamo fare qualcosa’. Ma ciò che conta è l’azione. E non ce ne sono”. Ed ancora: “Lo scandalo degli abusi all’interno della Chiesa cattolica va avanti da più di 20 anni; in un paese dopo l’altro la scioccante verità sta venendo a galla. Ma non in Italia. Non ci sono statistiche. Il fenomeno non viene indagato. Non esiste un fondo per risarcire le vittime. Il governo, la chiesa, il parlamento… non hanno mai fatto nulla in questa direzione”.

                Le uniche cifre che ci sono sugli abusi all’interno della chiesa italiana le ha raccolte Rete l’Abuso. Sul sito web c’è una mappa interattiva piena di puntine rosse con informazioni sui preti condannati. Se si clicca sul sud Italia, si può leggere ad esempio: ‘Don N. R., a Foggia condannato a due anni e due mesi di carcere nel 2007 per abusi su bambine nel confessionale. “Rete l’Abuso “ha raccolto anche i dati degli ecclesiastici che sono in attesa di giudizio o che sono stati denunciati: anche questi sono circa 160”. Ed ancora: “La matematica non è un’opinione “In Francia, ci sono 22.000 preti, di cui 3.000 perpetratori. Ognuno di questi ha fatto in media 72 vittime. In Italia ci sono 57.000 sacerdoti, quasi il triplo. E cosa accade quando un sacerdote viene arrestato o indagato in Italia? La Chiesa ed i suoi organismi adottano sempre un solo metodo, quello di trasferire il colpevole da una chiesa ad un’altra, da un paese all’altro, da una città all’altra, ma nulla di più.

Francesco Viviano                          Il quotidiano del sud     18 novembre 2021

www.quotidianodelsud.it/laltravoce-dellitalia/litalia-rovesciata/cronaca/2021/11/18/la-cei-e-lunica-a-ignorare-la-pedofilia-commissione-dinchiesta-inesistente

 

Pregare costa meno, cinque minuti e ti lavi il crimine di dosso

Lettera aperta al Presidente della CEI

                Eccellenza Reverendissima,

                3.000 sacerdoti cattolici in Francia hanno stuprato 216.000 bambini, se poi aggiungiamo l’indotto prodotto dall’omertà intorno alle parrocchie, arriviamo a circa 330.000. Restiamo pure ai soli 3.000 sacerdoti ritenuti colpevoli di 216.000 stupri ai danni di bambini, se facciamo una media la matematica dice che ogni sacerdote ha stuprato 72 bambini. Ignoriamo per quante volte.

                Tutto ciò in Francia, su una base media di soli 22.000 sacerdoti, 3.000 sono risultati stupratori di minori. Come Lei ben sa, in Italia la media dei sacerdoti è di circa 50.000 e, se la situazione è come in tutte le altre nazioni, troviamo sulla base dei religiosi, dati in linea come riconferma la commissione CIASE, Le chiedo: Lei crede di poter affermare che in Italia non serve una commissione di inchiesta perché il fenomeno è irrisorio ?

                Rispettosi per la giornata di preghiera dedicata alle vittime, le rammento che “la fede, senza le opere è morta” (Gc 2,26) e che “Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare“ (Matteo 18/6).

                Qui non serve pregare Eminenza, si deve indagare e si deve pagare, non solo economicamente con l’indennizzo a chi ha subito, ma anche la pena per chi ha commesso. Non può bastare qualche minuto in una banale preghiera di scuse, e neppure una confessione, almeno che questa non sia davanti ad un Magistrato.

                Pertanto, se pur apprezziamo l’ennesima preghiera, rispettosamente, a nome dell’intera organizzazione italiana delle vittime sopravvissute agli abusi sessuali del clero Rete L’ABUSO, vittime dei più di 160 sacerdoti ritenuti responsabili in via definitiva in Italia, e degli altri più di 150 attualmente denunciati non Le nascondiamo che avremmo preferito dalla CEI, la proposta di un atto concreto e responsabile, che risarcisse umanamente i sopravvissuti ed anche la Chiesa nel suo concreto pentimento, come accade negli altri paesi.

                Non ci sentiamo in coscienza di poter accettare il vostro omaggio, proprio mentre all’estero, anziché piantare la testa sotto la sabbia come sta facendo la Conferenza Episcopale Italiana, le conferenze episcopali indagano e vendono i loro immobili per indennizzare le vittime.

                Per cui Monsignor Gualtiero Bassetti, ci comprenda del perché non possiamo accettare da Voi un simile, ennesimo atto di vigliaccheria, come qualcosa di positivo, proveniente da un sano e sincero pentimento e non ipocrita, totalmente inutile sia per la prevenzione che per la causa, sia per una possibile rivalutazione della Chiesa italiana, ad oggi decisamente non alla portata dei bambini.

                Con ossequio

Il Portavoce  Francesco Zanardi                               19 novembre 2021

https://retelabuso.org/2021/11/20/pregare-costa-meno-e-cinque-minuti-ti-lavi-il-crimine-di-dosso-lettera-aperta-al-presidente-della-cei/https://retelabuso.org/2021/11/20/pregare-costa-meno-e-cinque-minuti-ti-lavi-il-crimine-di-dosso-lettera-aperta-al-presidente-della-cei

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COUNSELING

La questione dell’empatia

                Empatia, che cosa è? L’etimo è greco, "εμπάθεια" en+pathos, sentirsi dentro l’altro, percepire come dall’interno i suoi sentimenti. Il concetto attuale di empatia vede però la sua nascita nella cultura tedesca, all’epoca dell’estetica romantica: Einfuhlung, una parola che voleva descrivere la risonanza interiore degli oggetti estetici. Freud parla di empatia nel suo libro Psicologia delle masse e analisi dell’io, descrivendola come il meccanismo che ci permette di assumere un determinato atteggiamento nei confronti di un’altra vita psichica estranea al nostro io. Più di recente è stato Heinz Kohut ad introdurre la comprensione empatica nella psicoterapia, come capacità di immedesimarsi in un’altra persona fino a coglierne i pensieri e gli stati d’animo.

                L’empatia, il più potente antidoto all’individualismo dominante e alla lacerazione dei legami sociali nel mondo globale, la più potente attivazione di una prospettiva solidale, non è però soltanto una esperienza estetica o emotiva, è una realtà fondata sul fatto che i nostri cervelli si sono evoluti nella direzione della cooperazione, della connessione l’uno con l’altro. Siamo fatti per connetterci con altre menti e per sviluppare sentimenti altruistici e solidali. È osservabile, è un deficit di empatia il deficit peggiore di cui soffriamo nella nostra società e nel mondo in questo momento. Ma attenzione a cosa si intende, quando si parla di empatia: la condivisione della sofferenza non conduce di per sé ad attivarsi in favore dell’altro, a prestare aiuto. Produce invece spesso una forma di «stress empatico», che inclina poi ad occuparsi di se stessi anziché dell’altro. Le semplici emozioni condivise, per quanto intense, non conducono quasi mai ad azioni che mantengano tenuta e risultati nel tempo, mentre risulta che siano l’ira e l’indignazione i motori motivazionali più efficaci per l’azione.

                Occorre fare attenzione a non usare la parola empatia come un termine «ombrello». Se volessimo invece essere precisi, bisognerebbe definirla come una forma di sensibilità emotiva e mentale nei confronti di uno stato altrui, che comprende varie gradazioni: dall’esserne affetti e dal condividere quello stato, fino all’accertarne le ragioni, e fino all’adozione del punto di vista dell’altro. A livello evolutivo, le prime tracce di processi che potremmo definire empatici sono riscontrabili tra i primati: troviamo processi di rispecchiamento e sincronizzazione corporea, processi di imitazione e di contagio emotivo. Arrivando al gradino evolutivo di noi Sapiens, troviamo tutto quanto già appartiene ai primati, e in aggiunta possediamo abilità empatiche capaci di attivare comportamenti simpatetici, comportamenti associativi e comportamenti cooperativi: abilità che, nell’insieme, richiedono di cambiare prospettiva e preoccuparsi per il benessere altrui.

                Specchiarsi negli altri.Se andiamo più nello specifico, distinguiamo due tipi di processi empatici: quelli definiti low level (mirroring, cioè rispecchiamento), e quelli high level (mentalising e mind reading, cioè mentalizzazione e lettura della mente). L’empatia, allora, non si definisce soltanto come una procedura di inferenza, che transita per le aree corticali del cervello, ma come una risonanza immediata, attivata dal meccanismo della simulazione incarnata: in poche parole la rappresentazione interna automatica di un movimento corporeo o di una espressione facciale, che consente di coglierne il significato. Siamo allora predisposti per una socialità inconscia, fondata su quella base di interdipendenza corporea che ci contraddistingue come mammiferi, siamo predisposti per trasmettere e far circolare sensazioni e vissuti emotivi da un soggetto ad un altro. Sono i famosi neuroni specchio, quelli per cui, per la nostra corteccia motoria, anche adulta, guardare e toccare sono la stessa cosa. Vedere è fare, per i neuroni specchio! I neuroni specchio umani, diversamente da quelli studiati nelle scimmie, riconoscono anche le azioni mimate (fare finta di prendere qualcosa che non c’è) e anche le azioni intransitive, non dirette verso un oggetto (es. disegnare figure geometriche con la mano nell’aria). Ma c’è di più: come umani siamo capaci di «rispecchiare» anche abilità motorie che non possediamo, ed è per questa via che sembra si impari a parlare, a camminare, a muoversi in modo organizzato. I neuroni specchio trasformano la percezione dell’azione altrui in simulazione incarnata dell’azione. L’altro entra letteralmente dentro di noi, non solo attraverso la percezione visiva, ma fin dentro il cervello, dove i neuroni specchio si attivano come se stessero facendo anche loro la stessa cosa che fa l’altra persona.

                Simulazione incarnata. «Già non attendere’io tua domanda, s’io m’intuassi, come tu t’inmii». Leggeteli lentamente, questi versi, sono densissimi; li scrive Dante, nella Divina Commedia, nel canto III del Paradiso. Se ci fosse una perfetta penetrabilità reciproca nella mente altrui, non servirebbero domande e nemmeno risposte. Vittorio Gallese, uno degli scienziati che hanno scoperto i neuroni specchio, risponde idealmente all’ipotesi dell’Alighieri:«Forse non abbiamo bisogno di arrivare in paradiso per partecipare, almeno parzialmente, di questa capacità che ci viene data dal meccanismo dei neuroni specchio, per cui una parte del sistema motorio che consente alla scimmia di conseguire degli scopi come afferrare un oggetto, viene utilizzato per mappare azioni analoghe compiute da un altro».

                Che cosa è allora la simulazione incarnata? La risposta è un po’ tecnica, ma abbiate pazienza, è una delle scoperte più preziose delle neuroscienze: la simulazione incarnata, questa espressione così poetica, descrive la componente sensomotoria della percezione dell’altro, collegata alla attivazione emozionale che essa evoca. La simulazione incarnata è quindi il veicolo delle esperienze proiettive che sono generate dall’esperienza dell’interazione umana. Grazie ai meccanismi di rispecchiamento e di simulazione incarnata, possiamo cogliere il significato di azioni, emozioni e sensazioni altrui per via empatica, dall’interno, riconoscendone scopi e intenzioni senza fare ricorso a strumenti cognitivamente più sofisticati. E tutto ciò non vale solo per il mondo concreto e per le esperienze dirette, ma vale anche per le esperienze immaginate, o rappresentate da opere d’arte, dalla finzione scenica, dalla letteratura, dalla poesia, dal fumetto, dal cinema, dai video. Siamo sensibili gli uni agli altri, sia direttamente che per tramite delle esperienze indirette che viviamo attraverso ogni forma di rappresentazione che viene prodotta sulle esperienze stesse. Il confine tra mondo reale e mondo immaginario è davvero molto sfumato, quasi impercettibile.

                C’è in noi umani la possibilità della conoscenza razionale e intellettuale, e però, prima ancora, c’è una conoscenza diretta e intima di ciò che si sta muovendo dentro il nostro cervello, in rispecchiamento alle azioni altrui.

                Così complessa, così fragile. Empatia, non è solo una vibrazione dell’anima, una sensibilità interpersonale elevata: ne possiamo parlare ora come di un fenomeno molto complesso, stratificato, che varia in relazione alle differenze individuali, agli stati d’animo, alle motivazioni, ai tratti di personalità. Ma non solo: per attivare rispecchiamento empatico servono anche specifiche condizioni ambientali, specifici percorsi nello sviluppo infantile, e giocano anche le caratteristiche dello stato emotivo altrui (es. l’intensità

o la qualità).

                Sono rilevanti, per attivare processi di rispecchiamento empatico, anche le valutazioni che facciamo rispetto al contesto, le credenze e le convinzioni su ciò che sta provando l’altro e, forse, anche radici genetiche e, soprattutto per via dei processi educativi differenziati, forse anche le differenze di genere.

                Ma allora, se la questione dell’empatia, pur essendo così complessa, è presente come competenza inscritta nei nostri neuroni, come mai assistiamo sempre più a fenomeni di erosione dell’empatia? Dalle neuroscienze sappiamo che questa abilità funziona meglio su una base di esperienze condivise, quindi soprattutto la si impara se la si riceve, poi la si sviluppa e la si pratica attraverso la partecipazione attiva a contatti di gruppo, mentre perde forza se si vive isolati o con pochi scambi significativi.

                L’empatia è fragile, è delicata. Può prodursi un blocco nella capacità di rendersi conto della sofferenza degli altri: le condotte deumanizzanti e violente possono derivare non solo, come effetto, dalla mancanza di empatia, ma possono essere originate da una relazione confusa tra l’esperienza personale e quella altrui, dove l’altro, per dirla con Martin Buber, viene oggettivato e diventa un Esso, anziché un Tu.

                C’è anche una forma di empatia che definiremo «tattica», quella della personalità narcisista perversa o sadica e quella della personalità psicopatica, dove avviene la proiezione sull’altro di una immagine falsa o poco precisa, radicalizzando la sua alterità al fine di fargli del male. La caduta della risposta empatica mostra il lato oscuro di noi umani, la possibilità dell’indifferenza e perfino della crudeltà, che può essere irreversibile e permanente come nei casi di psicopatia, in alcune forme di autismo, in presenza di specifiche anomalie genetiche. Molto più spesso la caduta della risposta empatica è temporanea, e per fortuna anche reversibile, quando è collegata ad un forte stress, alla fatica fisica o psicologica, all’alcolismo e all’abuso di sostanze psicotrope, oppure, molto più spesso, è la conseguenza di pesanti vissuti depressivi e esperienze traumatiche non elaborate.

                Ce ne sarebbe abbastanza per comprendere come, in certe circostanze penose, l’empatia venga eliminata, come un lusso a cui l’umano rinuncia facilmente… E invece è una abilità innata del nostro cervello di Sapiens, da valorizzare, proteggere, educare, sviluppare lungo l’arco di tutta la vita, l’abilità che, prima ancora di consentirci di sperimentare condivisione e solidarietà, ci ha permesso di imparare dall’esperienza degli altri. Potremmo dire che rappresenti quella sottile area di intersoggettività che sta tra un Io e un Tu, quella in base alla cui esistenza possiamo dire: «Io sono», e ancora: «Io sono perché Tu sei», e ancora più profondamente: «Tu sei, dunque Io sono».

Le cose più importanti della nostra vita non sono né straordinarie né grandiose. Sono i momenti in cui ci sentiamo toccati gli uni dagli altri». Saggezza dei maestri del Tibet

(Il tema dell’empatia continua, tra un mese)

Rosella De Leonibus      Rocca n. 22, 15 novembre 2021, pag. 35

www.rocca.cittadella.org/rocca/s2magazine/index1.jsp?attiva_pre_zoom=1&idPagina=63&id_newspaper=1&data=15112021

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CONSULTORI CATTOLICI

CFC -Servire la famiglia edificare la Chiesa

 

 

 

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DALLA NAVATA

XXXIV domenica del tempo ordinario (anno B)- -21  novembre 2021

Daniele                07, 14. Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il                       suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto.

Salmo                   92, 01. È stabile il mondo, non potrà vacillare. Stabile è il tuo trono da sempre, dall’eternità                   tu sei.

Apocalisse         01, 08. Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene,

                               l’Onnipotente!

Giovanni             18, 37. Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per                    questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla                              verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

 

È l'amore disarmato che cambia il mondo

                In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». (...) Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

            Pilato [nato a Tarragona -Spagna], l'uomo che detiene il maggior potere in Gerusalemme, e il giovane rabbi disarmato: l'uno di fronte all'altro, di fronte alla storia del mondo. Tu sei il re dei giudei? Possibile che quel galileo dallo sguardo limpido e diritto sia a capo di una rivolta, che ne nasca un pericolo per Roma? No, quell'uomo inerme è un pericolo per i complotti del sinedrio, per i giochi dei politici: ti hanno consegnato a me, vogliono ucciderti. Cosa hai fatto? Gesù mi commuove con il suo coraggio, con la sua statura interiore, mentre fa alzare sul pretorio un vento regale di libertà e fierezza. E adesso apre il mondo di Pilato, lo dilata, fa irrompere un'altra dimensione, un'altra latitudine del cuore: il mio regno non è di questo mondo, dove si combatte, si fa violenza, si abusa, si inganna, ci si divora. Nel mio regno non ci sono legioni, né spade, né predatori. Per i regni di quaggiù, per il cuore di quaggiù, l'essenziale è vincere, nel mio Regno la cosa più importante è servire. Il mio regno appartiene ai poveri, ai limpidi, ai liberi, agli artigiani della pace e della giustizia... Sono venuto per far sorgere i re di domani tra i piccoli di oggi. «Sono venuto nel mondo, per testimoniare un'altra verità».

                La parola di Gesù è vera proprio perché disarmata, non ha altra forza che la sua luce. È lì davanti, la verità; è quell'uomo in cui le parole più belle del mondo sono diventate carne e sangue, sono diventate vere. Oggi non celebriamo la salita al trono del padrone del mondo, Gesù non è questo: lui è l'autore e il servitore della vita. Che ci cambia la logica della storia attraverso la rivoluzione della tenerezza, parola ultima sul senso della nostra esistenza e, insieme, sul cuore di Dio. Allora, chi è il mio re? Chi il mio Signore? Chi da ordini al mio futuro? Io scelgo lui, ancora lui, il nazareno, con la certezza che il nostro contorto cuore, questa storia aggrovigliata, stanno percorrendo, nonostante tutte le smentite, un cammino di salvezza. Perché Dio è coinvolto, è qui, ha le mani impigliate per sempre nel folto di ogni vita. Pilato prende l'affermazione di Gesù: io sono re, e ne fa il titolo della condanna, l'iscrizione derisoria da inchiodare sulla croce: questo è il re dei giudei. Voleva deriderlo, e invece è stato profeta: il re è visibile là, sulla croce, con le braccia aperte, dove dona tutto di sé e non prende niente di nostro. Potere vero, quello che cambia il mondo, è la capacità di amare così, di disarmato amore, fino all'ultimo, fino all'estremo, fino alla fine.

                Venga il tuo Regno, Signore, e sia bello come tutti i sogni, sia intenso come tutte le lacrime di chi visse e morì nella notte per forzarne l'aurora.

p. Ermes Ronchi, OSM

www.avvenire.it/rubriche/pagine/e-l-amoredisarmatoche-cambiail-mondo

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DIBATTITI

Eutanasia, la disponibilità della vita e l’apertura della Chiesa

                Come è risaputo, monsignor Vincenzo Paglia è decisamente contrario alla “dolce morte” ed è uno dei maggiori oppositori odierni della “eutanasia legale” e della campagna referendaria per l’eutanasia legale promossa dall’Associazione Luca Coscioni. Ciò non toglie che in una puntata televisiva di Rebus, dopo aver sostenuto più volte che “la vita è mia” (pur aggiungendo che essa “è anche degli altri”) abbia esplicitamente dichiarato che “Io non sono d’accordo con chi dice che la vita è indisponibile, tutt’altro, la vita è mia tanto che ci sono cristiani e non cristiani che danno la propria vita per salvare quella degli altri”. Questa affermazione, sebbene i media non abbiano prestato ad essa debita attenzione, è davvero notevole e merita qualche nota di commento.

                Chiaramente, udire da un monsignore che occupa una posizione così importante all’interno della Chiesa cattolica odierna che egli non è “d’accordo” con chi ritiene che la vita sia indisponibile per noi non può che essere fonte di soddisfazione (la stessa che traspariva dal volto di Corrado Augias nell’ascoltare simili parole). Dall’altro lato, è difficile non provare un certo “stupore”, dovuto al fatto che Paglia sorvola sul fatto che chi dice che la vita è indisponibile non è qualche sparuto gruppo di cattolici, ma i documenti ufficiali della Chiesa, ossia i testi (dalla Dichiarazione sull’eutanasia alla Evangelium vitae alla Samaritanus bonus) nei quali è contenuto e sintetizzato il magistero cattolico in materia. Gli stessi documenti, tra l’altro, i quali precisano che gli atti con cui si offre la vita per il prossimo sono atti di tipo diverso rispetto a quelli propriamente auto uccisivi o eutanasici e quindi non possono a rigore essere assimilati ad essi.

                Poste queste premesse, come devono essere interpretate le parole di Paglia? Si tratta forse di un semplice sforzo mediatico di sintonizzarsi meglio con la mentalità corrente? Oppure si tratta di un tentativo di rapportarsi in modo nuovo agli strategici concetti della indisponibilità e disponibilità della vita? Penso che una risposta sia prematura. Infatti solo il futuro potrà dirci se le sue dichiarazioni rappresentano l’inizio di un possibile cambiamento di rotta da parte delle gerarchie vaticane. Certo è invece che in esse si coglie un certo disagio o imbarazzo nel difendere in modo granitico la posizione tradizionale. Bene si è fatto quindi, nella recente raccolta firme per il referendum eutanasia legale, ad arricchire i consueti e accattivanti slogan (“liberi fino alla fine”, “la mia vita mi appartiene”) con i termini, di matrice filosofica, della indisponibilità e disponibilità della vita. Altrettanto bene hanno fatto Filomena Gallo e Marco Cappato e a far propria l’interpretazione della nostra epoca alla stregua di ciò che in Indisponibilità e disponibilità della vita definisco un «epocale passaggio dal paradigma della indisponibilità della vita al paradigma della disponibilità della vita».

Giovanni Fornero            Il riformista       20 novembre 2021

www.ilriformista.it/eutanasia-la-disponibilita-della-vita-e-lapertura-della-chiesa-26

 

Precisazioni sull’opera di riforma dell’attuale pontificato

                Nel commentare la mia recensione di un volume sulla recente legislazione pontificia, Salvatore Berlingò [Professore emerito di Diritto Ecclesiastico dell'Università degli Studi di Messina] ha avanzato alcuni rilievi che mi offrono l’opportunità di meglio chiarire alcune mie affermazioni. Premetto che le sue osservazioni sono da me largamente condivise, in particolare la sua visione del diritto canonico come improntato al carattere della missionarietà, che tutto lo pervade e gli conferisce quel dinamismo ed elasticità che sono propri del diritto della Chiesa, come pure la dimensione individuale e solidale a un tempo della salus animarum come fine supremo dell’ordinamento canonico. In piena sintonia con questa visione del diritto canonico, ispirata ai principi conciliari, è certamente l’immagine di una «Chiesa in uscita» adottata da papa Francesco, alle prese con alcune sfide di enorme portata storica per la Chiesa. Preciso altresì che le osservazioni di Berlingò, come del resto la mia recensione, s’inseriscono nell’ambito di un dibattito, già da tempo avviato nella canonistica, sulla profonda evoluzione che l’ordinamento canonico sta vivendo sotto l’attuale pontificato: un dibattito che si vorrebbe mantenere sul piano scientifico e pertanto, almeno dal mio punto di vista, da mantenere ancorato all’analisi della produzione legislativa degli ultimi anni, di cui il volume della prof. Geraldina Boni [ordinaria di Diritto canonico e diritto ecclesiastico Università di Bologna]offre un sintetico ma solido punto di riferimento.

                I rilievi di Berlingò meritano peraltro una serie di precisazioni, utili anche a meglio chiarire alcuni punti in discussione. In primo luogo va detto che la sua citazione d’esordio di un passaggio del volume del compianto Giuseppe Dalla Torre [giurista e accademico italiano, Università degli Studi di Roma "La Sapienza" e Pontificia Università Lateranense] non è completa. Il passaggio completo è il seguente: «Sin dal primo momento papa Bergoglio si è messo con piglio a rimuovere i sedimenti del passato e ha manifestato una forza rinnovatrice non comune, paragonabile nei tempi moderni solo a quella di Paolo VI, nella stagione immediatamente successiva alla conclusione del concilio Vaticano II, peraltro condotta in maniera più graduale, morbida e diplomatica» (le parole in corsivo sono quelle omesse).Parole, quest’ultime, scritte con garbo, che sembrano tuttavia segnare una qualche presa di distanza non tanto dagli intenti riformatori del pontificato, largamente condivisi dall’autore, quanto dalle modalità con cui questi sono stati talora perseguiti.

                Sinodalità e radici culturali. Passando al merito delle osservazioni di Berlingò, partirei da quelle relative a una mia asserita critica alla riforma del Sinodo dei vescovi (cf. cost. ap. Episcopalis communio, 2018).

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_constitutions/documents/papa-francesco_costituzione-ap_20180915_episcopalis-communio.html

                In realtà su di essa mi sono limitato a precisare che essa ha suscitato – e i riscontri in dottrina sono numerosi – «una serie di problemi di interpretazione non indifferenti nella tensione tra i due principi di collegialità episcopale e di sinodalità, quest’ultimo peraltro “nella concezione attuale un poco fluida” (Boni)».

                Ben più sostanziali sono gli spunti critici avanzati dalla Boni, che ritiene questa riforma riduttiva rispetto alle istanze di rinnovamento avanzate dagli stessi padri conciliari, come peraltro già da tempo rilevato in dottrina. Mi pare che Berlingò tenda piuttosto a valorizzare lo strumento del Sinodo, e in particolare la fase della sua attuazione, come mezzo di recezione delle conclusioni sinodali, collegandola anche alla rilevata esigenza del diritto canonico di «correggere la sua impronta unilateralmente europea in direzione di un diritto specificamente ecclesiale» (Helmuth Pree): osservazione del tutto condivisibile, anche nel senso di una necessaria «inculturazione della fede» nelle varie culture dei popoli, senza peraltro dimenticare, sulla scia di una certa cancel culture oggi in voga, che non solo il diritto canonico ma la stessa fede cristiana – una fede incarnata nella storia, non astratta – hanno precise radici culturali, destinate a essere trascese ma che non possono essere rimosse.

                Ancora: il passaggio in cui rilevo «l’estrema difficoltà di governare la Chiesa universale dalle “periferie”, ciascuna delle quali portatrice di problemi, approcci culturali e sensibilità pastorali difficilmente conciliabili tra loro» si riferisce non alla riforma del Libro VI del Codex, come suggerisce Berlingò, ma ai vari – e allo stato infruttuosi – tentativi di giungere a una riforma complessiva della curia romana, obiettivo programmatico di questo pontificato. Una riforma, quest’ultima, affidata ad un organismo istituto ad hoc dal pontefice poco dopo la sua elezione, il Consiglio dei cardinali, composto da una ristretta cerchia di prelati provenienti dai vari continenti.

                Con ciò non si vuole certo negare l’assoluta centralità che assumono oggi le «periferie del mondo», espressione del Cristo sofferente, nell’azione apostolica della Chiesa e che è merito indiscusso di papa Francesco aver valorizzato. Piuttosto si vorrebbe soltanto evidenziare come il governo della Chiesa universale richieda forse un approccio ai vari problemi ecclesiali e alle sfide poste dalla globalizzazione di tipo diverso rispetto a quello delle «periferie», che tenga conto cioè di una prospettiva più ampia e forse meno coinvolta nelle specifiche problematiche di carattere culturale, politico ed ecclesiale delle varie Chiese particolari, anche a salvaguardia della tanto proclamata autonomia degli episcopati locali.

                Anche una mia ultima affermazione citata da Berlingò è impropriamente riportata o, forse, solo fraintesa, laddove egli riconduce a una mia asserita denuncia dell’autoritarismo insito nella produzione normativa dell’attuale pontificato quanto scrivo circa «un approccio di tipo prevalentemente sociologico alle dinamiche ecclesiali che conduce, sia pure in buona fede, a svalutare il ruolo del singolo all’interno della collettività, le prerogative del fedele rispetto alla comunità ecclesiale di cui è parte costitutiva”. In realtà un tale approccio è, nella mia recensione, ipotizzato alla base, insieme ad altri fattori, della problematica evoluzione dell’ordinamento canonico descritta dalla Boni, senza alcun riferimento – come invece sembra suggerire Berlingò – alla dimensione socio-politica delle scelte di governo dell’attuale pontefice.

                I 4 principi di Evangelii gaudium. In particolare quando scrivo di «un approccio di tipo prevalentemente sociologico alle dinamiche ecclesiali» mi riferisco soprattutto ai quattro principi indicati nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium come guide per «lo sviluppo della convivenza sociale e la costruzione di un popolo in cui le differenze si armonizzino all’interno di un progetto comune»:

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20131124_evangelii-gaudium.html

  1. «il tempo è superiore allo spazio», da cui l’aforisma secondo cui è preferibile avviare processi più che possedere spazi;
  2. «l’unità prevale sul conflitto»,
  3. «la realtà è più importante dell’idea»,
  4. «il tutto è superiore alla parte».

                Non è questa la sede per esaminarli compiutamente, né si vuole contestarne il contenuto. Preme soltanto di rilevare che si tratta di principi – come precisa lo stesso pontefice – «relazionati a tensioni bipolari proprie di ogni realtà sociale», quindi non derivati dall’osservazione o approfondimento della specifica realtà ecclesiale o da principi teologici o di natura pastorale ma dall’osservazione dei comuni fenomeni socio-politici e poi utilizzati anche come criteri per l’analisi della realtà ecclesiale e come principi ispiratori di importanti riforme dell’ordinamento canonico.

                Da ultimo, sempre partendo dall’osservazione oggettiva dell’evoluzione della legislazione pontificia come descritta dalla Boni, a me pare che l’immagine che ci viene restituita del legislatore supremo non sia esattamente quella di un papa «paziente», come suggerisce Berlingò, «espressione del metodo del discernimento e della gradualità», quasi «un saggio cunctator (temporeggiatore) … incurante dei poco accorti compagni di viaggio, degli astanti non bene intenzionati o, più in generale, di coloro che diffidano dell’ “economia” della Chiesa», ma piuttosto quella di un papa «impaziente»: impaziente d’introdurre e promuovere nella Chiesa le riforme ritenute necessarie per rispondere alle grandi sfide che essa si trova oggi ad affrontare, e in questo senso sicuramente da apprezzare, anche a costo di una frenetica attività normativa e con formulazioni che si sono rivelate non di rado approssimative, bisognose poi di successivi interventi correttivi non sempre migliorativi, come documentato dallo studio della Boni.

Paolo Cavana, ordinario Università Lumsa di Roma   Il regno attualità  n. 20, 15 novembre 2021, pag. 637

https://ilregno.it/attualita/2021/20/dibattito-or-francesco-diritto-canonico-legislatore-impaziente-paolo-cavana

www.c3dem.it/wp-content/uploads/2021/11/francesco-legislatore-impaziente-paolo-cavana-regno.pdf

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DONNE NELLA (per) LA CHIESA

Dimmi come ti vesti...

                In area cattolica si parla molto di cambiamenti epocali e della necessità di una riforma sistemica della Chiesa. Ma c’è qualcosa che resiste ostinatamente al mutare dei tempi: i “costumi di scena” ecclesiastici. Forse è davvero il momento di rinnovare il guardaroba, per aiutare a rinnovare menti e cuori. 

                Nel suo discorso alla curia romana del 21 dicembre 2019 papa Francesco ha fatto un’affermazione che mi sembra riassumere con lucidità la sua visione del momento storico nel quale viviamo. Dopo aver ricordato le parole del santo cardinale Newman secondo il quale «Qui sulla terra vivere è cambiare, e la perfezione è il risultato di molte trasformazioni», Francesco ha ripreso quanto aveva già affermato al Convegno della Chiesa italiana di Firenze 2015 («quella che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca») insistendo sul fatto che  «Siamo, dunque, in uno di quei momenti nei quali i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono delle scelte che trasformano velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza».

www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/december/documents/papa-francesco_20191221_curia-romana.html

                L’abito parla di noi. Di fronte alla forza di questa impegnativa dichiarazione, quanto sto per dire suonerà, a dir poco, inadeguato. Se non fosse che è stato il papa stesso a farmici pensare quando ha aggiunto: «Capita spesso di vivere il cambiamento limitandosi a indossare un nuovo vestito, e poi rimanere in realtà come si era prima. Rammento l’espressione enigmatica che si legge in un famoso romanzo italiano: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” (Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa)». Francesco ha abbinato, insomma, cambio d’epoca e cambio di vestito per sottolineare, però, la sostanziale distanza che separa l’uno dall’altro.

                Da tempo, invece, io mi domando se proprio l’incapacità di cambiare gli abiti, cioè il proprio modo di «relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero» nonché di rapportarsi al mondo, non sia un segno tangibile della strutturale difficoltà della nostra Chiesa ad accettare quelle che Francesco stesso ha definito le «scelte che trasformano velocemente il modo di vivere». Quando guardiamo le fotografie del nostro recente passato la prima cosa che ci salta agli occhi e che ci dà la misura di “come eravamo” e dei cambiamenti che sono stati davvero “epocali” sono proprio gli elementi di costume che marcano la differenza: lunghezza degli abiti, acconciature dei capelli, modelli di scarpe. 

                «Vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione»

                Non so se sia una banalità. Non lo credo, e chiamo a testimone quanto successe pochi giorni prima della chiusura del Concilio Vaticano II, il 16 novembre 1965. Il fatto è noto: una quarantina di padri conciliari si riunì nelle catacombe di Domitilla per proclamare e firmare il Patto delle catacombe, che verrà poi firmato anche da qualche centinaio di altri vescovi.                                                                   www.catacombedinapoli.it/it/patto

https://pieromazzola.wordpress.com/2015/11/07/chi-sono-i-40-del-patto-delle-catacombe

[Per l’Italia unico mons. Luigi Bettazzi, che rappresentava anche il card Giacomo Lercaro, di cui era ausiliare da 2 anni.]

                Lasciamo da parte il tanto che si può dire da molti punti di vista su quel momento di collegialità ecclesiale e sui suoi significati reali e simbolici, nonché sul fatto che nel 2019, al termine del Sinodo sull’Amazzonia, 150 vescovi hanno voluto rinnovare, nello stesso luogo, quelle stesse promesse. Mi limito a osservare qualcosa che ha però, a mio avviso, una portata davvero “epocale”.

                I primi due articoli di quel documento, che per alcuni padri conciliari traduceva immediatamente in pratica quanto vissuto e deciso al Concilio, suonano così:

    «1. Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione e tutto il resto che da qui discende. Cfr. Mt 5,3; 6,33s; 8,20.

    Rinunciamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente negli abiti (stoffe ricche, colori sgargianti), nelle insegne di materia preziosa (questi segni devono essere effettivamente evangelici)».

                Lo ricordava anche il cardinale prof. Michele Pellegrino: In un passato remoto era stata inviata una reprimenda dal Vaticano ai sacerdoti circa l’uso di vesti diverse da quello comunamente usate dal popolo.

                Gli abiti, dunque, le stoffe, i colori: tutt’altro che folcloristico, ma sarebbe sciocco circoscriverlo a un impulso pauperistico. Anche quando scorrono sugli schermi delle nostre televisioni, le immagini dei “costumi di scena” clericali confermano la percezione di una distanza sempre più incolmabile, ben lontana dalla determinazione di vivere «come vive ordinariamente la nostra popolazione». Sono segni, ma sono anche segnali dell’incapacità a pensarsi nel tempo e dell’ostentazione della pretesa che ciò che cambia è solo accidentale perché in realtà non è vero che “todo cambia”. Gli apparati religiosi sono sempre i “guardiani della rivoluzione”!   

                Creare nuovi stili è questione sostanziale. A nessuno, certo, può essere imposto di fare come Francesco d’Assisi che si spogliò pubblicamente davanti a suo padre per stabilire il punto di non ritorno del suo cammino di conversione.  Ma siamo proprio sicuri che se papa Francesco, magari con un motu proprio, decretasse del tutto finita l’era delle sottane e dei bottoncini rossi, delle mantelline e dei pileoli [zucchetti], siamo proprio sicuri che non darebbe così un colpo di accelerazione a quella riforma sistemica della Chiesa di cui tanto c’è bisogno, di cui tanto si parla e che stenta invece a imboccare le strade del possibile?

                Il discorso si fa ancora più delicato, ma non meno urgente anche per quanto riguarda l’ambito liturgico. Eppure, tutte le volte che, in mondovisione, ondeggianti processioni di mitrie percorrono la navata di San Pietro per poi essere costrette a quei continui “su e giù” dalle teste canute di chi le indossa di cui è difficile capire qualsiasi possibile significato, non posso fare a meno di domandarmi se, nel caso della Chiesa e del suo apparato, il ragionamento di Francesco non andrebbe ribaltato: creare nuovi stili è sostanziale, non marginale. Forse, cliccare su Google-immagini il termine “mitria” può aiutare a capire

www.google.com/search?source=univ&tbm=isch&q=google+immagini+mitria&client=firefox-b-d&fir=13cqnY9mnb_uMM%252CtnC4u0584qqjHM%252C_%253BzjHwODQewZDKhM%252Cg18NnEeTffC1oM%252C_%253Bg7TwN6dPoId1SM%252C6mowCfvzpYOFEM%252C_%253Bby48mMMOyyBamM%252CVnnN1Tnro6sA7M%252C_%253Bg0JFs_vAxUj5eM%252CiMx3i9lU5w3AHM%252C_%253BfLzuzkM_Tx6fUM%252CVnnN1Tnro6sA7M%252C_%253BGjos9kvYdKMItM%252CVnnN1Tnro6sA7M%252C_%253B5CXEWnUSLg16YM%252CoyVaK4pH5IqWwM%252C_%253Bihd08HQ6fs_1EM%252CH7iF__Jon_P23M%252C_%253B9uiijXGMRXNhmM%252CH7iF__Jon_P23M%252C_&usg=AI4_-kTJ2ODGM26KwFiDyoxGr6dzPrj6Jw&sa=X&ved=2ahUKEwj6l7jb07P0AhUt8LsIHXWpDCIQ7Al6BAgCEA8&biw=1413&bih=751&dpr=1.25

www.treccani.it/vocabolario/mitra1/

[la tiara pontificia è stata abolita da Paolo VI]                  

                Ciò non significa certo convocare un “sinodo” di stilisti perché disegnino nuove divise come avviene sull’ecclesiologia di cui sono palese attestazione le “divise ecclesiastiche”. Spesso si coltiva la pretesa che le divise non facciano vedere che “il re è nudo”. Francesco, poi, ha ragione: soprattutto in ambienti ad alto tasso di ipocrisia funzionale il pericolo della simulazione gattopardesca è quanto mai reale. Non è molto peggio, però, cedere alla paura di questo pericolo e accettare la paralisi?

Marinella Perroni*, 17giugno 2021

*Dottore in Filosofia e in Teologia. È docente stabile di Nuovo Testamento presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo

https://ilregno.it/regno-delle-donne/blog/dimmi-come-ti-vesti-marinella-perroni

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FARIS

Adottare fratelli o bambini già grandi: “impresa” o opportunità? Un Webinar il 2 dicembre

                Possibilità, significato e difficoltà nell’adozione di bambini già grandi o gruppi di fratelli. Una proposta Faris – Family Relationship International School, il 2 dicembre 2021, per scoprire tutto ciò che serve per una scelta cosciente. Se nell’immaginario collettivo e, spesso, anche in quello delle coppie che iniziano a pensarci concretamente, l’adozione è associata all’immagine di bimbi ancora piccoli, nella realtà le cose sono il più delle volte diverse. Perché i bambini in attesa di una mamma e di un papà nei diversi Paesi del mondo sono nella maggior parte dei casi più grandi di quanto ci si aspetta. E, non di rado, possono avere dei fratelli e delle sorelle dalle quali non vorrebbero separarsi.

                Ecco, allora, che l’adozione si tinge di sfumature diverse, sicuramente inaspettate ma non per questo meno ricche di opportunità. A maggior ragione, però, sono opportunità davanti alle quali bisogna arrivare preparati. Proprio questa è la finalità pensata dal FARIS – la Scuola Internazionale per le Relazioni Familiari della Fondazione Ai.Bi., per il webinar in programma giovedì 2 dicembre dalle ore 18,00Adozione Internazionale di bambini grandi e di fratrie”.

                Un webinar rivolto a tutte le coppie interessate all’adozione internazionale che stanno facendo il percorso con i servizi e il Tribunale o che, in possesso di Decreto di idoneità, hanno già dato mandato a un Ente autorizzato. Partendo da casi reali e descrivendo alcune possibili situazioni, l’obiettivo del corso è dare ai partecipanti gli strumenti per prefigurare la disponibilità all’accoglienza di bambini più grandi o a gruppi di fratelli.

                A condurre il webinar sarà la Dott.ssa Anna Maria Elisa Rossi, psicologa e consulente del Settore Adozioni Internazionali di AiBi – Amici dei Bambini, esperta in tematiche di Adozione Internazionale.

Maggiori informazioni                  

www.fondazioneaibi.it/faris/prodotto/webinare-adozione-internazionale-di-bambini-grandi-e-di-fratrie

oppure scrivendo alla mail                                          Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

www.aibi.it/ita/adottare-fratelli-bambini-grandi-webinar-faris

 

WEBINAR Bibbia e Affido: cosa insegnano le storie di Giuseppe e di Mosè?

14 dicembre 2021 – ore 21- 22,30  Prezzo: Gratis

                Esaminando con attenzione alcuni aspetti delle vicende bibliche di due patriarchi del popolo di Israele, Giuseppe d’Egitto (o dei sogni) e Mosè, scopriamo insegnamenti che possono rivelarsi preziosi per le famiglie che si stanno preparando alla prima accoglienza affidataria o che stanno già sperimentando l’esperienza dell’affido.

                Sulla figura di Giuseppe d’Egitto

1) il meccanismo di rimozione

2) da un male per uno un bene per molti

3) il perdono

4) il Dio degli outsider

                Sulla figura di Mosè

1) il riposo a Madian

2) la chiamata

3) leader nel deserto

4) l’educazione di Batya

5) fidarsi di Dio

6) di nuovo il Dio degli outsider

                Il webinar verrà condotto da Paolo Pellini, genitore affidatario e formatore di Faris -Family

Per maggiori informazioni è possibile contattare la segreteria di FARIS a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

www.fondazioneaibi.it/faris/prodotto/bibbia-e-affido-giuseppe-e-mose

 

Vuoi diventare un vero Social Media manager?

                Non perdere il corso di FARIS: inizia il 20 gennaio 2022. È la professione del presente e del futuro. Per questo FARIS-Scuola Internazionale per le Relazioni Familiari – Fondazione AiBi organizza un corso in 4 appuntamenti per insegnare i segreti della professione di social media manager. Anche solo dieci anni fa quasi non esisteva. Oggi è una figura della quale nessuna realtà professionale e non può più fare a meno. Stiamo parlando del Social Media Manager, ovvero della persona chiamata a curare, seguire e implementare i canali e le comunicazioni tramite i social network di una realtà. Un ruolo delicato e fondamentale verso il quale non ci si può certo improvvisare.

                Ecco, allora, che Faris ha pensato di proporre un corso in quattro appuntamenti per chi desidera acquisire capacità e conoscenze basilari per intraprendere questo percorso. Il corso “Diventa un vero Social Media Manager” si terrà on line e prevede un approccio estremamente pratico che non richiede alcuna conoscenza pregressa in questo settore.

                Vero è che per affrontare al meglio il percorso formativo il consiglio è di fruire precedentemente del corso on-demandIntroduzione alla figura del Social Media Manager”. Un webinar che, come di evince chiaramente dal titolo, è pensato proprio per fornire una prima conoscenza basilare delle tematiche che il corso che comincia il 20 gennaio approfondirà molto più nel dettaglio.

                Gli argomenti del corso “Diventa un vero Social Media manager”. In particolare, durante il corso si cercherà di rispondere alla domanda: “Chi è il social manager?”. Quindi verrà illustrato il funzionamento di Facebook e Instagram, si spiegherà cosa sono i booster e come usarli, si parlerà di “content marketing” (Storytelling, Storia, Target, Audience, Mission), di visibilità del brand e di personale positioning.

                Il corso, come detto, è organizzato su quattro eventi formativi da due ore ciascuno: con l’acquisto del primo ci si garantisce la possibilità di frequentare l’intero corso di formazione. Il link della seconda lezione verrà fornito al termine della prima.

                Queste le date dei quattro appuntamenti, che si terranno sempre alle ore 18.30-20.30:

20 gennaio 2022               27 gennaio 2022              3 febbraio 2022                                10 febbraio 2022

                A tenere il corso sarà il dott. Massimiliano Meloni, Ingegnere Informatico, Marketing Strategist, Social Media Manager e formatore per FARIS – Family Relationship International School.

Maggiori informazioni a    www.fondazioneaibi.it/faris/prodotto/diventa-un-vero-social-media-manager-4-lezioni

o contattando la segreteria di FARIS a                    Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

www.fondazioneaibi.it/faris/corso-faris-diventare-social-media-manager

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FORUM ASSOCIAZIONI FAMILIARI

Assegno unico. La famiglia comincia a rappresentare una risorsa su cui investire

                Negli ultimi 25 anni l'unica "vittoria" delle famiglie era stato il miliardo investito per le detrazioni nel 2011. Ora si è passati da 14 miliardi di euro annui per le famiglie a 20 miliardi, un incremento del 42,86% che allarga la platea dei beneficiati a 2 milioni di giovani famiglie, per lo più partite Iva, che sono quelle che anagraficamente potranno fare più figli e che non si sentiranno abbandonate. Un grande risultato, oggettivamente. La famiglia comincia a pesare, ad essere importante, a rappresentare una risorsa su cui investire e non una somma di problemi da risolvere.

                Ci siamo. L’era dell’assegno unico universale è sempre più vicina. Certo, è stato un percorso lungo, che immaginavamo diverso, invece è stato più complicato del previsto. Grazie anche al lavoro dietro le quinte del Forum delle Famiglie, abbiamo mostrato a tutto il Paese che ci sono temi che uniscono, che ci fanno fare squadra, che vanno oltre maggioranze e opposizioni, oltre i partiti, oltre le bandiere, oltre gli interessi particolari. E questa si preannuncia davvero come l’unica vera riforma del nostro Paese post pandemia. Negli ultimi 25 anni l’unica “vittoria” delle famiglie era stato il miliardo investito per le detrazioni nel 2011. Ora si è passati da 14 miliardi di euro annui per le famiglie a 20 miliardi, un incremento del 42,86% che allarga la platea dei beneficiati a 2 milioni di giovani famiglie, per lo più partite Iva, che sono quelle che anagraficamente potranno fare più figli e che non si sentiranno abbandonate. Un grande risultato, oggettivamente.

                La famiglia comincia a pesare, ad essere importante, a rappresentare una risorsa su cui investire e non una somma di problemi da risolvere. Ma potrebbe non bastare. È chiaro che anche io vorrei tutto e subito. Ma so bene che questo è un primo passo importante. Con l’assegno unico universale che partirà a marzo, con una riforma fiscale a dimensione familiare e con un piano di rilancio della natalità all’interno del Pnrr, si può iniziare a immaginare un Paese diverso. Intanto bisognava partire e si è partiti. Adesso c’è da stare sul pezzo e ci staremo. A quanto ci risulta, secondo le simulazioni dei tecnici del Ministero dell’economia, le poche famiglie (rispetto ai quasi 9 milioni di nuclei familiari beneficiari) che potrebbero perderci qualcosina, avranno una clausola di salvaguardia ad evitare brutte sorprese. La denatalità e il fatto che la nascita di un figlio sia una delle prime cause di povertà, devono indurci ad una strategia più offensiva. Tutti insieme. Organizzando la prima edizione degli Stati generali della natalità lo abbiamo toccato con mano: tutto il Paese tifa per le famiglie. I partiti sono tutti uniti. I sindacati e le associazioni pure. Anche le banche e le imprese sanno che mettendo più soldi in tasca alle famiglie crescono i consumi. Non perdiamo questa occasione. Facciamo un capolavoro!

Gianluigi De Palo, presidente del Forum delle Associazioni familiari         Agenzia SIR        18 novembre 2021

www.agensir.it/chiesa/2021/11/18/la-famiglia-comincia-a-rappresentare-una-risorsa-su-cui-investire

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MATERNITÀ SURROGATA

Bimba abbandonata in Ucraina

                “È indispensabile mettere mano ad una normativa che preveda il reato universale di utero in affitto, ma non è sufficiente. Occorre una seria riflessione sul valore della persona e sul significato del generare”. Va dritta al punto, la presidente nazionale del Movimento per la vita, commentando la vicenda della bimba nata 15 mesi fa in Ucraina da maternità surrogata e poi abbandonata dai suoi “committenti”

                Ha avuto forte eco mediatica la vicenda della bimba nata 15 mesi fa in Ucraina da maternità surrogata, “parcheggiata” presso una tata del luogo dalla coppia di committenti italiani residenti in Piemonte, ed ora, dopo il loro rifiuto di prendersene cura, portata in Italia e temporaneamente affidata ad una famiglia piemontese. Mentre la Procura di Novara ha aperto un fascicolo – ma al momento non ci sono indagati né si configurano ipotesi di reato – Marina Casini Bandini, presidente del Movimento per la vita italiano, interpellata dal Sir ribadisce la propria posizione, già espressa in molteplici occasioni: “Questa triste vicenda dimostra l’urgenza di una normativa che preveda il reato universale di utero in affitto; tuttavia questo non basta perché occorre andare a monte della questione di fondo che consente e sembra ‘legittimare’ una pratica così disumana”.             “Il caso di Kiev – afferma senza giri di parole – è certamente straziante, ma non è che la punta di un iceberg costituito da una cultura dello scarto che tramite tecniche sempre più sofisticate di riproduzione umana non tiene in alcun conto la dignità, i diritti e il valore di una persona come il concepito, arrivando a ritenerlo possibile oggetto di commercio”. Per la presidente del Mpv “possiamo accanirci ferocemente contro l’utero in affitto e tutto ciò che vi ruota intorno, ma se non affrontiamo la cultura che ne sta alla base, ogni correttivo sarà una toppa su un tessuto logoro e non in grado di tenerla”. Giustissimo allora “indignarsi rispetto all’abbandono assolutamente irresponsabile di questa coppia di committenti, come se i bambini fossero una merce che prevede un diritto di recesso e gli uteri semplici strumenti di riproduzione”, ma “il problema è a monte e chiama in causa la riflessione sull’essere umano, che è tale fin dal concepimento, e sulla sua generazione”.

                Per Casini, infatti, la cesura tra esistenza e non esistenza “non è la nascita ma il concepimento: fin da quel momento si può già parlare di ‘bambino’, e lo dimostra l’evidenza scientifica”. Per questo deve inquietarci anche “il numero enorme di esseri umani allo stadio embrionale generati in vitro e abbandonati nei congelatori dei centri per la procreazione medicalmente assistita, oppure utilizzati come materiale di sperimentazione e ricerca, o sottoposti a selezione genetica: ‘fratellini’ di questa bimba, concepiti e poi dimenticati da tutti” mentre, come ricorda Papa Francesco, “quanti sono concepiti sono figli di tutta la società”.

                Quella della piccola ucraina è per la presidente del Mpv “una tragedia paradossalmente a lieto fine” perché la bimba ha almeno trovato, “grazie al cielo, braccia accoglienti che la stringono, l’amore che a molti ‘invisibili’ è negato”. Ma il problema rimane: occorre combattere contro la cultura diffusa e fuorviante del “volere avere tutto e subito, di un presunto e preteso diritto ad avere un figlio a tutti i costi, secondo una cultura dei cosiddetti ‘diritti civili’ che nei fatti questi stessi diritti li nega, a partire da quelli del concepito”.

                Per questo, nel 30° anniversario della ratifica della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia, Casini Bandini annuncia una conferenza stampa, il 19 novembre a Roma, per la presentazione di un disegno di legge sul riconoscimento della capacità giuridica di ogni essere umano dal concepimento. Marina Casini: “Utero in affitto diventi reato universale, occorre seria riflessione sul significato del generare”

Giovanna Pasqualin Traversa    AgenziaSIR         16 novembre 2021

www.agensir.it/italia/2021/11/16/bimba-abbandonata-in-ucraina-marina-casini-utero-in-affitto-diventi-reato-universale-ma-occorre-seria-riflessione-sul-significato-del-generare

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PASTORALE FAMILIARE

Diritto canonico: i primi diplomati in Consulenza matrimoniale e familiare

                Sono pronti ad entrare in azione i primi professionisti dell’ambito matrimoniale specializzati a Napoli.

Il Diploma in Consulenza Matrimoniale e Familiare di II livello, a norma dell’istruzione Gli studi di Diritto Canonico alla luce della riforma del processo matrimoniale, propone "un percorso formativo attuale e urgente, proprio per fronteggiare le problematiche oggi emergenti nelle situazioni matrimoniali difficili o a rischio e nelle controversie familiari". Il Diploma di Consulenza matrimoniale e familiare di II livello forma professionisti capaci di operare nella pastorale familiare pregiudiziale e nel processo di nullità matrimoniale presso i Tribunali ecclesiastici e gli altri organismi competenti.

                L’11 novembre, alle ore 10, presso l’aula magna della sezione San Tommaso d’Aquino della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale ha luogo la cerimonia di consegna dei primi Diplomi di Consulenza matrimoniale e familiare rilasciati dal Dipartimento di diritto canonico della PFTIM. Alla cerimonia di consegna dei primi diplomi, dopo i saluti iniziali di don Francesco Asti, decano della sezione San Tommaso d’Aquino, avrà luogo un incontro guidato da monsignor Antonio Foderaro, moderatore del Dipartimento di diritto canonico della PFTIM, al quale prenderà parte sua eccellenza monsignor Giuseppe Sciacca, segretario del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica. Successivamente sono previsti anche gli interventi dei docenti Padre Luigi Ortaglio, Orlando Barba e Paolo Palumbo.

Redazione ACI Stampa                 Napoli , 10 novembre, 2021

www.acistampa.com/story/diritto-canonico-i-primi-diplomati-in-consulenza-matrimoniale-e-familiare-18442

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RIFLESSIONI

Generazione Peter Pan

                Di recente, un giovane teologo italiano è stato nominato direttamente da Papa Francesco sottosegretario alla Congregazione per la dottrina della fede, l’organismo che presiede sulla fedeltà della chiesa alla grande tradizione cattolica e vigila sulla sua espressione in tutte le chiese locali. Una nomina che ha sorpreso, perché don Armando Matteo [1970 Catanzaro, 2005-2011 assistente nazionale FUCI] è un teologo che ha avuto il coraggio di alzare la voce e scrivere su questioni scomode e critiche della vita ecclesiale. La chiesa italiana lo ha ignorato, non l’ha indicato tra i possibili esperti al Sinodo sui giovani del 2017, e il giudizio su di lui era: eccesso di pessimismo! È un teologo, insegnante in una università pontificia, ma vive immerso nel tessuto ecclesiale ordinario e a contatto con i giovani.

                Oggetto della sua ricerca è stata la crisi che la chiesa attraversa in Occidente, con analisi puntuali, documentate, e capaci di leggere e interpretare il reale. Ha saputo cogliere la distanza dei giovani dalla vita ecclesiale individuando proprio in loro la componente che manca alla chiesa. Ha individuato la fuga delle quarantenni dagli spazi ecclesiali per la mancanza di un riconoscimento reale e per l’impossibilità di partecipazione delle donne all’esercizio dell’autorità nella chiesa. Si è impegnato a comprendere il fenomeno culturale in cui è immersa la società nella ricerca di una giovinezza perenne, nel rifiuto di diventare adulti. Nel suo ultimo libro, Convertire Peter Pan, Armando Matteo denuncia quella rivoluzione che ha invaso il mondo degli adulti e delle adulte in Occidente usando la cifra di Peter Pan, il personaggio che tutti conosciamo come il bambino che non voleva entrare nella maturità.

www.alzogliocchiversoilcielo.com/2021/11/la-chiesa-italiana-dorme-e-non-comunica.html

                In pochi decenni si è operato un cambiamento a causa dell’allungamento della vita, dell’avvento del benessere: tante possibilità e libertà che i nostri nonni non avrebbero neanche potuto immaginare. Si è trattato di una rivoluzione antropologica che ha portato a una lettura diversa dell’esistenza: da pochi giorni di vita, e sovente grami, a una situazione ispirata dal dovere di restare giovani. Gli adulti sono facile preda dell’autoreferenzialità e di un egoismo intriso di individualismo e narcisismo.

                Non solo la generazione Peter Pan non vuole crescere ma non fa crescere, dice di voler trasmettere ma non è capace di lasciare la presa, pretende dalla nuova generazione (i figli, pochi, mentre i genitori abbondano!) un impegno che lei non assolve. Certamente Matteo conduce la sua analisi per svegliare la generazione Peter Pan nello spazio ecclesiale, ma il problema riguarda la società intera. La patologia non conosce muri né frontiere e raggiunge tutti. Si fa dunque urgente un risveglio delle generazioni adulte, una presa di coscienza più forte della crisi che stiamo attraversando, è importante riscuotersi dal sonno per riprendere il faticoso cammino della crescita umana, della consapevolezza e della responsabilità.

Enzo Bianchi                      “la Repubblica”  15 novembre 2021

https://pietrevive.blogspot.com/2021/11/enzo-bianchi-generazione-peter-pan.htm

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SESSUOLOGIA

Il gender e le sue tre vite

                «Ogni epoca – secondo Martin Heideggerha una cosa da pensare. Una soltanto. La differenza sessuale, probabilmente, è quella del nostro tempo». Se questo è vero – come crediamo – allora non è fuori luogo andare oltre le polemiche che animano il dibattito sulla questione e dedicare la nostra attenzione allo studio del gender, che non è una teoria o un’ideologia, ma piuttosto uno «strumento euristico» impiegato da varie discipline per indagare le relazioni tra uomini e donne, mettendo in luce le relative strutture di potere presenti nelle culture e nelle società.

                All’incrocio tra natura e cultura. La sua nascita è solitamente attribuita agli studi di Albert Ellis,  John William Money e dei coniugi Joan Hampson e John Hampson (anni Cinquanta del XX secolo), i quali contribuirono a mettere in luce che non è il sesso biologicamente determinato, ma l’identità di genere culturalmente plasmata è la vera «àncora della nostra salute emozionale, presente nell’amore e nel gioco, nei rapporti con gli altri». In tal modo si cominciò a superare un paradigma esclusivamente biologico dell’identità sessuale in favore di una comprensione più ampia, integrando variabili psicologiche, sociali e culturali. Da ciò risulta chiaro che l’identità sessuale si pone all’incrocio tra natura e cultura, per cui il «dato» (sex) biologico risulta essere sempre anche un «da farsi» (gender), un progetto da realizzare e, dunque, un compito educativo ed etico, che coinvolge la libertà di più attori e il cui esito non è scontato, né preordinato.

                Critica delle strutture patriarcali. La giovane «creatura» venne successivamente adottata dal movimento femminista, che a partire dalle capostipiti – le antropologhe Margaret Mead e Gayle Ruby, e la filosofa Simone de Beauvoir– ha messo in discussione l’immagine tradizionale della donna e dell’uomo. Il gender ha permesso di riconoscere che paradigmi mentali e schemi d’azione, tradizioni e costumi sono il prodotto di una storia nella quale si coniugano scelte operate dalle persone e accompagnate da pesanti condizionamenti segnati dalla logica del dominio e della prevaricazione, da violenze e ingiustizie che negano il senso autenticamente relazionale dell’esistenza umana.

                Differenze e i ruoli di genere, dati per scontati, spesso presentati come necessari e immutabili, al contrario vanno sempre contestualizzati e va riconosciuto che per lo più veicolano pregiudizi, che nella tradizione occidentale sono di carattere fortemente maschilista. Essi si configurano come strutture di peccato capaci di sfigurare il progetto originario di Dio sulla donna, sulla coppia e sul mondo. Contro di essi è giusto lottare e impegnarsi per favorire il riconoscimento delle reciproche differenze e stabilire relazioni paritarie improntate al rispetto e alla collaborazione.

                Preservare e accogliere la differenza. Un’ultima fase storica – può essere chiamata post-gender (o forse anche trans-gender!) – vede l’appropriazione della categoria da parte della riflessione LGBT, improntata alla decostruzione della dualità e volta a negare la rilevanza della differenza. Eliminando ogni riferimento a schemi sociali ed educativi, l’identità personale diviene un’opzione privata, insindacabile e sempre reversibile. In questa deriva di tipo ideologico la corporeità è spesso ridotta a semplice «superficie di iscrizione di significati provvisoriamente apposti e intercambiabili, senza riferimento ai sensi o al processo identitario».

                Di fronte al rischio di disincarnare il soggetto e di dematerializzare la corporeità, ci sembra urgente la necessità di proporre modelli di convivenza che non neghino, ma riconoscano le differenze, le valorizzino e le compongano armonicamente, secondo logiche di accoglienza empatica e di convivialità sinfonica, come ci ricorda il modello poliedrico della Pentecoste (At 2,6-11), opposto al totalitarismo massificante dell’uniformità imposta secondo la logica di Babele (Gen 11,1-9). Come s’intuisce, è solo attraverso un discernimento attento e non ideologico della categoria del gender che i cristiani possono partecipare attivamente nella costruzione di un’umanità nuova, opponendosi a tutti gli schemi di sottomissione ed emarginazione, per promuovere relazioni umane risanate dalla forza redentrice di Cristo, nel quale «non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio né femmina» (Gal 3,28).

                Giovanni Del Missier, docente dell’Accademia alfonsiana di Roma.  5 novembre 2021

5 citazioni                           https://re-blog.it/2021/11/05/il-gender-e-le-sue-tre-vite

 

Ora la disforia di genere interroga anche la scuola

                Una ragazza pisana di 17anni, alle prese con un problema complesso e delicato che si chiama disforia o incongruenza di genere, ha chiesto aiuto alla scuola che frequenta, il liceo scientifico "Ulisse Dini", per attivare la cosiddetta "carriera alias". Di cosa si tratta? È una possibilità che permette a un ragazzo con problemi legati all'identità di genere di cambiare il nome anagrafico in modo conforme all'identità percepita quando non corrisponde al sesso biologico. Si tratta di un protocollo già sperimentato in vari istituti superiori e università, anche se mancano ancora linee guida da parte del ministero dell'Istruzione. Non si tratta di un obbligo legislativo - almeno non per ora - ma di un'attenzione che la scuola può riconoscere per contribuire ad alleviare il disagio di un ragazzo o di una ragazza che vive queste difficoltà.

                Alcuni protocolli già in funzione, per esempio quello varato dall'Università di Padova, prevedono che, insieme alla richiesta di attivazione della "carriera alias", lo studente presenti anche una documentazione medica che attesti il disturbo da disforia di genere. È sufficiente aver avviato un percorso in un centro specializzato, pubblico o privato. Altri istituti, in ottemperanza alle più stringenti norme sulle privacy, hanno deciso di limitare la documentazione a una dichiarazione motivata dello studente e dei suoi genitori, se minorenne. La ragazza pisana, protagonista suo malgrado del caso di cui si parla in questi giorni, è seguita al Centro specialistico del Careggi di Firenze sull'incongruenza di genere. Il suo disagio sarebbe iniziato un anno fa e i genitori l'avrebbero convinta a rivolgersi al team di specialisti del centro (psicologi ma anche endocrinologi e sessuologi) per essere aiutata a fare chiarezza sul suo problema. Non si tratta di una banalità e neppure di una manifestazione ideologica legata alla volontà di autodeterminazione, come purtroppo si sente ancora ripetere. La sofferenza per questi ragazzi e ragazze è autentica e profonda, investe il rapporto tra corpo e psiche, mette in dubbio l'equilibrio interiore, induce a limitare se non a cancellare i rapporti sociali, ostacola e spesso azzera le pulsioni affettive, può aprire la strada a gesti di autolesionismo o addirittura spingere a desiderare la morte.

                Situazioni frequenti? Secondo le statistiche scientifiche più aggiornate la disforia riguarda una persona su 9mila, ma i centri e le associazioni che si occupano della questione sottolineano che negli ultimi 5-6 anni i casi sono decuplicati e riguardano in larga maggioranza le ragazze. Perché succede? Domanda quasi senza risposte. Probabilmente alle radici della disforia c'è un mix di fattori biologici, ormonali, psicologi e ambientali tali da scatenare nei ragazzi situazioni di incertezza e di confusione. Ecco perché la diagnosi e la cura sono così complesse. La preside del liceo "Dini" di fronte alle richieste della ragazza pisana non si è detta contraria: ha chiesto tempo per capire e per prendere la decisione giusta. E c'è da capirla. Non si può banalizzare un problema il cui esito è tutto in divenire. I dati dicono che la disforia si risolve in circa 8 casi su 10 dopo un opportuno percorso psicologico e che il ricorso agli interventi ormonali o addirittura alla riassegnazione chirurgica del sesso - al di delle questioni etiche - rappresentano una minoranza esigua. In ogni caso se l'"identità alias" può essere un aiuto per vivere in maniera meno devastante una situazione di grave disagio interiore, è difficile esprimere una contrarietà in modo aprioristico o sulla base di un principio che mette tra parentesi il dato di realtà. Che in questo caso è una sofferenza accertata clinicamente e per la quale la scienza non ha risposte univoche.

                Luciano Moia    Avvenire             21 novembre 2021, pag. 10

                www.scienzaevita.org/wp-content/uploads/2021/11/21-L.-Moia-Avvenire.pdf

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SINODO

Sinodo universale. Una lettura del documento preparatorio

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La lettura del documento preparatorio per il Sinodo 2021-2023 è una felice esperienza, la riscoperta delle radici sinodali della Chiesa Convocatiche Papa Francesco sta attuando non solo ci restituisce un senso di comune cammino  ma anche un bel richiamo all’umile apprendimento a cui siamo chiamati per vivere come Chiesa nel terzo millennio. Il contesto in Sinodo:cui siamo immersi è chiaro: una pandemia globale rispetto alla quale ci sentiamo tutti dei «sopravvissuti», conflitti locali e internazionali, il riemergere di regimi totalitari in dialogo con Myriam Wijlensaree che si speravano Convocatiuscite da quell’incubo, un crescente impatto del cambiamento climatico specie sulle regioni più povere del mondo, drammatiche migrazioni, razzismo, violenza e crescenti disuguaglianze, solo per citare alcuni elementi. Nella Chiesa, poi, sappiamo di trovarci in una fase di profondo avvilimento per il continuo emergere delle sofferenze patite da minori e persone vulnerabili «a causa di abusi sessuali, abusi di potere e abusi di coscienza perpetrati da un numero significativo di membri del clero e persone consacrate»,

                Come negli incubi in cui si vorrebbe urlare e non si può, ci troviamo afasici e incapaci di reagire. L’umiltà di percepirsi non solo parte di questo mondo, dal quale è impossibile discostarsi, ma anche parte dei problemi di questo mondo, fonte di sofferenza per tanti innocenti è la premessa indispensabile a qualunque cammino di revisione, ma l’altra premessa è riconoscere e valorizzare le forze più dinamiche nella Chiesa, le più disinteressate e genuine.

                Per un Sinodo: in dialogo dei battezzati. Le donne hanno portato sulle spalle la gran parte del peso della pandemia, come lavoratrici della cura e caregiver primarie in famiglia, sono le principali protagoniste della fioritura di liturgie domestiche durante il lockdown e, al tempo stesso, le più colpite dallo scandalo degli abusi, in quanto madri che affidano i propri figli alle scuole e parrocchie cattoliche e la cui fiducia è stata tradita. Per queste ragioni, se non bastasse l’essere figlie di Dio e metà del genere umano, le donne dovrebbero poter e dover essere protagoniste di questo sinodo alla pari degli uomini.

                Nel vademecum  , principali «attrici» della prima fase del percorso sinodale: «Un’attenzione particola una lettura del documento preparatorio deve essere dedicata a coinvolgere le persone che corrono il rischio di essere escluse: donne, portatori di handicap, rifugiati, migranti, anziani, persone che vivono in povertà, cattolici che praticano raramente o non praticano mai la loro fede, ecc.». Ma le donne non sono una categoria tra le altre: sono tra i disabili, i rifugiati, i migranti, i poveri, gli anziani, ma anche tra coloro «che praticano raramente o non praticano mai la loro fede» perché i numeri della pratica religiosa femminile nelle fasce giovanili non si discosta più da quella maschile e, per tutte le fasce d’età, l’esodo delle donne più preparate e impegnate dalla Chiesa cattolica è una realtà con cui occorre confrontarsi, almeno nei paesi occidentali.

                Riconoscere pienamente i talenti delle donne. E le donne sono anche tra i giovani: sono le nostre giovani donne così consapevoli dei privilegi e delle ingiustizie di genere, così competenti e assertive, che vedono nella gerarchia maschile cattolica uno dei maggiori esempi di esclusione e discriminazione. E quanto fa male pensarlo. Allora questo percorso alla scuola dello Spirito ha bisogno anzitutto di un riconoscimento dei tanti talenti, delle tante parole di donne che la Chiesa non ha saputo cogliere. Nel documento preparatorio si insiste sulle conseguenze del clericalismo, già individuato da Papa Francesco come grande male che affligge la Chiesa, ma c’è qualcosa in questa interpretazione che mi lascia insoddisfatta. Additare il clericalismo come la ragione dei problemi ecclesiali e vedere nel suo superamento la soluzione, mi pare un approccio limitato, che guarda più al sintomo che alla causa. Il clericalismo non è una causa, il clericalismo è una deviazione da una realtà già di per sé problematica come quella della separazione del popolo di Dio in due stati nei quali l’uno esercita l’autorità e l’insegnamento sull’altro in forza di una sacralizzazione. Il Sinodo potrebbe essere l’occasione per rileggere questa distinzione alla luce del Vangelo aprendosi a possibili nuove strade suggerite dalla Spirito? Anzitutto recuperando il lavoro degli ultimi anni sull’ordinazione diaconale delle donne?

                Per un processo più che democratico, non meno. Sappiamo che non è un processo democratico, il documento lo ribadisce, eppure con Myriam Wijlenstutti i suoi limiti – il sistema democratico è ancora il migliore che abbiamo per garantire un governo giusto e le parole che il documento spende sulla democrazia, identificata come «rappresentanza di interessi in conflitto» non sono generose, ma soprattutto non lasciano intravvedere concreti strumenti che garantiscano a tutte le voci, anche quelle minoritarie, di essere ascoltate. Non è un caso che nel cammino sinodale tedesco la premessa ai lavori sia stata una modalità orizzontale di confronto. Solo spogliandosi dei segni del potere possiamo davvero convenire, come ben rappresentano le amiche del Comitè de la Jupeall’indomani della pubblicazione del rapporto Ciase sugli abusi in Francia: «Lasciamo le esitazioni e gli scrupoli nel guardaroba; lasciamo anche i titoli, le croci, le mitre e i collari romani nel guardaroba. E insieme, fratelli e sorelle, nell’umiltà che si addice alla tragedia delle vittime, indossiamo il nostro unico abito di lavoro, la veste bianca del nostro battesimo, e apriamo una Convenzione dei battezzati». Il Sinodo non potrebbe essere questo convenire dei battezzati e così diventare segno di unità per le nazioni che cercano il bene comune, come il documento auspica? Le consultazioni diocesane e poi nazionali e sovranazionali saranno sufficienti per far arrivare a Roma tutte le voci se non si fissano regole formali di trasparenza dei processi e se non si danno garanzie di accesso alle fasi finali del Sinodo e al voto del documento che ne verrà, anche ai laici e – soprattutto – alle donne?

                Per un tramonto della Chiesa dei noUno dei passaggi più intensi del documento è quello che parla dei successori degli apostoli, il cui scopo è «custodire il posto di Gesù, senza sostituirlo: non per mettere filtri alla sua presenza, ma per rendere facile incontrarlo» …Sarebbe bello che questo percorso rappresentasse il tramonto dei tanti no che la Chiesa pone: anche alle benedizioni dell’unione tra persone dello stesso sesso e all’accesso delle donne all’ordinazione. In fondo tutto il sinodo potrebbe riassumersi nella grande domanda: come possiamo – come Chiesa – rendere più facile alle persone incontrare il Signore? Siamo un mezzo efficace e il più possibile invisibile o ci mettiamo in mezzo impedendo alla creatura e al suo Creatore di incontrarsi? È importante chiederselo e con umiltà ricordare che fuori dai confini sorvegliati della chiesa istituzionale, la fede cattolica continua a fiorire. Penso alle donne che si allontanano dalla pratica, ma non si allontanano dalla fede, semplicemente imparano a viverla diversamente. Non partecipano più alle istituzioni e ai sacramenti cattolici, ma esprimono la loro fede in modalità originali che sarebbe estremamente riduttivo e stolto considerare devianti, ma che invece potrebbero dare un grande contributo alla Chiesa tutta, se guardate con attenzione. Il documento preparatorio rappresenta un invito a una vera e propria revisione di vita. Viene da chiedersi se le nostre comunità, spesso anziane, stanche, provate dall’esperienza del lockdown abbiano la forza per apprestarsi a un simile sforzo di rilettura della propria esperienza e apertura alle esperienze di quante e quanti «camminano con noi».

                Il rischio del gigante dai piedi d’argilla. La sensazione è che siamo posti davanti a un’occasione di rivitalizzare e ripensare, ma sapendo che rischiamo di produrre un gigante dai piedi d’argilla, perché qualsiasi esito di questa fase di grande apertura, dovrà attraversare la porta stretta della volontà dei vescovi. È dei giorni scorsi la dichiarazione dell’arcivescovo del Liechtenstein il quale ha candidamente ammesso «Sono del parere che nella nostra piccola arcidiocesi possiamo astenerci per buone ragioni dal portare avanti un processo così complesso e talvolta anche complicato, che alle nostre latitudini corre il rischio di diventare ideologicamente artificioso», ma non tutti sono così sinceri. Sarebbe interessante poter conoscere il numero reale dei vescovi disposti a coinvolgersi in questo processo che, per tante ragioni, rappresenta un pericolo per la loro autorità. Mentre molti di noi laici lo vediamo come un’opportunità, per la gerarchia rappresenta un’incognita della quale in gran parte preferirebbero fare a meno. Se a questo si aggiunge il poco amore che una parte della Chiesa ha per Papa Francesco diventa chiaro che la prima questione con la quale occorrerà fare i conti è la misura del reale coinvolgimento delle diocesi nel cammino. In Italia la sovrapposizione tra sinodo nazionale e universale se da un lato ha probabilmente complicato le cose, dall’altro ha però messo le condizioni affinché difficilmente l’impegno sinodale possa essere silenziato ed eluso.

                Il sogno di una Chiesa più povera e ospitale, Tra attese forse eccessive e speranza a volte zoppicante, possiamo tentare la strada biblica del sogno e sognare che dal Sinodo esca una Chiesa più povera, meno interessata a difendersi, umile perché consapevole delle proprie mancanze, innamorata del presente e non con lo sguardo rivolto al passato, senza il dito puntato su alcuno, tranne che sul male. Una Chiesa capace di accogliere nel suo grembo la complessità delle vite reali e che sia la casa di chi sta sempre nell’angolo perché non sente di poter trovare posto.

                Paola Lazzarini* Rocca 15 novembre 2021, pag. 45

*scrittrice fondatrice e presidente dell’associazione «Donna per la Chiesa»

www.rocca.cittadella.org/rocca/s2magazine/index1.jsp?attiva_pre_zoom=1&idPagina=63&id_newspaper=1&data=15112021

 

Intervista con Myriam Wijlens, teologa olandese

                e docente di diritto canonico all’Università di Erfurt (Germania), nominata da papa Francesco «consulente» del Sinodo dei vescovi.

                La professoressa Myriam Wijlens è nata [1962] nei Paesi Bassi. Ha studiato diritto canonico a Ottawa, in Canada. Attualmente insegna diritto canonico all’Università di Erfurt, in Germania. Nel 2018, papa Francesco l’ha nominata alla Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori. Ha molta esperienza con questioni complesse riguardanti l’abuso di minori e di adulti vulnerabili nella Chiesa cattolica. Il nostro incontro con lei riguarda la nomina di papa Francesco della professoressa Wijlens quale consulente del Sinodo dei vescovi. Lo scorso 7 settembre alla signora Wijlens è toccato l’onore e l’onere di presentare nella Sala Stampa Vaticana il documento preparatorio del Sinodo dei vescovi sul tema «Per una Chiesa sinodale: Comunione, partecipazione e missione».

 

                Professoressa Wijlens, la prima domanda è un po’ personale: cosa ha significato per lei, come donna, presentare un documento per il Sinodo dei vescovi nella sala stampa vaticana?

                Myriam: Grazie per questa domanda, e grazie per avermi invitato a questa intervista. Conosco i Sacerdoti del Sacro Cuore da, credo, più di 35 anni. Ogni inverno vado a pattinare e a sciare con i vostri confratelli a Ottawa. Quindi, li conosco molto, molto bene e sto con loro nella loro casa. La considero la mia seconda “casa”.  Anche la vostra Casa Generalizia a Roma è diventata un luogo molto significativo per me.  Alcune delle nostre commissioni vaticane si sono radunate in casa vostra; ed è davvero meraviglioso sperimentare la vostra ospitalità.

                Mi chiede cosa significa per una donna presentare un documento nella Sala Stampa Vaticana. Ho trovato bello – ed ho apprezzato molto – il fatto che sul podio dove abbiamo presentato il documento ci fossero il cardinale Mario Grech, un altro vescovo, una suora: lei e il vescovo sono sottosegretari. C’era poi un sacerdote, e c’ero io, come laica. Era veramente rappresentato il popolo di Dio in tutta la sua diversità. Ho pensato che fosse una dichiarazione di come la Chiesa si stia dirigendo verso un modo diverso di pensare e di agire. Ha testimoniato davvero che come popolo di Dio siamo in cammino, in viaggio. Che il nostro processo di discernimento degli ultimi mesi è stato davvero un processo sinodale. Per me è stata una bellissima esperienza di quanto stavamo presentando e discutendo.

                Soffermiamoci su quanto stava dicendo sul Sinodo. La domanda si sposta ora sul contenuto: qual è lo scopo del Sinodo e del suo processo?

                È una specie di doppio compito. È un sinodo sulla sinodalità. Ciò che stiamo facendo è allo stesso tempo quanto vogliamo sperimentare. Ciò su cui stiamo riflettendo è quanto il santo padre vuole che la gente sperimenti. Di cosa si tratta? Penso che guardando al Vaticano II si vede come papa Francesco non stia cambiando nulla, ma stia solo ulteriormente sviluppando il dettato conciliare. Il Concilio ha prestato molta attenzione al rapporto tra il papa e i vescovi. Era un argomento rimasto in sospeso al Vaticano I, che si era concentrato sul papato. La relazione tra il papa e i vescovi è stata affrontata nel terzo capitolo della costituzione sulla Chiesa del Vaticano II, Lumen Gentium. Tuttavia, durante i lavori del Concilio, furono i vescovi a rendersi conto che era necessario inserire nella costituzione un capitolo riguardante il «popolo di Dio» e che doveva precedere il capitolo sulla gerarchia. In questo capitolo ha trovato posto tutto quanto è comune a tutti i battezzati. In esso c’è un’enfasi molto forte sull’opera dello Spirito Santo all’interno della comunità.

www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19641121_lumen-gentium_it.html

Un altro aspetto importante per comprendere l’attuale attenzione alla sinodalità risiede nella mutata dottrina del Vaticano II sulla rivelazione, che si trova espressa nella costituzione dogmatica Dei Verbum. Prima del Concilio la rivelazione era pensata come una raccolta di proposizioni esprimenti un insieme di dottrine che venivano consegnate al popolo (laici), il quale doveva impararle a memoria. Il Vaticano II spiega che Dio parla agli uomini come amici e vive in mezzo a loro per entrare in comunione con loro (DV 2). La rivelazione è un incontro delle persone con Dio e avviene in parole e azioni. Lo Spirito Santo conduce tutti nella relazione e nella comprensione (DV 5). Di importanza decisiva è che la Parola di Dio sia ascoltata e accolta da tutti, compresi i membri ordinati del popolo di Dio. Nei prossimi mesi saremo tenuti ad apprezzare il fatto che tutti i fedeli, ciascuno e tutti, possono incontrare Dio personalmente.

www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19651118_dei-verbum_it.html

                In passato, abbiamo pensato che tale incontro passasse attraverso i sacerdoti e i vescovi. Ma il Concilio ci ha riportati al punto di partenza: tutti possono avere questo incontro. Questo è un concetto molto importante nel Concilio, l’idea di una persona che incontra Dio direttamente. Penso sia ciò che ci viene chiesto in questo processo sinodale: aiutarci a vicenda ad ascoltare ciò che lo Spirito Santo sta dicendo a ciascuno e a tutti noi. Questo ascolto deve avvenire in modo da poter essere una vera Chiesa missionaria. Non importa in quale luogo, in quale stato, se giovane o vecchio, ricco o povero, se emarginato: tutti possono avere questo incontro con Dio. Perciò dobbiamo ascoltarci a vicenda, discernere ciò che la Parola di Dio ci sta dicendo, qui e ora. E poi discernere verso dove incamminarci.

                Nell’ascoltarla, sembra di capire che questo processo ha a che fare molto di più con un’attitudine spirituale che con le strutture.

                Penso che sia proprio così. Il Papa sta dicendo che la Chiesa ha bisogno di ciò che definirei una «conversione». Il Sinodo non riguarda le strutture, ma riflette chi siamo e dove siamo. Dobbiamo differenziare «sinodo» e «sinodalità». Il sinodo è una forma di esercizio della sinodalità, nella quale ci si riunisce e ci si ascolta a vicenda. Ma la sinodalità può dispiegarsi anche in altri processi. Nella vita religiosa si vive una forma di sinodalità senza che mai si tenga un sinodo. Quindi, ci sono diversi modi di esprimere uno stile sinodale. La sinodalità riguarda il camminare insieme e l’ascoltarsi a vicenda, il ricercare la comunione.

                Dal momento che parliamo di un processo, può brevemente delineare i passi più rilevanti di questo processo sinodale, che risultano abbastanza insoliti?

                Il documento preparatorio del Sinodo si apre con le parole: «La Chiesa di Dio è convocata in sinodo». Il documento usa anche la terminologia: «Sinodo di tutta la Chiesa». Quindi non si tratta solo del Sinodo dei vescovi. Inoltre, se si osserva il documento, ha un titolo che recita: «Sinodo 2021-2023». Quindi, non è solo un Sinodo dei vescovi celebrato nel 2023, ma è un Sinodo di tutta la Chiesa e nel documento si trova una definizione del Sinodo come «Assemblea dei vescovi che si riunirà nel 2023 all’interno del Sinodo di tutta la Chiesa». Si tratta di una novità, ma del tutto nella linea del Vaticano II. In passato, si teneva un processo preliminare; ora questa fase preliminare è diventata parte dello stesso Sinodo. L’ascolto di tutta la Chiesa non è una questione preliminare, ma fa parte di tale processo. Inoltre, il sinodo inizia nelle diocesi e anche questo fatto è espressione della dottrina formulata nel Vaticano II: la Chiesa vive nelle e dalle Chiese locali.

                Si tendeva a guardare molto alla e dalla prospettiva della Chiesa universale. Ora si dà più peso alla Chiesa locale, alle diocesi, e quindi alla diversità e agli aspetti culturali delle stesse. I religiosi sono un po’ più abituati a questa differenza, perché possono avere province in tutte le parti del mondo (in Camerun, Indonesia, Canada, Olanda, Polonia, Finlandia). Ora è necessario che tutti imparino ad ascoltare queste voci differenti e a discernere quanto si sente e si deve fare insieme.

                Il percorso che proponiamo è che ogni Vescovo nella sua diocesi nomini un responsabile che coordini i processi di ascolto a livello locale. Si chiede ai vescovi di garantire che questo ascolto includa non solo le persone con le quali si è sempre in contatto, ma anche quelle ai margini, affinché siano ascoltate. I vescovi dovrebbero fare un passo avanti – ma forse tutti noi dovremmo fare un passo avanti – per entrare in questa prospettiva. Quando i vescovi concluderanno questa prima fase, dovranno trovarsi nelle rispettive conferenze episcopali, non tanto per scrivere un rapporto ma per discernere e interrogarsi: cosa sentiamo dall’interno delle nostre diocesi? Cosa c’è già di buono, che cosa deve essere migliorato? Che cosa poi riferire a tutta la Chiesa? Questo avverrà la prossima estate.

                Dopo aver ascoltato le relazioni delle conferenze episcopali, la segreteria generale del Sinodo stenderà un documento indirizzato alle strutture continentali, ad esempio: il CELAM in Sud America, la Federazione delle Conferenze Episcopali Asiatiche (FABC) in Asia, il Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE). Queste istituzioni assumeranno quindi un ruolo attivo e questa è una vera novità. Si spera così di evidenziare un po’ meglio tutto quanto è specifico di ogni continente. I risultati di questo processo di discernimento continentale saranno riportati a Roma e sulla base degli stessi la Segreteria del Sinodo preparerà l’Instrumentum laboris per l’Assemblea dei vescovi del Sinodo del 2023.

                Parliamo della sinodalità e dei religiosi. I religiosi potrebbero dire di avere già strutture sinodali. Assemblee, elezioni, Capitoli, scadenze negli uffici ecc. Perché dovrebbero essere interessati a questo processo?

                Penso che sia una vera sfida. Sono piuttosto coinvolta in collaborazioni con le Congregazioni dei religiosi, essendo consulente canonico di alcune di esse, e ritengo che una delle grandi sfide per tanti Istituti religiosi sia la capacità di ascoltare davvero le persone di altre culture, anche all’interno delle comunità religiose. Quanto ancora è dominante la cultura europea in molte comunità religiose? Nell’ascolto, dobbiamo riconoscere le diverse culture e i pregiudizi tra le culture, compresa la nostra. Ascoltiamo veramente? Ci impegniamo veramente? Penso che questa sia una sfida, come lo è la scelta di vivere in comunità, sotto lo stesso tetto. Si vive insieme o solo uno accanto all’altro?

                Questo riguarda tutti i livelli della comunità. Cosa significa vivere in una comunità religiosa in relazione al ruolo che molti dei confratelli rivestono? Molti svolgono il ministero in parrocchia. Quando esercitano il loro ministero di parroci come vivono la sinodalità? Come la esercitano in una parrocchia affidata alle loro cure? Come si relazionano con le minoranze? Che atteggiamento hanno nei confronti delle donne o dei poveri? Come incoraggiano la differenza in un consiglio pastorale, sapendo che è molto più facile lavorare con persone che la pensano come noi?

                Anche questi sono processi di apprendimento della sinodalità. C’è un Vademecum, un manuale che è stato scritto per il Sinodo. Le persone hanno chiesto: «E le scuole?». «Come ascoltiamo i bambini?». I religiosi, in alcune parti del mondo, potrebbero avere delle scuole, o dei pensionati. Come si ascolta ciò che i bambini hanno da dire? Come si dà loro voce in questo processo? I bambini non sono oggetti e questa convinzione deriva dal mio lavoro nel campo degli abusi. Non sono solo dei destinatari, sono anche dei protagonisti. Ma spesso tendiamo a insegnare loro invece di ascoltarli. Quindi, penso che il processo sinodale sia una meravigliosa sfida che i religiosi devono affrontare nel modo di esercitare il loro ministero.

                Questo mi ricorda che la sinodalità non è solo una questione di strutture, e che non basta che ci sia un Capitolo e delle elezioni; occorre una capacità di ascolto reciproco e degli altri al di fuori della Congregazione. E questo può essere una sfida specifica per le Congregazioni clericali maschili che hanno membri in posizioni di potere, ad esempio nelle parrocchie e in altri istituti cattolici.

                Certo, è una questione di come si diventa consapevoli di ciò che si sta facendo. Una questione è quando i religiosi sono nelle loro comunità; un’altra è quando esercitano un ministero. In questo caso devono saper dare voce e permettere alle persone di esprimersi. Penso che i religiosi abbiano un compito speciale. Ne sono profondamente convinta e non penso solo alle diocesi e alle strutture episcopali. C’è un compito profetico specifico dei religiosi. Non sarebbe meraviglioso se alla fine potessimo dirci che i religiosi hanno dato un contributo particolare, perché hanno portato la loro esperienza dentro il processo di apprendimento? Ma anche i religiosi possono divenire più consapevoli della presenza degli altri e del fatto che discernere in comune richiede tempo. Che ci possono essere punti di vista contrastanti che suscitano gravi tensioni. Per il mio lavoro, so molto bene che questo accade anche nelle comunità religiose. La questione è allora: cosa possiamo imparare dai religiosi per risolvere le tensioni che sorgono nel corso di un processo di discernimento?

                Alcuni religiosi potrebbero pensare: abbiamo già le nostre riunioni all’interno della nostra vita comunitaria, di provincia ecc. Ma si potrebbero fare alcune domande: Il provinciale, o il superiore della casa impone la sua posizione o ascolta i confratelli per decidere? Basta verificare chi e come decide l’ordine del giorno di una riunione. Un passo successivo consiste nel riflettere sul modo in cui le riunioni vengono moderate: viene facilitato l’ascolto? Tutte le voci possono essere ascoltate? Come ci si ascolta a vicenda? Come si arriva a prendere una decisione?

                Accanto all’ascolto vi è un altro aspetto: la leadership. Non c’è niente di più frustrante che chiedere alle persone di esprimere la loro opinione e poi agire senza tenerne conto. Oppure non attuare ciò che si è accordato o ciò che il gruppo ha deciso. La questione della responsabilità rimane aperta. Attualmente sto moderando un progetto di ricerca sulla «Responsabilità in una Chiesa sinodale». Abbiamo invitato un ex superiore generale di un istituto religioso clericale molto grande a riflettere con noi su temi come: Che cosa possono imparare le diocesi dagli istituti religiosi sulla responsabilità? Che cosa possono imparare dall’esperienza dei capitoli? Che cosa dire delle dimissioni dopo due mandati? Che cosa significa tutto questo? Come potrebbe la Chiesa beneficiare di queste disposizioni ed esperienze?

                I religiosi dovrebbero sentirsi incoraggiati a parlare delle loro esperienze positive, ma anche delle sfide che ne derivano. Non dovrebbero attendere che gli venga chiesto, ma parlare e condividere!

                Facciamo un passo indietro, sul processo sinodale. Ci sono già diverse esperienze nella Chiesa universale che coinvolgono i sinodi, i concili locali. Questo non rappresenta forse un modo troppo elaborato di fare un sinodo, che rischia di sovraccaricare le chiese nazionali, passando da una riunione all’altra?

                Alcune chiese hanno già iniziato a percorrere il cammino della sinodalità. Ad esempio le Chiese in Germania e in Australia. La Chiesa in Irlanda sta iniziando un sinodo per tutto il paese. In questi tre paesi i processi sono nati come risposta alla crisi degli abusi sessuali. Si sono resi conto che vi sono problemi sistemici e che non è possibile non affrontarli: occorre trovare un nuovo modello nelle relazioni e per le decisioni. La cultura ecclesiale deve cambiare. Ma trovare un nuovo percorso non è solo responsabilità del clero, deve essere fatto con il coinvolgimento di tutti i fedeli interessati da tale processo. L’Australia, la Germania, l’Irlanda… sono esempi di paesi dove le persone hanno iniziato il cammino. Anche altri luoghi hanno iniziato un percorso. Occorre ricordarlo: quando il Sinodo del 2023 sarà chiuso, il processo sinodale non terminerà. Dovrà continuare e radicarsi nelle Chiese. Chi è già in cammino può, in modo creativo, riflettere su quanto sta accadendo. Penso che il cammino sinodale in Germania sia uno dei modi di procedere. Ma ci sono molte altre strade possibili. Se è vero che «tutte le strade portano a Roma», bisognerà vedere quali frutti produrranno le differenti strade che saranno percorse.

                Alcuni anni fa ero a Bombay. Ho avuto il privilegio di partecipare a una sessione del consiglio pastorale diocesano. Per ogni parrocchia vi era un rappresentante. Era straordinario vedere come le 130 persone presenti nella sala non solo conoscessero il cardinale, ma addirittura come lui conoscesse per nome le persone presenti nella sala. Vescovo e popolo hanno interagito e fatto discernimento in maniera unica. In molte, molte parti del mondo, i vescovi non si sono dotati di un consiglio pastorale diocesano e i parroci non hanno un consiglio pastorale parrocchiale. Il Codice di diritto canonico stabilisce che non sono obbligatori. Tuttavia, se i vescovi e i sacerdoti comprendessero che lo Spirito Santo non è soltanto con loro, ma che per mezzo del battesimo e della confermazione tutti hanno ricevuto lo Spirito Santo e che ci sono diversi carismi nella Chiesa, saprebbero che questi consigli sono un modo di discernere con la comunità dove lo Spirito vuole guidare tale comunità.

                Guardando al futuro, alla fine del Sinodo, i vescovi consegneranno le loro conclusioni al papa, che preparerà un documento per tutta la Chiesa. Quale risultato sogna?

                Ogni volta che sento questa domanda penso al Concilio Vaticano II. Se all’apertura di quel Concilio una persona avesse fatto una dichiarazione su quale sarebbe stato il risultato avrebbe molto probabilmente risposto qualcosa di molto diverso da quello che effettivamente fu il risultato finale. È stata l’opera dello Spirito Santo a fare sì che il Concilio sviluppasse e articolasse una nuova comprensione della dottrina e delle pratiche. Sarebbe pericoloso prevedere adesso che cosa verrà fuori dal processo di discernimento che stiamo iniziando in tutte le Chiese locali. Dovremmo essere aperti a quanto potrebbe accadere e lasciarci muovere da esso. Già ora posso vedere e sentire l’entusiasmo che viene da continenti come l’Africa, l’Asia e il Sud America. L’Europa potrebbe essere ispirata dai doni che lo Spirito ci sta elargendo attraverso questi continenti. Sono molto fiduciosa che ne verrà fuori qualcosa di buono, ma abbiamo bisogno di pazienza e umiltà per raccogliere i frutti.

                               Stefan Tertünte SCJ

www.dehoniani.org/it/la-chiesa-di-dio-e-convocata-in-sinodo-in-dialogo-con-myriam-wijlens

 

Per una chiesa costitutivamente sinodale

intervista al card. Mario Grech [*1957], Vescovo emerito di Gozo (Malta),

Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, , il 20 febbraio 1957

 

                Eminenza, il saluto che ha rivolto al papa durante il Concistoro è caratterizzato dal forte richiamo alla visione di una Chiesa sinodale. Si direbbe un discorso programmatico per il suo cardinalato, quasi ad indicare una sua missione personale.

                Grazie per la scelta di aprire questa intervista con il richiamo a quel discorso. Anche a me ha sorpreso che il Santo Padre mi abbia chiesto di rivolgere una parola di saluto al collegio cardinalizio in occasione del concistoro: l’ho ritenuto un segno forte dell’importanza che papa Francesco attribuisce al Sinodo e alla sinodalità. A quel segno di stima non potevo certo rispondere con un discorso di circostanza: come Segretario generale del Sinodo dei Vescovi sono chiamato a rispondere di una funzione che non può consistere nell’organizzazione di eventi (se eventi vogliamo ancora chiamare le Assemblee sinodali), ma nell’accompagnare un cammino di Chiesa sempre più chiaramente orientato in senso sinodale. Quel discorso contiene certo la mia visione di Chiesa, maturata nell’adesione convinta all’ecclesiologia del Vaticano II, soprattutto al «santo Popolo fedele di Dio», che il papa ha così insistentemente sottolineato già dalla sua prima Esortazione, Evangelii Gaudium. Chi legge quel discorso trova un’eco evidente del magistero del papa, del magistero conciliare, della voce della Tradizione, soprattutto quella del primo millennio, quando la sinodalità era la forma abituale di essere della Chiesa.

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20131124_evangelii-gaudium.html

                In un’intervista di qualche tempo fa ha dichiarato che la sinodalità sarà l’importante lascito di papa Francesco alla Chiesa. Quale nuovo modello di Chiesa dobbiamo aspettarci dalla pratica sinodale?

                Nel discorso in occasione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, il 17 ottobre 2015, il papa ha detto che «il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio». Qualcuno ripete la frase come uno slogan, ma se ci pensiamo bene, contiene una proposta forte di comprensione del cammino della Chiesa nella storia. Yves Congar, nella sua Vrai et fausse réforme dans l’Eglise, divide il cammino della storia in due sole tappe:

  1. il primo millennio, con la sua idea di Chiesa come communio Ecclesiarum,
  2. il secondo millennio, nel quale diventa dominante l’idea della Chiesa universale, nella quale è centrale il principio della plenitudo potestatis del vescovo di Roma, che fonda e giustifica il modello gerarchico di Chiesa.

                Con quella frase papa Francesco indica che sta iniziando una terza tappa, caratterizzata dalla sinodalità. In quel discorso si incontrano i lineamenti di «una Chiesa costitutivamente sinodale», che potrebbero essere riassunti nel tema del prossimo Sinodo: per diventare «una Chiesa sinodale», tutti i soggetti della Chiesa – il Popolo di Dio, il Collegio dei Vescovi, il Vescovo di Roma – sono chiamati tutti a vivere, come soggetti attivi, la comunione, la partecipazione, la missione». Nessuno escluso. Ciascuno secondo il suo stato e la sua funzione nel corpo ecclesiale.

                Nell’incontro con i vescovi irlandesi ha sostenuto che la sinodalità richiede un “nuovo stile di leadership”, cioè una diversa modalità di guida delle Chiese. In concreto questo cosa comporterebbe per i presbiteri e per i vescovi?

                Mi rifaccio alla distinzione di Congar sulla storia della Chiesa in primo e secondo millennio. Per la Chiesa del secondo millennio, il grande teologo francese parla di “gerarcologia”, termine con cui indicava la concentrazione di tutte le funzioni attive nelle mani della gerarchia. La teologia di scuola distingueva tra Ecclesia docens e discens; il diritto qualificava i fedeli come subditi, spiegando che la Chiesa è una societas inæqualium. Valeva il principio della differenza: di funzioni, di stati di vita. Il concilio ha finalmente destrutturato quella visione con il capitolo II di Lumen gentium sul Popolo di Dio: senza negare nulla della costituzione gerarchica della Chiesa (spiegata al capitolo III), ha rovesciato la logica, sottolineando prima di tutto la pari dignità di tutti nella Chiesa.

www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19641121_lumen-gentium_it.html

                 Il capitolo sul Popolo di Dio ha anche recuperato la funzione attiva del Popolo di Dio con l’idea del sacerdozio comune come partecipazione alla funzione profetica, sacerdotale e regale di Cristo. In questo quadro il sacerdozio ministeriale è ripensato come funzione di servizio al Popolo di Dio, e non più come un potere “sopra” la Ecclesia discens! La leadership nella Chiesa deve ripensarsi secondo questa logica del servizio. Papa Francesco ha parlato in Evangelii gaudium di «pastori con l’odore delle pecore», che stanno davanti, in mezzo o dietro al gregge, ma sempre e comunque al servizio del Popolo di Dio.

                Sinodo/sinodalità stanno diventando slogan. Una nuova retorica ecclesiale, che nasconde le molte difficoltà, se non l’opposizione, di presbiteri e vescovi verso questo cambiamento. Dal suo osservatorio privilegiato, la Segreteria generale del Sinodo, quali ritiene siano i principali ostacoli da superare?

                Mi permetta di sottolineare uno strano processo in atto. Per cinquant’anni si è parlato di Sinodo senza parlare di sinodalità (nella Chiesa cattolica molti non sapevano nemmeno dove stesse di casa), ora si tende a parlare di sinodalità senza più parlare di Sinodo. Per questa via la sinodalità diventa una specie di categoria onnicomprensiva, con cui si pretende di spiegare tutto, come in passato, ad esempio, si è fatto con termini come carisma, o comunione. Se così fosse, la esporremmo a un processo di logoramento, tanto inevitabile quanto veloce, concluso dall’oblio o dal rigetto. La sinodalità rimanda a una dimensione costitutiva della Chiesa, emersa con la riscoperta della Chiesa come Popolo di Dio: per questo bisogna tornare sempre al concilio. Dare per scontata la recezione dell’ecclesiologia conciliare porta a non comprendere che la sinodalità è il frutto maturo del Vaticano II. Riguardo alla sinodalità, vedo soprattutto due rischi.

  1. Il primo è dato dalla supponenza: presumere di sapere senza preoccuparsi di capire e di approfondire.
  2. Il secondo è dato dalla paura: di cambiare, perché si è fatto sempre così, e soprattutto di doversi mettere in gioco, perché la sinodalità implica di riconoscere l’altro, di ascoltarlo, di camminare insieme, tutte scelte che costano ed esigono maturità ecclesiale.

                La prossima Assemblea del Sinodo dei Vescovi mette a tema comunione e partecipazione: questioni centrali nella vita della Chiesa. Una partecipazione vera può far emergere la conflittualità, che spesso a torto viene vista come una rottura della comunione. D’altra parte senza confronto non vi è una vera comunione. Perciò, come suggerisce Francesco, il conflitto “non può essere ignorato” va accettato e risolto (EG, 226-228)?

                La prossima Assemblea del Sinodo mette a tema la Chiesa sinodale! Prima di parlare di comunione, partecipazione e missione, il titolo dice: «Per una Chiesa sinodale». Il Sinodo si fa per comprendere che la Chiesa è costitutivamente sinodale e come si possa pervenire – è il senso del “per” – a una forma e a uno stile sinodale di Chiesa. Potremmo dire che il Sinodo mette in cammino la Chiesa verso la sua forma sinodale. Per fare questo, la prima e più importante azione – sembra paradossale! – è quella di fermarsi, di ascoltarsi veramente. Tutti. Nessuno escluso. Perciò il primo passo del cammino sinodale consiste nella consultazione del Popolo di Dio nelle Chiese particolari. Comunione, partecipazione e missione sono gli aspetti che più permettono di verificare se, quanto e come la sinodalità diventi veramente forma e stile della Chiesa. Potrebbe anche darsi che sorgano conflitti, anche perché non c’è abitudine a uno stile sinodale, soprattutto all’ascolto gli uni degli altri. A questo tutti ci dovremo educare. Ma preferisco pensare il processo sinodale in positivo, piuttosto che pensare subito ai conflitti.

                Una caratteristica centrale, potremmo dire fontale, del percorso sinodale, previsto dalla riforma di

Francesco, è la consultazione del Popolo di Dio. Cosa rende così importante questo momento?

                 John Henry Newman diceva che, se per una cosa così importante come un dogma il papa aveva consultato i fedeli, a maggior ragione li si poteva consultare su questioni che riguardavano la vita della Chiesa. La dottrina cristiana conosce la funzione del sensus fidei del Popolo di Dio: la totalità dei battezzati è infallibile in credendo: lo dice il concilio (LG 12), lo ribadisce il papa (EG 119). Se il Popolo di Dio partecipa alla funzione profetica di Cristo, è ascoltando la sua voce che si può discernere ciò che lo Spirito dice alla Chiesa. Si fonda qui la dinamica di profezia-discernimento propria del processo sinodale, che domanda una disposizione di ascolto a tutti nella Chiesa e a tutti i livelli della vita della Chiesa. Il papa lo ha detto, sempre nel famoso discorso del 17 ottobre 2015: «Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell'ascolto, nella consapevolezza che ascoltare «è più che sentire». È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, Collegio episcopale, Vescovo di Roma: l'uno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo, lo «Spirito della verità» (Gv 14,17), per conoscere ciò che Egli «dice alle Chiese» (Ap 2,7)». A suo tempo la stagione degli organismi di partecipazione si è risolta in un nulla di fatto, perché è mancata la consapevolezza che per decidere bisogna ascoltare lo Spirito, e per ascoltare lo Spirito bisogna ascoltarsi gli uni gli altri. Lo Spirito non ha smesso di parlare alla Chiesa.

www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2015/october/documents/papa-francesco_20151017_50-anniversario-sinodo.html

                Nel “Documento sul processo sinodale”, per la consultazione, si fa riferimento agli “organi di partecipazione previsti dal diritto”. Non possiamo, però, nasconderci la debolezza, per non dire l’insignificanza, di questi organi nella vita delle chiese locali. Come possiamo, quindi, ritenere che la consultazione dia gli esiti sperati?

                La consultazione del Popolo di Dio riguarda tutti, non solo gli organi di partecipazione. Quando dico tutti, significa tutti, nessuno escluso. Quella precisazione significa che non sarebbe vera consultazione se non si ascoltassero almeno quegli organismi. Non è un problema che siano deboli e insignificanti. Gli organismi, le comunità, i gruppi sono deboli perché non si è mai attivato un vero ascolto, perché non li si è resi partecipi, corresponsabili della vita della Chiesa, la quale – bisogna dirlo – dipende ancora troppo da uno schema clericale. Per superare questa debolezza, la sola via è di esercitarsi con pazienza nello stile sinodale, imparare ad ascoltarsi, riconoscendo l’altro, ogni altro, come un dono.

                Nella sua Lettera ai vescovi per presentare il processo sinodale ha sottolineato l’importanza di un “ascolto di tutto il Popolo di Dio, nessuno escluso”, coinvolgendo anche chi è più lontano. Come ritiene che possa essere accolto e attuato questo suo invito?

                Il Documento preparatorio sottolinea la dimensione inclusiva della consultazione, richiamando il dialogo con le altre Chiese e confessioni cristiane, con le altre religioni, con ogni uomo di buona volontà. Gaudium et Spes sottolineava che anche la Chiesa ha da imparare dal mondo. La Segreteria del Sinodo non fissa procedure da eseguire, indica orizzonti, e dentro quegli orizzonti ogni Chiesa è invitata alla creatività per raggiungere “tutti, nessuno escluso”. Una «Chiesa dell’ascolto» è tale quando sia attraversata dall’ansia di ascoltare “tutti, nessuno escluso”, e proporre “luoghi” in cui l’incontro, l’ascolto, il dialogo siano sempre possibili.

                Il “Documento” di indirizzo della Segreteria disegna un processo sinodale molto dettagliato e concreto. Quali riscontri state avendo dalle Conferenze episcopali?

                Di grande interesse, di apertura, di partecipazione. Tenga presente che prima il Sinodo dei Vescovi era un evento che riguardava solo la Chiesa universale. Solo quando si chiudeva l’evento le conclusioni arrivavano alle Chiese particolari. Ora invece tutti sono coinvolti nel processo sinodale: tutto il Popolo di Dio nella consultazione che si fa nelle Chiese particolari; tutti i vescovi, nell’atto di discernimento chiesto alle Conferenze episcopali a livello sia nazionale che continentale. Come Segreteria del Sinodo stiamo proponendo tanti incontri on line alle Conferenze episcopali di tutto il mondo, intessendo un dialogo fruttuoso che mi auguro produca un dinamismo di reciprocità tra la Segreteria del Sinodo e le Chiese che aiuti il realizzarsi della «mutua interiorità» tra la Chiesa universale e le Chiese particolari. La Segreteria del Sinodo è un organo di servizio, e per il suo particolare compito può aiutare la crescita della Chiesa in senso sinodale.

                Nel riformare il Sinodo il papa ha previsto la possibilità che la Segreteria generale possa emanare

documenti applicativi dei risultati dei lavori sinodali. Quali considerazioni, secondo lei, hanno consigliato questa norma?

                L’indicazione riguarda la terza fase del processo sinodale, quello dell’attuazione. Si tratta di una novità che ha bisogno di essere ulteriormente precisata. Una cosa è certa: il papa vuole evitare il rischio che il discernimento sinodale rimanga lettera morta, un puro esercizio di stile. Come attuare, o forse meglio, come recepire il Sinodo? Tutti dovranno fare la loro parte, secondo la loro specifica funzione nella Chiesa. In questo, la Segreteria ha un compito che non si limita – lo ribadisco – ad organizzare gli eventi sinodali. Il papa ha trasformato il Sinodo da evento in processo, perché la Chiesa è sinodale. La Segreteria va configurandosi sempre più come organismo a servizio di una Chiesa sinodale.

                Nella Costituzione apostolica di riforma del Sinodo (Episcopalis Communio) papa Francesco ha inserito due elementi di grande novità. Il primo riguarda il valore magisteriale del documento finale dei Sinodi (art. 18), il secondo la possibilità di convocare un’assemblea “per ragioni di natura ecumenica” (art. 1). Che influenza potrebbero avere questi due articoli sul cammino di riforma della Chiesa?

                Per saperlo bisognerebbe aver sperimentato le due cose e averle attentamente valutate. La congruità

delle due indicazioni è evidente, per quanto si pongano su piani assai diversi. Anche a livello di Segreteria ci stiamo interrogando a fondo su tutte queste indicazioni. Ma non è un singolo elemento a produrre un cammino di riforma della Chiesa, ma il processo sinodale in quanto tale, che è garantito da una vera «conversione sinodale». Questa è la sfida che ci attende dal 10 ottobre in avanti. Confido che tutti vogliano prepararsi al meglio. Per farlo, abbiamo appena pubblicato due testi – il Documento preparatorio e il Vademecum – che possono aiutare tutti a familiarizzarsi con la forma e lo stile di una Chiesa veramente sinodale.

Franco Ferrari                   “Missione Oggi” n.5 del settembre/ottobre 2021

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Nel Sinodo ripensare il nostro modo di intendere il Vangelo e di viverlo

Intervista al prof. Giuseppe Savagnone

 

                Nato nel 1944 a Palermo, dove vive e ha insegnato per 41 anni Storia e Filosofia nei licei. È stato membro del Comitato Nazionale di Bioetica, della Commissione per la riforma dei cicli per il Ministero della Pubblica Istruzione, dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia. È stato direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale della cultura di Palermo, di cui oggi cura il sito www.tuttavia.eu. È stato relatore in importanti convegni sia ecclesiali che non. Da alcuni anni tiene lezioni di etica professionale per l’Ordine degli Ingegneri di Palermo. È coordinatore dell’Associazione politico-culturale «Mediterraneo», che si propone di contribuire a una rinnovata educazione alla cittadinanza. Scrive per quotidiani e periodici e collabora, tra l’altro, con «Tv2000», «Radio in Blu», e “Radio Vaticana».

                Tra le sue pubblicazioni, per la Cittadella, Quel che resta dell’uomo. È davvero possibile un nuovo umanesimo? (2015); per le Dehoniane, Il gender spiegato a un marziano (2016), Cercatori di senso. I giovani e la fede in un percorso di libertà, (2018), Il miracolo e il disincanto. La provvidenza alla prova (2021).

 

                Con lui parliamo a tutto campo della condizione della Chiesa in Italia. Esponente di rilievo del laicato siciliano e nazionale, se i cattolici non ritrovano una creatività e un mordente culturale che trasformi la mentalità delle persone, il progressivo allontanamento della gente dalla fede sarà inevitabile. E la società, senza questa fede, rischia di essere sempre meno umana.

 

                Lei è un intellettuale che, partendo da Palermo, ha viaggiato per tutta la Penisola: ha donato tempo ed energia alla nostra Chiesa, con particolare intensità almeno dagli anni ’80 del secolo scorso. Ecco partiamo da qui: come sta la Chiesa italiana, oggi? Cosa è cambiato in questi decenni?

                Non sta bene. Secondo alcuni – critici della svolta impressa dal Concilio Vaticano II – non è più all’altezza della sua missione, perché ha cercato di adeguarsi al mondo, invece di restare ancorata alle certezze del passato. Altri – tra cui il sottoscritto – dicono che soffre i dolori del parto, nel generare un nuovo modo di essere cristiani, adeguato alle radicali trasformazioni che il nostro tempo fa registrare. In entrambe le ipotesi, è certo che un malessere profondo serpeggia in tutte le fasce ecclesiali, in modo particolare tra i presbiteri.

                Cos’è cambiato? Tutto. Basti guardare al rivolgimento legato alle nuove tecniche di comunicazione. I mezzi incidono sulla sostanza della vita. Gli smartphone hanno cambiato il nostro modo di relazionarci agli altri, alla realtà, a noi stessi. È solo un esempio. I parametri tradizionali della moralità, della politica, della stessa religiosità, sono saltati. Bisogna ripensarli alla radice. Già il Vangelo ci ha messi in guardia dai tentativi di fare rattoppi. Per questo il Sinodo ha oggi per la Chiesa un significato molto diverso da quello di una mera autocelebrazione. Qui si tratta di rimettere in discussione non il nostro modo di annunciare il Vangelo agli altri, ma, più a monte, il nostro modo di pensarlo e di viverlo.

                Papa Francesco ha fortemente voluto che al Sinodo mondiale se ne affiancasse uno specifico per l’Italia. Quali sono i tratti specifici delle Chiese che sono in Italia, tratti che potrebbero giovare alla sinfonia di tutte le Chiese nel pianeta?

                Roma è da sempre il centro spirituale del cattolicesimo e questo ha chiaramente influito nel fare dell’Italia un Paese privilegiato, dal punto di vista religioso, rispetto al resto del mondo occidentale. Si pensi al patrimonio artistico che abbiamo ereditato dal passato e che è caratterizzato in modo decisivo dalla tematica e dalla ispirazione religiosa. E non è certamente un caso che ancora oggi, in un’Europa largamente scristianizzata, il popolo italiano rimanga, in maggioranza, sociologicamente legato alla tradizione cattolica. Certo, avvertiamo tutti che si tratta di una rendita in via di progressivo esaurimento. Ma, se si riuscisse a recuperare lo spirito di questa tradizione, così profondamente radicata nella nostra storia, esso potrebbe di nuovo illuminare non solo il continente europeo, ma anche le giovani Chiese del resto del pianeta. Dico “se” … perché non è affatto scontato, infatti, che ciò avvenga. Una simile rinascita richiederebbe innanzi tutto la capacità di ritrovare una vitalità spirituale – e anche culturale! – che è potenzialmente presente nella nostra storia, ma che allo stato attuale sembra smarrita. Dipende da noi riscoprire queste risorse sotto il velo del ritualismo e del conformismo religioso che ci intorpidiscono e allontanano le giovani generazioni dalle nostre comunità ecclesiali. Urge un risveglio. L’insistenza del papa perché ci sia un Sinodo specificamente rivolto alle Chiese italiane è stata spesso letta come un segno di preoccupazione. Ma forse lo è anche di speranza.

                Lei è stato relatore al Convegno “Chiesa nel sud, Chiese del sud”, tenutosi nel 2009, che ha visti raccolti a Napoli i vescovi di Campania, Sicilia, Calabria, Puglia e Basilicata. Quale è il contributo che i Sud del mondo potrebbero offrire ai cammini sinodali?

                È una domanda difficile, perché i Sud del mondo sono molto diversi tra di loro. Forse un elemento che potrebbe accomunarli è il radicamento quasi viscerale della religiosità nel popolo. Questa immediatezza è sicuramente presente nelle Chiese del sud d’Italia. Si pensi al proliferare, nel Meridione, delle confraternite, che attingono i loro membri per lo più da fasce sociali indifferenti a un certo cristianesimo di élite, ma sensibilissime al richiamo di motivazioni meno intellettuali e più emotive. Penso – ma non sono sicuro – che qualcosa del genere possa caratterizzare anche altre popolazioni meridionali del mondo.

                In questo ci sono certamente anche dei pericoli. La religiosità popolare – nel sud d’Italia, ma anche altrove (penso all’America Latina) – a volte risente pericolosamente di influssi eterodossi, se non addirittura pagani, che esigono una profonda purificazione. Ma ci sono anche una creatività e una concretezza che possono essere preziose per evitare che il cammino sinodale sia irretito in quell’astrattezza intellettualistica da cui ci ha messo in guardia papa Francesco quando ha aperto il Sinodo dei vescovi.

                Lei cura una rubrica settimanale sul sito della Pastorale della cultura della sua diocesi, Tuttavia.eu. La rubrica si intitola “I chiaroscuri”…Questo vuol dire che viviamo tempi chiaroscuri? Se sì, come far emergere la luce del Vangelo di Gesù all’interno di questo percorso sinodale?

                Il gioco di luci e di ombre ha sempre accompagnato tutta la storia dell’umanità e quella della Chiesa, ma mai come oggi esso è stato evidente e in un certo senso drammatico. Grandi conquiste sono sotto i nostri occhi, non solo a livello materiale (che comunque è importante: si pensi al travolgente progresso tecnologico e al miglioramento delle condizioni di vita di larghe fasce della popolazione), ma anche spirituale. Si pensi, per fare solo un esempio, alla scoperta e alla codificazione dei diritti umani, ignota a larga parte della storia, anche di quella ecclesiale. Ancora nel Settecento c’erano cristiani che possedevano schiavi! Si pensi all’affermarsi, in politica, del modello della democrazia. Eppure, paradossalmente, mai come oggi si sperimenta il rischio della disumanizzazione della vita ad opera della stessa tecnica, mai come oggi si rischia il condizionamento delle masse ad opera di oscuri gruppi di pressione che operano tramite i media… Il consumismo tende ormai da tempo a diventare il sostituto delle antiche religioni e di imporsi a livello planetario. L’individualismo possessivo disgrega le antiche forme comunitarie…

                Il Vangelo, dopo la crisi profonda delle ideologie che promettevano agli uomini la salvezza, è rimasto l’unica alternativa credibile a queste derive disumane. Ma bisogna ripensarlo e attualizzarlo per renderlo di nuovo comprensibile e praticabile dagli uomini e dalle donne del nostro tempo. Questo richiede uno sforzo radicale di ripensamento e di rielaborazione, che è ciò a cui il Sinodo dei vescovi e quello delle Chiese d’Italia sono chiamati. Guai se ci si accontentasse di piccoli rattoppi, di mezze misure di rabberciamento! Ciò che i pii conservatori (e ce ne sono tanti nella Chiesa) non capiscono è che fra poco, se non si mette mano con coraggio a nuove prospettive, non ci sarà più nulla da conservare.

                La sua biografia culturale ed ecclesiale costituisce una sorta di osservatorio sulla realtà culturale del nostro Paese. Dal suo punto di vista, dove è più evidente lo scollamento tra messaggio del Vangelo e vita sociale quotidiana? Dove invece è ancora possibile pensare un ponte? Che scenari si aprono all’orizzonte?

                Il terreno decisivo dove si è consumata la frattura tra Vangelo e vita sociale è quello della cultura. Dicevo prima che sociologicamente il popolo italiano resta ancora in buona misura legato al cattolicesimo. Ma, se guardiamo alla cultura dominante, vediamo subito che in Italia, come del resto in tutta Europa, a fornire le categorie entro cui si elaborano i pensieri e le scelte delle persone sono luoghi comuni e slogan che non hanno più nulla che fare col Vangelo.

                 Anche chi ci tiene ancora a far battezzare i figli, a sposarsi in chiesa, perfino chi va ancora a messa la domenica, vede ormai la vita e la realtà in un’ottica che di cristiano non ha più nulla. E nelle nostre parrocchie ancora si vive di riti – in sé importanti, ma ormai privati, agli occhi dei più, di un significato che li renda capaci di trasformare la vita. Se i cattolici non ritrovano una creatività e un mordente culturale che trasformi la mentalità delle persone, il progressivo allontanamento della gente dalla fede sarà inevitabile. Ma sarà anche inevitabile la progressiva desertificazione di un mondo che, senza questa fede, rischia di essere sempre meno umano.

                Per lei, i maggiori rischi del Sinodo sono tre: formalismo, astrattezza e immobilismo (che definisce anche clericalismo). In queste prime settimane di cammini sinodali, quale di questi rischi ha visto maggiormente concretizzarsi?

                Questi tre rischi sono collegati.

  • Il formalismo fa sì che il Sinodo venga celebrato solo a livello ritualistico e cartaceo, senza rimettere veramente in discussione la nostra esperienza spirituale individuale e comunitaria.
  • L’astrattezza porta a considerare sufficienti alcune discussioni teoriche, senza reale incidenza sulla vita ecclesiale e senza alcun collegamento con i problemi quotidiani degli uomini e delle donne di oggi.
  • Il risultato di queste tendenze potrebbe essere che si resti bloccati negli schemi mentali e nelle pratiche del passato. Se così accadesse, si parlerà molto di cambiamenti epocali, ma solo perché in realtà nulla cambi.

                “Tutti sono invitati a parlare con coraggio e parresia, cioè integrando libertà, verità e carità.” Così recita il Documento preparatorio ai cammini sinodali, al n. 30. Come pregare lo Spirito Santo affinché questa ennesima chiamata al discernimento comunitario (uno dei leit motiv del Convegno di Palermo del 1995) diventi prassi pastorale ordinaria?

                La preghiera è certamente un momento importante per la riuscita di questo Sinodo. Però non basta pregare lo Spirito: bisogna ascoltarne la voce, che risuona attraverso i segni dei tempi e le loro risonanze nelle persone. Perciò bisogna creare le condizioni perché davvero la gente possa parlare, dire la propria esperienza, i propri dubbi, le proprie critiche. Questo richiede che in ogni parrocchia, in ogni gruppo ecclesiale, si avviino momenti di franco confronto, a partire dalla base. Non basta qualche questionario distribuito ai fedeli all’uscita dalla messa. Si deve avviare uno sforzo di ascolto capillare, mediato dal rapporto umano (difficile, ma non impossibile, anche in tempo di Covid).

                Lei ha scritto che lo stile di gran parte delle nostre comunità – a cominciare dalle parrocchie e dalle diocesi – è lontanissimo dalla logica sinodale. Può aiutarci a capire come si manifesta questa lontananza? E, al contrario, conosce situazioni ecclesiali che hanno invece mostrato segni di sinodalità?

                Sinodalità vuol dire “cammino comune”, “cammino fatto insieme”. Ancora nelle nostre parrocchie e nelle nostre diocesi la partecipazione del popolo di Dio è prevalentemente formale. Ci sono, certo, i consigli pastorali parrocchiali e diocesani, ma non è da essi che viene orientato il cammino effettivo delle comunità. Già sulla carta, essi sono solo consultivi, e questo è comprensibile (l’autorità non è il contrario della partecipazione); lo è di meno che questa stessa funzione consultiva si riduca nella maggior parte dei casi ad approvare puramente e semplicemente quello che il parroco o il vescovo propongono, senza una adeguata problematizzazione, di cui spesso i laici si sentono indegni o incapaci.

                È questo il punto: non è sempre colpa del clero, sono gli stessi laici che si tirano indietro e rinunziano a esercitare una vera funzione critica e costruttiva, perché non hanno la preparazione o il senso di responsabilità necessari per assumere questo ruolo. Per non dire che la sinodalità dovrebbe valere anche tra i presbiteri, che invece sono di solito restii a cooperare tra di loro. Conosco, sì, qualche felice eccezione, ma troppo rara per essere significativa. Potrà il Sinodo cambiare questo stato di cose? Dipenderà da come verrà vissuto: come un necessario adempimento e come una parentesi, oppure come un’occasione per rimettere veramente in discussione noi stessi, le nostre comunità e la nostra pastorale.

                A febbraio 100 vescovi del Mediterraneo si incontreranno con il Papa a Firenze, insieme a 100 sindaci. Esiste una dimensione mediterranea/meridiana della nostra Chiesa? Può essere uno scenario verso cui tendere nei prossimi decenni?

                Non mi sento di dire che la dimensione mediterranea esista già. Ci sono occasionali scambi tra le Chiese dei Paesi che si affacciano su questo mare, ma non una cooperazione sistematica. Si può auspicare che nasca, ma francamente non ne vedo allo stato attuale le premesse.

                Lei ha maturato la propria visione di fede all’interno di un piccolo gruppo spontaneo di universitari e professionisti, la cui attuale denominazione è “Comunità Cristo Sapienza”, di cui è stato uno dei fondatori e continua ad essere un responsabile. La Chiesa italiana si è quasi sempre organizzata seguendo l’ambito territoriale delle parrocchie. E se mutassimo sguardo, privilegiando gli ambiti e gli ambienti di vita? Potrebbe essere questa una novità da chiedere allo Spirito Santo in questi anni sinodali?

                Per certi versi una simile trasformazione è imposta dal mutamento delle condizioni di vita, che rendono sempre più relativa la dimensione spaziale e sempre maggiore quella temporale. Si è molto più vicini al centro di una città se si vive in una lontana periferia ben collegata dai mezzi di trasporto (soprattutto dalla metro) che se ci si trova a una distanza fisica molto minore, ma senza adeguati collegamenti. Questo sta trasformando già il rapporto della parrocchia col territorio, allargandone potenzialmente la comunità ben oltre i confini topografici. Ma naturalmente favorisce anche il sempre maggiore ruolo che hanno gli ambienti vitali rispetto a quelli territoriali e rende sempre più attuale quello di aggregazioni legate a questi ambienti. Ciò, a mio avviso, non implica necessariamente una rinunzia all’attuale pastorale parrocchiale, ma una complementarità tra essa e quella legata agli ambienti di vita. Le due dinamiche dovrebbero coesistere e integrarsi.

                               Giandiego Carastro        c3dem_admin                                                 20 novembre 2021

www.c3dem.it/nel-sinodo-ripensare-il-nostro-modo-di-pensare-il-vangelo-e-di-viverlo-intervista-a-giuseppe-savagnone

 

                                                               La gerarchia di fronte al sinodo

                 Perché il prossimo cammino sinodale possa produrre frutto, bisogna che venga dato ascolto al laicato. Saprà farlo l’attuale gerarchia ecclesiastica?

                Se non sbaglio, è la prima volta che più di 1.300 milioni di cittadini sono chiamati a esprimersi su come vogliono che venga governata la Chiesa. È la decisione che ha preso papa Francesco convocando un Sinodo dei vescovi, articolato in tre fasi, che avrà il suo momento più importante nell’ottobre 2023.

                Nella prima fase, già iniziata, sono chiamati tutti i cattolici e le persone interessate – al di là della classificazione religiosa – a discernere e a proporre ciò che ritengono opportuno su come deve essere una “Chiesa sinodale”, cioè come “camminare insieme” (è questo il significato del termine sin odòs). A questa prima fase ne seguirà un’altra, continentale e, infine, avrà luogo il Sinodo mondiale dei vescovi a Roma. Mi risparmio di descrivere il poco entusiasmo, per non dire nullo, con cui, da noi, questa iniziativa è stata accolta dalla gerarchia della Chiesa; e non solo da essa.

                Creare una tradizione sinodale. Purtroppo, noi non abbiamo una tradizione sinodale come altre Chiese dell’Europa centrale, latinoamericane o degli Stati Uniti e australiana. E quando abbiamo provato, celebrando assemblee diocesane o organizzando organismi a carattere deliberativo, ci hanno “conciato per bene” ossia ci hanno imposto vescovi la cui prima missione è stata di disattivare questo atteggiamento deliberante e mettere a tacere ciò che, secondo il Vaticano II, si chiama «la voce del popolo di Dio»; come è avvenuto, almeno, per le diocesi dei Paesi Baschi.

                In questa politica di soffocamento e di affermazione autoritaria della gerarchia, fa da triste riferimento la punizione inflitta alla Chiesa olandese da Giovanni Paolo II. Invece di aprire un dialogo su quanto sinodalmente discusso e approvato, papa Wojtyla ha convocato i loro vescovi a Roma per dire che questo modo di “camminare insieme” era finito; che dovevano camminare «in testa al gregge», seguendo, ovviamente, più le indicazioni che provenivano dalla Sede primaziale che non quanto concordato dai cattolici olandesi. Il risultato di questo “riorientamento” è ben noto: un’emorragia, silenziosa e inarrestabile, fino a diventare – come oggi si costata – una comunità cattolica quasi inesistente. Il papa polacco – difendendo una concezione assolutista e monarchica della gerarchia in nome della verità – non ebbe alcun problema a sacrificare questa Chiesa fiorente. A differenza dei pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, Francesco ritiene, in sintonia con il Vaticano II, che si deve ascoltare il “popolo di Dio” «infallibile quando crede».

                Si capisce – come ho detto prima – perché ci fu una crisi di nervi in buona parte dell’episcopato mondiale. E anche fuori dalla Chiesa, in particolare nelle lobby abituate a controllare ogni cosa. Forse per questo sentiamo dire attualmente che esiste una netta differenza tra la sinodalità ecclesiale e la democrazia rappresentativa maggioritaria, cercando di farci dimenticare che ci sono anche strutture gerarchiche nella forma democratica di convivenza. E che il problema da discutere in questo Sinodo non è ciò che si verifica giustapponendo gerarchia e democrazia, ritenendo la prima come insindacabile, ma per proporre e immaginare modalità alternative al modo assolutista e monarchico dell’autorità, indiscutibile fino ad oggi nella stragrande maggioranza delle istituzioni cattoliche.

                Alcuni argomenti per il sinodo. Tale concezione ed esercizio autoritario – va ricordato – costituisce il principale ostacolo all’attuazione effettiva di una Chiesa sinodale in cui l’ascolto non è un puro esercizio retorico, ma uno spazio di discernimento e di verifica che ha una sua normativa e che il corpo gerarchico non può ignorare in virtù dell’ordinazione sacramentale. In una parola, per procedere in questa direzione, mi permetto di indicare alcuni punti che sarebbe bene proporre e richiedere in questa prima fase sinodale affinché, almeno, alcuni di essi finiscano per essere un grido ecclesiale.

  1. Il primo, è che i vescovi siano nominati per un tempo determinato con la partecipazione del popolo di Dio, oppure scegliendo uno dei tre candidati che la Santa Sede può inviare, o presentando una terna affinché il Vaticano ne scelga uno.
  2. Il secondo – poiché la cura dell’unità della fede e della comunione ecclesiale costituisce la ragion d’essere dell’autorità nella Chiesa – è normale che ciò che è approvato dalla maggioranza qualificata nei Sinodi, nelle Assemblee e nei diversi concili ecclesiali sia ratificato dal papa nonché dai vescovi e dai sacerdoti, se non attentano alla fede e alla comunione ecclesiale.
  3. Il terzo, che i laici possano svolgere compiti di governo e di magistero – finora riservati a vescovi, presbiteri e diaconi –, poiché anch’essi sono investiti di “autorità” con il battesimo.
  4. Il quarto, che siano istituiti Sinodi o Assemblee diocesane regolari in tutte le diocesi e Chiese del mondo.
  5. E il quinto – per ora ultimo – che sia creato un sinodo mondiale non solo di vescovi, ma di tutto il popolo di Dio con rappresentanti del laicato, religiosi e religiose, presbiteri e diaconi.

                So bene che ci saranno coloro che diranno che sto formulando proposte impossibili “perché non è questo il momento”, vale a dire perché sono “imprudenti”. Ma, se questa è tutta la forza della loro argomentazione, capisco – diversamente da essi – che è giunto il momento di insistere opportune et importune, in ogni circostanza.

                Inoltre, credo che siamo stati chiamati per dire ciò che ci sembra più conveniente. Pertanto, mi permetto di concludere queste righe formulando un augurio ancora più “imprudente”, ma altrettanto necessario: mi auguro che questo Sinodo sia il primo passo verso un Concilio Vaticano III, che sia ovviamente di carattere sinodale

Jesús Martínez Gordo   (Il giornale basco, 10 novembre 2021)   Settimananews 21 novembre 2021

www.settimananews.it/sinodo/la-gerarchia-fronte-al-sinodo

 

Cammino sinodale. Il vero protagonista è lo Spirito Santo, all’opera nel mondo e nella Chiesa

                È il discernimento l’esercizio a cui il popolo di Dio, in tutte le sue componenti insieme, è chiamato quando intraprende un cammino sinodale. Le diocesi in tutto il mondo hanno avviato la fase locale del Sinodo universale sulla sinodalità. In questo fermento è cruciale che non si tradisca il senso autentico della sinodalità, elemento “identitario e costitutivo” della Chiesa popolo di Dio, si è detto al XIV Colloquio dell’Istituto Costanza Scelfo. Tra i relatori, padre Giacomo Costa, direttore della rivista dei gesuiti Aggiornamenti sociali. Segretario speciale al sinodo giovani del 2018, ha seguito da vicino quello per l’Amazzonia e ora, membro del Comitato di orientamento per il sinodo 2021-2023, gira per la penisola a spiegare, raccontare, incoraggiare a partecipare al cammino delle chiese locali in Italia perché diventi momento di grazia e rinnovamento autentici. Il Sir lo ha intervistato, a margine del Colloquio

                “Il discernimento è ciò che rende diversa un’assemblea ecclesiale da una qualunque assemblea democratica; esso fa leva sul dono dello Spirito del consiglio”: ad affermarlo Cettina Militello, direttrice della cattedra “Donna e Cristianesimo” presso la Pontificia Facoltà Teologica Marianum, alla conclusione del XIV Colloquio dell’Istituto Costanza Scelfo (Dipartimento della Società italiana per la ricerca teologica) che si è tenuto a Roma sul tema “Sinodalità. Del popolo di Dio?” (4-6 novembre 2021).

                È il discernimento l’esercizio a cui il popolo di Dio, in tutte le sue componenti insieme, è chiamato quando intraprende un cammino sinodale. Le diocesi in tutto il mondo hanno avviato la fase locale del Sinodo universale sulla sinodalità; la Chiesa dell’America Latina è alla vigilia della sua prima assemblea ecclesiale (21-28 novembre); quella tedesca sta continuando il cammino sinodale avviato nel 2019; la Chiesa cattolica in Australia ha tenuto ad ottobre la sua prima assemblea nel contesto del suo Concilio plenario.

                In questo fermento è cruciale che non si tradisca il senso autentico della sinodalità, elemento “identitario e costitutivo” della Chiesa popolo di Dio, si è detto al Colloquio romano (i contributi sono -in

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                Tra i relatori, padre Giacomo Costa, Il Sir lo ha intervistato, a margine del Colloquio.

                Sinodalità è “camminare insieme”: perché si vuole cambiare o semplicemente perché è bello camminare insieme?

                Le due cose non sono in opposizione. Se ci sembra così, è perché abbiamo perso la sensibilità al significato di “sinodo”, un termine tecnico che rischia di sembrare astratto. Invece contiene due elementi essenziali e molto concreti.

  1. Il primo è “camminare”, e quindi dinamismo, energia: se uno non vuole rimanere dov’è, non fa “sinodo”.
  2. Il secondo è “insieme”: è la testimonianza di coloro che non si ritengono individui, ma hanno scoperto un legame profondo che li tiene uniti nella loro diversità e vogliono crescere come famiglia di fratelli e sorelle che si prende cura del creato che è stato loro affidato. Chi ha provato questo “camminare insieme” ne ha scoperto la forza e la bellezza, ad esempio i vescovi e i giovani al Sinodo del 2018, come traspare nell’ultimo capitolo del Documento finale. È la gioia del Vangelo, che non toglie le difficoltà e le croci, ma che apre un orizzonte di profonda pace e motiva ad andare avanti.

                Presentando il Sinodo 2021-2023, mi piace ricordare questa frase del suo Documento preparatorio: “lo scopo del Sinodo e quindi di questa consultazione non è produrre documenti, ma far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un’alba di speranza, imparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani” (n. 32)

                Il protagonista del sinodo è il popolo di Dio nel suo insieme, fatto di fedeli e vescovi: un sinodo di soli vescovi può essere espressione di una Chiesa veramente sinodale? A pensarci bene, il vero protagonista è lo Spirito Santo, all’opera nel mondo e nella Chiesa. È Lui che dobbiamo ascoltare come popolo di Dio, composto da tutti i battezzati con i loro diversi carismi, vocazioni, compiti, ed è Lui che ci guida nell’individuare i passi da compiere. Uno di questi riguarda il modo di articolare nella Chiesa la partecipazione attiva di tutti e l’esercizio dei ruoli di responsabilità. Il modo in cui Gesù si relaziona con gli apostoli e le folle ci offre una prospettiva di fondo a cui rimanere fedeli, che però va “incarnata” nel mondo di oggi per scoprire come “camminare insieme” e fare sì che ogni battezzato si senta effettivamente responsabile in prima persona dell’annuncio del Vangelo e i responsabili ecclesiali siano veramente autorevoli nel riconoscere e promuovere i carismi di ciascuno. Senza dubbi l’esperienza concreta di “camminare insieme” come Popolo di Dio aiuterà a comprendere sempre meglio il senso dell’autorità in quest’ottica di servizio.

                Un sinodo implica la creazione di un consenso attorno a indicazioni e prospettive: il voto nei consessi sinodali è adeguato? quale il rapporto tra democrazia e sinodalità?

                Più che di consenso, il Nuovo Testamento parla di concordia, che non è uniformità, ma riuscire a tracciare un cammino in cui ogni persona e ogni gruppo si sentono riconosciuti e sperimentano che c’è un posto per loro, pur con posizioni anche molto diverse dagli altri compagni di viaggio. Se si perde qualcuno per strada non si fa sinodo, per questo è così pressante la raccomandazione di ascoltare e far partecipare al percorso sinodale anche coloro che sono ai margini o in posizioni di svantaggio, nella Chiesa e nella società (donne, anziani, giovani, immigrati, minoranze etniche o sociali, persone con disabilità) o coloro che si fatica a riconoscere come interlocutori, come ad esempio i gruppi di omosessuali cristiani.

                In questo si tocca il desiderio più autentico di una democrazia: fare sì che ognuno partecipi e contribuisca. Si sta riflettendo sugli strumenti con cui realizzarlo nel mondo di oggi. La democrazia sceglie il voto e la rappresentanza: a oggi non abbiamo alternative migliori, ma siamo anche consapevoli dei suoi limiti (ad esempio i rischi di manipolazione) e della necessità di esplorare altre strade, come la democrazia partecipativa, per evitare che resti una forma senza sostanza. Nella Chiesa non mancano occasioni in cui si ricorre al voto – prima tra tutte l’elezione del Papa –, ma abitualmente si procede piuttosto con processi che possiamo chiamare di discernimento, fidandosi di riuscire ad ascoltare la voce dello Spirito che a volte – ce lo insegnano molti episodi biblici – parla attraverso il più piccolo o l’ultimo arrivato. Questi processi puntano a integrare tutte le posizioni mettendole in dialogo, piuttosto che dividere tra maggioranza e minoranza. Ma su questo abbiamo ancora molta strada da fare.

                Quali sono – nel contesto italiano – i rischi da evitare e quali le cose su cui puntare nel cammino locale che si è aperto?

                Un rischio molto forte è la burocratizzazione: ritenere il cammino sinodale un compito da svolgere per fare contento il vescovo, la Cei, il Vaticano, fornendo risposte fatte a tavolino solo da pochi. Questo non interessa a nessuno: è in gioco lo stile di una Chiesa missionaria capace di annunciare oggi il Vangelo! È importante invece che ognuno, ogni diocesi, ogni gruppo e territorio faccia un passo concreto e condiviso. È questo che conta.

                Un ulteriore rischio è lo scoraggiamento: ho incontrato tanti che hanno preso bastonate partecipando a processi ecclesiali che non hanno portato a niente. È importante invece mantenere i piedi per terra senza suscitare aspettative irrealizzabili, ma al tempo stesso approfittare di questo spazio che si sta aprendo nelle nostre comunità. Starà a tutti coloro che si impegnano riuscire a trasformarlo in un’occasione di vera crescita. Vedo tre cose su cui puntare, che poi sono gli ingredienti per una parrocchia, una diocesi, una Chiesa veramente sinodale.

  1. La prima è l’ascolto, che è proprio quello che ci è chiesto di praticare nella prima fase del cammino sinodale.
  2.  La seconda – ne abbiamo già parlato – è la costruzione di un rapporto fecondo tra partecipazione e leadership, vivificando anche strutture che già abbiamo, come i consigli pastorali, ma che non sempre funzionano.
  3. Ma soprattutto dobbiamo puntare sulla passione missionaria: è in gioco l’annuncio del Vangelo, non una riorganizzazione interna. Adesso è il momento di concentrarsi sull’ascolto, di sperimentarlo e di imparare a praticarlo – è un punto su cui certamente serve formazione –, e di aprirsi alle sorprese che sicuramente produrrà.

Sarah Numico                   Agenzia Sir          18 novembre 2021

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TRIBUNALE

Rusconi: “Più celerità con giudice monocratico non vale rinuncia ad approccio multidisciplinare”

                Il docente della Cattolica considera condivisibile la preoccupazione manifestata dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza a proposito della scelta di assegnare delicatissime cause minorili a un giudice unico. Nel disegno di legge sulla riforma della giustizia civile c’è la proposta di istituzione del Tribunale per le persone, per i minorenni e per le famiglie. L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Carla Garlatti, a più riprese ha manifestato preoccupazione circa l’attribuzione a un giudice unico di cause particolarmente delicate che coinvolgono direttamente la vita di bambini e ragazzi. Del nuovo Tribunale previsto dalla riforma parliamo con Carlo Rusconi, docente di diritto di famiglia nella sede di Piacenza dell’Università Cattolica e del master “Affido, adozione e nuove sfide dell’accoglienza familiare: aspetti clinici, sociali e giuridici” sempre della Cattolica.

                In che modo il Tribunale per le persone, per i minorenni e per le famiglie differisce dall’attuale Tribunale per i minorenni? E come dovrebbe funzionare?

                 Il Tribunale per le persone, per i minorenni e per le famiglie si distinguerà dal Tribunale per i minorenni in più aspetti, in particolare per le materie di competenza, per la distribuzione sul territorio e per la composizione. Quanto al primo punto, il nuovo Tribunale avrà una competenza generale per tutte le questioni relative alla famiglia, ai minori e alla capacità delle persone (come l’amministrazione di sostegno), mentre oggi la competenza è ripartita tra diversi giudici. Ad esempio, alcuni procedimenti civili relativi ai minori, come l’adozione, sono affidati al Tribunale per i minorenni, mentre altri, si pensi all’affidamento dei figli nella crisi della famiglia, sono trattati dal Tribunale ordinario. Oggi i Tribunali per i minorenni sono poi presenti sul territorio in corrispondenza delle sedi delle Corti di appello, tendenzialmente coincidenti con i capoluoghi di regione; il ddl prevede che siano istituite sezioni circondariali del nuovo Tribunale presso le sedi dei Tribunali ordinari con funzione di giudice di primo grado per la generalità delle questioni, salva in particolare l’adozione che sarà di competenza esclusiva delle sezioni distrettuali del nuovo Tribunale, collocate con lo stesso criterio degli attuali Tribunale per i minorenni. Rispetto alla composizione, mentre il Tribunale per i minorenni giudica con collegi formati da magistrati e da giudici onorari, il proposto Tribunale opererà in ambito civile in forma monocratica nelle sezioni circondariali. Circa infine il funzionamento, i procedimenti dovrebbero svolgersi in linea generale con un unico rito processuale. Se la riforma completerà il suo iter, il nuovo Tribunale dovrebbe operare pienamente entro il 2024.

                Cosa pensa delle perplessità manifestate dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza a proposito della scelta di assegnare delicatissime cause minorili a un giudice monocratico?

                La preoccupazione è del tutto condivisibile. La caratteristica qualificante dell’attuale sistema di giustizia minorile è data dalla partecipazione, in qualità di giudici, di esperti, ad esempio in psicologia o in pedagogia, così da consentire che le norme siano applicate tenendo conto della specifica condizione del minore come persona in via di sviluppo. La mia impressione è che l’ipotetico vantaggio dato da una maggiore celerità di un procedimento affidato ad un giudice monocratico non valga la rinuncia all’approccio multidisciplinare. Né sembra un’alternativa altrettanto valida la possibilità per il magistrato di attribuire ai giudici onorari – che opereranno nel costituendo ufficio per il processo – alcuni compiti ausiliari.

                Nella proposta c’è anche la riforma dell’articolo 403 del codice civile, che disciplina gli allontanamenti dei minori. Quali sono attualmente i nodi problematici e come sarebbe auspicabile superarli?

                L’art. 403 del codice civile è una disposizione che dovrebbe avere carattere emergenziale e consente all’autorità amministrativa, per lo più attraverso i servizi sociali, di disporre urgentemente l’allontanamento dei minori. Il problema fondamentale risiede nel fatto che tale norma comporta l’assunzione di un atto dalle implicazioni gravi senza gli accertamenti che sono propri dei provvedimenti giudiziari, pur se anche nel caso dell’art. 403 è richiesta una convalida da parte del Tribunale per i minorenni. La proposta di riforma sostituisce il testo attuale con una disciplina più articolata che mette anzitutto in chiaro che tale misura deve trovare applicazione in circostanze di effettiva emergenza. La scansione dei termini per la decisione definitiva sul provvedimento potrebbe peraltro rendere difficile da parte del Tribunale un esame approfondito della situazione.

                A suo avviso, quali sono le altre criticità del sistema attuale? Come si potrebbero superare?

                Un obiettivo centrale dovrebbe essere quello di favorire l’accordo tra i genitori nei procedimenti relativi all’affidamento dei figli nella crisi della famiglia. Il ddl rafforza lo strumento della mediazione familiare attraverso la quale la risoluzione del contrasto viene demandata ad esperti e sottoposto al vaglio finale del giudice. Su questo fronte è auspicabile una maggiore incisività introducendo, ad esempio, l’obbligo di partecipare a un primo incontro informativo [in consultorio?] sulla mediazione stessa, salva poi ovviamente la libertà di aderirvi, essendo evidente che la mediazione senza spontanea partecipazione è destinata al fallimento. Si potrebbe considerare anche la possibilità di attribuire un valore formale più rilevante per il giudice all’accordo raggiunto in seguito a mediazione. Un altro aspetto problematico su cui la riforma prende posizione è la rappresentanza del minore nel processo. In merito il ddl opportunamente prevede una articolazione più ampia e puntuale delle ipotesi di nomina di un curatore speciale del minore. Anche la composizione dei collegi dei Tribunali per i minorenni, ferma la presenza dei giudici onorari, potrebbe essere oggetto di migliore definizione.

                Il nuovo Tribunale prevede maggiori tutele per le donne vittime di violenza e i loro figli?

                Gli interventi che il ddl propone in merito troveranno applicazione senza attendere l’istituzione del nuovo Tribunale. Viene estesa la disciplina degli ordini di protezione contro gli abusi familiari, che consistono in provvedimenti di varia natura come l’ordine di cessazione della condotta pregiudizievole, l’allontanamento dalla casa familiare del responsabile o il divieto di avvicinamento. In base alla riforma, queste misure potranno essere applicate anche dal Tribunale per i minorenni e quando la convivenza è cessata. Si prevede poi l’abbreviazione dei termini del processo e l’introduzione di disposizioni per evitare che le vittime subiscano ulteriori sofferenze di natura psicologica o morale. Il ddl mira inoltre a promuovere un più intenso coordinamento tra le autorità competenti.

                Nella riforma cosa viene previsto circa il ricorso, da parte dei consulenti, alla teoria della sindrome da alienazione parentale (Pas)?

                La riforma prende posizione in modo non espresso, ma comunque piuttosto chiaro sul problema della valutazione in sede giudiziaria della cosiddetta “sindrome da alienazione parentale”, che, come noto, è quantomeno controversa nella comunità scientifica. Non viene ignorato il problema dell’esistenza di comportamenti di un genitore che possano influenzare negativamente la relazione del figlio con l’altro genitore ledendo il diritto alla bigenitorialità. La decisione non potrà però fondarsi su teorie di dubbia validità, bensì il consulente tecnico dovrà attenersi a “protocolli e metodologie riconosciuti dalla comunità scientifica”, in linea con la giurisprudenza della Corte di Cassazione, che ha censurato provvedimenti basati su teorie non suffragate da approvazione scientifica. Inoltre, secondo il ddl, in simili circostanze dovrebbe essere prevista la riduzione dei termini processuali.

Gigliola Alfaro                  AgenziaSIR                        20 novembre     2021

https://www.agensir.it/italia/2021/11/20/tribunale-per-minori-e-famiglie-rusconi-piu-celerita-con-giudice-monocratico-non-vale-rinuncia-ad-approccio-multidisciplinare

               

Stiamo lottando per evitare la soppressione dei Tribunali per i minorenni

                Dal Tribunale Unico per le persone, i minori e la famiglia, all’allontanamento in emergenza dei minori dal nucleo familiare. Dall’idea di istituire un avvocato per il minore, a cosa sia necessario oggi per migliorare il sistema delle adozioni. Ai.Bi. ha raccolto, in un’intervista in esclusiva, il pensiero della dottoressa Cristina Maggia, presidente dell’Associazione Italiana Magistrati Minorenni e Famiglia.

                Domanda un po’ generale ma “necessaria”: come presidente dell’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia, quali sono le principali sfide che pensa di avere davanti, nel breve periodo, e quali le priorità che si è data?

                La prima sfida è quella di dedicare tutte le mie energie e quelle del Consiglio Direttivo per evitare che si ripeta quanto già era accaduto in passato con il tentativo di soppressione dei Tribunali per i minorenni da parte del ministro Castelli nel 2003 e poi del ministro Orlando nel 2016. Al momento è infatti all’esame parlamentare, è stata approvata all’unanimità in Senato e verrà poi valutata alla Camera, una riforma imponente del comparto minorile e familiare, proposta a tappe forzate, in assenza di adeguata discussione e confronto con gli addetti ai lavori tenuto conto della delicatezza della materia. Su questa riforma che prevede l’istituzione di un “Tribunale Unico per le persone, i minori e la famiglia” AIMMF ha prodotto materiale e osservazioni critiche, peraltro condivise con il CSM e l’ANM. Va evidenziato che Il titolo è assai evocativo e suggestivo, ma il contenuto della riforma nei fatti svalorizza e svuota il sistema attuale con la trasformazione del sistema di tutela dei minori più fragili e svantaggiati in un processo di parti, giudicato da una magistratura priva della componente fondamentale dei giudici onorari e della indispensabile collegialità, elementi necessari in materie tutt’altro che semplici e dall’impatto molto invasivo nella vita delle persone. Anche AIMMF da tanto chiedeva la istituzione di un Tribunale Unico, ma con caratteristiche ben diverse da quelle in discussione, che purtroppo non sembrano tenere in considerazione la complessità di una materia spesso sottovalutata e poco conosciuta.

                Cosa sente di portare all’Associazione dalla sua precedente esperienza?

                Sono attiva in Associazione dal 2007, dal 2014 al maggio di quest’anno sono stata vice-presidente per due mandati e ho vissuto in prima persona il tentativo di soppressione del 2016. Dal 1993 faccio il giudice minorile, sono stata giudice al TM di Genova, sostituto alla Procura Minorile ligure, poi Procuratore Capo, ora Presidente di un Tribunale per i minorenni…insomma la mia è una passione antica non ancora sopita , metto a disposizione l’esperienza acquisita sul campo e testimonio la bellezza di un lavoro che , nei suoi vari aspetti, non distrugge ma, provando a riparare ferite, restituisce speranza e a me regala di ritorno il senso della utilità  verso chi è più fragile. Le assicuro che certe udienze danno la sensazione di avere inciso positivamente nella vita delle persone e questo è estremamente gratificante.

                Agganciandoci all’attualità: qual è il suo parere sulla tematica della idoneità genitoriale e l’allontanamento dal nucleo familiare dei bambini effettuato in emergenza? Quali sono i miglioramenti da apportare al sistema e gli aspetti da rafforzare per garantire i diritti dei bambini in quei contesti?

                È una domanda che richiederebbe un trattato: cerco di sintetizzare in poche battute e di chiarire gli equivoci nati da notizie di stampa distorte. Nonostante l’allarme dato da certi media, i dati attestano che l’Italia allontana i bambini dalle loro famiglie in modo assai contenuto. A valle della terribile vicenda Bibbiano, il Ministero di Giustizia raccolse i dati da tutti gli uffici giudiziari italiani: emerse che la percentuale italiana di allontanamenti è assai esigua rispetto a quelle degli altri Paesi europei, si parla dell’1,4‰, contro il 10,6‰ di Francia e Germania e il 4,4‰ della Spagna. Proprio in questi giorni stiamo raccogliendo per la Ministra i dati degli allontanamenti negli ultimi due anni e almeno nel mio distretto, devo dire che sembrano addirittura diminuiti. Temo anche in ragione di una minore attenzione della scuola e dei luoghi frequentati dai minorenni, inattivi a causa del lockdown, e questo non ha consentito purtroppo il necessario controllo anche indiretto sulle famiglie disfunzionali.

                Inoltre gli allontanamenti urgenti nella mia esperienza sono sempre legati a situazioni emergenziali (tipo il bambino trovato dalla Polizia di notte in stazione da solo o consegnato dalla madre sotto l’effetto di sostanze stupefacenti ad un passante; la ragazzina segregata in casa per ragioni religiose, costretta a non andare a scuola e a fare le faccende domestiche con maltrattamenti fisici gravi a fronte dei suoi rifiuti;  la bambina costretta a seguire la madre mentre si prostituisce sulla strada etc. ). Avvengono previo contatto delle forze dell’ordine e dei servizi con il pubblico ministero di turno e sono riservati a situazioni gravissime. Certo, sono scelte molto delicate che impongono una valutazione a più voci e l’assenza di superficialità.

                Fa peraltro positivamente parte della riforma in itinere anche l’introduzione di tempi processuali certi per la valutazione della fondatezza dell’allontanamento da parte dell’autorità giudiziaria. Quello però che voglio ribadire è che si tratta di una attività protettiva dell’infanzia gravemente in pericolo, attività che compete allo Stato, in attuazione di principi costituzionali che attribuiscono la priorità al bimbo da tutelare rispetto alle garanzie degli adulti. Sembra invece a volte che si voglia negare il dolore e la sofferenza di certi bambini, esaltando quella che è solo una idea della famiglia amorosa che purtroppo a volte non coincide con il reale.

                Cosa ne pensa dell’idea di nominare un avvocato dei minori per ogni minore che sia allontanato dalla sua famiglia d’origine, quale che sia il motivo, che lo monitori e ne tuteli i diritti per tutto il periodo dell’allontanamento fino al rientro in famiglia o all’adozione? Potrebbe essere, questa, una figura di controllo affinché ogni soggetto che interviene nella procedura faccia propriamente e nei giusti tempi ogni azione necessaria?

                Condivido senz’altro la necessità di nominare un avvocato curatore speciale del minore nei casi in cui il bimbo sia in conflitto di interessi con i genitori. Anche questo è un tema toccato dalla riforma che ci vede in accordo. Tuttavia, sostengo che occorra per queste figure professionali una formazione dedicata e multidisciplinare, perché trattare con un bambino non è cosa banale e semplice e un operatore non preparato rischia di creare un danno e non fornire una tutela. Occorre che il curatore impari a parlare la lingua dei servizi con i quali creare sentieri di condivisione dei progetti e di confronto costruttivo, non di contrapposizione sterile. Perciò, vorrei che chi si propone per questo lavoro fosse prima di tutto un avvocato specializzato in diritto minorile e poi fosse obbligato ad un idoneo percorso formativo. Cosa che alcuni virtuosi ordini degli avvocati del Nord già fanno, ma l’Italia è lunga e diverse sono le situazioni.

                Passiamo alla Adozione internazionale. Come Lei sa, l’Italia è, insieme al Belgio, l’unico Paese europeo in cui l’idoneità degli aspiranti genitori è dichiarata da un’autorità giudiziaria. A suo parere ha senso questo sistema visto che, dal punto di vista sostanziale, la valutazione psico-sociale è di competenza dei servizi territoriali? Un documento di natura amministrativa, tra l’altro, potrebbe snellirebbe anche i tempi?

                So di dire una cosa che diverge dallo storico pensiero di Ai.Bi. . Io rivendico il mantenimento ai TTMM della valutazione finale delle coppie. È vero che l’osservazione e la relazione spetta ai servizi psico-sociali, ma nostro è il compito di verificarne la completezza, di discuterne in camera di consiglio le conclusioni spesso assai superficiali e veloci, di evidenziare aspetti da approfondire. Spesso il dolore per la sterilità provata dalla coppia induce un sentimento empatico nell’operatore psico-sociale e finisce per sfuggire che al centro c’è il bisogno del bambino ferito dall’abbandono di essere riparato e di poter contare su genitori dotati di risorse riparative appunto, non di genitori da consolare. I fallimenti sono peraltro frequenti dopo l’esplosione adolescenziale, le fughe di un genitore dalla responsabilità frequentissime, ecco perché la valutazione congiunta è secondo me molto significativa, se fatta consapevolmente. Anche la fretta non è una buona consigliera, il tempo della “gravidanza adottiva” può essere riempito di significato e di riflessione.

                Molti Tribunali per i minorenni emettono idoneità con decreti vincolati – per esempio con l’indicazione di una età massima dei bambini che non rispetta la previsione di legge, restringendo i bambini potenzialmente beneficiari dell’adozione in base a una caratteristica soggettiva per cui sarebbe vietato discriminare. Tali vincoli rendono difficile, se non impossibile, la prosecuzione dell’iter, perché risultano inutilizzabili rispetto ai bambini realmente adottabili in molti paesi da parte delle coppie. Non sarebbe meglio emettere un diniego o comunque tentare almeno di formare realmente, anziché assecondare, le coppie che giungono agli incontri con i servizi esprimendo idee astratte sull’adozione desiderata?

                Credo che l’intento sia quello di descrivere le reali risorse delle coppie che non sono proprio da buttare, ma hanno capacità limitate e così orientare anche l’ente. Un diniego non sarebbe giusto, inoltre nella mia esperienza il diniego innesca la ferita narcisistica, la coppia impugna il rigetto in appello e ottiene tutto senza troppi ragionamenti. Noi cerchiamo di accompagnare nel corso di più udienze le coppie alla rinunzia e alla riflessione che nasce dalla loro rivalutazione, in questo modo riusciamo a non ferirle. Spesso funziona, a volte no. Vede che il TM serve!?!

                Come giudica l’operato degli enti autorizzati? Ci sono profili che Lei vede migliorabili nella legge e nella prassi delle adozioni? Se sì, quali?

                Non conosco tutti gli Enti, posso dire che hanno stili operativi molto diversi fra loro. Credo che una CAI ben funzionante sia già una garanzia, senza bisogno di altro. È fondamentale la collaborazione e lo scambio di esperienze arricchenti fra gli Enti storici e quelli più giovani.

                Cosa sarebbe necessario, più in generale, secondo Lei, per migliorare il sistema dell’adozione internazionale?

                Le domande di adozione internazionale sono in forte calo per tanti motivi, crisi economica, incertezza del futuro, un individualismo sempre più accentuato, una “scarsa tenuta “degli adulti  di fronte alle frustrazioni. La legge funziona e non sono gli strumenti legislativi a fare la differenza. In Italia si legifera troppo e spesso di fretta, senza poi curare che esistano le risorse reali per dare effettività alle leggi. Occorre lavorare sulla cultura dell’accettazione della diversità. Avere figli non è un diritto, l’adozione è un innesto che a volte fiorisce a volte meno, ma i genitori che hanno voluto fortemente questi figli devono tenere la posizione e reggere di fronte ad esiti non sempre felici. Tutto ciò si ottiene con risorse del welfare dedicate alla formazione del prima e al sostegno immediato del dopo adozione, sostegni che non devono essere percepiti dalle coppie in modo persecutorio e infastidito.

                               AiBinews            15 novembre 2011

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VIOLENZA

La violenza sulle donne e la falsa uguaglianza

                Oltre l’indignazione, le domande. Il 25 novembre si celebra la giornata contro la violenza sulle donne. Già il fatto che si stato necessario istituire una simile ricorrenza dimostra che il problema è grave. Mentre, nel corso degli ultimi anni, diminuisce progressivamente il numero complessivo di omicidi commessi nel nostro Paese, lo stesso non avviene per quelli che hanno come vittima le donne: 133 nel 2018, 111 nel 2019, 112 nel 2020, già 100 alla fine dell’ottobre di questo 2021 (contro 93 alla stessa data nel 2020). E molti di questi fatti di sangue hanno come protagonisti i mariti o partner delle vittime.

                L’ultimo caso, agghiacciante, a Sassuolo, dove un uomo ha ucciso la compagna, Elisa Mulas, con la madre e due figlioletti, dopo che la storia della coppia era ormai finita da qualche mese. Da allora l’uomo minacciava la donna e proprio qualche giorno fa Elisa lo aveva denunciato. Purtroppo vanamente. Dopo la strage l’omicida si è, a sua volta, tolto la vita.

                Quello dei femminicidi è uno dei pochi fenomeni su cui l’opinione pubblica del nostro Paese si trova a convergere in una unanime condanna. Non sempre, però, a questa compattezza nel denunciarne la gravità si accompagna uno sforzo adeguato per comprenderne le ragioni. Ci si ferma, per lo più, all’indignazione, alle denunce generiche, ai buoni propositi, col serio rischio di cadere in una sterile retorica. Forse non guasterebbe un pizzico in più di riflessione, che porterebbe inevitabilmente a porsi qualche domanda.

                Un paradosso: uguaglianza e violenza. Perché certo è paradossale che la violenza contro le donne sia cresciuta proprio in una fase storica in cui finalmente è stata loro riconosciuta (almeno in linea di principio: la pratica è un’altra cosa) la parità in moltissimi settori della vita sociale. Come mai in questo tempo, che vede riconosciuta (ripeto: almeno formalmente) l’uguaglianza tra i due sessi, quello che più ha fruito di questo riconoscimento (finalmente!) si trova ad essere oggetto di violenza?

                Un tentativo di risposta potrebbe venire dalle analisi di uno dei maggiori studiosi contemporanei dell’origine e del significato della violenza, il noto antropologo René Girard, il quale, nelle sue opere, ha sostenuto che la violenza non nasce malgrado l’uguaglianza, ma proprio a causa di essa. Per Girard la reciproca aggressività tra gli esseri umani si scatena per un gioco mimetico, per un istinto di imitazione che spinge ciascuno a desiderare ciò che gli altri desiderano. La violenza, nella sua forma selvaggia, incontrollata, nasce dalla perdita delle differenze che dovrebbero, distinguendoli, orientare i soggetti verso obiettivi diversi e consentire loro di rapportarsi armoniosamente. «Non sono le differenze», nota lo studioso, «ma la loro perdita a provocare la rivalità pazza, la lotta a oltranza tra gli uomini di una stessa famiglia o di una stessa società». Sono gli uguali a cozzare l’uno contro l’altro: «Due desideri che convergono sullo stesso oggetto si fanno scambievolmente ostacolo.

                Qualsiasi mimesis che verta sul desiderio va automaticamente a sfociare nel conflitto». Per Girard emblematico di questa violenza mimetica è il caso del fratricidio: Caino e Abele, Romolo e Remo. In questo scontro, i contendenti non si caratterizzano più per la loro identità, ma proprio perché la perdita di essa li mette tragicamente in condizione di non potersi più differenziare: «La crisi getta gli uomini in un perpetuo affrontarsi che li priva di ogni carattere distintivo, di ogni ‘identità’». È la tragica esperienza della massificazione che, all’insegna delle mode dominanti, appiattisce i singoli e li omologa. Girard evoca, a questo proposito, «la metafora del diluvio che liquefà ogni cosa, trasformando in poltiglia il mondo solido».

                Vi è qualcosa di questa analisi che sembra appropriato al problema del femminicidio. Anche in passato le donne venivano uccise, ma ciò che caratterizza i femminicidi come fenomeno sociale contemporaneo è il fatto che essi nascono spesso dalla giusta pretesa delle donne di godere degli stessi diritti e della stessa libertà degli uomini. Di far valere, insomma, la loro tanto proclamata uguaglianza. È questo che i loro partner non accettano, reagendo con la violenza. Una violenza che, infatti, a bene vedere, non nasce – come nelle uccisioni di donne del passato – dalla prepotenza del maschio, ma dalla sua disperazione nello scoprire la propria debolezza di fronte all’emergere della libertà di un soggetto che non riesce più a controllare. Una disperazione che a volte sfocia, come nel caso dell’assassino di Elisa Mulas, nel suicidio.

                Autorealizzazione e omologazione. Non c’è dunque soluzione a questa inquietante corrispondenza tra crescita nell’uguaglianza e violenza sulle donne? Prima di accettare una simile conclusione sarebbe il caso di chiedersi se davvero l’uguaglianza debba tradursi – come nella interpretazione datane da Girard – in una perdita delle differenze.

                È possibile una uguaglianza che non sia omologazione, che si realizzi cioè non malgrado le diversità, ma proprio attraverso di esse? Forse sì, ma a patto di superare alcuni luoghi comuni che oggi contribuiscono a questo appiattimento e, d conseguenza, danno luogo alla conflittualità selvaggia tra gli individui. Uno è sicuramente quello per cui, nella crisi generale dei valori e dei fini tradizionali, la sola molla delle nostre scelte è rimasta la ricerca dell’autorealizzazione. Se oggi si chiede a un giovane perché vuole fare una professione, per esempio quella del medico, nella stragrande maggioranza dei casi la risposta sarà che vuole realizzarsi.

                E in questo, sicuramente, vi è qualcosa di valido, che l’idea di missione, dominante nel passato, rischiava di lascare in ombra. Ma vi è anche la caduta in un eccesso opposto, che nasconde, a sua volta, un aspetto decisivo. Perché la medicina non è nata affinché i medici si realizzino, ma per curare i malati. Come del resto qualunque altra professione, essa implica che la realizzazione dichi la pratica sia la conseguenza del perseguimento del fine proprio di quello specifico lavoro. La missione non è tutto, ma non può essere liquidata, come oggi avviene.

                Qualcosa del genere vale per il rapporto di coppia. Se due persone si sposano o intraprendono una convivenza stabile solo perché ognuno dei due cerca in questo di realizzarsi, e non per costituire una famiglia – qualcosa di più, insomma, della somma dei rispettivi interessi – il risultato inevitabile sarà la precarietà di una relazione che durerà solo finché uno dei due non avrà l’impressione che si può realizzare meglio con una persona diversa dal suo attuale partner. Lo slogan «stiamo insieme finché stiamo bene insieme» implica che non ci sia – che non sia mai nata – una comunità vera, a cui sacrificare qualcosa dei propri interessi particolari. La crisi attuale di tanti matrimoni, come l’instabilità di tante convivenze, è legata a questa premessa.

                Nel mito dell’autorealizzazione, assolutizzata e resa indipendente dai suoi contenuti concreti, vengono inghiottite, come in un buco nero, le differenze di fini che distinguono la realizzazione di una persona da quella di un’altra. Se tutti vogliono solo realizzarsi, non ci sono più capacità e compiti specifici che caratterizzino la realizzazione di uno rispetto a quella dell’altro.

                Questo vale anche per l’uomo e la donna. Alcune note studiose femministe (Butler, Haraway) insistono sulla necessità per le donne di rinunziare alla prospettiva della maternità. Naturalmente, in nome dell’autorealizzazione. In questa lotta per la stessa cosa – la vuota realizzazione di sé – si traduce efficacemente anche la logica della società neocapitalista, che distingue le presone non per quello che sono, nella loro inconfondibile e preziosa identità, ma per il loro maggiore o minore successo.

                L’uguaglianza, come in «Squid game» [serie tv sudcoreana], sta nell’avere lo stesso punto di partenza per questa corsa alla sopravvivenza, anche a costo della vita degli altri. In questo grande gioco gli uomini scoprono nelle donne delle concorrenti. E sperimentano il capovolgimento dei ruoli, perché, adottando il loro stesso stile, esse spesso sono in grado di raggiungere risultati migliori. Abituato da sempre a un predominio di genere, che prescindeva dalle qualità personali dei singoli e si fondava aprioristicamente sulla sua identità biologica, il maschio si trova spiazzato dall’ascesa vertiginosa di donne sempre più capaci di rimettere in discussione il suo primato sia nel campo degli studi e del lavoro, che in quello della vita sessuale ed affettiva.

                Questo spiega perché l’uguaglianza – “questa” uguaglianza, che annulla le differenze perché sostituisce alle persone e ai loro desideri una corsa selvaggia all’autorealizzazione – produca i femminicidi. Il maschio, sgomento e infuriato, reagisce con la violenza. Verso l’altra e, alla fine, verso se stesso.

                Uomini e donne si possono salvare solo insieme. Ci vogliono le leggi, ci vogliono sistemi più efficaci di tutela delle donne, ma nessuna risposta giuridica o di pubblica sicurezza può sostituire quella che dovrebbe essere rappresentata da una rivoluzione culturale, capace di restituire all’autorealizzazione i suoi contenuti e, con essi le differenze tra le persone. Solo la ricoperta di un’uguaglianza nella diversità potrà garantire agli uomini il recupero della loro identità maschile, in una logica che non sia quella del potere e del dominio – come spesso è stato in passato – e, alle donne, un’emancipazione che non le liberi solo da una mortificante subordinazione, ma anche dai parametri culturali devianti mutuati proprio dal mondo maschile. Per salvare le donne dalla violenza bisogna aiutare gli uomini a ritrovare se stessi in una prospettiva nuova, dove autorealizzazione e missione si compenetrino. E per salvare gli uomini bisogna aiutare le donne a vivere la loro giusta emancipazione a tutti i livelli – affettivo, professionale, politico – puntando sulla loro identità, prima che sul successo.

Giuseppe Savagnone                    Tuttavia               19 novembre 2021

www.tuttavia.eu/2021/11/19/la-violenza-sulle-donne-e-la-falsa-uguaglianza

 

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