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NewsUCIPEM n. 886 – 28 novembre 2021

Le news per essere più aggiornate, trascurano gli ultimi numeri, dal n. 869, che saranno recuperati gradualmente

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

  • Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.
  • Link diretti e link per pdf -download a siti internet, per documentazione.

                I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

                Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.

                In ottemperanza alla direttiva europea sulle comunicazioni on-line (direttiva 2000/31/CE), se non desiderate ricevere ulteriori news e/o se questo messaggio vi ha disturbato, inviate una e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con richiesta di disconnessione.

                Chi desidera connettersi invii a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. la richiesta indicando nominativo e-comune d’esercizio d’attività, e-mail, ed eventuale consultorio di appartenenza.    [Invio a 1.391 connessi]

 

1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

 

02 ASSOCIAZIONI                               AICCeF - È on line il n.4\2021 del Consulente familiare

03 AUTORITÀ GARANTE MINORI   Nuova Carta di Treviso, “Ora va fatta rispettare”

03 BIBBIA                                             Rosanna Virgili: Contro la violenza sulle donne. È questione di non fingere

05                                                          Corrado Augias. La Bibbia come non l’avete mai letta

06--                                                        Piero Stefani "Bibbia a frammenti. Tra oralità e scrittura"

08CENTRO INT. STUDI FAMIGLIA  Newsletter CISF - n. 45, 24 novembre 2021

10 CHIESA di TUTTI                            Massimo Faggioli.Si riapre il processo al Concilio Vaticano II

12                                                          Franco Garelli La chiesa alla prova de pandemia. La Chiesa ritroverà il suo popolo?

18 CHIESA IN ITALIA                          Eppur non si muove. In Italia nessuna Commissione indipendente sugli abusi

19 CHIESA UNIVERSALE                    Una nuova strada nei rapporti tra Chiesa e Stato?

20                                                          Vescovi e preti sposati non “hanno abbandonato la casa di Dio”

21                                                          Francia: i religiosi oltre l’abisso?

23                                                          Una nuova strada nei rapporti tra Chiesa e Stato?

25                                                           Alcune prassi di nomine episcopali

27 CONF. EPISCOPALE ITALIANA    Assemblea Cei e il Sinodo                              

27                                                          card. Grech “il cammino sinodale in Italia sarà di esempio alle altre Chiese

28                                                          75ª Assemblea Generale Straordinaria: il Comunicato finale

30 CONSULTORI UCIPEM                  Al servizio della famiglia i caregiver familiari e lo stress, ecco i consigli

32 CORTE COSTITUZIONALE             La legge non cambia per l’adozione ai single

32 DALLA NAVATA                             I Domenica d’Avvento – Anno C - 28 novembre 2021

34 DIBATTITI                                        Urge una legge sull’eutanasia

35                                                          La vita non è mai disponibile Provo turbamento, ma anche rispetto

36                                                          Il punto è la dignità della persona

37                                                          Alleviano il dolore, contrastano la depressione: cure palliative, la soluzione

39                                                          Mancuso: Su etica e diritti la Chiesa non brilla. La vita è sacra, ma solo se è libera

40                                                          I cattolici che vogliono l’eutanasia legale, nonostante il Vaticano

41 DONNE                                            Si alza il velo sulle donne di scienza ingiustamente oscurate

43 DONNE NELLA (per la )CHIESA   Potenti ma sole

45                                                          Nella diocesi di Mainz una commissione di donne lavorano per la parità di diritti

45 FRANCESCO VESCOVO ROMA    Beato il Vescovo  

47                                                          Il Papa vuole una verifica sulla riforma delle nullità matrimoniali in Italia

48                                                          Cause di nullità: il Pontefice contro i vescovi italiani con un altro motu proprio

48                                                          Lettera apostolica in forma di «motu proprio» del sommo pontefice Francesco

50 GOVERNO                                       “Famiglie protagoniste. Politiche per il presente e il futuro del paese”

50 PARLAMENTO                                Pdl relativo alla liceità dell’eutanasia

50PROCREAZIONE SURROGATA     Gestazione per conto d'altri tra proposte liberticide e tutela del minore

53 RIFLESSIONI                                   La solidarietà al posto dei muri

54 SIN0DO                                            Spiritualizzare tutto per non cambiare niente

55                                                          Una Chiesa sinodale

57                                                          Una tiratina d’orecchi al cammino sinodale italiano?

58                                                          Lucia Vantini «Per una Chiesa in ascolto: donne e sinodalità»

59                                                          De Sandre. Guardare alle radici delle differenze per superare i conflitti

61 TESTIMONI DEL CONCILIO         Mons. Bettazzi compie 98 anni: gli auguri di Pax Christi

63                                                          Il messaggio e i tempi

65                                                          La Chiesa del grembiule. Da don Tonino Bello a papa Bergoglio

67 VIOLENZA                                       25 novembre – La violenza dietro la porta di casa

 

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ASSOCIAZIONI

Associazione Italiana Consulenti Coniugali e Familiari - AICCeF

On line il n.4\2021 del Consulente familiare (97 pagine)

♦ Ai Lettori

♦ Lettera della Presidente

♦ La Giornata di Studio del 17 ottobre. Interventi di

www.aiccef.it/it/news/la-prossima-giornata-di-studio-aiccef-ci-sara--domenica-17-ottobre.html#cookieOk

Lidia Maggi. Quando arriva la tempesta. Le relazioni affettive alla prova

Brunetto Salvarani. C’è un tempo per ogni cosa. Riscoprire la ritualità, il silenzio e il racconto

Rita Roberto intervista Stephany Wolsieffer

Caranita Wolsieffer e Antonella Deponte. La perdita ambigua nella consulenza familiare

♦ L’intervista in esclusiva a Pauline Boss

♦ La cerimonia di consegna dei Diplomi all’Università Lateranense

♦ L’Assemblea dei Soci del 21 novembre e la modifica allo Statuto. Le novità

Art.3 L’Associazione tiene ed aggiorna l’Elenco di coloro che ritiene abilitati all’esercizio della professione di Consulente della coppia e della famiglia

♦ Le elezioni e l’intervista alla nuova Presidente

Stefania Sinigaglia è riconfermata Presidente dell’Associazione, e Sergio Martinenghi e Pino Semeraro presidenti rispettivamente dei Revisori dei conti e dei Probiviri.

www.aiccef.it/it/news/eletto-il-nuovo-consiglio-direttivo-stefania-sinigaglia-presidente-dell-associazione-importanti-novita--nello-statuto.html#cookieOk

♦ Vi raccontiamo una storia (quella dell’AICCeF) Rita Roberto

♦ A proposito di famiglia di Ivana De Leonardis

♦ Essere Consulenti familiari.  Il ponte tra cielo e terra Maddalena Langone (Potenza)

                                                               Pensieri di una consulente in quarantena Gaia Zanini (Padova)

♦ Letto e visto per Voi                Davide Monaci e Rita Serino

♦ Lettere all’Aiccef

♦ Notizie Aiccef                             Lo statuto aggiornato al 21 novembre 2021

https://drive.google.com/file/d/1MZrL4m0WSFXr0ZOWOoDGZIl_u7mX_Xms/view

 

Sono stati ammessi 54 Soci Effettivi. I Soci Aggregati sono 508 e i Soci Effettivi sono 697, un totale di 1.205

www.aiccef.it

 

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AUTORITÀ GARANTE MINORI

Nuova Carta di Treviso, l’Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza: “Ora va fatta rispettare

                Carla Garlatti: “Non è sufficiente sanzionare: occorre proteggere bambini e ragazzi prima che possano subire danni”. Cnog e Fnsi investano in sensibilizzazione, formazione e monitoraggio. Con l’entrata in vigore della nuova Carta di Treviso, documento deontologico fondamentale per i giornalisti italiani in materia di infanzia, aumentano gli strumenti a tutela dei minorenni quando sono oggetto di informazione. “Ora però la Carta va fatta rispettare” afferma l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza (Agia) Carla Garlatti. “Non è sufficiente sanzionare: occorre proteggere bambini e ragazzi prima. Un intervento successivo – che sia sanzionatorio, interruttivo o risarcitorio – non sarebbe sufficiente a riparare i danni subiti dal minorenne, per il quale, peraltro, le conseguenze possono protrarsi a lungo”.

                Perché ciò avvenga, l’Autorità garante ha raccomandato al Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti (Cnog) e alla Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) di svolgere attività di sensibilizzazione, formazione e monitoraggio dell’applicazione del nuovo documento deontologico. Tali indicazioni sono contenute nel parere che l’Autorità garante ha formulato nell’estate scorsa sulla bozza della Carta, redatta da un gruppo di lavoro al quale ha partecipato come osservatore. Nella nota erano contenute anche altre sollecitazioni che sono state recepite in sede di approvazione.

                Quanto ai contenuti, Carla Garlatti evidenzia alcuni significativi passi avanti. “È stato rafforzato il rispetto dell’anonimato, grazie a una più accurata precisazione degli elementi ritenuti in grado di portare all’identificazione del minorenne anche in assenza della pubblicazione della sua identità o successivamente a essa.  È da sottolineare poi come sia stata articolata in modo puntuale la disciplina applicabile alle fasi di raccolta e diffusione delle notizie, finora priva di regolamentazione.

                Si prevede tra l’altro che il minorenne vada interpellato solo quando le informazioni che può fornire siano essenziali alla ricostruzione degli eventi. Significativo, infine, il fatto che resta comunque in capo al giornalista la responsabilità di valutare se la pubblicazione sia o meno nel concreto interesse del minore e non produca conseguenze negative nei suoi confronti, a prescindere dall’eventuale consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale”.

                La revisione della Carta di Treviso del 1990, aggiornata nel 2006, è stata affidata nel 2020 dal presidente del Cnog il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Verna a un gruppo di lavoro costituito dai giornalisti Franco Elisei (coordinatore), Michele Partipilo, Daniela Scano e Nadia Monetti; dal presidente del Tribunale per i minorenni di Palermo Francesco Micela e dallo psicologo delle università Bicocca e Cattolica di Milano Matteo Lancini. Alle attività di redazione hanno preso parte due rappresentanti dell’Agia in qualità di osservatori. Il documento, una volta sottoscritto dalla Fnsi, è stato approvato dal Cnog il 6 luglio scorso e ora è entrato in vigore dopo la presa d’atto del Garante per la protezione dei dati personali.

Agia notizie 23 novembre 2021

www.garanteinfanzia.org/nuova-carta-di-treviso-lautorita-garante-linfanzia-e-ladolescenza-ora-va-fatta-rispettare

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BIBBIA

Rosanna Virgili: Contro la violenza sulle donne. È questione di non fingere

 

                Tra le tante storie che, nella Bibbia, denunciano la violenza sulle donne ce n’è una che è tenuta sopita per la vergogna e l’orrore che narra ed è quella della moglie del levita di Efraim, nel terzultimo capitolo del libro dei Giudici. Proprio a essa ho pensato guardando, in questi giorni, un film su Lea Garofalo, giovane donna e madre uccisa, fatta a pezzi e bruciata dal suo compagno insieme ai suoi compari, tutti ’ndranghetisti. Il punto condiviso è, infatti, quel corpo fatto a pezzi che riguarda anche la 'concubina' del levita. Leggendo un testo tanto antico si resta gelati da un brivido d’impotenza, vedendo come la storia che porta sino a noi non sia stata affatto efficace: non abbiamo imparato la lezione. E pensare che quelle pagine arcaiche erano scritte allo scopo che quant’era accaduto non avvenisse mai più e non certo perché ci si giustificasse dicendo: e che c’è di male a fare a pezzi il corpo di una donna, visto che lo fece anche il levita di Efraim? Visto che: 's’è fatto sempre così? Ed ecco una prima riflessione: hanno ragione quelli che dicono che la violenza sulle donne scaturisce da un piano culturalmente elaborato e non semplicemente da istinto, gelosia, passione, rabbia.

                Tornando alla donna del levita troviamo conferma di ciò. La storia si sviluppa in più tappe: la prima è quella in cui egli va a riprendersi la moglie che era tornata a casa da suo padre perché non riusciva più a convivere con lui. Chissà quali motivi l’avevano indotta a tale passo, forse perché già suo marito si era mostrato possessivo e brutale. Ma quando – e legittimamente! – quegli la vuole riportare a casa trova come alleato il padre di lei che gliela riconsegna. Così non resta più nessuno a proteggerla ed ella ricade nelle mani del marito. Il quale agisce con egoismo sovrano, legittimato dalle consuetudini del tempo, per cui offre il corpo di sua moglie al posto del suo, agli abitanti di Gabaa quand’essi volevano aggredirlo, durante il suo viaggio di ritorno. Persino l’uomo che lo ospitava avrebbe ceduto la sua figlia vergine per essere da loro 'violentata' al posto del levita la cui persona era, invece, sacra e inviolabile. E fu, quindi, per il rifiuto dei Gabaoniti che: «Il levita afferrò sua moglie e la portò fuori da loro. Essi la violentarono fino all’alba» mentre il marito, dentro, dormiva tranquillo. E quando si alzò e uscì per rimettersi in marcia verso casa, vide sua moglie che giaceva sulla soglia e le disse: 'Alzati, dobbiamo partire'. Ma lei non rispose. Ed ecco la seconda riflessione che inizia con la domanda: di chi sono le responsabilità del massacro delle donne, delle madri, delle figlie, delle mogli? Dal racconto non sembra che si possano caricare su un uomo solo, ma su un complesso sistema politico, sociale, istituzionale, su atteggiamenti radicati culturalmente, su una civiltà in cui la donna deve portare il peso delle debolezze, delle immaturità e delle vigliaccherie, delle ambizioni, delle frustrazioni, della violenza che si accumula dentro le relazioni umane – private e pubbliche – in cui non c’è giustizia, amicizia, pari dignità, equilibrio di parola e di ascolto, di diritti e di doveri, fra gli uomini e le donne, fra i mariti e le mogli.

                La vergogna di quant’era accaduto a Gàbaa, e a cui anch’egli aveva dato il suo fatale contributo, colpisce la coscienza del levita che trova il coraggio di un veritiero, ancorché mostruoso gesto: quello di prendere un coltello e fare in dodici pezzi il corpo di sua moglie quindi spedirli «in tutto il territorio di Israele», a tutte le sue dodici tribù. Quelle membra senza vita dicevano a chi le riceveva: «È forse mai accaduta una cosa simile? Pensateci, consultatevi e decidete». Questa parola è scritta anche per noi, deve colpire le nostre coscienze innanzitutto come corpo ecclesiale, come 'territorio' dei credenti, e poi come cittadini d’Italia dove ogni tre giorni una donna viene messa a morte, spesso insieme ai suoi figli. Non è più tempo di far finta che siano delitti in cui non siamo coinvolti; non possiamo più evitare di rispondere all’invito del levita di «pensare, consultarci, decidere ». È tempo non solo di chiedere perdono alle donne, ma di farci voce di un grido di riscatto che viene dal ventre della terra, dalle vergogne e lo strazio della nostra storia e dalla lealtà della Parola.

Rosanna Virgili, biblista e scrittrice, docente di Esegesi presso l’ITM (Pontificia Università Lateranense).

Relatrice al Congresso UCIPEM del 2003 a Vicoforte (CN)

www.alzogliocchiversoilcielo.com/2021/11/rosanna-virgili-contro-la-violenza.html

 

La Bibbia come non l’avete mai letta

                Esce, su progetto di Enzo Bianchi, la prima versione non confessionale della raccolta di testi letterari cui fanno riferimento ebrei e cristiani. I credenti la ritengono ispirata da Dio, per chi non crede rimane un documento fondamentale della cultura occidentale, per tutti è una raccolta di opere letterarie di straordinario valore. Un libro-Scrittura per gli Ebrei (Tanak), per i cristiani "la Bibbia", piccola biblioteca di testi raccolti in circa mille anni, scritti in ebraico, aramaico e greco. Einaudi ne pubblica la prima versione italiana non confessionale, affidata a studiosi di indiscussa autorevolezza. Notevole impresa editoriale, tre volumi benissimo illustrati, 3.700 pagine diretta da Enzo Bianchi, curatele di Mario Cucca, Federico Giuntoli, Ludwig Monti [www.edizionisanpaolo.it/autore/ludwig-monti.aspx] , ampie introduzioni narrativo-esplicative per ognuno dei libri.

                La Bibbia è un insieme di testi prescrittivi, sapienziali, profetici, poetici, storici, epistolari, messi insieme con un processo lungo e affascinante, letti, interpretati, tradotti in modi molto diversi nel corso dei secoli. I primi cinque libri della parte nota come Antico Testamento (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio) racchiudono per gli Ebrei la Legge (Torah) che il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe ha rivelato a Mosè, il primo maestro (Rav - Rabbi/Rabbino), guida del popolo ebraico.

                All'Antico Testamento i cristiani hanno aggiunto altri ventisette libri da loro chiamati Nuovo Testamento o Nuova Alleanza: quattro vangeli riconosciuti (tra i tanti) come canonici, gli Atti degli Apostoli che sono, in massima parte, la "biografia" di Paolo, numerose epistole, l'Apocalisse.

                Enzo Bianchi ricorda nella prefazione che di queste migliaia di pagine, esistono letture diverse all'interno dell'ebraismo, letture diverse per i cristiani, infine letture diverse anche per i non credenti che però non possono non riconoscere in questa straordinaria raccolta "Il Grande Codice" come l'ha definita il critico letterario canadese Northrop Frye. Testi che si smentiscono a vicenda, confliggono, raccontano con le parole più seducenti l'amore carnale ma anche l'ascesi più pura, la crudeltà e la dedizione, la necessità del conflitto e l'aspirazione alla pace, in buona sostanza compendiano e si fanno specchio dell'abissale complessità dell'animo umano.

                Per molto tempo la Bibbia è stata considerata un testo prescrittivo, ispirato da Dio allo stesso modo in cui Allah avrebbe dettato al profeta Maometto la sua volontà (il Corano). Oggi le chiese cristiane pur riconoscendo che nella Bibbia è compresa la parola di Dio, ammettono che quei testi sono soprattutto opera umana, scritti da esseri umani e che le vecchie letture fondamentaliste sono ormai improponibili.

                D'altra parte, la stessa traduzione dei testi biblici nelle varie lingue volgari ha posto seri problemi interpretativi che finiscono spesso per modificare la stessa teologia. Do alcuni esempi. Nell'edizione cattolica della Cei all'inizio della Genesi (per alcuni è meglio: il Genesi) si legge (1,2): "La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque". Nella nuova edizione Einaudi invece: "La terra era vacua e vuota, la tenebra era al di sopra dell'abisso e l'alito di Dio aleggiava al di sopra delle acque".

                L'originale ebraico "Ruach", osserva in nota il curatore Federico Giuntoli

[www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&ved=2ahUKEwiD5dDT_dH0AhUVhv0HHSDKAlwQFnoECAYQAQ&url=https%3A%2F%2Fwww.biblico.it%2Fprofessori%2FGiuntoli-CV.pdf&usg=AOvVaw29FqX8o5RJ-h1uDkWMTRRv]

è ambiguo e significa sia "alito" sia "spirito". In realtà, il più confessionale "spirito" non veicola bene il senso dell'ebraico, che può significare anche "vento" (anche l'alito è un vento...). Ruach è qui il "principio vitale" e, per il mondo antico, questo è costituito dall'"alito". La scelta interpretativa come si vede non è semplice, la filologia asseconda le intenzioni non solo la competenza dell'interprete. Un altro possibile esempio viene da Deuteronomio 26,5. L'edizione Cei recita: "Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa". Edizione Einaudi: "Mio padre era un Arameo sul punto di morire. Scese in Egitto, vi soggiornò come straniero con poca gente e vi diventò una nazione grande, numerosa e vasta".

                Precisa il curatore Federico Giuntoli: il verbo ebraico (avad) ha come significato primario quello di "morire", "essere distrutto". Raramente, solo se riferito al bestiame, significa "smarrirsi", "perdersi". Il testo, al contrario, allude abbastanza chiaramente alla severa carestia che imperversò in terra di Canaan, dunque al reale pericolo di morte per Giacobbe e la sua famiglia. Fu per sua causa, infatti, che Giacobbe e il resto della famiglia raggiunsero l'Egitto.

                Un ultimo esempio viene dal libro di Isaia; nell'edizione Cei leggiamo (7,14): "Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele". Nella nuova edizione Einaudi invece: "Eccolo: la ragazza resterà incinta e partorirà un figlio; il suo nome sarà Immanu-El". In nota il curatore Mario Cucca

[www.edizionisanpaolo.it/autore/mario-cucca.aspx]

spiega la lontana origine di una così diversa traduzione. Nel terzo secolo a.C., il faraone Tolomeo commissionò agli alti sacerdoti di Gerusalemme una versione in greco della Bibbia per la biblioteca di Alessandria. Il sommo sacerdote Eleazar nominò 72 sapienti ovvero 6 per ognuna delle 12 tribù d'Israele (poi semplificati in 70) i quali, trasferitisi sull'isola di Faro, in 72 giorni completarono l'opera. Quando si trattò di tradurre Isaia, il termine ebraico "almah" venne riportato con il greco "parthenos". Almah però significa giovane donna, ragazza mentre parthenos significa donna che non ha conosciuto uomo, vergine. In ebraico la "virgo intacta" si dice "betulah". Il vangelo attribuito a Matteo riprende l'impropria interpretazione, infatti, vi leggiamo (1,22-23): "Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele". Annota Mario Cucca: l'interpretazione tradizionale cristiana riconosce nel bambino l'annuncio del Messia figlio di Maria di Nazareth. Anche da qui deriva il dogma che attribuisce a Maria perenne verginità "ante et post partum".

                Nella sua prefazione, Enzo Bianchi [www.monasterodibose.it/comunita/fondatore/enzo-bianchi]

ricostruisce anche il secolare problema delle traduzioni perché la chiesa d'Occidente, avendo ricevuto le Scritture in ebraico, aramaico e greco si preoccupò di tradurle in latino. Aggiunge però Bianchi che: "Quando il latino si sviluppò nelle lingue volgari la chiesa cattolica attese alcuni secoli prima di rendere fruibile in quelle lingue il testo sacro". Il latino era presente nella liturgia e posseduto da molti sacerdoti ma solo raramente era comprensibile dal popolo dei credenti. Questo silenzio delle scritture diventò ancora più pesante dopo la riforma luterana del 1517. Nel 1559 sotto il pontificato fortemente reazionario di Papa Paolo IV Carafa, che tra l'altro creò a Roma il ghetto ebraico, venne istituito "L'indice dei libri proibiti" che: "poneva seri limiti alla possibilità di stampare, possedere, diffondere e leggere la Bibbia". La ragione era che l'inquieto frate agostiniano Martin Lutero [lettera a Melantone]aveva posto alla base della sua Riforma la Bibbia e la fede: "Pecca fortiter, sed fortius crede", pecca fortemente ma credi con ancora più forza. Due principi che minacciavano in modo diretto l'organizzazione fortemente gerarchizzata e politica della chiesa cattolica. In conclusione, la lettura della Bibbia nelle lingue volgari (come l'italiano) venne proibita ai fedeli.

                Ancora agli inizi del XX secolo, la paura del movimento cristiano noto come "modernismo" fece guardare con sospetto la traduzione della Bibbia in italiano. Ci furono, ricorda Enzo Bianchi, ripetuti attacchi da parte dei gesuiti di Civiltà cattolica e dello stesso papa Pio X. Bisognerà arrivare allo storico concilio Vaticano II negli anni Sessanta del Novecento perché cadano definitivamente sospetti e accuse nei confronti della Bibbia e degli Ebrei. A margine del Concilio si riconobbe tra l'altro la totale ebraicità di Gesù, dalla nascita alla morte. Gli Ebrei non vennero più indicati come "perfidi Giudei", al contrario giustamente indicati da papa Wojtyla come "fratelli maggiori" anche in senso scritturale.

Corrado Augias La repubblica 26 novembre 2021

www.repubblica.it/cultura/2021/11/26/news/bibbia_nuova_edizione-327952842/?ref=nl-rep-f-anr

 

Piero Stefani "Bibbia a frammenti. Tra oralità e scrittura"

                L'origine delle parole è quasi sempre la porta principale che conduce alla loro comprensione. Non fa eccezione il termine «Corano»: in base all’etimo rimanda non all’idea di scrittura bensì a quella di recitazione. Non per nulla, all’interno dello stesso testo sacro dell’islam è contenuto l’ordine rivolto a Muammad [Maometto in arabo] di recitare il Corano salmodiando (sura 73,4).La recezione piena della rivelazione si trova nell’atto di emanciparla dalla sua forma scritta per riconsegnare il Corano all’oralità. La recitazione (arte nell’islam particolarmente complessa) diviene l’espressione umana più conforme alla «parola di Dio» (kalam Allah ). Il considerare altamente meritorio sapere a memoria l’intero Corano è, a sua volta, una declinazione meno precisa di questa stessa idea. Esistono storie antiche che attestano come la recitazione sia la forma più autentica con cui si comunica la rivelazione. Una tradizione orale genuina (adith) relativa alla vita del Profeta riporta in proposito un episodio altamente significativo. Il Profeta chiese ad ‘Abd Allah figlio di Mas’ud di recitargli il Corano. Quest’ultimo si stupì: «“Io recitarlo mentre è stato rivelato a te?”. “Sì”, rispose». ‘Abd Allah cominciò a recitargli la Sura delle donne (IV). Quando giunse al versetto (il 45o) in cui s’afferma che verrà un giorno nel quale i miscredenti e ribelli contro Muammad desidereranno vanamente che la terra li nasconda, il Profeta disse di cessare. I suoi occhi erano pieni di lacrime. La recitazione restituisce a tal punto la forza della parola coranica da far sì che lo stesso Muammad si presenti sotto la veste di suo commosso uditore.

                Pur tenendo conto di tutte le enormi differenze del caso, è significativo porre in rilievo che nella Chiesa cattolica la clausola «parola di Dio» viene posta a coronamento di una pubblica lettura liturgica di brani biblici. Anche se questo aspetto è ben poco sottolineato, è fondamentale che la formula sia collocata dopo l’ascolto e non già prima come ammonimento all’assemblea rispetto a quanto ci si appresta a udire. Certo viene letta la provenienza (dal / dalla) e quindi si sa che la lettura è tratta dalla Sacra Scrittura; tuttavia ciò non toglie che la pericope [breve brano estratto da un testo] biblica divenga pienamente «parola di Dio» solo quando è ascoltata. È inconcepibile trovare stampato nel frontespizio della nostra Bibbia la sigla: Dei Verbum. Sarebbe addirittura da relegare nell’ambito del nonsense trovarsi di fronte a una copertina con scritto: Spirito Santo, La Bibbia. Formulazioni come «libro (o libri) di Dio» sono effettivamente presenti nel mercato librario, si tratta però di testi che parlano della Sacra Scrittura (o di altri scritti religiosi) e non già di una sigla posta in esergo a una nuova edizione della Bibbia. Unicamente nell’ambito di un’assemblea che la proclama, l’ascolta, la commenta e la medita la Bibbia è davvero Dei Verbum. Quando la messa si concludeva con la formula «Ite missa est» (improvvidamente resa in italiano con «andate la messa è finita») non era insolito udire l’opportuna raccomandazione che la celebrazione dovesse prolungarsi nella vita. Ciò valeva anche per la parola da meditare e comunicare quando si è in casa, quando si cammina per via, quando ci si corica e quando ci si alza (cf. Dt 6,7), ma anche quando la si rinnova con la preghiera distribuita lungo le ore della giornata. Prassi, quest’ultima, che i musulmani rendono ormai pubblicamente visibile in molte zone del nostro pianeta.

                L’autorità della Parola. Un termine ebraico per indicare la Bibbia è Miqra’; basta una conoscenza superficiale delle lingue semitiche per comprendere che si tratta della stessa radice del termine Qur’an (Corano). Il suo significato più che con recitazione può essere reso con «lettura ad alta voce». L’atto di leggere presuppone sempre la presenza di un testo scritto. La Bibbia rimane il punto di partenza posto al di sopra di ogni altra autorità. Esempi in tal senso sono presenti anche all’interno della stessa Scrittura. Uno dei più significativi riguarda la visione del sovrano proposta dal Deuteronomio. Nel vicino Oriente antico il re faceva e proclamava la legge senza essere sottoposto a essa; nella Bibbia invece sono presenti sia leggi sul re sia la prescrizione secondo cui il sovrano stesso deve diventare un lettore: «Quando si insedierà sul trono regale, scriverà per suo uso in un libro una copia di questa legge, secondo l’esemplare dei sacerdoti leviti. Essa sarà con lui ed egli la leggerà tutti i giorni della sua vita» (Dt 17,18s). L’indicazione non va presa alla lettera, come se il re si trasformasse in amanuense, si tratta piuttosto di un’istanza ideale volta a indicare come l’autorità della «parola di Dio» superi il più alto potere umano. Questo principio è chiamato a concretizzarsi in un rapporto quotidiano con quelle parole.

                Il riferimento al re è ideale, quello liturgico è reale. In ogni sinagoga c’è un armadio sacro (‘aron ha-qodesh) dentro il quale, ammantato in modo da richiamare gli antichi paramenti sacerdotali, c’è il Sefer Torah, vale a dire una copia manoscritta su pergamena dei primi cinque libri della Bibbia ebraica. Il libro è considerato sacro al punto da non poter essere toccato con le mani: per svolgerlo ci sono i bastoni, per seguirne la lettura, riga dopo riga, c’è uno sussidio apposito chiamato yad (mano). Il rotolo è estratto periodicamente per essere letto davanti all’assemblea. Il giorno di sabato costituisce il momento nel quale la proclamazione raggiunge la sua massima realizzazione. Nel corso di un anno viene proclamato l’intero Pentateuco. A tal fine la Torah è divisa in apposite sezioni. Nella festa di Simchat Torah (Gioia della Torah) viene letta sia l’ultima parashah («sezione») del Deuteronomio sia la prima della Genesi. Nella lectio continua non ci devono essere interruzioni. Il rotolo è sacro, la lettura è integrale e compiuta nella lingua originale. A essere scritte sono solo le consonanti. Impensabile che il Sefer contenga illustrazioni.

                Le cose stanno in maniera molto differente nel cristianesimo. Nella liturgia cattolica fin dal Medioevo si usa il Messale che riporta traduzioni (anche quella latina evidentemente lo era) e che può essere tanto illustrato quanto toccato. Il Messale contiene molte parti di provenienza non biblica. I testi tratti dalla Bibbia sono brani distinti (letture) mescolati a scritti derivati dalla tradizione della Chiesa. Nella forma attuale la lectio continua (che in realtà non è neppure davvero tale) è riservata solo alla Seconda lettura (che per questo motivo risulta la più avulsa dal contesto delle letture domenicali). La «parola di Dio» è ascoltata a frammenti. Ciò segna una forte divaricazione tra le letture liturgiche e la Bibbia recepita nella sua veste integrale di libro scritto.

                Non sembri un paradosso affermare che il Messale ha dato un contributo a rendere la Bibbia un libro, per tanti aspetti, paragonabile ad altri. Le maratone di lettura biblica sono una conferma e non una smentita di tutto ciò. Oltre a esser mimate su iniziative riservate ad altri libri, hanno la caratteristica di far sì che quanto davvero conta sia la lettura e non già l’ascolto. L’atto di leggere è, in sostanza, fine a se stesso ed è perciò avulso da ogni riferimento allo statuto di Dei Verbum.

www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19651118_dei-verbum_it.html

                Il libro della Bibbia. Il primo libro stampato in Occidente con caratteri mobili è stato a metà del XV secolo la Bibbia latina di Johann Gutenberg. La parola sacra può essere riprodotta meccanicamente e divenire il primo modello di una galassia di libri moltiplicabili in un numero illimitato di copie. Sotto questo aspetto la Bibbia è diventata simbolo di tutti gli altri libri. Lo è stata fino a oggi.

                Nei suoi sessant’anni di vita, il Centro editoriale dehoniano, così bruscamente consegnato al fallimento, ha avuto vari simboli, il più potente tra essi è stata ed è la Bibbia di Gerusalemme. Il fatto che sia un testo ibridamente composto dalle traduzioni CEI (la prima del 1974, la seconda del 2008) e dalle introduzioni, note e rimandi tratti dall’originale francese, non ha impedito al libro di diventare la Bibbia più diffusa in Italia. È anche il libro più letto? L’argomento è stato affrontato più volte tanto su un piano statistico quanto su quello più impegnativo di come la Scrittura vada letta in un contesto ecclesiale. Resta fermo il fatto che, una volta posta in circolazione in maniera desacralizzata nella veste di libro accessibile a tutti, la Bibbia partecipa inevitabilmente al destino riservato al genere libro. Quale sarà il suo futuro in un’epoca in cui ci si interroga sulla sorte stessa del libro a stampa? A quanto è dato vedere la Bibbia non ha difficoltà a essere veicolata attraverso i media, ma per questo essa diviene evidentemente un’altra Bibbia costituita da una costellazione di brevi citazioni isolate. In un contesto totalmente diverso. Nei media, sia pure in maniera radicalmente diversa, si ripropone la «Bibbia a frammenti» propria della lettura liturgica. Inutile però aggiungere che ci si trova in un ambito in cui non è più pronunciabile la clausola «parola di Dio».

Piero Stefani     26  novembre 2021

https://docente.unife.it/piero.stefani/curr

www.alzogliocchiversoilcielo.com/2021/11/piero-stefani-bibbia-frammenti-tra.html

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF - n. 45, 24 novembre 2021

Unequal, fotografie che descrivono le disuguaglianze. Il sito Unequalscenes.com racconta meglio di molti rapporti statistici cosa sono le disuguaglianze socio-economiche delle famiglie in tante parti del mondo, mostrando la drammatica differenza abitativa e di contesto negli stessi ambiti territoriali.                                                                                             https://unequalscenes.com

È un modo molto efficace ed immediato di rappresentare ciò che veniva denunciato anche nelle Conclusioni  del Rapporto 2020 su Famiglia e povertà relazionale del Family International Monitor ,

www.familymonitor.net/il-nostro-primo-report

dove "I dati raccolti evidenziano anche che queste disuguaglianze non rimandano solo alle differenze tra Paesi e aree del mondo, ma fanno sempre più spesso riferimento a disuguaglianze all'interno delle nazioni, tra aree geografiche, tra città-campagna, persino tra zone limitrofe delle stesse città" (p. 268). Descrivere la realtà attraverso fotografie realizzate con i droni, come fa Unequalscenes.com, restituisce un impatto quasi fisico di disagio, per il drammatico contrasto rappresentato. Il sito è molto bello, ma ci pare che alcune immagini dal Sudafrica abbiano una loro potenza particolare, mostrando fianco a fianco, separati solo da una strada, enormi e sovraffollate bidonville, polverose e con fatiscenti baracche di lamiere, a fronte di campi da golf verdi e ricchi di laghetti, oppure quartieri di villette con piscine, inevitabilmente ben recintati.

                https://unequalscenes.com/south-africa

Assegno unico al via. Il via libera definitivo, lo scorso 18 novembre, dell'assegno unico universale per le famiglie con figli, segna "un traguardo epocale che permette il sostegno a tutte le famiglie con figli, anche a quelle in cui i genitori hanno rapporti di lavoro differenti dal classico contratto dipendente, e questo è molto importante per le giovani generazioni, che hanno rapporti di lavoro sempre più precari e atipici", è il commento del direttore Cisf, Francesco Belletti, intervistato da Radio Vaticana (al minuto 12)

https://media.vaticannews.va/media/audio/program/707/mondo_alla_radio_1_231121.mp3

USA/si allarga la forbice tra uomini e donne laureati. C'è un crescente divario di genere nell'istruzione universitaria americana, sia nei tassi di iscrizione che di laurea, ed è a favore delle donne. A effettuare un'analisi approfondita (e anche delle ragioni che portano all'abbandono del percorso universitario - il 62% degli americani non ha una laurea quadriennale) è il Pew Research Center, che nei suoi studi indaga anche il gap razziale nel Paese

www.pewresearch.org/fact-tank/2021/11/08/whats-behind-the-growing-gap-between-men-and-women-in-college-completion Di fatto, nel 2021 hanno raggiunto il Bachelor's Degree il 46% delle donne contro il 36% degli uomini. "Le implicazioni del crescente divario nel livello di istruzione per gli uomini sono significative", scrivono i ricercatori, "poiché la ricerca ha dimostrato la forte correlazione tra il completamento del college e i guadagni di una vita e l'accumulo di ricchezza".

UK/come stanno le famiglie affidatarie. La Kinship’s State of the Nation Survey è il sondaggio che annualmente esplora com'è la vita per i familiari affidatari in Inghilterra e Galles. Il sondaggio ha ricevuto 1.651 risposte da familiari affidatari che si prendono cura di 2.538 bambini. Tra gli aspetti che emergono, nella percezione degli affidatari, ci sono gli alti livelli di "bisogni speciali" dei minori (il 62% ha necessità di supporto fisico e mentale; il 40% mostra tendenze all'autolesionismo e all'abuso di sostanze); inoltre, i familiari affidatari sono più anziani di altri gruppi genitoriali e oltre un terzo dei familiari affidatari ha esigenze di sostegno proprie; mentre il Covid ha ulteriormente stressato la situazione, gli affidatari dichiarano di non ricevere dal sistema gli aiuti di cui i ragazzi affidati hanno bisogno (solo la metà di chi ha bisogno di ulteriore supporto riceve una diagnosi ufficiale e ottiene gli aiuti; il 23% degli affidatari aveva bisogno di supporto istituzionale durante gli incontri con le famiglie d'origine ma non l'ha ricevuto).                                            https://kinship.org.uk/kinship-annual-survey-2021

Violenza sulle donne, terre des hommes: emergenza vittime minorenni. In occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, Terre des Hommes lancia l’allarme anche sulle vittime minorenni, che spesso sono ancora più vulnerabili e senza voce. In Italia i dati elaborati dall'associazione attraverso il Servizio Analisi Criminale della Direzione Centrale Polizia Criminale dicono che il 65% dei minori vittime di reato sono femmine: in numeri assoluti si tratta di 3.762 bambine e ragazze che hanno subito maltrattamenti e violenze nel 2020. Un dato tra i più alti mai registrati nella serie storica raccolta in questi dieci anni dall’organizzazione, con punte dell’89% per i casi di Violenza Sessuale Aggravata e dell’88% per quelli di Violenza Sessuale, subita l'anno scorso da 488 bambine e ragazze nel nostro Paese [qui il Dossier indifesa].

                https://terredeshommes.it/comunicati/minori-vittime-di-reato-forte-aumento-dei-maltrattamenti-piu-colpite-le-bambine

Un link per la famiglia. 10familytips nell'anno della famiglia Amoris Lætitia. Il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita lancia una nuova iniziativa dell'Anno “Famiglia Amoris Lætitia”, dedicato da papa Francesco alla famiglia, è il Decalogo della Famiglia per i bambini, con 10 consigli per crescere insieme - genitori e figli - nell'ambiente familiare, mettendo in pratica ciò che papa Francesco dice nell' esortazione apostolica Amoris Lætitia. 10 tips che i genitori e gli educatori possono donare ai più piccoli per scoprire l’importanza del dialogo in famiglia, della fratellanza, del valore di sé e degli altri, dello spirito di servizio [link in 5 lingue].

                www.laityfamilylife.va/content/laityfamilylife/it/amoris-laetitia/iniziative-e-risorse/-10familytips.html

Percorsi di formazione. "La corrispondenza immaginaria": incontri per genitori adottivi. Nei mesi di gennaio e febbraio 2022 CTA-Centro di Terapia dell'Adolescenza di Milano propone un percorso per genitori che aiuta i partecipanti a "lavorare" sul racconto della propria storia adottiva attraverso la tecnica della “corrispondenza immaginaria”. www.centrocta.it/noi-il-centro

 Gli incontri si terranno in presenza, nel rispetto delle normative vigenti, nella sede di via Valparaiso 10/6 a Milano, il 25 gennaio, l'8 e il 22 febbraio 2022, dalle 20.00 alle 22.00

www.centrocta.it/shop/corrispondenza-immaginaria-pascull

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Dalle case editrici

  • Mariella Bombardieri, Carla Simoni, Stare bene a scuola. Percorsi di resilienza per insegnanti sereni e consapevoli, Erickson, Trento 2021, p.240
    • Armando Matteo, Convertire Peter Pan. Il destino della fede nella società dell’eterna giovinezza, Ancora, Milano 2021, p.124
    • Laura Pigozzi, Sorelle. Il mistero di un legame tra conflitto e amore, Rizzoli, Milano 2021, p.272
 

                Scrive Laura Pigozzi che il rapporto tra sorelle è un po’ il “punto cieco” delle teorie sulla famiglia. In effetti, sottolinea, chi ha voglia di mettere le mani in quel ginepraio che è il rapporto tra due donne che crescono insieme? Certamente, il legame tra sorelle è uno dei più “intriganti e misteriosi”, che accompagna per l’intera esistenza, plasmando la femminilità di ciascuna tra identificazioni e separazioni, tra odio e amore (...).ù

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=6%3d8U0bBU%26q%3dV%26u%3dR8U%26v%3dU0VEW%26z%3dA1Ku_KXtU_Vh_IVvW_Sk_KXtU_UmEjPzCjM16w.LhEu4vCt7p8nMhC.nM_yrXs_97hBz7_wtZq_79hKy4j9r8uKx4h2f_KXtU_UmEjPz4nLmU0U8_2qEl8fMvCn5y0.u7m%265%3drNzMhU.u6y%26Bz%3dVBb0          

Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

    Archivio   http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

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CHIESA DI TUTTI

Si riapre il processo al Concilio Vaticano II

                Ratzinger pone (erroneamente) gli anni '60 e quel Concilio all'origine della decadenza morale nella chiesa, in una evidente differenza con papa Francesco

                Benedetto XVI ha rotto il proprio silenzio sugli abusi sessuali, e in modo del tutto irrituale. La sera del 10 aprile 2019, a sei settimane dalla conclusione del summit vaticano sugli abusi sessuali convocato da papa Francesco, in una fase critica per la chiesa cattolica alle prese con uno scandalo di dimensioni globali ed epocali, il "papa emerito" ha fatto conoscere il proprio pensiero sulla genesi del fenomeno in un lungo saggio (oltre cinquemila parole) inviato ad alcuni mass media cattolici online, che sono da sempre vicini al suo entourage e ostili a papa Francesco.

www.huffingtonpost.it/2019/04/11/benedetto-xvi-interviene-sulla-pedofilia-nella-chiesa-collasso-morale-cominciato-nel-68_a_23709913/?utm_hp_ref=it-homepage

                Il saggio di Benedetto XVI si può dividere in due parti. La seconda parte, quella teologica, è una riflessione sulla natura spirituale della chiesa, che sottolinea le analogie con l'approccio di papa Francesco alla crisi degli abusi sessuali: non può essere risolta soltanto con una mentalità burocratica e giuridica, ma anche e soprattutto come lotta a un male spirituale che si rivela sotto forma di abusi sessuali di minori e nella complicità della chiesa coi colpevoli di questi atti criminali.

                In tutto il resto il documento evidenzia importanti differenze rispetto alla visione di chiesa e dell'analisi del fenomeno da parte di papa Francesco. In Ratzinger, l'analisi storico-teologica del post-concilio – cosa è successo nella chiesa cattolica a partire dagli anni sessanta in poi – è concentrata sugli effetti negativi per la chiesa della rivoluzione sessuale in termini di decadenza morale nelle pratiche e del sorgere del relativismo nella teologia morale. Questa è un'analisi a dir poco problematica: pone il concilio Vaticano II all'origine della decadenza morale nella chiesa, in una evidente differenza dal modo in cui papa Francesco parla e ha sempre parlato del concilio. Ma il vero problema è che da parte di Benedetto XVI identificare negli anni sessanta l'inizio del fenomeno degli abusi sessuali è totalmente smentito da tutti gli studi scientifici disponibili in varie lingue e in tutto il mondo. La storia degli abusi sessuali nella chiesa inizia ben prima degli anni sessanta: si ritrova già negli scritti dei Padri della chiesa nei primi secoli, in termini coniati di nuovo e che non si ritrovano nel greco classico; c'è una vasta letteratura storica e giuridica sul fenomeno e sugli strumenti elaborati dalla chiesa per contrastarlo.

                Questo saggio da parte di Benedetto XVI offre una caricatura del periodo post-Vaticano II, che fu un periodo estremamente complesso e contraddittorio, non privo di errori e ingenuità da parte dei cattolici presi nel tentativo di immaginare una chiesa più aperta al mondo: ma la pornografizzazione del post-concilio è cosa sorprendente da parte di uno dei teologi più importanti sia del concilio Vaticano II sia del post-concilio. Questa peculiare "tesi Ratzinger", tuttavia, non è nuova: se ne trovano tracce già nella lettera inviata alla chiesa in Irlanda nel 2010.

                Questa analisi rivela anche altri punti problematici. C'è una scarsissima attenzione alle vittime. Si offre un giudizio affrettato e superficiale sulle responsabilità della chiesa istituzionale e del Vaticano tra Giovanni Paolo II e il pontificato di Benedetto XVI. Non c'è nessuna assunzione di responsabilità per i fallimenti (il caso del cardinale Bernard Law rifugiatosi a Roma per sfuggire alla legge americana) e i tragici ritardi (il caso di Marcial Maciel e dei Legionari di Cristo) – una storia in cui Joseph Ratzinger ebbe un ruolo non proprio secondario come prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede. C'è un lato personale in questo saggio di Joseph Ratzinger ma solo come una delle vittime: Ratzinger vittima non degli abusi sessuali, ma degli abusi teologici da parte della teologia liberal (il riferimento, spesso presente negli scritti ratzingeriani, alla "Dichiarazione di Colonia" del 1989)  www.viandanti.org/website/la-dichiarazione-di-colonia-gennaio-1989

 La storia è più complicata. Per esempio, nel febbraio 2012, durante il pontificato di Benedetto e a ridosso della gestione vaticana della crisi degli abusi in Irlanda, si tenne alla Pontificia Università Gregoriana a Roma un convegno sulla crisi degli abusi sessuali: il tutto si svolse nel disinteresse dei media vaticani, che ricevettero ordine di non dare risalto alla notizia, e senza che papa Benedetto intervenisse o apparisse a quel convegno come invece ha fatto papa Francesco due mesi fa.

                C'è poi una seconda questione soggiacente alla pubblicazione di questo saggio, che è di metodo e costituzionale. Il testo di Benedetto XVI afferma di avere chiesto il permesso a papa Francesco e al Segretario di Stato, cardinale Parolin, che lo avrebbero concesso al fine di una pubblicazione, in tedesco, in un periodico del clero bavarese. In realtà, il lungo testo era disponibile, e in una buona traduzione in lingua inglese, fin dal pomeriggio del 10 aprile ad alcuni (ma solo alcuni) media cattolici e non-cattolici che negli Stati Uniti fanno parte dell'apparato conservatore e tradizionalista che da sempre fa propaganda contro papa Francesco. Questa cosa dovrà essere prima o poi spiegata: chi lo ha inviato a certi organi di stampa? Perché ad alcuno e non ad altri? Con quale informazione fornita ai dirigenti della comunicazione della Santa Sede? Le spiegazioni infatti non vanno cercate presso i media vaticani, che pare siano stati sorpresi dall'iniziativa, ma da quella specie di corte papale parallela che si è formata attorno al papa emerito - fin da prima diventasse emerito. La pubblicazione di questo saggio e la sua tesi di fondo sono presto diventate strumento nelle mani di coloro che, specialmente negli USA, da un anno a questa parte stanno tentando con ogni mezzo di liberarsi di papa Francesco, in un modo o nell'altro. In America c'è tentazione di scisma e la narrazione giornalistica sulla crisi degli abusi sessuali è parte integrante del disegno. Benedetto XVI forse non lo sa, ma lo sa benissimo chi ha organizzato questo lancio di stampa con tanto di embargo (prontamente violato). La scelta di privilegiare certi organi di stampa, che si sono distinti nella campagna contro papa Bergoglio dal 2013 in poi, dà l'impressione che Benedetto XVI sia organico a quegli ambienti e dà l'impressione che il papa emerito sia manipolato e manipolabile.

                La questione del metodo è importante anche dal punto di vista legale: finora Joseph Ratzinger è stato, come tutti gli uomini di punta del Vaticano durante i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI (a partire dai Segretari di Stato, i cardinali Angelo Sodano e Tarcisio Bertone), molto riservato circa i casi ancora aperti, e specialmente sul caso del cardinale americano Theodore McCarrick, escluso dal collegio cardinalizio da papa Francesco nel 2018 e spretato due mesi fa dopo un processo canonico. Il silenzio di un papa emerito si può giustificare come facente parte dell'immunità di cui gode l'ex sovrano dello stato vaticano, oppure anche come il tentativo di non interferire con il governo di papa Francesco. Ora Benedetto XVI scrive e pubblica lunghi testi. Nel momento in cui il papa emerito interviene sulla questione abusi sessuali, fa sorgere domande che nessuno finora aveva potuto o voluto rivolgere a chi è stato ai vertici del Vaticano sin dal 1981 come lui.

                Problemi legali a parte, il problema più evidente è di natura ecclesiale. La tesi Ratzinger sugli abusi sessuali nella chiesa costituisce una contro-narrazione che va ad alimentare direttamente l'opposizione a papa Francesco e che crea confusione sul che fare in questo momento drammatico, specialmente attorno a una questione: il legame tra abusi sessuali e omosessualità. Nonostante gli studi scientifici sugli abusi abbiano smentito un legame tra orientamento omosessuale e abusi sessuali, Benedetto XVI ripropone questa tesi che si configura come una strada alternativa a quella proposta da papa Francesco e dal summit in Vaticano di due mesi fa, che vede la questione degli abusi come fenomeno di abuso di potere nella chiesa, senza collocarlo all'interno di una tesi sul ruolo chiave della rivoluzione sessuale per i destini del cattolicesimo. Un fatto importante è anche il contesto del 2018-2019: questa operazione mediatica va letta come la prosecuzione dell'operazione Viganò dell'agosto scorso. Benedetto XVI certamente non punta a far dimettere papa Francesco; ma altri, ben collocati nel complesso giornalistico cattolico oltreatlantico dotato di basi a Roma, ci stanno provando, ed è cosa di cui il segretario di Joseph Ratzinger è certamente informato.

                La terza questione è di natura costituzionale circa l'ufficio di "papa emerito" nella chiesa cattolica. Dal marzo 2013 ad oggi la coabitazione tra papa ed emerito aveva funzionato senza troppi sussulti. Ora, qualunque cosa diranno papa Francesco e i media vaticani nei prossimi giorni, è chiaro che questo episodio costituisce un vulnus: una ferita al regime dei rapporti tra i due uffici. Il problema non è tra le due persone Francesco e Benedetto, che continueranno a volersi bene come prima, ma tra i due uffici e i loro bracci operativi. Se non altro, questo incidente dimostra che poco conta cambiare il sistema delle comunicazioni vaticane, se continua ad esistere una corte papale parallela che fa tutto per dare l'impressione che ci sia un secondo papa ancora in servizio per quanti sono scontenti del papa regnante.

                I papi hanno sempre potuto dimettersi. {Pio XII aveva pronte le dimissioni se i nazisti avessero invaso il Vaticano. N.d.R.} Pochi lo hanno fatto, nel medioevo, e quasi mai spontaneamente. Benedetto XVI ha innovato il papato dimettendosi in diretta, sei anni fa, e questo è probabile che si ripeta in futuro. Nel mondo dominato dai media digitali e dai social media, quella del papa emerito è un'istituzione che necessita di una regolamentazione che oggi non ha: al momento delle dimissioni, dovrebbe dimettersi assieme al papa anche la sua segreteria, che viene riassegnata; il ruolo di prefetto della casa pontificia va abolito; il papa emerito deve cessare di vestire di bianco; i suoi rapporti coi media non vanno lasciati alla discrezione di segretari che hanno tutto l'interesse a prolungare la vita di un pontificato che è cessato a tutti gli effetti (ma non dal punto di vista mediatico).

                Questo saggio pubblicato ieri purtroppo danneggia l'immagine di Benedetto, che nel suo scritto dimostra una visione idiosincratica e limitata della genesi della crisi degli abusi sessuali e dello stato delle conoscenze scientifiche sul problema. Il pontificato di papa Francesco alle prese con la crisi degli abusi risentirà in modo marginale di questa manovra - architettata mediaticamente non da Benedetto XVI, ma da chi gli sta intorno. In un certo senso, questa manovra potrebbe fornire al Vaticano di Francesco degli alibi. Di sicuro dimostra quanto la chiesa abbia bisogno di una nuova generazione di leader e di un nuovo pensiero per affrontare la crisi più grave del cattolicesimo del nostro tempo.

Massimo Faggioli, cattedra di teologia e scienze religiose  Villanova University (Philadelphia) 11 aprile 2019

www.huffingtonpost.it/massimo-faggioli/si-riapre-il-processo-al-concilio-vaticano-ii_a_23710267

 

Franco Garelli "La chiesa alla prova della pandemia. La Chiesa ritroverà il suo popolo?"

 

                            relatore al congresso dell’UCIPEM ad Erice 1997

1. La Chiesa ritroverà il suo popolo? .In questo tempo troppo lungo della pandemia, c’è una preoccupazione diffusa negli ambienti ecclesiali italiani che si esprime sotto forma di dubbi e di interrogativi ‘vitali’. Al termine di questa  drammatica emergenza, torneranno i precedenti equilibri, oppure la pandemia avrà modificato in profondità lo scenario religioso del paese? Detto altrimenti: la Chiesa ritroverà il suo popolo? Chi era solito partecipare in modo assiduo ai riti comunitari tornerà alla messa domenicale in presenza o l’esperienza delle celebrazioni in streaming ha reso più labile questo legame? Quali sono gli effetti del lockdown prolungato sulle attività formative della chiesa di base, sui corsi di preparazione ai sacramenti della vita cristiana, sulla formula e sulla prassi degli oratori, sulle stesse dinamiche del volontariato di matrice cattolica?

                Interrogativi come questi sembrerebbero dunque auspicare perlomeno il ritorno ad un recente passato che già di per sé non era roseo, in quanto segnato da un lungo processo di secolarizzazione delle coscienze. Tuttavia, la situazione religiosa sembrava sin qui ancora aperta ai valori cattolici, pur in un contesto in cui i credenti per tradizione e cultura risultavano da tempo assai più numerosi dei credenti ‘convinti e attivi’. Il timore che oggi pervade molti ambienti religiosi è che l’esperienza della pandemia possa produrre un ulteriore “scrollo” dell’albero della fede e della chiesa in Italia, attenuando ulteriormente legami già labili in ampie quote di popolazione, spezzando il ritmo delle proposte e delle attività delle chiese locali, innescando (anche grazie ad internet) percorsi di ricerca e di espressione religiosa oltre i confini abituali.

                L’effetto ‘scrollo’ sembra già in atto, soprattutto per le persone il cui rapporto con la fede cristiana e con la Chiesa appare più nominale che sostanziale; quelle che più possono essere in difficoltà a discernere in chiave religiosa il dramma della pandemia; quelle che meno interpretano la fede come una risorsa per la vita. Per cui sembra questo il gruppo sociale che più interpreta il lockdown anche come sospensione delle attività religiose, come allentamento di quei legami (presenza ai riti comunitari, catechesi per i figli, rapporti con gli ambienti religiosi) già di per sé vissuti più come un retaggio dell’ambiente e della tradizione che come il frutto di una convinzione.

                Diverso è invece lo scenario dei credenti più impegnati, di quella minoranza religiosa che (come alcune indagini hanno evidenziato) è risultata molto attiva nel periodo clou della pandemia, compensando l’impossibilità di partecipare in presenza ai riti comunitari, con uno zapping religioso e spirituale assai vivace ancorché disordinato, e aperto alle più diverse esperienze.

                In sintesi, con riferimento alla pratica e alle attività religiose, la Chiesa ritroverà il suo popolo? Le parrocchie e la chiesa locale stanno oggi ritrovando i loro fedeli più impegnati, pur a fronte di una comprensibile incertezza della quota più anziana; mentre l’esperienza della pandemia sembra rendere ancor più volubile e discrezionale la presenza ai riti dei credenti tiepidi o discontinui.

                Ma su questo punto c’è anche il rovescio della medaglia. In quanto il lockdown prolungato costituisce una prova della capacità di attrazione esercitata dalle varie chiese e comunità locali, Quelle più dinamiche e significative sembrano aver avuto un buon ritorno di fedeli in presenza, mentre lo stesso non si può dire per gli ambienti religiosamente più neutri e meno vivaci. Insomma, anche nel lockdown la domanda sembra da mettere (almeno in parte) in relazione all’offerta.

2. I simboli cristiano-cattolici nella tragedia del Coronavirus. L’effetto “scrollo” di cui ho parlato, non sembra comunque indicare che vi sia un’uscita degli italiani dalla cultura cattolica, come alcuni osservatori rilevano e come non pochi uomini di chiesa temono. Certo, nell’insieme (come noto nelle mie indagini) quello che oggi abbiamo di fronte è un cattolicesimo stanco, qualcuno lo definisce esausto. Si tratta di una stanchezza che si manifesta soprattutto nella caduta della pratica religiosa, nell’incertezza delle credenze, in un rapporto assai ambivalente con la chiesa, in una presenza negli ambienti ecclesiali più di teste bianche o calve che di teste folti o rasate; quindi di un cattolicesimo più in sintonia con gli adagi della vita che con gli allegri.  C’è un gap generazionale e sociale che pesa oggi sul cattolicesimo italiano: da un lato gli indici di religiosità si riducono sensibilmente man mano che si passa dalla condizione dei “nonni a quella dei loro “figli” e alla situazione dei nipoti; dall’altro, la Chiesa attrae assai più le persone con un livello medio-basso di istruzione e quanti vivono nelle aree del paese meno dinamiche che coloro che manifestano altri profili.

                Quanto questa stanchezza del cattolicesimo è dovuta a fattori esterni/oggettivi (al processo di secolarizzazione, alla perdita di evidenza della fede religiosa nella modernità avanzata); o quanto essa è imputabile anche a una chiesa/cattolicesimo che fatica a raccordarsi alla coscienza moderna? E anche a un clero che, in quanto sempre più anziano, ha difficoltà a dialogare con le nuove generazioni?

                Tuttavia, ancor oggi, la maggior parte degli italiani continua in qualche modo a mantenere un legame con la religione della tradizione, si considera – anche se con intensità e qualità diversa – nell’alveo della cultura cristiana/cattolica. Ciò che è successo nei mesi più turbolenti del Coronavirus ne costituisce una conferma. Nella tragedia, sono tornati alla ribalta i simboli di una cultura cristiana e cattolica pur in una società alle prese con un lungo processo di secolarizzazione delle coscienze.

                Si pensi, ad esempio, al rilievo attribuito nel periodo alla figura e ai gesti di papa Francesco, oggetto di un riconoscimento pubblico che è andato oltre le contrapposizioni ideologiche sulla questione della laicità dello Stato e sul ruolo della Chiesa cattolica in un’Italia in cui molti ormai credono diversamente. O si pensi, ancora, al rinnovo dei voti ai santi patroni che si è registrato in molti centri di piccola-media dimensione e in alcune grandi città, per chiedere loro di intervenire per liberare la popolazione dal male, come non avveniva dai tempi della guerra. Una pratica questa, che non sembra aver sollevato particolari obiezioni pubbliche, quasi rientrasse tra le attese sacrali/religiose connesse ad eventi drammatici.

                Durante il lockdown poi,  non sono mancate critiche pubbliche alla Chiesa cattolica, ritenuta troppo pavida rispetto alle decisioni del mondo politico che la riguardavano; o relative sia alla sua eccessiva preoccupazione di riaprire le chiese e le celebrazioni liturgiche, sia circa il modo di impiego del personale religioso. C’è chi al riguardo ha affermato che nella chiesa di oggi sono mancati i santi, quelli che in epoche lontane - ai tempi di San Carlo Borromeo – sfidavano la morte per soccorrerei malati di peste.

                Tuttavia, sono emersi anche dei significativi riconoscimenti da parte di autorevoli esponenti del mondo laico,  come l’elogio dei parroci vittime di questa pandemia per il loro impegno pastorale; o l’ammissione che in tutto il periodo il mondo cattolico più impegnato si è distinto per un fermento comunicativo (pur disordinato) di cui non si è avuto analogo riscontro in altre aree culturali. Tra i riconoscimenti più toccanti, vi è stato l’elogio dei parroci vittime di questa epidemia per il loro impegno pastorale. Nelle parole di un noto editorialista laico (Francesco Merlo, su La Repubblica) nella strage dei parroci “c’è la nostra storia nazionale”, che è fatta di tanti preti “ai quali l’Italia ha affidato l’educazione dei bambini, il recupero dei tossicodipendenti, l’accoglienza agli immigrati”. “Ci siamo dimenticati di loro”, tutti presi a “dibattere di crocifissi da (non) togliere dai muri” o dei casi di pedofilia del clero. E invece “questi 105 parroci morti” nella pandemia “ci rimescolano e ci fanno piangere. (…) È un’antropologia cristiana che, persino nella tragedia del Coronavirus, sfidando il contagio, crea comunità e conforto, assiste, chiude occhi, benedice bare e… muore”.

                La tragedia, dunque, ha ribadito ancora una volta che il riferimento cattolico resta vivo e maggioritario nel paese. E ciò pur in un’epoca in cui aumenta la differenza culturale e religiosa, per la maggior presenza sia delle posizioni ateo-agnostiche, sia dei seguaci di fedi religiose diverse, sia ancora di quanti praticano le nuove forme di spiritualità.

                In sintesi, anche nell’epoca del Coronavirus è emersa l’ambivalenza religiosa del caso italiano. Di un paese non privo di sentimento religioso, ma vissuto da molti più nel proprio intimo che nella presenza ai riti comunitari; che in varie circostanze si sente rappresentato umanamente e spiritualmente dal Papa, pur avendo un rapporto assai freddo con la dottrina e la morale della chiesa; che rivaluta più la chiesa locale (e soprattutto i preti che condividono il destino della loro gente) che quella dei piani alti. Un paese, ancora, in cui molti riscoprono la fede della tradizione di fronte alla crescita ‘sotto casa’ di fedi e culture prima assai distanti da noi; o nel quale buona parte del mondo laico (e delle minoranze religiose) riconosce l’autorevolezza spirituale di alcune figure cattoliche, pur rivendicando da parte dello Stato e della Chiesa cattolica un maggior rispetto del pluralismo religioso.

3. Dinamiche del cattolicesimo impegnato. Un approfondimento. Le diverse reazioni del “mondo cattolico” nel tempo della pandemia e del confinamento meritano di essere approfondite. Il maggior dinamismo, come s’è accennato, ha riguardato l’area dei cattolici impegnati, quel cattolicesimo di minoranza che nel nostro paese risulta ancora di una certa consistenza. Si tratta di circa 1/5 della popolazione italiana, composto da quei credenti/cattolici “convinti e attivi” (anche se non sempre in sintonia col magistero) che frequentano con buona regolarità i rituali religiosi, considerano la fede un principio vitale e presentano una comune visione sui temi della famiglia, della bioetica, della solidarietà, dell’educazione dei figli. È questo il bacino che alimenta il tessuto di tante parrocchie, comunità, associazioni e reti di volontariato.

                Non mancano in questo gruppo delle differenze di sensibilità. Alcuni credono di più in una fede testimonianza, che accetta la società plurale e la diversità religiosa. Altri sono più inclini a un cattolicesimo identitario, per cui si battono per i “valori irrinunciabili” e vivono a disagio in una società (in un’Europa) che misconosce le sue radici cristiane. Questo zoccolo duro del cattolicesimo italiano non sembra aver patito più di tanto il divieto o l’annullamento delle celebrazioni liturgiche decretato dal governo, in quanto sufficientemente ricco di risorse (di punti e figure di riferimento, di prassi relazionali, di voglia riflessiva) che si sono prontamente attivate in nuove forme comunicative. Per molti cattolici impegnati il lockdown necessitato è stata un’occasione inedita di confronto e di partecipazione spirituale.

                Non c’era solo un bisogno di espressione religiosa da soddisfare; né solo l’esigenza di restare connessi con gli amici e le persone affini, per rinsaldare da remoto i rapporti comunitari e farsi coraggio. Oltre a ciò era forte l’esigenza di capire, di trovare degli ancoraggi, di accettare o svelare il mondo di mistero che ci ha sorpresi e reso fragili. Ma anche di riflettere sul dramma che la società e i popoli stavano vivendo, sui costi umani e sociali dell’emergenza sanitaria ed economica, sugli effetti perversi della globalizzazione, sui limiti di un modello di sviluppo che si pensava onnipotente e capace di autoregolarsi, sull’incapacità dei grandi stati e dei governi di prevedere e governare processi complessi.

                In questo quadro, si può dire che il lockdown abbia favorito un nuovo dinamismo in quest’area cattolica più impegnata. Lo zapping digitale attuato nel periodo da molti credenti/cattolici impegnati ha ampliato i loro orizzonti, ha fatto loro conoscere nuovi siti e nuove esperienze religiose, li ha abilitati a navigare nel mare ampio delle offerte spirituali. Molti si sono spinti – nella loro ricerca di senso  – oltre i confini ordinari, entrando in contatto con le realtà più diverse, maturando nuovi punti di riferimento, scoprendo la varietà dell’espressione religiosa e spirituale sia dentro che fuori dal proprio mondo. Soprattutto cogliendo il fascino di un nomadismo religioso assai congruente con la coscienza moderna, dove è il soggetto a dominare la scena e a muoversi in modo libero e selettivo tra le varie proposte di significato che incontra nel suo cammino.

                Questo dinamismo, ovviamente, non nasce oggi, non è un lascito soltanto del confinamento. Ma è indubbio che con il lockdown si sia irrobustito, abbia fatto maggior breccia tra i credenti/cattolici impegnati, portandoli a vivere in modo più flessibile e aperto la loro presenza negli ambienti ecclesiali. Dietro questa propensione non c’è tanto la ricerca di una chiesa o di preti più accomodanti, la domanda di scorciatoie in campo etico e religioso; quanto la voglia di un cristianesimo più connesso alle attuali condizioni di vita,  in grado di proporre un discorso sull’uomo, sulla natura, sulla vita sociale che sia significativo per la coscienza moderna.

                Sullo sfondo, si coglie comunque l’incertezza per il futuro di questa sub-cultura cattolica, oggi ancora vivace, ma le cui quote giovani si stanno via via assottigliando.

4. E che ne è dell’area grigia della religiosità? Le riflessioni sin qui fatte non si applicano invece a quel folto insieme di italiani che costituiscono la “penombra cattolica”; quelli descritti a suo tempo dal cardinal Carlo Maria Martini come i cattolici che rispetto all’albero della fede (e a quello della chiesa) rappresentano non la linfa o il tronco, ma la corteccia, se non il muschio. Coloro che, in altri termini, sembrano essere attaccati solo esteriormente all’albero.

                Come ho detto, è questo il profilo o il gruppo cattolico che ha vissuto la pandemia (dal punto di vista religioso) più da spettatore che da protagonista. Ciò non toglie che molti di questi soggetti abbiano condiviso (nel periodo considerato) riflessioni e inviti meditativi; o abbiano avvertito il senso del mistero, del limite umano, della necessità di ritrovare nuovi equilibri. Ma tali stimoli  sembrano aver avuto – per questo insieme di soggetti – perlopiù un effetto di breve periodo, senza innescare un maggior impegno religioso.

                La debole reazione ai tempi del Coronavirus appare congruente con i tratti di questo cattolicesimo diffuso, che potremmo definire ‘culturale’ o ‘etnico-culturale’. Si tratta oggi dello stile cattolico più diffuso, in forte crescita negli ultimi decenni, tipico dei molti italiani che continuano a definirsi credenti e cattolici più per ragioni ‘ambientali’ o di ‘nascita’ (per il fatto di essere nati e cresciuti in un contesto cristiano) che per motivazioni specificamente religiose o spirituali. Un tipo di cattolicesimo che oggi accentua la sua matrice identitaria (o etnico-culturale, appunto), anche per reazione al diffondersi nel paese di altre fedi e culture. È questa anche l’area cattolica che guarda con maggior favore ai simboli cristiani che tornano alla ribalta della cronaca politica; che risulta quindi più sensibile ai messaggi lanciati dalle forze sovraniste.

                Il diverso modo in cui l’area cattolica (analizzata in questo caso nei due tipi religiosi prevalenti) ha vissuto l’esperienza della pandemia, mi conferma nell’idea che non sia più possibile rappresentare il nostro Paese come quello caratterizzato ancora da un “cattolicesimo di popolo”. Perché troppe sono le differenze di sensibilità tra questi due mondi, perché si tratta di realtà che si stanno sempre più separando; caratterizzati da una diversa biografia religiosa, da un diverso grado di alfabetizzazione al linguaggio cristiano.

                Come comportarsi di fronte ai credenti/cristiani perlopiù nominali e ‘impliciti’? Che valore attribuire a questo legame religioso? Come far convivere sensibilità religiose così diverse? Questa area grigia della religiosità è vista con sospetto o sufficienza in vari ambienti ecclesiali, come una fede residua o decaduta. Eppure anch’essa coltiva le sue domande di senso, pur difficili da decifrare; o esprime un bisogno di Dio o del sacro che si attiva in particolari circostanze. Molte persone stanno ai margini della fede e della chiesa perché non si sentono accolti e rappresentati; o perché hanno un contenzioso con la fede e la chiesa che viene da lontano.

                Di per sé, può essere questa l’area di impegno di una Chiesa “in uscita”, come la vorrebbe papa Francesco: che non si rapporta  soltanto ai pochi che stanno nel recinto, ma guarda ai molti ormai situati oltre gli steccati.  Qui sta una delle grandi intuizioni dell’attuale pontefice, che dimostra di ben conoscere la composizione del suo gregge; attento non soltanto ai “vicini”, ma ai molti che pur standosene ai margini sono restii a spezzare del tutto l’antico legame. Ecco la Chiesa “ospedale da campo”. Una chiesa che – a detta del Papa – deve essere capace di curare le ferite, riscaldare il cuore dei fedeli. “E poi potremo parlare di tutto il resto”. “Dobbiamo annunciare il vangelo su ogni strada, predicando la buona notizia del Regno e curando ogni tipo di malattia e ferita”.

5. Crisi di leadership e deficit di discernimento. E vengo ad un altro punto della riflessione. L’esperienza della pandemia non ha reso soltanto più evidente una frattura interna al cattolicesimo italiano. Oltre a ciò, vari esponenti del mondo cattolico hanno colto un dramma nel dramma, hanno maturato la sensazione che la Chiesa (come soggetto collettivo, come corpo sociale, come struttura organizzata) sia stata del tutto marginale nella gestione e nell’interpretazione dell’emergenza sanitaria. La chiesa è stata reattiva in varie realtà locali, nelle molte azioni di solidarietà, nei preti che hanno affiancato i medici e gli infermieri, nella figura di riferimento del pontefice. Ma al di là di questi aspetti, l’impressione diffusa è che la Chiesa italiana nel suo insieme non sia stata capace di giocare un ruolo di rilievo nell’imprevedibilità della tragedia: quel ruolo che le deriva dall’essere una componente importante nel paese,  custode di un messaggio religioso che accompagna tutte le vicende umane, dall’avere il compito di aiutare il popolo di Dio a discernere soprattutto le tappe più difficili del suo cammino nella città terrena.

                Molti hanno denunciato questa ‘afonia’ pubblica e spirituale della Chiesa alta nell’emergenza sanitaria, proprio in un momento in cui la politica e la scienza hanno giustamente dominato la scena, ma nel quale si apriva un grande spazio per offrire alle persone non soltanto risposte tecniche a ciò che stava succedendo, ma anche prospettive umane e spirituali di cui si avverte un gran bisogno proprio nei periodi più ostici.

                L’italiano medio (ha detto qualcuno) ha vissuto male l’assenza della ‘sua’ chiesa a questo livello. Una chiesa che sembra dunque aver subito la situazione, non soltanto per le ‘chiese chiuse’ o di fronte a un potere politico che ha condizionato l’autonomia e le scelte del mondo ecclesiale, ma anche per la difficoltà di riflettere pubblicamente sui drammi che si stavano vivendo, sulle morti in solitudine e senza funerali, sulle bare accatastate, sul senso di eventi che hanno stravolto la vita umana, civile e quella ecclesiale.

                Un qualificato teologo ha letto la grande prova dell’anno 2020 come una conferma della preoccupante evanescenza della dimensione escatologica del cristianesimo; come a dire che dinanzi all’ecatombe di morti da coronavirus non siamo stati in grado di richiamare la speranza ultraterrena nella risurrezione, per cui la comunicazione pubblica della fede è stata debole o pavida in questo dramma sociale e sanitario.

                Ad eccezione del Papa e di  qualche caso esemplare, si è avvertita la carenza di figure religiose di rilievo e di grande autorevolezza capaci di accompagnare la nazione in questa esigenza di riflessione spirituale e di autocoscienza. Nella pandemia, dunque, la Chiesa ha manifestato la sua fragilità, una fragilità che tuttavia viene da lontano. Perché il cattolicesimo sta vivendo nelle nostre società la sua stagione autunnale, testimoniata dal calo della pratica religiosa e della domanda dei sacramenti, dalla crisi delle vocazioni, dalla difficoltà degli uomini di chiesa di intercettare le istanze culturali e spirituali dell’epoca attuale. E poi da tutta una serie di questioni irrisolte che condizionano la presenza della chiesa e delle comunità locali nell’epoca attuale, come la carenza di leadership, il ruolo subordinato delle donne, le divisioni interne al mondo cattolico, il peso delle strutture ecc.

                Di qui l’idea del declino della chiesa e della cultura cattolica nell’Italia di oggi, della perdita di attrattività della chiesa, della sua irrilevanza sociale, culturale e spirituale. E la minor incidenza del cattolicesimo nella vita pubblica, nonostante il grande ruolo che esso continua a svolgere nella società a livello caritativo ed educativo. Lottare contro l’irrilevanza (è stato detto) non è aspirare al potere o ad un nuovo interventismo politico, come alcuni gruppi cattolici vorrebbero. Ma è impegnarsi perché la cultura cattolica (che è una radice importante del paese) sia feconda anche in questa società, contribuisca ad arricchire le coscienze, a rendere più umana e spirituale la nazione.

6. Le tensioni del tempo lungo del pontificato. Questo tempo troppo prolungato dalla pandemia, è stato anche un periodo caratterizzato da molte tensioni all’interno della chiesa di Roma, e dell’insieme della cattolicità. Papa Francesco gode ancor di un elevato consenso nella sua chiesa e tra molti non credenti. Tuttavia, è evidente come (in questa seconda fase del suo pontificato) la sua azione e figura si presentino sempre più come un segno di contraddizione. Col passare gli anni, sembrano crescere (o comunque non diminuiscono) le prese di distanza all’interno del mondo cattolico circa la sua visione e gestione della chiesa.

                Così si ha l’impressione di un papa che è al centro di una contesa tra “i progressisti” e “i tradizionalisti” che non si attenua nel tempo. Di qui le voci ricorrenti che nei piani alti della chiesa si stia progettando il dopo Francesco; ma anche la constatazione che nelle comunità cristiane (nei piani bassi della chiesa) cresca la quota di fedeli che ha difficoltà a raccordarsi in toto gli indirizzi e gli orientamenti di questo pontificato.

                Ciò che fa problema ad una parte dell’episcopato e dei fedeli non sono tanto le sue prese di posizione sulla questione dei migranti, che pur sono un elemento di divisione nell’opinione pubblica italiana e in parte in quella ecclesiale; né il fatto che sia andato a vivere a Santa Marta (un gesto di essenzialità e povertà che viene ammirato); né ancora che abbia rapporti tesi con la Curia, che pur ha difficoltà a riformare. Le riserve nei suoi confronti riguardano altri temi, hanno radici più dottrinali e istituzionali. Tra le critiche, c’è l’idea di un papa che ha reso un po’ spoglia la sua chiesa e la liturgia stessa; più incline a parlare della ricerca della verità che a ribadire la centralità della verità cristiana; la cui aperture in campo morale non sembrano sottolineare a sufficienza la distinzione cristiana; un Papa ancora che sembra un po’ depotenziare il suo alto ruolo con le interviste a braccio che rilascia in aereo, al ritorno dai grandi viaggi, su temi impegnativi per la coscienza cristiana, che richiederebbero (a detta dei critici) pronunciamenti più attenti e ripensati

                C’è una parte del popolo di Dio che non è pronta ad accettare questo stato di cose, questa visione della realtà; che vorrebbe una chiesa non solo mater, ma soprattutto magistra; reattiva ad un’epoca che coltiva un’idea debole e plurale della verità; che teme che dietro l’affermazione “chi sono io per giudicare un gay”… ci sia un cedimento su alcune convinzioni morali ritenute non  ‘negoziabili’.

                Che fare dunque come comunità cristiana per compore queste tensioni e le diverse sensibilità?  Ecco un tema che ci interpella tutti.

7. In sintesi. Ho elencato alcuni aspetti problematici dell’essere chiesa e comunità cristiana oggi, dopo o dentro la prova della pandemia. Tuttavia in questo scenario si colgono pure numerosi segni di speranza. Non solo per le molte comunità credenti che operano in modo costruttivo sui vari territori, sia a livello solidale e caritativo, sia in campo educativo, sia con proposte spirituali coinvolgenti. Ma anche per la grande domanda di senso che ancora si riscontra in molti italiani (come emerge dalle mie ricerche). Concordo con quanti affermano che “la nostra è una società post-cristiana, ma ciò non significa che sia anti-cristiana”; e con la riflessione di Enzo Bianchi di qualche anno fa, quando aveva parlato di  “un  mondo non cristiano, eppure ancora capace di ascoltare il Vangelo”.

                Ancor oggi, infatti, l’apertura al senso del mistero della vita risulta diffusa nella popolazione, come è emerso appunto nel dramma della pandemia, e come ci dicono due dati empirici recenti poco conosciuti o su cui poco si riflette: oltre il 70% degli italiani ammette (anche nell’epoca attuale) che credere in Dio sia un bisogno dell’uomo; e una quota analoga ritiene che non sia anacronistico avere una fede religiosa nella modernità avanzata. Si tratta di convinzioni perlopiù radicate tra i credenti, ma espresse anche da circa la metà delle persone “non credenti”, le quali dunque ammettono la legittimità di un’opzione ultima (per l’uomo contemporaneo) anche se la cosa non li riguarda.

                Qualche testo di riferimento:

  • F. Garelli, Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio, Il Mulino, 2020.
  • F. Merlo, Cari, amati preti da oratorio vi sia lieve la terra, in “La Repubblica”, 14 aprile 2020, pag. 30.
  • Essere Qui, Il gregge smarrito. Chiesa e società nell’anno della pandemia, Rubettino, 2021
  • Riccardi, La Chiesa brucia? Crisi e futuro del cristianesimo, Laterza, 2021.

Prof. Franco Garelli, direttore Dipartimento “Culture, politica e società”

 Emerito di Sociologia dei processi culturali Università di Torino 21 novembre 2021

www.alzogliocchiversoilcielo.com/2021/11/franco-garelli-la-chiesa-alla-prova.html

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CHIESA IN ITALIA

Eppur non si muove. In Italia nessuna Commissione indipendente sugli abusi

                A meno che l’argomento sia stato affrontato a porte chiuse nell’incontro appena svoltosi tra i vescovi italiani e papa Francesco, sul quale ovviamente nulla sappiamo (v. qui), l’ipotesi di creare, come altrove, una Commissione d’inchiesta indipendente sugli abusi da parte del clero, durante la recente Assemblea Cei non è stato proprio sfiorato. In molti Paesi d’Europa, commissioni di questo tipo sono risultate decisive per portare alla luce la portata reale, o almeno verosimile, del fenomeno degli abusi sessuali perpetrati dal clero. È accaduto in Germania, e prima ancora nella cattolica Irlanda, in cui dopo nove anni di indagini, nel 2009, ha visto la luce il Rapporto Murphy; è accaduto in Francia, con la Commissione guidata da Jean Marc Sauvé, i cui risultati sono stati pubblicati il mese scorso. Un’inchiesta è stata commissionata in Svizzera all’Università di Zurigo, il Portogallo si è avviato su una strada analoga, persino in Polonia un’indagine è stata compiuta, benché parziale, e in Spagna, dove l’episcopato continua a dirsi contrario alla creazione di commissioni sulla pedofilia (v. qui), il tema ha comunque cominciato a fare capolino nel discorso del card. Omella in apertura dell’assemblea plenaria d’autunno della Conferenza episcopale (11-19 novembre).

                E in Italia? In Italia, appunto, tutto tace. A più riprese, soprattutto dopo la pubblicazione del Rapporto Sauvé, si sono diffuse petizioni, nella base della Chiesa, per la creazione urgente di una Commissione d’inchiesta anche nel nostro Paese, ma per ora sono cadute nel vuoto. Ma i vescovi italiani non sembrano disposti a indagare alcunché. Mettono in atto misure che si presumono preventive: «le iniziative e le strutture finora messe in campo per contrastare la piaga degli abusi sui minori e le persone vulnerabili, dentro e fuori dalla Chiesa, dopo l’emanazione delle Linee Guida del giugno 2019», si legge nel comunicato finale dell’Assemblea Cei, «hanno senz’altro segnato una svolta nel tipo di approccio a questo gravissimo fenomeno». E dunque un profluvio di attività, elencate da mons. Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio nazionale per la Tutela dei Minori, nel corso dell’Assemblea: cura educativa nelle comunità ecclesiali «per l’educazione alla relazione e alla maturità affettiva e sessuale»; creazione della rete dei Referenti nei Servizi per la Tutela dei Minori nelle diocesi e di Centri di ascolto; pubblicazione di sussidi per gli operatori pastorali, incontri di formazione per gli operatori pastorali... e molta preghiera, con la celebrazione della Giornata nazionale di preghiera del 18 novembre. In quell’occasione si sono moltiplicate veglie di preghiera, con contrite richieste di perdono, assicurazioni di accoglienza e ascolto.

                Di una Commissione indipendente che passi al setaccio archivi diocesani, parrocchiali, denunce, casi, trasferimenti sospetti, testimonianze di vittime, invece, nemmeno l’ombra. D’altronde, aveva affermato proprio per il 18 novembre Ghizzoni, in Italia l’ondata di casi e denunce «noi non l’abbiamo avuta. Ma questo non dipende dal fatto che la Chiesa italiana stia spegnendo, trascurando o tacitando le vittime o le denunce». Per carità. La Chiesa italiana, assicura, si è mossa e per dimostrarlo aveva sciorinato dati e misure destinate, secondo lui, a far uscire «casi nuovi e del passato».

                Che iniziative come la Giornata nazionale di preghiera siano irricevibili lo ha detto chiaro e tondo a Savona la Rete L’Abuso di Francesco Zanardi con una pec di diffida al vescovo locale (“Non pregate per noi!”) in cui, a nome delle vittime di preti della diocesi che mai sono state ascoltate, rispedisce al mittente «qualunque iniziativa folcloristica o di preghiera così chiaramente disonesta nel pentimento », respingendo «sollecitamente le preghiere di un vescovo e di una comunità cattolica che non ha mai neppure accennato al pentimento, offerto riparazione o qualunque sorta di aiuto o sostegno, mostrandosi ogni volta invece irritata dalle richieste di giustizia delle vittime che con coraggio si sono mostrate». Qualsiasi iniziativa di preghiera legata all’iniziativa, non può che essere recepita «come falsa, strumentale e a uso improprio non concesso della nostra immagine», afferma la rete L'Abuso; «sarebbe pertanto preferibile che la diocesi, umilmente e unitamente alle altre sue realtà, istituisse una commissione di inchiesta indipendente che dia un reale e concreto senso di verità e giustizia».

                Se la Chiesa italiana vuole essere credibile sulla questione degli abusi, una commissione d'inchiesta indipendente è imprescindibile, e sarebbe auspicabile un’alleanza virtuosa tra vittime e media, tra vittime e giornalisti affidabili, di quelli che lavorano per dare voce proprio alle vittime, che cercano verità, cercano trasformazione e non sensazionalismo. Un’alleanza del genere potrebbe scuotere finalmente l’opinione pubblica cattolica, spesso intorpidita dagli episodici casi di cronaca, ma soprattutto diffidente quando si tratta di tirare dentro l’arena l’istituzione Chiesa. Per squarciare veli di ipocrisia e mostrare la nudità del re.

                Se la Chiesa italiana vuole essere credibile sulla questione degli abusi, una commissione d'inchiesta indipendente è imprescindibile, e sarebbe auspicabile un’alleanza virtuosa tra vittime e media, tra vittime e giornalisti affidabili, di quelli che lavorano per dare voce proprio alle vittime, che cercano verità, cercano trasformazione e non sensazionalismo. Un’alleanza del genere potrebbe scuotere finalmente l’opinione pubblica cattolica, spesso intorpidita dagli episodici casi di cronaca, ma soprattutto diffidente quando si tratta di tirare dentro l’arena l’istituzione Chiesa. Per squarciare veli di ipocrisia e mostrare la nudità del re.

                Ludovica Eugenio                           Adista notizie n.43          26 novembre 2021

                ww.adista.it/articolo/67112

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CHIESA UNIVERSALE

In ascolto della volontà di Dio e del grido del popolo

                Si è aperta domenica al Santuario della Madonna di Guadalupe a Città del Messico la prima assemblea ecclesiale dell’America Latina e dei Caraibi. Non si tratta della “classica” conferenza dell’episcopato latinoamericano, come quella di Aparecida del 2007, ma di un «incontro del Popolo di Dio: laiche, laici, consacrate, consacrati, sacerdoti, vescovi, tutto il popolo di Dio che cammina» e in cui «si prega, si parla, si pensa, si discute, si cerca la volontà di Dio» come ha spiegato il Papa in un messaggio dello scorso gennaio.

                Alcune decine i delegati riuniti in presenza nella capitale messicana, mentre la maggioranza dei delegati (200 vescovi, 400 sacerdoti e religiosi, 400 laici) partecipa all’evento online. Bergoglio nel messaggio che ha inviato per l’apertura dei lavori ha ricordato che ad Aparecida, dove anche lui era presente, «fummo chiamati a essere discepoli missionari e a incoraggiare la speranza, immaginando all’orizzonte il Giubileo di Guadalupe nel 2031 e il Giubileo della Redenzione nel 2033». Ora però si profila un evento che allora non era previsto, l’assemblea generale del Sinodo dei vescovi “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”.

                Francesco ha invitato a riflettere su due parole. La prima: «ascolto». «Il dinamismo delle assemblee

ecclesiali è nel processo di ascolto, dialogo e discernimento» scrive, «in un’assemblea l’interscambio facilita l’“ascolto” della voce di Dio fino ad ascoltare con Lui il grido del popolo, e l’ascolto del popolo fino a respirare in esso la volontà a cui Dio ci chiama». «Vi chiedo» ha aggiunto il Pontefice, «di ascoltarvi gli uni gli altri e di ascoltare il grido dei nostri fratelli e sorelle più poveri e dimenticati».

                La seconda parola è stata desborde, che indica il traboccare, lo straripare. «Il discernimento comunitario richiede molta orazione e dialogo per poter trovare insieme la volontà di Dio, e richiede anche di individuare cammini che evitino che le differenze si convertano in divisioni e polarizzazioni» ha sottolineato Bergoglio, «in questo processo chiedo al Signore che la vostra assemblea sia espressione dello “straripare” dell’amore creativo del suo Spirito, che ci spinge a uscire senza paura all’incontro con gli altri e che anima la Chiesa a uscire perché, per un processo di conversione pastorale, sia sempre più evangelizzatrice e missionaria».

Red. Cath.  “Avvenire”  23 novembre 2021

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Vescovi e preti sposati non “hanno abbandonato la casa di Dio”

                Questa teoria secondo cui i preti sposati “hanno abbandonato la casa di Dio” deriva dall’enciclica di Paolo VI sul celibato presbiterale (Sacerdotalis Cælibatus, 24 giugno 1967).

www.vatican.va/content/paul-vi/it/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_24061967_sacerdotalis.html

Enciclica che realizza «la promessa già fatta ai Venerabili Padri del Concilio, ai quali dichiarammo il Nostro proposito di dare nuovo lustro e vigore al celibato sacerdotale [sic!] nelle circostanze attuali» (SC, 2). Al termine dell’enciclica il papa esorta i vescovi a non abbandonare i preti sposati: «Siamo sicuri, Venerabili Fratelli, che non lascerete nulla di intentato per coltivare assiduamente nel vostro clero, con la vostra dottrina e sapienza, col vostro pastorale fervore, l'ideale del celibato sacro e non perderete mai di vista i sacerdoti [sic!] che hanno abbandonato la casa di Dio, che è la loro vera casa, qualunque sia l'esito della loro dolorosa avventura, perché restano per sempre vostri figli” (SC, 95).

                Conoscete un vescovo che “non abbia mai perso di vista” questi preti? La sua attenzione è stata di tipo protocollare: eseguire le disposizioni del procedimento di secolarizzazione. Hanno continuato la tradizione perversa di secoli nel maltrattamento di questi preti, bollati come disertori, ribelli, risentiti, persino come traditori da parte del settore più fanatico. Non si sono avvicinati alla loro vita con rispetto e con l’amore di Gesù che “chiamò quelli che amò” (Mc 3,13) e non smette mai di chiamarli e di amarli, anche se la gerarchia li respinge.

                Come ricorda santa Teresa d’Avila: “Dio presta attenzione più di noi e sa per cosa ciascuno di noi è

fatto" (“Libro della Vita”, 22,12). Lo Spirito Santo, sempre fedele ai bisogni umani, ha suscitato movimenti di preti sposati (in Spagna: ASCE [Asociación de Sacerdotes Casados de España] e MOCEOP [MOvimiento CElibato OPcional]) per accogliere le centinaia di preti abbandonati dalla gerarchia. Questo è stato il sentimento di uno dei suoi fondatori: «Qualcuno doveva fermare quest’emorragia di pastori premurosi, con una passione per Gesù di Nazareth e con il desiderio di continuare a servire la comunità ecclesiale come battezzati e come preti» (Julio Pérez Pinillos: «Memoria grata. 40 anni di MOCEOP» n. 152-153 della rivista “Tiempo de Hablar. Tiempo de Actuar”, pp. 26-27).

                Esemplari sono stati teologi, come José María Castillo: “Sento una profonda ammirazione per coloro che un giorno hanno preso la decisione di riorientare le loro vite anche a costo di abbandonare l’esercizio del ministero presbiterale...Questi uomini hanno avuto la libertà e il coraggio di prendere la propria vita nelle proprie mani, per condurre queste vite nella maniera in cui, a loro giudizio, più e meglio si adattasse alla loro umanità...L’impegno fondamentale... è che ognuno, secondo le proprie possibilità e le proprie condizioni, trovi il percorso più pieno della sua piena umanizzazione...In questo momento la cosa più ragionevole è affermare senza esitazione che ormai vi è la necessità pressante di affrontare con urgenza l’abolizione dell’obbligo del celibato ecclesiastico per i preti di rito latino” (“Preti sposati. Storie di fede e di tenerezza”. Moceop, Albacete 2006, pp. 339-355).

                Il fondatore dell’ASCE, José María Lorenzo Amelibia, continua ad esercitare ampiamente la sua vocazione presbiterale con meditazioni evangeliche e commenti sulla vita di questi preti. Non molto tempo fa, in occasione della modifica del rescritto di secolarizzazione, scriveva su “Religión Digital”: “Dopo 50 anni il rescritto della secolarizzazione è cambiato…Almeno nel 2019 hanno eliminato le umiliazioni; non siamo emarginati come laici, ma continuiamo ad essere tanto emarginati come preti...Noi, preti secolarizzati, che abbandoniamo il ministero per imposizione della gerarchia - la volontà della maggioranza non era questa ma contrarre matrimonio - continuiamo ad essere preti e la volontà del Signore su di noi non è affatto cambiata, una volta che ci ha scelti. Ci ha amato e ci ama ancora...In un modo molto semplice siamo stati accusati di “infedeltà”. Infedeltà a cosa? In nessun modo al ministero, né alla chiamata di Gesù. Continuiamo a sentirci preti ed a praticare il ministero all’interno della più stretta legislazione vigente, ma ci sentiamo completamente emarginati. Qualcosa è stato realizzato: la rimozione delle umiliazioni che abbiamo subito per cinquant’anni...Riconoscono unicamente il nostro ministero con l’obbligo di assolvere quando c’è pericolo di morte. Si comincia da qualcosa. Un giorno abbiamo chiesto la dispensa da un voto che è stato imposto come obbligatorio per poter accedere al ministero. In un modo poco equo ci hanno detto che «non siamo degni di seguire Cristo perché abbiamo messo mano all’aratro e ci siamo voltati indietro» (Lc 9,62). Ma non ci siamo voltati indietro: abbiamo contratto un sacramento della Chiesa, il matrimonio... È guardare indietro il ricevere un sacramento? No. Volevamo continuare nel ministero da sposati... Ci hanno imposto di ritirarci e non lo hanno fatto con eleganza, perché ci hanno anche proibito di servire messa, di essere chierichetti...“Gesù chiamò quelli che amò” (Mc 3,13). E ha amato noi, così come i compagni che esercitano il ministero...Il rifiuto nei nostri confronti lo ha fatto la gerarchia...È vero che ci veniva richiesto di rinunciare all’esercizio del ministero, ma questa rinuncia non è stata libera. Come se dicessero a una persona: “Ti taglierò qualcosa: la mano o la testa, cosa preferisci? E ovviamente tutti direbbero: la mano. Come si può poi rinfacciare il fatto che lui stesso ha scelto di farsi tagliare la mano?.Non odiamo nessuno, ma ci sentiamo emarginati. E per la cronaca, chi scrive questo lo fa senza alcuno spirito di rivincita. La mia età e la mia situazione mi impediscono di reintegrarmi nel ministero... Se fossi più giovane, l’avrei fatto. Ma quante vocazioni al ministero si sono perse e si continuano a perdere a causa dell’infelice legge del celibato!» (Blog dell’autore in “Religión Digital”, 25.01.2020).

                Purtroppo questi fatti (opzione chiara per il ministero di questi preti, la rinuncia imposta a causa di un imperativo legale, l’autorizzazione e l’obbligo di esercitare in pericolo di morte - unico squarcio di bontà del legalismo clericale -, l’opposizione alla volontà di Gesù “che chiamò coloro che amò”, Mc 3, 13-14) sembrano preoccupare poco i gerarchi della Chiesa. La paura dei problemi prevedibili, l’attaccamento alla legge, il clericalismo che il celibato alimenta, il principio di autorità-potere...continuano a bloccare la maggioranza dei vescovi. È difficile spiegare il silenzio davanti al grido di tante migliaia di preti sposati in tutti i paesi, molti organizzati in associazioni piene di Spirito, che chiedono dialogo e cambiamento della legge. Non li smuovono neanche le comunità senza eucaristia, la mancanza di vocazioni, l’abbandono massiccio...

                Grazie a Dio, il vescovo di Limburg, Georg Bätzing, presidente della Conferenza episcopale tedesca, appoggiando il Sinodo tedesco che propone di rivedere la legge sul celibato, ha dichiarato apertamente in questi giorni: “Credo che qui stiamo sostenendo un ministero che potrebbe benissimo essere collegato al matrimonio. E non siamo soli in questo...Vogliamo fornire argomenti perché questo potrebbe anche aiutare il bisogno dei sacramenti nella nostra situazione attuale. Questo non è solo un bisogno in Amazzonia, è un bisogno qui nel nostro Paese...Io non sono il vescovo per gli altri vescovi, ma per i credenti della mia diocesi. Hanno il diritto di sapere cosa penso e come mi posiziono. In questo senso, è un dovere interiore di coscienza quando dico molto chiaramente qua e là ciò che penso. Ho 60 anni. Il tempo della paura è finito. Quello era diverso”.

(Intervista di Renardo Schlegelmilch 12 novembre.2021   in---www.katholisch.de).

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Rufo Gonzàles Religión Digital”   19 novembre 2021

www-redescristianas-net.translate.goog/los-obispos-y-presbiteros-casados-no-han-abandonado-la-casa-de-diosrufo-gonzalez/?_x_tr_sch=http&_x_tr_sl=es&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=sc

Traduzione a cura di Lorenzo Tommaselli

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Francia: i religiosi oltre l’abisso?

                Dal modo in cui si gestisce la devastante memoria degli abusi dipenderà la capacità di aprirsi al futuro: è stata la convinzione di circa 300 superiori e superiore maggiori radunati in presenza e in video a Lourdes (16-19 novembre 2021) dalla Conferenza dei religiosi e religiose di Francia (Corref). Compito dell’assemblea era quello di recepire il rapporto della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (Ciase) che l’organismo ecclesiale aveva voluto, insieme alla conferenza episcopale.

www.settimananews.it/vita-consacrata/francia-i-religiosi-oltre-abisso

                Aprendo l’assemblea generale, la presidente, sr. Véronique Margron ha messo ciascuno davanti alle sue responsabilità rispetto al male commesso da religiosi e religiose verso minori o adulti vulnerabili. Non per negare il male compiuto, irreversibile e irreparabile, ma per affermare una responsabilità collegiale che deve deliberare e decidere. Pur in mezzo alle molte e gravi questioni che la vita religiosa deve affrontare (Covid, fragilità, invecchiamento, internazionalizzazione ecc.), quando il male entra nelle case dei consacrati, «quando persone vulnerabili, bambini e adulti, sono maltrattati, è Dio in questione. Abusare di loro è abusare Dio».

                Numeri e parole. L’incontro diretto col presidente della Ciase, Jean-Marc Sauvé, ha confermato la gravità dei numeri e il sostegno della Ciase alle indicazioni che i vescovi hanno preso nella recente assemblea (cf. SettimanaNews, qui): l’istanza nazionale per il risarcimento, la visita canonica vaticana, il rifinanziamento del fondo (anche vendendo proprietà immobiliari), i nove gruppi di lavoro. Dopo Sauvé ha preso parola il gesuita Patrick Goujon. Nel volume Prière de ne pas abuser ha raccontato il lungo e segreto dolore di essere stato abusato e ne ha dato testimonianza all’assemblea. Solo dopo molti decenni quello che la sua psiche e il suo fisico avevano tenuto segreto è potuto arrivare alla luce della coscienza e alla conseguente denuncia. Ci sono voluti due anni dopo la denuncia per riprendere il filo della sua vita e delle scelte compiute. «Accetto che rimangano delle ombre. Fra esse ve n’è una benevola: l’ombra di Dio. È una grazia impensabile». Per lui è stato la luce del cero eucaristico dell’altare che lo consolava da fanciullo e che lo ha condotto ora a confermare le scelte compiute (Etudes 10.2021, p. 75).

                L’assemblea ha volto lo sguardo oltre ai confini francesi verso l’Africa per i particolari legami storici ed ecclesiali. «Troppo spesso – ha detto la nigeriana sr. Veronica Openibo – riamo rimaste in silenzio aspettando la fine della buriana, ma oggi abbiamo vergogna della nostra Chiesa e delle nostre ipocrite congregazioni», non siamo colpevole degli abusi, ma «osservatrici accomodanti o complici».

                Rieletta con larghissimo consenso alla presidenza della Corref, sr. Véronique Margron e il suo consiglio sono passati alle decisioni operative. È stata formata una commissione indipendente di riconoscimento e riparazione, guidata da Antoine Garapon, magistrato e saggista, co-direttore della rivista Esprit. Come figura “terza” di giustizia sarà suo compito ascoltare le vittime di religiosi e religiose, fungendo da mediazione fra la vittima e la congregazione, usando metodi e prassi in coerenza con la commissione istituita dai vescovi. Quattro i cantieri di ricerca: il rapporto fra abusi e carismi; il discernimento e l’accompagnamento dei candidati e candidate alla vita consacrata; le modifiche necessarie all’azione di governo; la cura degli aggressori.

                I guadagni. La Corref è stata la prima istituzione ecclesiale ad ascoltare direttamente le vittime, la prima a raggiungere la consapevolezza di una responsabilità collegiale nel contesto degli abusi (anche se le suore hanno più vittime che attrici di abusi, avvenuti in particolare nelle nuove fondazioni), la più convinta nel sostenere la piena autonomia e il lavoro della Ciase. Suor Margron, discepola del moralista Xavier Thévenot, teologa riconosciuta e terapeuta praticante, decana della facoltà teologica dell’università di Angers, si è imposta all’attenzione della Chiesa francese e dell’opinione pubblica.

                I numeri degli abusi, ormai noti, sono impressionanti: 270.000 fra preti e religiosi nell’arco temporale 1950-2020, il 3%. 330.000 se si computano anche i laici operanti nelle istituzioni ecclesiali. Le vittime stimate sull’intera popolazione francese sono 5.500.000. Non vi è ricerca specifica sul comparto religiosi/e ma tutto lascia intendere che essi/e rappresentino un terzo dell’insieme, in conformità al loro peso sul corpo totale del personale ecclesiastico. Quando il rapporto Ciase è stato presentato (5 ottobre 2021) «fu una giornata difficile, piena di tristezza per noi tutti e tanti altri. Ma, allo stesso tempo, per me, vi assicuro, fu anche e soprattutto una giornata di Vangelo e di un sorprendente volto della Chiesa» (sr. Margron). Emergono dall’insieme elementi di grande forza e molto promettenti. Oltre al coraggio di guardare in faccia i problemi si possono indicare quattro guadagni: l’ascolto delle vittime, il riconoscimento della responsabilità collettiva, la pratica della giustizia riparatrice e l’aiuto importante della società civile.

                Ascoltare le vittime è stata la scelta che più ha modificato il quadro di percezione. I numeri dicono molto, ma le testimonianze sconvolgono. La parola delle vittime non solo ha imposto la verità, ma ha cambiato i cuori. Solo dalla loro testimonianza si è compresa la devastante forza del male compiuto sui minori. Il riconoscimento della responsabilità collegiale si è così imposto. Ciascuno avrebbe potuto scaricarsi la coscienza in ragione della scarsa rilevanza dei numeri nella propria congregazione o del fatto di essere arrivato alla responsabilità direttiva ben dopo i fatti criminosi o appoggiarsi alla resistenza passiva del corpo clericale e delle proprie comunità.

                Il fatto che il corpo dei superiori e superiore, come del resto è avvenuto per i vescovi, si sia riconosciuto come soggetto di responsabilità ha aperto la credibilità dal versante delle vittime. Nell’assemblea della Corref di aprile, avviando la riflessione sulla giustizia riparativa, sr. Margron affermava: «La giustizia riparativa inverte la scena della giustizia dei tribunali: al centro non vi è l’autore del delitto, ma è la sua vittima al cuore delle attenzioni. Un processo riparativo dell’irreparabile. Affinché l’irreparabile, che resta e resterà, sia meno pesante da portare».

                A questo principio si ispira la commissione indipendente di riconoscimento e riparazione. E infine, la scelta di valorizzare le competenze e le esperienze della società civile. L’autonomia della Commissione Ciase non è la resa alla società laica, ma è il riconoscimento che dalle pratiche e dalle professionalità della società laica (e dei laici cristiani) possono arrivare aiuti essenziali, come già espresso al concilio: «La Chiesa confessa che molto giovamento le è venuto e le può venire dalla stessa posizione di quanti l’avversano e la perseguitano» (Gaudium et spes, n. 44). Si rimescolano profondamente le carte e non è escluso che a guadagnarci sia proprio il Vangelo.

Lorenzo Prezzi  Settimana news             24 novembre 2021/ 3 commenti

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Una nuova strada nei rapporti tra Chiesa e Stato?

                Stiamo vivendo un cambiamento epocale. Si è prestata abbastanza attenzione alle osservazioni di papa Francesco sul cambiamento epocale che stiamo vivendo? Egli ne parla fin dall’inizio del suo pontificato, l’ha menzionato nella Evangelii Gaudium, la sua enciclica-programma,

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20131124_evangelii-gaudium.html

 e l’ha perfettamente espresso in un’affermazione che mostra chiaramente la direzione delle sue azioni negli ultimi otto anni, nel discorso del 10 novembre 2015, tenutosi nel Duomo di Firenze.

www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2015/november/documents/papa-francesco_20151110_firenze-convegno-chiesa-italiana.html

                Se si considera che il ruolo di un capo non è propriamente quello di gestire l’organizzazione che guida, ma di avere un distacco sufficiente da permettergli di fare in tempo i cambiamenti necessari, possiamo dire che papa Francesco è realmente l’uomo che la Provvidenza ci offre per la guida della Chiesa oggi. Checché ne dicano i tradizionalisti, riluttanti per principio all’idea stessa di cambiamento, le parole di questo discorso meritano di essere riprese e analizzate:

                «Si può dire che oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo. Voi, dunque, uscite per le strade e andate ai crocicchi tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso (cfr. Mt 22,9). Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada, “zoppi, storpi, ciechi, sordi” (Mt 15,30). Dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo».

                I problemi del presidente della Conferenza episcopale di Francia con lo Stato. All’indomani della presentazione del Rapporto della Commissione Indipendente sugli Abusi Sessuali nella Chiesa alla Conferenza episcopale francese e alla Conferenza dei Religiosi e delle Religiose di Francia, il 6 ottobre 2021, mons. Eric de Moulins-Beaufort, arcivescovo di Reims, ha suscitato un gran clamore, dicendo a una radio che il segreto della confessione è «più forte delle leggi della Repubblica». Il ministro dell’Interno, che in Francia è anche ministro degli Affari religiosi, l’ha convocato la settimana successiva perché spiegasse il senso delle sue affermazioni. L’arcivescovo di Reims si è poi scusato con le vittime e con coloro che erano rimasti offesi, cercando di giustificarsi. Nessuno sospetterebbe che il presidente dei Vescovi di Francia abbia cercato di ristabilire la teocrazia, ma il danno è stato fatto. È, infatti, discepolo del grande teologo francese, il cardinale Henri de Lubac (1896-1991), sul quale ha anche fatto la sua tesi di dottorato in Teologia. Questo passo falso, sul quale un uomo come lui non avrebbe mai dovuto farsi cogliere in fallo, è stato tuttavia compiuto e ha rilanciato in Francia il dibattito secolare sulle relazioni tra la Chiesa e lo Stato. Soprattutto, ha dimostrato la posizione di privilegio, abituale per i vescovi cattolici, che non sono ancora entrati concretamente e praticamente nella conversione di atteggiamento imposta da tale cambiamento epocale.

                Il fallimento della società perfetta del card. Alfredo Ottaviani al Concilio Vaticano II. Dopo la Rivoluzione francese, la Chiesa cattolica, molto scossa dagli eventi, cercò di proteggere i suoi privilegi nella società, pretendendo che si trattasse di una società perfetta. Si trattava di un modo per difendersi contro gli attacchi da parte delle nazioni sovrane. Ma non facciamo di tutta l’erba un fascio, non fu tutto negativo anche se grandi menti, come il beato Antonio Rosmini (1797-1855), avevano avvertito dei pericoli che questo avrebbe comportato, così come fece in Francia il deputato liberale cristiano Charles de Montalembert (1810-1870), amico di Henri-Dominique Lacordaire (1802-1861).

                La Chiesa aveva più semplicemente dimenticato che, dopo le persecuzioni dell’Impero romano, aveva rivendicato per sé questa libertà che, poi, aveva rifiutato di riconoscere. Al Concilio Vaticano II, il cardinale Alfredo Ottaviani (1890- 1979), prefetto del Santo Uffizio, trasformato poi nella Congregazione per la Dottrina della Fede, aveva tentato di far approvare dai Padri la dottrina del la Chiesa-società perfetta, che papa Leone XIII aveva difeso attraverso le encicliche e che era stata la nozione centrale del Codice di Diritto Canonico del 1917. Per società perfetta si intendeva che la Chiesa ha di diritto tutti i mezzi per la sua esistenza, come lo Stato, e che è addirittura superiore a esso perché detiene un fine spirituale. Nello spirito del cardinale, questo doveva aprire un capitolo speciale sulle relazioni tra la Chiesa e lo Stato, previsto nella Costituzione sulla Chiesa.

                Le nuove prospettive presentate al Concilio dal card. Bea. Il cardinale tedesco Augustin Bea (1881-1968) difendeva, invece, la posizione che si sarebbe imposta tra i Padri del Concilio. Egli ragionava in modo più realista e meno dogmatico del cardinale Ottaviani, sottolineando che le circostanze dell’epoca erano cambiate e che era necessario guardare al rapporto tra Stato e Chiesa da un’altra angolazione e in un altro modo. Per lui, la nozione di libertà religiosa diventava essenziale nei tempi che si stavano aprendo per la Chiesa, e non si poteva rispondere a queste nuove esigenze riproponendo le stesse ricette del passato, anche nel caso in cui queste ultime fossero diventate parte della dottrina della Chiesa attraverso l'insegnamento dei papi. Il dibattito intellettuale tra questi due santi uomini permise alla Chiesa di progredire. Il capitolo tanto desiderato dalla Curia e dal cardinale Ottaviani sulle relazioni Chiesa-Stato fu, dunque, soppresso e la dottrina presentata dal cardinale Bea fu ripresa nella Dichiarazione sulla Libertà religiosa. Fu sancita nei nuovi principi attraverso la giusta autonomia delle realtà terrene, riconosciuta nel numero 36 della Costituzione Pastorale Gaudium et spes: «Se per autonomia delle realtà terrene si vuol dire che le cose create e le stesse società hanno leggi e valori propri, che l'uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare, allora si tratta di una esigenza d'autonomia legittima: non solamente essa è rivendicata dagli uomini del nostro tempo, ma è anche conforme al volere del Creatore».

www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19651207_gaudium-et-spes_it.html

                Il ritorno della teologia politica. Ma le cose continuano ancora oggi ad andare avanti. Il concetto di separazione tra Chiesa e Stato, che la Francia vive in maniera particolare da più di un secolo, per quanto utilissimo, ha lo svantaggio di relegare la fede nella vita privata. Così qualsiasi manifestazione pubblica della Fede cristiano-cattolica rappresenta ogni volta un problema. La Chiesa non si può accontentare di essere solamente l’anima del mondo, come dice uno dei più antichi testi cristiani, la Lettera a Diogneto: «Insomma, per parlar chiaro, i cristiani rappresentano nel mondo ciò che l’anima è nel corpo».

                È a questo punto che interviene un teologo americano, William T. Cavanaugh (*1962), che ripensa i concetti in una chiave del tutto nuova in pubblicazioni di alto profilo, a partire dal ruolo della Chiesa in Cile sotto la dittatura di Pinochet. Cavanaugh ha lavorato in Cile quando il cardinale Raul Silva Enriquez (1907-1999) s’oppose alla tortura praticata dal regime del generale Augusto Pinochet (1915-2006). Nato nel 1962, è professore di teologia alla DePaul University di Chicago. Ha pubblicato la sua tesi, Torture and the Eucharist: Theology, Politics, and the Body of Christ. Oxford: Blackwell Publishing, 1998. Ispirandosi all’espressione di papa Francesco sulla Chiesa come ospedale da campo, ha pubblicato nel 2016 Field Hospital, the Church’s engagement with a Wounded World, William B. Eerdmans Publishing Company, Grand Rapids Michigan – Cambridge U.K.

                In una recensione per il quotidiano La Croix, padre Dominique Greiner evidenzia come William T. Cavanaugh rifletta su «un nuovo modo di ripensare la responsabilità e l’intervento diretto della Chiesa nelle società pluraliste e democratiche», come illustrato anche da HenriJérôme Gagey et Laurent Villemin in un’opera pubblicata da Cerf nel 2017, Eglise, politique et Eucharistie, dialogue avec William T. Cavanaugh. Quando lavorò in Cile, Cavanaugh osservò come la Chiesa aveva reagito sotto la guida del grande cardinale Silva Enriquez. La Chiesa aveva saputo «avventurarsi nella vita pubblica come corpo di Cristo formato dall'ascolto della parola e dalla celebrazione dell'Eucaristia». Era il momento di dar prova di immaginazione, come aveva fatto la Chiesa in Cile scomunicando i torturatori, creando delle reti di solidarietà per la popolazione ridotta alla miseria, organizzando delle mobilitazioni lampo per dare visibilità «liturgica» agli scomparsi, etc. Questo nuovo pensiero teologico si fonda, tuttavia, sull’autentico significato del Corpo Mistico di Cristo come evidenziato dal cardinale de Lubac.

                Sorridere e aprirsi. Lungi, dunque, dal piangere e dall’auto-flagellarsi come i responsabili della Chiesa hanno la tendenza a fare davanti alla crisi degli abusi, in questo momento si tratta di agire in maniera creativa, come si è fatto ogni volta che la Chiesa è entrata in una nuova fase della sua Storia. Per dirla nel modo più semplice del mondo, nella Chiesa siamo bravi essenzialmente in due cose: le sepolture (e abbiamo già seppellito diverse civiltà), ma anche la resurrezione. Lo Spirito Santo ci chiede di seppellire l'ultimo periodo, con le lacrime se vogliamo, ma soprattutto di sorridere, attraverso il cambiamento epocale, a quello che verrà, perché tutti i tempi sono di Dio, specialmente quello in cui abbiamo la fortuna di vivere.

Pierre Vignon, giudice ecclesiastico        Adista Documenti n. 43                25 novembre 2021

www.adista.it/articolo/67097

 

Alcune prassi di nomine episcopali

                Attraverso quale procedura dovrebbero entrare in carica i vescovi? Le richieste di coinvolgere maggiormente i laici nella selezione dei nuovi pastori per la loro diocesi esistono da decenni. Se la maggioranza dei delegati al Synodaler Weg [cammino sinodale] sarà favorevole alla proposta, la Chiesa in Germania dovrebbe prenderla sul serio nel prossimo futuro. Nell’ultima Assemblea Generale, è stato accolto il relativo testo di lavoro Potere e separazione dei poteri nella Chiesa e inviato al Forum sinodale (riguardante il potere e la leadership nella Chiesa) per un’ulteriore elaborazione.

                Secondo l’ecclesiologia del Concilio Vaticano II, il popolo di Dio nel suo insieme – si legge – dovrebbe apparire come un soggetto operativo, «Per questo sembra indispensabile coinvolgere maggiormente rispetto al passato il popolo di Dio nella chiesa diocesana locale nella nomina dei vescovi». La procedura consueta è stabilita nel Codice di diritto canonico: la delega dell’ufficio appartiene al papa. È lui che «nomina liberamente i vescovi o conferma quelli che sono stati legittimamente scelti», stabilisce il Codice di diritto canonico (c. 377 § 1). La partecipazione è già prevista per la rispettiva Chiesa locale e i suoi membri, sia pure in misura ridotta: il nunzio apostolico può informarsi sui pareri di «altri del clero secolare e religioso, nonché dei laici» sui possibili candidati alla carica di vescovo (c. 377 § 3).

                Diverse modalità. In Germania, per la presa di possesso della sede episcopale si applicano le disposizioni dei rispettivi Concordati, cioè gli accordi contrattualmente stipulati sui rapporti tra Chiesa e Stato. Essi risalgono agli anni ’20 del secolo scorso. In base al Concordato della Baviera, ogni vescovo e ogni Capitolo cattedrale delle diocesi bavaresi devono presentare ogni tre anni alla Santa Sede una lista di candidati ritenuti idonei alla carica di vescovo. Se una sede episcopale è vacante, il capitolo diocesano della cattedrale interessata presenterà nuovamente un proprio elenco di candidati. Da tutte queste liste, il papa sceglie colui che nominerà vescovo.

                Nelle diocesi tedesche la nomina dei vescovi è regolata diversamente a seconda dei Concordati vigenti. Anche il Concordato di Baden e quello di Prussia stabiliscono che i vescovi e i Capitoli delle cattedrali presentino alla Santa Sede delle liste di candidati idonei alla carica di vescovo. «Valorizzando queste proposte – è detto – la Santa Sede presenta tre candidati al capitolo della cattedrale, da cui quest’ultimo dovrà scegliere il vescovo a scrutinio libero e segreto. Secondo il Concordato di Baden, però, fra i tre candidati nominati dal papa, deve esserci almeno un membro della diocesi interessata. Questa è l’attuale situazione giuridica.

                È da qui che parte il testo operativo del Forum del potere nella Chiesa per la nomina dei vescovi e presenta in questo contesto i possibili suggerimenti per una maggiore partecipazione dei laici. Bisogna perciò costituire un corpo rappresentativo di fedeli, «che abbia tanti membri quanti ne ha il Capitolo della cattedrale e lo sostenga nell’esercizio dei suoi diritti nel processo di nomina». Entrambi i gruppi dovrebbero redigere congiuntamente un elenco di candidati. Nell’ambito d’azione dei Concordati di Prussia e di Baden, anche il Capitolo della cattedrale dovrebbe ascoltare il comitato prima della sua scelta. Questo dovrebbe essere autorizzato a presentare al capitolo della cattedrale una proposta di maggioranza per la scelta. Infine, «in sintonia con la Sede Apostolica» anche una rappresentanza di fedeli dovrebbe esercitare questo diritto di scelta. Occorre tuttavia chiarire in che misura ciò sia compatibile con il Concordato.

                Rinuncia volontaria. La parola chiave a questo riguardo è «impegno vincolante del rispettivo Capitolo della cattedrale»: ciò dovrebbe essere prescritto per regolamento. Attualmente la parola chiave – «valida condizione giuridica» – è l’unico modo che consentirebbe una maggiore comunicazione con i laici rinunciando a determinati diritti. Questa opzione rimane aperta a ogni persona giuridica – ha sottolineato già l’estate scorsa la canonista di Ratisbona, Sabine Demel, anch’essa membro del Forum del potere sinodale nella Chiesa –. «L’idea dell’impegno vincolante liberamente accettato è una specie di obbedienza precorritrice alle riforme necessarie dal punto di vista della teologia». Ciò avrebbe anche il vantaggio di poter raccogliere esperienze in questo settore. Il Forum del Potere del Cammino sinodale ha elaborato proposte su come i laici possono essere meglio coinvolti nella presa di possesso della sede episcopale all’interno dell’attuale situazione giuridica.

                Ma – impegno vincolante volontario o no – le proposte garantiscono davvero una partecipazione effettiva? Una cosa è chiara: per quanto numerosi siano laici coinvolti nel processo, in condizioni valide, non si possono fare i conti senza la Santa Sede. Perché essa ha in mano la leva più lunga di tutte le varianti in gioco. Ecco perché il canonista di Friburgo, Georg Bier, considera il testo di lavoro con un certo scetticismo. Anche quando si tratta di proposte di candidati, il papa è del tutto libero, nonostante le disposizioni concordatarie. «Nelle diocesi in cui il vescovo è scelto dal Capitolo della cattedrale, il papa è obbligato a tenere in considerazione le proposte solo nella compilazione della sua lista di tre. Tenerle in considerazione significa che ne prende atto», sottolinea Bier.

                In Baviera non sono scelti dal capitolo della cattedrale Il papa può nominare solo uno che già in precedenza era stato proposto. Ma la cosa non è trasparente. In effetti, questo teoricamente non è verificabile, «perché alla fine non si sa chi viene proposto o da chi», ha affermato il canonista. Infatti, oltre al Capitolo della cattedrale, anche la Conferenza episcopale può presentare alla Santa Sede proposte di candidati. «La formulazione delle liste dei candidati ha quindi solo un effetto molto limitato».

                Nessun diritto di scelta nel Codice. Ciò vale anche per la prevista partecipazione dei laici al processo di scelta nelle diocesi in cui si applica il Concordato di Baden o quello prussiano. «Come dovrebbe agire il Capitolo della cattedrale formulando la lista dei candidati?», si chiede Bier. Anche trovasse una quadratura legittima, «se si sceglie, ne deriva che uno seguirà la propria coscienza piuttosto che la raccomandazione da parte degli altri». Inoltre, quando il testo parla anche di diritto di scelta che a lungo termine potrebbe essere esercitato da un organo diverso dal Capitolo della cattedrale, si sbaglia. Nelle norme sulla nomina dei vescovi nel Codice canonico non c’è alcun diritto di scelta. «Quando si dice che il papa nomina le persone giuridicamente scelte, ciò significa già un tener presente la situazione particolare in Germania e in alcune altre diocesi in Svizzera e Austria».

                Quindi si tratta solo di una concessione concordataria. Certamente i concordati non sono scritti per l’eternità, e anche il diritto canonico non può essere valido per sempre, almeno su questo punto. Perciò, in teoria, molte cose sono possibili. Anche nel corso della storia della Chiesa ci furono diverse forme di partecipazione dei laici. Sarebbe pensabile un cambiamento dei Concordati in modo che, ad esempio, i diritti spettanti fino ad oggi al Capitolo della cattedrale siano estesi a organismi rappresentativi della diocesi già esistenti, come il consiglio pastorale diocesano o e il consiglio presbiterale. Ma cambiare i trattati fra Chiesa e Stato è difficile, ha sottolineato Sabine Demel: «Da quanto posso capire, i vescovi e anche la Sede Apostolica non vogliono metterci mano, perché si teme che, se si toccano i Concordati, molte altre cose insieme saranno gettate a mare».

                Come trasmettere alla Sede Apostolica la ragione per cui dovrebbe consentire più ampi diritti di partecipazione? «Io – afferma il canonista di Friburgo George Bier – non mi aspetto che sarà spinta a farlo».

Ma c’è anche un altro aspetto che entra in gioco: chi vuole sciogliere i Concordati deve fare i conti con la possibilità che la stessa Sede Apostolica non rinnovi più le precedenti concessioni. Bier afferma, per esempio, che la tendenza del Vaticano è di cercare di assicurare a sé il diritto di nominare i vescovi anche in altri concordati o simili intese. Cita, ad esempio, il caso della diocesi svizzera di Basilea dove il vescovo è scelto liberamente dal clero diocesano e il papa non può che confermarlo. «Ci sono forti spinte da parte della Sede Apostolica per poter esercitare un suo influsso».

                Il problema è far capire alla Sede Apostolica perché dovrebbe accettare diritti di partecipazione più ampi. «Inoltre – afferma ancora Bier –, non mi aspetto che si senta obbligata a farlo». Ciò non corrisponde all’idea della Sede Apostolica. Questa è favorevole infatti al modello dell’attuale Codice, ossia alla nomina del vescovo da parte del papa e non a una maggiore partecipazione dei laici, come finora è avvenuto in alcune parti. Si tratta quindi di una situazione difficile. Se le proposte saranno alla fine accolte dalla necessaria maggioranza sinodale tedesca e attuate in alcune diocesi, avremo davanti per lo meno dei test appropriati non appena una sede episcopale sarà vacante. Allora si vedrà chiaro se la persona nominata o scelta sarà anche quella che i rappresentanti laici favoriscono.

Matthias Altmann          Settimana news              24 novembre 2021

www.settimananews.it/vescovi/alcune-prassi-nomine-episcopali

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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Assemblea Cei e il Sinodo

Sinodo: card. Grech, “per la prima volta non solo tutti i vescovi, ma tutto il Popolo di Dio è coinvolto”

                “Vengo come fratello, senza nessuna pretesa di imporre punti di vista che deriverebbero da una funzione o da un livello di vita superiori: il mio desiderio è di cercare insieme soluzioni condivise, che aiutino nella piena realizzazione di quanto il Signore ci chiede e lo Spirito va suscitando con questo Sinodo per una Chiesa sinodale”. Così il card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo dei vescovi, ha aperto il suo intervento all’Assemblea generale della Cei, che vede riuniti a Roma fino al 25 novembre oltre 210 vescovi. “La Conferenza Episcopale Italiana ha avviato un Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, previsto per un arco di tempo più lungo di quello assegnato alla XVI Assemblea del Sinodo”, ha fatto notare il cardinale: “Non dev’essere stato facile per voi preparare questo cammino, in gestazione – per quanto ne so – dal Convegno della Chiesa Italiana del 2015 a Firenze, e trovarvi, alla vigilia della vostra 74a Assemblea Generale, a dovervi misurare con la prima tappa del processo sinodale della Chiesa universale, che impegnava tutta la Chiesa e tutte le Chiese”.Qualcuno ha accusato la Segreteria Generale del Sinodo di voler strafare”, ha detto Grech: “In realtà, non abbiamo fatto altro che tradurre in un processo articolato e conseguente quanto è stato stabilito da Episcopalis communio, quando ha trasformato il Sinodo da evento a processo.

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_constitutions/documents/papa-francesco_costituzione-ap_20180915_episcopalis-communio.html

                “Non è facile rendersi conto del cambio di prospettiva che questa scelta comporta”, ha osservato il cardinale: “dalla sua istituzione, il Sinodo dei Vescovi è stato celebrato come un evento che riguardava la Chiesa universale, senza che le Chiese fossero coinvolte immediatamente. Gli esiti del Sinodo toccavano il corpo ecclesiale unicamente quando i pontefici promulgavano le esortazioni apostoliche post-sinodali. Ora, come dice il Documento preparatorio, è tutta la Chiesa ad essere convocata in Sinodo. Per la prima volta non solo tutti i vescovi, ma tutto il Popolo di Dio è coinvolto nel processo sinodale; non solo tutti i battezzati, uomini e donne, individualmente intesi, ma tutte le Chiese sparse per il mondo: si tratta di una decisione di portata enorme, di cui non siamo ancora in grado di misurare gli esiti e le conseguenze”. “Una cosa però è certa: alla base di tale trasformazione del Sinodo da evento a processo sta il principio che l’una e unica Chiesa Cattolica esiste nelle e a partire dalle Chiese particolari”, ha affermato Grech: “In ragione di questa reciprocità e mutua interiorità è stata pensata la doppia apertura del Sinodo, in San Pietro il 10 ottobre e in ogni Chiesa particolare, per mostrare che la Chiesa ‘accade’ nelle Chiese. Chi ha parlato di inutile doppione, non ha compreso quanto già diceva Paolo VI in Evangelii Nuntiandi”.

www.vatican.va/content/paul-vi/it/apost_exhortations/documents/hf_p-vi_exh_19751208_evangelii-nuntiandi.html

M. N.    AgenziaSIR         23 novembre 2021

www.agensir.it/quotidiano/2021/11/23/sinodo-card-grech-per-la-prima-volta-non-solo-tutti-i-vescovi-ma-tutto-il-popolo-di-dio-e-coinvolto

 

card. Grech, “il cammino sinodale in Italia sarà di esempio alle altre Chiese

                “La realizzazione virtuosa del processo sinodale da parte delle Chiese che sono in Italia sarà di esempio alle altre Chiese e agli altri episcopati”. Ne è convinto il card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo di vescovi, che nel suo intervento all’Assemblea generale straordinaria della Cei, in corso a Roma con la partecipazione di oltre 210 vescovi, ha messo in guardia dal rischio di “voler sovraccaricare il processo sinodale di altri significati e obiettivi, di voler aggiungere cose da fare per raggiungere ulteriori risultati, oltre l’esperienza condivisa di ascolto del Popolo di Dio sulla sinodalità e la Chiesa sinodale”. “Tale rischio riguarda soprattutto chi ha pensato un percorso sinodale prima della proposta formulata dalla Segreteria Generale del Sinodo”, ha sottolineato il cardinale: “Questo è il caso del vostro Cammino sinodale, tradotto nella Carta d’intenti presentata al Papa. In essa i primi due anni sono riservati all’ascolto, il primo dal basso, il secondo dalle periferie. Si tratta di un progetto armonico, di grande respiro, che potrebbe essere di esempio anche per altre Chiese. Ciò che può aver infastidito qualcuno è la sovrapposizione dei tempi: la proposta della Segreteria Generale del Sinodo può essere sembrata un fastidioso contrattempo. Vi ringrazio di aver parlato da subito di armonizzazione dei due percorsi. Mi auguro che l’armonizzazione sia tale che vogliate dedicare il primo anno a realizzare la richiesta di ascolto avanzata dal Sinodo della Chiesa universale”. “Tutti sanno con quale insistenza il Santo Padre ha richiesto che si facesse un Sinodo della Chiesa Italiana”, ha ricordato Grech a proposito del “posto che riveste la Cei per essere la Conferenza episcopale a cui formalmente appartiene il vescovo della Chiesa di Roma”. “Un esempio di processo sinodale ben attuato aiuterà tutta la Chiesa nella crescita di quella mentalità e di quello stile sinodale che tutti attendiamo dalla celebrazione di questo Sinodo”, l’auspicio del porporato, secondo il quale “la posta in gioco è alta: ottenere dei risultati senza maturare uno stile sinodale consegnerebbe la Chiesa a una delusione che comprometterebbe il futuro della sinodalità e della stessa Chiesa. Meglio che il Popolo di Dio nelle nostre Chiese si confronti sull’interrogativo fondamentale, piuttosto che parlare di qualsiasi cosa, senza costrutto e soprattutto senza direzione. Ciò che conta è maturare una vera mentalità sinodale”.

M. N.    AgenziaSIR         23 novembre 2021

www.agensir.it/quotidiano/2021/11/23/sinodo-card-grech-il-cammino-sinodale-in-italia-sara-di-esempio-alle-altre-chiese

 

75ª Assemblea Generale Straordinaria: il Comunicato finale

                «Come si realizza oggi nella mia Chiesa locale o nella realtà ecclesiale a me affidata quel “camminare insieme” che permette alla Chiesa di annunciare il Vangelo, conformemente alla missione che le è propria? Come si realizza oggi nella nostra collegialità episcopale quel “camminare insieme” che permette alla Chiesa di annunciare il Vangelo, conformemente alla missione che le è stata affidata?». Sono le due domande ispirate dall’interrogativo fondamentale del Sinodo universale che hanno fatto da sfondo ai lavori della 75ª Assemblea Generale Straordinaria della Conferenza Episcopale Italiana, svoltasi a Roma (presso l’Ergife Palace Hotel) dal 22 al 25 novembre 2021. Sotto la guida del Cardinale Presidente Gualtiero Bassetti, l’assise è stata aperta da un incontro riservato con Papa Francesco.

                L’apprezzamento con cui è stata accolta l’Introduzione del Presidente della CEI ha trovato conferma negli interventi e negli approfondimenti con cui i Pastori hanno rimarcato la preoccupazione per una situazione sociale e ambientale che rischia di penalizzare soprattutto i giovani e i più deboli, oltre che l’invito a fare del Cammino sinodale un’occasione di incontro e di ascolto di tutti, in particolare di quanti vivono con difficoltà l’appartenenza ecclesiale o sono disillusi. In questo senso la divisione dei Vescovi in “gruppi sinodali” ha offerto la possibilità di una condivisione fraterna nella prospettiva del servizio pastorale nella propria comunità e di una più ampia collegialità. È stato un vero e proprio esercizio di sinodalità praticata e vissuta nella comunione del ministero episcopale, che ha permesso di cogliere in profondità il valore della narrazione delle proprie esperienze: il Signore è presente nel vissuto personale e comunitario.

                Tra i momenti significativi l’intervento del Cardinale Mario Grech, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, che ha illustrato il percorso sinodale che porterà alla celebrazione del Sinodo dei Vescovi nell’ottobre 2023.

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                Hanno preso parte ai lavori il Nunzio Apostolico in Italia, Mons. Emil Paul Tscherrig, 212 membri e 16 Vescovi emeriti, alcuni rappresentanti di presbiteri, religiosi e religiose, degli Istituti secolari e della Consulta Nazionale delle Aggregazioni laicali.

                A margine dei lavori assembleari si è riunito il Consiglio Permanente, che ha approvato il messaggio della Commissione Episcopale per l’Ecumenismo e il Dialogo per la 33ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei (17 gennaio 2022); ha riconosciuto a livello nazionale l’Associazione italiana dei Professori di Storia della Chiesa quale Associazione privata di fedeli, approvandone lo statuto; ha ricevuto un aggiornamento sul lavoro seguito alla pubblicazione delle tre Istruzioni della Congregazione per l’Educazione Cattolica sull’affiliazione, l’aggregazione e l’incorporazione degli Istituti di studi superiori (8 dicembre 2020). Ha infine provveduto ad alcune nomine.

                In dialogo con Papa Francesco. L’incontro riservato con Papa Francesco ha aperto i lavori della 75ª Assemblea Generale Straordinaria che si è svolta a Roma, dal 22 al 25 novembre. Il dialogo, durato poco meno di due ore, ha riguardato lo stile con cui abitare questo tempo, plasmato da difficoltà e, allo stesso tempo, da tante opportunità aperte dal percorso sinodale. Le sfide, sempre nuove, interpellano la coscienza della Chiesa e chiedono una maggiore consapevolezza della missione, del servizio pastorale e della corresponsabilità di tutti i battezzati. La prossimità, la cura, l’ascolto e l’accoglienza sono i tratti che Papa Francesco è tornato a indicare e che devono essere il biglietto da visita delle comunità cristiane. Tratti che devono trasparire in primo luogo dal vissuto dei Pastori, chiamati a farsi imitatori del Buon Pastore raffigurato nel cartoncino con le “Beatitudini del Vescovo” consegnato dal Papa a tutti i Vescovi presenti.

                Ascolto reciproco e collegiale. L’Assemblea Generale Straordinaria ha avuto come asse portante la riflessione sul Cammino sinodale, che si è concretizzata in un vero esercizio di sinodalità tra i Vescovi. Molto tempo infatti è stato dedicato ai lavori nei “gruppi sinodali” che hanno offerto la possibilità di una condivisione fraterna nella prospettiva del servizio pastorale nella propria comunità e di una più ampia collegialità. È stata anche questa un’opportunità per i Pastori di ascoltarsi e di confrontarsi sui percorsi da sviluppare sul territorio, in armonia con quanto richiesto dalla Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi e in linea con il tracciato quinquennale prospettato dalla CEI.

                È emersa con forza l’esigenza di abbandonare ogni autoreferenzialità, favorendo il coinvolgimento dei laici e l’ascolto attento di tutti battezzati, specialmente di coloro che non frequentano o hanno sopito il fuoco del Battesimo. Riprendendo l’invito finale contenuto nell’Introduzione del Cardinale Presidente, i Vescovi hanno evidenziato l’importanza di aprire il cuore e l’orecchio a quanti, per diversi motivi, sono rimasti ai margini della vita ecclesiale. Di fronte alle ferite che le persone portano sulla loro pelle, la Chiesa è chiamata a mostrare il suo volto misericordioso. Ma per fare questo, è necessario mettersi in cammino, condividere le fatiche del viaggio, fare silenzio per dare voce a ciò che il “Popolo di Dio” ha da dire. Quello attuale, è stato ribadito, è il tempo del coraggio e della profezia, fondamentali per colmare quella distanza che separa il Vangelo dalla vita e per riorganizzare la speranza, in una società che corre veloce lasciando spesso indietro i più deboli, che subisce il fascino mutevole delle mode, che parla linguaggi nuovi e fa dell’individuo il suo centro. La sfida affidataci dal Papa, hanno ricordato i Vescovi, è quella di un ascolto diffuso, di aprire cioè la consultazione di questo primo tratto del Cammino sinodale anche al di fuori; certo, non tutti parteciperanno, ma tutti devono sentirsi invitati. Se ciascun operatore pastorale, obbedendo alla creatività dello Spirito, si farà moderatore di un gruppo sinodale sul territorio, nei diversi ambienti in cui le persone vivono, s’incontrano, si curano, studiano e lavorano, sarà davvero un’esperienza ampia di sinodalità.

                Cammino sinodale e conversione pastorale. Il Cammino sinodale – è l’auspicio dei Presuli – deve diventare occasione propizia per una conversione personale e comunitaria, conditio sine qua non per ridare linfa all’annuncio e vigore a un tessuto ecclesiale e sociale sfibrato e vecchio. Si tratta di impostare un nuovo tipo di ascolto, inventando qualcosa di originale, che prima normalmente non esisteva o esisteva sporadicamente, dando spazio alla creatività di ciascuno, attivando percorsi che puntino alla comunione: con il povero, con lo straniero, con chi è disorientato, con chi cova rabbia, con chi non crede o ha perso la fede, con chi ha fede solo nella scienza, con chi si sente lontano, con chi professa un’altra religione o appartiene ad un’altra tradizione cristiana. Allo stesso modo, in linea con quanto affermato dal Cardinale Presidente, i Pastori hanno convenuto sull’esigenza di non trascurare l’ascolto dei presbitèri, degli organismi di partecipazione, dei gruppi degli operatori pastorali (catechisti, ministri, operatori della carità, animatori liturgici, associazioni e movimenti). Se da una parte facili entusiasmi o delusioni passate possono ostacolare il cammino, dall’altra è di sostegno la memoria grata. Il Cammino sinodale delle Chiese in Italia, è stato evidenziato, non parte da zero, ma è un percorso di completamento della ricezione dell’ecclesiologia del Concilio Vaticano II: la riflessione degli ultimi decenni e i documenti conciliari costituiscono un faro che continua ad illuminare i primi passi compiuti e quelli che si faranno. In queste ultime settimane, hanno raccontato i Vescovi, si è sprigionata dalle Chiese locali un’eccezionale ricchezza di iniziative e spunti per il Cammino sinodale. Ne sono testimonianza i siti diocesani. L’avvio di questo percorso è stato per tutti un’esperienza di Chiesa in cammino. Già dall’Assemblea del maggio scorso, ma ancora di più dall’inizio dell’autunno, i Vescovi – è stato sottolineato – sono partiti insieme, nella concordia, cioè nella condivisione del cuore, in una specie di sinfonia che, nella diversità di toni e strumenti, sta creando una bella armonia. Molti operatori pastorali stanno cogliendo l’importanza di questo evento sinodale. Le perplessità ci possono anche essere, ma sono utili e necessarie per muoversi nel modo migliore e tenere alta la guardia sulla qualità del Cammino sinodale. Nel momento di riflessione per l’inizio del percorso sinodale, lo scorso 9 ottobre, Papa Francesco – ricordando le parole di padre Congar – ha auspicato “non un’altra Chiesa, ma una Chiesa diversa”. E questa è la sfida: una Chiesa più evangelica, meglio innestata nella vita della gente.

                Accanto ai più deboli. Grande risonanza ha trovato, nell’Assemblea, l’invito del Cardinale Presidente a compiere uno sforzo ulteriore per contenere la diffusione del virus COVID-19. Piena sintonia è stata espressa anche rispetto alla preoccupazione per il continuo verificarsi di “soprusi e abusi nei confronti della persona umana”. L’inaccettabile dramma dei migranti che si consuma sia sulle rotte marittime sia su quelle terrestri, alle porte dell’Europa e ai confini tra gli Stati, scuote le coscienze e invoca una risposta ispirata ai quattro verbi indicati da Papa Francesco: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Avere cura degli ultimi è l’unica strada per costruire un mondo di pace e di benessere comune. Per la Chiesa che è in Italia – è stato detto – stare accanto ai più deboli è una scelta che si rinnova ogni giorno nella verità e nella carità. In questo senso viene espressa anche profonda vicinanza e condivisione a quanti si trovano in condizioni di fragilità, ricordando che la sacralità di ogni vita umana non viene meno neppure quando la malattia e la sofferenza sembrano intaccarne il valore. Avere compassione di un malato significa sostenerlo con terapie adeguate e con affetto, restituendogli la speranza nel Cristo medico, che guarisce e salva. Perciò, la Presidenza della CEI rilancia la richiesta di applicare, in modo uniforme e diffuso, la legge sulle cure palliative e la terapia del dolore, tecniche capaci di ridare dignità alla vita dei malati, anche di quelli inguaribili o di quelli che sembrano aver smarrito il senso del loro stare al mondo.

                All’Assemblea è stato anche offerto dal Presidente del Servizio nazionale per la Tutela dei Minori, S.E. Mons. Lorenzo Ghizzoni, Arcivescovo di Ravenna-Cervia, un aggiornamento circa le iniziative e le strutture finora messe in campo per contrastare la piaga degli abusi sui minori e le persone vulnerabili, dentro e fuori dalla Chiesa, dopo l’emanazione delle Linee Guida del giugno 2019. Queste hanno senz’altro segnato una svolta nel tipo di approccio a questo gravissimo fenomeno. Ne sono testimonianza la cura educativa svolta nelle comunità ecclesiali (seminari, istituti di formazione, parrocchie, oratori, consultori, associazioni, movimenti, etc.) per l’educazione alla relazione e alla maturità affettiva e sessuale; la creazione della rete dei Referenti nei Servizi per la Tutela dei Minori in tutte le Diocesi italiane e di numerosi Centri di ascolto per la raccolta di denunce e segnalazioni; la pubblicazione di tre Sussidi per formare gli operatori pastorali e adottare misure per contrastare i rischi e rendere più sicuri gli ambienti; la promozione di numerosi incontri di informazione e formazione a favore del clero e dei religiosi, dei catechisti e laici educatori e allenatori e degli operatori della Caritas; la celebrazione della Giornata nazionale di preghiera del 18 novembre, data scelta dall’Europa per combattere il fenomeno e sostenere le vittime. Su questa linea verranno compiuti ulteriori passi per implementare e rafforzare l’azione a tutela dei minori e delle persone vulnerabili. La Chiesa, hanno ribadito i Vescovi, vuole essere sempre accanto alle vittime, a tutte le vittime, alle quali intende continuare a offrire ascolto, sostegno e vicinanza, non dimenticando mai la sofferenza che hanno provato.

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                Un’informazione è stata dedicata inoltre all’attuazione del Motu Proprio Spiritus Domini, con il quale Papa Francesco ha stabilito che i ministeri del Lettorato e dell’Accolitato siano aperti anche alle donne, e del Motu Proprio Antiquum Ministerium, con il quale si istituisce il ministero del Catechista. Per procedere alla loro istituzione, è necessario attendere, come già espresso all’Assemblea Generale di maggio, le indicazioni della Congregazione del Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti che dovrebbe pubblicare il nuovo rito di istituzione del ministero laicale del catechista e successivamente le modifiche del rito per l’istituzione di accoliti e lettori. Congiuntamente alla pubblicazione di tali documenti, il proseguimento del lavoro di riflessione e discernimento da parte della Commissione Episcopale per la Dottrina della Fede, l’Annuncio e la Catechesi e della Commissione Episcopale per la Liturgia sarà prezioso per rispondere in maniera adeguata alle richieste contenute nelle Lettere Apostoliche, alla luce dei criteri forniti dalla Congregazione del Culto Divino e la Disciplina dei sacramenti. Per questo motivo è necessario attendere perché ogni azione locale si collochi nel solco di questo percorso.

www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/papa-francesco-motu-proprio-20210510_antiquum-ministerium.html

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www.chiesacattolica.it/75a-assemblea-generale-straordinaria-il-comunicato-finale

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CONSULTORI UCIPEM

Al servizio della famiglia i caregiver familiari e lo stress, ecco i consigli

                Roma1. Centro la famiglia. Pubblicazione nel giornale della Diocesi

                Un tempo di qualità per se stessi, uno stile di vita sano, la richiesta di supporto psicologico, il contatto con gruppi di ascolto. Solo amandosi si ama pienamente l’altro

                I caregiver familiari, ovvero coloro che si prendono cura di una persona cara disabile, affrontano ogni giorno sfide che sono causa di stress. Un caregiver deve gestire la cura del proprio caro e una fitta agenda di terapie e burocrazie. Alla fine di questa faticosa e interminabile giornata potrebbe sentirsi sfinito e allo stesso tempo non riuscire a dormire, perché anche il riposo di cui necessita a volte è impossibile se lo stesso assistito, a sua volta, ha difficoltà a dormire. Si aggiunge poi l’abbandono da parte delle istituzioni. L’Italia è l’unica nazione europea a non aver ancora riconosciuto diritti e tutele ai caregiver familiari; questi ultimi non ricevono sostegno adeguato ad alleviare il proprio dolore, lo stress e la fatica che implica accudire una persona grave. Sarebbe necessario supportare e rafforzare il caregiver familiare, sin dagli esordi della malattia o dell’inizio della condizione. Invece i caregiver, pur fornendo un grande esempio di responsabilità e amore, sono sottoposti a uno stress intenso e prolungato, sotto l’aspetto emotivo, psico-fisico, sociale-relazionale ed economico.

                Per quanto riguarda lo stress emotivo e psico- fisico la richiesta di prendersi cura e soddisfare i bisogni di una persona non autosufficiente può generare ansia, insonnia, il rischio di depressione, disagi psicologici e malessere fisico. È possibile che non avendo tempo per sé, in mancanza di un adeguato supporto, i caregiver trascurino la cura della propria salute fisica e mentale e sopportino a discapito del proprio stato di benessere, rischiando il burn-out (esaurimento [Sindrome da stress lavorativo]). Può capitare, per chi fosse riuscito a mantenersi un lavoro, che andare a lavorare sia meno pesante che gestire la disabilità.

                Possiamo delineare alcuni suggerimenti: prendere delle brevi pause per rilassarsi e staccare la spina. È opportuno concedersi e darsi il permesso di un tempo per sé di qualità. Dedicare tempo alla propria salute psicofisica e alle relazioni importanti significa poter accogliere i propri bisogni e poi poter accogliere quelli dell’altro. Non rimuginare sui problemi, non indulgere in pensieri negativi e concentrarsi sul qui e ora. Stare nel qui e ora aiuta a non entrare in ansia e a occuparsi di piccole cose alla volta. Riprendere uno stile di vita sano. Bisogna recuperare la salute e il sorriso, per esempio diminuendo l’alcool e il fumo, eliminando alimenti poco sani, andando in palestra o facendo delle camminate all’aria aperta. La natura favorisce il relax. Ci si sorprenderà a scoprire che prendersi cura di se stessi ha un impatto positivo immediato anche sul benessere del proprio caro. L’arte e la creatività possono aiutare a divertirsi e a rilassarsi, aiutano a promuovere la calma e la tranquillità. Inoltre distrarsi con la musica è un modo sicuro per ridurre lo stress e regalare un sorriso anche a chi ci sta accanto.

                Sotto l’aspetto dello stress sociale e relazionale, la maggior parte delle disabilità sono note ai più e questa ignoranza può portare i caregiver a non sentirsi visti e a restare socialmente isolati. Esattamente ciò che può accadere al proprio assistito. Per pudore, per vergogna, per i pregiudizi e i giudizi legati alla diversità, i caregiver potrebbero non sostenere incontri in pubblico o decidere di passare meno tempo in compagnia di amici e familiari. Per queste persone è anche più alto il rischio di vivere uno stress di coppia. È molto frequente, ad esempio, che di fronte alla disabilità di un figlio, i genitori – se già non in armonia e in disaccordo sull’educazione e le scelte da intraprendere – tendano a inasprire la relazione e arrivare alla rottura per il troppo peso dell’assistenza.

                Anche in questo caso possiamo individuare delle soluzioni operative.  Iniziare con il chiedere aiuto. Ricevere la diagnosi può essere devastante senza adeguato supporto psicologico; se nella struttura dove è in carico il familiare disabile non si trova questo tipo di supporto, può essere utile chiedere un corretto aiuto psicologico: ciò può fare la differenza nel benessere generale. Delegare è necessario, anche per recuperare sonno e riposo. Contattare gruppi di ascolto, associazioni si rivelerà indispensabile per ampliare il sistema di supporto. Coinvolgere una “rete di figure professionali”: le cooperative per la disabilità o la Asl locale possono aiutare a mettersi in contatto con gruppi di supporto e assistenti domiciliari. I gruppi di aiuto possono aiutare a sentirsi ascoltato, ma anche a entrare in contatto con persone che vivono la stessa realtà; sono risorse e informazioni che possono ampliare la rete di sostegno e ridurre lo stress sociale e relazionale.

                Sotto il profilo dello stress economico le difficoltà di gestione possono riguardare anche l’aspetto finanziario. I caregiver familiari, per garantire la loro presenza, spesso, rischiano di perdere il lavoro o devono fare orari part-time e di conseguenza guadagnare meno. Molti genitori, soprattutto le mamme, hanno rinunciato a lavorare per potersi dedicare al proprio figlio. Eppure ci sono molte spese per le terapie private, spese mediche e di assistenza domiciliare; tutto ciò comporta un onere economico non indifferente e dover sempre pensare a pagare è stressante. Scegliere tra la cura, la salute del proprio caro e il lavoro può essere devastante. Bisogna lavorare per garantire le cure e le terapie e allo stesso tempo bisogna occuparsi della persona assistita: un cortocircuito infernale. Per quanto riguarda dei piccoli suggerimenti, possiamo indicare le seguenti vie. Mantenere un lavoro esterno soddisfacente, quando si può, aiuta nella propria realizzazione personale, rafforza un buon livello di autostima e preserva la salute mentale. Anche il lavoro può essere una distrazione dalla propria vita in comune con la disabilità. Rivolgersi ad aiuti comunali e/o regionali, come ad esempio, nel Lazio, la Piattaforma regionale www.efamilysg.it. il buono che vale, dalla quale si può accedere a dei rimborsi attraverso dei buoni servizi per la non autosufficienza. È importante iniziare a fare dei piccoli ma fondamentali passi come cominciare a volersi bene, a delegare, a concedersi del meritato riposo e a svagarsi. Tutte cose necessarie per poter continuare ad amare.

                Ci è stato raccomandato «ama il tuo prossimo come te stesso» (Vangelo di Matteo 22, 37-39). Ecco, “come te stesso” è un aspetto che non andrebbe mai trascurato anche per la più nobile delle cause, come la cura di un affetto in difficoltà. Davvero non è egoismo. La disabilità spesso è una condizione e come tale resterà, non sparirà, quindi il sacrificio richiesto è per tutta la vita ma tale sforzo di annullarsi non può essere una condanna per sempre. Occorre darsi il permesso di dedicarsi anche a se stessi. Solo così, amandosi e restando se stessi e sani, si può avere vera premura e amare pienamente l’altro. Abbiate cura anche di voi!

Sara Capriolo, psicologa, consulente della coppia e della famiglia Centro La Famiglia il 26 novembre 2021.

                www.romasette.it/i-caregiver-familiari-e-lo-stress-ecco-i-consigli

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CORTE COSTITUZIONALE

La legge non cambia per l’adozione ai single

                Rispondendo alla questione sollevata dal Tribunale di Firenze, la Consulta ribadisce che le leggi attuali tutelano il “miglior interesse” dei minori. Dunque, le regole per l’adozione ai single vanno bene così come sono. L’adozioni ai single è un argomento che periodicamente torna a interessare le cronache. Ultimamente lo ha fatto soprattutto in seguito ad alcune dichiarazioni dell’attrice Claudia Gerini e della giornalista Francesca Fialdini che hanno sollevato il proprio senso di “assurdità” per una legge che permette l’adozione solo alle coppie sposate.

                La decisione della Corte Costituzionale: l’adozione ai single non cambia. Se queste osservazioni hanno animato il dibattito mediatico, a livello più sostanziale c’è stata la mossa del Tribunale per i minorenni di Firenze che nel novembre 2020 ha ammesso la questione di legittimità sollevata da una donna single, magistrato, rispetto alla possibilità di presentare dichiarazione di disponibilità all’adozione di un minore straniero. La decisione in merito è così passata nelle mani della Corte Costituzionale, che si è espressa chiaramente confermando di non riscontrare – come riporta Avvenire – “nessuna frammentarietà e nessuna incertezza nel quadro normativo tale da sollecitare la revisione di una questione così delicata come l’adozione legittimante alle persone non unite in matrimonio”.

                Ancora devono essere depositate le motivazioni della sentenza, ma l’Ufficio stampa della Corte ha fatto sapere – riportiamo sempre da Avvenire – “che le censure del Tribunale di Firenze sulla frammentarietà e sulla presunta incertezza del quadro normativo non siano motivate e non possano per ciò stesso consentire l’esame del merito”.

                Esistono già dei casi in cui l’adozione ai single è consentita. Sostanzialmente, quello che viene ribadito è che le attuali norme tutelano a sufficienza quello che è il fine ultimo di ogni decisione riguardante l’adozione: il “miglior interesse” del minore. Interesse che prevede già, per esempio, alcuni casi in cui l’adozione (non legittimante) possa essere concessa anche ai single, ma che rimane un discorso molto complesso e delicato che, evidentemente, la Corte Costituzionale ritiene sufficientemente tutelato e chiarito dalle attuali normative.

www.aibi.it/ita/la-legge-non-cambia-per-ladozione-ai-single-lo-ha-deciso-la-corte-costituzionale

                La Corte costituzionale, riunita oggi in camera di consiglio, ha esaminato la questione di legittimità sollevata dal Tribunale per i minorenni di Firenze sull’impossibilità di accertare l’idoneità all’adozione internazionale piena delle persone non unite in matrimonio. In attesa del deposito della sentenza, l’Ufficio stampa della Corte fa sapere che la questione è stata dichiarata inammissibile. La Corte ha ritenuto che le censure del Tribunale di Firenze sulla frammentarietà e sulla presunta incertezza del quadro normativo non siano motivate e non possano per ciò stesso consentire l’esame del merito. La motivazione della sentenza sarà depositata nelle prossime settimane.    Comunicato stampa               Roma, 23 novembre 2021      

www.cortecostituzionale.it/documenti/comunicatistampa/CC_CS_20211123164217.pdf

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DALLA NAVATA

I Domenica d’Avvento – Anno C - 28 novembre 2021

Geremia                             33, 14. Ecco, verranno giorni - oracolo del Signore - nei quali io realizzerò le                                                     promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda.

Salmo                                   24,04. Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami                                              nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza.

1Tessalonicési                  03, 12. Fratelli, il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e                                           verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, per rendere saldi i vostri cuori e                                           irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore                                            nostro Gesù con tutti i suoi santi.

Luca                                      21, 36. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a                                          tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo»

 

                La dissipazione, al livello dell'informazione, ci porta più a verificare le piccole battaglie parlamentari che non, poniamo, gli armamenti atomici che in segreto continua­no, coperti da un interminabile congresso sul disarmo che, tutti lo sanno, non conclude mai nulla. È appunto una grande menzogna che fa da paravento alla effettiva realtà che è la preparazione di strumenti capaci di far crollare davvero il sole e la luna. C'è una volontà aggressiva che fermenta, dinanzi alla quale, per una specie di convenzione sociale, noi siamo distratti. Ma non solo questo. Ci sono veramente opere di morte, fra di noi. E questa paura, noi lo sappiamo, è senza scampo. È senza scampo!

                La fede ci dà la possibilità di un altro discorso. Il Signore allude a questa posizione nuova là dove dice: « Alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina ». La fede inserisce il processo cosmico e storico (perché il Vangelo di oggi ci obbliga ad assumere anche queste misure cosmiche) dentro una cornice di comprensione: di là di questi processi catastrofici non c'è il vuoto, la cifra senza spiegazione: per noi c'è l'alleanza. Questa è la categoria, cioè il principio di comprensione fondante. C'è l'impegno dall'altra parte. Il nostro è il Dio della Promessa. Io credo nel Dio della promessa e nella promessa di Dio. Questa è l'essenza della fede. E allora, se c'è questa promessa che si è attuata nel figlio dell'uomo, il mio atteggiamento non è più di paura invincibile, perché per quanto passino il cielo e la terra, c'è qualcosa che non passa: appunto la Parola che la fede schiude dentro come un fiore sempre vivo. C'è un modo per così dire - di vivere dentro la tragedia della fine e insieme di scontarla in noi. Viverla senza finzione e insieme superarla in attesa di cose nuove che devono venire. Se la nostra consuetudine con la Paro­la di Dio non è occasionale ma strutturale, è una specie di ritmo interno che si intreccia col battito del cuore, queste cose noi le vediamo nascere.

                E allora la nostra scelta di fede sarà non quella di piangere sulle catastrofi ma quella di allearci con le cose nuove in cui traluce l'adempimento della Promessa di Dio. Ché se noi dovessimo fondare la certezza sull'esperienza non ce la faremmo. Come il rabbino della leggenda, a cui un cristiano osò dire che il Messia è già venuto ad inaugurare il suo regno; apri la finestra, guardò il mondo e disse: «No, il mondo è tale che il Messia non è venuto ». E aveva ragione. Dov'è il Messia? Ma la Parola del Signore non ci dà garanzia, perché Egli è Colui che viene: il giorno del Signore viene, non appartiene al nostro calendario passato, è una dimensione del fu­turo che irrompe, appunto è un adventus, è qualcosa che viene verso di noi. Allora la fede consiste nel discernimento di questo processo antitetico al successo della catastrofe che è processo di vita. Consiste nell'allearsi ai nuovi segni della vita. È che noi conosciamo la vita secondo le indicazioni dei vecchi manuali. Molti cristiani si accostano alla realtà con lo schema già fatto delle leggi morali sancite, uni­versali, e non si accorgono che conservando le loro leg­gi astratte mettono i piedi sul germoglio nuovo che è nato. Prima di essere una morale, la fede è discernimento, è un saper cogliere la realtà che nasce, è un passo verso ciò che nasce e cresce.

                Questo è il modo di incontrare Dio. Altrimenti Dio diventa un nome consolatorio che ci strappa dalla comune condizione umana e ci rende incapaci di piangere adeguatamente e di essere adegua­tamente sereni. Quando la nostra vita si è legata, con questo nesso in­dissolubile, al processo del Dio che viene, allora siamo liberi dalla paura. Infatti, che cosa può avvenire, poi? Cosa può avvenire che spezzi questa sicurezza? Niente può avvenire! All'interno di una vera comunità cristiana non c'è la pau­ra di esser incompresi, perseguitati, vittime della storia. C’è oggi un linguaggio vittimistico, fra i cristiani, che è insopportabile. Come se nel mondo non ci fossero vittime più serie, magari i negri del Sud Africa, magari i palestinesi ... Non staremo a piangere sul mondo che ci perseguita: staremo qui ad allevare il germoglio che è nato; ad esser pronti - in qualunque parte del pianeta - a scommettere che per la promessa di Dio, adem­piuta in Cristo, la vita vincerà sulla morte. E questa certezza va pagata quotidianamente, non spesa nelle ora­zioni domenicali: va scontata giorno per giorno nelle scelte.

                                                                               p. Ernesto Balducci, scolopio     (1933-1992)

http://fondazionebalducci.it/?q=laparola/28-novembre-2021-%E2%80%93-prima-domenica-di-avvento-%E2%80%93-anno-c

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DIBATTITI

Urge una legge sull’eutanasia

                E’ arrivato in Aula alla Camera il 22 novembre 2021 (se non ci sarà il secondo rinvio), il testo base su “disposizioni in materia di morte volontaria medicalmente assistita”, volto a disciplinare uno dei profili più problematici delle questioni del fine vita. Il tema affrontato dalla proposta di legge – per chiarezza – non è quello del suicidio (darsi la morte), né quello del rifiuto dei trattamenti (non curarsi e lasciarsi morire) ma quello del farsi aiutare a morire e quello del farsi dare la morte.

                Momenti di svolta perché il Parlamento decidesse di legiferare sul fine vita sono stati: l’approvazione della legge 219/2017 e la sentenza n. 242/2019 della Corte costituzionale, che ha ritenuto non punibile il suicidio medicalmente assistito in specifiche circostanze. Dopo tre anni di silenzio, lo sprint al legislatore è stato dato, il 20 aprile, dal deposito di un quesito referendario per la legalizzazione dell’eutanasia in Italia, promosso dalla Associazione Luca Coscioni, che lo scorso 8 ottobre 2021 ha depositato oltre un milione e 200mila firme presso la Corte Cassazione.

                Tre italiani su quattro sono favorevoli all’eutanasia. E secondo un’indagine Eurispes del 2020 aumenta il numero degli italiani favorevoli al suicidio assistito. Ciò accade per varie ragioni, tra cui il numero sempre maggiore di coloro che si sono dovuti confrontare con situazioni di familiari o di amici che hanno vissuto forme prolungate di agonia in condizioni umanamente devastanti.

                Questa domanda eutanasica non va valutata a priori in modo negativo. Oltre al rifiuto dell’accanimento terapeutico, essa segnala i limiti di una possibile attività medica e spesso affonda le radici in una concezione della vita complessa, nella quale a contare non è soltanto il dato biologico ma la biografia della persona. L’esistenza non si esaurisce nel funzionamento del corpo. Ha una sua essenza relazionale anche nel processo del morire. Ma è proprio sulla concezione etica della vita che in Italia, più che altrove, la questione del fine vita è quasi sempre ridotta a terreno di scontro fra fronti avversi.

                La tensione conflittuale è tra chi fa proprio il principio della «sacralità» della vita e chi fa appello al principio della «qualità della vita». Tra chi ritiene la vita sia un bene “indisponibile” e chi, in alcune circostanze, “disponibile”. Tra chi è per il principio dell’“autodeterminazione” anche nel processo del morire e chi categoricamente lo nega. Semplificando si riducono le diverse posizioni a due, la religiosa e la laica. Si pensi, invece, alla non univoca posizione delle Chiese Protestanti e dei Valdesi, all’Ebraismo e alle altre religioni. Così come le posizioni “laiche” sono tante e diverse.

                Queste diverse posizioni etiche, pur con caratteri netti e inconciliabili, presentano alcuni aspetti in comune. Un carattere «sacro», in senso lato, della vita umana non è del tutto assente nella posizione laica, che, laddove sostiene la possibilità dell’eutanasia e del suicidio assistito, lo fa con cautela e a precise condizioni. Così il rifiuto radicale, nei documenti ufficiali della chiesa cattolica, dell’accanimento terapeutico non può che essere motivato dall’adesione al principio della “qualità della vita”.

                La centralità del principio di autodeterminazione, esteso alla possibilità della persona di darsi o di chiedere che le venga data la morte, non può non fare i conti con il prevalere della ideologia del mercato che, da un lato, fa percepire come inutili alcune vite umane economicamente improduttive (cultura dello “scarto”); dall’altro, vanifica la possibilità di dare un senso ad eventi come la malattia e la sofferenza.

                Così anche il principio della indisponibilità del diritto alla vita (affermato anche nell’interesse della collettività, in considerazione dei doveri che sulla persona incombono verso la famiglia e la comunità) esprime una concezione solidaristica di indubbio valore in situazioni di normalità. Ma invocare tale principio nei casi di soggetti in stato vegetativo permanente tingerebbe il principio di disumano rigore. Né è sufficiente sostenere per questi casi che basti il ricorso alle cure palliative.

                Esasperare lo scontro tra le posizioni, come purtroppo avviene nella discussione pubblica, non serve a nessuno. Un intervento legislativo che affronti con chiarezza le difficili tematiche del fine vita, non esclusa la questione eutanasica, risulta anche nel nostro Paese assolutamente urgente. L’etica pubblica alla quale occorre fare riferimento per una legge sul fine vita non può essere quella cattolica: nelle democrazie liberali chiunque deve poter parlare del proprio Dio ma nessuno deve poter legiferare in nome di Dio.

                La proposta di referendum e il nuovo disegno di legge sono giuridicamente su binari paralleli. Anche in caso di ammissibilità e di vittoria del referendum sarebbe necessaria una legge.

                La morte è un evento inevitabile e certo. Non sappiamo né il come e né il quando. E, al riguardo, la cultura contadina esprimeva un desiderio di una “buona morte” con due aggettivi: sia “corta e netta”. Per non soffrire ma anche per non essere di peso. Oggi sulla nostra società pesa una lettura oscura della morte, piena di tabù. Anche chi crede che la vita sia dono di Dio può prendere in mano la propria fine e deciderne modo e tempi, nel momento in cui non c’è alternativa fra una sofferenza senza uscita e un decadimento senza ritorno. In questa situazione, Dio, per un credente datore di quel dono, può concedere il discernimento di riconsegnargliela. Ciò non significa che un individuo si faccia “padrone assoluto” ma nemmeno che diventi “schiavo” di questo dono senza alcuna responsabilità. Significa farsi “figlio”, il quale, non per capriccio o a cuor leggero, davanti a qualche giorno in più di vita vegetativa, senza relazioni e senza affetti, prima che rischi di esplodere e di farsi bestemmia, decide di consegnargliela. In situazioni particolarissime, il farsi aiutare a morire da “figlio”, può lasciare una profonda serenità e un grande conforto, senza nulla togliere al dolore della sua assenza, anche a chi resta.

                Perché la legge italiana ci deve vietare di poter scegliere, nelle giuste forme, questo modo profondamente umano, giusto e cristiano, per morire?

Antonio Greco                  Articolo pubblicato il 22 novembre 2021              Quotidiano di Puglia

https://manifesto4ottobre.blog/2021/11/23/urge-una-legge-sulleutanasia

Il “Manifesto 4ottobre” è una lettera aperta che un gruppo di uomini e donne indirizzano alla chiesa locale di Brindisi e Ostuni il 4 ottobre 2014. Si definiscono “laici che fanno riferimento al Vangelo e alla Costituzione della Repubblica”. Il 4 ottobre, oltre ad essere la data del suo lancio, è anche la festività di san Francesco dal quale il nuovo papa aveva preso il nome.

https://manifesto4ottobre.blog/2014/10/10/manifesto-del-4-ottobre

 

«La vita non è mai disponibile Provo turbamento, ma anche rispetto»

                «Di fronte a un’ultimativa volontà di morire il credente resta sempre profondamente turbato, sia che quella volontà venga espressa da un singolo in solitudine, sia che trovi conforto nel parere di un comitato etico. Il turbamento viene dall’oggettivo contrasto di quella volontà nei confronti della sacralità della vita, che per il credente ha caratteri di mistero e di dono e non è mai disponibile».

                Così il teologo e arcivescovo di Chieti Bruno Forte commenta il «parere» del Comitato etico che ha dato il via libera al primo caso italiano di suicidio assistito legalmente riconosciuto.

                Riaffermato il principio, cosa dice a Mario che chiede di morire e a quanti appoggiano la sua richiesta?

                «Il credente sa che in una società complessa come la nostra convivono molteplici convincimenti valoriali e non ha difficoltà a rispettare un cammino di coscienza diverso dal suo. Lo rispetta, segnalando il duplice sentimento con cui intende accompagnare il suo rispetto: desiderio di vicinanza a chi è nel dramma, speranza contro ogni speranza che resti possibile un ripensamento della decisione di morte».

                Questa speranza estrema nella sua esperienza di vescovo ha mai vinto?

                «Certo. Chi sta decidendo di mettere fine ai suoi giorni può mutare opinione e accettare di vivere se si vede collocato in un rapporto d’amore. Vissuto in quel rapporto, anche il dolore che non trova più rimedio nella medicina palliativa può farsi accettabile».

                L’uomo di fede dispone di altra risorsa, oltre a quella affettiva?

                «La sua risorsa specifica è l’affidamento a Dio: “nelle tue mani affido la mia vita”. Se l’affidamento sarà di coppia, o familiare, o comunitario, potrà venirne anche un aiuto a fronteggiare il dramma: ho conosciuto casi estremi nei quali è stata decisiva l’invocazione a Dio della possibilità di continuare a vedersi e ad amarsi».

                Come vede il ruolo del medico chiamato ad assistere il suicida? Possiamo intenderlo come un aiuto al sofferente, secondo la concezione della professione medica?

                «Dalla mia posizione no e a un medico credente ricorderei l’opportunità dell’obiezione di coscienza. Ma posso capire il medico laico che in ascolto della decisione del paziente maturi il convincimento che il suo ruolo sia di accompagnarlo in quel passo. Del resto per tutti la questione è complessa e occorre aver presente che accanto al valore inviolabile della vita vi sono anche l’inviolabilità della coscienza e la necessità di evitare ogni accanimento terapeutico». Una posizione simile è stata espressa dalla Pontificia Accademia per la vita, che ha invitato a «non minimizzare la gravità di quanto vissuto da Mario», segnalando insieme che in nessun modo si dovrebbe «incoraggiare a togliersi la vita». L’Accademia richiama anche la necessità che l’unica risposta a chi soffre non sia mai quella di «rendere normale il gesto della nostra reciproca soppressione» e ricorda che «la logica delle cure palliative contempla la possibilità di sospendere tutti i trattamenti che vengano considerati sproporzionati dal paziente».

intervista a Bruno Forte di Lugi Accattoli             “Corriere della Sera”     24 novembre 2021

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202111/211124forteaccattoli.pdf

 

Il punto è la dignità della persona

                La vita è un dono di Dio: la Chiesa dice no all’eutanasia ma anche all’accanimento terapeutico

                Sul tema dell’eutanasia, del referendum e delle posizioni espresse da mons. Paglia nella prima trasmissione (della nuova serie) di Corrado Augias (Rebus, 10 ottobre 2021),                        news 885, pag.33

www.raiplay.it/video/2021/10/Rebus---Puntata-del-10102021-b336b9a2-d189-4d64-90da-99e397565044.html

il filosofo e saggista Giovanni Fornero scrive su Il Riformista di sabato 20 novembre, di “provare un certo ‘stupore’, dovuto al fatto che Paglia sorvola sul fatto che chi dice che la vita è indisponibile non è qualche sparuto gruppo di cattolici, ma i documenti ufficiali della Chiesa, ossia i testi (dalla Dichiarazione sull’eutanasia alla Evangelium vitæ alla Samaritanus bonus) nei quali è contenuto e sintetizzato il magistero cattolico in materia”. Magistero (sintetizzo) secondo il quale la vita è “dono di Dio” e dunque nessuno può decidere per un termine anticipato (eutanasia o suicidio assistito che sia) e tantomeno possono deciderlo le legislazioni.                     www.ilriformista.it/eutanasia-la-disponibilita-della-vita-e-lapertura-della-chiesa-262143

                Il tema sollevato da Fornero è interessante e merita qualche puntualizzazione. Prima di tutto, cosa ha detto mons. Paglia? Nel dibattito con Augias – per forza di ‘cose’ affastellato e confuso, con frequenti interruzioni (tecnica tv ora di moda) – mons. Paglia voleva sottolineare un tema fondamentale: la vita è mia, ma anche degli altri (e qui Augias è sbottato!). Cioè esiste una dimensione relazionale e comunitaria: la persona non è una monade isolata ma vive ben dentro un tessuto di rapporti affettivi, dunque vive in un mondo di relazioni. Ignorarlo significa staccare la persona dal contesto. In questo senso – direbbe mons. Paglia – ogni scelta è inserita in una relazione tra persone, non è assoluta. Ma non ha potuto dirlo in maniera completa e compiuta. Eppure è un elemento importante per il seguito di questo discorso.

                Veniamo più in dettaglio alle considerazioni su quale sia la dottrina. La Chiesa cattolica non ha le posizioni che Fornero sintetizza. Certamente la vita è “dono di Dio” ma in un contesto e in una situazione. Nel caso della malattia, la Chiesa si è espressa da molti anni per la “proporzionalità dei trattamenti” e contro “l’accanimento terapeutico”, che oggi si definisce meglio con l’espressione “ostinazione irragionevole”. Proprio il recente documento “Samaritanus Bonus” che Fornero cita, intitola il capitolo V, par. 2 “L’obbligo morale di escludere l’accanimento terapeutico”.

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2020/09/22/0476/01077.html

                Del resto Papa Francesco nel discorso [messaggio] del 17 novembre 2017 al simposio tra la Pontificia Accademia per la Vita e la World Medical Association, notava che quando la proporzionalità viene a mancare, astenersi dal trattamento non è solo lecito ma doveroso.

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2017/11/16/0794/01721.html

Una linea che si trova nel Catechismo della Chiesa Cattolica: l’ultima parola è del malato, nella misura in cui è in grado di esprimersi (sezione I- capitolo II, §. 2.278).       www.vatican.va/archive/catechism_it/index_it.htm

                E in quella stessa trasmissione con Augias, mons. Paglia ha parlato a favore delle Direttive anticipate di trattamento (Dat) che servono per dirimere quei casi in cui il malato non può più esprimersi (coma, stati vegetativi). Qualora le Dat non ci siano, ecco entrare in campo le famiglie, i parenti, gli affetti: la relazione, dunque, perché ognuno di noi non vive isolato.

                Da notare, ancora, che la posizione della Chiesa contro “l’ostinazione irragionevole” dei trattamenti terapeutici (quando la guarigione non è possibile e comunque il decorso è fatale come accadrà a ognuno di noi, visto che siamo tutti mortali), è diversa da eutanasia e suicidio assistito. Qui occorre tener conto della distinzione tra uccidere e lasciar morire, quando i mezzi terapeutici diventano sproporzionati. Uccidere invece è sospendere dei mezzi terapeutici ancora proporzionati rispetto alla situazione del malato. Quindi serve una valutazione caso per caso. Però ciò non vuol dire che nella posizione del Magistero ci sia tutto e il contrario di tutto. Sicuramente non ci sono quegli elementi che il filosofo Fornero indica. C’è invece un di più di considerazione esistenziale che va esplicitata. Perché entra in campo un ulteriore aspetto della visione cattolica (a volte difficile da far comprendere anche allo stesso mondo cattolico…!). Il filosofo Fornero dovrebbe prenderlo in considerazione, perché la posizione della Chiesa non è quella rappresentata dal suo articolo, né punto né poco. Il vero tema non è il valore assoluto della vita fisica. La Chiesa non sostiene questo.

                La Chiesa parla da sempre di dignità della persona, che è ben diverso. È la dignità della persona il valore da salvaguardare. Lo diceva Pio XII il 24 novembre 1957: “la vita, la salute, tutta l’attività temporale sono infatti subordinate a fini spirituali”. Un testo fondamentale: era il discorso agli scienziati dell’Istituto Italiano di Genetica “Gregorio Mendel” sulla rianimazione e respirazione artificiale (in: Acta Apostolicæ Sedis, AAS, 49, 1957, pp. 1027-1033).

«La ragione naturale e la morale cristiana dicono che l'uomo (e chiunque sia incaricato di prendersi cura dei suoi simili) ha il diritto e il dovere, in caso di malattia grave, di prendersi le cure necessarie per preservare la vita e la salute. Questo dovere […] di solito richiede solo l’uso di mezzi ordinari (a seconda delle circostanze di persone, luoghi, tempi, cultura), cioè mezzi che non impongono oneri straordinari per se stessi o per altri. Un obbligo più severo sarebbe troppo gravoso per la maggior parte degli uomini e renderebbe troppo difficile acquisire beni superiori. La vita, la salute, tutte le attività temporali, sono infatti subordinate ai fini spirituali. Inoltre, non è vietato fare più di quanto è necessario per preservare la vita e la salute, a patto di non mancare di assolvere doveri più seri».

https://www.vatican.va/content/pius-xii/fr/speeches/1957/documents/hf_p-xii_spe_19571124_rianimazione.html

Ed Evangelium Vitæ, l’enciclica-guida su questi temi (finora) di Giovanni Paolo II, nota che la vita “non è realtà ultima ma penultima”. La vita umana non va sacralizzata, non va collocata al primo posto e non va dunque ‘sacralizzata’ la dimensione biologica. Il fine ultimo della vita umana sulla Terra è dato dalla relazione con Dio.

www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_25031995_evangelium-vitae.html

                Per i credenti con la morte la vita non finisce. Posizione ben diversa da quella sintetizzata dal filosofo Fornero e da una “vulgata” che semplifica eccessivamente le posizioni della Chiesa facendola passare per antiscientifica e anti-umana laddove si dice che idealizza il dolore (una prova da accettare!). Invece la Chiesa è a favore delle cure palliative (sempre Catechismo, par. 2279) e, appunto, di un metodo di approccio alla malattia (sempre ma soprattutto quando è inguaribile) che mette al centro la relazione e il malato, non l’accanimento, non l’ostinazione irragionevole. In un quadro di non esaltazione della dimensione biologica, perché quando non si può guarire, ci si può sempre prendere cura dei malati.

Fabrizio Mastrofini         il riformista       25 novembre 2021

www.ilriformista.it/la-vita-e-un-dono-di-dio-la-chiesa-dice-no-alleutanasia-ma-anche-allaccanimento-terapeutico-263166

 

Alleviano il dolore, contrastano la depressione: cure palliative, la soluzione

                Il dibattito in atto sulle spinose questioni del fine vita paga una sorta di pregiudizio che inserisce gli interlocutori in uno schieramento contrapposto a un altro. Un clima di questo genere complica la possibilità di coalizzare le forze positive volte a sostenere le persone ammalate, oltre che i familiari, così come gli stessi operatori dell’intera équipe curante. Non si tratta di "avere ragione", di "fare la conta di chi la pensa come me", quanto piuttosto intuire insieme quali potrebbero essere gli ulteriori passi da compiersi per il bene delle persone che si confrontano ogni giorno con situazioni estreme.

                Comprendiamo bene tutti che è argomento assolutamente complesso, e diviene perlomeno presuntuoso l’atteggiamento di chi presume di avere ragione in forza dei numeri della maggioranza, pensando di risolvere in questo modo il problema. Fosse così non avremmo bisogno di riflessioni e approfondimenti ulteriori; la forza degli attuali strumenti di comunicazione può dirci dove si pone la maggioranza dei cittadini. La realtà ci ricorda peraltro che la situazione è molto più complessa e variegata. Ricordo una signora ammalata che rifletteva in questo modo: «Tutti si interrogano sulla mia condizione fisica, ma io che sto morendo mi chiedo che senso ha questo mondo e la mia vita».

                Le parole di Martini e il rispetto perduto. C’è una grande responsabilità dei media e degli addetti ai lavori. Già il cardinale Carlo Maria Martini, ormai qualche decennio fa, richiamava i giornalisti sulla necessità, per il bene dell’intera collettività, di non fermarsi al semplice dato superficiale ma di impegnarsi per scendere nel profondo e cogliere le ulteriori istanze che si possono presentare in modo variegato e di non immediata comprensione, anche se comporta impegno e fatica. L’invito era, tra gli altri, a non alimentare lo scontro, abbassare sempre i toni. In questo caso per un motivo molto semplice: si parla di persone ammalate che vivono una stagione particolare e faticosa.

                Tutti ricordiamo e sappiamo che all’interno degli ospedali – una volta era così anche all’interno di tutte le chiese – vi era un clima di rispettoso silenzio in grado di farci riconoscere di trovarci immersi in una realtà particolare e per certi versi misteriosa, in una realtà "sacra". È un po’ l’esperienza di Mosè di fronte al roveto ardente: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». Da qui il più grande rispetto e profondo affetto qualunque sia l’esito della scelta e del percorso che si intraprende. Vicino al letto della persona ammalata, i "dogmi", da una parte come dall’altra, non possono essere il criterio in grado di renderci realmente vicini e quindi pienamente solidali con il paziente stesso e i familiari insieme agli stessi operatori; viene chiesto ben altro. La morte chiede l’ascolto della elaborazione del paziente e quella dei familiari, che hanno spesso tratti differenziali e conflittuali.

                2021: la prima cattedra italiana di medicina palliativa. Proprio in questa direzione si è orientato il recente convegno ospitato dall’aula magna della Statale di Milano, con esperti della materia che hanno comunicato le proprie personali esperienze frutto di quanto raccolto dalla frequentazione quotidiana dei reparti di degenza. Con una immediata considerazione: come mai un evento così particolare ha trovato spazio quasi esclusivamente sui media di orientamento cattolico. C’era il coinvolgimento dell’Università Statale di Milano, l’Istituto nazionale dei Tumori di Milano, la Pontificia Accademia per la Vita. Questo dato registra l’oggettiva difficoltà di far sapere e conoscere cosa realmente si muove nella nostra società.

                Sottolineo un aspetto che ritengo significativo e che aiuta a comprendere la fatica generale davanti a situazioni tanto complesse quali quelle del fine vita. Il business è entrato a pieno titolo anche nel mondo sanitario, questo è ormai un dato scontato. I medici si trovano, loro malgrado, sempre più ridotti a semplici esecutori di logiche decise altrove. Con grande rispetto per il prezioso servizio reso dai curanti, ormai sempre più ridotti a semplici operai di una catena di montaggio.

                Due studi pubblicati su riviste scientifiche – da Jennifer Temel nel 2010 sul The New England Journal of Medicine e da Joseph Greer nel 2016 sul Journal of Palliative Medicine – analizzano il problema della sopravvivenza dei pazienti e della loro qualità nel "fine vita". È emerso che nelle fasi terminali dell’esistenza, grazie al coinvolgimento precoce del team di cure palliative e l’utilizzo al meglio delle terapie di supporto rispetto al solo trattamento chemioterapico, si è registrata non solo una riduzione dei sintomi depressivi e un miglioramento della qualità di vita ma anche un risparmio in termini economici, oltre 100 dollari al giorno.

                In questo scenario, soprattutto con l’approvazione di farmaci innovativi ad altissimo costo in campo oncologico, andrà posta grande attenzione al rapporto rischi-benefici di queste cure, che spesso sono applicate anche in fase pre-terminale a scapito della stessa qualità di vita. Si evidenzia inoltre una prospettiva in cui le cure palliative risultano poco convenienti per il sistema produttivo, ma di notevole beneficio per le persone ammalate.

                Formare personale sanitario specializzato. Questo dato aiuta forse meglio a comprendere la scarsa volontà di attuare le indicazioni già presenti a livello legislativo che sostengono la necessità dell’utilizzo delle cure palliative, non solo nelle ultime fasi dell’esistenza e per i soli malati oncologici. Questa specifica attenzione dovrebbe iniziare con un lavoro multidisciplinare, tipico delle cure palliative, sin dagli esordi di una malattia importante o all’avvicinarsi della stagione dell’invecchiamento. Quadro ulteriore da non dimenticare è la formazione adeguata sul tema delle cure palliative pediatriche.

                La grave mancanza sino a oggi – con la sola eccezione di quanto realizzato in sinergia tra Statale di Milano e Istituto nazionale dei Tumori di Milano – è la non presenza in ambito accademico di professori incaricati di svolgere questo servizio e preparare i futuri medici, infermieri, l’intera équipe a svolgere questo compito. La beffa sarebbe trovare professori incaricati di svolgere questi compiti abitualmente lontani dai reparti di degenza. In questo come in tutti i settori occorrono professionisti realmente impegnati sul campo, che portano anche sulle cattedre universitarie quanto apprendono ogni giorno, condividendo la propria esperienza con i pazienti. Ciò è chiesto anche rispetto all’insegnamento dell’attenzione alla dimensione spirituale, fortemente richiamata proprio delle cure palliative.

                Quando queste attenzioni saranno realizzate saremo meglio in grado di comprendere l’importanza di accompagnare chi nel tempo di malattia si confronta con il senso e significato della propria esistenza, ricordando che «non siamo al mondo per avere la salute ma desideriamo la salute per realizzare un progetto di vita». Questo è il compito che ci spetta.

Tullio Proserpio, cappellano Istituto Tumoti Milano        Avvenire             27 novembre 2021

www.avvenire.it/vita/pagine/migliorano-la-vita-del-malato-e-riducono-i-sintomi-depressivi-perche-le-cure-palliative-sono-la-risposta-alla-sofferenza

 

Mancuso: “Su etica e diritti la Chiesa non brilla. La vita è sacra, ma solo se è libera”

                «Non esiste persona che non voglia vivere. L'istinto di sopravvivenza è la forza più radicata che esista. Se uno come "Mario" giunge a volere il suicidio assistito non è perché vuole morire, ma perché vuole vivere, vivere anche la sua morte. Questo è decisivo da capire. La morte è inevitabile, ma la si può affrontare da persona consapevole anche in condizioni fisicamente drammatiche».

                Lo esclama con forza Vito Mancuso, teologo e filosofo cattolico ritenuto da una gran parte della galassia ecclesiale un «eretico».

                Come definisce la decisione del Comitato etico su "Mario", tetraplegico da 10 anni?

                «Inevitabile. Doveva avvenire ed è avvenuta. Esiste una logica dentro cui l'umanità vive che si chiama evoluzione, processo, trasformazione. Quindi penso che oggi l'esercizio dell'etica nel nostro tempo non possa prescindere dall'autodeterminazione su se stessi, che tra l'altro, come ricordava Hans Küng, non è in contrasto con la dottrina cattolica».

                «Inevitabile» significa che è arrivata in ritardo?

                «Forse siamo puntuali. Nel senso che per arrivare a ottenere un ampio consenso della nostra società su questioni così delicate era necessario passare da dove siamo passati. Questo riconoscimento è ciò di cui la nostra comunità ha bisogno perché ci possa essere etica e libertà. Altrimenti ci sarebbe solo imposizione».

                La Chiesa sostiene che la via per i casi come "Mario" siano le cure palliative: basterebbero?

                «Per alcuni malati sì. Per altri no. E non può che essere la coscienza dell'individuo coinvolto in casi così delicati a dire se sono sufficienti. La Chiesa purtroppo su una serie di questioni di morale individuale e prima ancora di diritti umani non ha sempre brillato per essere all'avanguardia. Proprio la Chiesa che dovrebbe essere trainante e illuminante nella cura della vita cosciente e libera spesso gioca una partita di retroguardia».

                Ma allora su questi temi quale dovrebbe essere il punto di riferimento per un cittadino cattolico?

«È la coscienza, che secondo il Concilio Vaticano II è il vero e proprio luogo in cui lo spirito di Dio parla all'uomo, una specie di santuario che ogni essere umano ha dentro di sé. Quando siamo in presenza di uno Stato come il nostro che garantisce l'esercizio della libertà di coscienza siamo fortunati. Quindi penso che i cattolici siano chiamati a essere fedeli alla retta coscienza. E che cosa sia giusto o sbagliato quando si tratta dell'esistenza fisica gravemente sofferente lo può giudicare solo chi è nella situazione concreta».

                Per la Chiesa la vita è sacra e inviolabile. E la libertà individuale?

                «Ma di che vita stiamo parlando? Di quella di un essere umano, che non è solo esistenza biologica, ma è anche spirituale. E allora che cos'è davvero sacro e inviolabile? La coscienza, che è l'espressione dell'anima spirituale, che si determina a volte anche contro la vita biologica, contro il proprio corpo. E questa è manifestazione di libertà, che deve essere altrettanto inviolabile».

                Può esserci un compromesso in uno Stato laico?

                «Custodire la libertà di coscienza. Sono d'accordo con la sacralità della vita, ma bisogna aggiungere della vita cosciente e libera. E il rispetto della sacralità della vita deve essere così alto da portare al rispetto della decisione di ogni singolo essere umano, soprattutto quando attiene alla sua esistenza segnata dal dolore atroce a causa di una malattia irreversibile».

intervista a Vito Mancuso di Domenico Agasso                 “La Stampa” 25 novembre 2021

www.lastampa.it/cronaca/2021/11/25/news/mancuso_su_etica_e_diritti_la_chiesa_non_brilla_la_vita_e_sacra_ma_solo_se_e_libera_-656934/

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202111/211125mancusoagasso.pdf

 

 

I cattolici che vogliono l’eutanasia legale, nonostante il Vaticano

                Dopo la deposizione in Cassazione delle firme per un referendum sull'eutanasia legale che prevede di abrogare parzialmente l'articolo 579 del codice penale, promosso dall'associazione Luca Coscioni e altre realtà associative, la partita si sposta ora nelle commissioni della Camera convocate oggi, dove è plausibile che si presenti l'ostruzionismo di alcuni partiti, come già avvenuto con l'affossamento del ddl Zan contro l'omobitransfobia .

                Che l'intesa per una legge sull'eutanasia in Italia sia difficile lo mostrano i 398 emendamenti, presentati in larga parte dalla Lega e dal blocco centrista. Tra i nodi più difficili da sciogliere, restano l'obiezione di coscienza e i criteri di accesso al suicidio assistito: elementi anzitempo sollevati dalla chiesa cattolica italiana, che sul fine vita procede a ranghi serrati, almeno dal punto di vista istituzionale. Subito dopo il pronunciamento della Corte costituzionale, che due anni fa ha assolto Marco Cappato dall'accusa di aiuto al suicidio di Antonio Fabiani (dj Fabo), malato tetraplegico che si lasciò morire in una clinica svizzera, i vescovi italiani hanno invitato a «respingere la tentazione di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone direttamente la morte con l'eutanasia». Quello della Cei era un riferimento alla sentenza della Corte costitizionale n. 242, del 22 novembre 2019 che, assolvendo Cappato, ammetteva l'aiuto al suicidio medicalmente assistito solo se operato da un medico in modo indiretto e a talune condizioni.

www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2019&numero=242

                Da allora i vescovi italiani hanno chiesto al mondo politico di intervenire per arginare quella che è stata chiamata la «cultura della morte». Per Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la Vita, il problema non è disporre o meno della vita, ma viverla in modo sensato: «La plurisecolare tradizione della chiesa ha sempre tenuto in grande considerazione offrire la vita donandola agli altri. Per i credenti ciascun essere umano è affidato alla sua responsabilità, all'interno della comunità sociale in cui vive», dice l'arcivescovo, che così commenta i numeri dei firmatari desiderosi del referendum abrogativo: «Il messaggio della raccolta delle firme è stato percepito più come una richiesta di non soffrire che come un'apertura alla possibilità di uccidere chi è consenziente. L'eliminazione della sofferenza e quella del sofferente non sono equivalenti».

                La chiesa dissidente. All'interno della stessa chiesa, però, non tutti sono allineati alla posizione della Cei. Una voce dissonante è quella di don Ettore Cannavera, cappellano alla Rems di Capoterra, ex sacerdote in un carcere minorile: «Nella mia vita ho conosciuto due tipi di morenti: chi è morto disperato e chi in pace. Spesso tra i secondi ci sono persone che chiedono la possibilità di lasciare questo mondo in serenità», dice. Per il cappellano, la domanda di partenza è filosofica anziché politica: «Se la scienza mi accerta che una vita non è più recuperabile, perché devo far vivere a un essere umano l'inferno sulla Terra? Bisogna superare questo atteggiamento negativo del cristianesimo». Per le sue posizioni pro-eutanasia, don Cannavera è stato richiamato dal vescovo dell'arcidiocesi di Cagliari, Giuseppe Baturi, per un chiarimento: «Gli ho assicurato che predico sempre la difesa della vita, ma anche la libertà delle proprie scelte, e lo ha accettato. In fondo, Cristo stesso ci insegna che la fedeltà alle proprie idee si paga con la vita». Il sacerdote sardo è tra i pochi noti per affrontare l'eutanasia in controtendenza rispetto alla linea della Santa sede: «Ma ci sono tanti sacerdoti che sono d'accordo con me, solo che non possono esporsi pubblicamente», ammette.

                Il silenzio del papa su Welby. La coesistenza di posizioni opposte tra i ministri cattolici è un segno della complessità della questione, e ricorda quanto avvenne alla morte di Piergiorgio Welby nel 2006: «Poco dopo la scomparsa di mio marito, mi è stato riferito che il Vicariato aveva diramato l'ordine di sospendere i suoi funerali. Però, mi hanno scritto don Andrea Gallo, don Paolo Farinella, don Antonio Mazzi e tanti altri sacerdoti. Non dimentico, infine, la lettera del cardinale Carlo Maria Martini», dice Mina Welby, co-presidente dell'associazione Luca Coscioni. Quando il 20 dicembre 2006 Piergiorgio Welby ha vinto la sua battaglia per l'interruzione della ventilazione assistita, che di lì a poco gli avrebbe provocato la morte, le campane della chiesa di san Giovanni Bosco — la stessa che nove anni dopo sarebbe diventata la quinta teatrale del "funerale show" del boss Vittorio Casamonica — hanno taciuto. È stato un colpo per la moglie Mina, cattolica praticante: «Piergiorgio non ha ricevuto l'eutanasia, ma fu interrotta la ventilazione assistita che a lui provocava sofferenza, peraltro seguendo l'articolo 2278 del Catechismo cattolico, che accetta l'interruzione di procedure mediche sproporzionate rispetto ai risultati attesi», spiega. Da allora, Mina Welby ha fatto sua la lotta del marito perché a tutti i cittadini, credenti e non, sia data la possibilità di disporre della propria fine: «Non si tratta, come spesso viene detto, di portare avanti una cultura di morte, ma di interrompere una vita che mette la sofferenza al primo posto perché si pensa che il dolore nobiliti la persona, quando non è così».

                Le cure palliative. Anche alla chiesa guidata da papa Francesco, Mina Welby non risparmia il biasimo. La lettera della Congregazione per la dottrina della fede Samaritanus bonus, pubblicata un anno fa, che ritorna sulla cura delle persone nelle fasi terminali della loro vita,

www.google.com/search?client=firefox-b-d&q=Samaritanus+bonus%2C+

 evita un confronto diretto con il pensiero laico, né approfondisce il tema dell'obiezione di coscienza: «Ho anche scritto a papa Francesco, chiedendogli se avesse celebrato una messa per Piergiorgio o se avesse riflettuto su quel funerale negato. Non ho mai ricevuto una risposta».

                Il tema delle cure palliative come soluzione a una scelta radicale è molto acceso nella chiesa d'Oltralpe. Padre Gabriele Ringlet, teologo e già vicerettore dell'Università Cattolica di Lovanio, esperto di fine vita, è perplesso: «Anche quando le cure palliative sono di alta qualità, restano situazioni di estremo dolore, fisico o morale, che non permettono di sfuggire all'eutanasia». In questi casi, la chiesa ammette la sedazione, cioè l'abbassamento farmacologico dello stato di vigilanza di un malato per ridurre la percezione di un dolore insopportabile: «Ho spiegato a diversi vescovi che la sedazione è grave quanto l'eutanasia e che pone volontariamente fine alla vita di qualcuno. L'unica differenza sta nella durata, ma eticamente le due scelte sono vicine», puntualizza il teologo, radicalizzando una posizione già accennata nel documento sulle cure palliative nell'Ue redatto dalla Commissione degli episcopati della Comunità europea il 22 febbraio 2016.                                                           www.comece.eu/dl/uuomJKJKooNMJqx4KJK/PalliativeCARE_EN.pdf

ùSono proprio i testi redatti dalla chiesa negli ultimi anni a non chiarire su quanto il diritto sta cercando di normare. Nella sua esperienza di accompagnamento a malati terminali, padre Ringlet fa riferimento al caso dell'eutanasia richiesta da un'anziana suora carmelitana: «Quando mi chiese di poter morire, era piegata in due dal dolore e pregava che la sua agonia finisse. Le ho assicurato che avremmo rispettato la sua richiesta e ricordo che mi espresse un'immensa gratitudine. In questo e altri casi ho sperimentato il bisogno di mettersi in ascolto dell'altro e accogliere la fine in modo aperto».

Marco Grieco                   “Domani”           23 novembre 2021

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202111/211123grieco.pdf

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DONNE

Si alza il velo sulle donne di scienza ingiustamente oscurate

                Scienziate che sono riuscite a imporsi, sfidando pregiudizi e ostacoli posti dalle convenzioni e dallo spirito del loro tempo. Tante le pagine della storia della scienza, come anche quelle della divulgazione, irmate da donne rimaste nell’ombra. È il momento di farle uscire dall’angolo e restituire loro il ruolo di protagoniste che meritano. Nonostante le mille difficoltà a cui far fronte, non sono poche le donne che hanno contribuito, in modo significativo, al progresso dell’umanità. Celebri o quasi sconosciute, premiate o ingiustamente oscurate, le donne hanno saputo contribuire non poco al progresso della Scienza e della Tecnica, combattendo aspre battaglie per ottenere gli stessi diritti e le stesse opportunità dei colleghi maschi. Oggi il divario di genere è ancora attuale, tanto che temi come la promozione della parità di genere e le misure volte a favorire l’occupazione femminile, sono ancora al centro del dibattito culturale e politico.

                La Scuola di Salerno. Andando indietro nel tempo, le cose non sono state sempre così. A Salerno, culla della prima Istituzione medica e Università dell’Europa medioevale aperta anche alle donne, tra XI e XV secolo d.c. in un medioevo molto diverso da quello che ci è stato tramandato, quello dei “secoli bui”,troviamo non solo le prime donne medico in Europa, ma anche le prime donne ad aver coltivato una “medicina di genere” e ad aver considerato la salute non come mera assenza di malattia, ma come stato di complessivo benessere psichico e fisico. Sono le mulieres salernitanæ, donne che operavano all’interno della Scuola medica salernitana ricoprendo ruoli che non riguardavano esclusivamente la pratica medica ma anche attività di ricerca scientifica e di trasmissione del sapere. Certo, non si può affermare che all’epoca le donne godessero di pari diritti rispetto agli uomini, ma il loro margine d’azione era più ampio di quanto si possa immaginare. La stessa declinazione al femminile della parola “medico”, fa pensare. Le mulieres salernitanæ, chiamate al tempo “mediche”, erano delle scienziate a tutti gli effetti, il cui contributo veniva conosciuto e rispettato dai colleghi uomini, non solo a Salerno, ma addirittura in tutta Europa. La più famosa tra le “mediche” dell’antica e rinomata Scuola medica di Salerno, tra le quali possiamo annoverare Mercuriade, Sabella Castellomata, Rebecca Guarna e Costanza Calenda, è senz’altro Trotula De Ruggiero, chiamata anche Trota o Trotta.  Qui non solo la scienziata ha studiato e insegnato, ma ha anche svolto attività medica pratica, curando e assistendo donne durante la gravidanza, il parto e il post parto. Come afferma Pietro Greco nel suo libro Trotula. La prima donna medico d’Europa, la “medichessa” è anche la prima ginecologa della storia e la prima e unica “magistra” della Scuola medica di Salerno, che si è persino occupata di bellezza e benessere femminile a tutto tondo. Le sue teorie hanno precorso i tempi in molti campi come quello della prevenzione e dell’igiene, ma la sua eccezionalità è anche dovuta al fatto di aver scritto, o molto probabilmente dettato ai suoi studenti, la sua esperienza clinica (Practica), fondata sull’osservazione e sulla precisione nell’analisi, senza trascurare l’aspetto psicologico nei rapporti con il paziente. Eppure, il suo contributo e quello delle sue colleghe “mediche”, nel tempo è stato dimenticato, negato dalla storiografia successiva, arrivando persino ad affermare, riprendendo ancora quanto riportato da Pietro Greco nel suo citato libro, «che mai e poi mai una donna avrebbe potuto fare nel medioevo le cose che ha fatto Trotula». Ma Trotula non è la sola. Stessa sorte è accaduta ad altre donne di scienza.

                Scienziate nell’ombra. Ad esempio, chi conosce Hildegard von Bingen? Vissuta nella Germania del XII secolo e badessa di un convento benedettino, Hildegard è la prima scienziata le cui svariate opere in campo scientifico sono giunte fino a noi. I suoi scritti, tra i quali il trattato di medicina Causæ et Curæ, hanno influenzato il pensiero scientifico fino al Rinascimento.

               A dare particolare visibilità alla badessa scienziata, mistica e teologa, esperta di scienze e di medicina nonché poetessa e compositrice di inni musicali, è stata la regista Margarethe von Trotta nel 2009 con il film Vision. Solo nel 2012 è stata dichiarata dottore della chiesa, oltre che canonizzata Santa Ildegarda di Bingen, da Papa Benedetto XVI. [venerata anche dalle Chiese protestanti.]

                E cosa si conosce della tormentata carriera della matematica Sophie Germain? Nonostante avesse vinto nel 1816 il Prix extraordinaire, promosso dall’Accademia delle scienze e probabilmente istituito da Napoleone, con il suo studio sulle modalità di vibrazione delle superfici elastiche, fu spesso costretta a utilizzare uno pseudonimo maschile, Antoine-August Le Blanc, anche per iscriversi all’École Polytechnique, dalla quale il vero Antoine-Auguste si era ritirato.

                Tra queste poco note eppure meritevoli scienziate, emerge Hedy Lamarr, nota in tutto il mondo come diva hollywoodiana e, in particolare, per la prima scena di nudo nella storia del cinema, sconosciuta invece ai più come geniale inventrice. Nel 1942, insieme con il musicista George Antheil, brevettò il Secret communication system, un metodo antintercettazione dei siluri radiocomandati. Funzionava così: con un sistema simile ai rotoli di carta perforata usati allora per le pianole meccaniche, si cambiava di continuo la frequenza dei comandi radio per impedire che i nemici intercettassero i segnali. La Marina Usa lo giudicò non utilizzabile. Solo qualche decennio più tardi, quella tecnologia è stata riconosciuta alla base delle moderne telecomunicazioni, inclusa la telefonia mobile, e nel 1997 all’attrice e al musicista che avevano registrato il brevetto nel 1942, fu conferito il premio Pioneer award assegnato agli inventori che hanno rivoluzionato il mondo dell’elettronica e della comunicazione. A mettere in luce questo diverso profilo dell’attrice, un’altra donna regista, Alexandra Dean, nel 2017 con il film La storia di Hedy Lamarr.

                Fare di più. Questi sono solo pochi esempi di scienziate nell’ombra. Chissà quante altre nella storia rimarranno sconosciute e quante ancora oggi non sono messe in condizione di esprimere le proprie potenzialità o di godere di pari opportunità nel mondo del lavoro. Per rafforzare il ruolo delle donne nella scienza dobbiamo fare di più, come ad esempio contribuire fattivamente alle campagne di sensibilizzazione come No Women No Panel – senza donne non se ne parla”, iniziativa della Commissaria europea Mariya Gabriel, rilanciata da Radio1 Rai in collaborazione con la Rappresentanza in Italia della Commissione europea e con il patrocinio della presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento per le pari opportunità, RaiRadio1 e di istituzioni, università ed enti di ricerca.

                Di tutto questo e di altro si parlerà nell’incontro Scienziate nell’ombra che si terrà il prossimo 22 novembre, in occasione del Festival delle Scienze di Roma, “mettendo in luce” storie e curiosità di alcune brillanti, audaci e determinate scienziate.

                               Silvia Mattoni e Barbara Dragoni             “Domani” 22 novembre 2021

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202111/211122mattonidragoni.pdf

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DONNE NELLA (per la )CHIESA

Potenti ma sole

Chiara Frugoni racconta la sfida di cinque donne medievali

                   Donne, Sottomesse, analfabete, offese, vittime di abusi, costrette ad accettare matrimoni combinati, considerate una specie inferiore alla stregua degli animali. Sempre senza voce e dotate di un’unica possibilità di avere una vita più dignitosa: entrare in monastero dove avrebbero imparato a leggere per meglio pregare. Che sfortuna nascere nel Medio Evo: lo spiega con grande chiarezza Chiara Frugoni, storica di rilievo internazionale e accademica, nel libro Donne medievali – sole, indomite, avventurose (Il Mulino), affresco dell’epoca riccamente documentato ma avvincente come un romanzo e corredato di splendide illustrazioni. In questo ritratto sconsolante della condizione femminile nei dieci secoli precedenti alla scoperta dell’America, la studiosa individua tuttavia cinque donne dotate di una personalità eccezionale e di un grande coraggio che le rese capaci di rompere le catene di un destino drammatico, rigidamente segnato, sfidando la misoginia del tempo: Radegonda di Poitiers, monaca e regina (513-587); la potente Matilde di Canossa (1046-1115); la Papessa Giovanna, considerata dagli storici una leggenda medievale che avrebbe regnato nel nono secolo; la geniale e prolifica scrittrice Christine de Pizan (1364 circa – 1429 circa), antesignana della difesa delle donne contro abusi e violenze; Margherita Datini (1360 circa – 1423), moglie infelice di un mercante di Prato ma ricca d’ingegno al punto di istruirsi da autodidatta per scrivere al marito sempre assente e infedele 150 bellissime lettere rivelatrici della sua saggezza.

                Che cosa, professoressa Frugoni, accomuna queste cinque figure femminili “controcorrente” rispetto al loro tempo?

                Il fatto di essere riuscite ad esprimere i propri talenti in assoluta autonomia, cioè al di fuori del matrimonio. Per tutte e cinque le protagoniste del libro l’incontro con un uomo fu tutt’altro che felice. Sono state dunque delle donne sole, coraggiose e intraprendenti che hanno sfidato la loro epoca per uscire dall’ombra e avere una voce in un periodo storico in cui solo a monache e vedove era concesso di esprimere la propria personalità. Ma non sono state le uniche: la storia del Medio Evo contempla altre figure femminili forti e coraggiose.

                Perché le è parsa interessante Radegonda di Poitiers?

                Perché fu una straordinaria regina, moglie di Clotario I, e dopo aver abbandonato il marito prese il velo. Le sue gesta sono state raccontate dal poeta Venanzio Fortunato ma la vera personalità di Radegonda emerge dalla biografia scritta da una monaca chiamata Baudonivia: descrive una donna estroversa e sensibile, ricca di slanci emotivi e preoccupata delle sorti tanto del suo monastero quanto del regno che s’impegnò a difendere attraverso un’intensa attività pacificatrice.

                Quali sono le ragioni che la portano a definire “potenti e sole” Margherita di Canossa e la Papessa Giovanna?

                La contessa Matilde, amica di Papa Gregorio VII, fu appassionatamente devota alla causa della Chiesa nell’epoca della lotta per le investiture. Nel 1077, quando aveva 31 anni, nel castello di sua proprietà fu testimone della storica umiliazione di Enrico IV di fronte al Pontefice. Segnata da due matrimoni infelici, anche Matilde espresse i propri talenti in totale solitudine estendendo considerevolmente i domini del suo casato. La leggenda della coltissima e intelligente Papessa Giovanna, un personaggio mai esistito che avrebbe esercitato il pontificato travestita da uomo, riporta alla questione del sacerdozio femminile di cui si dibatte oggi.

                Per le donne, il Medio Evo è stato dunque il periodo più buio?

                Vorrei chiarire che è sbagliato associare l’aggettivo “buio” a quella fase storica durata ben mille anni e teatro di tanti avvenimenti di segno diverso. Ma un fatto è sicuro: nei secoli precedenti all’età moderna la condizione femminile ha subito un peggioramento.

                Dovuto a quali cause?

                Una è sicuramente il celibato per i preti, introdotto (nel 1075) da Gregorio VII. Il fatto che gli uomini di Chiesa non potessero sposarsi ha portato a considerare le donne delle tentatrici, delle fonti di peccato. A cominciare da Eva, a lungo considerata causa della colpa originale e di tutti i mali dell’umanità. Va poi ricordato che la società feudale era fondata sui possedimenti terrieri che venivano gestiti attraverso i matrimoni combinati, veri e propri contratti in cui le donne erano delle semplici pedine, a volte delle prede. Solo tra la fine dell’undicesimo e l’inizio del dodicesimo secolo la Chiesa cambiò la natura giuridica del matrimonio trasformandolo in un sacramento basato sul consenso degli sposi. [1184]

                Christine de Pizan difese nei suoi scritti le donne offese e abusate, ma sei-sette secoli dopo femminicidi e violenze sessuali sono ancora all’ordine del giorno. La storia non ci ha insegnato nulla?

                Purtroppo, c’è ancora un filo rosso che ci lega al Medio Evo. Sono stati fatti tanti passi avanti, le donne oggi ottengono più rispetto di un tempo ma la parità è ancora lontana. Potremo dire di averla raggiunta quando non ci sarà più bisogno di celebrare l’8 marzo, una ricorrenza che festeggia le donne come se fossero una specie a parte. Non a caso non esiste la festa degli uomini.

                E quale messaggio possono trasmettere le cinque eroine medievali del suo libro alle ragazze contemporanee?

                Possono aiutarle a riflettere sul passato per acquisire una maggiore consapevolezza del proprio valore. E spingerle a desiderare sempre più di essere libere e autonome, decise a scegliere la propria vita.

                Secondo il suo parere di storica, le quote rosa rappresentano uno strumento indispensabile per abbattere le discriminazioni?

                Sarebbe bello che non ci fossero perché la loro esistenza rischia di sottolineare la condizione d’inferiorità femminile. Ma le donne non hanno niente in meno rispetto agli uomini, semplicemente hanno minori opportunità di affermarsi e in questo momento storico le quote rosa possono aiutarle ad esprimere le loro capacità. Ma io mi auguro che presto non ci sia più bisogno della discriminazione positiva perché si giocherà ad armi pari.

                Qual è la strada giusta per vincere la battaglia per l’uguaglianza di genere e il rispetto?

                La strada giusta è sempre quella culturale che porta con sé la consapevolezza. Se si abbassa il grado di attenzione, se manca l’informazione non si arriva da nessuna parte. Le donne devono leggere, parlare con persone colte, conoscere il passato per riflettere su sé stesse e darsi degli obiettivi. Charlotte Witton (1896-1975) sindaca di Ottawa, diceva: «Qualsiasi cosa facciano le donne, devono farlo due volte meglio degli uomini per essere apprezzate la metà. Per fortuna non è una cosa difficile». Penso che anche le protagoniste medievali del mio libro sarebbero state d’accordo.

                Gloria Satta   Donne Chiesa Mondo     L’Osservatore romano  novembre 2021

www.osservatoreromano.va/it/news/2021-09/dcm-010/potenti-ma-sole.html

 

Germania: nella diocesi di Mainz una commissione di donne che lavorano per la parità di diritti

                Lo scorso giugno, un’assemblea di donne della diocesi di Mainz, in Germania, ha eletto dodici  rappresentanti per formare la nuova commissione femminile diocesana, con l’obiettivo di promuovere e attuare la partecipazione delle donne e l'uguaglianza di genere a tutti i livelli, in collaborazione con il vescovo mons. Peter Kohlgraf. Con grandi aspettative e grandi speranze, come testimonia la portavoce Ina May, 35 anni, in un’intervista a katholisch.de (26/11/2021): linguaggio, networking con altri enti e con esperti e predicazione delle donne sono alcuni tra gli obiettivi che il gruppo si è posto.

                «Sono nel gruppo sulla proclamazione», spiega. «Il vangelo è sostanzialmente interpretato da un prete a messa, e nel cattolicesimo questo va di pari passo con il fatto che non potrà mai essere una donna. Ci dà solo una visione maschile del Vangelo. Voglio vedere cosa è possibile fare. Sappiamo dall'esperienza delle donne della nostra commissione che ci sono luoghi in cui a predicare sono le responsabili della comunità o operatrici pastorali o altre donne. Penso che sia un peccato che non si sappia. È tipico della nostra Chiesa che alcune cose sono possibili, ma non se ne dovrebbe parlare a voce troppo alta. Ma è proprio quello che voglio fare: perché non ci sono una o due domeniche all'anno nella nostra diocesi in cui le donne proclamano e interpretano deliberatamente le Scritture?».

                Insegnante di religione in un liceo, Ina May parla anche in classe di questi temi: «I giovani nelle associazioni o nella comunità sperimentano che spesso le ragazze sono in maggioranza e, ad esempio, assumono la funzione di chierichette. Ma sanno anche che la partecipazione femminile finisce lì. E questo crea frustrazione». Nella commissione, l'obiettivo è da un lato «di mettere a fuoco le questioni femminili in altri organi consultivi della diocesi. Vogliamo anche vedere cosa possiamo effettivamente implementare. Non posso parlare per tutti i piccoli gruppi della nostra commissione, ma per il gruppo della Predicazione è un obiettivo centrale far decollare una domenica in cui le donne proclamano il Vangelo».

Ludovica Eugenio            Mainz-Adista                    26 novembre 2021

                www.adista.it/articolo/67107

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

Beato il Vescovo

 

                Lo scorso 22 novembre 2021, nel dare inizio alla conversazione con i vescovi della Conferenza episcopale italiana radunati per la loro assemblea straordinaria, papa Francesco ha distribuito ai presenti un cartoncino con l’immagine del Buon Pastore e il testo delle Beatitudini del vescovo che di seguito riprendiamo.

                               Le beatitudini del Vescovo

      Beato il vescovo che fa della povertà e della condivisione il suo stile di vita, perché con la sua testimonianza sta costruendo il regno dei cieli.

      Beato il vescovo che non teme di rigare il suo volto con le lacrime, affinché in esse possano specchiarsi i dolori della gente, le fatiche dei presbiteri, trovando nell’abbraccio con chi soffre la consolazione di Dio.

      Beato il vescovo che considera il suo ministero un servizio e non un potere, facendo della mitezza la sua forza, dando a tutti diritto di cittadinanza nel proprio cuore, per abitare la terra promessa ai miti.

      Beato il vescovo che non si chiude nei palazzi del governo, che non diventa un burocrate attento più alle statistiche che ai volti, alle procedure che alle storie, cercando di lottare a fianco dell’uomo per il sogno di giustizia di Dio perché il Signore, incontrato nel silenzio della preghiera quotidiana, sarà il suo nutrimento.

      Beato il vescovo che ha cuore per la miseria del mondo, che non teme di sporcarsi le mani con il fango dell’animo umano per trovarvi l’oro di Dio, che non si scandalizza del peccato e della fragilità altrui perché consapevole della propria miseria, perché lo sguardo del Crocifisso Risorto sarà per lui sigillo di infinito perdono.

      Beato il vescovo che allontana la doppiezza del cuore, che evita ogni dinamica ambigua, che sogna il bene anche in mezzo al male, perché sarà capace di gioire del volto di Dio, scovandone il riflesso in ogni pozzanghera della città degli uomini.

      Beato il vescovo che opera la pace, che accompagna i cammini di riconciliazione, che semina nel cuore del presbiterio il germe della comunione, che accompagna una società divisa sul sentiero della riconciliazione, che prende per mano ogni uomo e ogni donna di buona volontà per costruire fraternità: Dio lo riconoscerà come suo figlio.

      Beato il vescovo che per il Vangelo non teme di andare controcorrente, rendendo la sua faccia «dura» come quella del Cristo diretto a Gerusalemme, senza lasciarsi frenare dalle incomprensioni e dagli ostacoli perché sa che il Regno di Dio avanza nella contraddizione del mondo.

Sala stampa vaticana, 22 novembre 2021

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2021/11/22/0772/01626.html

 

Un commento di Andrea 24 novembre 2021

                Dal ricco magistero di papa Francesco si potrebbero anche attingere dieci beatitudini del prete, ovvero dieci stili che noi laici vorremmo vedere nella vita dei nostri preti.

  1. Beato il prete, uomo della misericordia e della compassione (discorso 6 marzo 2014) che cammina con il cuore e il passo dei poveri ed è reso ricco dalla loro frequentazione (discorso 16 maggio 2016). Gli emarginati, i poveri, i senza speranza, infatti, sono stati eletti a sacramento di Cristo (discorso 18 settembre 2021).
  2. Beato il prete, uomo pacificato che anche nei momenti faticosi diffonde serenità intorno a sé, trasmettendo la bellezza del rapporto con il Signore (discorso 20 novembre 2015). Sa portare concordia dove c’è divisione, armonia dove c’è litigiosità, serenità dove c’è animosità (discorso 15 settembre 2018).
  3. Beato il prete, uomo del dono e del perdono (discorso 15 settembre 2018) che sa mantenersi distante dalla freddezza del rigorista e dalla superficialità di chi vuole mostrarsi accondiscendente a buon mercato (discorso 16 maggio 2016). La durezza gli è estranea perché non è un ispettore del gregge ma un pastore secondo il cuore mite di Dio (omelia 3 giugno 2016).
  4. Beato il prete, uomo della Pasqua e dallo sguardo rivolto al Regno di Dio, verso cui sente che la storia umana cammina, nonostante i ritardi, le oscurità e le contraddizioni (discorso 16 maggio 2016). Non è mai arrivato, ma è sempre un pellegrino sulle strade del Vangelo e della vita, affacciato sulla soglia del mistero di Dio e sulla terra sacra delle persone a lui affidate (discorso 1° giugno 2017).
  5. Beato il prete che, ad imitazione di Gesù, incontra i volti, incrocia gli sguardi, condivide la storia di ciascuno (omelia 10 ottobre 2021). E’ consapevole che, prima di essere prete è sempre diacono e, prima di essere ministro ordinato, è fratello e servitore di tutti (discorso 15 settembre 2018).
  6. Beato il prete autorevole ma non autoritario, fermo ma non duro, gioioso ma non superficiale, pastore ma non funzionario che sa stare in mezzo alla gente come padre e fratello, condividendone gioie e sofferenze (discorso 20 novembre 2015). Nessuno è escluso dal suo cuore, dalla sua preghiera e dal suo sorriso (omelia 3 giugno 2016).
  7. Beato il prete che a volte si pone davanti al popolo di Dio per indicare la strada e sostenerne speranze e aspirazioni, altre volte sta in mezzo a tutti con la sua vicinanza semplice e misericordiosa, e in alcune circostanze cammina dietro al popolo per aiutare e infondere coraggio a coloro che faticano a stare al passo (Evangelii gaudium, n. 31).
  8. Beato il prete che nei confronti dei laici, non si comporta come il padrone della baracca, ma mette concretamente al bando ogni visione verticista e distorta del suo servizio presbiterale (riflessione 9 ottobre 2021). Promuove e valorizza la partecipazione alla vita della Chiesa di ogni persona battezzata (discorso 16 maggio 2016) dotata del sensus fidei che l’aiuta a discernere ciò che viene realmente da Dio (Evangelii Gaudium n° 119).
  9. Beato il prete che si nutre della Parola che predica (discorso 15 settembre 2018), facendola risuonare in tutto il suo splendore nel cuore del popolo avendo essa risuonato dapprima nel suo cuore di pastore. Infatti, la bocca esprime ciò che dal cuore sovrabbonda (Evangelii Gaudium n° 149).
  10. Beato il prete che, mettendo Dio e le persone al centro delle sue preoccupazioni quotidiane, diffonde, alla luce del Vangelo, il gusto di Dio intorno a sé, trasmette speranze ai cuori inquieti (discorso 7 giugno 2021). Egli rifiuta ogni spiritualità disincarnata ed è disponibile a sporcarsi le mani con i problemi della gente (discorso 15 settembre 2018) senza usare i guanti (omelia 3 giugno 2016)

www.settimananews.it/vescovi/beato-il-vescovo/

 

Il Papa vuole una verifica sulla riforma delle nullità matrimoniali in Italia

                Il Motu Proprio istituisce una Commissione presso la Rota Romana: avrà il compito di verificare e aiutare l’applicazione delle nuove norme per le dichiarazioni di nullità delle nozze nelle diocesi La commissione istituita dal Motu proprio è presieduta dal Decano della Rota e vi partecipa il vescovo di Oria

www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/20211117-motu-proprio-comm-mitis-iudex.html

                Sostenere «le Chiese che sono in Italia nella ricezione della riforma». È questo l’intento dichiarato del Motu proprio pubblicato ieri dal Papa a sei anni dal Mitis Iudex Dominus Iesus con il quale il Pontefice aveva riformato il processo canonico per le cause di dichiarazione di nullità matrimoniale rendendole più snelle e accessibili grazie a una maggiore responsabilità del vescovo diocesano. In particolare Francesco introduceva allora una forma di processo più breve sulla nullità delle nozze, nei casi in cui questa sia «sostenuta da argomenti particolarmente evidenti». Tra gli altri, la mancanza di fede, la brevità della convivenza, l’aborto procurato per impedire la procreazione, il permanere di una relazione extraconiugale.

www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/papa-francesco-motu-proprio_20150815_mitis-iudex-dominus-iesus.html

                Quella "legge" era stata promulgata nell’agosto 2015 ed era entrata in vigore il successivo 8 dicembre. A distanza di più di un lustro, dunque, Francesco chiede una specie di "tagliando" sul grado di applicazione. Il punto dirimente, pare di capire leggendo il Motu proprio di ieri, è quello relativo al ruolo del vescovo diocesano in questo particolare ambito. Papa Bergoglio, infatti, nel ricordare le norme di sei anni fa, ribadisce che, sebbene sia consentito al vescovo diocesano di accedere ad altri tribunali, questa facoltà va considerata un’eccezione.

                Ne consegue che ogni vescovo il quale «non ha ancora il proprio tribunale ecclesiastico, deve cercare di erigerlo o almeno adoperarsi affinché ciò diventi possibile». Francesco del resto lo aveva già detto con chiarezza nel discorso alla Cei del maggio 2019: «La spinta riformatrice del processo matrimoniale canonico - caratterizzata dalla prossimità, celerità e gratuità delle procedure - passa necessariamente attraverso una conversione delle strutture e delle persone».

                Perciò ieri è tornato a chiedere che la Conferenza episcopale italiana, «distribuendo equamente alle diocesi le risorse umane ed economiche per l’esercizio della potestà giudiziale», sia «di stimolo e aiuto ai singoli vescovi affinché mettano in pratica la riforma del processo matrimoniale». È da ricordare a tal proposito che già da diversi anni i vescovi traggono dai fondi dell’8xmille per la Chiesa cattolica una quota parte per i tribunali ecclesiastici. Ciò soprattutto al fine di ridurre i costi delle cause di nullità a carico delle parti, specie le più indigenti.

                La verifica chiesta dal Papa avverrà tramite la costituzione presso il Tribunale della Rota Romana di una «Commissione pontificia ad inquirendum et adiuvandum (per verificare e aiutare, ndr) tutte e singole le Chiese particolari in Italia». A presiederla il Pontefice ha nominato il decano della Rota, Alejandro Arellano Cedillo. Vi fanno parte inoltre i due giudici rotali Vito Angelo Todisco e Davide Salvatori, e il vescovo di Oria (BR), Vincenzo Pisanello. Il compito della Commissione sarà, come già anticipato, quello di «constatare e verificare la piena ed immediata applicazione della riforma» nelle Chiese diocesane di tutta Italia, «nonché suggerire alle stesse quanto si ritenga opportuno e necessario per sostenere e aiutare il proficuo prosieguo della riforma».

                Il Papa chiede dunque espressamente che anche in un questioni delicate come quelle che investono le nullità matrimoniali «le Chiese che sono in Italia si mostrino ai fedeli madri generose». Questa è infatti «una materia strettamente legata alla salvezza delle anime», come sollecitato anche dal Sinodo straordinario sulla famiglia. Al termine del suo lavoro la Commissione elaborerà una relazione dettagliata sull’applicazione delle nuove norme sulla nullità matrimoniale in Italia.

                Mimmo Muolo                 Avvenire             26 novembre 2021

www.avvenire.it/papa/pagine/il-papa-vuole-una-verifica-sulla-riforma-delle-nullita-matrimoniali-in-italia

 

Cause di nullità: il Pontefice contro i vescovi italiani con un altro motu proprio

                A distanza di sei anni, il Papa si è accorto che la sua riforma del processo canonico per le cause di nullità matrimoniale non è stato ben accetto da nessuno. Soluzioni? Imporre la sua volontà. Consapevole che la riforma del processo canonico per le cause di dichiarazione di nullità matrimoniali non è stato accolto dai giuristi e dai vescovi con entusiasmo, Francesco sceglie di istituire una commissione pontificia per verificare che la sua volontà sia applicata. Questo modus agendi non è nuovo, il pontefice ha più volte operato in questo modo. Recentemente ha usato lo stesso principio con Traditionis Custodes.

www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/20210716-motu-proprio-traditionis-custodes.html

                 Molte le perplessità, Più volte si è segnalato anche al legislatore quali fossero le principali problematiche di tale riforma. Nel procedimento coram Episcopo vi è la completa assenza d'un contraddittorio anche solo formale. Tale principio rappresenta l'anima di ogni giudizio, l'assenza nel procedimento introdotto da questa riforma sembra determinare una rinascita del processo matrimoniale, il quale va a discostarsi completamente dal modello generale del processo contenzioso.

                Vi è poi una eccessiva discrezionalità lasciata alle parti nella scelta del processus brevior, tale concessione va ad intaccare il principio che la Chiesa ha sempre professato ovvero dell' indisponibilità del matrimonio inteso quale bonum publicum. Si rende, in maniera troppo indulgente, meno lunga la durata dei processi di nullità, attraverso l'elaborazione di una procedura che non appare proporzionata alla particolare complessità ed alla delicatezza del suo oggetto. Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II aveva richiamato l'attenzione sui rischi di una eccessiva speditezza nel dirimere le cause di nullità, sottolineando che "cui mos geratur, divortio alio nomine tecto in Ecclesia tolerando via sternitur".(4 febbraio 1980)

qualora diventasse prassi abituale, spianerebbe l’introduzione del divorzio nella Chiesa sotto un altro nome (quello di dichiarazione di nullità del matrimonio)www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1980/february/documents/hf_jp-ii_spe_19800204_sacra-rota.html

 

Lettera apostolica in forma di «motu proprio» del sommo pontefice Francesco

con la quale il Santo Padre istituisce la Commissione pontificia di verifica e applicazione del m. p. mitis iudex nelle chiese d'Italia

www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/20211117-motu-proprio-comm-mitis-iudex.html

 

Essendo trascorsi quasi sei anni dall'entrata in vigore del Motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus,

www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/papa-francesco-motu-proprio_20150815_mitis-iudex-dominus-iesus.html

            con il quale ho riformato il processo canonico per le cause di dichiarazione di nullità del matrimonio;

      avendo presente che il principio cardine teologico-giuridico della riforma è che "il Vescovo stesso nella sua Chiesa, di cui è costituito pastore e capo, è per ciò stesso giudice tra i fedeli a lui affidati" (Mitis Iudex, III);

      volendo sostenere direttamente le Chiese che sono in Italia nella ricezione della riforma del processo canonico per le cause di dichiarazione di nullità del matrimonio, dando nuovo impulso all'applicazione del Motu proprio Mitis Iudex;

      tenuto conto che:

  1. con la consacrazione episcopale il Vescovo diventa tra l'altro, iudex natus (cf. can. 375, § 2). Egli riceve la potestas iudicandi per guidare il Popolo di Dio persino quando occorre risolvere le controversie, dichiarare i fatti giuridici, punire i delitti (cf. can. 1400, § 1), d'altro canto "la dimensione pastorale del Vescovo comprende ed esige anche la sua funzione personale di giudice" (Discorso alla CEI, 20 maggio 2019, n. 2),

www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/may/documents/papa-francesco_20190520_cei.html

fermo restando il principio che il Vescovo diocesano può esercitare la potestà giudiziale non solo personalmente, ma anche per mezzo di altri, a norma del diritto (can. 1673, § 1);

  1.  il ministero giudiziale del Vescovo per natura sua postula la vicinanza fra il giudice e i fedeli, il che a sua volta fa sorgere almeno un'aspettativa da parte dei fedeli di adire il tribunale del proprio Vescovo secondo il principio della prossimità (cf. Mitis Iudex, VI);
  2. sebbene il can 1673, § 2, permetta al Vescovo diocesano di accedere ad altri tribunali, tale facoltà dev'essere intesa come eccezione e, pertanto, ogni Vescovo, che non ha ancora il proprio tribunale ecclesiastico, deve cercare di erigerlo o almeno di adoperarsi affinché ciò diventi possibile (cf. Mitis Iudex, III);
  3. dal tribunale di prima istanza ordinariamente si appella al tribunale metropolitano di seconda istanza (can. 1673, §6). Nella determinazione dei tribunali di appello previsti dai cann. 1438-1439 deve essere tenuto presente il principio di prossimità. Resta comunque inalterato il diritto di appello al Tribunale ordinario della Sede Apostolica, cioè alla Rota Romana (cf Mitis Iudex, VII);
  4. a Conferenza Episcopale Italiana, distribuendo equamente alle Diocesi le risorse umane ed economiche per l'esercizio della potestà giudiziale, sarà di stimolo e di aiuto ai singoli Vescovi affinché mettano in pratica la riforma del processo matrimoniale (cf. Mitis Iudex, VI);
  5. la spinta riformatrice del processo matrimoniale canonico - caratterizzata dalla prossimità, celerità e gratuità delle procedure - passa necessariamente attraverso una conversione delle strutture e delle persone (cf. Discorso alla CEI, cit., n. 2);

costituisco

presso il Tribunale della Rota Romana la seguente Commissione Pontificia ad inquirendum et adiuvandum tutte e singole le Chiese particolari in Italia, presieduta da S.E. Mons Alejandro Arellano Cedillo, Decano del Tribunale della Rota Romana, e formata dai Rev. mi Mons. Vito Angelo Todisco e Davide Salvatori, Giudici del medesimo Tribunale Apostolico, nonché da S.E. Rev.ma Mons. Vincenzo Pisanello, Vescovo di Oria e membro della Conferenza Episcopale Italiana.

                Compito della Commissione sarà constatare e verificare la piena ed immediata applicazione della riforma del processo di nullità matrimoniale nelle summenzionate Chiese particolari, nonché suggerire alle Stesse quanto si ritenga opportuno e necessario per sostenere e aiutare il proficuo prosieguo della riforma, di modo che le Chiese, che sono in Italia, si mostrino ai fedeli madri generose, in una materia strettamente legata alla salvezza delle anime, così come è stato sollecitato dalla maggioranza dei miei Fratelli nell'Episcopato nel Sinodo straordinario sulla Famiglia (cf. Relatio Synodi, n. 48).

                Altermine del suo ufficio, la Commissione elaborerà una dettagliata relazione circa il suo operato e su quanto riscontrato nell'applicazione del Motu proprio Mitis Iudex.

Dato a Roma, presso San Giovanni in Laterano, il giorno 17 novembre dell'anno 2021, nono del mio pontificato.

 

26 novembre 2021                            www.silerenonpossum.it/l/motuproprio-nullitamatrimoniali

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GOVERNO

“Famiglie protagoniste. Politiche per il presente e il futuro del paese”

                Il 3 e 4 dicembre 2021, si tiene a Roma, presso Palazzo Rospigliosi, la Quarta Conferenza nazionale sulla famiglia, dal titolo “Famiglie protagoniste. Politiche per il presente e il futuro del paese”.

                L’evento è organizzato dal Dipartimento per le politiche della famiglia, della Presidenza del Consiglio dei ministri, in collaborazione con l’Istituto degli Innocenti di Firenze.             La prima giornata dei lavori avrà inizio con i saluti istituzionali da parte delle più alte cariche dello Stato italiano.

                Prevista per legge, la Conferenza rappresenta il momento di condivisione e di confronto tra gli attori delle istituzioni pubbliche, delle parti sociali e della società civile, impegnati nella programmazione e attuazione delle politiche e dei servizi per le famiglie, in vista della definizione del nuovo Piano nazionale per la famiglia. L’evento è il punto di arrivo dei lavori dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia, ricostituito dalla Ministra per le pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti, a gennaio 2020.

                Per la prima volta, in vista della Conferenza nazionale, il Dipartimento ha attivato un ampio processo partecipativo, reso possibile dalla consultazione pubblica effettuata tramite la piattaforma ParteciPA, finalizzato a raccogliere contributi sulle quattro aree tematiche individuate. Le stesse saranno oggetto di confronto nel corso delle due giornate di lavori previste dall’evento e costituiranno i pilastri del nuovo Piano nazionale per la famiglia.

                All’evento è stata conferita la Medaglia del Presidente della Repubblica. La partecipazione alla Conferenza è esclusivamente su invito, in ragione della limitata disponibilità dei posti dovuta alle vigenti disposizioni COVID-19.

                Le immagini dell’evento saranno messe a disposizione sul sito web del Dipartimento per le politiche della famiglia www.famiglia.governo.it.

https://famiglia.governo.it/it/politiche-e-attivita/comunicazione/notizie/famiglie-protagoniste-politiche-per-il-presente-e-il-futuro-del-paese

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PARLAMENTO

Pdl relativo alla liceità dell’eutanasia

Camera dei deputati. Proposta di legge C. 2 d’iniziativa popolare, presentata il 13 settembre 2013

“Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell'eutanasia"

Successivamente abbinati C. 1418 Zan, C. 1586 Cecconi, C. 1655 Rostan, C. 1875 Sarli, C. 1888 Alessandro Pagano, C. 2982 Sportiello e C. 3101 Trizzino.

v  Iniziato l’esame il 30 gennaio 2019, in sede referente, dalle Commissioni riunite Giustizia e Affari sociali. Iter              www.camera.it/leg18/126?tab=4&leg=18&idDocumento=2&sede=&tipo=

v  6 luglio 2021-Testo unificato adottato come testo base dalle commissioni

Disposizioni in materia di morte volontaria medicalmente assistita

www.camera.it/leg18/824?tipo=A&anno=2021&mese=07&giorno=06&view=&commissione=0212#data.20210706.com0212.allegati.all00010

v  23 novembre 2021 - Proposte di riformulazione e votazioni

www.camera.it/leg18/824?tipo=C&anno=2021&mese=11&giorno=23&view=&commissione=0212&pagina=data.20211123.com0212.bollettino.sede00020.tit00010#data.20211123.com0212.bollettino.sede00020.tit00010

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PROCREAZIONE SURROGATA

Gestazione per conto d'altri tra proposte liberticide e tutela del minore

L'evoluzione della giurisprudenza e l'esigenza di una regolamentazione che vada oltre il mero divieto

                La gestazione per conto d’altri (GPA) è un fenomeno complesso frutto dell’evoluzione biotecnologica e delle sue applicazioni nell’ambito dei fenomeni di inizio vita e segnatamente della riproduzione umana medicalmente assistita.

                In questa fattispecie tecnologica sorta per superare problemi di radicale infertilità della donna (affetta da endometriosi, priva di utero, etc.) convergono molteplici profili di rilevanza etico-giuridica.

                Invero essa risulta crocevia di delicati e controversi interessi meritevoli di tutela e non che attengono a diritti fondamentali della persona e che in dipendenza della regolamentazione apprestata ovvero dell’assenza di regolamentazione puntuale anche nella logica di un mero divieto, possono esitare in gravi violazione di diritti dei vari soggetti coinvolti.

                1. Inquadramento della GPA. La GPA si colloca nell’ambito delle tecniche di Procreazione Medicalmente Assista ovvero di quei procedimenti medico strumentali volti al concepimento di un essere umano (in presenza di una condizione di sterilità /infertilità ovvero di impossibilità fisiologica di procreare naturalmente) mediante l’utilizzo di materiale genetico proprio (tecniche omologhe) o altrui (tecniche eterologhe ) declinandosi in questo caso in un possibile doppio apporto esterno: di carattere genetico (ovocita) e/o biologico (gestazione) . Si tratta dunque di un fenomeno di ‘collaborazione procreativa” tra donne ovvero tra una coppia omosex e la madre portatrice, diretta a superare una condizione di sterilità/infertilità o una impossibilità di procreare naturalmente. In altri termini il contributo biologico (c.d. locazione di utero) e/o biologico/genetico (surrogazione di maternità) consente di realizzare l’altrui progetto genitoriale. La volontà/consenso informato dei c.d. genitori d’intenzione costituisce dunque l’elemento causativo della vicenda e individua i soggetti cui deve essere imputata la responsabilità sociale e morale riguardo alle conseguenze della nascita con ogni implicazione sul piano giuridico.

                A ben guardare la fattispecie in esame risulta inquadrabile nell’ambito del genus della ‘donazione di organi, cellule, tessuti, funzioni biologiche’ ampiamente riconosciuta e regolata da tutti gli ordinamenti giuridici dei paesi occidentali [Italia; forma gratuita e volontaria]. L’eventualità della onerosità della prestazione costituisce un dato che non è strutturale del fenomeno potendosi avere anche ipotesi di GPA altruistica . In tal senso la maggior parte dei paesi che disciplina il fenomeno ammette espressamente la GPA nella forma gratuita (In EU: cfr Grecia, Belgio, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Danimarca, etc.; nel mondo: Australia, Israele, Canada, alcuni Stati USA, etc.), mentre una minoranza l’ammette anche in forma retribuita (Russia, Ucraina, Bielorussia, alcuni stai USA) ,

                2. L’esigenza di una regolamentazione che vada oltre il mero divieto. Come per qualsiasi forma di donazione degli organi inter vivos più che vietare sic et simpliciter un fenomeno che corrisponde ad una esigenza insopprimibile e ad interessi sicuramente meritevoli di tutela (costituire una famiglia e diventare genitori in presenza di una impossibilità naturale a diventarlo non altrimenti superabile con terapie specifiche ovvero un impedimento fisiologico) sul presupposto del rischio di commercializzazione ( ben noto è il fenomeno del c.d. ‘traffico di organi’ tra paesi in via di sviluppo e paesi occidentali dietro pagamento di un compenso sul presupposto dello stato di bisogno economico dei donatori), risulta preferibile regolarlo puntualmente. Attesa la complessità del fenomeno e le sue possibili declinazioni, l’opzione regolatoria risulta in tal senso più efficiente ed efficace. Ciò anche in considerazione di due dati inequivoci che rendono ‘inutile’ il divieto:

  1.  La libertà di circolazione dei cittadini (pressoché totale nello spazio comune della UE) spingerà i cittadini provenienti da stati in cui vige un divieto generalizzato ad altri paesi nei quali la tecnica è consentita senza che le autorità nazionali possano in nessun mondo impedirlo. Ciò spesso avverrà sulla base delle condizioni economiche di ciascuno con evidenti effetti discriminatori tra chi può permetterselo e chi no come è avvenuto nel periodo di vigenza delle originarie restrizioni previste dalla Legge n. 40/19 febbraio 2004 prima degli interventi della Corte Costituzionale. [La Corte Costituzionale in data 9.4.2014 ha dichiarato l'incostituzionalità del divieto di fecondazione eterologa previsto dalla presente legge.]
  2. I figli che nascono a seguito di tali tecniche all’estero non hanno nessuna colpa riguardo alla ‘condotta dei genitori’ e devono essere tutelati con specifiche norme che ne garantiscano pari diritti nei confronti dei genitori e della famiglia di questi senza alcuna discriminazione rispetto ai propri omologhi  nati da procreazione naturale. Su tale secondo aspetto si è pronunciata la Corte Costituzionale con due sentenze, la n. 32/9 marzo 2021

www.altalex.com/documents/news/2021/03/09/fecondazione-eterologa-all-estero-consulta-invita-legislatore-a-legiferare

e la n. 33/9 marzo 2021

www.altalex.com/documents/news/2021/03/10/maternita-surrogata-necessaria-tutela-bambino

 che evidenziano espressamente come pur rimanendo nella discrezionalità del legislatore la scelta dell’opzione regolatoria migliore questo non potrà esimersi dal realizzare in primis il fondamentale diritto alla bigenitorialità del minore assicurandone la prevalenza anche rispetto ad altri interessi costituzionalmente rilevanti. In tal senso precisa la Corte come : “nelle decisioni concernenti il minore venga sempre ricercata «la soluzione ottimale “in concreto” per l’interesse del minore, quella cioè che più garantisca, soprattutto dal punto di vista morale, la miglior “cura della persona”».

                3. Il pdl Carfagna e Meloni: critiche. Il Pdl C 306 Meloni e C 2599 Carfagna in discussione congiunta il 23 settembre 2020,                                                    www.camera.it/leg18/126?tab=1&leg=18&idDocumento=306&sede=&tipo=

risultano espressione del primo orientamento (quello della mera proibizione), preoccupandosi unicamente di sanzionare penalmente la condotta dei genitori che effettuano la GPA all’estero con una dubbia integrazione dell’art 12 Legge n. 40/2004con una disposizione che amplierebbe la punibilità all’estero della condotta tenuta dei cittadini italiani ex art 7 c.p.

www.brocardi.it/codice-penale/libro-primo/titolo-i/art7.html?utm_source=internal&utm_medium=link&utm_campaign=articolo&utm_content=nav_art_prec_top.

 senza però considerare la presenza della condizione di reciprocità prevista all’articolo 9 c.p.                                     www.brocardi.it/codice-penale/libro-primo/titolo-i/art9.html

Non c’è chi non veda come si tratti di una misura riduttiva e semplificatoria di un fenomeno complesso che preoccupandosi unicamente di punire i genitori …tralascia ogni forma di tutela e garanzia sacrificando gli interessi che la Consulta indica debbano essere prioritariamente tutelati: quelli dei figli.

                In proposito ci si limita, esemplificativamente, ai seguenti rilievi:

  • Rinviando ad altra sede la valutazione circa la possibile applicazione del combinato disposto tra artt. 7 e 9 c.p. a una siffatta fattispecie che implica un bilanciamento tra interessi fondamentali della persona (in sintesi: costituire una famiglia, divenire genitori/tutelare la dignità umana contro i rischi di commercializzazione del corpo della donna) ci si chiede quale sia l’effetto di una siffatta previsione sullo status del figli nati anche sotto il profilo pratico. Evidente il mero effetto di deterrente della norma che per altro verso rischierebbe di essere gravemente pregiudizievoli per gli interessi del nato esposto unicamente agli effetti della censura della condotta dei genitori sanzionata penalmente.

                In secondo luogo, pur nel rispetto della discrezionalità del legislatore riguardo ad una prospettazione solo terapeutica della metodica (rimedio per superare l’infertilità di coppia) e non anche come strumento di libertà che consenta al soggetto di soddisfare l’esigenza di divenire genitore e formare una famiglia ( si pensi al single , alla coppia omosex), la mancata distinzione tra una ipotesi di GPA per fini commerciali da quella meramente solidaristica deve ritenersi illogica e contraria ad elementari logiche di ragionevolezza. Sarebbe come vietare l’espianto degli organi tra vivi tout court…stante il pericolo di sua commercializzazione! Infatti una fattispecie di GPA solidale con i connessi corollari di: volontarietà, non vincolatività, consenso informato, specifica condizione personale/patrimoniale della gestante come condizione di ammissibilità, gratuità della prestazione, risulta ben diversa dall’ipotesi in cui accanto all’onerosità della prestazione vengano previsti per contratto una serie di obblighi personali e patrimoniali per la gestante e nessuna limitazione soggettiva per la stessa.

                Infine, ma non certo per ultimo, l’assenza di norme di garanzia e tutela dei figli che pure nascono all’estero con le tecniche di GPA e a cui non potranno essere certo estese le disposizione che regolano la genitorialità naturale (a partire dall’articolo 269 c.c. secondo il quale “Madre è colei che partorisce”).

www.brocardi.it/codice-civile/libro-primo/titolo-vii/capo-v/art269.html

Dunque i figli nati per effetto del ‘delitto’ commesso dai genitori dovrebbero forse essere dichiarati in stato di adottabilità? Quale rapporto giuridico si dovrebbe istaurare con il genitore biologico? Quale rapporto con il co-genitore? In altri termini quale lo status da attribuire ai figli?

                4. L’evoluzione della giurisprudenza Una recente sentenza della Cassazione (sentenza n. 8029/26 giugno 2020)

www.altalex.com/documents/news/2020/06/26/figlio-nato-in-italia-da-coppia-gay-con-pma-genitore-non-biologico-non-puo-riconoscerlo

cancellava i coraggiosi tentativi della precedente giurisprudenza di merito che avevano consentito la trascrizione del certificato di nascita formato all’estero, riconoscendo unicamente al genitore biologico la possibilità di costituire un rapporto di filiazione riservandosi all’altro genitore solamente la possibilità di una adozione in casi particolari ex art 44 lett e) L. 183/4 maggio 1984.

www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1983-05-04;184!vig

 Evidente gli effetti discriminatori per il nato nei confronti dei suoi omologhi: innanzitutto l’avvio del procedimento adottivo sarebbe subordinato al consenso del genitore biologico; inoltre nessun rapporto si creerebbe con la famiglia del co-genitore con ogni implicazione conseguenziale anche in caso di morte o separazione della coppia.

                Dunque, ritenendo fondati i rilievi che precedono la Consulta, chiamata a pronunciarsi sulle censure sollevate riguardo le limitazioni dello status del nato da fecondazione eterologa praticata all’estero da una coppia omogenitoriale femminile, ha con forza posto l’attenzione sull’urgenza di legiferare al fine di garantire ai nati pieni diritti alla cura, all’educazione, all’istruzione, alla stabilità dei rapporti affettivi con entrambi i genitori (quello biologico e quello sociale) (sentenza n. 32/2021). Analogamenteil giudice costituzionale chiamato a pronunciarsi su analoghe censure sollevate riguardo le limitazioni dello status del nato da GPA realizzata all’estero da due uomini sottolinea l’improrogabile esigenza di colmare un vuoto di tutela che costituisce una capitis deminutio assimilabile a quella dei figli incestuosi poi oggetto di superamento per effetto dell’intervento della stessa Corte (sentenza n. 33/2021; conf. sentenza n. 494/28 dicembre 2002).               www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?param_ecli=ECLI:IT:COST:2002:494

In sintesi secondo la Consulta “Al riscontrato vuoto di tutela dell’interesse del minore, che ha pieno riscontro nei richiamati principi costituzionali, questa Corte ritiene di non poter ora porre rimedio. Serve, ancora una volta, attirare su questa materia eticamente sensibile l’attenzione del legislatore, al fine di individuare, come già auspicato in passato, un «ragionevole punto di equilibrio tra i diversi beni costituzionali coinvolti, nel rispetto della dignità della persona umana» (sentenza n. 347 del 1998). Un intervento puntuale di questa Corte rischierebbe di generare disarmonie nel sistema complessivamente considerato.” (sentenza n. 32/2021).

                Due recentissime sentenze di Corti di Merito confermano gli assunti e in ritenendo che a tutela del superiore interesse del minore, in attuazione delle predette pronunce della corte, debba procedersi alla trascrizione integrale dell’atto di nascita a seguito di GPA formato all’estero negli uffici di Stato civile italiano, quindi restituendo rilievo anche al co-genitore o genitore di mera intenzione. (Cfr. Corte d’Appello di Cagliari, con decreto depositato il 29 aprile 2021 ha confermato la necessità di iscrivere anche la madre intenzionale nell’atto di nascita; Tribunale di Roma con decreto del 18 aprile 2021 per suo verso ha imposto al Comune di Roma di annotare l’atto con due mamme già formato da altro Comune).

                Dunque analogamente a quanto fatto in passato, la Consulta lancia un monito al legislatore di regolare la vicenda con un unico vincolo: quello di assicurare la massima tutela dell’interesse del minore con particolare riguardo al diritto alla bigenitorialità. Di tutto questo nei PDL Carfagna e Meloni …non vi è traccia. Anzi. Con un unico articolo unicamente finalizzato a sanzionare penalmente la condotta dei genitori…permarrebbe e si aggraverebbe quel ‘vuoto di tutela’ nei confronti dei figli la cui tutela costituisce la pietra angolare nell’impianto della vigente normativa interna e internazionale.

Gianni Baldini, Audizione Camera Deputati  22 novembre 2021

https://app.go.wolterskluwer.com/e/er?s=1364398973&lid=203740&elq=~~eloqua..type--emailfield..syntax--recipientid..encodeFor--url~~&_gl=1*kigiea*_ga*MjA3OTQ2MTkwNS4xNjM4NjEyNjcz*_ga_B95LYZ7CD4*MTYzOTE3MzQ5NS4zLjEuMTYzOTE3OTIyMS4w&_ga=2.253471116.408543017.1639173496-2079461905.1638612673

Documento completo di mappa con i paesi in cui la GPA è legale (e come funziona)

Prof. Avv. Gianni Baldini*           Altalex                25 novembre 2021

*Professore Associato (ab) di Diritto Privato e Docente di Biodiritto nell'Università Siena e Firenze, Direttore Fondazione PMA Italia

www.altalex.com/documents/news/2021/11/25/gestazione-per-conto-altri-tra-proposte-liberticide-e-tutela-minore

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RIFLESSIONI

La solidarietà al posto dei muri

                Provo sentimenti di riluttanza, di stanchezza e di profonda tristezza nello scrivere queste righe che, ancora una volta, riguardano uomini, donne e bambini non riconosciuti nella loro dignità di “umani” e nella loro condizione di disperati, bisognosi, nella fame e nel freddo. Da più di vent’anni intervengo, interrogo, denuncio e cerco di condividere un faticoso pensare su questi migranti, che dalle loro terre segnate da guerre, violenze, carestie, e dunque dalla fame, vengono a cercare pane dove una società, la più sazia e tutelata del mondo, appare per loro un sogno e una speranza. Eppure, lo constatiamo tutti, la situazione è sempre più grave perché il rifiuto dell’altro, il respingimento dello straniero e la non considerazione del povero si sono accresciuti fino ad avvelenare i rapporti tra stati e le relazioni tra i cittadini della nostra Europa. Questa terra verso la quale convergono il continente africano e quello asiatico è ormai segnata da frontiere e confini che diventano muri, barriere di filo spinato, sorvegliate da eserciti schierati con il mandato di impedire non l’assalto di orde armate, ma di poveri affamati, straccioni inermi che chiedono asilo.

                È veramente scandaloso: continuano a risuonare solenni affermazioni di solidarietà, dell’urgenza di un riconoscimento dei diritti fondamentali degli “umani”, e contemporaneamente si organizza il loro respingimento, si moltiplicano le barriere invalicabili, e non ci si vergogna dell’evidente incoerenza e della colpevole ipocrisia. Eppure, nell’agosto scorso era stata forte ed estesa la commozione per la fuga dall’Afghanistan di queste vittime delle persecuzioni e della guerra.

                Il vescovo di Ferrara, Giancarlo Perego, che conosce direttamente i problemi dei migranti, ha denunciato con forza e chiarezza la deriva dell’Europa: “Questa è una sconfitta dell’umanesimo su cui si fonda l’Europa, una sconfitta della democrazia e dei valori forgiati dal nostro continente. L’Europa dei muri è un’Europa che dimostra di cedere alla paura, un’Europa in difesa da un mondo che cammina e non può permettersi la contrapposizione tra i popoli”.

                Eppure abbiamo fatto cadere il muro di Berlino… ma da allora abbiamo costruito più di mille chilometri di muri e recinzioni, e ormai si è deciso di innalzare alte muraglie in Lettonia e Polonia, altre barriere nei Balcani, richiedono cospicui investimenti come anche le azioni di respingimento ai confini o in mare. Nella chiara consapevolezza che gli strumenti di cui ci dotiamo comportano spese importanti nelle agende del comparto difesa e un impiego di militari con un costo enorme per la sorveglianza,  siamo coscienti che tutto questo non potrà comunque interrompere il flusso dei disperati che cercano semplicemente condizioni per vivere da umani?

                E poi bisogna anche dire una verità che non vogliamo sentire: continuiamo a lamentarci e a inveire contro gli altri paesi dell’Unione che non ci aiutano in questa emergenza umanitaria, ma perché non prendiamo atto della realtà? Che in Italia su mille residenti si accolgono solo tre o quattro persone tra rifugiati e richiedenti asilo, quando in Germania, in Svezia e in altri paesi se ne accolgono più di dieci? Chiediamo una redistribuzione più equa dei richiedenti asilo, ma se questo si concretizzasse dovremmo accoglierne di più! Non vogliamo capirlo, ma il nostro futuro dipende soprattutto dalla nostra capacità di inclusione dei migranti.

Enzo Bianchi                      La Repubblica - 22 novembre 2021

www.ilblogdienzobianchi.it/blog-detail/post/145964/

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SIN0DO

Spiritualizzare tutto per non cambiare niente

                Coloro che nella Chiesa e nelle parrocchie fanno domande e vogliono discutere, spesso – e stranamente ancora dopo la pubblicazione del rapporto Sauvé – sono accolti da un discorso sorprendente che invalida, ritiene senza importanza o fuori luogo o indecoroso ciò che dicono. Un discorso terribile ed efficace perché è consensuale, naturalmente condiviso, ovviamente cattolico e, a conti fatti, benefico. Questo discorso che viene opposto a coloro che evocano il problema del governo della Chiesa a tutti i livelli, quello del legame tra il ministero ordinato e il potere, quello del posto delle donne nella istituzione, quello delle diverse sensibilità… della pluralità dei collegamenti individuali, degli incroci delle traiettorie nella Chiesa, della pienezza ecclesiale della Chiesa locale… questo discorso, appunto, si presenta sotto una luce piacevole, sentimentale e affettiva, perfino profetica… al punto da riuscire a far passare per violenti coloro che sono visti come guastafeste.

                Viene portato avanti, certo, come strettamente radicato nelle Scritture e nell’insegnamento della Chiesa di sempre. si dice “ispirato”. Si tiene a distanza dai dati delle scienze umane, delle esperienze di vita democratica della società civile, lascia intendere un rifiuto del “moderno”, percepito come nefasto, manifesta un rigetto dei metodi, dei processi, delle organizzazioni che permetterebbero di comprendere meglio, di guadagnare in intelligenza. Vuole apparire oggi giovane, entusiasta, contagioso, perfino come “ingenuo”, si crede dotato di una forza sovversiva e di ampio respiro che spazza via tutte le difficoltà. Curiosamente lascia addirittura intendere, quando è messo all’angolo, o vuole apparire comprensivo, che appartenere alla Chiesa sarebbe un elemento secondario dell’identità cattolica.

                Ma è disarmante, imprigionante, paralizzante, mortifero. Sa di scappatoia, di latitanza, di “coraggio scappiamo”. Non vuol vedere né sentire. Rifiuta il dibattito, ritiene nocivo l’argomentare. La sua intenzione, il suo obiettivo sembra essere: idealizzare tutto, spiritualizzare tutto per sopportare tutto, accettare tutto. Spiritualizzare tutto per non cambiare niente. Gli ecclesiastici hanno una lunga pratica di questo esercizio. Sanno che funziona, fa tacere i recalcitranti, gli allarmisti, i riformatori, gli indignati. Sanno che è un discorso che rassicura a buon mercato, rafforza le certezze, erige muri protettori da contaminazioni possibili. Non ignorano che i fedeli sono invitati a vedere questa spiritualizzazione come virtuosa e di buona pratica cattolica. Preferiscono parlare di peccato, piuttosto che del sistema che ha fatto della loro Chiesa una fabbrica di disumano. Di perdono piuttosto che di meccanismi che hanno portato a non vedere, a non voler vedere o a non voler ascoltare le vittime. Delle cause e delle responsabilità non bisogna parlare, o il meno possibile.

                La spiritualizzazione di tutto fa sì che dei battezzati approvino senza alcuna distanza critica un libretto di un sinodo diocesano che propone un rinnovamento spirituale, un happening spirituale invece di un lavoro costruito sulle sfide, i bisogni della loro Chiesa locale. Oppure che tacciano e si adeguino ad un gioco truccato. La spiritualizzazione fa sì che, incoraggiati ad entrare in un sinodo sulla sinodalità che comincia dalla base, i battezzati accettino che si consideri poco importante mobilitarli davvero e dare loro gli strumenti necessari per interrogare, analizzare, comprendere, esprimere le loro richieste, dire quale Chiesa vogliono. Oppure accettano che si dica loro che il calendario non permetterà di attuare occasioni e metodi innovativi per entrare in quel sinodo, divenirne protagonisti, diventare “padri sinodali”.

                Interrogarsi su ciò che produce o non produce questa spiritualizzazione di tutto e in particolare delle domande concrete, semplici, dirette, franche, funzionali che sono poste alla Chiesa è disdicevole, puzza di zolfo, vi qualifica come attivista scismatico, divisore, o almeno come uomo di poca speranza. Voler affrontare una per una e seriamente le questioni che si pongono alla Chiesa, assicurare che siano riprese e approfondite e non rimosse, lottare passo per passo per trovare risposte adatte, andare al fondo delle cose, essere radicale in questo senso, non sembra far parte dei geni del cattolico francese come le autorità lo hanno voluto e socializzato, come lo vogliono e lo propongono. La Chiesa dice di arricchirsi delle differenze, ma la differenza del cattolico che non è contento che si spiritualizzi tutto per non affrontare niente, imbarazza terribilmente. Eppure è difficile ignorarlo o farlo tacere in questi giorni cupi in cui bisogna rivisitare tutto per potere ricostruire. A meno che, nello spirito dell’istituzione, che fa sì che il tempo lasci sprofondare ineluttabilmente le cose nell’oblio, ricostruire non venga confuso con restaurare.

                 Patrice Dunois Canette “https://saintmerry-hors-les-murs.com” 16 novembre 2021

traduzione                            www.finesettimana.org

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202111/211128dunoiscanette.pdf

 

Una Chiesa sinodale

                «Occorre osservare che al momento c’è poca attesa nel popolo di Dio, e una certa tiepidezza in una parte dell’episcopato» in merito al sinodo nazionale che si intreccia con quello universale. «Bisogna confidare che a un certo punto il processo si metta in moto. Convintamente. E questa constatazione suscita più che un’amarezza: una preoccupazione». Come scrive il direttore de Il Regno, Gianfranco Brunelli, sull’ultimo numero di Attualità «c’è ancora uno scarto di comprensione tra il pontificato di Francesco e una parte dell’episcopato. Anche quello italiano. Compresa la cosiddetta ala progressista».

                               

                Un Sinodo che parla del sinodo. La Chiesa che parla di se stessa. Da ottobre 2021 a ottobre 2023, la Chiesa cattolica celebrerà un Sinodo che vedrà il coinvolgimento dapprima delle Chiese locali e poi dell’assemblea vera e propria. Azzardando, potremmo dire così: il sinodo come tema, come stile e come evento, posto al centro della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, rappresenta l’appuntamento ecclesiale più importante di questo pontificato. Così come per Giovanni Paolo II lo fu il Giubileo del 2000. Una meta orientativa e un processo ecclesiale in atto. È questa la vera riforma di papa Francesco: la sinodalità come identità e stile ecclesiale.

                Tutto si è posto con chiarezza fin dall’inizio. Se il documento fondativo del pontificato rimane l’esortazione apostolica Evangelii gaudium, il tema, lo stile, l’evento sinodale – che reca il titolo «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione» – contiene in sé lo sviluppo ecclesiale più coerente del concilio Vaticano II, che papa Francesco ha saputo interpretare: «Il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio (…) Quello che il Signore ci chiede, in un certo senso, è già tutto contenuto nella parola “sinodo”».

                Nel Sinodo, con lo stile sinodale, la Chiesa si mostra per quello che è: una comunità di discepoli che riconosce l’iniziativa salvifica di Dio nel suo Figlio, che coltiva una visione universale e non settaria della salvezza, che esprime cioè nella fede in Cristo la vocazione all’unione con Dio e all’unità in lui di tutto il genere umano. Dunque è l’azione di Dio nella storia che convoca il suo popolo, ciascuna persona singolarmente e assieme. Questa dimensione fa sorgere la sinodalità come stile e come prassi.

                La presenza della Scrittura, l’azione dello Spirito nelle coscienze, il magistero e il ruolo dei pastori illuminano e accompagnano il discernimento, delineano una partecipazione fraterna e guidano il processo decisionale. Ma tutto questo la Chiesa non lo vive per se stessa. L’annuncio inevitabile della Chiesa è rivolto a una persona che è capace in se stessa d’ascoltare nella storia concreta della sua esperienza la parola del Dio libero. Questo cammino con gli uomini, ispirato al volto misericordioso di Dio, traguarda il cielo.

                La Commissione teologica internazionale, nello studio elaborato tra il 2014 e il 2017, e pubblicato nel 2018, La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa, aveva ribadito e argomentato la sinodalità come forma storica del cammino escatologico della Chiesa (cf. nn. 23. 50). La sinodalità non si vincola alla cronaca ecclesiale, ma si qualifica come la riscoperta della dimensione teologica del mysterium salutis (Karl Rahner).

                Nuove vie per l’evangelizzazione. A questo percorso già si rivolgeva l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG).

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20131124_evangelii-gaudium.html

La sua intenzione profonda era e rimane quella, dichiarata fin dall’inizio, di trovare vie nuove all’evangelizzazione nel nostro tempo, secondo uno stile sinodale. E per questo, oltre alle questioni impellenti della vita ecclesiale, affrontava i temi della riforma della Chiesa in uscita missionaria; la Chiesa intesa come totalità del popolo di Dio che evangelizza; le motivazioni spirituali per il dialogo e l’inclusione dei poveri; il cristianesimo come stile della misericordia di Dio. E non era casuale che sempre nel 2015, aprendo i lavori del Convegno nazionale della Chiesa italiana, il papa raccomandasse di ripartire dall’esortazione e di farlo con un sinodo nazionale.

                Occorre tenere ben presente che l’esortazione apostolica era ed è anzitutto una chiamata alla responsabilità delle Chiese locali e delle conferenze episcopali, Italia compresa. L’esortazione apostolica, prima e a premessa dell’elencazione delle sfide che la Chiesa ha di fronte in questo tempo, poneva due criteri esplicativi: la necessità che i medesimi temi e altri ancora fossero «oggetto di studio e d’approfondimento»; che si procedesse nella Chiesa a un «salutare decentramento». A dire della necessità di un maggiore e diretto coinvolgimento delle Chiese locali e delle conferenze episcopali, nazionali e continentali in questo compito magisteriale.

                «Non credo – affermava papa Francescoche si debba attendere dal magistero papale una parola definitiva e completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo. Non è opportuno che il papa sostituisca gli episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori» (EG 16; EV 29/2122). Sono posizioni già presenti nella riflessione del magistero e dell’ecclesiologia conciliare e postconciliare (cf. in particolare la costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium), che hanno una radice profonda nel magistero di Paolo VI (in particolare nella Evangelii nuntiandi e, per lo specifico riferimento alle Chiese locali, nell’Octogesima adveniens, cf. n. 4).

https://www.vatican.va/content/paul-vi/it/apost_exhortations/documents/hf_p-vi_exh_19751208_evangelii-nuntiandi.html

https://www.vatican.va/content/paul-vi/it/apost_letters/documents/hf_p-vi_apl_19710514_octogesima-adveniens.html

                Ora proprio il tema della misericordia, che è proprietà fondamentale del Dio rivelato (cf. EG 37), costituisce il principio ermeneutico della teologia pastorale del papa. Essa richiede un cambio di paradigma nella relazione tra la Chiesa e il mondo, entro il quale il magistero di sempre della Chiesa viene ridetto, passando da un metodo deduttivo a uno induttivo, in quanto la Chiesa e il cristiano partecipano della situazione umana concreta. È lì che si è prossimo ai fratelli, chiunque essi siano; è lì, concretamente, che si decide del nostro rapporto con Dio: essi sono il criterio per interpretare la concreta volontà di Dio (cf. Lc 10,25-37).

                L’occasione di un sinodo nazionale. La Chiesa italiana dopo lunghe titubanze, qualche diniego e alcune resistenze ha deciso d’assecondare le richieste del papa e d’indire un sinodo nazionale che si intreccia con quello universale. Occorre osservare che al momento c’è poca attesa nel popolo di Dio, e una certa tiepidezza in una parte dell’episcopato. Bisogna confidare che a un certo punto il processo si metta in moto. Convintamente. E questa constatazione suscita più che un’amarezza: una preoccupazione.

                C’è come ancora uno scarto di comprensione tra il pontificato di Francesco e una parte dell’episcopato. Anche quello italiano. Compresa la cosiddetta ala progressista. Dietro alle critiche a papa Francesco, alla sua gestione, soprattutto a quella istituzionale, al governo della Chiesa, si nascondono talora abitudini conservative, riflessi meramente gestionali, delusioni personali, qualche obiezione o timore dottrinale: tutte cose ricapitolabili in un disegno più ampio, qual è quello di papa Francesco.

                Se non fosse che il male della Chiesa, anche della Chiesa in Italia, sembra essere quello di una certa stanchezza. È l’effetto di un processo di secolarizzazione che ha permeato non solo il gregge, ma è penetrato anche nell’istituzione ecclesiastica, che rischia di non essere diversa dalla società nel suo insieme.

                Nel disegno ecclesiale di papa Francesco non è dunque chiesto a nessuna Chiesa di dimenticare la propria storia, ma d’annunciare il Vangelo di salvezza nella nostra storia attuale; non è chiesto alle Chiese locali e ai vescovi di produrre una cesura rispetto al proprio passato, quasi dimentichi delle pagine di fedeltà, dei giacimenti di spiritualità che l’intero popolo di Dio, a cominciare dai suoi santi, ha scritto nella storia spirituale e civile d’ogni paese. Italia compresa. Ma in questi oramai 9 anni, una sintesi convinta ed efficace tra la nostra storia cristiana e la visione di papa Francesco non è arrivata. Il sinodo nazionale è una grande occasione per poterla proporre.

                Gianfranco Brunelli Direttore de “Il Regno          Attualità n20  15 novembre 2021, pag. 613

https://re-blog.it/2021/11/22/una-chiesa-sinodale

 

Una tiratina d’orecchi al cammino sinodale italiano?

                La lenta, lentissima, partenza del cammino sinodale italiano ha richiesto l'intervento dei cardinali Bassetti e Grech. La scorsa settimana si è conclusa l’assemblea generale dei vescovi italiani. Un’assemblea straordinaria – dopo quella ordinaria di maggio – resasi necessaria anche, e forse soprattutto, per riflettere insieme sulle potenzialità e sulle difficoltà del processo sinodale di recente avviato. Agli occhi del mondo cosiddetto “laico”, invece, questo processo deve essere così temuto o risulta essere talmente insignificante, da aver costretto due importanti quotidiani nazionali a collegare la notizia dell’assemblea generale con la (presunta) «grande corsa – sotterranea – per la successione del cardinale Bassetti alla guida della Cei» (Domenico Agasso),

www.lastampa.it/cronaca/2021/11/22/news/vescovi-si-apre-la-corsa-la-presidenza-cei-tre-favoriti-castelluci-lojudice-e-zuppi-ma-con-il-fattore-sorpresa-di-bergoglio-1.40949832

in vista della quale (maggio 2022) sarebbero «caldi i motori» di alcuni vescovi e cardinali (Paolo Rodari),

https://www.repubblica.it/cronaca/2021/11/22/news/chiesa_italiana_tre_vescovi_di_strada_in_pole_per_la_cei_del_dopo_bassetti-327294754

 i cui nomi sembrano essere stati evidenziati più per dare l’illusione dello scoop (se non per tentare di “bruciarli”) che per dovere di cronaca. I due vaticanisti avrebbero forse fatto meglio ad attirare l’attenzione su questa assemblea generale, manifestando eventualmente l’auspicio di un intervento risolutorio che facesse decollare definitivamente, almeno in Italia, il processo sinodale – questo sì partito con i motori non ancora caldi se non del tutto freddi (come ha mostrato qui Sergio Di Benedetto).

www.vinonuovo.it/comunita/esperienze-di-chiesa/il-sinodo-non-arriva-alle-parrocchie-figuriamoci-oltre

Anche perché in un tempo di disintermediazione e di crisi generale dei processi democratici dovrebbe essere una notizia importante il fatto che la Chiesa, pur tra mille distinguo, stia cercando di rivalorizzare stili, strutture e processi di consultazione e mediazione.

                Tale intervento, nonostante tutto, è poi arrivato, almeno per quanto si è potuto leggere sia nel discorso del cardinal Bassetti sia – soprattutto – in quello del cardinal Grech. La risonanza pubblica di tali discorsi, dentro e fuori la Chiesa, è stata però inversamente proporzionale alla loro importanza.

                Il cardinal Bassetti, dopo aver sentito come a maggio l’esigenza (forse un po’ ridondante?) di

www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/il-sinodo-secondo-la-cei-due-storie-da-riconciliare

ribadire la «sintonia», l’«unità di intenti», la «volontà di procedere insieme, all’unisono (…) e in armonia» tra i vescovi e la «comunione» tra essi e colui a cui «riconosciamo (…) il compito di “confermare i suoi fratelli” (Lc 22,32)», ha chiesto a tutti – con più forza e maggior chiarezza rispetto a maggio – di «apprendere un nuovo “respiro ecclesiale”», di «fare un passo in avanti, un vero progresso», «un salto di qualità» (la «conversione pastorale» di EG 32) su due punti intimamente connessi:

                1) acquisire una «nuova e più profonda consapevolezza» ecclesiologica della «scelta» conciliare (LG) di far precedere il capitolo (II°) sul popolo di Dio rispetto a quello (III°) sulla gerarchia: «il pastore si capisce solo alla luce e nel servizio al suo gregge» e perciò deve «coinvolgere tutti i credenti, anche quelli più tiepidi, facendoli sentire non accessori o meri destinatari, ma essenziali». Posto che ogni «forma (…) giuridica» di tale coinvolgimento corrisponde a un’«idea ecclesiologica», ecco che diventa decisivo non solo rendere «più efficaci» gli organismi di partecipazione previsti dal diritto canonico (come il Consiglio presbiterale o il Consiglio pastorale), ma soprattutto dare libero sfogo alla «creatività» affinché vengano ascoltate e valorizzate «persone che, pur non essendo pienamente integrate nella vita della Chiesa, avrebbero qualcosa di importante da dire. A volte le situazioni dolorose o tristi della vita possono averle allontanate o relegate in un ambito di silenzio forzato, ma sono persone rimaste interiormente vicine al Signore»: «chiediamo a Lui occhi per vedere e dare voce anche a costoro. Si tratta di tenere il diaframma del cuore il più aperto possibile, per consentire a chi vuole di lasciare un’impronta di luce: anche a chi vive nell’ombra, suo malgrado»;

                2) ascoltare questo popolo allargato di Dio, quindi, «non è un gesto strategico né un pro forma», ma «tappa ecclesiale imprescindibile»; «non è una dinamica unidirezionale, ma un metodo ecclesiale per progredire insieme», anche perché – ed è il punto teologico, di fede, decisivo! – il Dio che Dt 6,4 ci chiede di ascoltare e il Dio che ascolta il grido del popolo (Es 3,7) – per poi «intervenire» e «cambiare le cose»: «si tratta di modificare la direzione del pensiero: non c’è più chi parla soltanto e chi ascolta soltanto; tutti siamo in ascolto gli uni degli altri, e soprattutto in ascolto dello Spirito … Nessuno è esclusivamente docente e nessuno è esclusivamente discente: ci si ascolta, si impara e si cresce insieme».

                In definitiva, un cardinal Bassetti che sempre più sta chiedendo ai suoi confratelli,

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 in modo tanto fraterno quanto franco, di mettere al centro di questo cammino sinodale avviatosi molto lentamente alcune parole chiave su cui Papa Francesco sta insistendo da mesi: immaginare i modi più efficaci per ascoltare (lo Spirito di Dio in)       www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/lo-spirito-santo-chi-era-costui

 qualsiasi persona, vicina o allontanata(si), taciturna o urlante – ma comunque docente – da cui la Chiesa, di solito mater et magistra – ma qui anche discente, possa imparare per cambiare qualcosa di se stessa.

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                Certo, su cosa la Chiesa possa (o addirittura debba) cambiare – il potere e l’autorità? il magistero? il senso dell’evangelizzazione?           www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/lasciarsi-sconvolgere-dal-dialogo

 – il cardinal Bassetti non si è sbilanciato, come invece ha fatto in modo significativo il cardinal Grech (il cui intervento approfondiremo la prossima volta). Ma almeno, quanto chiesto dal presidente della CEI, le Chiese che sono in Italia lo stanno facendo o, almeno, sono intenzionate a farlo? E soprattutto, hanno capito e compreso che è questo quello che si tratta di fare?

Sergio Ventura                 VinoNuovo        28 novembre 2021

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Lucia Vantini «Per una Chiesa in ascolto: donne e sinodalità»

                Il 18 novembre la Chiesa reggina si è ritrovata in Duomo per la seconda Assemblea diocesana convocata dall’arcivescovo Morrone. Il tema proposto per la riflessione di tutti è stato «Per una Chiesa in ascolto: donne e sinodalità», presentato dalla dottoressa Lucia Vantini, presidente del Coordinamento delle teologhe italiane. Abbiamo raggiunto la professoressa per condividere con lei una riflessione sul tema “Donne e Chiesa”. Le abbiamo chiesto, per iniziare, se a suo parere esiste una questione femminile all’interno della Chiesa. «All’interno della Chiesa, secondo me, - ha esordito la Vantini - non esiste una “questione femminile”. All’interno della Chiesa, piuttosto, esistono le donne. Quando degli esseri reali diventano “una questione” non è mai un buon segno: è il sintomo di una distanza, di un incontro mancato con loro. Nella Chiesa le donne si incontrano come soggetti reali che nel battesimo vivono, esprimono e pensano la fede secondo la propria esperienza. Ma qual è l’ascolto ecclesiale dell’esperienza credente femminile? Questa è la vera domanda. L’impressione è che le voci delle donne si perdano per la sordità dei luoghi. Così, al massimo si potrebbe dire che nella Chiesa c’è una “questione femminile” tanto quanto c’è una “questione maschile” che porta a chiedere: gli uomini sanno incontrare le storie, le parole e le teologie delle donne?»

                Come vive il suo impegno (anche quello accademico) all’interno della comunità cristiana?

                Il mio impegno accademico nasce da incontri di maestre e maestri che hanno saputo trasmettermi la passione per la teologia. Ero alla ricerca di un pensiero che fosse all’altezza del vissuto e della fede, e l’ho trovato grazie a docenti di grande preparazione e umanità. Forse più simile a una vocazione che a una professione in senso stretto, lo studio e l’insegnamento della teologia – e della filosofia che è il mio primo amore – costituiscono oggi la mia modalità principale, anche se non certo esclusiva, di abitare la comunità ecclesiale. Aggiungo che il fatto di appartenere al Coordinamento delle Teologhe Italiane è parte viva ed entusiasmante di questo impegno.

                Secondo lei in che modo il pontificato di Francesco sta aggiungendo valore alla testimonianza di fede delle donne?

                Non saprei dire, ma non credo che la testimonianza delle donne abbia bisogno di qualcuno che le aggiunga valore. Come rimarcavo prima, il problema non è quello della debolezza delle voci che avrebbero bisogno di un rinforzo, ma è piuttosto quello della sordità dei contesti. Papa Francesco è umanamente bendisposto verso il mondo delle donne, questo è sicuro, ma il volto delle comunità non viene mai dalla parola di uno solo: esso è sempre il frutto dei legami reali che viviamo tra noi, delle modalità effettive con le quali comunichiamo, delle condizioni concrete – sinodali o escludenti – in cui le decisioni vengono effettivamente prese. È alla fisionomia delle comunità che occorre guardare per la custodia dei valori.

                Tra le grandi donne della Scrittura e le grandi Sante, a quale lei si sente particolarmente legata e perché?

                A dire il vero non ho nel cuore figure femminili alle quali mi sento particolarmente legata: tutto ciò che riflette la bellezza pasquale del Cristo – negli uomini come nelle donne, nella spiritualità come nella materialità del reale, nei libri di carta come in quelli della natura – mi affascina. Dall’esegesi e dalla teologia femminista ho imparato ad affinare lo sguardo sulla ricchezza della nostra tradizione, riscoprendo un Dio che è padre e madre, che inizia la sua storia nel mondo attraverso il sì di una donna, con un Figlio che mai fa della maschilità un vanto, che annuncia e instaura un mondo di pace e di giustizia con immagini trasformanti, che si sporge coraggiosamente ai margini della società e che affida addirittura alle donne il compito di tenere insieme la vicenda dell’uomo di Nazaret e quella del Risorto.

                Che consigli si sente di dare ai sacerdoti, affinché le donne siano valorizzate bene e meglio all’interno delle comunità parrocchiali?

                Un buon consiglio è sempre quello di ascoltare. Tuttavia mi sembra importante non caricare il volto inclusivo delle nostre comunità sulle spalle di pochi soggetti, per quanto questi si trovino in una condizione ministeriale particolare. Vorrei rivolgermi piuttosto a tutto il popolo di Dio – ministri ordinati, religiose e religiosi, catechiste e catechisti ecc. – affinché si faccia attento alle differenze e sappia salvarle nell’unico modo possibile: riconoscendole per quello che sono, senza nasconderle né gerarchizzarle. La presenza femminile nella Chiesa cattolica può essere feconda non perché qualcuno, seppure illuminato, decide di fare spazio alle donne, ma perché insieme si confessa e si accetta che lo spazio ecclesiale esiste ed è vitale solo se condiviso.

                Davide Imeneo                Avvenire di Calabria      16 novembre 2021

www.avveniredicalabria.it/donne-e-chiesa-serve-piu-ascolto

video                                     Vantini           https://youtu.be/p4zNv5YFMJs?t=794

 totale         https://youtu.be/p4zNv5YFMJs?t=5s

www.alzogliocchiversoilcielo.com/2021/11/lucia-vantini-per-una-chiesa-in-ascolto.html

 

Guardare alle radici delle differenze per superare i conflitti

                Stiamo leggendo con interesse quello che viene detto e scritto su chiesa cattolica e pandemia, sull’avvio non facile del sinodo italiano, su ciò che di recente ha detto anche il convegno dei teologi italiani sul rapporto tra teologia e ‘pubblico’ (che riguarda la vita di tutti) per imparare e non solo insegnare.

                Avere occhi e non voler vedere? Riflessioni su problemi importanti, su cui esistono differenze di opinioni anche numericamente consistenti, registrate in alcune indagini sulla chiesa e sulla religiosità. Si verificano contraddizioni, si parla di frammentazione identitaria, ma è evidente che di fronte a ciò non è sufficiente riconoscere – quasi con amara sorpresa – che ci sono separazioni tra opzioni di fede ed opzioni politiche. Si dovrebbe prendere atto piuttosto che si fanno pochi passi per cercare le radici delle opinioni e delle azioni così evidentemente diverse e diversamente amplificate sui più diversi canali di comunicazione.

                Non si può concepire un cammino sinodale senza il coraggio ed anche la serietà e serenità di dare un nome alle radici di quelle differenze non per accusare ma per capire, per esplorare a più voci, da punti di vista diversi ma argomentati, una società e una chiesa cambiate anche là dove si sono bloccate. Avere occhi e non vedere potrebbe essere non voler vedere?

                Per aprire una piccola finestra vorrei proporre alcune piste di osservazione e comprensione della realtà sociale prendendo spunto da ricerche non socio-religiose di alcuni anni fa che – con obbiettivi culturali ed economici – cercavano di capire periodicamente i ‘bacini valoriali’, le ‘aree socioculturali’ attive nella nostra società, come campi complessi di valori e di scelte nella vita personale e sociale in cui tutto è intrecciato: emozioni e ragioni, barriere e ponti. Le culture, le sub-culture interne anche alla nostra società, sono costruite da rappresentazioni sociali, modi di pensare e di credere, che si trasformano nel corso delle vite individuali e collettive, con radici e frutti su cui non sempre le persone riflettono.

                Chiusure versus Aperture. Quelle ricerche hanno fatto notare che dal fondo dei diversi orientamenti di scelta emergevano soprattutto due fattori che spiegavano bene molta parte delle diversità rilevate.

  1. La prima polarità risultava – e a mio avviso ancora è – basata sul legame più o meno esplicito con le tradizioni, le istituzioni esistenti, i modi di pensare vigenti, con una tendenziale diffidenza verso il nuovo e il diverso, o all’opposto dal rifiuto delle tradizioni, dal desiderio di cambiare i modi di pensare e le regole, magari eliminandole, dall’apprezzamento della (post)modernità, contraddittoria ma aperta, con tutto quello che le tecnologie e le conoscenze e fantasie consentono anche agli individui di immaginare e fare.
  2. L’altra importante polarità, che incrocia e si intreccia con la precedente, fa emergere un’altra forza potente: l’orientamento che da un lato è legato al ‘mio’, al privato, ai propri interessi, al qui, e dall’altro è invece proiettato sul sociale, sul pubblico, sull’altrove, sull’ambiente, su radici e valori universali.

                La validità di queste dimensioni etiche diventa ancora più rilevante se vi accostiamo anche le credenze e le scelte religiose, che fanno parte della cultura, non sono ‘altro’. Le tradizioni culturali oggi sono spesso fondate su rituali religiosi ma senza più conservarne il senso originario e creativo, diventate forme socialmente identitarie con un diverso o nullo senso di fede; al contrario il rifiuto di tali tradizioni ed istituzioni può non voler dire affatto un rifiuto della fede ma il desiderio di trasformarne radici e linguaggio.

                Così l’orientamento al ‘mio’, nel clima attuale di compresenza di religioni diverse, porta molti – in Italia ma in tutto il mondo – a sentire che la verità in cui credono è soltanto la propria, a suo modo intoccabile, con dei dettami e dei confini precisi, in cui o si è dentro o si è fuori. Al polo opposto vi è invece chi pensa che la verità non è chiusa, non è ‘mia’, ma aperta a tutti, che non è rappresentata da una dottrina definita una volta per tutte ma va condivisa e trasmessa traducendola nella storia che cambia.

                Il cambiamento degli stili comunicativi. Tutto questo diventa ancora più complesso se si tiene conto di due cambiamenti, entrambi enormemente rilevanti dal punto di vista comunicativo (e quindi anche relazionale):

  1. in campo culturale la diffusione rapida anche se disuguale delle tecnologie digitali, da relativamente poco tempo a disposizione di qualsiasi individuo e gruppo, laico e religioso, che voglia dire la ‘sua’ verità e cercare consensi in forme semplici;
  2. in campo religioso cattolico il cambio di stile al vertice della chiesa, tra Papa Ratzinger e Papa Bergoglio (che chiamo per nome perché sono pur sempre persone, e non solo ruoli), tra un’elaborazione dottrinale alta recepita come definitoria e un’apertura legata piuttosto al ‘vangelo della misericordia’ espressa con linguaggio corrente per chi è dentro e soprattutto a chi è fuori della chiesa.

                Se queste dimensioni possono aiutare a distinguere a grandi linee le traiettorie dei soggetti e dei gruppi nelle realtà non più così liquide come sembravano negli ultimi anni ma con durezze e rotture sempre più evidenti (anche nella chiesa), possiamo comprendere meglio come si collocano i diversi comportamenti nell‘incrocio tra queste polarità, abbozzando alcune aree culturali e religiose.

                Tra tradizione e modernità

                • Le spinte al privato unite al legame con le tradizioni portano a comportamenti ed opinioni che scelgono la famiglia tradizionale, il localismo, un etnocentrismo che teme gli estranei anche se magari li utilizza per lavori di poco valore, un senso dell’economia come ‘industria’, lavoro sodo, e contemporaneamente una religiosità animata da un attaccamento alle pratiche e credenze popolari, che danno sicurezza, contro l’insicurezza della società che volente o nolente è costretta ad aprirsi. E l’uso delle nuove tecnologie consente iniziative ad es. di siti web che sostengono con forza tali tradizioni.

Nella chiesa ci sono chierici anche di alto livello e laici che sentono necessaria tale difesa perché temono le aperture, molte delle quali vengono soprattutto dal Papa, come ci sono volontari disposti a fare del bene in parrocchia a singoli immigrati ma mantenendo la propria ostilità verso le altre religioni e culture.

                • Il legame con le tradizioni e le istituzioni unito ad un diverso senso della verità ‘per tutti’ porta comprensibilmente ad altre scelte: disponibilità a cambiare alcune regole sociali anche nei ruoli di genere, importanza del welfare e di un volontariato impegnato, un senso critico verso il consumismo, una valorizzazione della natura e dell’ambiente, un’attenzione alla persona ed alla spiritualità che in termini religiosi vuole un rapporto più diretto con le Scritture come fonti della fede, una partecipazione più forte di laiche e laici nella vita quotidiana delle chiese.

                • Il senso aperto dei valori sociali ed anche delle radici della fede unito però alla volontà di cambiare regole e idee apre al cosmopolitismo, al multiculturalismo attivo, ad essere sensibili ad una ecologia concreta, a voler rivedere il senso e le regole dei generi, ad essere diversamente secolarizzati, ridimensionando o rifiutando il ruolo delle gerarchie religiose e il senso degli obblighi tradizionali. Queste spinte hanno già portato a pensare un post-teismo e post-cristianesimo.

                • Infine, l’apertura al nuovo e al moderno, il senso di un individuo libero, cosmopolita e sostanzialmente allergico alle regole e alle tradizioni, quando si unisce alla centralità degli interessi privati, al prevalere del ‘mio’, si esprime nel liberismo pratico, in scelte consumistiche, nella ricerca anche dell’apparenza, ed in alcuni non è estraneo a legami religiosi pubblici, gesti di beneficienza, rispetto esteriore per la chiesa come tutrice sociale della morale. E a suo modo dagli anni ’90 la chiesa italiana con il suo ‘progetto culturale’ ed i ‘principi non negoziabili’ ha cercato di diventare il dominus etico pubblico di questa quarta area e della prima, quella legata alle tradizioni cattoliche ed ostile alle altre culture e religioni (come ha suggerito in senso critico anche Fulvio De Giorgi nel recente incontro on line dei Viandanti del 9.11.21).                                                                                                www.youtube.com/watch?v=iTG7J7HKgKI&t=46s

                Un cammino per affrontare e gestire i conflitti. Queste prime riflessioni sulle differenze anche radicali tra aree culturali, etiche, religiose, intendono solo aiutare a ‘vedere’ alcune radici e alcuni frutti di vite quotidiane molto diverse nella società e nella chiesa. Certamente ci sono strumenti migliori per cogliere con trasparenza e rispetto le implicazioni di tali differenze reali, che implicano differenze anche dei punti di vista. Altrimenti la chiesa cattolica italiana in cammino resterà un campo complesso in cui difficilmente si riuscirà poi a dialogare, perché si procederà per pregiudizi, gli ‘altri’ ridotti a stereotipi, in un’epoca in cui la stima e la fiducia sono risorse scarse.

                Nella chiesa, nelle chiese locali, si evitano questi discorsi perché non si vogliono né cultural wars all’americana né conflitti da affrontare? Ci si limiterà a separare persone e pensieri cercando di accontentare in qualche modo le diverse cerchie etiche e religiose?

                Italo De Sandre *             Viandanti           21 novembre 2021

*docente di ‘sociologia’ all’Università e di ‘sociologia e religione’ all’Istituto di liturgia pastorale e alla Facoltà teologica in Padova

www.viandanti.org/website/guardare-alle-radici-delle-differenze-per-superare-i-conflitti

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TESTIMONI DEL CONCILIO

Mons. Bettazzi compie 98 anni: gli auguri di Pax Christi

Compie oggi 98 anni mons. Luigi Bettazzi, l'ultimo dei vescovi del Concilio Vaticano II ancora in vita.

Il papa emerito Joseph Ratzinger *1927 teologo, era consulente del cardinale Joseph Frings, arcivescovo di Colonia e poi perito del concilio

 

Pax Christi, che Bettazzi ha guidato per anni come presidente italiano e internazionale, gli augura buon compleanno con un video in cui racconta delle marce della pace di capodanno, di don Tonino Bello e di

                www.youtube.com/watch?v=_uq0WgnAMiw&t=8s

                Dialogo con mons. Bettazzi per parlare di pace e prepararci alla 54ª Marcia Nazionale per la Pace

Un’intervista ad una persona speciale in un giorno speciale. 15’ minuti con mons. Luigi Bettazzi - già presidente nazionale ed internazionale di Pax Christi, Padre Conciliare - che il 26 novembre 2021, compie 98 anni. Gli facciamo i nostri più cordiali auguri! E lo ascoltiamo mentre ci racconta

«Auguri don Luigi!

Tu, con don Tonino ieri e come lui ancora oggi, sei da sempre per tutti noi.

Sentinella dell’aurora che anticipa nella Chiesa del Concilio un nuovo annuncio del Vangelo e sveglia la città gridando “resta ormai poco della notte”;

Spina nel fianco che continua a scomodarci ed inquietarci perché possiamo non cercare più i segni del potere ma il potere dei segni;

Dito puntato a indicare i “sentieri di Isaia” dove si intravedono i sogni diurni della Pace abbracciata alla Giustizia e si costruisce una Umanità conviviale e fraterna;

Ala di riserva per organizzare insieme la Speranza dei poveri e dei respinti alle frontiere del cuore e delle comunità.

Per tutto questo e per molto altro ti esprimiamo il nostro GRAZIE!

Con te e per te vogliamo lodare e ringraziare il Signore che guida i nostri passi sulla via della Pace»

26 novembre 2021 Pax Christi Italia

                              www.adista.it/articolo/67124

 

 

                Nel suo eremo nel cosidetto castello di Albiano d’Ivrea il 26 novembre 2021

 

                Albiano è sempre stato sotto il dominio temporale dei vescovi d'Ivrea sin dai tempi più remoti. Con un diploma del 9 luglio anno 1000 l'imperatore Ottone lo infeuda al Vescovo di Ivrea. Probabilmente con questo atto l'imperatore ratifica e ufficializza uno stato di fatto già in essere nei secoli precedenti.

                Nel 1326 il vescovo di Ivrea lo investì ai Principi d'Acaja, ma le alterne vicende delle guerre in Canavese, nel 1361, lo fecero restituire al vescovo eporediese. Il castello fu interamente ricostruito dal vescovo Bonifacio Ferrero perché ormai vetusto e saccheggiato. Il 17 maggio 1518 questo vescovo lo cedette ad Agostino Ferrerò vescovo di Vercelli. Il castello fu nuovamente distrutto nella guerra civile del 1641, poi ricostruito nelle attuali sembianze. Qui i vescovi della diocesi di Ivrea stabilirono la loro dimora estiva e ancora oggi, il Vescovo d'Ivrea conserva il titolo di Conte di Albiano, che però non utilizza più.

                Monsignor Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, dal 1999 risiede stabilmente nel castello di Albiano, ove abitano anche alcune famiglie che costituiscono la Comunità del Castello (CISV).                                              passim

www.comune.albianodivrea.to.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/castello-vescovile-2648-1-

 

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Il messaggio e i tempi

Luigi Bettazzi: "Sognare eresie. Fede, amore e libertà" (Edizioni Dehoniane, Bologna 2021, pp.165

                 Per il cammino sinodale della Chiesa, questo libro è importante. Il vescovo Luigi Bettazzi compie 98 anni. Scrive un libro all'anno per tenersi vivo e continuare a svilupparsi. In questo Sognare eresie propone il senso vero di "eresia" (scelta, preferenza): «scegliere la formulazione di verità tradizionali in modo nuovo, più agevolmente comprensibile e coinvolgente nella mentalità di oggi» (p. 7). Così, affronta problemi d’interpretazione nel primo e nel secondo Testamento, nella persona di Gesù, nella nostra vita cristiana, negli esiti ultimi della nostra esistenza.

                 Come intendere i racconti della creazione, del peccato originale, dell'elezione di un popolo, della violenza religiosa? La ragione analizza la realtà, l'intelligenza intuisce i valori (p. 14). I vangeli sono scritti «con parole che vanno comprese nel significato che ad esse davano gli scrittori» (p. 31). Così si interpretano sempre meglio tanti passi del «gioioso annuncio». Incarnazione, Trinità, amore, gioia, il dolore, la teologia del sacrificio espiatorio, sono discusse e spiegate qui in modo serio e semplice, così da risultare un catechismo aggiornato per chi si interroga sui contenuti della fede cristiana. Gesù è salvatore di tutti: ma chi non è battezzato? Che ne è del limbo tradizionale? Basta la fede? Bettazzi intende che, poiché ogni persona nasce nella grazia (non nel peccato), basta credere, cioè essere aperti a Dio e agli altri, per avere la vita eterna (cfr p. 72-76).

                 Che cosa è il Regno di Dio, annunciato da Gesù? Viene alla fine di tutto? No, è già in mezzo a noi, è l'umanità descritta nelle beatitudini, aperta a Dio, che è amore e misericordia. La Chiesa è composta dai "convocati", comunità di credenti collegate tra loro. Si formano i vari ministeri-servizi. Col tempo, dopo Teodosio, la Chiesa diventa l'istituzione che conosciamo, e il papa, con lo Stato pontificio, darà alla Chiesa "un volto anche politico", con le relative scissioni, in Oriente e poi in Europa. La sua forma è "piramidale "fino al Concilio Vaticano II, che «rovescia la piramide ponendo al vertice il popolo di Dio». La gerarchia ha il compito «non di comandare ma di servire». È il contrario del clericalismo che papa Francesco deplora come grande male della Chiesa, e anche di quella emarginazione della donna ereditata dal mondo ebraico. Allora, «forse si potrà ripensare a nuove impostazioni ministeriali», come fece la Chiesa primitiva aprendosi "alle genti" e battezzando i non circoncisi, su cui era sceso lo Spirito santo prima dell'acqua del battesimo (Atti degli Apostoli, cap. 10). Purché si veda che la tradizione non è bloccata sul passato, ma inserisce la verità di sempre nel mondo che si evolve (pp. 76-94).

                 È paradossale che si vedano come eresia anche alcuni modi di pregare. L'Autore scrive sulla preghiera con solidi appoggi biblici ed esperienze semplici e preziose. Tra l'altro ripropone la tradizione della lectio divina, anche indicando il metodo pratico: lettura, meditazione, contemplazione. Nella preghiera, l'amore per Dio e il desiderio di lui, se è sincero, comporta l'amore per i fratelli, specialmente se bisognosi. E richiede l'umiltà, richiede la pace con gli altri - «vai prima a riconciliarti...» - ed è vera anche se silenziosa, nello Spirito santo, nella gratitudine. È farci umanità in ascolto di Dio. E confida: «Spero sempre di intuire un Gesù che mi sorride» (p. 108). La preghiera eterna di Gesù risorto è la nostra preghiera. Gesù assicura che il Padre darà lo[GM1]  Spirito santo a quelli che glielo chiedono (Luca 11,13). Gesù, morto per amore, è vivo, «uscito dal tempo», ma resta a pregare con la sua Chiesa. L'eucaristia «non è tanto il rito che ci dà la presenza reale davanti a cui poi pregheremo» (...), ma «è appunto la nostra grande preghiera, perché ci unisce alla preghiera eterna di Gesù ». Perciò non si assiste, ma si partecipa, si prende parte, perché è la preghiera di tutti, non solo del prete: sarebbe bello che il canone fosse recitato tutti insieme, come già fanno alcune comunità (p. 118). Paolo parla (1 Cor 11,20) di una cena del Signore che non risulta avere un presbitero che la presieda. Esempi storici (Giappone nel 1600; Amazzonia) mostrano che la Chiesa è popolo di Dio anche quando la gerarchia è assente o presente solo raramente. Si può dire che, come c'è il battesimo di desiderio, così una comunità priva di un ministro ordinato, se rinnova il memoriale dell'Ultima cena, rende presente Gesù con una «eucaristia di desiderio».

                 Perché non consentire la partecipazione all'eucaristia in un'altra confessione cristiana? Sarebbe un'efficace esperienza di ecumenismo. Eresia? Semmai un sogno, un auspicio (p. 122). «La priorità del popolo di Dio sulla gerarchia dovrebbe sconfiggere ogni rivalsa di clericalismo, cioè di predominio del clero sui fedeli».

                 Venendo poi alle "eresie sociali" - sempre secondo coscienza, nella quale principalmente incontriamo Dio, secondo il Concilio - l'Autore percorre la propria esperienza: educato alla sottomissione, poi la Fuci, gli studi critici, il Concilio, infine la presidenza di Pax Christi, che lo impegnò sul tema e l'azione per la pace, con la presenza anche in paesi sofferenti per guerre e dittature, poi con l'iniziativa di un dialogo umano e civile con Berlinguer. Altre più recenti "eresie" di Bettazzi sono più note: l'offerta, proibita dal Vaticano, di darsi ostaggio per la liberazione di Aldo Moro; la fama di essere vescovo di sinistra (lui dice "vescovo mancino"...).

                 Ultimissime eresie? Riflessioni aggiornate su morte, eternità, vita nuova, giudizio finale, paradiso, inferno, corpo spirituale, purgatorio, indulgenze, ecc. Siamo tutti eretici, se eresia significa scelta, perché l'essere umano ha il potere e il dovere di scegliere, entro dati limiti reali, evitando sia la volontà di dominio, sia la sottomissione a forze dominanti. Che cosa è veramente la libertà? Non indifferenza, ma libertà di realizzarsi, libertà di amare. La mia libertà implica la libertà degli altri. La libertà degenera nel «populismo come derivazione incestuosa della democrazia», quando si accampano diritti senza doveri. Un caso significativo è quello dell'aborto, per il quale si ottiene la non punibilità. L'embrione è già un essere umano? C'è chi lo ritiene solo una parte della madre. La legge italiana distingue tra i primi mesi e gli ultimi. Oggi si ritiene che l'ovulo appena fecondato sia un essere umano allo stato potenziale, subordinato, nell'opinione comune, all'umanità pienamente attuale della madre. Oggi il magistero della Chiesa sposa, almeno per precauzione, la prima tesi: l'ovulo fecondato è un essere umano. Ma c'è una questione stimolante: circa il 40% degli ovuli fecondati viene disperso prima dell'insediamento nell'utero. È possibile che la natura condanni quasi metà dei progetti-uomo a fallire? Il teologo Enrico Chiavacci proponeva l'umanizzazione al formarsi della corteccia cerebrale (secondo-terzo mese), e all'accoglienza dalla madre, che impersona l'umanità. La Chiesa dovrebbe essere consapevole della grande differenza tra le situazioni (contraccezione, aborti) in cui è in gioco l'inizio di una vita umana. Dio non ci comanda solo un ordine di cose dettato dalla ragione, ma ci apre all'intuizione più ampia, all'amore generoso.

                 Lo scopo di questo scritto, conclude l'Autore, è ascoltare interrogativi e idee di molte persone, nella comunità cristiana. La tradizione è dinamica, perché l'umanità è multiforme e in costante sviluppo. I profeti disturbano perché vedono avanti. Il solo parlare di quelle intuizioni ha fatto emarginare l'Autore, il quale, all'età che ha, vorrebbe, anche con fatica, proporle al discernimento della comunità. È misterioso il rapporto tra la nostra limitata libertà e l'onniscienza di Dio: noi sappiamo che siamo responsabili e che Dio non soffoca, ma aiuta la nostra libertà, sostenuta e accresciuta dallo Spirito Santo. La "religione" ha il compito di portare questo messaggio fondamentale nella storia, e «perciò corre il rischio di identificarlo con le modalità temporanee» , di «rendere perenne ma fragile ciò che è funzionale a quel tempo e a quella umanità». Siamo creati per realizzare la nostra libertà, che cresce in ogni momento, e sarà il nostro io per sempre.

            Enrico Peyretti,                                Fine settimana                 18 novembre 2021

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202111/211122peyretti.pdf

 

La Chiesa del grembiule. Da don Tonino Bello a papa Bergoglio

                Il papa ha autorizzato i decreti sulle virtù eroiche del vescovo di Molfetta e di altri cinque Servi di Dio. Riproponiamo un testo del vaticanista Luigi Accattoli pubblicato su Regno-Attualità in occasione del dodicesimo anniversario della morte, nel 2015.

 

  Mi chiamano ad Alessano, Lecce, a ricordare il vescovo Tonino Bello (*1935- † 1993) nel XXII della morte. Lì è nato e lì è sepolto. Memore della sua calda amicizia vado alla tomba e tento un raffronto con papa Francesco. Sono due vescovi formati dal Concilio: se don Tonino fosse con noi, avrebbe appena un anno di più di papa Francesco e come sarebbe felice nell’udirlo parlare.

                Li unisce la ricerca della semplicità e della sobrietà, l’amore agli ultimi e l’impegno per la Chiesa povera, la schiettezza nella denuncia del commercio delle armi, il richiamo a Francesco d’Assisi, la capacità di parlare per immagini e di farsi capire. Persino nei difetti sono simili: la tendenza a semplificare per esempio, nonché la sovrabbondanza dei messaggi e la propensione all’invettiva.

                L’antefatto va cercato nel Patto delle catacombe. Il paragone è stato abbozzato da Bartolomeo Sorge su Aggiornamenti sociali del giugno-luglio 2013 («La Chiesa del grembiule. Don Tonino Bello vent’anni dopo») e dal vescovo Marcello Semeraro in un incontro a Tricase, dove don Tonino fu parroco (ottobre 2014). L’intuizione dei due ha avuto conferma il dicembre scorso nell’immagine del grembiule – autentico logo di don Tonino – proposta in proprio dal papa. Ma tra i due c’è molto di più della vicinanza di linguaggio. C’è un modello di comunità e di vescovo che hanno ricevuto dal Vaticano II e che cercano d’attuare prima e dopo la chiamata all’episcopato: ambedue la riassumono nel binomio «popolo e vescovo». C’è un ideale di Chiesa dei poveri e del servizio all’uomo che si sentono chiamati a perseguire sia con l’esempio della vita sia con l’attività apostolica. C’è l’impegno a favorire una maturazione epocale del servizio della carità facendolo passare dalla dominante assistenziale a quella promozionale.

                Probabilmente Bergoglio e Bello non si sono mai incontrati e Francesco non ha mai inteso riferirsi al vescovo di Molfetta neanche con la metafora del grembiule. Ma è la comune matrice conciliare fatta programma di vita che li porta a parlare la stessa lingua.

                Seguendo un suggerimento di Domenico Amato, vice-postulatore della causa di canonizzazione di don Tonino (la fase diocesana si è chiusa il 30 novembre 2013), credo di poter affermare che la magna charta che li ispira e li avvicina sia da vedere nel cosiddetto Patto delle catacombe, cioè nella dichiarazione sottoscritta il 16 novembre 1965 da una quarantina di padri conciliari, in gran parte latinoamericani, che avevano avuto come ispiratori il vescovo brasiliano Helder Camara e il cardinale Giacomo Lercaro. Quel documento si chiama Patto delle catacombe perché i firmatari lo sottoscrissero dopo un’eucaristia celebrata nelle Catacombe romane di Domitilla. Non ho trovato richiami espliciti al Patto né in Bergoglio né in Bello. Ma la derivazione da esso delle loro scelte è più che evidente e in Bello ne possiamo rintracciare il filo rosso nei testi relativi alla sua azione di vescovo e nei richiami al magistero del cardinale Lercaro: don Tonino si forma a Bologna, dove sta dal 1953 al 1959, alunno di un seminario dipendente dal cardinale. In Bergoglio una chiara eco del Patto è nella Relatio post disceptationem che, da cardinale, tiene come relatore supplente al Sinodo del 2001 sulla figura del vescovo (cf. Regno-doc. 21,2001,671s).

                «Rinunziamo all’apparenza e alla realtà della ricchezza». Basterà citare qualche passaggio del Patto perché appaia chiara la sottoscrizione di fatto che, a esso, è venuta da Bello e Bergoglio: «Cercheremo di vivere secondo il livello di vita ordinario delle nostre popolazioni per quel che riguarda l’abitazione, il cibo, i mezzi di comunicazione (…). Rinunziamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente nelle vesti (…) e nelle insegne di metalli preziosi (…). Eviteremo di dare una qualsiasi preferenza ai ricchi e ai potenti (…). Sosterremo i laici religiosi, i diaconi e i preti che il Signore chiama a evangelizzare i poveri (…). Cercheremo di trasformare le opere di beneficenza in opere sociali, basate sulla carità e sulla giustizia (…). Faremo di tutto (…) [per] stabilire un ordine sociale nuovo degno dei figli dell’uomo e dei figli di Dio» (cf. Regno-att. 2,2013,50s).

                La sorprendente vicinanza di linguaggio tra questi due pastori segnala una vicinanza d’anima che trova in quel Patto la sua matrice. Tutti abbiamo avvertito come una scossa il 4 dicembre 2014, quando Francesco ha parlato così durante un incontro con la Federazione organismi cristiani servizio internazionale volontario (FOCSIV): «La vostra Federazione (…) è immagine di una Chiesa che si cinge il grembiule e si china a servire i fratelli in difficoltà».

                Chi ha consuetudine con le preghiere mariane di don Tonino aveva già festeggiato ascoltando le invocazioni alla Vergine proposte da Francesco il 31 maggio 2013 a chiusura del mese mariano: «Maria, donna dell’azione, fa’ che le nostre mani e i nostri piedi si muovano “in fretta” verso gli altri, per portare la carità e l’amore del tuo Figlio Gesù, per portare, come te, nel mondo la luce del Vangelo».

                Scorrendo – in preparazione all’incontro di Alessano – i sei volumi di Scritti di Monsignor Antonio Bello (La Meridiana, Molfetta 2005-2007), l’antologia dei testi giovanili La terra dei miei sogni (Ed. Insieme, Terlizzi 2014), il volume di Domenico Amato, Tonino Bello una biografia dell’anima (Città nuova, Roma 2014), ho trovato altre sorprendenti rispondenze verbali, quasi rime conciliari tra Bello e Bergoglio: una ventina e più che segnalo brevemente.

                Il testimone povero di Cristo servo. Vescovo e popolo. Bello: «Vorrei essere un vescovo fatto popolo» (intervista del settembre 1982). Francesco: «E adesso, incominciamo questo cammino: Vescovo e popolo» (saluto dalla Loggia della Basilica vaticana, 13 marzo 2013; Regno-doc. 5,2013,130).

                Odore delle pecore. Bello: «Sentite il sapore e il profumo del popolo» (ai seminaristi, marzo 1993). Francesco: «Siate pastori “con l’odore delle pecore”» (omelia alla messa crismale 2013; Regno-doc. 7,2013,201).

                Vescovo e povertà. Bello: «Liberare il vescovo dall’ipoteca che vede in lui più il servitore solenne del culto che il testimone povero di Cristo servo» (Programma pastorale 1984). Bergoglio: «Si fa povero in vista del Regno, per mettersi nella sequela di Gesù-povero» (Relatio post disceptationem al Sinodo del 2001; Regno-doc. 21,2001,673).

                Povertà cioè libertà. Bello: «La povertà (del presbitero) lo condurrà a vivere da uomo libero» (Programma pastorale 1984). Bergoglio: «La sua semplicità e austerità di vita gli [al vescovo; nda] conferiscono una completa libertà in Dio» (Relatio post disceptationem al Sinodo del 2001; Regno-doc. 21,2001,672).

                Iniquità dice l’uno e «inequità» insiste l’altro. Ambedue definiscono iniqua (inequa nell’italiano creativo di Bergoglio) la condizione dei poveri in un mondo dominato dalla Borsa valori. Bello: «Che sia la Borsa a prevalere sulla vita è una constatazione fin troppo scontata: questa è l’iniquità di cui siamo spettatori» (intervista citata da D. Amato, Tonino Bello una biografia dell’anima, 167). Francesco: «Dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. (…) Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa» (Evangelii gaudium, n. 53; Regno-doc. 21,2013,651).

                Don Tonino chiama «pronto soccorso» l’aiuto al prossimo sofferente (Inaugurazione di un Centro Caritas, 1988), mentre Francesco usa la metafora dell’ospedale da campo. Don Tonino deplora «la curiosità turistica che viola l’intimità gelosa dei poveri» (cf. D. Amato, Tonino Bello una biografia dell’anima, 178), Bergoglio in un testo del 2005 definisce «agghiacciante» che «alcune agenzie turistiche includano nei tour organizzati le Villas de Emergencia». Don Tonino invita i religiosi a «fare spazio a chi è senza tetto», Francesco dichiara che «i conventi vuoti (…) non sono nostri, sono per la carne di Cristo che sono i rifugiati» (visita al Centro Astalli, 10 settembre 2013).

                Ambedue affermano che occorre entrare in contatto personale con i bisognosi: «Dare un letto non basta, se non si sa dare la buona notte» (don Tonino citato da Amato, Tonino Bello una biografia dell’anima, 163); «Se [il mendicante] non lo hai toccato, non lo hai incontrato» (Francesco, videomessaggio alla diocesi di Buenos Aires, 7 agosto 2013). È in nome dei poveri che i due – quasi con le stesse parole – si oppongono ai tariffari liturgici e alle «spese pazze» per feste e sacramenti. Persino l’uscita missionaria – che è al centro della loro pastorale – la formulano con un riferimento preferenziale agli ultimi. Abbiamo nell’orecchio i moniti di Francesco sull’uscita verso le periferie, per don Tonino basti questa referenza: «Sono responsabile di una Chiesa che stenta a uscire dai perimetri rassicuranti delle sacrestie per compromettersi con gli ultimi, ritrovando audaci cadenze missionarie» (omelia del 9 luglio 1992).

                Ti lasci troppo irretire dalla paura del cambio. Paura del cambio. Bello: «Ti lasci troppo irretire dalla paura del cambio» (lettera del 15 aprile 1990). Francesco: «Non dobbiamo avere paura di cambiare le cose secondo la legge del Vangelo» (omelia del 5 settembre 2014). Bello: «È necessaria un po’ di follia nella Chiesa» (cf. C. Ragaini, Don Tonino fratello vescovo, Paoline, Milano 1994, 47). Francesco: «Lo zelo apostolico ha qualcosa di pazzia, ma di pazzia spirituale, di sana pazzia» (omelia del 16 maggio 2013).

                Mi limito a evocare altre similitudini: sulla disponibilità senza orario nei confronti dei fedeli, sulle chiese sempre aperte, sull’olio della gioia di cui parlano nelle messe crismali, sul commercio delle armi («mercanti di morte» dice don Tonino e Bergoglio: «Mercaderi di morte»), sulla preghiera come lotta: «Mi chiudo in cappella e, come Giacobbe, mi metto a lottare con Dio» (Bello, omelia alla messa crismale 1990); «Mosè prega con forza il Signore perché ci ripensi: questa preghiera è una vera lotta con Dio» (Francesco, omelia del 4 marzo 2014).

                Luigi Accattoli, vaticanista                           Re-blog                 26 novembre 202i

https://re-blog.it/2021/11/26/la-chiesa-del-grembiule-da-don-tonino-bello-a-papa-bergoglio

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VIOLENZA

25 novembre – La violenza dietro la porta di casa

                La pandemia ha svelato una volta di più quanta violenza contro le donne attraversa i rapporti di coppia. Per superare questa disumanizzazione è necessario svincolare decisamente e radicalmente l’idea e il vissuto dell’amore da ogni forma di “ordine”, di autorità e di potere. C’è un grande lavoro educativo che ci aspetta, e la Chiesa non può sottrarsi.

                celebriamo anche quest’anno la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Dall’inizio del 2021 nel nostro paese sono state 54 le donne uccise da uomini, il più delle volte loro partner o ex-partner; 70 nel 2020; 69 nel 2019; 74 nel 2018 (femminicidioitalia.info). A questi numeri si aggiungono quelli dell’Istat, che dedica un’ampia sezione del suo sito istituzionale all’approfondimento del fenomeno, includendo, accanto alla violenza fisica, anche quella psicologica. I dati sono ricavati dalle denunce, dagli accessi ai centri antiviolenza e dalle chiamate al numero telefonico dedicato, l’1522, che nel trimestre del lockdown di marzo-maggio 2020 ha registrato un incremento del 70% delle segnalazioni di violenza domestica rispetto al periodo pre-pandemico. Accompagna i numeri un’analisi delle questioni culturali sottese, quali l’influenza che alcuni stereotipi di genere fortemente discriminatori ancora hanno nel nostro paese.                                                                        (www.istat.it/it/archivio/235994 e www.istat.it/it/archivio/250836).

                Molta indignazione, poca reazione. La situazione è oggettivamente grave, tragica. Tanto se n’è parlato, tanto se ne parla; non è più un sospetto, ma una certezza, il fatto che lo si faccia perché non si riesce a porre un freno a questo dramma. Sembra non ci sia nulla che possa fermarlo, nulla che lo stigmatizzi abbastanza da renderlo almeno impopolare – cioè lo renda agli occhi degli altri e delle altre così riprovevole da discriminare chi lo commette (per intenderci è il meccanismo che funziona per l’uso di droghe, ma non, ad esempio, per l’abuso di alcool).

                La reazione più comune è esserne indignati, soprattutto indignate. Tuttavia il corpo sociale e anche quello ecclesiale, colpiti da tanta violenza, offesi da tanto squallore, sembrano non saper reagire, oscillanti fra la teoria dell’atto folle – il cui presupposto è l’idea che alla fine la colpevole sia lei, la vittima – e la condanna di un sistema culturale che alimenta la violenza, validando una serie di posture patriarcali che giustificano, e a volte addirittura caldeggiano, il potere e il controllo maschile su quello femminile, che andrebbe “ri-educato”. La narrazione ordinaria e popolare della violenza sulle donne in effetti è monca, zoppa, cieca; quando invece cammina, coglie e vede benissimo, non è sufficientemente creduta, in quanto le sue argomentazioni sono spesso considerate aggressive, rivendicative, di parte.

                «In famiglia qualcuno deve pur comandare». Rimane perciò un senso di incerto e indefinito riguardo alla questione della violenza maschile sulle donne: perché non si è tutti e tutte unanimi nel condannarla in modo visibile e netto? Perché ancora ci si permette di fare dei “distinguo” che in fondo legittimano un continuum che arriva fino al femminicidio? Perché non si riconosce tout court quanto sia disumana e iniqua una certa tipologia di convivenza fra i generi che percorre senza dubbi né ripensamenti, ma anzi con la presunzione di essere nel giusto, la via della violenza di genere?

                La violenza sulle donne non è un effetto improvviso, non “capita” in un momento di follia, ma è innescata in un terreno relazionale già compromesso e reso esplosivo da uno stile di convivenza teso, nervoso, irritante, che annota e ricorda gli errori, le offese, le imperfezioni. Che ripara rompendo ancora di più, nella convinzione che l’assetto asimmetrico e a tratti carcerario della relazione fra i generi sia quello che meglio ristabilisce ordine, gradi di potere, ruoli di genere, obbedienze, virtù, spazi, libertà.

                Nella tradizione culturale cattolica questa menzogna funzionale al patriarcato – perché di questo si tratta – trova in parte ancora credito. Cioè trova ancora credito il principio per cui la convivenza fra i generi funziona quando è ben stabilita e radicata l’autorità in capo a uno dei due – premettendo però che se fosse la donna, sarebbe una distorsione.

                In altre parole il fenomeno della violenza di genere si nutre della strisciante convinzione che una coppia funzioni non perché ama, condivide, si confronta, sceglie, cresce, ricomincia…, ma perché c’è qualcuno che dall’alto di una certa autorità – che gli deve essere ordinariamente confermata – garantisce che tutto funzioni come deve, che tutto sia in ordine, che ciascuno e ciascuna abbia il suo ruolo e lo mantenga. Insomma, una visione in cui la famiglia è una macchina, la coppia il motore e lui guida.

                La pandemia ha svelato la disumanità dei rapporti. Questa semplificazione, che però mantiene ancora un certo fascino esplicativo, trova radici fra le mura domestiche, nel privato, lì dove ancora chi è fuori non può mettere bocca, lì dove ancora c’è chi dice con convinzione: “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Fuori casa invece il principio salta, perde di valore, torna ad essere una bugia, anche perché evidentemente anacronistico e francamente iniquo, a parte quei (non rari) casi di predazione sessuale sul luogo di lavoro, che però si potrebbero inscrivere in dinamiche di potere rese ancora più distorte dalla leadership piramidale ad alto tasso di presenza maschile, come quella italiana, per esempio.

                Durante i lockdown della pandemia sono saltati tutti i “fuori casa” per chiunque. Non solo: la pandemia stessa ha reso l’abitazione privata il posto più sicuro al mondo dal punto di vista sanitario, assegnandole con forza la connotazione di “rifugio” dai pericoli del contagio, tutti collocati all’esterno delle mura domestiche: scuole, luoghi di lavoro, mezzi pubblici, piazze con assembramenti, viaggi. La contrazione della vita familiare in casa, anche per motivi di sicurezza, ha saggiato la qualità dello stile di vita delle famiglie e ancor più la tenuta della relazione di coppia. Ci ha spogliato da convinzioni, certezze, abitudini, sfoghi che prima potevano favorire l’equilibrio della bilancia domestica.

                E nelle condizioni di vita dettate dal Covid-19 le relazioni di genere fondate sull’idea che senza principio regolatore (maschile) non ci potesse essere coppia hanno per lo più vissuto un’esperienza profondamente disumanizzante.

                Non si può improvvisare la protezione l’una nell’altro e viceversa, né la condivisione e la sua profondità; esse sono frutto di anni di esercizio e di consuetudine all’alterità, alla diversità, a ciò che non è sé, ma che viene amato come sé. Non è possibile originare la dinamica del rispetto e del bene dal nulla e per paura. Anzi, la paura della morte, della malattia, della manipolazione da parte dei poteri forti (come alcuni credenti ritengono) hanno fatto da detonatore a una situazione già disumanizzante, laddove non esistevano consuetudini relazionali nel rispetto e nell’accoglienza, rendendo la convivenza di quelle coppie davvero disumana e infine legittimandola in quanto unica possibile, in questi tempi feroci per tutti e tutte.

                Cosa manca alla pastorale familiare. La Chiesa cosa fa per combattere la violenza sulle donne? Per chi vive una relazione di coppia in tempi pandemici? Cosa fa per evitare di distorcere il senso della convivenza fra i generi ribadendo il principio dell’amore su qualunque altro? Sembra non molto, a dir la verità.

                La pastorale familiare locale pare ancorata in parte all’indissolubilità e in parte all’evitare comportamenti sessuali egoistici, ma non sempre mette il dito nel punto in cui si annida l’origine di una possibile dinamica violenta. Per esempio, nell’insicurezza e nell’assenza di consapevolezza di sé; nella presunzione che l’appartenere al genere maschile introduca forme di privilegio (che spesso si acquisiscono nella propria famiglia di origine); nella paura dell’altro, dell’altra; nell’esplicitare l’autorità attraverso il solo comando d’ordine e non anche nell’ascolto e nel dialogo.

                Non va a scardinare il potere dalla logica delle relazioni affettive: spesso lo presuppone, lo giustifica come fosse un male necessario – qualcuno che porta avanti la famiglia ci deve pur essere! – senza pensare che quando ci si ama e quando si impara ad amarsi ancora di più, non è perché c’è qualcuno più forte, ma perché entrambi alla pari accettano di lasciarsi vivere e amare per come sono realmente e non per quello che dovrebbero essere o ci si aspetta che siano.

Emilia Palladino,             Il Regno blog     24 novembre 2021

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