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NewsUCIPEM n. 887 – 5 dicembre 2021

Le news per essere più aggiornate, trascurano gli ultimi numeri, dal n. 869, che saranno recuperati gradualmente

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali.

Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.

Link diretti e link per pdf -download a siti internet, per documentazione.

                I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

                Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.

                In ottemperanza alla direttiva europea sulle comunicazioni on-line (direttiva 2000/31/CE), se non desiderate ricevere ulteriori news e/o se questo messaggio vi ha disturbato, inviate una e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.con richiesta di disconnessione.

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CARTA DELL’UCIPEM   14 dicembre 1979

1.             Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

 

02 ABUSI                                              Lorenzo Tanzini. Una Chiesa a giudizio (I tribunali vescovili nella Toscana del ‘300)

03                                                           In Italia la lotta agli abusi sessuali nella Chiesa ha ancora molta strada da fare

04 ADOZIONE INTERNAZIONALE    In Italia è necessario passare dal tribunale per l’idoneità e in Europa non più?

05 AUTORITÀ GARANTE MINORI    Riparte con un webinar il progetto dell'Agia di promozione dei Gruppi di parola

06 BIBBIA                                             Enzo Bianchi. Il Dio della Bibbia ha una voce nuova

09 CENTRO GIOVANI COPPIE           Conferenza. Equilibrio. Accordare le dissonanze.

10 CENTRO INT. STUDI FAMIGLIA  Newsletter CISF - n. 46, 1° dicembre 2021

13CHIESA di TUTTI                            Daniele Menozzi. L’attuazione del concilio nel governo di papa Bergoglio

19                                                           Gennaro Pagano.Abusi, sinodo e falsa prudenza

20                                                          Marco Marzano. La  casta dei casti”: i preti, il sesso e l’affettività

22 CHIESA IN ITALIA                          Convegno di “Oggi la Parola”: che cattolici siamo?

23 CHIESA UNIVERSALE                     Abusi in Francia: rapporto Sauvé sotto attacco. Ma i vescovi lo difendono

25 COPPIA                                            Margherita Marzario. Dimensioni giuridica e metagiuridica della coppia

30 DALLA NAVATA                             II Domenica d’Avvento – anno C – 5 dicembre 2021

31 DEMOGRAFIA                                 Denatalità. ISTAT: In Italia siamo sempre di meno, 7 nati ogni 13 morti

32 DIBATTITI                                        Massimo Recalcati "Donare la morte in omaggio alla vita"

33                                                          Enzo Bianchi "Una scelta da rispettare"

34 DONNE NELLA (per la )CHIESA Celam, profezia al femminile

35 FARIS                                                Nuovo servizio di consulenza

38 FORUM ASS: FAMILIARI              Famiglia: «Serve tavolo permanente per la natalità»

39 FRANCESCO VESCOVO ROMA    Messaggio ai fidanzati: “Passare dall’innamoramento all’amore”

40                                                          Giannino Piana. Le richieste di papa Francesco

43 GOVERNO                                       Verso il nuovo Piano nazionale per la famiglia

46 MINORI                                           Misna, sono 10.317 quelli censiti in Italia                                  

47 PARLAMENTO                                Pdl relativo alla liceità dell’eutanasia

48 PERSONE DEL CONCILIO             p. Ernesto Balducci, scolopio (1923-1992)[GM1] 

51                                                          Ernesto Balducci: il Concilio visto dai cattolici progressisti

56 POLITICA                                         Il/la Presidente che vorremmo

58 RIFLESSIONI                                   Uno stile di vivere e operare nella Chiesa

60 SIN0DO                                           Una tiratina d’orecchi al cammino sinodale italiano? (2)

63                                                          Chiesa e Sinodo: ora, è il momento di cambiare

66                                                          Il potere nella Chiesa

88                                                          Lezioni da un Sinodo

90 VIOLENZA                                       Violenza sulle donne e domestica: le nuove misure

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ABUSI

Una Chiesa a giudizio (I tribunali vescovili nella Toscana del Trecento) – Lorenzo Tanzini

                Ampio e approfondito saggio storico-giudiziario, corredato da ricchissima bibliografia di circa 600 testi, basato su ricerche ]originali in 12 archivi diocesani e statali toscani . Il testo è anche munito di Indice dei Nomi di persona e di luogo. I privilegi clericali medievali sono ben evidenziati nel libro: “il privilegio del foro” giudiziario garantiva a preti e frati un processo  diverso con più garanzie per l’imputato, il quale anche se condannato quasi sempre godeva “dell’esclusione della pena di morte e delle punizioni infamanti.”

                Ma, ovviamente, ciò che faceva più arrabbiare erano le decime e altre tasse varie che il popolo era tenuto a versare al clero: ad esempio gli uomini di Montemurlo (PO Prato) furono tutti scomunicati dal vescovo di Pistoia poiché “avevano introdotto degli ordinamenta contro il pagamento delle decime”.

                Le donne, allora come oggi, erano spesso vittime di abusi sessuali clericali: stuprate, sedotte e abbandonate, indotte ad abortire ecc. Fu questo il caso del monaco benedettino Stefano di Coluccio da Lucca e del prete Ranieri da Vecchiano, Pisa. Quest’ultimo uccise la sua amante e ne nascose il corpo, proprio come ha fatto un frate nel 2014 a Ca Raffaello, Arezzo. Nel 1303 anche il prete Lapo aveva “ucciso e sepolto di nascosto i corpi delle bambine”, frutto di rapporti adulterini fiesolani. Un paragrafo di 15 pagine, intitolato “Il sesso” documenta le imprese boccaccesche clericali medievali toscane. Non manca qualche riferimento anche ai preti pedofili.

                La presenza di schiave nella Toscana medievale è ben documentata, anche i documenti giudiziari archivistici presentati in questo libro lo confermano: “una Martina, giovinetta schiava di una donna di Lucca” fu al centro di uno scandalo erotico clericale.

                In conclusione anche questo approfondito testo storico conferma la realtà e cronicità dei misfatti clericali sessuali, finanziari, criminali compresa la collaborazione attiva con bande armate ecc.

Pierino Marazzani redazione web Rete L’abuso                2 dicembre 2021

https://retelabuso.org/2021/12/02/una-chiesa-a-giudizio-i-tribunali-vescovili-nella-toscana-del-trecento-lorenzo-tanzini

 

In Italia la lotta agli abusi sessuali nella Chiesa ha ancora molta strada da fare

                Nonostante siano state messe in atto strutture di ascolto delle vittime, il tema dei crimini sessuali è ancora largamente tabù in Italia ed è molto difficile promuovere la consapevolezza di una rivoluzione culturale. Lavori come quello della Commissione Indipendente sugli Abusi nella Chiesa (Ciase) non si presentano ancora per domani.

                Francesco Zanardi, abusato da un prete durante la sua infanzia, presiede la Rete L’Abuso, la principale associazione delle vittime dei preti pedofili nella penisola italiana. Ha letto con attenzione le conclusioni della Commissione Sauvé, ma secondo lui c’è ancora molta strada da fare per spostare le linee. ” Stiamo ancora aspettando in Italia una commissione per indagare sulla Chiesa”, si rammarica. L’Italia è davvero uno dei paesi più indietro quando si tratta di agire, ma probabilmente è perché abbiamo il Vaticano in casa! Da anni Francesco deplora la mancanza di volontà della Chiesa cattolica italiana di affrontare efficacemente la tragedia dei crimini pedofili.

                ” Non partiamo dalla stessa base “. Per lo storico della Chiesa Massimo Faggioli, affrontare la dolorosa questione degli scandali sessuali nella Chiesa come ha fatto la Francia è tutt’altro che certo, perché la società italiana non è ancora pronta. “ Difficile immaginare una commissione come quella Sauvé in Italia. Non partiamo dalla stessa base. Il primo esempio è la mancanza di coraggio dei media per svolgere indagini di merito, il secondo è anche la mancanza di audacia della politica, della giustizia e delle forze dell’ordine che in Italia sono sempre state restie ad affrontare i casi di abuso “, spiega .

                La Chiesa italiana non resta però inattiva. In molte diocesi è stata costituita una rete nazionale con sportelli di ascolto e due anni fa la conferenza episcopale ha addirittura pubblicato “linee guida” per combattere la piaga degli abusi sessuali. Ma siamo ancora lontani dall’avere una Commissione qui come in Francia, fuori dal mondo ecclesiale, capace di portare alla luce decenni di soprusi e sofferenze.

Redazione web Rete l’abuso     30 novembre 2021

https://fr.news.yahoo.com/italie-lutte-contre-abus-sexuels-044933014.html

https://retelabuso.org/2021/11/30/in-italia-la-lotta-agli-abusi-sessuali-nella-chiesa-ha-ancora-molta-strada-da-fare

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ADOZIONE INTERNAZIONALE

Perché in Italia è necessario passare da un tribunale per avere l’idoneità

e nel resto dell’Europa non più?

                Occorre agevolare, anziché ostacolare, la formazione della famiglia partendo dal rendere l’idoneità all’ adozione internazionale quello che è già nella sostanza: una disponibilità da manifestare dinanzi ad autorità amministrative come nella quasi totalità dei Paesi europei. Ho sentito in televisione che nella quasi totalità dei Paesi europei, per avere l’idoneità all’adozione internazionale non occorre più passare dal tribunale, Come mai invece l’Italia non si è uniformata a questa scelta? Non si risparmierebbe tempo a favore della felicità di bambini e famiglie?       Mario

 

                Gentilissimo Mario,                        è vero, In tutti i  Paesi europei l’idoneità all’adozione di minori stranieri è rilasciata alle coppie richiedenti con provvedimento amministrativo: sono per lo più i servizi socio assistenziali ad occuparsi delle necessarie verifiche e a permettere che gli adottanti proseguano nell’iter verso l’accoglienza. In Italia (e anche in Belgio) invece, il rilascio di questa idoneità, come pure altre fasi dell’iter adottivo, sono rimasti un adempimento di competenza dei Tribunali per i minorenni, come avveniva prima della ratifica della Convenzione dell’Aia del 1993, sulla cooperazione in materia di adozione internazionale. La cosa, in effetti, non è pienamente comprensibile visto che i tribunali stessi devono incaricare i Servizi competenti in materie psicosociali e poi decidere sulla base delle loro relazioni. Non va dimenticato anche che, oltre alle verifiche italiane, le coppie idonee danno incarico agli Enti autorizzati (che conoscono la realtà delle adozioni internazionali in maniera molto più diretta rispetto ai Tribunali e agli stessi servizi) e sono da questi accompagnate, nonché appena dopo sottoposte alla ulteriore “approvazione” delle autorità dei Paesi di origine dei bambini. Insomma, non c’è alcun reale pericolo di scarsi “controlli”, se questo fosse il timore!

                Ma la cosa non stupisce perché ci sono a ben vedere anche altre attività rimaste inspiegabilmente nel potere dei tribunali per i minorenni anche adesso che – dopo la ratifica della Convenzione dell’Aia – il procedimento adottivo di minori stranieri si svolge sotto il controllo delle Autorità Centrali dei Paesi coinvolti.

                Naturalmente ogni Paese è stato libero di decidere a chi affidare il ruolo di Autorità Centrale e la Commissione per le Adozioni internazionali è l’autorità amministrativa, collegata alla presidenza del Consiglio dei Ministri, competente per l’Italia. Questa Commissione verifica che le procedure si svolgano nel rispetto delle norme di legge e dei principi fissati a livello internazionale dalla Convenzione, perciò, prima di autorizzare l’ingresso dei minori adottati in Italia al termine delle procedure, la Commissione Adozioni italiana, ad esempio, verifica e certifica l’avvenuto rispetto delle norme della Convenzione e di quelle italiane.

                Ebbene, avviene incredibilmente che al termine dell’iter adottivo, una volta che la coppia adottiva entri finalmente in Italia col proprio figlio con tutte le autorizzazioni e i controlli in regola, debba superare un nuovo scoglio: passare nuovamente dal Tribunale per i minorenni per il riconoscimento della sentenza straniera di adozione perché il tribunale deve esaminare i documenti già emessi e validati dalle altre autorità. Si tratta cioè di un doppio controllo rispetto a quelli già fatti dalla Commissione e dagli Enti da questa autorizzati!

                E sapete qual è la conseguenza? che finché non viene effettuato questo doppio controllo, i bambini entrati in Italia con una regolare e definitiva sentenza straniera di adozione vengono temporaneamente considerati dall’Italia come se fossero in affidamento familiare, senza cittadinanza e dunque in una condizione giuridica contraria a quella ritenuta dai Paesi di origine in base alla Convenzione internazionale che l’Italia ha ratificato.

                Ma perché nel nostro Paese permettiamo che la burocrazia renda difficili questi percorsi a scapito dei diritti umani coinvolti? Logiche di potere o scarsa fiducia nel lavoro delle autorità amministrative o di altre autorità in procedimenti che, in base ai nuovi equilibri e alle nuove logiche di collaborazione internazionale, sono ormai sotto la competenza dei Paesi di origine dei bambini adottabili? Nessuno ha la risposta, ma è certo che in questo contraddittorio schema appare evidente la necessità di agevolare, anziché ostacolare, la formazione della famiglia partendo dal rendere l’idoneità alla adozione internazionale quello che è già nella sostanza: una disponibilità da manifestare dinanzi ad autorità amministrative come nella quasi totalità dei Paesi europei (fanno eccezione solo l’Italia e il Belgio), e dunque non più una valutazione di competenza dei tribunali per i minorenni.

Con questo primo passo le coppie potrebbero risparmiale almeno 3 mesi di tempo prezioso per proseguire il loro cammino di accoglienza.

                Ufficio Diritti Ai.BI.                                        29 novembre 2021

www.aibi.it/ita/adozione-internazionale-perche-in-italia-e-necessario-passare-da-un-tribunale-per-avere-la-idoneita-e-nel-resto-delleuropa-non-piu

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AUTORITÀ GARANTE MINORI

Riparte con un webinar il progetto dell'Agia di promozione dei Gruppi di parola

                Riprende il via, dopo lo stop forzato provocato dalla pandemia, il progetto di promozione dei Gruppi di parola (GdP) promosso dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e realizzato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore e dalla fondazione Eos. Il 14 dicembre si tiene infatti il primo di un ciclo di eventi per la diffusione in tutta Italia di questo strumento a sostegno dei bambini e dei ragazzi che vivono l’esperienza della separazione dei genitori. A introdurre i lavori del webinar “Gruppi di Parola. Storia, esperienze, prospettive”, destinato a presentare l’esperienza alle Regioni del Sud, sarà l’Autorità garante Carla Garlatti. Altre iniziative, destinate al resto d’Italia, sono in programma nei prossimi mesi.

                “I Gruppi di parola dovrebbero divenire una misura strutturale per l’intero Paese – dice Garlatti – e vanno promossi in forma omogenea in tutta Italia. Il progetto intende aggiornare e arricchire la mappatura dei centri [anche consultori familiari] che offrono questo servizio, consolidarne la rete, consentire lo scambio di esperienze e promuoverne la conoscenza. Sarà anche l’occasione per diffondere ulteriormente la ‘Carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori’ dell’Autorità garante”.                                                                                                           www.garanteinfanzia.org/diritti-dei-figli

                I Gruppi di Parola sono interventi brevi, che hanno lo scopo di accompagnare i bambini (6-11 anni), gli adolescenti (12-15 anni) e le loro famiglie durante la riorganizzazione della vita quotidiana che consegue alla separazione o al divorzio. Nel corso di questi incontri di gruppo i minori che vivono l’esperienza della separazione possono parlare, condividere pensieri ed emozioni, attraverso il gioco, il disegno e altre attività, con l’aiuto di professionisti specializzati (conduttori). Il GdP aiuta a esprimere i vissuti, a porre domande, a nominare le paure. Grazie allo scambio e al sostegno tra coetanei consente di uscire dall’isolamento e di trovare modi per dialogare con i genitori e per fronteggiare le difficoltà legate ai cambiamenti familiari. Il Gruppo di Parola è destinato anche a coinvolgere i genitori.

                               Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza 02 dicembre 2021

www.garanteinfanzia.org/riparte-con-un-webinar-il-progetto-dellagia-di-promozione-dei-gruppi-di-parola

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BIBBIA

Enzo Bianchi Il Dio della Bibbia ha una voce nuova

                Bianchi Enzo. C'è scritto così, cognome nome senza nessun nascondimento, al cancello della graziosa casettina con un pezzo d'orto e i gerani alle finestre in cui vive il fondatore e ex priore della comunità di Bose. Non è una cella ma tutto è piccolo in questo piano terra sulla precollina torinese che ha trovato in affitto da quando è in «esilio», come ha definito lui in un tweet settembrino questa nuova fase della vita. L'ingresso dove sta appeso l'abito da monaco è il centro della casa, da lì si va in cucina, nella saletta con il crocifisso alla parete e nello studiolo con la scrivania, una pianta di basilico e semplici librerie su cui vegliano tre civette in legno, «simbolo della vita monastica» spiega. Ma lo spazio di cui va più fiero è l'orto, ordinatissimo, dove ci porta a vedere i finocchi e le insalate, «specialmente questa fantastica del Canadà che resiste sotto la neve e fa rosette buonissime». E siccome la verdura cresce generosa e per sé solo è troppa, lascia le chiavi a una coppia di vicini gentili perché si servano; «A volte trovo un biglietto con su scritto "Abbiamo rubato due finocchi" e io rispondo "Santo furto!"».

                L'idillio georgico però non porti fuori strada, perché l'impresa che ha appena concluso ha più i tratti dell'epica. A giorni esce da Einaudi un'opera che sarà un evento culturale, una nuova traduzione della Bibbia progettata e diretta da lui e realizzata con dodici specialisti. Un lavoro immenso, iniziato molto tempo fa.

                Dieci anni di lavoro e quasi 4mila pagine. Contento?

                «Direi proprio di sì perché l'impresa all'inizio sembrava quasi impossibile, tanto è vero che non ci sono stati tentativi in questi ultimi decenni in Italia; e poi la traduzione era stata assegnata a specialisti rispetto ai testi, di conseguenza un buon numero di persone che bisognava coordinare e con cui muoversi in squadra in maniera estremamente sinfonica. E questo è avvenuto».

                Una Bibbia Einaudi e nella collana I Millenni, quella di Voltaire. È stata annunciata come la prima Bibbia "non confessionale", per i cristiani di tutte le confessioni ma anche per il lettore laico. In che senso, visto che resta un impasto di umano e divino e che per i cristiani c'è di mezzo anche lo Spirito santo?

                «È una Bibbia i cui esegeti e traduttori sono certamente credenti ma la traduzione non è passata a nessuna censura ecclesiastica, quindi ha cercato di essere fedele alle regole esegetiche e ermeneutiche degli ultimi tempi e alle scoperte filologiche sui testi originali; dove le note non hanno nessun tributo alla dottrina di una chiesa - cattolica ortodossa o riformata - ma obbediscono al testo non alla fede del traduttore; la possono leggere dunque i laici non credenti sapendo di avere un testo che non ha gli interessi dottrinali di una chiesa, e nello stesso tempo i credenti, che attraverso la loro lettura della fede e con l'aiuto dello Spirito Santo possono ritrovarvi quel contenuto che è la parola di Dio».

                Quando si decide di metter mano a una nuova traduzione della Bibbia, occorre nulla osta? I

problemi non sono solo linguistico-letterari ma ermeneutici.

                «Non occorre perché si è andati ai testi originali così come la critica letteraria ce li ha restituiti nelle ultime edizioni, e nello scegliere i libri non ci siamo fermati al canone di una chiesa ma abbiamo

messo in traduzione tutti quelli che in 20 secoli nelle differenti chiese sono stati ritenuti testi in cui era contenuta la rivelazione».

                Lei curatore più altri specialisti, 12 come gli apostoli. È un caso?

                «È proprio un caso, li abbiamo individuati per le competenze; ci siamo ritrovati più volte per discutere come procedere secondo criteri comuni perché fosse una traduzione di diversi traduttori sui singoli libri, ma una traduzione sinfonica».

                Essendo un'opera con premesse anche politicamente corrette, le faranno notare che fra i

traduttori c'è solo una donna

                «È vero, ma altre esegete cui avevamo chiesto, non erano disponibili perché ormai impegnate alla traduzione del Nuovo Testamento presso un altro editore».

                A ciascuno il suo Libro. Lei si è riservato il Cantico dei Cantici. Il preferito?

                «Avrei amato anche i Salmi che ho tradotto più volte, però un confratello ne aveva fatto un commento e mi sembrava giusto lasciare il posto a lui per il Salterio».

                Entriamo nel merito di qualche "discordanza" dalla versione Cei. La prima è nella datazione,

non si parla di "avanti/dopo Cristo" ma di era volgare.

                «C'è l'Antico Testamento che è prima di Cristo e i libri sono degli ebrei, i quali non accettano Gesù Cristo; quindi l'altra forma di datazione ci è sembrata la più consona».

                Un'altra differenza macroscopica è nell'indice: Torah al posto di Pentateuco, e poi "Profeti anteriori e posteriori"…

                «Sì abbiamo fatto la scelta di non andare a quella ripartizione che nelle bibbie c'è e dipende soprattutto dalla traduzione greca dei LXX [La Versione dei Settanta è la versione dell'Antico Testamento in lingua greca. Secondo la lettera di Aristea sarebbe stata tradotta direttamente dall'ebraico da 72 saggi ad Alessandria d'Egitto] poi ripetuta dalla Vulgata, abbiamo voluto obbedire a quello che è il canone ebraico innanzitutto per l'Antico Testamento e poi al canone del Nuovo Testamento che è cristiano, in modo che ci fosse profondo rispetto di quelle che sono le due parti, che hanno una loro autonomia e non possono essere confuse quando invece è la fede cristiana che le unisce».

                La traduzione: il primo versetto della Genesi: "In principio Dio creò..." diventa "Quando Dio cominciò a creare…", da proposizione principale a temporale; Qoelet (Ecclesiaste): il celebre "vanità delle vanità tutto è vanità" diventa "Assoluto soffio, tutto è soffio". Nel prologo di Giovanni "In principio era il Verbo" si lascia "Logos". Quando le traduzioni sono diventate "un classico" perché cambiarle?

                «C'era la volontà di restare il più possibile fedeli all'ebraico nell'Antico Testamento; "vanità delle vanità" è diventata proprio un'altra cosa dall'ebraico hevel hevelim che è soffio leggero, dunque l'inconsistenza delle inconsistenze; le maniere di tradurre sono tante ma noi abbiamo voluto dare il più possibile il senso che ci proviene dal testo originale e non dalle traduzioni, anche se si sono imposte».

                I titoli dei paragrafi: sono, diciamo così, discorsivi…

                «I titoli sovente diventano una chiave ermeneutica che porta il lettore a una lettura in un determinato senso, invece così si evoca il passaggio ma non si fornisce un senso anticipato del brano».

                La traduzione sua del Cantico dei Cantici: le differenze maggiori riguardano le immagini erotiche. Le traduzioni correnti usano termini generici, lei nomina glutei, pube, inguine…

                «Sì, traduco il testo ebraico nella sua carnalità perché oggi siamo in grado di leggere il Cantico dei Cantici come un inno all'amore umano nel quale la tradizione ha visto anche una grande metafora

dell'amore di Dio, però il testo di per sé è un cantico di amore erotico di un giovane e una giovane».

                La parte iconografica è importante, sia quella propriamente artistica sia quella "di servizio".

«Mappe e cronologia le abbiamo composte noi con molta cura perché aiutassero il lettore, per le illustrazioni ci siamo affidati a François Boespflug, uno dei più grandi esperti dell'arte religiosa cristiana che ci siano attualmente al mondo».

                Giobbe: il traduttore Borgonovo - che è arciprete del Duomo di Milano - spiega che correrà il rischio di osare una versione poetica in endecasillabi. L'opera ha anche un valore letterario?

                «Questo abbiamo cercato, che ci fosse qualità letteraria all'interno della traduzione, poi c'è stata proprio una revisione totale a tappeto in modo che tutto armonizzasse».

                Ogni volta che la Bibbia viene toccata e rivista non diventa sempre un po' meno Parola di Dio

è un po' più parola dell'uomo del tempo che la traduce?

                «La Bibbia ha questo statuto di essere insieme parola di Dio e parola umana, anzi è una parola umanissima che contiene la parola di Dio, non è direttamente parola di Dio, questo lo dice una posizione fondamentalista estranea alla grande tradizione cattolica, secondo cui invece la Scrittura contiene la parola di Dio e può diventare parola di Dio quando la si legge con l'aiuto dello Spirito Santo. I fondamentalisti fanno: Scrittura=Dio, con tutti i guai che ne vengon fuori. Non dimentichiamo quel che dice Paolo: la lettera uccide, è lo spirito che vivifica».

                Come approcciarla, con il “tolle lege”[prendi e leggi] agostiniano?

                «Non c'è nulla di più sbagliato del tolle lege, perché se un lettore si imbatte nel Levitico piglia la Bibbia, la mette di nuovo nello scaffale e non la leggerà mai più. Girolamo che era un esegeta saggio e intelligente diceva che c'è una gradualità nel leggere i libri e con molto humour precisava "i libri difficili dopo i 25 anni e il Cantico dei cantici dopo i 60"».

                Quindi da cosa iniziare?

                «Per l'Antico testamento i primi 11 capitoli della Genesi, poi i primi 24 dell'Esodo, poi Profeti come Isaia e Geremia; per il Nuovo Testamento sarà bene iniziare da un vangelo come Marco, passare per una lettera di Paolo ma che sia come la prima Corinti e lasciando per la fine Giovanni, il quarto Vangelo e l'Apocalisse che sono molto difficili».

                Questa Bibbia raggiungerà nuovi lettori. Si può dire che ci sarà anche un esito "apostolico" pure se non era nelle intenzioni?

                «L'importante è che la Bibbia sia letta e conosciuta. Per tre ragioni: perché è un codice di umanità; perché, volenti o nolenti, siamo in una cultura che è cristiana; perché è una biblioteca, più di 70 libri scritti nell'arco di 1.000 anni, e ci dà la possibilità di arricchirci di visioni immagini interpretazioni, è veramente qualcosa che non può mancare in un vero umanesimo. Se poi questo provoca un incontro con la fede ebraica o con la fede cristiana, a me non compete. Io credo che il nostro servizio sia soprattutto su quei tre punti che le ho detto».

                Lei ama aggiungere, al motto benedettino, "ora, lege et labora"...

«La cosa più importante che un monaco fa nella giornata è la lectio divina, che è poi essenzialmente una lettura della Bibbia. Se manca la lettura manca anche il pensare e il pregare senza il pensare rischia di diventare pettegolezzo davanti a Dio».

                Su Twitter ha invitato a venire a pranzo da lei, in mano una teglia di peperoncini ripieni. Qualcuno ha accettato l'invito?

«Ho avuto quasi 3.000 richieste e quel tweet 200.000 visioni… »

                Il suo Monferrato, ci tornerà?

                «Ci sono andato da poco per cercare una tomba, perché voglio andare nella terra e finalmente ho trovato un quadrato e finirò così, a 20 metri da mia mamma e mio papà, nel mio paese».

                Anche Papa Francesco ha origini monferrine, parlavate in piemontese? Nella lettera che le ha scritto, pubblicata dal sito silerenonpossum, si definisce suo "figlio spirituale"

                «Lui mi resta amico, mi vuol bene e me lo manda a dire da ogni vescovo. È un uomo evangelico».

                intervista a Enzo Bianchi, a cura di Sara Ricotta VozaTuttolibri” 27 novembre 2021

«Bibbia» (a cura di Enzo Bianchi, M. Cucca, F. Giuntoli, L. Monti) Einaudi. 2 cofanetti indivisibili

www.lastampa.it/tuttolibri/recensioni/2021/11/27/news/il-dio-della-bibbia-ha-una-voce-nuova-1.40960913

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202111/211130bianchiricottavoza.pdf

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CENTRO GIOVANI COPPIE

Conferenza. Equilibrio. Accordare le dissonanze.

20 gennaio 2022 ore 21 on line

                La serata sarà rivolta ad aprire sguardi su “ciò che fa di una coppia una coppia”, per comprendere i significati più profondi della relazione di coppia e al contempo trovare percorsi attraverso i quali i partner possano promuovere e rilanciare il loro legame. Il legame di coppia è una relazione che va curata –ovvero non trascurata- perché possa sprigionare nel tempo la sua bellezza e le sue potenzialità, a partire dalle differenze che la compongono, dalle appartenenze che la coppia e i partner stessi hanno a livello familiare e sociale, nonché dagli aspetti etici e affettivi che la sostanziano.

                La serata partirà illustrando le sfide culturali a cui è sottoposta la coppia, porterà poi l’attenzione sugli aspetti di identità della coppia per poi approfondire le competenze utili a proteggere e promuovere il legame di coppia nel tempo.

Le relatrici sono: Anna Bertoni Raffaella Iafrate, psicologhe

                Per partecipare alle conferenze a distanza è sufficiente mandare una e-mail all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., indicando in oggetto “Conferenza”, entro le ore 12,00 del giorno precedente la conferenza.

                Tutte le conferenze vengono registrate e sono fruibili in video o in audio sul canale YouTube del Centro Giovani Coppie San Fedele, all’indirizzo

www.youtube.com/channel/UCYmTqw5sH7Qr2kxo-7F89kw/featured

                Allo stesso indirizzo, nel menu Playlist, potrete trovare tutte le conferenze tenute nel Centro Giovani Coppie San Fedele a partire dal 2007, organizzate per anno e per tipologia di argomento.

https://centrogiovanicoppiesanfedele.it/schede/equilibrio-accordare-le-dissonanze

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF - n. 46, 1° dicembre 2021

Nidoinsieme, la webserie che parla ai genitori di bambini 0-3 anni. Terre des Hommes e ATS Città Metropolitana di Milano rilanciano con una nuova stagione la bellissima webserie nidoinsieme                 www.youtube.com/watch?v=08qeiIndtQE&t=40s

che parla a genitori di bambini di 0-3 anni alle prese con le piccole grandi sfide della vita quotidiana nella cura ed educazione dei loro figli. La webserie promuove il servizio                             www.nidoinsieme.it

piattaforma online che intende aiutare I genitori con consigli utili, informazioni e pareri di esperti. All’interno del portale è presente un’area con moduli formativi online dedicati agli operatori dei servizi per l’infanzia. Non manca, infine, una sezione interamente dedicata all’emergenza Covid-19 con pillole video, FAQ per genitori ed insegnanti.

Webinar: famiglie e consumi al tempo del covid-19. È il titolo del webinar che il 16 dicembre (ore 12-13) il Cisf dedica alla presentazione del Terzo rapporto dell’Osservatorio sui consumi delle famiglie. Consumi e consumatori al tempo del COVID-19 (volume edito da FrancoAngeli - disponibile in open access)

https://francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_01_12_2021&id=27585

 Insieme al direttore Cisf, Francesco Belletti, intervengono i curatori del volume, Luigi Tronca (Professore Ordinario di Sociologia Generale presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi di Verona e Direttore dell’Osservatorio sui consumi delle famiglie) e Domenico Secondulfo (già Professore Ordinario di Sociologia Generale presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi di Verona, e Direttore onorario dell’Osservatorio sui consumi delle famiglie), discussant Matteo Rizzolli (professore associato di Economic Policy alla Lumsa di Roma e professore di Politica Economica della Famiglia al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II)

http://cisf.famigliacristiana.it/cisf/cisf-news/articoloCISF/webinar-famiglie-e-consumi-al-tempo-del-covid-19.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_01_12_2021

UE/Lavoro autonomo: più uomini che donne. L'Ufficio statistico Eurostat ha recentemente estratto una statistica che mostra una maggiore propensione auto-imprenditoriale da parte degli uomini che delle donne. Nel secondo trimestre del 2021, il 13% degli occupati di età compresa tra 20 e 64 anni nell'UE era un lavoratore autonomo. Tra questi, gli uomini sono più numerosi delle donne (67% vs 33%). Al contrario, c'è una divisione abbastanza equa tra uomini e donne che sono stati classificati come dipendenti (52% vs 48%).

                https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/-/ddn-20211123-2?etrans=it

USA/ricerche. Aumentano i "childfree" tra gli adulti in età fertile. Secondo una ricerca del Pew Research Center (svolta nel mese di ottobre su un campione di 3.866 adulti statunitensi di età compresa tra 18 e 49 anni) un numero crescente di adulti statunitensi che non hanno già figli afferma che è improbabile che li avranno mai. Agli intervistati è stato chiesto "quanto è probabile che un giorno avrai dei figli" in futuro. Il 44% del campione ha affermato che "non è troppo" o "per niente probabile", segnando un aumento di 7 punti percentuali rispetto al 37% di un passato sondaggio del 2018. Rispetto ai motivi, oltre la metà - il 56% degli adulti senza figli - ha affermato semplicemente di non volerli. L'altro 43% ha citato altre ragioni, tra cui problemi medici, finanze, mancanza di un partner, cambiamenti climatici e preoccupazioni ambientali.

www.pewresearch.org/fact-tank/2021/11/19/growing-share-of-childless-adults-in-u-s-dont-expect-to-ever-have-children

Quarta conferenza nazionale sulla famiglia. "Famiglie protagoniste. Politiche per il presente e il futuro del paese" È il titolo della quarta Conferenza Nazionale sulla Famiglia, che si tiene a Roma il 3 e 4 Dicembre 2021. L’evento è organizzato dal Dipartimento per le politiche della famiglia, della Presidenza del Consiglio dei ministri, in collaborazione con l’Istituto degli Innocenti di Firenze. Dopo i saluti istituzionali, che vedranno un intervento dello stesso premier Mario Draghi, si svolgeranno le sessioni di discussione ("Verso il Piano nazionale per la famiglia" e "Riflessioni sulle sfide per le famiglie in Italia" il 3 Dic, e "L’impegno del sistema-paese nel percorso di ripresa e resilienza per le famiglie" il 4 Dic). A questo link il programma completo.

https://famiglia.governo.it/it/politiche-e-attivita/comunicazione/notizie/report-verso-il-nuovo-piano-nazionale-per-la-famiglia

                programma_draft-291121_ore-1740_tavola-rotonda.pdf

Dati ISTAT sul futuro della popolazione, verso la "carestia demografica"? Il 26 novembre l'Istat ha pubblicato il documento Previsioni della popolazione residente e delle famiglie, in cui si profila un andamento demografico preoccupante: da una popolazione di 59,6 milioni di inizio 2020 si potrebbe passare a 58 milioni del 2030, per poi raggiungere i 54,1 milioni nel 2050 e i 47,6 milioni nel 2070. Il rapporto tra giovani e anziani sarà di 1 a 3 nel 2050 mentre la popolazione in età lavorativa scenderà in 30 anni dal 63,8% al 53,3% del totale. È in crescita il numero di famiglie ma con un numero medio di componenti sempre più piccolo. Meno coppie con figli, più coppie senza: entro il 2040 una famiglia su quattro sarà composta da una coppia con figli, più di una su cinque non avrà figli.                www.istat.it/it/archivio/263995

Verso la VI conferenza nazionale sulle politiche per la disabilità. C'è un fitto calendario di incontri e webinar che farà il punto sul lavoro fatto dai diversi gruppi tematici impegnati nell'Osservatorio sulla condizione delle persone con disabilità, fino alla data del 13 dicembre, in cui si terrà la VI Conferenza nazionale. I documenti prodotti dai Gruppi di Lavoro saranno al centro dell’incontro online in due parti (2 e 9 dicembre), denominato “A che punto siamo. Le riflessioni e le proposte dei Gruppi di Lavoro dell’Osservatorio” (diffuso in streaming), e voluto dal Comitato Tecnico-Scientifico dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità, in collaborazione con il Ministero per le Disabilità, in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità (3 dicembre) e in vista della VI Conferenza Nazionale sulle Politiche per la Disabilità (13 dicembre). Per un aggiornamento completo rimandiamo alla pagina del Ministero e agli aggiornamenti di Superando.it.

https://disabilita.governo.it/itwww.superando.it/2021/11/29/osservatorio-sulla-condizione-delle-persone-con-disabilita-a-che-punto-siamo

Dalle case editrici

"A braccia aperte. Un faro acceso sui figli delle vittime di femminicidio”, a cura di Sara De Carli e Sabina Pignataro, scaricabile gratuitamente da                                                      www.conibambini.org

www.vita.it/it/magazine/2021/11/01/a-braccia-aperte/422

                Vi proponiamo questa settimana un volume speciale, che inquadra con delicatezza e rigore giornalistico le testimonianze e la situazione degli orfani di femminicidio, che sono le vittime invisibili della violenza domestica (per loro esiste una legge, approvata nel 2018, ma scarsamente operativa). Una realtà che ancora resta nell’ombra, senza ascolto, senza servizi strutturati, senza presa in carico. Eppure in Italia sono già circa 2mila i bambini e i ragazzi in questa situazione. "A braccia aperte", curato dalle giornaliste di Vita Sara De Carli e Sabina Pignataro e realizzato in collaborazione con l’impresa sociale Con i Bambini, racconta le loro storie e il cambiamento che i quattro progetti selezionati dall'impresa sociale Con i Bambini intendono portare [la sinossi di presentazione].

www.vita.it/it/article/2021/11/24/a-braccia-aperte-un-libro-sui-figli-delle-vittime-di-femminicidio/161135/?platform=hootsuite

Save the date

  • Convegno (MILANO) - 21 dicembre 2021 (inizio ore 17.00). "Ri-umanizzare la medicina: un'urgenza!", a cura della Fondazione Ambrosianeum nell'ambito del ciclo "Le conquiste della medicina al servizio della persona"       www.ambrosianeum.org/ri-umanizzare-la-medicina-un-urgenza
  • Webinar (IT) - 22 dicembre 2021 (inizio ore 21.00). "Tienimi stretto ma lasciami andare. L'adolescenza tra inciampi e passi da gigante", presentazione del libro di Pietro Verdelli (ed. San Paolo), a cura dell'Associazione Pollicino e Centro crisi Genitori Onlus

www.pollicinoonlus.it/un-dialogo-sulladolescenza-presentazione-di-tienimi-stretto-ma-lasciami-andare-ladolescenza-tra-inciampi-e-passi-da-gigante-di-pietro-verdelli

  • Webinar (USA) - 13 gennaio 2022 (1.00-2.00 CEST). "Building a Culture of Well-Being in the Post-Pandemic Workplace", del Center for Work&Family del Boston College

http://events.bc.edu/event/panel_discussion_mental_health_in_the_post-pandemic_workplace#.Ybm-RlnSKf5

  • Evento (USA) - 25 dicembre 2021 (inizio 4.00 UTC+1). "Christmas Lessons and Carols & Christmas Eve Mass in the Night", l'Università di Notre Dame invita a seguire anche da remoto le celebrazioni del Natale che si svolgono presso la Basilica del Sacro Cuore dentro al campus.

https://campusministry.nd.edu/mass-worship/basilica-of-the-sacred-heart/watch-mass/special-masses/?fbclid=IwAR3479Dl-YBhRH18lWgNubY7LV-fZyl2glxUryHN9G_y_bIvYHzqHO7wVQo

Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

    Archivio   http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

https://a4e9e4.emailsp.com/f/rnl.aspx/?fgg=ytsuu/e-ge=s/fh0=nst49a1:a=&x=pv&g4&x=pv&69l7c/f-.:8eh-&x=pp&y_ged5nag/:i4-7d=ux2yNCLM

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CHIESA DI TUTTI

L’attuazione del concilio nel governo di papa Bergoglio

                Fin dagli esordi del pontificato il richiamo al Vaticano II è apparso uno dei tratti salienti della linea di governo di papa Francesco. Al di là di qualche battuta (“il Concilio bisogna farlo più che parlarne”, pare abbia detto ad uno dei suoi primi intervistatori) lo testimonia l’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, il documento programmatico emanato nel settembre 2013. Per fare un esempio, qui un’ampia citazione del sesto capitolo del decreto Unitatis Redintegratio viene proposta a sostegno di uno dei punti più qualificanti di quel documento, cioè la considerazione che la Chiesa pellegrina, in una storia di cui assume imperfezioni e debolezze, è chiamata ad una continua riforma per conformarsi al volto che Cristo le ha assegnato. Ma aldilà appunto di un aspetto particolare, altri elementi, direi i più importanti dei proponimenti papali sono fondati nella Evangelii Gaudium su richiami al Vaticano II anche in forma indiretta. Basta ricordare che l’auspicio di una Chiesa povera per i poveri costituisce una puntuale traduzione del capitolo della Costituzione conciliare Lumen Gentium relativo alle implicazioni ecclesiologiche della scelta di povertà compiuta da Cristo, che mostra una evidente distanza dall’interpretazione edulcorata fornita con la formula “opzione preferenziale per i poveri” che ha caratterizzato il post-Concilio.

                A più di 8 anni dall’accesso del pontefice argentino alla guida della Chiesa ci si può chiedere  allora quale ruolo abbia giocato il tema del Concilio nel discorso pubblico da lui svolto in questo periodo. Partirei da un dato numerico. Verificando le occorrenze del sintagma [unità della struttura sintattica di un enunciato] Concilio Vaticano II negli interventi apparsi sull’ufficiale sito vaticano, emerge che dal 13 marzo 2013, la data dell’elezione, alla fine di settembre di quest’anno cioè al giorno dell’ultimo rilevamento, la locuzione ricorre 227 volte. Il confronto con Benedetto XVI sembra impietoso: dal 19 aprile 2005 al 28 febbraio 2013 Ratzinger la utilizza 428 volte; in un arco cronologico sostanzialmente comparabile le occorrenze risultano essere quasi la metà. Tuttavia se dal piano quantitativo spostiamo l’attenzione al piano qualitativo il confronto con Benedetto XVI assume un volto del tutto diverso. Alla minore incidenza numerica dei rinvii al Vaticano II fa da contrappeso un rovesciamento dell’atteggiamento circa la sua normatività per la vita della Chiesa. Come noto Benedetto XVI aveva sostenuto che per la corretta interpretazione dei documenti conciliari occorreva abbandonare l’ermeneutica [interpretazione] della rottura ed affidarsi all’ermeneutica della continuità. Le ricerche di Giovanni Miccoli hanno mostrato che al riparo di questa concezione hanno trovato ulteriore spazio all’interno della comunità ecclesiale quegli ambienti anticonciliari che da tempo intrattenevano stretti rapporti con il variegato mondo del tradizionalismo esterno alla Chiesa a partire anche da settori interni alla Chiesa, quali ambienti della curia romana e della gerarchia episcopale. Ma la linea di Ratzinger era andata ben oltre questa legittimazione dell’anticoncilio. Pur non riuscendo a portare a compimento quello che aveva presentato come il punto qualificante del suo programma di governo, cioè la ricomposizione dello scisma lefebvriano, gli atti compiuti per conseguire questo obiettivo avevano di fatto determinato una rilegittimazione teologica ed ecclesiale dell’opposizione all’aggiornamento conciliare. Erano stati in particolare gli interventi in materia liturgica a palesare questo suo orientamento. Non possiamo qui articolare la ripresa ad opera di Francesco del rinnovamento conciliare della liturgia. Mi basta solo ricordare che ha più volte affermato che non si può fare una riforma della riforma liturgica come appunto gli ambienti anticonciliari avevano proposto.

                Aggiungo che il tratto distintivo con cui Bergoglio presenta la riforma del Concilio nel suo  insegnamento pubblico è dato dal fatto che accompagna il sintagma “riforma liturgica” con un aggettivo: irreversibile. Questo mi pare il dato più evidente del suo atteggiamento. E voglio sottolineare che lo stesso aggettivo “irreversibile”, accompagnato talora da un avverbio e cioè “assolutamente”, è l’espressione linguistica con cui papa Bergoglio fa riferimento complessivamente al Concilio Vaticano II, non solo alla riforma liturgica ma all’insieme del Concilio Vaticano II. Il giudizio è: assolutamente irreversibile. Un esempio significativo si trova in un passo dell’intervista rilasciata nell’estate 2013 al direttore della Civiltà Cattolica Antonio Spadaro che come si sa il papa scelse come un’efficace via per comunicare una larga informazione sugli indirizzi a cui intendeva ispirare il suo governo. Alla domanda del gesuita circa la sua valutazione del Vaticano II Bergoglio ha affermato: il Vaticano II è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea, ha prodotto un movimento di rinnovamento che semplicemente viene dallo stesso Vangelo. La dinamica di lettura del Vangelo attualizzata nell’oggi che è stata propria del Concilio è assolutamente irreversibile. Il papa ha poi aggiunto facendo di nuovo riferimento all’esempio della riforma liturgica che i frutti di questo rinnovamento sono straordinariamente positivi.

                La proclamazione dell’assoluta irreversibilità del Vaticano II si fonda dunque su un giudizio circa i risultati prodotti dal mutamento introdotto nel rapporto tra Chiesa e mondo contemporaneo dall’assise conciliare. Intanto vorrei sottolineare che non si tratta di una superficiale valutazione ottimistica. Bergoglio è consapevole delle difficoltà che ha incontrato la ricezione delle deliberazioni conciliari. Nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, dopo aver esplicitamente evocato il passaggio dell’allocuzione dell’ottobre 1962 in cui Giovanni XXIII, esprimendo il suo dissenso dei profeti di sventura, manifestava fiducia in una rinnovata presenza della Chiesa nel mondo moderno, ha osservato che a cinquant’anni dal Vaticano II si deve guardare realisticamente a quanto è successo nel post-Concilio senza che la fiducia nell’azione dello Spirito Santo porti ad ingenui ottimismi. Sulla scia di questa impostazione realistica Bergoglio ha svolto un’analisi che ritiene oggettiva dell’impatto avuto dal Concilio sulla vita ecclesiale. Mi pare che questa si fondi su due elementi di fondo.

  1. In primo luogo il pontefice ha rilevato che all’interno della Chiesa è attiva una consistente opposizione al Concilio. Fin dall’aprile del 2013 in una delle prime meditazioni mattutine tenute nella cappella di Santa Marta, che sarebbero ben presto diventate il luogo privilegiato per far conoscere i suoi personali convincimenti, Bergoglio ha ricordato che una delle questioni su cui deve misurarsi la Chiesa attuale è data dall’ampiezza della resistenza al Vaticano II. Al suo interno Infatti non sono presenti soltanto gli ambienti che si propongono intenzionalmente di farla ritornare al periodo ad esso precedente, ma operano anche settori che pur aderendo formalmente al Concilio lo trasformano in un monumento, nell’intento di evitare ogni cambiamento ecclesiale. In un successivo incontro Francesco ha ulteriormente arricchito l’articolazione delle correnti ecclesiali che in qualche modo si contrappongono al Concilio sottolineando che nella comunità ecclesiale sono attivi anche settori che ne annacquano e ne relativizzano le decisioni. Oltre alle opposizioni, dunque -l’opposizione frontale, l’opposizione che lo monumentalizza e l’opposizione che lo annacqua
  2. b.       Francesco vede un secondo aspetto forse ancora più rilevante del post-Concilio: la realizzazione dell’aggiornamento ecclesiale pur avendo incontrato successi (la riforma liturgica) è stata solo parziale. Ad esempio a proposito dell’ecumenismo nella lettera rivolta nel novembre 2014 ai membri del Pontificio Consiglio per l’unità dei Cristiani ricorda che grazie al Decreto conciliare Unitatis Redintegratio i cattolici hanno cambiato atteggiamento nei confronti delle altre confessioni cristiane riconoscendo quanto di buono e di vero vi è nelle diverse confessioni che si richiamano al Cristo, ma subito dopo aggiunge che questa strada è stata solo parzialmente percorsa e si tratta ancora di approfondirla e di svilupparla. Analogo è il discorso svolto in relazione al Decreto Apostolicam Actuositatem circa la limitata valorizzazione dei laici sia in relazione al loro coinvolgimento in un’opera di evangelizzazione, cui sono tenuti non per delega della gerarchia ma in virtù del battesimo, sia in relazione all’assunzione, in particolare da parte delle donne, di responsabilità di governo all’interno della Chiesa, cosa che il papa ritiene distinta dal servizio ministeriale. Altri esempi degli ambiti in cui il papa nota ritardi e carenze nell’applicazione del Vaticano II si potrebbero moltiplicare; mi limito a ricordare che ad un certo punto in un discorso del settembre 2017 li ha elencati: collegialità, sinodalità nel governo della Chiesa, valorizzazione delle Chiese particolari, responsabilità di tutti i christifideles nella missione della Chiesa, ecumenismo, misericordia e prossimità come principio pastorale primario, libertà religiosa pastorale collettiva e istituzionale, laicità aperta e positiva, sana collaborazione tra la comunità ecclesiale e quella civile nelle sue diverse espressioni.

                Dunque l’ambito dei ritardi è piuttosto vario. Non posso naturalmente esaminarli tutti ma vorrei spendere qualche parola su uno di essi che ha rappresentato un autentico punctum dolens del post-Concilio e cioè la collegialità episcopale. Nell’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium Francesco ha osservato che non è stato realizzato l’auspicio espresso nella Costituzione conciliare Lumen Gentium relativamente all’attribuzione alle Conferenze episcopali di quei concreti poteri di governo che le rendano effettive protagoniste, sul modello delle antiche Chiese patriarcali, di una direzione collegiale della Chiesa universale. Francesco è poi intervenuto per attribuire a questi organismi un potere decisionale in materia liturgica in funzione della inculturazione. Ma nel documento programmatico del 2013 ha detto qualche cosa di più: egli ha affermato in quell’occasione che occorre riconoscere alle Conferenze episcopali qualche “autentica autorità dottrinale”. È questo un punto qualificante per realizzare la collegialità. È una piccola frase naturalmente, però ha un significato se la esaminiamo in rapporto alle decisioni finali del Sinodo dei Vescovi del 1985 in cui si era esplicitamente invocata la necessità di precisare il ruolo delle Conferenze episcopali definendo statutariamente la loro autorità anche in materia dottrinale.

                La risposta negativa di Roma era giunta con la letteraApostolos Suos” pubblicata da Giovanni Paolo II nel 1998 dopo una lunga gestazione presso la Congregazione per la dottrina della fede guidata dal cardinale Ratzinger che del resto aveva già espresso la sua netta opposizione a questo esito statutario nell’intervista rilasciata proprio in quell’anno a Vittorio Messori in cui sosteneva che la competenza delle Conferenze episcopali riguardava solamente il piano pratico pastorale. Ecco, nell’Esortazione apostolica inaugurale del pontificato Francesco riapriva una strada, quella dell’attribuzione alle Conferenze episcopali di un’autentica autorità dottrinale che i suoi predecessori avevano chiuso in qualche modo disattendendo l’auspicio del Vaticano II. È peraltro facile constatare che negli atti di governo compiuti da Bergoglio fino ad oggi questo tema non ha trovato una concreta attuazione: era un auspicio della Evangelii Gaudium ma l’attuazione non vi è stata. Mi pare che ne sia motivo il fatto che questo tema si è intrecciato con la riforma del Sinodo dei Vescovi che Bergoglio ha messo in campo nel tentativo di farne un canale di coinvolgimento dell’intero popolo di Dio nel governo della Chiesa. Come Francesco ha detto nell’ ottobre 2015 in occasione del discorso di commemorazione per il cinquantesimo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi questo organismo dovrebbe diventare la manifestazione di un dinamismo di comunione che ispira tutte le decisioni ecclesiali, dalla Chiesa particolare, la parrocchia, fino alla Chiesa universale”. Cioè mi pare che la mancata attuazione di quello che era stato detto nella Evangelii Gaudium corrisponda all’ambizioso progetto di costruire una Chiesa sinodale che nella visione del papa dovrebbe anche costituire uno stimolo per la società civile a organizzare forme di convivenza più fraterne e più rispettose della dignità di tutti i popoli e di tutti gli uomini; e questo ambizioso progetto ha trovato una prima configurazione nella Costituzione Apostolica Episcopalis communio del settembre 2018. Pure individuando nuove e rilevanti forme di consultazione tra il popolo di Dio e la gerarchia, il nodo del carattere meramente consultivo del Sinodo non è stato con quel documento ancora risolto. Tuttavia Il papa ha voluto precisare che la sinodalità, qui presentata come via di attuazione di un altro aspetto non realizzato dell’ecclesiologia conciliare, l’assegnazione a tutto il popolo di Dio della infallibilità in credendo, è il programma della Chiesa per il terzo millennio; è una costruzione in corso che partendo dalla Lumen Gentium, in qualche modo dal Concilio, deve andare avanti; si tratta di percorrere questa strada attraverso una prudente sperimentazione delle forme di attuazione di questa nuova forma comunionale della Chiesa che preveda il coinvolgimento di tutto il popolo di Dio, perché, come dice Francesco, l’infallibilità in credendo sta in tutto il popolo di Dio.

                Sulla base degli elementi che ho rapidamente fin qui enunciato si può provare a trarre una prima conclusione del tutto provvisoria – il pontificato è ancora in corso – sull’atteggiamento di Francesco riguardo all’attuazione del Vaticano II. Il papa, convinto della irreversibilità dell’aggiornamento promosso dall’assise ecumenica svolge un’analisi realistica della sua ricezione nel mezzo secolo successivo alla fine del Concilio. Pur rilevando aspetti positivi per un’aggiornata trasmissione del Vangelo – questo è l’aspetto mi pare più significativo del giudizio positivo, cioè il Vangelo si sta trasmettendo in maniera adeguata, comprensibile agli uomini di oggi – questi aspetti positivi egli vede la ricezione del Concilio caratterizzata sia dalla presenza di una articolata contrapposizione al rinnovamento ecclesiale sia da un’applicazione dei suoi deliberati che appare segnata da ritardi e carenze di cui anche il vertice romano porta qualche responsabilità (Francesco non è mai stato tenero con la Curia romana, come risulta dai suoi discorsi verso la Curia romana che è una delle ragioni di questi ritardi di questa opacità nella realizzazione del Vaticano II).

                La linea di Bergoglio fa perno sulla promozione di una piena conformazione della vita della Chiesa alle decisioni del Vaticano II; egli ritiene però che deve essere realizzata gradualmente e questo aspetto della sperimentazione, di una lenta graduale sperimentazione, sta credo nell’esigenza di mantenere unita la compagine ecclesiale adempiendo così alla funzione che gli appare costitutiva del servizio petrino, l’unità della Chiesa. Aggiungerei che la prospettiva di un progressivo superamento delle resistenze e delle inadempienze allontana nel tempo ma non indebolisce l’obiettivo di giungere ad una piena attuazione delle deliberazioni conciliari secondo Bergoglio. Ne è efficace testimonianza un discorso tenuto recentemente dal pontefice all’ufficio catechistico della CEI, una istituzione tanto formalmente ossequiente quanto di fatto assai poco disponibile a seguire le indicazioni del papa. Il Vaticano II, ha asserito in quell’occasione il papa, non va negoziato. Anzi, aggiunge, nel pretendere la sua applicazione occorre essere esigenti, severi: usa questi termini, esigenti, severi. Rivolto alla CEI non è un caso. Si potrebbe dire che duttile sui tempi il papa è irremovibile sull’esito finale, sull’obiettivo da raggiungere.

                Tale fermezza richiede agli occhi di uno studioso di storia una qualche spiegazione. Mi pare si possa trovare nell’itinerario biografico di Bergoglio, ben diverso da quello dei pontefici che dopo la conclusione del Vaticano II si sono succeduti sulla cattedra di Pietro. Tutti costoro formatisi negli anni dell’egemonia della cultura cattolica intransigente, hanno vissuto il travaglio dei tentativi del superamento di questa cultura soprattutto nei dibattiti dell’aula conciliare e hanno poi portato nelle discussioni del post-Concilio gli schemi mentali ereditati dal passato. In quest’ottica mi pare risulti intellegibile la modalità della risposta che i pontefici che hanno fatto seguito al Vaticano Secondo hanno dato a quella che è stata definita la crisi cattolica, vale a dire la mancata realizzazione di quel balzo in avanti della Chiesa che Giovanni XXIII aveva assegnato all’aggiornamento conciliare; il Concilio è stato fatto appunto nell’intento di Giovanni XXIII di un balzo in avanti della Chiesa; dopo il Concilio c’è stata una crisi cattolica, se non altro da un punto di vista numerico effettivo, ma non solo dal punto di vista numerico effettivo. Allora di fronte a questa situazione come hanno risposto quei pontefici? Di fronte ad una realtà che sembrava disattendere le aspettative diventava naturale aggrapparsi ad alcuni aspetti del patrimonio intellettuale su cui avevano maturato le loro giovanili certezze combinandolo con il rinnovamento promosso del Vaticano II, e mi pare che sia questo il tratto, cioè cercare di mettere insieme, di integrare il passato con l’aggiornamento conciliare. Ne è scaturito un ambiguo equilibrio che ciascun pontefice ha costruito sulla sua cultura di riferimento. Si può ad esempio ricordare il caso del maritainismo per Paolo VI, del personalismo ontologico per Giovanni Paolo II.

                Invece Bergoglio, come ha ripetutamente dichiarato lui stesso, ha interamente compiuto il suo percorso formativo sui documenti del Vaticano II; ne ha ricavato una impostazione culturale assai diversa; la sua gioventù è stata costruita su quei documenti, non è una cultura diversa di riferimento. La sua cultura è quella dell’aggiornamento; credo che questo sia importante da ricordare. La soluzione al problema di dare incidenza alla presenza della Chiesa cattolica nel mondo contemporaneo si trova in una piena attuazione di quel rinnovamento pastorale basato sul dialogo tra cristianesimo e mondo moderno cui il Concilio aveva affidato il compito di restituire alla Chiesa un’efficace capacità apostolica nel trasmettere il messaggio evangelico agli uomini di oggi. In quest’ottica la soluzione alle difficoltà attraversate dalle comunità ecclesiali nel post-Concilio non consiste, come nei predecessori, nel fissare il limite fino a cui può essere spinto il rinnovamento sulla base di sedimenti della cultura cattolica preconciliare, bensì nel recupero di uno slancio missionario che ha radice nell’ applicazione del nucleo profondo dell’assise ecumenica, cioè come ha detto nell’intervista a Spadaro, una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea.

                La cultura moderna rilegge il Vangelo, lo reinterpreta, gli dà nuovi contenuti, nuovo significato.  Si può notare che tale impostazione comporta un evidente limite, la mancata considerazione di un dato che pur non sempre rilevato dagli studi, emerge chiaramente da un’indagine spassionata sull’assise ecumenica e cioè le ambiguità e le contraddizioni dei documenti conciliari nel prospettare un nuovo rapporto della Chiesa con la società moderna. Non è che i documenti conciliari siano lineari su questo rapporto tra Vangelo e modernità; ci sono oscillazioni, ci sono ambiguità forse anche contraddizioni. Ora in mancanza di esplicite prese di posizione al riguardo possiamo supporre che tale aspetto appaia al pontefice una questione secondaria; davanti all’acquisizione che, considerato nel suo complesso, il Concilio ha portato. Come ha scritto nella bolla di indizione del Giubileo della Misericordia dell’aprile 2015, “abbattute le muraglie che per troppo tempo avevano rinchiuso la Chiesa in una cittadella privilegiata, il Vaticano II ha aperto una nuova tappa dell’evangelizzazione; lo ha fatto perché ha permesso di annunciare il Vangelo in modo comprensibile all’uomo d’oggi”. Questa interpretazione trova conferma nell’omelia che il papa ha tenuto nel dicembre 2015 in occasione dell’apertura della Porta Santa proprio per il Giubileo straordinario della Misericordia; lo cito perché mi pare un brano cruciale per capire l’atteggiamento di Francesco sul Vaticano II considerato nel suo complesso. Dice il papa: oggi qui a Roma e in tutte le diocesi del mondo varcando la Porta Santa vogliamo anche ricordare un’altra porta che 50 anni fa i padri del Concilio Vaticano II spalancarono verso il mondo; questa scadenza non può essere ricordata solo per la ricchezza dei documenti prodotti che sino ai nostri giorni permettono di verificare il grande progresso compiuto nella fede (è di nuovo il giudizio sostanzialmente positivo nonostante ritardi cadenze inadempienze opposizioni) perché il Vangelo si trasmetta agli uomini contemporanei. Aggiunge il papa: in primo luogo però il Concilio è stato un incontro, un vero incontro tra la Chiesa e gli uomini del nostro tempo; un incontro segnato dalla forza dello Spirito che spingeva la sua Chiesa ad uscire dalle secche che per molti anni l’avevano rinchiusa in se stessa per riprendere con entusiasmo un cammino missionario; era la ripresa di un percorso per andare incontro ad ogni uomo; là dove vive, nella tua città, nella sua casa, nel suo luogo di lavoro, dovunque c’è una persona là la Chiesa è chiamata a raggiungerla per portare la gioia del Vangelo e portare la misericordia e il perdono di Dio. Una spinta missionaria dunque che dopo questi decenni (cioè i decenni che sono intercorsi tra la fine del Concilio e il suo accesso al pontificato) riprendiamo con la stessa forza e lo stesso entusiasmo.

                È un brano ricco molto ricco di tante implicazioni, mi limito a sottolinearne due.

  1. Da un lato il pontefice ribadisce il giudizio sulla situazione ecclesiale. Si tratta di rilanciare quel ritrovamento di un rapporto tra Chiesa e cultura contemporanea che, promosso dal Concilio, nei decenni successivi si è appannato;
  2. dall’altro lato il papa sottolinea che alla base di quel nuovo rapporto sta la percezione che la Chiesa vive in compagnia di uomini concreti che camminano in un concreto tempo storico. Le conseguenze di queste notazioni per il presente emergono chiaramente nel discorso rivolto il 29 dicembre 2017 all’Associazione Teologica Italiana. Il papa ricorda ancora una volta che il grande merito che ha avuto il Concilio di rendere nuovamente comprensibile il Vangelo agli uomini di oggi ha permesso alla Chiesa di ritrovare capacità apostolica efficacia pastorale slancio missionario. Sottolinea però che in questo mezzo secolo trascorso dalla sua conclusione i tempi sono profondamente cambiati. Gli uomini e la loro cultura sono cambiati. In questa situazione per dare concreta attuazione all’obiettivo indicato dal Vaticano II occorre che la Chiesa realizzi un’ulteriore tappa sulla strada dell’evangelizzazione. Ne è elemento costitutivo la lettura del Vangelo alla luce dei segni emergenti dalla storia in corso.  Francesco sintetizza questa sua linea con la proposta di intrattenere con il Concilio un rapporto di fedeltà creativa. Si potrebbe dire che all’assise ecumenica attribuisce un metodo che va applicato al variare delle situazioni, alle nuove condizioni.

                Il suo governo mi pare abbia dato attuazione a questa linea affrontando sotto diversi profili la questione che sta al centro dei problemi incontrati dalla Chiesa a partire dall’età moderna, cioè la rivendicazione dell’emancipazione del soggetto dalla tutela ecclesiastica in tutti gli ambiti della vita individuale e collettiva. La risposta del Vaticano II faceva perno sul riconoscimento della legittima autonomia delle realtà terrestri; ricordate la Gaudium et Spes: una giusta autonomia, l’autonomia lecita delle realtà terrene. In tal modo nuovi spazi di libertà erano riconosciuti all’uomo contemporaneo, ma si riservava pur sempre all’autorità ecclesiastica un controllo morale sulle attività umane; chi detiene le chiavi della giustizia, di quella giusta autonomia, se non l’autorità ecclesiastica nella soggezione a quelle universali leggi naturali valide sempre ovunque e per tutti? Solo l’autorità della Chiesa ne è la custode ed interprete. È inutile elencare qui gli scontri che questa impostazione ha prodotto nel post-Concilio man mano che la post-modernità allargava a nuovi e prima impensabili ambiti l’istanza di autodeterminazione del soggetto.

                Si può notare che qui credo stia una delle ragioni della crisi cattolica. Fin dall’inizio del pontificato Francesco ha riformulato la posizione della Chiesa sottolineando un principio ovvio ma credo anche spesso piuttosto misconosciuto e cioè che nelle verità proposte dal cattolicesimo esiste una gerarchia. I principi non negoziabili derivanti dalla legge naturale non vengono mai abrogati, non sono certo abrogati dall’insegnamento di Francesco, ma sono subordinati al Vangelo. Prima viene il Vangelo poi viene la legge naturale poi vengono i principi non negoziabili cioè l’applicazione della legge naturale, esiste una gerarchia. È inevitabile nella posizione della Chiesa. Dunque un Vangelo il cui nucleo costitutivo è identificato nella misericordia: prima la misericordia, poi la legge naturale poi i principi non negoziabili che non sono cancellati ma vengono dopo, c’è un’istanza primaria della presenza della Chiesa nel mondo che è per l’appunto la misericordia, cioè il Vangelo. Ne consegue un profondo mutamento nel rapporto tra la Chiesa e gli uomini d’oggi: la carità del buon samaritano – e ricordate quanto nella Fratelli Tutti il buon samaritano è la figura cruciale dell’enciclica – non la pretesa di conformare alla legge naturale i comportamenti individuali e gli ordinamenti pubblici è l’elemento costitutivo distintivo e qualificante della presenza della Chiesa nel mondo contemporaneo. Una delle più note e originali proposte di Francesco, la Chiesa come ospedale da campo, credo che abbia qui la sua radice.

                Recentemente mi sembra però che Bergoglio sia andato oltre questo che è stato un po’ il tema cruciale del suo insegnamento. Nell’udienza del 18 agosto ultimo scorso ha sostenuto che i comandamenti non sono assoluti ma sono la via pedagogica che guida il cristiano a diventare adulto e raggiungere così la condizione che consente di vivere la fede nella libertà dei figli di Dio. Il tema è stato appena accennato e può essere sviluppato in molte direzioni. Come voi tutti sapete è un tema delicato, c’è stata Immediatamente dopo la richiesta di chiarimenti avanzata da settori del mondo ebraico che vi hanno visto una ripresa (cosa piuttosto problematica a mio avviso) di temi antisemiti, così come avete visto la risposta ufficiosa dell’Osservatore Romano a questo tipo di valutazione. Ma al di là di questo che ho richiamato solamente per dire che il tema può avere molteplici implicazioni, a me pare che ci sia in questo una implicazione su cui vorrei richiamare la vostra attenzione perché mi pare che vi sia qui uno degli sviluppi più importanti della fedeltà al Vaticano II: ricordare che i dieci comandamenti non sono assoluti ma una via pedagogica perché il cristiano diventi adulto significa porre le premesse, quanto meno porre le premesse per chiudere quella secolare vicenda che ha visto la Chiesa porsi in antitesi alla rivendicazione di autonomia etica e non solo politica dell’uomo moderno.

Daniele Menozzi, storico, docente universitario                               La Chiesa di tutti             1° dicembre 2021

www.chiesadituttichiesadeipoveri.it/lattuazione-del-concilio-nel-governo-di-papa-bergoglio

 

Abusi, sinodo e falsa prudenza

"Un clamore sordo si leva da milioni di uomini che domandano ai loro pastori

una liberazione che non viene loro da nessuna parte" (conferenza di Medellín)

                In questi giorni sento parlare, leggo, vengo raggiunto da notizie e tirato in discussioni su due questioni ecclesiali attuali: la sinodalità e il tema degli abusi. Se ne parla in sede diverse, tenendo ben distanti i due temi. Ma è profondamente sbagliato. Le due cose sono legate dal filo rosso della gestione strutturalmente autoritaria e solitaria del governo delle comunità (siano comunità religiose, movimenti, diocesi, parrocchie poco importa). È impossibile dividere questi due temi. E sarebbe un evento di grazia se dal male terribile e vergognoso degli abusi (non solo sessuali!) si imparasse qualcosa sulla capacità di camminare insieme realmente. Rinunciando ad una struttura monarchica e ai tanti “munera” [dovere, obbligo] sacrali in cui non crede più nessuno. Neanche chi in mille modi li giustifica, li difende, se li attribuisce con simboli, stili e parole. A volte anche inconsapevolmente, come difesa psicologica che salva dalla verità di identità immature e inconsistenti.

                La reticenza della chiesa italiana nell’affrontare realmente la questione degli abusi, facendo un’operazione di verità, è legata strettamente non alla prudenza ma al tentativo di restare a galla nella sua struttura attuale fondata su una rendita di immagine che cela la sua incapacità di comprendere la cultura dell’uomo contemporaneo. E il dramma è che nessuno, dal basso, può imporre un cambio di rotta. A dispetto di ogni parola sulla sinodalità. E questo perché ogni organo collegiale, ogni luogo di ascolto, ogni ambito di confronto è sempre e solamente consultivo.

                “Parlate quanto vi pare. Mi rinfresco anche l’immagine con questionari e processi sinodali ma alla fine decido io”. La chiesa cattolica, nella sua forma attuale, è strutturalmente incompatibile con una vera sinodalità. E la mancanza di sinodalità significa mancanza di controllo reciproco, lacuna incolmabile nella capacità di equilibrare i poteri dei singoli, o dei pochi. E questo è il terreno fertile per l’abuso di potere, di coscienza e sessuale. Da qui non si sfugge.

                Se non cambiano i presupposti teorici e normativi – dottrinali e canonici – la chiesa è destinata solo a sceneggiate sinodali ed a perpetuare il dramma degli abusi. Questa struttura inoltre è un handicap per qualsiasi servizio al Vangelo e all’uomo perché priva di qualsiasi capacità di rapportarsi, leggere, intendere e parlare al mondo contemporaneo e alla sua cultura, unica mediazione possibile all’evangelizzazione.

                Probabilmente a causa di questo si avrà una diminuzione dei fedeli e di conseguenza, circa l’abuso, diminuiranno anche i casi ma è tragico che si debba arrivare a questo.

                E se qualcuno accusa di sociologismi questi ragionamenti, occorrerebbe rammentargli che, se tutte le teorie sulla grazia di stato contenute anche nella teologia del sacramento dell’ordine e in qualche modo codificate nel codice di diritto canonico non sono riuscite ad evitare il peggio, è perché affidarsi al buon senso dei singoli tirando in ballo lo Spirito santo significa solo cedere al più superficiale e colpevole degli spiritualismi. Lo Spirito non abbandona l’uomo, l’umanità e la chiesa. E oltre quelli che crediamo essere i nostri recinti sacri prepara spazi nuovi di vita ecclesiale, spazi spesso giudicati eretici, pericolosi, o a volte neanche ritenuti cristiani. Ma è in quegli spazi che un giorno, deposti i pizzi e i merletti e i mille “munera”, andremo a mendicare la fede.

Gennaro Pagano, prete e psicoterapeuta, Centro Regina Pacis” di Pozzuoli (NA) 3 dicembre 2021

https://manifesto4ottobre.blog/2021/12/03/abusi-sinodo-e-falsa-prudenza%ef%bf%bc

 

“La casta dei casti”: i preti, il sesso e l’affettività

Marco Marzano ci porta alla scoperta degli aspetti meno conosciuti della castità sacerdotale

                La castità dei membri del clero è una delle peculiarità che distinguono la Chiesa cattolica da ogni altra istituzione, religiosa o laica che sia. È uno degli elementi ancora oggi fondanti del cattolicesimo e viene difesa a spada tratta dalle gerarchie ecclesiastiche con solo poche eccezioni. Come mai è così importante difendere il voto di castità per la Chiesa? E soprattutto: in che modo l’istituzione ecclesiastica cerca di rispondere alla delicata questione dell’affettività degli appartenenti al clero? A queste e ad altre domande egualmente importanti per quanto riguarda la vita interna della Chiesa cattolica prova a rispondere Marco Marzano, docente di Sociologia all’Università di Bergamo, nel suo La casta dei casti (Bompiani, 2021, pp. 280, anche e-book). Frutto di anni di ricerche e di studi e di decine di interviste a sacerdoti ed ex sacerdoti, il saggio di Marzano ci offre uno spaccato sorprendente della vita intima dei preti, uomini formati fin dal seminario a nascondere la propria essenza più intima, le proprie emozioni e desideri invece che viverli in pienezza e libertà. Il tutto nel nome di quello che appare un totem intoccabile: la castità, appunto. Vale allora veramente la pena di porre proprio a Marco Marzano la domanda con cui abbiamo introdotto il suo libro: perché è così importante per la Chiesa difendere il voto di castità?

                “La mia risposta di sociologo è che la castità del clero risponde a due esigenze della Chiesa.

La prima è di avere a disposizione dei funzionari totalmente dediti all’istituzione perché privi di legami di alcun tipo al di fuori dell’istituzione stessa. La Chiesa ha, infatti, bisogno di sacerdoti che abbiano la minor autonomia possibile al di fuori dell’ambito ecclesiastico.

In secondo luogo, la castità a mio parere è il fondamento della sacralità dei sacerdoti e determina il rapporto esistente tra la Chiesa e i fedeli, un rapporto a cui le gerarchie ecclesiastiche non vogliono rinunciare”.

                Ci spieghi meglio

                "La castità è un fortissimo elemento di distinzione tra i sacerdoti e il resto degli esseri umani. Mentre la maggior parte delle persone soggiace ai desideri e alle emozioni, i preti invece vengono indicati come una élite che sa dominare le passioni e le emozioni. La castità, quindi, è funzionale al prestigio del clero, consente ai sacerdoti di stare su un piedistallo rispetto al resto dei fedeli".

                Ma il piedistallo è reale o solo teorico?

                "Il piedistallo è concreto solo fino a che la Chiesa può continuare a sostenere che la castità è seguita dalla maggior parte dei sacerdoti. In questo modo chi trasgredisce è una eccezione, è una mela marcia su cui si possono scaricare tutte le responsabilità preservando la bontà dell’istituzione e delle sue regole. Regole, che come racconto nel libro però non funzionano, così come alla prova dei fatti la castità è osservata solo da una esigua minoranza dei membri del clero".

                A proposito di responsabilità istituzionali, lei punta il dito sul funzionamento dei seminari. In che modo funzionano oggi?

                "Il seminario dovrebbe essere il luogo dove una persona, attraverso la formazione e l’educazione, si ‘trasforma’ in un sacerdote. Questa trasformazione, che riguarda la personalità, i gesti, gli atteggiamenti, avviene però in maniera dura, con la coercizione, isolando dal mondo il candidato e rinchiudendolo in una struttura costrittiva. Il seminario si presenta così come un luogo dove la libertà è minima e si persegue l’obiettivo di costruire un uomo nuovo, funzionale all’istituzione ecclesiastica. In questo processo il controllo della sessualità svolge un ruolo fondamentale".

                In che modo?

                “In seminario si insegna al candidato a celare i propri desideri e le proprie emozioni, anche il proprio orientamento sessuale. Il seminario diventa quindi il luogo dove l’aspirante sacerdote impara a comportarsi da prete, prima di tutto reprimendo e dissimulando le proprie emozioni. Non certo a caso è più facile essere espulsi dal seminario se ci si dimostra emotivi e affettivi piuttosto che se si hanno problemi con gli studi. Poi dalle interviste fatte nel mio libro emerge chiaramente quanto il sesso sia presente nei seminari e come la preoccupazione maggiore delle autorità ecclesiastiche sia quella che il giovane prete impari a nascondere quello che fa tra le lenzuola. Il divieto di praticare sesso alla fine è solo apparenza, mentre quello di parlarne è estremamente concreto.”

                Qual è il risultato di una "educazione" di questo tipo?

                “Il risultato sono sacerdoti anaffettivi, portati a simulare e mentire. Queste attitudini dominano nella maggior parte dei casi le relazioni tra i membri del clero e le persone, come dimostrano anche i racconti di donne che hanno avuto dei legami sentimentali con sacerdoti. Il seminario non favorisce certo la maturazione umana, affettiva e morale mentre confina i giovani aspiranti sacerdoti in una bolla, che scoppia una volta ordinati preti quando ci si ritrova improvvisamente soli, quasi abbandonati dall’istituzione ecclesiastica. Questo spiega l’alto numero di abbandoni del sacerdozio nei primi anni dopo l’ordinazione e l’insorgere di dipendenze: dal gioco, dall’alcol, dal sesso.”

                L’altro grande tema che lei affronta nel libro è quello della diffusione dell’omosessualità nel clero cattolico. Ma come è possibile essere omosessuali all’interno di una istituzione come la Chiesa che da sempre si mostra molto conservatrice sul tema dell’identità di genere?

                “La Chiesa contrasta il riconoscimento della normalità dell’omosessualità, non l’omosessualità di per sé stessa. Contrasta l’idea che gli omosessuali possano sposarsi oppure avere una famiglia. All’interno dell’istituzione ecclesiastica però la presenza omosessuale è preponderante. Anzi la Chiesa è il luogo ideale per quegli uomini che non hanno nessuna intenzione di rivelare la loro omosessualità, uomini che si ritrovano in un ambiente tutto maschile, omofilo più di ogni altro, in cui trovare amanti, compagni e partner con molta facilità. Naturalmente si tratta di persone che non vivono bene la loro sessualità e che all’interno della Chiesa non trovano nessuna possibilità per risolvere i loro dissidi interiori. Detto questo, nonostante i ripetuti appelli per impedire l’accesso degli omosessuali nei seminari, alla fine si tratta di un divieto impossibile da far rispettare, a meno di non rischiare di ritrovarsi praticamente senza preti. Per questo mi sento di dire che la posizione nei riguardi dell’omosessualità è la più grande ipocrisia che ruota attorno al tema della castità e della sessualità all’interno della Chiesa.”

Roberto Roveda              L’Unione sarda                 31 gennaio 2021

www.unionesarda.it/articolo/cultura/2021/01/31/la-casta-dei-casti-i-preti-il-sesso-e-l-affettivita-8-1109663.html

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CHIESA IN ITALIA

Convegno di “Oggi la Parola”: che cattolici siamo?

                Pubblichiamo la breve riflessione di padre Alessandro Barban, priore generale dei Camaldolesi, all’apertura dei lavori del Convegno “Oggi la parola”, tenutosi a Camaldoli dal 29 ottobre al 3 novembre 2021:

 

                Nell’affrontare il tema cui è dedicato questo nostro Colloquio vedo una certa difficoltà: anche nella Chiesa molti non hanno ancora capito bene papa Bergoglio, cosa sta facendo, cosa sta proponendo. I giornali sono interessati agli scandali, allo IOR, però non riescono a capire bene. qual è l’orientamento di questo pontificato. Anche dentro la Chiesa, diciamo la verità, nelle Congregazioni religiose, negli episcopati del mondo io vedo che c’è una grande difficoltà a comprendere anche i documenti di questo papa. Prima della pandemia andando in India, in Africa, ricordo che anche alcuni Vescovi, alcuni presbiteri mi dicevano di quei documenti: “proprio non li capiamo”. Questo mi ha fatto molto pensare. Come non riuscite a capirli? Non è una questione di lingua. Probabilmente perché c’è una divergenza tra un certo tipo di vecchia  teologia, nel modo di vedere la Chiesa e quella che invece è la teologia del papa, quello che propone la Chiesa.

                Non immaginavo mai che ci fosse una difficoltà ad esempio su una enciclica ecologica, sulla ecologia integrale, la “Laudato sì”, pensavo che fosse un testo da accettare senza grosse difficoltà e invece ho percepito una grande difficoltà a leggere quel testo e anche a capirlo. Ma anche “Fratelli tutti”. Quindi credo che sia importante affrontare questo tema, “essere cristiani nella Chiesa cattolica oggi ai tempi di papa Francesco”, perché al di là delle polarizzazioni, delle divisioni che ci possono essere – ci sono sempre state – io vedo una difficoltà a comprendere veramente le cose che il papa propone, dall’Amoris lætitia” fino al Sinodo che ha proposto adesso:

                 il Sinodo, per tre anni, che cosa dobbiamo fare, vedo veramente negli occhi delle persone una domanda: dove siamo, dove stiamo andando. E dietro questa domanda ce n’è un’altra:  Ma chi siamo? Che cattolici siamo?

                Siamo dentro un grande passaggio di evoluzione, io credo e lo capiremo forse andando più avanti nel tempo. Adesso lo stiamo vivendo a caldo e questa è una difficoltà per tante persone che non si rendono conto forse dei passaggi che sono in atto. Forse tra 10 o 20 anni riusciremo a ricostruire meglio questo percorso di Bergoglio, di questo pontificato. La Chiesa sta cambiando anche per la pandemia, ma non solo per la pandemia; è proprio in atto un cambiamento del tempo e della cultura, tante cose stanno finendo e ci sentiamo un po’ impreparati ad accogliere le novità. Spero che in questi giorni abbiamo la possibilità, anche grazie ai relatori che hanno proposto titoli molto importanti, di capire veramente cosa stiamo vivendo, come essere cristiani nella nostra Chiesa e nel tempo.

Alessandro Barban, priore generale dei Camaldolesi  1° dicembre 2021

www.chiesadituttichiesadeipoveri.it/che-cattolici-siamo

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CHIESA UNIVERSALE

Abusi in Francia: rapporto Sauvé sotto attacco. Ma i vescovi lo difendono

                Ha suscitato molte reazioni, in Francia, il documento di 15 pagine con cui otto membri dell’Accademia cattolica di Francia – creata nel 2009 per garantire una migliore visibilità della «produzione intellettuale collegata (...) al cattolicesimo» – hanno attaccato duramente, su un piano metodologico e di contenuti, l’ormai famoso Rapporto Sauvé elaborato dalla Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (Ciase)                                www.adista.it/articolo/67149

 Il documento, concepito come testo riservato ma diffuso da La Croix e da Le Monde, è stato inviato al presidente dei vescovi francesi mons. Eric de Moulins-Beaufort – anch’egli membro dell’Accademia – e a papa Francesco, tramite il nunzio apostolico in Francia mons. Celestino Migliore; oltre a mettere in dubbio la veridicità delle cifre presentate nel Rapporto – in particolare il numero stimato di 330.000 vittime – esso sfida «la responsabilità sistemica» della Chiesa e lancia un allarme sulle proposte di riforma avanzate dalla Ciase, che andrebbero oltre il ruolo della commissione minacciando la «natura spirituale e sacra» della Chiesa.

                Benché sia firmato anche dal presidente, dal vicepresidente e dal segretario, non si pone come documento ufficiale dell’Accademia, ma ciò non è bastato ad attenuare reazioni e polemiche inevitabili dal momento che questo testo non fa che formalizzare una protesta capillare espressa soprattutto in ambienti conservatori fin da quando il rapporto Sauvé è stato pubblicato, il 5 ottobre 2021, e che riguarda in gran parte il numero stimato di vittime di abusi sessuali nella Chiesa e il metodo di estrapolazione impiegato per ottenerlo. Ne parlano a più riprese il sito Salon beige, e il mensile La Nef, entrambi di tendenza tradizionalista. Ma il disagio per i dati scomodi del Rapporto serpeggia anche tra alcuni vescovi che tentano di derubricarlo mettendone in dubbio il metodo matematico che ha portato ai dati: «Questo resoconto non è ancora il Quinto Vangelo», contestava su La Croix (27/11) un vescovo anonimo, accusando il lavoro della Ciase essere «troppo emotivo: ci aspettavamo un rapporto giuridico, non lo è affatto». Suor Véronique Margron: il numero di vittime non cambia.

                Intanto, un primo risultato del documento, immediato, è stato l’annullamento da parte del Vaticano della visita di Jean-Marc Sauvé – presidente della Ciase – e dei membri della Commissione prevista a Roma per il 9 dicembre. Ma non è stato l’unico: a catena, si è registrata una serie di dimissioni dall’Accademia: lo stesso mons. Eric de Moulins-Beaufort, poi suor Véronique Margron, presidente della Conferenza dei religiosi e delle religiose francesi (Corref) e Isabelle de Gaulmyn, caporedattrice del quotidiano La Croix per stare ai nomi resi pubblici, oltre ad altri di cui non è nota l’identità.

                Nessuno ritiene il Rapporto Sauvé un testo rivelato, reagisce suor Margron: «Che una critica al rapporto Ciase sia possibile è evidente», afferma su La Croix (27/11): «Tutti possono criticarlo, interpretarlo, porre domande». «È necessario che gli intellettuali si pongano queste domande, ma non in questo tono e, soprattutto, senza dibattito interno. Jean-Marc Sauvé è lui stesso un membro dell'Accademia cattolica e non è stato interpellato, non è possibile!». «La correzione intellettuale e umana occorreva cercarla a monte, perché fosse fruttuosa», commenta Margron. E un incontro per rendere conto della relazione davanti ai colleghi dell'Accademia, il 15 ottobre, è stato annullato a tempo indeterminato, poco dopo che Sauvé lo aveva accettato.

                Véronique Margron deplora «le insinuazioni di questo documento, che implicano che il Rapporto della Ciase vorrebbe danneggiare la Chiesa, e che la Conferenza episcopale e la Corref si sarebbero lasciati ingannare…». Non è difficile, spiega, percepire il carattere sistemico degli abusi nella Chiesa, «non appena ascoltiamo le vittime. Che si parli della proiezione, che si tratti di 200.000 vittime stimate anziché di 300.000 o 400.000, non cambia nulla... La dimensione sistemica è dovuta al fatto che gli aggressori hanno potuto attaccare per trenta, anche quarant'anni, che erano coperti dalla gerarchia, e che a volte anche questa è diventata complice».

                Mons. De Moulins-Beaufort: le decisioni prese a Lourdes sono un servizio alla vita. Non poteva non intervenire anche il presidente dei vescovi francesi (La Croix 29/11). «È importante capire che non è tanto di fronte alle cifre schiaccianti stabilite dalla Ciase e che alcuni discutono che i vescovi hanno deciso di assumersi la responsabilità istituzionale della Chiesa e di parlare della dimensione sistemica. Queste cifre sono state per noi un'indicazione. È ascoltando le vittime, quelle di cui ha ricevuto la testimonianza la Ciase quelle che abbiamo incontrato, l'una e l'altra, per anni, che abbiamo fatto progressi». «Abbiamo deciso come pastori, responsabili della Chiesa e della sua missione ricevuta da Cristo, di riconoscere senza cautela giuridica o economica la responsabilità della Chiesa, perché il male è stato commesso dai ministri di Cristo e gli esseri umani sono stati colpiti nel profondo della loro corpo, anima e spirito». Un male, riconosce il vescovo, «raddoppiato dalla complessiva incapacità del corpo ecclesiale o della società ecclesiale di individuarlo, comprenderlo, prestargli attenzione, denunciarlo. C'è stato un fallimento dell'istituzione nell'ascolto, nel sostegno e nella protezione dei più giovani e delle vittime»; «Noi vescovi, attraverso le decisioni prese a Lourdes e l'istituzione dell'organismo nazionale indipendente di riconoscimento e riparazione, abbiamo scelto di servire la vita», dopo aver ricevuto le conclusioni della Ciase «per quello che sono: un lavoro che dobbiamo prendere sul serio e che indica possibili percorsi di rinnovamento per la nostra Chiesa».

                De Moulins-Beaufort conclude con una considerazione amara sull’annullamento della visita di Sauvé in Vaticano, del quale si dice «deluso». Ma decide elegantemente di farsi bastare la giustificazione ufficiale data da Roma, a dispetto di quanto ipotizzato dai media sulle motivazioni reali: «La prefettura della Casa Pontificia aveva il dovere di alleggerire il programma del papa al ritorno dal suo viaggio pastorale in Grecia e a Cipro. Mi basta questa spiegazione: il Santo Padre non va in Grecia per visite turistiche e, nella sua vecchiaia, il mio augurio è che Dio lo lasci a lungo ancora lucido, attivo ed esigente con tutti».

                Jean-Marc Sauvé: attendo un Rapporto dell’Accademia cattolica sugli abusi. «Mi aspettavo attacchi contro il rapporto Ciase e quindi non sono sorpreso», è la reazione di Sauvé, intervistato da La Croix (27/11). «Prevedevo che arrivassero prima, molto forti, in particolare dagli ambienti tradizionalisti. Sono venuti dall'Accademia Cattolica». Anche Sauvé riconosce la legittimità della critica («l’ho scritto nella prefazione»), ma «provo sentimenti di tristezza e persino di dolore, perché io stesso sono membro di questa Accademia. Le regole del giusto processo e della semplice fraternità avrebbero potuto giustificare uno scambio preventivo, se non un contraddittorio. Nulla di ciò che è accaduto è stato elegante o leale, anche se nutro un grande rispetto per i firmatari». Anche il messaggio (segreto) con il quale è stato trasmesso a Roma il documento «è un tessuto di attacchi velenosi accompagnati da un'ingiunzione alla Chiesa di non fare nulla «sia in termini di riparazione morale e risarcitoria, sia in termini di cambiamento di comportamento o di regole, se la verità oggettiva non è stabilita», riferisce Sauvé.

                Si tratta di un’ingiunzione «particolarmente fuori luogo in considerazione delle decisioni già prese dalla Chiesa e della modestia delle argomentazioni di questi membri dell'Accademia. È anche un insulto alle vittime. I firmatari di questo testo hanno agito secondo il peggio di una certa cultura cattolica, vale a dire in segreto, senza contraddittorio e previa segnalazione alle autorità», commenta con amarezza Sauvé. Lo scopo di questa mossa? «Far sì che la Chiesa sfugga a compensi dolorosi, riforme necessarie e di vasta portata. I firmatari di questo testo suggeriscono che il rapporto Ciase è guidato da un'agenda ideologica, che ribalta e distorce completamente le cose. In realtà, è per squalificare le nostre conclusioni irritanti che gli autori cercano di destabilizzare il nostro Rapporto». Tre le vittime del documento dell’Accademia, che Sauvé indica:

  1. la Chiesa («attaccata frontalmente perché ha preso decisioni coraggiose creando la Ciase, lasciandole piena libertà, per poi prendere decisioni inedite a novembre»),
  2. i sopravvissuti agli abusi («negati, disprezzati e presi in ostaggio nonostante alcune precauzioni retoriche»)
  3. il servizio della verità.

 Infine, la stessa Accademia che sta affrontando un'ondata di dimissioni senza precedenti. A breve, una «confutazione il più completa e precisa possibile del documento dell'Accademia Cattolica», ma anche l’invito all’Accademia «a intraprendere senza indugio, con tutte le garanzie scientifiche richieste, uno studio sulla violenza sessuale nella nostra società e nella Chiesa cattolica in particolare. Aspetto con serenità i suoi risultati»

Ludovica Eugenio            Adista notizie N. 44        03 dicembre 2021

www.adista.it/articolo/67153

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COPPIA

Dimensioni giuridica e metagiuridica della coppia

                L’amore nella fedeltà. Oggi ci si sposa sempre meno, molte coppie si separano, esiste una conflittualità diffusa, forse perché non si ha consapevolezza di cosa sia l’amore o per troppo amor proprio (che, in realtà, è individualismo). La giornalista Luisa Santinello scrive: “Meglio lasciar perdere i sogni e concentrarsi sulla realtà quotidiana, allora. In fondo, gli amori più belli sono quelli che nascono a piccoli passi e maturano come il vino nella botte per confermarsi all’ombra di un altare. Perché non c’è niente di più straordinario di una vita ordinaria da condividere. Crisi, economiche e non, comprese. Provare per credere”.

                Amare l’ordinario, amare nell’ordinarietà: questo è lo straordinario dell’amore autentico, semplice e duraturo che va oltre ogni momento duro. Così si realizza l’indirizzo concordato di vita familiare di cui all’art. 144 cod. civ.

www.brocardi.it/codice-civile/libro-primo/titolo-vi/capo-iv/art144.html

L’amore non si rivela duraturo al momento, ma si rende duraturo di momento in momento. L’amore non è duraturo da sé, ma si fa durare insieme. Il vero amore non teme la morte, ma sfida la morte, ogni morte (crisi).

                L’amore non è (e non sia) una vana promessa ma impegno: darsi reciprocamente in pegno (che ha la stessa radice di “pugno”, quel pugno che richiama la forma del cuore), affidare la propria vita nelle mani dell’altro perché la si coltivi insieme. Questo il senso dei quattro obblighi coniugali indicati nell’art. 143 comma 2 cod. civ.

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                Non esiste il “per sempre”, ma l’“ancora, di giorno in giorno”. Il vecchio articolo 143 cod. civ. recitava “Il matrimonio impone ai coniugi l’obbligo reciproco”, mentre il vigente art. 143 dispone che “Dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco”: “derivare” (dal latino “de”, da, e “rivus”, ruscello, corso d’acqua; “rivus”, tra l’altro, ha la stessa radice di “ritus”) significa letteralmente “volgere e condurre acqua a modo di rivo dalla corrente del fiume in canali”. Ed è l’operosità e la ricorsività necessaria nella vita coniugale.

 

Rispettare quanto previsto negli articoli 143, 144 e 147 del codice civile è possibile se tra coniugi ci si tende la mano e ci si rende mano per l’altro/a, come nel rito del matrimonio.E vissero felici e contenti”: è realizzare il significato etimologico di questa formula (felicità è “Invecchia con me! Il meglio deve ancora venire, l’ultima parte della vita, di cui la prima non è che il preludio!” (da un racconto dello scrittore Bruno Ferrero). Anziché ripetersi banalmente “ti amerò per fecondità, contentezza è pienezza), è dare concretezza a quello che ci si dice quando ci si ama. sempre”, è necessario dirsi e farsi parole concrete, dirette e personali. La coppia si nutre di comunicazione e comunione.

                Il matrimonio è un “progetto” e una “prospettiva”, termini che si riferiscono a qualcosa da mettere davanti. Ebbene, il matrimonio è da mettere davanti ai propri individualismi, se non proprio egoismi, altrimenti si rimane “single” anche nel matrimonio. Bisogna continuare a fare e dare esempio in famiglia credendoci, nonostante tutto e tutti, e non rendendola focolaio di lacerazioni e guerre, come sempre più spesso avviene, rottamandola come se fosse un bene di consumo e dimenticando, invece, che è un “bene relazionale”, né strettamente privato né strettamente pubblico.

                Alla base del libro-saggio “Lettera sul matrimonio” (1925) del tedesco Thomas Mann c’era l’equiparazione tra il matrimonio e l’arte, entrambi espressioni eterne dello spirito umano, entrambi fondati su ciò che l’autore chiamava “una coraggiosa accettazione della vita” (tutti i temi ricorrenti nel pensiero di Mann, il rapporto tra l’arte e la vita, tra la vita e la morte e tra l’amore e la morte, si possono riferire al matrimonio). Il matrimonio è arte e artigianato e, pertanto, richiede: attitudine, originalità, passione, attrezzi, materiali, bottega di riferimento (nella quale i figli impareranno da apprendisti), sporcarsi le mani e anche rischiare di procurarsi piccole ferite, espressività (altrimenti ci s’incupisce e inaridisce), sacrifici, tenendo conto dell’insegnamento di Michelangelo che si recava direttamente alle cave carraresi per scegliere i blocchi di marmo in cui vedeva già le opere in embrione e, poi, lavorava instancabilmente per eliminare il superfluo. Procedimento che richiama le locuzioni dell’art. 147 cod. civ. relativo ai doveri verso i figli: “[…] nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni”.

                “La vita è fatta per esplodere, per andare più lontano, per farsi dono. Quando la si conserva per sé, la si soffoca. Una vita che si dà, perché il mondo non sia come prima, fa miracoli” (la francese assistente sociale Madeleine Delbrêl). Così dovrebbe (e potrebbe) essere la vita in coppia e in famiglia. Non a caso nell’art. 144 cod. civ. si parla di “indirizzo della vita familiare”, locuzione introdotta dalla riforma del diritto di famiglia del 1975 e che è esplicativa di un cammino (a differenza del previgente art. 144 in cui si parlava di “tutto ciò che è necessario ai bisogni della vita”, riferito solo ai doveri del marito nei confronti della moglie). Quando non ci “s’incastra” con l’altra giusta metà (o reciproca meta), la propria metà rischia di perdere vitalità. L’amore è una scelta, non un ripiego; altrimenti amore non è, ma solo spreco di sé. L’amore è innanzitutto rispetto di sé e, poi, di ogni altro che può essere coinvolto direttamente o indirettamente dalle proprie scelte, in primo luogo figli e altri parenti.

                L’amore non è solo un fatto personale o sentimentale ma un fattore psicologico, biologico e sociologico. Non esiste il diritto all’amore o il dovere dell’amore ma l’amore ha anche una dimensione giuridica perché il diritto stesso (in latino “ius” dal verbo “iungo”, congiungere) ha la funzione di riappacificare le persone, di farle star bene tra loro, per cui il diritto non può ignorare l’amore. Si parla espressamente di amore in vari atti normativi (anche se non tutti prescrittivi): “bisogno di amore e di comprensione” (art. 6 Dichiarazione dei diritti del fanciullo, 1959); “dove […] si ama” (paragrafo “Entrare nel futuro” della Carta di Ottawa per la promozione della salute, 1986); “atmosfera di felicità, amore e comprensione” (Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, 1989); “clima di felicità, amore e comprensione” (Preambolo della Carta africana sui diritti e il benessere del fanciullo, 1990); “L’amore non si misura con il tempo ma con la cura e l’attenzione” (punto n. 1 della Carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori, 2018). In altre fonti si parla di “affetto”, di “tenerezza” a conferma che tutto il corso della vita è accompagnato dall’amore e che gli adulti devono dare prova di amore ed è questa la prima essenziale educazione sentimentale e sessuale e la conseguente prevenzione di ogni forma di violenza.

                La fedeltà nell’amore. Il saggista statunitense Joseph Campbell scriveva: “Se entri nel matrimonio con un programma, scoprirai che non funziona. Un matrimonio felice consiste nel vivere insieme con spirito innovativo, nell'essere aperti, nel non avere programma. È una caduta libera: tutto sta nel gestire le novità man mano che arrivano. Dovete galleggiare come una goccia d’olio nel mare, cavalcando le onde con intelligenza e compassione”. Il matrimonio non è un programma, ma un progetto di vita i cui pilastri sono i quattro obblighi coniugali reciproci enucleati nell’art. 143 comma 2 cod. civ.: fedeltà, assistenza morale e materiale, collaborazione nell’interesse della famiglia, coabitazione. Non si definisce prima, ma si costruisce in itinere. La fedeltà, inserita come primo obbligo tra i coniugi nell’art. 143 comma 2 cod. civ., non è da intendersi solo (o tanto) sotto il profilo sessuale, ma come predisposizione interiore e atteggiamento concreto nel ricevere l’altro, riscegliere l’altro.

                È facile innamorarsi, ma non altrettanto avere le mani innamorate delle persone che ci sono intorno, di quello che si fa, di quello che si ha, della vita che viene e va: è anche questo il senso dell’assistenza morale e materiale che ci si deve tra coniugi ai sensi dell'art. 143 comma 2 cod. civ. Amarsi è consumarsi nell’amore: è compiersi nella vita, raggiungere il punto supremo della vita l’uno dell’altro. Ben altro e ben oltre del congiungersi carnalmente: la fedeltà tra coniugi è anche questo. Il contenuto profondo della fedeltà è già scritto nella relazione a due e dei due, il diritto gli dà solo una veste giuridica.

                Uno degli ingredienti dell’amore è ascoltare: accordarsi con l’altro (come si fa con gli strumenti musicali di un’orchestra prima di un concerto), accostarsi all’altro, accompagnarsi con l’altro, accudire l’altro, accorgersi dell’altro… Ascoltare è difficile, perché richiede forti motivazioni, in particolare tempo e spazio per l’altro/a, in mezzo al doppio lavoro, palestra, incontri con gli amici/amiche, accompagnare i bambini da una parte all’altra... Gli impegni professionali non rappresentano un ostacolo, se si è costruita una relazione bella e appagante; essa è anzi di stimolo anche per svolgere al meglio le proprie attività: «Quando il successo del lavoro con il coniuge diventerà una necessità categorica quanto lo è il successo nella carriera, non si domanderà più: come si fa a trovare il tempo? Saprà come farlo. Questa è una cosa che le coppie felici comprendono perfettamente […]. Non possiamo riprenderci le serate passate con persone che non ci interessano o che non ci interessano tanto quanto la persona che amiamo, per riviverle con lei in maniera diversa. Le coppie felici sanno molto bene che tutto si gioca sull’”ora o mai più”» (lo psicoterapeuta statunitense Nathaniel Branden). La fedeltà di coppia (e, conseguentemente, l’infedeltà) non tocca soltanto la sfera sessuale ma lambisce ogni sfera (parola che, secondo alcuni, ha la stessa radice etimologica di “spazio” e, quindi, sta a indicare in questo caso un’intima stanza) della coppia; essa significa intimità, intesa sottesa e sospesa nel tempo, fiducia, provare piacere per l’altro/a (e non limitatamente con l’altro/a), appagarsi della vita dell’altro/a, quel cogliere l’attimo dell’altro/a e nell’altro/a all’infinito, come quella fede nuziale che si porta all’anulare sinistro. Anche per questo è stato indicato, dalla riforma del diritto di famiglia del 1975, come primo obbligo reciproco dei coniugi (mentre nel testo previgente era secondo), seguito dall’obbligo all’assistenza morale e materiale fino all’obbligo alla coabitazione, abitare con l’altro/a e nell’altro/a. Il traditore è fedifrago, perché rompe il patto coniugale, la pace coniugale. La fedeltà è la roccia su cui costruire la coniugale felicità.

                Edoardo e Chiara Vian, esperti di coppie in difficoltà, affermano: “Il tradimento extraconiugale è un sintomo della relazione, segnala che qualcosa non funziona, che gli equilibri raggiunti magari nei primi anni di matrimonio non si sono poi evoluti. Il tradimento ci dice che c’è urgente necessità di intervenire sul paziente, cioè sul matrimonio. Questo, è ovvio, non significa che chi tradisce non abbia una responsabilità diversa rispetto a chi viene tradito, ma le premesse che hanno portato a ciò si sono poste assieme e assieme si devono prendere in mano per trasformarle in dinamiche generative”. Nell’art. 143 comma 2 cod. civ. l’obbligo reciproco alla fedeltà è elencato per primo ma è concatenato con gli altri in un circolo continuo e reiterante da cui scaturisce la corresponsabilità di entrambi i coniugi, nel bene e nel male, nel e del concausare quanto avviene nella coppia e nella famiglia.

                Secondo Edoardo e Chiara Vian: “L’ammissione del tradimento non è mai facile. In genere è un passaggio duro, sfinente per entrambi. Eppure non è evitabile: una nuova vita assieme sarà possibile solo partendo dalla verità e, poi, dalla scelta sincera di chi ha tradito di non frequentare più l’altra persona”. L’obbligo reciproco alla fedeltà include non solo mantenere le reciproche promesse ma anche rinnovarsi le promesse quando cambiano le premesse risalenti a tempi diversi.

                Gli esperti Vian aggiungono: “Corpo e non solo spirito. Coltivate la vostra fisicità in tutte le sue sfumature: non solo sesso, ma anche abbracci e coccole. Se per mille motivi questa non sarà praticabile, coltivate il desiderio dell’incontro con l’altro/a. Se per caso qualcosa s’inceppa, nessuna paura. Fermatevi per capire che cosa sta succedendo e che cosa questa difficoltà vi sta dicendo. Ricordatevi che non esiste una sessualità ideale, ma una sessualità in cammino”. Fedeltà non è solo non tradire ma anche curare la sessualità di coppia e coltivarla insieme all’altro.

                Nella coppia il “[…] circolo vizioso va sostituito con una circolarità virtuosa. Perché questo avvenga sarà necessario: intercettare le emozioni che si attivano di fronte al comportamento dell’altro (basta anche solo ammettere che proviamo disagio o dolore); riconoscere quale bisogno affettivo personale viene disatteso (per esempio, il bisogno di essere amati, di sentirsi utili, di sentirsi supportati, ecc.); individuare a quale paura è collegato quel bisogno (per esempio, la paura di non essere amabile, di essere inutile, di essere abbandonabili, ecc.). A questo svelamento di sé e della propria vulnerabilità non seguirà repentinamente e in automatico un comportamento diverso da parte dell’altra persona. Il nostro partner, come noi, ha le sue resistenze interne e non basta capire, e neppure volere, qualcosa perché poi si riesca a compierla. Sarà importante coltivare una paziente tenerezza reciproca” (Edoardo e Chiara Vian). L’obbligo reciproco dei coniugi alla fedeltà riguarda le promesse scambiate, il rispetto dello stesso codice e linguaggio d’amore. Obbligo alla fedeltà che è intimamente collegato a quello di assistenza materiale e morale tra coniugi per poter, poi, garantire l’assistenza morale ai figli (art. 147 e art. 315 bis comma 1 cod. civ.) ai fini di quella “garanzia dell’unità familiare” di cui si parla nella Costituzione (art. 29 comma 2). In caso di dissapori o contrasti bisogna adoperarsi per andarsi incontro, per ricominciare, per ricostituire quanto frantumato perché costruire una vita insieme è comunque uno svolgimento della personalità e una forma di solidarietà (art. 2 Costituzione).

                I coniugi Vian precisano: “[…] il non riuscire a stare nella continuità della fedeltà coniugale, a volte, dipende dal non riuscire a sostenere il peso della frustrazione di un mancato piacere che le alternative alla persona sposata potevano fornire. Se si porta un bambino in un grande negozio di giocattoli e gli si indica che ne può scegliere solo uno fra tutti, lo si farà impazzire, perché ogni scelta comporterà il lutto della perdita di tutti gli altri giocattoli. Nell’età adulta si dovrebbe aver sviluppato la capacità di scegliere e, di conseguenza, di rinunciare alle alternative, ma questo arriva solo se qualcuno ci ha accompagnato nell’imparare a farlo”. Famiglia è anche educare alla fedeltà e nella fedeltà. Lo si fa con l’esempio, con la progettualità, con la coerenza, con la fermezza e con la gradualità delle scelte (e non tutto e subito). Il matrimonio ha iscritte in sé alcune peculiarità perché derivano dall’amore stesso e una di queste è la fedeltà, fatta di reciproco affiatamento, affidamento e affinamento. Fedeltà: fermarsi nella vita dell’altro, fermezza della propria vita. È molto di più e più giù della fedeltà sessuale.

                La fedeltà non riguarda solo la dimensione (etimologicamente “dimensione” significa proprio “misura o estensione dei corpi”) sessuale ma è mantenere fede alla promessa d’amore che ci si è scambiati: non rimproverare l’altro ma rispettare nonostante gli errori, non sospettare ma aspettare nei ritardi. L’obbligo reciproco di fedeltà coniugale è mantenere fede a quello che si è detto e in cui credere e crescere insieme. L’aspetto sessuale ha comunque la sua rilevanza, basti pensare alle numerose cause di separazione con addebito per tradimento e a quelle per il risarcimento dei danni non patrimoniali per aver subito il tradimento (per esempio “ha diritto anche al risarcimento dei danni non patrimoniali il marito tradito afflitto se le modalità e la gravità dell’infedeltà si traducano nella violazione del diritto alla salute, all’onore e alla dignità”, ad affermarlo nuovamente è la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 26383, depositata il 19 novembre 2020).

                “La difesa della famiglia avviene attorno alla tavola familiare, perché abbiamo bisogno di un luogo dove si tesse la famiglia. Se vi limitate a difendere la famiglia come concetto, fallite di sicuro. […] dormire con tua moglie, dedicarle attenzione, avere figli, crescerli, ... entrare realmente nella paternità e non semplicemente diventare un ideologo familiarista” (così il filosofo francese Fabrice Hadjadj). Come la difesa e la fedeltà che si devono alla Repubblica, famiglia di famiglie (artt. 52 e 54 Costituzione) e la violazione di tali doveri configurano diversi reati (per esempio lo spionaggio politico o militare, art. 257 cod. pen.).

                La fedeltà è anche uno degli obblighi presenti nel rapporto di lavoro (art. 2105 cod. civ.) e l’inosservanza può dar luogo all’applicazione di sanzioni disciplinari (art. 2106 cod. civ.).

                In filosofia la fedeltà è intesa non come limitazione della libertà ma come atto di libertà che nasce dall’interno e assume un carattere fondamentale nelle relazioni (uno dei primi studi filosofici è “Filosofia della fedeltà” di Josiah Royce, 1908).

                Amore e fedeltà sono un binomio imprescindibile, fulcro della crescita e del benessere della coppia e della famiglia che ne consegue.

Margherita Marzario     Altalex 28 novembre 2021

www.altalex.com/documents/news/2021/11/28/dimensioni-giuridica-e-metagiuridica-coppia

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DALLA NAVATA

II Domenica d’Avvento – anno C – 5 dicembre 2021

Baruc                      05, 01. Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello                                        splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre

Salmo                  125, 06. Nell’andare, se ne va piangendo, portando la semente da gettare, ma nel                                       tornare, viene con gioia, portando i suoi covoni.

Filippesi                01, 04. Fratelli, sempre, quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia a motivo                                           della vostra cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno fino al presente.                                     Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la                                           porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù.

Luca                        03, 04.  Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà                                      riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno                                   diritte e quelle impervie, spianate. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

 

                La città è una città che crea valli, burroni, fossati, mura merlate, eserciti in difesa. La storia della città è una storia di divisioni, sempre. Ce ne dà conferma la ricostruzione antropologica di questo modulo della civiltà umana. La città è il trionfo della amicizia dell'uomo per l'uomo, dell'amicizia civica, ma è anche una storia di separazioni all'infinito. Tutte le nostre separazioni, quelle di cui andiamo spesso fieri come inizio di civiltà, sono il prodotto della città.

                Provatevi a pensare all'altra categoria, al deserto. Mettete nel deserto un barbone e il più ricco capitalista: sono uguali, non c'è differenza. Le differenze sono nella città. È molto utile far agire fra di loro questi due moduli: la città e il deserto, là dove parte il discorso: “Voce di colui che grida nel deserto” Sappiamo d'altronde che il deserto, più che un luogo geografico, è una categoria antropologica permanente del discorso profetico perché il deserto indica il ricominciamento da capo, il riprender le misure a partire da zero. Il deserto è zero; le differenze, che sono "la civiltà", nel deserto si annullano. Se noi facciamo il discorso di fede all'interno delle differenze cominceremo a dire che c'è una teologia sulla donna e sull'uomo e sul prete, e … Le differenze le assumiamo come se avessero significato, ma non lo hanno, perché il vero modo di guardarle è di partir da zero per capire come esse sono nate, qual è la ragione di fondo che le ha partorite.

                La prima maniera è di far la ricognizione delle divisioni, si tratti di burroni o di montagne, che caratterizzano ancora la nostra città, cioè la nostra civiltà (le due parole, città e civiltà, hanno la stessa radice). Più ci si addentra in questa realtà, che nei nostri anni ingenui eravamo soliti guardare con ammirazione ed enfasi. più ci accorgiamo di quante iniquità è costruita. La divisione fra il maschio e la femmina, l'ostilità dell'uomo per la natura che egli sfrutta, la divisione fra il datore di lavoro e il lavoratore che gli vende la forza lavoro… sono tutte parto di una civiltà il cui spirito di fondo è la volontà del dominio, è, per riprendere il discorso che incontreremo nella liturgia di queste domeniche, il voler essere come Dio: "Se mangerete il frutto sarete come Dio". Abbiamo mangiato il frutto e nella città ognuno è Dio dell'altro; il maschio della femmina, il ricco del povero, il potente dell'inerme e del diseredato, il bianco del nero… Una legge iniqua tutto attraversa per assoggettare l'uomo all'uomo. Questa è la città nel suo splendore.

                 Qual è l'occhio del profeta? Quando è che il nostro occhio è profetico? Quando ci mettiamo nel deserto. La deformazione del Vangelo comincia quando si fa il discorso a partire dalla città e non dal deserto. Così facendo si hanno le città sante, la città del Vaticano, la città santa di Gerusalemme: tutti luoghi in cui si ratifica l'ingiustizia. Non ci sono città sante: santo è il deserto da cui si guarda la città e non per giustificarla o per esaltarla ma per giudicarla nell'intimo e poi modificarla perché essa non sia, come è, fonte e giustificazione di divisioni fra gli uomini. La profezia di liberazione è una profezia che ci riconduce alle radici del nostro esistere collettivo e non per esortarci - ecco il secondo passaggio - a trovar salvezza fuori della città, come voleva fare Giona, ma per entrare dentro la città. Questo è un altro aspetto, non così scontato, della fede cristiana. Appena la fede si adagia nell'impulso religioso, istintivo nell'uomo, il suo suggerimento è di andare sui monti, di tirarsi fuori e invece in quel momento si tradisce l'ispirazione della fede perché essa ci deve portare dentro, e non a cercare comode comunità collocate sulle colline da cui si guardi, di tanto in tanto, con occhio benevolo la sofferenza comune di colori che sono dentro la città. Ci deve portare dentro le contraddizioni. Questo è un punto essenziale della fede.

                La fede non giustifica le fughe ma anzi le dissuade, le delegittima e ci obbliga a farci carico delle contraddizioni del mondo. Se io con questi criteri voglio far nascere l'amore "in conoscenza e in discernimento", non farne un motivo di autoesaltazione e di compiacimento nel giro degli amici che, immuni dai peccati, vivono con me, io so qual è lo spazio della salvezza. Allora il fasto delle antiche profezie si scioglie e rimane in me, come un residuo vivo, l'impegno etico alla salvezza dell'uomo da tutte le contraddizioni che lo affliggono. Con questo spirito la nostra milizia del mondo si illumina della grande speranza - ecco quale è il dono della fede - che questo impegno non sarà deluso. Una volta che in questo impegno si bruciano le nostre ambizioni personali, si subordinano a questo impegno tutti i calcoli personali, esso diventa fecondo. Certo, per lo più i profeti muoiono prima che venga l'alba del giorno di cui hanno parlato, ma quante volte un riverbero di quell'alba ci viene negli occhi! Dobbiamo essere grati a Dio che questo avvenga perché è vero: il nostro tempo è un tempo di iniquità - come spesso, forse per stanchezza di invenzione linguistica, diciamo - ma ci sono anche i segni che ci entusiasmano, ci sono le esperienze anche minuscole che ci fanno presentire il futuro, ci sono la stretta di mano con il giovane del Camerun o del Senegal che parlano con confidenza della fraternità che si aspettano da noi e hanno il desiderio di vivere secondo giustizia e fraternità.

                Allora dentro di noi si illumina qualcosa. Se poi viviamo murati nelle mura a cui sono deputate sentinelle armate, e poi abbiamo le nostre casseforti con doppia chiave, se ci asserragliamo nella sicurezza, la paura sarà il nostro pane quotidiano, non avremo nessuna gioia se non quella superficiale della soddisfazione degli istinti. Ma quando ci ripieghiamo dentro di noi non abbiamo che paura. Solo chi sceglie la linea dell'impegno illuminato dalla speranza avrà tribolazioni ma avrà la grande gioia interiore, il senso profondo che la vita non è spesa invano e che ogni attimo passato, ogni gesto compiuto si depositano in un corso segreto delle cose che prima o poi arriverà alla superficie della terra e diventerà primavera.

                                                                               p. Ernesto Balducci, scolopio     (1933-1992) Omelie inedite

www.fondazionebalducci.it/?q=laparola/5-dicembre-2021-%E2%80%93-2%C2%B0-domenica-di-avvento

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DEMOGRAFIA

Denatalità. ISTAT: In Italia siamo sempre di meno, 7 nati ogni 13 morti

                La nascita di un bambino è un inno alla vita, è la personificazione della speranza in un futuro migliore. Oggi il mondo occidentale si distingue invece per il suo egoismo, che lo sta portando verso la crisi demografica: in Italia siamo sempre di meno e sempre più anziani. Questo è il quadro che l’ISTAT ci comunica nel suo report del 26 novembre 2021.

www.istat.it/it/archivio/263995

www.istat.it/it/files//2021/11/REPORT-PREVISIONI-DEMOGRAFICHE.pdf

                È davvero urgente ragionare sulla messa in atto di un’adeguata politica a favore della natalità. In mancanza di questa, come ben osserva Avvenire, assisteremo ad una decrescita continua della popolazione, ad un aumento delle coppie senza figli e ad un numero di decessi che presto raddoppierà quello dei nati (attualmente, secondo i dati ISTAT, siamo arrivati a 7 nati ogni 13 morti). In Italia si prevede che i residenti scenderanno dagli attuali 59,6 milioni ai 58 del 2030, fino ai 47,6 milioni del 2070, ben 12 milioni in meno rispetto ad oggi.

                A causa del minor numero di nascite, anche l’economia è destinata a “soffrire”. Si stima infatti che, il rapporto tra giovani ed anziani, nel 2050 sarà di 1 a 3 e i cittadini in età lavorativa saranno solo il 53,3 % del totale della popolazione. Questo, come sottolinea Avvenire, comporterà un “restringimento” dei nuclei familiari, che saranno costituiti da un numero sempre minore di componenti, si ipotizza infatti che, nel 2040 1 famiglia su 5 non avrà figli.

                Con un incentivo economico, in tre anni diecimila adozioni internazionali. “Qui si innesta anche il problema delle coppie sposate che non possono avere figli– evidenzia Marco Griffini presidente di Ai.Bi.  Amici dei Bambini- che in Italia sono ben 5 milioni e 500mila. La fecondazione assistita, pure la eterologa, ha una percentuale di successo troppo bassa, oltre a produrre una grande sofferenza. Le coppie che intendono adottare ci sono e sono in aumento: nel 2021 solo noi come Ai.Bi. abbiamo formato più di 300 coppie. Potrebbero essere molte di più se vi fosse un incentivo economico. Con un bonus da 10mila euro per ogni Adozione Internazionale, riusciremmo, nel giro di tre anni, a portare le adozioni a quota 10mila dalle neppure mille attuali. Fantascienza? No, se ricordiamo che fino al 2011 se ne adottavano, annualmente, quattromila e senza bonus, proprio come adesso”.

AIBInews                            29 novembre 2021

www.aibi.it/ita/denatalita-istat-in-italia-siamo-sempre-di-meno-7-nati-ogni-13-morti

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DIBATTITI

Massimo Recalcati "Donare la morte in omaggio alla vita"

                È possibile concepire l’interruzione volontaria della vita — eutanasia o suicidio assistito — non solamente come ciò che può evitare lo strazio di sofferenze senza alcuna speranza di guarigione, ma come un vero e proprio dono? La morte può essere in certe circostanze drammatiche un dono che non oltraggia affatto la sacralità della vita ma la onora immensamente?

                Non esiste morte naturale, scriveva Simone De Beauvoir. Ogni morte umana accade, infatti, sempre prematuramente. Non siamo fatti per morire ma per vivere: la morte è il nostro destino insuperabile ma è anche ciò che contraddice atrocemente il nostro attaccamento alla vita. Dobbiamo morire ma non siamo fatti per morire. In questo senso la morte accade sempre in anticipo, sempre troppo presto, sempre, appunto prematuramente. È la ragione dell’estremo scandalo che suscita la morte di un bambino: la morte avviene in questi casi là dove non è attesa, dove non dovrebbe mai avvenire, non alla fine ma all’inizio della vita. Ma se la morte è un evento che vorremmo sempre evitare, come può assumere il significato di un dono? Si può davvero donare la morte?

                 In uno straordinario film titolato Milion Dollar Baby, Clint Eastwood ha messo scabrosamente in scena questi interrogativi. Una giovane donna si trova paralizzata a letto per una terribile lesione contratta in un combattimento di pugilato. Ha costruito con fatica la sua vita resistendo a innumerevoli difficoltà. Grazie al suo desiderio deciso e la dedizione del suo allenatore trova finalmente la sua affermazione sul ring. Poi il trauma della lesione. La sua vita si trova improvvisamente amputata, alimentata dalle macchine della scienza medica, senza nemmeno più la possibilità di parlare, sommersa da sofferenze inaudite provocate dalla cancrena. Prova prima a suicidarsi mangiandosi la lingua. Successivamente comunica al suo vecchio e amato allenatore il desiderio di non continuare più a vivere così. Lui la chiamava Mo chiusle che nella lingua gaelica significa “mio tesoro” e di fronte al dolore senza speranza di questo “tesoro”, Frankie, il vecchio allenatore, decide di staccare la spina mettendo fine alle sue atroci sofferenze. La morte, dunque, può essere un dono d’amore?

                O forse Frankie si è sostituito impunemente a Dio decidendo sulla vita e sulla morte di un altro essere umano? Quando la vita è sommersa dalla sofferenza e da un male che non lascia speranze, quando il suo orizzonte si è ristretto a quello angusto di un letto in una terapia intensiva permanente, quando la vita ha già perduto il senso della vita, allora donare la morte non sarebbe un atto di amore che salvaguarda il rispetto della vita e la sua immensa sacralità? Quale materialismo grossolano può confondere la vita umana con un respiro alimentato artificiosamente da delle macchine? Ma, soprattutto, quale concezione spietata della vita bisogna avere per escludere la possibilità della resa? Un celebre libro del teologo Dietrich Bonhoeffer si intitola proprio Resistenza e resa. Sono i due movimenti che scandiscono la vita umana. Il primo è quello della resistenza della vita di fronte agli ostacoli, alle prove, alla sofferenza, alla tentazione della morte. Ma fino a quando? Per quanto tempo il dolore e l’assenza di speranza possono essere sopportati? Sino a quale punto una vita può resistere al dolore? Il secondo movimento è quello della resa. Qui la vita si rivela pienamente umana.

                Infatti se la resa senza la prova della resistenza può essere una fuga dalla vita, la resistenza senza la possibilità della resa può diventare un supplizio o un martirio inutile. Ma chi può misurare il giusto rapporto tra la resistenza e la resa? Alla luce della pietas umana la forza della resistenza dovrebbe avere la stessa dignità della dichiarazione di resa. Quando la vita si arrende alla sofferenza dopo aver resistito sino al proprio limite è giusto che il dono della morte diventi possibile, che la resa non sia impedita, ma, al contrario, onorata. La Legge non può imporre la resistenza senza resa — sarebbe questo il cuore folle della filosofia dell’hitlerismo — ma deve servire a consentire il dono della morte di fronte a una esistenza che può dichiarare, dopo il tempo della resistenza, la sua resa. In questo caso la morte rende ancora più sacra la vita perché la riconosce profondamente vulnerabile, fragile, umana.

                Non è qui in gioco la morte come semplice soppressione della vita o, peggio, come selezione della vita, ma come dono di chi riconosce che morire quando la vita è al muro, senza speranze, sommersa dalla sofferenza, è una liberazione che salvaguarda la stessa dignità umana della vita. Se il dono della vita è il dono di una avventura possibile, quello della morte può essere il dono che riconosce la resa della vita di fronte all’impossibile ù

Massimo Recalcati, psicoanalista, saggista e accademico italiano.            La Repubblica, 29 novembre 2021.

                               www.alzogliocchiversoilcielo.com/2021/11/massimo-recalcati-donare-la-morte-in.html

 

Enzo Bianchi "Una scelta da rispettare"

                Alcune volte, accanto al letto di un malato terminale o accanto a una persona devastata dalla sofferenza, fisica e psichica, ho ascoltato questa invocazione: «Io amo la vita, non ho mai desiderato morire perché vivo l’amore e ricevo amore. Ma il dolore, è troppo forte, non ce la faccio più a vivere così!». E quando a queste parole si aggiunge la richiesta: «Aiutatemi a morire! Fatemi morire!», allora il turbamento mi invade. Come cristiano, non ho certezze ma ho delle convinzioni che mi vengono dalla fede nelle parole di Gesù. Sono convinto che la vita è un dono di Dio, che sono nato non per caso ma perché nel suo amore e nella sua libertà Dio mi ha voluto e pensato come tutti gli altri esseri umani. E se la vita è un suo dono, sono convinto che a lui devo ridarla, affidarla puntualmente venuta l’ora della mia morte, perché la vita umana è una vita a termine. Ho sempre cercato di introiettare il senso del limite che mi porta a riconoscere la mia precarietà e mi libera da ogni sentimento di onnipotenza sulla vita e sulla morte. Per questo spero di poter vivere la mia propria morte dicendo un “Amen” nella pace, ma confesso anche la paura per la possibilità di una morte tra sofferenze fisiche e psicologiche.

                Di fronte alle situazioni che oggi riguardano molti altri, situazioni nelle quali il fine vita può conoscere accanimenti terapeutici, cure palliative o azioni di eutanasia, il mio primo sentimento è quello di una grande compassione che non mi permette di giudicare, ma mi induce a rispettare le scelte operate dalla coscienza del malato e di quelli che il malato ha voluto coinvolgere nella sua decisione.

                Non solo provo rispetto, ma vorrei anche offrire l’accompagnamento con gli strumenti umani e cristiani che ho e che il malato richiede e accetta. Ogni esistenza è diversa e non possiamo in astratto indicare soluzioni. L’eutanasia, intesa in senso stretto come il procurare la morte a una persona che la richiede, è un’azione contro la vita perché il diritto ad esistere è il diritto fondamentale della persona, fondamento di tutti gli altri diritti.

                Tra cure palliative assolutamente necessarie (per ora però ancora poco diffuse in Italia) e che possono avere come effetto secondario l’accelerazione della morte, e l’eutanasia come astensione dalle cure e, a volte, dalla nutrizione c’è una zona grigia non leggibile in modo manicheo. Ognuno ha il diritto di essere riconosciuto come soggetto della propria vita, fino alla fine. Ognuno è una persona con relazioni, affetti, non è soltanto una vita determinata da parametri biologici. E la qualità della vita non è riducibile alla quantità dei giorni!

                Cristiani e non cristiani siamo fratelli e sorelle soprattutto in questo esito della nostra vita, la morte, che dobbiamo vivere il più possibile nella pace e nella relazione con chi amiamo, non sfigurati dalla malattia. Non contrapponiamoci sempre con toni perentori che non lasciano posto all’ascolto, alla riflessione, alla pietà. Lo sappiamo: tutti noi vogliamo vivere, ma anche vivere la propria morte.

Enzo Bianchi                      La Repubblica - 29 novembre 2021

www.alzogliocchiversoilcielo.com/2021/11/enzo-bianchi-una-scelta-da-rispettare.html

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DONNE NELLA (per la) CHHIESA

Celam, profezia al femminile

                «Un segno profetico in cui si rivela un risveglio della fede ispirato dallo Spirito Santo che suscita amore per ogni essere umano, a partire dai più deboli, feriti, emarginati». Così il cardinale MarcOuellet ha definito l’Assemblea ecclesiale dell’America Latina nella Messa conclusiva di domenica al Santuario di Guadalupe. Al termine, le ventidue Conferenze episcopali del Continente si sono consacrate alla “Vergine Morenita” che ha accompagnato l’inedito evento promosso dal Consiglioepiscopale latinoamericano (Celam).

                Non poteva essere altrimenti. Maria, prima discepola e missionaria, è il modello per ripensare e rilanciare l’evangelizzazione. Una strada cominciata quattordici anni fa in un altro epicentro della

devozione mariana della regione: il Santuario di Aparecida in Brasile, dove si svolse la quinta Conferenza del Celam. Nel volto di Maria, inoltre, si riflette l’immagine della Chiesa, dai tratti femminili. Non a caso proprio le donne sono state le grandi protagoniste di questo evento storico che ha visto riuniti, per una settimana sulle rive del Lago di Guadalupe, fuori da Città del Messico, non solo i vescovi, bensì l’intero popolo di Dio, rappresentato da un centinaio di delegati in presenza e un migliaio connessi via zoom. La voce delle religiose e laiche - un terzo del totale – è risuonata profetica e forte nei momenti di riflessione comune, di discernimento nei gruppi, di preghiera, di testimonianza, di liturgia. Dando una risposta tangibile alla questione del “posto” della donna nella Chiesa.

                Lo ha esplicitato suor Liliana Franco, presidentessa della Conferenza dei religiosi latinoamericani(Clar): «Lo abbiamo visto in questi giorni, attraverso la testimonianza concreta delle sorelle: il luogo della donna è la spiritualità, il luogo della donna è l’elaborazione teologica, il luogo della donna è la frontiera dove nessun altro vuole stare». I crocevia popolati dai migranti centroamericani in fuga dalla violenza e costretti a esodo altrettanto feroce, a cui si dedica la suora messicana Dolores Palencia. O dalle persone con diversità sessuale, rifiutate spesso dagli stessi familiari, accolte dalla paraguayana Miriam González, della comunità di vita cristiana (Cvx). Delle vittime di abusi, nella società e nella Chiesa, accompagnate la costarricense Lisandra Cháves e la religiosa brasiliana Maria Inés Veira.            Dei popoli scartati, indigeni e afrodiscendenti, accanto a cui camminano la brasiliana Laura Vicuña, la peruviana d’adozione Birgit Weiler e l’honduregna Maria Suyapa.

                Il loro grido è risuonato negli “orizzonti di lavoro” prioritari elencati nel messaggio finale: promozione del protagonismo dei giovani, delle donne, dei laici, accompagnamento delle vittime di ogni forma di esclusione e violenza, difesa della vita, rinnovamento costruzione dell’ecologia integrale, lotta al clericalismo, rinnovamento della formazione nei seminari. Un lavoro da fare insieme, tutti, come popolo di Dio. In effetti, l’Assemblea ecclesiale si è configurata come una prova generale di sinodalità, in vista del Sinodo al riguardo appena aperto da papa Francesco. E la prova è riuscita, al di là dei limiti, ammessi con umiltà da Mauricio López, direttore del centro di Programmi e reti del Celam e figura chiave nell’organizzazione dell’Assemblea.

                «Siamo in debito con le periferie. Avremmo dovuto coinvolgerle ancora di più», ha detto. Un fatto, tuttavia, è indubbio: «Abbiamo rafforzato i vincoli di fraternità», come ha sottolineato monsignor Miguel Cabrejos, presidente del Celam. Che non si tratti di una frase di circostanza può testimoniarlo chiunque abbia partecipato ai lavori. Il clima è stato autenticamente fraterno, con momenti di forte condivisione, incluso un ballo comune improvvisato verso il finale. È presto per dire quale futuro avrà questa nuova modalità di “discernimento ecclesiale” dell’intero popolo di Dio e non solo dei suoi pastori. L’Assemblea del Celam, però, ha aperto un cammino, che si fa - per parafrasare Antonio Machado camminando. La strada è lunga. Concluso l’evento, il processo continua con le Assemblee ecclesiali territoriali, in primavera, e la riunione straordinaria del Celam, poi, dunque il Sinodo. Passo dopo passo, insieme.

                               Lucia Capuzzi                    “Avvenire” 30 novembre 2021

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202111/211130capuzzi.pdf

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FARIS

Nuovo servizio di consulenza

                Faris – Family Relationship International School promuove il suo nuovo servizio di consulenza, attuato attraverso il proprio collaudato “metodo FARIS”. Il primo incontro è sempre gratuito. La vita familiare, lavorativa e sociale, pone quotidianamente sfide impegnative. Quasi sempre, chiunque pensa di doversela sbrigare da solo, come se chiedere un aiuto o anche solo confidare un proprio momento di difficoltà a qualcuno fosse un impensabile segno di debolezza. Invece, un aiuto dato (e chiesto) nel momento giusto può essere davvero prezioso.

                È con questo scopo in mente che Faris – Family Relationship International School promuove il suo nuovo servizio di consulenza. Un servizio che viene portato avanti attraverso il collaudato “metodo FARIS”, che prevede una prima fase di “ascolto” e orientamento a un eventuale percorso di consulenza professionale. I servizi vengono offerti a sportello o in modalità online, a seconda delle necessità. Val la pena ribadire che il primo incontro orientativo, a cura di un nostro counselor, è gratuito.

                I tre settori di intervento attivi per quanto riguarda la consulenza

  1. Genitori & FigliFaris offre servizi pensati per genitori, bambini, adolescenti e giovani che si trovano a fronteggiare con difficoltà particolari situazioni o crisi riguardanti la propria vita: sviluppo, bullismo, disturbi del comportamento, dipendenze, isolamento sociale, ma anche, più semplicemente, che sentono il bisogno di un supporto per orientarsi al meglio verso il proprio futuro scolastico e professionale. In tutti questi casi, un intervento mirato può trasformare un momento di crisi in un periodo di crescita per il singolo e la famiglia tutta. In particolare, Faris è in grado di offrire i seguenti servizi: servizio di counseling, sostegno alla genitorialità, consulenza psicologica, accompagnamento genitori separati, servizi di mediazione familiare, adolescenza estrema-autolesionismo, bullismo e cyberbullismo, isolamento sociale – hikikomori [ritiro sociale, auto-esclusione dal mondo esterno, isolamento e rifiuto totale non solo per ogni forma di relazione, ma anche, talora per la luce del sole].
  2. Adozione. A volte può capitare che nel percorso adottivo i figli possano manifestare alcuni atteggiamenti provocatori legati a un vissuto di disagio che disorientano le famiglie adottive. I professionisti di Faris possono fornire ai genitori strumenti di lettura e azione per meglio comprendere e orientare i propri interventi educativi. Questi i servizi erogati: servizio di counseling, consulenze pedagogiche, consulenze psicologiche, gruppi di post adozione con figli adolescenti, consulenze per adolescenti con esordi di dipendenza o borderline.
  3. Affido. Nei progetti di affido, FARIS offre consulenze specialistiche, nonché supporto nell’informativa legata alle aree amministrativa e legale. Questi, in particolare, i servizi offerti: counseling, consulenze pedagogiche, consulenze psicologiche, consulenze per adolescenti con esordi di dipendenza o borderline, sportello informativo amministrativo e legale.

                Per avere maggiori informazioni, si può visitare la pagina dedicata del sito Faris, oppure scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

www.fondazioneaibi.it/faris/genitori-figli-adozione-affido-serve-un-aiuto-nei-momenti-di-difficolta-nessun-problema-da-oggi-ce-la-consulenza-faris

  • Come prepararsi ad adottare un bambino straniero abbandonato? Il corso Faris per chi non ha ancora l’idoneità. Faris propone un corso di 23 ore, a richiesta con date da concordare, riservato alle coppie che hanno presentato domanda di idoneità all’adozione internazionale. Ogni corso prevede un massimo di 5 coppie partecipanti. Sempre, e giustamente, davanti a qualche notizia che riguarda i bambini abbandonati nel mondo, si rimane increduli, ci si indigna, ci si chiede come sia possibile e, il più delle volte, si finisce per pensare: “Vabbè, ma io, in concreto, cosa posso fare?” In genere si tratta di una domanda retorica, che ha insito il rischio di una risposta preconfezionata: “Nulla!”. Invece, chiunque può davvero fare qualcosa. E quel qualcosa, nella sua forma più grande possibile, è aprirsi all’adozione di uno di questi bambini. Un corso per ascoltare l’invito dei bambini alle famiglie che desiderano adottarlo. Tante coppie, per fortuna, questo già lo sanno e, proprio per accompagnarle nel migliore dei modi, sostenerle e prepararle, Faris – Family Relationship International School, la Scuola Internazionale per le Relazioni Familiari della Fondazione Ai.Bi., ha pensato e predisposto il corso on-line “Come posso incontrare i miei nuovi genitori? – Invito di un bambino abbandonato alle famiglie che desiderano adottarlo”. La proposta è rivolta proprio alle coppie in procinto di depositare o che abbiano appena depositato la domanda di idoneità all’Adozione di un minore straniero presso il proprio Tribunale per i Minorenni di riferimento. L’obiettivo è accompagnare i genitori verso l’adozione, approfondendo i motivi per cui quelli che saranno i loro figli sono stati abbandonati una prima volta, dove vivono, quanti anni hanno, quali sono le loro patologie e come avviene un abbinamento.

                Il corso è strutturato in 5 moduli, tutti presentati come se fossero i bambini in prima persona a parlare: si può vedere la descrizione completa del corso, con il dettaglio dei singoli moduli.

www.fondazioneaibi.it/faris/prodotto/webinar-corso-pre-idoneita-adozione-internazionale

Ogni corso è a numero chiuso di 5 coppie, per garantire la giusta attenzione e la personalizzazione

I primi corsi sono già iniziati, ma altri sono pronti a partire al raggiungimento delle 5 coppie partecipanti. Un limite che viene rispettato per garantire il giusto approfondimento degli argomenti, l’attenzione e la personalizzazione dell’accompagnamento da parte dei conduttori.

Conduttori che sono psicologhe specialiste in adozione internazionale, operatori specializzati nella gestione delle procedure adottive e famiglie adottive.

Il corso ha una durata totale di 23 ore e prevede, al termine, il rilascio di un attestato di partecipazione. Per tutte le informazioni si può visitare la pagina dedicata sul sito di Faris o scrivere a

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www.fondazioneaibi.it/faris/come-prepararsi-ad-adottare-un-bambino-straniero-abbandonato-il-corso-faris-per-chi-non-ha-ancora-lidoneita

  • Un corso di spagnolo per le aspiranti coppie adottive: non una opzione , ma una necessità. Poter parlare con il proprio figlio adottivo senza l’ostacolo della lingua permette di instaurare da subito un rapporto più semplice e autentico. Il corso base di spagnolo proposto da Faris è pensato proprio per questo. Il percorso dell’adozione internazionale, si sa, è lungo e, nonostante la bellezza e la ricchezza che riserva a tutti i protagonisti, è innegabile che ponga anche davanti a non pochi ostacoli. Qualcuno, purtroppo, è inevitabile o, per lo meno, non dipende dalla volontà dei protagonisti, altri, invece, possono essere evitati. Per esempio, può essere evitata quella fatica e quella frustrazione che si provano quando, finalmente arrivati davanti al proprio figlio, le coppie adottive non riescono a esprimere, con le parole di una lingua che non padroneggiano, tutti i propri sentimenti.

                Parte da questa considerazione la proposta di Faris del primo corso di lingua spagnola dedicato alle coppie di aspiranti genitori adottivi in attesa di partire, o che stanno preparando i documenti, per un Paese di lingua spagnola. È noto, infatti, che tutti gli aspiranti genitori adottivi in un Paese di lingua spagnola, devono firmare un documento in cui dichiarano di avere almeno una conoscenza base della lingua, proprio per garantire la possibilità di relazionarsi con i propri figli in maniera più semplice e immediata. Inoltre, conoscere la lingua è sicuramente anche un modo per apprendere qualcosa di più sulla cultura del Paese di provenienza dei propri figli.

                Il corso di spagnolo (livello base) per aspiranti Genitori Adottivi si struttura in 10 incontri della durata di un’ora e mezza ciascuno, dalle 19:00 alle 20:30, una volta a settimana. Il corso viene attivato al raggiungimento di almeno 4 coppie partecipanti. A tenere il corso sarà la dott.ssa Luigia Belli: laureata in lingue e Letterature Straniere, già docente di italiano all’estero e spagnolo in Italia. Volontaria espatriata di Ai.Bi. in Bolivia e in Cile, collabora oggi con Ai.Bi. e gestisce un punto famiglia in Abruzzo.

Si può visitare la pagina dedicata sul sito di Faris o scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

www.fondazioneaibi.it/faris/faris-corso-spagnolo-coppie-adottive

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FORUM ASSOCIAZIONI FAMILIARI

Famiglia: «Serve tavolo permanente per la natalità»

                A parlare è il presidente del Forum Gigi De Palo, intervenuto alla Conferenza nazionale sulla famiglia. «Non possiamo permetterci tentennamenti»

  «Senza figli non c’è futuro». Il presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari Gigi De Palo, ideatore degli Stati generali della natalità, lo ha ribadito ancora una volta, intervenendo, venerdì 3 dicembre, alla Conferenza nazionale sulla famiglia, che si è svolta a Roma. «Apprezziamo l’impegno espresso dal presidente Draghi e dal ministro Bonetti per sostenere la famiglia e, finalmente, investire su di essa con lungimiranza, ma dobbiamo necessariamente invertire il trend demografico – ha affermato -. Serve un tavolo permanente per far ripartire la natalità dandoci un obiettivo concreto e raggiungibile».

                Nelle parole di De Palo, «dopo il voto unitario su assegno unico e Family act, appurata l’unanimità di intenti sul tema della natalità da parte di governo, Parlamento, Regioni, Comuni e associazioni, ci aspettiamo che dalla Conferenza emerga un impegno concreto per un’accelerazione verso politiche in sostegno della ripresa demografica. Non possiamo permetterci tentennamenti, né di sprecare l’opportunità del Piano nazionale di ripresa e resilienza per destinare oggi le risorse necessarie per il futuro del Paese – ha dichiarato -. Senza figli non c’è futuro».

                Redazione online            Roma Sette       dicembre 2021

www.romasette.it/famiglia-serve-tavolo-permanente-per-la-natalita

 

 

 

 

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

Messaggio ai fidanzati: “Passare dall’innamoramento all’amore”

                Dio si inserisce come un “imprevisto” nella relazione tra Maria e Giuseppe, cambia i loro progetti e le loro aspettative, sconvolge la loro vita. Ma Giuseppe resta a fianco a Maria, è “giusto”, e questo perché il suo è un amore maturo, che non viene scosso dagli sconvolgimenti della vita. San Giuseppe è così un messaggio per tutti i fidanzati, chiamati a vivere il loro impegno non come innamoramento, ma come amore maturo.

                Papa Francesco prosegue il suo ciclo di catechesi sulla figura di San Giuseppe. È una giornata scura e piovosa a Roma, ma i pellegrini ci sono comunque nell’Aula Paolo VI, mentre fuori l’albero di Natale già sormonta San Pietro e si aspetta la realizzazione del Presepe. Il Papa entra mentre, inusitatamente, una orchestra suona l’Hallelujah di Cohen. La catechesi di oggi è, per Papa Francesco, l’occasione di inviare un messaggio a tutti i fidanzati, ricordando che ci sono molte vicende legate a Giuseppe nei Vangeli apocrifi, che “rispondono al desiderio di colmare i vuoi narrativi dei Vangeli canonici, i quali ci danno tutto ciò che è essenziale per la fede e la vita cristiana”.

                San Giuseppe è definito prima di tutto un giusto dal Vangelo di Matteo. Così giusto che, saputo che Maria è incinta, voleva “ripudiarla in segreto”, secondo le usanze di Israele, perché dopo il fidanzamento ufficiale la donna, pur continuando a vivere nella casa paterna, era già considerata di fatto la moglie del promesso sposo. E poi, nel secondo atto era il trasferimento a casa dello sposo, con una “fastosa processione”, racconta Papa Francesco. Maria si trovò incinta “prima che andassero a vivere insieme”, cosa che la Legge Antica puniva con la lapidazione, e che invece era stata poi moderata con un atto di ripudio con conseguenze penali e civili per la donna.

                Giuseppe era “giusto”, dice il Papa, proprio perché “sottomesso alla legge come ogni pio israelita”, ma “dentro di lui l’amore per Maria e la fiducia che ha in lei gli suggeriscono un modo che salvi l’osservanza della legge e l’onore della sposa: decide di darle l’atto di ripudio in segreto, senza clamore, senza sottoporla all’umiliazione pubblica. Sceglie la via della riservatezza, senza processo e rivalsa”. "Ma quanta santità in Giuseppe", commenta Papa Francesco. E mentre riflette su questo che Dio “interviene nel discernimento di Giuseppe”, attraverso un sogno che “gli svela un significato più grande della sua stessa giustizia”. Papa Francesco nota che è importante essere giusti e allo stesso tempo “bisognosi dell’amore di Dio”, perché questo permette di “allargare i nostri orizzonti e considerare le circostanze della vita da un punto di vista diverso, più ampio”.

                “Tante volte – aggiunge Papa Francesco - ci sentiamo prigionieri di quello che ci è accaduto; ma proprio davanti ad alcune circostanze della vita, che ci appaiono inizialmente drammatiche, si nasconde una Provvidenza che con il tempo prende forma e illumina di significato anche il dolore che ci ha colpiti”. La tentazione - aggiunge Papa Francesco - è quello di "chiudersi nel problema che ci ha colpiti, ma questo non fa bene, porta all'amarezza". Per il Papa, però, questo non è il dettaglio che conta. È piuttosto il fato che “Dio sembra inserirsi come un imprevisto” nella vicenda di Maria e Giuseppe. Eppure, “seppure con una iniziale fatica, entrambi spalancano il cuore alla realtà che si pone loro innanzi”.

                Da qui il messaggio ai fidanzati, ma anche ai novelli sposi. Perché “molto spesso la nostra vita non è come ce la immaginiamo. Soprattutto nei rapporti di amore, di affetto, facciamo fatica a passare dalla logica dell’innamoramento a quella dell’amore maturo”. L’innamoramento “è sempre segnata da un certo incanto, che ci fa vivere immersi in un immaginario che spesso non corrisponde alla realtà dei fatti”, ma è solo quando questo sembra finire che “può cominciare l’amore vero”. “Amare – sottolinea Papa Francesco - infatti non è pretendere che l’altro o la vita corrisponda alla nostra immaginazione; significa piuttosto scegliere in piena libertà di prendersi la responsabilità della vita così come ci si offre”.

                Giuseppe dà dunque una lezione importante, perché “sceglie Maria ad occhi aperti” e con tutti i rischi. "Pensate - dice Papa Francesco - nel Vangelo di Giovanni si diceva a Gesù: noi non siamo figli di quella là, vale a dire non siamo figli della prostituzione. Volevano sporcare la mamma di Gesù. Per me è il passaggio più sporco, più demoniaco del Vangelo". Ed è questo amore di Giuseppe, che va oltre anche questa situazione, l’amore che sono chiamati a testimoniare i fidanzati cristiani. Un amore - dice Papa Francesco - “che abbia il coraggio di passare dalle logiche dell’innamoramento a quelle dell’amore maturo”, una “scelta esigente, che invece di imprigionare la vita, può fortificare l’amore perché sia durevole di fronte alle prove del tempo”.

                Papa Francesco spiega quando il romanticismo sparisce un po', viene "l'amore maturo", e "succede dai tempi di Adamo ed Eva che gli sposi litighino, è il pane quotidiano di ogni giorno. Non si dice che si debba litigare, ma si può. Ma succede che alziamo la voce, succede che volano i piatti. Ma come fare perché non danneggi la vita del matrimonio? Non finire mai la giornata senza fare la pace!" E questo perché "la guerra fredda del giorno dopo è pericolosissima". E conclude con una preghiera: “San Giuseppe, tu che hai amato Maria con libertà, e hai scelto di rinunciare al tuo immaginario per fare spazio alla realtà, aiuta ognuno di noi a lasciarci sorprendere da Dio e ad accogliere la vita non come un imprevisto da cui difendersi, ma come un mistero che nasconde il segreto della vera gioia. Ottieni a tutti i fidanzati cristiani la gioia e la radicalità, conservando però sempre la consapevolezza che solo la misericordia e il perdono rendono possibile l’amore”.

Andrea Gagliarducci      ACI Stampa        01 dicembre, 2021

www.acistampa.com/story/papa-francesco-messaggio-ai-fidanzati-passare-dellinnamoramento-allamore-18601

 

Le richieste di papa Francesco

                Ricevendo in udienza lo scorso ottobre i rappresentanti dei movimenti popolari con i quali ha intrattenuto, fin dall’inizio del suo pontificato, un rapporto privilegiato papa Francesco ha colto l’occasione per fare un bilancio della odierna situazione mondiale e sottolineare l’urgenza di alcune scelte prioritarie, che vanno attuate se si intende promuovere un nuovo ordine internazionale fondato sulla giustizia e sulla solidarietà tra le classi sociali e tra i popoli della terra.

www.aggiornamentisociali.it/Download.aspx?CODE=AGSO&Filename=https://clmr.infoteca.it/bw5net/ShowFileAS.ashx?Filename=IwNDLXrLT+d86fddjq1guwjYICFZZAqw9/8JjPuB8lh53UHGMmq0h2oQ0jPGlfe8

                L’occasione si presentava quanto mai opportuna avendo come interlocutori persone escluse dal sistema globale, che vivono nelle periferie e che si sono inventate sul proprio territorio forme inedite di sopravvivenza.

www.vatican.va/content/francesco/it/messages/pont-messages/2021/documents/20211016-videomessaggio-movimentipopolari.html

                Suggestivo è il termine con il quali il papa si rivolge loro, definendoli «poeti sociali», alludendo alla loro creatività e interpretando la loro presenza come un «annuncio di speranza», grazie alla testimonianza che da essi viene della possibilità di costruire un mondo nuovo; un mondo non più «basato sull’esclusione e la diseguaglianza, sullo scarto o sull’indifferenza» ma sulla creazione di condizioni che garantiscano a tutti la possibilità di una piena espressione di sé, non solo a livello materiale ma culturale e spirituale, e dando vita a una forma di convivenza fondata sul riconoscimento effettivo dell’uguaglianza tra tutti gli uomini e sulla edificazione di un ordine sociale incentrato sul consolidamento della democrazia e sulla promozione della pace.

                La gravità della situazione attuale. La situazione socio-economica e politica mondiale presenta, secondo papa Francesco, aspetti negativi di estrema gravità. Egli sottolinea dunque la necessità di «riflettere, discernere e scegliere», andando alla ricerca delle cause di quanto è avvenuto (e avviene) e individuando indirizzi concreti per il cambiamento. Alla radice di tutto vi è infatti una cultura che ha generato una mentalità diffusa, più immediatamente (talora inconsciamente) assorbita che oggettivamente riflessa, la quale produce un ottundimento delle coscienze che rende del tutto non percepibile la gravità della situazione.

                La diagnosi del pontefice, che è peraltro spesso intervenuto con ostinazione (si direbbe persino ossessiva) su questi temi, prende spunto dal recente (e non estinto) fenomeno della pandemia, che ha reso più trasparente quanto da tempo già si era verificato e che ne ha anzi accentuato la crescita. Molti sono i fenomeni che il papa denuncia, e che evidenziano l’intreccio tra sistema economico e sistema informativo, con pesanti ricadute negative, sia a livello della possibilità di soddisfare bisogni fondamentali – è aumentato di molto nell’ultimo periodo il numero delle persone decedute per l’assenza dei beni necessari per la sopravvivenza – sia a livello delle possibilità educative e di apprendimento della verità al di fuori di mistificazioni indotte dal potere dominante.

                Papa Francesco non manca anzitutto di stigmatizzare il forte incremento delle diseguaglianze sociali, tanto nei rapporti tra i popoli che tra le classi sociali (e aggiungeremmo, guardando in casa nostra, anche nei rapporti tra i sessi: si pensi soltanto alla ancora marcata disparità dei diritti delle donne) e tra le generazioni. Non è vero quanto spesso si afferma che il Covid- 19 abbia avuto le stesse conseguenze su tutte le fasce della popolazione. Il cambio del modo di vivere, che ha coinvolto tutti, ha avuto (ed ha tuttora) ripercussioni diverse a seconda delle appartenenze ad aree geografiche differenti e a differenti categorie sociali. Il papa ricorda, a tale proposito, come la povertà si sia soprattutto manifestata laddove mancano le strutture di base; dove la vita si sviluppa in contesti privi di beni elementari per la soddisfazione di bisogni primari; o, ancora, dove non sussistono tuttora – e questo vale in particolare per i bambini, gli adolescenti e i giovani – forme alternative di intervento educativo e culturale attraverso l’uso dei social. Al flagello della crisi alimentare – milioni di bambini il cui l’unico pasto avveniva presso gli istituti scolastici si sono trovati grazie alla loro chiusura a soffrire la fame – si associa così l’impossibilità di fruire di servizi formativi che aiutano la persona a crescere; mentre – e questo vale un po’ per tutti i soggetti appartenenti alle diverse categorie sociali – a manifestarsi è uno stato di isolamento e di ansia per il futuro dovuti all’assenza di un diretto contatto con gli altri. La tecnologia, laddove sussiste e può dunque essere utilizzata, per quanto rappresenti uno strumento importante per la comunicazione e la didattica – si pensi alla scuola a distanza praticata anche da noi in misura non omogenea nei vari contesti familiari e geografici – non è (e non può essere) sostitutiva dei rapporti diretti, che suscitano un coinvolgimento delle persone emotivamente molto più ricco.

                Il papa non manca di rilevare che in questa situazione di negatività esistono anche segnali altamente positivi, dovuti alla presenza di quelli che egli non esita a definire come veri e propri «martiri» della solidarietà, riferendosi non solo al personale sanitario di cui sottolinea la grande dedizione nel tempo della pandemia, ma anche agli esponenti del movimento popolare (e, più in generale, a tutti gli appartenenti a gruppi e associazioni socialmente impegnati) che hanno lottato perché a nessuno mancasse il pane. Il richiamo alla beatitudine di quanti hanno fame e sete di giustizia e agli operatori di pace (Matteo 5, 6 e 9) non è casuale: sta ad indicare l’esistenza di segnali che vanno in direzione opposta alla logica dominante e che consentono di «sognare insieme un mondo nuovo».

                Un appello accorato. Purtroppo – è ancora papa Francesco a rilevarlo – questi stati di grave disagio e di palese ingiustizia sono in Occidente dai più ignorati per il disinteresse dei media e di chi fa opinione. Il provincialismo dei vari strumenti di comunicazione sociale, e più radicalmente la persistenza di una forma di etnocentrismo che è ben lungi dall’essere accantonato, sono le ragioni dell’oscuramento del problema. È sufficiente considerare la scarsa visibilità assegnata a tragedie che si ripetono ogni giorno – dalle guerre civili alle condizioni di vera miseria per non parlare dei genocidi – nelle quali a perdere la vita sono decine di migliaia di persone, e confrontarla con il risalto sproporzionato assegnato ad episodi ben meno rilevanti che succedono in casa nostra per rendersi conto di un comportamento fatto di due pesi e due misure; comportamento che lascia intravedere la percezione diffusa dell’assegnazione di un grado inferiore di umanità agli abitanti del Terzo Mondo, considerati uomini di serie B o sotto-uomini.

                Il papa è consapevole della necessità del cambiamento degli stili di vita personali, che non manca di sollecitare, ma evidenzia l’importanza che a questo si accompagni un cambiamento strutturale, che si promuova cioè una vera e radicale alternativa ai modelli socioeconomici imperanti. Le ineguaglianze attuali non sono frutto esclusivo degli egoismi individuali, per quanto importanti; nascono anche dall’aver dato vita a un sistema che ha prodotto vere e proprie «strutture di peccato» dalle quali ci si può liberare solo attraverso la creazione di un sistema basato sul riconoscimento dell’uguaglianza e sul rispetto della giustizia. Di qui l’accorato appello del pontefice ai governi e alle élite a mettere in atto una serie di iniziative che promuovano un reale «servizio dei popoli che chiedono terra, tetto, lavoro e una vita buona», reagendo alle forme di privilegio e di sfruttamento tuttora ampiamente in atto.

                L’appello accorato di papa Francesco si traduce in una serie di richieste di varia natura nelle quali ritorna la formula inconsueta (e forte) «voglio chiedere in nome di Dio», un vero e proprio catalogo di proposte che toccano alcune tematiche fondamentali le quali mettono a nudo nodi critici della odierna situazione socioeconomica e politica e che sono riconducibili ad alcune aree della vita associata.

v  La prima di queste aree fa riferimento alla questione economica e commerciale. Al di là del discorso di fondo sul sistema cui si è accennato – un sistema che come ricorda la Fratelli tutti non è soltanto eticamente inaccettabile, ma che si è anche rivelato (e si rivela ogni giorno più) economicamente improduttivo – il papa si sofferma su due ricadute concrete che da tale sistema discendono e che si sono rese particolarmente evidenti in questo tempo di pandemia: la questione dei brevetti e quella relativa alle strutture monopolistiche dell’alimentazione.

  1. Sulla prima la richiesta è la liberalizzazione dei brevetti per consentire ad ogni paese, compresi quelli più poveri, l’accesso ai vaccini. Quanto questo traguardo sia ancora lontano è comprovato dalle statistiche che ci vengono offerte ogni giorno dai media, i quali denunciano la ridottissima percentuale di vaccinati in alcuni Paesi del Terzo Mondo.
  2. La seconda ricaduta – la questione delle strutture dell’alimentazione – non è meno importante e pur essendo da tempo in atto si è resa anch’essa ancor più evidente in occasione dell’attuale pandemia. La presenza di forme sempre più accentrate (e quantitativamente ridotte) di strutture monopolistiche non fa che penalizzare i poveri privandoli dei beni essenziali per la sopravvivenza (è drammatico constatare quanto il fenomeno della fame sia cresciuto in questi ultimi anni!).

v  La seconda area di interesse è l’area politica. In questo ambito l’appello papale si fa sentire con particolare partecipazione. Accanto alla questione ecologica ampiamente trattata dalla Laudato si’ e qui ripresa con la sottolineatura della necessità di smetterla con l’inquinamento delle acque e l’intossicazione della terra da parte delle compagnie petrolifere, e a quella del debito crescente dei Paesi poveri con la sollecitazione ai Paesi ricchi a condonarlo consentendo ai primi di dare vita a processi di sviluppo umanizzanti, parole pesanti vengono usate per condannare non solo le aggressioni, i blocchi e le soluzioni unilaterali che inaspriscono i conflitti, ma anche la fabbricazione e il traffico delle armi, che alimentano la violenza e le guerre. Le responsabilità dei Paesi ricchi, non escluso il Nostro, sono al riguardo assai rilevanti: dovremmo fare tutti un serio esame di coscienza per la connivenza che, direttamente o indirettamente, prestiamo a queste operazioni non reagendo con sufficiente energia a scelte legate agli orientamenti di fondo dell’odierno sistema economico e politico.

v  Infine, l’ultima (ma non in ordine di importanza) area di interesse riguarda l’uso della tecnologia. Non vi è al riguardo – come già si è ricordato – una pregiudiziale negativa di papa Francesco nei confronti dei nuovi strumenti della comunicazione, ma egli mette sotto processo, da un lato, lo sfruttamento che attraverso di essi spesso si fa della fragilità umana, sia creando condizioni lavorative alienanti, sia manipolando la verità – si pensi alle cosiddette fake news – e dando spazio alla logica della post-verità e della disinformazione; e, dall’altro, sollecita i giganti della telecomunicazione a liberalizzare l’accesso ai contenuti educativi e a un interscambio allargato tale da favorire forme di apprendimento e di confronto culturale anche a soggetti appartenenti ai popoli e alle classi sociali maggiormente disagiate.

                Un appello, quello di papa Francesco, rivolto anzitutto ai potenti della terra; ma anche un appello che ci coinvolge tutti – non è senza significato che le richieste papali siano state formulate in occasione dell’incontro con i movimenti popolari – perché ci fa sentire il peso della responsabilità di ciascuno nel cambiamento degli assetti attuali della società in modo di favorire lo sviluppo di una convivenza più solidale e un mondo più pacifico.

Giannino Piana                “Rocca” n. 23 - 1° dicembre 2021

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202111/211124piana.pdf

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GOVERNO

Verso il nuovo Piano nazionale per la famiglia

                Questa consultazione è promossa dal Dipartimento per le Politiche della Famiglia per raccogliere contributi sul nuovo Piano Nazionale della Famiglia. La legge 27 dicembre 2006, n. 296, all’art. 1, comma 1251, prevede l’elaborazione di un Piano Nazionale per la famiglia “che costituisca il quadro conoscitivo, promozionale e orientativo degli interventi relativi all’attuazione dei diritti della famiglia”.

                Il nuovo Piano nazionale per la famiglia, quale documento condiviso e rappresentativo delle diverse esigenze del tessuto sociale del Paese, offrirà un quadro delle priorità tematiche su cui investire, ai diversi livelli di governo, per migliorare il welfare familiare e per valorizzare la funzione di coesione ed equità sociale delle famiglie. La consultazione è conclusa, la raccolta dei contributi è avvenuta dal 15 luglio 2021 al 5 novembre 2021. È disponibile il Report conclusivo della Consultazione "Verso il nuovo Piano nazionale per la famiglia"

https://partecipa.gov.it/uploads/decidim/attachment/file/27/Report_conclusivo_PianoNazionaleFamiglia_novembre2021.pdf

l fine di garantire il più ampio processo partecipativo da parte di tutti i diversi stakeholder a vario titolo coinvolti, il Dipartimento per le politiche della famiglia, attraverso questa consultazione pubblica, intende raccogliere contributi su 4 aree tematiche specifiche che faranno parte del nuovo Piano Nazionale per la Famiglia.            In particolare:

                La questione demografica. Tale area tematica affronta il complesso fenomeno dello squilibrio demografico e delle sue implicazioni a livello sistemico, in relazione alla crescita economica, alla sostenibilità fiscale e al welfare, al sistema sanitario, al benessere e alla coesione sociale del Paese. Individua, inoltre, le relative politiche familiari necessarie di risposta al fenomeno quali, tra le altre, la previsione di investimenti e servizi a favore delle famiglie e dei giovani, nonché di misure strutturali e concrete azioni per rilanciare l’occupazione femminile, promuovendo le pari opportunità per tutti e facilitando la conciliazione tra vita personale e vita lavorativa.

https://partecipa.gov.it/uploads/decidim/attachment/file/12/GDL_1_Report_di_sintesi_def.pdf

                Il rapporto tra generi e generazioni. Tale area tematica analizza le due principali relazioni familiari, quella di coppia e quella tra le generazioni, dal punto di vista delle criticità emergenti: da una parte, l’instabilità coniugale, la violenza domestica, la difficile conciliazione tra famiglia e lavoro, che determina una non equa distribuzione dei compiti di cura, dall’altra parte, i fenomeni che oggi sembrano mettere a rischio la persistente solidarietà intergenerazionale. Ipotizza inoltre alcune possibili strategie necessarie a rispondere a tali criticità con una specifica valorizzazione di alcune risorse già presenti, ma con funzioni da ripensare, quali i consultori, i centri per le famiglie, la scuola.

https://partecipa.gov.it/uploads/decidim/attachment/file/13/Il_Rapporto_tra_generi_e_generazioni_nelle_relazioni_familari.pdf

                Il tema della disuguaglianza. Tale area tematica richiama il fondamentale principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 della Costituzione ed esplora le politiche familiari finalizzate a contrastare tutte le disuguaglianze, favorendo un sistema di interventi inclusivo che assicuri la piena fruizione dei diritti da parte di tutti, nonché a offrire parità di accesso ai servizi educativi formali e informali, ad attivare i processi di coinvolgimento e partecipazione del mondo associativo e delle famiglie nella formazione e attuazione delle politiche, e a promuovere l’equità tra famiglie con figli e famiglie senza figli.

https://partecipa.gov.it/uploads/decidim/attachment/file/16/Gruppo_3_sintesi_e_schede_obiettivi_azioni_CONSULTAZIONE_def.pd

                Il tema del lavoro in un’ottica di parità di genere. Tale area tematica analizza le problematiche relative all’occupazione femminile e alla parità di genere nel mercato del lavoro e descrive le politiche necessarie a raggiungere l’obiettivo della parità di genere quali, tra le altre, la previsione di maggiori investimenti pubblici nelle infrastrutture sociali per l’assistenza all’infanzia e agli altri familiari non autosufficienti, la revisione dei tempi delle città e della scuola in accordo con quelli della famiglia, la condivisione dei carichi di cura all’interno della famiglia, la promozione di strumenti per favorire l’utilizzo di forme di lavoro flessibile sia per i lavoratori che per le lavoratrici, e lo sviluppo di un percorso culturale di lotta agli stereotipi di genere.

https://partecipa.gov.it/uploads/decidim/attachment/file/15/Gruppo_4_Sintesi_per_consultazione_FIN.pdf

                Su ognuno dei suddetti temi, che saranno affrontati pubblicamente attraverso l’organizzazione di 4 seminari e sui quali sono disponibili dei documenti di sintesi ad hoc elaborati dall’Osservatorio Nazionale sulla Famiglia, tutti coloro che intendono partecipare alla consultazione potranno rispondere pubblicamente con un contributo di massimo 2.000 caratteri (spazi inclusi) rispondendo ai seguenti quesiti guida:

                In merito al tema affrontato, quali sono, in base alla propria esperienza, le criticità e le principali problematiche che si sono accentuate durante la pandemia da COVID-19?

                Quali pratiche virtuose, risposte originali e forme di resilienza sono state messe in atto dal vostro territorio al fine di superare tali criticità?

                Le 4 aree tematiche sopra elencate rappresenteranno gli assi portanti del nuovo Piano Nazionale per la Famiglia e guideranno le politiche nazionali di sostegno alle famiglie e promozione della genitorialità per i prossimi anni. Ogni contributo sarà quindi utile a fornire indicazioni per la futura redazione del nuovo Piano Nazionale per la Famiglia e per la definizione delle azioni che comporranno la parte operativa del Piano. Tali contributi saranno, inoltre, oggetto di discussione della prossima Conferenza Nazionale per la Famiglia, che sarà organizzata in autunno a Roma dal Dipartimento per le Politiche della Famiglia, alla quale parteciperanno rappresentanti pubblici e del Terzo settore.

Report conclusivo della Consultazione "Verso il nuovo Piano nazionale per la famiglia"

https://partecipa.gov.it/uploads/decidim/attachment/file/27/Report_conclusivo_PianoNazionaleFamiglia_novembre2021.pdf

                        estratti  passim

  • pag. 27 Nuovo sistema elettorale.

                L’analisi evidenziata nelle ‘Relazioni tra povertà e demografia e possibili interventi’ (cfr. www.famiglienumerose.org/relazioni-tra-poverta-e-demografia-epossibili-interventi) rileva una realtà quasi mai citata, ma del tutto evidente: i giovani, ed in particolare i minori, non hanno una adeguata rappresentatività. A livello elettorale, per essere eletti è molto più efficace promettere qualcosa per le fasce elettoralmente più numerose, come ad esempio i pensionati, piuttosto che per quelle meno numerose, come i giovani, o peggio ancora per quelle che non votano, come i minori. Il risultato, inevitabile, è che con le attuali dinamiche avremo un elettorato sempre più anziano che tenderà sempre di più ad eleggere propri rappresentanti. La soluzione per uscire da questo stallo è quella di adottare un sistema elettivo che preveda il meccanismo di “un figlio, un voto”, attraverso il quale alla madre viene assegnato un ulteriore voto per ogni figlio dispari (primo, terzo…), e al padre un ulteriore voto per ogni figlio pari (secondo, quarto…). In questo modo, oltre a dare maggiore peso a sostegno di politiche verso i giovani e le famiglie, viene finalmente riconosciuta la rappresentanza elettorale ai minori, che sono cittadini a tutti gli effetti, ma che non possono godere di questo fondamentale diritto costituzionale. A chi ribatte che questo diritto viene già ora svolto dai genitori, la risposta è che questa obiezione era la stessa che, erroneamente, veniva posta a suo tempo in occasione dell’introduzione del diritto di voto per le donne (la rappresentanza spetta già ai mariti) o alle persone di colore (la rappresentanza spetta già ai padroni dove lavorano). Se vogliamo realmente pensare ad un futuro giovane del nostro Paese, rompiamo gli schemi, compiamo un atto di coraggio e adottiamo, primo paese al mondo, questo sistema, anche come messaggio forte sulla natalità.

  • pag. 27 Consulenza alla coppia e alla famiglia per il benessere della società.

                CECOFeS www.cecofes.it fa formazione attraverso la Scuola di Consulenza familiare riconosciuta dall’AICCeF, Associazione Italiana Consulenti Coniugali e Familiari. I consulenti familiari sono professionisti socio educativi della relazione d’aiuto: lavorano con il singolo, la coppia e la famiglia quando c’è bisogno di ascolto, empatia, accoglienza e riorganizzazione delle risorse personali. Il consulente familiare ha un suo ruolo specifico nel campo socio educativo, che non è clinico o terapeutico; diverso quindi dal counselor, dallo psicologo e dallo psicoterapeuta. Lavora sul piano delle relazioni e della comunicazione, aiutando l’individuo, la coppia e la famiglia, a riscoprire e riorganizzare le proprie risorse. Il percorso è di breve durata, su un preciso focus, nel qui e ora. Opera ovunque ci sia un’impostazione socio educativa: Centri di Consulenza Familiare, Consultori, scuole e associazioni. Tiene corsi per genitori, laboratori, interventi nelle scuole con gli insegnanti e con gli alunni e nella gestione di uno sportello. Come suggerito nella proposta ELFAC “Approccio Olistico” sono evidenti i disagi, i costi sociali ed economici derivanti dalle rotture familiari e il loro impatto negativo sulla demografia. Un ricorso sistematico alla figura del consulente familiare favorirebbe la prevenzione e il risanamento delle situazioni di crisi familiare, la violenza sulle donne e sui bambini, educando al dialogo e al rispetto dell’altro.

  • pag. 32-Inverno demografico: adozione internazionale. L'adozione internazionale, che negli ultimi ha registrato cali impressionanti (da 4.130 adozioni del 2010 a 526 nel 2020) è una risorsa su cui è urgente investire: si chiede al Governo di agevolarla e promuoverla e di renderla gratuita:

1. Attivazione capillare della Banca Dati dei minori adottabili e delle coppie disponibili all'adozione: strumento previsto dalla legge 149/2001 ma non ancora a regime, è indispensabile per mappare la situazione dei minorenni adottabili in attesa di famiglia e per trovare i genitori più adatti in base alla condizione del bambino, per accelerare l'iter burocratico e per creare le condizioni favorevoli verso una genitorialità accogliente;

2. Gratuità: da rilievi dell'Osservatorio Nazionale Federconsumatori 2018: se si arrivasse a una gratuità dell'adozione, 2mila adozioni costerebbero allo Stato 50 milioni di euro (costo medio per adozione di circa 25mila euro), portando investimenti delle famiglie adottive per 239 milioni di euro (con 189 milioni di euro  di saldo positivo per lo Stato). Tale sostegno aiuterebbe le famiglie adottive nel portare i loro figli alla maggiore età e nella scelta stessa di adottare;

3. Come misura di sostegno economico transitoria e immediata, fino al raggiungimento della gratuità delle adozioni, si chiede un bonus una tantum da 10mila euro per le coppie che abbiano completato l'adozione nell'anno fiscale, in luogo dell'attuale sistema farraginoso della deducibilità dei costi sostenuti.

https://partecipa.gov.it/processes/verso-il-piano-nazionale-famiglia

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MINORI

Misna, sono 10.317 quelli censiti in Italia

                Garlatti (Autorità Garante Infanzia e Adolescenza): “l’affidamento familiare rappresenta la forma più generosa e inclusiva di accoglienza”.          L’ultimo rapporto mensile del governo, aggiornato al 31 ottobre 2021, ne ha censiti 10.317, di cui il 97,5% di genere maschile: è questo il numero di MISNA, acronimo divenuto ormai di uso comune, per indicare i Minori Stranieri, Non Accompagnati, presenti ad oggi, nel nostro Paese. La maggioranza di loro sono giovani adulti di 17 anni (64.7%). Arrivano principalmente dal Bangladesh (26%), dalla Tunisia (15,7%) e dall’Egitto (13,2%). Ad accoglierli sono tutte le regioni italiane, Sicilia (29,4%), Lombardia (10,3%) e Friuli-Venezia Giulia (9,9%) in testa. Maggiori informazioni in

www.lavoro.gov.it/temi-e-priorita/immigrazione/focus-on/minori-stranieri/Documents/Report-MSNA-mese-ottobre-2021.pdf

                Si tratta di minori soli, che giungono nel nostro Paese senza punti di riferimento. In un luogo con lingua, tradizioni e modi di vivere differenti dai propri. Per questo come suggerito dall’ l’Autorità Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza Carla Garlatti, in un articolo a sua firma, sul web magazine VITA , oltre all’ importante figura del tutore volontario ,  è “giunto il momento, ora, di fare un passo in avanti per assicurare la tutela più ampia possibile ai ragazzi che arrivano in Italia da soli.

                Un numero che, purtroppo, a causa del cambiamento climatico, dei conflitti e della povertà tenderà a crescere in maniera strutturale. E si tratta per la maggior parte di minorenni che si trovano ad affrontare viaggi lunghissimi, in condizioni precarie, senza punti di riferimento che possano prendersi cura di loro e dei loro diritti.  “Un primo strumento da valorizzare, in questo senso,- spiega la Garante –  è l’affidamento familiare, che rappresenta la forma più generosa e inclusiva di accoglienza. Si tratta di un istituto già previsto dalla legge che va ora promosso attraverso un’opera di sensibilizzazione e sostegno”.

                “Ai.Bi. da anni – sottolinea Cristina Riccardi, vice presidente di Amici dei Bambini- sostiene la promozione dell’istituto dell’affido per i minori che giungono in Italia senza un supporto familiare. Solo così, questi ragazzi soli possono trovare quel conforto e quel sostegno necessari per ricostruire un nuovo presente e soprattutto un futuro benché lontani dai propri affetti. Per fare ciò è  però necessario prevedere specifici ‘corridoi umanitari’ con destinazione finale una famiglia italiana appositamente selezionata e formata”.

                                AIBI news                           29 novembre 2021

www.aibi.it/ita/misna-sono-10-317-quelli-censiti-in-italia-ora-occorre-fare-un-passo-in-avanti-e-valorizzare-lo-strumento-dellaffido

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PARLAMENTO

Pdl relativo alla liceità dell’eutanasia

Camera dei deputati. Proposta di legge C. 2 d’iniziativa popolare, presentata il 13 settembre 2013

“Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell'eutanasia"

Successivamente abbinati C. 1418 Zan, C. 1586 Cecconi, C. 1655 Rostan, C. 1875 Sarli, C. 1888 Alessandro Pagano, C. 2982 Sportiello e C. 3101 Trizzino.

Iniziato l’esame il 30 gennaio 2019, in sede referente, dalle Commissioni riunite Giustizia e Affari sociali.

 Iter                         www.camera.it/leg18/126?tab=4&leg=18&idDocumento=2&sede=&tipo=

6 luglio 2021-Testo unificato adottato come testo base dalle commissioni

Disposizioni in materia di morte volontaria medicalmente assistita

www.camera.it/leg18/824?tipo=A&anno=2021&mese=07&giorno=06&view=&commissione=0212#data.20210706.com0212.allegati.all00010

                1° dicembre 2021.           Commissioni Riunite (II Giustizia e XII Affari sociali)

www.camera.it/leg18/824?tipo=C&anno=2021&mese=12&giorno=01&view=&commissione=0212&pagina=data.20211201.com0212.bollettino.sede00020.tit00010#data.20211201.com0212.bollettino.sede00020.tit00010

www.camera.it/leg18/824?tipo=C&anno=2021&mese=12&giorno=01&view=&commissione=0212&pagina=data.20211201.com0212.bollettino.sede00010.tit00010#data.20211201.com0212.bollettino.sede00010.tit00010

                Mario Perantoni, presidente, prima di rinviare il seguito dell'esame alla prossima seduta, nel sottolineare come il tempo a disposizione delle Commissioni riunite sia ridotto, evidenzia la necessità di dover richiedere alle Commissioni competenti in sede consultiva di esprimere il proprio parere sul testo base originario, al fine di poter rispettare le scadenze fissate, in particolare l'approdo del provvedimento in Assemblea il 13 dicembre                                           La seduta termina alle 22.05.

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PERSONE DEL CONCILIO

p. Ernesto Balducci, scolopio (1923-1992)

estratto passim

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                Nel 1950 si laureò con Attilio Momigliano con una tesi su Antonio Fogazzaro, pubblicata nel 1952 da Morcelliana. Pur non abbandonando del tutto la frequentazione di ambienti letterari (collaborò con le riviste L’Ultima e Mal’Aria) successivamente si dedicò prevalentemente allo studio e alla divulgazione teologica e a una pastorale attenta ai poveri e alla formazione spirituale, culturale e religiosa dei giovani. Rivolse particolare impegno alla promozione della cultura teologica del laicato cattolico, nel convincimento dell’importanza, in un mondo secolarizzato, di costruire una cultura cristiana autentica e capace di rispondere ai problemi del tempo preservando la fede dei credenti. Nelle sue meditazioni, conferenze e lezioni (tenute per la maggior parte presso il Chiostro nuovo e lo Studio teologico per laici) si ispirò largamente alle tesi della nouvelle théologie francese, attestandosi su una linea di progressivo distacco dal cattolicesimo intransigente di matrice ottocentesca e di adesione alle tesi maritainiane sulla nuova cristianità.

                Partecipò ai convegni per la pace e la civiltà cristiana organizzati dal 1952 al 1956 da Giorgio La Pira (divenuto sindaco di Firenze nel 1951) e anche la sua attività pastorale si svolse in un rapporto sempre più intenso con quest’ultimo. Proprio La Pira, alla fine degli anni Quaranta, gli aveva chiesto di occuparsi del settore giovanile della S. Vincenzo, e su questa esperienza Balducci innestò, tra il 1952 e il 1953, la fondazione del centro di impegno cristiano, Il Cenacolo. La spiritualità del gruppo si ispirava a quella dei Piccoli fratelli di Gesù di René Voillaume, che lo scolopio ebbe modo di conoscere nel 1959 grazie all’amico Arturo Paoli. All’interno del Cenacolo si costituì un più ristretto Gruppo di iniziativa sociale e dal suo stesso ambiente nel 1958 nacque la rivista Testimonianze, di cui Balducci fu direttore fino al 1961 (dal 1960 insieme a Danilo Zolo). L’area che a lui faceva riferimento, per l’intreccio tra formazione religioso-spirituale e interesse politico-sociale, si trovò spesso a convergere con le iniziative lapiriane (dalle lotte operaie per la Pignone ai Convegni per la pace), suscitando diffidenza nella gerarchia ecclesiastica. I rapporti di Balducci con quest’ultima divennero sempre più tesi dopo l’arrivo a Firenze, nel 1954, di Ermenegildo Florit, in qualità di vescovo coadiutore di Elia Dalla Costa. A determinare tali tensioni fu, oltre alla vicinanza del suo gruppo a La Pira, la sua adesione a orientamenti del cattolicesimo francese condannati dall’enciclica Humani generis (Pio XII 1950). Il 20 maggio 1959 il generale Vincenzo Tomek [Preposito Generale delle Scuole Pie della Casa Generalizia dei Padri Scolopi] gli comunicò che il Santo Uffizio aveva imposto il suo allontanamento dalla Toscana, e con lettera del primo luglio successivo lo nominò visitatore generale delle Scuole pie. In ottobre Balducci si trasferì dunque a Roma. Fino al 1962 la sua sede fu Frascati (dove insegnò religione in un istituto di suore) mentre successivamente si stabilì a Monte Mario, nella parrocchia di S. Francesco, insegnando storia della Chiesa al Calasanctianum. [Casa Generalizia degli Scolopi]

                All’esilio romano non corrispose un suo completo isolamento sul piano ecclesiale. Egli poté constatare la stima di cui godeva presso autorevoli esponenti della curia romana (come il sostituto alla segreteria di Stato Angelo dell’Acqua) e dell’episcopato italiano (come l’assistente centrale dell’Azione cattolica italiana Franco Costa, [giàassistente della FUCI 1955-1963]) e persino l’ostilità del prefetto del Santo Uffizio Alfredo Ottaviani si attenuò nel corso del tempo. Nondimeno, negli stessi anni, gli ambienti che gravitavano attorno a La Pira e a Testimonianze furono oggetto di attacchi romani, soprattutto per la loro disponibilità al dialogo con i comunisti. Balducci continuò a seguirne le vicende da vicino e a sostenerne indirettamente le posizioni attraverso conferenze e commenti al dibattito e ai documenti conciliari (in larga parte pubblicati su Il Regno e sulla stessa rivista fiorentina) che sottolineavano gli elementi di novità emersi al loro interno tali da rendere obsoleta l’opposizione pregiudiziale a quel dialogo. Tra questi elementi vi erano idee e principi da tempo valorizzati nella sua riflessione: il primato della coscienza individuale, il superamento del tema della cristianità (in relazione al quale, per documentare il proprio personale percorso, nel 1963 pubblicò Cristianesimo e cristianità), l’esigenza di un rinnovato rapporto con il mondo nel segno del dialogo inteso come confronto tra verità diverse e mondi ideologici distanti, un’accettazione piena della laicità dello Stato e la corrispondente rinuncia della Chiesa a dare specifiche indicazioni sull’organizzazione della vita pubblica, il riconoscimento della dignità propria dei laici e della loro autonomia sul piano delle realtà temporali.

                Tra il 1963 e il 1964 fu al centro della scena pubblica per le posizioni assunte sull’obiezione di coscienza. In un’intervista pubblicata il 13 gennaio 1963 sul Giornale del Mattino aveva sostenuto – criticando la sentenza di condanna di Giuseppe Gozzini, primo obiettore cattolico in Italia – che occorresse ridimensionare il concetto di patria e che in alcuni casi si avesse il dovere di disobbedire. Fu così denunciato alla procura della Repubblica e al contempo vennero presentati un esposto al provinciale degli scolopi e un’accusa al Santo Uffizio. Si aprì un processo contro di lui che si concluse, dopo l’assoluzione in primo grado, con una sentenza definitiva di condanna della Cassazione nel giugno 1964. La sentenza, che entrava nel merito di motivazioni di tipo religioso imputando allo scolopio un difetto di ortodossia, suscitò proteste e attestazioni di solidarietà nei suoi confronti. Non vi furono critiche alle sue posizioni da parte del pontefice [Paolo VI].

                Alla fine del 1964 cominciò a delinearsi la possibilità di un ritorno a Firenze. Paolo VI, in un’udienza privata dell’ottobre di quell’anno, gli manifestò il proprio favore. La sua richiesta di rientro nella provincia ottenne il sostegno di Tomek e nel gennaio 1966 anche Ottaviani gli comunicò di non avere più obiezioni, sollecitandolo tuttavia a limitarsi alla predicazione e allo studio e a evitare interventi sul piano politico. Restò invece ferma l’opposizione di Florit e alla fine si trovò una soluzione di compromesso con il suo trasferimento, con decreto generalizio del 16 luglio 1966, nella comunità scolopica della Badia fiesolana, che rientrava nella giurisdizione del vescovo di Fiesole [Antonio Bagnoli]. Intanto, nell’aprile 1966, con l’accordo suo e di Danilo Zolo [cofondatore], la curia fiorentina aveva tolto la dicitura «con approvazione ecclesiastica» a Testimonianze. La rivista passò così a una direzione laica e collegiale e, non impegnando la gerarchia ecclesiastica, poté esprimersi con maggiore libertà.

                Nell’immediato postconcilio Balducci intensificò la propria attività di conferenziere, chiamato da diversi vescovi italiani per commentare i testi conciliari. Il tema della chiesa locale divenne centrale nella sua riflessione degli anni 1966-1967, in uno stretto rapporto con la Chiesa bolognese di Giacomo Lercaro e Giuseppe Dossetti: a Bologna si svolse nel maggio 1967 il secondo convegno di Testimonianze dedicato a La coscienza del popolo di Dio. Con l’esplodere, nel corso del 1968, del dissenso cattolico, fu indicato come uno dei suoi ispiratori: un’attribuzione di paternità che respinse pur riconoscendo che alcune delle posizioni dei gruppi che ne erano protagonisti erano state divulgate nel decennio precedente da Testimonianze.

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                Nel 1970 fu eletto assistente provinciale [degli scolopi] e malgrado venisse posta una serie di vincoli alla sua attività di docente, scrittore e conferenziere, divenne sempre più un importante riferimento per quanti erano al margine dell’istituzione ecclesiastica. I suoi interventi su temi particolarmente accesi aggravarono la sua posizione nella Chiesa e nell’ordine. Ripercussioni particolarmente gravi ebbe il dibattito televisivo con Jean Daniélou del 28 settembre 1971. Il cardinale francese vi sostenne che la crisi del clero fosse imputabile alla messa in discussione del celibato, mentre Balducci la attribuì allo scandalo di una Chiesa-istituzione che diceva di ispirarsi al Vangelo, ma che di fatto assumeva comportamenti a esso contrari, generando lo smarrimento di molti. Queste affermazioni furono oggetto di critica da parte dello stesso pontefice Paolo VI) (che tuttavia in un secondo momento fu più benevolo) e sembrarono mettere ancora una volta in discussione lo stato religioso di Balducci. Egli prese le distanze da quanti, in relazione alla vicenda, lo ascrissero all’area della contestazione ecclesiale e indicò il luogo della propria specifica collocazione tra l’annuncio e la testimonianza del Vangelo come ragione della sua esistenza e la ferma volontà di restare in comunione con la Chiesa. Negli anni successivi si pronunciò – nel nome della legittimità del pluralismo delle opzioni temporali riconosciuta dal Concilio – contro l’identificazione dei cattolici con un unico partito. In occasione del referendum sul divorzio del 1974 sostenne le posizioni dei cattolici pronunciatisi per il no con la motivazione che, pur costituendo l’indissolubilità del matrimonio un valore morale e religioso, essa non poteva essere imposta in modo coattivo da parte dello Stato, ma doveva semmai essere testimoniata dai cristiani con la loro vita. Dopo un richiamo del vescovo di Fiesole Antonio Bagnoli, si impegnò a sospendere prese di posizione pubbliche su questo tema limitatamente al periodo della campagna referendaria.

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                Nel 1977 pubblicò il volume Le ragioni della speranza, nel quale rese esplicito il passaggio della sua riflessione a una nuova fase che poneva al centro il rapporto tra vissuto della fede e storia. Vi caratterizzò la propria posizione come improntata a un’immagine di Chiesa ricondotta a un ambito spirituale e alla disponibilità a vivere in un mondo non più sacrale, ma profano. Indicava inoltre nella «scelta dei poveri […] la sua vera carta di identità politica» e nella spiritualità dei Piccoli fratelli di Gesù un termine di confronto quotidiano che alimentava un’immagine di Chiesa «totalmente liberata dal gravame del potere». Da qui il progetto di condividere la storia di tutti gli uomini, senza privilegi, nel cuore della loro comune ricerca. Sosteneva l’esigenza, da un lato, di abbandonare la «cultura cattolica» e, dall’altro, di operare una riflessione di fede a partire dalla Theologia crucis, in una «tensione profetica» tra «comprensione scientifica della storia e confessione di fede nel Gesù della Croce». La fede in un Dio che ama il mondo e cui è possibile l’impossibile era per lui «un segreto da testimoniare, non un argomento per le dialettiche culturali». (E. Balducci, Le ragioni della speranza, Roma 1977, pp. 5-10). Dalla fine del pontificato di Paolo VI i rapporti con le gerarchie vaticane e con i vescovi italiani si attenuarono e sotto il pontificato di Giovanni Paolo II la sua presenza sulla scena pubblica fu sottoposta a un minore controllo.

                Dal 1976 al 1982 fu rettore della Badia fiesolana e negli anni successivi partecipò al dibattito sulla dissociazione dal terrorismo e sul carcere che precedette il varo, tra il 1986 e il 1987, della legge sulla riforma carceraria (nota come legge Gozzini) e di quella sulla dissociazione. Il suo contributo in questo ambito non fu solo teorico: egli intrattenne un’intensa corrispondenza con molti terroristi di sinistra e promosse alla Badia incontri settimanali con i genitori dei terroristi detenuti. Nel corso di questa esperienza maturò uno spostamento dell’orizzonte della sua riflessione e del suo impegno dalla Chiesa alla società civile, ridefinendo il problema religioso in termini che lo ponevano in stretto rapporto con questioni di tipo esistenziale e antropologico. Nel volume L’uomo planetario (Brescia 1985) caratterizzò egli stesso questo sviluppo come «svolta antropologica». Nella nuova prospettiva del suo pensiero, la pace costituiva un imperativo assoluto e imprescindibile da cui dipendeva la sopravvivenza dell’umanità. Dal 1981 ebbe un ruolo importante nell’animazione del ciclo di convegni di Testimonianze sul tema Se vuoi la pace prepara la pace e nel 1986 fondò, con il supporto economico degli scolopi, le edizioni Cultura dalla pace. Nel corso della guerra del Golfo intervenne ripetutamente, anche su testate della sinistra (L’Unità, Il Manifesto, Rinascita), per richiamare l’ONU e la diplomazia internazionale alla sostituzione della guerra con le armi del diritto. Parallelamente nelle omelie negava che la violenza potesse costituire uno strumento di giustizia.

                Nel frattempo la Badia fiesolana era divenuta punto di riferimento per una comunità di laici e di scolopi che si riuniva attorno alla liturgia domenicale da lui celebrata e che promuoveva incontri di riflessione e solidarietà sia sul piano internazionale (con l’appoggio a iniziative concrete) sia nella città (ad esempio nell’ambito della psichiatria o delle carceri). Si era dunque creato una piccola Chiesa locale, una comunità eucaristica nella quale meditava la parola e dalla quale diceva e scriveva di trarre ispirazione. La comunità di Badia fu più volte visitata dal cardinale Silvano Piovanelli (arcivescovo di Firenze dal 1983) e partecipò ai lavori del sinodo fiorentino.

                All’inizio del 1992 uscì il suo ultimo volume, La terra del tramonto, nel quale sostenne l’esigenza di integrare culture diverse e di recuperare l’intuizione originaria di tutte le religioni. Morì a Cesena il 25 aprile successivo, due giorni dopo un incidente stradale alle porte di Faenza.

Maria Paiano - Dizionario Biografico degli Italiani (2014)

www.treccani.it/enciclopedia/ernesto-balducci_(Dizionario-Biografico)

 

 

Ernesto Balducci: il Concilio visto dai cattolici progressisti

Testo di un cattolico tradizionalista intransigente

                Personaggio di notevole levatura intellettuale, Ernesto Balducci fu molto influente e molto ascoltato in ambito cultuale, soprattutto fuori della Chiesa, negli ambienti della sinistra filo-comunista e filo-radicale, ha speso la propria autorevolezza per sostenere e far passare la linea del continuo superamento delle novità conciliari, instaurando di fatto la prospettiva del progresso nella Chiesa, e così ponendo la Chiesa stessa non più nella luce dell’eterno, ma del contingente, e non più sotto l’influsso della grazia, ma sotto la spinta della storia!

                Si può discutere fino al giorno del giudizio se il Concilio sia stato un bene o un male nella storia della Chiesa, se abbia rappresentato una rottura rivoluzionaria o un semplice rinnovamento; ma una volta posta la questione in termini puramente teorici, si rischia di non arrivare da nessuna parte, perché chi è interessato a una tale discussione ha già la sua idea in merito e non fa altro che citare a suo sostegno quei fatti e quegli aspetti che convengono alla propria tesi. Il che dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, che il Concilio, per i cattolici, ma specialmente per la maggiorana progressista, anzi per la quasi totalità, il Concilio non è un evento storico, sul quale si possa e si debba riflettere storicamente, ma un evento salvifico, sul quale sarebbe inutile, e forse anche un po’ blasfemo, avanzare il benché minimo dubbio, la benché minima riserva. Per essi, infatti, è di per se stesso evidente che il Concilio è stato una cosa buona: tutti lo aspettavano da tempo e quasi tutti lo salutarono con vero entusiasmo. Infatti lo videro come lo strumento della Provvidenza per operare un benefico rinnovamento in seno alla Chiesa e perché gli uomini tornassero alle vere fonti della fede, non alla tradizione (lettera minuscola) degli ultimi secoli, e in particolare a quella tridentina, che ad essa si era sovrapposta nel corso del tempo, e che la gerarchia aveva trasformato in una specie di giogo da porre sulle spalle del clero e dei fedeli.

                La figura di Ernesto Balducci (Santa Fiora, Grosseto, 6 agosto 1922-Cesena, 25 aprile 1992) è troppo nota perché sia il caso di tracciarne qui un ritratto, sia pure sommario; basti dire che è stato uno dei maggiori e più tipici esponenti di quel clero ultra-progressista che ha visto nel Concilio non il culmine, ma il cauto inizio di una stagione ecclesiale che avrebbe dovuto essere ancor più rivoluzionaria, invocando apertamente l’adozione della prospettiva laicista e protestante in tutti gli aspetti rilevanti della pastorale, e lamentandosi di continuo della sorda resistenza opposta al “rinnovamento” da parte dei cattolici chiusi e retrogradi, da lui non considerati nemmeno compagni di fede, ma ostacoli da superare ed esponenti di un mondo ostile, destinato ad estinguersi e col quale la tanto celebrata virtù del dialogo non aveva ragione di essere sfoggiata. Personaggio di notevole levatura intellettuale, molto influente e molto ascoltato in ambito cultuale, soprattutto fuori della Chiesa, negli ambienti della sinistra filo-comunista e filo-radicale, ha speso la propria autorevolezza per sostenere e far passare la linea del continuo superamento delle novità conciliari, instaurando di fatto la prospettiva del progresso nella Chiesa, e così ponendo la Chiesa stessa non più nella luce dell’eterno, ma del contingente, e non più sotto l’influsso della grazia, ma sotto la spinta della storia. Una storia che egli apertamente concepisce come “rivelazione” in se stessa, quasi una rivelazione parallela accanto a quella divina, anzi, per certi aspetti, perfino più importante e più preziosa per la vita degli uomini, in quanto frutto delle loro scelte autonome.

 

Scriveva dunque Ernesto Balducci nella sua Storia del pensiero umano (Firenze, Edizioni Cremonese, 1986, vol. 3, pp. 573-574):

Il Concilio vaticano II: un nuovo inizio. Solo tenendo conto dei processi di rinnovamento – a partire da quelli classificati, nella condanna ecclesiastica del 1907, come ‘modernismo’ – che hanno operato in profondità nella chiesa cattolica di questo secolo, è possibile comprendere la “necessità storica” del Concilio Vaticano II (1962-1965). Negli intenti di chi lo aveva preparato (ma non di chi lo aveva indetto, il papa Giovanni XXIII), la grande assise cattolica avrebbe dovuto esprimere il tradizionale sigillo degli anatemi sugli “smarrimenti” del mondo moderno e ricostruire le mura della cristianità in più parte messe in breccia. E invece essa fu, se vista nello slancio che ne governò lo svolgimento e ne ispirò i documenti principali, la formale dichiarazione della fine della cristianità e dell’inizio di un nuovo corso della chiesa cattolica, in particolare della sua teologia. E questo per due ragioni fondamentali.

In primo luogo, perché il concilio ha segnato la riconciliazione della chiesa col mondo contemporaneo, e cioè proprio con quel mondo che si è costruito a partire dalla rivoluzione scientifica galileiana, con una serie di atti d’emancipazione dalla tutela ecclesiastica. Questo passaggio dall’antagonismo al dialogo è stato così brusco da generare lo sconcerto perfino in alcuni suoi pionieri, come Jacques Maritain o Henri de Lubac. Il mondo del futuro prefigurato dal concilio non è più un mondo soggetto alla guida della chiesa; esso è dotato di progetti autonomi di crescita, nei confronti dei quali la chiesa si pone in atteggiamento di servizio, nella convinzione che la storia è gravida per suo conto di indicazioni non estranee al disegno di salvezza, che tocca a lei decifrare per trarne, con umiltà, il suo ordine del giorno. Gli eventi storici, infatti, sono già essi stessi, in qualche modo, parola di Dio, affidata alla lettura della comunità di fede, riconosciuta, a sua volta, come soggetto unitario che non può essere espropriato, come è avvenuto nella lunga stagione clericale, della sua competenza profetica.

La seconda ragione della rilevanza teologica del concilio è che esso ha esibito e legittimato l’immagine di una chiesa in situazione di dibattito, aperta, perfino nella sua istanza gerarchica, all’interrogazione e alla problematica. Nella costituzione “Dei Verbum”, la chiesa prende le distanze non solo nei confronti della tradizione metafisica, che era stata lo strumento normativo di mediazione teologica, ma anche nei confronti della Rivelazione intesa come corpo di verità dottrinali contenute nella Scrittura e insegnate dal magistero. Il rapporto tra la ricerca teologica e la rivelazione non è più visto come un servizio strumentale reso al magistero (un servizio che sembrava riducesse la teologia cattolica a sovrastruttura ideologica di legittimazione del sistema ecclesiastico e della sua prassi), ma, in conformità alle leggi della ricerca scientifica e all’attualizzazione del messaggio rivelato, come un rapporto libero e vitale tra intelligenza e parola di Dio , aperto alle esigenze della ricerca e della critica. Come si è detto sopra, in certa misura – e - cioè nei limiti che la tradizione cattolica porta con sé, ad esempio quello del ministero teologico come carisma da vivere nella e per la comunità ecclesiale – il “principio protestante” della sola fede nella parola di Dio come suprema istanza critica, ha fatto ingresso , con il concilio, anche all’interno della chiesa cattolica, che è giunta perfino a riconoscere il valore profetico della testimonianza di Lutero. È avvenuto così che dagli anni ’60 in poi, le linee divisorie in campo teologico non corrono più tra l’una e l’altra chiesa, tra l’una e l’altra confessione religiosa, ma in mezzo ad ognuna di esse.

 

                Tutto, in questa pagina di prosa, per chi abbia un minimo di amore per l’imparzialità del mestiere di storico, trasuda faziosità e arroganza culturale; tutto denota una radicata, invincibile disonestà intellettuale. La cosa è ancor più grave in quanto si tratta di un testo ad uso scolastico, cioè un testo destinato ad essere letto e studiato da dei giovani, che poco o nulla sanno delle vicende palesi e occulte del Concilio; dei giovani che non hanno scelto di studiare proprio su quel testo, e che formano perciò un pubblico di lettori coatto, a discrezione dell’insegnante: il che rende ancora più grave la responsabilità di uno studioso che sa di rivolgersi a delle giovani menti ancora in formazione e perciò dovrebbe avere il massimo rispetto per la loro vulnerabilità e non avere l’obiettivo di indottrinarle, ma di guidarle alla conquista di un’autonomia critica. Stiamo dando un giudizio forte; ora ci accingiamo a dimostrarlo.

                Balducci esordisce affermando che il Concilio Vaticano II è il frutto di una necessità storica; salvo mettere quest’ultima espressione fra virgolette, il che denota una debolezza del pensiero o una voluta ambiguità. È stato o non è stato una necessità storica? Se lo è stato, allora niente virgolette, però bisogna dimostrarlo; se non lo è stato, non saranno le virgolette a far passare per buona una espressione impropria e forzata. E dunque perché lo sarebbe stato, a giudizio di padre Balducci? Perché nella Chiesa cattolica (lui la scrive sistematicamente con la lettera minuscola, il che fa pensare che la ritenga una cosa tutta umana; a meno che sia solo un omaggio alla cultura laicista e secolarizzata nei cui salotti, anche televisivi, egli era molto apprezzato), fin dal principio del Novecento, operavano dei profondi processi di rinnovamento, gli stessi che – insignificante dettaglio – Pio X aveva solennemente condannato con l’enciclica del 1907, Pascendi, chiamandoli modernismo e designandoli come il concentrato di tutte le eresie. Si vede che per Balducci la cosa è del tutto irrilevante: nella sua mentalità storicista non conta che un papa, nella forma più solenne del Magistero, abbia condannato una serie di proposizioni e che abbia lottato strenuamente contro di esse per tutto il suo pontificato, considerandole un pericolo mortale per la Chiesa e per la stessa fede, come del resto avevano fatto i suoi predecessori; evidentemente per lui la verità è storica, cioè relativa, e non c’è nulla di strano se la Chiesa condannava certe tesi ai primi del ‘900, mentre le ha pienamente rivalutate col Concilio, poco più di cinquant’anni dopo. La cosa è ancora più significativa se si pensa che l’autore di queste righe è un sacerdote. Dunque per lui quella maniera di intendere il cattolicesimo, che è tipicamente moderna e che si fa strada col Concilio, dopo essere stata solennemente condannata da tutti i pontefici, non solo è perfettamente legittima, ma è la vera interpretazione della Rivelazione: e pare nessuno se n’era accorto prima del 1962, tranne appunto i modernisti, che però erano stati scomunicati. Tanta disinvoltura sarebbe già strana in uno storico laico che si occupi di una questione profana; ma uno storico cattolico, per giunta sacerdote, che tratta la cosa più preziosa che esista per i cattolici, ossia la verità della loro dottrina come se fosse un portato storico in continua evoluzione, e che si può mutare quasi da un giorno all’altro, come lui stesso afferma, mostra di non ragionare affatto da cattolico, cioè in termini di verità assoluta, certa e definitiva, ma da relativista. Ed ecco la disonestà culturale: a che gioco stiamo giocando? Ma per padre Balducci, questo atteggiamento disinvolto è il massimo della sciccheria liberal-radicale: lui non si considera certo un prete nel vecchio senso della parola, cioè una cinghia di trasmissione del potere clericale; lui si sente in tutto e per tutto un uomo moderno, tranne in una cosa: come padre Turoldo, si sente un po’, anzi parecchio, profeta. Solo che si sente un profeta del mondo nuovo, cioè del mondo moderno, e non un profeta come quelli della Bibbia; e la differenza è questa: che essi parlavano esclusivamente a nome di Dio, annunciando agli uomini le Sue parole; Balducci, Turoldo e quelli come loro si sentivano e si sentono profeti in un senso improprio, cioè amano indossare le vesti sacerdotali e mistiche degli antichi profeti, ma poi le parole che dicono sono tutte loro, sono farina del loro sacco, vengono dalle loro idee e dalle loro passioni, non certo da Dio, del quale non si fanno docili strumenti, semplicemente perché non hanno la minima umiltà per farlo. Vogliono essere uomini del loro tempo, mica del Medioevo, bramano l’applauso degli uomini moderni, meglio se non cattolici! Ecco la bella scuola ideologica che ha sfornato personaggi come Bergoglio, Kasper, Sosa, Bianchi, ecc., con il loro culto dei migranti e di Pachamama [o Mama Pacha, è la Dea Terra dei popoli andini del Sudamerica, di cultura e religione inca del Perù].

                Negli intenti di chi lo aveva preparato (ma non di chi lo aveva indetto, il papa Giovanni XXIII), la grande assise cattolica avrebbe dovuto esprimere il tradizionale sigillo degli anatemi sugli “smarrimenti” del mondo moderno e ricostruire le mura della cristianità in più parti messe in breccia. A quanto pare, Balducci non è sfiorato dall’idea che a questo, e non altro, servono i concili, a questo sono serviti tutti i concili della Chiesa cattolica, tutti e venti fino al Vaticano I dal 1869-70: ad anatemizzare le eresie, a condannare gli errori del mondo per rinsaldare le anime nella vera dottrina e quindi nella vera fede. Non c’è vera fede senza vera dottrina; ma se la dottrina è inquinata dagli errori, allora non serve più a nulla, anzi, diventa un cavallo di Troia per infettare tutto il gregge di Cristo. Dunque i concili ecumenici servono a ribadire la verità, mediante la condanna degli errori che in ogni tempo sorgono per attentare contro di essa; e gli errori della modernità si concentrano e si compendiano nel modernismo. Pertanto aveva perfettamente ragione san Pio X a condannarli, mentre diventa inspiegabile perché Giovanni XXIII abbia ritenuto di indire un concilio che, secondo quelli che lo avevano pensato e voluto, avrebbe dovuto condannare gli errori, primo dei quali il comunismo, e invece non condannò niente e nessuno e aprì le porte all’infiltrazione di cento eresie entro la vera dottrina e la vera fede. Balducci non si sofferma su una tale incongruenza: perché dovrebbe farlo? Lui è d’accordo con Giovanni XXIII, quel concilio non doveva servire a condannare gli errori, ma a trasformare la Chiesa in un’assise democratica e pluralista, dove ciascuno ha la sua verità e la fede diventa il risultato d’un voto di maggioranza, di una decisione assembleare. Peccato che ciò non abbia nulla a che fare col vero cattolicesimo, e neppure con la dottrina insegnata da Gesù Cristo. Forse che Gesù si metteva a dialogare con la gente o coi sacerdoti delle false religioni? Chiedeva il loro parere, formulava discorsi che tenessero conto di ciò che piace al mondo? Tutto al contrario: quante volte ha esclamato: Razza di vipere, sepolcri imbiancati! Ma i cattolici progressisti no, mai: un simile linguaggio suscita tutto il loro sdegno, tutto il loro orrore; è un linguaggio autoritario, se non addirittura fascista. Lo tollerano in Gesù Cristo, protetti da una distanza di duemila anni; ma se un vescovo o un teologo osassero parlare a quel modo, oggi, lo prenderebbero immediatamente a sassate, lo caccerebbero fuori e, digrignando i denti, lo proclamerebbero espulso per sempre dalla “vera” chiesa: quella del Concilio. Si noti inoltre che, dal modo in cui si esprime, Balducci dà per scontato che Giovanni XXIII conoscesse benissimo per quali intenzioni un gruppo di vescovi gli aveva chiesto di convocare il concilio, richiesta che accolse, ma con una segreta riserva mentale: fare in modo che il concilio andasse nella direzione esattamente opposta a quella che essi desideravano. In altre parole, stando alla sua ricostruzione, Giovanni avrebbe deliberatamente ingannato i vescovi e tutti quei cattolici che, davanti agli errori del modernismo e agli orrori del comunismo, volevano una ferma parola di chiarezza e di condanna da parte della Chiesa, mentre egli era ben deciso a non pronunciare affatto quella parola: al contrario, voleva far capire che quegli errori erano condonati, che bisognava considerare la contrapposizione fra Chiesa e mondo come superata, e ciò anche se il modernismo infettava da tempo i seminari e le facoltà teologiche, e se il comunismo perseguitava da decenni milioni e milioni di persone, e specialmente di cattolici, in tutti i Paesi nei quali era giunto al potere. Infatti, con l’Accordo di Metz del 13 agosto 1962, [accordo di principio tra la Santa Sede e la Chiesa ortodossa russa in cui la Chiesa ortodossa russa ha accettato di inviare osservatori al Concilio Vaticano II e in cambio, il Vaticano avrebbe espressamente astenersi dal condannare il comunismo dell’URSS di Nikita Sergeevič Chruščëv, Presidente del Consiglio dei ministri dell'URSS] proprio con quei regimi comunisti che gettavano in carcere e nei campi di prigionia decine di migliaia di cattolici, compresi sacerdoti e vescovi; e si era impegnato in cambio della partecipazione di alcuni osservatori ortodossi al Concilio - così da poter agitare la bandiera del falso ecumenismo - di non ribadire la scomunica contro il comunismo, anzi di aprire con esso un dialogo privilegiato. E ciò all’insaputa del clero e dei fedeli. Un modo di agire che non denota certo onestà intellettuale da parte del vertice della Chiesa; e lo stesso vale per chi, come Balducci, mostra di approvare pienamente tanta doppiezza e machiavellismo nell’agire alle spalle dei fedeli.

                Incredibile la sventatezza, o il cinismo, dell’affermazione di Balducci, fatta in tono trionfalistico, che il Concilio segnò la fine della cristianità. È una cosa della quale un cattolico si possa rallegrare? Indi, dopo aver affermato che il Concilio ha segnato la riconciliazione con quel mondo moderno che era nato da un distacco rispetto alla Chiesa, afferma che questo passaggio dall’antagonismo al dialogo è stato così brusco da generare lo sconcerto perfino in alcuni suoi pionieri, come Jacques Maritain o Henri de Lubac. Straordinario: perfino i fautori del Concilio, di quel tipo di Concilio, rimasero turbati e contrariati dall’indirizzo che esso aveva assunto: ma la cosa, a padre Balducci, non sembra far né caldo né freddo; e infatti non vi spende neanche una parola per trarre le necessarie deduzioni. Esulta, poi, nell’osservare che il mondo del futuro prefigurato dal concilio non è più un mondo soggetto alla guida della chiesa; e non si perita di affermare che la chiesa si pone in atteggiamento di servizio rispetto al modo e ai suoi progetti autonomi.

                Tradotto in parole semplici: la Chiesa non ha più una verità da annunciare al mondo; la sua ragion d’essere è quella di accompagnare il mondo, mettendosi al suo servizio. Chi è rimasto sconcertato dall’uso di simili concetti da parte del falso papa Bergoglio, dovrebbe riflettere che il male parte da lì, dal Concilio; è lì che è nata la falsa chiesa, con la funzione di approvare quel che fa il mondo e di mettersi a sua disposizione perché esso faccia con ogni comodità tutto ciò ha deciso di fare, anche contro Dio e contro l’uomo (aborto, eutanasia, unioni omosessuali con relative adozioni di bambini, fecondazione eterologa, manipolazione genetica, ecc.).

                Veramente incredibile l’affermazione successiva, che la Chiesa deve trarre il suo ordine del giorno dagli eventi della storia, perché gli eventi storici sono già essi stessi, in qualche modo, parola di Dio. Davvero? Anche Hitler, Stalin e la bomba atomica sono parola di Dio? E che vuol dire, poi, in qualche modo? O sono o non sono. Chi parla così non sa dare spiegazioni razionali delle proprie affermazioni. Ma la cosa più grave è questa: che la Chiesa non ha alcun ordine del giorno, perché gli ordini del giorno riflettono una realtà mutevole, mentre la Parola di Dio è quella e per sempre: ieri, oggi e domani. Potremmo proseguire, ma crediamo che basti. Le lodi successive di Lutero rendono chiare le intenzioni di padre Balducci. La sua sarebbe dunque una ricostruzione onesta?

Francesco Lamendola, *1956,  docente in un Istituto superiore statale                 1° aprile 2020

www.accademianuovaitalia.it/index.php/contro-informazione/lo-smemorato-siberiano/8669-il-concilio-dei-progressisti

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POLITICA

Il/la Presidente che vorremmo

            Questo documento è sottoscritto da istituzioni e associazioni che si ispirano alle culture politiche dei padri costituenti: Associazione Città dell’uomo, fondata da Giuseppe Lazzati(Milano), Agire Politicamente (Roma), Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi(Torino), Centro per la Riforma dello Stato (Roma), Centro Studi GiovanniMarcora (Inveruno – Milano), Circolo Carlo Rosselli (Milano), Comitati Dossetti per laCostituzione, Fondazione Achille Grandi (Roma), Fondazione Lelio e Lisli Basso (Roma),Fondazione Nilde Iotti (Roma), Istituto Alcide De Gasperi (Bologna), Istituto NazionaleFerruccio Parri (Milano), Istituto Vittorio Bachelet (Roma), Movimento Europeo Italia(Roma), Rosa Bianca (Milano).

                Obiettivo: ragionare sul profilo del/della Presidente della Repubblica, l’opposto dello stucchevole chiacchiericcio sul toto nomi.

 

                Abbiamo apprezzato e apprezziamo il Presidente Mattarella e auspichiamo che chi glisuccederà si situi nel solco dell’interpretazione dell’alto mandato da lui offerta. In un tempocontrassegnato da esuberanti fantasie in tema di riforme costituzionali, noi invece ciriconosciamo nel dettato della Carta circa natura e compiti del capo dello Stato, nonchénella modalità della sua elezione affidata al Parlamento integrato con i rappresentanti delleRegioni.

            Ciò non ci impedisce, anzi, in certo modo, ci incoraggia ad auspicare che la discussionecirca non già la concreta persona, bensì il profilo del/della Presidente che a breve succederàa Mattarella non sia esclusivo appannaggio del ceto politico-parlamentare, bensì divengaoggetto di pubblico confronto. Questo, sia perché si tratta della figura istituzionale nellaquale sarebbe bene che il paese stesso si riconoscesse sia per il rilievo pratico crescente cheessa ha acquisito nel tempo. Una figura niente affatto notarile. Discuterne pubblicamenteanche per non rassegnarsi a “derubricare la pratica” consegnandola a logiche minori ostrumentali: le convenienze di parte, le ambizioni personali, i giochi di palazzo, le manovresu un’eventuale anticipazione (auspicata o paventata) delle elezioni politiche.       Quali, dunque, il suo profilo e i suoi caratteri?In estrema sintesi, diremmo così: una persona che fedelmente corrisponda allafunzione assegnatale dalla Costituzione vigente. Non è scontato in una stagione nella qualesi evocano confusi modelli gollisti e si teorizza la fungibilità tra ruoli ai vertici dello Stato,che vanno invece tenuti nitidamente distinti. Può succedere che vi siano personalitàadeguate a esercitare poteri di governo, ma anche, ovviamente in tempi diversi, compiti digaranzia, purché non si appanni la consapevolezza della sostanziale differenza tra lerispettive funzioni.

            Proprio l’ancoraggio a ciò che prescrive la Costituzione – la sola Costituzione che vale,quella scritta, contro la fuorviante distinzione tra cosiddetta Costituzione formale eindefinita Costituzione materiale – suggerisce due corollari: l’inopportuna previsione di unsecondo mandato al Presidente in scadenza e il rifiuto di malcelate suggestionipresidenzialiste o semipresidenzialiste “di fatto” che, con sorprendente leggerezza, sonostate apertamente prospettate persino da esponenti del governo. Nella mens dei Costituenti,che pure non hanno formalmente stabilito il divieto di un secondo mandato, la sua duratasettennale, a scavalco dei cinque anni delle legislature, sottintende che la regola è quella diun solo mandato. Essa è anche la ratio dell’istituto del semestre bianco. Al riguardo,

Mattarella, ribadendo una posizione più volte espressa, ha saggiamente posto fine apressioni e attese improprie. Né è ancora pensabile, come pure si è fatto, che si possaeleggere un o una Presidente con scadenza di mandato preordinata o addirittura negoziata,diversa dai sette anni stabiliti dalla Costituzione. Sarebbe una impropria menomazionedella sua figura e delle sue prerogative. In ogni caso, fosse anche in presenza di circostanzestraordinarie, non è buona norma fare eccezioni ritagliate sulla persona che pro temporeincarna l’istituzione, con il rischio di alterare il profilo oggettivo di quell’alto organo digaranzia che è la Presidenza della Repubblica.

            Non è infondata la tesi condensata in un’abusata metafora: quella di un poterepresidenziale che, al modo della fisarmonica, si restringe o si dilata a seconda dellecircostanze e, segnatamente, del suo rapporto con gli altri poteri dello Stato. E tuttavia essoconosce pur sempre limiti. Del resto, lo stesso Mattarella ebbe modo di rimarcarlo,asserendo che tratto essenziale di uno Stato democratico di diritto è quello per il quale tuttii poteri sono limitati. Compreso, egli ha aggiunto, quelli in capo al Quirinale.

            Di qui il profilo del/della Presidente che vorremmo. Una severa, rigorosa figura digarante della Costituzione, a cominciare dal principio della separazione, dell’equilibrio edella leale collaborazione tra i poteri. Un/una presidente che si riconosca nel sensopregnante del principio secondo il quale il lavoro è il fondamento della cittadinanzapolitica. Un/una Presidente che assicuri la difesa del principio di legalità, nonchél’indipendenza e l’autonomia della Magistratura, accompagnandola, in questa travagliatafase, nel necessario e urgente processo teso alla sua rigenerazione e al suo riscatto, senza iquali potrebbe lievitare una spinta al suo asservimento. Un/una Presidente custode einterprete dell’unità e dell’integrità della nazione, che non misconosca le ragionidell’autonomia delle comunità territoriali, ma evitando contrapposizioni e scontri fra potericentrali e locali, che abbiamo talvolta scontato dentro il dramma della pandemia. Un/unaPresidente impegnato/a ad assicurare l’unità giuridica ed economica della nazione. Un/unaPresidente che si adoperi per correggere le derive da tempo abbondantemente in atto versoun depotenziamento delle prerogative del Parlamento e che, di conseguenza, prima, peresempio, di procedere a uno dei suoi atti più qualificanti, come il conferimento dell’incaricoper la formazione dei governi, dia corso a effettive consultazioni dei presidenti delle Camere,nonché dei gruppi parlamentari. Un/una Presidente che si situi nel solco dello storicoeuropeismo del nostro paese, fondatore del processo d’integrazione europea, e dunqueimpegnato ad assecondarne il percorso teso a coniugare sovranità nazionale e sovranitàeuropea nel quadro di «una unione sempre più stretta», in coerenza con un’interpretazioneevolutiva dell’art. 11 della Costituzione. Un/una Presidente che, a capo del Consigliosuperiore della difesa, in conformità al dettato del suddetto art. 11, garantisca il ripudiodella guerra e, positivamente, l’impegno per la giustizia e la pace tra le nazioni.

            In una parola un/una Presidente non di parte, supremo arbitro della vita politica.Semmai Politico/a con la maiuscola, inteso/a cioè come interprete e attivo/a garante deisuperiori interessi del paese. Una figura che unisca il paese anziché dividerlo e che lorappresenti al meglio presso la comunità internazionale.Dovrebbe essere superfluo – ma non lo è – aggiungere una sorta di precondizionefondamentale che attenga alla sua concreta persona: l’integrità personale attestata da unabiografia specchiata. Come si conviene a chi siamo soliti definire “primo/a cittadino/a”, dacui tutti possano, con orgoglio, sentirsi rappresentati e, perché no?, trarre esempio.

17 novembre 2021

www.editorialedomani.it/politica/italia/appello-per-un-capo-dello-stato-arbitro-imparziale-della-vita-politica-m67b5fy4

www.agensir.it/italia/2021/11/23/il-la-presidente-che-vorremmo-un-identikit-per-il-dopo-mattarella

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RIFLESSIONI

Uno stile di vivere e operare nella Chiesa

                “Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla chiesa di questo terzo millennio”. Queste parole di papa Francesco ripetute in diversi contesti indicano con forza l’itinerario che i battezzati radunati nella chiesa cattolica devono percorrere con impegno e convinzione in obbedienza a ciò che lo Spirito dice alle chiese e all’aggiornamento della chiesa stessa proposto da papa Giovanni e dal concilio Vaticano II, ormai quasi sessant’anni fa.

                Sinodalità, una parola che risuona come nuova nel popolo di Dio perché nella nostra chiesa cattolica non è mai stata praticata se non saltuariamente, a frammenti, e solo a livello episcopale. La forma della nostra chiesa, soprattutto nel II millennio è diventata sempre più centralizzata e verticalistica, polarizzata sul primato del papa di Roma e accompagnata dalla collegialità episcopale espressa saltuariamente nei concili e nei sinodi. Neanche papa Francesco all’inizio del suo pontificato e nel denso magistero dell’Evangelii Gaudium ne faceva menzione, anche se come una linfa sotterranea la sinodalità ispirava alcuni orientamenti dell’esortazione apostolica. Ma poco a poco è emerso in papa Francesco un pensiero sulla sinodalità sempre più elaborato, un pensiero che non fa più riferimento soltanto alla prassi sinodale delle chiese orientali, ma intravvede nella sinodalità un cammino da fare insieme tra fedeli, pastori, vescovi, papa, un cammino degno del popolo di Dio, il gregge di Dio sui sentieri della storia.

                Cerchiamo però di precisare i diversi termini oggi diventati frequenti nella comunicazione ecclesiale, ma sovente invocati e usati in modo impreciso e confuso.

                Innanzitutto “sinodo” è una parola che deriva dal greco sýnodos, composta da un prefisso, syn, che significa “con”, “insieme”, e hodós, strada, cammino. Dunque questo termine evoca un camminare insieme, un fare strada insieme. Cerchiamo di cogliere tutte le connotazioni del “camminare”: camminare è muoversi, non restare chiusi nei recinti, e contiene un dinamismo, un movimento che è sempre uscita verso…, con un orientamento, un processo che punta a un cambiamento. “Camminando si apre cammino” diceva il poeta Antonio Machado!

                Ma c’è il prefisso syn, tanto caro all’esortazione dell’apostolo Paolo, che sempre rivolgendosi ai cristiani raccomanda loro di vivere, fare, sentire, morire syn, insieme. Mai da soli, mai senza gli altri, perché chi vive, sente, opera senza gli altri finisce per sentire, vivere e sperare contro gli altri! Come non ricordare che i primi seguaci di Gesù negli Atti degli apostoli vengono chiamati per sette volte “quelli della via” o “quelli della strada” (cf. At 9,2; 19,9.23; 22.4; 24,14.22)? Ma camminano, stanno sulle strade insieme (syn) agli altri, per incontrare gli altri.

                Per questa capacità di dinamica e di comunione la chiesa è stata chiamata non solo assemblea (ekklesía), non solo fraternità (adelphótes) ma sinodo (synódos), come scrive Giovanni Crisostomo. Perciò è stata chiamata sinodo la riunione degli apostoli a Gerusalemme, voluta per un confronto e una decisione sull’incandescente problema dell’ammissione di non circoncisi pagani nella chiesa nascente, come ci viene narrato negli Atti degli Apostoli (c. 19) da Luca. Papa Francesco ha recentemente commentato: “È il Nuovo Testamento che ci mostra come la chiesa nasce sinodale, e vive attraverso la sinodalità”.

                Ora però va riconosciuta la novità di questa sinodalità indicata come urgente e irrinunciabile per la chiesa di oggi da papa Francesco. Il sinodo non sarà più soltanto un organismo episcopale che sostiene il papa nel suo ministero ed è da lui consultato, né si esprimerà soltanto in quelle assemblee diocesane e regionali che abbiamo vissuto anche in questi decenni del postconcilio, quando rappresentanti delle componenti della chiesa locale erano radunati per discutere, discernere urgenze pastorali, e quindi offrire al vescovo i risultati del loro lavoro affinché legiferasse. Questa sinodalità era già in atto nella chiesa gregoriana del II millennio, ma oggi è richiesto un balzo in avanti: la sinodalità così come la indica il Papa è innanzitutto uno stile, un modus vivendi atque operandi della chiesa, è un processo che coinvolge tutto il popolo di Dio nella vita e nella missione: tutti i battezzati sono chiamati a partecipare affinché si realizzi il principio forgiato dalla tradizione giuridica cristiana: “Quod omnes tangit ab omnibus tractari et deliberare debet” [quello che riguarda tutti, deve essere approvato da tutti]. Dunque la sinodalità come evento e procedura è stata trasformata per dare spazio al popolo di Dio che manifesta e realizza in concreto il suo essere comunione in un cammino percorso da tutti e insieme e in una partecipazione attiva (partecipatio actuosa) alla missione affidata dal Signore Gesù alla sua chiesa.

                Questa sinodalità che viene chiesta da oggi nel percorso sinodale e che va assolutamente vissuta a livello di parrocchia, chiesa locale, regionale, nazionale e infine universale, avrà la sua epifania e il suo apice nel sinodo dei vescovi indetto per l’ottobre del 2023. Un sinodo, va detto, la cui forma deve essergli data anche dagli esiti o dalle acquisizioni del cammino sinodale. Sarà certamente un sinodo dei vescovi, ma la composizione dei partecipanti con gli aventi diritto di voto deve ancora essere definita: vi parteciperanno solo vescovi e alcuni superiori maggiori della vita religiosa (nell’ultimo sinodo c’era solo un laico, unico semplice fedele: un piccolo fratello, superiore maggiore della sua congregazione, mentre nessuna donna era stata ammessa al diritto di voto) o sarà possibile anche la presenza di semplici fedeli, uomini e donne? In ogni caso occorre essere chiari e non nutrire illusioni: per ora il sinodo resta consultivo e non deliberativo e le votazioni dei padri sinodali riguardano mozioni, proposizioni da offrire all’autorità del Papa, al quale solamente spetta poi deliberare nel modo che lui decide nella libertà e nell’obbedienza allo Spirito santo. Per ora nel sinodo sono possibili procedure di partecipazione anche da parte di esperti e di testimoni invitati dal Papa, ma questi restano esclusi dalle procedure decisionali. A tal proposito un teologo spagnolo, Jesús Martínez Gordo, in un articolo recente, ha parlato di “infarto teologico della sinodalità” se non si arriverà nel prossimo sinodo a una concreta corresponsabilità ecclesiale, delineata come stile permanente della vita della chiesa.

                Sì, il cammino del sinodo è nuovo, è difficile: occorreranno procedure prescritte secondo l’intenzione di Papa Francesco, che veramente vuole tutto il popolo di Dio partecipe e responsabile della comunione e della missione della chiesa nel mondo.

                Ho fatto alcune precisazioni su sinodo e sinodalità perché le penso necessarie per non ridurre questi temi a slogan, o a parole ricorrenti in un gergo ecclesialese disincarnato e spiritualista. Anche per questo ribadisco l’importanza della preposizione syn, con, insieme, che ci rimanda a una concretezza di rapporto, di relazione, di vita. Il cristiano è innanzitutto un discepolo generato dalla relazione con Gesù, il Signore. I discepoli e le discepole, scrive Luca nel suo Vangelo, “erano con lui”, syn autô, con Gesù. Coloro che erano stati chiamati da Gesù e lo avevano seguito (akolutheîn) nell’ascolto della sua Parola erano stati coinvolti nella sua vita al punto che si poteva dire di loro: “stavano, erano insieme con lui!” (syn autô). Ecco come inizia il cammino: innanzitutto insieme a Gesù, e quindi insieme ai fratelli e alle sorelle, i credenti discepoli di Gesù! Lo dico con molta forza e convinzione: si cammina innanzitutto insieme, con Gesù, con Gesù Signore Vivente sulle strade del mondo!

                Qui l’inizio decisivo di ogni sinodo, di ogni camminare insieme! Questo significa che il primato va all’ascolto del Signore, della sua Parola, di ciò che lo Spirito dice alle chiese e ai credenti. Altrimenti possiamo anche camminare con gli altri, ma non sapremo dove dirigerci, quale strada percorrere, perché lui solo è la via: e se noi cristiani siamo “quelli della via”, siamo quelli che hanno come via Gesù! “Io sono la via, la verità, la vita!” (Gv 14,6).

Enzo Bianchi      Vita Pastorale rubrica Il Cristianesimo non fa che rinascere  -dicembre 2021

www.ilblogdienzobianchi.it/blog-detail/post/147547

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SINODO

Una tiratina d’orecchi al cammino sinodale italiano? (2)

                Nel precedente post [newsUCIPEM n. 886, pag. 57] avevo provato ad analizzare la tiratina d’orecchi del presidente della CEI ai “suoi” vescovi, in merito al cammino sinodale appena iniziato, anticipando che mi sarei confrontato anche con l’intervento del cardinal Grech.

www.chiesacattolica.it/per-una-chiesa-sinodale-comunione-partecipazione-e-missione

Quest’ultimo, infatti, si è sbilanciato ancor più del cardinale Bassetti su tre questioni che appaiono fondamentali, rendendo la taciturna accoglienza del suo discorso decisamente “assordante”. Focus sinodale, dialettica "sensus fidei" e magistero, trasparenza del processo di discernimento: questi i nodi decisivi emergenti dal discorso alla CEI del cardinal Grech.

                Crisi o conflitto? Il segretario del Sinodo non ha nascosto ai vescovi italiani, sia la possibilità di percepire in modo distorto il proprio intervento che la pre-esistenza di problematiche e conflitti reali bisognosi di pacificazione: «carissimi fratelli nell’episcopato, pace! Vengo come fratello, senza nessuna pretesa di imporre punti di vista che deriverebbero da una funzione o da un livello di vita superiori: il mio desiderio è di cercare insieme soluzioni condivise». Certo, egli non ha usato la metafora colorita con cui Papa Francesco si è rivolto a settembre alla diocesi di Roma (avvertendola di non far fare «una figuraccia» al suo vescovo), ma certamente ha fortemente pungolato e responsabilizzato la CEI ricordandole, con un riferimento biblico (Mt 5,15), che ad essa «formalmente appartiene il Vescovo della Chiesa di Roma. La realizzazione virtuosa del processo sinodale (…) sarà di esempio alle altre Chiese e agli altri episcopati». Nel bene o nel male.

1 – Il focus sinodale rimosso. Ciò premesso, il cardinal Grech ha cercato innanzitutto di mettere un freno ad alcune possibili derive funzionaliste (come le chiama Papa Francesco) che deve aver intravisto, o devono essergli state segnalate, in questo avvio di processo sinodale. Chissà se le schede esemplificative e le indicazioni metodologiche prodotte dalla CEI

https://camminosinodale.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/2021/11/Schede.pdf

 – e forse anche quelle di qualche diocesi italiana – abbiamo convinto il segretario del Sinodo a ricordare ai vescovi italiani che la sua segreteria ha «cancellato il termine “questionario” per evitare ogni equivoco»; che riguardo i «dieci nuclei tematici da approfondire si tratta di aspetti dell’unico interrogativo fondamentale (…) quasi fossero tante facce di un prisma», per cui «se confondono o inducono nella tentazione del sondaggio, meglio lasciarli e fermarsi unicamente sull’interrogativo fondamentale» contenuto nel Documento Preparatorio DP (§2; 26);

www.synod.va/it/documents/versione-desktop-del-documento-preparatorio.html

che in Italia il «Cammino sinodale, tradotto nella Carta d’intenti» presenta «il rischio – forse la tentazione – di voler sovraccaricare il processo sinodale di altri significati e obiettivi» – da cui l’esortazione alla CEI di «dedicare il primo anno a realizzare la richiesta di ascolto avanzata dal Sinodo della Chiesa universale», perché «giova più un obiettivo realizzato a dovere che due sovrapposti che ingenerano confusione» o che siano «senza costrutto e soprattutto senza direzione». Forse il problema consiste nel fatto che a nessuno (o a pochi) è veramente chiaro il focus dell’interrogativo fondamentale poliedrico; o forse, il problema è che una parte preponderante di questo focus è ancora rimosso, girando intorno a tre parole chiave estremamente scomode soprattutto se intimamente connesse:

  1. autorità/potere decisionale (da condividere e rendere trasparente – DP §30,VIII-X);
  2. dialogo ad extra (con le altre confessioni, religioni e culture – DP §30,VI-VII);
  3. parresìa (DP §30,III).

Evidentemente esso è ancora oggi sentito come ostico o pericoloso, rispetto alla (forse) più condivisa esigenza di ascolto (DP §30,II) e partecipazione (DP §30,IV-V) di tutti (DP §30,I).

2 – La dialettica tra sensus fidei e magistero. In secondo luogo il segretario del Sinodo ha evidenziato, per la prima volta in modo così esplicito anche rispetto ai discorsi del Papa, il punto fondamentale della «reciprocità e “mutua interiorità” di Chiesa universale e Chiese particolari» («la Chiesa “accade” nelle Chiese»), stabilito dal Concilio Vaticano II (LG, 23), riaffermato da Paolo VI (EN, 61-62) e ridiscusso in modo memorabile (e mirabile) negli anni ’90 del secolo scorso dai teologi Kasper e Ratzinger (pag. 568 di

www.academia.edu/34435710/_Le_Chiese_locali_e_la_Chiesa_universale_Il_Regno_n_17_ottobre_2013_p_568_576

                Mettere in luce, evidenziare, “zumare” questo aspetto ecclesiologico significa, probabilmente, voler offrire e garantire fondamento e sostanza a quella complessità dialettica del processo sinodale che sfugge continuamente ai più. Infatti, se non è chiara la «reciprocità e “mutua interiorità” di Chiesa universale e Chiese particolari», non si possono comprendere alcuni aspetti procedurali del Sinodo: la «doppia apertura» (del Papa vescovo di Roma e dei singoli vescovi) restata incompresa a chi «ha parlato di inutile doppione»; la relazione inscindibile (cf. LG, 12) tra la «“preparatoria”» fase consultiva diocesana (volta ad esprimere il cosiddetto sensus fidei) e il resto del processo sinodale (discernimento nazionale e continentale), con buona pace di coloro che ancora pensano la prima come un «fastidioso contrattempo» o che hanno accusato la segreteria del Sinodo di «voler strafare», quando invece «si tratta di una decisione di portata enorme, di cui non siamo ancora in grado di misurare gli esiti e le conseguenze». Diventa chiaro, quindi, il senso “provocatorio”, soprattutto per i vescovi, delle parole molto forti con cui il cardinal Grech ha chiuso il suo discorso alla CEI: «nella sinodalità siamo tutti apprendisti, ma in una Chiesa sinodale bisogna che i primi (…) siano i vescovi. Come potrà una portio Populi Dei maturare tale dimensione, se il suo principio di unità si muove in tutt’altra direzione ed esprime altri principi e altri modelli di Chiesa? …  Tutto il discorso sulla sinodalità si svuoterebbe e diventerebbe contro-testimonianza».

                Inoltre, senza avere continuamente chiara la «reciprocità e “mutua interiorità” di Chiesa universale e Chiese particolari», non si possono comprendere alcuni aspetti contenutistici del processo sinodale. Il cardinal Grech ha parlato esplicitamente del rapporto di «circolarità» tra «il Popolo di Dio e i suoi Pastori, tra sensus fidei e Magistero»: se il sensus fidei (come ricorda sempre Papa Francesco) “fiuta” nuove strade lungo le quali possono seguirlo anche i suoi Pastori, allora queste nuove strade potranno riguardare anche il Magistero (e la sua «potestà»), senza che ciò vada «a scapito» di quest’ultimo. Come avevamo già scritto:

www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/radicarsi-nel-magistero-o-mettere-in-moto-la-tradizione

radicarsi nel magistero della Chiesa senza avere una visione dinamica della tradizione, non fa correre il rischio di bloccare, di staticizzare ancora una volta, il movimento – la dinamizzazione del magistero – che il processo sinodale vorrebbe invece riavviare»? In altri termini, nella realtà dell’incontro con l’altro, «diagnosi prognosi e cura del peccato potrebbero rivelarsi a posteriori, per la grazia di Dio che è nel (presunto) peccatore, tali da dover essere corrette secondo quello che si rivela essere a posteriori il (nuovo o vero) «progetto del Regno di Dio», la (nuova o vera) «linea dello Spirito Santo», che pensavamo di conoscere a priori. Che cosa fare allora? Si trasforma, si fa crescere, si corregge la realtà (presunta) peccaminosa (ma rivelatasi ispirata)? O si trasforma, si fa crescere, si corregge la dottrina (rivelatasi invece incompleta)?». Credo che non vi sia bisogno di precisare che “mettere in moto” la Tradizione, farla crescere e maturare, eventualmente correggerne la direzione, non significhi necessariamente danneggiarla o arrecarle grave pregiudizio…

3 – La trasparenza del discernimento sinodale. Proprio per questo, infine, mi sembra ancora più importante la viva preoccupazione esternata dal cardinal Grech in merito ai «due momenti di discernimento» che avverranno a livello di gerarchia episcopale nazionale e continentale e che toccano decisivi aspetti sia procedurali che contenutistici. L’ulteriore impegno esemplare che anche qui il segretario del Sinodo ha chiesto alla CEI non sarebbe comprensibile se non ci fosse il seguente timore: che quanto il sensus fidei e lo Spirito stesso hanno da dire sul magistero, sull’autorità e sul potere dei Pastori, sul senso dell’evangelizzazione oggi, possa correre «il rischio di interpretazioni discrezionali», incapaci di costruire un instrumentum laboris che sia veramente «frutto di un ascolto a tutto campo».

                Dunque, come a livello universale il «lavoro immane» di lettura, esame e riunificazione dei contributi che ogni Chiesa offrirà in «dono» alle altre Chiese spetterà a ben 4 commissioni, invece che (incredibile a leggersi!) «a un solo esperto come avveniva in precedenza»; così, a livello nazionale, la CEI dovrà trovare «un modo veramente collegiale di “discernere” i contributi delle diocesi», per far «capire che non si tratta di un lavoro affidato a qualcuno», ma che «la sintesi sia davvero frutto dell’ascolto» e non l’ennesimo modo per «mortificare» questo “fiore” dell’«inter-ascoltarsi».

                In altri termini, è la questione della «trasparenza e accountability» (DP, §30, IX) che riemerge con prepotenza e «che merita un approfondimento accurato». Non è un caso che sulla problematica delle «sintesi» abbia già attirato l’attenzione Paolo Cugini: «chi compie questo lavoro finale, che spesso richiede tempo e pazienza, rischia di eliminare elementi fondamentali proveniente dalle basi. C’è tutto uno sforzo che proviene dal basso di far udire la propria voce, (…) per poi finire nel cestino dal personale addetto alle sintesi, prevalentemente persone moderate o conservatrici, pronte a limare ogni tentativo di fuga in avanti, che appare nei testi proposti» (Viandanti).

www.viandanti.org/website/il-sinodo-italiano-e-il-principio-di-uguaglianza

                Al riguardo un’interessante e condivisibile proposta è venuta dalla Rete cammino sinodale chiesa italiana:                                               lettera-aperta-ia-vescovi-di-rete-cammino-solidale-chiesa-italiana.pdf

«l’esito delle discussioni sia documentato in verbali che diano conto anche delle posizioni minoritarie» e in «piattaforme online (diocesane e nazionale) che raccolgano anche le voci difformi o “fuori dal coro”», così come «tutti i processi di comunicazione di eventi e documenti, ai vari livelli diocesani (parrocchie, Consigli vari, ecc.), siano puntuali, aggiornati e – mediante un sito dedicato – facilmente accessibili da tutti i gruppi sinodali e dalle persone interessate».

                Non possiamo essere certi che sia una proposta risolutiva, ma sicuramente rendere pubbliche e facilmente consultabili le sintesi (se non parrocchiali almeno diocesane) sarà in grado di pungolare (2Cor 12,7) coloro che detengono il potere e l’autorità, oltre che di verificare in costoro – che hanno la responsabilità dell’ascolto – «la capacità di gestire il confronto e “la comunione delle diversità”».

Sergio Ventura  Vino Nuovo      3 dicembre 2021

www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/una-tiratina-dorecchi-al-cammino-sinodale-italiano-2

 

Chiesa e Sinodo: ora, è il momento di cambiare

                “Che fatica dover discernere, consigliare, dialogare. Assai più facile condannare…”. Dice Cettina Militello, teologa e docente di ecclesiologia, liturgia, mariologia e titolare della cattedra “Donna e Cristianesimo”. “La comunità è memoria vivente ed è memoria affidata a gesti e parole”; “considero la forza dell’annuncio casa per casa e la testimonianza che l’accompagna”; “siamo dinanzi a un patriarcalismo e androcentrismo clericale che in nessun modo intende cedere il suo potere…”. “Investire sulle donne. É tutta la vita che lo faccio. Si potrebbe davvero fare molto di più…”; “investire sulla formazione teologica non è uno spreco, ma una scelta saggia e lungimirante – ciò vale ovviamente per gli uomini come per le donne.” Di questo e di altri temi delicati abbiamo ragionato con lei.

                Nata a Castellamare del Golfo (TP) nel 1945, la professoressa Cettina Militello, ha un curriculum lunghissimo e prestigioso. È laureata in filosofia e teologia. Già docente di ecclesiologia, liturgia e mariologia presso diverse facoltà ecclesiastiche di Roma; dal 1983 dirige l’Istituto Costanza Scelfo per i problemi dei laici e delle donne nella Chiesa e dal 2002 la cattedra “Donna e Cristianesimo” presso la Pontificia Facoltà Teologica Marianum. Già presidente della Società Italiana per la Ricerca Teologica (SIRT) attualmente fa parte del suo direttivo ed è socia ordinaria di diverse associazioni teologiche (AMI, APL, ATI, AFERT); è membro del direttivo della Pontificia Accademia Mariologica Internazionale (PAMI) e ha fatto parte del gruppo teologico misto del SAE. La sua bibliografia è raccolta nel volume, dedicatole per i suoi 70 anni, L’Ecclesiologia dopo il Vaticano II, curato da C. Caltagirone e GL. Pasquale (Marcianum, Venezia 2016). Diversi i volumi propri e quelli da lei curati; da ultimo (con Serena Noceti) Le donne e la riforma della Chiesa, EDB, Bologna 2017; Maria con occhi di donna. Nuovi saggi, San Paolo 2019; Ripensare il ministero. Sfida e necessità per la Chiesa, Nervini, Firenze 2019; Fraternità e sororità. Una sfida per la Chiesa e la liturgia, Cittadella, Assisi 2021. Grazie per il tempo dedicatoci, gentile prof.ssa

                Comincio dal chiederle come sta vivendo il cammino sinodale nella sua diocesi? Da battezzata e da teologa, che aspettative ha sui cammini sinodali?

                Purtroppo, sono “apolide”. Il che è paradossale per una persona che per quarant’anni ha insegnato ecclesiologia. Sono a Roma, ma è come se non ci fossi. Dalla mia diocesi d’origine manco ormai da trent’anni. L’impressione che ne ho è di un procedere lento e nemmeno molto centrato. Sono vittima anch’io, nella mia storia personale, del Concilio incompiuto. Tutto sarebbe stato assai diverso se avessimo accolto il Vaticano II. Invece ci siamo impantanati nelle ermeneutiche e nel frattempo le Chiese ne perdevano memoria, peggio, lo tradivano. Scoprire la sinodalità (epigono della riscoperta conciliare del popolo di Dio), farne stile, metodo, modalità che restituisca le Chiese alla loro bella forma: questo vorrei venisse fuori dai cammini sinodali…

                Lei è coordinatrice dell’Istituto Costanza Scelfo per i problemi dei laici e delle donne nella Chiesa. Quali sono i problemi dei laici e delle donne nella Chiesa?

                Sono i problemi del popolo di Dio tutto. Viviamo in un tempo di congedo dalle comunità cristiane, in un tempo in cui è difficile trasmettere la fede. È un tempo sospeso, senza gli slanci ideali (e ideologici) della mia generazione. L’impressione è che occorra una trasformazione strutturale che ci coinvolga tutti in un ripensamento radicale della identità e della varietà dei soggetti ecclesiali. Ovviamente in primo piano è la questione del ministero e connessa quella delle donne nelle Chiese. Non si tratta di rivendicare, ma di capire finalmente la comune dignità battesimale e quanto ne deriva.

                Che vuol dire per una adulta ed un adulto di oggi confrontarsi con la forma, lo stile, di Gesù Cristo? Cosa è la teologia per laici? Ha un futuro? Oppure è opportuno ripensare ad una formazione comune tra presbiteri, laici, religiosi e successivamente una diversificazione?

                Purtroppo, forma e stile di Gesù Cristo ci appaiono mediati da tante sovrastrutture che niente hanno a che fare con la semplicità e radicalità del messaggio originario. Gesù ha annunciato il regno di Dio e i suoi valori. Ma restano fuori dal nostro orizzonte fattuale e testimoniale.

                Non credo a una teologia per Laici. La teologia o è teologia o non serve a nessuno. Mi duole che in Italia si siano creati percorsi paralleli tra gli ISSR e le facoltà ecclesiastiche. Non mi convince il diploma di magistero che chiude gli ISSR. Sono invece per una formazione comune e previa. Prima, da battezzati, si studia insieme teologia, poi ci si sottopone al discernimento delle comunità per essere abilitati al ministero che corrisponde al carisma proprio a ciascuno/a. Trovo assurdo che a livello secolare si frequentino scuola superiore e università e che a livello ecclesiale ci si fermi alla catechesi per la prima eucaristia o, nel migliore dei casi, per la confermazione.

                Nel Novecento, siamo passati dal volto di Dio Padre presentatoci come Giove tonitruante pronto a scagliarsi contro di noi per i nostri errori (soprattutto in cabina elettorale ed in camera da letto…), al volto di Dio Padre misericordioso, con delle viscere di misericordia… Dal suo punto di vista di teologa ecclesiologa, come le parrocchie e le comunità diocesane hanno vissuto questa transizione nella narrazione del volto del Padre? Come mai esistono credenti che cercano un “riflusso” verso il volto più paganeggiante di Dio?

                È più facile fare i conti con l’Onnipossente. È più facile rispondere sì o no a una lista di peccati veri o presunti tali. Incontrarsi con la misericordia, cioè essere costretti all’autogiudizio, alla fatica del pensare, alla coerenza testimoniale del credere è molto molto più difficile. Infastidisce i fedeli e infastidisce i presbiteri. Che fatica dover discernere, consigliare, dialogare. Assai più facile condannare… Posso sempre dire: “sono cristiano anche se…” mentre l’“anche se” svilisce e mette in forse l’affermazione: “sono cristiano”.

                Il problema è uno soltanto: l’accidia. Preferiamo lo stantio, senza accorgerci che è estraneo o contrario al messaggio, anziché il vento nuovo che ci obbliga a reinventare o quanto meno a vagliare il nostro abitudinario essere cristiani.

                Da teologa, quale volto del Padre dobbiamo ancora scoprire per affascinare i “cuccioli d’uomo” (copyright don Armando Matteo) allo stile di Gesù?

                Sarebbe facile dire: recuperare il volto materno di Dio… Ma anche questa dicitura pone problemi. Forse dovremmo andare oltre le metafore familiari e inventarci qualcos’altro. Padre Figlio sono nomi che si approssimano più che a Dio al nostro mondo relazionale familiare. Non ho esperienza della maternità. Ma se avessi avuto dei figli li avrei con tutta naturalezza inseriti nella comunità cristiana confidando nella sua forza anamnetica e mimetica. La comunità è memoria vivente ed è memoria affidata a gesti e parole. Non avrei dato lezioni, ma vissuto. E poi, solo poi, avrei risposto alle domande… Insomma, innanzitutto vivere la fede e poi conseguenzialmente darne le ragioni.

                Lei propugna il recupero della memoria ecclesiale dei primi secoli del cristianesimo in Occidente, quando le Chiese erano chiese di case, non ancora Basiliche o pievi o edifici sacri…Ci sono le condizioni per questo ritorno? Dove Lei ha potuto osservare casi di chiesa di case?

                Si, conservo l’utopia dell’ekklesia kat’oikon, della Chiesa nelle case. Ed evidentemente non ne considero solo l’aspetto cultuale, il raccogliersi per fare memoria della morte e risurrezione del Signore; considero anche la carità fraterna e sororale, l’apertura agli altri… considero la forza dell’annuncio casa per casa e la testimonianza che l’accompagna… La struttura ministeriale modulata sul cursus honorum dell’impero ha sacralizzato culto e diakonia facendone una questione professionale. Penso invece che tutti siamo portatori del comune sacerdozio, tutti profeti, tutti portatori dell’exousia regale…[autorevolezza  regale] Insomma, mi piacerebbe ripartire da lì o quanto meno investire nella dignità di una coppia davvero sposata nel Signore. Sì, conosco qualche casa-chiesa nel senso forte del termine, casa aperta, alla vita, agli altri, con ritmi di preghiera propri, solerte dentro e fuori. Il fatto è che abbiamo investito veramente poco sul piano della reciprocità nuziale, ma più in generale sulla reciprocità come tale…

                Non sono un teologo e non mi azzardo a parlare di presbiterato alle donne…Più prosaicamente, però, sarebbe opportuno che i Pastori investano di più sulle donne, anche finanziariamente…Ad esempio: se un pio lascito prevede una somma importante per lo studio dei credenti, perché questa somma va data a priori al presbitero? Perché non anche a laiche e laici? Nella mia diocesi, ho suggerito ad una cara amica che vorrebbe proseguire gli studi teologici di chiedere un sostegno al Vescovo…

                Personalmente non penso che lo Spirito chiami al ministero discriminando sul sesso. Seguitiamo a parlare di incapacità delle donne a rappresentare Cristo capo e non ci rendiamo conto che riscaldiamo la minestra già acida della imbecillitas sexus. Siamo dinanzi a un patriarcalismo e androcentrismo clericale che in nessun modo intende cedere il suo potere… Investire sulle donne. É tutta la vita che lo faccio. Per quel che posso. Si potrebbe davvero fare molto di più… Se ne avessi i mezzi istituirei delle borse di studio o delle cattedre riservandole a donne. Le comunità dovrebbero farsene carico. Investire sulla formazione teologica non è uno spreco, ma una scelta saggia e lungimirante – ciò vale ovviamente per gli uomini come per le donne.

                Riprendo una Sua affermazione da Agensir del 18.11 scorso: “Il discernimento è ciò che rende diversa un’assemblea ecclesiale da una qualunque assemblea democratica; esso fa leva su un dono dello Spirito: il consiglio”. Sarebbe bellissimo se i cammini sinodali offrissero questa esperienza di discernimento comunitario… Ma come renderlo possibile?

                Confesso che il documento preparatorio, se preso sul serio, se non ridotto a kermesse burocratica o vetrina d’efficienza, indicazioni ne dà. Bisogna avere la pazienza d’interrogarsi e di ascoltarsi reciprocamente. Ascolto e dialogo sono la condizione per l’elaborazione di un consenso che è vincolante nella misura in cui è sorretto dal discernimento. Sì, il discernimento comunitario può essere ricondotto al dono del consiglio. Ed è fondamentale. Tutti abbiamo qualcosa da dire. Tutti dobbiamo reciprocamente ascoltarci. Certo è faticoso elaborare una scelta, una decisione, un orientamento compartito. Forse è più facile farlo a colpi di votazioni. Ma ciò che fa differente le Chiese è che non vi si procede a maggioranze qualificate, ovvero che le maggioranze qualificate sono frutto di un discernimento comune, faticoso sin che si vuole, ma quanto più arricchente e fedele al disegno originario. Purtroppo, abbiamo preferito le scorciatoie autoritarie, le abbiamo motivate teologicamente, caparbiamente… Ora però è il momento di cambiare.

                Il prof. Fulvio De Giorgi nel suo pamphlet Quale Sinodo per la chiesa italiana chiede allo Spirito Santo non tanto nuovi carismi (forse ce ne sono già tanti …), ma nuovi ministeri. Ministeri ordinati, istituiti, di fatto… Di quali ministeri la Chiesa avrebbe maggior bisogno oggi?

                Penso che anche questa sia una questione di discernimento. I ministeri, come i carismi, rispecchiano l’incedere delle Chiese nel tempo. Lo spirito suggerisce ciò di cui c’è bisogno. Oggi, forse, bisogna più insistere su quanto dice estroversione, incontro, dialogo, riconoscimento della ricchezza che viene dal fatto che nessuno/a di noi è identico ad un altro/a. Abbiamo tanti problemi nella cosiddetta casa comune. E questi problemi chiedono risposte ministeriali.

                Sono persuasa che ciascuno ha un suo nome di grazia. Esso va scoperto insieme. Direi che i ministeri di cui abbiamo più bisogno sono quelli relativi all’annuncio, alla testimonianza, alla estroversione solidale (giustizia, pace, povertà, ecologia, economia sostenibile, politica, mondo digitale…), senza dimenticare i percorsi formativi, perché i ministeri non si improvvisano. Il dono va non soltanto scoperto e autenticato, ma fatto crescere e accompagnato con tutti i mezzi possibili. Personalmente poi chiedo allo Spirito che moltiplichi i profeti. È di profezia che abbiamo bisogno. Solo la voce dei profeti ci farà fare quel salto di qualità che sani ogni discriminazione di genere, che guarisca la piaga del clericalismo e le tante altre che deturpano il volto delle Chiese. Solo la profezia può traghettarci verso quella riforma urgente, urgentissima, condizione stessa del futuro delle Chiese.

                               Giandiego Carastro   by c3dem_admin 30 novembre 2021

www.c3dem.it/chiesa-e-sinodo-ora-e-il-momento-di-cambiare

 

Il potere nella Chiesa

                Testo alternativo per il Forum su «Potere e divisione dei poteri nella Chiesa» del Cammino sinodale tedesco

                Anche «noi prendiamo parte al Cammino sinodale, ma siamo sempre più convinti che esso non possa portare al traguardo sui binari finora seguiti»; infatti un «buon cammino sinodale» va percorso «con l’intera Chiesa e nell’intera Chiesa». Lo scrive il vescovo di Regensburg mons. Rudolf Voderholzer, presentando il 3 settembre 2021 scorso, a nome di «membri dell’Assemblea sinodale» riunitisi in «gruppo», un sito in quattro lingue, «Contributi sinodali», che promette «testi alternativi, commentari e prese di posizione vaticane sui temi e sui forum del Cammino sinodale» tedesco, fondati «sul “sano insegnamento”». Essi sono stati «introdotti nel cammino sinodale. Tuttavia, in considerazione dei rapporti di maggioranza vigenti nel progetto, essi non sono stati e continuano a non essere tenuti in considerazione».

                Il primo di tali contributi sinodali, intitolato Potestà e responsabilità. Tesi per una riforma della Chiesa e datato 24 agosto, è firmato da M. Schlosser (Premio Ratzinger 2018), A. Oehler, F. Wörner (vescovo ausiliare di Augsburg), W. Picken. Esso afferma che, se l’«abuso di potere» ha causato una «perdita di fiducia nella Chiesa come istituzione», essa può «avviare i miglioramenti necessari» solo «sulla base di ciò che secondo la fede cattolica la costituisce per sua natura», cioè riscoprendo «ciò che essa è in vista di Cristo».                                                                             www.synodale-beitraege.de.

  1. Le sfide odierne

                La Chiesa cattolica sta perdendo massicciamente importanza e attrattività in Germania. Nel 2019, più di 270.000 persone sono uscite dalla Chiesa. In nessun luogo la perdita di rilevanza è più evidente che nei sacramenti. Anche prima dello scoppio della pandemia del Coronavirus, il numero di coloro che frequentavano regolarmente la santa messa, a livello nazionale, si aggirava intorno al 9%. Nel 2019, circa 40.000 credenti si sono sposati in chiesa – nel 2000, tuttavia, erano ancora più di 60.000. Anche la nuova generazione di sacerdoti è diminuita massicciamente negli ultimi anni, il numero dei nuovi ordinati negli ultimi venti anni è calato più del 60%. Queste sono cifre che dovrebbero allarmare. Se lo sviluppo continua con questo ritmo, allora la Chiesa in questo paese, come l’abbiamo conosciuta, rischia di estinguersi entro pochi decenni. La diminuzione del numero dei fedeli solleva delle domande. Che cosa li ha fatti allontanare? Che cosa li tiene lontani? Come può il Vangelo raggiungerli e ispirarli?

                Uno dei fattori del declino è la perdita di fiducia nella Chiesa come istituzione. Lo scandalo degli abusi è stato una delle ragioni per cui molte persone si sono allontanate dalla Chiesa. Il cosiddetto «Cammino sinodale» (Synodaler Weg) prende vita a questo punto. Si è proposto di scoprire le cause della crisi degli abusi, del fallimento della Chiesa nella gestione degli abusi, nonché di avviare i miglioramenti necessari. La Chiesa deve seriamente considerare questo problema e affrontare le domande più pressanti. Questo però lo può fare solo sulla base di ciò che secondo la fede cattolica la costituisce per sua natura. Le diverse situazioni di crisi della Chiesa richiamano tutti i suoi membri a riscoprire soprattutto ciò che essa è in vista di Cristo e a diventare più ciò che egli vuole che essa sia secondo la sua volontà. L’obiettivo deve essere quello di rendere nuovamente evidente al mondo esterno che, nonostante tutte le fallibilità umane, Dio si fa trovare nella Chiesa, che Dio vuole il bene di tutti gli uomini. Egli si è fatto uomo nel suo Figlio Gesù Cristo e si è rivolto all’umanità fino alla morte in croce. È risorto dai morti e ha promesso la vita eterna. Il suo amore ci tocca e guarisce nei sacramenti. Per raggiungere quest’obiettivo, è necessario riconsiderare il modo in cui viene gestita la potestà di ufficio nella Chiesa e favorire una più profonda partecipazione di tutti i battezzati nell’ambito di una sinodalità ecclesiale. Vogliamo proporre passi concreti per riforme che possano essere attuate in fedeltà verso la fede della Chiesa e in accordo con il suo ordinamento giuridico; mostrino altresì che le richieste presentate alla Chiesa dalla società vengano considerate con serietà.

                L’attenzione per le varie strutture non deve mai distogliere lo sguardo da Dio. «Senza vita nuova e autentico spirito evangelico, senza “fedeltà della Chiesa alla propria vocazione”, qualsiasi nuova struttura si corrompe in poco tempo», scrive papa Francesco. D’altra parte, di fronte alle evidenti deficienze, un rinnovamento strutturale è anche doveroso. Dove ci sono errori, devono essere eliminati. Dove vi sono punti oscuri che hanno favorito l’abuso, questi devono essere scoperti. Se la partecipazione come tale è parte costituente la natura della comunità ecclesiale, essa deve essere resa possibile, senza riserve.      Solo così il Vangelo, cioè la buona novella, può nuovamente risplendere e ogni battezzato potrà divenire un «soggetto attivo di evangelizzazione». Solo in tal modo clero e laici possono, ciascuno nel proprio ambito, operare nel mondo come «apostoli del suo amore» (san Vincenzo Pallotti). Questo è ciò che intende proporre il seguente testo

B     Potestà e ministero sacramentale nella Chiesa.

Punto di partenza: natura e missione della Chiesa

                1. Che cos’è la Chiesa? Molto dipende da questa semplice domanda. Coll’interrogativo del «cosa» sia Chiesa, si pone la questione sulla sua natura, e il tipo di risposta ottenuta determina il modo con cui si guarda a essa: alla sua necessità e allo scopo della sua esistenza, ai suoi ministeri e alle sue strutture. Di conseguenza è diventata inevitabile anche la questione delle colpe e dei fallimenti nella Chiesa, mettendo in discussione con questo anche la giustificazione, la distribuzione e l’esercizio del potere nella Chiesa.

                2. Per sapere cosa è la Chiesa, bisogna intendere da dove viene. «Il mistero della santa Chiesa si manifesta nella sua stessa fondazione», insegna il concilio Vaticano II (Lumen gentium, n. 5). Il Catechismo della Chiesa cattolica specifica questo principio affermando che la Chiesa ha «la sua origine nel disegno della santissima Trinità» (n. 758).

                La Chiesa, come la concepisce il concilio Vaticano II, è molto più di una delle tante istituzioni all’interno della società. Essa procede dalla vita interiore di Dio stesso, che si comunica per amore come uno e trino verso il mondo creato. La costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium sviluppa questo pensiero fin dai suoi primi paragrafi (cf. nn. 2-4). Dio Padre ha voluto che tutti gli esseri umani partecipassero alla pienezza della vita divina. Per completare il piano del suo amore, che comincia con la creazione, si rivolge agli esseri umani, sceglie un popolo e stabilisce un’alleanza con loro. Attraverso la sua Parola e il suo Spirito, sta operando sin dall’inizio nella storia dell’umanità, in modo speciale nella storia del popolo d’Israele. Il culmine dell’autorivelazione di Dio è la missione visibile del suo Verbo eterno, che viene nel mondo come essere umano. La missione invisibile dello Spirito Santo muove le persone ad aprire il loro cuore a questa Parola. Lo Spirito permette loro di diventare figli di Dio nella fede, nella speranza e nell’amore del Figlio Gesù Cristo, e riunisce quanti sono sparsi nel mondo come membri di un unico corpo spirituale. Questo corpo, di cui Cristo è il capo e lo Spirito Santo è l’anima, è la Chiesa. In essa tutti gli uomini devono essere uniti sotto il dominio regale di Dio e condotti sul cammino della perfezione nel suo Regno eterno.

                «Gesù stesso nell’ora della sua passione ha pregato “perché tutti siano una sola cosa” (Gv 17,21). (…) Dio vuole la Chiesa, perché egli vuole l’unità e nell’unità si esprime tutta la profondità della sua agape. Infatti, questa unità data dallo Spirito Santo non consiste semplicemente nel confluire insieme di persone che si sommano l’una all’altra. È una unità costituita dai vincoli della professione di fede, dei sacramenti e della comunione gerarchica. I fedeli sono uno perché, nello Spirito, essi sono nella comunione del Figlio e, in lui, nella sua comunione col Padre: “La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo” (1Gv 1,3). Dunque, per la Chiesa cattolica, la comunione dei cristiani non è altro che la manifestazione in loro della grazia per mezzo della quale Dio li rende partecipi della sua propria comunione, che è la sua vita eterna. Le parole di Cristo “che tutti siano una cosa sola” sono dunque la preghiera rivolta al Padre perché il suo disegno si compia pienamente, così che risplenda “agli occhi di tutti qual è l’adempimento del mistero nascosto da secoli nella mente di Dio, Creatore dell’universo” (Ef 3,9). Credere in Cristo significa volere l’unità; volere l’unità significa volere la Chiesa; volere la Chiesa significa volere la comunione di grazia che corrisponde al disegno del Padre da tutta l’eternità (Giovanni Paolo II, lett. enc. Ut unum sint sull’impegno ecumenico, 25.5.1995, n. 9; EV 14/2681).

                «Se Dio è unità dialogica, essere in relazione, la creatura umana, fatta a sua immagine e somiglianza, rispecchia tale costituzione: essa pertanto è chiamata a realizzarsi nel dialogo, nel colloquio, nell’incontro: è un essere in relazione. In particolare, Gesù ci ha rivelato che l’uomo è essenzialmente “figlio”, creatura che vive nella relazione con Dio Padre, e così in relazione con tutti i suoi fratelli e sorelle.  (…) In una società tesa tra globalizzazione e individualismo, la Chiesa è chiamata a offrire la testimonianza della koinonia, della comunione. Questa realtà non viene “dal basso” ma è un mistero che ha, per così dire, le “radici in cielo”: proprio in Dio uno e trino. È lui, in se stesso, l’eterno dialogo d’amore che in Gesù Cristo si è comunicato a noi, è entrato nel tessuto dell’umanità e della storia per condurle alla pienezza. Ed ecco allora la grande sintesi del concilio Vaticano II: la Chiesa, mistero di comunione, “è in Cristo come un sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen gentium, n. 1)» (Benedetto XVI, Omelia durante la concelebrazione eucaristica in piazza della Vittoria, Genova, 18.5.2008).

Cristo, sacramento di Dio nel mondo

                3. Poiché al centro dell’attenzione del Dio trinitario per il mondo sta l’incarnazione del Figlio, il mistero della Chiesa deve essere compreso soprattutto partendo dal mistero di Gesù Cristo. Seguendo un motivo profondamente radicato nella teologia dei padri greci, che Tommaso d’Aquino ha ripreso nel Medioevo, il Cristo incarnato è stato descritto nella teologia, partendo dal XIX secolo, come il sacramento di Dio nel mondo. I sacramenti sono segni visibili ed efficaci (simboli reali) di una realtà spirituale. Per questo, l’uomo Gesù di Nazaret è un’icona del Dio invisibile nel mondo, un segno che realizza la volontà divina di salvezza nella storia. Nelle parole e nelle azioni umane di Gesù, il Dio nascosto parla agli esseri umani, si rende corporalmente toccabile per loro, offre loro la sua vicinanza e comunione. La vita che il Figlio incarnato conduce nell’unione più profonda con il suo Padre celeste, e che culmina nel suo dono di sé sulla croce, è un’espressione dell’amore sconfinato di Dio e una rivelazione della sua natura più profonda.

                «“Dio nessuno l’ha mai visto”, scrive san Giovanni per dar maggior rilievo alla verità secondo cui “proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18). Questa “rivelazione” manifesta Dio nell’insondabile mistero del suo essere – uno e trino – circondato di “luce inaccessibile” (1Tm 6,16). Mediante questa “rivelazione” di Cristo, tuttavia, conosciamo Dio innanzitutto nel suo rapporto di amore verso l’uomo: nella sua “filantropia” (Tt 3,4). È proprio qui che “le sue perfezioni invisibili” diventano in modo particolare “visibili”, incomparabilmente più visibili che attraverso tutte le altre “opere da lui compiute”: esse diventano visibili in Cristo e per mezzo di Cristo, per il tramite delle sue azioni e parole e, infine, mediante la sua morte in croce e la sua risurrezione» (Giovanni Paolo II, lett. enc. Dives in misericordia sulla misericordia divina, 30.11.1980, n. 2; EV 7/861).

                «La vera novità del Nuovo Testamento non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà carne e sangue ai concetti – un realismo inaudito. Già nell’Antico Testamento la novità biblica non consiste semplicemente in nozioni astratte, ma nell’agire imprevedibile e in certo senso inaudito di Dio. Questo agire di Dio acquista ora la sua forma drammatica nel fatto che, in Gesù Cristo, Dio stesso insegue la “pecorella smarrita”, l’umanità sofferente e perduta. Quando Gesù nelle sue parabole parla del pastore che va dietro alla pecorella smarrita, della donna che cerca la dracma, del padre che va incontro al figliol prodigo e lo abbraccia, queste non sono soltanto parole, ma costituiscono la spiegazione del suo stesso essere e operare. Nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale egli si dona per rialzare l’uomo e salvarlo – amore, questo, nella sua forma più radicale. Lo sguardo rivolto al fianco squarciato di Cristo, di cui parla Giovanni (cf. 19,37), comprende ciò che è stato il punto di partenza di questa lettera enciclica: “Dio è amore” (1Gv 4,8). È lì che questa verità può essere contemplata» (Benedetto XVI, lett. enc. Deus caritas est sull’amore cristiano, 25.12.2005, n. 12; EV 23/1561).

La realtà sacramentale della Chiesa in Cristo

                4. In comunione con Gesù Cristo nella fede e nell’amore, gli uomini diventano figli di Dio in un senso nuovo, come sorelle e fratelli del Figlio eterno del Padre. In questo modo Cristo raduna la famiglia di Dio, rende possibile la conversione e il perdono dei peccati, e dirige le persone verso una meta della loro vita che non potrebbero mai raggiungere con i propri sforzi. Attraverso la morte e la risurrezione di Gesù e la missione dello Spirito pasquale, questo movimento di raduno prende una forma universale: il popolo di Dio dell’antica alleanza si ritrova nel nuovo popolo di Dio, nella Chiesa degli ebrei e dei gentili.

                Poiché «la Chiesa è il prolungamento del corpo di Cristo nella storia», essa è anche partecipe della natura sacramentale del Figlio incarnato. Tutto ciò che possiede lo riceve da Cristo – per questo è stata paragonata alla luna, che non brilla da sé, ma riceve la sua luce interamente dal sole. «In Cristo», insegna il Concilio, la Chiesa è «come un sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Lumen gentium, n. 1). Ciò significa che la Chiesa rende visibile al mondo come gli uomini di tutti i popoli e le nazioni siano uniti in modo unico al Padre per mezzo di Cristo nello Spirito Santo e con ciò anche tra di loro. Allo stesso tempo è uno strumento vivo per la realizzazione di questa doppia unità per tutti coloro che vogliono unirsi alla Chiesa.

                In questo modo essa è «per un’analogia che non è senza valore, (…), paragonata al mistero del Verbo incarnato»: «Infatti, come la natura assunta serve al Verbo divino da vivo organo di salvezza, a lui indissolubilmente unito, così in modo non dissimile l’organismo sociale della Chiesa serve allo Spirito di Cristo che la vivifica, per la crescita del corpo (cf. Ef 4,16)» (Lumen gentium, n. 8).

                Al di là dell’indiscussa analogia tra Cristo e la Chiesa, il Concilio indica contemporaneamente la chiara differenza tra la sacramentalità della Chiesa e la sacramentalità di Cristo. La natura umana di Gesù è irrevocabilmente assunta nella persona del Figlio divino. Attraverso l’unione con la divinità è santificata e preservata da ogni peccato, è in ogni momento un mero mezzo dell’azione divina nel mondo. Questo, tuttavia, non vale per la dimensione umana della Chiesa. È vero che alla Chiesa è assicurata la santità oggettiva e persino l’indistruttibilità per l’azione dello Spirito, in modo che attraverso la proclamazione della Parola, la celebrazione dei sacramenti e il ministero pastorale possa rendere presente e continuare l’azione di Cristo nel mondo. Tuttavia, i membri della Chiesa sono esseri umani che portano il tesoro della grazia di Dio «in vasi di creta» (cf. 2Cor 4,7), rimanendo liberi di rifiutare la loro vocazione e missione. Pertanto, il peccato dei battezzati, sia nella sua dimensione individuale che in quella strutturale, può oscurare la missione sacramentale della Chiesa in modo significativo e persino renderla dubbiosa agli occhi di molte persone. Essa può porre la reale dimensione della Chiesa in un contrasto quasi insopportabile con la sua vera natura interna.

                Nei secoli, la teologia si è sempre mossa tra due poli, affermando che la Chiesa è «immacolata» e allo stesso tempo «deformata», la cui mediazione finale, come già sapeva Agostino, rimane l’oggetto della speranza escatologica. Tuttavia, ogniqualvolta i cattolici hanno denunciato con parole talvolta taglienti la depravazione «adultera» della Chiesa, la simultanea realtà della sua santificazione in Cristo non è mai stata messa in discussione. «Non è in sé stessa che la Chiesa è ferita, ma in noi. Stiamo dunque attenti che il nostro errore non diventi la ferita della Chiesa», scriveva sant’Ambrogio (De virginitate, c. VIII, n. 48).

                Da ciò si può concludere che ciò vale per tutti i singoli sacramenti, vale in egual modo anche per la Chiesa sacramentale: il suo potere spirituale oggettivo (l’efficacia ex opere operato) è garantito da Cristo stesso e non mai soggetto al parere umano nella presentazione e interpretazione del segno sacro; di conseguenza, non può essere distrutto da colpa umana. Tuttavia la percezione «fruttuosa» della realtà significata di coloro a cui si rivolge (l’efficacia ex opere operantis) può essere gravemente compromessa dal cattivo comportamento degli esseri umani nel processo di comunicazione sacramentale. Caterina da Siena ha espresso questo in un’immagine: il dono della grazia, che non può essere pregiudicato dagli esseri umani, ma che è pur sempre trasmesso da loro, potrebbe essere disprezzato se il portatore fosse disgustosamente sporco (Dialogo 120.122). Se gli amministratori dei sacramenti danno origine a scandalo attraverso un’azione colpevole, non solo rendono inattendibile la rappresentazione di Cristo nel ministero ordinato, ma, addirittura, ostacolano per altre persone l’incontro con Dio nei sacramenti da loro amministrati. Questo aspetto viene giustamente menzionato nelle descrizioni dell’attuale crisi della Chiesa.

                «Unendosi a Cristo, il popolo della nuova alleanza, lungi dal chiudersi in se stesso, diventa “sacramento” per l’umanità, segno e strumento della salvezza operata da Cristo, luce del mondo e sale della terra (cf. Mt 5,13-16) per la redenzione di tutti. La missione della Chiesa è in continuità con quella di Cristo: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21). Perciò dalla perpetuazione nell’eucaristia del sacrificio della croce e dalla comunione col corpo e con il sangue di Cristo la Chiesa trae la necessaria forza spirituale per compiere la sua missione» (Giovanni Paolo II, lett. enc. Ecclesia de eucharistia sull’eucaristia nel suo rapporto con la Chiesa, 17.4.2003, n. 22; EV 22/247).

                «Alcuni guardano la Chiesa fermandosi al suo aspetto esteriore. Allora la Chiesa appare solo come una delle tante organizzazioni in una società democratica, secondo le cui norme e leggi, poi, deve essere giudicata e trattata anche una figura così difficile da comprendere come la “Chiesa”. Se poi si aggiunge ancora l’esperienza dolorosa che nella Chiesa ci sono pesci buoni e cattivi, grano e zizzania, e se lo sguardo resta fisso sulle cose negative, allora non si schiude più il mistero grande e bello della Chiesa. Quindi, non sorge più alcuna gioia per il fatto di appartenere a questa vite che è la “Chiesa”. Insoddisfazione e malcontento vanno diffondendosi, se non si vedono realizzate le proprie idee superficiali ed erronee di “Chiesa” e i propri “sogni di Chiesa”! Allora cessa anche il lieto canto “Sono grato al Signore, che per grazia mi ha chiamato nella sua Chiesa”, che generazioni di cattolici hanno cantato con convinzione. (…) “Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me (…), perché senza di me – si potrebbe anche tradurre: fuori di me – non potete far nulla” (Gv 15,4). Ognuno di noi è messo di fronte a tale decisione. Il Signore, nella sua parabola, ci dice di nuovo quanto essa sia seria: “Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi raccolgono i tralci buttati via, li gettano nel fuoco e li bruciano” (cf. Gv 15,6). Al riguardo, sant’Agostino commenta: “L’uno o l’altro spetta al tralcio, o la vite o il fuoco; se (il tralcio) non è nella vite, sarà nel fuoco; quindi affinché non sia nel fuoco, sia nella vite” (In Joan. Ev. tract. 81,3: PL 35, 1842)» (Benedetto XVI, Omelia durante la messa all’Olympiastadion, Berlino, 22.9.2011).

Conferimento della potestà di ufficio a persone nella Chiesa

                5. Ciò che rimane di vero in tutto questo è che nella misura in cui la Chiesa è principalmente una realtà sacramentale attraverso e in Cristo, l’umano, il visibile e l’istituzionale non può essere separato dal divino, invisibile e spirituale. Le due dimensioni «formano piuttosto una sola complessa realtà risultante di un duplice elemento, umano e divino» (Lumen gentium, n. 8; EV 1/304). Questo è anche il principio di base per una comprensione teologica del ministero della Chiesa.

                Già prima della Pasqua Gesù coinvolge persone nella sua opera sacramentale. Chiunque si mette alla sequela di Gesù partecipa al suo essere e alla sua missione. In un atto solenne all’inizio del suo ministero pubblico, Gesù «costituì» dodici uomini «perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demoni» (cf. Mc 3,14-15). Essi rappresentano il rinnovamento escatologico dell’eletto popolo di Dio Israele, costituito in dodici tribù. Dopo la Pasqua il Signore risorto, invocando la sua potestà universale, manda nuovamente gli apostoli ad annunciare il Vangelo agli uomini di tutto il mondo, a farne discepoli e a battezzarli nel nome del Dio trinitario. Per questa missione assicura loro la sua costante presenza (cf. Mt 28,18-20).

                6. È parte integrante della fede cattolica che con l’istituzione degli apostoli da parte di Cristo egli abbia stabilito un ministero spirituale permanente nella Chiesa, mediato sacramentalmente con l’imposizione delle mani e dalla preghiera. Da un lato, questo ministero rappresenta Cristo risorto vittorioso e la sua opera come Signore esaltato della Chiesa: «Con la grandezza della sua potenza domina sulle cose celesti e terrestri, e con la sua perfezione e azione sovrana riempie delle ricchezze della sua gloria tutto il suo corpo (cf. Ef 1,18-23)» (Lumen gentium, n. 7; EV 1/299).

                D’altra parte, la forma concreta in cui la rappresentazione di Cristo deve avvenire nel cammino terreno della Chiesa rimane quella che il Signore stesso ha indicato nella sua vita terrena come forma di discepolato: la partecipazione alla sua pro-esistenza, al suo impegno incondizionato per Dio e per gli uomini e alla sua amorevole donazione di sé fino alla morte (cf. Mc 9,35; Mc 10,42-44). «Un inviato non è più grande di chi lo ha mandato» (Gv 13,16), dice Cristo ai discepoli dopo aver riassunto simbolicamente il programma della sua vita con la lavanda dei piedi. Il Vangelo insegna che la potestà nella Chiesa viene conferita e intesa come servizio gratuito, e che coloro a cui è conferita devono rendere maggiormente conto del loro operato. Questo è un alto ideale già per gli apostoli (a cominciare da Pietro), ma deve rimanere una valida sfida per la Chiesa di tutti i tempi.

                «La missione affidata da Gesù agli apostoli deve durare sino alla fine dei secoli (cf. Mt 28,20), poiché il Vangelo che essi sono incaricati di trasmettere è la vita per la Chiesa di ogni tempo. Proprio per questo essi hanno avuto cura di costituirsi dei successori (…). La speciale effusione dello Spirito Santo, di cui gli apostoli furono colmati dal Signore risorto (cf. At 1,5.8; 2,4; Gv 20,22-23), fu da essi partecipata attraverso il gesto dell’imposizione delle mani ai loro collaboratori (cf. 1Tm 4,14; 2Tm 1,6-7). Questi, a loro volta, con lo stesso gesto la trasmisero ad altri, e questi ad altri ancora. In tal modo, il dono spirituale degli inizi è giunto fino a noi mediante l’imposizione delle mani, cioè la consacrazione episcopale, che conferisce la pienezza del sacramento dell’ordine, il sommo sacerdozio, la totalità del sacro ministero. Così, per mezzo dei vescovi e dei presbiteri che li assistono, il Signore Gesù Cristo, pur sedendo alla destra di Dio Padre, continua a essere presente in mezzo ai credenti. In tutti i tempi e in tutti i luoghi egli predica la parola di Dio a tutte le genti, amministra i sacramenti della fede ai credenti e nello stesso tempo dirige il popolo del Nuovo Testamento nella sua peregrinazione verso l’eterna beatitudine. Il buon Pastore non abbandona il suo gregge, ma lo custodisce e lo protegge sempre mediante coloro che, in forza della partecipazione ontologica alla sua vita e alla sua missione, svolgendone in modo eminente e visibile la parte di maestro, pastore e sacerdote, agiscono in sua vece. Nell’esercizio delle funzioni che il ministero pastorale comporta, sono costituiti suoi vicari e ambasciatori» (Giovanni Paolo II, esort. ap. postsinodale Pastores gregis sul vescovo servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo, 16.10.2003, n. 6).

                «“Consacrali nella verità”: è questo l’inserimento degli apostoli nel sacerdozio di Gesù Cristo, l’istituzione del suo sacerdozio nuovo per la comunità dei fedeli di tutti i tempi. “Consacrali nella verità”: è questa la vera preghiera di consacrazione per gli apostoli. Il Signore chiede che Dio stesso li attragga verso di sé, dentro la sua santità. Chiede che egli li sottragga a se stessi e li prenda come sua proprietà, affinché, a partire da lui, essi possano svolgere il servizio sacerdotale per il mondo. (…) Non ha forse Cristo detto di se stesso: “Io sono la verità” (cf. Gv 14,6)? E non è forse egli stesso la parola vivente di Dio, alla quale si riferiscono tutte le altre singole parole? Consacrali nella verità – ciò vuol dire, dunque, nel più profondo: rendili una cosa sola con me, Cristo. Lègali a me. Tìrali dentro di me. E di fatto: esiste in ultima analisi solo un unico sacerdote della nuova alleanza, lo stesso Gesù Cristo. E il sacerdozio dei discepoli, pertanto, può essere solo partecipazione al sacerdozio di Gesù. Il nostro essere sacerdoti non è quindi altro che un nuovo e radicale modo di unificazione con Cristo. Sostanzialmente essa ci è stata donata per sempre nel sacramento. Ma questo nuovo sigillo dell’essere può diventare per noi un giudizio di condanna, se la nostra vita non si sviluppa entrando nella verità del sacramento» (Benedetto XVI, Omelia durante la santa messa del crisma, 9.4.2009).

Il ministero sacramentale dei vescovi, presbiteri e diaconi

                7. La forma concreta del ministero sacramentale nei tre gradi di vescovo, presbitero e diacono si è sviluppata rapidamente nel primo periodo post-apostolico. Era lo Spirito del Signore risorto – secondo l’interpretazione nella prospettiva della fede –, che anche in questo senso introdusse la sua Chiesa in tutta la verità (cf. Gv 16,13). Proprio come la Chiesa nel suo insieme – nella potenza dello Spirito pentecostale di Dio – continua sacramentalmente l’opera del suo Signore incarnato, così anche l’ufficio di governo nella Chiesa ha forma sacramentale: è un segno efficace della presenza permanente di Cristo, del Capo, nella sua Chiesa. In questo modo l’ordine sacro rende visibile quanto la Chiesa non costituisca se stessa e non sia autosufficiente, ma dipenda sempre dall’azione del suo Signore che anticipa tutto.

                La sacramentalità della Chiesa e del suo ministero apostolico non è innanzitutto un «programma» da attuare (in modo più o meno convincente) da parte di esseri umani, ma una caratteristica essenziale iscritta nella Chiesa da Cristo stesso. La partecipazione pneumatica alla missione di Gesù attraverso l’inclusione nella sua triplice missione di insegnare, governare e santificare, che è data alla Chiesa nel suo insieme e ai credenti in essa (cf. Lumen gentium, n. 31), si realizza attraverso l’ordine sacro in modo speciale, cioè come ministero pastorale a tutti i battezzati nella persona di Cristo che è Capo della Chiesa.

                In questo modo, come già la costituzione dogmatica sulla Chiesa del concilio Vaticano II evidenzia con la sua struttura, la comune elezione e dignità di tutto il popolo di Dio è il fondamento della missione ecclesiale (cf. Lumen gentium, nn. 9-12): il dono della figliolanza in Dio, la chiamata alla santità nella sequela di Cristo e il multiforme dono dello Spirito di Dio per partecipare all’apostolato della Chiesa precedono nel tempo e nella sostanza ogni abilitazione ministeriale attraverso l’ordinazione. Sebbene il ministero d’ufficio affidato a vescovi, sacerdoti e diaconi comporti sempre un’azione in nome della Chiesa, e possa, quindi, essere visto come una concretizzazione dei carismi comuni del battesimo e della cresima, non si esaurisce in questo. Non è semplicemente il risultato di una delega dei fedeli o di una differenziazione funzionale all’interno della storia sociale di un’istituzione religiosa. Cristo stesso autorizza le persone attraverso l’ordinazione sacramentale anche ad agire nella sua persona. La Chiesa che tramite l’ordinazione sacramentale (Lumen gentium, n. 11) conferisce la «sacra potestà» (Lumen gentium, n. 18) è presieduta da pastori; in questo modo sono abilitati e dotati di un proprio carisma di ufficio.

                8. In primo luogo, secondo la dottrina cattolica, i vescovi sono chiamati a presiedere nella Chiesa con il loro ministero sacramentale. Perciò, nell’attuale preghiera per l’ordinazione dei vescovi – il cui testo è attestato già all’inizio del III secolo –, s’invoca sulla persona ordinanda lo stesso «Spirito che regge e guida» che Cristo «ha trasmesso ai santi apostoli». Essi «per divina istituzione sono succeduti al posto degli apostoli quali pastori della Chiesa» (Lumen gentium, n. 20) ed esercitano un ministero stabilito dal Signore che perdura «fino alla fine dei secoli» (Lumen gentium, n. 18). Il vescovo è posto «in nome di Cristo a pascere la Chiesa colla Parola e la grazia di Dio» ( Lumen gentium, n. 11). Egli è «insignito della pienezza del sacramento dell’ordine» (Lumen gentium, n. 26), a esso il ministero pastorale nella Chiesa è «pienamente» affidato (Lumen gentium, n. 27).

                Nel loro esercizio di missione pastorale e di presidenza, i vescovi continuano il triplice ministero di Cristo «quali maestri di dottrina, sacerdoti del sacro culto, ministri del governo della Chiesa» (Lumen gentium, n. 20). Come in Cristo gli aspetti del triplice ministero (munus triplex) si compenetrano l’un l’altro in modo indiviso, così la rappresentazione integrale di Cristo da parte del vescovo unisce tutte e tre le dimensioni (cf. Lumen gentium, n. 21; Christus Dominus, n. 2). Al suo ministero è legato da Cristo l’obbligo di impegnarsi per l’unità e l’identità della Chiesa, nella quale i fedeli sono uniti «grazie ai legami costituiti dalla professione di fede, dai sacramenti, dal governo ecclesiastico e dalla comunione» (Lumen gentium, n. 14).

                Da ciò segue non solo che i vescovi, in prospettiva sia sincronica che diacronica, hanno una funzione indispensabile per la conservazione intatta e viva del Vangelo (cf. Dei verbum, n. 7), che li distingue da altre istituzioni nella struttura della tradizione attiva della Chiesa e per cui ricevono «un carisma sicuro di verità» (Dei verbum, n. 8). Diventa anche chiaro che la separazione dei poteri in senso moderno non è compatibile con il governo della Chiesa rappresentato da un vescovo.

                L’episcopato, tuttavia, conosce un’altra limitazione, che deriva dall’integrazione collegiale del singolo vescovo nell’episcopato universale e dall’intreccio della Chiesa particolare, che fa capo a un unico vescovo, con la Chiesa universale, la cui unità è affidata alla cura speciale del ministero petrino. In questo modo, sebbene la potestà di governo, conferita da Cristo, appartenga al vescovo come proprietà «propria, ordinaria e immediata», «il suo esercizio sia in ultima istanza sottoposto alla suprema autorità della Chiesa» e «entro certi limiti, in vista dell’utilità della Chiesa o dei fedeli, possa essere ristretto» (Lumen gentium, n. 27). Il legittimo esercizio della autorità pastorale avviene solo «nella comunione gerarchica col capo e con le membra del collegio» (Lumen gentium, n. 21), in cui il singolo vescovo è ammesso per l’ordinazione ricevuta. Oltre all’ordinazione sacramentale, l’assegnazione di una missione canonica, che avviene tramite il papa, rappresentando il primato di Pietro nel collegio dei Dodici, rimane per lui indispensabile. Come sottolinea la Nota explicativa prævia della costituzione Lumen gentium, la «partecipazione ai sacri uffici» ricevuta con l’ordinazione deve essere giuridicamente «determinata» in modo che diventi una vera potestà in cui il vescovo agisce per la sua diocesi come legislatore, giudice e responsabile delle funzioni liturgiche e apostoliche. In questo modo la Chiesa è «governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui» (Lumen gentium, n. 8).

                9. In forma graduata gli altri sacramentalmente ordinati, ossia presbiteri e diaconi, partecipano al ministero pastorale ecclesiastico come «collaboratori» e «cooperatori» dei vescovi (cf. Lumen gentium, n. 20). Anche a loro «il ministero della Parola e dei sacramenti» è «affidato in modo speciale» (Apostolicam actuositatem, n. 6), e lo esercitano sempre in stretta unione con il vescovo. Come il vescovo, anche i presbiteri «sono consacrati per predicare il Vangelo, essere i pastori fedeli e celebrare il culto divino» (Lumen gentium, n. 28). Nell’ordinazione anche loro ricevono un’impronta indelebile, così che assumono il loro ministero spirituale sotto forma di una missione che dura tutta la vita e che coinvolge tutta la loro esistenza. «Il ministero che ricevono dalla tua mano, o Dio, la partecipazione al ministero sacerdotale, sia la loro parte per sempre», prega il vescovo nella Preghiera consacratoria dell’ordinazione dei presbiteri. «Quali veri sacerdoti del Nuovo Testamento» (Lumen gentium, n. 28), i presbiteri ricevono la loro potestà sacramentale da Cristo e non dal vescovo, che conferisce l’ordinazione sacerdotale non da se stesso, ma come ministro di Dio.

                Il centro del loro «sacro ministero» è la celebrazione dell’eucaristia, «dove, agendo in persona di Cristo e proclamando il suo mistero, uniscono le preghiere dei fedeli al sacrificio del loro Capo e (…) rendono presente e applicano (…) l’unico sacrificio del Nuovo Testamento, quello cioè di Cristo» Lumen gentium, n. 28). Papa Francesco ha recentemente ricordato il cuore della vocazione del ministero sacerdotale: «Il sacerdote è segno di questo Capo che effonde la grazia anzitutto quando celebra l’eucaristia, fonte e culmine di tutta la vita cristiana. Questa è la sua grande potestà, che può essere ricevuta soltanto nel sacramento dell’ordine sacerdotale». Per questo il concilio Vaticano II insegna che il sacerdozio ministeriale e il sacerdozio comune di tutti i battezzati differiscono «essenzialmente e non solo di grado» (Lumen gentium, n. 10).

                «I presbiteri sono, nella Chiesa e per la Chiesa, una ripresentazione sacramentale di Gesù Cristo Capo e Pastore, ne proclamano autorevolmente la Parola, ne ripetono i gesti di perdono e di offerta della salvezza, soprattutto col battesimo, la penitenza e l’eucaristia, ne esercitano l’amorevole sollecitudine, fino al dono totale di sé per il gregge, che raccolgono nell’unità e conducono al Padre per mezzo di Cristo nello Spirito. In una parola, i presbiteri esistono ed agiscono per l’annuncio del Vangelo al mondo e per l’edificazione della Chiesa in nome e in persona di Cristo capo e pastore. Questo è il modo tipico e proprio con il quale i ministri ordinati partecipano all’unico sacerdozio di Cristo. Lo Spirito Santo, mediante l’unzione sacramentale dell’ordine li configura, a un titolo nuovo e specifico, a Gesù Cristo capo e pastore, li conforma e anima con la sua carità pastorale e li pone nella Chiesa nella condizione autorevole di servi dell’annuncio del Vangelo a ogni creatura e di servi della pienezza della vita cristiana di tutti i battezzati» (Giovanni Paolo II, esort. ap. postsinodale Pastores dabo vobis circa la formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali, 25.3.1992, n. 15; EV 13/1229).

                «Come servizio all’unità della fede e alla sua trasmissione integra, il Signore ha dato alla Chiesa il dono della successione apostolica. Per suo tramite, risulta garantita la continuità della memoria della Chiesa ed è possibile attingere con certezza alla fonte pura da cui la fede sorge. La garanzia della connessione con l’origine è data dunque da persone vive, e ciò corrisponde alla fede viva che la Chiesa trasmette. Essa poggia sulla fedeltà dei testimoni che sono stati scelti dal Signore per tale compito. Per questo il magistero parla sempre in obbedienza alla Parola originaria su cui si basa la fede ed è affidabile perché si affida alla Parola che ascolta, custodisce ed espone. Nel discorso di addio agli anziani di Efeso, a Mileto, raccolto da san Luca negli Atti degli apostoli, san Paolo testimonia di aver compiuto l’incarico affidatogli dal Signore di annunciare “tutta la volontà di Dio” (At 20,27). È grazie al magistero della Chiesa che ci può arrivare integra questa volontà, e con essa la gioia di poterla compiere in pienezza» (Francesco, lett. enc. Lumen fidei sulla fede, 29.6.2013, n. 49; EV 29/1026).

Le diverse vocazioni nell’unica missione ecclesiale

                10. Sebbene il Concilio abbia chiaramente confermato l’indispensabilità e l’indipendente fondamento sacramentale del ministero pastorale e possa quindi chiamare la Chiesa una «società costituita di organi gerarchici» (Lumen gentium, n. 8; cf. n. 20), allo stesso modo ha sottolineato sotto diversi aspetti il riferimento dell’ufficio alla totalità del popolo di Dio. Così la gerarchia ecclesiastica è obbligata ad apprezzare e promuovere i diversi carismi, alla cui valutazione e integrazione nell’unità della comunità ecclesiale è allo stesso tempo incaricata (cf. Apostolicam actuositatem, n. 3). Alla base di queste disposizioni relazionali c’è la convinzione della comune chiamata di tutti i battezzati alla santità, che li incoraggia e li obbliga a comprendere i loro molteplici carismi come la ricchezza della Chiesa e a riconoscerli come la base della partecipazione di tutti alla comune missione della Chiesa.

                L’esplicito riconoscimento del crescente senso di responsabilità dei laici nella Chiesa (cf. Apostolicam actuositatem, n. 1) e della loro autonoma vocazione all’apostolato attraverso il battesimo e la cresima (Lumen gentium, n. 33) è legato all’esortazione: «I pastori, da parte loro, riconoscano e promuovano la dignità e la responsabilità dei laici nella Chiesa; si servano volentieri del loro prudente consiglio, con fiducia affidino loro degli uffici in servizio della Chiesa e lascino loro libertà e margine di azione, anzi li incoraggino perché intraprendano delle opere anche di propria iniziativa» (Lumen gentium, , n. 37; cf. Presbyterorum ordinis, n. 9; Christus Dominus, n. 6; Apostolicam actuositatem, n. 24). L’ordine sacro non è fine a se stesso, ma è un servizio alla salvezza di tutti i membri della Chiesa (cf. Lumen gentium, n. 18). Non è istituito «per assumersi da soli tutto il peso della missione salvifica della Chiesa verso il mondo» (Lumen gentium, n. 30), ma deve svolgere questo compito insieme a tutto il popolo di Dio. Ecco perché «c’è nella Chiesa diversità di ministero ma unità di missione» (Apostolicam actuositatem, n. 2; cf. Lumen gentium, n. 13). Il rapporto tra cristiani ordinati e non ordinati non deve essere segnato dall’invidia o dalla competizione, ma il ministero pastorale e l’apostolato laico sono destinati a cooperare fiduciosamente (cf. Lumen gentium, n. 37), a completarsi a vicenda (cf. Apostolicam actuositatem, n. 6) e a testimoniare insieme l’azione dell’unico Spirito di Dio (cf. Lumen gentium, n. 32). Anche nella Chiesa gerarchica è vero che «sono più forti infatti le cose che uniscono i fedeli che quelle che li dividono» (Gaudium et spes, n. 92).

                11. Il Concilio insegna esplicitamente che i laici, al di là del loro apostolato proprio, che si realizza principalmente «nel mondo» (cf. Apostolicam actuositatem, n. 2), «possono anche essere chiamati in diversi modi a collaborare più immediatamente con l’apostolato della gerarchia» (Lumen gentium, n. 33), sull’esempio di quelle donne e uomini che già assistevano gli apostoli nel loro ministero. «Hanno inoltre la capacità per essere assunti dalla gerarchia ad esercitare, per un fine spirituale, alcuni uffici ecclesiastici» (Lumen gentium, n. 33). Queste direttive fondamentali del Concilio permettono diverse concretizzazioni per il coinvolgimento dei laici nella pastorale, che nei decenni successivi al Concilio – con accentuazioni diverse a livello regionale – sono già entrate in vigore in un ampio campo e permetteranno ulteriori sviluppi in futuro. In essi una grande varietà di carismi può trovare il suo riconoscimento, compresi quelli dell’insegnamento spirituale, della direzione e dell’accompagnamento di altri cristiani.

                Il diritto canonico postconciliare non riconosce un vincolo generale degli uffici ecclesiastici (officia) all’ordinazione sacra (cf. Codice di diritto canonico, can. 145). Su questa base, in molte parti della Chiesa universale la nomina di donne e uomini non ordinati ai ministeri pastorali e liturgici, a vari uffici di amministrazione e giurisdizione ecclesiastica (sotto il livello di vicario generale o vicario giudiziale e dei loro sostituti) o alla ricerca teologica e all’insegnamento, è dato da molto tempo per scontato. Consigli e organismi eletti sostengono il lavoro pastorale ai vari livelli ecclesiali di parrocchie, decanati, diocesi e conferenze episcopali nazionali. Sono, di fatto, espressione «che la sinodalità è dimensione costitutiva della Chiesa, che attraverso di essa si manifesta e configura come popolo di Dio in cammino e assemblea convocata dal Signore risorto».

                12. Tuttavia in questo tempo si pone nuovamente la questione di individuare in quali ambiti delle funzioni di governo ecclesiastico il collegamento tra giurisdizione e potestà ordinata non possa essere abbandonato, perché riguarda in modo speciale un ministero pastorale che è connesso con la rappresentazione sacramentale di Cristo e quindi nasce dall’unità integrale d’insegnamento, governo e santificazione. In questo modo, i ministeri dedicati alla cura pastorale in senso pieno sono esplicitamente legati all’ordinazione sacerdotale anche nel diritto canonico vigente (cf. Codice di diritto canonico, can. 150).

                Per quanto riguarda l’ufficio dei vescovi diocesani, è indiscusso oggi che la separazione della giurisdizione e dell’ordine sacro – praticata in molti luoghi per secoli –, è stata una grave disfunzione che non deve essere ripetuta. D’altra parte, oggi non di rado viene chiesto di affidare formalmente ai laici la guida delle parrocchie, e quindi di inserirli, di fatto, in un ufficio finora legato all’ordinazione sacerdotale. Si promuove ciò con riferimento alle conseguenze pastorali della sempre più drammatica mancanza di sacerdoti in molte parrocchie, e poi facendo appello alla qualificazione carismatica di ogni cristiano radicata nel battesimo e nella cresima, che per alcuni cristiani sembra fornire di per sé la competenza della guida di una parrocchia.

                Contro tali tentativi, la Congregazione per il clero ha chiarito nel 2020, con l’approvazione di papa Francesco, che il titolo o le funzioni di un pastore canonico non possono essere trasferiti a laici, anche in situazioni di carenza di sacerdoti. Ciò non pregiudica le altre forme di collaborazione pastorale ed eventualmente «una partecipazione nell’esercizio della cura pastorale di una parrocchia» secondo il Codice di diritto canonico, can. 517 § 2,[13] che da tempo viene praticata nella Chiesa universale in varie forme concrete. L’istruzione della Congregazione per il clero, allora, ci ricorda che l’ideale della connessione tra l’ufficio di governo e l’ordinazione, anche a livelli inferiori del livello episcopale, non deve essere messo arbitrariamente a disposizione. Una soluzione ai problemi che indubbiamente derivano dalla carenza di sacerdoti in molte parti della Chiesa universale deve essere dunque cercata nei limiti così definiti.

                «Lo Spirito Santo, mentre affida alla Chiesa-comunione i diversi ministeri, l’arricchisce di altri particolari doni e impulsi, chiamati carismi. Possono assumere le forme più diverse, sia come espressione dell’assoluta libertà dello Spirito che li elargisce, sia come risposta alle esigenze molteplici della storia della Chiesa. (…) I carismi vanno accolti con gratitudine: da parte di chi li riceve, ma anche da parte di tutti nella Chiesa. Sono, infatti, una singolare ricchezza di grazia per la vitalità apostolica e per la santità dell’intero corpo di Cristo: purché siano doni che derivino veramente dallo Spirito e vengano esercitati in piena conformità agli impulsi autentici dello Spirito. In tal senso si rende sempre necessario il discernimento dei carismi. (…) Per questo nessun carisma dispensa dal riferimento e dalla sottomissione ai pastori della Chiesa. Con chiare parole il Concilio scrive: “Il giudizio sulla loro (dei carismi) genuinità e sul loro esercizio ordinato appartiene a quelli che presiedono nella Chiesa, ai quali spetta specialmente, non di estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono (cf. 1Ts 5,12.19-21)” (Lumen gentium, n. 12), affinché tutti i carismi cooperino, nella loro diversità e complementarietà, al bene comune (Lumen gentium, n. 30)» (Giovanni Paolo II, esort. ap. postsinodale Christifideles laici su vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo, 30.12.1988, n. 24; EV 11/1700).

                «L’ufficio di parroco comporta la piena cura delle anime (cf. Codice di diritto canonico, can. 150) e, di conseguenza, perché un fedele sia validamente nominato parroco, occorre che abbia ricevuto l’ordine del presbiterato (cf. Codice di diritto canonico can. 521 §1), esclusa ogni possibilità di conferire a chi ne fosse privo tale ufficio o le relative funzioni, anche nei casi di carenza di sacerdoti. Proprio per il rapporto di conoscenza e vicinanza che si richiede tra un pastore e la comunità, l’ufficio di parroco non può essere affidato a una persona giuridica (cf. Codice di diritto canonico, can. 520 § 1). In modo particolare – a parte quanto previsto dal can. 517, §§ 1-2 – l’ufficio di parroco non può essere affidato a un gruppo di persone, composto da chierici e laici. Di conseguenza, sono da evitare denominazioni come “team guida”, “équipe guida”, o altre simili, che sembrino esprimere un governo collegiale della parrocchia» (Congregazione per il clero, istruzione La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa, 20.7.2020, n. 66).

Criteri per l’esercizio appropriato degli uffici ecclesiali

                13. Abbiamo già parlato del fatto che la potestà ministeriale sacramentale rimane, nel suo esercizio, obbligata nel servizio verso la comunità ecclesiale e impegnata a promuoverne l’unità. Pertanto la potestà, conferita nell’ordinazione sacramentale, può essere esercitata legittimamente solo in relazione a una missione canonica. Ma sarebbe riduttivo giudicare l’esercizio del potere all’interno della Chiesa solo in base a norme giuridiche. Già la sacra Scrittura pone i ministri sotto l’obbligo spirituale-morale, «non come padroni delle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge» (1Pt 5,3).

                 Specialmente nel nostro tempo, l’esercizio dell’ufficio nella Chiesa deve essere autentico e convincente per poter trovare accettazione tra la gente. Ci si aspetta che i rappresentanti ufficiali della Chiesa agiscano in un modo caratterizzato da trasparenza e affidabilità, e, non da ultimo, da credibilità personale e integrità morale. È vero che le persone ordinate, ossia i vescovi e i presbiteri, di regola non assumono il loro ufficio per elezione come i titolari di un mandato politico nelle democrazie moderne e non lo assumono solo per un tempo chiaramente limitato anticipatamente. In linea di principio, questa prassi continuerà a essere applicata anche in futuro. Ma nella nostra epoca, le istituzioni tradizionali e i loro rappresentanti non godono più di una fiducia automatica, e devono fare i conti con il fatto che la loro cattiva condotta non è tollerata in silenzio, ma portata (dai media) in pubblico e accusata senza riguardi. Come per altre istituzioni sociali, la vigilanza pubblica sulle azioni delle Chiese in una società pluralista è una realtà che non deve essere intesa come una minaccia generalizzata, ma altrettanto come un aiuto per un’azione trasparente e un appello per una comunicazione credibile.

                14. Quando gli uomini mettono a disposizione della Chiesa, volontariamente e senza ricompensa, il loro tempo e la loro competenza, o anche quando assumono un ministero remunerato a tempo pieno, essi vogliono sentirsi presi sul serio e apprezzati. In una visione comunitaria della Chiesa dovrebbe essere dato per scontato che le opportunità di partecipazione e dell’azione indipendente e responsabile di tutti i credenti attivi, anche se non dotati di potestà sacramentale o di autorità formale d’ufficio, vengano sfruttate nel miglior modo possibile. Per alcuni aspetti questo richiede un cambiamento di mentalità e di strutture ecclesiali. Sarà utile per la Chiesa professionalizzare ulteriormente i suoi ministri nelle aree della comunicazione, della gestione del personale e della motivazione del personale.

                Inoltre i titolari di cariche ecclesiastiche devono comprendere più che in passato che la loro autorità non è finalizzata all’autocrazia e alle decisioni solitarie, ma realizza il suo servizio, di carattere cristiforme, coinvolgendo il maggior numero possibile di cristiani e permettendo loro di agire in modo indipendente. La potestà di ufficio ecclesiale non perde nulla, se essa si con-divide e con questo si auto-limita. Realizza il suo compito più profondo quando essa s’intende come una forma di rappresentanza in senso biblico, che non sostituisce l’azione degli altri, ma la rende possibile, promuovendo la realizzazione della vocazione individuale di tutti i battezzati nello spazio comune della Chiesa. Infatti, secondo le parole del concilio Vaticano II, il ministero ecclesiale deve preoccuparsi che «tutti coloro che appartengono al popolo di Dio, e perciò hanno una vera dignità cristiana, tendano liberamente e ordinatamente allo stesso fine e arrivino alla salvezza» (Lumen gentium, n. 18).

                «Il vescovo deve sempre favorire la comunione missionaria nella sua Chiesa diocesana perseguendo l’ideale delle prime comunità cristiane, nelle quali i credenti avevano un cuore solo e un’anima sola (cf. At 4,32). Perciò, a volte si porrà davanti per indicare la strada e sostenere la speranza del popolo, altre volte starà semplicemente in mezzo a tutti con la sua vicinanza semplice e misericordiosa, e in alcune circostanze dovrà camminare dietro al popolo, per aiutare coloro che sono rimasti indietro e – soprattutto – perché il gregge stesso possiede un suo olfatto per individuare nuove strade. Nella sua missione di favorire una comunione dinamica, aperta e missionaria, dovrà stimolare e ricercare la maturazione degli organismi di partecipazione proposti dal Codice di diritto canonico e di altre forme di dialogo pastorale, con il desiderio di ascoltare tutti e non solo alcuni, sempre pronti a fargli i complimenti. Ma l’obiettivo di questi processi partecipativi non sarà principalmente l’organizzazione ecclesiale, bensì il sogno missionario di arrivare a tutti» (Francesco, esort. ap. Evangelii gaudium sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, 24.11.2013, n. 31; EV 29/2137).

                «Alla consultazione dei fedeli segue, durante la celebrazione di ogni assemblea sinodale, il discernimento da parte dei pastori appositamente designati, uniti nella ricerca di un consenso che scaturisce non da logiche umane, ma dalla comune obbedienza allo Spirito di Cristo. Attenti al sensus fidei del popolo di Dio – “che devono saper attentamente distinguere dai flussi spesso mutevoli dell’opinione pubblica” (Francesco, Discorso nel 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi, 17.10.2015) –, i membri dell’assemblea offrono al romano pontefice il loro parere, affinché questo possa essergli di aiuto nel suo ministero di pastore universale della Chiesa. In tale prospettiva, il fatto che “il Sinodo abbia normalmente una funzione solo consultiva non ne diminuisce l’importanza. Nella Chiesa, infatti, il fine di qualsiasi organo collegiale, consultivo o deliberativo che sia, è sempre la ricerca della verità o del bene della Chiesa. Quando poi si tratta della verifica della medesima fede, il consensus Ecclesiæ non è dato dal computo dei voti, ma è frutto dell’azione dello Spirito, anima dell’unica Chiesa di Cristo” (Giovanni Paolo II, Pastores gregis, n. 58). Pertanto il voto dei padri sinodali, “se moralmente unanime, ha un peso qualitativo ecclesiale che supera l’aspetto semplicemente formale del voto consultivo” (Giovanni Paolo II, Discorso al Consiglio della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi, 30.4.1983)» (Francesco, cost. ap. Episcopalis communio sul Sinodo dei vescovi, 15.9.2018, n. 7; Regno-doc. 17,2018,531).

Abuso di potere nella Chiesa e modi per superarlo

                15. La potestà d’ufficio ecclesiale può essere abusata in molti modi, se i suoi titolari la usano per promuovere discutibili interessi personali o addirittura per commettere crimini con il suo aiuto. Questo pericolo è sempre stato noto nella Chiesa, come testimonia il diritto penale canonico. Una delle esperienze più dolorose del nostro tempo è la conoscenza che questo sistema legale ha spesso fallito nel trattamento degli abusi sessuali e spirituali nella Chiesa, specialmente quando i colpevoli erano sacerdoti o religiosi.

                Il riesame dei casi rilevanti degli ultimi decenni, che ha reso visibile la sofferenza d’innumerevoli vittime, soprattutto minorenni, è lontana dall’essere completata con la presentazione del cosiddetto Studio MHG e delle singole perizie diocesane. Tuttavia già oggi è riconoscibile che con l’intenzione di proteggere la Chiesa come istituzione nonché la reputazione dell’ufficio sacerdotale, ma anche a causa di pregiudizi personali e strutture amministrative deficitarie, i crimini sono stati coperti dai vari governi ecclesiastici, i chierici colpevoli protetti e le vittime non considerate a dovere nella loro sofferenza. È vero che, negli ultimi anni, nelle diocesi e nelle congregazioni religiose tedesche sono già state prese molte misure concrete per affrontare lo scandalo degli abusi e per attuare misure preventive che stanno avendo effetto. Tuttavia saranno necessari molti altri sforzi affinché la Chiesa possa riconoscere pienamente la sofferenza delle vittime e riguadagnare in futuro la fiducia perduta attraverso una prevenzione e una punizione coerente dei crimini di abuso.

                16. Uno degli obiettivi principali del Cammino sinodale in Germania è stato quello di avviare un’analisi rigorosa delle cause del fallimento sistemico riguardo ai casi di abusi clericali e di trarre le necessarie conclusioni affinché i crimini commessi in passato non si ripetano. Questo sforzo è condiviso da tutti i partecipanti al Cammino sinodale, e già ora ci sono segni di proposte consensuali per una migliore organizzazione dell’esercizio del potere all’interno della Chiesa, proposte che devono essere intese come una risposta concreta alle sfide della crisi degli abusi e che possono essere attuate a livello della Conferenza episcopale tedesca nei limiti dell’attuale diritto canonico.

                Altri aspetti di una mutata pratica dell’esercizio del potere all’interno della Chiesa, che costituirebbero un reale potenziale di riforma soprattutto a livello parrocchiale (aspetti che si legano alle osservazioni della sezione precedente), sono stati finora poco considerati nella discussione. Le tesi contenute nella terza parte di questo documento vogliono essere delle proposte concrete riguardanti entrambe le aree.

                17. Nell’attuale dibattito sul rinnovamento della Chiesa, la cui necessità è diventata palese a causa della crisi degli abusi, vengono spesso avanzate tematiche i cui contenuti non sono però provatamente collegabili con il riesame o la prevenzione degli abusi di potere all’interno della Chiesa. Così le richieste di introduzione dell’ordinazione delle donne o il desiderio di un completo adattamento delle strutture ecclesiastiche agli standard delle moderne democrazie (soprattutto per quanto riguarda la separazione dei poteri), così come i dubbi sulla potestà spirituale dell’ordine sacro, la richiesta della sua conseguente desacralizzazione o una profonda riorganizzazione della morale sessuale della Chiesa sono componenti di un programma di riforma le cui origini si trovano a monte della crisi degli abusi e sono state messe in relazione con essa solo in secondo luogo.

                 Un tale intreccio d’interessi non corrisponde alla seria preoccupazione con la quale il Cammino sinodale è stato promosso, e porta in sé il pericolo di nuove divisioni, all’interno della Chiesa tedesca così come nella sua relazione con il Vaticano e la Chiesa universale. Di questo papa Francesco ha espressamente avvertito i cattolici in Germania. Nutrendo la speranza che i voti a maggioranza di un’assemblea sinodale tedesca possano portare a un cambiamento della dottrina ufficiale della Chiesa e del diritto canonico universale o almeno legittimare una via speciale tedesca in questioni di fede e di dottrina morale, si finisce per alimentare quella logorante frustrazione che già da decenni cresce nella lotta per riforme radicali nella Chiesa cattolica. Il Cammino sinodale farebbe bene a evitare tali delusioni in anticipo, stabilendo le giuste priorità. Solo allora sarà possibile un fruttuoso intreccio con il processo sinodale per tutta la Chiesa, che papa Francesco ha iniziato nella primavera del 2021.

                18. La crisi sorta dalla rivelazione della grave colpa dei ministri ordinati e il fallimento delle autorità ecclesiastiche nel trattamento di questi ministri non può essere superata da un rifiuto o relativizzazione delle convinzioni ecclesiologiche che stanno alla base della fede cattolica, ma solo comprendendole più profondamente e prendendole di nuovo sul serio. Intervenendo nell’attuale dibattito sulla riforma, la badessa benedettina Christiana Reemts ha dichiarato pregnantemente: «La Chiesa deve riformarsi. Sì e ancora una volta sì! Ma non secondo gli standard della società secolare, bensì ascoltando la parola di Dio. E che cosa ci dice la parola di Dio? “Non farete così con il Signore, vostro Dio. (…) Non farete come facciamo oggi qui, dove ognuno fa quanto gli sembra bene” (Dt 12,4.8). E il popolo oggi risponde come il popolo d’Israele rispose al profeta Samuele: “Saremo anche noi come tutti i popoli” (1Sam 8,20)».[15]

                Il fatto che i crimini di abuso, con i quali la nostra società si confronta a molti livelli, abbiano potuto diffondersi per molto tempo anche nella Chiesa e nel suo clero senza essere efficacemente combattuti, conferma questa diagnosi. La Chiesa come istituzione, il suo clero e tutti i singoli battezzati al suo interno devono farsi condurre dalla parola di Dio in un cammino di autentica conversione e di rinnovamento spirituale, che comprenda tanto la trasformazione di falsi atteggiamenti che possono arrivare fino all’empietà di fatto, quanto la riforma delle strutture che si sono dimostrate inadeguate. La crisi è una chiamata alla Chiesa a cercare di nuovo Cristo come la vera e ultima fonte di guarigione e santificazione per tutti gli uomini, a prendere sul serio la sua chiamata al pentimento e a mettersi sotto il suo giudizio misericordioso.

                19. Alla base di tutte le riforme strutturali deve rimanere la definizione della natura sacramentale della Chiesa, come è stata presentata dal concilio Vaticano II. Nei passi già citati di Lumen gentium, n. 8 ciò è espresso in modo particolarmente dettagliato. L’esperienza dell’abuso di potere clericale sottolinea che la realtà visibile-istituzionale della Chiesa, alla quale appartiene anche il ministero, deve essere sempre consapevole che la sua realtà è fondata solo in Cristo e deve servire lui. In questo senso, la Chiesa è in certo qual modo «sacramento del sacramento»; l’umano nella Chiesa, come l’umano in Cristo, non è mai in unione immediata e personale con il divino.

                Ovunque l’istituzione ecclesiastica o l’ordine sacro siano «deificati» in un falso senso, vi è un errore teologico che deve essere corretto. Pertanto né la considerazione della sacralità oggettiva del ministero né l’autorità carismatica dei singoli ministri o la loro posizione nella gerarchia ecclesiastica possono in futuro essere usate come pretesto per relativizzare o coprire crimini dei chierici.

                D’altra parte sarebbe altrettanto sbagliato mettere in dubbio la santità indistruttibile della Chiesa, a causa della dolorosa esperienza del fallimento umano, e pretendere un’indiscriminata desacralizzazione del ministero sacerdotale. Proprio perché l’ordine sacro è vincolato alla «sacra potestà», il suo abuso ha carattere di sacrilegio e quindi costituisce, secondo la prospettiva della fede, uno scandalo ancora maggiore dei fallimenti dell’ufficio e dell’autorità in altri ambiti della società umana. La Chiesa ha il dovere, verso le vittime prima di tutto, di chiarire e combattere coerentemente gli abusi sessuali e spirituali all’interno dei suoi stessi ambiti. Lo deve fare altresì perché la caratteristica oggettiva della santità è il criterio con cui devono essere giudicate le azioni della Chiesa e da cui tutti i membri della Chiesa devono costantemente far plasmare la propria esistenza (cf. Lumen gentium, nn. 39-42).

                «Alle vittime di abuso e alle loro famiglie. So che nulla può cancellare il male che avete sopportato. È stata tradita la vostra fiducia, e la vostra dignità è stata violata. Molti di voi avete sperimentato che, quando eravate sufficientemente coraggiosi per parlare di quanto vi era accaduto, nessuno vi ascoltava. Quelli di voi che avete subito abusi nei convitti dovete aver percepito che non vi era modo di fuggire dalle vostre sofferenze. È comprensibile che voi troviate difficile perdonare o essere riconciliati con la Chiesa. A suo nome esprimo apertamente la vergogna e il rimorso che tutti proviamo. Allo stesso tempo vi chiedo di non perdere la speranza. È nella comunione della Chiesa che incontriamo la persona di Gesù Cristo, egli stesso vittima di ingiustizia e di peccato. Come voi, egli porta ancora le ferite del suo ingiusto patire. Egli comprende la profondità della vostra pena e il persistere del suo effetto nelle vostre vite e nei vostri rapporti con altri, compresi i vostri rapporti con la Chiesa. So che alcuni di voi trovano difficile anche entrare in una chiesa dopo quanto è avvenuto. Tuttavia, le stesse ferite di Cristo, trasformate dalle sue sofferenze redentrici, sono gli strumenti grazie ai quali il potere del male è infranto e noi rinasciamo alla vita e alla speranza. Credo fermamente nel potere risanatore del suo amore sacrificale – anche nelle situazioni più buie e senza speranza – che porta la liberazione e la promessa di un nuovo inizio.

                Rivolgendomi a voi come pastore, preoccupato per il bene di tutti i figli di Dio, vi chiedo con umiltà di riflettere su quanto vi ho detto. Prego che, avvicinandovi a Cristo e partecipando alla vita della sua Chiesa – una Chiesa purificata dalla penitenza e rinnovata nella carità pastorale – possiate arrivare a riscoprire l’infinito amore di Cristo per ciascuno di voi. Sono fiducioso che in questo modo sarete capaci di trovare riconciliazione, profonda guarigione interiore e pace» (Benedetto XVI, Lettera pastorale ai cattolici dell’Irlanda, 19.3.2010, n. 6; EV 26/1747s).

                «La disumanità del fenomeno a livello mondiale diventa ancora più grave e più scandalosa nella Chiesa, perché in contrasto con la sua autorità morale e la sua credibilità etica. Il consacrato, scelto da Dio per guidare le anime alla salvezza, si lascia soggiogare dalla propria fragilità umana, o dalla propria malattia, diventando così uno strumento di satana. Negli abusi noi vediamo la mano del male che non risparmia neanche l’innocenza dei bambini. Non ci sono spiegazioni sufficienti per questi abusi nei confronti dei bambini. Umilmente e coraggiosamente dobbiamo riconoscere che siamo davanti al mistero del male, che si accanisce contro i più deboli perché sono immagine di Gesù. Ecco perché nella Chiesa attualmente è cresciuta la consapevolezza di dovere non solo cercare di arginare gli abusi gravissimi con misure disciplinari e processi civili e canonici, ma anche affrontare con decisione il fenomeno sia all’interno sia all’esterno della Chiesa. Essa si sente chiamata a combattere questo male che tocca il centro della sua missione: annunciare il Vangelo ai piccoli e proteggerli dai lupi voraci. Vorrei qui ribadire chiaramente: se nella Chiesa si rilevasse anche un solo caso di abuso – che rappresenta già di per sé una mostruosità – tale caso sarà affrontato con la massima serietà. Fratelli e sorelle: nella rabbia, giustificata, della gente, la Chiesa vede il riflesso dell’ira di Dio, tradito e schiaffeggiato da questi disonesti consacrati. L’eco del grido silenzioso dei piccoli, che invece di trovare in loro paternità e guide spirituali hanno trovato dei carnefici, farà tremare i cuori anestetizzati dall’ipocrisia e dal potere. Noi abbiamo il dovere di ascoltare attentamente questo soffocato grido silenzioso» (Francesco, Discorso al termine dell’incontro «La protezione dei minori nella Chiesa», 24.2.2019).

Fonti della vera riforma della Chiesa

                20. La potestà d’ufficio nella Chiesa, com’è diventato chiaro, richiede una fondata giustificazione teologica; essa è stata istituita da parte di Cristo ed è conferita nella potenza dello Spirito Santo. È comprensibile che in un’epoca di progressiva secolarizzazione e di una profonda crisi di fede, che ha le sue radici a monte della crisi degli abusi (che ha certamente effetto catalizzante) e che non verrebbe eliminata con il suo superamento, il ricorso a orientamenti teologico-rivelatori per la giustificazione degli uffici e delle strutture della Chiesa susciti in molti delle riserve generali.

                La cosa ancora più sorprendente è che perfino alcuni cattolici rifiutino il fondamento cristologico dell’ufficio sacramentale bollandolo come «immunizzazione ideologica». Un’ecclesiologia in linea con il concilio Vaticano II non può tuttavia farne a meno. Risulta quindi troppo miope l’elaborazione di piani per una riforma della Chiesa che si orienta principalmente sullo standard delle attuali forme di esercizio di potere politico in comunità democratiche. Così i conflitti sulle affermazioni dogmatiche di base riguardanti l’ufficio del papa e del vescovo o altri aspetti del sacramento dell’ordine sono quindi preordinati.

                I cristiani sono invece chiamati a chiedersi «che cosa lo Spirito di oggi dice alla Chiesa (Ap 2,7), per riconoscere i segni dei tempi, il che non è sinonimo di adattarsi semplicemente allo spirito dei tempi e basta (Rm 12,2). Tutte queste dinamiche di ascolto, riflessione e discernimento hanno come obiettivo rendere la Chiesa ogni giorno più fedele, disponibile, agile e trasparente».

 

                21. In un atto di auto-riflessione, la Chiesa deve fare sempre riferimento alla sacra Scrittura autenticamente interpretata dalla tradizione come criterio finale e critico. Anche il dovere di dialogare con tutti gli uomini di buona volontà, raccomandato alla Chiesa dal concilio Vaticano II, presuppone questo chiaro orientamento. Come nei secoli precedenti, la Chiesa non si legherà unilateralmente a certi sistemi politici e sociali.

                Il lamento di una presunta insufficiente inculturazione della Chiesa nelle società democratiche parte talvolta dalla tacita premessa che nello sviluppo sociale e politico della modernità lo spirito del Vangelo abbia trovato un’espressione più pura che nello sviluppo parallelo della Chiesa stessa. Le indicazioni decisive per il cammino della Chiesa del futuro non si cercano allora tanto nella Scrittura e nella tradizione, ma soprattutto nei «luoghi stranieri» (loci alieni) della presenza divina nel mondo, il che può portare fino all’inversione del principio dello «scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo» (Gaudium et spes, n. 4). La missione della Chiesa di cambiare le condizioni sociali nello spirito del messaggio di Gesù e di criticare gli sviluppi, anche quelli legittimati democraticamente, quando contraddicono la legge morale naturale e i comandamenti di Dio, passa con questo in secondo piano.

                Questo spostamento dei criteri deve essere giudicato in modo critico secondo la prospettiva indicata dalla rivelazione e dalla teologia, poiché si basa su un’interpretazione dei testi del concilio Vaticano II che non può convincere alla luce dell’insegnamento conciliare nel suo insieme.

                22. Questo non significa negare che la forma delle strutture ecclesiastiche e la gestione concreta del potere nella Chiesa si sono sempre sviluppate anche in interazione con le rispettive realtà politiche e sociali. I cambiamenti dei valori e delle norme nel mondo civile lasciano sempre tracce anche nella Chiesa. Come in passato, anche oggi la Chiesa potrà beneficiare degli sviluppi positivi in ambito secolare, sia nel diritto che nell’amministrazione o nella cultura, ottimizzando o correggendo le proprie strutture secondo questo criterio, purché lo ritenga necessario e teologicamente legittimo (cf. Gaudium et spes, n. 44). Così anche gli attuali dibattiti sulla partecipazione, la giustizia e la trasparenza possono senza dubbio contribuire al rinnovamento della Chiesa. Però non devono condurre a mettere in discussione le convinzioni cattoliche perché si spera così di ridurre la distanza della Chiesa da tutta la società, o di assicurare la sua influenza pubblica.

                23. Infine va ricordato che le questioni del ministero e dell’esercizio del potere, per quanto possano essere importanti, si concentrano solo su un aspetto limitato della natura della Chiesa. Citiamo ancora papa Francesco: «Gesù si presenta come sposo della comunità che celebra l’eucaristia, attraverso la figura di un uomo che la presiede come segno dell’unico sacerdote. Questo dialogo tra lo Sposo e la Sposa che si eleva nell’adorazione e santifica la comunità, non dovrebbe rinchiuderci in concezioni parziali sul potere nella Chiesa. Perché il Signore ha voluto manifestare il suo potere e il suo amore attraverso due volti umani: quello del suo Figlio divino fatto uomo e quello di una creatura che è donna, Maria».

                La realtà della Chiesa, come precisa il papa, è determinata in ultima analisi dalla sua accettazione amorevole da parte di Cristo, dalla sua incorporazione in una «nuova ed eterna alleanza». Questa comunione vivificante e santificante, che possiamo paragonare all’alleanza coniugale tra marito e moglie come la più alta forma di amore fra le persone, è affermata e approfondita in ogni celebrazione dell’eucaristia. In questo, la rappresentazione ufficiale di Cristo da parte del sacerdote dispiega il suo vero significato solo sullo sfondo del carattere mariano della Chiesa nel suo insieme. Lei è la sposa di Cristo, scelta da lui, che l’ha concepito.

                Questa definizione della sua natura precede di fatto ogni forma di rappresentazione cristologica petrina e deve rimanere sempre riconoscibile anche nell’esercizio della potestà spirituale che ha un carattere ufficiale. Come la dimensione petrina della Chiesa è segnata tanto dal conferimento del potere delle chiavi a questo apostolo quanto dal suo clamoroso fallimento e tradimento, così nella realtà mariana della Chiesa s’incontra la sua inalienabile grazia e santità attraverso il riferimento al puro archetipo. È da questo incontro che deve partire, in ogni tempo, la riforma della Chiesa.

                «Sotto ogni crisi c’è sempre una giusta esigenza di aggiornamento: è un passo avanti. Ma se vogliamo davvero un aggiornamento, dobbiamo avere il coraggio di una disponibilità a tutto tondo; si deve smettere di pensare alla riforma della Chiesa come a un rattoppo di un vestito vecchio, o alla semplice stesura di una nuova costituzione apostolica. La riforma della Chiesa è un’altra cosa. Non si tratta di “rattoppare un abito”, perché la Chiesa non è un semplice “vestito” di Cristo, bensì è il suo corpo che abbraccia tutta la storia (cf. 1Cor 12,27). Noi non siamo chiamati a cambiare o riformare il corpo di Cristo – “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e per sempre!” (Eb 13,8) – ma siamo chiamati a rivestire con un vestito nuovo quel medesimo corpo, affinché appaia chiaramente che la grazia posseduta non viene da noi ma da Dio: infatti, “noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi” (2Cor 4,7). La Chiesa è sempre un vaso di creta, prezioso per ciò che contiene e non per ciò che a volte mostra di sé. (…)

                Il comportamento giusto invece è quello dello “scriba, divenuto discepolo del Regno dei cieli”, il quale “è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13,52). Il tesoro è la tradizione che, come ricordava Benedetto XVI, “è il fiume vivo che ci collega alle origini, il fiume vivo nel quale sempre le origini sono presenti. Il grande fiume che ci conduce al porto dell’eternità” (Udienza generale, 26.4.2006). Mi viene in mente la frase di quel grande musicista tedesco: “La tradizione è la salvaguardia del futuro e non un museo, custode delle ceneri”. Le “cose antiche” sono costituite dalla verità e dalla grazia che già possediamo. Le cose nuove sono i vari aspetti della verità che via via comprendiamo. Quella frase del secolo V: “Ut annis scilicet consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur ætate” [progredisce, consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l’età. S. Vincenzo di Lerins]: questa è la tradizione, così cresce. Nessuna modalità storica di vivere il Vangelo esaurisce la sua comprensione. Se ci lasciamo guidare dallo Spirito Santo, ogni giorno ci avvicineremo sempre di più a “tutta la verità” (Gv 16,13).

                Al contrario, senza la grazia dello Spirito Santo, si può persino cominciare a pensare la Chiesa in una forma sinodale che però, invece di rifarsi alla comunione con la presenza dello Spirito, arriva a concepirsi come una qualunque assemblea democratica fatta di maggioranze e minoranze. Come un parlamento, per esempio: e questa non è la sinodalità. Solo la presenza dello Spirito Santo fa la differenza.

                Che cosa fare durante la crisi? Innanzitutto, accettarla come un tempo di grazia donatoci per capire la volontà di Dio su ciascuno di noi e per la Chiesa tutta. Occorre entrare nella logica apparentemente contraddittoria che “quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10). Si deve ricordare l’assicurazione data da san Paolo ai corinzi: “Dio è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere” (1Cor 10,13).

                Fondamentale è non interrompere il dialogo con Dio, anche se è faticoso. Pregare non è facile. Non dobbiamo stancarci di pregare sempre (cf. Lc 21,36; 1Ts 5,17). Non conosciamo alcun’altra soluzione ai problemi che stiamo vivendo, se non quella di pregare di più e, nello stesso tempo, fare tutto quanto ci è possibile con più fiducia. La preghiera ci permetterà di “sperare contro ogni speranza” (cf. Rm 4,18)» (Francesco, Discorso ai membri del Collegio cardinalizio e della curia romana, per la presentazione degli auguri natalizi, 21.12.2020, n. 8s; Regno-doc. 1,2021,11).

                «Il sacerdozio riservato agli uomini, come segno di Cristo sposo che si consegna nell’eucaristia, è una questione che non si pone in discussione, ma può diventare motivo di particolare conflitto se si identifica troppo la potestà sacramentale con il potere. Non bisogna dimenticare che quando parliamo di potestà sacerdotale “ci troviamo nell’ambito della funzione, non della dignità e della santità” (Giovanni Paolo II, Christifideles laici, n. 51). Il sacerdozio ministeriale è uno dei mezzi che Gesù utilizza al servizio del suo popolo, ma la grande dignità viene dal battesimo, che è accessibile a tutti. La configurazione del sacerdote con Cristo capo – vale a dire, come fonte principale della grazia – non implica un’esaltazione che lo collochi in cima a tutto il resto. Nella Chiesa le funzioni “non danno luogo alla superiorità degli uni sugli altri” (Congregazione per la dottrina della fede, dich. Inter insigniores sulla questione dell’ammissione della donna al sacerdozio ministeriale, 15.10.1976, VI). Di fatto, una donna, Maria, è più importante dei vescovi. Anche quando la funzione del sacerdozio ministeriale si considera “gerarchica”, occorre tenere ben presente che “è ordinata totalmente alla santità delle membra di Cristo” (Giovanni Paolo II, lett. ap. Mulieris dignitatem sulla dignità e vocazione della donna in occasione dell’anno mariano, 15.8.1988, n. 27). Sua chiave e suo fulcro non è il potere inteso come dominio, ma la potestà di amministrare il sacramento dell’eucaristia; da qui deriva la sua autorità, che è sempre un servizio al popolo» (Francesco, Evangelii gaudium, n. 104; EV 29/2210).

                C. Proposte per un nuovo modo di gestione del potere e dell’abuso di potere nella Chiesa

                1. La santità della Chiesa non salvaguarda da errori. Nella Chiesa, per quanto riguarda i ministri e i funzionari, così come i battezzati e i cresimati, si deve in ogni momento tener conto dell’imperfezione e della peccaminosità dell’essere umano e quindi anche della cattiva condotta individuale e istituzionale, non per ultimo nella gestione del potere. Perciò, oltre a una fiducia fondamentale nelle risorse indistruttibili di santità che il Signore ha dato alla sua Chiesa, c’è bisogno di una costante volontà di riforma, di un costante ritorno e riorientamento di tutti i membri della Chiesa verso i precetti di Gesù. È necessaria una riflessione costante su ciò che in passato ha provatamente protetto la Chiesa da certi abusi, e ciò che può proteggerla da essi in futuro. Allo stesso tempo, bisogna evitare l’errore di pensare che esseri umani possano istituire una nuova Chiesa migliore al posto di quella esistente. Una tale forma di arroganza ignorerebbe la differenza tra la Chiesa e le istituzioni puramente umane e porterebbe inevitabilmente a nuove forme di abuso di potere.

                2. Errori sono stati e verranno commessi. Atteggiamenti sbagliati hanno favorito molte forme di abuso sessuale e spirituale e ne hanno ostacolato l’investigazione e la prevenzione. Tra le cause accertate dell’abuso di potere nella Chiesa ci sono un’errata divinizzazione dell’istituzione e dell’ufficio, l’abuso dei rapporti di dipendenza nelle relazioni pastorali, la falsa presupposizione, con gravissime conseguenze, di sentirsi protetto come colpevole da parte dell’istituzione, e la tabuizzazione della sessualità con le sue manifestazioni patologiche.

                Tra i fattori che hanno ostacolato il trattamento o la prevenzione di tali abusi ci sono l’intenzione di proteggere l’istituzione ecclesiastica da qualsiasi critica, la mancanza di conoscenza nelle valutazioni umano-scientifiche degli abusi sessuali, la fiducia ingenua nei rapporti psichiatrici o psicologici che si sono dimostrati inaffidabili da una prospettiva odierna, e una discutibile comprensione della misericordia nell’applicazione del diritto penale canonico. L’indulgenza nei confronti degli autori di abusi, la mancanza di sensibilità verso le vittime e la mancanza d’identificazione degli errori interni al sistema hanno reso più difficile l’individuazione e la prevenzione degli abusi. Non va dimenticato che oltre all’abuso sessuale e spirituale, altre forme di abuso di potere possono sempre insinuarsi nella Chiesa, come la corruzione finanziaria, la mancata assunzione di responsabilità o il comportamento manipolatorio nelle relazioni ufficiali gerarchicamente strutturate. Anche queste forme devono essere contrastate.

                3. Qualcosa deve cambiare. Per poter contrastare l’abuso di potere nell’ambito della Chiesa (soprattutto in modo preventivo) è necessario:

                a) il riconoscimento delle vittime prima di tutti gli interessi istituzionali;

                b) un’attenta selezione e qualificazione di tutte le persone che esercitano una funzione nella Chiesa; questo include non solo la conoscenza del quadro giuridico del loro rispettivo compito, ma anche una solida formazione, soprattutto per quanto riguarda un’adeguata gestione dei rapporti di tutte le relazioni di prossimità-distanza e la prevenzione degli abusi;

                c) la massima trasparenza nelle decisioni interne della Chiesa e la loro giustificazione;

                d) un chiaro delineamento dei limiti della rispettiva autorità;

                e) una chiara formulazione e attuazione della legge (penale) della Chiesa e dei regolamenti procedurali nel trattamento dei chierici e laici accusati (in modo fondato);

                f) lo sviluppo di strumenti di controllo adeguati e indipendenti;

                g) la collaborazione completa e senza riserve delle autorità ecclesiastiche con la magistratura statale per denunciare i crimini e punire i colpevoli con la pena prevista anche secondo la legge secolare.

                {la presentazione accurata e dettagliata dei rendiconti economici. Nel testo non è accennata, in quanto in Germania  è da tempo applicata. Ndr}

                4. L’abuso di potere deve essere conseguentemente denunciato e perseguito. In ogni diocesi deve essere istituito e assicurato un centro di contatto per le vittime di abusi di potere nella Chiesa, nonché di organismi di intervento e di strumenti di controllo indipendenti. In ogni diocesi ci devono essere centri di contatto affidabili ai quali si possa ricorrere in caso di abusi di potere di qualsiasi tipo, ma anche in caso di conflitti di governo, e che offrano agli interessati uno spazio protetto in cui presentare le loro lamentele e preoccupazioni. In una simile struttura è possibile organizzare un primo accompagnamento o sostegno terapeutico e, se necessario, promuovere iniziative d’intervento. Qualora dovesse sorgere un sospetto fondato di abuso, ci si deve assicurare nelle singole diocesi che tale caso venga giudicato e trattato in modo affidabile secondo le norme oggettive della legge ecclesiastica. Questo comprende anche una segnalazione alla Santa Sede. Ci deve essere un’istituzione che verifichi in modo plausibile l’attendibilità della richiesta di risarcimento delle vittime a riconoscimento delle loro sofferenze, e che assegni gli aiuti economici secondo criteri possibilmente uniformi nel territorio della Conferenza episcopale tedesca. I presunti reati saranno in ogni caso denunciati anche alla giustizia statale, tuttavia non contro la volontà della presunta vittima o del suo tutore; questa eccezione non vale se vi sono indicazioni di altre vittime. L’impegno al trattamento degli abusi sessuali all’interno della Chiesa con l’aiuto di commissioni indipendenti e delle istanze statali deve essere incentivato ulteriormente.

                5. Le decisioni importanti devono essere comprensibili. Le decisioni importanti riguardo al personale e alle cose esigono trasparenza e devono essere giustificate per iscritto. Solo così esse possono essere riesaminate e, se necessario, contestate. I fascicoli relativi al personale devono essere tenuti con cura e a prova di manomissioni secondo i migliori standard amministrativi e devono documentare in modo affidabile la cattiva condotta dei dipendenti della Chiesa. Prima di ogni provvedimento sul personale devono essere esaminati i relativi atti.

                6. La Chiesa deve migliorare la sua comunicazione. Per promuovere la partecipazione ai processi decisionali della Chiesa e la loro verificabilità, è necessario ottimizzare la comunicazione della Chiesa sia all’interno che all’esterno. Questo include l’ulteriore professionalizzazione del lavoro con la stampa e con i media e la maggiore inclusione della formazione sui media nell’istruzione e nella formazione all’interno della Chiesa.

                7. Il bisogno di ampliare la sinodalità a tutti i livelli della Chiesa. «La sinodalità, come dimensione costitutiva della Chiesa, ci offre la cornice interpretativa più adeguata per comprendere lo stesso ministero gerarchico», ha detto papa Francesco. Nella comunità della Chiesa, si deve «distinguere tra il processo per elaborare una decisione (decision-making) attraverso un lavoro comune di discernimento, consultazione e cooperazione, e la presa di decisione pastorale (decision-taking) che compete all’autorità del vescovo, garante dell’apostolicità e cattolicità. L’elaborazione è un compito sinodale, la decisione è una responsabilità ministeriale». Questo principio permette di considerare le strutture sinodali a tutti i livelli della Chiesa e il loro pieno coinvolgimento nei processi decisionali. Per motivare le persone a partecipare a questi processi, è essenziale definire in modo affidabile i diritti di consultazione o decisione. Ogni decisione responsabile da parte dei funzionari ecclesiastici implica la consultazione degli organi competenti, l’esame degli argomenti presentati da questi ultimi e i voti che essi adottano. In caso di dissenso, tutte le persone coinvolte hanno la possibilità di far rivedere le decisioni dalla successiva autorità ecclesiastica superiore, secondo il diritto canonico.

                8. Gli uffici e i ministeri della Chiesa richiedono profili chiari. Per tutti gli uffici ecclesiastici in senso stretto (cf. Codice di diritto canonico, can. 145 § 1), ma anche per le funzioni (sia a tempo pieno che volontarie) assunte in modo permanente nella Chiesa, vengano formulati dei profili per iscritto, dai quali si evinca chiaramente in cosa consistono i presupposti, le competenze e i limiti del potere delegato. Può essere utile formulare per iscritto accordi concreti sugli obiettivi, in cui la relazione con altri uffici e ministeri nella Chiesa sia descritta in modo affidabile per quanto riguarda un particolare compito. Questo previene l’incertezza giuridica e un’espansione clandestina del potere o l’esercizio di un «governo ombra» e garantisce l’affidabilità della partecipazione. A tal fine, ogni diocesi emetta linee guida vincolanti per gli uffici ecclesiali e i ministeri più importanti (sia a tempo pieno che volontari) esercitati nel suo territorio.

                9. I laici devono essere più coinvolti. La vocazione dei laici «a collaborare più immediatamente con l’apostolato della gerarchia» deve essere ulteriormente sviluppata, il loro apostolato è per principio la «partecipazione alla missione salvifica stessa della Chiesa» (Lumen gentium, n. 33). Il diritto canonico prevede la possibilità di coinvolgere persone non ordinate battezzate e cresimate nell’esercizio della potestà di governo (Codice di diritto canonico, can. 129 § 2). A esse possono essere affidati uffici ecclesiastici (cf. Codice di diritto canonico, can. 145), purché non siano quelli che servono alla «piena cura delle anime» e quindi richiedono l’ordine sacerdotale (Codice di diritto canonico, can. 150). Già ora i laici sono coinvolti in una varietà di uffici dell’amministrazione diocesana, nella pastorale parrocchiale e per ambiti, così come nell’annuncio della fede e nella ricerca e nell’insegnamento teologico. In queste attività i cristiani s’impegnano con i loro carismi spirituali e le loro competenze professionali per il bene della missione globale della Chiesa (cf. Codice di diritto canonico, can. 204 §1).

                Alle Chiese locali si aprono molte vie di realizzazione, come si può vedere in Germania, per esempio, nei ministeri pastorali a tempo pieno esistenti da lunga data o nelle posizioni più recentemente create di responsabili per l’amministrazione a tempo pieno nelle parrocchie o nelle associazioni parrocchiali. Attraverso l’accesso allargato ai ministeri dei lettori e degli accoliti svolti dai laici (Francesco, lett. ap. motu proprio Spiritus Domini circa l’accesso delle persone di sesso femminile al ministero istituito del lettorato e dell’accolitato, 10.1.2021), così come l’istituzione del ministero laico del catechista (Francesco, lett. ap. motu proprio Antiquum ministerium con la quale si istituisce il ministero di catechista, 10.5.2021), papa Francesco ha recentemente mostrato nuove vie per un impegno intensificato di tutti i membri della Chiesa nell’opera dell’evangelizzazione. In questo caso, come anche nei casi ove non è richiesto l’ordine sacro per assumere uffici e ministeri, donne e uomini devono essere considerati allo stesso modo, quando possibile.

                10.Le forme cooperative di governo devono essere ulteriormente sviluppate. Anche se la guida di una parrocchia è riservata al sacerdote (Codice di diritto canonico, can. 517 e 519), altre persone possono essere coinvolte nella sua cura pastorale (Codice di diritto canonico, can. 517 §2). In questo caso è necessario che ci sia chiarezza nella delega delle competenze di governo a persone non ordinate battezzate e cresimate e nell’assegnazione delle responsabilità. A questo scopo, nelle diocesi si devono creare quadri giuridici particolari, che servano a profilare chiaramente i vari uffici e ministeri e includano anche un sistema di reclami in caso di conflitti.

                11. La qualificazione professionale e spirituale è essenziale. Si deve fare attenzione a garantire che i ministri ordinati, così come tutti i battezzati e cresimati che sono stati incaricati di svolgere ministeri specifici, siano qualificati professionalmente e spiritualmente a sufficienza. I soli prerequisiti sacramentali (battesimo e cresima od ordinazione) non garantiscono che qualcuno possieda effettivamente le qualifiche richieste per l’esercizio di un ufficio di governo. Con l’espansione delle aree pastorali, l’istituzione di nuove forme di una pastorale di cooperazione e il cambiamento delle condizioni sociali, le richieste ai titolari di responsabilità di governo nell’ambito della Chiesa stanno cambiando. Il loro esercizio presuppone, quindi, un costante aggiornamento e una formazione a tutti i livelli (diocesi, decanato, parrocchia, associazioni e società), nonché una solida formazione spirituale. Tutte le diocesi devono stabilire regolamenti vincolanti per la qualificazione dei titolari di un ufficio e dei funzionari. Si dovrebbero in questo senso sfruttare le opportunità di cooperazione tra diverse diocesi.

                12. La nomina dei titolari di un ufficio ecclesiastico deve essere trasparente. La partecipazione all’interno della Chiesa dovrebbe essere promossa nella nomina dei titolari di un ufficio ecclesiastico. A tal fine, una descrizione vincolante del profilo della posizione da ricoprire deve essere elaborata in anticipo dagli organi responsabili della nomina. Dev’essere un bando di concorso pubblico, indicante il profilo di lavoro. Le qualifiche dei possibili candidati o candidate sono esaminate in consultazione con gli organi sinodali, che votano anche sulla nomina. La decisione presa in merito a una nomina deve essere documentata per iscritto e motivata. I diritti di partecipazione esistenti che esulano dall’udienza (diritti di elezione e di presentazione) vengono mantenuti.

                13. La parrocchia ha bisogno di più voce in capitolo nel coprire le posizioni parrocchiali. Prima della nomina di un parroco, il consiglio parrocchiale competente sarà invitato dal vescovo a presentare per iscritto desideri e aspettative riguardo alle priorità pastorali. Il vescovo terrà in debito conto queste considerazioni. Egli rimane libero nella sua decisione, ma il consiglio parrocchiale ha il diritto di essere informato sulla decisione personale del vescovo. Nel caso di nomina ad altri uffici clericali, i consigli pertinenti a livello di decanato o diocesano devono essere coinvolti in modo analogo. Le delibere sono strettamente confidenziali per tutelare i diritti personali dei candidati interessati. Violazioni comprovate dell’obbligo di riservatezza possono essere segnalate all’apposito ufficio addetto alla gestione di conflitti di governo (cf. sopra, n. 4) e, qualora possano essere provate, devono essere punite con l’esclusione immediata dal consiglio in questione.

                14. Prima della nomina dei vescovi devono essere raccolte altre proposte. I consigli diocesani [presbiterale e pastorale] e il capitolo della cattedrale fanno separatamente proposte prima della nomina del vescovo. La nomina dei candidati idonei è strettamente confidenziale. Le liste dei consigli devono essere preparate in modo tale che si possa discernere un ordine di priorità dei possibili candidati. Una compilazione di tutte le liste sarà trasmessa alla Santa Sede dall’amministratore diocesano. L’elezione o la nomina del vescovo avverrà secondo i concordati in vigore. Se in futuro anche i laici potranno essere direttamente coinvolti nell’elezione di un vescovo da parte del capitolo della cattedrale, per esempio come i cappellani di cattedrale non residenti, ciò è rimandato al futuro sviluppo del diritto concordatario.

                https://ilregno.it/documenti/2021/21/il-potere-nella-chiesa-testo-alternativo-per-il-forum-su-potere-e-divisione-dei-poteri-nella-chiesa-del-cammino-sinodale-tedesco

 

Lezioni da un Sinodo

                Mentre avviamo le riflessioni per il “Sinodo sulla sinodalità”, potrebbe essere interessante gettare uno sguardo su un’assemblea sinodale di un’altra epoca. Nel 1984, Giovanni Paolo II ha annunciato che ci sarebbe stato un sinodo l’anno successivo per caratterizzare il 20° anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II (1962-1965). Quando questa assemblea si è svolta nel 1985, la Chiesa aveva perso diversi dei teologi chiave del Concilio. Karl Rahner era morto nel 1984. Yves Congar non era in buona salute. Hans Küng e Edward Schillebeeckx erano stati messi in disparte. Invece, Joseph Ratzinger era ormai prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. È stato in quel periodo che ha pubblicato le sue due dichiarazioni che rimettevano in discussione la teologia della liberazione. Sembra che quel sinodo sia stato convocato per la sua influenza. Rapidamente sono state elaborate delle questioni preparatorie e un documento di base, e i vescovi si sono riuniti per un breve periodo di due settimane, dal 24 novembre all’8 dicembre 1985.

                Processo criticato. Il sinodo doveva celebrare il Concilio e aiutare a comprenderlo meglio, interrogando i segni dei tempi. La sua organizzazione è stata oggetto di critiche severe. “La grande difficoltà per raggiungere gli obiettivi fissati è stata la breve durata del sinodo (solo 11 giorni di lavoro effettivo) e la mancanza di tempo per la preparazione”, ha dichiarato il cardinale brasiliano Aloisio Lorscheider ofm, ritenendo che il lavoro sul concilio e sui segni dei tempi non era soddisfacente. Ha espresso il suo pensiero in un articolo pubblicato in una edizione speciale della rivista teologica internazionale Concilium. Pubblicato un anno dopo l’assemblea straordinaria del sinodo, quel numero presentava i pareri di esperti teologici e canonici di primo piano. Tra loro si trovavano Avery Dulles sj, Joseph Komonchak e James Provost degli Stati Uniti, il domenicano franco-canadese Jean-Marie Tillard e altre personalità di fama internazionale come Peter Huising, Herman Pottmeye, Jan Kerkhofs e Ronaldo Munoz. Nel suo contributo come canonista, James Provost ha affrontato uno dei temi del sinodo del 1985: la riforma della Curia romana.

                Le relazioni tra le strutture della Chiesa. Ha notato tre epoche nell’evoluzione delle strutture della Chiesa.

a)       Nel corso del primo millennio, la Chiesa romana funzionava più o meno come le altre Chiese patriarcali, cioè in maniera sinodale (il che, a quell’epoca, si limitava essenzialmente al presbiterio di Roma e a degli incontri occasionali più importanti e più internazionali).

b)      La seconda epoca comincia nell’XI secolo, quando la Chiesa è diventata una corte principesca di stile occidentale.

c)       Poi, nel solco della Riforma, è diventata la prima burocrazia moderna.

                Per J. Provost, era ancora così nel 1985. Tuttavia il periodo preparatorio e il sinodo stesso hanno permesso di discutere in profondità sulla relazione tra la Curia e il sinodo (oggi la sinodalità rientra in questa relazione).

                Le relazioni tra le strutture della Chiesa sono state un tema permanente di discussione nel sinodo del 1985. Come intendere la collegialità? Quale era la relazione tra il papa e i vescovi? Com si inserisce un sinodo in questa relazione? Quale statuto dare alle conferenze episcopali nazionali e regionali? Questi temi sono stati ampiamente discussi. Sono ancora presenti oggi ma in un contesto molto differente.

                Dall’ottimismo al pessimismo. Nel 1985, l’ottimismo della fine del Vaticano II si era dissipato. Gli avvenimenti mondiali avevano portato ad allontanarsi dalle grandi speranze degli anni 60 per adottare una visione più pessimista della natura umana. Il gruppo germanofono dell’assemblea del sinodo, che comprendeva potenti cardinali conservatori come J. Ratzinger, Joseph Hôffner (Colonia) e Joachim Meisner (Berlino), ha contribuito fortemente a questa prospettiva. “La crisi attuale della Chiesa è dovuta largamente alla secolarizzazione del mondo che si esprime nella emancipazione personale, nel soggettivismo e nel consumismo”. Questa critica ha impregnato le discussioni attorno all’infezione delle concezioni teologiche della Chiesa. Ad esempio, l’immagine chiave in Lumen gentium della Chiesa come popolo di Dio è stata criticata ritenendo che avesse portato ad un livellamento della Chiesa. Anche la comunione era stata ridotta alla sua dimensione orizzontale, secondo le critiche tedesche. Il “Mistero” è stato proposto come correttivo e come impulso alla restaurazione della dimensione verticale della Chiesa.

                Sussidiarietà, conferenze episcopali e dialogo. Benché positivo nella sua valutazione del rapporto finale del sinodo del 1985, Jean-Marie Tillard op ha notato che alcune questioni necessitavano di una discussione più approfondita. Si trattava in particolare della sussidiarietà e del ruolo delle conferenze episcopali. Quest’ultimo era stato severamente criticato l’anno precedente in un rapporto della Commissione teologica internazionale, presieduta da J. Ratzinger. L’idea che fossero un’espressione della collegialità è stata giudicata “teologicamente inammissibile”.

                I tempi sono cambiati. Il principale risultato del Sinodo dei vescovi del 1985 è stato, in fine, il Catechismo della Chiesa cattolica, richiesto da numerosi prelati. Purtroppo, un altro risultato è stato un notevole freno al dialogo, sia all’interno della Chiesa che tra la Chiesa e il mondo.

                Una voce profetica dall’America latina. Fortunatamente oggi l’atmosfera è diversa, grazie a papa Francesco che chiama ad un “Sinodo sulla sinodalità”. Francesco ha avuto una vasta esperienza di cammini sinodali nella sua America latina natale. Cita regolarmente nei suoi scritti dei documenti prodotti dalle conferenze episcopali del mondo intero. Nel numero di Concilium del 1986, l’attenzione ad essere profetici sui bisogni futuri è stata espressa da due voci di quel continente. Il cardinale Lorscheider, che era all’epoca impegnato nel sostegno al confratello francescano Leonardo Boff nell’azione intrapresa contro di lui dalla Commissione per la dottrina della fede, ha concluso le sue riflessioni scrivendo quanto segue: “L’idea che la Chiesa debba cambiare la sua posizione nella società ha fatto pochissima strada a livello della Chiesa universale. Si è stati attenti ad evitare la parola “liberazione” nel rapporto finale. È stata preferita l’espressione “salvezza integrale”. Per quanto mi riguarda, non vedo grande differenza tra la liberazione integrale in Gesù Cristo e la salvezza integrale in Gesù Cristo”.

                Il teologo cileno Ronaldo Munoz, commentando il rapporto che la Commissione teologica universale ha pubblicato poco prima del sinodo del 1985, ha notato la sua “ecclesiologia clericale e gerarco-centrica che, bisogna sperarlo, provocherà una crisi – per il bene della Chiesa – nel prossimo sinodo mondiale dedicato ai laici”. La crisi cova da molto tempo, ma forse sta per portare i suoi frutti “per il bene della Chiesa”.

Sean Hall            “baptises.fr”     23 novembre 2021

Sean Hall è prete della diocesi cattolica di Hexham e Newcastle (Inghilterra). Attualmente parroco di St. Mary of the Rosary (Forest Hall), ha precedentemente insegnato teologia al Ushaw College ed è stato consigliere per l’educazione religiosa nella diocesi

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202111/211128hall.pdf

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VIOLENZA

Violenza sulle donne e domestica: le nuove misure

                Il Ddl approvato dal Governo per contrastare la violenza sulle donne anticipa le tutele, rafforza l'ammonimento, il fermo e l'impiego del braccialetto elettronico.

                Ddl violenza contro le donne: un lavoro tutto al femminile. La violenza sulle donne torna al centro dell'attenzione. Nella giornata di venerdì 3 dicembre 2021 il Consiglio dei Ministri ha infatti approvato un disegno di legge composto da 11 articoli. Tra le novità più importanti c'è quella che prevede che in caso di rifiuto o manomissione del braccialetto elettronico il colpevole andrà in carcere e quella che riconosce una provvisionale in favore degli orfani di violenza domestica subito dopo le indagini preliminari.

                Questo disegno di legge è il frutto del lavoro congiunto di donne della politica di diversa provenienza ideologica che però si sono poste un obiettivo comune, ossia il contrasto alla violenza di genere anticipando e rafforzando le tutele legali in favore delle donne. Si tratta n particolare delle ministre Elena Bonetti, Luciana Lamorgese, Marta Cartabia, Mara Carfagna, Mariastella Gelmini, Fabiana Dadone ed Erika Stefani.

                Dal nuovo testo emerge subito una maggiore attenzione alla violenza contro le donne in ambito domestico, così come nei rapporti di convivenza e il desiderio di predisporre strumenti di tutela che tengano conto della particolare vulnerabilità delle vittime di contesti familiari violenti. Più attenzione anche ai casi però in cui l'aggressore presenta un comportamento recidivo e multilesivo.

                Vediamo quindi più in dettaglio che cosa prevede il nuovo disegno di legge che va a modificare il codice penale, il codice di procedura penale, alcune leggi speciali e il Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione (Dlgs n. 159/6 settembre 2011).

www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2011-09-06;159

                Misure di vigilanza dinamica del Prefetto. Quando la vittima di violenza si rivolge agli organi di polizia, presentando una denunzia o una querela, costoro, se rilevano sin dai primi accertamenti che esiste un pericolo concreto che la condotta venga reiterata allora possono darne comunicazione al Prefetto che potrà adottare misure di vigilanza dinamica nei pressi dell'abitazione della vittima. Misure che ogni tre mesi dovranno essere sottoposte a verifica per appurarne l'efficacia e il rispetto.

                Ammonimento esteso. L'ammonimento del Questore, già utilizzato ampiamente anche per il reato di atti persecutori, viene applicato anche in presenza di condotte sintomatiche di futura violenza capace di ledere l'integrità psicofisica della vittima o delle vittime, nell'ambito delle relazioni familiari e di convivenza.

                Se poi un soggetto è già stato raggiunto da un ammonimento del Questore e commettere un altro reato per il quale è previsto l'ammonimento allora la pena sarà aumentata. Il giudice inoltre potrà procedere d'ufficio nei confronti di quei soggetti che sono già stati ammoniti dal Questore. I recidivi, in base alle previsioni di questo ddl non avranno insomma vita facile.

                Braccialetto elettronico o carcere. Nel caso in cui venga disposta nei confronti dell'indagato la misura dell'allontanamento dalla casa familiare o il divieto di avvicinamento ai luoghi che la persona offesa frequenta abitualmente e rifiuta la misura del controllo elettronico, il giudice può applicare una misura ancora più restrittiva, anche unitamente a quella del braccialetto. Il braccialetto inoltre, viene previsto anche fuori dai limiti di pena contemplati dall'art. 280 c.p.p., che definisce le condizioni in presenza delle quali possono essere disposte dal giudice le misure coercitive.

                Misure di prevenzione. Attraverso la modifica del Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione (Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159) si riconosce al Giudice il potere di applicare misure di prevenzione nei confronti di:

  • soggetti che risultano indiziati per reati che hanno a che vedere con la violenza di genere e domestica in tutte le sue modalità di manifestazione (omicidio, violenza sessuale, lesioni che deformano il volto;
  • coloro che sono già stati ammoniti dal Questore e che sono indiziati per lesioni, percosse, minacce aggravate, danneggiamento e violenza privati in ambito domestico.

                Fermo in presenza di gravi indizi. Si dispone il fermo del soggetto con decreto del Pubblico Ministero se fortemente indiziato di aver commesso reati di maltrattamento, lesione e stalking in danno dei propri familiari. Non occorre quindi la flagranza per il fermo, bastano indizi forti.

                Più informazioni alle vittime. Al fine di tutelare la vittima e consentirle di uscire dal contesto di violenza in cui vive la sua quotidianità vengono resi più incisivi gli obblighi informativi a carico delle Forze di Polizia, delle istituzioni pubbliche e delle Asl. Le donne vittime di violenza devono essere infatti informate da questi soggetti in merito alla presenza sul territorio di presidi e centri antiviolenza, che ve le devono anche indirizzare se lo richiedono. Da comunicare immediatamente alla donna vittima di violenza inoltre anche il provvedimento di scarcerazione o la cessazione della misura di sicurezza detentiva.

                Sospensione condizionale e corsi. Spetterà alle associazioni e all'ufficio di esecuzione penale il monitoraggio finalizzato ad accertare che i corsi previsti per gli uomini violenti e maltrattanti si svolgano effettivamente. La mancata partecipazione del detenuto a tali percorsi comporta la perdita del beneficio della sospensione condizionale della pena.

                Provvisionale alle vittime. La vittima di violenza domestica o di genere (o i suoi eredi, in caso di omicidio) in caso di gravi reati (violenza sessuale, lesione personale gravissima, deformazione mediante lesioni permanenti al viso commessi dal coniuge anche separato o divorziato o da persona legata attualmente o in passato da relazione affettiva), che si vengono a trovare in stato di bisogno, potranno chiedere una provvisionale (pari a 1/3 dell'importo finale) del cui riconoscimento di terrà conto in sede di liquidazione definitiva dell'indennizzo che sarà riconosciuto in favore della vittima. Per i minori che restano orfani a causa della violenza domestica e di genere la provvisionale verrà erogata dopo le indagini preliminari per aiutare i familiari disposti ad accoglierli dopo la perdita del genitore.

Annamaria Villafrate     Studio Cataldi   05 dicembre  2021

                vedi anche                              www.studiocataldi.it/articoli/36303-violenza-sulle-donne.asp

www.studiocataldi.it/articoli/43373-violenza-sulle-donne-e-domestica-le-nuove-misure.asp

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