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Una bambina di nome Elisabeth

 

 

 Autrice: Cristina Danielis

              Elisabeth è una bimba africana, nata in Kenia, tre anni e già con tanta sofferenza sulle spalle.

              Quella sera presso il Catholic Hospital di Wamba, noi operatori eravamo già nelle nostre stanze, la giornata era finita e quello era il momento del raccoglimento e della solitudine; i pensieri si libravano in uno spazio infinito. Ma l'allarme interruppe i miei pensieri, passi urgenti nel corridoio della Guest House mi dicevano che qualcosa era successo.

 

 

              Senza troppo indugiare raggiunsi il dottor Silvio Prandoni che era già al pronto soccorso. Lo scenario era sconcertante, insieme all'odore acre che mi invase appena entrai nella sala medicazione. La vista era di una bambina, non più di tre anni di età con la testa completamente ustionata. Al posto dei capelli una massa di carne bruciata e nera. Piangeva dal dolore e dallo spavento, si dimenava come un animaletto in trappola. Non era facile per noi sanitari aiutare la piccola e gestire la situazione.

Seguii le indicazioni del dottor Prandoni, evidentemente avvezzo a circostanze del genere, impegnandoci fino allo stremo per alleviare alla piccola le sofferenze e i rischi di infezioni o problematiche maggiori.

               La madre era disperata, le teneva la mano e guardava noi sanitari implorando che facessimo tutto il possibile per salvare Elisabeth.

In Africa le situazioni di questo genere sono purtroppo frequenti: le capanne, dette

Manyatte, sono fatte di fango e stracci e hanno ingressi bassi e stretti, tanto che, come in questo frangente, la mamma di Elisabeth con la piccola sulla schiena, era obbligata a piegarsi in avanti per entrarvi.

Al loro interno la presenza di un fuoco acceso per contrastare l'umidità, gli insetti fastidiosi e lo sbalzo termico notturno.

              Quella sera la mamma di Elisabeth con la piccola sulla schiena, nell'inchinarsi per entrare nella capanna, ha fatto sì che la bambina scivolasse fuori dal marsupio e cadesse direttamente nel fuoco.

Le medicazioni alla piccola erano quotidiane, rimuovere la carne morta e disinfettare le ferite era doloroso e difficile da comprendere a quell'età, ma cercavo di essere sempre presente, e ogni volta la abbracciavo, le parlavo sottovoce cullandola e promettendole di giocare con lei dopo ogni medicazione. Una caramella era sufficiente per strapparle un mite sorriso.

Soltanto il tono della mia voce e l’abbraccio le bastavano per rilassarsi un poco; poi, tutte le volte, a fine medicazione, le promettevo che ci sarei stata anche il giorno successivo.

              Sono passati più di quindici anni da allora, Elisabeth sarà diventata donna; difficile dimenticare quella notte e difficile dimenticare una bambina che nascondeva già una solitudine troppo grande per essere così piccola.

La madre aveva sicuramente altri figli da accudire e le mancava il tempo per stare con lei, in quel frangente. Elisabeth stava imparando cosa significava essere donna in Africa

Cristina Danielis

Ostetrica del Consultorio

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