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Convegno “Ripensando alla salute.

Quali equilibri nel post Covid”

 

Sabato 13 novembre . Barbassolo di Roncoferraro-

XXII Convegno su temi di etica e salute svoltosi presso la Pieve dei due pozzi di Barbassolo nel novembre scorso.

 

 

 

Relazioni

 

 

Riflessioni e suggerimenti nel post-Covid

 

 ”Alla fine di questa triste e faticosa avventura, riteniamo inevitabile una profonda riflessione sul Sistema Sanitario Regionale, che porti ad un redde rationem nei confronti dei pazienti, dei dipendenti e, soprattutto, della propria coscienza” Così concludeva una lettera firmata dai medici dell’ospedale di Treviglio.

 In Lombardia, con eccellenti strutture e professionisti sanitari, l’infezione da Coronavirus si è diffusa velocemente ed ha comportato una letalità nettamente più elevata rispetto alle altre Regioni italiane. La pandemia che abbiamo subito e che ancora stiamo fronteggiando, ha sottoposto le strutture del nostro Sistema Sanitario Regionale ad una pressione straordinaria. L’assistenza territoriale non è riuscita a contenere i contagi ed ha investito rapidamente gli ospedali, mettendo in crisi i reparti di accoglienza ordinaria e terapie intensive. Questa “domanda“ improvvisa ha comportato  la drastica riduzione dell’offerta assistenziale ordinaria, sospendendo  interventi  differibili, riducendo al minimo le attività non urgenti con gravi ripercussioni per i pazienti  soprattutto i cronici.

Certamente la pandemia ha ampliato il dibattito in essere sull’efficienza organizzativa di un SSN così com’è oggi, incentrato sull’assistenza ospedaliera patient centered care che orienta il sistema sui bisogni sanitari del singolo paziente, ma debole su prevenzione, medicina di prossimità e continuità assistenziale, punto di forza invece della community centered care che ha come focus i bisogni della collettività.

I differenti orientamenti non sono una semplice distinzione tra ospedale e territorio, ma un approccio programmatico e organizzativo trasversale all’intera offerta sanitaria che non esprime concetti polarmente antitetici o alternativi ma in parte sovrapponibili. La differenza è data dalla discriminante nella distribuzione e allocazione più o meno equa

delle risorse, e nella conseguente attuazione organizzativa ed operativa, tra i modelli ideali che ognuna di esse esprime.

L’allocazione delle risorse conferma tale modello. L’Italia impegna per la sanità pubblica il 6,5% del Pil ed è al 12° posto nella graduatoria dei Paesi UE. All’assistenza

ospedaliera va il 3,8% (siamo al 5° posto in Europa, dietro Danimarca, Francia, Svezia e Norvegia). All’assistenza sul territorio va l’1,2% del Pil (siamo al 15° posto nell’UE, allocando circa metà delle risorse impegnate da Germania, Belgio e Danimarca). 

 

Idealmente, il modello patient centered risponde maggiormente all’etica ippocratica (“qualunque sforzo per il paziente”) ed è più fisiologico, per evidenti ragioni, nei Paesi più tradizionalmente cattolici. Quello community centered invece risponde all’etica dei sistemi di assistenza pubblici (“il più equo sforzo possibile per tutti i pazienti”) quindi più vicino ai Paesi anglosassoni.

Operativamente la patient più indirizzata alla diagnosi e cura del singolo, si esprime al suo massimo qualitativo prevalentemente nella struttura ospedaliera e specialistica, quale apice della cura. La community invece meglio si integra con le possibili sinergie decisionali e organizzative tra sanità e società (ed anche ambiente) e si realizza proporzionalmente più sul territorio, prevenzione inclusa (una voce di spesa per la quale l’Italia è da sempre uno degli ultimi Paesi OCSE).

Laddove il modello di integrazione socio-sanitaria era più presente, vedi la Germania dei Lander, ma anche in alcune Regioni Italiane, il Veneto o la Toscana e, in parte, anche il Lazio, grazie alle azioni preventive sul territorio, si sono “abbattuti” i ricoveri in terapia intensiva e quindi il numero dei decessi. 

La patient mette al centro dell’offerta la figura professionale del medico che produce ed eroga prestazioni per il paziente, ed il management per gestirne domanda, offerta e spesa. La community coinvolge maggiormente anche epidemiologi ed esperti di programmazione ed organizzazione dei servizi, comprese tematiche di igiene e prevenzione ambientale, naturaliter collettive.
La patient è per caratteristiche più eleggibile in contesti di finanziamento e/o erogazione da privati, essendo fisiologicamente disegnata nel rapporto individuale col singolo, la community è invece intrinsecamente più consona al servizio pubblico avendo come obiettivo il beneficio collettivo.

L’ampio coinvolgimento in questi ultimi decenni alla sanità privata (che in Lombardia arriva e supera il 50%) volta a rafforzare il modello patient centered, ha ben funzionato in tempi normali, ma nel contesto attuale non ha giovato. Il privato se da un lato si è dimostrato molto efficiente nella erogazione dei servizi ordinari, proprio per questa sua natura “specialistica” non è adatto a rapidi cambiamenti/riconversioni produttive, che un evento imprevisto come la pandemia ha comportato. Nell’ambito del   coinvolgimento delle strutture private una distinzione particolare andrebbe fatta tra Privato profit e no profit.

Quindi quale modello domani? Il dopo pandemia genera inevitabili reazioni nelle politiche sanitarie dei Paesi industrializzati, influenzate dal fardello di nuovi debiti sulle finanze pubbliche da un lato e dall’arrivo dei fondi europei dall’altro. Il ripensare la salute nel dopo Covid non può non tener conto di quanto è successo mantenendo prevalentemente la singola persona al centro con i suoi bisogni, non può prescindere da  una diversa visione nel modello strutturale in cui allocare le risorse per la sanità e i suoi comparti.

Orientamenti questi ripresi anche da Papa Francesco, espressione di una Chiesa che da sempre ha cuore i sofferenti, che nell’Angelus di domenica 11 luglio ha dichiarato: “In questi giorni di ricovero in ospedale, ho sperimentato quanto sia importante un buon servizio sanitario, accessibile a tutti. Non bisogna perdere questo bene prezioso. Bisogna mantenerlo! E per questo occorre impegnarsi tutti, perché serve a tutti e chiede il contributo di tutti”. Il Papa ha poi esortato la Chiesa a rafforzare la vocazione alla cura di chi soffre erogando servizi necessari e rifuggendo dalle logiche di profitto e aggiungendo “… la tua vocazione, Chiesa, è fare il servizio: salvare l’istituzione gratuita”.

Aggiungo suggerimenti ripresi dall’intervento di Monsignor Mario Delpini, arcivescovo di Milano, al recente convegno del 28 ottobre “Essere prossimi alle fragilità. Chiesa creativa.” Queste le sue indicazioni

-         Guardarsi dai nemici, che non sono persone o istituzioni ma atteggiamenti sbagliati: ad esempio la miopia, non guardare abbastanza lontano, oppure l’emotività nella reazione alle notizie che spesso danno un’idea distorta di quello che succede, o ancora l’avidità di fronte a disponibilità di grandi risorse che ora arrivano dall’Europa e fanno nascere l’idea di ottenere qualcosa anche se non è dovuto.

-          Coltivare la spiritualità, che significa essere fedeli al carisma dei fondatori dei vari Istituti che fanno parte di questo mondo dell’assistenza sanitaria e socio-sanitaria cattolica. Fondatori che con l’aiuto di tanti hanno dato vita a ciò che è arrivato a noi. Occorre non ridursi solo a un’attività operativa: spiritualità, oltre che fiducia in Dio, significa avere una visione illuminata e comprensiva dei problemi.

-         Avviare percorsi:serve un ripensamento dove allocare le risorse, una precisazione di quelli che devono essere i rapporti della sanità privata profit e no profit con le istituzioni e l’amministrazione pubblica. 

Concludo con la raccomandazione di Papa Francesco che rimette al centro la persona nella sua globalità fisica e spirituale e sottolinea come la salute, la guarigione e la salvezza ne siano aspetti inscindibili: “Voglio dire il mio apprezzamento e il mio incoraggiamento ai medici e a tutti gli operatori sanitari e al personale degli ospedali. E preghiamo per tutti i malati, specialmente per quelli in condizioni più difficili: nessuno sia lasciato solo, ognuno possa ricevere l’unzione dell’ascolto, della vicinanza e della cura”.

Maurizio Tedoli

Chirurgo

 

 

Evoluzione del sistema Sanitario Lombardo:

vantaggi, svantaggi e prospettive di cambiamento

 

Il servizio sanitario

I giovani debbono conoscere la storia del Sistema Sanitario pubblico.

Nella seconda metà dell’anno 1943 durante la guerra, tre grandi professori dell’Università di Padova, C. Marchesi, E. Meneghetti, G. Giovanardi progettarono il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) da istituire dopo la liberazione.

Nel settembre 1945 a Padova, sotto l’egida del Comitato di Liberazione Regionale Veneto, fu presentato il “Progetto di riforma dell’ordinamento sanitario italiano”.

Solamente nel 1970 furono istituite le Regioni a Statuto ordinario. Esse furono determinanti per la riforma sanitaria.

La legge 833 del 1978 ha istituito il SSN. Pure determinanti furono gli scioperi generali dei Sindacati dei lavoratori per la scuola, la casa, la sanità. Decisiva infine fu l’alleanza tra i grandi partiti popolari e democratici (DC, PCI, PSI) che approvarono la prima legge di riforma sanitaria nel dicembre 1978.

Il ruolo delle Regioni

Oggi le Regioni sono molto criticate, tuttavia senza di esse non ci sarebbe stata la riforma sanitaria e il SSN: il “Servizio” non il “Sistema”. Esso deve essere universale, unitario e globale. Il SSN ha messo insieme prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione valorizzando il ruolo dei Comuni.

La Regione Lombardia nei primi 25 anni, a partire dal 1970, fu un esempio per tutte le altre Regioni. Già nel 1972 aveva istituito su tutto il territorio regionale 120 Comitati e Consorzi Sanitari di Zona (CSZ) per la prevenzione e la sanità pubblica, specie per l’igiene pubblica, l’igiene ambientale e la tutela della salute negli ambienti di lavoro. Tutti i programmi poliennali erano dotati di precisi indirizzi e di congrui finanziamenti.

Mi piace ricordare che il primo ed unico Piano Regionale Ospedaliero (PRO) è stato approvato nel 1974.

Il Sistema mutualistico fu abrogato con difficoltà da alcune Regioni a partire dalla metà degli anni ’70 del secolo scorso. Molte iniziative nascevano dal basso.

Evoluzione della sanità lombarda

La sanità lombarda è stata ottimale dal 1970 al 1995. Ricordo che contrariamente alle altre Regioni in Lombardia furono istituite le Unità Sanitarie Locali (USSL-Enti Responsabili dei Servizi di Zona) governati dai comuni. Siamo stati i primi in Italia nel 1985 ad istituire i Dipartimenti di Prevenzione (DP), ben 15, di norma uno ogni provincia. Tale azzonamento fu tenuto presente anche per il riordino di tutti i Servizi sanitari della USSL. Il modello di prevenzione della Regione Lombardia fu reso obbligatorio con legge statale nel 1992 per tutte le USL d’Italia. Così pure furono istituiti in Lombardia i Presidi Multizonali di Igiene e Prevenzione (PMIP), una decina.

Nuovi indirizzi politici

Dal 1995 ad oggi gli indirizzi di politica sanitaria sono andati gradualmente mutando. Alcune leggi regionali sotto l’influenza della legge regionale 31/1997, della legge 33/2009, fino alla legge 23/2015 hanno prodotto cambiamenti complessi, onerosi e a mio parere non sempre positivi. La legge 31 del 1997 istituì 15 Aziende Sanitarie Locali (ASL) con numerose Aziende Ospedaliere. Si mantennero tuttavia i 15 Dipartimenti di Prevenzione. La legge 23 del 2015 provocò problemi assai rilevanti anche prima della pandemia virale. Essa è stata approvata successivamente anche dal Governo nazionale Renzi-Lorenzin come sperimentale a scadenza quinquennale. A mio parere è una legge illegittima e di dubbia costituzionalità.  Con essa sono state istituite 8 Aziende per la tutela della salute (ATS) con 8 Dipartimenti di Igiene e Prevenzione Sanitaria, 3 Laboratori di Prevenzione e 27 Aziende Socio Sanitarie Territoriali-Aziende Ospedaliere (ASST). I Dipartimenti di Prevenzione, diversamente chiamati, sono stati ridotti da 15 a 8, mentre i PMIP da 10 a 3. Il personale della prevenzione è stato ridotto in modo rilevante, quasi dimezzato. Esiste persino una ATS, quella della città metropolitana di Milano, a cui è stata aggregata la Provincia di Lodi per un totale di 3,5 milioni di persone, con un solo Dipartimento di Igiene e Prevenzione Sanitaria. Li si è verificato inevitabilmente il primo cratere della pandemia da Covid-19.

La prevenzione per essere efficiente ed efficace ha bisogno di un corretto decentramento istituzionale, della partecipazione degli utenti dei servizi e di un reale controllo democratico. Abbiamo avuto in Lombardia quasi un milione di infetti da SARS-Cov-2 e oltre 34000 deceduti per Covid-19. In data 15 marzo 2020 in Lombardia i ricoverati negli ospedali erano 5500 e gli isolamenti domiciliari 3776. Nella stessa data nella vicina Regione del Veneto, a fronte di 426 ricoverati in ospedale per coronavirus, i soggetti a domicilio come sospetti o contati stretti erano 1434, più del triplo. I vaccini anti Covid-19 successivamente sono stati la nostra salvezza. Serve tuttavia anche dell’altro per la sicurezza sociale.

Il futuro del Servizio Socio Sanitario Regionale (SSSR)

La Commissione sanità del Consiglio Regionale Lombardo ha inviato nei giorni scorsi in Consiglio Regionale una proposta di progetto di Servizio Sanitario, Sociosanitario e Sociale per la Regione Lombardia attualmente in discussione nella Assemblea legislativa. Per quanto mi è dato conoscere la nuova proposta ha aspetti di dubbia legittimità e costituzionalità. Sarà dunque il Governo Nazionale a decidere sul provvedimento legislativo approvato dal Consiglio Regionale. Mi permetto tuttavia di suggerire ai Consiglieri regionali di tener conto dei principi e dei valori della riforma sanitaria. La sanità in Italia non può non tener conto che esiste un SSN. Essa deve essere unitaria e globale negli indirizzi e nella organizzazione ancorata correttamente al territorio.

I pilastri del SSN e del Servizio Sanitario, Sociosanitario, Sociale Regionale (SSSR) sono essenzialmente tre: il Dipartimento di Prevenzione, i Distretti, gli Ospedali. Va attuato con gradualità il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) nei sei anni previsti. Le Case di Comunità debbono entro il periodo stabilito essere dotate del personale necessario. Questo vale anche per gli Ospedali di Comunità. E’ urgente approvare inoltre il Piano Regionale Prevenzione 2021-2025 che non può essere un libro dei sogni. Un Piano regionale deve avere obiettivi chiari e priorità vere, strumenti, risorse, sistemi di monitoraggio continuo e di verifica dei risultati ottenuti e ovviamente finanziamenti congrui. Serve da subito un Piano pluriennale della Regione con le Università lombarde per la formazione degli operatori e per la ricerca scientifica, specie per quella applicata agli obiettivi della programmazione sanitaria, sociosanitaria e sociale. Infine la sanità privata come dice la legge, può essere solamente integrativa e non sostitutiva di quella pubblica.

Vittorio Carreri

Epidemiologo

 

 

La missione della Chiesa:

la salute integrale della persona

 

               La Chiesa è chiamata a condividere «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (Gaudium et Spes n.1). La crisi provocata dalla pandemia diventa occasione per ripensare e rinnovare la sua missione. «Non è una parentesi», ha affermato il vescovo Derio Olivero, contagiato dal Covid 19, ricoverato in terapia intensiva e ora guarito. Questa dovrebbe essere anche la convinzione della comunità ecclesiale, che nel suo servizio

pastorale, non è chiamata semplicemente a ripetere il passato, ma a lasciarsi interpellare dalle situazioni sempre nuove e trovare risposte adeguate alle nuove provocazioni. Nessuna esperienza umana, tantomeno l’emergenza che stiamo vivendo, può essere messa tra parentesi, per continuare a vivere come se nulla fosse accaduto. Le esperienze, e in particolare quelle più forti e drammatiche, lasciano il segno: ci ricordano il dolore vissuto, ma possono trasformarsi anche in «kairòs», in sfide e opportunità per cambiare i nostri comportamenti.

L’immagine di Chiesa scaturita dal Concilio Ecumenico Vaticano II (in particolare dalla Costituzione dogmatica Lumen Gentium) è quella di «Popolo di Dio» e di «Sacramento universale di salvezza». La Chiesa cioè è la porzione di umanità che Dio ha scelto per essere segno e strumento della «salvezza» cioè della pienezza di vita, della salute integrale e definitiva della singola persona intesa come unità profonda di corpo,

mente e spirito, e di tutti i popoli.

In estrema sintesi si può dire che il «sacramento fondamentale» dell’amore di Dio per il mondo è Gesù Cristo morto e risorto e che il sacramento universale presente nella storia degli uomini è la Chiesa, corpo visibile del suo capo che è Cristo (come dice un’antica preghiera fiamminga del XV secolo: «Cristo non ha più mani, ha soltanto le nostre mani...»).

I Vangeli testimoniano che Gesù ha dedicato una cura e un’attenzione particolare ai malati. L’incontro con questa umanità sofferente ha costituito per Gesù una sorta di Bibbia vivente, in carne ed ossa, da cui egli ha potuto ascoltare la lezione della debolezza e della sofferenza umane, apprendere l’arte della compassione e della misericordia, imparare che la malattia e la sofferenza costituiscono il «caso serio» della vita umana.

I Vangeli sottolineano il fatto che Gesù cura i malati (il verbo therapeùein = curare, ricorre 36 volte, mentre il verbo iasthai= guarire, si trova 19 volte) e curare significa soprattutto «servire» e «onorare» una persona, averne sollecitudine. Gesù vede nel malato una persona, ne fa emergere l’unicità e si mette in relazione con la totalità del suo essere, cogliendone la ricerca di senso, vedendolo come una creatura capace di preghiera e segnata dal peccato, mosso da speranza e disposto all’apertura di fede, desideroso non solo di guarigione, ma di ciò che può dare pienezza all’intera sua vita. Il Gesù terapeuta manifesta che ciò che conta è la persona malata, ben più della sua malattia.

Egli poi cerca di portare non solo la guarigione, ma anche la «salvezza»: la potenza dei suoi atti di guarigione è infatti la potenza stessa dell’evento pasquale, che agisce grazie a un suo indebolimento, ad una sua perdita di forza e di energia, insomma a una sua morte.

E’ la debolezza umana in cui agisce la potenza divina: Gesù guarisce grazie ad una morte e a una resurrezione. Ogni guarigione rinvia all’unico grande miracolo che è la resurrezione.

Gesù Cristo ha inviato i suoi discepoli a continuare la sua opera di guarigione e di salvezza: «Strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino, guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni» (Matteo 10, 8).

La Chiesa dunque si può definire come la comunità di donne e di uomini che, attraverso il dono dello Spirito di Cristo risorto, accoglie e condivide nella storia il mistero stesso di Cristo e ne rende presente e attuale la sua opera di salvezza fino al compimento della storia, quando il regno di Dio sarà pienamente manifestato e avrà trasfigurato tutta la creazione.

«Salvezza» (in latino salus) significa la «salute integrale», la «pienezza di vita» della persona umana intesa, secondo la tradizione teologica dell’oriente cristiano come unità profonda e articolata delle tre componenti:

corpo (soma); mente (psychè); spirito (pneuma).      

Essa ci sembra più in linea con l’antropologia biblica che è profondamente unitaria: la persona umana è un’unica realtà costituita di «carne» (basar in ebraico), di alito di vita (nephesh in ebraico), di spirito     (in ebraico ruah). 

L’antropologia teologica della tradizione occidentale preferisce parlare di «anima e corpo», restando talora influenzata dalla visione dualistica della filosofia greca (Platone), che considera anima e corpo come principi autonomi.

La missione della Chiesa, in fedeltà creativa alla missione di Cristo, è rivolta alla persona umana integrale con la consapevolezza che curando e risanando il corpo, ne trae beneficio anche la mente e lo spirito, come pure la cura della mente giova al corpo e allo spirito e la cura della dimensione spirituale giova al corpo e alla psiche perché ridona unità di senso e energia di amore e di speranza a tutta la persona.

Un’immagine attuale, anche se radicata nella tradizione viva della Chiesa, della missione ecclesiale verso l’umanità sofferente è quella di «COMUNITA’ SANANTE». Questa immagine invita ad interpretare la missione della Chiesa come un «inter-agire», un agire relazionale.

Le esperienze legate alla salute e alle varie forme del guarire (curare, prendersi cura, aiutare, consolare, confortare) sono luoghi, non solo di esperienze pastorali consolidate, ma anche luoghi generativi di relazioni pastorali rinnovate.

Anche Papa Francesco parlando all’Associazione Italiana contro le Leucemie-Linfomi e Mieloma ha citato questa immagine: «Penso in particolare a quanti esprimono la condivisione della Chiesa alle persone che soffrono queste patologie: i cappellani, i diaconi, i ministri straordinari della comunione, i medici, gli infermieri, i volontari.

Mediante la loro testimonianza spirituale e fraterna, è tutta la comunità dei credenti che assiste e consola, diventando comunità sanante, che rende concreto il desiderio di Gesù perché tutti siano una sola carne, una sola persona, a partire dai più deboli e vulnerabili.

Un’immagine simile evocata dal Papa Francesco è quella della Chiesa come «ospedale da campo»: «Io vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia.»

E’ dunque una chiesa, popolo di Dio, che privilegia uno stile pastorale: esce dalle porte per andare dove il dramma della vita ancora oggi lascia sul campo molti feriti; discerne le ferite che le persone oggi soffrono e sceglie quelle che più di altre hanno l’urgenza di essere curate, declina in maniera diversificata e creativa la sua capacità terapeutica come curare le ferite, riscaldare i cuori delle persone, esprimere vicinanza, prossimità,

piantando tende invece di costruire palazzi, per essere pronta ad andare altrove dove nuove esigenze si manifestano e nuove persone ferite chiedono aiuto.

La compassione, il com-patire, non si ferma al «sentire». Il sentire e il capire suscitano l’agire. La compassione è una caratteristica importante di una pastorale generativa, capace di creare sempre nuove forme di prossimità, di incontro e di cura.

E’ la compassione delle singole persone, ma anche la compassione di un’intera comunità. La dura esperienza, che in parte stiamo ancora vivendo, dell’emergenza creata dalla pandemia, può esser fonte di nuove forme di prossimità e di testimonianza del Vangelo nell’ambiente sanitario.     Per questo ci mettiamo in ascolto di alcune voci dall’emergenza del Covid-19 prima di tentare una sintesi sugli spunti che possiamo raccogliere in vista di un ripensamento della impostazione e della struttura del Sistema Sanitario:

• Un cappellano d’ospedale, risultato positivo al tampone e successivamente ricoverato nei reparti covid, confida all’intervistatore che è importante per i sacerdoti «esserci» accanto ai malati, ma anche ai vari operatori sanitari che si sfogano e chiedono di pregare per loro, perché sentono il bisogno del nostro sostegno in un momento in cui, di fronte alla gravità di questo dramma, si sentono impotenti e stremati.

• Un sacerdote, che è anche medico, si è rimesso il camice di medico ed è tornato in prima linea, nella terapia intensiva dell’ospedale e confessa: «Ho scoperto con stupore, di essere stato prete facendo il medico, quando tanti colleghi, anche non credenti, mi hanno preso da parte per farmi confidenze personali, sul senso della vita o sulla fede. Sono state delle vere e proprie «confessioni laiche», che custodisco nel mio cuore con emozione.

• In una diocesi il vescovo ha dato il mandato di ministri straordinari della comunione ai medici dell’ospedale che, con tutte le precauzioni del caso, hanno potuto dare la comunione ai malati nel giorno di Pasqua. Uno dei medici confessa: «Ho pianto insieme ai pazienti. Gli ospedali sono luoghi di cura, ma non possiamo pensare di separare il corpo dallo spirito: mi rendo conto che nella lotta al coronavirus il nostro sforzo è troppo indirizzato a combattere i mali fisici del paziente”.

La Chiesa esprime grande riconoscenza e stima per tutti i medici e il personale sanitario che nell’emergenza covid hanno vissuto con ammirevole dedizione il loro servizio accanto ai malati e ai loro familiari. Molti di essi hanno sacrificato la vita per salvare quella dei fratelli e delle sorelle. Nutre pure grande stima e rispetto per chi riveste ruoli di responsabilità nella gestione delle strutture sanitarie e nell’organizzazione del servizio sanitario nella nostra Regione.

In forza della sua missione spirituale che tuttavia si deve incarnare in scelte concrete a servizio del bene comune, suggerisco qualche spunto di riflessione e qualche orientamento tenendo conto della dura e impegnativa prova vissuta da cui dobbiamo trarre insegnamento:

-  Ridisegnare la governance tra Stato e Regioni, non nel senso di una nuova centralizzazione, ma cercando un nuovo equilibrio soprattutto a vantaggio delle Regioni più svantaggiate dal punto di vista logistico, tecnologico e professionale.

-  Ripensare l’equilibrio del regime di sussidiarietà tra sanità pubblica e privata. La sussidiarietà rimane un valore da perseguire, ma l’emergenza ha richiamato l’esigenza di rafforzare il servizio pubblico con un’attenzione particolare al territorio e alla prevenzione.

-  Nel rapporto tra ospedale e territorio l’emergenza causata dalla pandemia ha inoltre evidenziato uno squilibrio a favore dell’ospedale e della cura. Come ha recentemente affermato Walter Ricciardi: «per raggiungere l’obbiettivo di un riequilibrio occorre un grande cambiamento culturale, che consenta di far capire che le reti devono essere incentrate su protagonisti che hanno tutti la stessa importanza. Dal super specialista ospedaliero, al medico di medicina generale, dall’infermiere del territorio all’esperto di sistemi socio-sanitari. Sono tutte figure straordinariamente importanti».

Conclusione

Scrive Papa Francesco nell’Enciclica «Fratelli tutti»: «Proprio mentre scrivevo questa lettera, ha fatto irruzione, in maniera inattesa la pandemia del Covid-19, che ha messo in luce le nostre false sicurezze. Al di là delle varie risposte che hanno dato i diversi Paesi, è apparsa evidente l’incapacità di agire insieme...Nessuno può affrontare la vita in modo isolato. C’è bisogno di una comunità che ci sostenga, che ci aiuti e nella quale ci aiutiamo a vicenda a guardare avanti. Com’è importante sognare insieme! Da soli si rischia di avere dei miraggi, per cui vedi quello che non c’è; i sogni si costruiscono insieme». (F.T.n.8)                    

                                                                                                                     

                                                                                                                     Paolo Gibelli

                                                                                                                    Parroco e Medico 

 

«Peggio di questa crisi c’è solo il dramma

di sprecarla» (Papa Francesco)

 

 

 

 

 

 

 

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