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NewsUCIPEM n. 889 – 19 dicembre 2021

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

  • Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.
  • Link diretti e link per pdf -download a siti internet, per documentazione.

                I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

                Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.

                In ottemperanza alla direttiva europea sulle comunicazioni on-line (direttiva 2000/31/CE), se non desiderate ricevere ulteriori news e/o se questo messaggio vi ha disturbato, inviate una e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con richiesta di disconnessione.

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1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di ama5re, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

 

02 ABUSI                                              Processo in Vaticano continua mentre la causa Becciu viene respinta

03                                                          Dopo due decenni, la crisi degli abusi ha umiliato la Chiesa cattolica

04 ADOZIONI                                       L’adozione a distanza: cosa significa?

05 ASSOCIAZIONI                               Associazione Consulenti Coniugali e Familiari. Il tema di aggiornamento anno 2022

05 BIBBIA                                             Il romanzo dell’uomo s’intitola Bibbia

07 CENTRO GIOVANI COPPIE           Conferenza on line: Equilibrio. Accordare le dissonanze.

07CENTRO INT. STUDI FAMIGLIA  Newsletter CISF n. 48, 15 dicembre 2021

09 CHIESA DI TUTTI                            Il clero nella chiesa

11                                                          Svincolare il vangelo dalla clericocrazia

12                                                           Il libro che denuncia gli abusi sulle donne nelle congregazioni femminili

14                                                          Abusi, l’ambiguità della Chiesa

15 CHIESA IN ITALIA                          "A Bose usavamo preghiere moderne ma questo non mi ha portato fortuna"

16 CHIESA UNIVERSALE                    La guerra dei numeri e il processo di riforma della Chiesa francese

18                                                           I vescovi francesi convocati dal papa: troppi dubbi sul rapporto Sauvé             

19                                                          Perché ci piace ancora la separazione tra Chiesa e Stato                                       

23                                                          Meglio tardi che mai: il papa riconosce lavoro di suor Gramick X comunità Lgbtq+

24                                                          Stati Uniti - Chiesa cattolica: temendo il Sinodo                                                      

26 CITTÀ DEL VATICANO                  Responsa ad dubia su alcune disposizioni di Traditionis Custodes

27                                                          Le risposte ai “dubia” e la fine del “dispositivo di blocco”

28 DALLA NAVATA                             IV Domenica d’Avvento – Anno C – 19  dicembre 2021

30 DIBATTITI                                        Fine vita: morte terapeutica?

32                                                          La fine della vita e la Costituzione

34                                                          “Lo dico da cattolico: sì alla legge sul fine vita”

35 DONNE NELLA (per la) CHIESA   Ignorare i carismi che lo Spirito dona alle donne è come una bestemmia

37 FARIS                                               Chi siamo                              attività on-line

37                                                          Scopriamo tutti i corsi attualmente attivi e a disposizione con data o on demand

40 FORUM ASS. FAMILIARI               “Sapore di famiglia” nelle sfide dell’oggi

42 RIFLESSIONI                                   La vera chiesa è disadorna

43                                                          Quando Giobbe finisce in terapia intensiva

45 SIN0DO                                           America Latina. Assemblea ecclesiale testimone sinodalità, esperimento positivo

48                                                          Uno stile di vivere e operare nella Chiesa

50                                                          Appunti per il Sinodo della Chiesa italiana

53                                                          Che fare in parrocchia per il Sinodo: chiedo spunti in vista di conferenze

55                                                          Sinodo: i compagni di viaggio

 

 

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ABUSI

Processo in Vaticano continua mentre la causa Becciu viene respinta

                Martedì i giudici vaticani hanno segnalato in un'udienza preliminare che hanno in mente una scadenza per iniziare la fase formale del processo per crimini finanziari della Segreteria di Stato vaticana. In una decisione separata del tribunale di Como, un giudice italiano ha respinto il tentativo del cardinale vaticano Angelo Becciu di citare in giudizio il suo ex vice, mons. Alberto Perlasca, che ora è un testimone privilegiato nel procedimento penale in Vaticano.

                L'udienza preliminare del 14 dicembre 2021 in Vaticano si è concentrata sugli appelli procedurali presentati dagli avvocati difensori per dieci imputati incriminati per accuse di abuso d'ufficio, frode, riciclaggio di denaro, appropriazione indebita e una serie di altre accuse. Nel corso della seduta il giudice supremo Giuseppe Pignatone ha informato gli avvocati di aver ordinato la produzione delle trascrizioni tecniche per le ore di video-interviste condotte dai pm con Perlasca e altri testimoni chiave. I nastri di quelle sessioni sono stati depositati presso la corte dai pubblici ministeri a novembre con brevi sezioni tagliate perché, hanno detto, riguardavano indagini penali separate e in corso. I nastri sono trapelati ai media italiani all'inizio di questo mese. Martedì Pignatone non si è pronunciato sulle richieste degli avvocati difensori per il ripristino delle sezioni omesse e ha affermato che il tribunale si sarebbe riunito nuovamente il 25 gennaio per un'altra udienza preliminare, "si spera l'ultima" prima dell'inizio del procedimento formale sul serio a febbraio. Il giudice ha anche segnalato una scadenza di gennaio per i pubblici ministeri per concludere la loro fase investigativa riaperta nei confronti di quattro delle persone da loro accusate a luglio. Il mese prossimo, i pubblici ministeri dovranno ritirare le accuse o presentare nuovamente l'accusa dopo aver corretto i loro precedenti errori procedurali, incluso il permesso agli accusati di rilasciare dichiarazioni agli atti prima di essere accusati. I pubblici ministeri hanno affermato martedì di aver intervistato, finora, solo una delle quattro persone di cui dovevano prendere le dichiarazioni, e non è chiaro se persone come Raffaele Mincione saranno disponibili per l'interrogatorio. sottoscrivi

                La sessione della corte vaticana ha seguito lunedì uno sviluppo separato, in cui una corte d'appello italiana ha respinto le azioni civili intentate contro mons. Perlasca del cardinale Angelo Becciu, l'imputato protagonista del processo vaticano. Becciu, accusato in Vaticano di abuso d'ufficio, appropriazione indebita e cospirazione, ha intentato una causa contro Perlasca in un tribunale italiano, chiedendo mezzo milione di euro al suo ex vice alla Segreteria di Stato a titolo di risarcimento per le lesioni alla salute del cardinale e stile di vita a seguito della collaborazione di Perlasca con gli investigatori vaticani. Il giudice Lorenzo Azzi ha ritenuto che “non vi fosse alcun comportamento dannoso concreto nella narrativa dell'attore” e ha ritenuto che le pretese di danno di Becciu “assolutamente prive di qualsiasi, seppur approssimativa, quantificazione” che giustifichi il risarcimento del danno richiesto.

                Secondo il filmato trapelato delle interviste di Perlasca con i pm vaticani, il monsignore ha  confermato che, agendo su istruzioni di Becciu, ha contribuito a organizzare trasferimenti di denaro per oltre mezzo milione di euro a Cecilia Marogna, la sedicente analista geopolitica che afferma di ha lavorato come spia personale per Becciu mentre era in Segreteria di Stato. In un'occasione, ha detto Perlasca, ha preparato una busta con quasi 15.000 euro in contanti per il cardinale, ma che non sapeva a chi stessero andando i soldi, solo che Becciu gli aveva detto che i trasferimenti erano stati approvati personalmente da papa Francesco.

                Perlasca ha detto ai pubblici ministeri vaticani che Becciu "si è molto arrabbiato" con lui per aver discusso dei trasferimenti di denaro e aveva chiesto di sapere perché non aveva cancellato i registri delle transazioni dai registri della segreteria.

                The Pillar [Washington DC-USA]                             14 dicembre 2021

www.pillarcatholic.com/p/vatican-trial-continues-as-becciu

https://espresso.repubblica.it/dossier/sistema-becciu/2021/12/15/news/vaticano_angelo_becciu_perde_la_causa_contro_il_suo_ex_braccio_destro-330281396

 

Dopo due decenni, la crisi degli abusi ha umiliato la Chiesa cattolica

                Da quando è scoppiata la crisi degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica nel 2002 fino alla sua morte avvenuta più di tre anni dopo, San Giovanni Paolo II non ha mai incontrato una vittima di abusi sessuali da parte del clero. Al contrario, papa Francesco ha incontrato numerose volte vittime di abusi e i loro sostenitori dalla sua elezione nel 2013. Ha in programma di incontrare il prossimo anno i rappresentanti degli indigeni canadesi che stanno protestando contro gli abusi storici sui bambini nelle scuole residenziali gestite dalla chiesa. Quegli incontri sono un segno di come la gerarchia cattolica abbia trasformato la sua  risposta agli scandali degli abusi , che hanno lasciato la Chiesa più povera e meno influente nei paesi in cui sono emersi. “La leadership della chiesa è arrivata a riconoscere che la chiesa deve assumersi la responsabilità e la responsabilità di quanto accaduto”, ha affermato Francesco Cesareo, presidente dell'Università dell'Assunzione ed ex presidente del National Review Board, che consiglia i vescovi statunitensi sulla prevenzione degli abusi . Ora c'è "un riconoscimento che la chiesa non solo deve riconoscere, ma deve anche espiare", ha detto.

                Nel 2002, dopo che il quotidiano Boston Globe ha iniziato a pubblicare rapporti sugli abusi dei clericali locali e sul suo insabbiamento, importanti funzionari vaticani e cardinali di diversi paesi hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche altamente difensive. Hanno ridotto al minimo il numero di preti predatori e hanno accusato gli scandali degli avvocati dei querelanti e dei media ostili. Al contrario, quando una commissione indipendente in Francia ha riferito quest'anno che sacerdoti, impiegati della chiesa e volontari avevano  abusato sessualmente di circa 330.000 minori  nel Paese dal 1950, ci sono state solo scuse abiette da parte di papa Francesco e dei vescovi francesi.

                Papa Francesco incarna questo cambiamento. All'inizio del 2018, ha affermato che un vescovo cileno era stato diffamato quando era stato accusato di aver coperto gli abusi. Ma più tardi quell'anno incontrò gli accusatori e convocò i vescovi cileni a Roma e denunciò "abuso di potere" nelle loro file. Tutti i 34 vescovi hanno presentato le loro dimissioni, di cui il papa alla fine ha accettato otto. L'episodio ha evidenziato la diffusione della crisi degli abusi, fino ad allora concentrata nei paesi occidentali, all'America Latina.

                "Non so quale sia il loro dialogo interiore e se siano veramente umiliati, ma sicuramente c'è stato un cambiamento drammatico nella loro strategia di pubbliche relazioni, dalla negazione o minimizzazione a espressioni molto convincenti di auto-colpa", ha affermato Anne Barrett Doyle di BishopAccountability.org, che tiene traccia dei casi di abuso in tutto il mondo. La signora Barrett Doyle ha detto che la chiesa ha apportato cambiamenti sostanziali nella sua risposta agli scandali, ma non abbastanza. È ancora solo negli Stati Uniti che la legge ecclesiastica impone la "tolleranza zero": la rimozione automatica dal ministero di un religioso che è stato ritenuto colpevole di un atto di abuso di un minore.

                Il papa nel 2019 ha istituito un processo mondiale per indagare sui vescovi che abusano o insabbiano abusi da parte di altri. Ma gli attivisti lo hanno criticato per aver rifiutato un modello di supervisione laica che i vescovi statunitensi avevano proposto, lasciando la gerarchia ecclesiastica a vigilare da sola. I vescovi statunitensi hanno stabilito misure di protezione dei bambini che il Vaticano ha incoraggiato in tutto il mondo e la maggior parte delle accuse in America sono ormai storiche. Eppure la crisi continua a mettere a dura prova la posizione della chiesa negli Stati Uniti e oltre. “La tragedia degli abusi sta portando a una chiesa più povera e umile”, ha affermato il mese scorso il vescovo Franz-Josef Overbeck di Essen, in Germania. “Abbiamo perso credibilità. La gente ha perso la fiducia nella Chiesa, nei sacerdoti, nei vescovi». Secondo le statistiche della chiesa, il 9,1% dei cattolici in Germania ha frequentato regolarmente la messa domenicale nel 2019, in calo rispetto al 12,6% del 2010, quando la chiesa tedesca è stata colpita da una serie di scandali di abusi.

                Negli Stati Uniti la percentuale di cattolici che appartenevano a una parrocchia è scesa al 58% dal 76%, il doppio del tasso di declino tra i protestanti, tra il 1998 e il 2020, secondo un sondaggio Gallup. In molti paesi occidentali era già in atto un declino della religione organizzata, ma gli scandali hanno aggravato il problema. "Abbiamo perso persone per questo motivo", ha detto Suzanne Healy, una terapista familiare che attualmente presiede il National Review Board dei vescovi statunitensi. Secondo il Pew Research Center, nel 2019, il 27% dei cattolici statunitensi intervistati ha affermato di aver ridotto la propria partecipazione alla messa in risposta alla crisi degli abusi. In un sondaggio del 2021 del Center for Applied Research in the Apostolate della Georgetown University, il 31% dei cattolici statunitensi adulti ha affermato che la crisi degli abusi li ha messi in imbarazzo a identificarsi come cattolici. Le dichiarazioni dei vescovi ora richiedono meno rispetto da parte del pubblico, ha affermato Philip Lawler, autore di "The Faithful Departed", un libro sulla crisi degli abusi a Boston. "È semplicemente troppo facile per i cinici dire: 'Oh, sei troppo impegnato a difendere gli stupratori.' E non c'è davvero un buon ritorno in questo".

                La crisi ha avuto un forte impatto sulle finanze della Chiesa. Dal 2004 al 2020, le diocesi cattoliche e gli ordini religiosi negli Stati Uniti hanno speso 4,3 miliardi di dollari in costi relativi alle accuse di abusi, principalmente in pagamenti alle vittime e spese legali, secondo la Conferenza episcopale degli Stati Uniti. Secondo la Pennsylvania State University, trentuno diocesi e ordini religiosi negli Stati Uniti hanno chiesto protezione dal fallimento secondo il Capitolo 11. Inoltre, secondo uno studio del 2019 del Pew Research Center, il 26% dei cattolici statunitensi ha ridotto la quantità di denaro che donano alla propria parrocchia in risposta agli scandali degli abusi. Alcuni donatori hanno spostato i loro contributi a organizzazioni non profit cattoliche indipendenti che svolgono attività umanitarie, afferma Kerry Alys Robinson, fondatore e direttore esecutivo della Leadership Roundtable, un gruppo fondato per incoraggiare una maggiore trasparenza e responsabilità nell'amministrazione della chiesa.

                La crisi ha esacerbato le guerre culturali già in atto all'interno della Chiesa. Alcuni conservatori hanno attribuito la crisi al lassismo morale e all'omosessualità tra i preti, poiché la grande maggioranza delle vittime denunciate sono ragazzi adolescenti. I progressisti hanno invece indicato la necessità di revisioni  dell'insegnamento e della pratica della chiesa. In Germania, in incontri continui ispirati da uno studio sugli abusi storici del clero, vescovi e laici hanno discusso se la chiesa debba benedire le coppie dello stesso sesso, rimuovere l'obbligo del celibato sacerdotale, dare più potere ai laici e ordinare le donne al clero.

                La crisi ha portato le persone a "mettere in discussione le verità fondamentali della chiesa e se quelle verità siano effettivamente immutabili o meno", ha affermato Cesareo. “Ci vorranno alcune generazioni prima che possiamo uscirne in un modo che permetta alla chiesa di riaffermare la sua voce e il suo posto all'interno della società”.

Francesco Rocca              Wall Street Journal [New York NY]         13 dicembre 2021

                www-bishop--accountability-org.translate.goog/2021/12/after-two-decades-abuse-crisis-has-humbled-the-catholic-church/?_x_tr_sl=en&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=sc

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ADOZIONI

L’adozione a distanza: cosa significa?

                Ai.Bi. da 35 anni si occupa di Adozione a Distanza per combattere, a fianco dei bambini ospiti negli orfanotrofi di tutto il mondo, l’emergenza abbandono. Quest’ultima è una vera e propria emergenza umanitaria: ci sono oltre 200 milioni di bambini abbandonati negli orfanotrofi del mondo. Il tuo aiuto è prezioso e necessario per garantire ai bambini abbandonati, o in grave difficoltà familiare, il diritto di vivere e crescere in famiglia. L’Adozione a Distanza è un presente che potrà garantire il futuro di ogni bambino senza una famiglia.

                Adozione a Distanza. Qual è la differenza tra “adotta un orfanotrofio” e “adotta un bambino”?

  • Adottare un Orfanotrofio è una partecipazione diretta alle attività progettuali di Ai.Bi. rivolte ai minori ospiti di un orfanotrofio.
  • “Adotta un bambino” è un’Adozione personalizzata. Il sostenitore viene a conoscenza della storia personale del piccolo ed entra in comunicazione diretta con lui

                “Adotta un orfanotrofio” è un’Adozione a Distanza innovativa: vogliamo accendere i riflettori su questa nuova tipologia di Adozione a Distanza affinché tutti i sostenitori possano davvero prenderla in considerazione. Adottare un Orfanotrofio è principalmente una partecipazione diretta alle attività progettuali di Ai.Bi. rivolte ai minori in difficoltà familiare, ospiti di un orfanotrofio. Pensare alla collettività e non solo a singolo è un valore aggiunto specialmente in un periodo come questo dove aiutarsi è l’unica risposta per superare le difficoltà che tutto il mondo sta vivendo. Attivando questa tipologia di Adozione, si contribuirà a migliorare le loro condizioni di vita, assicurando alimentazione adeguata, visite mediche specialistiche, attività socio–educative, corsi di formazione professionale, percorsi d’inserimento lavorativo per gli adolescenti e tutto ciò che si rende necessario per far sì che i minori ospiti di un orfanotrofio sostenuti da Ai.Bi., possano crescere, per quanto possibile, serenamente, come se fossero i “nostri” figli.

                Con soli 25 euro al mese si diventa testimoni attivi della crescita e delle evoluzioni di un gruppo di bambini che non aspettano altro che il calore di una famiglia. Ma quel calore comincia ad essere donato proprio dal sostenitore che seguirà costantemente i progressi della crescita di vita di ognuno di loro. Infatti, il sostenitore riceverà mensilmente un report con fotografie, filmati dei bambini e attività dell’ Orfanotrofio e avrà la possibilità di scrivere e comunicare con loro attraverso mail, skype call e soprattutto avrà la possibilità di andare a conoscerli di persona nella struttura dove sono ospiti.

                “Adotta un bambino” è un’Adozione estremamente personalizzata. Il sostenitore sostiene un bambino o una bambina, conoscendone nome, cognome e storia personale ed entra in comunicazione diretta con lui, riceve foto ed è libero di iniziare una corrispondenza privata scrivendo lettere, mandando piccoli regali, conoscendolo su skype e addirittura andando a trovare il minore sostenuto con un viaggio nel suo stesso Paese. Il sostenitore riceve inoltre aggiornamenti costanti sulla sua crescita e sul suo sviluppo. Con questa scelta può cambiare il destino e la storia di vita di un bambino, indirizzandolo verso il reinserimento nella famiglia d’origine. Se scegliesse di attivare un’Adozione a Distanza con noi, potrà stabilire un legame affettivo con lui o con lei, che va molto oltre il contributo economico: sarà il suo unico sostenitore pronto ad accompagnarlo nel suo percorso di crescita. Questo è il carattere speciale e affascinante di questa Adozione ed è per questo che ha una donazione di 50 euro al mese che avrebbe il valore di un caffè al giorno.

www.aibi.it/ita/adozione-a-distanza

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ASSOCIAZIONI

Associazione Consulenti Coniugali e Familiari. Il tema di aggiornamento anno 2022

                Il Comitato Scientifico dell'Aiccef si è riunito per analizzare e proporre al Consiglio Direttivo il tema dell'aggiornamento professionale del prossimo anno. Dopo una stimolante e proficua discussione, sono stati tutti d'accordo nel ritenere che l’aggiornamento professionale dei Consulenti Familiari sia incentrato sull’esplorazione del mondo dell’adolescenza, sconvolto dalla tempesta che abbiamo subìto in questi ultimi due anni. Gli adolescenti, forse più di altri, hanno risentito del cambiamento di passo delle relazioni sociali, delle proprie abitudini e delle proprie relazioni. Sono stati privati dei loro spazi educativi e scolastici, dei luoghi di ritrovo e di quelli sportivi, e stanno mostrando segni di grande insofferenza, disorientamento e  fatica. Porre l’accento su come il Consulente Familiare possa intervenire da un punto di vista metodologico ed operativo in maniera efficace in questo specifico contesto, sarà obiettivo prevalente della formazione annuale. Il titolo che è stato scelto, per la formazione che ci accompagnerà per il 2022, è:

Ero, sono, sarò: l'adolescente e il consulente familiare in azione.

                Questo tema sarà al centro delle due Giornate di Studio, in cui  sarà affrontato da molteplici punti di vista, del Seminario di aggiornamento per Supervisori, e come filo conduttore degli articoli della Rivista.

Webinar per i soci. Ai primi dell’anno prossimo, sarà realizzato, in modalità on line sulla piattaforma Zoom Aiccef, il webinar: I bisogni dei Soci nell’ambito della professione.  Sulla base delle  idee e delle proposte scaturite dai partecipanti, sarà stilato un programma  basato sugli argomenti di maggiore interesse per i  Soci. In seguito forniremo indicazioni più dettagliate sulle modalità organizzative.

www.aiccef.it/it/news/la-riunione-del-comitato-scientifico-di-domenica-19-dicembre.html#cookieOk

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BIBBIA

Il romanzo dell’uomo s’intitola Bibbia

                Se Thomas Mann avesse dovuto misurarsi con le linee per una comunicazione inclusiva proposte dalla commissione europea guidata dalla sua connazionale Ursula von der Leyen, forse avrebbe rinunciato a scrivere quella che considerava la sua opera maggiore, per tema di urtare una parte del pubblico dei lettori riscrivendo la vicenda di violenza ed esilio, tradimento e perdono che occupa quasi metà del libro biblico della Genesi. Fortunatamente il grande scrittore (e risoluto oppositore del nazismo, che quindi di inclusione ed esclusione qualcosa capiva) non aveva di questi problemi e la letteratura del Vecchio Continente può annoverare tra i suoi capolavori il ciclo dei romanzi raccolti sotto il titolo di Giuseppe e i suoi fratelli. Da Mann prende le mosse Piero Boitani nel libro Rifare la Bibbia per guidare il lettore sulle tracce che Antico e Nuovo Testamento hanno disseminato in duemila anni di letteratura occidentale, da Dante a Chaucer, da Shakespeare a Dostoevskij e Pasternak, da Faulkner a Saramago passando per molti altri ancora. Il capitolo finale è dedicato a «uno dei romanzi più belli e commoventi» del Novecento, Giobbe di Joseph Roth (il giudizio è di Boitani e, per quel che vale, è condiviso da chi scrive).

                Il conflitto tra l’interpretazione biblica degli ebrei e quella cristiana, già al cuore del Mercante di Venezia e della violenza che lo percorre, viene stemperato e (forse) risolto nelle pagine di Roth. L’inattesa comparsa di Menuchim di fronte al vecchio padre Mendel Singer, pio e devoto ebreo che l’aveva abbandonato da piccolo e a questo attribuiva la serie delle infinite disgrazie attraversate, assume i tratti di Elia araldo del Messia a cui, nella cena di Pesah, è riservato un bicchiere di vino e al tempo stesso di Gesù risorto che appare ai discepoli, nonostante la porta chiusa del cenacolo dove si erano rifugiati dopo la sua morte, secondo il Vangelo di Giovanni. Certo, nell’era della secolarizzazione, il riconoscimento non è scontato. Anzi, lo stesso Menuchim appare estraneo alla fede del padre: in quanto riscrittura del testo biblico, il finale del romanzo risulta aperto alla scelta dei lettori, così come la Parola può essere accolta o rifiutata nella sua pretesa di venire da Dio.

                Se la letteratura si nutre di riscritture bibliche, non va dimenticato che le traduzioni del testo sacro ne sono state la prima e più ricca forma, a partire da quella greca cosiddetta dei Settanta del II secolo a.C., passando per la Vulgata di Girolamo alla fine del IV secolo d.C. e le infinite altre che dall’invenzione della stampa in poi si sono succedute. Giacché tradurre è sempre riscrivere o, come sostenne Umberto Eco, «dire quasi la stessa cosa», dove nel quasi si riassumono le differenze di contesto geografico, confessionale e culturale — in altri termini del pubblico cui i traduttori si rivolgono.

                La collocazione della Bibbia nella collana «I millenni» di Einaudi chiarisce così l’intento con cui ha lavorato per un quinquennio l’équipe di traduttori guidata da Enzo Bianchi: offrire al lettore una versione italiana degna di un classico della letteratura, libera dal linguaggio ecclesiastico e dai suoi condizionamenti, in equilibrio tra fedeltà filologica al testo e perspicuità linguistica. A questo fine, le note di commento hanno il dichiarato scopo di chiarire i punti di più difficile comprensione o resa, facendo leva su tutta la storia della tradizione del testo biblico; non va dimenticato che la Bibbia ebraica (di cui è qui seguita la disposizione dei singoli libri, differente da quella in uso nelle Chiese cristiane) ha conosciuto la sua forma definitiva solo intorno al X secolo d.C., quando gli scribi (in ebraico: masoreti) ne fissarono il testo, introducendo le vocali che nelle lingue semitiche non erano di norma riportate. Girolamo e la Settanta rappresentano strati testuali anteriori al testo masoretico che possono essere utili per meglio comprendere quest’ultimo, anche se i traduttori einaudiani appaiono molto attenti a non forzarne mai il senso; in questa direzione va pure la scelta di usare brevi citazioni dal testo come titoletti dei singoli capitoli.

                La lettura riserva più di una sorpresa. Il tradizionale incipit: «In principio Dio creò il cielo e la terra» è sostituito dal più dinamico «Quando Dio cominciò a creare il cielo e la terra…», così che il comando «Sia luce!» suona naturale conclusione delle prime battute. Le prime parole di Qohelet: «Assoluto soffio, assoluto soffio; tutto è un soffio» liberano il testo dal tono moralistico impresso da Girolamo con il suo «Vanità delle vanità...» cui siamo abituati. In qualche caso appare il residuo della stratificazione interpretativa confessionale: nella conclusione della Lettera ai Romani di Paolo il termine diakonos diaconos (al maschile) riferito a Febe viene reso con una perifrasi («al servizio della comunità») che non permette di attribuire a una donna un ruolo ecclesiastico attestato in Paolo e negli autori successivi. Maggiore aderenza all’originale avrebbe lasciato percepire al lettore tutta la problematicità legata al passo e alla sua interpretazione.

                Altrove il traduttore è costretto ad arrendersi — ed è la migliore scelta. Nel prologo del Vangelo di Giovanni, è lasciato il termine greco logos logos , la cui resa con Verbo o Parola (sulla scorta ancora una volta di Girolamo che usa Verbum) non rende la ricchezza semantica dell’originale, che vale parola, ragione, legame, numero, e contava su un imponente retroterra filosofico, fatto proprio in ambito ebraico da Filone di Alessandria, all’incirca contemporaneo di Paolo.

                Se la Bibbia einaudiana è rivolta al lettore colto non necessariamente credente, in direzione opposta va il lavoro di            Marco Cassuto Morselli e Gabriella Maestri, che per Castelvecchi riscrivono Vangeli e Atti degli Apostoli nello spirito del dialogo ebraico-cristiano. L’intento è rintracciare nel greco di questi testi parole ed espressioni riconducibili al contesto di Gesù e delle prime comunità cristiane, che usavano l’aramaico e l’ebraico. Termini come Dio, vangelo (letteralmente «buona notizia»), regno dei cieli, Cristo o battesimo sono sempre resi nella traduzione con eloqim, besorah tovah, malkhut ha shamayim, Mashiah e tevilah. L’effetto è un po’ straniante per chi proviene da un retroterra cristiano ma il lavoro contribuisce a rinsaldare la consapevolezza della piena ebraicità di Gesù, accolta dal più recente magistero ecclesiastico. Non manca qualche forzatura. Il prologo di Giovanni è reso così: «In principio era il Davar, e il Davar era presso Eloqim e Eloqim era il Davar». Davar («Parola») può certo stare alle spalle del greco logos logos, ma nella traduzione è cancellato il gioco di sfumature per cui il Davar/Logos era Dio (senz’articolo) mentre si trovava presso haEloqim (che sarebbe l’ebraico con l’articolo presente nel greco). Insomma, può darsi che in un ipotetico originale pre-greco Davar e Eloquim coincidessero in unità ma il testo che ci è effettivamente pervenuto ne indica in qualche modo la distinzione. Di fronte ai problemi posti dalla traduzione/riscrittura in latino di questo passo, Tertulliano a volte sceglie di tradurre Logos non con Verbum, la singola parola, bensì con Sermo, che vale «discorso», quasi a ricordare che attraverso la Bibbia Dio continua a parlare a noi, a parlare con noi.

Bibbia Progetto e direzione di Enzo Bianchi a cura di Enzo Bianchi, Federico Giuntoli e Ludwig Monti,

Volumi I-II: Antico Testamento. Volume III: Nuovo Testamento.

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202112/211219rizzi.pdf

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CENTRO GIOVANI COPPIE

Conferenza: Equilibrio. Accordare le dissonanze.

                La serata sarà rivolta ad aprire sguardi su “ciò che fa di una coppia una coppia”, per comprendere i significati più profondi della relazione di coppia e al contempo trovare percorsi attraverso i quali i partner possano promuovere e rilanciare il loro legame. Il legame di coppia è una relazione che va curata –ovvero non trascurata- perché possa sprigionare nel tempo la sua bellezza e le sue potenzialità, a partire dalle differenze che la compongono, dalle appartenenze che la coppia e i partner stessi hanno a livello familiare e sociale, nonché dagli aspetti etici e affettivi che la sostanziano.

                La serata partirà illustrando le sfide culturali a cui è sottoposta la coppia, porterà poi l’attenzione sugli aspetti di identità della coppia per poi approfondire le competenze utili a proteggere e promuovere il legame di coppia nel tempo.

                Relatrici: Anna Bertoni  Raffaella Iafrate, psicologhe

                La conferenza avrà luogo a distanza, con l’utilizzo della piattaforma Zoom. Per accedere, inviare una mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., indicando come oggetto “Conferenza gennaio 2022

Per informazioni  ☎0286352241 

https://centrogiovanicoppiesanfedele.it/schede/equilibrio-accordare-le-dissonanze

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CENTRO INTERNAZIONALE degli STUDI sulla FAMIGLIA

Newsletter CISF - n. 48, 15 dicembre 2021

Riscoprire il potere di una lettera nell'era della messaggistica. Hannah Brencher è la protagonista di questa Ted Talk (su YouTube - 4 min 37 sec con traduzione)

www.ted.com/talks/hannah_brencher_love_letters_to_strangers/transcript?referrer=playlist-how_to_sustain_meaningful_relationships_near_and_far

in cui racconta come sua madre l'abbia abituata fin da piccola a ricevere (e a scrivere) lettere invece di usare il cellulare o le email. In un momento difficile della vita ha iniziato a scrivere lettere d'amore e le ha lasciate in giro per New York, perché chi le trovava potesse leggerle. Il risultato è stato entusiasmante: le lettere sono diventate un elemento di contatto umano senza precedenti. Hannah Brencher ha creato un sito, The world needs more love letters, in cui fa formazione sulla scrittura a mano e mette in connessione le persone in ogni parte del mondo.

                www.ted.com/talks/hannah_brencher_love_letters_to_strangers?referrer=playlist-how_to_sustain_meaningful_relationships_near_and_far

UE/La banca dati sul cancro apre una sezione pediatrica. I primi di dicembre l'European Cancer Information System (ECIS) ha aperto una nuova sezione

https://ecis.jrc.ec.europa.eu/explorer.php?$0-3$1-ES$2-260$4-1,2$3-All$6-0,14$5-2010,2013$7-4

con indicatori sull'entità e sui tipi di cancro che colpiscono i bambini (di età compresa tra 0 e 19 anni) in Europa. Secondo le stime dell'ECIS (a cui si fa riferimento nella Strategia dell'UE sui diritti dell'infanzia), nel 2020 sono stati diagnosticati quasi 16.000 bambini affetti da cancro, dei quali 2000 sono deceduti. La messa in comune - come spiega un articolo pubblicato su EU Science Hub -dei dati provenienti da diversi paesi e regioni in Europa può portare a grandi miglioramenti nella diagnosi, nel trattamento e nell'assistenza, rendendo molto più facile l'analisi e il confronto dei dati e la condivisione delle buone pratiche.

                https://ec.europa.eu/jrc/en/news/new-tool-monitor-childhood-cancer-europe

UK/Genitori separati, affrontare le feste di Natale soli con i bambini. Il network anglosassone Relate, che riunisce figure di esperti in aiuto e sostegno delle relazioni familiari, ha creato una pagina dedicata allo "stress da festività". Per alcune famiglie, infatti, i momenti di festa fanno emergere fatiche e conflittualità. Uno spazio particolare è dedicato ai genitori che si sono appena separati e che devono per la prima volta vivere il Natale da soli con i figli (o completamente soli perché i figli sono con l'altro genitore). La pagina offre consigli pratici

www.relate.org.uk/blog/co-parenting-christmas

("se hai fatto dei piani con il tuo ex, fai del tuo meglio per attenerti ad essi", "se menzioni il tuo ex partner, descrivi le cose in un modo che mostri che da genitori fate fronte unito", "quando vai a prendere o lasci i bambini, sii civile", ecc). Relate è membro della coalizione mondiale di charity Kids in the middle, che lavora per il sostegno delle famiglie separate.               www.kidsinthemiddle.org

Sempre più ampia la forbice economica tra anziani e giovani. Gli ultimi provvedimenti nell'ambito della manovra finanziaria del governo hanno portato vantaggi ai pensionati (perequazione delle pensioni, estensione della no tax area), con importi pensionistici aumentati, in alcuni casi, fino al 6%. Misure che accentuano, invece di migliorare, il conflitto generazionale nel paese [ne parla l'economista Matteo Rizzolli sul Domani]

www.editorialedomani.it/politica/italia/italia-paese-vecchi-governo-pensionati-danno-giovani-kdrwymwn?fbclid=IwAR0_Qr-Bk0HYbbFUCBiJ6-BPAXvkDPB1R906z13yvETBb3uaX38dr5p0xZc

v  e che stridono drammaticamente con la fotografia della crescente povertà materiale ed educativa dei bambini italiani, che dal 2008 in avanti - considerando la povertà relativa - è arrivata a superare il 20%, mentre quella degli anziani è andata in senso inverso, e si è letteralmente dimezzata: dal 16% all'8,1%  https://left.it/2021/11/05/poverta-educativa-litalia-non-e-un-paese-per-bambini

Co-living di famiglia, un'esperienza in trentino. Si chiama "co-living in montagna", un innovativo progetto di "coabitazione collaborativa" in cui comunità montane a rischio di spopolamento accolgono famiglie disposte a far parte di esse, offrendo loro la casa. L'esperienza, messa in pratica a Luserna e coordinata dalla Provincia Autonoma di Trento e dalla sua Agenzia per la Famiglia, è stata presentata al "Festival della Famiglia". Ecco come funziona e come sta andando, in un ampio servizio di Famiglia Cristiana a firma di Alberto Laggia.

                www.famigliacristiana.it/articolo/lassu-dove-osano-le-famiglie-e-la-montagna-rinasce.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_15_12_2021

v    Instagram annuncia misure di tutela dei minori. Arriverà nei primi mesi del 2022 il primo "parental control" del social Instagram. Permetterà a genitori e tutori di tenere sotto controllo il tempo passato su Instagram dai minori, così come impostare dei limiti di tempo e, soprattutto, ricevere notifiche nel caso in cui il minorenne abbia segnalato qualcuno su Instagram, così da permettere all’adulto di intervenire tempestivamente in caso di molestie o comportamenti inopportuni. La piattaforma, inoltre, limiterà le raccomandazioni pubblicitarie a temi consoni per i minori, e impedirà agli utenti di taggare o menzionare gli utenti minorenni non seguiti. Sul blog di Instagram la presentazione dei nuovi standard.

                https://about.instagram.com/blog/announcements/raising-the-standard-for-protecting-teens-and-supporting-parents

v    Dalle case editrici

  • Laura Consoli, La bellezza dell’unità. La teologia nuziale nel pensiero di Sant’Agostino, Cantagalli, Siena 2020, p.592
  • Giorgio Fiorentini, Tutte le imprese devono essere sociali, FrancoAngeli, Milano 2021, p.258
  • Gilfredo Marengo, Chiesa, sesso, amore. Le relazioni “pericolose”, San Paolo, Cinisello B. (MI) 2021, p.224. Un titolo che echeggia quello del celebre romanzo di de Laclos, Les liasons dangereuses, per sottolineare - senza malizia ma con la concretezza di una rigorosa analisi storico-scientifica - il fatto che per una lunga stagione della cultura europea sesso e amore sono diventati “un singolare periculum” per la vita della chiesa. (...) Una constatazione da cui il libro prende le mosse per offrire al lettore un accurato e coraggioso lavoro multidisciplinare, e una ricostruzione storico-critica della prospettiva con cui la chiesa, nei secoli, ha interpretato sesso e amore.

                https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=0%3d3XDf7X%26u%3dZ%26p%3dUBd%26q%3d-U%264%3dEvNy_OSwY_Zc_LZzR_Vo_OSwY_YhHnTuFnQv91.PcHy8qFxAkArQcF.rQ_tubw_40lFu0_1xUt_ACcN38eBvBpN2_OS8c5jwY_YhHnTu7rPhXGY3_5uIgAjQqFr9tC.yAh%268%3dvRuPlY.p93

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CHIESA DI TUTTI

Il clero nella chiesa

                La parola “clero” non compare neanche una volta in tutto il Nuovo Testamento. Il termine “clero” deriva dal greco “kléros” cleros, che significa “fortuna\eredità”. E cominciò ad essere usato nella Chiesa durante il III secolo. Si trova già in Tertulliano (Monogamia, 12) e poi lo riprende Cipriano (Epist. 14,1), si diffuse a partire da Agostino (Enarratio in Sal. 67) (cf. A. Forcellini, Totius Latinitatis Lexicon, vol. II, p. 233; H. Spelthahn, Thesaurus Linguae Latinæ, vol. III, 1340-1341; A. Faivre, Lexikon für Theologie und Kirche, vol. VI, 131-133). Ma è stato l’imperatore Costantino a premiare il clero cristiano con adeguati privilegi. Perché erano i chierici (e non il cristiano medio) gli esperti di rituali; coloro che sapevano come praticare il “culto del santo e celeste potere” (Lettera di Costantino al vescovo di Siracusa, in Eusebio, Storia Ecclesiastica, 10.3,21, p. 632. Cf. Peter Brown, Por el ojo de una aguja, Acantilado, Barcelona 2016, p. 99 [trad. it., Per la cruna di un ago, Einaudi, Torino 2014]).

Nel Nuovo Testamento la parola compare già col significato di "parte" eletta dei fedeli, che ha un'"eredità" in cielo

                Storicamente si comprende la comparsa di alcuni “privilegiati” che hanno avuto la “fortuna” di essere loro - e solo loro – quelli che conoscevano leggi, riti e cerimonie, così come la Chiesa (dal III al VI secolo) si andò evolvendo dalla trasparenza del Vangelo alla complessità di una Religione, che pretendeva di imporsi in tutta Europa. Si capisce che a quei tempi, quando potere e denaro erano i valori decisivi nella società, per questo stesso motivo l’enorme “fortuna” di coloro che comandavano era così apprezzata. Loro - e solo loro - avevano la “fortuna”, cioè essi erano il “clero”.

                Ma allo stesso tempo si comprende che la “fortuna” del “clero” è stata anche una “disgrazia”. Una fatale disgrazia che solo ora possiamo comprendere. Quando la società, la cultura, la politica, l’economia e anche i costumi sono cambiati così tanto, la presunta “fortuna” rappresentata dal “clero” non viene né apprezzata né stimata. Poiché non è più apprezzata, come si apprezzava nel Medioevo, la “fortuna” che allora avevano i “chierici”. Oggi si apprezza la fortuna dei capitalisti, dei politici che trionfano, dei saggi, degli artisti. E anche nella Religione trionfa chi sale ai più alti incarichi che si possono ostentare nella Chiesa.

                Da tutto ciò sono derivate, tra le altre, due conseguenze.

                1) Ogni giorno ci sono meno cittadini che vogliono essere chierici o appartenere al clero. In altre parole, il “clero” non è più “fortuna”. La fortuna è per coloro che ostentano potere e denaro per avere successo nella società di oggi.

                2) La cosa più importante e più grave che è successa nella Chiesa è che in essa si è imposta la Religione ed il Vangelo è stato emarginato. Vale a dire che la Chiesa si è disorientata. Perché la Chiesa è nata dal Vangelo. E secondo il Vangelo gli apostoli (e i loro successori) hanno ricevuto da Gesù il mandato di rendere presente il Vangelo in tutto il Mondo (Mc 16, 14-15; Mt 28,1 6-20; Lc 24, 46-49; Gv 20, 30-31). E in realtà, ciò che la Chiesa sa fare meglio, ciò a cui tiene di più e ciò che più esige è mantenere e diffondere, per quanto le è possibile, la Religione che i “chierici” hanno insegnato dal III secolo ai giorni nostri. E se siamo onesti, dobbiamo ammettere che è stata la Religione a uccidere Gesù. Chi altri, se no, ha emesso la sentenza di morte per Gesù? (Gv 11, 47-53).

                E finisco col confessare che mi meraviglia questo fatto: in Vaticano ci sono Sacre Congregazioni per vigilare sulla Dottrina della Fede, per curare il clero, la liturgia, i seminari, la Vita Religiosa, ecc. Ma non c’è una Congregazione che si preoccupi della fedeltà al Vangelo. Per fortuna papa Francesco ci ha aperto uno spiraglio di speranza. La sua umanità, la sua semplicità, la sua vicinanza ai poveri, ai malati e ai bambini, la sua libertà di dire al clero ciò che il clero non voleva ascoltare. Tutto questo ci fa pensare che il clero si stia spegnendo. E questo, proprio questo, accende per noi la luce della speranza. La Chiesa, che vive il Vangelo, ha futuro. Per lei e per il Mondo.

José María Castillo*     “Religión Digital” - (www.religiondigital.com)15 dicembre 2021

Traduzione di Lorenzo Tommaselli www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202112/211215castillo.pdf

* ¤ 1929, teologo, gesuita dal 1956 al 2007, oggetto della censura ecclesiastica per-oltre 25 anni, dal 1980, riabilitato nel 2018. Nel 2011, gli è stata conferita la laurea honoris causa dalla Università di Granada, unico teologo spagnolo ad aver ricevuto tale distinzione da un'università pubblica spagnola nel secolo scorso. Si distingue come uno dei teologi spagnoli con la maggiore produzione e diffusione teologica. Molti dei suoi libri hanno avuto più di sei edizioni, oltre ad essere tradotti in altre lingue, soprattutto portoghese e italiano.

 

MADRID-ADISTA. Alla prima telefonata, non ha neanche risposto il teologo José María Castillo, dal display non era chiara la provenienza. Alla seconda ha alzato la cornetta per poi rimanere fra il basito, il turbato e l’incredulo, perché qualcuno dall’altra parte insisteva a dire «Pronto? Sono il papa». «Mi sono innervosito», confessa il teologo raccontando della telefonata su Religión digital (10 gennaio), «non sapevo se era uno scherzo insensato o magari una comunicazione pubblicitaria». E invece no, «era chiaramente la voce di papa Francesco». Nei dieci minuti di conversazione successivi, ecco emergere i motivi della chiamata.

                Il primo: «Voglio ringraziarla per quello che sta facendo per me». «Cosa che mi ha sorpreso», aggiunge il teologo, «dato che è ben poco quello in cui posso aiutarlo». Ha pensato che lo ringraziasse perché, tramite un amico comune, gli aveva fatto giungere l’ultimo suo libro, La religión di Jesús. Comentario al Evangelio diario 2017. Però no, ha constatato: «la verità è che il papa non lo ha proprio menzionato questo libro, né altre questioni». L’altra cosa che ha ripetuto più volte, racconta ancora Castillo, è «Preghi per me. Ne ho molto bisogno». «Mi ha stupito tanta insistenza». «Senza dubbio», commenta il teologo spagnolo, «il papa chiede orazioni perché la forza del Signore lo aiuti ad andare avanti». «È consapevole», aggiunge, «che non sono sufficienti le qualità della sua condizione umana per trovare la migliore soluzione alla quantità di problemi che riguardano il papato in questi momenti. Se qualcosa distingue papa Francesco è non solo la sua vicinanza ai più diseredati di questo mondo, ma soprattutto la sua identificazione con i gravosi problemi che assillano tanti diseredati».                       Adista 12 gennaio 2018                www.adista.it/articolo/58108

 

Alcune posizioni ecclesiologiche

  • Dichiara che c'è un doppio standard : uno molto esigente quando si tratta del sesto comandamento , e uno molto tollerante quando si tratta di tutto ciò che riguarda il denaro.
  • Afferma che tutte le religioni , il fatto religioso, è un fenomeno che storicamente e culturalmente ha un'importanza sufficiente perché gli studenti le conoscano. Le lezioni di religione confessionale potrebbero essere sostituite da lezioni di storia delle religioni.
  • Sostiene che le persone e le donne sposate dovrebbero essere ordinate.
  • Ritiene che la legge del celibato ecclesiastico debba essere abolita .
  • Sostiene che dobbiamo raggiungere una maggiore partecipazione dei credenti al governo della Chiesa.
  • La Chiesa deve aggiornare la sua morale, raccogliere nuovi apporti dalle scienze umane e accettare che ci siano leggi statali che non si conformano ad alcuna morale religiosa.
  • La Chiesa cattolica ha favorito i movimenti e le correnti conservatori più dei gruppi progressisti. Questo accade, almeno, dal pontificato di Giovanni Paolo II.
  •  La Chiesa punisce ancora i teologi, censura libri, condanna principi e valori come la liberazione della donna , altre forme di sessualità e la legalizzazione del divorzio .
  • La Chiesa ha paura della secolarizzazione e del secolarismo.
  • Aumenta il numero di persone che si sentono cattoliche, ma che vivono al di fuori dell'istituzione ecclesiastica e delle sue dottrine.
  • I  vescovi hanno creato una frattura poiché si sono schierati decisamente con una parte della Chiesa e hanno emarginato altri cristiani.
  • È necessario il dialogo del cristianesimo con le altre religioni, e ripensare la presenza del divino , trascendente o soprannaturale nell'umano. Nella sua opera L'umanità di Dio (Trotta, Madrid, 2012) vengono esposte alcune delle sue riflessioni più teologiche, incentrate sulla persona umana di Gesù di Nazaret.
  • Il rapporto dell'essere umano con Dio non si verifica solo attraverso la fede, ma attraverso l'etica al servizio della misericordia.
  • Il centro del cristianesimo è Gesù, non è il divino, ma l'umano.

https://es-m-wikipedia-org.translate.goog/wiki/Jos%C3%A9_Mar%C3%ADa_Castillo_S%C3%A1nchez?_x_tr_sl=es&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=sc

 

Svincolare il vangelo dalla clericocrazia

                Di solito i più aperti affrontano la questione di cui parla l’editoriale sostenendo la diversità della cultura di allora (il che è corretto); ma c'è molto di più: i Dodici (maschi) sono una posteriore creazione gerarchica della prima comunità cristiana (non è questa la sede per fornire le motivazioni tecnico-esegetiche che provano l'assenza dei Dodici nello strato più antico della tradizione sinottica).

                Basta il quarto vangelo che, pur contenendo delle vette altissime, soprattutto nella prima parte e nella passione contiene dettagli (storici) più precisi dei sinottici: per es. in 5,2 il nome della piscina col particolare dei cinque portici. Il quarto vangelo originario (senza l'aggiunta del redattore ecclesiastico in Gv 6,67-71 per dire che uno dei Dodici era... un diavolo, e in 20,24 per Tommaso la glossa «uno dei Dodici») non sa nulla di loro: nell'ultima cena ci sono amici e amiche, non 12 maschi gerarchizzati e sacerdotalizzati, data anche l'assenza del racconto dell'istituzione eucaristica. Noi siamo abituati all'idea che Gesù percorra le strade della Palestina (quasi) unicamente coi cosiddetti 12 apostoli maschi; Gesù invece ha (solo) amici e amiche: Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni (i figli del tuono fra l'altro mai ricordati e chiamati per nome nel quarto vangelo), Tommaso, Filippo, Natanaele, Lazzaro, varie Marie, Maddalena, Salome, Susanna, Giovanna (Luca 8,2-3) ecc.; va in Samaria (Lc 10,38-42) a casa di Marta e Maria (ha delle amiche pure samaritane?); nella passione sono presenti molte donne che l'avevano seguito dalla Galilea, quindi erano con Lui anche prima in Galilea, ecc.

                I Dodici sono un'invenzione clericale e maschilista della seconda generazione cristiana, tanto che non sanno neppure bene i loro nomi: l'elenco di Mc 3,13ss e Mt 10,1-4 diverge dall'elenco lucano (Vangelo 6,13-16 e Atti 1,13).

                Vita, gioia, luce, pace, vino, acqua. La chiesa deve solo fare presente Gesù di Nazareth (non le invenzioni dei redattori ecclesiastici dei vangeli medesimi). Che i prelati discutano ancora (o meglio di fatto non lo fanno perché è scontato il loro divieto) se sia possibile che le donne, e non solo gli uomini, siano preti, cioè ministri nella comunità per l’ascolto del vangelo e per l’eucaristia, è semplicemente ridicolo; però offende profondamente le donne. Se la chiesa vuole continuare a perdere credito e ascolto, continui pure in un tale maschilismo ammuffito, e presto non sarà ascoltata da nessuno, solo da ammuffiti nella testa. Oltre alla diaconessa Febe (Romani 16,1s), subito dopo abbiamo l'apostola Giunia assieme ad Andronico (probabilmente suo marito), definiti da Paolo come i più insigni fra gli apostoli (Rom 16,7): non solo una donna apostola, bensì una coppia apostolica!

                Sì, i capi devono servire (Gv 13,12ss), e stanno un gradino ben sotto a Gesù: «un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo più grande di colui che lo ha mandato» (cioè Gesù; 13,16). Il redattore ecclesiastico non ha gradito ed ha aggiunto «Chi accoglie colui che io manderò (al futuro: situazione ecclesiale), accoglie me» (13,20); cioè bisogna guardare agli apostoli (e ai loro successori vescovi) come se fossero Gesù Cristo (sic)! Già nel II secolo è cominciato il clericalismo: il sistema è sofisticato: non si nega la Grazia, ma la si considera strettamente gestita dalla Chiesa (= i suoi capi maschi); Dio si dona in quanto Legge.

                L'originario quarto vangelo dice sempre «vita» (vera), mentre il redattore ecclesiastico (che scrive circa nel 140 d. C.) aggiunge spesso «eterna»; il primo autore (che non è l'apostolo figlio di Zebedeo) dice «gioia, luce, pace, vino buono e nuovo, acqua viva da bere» (non quella per lavarsi nelle purificazioni), ossia il cristianesimo della Grazia (primo tipo di cristianesimo) senza obblighi e divieti di tipo sessuale o matrimoniale (come l'indissolubilità nel secondo tipo di cristianesimo): la questione del divorzio è ignorata dal quarto vangelo. È «vita» vera per una coppia di divorziati risposati vivere come fratello e sorella per poter accedere all'Eucarestia? Due diversi tipi di cristianesimo si sono succeduti e mescolati nella storia: per il primo ad es. i divorziati e gli omosessuali possono essere accolti nella Grazia, come il Prodigo (la più antica apologetica per il Dio della Grazia); per il secondo invece esclusi ed emarginati. È ovvio che il primo è di gran lunga più gesuano del secondo. Il dramma è che non si può dire che il secondo tipo di cristianesimo non ci sia nei vangeli: certo è dei redattori ecclesiastici, dai quali però ci possiamo dissociare. Sono cristiani come noi, non più in alto di noi.

                Dissociarsi e congedarsi. Col passare dei secoli la giusta dottrina da credere e il culto, facili da controllare e da imporre, hanno prevalso sull'essenziale: ossia la comunicazione esistenziale, da persona a persona, dello spirito d'amore con cui vivere, prendere le decisioni, rapportarsi agli altri ed all'universo. Il senso del mistero grande che ci avvolge e ci nutre, o ci spaventa, o ci affascina, oggi nei giovani è soffocato dalla vita di corsa, fatta di novità tecnologiche, dispersa tra la noia e la sbornia. La Chiesa non sa parlare a chi nasce nel mondo di oggi. E avrebbe da dire cose forti, nutrienti, slancianti. Linguaggio, dottrine, preti e suore sono lontani come marziani, salvo qualche eccezione. Deve spogliarsi parecchio, la Chiesa, di proprietà, cerimonie, prediche e devozioni a santi alieni, tiritere di preghiere.

                Oltre che dissociarci dai redattori ecclesiastici dei vangeli, forse è giunto il momento, se continuano così, di prendere congedo dalle chiese istituzionalizzate. A meno che l'istituzione Chiesa non sappia riformarsi fortemente secondo il modello evangelico gesuano, fraterno, sinodale (= camminare tutti insieme), nei sinodi che si svolgono o verso i quali si sta facendo (davvero?) un «cammino sinodale», o anche in un nuovo Concilio non di soli vescovi. Sappiamo che Francesco teme lo scisma se tocca quei punti giuridicamente e sociologicamente e psichiatricamente più delicati, e forse è incerto pure lui, eppure la Chiesa ha bisogno di svincolare il vangelo dalla clericocrazia per diventare fraternità ‒ Fratelli tutti ‒ e potere proporre ancora il vangelo al mondo odierno, che ha una immensa sete e bisogno di fraternità, per non distruggersi.

m. p.     Il foglio (mensile di Torino) n. 481

www.ilfoglio.info/default.asp?ACT=5&content=889&id=5&mnu=5

 

Il velo squarciato. Il libro che denuncia gli abusi sulle donne nelle congregazioni femminili

                Il vaticanista Salvatore Cernuzio raccoglie 11 testimonianze (nove ex suore e due ancora professe) e apre spiragli su una realtà inabissata: quella dei soprusi psicologici, emotivi, fisici compiuti da chi detiene ruoli di autorità o di potere in contesti sacri. Sono storie di mobbing, ricatti, manipolazioni, discriminazioni ed emarginazione. Cui si aggiungono l’abbandono generale, il difficile reinserimento lavorativo e lo stigma di traditrici.

                «L’attenzione agli abusi di autorità e di potere. Su questo ultimo tema ho avuto in mano un libro di recente pubblicazione di Salvatore Cernuzio sul problema degli abusi. Ma non degli abusi eclatanti: è sugli abusi di tutti i giorni, che fanno male alla forza della vocazione». Parole a sorpresa, e in un certo senso validanti un non facile lavoro d’inchiesta, quelle pronunciate sabato da Papa Francesco durante l’udienza alla plenaria della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica.

www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2021/december/documents/20211211-plenaria-civcsva.html

                Parole ancora più significative, se si considerano la delicata importanza nello scacchiere curiale/ecclesiale del dicastero, guidato da un fedelissimo bergogliano qual è il cardinale João Braz de Aviz, e il ruolo del citato Salvatore Cernuzio, già collaboratore di punta di Andrea Tornielli per il portale Vatican Insider de La Stampa e da quest’anno componente della redazione di Vatican News – Radio Vaticana.

                In realtà ci aveva pensato la grande stampa d’area anglofona e ispanofona a “consacrare”, già nelle scorse settimane, il trentaquattrenne giornalista calabrese per “Il velo del silenzio. Abusi, violenze, frustrazioni nella vita religiosa femminile”, edito dalla San Paolo e nelle librerie dal 23 novembre. Riconoscimento inequivocabile a un’opera coraggiosa, che attraverso la drammatica testimonianza di undici donne vocate (nove ex suore e due ancora professe in istituti di vita consacrata) apre spiragli di luce su una realtà inabissata: quella di soprusi psicologici, emotivi, fisici agiti da chi detiene ruoli di autorità o di potere in congregazioni religiose femminili. Ciò mostra, d’altra parte, quanto sia indipendente e in pari tempo strida una tale valutazione con il relativo silenzio e un qual certo atteggiamento di sufficienza, che si sono finora riservati in Italia al libro di Cernuzio. La causa è forse da ricercarsi in due elementi contrapposti:

  • da un lato il desiderio di «non oscurare – parole di un pudibondo vaticanista – la bellezza della vita consacrata»,
  • dall’altro l’assenza di ciò che Bergoglio chiama «abusi eclatanti», ossia sessuali, nella trattazione del saggio, che pur ne presenta uno: quello di suor Aleksandra. Di cui, in ogni caso, si contesta, al pari delle altre dieci storie narrate, il carattere di pseudonimia. Una morbosità, dunque che, se svela la scarsa o nulla sensibilità di tanti alla questione abusi nel suo complesso e alle vittime degli stessi, è indicativa anche della nescienza dei meccanismi ritorsivi cui vanno incontro le poche suore o ex suore che hanno il coraggio di denunciare. Di essi è invece da tempo consapevole il gesuita Giovanni Cucci, autore dell’introduzione de “Il velo squarciato”, che nel 2020 ha scritto per La Civiltà Cattolica un articolo apripista dal titolo “Abusi di autorità nella Chiesa. Problemi e sfide della vita religiosa femminile”.                                                   www.laciviltacattolica.it/articolo/abusi-di-autorita-nella-chiesa
  • Il puntuale saggio dello psicologo, insegnante presso la Pontificia Università Gregoriana, è uno dei contributi che, insieme con l’intervista allo psicoterapeuta Tonino Cantelmi e l’analisi del canonista Giorgio Giovanelli, arricchisce il libro. A essi va aggiunta la prefazione redatta da suor Nathalie Becquart, che il Papa ha nominato, nel febbraio scorso, sottosegretaria della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi.

                Nel rendere omaggio alle undici donne «che hanno coraggiosamente accettato di parlare e dare la loro autentica testimonianza», l’autorevole “xavière”[magnifica sede] di Palazzo del Bramante ha rilevato come i voti religiosi di povertà, castità e obbedienza possano essere «interpretati e attuati in un modo da infantilizzare, opprimere o addirittura manipolare e distruggere le persone» e come il principale mezzo di prevenzione di «queste possibili derive» consista nell’aiutare «le comunità religiose ad adottare uno stile sempre più sinodale». Non senza l’aperto richiamo alla ragione più intima del problema, con cui «la Chiesa tutta è chiamata a fare i conti», vale a dire «il peso di una cultura impregnata di clericalismo, che eredita dalla sua storia, e di forme di esercizio dell’autorità su cui si innestano i diversi tipi di abuso (di potere, economico, di coscienza, sessuale)».

                Di clericalismo quale «possibile radice» delle «varie forme di abuso» e «mentalità di potere e di manipolazione» parla espressamente, in linea col pensiero bergogliano, anche padre Cucci. Il gesuita ne rileva il carattere di «rischio che riguarda ogni comunità e situazione», per arrivare alla conclusione: «La modalità analoga al clericalismo nelle comunità femminili sembra essere la tendenza a rimanere per più tempo possibile al potere, […], imponendo una mentalità unica e uniformante all’interno dell’istituto secondo il proprio criterio, facendolo passare come volontà di Dio e marginalizzando e colpevolizzando chi pensa diversamente». Più che di modalità analoga bisognerebbe forse parlare di reduplicazione e assunzione di modelli maschili e clerico-patriarcali all’interno degli istituti religiosi femminili.

                È quanto si evince a ogni pagina dei racconti testimoniali di Anne-Marie, Marcela, Anna, Thérèse, Elizabeth, Aleksandra, A., Vera, Maria Elena, Lucy, Magdalene, che Salvatore Cernuzio ha raccolto e riportato con intima compartecipazione, realizzando una dolente opera musiva: a comporla undici tasselli, ognuno dei quali è fatto di una storia a tal punto palpitante nella sua drammatica realtà da far perdere qualsiasi interesse al nome effettivo delle singole protagoniste. E non poteva essere altrimenti, visto che il libro nasce sì dalla conoscenza diretta di alcune ex suore, accolte con rifugiate e ragazze madri nella casa gestita ai Parioli dalle scalabriniane, ma soprattutto da una drammatica esperienza familiare. Quella di un’amica d’infanzia, claustrale in un monastero dov’era entrata «in giovanissima età» e da dove lo scorso anno era uscita «quasi all’improvviso, senza la possibilità di salutare quelle che per oltre un decennio aveva chiamato sorelle: gliel’avevano impedito loro e lei stessa si incolpava di essere forse un “cattivo esempio”. Non aveva potuto recuperare neppure qualche vestito per il viaggio. L’avevano mandata via in una notte di marzo, mentre l’Italia si trovava in pieno lockdown, con valigioni pesanti e una maglietta e un pantalone di tuta recuperato in un vecchio zaino usato una volta in ospedale per un’operazione di day-hospital».

                Le undici donne, di cui Cernuzio racconta le storie di abusi e umiliazioni, non hanno avuto però la fortuna dell’amica d’infanzia, che è stata sostenuta amorevolmente dalla famiglia «e che tuttora la sostiene nel percorso di psicoterapia a cui si è sottoposta da un oltre un anno e che le ha permesso – molto presto rispetto alla media, in virtù anche di una fede profonda e di una inaudita forza di volontà – di iscriversi all’università e di essere attiva in parrocchia». Per loro non solo mobbing, ricatti, manipolazioni, discriminazioni in base alla nazionalità, violazione del foro interno, problemi di salute sottovalutati o usati come pretesto per l’emarginazione durante gli anni di vita religiosa. Ma anche, e soprattutto, il calvario dell’abbandono generale, le difficoltà insormontabili del reinserimento lavorativo, la taccia stigmatizzante di traditrici una volta uscite dalla comunità in cui erano entrate con tanto entusiasmo e autentico spirito vocazionale.

                Dopo anni di silenzio, motivato da paura o da forte pressione psicologica, esse levano ora alta la loro voce attraverso queste pagine, offrendo così un valido aiuto a chi non trova ancora il coraggio di reagire. Le loro vite squarciano finalmente il velo del silenzio sugli abusi di potere e sulla vittimizzazione, perpetrati a danno di tante donne all’interno di istituti religiosi femminili. E sono segno di contraddizione e prolungamento della passione di quel Cristo crocifisso, alla cui morte il velo del tempio, come narrano i Sinottici, si sarebbe squarciato in due da cima a fondo.

Francesco Lepore            linkiesta                             13 dicembre 2021

www.linkiesta.it/2021/12/suore-abusi-monasteri-libro

 

Abusi, l’ambiguità della Chiesa

                Oggi Papa Francesco, come è stato annunciato, si lascerà intervistare da una donna abusata. Il colpevole non è un prete ma suo marito. Certo, siamo di fronte a una presa di posizione netta di Bergoglio a proposito della violenza contro le donne, e non possiamo che rallegrarcene. Ma viene il sospetto che la gerarchia ecclesiastica, mentre – per la prima volta nella storia – condanna gravemente la violenza sessuale contro le donne, lo faccia in realtà solo a parole. Il Vaticano, per dirne una, continua a essere il solo Stato europeo che non ha firmato il documento contro la violenza di genere noto come Convenzione di Istanbul. (11 maggio 2011). www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DOSSIER/0/750635/index.html?part=dossier_dossier1-sezione_sezione2-h2_h22

Perché mai? Non solo, ma dietro la facciata di istituzione che combatte gli abusi, e che vuole anzi fare da battistrada in questa lotta, proprio in questo campo si cominciano a vedere segnali quanto mai ambigui. In Francia, per esempio, dopo una coraggiosa risposta delle gerarchie ecclesiastiche ai risultati drammatici dell’inchiesta sugli abusi sessuali commessi dal clero, si stanno riorganizzando le fila di chi vuole sempre e comunque salvare l’istituzione dallo scandalo, e l’inchiesta – fatta da esperti indipendenti – è stata accusata di avere esagerato nel numero delle vittime. Ma anche il Pontefice, che aveva subito definito il caso francese «una vergogna» per la Chiesa, sembra ci stia ripensando.

                Durante la conferenza stampa durante il volo di ritorno dalla Grecia il Papa, rispondendo alla domanda dell’inviata di Le Monde, ha detto infatti che «una situazione storica va interpretata con l’ermeneutica dell’epoca, non con la nostra». E ha fatto l’esempio della schiavitù: «Noi diciamo “è una brutalità”, gli abusi di cento anni fa o di settant’anni fa, diciamo “è una brutalità”. Ma il modo come lo vivevano loro non è lo stesso di oggi: c’era un’altra ermeneutica». Ora, nessuno mette in dubbio che i problemi vadano sempre contestualizzati ma, più che per giustificarli per capirli meglio, ci sembra. Così Benedetto XVI ha storicizzato a suo tempo il problema degli abusi, situandoli nella cultura permissiva degli Anni Settanta, un’epoca, lo si ricorderà, in cui intellettuali di molti Paesi pubblicavano appelli affinché la sessualità dei bambini venisse accettata: in pratica, perché la pedofilia fosse depenalizzata.

                Il punto è che la Chiesa può certamente avviare in ogni caso un percorso di comprensione, ma non può fare a meno di condannare. La schiavitù era sì tollerata da molti Paesi cristiani, ma ciò non toglie che essa sia del tutto contraria al messaggio evangelico, e la Chiesa in qualche modo lo ha sempre saputo. In sostanza, la contestualizzazione può servire per capire, ma non per scusare. Sarebbe come dire che i Dieci Comandamenti vadano contestualizzati: un’ipotesi che, ovviamente, la morale cristiana non ha mai neppure preso né può prendere in considerazione. Gli abusi sui bambini costituiscono un peccato gravissimo, condannato nei Vangeli, e tale rimane in ogni tempo. Se l’istituzione lo nasconde per evitare lo scandalo compie un’azione sbagliata, in ogni tempo.

                La stessa cosa vale per la violenza contro le donne, in particolare le religiose, sulla quale tuttora si tende a calare una cortina di silenzio. Anzi, in questi ultimi mesi l’accusa è stata ritorta paradossalmente contro le religiose stesse. Ha cominciato il prefetto della congregazione dei religiosi, il cardinale João Braz de Aviz, che poco tempo fa, rispondendo a una domanda specifica, ha detto che sì, le violenze sessuali sulle religiose ci sono: ma perché molte superiore abusano delle novizie. Accusa ribadita da un gesuita, padre Giovanni Cucci, in un articolo su La Civiltà Cattolica, interamente dedicato alle violenze – sessuali e di potere – che si perpetrano nei monasteri femminili. In questo caso donne sulle donne. Ne ha tratto spunto Salvatore Cernuzio, nel recente volume Il velo del silenzio, la lettura del quale è stata recentemente consigliata dal Papa. Con un linguaggio un po’ troppo melenso il giornalista ha così raccontato la vita di alcune religiose abusate dalle loro superiore: una sola da un prete, ma anche in tale circostanza ci viene suggerito che la vera cattiva sarebbe la sua superiora, che le ha impedito di denunciare il suo violentatore. In questo modo più che togliere il velo del silenzio, il velo stesso viene calato sulle denunce – infinitamente più numerose e drammatiche – di abusi sessuali che moltissime religiose hanno subito da parte di ecclesiastici, spesso seguiti da un aborto clandestino forzato; e non solamente in Paesi dell’Africa e dell’Asia. Come definire tutto ciò se non un’operazione mediatica di distrazione da un problema drammatico che l’istituzione non vuole affrontare?

                Certo, maltrattamenti e abusi di autorità nella vita religiosa femminile in quanto tale ci sono veramente, non lo mettiamo in dubbio, così come episodi di razzismo contro le religiose del Terzo Mondo, ma essi nascono – oltre che dalla banale cattiveria umana – soprattutto dalla condizione di sottosviluppo culturale e spirituale nel quale il clero ha sempre tenuto e tiene le religiose. All’istituzione ecclesiastica, infatti, serve un esercito di esecutrici obbedienti più che gruppo di esseri umani di pari livello con cui collaborare. Per fortuna oggi le religiose sono diverse: studiano, si ribellano alle imposizioni assurde dei superiori, lottano per ottenere la possibilità di vivere la loro vocazione con libertà. L’Unione internazionale delle superiore generali, l’Uisg, ne è un esempio vivo e interessante, tanto che essa ha invitato le religiose ha denunciare gli abusi sessuali subiti dai sacerdoti e ha promesso assistenza legale. Le denunce attuali intrise di premura paternalistica appaiono, quindi, molto pretestuose, più finalizzate a coprire gli abusi sessuali veri e propri che a liberare le suore. Che peraltro a liberarsi ci stanno pensando già da sole. Per fortuna!

                Lucetta Scaraffia                                             La Stampa                          19 dicembre 2021

www.lastampa.it/editoriali/lettere-e-idee/2021/12/19/news/abusi_l_ambiguita_della_chiesa-1765804/

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CHIESA IN ITALIA

"A Bose usavamo preghiere moderne ma questo non mi ha portato fortuna"

                Padre Enzo Bianchi interviene alla chiesa di San Secondo e parla della disaffezione dei giovani verso Eucarestia e liturgia. Ai banchi un centinaio di persone che applaude quando il monaco cristiano accenna alla sua storia nella comunità. Padre Enzo Bianchi concede una sola battuta su Bose, sulla sua esperienza nella comunità dalla quale è stato allontanato, tra mille polemiche. Eccola: «Io a Bose avevo provato a cambiare le preghiere. Avevo trasformato il linguaggio di molte di esse per renderlo più attuale. Più vicino ai giovani, più moderno. E non è che questa scelta mi abbia portato così tanta fortuna».

                Dice questo, e basta. Ma è sufficiente perché sotto le sacre volte della chiesa di San Secondo, dai banchi dove per oltre un'ora e mezza un centinaio di fedeli ascolta le sue parole, parta un applauso lungo. È qualche mezza risata. Basta questo per certificare quanto padre Enzo Bianchi sia ancora considerato un monumento nel mondo cattolico. Una guida per la fede. E non soltanto. Ad agosto, quando, aveva pubblicato sul suo profilo social una fotografia in cui diceva agli amici di andarlo a trovare, che si sentiva solo, migliaia e migliaia di persone avevano commentato con emoticons oppure con messaggi lunghi e articolati: «Ci siamo», «Veniamo», «Ci dica dov'è, non lasciamo di certo da solo». Allora raccontava di vivere a Torino. In una casa messa a disposizione da amici dopo il suo allontanamento dalla comunità di Bose. Di più, però, non aveva voluto aggiungere. Al telefono aveva spiegato che sì, la solitudine era tanta ma che aveva ancora tanto da fare, con conferenze e incontri in giro per l'Italia.

                Da allora padre Enzo Bianchi, è tornato tante altre volte in pubblico. Accolto nelle chiese (ma non soltanto) a parlare di fede e di futuro. A pungolare gli animi e le sensibilità. Cambiando la prospettiva da cui guardare il mondo. A Torino è tornato ieri a parlare del Natale e di fede. A proporre spunti di riflessione a quel centinaio di persone radunate nella chiesa parrocchiale di San Secondo. Dice: «Ai giovani la liturgia che oggi viene offerta in chiesa è molto lontana. Troppo perché essi ne siano ancora attratti».

                Padre Bianchi, quali sono le cause di tutta questa disaffezione?

                «Il linguaggio, e pure il modo in cui essa avviene. I ragazzi riescono ad avere interessi in luoghi di liturgia come Taizé, oppure come Bose, dove la liturgia è stata riformata e ci si muove su un linguaggio differente. Attraverso nuovi canti, e pure con nuove parole».

                Lei condivide tutto questo?

                «Io faccio fatica ad accettare liturgia ed Eucarestia così come vengono celebrate quest'oggi».

                Motivo?

                «L'Italia è l'unico Paese al mondo che non traduce esattamente le parole dell'offertorio. Noi diciamo "Questo è il mio corpo offerto in sacrifico per voi". Mentre in realtà la traduzione esatta sarebbe "Questo è il mio corpo per voi". Tanto che io mi domando sempre perché dobbiamo parlare di sacrificio quando non c'è. Perché dobbiamo lasciare queste parole?»

                Ecco, per padre Bianchi questo è fondamentale: «Le preghiere ripetono un linguaggio che non dice più nulla. I social e non soltanto hanno cambiato il modo di comunicare. E l'eucarestia e le preghiere devono parlare anche ai giovani, che sono sempre meno nelle nostre chiese». Il messaggio è chiaro. E chi ascolta annuisce. Del resto padre Enzo Bianchi è così, abituato a dire cose che molti pensano ma poi non si sbilanciano. Ultimo applauso, poi la fine dell'incontro. C'è la coda per stringergli la mano. Lui sorride. Poi se ne va, accompagnato da don Mario Foradini, che gli ha aperto le porte della sua splendida chiesa.

Stefano Poletto               “La Stampa”      13 dicembre 2021

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202112/211213poletto.pdf

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CHIESA UNIVERSALE

La guerra dei numeri e il processo di riforma della Chiesa francese

                La presentazione del Rapporto della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (CIASE) il 5 ottobre 2021 scorso ha provocato molte reazioni sia in Francia sia Oltralpe, intrecciando piano civile ed ecclesiale. Avendo infatti allargato la portata dell’analisi a tutta la popolazione e paventando cifre piuttosto consistenti del fenomeno, il testo ha aperto un dibattito che ha portato a sensibili spaccature.

                Il segnale si è percepito quando – a parte le subitanee dimissioni, all’indomani della presentazione del Rapporto, della nuova portavoce della Conferenza episcopale, Karine Dalle, nominata a settembre dal precedente incarico nell’arcidiocesi di Parigi – l’annunciato incontro tra il papa e il presidente della Commissione, Jean-Marc Sauvé, è stato prima cancellato (il 26 novembre, proprio il giorno dell’udienza di Macron in Vaticano) e poi riprogrammato, dopo la visita al papa di una delegazione della Conferenza episcopale francese il 13 dicembre.                                                 

                Chi si è scagliato contro le risultanze del Rapporto è stato un gruppo di intellettuali dell’Accademica cattolica francese, che il 27 novembre ha pubblicato un documento fortemente critico, inviato tramite il nunzio anche al papa.  [vedi newsUCIPEM n. 888-12 dicembre 2021, pag. 2] Diffuso all’insaputa degli altri membri dell’ente, alcuni dei quali si sono dimessi per protesta – tra questi il presidente della Conferenza episcopale, mons. E. De Moulins-Beaufort, e suor V. Margron, presidente della Conferenza dei religiosi francesi, committenti del lavoro della CIASE – esso ha provocato una spaccatura netta tra favorevoli e contrari al Rapporto firmato da Sauvé.

                Il punto dolente è costituito dalla cifra di 330.000 vittime di violenze subite all’interno della Chiesa cattolica francese dagli anni Cinquanta a oggi, cifra ritenuta esagerata, perché sarebbe frutto di distorsioni provocate dalla metodologia d’indagine statistica campionaria – commissionata per altro a un ente specializzato in questo tipo di ricerche –. Le risposte del campione di 28.000 persone ottenute tramite un sondaggio on-line (affiancato da un gruppo più ristretto di interviste qualitative) e poi proiettate sull’insieme della popolazione, sono considerate una base «debole» su cui è costruito il Rapporto.

                Il nemico è l’aggettivo «sistemico». Ma il documento aveva un obiettivo molto chiaro: non tanto quello d’aprire una discussione metodologico-statistica, quanto quella di mirare al cuore del Rapporto, laddove definisce le violenze e gli abusi una questione «sistemica». Gli accademici scrivono che il Rapporto vorrebbe imporre alla Chiesa delle «riforme che vengono dall’esterno e seguono principi che non possono essere quelli della Chiesa». L’argomentazione che le agende ecclesiali siano dettate «dal mondo» non è nuova. Forse il fatto d’aver aperto la presentazione del Rapporto sui dati delle proiezioni non è stata una scelta comunicativamente accorta e l’indignazione e lo stupore provocato dall’enormità delle cifre ha messo in ombra il resto del consistente lavoro fatto dalla Commissione, quasi fosse quello l’unico dato certo su cui basare la necessità di una profonda revisione della vita ecclesiale. La comunicazione di queste cifre, che poi una volta innescata prende percorsi incontrollabili, ha dato corpo ai peggiori fantasmi, o accusatori o minimizzanti, a seconda delle sensibilità degli uditori.

                Lo si è visto anche nelle reazioni delle tre Conferenze episcopali vicine per territorio e cultura alla Francia, ma che ancora non avevano fatto grandi passi formali in merito, se non quelli richiesti dalla Santa Sede (l’istituzione di cellule di ascolto delle vittime a livello diocesano): Portogallo, Spagna e Italia. Tutte e tre avevano in calendario un’assemblea plenaria in novembre, ma solo una, quella portoghese, ha seguito una linea simile a quella francese. Come ha detto il presidente mons. José Ornelas, vescovo di Setubal, alla plenaria dei vescovi portoghesi (8-11 novembre 2021) è stato deciso «all’unanimità» d’istituire una «Commissione nazionale realmente indipendente» che affianchi il lavoro delle 21 commissioni diocesane nell’accompagnamento civile e canonico delle vittime; che compia uno studio storico sul fenomeno; che istituisca una istanza permanente di ascolto. Quella spagnola – che si è chiusa il 19 novembre 2021– ha escluso «uno studio sociologico o statistico» perché essa privilegia l’incontro con le «vittime in carne e ossa» (comunque non invitate a testimoniare all’assise) che avviene negli organismi diocesani istituiti da qualche tempo. Non si tratta di analizzare il fenomeno a livello «centrale», perché la Spagna – ha dichiarato il segretario della Conferenza episcopale mons. Luis Argüello – è caratterizzata da una forte dimensione «locale». Argüello ha poi presentato con orgoglio il risultato dell’Assemblea di novembre: l’approvazione di un decreto generale per la protezione dei minori che riordina la materia canonica in merito, tenuto conto anche della nuova edizione del Libro VI del Codice di diritto canonico. E quindi ha concluso: «Le denunce contro la Chiesa sono solo lo 0,8% del totale»; perché dunque prendersela solo con essa? Perché non coinvolgere la Federazione del calcio o altri enti che sono più colpiti dal fenomeno? Ribadendo la cifra di 220 casi in 20 anni, dato che – ha detto il presule – è stato fornito ai vescovi spagnoli dalla Congregazione per la dottrina della fede, si può concludere che la Chiesa abbia già fatto molto per le vittime e per la società.

Italia: non ci sono ondate di denunce o di reazioni

                Da parte sua la Conferenza episcopale italiana, riunita in Assemblea dal 12 al 14 novembre 2021, in realtà ha rimandato la questione all’assise di maggio, perché ora impegnata nell’organizzazione del Sinodo. È stato fatto un rapido cenno al tema in Assemblea e poi mons. Lorenzo Ghizzoni, responsabile del Servizio nazionale tutela minori, ha rilasciato un’interessante dichiarazione. Intervistato dal SIR (18.11.2021), ha detto: «In tanti paesi (…) ci sono state (…) ondate di casi e denunce. Noi non l’abbiamo avuta. Ma questo non dipende dal fatto che la Chiesa italiana stia spegnendo, trascurando o tacitando le vittime o le denunce. In realtà, anche in Italia questa piaga esisteva ed esiste». In Germania o in Francia – ha osservato l’arcivescovo – «le denunce, le segnalazioni e i ricordi del passato si sono manifestati in gran numero, anche per una dinamica particolare di reazione a catena. Anche in Italia ci sono stati vari casi di reato, ma non c’è stata l’ondata che si è abbattuta altrove».

                È questo un dato di cui tenere conto quando s’invoca la sola azione dei vescovi, senza valutare che la resistenza all’emersione del fenomeno ha radici molto diverse ed equamente distribuite all’interno del popolo di Dio, almeno qui in Italia. Comunque il fatto che i «dati statistici» siano pensati quasi come uno spettro che s’aggira per le Chiese europee rischia di sviare l’attenzione dal cuore del problema. Come ha detto anche il card. Sean O’Malley, presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori, il 18 novembre 2021: «Le statistiche lasciano senza parole. Ma non possiamo permettere che la nostra reazione a esse oscuri il loro scopo: valutare le misure prese dalla Chiesa per trattare questo flagello e fare tutte le raccomandazioni utili per trasformare un sistema che ha fallito a livello quantitativo e qualitativo». I dati, infatti, in questo ambito sono scarsi e incerti.

                Per tornare alla Francia, l’eco dei contenuti del Rapporto, mentre in contemporanea venivano accettate le dimissioni dell’arcivescovo di Parigi e il papa ne parlava in aereo il 6 dicembre 2021 di ritorno dalla Grecia («Quando si fanno questi studi […] quando si fa su un tempo così lungo, c’è il rischio di confondere il modo di sentire il problema di un’epoca, 70 anni prima dell’altra […] [Il Rapporto] non l’ho letto, né ho ascoltato i commenti dei vescovi francesi»), ha totalmente messo in ombra le iniziative che i vescovi nella plenaria di novembre hanno approvato in risposta alle 45 raccomandazioni del Rapporto. Solo in parte sono state recuperate dai toni conciliatori del comunicato dopo l’udienza dei presuli da papa Francesco.

                Innanzitutto i presuli riuniti a Lourdes, dopo aver ascoltato la testimonianza di alcune vittime, tra le quali anche un sacerdote, hanno istituito l’«Istanza nazionale indipendente per il riconoscimento e il risarcimento». Poi hanno formalmente chiesto al papa l’invio di un gruppo di «visitatori al fine di valutare» lo stato attuale della «protezione dei minori» nella Chiesa francese. Per quanto riguarda la spinosa questione dei finanziamenti per il fondo d’indennizzazione delle vittime (istituito nel marzo 2021), i vescovi hanno deciso di farvi confluire beni mobili e immobili sia della Conferenza episcopale sia delle diocesi.

                Un’ulteriore approvazione assembleare ha riguardato la costituzione di 9 gruppi di lavoro composti da laici e laiche, preti, religiosi e religiose che presenteranno le risultanze delle proprie riflessioni nella primavera 2023. Riguarderanno la condivisione delle buone prassi; la confessione; l’accompagnamento degli accusati; il discernimento vocazionale e la formazione dei seminaristi; l’accompagnamento del ministero dei vescovi e dei preti; i laici all’interno della Conferenza episcopale; analisi delle cause della violenza sessuale nella Chiesa; vigilanza e controllo delle associazioni dei fedeli che conducono una vita comunitaria e dei gruppi che si fondano su un carisma particolare.

                Infine, tra le «misure particolari» vi sono la revisione delle cellule d’ascolto delle vittime; la richiesta d’analizzare i precedenti giudiziari di tutti coloro che devono venire a contatto con i minori; la realizzazione di un modello di celebret per i preti che sia tenuto aggiornato; la presenza di almeno una donna in ogni seminario e casa di formazione con diritto di voto; e infine l’entrata in funzione nell’aprile 2022 di un tribunale penale canonico nazionale riservato all’ambito degli abusi e delle violenze sessuali.

Maria Elisabetta Gandolfi                           Il Regno Attualità, n.22 -              15dicembre 2021, pag. 690

https://ilregno.it/attualita/2021/22/francia-rapporto-ciase-leco-i-fatti-maria-elisabetta-gandolfi

 

I vescovi francesi convocati dal papa: troppi dubbi sul rapporto Sauvé

                Se per i vescovi francesi, l’incontro tenutosi ieri in Vaticano è stato un rendez-vous con la Santa sede, per papa Francesco, invece, aveva il sapore di un redde rationem. Davanti al presidente della conferenza episcopale francese, monsignor Éric de Moulins-Beaufort, ai suoi due vice-presidenti, monsignor Olivier Leborgne e monsignor Dominique Blanchet, e al segretario dell’episcopato, padre Hugues de Woillemont, Bergoglio ha voluto, così, scrivere la parola fine al capitolo aperto dal rapporto Sauvé, il documento lungo 546 pagine frutto del lavoro volontario di 22 commissari nominati da Jean-Marc Sauvé su richiesta dei vescovi francesi nel 2018. Le cifre prodotte in 26mila ore di lavoro nell’arco di due anni sono impressionanti: ne esce

un’immagine della chiesa inabile ad affrontare gli abusi in decenni.

                Che fosse imminente una resa dei conti con i vescovi francesi era palese dal tono usato da papa Francesco sul volo di ritorno dalla Grecia lo scorso 6 dicembre: «Quando si fa uno studio su un tempo così lungo, c’è il rischio di confondere il modo di sentire il problema di un’epoca 70 anni prima dell’altra» aveva osservato, optando per un’interpretazione ermeneutica degli abusi, che tenesse conto della diversa sensibilità nei decenni passati. «È proprio quest’approccio che i vescovi francesi hanno chiesto alla nostra commissione, ed esso emerge dall’analisi storica della società francese e della chiesa nelle pagine del rapporto» spiega a Domani un membro della commissione indipendente sugli abusi sessuali nella chiesa di Francia (Ciase), che preferisce restare anonimo.

                In effetti, si parla di «studio che tenga conto del contesto delle epoche analizzate» nella lettera d’incarico con cui nel 2018 l’allora capo dei vescovi francesi, monsignor George Pontier, e suor Véronique Magron, presidente della conferenza dei religiosi di Francia, affidarono alla commissione presieduta dall’ex membro del consiglio di Stato, Jean-Marc Sauvé, il compito di sciogliere il groviglio di denunce e segnalazioni.

                Ma secondo l’Académie catholique de France, che riunisce 200 intellettuali cattolici francesi, non si sarebbe tenuto conto del sostegno alle pratiche pedofile tra gli anni Cinquanta e Settanta, che vide intellettuali del peso di Jean-Paul Sartre e Michel Foucault avallarle dalle colonne di Le Monde e Liberation come atti di liberazione sessuale.

                L’aspetto più controverso del rapporto Sauvé riguarderebbe la metodologia d’indagine, che ha portato a individuare almeno 330mila vittime di abusi in settant’anni. La cifra è stata generata da un questionario inviato dall’istituto di Sanità francese a 30mila persone: fra gli intervistati, 117 hanno affermato di essere stati abusati da un membro del clero con un tasso complessivo dello 0,17 % per le donne e dello 0,69 % per gli uomini. Applicate a tutta la popolazione maggiorenne francese, le percentuali hanno prodotto una stima prudenziale, ritenuta controversa. Per l’Académie, si tratta di stime che divergono dallo studio dell’École pratique des hautes études, basato sull’analisi dei dossier relativi ai preti pedofili negli archivi diocesani e nei tribunali francesi, e che stimano tra le 4.832 e le 27.808 persone abusate dagli anni Cinquanta.

                Le critiche degli accademici riguardano anche l’indagine realizzata attraverso sondaggi, ritenuti uno

strumento tanto utile dal punto di vista pratico quanto poco verificabile nella sua veridicità. Quello delle survey [sondaggio] con domande è uno metodo già utilizzato dai vescovi francesi per tracciare lo stato di salute delle diocesi, che la Ciase [Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa]

www-ciase-fr.translate.goog/?_x_tr_sl=fr&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=sc

 ha integrato con le ricerche negli archivi, sia ecclesiastici sia laici, e una linea telefonica che ha permesso di ascoltare circa 200 vittime in 14 diverse città francesi. Per protesta verso l’Académie, monsignor Moulins-Beaufort si è dimesso con altri 15 membri dell’istituto.

                Ma ad accusare il colpo maggiore degli abusi è il clero francese, la cui credibilità è minata già da diverso tempo. Quando monsignor Moulin-Beaufort ha fatto appello a tutti i cattolici del paese per sostenere i risarcimenti nei riguardi delle vittime «perché non abbiamo lingotti d’oro nascosti nelle cantine», Radio France usciva con un’inchiesta che quantificava il patrimonio edilizio della chiesa cattolica a 700 milioni di euro: «Conosciamo l’esigenza di trasparenza richiesta a imprese e fondazioni, non vedo perché la chiesa cattolica debba sottrarsi» aveva risposto indignato François Devaux, cofondatore de La parole libérée, l’associazione francese che supporta le vittime di abusi. Secondo l’Académie catolique, però, un risarcimento a favore delle vittime può essere solo su base solidale, perché la responsabilità civile e l’indennità susseguente presupporrebbero una persona fisica detentrice di un patrimonio.

                Sul tema, un membro della Ciase risponde all’obiezione: «Nel codice di diritto canonico non c’è il termine risarcimento, ma il canone 1.729 dà diritto alla vittima, nell’ambito di un processo penale giudiziario, di costituirsi parte terza per esercitare un’azione contenziosa di riparazione dei danni. Peraltro, il canone 128 specifica che chiunque illegittimamente con un atto giuridico, anzi con qualsiasi altro atto posto con dolo o con colpa, arreca danno a un altro, è tenuto all'obbligo di riparare al danno arrecato. Ciò significa che l’idea della riparazione dei danni è, a mio avviso, una responsabilità giuridica ben presente nel diritto canonico».

                Ad aprire la strada a una soluzione è stato il vescovo di Créteil, monsignor Dominique Blanchet, che metterà in vendita la sua residenza episcopale per risarcire le vittime. Eppure, il caso francese dimostra che l’idea di sinodalità, caldeggiata dal papa stesso, si scontra con una realtà diversa. Piacciano o meno gli esiti o i metodi, la lotta agli abusi imbracciata da quella un tempo nota come «la figlia prediletta della chiesa» è un modo, a torto o a ragione, imperfetto, di camminare insieme. Stavolta, però, a dettare il passo sarà ancora Roma.

Marco Grieco                   “Domani”                           14 dicembre 2021

www.editorialedomani.it/politica/mondo/i-vescovi-francesi-convocati-dal-papa-troppi-dubbi-sul-rapporto-sauve-sfltnida

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202112/211214grieco.pdf

 

Perché ci piace ancora la separazione tra Chiesa e Stato

                Crediamo nella separazione tra chiesa e stato perché richiede alle religioni di obbedire alle leggi emanate dallo stato invece di consentire alle religioni di vincolare tutti alle proprie leggi religiose. Questa idea di separazione è molto controversa in questi giorni, poiché le religioni  continuano a ottenere più vittorie  nei tribunali. I religiosi continuano a insistere sul fatto che hanno il “diritto” di vivere secondo la religione invece che secondo la legge. Che porti alla teocrazia o alla balcanizzazione, la fusione strisciante di chiesa e stato è disastrosa per il bene pubblico. Siamo sinceri: le religioni devono obbedire alle leggi. Nessuna religione può fornire uno standard che governi tutti, religiosi e non religiosi allo stesso modo. Invece, la legge dovrebbe proteggere gli individui dalle debolezze e dalle aggressioni della religione. La legge fornisce uno standard che tutela i diritti di tutti. Abbiamo lavorato per difendere quei diritti civili e continueremo a farlo in futuro. Crediamo che la dottrina legale che cancella le barriere tra chiesa e stato e incoraggia la collusione tra politici e religioni contro il bene pubblico, abbia raggiunto un punto di svolta che deve essere ribaltato ora per evitare sofferenze e instabilità a lungo termine.

                Gli esempi seguenti illustrano alcuni modi in cui le religioni stanno minando il bene pubblico poiché richiedono il diritto di eludere la legge. Ce ne sono altre migliaia.

                Polemica 1: abusi sessuali su minori. Le religioni hanno a lungo abusato dei bambini e poi hanno nascosto quell'abuso ai tribunali e al popolo. Il dogma è chiamato qualcosa di diverso in ogni fede, ma, alla fine, quasi tutte le organizzazioni religiose hanno una regola interna secondo cui a un membro non è permesso mettere la fede in cattiva luce. Ciò ha significato che i bambini sono stati un danno collaterale poiché le organizzazioni religiose nascondono la verità al pubblico. Questa posizione è stata esacerbata dalla loro predilezione a chiedere la cosiddetta " autonomia della chiesa " da leggi neutrali e generalmente applicabili. La prof.ssa Marci Ann Hamilton ha denunciato il danno fatto ai bambini (e ad altri) dalla religione nei suoi libri rivoluzionari, God vs. the Gavel: Religion and the Rule of Law [Dio contro il martello: religione e stato di diritto] (2007) e God vs. the Gavel: The Perils of Extreme Libertà religiosa [Dio contro il martello: i pericoli dell'estrema libertà religiosa] (2014). Allo stesso tempo, ha focalizzato l'attenzione sugli statuti arbitrari di prescrizione (SOL) che hanno favorito le religioni e altre organizzazioni rispetto alle vittime in  Giustizia negata: cosa deve fare l'America per proteggere i suoi bambini (2008). La sua organizzazione, CHILD USA, continua la lotta per riformare i SOL per far entrare in tribunale le vittime di abusi e per far crescere i diritti civili dei bambini, anche contro le religioni. Gli statuti di prescrizione in genere li bloccano dalla giustizia e forniscono copertura alle religioni, il che danneggia il bene pubblico. Tutti gli studi mostrano che la maggior parte dei bambini vittime di abusi sessuali non rivela il proprio abuso fino all'età adulta. Le cause, insieme ad alcune indagini del gran giurì, sono necessarie per rilasciare la verità al pubblico, compresi i genitori che cercano di proteggere i propri figli. Molti stati  sono andati avanti e hanno approvato una legislazione per liberare le vittime dai loro SOL ingiustamente brevi, ma alcuni legislatori continuano a inchinarsi ai vescovi cattolici, i più importanti lobbisti contro le vittime di abusi sessuali su minori. La Pennsylvania è un eccellente esempio in cui il leader del Senato della Pennsylvania, il senatore Kim Ward, ha portato una torcia per i vescovi e ha bloccato la legislazione che sarebbe passata se gli fosse permesso di andare in aula. Anche se i gran giurì dello stato hanno scoperto che  migliaia di vittime  erano state maltrattate da centinaia di sacerdoti, il legislatore ha rifiutato di aprire tribunali statali per le vittime. Il sistema “ è rotto”, ha detto uno dei sopravvissuti agli abusi della Pennsylvania. Sarà infranto fino a quando i legislatori e i tribunali non saranno aperti a proteggere le vittime invece che i trasgressori religiosi. I trasgressori usano ancora i tribunali per affermare che la libertà religiosa li immunizza mentre giocano a tattiche dure con le vittime che hanno creato. Le loro frequenti argomentazioni a favore dell'“autonomia della chiesa”, una dottrina che la Corte Suprema non ha mai abbracciato, sono pericolose per la prossima generazione di bambini, terranno i genitori all'oscuro e sono antitetiche al bene comune.

                Polemica 2: L'attacco al diritto all'uguaglianza nelle cure mediche. La Corte Suprema ha recentemente negato certiorari [desideriamo essere certi, passaggio procedurale] in Minton v. Dignity Health , un caso su un paziente transgender in un ospedale cattolico, il Mercy San Juan Medical Center di Carmichael, in California. Il paziente, Evan Minton, è transgender e un'isterectomia è stata negata dopo che i cattolici hanno scoperto che Minton è transgender. Minton ha citato in giudizio Dignity Health ai sensi della legge della California. Annullando il tribunale, la corte d'appello della  California ha  consentito alla causa Unruh Civil Rights Act di Minton di procedere. Minton ha affermato di essere stato discriminato sulla base dell'identità di genere. Molti uomini transgender ricevono isterectomie sicure ed efficaci come trattamento per la disforia di genere, una situazione in cui "l'identità di genere delle persone non è conforme al sesso loro assegnato alla nascita". I medici di Minton hanno detto che l'intervento chirurgico faceva parte delle sue cure mediche standard. Mercy ha detto a Minton che il suo intervento chirurgico è stato annullato il giorno dopo che Minton ha detto a un'infermiera di Mercy che era transgender. L'ospedale cattolico ha cercato di persuadere i tribunali che le direttive etiche e religiose della chiesa dovrebbero determinare chi riceve le cure. Il tribunale ha affermato che non c'era discriminazione, perché Minton in seguito ha ricevuto il suo intervento chirurgico in un Dignity Hospital non cattolico. La corte d'appello, tuttavia, ha respinto tale argomentazione, spiegando che la discriminazione è avvenuta il giorno in cui l'intervento è stato annullato. Quel giorno, a Minton è stato negato il trattamento in violazione dell'Unruh Act. "Non può costituire piena uguaglianza ai sensi della legge annullare la sua procedura per uno scopo discriminatorio, aspettare per vedere se il suo medico si lamenta e solo allora tentare di riprogrammare la procedura in un altro ospedale". Il tribunale della California ha respinto l'argomento di Dignity secondo cui era loro consentito discriminare in nome della libertà religiosa. Citando precedenti casi della Corte Suprema della California, la corte ha riconosciuto "l'interesse impellente della California nel garantire un accesso completo ed equo alle cure mediche per tutti i suoi residenti e che non ci sono mezzi meno restrittivi disponibili per lo stato per raggiungere tale obiettivo". Sebbene la maggioranza della Corte abbia negato i certiorari, i giudici Thomas, Alito e Gorsuch avrebbero accolto la petizione per la revisione. Presumibilmente avrebbero ribaltato quella sentenza in nome della libertà religiosa. Spesso preferiscono la libertà religiosa alle leggi debitamente emanate volte a prevenire danni. Ma siamo d'accordo con il tribunale della California qui che gli ospedali sono tenuti a obbedire alle leggi statali che danno a tutti il diritto all'assistenza sanitaria e che le decisioni su chi può ricevere cure non possono essere prese attraverso una ottica religiosa.

                Polemica 3: L’eccezione ministeriale: dove i non credenti vengono magicamente trasformati in “ministri”. I giudici Thomas, Alito e Gorsuch si sono uniti al giudice capo Roberts e ai giudici Breyer, Kagan e Kavanaugh per espandere l'eccezione ministeriale nel 2020. Solo i giudici Ginsburg e Sotomayor hanno dissentito. L'eccezione ministeriale proteggerebbe la libertà religiosa dando alle istituzioni religiose la libertà di destituire chiunque chiamino un "ministro", senza doversi preoccupare delle leggi antidiscriminatorie. Per come la dottrina ha funzionato, la libertà religiosa ha poco a che fare con essa. I dipendenti vengono licenziati per tutti i motivi e quindi chiamati "ministri" il giorno in cui il dipendente intenta una causa. Se una religione chiama qualcuno un "ministro", evita il tribunale, sia che abbia discriminato il dipendente sulla base di razza, origine nazionale, sesso, orientamento sessuale, età o stato di salute, sia per aver denunciato la cattiva condotta del datore di lavoro. L'eccezione ministeriale esenta le scuole religiose, gli ospedali, le case di cura, e tutto il resto religioso dalle leggi statali e federali contro la discriminazione. La recente decisione della Corte Suprema ha persino stabilito che i laici cattolici e i non cattolici erano ministri cattolici La Corte Suprema ha quindi coperto le religioni ei loro servizi rivolti all'esterno con l'immunità alle leggi contro la discriminazione, e loro la usano tutte le volte che possono. Ad esempio, si consideri il caso recente di Joshua Payne-Elliott. È stato insegnante di lingue e studi sociali presso il Cathedral Hospital, a Indianapolis, Indiana. Ha iniziato a insegnare lì nel 2006. È stato licenziato nel 2019 dopo aver sposato il suo partner dello stesso sesso. Il partner insegna presso la vicina scuola preparatoria dei gesuiti Brebeuf. Dopo che Brebeuf ha rifiutato di licenziare il partner, l'arcivescovo cattolico ha negato alla scuola Brebeuf il suo status cattolico. La cattedrale ha mantenuto il suo status cattolico licenziando Payne-Elliott. La cattedrale ha affermato che la libertà di associazione, la presunta "dottrina dell'autonomia della chiesa" e l'eccezione ministeriale escludevano la causa. Tali principi davano alla diocesi il diritto di agire “senza alcuna conseguenza legale”, ha sostenuto . Ancora una volta, la chiesa ha avanzato una argomentazione religiosa a favore del diritto a discriminare tutti.

Il tribunale ha respinto la causa di Payne-Elliott. Per ora, la corte d'appello ha ribaltato. Pensa alla distinzione chiave. Se vuoi essere un'istituzione cattolica, devi essere disposto a discriminare le persone LGBTQ. Se non discrimini, perdi il tuo status di cattolico. È già successo. Una suora è stata scomunicata e il suo ospedale ha perso il suo status cattolico perché ha dovuto affrontare una  situazione  in cui "[l]altra madre e il feto stavano morendo" e "[solo] la vita della madre poteva essere salvata". L'ospedale ha permesso alla donna di interrompere la gravidanza. Il suo personale medico ha detto di sì a una procedura medica salvavita, ma la religione ha detto che non avrebbero potuto salvare la vita della madre. Queste sono tutte cattive notizie per gli insegnanti e le persone che lavorano negli ospedali religiosi e nelle missioni. Le religioni hanno la libertà di disobbedire a tutte le leggi sul lavoro degli stati e degli Stati Uniti. Un pensiero ragionevole sulla separazione tra chiesa e stato non incoraggerebbe le organizzazioni religiose a discriminare tutti i dipendenti a piacimento. Piuttosto, richiederebbe che le religioni seguano le leggi che proteggono tutti.

Il Prof. Griffin ha scritto numerose memorie in casi di eccezione ministeriali, spiegando ai tribunali quanto hanno sofferto i dipendenti religiosi. Perdono il lavoro, la sicurezza e la reputazione perché sono neri o marroni, donne o LGBTQ, vecchi o malati. Ha scritto una breve nel primo caso di eccezione ministeriale della Corte Suprema,  Hosanna-Tabor ,  spiegando che l'affermazione del dipendente di  discriminazione per disabilità  potrebbe essere rivista su basi legali neutrali senza interferire con la libertà religiosa. Il suo articolo dell'Indiana Law Journal su quel caso è stato evidenziato in un blog di diritto costituzionale come "l'  opinione dissenziente mancante  in  Osanna-Tabor.” Griffin, che è stata professoressa di teologia alla sua prima carriera, ha spiegato in un amicus brief nel secondo caso di eccezione ministeriale della Corte, Morrissey-Berru , che i laici cattolici non sono ministri. Diventano “ministri” solo quando vengono licenziati e vogliono citare in giudizio la chiesa. Griffin crede che le religioni dovrebbero vincere alcuni casi di eccezione ministeriali quando licenziano un vero clero per motivi religiosi. Ma quei casi  dovrebbero essere processati in tribunale , dove le religioni vincono alcuni casi e perdono ogni volta che i fatti mostrano una discriminazione odiosa. Vuole persuadere le religioni a trattare i propri dipendenti con rispetto e dignità invece che con disprezzo e discriminazione. Le leggi antidiscriminazione devono tutelare tutti. Lei e il Prof. Hamilton hanno scritto un altro breve amicus della Corte Suprema sostenendo che Filadelfia dovrebbe essere in grado di far valere le sue azioni legali contro la discriminazione a protezione dei genitori adottivi LGBTQ. Un Paese con leggi antidiscriminatorie che non si applicano alle religioni non è un Paese che protegge la separazione tra Chiesa e Stato.

                Polemica 4: La spinta per finanziamenti sempre più religiosi. Quando la Corte Suprema ha condiviso la paura di James Madison per la tirannia della religione, la Corte ha stabilito che lo stato non poteva finanziare la religione. Come abbiamo visto, le religioni non sempre obbediscono alla legge; né fanno pressioni o litigano con il bene superiore in primo luogo. Chiedono “autonomia” mentre coprono le sofferenze dei bambini, licenziano liberamente le persone e discriminano i bisogni di salute delle persone. Hanno regole di credenza per se stessi che gli altri non possono seguire. La  Corte degli anni '70  mantenne separati religione e governo. Quando la Corte ha iniziato ad allontanarsi da quella regola, il giudice Sandra Day O'Connor ha  ricordato  agli altri giudici che il governo non dovrebbe finanziare la religione. L'attuale Corte sta attenuando la separazione tra Chiesa e Stato che vietava alla religione il finanziamento diretto. Nel 2017, in Trinity Lutheran , la Corte ha stabilito che la decisione del Missouri di negare i finanziamenti Trinity Lutheran per il cortile della sua chiesa violava la clausola di libero esercizio. Il dissenso del giudice Sotomayor ha avvertito che la decisione ha minato il lungo impegno della Corte per la separazione tra chiesa e stato La separazione è stata ulteriormente minata nel caso successivo,  Espinoza . Lì la Corte ha stabilito che se lo stato finanzia le scuole private, deve finanziare le scuole religiose come diritto di libero esercizio. La Corte può spingersi anche oltre questo termine. Una legge del Maine che dice che le scuole utilizzate per l'istruzione pubblica devono essere non settarie è contestata dai genitori nelle scuole religiose e settarie. Durante la discussione orale, l'avvocato del Maine ha spiegato che i genitori "vogliono un beneficio completamente diverso, un'istruzione progettata per instillare le credenze religiose a spese dei contribuenti". Sappiamo che non è discriminazione religiosa dire che una scuola pubblica non può essere religiosa; invece, quella separazione è un principio fondamentale del Primo Emendamento. Le scuole pubbliche sono per tutti e non dovrebbero sostenere un mondo religioso per i loro studenti. Aspettiamo di vedere se la Corte abolirà completamente la separazione in  Carson v. Makin . La Corte deciderà che le religioni che non sono vincolate da nessuna delle nostre leggi devono ora ottenere finanziamenti statali per tutta la loro discriminazione, la loro segretezza sul danno che fanno, e concluderà che alcune scuole pubbliche devono essere settarie? Sarebbe un'altra grande vittoria per la legge basata sulla religione e un pugno nello stomaco per il bene pubblico Ammettiamolo, questa linea di casi riguarda la spinta apparentemente infinita della religione a cercare entrate fiscali sempre maggiori da coloro che non sono d'accordo con le loro credenze.

                Polemica 5: l'arbitrato religioso come mezzo per intrappolare gli apostati. Scientology ha anche abusato delle vittime. Diverse donne hanno  intentato una causa civile , dicendo di essere state  perseguitate e molestate da Scientology dopo essere stati violentati dallo scientologist Danny Masterson. Sono stati perseguitati e molestati per aver denunciato gli stupri alle autorità (vedi sopra sulla propensione delle religioni ad avere una norma che vieta di metterli in cattiva luce). Masterson è ora in attesa di un processo penale per stupro. I sopravvissuti hanno affermato che la chiesa aveva assunto persone per seguirli e filmarli, registrando le loro telefonate e seguendo i loro account di posta elettronica, lasciando le portiere della macchina aperte nei loro vialetti e molestandole sorvegliandole dalle proprietà vicine. Le accuse includono anche che i loro cani da compagnia siano morti o siano stati avvelenati mentre gli Scientologist li stavano facendo pressioni. Questo è il tipo di molestia che dovrebbe essere valutata da un tribunale. Invece, la Chiesa di Scientology ha sostenuto che l'"Accordo di arbitrato sui servizi religiosi" firmato dai querelanti per diventare membri costringe qualsiasi controversia all'arbitrato di un collegio di tre Scientologist. In altre parole, la chiesa fa firmare ai membri contratti da miliardi di anni per evitare la responsabilità legale per qualsiasi cosa abbiano mai fatto per danneggiarli,  anche dopo che i querelanti hanno rifiutato la religione . I querelanti si sono uniti e apparentemente non possono mai andarsene. I querelanti, in risposta, hanno affermato il loro diritto al libero esercizio del Primo Emendamento di scegliere la propria fede, che include il diritto di uscire da una religione. Il processo e la corte d'appello si sono schierati con Scientology, ma la Corte Suprema della California ha respinto il loro ragionamento e ha chiesto ai tribunali di "mostrare la causa" per cui queste vittime di stupri molestate potevano essere costrette ad arbitrato religioso. Il Prof. Hamilton ha recentemente  sostenuto l'appello , spiegando che il Primo Emendamento protegge il diritto di un individuo di scegliere una religione e, correlativamente, il diritto di rifiutare una religione, e se il tribunale dovesse far rispettare un tale accordo, sarebbe complice nell'imporre i querelanti di nuovo in un universo religioso che hanno respinto. Questo è un caso di prima impressione: nessun ex credente ha sostenuto che l'applicazione dell'arbitrato religioso violi i propri diritti del Primo Emendamento. La presunta teoria dell'"autonomia" in genere conferisce potere alle istituzioni contro gli individui. Qui, i ricorrenti sottolineano l'ovvio: la chiesa non è l'unico attore religioso nella causa. Hanno anche diritti di libero esercizio. Se la religione può cooptare i tribunali per intrappolare permanentemente i membri nella fede e immunizzare la religione dalle leggi che governano tutti gli altri, la separazione tra chiesa e stato è morta.

                Polemica 6: Lotta al COVID-19. Sosteniamo da tempo una buona assistenza sanitaria per tutti, comprese le vittime del COVID-19. La religione non dovrebbe bloccare la loro assistenza sanitaria e il governo ha un forte interesse a proteggere la salute pubblica. Ecco perché ci siamo opposti al crescente sostegno della Corte Suprema alle denunce della Chiesa sulle leggi sulla salute pubblica relative al COVID. Una volta che il giudice Ginsburg è morto, i voti della Corte sono passati all'adozione di misure per proteggere le persone religiose dalle  leggi sanitarie statali invece di richiedere loro di obbedire a tali leggi. Ad esempio, durante la  discussione orale che ha  coinvolto la legge sull'aborto del Mississippi la scorsa settimana, il giudice Amy Coney Barrett ha menzionato con approvazione un "diritto all'autonomia corporea" rispetto ai vaccini. Il professor Andrew Koppelman ha recentemente scritto un saggio intitolato Come la libertà religiosa è stata distorta nell'era del COVID-19 . Ha spiegato fino a che punto si è spinta la Corte, troppo oltre, nella protezione della religione. Koppelman afferma che "la maggioranza conservatrice della Corte rischia di trasformare il libero esercizio della religione in qualcosa che [il professor Douglas] Laycock non avrebbe mai immaginato: un diritto di uccidere le persone". Veramente? Ecco la citazione completa di Laycock: “Le prime persone che rivendicavano esenzioni religiose furono accusate, per la maggior parte in modo impreciso, di interferire con la vita sessuale di altre persone. Ora saranno accusati, molto più accuratamente, di aver ucciso un gran numero di americani". Consideriamo le esenzioni religiose per emarginare LGBTQ come un abbandono del bene pubblico tanto quanto l'esenzione religiosa richiede di evitare la vaccinazione COVID. La morte è la linea di demarcazione tra il danno che è accettabile dalle religioni e quello che non lo è? Pensiamo di no. Il nostro punto coerente è stato che concedere troppa libertà alle religioni mette in pericolo i loro membri, i loro concittadini e il bene pubblico. Koppelman e Laycock di solito discutono di molta libertà religiosa, come se fosse tutto per il bene pubblico. Questo è un presupposto pericoloso e falso. Non ci sono scuse per non "immaginare" che le religioni useranno la fede per ferire gli altri se consentito, al punto che lasceranno che le persone muoiano per una malattia prevenibile. I frutti del grande esperimento di dare alle religioni più diritti di chiunque altro sono stati velenosi, letteralmente. Come discusso dal Prof. Hamilton in entrambe le edizioni di  God vs. the Gavel , le religioni hanno portato i genitori a lasciare che i loro figli muoiano per malattie curabili, e queste religioni prosperano sull'altare dell'estrema libertà religiosa che Koppelman e Laycock hanno approvato. A causa di teorici come loro e del professor Michael McConnell, la cui discutibile  storia costituzionale ha favorito le richieste della religione di ignorare la legge e i loro obblighi nei confronti del bene pubblico, i pericoli di un paese governato dalla religione sono proprio di fronte a noi. Di conseguenza, riaffermiamo il valore pubblico della separazione tra chiesa e stato e sollecitiamo tribunali e legislatori a impedire che gli stati e la nazione siano governati dalle religioni del mondo.

Marci A. Hamilton e Leslie C. Griffin FILADELFIA (PA) 13 dicembre 2021

Traduzione automatica

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Meglio tardi che mai: il papa riconosce il lavoro di suor Gramick per la comunità Lgbtq+

                «Grazie per il vostro lavoro di prossimità», ha scritto papa Francesco il 17 giugno passato 2021 in una lettera indirizzata a Francis DeBernardo, direttore esecutivo di New Ways Ministry, l’organizzazione no-profit statunitense che dal 1977 sostiene la lotta per l’uguaglianza della comunità LGBTQ+ in seno alla Chiesa cattolica e alla collettività, fondata nel 1977 da suor Jeannine Gramick insieme a p. Robert Nugent e da sempre nel mirino del Vaticano per il suo ministero pionieristico, specialmente in epoca Ratzinger. «So quanto ha sofferto», ha scritto il papa riguardo a suor Gramick: «È una donna valorosa che prende le sue decisioni attraverso la preghiera».

                Il sorprendente carteggio è stato reso noto da New Ways Ministry nella ricorrenza dei 50 anni di ministero di suor Gramick alle persone LGBTQ+, ai primi di dicembre, ma in realtà, secondo quanto riportato dal National Catholic Reporter, si tratterebbe già della seconda lettera inviata nell’ultimo anno da papa Francesco all’organizzazione. La prima, del 3 maggio 2021, era stata la risposta a una lettera di DeBernardo del 21 aprile, che tracciava la storia dell’organismo. In quell’occasione il papa scriveva: «Mi ha aiutato molto conoscere la storia completa che mi ha appena raccontato»; «A volte riceviamo informazioni parziali su persone e organizzazioni, e questo non aiuta. La sua lettera, poiché racconta con obiettività la sua storia, mi dà luce per capire meglio certe situazioni», aveva aggiunto.

                Nata nel 1942, suor Gramick ha studiato nelle scuole cattoliche elementari e superiori di Philadelphia. Nel 1960 si è trasferita a Baltimora per unirsi alle School Sisters of Notre Dame. Durante gli anni ‘60 ha insegnato matematica alle scuole superiori e nel decennio successivo è stata professoressa associata di matematica al College of Notre Dame del Maryland. È nel 1971, mentre sta studiando all’Università di Pennsylvania, che suor Jeannine incontra Dominic Bash, un giovane gay cattolico, che le domanda: «Sorella, cosa sta facendo la Chiesa cattolica per le mie sorelle e i miei fratelli lesbiche e gay?». La religiosa si mette all’opera e nel 1977 fonda con p. Nugent (deceduto nel 2014) il New Ways Ministry, pensato come un ponte per promuovere la giustizia, la cura pastorale e la riconciliazione per le persone LGBTQ+.

                Nel 1999 arriva una battuta di arresto per il lavoro dei due religiosi: nel luglio di quell’anno la Congregazione per la Dottrina della Fede, allora sotto la guida di Joseph Ratzinger, vieta a entrambi «ogni attività pastorale in favore delle persone omosessuali», interrompendo quindi il loro lavoro con persone lesbiche o gay e con le loro famiglie. «Lo Spirito di Gesù mi spinge a cercare di mostrare alle persone omosessuali l'amorevole, compassionevole volto di Dio e della nostra Chiesa. È un fuoco in me», dichiarava all’epoca suor Jeannine. Rifiutandosi quindi di obbedire alla Cdf, dal 2001 abbandona la sua congregazione religiosa per unirsi alle Sisters of Loretto, che la sostengono nel suo lavoro.

                Nei suoi 50 anni di ministero LGBTQ+ suor Jeannine dovrà scontrarsi altre volte con l’istituzione ecclesiale. Nel 2008 Joseph Ratzinger, già papa Benedetto XVI, avvia una visita apostolica negli Stati Uniti nelle congregazioni femminili di vita attiva, sospettate di sostenere un “femminismo radicale”, che si conclude nel 2014 con una “assoluzione”; nel 2016, un “supplemento d’indagine” coinvolge 15 congregazioni tra cui proprio quella delle Sisters of Loretto, impegnata soprattutto per la giustizia sociale, chiedendo di fornire spiegazioni «in merito ad alcuni ambiti» che evidenzierebbero «ambiguità» rispetto al magistero della Chiesa. Anche la Conferenza episcopale statunitense, nel 2011, definisce New Ways Ministry «non in conformità con l’insegnamento della Chiesa cattolica».

Ilaria Ferraresi                  Adista   17 dicembre 2021

www.adista.it/articolo/67228

 

Stati Uniti - Chiesa cattolica: temendo il Sinodo

Le divisioni della Conferenza episcopale e la distanza da Francesco

                Una tregua, ma non la fine delle ostilità, nei rapporti tra papa Francesco e la Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti, e tra i vescovi e Joe Biden: questo il significato dei principali eventi ecclesiali tra fine ottobre e metà novembre. Il 29 ottobre l’udienza del secondo presidente cattolico degli USA col papa si è svolta in un’atmosfera molto cordiale, diversa da quella di Francesco col predecessore, Donald Trump, che nel maggio 2017 era arrivato in Vaticano avendo appena concluso in Medio Oriente la più lucrosa vendita di armi nella storia degli Stati Uniti.

                L’udienza del 29 ottobre ha avuto luogo invece nel contesto della preparazione della conferenza dell’ONU COP26 di Glasgow sui cambiamenti climatici  e di altri incontri tra il papa e leader nazionali (tra cui anche il primo ministro indiano Narendra Modi, che ha invitato il pontefice in India). La visita è avvenuta senza ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede – già nominato da Biden, ma non ancora confermato dal Senato –. A quasi un anno dall’inizio della presidenza, il ridottissimo numero di diplomatici confermati dice molto della disfunzionalità del sistema istituzionale americano, ostaggio delle tattiche ostruzionistiche di un Partito repubblicano che è rimasto trumpiano anche senza Trump alla Casa Bianca.

                L’udienza si è conclusa con un fuori programma, con Biden che riferiva ai giornalisti che papa Francesco lo aveva incoraggiato a continuare a ricevere la comunione. Era il segnale dell’importanza di questa questione per un cattolico profondamente praticante come Biden, e della vicinanza tra la Casa Bianca e il Vaticano, che ha deciso di proteggere la vita sacramentale del presidente dai tentativi della Conferenza episcopale di formalizzare l’esclusione dall’eucaristia dei politici cattolici che sostengono le leggi che fin dal 1973 hanno legalizzato l’aborto negli USA. L’esclusione di Biden dalla comunione avrebbe creato una discontinuità rispetto ai rapporti tra Chiesa e stato laico nella storia della legalizzazione dell’aborto in altri paesi e in Europa. Ma la preoccupazione di Roma era manifestamente verso il deteriorarsi della situazione ecclesiale statunitense. Nel corso della primavera e dell’estate del 2021, Francesco e due cardinali della curia romana avevano mandato ai vescovi USA segnali chiari contro questa politicizzazione dei sacramenti: nel maggio 2021 la lettera del cardinale gesuita Luis Ladaria, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, alla presidenza della Conferenza episcopale, e negli stessi giorni un’intervista del cardinale gesuita canadese Michael Czerny all’agenzia statunitense Religion News Service.

                Dal testo contro Biden a un revival. Dopo l’Assemblea di giugno, una commissione della Conferenza episcopale aveva steso un documento sull’eucaristia che cambiava obbiettivi rispetto a quelli originali, una pubblica sanzione a politici cattolici come Joe Biden e Nancy Pelosi (presidente della Camera dei rappresentanti). Il documento presentato all’Assemblea autunnale a Baltimora (14-18 novembre 2021), Il mistero dell’eucaristia nella vita della Chiesa (31 pagine) è stato discusso senza particolari interventi e cambiamenti ed è stato approvato quasi all’unanimità (222 voti contro 8).

                Il documento non parla direttamente della questione della comunione eucaristica per i politici a favore della legalità dell’aborto e si presta a diverse interpretazioni. Esiste già in certe diocesi negli USA una prassi, decisa dagli ordinari, che ha indotto politici cattolici del Partito democratico a recarsi a messa in una diocesi diversa da quella in cui risiedono, come ha testimoniato in un recente articolo sulla rivista America il senatore dell’Illinois, Richard Durbin. Resta quindi da vedere come questo documento pastorale e catechetico (che pare non verrà sottoposto all’approvazione della Santa Sede) sarà recepito e interpretato. Nessuna menzione del divieto di accesso alla Comunione per individui o gruppi, ma si richiama la responsabilità dei personaggi pubblici di conformare le loro posizioni “alla fede e alla morale della Chiesa”. Per ora la Conferenza episcopale ha deciso un piano triennale di revival eucaristico, sulla base di una teologia piuttosto devozionale sganciata dall’ecclesiologia del Vaticano II.

                A Baltimora i vescovi hanno parlato molto più di eucaristia che di sinodalità, a cui il programma ha riservato solo ritagli di tempo. L’Assemblea ha confermato la persistente difficoltà dei rapporti tra i vescovi e il pontificato. Particolarmente significativo è stato il discorso del nunzio apostolico, l’arcivescovo Christophe Pierre (confermato da Francesco in settembre, nonostante abbia già raggiunto i 75 anni), che ha fatto riferimento alle responsabilità della Conferenza episcopale e della sua presidenza nella situazione di polarizzazione ecclesiale. Solo pochi giorni prima dell’inizio dell’Assemblea di Baltimora, il presidente della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (USCCB), l’arcivescovo di Los Angeles José Gomez, aveva pronunciato in videoconferenza per un convegno in Spagna un discorso animato da una lettura ideologica del movimento per la giustizia sociale e razziale negli USA: sintomo di come la mentalità da «guerra culturale» sia diventata dominante anche per prelati che finora avevano cercato di adottare un tono più pastorale.

                La distanza tra Roma e gli USA si è vista anche dai risultati delle elezioni per la presidenza delle commissioni della USCCB. Hanno vinto i candidati della maggioranza che rappresenta una sensibilità assai diversa da quella di papa Francesco.

                Quest’anno con risultati stravaganti. L’elezione per la carica di tesoriere ha premiato James Checchio (Metuchen, New Jersey, 135 voti contro 106), membro di vari consigli d’amministrazione di istituti accademici e di ricerca cattolici che si sono distinti per posizioni di destra reazionaria su questioni bioetiche e posizioni liberal-liberiste in economia. Presidente della Commissione per la liturgia è stato eletto Steven Lopes, dell’Ordinariato della Cattedra di San Pietro, l’organizzazione canonica istituita per quegli ex anglicani che si sono convertiti al cattolicesimo ma hanno voluto mantenere le loro diverse forme liturgiche: nel contesto di una assai difficile applicazione del motu proprio Traditionis custodes negli USA, i vescovi hanno eletto (di misura: 121 a 120) un vescovo che non è pastore di una diocesi in cui si celebra nel rito romano.

                Prigionieri di schemi politici. Presidente della Commissione per laicato, matrimonio, famiglia e giovani è stato eletto (140 contro 103) l’ausiliare di Los Angeles, Robert Barron, la cui principale occupazione negli ultimi anni è stata la creazione di un nuovo movimento cattolico basato sul web, «Word on Fire», i cui aspetti commerciali sono rivelatori tanto quanto i nomi dei paladini delle «culture wars» (come lo psicologo canadese Jordan Peterson) che appaiono spesso sulle piattaforme multimediali. Per la USCCB l’immigrazione è tradizionalmente una questione bipartisan e questo è stato confermato dall’elezione a presidente della Commissione competente di un vescovo molto impegnato nel sociale come Mark Seitz (El Paso, Texas).

                Nel frattempo, le strade attorno all’albergo in cui si svolgeva l’Assemblea dei vescovi hanno ospitato il circo ecclesial-mediatico che contribuisce a tenere la situazione della Chiesa cattolica in ostaggio delle dinamiche politiche (non ecclesiali) nazionali. Giornalisti-tribuni della plebe come la rete di «Church Militant», che aveva cercato di reclutare anche Steve Bannon, l’ex stratega di Trump, per protestare contro i vescovi. Giornalisti-attivisti noti per ricevere da vescovi amici documenti riservati e pubblicarli sulla loro startup giornalistica digitale, anche al fine di indirizzare il dibattito in assemblea.

                I gruppi di quelli che vorrebbero da parte dei vescovi un’enfasi ancora maggiore sull’aborto e che gridavano gli stessi slogan dei comizi della campagna elettorale di Trump, contrapposti ai gruppi a favore dell’ordinazione delle donne al sacerdozio e ai «Catholics for Choice» che vorrebbero una completa inversione di rotta dell’insegnamento della Chiesa sull’aborto.

                Per il resto, gli eventi mondiali non hanno raggiunto la soglia d’attenzione all’interno della sala da ballo del grande albergo in cui era organizzata l’Assemblea. Mai menzionati la COP26 di Glasgow come anche la questione razzismo in America. È da anni ormai che la USCCB è il fantasma di quella che negli anni Ottanta pubblicava documenti esemplari per la recezione del Vaticano II, come quelli sulla pace del 1983 e sulla giustizia economica e sociale del 1986. È una cultura clericale isolata a cui si contrappongono i circoli dell’accademia e le lobby mobilitate su particolari questioni – circoli non meno arroccati su stessi –. A condurre le danze è un certo tipo di giornalismo politico-religioso (fatto tanto da cattolici quanto da laici e non credenti che scrivono per la stampa mainstream [di tendenza di massa]): questo ha reso il gioco politico-ecclesiastico all’interno della Chiesa USA totalmente prevedibile.

                Al di fuori della bolla mediatica, l’elezione e la presidenza Biden non hanno fermato la rivolta del populismo illiberale che ha tra le sue matrici la reazione del conservatorismo religioso alla crisi d’identità nazionale. La Chiesa cattolica negli USA ha anime diverse che procedono in direzione contraria e opposta. La sinodalità potrebbe ridare fiato alla dinamica ecclesiale: ma per adesso molti vescovi tengono un atteggiamento guardingo, oppure agnostico, se non proprio ostile verso il processo sinodale che dovrebbe coinvolgere tutte le Chiese. È un problema d’ignoranza e indolenza, ma anche di paura che la dinamica sinodale possa portare la situazione ecclesiale fuori controllo. A giudicare da quanto accaduto a Baltimora, all’interno e all’esterno del Marriott Hotel, effettivamente non è una paura del tutto irrazionale.

Massimo Faggioli*         Il Regno Attualità, n. 22, 15 dicembre 2021, pag. 688

*¤1970 storico delle religioni, cattedratico nell’Università di Villanova (Villanova University) è il più grande ed antico ateneo cattolico dello Stato della Pennsylvania

https://ilregno.it/attualita/2021/22/stati-uniti-chiesa-cattolica-temendo-il-sinodo-massimo-faggioli

Dopo l’esito del voto, toccherà alla Commissione per la dottrina, attualmente guidata dal vescovo Kevin Rhoades di Fort Wayne-South Bend, in Indiana, preparare una bozza di testo, che dopo questi giorni di assemblea sembra delinearsi come più didattico che focalizzato sui politici. I vescovi lo voteranno in novembre in occasione dell’Assemblea generale d’autunno.

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CITTÀ DEL VATICANO

Responsa ad dubia su alcune disposizioni della Lettera Apostolica in forma di «Motu Proprio»

Traditionis Custodes del Sommo Pontefice Francesco (16 luglio 2021)

www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/20210716-motu-proprio-traditionis-custodes.html

lettera                          https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2021/07/16/0469/01015.html

Ai Presidenti delle Conferenze dei vescovi                                 Eminenza/Eccellenza Reverendissima,

                dopo la pubblicazione da parte di Papa Francesco della Lettera Apostolica in forma di «Motu Proprio» Traditionis custodes sull’uso dei libri liturgici anteriori alla riforma del Concilio Vaticano II, sono giunte alla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti – che, esercita, per la materia di sua competenza, l’autorità della Santa Sede (cf. Traditionis custodes, n. 7) – diverse richieste di chiarimenti sulla sua corretta applicazione. Alcune questioni sono state sollevate da più parti e con maggior frequenza: pertanto, dopo averle attentamente valutate, dopo aver informato il Santo Padre e avendo ricevuto il suo assenso, vengono ora pubblicate le risposte alle domande più ricorrenti.

                Il testo del Motu Proprio e la Lettera a tutti i Vescovi che lo accompagna esprimono con chiarezza le motivazioni di quanto Papa Francesco ha disposto. La finalità prima è quella di proseguire “nella costante ricerca della comunione ecclesiale” (Traditionis custodes, Premessa) che si esprime riconoscendo nei libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano (cf. Traditionis custodes, n. 1). È questa la direzione nella quale vogliamo camminare ed è questo il senso delle risposte che qui pubblichiamo: ogni norma prescritta ha sempre l’unico scopo di custodire il dono della comunione ecclesiale camminando insieme, con convinzione di mente e di cuore, nella linea indicata dal Santo Padre.

                È triste vedere come il vincolo più profondo di unità – la partecipazione all’unico Pane spezzato che è il Suo Corpo offerto perché tutti siano uno (cf. Gv 17,21) – diventi motivo di divisione: è compito dei Vescovi, cum Petro et sub Petro, custodire la comunione, condizione necessaria – l’Apostolo Paolo ce lo ricorda (cf. 1Cor 11,17-34) – per poter partecipare alla mensa eucaristica.

                Un fatto è innegabile: i Padri conciliari sentirono l’urgenza di una riforma perché la verità della fede celebrata apparisse sempre più in tutta la sua bellezza e il popolo di Dio crescesse in una piena, attiva, consapevole partecipazione alla celebrazione liturgica (cf. Sacrosanctum Concilium n. 14), momento attuale della storia della salvezza, memoriale della Pasqua del Signore, nostra unica speranza.

                Come Pastori non dobbiamo prestarci a polemiche sterili, capaci solo di creare divisione, nelle quali il fatto rituale viene spesso strumentalizzato da visioni ideologiche. Siamo, piuttosto, tutti chiamati a riscoprire il valore della riforma liturgica custodendo la verità e la bellezza del Rito che ci ha donato. Perché questo accada, siamo consapevoli che è necessaria una rinnovata e continua formazione liturgica sia per i presbiteri sia per i fedeli laici.

                Nella solenne chiusura della seconda sessione del Concilio (4 dicembre 1963) san Paolo VI così si esprimeva (n. 11):          www.vatican.va/content/paul-vi/it/speeches/1963/documents/hf_p-vi_spe_19631204_chiusura-concilio.html

                «Del resto, questa discussione appassionata e complessa non è stata affatto senza un frutto copioso: infatti quel tema che è stato prima di tutto affrontato, e che in un certo senso nella Chiesa è preminente, tanto per sua natura che per dignità – vogliamo dire la sacra Liturgia – è arrivato a felice conclusione, e viene oggi da Noi con solenne rito promulgato. Per questo motivo il Nostro animo esulta di sincera gioia. In questo fatto ravvisiamo infatti che è stato rispettato il giusto ordine dei valori e dei doveri: in questo modo abbiamo riconosciuto che il posto d’onore va riservato a Dio; che noi come primo dovere siamo tenuti ad innalzare preghiere a Dio; che la sacra Liturgia è la fonte primaria di quel divino scambio nel quale ci viene comunicata la vita di Dio, è la prima scuola del nostro animo, è il primo dono che da noi dev’essere fatto al popolo cristiano, unito a noi nella fede e nell’assiduità alla preghiera; infine, il primo invito all’umanità a sciogliere la sua lingua muta in preghiere sante e sincere ed a sentire quell’ineffabile forza rigeneratrice dell’animo che è insita nel cantare con noi le lodi di Dio e nella speranza degli uomini, per Gesù Cristo e nello Spirito Santo».

            Quando Papa Francesco (Discorso ai partecipanti alla 68.ma Settimana Liturgica Nazionale, Roma, 24 agosto 2017) ci ricorda che “dopo questo magistero, dopo questo lungo cammino possiamo affermare con sicurezza e con autorità magisteriale che la riforma liturgica è irreversibile” vuole indicarci l’unica direzione nella quale siamo chiamati con gioia ad orientare il nostro impegno di Pastori.

www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/august/documents/papa-francesco_20170824_settimana-liturgica-nazionale.html

Affidiamo a Maria, Madre della Chiesa, il nostro servizio per “conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace” (Ef 4,3).

                Dalla Sede della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, il 4 dicembre 2021, 58° anniversario della promulgazione della Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium.

                Arthur Roche, prefetto

Il Sommo Pontefice Francesco, nel corso di un’udienza concessa al Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti in data 18 novembre 2021, è stato informato e ha dato il suo assenso alla pubblicazione dei presenti RESPONSA AD DUBIA con annesse NOTE ESPLICATIVE.

                               Risposte a 11 quesiti                    www.settimananews.it/liturgia/risposte-dubbi-traditionis-custodes

 

Renato Borrelli, liturgista Postille sul nuovo Messale     13 dicembre 2021

www.settimananews.it/liturgia/postille-sul-messale

 

Le risposte ai “dubia” e la fine del “dispositivo di blocco”

                Il documento Responsa ad dubia della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti su alcune disposizioni della Lettera Apostolica in forma di «Motu Proprio» Traditionis Custodes del Sommo Pontefice Francesco aiuta a comprendere meglio la questione di fondo che il MP “Traditionis custodes” ha risolto 5 mesi fa e che fatica ad essere compresa in quella regione ecclesiale che, a partire dal 2007, era stata illusa sulla possibilità di valorizzare una “indifferenza istituzionale” verso la Riforma Liturgica. Il “vulnus” di quella intemperanza istituzionale oggi crea ancora vittime. Un breve sguardo al recente documento è in grado di farci capire dove si collochi il problema fondamentale.

                Domande e risposte Il documento non è altro che un insieme di “dubia” (ben 11) , ai quali viene dato un “responsum” quasi sempre con una “nota esplicativa” che precisa i motivi per i quali è prevalso il sì o il no nella risposta. Da notare è che, prima dei responsa, vi è un testo piuttosto articolato, a firma del Prefetto Roche, che chiarisce come la “mens” del MP Traditionis custodes sia quella di ristabilire il percorso normale di riforma liturgica, così come viene riascoltato sia dalle parole di papa Paolo VI a chiusura della II sessione del Concilio, sia nei termini della “irreversibilità” ripresa recentemente da papa Francesco. I temi fondamentali su cui vertono le questioni sono il modo di interpretare le competenze episcopali – che TC ha restituito ai Vescovi – o quali siano i libri, i soggetti e i luoghi coinvolti nella celebrazione del Rito pre-conciliare. Mi pare che le risposte siano fondate sulla logica della riforma liturgica e sul buon senso.

                Da dove vengono i “dubia”? Credo che sia utile, oltre che considerare la importanza delle risposte, soffermarsi sulle domande sollevate. Ed è molto importante chiedersi: da dove scaturiscono questi interrogativi? Chi li ha sentiti sorgere nel proprio cuore e nella propria mente? La risposta è molto semplice: vengono da tutti coloro che, in modo inavvertito e superficiale, talora in modo ideologico e superficiale, avevano potuto credere che “Summorum Pontificum” [Benedetto XVI – 7 luglio 2007] istituisse ufficialmente la “non irreversibilità del Concilio Vaticano II”.

www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/motu_proprio/documents/hf_ben-xvi_motu-proprio_20070707_summorum-pontificum.html

                E che quindi tutto quello che dal 1963 era diventato sempre più autorevole, aveva scritto pagine di storia, istituito forme rituali, ripensato le vite e convertito i cuori, potesse essere guardato con una alzata di spalle, come una “possibilità”, ma non come una necessità. Così, in 14 anni di “pratiche parallele”, una serie di uomini e donne, di preti e di vescovi, di abati e di monaci, di religiose e di religiose, si sono lasciati affascinare da questo “mito”. Il mito della “reversibilità” del Concilio Vaticano II, il mito del parallelismo rituale, il mito della “devianza conciliare”, il mito non solo della “messa di sempre”, ma della liturgia immobile e della tradizione monumentale.

                Quando salta il “dispositivo di blocco”. Ma c’è di più. La questione non riguarda né solo né soprattutto la liturgia. È il Concilio Vaticano II in quanto tale ad essere in gioco. Come è stata proprio la liturgia il primo livello su cui il Concilio ha avuto la forza di una “riforma”, un sogno coltivato a partire dagli anni 80, e durato quasi 35 anni, ha preso forma nel fermare la riforma liturgica, per svuotare il Concilio di ogni autorità. Le forme della comunione, l’esercizio del ministero, il ruolo dei laici e delle donne, la relazione tra centro e periferia, le scelte nella traduzione delle parole e dei gesti: tutto ha potuto essere pensato come “assolutamente immodificabile”. Questo è accaduto, in modo simbolico, proprio nella liturgia, nelle sue forme da tradurre e da inculturare, e che sono apparse per 30 anni, custodite solo dal passato e non dal futuro. Un vero e proprio “dispositivo di blocco” si era andato perfezionando sul piano liturgico: e alla vigilia di questo grande passo – che non è altro che un ritornare sulla grande strada del Concilio – non avevamo visto una grande Congregazione pubblicare una versione puntigliosamente “riformata” del rito che si pretendeva “irreformabile”?

                Il gioco degli specchi e la tradizione che viene dal futuro. Il giochino, che fanno spesso anche i bambini, è questo: chi porta la guerra fa la vittima e chi cerca la pace è dipinto come guerrafondaio. Non bastano le dichiarazioni e le intenzioni, per dire che Summorum Pontificum era un documento di pace. Io mi sono convinto, fin dal 2007, che eravamo di fronte ad un pesante attacco non alla liturgia, ma al Concilio. Oggi, nel mito dei “dubbiosi”, quel testo sembra il “paradiso perduto” della pace nella Chiesa. Nulla di più falso. Così come è falso pensare che queste equilibrate risposte ai dubbi siano “intolleranti” o “pesanti” o che “infieriscano” sui deboli. Riportano semplicemente le cose alla ragione. Purtroppo questo oggi è più difficile perché moltissimi di coloro che dal 2007 avrebbero potuto scrivere, parlare, testimoniare, obiettare si sono adagiati in un barile, sotto sale, come piccoli pesci. Per la dignità del ministero pastorale e teologico non è il massimo, anche se garantisce la conservazione (di sé). La voce alta dei dubbiosi oggi ottiene risposte pacate e serie, che rischiano di essere fraintese proprio a causa della ambiguità con cui molti prima hanno o taciuto o parlato solo per enigmi. La tradizione migliore ci attende nel futuro: nell’unico rito comune, che ora, doverosamente, TC ha ricollocato al centro, per tutti, possiamo fare entrare il meglio sia dei dubbi più accorati, sia delle risposte meglio fondate.

Andrea Grillo    blog: Come se non 18 dicembre 2021

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www.cittadellaeditrice.com/munera/le-risposte-ai-dubia-e-la-fine-del-dispositivo-di-blocco

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DALLA NAVATA

IV Domenica d’Avvento – Anno C – 19  dicembre 2021

Michea                                05, 04. Egli stesso sarà la pace!».

Salmo                                   79, 19. Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome

Ebrei                                     10, 09. Dopo aver detto: «Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte,                                   né olocausti né sacrifici per il peccato», cose che vengono offerte secondo la Legge,                                    soggiunge: «Ecco, io vengo per fare la tua volontà»

Luca                                      01. 45 E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha                                            detto».

 

                La nostra fede si sta trasformando sulla spinta delle cose, non semplicemente per ardimenti nostri. La spinta delle cose non è semplicemente un meccanismo deterministico della storia ma una specie di linguaggio del disegno di Dio. Certe evenienze storiche (come, poniamo, la secolarizzazione dell'esistenza che è un tratto del nostro mondo) non sono da considerarsi estranee ad una specie di linguaggio di Dio. La storia non è la materia su cui Dio agisce, ma è essa stessa portatrice di significati di salvezza. Alcune modificazioni storiche grandiose, che interpellano la coscienza, non sono materia da trasformare, sono messaggi da intendere.

                È un fatto che nel nostro tempo (e questo, a mio giudizio, è un aspetto sicuramente positivo: un segno da inserire in quel dia­logo segreto con Dio che è l'intima essenza della vita del credente) la vita è sentita, nei momenti migliori, come un compito da assolvere al servizio della pace nel mondo e della liberazione degli uomini. Questo fatto fa cadere pareti religiose, fanatismi sacri, toglie i piedistalli alle piramidi sacre. È un fatto da considerare positivo, se noi non rimaniamo prigionieri della religione degli olocausti e dei sacrifici, ma ci collochiamo lungo la linea creazionale in cui si colloca la Scrittura di oggi. Dio che crea le cose e prepara il Corpo del Cristo per offrirlo al mondo come sacrificio, cioè come obla­zione di pace, come indicazione della via della salvezza. Questo fatto evidentemente trascende i particolarismi sacri di cui l'uomo è stato collettivamente così fecondo nella storia.

                Ebbene, collocarci a questa altezza significa ritrovare il filo vero del discorso di Dio sul mondo, del suo progetto. Significa ritrovare i ritmi della salvezza ovunque l'uomo viva nell'obbedienza al Padre. Ma cos'è questa obbedienza? Questa obbedienza al Padre è conformità al suo disegno che è quello della pace che domina fino ai confini della terra. Il disegno di Dio non ha come suo oggetto un paradiso extramondano, ma l'intera creazione assunta fino ai livelli delle sue possibilità originarie. Dio ha creato il mondo perché non ci fosse la morte non ci fosse la guerra, non ci fossero le divisioni.

                 Questo linguaggio profetico, che echeggia continuamente nella coscienza del credente, noi oggi possiamo anche realizzarlo in orizzonti relativi, possibili alla nostra responsabilità morale. Chi vuole la pace obbedisce a Dio. Anche se egli gli ha detto di no, se vuole la pa­ce se si immola per la pace, costui è obbediente a Dio, vive nel sacrificio unico di salvezza. Chi passa i suoi giorni preoccupandosi della giustizia, anche se nell'incertezza e nella perplessità e nella relatività inevitabili di ogni progetto umano, costui è immerso nella realtà del Cristo che non è un personaggio sacro, riservato al culto ed alle dilettazioni interiori degli specialisti e degli uomini religiosi. Egli è il Figlio dell'uomo, la sua presenza è vasta come l'esperienza dell'uomo, visto che il prologo da cui scaturisce il disegno di salvezza avviene nel cielo, cioè prima della creazione. Il disegno di Dio non è riservato al popolo di Israele, al mondo cattolico e al mondo cristiano è riservato a tutti gli uomini. Questo modo di leggere l'obbedienza a Dio negli atti in cui gli uomini - sia pure nella relatività delle loro percezioni interiori e delle loro dottrine - perseguono la pace, non è una infedeltà al cristianesimo.

                Non è un uscir fuori dall'ortodossia, come molti temono; e un ritrovare il bandolo del discorso di Dio alle sue origini: trovarlo al di là delle diversità confessionali. Perché il cristianesimo - ripetiamolo con forza - non è una religione fra le religioni (e se lo è, è semplicemente perché gli uomini l'hanno relativizzato all'interno dell'esperienza storica); il cristianesimo, nella sua essenza, e la rivelazione del significato dell'esistenza dell'uomo in quanto tale con un riferimento privilegiato e normativo al Cristo della Croce che ha offerto se stesso per la salvezza degli uomini. Ed è in questa dinamica che dobbiamo ricollocare tut­ti gli eventi, tutte le testimonianze della storia.

                Ci sarà facile allora riconoscere che molti uomini che han passato la vita soltanto nel sacrificio e nel culto, erano lontani dall'obbedienza a Dio; e molti uomini che non hanno mai frequentato un tempio, erano inerenti al disegno di Dio. È il paradosso del Vangelo. Riletto secondo questo spirito, il Vangelo acquista una luce singolare, perché Gesù non fa mai l'esaltazione degli uomini del tempio: anzi, li mette sempre in imbarazzo. E nemmeno degli ortodossi di Israele, perché il modello più singolare della sua vita Egli lo ha proposto nella parabola del Samaritano che era, appunto, un eretico, sfuggito dagli ebrei ortodossi come lo scomunicato. Questo ristabilimento della universalità del messaggio è la nostra passione ed è la nostra tribolazione.

                               Ernesto Balducci  (¤1922-†1992)             da “Il mandorlo e il fuoco” vol. 3

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DIBATTITI

                                                                               Fine vita: morte terapeutica?

                Oggi nessuno sostiene logiche di cosiddetto accanimento terapeutico e, come mai prima, siamo in grado di liberare il paziente dal dolore anche nelle fasi estreme di malattia. La legge n. 219/22.12.2017 esige, del resto, il consenso del paziente a qualsiasi trattamento sanitario, compresa la sua prosecuzione.

www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2018/1/16/18G00006/sg

Esige, inoltre, che siano assicurate sempre le cure palliative, che nei casi limitati in cui ciò sia necessario possono ricomprendere, in fase terminale, anche la sedazione profonda. C’è da chiedersi, allora, perché proprio oggi si va percorrendo la strada dell’agire per dare la morte al malato, anticipandola rispetto al suo prodursi naturale. E non è affatto vero che la non condivisione di questa strada risponda a impostazioni conservatrici o confessionali.

                Morire è più degno? Certo, la stessa legge n. 219/2017 non può risolvere un dato di fondo, il quale però va tenuto ben presente circa l’intera problematica: che la rinuncia di un malato a determinati trattamenti derivi da una considerazione equilibrata sul senso della vita vissuta e su un ulteriore contrasto della sua fine naturale, oppure sia compiuta in odio alla vita o condizionata da disperazione, solitudine, percezione di sé stesso come un peso per gli altri, dipende in gran parte da come quel malato è stato accolto e assistito (in merito, la legge può solo prevedere che il paziente sia sostenuto nella sua condizione di malattia, anche attraverso i servizi di assistenza psicologica).

                Il problema, tuttavia, assume contorni delicatissimi in rapporto alle due soglie di superamento ora in discussione del quadro summenzionato: l’una consistente nell’ammettere, in base alla sentenza n. 242/27.11.2019 della Corte costituzionale,

www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2019&numero=242

 un ambito di cooperazione altrui al darsi la morte da parte del malato stesso; l’altra nella rinuncia, mediante l’ammissione dell’eutanasia, allo stesso controllo del malato sul farmaco che produce la morte e ponendo la causazione di quest’ultima nelle mani di un altro soggetto (con prospettiva evidente di evoluzione verso l’eutanasia senza consenso).

                Il tutto in nome del cosiddetto diritto di morire o, meglio, di avere supporto medico per morire (non si tratta più, solo, di rinunciare a determinate terapie, ma di indurre la morte). Un diritto, però, estremamente ambiguo perché istituisce un’alternativa, in stati di patologia o menomazione cronica, tra  beneficiare di risorse socio-sanitarie per continuare a vivere – cosa che in precedenza era da ritenersi ordinaria – o scegliere, invece, di anticipare il momento della morte. Per cui l’usufruire di tali risorse, che implicano costi, diviene una richiesta, e in certo modo una pretesa. Col rischio della colpevolizzazione di chi l’avanzi: favorita dal ripetuto messaggio mediatico inteso a suggerire che, date certe condizioni, la scelta dignitosa sarebbe quella di morire. Per la prima volta, in questo senso, la morte provocata viene a configurarsi come soluzione che, sul piano giuridico, può essere messa in conto con riguardo ai problemi di una persona: passaggio il quale incide sulla stessa ragion d’essere originaria del diritto, in quanto mezzo volto ad assicurare un investimento concreto di risorse e d’impegno rispetto, soprattutto, ai soggetti deboli.

                Non può non sorprendere, pertanto, che la promozione mediatica del diritto di morire, costruita sulla compartecipazione umana rispetto a singoli casi di malattia grave, eluda del tutto l’inquadramento del tema entro l’ambito degli scenari concernenti le risorse economiche da destinarsi, in futuro, agli interventi di carattere socio-sanitario. Ben sappiamo, infatti, che va ampliandosi, nonostante gli effetti drammatici della pandemia, il numero delle persone anziane o menomate non autosufficienti, tenuto conto anche del rapporto percentuale con i giovani in età lavorativa. E il consolidarsi dell’orientamento a che, in condizioni esistenziali problematiche, sia preferibile anticipare la morte produce senza dubbio un contenimento dei costi. L’insidia della deriva verso la cultura dello scarto di cui parla papa Francesco non può, dunque, essere rimossa. Incide, tuttavia, anche la tendenza odierna a rimuovere il problema del morire, che risulta favorita, per paradosso, proprio dall’idea di una (fittizia) dominabilità tecnica della morte, quale si realizzerebbe decidendone i tempi e i modi: si tratta, allora, di non trascurare che se la condizione umana esige d’accettare l’incontro con la morte, senza eccessi terapeutici ormai privi di significato per la persona coinvolta, è forse parte della dignità umana pure il non rendersi compartecipi della morte, così da agire sempre secondo ciò che è altro rispetto a essa.

                Tutelare i più deboli. In tale quadro, ci pare ben più probabile la tenuta di una premura complessiva verso le persone che vivono condizioni difficili, ma anche l’attendibilità di un impegno sistematico contro la loro sofferenza fisica e psicologica, in un contesto giuridico-sociale che non teorizzi il «diritto di morire». E, del pari, ci pare che la possibilità del dare la morte come risposta ai problemi esistenziali umani finisca per contrarre la libertà che deriva per ognuno, soprattutto per i più deboli, dal poter far conto incondizionatamente sull’impegno sociale e sanitario in suo favore. Ciò premesso, la Corte costituzionale rimarca come abbia inteso descrivere, attraverso svariati requisiti, un’eccezione alla ribadita punibilità (ex art. 580 Codice penale) dell’aiuto al suicidio di carattere «circoscritto», e ciò proprio al fine di non vanificare la «tutela del diritto alla vita, soprattutto delle persone più deboli e vulnerabili».

www.brocardi.it/codice-penale/libro-secondo/titolo-xii/capo-i/art580.html

                Resta tuttavia il fatto (ben attestato in altri ambiti del biodiritto) che, una volta compiuti determinati passaggi di principio, i requisiti limitativi tengono con molta difficoltà: come ben s’è visto, per esempio, con riguardo alle prime interpretazioni giurisprudenziali della condizione per cui la persona che chiede di morire dev’essere «tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale». Fermo, nondimeno, il fatto che la portata concreta dell’intervento della Corte appare connessa alle modalità con cui verranno tradotti i suddetti requisiti nella legge che la Corte stessa ritiene debba far seguito alla sua decisione, peraltro già operativa.

                E se il testo unificato di cui, in proposito, è iniziata la discussione alla Camera si mostra sensibile, in alcuni aspetti, a esigenze limitative, in altri dilata in maniera molto preoccupante lo stesso impianto della pronuncia costituzionale.

                Quanto ai primi, è apprezzabile, rispetto al requisito delle «sofferenze» reputate dal malato «assolutamente intollerabili», che si parli ora di sofferenze «fisiche e psicologiche» e non più di sofferenze «fisiche o psicologiche» come invece aveva scritto la Corte: con ciò intendendosi escludere la rilevanza di meri stati depressivi o consimili. Sebbene rimanga una caratterizzazione sostanzialmente soggettiva del requisito, il quale non dovrebbe rimanere sottratto, invece, a criteriologie di valutazione medica. Come del pari è positivo che si richieda, ora, una patologia «attestata come irreversibile e con prognosi infausta», superandosi la pregressa disgiuntiva fra i due concetti presente nel testo base adottato in sede di Commissioni nel luglio scorso.

                Quanto agli aspetti preoccupanti, emergono, oltre a quanto già rilevato, molteplici nodi della massima importanza. Si dà rilevo, anzitutto, non solo a patologie, ma anche all’essere la persona interessata «portatrice di una condizione clinica irreversibile», concetto del tutto estraneo alla sentenza della Corte: il che appare in grado di aprire al suicidio assistito di persone che vivono una condizione di menomazione indipendente da patologie (con problemi delicati di rapporto con il concomitante requisito dell’essere queste tenute in vita da «trattamenti di sostegno vitale», e con l’effetto evidente dell’attribuzione di minor valore in sé alla loro condizione esistenziale). Sembra poi che possa considerarsi sufficiente, leggendo le norme sulle modalità della procedura in oggetto (e nonostante quanto si afferma all’art. 3, comma 1), l’offerta pregressa al malato di cure palliative che abbia «esplicitamente rifiutato» (art. 5, comma 3), sebbene la Corte precisi che «il coinvolgimento in un percorso di cure palliative deve costituire un prerequisito della scelta, in seguito, di qualsiasi percorso alternativo da parte del paziente».

                Non si tratta, com’è palese, della previsione di un trattamento sanitario obbligatorio, ma di un requisito per accedere alla «morte medicalmente assistita»: requisito la cui mancata previsione risulterebbe del tutto incoerente rispetto alla richiesta intollerabilità delle sofferenze e rischierebbe di vanificare l’impegno basilare volto a prevenire scelte di morte attraverso un contrasto finalmente effettivo, nonché diffuso in tutto il paese, delle condizioni di sofferenza. Fermo quanto s’è detto, emerge il problema cardine, in merito al tema in oggetto, di politica sanitaria. La Corte costituzionale non aveva inteso attribuire in alcun modo doveri di esecuzione o di organizzazione dei suicidi assistiti al Servizio sanitario nazionale, attribuendo a quest’ultimo soltanto il compito di verificare, previo parere del comitato etico territorialmente competente, che le «condizioni e le modalità di esecuzione» in concreto della procedura orientata alla morte siano conformi a quanto richiesto dalla sentenza n. 242/2019: rimanendo tale procedura affidata nella sua esecuzione alla scelta d’attuarla da parte di un singolo medico.

                Le parole della Corte non avrebbero potuto essere più chiare: «La presente declaratoria di illegittimità costituzionale si limita a escludere la punibilità dell’aiuto al suicidio nei casi considerati, senza creare alcun obbligo di procedere a tale aiuto in capo ai medici. Resta affidato, pertanto, alla coscienza del singolo medico scegliere se prestarsi, o no, a esaudire la richiesta del malato».

                Camera dei Deputati. Assemblea dal 13 dicembre 2021.

Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell'eutanasia. C. 2 d'iniziativa popolare, C. 1418 Zan, C. 1586 Cecconi, C. 1655 Rostan, C. 1875 Sarli, C. 1888 Alessandro Pagano, C. 2982 Sportiello e C. 3101 Trizzino.

https://www.camera.it/leg18/126?tab=&leg=18&idDocumento=2&sede=&tipo=

Testo unificato adottato come testo base dalle commissioni

www.camera.it/leg18/824?tipo=A&anno=2021&mese=07&giorno=06&view=&commissione=0212

                Il testo in discussione alla Camera stravolge completamente, invece, questa impostazione, prevedendo, fra l’altro, che «gli enti ospedalieri pubblici autorizzati sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste dalla legge» in discussione. Dal che la previsione all’art. 6 dell’obiezione di coscienza per il personale sanitario e ausiliario, cui dunque si attribuisce, in caso di mancata obiezione, l’obbligo d’accogliere le richieste legali di «morte assistita». Obiezione la cui necessità era stata coerentemente esclusa dalla Corte, sulla base dell’impostazione che aveva delineato. Per cui non ha davvero ragion d’essere la soddisfazione talora emersa anche in ambienti cattolici per il riconoscimento, al momento attuale, di simile obiezione. Posto che essa riflette la scelta di coinvolgere direttamente il Servizio sanitario nazionale nell’attuazione, anche ospedaliera, delle pratiche di produzione della morte: con l’effetto di modificare nella stessa percezione collettiva il ruolo delle strutture sanitarie pubbliche, quali luoghi contemporaneamente deputati sia a tutelare la vita, sia, in certi casi, ad anticipare la morte (secondo una scelta che non è stata fatta propria neppure dalla legislazione, in materia, della Svizzera).

                Non senza doversi evidenziare, altresì, le perplessità che suscita la previsione di istituire comitati (etici) «per la valutazione clinica», ai fini del parere richiesto dalla Corte (e a parte tutti gli interrogativi circa i criteri della loro formazione) presso ogni azienda sanitaria locale: quasi a voler presupporre un ricorso alle pratiche suddette nient’affatto eccezionale, ma sostanzialmente ordinario. Né può non rilevarsi che la stessa intitolazione del testo unificato risulta fuorviante, in quanto, parlando di «morte volontaria medicalmente assistita», assimila nell’immaginario collettivo l’assistenza medica in vista della morte con un ruolo del medico per morire, laddove invece tale assistenza è chiamata piuttosto a esercitarsi nel morire, attraverso l’impegno volto a garantire le migliori condizioni di vita al malato anche nella fase conclusiva dell’esistenza.

                E infine, a parte ogni altro aspetto, rimane privo di precisazioni il requisito fondamentale, di cui s’è detto inizialmente, rappresentato dai «trattamenti sanitari di sostegno vitale» in atto.

                Sull’intera vicenda s’è d’altra parte innestata la proposta di referendum intesa all’abrogazione dell’art. 579 del Codice penale in tema di omicidio del consenziente e che, nell’intento dei proponenti, dovrebbe liberalizzare l’eutanasia volontaria (ma che potrebbe anche avere l’effetto tecnico paradossale di tornare a espandere, senza un successivo intervento del legislatore, l’applicabilità della disciplina generale sull’omicidio).

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                Al di là d’ogni altro rilievo, resta tuttavia il fatto che se la Corte costituzionale ammettesse il referendum, entrerebbe in palese contraddizione con gli argomenti dalla medesima addotti per negare la praticabilità illimitata dell’aiuto al suicidio.

                Quella proposta potrebbe avere il ruolo prioritario, dunque, di elemento volto a incentivare una legislazione estensiva in tema d’aiuto a darsi la morte. L’auspicio, peraltro, è quello di recuperare, in alternativa, una riflessione pacata sulle modalità d’accoglienza e di cura nei confronti delle persone fragili, entro il cui ambito torni ad avere centralità, soprattutto, quella tutela dei diritti sociali, di cui è parte la tutela della salute in qualsiasi condizione dell’esistenza, che ha conosciuto negli anni passati non poche cesure foriere di conseguenze molto dolorose.

Luciano Eusebi *                              Il Regno               Attualità,  n. 22/2021, 15/12/2021, pag. 694

* professore ordinario di Diritto penale nella Facoltà di Giurisprudenza dell'UCSC di Milano.

https://ilregno.it/attualita/2021/22/italia-fine-vita-morte-terapeutica-luciano-eusebi

 

La fine della vita e la Costituzione

                Le distorsioni che ha subìto il sistema definito dalla Costituzione sembrano assestarsi senza resistenze, tra senso di necessità, rassegnazione, indifferenza. Eppure, si tratta di cosa grave, nel contenuto e comunque nelle modalità: come prassi accettata da Camera e Senato, da tempo, e ora all'ombra del Covid o del Pnr o di altro. L'elenco delle prassi instauratesi giustifica l'allarme. Sempre più il governo ricorre a decreti-legge (che entrano subito in vigore e vanno convertiti in legge dal Parlamento entro 60 giorni), che la Costituzione ammette solo "in casi straordinari di necessità e urgenza". Il decreto-legge trasferisce al governo la funzione legislativa. Le necessità della pandemia, grave e in continua evoluzione, spiegano certo il ricorso ai decreti-legge, ma il fenomeno della loro dilatazione risale ormai ad anni e si manifesta in ogni campo. La discussione in Parlamento frequentemente è impedita dall'uso che i governi fanno di maxi-emendamenti, che propongono in un unico articolo il testo che il governo desidera e su cui pone la questione di fiducia. La regola costituzionale del voto parlamentare su ciascun articolo è così aggirata, mentre l'eterogeneità del testo dell'articolo unico impedisce una votazione consapevole ed eventualmente differenziata. La previsione costituzionale del doppio esame da parte di ciascuna delle due Camere del Parlamento è di fatto cancellata, quando la seconda Camera si limita ad approvare rapidamente il testo prodotto da quella che per prima è intervenuta. I tempi strettissimi imposti al Parlamento limitano oltremodo la sua possibilità di intervenire sui testi di legge. Da anni ormai persino l'esame del disegno di legge finanziaria viene operato di corsa, sotto la minaccia di far scattare l'esercizio provvisorio.

                Sempre più le leggi invece che a Montecitorio e a Palazzo Madama si fanno a Palazzo Chigi, con o senza consultazioni con i rappresentanti dei partiti o dei sindacati. Può darsi persino che ormai sia meglio così, ma la Costituzione dice altrimenti e non è irrilevante che ci si distacchi da essa senza una discussione, una scelta consapevole e motivata. La vicenda che si trascina in Parlamento, per una legge sul suicidio assistito, aggiunge un ulteriore esempio. Essa vede coinvolta anche la Corte costituzionale. In breve: la Corte avvertì il legislatore che la norma del codice penale che puniva chi aiutasse taluno a suicidarsi era incostituzionale, indicò il modo che riteneva adeguato a rimediare e attese inutilmente un anno perché il Parlamento provvedesse. Poi decise con sentenza in quale situazione dovesse trovarsi chi voleva por fine alla

propria vita, perché la sua volontà potesse esser rispettata e quindi non punito chi gli prestasse aiuto. L'indicazione proveniente dalla Corte costituzionale è stata dettagliata su diversi piani, anche riguardando le procedure da seguire. Solo la mancanza di una esposizione separata in articoli la distingue da una legge. Infatti ora vi è chi chiede ai giudici che la sentenza venga applicata al proprio caso, come se si trattasse di dare esecuzione ad una legge. La Corte ha creato un sistema di limitato rispetto della volontà del suicida, adottandone uno tra quelli possibili e compatibili con la Costituzione. In effetti tra le indicazioni date dalla Corte non si coglie se ve ne siano di costituzionalmente vincolate o se l'esercizio cui la Corte si è piegata è solo il frutto della omissione da parte del Parlamento e della necessità di provvedere a disciplinare la materia rimuovendo una grave incostituzionalità. E ciò con lo strumento di cui la Corte dispone - la sentenza -, ma con uno dei contenuti che potrebbe scegliere il Parlamento - con la legge-. Tanto è vero che in un primo tempo la Corte aveva ritenuto che dovesse essere il Parlamento a provvedere. Era ciò che a lungo essa si limitava a fare, dichiarando inammissibili le eccezioni di costituzionalità che implicavano scelte politiche per riempire il vuoto lasciato da una dichiarazione di incostituzionalità, successivamente lanciando moniti che il Parlamento però lasciava cadere e poi ancora provvedendo essa stessa ad introdurre o modificare norme che il sistema normativo era adatto a ricevere. Più recentemente la Corte ha cessato di tollerare il perdurare di situazioni di incostituzionalità che il Parlamento non rimuoveva. Non senza problemi, però. Ora, sul suicidio assistito, in Parlamento pare si ritenga impossibile separarsi dalla via indicata dalla Corte, se non lavorando sui dettagli (in senso restrittivo). Nessuna visione autonoma emerge e la sentenza della Corte viene usata come per indicare di chi è la colpa, ad opera di chi e dove va ricercata una soluzione che si sarebbe voluta evitare. Eppure, il Parlamento è lì per operare le sue scelte anche quando sono difficili, nel dibattito pubblico, assumendone la responsabilità. Così si dice in sede politica, quando si protesta per lo strapotere dei giudici. Ma in questo caso le scelte vengono volentieri lasciate alla Corte costituzionale. E non si tratta solo di una ulteriore distorsione rispetto ai rispettivi ruoli delle istituzioni di vertice della Repubblica. Ipotizziamo, come c'è ragione di credere, che nella impostazione di fondo e comunque per diversi aspetti specifici, la sentenza sia criticabile sulla base di considerazioni di costituzionalità, almeno per la irragionevolezza di talune previsioni. Se fossimo difronte ad una legge sarebbe possibile ottenere il controllo della Corte costituzionale. Ma così? La Corte è competente a giudicare le leggi e gli atti aventi forza di legge (i decreti-legge, i decreti legislativi), ma non le proprie sentenze, nemmeno con qualche acrobazia tecnica. E vorremmo immaginare che la Corte offra un controllo efficace su una legge fotocopia di quanto essa stessa ha indicato?

                Sempre più si afferma una realtà istituzionale affannosa, sconnessa, non organizzata a sistema,

lontana dal meditato disegno costituzionale.

Vladimiro Zagrebelsky*               “La Stampa” 17 dicembre 2021

* magistrato, giurista e accademico italiano, giudice della Corte europea dei diritti dell'uomo dal 2001 al 2010.

www.lastampa.it/editoriali/lettere-e-idee/2021/12/17/news/la_fine_della_vita_e_la_costituzione-1652072

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202112/211217zagrebelsky.pdf

 

“Lo dico da cattolico: sì alla legge sul fine vita”

                Promossa e da approvare assolutamente. «Perché rende più concreti i quattro paletti della Consulta attraverso una formula più generale e non legata al caso specifico ». Ecco il giudizio dell’ex presidente della Consulta Giovanni Maria Flick sul “suicidio medicalmente assistito” su cui la Camera dovrà votare. Sul caso Cappato-Dj Fabo, la Corte aveva detto che la patologia doveva essere irreversibile, causa di sofferenze fisiche o psicologiche assolutamente intollerabili, per un malato che può vivere solo attraverso trattamenti di sostegno vitale, però capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Le stesse condizioni, con «maggiore concretezza e specificità », si ritrovano oggi nella legge.

                «Meglio una legge che nessuna legge» dice Mario Perantoni di M5S. Pure lei la vede così?

                «Senz’altro. E mi lascia perplesso la singolare convergenza tra i fautori di una libertà totale da un lato e gli oppositori altrettanto radicali dall’altro nel voler demolire la legge faticosamente costruita alla Camera. Un obiettivo comune per finalità opposte».

                Un sì convinto il suo?

                «Ci lamentiamo tutti perché da anni si stava lavorando inutilmente per arrivare a una legge sul fine vita. Adesso che c’è la proposta ciascuno la tira per la giacca chiedendo o paletti più rigidi che la rendano, di fatto, inapplicabile, o all’opposto, la demolizione totale dei paletti che già ci sono».

                Lei è un cattolico praticante, va a Messa ogni domenica, il Papa l’ha scelta come avvocato per

il caso del palazzo di Londra. Non teme una scomunica se dice sì alla legge?

                «È vero, sono un cattolico praticante, ma sono anche laico costituzionalmente (quindi non laicista). Credo che in una società pluralista una soluzione come quella elaborata faticosamente dalla Consulta non sia un compromesso, ma un risultato accettabile, anche se tuttora nutro delle perplessità sul passo che la Corte ha compiuto».

                Ha valicato il confine tra giudice delle leggi e legislatore?

                «Sì, ma la Corte lo ha fatto con delle buone ragioni in una società pluralista. Ha ritenuto, ferma restando la necessità di tutelare il soggetto debole per ragioni di solidarietà umana, che si potesse escludere la punibilità dell’aiuto al suicidio. Ma solo quando la sofferenza è irreversibile, intollerabile, e la vita dipende da un presidio medico, senza il quale la persona non può neppure sopravvivere».

                Sono le quattro condizioni della Consulta?

                «Sì, certo. Proprio quelle. La Corte ha ritenuto che in quei casi non sia punibile l’accelerazione della morte considerandola di fatto eguale a quanto già prevedeva la legge del 2017 sul fine vita, e cioè la sedazione senza un accanimento terapeutico per contrastare la morte che sta per arrivare».

                Il centrodestra però non la vota.

                «È un atteggiamento dettato solo da valutazioni di carattere politico. Invece non si può più tornare indietro di fronte a un risultato acquisito dall’ordinamento».

                Per l’Associazione Luca Coscioni la legge non va bene perché consente l’obiezione di coscienza ai medici.

                «Riconoscerla è fondamentale per il rispetto dell’autodeterminazione di un medico chiamato a partecipare a quel processo, e non a fare solo lo spettatore. Chi critica i paletti vuole eliminarli del tutto per affermare la totale libertà e autodeterminazione».

                Vogliono bloccare la legge per portare voti al referendum?

                «Non so cosa faranno gli italiani, ma sono contrario a cancellare i paletti per rendere libera l’autodeterminazione della persona che vuole la morte attraverso l’intervento di un altro».

                In Germania hanno deciso che basta la volontà individuale di morire.

                «Per me una legge senza paletti diventa la chiave per qualsiasi soluzione, anche quella di una persona giovane e sana, che per una delusione amorosa, dice all’amico “premi tu il grilletto perché io non ho il coraggio di farlo”».

                Il fantasma della legge Zan incombe sulla legge. Farebbe un appello per votarla?

                «Il mio mestiere non è quello di fare appelli. Però, come cittadino, ritengo che il Parlamento abbia cercato di trovare per la prima volta un equilibrio tra esigenze entrambe fondate, ma tra loro opposte. E comunque non dimentichiamoci che la legge Zan è saltata proprio per la mancanza di una maggiore disponibilità a cercare un punto d’incontro ».

                intervista a Giovanni Maria Flick a cura di Liana Milella   “la Repubblica” 14 dicembre 2021

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202112/211214flickmilella.pdf

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DONNE NELLA (per la) CHIESA

Ignorare i carismi che lo Spirito dona alle donne nella Chiesa è come una bestemmia.

Incontro con Simona Segoloni Ruta

                Simona Segoloni Ruta è nata a Perugia, è coniugata e ha 4 figli. Ha conseguito il dottorato in teologia dogmatica presso la Facoltà Teologica dell’Italia centrale di Firenze, ed è docente di teologia sistematica all’Istituto Teologico di Assisi dove insegna ecclesiologia, mariologia e teologia trinitaria. Ha fatto parte della commissione di studio interfacoltà promossa dalla CEI sulla sinodalità. È membro del Consiglio di direzione dell’Associazione dei teologi italiani e vicepresidente del Coordinamento delle teologhe italiane. Ultimi suoi libri sono Gesù, maschile singolare, per le Edizioni Dehoniane, Bologna, 2020, e Carne di donna, ITL, 2021.

 

                Professoressa, una prima questione: il ruolo delle donne nella Chiesa. A che punto siamo?

                La condizione delle donne nella Chiesa vive di un paradosso a cui oramai siamo abituati: da una parte, le donne costituiscono la maggior parte della Chiesa, come anche dei credenti che vivono una partecipazione attiva e svolgono i diversi ministeri. Inoltre sono le donne che studiano più volentieri teologia (fatti salvi i candidati al ministero ordinato, troppo spesso studenti loro malgrado, quanti uomini si dedicano allo studio teologico?) e con maggior profitto. Dall’altra, le donne vivono in una condizione di marginalità e subalternità, perché non hanno spazi di parola né riconoscimento pubblico dei loro ministeri se non per una illuminata gestione ecclesiale da parte del presbitero/vescovo (o anche papa) di turno. Di per sé la nostra struttura è ancora molto sessista e tende ad escludere le donne dalla predicazione e dalle responsabilità. Abbiamo delle resistenze profonde: basta nominare quanto accade quando si parla di ordinazione diaconale. Facciamo fatica a riconoscere negli esseri umani femmine delle credenti con carismi e vocazioni ministeriali diverse: quando si tratta di donne ci viene più facile pensare una partecipazione passiva alla vita della Chiesa o con qualche compito “adatto” a loro (ovviamente “adatto” secondo gli uomini maschi).

                Nel Nuovo Testamento, sia in Paolo che negli Atti degli Apostoli, si parla di diaconesse, di responsabili di Chiese, di evangelizzatrici. La disciplina ecclesiale, però, ha scelto altri ruoli per le donne. Ci possiamo aspettare qualcosa di sorprendente alla fine del percorso sinodale?

                Non lo so. Ma lo posso sperare. Anche prima del Concilio era di davvero difficile previsione che i padri avessero scritto e detto ciò che poi effettivamente è stato scritto e detto.

                Come far diventare centrale nei cammini sinodali la comprensione del femminile e la rilevanza di relazioni paritarie uomo-donna?

                Le relazioni paritarie si innescano smascherando gli stereotipi anzitutto. Dicendo, cioè, chiaramente che i ruoli (pubblico/privato; leadership/cura; ecc…) sono stati attribuiti culturalmente e non dipendono da ciò che maschi e femmine sono per “natura”. Si tratta di avere il coraggio di riconoscere che molta dell’elaborazione del pensiero sulle donne (compreso quello ecclesiale) è frutto non della riflessione sulla realtà femminile né sul Vangelo, ma è riflesso di una struttura sociale e culturale ingiusta e gerarchica che considera i maschi esseri umani a tutto tondo e le donne esseri umani depotenziati ai quali occorre assegnare compiti specifici. Nel cammino sinodale questo può essere messo in discussione se le donne (e donne di diversa formazione culturale ed ecclesiale) possono parlare di sé e discutere ciò che viene detto di loro. Le relazioni paritarie poi potrebbero cominciare proprio dal sinodo, inserendo almeno la metà delle donne in ogni organo (se si rispecchiasse la proporzione del vissuto ecclesiale dovrebbero essere i tre quarti) e con diritto di voto.

                In una precedente intervista abbiamo rivolto alcune domande a don Armando Matteo [professore di teologia fondamentale all'Urbaniana, è uno degli interpreti del pensiero di papa Francesco, che il 12 aprile 2021 lo ha nominato sottosegretario aggiunto della Congregazione per la dottrina della fede.], che ha scritto un saggio sulla fuga delle quarantenni dalla Chiesa.[Convertire Peter Pan]

                In un video su Youtube,                                                             www.youtube.com/watch?v=vFy2qwUp_Zc

 ho ascoltato una sua spiegazione di questa fuga: lei ha detto che storicamente le donne sono state affascinate dallo stile di Gesù, ma può accadere che lo stile di Gesù si trovi più fuori la Chiesa che dentro di essa, e allora le quarantenni andranno fuori… Può approfondire cosa intende per stile di Gesù? Come i cammini sinodali potrebbero “riportare” dentro le comunità lo stile di Gesù?

                Per stile di Gesù, in questo caso, intendo come lui si è comportato con le donne che ha incontrato. Aveva con sé discepole esattamente come aveva con sé discepoli. Non era interessato se fossero vergini, madri o altro, ma solo che fossero credenti. Ha avuto per loro solo parole di liberazione e di vita: niente compiti specifici, inquadramenti, pregiudizi. Gesù ha trattato le donne da sorelle, da discepole, da amiche e anche da maestre, in più di un’occasione. Questo è lo stile di Gesù. I cammini sinodali possono fare proprio questo stile ascoltando e meditando il Vangelo, lasciando che siano donne a leggerlo e spiegarlo, liberandosi di interpretazioni sessiste e violente, mettendosi in ascolto a partire dall’oggi, da ciò che oggi sappiamo. E oggi sappiamo che le donne sono semplicemente umane e che, se c’è una differenza, non consiste in qualcosa che le ghettizzi o le inquadri, ma in una risorsa che loro stesse ci devono dire e offrire perché il mondo e la Chiesa siano più umani. Dall’ascolto della Parola così fatto e dal confronto, animato dalla stima reciproca e da un sincero ascolto, emergeranno parole, decisioni e prassi che renderanno la Chiesa più capace di riflettere il volto del Signore.

                Un altro tema che lei approfondisce è quello degli stereotipi sulle donne: la donna accogliente, sposa, madre, vergine, categorie descrittive, che lei critica perché sono categorie che nascono a partire dallo sguardo maschile. Cosa ci stiamo perdendo, come comunità ecclesiali, non mettendo al centro le donne concrete, in carne ed ossa?

                Non dando possibilità alle donne di vivere in pienezza e di offrire tutto ciò che lo Spirito dona loro, la Chiesa perde moltissimo. Sarebbe come avere i vaccini e le medicine per debellare il covid e buttarli a mare o usarne solo un decimo. La valorizzazione delle donne, dare loro la concreta possibilità di realizzarsi, non è solo una questione di giustizia (che comunque già non sarebbe poco), è una questione di fede: disprezzare ciò che lo Spirito opera è gravissimo. In un passaggio del Vangelo di Matteo (Mt 12,31) si annota che la bestemmia contro lo Spirito non può essere perdonata. Forse questo disprezzo dei carismi e dell’amore che lo Spirito dona alle donne è una forma estremamente evidente di questa bestemmia.

                Lei non ama che le facciano la domanda su quale sia lo specifico femminile, perché ogni donna è unica. Ma aggiunge che se dovesse dare una risposta, direbbe che lo specifico femminile è la “ossessione” per gli altri, il loro essere etero-centrate. Lei ha detto che Gesù sentiva quasi a pelle l’ossessione delle donne per gli altri, e per questo aveva con loro un rapporto liberante e di libertà, in un contesto dove le donne erano considerate poco più di un armento. Gli ricordava l’ossessione del Padre per il Figlio e per ogni creatura. Questa ossessione  evangelica può contagiare le sorelle ed i fratelli tutti?

                Bisogna stare attenti con queste espressioni – che pure ho usato più volte – perché non devono farci pensare che le donne sono chiamate a vivere per gli altri smettendo loro stesse di vivere, come in una continua immolazione. Questo tipo di retorica ha fatto la schiavitù e la sofferenza di troppe. Però è vero, mi sembra, che un po’ per la storia vissuta, per quanto abbiamo vissuto e anche per quanto siamo state costrette a vivere, le donne si giocano con più facilità sulle relazioni, diventando empatiche, pronte a ricostruire anche là dove le relazioni vengano strappate, capaci di vivere portando con sé il pensiero costante di coloro che amano. Questo può essere inteso come un riflesso del Padre celeste, che è rivolto, fa spazio, non dimentica mai quelli che ama, tende sempre al perdono, non vuole essere solo…

                Lei ha molto a cuore l’episodio evangelico della donna che unge Gesù a Betania. Gesù dice che la memoria di quel gesto d’amore non passerà. Può, in conclusione, commentarci questo brano del Vangelo?

                Il brano dell’unzione di Betania ha due versioni diverse: quella in cui Gesù è unto da una donna sconosciuta sul capo (Marco e Matteo), unzione dopo la quale il Signore, difendendo la donna dalle accuse di chi gridava allo scandalo per lo spreco, dichiara che ciò che lei ha fatto verrà raccontato ovunque il Vangelo verrà annunciato. E poi c’è la versione di Giovanni, secondo la quale l’unzione avviene sui piedi di Gesù ed è fatta dall’amica Maria di Betania (sorella di Marta e di Lazzaro). L’elemento straordinario della versione di Giovanni è proprio lo spostamento dell’unzione dal capo ai piedi di Gesù, perché poco dopo Gesù farà un gesto del tutto simile, lavando i piedi ai discepoli. Sembrerebbe che abbia preso ispirazione dal gesto della sua amica, che si sia lasciato istruire dalla logica dello spreco di lei, abituata in quanto donna a non essere considerata importante nel mondo in cui vive, eppure pronta a dare tutto di sé per onorare chi ama, per ungere – in questo caso – l’amico che va a morire. Non è la logica di chi ha potere e successo, ma piuttosto è la logica di chi ama e non conosce altro valore che far di tutto per far vivere l’altro. Gesù ne resta ammaliato e fa suo il gesto: anche lui va a morire, con uno spreco indicibile, e verrà considerato niente, proprio come le donne erano abituate ad essere considerate, ma anche lui, come ha mostrato Maria, può dare un senso nuovo a questo spreco. E così la morte di lui diventa dono da cui il Padre può trarre la vita.

A cura di Giandiego Carastro     by c3dem_admin            18 dicembre 2021

https://www.c3dem.it/ignorare-i-carismi-che-lo-spirito-donne-alle-donne-nella-chiesa-e-come-una-bestemmia-incontro-con-simona-segoloni-ruta/

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FARIS

Chi siamo

                A fronte di una domanda crescente di formazione, consulenza e accompagnamento alla persona e alle famiglie nei diversi ambiti di vita, Ai.Bi. ha costituito FARIS – Family Relationship International School, un centro d’eccellenza dove l’esperienza di oltre 30 anni maturata sui temi di adozione, di affido familiare e di gestione dell’accoglienza sarà messa a disposizione delle famiglie, degli operatori del sociale, delle aziende e della comunità.

                for, fāris, fatus sum, fāri                 dire, parlare, celebrare, palesare, manifestare, narrare, proferire

Tu parli, racconti….AiBi ti ascolta…ti accoglie…ti mette a disposizione gli strumenti per migliorare e arricchire  le relazioni familiari

 

                Le aree di intervento che ci vedono protagonisti sono:

v    Adozione Internazionale: formazione, accompagnamento e consulenze sono finalizzate a preparare chi si avvicina al mondo dell’adozione internazionale e a sostenere chi vive le criticità che possono emergere nel corso degli anni, siano essi genitori o figli stessi.

v    Affido familiare: formazione, accompagnamento e consulenze hanno l’obiettivo di preparare chi vuole accogliere un minore temporaneamente, su disposizione di un Tribunale per Minori che ravvede forti criticità nella famiglia d’origine.

v    Area Genitori & Figli: in diverse fasi della vita, dalla formazione della coppia alla neo-genitorialità, alla crescita dei propri figli fino a come superare alcune fasi difficili della vita e delle interazioni dei componenti della famiglia con la società, elaboriamo formazioni specifiche, accompagnamento e consulenza attraverso i nostri esperti counselor, psicologi e pedagogisti.

v    Formazione Operatori del sociale: formiamo gli operatori che lavorano nelle tematiche dell’adozione, dell’affido familiare, della tutela in ambito minorile e nelle relazioni familiari.

corsi si rivolgono a studenti universitari in scienze sociali (es. Scienze dell’Educazione, Servizio sociale e Psicologia) e operatori del settore (educatori, assistenti sociali, psicologi e insegnanti).

            Enti Pubblici & Privati: corsi di formazione e di aggiornamento sono pensati a beneficio di Scuole, Servizi Sociali, Enti territoriali e aziende. Per queste ultime, elaboriamo in particolare pacchetti di welfare aziendale che possano soddisfare le esigenze aziendali e del personale in carico.

                I nostri professionisti, consulenti e formatori rappresentano un team autorevole in grado di garantire un modello unico di intervento integrato che unisce specifiche competenze professionali all’esperienza maturata nelle tematiche sopraesposte.

www.fondazioneaibi.it/faris/chi-siamo

 

Scopriamo tutti i corsi attualmente attivi e a disposizione

Per informazioni è possibile contattare FARIS a                               Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

  • WEBINAR Primi passi nel mondo dell’Adozione Internazionale

                13 gennaio 2022 –          ore 17.00 – 20.00                            gratis

                Il webinar è rivolto esclusivamente a quelle coppie che intendono avvicinarsi per la prima volta al mondo dell’adozione, acquisendo le nozioni base sulla normativa di riferimento e le procedure da espletare, nonché sul significato stesso dell’adozione. Il webinar, partendo da un approfondimento della normativa di riferimento per l’adozione, farà conoscere le procedure da espletare passo dopo passo, affrontando anche il ruolo degli enti autorizzati all’adozione internazionale. L’obiettivo principale del webinar è quello di dare ai partecipanti gli strumenti per presentare domanda di idoneità per diventare genitori adottivi a livello internazionale.

                Formatore. Dott. Alessandro Cuboni, Referente della Regione Sardegna per le Adozioni Internazionali di AiBi – Amici dei Bambini. Esperto in tematiche di Adozione Internazionale.

                Per questioni organizzative si richiede alle coppie iscritte di comunicare l’eventuale impossibilità a partecipare al webinar almeno 48 ore prima dell’evento. In caso di mancata comunicazione, alle coppie verrà preclusa la possibilità di partecipare sia ad ulteriori attività formative organizzate da FARIS, sia agli incontri informativi che Amici dei Bambini organizza per gli aspiranti genitori adottivi.

www.fondazioneaibi.it/faris/prodotto/webinar-prima-passi-nel-mondo-delladozione-internazionale-nuova-data

 

  • WEBINAR Incontro informativo sull’Affido Familiare

                13 gennaio – ore 21.00-23.00                                                                    prezzo: 10,00€  Iva incl

                Quando una famiglia attraversa un momento di difficoltà e non riesce a prendersi momentaneamente cura dei figli, i minori possono essere accolti per un periodo di tempo determinato in un’altra famiglia, la famiglia accogliente. Chi può fare affido? Che età bisogna avere? Quanto può durare un affido? E che tipologie di affido esistono? Come funziona tutto il procedimento?

                Se sei un single, una coppia o una famiglia e sei interessata a conoscere e approfondire il tema dell’affido familiare, partecipa al nostro incontro informativo.

                L’incontro informativo è condotto da una famiglia affidataria di Ai.Bi. – Amici dei Bambini. Avrai modo di conoscere l’accoglienza familiare temporanea grazie alla testimonianza diretta di chi vive quest’esperienza.

www.fondazioneaibi.it/faris/prodotto/incontro-informativo-affido-familiare

 

  • Diventa un vero social media managerlivello 1 (4 lezioni)        prezzo: 200,00€ Iva incl

                20 gennaio 2022 – ore 18.30-20.30

                27 gennaio 2022 – ore 18.30-20.30

                03 febbraio 2022 – ore 18.30-20.30

                10 febbraio 2022 – ore 18.30-20.30

                La strada per diventare un social media manager di successo è sicuramente impegnativa, il corso online “Diventar un vero social media manager” vuole essere il primo alleato per chi cerca di acquisire capacità e conoscenze basilari per intraprendere questo percorso.

                Il corso, organizzato su quattro eventi formativi da due ore ciascuno, manterrà un approccio estremamente pratico e affronterà i seguenti argomenti:

  • chi è il social media manager?
  • il funzionamento di facebook e instagram
  • cosa sono i booster e come usarli?
  • content marketing (storytelling, storia, target, audience, mission)
  • visibilità del brand
  • personal positioning

                Non è richiesta nessuna precedente conoscenza. Per affrontare al meglio il percorso formativo è consigliata la fruizione del corso on demand “Introduzione alla figura del Social Media Manager” condotto dallo stesso docente:                         www.fondazioneaibi.it/faris/corsi-on-demand/social-media-manager

Formatore: Dott. Massimiliano Meloni, Ingegnere Informatico, Marketing Strategist, Social Media Manager e formatore per FARIS

                Con l’acquisto del primo evento formativo ci si garantisce la possibilità di frequentare l’intero corso di formazione. il link della seconda lezione verrà fornito al termine della prima.

www.fondazioneaibi.it/faris/prodotto/diventa-un-vero-social-media-manager-4-lezioni

 

  • WEBINAR Accoglienza e origini nell’Adozione Internazionale

22 gennaio 2022 -           ore 10.00 – 13.00                                                            prezzo: 20,00€  Iva incl

        Il corso è rivolto a tutte le coppie interessate all’adozione internazionale che stanno facendo il percorso con i Servizi Sociali e il Tribunale o che, in possesso di Decreto di idoneità, hanno già dato mandato ad un Ente autorizzato o che hanno già adottato.

        Essere genitore adottivo è un’avventura sicuramente affascinante ma che richiede un buon grado di preparazione prima, durante e dopo l’adozione. Il corso si focalizza sull’importanza di accogliere le origini del bambino, aiutandolo ad integrarle in maniera armonica nella costruzione della sua identità.

        Obiettivi del corso: Il tema delle origini accompagna la persona adottata e la sua famiglia lungo tutto l’arco della vita e va più volte rivisitata e riaffrontata. Nel webinar, accompagneremo i genitori adottivi a confrontarsi con questa tematica fornendo spunti su come gestirla nelle diverse fasi di vita del proprio figlio. Il webinar offre l’occasione di riflettere su un argomento molto delicato che diventa sempre più attuale!

        Requisiti minimi di partecipazione: Il corso è rivolto a coppie e famiglie in cammino verso l’adozione o che hanno adottato e che vogliano approfondire le tematiche proposte.

        Formatrice: Dott.ssa Patrizia Moretti – psicologa e consulente del Settore Adozioni Internazionali di AiBi – Amici dei Bambini. Esperta in tematiche di Adozione Internazionale

A chi ne farà richiesta, verrà rilasciato un attestato di partecipazione.

www.fondazioneaibi.it/faris/prodotto/accoglienza-e-origini-nelladozione-internazionale

  • WEBINAR Arte ed Educazione: far crescere nella bellezza

                               24 gennaio 2022 – ore 18,00                                      gratis

ü  Opere d’arte famose oggi vengono cercate e utilizzate in svariati modi. Potremmo dire che l’arte va di moda, musei e mostre sono visitati nonostante le restrizioni e gli influencer vengono ingaggiati dai social media manager per far conoscere i luoghi dove l’arte si conserva e viene mostrata.

                Il webinar è rivolto a insegnanti, futuri insegnanti, educatori, genitori che desiderano un incontro con l’arte in prospettiva educativa. Come presentare la bellezza e lo scrigno di valori che può aprire? Nel webinar verrà spiegato attraverso delle opere di autori del passato e contemporanei che vi sorprenderanno per la straordinaria capacità di svelare valori e sentimenti attraverso colori, tratti e forme.

                Offriremo idee nuove per far innamorare della bellezza e dell’arte, regalandovi nuove conoscenze e idee per far vivere ai propri figli-alunni-studenti delle esperienze piacevoli trasmettendo – nello stesso tempo – dei contenuti importanti.

                Verranno suggerite idee per trasmettere l’amore per l’arte e i suoi valori attraverso le emozioni, vedremo come accendere la creatività nei bambini e nei ragazzi. Conosceremo l’importanza dei laboratori per le fasce di età più giovani, suggerendo – nella parte laboratoriale basata sul Learning by doing – cosa può fare un genitore o insegnante, tenendo conto che il fare è inscindibilmente legato all’aspetto volitivo e riflessivo, affettivo e intellettivo, che dunque sperimenteremo e osserveremo. Occorreranno materiali e strumenti di facilissima reperibilità di cui vi daremo notizia.

NB: Il webinar avrà un seguito in data 31.01.2022!

 

  • WEBINAR Educazione orizzontale: il mestiere di sorelle e fratelli nelle famiglie numerose

                25 gennaio 2022 – ore 18:00 - 19,30                                       gratis

                La recente pandemia ha confermato che le relazioni tra i membri della famiglia sono la principale risorsa per far fronte alle diverse sfide interne ed esterne, sia di natura strutturale che di tipo educativo. La famiglia ha nel proprio DNA una vocazione educativa globale della persona, non solo nell’unica direzione verticale che va dai genitori ai figli, ma soprattutto nella circolarità reciproca di una coeducazione permanente.

                Anche i genitori vengono educati dai propri figli, così come accade nella relazione di coppia. In questa prospettiva anche le relazioni di fratria sono una potente risorsa educativa in grado di offrire risorse ed esperienze di grande valore, come emerge anche da una recente ricerca realizzata dal CISF – Centro Internazionale Studi Famiglia per L’Associazione Nazionale Famiglie Numerose (ANFN) sul valore educativo delle relazioni tra fratelli e sorelle.

                Il webinar è rivolto a tutti i genitori e a tutti gli operatori di contatto con le famiglie, ed ha l’obiettivo di evidenziare che la crescente dinamicità (e a volte turbolenza) delle famiglie numerose  costituisce un valore aggiunto che educa ciascun figlio a molte virtù sociali di apertura e solidarietà verso gli altri, attraverso una costante esperienza di prossimità.

                Formatore: Dott. Francesco Belletti, sociologo, direttore del CISF.

www.fondazioneaibi.it/faris/prodotto/educazione-orizzontale-sorelle-fratelli

                                                              

dietro richiesta

Faris – Family Relationship International School – la Scuola di relazioni familiari della Fondazione Ai.Bi. ha ormai un’attività di corsi e di webinar ricchissima e richiesta da sempre più persone.

                Da qualche tempo, per andare incontro alle esigenze di tutti, sia a livello di argomenti sia, soprattutto, per quanto riguarda l’organizzazione e la facilità di fruizione die contenuti, ha attivato la sezione dei corsi on demand, proposte sempre attive e acquistabili in qualsiasi momento e in qualsiasi momenti visibili. L’offerta dei corsi on demand è sempre in aggiornamento e spazia su argomenti diversi: dalla famiglia al lavoro, dall’accoglienza ai bambini.

v    La conciliazione famiglia-lavoro: possibilità e cultura

                               5 lezioni                               1h 20 min.                          20 euro

Con la pandemia, conciliare nel modo migliore impegni di lavoro e tempi familiari è diventate una necessità. Il corso on-demand di Faris analizza questa pratica per aiutare lavoratori e responsabili delle risorse umane.

v    I capricci dei bambini in età prescolare: come intervenire?

                               3 lezioni                               50 min.                                20 euro

Un webinar rivolto a genitori, nonni e tutte le figure di riferimento per i bambini in età prescolare dai 2 ai 5 anni. L’obiettivo è fornire strumenti e strategie per rispondere a quel senso di impotenza che spesso coglie di fronte alle manifestazioni di irrequietezza, insonnia, agitazione, opposizione o atteggiamenti di sfida dei bambini. Ovvero, a quelli che più comunemente vengono definiti “capricci”.

v    Informativo tecnico sull’essere Genitori affidatari

                               3 lezioni                               45 min.                                20 euro

Una proposta per single, coppie e famiglie interessate ad approfondire la conoscenza e aumentare la consapevolezza su ciò concerne la realtà dell’affido familiare. La fruizione del corso è consigliata a chi abbia già partecipato al webinar: Incontro Informativo sull’Affido Familiare.

v    Introduzione alla figura di Social Media Manager

                               3 lezioni                               1 h.                                        20 euro

In un mercato del lavoro ormai saturo in molti settori, il social media manager è una figura ancora in forte espansione. Il corso proposto da Faris fornisce i primi strumenti per approfondire il ruolo e i compiti del social media manager e capire se questa possa diventare una strada per il proprio futuro professionale.

v    Toolkit [«cassetta degli attrezzi» in informatica] d’accesso al mondo del lavoro

                               6 lezioni                               1 h.                                        20 euro

                Un webinar rivolto alle persone in cerca di una nuova occupazione, sia che si tratti del loro primo lavoro, sia che siano in cerca di una nuova opportunità o un cambiamento in una carriera già avviata. Il corso è finalizzato a offrire gli strumenti per rendere più efficace la propria candidatura verso le organizzazioni presso le quali si desidera lavorare.

v    La Spiritualità dell’accoglienza – Genitori “come se”

                               2 lezioni                               35 min.                                20 euro

Un corso rivolto a chi vive o desidera vivere un’esperienza di accoglienza familiare temporanea di un bambino o ragazzo. Una rilettura, alla luce delle Sacre Scritture, delle motivazioni profonde della propria disponibilità e della forza e la gioia indispensabili per vivere l’accoglienza affidataria con consapevolezza e serenità.

 

  • Al via il 20 gennaio il corso per diventare “Veri” social media manager

www.fondazioneaibi.it/faris/al-via-il-20-gennaio-il-corso-per-diventare-veri-social-media-manager

  • Un corso di spagnolo per le coppie adottive: non una opzione , ma una necessità

www.fondazioneaibi.it/faris/faris-corso-spagnolo-coppie-adottive

  • Come prepararsi ad adottare un bambino straniero abbandonato?  Il corso Faris per chi non ha ancora l’idoneità

www.fondazioneaibi.it/faris/come-prepararsi-ad-adottare-un-bambino-straniero-abbandonato-il-corso-faris-per-chi-non-ha-ancora-lidoneita

  • Genitori & figli, adozione, affido… Serve un aiuto nei momenti di difficoltà? Nessun problema! Da oggi c’è la "Consulenza Faris"
  • www.fondazioneaibi.it/faris/genitori-figli-adozione-affido-serve-un-aiuto-nei-momenti-di-difficolta-nessun-problema-da-oggi-ce-la-consulenza-faris/

www.fondazioneaibi.it/faris/prodotto/arte-educazione-crescere-nella-bellezza

 

www.fondazioneaibi.it/faris/tutti-corsi-on-demand-faris

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FORUM ASSOCIAZIONI FAMILIARI

“Sapore di famiglia” nelle sfide dell’oggi

                In una società in cui si trema al pensiero del “per sempre” e si considera gioia tutto ciò che è benessere e privo di preoccupazioni e sacrifici, è possibile riscoprire il “Sapore di famiglia” attraverso la testimonianza di un’unione che affonda le radici sì nell’amore ma anche nell’autenticità e nel rispetto reciproco, basi solide capaci di superare le difficoltà quotidiane e la cui attestazione si riflette sui figli come il migliore degli insegnamenti. “Sapore di famiglia. Amarsi, educare, aprirsi al mondo” è il titolo del libro scritto a quattro mani da Emma Ciccarelli e Pier Marco Trulli, sposati da 30 anni e genitori di quattro figli. Ispirato ad “Amoris Lætitia”, il volume è stato presentato l’11 dicembre nella Sala Don Biavati del Borgo Don Bosco. I temi trattati in modo «chiaro e lineare», ha sottolineato il vescovo Dario Gervasi, delegato per la pastorale familiare nella diocesi di Roma, rispecchiano uno spaccato di vita comune a milioni di nuclei familiari che vivono ogni giorno una storia caleidoscopica. Per orientarsi il vescovo ha offerto come modello la Santa Famiglia di Nazareth, che ha vissuto concretamente le difficoltà dell’umanità. San Giuseppe, con il suo esempio di padre creativo, che accoglie ma resta nell’ombra, «fa innamorare di una famiglia vera e concreta dove la volontà di Dio si manifesta nelle piccole cose quotidiane». Pochi giorni dopo la conclusione dell’Anno dedicato al padre putativo di Gesù, il presule ha invitato le famiglie ad accogliere la propria storia proprio come fece lui. Sono tanti gli interrogativi che si affacciano nella vita di una coppia, ha evidenziato, «e bisogna imparare ad accogliere ciò che viene, anche i fallimenti, le cose che non vanno, impegnandosi a ricucire le reti che si rompono».

                Emma, cresciuta negli oratori salesiani, è da sempre impegnata nella promozione della famiglia, responsabilità che oggi porta avanti in qualità di vicepresidente nazionale del Forum delle associazioni familiari. Pier Marco, manager in un gruppo bancario, fin dall’adolescenza fa parte degli Scout. Nelle pagine non tacciono le paure e i timori provati prima di giungere al matrimonio e la fatica delle rinunce fatte, ma «non ci si è mai annoiati». Per entrambi è stato un «mettersi in gioco» puntando tutto sulla verità. «Abbiamo fin da subito scoperto le carte facendo scoprire ciascuno i propri difetti all’altro», ha detto Emma, confessando di aver litigato con Pier Marco «più da fidanzati che da sposati». La stesura del libro è stata per entrambi l’occasione per fare memoria. «Quando si vive la famiglia ci si ritrova in un vortice senza capire bene dove ti portano le scelte prese – ha aggiunto Emma -. Dopo 30 anni, nello scrivere il libro, è stato bello vedere il disegno completo. Nel quotidiano ci si lamenta spesso delle cose che non vanno ma guardandosi indietro si vede l’arazzo». Pier Marco, invece, ha letto con occhi diversi le «privazioni fatte per far quadrare il bilancio. Nulla è andato perso – ha detto -. Il tempo dedicato ai figli, agli affetti, alle amicizie è stato prezioso. Molte giovani coppie, invece, oggi sono intimorite dall’affrontare un sacrificio per timore di perdere tempo e autonomia. Posso garantire che non è così».

                Alla presentazione, moderata da Marta Rossi del coordinamento Salesiani Cooperatori Lazio, hanno partecipato anche Gigi De Palo e Anna Chiara Gambini, anch’essi autori di libri sulle dinamiche familiari. Hanno spiegato che la ricetta del “per sempre” in un matrimonio non esiste e che non è possibile «vivere la famiglia da esperti. Non è una scienza esatta – ha detto Gigi, presidente del Forum delle associazioni familiari -. Chiediamo costantemente preghiere perché è un equilibrio labile. Quel che è certo è che i miei sogni erano infinitamente più meschini di quello che il Signore mi sta facendo vivere con Anna Chiara e cinque figli». Il matrimonio, la vita di famiglia, per Anna Chiara è «tutt’altro che la tomba dell’amore. È una delle avventure più belle, che si costruisce giorno per giorno». Importante è anche avere alle spalle una rete di famiglie con cui crescere insieme, confrontarsi e sostenersi. Una famiglia chiusa in se stessa non può essere generativa, è stato osservato negli interventi di Alessandra Balsamo, presidente del Forum famiglie Lazio, Angela Turchiano della Commissione regionale Scout d’Europa e Loredana Simeone, vice presidente della onlus Cerchi d’Oro.

                Roberta Pumpo                               Romasette                         13 dicembre 2021

www.romasette.it/il-sapore-di-famiglia-nelle-sfide-delloggi

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MIGRANTI

IX Rapporto Carta di Roma: immigrazione, un argomento "fuori moda"?

                “Notizie ai margini” è il titolo del IX Rapporto Carta di Roma, che è stato presentato ieri pomeriggio presso l’Associazione della Stampa Estera in via dell’Umiltà a Roma e anche in diretta streaming. Il rapporto racconta ogni anno la narrazione mediatica – su giornali, tg e social network – del fenomeno migratorio in Italia.                                                                                                                                                                  Notizie-ai-margini.pdf

L’Associazione Carta di Roma è stata fondata nel dicembre 2011 per dare attuazione al protocollo deontologico per una informazione corretta sui temi dell’immigrazione, siglato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (CNOG) e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI) nel giugno del 2008.

                Negli ultimi due anni, fortemente segnati dalla crisi pandemica, l’attenzione dei media per l’immigrazione sembra scemare. Nell’ultimo anno, rileva infatti il Rapporto, gli articoli di giornale dedicati al tema sono il 21% in meno. Menzione d’onore ad Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, che con 203 notizie non distoglie l'attenzione e si piazza al primo posto per il numero di notizie sul tema delle migrazioni, seguito da La Stampa (123) e il Giornale (112). Avvenire è anche il quotidiano che tratta l’argomento con toni meno allarmistici, mentre in fondo alla classifica si piazza il Giornale.

                Carta di Roma, riflette Eleonora Camilli su Redattore Sociale, «fornisce (...) indicazioni chiare. E interessanti. Segnala, infatti, come l’informazione sulle migrazioni e sui migranti abbia cambiato di segno e direzione. Sulle prime pagine dei quotidiani e dei telegiornali, in particolare, questo tema conta sicuramente meno. Anzitutto, per una ragione evidente, che aveva condizionato e contenuto lo “sguardo mediale” già nell’ultimo anno. L’irruzione del Virus. Il Covid. Lo Straniero senza patria e senza volto. Che naviga fra noi, senza bisogno di attraversare confini clandestinamente. Senza bisogno di imbarcazioni. Il Covid è uno “straniero invisibile”, che ha reso “meno visibili gli stranieri” che provengono da altri Paesi».

                «Il tema dell’immigrazione e la necessità di una sua corretta narrazione resta uno dei temi principali nell’agenda dell’informazione italiana», sottolinea Carlo Bartoli (presidente dell’Ordine dei Giornalisti) durante la presentazione, sottolineando «alcuni segnali positivi nell’utilizzo più attento delle terminologie. Cala, ad esempio, l’uso del termine “clandestino” in chiave dispregiativa, anche se ancora molto utilizzato». Ricordando poi l’importanza dei principi deontologici della professione giornalistica, Bartoli afferma che, negli anni precedenti, «abbiamo avuto un titolo per ogni “clandestino” giunto in Italia. C’è quindi tanto lavoro da portare avanti».

                Secondo Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione Nazionale Stampa Italiana (Fnsi) il IX Rapporto Carta di Roma è «esemplare» perché parla con dati e fatti, senza lasciare spazio alle suggestioni o alle rappresentazioni. «Potrebbe essere oggetto di un corso di formazione perché smentisce una tendenza, quella a stabilire equivalenza tra sciamani e scienziati, che è un'idea della cancellazione del principio di competenza, autorevolezza e responsabilità. Un'idea pericolosissima per il giornalismo e non solo». Niente opinioni ma solo analisi, commenta ancora Giulietti: «Nel rapporto (...) non c'è la parola percezione, che distorce la realtà, è anticamera della fabbrica delle fake news e quindi della sconnessione tra parole e cose. La riduzione della percezione è positiva, ma non risolve il problema: il linguaggio dell'odio resta, anche se sotto traccia».

Giampaolo Petrucci        Adista   16 dicembre 2021

www.adista.it/articolo/67205

Lo «scandalo» di un continente chiuso alle sofferenze del mondo: il Report Migrantes sul Diritto d'Asilo

www.adista.it/articolo/67201

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RIFLESSIONI

La vera chiesa è disadorna

                Sono molte le esternazioni di Papa Francesco in diverse occasioni e mai abbiamo conosciuto negli ultimi decenni papi che con semplicità, senza tener conto della tradizionale riservatezza ecclesiastica romana, si esprimessero su temi anche molto delicati. Tra tante parole i media scelgono solo quelle che suscitano audience, che entrano nel dibattito in quanto riguardano temi che interessano direttamente la società.

                Alcune altre passano inosservate, proprio quando sarebbero invece intriganti non solo per i credenti ma per tutti quelli che cercano di interrogarsi sull’identità degli altri. Nel viaggio di ritorno da Cipro e Grecia, sollecitato da un giornalista di Le Monde sugli eventi recenti delle chiese di Francia, il Papa, dopo aver confessato di essere lui stesso come altri vescovi un peccatore, e dopo aver ricordato che la chiesa è stata fondata da Gesù su Pietro, la Roccia rivelatasi un fuscello, rinnegatore di Cristo e menzognero, ha anche detto: «Come mai la chiesa di allora sapeva accettare un vescovo (Pietro) peccatore fino al rinnegamento e all’abbandono di Gesù? Perché era una chiesa normale, abituata a sentirsi peccatrice, sempre, tutti peccatori: era una chiesa umile. Si vede che la nostra chiesa non è abituata ad avere un vescovo peccatore, e facciamo finta di dire: ‘È un santo, il mio vescovo’… No, tutti siamo peccatori!».

                Queste parole non vanno lette come un tentativo di praticare l’umiltà, e dicono una verità decisiva che è scomparsa dall’orizzonte delle chiese in questi ultimi secoli. Perché tutti i discorsi ecclesiali concentrati sulla chiesa e impegnati in un’apologetica della chiesa ne hanno prodotto nella coscienza dei cristiani un’immagine distorta: una chiesa immacolata, idealizzata, senza ombre, che pretende di essere maestra di tutta l’umanità. Dunque una chiesa nobile, che brilla per il suo impegno nella carità, che con le sue prerogative merita il dominio, e dunque riceve il plauso e il riconoscimento di tutti, compresi i poteri dominanti che essa frequenta grazie al riconoscimento dei suoi meriti. Questa l’immagine della chiesa sempre sulle altissime labbra ufficiali, inculcata nei credenti ed esibita ai non cristiani. Ma la realtà è che una chiesa così bella e immacolata non è di questo mondo, è nei cieli, come ci rivela l’Apocalisse , e su questa terra la chiesa appare sempre con le rughe (visione di Erma, II secolo, padre apostolico), nel suo camminare nel deserto appare sporca, ed è piuttosto una carovana di gente normale, in esilio, ferita e segnata dai propri peccati.

                D’altronde se la chiesa appare sfavillante, bella, gloriosa, vestita di porpora e oro – lo dice il Vangelo –, allora abita i palazzi dei re e dei dominatori e – lo dice l’Apocalisse – è seducente come la grande prostituta di Babilonia, che siede e domina tra le genti “adorna d’oro, di pietre preziose e di perle” (Ap 17,4) … Non è la chiesa voluta da Cristo, ma l’anti-chiesa! È veramente insopportabile l’atteggiamento moralistico e ipocrita di chi grida allo scandalo solo perché non guarda a se stesso, di chi parla tanto di misericordia e la misconosce per far brillare il proprio pallore dovuto a mancanza di passioni e di convinzioni. Questa è una chiesa che non

conosce né Gesù né il Vangelo!

Enzo Bianchi      La repubblica  13 dicembre 2021

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Quando Giobbe finisce in terapia intensiva

                Noi tutti siamo Giobbe: è stata questa la partenza di una conversazione che ho avuto da remoto con le Scuole di formazione teologica di Reggio Emilia su « Giobbe: e il problema del patire: quando Dio è contro di noi». Era l’ultimo di 6 incontri su Uomini e donne amati da Dio. Mi era stato chiesto di fare riferimento ai Giobbe del COVID.

                Giobbe dunque è ognuno di noi. Non è un israelita: «Viveva nella terra di Us un uomo chiamato Giobbe » (Gb 1,1). L’autore ebreo ha posto a protagonista del poema un saggio delle genti: un santo pagano dell’Antico Testamento (Jean Daniélou), perché voleva che Giobbe fosse figura d’ogni uomo che viene sulla terra. Giobbe il temerario che vuole contendere con Dio. Non il paziente ma piuttosto il gridante, abitatore del letamaio e avvocato di se stesso che dà il nome al più calamitoso e calamitante tra i poemi sapienziali della Bibbia ebraica.

                Dalla punta dei piedi alla cima del capo. Il mio compito era di portarlo a noi mettendone a confronto le grida, i lamenti, le invettive con le invettive, i lamenti, le grida dei ricoverati nei reparti di terapia intensiva. È stato facile segnalare che rispetto ai protagonisti delle altre 5 serate – Paolo, Giona, David, Maria di Magdala, Rut – Giobbe il sofferente, il colpito da sventura, il circondato dalla morte era per noi il più coinvolgente. Muoiono tutti intorno a lui: muoiono tutti intorno a noi. Giobbe è il piagato nel corpo. I colpiti dal COVID sono infine tutti piagati nel corpo. Quando il Signore disse a Satana che metteva in «suo potere» quanto apparteneva a Giobbe, Satana subito portò morte nella sua casa dove presto arrivò il messaggero a dirgli: «I tuoi figli [ne aveva 7] e le tue figlie [che erano 3] stavano mangiando e bevendo vino in casa del loro fratello maggiore, quand’ecco un vento impetuoso si è scatenato da oltre il deserto: ha investito i quattro lati della casa, che è rovinata sui giovani e sono morti» (Gb 1,18-19). Pur tramortito dalla strage, Giobbe «non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto».

                Alle volte i miei figli e le mie figlie, che non sono 10 ma 5, si riuniscono nella casa del maggiore tra loro per una cena e io – lettore di Giobbe– mi chiedo a che bestemmia arriverei se la casa rovinasse sui giovani. Giobbe è ogni padre e ogni madre che perdono figli sulla terra. Poi Satana colpisce Giobbe con una piaga maligna che lo copre dalla pianta dei piedi alla cima del capo: una specie di lebbra che lo rende impuro, lo pone davanti alla morte e lo costringe a sedere in mezzo alla cenere (cf. 2,7s). Le vecchie traduzioni dicevano «sul letamaio». «Ho avuto un tracollo e ho visto la morte»: così parla uno dei guariti del volume di storie di pandemia che ho messo insieme in collaborazione con Ciro Fusco (Fatti di Vangelo in pandemia, ViTrenD, Trento 2021)    https://ilregno.it/attualita/2021/22/fatti-di-vangelo-in-pandemia-giovanni-marcotullio

Claudio Rubagotti, parroco a Cremona. E ancora: «Quando uno è abituato a essere fonte di benedizione e la sua presenza è gradita o addirittura attesa, riconoscersi ora come fonte di malattia cambia la prospettiva su sé e sul mondo». Fonte di benedizione era stato anche Giobbe, «il più grande tra i figli d’Oriente».

                Domandavo ma nessuno rispondeva. Nel rovente canto terzo del poema Giobbe maledice la sua venuta al mondo: «Perisca il giorno in cui nacqui». Più avanti, al canto sesto, invocherà la morte: «Volesse Dio schiacciarmi». Nelle vicende del COVID abbiamo udito parole somiglianti: «Quello della terapia intensiva è stato un periodo terribile, popolato da incubi. Sono arrivato a sperare di varcare la soglia, stavo troppo male e non riuscivo a sopportarlo» (parole di Piero Perazzoli). Giobbe interpella Dio in continuità. Non accetta che il Signore non gli risponda. «Dirò a Dio: non condannarmi! / Fammi sapere di che cosa mi accusi» (10,2). Sembra di sentire gli innumerevoli colpiti dal COVID che avranno inoltrato a Dio innumerevoli domande.

                Eccone una, di una donna somigliante a Giobbe per schiettezza di lingua: «Nel silenzio del reparto COVID parecchie volte mi sono chiesta il perché di tanta sofferenza, ma questa domanda è sempre rimasta senza risposta» (Carola Manzoni). Giobbe non dubita mai dell’esistenza del Dio silente che l’atterrisce, la nostra malata invece per un momento dubita: «La prima reazione è stata chiedere a Dio: ci sei o non ci sei?». Questa è la differenza tra il tempo di Giobbe e il nostro. Il poema risale forse agli inizi del V secolo a.C. Prima di Socrate. Prima che a qualsiasi uomo venisse in mente che mai si potesse scampare a Dio, o agli dei.

                Giobbe si dispera per il silenzio di Dio: «Io grido a te, ma tu non mi rispondi» (30,20). Tanti si sono disperati in zona COVID, vedendosi consegnati alla morte, e chissà se infine avranno udito la voce di Dio, come Giobbe infine l’udì. Ecco la preghiera forse più drammatica formulata in pandemia da un sacerdote di Como mentre era in ospedale, giusto un anno fa, e che di COVID alla fine è morto: «In questi mesi – scriveva Alfredo Nicolardi al popolo delle sue tre parrocchie – abbiamo pregato, sperato, desiderato fortemente che le cose cambiassero. E invece il tempo passa, arriva Natale, ma le cose non cambiano e ci ritroviamo profondamente delusi. La notte avanza e Dio non viene a salvarci».

                Ma io con il Signore desidero contendere. Nella sua protesta cosmica, Giobbe si pone ad antagonista del Signore: «Ma io all’Onnipotente voglio parlare, / con Dio desidero contendere» (13,3). La pandemia ha rifatto attuale la contesa con l’Onnipotente, che per noi cristiani è anche il sofferente.

                Giovanni Albano, primario di terapia intensiva al Gavazzeni di Bergamo e autore del volume I giorni più bui (Piemme, Milano 2020), ha narrato così quella interlocuzione universa: «Alla sera non avevo voglia di parlare con nessuno ma parlavo con Dio a più riprese per farmi spiegare il senso di tutto questo». C’è chi si è limitato ad agitare il proprio caso: «Chiedevo a Dio che cosa voleva fare con me» (Giovanni De Cece).

                Pur eroico nella lotta con Dio, Giobbe non dimentica la fragilità di cui è portatore: «Vuoi spaventare una foglia dispersa dal vento / e dare la caccia a una paglia secca?» (13,25). Anche questa antifona l’abbiamo riudita tra i sopravvissuti alla terapia intensiva, per esempio da un prete di Trento, Piero Rattin, che è un biblista e che nelle sue confessioni pare essersi ispirato proprio a Giobbe, narrando d’aver provato «la sensazione di una foglia secca alla mercé d’una tormenta» e lo «scandalo che il Dio che invochiamo a liberatore appaia sordo alle nostre invocazioni».

                Quando finalmente il Signore risponde a Giobbe, egli s’acquieta ed esclama: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, / ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (42,5). Un’avvertenza della vicinanza dell’Onnipotente che lo ripaga d’ogni pena e che abbiamo riascoltato più volte in pandemia. Così, per esempio, dal vescovo Derio Olivero [Pinerolo]: «A un certo punto ero certo che sarei morto ma proprio allora c’è stata una mezza giornata in cui ho avuto un’esperienza bellissima. Sentivo una presenza quasi fisica, quasi fosse lì da toccarsi. Se mi si chiedesse se sia disposto a tornare alla sofferenza di queste settimane, per riprovare l’esperienza di quella presenza, direi di sì».

                Ci sono anche oggi i difensori di Dio. Qualcosa di quest’esito paradossale abbiamo trovato anche nelle parole del laico Leo Matzneller di Merano, che sperimenta per più di 4 mesi tutte le traversie del COVID, tracheotomia compresa, proprio come Olivero, e così narra il suo ritorno dagli inferi: «Ebbi una grande paura della morte. Mi rivolsi a Dio e implorai la sua misericordia. Piano piano, dopo giorni di lotta interiore, mi calmai, la fede nell’amore di Gesù prevalse. Ora la malattia non mi sembra una sventura, ma una benedizione».

                Giobbe è un poema sul mistero del male e sul mistero di Dio. Non li chiarisce, non li scioglie. Guida ad accettarli. Il mistero si paga vivendo. Il credente impara con la vita a rispettarlo, mentre d’istinto ognuno vorrebbe assoggettarlo alla ragione: ma assoggettarlo, cioè spiegarlo, come provano a fare gli amici di Giobbe, equivarrebbe a negarlo. Va indagato, questionato, escusso, pregato e imprecato per l’intera vita, come fa Giobbe per tutti i 42 canti del poema, senza pretendere di poterlo mai sciogliere. Nell’epilogo in prosa il Signore per due volte biasima gli amici di Giobbe «perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe » (42,7). Cioè nessuno – nella disputa a quattro sul mistero del male, nella quale consiste in definitiva il poema – ha parlato bene come lui, dice il Signore. Eppure gli altri tre avevano parlato «in difesa di Dio» e si erano fatti suoi «avvocati» (13,7s). Insomma il grido di Giobbe vale di più di tutta la teologia apologetica d’allora e di oggi. Perché ci sono anche oggi, tra noi, i difensori di Dio.

                Stare sempre dalla parte di Giobbe. Nel lamento di Giobbe e di Rachele, nel grido di Gesù dalla croce, nelle visioni dell’Apocalisse la malattia, la sofferenza, la morte restano un abisso da cui solo la risurrezione e il Regno ci liberano davvero: solo la promessa della risurrezione e l’avvento del Regno. Evitiamo dunque di dare una qualsiasi spiegazione del male che non sia quella cristologica della partecipazione alla morte di Cristo, in vista di essere associati alla sua risurrezione. Ogni altra spiegazione – comprese quelle più accreditate dalla tradizione: che il male è frutto dei peccati, o prova che il Signore manda – rischia di offendere la giusta ribellione al male e l’urgente disputa con Dio che ogni Giobbe attizza nell’anima sua strapazzata. E noi dovremmo stare sempre dalla parte di Giobbe e non da quella di Dio.

https://ilregno.it/attualita/2021/22/bibbia-e-covid-luigi-accattoli

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SINODO

America Latina – I’ Assemblea ecclesiale: testimone di sinodalità. Bilancio (positivo) di un esperimento

                Un kairos [ kairos momento opportuno], un evento storico, un punto di non ritorno; un segno profetico, un momento unico, non solo per il continente; un tempo propizio per il discernimento, un’esperienza di fede, una testimonianza concreta di sinodalità. Tutte queste espressioni sono state usate per definire la I Assemblea ecclesiale dell’America Latina e dei Caraibi, tenutasi dal 21 al 28 novembre scorso 2021. La località prescelta è stata Città del Messico, per porre l’Assemblea ai piedi della Vergine di Guadalupe. Solo pochi hanno potuto partecipare in presenza, ma centinaia di persone si sono collegate via web, intervenendo attivamente.

                Si tratta, evidentemente, di auspici e obiettivi di grande levatura, che forse non sarà possibile attuare in pienezza, ma è un fatto significativo che siano stati posti come elementi programmatici della crescita comune della Chiesa latinoamericana. La questione, come appare tra le righe, è essenzialmente di riunire nel nome di Francesco una realtà ecclesiale che porta ancora evidenti i segni delle lacerazioni dei tempi passati.

                Il Consiglio episcopale latinoamericano (CELAM), uscito con propositi di rinnovamento e ristrutturazione dall’Assemblea generale del maggio 2019 in Honduras, sotto la nuova guida di mons. Héctor Miguel Cabrejos Vidarte, arcivescovo di Trujillo (Perù), aveva proposto a papa Francesco di celebrare la VI Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano e dei Caraibi. La genesi dell’evento ha avuto quindi come promotore papa Francesco. La Conferenza di Aparecida, che risale al 2007 e ha goduto del contributo dello stesso pontefice, a giudizio del papa non è affatto superata: «Ci ha detto “trovate nuovi percorsi” e i nuovi percorsi si sono trovati», ha ricordato il card. Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa (Honduras). Anche mons. Cabrejos lo ha ribadito: «L’iniziativa alla fine è stata del papa. Egli ha riposto molte speranze in questo incontro, perché è un cammino sinodale, un esercizio sinodale. Questa assemblea è storica, inedita». Lo «spirito di Aparecida» ha così accompagnato l’evento, che si è proposto di compiere una rilettura di quanto non è stato adeguatamente realizzato in questi 14 anni e mezzo, per guardare al futuro, per rilanciare e approfondire grandi temi e agende ancora attuali, emersi in quella sede. L’Assemblea ecclesiale mira ora a rivitalizzare la Chiesa con una proposta riformatrice e rigenerante, attraverso un evento non più solo episcopale, ma realmente sinodale, con una metodologia rappresentativa, inclusiva e partecipativa. Un filo rosso consente di collegare le 5 Conferenze generali dell’episcopato latinoamericano e dei Caraibi al magistero di papa Francesco, fissando tre passaggi fondamentali:

  1. dalla Conferenza di Medellín a quella di Aparecida,
  2. da questa all’esortazione apostolica postsinodale Querida Amazonia
  3. da questa al Giubileo guadalupano del 2031 (la celebrazione dei 500 anni dalle apparizioni della Vergine a Juan Diego) assieme al Giubileo della redenzione del 2033.

        Dall’episcopato al popolo di Dio. Il 29 febbraio 2020 i presuli si sono riuniti in Messico per avviare un cammino sinodale con l’obiettivo di celebrare la I Assemblea ecclesiale dell’America Latina nel novembre dello stesso anno. Già a marzo esplode la pandemia, che però non ha mandato a monte il progetto. Sotto la guida di mons. Cabrejo, è stato avviato il processo di preparazione, con una commissione che ha lavorato da giugno a settembre del 2020. Si è poi proceduto alla stesura del Documento per il discernimento comunitario, redatto con la metodologia «vedere-giudicare-agire», ereditata dalla Conferenza di Medellín e qui applicata con una particolare curvatura sull’ascoltare-illuminare-agire.

                Dal processo d’ascolto, ispirato al risultato ottenuto nel Sinodo per l’Amazzonia, è stato individuato un punto focale, mirante a generare una maggiore sinodalità in tutti gli ambiti della Chiesa. Si sono contate più di 70.000 adesioni, con 8.500 contributi individuali, 47.000 di comunità, 14.000 di gruppi raccolti attorno a una tematica sui più vari argomenti. Donne e uomini di età diverse, con differenti vocazioni e ministeri ecclesiali hanno partecipato al processo d’ascolto con interesse, dedizione e impegno, attraverso le modalità concesse dalla pandemia. Il tempo dedicato a questa fase è stato di 5 mesi, da aprile ad agosto 2021. «Qui devo sottolineare lo sguardo contemplativo sulla realtà – ha evidenziato il card. Rodríguez Maradiaga –. Non è stata una semplice raccolta di dati. È la contemplazione compassionevole e in uscita delle persone, sono le comunità che si fanno capaci, come discepole missionarie, d’identificare Dio nelle persone, assumendo tutta la loro realtà con un cuore misericordioso».

                Domenica 24 gennaio 2021 l’Assemblea ecclesiale dell’America Latina e dei Caraibi è stata presentata ufficialmente. Di quello stesso giorno è il messaggio di papa Francesco a mons. Cabrejos, a cui si rivolge con un confidenziale «caro Miguel». Il pontefice sottolinea come si sia di fronte a una novità rispetto alle Conferenze generali dell’episcopato. «È un’altra cosa. È una riunione del popolo di Dio: laiche, laici, consacrati, sacerdoti, vescovi, tutto il popolo di Dio in cammino. Si prega, si parla, si pensa, si discute, si cerca la volontà di Dio». Offre due criteri per accompagnare un tempo «che apre a nuovi orizzonti di speranza».

  1. Anzitutto di stare assieme al popolo di Dio: «Questa Assemblea ecclesiale non sia una élite separata dal santo popolo fedele di Dio. Tutti ne siamo parte e questo popolo di Dio, che è infallibile in credendo, come ci dice il Concilio, è quello che ci dà l’appartenenza».
  2. In secondo luogo, la preghiera: «Tra noi c’è il Signore. Che il Signore si faccia sentire – da cui la nostra richiesta – perché sia in mezzo a noi». L’invito in chiusura è «avanti, con coraggio».

                I partecipanti all’Assemblea ecclesiale, oltre 1.000 delegati da tutti i paesi e le regioni pastorali, sono così distribuiti: il 20% di vescovi; il 20% del clero; il 20 % di religiosi, il 40% di laici, tra i quali un 10% di appartenenti a quelle che possono definirsi periferie. Così nell’Assemblea sono potute risuonare le voci dei migranti, dei rifugiati, delle vittime della tratta, degli indigeni, degli afrodiscendenti, domandando un proprio ruolo nella Chiesa.

                «Siamo tutti discepoli missionari in uscita» è il motto dell’Assemblea, affiancato dall’omonimo inno ufficiale. L’espressione del Documento di Aparecida, «siamo tutti discepoli missionari», si abbina all’invito di papa Francesco a essere Chiesa «in uscita». Colpiti, ma non divisi, dal COVID. In un continente così duramente colpito dal COVID-19, che a oggi conta più di 1 milione e mezzo di morti, la Chiesa non solo non si è fermata, ma ha mostrato una vitalità e ha trovato energie sorprendenti, soprattutto se paragonate a quelle della vecchia Europa. Come ha affermato mons. Cabrejos: «In mezzo alla più dura crisi della nostra generazione, la Chiesa si è posta in atteggiamento d’ascolto, discernimento e risposta». Il presidente del CELAM ha poi sottolineato che, in mesi così difficili, «la tecnologia è stata messa al servizio della comunicazione. Si è andati oltre la parte tecnica: la gente si è posta in spirito di comunione».

                Il tema della pandemia ha ricevuto un suo spazio. L’esperienza è stata descritta come destrutturante tanto a livello personale quanto su quello delle decisioni e delle emozioni più profonde. Il COVID-19 ha avuto un impatto globale, personale e istituzionale, ha colpito la sensibilità e ha generato un nuovo modo di relazionarsi. Di fronte a questa profonda trasformazione, l’impegno è di lavorare per tentare di sanare le relazioni fondamentali, di stare accanto a quanti ancora sperimentano la malattia e di tenere nel cuore chi è mancato, pure tra i convocati, e sta alla presenza di Dio. In merito è intervenuto anche il mons. Cabrera Lopez arcivescovo di Monterrey, presidente della Conferenza dell’episcopato messicano e presidente del Consiglio economico del CELAM: «La pandemia è una tragedia profonda, che ha evidenziato i limiti dell’umanità», ha sottolineato il presule. «Ha messo in mostra il dolore e il pianto di molti di noi. Tutti abbiamo versato lacrime, abbiamo perso qualcuno vicino. È un problema di salute, ma anche di povertà endemica e recente. Ha generato violenza. Ma ha anche evidenziato la grandezza del cuore umano, ha fatto sgorgare la generosità del popolo. Tutti ne siamo stati testimoni. Giovani, adulti e anziani hanno mostrato un cuore generoso e capace di condividere. Non è un fatto occasionale, ma è il frutto del camminare nella fede».

                Donne protagoniste. Protagoniste dell’Assemblea sono state le donne, religiose e laiche. Dalla loro voce non sono emerse rivendicazioni polemiche o richieste d’ordinazione al ministero sacerdotale, ma piuttosto l’esigenza di una maggiore presenza nei contesti deliberativi e decisionali. Passi avanti sono stati fatti, ma ancora non bastano. Nella sua relazione, suor Birgit Weiler, teologa tedesca che lavora in Perù, ha espresso la necessità di riconoscere le donne come protagoniste nella società e nella Chiesa e di includerle maggiormente nelle istanze di discernimento e decisione, ovvero nelle istanze di governo della Chiesa ai vari livelli, locali e regionali. Per suor Liliana Franco, presidente della Confederazione latinoamericana dei religiosi (CLAR), le cristiane devono stare là dove c’è spiritualità, nei luoghi di frontiera, nei luoghi della miseria, ma anche nei luoghi della produzione teologica, dei nuovi linguaggi e dell’ermeneutica. Suor Maria Inês Vieira Ribeiro, presidente della Conferenza dei religiosi del Brasile (CRB), ha riasserito che le religiose hanno un ruolo importantissimo nella realizzazione dell’opzione preferenziale per i poveri: «Molte consacrate sono inserite nei contesti più difficili del Brasile. In questo sta la priorità della CRB».

                L’Assemblea ha, inoltre, ribadito l’importanza che le donne cristiane cessino di richiedere continuamente autorizzazioni non necessarie al clero. Sul tema si è espresso anche il card. Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i vescovi e presidente della Pontificia commissione per l’America Latina: «Penso che occorra potenziare i carismi propri della donna. La strada non è eguagliare i maschi o dare alle donne quello che hanno gli uomini. Occorre piuttosto sviluppare una riforma che dia spazio ai carismi femminili».

                In ascolto dei laici. «Che cos’è il sogno di una Chiesa sinodale? Una nuova moda? Una strategia di comunicazione? Un’ideologia travestita da programma pastorale? Un metodo per la conversione missionaria della Chiesa?»: così ha esordito il card. Ouellet nella sua relazione, puntando sul sogno di Francesco. «Il papa crede nello Spirito Santo e desidera che impariamo ad ascoltarlo meglio a tutti i livelli della Chiesa, dall’ultimo quartiere delle grandi metropoli dell’America Latina fino al vertice del collegio dei pastori, passando per le parrocchie, le università, le associazioni, i contadini, i movimenti popolari, culturali e sociali, ecc.», ha poi proseguito. «Ascoltare quel che lo Spirito sta dicendo a tutti presuppone d’ascoltare tutti e ciascuno con attenzione, senza fretta, senza idee preconcette o pregiudizi, senza spingere nel momento della consultazione quel che vorremmo promuovere come modello di Chiesa. A papa Francesco non interessa un nuovo modello di Chiesa, ma la fede del santo popolo di Dio».

                Lungo la settimana dell’Assemblea, in molti, primo tra questi mons. Cabrejos, hanno sottolineato il valore dell’ascolto come grande ricchezza, attitudine da non smarrire: «Siamo tutti invitati – vescovi, presbiteri, laici – a continuare ad ascoltarci e ad ascoltare la voce dello Spirito». Altri delegati hanno rimarcato l’importanza di stare assieme per imparare a stare assieme.

                È emersa tuttavia anche la spinta verso passi ulteriori. Il teologo laico venezuelano Rafael Luciani, membro dell’équipe teologico-pastorale del CELAM, nel suo intervento ha sottolineato che la finalità del cammino è lavorare assieme per prendere decisioni pastorali: si deve superare «l’attuale modello istituzionale clericale» e andare «verso una forma sinodale permanente», ha affermato. A suo dire, l’Assemblea ecclesiale è un primo segno di questo nuovo modo ecclesiale di procedere: «È necessario che la gerarchia riconosca l’autorità del popolo di Dio che ha parlato e che cammina insieme». La sfida è anche «creare un modello istituzionale che renda possibile la sinodalità» e per questo occorre riformare le strutture riformabili, superare le strutture caduche e creare strutture nuove per questo tempo che è cambiato alla luce della pandemia. Inoltre ancora manca una recezione piena del laicato, come soggetto nella Chiesa, e delle donne, che vanno riconosciute nei loro ministeri.

                Sulla stessa linea si è espressa anche suor Maria Inês Vieira Ribeiro: «Questo processo sinodale è molto ricco. Non possiamo però fermarci solo all’ascolto. Bisogna trovare risposte. Credo che quel che più attendiamo da questa Assemblea ecclesiale sia di poter realmente unirci attorno a risposte concrete. Si è parlato di molte cose belle, ma le sfide che dobbiamo affrontare sono enormi. Siamo qui per discernere».

Il tempo delle risposte. A titolo di esempio ha portato la questione giovanile: «La Chiesa sta perdendo la gioventù in America Latina». E poi le donne e i poveri. «Sono le tre questioni essenziali su cui di qui devono uscire piste pastorali concrete. Non basta l’ascolto. Servono risposte, perché il processo sinodale non svanisca rapidamente».

                È fuor di dubbio che, in ragione della sua storia e delle sue Conferenze generali dell’episcopato, la Chiesa latinoamericana sia molto più allenata di altre a concepirsi come popolo di Dio e a sperimentare la sinodalità. Per questo, secondo il card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo dei vescovi (giunto da Roma, così come il card. Ouellet), può essere di esempio per la Chiesa universale. Nella sua relazione ha ricordato come il Documento finale del Sinodo dell’Amazzonia parli di «sinodalità missionaria»: «L’approfondimento del vincolo tra queste due dimensioni della Chiesa può essere uno dei contributi più significativi di questa Assemblea e del cammino sinodale delle Chiese dell’America Latina e dei Caraibi». Il CELAM intende essere una scuola di sinodalità e, a detta del suo presidente, «un apprendistato, un autentico esercizio di sinodalità». Similmente il card. Rodríguez Maradiaga ha parlato di «pedagogia di sinodalità: una cosa ancora sconosciuta da molti fedeli, temuta da quanti preferiscono mantenere le strutture, piena di speranza per quanti sognano una Chiesa dalle porte aperte».

                L’Assemblea si è chiusa con un messaggio finale e un documento in 12 punti, titolato Le sfide pastorali, in cui è confluito circa il 30% delle sfide emerse dai lavori. Non è mai stato un suo obiettivo produrre un documento finale, dal momento che essa si percepisce piuttosto come punto di arrivo e insieme di partenza verso la fase continentale del Sinodo sulla sinodalità. Nelle parole del card. Cabrera, che ha parlato di comunione affettiva, teologica e pastorale, la Chiesa latinoamericana è schierata a fianco di papa Francesco: «Cammina con lui, lo stima e lo valorizza, vuole guardare la realtà e il mondo come lui la guarda, come la guarda Gesù». Che la realtà non stia esattamente in questi termini ce lo ricorda il card. Grech, quando annota che da almeno 30 anni è in essere un «contrasto radicale tra due visioni di Chiesa, che ha dato luogo a una profonda divisione del corpo ecclesiale» e che chiede di essere risanato. Ciò nondimeno, siamo di fronte a una Chiesa in grado di realizzare un’esperienza che, per usare le parole di suor Liliana Franco, si auspica «possa servire da modello per tutte le conferenze episcopali e fluire in tutto il continente». Magari non solo.

                               Gabriella Zucchi               Il Regno attualità n. 22, 15 dicembre 2021, pag. 683

https://ilregno.it/attualita/2021/22/america-latina-i-assemblea-ecclesiale-testimone-di-sinodalita-gabriella-zucchi

 

Uno stile di vivere e operare nella Chiesa

                “Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla chiesa di questo terzo millennio”. Queste parole di papa Francesco ripetute in diversi contesti indicano con forza l’itinerario che i battezzati radunati nella chiesa cattolica devono percorrere con impegno e convinzione in obbedienza a ciò che lo Spirito dice alle chiese e all’aggiornamento della chiesa stessa proposto da papa Giovanni e dal concilio Vaticano II, ormai quasi sessant’anni fa.

                Sinodalità, una parola che risuona come nuova nel popolo di Dio perché nella nostra chiesa cattolica non è mai stata praticata se non saltuariamente, a frammenti, e solo a livello episcopale. La forma della nostra chiesa, soprattutto nel II millennio è diventata sempre più centralizzata e verticalistica, polarizzata sul primato del papa di Roma e accompagnata dalla collegialità episcopale espressa saltuariamente nei concili e nei sinodi. Neanche papa Francesco all’inizio del suo pontificato e nel denso magistero dell’Evangelii Gaudium ne faceva menzione, anche se come una linfa sotterranea la sinodalità ispirava alcuni orientamenti dell’esortazione apostolica. Ma poco a poco è emerso in papa Francesco un pensiero sulla sinodalità sempre più elaborato, un pensiero che non fa più riferimento soltanto alla prassi sinodale delle chiese orientali, ma intravvede nella sinodalità un cammino da fare insieme tra fedeli, pastori, vescovi, papa, un cammino degno del popolo di Dio, il gregge di Dio sui sentieri della storia.

                Cerchiamo però di precisare i diversi termini oggi diventati frequenti nella comunicazione ecclesiale, ma sovente invocati e usati in modo impreciso e confuso. Innanzitutto “sinodo” è una parola che deriva dal greco sýnodos sinodos , composta da un prefisso, syn, che significa “con”, “insieme”, e hodós, strada, cammino. Dunque questo termine evoca un camminare insieme, un fare strada insieme. Cerchiamo di cogliere tutte le connotazioni del “camminare”: camminare è muoversi, non restare chiusi nei recinti, e contiene un dinamismo, un movimento che è sempre uscita verso…, con un orientamento, un processo che punta a un cambiamento. “Camminando si apre cammino” diceva il poeta Machado!

                Ma c’è il prefisso syn, tanto caro all’esortazione dell’apostolo Paolo, che sempre rivolgendosi ai cristiani raccomanda loro di vivere, fare, sentire, morire syn, insieme. Mai da soli, mai senza gli altri, perché chi vive, sente, opera senza gli altri finisce per sentire, vivere e sperare contro gli altri! Come non ricordare che i primi seguaci di Gesù negli Atti degli apostoli vengono chiamati per sette volte “quelli della via” o “quelli della strada” (cf. At 9,2; 19,9.23; 22.4; 24,14.22)? Ma camminano, stanno sulle strade insieme (syn) agli altri, per incontrare gli altri. Per questa capacità di dinamica e di comunione la chiesa è stata chiamata non solo assemblea (ekklesía ekklesia), non solo fraternità (adelphótes adelpqotes) ma sinodo (synódos), come scrive Giovanni Crisostomo. Perciò è stata chiamata sinodo la riunione degli apostoli a Gerusalemme, voluta per un confronto e una decisione sull’incandescente problema dell’ammissione di non circoncisi pagani nella chiesa nascente, come ci viene narrato negli Atti degli Apostoli (c. 19) da Luca. Papa Francesco ha recentemente commentato: “È il Nuovo Testamento che ci mostra come la chiesa nasce sinodale, e vive attraverso la sinodalità”.

                Ora però va riconosciuta la novità di questa sinodalità indicata come urgente e irrinunciabile per la chiesa di oggi da papa Francesco. Il sinodo non sarà più soltanto un organismo episcopale che sostiene il papa nel suo ministero ed è da lui consultato, né si esprimerà soltanto in quelle assemblee diocesane e regionali che abbiamo vissuto anche in questi decenni del postconcilio, quando rappresentanti delle componenti della chiesa locale erano radunati per discutere, discernere urgenze pastorali, e quindi offrire al vescovo i risultati del loro lavoro affinché legiferasse. Questa sinodalità era già in atto nella chiesa gregoriana del II millennio, ma oggi è richiesto un balzo in avanti: la sinodalità così come la indica il Papa è innanzitutto uno stile, un modus vivendi atque operandi della chiesa, è un processo che coinvolge tutto il popolo di Dio nella vita e nella missione: tutti i battezzati sono chiamati a partecipare affinché si realizzi il principio forgiato dalla tradizione giuridica cristiana: “Quod omnes tangit ab omnibus tractari et deliberare debet” [quello che riguarda tutti, deve essere approvato da tutti]. Dunque la sinodalità come evento e procedura è stata trasformata per dare spazio al popolo di Dio che manifesta e realizza in concreto il suo essere comunione in un cammino percorso da tutti e insieme e in una partecipazione attiva (partecipatio actuosa) alla missione affidata dal Signore Gesù alla sua chiesa.

                Questa sinodalità che viene chiesta da oggi nel percorso sinodale e che va assolutamente vissuta a livello di parrocchia, chiesa locale, regionale, nazionale e infine universale, avrà la sua epifania e il suo apice nel sinodo dei vescovi indetto per l’ottobre del 2023. Un sinodo, va detto, la cui forma deve essergli data anche dagli esiti o dalle acquisizioni del cammino sinodale. Sarà certamente un sinodo dei vescovi, ma la composizione dei partecipanti con gli aventi diritto di voto deve ancora essere definita: vi parteciperanno solo vescovi e alcuni superiori maggiori della vita religiosa (nell’ultimo sinodo c’era solo un laico, unico semplice fedele: un piccolo fratello, superiore maggiore della sua congregazione, mentre nessuna donna era stata ammessa al diritto di voto) o sarà possibile anche la presenza di semplici fedeli, uomini e donne? In ogni caso occorre essere chiari e non nutrire illusioni: per ora il sinodo resta consultivo e non deliberativo e le votazioni dei padri sinodali riguardano mozioni, proposizioni da offrire all’autorità del Papa, al quale solamente spetta poi deliberare nel modo che lui decide nella libertà e nell’obbedienza allo Spirito santo. Per ora nel sinodo sono possibili procedure di partecipazione anche da parte di esperti e di testimoni invitati dal Papa, ma questi restano esclusi dalle procedure decisionali. A tal proposito un teologo spagnolo, Jesús Martínez Gordo, in un articolo recente, ha parlato di “infarto teologico della sinodalità” se non si arriverà nel prossimo sinodo a una concreta corresponsabilità ecclesiale, delineata come stile permanente della vita della chiesa.

                Sì, il cammino del sinodo è nuovo, è difficile: occorreranno procedure prescritte secondo l’intenzione di Papa Francesco, che veramente vuole tutto il popolo di Dio partecipe e responsabile della comunione e della missione della chiesa nel mondo. Ho fatto alcune precisazioni su sinodo e sinodalità perché le penso necessarie per non ridurre questi temi a slogan, o a parole ricorrenti in un gergo ecclesialese disincarnato e spiritualista. Anche per questo ribadisco l’importanza della preposizione syn, con, insieme, che ci rimanda a una concretezza di rapporto, di relazione, di vita. Il cristiano è innanzitutto un discepolo generato dalla relazione con Gesù, il Signore. I discepoli e le discepole, scrive Luca nel suo Vangelo, “erano con lui”, sin auto, con Gesù. Coloro che erano stati chiamati da Gesù e lo avevano seguito (akolutheîn akoluthein) nell’ascolto della sua Parola erano stati coinvolti nella sua vita al punto che si poteva dire di loro: “stavano, erano insieme con lui!” (syn autô). Ecco come inizia il cammino: innanzitutto insieme a Gesù, e quindi insieme ai fratelli e alle sorelle, i credenti discepoli di Gesù! Lo dico con molta forza e convinzione: si cammina innanzitutto insieme, con Gesù, con Gesù Signore Vivente sulle strade del mondo!

                Qui l’inizio decisivo di ogni sinodo, di ogni camminare insieme! Questo significa che il primato va all’ascolto del Signore, della sua Parola, di ciò che lo Spirito dice alle chiese e ai credenti. Altrimenti possiamo anche camminare con gli altri, ma non sapremo dove dirigerci, quale strada percorrere, perché lui solo è la via: e se noi cristiani siamo “quelli della via”, siamo quelli che hanno come via Gesù! “Io sono la via, la verità, la vita!” (Gv 14,6).

                Enzo Bianchi      Vita Pastorale   rubrica Il Cristianesimo non fa che rinascere     dicembre 2021

www.ilblogdienzobianchi.it/blog-detail/post/147547

 

Appunti per il Sinodo della Chiesa italiana

                Mi chiedo se sia stato papa Francesco o una pandemia troppo prolungata a spingere, in ultima istanza, i vescovi italiani a varare il Sinodo nazionale, a decidere di impegnare la Chiesa italiana in un “cammino ecclesiale” sin qui inedito e che si preannuncia lungo nel tempo e di non facile attuazione (e laborioso, ricco di sfide).

                Perché un Sinodo nazionale? Qual è la fonte di ispirazione che ha prevalso di più? Il fattore Francesco che vede nella sinodalità uno strumento decisivo per il rinnovamento della Chiesa e della cattolicità sia a livello mondiale, sia nelle varie nazioni (oltre che nelle diocesi)? Oppure, il dramma della pandemia che ha messo sottosopra il mondo intero e le sue istituzioni, e ha condizionato pesantemente anche le comunità cristiane, diocesane, parrocchiali? È un interrogativo che resta aperto, perché di entrambi i fattori c’è larga traccia in tutti i documenti preparatori di questo evento ecclesiale.

                La prima sfida in questa direzione è certamente venuta dal vescovo di Roma, che a più riprese (sin dal Convegno ecclesiale di Firenze del 2015) ha invitato la Chiesa italiana a intraprendere un’esperienza sinodale nazionale, con l’intento di rigenerare il volto e le scelte della Chiesa. Tuttavia – come ben sappiamo – la risposta della CEI si è fatta a lungo attendere, ha richiamato l’idea del depistaggio; e non solo per motivi di prudenza o per attaccamento allo status quo, ma anche a fronte di “ragionevoli dubbi”. Ci poteva essere un dubbio esterno, rappresentato dalla volontà di non fare da contraltare a Sinodi tuttora in corso di altre Chiese nazionali, come quella tedesca, che ha dato un’impostazione ai lavori più radicale e con istanze normative che la Chiesa italiana, per vari motivi, non condivide né forse può permettersi. Ma sui dubbi esterni sono di gran lunga prevalsi quelli interni, sintetizzabili in un interrogativo di fondo.

                La Chiesa italiana ha la forza/le risorse umane, culturali, spirituali per intraprendere un cammino sinodale che risponda alla visione di papa Francesco? Una Chiesa (e un cattolicesimo) dove non mancano le situazioni feconde, impegni di frontiera, ma che nell’insieme palesa una stanchezza senza precedenti, perde di attrattività, ha sempre minor incidenza nella vita pubblica e nelle coscienze. Non c’è il rischio che con queste premesse il “convenire sinodale” sancisca ufficialmente la difficoltà della Chiesa e delle comunità cristiane di rigenerarsi in questa società? A questo punto, si può dire che, a vincere le perplessità dei vescovi sull’opportunità di varare un Sinodo nazionale, abbia avuto un ruolo decisivo proprio l’evento esterno della pandemia, che non solo ha scompaginato antiche consuetudini, ma che ha reso più evidenti la fragilità della situazione ecclesiale e i molti nodi critici che da tempo condizionano la presenza della Chiesa nel paese.

                Come a dire: non è questo il tempo più propizio per operare un discernimento della situazione religiosa del paese e per ripensare (in chiave evangelica e alla luce dello Spirito) il modo di essere della Chiesa e delle comunità cristiane nella società? Dunque: se non ora, quando? E ciò per togliere pesantezza all’agire ecclesiale, per restituire levità alla presenza cristiana, per orientarla maggiormente sulle cose che contano; per chiedersi che cosa ci sia di cristiano che valga davvero la pena di dire oggi. Anche perché c’è una doppia lezione da cogliere dalla pandemia, che non ha solo messo sotto scacco la Chiesa e le comunità cristiane, ma che ha fatto emergere anche segni di rinnovamento. Di qui il titolo con cui la CEI ha lanciato il Sinodo nazionale nella Carta di Intenti presentata a maggio di quest’anno, che recitava appunto: “Annunciare il Vangelo in un tempo di rinascita”.

                Un metodo nuovo. Il Sinodo della Chiesa italiana si ricollega ovviamente a precedenti forme del “convenire ecclesiale”, che negli ultimi 50 anni (dal post-Concilio in poi) ha assunto la forma sia dei Convegni ecclesiali decennali (abitualmente collegati ad un “piano pastorale”), sia della possibilità di attuare dei Sinodi nelle varie Chiese locali, a livello diocesano. Insomma, “il cammino” della Chiesa italiana non nasce oggi col progetto sinodale nazionale, ha una sua tradizione, ha prodotto nel corso degli anni del discernimento, dei frutti, delle scelte, oltre che in vari casi un’ampia consultazione della base ecclesiale. Tuttavia, è evidente che, nell’accogliere la proposta sinodale di Francesco, la Chiesa italiana si espone a una torsione progettuale e organizzativa di rilievo rispetto al recente passato. Le novità sembrano anzitutto di metodo, come emerge dalla prospettiva sintetica del cammino indicato nei documenti preparatori.

  1. Anzitutto il passaggio “da un modo di procedere deduttivo e applicativo a un metodo di ricerca e di sperimentazione che costruisce l’agire pastorale dal basso e in ascolto dei territori”. (Passare da uno schema in cui la CEI/i vescovi danno un orientamento – schema deduttivo – ad uno schema in cui si costruisce insieme e, nello stesso tempo, si impara il metodo).
  2. In secondo luogo, un percorso di confronto circolare, in quanto la riflessione dal basso deve poi confluire in un momento unitario, per poi tornare ad arricchire le comunità locali.
  3. In terzo luogo, un percorso che chiede il coinvolgimento dei vari soggetti ecclesiali.
  4. Ancora, un percorso che non può essere indicato in partenza, per due ragioni convergenti: da un lato, perché la pandemia insegna a non fidarsi troppo dei disegni precostituiti; dall’altro, perché quello sinodale è un cammino che si sviluppa nel tempo, che si forma nell’ascolto, nella ricerca, nel confronto, nella comunione.
  5. Si prefigura dunque un “cammino ecclesiale” assai più aperto rispetto ad analoghe esperienze del passato, reso possibile da un coinvolgimento diffuso, dalla partecipazione di tutte le componenti ecclesiali alla costruzione di un progetto comune. Un coinvolgimento non impossibile ma comunque difficile, in quanto occorre ricreare quella fiducia e quella passione per le sfide impegnative che da tempo sono risorse rare in vari ambienti ecclesiali.
  6. Inoltre, come si produrrà la sintesi di questo cammino di riflessione e di comunione, in un’epoca in cui la frammentazione abita anche la Chiesa italiana?
  7. Ancora, qual è la prospettiva di fondo del percorso sinodale: individuare e applicarsi ai nodi critici che appesantiscono la presenza della Chiesa e del cattolicesimo nel paese, oppure (riflettendo lo stile con cui papa Francesco si rapporta alla Chiesa universale) lasciare un segno, smuovere il corpo della Chiesa italiana, creare un nuovo dinamismo (ispirato dal vangelo) che la renda più feconda nei suoi compiti e nei vari ambienti?

                Temi vecchi e temi nuovi. Tra i temi proposti (a mo’ d’esempio) per l’agenda sinodale, alcuni sono i classici campi di impegno della Chiesa in Italia, altri derivano dal travaglio vissuto dagli ambienti ecclesiali proprio nei mesi più bui della pandemia. Tra i primi ritroviamo:

  • l’annosa questione dell’emergenza educativa,
  • la formazione delle coscienze in un’epoca carente di riferimenti etici,
  • la necessità di descolarizzare la catechesi (che non deve essere considerata un’ora di religione); l’esigenza di una catechesi che superi il modello scolastico,
  • l’urgenza di favorire vocazioni all’impegno politico, per evitare che il campo privilegiato della presenza pubblica dei cattolici sia quello (pur essenziale e fecondo) del volontariato («la pratica di una cittadinanza e di un servizio politico all’altezza delle sfide attuali»).

                In parallelo, l’esperienza della pandemia ha proposto altre piste di riflessioni e altre urgenze pastorali. Tra cui:

  • «la semina della parola attraverso nuovi canali di ascolto e gli strumenti tecnologici» da integrare con le modalità in presenza;
  • il coinvolgimento delle famiglie nella proposta di fede, per far sì che il nostro non sia solo un cristianesimo di chiesa, ma anche di casa»;
  • la valorizzazione (oltre alla centralità dell’eucarestia) di altre forme di preghiera individuale e comunitaria, come la lectio divina, la meditazione personale, le forme rituali nello spazio familiare;
  • e, inoltre, la preoccupazione per il forte calo della presenza dei ragazzi negli ambienti ecclesiali, ulteriore segno di una socializzazione religiosa sempre più precocemente interrotta per le giovani generazioni.

                Ma c’è un tema “sinodale”, tra quelli ricavati dal dramma della pandemia, che più mi ha colpito, perché indica che la carenza di cui si parla è stata particolarmente avvertita anche dai piani alti della Chiesa, non soltanto dal popolo di Dio o dal mondo laico sensibile alle questioni dello spirito. Là dove nella Carta di Intenti sinodale si parla dell’urgenza del «recupero dell’aspetto escatologico della fede cristiana nell’aldilà e della speranza oltre la morte». Sembra quasi l’ammissione da parte dei vescovi che la Chiesa italiana (certo non il pontefice) non è stata all’altezza del suo alto compito in un periodo decisivo della nostra epoca.

                L’italiano medio (è stato detto) ha vissuto male l’afonia pubblica e spirituale della Chiesa alta nell’emergenza sanitaria. Una Chiesa italiana che è parsa più preoccupata delle chiese chiuse dal potere politico, che capace di riflettere pubblicamente sui drammi che si stavano vivendo, sulle morti in solitudine e senza funerali, sulle bare accatastate, sul senso di eventi che hanno stravolto la vita umana, civile e quella ecclesiale. Per cui la comunicazione pubblica della fede è stata debole o pavida in questo dramma sociale e sanitario. Di qui il rischio che anche la Chiesa nel suo insieme contribuisca a rendere evanescente la dimensione escatologica del cristianesimo.

                Ecco un tema sinodale di grande rilievo.

                Dimenticate le questioni strutturali? I temi pastorali sono ben presenti nell’agenda sinodale, che tuttavia non sembra contemplare al suo interno una riflessione sulle questioni strutturali che da tempo condizionano la vita della Chiesa e del cattolicesimo nel nostro paese. Non manca qualche spunto che va in questa direzione, ma le formule usate sono troppo generiche per pensare che – per i vescovi – il “cammino sinodale” debba occuparsi anche di questi argomenti. Da un lato, infatti, si accenna (in modo sommario, senza alcuna specificazione) alla «capacità di tagliare i rami secchi», o «a incidere su ciò che serve realmente o va integrato o accorpato»; dall’altro, si prefigura che «forse emergeranno anche istanze di rinnovamento e di riforma delle strutture», ma restringendo il campo allo snellimento della «macchina degli Uffici e dei Servizi pastorali». Sembra quasi che la Carta di Intenti del Sinodo abbia pudore a mettere a tema del “convenire sinodale” le questioni organizzative e culturali che si vivono a livello ecclesiale e la cui soluzione può rendere più feconda (e più adeguata ai tempi) la presenza della Chiesa nel paese.

                Questo capitolo potrebbe intitolarsi come la riflessione sulla “forma chiesa”, e alimentarsi dei molti spunti al riguardo che circolano negli ambienti ecclesiali di base e tra gli addetti ai lavori. Faccio solo alcuni accenni, a titolo esemplificativo.

  • Ha ancor senso, in Italia, una presenza così disseminata di diocesi sul territorio nazionale (sono oltre 220 e il 60% di esse conta una popolazione inferiore ai 150 mila abitanti), quando un accorpamento di queste strutture renderebbe la Chiesa italiana più snella e libererebbe risorse umane e spirituali per l’impegno pastorale?
  • La formula della parrocchia non sembra in discussione; tuttavia essa deve essere ripensata in un’epoca carente di clero e di grande mobilità (anche religiosa) della popolazione; in vari territori, le “Unità pastorali” saranno le parrocchie del futuro?
  • Ha ancora senso pensare all’Italia religiosa evocando l’immagine di un “cattolicesimo di popolo”? Quando tutte le indagini (ma anche il vissuto ecclesiale) attestano che sotto la “sacra volta cattolica” convivono identità religiose molto diverse tra di loro (ad esempio i cattolici impegnati e i cattolici culturali o anagrafici), che richiedono quindi approcci pastorali specifici e dedicati…
  • Il Sinodo sembra orientato a superare la struttura piramidale della Chiesa, ma in questo quadro, come attrarre e valorizzare un laicato attivo desideroso di condividere le responsabilità, capace di occuparsi anche di varie incombenze gestionali che gravano sulla Chiesa locale, alleggerendo in tal modo il clero di compiti impropri?
  • Ad ogni “convenire ecclesiale”, poi, la comunità credente è interpellata dalla questione femminile nella Chiesa, che non si esaurisce con il tema del sacerdozio femminile.
  • Insomma, (con questi ultimi punti) l’invito è a mettere un po’ d’ordine in un campo dove i preti soffrono (per le troppe incombenze e responsabilità cui devono far fronte), i laici scalpitano o si deprimono (e molti si impegnano altrove), mentre le donne giustamente non si accontentano più di riconoscimenti più elogiativi che sostanziali. Da troppo tempo si parla dell’accesso delle donne al diaconato.

                Temi come questi, pur non figurando nell’agenda sinodale, saranno certamente al centro dei lavori, grazie a quell’ascolto dal basso (a quella consultazione capillare del popolo di Dio) che questo “convenire ecclesiale” intende promuovere. Anche perché un’altra parola chiave della Carta di Intenti del Sinodo è l’invito alla concretezza (anche questo mediato dal papa), a tradurre i grandi ideali (la comunione, la corresponsabilità, il primato delle persone sulle strutture) in scelte realistiche e incisive nella vita della comunità cristiana.

                Ascolto “dal basso” e questione educativa.        Quanto detto (il realismo, la capacità di tradurre in modello organizzativo adeguato i grandi valori o i grandi obiettivi) mi induce a due considerazioni finali.

  1. Una riflessione anzitutto sul rilievo che viene dato in questo percorso all’ascolto dal basso, alla consultazione diffusa del popolo di Dio. È una prospettiva importante, nella visione del Sinodo nazionale, in quanto lo stile dell’ascolto reciproco è visto come propedeutico al “costruire insieme” e al tendere alla comunione.
  2. Tuttavia sappiamo che proprio negli ambienti ecclesiali, proprio tra la porzione di popolo di Dio più impegnata (tra “i vicini”, avremmo detto nel passato), le differenze di sensibilità sono assai spiccate circa il modo di intendere la fede, il rapporto Chiesa-mondo, l’autorità della Chiesa, l’essere credenti nella società plurale.

                In sintesi, l’unità sui valori è un obiettivo accattivante, ma occorre anche predisporsi ed essere attrezzati a gestire le tensioni che da sempre hanno attraversato il cattolicesimo di base quando esso è chiamato a confrontarsi su come si testimonia la fede nella città terrena.

v    Spunti interessanti potranno poi venire dall’ascolto di un popolo di Dio più allargato, dei quasi credenti, dei quasi cattolici o dei cattolici oltre il recinto, o degli uomini di buona volontà, di quanti credono diversamente. Anche da questi versanti possono venire al Sinodo delle parole di verità, delle intuizioni assai feconde; ma qui bisogna avere uno spirito (o uno ‘stomaco’) forte, perché non sono poche le persone che dichiarano esplicitamente di non sapere di che farsene della Chiesa, o per le quali la Chiesa non ha alcuna risonanza emotiva, o che la vorrebbero drasticamente diversa, magari avendo alle spalle un contenzioso di ferite che viene da lontano.

v    L’altra riflessione riguarda il tema già ricordato (ricorrente da decenni) dell’emergenza educativa. Mi fa tenerezza una Chiesa che si sente continuamente interpellata da questa sfida, quando al suo interno di anno in anno si riducono le risorse umane che si applicano in questo campo, si chiudono gli oratori, ci si affida ad una pastorale degli eventi perché mancano i preti, le suore o gli animatori laici che si battono ordinariamente per questa causa. In varie diocesi, ormai (mi confidava una figura ecclesiale autorevole), il personale religioso che si impegna nella pastorale della salute o della malattia è 5-10 volte più numeroso di quanti agiscono nella pastorale giovanile.

                Ovviamente, si tratta di un trend che ha le sue ragioni nell’età sempre più anziana sia della popolazione sia del clero e delle figure religiose. Ma una Chiesa che non fa di tutto per riequilibrare la sua presenza/servizio nella società (in questo caso investendo nel rapporto con i giovani, per seguire le nuove famiglie) è una Chiesa destinata a situarsi ai margini della storia.

                Franco Garelli* professore ordinario presso l’Università di Torino 17 dicembre 2021

* relatore al Congresso Ucipem di Erice nel 1997

3 commenti                 Passim estratto da Fabio Cittadini, assistente professore presso l’Università Cattolica.

Decidendo, cioè, di non mettere a tema e, quindi, in discussione le strutture della Chiesa è come se si decidesse già in partenza che queste vanno bene così come sono ora, che non vanno cambiate. Il problema è che, dato il cambiamento d’epoca che stiamo vivendo, occorre prima partire dalla forma della Chiesa e, poi, successivamente avere dare spinta pastorale alla “nuova” (nel senso di rinnovata) forma della Chiesa. Se si fa così il Sinodo ha senso. Altrimenti corre il rischio di essere, sotto altro nome, un convegno, una passerella per vescovi/presbiteri/laici in cerca di affermazione personale.

www.settimananews.it/sinodo/appunti-sinodo-della-chiesa-italiana

 

Che fare in parrocchia per il Sinodo: chiedo spunti in vista di conferenze

                Ho richieste da parrocchie per animare incontri “sinodali” in vista dell’apporto che le Chiese locali devono dare al “processo sinodale” triennale avviato da Francesco il 10 ottobre 2021 scorso e che culminerà nell’assemblea universale che si riunirà a Roma nell’ottobre 2023. Si tratta del Sinodo sulla sinodalità che – secondo uno schema nuovo, sta avendo una prima fase che ha come protagoniste le Chiese locali e andrà fino al prossimo 15 agosto 2022 . È ad essa che devono dare un contributo anche le parrocchie. Nei commenti metto alcuni spunti informativi per aiutare chi può a darmi una mano.

                Il Sinodo sulla sinodalità potrebbe essere il capolavoro di Papa Francesco, che venerdì 17 dicembre compie 85 anni. Questo Sinodo sarà il più lungo nella durata, il più vasto nel coinvolgimento, il più nuovo nelle modalità e non solo rispetto alle tre assemblee già convocate da Bergoglio, ma rispetto a tutta la storia dei sinodi che si sono tenuti fino a oggi, a partire dal Vaticano II : insomma, un Sinodo dei Sinodi, che nelle intenzioni del Papa argentino dovrebbe dare una scossa alla vita della Chiesa – che oggi appare per più aspetti indebolita – e spingerla a riprendere con lena la sua missione nel mondo.

                “La Chiesa di Dio è convocata in Sinodo”: con queste parole solenni si apre il Documento preparatorio pubblicato il 7 settembre 2021 insieme a un vademecum operativo: due strumenti elaborati dalla Segreteria Generale del Sinodo dei vescovi per l’animazione della prima fase dell’itinerario sinodale.

                Il documento preparatorio ha lo scopo di guidare la prima fase di ascolto e consultazione del Popolo di Dio nelle Chiese particolari,           www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2021-09/testo-letto-in-italiano.html

                 mentre il vademecum è concepito come “un manuale” che offre “sostegno pratico” nell’impresa di preparare e riunire il popolo di Dio: fornisce fonti liturgiche e bibliche, preghiere online, esempi di recenti eventi sinodali, un vocabolarietto di termini per il processo da attivare.

                www.synod.va/content/dam/synod/document/common/vademecum/IT-Vademecum-Full.pdf

                Questa è l’intestazione ufficiale dell’impresa: “Percorso sinodale triennale per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”. L’obiettivo dell’iniziativa è stato così definito da Francesco alla vigilia del giorno di avvio, il 9 ottobre 2021 scorso: “Incamminarci non occasionalmente ma strutturalmente verso una Chiesa sinodale: un luogo aperto, dove tutti si sentano a casa e potranno partecipare”.

                Il Sinodo sulla sinodalità è straordinario a tutti gli effetti. Non ha un tema fuori di sé, come gli altri Sinodi, che hanno trattato, per citare i più recenti, gli argomenti dei giovani, della famiglia, della nuova evangelizzazione, ma ha a tema la costruzione di una “Chiesa sinodale”: cioè ispirata al camminare insieme, perché la parola greca Sinodo questo significa. Chiesa sinodale: ovvero comunionale, partecipata, valorizzante la collegialità e la consiliarità, attenta a promuovere il ruolo di tutte le componenti, laici e donne compresi. Capace di offrire a ciascuno – in particolare a chi si trova ai margini – “l’opportunità di esprimersi e di essere ascoltato”. Senza lasciare fuori dai riflettori nessun aspetto della vita comunitaria, interrogando tutti su tutto, compresi i modi e le strutture dell’esercizio del potere. Facendo emergere “pregiudizi e prassi distorte che non sono radicate nel Vangelo”. Queste sono espressioni del documento preparatorio.

                Dieci parole. Quel documento suggerisce di partire da un’occhiata alla propria realtà: “Come il ‘camminare insieme’ si realizza oggi nella vostra Chiesa particolare?” A guida di quell’occhiata il documento propone dieci parole chiave per stimolare a una trattazione appropriata della “sinodalità vissuta”.

1)      I compagni di viaggio: chi fa parte di quella che definiamo “la nostra Chiesa”, come pure chi sono i “compagni” al di fuori del perimetro ecclesiale o lasciati ai margini.

2)      Ascoltare: i giovani, le donne, i consacrati, gli scartati, gli esclusi.

3)      Prendere la parola: chiedersi se all’interno della comunità e dei suoi organismi viene promosso “uno stile comunicativo libero e autentico, senza doppiezze e opportunismi”.

4)      Celebrare: in che modo preghiera e liturgia ispirano e orientano effettivamente il “camminare insieme” e come si promuove la partecipazione attiva dei fedeli.

5)       Corresponsabili nella missione: come la comunità sostiene i propri membri impegnati in un servizio, ad esempio, nella promozione della giustizia sociale, dei diritti umani, della casa comune.

6)      Dialogare nella Chiesa e nella società: ripensare i luoghi e le modalità di dialogo nelle Chiese particolari, con le Diocesi vicine, con comunità religiose e movimenti, con le istituzioni, con chi non crede, coi poveri.

7)      Con le altre confessioni cristiane: che rapporti si intrattengono, con quali frutti, quali difficoltà.

8)      Autorità e partecipazione: come viene esercitata l’autorità nella Chiesa particolare, quali sono le pratiche di lavoro in équipe, come si promuovono i ministeri laicali.

9)      Discernere e decidere: con quali procedure e quali metodi si prendono decisioni; come si articola il processo decisionale, con quale trasparenza e quali assunzioni di responsabilità.

10)   Formarsi alla sinodalità: uno sguardo sulla formazione offerta a coloro che rivestono ruoli di responsabilità nella comunità cristiana, per renderli meglio capaci di ascoltarsi a vicenda e dialogare.

9 commenti     www.luigiaccattoli.it/blog/che-fare-in-parrocchia-per-il-sinodo-chiedo-spunti-in-vista-di-conferenze/

 

Sinodo: i compagni di viaggio

                Il primo dei dieci punti previsti dal documento fondamentale del sinodo, come guida dei contenuti delle discussioni, porta il titolo “I compagni di viaggio”. Nella descrizione vengono indicate cinque domande per sostenere la riflessione sul “chi” del sinodo. Provo a riflettere su queste ad alta voce.

                La domanda sintetica sembra essere se esista o meno un “noi” ecclesiale sul piano esistenziale

1)      Nella vostra Chiesa locale, chi sono coloro che “camminano insieme”? Camminare insieme è una metafora, perciò ha un contenuto reale molto sfumato e soprattutto molto diverso a seconda di chi lo interpreta. Se vuol dire partecipare abitualmente alla messa domenicale, mediamente in Italia, parliamo di appena 1 battezzato su 9. Se vuol dire partecipare realmente alle attività organizzative della comunità dobbiamo scendere ad 1 battezzato su 25. Se vuol dire condividere la stessa interpretazione della fede allora dobbiamo scendere ad una quota ancora più bassa. Se, poi, vuol dire crescere effettivamente sul piano della vita di fede, come comunità, forse dovremmo dire che non esiste proprio un camminare assieme. La domanda che mi sale allora è: c’è qualcuno che sta camminando insieme?

2)      Quando diciamo “la nostra Chiesa”, chi ne fa parte? La “nostra Chiesa”? Chi potrebbe davvero usare questa espressione oggi? Forse dei sacerdoti o dei vescovi; forse qualche raro laico? Perché è quel “nostra” a fare problema. Certo, la teologia ce lo dice: tutti i battezzati sono Chiesa, ma resta molto astratto! Forse, in concreto, si pensa alla “nostra Chiesa” in termini di “questa comunità qui”, che spesso consiste nel giro di coloro che si incontrano, una specie di cerchio ristretto auto selezionato solo sulla base della disponibilità a seguire le indicazioni che vengono dall’alto. Fuori da qui, ho l’impressione che oggi pochissimi fedeli riescano a “sentire“ una “nostra Chiesa”. Nella mia diocesi, nel sinodo che sta cominciando, alcuni battezzati non più praticanti da tempo, che si definiscono anche non credenti, hanno comunque accettato di fare da referenti in alcuni gruppi di ascolto ecclesiale. La risposta di uno di loro all’invito è stata: “sono contento di fare qualcosa per voi”. Dove il pronome dice tutta la distanza percepita tra un “nostro” e un “vostro”.

3)      Chi ci chiede di camminare insieme? Non nascondiamoci: il sinodo fatto così come si annuncia non è un desiderio del popolo di Dio, ma dei Vescovi, e nemmeno di tutti loro. Già a livello dei sacerdoti ci sono molti che non lo avvertono come qualcosa che li tocca, tanto meno i fedeli dei cerchi ristretti e ancora meno quelli della sola messa domenicale. Se non ci fosse stata una pressione da parte di Francesco, forse la CEI non avrebbe nemmeno deciso il lancio del sinodo. La stessa sovrapposizione della prima fase, tra sinodo italiano e sinodo universale, di per sé non voluta, non ha solo ovvie ragioni logistiche, ma anche perché il lavoro effettivo di realizzazione di quello universale serve ad alleggerire quello che sarebbe stato necessario al sinodo Italiano: senza una profonda convinzione è conveniente appoggiarsi al lavoro di altri. Ma forse dal popolo di Dio sale un’altra richiesta, rivolta alla gerarchia, che speriamo possa avere davvero spazio nel sinodo: vescovi, preti, gerarchia, ridate spazio ad un “camminare insieme”, altrimenti sarete sempre più soli!

4)      Quali sono i compagni di viaggio, anche al di fuori del perimetro ecclesiale? Cercare cosa pensano coloro che si sentono “fuori” dalla Chiesa e provare ad accompagnarci anche a loro: ecco, questo sembra un carattere davvero specifico di questo sinodo, segnalato in molti passi dei documenti sinodali e delle riflessioni. Ma di chi è davvero questa esigenza? Ho l’impressione che sia, di coloro che si rendono conto, forse, che la crisi di fede in cui ci troviamo non sia generata tutta e sola da dentro la Chiesa, ma potrebbe avere, tra le altre cause, anche il cambiamento epocale in cui siamo, che rende non più ricevibile una fede che nasce solo dall’essere tramandata. Chi si rammarica dell’interruzione generazionale della trasmissione della fede, e lotta per ripristinarla, avverte i compagni di viaggio “esterni” alla Chiesa, solo come persone da evangelizzare. Ma davvero pensiamo che la Chiesa sia così autoreferenziale da non aver bisogno, per comprendersi, di un rimando esterno? Di non dover fare i conti con l’immagine che essa lascia a chi se ne sente fuori?

5)      Quali persone o gruppi sono lasciati ai margini, espressamente o di fatto? Quando Francesco parla delle periferie si riferisce a quelle del mondo, non della Chiesa, definite sulla base del potere economico, politico e comunicazionale. Quando si parla di periferia della Chiesa, quali sono i criteri per definirle? Sta ai margini chi ci si sente? Chi non partecipa attivamente alle attività? Chi non accetta lo stile di fede del sacerdote? Chi è pubblico peccatore? Chi vive in situazioni morali irregolari? Chi non ha fede, come se la fede di una persona fosse visibile con certezza da fuori! Sta più ai margini un battezzato che ogni tanto va a messa e vive poco o nulla della sua appartenenza a Cristo? O un battezzato che si è “staccato” dalla Chiesa perché sente una distanza reale tra questa e il vangelo che, a casa, legge e su cui si interroga?

                La domanda sintetica del primo dei dieci punti del sinodo, sembra allora essere se esista o meno un “noi” ecclesiale, non tanto sul piano teologico, ma su quello esistenziale, reale. Le nostre comunità forse non sono più comunità; fatica ad esserci un tessuto sociale che si traduca in incontri reali, generati dalla condivisione della stessa fede, fuori da quelli strettamente religiosi. Forse dovremmo cominciare ad interrogarci su questo per capire “chi” vive il “noi” del sinodo.

                               Gilberto Borghi                VinoNuovo        14 dicembre 2021

3 commenti                         www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/sinodo-i-compagni-di-viaggio

 

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