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NewsUCIPEM n. 890 – 26 dicembre 2021

Le news per essere più aggiornate, trascurano gli ultimi numeri, dal n. 869, che saranno recuperati gradualmente

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

  • Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.
  • Link diretti e link per pdf -download a siti internet, per documentazione.

                I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

                Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.

                In ottemperanza alla direttiva europea sulle comunicazioni on-line (direttiva 2000/31/CE), se non desiderate ricevere ulteriori news e/o se questo messaggio vi ha disturbato, inviate una e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con richiesta di disconnessione.

                Chi desidera connettersi invii a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. la richiesta indicando nominativo e-comune d’esercizio d’attività, e-mail, ed eventuale consultorio di appartenenza.    [Invio a 1.391 connessi]

 

1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di ama5re, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

02 ABUSI                                               Il processo per il palazzo di Londra, un test senza precedenti

03 ADOZIONE                                      Psicologia dell’adozione

04 ADOZIONE INTERNAZIONALE    Sempre i bambini mi stupiscono”. Conosciamo Elena, cooperante Ai.Bi. in Russia

05 ASSOCIAZIONI                               Famiglie numerose. Quale strumento governativo è + importante per la tua famiglia?

05                                                          Associazione Aiuto Famiglia - Genova

06                                                          Confederazione metodi naturali. Per l’infertilità c’è una soluzione in consultorio

07 CENTRO INT. STUDI FAMIGLIA  Newsletter CISF - n. 49, 22 dicembre 2021

09 CHIESA di TUTTI                            Il “peccato collettivo” dei vescovi continua. No alla Commissione d’indagine

11 CHIESA IN ITALIA                          Il Sinodo. Le speranze e i silenzi

12 CHIESA UNIVERSALE                    Inchiesta “El País” sui preti pedofili. Francesco apre il dossier Spagna

13                                                          I lefebvriani e la "Chiesa di sempre"

14CITTÀ DEL VATICANO                  La curia e il suo servizio

15                                                          Il papa e la Curia fra sinodo, finanze a rischio, Giubileo e nomine

17 CONSULTORI FAM. CATTOLICI  Consultori e famiglie fragili «Resistere allʼurto è possibile»

18 DALLA NAVATA                             Domenica dopo Natale. Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe (anno C)

19                                                          Al di là della biologia”

21 DEPRIVAZIONE GENITORIALE    Danno da deprivazione genitoriale: quando si prescrive?

22 ECCLESIOLOGIA                             Una Chiesa con porte e finestre aperte

25                                                          Il Consiglio pastorale parrocchiale. “Il Sinodo di cui non si parla”

26 FARIS                                               Rapporti famigliari in crisi? Niente paura, arriva il “counselor”

28 FRANCESCO VESCOVO ROMA    Gli sposi corresponsabili della missione

28                                                           I guanti si tolgono mentre Papa Francesco spinge per le riforme del Vaticano

29                                                           Il prete secondo papa Francesco

32 GENITORI                                        Il ruolo dei genitori nell’educazione religiosa del minore

34 GOVERNO                                       Nel 2022 l’Italia avrà una nuova strategia nazionale Lgbt+, dice E. Bonetti

37 MATRIMONIO                                Il segreto di una coppia felice: fare l’amore dopo il matrimonio.        

38                                                          Il vero piacere erotico nel fidanzamento

41PERSONE DEL CONCILIO             Don Michele Do. Non sarà Natale finché sarà solo il Natale di Gesù

42 RIFLESSIONI                                    Halík: «Credere è un frutto del paradosso»

44 SESSUOLOGIA                                Gender e femminismo. La fatica di affermare le differenze in un mondo diseguale

45 SIN0DI                                             Chiesa italiana. Le prime prove del metodo sinodale

48                                                          Pensare la fede. La perla (che cresce) nel dialogo (conflittuale)

49                                                          Sinodalità è anche accogliere le sorprese

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ABUSI

Il processo per il palazzo di Londra, un test senza precedenti

                L’inchiesta vaticana che ha avuto inizio dalla vicenda della vendita dell’immobile di Londra, e il processo ancora alle sue fasi preliminari che ne è seguito, non sono in alcun modo paragonabili con le inchieste e i processi avvenuti Oltretevere negli ultimi decenni. Ciò appare evidente sia per il numero delle persone sottoposte a indagini e poi imputate, sia per le tantissime testimonianze raccolte e il materiale informatico utilizzato, che per il numero e la gravità dei reati contestati, che infine per la complessità delle diverse vicende intrecciate. Tutto è partito dall’indagine interna autorizzata quasi tre anni fa da Papa Francesco, che ha più volte sottolineato l’importanza del fatto che la segnalazione sulle presunte irregolarità, e le successive denunce, siano arrivate dal sistema di controllo vaticano. Si può dunque affermare che l’avvio del processo abbia rappresentato e rappresenti una prova di tenuta, un vero e proprio “stress test” per il sistema giudiziario dello Stato della Città del Vaticano.

                Tra le particolarità, c’è stata certamente quella di riferirsi a un codice di procedura diverso da quello in vigore in Italia, il Finocchiaro Aprile del 1913, al quale sono state aggiunte alcune norme molto importanti in tempi recenti, ma comunque prima che l’inchiesta assumesse i contorni attuali. Ciò ha creato oggettivi problemi a tutte le parti del processo, alle quali è chiesto di applicare quel codice a situazioni di fatto che il legislatore di un secolo fa non poteva certo prevedere. Basti citare, ad esempio, le intercettazioni o il sequestro e l’utilizzazione di materiale informatico. Dall’altro lato, l’Ufficio del Promotore di giustizia, il pubblico ministero vaticano, che ha portato avanti in via esclusiva le indagini con la collaborazione del Corpo della Gendarmeria in qualità di polizia giudiziaria, ha spesso dovuto affrontare questioni di notevole complessità e senza alcun precedente: si pensi all’enorme mole di documenti e alle numerose rogatorie necessarie per ricostruire i flussi di denaro all’estero che compongono l’impianto accusatorio.

                Come è normale all’avvio di ogni processo, le eccezioni preliminari dei difensori hanno avuto per oggetto alcune decisioni e alcuni comportamenti adottati dall’Ufficio del Promotore, sulla base di diverse interpretazioni della legge applicata nel caso concreto. Si tratta di una fase che può essere definita “fisiologica” nel momento in cui l’attività svolta dalla pubblica accusa viene portata davanti al giudice e le difese sono chiamate a svolgere il loro imprescindibile compito. Lo stesso Ufficio del Promotore a margine dell’udienza, ha espresso “apprezzamento per l’ordinaria dialettica tra le parti, accusa e difesa”, dicendosi al contempo sicuro della solidità delle indagini effettuate e della documentazione acquisita.

                Nelle udienze che si sono tenute fino ad oggi il Tribunale dello Stato della Città del Vaticano ha dimostrato, e l’ha anche messa nero su bianco in una delle sue ordinanze, la volontà di assicurare il rispetto del diritto di difesa e, più in generale, del giusto processo. Un principio, quest’ultimo, recepito dal Vaticano con una legge dell’11 luglio 2013, promulgata pochi mesi dopo l’inizio dell’attuale pontificato, che si inserisce nell’ambito della legislazione vigente Oltretevere. È proprio nella logica di garantire un giusto processo, e in esso il diritto di difesa, che il Tribunale - a seguito della eccezione di nullità eccepita dei difensori, di un dubbio interpretativo della norma, e delle sollecitazioni a questo punto ricevute anche dalla stessa pubblica accusa - ha restituito gli atti al Promotore di giustizia per poter poi provvedere agli interrogatori mancanti degli imputati. Com’è noto, il Tribunale ha anche ordinato al Promotore di depositare tutti gli atti a sua disposizione; come le registrazioni audio e video degli interrogatori di imputati e testimoni, effettuate con strumenti che evidentemente la legislazione del 1913 non poteva contemplare.

Andrea Tornielli                              Vatican news                    20 dicembre 2021

www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2021-12/processo-palazzo-londra-vaticano-editoriale.html

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ADOZIONE

Psicologia dell’adozione: ma è proprio vero che l’adozione è vissuta e attesa soprattutto dalla donna?

                Generalmente la nascita di un figlio è un evento desiderato e immaginato da entrambi i partner: perché l’adozione non dovrebbe esserlo? Anzi, qui è necessario che entrambi i coniugi “entrino” in gravidanza. Il quesito, spesso, si nasconde nel non detto delle persone, negli sguardi, nel prendere la parola o rivolgersi spontaneamente a una parte della coppia. Fino a che qualcuno non la esplicita e si chiede se davvero sia così, ovvero che l’adozione sia vissuta e attesa soprattutto della donna.

                Per rispondere, vorrei partire da un’idea generica di maternità/paternità: un tempo non veniva valorizzato molto il desiderio o l’idea di prendere decisioni condivise riguardo un progetto di maternità e paternità. Era quasi scontato che in una famiglia sarebbe nato un figlio, e c’era un’idea stereotipata di ruoli assegnati, in cui era la mamma che si occupava dei figli. Nel tempo invece si è fatta avanti la buona prassi di confrontarsi in coppia, di condividere il desiderio di procreare, di immaginare e sognare insieme il figlio che nascerà, per cui generalmente la nascita di un figlio è un evento desiderato e immaginato da entrambi i partner. Se dal punto di vista fisico la gravidanza è un’esperienza che può coinvolgere maggiormente la donna, non lo è certo dal punto di vista emotivo, affettivo e progettuale, in quanto anche il futuro papà è coinvolto in questi aspetti.

                E quando non arriva un figlio biologico? Quando si arriva a riconoscere questa situazione, si avvia un percorso psicologico che entrambi i coniugi devono percorrere, a volte insieme, a volte con tempi diversi, ma che porta entrambi all’elaborazione del lutto della sterilità di coppia. Le coppie che maggiormente riescono a vivere positivamente questo percorso sono formate da coniugi che hanno parlato tra di loro, si sono confidati le loro emozioni, le loro speranze e le loro delusioni. Insieme riescono a lasciare un progetto di gravidanza per avvicinarsi e, poi, abbracciare con convinzione il progetto e sogno di adozione. Può essere che prima si avvicini la moglie per poi coinvolgere il marito, ma succede spesso anche il contrario. Quando, poi, decidono di procedere nella strada dell’adozione, è determinante che entrambi siano sereni e convinti di questa scelta. Le coppie frequentano insieme i corsi di informazione e formazione all’adozione, proprio perché è un progetto di coppia. Il futuro papà adottivo, a differenza di quello biologico, condivide l’attesa con la mamma sia sotto il profilo psicologico che pratico. Il desiderio dell’adozione nasce nel cuore di entrambi i coniugi, e credo che solo un desiderio condiviso e in equilibrio possa condurre la coppia ad accogliere serenamente e positivamente il proprio figlio adottivo. Entrambe le figure genitoriali sono determinanti nel cammino che li accompagna prima verso il proprio figlio, poi nella fase di accoglienza e in quelle fasi a seguire in cui la famiglia cresce insieme giorno dopo giorno.

                Io spesso ho incontrato dei futuri papà adottivi molto coinvolti, molto partecipi. La preparazione all’adozione non è solo emotiva ma anche concreta ed organizzativa, può accadere che inizialmente siano le mogli a informarsi, seguire gli aspetti burocratici, ma poi come è accaduto di recente durante un abbinamento, è proprio il futuro papà che “mette fuori il turbo” e manifesta tutto il desiderio e la grinta di partire per andare a incontrare suo figlio. Nella mia esperienza ho visto tanti mariti pronti a cercare soluzioni e darsi da fare. Ma ho anche visto tanti futuri papà commuoversi alla notizia che c’è un abbinamento per loro, emozionarsi all’idea di adottare, e proprio di recente ho seguito una coppia in cui è stato soprattutto il marito che chiedeva informazioni, chiedeva di potersi iscrivere come coppia ai corsi di formazione, che raccontava i suoi sogni e le sue aspettative, e che si è emozionato quando finalmente è arrivato l’abbinamento.

                Quando poi arriva il figlio, entrambi i coniugi si troveranno subito ad accoglierlo e ad interagire con lui, e accompagnarlo nella sua crescita; ognuno si proporrà con le sue caratteristiche, ma entrambi si troveranno “in prima linea” a giocare con il figlio, prendersi cura di lui, educarlo, proteggerlo, amarlo; potrà capitare che inizialmente il bambino sarà incuriosito soprattutto dalla figura paterna, magari più nuova per lui abituato in Istituto a vedere donne che si occupano di bambini, o forse per la sua storia sarà più diffidente verso la figura materna, ed ecco che i papà ancora di più si troveranno a dedicarsi al figlio e responsabilizzati nel loro ruolo genitoriale. Per questo mi sento di dire che l’adozione è dei papà come delle mamme, e solo vivendola insieme riusciranno a realizzare i loro sogni.

                Dott.ssa Anna Maria Elisa Rossi, psicologa a psicoterapeuta di Ai.Bi.     23 dicembre 2021

www.aibi.it/ita/psicologia-delladozione-ma-e-proprio-vero-che-ladozione-e-vissuta-e-attesa-soprattutto-dalla-donna

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ADOZIONE INTERNAZIONALE

                “Sempre i bambini mi stupiscono…”. Conosciamo Elena Demaria, cooperante Ai.Bi. in Russia

                “Se esiste un ‘miracolo’ nell’adozione e qualcosa di oggettivamente incomprensibile è l’incontro di un bambino con la coppia esattamente ‘pensata’ per lui e solo per lui”. Amici dei Bambini, da più di 30 anni, opera nel mondo attraverso progetti di cooperazione internazionale, con l’obiettivo di restituire ai bambini abbandonati o in difficoltà familiare il diritto di avere una famiglia ed un’infanzia serena e lo fa grazie al grande cuore, impegno e professionalità dei suoi cooperanti. Sono donne e uomini che decidono di lasciare il proprio Paese e trasferirsi a migliaia di km di distanza, con l’unico obiettivo di restituire ad un minore abbandonato, “l’altro mio figlio”, il diritto di essere figlio.

                Molte delle notizie, pubblicate da Ai.Bi. e provenienti dai Paesi dove l’associazione opera, provengono direttamente da loro, dal lavoro delle nostre “inviate” e i nostri “inviati” sul campo, perché la cooperazione è fatta sì, di progetti, ma soprattutto di volti e di persone. Siete pronti a conoscerli?

                Iniziamo da un piccolo identikit: nome: Elena, cognome: Demaria età: 45, provenienza: Pinerolo (TO)

famiglia: sposata, 1 figlio

                Come sei arrivata a fare il cooperante?

                Ho lavorato per Ai.Bi. dal 2008 al 2011 quando ho deciso di lasciare la Russia perché in attesa di mio figlio. Lavoro nuovamente per Ai.Bi. dal 2018 come Capo della Rappresentanza in Federazione Russa, sebbene sia residente in Germania. In realtà per la gestione delle attuali 6 regioni (che diventeranno probabilmente 9 a fine anno) non fa molta differenza che io mi trovi permanentemente a Mosca o in Germania. Mi reco a Mosca due/tre volte l’anno in missione, per controllo diretto dell’ufficio o per le verifiche ispettive del Ministero locale.

                In che Paesi sei stato prima di arrivare dove ti trovi ora?

                Ho un percorso particolare perché ho mandato la mia candidatura esclusivamente per la Russia, siccome conosco la lingua e lavoro per/con la Russia dal 2003.

                Cosa consiglieresti di fare a un ragazzo che sogna di lavorare nella cooperazione?

                Consiglierei di scegliere un percorso di studi specifico e fare molto volontariato, oltre a scegliere comunque una zona del mondo nella quale specializzarsi.

                Come hai conosciuto Amici dei Bambini?

                Ho conosciuto la Associazione cercando enti che operano nel campo dell’infanzia anche in Russia.

                Come si concilia un lavoro come quello del cooperante in un Paese straniero con la vita di una famiglia?

                Si concilia solamente se esiste la convinzione di non svolgere un lavoro ma di usare la vita per uno scopo. L’impegno di un cooperante o di un collaboratore come me non è quantificabile, non ha orari precisi, né un calendario predefinito. La famiglia deve comprendere l’impegno, condividere i principi e sostenere la persona nello svolgimento dell’incarico.

                Tuo figlio come vive la situazione e i cambiamenti?

                Mio figlio vive con me ovviamente e conosce il mio lavoro. Condivido con lui quanto avviene negli iter delle coppie che seguo. Crescendo (adesso ha 10 anni) si interessa al mio lavoro e sembra apprezzare quanto faccio, ne parla a scuola o con gli amici, quando capita. Manifesta anche un certo orgoglio per quanto io svolgo.

                La cosa che più ti piace del tuo lavoro e quella che fai più fatica ad affrontare

                La cosa che più mi piace è quando ricevo l’abbinamento di un bambino per una coppia in attesa. La cosa che mi affatica di più è conoscere le storie di vita dei bambini che vengono abbinati.

                Lavorando in contesti difficili, di povertà, a volte di guerra, ci sono stati momenti nella tua carriera in cui hai detto: “questa volta è una situazione troppo difficile/brutta, non posso farcela”?

                Si, ed è quando una coppia rifiuta un bambino o quando fallisce una adozione e un minore in Italia viene nuovamente tolto ai suoi genitori. Per fortuna è avvenuto solo pochissime volte nella mia storia con Ai.Bi. ma in un paio di occasioni ho pensato di non poter continuare. Anche scriverlo mi fa riaffiorare qualche ricordo molto doloroso come di profondo fallimento anche personale.

                Ci racconti, se esiste, una tua “giornata tipo”?

                Non esiste una giornata tipo per me poiché è tutto correlato a quanto avviene nel Paese e nelle regioni. Talvolta ci sono giornate molto libere e talvolta molto impegnative… da diversi punti di vista: di impegno in attività di trasmissione delle informazioni e anche emotivamente molto pesanti.

                Tante volte chi parte come cooperante, missionario, volontario… dice: “Pensavo di andare a dare una mano… E invece sono ‘loro’ che hanno dato una mano a me.”. È davvero così? In cosa il lavoro di cooperante ti arricchisce più di tutto?

                Sempre i bambini mi stupiscono, sempre sono così pieni di risorse e capacità di andare oltre alle loro limitazioni pratiche o fisiche, così capaci di andare incontro agli adulti, anche di aiutarli quando sono impreparati all’incontro con loro. Se esiste un “miracolo” nell’adozione e qualcosa di oggettivamente incomprensibile è l’incontro di un bambino con la coppia esattamente adatta per lui e solo per lui.

                Secondo la tua esperienza, quant’è importante l’aiuto del Sostegno a Distanza per i bambini ospiti degli orfanotrofi?

                In Russia, per una legge federale, è vietata la cooperazione per enti che si occupino di adozione poiché considerata come “intermediazione” a scopo di adozione e quindi Ai.Bi., in Russia, non può più svolgere progetti di cooperazione.

                               AiBinews            26 dicembre 2021

www.aibi.it/ita/sempre-i-bambini-mi-stupiscono-conosciamo-elena-demaria-cooperante-ai-bi-in-russia

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ASSOCIAZIONI

                L’Associazione Nazionale Famiglie Numerose   compie un sondaggio.

In tempi di Coronavirus, quale strumento disposto dal governo è più importante per te e la tua famiglia? Vai al sito                www.famiglienumerose.org           e vota (al massimo quattro risposte) e visualizza i risultati.

  • Bonus di 100 euro in busta paga a chi lavora presso la propria sede
  • Indennità Covid-19 lavoratori autonomi, parasubordinati e subordinati
  • Sospensione mutui ipotecari
  • Estensione del congedo parentale per nucleo familiare per i figli di età non superiore ai 12 anni
  • Bonus baby-sitting in alternativa al congedo parentale
  • Incremento permesso mensile retribuito per i lavoratori che usufruiscono della legge 104
  • Credito d’imposta nella misura del 60% dell’ammontare del canone di locazione
  • Reddito di cittadinanza

                Vogliamo promuovere e salvaguardare i diritti delle famiglie numerose [4 figli naturali, adottati, affidati], sostenere la partecipazione attiva e responsabile delle famiglie alla vita culturale, sociale, politica alle iniziative di promozione umana e dei servizi alla persona.             Contattaci: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

www.famiglienumerose.org/chi-siamo

 

                Associazione Aiuto Famiglia - Genova

                La pagina di Gianni Bassi e Rossana Zamburlin                www.aiutofamiglia.org/intimita-nella-coppia è stata quella più cercata e cliccata nell’ultimo mese sul nostro sito: è stata visualizzata ben oltre 1.200 volte nei risultati di ricerca di Google. Recentemente abbiamo fatto il restyling della pagina. Si tratta di un capitolo tratto dal libro “L’intimità nel rapporto di coppia” che ci è stato inviato in esclusiva. Ti proponiamo di seguito uno stralcio.

                L'intimità è fondamentale perché influenza la qualità degli affetti e, quindi, della vita. Essa aumenta di profondità nella misura in cui si approfondiscono, con le parole e i fatti, l'amore, i valori, i bisogni, i desideri, i sogni, l'attrazione, il piacere delle reciproche esperienze sessuali. La condizione più viva dell'intimità è il rapporto simbiotico, quel rapporto, secondo noi, in cui due individui, grazie alla comunicazione d'amore, si sviluppano, contemporaneamente, sia come coppia, sia come individui. Questa relazione affettiva presuppone un disponibile e aperto corredo di qualità interiori da condividere, al fine di sostenersi, arricchirsi e facilitarsi l'un l'altro nei sentimenti, nei pensieri, nelle azioni, nei desideri e nei valori. L'intimità si realizza perciò senza strumentalizzare o impoverire l'altro nelle sue qualità e capacità, anzi aggiungendo qualcosa ad ognuno, tramite la soddisfazione che viene dal rapporto di scambio paritario. La coppia così reagisce condividendo i momenti positivi e costruttivi e sopportando meglio le inevitabili ore difficili (non è tutto "rosa e fiori"), dovute spesso alle sempre più crescenti pressioni professionali ed economiche.                                                                                                                                            www.aiutofamiglia.org

 

                I metodi naturali consentono di individuare nel ciclo femminile il periodo fertile ed i tempi non fertili, per la ricerca della gravidanza o per rinviare il concepimento.

                La Confederazione riunisce i 22 centri italiani impegnati nella promozione della regolazione naturale della fertilità e nella formazione dei 770 insegnanti dei metodi naturali: il metodo dell'Ovulazione Billings, il metodo sintotermico Roetzer, il metodo sintotermico CAMEN. I centri condividono una radice antropologica, culturale ed etica, volta a promuovere l'amore coniugale e l'accoglienza

 

                Come proporre i metodi naturali in un consultorio

                La proposta della regolazione naturale [biologica] della fertilità in un consultorio può svolgersi:

  • come consulenza specifica inserita nel conteso medico-ginecologico o come segnalazione di un'opportunità in occasione di visite specialistiche o di corsi di accompagnamento alla nascita;
  • come invio da parte di chi conduce percorsi di consulenza psicologica o psicoterapia, avendo percepito che la persona/coppia potrebbe essere interessato a ricevere informazioni sui metodi naturali o a anche ad imparare un metodo naturale;
  • come consulenza educativa nei percorsi di educazione affettivo-sessuale per adolescenti e nei percorsi prematrimoniali.

                In ambito consultoriale si può avere un sanitario o un insegnante dei metodi naturali, specialmente qualora si presenti l’interesse da parte dell'utente / della coppia o quando approfondire questi aspetti possa essere di supporto ad un intervento psicologico, medico o sessuologico.

                Per alcune coppie che si incontrano in consultorio e che hanno deciso di non utilizzare contraccettivi e vivono con ansia le responsabilità legate alla potenzialità generativa, l’invio ad una consulenza sulla regolazione naturale della fertilità permette loro di acquisire maggiore consapevolezza e dunque responsabilità e serenità in una scelta condivisa e promuove un maggior dialogo in merito alla sessualità in generale.

Il coinvolgimento di un operatore esperto dei metodi naturali nei percorsi di educazione affettivo-sessuale permette di sostenere nel dialogo con i giovani un approccio che trasmetta il senso dell’unitarietà della persona nei suoi diversi aspetti e favorisce nei ragazzi, attraverso la scoperta della propria fertilità, l’accettazione serena e consapevole dei cambiamenti legati alla crescita, sostenendo la responsabilità verso la custodia della vita e il significato dei gesti del corpo.                                  www.confederazionemetodinaturali.it

 

{Il dr Alfio Benso, fondatore e attivo nel consultorio Ucipem di Cuneo negli anni ’60, propose anche un metodo per programmare il sesso del feto: nei tre giorni del picco di fertilità è molto probabile il concepimento di un maschio. La biologia e la medicina non sono come la matematica, ma riscontrano probabilità maggiori o minori. Ho condiviso le osservazioni del collega e le confermo. Ndr}

www.lastampa.it/cuneo/2013/01/14/news/l-addio-a-alfio-benso-ginecologo-e-direttore-dell-ex-policlinico-1.36128411

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF - n. 49, 22 dicembre 2021

v    100 presepi in Vaticano. È il titolo della tradizionale esposizione dei presepi in Vaticano, anche quest'anno sotto il colonnato del Bernini. 127 quelli esposti, provenienti da 15 Paesi: in questa clip video [www.youtube.com/watch?v=_OMgCaZUAVM] don Ivan Ricupero, del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, racconta la bellezza e il significato della mostra, e illustra i presepi più curiosi.    www.youtube.com/watch?v=L0PNKkoVHLM

v    "Famiglia e consumi al tempo del covid 19" Il webinar CISF del 16 dicembre dedicato alle scelte di acquisto, ai network relazionali, ai progetti di futuro delle famiglie durante la pandemia, in occasione della presentazione del "Terzo rapporto dell’Osservatorio sui consumi delle famiglie. Consumi e consumatori al tempo del COVID-19" (volume curato da Luigi Tronca e Domenico Secondulfo, FrancoAngeli) è ora disponibile                                                                                                  www.youtube.com/watch?v=UCUi-SS4xP8&t=1184s

v    Vita pastorale, san Giuseppe e i genitori che abbracciano la libertà dei figli. Nella sua rubrica mensile sulla rivista Vita Pastorale Francesco Belletti propone una riflessione sulla figura di San Giuseppe, in occasione della chiusura dell'anno dedicato e della lettera apostolica Patris Corde.

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_letters/documents/papa-francesco-lettera-ap_20201208_patris-corde.html

"San Giuseppe svela con una potenza impressionante che la paternità, nel confronto relazionale con la maternità, ha forse la possibilità di essere più trasparente di una dimensione essenziale della genitorialità, che è il suo trascendere i vincoli di sangue", scrive il direttore Cisf

www.famigliacristiana.it/articolo/vita-pastorale-francesco-belletti-famiglia-san-giuseppe-modello-di-paternita-che-trascende-i-vincoli-di-sangue.aspx

v    Francia/la salute dei "parents solos". È il titolo della ricerca che UNAF, membro COFACE, ha realizzato sulle famiglie francesi monoparentali (in realtà, il termine "solos" è più ampio e ricomprende anche chi cresce i figli da solo, a prescindere dallo status matrimoniale). In Francia il 24% delle famiglie sono monoparentali (a motivo di una separazione nell'80% dei casi) e costituite, nell'83% dei casi, da una madre sola con uno o più figli. La ricerca, che ha interpellato 250 famiglie, mostra che 9 genitori single su 10 affermano che crescere un figlio da soli ha un impatto sulla loro salute. Le responsabilità genitoriali sono il fattore che pesa maggiormente sul loro malessere psicofisico: hanno la responsabilità esclusiva del figlio (65,9%), che è accompagnata da un sentimento di solitudine (80,4%) e dalla mancanza di tempo per prendersi cura di se stessi                     i https://coface-eu.org/wp-content/uploads/2021/12/la_sante_des_parents_solos.pdf

v    Per salvare il pianeta, fate figli! Vi proponiamo un'interessante riflessione di Rémy Verlyck, direttore generale del think tank Famille Durables, che dalle pagine di Le Figaro risponde punto su punto ai sempre più numerosi "astensionisti" ecologici (soprattutto anglosassoni) secondo cui la nascita di un bambino rappresenterebbe un problema per l'equilibrio ormai precario del pianeta. Citando gli studi sul tema, Verlyck ricorda una questione fondamentale: l'invecchiamento e la riduzione della popolazione in età lavorativa ostacoleranno, nei prossimi anni, la crescita economica globale e di conseguenza la capacità di finanziare proprio quell'innovazione necessaria per la transizione ecologica e inclusiva.

                www.lefigaro.fr/vox/societe/pourquoi-la-natalite-doit-etre-au-coeur-de-la-reflexion-ecologique-20211213

v    Scelte procreative e questioni identitarie dei giovani italiani. È il tema dello studio condotto dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell'Università Cattolica di Milano, in collaborazione con l'Istituto Toniolo, e recentemente pubblicato sulla rivista Emerging Adulthood. Il team di ricerca - formato da Elena Canzi, Miriam Parise, Rosa Rosnati, Eugenia Scabini e Claudia Manzi - ha intervistato 1.380 giovani adulti, di cui il 62.9% femmine, di età compresa tra i 18 e i 33 anni, tutti senza figli, ed ha chiesto come si prefigurano la loro identità, se arricchita o impoverita, quando si immaginano di diventare genitori con differenti modalità procreative (in modo naturale, con fecondazione omologa, eterologa e attraverso adozione). Ne è emerso che per i giovani adulti il concepimento naturale rimane nell’immaginario l’esperienza più arricchente per l’identità personale. Il ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA), specialmente quelle eterologhe, pone questioni rispetto alla propria identità e quindi al significato dei legami genetici. L’adozione, invece, risulta più arricchente l’identità sulla stima di sé e sul senso di appartenenza.                                       https://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/21676968211052751

v    Inaugurato il family center Anna Meyer. Edificato nel grande parco dell'Ospedale Meyer di Firenze, ha aperto i battenti il 13 dicembre 2021 il "Family Center Anna Meyer", destinato a realizzare l'accoglienza delle famiglie che giungono per il ricovero dei loro bambini. Questo nuovo modello, simile agli ospedali internazionali, eviterà situazioni dispersive nella sala d'attesa dell'ospedale e mette al centro la famiglia e le sue esigenze, facilitando tutti quegli aspetti che hanno un impatto significativo sull’esperienza di cura che il bambino/adolescente e i suoi genitori fanno durante il ricovero.                                                                          www.meyerpiu.it/progetti/family-center-anna-meyer

v    90 anni di "Famiglia cristiana". Un numero speciale in edicola per ripercorrere la storia del giornale. Famiglia Cristiana celebra i suoi 90 anni ed esce il 23 dicembre 2021 con un numero speciale, dedicato alla sua lunga storia, con in omaggio la copia anastatica del primo numero della rivista, pubblicato nel Natale del 1931. “Nella sua prima uscita Famiglia Cristiana, stampato in 12mila copie, non contava che 12 pagine fitte di inchiostro, e costava appena 20 centesimi: riflessioni religiose, unite a consigli pedagogici, pratici e domestici, rivolti soprattutto al pubblico femminile”, scrive nel suo editoriale di presentazione don Antonio Rizzolo. La rivista fu un’idea del beato don Giacomo Alberione, fondatore della famiglia paolina, “convinto come san Paolo VI, al quale fu legato da forte intesa, che la famiglia fosse la «piccola Chiesa domestica» capace di custodire e trasmettere la fede di generazione in generazione”. Sul sito di Famiglia Cristiana tutti gli aggiornamenti sugli eventi correlati.                                                    www.famigliacristiana.it/fc90anni/default.aspx

v    Percorsi di formazione. Diritti e inclusione delle persone con disabilità in una prospettiva multidisciplinare. È il titolo del Corso di perfezionamento organizzato dall'Università degli Studi di Milano (dal Dipartimento di Diritto Pubblico Italiano e Sovranazionale, con il patrocinio di Ledha) e volto a contribuire, in un’ottica multidisciplinare, alla formazione post-universitaria dei laureati e professionisti che, a vario titolo, si occupano o intendono occuparsi della tutela dei diritti delle persone con disabilità. Si terrà ogni giovedì pomeriggio dal 3 febbraio al 12 maggio 2022 (in presenza solo se le restrizioni Covid lo consentiranno).

https://dipd.ariel.ctu.unimi.it/v5/home/previewarea.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_22_12_2021&name=programma        

v    Dalle case editrici

tFranco Arminio, La cura dello sguardo. Nuova farmacia poetica, Bompiani, Milano 2020, p.208

                Un libro per reagire all’“autismo corale” che ci vede rinchiusi dietro i nostri piccoli schermi. Poesie e testi come fiaccole per illuminare il presente e comprendere il valore della fiducia, la necessità di riallacciare gli sguardi e aver cura gli uni degli altri.

Ellie Dix, Giochiamo in famiglia. Come (dis)togliere i nostri figli dallo schermo con i giochi da tavolo, Erickson, Trento 2021, p.272

                Insegnante e pedagogista, l’autrice propone molto più di un manuale, ma un vero e proprio viaggio nei generi dei giochi da tavolo, nella scoperta dei tipi di gioco più adatti, ma soprattutto nell’uso degli stessi come strumento educativo in grado di generare importanti capacità relazionali e di gestione dei problemi.

tMarcello Belletti, Sovrabbondanza. Cronaca di una famiglia extra-large e per di più cattolica, Ancora, Milano 2021, p.112

                “Prima in due, poi tre, quattro, cinque, in sette di colpo e poi otto e ora nove! Uno squadrone di famiglia. A tratti ingestibile. Spesso sfibrante, ma continuamente sorprendente. E tutto scaturito da un matrimonio. Un solo matrimonio! Inimmaginabile”. È la folgorante presentazione che Marcello Belletti fa della sua famiglia: insieme alla moglie Emanuela, hanno avuto sette figli.

                Sette figli nell’Italia dell’inverno demografico significa sentirsi dire, mentre si cammina per strada, “Signora ma non l’ha ancora cacciato, quell’uomo lì?”. Oltre alle battute, c’è anche chi si domanda “ma economicamente come fate?”, il tema che certamente angustia tutte le giovani coppie, la prima ragione della forbice statistica tra “figli desiderati” e “figli avuti”.

                “Vediamo tante coppie bloccate, spaventate, incapaci di fare un passo in avanti, salvo per avere la garanzia matematica che tutto sia economicamente coperto”, scrive Belletti. “All’inizio non è il momento, poi ci sono le vacanze, poi le macchine da cambiare, poi la ristrutturazione, poi…poi.. non c’è mai il momento giusto, né tantomeno i metri quadri per accogliere un figlio in più”. Eppure, si domanda, davvero è giusto farsi condizionare la vita da quattro mura che ci supereranno nei secoli? E l’uomo non è fatto forse per cose più grandi? La cosa grande, qui, è stata la voglia di fare famiglia, con un amore che trasuda da ogni pagina, illuminato da una grande fede che accompagna nelle gioie e nelle difficoltà. Ma attenzione: in queste pagine non c’è nessuna lezione da imparare, nessuna vetrina da famiglia “super”, e soprattutto nessuno sconto alle (grandi) fatiche del quotidiano. Comunque non si riesce a smettere di leggere, questo piccolo libro che a volte fa ridere ma anche riflettere profondamente sul nostro tempo. I grandi temi ci sono tutti: non solo quello della generatività in una società sempre più sprezzante ed egoista, ma anche l’ansia genitoriale diffusa, l’eco-paranoia, e gli argomenti “caldi” della cultura sociale che accoglie i ragazzi, come la questione del gender e lo storytelling del “sesso sicuro” (che non ha niente a che vedere con l’amore).

                Tra primissimi piani - di sabati mattina all’Iper e di interni domestici molto affollati - e il campo lungo di un tempo e una società in cui vivere è a dir poco complesso, Belletti riesce a fare di più: dare testimonianza, ed è la bellezza che non ci abbandona, neanche quando si chiude il libro.       (Benedetta Verrini).

v    Save the date

  • Webinar (FR) - 2 febbraio 2022 (5.30-7.00). "L’école et l’IA : et si l’IA pouvait transformer notre façon d’apprendre?", a cura dell'ICP-Institut Catholique de Paris

https://www.icp.fr/a-propos-de-licp/actualites/le-23e-cycle-de-conferences-de-lisp-faculte-deducation-entierement-en-ligne

  • Webinar (IT) – 22 gennaio 2022 (9.00-13.00). "Supportare i siblings, fratelli e sorelle di persone con disabilità”, promosso dal Gruppo Psicologi UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare)

www.uildm.org/supportare-i-siblings

  • Formazione (GE) - 24 gennaio/21 febbraio (inizio ore 18.00). “Le religioni e la donna”, organizzato a Palazzo Ducale di Genova in collaborazione con il Centro Studi Antonio Balletto. [anche in streaming]

https://genovaquotidiana.com/2022/01/16/al-ducale-questione-femminile-e-chiesa-cattolica

  • Formazione (it) - 24/31 gennaio 2022. "Settimana dell'educazione", rassegna di incontri, gratuiti e aperti a tutti, sui temi dell’educazione, dei rapporti con i ragazzi e in famiglia. A cura di Faris, Family Relationship International Schoolwww.fondazioneaibi.it/faris/categoria-prodotto/webinar/genitori-e-figli
  • Webinar (INT) - 27 gennaio 2022 (17.30-19.30). “teoria del genere e identità cattolica”, organizzata da Rete Internazionale Donne Leaderes Cattolicas con la partecipazione di Marta Rodriguez (ISSD-Istituto Studi Superiori sulla Donna
  •                 www.facebook.com/ISSD.APRA/photos/a.750357454975000/5078972335446802
  • Webinar (IT) - 01 febbraio 2022 (17.00-19.00). "Care Leavers. Giovani, autonomia e partecipazione nel leaving care italiano", a cura di Associazione Agevolando.

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSc4AvdjCScqwmQiJdDpm8X-aCCUKXyWTEE_NJTAX5AE9UnUkA/viewform

  • Webinar (USA) - 16 febbraio 2022 (9.00-10.15 GMT -8). "NCFP- Complexities of the Collective: Balancing Individual and Family Interests", un approfondimento a cura del National Center for Family Philanthropy sul tema delle donazioni e della filantropia di famiglia.

https://socalgrantmakers.org/events/ncfp-complexities-collective-balancing-individual-and-family-interests

  • Webinar (IT) - 2 aprile 2022 (9.00-18.00). "Legami familiari. Una lettura psicoanalitica con Massimo Recalcati", a cura di Psicologia.io, 10 ECM per tutte le professioni sanitarie senza necessità di partecipare alle dirette.

www.psicologia.io/formazione-online/legami-familiari-una-lettura-psicoanalitica

Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

    Archivio   http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

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CHIESA DI TUTTI

Il “peccato collettivo” dei vescovi continua. No alla Commissione d’indagine sulla pedofilia dei preti

                I vescovi italiani continuano a non considerare il loro vero e proprio peccato collettivo  nel rifiutare una Commissione di indagine sui preti pedofili nel nostro paese. In Spagna è la stampa che mette a nudo una situazione che i vescovi non vogliono indagare

                I servizi per la tutela dei minori. La linea dei vescovi sulla questione della pedofilia del clero  nel nostro paese sembra ormai essere definita in modo permanente. Tutto ciò viene di fatto confermato dalla loro recente assemblea generale di fine novembre e dalla cosiddetta Giornata di preghiera del 18 novembre. Nelle ultime settimane è stato diffuso l’esplosivo rapporto CIASE sugli abusi in Francia, in questi giorni i vescovi del Portogallo e della Svizzera hanno scelto la strada della Commissione indipendente di indagine. In Spagna nel silenzio dei vescovi, che hanno rifiutato di sapere e di indagare, ora è una indagine giornalistica di “El Pais”, durata tre anni, che ha scritto un rapporto sulla situazione molto pesante con una iniziativa simile a quella del “Boston Globe” che nel 2002 sollevò il problema negli USA.

                Di fronte a fatti recenti di questo tipo i nostri vescovi  decidono di andare per loro strada che consiste nel ritenere affrontato adeguatamente il problema con l’istituzione nelle diocesi e a livello nazionale di “Servizi per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili”. Queste strutture sono finalizzate ad un’opera di prevenzione e di formazione nei seminari ed in ogni luogo di aggregazione giovanile. Esse si avvarranno dell’ausilio di esperti che, a quanto si capisce, saranno espressione delle ricerche e della pratica che avviene nell’ambito delle discipline della psicologia e delle patologie connesse. L’impegno delle strutture ecclesiastiche sembra rilevante anche nel produrre testi specifici che vengono suggeriti dal livello nazionale della nuova struttura che è diretta dal vescovo di Ravenna mons. Ghizzoni; quest’ultimo nell’ultima assemblea generale dei vescovi ha confermato la positività di questo percorso che incontrerebbe tante buone volontà.

                Questo tipo di interventi, sicuramente faticosi per le piccole diocesi, ci sembrano enfatizzati col continuo richiamo alle lunghe e farraginose Linee Guida della CEI del 2019 sulla pedofilia, considerate strumento efficace nell’indicare i percorsi  giusti per ogni vescovo. Le Linee guida precedenti (2012 e 2014) erano state criticate dal Vaticano perché troppo lassiste, noi abbiamo criticato anche queste ultime (www.noisiamochiesa.org/?p=7606). Si strutturano complessi organismi tutti di curia, non vi è prevista ed obbligatoria alcuna presenza femminile  ed ugualmente nessun ruolo è previsto per le vittime, per le quali poi non si parla di risarcimenti materiali (come avviene   invece negli altri paesi, Francia, Germania, ecc.). Ci sono molte parole che vorrebbero essere rassicuranti, ma che, alla meglio, serviranno per il futuro.

                La Giornata sottotono del 18 novembre. La CEI ha indetto per il 18 novembre una Giornata  nazionale di preghiera sul tema degli abusi. Essa è stata ben poco divulgata a livello nazionale sui media, è difficile capire dove è stato fatto qualcosa essendo affidata a iniziative locali. Sicuramente essa è stata di basso profilo in assenza di un fatto dalla risonanza generale (assemblea di tutti i vescovi  o altro di impatto importante come è avvenuto in altri paesi). Poi essa è stata proclamata in voluta coincidenza con la Giornata per i minori indetta per lo stesso giorno dal Consiglio d’Europa sulla base della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali (2007) a cui il Vaticano dovrebbe aderire. Questa iniziativa europea però ha un ambito di intervento molto largo e si rivolge ad ogni opinione pubblica, ad ogni soggetto sociale e ad ogni Stato ed è programmaticamente laica.

                Perché i nostri vescovi non si sono “aggregati” ad iniziative specifiche di Conferenze episcopali europee sulla pedofilia nella Chiesa Cattolica? Oppure promosse (cosa auspicabile) dalla CCEE o dalla COMECE, le due sedi di coordinamento dei vescovi a livello europeo? Abbiamo il sospetto che si voglia in qualche modo inserire gli abusi nella Chiesa nel più generale fenomeno delle violenze sui minori provenienti da tanti soggetti diversi (famiglie, organizzazioni per giovani, ...) per considerarlo in questo modo da collocare tra i tanti possibili di diversa provenienza  e quindi non più gravi di tanti altri senza una vera “gravità cristiana”. Questa posizione fu sostenuta a suo tempo in ambiti ecclesiastici (insieme alla tesi che in Italia gli abusi erano ben pochi!) e tendeva a minimizzare fatti che, invece, hanno una gravità ben maggiore se l’abuso è opera di un esponente del clero per il tipo particolare di rapporti di tipo psicologico e spirituale di dipendenza che si determinano nei confronti del minore.

                Il “peccato collettivo”  dei vescovi continua. Nel nostro ultimo testo www.noisiamochiesa.org/?p=8545

 abbiamo parlato con schiettezza di “peccato collettivo” dei vescovi per il loro rifiuto di affrontare veramente il passato con una Commissione indipendente di indagine (sul modello di quella Sauvé). Dovrebbero convincersi che una vera purificazione deve passare dall’accertamento di quanto è successo, da momenti di pentimento collettivo, anche da rinunce in qualche caso al ministero episcopale, dall’intervento per risarcimenti concreti, dalla denuncia dei fatti alla magistratura immediata e sempre, dall’insufficienza delle cosiddette “indagini previe” a cui i vescovi sono obbligati dal diritto canonico, dall’ascolto non pro forma delle vittime. Continueremo a ripeterlo, si tratta di un “peccato collettivo”. L’orientamento dei vescovi è tanto più censurabile in quanto sta decollando il percorso sinodale della nostra Chiesa italiana che deve parlare con parresia “dal basso”. Iniziamo così non facendo i conti fino in fondo col passato? Probabilmente dobbiamo aspettare anche noi dei giornalisti d’inchiesta che costringano il sistema ecclesiastico ad uscire dalle attuali   belle parole e dai buoni propositi inconcludenti.

                Responsabilità civica e testimonianza per la giustizia. Ci pare opportuno anche sottolineare che i nostri Vescovi, cittadini italiani, disattendono peraltro una doverosa e necessaria testimonianza di fronte all’opinione pubblica. Non basta condannare con le parole (peraltro spesso ambigue), servono gesti laici di disvelamento, di denuncia di fronte a reati che sono contro la persona ben prima e non solo contro la morale, come equivocato in molti testi prodotti nel tempo (Catechismo compreso). Nel nostro ordinamento penale i reati contro la persona sono giustamente posti in primo piano e pesantemente sanzionati perché, se del caso vengano compiuti dal clero, devono essere contemplati e gestiti su binari normali per tutti, sia prima che dopo l’eventuale condanna. In questo senso andrebbe davvero abrogato il quarto comma dell’art. 4 del Concordato che esenta l’autorità ecclesiastica dalla denuncia del prete pedofilo. Fare i conti con il passato significa anche consegnare alla giustizia penale dello Stato italiano abusatori, complici e insabbiatori. Non ultimo il doveroso risarcimento pecuniario e in termini di cura. Se non ora quando?

                               Admin  noi siamo chiesa             Milano, 23 dicembre 2021

https://mailchi.mp/ce87f9ba07d4/comunicato-nsc-6325922?e=760c915e08

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CHIESA IN ITALIA

Il Sinodo. Le speranze e i silenzi

                “Il Sinodo di cui non si parla”. Sarebbe un equivoco limitarsi a pensare il Sinodo della Chiesa italiana come a un grande evento o a un raduno di delegati che presentano risoluzioni o votano proposizioni. Sarà un percorso “diffuso”, non accentrato e precostituito, che abbia per protagonisti i territori (incluse le oltre 25mila parrocchie) e le multiformi espressioni ecclesiali presenti nel Paese, con una particolare attenzione al laicato. Così si legge nella proposta per il Sinodo consegnata dalla presidenza della Conferenza episcopale italiana al Papa. Era il 27 febbraio di quest’anno 2021. Il presidente stesso della CEI spiegava che: “C’è bisogno di uscire dal «torpore». Ciò significa liberarsi dalle sovrastrutture, sburocratizzare la vita delle parrocchie e delle diocesi, superare la logica del “si è sempre fatto così…”.

                Un fragoroso silenzio. Ora siamo giunti al via. Il Sinodo della Chiesa Italiana si è aperto da pochi giorni e non si coglie in generale nelle nostre comunità cristiane alcuna eccitazione, attesa, fermento. Al contrario è triste costatare il silenzio, la mancanza di conoscenza e, più che il torpore, l’apatia che lo circonda.

                La sinodalità “è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio” ha detto papa Francesco. Si tratta dell’evento più importante che interesserà la nostra Chiesa nei prossimi anni e che ha lo scopo dichiarato di proporre una «rigenerazione» e ridare slancio alla Chiesa. Inoltre dovrà segnare un rinnovamento importante nella partecipazione, nell’organizzazione, nell’annuncio, nella pastorale. Eppure, a distanza di molti mesi dal suo annuncio, continua a rimanere nell’ombra.

                È una macchina che ha mostrato un’inerzia enorme per mettersi in moto. L’indicazione del Papa ai vescovi ad intraprendere il cammino sinodale risale al convegno di Firenze del 2015. Ma il cammino è stato intrapreso solo quest’anno, dopo una sua “bacchettata” che è riuscita far smuovere le acque, sebbene nel cuore della Chiesa sembra siano stabilmente rimaste stagnanti. Non si tratta di immaginare l’iter sinodale alla stregua di uno schiocco delle dita. “Questo porterà via tempo”, aveva spiegato papa Francesco nel suo intervento all’Assemblea generale della Cei nel maggio 2019. Proprio per tal motivo era importante farsi trovare pronti al cancelletto di partenza.

                La mia parrocchia e il mio gruppo. I ritardi. Rivolgo lo sguardo alle realtà a me più vicine, la mia comunità parrocchiale e al movimento ecclesiale di cui faccio parte. Faccio qualche considerazione che comunque credo passibile di un’ampia generalizzazione. È vero che stiamo uscendo dalla pandemia che ha ridotto al minimo i giri del motore ecclesiale e che faticosamente stiamo ritornando alla vita “normale”. In ogni caso l’enorme opportunità offertaci dal Sinodo è adesso e adesso si deve coglierla. Invece, più che lo scarso interesse, si nota proprio una mancanza di conoscenza e di consapevolezza. Semplicemente tra noi cristiani non se ne parla. Ero tentato di condurre una personale micro indagine demoscopica mettendomi all’ingresso della chiesa prima della messa domenicale. “Buongiorno signora, mentre si igienizza le mani mi direbbe se è a conoscenza che sta per iniziare il Sinodo?”

                Il problema non è affatto di scarso rilievo, perché? “ Al centro del cammino sinodale ci sarà l’ascolto, che vuol dire primato delle persone sulle strutture, corresponsabilità, attenzione ai variegati volti della Chiesa italiana. Sarà una grande consultazione “dal basso” di tutta la Chiesa” precisa il presidente della CEI. È la scelta di «andare alla base», secondo l’espressione di papa Bergoglio. Ampio spazio verrà dedicato al confronto con l’associazionismo, le famiglie religiose, le realtà dell’universo cattolico. Dunque è necessario il coinvolgimento personale della maggior parte possibile del popolo di Dio, di ogni credente. Anzi, viene raccomandato di raggiungere anche chi sta ai margini della vita di fede, chi la Chiesa l’ha abbandonata, la guarda da lontano e si pone tanti interrogativi.

                Per fare tutto questo ci vuole tempo e non possiamo dire di essere partiti “per tempo”. È urgente che si inizi a lavorare per costruire le condizioni di uno svolgimento del sinodo reale, fattivo , partecipato. Si può obiettare che non si esaurirà a breve, dato che questa fase iniziale, “dal basso verso alto” come è stata denominata, durerà da metà ottobre ad aprile 2022. Con lo sguardo rivolto sempre alla mia Parrocchia (ma credo che queste considerazioni siano estendibili a tante altre) non posso fare a meno di pensare che nell’immediato siamo assorbiti dalla ripartenza di tutte le attività parrocchiali. Tra un mese si attivano gli itinerari di avvento e poi c’è il tempo di Natale. Una piccola finestra tra metà gennaio e febbraio in cui infilare qualcosina su Sinodo, sempre che non ci siano sovrapposizioni con altro, e poi di nuovo il periodo off-limits di quaresima e Pasqua. Stop. Tempo scaduto.

                Il percorso sinodale, se vuole essere serio e dignitoso non è comprimibile in qualche buco del calendario pastorale. E, per favore, …niente cibi precotti. Lo dice chiaramente anche il Papa: “Lo scopo del Sinodo e quindi di questa consultazione non è produrre documenti, ma far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un’alba di speranza, imparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani».

                Un metodo nuovo. Che deve restare. È grande la preoccupazione che un’opportunità irrinunciabile di rinnovamento della Chiesa come questa possa risolversi in un’occasione persa. A meno che…. E se “l’uomo venuto dall’altra parte del mondo”, che ha visto e vissuto la teologia del popolo ben prima di noi, non avesse capito tutto fin dall’inizio? Che il metodo conta più del risultato, perché il risultato può essere molto parziale e lento a realizzarsi, Ma il metodo, una volta adottato, è qui per restare. Ecco perché la continua forte l’insistenza del Papa sul metodo sinodale: “Il tema della sinodalità non è il capitolo di un trattato di ecclesiologia, e tanto meno una moda, uno slogan o il nuovo termine da usare o strumentalizzare nei nostri incontri. No! La sinodalità esprime la natura della Chiesa, la sua forma, il suo stile, la sua missione”.

                Essa non cessa la sua validità ad aprile 2022 ma rimane, deve diventare uno stile della vita cristiana e quindi il contributo “dal basso” sarà una voce costante a cui si dovrà sempre prestare ascolto.

Paolo Vavassori                                              La barca e il mare

https://labarcaeilmare.it/chiesa-e-religioni/il-sinodo-le-speranze-e-i-silenzi

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CHIESA UNIVERSALE

Inchiesta di “El País” sui preti pedofili. Francesco apre il dossier Spagna

                C’è voluto il lavoro approfondito, minuzioso, di un gruppo di reporter di El País per rompere il muro di omertà di fronte agli abusi sessuali su minori commessi da religiosi e laici della Chiesa spagnola negli ultimi decenni. Per scongiurare il rischio di nuovi insabbiamenti, il dossier — 385 pagine che dettagliano 251 casi riferiti al periodo tra il 1943 e il 2018 — è stato consegnato al Papa dall’inviato del quotidiano, Daniel Verdú, sul volo che portava il pontefice per l’ultima missione in Grecia e Cipro, all’inizio di dicembre. La risposta di Francesco è stata quasi immediata: ha trasmesso la documentazione alla Congregazione per la Dottrina della fede, incaricata di coordinare le indagini su tutti i casi di pedofilia nel mondo cattolico. Ma una copia del rapporto è stata consegnata da El País anche al cardinale Juan José Omella, l’arcivescovo di Barcellona che presiede la Conferenza episcopale spagnola, vicino a Bergoglio.

                Il lavoro d’indagine di El País , avviato nel 2018 sulla falsariga dell’inchiesta condotta dal team investigativo Spotlight del Boston Globe , premiata con il Pulitzer e divenuto celebre grazie al film premio Oscar di Tom McCarthy, ha permesso di creare una banca dati su tutti i casi di abusi finora conosciuti, con l’indicazione, provincia per provincia, di tutti i membri del clero e di tutte le istituzioni religiose coinvolte. Al momento, sono coinvolte 31 diocesi e 31 ordini religiosi, ma l’archivio è in costante aggiornamento anche perché il quotidiano ha messo a disposizione un indirizzo e-mail — abusos@ elpais.es — per le segnalazioni. Ed è proprio grazie a questa iniziativa che molte vittime hanno deciso di parlare, di raccontare l’incubo vissuto durante l’adolescenza. Le storie vengono verificate, una ad una, e inserite nel dossier una volta raccolti elementi sufficienti a indicarne la veridicità. Cosa che spesso accade con relativa facilità, perché in molti istituti religiosi gli abusi e le violenze — troppo a lungo insabbiati — erano un secreto a voces : tutti ne conoscevano l’esistenza ma nessuno faceva niente per fermarli. I 251 casi indicati dal quotidiano, sommati a quelli che si conoscevano fino ad ora, portano a una cifra totale di 602, ciascuno con riferimento diretto a un religioso coinvolto, per 1.237 vittime. Un numero destinato probabilmente a moltiplicarsi: potrebbero essere alcune migliaia .

                Di fronte a queste denunce, che potrebbero essere solo la punta di un iceberg di uno scandalo molto più ampio, Francesco ha deciso di intervenire prontamente. La Santa Sede ha confermato ieri che il Papa vuole manifestare la sua «attenzione e vicinanza» alle vittime della pedofilia «con le parole, le preghiere e i gesti». Gesti che potrebbero provocare un terremoto nella Chiesa spagnola, visto l’impressionante numero di prelati coinvolti nell’insabbiamento degli abusi. In alcuni casi le storie erano a conoscenza della gerarchia che copriva i responsabili, in altri i religiosi coinvolti venivano trasferiti, a volte anche all’estero, per sottrarli alla possibile azione della giustizia. El País ne elenca 25 con nome e cognome. E ci sono alcune delle figure di maggior spicco della Chiesa spagnola degli ultimi decenni. A cominciare dall’ex arcivescovo di Madrid ed ex presidente della Conferenza episcopale, Antonio María Rouco Varela, vicinissimo a Benedetto XVI, e gli ex arcivescovi di Barcellona, Ricard Maria Carles e Lluís Martínez Sistach

Alessandro Oppes,         “la Repubblica”                20 dicembre 2021

                               inchiesta-di-El-Pais-sui-preti-pedofili.-Francesco-apre-il-dossier-Spagna-al-oppes-rep.pdf

 

I lefebvriani e la "Chiesa di sempre"

                La celebrazione della liturgia può sembrare irrilevante, per chi osservi la Chiesa di fuori; ma sarebbe giudizio affrettato, perché proprio tale problema, dopo il Concilio Vaticano II (1962-65), ha provocato un'aspra divisione che i papi da allora susseguitisi fino a Francesco hanno cercato di superare, senza però ottenere risultati apprezzabili Quella grande Assemblea (2.500 vescovi) approvò le linee generali di una riforma liturgica che meglio esprimesse il senso profondo dei vari riti, e fosse più comprensibile alla gente.

                Nella Chiesa latina, dunque, al posto del latino, ormai comprensibile solo ad una esigua minoranza di fedeli, si introdussero le lingue parlate, nei vari Paesi, dalla gente. E il celebrante non diceva più messa con le spalle voltate al popolo, ma da un altare dal quale egli guardava la gente. La riforma fu sostanzialmente ben accolta ovunque; ma il vescovo francese Marcel Lefebvre, sostenendo di proclamarsi fedele “alla Chiesa di sempre” si oppose ad essa e, per «difendere la tradizione», creò – con sede centrale ad Ecône, in Svizzera – una sua “Fraternità sacerdotale”. Senza il permesso della Curia romana cominciò ad ordinare preti; perciò Paolo VI nel 1976 lo sospese a divinis (proibizione di celebrare); ma lui continuò, e nel 1988, malgrado l’esplicita proibizione di Giovanni Paolo II, consacrò quattro nuovi vescovi; e allora fu scomunicato.

                Benedetto XVI cercò di venire incontro alle richieste dei lefebvriani; cancellò la scomunica ai vescovi ribelli, e di fatto mise sullo stesso piano la liturgia pre-conciliare con quella legata alla riforma avviata dal Vaticano II. Ma la sperata “resa” del gruppo di Ecône non ci fu. Anche Francesco ha fatto gesti distensivi verso di loro, ma nel luglio scorso si è irrigidito: egli ha constatato, infatti, quello che ai più era noto da tempo: i lefebvriani non contestano tanto la riforma liturgica, ma alcuni pilastri del Vaticano II che in pratica modificano il precedente magistero papale: il pentimento per l’antisemitismo del passato, l’affermazione del principio della libertà religiosa, la collegialità episcopale. Insomma, con il pretesto di essere obbedienti alla “Chiesa di sempre”, i critici sono infedeli alla “Chiesa di adesso”.

                Dunque, cinque mesi fa Bergoglio aveva ristretto le possibilità di celebrare messa con il rito preconciliare;                e, proprio l’altro giorno, la Curia romana ha emanato disposizioni che limitano ancor più l’uso di quel rito.

                Il nodo da sciogliere è sempre lo stesso: continuità/discontinuità del magistero. I lefebvriani – per fare un esempio – hanno ragione nel dire che il Vaticano II ha cambiato la dottrina: infatti, nell’Ottocento, Gregorio XVI e Pio IX avevano definito “pazzia” l’idea della libertà religiosa, mentre il Concilio ha proclamato che ogni persona ha il diritto, pieno e sorgivo, di goderne. In parole crude: il magistero papale ogni tanto sbaglia, e deve ricredersi. E su altri temi ancora dovrà farlo, nel prossimo futuro, per essere fedele non a se stesso, ma al Vangelo.

Luigi Sandri        “L’Adige” 20 dicembre 2021

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202112/211220sandri.pdf

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CITTÀ DEL VATICANO

La curia e il suo servizio

                Partecipazione, comunione, missione: sono le parole d’ordine di papa Francesco ai suoi collaboratori nel tradizionale incontro per gli auguri natalizi (23 dicembre). Un’occasione che merita attenzione per il rilievo che la curia ha nell’esercizio pastorale del primato papale. Prima di presentare i tratti essenziali del discorso vale la pena sottolineare le cose che non ci sono nel testo, il non detto.

www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2021/december/documents/20211223-curiaromana.html

                Anzitutto non vi è traccia della costituzione apostolica Evangelium prædicate, il documento di riforma organica della curia, già annunziato più volte e che gira solo in bozze. La riforma della curia è stata fortemente richiesta nel conclave che ha eletto papa Francesco e alla curia è stata rivolta molta attenzione da parte sua. I tratti maggiori della riforma sono già in opera: la centralità della Segreteria di stato (riconfermata dopo molte titubanze, e persino ampliata nei suoi compiti), le due nuove segreterie (per la comunicazione e l’economia, variamente rimaneggiate), i dicasteri dei vescovi, del clero, dei laici, per lo sviluppo umano integrale e della vita consacrata, che hanno visto accorpamenti e diversificazioni dei loro compiti.

                Il rapido cambiamento di alcuni ruoli apicali, più o meno coincidenti con i cinque anni di servizio, dal card. Pell al card. Piacenza, dal card. Becciu al card. Müller, dal card. Sarah al card. Stella, fino alla recente decisione relativa al card. Turkson, testimoniano di una certa difficoltà a modificare la “macchina”. In particolare, si sottolineano le difficoltà legate alle mansioni degli uffici, al loro coordinamento, alla gestione del personale. Non sempre sono evidenti le linee di forza della riforma e cioè il rafforzamento delle conferenze episcopali rispetto ai dicasteri (lo scoglio è rappresentato dall’Apostolos suos – 21 maggio 1998) e la prevalenza della dimensione evangelizzante su quella gestionale e di sorveglianza.

www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/motu_proprio/documents/hf_jp-ii_motu-proprio_22071998_apostolos-suos.html

                Quello che manca. Una seconda assenza è relativa alla progettazione delle attività papali. Affrontata in uno dei primi discorsi in occasione del Natale è poi sparita dai successivi appuntamenti. Una mancanza che alimenta il mugugno e il chiacchiericcio. Si addebita al papa di agire senza una squadra affidabile, ricorrendo volta a volta a competenze e a personaggi che non sempre si rivelano all’altezza. Con una comunicazione pubblica in cui capita che si annuncino progetti importanti sui media laici prima della comunicazione interna. Difficile seguire tutti i meandri del malcontento, ma risulta evidente che papa Francesco chieda con priorità una conversione interiore, spirituale e morale, ai suoi collaboratori prima e in corrispondenza di ogni mutamento gestionale.

                Una terza assenza è l’annuncio delle sue dimissioni. Francesco non le ha mai escluse, ma neppure mai annunciate come imminenti. Ma talora le voci si rincorrono, obbedendo più alla logica mediale che ai dati di fatto.

                Entrando dentro testo si potrebbe titolare: il mistero del Natale e la via dell’umiltà. L’immagine biblica evocata è quella di Naaman il Siro (cf. 2Re 5), generale valoroso dell’esercito arameo che si rivolta al profeta Eliseo per la guarigione dalla lebbra e impara, nel rapporto con lui, la virtù necessaria all’approccio al Dio di Israele: l’umiltà. Servono poco i titoli di onore, le armature raffinate, la ricchezza esibita. «Naaman comprende una verità fondamentale: non si può passare la vita nascondendosi dietro un’armatura, un ruolo, un riconoscimento sociale… Arriva il momento nell’esistenza di ognuno, in cui si ha il desiderio di non vivere più dietro il rivestimento della gloria di questo mondo, ma nella pienezza di una vita sincera, senza più bisogno di armature e di maschere». Fuori metafora: «Ci intratteniamo vanitosi parlando a proposito di “quello che si dovrebbe fare” – il peccato del “si dovrebbe fare” – come maestri spirituali ed esperti di pastorale che danno istruzioni rimanendo all’esterno. Coltiviamo la nostra immaginazione senza limiti e perdiamo il contatto con la realtà sofferta del nostro popolo fedele».

                «L’umiltà è la capacità di saper abitare senza disperazione, con realismo, gioia e speranza, la nostra umanità, questa umanità amata e benedetta dal Signore. L’umiltà è comprendere che non dobbiamo vergognarci della nostra fragilità». L’umile sa ricordare, legato alle proprie radici, e sa generare aprendo germogli di fecondità.

                Naaman. La curia è un organismo di testimonianza più che un’organizzazione aziendale, uno strumento del Vangelo prima di un organismo efficiente. Francesco suggerisce tre modi per rendere concreto l’invito all’umiltà.

  1. Il primo è la partecipazione: «sarebbe importante che ognuno si sentisse partecipe, corresponsabile del lavoro senza vivere la sola esperienza spersonalizzante dell’esecuzione di un programma stabilito da qualcun altro» e incoraggia alla creatività e la partecipazione attiva alla missione.
  2. Il secondo strumento è la comunione: «Non avremo mai uno stile evangelico nei nostri ambienti se non rimettendo Cristo al centro, e non questo partito o quell’altro, quell’opinione o quell’altra: Cristo al centro». La comunione è reale nella diversità che è dono dello Spirito, con quell’atteggiamento di magnanimità e generosità che il popolo santo di Dio riconosce.
  3. Il terzo criterio è la missione: «Essa è ciò che ci salva dal ripiegarci su noi stessi». «Solo un cuore aperto alla missione fa sì che tutto ciò che facciamo ad intra e ad extra sia sempre segnato dalla forza rigeneratrice della chiamata del Signore».

                E il papa conclude: «Cari fratelli e sorelle, facendo memoria della nostra lebbra, rifuggendo le logiche della mondanità che ci priva di radici e di germogli, lasciamoci evangelizzare dall’umiltà del bambino Gesù. Solo servendo e solo pensando al nostro lavoro come servizio possiamo davvero essere utili a tutti».

Lorenzo Prezzi                  Settimananews               26 dicembre 2021

2 commenti                         www.settimananews.it/chiesa/la-curia-suo-servizio

 

Il papa e la Curia fra sinodo, finanze a rischio, Giubileo e nomi

                La pandemia sta incidendo anche sul governo della Chiesa universale rallentando il già non facile cammino di riforma e riorganizzazione della Curia romana promosso da papa Francesco. Fra le altre cose il covid ha messo ulteriormente in crisi le traballanti entrate finanziarie: sono diminuite infatti le offerte a causa del virus e delle sue conseguenze sulla vita civile e sociale, lo stesso dicasi per le risorse provenienti dalle Conferenze episcopali, è calato drasticamente il numero di pellegrini e visitatori di tanti luoghi d’arte e di culto, non solo a Roma fra l’altro, ma anche per esempio in Terra Santa. Fatto, quest’ultimo, ricordato dallo stesso pontefice nel corso del discorso pronunciato in occasione della benedizione «urbi et orbi» del giorno di Natale.

                L’altra grande preoccupazione di Francesco resta il sinodo generale in programma per il 2023, che dovrà aprire – almeno nelle intenzioni – la Chiesa all’ascolto della società contemporanea dando voce alle aspettative e ai bisogni dei popoli di questo tempo. Per la verità i sinodi precedenti celebratisi sotto questo pontificato non lasciano ben sperare: tutti – da quelli sulla famiglia all’assise sull’Amazzonia – avevano generato grandi aspettative all’inizio, ma si sono chiusi con risultati minimalisti lasciando emergere il volto di una Chiesa fortemente divisa al suo interno, in cui ormai si contrappongono visioni differenti del mondo e del cristianesimo, non di rado chiusa in un tradizionalismo esasperato.

                Oppure è stata la Santa Sede a frenare il cambiamento all’ultimo momento per paura di generare nuove spaccature, come nel caso del sinodo sull’Amazzonia con la possibile apertura ai laici alla guida di comunità di fedeli nelle regioni dell’America Latina dove è forte la carenza di sacerdoti. È vero che il prossimo sinodo è dedicato proprio alla partecipazione alla vita della Chiesa – uno snodo fondamentale, a questo punto – e arriva dopo che il papa ha riformato l’istituto rendendolo, di fatto, un organismo con potere decisionale e non più meramente consultivo (già così per l'Amazzonia, ma l'assise era regionale, in quel caso), quindi molto dipenderà dal livello di partecipazione che si svilupperà nel corso di questi due anni; di tutto questo Bergoglio ha in ogni caso parlato nel tradizionale discorso per gli auguri di Natale, rivolto alla Curia il 23 dicembre scorso.

                Ma andiamo con ordine. Dei problemi finanziari che assillano le casse vaticane c’è stato un accenno significativo del papa nel discorso “natalizio” rivolto ai dipendenti del Governatorato, cioè dello Stato vaticano: «E per quanto riguarda il lavoro, come vi dicevo un anno fa, abbiamo cercato di garantire l’occupazione; ci siamo impegnati a non lasciare nessuno senza lavoro». «Certo – ha aggiunto Francesco – la gestione del periodo di chiusura non è stata facile; so che c’è stato qualche problema, lo so; spero che si possano trovare soluzioni soddisfacenti attraverso il dialogo, cercando di venirsi incontro, sempre nel rispetto dei diritti dei lavoratori e del bene comune». Garantire livelli occupazionali e salari in una situazione insieme di crisi e riassetto finanziario non è semplice, e i problemi traspaiono dalle parole del pontefice.

www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2020/december/documents/papa-francesco_20201221_dipendenti-scv.html

                Nel frattempo il Vaticano, d’intesa col Governo e col Comune di Roma, punta molte delle sue carte sul Giubileo del 2025, pandemia permettendo. La preparazione dell’evento è stata affidata dal papa a un vecchio volto della Curia, esperto in relazioni politiche con l’Italia, mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione. Per comprendere le aspettative che circondano Oltretevere il prossimo Giubileo, si tenga conto che, come informava un comunicato vaticano, Fisichella in vista del nuovo incarico aveva già incontrato «i Superiori della Segreteria di Stato, dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica e della Segreteria per l’Economia». Sarà insomma anche una questione d’affari come quasi sempre è avvenuto in passato.

                Del resto, il neosindaco di Roma, Roberto Gualtieri, è già stato nominato, su proposta del presidente del Consiglio Mario Draghi, Commissario straordinario per il Giubileo; nel frattempo però, già all’inizio di dicembre, Fisichella e Gualtieri si erano incontrati per cominciare a programmare gli investimenti. Non è un caso: per il 2025 Roma riceverà infatti 2 miliardi di euro, una cifra importante per una capitale ormai ridotta allo stremo da anni di crisi profonda. Certo il rimedio che si profila all’orizzonte ha un sapore antico, il Giubileo come occasione per interventi straordinari. Un po’ il revival di quanto avvenne nel 2000? Si vedrà, in ogni caso forse sarà di nuovo un patto trono (Stato)-altare a salvare Roma. Da rilevare infine che il papa ha commissariato la basilica patriarcale di Santa Maria Maggiore, ancora nella capitale, per gestirne in modo razionale e trasparente l‘ingente patrimonio immobiliare e finanziario.

                Il mega dicastero cambia guida- Sul fronte della riforma della Curia, invece, va sottolineata l’uscita di scena del card. Peter Turkson, ghanese, dalla guida del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. In tal modo l’Africa perde l’ultimo posto di prestigio di cui era titolare in Curia; vedremo se il papa riequilibrerà gli incarichi anche da un punto di vista geopolitico (sta crescendo viceversa il peso dell’Asia). Il dicastero, creato nel 2016, che riassume in sé quattro ex dicasteri comprendenti in pratica tutti i campi d’azione della dottrina sociale, era stato sottoposto l’estate scorsa a una ispezione per verificarne il funzionamento – come sta avvenendo per tutti gli organismi vaticani – guidata dal cardinale americano Blase Cupich, arcivescovo di Chicago. L’indagine aveva rilevato difficoltà e carenze organizzative e di coordinamento fra le varie componenti del dicastero; per ora il nuovo prefetto «ad interim per la gestione ordinaria», è il gesuita card. Micheal Czerny, e Segretario sarà invece suor Alessandra Smerilli [Figlie di Maria Ausiliatrice FMA, classe 1974, vocazione adulta, docente di economia politica e statistica], entrambi già membri dell’organismo.                                                                                         https://it.wikipedia.org/wiki/Alessandra_Smerilli

Con questa nomina, suor Smerilli è ora la donna che in Curia ricopre l’incarico più alto. Per il futuro, invece, si parla della figura del card. Francesco Montenegro, ex arcivescovo di Agrigento (molto attivo sul fronte Lampedusa-migranti) come possibile nuovo prefetto, ma l’indiscrezione fino ad ora non ha trovato conferme.

                Una Curia di lotta e di governo. In quanto al sinodo, papa Francesco, di fronte alla Curia, ha riaffermato come l’assise, «che ci vedrà impegnati per i prossimi due anni», ha senso solo nell’ascolto dell’altro, mentre «il clericalismo che come tentazione – perversa – serpeggia quotidianamente in mezzo a noi fa pensare sempre a un Dio che parla solo ad alcuni, mentre gli altri devono solo ascoltare ed eseguire. Il Sinodo cerca di essere l’esperienza di sentirci tutti membri di un popolo più grande: il Santo Popolo fedele di Dio, e pertanto discepoli che ascoltano e, proprio in virtù di questo ascolto, possono anche comprendere la volontà di Dio, che si manifesta sempre in maniera imprevedibile». Tuttavia ha aggiunto: «Sarebbe sbagliato pensare che il Sinodo sia un evento riservato alla Chiesa come entità astratta, distante da noi. La sinodalità è uno stile a cui dobbiamo convertirci innanzitutto noi che siamo qui e che viviamo l’esperienza del servizio alla Chiesa universale attraverso il lavoro nella Curia romana». Poiché, ha detto ancora il papa, «la Curia – non dimentichiamolo – non è solo uno strumento logistico e burocratico per le necessità della Chiesa universale, ma è il primo organismo chiamato alla testimonianza, e proprio per questo acquista sempre più autorevolezza ed efficacia quando assume in prima persona le sfide della conversione sinodale alla quale anch’essa è chiamata. L’organizzazione che dobbiamo attuare non è di tipo aziendale, ma di tipo evangelico

                               Francesco Peloso                            Adista   dicembre 2021                 www.adista.it/articolo/67276

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CONSULTORI FAMILIARI CATTOLICI

Consultori e famiglie fragili «Resistere allʼurto è possibile»

                "I consultori familiari in questi quarant’anni si sono posti a fianco delle famiglie con l’attitudine del buon samaritano, aiutandole ad attraversare le numerose sfide che hanno contrassegnato l’attuale cambiamento d’epoca."

               I consultori iniziano la loro storia come luoghi di accompagnamento e sostegno alla vita familiare, nella dimensione della coppia, della genitorialità e delle dinamiche educative. L'obiettivo principale è quello di sostenere le relazioni familiari nelle transizioni critiche di sviluppo. Lo sguardo è da sempre puntato sulle famiglie, spazi di crescita e sviluppo delle persone nei loro contesti di vita, nella prospettiva di una società accogliente. Oggi di questo impegno cosa è possibile dire?

                Come mai in precedenza lo scenario entro cui si collocano i consultori familiari è caratterizzato da molteplici sfaccettature, contrastanti, polarizzate, terreno di incontro e di confronto tra sistemi valoriali diversificati, aspirazioni e motivazioni che esprimono incertezza, cambiamento e trasformazione? In questo contesto culturale, la pandemia si è inserita in modo dirompente, portando in emersione con prepotenza aspetti che sono parte di un mutamento in atto da tempo e che si sono acuiti a fronte dell'impatto dell'emergenza sanitaria. Equilibri già precari non hanno più trovato punti di stabilità, solitudini familiari si sono acuite, vulnerabilità, solitudini e fragilità hanno mostrato il lato più profondo.

                In particolare, tutto il mondo delle relazioni familiari è stato investito dall'ondata della crisi e se in primo tempo l'impatto si è abbattuto sul mondo degli anziani e sgomento e disorientamento hanno assalito gli adulti, in un secondo tempo l'urto ha coinvolto anche i più giovani. Insomma, sotto stress è stato posto l'intero tessuto relazionale. Così anche la richiesta di aiuto da parte dei ragazzi, dalla fine del 2020 ad oggi, è aumentata. Ciò che però è da sottoporre ad attenzione non è solo l'incremento quantitativo delle domande, ma anche quella di essere accolti in presenza all'interno dei consultori.

                Allora, la domanda che si impone assume profondità e non è solo da riferire all'assenza di risposte rispetto all'emergenza, ma dichiara un'urgenza nella ricerca di luoghi relazionali sicuri e solidi. Tutto il sistema relazionale sperimenta una tensione che sollecita la fiducia nella rete di relazioni in grado di sostenere e di supportare la crisi. Nella sfida dell'accompagnamento, le persone domandano un ascolto diretto e concreto e pure capace di offrire una prospettiva di significato.

                Si tratta di una sofferenza che coinvolge costantemente anche gli operatori con la loro capacità di osservare, ascoltare e accompagnare le famiglie. Nell'azione educativa quotidiana e nelle finalità espresse dai consultori s'intrecciano le dimensioni della testimonianza, dell'accoglienza e della capacità di ascolto che rappresentano quasi un mito di fondazione dei consultori. L'ascolto che si esercita in consultorio è capacità di 'trattare' le domande; tuttavia, senza ridursi ad un processo metodologico, ma da precisare come un ascolto che restituisce 'competenza' a chi chiede aiuto; un ascolto che consente, anzi promuove, la narrazione delle storie singolari e vere di vita. La domanda consultoriale sempre più si connota come domanda che cerca il senso. Gli interrogativi espressi nei consultori sono raccontati ed interpretati nelle loro dimensioni più qualitative. Un 'racconto' della domanda che non viene schiacciato o compreso in percentuali numeriche, ma che supera, va oltre le etichette ed i grafici con i suoi volti, i gesti, le sue emozioni, le sue risonanze ed i suoi silenzi, per comunicare un mondo interno e soggettivo, inespresso e tante volte inesprimibile. I racconti comunicati ed ascoltati nell'incontro in consultorio costituiscono un' 'esperienza riflessiva' condivisa dalla persona e dall'operatore, per la quale occorrono disponibilità adeguate alla complessità del reale, profondità per coglierne la qualità senza rischiare semplificazioni o riduzionismi. Il processo in gioco apre spazio per accogliere e trasformare insieme alle persone e alle famiglie storie devianti in storie differenti. L'ascolto attento e competente offerto nei consultori familiari allora può contribuire decisamente a riarticolare il discorso e la conversazione familiare. Per il prossimo futuro è urgente riconoscere la necessità di 'ridare parole alla famiglia'. Si tratta in buona sostanza di togliere la famiglia del nostro tempo dalla solitudine e dalla 'spirale del silenzio'. Riabilitare il dono della parola ed aiutare a verbalizzare emozioni e valori è la strada maestra della consulenza familiare e l'inizio di ogni percorso autenticamente terapeutico.

                Perciò, accogliere la domanda formulata dalle persone è fase raffinata e preziosa; in questa si prende in esame non solo il problema presentato dalla famiglia o dai suoi membri, ma anche l'intero sistema familiare in cui il problema si è manifestato e attraverso una lettura ampliata dei bisogni e delle risorse che possono essere messe in gioco per una risposta più qualificata, la famiglia stessa si fa protagonista. In questo modo si promuove il benessere di tutta la rete relazionale della persona. Il soggetto a cui è destinato il servizio non è l'individuo, ma un soggetto con la rete delle relazioni in cui è inserito e delle risorse di cui è portatore, innanzitutto quelle famigliari, che rappresentano il primo 'produttore' di benessere delle persone.

                Quindi i consultori sono servizi in cui la domanda viene elaborata in termini di autonomia e di promozione delle relazioni familiari e comunitarie. Non solo: le diverse figure professionali assicurano molteplici e diversi sguardi e sensibilità, accomunati dalla necessità di rendersi disponibili, cioè predisporsi, ad un ascolto adeguato alla complessità della realtà e delle relazioni, capaci di interrogarsi e condividere significati. La domanda di oggi è domanda di desiderio che va acceso oltre il bisogno. Quest'ultimo mal sopporta il futuro, ed attiva la ricerca di soddisfazione estinguendo la carenza, laddove il desiderio si alimenta di futuro e si estingue nel presente il servizio consultoriale, quindi, rappresenta un luogo capace di suscitare fiducia, di proporre interventi parziali che sono il frutto di un pensiero forte; il pensiero elaborato da un'équipe, da un gruppo non sopraffatto dalla complessità, ma interessato alla laboriosità delle situazioni.

                In questo processo i consultori sono luoghi in cui gli operatori sviluppano un'attenzione di accoglienza e d'ascolto, spazi in cui aver cura delle famiglie, che significa aver cura dei soggetti capaci di 'generare mondi'.

Livia Cadei, presidente Confederazione dei Consultori Familiari di Ispirazione Cristiana   21 dicembre 2021

www.cfc-italia.it/cfc20/index.php?option=com_content&view=article&id=100:consultori-e-famiglie-fragili-resistere-all-urto-e-possibile&catid=9:news-nazionali&Itemid=137

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DALLA NAVATA

Domenica dopo Natale. Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe (anno C)

1 Samuele                          01, 28. Anch’io lascio che il Signore lo richieda: per tutti i giorni della sua vita egli                                         è richiesto per il Signore».

Salmo                                   83, 06. Beato l’uomo che trova in te il suo rifugio e ha le tue vie nel suo cuore.

1 Giovanni                         03, 23 Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù                                       Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i                                        suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli

                                               rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato.

Luca                                      02, 49. Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo                                                  occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva                                               detto loro.

 

                Noi siamo presi da un bisogno profondo di eguaglianza che richiede che anche i rapporti fa­miliari si assimilino piuttosto alla logica della fraternità che a quelli della paternità autoritaria che stabilisce l'unità del nucleo nell'imperio di uno solo. Questa immagine non regge, urta contro le leggi di maturazione umana che sono leggi appartenenti alla creazione di cui parlavo prima. Detto questo, io credo che l'alternativa dell'amore non implichi affatto un disprezzo della legge. È un punto su cui ogni tanto sento il bisogno di ritornare, perché l'esaltazione dell' amore e della spontaneità non appaia viziato dall'ingenuità, da quel candore che non è ammesso oggi.

                Le leggi possono essere esse stesse una espressione dell'amore. Il passaggio che l'uomo, essere razionale, compie dalla spontaneità labile, mutevole all'organizzazione obiettiva della norma non è necessariamente un passaggio di decadimento. Garantire la stabilità, garantire il rispetto dei diritti interni alla comunità di amore vuol dire esser coscienti che sotto il movimento operativo dell'amore e della spontaneità deve esserci il supporto delle garanzie per gli altri. Il diritto non è avvertito quando l'amore è nell'onda del suo esercizio ma poi, siccome tutto in noi è labile e mutevole, quando ritorna su se stesso l'amore ha bisogno del supporto della norma, del precetto sia morale che giuridico. Siccome avvertiamo la norma dell'istituzione soprattutto sotto il suo profilo di inibizione, si rischia di assimilare il discorso evangelico con il di­scorso meramente anarchico. La comprensione che le leggi sono espressioni di amore è una comprensio­ne necessaria.

                E tuttavia - ecco il punto di divaricazione in cui la coscienza respira nella sua solitudine ma anche nella sua capacità di far comunione con tutte le creature - non c'è nessuna norma, nessuna istituzione che possa fare da orizzonte sufficiente alla coscienza dell'uomo, perché l'uomo non appartiene alla famiglia, né alla città, né al popolo ma all'umanità intera. Solo quando la coscienza si occupa delle «cose del Padre» è veramente se stessa, spezza i vincoli che la imprigionano, che le impediscono di raggiungere la profonda e feconda unità che invece raggiunge quando il suo ritmo è quello dell'universalità autentica. Queste cose possiamo dircele, oggi, con maggior consapevolezza perché il tempo che viviamo - per usare un linguaggio proprio dalla teologia della salvezza - è un kairòs kairοs, cioè un «tempo opportuno» per scoprire cose nascoste fin dalla fondazione del mondo. Oggi un uomo autenti­co è il cittadino del mondo: pur rispettando i processi e le norme interne ai raggruppamenti umani successivi, egli supera tutte le appartenenze, per vivere la vita del genere umano come sua vita. Deve occuparsi delle cose del Padre. Non c'è rimprovero che possa avere la meglio su questa che oggi è - lo ripeto - la misura normale della coscienza. Altrimenti si regredisce in una forma di ottusità tribale, di antagonismo cieco, di stoltezza progressiva. Non c'è remissione: o siamo capaci di liberarci dalle chiu­sure ideologiche, nazionalistiche, partitiche, di classe per respirare col respiro dell'uomo o regrediamo immediatamente alla fase pre-umana. Ci furono tempi in cui la passione per la propria nazione aveva una sua adeguazione alla realtà delle cose, era sana, ma oggi essa è sicuramente regressiva e funesta per la storia del mondo. Questo discorso è importante per chi voglia vivere il Vangelo misurandolo sul suo tempo. Gesù incarna ed esemplifica l'alternativa dell'amore dentro le istituzioni. Egli è vissuto nella famiglia, però, nonostante la presentazione che ce ne ha fatto la pedagogia cristiana tradizionale, non c’è vissuto come un figlio obbediente che dà sempre ragione al padre e alla madre. L’episodio di oggi è un episodio di disobbedienza. Egli si è sottratto a quella autorità in nome di un’altra autorità, con un comportamento che secondo il codice vigente nel tempo era riprovevole. Gesù ha dissolto la sacralità della famiglia in nome della santità dell’uomo, delle «cose del Padre», cioè dell’amore per tutti gli uomini.

                Passando dentro la famiglia Gesù l’ha consacrata e nello stesso tempo l’ha relativizzata. Ricordate che i suoi paesani, che volevano che facesse miracoli a Nazareth, quando Egli si è rifiutato volevano ucciderlo gettandolo da una rupe. Egli ha rotto l’appartenenza al clan familiare, parentale, alla tribù. Egli va al Tempio per seguire le cerimonie previste dalla tradizione. Egli non sovverte le tradizioni però nello stesso tempo le supera e quindi le condanna al mutamento e alla scomparsa. Quel  tempio in cui va, dirà in seguito, verrà distrutto e non rimarrà pietra su pietra. L’amore entra e distrugge ma non opponendo una violenza alla violenza istituzionale ma abolendo il consenso succube che fa esistere le istituzioni ormai disumane. Le istituzioni disumane sopravvivono sul consenso delle coscienze prigioniere. Se passa uno che con l’amore le sveglia, le istituzioni possono essere scosse con un moto delle spalle! Se questa rivoluzione delle coscienze si propaga, noi possiamo, in modo definitivo, spezzare le catene antiche che ancora ci incatenano. Non basta, non è sufficiente sovvertire dal punto di vista giuridico il disordine esistente con un altro ordine  giuridico perché in fondo se le coscienze non sono mutate qualsiasi forma torna ad essere forma di schiavitù e di oppressione.

                Il proprio del Vangelo non è di proporre un ordine giuridico, un ordine sociale ma è di dare una permanente apertura alle coscienze perché relativizzino ciò che è storico, lo conservino nella sua funzione, possibile, di amore verso gli altri – anche le leggi hanno un principio formale che è l’amore per gli altri, è la solidarietà civica, è la garanzia per il debole, e così via – , ma poi vada oltre l’orizzonte delle leggi verso una universalità che generazione dopo generazione acquista corpo, diventa tangibile e visibile. Ogni giorno noi, se non siamo chiusi dentro i frastornamenti e le manipolazioni delle informazioni, sentiamo che la nostra famiglia, cioè l’umanità, qua e là soffre schiacciata, incatenata, torturata. Le cose del Padre sono queste. Ovunque un uomo soffre è il Padre che è sacrilegamente offeso, perché l’immagine di Dio è nel volto dell’uomo.

p. Ernesto Balducci (1922-1992) da: “Il Vangelo della pace” – vol. 3-1985

http://fondazionebalducci.it/?q=laparola/30-dicembre-2018-%E2%80%93-sacra-famiglia-%E2%80%93-anno-c

 

“Al di là della biologia”.

Tenterò ora di fare una sintesi del suo pensiero (di p. Ernesto Balducci)a proposito della Sacra Famiglia e delle famiglie cristiane e umane. (don Giorgio)

                Famiglia patriarcale e famiglia cristiana. P. Balducci parte affermando che la famiglia cristiana della nostra epoca industriale è il risultato di una elaborazione, ben studiata, della famiglia patriarcale, risalente all’epoca dell’agricoltura. La famiglia patriarcale si reggeva su alcuni principi solidi, ovvero: l’autorità indiscutibile del padre, la subordinazione della moglie e la dipendenza dei figli nei confronti dei genitori. Ecco la conclusione di P. Balducci: questo modello patriarcale oggi non regge più.

  1. Anzitutto, diciamo che anche per la nostra legislazione civile l’autorità familiare non è più univoca. Oramai il diritto prevede due capi della famiglia, il marito e la moglie. Ma la vera  autorità dovrebbe essere un’altra, ovvero l’amore interno alla famiglia. È l’amore che tiene uniti, non l’autoritarismo. Un amore che ha mille modi di manifestarsi, ma che non ammette dipendenze, non segue metodi coercitivi che non siano ispirati alla stessa legge dell’amore, e quindi l’amore diventa il valore portante della famiglia.
  2. Altra novità dei nostri tempi: l’emancipazione della donna, come soggetto integro. Il cammino, comunque, è ancora lungo.
  3. Terza novità: l’indisponibilità dei figli a far propri i modelli dei genitori in modo acritico: essi vogliono fare le loro scelte.

                Dunque, afferma P. Balducci, il nucleo tradizionale familiare sembra disgregarsi. Tuttavia, rapportarsi con questi fatti nuovi non significa cedere alla critica distruttiva di ciò che di buono abbiamo potuto ereditare, ma, nello stesso tempo, non si può più rimanere chiusi nel torpore delle nostre privilegiate esperienze. Occorre, in altre parole, affrontare con coraggio le nuove sfide.

                La Novità sconvolgente del Vangelo. Ecco la domanda cruciale: il Vangelo che cosa dice a proposito della famiglia? Anzitutto, non dimentichiamo che ancora ai tempi di Gesù i rapporti patriarcali erano rigidissimi. Gesù, dice P. Balducci, entrò in quel mondo e se fu respinto fu proprio perché non si adattò al modello. Egli non visse in una famiglia patriarcale. Ecco il punto. La sua era una famiglia del tutto fuori del comune. Già a dodici anni, come racconta l’evangelista Luca, Gesù si sottrasse all’autorità dei genitori e insegnò nel Tempio, rivendicando il proprio diritto di fare le cose del Padre celeste. Nei confronti della donna, egli si comportò con estremo rispetto, esaltandone la libertà e l’autonomia. Dette alla donna un ruolo fondamentale nell’annuncio stesso del Vangelo: non dimentichiamo che il primo annuncio della Risurrezione fu portato da una donna, Maria di Magdala.

                Nel Vangelo, dunque, continua P. Balducci, c’è una ricchezza di spunti profetici che alludono a un’altra condizione umana. Ma questi spunti sono rimasti senza sviluppo a causa della sistemazione della Chiesa all’interno della cultura del mondo greco-romano. È allora che la Chiesa ha compiuto una sintesi tra valori profetici, di tipo evangelico, e strutture etico-giuridiche, desunte invece dalla storia e perciò provvisorie. Ora siamo alla decomposizione di tale sintesi.

                Come trovare una via d’uscita? A questo punto, P. Balducci si pone la domanda: come trovare una via d’uscita? Da una parte, non si può negare l’evidenza, ovvero la disgregazione dell’ordine costituito tradizionale, che aveva retto per millenni, dall’epoca dell’agricoltura, fondato sull’autoritarismo maschilista; e, dall’altra, c’è il Vangelo che va nel senso opposto, ovvero per un altro ordine, fondato sull’amore e sulla dignità dell’essere umano. Se è vero che non possiamo fare a meno dell’ordine, altrimenti ci sarebbe un caos che trascinerebbe con sé tutto il buono finora raccolto, è anche vero che c’è ordine e ordine: il Vangelo parla di un ordine “nuovo”. Ecco dove sta il segreto, la via d’uscita.

                La sfida moderna quale sarà? Non consisterà nel tenere a tutti i costi i modelli arcaici, tentando di armonizzarli con i nuovi modelli di vita. È quanto sta facendo ancora la Chiesa, dimenticando, proprio lei, che il Vangelo non porta con sé modelli stabiliti di vita e di organizzazione. La sfida consisterà allora in una nuova sintesi tra valori propri del Vangelo e i modelli di vita che stanno sorgendo.

                Pensiamo anche al dramma di San Paolo. Nei suoi scritti, molte volte parla della donna come un rabbino dei suoi tempi, cioè con profondo maschilismo, e allora la sua è una cultura già finita, che non ha più senso. Ma la Chiesa che fa? Continua a riprestarci nella liturgia brani intrisi di maschilismo paolino, dimostrando così di essere anch’essa ancora rabbinica dei tempi di Gesù. Ma c’è in San Paolo anche una tensione profetica, là dove egli scrive che davanti al Cristo non ci sono né uomo né donna. Le differenze appartengono ai limiti della storia. Non fanno parte del disegno di Dio. Quando questi limiti si spezzano, non dovremmo scandalizzarci, ma essere pronti ad accogliere il nuovo che emerge.

                In sintesi, commenta ancora P. Balducci, chi osserva il mondo e si limita ad osservarlo, oggi non può essere che pessimista disperato; ma chi osserva il mondo per cogliere nelle disgregazioni diffuse germogli nuovi e si impegna a lottare perché i germogli maturino, costui è un ottimista, un ottimista critico che vede con occhi lucidi il male che lo circonda, ma vede anche la novità che nasce.

                Il Vangelo autentico si sta liberando dalle sintesi storiche che lo avevano come incapsulato e ibernato. Il Vangelo o si assume come parola proiettata sul futuro o ha perso senso. Ma siccome il Vangelo ha questa capacità, che è per la mia coscienza una specie di riprova esistenziale della sua origine divina, allora dobbiamo avere il coraggio di far fronte alle nuove emergenze della storia senza avvilirci, sapendo che soltanto la violenza conquista il regno di Dio, secondo le parole di Gesù: «Il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono” (Mt 11,12). Ma di quale violenza si tratta? Non di violenza che opprime e distrugge, ma di violenza che fa nascere: la violenza della levatrice, la violenza che fa venir fuori dalle viscere del creato la novità che urge dentro. È questa la violenza che l’educatore, il magistrato pubblico, il genitore, il ministro della parola di Dio, tutti devono esercitare insieme perché il mondo nuovo nasca.

                Don Giorgio De Capitani, classe1937                      31 gennaio 2016

https://youtu.be/2lV839GRHpo

www.dongiorgio.it/31/01/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-festa-sacra-famiglia

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DEPRIVAZIONE GENITORIALE

Danno da deprivazione genitoriale: quando si prescrive?

Corte di Cassazione, sesta Sezione civile. Sentenza n. 40335, 16 dicembre 2021

https://officinagiuridicadams.it/content/filemanager/40335.pdf

                Il termine di prescrizione non inizia a decorrere dal raggiungimento della maggiore età, essendo necessaria l’indipendenza psicologica del figlio. La Corte di Cassazione è tornata sull’ampio tema dell’illecito endofamiliare e, nello specifico, ha affrontato la questione della risarcibilità del pregiudizio non solo patrimoniale ma anche esistenziale subito dal figlio “rifiutato” dal genitore.

                Il caso concreto giunto all’attenzione della Suprema Corte, in particolare, traeva origine dalla domanda giudiziale proposta da una figlia nei confronti del suo padre naturale per ottenere il risarcimento del danno patrimoniale ed esistenziale da deprivazione genitoriale. Il Tribunale aveva accolto parzialmente la domanda attorea e aveva condannato il padre al pagamento di oltre 40.000,00 euro.

                Avverso tale provvedimento giurisdizionale avevano proposto appello sia la figlia, che si doleva del quantum debeatur, sia il padre, che lamentava il mancato rilievo della prescrizione del diritto azionato: l’attrice, infatti, aveva già 25 anni ma tutte le sofferenze psicologiche dedotte derivanti dal rifiuto paterno erano riferite al periodo dell’adolescenza. La Corte distrettuale, dunque, aveva accolto l’appello principale, aumentando il risarcimento a oltre 60.000,00 euro in considerazione del lungo lasso di tempo in cui il comportamento omissivo si era verificato (appunto durato per venticinque anni) e aveva rigettato l’appello incidentale, ritenendo che il diritto della figlia al risarcimento non fosse prescritto. La sentenza d’appello era dunque stata impugnata dal padre, che censurava – per quanto qui di interesse – la violazione dell’art. 2947 c.c. per aver la sentenza di secondo grado omesso di dichiarare prescritto il diritto azionato.

                Sulla questione della prescrizione del diritto al risarcimento del danno da deprivazione genitoriale, infatti, due sono astrattamente le vie percorribili:

  1. una prima opzione è quella di considerare l’illecito cessato nel momento del raggiungimento della maggiore età del figlio, momento che costituisce il dies a quo per la decorrenza del termine di cinque anni per avanzare la domanda risarcitoria;
  2. una seconda impostazione – seguita dalla Corte d’appello – è invece quella di considerare il rifiuto della genitorialità come illecito permanente, che si verifica momento per momento fino al raggiungimento non della maggiore età ma dell’indipendenza psicologica, che per convenzione viene fatta coincidere con il conseguimento dell’indipendenza economica.

                Ebbene, quest’ultima opzione è stata ritenuta condivisibile dalla Corte di Cassazione con la citata pronuncia. Gli Ermellini, infatti, hanno richiamato alcuni propri precedenti in cui si evidenziava come l’illecito endofamiliare di protratto abbandono della prole produca un danno del tutto peculiare in quanto contemporaneamente:

  • patrimoniale, dato il mancato mantenimento economico;
  • psicologico-esistenziale, data l’incidenza del rifiuto del genitore nella formazione della personalità del figlio, il quale peraltro istintivamente proverà il desiderio di avere un rapporto con il genitore.

                Proprio in considerazione di questo istintivo desiderio filiale e del coinvolgimento emotivo che una situazione di deprivazione genitoriale comporta, la Corte sottolinea che il semplice raggiungimento della maggiore età non può costituire il dies a quo per il termine di prescrizione: affinché esso decorra, infatti, occorre il raggiungimento dell’indipendenza psicologica, cioè serve che il figlio “superi” questo desiderio di ricongiunzione con il genitore e raggiunga una maturità personale tale da poter “accettare psicologicamente la illiceità della condotta del genitore e chiedere il risarcimento dei danni subiti quale figlio rifiutato”.

                Sulla scorta di tale motivazione, la Suprema Corte ha dunque ritenuto immune da vizi la sentenza impugnata e ha rigettato il ricorso.

                Redazione Giuridica      Brocardi

www.brocardi.it/notizie-giuridiche/danno-deprivazione-genitoriale-quando-prescrive/2709.html

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ECCLESIOLOGIA

Una Chiesa con porte e finestre aperte

Da laico nella città/Un dialogo “sinodale” con Andrea Grillo, teologo

                Andrea Grillo [Savona 1961] è certamente uno dei teologi più acuti nel panorama italiano. È docente di Teologia dei sacramenti e Filosofia della Religione a Roma, presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo e di Liturgia a Padova, presso l’Abbazia di Santa Giustina.

                                                                                      andreagrillo.altervista.org/curriculum.html

www.settimananews.it/teologia/un-teologo-scrive-comunicati-stampa/

          Interviene spesso nei dibattiti con competenza e, caso raro nel contesto ecclesiale, con parresia e franchezza. Lo abbiamo intervista a proposito del Sinodo. Questa è la prima parte del Dialogo.

                Il tema del Sinodo metta a fuoco la questione, urgente, di una riflessione sul potere e le sue dinamiche

                Questa è una delle idee più chiare che si stanno manifestando nell’attualità ecclesiale e nel dibattito culturale al di là della Chiesa, in quella che possiamo chiamare cultura comune. Bisogna prima di tutto reagire a una sorta di istinto di autodifesa proprio della Chiesa. Succede che quando la Chiesa sente parlare di potere dice “non mi riguarda, perché io non sono in quella regione; mi muovo in quella del servizio…”. Falso: l’esercizio dell’autorità vera, dell’autorità del Vangelo, dell’autorità del servizio, ha bisogno di esercitare potere. Per perderlo magari, ma deve esercitarlo. Ora, nell’esercizio del potere si toccano tutta una serie di mediazioni che sono comuni, non specifiche solamente della Chiesa. Di conseguenza, una riflessione su queste mediazioni è importante.

  1. La prima mediazione in cui si esercita potere è il linguaggio. Noi parliamo un linguaggio vecchio, che era giovane quando è stato formulato. Era moderno, avanzato, audace al tempo di san Tommaso, del Concilio di Trento, dei concili ottocenteschi. Oggi invece noi ripetiamo formule stanche. Credo invece che non dobbiamo avere paura. Su questo Papa Francesco è molto franco e chiede di usare l’immaginazione, l’inquietudine e l’incompletezza. Non a caso utilizza queste tre parole, parole sorprendenti. Ed è paradossale che le dica un Papa e non le dicano i teologi, i pastori, i laici. Noi dobbiamo dire le cose di sempre con parole nuove. È la grande intuizione di Giovanni XXIII, che apre il Concilio Vaticano II sostenendo che esso ha un’indole pastorale. Perché – affermò allora Papa Giovanni, altra cosa è la sostanza dell’antica dottrina del depositum fidei, e altra cosa è la formulazione del suo rivestimento. Noi dobbiamo formulare il rivestimento della sostanza dell’antica tradizione in modo nuovo, sorprendente, avvincente, appassionante. Dunque il potere dobbiamo esercitarlo usando in modo nuovo il linguaggio.
  2. Come seconda cosa, credo che dobbiamo uscire dall’autoreferenzialità, che normalmente è una conseguenza dei linguaggi vecchi. I linguaggi sono vecchi quando non dicono più l’altro, dicono solo se stessi. Nella Chiesa questa è una delle tentazioni di sempre. Una Chiesa che non riesce più non solo ad “uscire”. Bergoglio ha usato quell’immagine ancora prima di diventare Papa, nel discorso al collegio cardinalizio. Non la Chiesa in uscita ma Gesù in uscita: dobbiamo permettere a Cristo di uscire dai muri che gli abbiamo costruito intorno. È una bellissima immagine: un Cristo in uscita ha bisogno di una Chiesa con porte e finestre aperte, che lasci uscire lui ed entrare le vite degli umani.
  3. Il terzo livello è strettamente istituzionale. Noi usiamo il diritto canonico – concepito nel 1917 e rimaneggiato in parte nel 1983 – come se fosse la Bibbia. Smettiamola di ridurre tutto a questioni canoniche. Il diritto canonico è una funzione essenziale ma non è né all’inizio né alla fine. Sta in mezzo, all’inizio e alla fine ci stanno altre cose. Una Chiesa che ha sempre all’inizio e alla fine il diritto canonico è una Chiesa che parla un linguaggio autoreferenziale e che non comunica con la realtà.

                Tutto questo diventa più facile e più realistico se facciamo entrare finalmente anche nella Chiesa una nuova considerazione del secondo dei segni dei tempi di cui parlò Giovanni XXIII nell’ultima sua enciclica Pacem in Terris. E cioè il ruolo pubblico delle donne. Su questo, nel 2021, prima ancora che cominciassero i lavori sinodali, Papa Francesco ha  compiuto scelte importanti.

                Accennavi prima al ritardo dei teologi, dei pastori e dei laici. Quali sono le ragioni?

                Sono molte e vengono un po’ da lontano e un po’ da vicino.

¨ Da lontano, anzitutto. Ad un certo punto nella storia della Chiesa, per tante ragioni comprensibili allora, certo non oggi, la paura del mondo moderno ha fatto arroccare la Chiesa sulla cultura acquisita. Era come se non avesse più bisogno di leggere la realtà e avesse tutte le risposte alle domande che non sapeva ancora. È stata la stagione di fine Ottocento, primi del Novecento, il tempo cioè dell’antimodernismo. Noi siamo ancora oggi, a distanza di più di un secolo, figli di quella stagione. È arrivato Papa Francesco a svegliarci perché eravamo convinti di stare bene dove stavamo, cioè dentro il nostro mondo. Pensavamo di non aver bisogno di uscire. Guarda la vicenda dei preti. Rischiamo di formare preti e teologi soltanto con discorsi interni. Il seminario tridentino è nato come luogo di cultura, non come luogo chiuso solo in se stesso. Il seminario di fine Ottocento, inizio Novecento è diventato invece un luogo nel quale si studiano solo le materie sacre. Già la letteratura – e non parliamo delle scienze – meno se ne fa e meglio è. I seminari italiani fino alla fine dell’Ottocento erano anche pieni di scienziati. Dopo di allora, solo pochissimi preti studiano materie scientifiche in modo avanzato, per fare ricerca. Nasce il sospetto verso tutto ciò che è scienza moderna.

¨Poi ci sono anche le cause prossime. Dopo il Concilio, che è appunto il grande disgelo dall’antimodernismo, sorge una sorta di nuovo antimodernismo degli anni Ottanta, Novanta e primi del Duemila. La Chiesa pronuncia dei grandi no: no ad interventi sul ministero, sulla liturgia, sull’ecclesiologia. Tutto viene bloccato perché tutto è già stato deciso nel passato. Papa Francesco, invece, viene dal Sud America, un altro mondo rispetto all’Europa. È figlio del Concilio: è il primo papa non padre conciliare. Sente la responsabilità e scuote teologi e pastori che continuano a pensare la fedeltà in termini di immobilità. Francesco questa cosa l’ha imparata sulla sua pelle in America Latina. Ha vissuto esperienze civili e religiose tremende che gli hanno permesso di uscire da questa auto-rappresentazione un po’ caricaturale del Papa, del vescovo, del teologo, del pastore e anche del laico. Finisce per cozzare contro una struttura europea e italiana che è invece convinta che per essere Chiesa cattolica devi ripetere la Chiesa del secolo precedente.

                Aiutaci a capire la distinzione fra tradizione e tradizionalismo, perché mi pare uno degli snodi attorno a cui una parte del cattolicesimo odierno sta costruendo barricate.

                La tradizione c’è sempre stata. Il tradizionalismo è un prodotto della tarda modernità. La tradizione è quel meccanismo umano, istituzionale e anche ecclesiale, mediante il quale si garantisce il nuovo in un certo rapporto con il passato. La tradizione è la garanzia che possano accadere cose nuove, nella forma di un’assimilazione graduale, di un passaggio di generazioni, perché il nuovo possa farsi spazio.

                Il tradizionalismo, che è uno dei tanti –ismi, è appunto il tentativo di bloccare la tradizione in un museo, non farla fiorire come un giardino. Vuole garantirla dentro le teche, sempre uguale, ma morta. Il tradizionalismo è l’eucarestia, il vescovo, la parrocchia visti unicamente come oggetti da museo. Si pensa di garantirli facendoli rimanere sempre quelli, sempre uguali. Le preghiere sono sempre quelle, nessuno impara una lingua nuova, tutti parlano soltanto latino ma è tutto morto.

                La cosa è evidente proprio quando si parla della lingua. Si tratta di una forma presente anche in persone assolutamente non tradizionalistiche. Credo sia invece una corruzione del modo di pensare la tradizione. Si dice che il latino garantisce l’universalità della Chiesa: sì, ma per chi? L’universalità della Chiesa in latino, se è una lingua il latino, bisogna capirla, per essere universalmente d’accordo. No, è pensato come quella lingua in cui scrivendo le cose valgono per tutti. Salvo che poi tutti le capiscono nella lingua loro: uno in inglese, l’altro in francese, l’altro in italiano e l’altro in tedesco. Questo il Concilio lo ha capito sessant’anni fa dicendo “giochiamo l’universalità sulle lingue particolari”, non su una lingua che non è più viva. Il latino non è più vivo da quando Dante ha dichiarato che per fare poesia, per parlare della vita, bisognava usare il volgare. Dante lo capisce nel ‘300. La Chiesa ovviamente ci mette qualche secolo in più. La Chiesa protestante ci arriva nel ‘500, noi ci siamo arrivati nel ‘900.

                Quando prendi il congedo dal latino, vuol dire che lo puoi usare per i documenti canonici, lo puoi usare come lingua di alcuni documenti, ma l’esperienza della fede non si fa più in latino. Questo lo dobbiamo imparare, ce lo dobbiamo dire. Il tradizionalismo blocca il latino come una lingua intoccabile e pensa che in quel modo custodisce la fede. È uno dei tanti esempi ma credo renda bene l’idea.

                Quali sono le tue aspettative riguardo al Sinodo da poco avviato?

                Sono buone se il Sinodo sarà occasione per la Chiesa per mettersi in ascolto. Una Chiesa in ascolto è una Chiesa che accetta la logica dei segni dei tempi. Si tratta di una parola che, sotto traccia, è molto importante nel pontificato di Francesco e per quella parte di Chiesa che non vuole fermarsi al passato. Segni dei tempi: vuol dire che nella storia succedono cose da cui la Chiesa ha da imparare. A volte noi li interpretiamo semplicemente come: “nel corso della storia, ci sono cose che meritano attenzione”. Non è così: per Giovanni XXIII – nel 1963! – i segni dei tempi sono diversi. Sono i popoli che hanno la stessa dignità, i lavoratori che hanno la stessa dignità dei datori di lavoro, e  le donne hanno la stessa dignità degli uomini. Ora il mondo è andato avanti e oggi ci sono anche altri segni dei tempi da leggere. Sono l’evidenza di questioni che riguardano la natura, il Creato. Ancora: l’evidenza di nuove forme di esperienza del sentimento, della relazione. Insomma, ci sono mondi che stanno cambiando e nei quali è possibile trovare elementi di male e di bene e poi imparare a discernere.

                Un confronto serio finalmente con la modernità.

                I due Sinodi avviati – sia quello universale e sia quello particolare proprio delle singole Diocesi –  hanno la possibilità di mettersi in sintonia con questo bisogno di ascolto. Si debbono elaborare i segni dei tempi. Dunque si impone la necessità di lavorare sul linguaggio, sulle riforme istituzionali, e sui diritti-doveri-doni dei soggetti.  Questi sono i tre fronti su cui dobbiamo uscire dalle forme d’ancien regime che ancora gestiamo nella Chiesa. A volte non ci rendiamo conto che noi confondiamo la tradizione ecclesiale con le forme tridentine o ottocentesche con cui abbiamo gestito il matrimonio, le parrocchie, i rapporti con gli Stati. Sono state buone soluzioni nei tempi trascorsi ma oggi fanno acqua da tutte le parti. Non si vede perché dobbiamo ancora tenercele, se non confondendo la normatività della parola di Dio e della tradizione con la normatività dei singoli passaggi.

                Ci sono cose della tradizione che è bene che muoiano perché la tradizione continui. È sempre stato così, non è che ce lo inventiamo noi oggi. Nella storia della Chiesa per lungo tempo non ci sono stati i seminari. Fu il Concilio di Trento ha imporli in tutte le Diocesi. All’inizio fu un trauma perché c’era chi diceva “Non si è mai fatto così, si è sempre fatto diversamente”. Il Concilio di Trento ha avuto il coraggio e l’autorità di dire “No, i futuri preti devono fare il seminario”. Oggi quella soluzione, in quella forma lì, non funziona più.  Forse oggi non si dovrebbe fare il seminario per diventare preti. C’è stata una lunga stagione in cui non si diventava preti così, in questo modo. Leggiamo di Ambrogio, ma anche Agostino. Sono diventati preti per forza, li hanno presi, li hanno scaraventati in Chiesa e li hanno ordinati. Si tratta di un modo violento che non accetteremmo, ma, nella storia, c’è stata anche una Chiesa così. Dunque non bisogna scandalizzarsi se vogliamo riformare il seminario. Se vogliamo riformare anche le giurisdizioni delle Diocesi,  i tribunali canonici… Sono tutte cose che passano, le loro forme storiche non sono definitive.

                Che cosa significa per la Chiesa prendere una forma sinodale? Perché quello che lei sta dicendo adesso significa una configurazione, una postura che è quantomeno insolita, per la nostra Chiesa d’Occidente e per la Chiesa italiana.

                Credo che significhi assumere il buono che c’è all’interno delle esperienze che la Chiesa ha fatto nel passato e anche nel presente. Fare i conti, discernendo, con quanto è stato determinato dalle rivoluzioni che hanno cambiato il mondo. Penso alla rivoluzione industriale e quella liberale, francese e americana. Attenzione però ad un equivoco su cui continuamente scivoliamo: noi usiamo la parola Sinodo, perché è una parola classica. Però il Sinodo di cui parlano i padri tridentini e quelli che, in due giorni, si celebravano, soltanto tra preti, negli anni cinquanta dello scorso secolo non hanno molto da insegnarci. Il Sinodo di cui parliamo oggi è la forma classica ma ripensata con categorie nuove. Nessuno ci dispensa dal pensare come si esercita la libertà, chi vota e quali sono i temi di cui si deve parlare.

                In Italia, ma anche fuori, ci sono stati subito vescovi che hanno detto “No, di questo non si deve parlare”. In realtà, se è un Sinodo, nessuno stabilisce prima di cosa si deve parlare. Su questo, papa Francesco è stato fin dall’inizio chiarissimo. Chiesa sinodale significa, per esempio, una Chiesa che si lascia insegnare dai mondi della democrazia, sempre incompiuta, ma nella quale ci si ascolta. Ancora: una Chiesa che si fa istruire da nuovi stili di gestione della realtà, di ascolto del Vangelo e di vicinanza a coloro che hanno più bisogno della parola evangelica. Perché una Chiesa capace di mettersi in una postura sinodale diventa un luogo nel quale si ha bisogno dell’altro per essere se stessi. Prendendo in questo modo finalmente congedo punto da un modello di Chiesa detentrice di un’autorità in concorrenza con quello dello Stato o dell’Università. Questo è l’immaginario – di cui siamo ancora vittime – del quale non è responsabile né il Medioevo né il Concilio di Trento ma l’Ottocento.

                Un cambiamento di non poco conto.

                Certamente. Attraverso lo stile sinodale, impariamo l’arte di essere Chiesa senza ricorrere alle forme di esercizio del potere. E senza dipendere da forme di identità e di relazione tipiche dell’ancien régime. Purtroppo per noi la Chiesa cattolica spesso viene ancora identificata con la non-democrazia, con il non-consenso. Tante volte sentiamo dire:  “Il Sinodo non è un parlamento”. Sì, però qualcosa dal parlamento abbiamo imparato. Nel senso che quel consenso lì è fondamentale non per prendere le decisioni in senso assoluto, ma per capire come stanno le cose. Solo nel confronto si capisce davvero che cosa vuol dire oggi amore. E anche che cosa vuol dire oggi vivere insieme, che cosa vuol dire oggi lavorare.

                Aiutaci a capire meglio. La Chiesa non è una democrazia ma non può esimersi dall’ascolto e dal confronto. Come mettere insieme queste due istanze?

                Qui si tratta di lavorare sulle istituzioni. La tentazione che oggi noi viviamo, sia nella Chiesa che fuori dalla Chiesa, è di pensare che se fai una nuova legge le cose vanno a posto. Le leggi da sole non cambiano le mentalità, i modi di vivere e di fare. Però è anche vero che se tu pensi che gli strumenti sinodali, i confronti e gli ascolti servano soltanto a maturare le coscienze. Non tieni conto che gli uomini reagiscono anche ad atti istituzionali, cioè a permessi, a divieti, a orientamenti, a incentivi. Di questo la Chiesa deve prendere atto. Se noi discutiamo, parliamo, ma non prendiamo provvedimenti concreti in termini di aperture sul piano del ministero. Se non adottiamo forme di consultazione del sensus fidei diverse dalla opzionalità, rischiamo di non incidere.

                I codici canonici in fondo sono piccole edulcorazioni di un sistema assolutamente monocratico, incapace di gestire la divisione del potere mentre nella Chiesa alcune esperienze di divisione del potere sono necessarie. Non è che non ce ne siano, ma quelle che ci sono soprattutto ad intra. Ad extra la Chiesa è assolutamente monolitica. Questo è un suo limite, perché parla un linguaggio vecchio di duecento anni. In questo senso, il punto di equilibrio è accettare che le norme fondamentali della vita della Chiesa abbiano qualcosa da imparare dallo sviluppo delle forme di vita e delle forme istituzionali degli uomini e delle donne moderne.

                Prova a vedere, ad esempio,  come si gestisce il caso di crimini commessi da uomini di chiesa, che siano preti o laici. Serve oggi un dialogo trasparente con la giustizia civile. Ma questo le norme non ci permettono di farla, perché appunto abbiamo costruito mondi giuridici e istituzionali rispetto a quelli dello Stato. Questo non regge più. E vale anche quando abbiamo a che fare con il matrimonio, le forme di penitenza e molto altro. A prima vista, sembra una cosa aberrante, ma è sempre stato così, nella storia della Chiesa: i passaggi sono sempre stati passaggi di confronto radicale con il mondo.

                Riuscirà il Sinodo a dare voce e mettersi in ascolto di chi vive ai margini delle vicende ecclesiali?

                Credo che lo possa fare, ho la speranza che lo faccia purché accettiamo di convertirci. Non parlo solo di conversione del cuore, che è pure è fondamentale. Ma anche di convertire le mediazioni del cuore, cioè il nostro modo di parlare di pensare, di costruire esperienze ecclesiali. Vedi, a parlare con le parole bibliche si fa presto. È più difficile tradurle qui a adesso, perché siamo legati agli orizzonti di senso di cento, centocinquanta anni fa.

                Ad esempio, la parola omosessuale, tanti cristiani la associano immediatamente ad un vizio della castità. Se uno ragiona così, è handicappato nei confronti del reale, perché vede prima di tutto il peccato e non la persona. Dunque, in questo caso ma potrei farne molti altri. Le categorie con cui pensi sono vecchie, non funzionano più. Essere omosessuale non è anzitutto – anche se a qualcuno può sembrare spontaneo – peccare contro la castità. Questa idea è frutto di un mondo e di una storia che abbiamo alle spalle ma che oggi non regge più e che emargina, lascia fuori.

                               Daniele Rocchetti, ACLI Lombardia                                La barca e il mare               Bergamo

https://labarcaeilmare.it/rubriche/rocchetti-una-chiesa-con-porte-e-finestre-aperte

https://www.aclilombardia.it/0/una-chiesa-che-ha-bisogno-dellaltro-per-essere-se-stessa/

 

Il Consiglio pastorale parrocchiale. “Il Sinodo di cui non si parla”

                Ne ha parlato il teologo don Giovanni Rota, docente presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e presso il Seminario Vescovile di Bergamo presso il Seminario di Savona. in un’interessantissima conferenza. Titolo: Sinodalità e discernimento comunitario. Fraintendimenti, equivoci, precisazioni della “sinodalità” tra ecclesialità dichiarata e vissuta: l’esempio del consiglio pastorale parrocchiale.

                Ciò che qui vorrei offrire è semplicemente una serie di spunti, alla luce del testo sopracitato, per riflessioni utili per le nostre comunità parrocchiali. Ho in mente, in particolare, coloro che sono stati scelti per far parte di questo consiglio. Rimandando al testo integrale della relazione del professor Rota per ulteriori approfondimenti e per un’inquadratura più esaustiva della questione. Il consiglio pastorale parrocchiale (d’ora in avanti, CPP), può essere un ottimo riferimento per comprendere in cosa consista la sinodalità e per evitare lo scivolamento in fraintendimenti pericolosi sul tema.

                Consigliare non è facoltativo. Innanzitutto, il CPP è un consiglio! La prima questione decisiva da inquadrare da un punto di vista ecclesiale, pertanto, è il fatto che, nella Chiesa, il consigliare non è facoltativo. Se a livello teorico, infatti, il consiglio è qualcosa di assolutamente facoltativo, nella Chiesa esso è invece necessario per il cammino della comunità e per giungere alle scelte pastorali più opportune.

                Nel “consigliare”, infatti, si realizza un volto preciso di Chiesa. E quale Chiesa? “Una Chiesa nella quale tutti i battezzati sono investiti in quanto tali del diritto e della responsabilità di “partecipare” all’azione pastorale della Chiesa stessa, sentendola come propria e non semplicemente delegandola ai presbiteri o ai consacrati in generale”. Per questo, la questione del carattere consultivo del CPP non va letta in termini minimalisti, che risulterebbero scorretti.

                Nella prospettiva di un’ecclesiologia di comunione, non è pensabile che nella Chiesa vi sia una “componente attiva” rappresentata dal ministero ordinato e una “passiva” o meramente “recettiva”. Come se il ruolo del CPP fosse quello di rettificare semplicemente quanto già stabilito a priori dai presbiteri. Scopo del consigliare, inevitabilmente, è quello di giungere a una decisione.

                Consigliare e presiedere. Qui si colloca un aspetto decisivo, che illustro con le parole del teologo Rota.

                La particolarità del consiglio pastorale come soggetto deliberante è che in esso vi sono funzioni diversificate, le quali escludono la sua configurazione come istituzione tipicamente democratica secondo l’accezione civile, funzionante secondo criteri puramente numerici di maggioranza e minoranza, di conteggio di voti espressi. Mi sembra una questione decisiva, questa, in quanto spesso le tensioni nei consigli pastorali parrocchiali si giocano su questo punto. Nel consiglio pastorale, come in ogni consiglio della Chiesa, vi è la presenza di due funzioni fondamentali, quella del consigliare” e del “presiedere”. In questa sede, sottolinea don Rota, trovano sintesi il ministero della presidenza, proprio del parroco, e la corresponsabilità di tutti i fedeli.

                Pertanto, si è fuori da una logica puramente democratica: non tutti i voti sono uguali e si è lontani da una prospettiva di calcolo dei voti. Ruolo del parroco è quello di operare una sintesi armonica tra le differenti posizioni.

                Qualora non vi sia una questione che richiede una decisione urgente, nel caso di permanenza di forti divergenze nel consiglio, è bene rimandare la decisione a un altro momento, quando la questione sarà stata maggiormente istruita. Non solo ma, insieme, si avrà compiuto il discernimento sulla volontà di Dio, nella docilità all’azione dello Spirito Santo.

                               Consiglio pastorale parrocchiale: l’identità di chi vi fa parte. Infine, un’ultima questione che il professor Rota affronta e che, per quanto mi è capitato di vedere in questi anni in parrocchia, risulta fondamentale. Quali dovrebbero essere le caratteristiche, a livello umano e di fede, di chi entra a far parte del consiglio pastorale parrocchiale? A livello generale, don Rota risponde così: “occorre che i componenti del consiglio siano qualificati non solo da competenza ed esperienza, ma anche da uno spiccato senso ecclesiale e da una seria tensione spirituale, alimentata dalla partecipazione all’eucaristia, dall’assiduo ascolto della parola e dalla preghiera”.

                Per quanto riguarda la fede, quindi, decisive sono il senso della Chiesa e la tensione spirituale alimentata dalla preghiera e dalla pratica religiosa. È necessario che i membri dei consigli coltivino una assidua formazione nell’ambito della fede, per accrescere la sensibilità al lavoro pastorale comune. Nello stesso tempo deve crescere la loro familiarità con il Vangelo, la dottrina e la disciplina ecclesiastica in genere. Il buon senso non basta. Risulta chiaro, pertanto, che non si può “consigliare” nella Chiesa “ a partire da un semplice buon senso o da un sagace intuito pratico o da un generico interesse per la vita della parrocchia”. Insieme a queste caratteristiche di fede, fondamentale è anche il lato umano delle competenze richieste.

                È necessario che il consigliere sia caratterizzato da uno stile di comunicazione fraterna, al quale si affiancano l’attitudine al dialogo e alla correzione fraterna. Non possono poi mancare, ovviamente, la competenza e l’esperienza. I laici sono già competenti, ad esempio sui settori che caratterizzano la loro vita lavorativa o di impegno politico, amministrativo ecc… Sulle questioni ecclesiali, è importante che essi vengano formati e che le questioni pastorali vengano adeguatamente istruite, prima di discernere quali scelte operare in un certo ambito.

                Su questo, importanti restano le indicazioni, squisitamente pratiche, di papa Francesco, seguendo le quali sarà possibile un lavoro pastorale ben fatto, con procedure chiare e sciolte, senza complicazioni burocratiche eccessive. Ma nel contempo anche senza quella modalità approssimativa  “che spesso non rende un buon servizio al corpo ecclesiale e talvolta è funzionale alla mera conservazione di un potere”.

                Alberto Varinelli.            La barca e il mare                           Bergamo

https://labarcaeilmare.it/chiesa-e-religioni/il-consiglio-pastorale-parrocchiale

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FARIS

Rapporti famigliari in crisi? Niente paura, arriva il “counselor”

                Mettersi in ascolto: è questo il principio da cui parte il counselling. Un metodo che Faris propone nel suo servizio di consulenza dedicato alle famiglie che cercano un aiuto e una condivisione. Il counselling è una pratica che si sta sempre più diffondendo, ma non sempre è così chiaro cosa faccia un counselor. In effetti, c’è tanta confusione: counselling, mediazione famigliare, coaching [logica del deficit], terapia psicologica, consulenza pedagogica… spesso si finisce per pensare che una vale l’altra. Invece no: ognuna di queste forme di sostegno ha un suo perché! Ognuna risponde a bisogni diversi.

                Quindi, cos’è il counselling?

                Secondo la definizione del 1995 dell’EAC, (Associazione Europea di Counselling):

www.assocounseling.it/associazione/default.asp

 “Il counselling è un processo interattivo tra il counselor e un cliente, o più clienti, che affronta con tecnica olistica temi sociali, culturali, economici e/o emotivi. Può concentrarsi sulla modalità di affrontare e risolvere temi specifici, aiutare a superare una crisi, migliorare i rapporti con gli altri, agevolare lo sviluppo, accrescere la conoscenza e la consapevolezza di sé, permettere di elaborare emozioni e confini interiori. L’obiettivo globale è quello di offrire ai clienti, con modalità da loro stessi definite, l’opportunità di condurre una vita più soddisfacente e ricca di risorse, sia come individui sia come membri della società più vasta”.

                Da tutto ciò deriva ciò che da, e ciò che è il counselor. Un professionista che aiuta quanti chiedono il suo intervento a trovare in sé stessi le risorse per auto-aiutarsi. Attraverso delle tecniche di comunicazione e dialogo, il counselor fa in modo che il cosiddetto “cliente”, sviscerando un problema, sia in grado di fare scelte con la necessaria consapevolezza e responsabilità. Il counselor mai giudica e mai suggerisce soluzioni, si può dire sia un facilitatore di decisioni. Egli cerca, innanzitutto, di comprendere la situazione che la persona porta come problematica, mettendosi in ascolto. Si tratta certamente di un “ascolto attivo”, ossia curioso e desideroso di approfondire, di capire… Un ascolto paziente.

                Il counselor utilizza delle procedure specifiche per il sostegno e l’orientamento. Il sostegno è frutto dell’ascolto (molte persone sono sollevate solo dall’avere qualcuno che sia desideroso di ascoltare) e l’orientamento è frutto di un percorso che porta a ipotizzare soluzioni possibili attraverso la valorizzazione di abilità specifiche e di presa di coscienza dei limiti personali.

                In modo sintetico spesso si sintetizzano gli obiettivi del counselling come:

t Prendere decisioni con maggiore decisione e chiarezza

t Migliorare le proprie competenze relazionali e comunicative

t Migliorare la conoscenza di sé e l’autoconsapevolezza

t Imparare a gestire lo stress

t Superare momenti di difficoltà transitori

t Gestire e superare problemi di natura non psicopatologica

                Il counselling familiare proposto da Faris: in particolare, è una forma di sostegno alle famiglie che attraversano i normali cambiamenti legati al ciclo della vita dei suoi componenti e della famiglia nel suo complesso: il nascere della coppia, l’arrivo di figli, la loro crescita fino al distacco, le separazioni, la ricomposizione, eventuali malattie, l’età che avanza …A volte questi passaggi naturali sono vissuti con fatica, possono risultare problematici, ma la comprensione, l’accettazione di quanto succede nonché la riscoperta delle risorse interne alla famiglia stessa sono spesso sufficienti a migliorare notevolmente la qualità della vita di una famiglia.

                Per questo Faris propone il counselling come strumento necessario a comprendere le difficoltà che genitori, figli e tutti i membri della famiglia possono incontrare nella relazione reciproca. Ma, soprattutto, come strumento necessario a comprendere quale potrebbe essere l’intervento più adatto alle necessità specifiche di chi chiede una consulenza. Attraverso un paio di colloqui, infatti, potrebbe risultare sufficiente continuare il percorso di counselling, oppure potrebbe risultare più opportuno accedere a delle terapie psicologiche o ad altre forme di consulenza, quale quella pedagogica o legale, o ancora intraprendere un percorso di mediazione familiare.

                Faris desidera ascoltare le necessità di quanti si rivolgono a questa “scuola di relazioni famigliari”, per accogliere le loro necessità e dare la risposta più efficacie perché possano tornare sereni. Il servizio di consulenza, che si basa sul “metodo Faris”, che proprio dall’ascolto comincia, offre un primo colloquio completamente gratuito a tutti. In base a questo, si deciderà, poi, come proseguire il percorso nella maniera più opportuna e utile per ciascuno. Tutte le informazioni sono disponibili alla pagina dedicata del sito o scrivendo a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

Faris      22 dicembre 2021

www.aibi.it/ita/rapporti-famigliari-in-crisi-niente-paura-arriva-il-counsellor

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

Gli sposi corresponsabili della missione

Lettera agli sposi in occasione dell’Anno «Famiglia Amoris lætitia»

www.vatican.va/content/francesco/it/letters/2021/documents/20211226-lettera-sposi-anno-famiglia-amorislaetitia.html

                È la pandemia il contesto difficile, «che ha messo tutti a dura prova, specialmente i più vulnerabili», nel quale papa Francesco ha voluto offrire agli sposi un «dono di Natale», come lo ha definito nell’Angelus del 26 dicembre 2021, giorno di uscita della Lettera agli sposi in occasione dell’Anno «Famiglia Amoris lætitia». L’Anno «Famiglia Amoris lætitia» è un’iniziativa del papa, annunciata il 27 dicembre 2020 e iniziata il 19 marzo 2021, nel quinto anniversario della pubblicazione dell’esortazione apostolica postsinodale, e intende raggiungere ogni famiglia attraverso proposte di tipo spirituale, pastorale e culturale che si potranno attuare nelle parrocchie e in tutte le realtà ecclesiali. Si concluderà il 26 giugno 2022, in occasione del decimo Incontro mondiale delle famiglie, che si svolgerà a Roma.

                Con uno sguardo di affetto verso tutte le componenti della famiglia, Francesco ricorda agli sposi che hanno «la missione di trasformare la società» con la loro presenza nel mondo del lavoro e «di fare in modo che si tenga conto dei bisogni delle famiglie», e che «devono prendere l’iniziativa… all’interno della comunità parrocchiale e diocesana con le loro proposte e la loro creatività, perseguendo la complementarità dei carismi e delle vocazioni come espressione della comunione ecclesiale».

Roma, San Giovanni in Laterano, 26 dicembre 2021, festa della santa Famiglia.

https://ilregno.it/documenti/2022/1/gli-sposi-corresponsabili-della-missione-francesco

 

Francesco visto da un giornalista USA

I guanti si tolgono mentre Papa Francesco spinge per le riforme del Vaticano

                Papa Francesco ha festeggiato venerdì 17 dicembre il suo 85° compleanno, un traguardo reso ancora più straordinario dalla pandemia di coronavirus, dall'intervento chirurgico intestinale estivo e dal peso della storia: il suo predecessore si è ritirato a questa età. L'ultimo papa ad aver vissuto più a lungo – 93 anni - fu Leone XIII più di un secolo fa . [Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci(1810 – 1903), 25 anni, 5 mesi e 5 giorni di pontificato, 86 encicliche tra cui Rerum novarum].

                Eppure Francesco sta andando forte, concludendo di recente un viaggio vorticoso a Cipro e in Grecia dopo le sue gite quest'anno contro la pandemia in Iraq, Slovacchia e Ungheria. E non mostra alcun segno di rallentare la sua campagna per rendere il mondo post-COVID un luogo più ambientalmente sostenibile, economicamente giusto e fraterno in cui i poveri hanno la priorità.

                Francesco ha anche avviato una consultazione biennale senza precedenti di cattolici di base per rendere la chiesa più in sintonia con i laici. “Vedo molta energia”, ha detto il Rev. Antonio Spadaro, uno dei guru della comunicazione gesuiti di fiducia di Francesco. "Quello che stiamo vedendo è l'espressione naturale, il frutto dei semi che ha seminato." Ma anche Francesco è afflitto da problemi in patria e all'estero e sta affrontando una prolungata campagna di opposizione da parte della destra cattolica conservatrice. Ha risposto con l'equivalente papale di "non più Mr. Nice Guy". [titolo di un film del 1997- traducibile in signor ragazzo carino]

                Dopo aver trascorso i primi otto anni del suo pontificato spingendo gentilmente i gerarchi cattolici ad abbracciare la prudenza finanziaria e un governo responsabile, Francesco si è tolto i guanti quest'anno e sembra pronto a mantenerlo tale. Dal suo ultimo compleanno, Francis ha ordinato un taglio del 10% allo stipendio per i cardinali su tutta la linea e ha ridotto in misura minore gli stipendi per i dipendenti del Vaticano, nel tentativo di frenare il deficit di bilancio di 50 milioni di euro (57 milioni di dollari) del Vaticano. Per combattere la corruzione, ha imposto un tetto al regalo di 40 euro (45 dollari) per il personale della Santa Sede. Ha approvato una legge che consente a cardinali e vescovi di essere perseguiti penalmente dal tribunale laico del Vaticano, ponendo le basi per il processo di alto profilo in corso contro il suo stretto consigliere, il cardinale Angelo Becciu, per accuse legate alla finanza.

                Anche fuori dal Vaticano non ha fatto molti nuovi amici. Dopo aver approvato una legge del 2019 che delineava il modo in cui cardinali e vescovi potrebbero essere indagati per insabbiamento di abusi sessuali, l'anno scorso ha visto rotolare quasi una dozzina di teste episcopali polacche.

                Francesco ha anche approvato limiti di mandato per i leader dei movimenti laici cattolici per cercare di frenare i loro abusi di potere, con conseguente rimozione forzata di influenti leader della chiesa. Di recente ha accettato le dimissioni dell'arcivescovo di Parigi dopo una tempesta mediatica che accusava il governo e le scorrettezze personali. "Nell'ultimo anno, papa Francesco ha accelerato i suoi sforzi di riforma mettendo i denti veri nel diritto canonico della Chiesa in materia di finanze", ha affermato il Rev. Robert Gahl, direttore del Programma di gestione della Chiesa della Pontificia Università della Santa Croce.

                "Mentre festeggiano il suo compleanno, gli osservatori vaticani cercano anche segni più concreti di rispetto delle nuove regole del papa, soprattutto da coloro che riferiscono direttamente a lui all'interno del Vaticano", ha detto Gahl in una e-mail, sottolineando che è necessario un cambiamento culturale insieme alle nuove politiche e regolamenti di Francesco.

                Nonostante la linea dura di Francesco, il papa ha comunque ricevuto un applauso di compleanno da cardinali, vescovi e sacerdoti della Santa Sede che venerdì mattina si sono uniti a lui per una meditazione di Avvento. Più tardi nel corso della giornata, ha accolto una dozzina di migranti africani e siriani che il Vaticano ha aiutato a reinsediare da Cipro.

                Se c'è stato qualcosa che Francesco ha fatto lo scorso anno che ha irritato i suoi critici, è stata la sua decisione di luglio di revocare (un atto) del suo predecessore, Papa Benedetto XVI, e di reimporre le restrizioni sulla celebrazione della vecchia Messa in latino. Francesco ha detto che doveva agire perché la decisione di Benedetto del 2007 di consentire una più libera celebrazione dell'antico rito che aveva diviso la chiesa ed era stata sfruttata dai conservatori. "Alcuni mi volevano morto", ha detto Francis dei suoi critici.

                Parlando con altri gesuiti in Slovacchia a settembre, Francesco ha confidato di sapere che la sua degenza di 10 giorni in ospedale a luglio per un intervento chirurgico per rimuovere 33 centimetri (circa 13 pollici) del suo intestino crasso aveva alimentato la speranza tra alcuni cattolici conservatori desiderosi di un nuovo papa. "So che ci sono stati anche incontri tra sacerdoti che pensavano che il papa fosse in condizioni peggiori di quanto si diceva", ha detto ai gesuiti, in commenti che sono stati successivamente pubblicati sulla rivista dei gesuiti La Civiltà Cattolica, approvata dal Vaticano. «Stavano preparando il conclave». Potrebbe non essere stato così, ma se la storia è una guida, quei sacerdoti potrebbero non aver sbagliato ad aver almeno discusso la prospettiva.

                Benedetto aveva 85 anni quando si è dimesso nel febbraio 2013, diventando il primo papa a dimettersi (liberamente) in 600 anni e aprendo la strada all'elezione di Francesco. Pur godendo di una buona salute all'epoca, Benedict ha detto che semplicemente non aveva la forza per andare avanti. Prima di lui Giovanni Paolo II morì all'età di 84 anni e Giovanni Paolo I morì a 65 anni dopo appena 33 giorni di lavoro. In effetti, tutti i papi del XX secolo morirono poco più di 80 anni, ad eccezione di papa Leone XIII, che aveva 93 anni quando morì nel 1903.

                All'inizio del suo pontificato, Francesco predisse un breve pontificato di due o tre anni e attribuì a Benedetto il merito di aver "aperto la porta" ai futuri ritiri papali. Ma il gesuita argentino ha chiarito dopo il suo intervento chirurgico di luglio che le dimissioni "non mi sono nemmeno passate per la testa".

                Questa è una buona notizia per suor Nathalie Becquart (classe 1969), una delle donne più importanti del Vaticano. Francesco l'ha contattata per aiutare a organizzare il processo di consultazione biennale dei cattolici di tutto il mondo che si concluderà nel 2023 con un incontro di vescovi, noto come sinodo. Becquart sa bene cosa deve affrontare il papa mentre cerca di trasformare la chiesa in un'istituzione meno clericale e più incentrata sui laici.              "È una chiamata al cambiamento", ha detto in una conferenza questa settimana. “E possiamo dire che non è un percorso facile”.

Nicole Winfield, Associated Press           17 dicembre 2021       traduzione automatica

www-pbs-org.translate.goog/newshour/world/gloves-come-off-as-pope-francis-pushes-for-vatican-reforms?_x_tr_sl=en&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=sc

 

Il prete secondo papa Francesco

                Attingendo al ricco magistero di papa Francesco, è possibile delineare il ritratto del prete ideale che anche noi, christifideles laici, ameremmo vedere nelle nostre comunità? Parrebbe proprio di sì. Dai discorsi, dalle omelie, dalle lettere e dai messaggi di Francesco, che hanno ad oggetto in modo diretto o indiretto la missione del prete, emerge, tassello dopo tassello, un mosaico decisamente ricco che, più che soffermarsi su semplici e aride definizioni di tipo dottrinale e sistematico, denota l’intento di offrire l’identikit del prete ideale della Chiesa di oggi, tenendo in stretta correlazione la sostanza e la forma, il contenuto e il vissuto.

                Di questo mosaico si possono mettere in risalto almeno sette tessere.

  1. Uomo della misericordia e della compassione. In quanto «uomo di misericordia e di compassione»,[1] il prete «cammina con il cuore e il passo dei poveri…, è reso ricco dalla loro frequentazione»[2] e si lascia «segnare dal grido di chi soffre».[3] Egli muove dal riconoscimento che emarginati, poveri e senza speranza «sono stati eletti a sacramento di Cristo»[4] e «sono la carne di Cristo».[5] Ogni cristiano – quindi, «anche i pastori»[6] – e ogni comunità sono chiamati ad essere «strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi pienamente nella società»,[7] facendo loro spazio nella Chiesa anche quando la riempiono di insulti.[8] «Il volto più bello di un Paese e di una città è quello dei discepoli del Signore – vescovi, sacerdoti, religiosi, fedeli laici – che vivono con semplicità, nel quotidiano, lo stile del Buon Samaritano e si fanno prossimi alla carne e alle piaghe dei fratelli, in cui riconoscono la carne e le piaghe di Gesù».[9] La Chiesa ha bisogno di pastori (vescovi, ma anche preti: ndr) che, mettendo da parte «ogni forma di supponenza»,[10] si inginocchiano «davanti agli altri per lavare loro i piedi».[11]
  2. Uomo del dono e del perdono. In quanto «uomo del dono e del perdono»,[12] il prete sa mantenersi «distante dalla freddezza del rigorista, come pure dalla superficialità di chi vuole mostrarsi accondiscendente a buon mercato».[13] «La durezza gli è estranea», perché non è «un ispettore del gregge» o «un ragioniere dello spirito», ma un «pastore secondo il cuore mite di Dio».[14] Anche nei momenti faticosi diffonde serenità intorno a sé, «trasmettendo la bellezza del rapporto con il Signore».[15] Della grazia non è controllore, ma facilitatore; per lui la Chiesa non è una dogana «colpevolizzante»,[16] ma «la casa paterna dove c’è posto per tutti con la loro vita faticosa».[17] Egli si sente chiamato dal Signore «a un’opera splendida, a lavorare perché la sua casa sia sempre più accogliente, perché ognuno possa entrarvi e abitarvi, perché la Chiesa abbia le porte aperte a tutti e nessuno abbia la tentazione di concentrarsi solo a guardare e cambiare le serrature».[18] «Esperto in umanità»,[19] il prete «porta concordia dove c’è divisione, armonia dove c’è litigiosità, serenità dove c’è animosità».[20]
  3. Apostolo della gioia. In quanto «apostolo della gioia»,[21] il prete dimostra fedeltà alla sua vocazione trasmettendo al Popolo di Dio, con il suo modo di vivere,[22] la gioia che sente dentro di sé[23] e che deriva dal suo rimanere radicato in Cristo.[24] La gioia del prete «è un bene prezioso non solo per lui ma anche per tutto il Popolo fedele di Dio».[25] La gioia, peraltro, «è il segno del cristiano: un cristiano senza gioia o non è cristiano o è ammalato».[26] E «la gioia del cristiano non è l’emozione di un istante o un semplice ottimismo umano, ma la certezza di poter affrontare ogni situazione sotto lo sguardo amoroso di Dio, con il coraggio e la forza che provengono da Lui… Senza gioia, la fede diventa un esercizio rigoroso e opprimente, e rischia di ammalarsi di tristezza… Non c’è santità senza gioia».[27] Anche in mezzo alle difficoltà, il prete conserva il senso dell’umorismo,[28] una delle caratteristiche della santità. Grazie ad esso, può ridere degli altri, di se stesso e anche della propria ombra.[29]
  4. Uomo della Pasqua e dallo sguardo rivolto al Regno di Dio. In quanto «uomo della Pasqua e dallo sguardo rivolto al Regno di Dio», verso cui sente che la storia umana cammina, nonostante i ritardi, le oscurità e le contraddizioni, il prete «ama la terra che riconosce visitata ogni mattina dalla presenza di Dio».[30] Egli «non è mai arrivato», ma è sempre un «pellegrino sulle strade del Vangelo e della vita, affacciato sulla soglia del mistero di Dio e sulla terra sacra delle persone a lui affidate».[31] Lasciandosi ogni giorno formare dal Signore, evita di diventare un «prete spento» e di trascinarsi nel ministero «per inerzia», «senza entusiasmo per il Vangelo e senza passione per il Popolo di Dio». Affidandosi giorno per giorno «alle mani sapienti del Vasaio (con la «V» maiuscola), conserva nel tempo l’entusiasmo del cuore, accoglie con gioia la freschezza del Vangelo, parla con parole capaci di toccare la vita della gente. E le sue mani, unte dal vescovo nel giorno dell’ordinazione, sono capaci di ungere a loro volta le ferite, le attese e le speranze del Popolo di Dio».[32] Il suo non è «un cuore ballerino che si lascia attrarre dalle suggestioni del momento», ma un cuore saldo nel Signore, aperto e disponibile ai fratelli e alle sorelle.[33]
  5. Costituito in favore della gente nelle cose che si riferiscono a Dio. In quanto costituito in favore della gente nelle cose che si riferiscono a Dio, il prete è autorevole ma non autoritario, fermo ma non duro, gioioso ma non superficiale, pastore ma non funzionario: sa stare in mezzo alla gente come padre e fratello, condividendone gioie e sofferenze.[34] «Non si ferma dopo le delusioni e nelle fatiche non si arrende; è, infatti, ostinato nel bene… Nessuno è escluso dal suo cuore, dalla sua preghiera e dal suo sorriso».[35]. A volte si pone davanti al Popolo di Dio per indicare la strada e sostenerne speranze e aspirazioni, altre volte sta in mezzo a tutti con la sua vicinanza semplice e misericordiosa, e in alcune circostanze cammina dietro al Popolo di Dio per aiutare e infondere coraggio a coloro che faticano a stare al passo.[36] Nei confronti dei battezzati laici il prete non si comporta come il padrone della baracca, ma mette concretamente al bando non solo ogni visione verticista e distorta del suo ministero,[37] ma anche ogni forma di clericalismo sia attivo (la tentazione, da parte del clero, di clericalizzare i laici) che passivo (il desiderio dei laici di essere clericalizzati).[38] Il clericalismo, infatti, è una perversione[39] che mantiene i fedeli laici al margine delle decisioni,[40] in quanto tende a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale posta dallo Spirito Santo nel loro cuore.[41] «Esso nasce da una visione elitaria ed escludente della vocazione, che interpreta il ministero ricevuto come un potere da esercitare piuttosto che come un servizio gratuito e generoso da offrire; e ciò conduce a ritenere di appartenere a un gruppo che possiede tutte le risposte e non ha più bisogno di ascoltare e di imparare nulla, o fa finta di ascoltare».[42]. Il prete promuove e valorizza la partecipazione alla vita della Chiesa di ogni persona battezzata[43] dotata del sensus fidei che l’aiuta a «discernere ciò che viene realmente da Dio».[44] Nella sua comunità «tutti sono protagonisti e nessuno può essere considerato semplice comparsa».[45]
  6. Contemplativo della Parola e contemplativo del Popolo di Dio. In quanto contemplativo della Parola e contemplativo del Popolo di Dio,[46] il prete mette Dio e le persone al centro delle sue preoccupazioni quotidiane, «diffonde alla luce del Vangelo il gusto di Dio intorno a sé, trasmette speranze ai cuori inquieti».[47] Si nutre della Parola che predica,[48] facendola risuonare in tutto il suo splendore nel cuore del Popolo avendo essa risuonato dapprima nel suo cuore di pastore.[49] «La sua parola, predicata o scritta, attinge chiarezza di pensiero e forza persuasiva alla fonte della Parola del Dio vivo, nel Vangelo meditato e pregato, ritrovato nel Crocifisso e negli esseri umani, celebrato in gesti sacramentali mai ridotti a puro rito»: «non è uno che esige la perfezione, ma uno che invita ciascuno a dare il meglio».[50] Poiché l’ignoranza delle Scritture sacre è ignoranza di Cristo, il prete sente forte l’esigenza di renderle accessibili e familiari alla propria comunità, realizzando tutto ciò che serve perché i fedeli possano frequentarle con assiduità.[51]. Consapevole, inoltre, che la religione non può limitarsi all’ambito privato e che non esiste solo per preparare le anime per il cielo,[52] egli «diffida delle esperienze che portano a sterili intimismi e delle spiritualità appaganti che sembrano dare consolazione e invece portano a chiusure e rigidità».[53] Rifiuta ogni spiritualità disincarnata ed è disponibile a sporcarsi le mani con i problemi della gente,[54] senza usare i guanti.[55] Si impegna «a risvegliare nelle persone l’umano per aprirle al divino» e «a ridare ai poveri la parola, poiché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia». Ed è la parola che potrà «aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole».[56]. In altri termini, il prete nutre la speranza e coltiva il sogno di cambiare il mondo con il Vangelo.[57].
  7. Costruttore di sinodalità. In quanto profondamente consapevole che «il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio è quello della sinodalità»[58] che, lungi dall’essere una moda o uno slogan, esprime la natura, la forma, lo stile e la missione della Chiesa[59], come prete avverte l’urgenza di contribuire a costruirla,[60] non occasionalmente ma strutturalmente. A partire dalla valorizzazione degli organismi di partecipazione e corresponsabilità che, a livello parrocchiale, dovrebbero favorire «il dialogo e l’interazione nel Popolo di Dio, soprattutto fra sacerdoti e laici».[61] Tutti hanno qualcosa da imparare dagli altri, a condizione che ci si incontri senza formalismi e senza infingimenti e ci si metta in ascolto delle domande, degli affanni e delle speranze del Popolo di Dio per essere in grado di discernere[62] ciò che lo Spirito ci suggerisce per evitare di diventare una Chiesa da museo, bella ma muta, con tanto passato e poco avvenire.[63] L’autentico obiettivo della sinodalizzazione della Chiesa, infatti, «è far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un’alba di speranza, imparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani».[64].

                Andrea Lebra                    Settimananews               20 dicembre 2021    con i riferimenti

                Commento di                    Marco Ansalone 21 dicembre 2021

                Come XVI secolo la riforma del clero fu fondamentale per applicare il Concilio di Trento, così nel XXI secolo la riforma del clero è fondamentale per applicare il Concilio Vaticano II. Molto passa dall’abolizione o da una riforma radicale dei seminari, che non applicano né le impostazioni di Papa Francesco e né quelle del Vaticano II. Tutto è rimasto ancora a una formazione post tridentina e si vede da come molti preti, ma non tutti, si rapportano con i fedeli.

                “I presbiteri devono riconoscere e promuovere sinceramente la dignità dei laici, nonché il loro ruolo specifico nell’ambito della missione della Chiesa.” (Presbyterorum Ordinis n. 9).

www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_decree_19651207_presbyterorum-ordinis_it.html

Nella mia esperienza di fedele impegnato ho incontrato sia preti che valorizzano i laici e sia preti che negano la dignità dei laici.

 www.settimananews.it/ministeri-carismi/prete-secondo-papa-francesco

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GENITORI

Il ruolo dei genitori nell’educazione religiosa del minore

Il diritto di libertà religiosa nella realtà familiare: la responsabilità genitoriale e l’interesse del minore

                All’interno della realtà familiare, il diritto di libertà religiosa trova la propria espressione in plurimi profili, aventi ad oggetto l’autonomia dei membri appartenenti al nucleo, il rapporto tra i coniugi nonché il diritto ed il dovere, in capo ai genitori, di educare la prole, anche sotto l’aspetto religioso. Al fine di assicurare una corretta applicazione dei principi sottesi ai sopracitati aspetti, sarà indispensabile operare un bilanciato contemperamento tra i diversi interessi dei diversi componenti familiari e, soprattutto, del minore. Sarà, pertanto, essenziale il ruolo rivestito da parte dei genitori, congiuntamente responsabili dell’indirizzo educativo della prole, tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni della medesima.

                Come ci dimostra la giurisprudenza [e il counseling in consultorio] e, in casi avversi, anche la cronaca, non sempre i genitori sono in grado di perseguire l’interesse del minore, lasciandosi influenzare dai propri convincimenti, sfociando in condotte lesive, non solo della personalità, ma altresì della fisicità della stessa prole.

                1. Il riconoscimento della tutela educativa religiosa del minore: l’analisi dell’ordinamento giuridico italiano. Con il riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo, ai sensi dell’art. 2 Cost., è stato inteso attribuire a tale disposizione un significato ad ampio contenuto, finalizzato alla costituzionalizzazione del diritto del minore ad una corretta esistenza, attraverso un adeguato percorso educativo. Tale diritto si estrinseca come la corretta pretesa, in capo al minore, di sviluppare una personalità autonoma, capace e libera di determinarsi, secondo i propri valori, credenze ed aspirazioni naturali. A tal proposito, non può non richiamarsi anche il principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost., dal momento che il minore, seppur non ancora raggiunta la maggiore età, presenta eguali diritti, anche in ambito di libertà religiosa, degli altri cittadini maggiorenni.

                Guardando, poi, alle altre disposizioni che hanno, seppur implicitamente, cristallizzato il dovere genitoriale di rispettare lo sviluppo della personalità del minore, anche in tema di convincimento religioso, si deve rilevare (senza alcuna pretesa di esaustività) quanto segue. Se l’art. 30 Cost. ha stabilito il dovere e il diritto dei genitori di mantenere, istruire e educare i figli, l’art. 147 c.c. ha previsto il dovere di tener contro della capacità di inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli, proprio al fine di garantire il pieno rispetto degli interessi della prole ed il loro percorso di crescita.

                A seguito della riforma introdotta dalla Legge 19 maggio 1975, n. 151 [riforma del diritto di famiglia],

 www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1975/05/23/075U0151/sg

l’ordinamento giuridico italiano ha posto in primo piano la tutela del minore, in rapporto ai suoi bisogni di crescita, ad un adeguato livello di educazione ed istruzione, al fine di un corretto sviluppo della sua personalità; tutela che è stata, dopo quasi quarant’anni, oggetto di un successivo rafforzamento, tramite la Legge 10 dicembre 2012, n. 219, che ha unificato lo status giuridico dei figli naturali e legittimi.

www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2012/12/17/012G0242/sg

https://leg16.camera.it/561?appro=542

                La Costituzione, oltre a prevedere il diritto-dovere per i genitori di educare i figli, vieta, all’art.19, ogni discriminazione legata ai convincimenti religiosi, assicurando a ciascuno il diritto di professare liberamente il proprio credo religioso, o di non professarne alcuno, ovvero il diritto di farne propaganda e di esercitarne il culto, a condizione che non si tratti di riti contrari al buon costume.

www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:costituzione:1947-12-27~art19

                Nell’ambito familiare, possono crearsi delle situazioni ove l’orientamento religioso dei due genitori differisce o nelle quali uno di questi ha cambiato le proprie credenze religiose, con possibilità di contrasti in merito all’educazione religiosa della prole, soprattutto se in una fase ancora primordiale della sua crescita, non ancora contraddistinta da una sufficiente capacità di discernimento. Nella sopracitata Riforma del diritto di famiglia, non è possibile rinvenire alcun riferimento all’educazione religiosa tantomeno precisi criteri da applicare al fine di risolvere le variegate questioni che possono sorgere, in caso di conflitti tra genitori o tra questi e i figli, per la determinazione degli indirizzi educativi religiosi riconducibili ai medesimi. Tale situazione ha portato la giurisprudenza a fare affidamento al “sentire comune” ovvero al “costume sociale”, per sopperire alle mancanze legislative nell’ambito di una maggiore che esula dal campo di conoscenza del giurista ma che sfocia, per lo più, negli insidiosi terreni della filosofia e dell’etica.

                Un saldo punto di partenza è stato, senza dubbio, il combinato disposto degli artt. 2 e 30 Cost., congiuntamente all’art. 147 c.c., da cui poteva desumersi come il potere dei genitori, in ambito di educazione religiosa, non dovesse porsi in contrasto con il diritto di libertà religiosa del minore ma quale strumento volto a far compiere al minore medesimo, inteso quale persona e cittadino, una scelta religiosa, contraddistinta da autonomia decisionale, libertà e consapevolezza.

www.brocardi.it/codice-civile/libro-primo/titolo-vi/capo-iv/art147.html

                2. L’autodeterminazione religiosa del minore: le più importanti pronunce di merito e di legittimità

                Successivamente all’introduzione della riforma del ’75, la giurisprudenza di merito (Trib. Min. Napoli, 13 gennaio 1983, in Rass. dir. civ., 1983, 1156) ha affermato come, in caso di contrasto con l’indirizzo educativo dei genitori, sia compito del Tribunale per i minorenni accertare che la preminenza della dignità umana e dello sviluppo della personalità del minore “sia riconosciuta e resa efficace, quando ad essa corrisponda in pienezza all’interesse oggettivamente valutato dal minore stesso, purtuttavia non disattendendo quella “ filosofia di vita” che man mano in esso si va radicando come frutto delle scelte culturali e dell’educazione. In tale giudizio la volontà del minore ha un ruolo significativo, ma non è un dato che si impone astrattamente e genericamente”. La valutazione della meritevolezza dello scopo “è possibile tenendo presenti il ruolo dei soggetti concreti, l’oggetto, la materia in relazione all’ambiente storico sociale, la gerarchia degli interessi”. È stato, invero, osservato come, laddove il comportamento del minore consista in “un processo duraturo del modo di atteggiarsi della personalità, esso appare soggetto ad un doppio giudizio che è diretto ad accettare la capacità di discernimento”, riguardante sia la capacità decisiva che gli aspetti della progettualità del comportamento.

                Nel 2012 (Cass. civ., sez. I, 12 giugno 2012, n. 9546), gli Ermellini hanno affermato come potessero essere imposti limiti alle scelte educative dei genitori se finalizzate ad evitare turbamenti nella personalità del minore, avendo dovuto operare una contestualizzazione dell'esperienza religiosa per il minore stesso, valutando il reale significato della religione per il medesimo, soprattutto in base alla propria età.

                Niente addebito se il marito diventa testimone di Geova. Non ci sono motivi per affidare in via esclusiva alla madre i figli se questa è in contrasto con l'ex marito, divenuto testimone di Geova, sull'educazione religiosa. Ma si può prevedere il “monitoraggio e sostegno ai genitori” da parte del Consultorio per assicurare la “continuità nelle abitudini e negli impegni” dei ragazzi anche quando sono con il padre, facendo ricorso alla collaborazione dei nonni se sorgono contrasti sulle “convinzioni religiose”.

                La sesta Sezione civile della Cassazione (sentenza 14728, depositata 19 luglio 2016)

https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-14728-del-19-07-2016

 ha confermato così quanto disposto dalla Corte d'Appello di Trieste in merito alla separazione di coppia di Pordenone, allorché il marito si era convertito. L'ex moglie aveva proposto ricorso chiedendo l'affidamento in esclusiva dei figli, che l'appello aveva disposto ad entrambi i genitori, ritenendo che con la conversione l'uomo avesse disconosciuto i valori del cattolicesimo, accettati con il matrimonio. La Cassazione ha ribadito che la separazione non potesse essere addebitata all'uomo per la sola conversione religiosa e la partecipazione alle pratiche del nuovo culto, in quanto diritto costituzionalmente garantito. Quanto all'affidamento dei due bambini, i giudici di merito - sottolinea la sesta sezione civile della Suprema Corte nella sentenza n. 14728 - hanno accertato, anche in base alle relazioni degli assistenti sociali, che la “scelta spirituale” del padre non giustificasse l'affidamento esclusivo alla madre.

I ragazzi hanno, infatti, diritto “a conservare un rapporto equilibrato e continuativo” con entrambi i genitori. Il timore della madre di un effetto traumatico delle nuove abitudini, secondo gli ermellini, giustifica però la previsione di “misure idonee” a garantire che il rapporto col padre non si traduca in “indebite pressioni o condizionamenti, volti ad imporre l'accettazione” del suo credo.

https://st.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2016-07-19/niente-addebito-se-marito-diventa-testimone-geova-172042.shtml?uuid=ADscR6u&refresh_ce=1

https://noiradiomobile.org/il-marito-diventa-testimone-di-geova-no-alladdebito

                Tale principio è stato, anche, oggetto di più recente affermazione, da parte della giurisprudenza di legittimità (Cass. civ., Sez. I, 24 maggio 2018, n. 12954), dal momento che “in tema di affidamento dei figli minori, il criterio fondamentale cui deve attenersi il giudice nel fissare le relative modalità, in caso di conflitto genitoriale, è quello del superiore interesse della prole, stante il preminente diritto del minore ad una crescita sana ed equilibrata, sicché il perseguimento di tale obiettivo può comportare anche l’adozione di provvedimenti – quali, nella specie, il divieto di condurre il minore agli incontri della confessione religiosa abbracciata dal genitore dopo la fine della convivenza – contenitivi o restrittivi di diritti individuali di libertà dei genitori, ove la loro esteriorizzazione determini conseguenze pregiudizievoli per il figlio che vi presenzi, compromettendone la salute psico-fisica o lo sviluppo”.                         www.eius.it/giurisprudenza/2018/454

                Da ultimo, sempre la Suprema Corte (Cass. civ., sez. I, 30 agosto 2019, n. 21916) ha cristallizzato in una propria ordinanza come “il giudice può adottare provvedimenti contenitivi o restrittivi dei diritti individuali dei genitori in tema di libertà religiosa e di esercizio del ruolo educativo solo in seguito all’accertamento in concreto di conseguenze pregiudizievoli per il figlio che ne compromettano la salute psico-fisica e lo sviluppo. Tale verifica non può che basarsi sull’osservazione e sull’ascolto del minore”.

www.studiolegalesilviacarrirolo.it/disaccordo-religione-per-il-figlio

https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-21916-del-30-08-2019

                3. Lo scenario europeo ed internazionale sull’interesse del minore. Con uno sguardo allo scenario europeo, deve osservarsi come il principio di libertà religiosa (e, pertanto, di uguaglianza) sia stato oggetto di ampio riconoscimento da parte degli artt. 8, 9 e 14 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, con un’espressa limitazione di tali diritti solamente dalla legge come misure “necessarie, in una società democratica, per la sicurezza pubblica, la protezione dell’ordine, della salute o della morale pubblica o la protezione dei diritti e delle libertà altrui”.

www.studiperlapace.it/view_news_html?news_id=20041208204428

                Sul punto, deve ricordarsi come, attraverso la Risoluzione n. 1226, adottata dal Consiglio d’Europa il 28 settembre 2000, sia stata riconosciuto il ruolo integrante della giurisprudenza della Corte EDU nell’ambito della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, acquisendo, pertanto, un’efficacia vincolante erga omnes.

                Volgendo lo sguardo, invece, al piano internazionale, bisogna rilevare come il Consiglio dei Ministri abbia approvato, con provvedimento del solo 11 agosto 2016, e definitivamente adottato con D.P.R. del successivo 31 agosto, il Piano nazionale di azione e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva, al fine di introdurre uno strumento d’indirizzo volto a rispondere degli impegni assunti dal nostro Paese in attuazione della Convenzione sui diritti del fanciullo, sottoscritta a New York il 20 novembre 1989, e dei suoi Protocolli opzionali.

                4. Conclusioni. In conclusione, è possibile affermare, sulla scorta dei brevi cenni sopra operati sullo stato dell’arte legislativo e giurisprudenziale italiano, come l’interesse del minore, in ambito di scelta religiosa, non sia ancora stato oggetto di pieno ed espresso riconoscimento da parte dell’ordinamento, tutt’ora ancorato, seppur implicitamente, ai retrogradi meccanismi dell’abolita potestà genitoriale, con un palese indebolimento della figura del minore, ancora “sottomesso” al volere materno e paterno, con evidenti lesioni della propria personalità emotiva e, nei casi più sfortunati, anche fisica.

Avv. Antonio Di Santo   Altalex                 25 dicembre 2021

www.altalex.com/documents/news/2021/12/14/ruolo-genitori-educazione-religiosa-minore

{Alcuni genitori non battezzano i figli e lasciano loro, negli anni della scuola elementare, compiere la scelta (molto influenzata, di fatto, dagli amici e dai fratelli\sorelle.) Ndr}

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GOVERNO

All’inizio del 2022 l’Italia avrà una nuova strategia nazionale Lgbti, dice Elena Bonetti

                La ministra per le pari opportunità e la famiglia spiega a Linkiesta in anteprima il piano del governo per combattere la discriminazione fondata sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere: «Si arriva a questo risultato superando quelle fratture che anche su questi temi hanno diviso il nostro Paese», Dopo un’attesa di ben sei anni, nell’arco della quale è venuta anche a cadere ultimamente la bocciatura del ddl Zan, in Senato, il Governo è pronto ora a varare una nuova strategia nazionale LGBTI\LGBT+[acronimo di origine anglosassone utilizzato per indicare le persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e transgender] sulla falsariga di quella della Commissione Europea nel novembre 2020, indicando misure atte a combattere la discriminazione fondata sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere.

https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX%3A52020DC0698

                Strategia che sembra essere particolarmente a cuore al presidente del Consiglio, se questi il 9 dicembre 2021, parlando di quella già nota e anch’essa imminente sulla parità di genere, ne rimarcava a sorpresa l’importanza quale «piano nazionale d’azione […] per combattere tutte le forme di intolleranza e discriminazione, comprese quelle fondate sull’orientamento sessuale». Importanza, invero, mai sfuggita ad alcune associazioni LGBTI a partire da quella radicale Certi Diritti, che non a caso, all’indomani dell’accennato affossamento del ddl Zan, si è fatta promotrice dell’inequivoca petizione online Subito una Strategia per l’uguaglianza delle persone Lgbti in Italia.

                Di questo documento di 30 pagine, che, al momento ancora non pubblico, individua azioni e obiettivi per sei assi prioritari (Lavoro e Welfare, Sicurezza, Salute, Educazione/Formazione/Sport, Cultura/Comunicazione/Media e Data Base/Monitoraggio, Valutazione), ne parliamo oggi in anteprima esclusiva con la ministra per la Famiglia e le Pari Opportunità Elena Bonetti.

                Dopo anni di attesa e pressanti richieste l’Italia avrà ben presto una nuova Strategia nazionale LGBTI. Cosa prova nel sapere di essere riuscita in ciò in cui hanno fallito o non hanno voluto riuscire i suoi predecessori?

                Indubbiamente un senso di grande soddisfazione, ma soprattutto consapevolezza di un percorso ampiamente condiviso, che ha attivato tavoli con le istituzioni, con il mondo delle associazioni e con la società civile, che nel nostro Paese mettono in campo l’imprescindibile impegno per dare piena attuazione al riconoscimento della dignità di ogni singola persona umana e, in particolare, contro ogni forma di discriminazione. Nel caso specifico, quelle verso le persone LGBTI. E poi tutto il lavoro di condivisione con le amministrazioni locali. Io credo che questo sia il modo giusto: una co-progettazione che viene portata a compimento come una scelta di Paese e non è quindi una scelta di una parte. Con la Strategia possiamo tutti non solo dire che abbiamo fatto un passo importante, ma che la grande responsabilità adesso è attuarla, darle corpo.

                Ieri è scaduto il termine ultimo per la presentazione di eventuali osservazioni proprio da parte di amministrazioni regionali e locali. Ce ne sono state tali da stravolgere il testo?

                C’è stata un’ampia risposta, che s’inserisce proprio all’interno di questo percorso di condivisione, di contributi e di dialogo, che nasce nel 2020 con la ricostituzione del tavolo delle associazioni, come riportato nella Strategia. Si definisce anche una governance del processo già nella fase della scrittura della Strategia: dunque non un documento calato dall’alto, ma un documento che nasce dall’incontro dell’esperienza delle associazioni con quella delle amministrazioni e delle istituzioni. Mi permetto di ricordare che si arriva a questo risultato superando quelle fratture che anche su questi temi hanno diviso il nostro Paese. In un momento in cui siedono nel Governo forze politiche di quasi tutto l’arco parlamentare e con sensibilità diverse, si è riusciti a portare a termine un percorso di condivisione e ricomposizione delle posizioni. Ciò è avvenuto nell’ottica del comune, fondamentale obiettivo di eliminare ogni forma di discriminazione e violenza verso le persone LGBTI e di attuare così quei processi che sono necessari a ogni democrazia.

                Quando sarà varata ufficialmente la Strategia?

                Conto che entro l’inizio del 2022 la Strategia sarà adottata.

                Nella Strategia si rileva l’assenza di un cronoprogramma sulle azioni da perseguire. Si è forse preferito restare sul vago nell’impossibilità di individuare le opportune tempistiche?

                Nient’affatto. Questa è una Strategia che dà una direzione di politiche attive e promozione dei diritti di tutte e tutti. Seguirà poi la costituzione della sua governance tra la cabina di regia politica e un tavolo tecnico, nel quale verranno definite le azioni conseguenti, puntualizzate con gli indicatori e il monitoraggio che, d’altra parte, è previsto e voluto dalla Strategia. Non è dunque una volontà di vaghezza, al contrario è la volontà di dare un documento d’indirizzo per le politiche attive, a cui deve seguire una programmazione tecnica che contenga nelle azioni, tempistiche e monitoraggio.

                Siamo reduci dal vergognoso affossamento del ddl Zan e da un dibattito non sempre felice al riguardo. La Strategia dedica ampio spazio alle azioni di contrasto e prevenzione di violenza e discriminazione omo-lesbo-bi-transfobica secondo un indirizzo positivo di formazione, monitoraggio, implementazione delle strutture di accoglienza soprattutto laddove si parla di Sicurezza. È bastevole?

                È chiaro che la Strategia non ha per sua natura una finalità d’intervento normativo, che compete invece all’attività del Parlamento. Nell’Asse prioritario Sicurezza abbiamo individuato una serie di azioni positive, volte a creare processi che prevengono la violenza e la contrastano proteggendo al tempo stesso le vittime. Proprio relativamente a quest’ultimo aspetto, la Strategia mette in campo alcune misure concrete. Sia quelle che, nella fase basilare della formazione, riguardano tutti gli operatori attivi nel contrasto alla violenza omo-lesbo-bi-transfobica, sia quelle miranti alla costituzione di case rifugio per vittime di tale violenza e di specifici centri antiviolenza e antidiscriminazione verso le persone LGBTI. Le vittime di violenza, non si smetterà mai di ribadirlo, necessitano di strutture e percorsi a loro dedicati. Penso poi all’attenzione posta dalla Strategia in maniera trasversale nei confronti dei minori LGBTI, che necessitano di un ulteriore accompagnamento.

                Si parla anche altrove di questa duplice azione di prevenzione e contrasto?

                Certo. Accanto alla parte sulla Sicurezza c’è quella, altrettanto importante, di carattere educativo per prevenire il fenomeno della violenza. Ci si rifà sostanzialmente all’affermazione primaria della nostra Costituzione, la quale impone che al riconoscimento della dignità di ogni persona umana deve corrispondere una responsabilità sociale. E, quindi, educazione al rispetto e al linguaggio non violento. Tutto questo fa sì che la Strategia presti particolare attenzione al linguaggio dei media e dei social, anche per intercettare fenomeni nuovi e sempre più diffusi come il cyberbullismo. Terzo tema è quello del lavoro, perché non basta prevenire e proteggere. Bisogna promuovere autonomia, indipendenza, libertà per le persone LGBTI, che possono essere spesso vittime di discriminazione. Ci sono azioni positive importanti nel mondo del lavoro, che chiedono anche un concerto con le parti sociali e il mondo aziendale, a partire dalla promozione del diversity management [processo di gestione dei gruppi e delle organizzazioni orientato all’accettazione e alla valorizzazione delle differenze, considerate come un potenziale e un valore aggiunto dell’organizzazione]

                All’ultimo tavolo coi vertici dell’Unar la stragrande maggioranza di rappresentanti delle associazioni, a partire da Franco Grillini [presidente onorario di Arcigay] , ha espresso apprezzamento per il testo sottoposto.                Non è mancata tuttavia qualche voce fortemente critica, che ha lamentato l’assenza della questione famiglie omogenitoriali. Si giudica colpevole di un tale silenzio?

                Non è così. Nessun silenzio. La Strategia parte dal primario diritto dei minori e dalla tutela del loro superiore interesse, a cui deve seguire la responsabilità genitoriale. Per questo la Strategia individua nell’ambito del lavoro la messa a punto di specifiche misure di welfare aziendale per nuclei familiari omogenitoriali. Faccio presente che, pur non avendo diretta connessione con la Strategia, l’assegno unico e universale in vigore da gennaio, siccome si rivolgerà a tutti i bambini e le bambine, non farà alcuna distinzione in tema di genitorialità. D’altra parte, ulteriori interventi normativi non competono alla Strategia ma al legislatore.

                Ministra, a breve si avranno due Strategie nazionali, quella di contrasto alla violenza maschile contro le donne e quella LGBTI. Si può dire che c’è un nesso fra le due, anche in considerazione che misoginia e omo-lesbo-bi-transfobia hanno una comune matrice sessista, maschilista, patriarcale?

                Sono strategie che contrastano le forme di violenza, che negano la dignità della persona umana e s’inseriscono tra le subculture di prevaricazione e discriminazione.

                Sono però due Strategie diverse, trattandosi di fenomeni diversi che necessitano quindi di strumenti diversi e risposte specifiche. Anche per quanto riguarda la Strategia LGBTI è importante insistere sulla rete territoriale, che può portare avanti strumenti di protezione e politiche antidiscriminatorie. Si tratta di strategie da coordinare con il livello territoriale dell’Oscad e con tutti gli organismi competenti in materia. E poi occorre avere un approccio strutturale come, ad esempio, abbiamo iniziato a fare con i finanziamenti alle case rifugio e ai centri antidiscriminazione per persone LGBTI. La strada l’abbiamo tracciata, ed è una strada di umanità.

Francesco Lepore            Linkiesta            21 dicembre 2021

www.linkiesta.it/2021/12/intervista-elena-bonetti-strategia-lgbti

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MATRIMONIO

Il segreto di una coppia felice: fare l’amore dopo il matrimonio.

                Mi è cascato l’occhio su un articolo che ho scovato durante una semplice ricerca attraverso Google. Un articolo tratto dal magazine on line + Sani + Belli, che si rivolge prevalentemente ad un pubblico femminile. Un magazine che tratta tutto ciò che riguarda il benessere psicofisico della persona.

                Questo articolo mi ha incuriosito perché offre una lettura semplicemente umana e relazionale su quanto la Chiesa propone da sempre: la castità. Una proposta spesso irrisa e considerata ormai desueta e sorpassata. Una proposta, come piace definirla ai progressisti nostrani, medioevale. Invece è una proposta vincente che noi non smetteremo mai di raccomandare e che può fare la differenza poi nel matrimonio. Non essere casti è un peccato, non solo perché lo dice la morale cattolica, ma perché non educa la coppia a vivere i gesti di tenerezza anche quando non sono finalizzati a concludersi con il rapporto sessuale.

                L’autrice dell’articolo scrive:

 

                Matrimonio: perché arrivare vergini all’altare                  Anna Vitale

                Secondo un recente studio c’è un modo per riuscire a rendere il proprio matrimonio più lungo e duraturo. Il segreto è l’astinenza pre-matrimoniale, pare che aspettare la prima notte di nozze renda il matrimonio più duraturo e felice. Quando ci si innamora, a qualunque età, si pensa che durerà per sempre. Ma la vita, si sa, può riservare delle sorprese e il principe o la principessa dei sogni, a volte (e inspiegabilmente), si trasformano in orribili mostri. L’amore finisce e la coppia si divide.

                Eppure, secondo una ricerca condotta dalla Brigham Young University’s School of Family Life, Utah (USA), e pubblicata sul “Journal of Family Psychology”, un matrimonio lungo e felice è possibile. Il segreto è nell’atteggiamento della coppia verso i rapporti pre-matrimoniali. Secondo lo studio condotto dal professor Dean Busby su un campione di 2.035 soggetti sposati, chi si astiene dal sesso prima delle nozze avrà maggiori possibilità di vivere un rapporto stabile e gratificante (+ 22%).

                Meglio aspettare la prima notte di nozze. La spiegazione è semplice: in base alla ricerca, le coppie che hanno demandato la scoperta sessuale alla prima notte di nozze, si sono concentrate maggiormente su altri fattori di conoscenza, come il dialogo, per instaurare un rapporto aperto e sincero, condividendo esperienze e sviluppando la capacità di risolvere i problemi in due.

                Al contrario, le coppie che fanno sesso troppo presto vivono una relazione meno profonda dal punto di vista spirituale e intellettuale, basi indispensabili per un rapporto solido e duraturo. Ma c’è di più. Nelle coppie “vecchio stile“, la vita sessuale è più soddisfacente (+15%) e la maggiore attitudine a comunicare e a capirsi migliora la qualità della vita di coppia. Secondo i ricercatori, quindi, gli ingredienti fondamentali di un buon matrimonio sono comunicazione e intesa sessuale, come dimostrato in precedenza  da uno studio dell’Università del Tennessee (USA), secondo la quale il nervosismo e lo stress di coppia si curano a letto. In sintesi: aspettate a farlo ma poi. . .fatelo tanto e bene!

www.piusanipiubelli.it/lifestyle/matrimonio-perche-arrivare-vergini-allaltare.php

 

Esattamente quello che noi abbiamo sempre cercato di spiegare con i nostri articoli. La castità è stata per noi quella marcia in più che ci ha permesso, con gli inevitabili alti e bassi, di costruire una relazione bella, che anche oggi, dopo diciotto anni di matrimonio, non è per nulla una relazione che si trascina svogliatamente ma è ancora viva e piena. Ancor più viva e piena di quando ci siamo sposati. La castità prematrimoniale ci ha davvero aiutato a perfezionare la relazione a 360 gradi. È pazzesco come le nostre relazioni siano costruite sbagliate. Fin dall’inizio. Nel fidanzamento si sperimenta il sesso in tutte le sue manifestazioni e poi, nel matrimonio, non si è più capaci di desiderarlo e di viverlo.

                Per tanti, dopo alcuni anni, si aprono le porte del deserto sessuale. Cosa succede? Semplice. Si è capaci di parlare un linguaggio solo. Quello dell’amplesso e dell’incontro intimo. Non si è usato il fidanzamento come periodo di conoscenza, per perfezionare tutti gli altri linguaggi. Anche quando ci sono, baci, carezze, abbracci e attenzioni sono sempre finalizzati a concludersi nell’amplesso.

                Questo poi nel matrimonio si paga con gli interessi. Nel matrimonio non c’è tutto il tempo, la voglia e il desiderio per queste manifestazioni di amore tenero e concreto. C’è tanto altro a cui pensare e che ci occupa il tempo. Nel fidanzamento invece, almeno di solito, c’è molto più tempo.

                Nel matrimonio serve impegnarsi. Serve andare oltre lo spontaneismo che spesso caratterizza le relazioni affettive. Serve cura e dedizione reciproca. Serve trovare tempo di qualità quando c’è stanchezza e preoccupazioni che ci distolgono dalla relazione. Serve parlare il linguaggio della tenerezza anche quando per tanti motivi non è possibile arrivare all’amplesso. Figli, gravidanze, metodi naturali, mancanza di tempo e di forze, rendono l’incontro intimo non più così semplice da cercare e desiderare.

                Qui, la tenerezza disinteressata imparata nel fidanzamento può tornare molto utile e darci una marcia in più. Solo se nel fidanzamento ci si è educati a parlare diversi linguaggi d’amore, trovando gratificazione e piacere in quelle stesse manifestazioni, senza quindi renderle finalizzate e usate al solo fine di raggiungere il piacere sessuale, si potrà affrontare con i giusti strumenti il matrimonio.

                Solo così i momenti di astinenza non saranno momenti di aridità e di distanza tra gli sposi, ma saranno periodi di corteggiamento e di tenerezza. Periodi altrettanto dolci e belli e, cosa più importante, fecondi. Utili a mantenere e ad alimentare la fiamma del desiderio. È fondamentale educarsi a questo modo di vivere l’amore. Se non si impara poi è difficile. Quando verrà per tanti motivi a mancare l’incontro sessuale si perderà il desiderio di vivere altre modalità e tutto diventerà povero e senza gioia. Un circolo vizioso che porterà sempre più in basso fino alla completa distanza emotiva, affettiva e sessuale tra gli sposi.

                Capite l’importanza di imparare la tenerezza nel fidanzamento. Non è una richiesta assurda, ma una base necessaria, o quantomeno molto utile, sulla quale costruire tutta la casa del nostro matrimonio. Se volete un matrimonio santo imparate a vivere i gesti di tenerezza come parte meravigliosa del vostro rapporto. A volte condurranno all’amplesso e altre volte no. Saranno comunque momenti di meravigliosa e feconda unità. Lo saranno però solo se avrete imparato a viverli in modo autentico. Il fidanzamento è la prima scuola per educarsi a questo atteggiamento importantissimo.

Antonio e Luisa De Rosa

https://matrimoniocristiano.org/2021/04/14/il-segreto-di-una-coppia-felice-fare-lamore-dopo-il-matrimonio

 

Il vero piacere erotico nel fidanzamento

                Come si fa a provare il vero piacere erotico? Cosa dirà mai la chiesa di questa roba? Siete sicuri che bisogna prima provare per poter capire se l’altro corrisponde alle tue aspettative? Cos’è che attiva quell’attrazione fatale e come si fa a provare il vero piacere sessuale?

                Abbiamo l’impressione che non ci siano persone che non siano alla ricerca del piacere. Beh, in effetti, Platone direbbe subito che l’eros è proprio quella forza interiore che ognuno di noi ha verso il buono, il bello e il vero. Freud aggiungerebbe che l’erotismo è quell’impulso fondamentale che muove l’uomo verso la ricerca del piacere. Insomma fin qui tutti d’accordo, ma nella pratica che vuol dire?

                Abbiamo appena finito il Tour girando tutta Italia e non solo. Alla fine di ogni corso ci viene sempre posta la domanda sul piacere erotico. La cosa che più ci sorprende è che ci sta tantissima confusione su tutto quello che riguarda la sessualità soprattutto nel fidanzamento. Abbiamo incontrato tre 3 tipi di persone:

  • quelle che non sanno cosa sia la castità e non ne hanno mai sentito parlare;
  • quelle che ne hanno sentito parlare, ma non hanno capito realmente a cosa serve;
  • quelle che usano la castità come silenzio di copertura, che hanno il corpo in stato reattivo e che quindi usano la castità per coprire una difficoltà ad entrare in intimità.

                Cerchiamo di capire meglio cosa sia realmente. Se dico castità a cosa pensi? Se la tua ragazza stasera ti dicesse: “Amó, voglio vivere la castità”, tu che pensi? Pensi di sicuro che da stasera si va in bianco e inizi a sbattere la testa contro i muri. Ti annuncio una grande gioia: hai capito male! Hai confuso castità con continenza. Ma allora che cos’è sta castità?

                Nel Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) , troviamo una descrizione illuminante sulla castità, cito:

La castità è dono reciproco, totale e illimitato nel tempo dell’uomo e della donna CCC 2337

                Questa descrizione è bellissima! Castità quindi non è semplicemente non andare a letto insieme, ma è puntare in alto nella relazione per poter vivere il vero “dono totale” di se stessi, il vero piacere sessuale. Una cosa che è importante capire è che la virtù della castità si vive necessariamente in maniera diversa a seconda dello stato in cui si trova la persona. La cosa interessante è che la virtù della castità si vive sia nel fidanzamento, che nella vita consacrata, che nella vita da single, che nel matrimonio (!). Tuttavia la castità è vissuta in maniera profondamente diversa in questi stati. Mentre nei primi tre casi la castità si vive nella forma della continenza, nel matrimonio si vive anche attraverso il rapporto sessuale.

                Nel fidanzamento. Il tempo del fidanzamento infatti è un cammino, dove la coppia prova (nel senso di mettere alla prova) se la relazione, la dinamica di coppia sia sana, porti frutto e possa rappresentare il presupposto per iniziare una vita insieme. Quindi il fidanzamento è un tempo in cui i due partner si conoscono e verificano con strumenti umani e attraverso un discernimento spirituale (possibilmente con una guida) se i due sono innanzitutto chiamati al matrimonio, e nel caso affermativo se sono chiamati al matrimonio insieme. Il fidanzamento quindi è un cammino di discernimento sulla coppia stessa ed è naturalmente chiamato a terminare, a finire, o nel matrimonio o nel lasciarsi. Questo è chiaro ed è esplicito nelle promesse matrimoniali che iniziano dicendo: “compiuto il cammino del fidanzamento…“.

                Dire che il fidanzamento è semplicemente il tempo del NO (continenza) è estremamente riduttivo. Il fidanzamento è l’anticamera del matrimonio e come in ogni cammino, va effettuato per gradi dove l’apice diventa il matrimonio e quindi il rapporto sessuale. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che i fidanzati che vivono la castità nella continenza risultano messi alla prova per accrescere il reciproco rispetto, allenandosi alla fedeltà e alla speranza di riceversi l’un l’altro da Dio (CCC, 2350). Quindi la castità risulta strumento efficace per una maggiore comprensione di se stessi e dell’altro, uno strumento di libertà che non mente sul fatto che il fidanzamento è un tempo di prova (quindi non ci può essere dono illimitato di se stessi).

                Si dice: Mi devi dare la prova d’amore (cioè venire a letto con me). Ma questa è una boiata. La vera prova dell’amore è dimostrare di saper tenere in massimo rispetto la libertà dell’altro. E l’unico modo per vivere questa libertà massima in totale gratuità e autenticità è quello di non avere rapporti sessuali nel tempo del fidanzamento. Questa è la posizione della chiesa, ma è anche la nostra esperienza personale di coppia e in quella dei numerosi ragazzi, fidanzati e sposi che incontriamo ogni giorno. Tempo del fidanzamento che deve essere breve! In un paio di anni, facendo un cammino serio di discernimento e di verifica, si hanno tutti gli elementi per decidere se ci si può sposare o se ognuno deve prendere la sua strada!

                Arriviamo al nocciolo. Perché ne dovrebbe valere la pena? Ma perché fasciarsi la testa? Perché non fare semplicemente quel che dice il cuore? Qual è il fine di ‘sta castità e quali sono i vantaggi? La risposta è nell’indovinello: il fine è mettere chiarezza nella relazione, purezza, limpidezza (tutti sinonimi di castità). Faccio brevemente un elenco:

v    Con la castità vengono eliminati i doppi messaggi: con il rapporto sessuale dico con il corpo che sono tutto tuo, mentre cinque minuti dopo andiamo a mangiare la pizza e ognuno paga per sé. Con il corpo dico ti appartengo mentre nella vita quotidiana ognuno bada a se stesso. Da fidanzati, non ti sembrerebbe assurdo mettersi sulle spalle un mutuo insieme, aprirsi un’attività insieme, comprarsi una macchina insieme? La domanda da farsi è: perché non condividiamo i soldi ma il corpo invece sì? Sono più importanti i soldi o il mio corpo?

v    La castità mette chiarezza: ogni coppia ingarbugliata che incontriamo, nel momento in cui fanno entrare la castità nella loro relazione, auto-magicamente tutti i nodi vengono al pettine, tutte le situazioni iniziano a chiamarsi per nome. Tutto diventa limpido (–> casto). Provare per credere.

v    La castità ti fa puntare in alto: con la castità si vive una forma così alta di rispetto per l’altra persona che mette la relazione ad un livello molto serio, importante, elevato, altissimo. L’altro è così prezioso per me che devo fare un cammino insieme per poterlo ricevere in dono e per poter decidere fino in fondo se voglio donarmi completamente. È il contrario di darsi per scontati. Donarsi è una cosa seria! Se vuoi provare il vero piacere sessuale devi creare intimità vera, elevatissima, altrimenti è solo appagamento fisico di un bisogno, ma il piacere vero te lo sogni!

v    La castità amplifica tutti i canali di comunicazione: il linguaggio del corpo è il canale di comunicazione più forte che ci sia; fai l’amore con la tua ragazza e poi non avete più niente da dirvi perché vi siete detti tutto nell’atto sessuale, mai successo? La castità aiuta a parlare il linguaggio della tenerezza, dello sguardo, ti obbliga a risolvere i problemi parlando fino alla fine, ti costringe all’ascolto. Spesso invece si esce insieme, una volta si parla, un’altra si litiga e un’altra ancora si va a letto insieme, ma poi le situazioni non si risolvono fino in fondo.

v    La castità dona libertà: non crea quel legame fortissimo che solo il corpo sa fare. Hai presente quando hai lasciato quel ragazzo/a con cui c’eri andato a letto insieme? Difficilissimo, una parte di te si rompe e vivi quasi un tradimento! Ti senti che le hai lasciato una parte di te ed in parte è proprio così; una parte di te che era troppo intima, delicata, un dono sproporzionato che è esclusivo solo per la donna o l’uomo della tua vita.

                Una domanda che spesso viene fuori sulla castità riguarda il come viverla, cioè cosa è lecito fare, cosa non è lecito, cosa è permesso. Secondo me questo punto di vista è sbagliato e ci distoglie da quello che è il fine primo della castità, e cioè il rispetto, il dono totale di se stessi, la trasparenza e la verità del rapporto, il puntare in alto per raggiungere il vero piacere sessuale. C’è solo una controindicazione nel vivere la castità nel fidanzamento ed è quella di nascondere dietro questo dono incredibile e coraggioso che una coppia si fa un rifiuto del contatto fisico.

                Nota bene. Castità non vuol dire mettere una X sul calendario per dire “anche oggi siamo stati bravi e non siamo finiti a letto insieme”. Questo non serve a nulla o, tutto al più serve a mettersi sul petto la medaglietta del bravo cristiano dell’anno. Castità vuol dire purezza e non vuol dire assolutamente non contatto. Vuol dire crescere nella tenerezza e non vuol dire rifiutare il contatto fisico altrimenti è sterile ed è solo uno sforzo immane che non serve a nulla. Se il tuo corpo è in stato reattivo, ovvero rifiuta il contatto e non gode del piacere della tenerezza, allora bisogna rizzare le antenne a mille!!! C’è un problema!!! Ci sono ferite, chiusure, casini da risolvere con urgenza massima con una persona competente. Qui c’è da pregare che il Signore ci metta le mani e guarisca la ferita e c’è da fare un percorso umano (psicoterapeuta!). Non riuscire ad aprirsi e non riuscire a godere è un guaio serissimo.

                Per concludere. Essendo il fidanzamento un tempo a termine, una prova, il dono di se stessi non può essere illimitato. Non posso mai dire di essere completamente tuo, è una bugia, e non starei nella verità. Di conseguenza la castità nel fidanzamento si vive nella continenza, non fine a se stessa, ma come strumento di crescita di coppia. Per alcuni è più semplice vivere la castità (ad esempio quelle coppie in cui entrambi lo scelgono e decidono di viverlo dal principio), per altri è difficilissimo perché o l’altro non è d’accordo (e qui è d’obbligo leggere la storia di Daniel e Chiara),                                         https://5p2p.it/castita-e-se-non-siamo-d-accordo

oppure si decide di viverla ad un certo punto della storia, oppure proprio nun gliela si fa’ proprio…

                Ricordatevi che è un dono, una grazia da chiedere, ci vuole coraggio ad andare controcorrente e a puntare in alto! Viceversa il matrimonio non è un momento di prova, ma è uno stato illimitato nel tempo che permette un dono illimitato di se stessi ed una condivisione totale, incluso il corpo nel rapporto sessuale. Mentre nel fidanzamento è impossibile dire (nei fatti) sono completamente tuo (perché è una prova appunto), nel matrimonio diventa il sigillo necessario (non ausiliario) affinché una coppia possa dichiararsi effettivamente sposata e vivere appieno il matrimonio. Infatti: vi siete mai chiesti come si rinnova il sacramento del matrimonio? Se per rinnovare il sacramento della prima confessione devo confessarmi e per rinnovare il sacramento della prima comunione devo accostarmi a ricevere la comunione, per rinnovare il sacramento del matrimonio cosa devo fare??? Devo fare l’amore con mio marito/mia moglie.

                In Genesi 2 troviamo I due si unirono e diventarono una carne sola. Non c’è nessun rito (la celebrazione del matrimonio come rito è stata introdotta dalla chiesa moltissimi anni dopo) e nessun ristorante. Si diventa sposi facendo l’amore, punto. Per questo fare l’amore nel fidanzamento è un’ambiguità senza fine. Per la chiesa fino a che i due sposi non fanno l’amore non sono sposati realmente. Vi rendete conto di quale levatura è capace la chiesa riguardo alla sessualità e al piacere erotico? La castità è lontanissima dall’essere un “NO” ma è lo spazio più elevato ed intimo di una coppia che addirittura supera il rito celebrato in chiesa con un sacerdote. Avete mai trovato un altro posto che vi indichi come vivere il vero piacere sessuale in maniera così totalizzante ed elevata?

                Per concludere veramente. È la castità la vera porta per il piacere erotico. Avoja a cercarlo il prima possibile o nel “tanto ormai è come se fossimo sposati”! Ti prendi in giro. Se vuoi Amare da Dio ci devi mettere Dio nella tua relazione. È Lui che ha le istruzioni d’uso su come funzioniamo perché è Lui che ci ha fatti. I dieci comandamenti sono proprio queste istruzioni d’uso per la felicità e fra queste c’è il sesto comandamento che parla proprio di questo. È inutile andare dove ti porta il cuore, “ma io mi sento che va bene così” e altre stupidaggini. Non funzionano, è un fatto! Basta guardarsi intorno.

                Il vero piacere sessuale è sempre frutto dell’equilibrio fra mente, emotività e corporeità. Questi tre aspetti devono crescere in modo equilibrato e sano in modo da creare un’intimità sia con se stessi che con la propria fidanzata sempre più forte e profonda. Più questa intimità cresce più cresce il desiderio di voler condividere ogni aspetto della propria esistenza: i soldi, gli spazi, la casa, la responsabilità, le bollette e anche il proprio corpo donandosi completamente all’altro come dono prezioso. Se condividiamo una grande responsabilità come ad esempio mettere su un’attività insieme senza essere sposati la relazione è sbilanciata. Allo stesso modo se condividiamo tutto il nostro corpo ma non condividiamo responsabilità rilevanti viviamo uno squilibrio. Il caso peggiore è quando condividiamo sia responsabilità grandi che il nostro corpo in totalità senza essere sposati. In questo caso neghiamo completamente il senso del matrimonio e soprattutto costruiamo la nostra relazione sul “ma io mi sento”, sulle emozioni, ovvero la cosa più variabile che ci sia al mondo (domani invece non provo più niente e tutto crolla… mai sentito?!).

                Spesso invece noi riusciamo a comprarci la Ferrari e la guidiamo senza avere la patente. Non basta avere la ragazza e aver creato un’intesa forte, bisogna bilanciare il donarsi completamente con il corpo con il compromettersi completamente nella responsabilità. Questo binomio lo trovi solo quando metti un “per sempre”, un sigillo eterno.

                Ci chiamiamo Alessandra e Francesco e siamo sposati dal 2005, abbiamo quattro magnifici cuccioli d’uomo che ogni giorno ci ricordano che ogni vita è una chiamata all’amore.

                Abbiamo girato diverse nazioni, dal 2010 al 2016 abbiamo vissuto a Freiburg in Germania nel cuore della foresta nera, dove è nato e cresciuto questo progetto. Tornati in Italia, ora ci troviamo in un paesino sperduto della Basilicata dove continuiamo a lavorare per il Suo meraviglioso progetto

                by Alescanca e ruvido , March 28 2019

https://5p2p.it/il-vero-piacere-erotico-nel-fidanzamento

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PERSONE DEL CONCILIO

Don Michele Do               Non sarà Natale finché sarà solo il Natale di Gesù

 

               

                Per accogliere dentro di noi le alte parole del prologo di Giovanni evangelista occorre il silenzio inteso come capacità di presenza pura alle cose sante di Dio. Il “Verbo” è l’immagine con cui Dio pensa se stesso, sorgente luminosa al principio di ogni creatura. Se non è vera la parola di Giovanni, siamo fuochi fatui nella notte, iridescenze del nulla nel mare della vita.

                Giovanni ci dice che dentro a ogni cosa c’è un senso divino: questo è l’assoluto più assoluto. Prego perché queste parole si radichino fortemente nella mia vita e nella vita dei miei amici, e che nulla e nessuno possa rapircele, nessun evento della vita possa strapparcele. Le nostre speranze possono radicarsi in tante cose, ma la grande Speranza può solo avere radici divine e se non è così, come dice Agostino, possiamo affogare la nostra vita nel pianto, se è così possiamo avere sempre una segreta consolazione nel cuore. L’incarnazione non tocca solo Gesù, ma ciascuno di noi. Nella nostra vita c’è un sogno di Dio che va lentamente incarnandosi. Compito dell’uomo è generare Dio nel quotidiano della vita di ogni creatura.

                Non sarà Natale finché sarà solo il Natale di Gesù. Anche noi possiamo operare la nascita di Dio nelle profondità della nostra vita. Natale è questo lieto annunzio: Dio può nascere nella vita di ciascuno di noi. La radice divina che è in noi è quella su cui fruttificano i valori. Occorre vivere e aiutare a vivere questa grandezza divina. Per giungere a questa esperienza, che è il cuore del Vangelo di Gesù, non c’è altra strada che la fatica quotidiana di vivere ogni momento, ogni relazione, mettendoci l’anima e facendo le cose che Gesù faceva.

                Fai cose divine, quelle per cui puoi dire: se Dio c’è, è in queste cose. Fai cose divine e nel tempo e nell’ora che Dio solo conosce, nascerà dentro di te. Per giungere all’ora di illuminazione non basta Io sforzo del pensiero, occorre lo sforzo di ascensione e il poter dire: “Pur essendo tenebra, ho amato la luce” (Alexandros Paragulis, Viaggio). L’augurio è che ci aiutiamo, perché questa esperienza di Dio non possiamo farla da soli. Ognuno con i propri segreti inferni si sforzi di aprirsi per amare la luce.

                Natale può essere il momento in cui ci ritroviamo a sognare le nostre cose più belle, in cui aboliamo veli e maschere e lasciamo trasparire ciò che di più buono, di più sofferto, di più travagliato c’è nel profondo del nostro cuore, senza aver più paura l’uno dell’altro. Ricordo un povero uomo, approdato a Saint Jacques  [di Ayas (AO)] in una notte di Natale che con la testa appoggiata alla mano e con il volto trasfigurato, raggiungeva nel canto e nel sogno tutto ciò che la vita gli aveva sistematicamente rotto e ritrovava la patria che la vita gli aveva negato.

                II cuore di tutto il messaggio cristiano è questo: alle scaturigini dell’essere c’è un senso divino e nulla è stato fatto di ciò che è emerso nella vita senza di Lui. Tutte le cose sono intrise di questo sogno di Dio. Questo è il gioioso annuncio del Natale: Gesù è venuto a rivelarci il senso divinamente grande di ogni vita e di ogni destino. Il logos si incarna in ogni situazione e ne rivela il senso divino, a cominciare dagli ultimi, dalle realtà apparentemente assurde. Nel cuore della notte una luce si è accesa, il roveto ha preso luce, il vuoto di senso che si era sperimentato non è più l’ultima parola.

                II destino non si rivela nei miracolismi facili, nei fatti eccezionali, ma è nel silenzio di un seme che va, nel fiore del campo che si apre alla luce, nel canto di Maria, che dice: “Ha fatto grandi in me tutte le cose” (Luca 1,49).

                Inizia con il Natale il cammino di Cristo con noi. Impastiamo dentro di noi l’Evangelo di Gesù, a partire dalle realtà più piccole e più perdute per poter dire ai “nessuno” della terra che sono “qualcuno” nel cuore di Dio e dei suoi figli. Con il Natale. qualcosa dell’eterno di Dio entra nel nostro quotidiano per cui non c’è più nulla di piccolo. Una stalla è la prima chiesa. Nel Natale c’è la radice della speranza umana: se la speranza è senza radici non ci può essere una vera consolazione. Occorre non lasciare impoverire il senso religioso del Natale. Se tutto ha un senso divino. torno ad avere il coraggio di benedire la mia vita. Occorre una cultura che ci faccia cogliere la scintilla divina che è in noi. Dio è dentro di te. si dilata e porta a pienezza e bellezza il tuo essere. Non restringerti nella paura. ma apriti nella gioia!

                Senti Dio come presenza gioiosamente creativa e trasformante dentro di te. Diceva S. Agostino: “Tardi ti ho amata, bellezza antica e sempre nuova”. Restiamo di fronte a Dio con reverenza e senza paura".

                Don Michele Do               1918-2005

http://ilcampoalba.it/index.php?option=com_content&view=article&id=72&catid=14&Itemid=476

biografia    http://ilcampoalba.it/index.php?option=com_content&view=article&id=47&catid=14&Itemid=445

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RIFLESSIONI

Halík: «Credere è un frutto del paradosso»

                Quest’anno Natale arriva di pomeriggio, in anticipo persino rispetto alla Messa della Vigilia. Di pomeriggio, mentre il giorno è ancora nella sua pienezza, e non alla sera, quando si potrebbe temere che sia già troppo tardi. Afternoon of Christianity, 'Il pomeriggio del cristianesimo', è il titolo del nuovo saggio di monsignor Tomáš Halík, in uscita nei prossimi mesi da Vita e Pensiero, la casa editrice che sta proponendo organicamente le opere del teologo ceco, vincitore di premi prestigiosi come il Templeton e il Guardini. Dopo Voglio che tu sia (2017) e Pazienza con Dio (2020), di recente è apparso Tocca le ferite (traduzione di Paolo Baiocchi, pagine 182), sorta di manifesto programmatico di una «spiritualità della non-indifferenza» che ha nell’apostolo Tommaso il suo imprevedibile patrono. Nato a Praga nel 1948, Halík è stato segretamente ordinato sacerdote nel 1978 a Erfurt, in Germania. La sua vocazione è maturata nel silenzio delle chiese distrutte dal regime comunista. Da quelle volte devastate, racconta, ha imparato a guardare verso il cielo.

                Durante il confinamento planetario del 2020, ha pubblicato un breve saggio, Il segno delle chiese

vuote, che attinge alla sua esperienza personale per annunciare i temi del nuovo libro. «Ogni tempo– riassume Halík per i lettori di 'Avvenire' – è un tempo propizio».

                Il concetto di kairòs, in effetti, è decisivo del suo lavoro.

                Kairós è il termine biblico che indica appunto il tempo opportuno. Per me praticare un metodo cairologico significa interpretare teologicamente i segni dei tempi, ossia tutto quello che accade nella cultura e nella società contemporanea, comprese le crisi e non esclusi i cambi di paradigma. Un cristianesimo maturo è in grado di abbracciare la vita nella sua interezza: non soltanto la luce del Tabor, ma anche le tenebre del Getsemani. La fede, non dimentichiamolo, cresce proprio grazie alle difficoltà, si tratti della secolarizzazione o della pandemia. Il mistero pasquale è il cuore del cristianesimo, ma di questo mistero fa parte il grido di Gesù abbandonato sulla croce così come il canto dell’alleluia all’alba della Risurrezione.

                Tra i credenti, però, permane ancora un sentimento di paura: come mai?

                Il comandamento fondamentale di Cristo è l’amore, e l’amore è sempre rischioso. Non diversamente dalla fede, richiede il coraggio di trascendere sé stessi per entrare nella nube di un mistero sconosciuto. Da dove viene la paura? Gesù pone la medesima domanda ai discepoli: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?», chiede. A essere spaventati sono i cristiani che hanno confuso la fede con l’ideologia o con una credenza religiosa. Perché la fede è un orientamento esistenziale, non una visione del mondo.

                Per questo motivo lei è così interessato ai testimoni della contraddizione?

                Da Pascal, Kierkegaard e Chesterton ho imparato a considerare il cristianesimo come una religione del paradosso. Mi sento ispirato da coloro che hanno camminato nella notte oscura della fede, come hanno fatto molti mistici, da san Giovanni della Croce a Teilhard de Chardin. E poi c’è il genio oscuro di Nietzsche, il più divino tra i senza Dio. A fianco di queste notti individuali, nella storia dell’umanità e della Chiesa ci sono anche le notti oscure collettive. Teilhard ha concepito la sua grandiosa visione di unificazione universale, che per tanti aspetti anticipa l’enciclica di papa Francesco Fratelli tutti, nelle trincee della Grande Guerra.

                Anche la sua generazione ha sperimentato una notte oscura?

                Più di una, direi. Prima sotto la persecuzione comunista, poi con il dilagare degli scandali nella Chiesa. La lezione che possiamo trarne è sempre la stessa: ogni crisi è un kairós, un’occasione per purificarsi, scendere in profondità e crescere. In una parola, un’opportunità di trasformazione, di metànoia [radicale mutamento]. Uno dei miei libri ha preso il titolo da un verso del poeta ceco Vladimír Holan, «Solo chi trema rimane fermo». Solo un medico che sia stato ferito può veramente comprendere e curare, solo una Chiesa ferita può diventare «ospedale da campo». Secondo una leggenda, un giorno il diavolo assunse l’aspetto di Cristo per apparire a san Martino, che però riuscì a smascherarlo con una semplice domanda: «Dove sono le tue ferite?». Sinceramente, non riesco a credere a un Dio, a una Chiesa o a una fede che non mostri le proprie ferite.

                Deriva da qui la sua simpatia per gli atei?

                Non esiste un ateismo assoluto. Quando cerca di assolutizzarsi, l’ateismo si costituisce in religione sui generis. L’ateismo è un fenomeno che presuppone una relazione, perché ha sempre la necessità di fare riferimento a qualcos’altro, e cioè a una particolare forma di teismo, a una specifica idea di Dio. Ogni volta che sento un ateo negare il Dio che ha in mente, mi viene da rispondergli che, grazie a Dio, io non credo in quel Dio lì. Insomma, laddove entrano in gioco le primitive e addirittura volgari convinzioni dei fondamentalisti, oppure si sostiene l’immagine deleteria di un Dio come crudele poliziotto morale, anch’io mi sento un po’ ateo, nel senso che quello non è il mio Dio. Ci sono tanti tipi di atei, così come ci sono tanti tipi di credenti. Esiste un ateismo non meno stupidamente dogmatico del suo fratello gemello, che è il fondamentalismo religioso, ma ci sono anche gli atei che, come Nietzsche e molti altri, non si stancano di lottare appassionatamente con Dio. Ecco, già l’Antico Testamento ci rivela la predilezione di Dio per questi lottatori dello spirito: Giacobbe e Giobbe, per esempio. Allo stesso modo, la Scrittura mostra il disprezzo verso i tiepidi e gli indifferenti, che saranno vomitati.

                Qual è allora il vero avversario della fede?

                L’idolatria, che comporta l’assolutizzazione di ciò che è relativo. Durante la pandemia, nel tempo delle 'chiese vuote', Dio ci ha invitati a essere così creativi da stabilire una relazione personale con Lui anche               al di fuori delle pareti di un edificio consacrato. Dal mio punto di vista, è stato un monito profetico: questo è quello che succederà in molte parti del mondo, se la Chiesa non si impegna subito in una riforma radicale. La chiamata di papa Francesco a intraprendere un percorso sinodale non poteva cadere in un momento migliore. Dobbiamo comprenderlo e agire di conseguenza, altrimenti le chiese, i conventi e i seminari chiuderanno presto e finiranno in vendita, uno dopo l’altro.

                Che cos’è ‘il pomeriggio del cristianesimo’?

                Ho preso spunto dalla metafora che Carl Gustav Jung applica alla vita umana. Secondo il fondatore

della psicologia del profondo, dopo infanzia e gioventù (che corrispondono al mattino dell’esistenza) verso mezzogiorno arriva la crisi di mezza età, il cui superamento consente di entrare nella maturità del pomeriggio. In maniera analoga, nell’epoca premoderna abbiamo avuto un mattino del cristianesimo, impegnato nella costruzione di strutture istituzionali e dottrinali. La modernità ha portato con sé la crisi meridiana, che ha scosso le strutture tradizionali e che ha ormai raggiunto il culmine. Ma proprio adesso, quando secolarizzazione e ateismo sembrano all’apice, si apre la possibilità di un cristianesimo più consapevole e più fortemente connotato in senso ecumenico. Veniamo da una stagione nella quale la volontà di difendersi dagli esiti della Riforma protestante e della rivoluzione scientifica ci aveva indotti a rifugiarci entro i confini angusti di un cattolicesimo meramente confessionale. Emanciparsi da questo schema non può però indurci a dissolvere il cristianesimo nell’indistinto pluralismo postmoderno, né a perdere la nostra identità per conformarci al pensiero corrente. Al contrario, questo è il momento in cui dobbiamo tornare a interrogarci sulla nostra fede, andando al centro del messaggio evangelico. Questo, a mio avviso, è l’invito che Gesù ci rivolge oggi: operare per la metànoia, essere disponibili al rinnovamento. La metànoia è una forma di esodo, è la disponibilità a svincolarsi dalle strettoie dell’ego per andare incontro al mistero degli altri e di Dio. Un compito che coinvolge tutti, individui e Chiese. Insieme, dobbiamo rinunciare alle seduzioni del narcisismo di massa e dell’autocompiacimento.

                Non è più il tempo di guardare al passato, dunque?

                Le due forme che il cristianesimo ha fin qui conosciuto, vale a dire religio (la perfetta integrazione tra fede e società, come nel Medioevo) e confessio (l’assimilazione della fede a una certa visione del mondo, come nella contrapposizione fra protestantesimo e cattolicesimo), somigliano ad abiti passati di misura a causa della crescita del bambino per cui erano stati confezionati. Nel suo pomeriggio il cristianesimo sarà sì una religione, ma in un altro senso, quello del verbo latino relegere, 'leggere di nuovo'. Abbiamo bisogno di un’ermeneutica inedita, che ci permetta di reinterpretare non solo le Scritture e la nostra tradizione, ma anche e specialmente i segni dei tempi. Il magistero di papa Francesco va esattamente in questa direzione e lo stesso metodo cairologico, in fondo, non è se non la prosecuzione dell’attitudine profetica che, nel corso della storia, ha permesso ai cristiani di rileggere in chiave sapienziale e contemplativa gli eventi nei quali di volta in volta si trovavano coinvolti.

                Anche il Natale può spingersi verso il rinnovamento?

                Pensi all’esclamazione dell’apostolo Tommaso davanti alle piaghe di Gesù: 'Mio Signore e mio Dio!'. In nessun altro brano dei Vangeli la divinità di Cristo è proclamata tanto esplicitamente. Ma anche la povertà della grotta di Betlemme è come una finestra attraverso la quale, per paradosso, la divinità del Bambino si rivela a noi. Le ferite e la povertà che incontriamo nel mondo sono le finestre che ci permettono di scrutare nell’intimità del mistero di Gesù, che è la sua unione con il Padre. Se ci rivolgiamo a Gesù come al nostro Dio e Signore, e se riconosciamo Dio nel Padre, sforzandoci di continuare ad ascoltare la Sua voce, non possiamo fare a meno di lasciare aperte le finestre della compassione, non possiamo permettere che il nostro cuore si inaridisca.

                intervista a Tomáš Halik, a cura di Alessandro Zaccuri                    “Avvenire” 24 dicembre 2021

www.avvenire.it/agora/pagine/halik-credere-e-un-frutto-del-paradosso

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SESSUOLOGIA

Gender e femminismo. La fatica di affermare le differenze in un mondo diseguale

                La categoria del gender (usata originariamente nella grammatica [https://lanuovabq.it/it/la-neolingua-gender-si-impone-nella-grammatica]) entra nelle scienze sociali grazie a Gayle Rubin (1975), che la usa in opposizione a sex: quest’ultimo indicherebbe le caratteristiche biologiche di maschi e femmine, quella invece le determinazioni culturali dell’essere femmine o maschi.

                Fin da questo momento il gender intreccia il cammino del femminismo, che ne coglie l’indiscusso vantaggio nella capacità di smascherare la falsa idea che i significati e i ruoli sociali pensati per i due sessi siano naturali. La riflessione femminista si apre così alla distinzione fra il sesso e i significati a esso attribuiti, dai quali poi conseguono prassi e istituzioni sociali. Tale distinzione permette di decostruire categorie culturali (stereotipi e simboli) e di elaborare delle strategie politiche liberanti per le donne.

                Il paradosso del corpo indistinto. Con l’approfondirsi dell’analisi, però, il femminismo non si limita a considerare come costitutivo della condizione dei soggetti il solo gender, ma apre a una molteplicità di fattori che con esso concorrono: la razza per esempio, ma anche l’orientamento sessuale. Si scopre, così, che l’identità del soggetto – e la sua eventuale negazione se non corrisponde al modello dominante – si può giocare su più piani, e in questa impostazione il gender arriva a essere funzionale prima alla distinzione fra sesso e orientamento sessuale, quindi fra sesso biologico e sesso percepito. A questo punto si crea un paradosso, però, che la riflessione femminista mette in evidenza: la categoria di genere infatti apre alla varietà dell’esperienza corporea così come è sentita nella sua concretezza, ma allo stesso tempo – almeno in alcune accezioni – rischia di avallare una lettura indifferenziata dei corpi stessi, come se l’identità del soggetto fosse decisa a prescindere dalla loro concretezza. Una parte autorevole delle autrici femministe ha visto in questo il pericolo di uno smantellamento del soggetto, che però in realtà sarebbe la perdita del soggetto «altro», cioè delle donne, visto che il soggetto sessualmente indistinto finisce per essere maschile.

                Scrive Rosi Braidotti [filosofa italiana naturalizzata australiana.] che si possono permettere la dissoluzione del soggetto solo quelli che si sono avvantaggiati del soggetto metafisico forte della modernità (i pensanti, votanti, possessori di cittadinanza e autorità simbolica), cioè i maschi. «Solo il soggetto che già usufruisce di presenza simbolica può aspirare a scavalcare certe barriere strutturanti, quale per esempio la differenza sessuale» («Per un femminismo nomade», in Femminismo, Millelire stampa alternativa, 57).

                Una categoria indispensabile, da usare con consapevolezza. La categoria del gender d’altra parte può essere usata anche per dare spazio e valore alle differenze concrete, perché mette in chiaro la componente culturale delle gerarchie fra i soggetti e riconsegna valore al vissuto dei corpi aprendo alla significatività di esperienze diverse. Da questo punto di vista il genere può sostenere la ricerca di simboli, perché tutti i soggetti marginalizzati, anche quelli che non si ritrovano nel sistema binario dei sessi, possano dirsi e così ottenere il riconoscimento della propria identità nell’ordine simbolico condiviso. E come il femminismo sa bene (in particolare quello di matrice psicoanalitica), è indispensabile elaborare simboli adeguati alla propria esperienza perché il soggetto formi la propria identità: le donne hanno sofferto sempre il doversi pensare tramite i simboli elaborati dai maschi, fino a che hanno cominciato a definirsi partendo da sé.

                La categoria è fondamentale, dunque, al momento indispensabile, ma potenzialità e rischi nell’uso vanno coniugati nella consapevolezza che le differenze sono difficili da valorizzare in un contesto ancora fortemente gerarchico, dove il modello normativo è sempre e solo maschile.

                Simona Segoloni Ruta *               Il Regno Moralia              21 dicembre 2021

* Perugia 1973 sposata, 4 figli, docente stabile di Teologia sistematica all’Istituto teologico di Assisi, membro del Consiglio di direzione dell’Associazione teologica italiana e vicepresidente del Coordinamento delle teologhe italiane.]

https://ilregno.it/moralia/blog/gender-e-femminismo-la-fatica-di-affermare-le-differenze-in-un-mondo-diseguale-simona-segoloni-ruta

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SINODI

Chiesa italiana. Le prime prove del metodo sinodale

                La consultazione avviata quest'autunno nella diocesi di Torino, come in tutte le diocesi d'Italia, per preparare il Sinodo dei vescovi della Chiesa universale del 2023, non esaurirà i suoi effetti in quel Sinodo. Essa costituisce il primo passo di un «cammino sinodale» che la Chiesa italiana intende proseguire in proprio fino al 2025. In questi mesi le Chiese diocesane sono al lavoro sui temi della «sinodalità». Ma il secondo passo sarà allargare la riflessione a tutte le grandi sfide dell'annuncio cristiano.

                Il primo ispiratore dell'iniziativa italiana è stato senza dubbio Papa Francesco, ma forse la spinta decisiva è venuta dalla pandemia, troppo prolungata, un evento che ha scompaginato (anche) la vita ecclesiale e ha amplificato i nodi irrisolti che la Chiesa italiana si porta appresso da tempo. Il cammino sinodale della Chiesa italiana è stato varato dai vescovi dopo molti dubbi e tentennamenti: per l'emergenza in atto, per la stanchezza di un cattolicesimo che sta vivendo la sua fase autunnale, per il timore di non avere le risorse umane, culturali e spirituali per far fronte a una sfida così impegnativa. Tuttavia, alla fine la Cei ha innescato questo cammino, considerandolo come un'occasione propizia per rinnovare la comunità ecclesiale, per chiedersi che cosa ci sia di cristiano che valga davvero la pena di dire oggi. Di qui la «Carta di intenti» che ha per titolo «Annunciare il Vangelo in un tempo di rinascita».

https://ilregno.it/documenti/2021/13/linee-per-il-cammino-sinodale-cei

                Il cammino sinodale è una novità assoluta per la Chiesa italiana, che nella sua storia recente si è comunque misurata con altre forme di «convenire ecclesiale», rappresentate dai Convegni ecclesiali decennali (perlopiù collegati ad un 'piano pastorale') e dalla possibilità di attuare dei Sinodi nelle singole Diocesi. Detto questo, occorre notare che la nuova esperienza presenta (almeno nelle intenzioni) varie discontinuità rispetto ai «cammini ecclesiali» del passato.   vedi newsUcipem, n. 889, pag.50

                Anzitutto il passaggio «da un modo di procedere deduttivo e applicativo» (guidato e concluso dalla Cei e dai vescovi) ad un metodo di ricerca e di sperimentazione che costruisce «l'agire pastorale dal basso e in ascolto dei territori». Inoltre, è previsto un «percorso di confronto circolare», in quanto la riflessione dal basso deve poi confluire in un momento unitario, per poi tornare ad arricchire le comunità locali. Ancora, si attribuisce grande importanza alla partecipazione attiva di tutti i soggetti ecclesiali. La cifra di fondo, dunque, è che il percorso non può essere precostituito. E ciò sia perché la pandemia ci insegna che le certezze consolidate hanno gambe fragili, sia perché si tratta di un 'processo' che si costruisce, basato sull'ascolto, sulla ricerca, sulle proposte. Si delinea quindi un «cammino ecclesiale» assai più aperto rispetto ad analoghe esperienze del passato, reso possibile da un coinvolgimento diffuso. Un coinvolgimento non impossibile, ma comunque difficile, in quanto occorre ricreare quella fiducia e quella passione per le sfide impegnative che da tempo sono risorse rare negli ambienti ecclesiali. Inoltre, come si produrrà la sintesi di questo iter di riflessione e di comunione, in un'epoca in cui la frammentazione abita anche la Chiesa italiana?

                Tra i temi proposti per la riflessione di qui al 2025, alcuni sono i classici campi di impegno della Chiesa in Italia (l'emergenza educativa, la formazione delle coscienze in un'epoca carente di riferimenti etici, la necessità di descolarizzare la catechesi, la carenza di vocazioni all'impegno politico ecc.), mentre altri derivano dal travaglio vissuto dagli ambienti ecclesiali proprio nei mesi più bui della pandemia. Tra questi, «la semina della parola attraverso nuovi canali di ascolto e gli strumenti tecnologici» da integrare con le modalità in presenza; il coinvolgimento delle famiglie nella proposta di fede; la valorizzazione (oltre alla centralità dell'Eucarestia) di altre forme di preghiera individuale e comunitaria, come la lectio divina, la meditazione personale, le forme rituali nello spazio familiare; e inoltre la preoccupazione per il forte calo della presenza dei ragazzi negli ambienti ecclesiali.

                Ma c'è un tema `sinodale', tra quelli ricavati dal dramma della pandemia, che appare decisamente dirompente. Là dove nella Carta di intenti sinodale si parla dell'urgenza del «recupero dell'aspetto escatologico della fede cristiana nell'aldilà e della speranza oltre la morte». Sembra quasi la ammissione da parte dei vescovi che la Chiesa italiana (certo non il Pontefice) non sia stata all'altezza del suo alto compito in un periodo decisivo della nostra epoca. L'italiano medio (è stato detto) ha vissuto male l'afonia pubblica e spirituale della Chiesa alta nell'emergenza sanitaria. Una Chiesa italiana che è parsa più preoccupata delle chiese chiuse dal potere politico, che capace di riflettere pubblicamente sui drammi che si stavano vivendo, sulle morti in solitudine e senza funerali, sulle bare accatastate, sul senso di eventi che hanno stravolto la vita umana, civile e quella ecclesiale. Per cui la comunicazione pubblica della fede è stata debole o pavida in questo dramma sociale e sanitario. Di qui il rischio che anche la Chiesa nel suo insieme contribuisca a rendere evanescente la dimensione escatologica del cristianesimo. Ecco un tema sinodale di grande rilievo.

                Questioni pastorali. I temi pastorali sono ben presenti nell'agenda sinodale, che tuttavia non sembra contemplare al suo interno una riflessione sulle questioni strutturali e organizzative che da tempo appesantiscono la vita della Chiesa e del cattolicesimo nel nostro Paese. Non manca qualche accenno in questa direzione, ma le formule usate sono troppo generiche per pensare che — per i Vescovi — il «cammino sinodale» debba occuparsi anche di questi argomenti. Questo capitolo potrebbe intitolarsi come la riflessione sulla 'forma Chiesa', e alimentarsi dei molti spunti al riguardo che circolano da tempo negli ambienti ecclesiali di base e tra gli addetti ai lavori.

                Tra questi:

v    Ha ancor senso, in Italia, una presenza così disseminata di Diocesi sul territorio nazionale (sono oltre 220 e il 50% di esse conta una popolazione inferiore ai 150 mila abitanti), quando un accorpamento di queste strutture renderebbe la Chiesa italiana più snella e libererebbe risorse umane e spirituali per l'impegno pastorale?

v    La formula della parrocchia non sembra in discussione; tuttavia essa deve essere ripensata in un'epoca carente di clero e di grande mobilità (anche religiosa della popolazione); in vari territori, le Unità pastorali saranno le parrocchie del futuro?

v    Ha ancora senso pensare all'Italia religiosa evocando l'immagine di un «cattolicesimo di popolo»?                 Quando tutte le indagini (ma anche il vissuto ecclesiale) attestano che sotto la 'sacra volta cattolica' convivono identità religiose molto diverse tra di loro (ad esempio i cattolici impegnati e i cattolici culturali o anagrafici), che richiedono quindi approcci pastorali specifici e dedicati. Il Sinodo sembra orientato a superare la struttura piramidale della Chiesa, ma in questo quadro, come attrarre e valorizzare un laicato attivo desideroso di condividere le responsabilità, capace di occuparsi anche di varie incombenze gestionali che gravano sulla chiesa locale, alleggerendo in tal modo il clero di compiti impropri.

                Ad ogni «convenire ecclesiale», poi, la comunità credente è interpellata dalla questione femminile nella Chiesa, che non si esaurisce con il tema del sacerdozio femminile.

                Insomma, (con questi ultimi punti) l'invito è a mettere un po' d'ordine in un campo dove i preti soffrono (per le troppe incombenze e responsabilità cui devono far fronte), i laici scalpitano o si deprimono (e molti si impegnano altrove), mentre le donne giustamente non si accontentano più di riconoscimenti più elogiativi che sostanziali.

                Da troppo tempo si parla dell'accesso delle donne al diaconato. Temi come questi, pur non figurando nell’agenda sinodale, saranno certamente al centro dei lavori, grazie a quell’ascolto dal basso (a quella consultazione capillare del popolo di Dio) che questo «convenire ecclesiale» intende promuovere. Anche perché un’altra parola chiave della Carta di intenti è l’invito alla concretezza, a tradurre i grandi ideali (la comunione, la corresponsabilità, il primato delle persone sulle strutture) in scelte realistiche e incisive nella vita della comunità cristiana.

                Due considerazioni. Quanto detto (la capacità di tradurre in un modello organizzativo adeguato i grandi valori o obiettivi) mi induce a due considerazioni finali.

  1. Una riflessione anzitutto sul rilievo che viene dato in questo percorso all'ascolto dal basso, alla consultazione diffusa del popolo di Dio. È una prospettiva importante, in quanto lo stile dell'ascolto reciproco è visto come propedeutico al «costruire e al camminare insieme». Tuttavia sappiamo che proprio negli ambienti ecclesiali, proprio tra la porzione di popolo di Dio più impegnata, le differenze di sensibilità sono assai spiccate circa il modo di intendere la fede, il rapporto Chiesa-mondo, l'autorità della Chiesa, l'essere credenti nella società plurale. In sintesi, l'unità sui valori è un obiettivo accattivante, ma occorre anche essere attrezzati a gestire le tensioni che da sempre hanno attraversato il cattolicesimo di base quando si confronta su come si testimonia la fede nella città terrena. Spunti interessanti potranno poi venire dall'ascolto di un popolo di Dio più allargato, dei quasi credenti, o dei cattolici oltre il recinto, o degli uomini di buona volontà, di quanti credono diversamente. Anche da questi versanti emergeranno delle intuizioni assai feconde; ma qui bisogna avere uno spirito forte, perché non sono poche le persone che non sanno che farsene della Chiesa, o per le quali la Chiesa non ha alcuna risonanza emotiva, che la vorrebbero drasticamente diversa, magari avendo alle spalle un contenzioso di ferite che viene da lontano.
  2. L'altra riflessione riguarda il tema già ricordato (ricorrente da decenni) dell'emergenza educativa. Mi fa tenerezza una Chiesa che si sente continuamente interpellata da questa sfida, quando al suo interno di anno in anno si riducono le risorse umane che si applicano in questo campo, si chiudono gli oratori, ci si affida ad una pastorale degli eventi perché mancano i preti, le suore o gli animatori laici che si battono ordinariamente per questa causa. In varie diocesi, ormai (mi confidava una figura ecclesiale autorevole), il personale religioso che si impegna nella pastorale della salute o della malattia è 5-10 volte più numeroso di quanti agiscono nella pastorale giovanile. Ovviamente, si tratta di un trend che ha le sue ragioni nell'età sempre più anziana sia della popolazione sia del clero e delle figure religiose. Ma una Chiesa che non fa di tutto per riequilibrare la sua presenza/servizio nella società (in questo caso investendo nel rapporto con i giovani, per seguire le nuove famiglie) è una Chiesa destinata a situarsi ai margini della storia.

Franco Garelli*                                “La voce e il tempo” Torino        26 dicembre 2021

*professore ordinario presso l’Università di Torino 17 dicembre 2021

www.c3dem.it/wp-content/uploads/2022/01/chiesa-italiana.-le-prime-prove-del-metodo-sinodale-f.-garelli-la-voce-e-il-tempo.pdf

Pensare la fede. La perla (che cresce) nel dialogo (conflittuale)

                A due mesi di distanza dall’apertura del Sinodo, anche il recente viaggio del Papa presso Cipro e Grecia è stato occasione per mettere a punto cosa «desideriamo» sperimentare, da cattolici, in questo «itinerario sinodale». Di certo, secondo quanto detto dal vescovo di Roma al mondo ecclesiale cipriota, esso sarà caratterizzato, volenti o nolenti, dall’incontro con la «diversità» di coloro che hanno «un’altra cultura, un’altra sensibilità religiosa»; in altri termini, dall’incontro con «l’altro».

                Questo altro, però, è una persona nella cui vita «l’opera che il Signore compie» è già «una storia sacra», è già «grazia» piena di «doni»: è già traccia dell’Altro. Perciò Papa Francesco ci esorta a rivolgere ad essa «orecchie e cuore», a lasciarsene «appassionare», a farle «spazio». Soprattutto – questo è il suo desiderio più profondo! – senza vivere tale alterità come «una minaccia all’identità» o, peggio ancora, come qualcosa per cui «ingelosirci» o «preoccuparci»: «se cadiamo in questa tentazione cresce la paura, la paura genera diffidenza, la diffidenza sfocia nel sospetto e prima o poi porta alla guerra» o, se va bene, al mondo dei «muri della paura», «abitato da rivalità perenni e inquinato da contese irrisolte».

                In effetti, con questo altro – anche se fratello/sorella, anzi forse soprattutto quando è fratello/sorella – può capitare di ritrovarsi in «forte dissidio»: «si discute, a volte si litiga», cercando di non serbare «rancore», proprio perché si hanno «visioni» diverse. Ma sulla legittimità del «conflitto» Papa Francesco è stato (giustamente) sin troppo chiaro, quasi provocatorio: «si può discutere sulle visioni, sui punti di vista, su sensibilità e idee diverse – e conviene farlo, un po’ di discussione fa bene, perché è brutto non discutere mai. Quando c’è questa pace troppo rigorista, non è di Dio… Io sospetto di coloro che non discutono mai, perché hanno “agende” nascoste, sempre».

                L’incontro con la diversità, quindi, per non essere distruttivo ma costruttivo, richiede una «Chiesa paziente» che, pur attraverso la «via lunga e tortuosa [del] dialogo», sappia dire tre sì e tre no:

  • «la pazienza di accogliere “serenamente” la novità senza giudicarla frettolosamente» (ossia «darsi il tempo per conoscerla senza etichettarla»);
  • «la pazienza di “studiare” altre culture e tradizioni» (e «disporsi a un confronto sincero»);
  • «la pazienza del discernimento che sa cogliere i segni dell’opera di Dio ovunque» (nel «farsi carico della storia dell’altro» e dei «segni dei tempi»).
  • «non si scandalizza» né «si lascia sconvolgere e turbare dai cambiamenti»;
  • «non schiaccia con atteggiamenti rigorosi, inflessibili, o con richieste troppo esigenti»;
  • «non serve essere impulsivi, aggressivi o nostalgici o lamentosi».

                Solo in tal modo saranno maggiori le possibilità che tale incontro con l’a/Altro, pur se conflittuale, venga vissuto come momento voluto dallo Spirito, pieno di «ricchezza» da «integrare» e volto ad una «unità armonica» che non vuole «uniformare».

                Non a caso, le parole usate dal Papa per ricordare che nella Chiesa è legittimo, se non doveroso, discutere e financo litigare collegano tale momento a quello della crescita spirituale: «dirsi le cose in faccia, con franchezza, aiuta in certi casi… La discussione è occasione di crescita e cambiamento. Ma (…) non per farsi la guerra, non per imporsi, ma per esprimere e vivere la vitalità dello Spirito».

                Non a caso, tra le immagini utilizzate dal Papa per esprimere meglio questa «ricchezza dell’integrazione», questo «spirito dell’allargamento», spiccano non solo quelle della «“macedonia”» e del «popolo “multicolore”», ma soprattutto quella – affascinante – della perla e della sua «lucentezza».

                Nel discorso rivolto alle autorità e alla società civile di Cipro, infatti, Francesco ha affermato che: «custodire la bellezza multicolore e poliedrica dell’insieme (…) richiede, come nella formazione della perla, tempo e pazienza… Una perla, infatti, richiede anni perché le varie stratificazioni la rendano compatta e lucente… La perla diventa tale nella pazienza oscura di tessere sostanze nuove insieme all’agente che l’ha ferita… Una perla porta alla luce la sua bellezza in circostanze difficili. Nasce nell’oscurità, quando l’ostrica “soffre” dopo aver subito una visita inattesa che ne mina l’incolumità, come ad esempio un granello di sabbia che la irrita. Per proteggersi reagisce assimilando quanto l’ha ferita: avvolge ciò che per lei è pericoloso ed estraneo e lo trasforma in bellezza, in una perla».

                In definitiva, nel processo sinodale avviato, sarebbe la promessa di una bellezza assai preziosa ciò che dovrebbe convincerci della bontà e della verità divine che si possono scoprire in quella paziente accoglienza e conoscenza dell’a/Altro che il proprio Io/Noi dovrebbe operare, nonostante qualsivoglia negatività o sofferenza si debba attraversare.

                Una promessa tanto alta quanto difficile da vedersi realizzata. Una bellezza a cui si può solo credere. Quasi come credere alla buona notizia della nascita del Messia – piccolo come una perla – o del ritorno del buon Pastore – in realtà bello, come una perla: doppia analogia che non dovrebbe dispiacere a coloro che hanno ancora a cuore la riscoperta e l’approfondimento della dimensione sinodale nella Chiesa.

Sergio Ventura                 Vinonuovo                        21 dicembre 2021

www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/la-perla-che-cresce-nel-dialogo-conflittuale

 

Sinodalità è anche accogliere le sorprese

                Professoressa di teologia fondamentale, di ecclesiologia e di storia della Chiesa al Centre Sèvres e membro dell’équipe nazionale che coordina il processo sinodale in Francia, Agnès Desmazières comunica le sue riflessioni a partire dalle domande inviate ai cattolici di tutto il mondo.

                Il processo sinodale sul futuro della Chiesa avviato dal papa invita ad un ascolto molto ampio, ben oltre la cerchia dei praticanti. Che cosa si intende con “Chiesa”, alla fine?

                Ciò che mi ha colpito nel Documento preparatorio inviato dal Vaticano alle diocesi di tutto il mondo è l’idea di far partecipare al processo sinodale dei “compagni di viaggio”. Cioè non solo coloro che sono nella Chiesa, ma tutto coloro con cui veniamo in contatto, nel vicinato, nelle attività sportive, viaggiando sui mezzi di trasporto pubblici ogni giorno alla stessa ora… È un pubblico molto più esteso. Io ho viaggiato molto e ho anche vissuto all’estero, cinque anni in Italia, dove ho studiato per il mio dottorato di storia, e in California, come studentessa e come ricercatrice. In viaggio si incontrano persone con cui non entriamo abitualmente in contatto. Si tratta di accogliere le sorprese. Si impara anche la lingua dell’altro per poterlo comprendere, e questo implica uno “spostamento” interiore. Far partecipare dei “compagni di viaggio” invita ad una Chiesa in uscita, cioè non ripiegata su se stessa ma missionaria. Con una dinamica fondamentale: abbiamo incontrato Gesù risorto e abbiamo il desiderio di testimoniarlo.

                Concretamente, che cosa vuol dire?

                In certe diocesi esistono già gruppi di quartiere dove si accolgono persone diverse, dove si fa in modo che dei vicini possano dialogare sulla loro visione di Chiesa. Non condividono necessariamente il nostro modo di porci in relazione alla Chiesa, ma siamo sufficientemente vicini perché siano interessati a ciò che viviamo. I “compagni di viaggio” sono tutti coloro che hanno il desiderio di condividere ciò che si è e con i quali ci si può aprire. Questo implica una certa intimità perché non è abituale parlare della propria fede nella vita concreta. Possiamo anche metterci in ascolto del modo in cui i media parlano della Chiesa, che esprime anch’esso delle aspirazioni attuali: l’aspirazione a maggiore trasparenza, o ad una accresciuta responsabilità dei laici… È arricchente sentire come delle persone al di fuori della Chiesa le percepiscono. Non penso che vedano quanto noi le nostre polarizzazioni, i nostri conflitti interni. Questo può aiutarci a ridimensionarli.

                Quali sono gli ostacoli da evitare?

                Il processo sinodale ci porta ad incontrare persone che non ci siamo scelti. Il termine “Chiesa” (ecclesia) rinvia all’idea di convocazione: siamo tutti chiamati da Dio, questo è ciò che ci riunisce, e non in primo luogo le affinità personali. Il rischio è fuggire dalle nostre differenze sociali e culturali, e ritrovarci tra credenti animati dalle stesse aspirazioni per la Chiesa, in un sistema compartimentato di piccoli gruppi con le loro rivendicazioni specifiche… Ma siamo convocati da Dio con le nostre differenze. La Chiesa non può aprirsi agli altri se non nella misura in cui fa al proprio interno l’esperienza della diversità.

                Ci sono gruppi con cui lei farebbe più fatica a dialogare?

                Non mi piace stabilire delle categorie. La questione, per me, è: siamo pronti ad ascoltarci davvero o ne facciamo una sfida di potere? Talvolta è più facile discutere con persone di estrazione molto diversa ma con cui si condivide una onestà intellettuale, che con persone che la pensano allo stesso modo ma che strumentalizzano il processo per soddisfare un gusto per il potere. La sinodalità può essere una bella facciata che nasconde di fatto delle pratiche autoritarie. Si dice che si chiede consiglio, ma in realtà si decide da soli. Questo processo di dialogo nella Chiesa invita non al controllo, ma all’ascolto, insieme, dello Spirito Santo, con il rischio di sorprenderci. Il nostro sguardo sulla Chiesa cambia a seconda che ci troviamo in luoghi di potere o in altri luoghi dove la Chiesa è talmente povera che è più facile trovarvi il messaggio evangelico. Io sono particolarmente vicina al cattolicesimo popolare, che conosco grazie ai miei legami con la Bretagna e per aver frequentato i francescani in Italia, e che ho scoperto anche al mio ritorno in Francia nel 2013, nella mia vecchia parrocchia di Saint-Ouen (Seine-Saint-Denis). Quel cattolicesimo popolare resiste al tempo e alle crisi, si manifesta tramite riti e simboli, ma soprattutto con la gioia dell’essere insieme. È lontano dalle questioni di potere.

                Lei è teologa e fa parte dell’équipe che coordina a livello nazionale il processo sinodale in Francia. Che cosa l’ha portata a studiare teologia?

                Durante i miei studi di storia alla Sorbona, ho seguito un corso di storia della Chiesa e per il mio master sul rinnovamento del pensiero di Tommaso d’Aquino nel XX secolo ho intervistato Pierre d’Ornellas, che era allora direttore dello studium della Scuola cattedrale. È lui che mi ha proposto di cominciare lo studio della teologia. Poi, quando ho preparato l’agrégation [concorso pubblico per l’insegnamento], ho optato per la storia, perché, come donna laica, mi trovavo più a mio agio che nella teologia. La storia continua ad interessarmi: mi sembra importante, come cattolica e come laica, valorizzare una dimensione scientifica che possa essere condivisa con i non credenti. È stato con l’elezione di papa Francesco che sono tornata alla teologia: mi ha messo in moto, mi ha dato un motivo di speranza per la Chiesa, di cui volevo essere maggiormente testimone. Era anche il periodo del mio ritorno in Francia: provavo il bisogno di restituire al mio paese ciò che aveva ricevuto all’estero. Volevo testimoniare le esperienze di fede vissute là, e la diversità culturale che avevo conosciuto. Tornare nella regione parigina, in quartieri popolari, è stato molto importante per me: a mio avviso, c’è una sfida molto importante per il cattolicesimo francese, che è alimentato e vivificato dall’apporto di cristiani venuti dall’estero. Come accoglierli, come fare in modo che non siano solo passivi ma che partecipino alle responsabilità della Chiesa?

                Che cosa l’ha avvicinata al tema della sinodalità?

                Ho lavorato molto sulla nozione di dialogo, che mi sembra più esplicita, e fondativa di un nuovo paradigma teologico dopo il Vaticano II. La Chiesa si pone in termini di dialogo, con l’altro, ma anche al suo interno. Evidentemente, il dialogo non esclude il conflitto. Ma bisogna sapersi dire le cose se si vuole fare dei passi avanti. Nella Chiesa, si resta sempre nell’eufemismo. Forse, con la crisi attuale, si comincia finalmente a chiamare certi problemi con il loro nome. Il conflitto non è negativo in sé, ma bisogna capire se vogliamo andare avanti nell’unità.

                Agnès Desmazières, una teologa del dialogo. Tra un corso e l’altro al Centre Sèvres, nel VI arrondissement di Parigi, dove insegna teologia e storia della Chiesa, ci dà appuntamento in un bar. Parlare della vita della Chiesa, del processo di dialogo a cui papa Francesco ha dato impulso a tutti i livelli, le è molto naturale, perfino nel baccano al bancone del bar. Invece, le è meno spontaneo parlare del proprio itinerario personale. Pur restando riservata su se stessa, Agnès Desmazières ci dice di essere cresciuta nella fede cattolica, caratterizzata dalla GMG di San Giacomo di Compostela, quando aveva 14 anni, e di avere poi vissuto diverse tradizioni spirituali – la comunità nuove, i domenicani, i carmelitani, i francescani, i gesuiti… Ama la pluralità delle voci nella Chiesa, e lo si capisce anche dal suo percorso teologico: da storica qual era, ha ripreso i suoi studi nel 2013, prima al Collège des Bernardins, poi all’Institut catholique di Tolosa per poi giungere alle facoltà gesuite del Centre Sèvres.

                Oggi dottoressa in teologia e in storia, Agnès Desmazières ci tiene molto ad accompagnare i suoi studenti che, ai suoi occhi, incarnano il rinnovamento e il futuro della Chiesa. Procede nel solco tracciato da papa Francesco, con la forte consapevolezza di ciò che non funziona nella Chiesa, pur ritenendo di appartenere alla generazione Giovanni Paolo II, “senza dubbio quella più colpita dallo scandalo degli abusi”. Lucida e determinata a prendere il suo posto come donna, laica e intellettuale nella Chiesa, dedica oggi la maggior parte della sua energia al processo sinodale avviato da Francesco, facendo parte dell’équipe di coordinamento nazionale in Francia.                intervista a Agnès Desmazières, a cura di Céline Hoyeau “La Croix” 21 dicembre 2021

traduzione: www.finesettimana.org

www.c3dem.it/wp-content/uploads/2022/01/sindalita-e-anche-accogliere-le-sorprese-int-agnes-desmazieres-la-croix.pdf

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