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SPUNTI DI RIFLESSIONE SULL’ORA PRESENTE

              Significato e valore del Servizio Consultoriale

 

 

 Autore: Don Aldo Basso          

Premessa

 

         Il lavoro al quale sono chiamati gli operatori del Consultorio li porta ad un contatto quotidiano con le persone, che chiedono di incontrarli perché hanno determinati bisogni.

Siamo chiamati quindi ad essere persone che sanno ascoltare e capire, per offrire un intervento che sia di reale aiuto.

In questa prospettiva, è utile che ci poniamo qualche domanda circa il contesto culturale e sociale in cui si svolge la vita dell’uomo di oggi, per trovarci nelle condizioni di meglio capire le possibili cause dei problemi più ricorrenti e renderci conto della complessità dei fattori che condizionano la vita delle persone. Ecco, dunque, qualche possibile domanda:

Quali sono le caratteristiche più significative del momento storico che stiamo vivendo? Come sarà l’umanità di domani e quali saranno le questioni più drammatiche con le quali essa dovrà confrontarsi? Quali sono i bisogni maggiormente emergenti delle persone che incontriamo? Che tipo di aiuto soprattutto dovremmo offrire alle persone che vengono a chiedere aiuto, al di là naturalmente del garantire prestazioni specifiche in risposta a bisogni specifici?

 

 

         È facile intuire che una riflessione finalizzata alla ricerca di risposte alle domande appena citate dovrebbe essere molto articolata e difficilmente riassumibile in alcuni punti particolari. In questa sede mi limito semplicemente ad offrire – come detto nel titolo – qualche spunto che ci possa facilitare l’approfondimento di temi vasti e complessi che meriterebbero certamente un più adeguato approfondimento.

I - Un cambiamento d’epoca

È opinione largamente diffusa che viviamo in un’epoca che conosce profondi e rapidi cambiamenti, in tutti i settori del vivere: viviamo in tempi di grande accelerazione della storia, tutto procede sempre più velocemente. Provo a richiamarne in modo molto sintetico alcuni aspetti.

Una crisi strutturale e culturale

         La crisi attuale non è una crisi qualsiasi, ma anomala, di natura strutturale e culturale: B. Sorge ne offre un quadro sintetico e chiaro nello stesso tempo; riprendo quindi da lui alcuni spunti significativi[1].

Ogni modello di società si può paragonare ad un edificio: le fondamenta sono costituite dalla cultura di un popolo, cioè dalla omogeneità di valori, di costume, di lingua, di storia che sono all’origine del formarsi di una nazione. Ora, la cultura non rimane mai un discorso astratto, ma tende sempre a tradursi in istituzioni (i muri maestri dell’edificio): la famiglia, la scuola, la politica, il lavoro… Una cultura tradotta nelle sue istituzioni e nelle sue strutture costituisce una civiltà. La civiltà, dunque, è una cultura strutturata. Finché regge la cultura (il fondamento della casa), reggono anche le strutture (i muri maestri) e una civiltà può così durare anche a lungo. Quando invece entra in crisi la cultura, vengono giù anche le strutture (allora la crisi diviene strutturale, istituzionale). È necessario, perciò, distinguere tra crisi congiunturale e crisi strutturale.

La crisi congiunturale si ha quando mutano gli equilibri interni di un modello di società, senza però che si producano variazioni apprezzabili della cultura e dei valori, sui quali si fondano le istituzioni di una determinata civiltà. Finché reggono la cultura e i suoi valori (il fondamento della casa), il modello di società non è in discussione, reggono cioè le istituzioni che su quella cultura si fondano (i muri maestri della casa: famiglia, scuola, lavoro, sistema politico…). È vero che equilibri interni di una società si modificano ad ogni cambio di generazione, ma finché tiene l’omogeneità culturale (che sta alla base di quel modello di società), questi mutamenti rimangono all’interno del medesimo quadro di valori, della medesima civiltà. Quando invece cambiano la cultura e i valori su cui si regge l’equilibrio istituzionale (cioè quando si incrinano le fondamenta della casa), allora la crisi diviene strutturale: le istituzioni non reggono più, ma vanno riformate e ripensate (cedono i muri maestri).

Ebbene, la crisi che stiamo vivendo è appunto di natura strutturale: con il secondo millennio è finita la civiltà industriale, durata più o meno trecento anni, e sotto i nostri occhi sta nascendo la civiltà post-moderna o tecnologica; non regge più la cultura precedente con i suoi valori e non reggono più le vecchie istituzioni.

 Le grandi divisioni dell’umanità e i conflitti futuri, più che tra uno Stato e l’altro (la globalizzazione fa sì che la divisione dell’umanità in Stati risulti sempre più inadeguata), scoppieranno tra una cultura e l’altra (la cultura occidentale, la cultura islamica, la cultura buddista, la cultura africana, la cultura latino-americana…). La scienza sta compiendo progressi molto veloci, che riguardano anche la possibilità di intervenire sull’uomo e la sua identità, e ci stiamo avviando verso una società dove avranno un peso sempre più determinante le tecnologie dell’informazione e della comunicazione: sta avvenendo la ‘quarta rivoluzione’ (L Floridi), al punto che oggi si parla di una ‘quarta rivoluzione’. Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione in pochi decenni sono diventate onnipresenti ed hanno acquisito un potere enorme; si va diffondendo la consapevolezza che esse cambiano il modo di pensare e di apprendere, come pure il modo di rapportarsi con le cose, con gli altri e con se stessi. I vantaggi e i problemi che ne derivano non si calcolano ed è ricorrente la domanda circa che cosa tutto ciò possa significare per il futuro dell’umanità.

Infine, il mondo di domani si caratterizza sempre più come un mondo post-cristiano: cambiando il mondo, cambia anche la Chiesa che con il mondo cammina. La vita sociale è oggi sempre meno segnata dalla religione. Già Ratzinger nel 1969 aveva predetto come sarebbe stata la condizione della Chiesa nel prossimo futuro: riduzione drastica del numero dei fedeli, perdita di prestigio, perdita di appoggi e privilegi, nascita di piccole comunità creative, minore rilevanza sociale. Il cammino sinodale voluto da papa Francesco è un fatto inedito nella storia della Chiesa e vuole essere un modo diverso di essere Chiesa.

La nostra, quindi, è una svolta storica di civiltà, una crisi di natura etica, di orientamento di senso, una crisi strutturale, anomala.

Un cambiamento rapido

La società sta cambiando in fretta: una parola oggi spesso usata dai sociologi per descrivere il tempo presente è: accelerazione: l’accelerazione sociale è il processo cardine della modernità. Papa Francesco parla di rapidacion: rapidizzazione. Il dramma di chi vive questo cambio epocale sta nel fatto che i modelli di ieri non servono più e quelli di domani non ci sono ancora. Sono diverse orami le testimonianze che descrivono i rapidi cambiamenti che caratterizzano l’ora presente: in questo mio intervento riprendo alcuni spunti particolarmente interessanti offerti dal sociologo Hartmut Rosa[2].

Assistiamo oggi ad una accelerazione tecnologica (la crescita della velocità di processi orientati verso un fine nei trasporti, nella comunicazione e nella produzione); accelerazione dei mutamenti sociali (cambiano atteggiamenti e valori, mode, stili di vita, relazioni e obblighi, ambienti e linguaggi, comportamenti e abitudini); accelerazione del ritmo della vita (forse l’aspetto più sorprendente è la spettacolare e contagiosa ‘carenza di tempo’ delle società occidentali. Fame di tempo. C’è un aumento di singole azioni o esperienze in un’unità di tempo). La società moderna è una combinazione fatidica di crescita e accelerazione.

La conseguenza del processo di accelerazione è l’alienazione, ben descritta nelle sue varie espressioni da H. Rosa, il quale parla di:

-         Alienazione dallo spazio. L’accelerazione sociale crea maggiore mobilità e distacco dal nostro spazio fisico o materiale, la vicinanza fisica e quella sociale progressivamente si separano, perché chi ci è vicino socialmente non ha più bisogno di esserci vicino anche fisicamente e viceversa; la rilevanza sociale è sempre più separata dalla prossimità spaziale.

-         Alienazione dalle cose. Le nostre cose, come auto, radio portatile, televisione, computer ecc., se tenute per tanto tempo diventano come parte di noi stessi, del nostro vissuto quotidiano e della nostra identità. Ora, nella società dell’accelerazione le cose non vengono più riparate e tendiamo a buttarle via molto prima che siano materialmente irreparabili e finiamo per muoverci e lavorare in e attraverso oggetti che ci rimangono alieni.

-         Alienazione dal nostro agire. Questo tipo di alienazione nasce dal fatto che non troviamo mai il tempo per informarci realmente bene sulle cose che dobbiamo fare. La lista delle ‘cose da fare’ cresce in ogni ambito della vita di anno in anno e spesso si sente il lamento: ‘non ho mai trovato davvero il tempo per fare le cose che mi piacciono di più’. In tanti ambiti si sente questo lamento: i medici hanno poco tempo per i loro pazienti, gli insegnanti per essere a contatto diretto con gli alunni e poter così insegnare ed educare, gli scienziati per fare ricerca: ci si trova di fronte quindi al fatto che le persone, a quanto sembra, di rado ‘fanno quello che davvero loro volevano’ e, al contrario, si impegnano in attività che non amano molto. È probabile che l’eccesso di stimoli e l’eccesso di scelte[3], che caratterizza l’ambiente di vita dell’uomo moderno, sia all’origine di questo disagio diffuso.

-         Alienazione dal tempo. Nel mondo tardo moderno si è sempre più impegnati in attività e contesti completamente isolati gli uni dagli altri: tante attività che si compiono nella giornata risultano episodi isolati di azione ed esperienza

che non si legano tra di loro in modo integrato e dotato di senso. Diventiamo sempre più ricchi di episodi di esperienza, ma sempre più poveri di esperienze vissute.

-         Alienazione da sé e dagli altri. L’accelerazione conduce direttamente alla disintegrazione e all’erosione delle nostre relazioni sociali. Abbiamo tanti contatti, ma pochi incontri. Per mezzo degli strumenti tecnologici il numero e la varietà delle relazioni in cui siamo coinvolti, la frequenza potenziale dei contatti, l’intensità espressa della relazione e la durata nel tempo sono andate costantemente crescendo. Quando questa crescita diviene estrema, raggiungiamo un effetto di saturazione. L’esito non raro è il burn-out o la depressione. L’alienazione dal mondo e l’alienazione da sé non sono due cose separate, ma due facce della stessa medaglia.

II - Per un nuovo umanesimo

Se, come accennato sopra, siamo in un momento in cui sta finendo una civiltà e ne inizia un’altra, allora occorre ripensare il modello di società, occorre costruire una nuova civiltà, cominciando naturalmente da un nuovo fondamento, cioè da un nuovo umanesimo[4], da una nuova cultura, su cui poggeranno le nuove istituzioni, senza mai smarrire però quei valori fondamentali insostituibili, su cui si fonda ogni forma di convivenza civile. In un mondo globalizzato, il nuovo modello comune di vita va costruito da tutti insieme, attraverso il dialogo e l’incontro tra le diverse culture, che consenta la nascita di un nuovo umanesimo su cui fondare le nuove istituzioni e le strutture della civiltà mondiale globalizzata del XXI secolo.

         Diverse voci si sono alzate in favore di un nuovo umanesimo. Papa Francesco ne ha parlato più volte, soprattutto nel famoso discorso a Firenze in occasione del Convegno ecclesiale del 2015. Anche una voce molto autorevole del mondo laico – Edgar Morin – auspica un ‘umanesimo rigenerato’[5]. Infine, un ‘nuovo umanesimo’ è espressamente auspicato dalla scuola: nella Premessa delle Indicazioni Nazionali per il curricolo del 2012, infatti, vi è un paragrafo dal titolo significativo: “Per un nuovo umanesimo”. Si avverte, nel documento ministeriale, la necessità di pensare in un nuovo modo lo sviluppo umano, l’educazione dell’uomo, la vita in questo mondo.  

  Di che cosa si sente bisogno quando si parla di nuovo umanesimo? Che cosa si auspica? Che cosa si ritiene soprattutto necessario per salvaguardare la dignità della vita su questa terra? Si possono richiamare sinteticamente alcune istanze.

a)     Un rinnovato impegno di ‘fraternità’. Perché la fraternità? Per i cristiani la risposta si trova nell’insegnamento di Gesù, il quale ha lasciato come comandamento fondamentale l’amore: verso Dio, verso il prossimo e verso se stessi. Papa Francesco ha scritto un’enciclica proprio su questo tema: Fratelli tutti. Ma oggi si va affermando anche nel mondo laico una sempre maggiore consapevolezza che senza fraternità non si può vivere: nessuno può vivere senza amore. Si va prendendo coscienza sempre più che – come più volte ripete papa Francesco – siamo tutti nella stessa barca: i destini di un popolo dipendono inestricabilmente dalle vicende che interessano popoli anche molto lontani geograficamente e i cui destini apparentemente sembrerebbero non riguardarci.  Scrive E. Morin: “La fraternità, mezzo per resistere alla crudeltà del mondo, deve diventare scopo senza smettere di essere mezzo. Lo scopo non può essere un termine, deve diventare il cammino, il nostro cammino, quello dell’avventura umana”[6].

b)    Un rinnovato impegno di cura per la casa comune: si vanno affermando una nuova sensibilità e attenzione per le questioni connesse all’ecologia e alla salvaguardia del creato. Un testo autorevole a questo riguardo è l’enciclica di papa Francesco: Laudato si’. L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme: si avverte la necessità di una autentica conversione ecologica, che suppone tra l’altro un uso saggio del potere che l’uomo va acquistando sulla natura e nel campo della tecnologia. Lo sviluppo umano ha senso ed è auspicabile se è uno sviluppo ‘sostenibile’.

c)     Il recupero dell’etica. Quello che c’è di vero nelle varie analisi che vengono realizzate è il fatto che la crisi di oggi è essenzialmente di natura etica e culturale. Occorre trovare il consenso attorno a determinati valori fondamentali, l’individualismo e il relativismo non pagano e non soddisfano i bisogni profondi dell’essere umano, che è fatto per la verità e l’amore. Se è vero che i principi e i valori in se stessi sono sempre assoluti e, come detto, ‘non negoziabili’ (la dignità della persona, la famiglia fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso, il rispetto della vita, la libertà di educazione, la libertà religiosa), la loro traduzione è soggetta a condizioni di tempo e di luogo, al consenso e alla crescita del costume e della vita civile. Ciò non significa affidare

al criterio della maggioranza la verifica della verità di un valore, ma si vuole sottolineare l’esigenza di una lunga formazione, per far sì che cresca la coscienza comune dei valori fondamentali. Questo compito spetta a tutte le agenzie educative, dalla famiglia alla scuola, ai mass-media, allo Stato. Certamente, la

verità rimane un problema centrale per la formazione e la crescita umana: non si può essere buoni senza verità. Il bene non coincide sempre con i nostri desideri, ma possiede una sua dura oggettività. La nostra cultura è segnata da un individualismo esasperato e da un’enfasi unilaterale sulla soggettività, da un nichilismo[7] che ha corroso le verità e indebolito le religioni, dalla libertà elevata a unico principio dell’agire umano, da una visione dell’uomo sganciato da Dio. Significativo il titolo di un libro del filosofo Vittorio Possenti: “Diritti umani. L’età delle pretese”. Oggi l’enfasi è più sui diritti che sui doveri.

In definitiva, si può ricordare anche l’ormai abusata ma effettiva rilevazione della ‘liquidità’ del tempo attuale, con tutti i suoi corollari di linguaggio degradato, di smemoratezza storico-culturale, di sfarinamento delle identità valoriali. Significativo a questo riguardo è questa riflessione di E. Galli della Loggia, il quale afferma che “da due-tre decenni il Paese [l’Italia] è rimasto privo di qualunque sede pubblica deputata alla formazione non solo e non tanto culturale ma specialmente del carattere e della sensibilità civile, all’insegnamento di quei valori in definitiva morali su cui si regge la convivenza sociale. Coltivando un’idea fasulla di modernità e di libertà, l’Italia ha assistito, addirittura compiaciuta, al progressivo smantellamento di istituzioni che alimentavano la democrazia con il flusso vitale del sapere disinteressato, della tradizione, della possibilità dell’autoriconoscimento collettivo. Ci siamo avviati in tal modo ad essere una società senza veri legami, spesso selvatica e analfabeta, ogni volta che convenga frantumata in un individualismo carognesco e prepotente”[8].Oggi c’è il rischio del “relativismo sociale”: quando c’è carenza di fermezza decisionale e di chiarezza comunicativa.

III - Per una buona qualità della vita

         Tenendo presente quanto fin qui richiamato, sorge una duplice domanda: a che cosa è opportuno che noi operatori del Consultorio prestiamo attenzione e valorizziamo, mentre ci poniamo in relazione di aiuto con le persone che incontriamo?

Su quali aspetti del vivere è bene che richiamiamo l’attenzione delle persone che incontriamo? Parlerei di convincimenti e sensibilità che dovremmo coltivare anzitutto noi, operatori del Consultorio, per poi condividerli con le persone (persone, più che utenti…) che si rivolgono a noi. Tento di esemplificare.

         La cura dell’igiene mentale

Come c’è un’igiene fisica che ha come oggetto la cura del nostro corpo, così si dà un’igiene mentale che si preoccupa di creare le condizioni per una vita psicologicamente sana ed equilibrata. Basti qualche suggerimento al riguardo:

         a) Considerare i sentimenti che ci affliggono come provenienti da noi e non dalla realtà. Infatti, la nostra sensibilità dipende essenzialmente da come valutiamo l’ambiente. “A turbare l’uomo non sono propriamente le cose, ma le rappresentazioni delle cose” (Epitteto).

         b) Sentirci responsabili del trattamento che riserviamo a noi stessi, avere quindi cura e premura per noi stessi. Ciò può significare: imparare ad amare se stessi; essere disponibili ad imparare e a cambiare; bloccare il rimuginare e i soliloqui negativi; considerare i disagi sotto una luce diversa da quella abituale; ricorrere a convinzioni e stimoli religiosi.

c) Imparare a controllare l’aggressività. Una delle cause frequenti che rendono difficili i rapporti interpersonali è il comportamento aggressivo. Si può imparare a controllare la propria aggressività impegnandosi, ad esempio, a: ridurre stress e tensioni, promuovere la nostra salute psichica, accettare onestamente i nostri sentimenti di aggressività, ricorrere a motivazioni religiose, interrogarsi su che cosa ci ferisce e ci minaccia (dato che l’aggressività nasce quasi sempre dalla paura).

d) Dedicarsi ad esperienze, attività e pensieri positivi. Non si può vivere senza la gioia e il piacere (s. Tommaso). Durante e dopo esperienze e pensieri lieti noi siamo più efficienti psichicamente e fisicamente (s. Tommaso afferma che ciò che veramente riposa è la gioia...). Sarà dunque utile, ad esempio, curare i contatti interpersonali e l’amicizia, godere della natura e del silenzio, coltivare hobby, avere sentimenti di gratitudine.

         La cura delle relazioni interpersonali

         L’equilibrio psicologico e la salute mentale di un soggetto sono fondamentalmente legati alla qualità delle relazioni interpersonali che egli sperimenta. È bene tenere presente che il modo con cui gli altri ci trattano dipende da noi più di quanto pensiamo. Scrive madre Teresa di Calcutta: “Oggi non abbiamo più neppure il tempo per guardarci, per parlarci, per darci reciprocamente gioia, e ancor meno per essere ciò che i nostri figli si aspettano da noi, ciò che un marito si aspetta dalla moglie e viceversa. E così siamo sempre meno in contatto uno con gli altri. Il mondo va in rovina per mancanza di dolcezza e di gentilezza. La gente è affamata di amore, perché siamo tutti troppo indaffarati”.

         Le relazioni interpersonali sono strettamente legate ai nostri processi comunicativi. È opportuno tenere presente che a comunicare si può e si deve imparare; a volte la semplice buona volontà non è sufficiente. Ciò può significare, ad esempio, impegnarsi per sviluppare alcune competenze comunicative, come la comunicazione aperta (autentica) e l’ascolto empatico.  

         La cura della vita interiore

         La cura della vita interiore è sinonimo di atteggiamento contemplativo e di spirito di preghiera. Essa richiede disciplina e amore per la solitudine, nella consapevolezza che “ciò che non si può allontanare all’esterno si può sempre allontanare dalla propria anima” (A. D. Sertillanges). L’organizzazione della vita è, da questo punto di vista, l’organizzazione interiore ed esteriore della solitudine. “L’irrequietezza – afferma Seneca (Lettere a Lucilio) è propria di uno spirito malato; io considero come primo indizio di un animo equilibrato il saper restare fermo e raccolto in se stesso” A sua volta, Pascal propone questo pensiero: “Quando mi sono messo, talvolta, a considerare le varie agitazioni degli uomini e i pericoli e le pene cui si espongono, nella Corte, in guerra, e donde nascono tante liti, passioni, imprese audaci e spesso sconsiderate, ecc., ho scoperto che tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa: dal non saper restarsene tranquilli, in una camera”[9]. E. Morin, infine: “Dobbiamo creare degli isolotti di vita altra, dobbiamo moltiplicare questi isolotti, o piuttosto queste imbarcazioni, micro-arche di Noè nell’oceano delle incertezze del tempo”[10]. È importante, infine, coltivare l’amore per la lettura, che diventa scuola di silenzio e di interiorità.

         La cura della propria vita emotiva    

L’uomo di oggi è spinto ad abbandonare le emozioni contemplative e preferire le emozioni-shock. “L’emozione-contemplazione – scrive Lacroix - si accontenta dello sguardo di un bambino, del frusciare del vento tra gli alberi, del canto di un uccello, dello sciabordìo di un fiume, di una poesia, di un quadro. Ma per l’appassionato di sensazioni forti, questi oggetti sono privi di fascino. Il balletto televisivo, le immagini digitali, i videogiochi, i grandi spettacoli, le feste frenetiche, i divertimenti chiassosi, la musica agitata, i deliri collettivi, gli sport a rischio, gli stati di trance prosciugano la sua capacità di emozionarsi per delle cose semplici. Intossicata dalle sensazioni forti, la sua anima diviene indisponibile per la bellezza del mondo. Essa non può palpitare, fremere davanti a ciò che è naturale”[11]. E continua: “Gli affetti disordinati prevalgono

sul raccoglimento. Il veleno dell’intemperanza rode la nostra interiorità... ‘Sempre più eccitazione, agitazione, furore’, questa è la parola d’ordine della nostra epoca ... L’uomo d’oggi ha bisogno di sferzare la sua soggettività per mezzo di stimolanti, ecstasy, stati modificati di coscienza, comportamenti a rischio, velocità, sport acrobatici, videogiochi palpitanti, spettacoli sensazionali, passatempi chiassosi, avventure estreme, violenza, trance. Sregolato ed incerto, il sentimento di sé, per rafforzarsi, richiede lo stress e l’agitazione... Una bulimia di sensazioni forti provoca non solo un degrado della sensibilità personale, ma anche un’alterazione delle relazioni interindividuali”[12]. L’emozione-shock va di pari passo con l’artificialismo e un aspetto della crisi della sensibilità è l’oblio del naturale. Aver cura della propria vita emotiva è anche una questione di tempi; non è un caso che si sia pensato recentemente di istituire una ‘giornata della lentezza’. Lacroix parla della lentezza come educatrice della sensibilità: “Il primo atto da compiere per modificare la propria vita emotiva è darsi del tempo, rallentare il ritmo della propria esistenza... La lentezza allarga l’esiguo spazio tra il passato e il futuro. Dà spessore al presente. Rende possibile non soltanto una maggiore presenza nei confronti del mondo, ma, per così dire, una maggiore presenza nei confronti del presente. Chi fa le cose lentamente può trarre tutto il succo emozionale dal qui e ora. Gusta il sapore della vita[13]. Appare saggio anche il suggerimento che troviamo nel Diario di Tonino Guerra: “Bisogna creare luoghi dove fermare la nostra fretta e aspettare l’anima”.

L’educazione del gusto

Essa è anzitutto una responsabilità degli educatori (in primis i genitori) e va coltivata fin dai primi anni di vita. Un grande filosofo dell’antichità, Aristotele, dice: "Occorre fin dall'infanzia essere stati guidati, come dice Platone, a trovare gioia e dolore là dove è conveniente trovarli. È questa la vera educazione". Fa eco s. Tommaso: “L’educazione è veramente una educazione del gusto, del ‘buon gusto’ (gustus bene dispositus). E ciò per cui ‘conviene’ che l’essere umano provi gioia è tutto ciò che è amore, bellezza e verità. S. Agostino afferma che senza verità non possiamo vivere. Occorre rafforzare il senso morale, la formazione del carattere, la cultura del cuore. Fanno parte della cultura del cuore atteggiamenti quali la sensibilità per quanto c'è di buono e di bello nel mondo, l'apertura verso i propri simili, il tatto, la gentilezza, la gratitudine, la pacatezza, la disposizione a recare gioia ad altri e a lenire i loro dolori[14]. La cultura del cuore viene invece compromessa da atteggiamenti quali la freddezza affettiva, l'impoverimento dei sentimenti, l'incapacità di amare, la persistenza di un esagerato narcisismo, la mancanza di riguardo.

L’attenzione alle domande di senso

Tra i bisogni fondamentali dell’essere umano vi è anche il “bisogno di significato” Con questa espressione, da tempo recepita nel lessico psicopedagogico, si fa riferimento al bisogno di trovare un senso - un significato, appunto - alla propria esistenza e in particolare ad alcuni aspetti di essa che appaiono particolarmente problematici, quali: la sofferenza, la morte, il problema delle origini e dell'aldilà, certi fatti ed eventi particolari, l’esistenza di Dio. Il bisogno di significato si riferisce alle ‘domande ultime’ riguardanti l’esistenza umana: chi sono? Che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Che cosa posso sperare? Scrive Gaspare Barbiellini Amidei all'inizio di un suo libro[15]: "Un'educazione che cancelli alla radice gli eterni interrogativi dell'uomo - perché vivo? perché soffro? perché devo affrontare il male? perché il male? - poggia su un terreno mediocre e friabile. Non è questione di credere o non credere. Tanto meno è questione di un'educazione religiosa oppure atea, confessionale oppure laica: c'è un'educazione degradata che procede facendo finta che il tema non esista, che non ci sia dolore né morte, non ci sia nulla da pensare se non ciò che cade sotto la banale quotidiana esperienza".  E G. Ravasi commenta: "Aveva ragione il filosofo danese Kierkegaard quando scriveva: 'la nave è in mano ormai al cuoco di bordo e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguardano più la rotta ma che cosa si mangerà domani'. Gli educatori devono ritrovare il coraggio di deporre qualche volta il grembiule e il cappello da cuoco per insegnare ai figli non solo a guardare ma anche a contemplare, non solo a vedere ma anche a capire, non solo a sentire ma anche ad ascoltare il segreto delle cose e della vita"[16]. L’organizzazione della vita da parte di una persona dipende fondamentalmente dal senso che la vita stessa ha per lei.

Il bisogno di significato, che è innato nell’animo umano ed appare già negli anni dell’infanzia, è esigenza e tormento nello stesso tempo. S. Agostino ha espresso in modo mirabile questa situazione: “Quante cose vorrebbe sapere il mio cuore colpito, Signore, nella grande povertà della mia vita, dalle parole della tua santa Scrittura! E perciò la grande penuria (“copiosa egestas”) dell’umana intelligenza si manifesta di solito con un fiume di parole, perché la ricerca è più loquace del ritrovamento, la domanda più lunga del conseguimento, e la mano più impegnata a bussare che a prendere”[17].

Dare un senso alla propria vita

Un cristiano è, come afferma il Manzoni, “persuaso che la vita non è destinata ad essere un peso per molti, e una festa per alcuni, ma per tutti un impiego, del quale ognuno renderà conto”[18] (Promessi sposi, cap. XXII). Chi si colloca in una prospettiva

cristiana deve quindi pensare come renderla utile e santa davanti a Dio. Il credente comprende che tutto ciò di cui può disporre gli è stato conferito come un dono: la vita è una risposta, la morte un ritorno a casa. Nella sua preghiera egli chiede essenzialmente che la volontà di Dio si compia nella sua vita. “Questo è il significato dell’esistenza: riconciliare la libertà col servizio, l’effimero col durevole, ordire i fili temporali nel tessuto dell’eternità. La saggezza più profonda cui può giungere l’uomo consiste nel sapere che il suo destino è aiutare, servire. Dobbiamo vincere per essere vinti; dobbiamo acquisire per donare; dobbiamo trionfare per essere sopraffatti. L’uomo deve capire per poter credere, sapere per poter accettare. L’aspirazione è ottenere, la perfezione è distribuire”[19].

Guitton, che fu il primo laico invitato al concilio Vaticano II, scrive: “L’autentica arte di vivere consiste nell’abbandonare il passato a Dio facendo appello alla sua misericordia; nel confidargli l’avvenire domandando la sua grazia e la sua fiducia; nel passar sopra al presente che è soltanto un istante fuggevole e insolubile”[20].

A questo punto, però, si potrebbe obiettare che queste ultime considerazioni valgono per chi condivide una visione cristiana della persona e della vita. Obiezione senz’altro legittima. Sorge allora la domanda: che cosa può dire un credente a chi non crede in Dio e che si trova ad affrontare le domande sul senso della vita e della morte? Il card. C.M. Martini, abituato a dialogare con i non credenti, suggerisce parole che possono servire per una risposta rispettosa a questa domanda, capace di spingere ciascuno verso la verità: “Avrei molte domande da porgli. A cosa attribuisce importanza? Quali sono i suoi ideali? Quali valori ha? È questo che vorrei scoprire. Non intendo convincerlo di nulla, ma solo dirgli che deve provare a vivere senza fede in Dio e, nello stesso tempo, riflettere su se stesso. Forse in alcuni periodi della vita avvertirà una speranza, si accorgerà di cosa dà senso e gioia alla vita. Gli auguro di dialogare con persone in cerca della fede e con credenti. Forse Dio gli donerà la grazia di riconoscere che esiste”[21].

        

 

        

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 C o n c l u s i o n e

 

         Come richiamato all’inizio, i pensieri messi insieme in questa riflessione hanno lo scopo di favorire un’adeguata presa di coscienza del tempo che stiamo vivendo, così da essere in grado di comprendere sempre meglio il background socioculturale che condiziona la vita dell’uomo di oggi. Come persone che si rendono disponibili ad aiutare altre persone che si rivolgono al Consultorio con i bisogni più diversi, siamo chiamati a sviluppare anzitutto in noi stessi apertura mentale e una particolare sensibilità alle multiformi manifestazioni ed esigenze dell’animo umano, unite a convinzioni profondamente radicate che sono poi metacomunicate negli incontri con le persone. Esse hanno bisogno non soltanto dei necessari mezzi per vivere, ma anche di ragioni che le aiutino a vivere una vita dignitosa e serena.

 

                                                                                                          Don Aldo Basso

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Riprendo qui quasi alla lettera alcuni pensieri da: Bartolomeo Sorge, Gesù sorride – Con papa Francesco oltre la religione della paura, Milano, Edizioni Piemme, 2014, pp.14ss.

 

 

 

 

 

[2] Hartmut Rosa, Accelerazione e alienazione, Torino, Giulio Einaudi editore, 2013.

 

 

[3] Alvin Toffler, Lo shock del futuro, Milano, Rizzoli, 1971.

 

 

[4] Intendo per ‘umanesimo’ la concezione esistenziale basata sull’affermazione del ruolo dell’uomo, dei suoi valori, dei suoi diritti. Umanesimo è ogni dottrina o concezione che metta in rilievo l’importanza e la dignità dell’uomo, rivendicandone i diritti, le esigenze, i valori (u. cristiano, u. marxista…)

[5] Edgar Morin, Cambiamo strada, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2020, pp. 105ss.

[6] Edgar Morin, La fraternità, perché? Resistere alla crudeltà del mondo, Roma, Editrice AVE, 2020, p. 56.

 

 

 

[7] Un’analisi interessante si può trovare in: Umberto Galimberti, L’ospite inquietante, Milano, Feltrinelli, 2007. L’autore sostiene, tra l’altro, che il nichilismo, ossia il venir meno di tutti i fondamenti, i valori e le certezze sia la causa profonda dell’attuale disagio giovanile. Appare chiaro che tra relativismo e nichilismo esiste una parentela molto stretta.

[8] Ernesto Galli della Loggia, Il Bel Paese ormai è brutto, Corriere della Sera del 9 settembre 2018.

[9] Blaise Pascal, Pensieri, Traduzione, introduzione e note di Paolo Serini, Torino, Giulio Einaudi editore, 1962, Pensiero 354, p. 161.

[10] Edgar Morin, La fraternità, perché? Resistere alla crudeltà del mondo, Roma, Editrice AVE, 2020, p. 54.

[11] Michel Lacroix, Il culto dell’emozione, Milano, Vita e Pensiero, 2001, p 112.

[12] Michel Lacroix, Il culto dell’emozione, Milano, Vita e Pensiero, 2001, pp. 90-91.

[13] Michel Lacroix, Il culto dell’emozione, Milano, Vita e Pensiero, 2001, pp. 129-130.

[14] «La grandezza di una persona si basa sempre su come serve la fragilità dei suoi fratelli. E in questo troviamo uno dei frutti di una vera umanità. Perché, cari fratelli e sorelle, “chi non vive per servire, non serve per vivere”» (Francesco, Omelia a La Habana (Cuba), 20 settembre 2015.

[15] Gaspare Barbiellini Amidei, Come insegnare l'educazione ai vostri figli, Torino, Piemme, 1994.

[16] Avvenire,11.2.1995.

[17] S. Agostino, Le Confessioni, L. XII,1, 1.

[18] Alessandro Manzoni, Promessi Sposi, cap. XXII.

 

[19] Abraham J. Heschel, L’uomo non è solo, Milano, Rusconi, 1987, p. 292.

[20] Jean Guitton, Il secolo che verrà, Milano, Bompiani, 1997, p. 61.

[21] Carlo M. Martini, Conversazioni notturne a Gerusalemme, Milano, Mondadori, 2008, p. 9.

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