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news per essere più aggiornate, trascurano gli ultimi numeri, dal n. 869, che saranno recuperati gradualmente

news UCIPEM n. 893 – 16 gennaio 2022

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

                News gratuite si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

                Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con  note della redazione {…NdR517}.

Link diretti e link per pdf -download a siti internet, per documentazione.

                I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

                Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.

                In ottemperanza alla direttiva europea sulle comunicazioni on-line (direttiva 2000/31/CE), se non desiderate ricevere ulteriori news e/o se questo messaggio vi ha disturbato, inviate una e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con richiesta di disconnessione.

                Chi desidera connettersi invii a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. la richiesta indicando nominativo e-comune d’esercizio d’attività, e-mail, ed eventuale consultorio di appartenenza.    [Invio a 1.391 connessi]

Carta dell’U.C.I.P.E.M.

Approvata dall’Assemblea dei Soci il 20 ottobre 1979. Promulgata dal Consiglio direttivo il 14 dicembre 1979.

1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

 

02 ADOZIONI                                       Come si fa ad adottare un bambino che arriva con i barconi senza genitori?

02 CENTRO INT. STUDI FAMIGLIA  Newsletter CISF - n. 1, 12 gennaio 2022

05 CHIESA di TUTTI                            Messe: perché la noia?

07 CHIESA IN ITALIA                          Il vescovo rosso amico di Berlinguer «Letta, fai qualcosa di sinistra»

09 CHIESA UNIVERSALE                    USA - Traditionis custodes: distanti Dal pontificato e dal Vaticano II

11 CITTÀ DEL VATICANO                  Prossimo Simposio sul sacerdozio. Le aspettative del Movimento dei preti sposati

11                                                          Benedetto XVI fornisce 82 pagine d’informazioni per il rapporto su abusi del clero

12                                                           Monaco di Baviera: in arrivo il rapporto sugli abusi. Ratzinger nella bufera

14 CORTE COSTITUZIONALE            In Italia non esistono più bambini di serie A e serie B

15                                                          Assegno maternità: incostituzionale requisito permesso soggiorno per stranieri

15 DALLA NAVATA                             II Domenica del tempo ordinario - anno C

17 DEMOGRAFIA                                 Lavoro ai giovani, primo passo per la natalità

19 DIBATTITI                                        La discussione parlamentare sul “suicidio assistito”

24                                                          Fine vita, si incrina il muro Vaticano

25                                                          USA, l’apertura del gesuita “Lasciamo le donne libere di scegliere se abortire”

26 EPISCOPATO                                   L’episcopato è un sacramento, non un titolo: annotazioni con la dovuta parresìa

27                                                          Il Vetus Ordo dell’episcopato: storia e vulnus

29                                                          Episcopato e chiesa locale. relazione, elezione e formazione

31                                                          Piramide? No grazie! Compagnia-cum pane (di Cosimo Scordato)

32 FAMIGLIA                                       La famiglia

33 FIGLI                                                Infanzia e adolescenza: le linee guida AICS

36 GENITORI                                        Genitori e adolescenti: il conflitto è inevitabile

37 OMOFILIA                                       «La mia vita per i fedeli Lgbt. Felice della lettera del Papa»

38 POLITICA                                         Cinquanta o sessanta milioni di italiani nel 2050? Con quale ruolo per gli anziani?

40                                                          Alle radici della pace

43 RIFLESSIONI                                    Radicali o talebani… E se provassimo a essere semplicemente evangelici?

45 RIPENSARE                                      La fantasia di Dio. Un testo di Leonardo Boff sullo Spirito Santo

48 SIN0DO                                           Quel “sinodo” dei primi cristiani verso l’umanità

49                                                          Sinodo e sinodalità. Tempo di conversione, tempo di riforma

55                                                          Italia - Chiesa cattolica: preti che lasciano. E i laici?

 

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ADOZIONE

Come si fa ad adottare un bambino che arriva con i barconi senza genitori?

                I MISNA non possono essere adottati, è però fondamentale che trovino ad accoglierli una rete di sostegno adeguata e lo strumento più idoneo è dato dall’affidamento familiare

                Vengono definiti Minori Stranieri Non Accompagnati, (talvolta negli articoli si trova anche l’acronimo Misna), quei bambini o ragazzi fino a 18 anni di età, che entrano in Italia, sia via mare che via terra, da soli, cioè non accompagnati dai genitori o da qualche parente. In Italia ne sono stati censiti più di 10.000 e la stragrande maggioranza di loro ha un’età tra i 15 e i 18 anni.

                Spesso l’Italia non è la loro meta finale, ma qualche altro Paese più a nord dove si ricongiungono con parte della loro famiglia già emigrata, oppure dove possono trovare una comunità originaria del loro luogo di origine, che si è già insediata con successo.

                Questi minori non hanno uno status giuridico di adottabilità, pertanto non possono essere adottati, è però fondamentale che vi sia una rete di accoglienza adeguata, soprattutto per i bambini e ragazzini più piccoli, provenienti da una cultura diversa e talvolta con traumi alle spalle e che non hanno nel nostro Paese dei punti di riferimento. Lo strumento più idoneo, come ha recentemente affermato la Garante dell’infanzia, è l’affidamento familiare, già previsto dalla legge e che va promosso ad ogni livello.

                Noi come associazione abbiamo attivato nel passato alcuni corsi di preparazione per diventare tutor volontari dei Misna e molti altri corsi dedicati al mondo dell’accoglienza affidataria. Può trovare maggiori informazioni in                                               www.fondazioneaibi.it/faris

Monica Colombo – Ufficio Adozioni Internazionali Ai.Bi. – 16 gennaio 2022

                     www.aibi.it/ita/adozione-come-si-fa-ad-adottare-un-bambino-che-arriva-con-i-barconi-senza-genitori

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CENTRO INTERNAZIONALE  STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF - n. 1, 12 gennaio 2022

¨                  Cominciamo il 2022 con gentilezza. Per inaugurare questo 2022 vi proponiamo un corto animato che racconta come davvero basta poco, un piccolo gesto di cortesia, per cambiare la giornata ma anche i modi delle persone e a volte addirittura anche le vite [su YouTube - 2 min 18 sec].

www.youtube.com/watch?v=WN18kGdPHzk

¨                  Denatalità/La Croazia offre sostegno economico agli espatriati che rientrano. Di fronte a una bassa natalità, una popolazione che invecchia e la "fuga" del 10% della sua popolazione negli ultimi dieci anni (un flusso migratorio di giovani diretti in Irlanda e Germania), la Croazia adotterà misure di sostegno economico fino a 26mila euro a favore di ciascun espatriato di rientro, che vorrà fondare in patria una propria impresa. Lo ha annunciato il primo ministro Andrej Plenkovic, illustrando la misura, chiamata "Ho scelto la Croazia", che partirà nei primi mesi di quest'anno e dovrebbe richiamare 4-5mila giovani croati [l'approfondimento su Radio France - in francese].

www.francetvinfo.fr/replay-radio/le-monde-est-a-nous/la-croatie-va-payer-ses-expatries-pour-quils-rentrent-au-pays-face-au-vieillissement-de-sa-population_4879149.html

¨                  Il Giappone si avvia ad approvare un'agenzia per l'infanzia. Doveva partire già nel 2022, ma dalle notizie dell'ultimo scampolo di anno; pare che vedrà la luce nel 2023 la Children's Agency, un ufficio esterno del Gabinetto di governo giapponese, che sarà supervisionato da un ministro a tempo pieno. Si prevede che assorbirà i dipartimenti responsabili dell'assistenza all'infanzia e della prevenzione degli abusi sui minori all'interno del Ministero della salute, del lavoro e del welfare, nonché il dipartimento che sovrintende alle misure contro la povertà infantile all'interno del governo.

                www.japantimes.co.jp/news/2021/11/21/national/children-agency-delay

¨                   Assegno unico e universale: le istruzioni. Con il messaggio n.4748 del 31 dicembre 2021 ha definito i requisiti ed emesso le istruzioni per                                www.inps.it/news/assegno-unico-e-universale-le-istruzioni

presentare la domanda di Assegno Unico Universale che, lo ricordiamo, è un sostegno economico alle famiglie attribuito per ogni figlio minorenne a carico e fino alla maggiore età  - e, al ricorrere di determinate condizioni, fino al compimento dei 21 anni di età. È inoltre riconosciuto anche per ogni figlio a carico con disabilità senza limiti di età. La riforma riguarda 7,5 milioni di famiglie, per un totale di oltre 11 milioni di under 21: per sostenere le loro domande e chiarire ulteriori dubbi il Forum Nazionale delle Associazioni Familiari ha divulgato questo video  in cui il presidente Gigi De Palo illustra i passaggi fondamentali.

www.youtube.com/watch?v=YepS-Z8m-gE

¨                  Adozioni, nuove linee guida: cosa ne pensano gli esperti. Il 2021 si è chiuso per il mondo delle adozioni internazionali con la pubblicazione delle nuove Linee Guida della CAI per gli Enti autorizzati e con l'adozione di un Protocollo d’intesa con il Ministero dell'Istruzione con l'obiettivo di "Promuovere e rafforzare il benessere scolastico, l'inclusione e favorire il diritto allo studio degli studenti adottati”.

www.commissioneadozioni.it/media/2079/nuove-linee-guida-2021.pdf

www.commissioneadozioni.it/notizie/protocollo_intesa_ministeroistruzione_commissioneadozioniinternazionali

www.commissioneadozioni.it/media/2066/pi_mi_cai.pdf

¨                  Il settimanale Vita ha fatto un approfondimento con la voce di alcuni esperti che hanno seguito il processo partecipato di approvazione delle nuove misure

www.vita.it/it/article/2021/12/27/nuove-linee-guida-per-le-adozioni-cosa-cambia-per-le-coppie/161452

¨                   Un anno con Farerete. FAmiglie REsilienti REsistono alla TEmpeste: è l'obiettivo che si è dato FARE RETE, www.oeffe.it/farerete una squadra di enti e associazioni vicine alla famiglia in Lombardia, che ha messo in campo un progetto di ricerca-azione sul territorio regionale, pensato per sostenere le relazioni familiari provate dalla pandemia e dai rigori del distanziamento sociale. Al link  trovate il video del progetto, pensato a bilancio dell'anno trascorso e per divulgare la proposta di azione concreta a supporto delle famiglie, ancora più preziosa in questa fase di nuova impennata dei contagi.                www.youtube.com/watch?v=hi8Ff_S3TC0

¨                  I migliori film per la famiglia 2021. La classifica è stata elaborata da Common Sense Media,

www.commonsensemedia.org piattaforma internazionale che filtra i prodotti cinematografici in relazione all'età dei ragazzi, e poi rilanciata dal Washington Post: alcuni film di questo elenco sono già sbarcati in Italia, altri arriveranno. C'è un ampio panorama di contenuti, esteso anche a serie televisive e videogiochi: uno specchio interessante per valutare anche l'offerta culturale dedicata alla famiglia che giunge da Oltreoceano.

www.washingtonpost.com/goingoutguide/movies/best-family-films-2021/2021/12/27/cfc2c0cc-5d17-11ec-8665-aed48580f911_story.html

¨                  Percorsi di formazione

¨       Comprendere il funzionamento autistico. È il tema del corso professionale promosso da Anffas (con Accreditamento ECM/Assistenti sociali) a partire dall'11 febbraio 2022 (interamente online, 11 ore totali, la lezione successiva è il 18 febbraio).                                         https://formazioneanffas.it/chi-siamo

¨        PEP-3, Profilo Psicoeducativo-terza edizione, è l’ultima revisione di quello che da oltre 20 anni è riconosciuto come il più rigoroso e efficace strumento per valutare i bambini con disturbi autistici e disabilità comunicative. [Per informazioni sul corso e sulle modalità di iscrizione è possibile visitare la sezione dedicata al seguente link]                        https://formazioneanffas.it/courses/course/public?id=228

¨                  Corso di alta formazione: alleanza uomo-donna: limite, incontro, risorsa. Offerto dall’Istituto di Studi Superiori sulla Donna (UPRA) in presenza e online tutti i martedì dal 22 febbraio al 31 maggio 2022 (ore 15:00-17:30). Il corso mira a rispondere a una delle domande più sentite del nostro tempo, quella sull’identità sessuale. Come si potrebbe sviluppare l’identità femminile e maschile all’interno di una logica di co-identità, di alleanza? Come si può esplicitare questa alleanza e come si può tradurre nella cultura?

www.upra.org/offerta-formativa/istituti/istituto-di-studi-superiori-sulla-donna/corso-di-perfezionamento-in-alleanza-uomo-donna-limite-incontro-e-risorsa

¨                  La qualità dell'educare negli oratori. Prenderà il via il 25 febbraio (fino al 30 novembre 2022, per 90 ore complessive) il corso di alta formazione «La qualità dell’educare negli oratori», che l’Università Cattolica ha attivato per l’anno accademico 2021-2022. Questo corso, nato dalla stretta collaborazione tra Oratori diocesi lombarde e la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica, si pone come obiettivi di: qualificare la preparazione degli educatori e dei coordinatori che operano nelle realtà oratoriali; accrescere nelle persone impegnate educativamente in oratorio la consapevolezza della peculiarità pastorale e pedagogica di questa realtà; preparare la formazione di figure educative capaci di costruire interventi e coordinare progetti all’ interno dell’oratorio. [iscrizioni fino al 20 febbraio - a questo link la pagina dedicata].

https://formazionecontinua.unicatt.it/formazione-la-qualita-delleducare-negli-oratori-e220mi00471-03

¨                  Dalle case editrici

¨       Paolo Benanti, Tecnologia per l’uomo. Cura e innovazione, San Paolo, Cinisello B. (MI) 2021

¨       Gianpaolo Donzelli, Pietro Spadafora, Medicina inedita. Uno sguardo nuovo su salute e malattia, La Nave di Teseo, Milano 2021, p.208

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¨                  Luca Mori, Genitori con filosofia, Erickson (TN) 2021, p.288

                50 domande “di peso” che rappresentano i grandi dilemmi della vita, come “Cosa rende davvero felici?”, “Si può imparare anche dal dolore?”, “Bisogna sempre ubbidire?”, “Come vivere in un mondo pieno di schermi?”, “E’ meglio avere o essere?”. Luca Mori, docente di Storia della Filosofia all’Università di Pisa, divulgatore impegnato da anni in esperienze e laboratori sulla filosofia con i ragazzi, ci aiuta a mettere a fuoco queste domande e a trasformarle, con l’aiuto dei grandi filosofi della storia, in sfide di crescita. (...)

newscisf0122_allegatolibri.pdf

¨                  Save the date

¨                  Evento (EU) - 10 febbraio 2022 (17.30-18.45 UTC+2). "Numbers Matter: Poverty in Large Families’ Perspective", a cura di ELFAC e Commissione ONU per lo Sviluppo Sociale.

www.elfac.org/event/numbers-matter-poverty-in-large-families-perspective

¨                  Webinar (IT) - 10 febbraio 2022 (9.00-13.30). "Buttare la chiave? Violenza di genere e trattamento dei maltrattanti", organizzato dall'Università Cattolica del Sacro Cuore

www.unicatt.it/evt-buttare-la-chiave

¨                   Evento (IT) - 11 febbraio 2022 (inizio ore 10.00). "Keep it trill. Sesto Rapporto sulla giustizia minorile in Italia", curato e presentato da associazione Antigone [in diretta sulle pag Facebook e YouTube di Antigone].                                                                                          www.facebook.com/events/1327682184411439

https://www.youtube.com/c/AssociazioneAntigoneOnlus

¨                  Convegno (Pavia) - 11 febbraio 2022 (14.30-18.30). “L’interruzione di gravidanza nella relazione 2021 al Parlamento”, a cura di Federvita Lombardia con l’Unione Giuristi cattolici e il CAV di Pavia [in presenza presso l’Aula Magna dell’Università di Pavia e online con link su      www.ugcpavia.it]

¨                  Evento (IT) – 11 febbraio 2022 (11.00-13.00). "Presentazione XXVII Rapporto ISMU sulle migrazioni", a cura della Fondazione ISMU.

www.ismu.org/presentazione-xxvii-rapporto-sulle-migrazioni-2021

¨                  Convegno (ROMA) - 11/12 febbraio 2022. “Prendersi cura. La responsabilità delle donne nella Chiesa e nella società”, promosso dalla Presidenza nazionale dell’Azione Cattolica Italiana e dall’Istituto "Vittorio Bachelet" [qui per iscrizioni in presenza - anche in streaming su YouTube]

https://eventi.azionecattolica.it/user/register

https://www.youtube.com/c/azionecattolicaita

¨                   Webinar (IT) - 14 febbraio 2022 (inizio ore 17.00). "Dis is love. Sessualità, affettività e disabilità", organizzato da Uildm.                                                                                                                                  www.uildm.org/dis-love

¨                  Convegno (MILANO) - 16 febbraio 2022 (15.30-18.30). "Diritto alla cura o diritto di morire? Dal suicidio assistito all’eutanasia: una questione aperta", dal ciclo di convegni del Centro di Ateneo di Bioetica e Scienze della Vita dell'Università Cattolica di Milano [evento in presenza]

https://milano.unicatt.it/evt-ciclo-di-convegni

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=4%3d5V0Z9V%26q%3dT%26r%3dS9X%26s%3d-S%26z%3d9xLuJ_vsXq_73_wrWr_77_vsXq_68r0p3sF.yFn4eLy.0x_JVtT_Tk6z7sKw-SA.a6.TES6_fnImLyF_vsXq_6W7aeD2e3fq2_vsXq_6W7agMw2_vsXq_6W7as_JVtT_T0SD6nImLyF_vsXq_6W7ahA_wrWr_7V6brFvAw6.t6k%265%3dqMxMgT.s6x

¨                  Webinar (USA) - 17 febbraio 2022 (12.00-13.00 GMT-5). "Parental Leave in Global Perspective: The Dynamics of Culture and Policy", a cura del Center for Work&Family del Boston College

http://events.bc.edu/event/bccwf_distinguished_speaker_series_professor_alison_koslowski#.YgEoGPjSK3B

¨                  Webinar (IT) - 19 febbraio 2022 (15.30-19.30). "Professione Consulente Familiare: parliamone insieme", evento organizzato da AICCeF.

www.aiccef.it/it/news/professione-consulente-familiare-parliamone-insieme.html#cookieOk

¨                  Convegno (IT) - 22 febbraio 2022 (15.00-18.00). "La riforma del diritto di famiglia", a cura di AIAF Veneto                https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=7%3d4aJc8a%261%3dW%26q%3dXIY%26r%3dYGWCa%260%3dBwQ5M_uxht_68_7uVw_G0_uxht_5CpCdC-A9qB9I.lQ_7uVw_G0zM-rIqQtHw_OfwS_YuOsI45gP_7uVw_G05gGV5d8p_uxht_5COU_uxht_5CaIf838lKp-grKA9jK4-V5-gG-VCYG.JgC%26s%3dGxPA75.KtN%26lP%3dJb9Y

¨                  Webinar (EU) - 22 febbraio 2022 (12.30-14.30 CET). "COVID-19, Vulnerable families & Family support", a cura di EuroFamNet

https://eurofamnet.eu/calendar/eurofamnet-webinar-covid-19-vulnerable-families-family-support

¨                  Convegno (Milano) - 24 febbraio 2022 (16.00-19.00). "L'olio della tenerezza. Accompagnare il bambino malato, stare vicino alla sua famiglia", convegno organizzato dall'Arcidiocesi di Milano in collaborazione con l'Ospedale Buzzi (l'evento in presenza si terrà presso l'Aula Magna dell'ospedale)

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=0%3dAbNfEb%265%3dZ%26x%3dYMd%26y%3d-Y%26D%3dE4R9P_2ylw_C9_Axcx_KC_2ylw_BDFT7.A1FoQtAsK2IkL8.F4_PjzZ_ZyPoPEF0G8MoP58z9BQyPtIoBxIv9B8vSCB8k9t_2ylw_BDyFvCB_Oa1i_YpZSYB_PjzZ_ZygA_PjzZ_Zy3yJtK4G7L-MM7SoE7L-Bb-yBl0A8sM-wBpG7F4GELA.NwC%26n%3dKDP6AK.KoR

¨                  webinar (IT) - 24 febbraio 2022 (inizio ore 21.00). "Gli adolescenti e le loro reazioni, come gestirle?", a cura di FARIS-Family Relationship International School nell'ambito di un ciclo dedicato all'adolescenza

www.fondazioneaibi.it/faris/prodotto/webinar-gli-adolescenti-e-le-loro-reazioni-come-gestirle.

¨                  Webinar (INT) - 24 febbraio 2022 (13.00–17.30 CET). "Fathers and the Family Welfare and Child Protection Services: Theory, Research, and Practice", a cura dell'Ashkelon Academic College in collaborazione con la Free University Berlin [qui il pdf con il programma, all'interno il link zoom].

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=5%3dGYRaKY%269%3dU%264%3dVQW%265%3dWOUPY%26H%3d00OC_Jgxm_Uq_Mnuf_W3_Jgxm_TvI2O9G2L00E.KqIC35GB6yB6LqG.6L_8vpr_HAzA9A_Esiu_O8qOG3sC074OF3q6x_Jgxm_TvAxLx0EKqI1OuG3380J7rDA38.K18%26t%3dHHKB8O.FuO%266K%3dKcST

¨                  Webinar (INT) - 26 febbraio 2022 (9.00-13.00 CET). "Children's Mental Health and the effects of COVID-19", a cura di Malta Foundation for the Wellbeing of Society [qui per info e iscrizioni].

https://www.facebook.com/MFWSmalta/photos/a.1537985496438426/3049550508615243

 

Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

    Archivio   http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

https://a4e9e4.emailsp.com/f/rnl.aspx/?fgg=wsswt/e-ge=s/fh0=ntr49a1:a=.-4&x=pv&65kac&x=pp&qzb9g6.b9g9h/:i4-7d=uyytNCLM

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CHIESA DI TUTTI

Messe: perché la noia?

                A messa ci si annoia così tanto e così bene che, quando si pensa di doverci ritornare, a partire dal momento in cui la situazione emergenziale causata dal coronavirus lo permetterà, ci si pone il problema. E senza considerare l’andare a messa come se fosse un diritto superiore alle considerazioni di salute pubblica e al dovere di aver cura degli altri, a cominciare dal personale sanitario.

                Che fare? Dirsi che non si è gli unici ad annoiarsi? Che non si è fatto tutto quello che bisognava fare per non annoiarsi? Dirsi che si può considerare la messa come certe zone grigie della vita? Dirsi che, dopo tutto, questa noia non riguarda tutti i praticanti, ma che certamente ce ne sono alcuni che non si annoiano? Dirsi che non si è un “buon pubblico”? Andare altrove e poi ancora altrove a cercare una messa meno noiosa? Interrogarsi sulla natura di questa noia? Chiedersi perché, se “noia” viene dal latino inodiare, nuocere, quale rapporto c’è tra “la noia” e “nuocere”?                 Est mihi in odio, che si traduce “cela m’ennuie” (= questa cosa non mi piace, mi preoccupa, mi dà fastidio), non è poi molto lontano come significato da “je me nuis” (nuoccio a me stesso).

                Ricordarsi di aver letto, da qualche parte, qualcosa sulle “virtù” della noia? E allora, pur annoiandosi, sostituire i sospiri con dei punti interrogativi, cercando, in altre parole, di imparare da questa noia? Non per accettare di annoiarsi. Non per diventare più “filosofi”. No! Sarebbe considerare la messa una cosa di poca o di nessuna importanza. Ma osare riconoscere che ci si annoia perché nella messa non si vede l’eucaristia. Per tentare finalmente di “vivere” nella messa l’eucaristia.

                Rassegnarsi? O essere protagonisti? Cerchiamo di farci portavoce di coloro che vanno ancora a messa e ci si annoiano, ma non si rassegnano ad annoiarsi. Prima di tutto hanno la sensazione che i conti non tornano. Felici di scoprire che partecipano al sacerdozio di Cristo e che condividono un sacerdozio comune, si rendono conto, domenica dopo domenica, e da troppo tempo ormai per non esserne disperati, che la messa così come è detta non permette loro di esercitare davvero il loro sacerdozio. Si considerano e si sentono chiamati ad essere protagonisti, ma si vedono confinati in ruoli di spettatori, di eterne comparse. Non sottovalutano il ruolo di presidenza svolto dal prete, anche se ritengono che potrebbe essere svolto anche da donne o da uomini sposati, ma si chiedono: come potrebbe essere esercitata una “presidenza” che permettesse ad ogni battezzato, uomo o donna, e all’intera assemblea dei battezzati, di esercitare davvero il suo sacerdozio? I preti, solo loro, sono percepiti come celebranti. In realtà, in virtù del battesimo, sono i fedeli ad essere i celebranti, ma questo non si dice, non si vede, non appare. Degli uomini celibi ordinati “celebrano”, ma non i battezzati e ancor meno le donne.

                Il rito come appare nelle celebrazioni non rende giustizia all’identità che il battesimo dà a tutti L’immagine che rinvia chi presiede è quella dell’uomo detentore di un potere, di un carattere, di una competenza che gli altri, quelli che assistono, non hanno; la figura dell’uomo “sacro” per aver rinunciato ai “piaceri della carne”, e che è stato formato, ordinato, dedicato al culto, fatto da e per il culto, officiante in presenza dei fedeli ma senza i fedeli… può insomma “operare”, “fare” in assenza dei fedeli. La messa dipenderebbe unicamente da un uomo consacrato che vive da celibe?

                I fedeli, da parte loro, hanno l’impressione che l’offerta che viene loro fatta, che il ruolo che viene loro attribuito sia seguire la messa come la “loro” messa di ciascuno, che non resti loro altro che tentare di costruirsi in qualche modo, nella messa, la messa che farà loro del bene e permetterà loro di adempiere in maniera devozionale i loro doveri religiosi. Mentre ciò che mettiamo in comune, ciò che abbiamo in comune, www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202201/220111dunoiscanette.pdf

                Ritrovare il senso dell’eucaristia. E poi, poiché i battezzati scoprono che devono passare dalla messa all’eucaristia, non arrivano neppure a comprendere bene come la messa, così come è detta, permetta davvero a ciascuna e a ciascuno di fare e rifare l’esperienza concreta di ciò che è avvenuto la vigilia della morte di Gesù Cristo, nel corso di una cena. Non arrivano ad entrare nel processo che lui ha inaugurato per noi, la sera della sua passione, il gesto insieme così semplice e così innovatore di Gesù, della frazione del pane. Il senso di ciò che si fa non appare, o appare poco, non è messo abbastanza in evidenza nelle messe. Non è manifestato in maniera chiara, forte, sorprendente, comprensibile, effettivo, carnale.

                Che cosa significa fare e rifare in memoria di lui quell’azione di Gesù che consiste nello spogliarsi della propria vita, spezzando il pane che egli identifica con il suo corpo, facendo passare la coppa, che egli identifica con il suo sangue? Che cosa significa partecipare a questa azione? Gesù affida a tutti l’azione eucaristica, ma la messa sembra uno spettacolo e non sempre uno spettacolo particolarmente bello. È un’azione che si guarda fare, e che sembra non abbia granché a che fare con la vita degli uomini e delle donne, di coloro che praticano ancora, di coloro per i quali si è lì. Gesù chiede di celebrare l’eucaristia in memoria di lui come azione sua, azione che lui presiede, in cui comunica e in cui i battezzati possono comunicare con la sua persona offerta perché tutti abbiano la vita. Come fare insieme memoria della storia della salvezza compiuta in Gesù Cristo, memoria del passato in azione di grazie, e al contempo memoria di futuro che trasforma e mobilita?

                Fare proprio il comandamento di memoria di Gesù. Che cosa, nella messa come è celebrata oggi, permette ad ogni battezzato di fare davvero proprio il comandamento di memoria di Gesù, di lodare Dio che agisce per la salvezza dei morti e dei viventi? Che cosa permette, nel modo in cui le cose sono condotte, di ricordare ciò che lui intraprende perché l’uomo e il mondo abbiano la vita? Che cosa incoraggia a vedere il mondo come Dio lo vede e ad agire come lui per il mondo?

                Coloro che vanno a messa e che cercano di “vivere” la messa, si chiedono che cosa sarebbe una cena del Signore che fosse tavola della Parola e tavola del pane condiviso; che cosa sarebbe una messa che li istruisse con la parola di tutti e non solo con la parola sempre degli stessi e non proponesse sempre una legislazione dei comportamenti. Desidererebbero rendere grazie, lodare, cantare Dio per la sua opera di salvezza che culmina in Gesù, suo Figlio morto e risorto. Desidererebbero poter lodare, cantare lo Spirito che spinge ciascuno a vivere l’eucaristia accanto a coloro che non hanno più né terra né cielo.

                Desidererebbero, per riprendere l’espressione di padre Henri-Marie de Lubac [1896-1991.gesuita, teologo e cardinale]: «un’eucaristia che faccia la Chiesa… una Chiesa meno preoccupata di se stessa, una Chiesa in uscita». La loro noia non è in primo luogo la noia di sentire un predicatore che parla troppo a lungo perché ha dimenticato la cosa essenziale da dire, non è la noia di aderire ad una preghiera universale tanto misera… La loro noia è dover assistere a delle messe che non arrivano a diventare eucaristie, che non possono essere vissute come eucaristie. La loro noia del resto comincia quando non viene fatto nulla prima della messa per accogliersi gli uni gli altri, quando non viene fatto nulla per accogliere Cristo in ognuna e in ognuno, quando nulla è davvero messo in atto per poter “fare assemblea”.

                Non è la messa con più o meno canti, chitarra, incenso, movimenti da cercare. Non è la messa “rinnovata” fatta per cercare di attirare qualche giovane. Non è la messa di questi o di quelli. La messa non è in primo luogo una faccenda di tecniche liturgiche o di riti particolari.

                Diventare il Corpo di Cristo offerto al mondo. La pandemia ha insegnato ai battezzati a vedere meglio ciò che desiderano, ciò che vogliono “fare” insieme per vivere come sorelle e fratelli di Cristo, figlie e figli di Dio, diventare il Corpo di Cristo offerto al mondo. La noia non può più essere subita. Dopo la crisi, bisognerà combattere la noia, sforzarsi di dispiegare tutto ciò che può insegnare ai fedeli a non fare più come prima: accoglienza, spazio liturgico aperto a tutti, gesti e movimenti che non escludono nessuno, segni e simboli rivisitati e più vicini alla vita, lezionario che non dimentichi le donne della Bibbia, preghiere davvero universali perché includenti “il genere”, testi reinvestiti e riformulati, “tradotti” in modo che possano essere pregati onestamente, chiaramente… risposte non standardizzate, lettura e ricezione della Parola preparate, condivise, offerta di ciò che ognuno vive, soffre, gioisce e di ciò che la società cerca, spera, crea nel suo cammino.

                Bisogna imparare a non fare ciò che propongono le messe su YouTube o Facebook, dette in assenza del popolo di Dio, Corpo di Cristo… messe da “consumare”, consolatrici ed edificanti, clericali, “spiritualizzate” e, quando arriva la lunga e solenne elevazione dell’ostia e del calice, adoratrici di qualche cosa che non sembra più Realtà viva, che non sembra più Qualcuno. Passare dalla messa all’eucaristia, fare in modo che tutti, donne e uomini, insieme, siano celebranti; dare ai modi di celebrare i colori, gli odori, i suoni di una anticipazione che fa vivere il cielo in terra; fare della cena eucaristia la matrice di un mondo nuovo, di una creazione che prosegue: la pandemia, paradossalmente, affina il desiderio della “cena del Signore”, sorgente e vertice della vita cristiana, sacramento dei sacramenti, luogo sperimentale di un nuovo modo di vivere nella Chiesa e nel mondo.

                La noia, un buon sintomo. I periodi di lockdown, che impediscono che ci siano messe, non potrebbero forse essere un tempo di invenzione (domestica?) in cui si ritrovano le pratiche delle prime comunità che si riunivano nelle case per leggere le Scritture e condividere il pane? Un tempo per sperimentare l’eucaristia come si vorrebbe poterla vivere nelle assemblee parrocchiali più estese? No, la noia non è consustanziale alla cena eucaristica. La pandemia che ha reso più blando il legame dell’abitudine, pone a ciascuno la domanda del proprio ritorno nelle chiese per una messa in cui ci si annoia. Ma forse scopriamo durante questa pandemia e i suoi lockdown che questa noia non è in primo luogo mancanza di attenzione, distrazione, dissipazione, e che non ha nulla a che fare con questioni superficiali o esteriori. Questa noia nasce dal desiderio della cena del Signore.

Patrice Dunois-Canette                https://saintmerry-hors-les-murs.com/2022/01/10/messes-sortir-de-lennui

                10 gennaio 2022              traduzione:                                        www.finesettimana.org

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202201/220111dunoiscanette.pdf

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CHIESA IN ITALIA

Il vescovo rosso amico di Berlinguer «Letta, fai qualcosa di sinistra»

 

 

                Ad un giro di boa dai cent'anni il rosso continua a piacergli. Gli strappa un sorriso, pur se sa che chi gli cuce addosso l'etichetta di 'comunista' spesso lo fa per screditare l'uomo di Chiesa, non per elogiarlo. «In fondo pure Gesù a suo tempo veniva segnalato con... colori non ufficiali», ci scherza sopra Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, classe 1923, l'ultimo padre conciliare italiano [europeo] ancora in vita. D'altronde, da quando nel 1963 prese parte al Vaticano II, dando la scossa all'assise citando in aula Le cinque piaghe di Rosmini, allora ancora all'indice, non ha mai smesso d'identificarsi con la sinistra di Dio, per dirla con uno dei suoi libri più apprezzati. Clamoroso fu negli anni '70 il carteggio pubblico con Berlinguer sul dialogo [cartaceo] fra marxismo e cristianesimo; coraggiosa la decisione - condivisa coi vescovi Riva e Ablondi - di offrirsi alle Brigate Rosse in cambio della liberazione di Moro; solitario (in seno alla Cei) il suo appoggio ai Dico del governo Prodi nel 2007. [era la proposta dei Ministri Rosi Bindi e Barbara Maria Pollastrini. Nel Forum delle associazioni Familiari fui l’unico formalmente a proporlo (anche se poi in privato ebbi alcune adesioni.) Non sapevo di Bettazzi, NdT] Al segretario del Pd, Enrico Letta, l'ex ausiliare di Bologna ancora non ha scritto, ma l'impressione è che gli tirerebbe le orecchie. [ma aveva scritto anche a Benigno Zaccagnini, che non rispose]

                Da sinistra, s'intende, nella società come nella Chiesa per la quale Bettazzi ha da poco dato alle stampe un'ultima fatica, Sognare eresie [espiega in greco eresia significa scelta, preferenza ], e dentro la quale riconosce «fiaccata» la spinta propulsiva di papa Francesco.

                Colpa della pandemia? «Più che dal Covid la spinta propulsiva del Pontefice viene fiaccata da un mondo e da una Chiesa, tradizionalisti, legati al passato e ai propri interessi».

                Ma se le aspettava queste resistenze persino sull’obbligo morale di vaccinarsi?

                «È normale che chi pensa ai propri interessi ostacoli chi glieli insidia. Capitò così anche a Gesù».

                A proposito di Bergoglio, tra impulso alla collegialità e rilancio del sacerdozio universale di tutti i fedeli, con conseguente impulso all'impegno dei laici, l'attuazione del Vaticano II sta avvenendo ora con lui?

                «È vero che le due linee di azione di papa Bergoglio, la priorità data ai poveri e la sinodalità, richiamano temi del Concilio. Da un lato, quello della Chiesa dei poveri, allora oscurato per timore che sembrasse una svolta di sinistra, dall'altro, quello della collegialità che corrispondeva ad una Chiesa dove il popolo di Dio era prioritario sul clero».

                Lei continua a ‘Sognare eresie’: quale è stata quella più grande?

                «Direi l'inter-comunione, cioè la partecipazione attiva alla messa di un'altra comunità cristiana, diversa da quella cattolica. Questa pratica è ammessa nel caso specifico delle coppie miste».

                Darebbe una grande spinta al cammino ecumenico.

                «Sarebbe non il termine, ma l'inizio di un affratellamento fra le Chiese cristiane».

                Che cosa le resta del carteggio con Berlinguer? [la moglie era cattolica praticante]

                «Il ricordo che lui voleva continuare il dialogo».

                Poi che cosa successe?

                «Quando l'allora patriarca di Venezia, Albino Luciani, scrisse che Berlinguer poteva parlare a nome del suo partito, mentre Bettazzi non aveva alcun mandato di farlo a nome della Chiesa, feci sapere al segretario del Pci che continuare il dialogo sarebbe risultato ambiguo. Più tardi ho saputo che a Luciani quel richiamo era stato comandato dall'alto».

                Oggi che cosa scriverebbe al leader attuale del centrosinistra, Enrico Letta?

                «Gli scriverei di fare qualcosa veramente di sinistra: s'impegni per i più poveri e i più in difficoltà».

                Restano solo sogni di tanti la presenza di un clero sposato anche nella Chiesa di rito latino e

l'apertura alle donne del diaconato?

                «Più che sogni sono cammini che devono maturare all'interno della Chiesa, perché decisioni intempestive non creino divisioni eccessive».

                Alle soglie dei cent'anni, lei continua a sognare?

                «Se questo significa pensare e lavorare per un avvenire migliore, credo sia doveroso per ogni cristiano genuino».

                Come le piacerebbe essere ricordato, don Luigi?

                «Mi ricordino, se credono, come un cristiano che ha cercato di capire e di vivere quanto il Signore gli chiedeva. Sia per la sua vita personale, sia per quella della società ecclesiale e umana».

                intervista a Luigi Bettazzi a cura di Giovanni Panettiere  “Qn” 4 gennaio 2022

www.quotidiano.net/cronaca/il-vescovo-rosso-amico-di-berlinguer-letta-fai-qualcosa-di-sinistra-1.7246137

Video conferenze

¨                  Bettazzi apre al diaconato per le donne. Chiesa di San Bernardino, Verona, 16 marzo 2015

https://youtu.be/6wPftQSszCE

¨                  In preparazione al 61° Congresso Nazionale di Urbino, la FUCI ha intervistato Mons. Luigi Bettazzi, vice-assistente nazionale degli universitari cattolici della FUCI, padre conciliare e testimone diretto di quel periodo. Ecco i due link alla del filmato:

www.youtube.com/watch?v=V5ZxzUH1QTo&t=0s

www.youtube.com/watch?v=NEwdVVrYXbE

¨                  Mons. Antonio (detto) Tonino Bello. Il 25 novembre 2021 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto sulle virtù eroiche; è diventato così venerabile

www.youtube.com/watch?v=q9gV4Zc-Y6A

¨                  Mons. Tonino Bello        Non di Solo Pane 16 novembre 2012 - puntata 576

https://youtu.be/bGSzHyRRh6c

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CHIESA UNIVERSALE

USA - Traditionis custodes: distanti dal pontificato e dal Vaticano II

                Per comprendere la portata dei recenti provvedimenti di papa Francesco sulla riforma liturgica, è opportuno guardare a quanto sta accadendo negli Stati Uniti. Se il tradizionalismo anti-conciliare del primo periodo subito dopo la conclusione del Vaticano II aveva il suo centro nel cattolicesimo francofono europeo con alcune propaggini in altri paesi e in America meridionale, nel secolo XXI alla revanche si sono aggiunti gli Stati Uniti e le sue periferie nell’anglosfera in Occidente (specialmente il Regno Unito).

                Pochi giorni dopo la pubblicazione delle risposte della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti (18.12.2021)   press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2021/12/18/0860/01814.html

 ai dubia riguardanti il motu proprio Traditionis custodes del 16 luglio 2021 sulla «forma straordinaria» (secondo la formulazione di Benedetto XVI) della celebrazione della messa nel Rito romano,   www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/20210716-motu-proprio-traditionis-custodes.html

il 27 dicembre 2021 il cardinale Blase Cupich di Chicago pubblicava una direttiva di ampia portata e rilievo. Chicago è quindi la prima diocesi a presentare un piano organico per il passaggio dalla promozione alla tolleranza, con chiari limiti, del tradizionalismo liturgico nella Chiesa negli USA, con una serie di provvedimenti che il cardinale ha annunciato dopo un processo di consultazione con la sua Chiesa locale.

www-ncronline-org.translate.goog/news/people/new-policy-requires-all-chicago-clergy-get-permission-celebrate-latin-mass?_x_tr_sl=en&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=sc

                Cupich propone un approfondimento di Traditionis custodes e delle risposte ai dubia con una lettera indirizzata ai preti (quattro pagine) a preambolo delle direttive (cinque pagine), che entrano in vigore il 25 gennaio 2022 e che verranno riviste tra due anni. Nelle risposte ai dubia, la Congregazione vaticana proibisce le ordinazioni sacerdotali e le cresime nel rito preconciliare e limita la frequenza con cui i sacerdoti sono autorizzati a celebrare la messa nel rito preconciliare. Nell’arcidiocesi di Chicago i chierici che desiderano celebrare secondo il rito preconciliare non solo devono fare richiesta ufficiale per iscritto, ma devono includere anche «una dichiarazione d’accordo» con le norme stabilite dall’arcidiocesi. Il cardinale ricorda ai sacerdoti che alcuni elementi del Messale preconciliare sono ancora un’opzione possibile nel Messale della riforma liturgica, come il canto gregoriano, la lingua latina, l’incenso.

                Tradizionalisti: una minoranza con grande eco mediatica. I sacerdoti che desiderano l’autorizzazione a celebrare col Messale preconciliare devono anche «accompagnare» ed esortare i fedeli che vogliono continuare a partecipare alla messa celebrata in quel rito alla «possibilità di utilizzare i riti liturgici riformati» che possono essere celebrati in latino. Inoltre, i cattolici di rito latino a Chicago si uniranno a celebrare la liturgia «esclusivamente» secondo il novus ordo in giorni specifici durante l’anno liturgico: la prima domenica d’ogni mese, Natale, Triduo pasquale, Pasqua e Pentecoste. Le direttive indicano che queste liturgie, che possono essere celebrate in latino, devono essere celebrate con il prete rivolto verso il popolo. Il card. Cupich ha enfatizzato nelle sue istruzioni che la forma ordinaria della messa è normalmente celebrata verso il popolo e che per celebrare rivolti ad orientem è necessario il suo permesso. Sarà consentito usare chiese parrocchiali per celebrare nel rito preconciliare solo se è impossibile usare un’altra chiesa, oratorio o cappella, ma ciò necessita di un permesso della Congregazione vaticana in risposta a una richiesta da parte dell’arcivescovo. Se il permesso è concesso, le letture delle Scritture dovranno essere proclamate in lingua vernacolare, utilizzando la traduzione ufficiale approvata dalla Conferenza episcopale. Le omelie dovranno riflettere le norme e le indicazioni per la predicazione del Vaticano II e dei documenti postconciliari. Le direttive di Chicago hanno ricevuto un’approvazione informale da parte vaticana sotto forma di un articolo su Vatican news.                       www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2021-12/cupich-direttiva-traditionis-custodes-arcidiocesi-chicago.html

                Ma Cupich non è il solo ad avere iniziato un processo di recezione delle direttive vaticane. La diocesi di Charleston ha limitato la messa latina a 4 chiese nello stato del South Carolina. L’arcidiocesi di Cincinnati (Ohio) ha anche limitato la celebrazione della liturgia preconciliare a 4 chiese. Nell’arcidiocesi di Denver (Colorado, sede occupata dall’arcivescovo ultra-conservatore Samuel Aquila), le parrocchie che hanno ospitato la messa nel rito preconciliare possono continuare a farlo, ma nei seminari St. John Vianney e Redemptoris Mater (entrambi in Colorado) non si formano più i preti per celebrare la messa nel vecchio rito. In altre diocesi degli USA i vescovi mandano messaggi più o meno espliciti d’incoraggiamento ai tradizionalisti e di resistenza contro Traditionis custodes.

                I tradizionalisti cattolici che celebrano soltanto o prevalentemente nel rito preconciliare negli USA sono una piccola minoranza, difficile da quantificare, ma probabilmente non molto superiore alla percentuale di cattolici sulle medesime posizioni in Europa. La loro voce però viene sistematicamente amplificata da alcuni dei loro esponenti che hanno posizioni di rilievo nella stampa generalista (come il New York Times) o in giornali e riviste politiche di opinione (come The American Conservative e National Review), oltre ovviamente a un sottobosco di blog, siti Internet e circoli più o meno informali. Alcuni di questi giornalisti hanno partecipato a un’operazione editoriale (pubblicata da una piccola casa editrice, minuscola rispetto anche a quelle cattoliche) intitolata significativamente Dalla pace di Benedetto alla guerra di Francesco.

www-angelicopress-org.translate.goog/from-benedicts-peace-to-franciss-war-peter-kwasniewski?_x_tr_sl=en&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=sc

                Un diritto a cui non si crede, basi teologiche fragilissime. Ciò detto, il tradizionalismo liturgico negli USA ha un volto e radici in parte diverse rispetto a quello europeo. Da un lato, l’enfasi della cultura americana per la diversity and inclusion [insieme di pratiche e politiche volte a valorizzare la diversità all'interno dell'ambiente di lavoro (genere, orientamento sessuale, origini etniche, cultura, abilità fisiche, etc.).] è stata abilmente sfruttata dalla minoranza recalcitrante ad accettare le riforme conciliari: il rigetto del pluralismo e dell’inculturazione del Vaticano II si è introdotto nel sistema mediatico e culturale grazie all’appello a una diversità nella quale il tradizionalismo non crede. Il sistema di produzione teologica cattolica negli USA ha abbassato le difese, nel senso che non esiste più una cultura religiosa capace di elaborare (a un livello che non sia individuale ma istituzionale) una risposta a questo tipo di cattolicesimo neo-antimodernista. Basta guardare, come esempio, alla traiettoria del contributo intellettuale fornito dalla Compagnia di Gesù alla teologia in Nordamerica: dalla generazione di John Courtney Murray [1904-1967, gesuita teologo] a quella attuale, in cui scarseggiano i teologi.

                In secondo luogo, la recezione o la non-recezione di Traditionis custodes avviene contestualmente a un doloroso processo di ristrutturazione nelle diocesi: nello stesso momento in cui si annunciano drastici provvedimenti di chiusura e accorpamento di chiese parrocchiali (per mancanza di clero, ma anche di fedeli e di entrate finanziarie, che in America sono tutte basate sulla generosità dei membri delle diverse Chiese), è difficile giustificare le restrizioni liturgiche (ma con effetti sulla affiliazione sociologica a un luogo e momenti di preghiera) a comunità cattoliche tradizionaliste piccole ma militanti. Questi gruppi sono poi percepiti da molti vescovi come «ortodossi», il vero futuro della Chiesa come «piccolo gregge», formato in molti casi da neo-convertiti al cattolicesimo che vedono nella messa preconciliare un approdo identitario al riparo dalle perturbazioni del postconcilio negli USA.

                In terzo luogo, Traditionis custodes e tutto il pontificato di Francesco hanno coinciso con una gravissima crisi di recezione del Concilio – tutto intero, non solo della riforma liturgica –. C’è un anti-concilio classico di marca tradizionalista, che in America ha radici fin dagli anni Sessanta in un reticolo di riviste e associazioni di impronta germanofona, oltre alle comunità lefebvriane d’ispirazione francofona.

                C’è poi un cattolicesimo a-conciliare, come quello della Fraternità sacerdotale di San Pietro,

https://it.wikipedia.org/wiki/Fraternit%C3%A0_sacerdotale_San_Pietro

a destra e a sinistra di quello di un certo progressismo teologico per cui il Vaticano II ha poco o nulla da dire nei dibattiti su gender e razza.

                C’è infine un’interpretazione istituzionale che vede il Concilio come una copertura o come un’estensione a ritroso del magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI: questo è il marchio caratteristico della cultura teologica di gran parte dell’episcopato negli USA.4

                Con Traditionis custodes Francesco si è alienato definitivamente quei settori del tradizionalismo cattolico che in qualche caso avevano provato ad accettare il pontificato sulla base dei presupposti di un papalismo ultramontanista.                                    http://blog.messainlatino.it/2021/08/il-vincolo-del-papa-alla-tradizione.html

Con tutti gli altri tradizionalisti, il dialogo con Roma e col Vaticano II invece non era mai cominciato.

Massimo Faggioli            Il Regno Attualità, n 2, 15 gennaio 2022, pag. 8

4 note    https://ilregno.it/attualita/2022/2/u

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CITTÀ DEL VATICANO

                In Vaticano prossimo Simposio sul sacerdozio. Le aspettative del Movimento dei preti sposati

                Sarà papa Francesco ad aprire i lavori del Simposio internazionale “Per una teologia fondamentale del sacerdozio”, promosso dal card. Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i Vescovi, e dal Centro di Ricerca e di Antropologia delle Vocazioni. L’evento si svolgerà dal 17 al 19 febbraio, presso l’Aula Paolo VI, in Vaticano. Il comunicato della Sala Stampa della Santa Sede che lo annuncia (5/2/2022) riferisce che durante i tre giorni di lavoro «si alterneranno autorevoli oratori per riflettere e dialogare sulle tematiche “Tradizione e nuovi orizzonti”, “Trinità, missione, sacramentalità” e “Celibato, carisma, spiritualità”». Sarà per «vescovi, clero, laici e religiosi (…) un momento di riflessione e studio sui rapporti tra ministeri ordinati, membri laici e religiosi al fine di armonizzare il loro contributo, articolato e concorde, secondo la chiamata alla santità rivolta a ciascuno».

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2021/04/12/0220/00479.html

                L’iniziativa si inquadra, inoltre nel percorso di sinodalità avviato da papa Francesco per «accrescere nel popolo di Dio la partecipazione, la comunione e la missione». Nel sottolineare questo prossimo appuntamento, che comporterà un approfondimento della questione del celibato ecclesiastico obbligatorio per i preti, il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati In Italia, fondato nel 2003 dal teologo e giornalista don Giuseppe Serrone che si batte da vent’anni per la riammissione nella Chiesa dei preti sposati con regolare percorso canonico di dispensa e matrimonio religioso, auspica che «papa Francesco tenga in considerazione le istanze che potrebbero arrivare in questi giorni in Vaticano da varie parti del mondo».

                Sarebbe un contributo importante quello che possono dare i sacerdoti sposati.  Serrone aveva detto «Nella chiesa cattolica ci sono migliaia di sacerdoti, come me,  sposati – aveva argomentato Serrone in un’intervista all’Adnkronos di due anni fa (13/1/2020).

www.adnkronos.com/don-serrone-preti-sposati-come-me-sono-risorsa-in-tempi-di-crisi_5rWgSvfEnjk0b3uWzQucJL

                Molti hanno il desiderio di poter ritornare al ministero. Non è una questione di ostacoli teologici, solo di una normativa di diritto canonico che oggi non lo permette. Questi preti sposati sono un grande potenziale: rientrando in servizio, potrebbero sopperire alla situazione di crisi vocazionale, di deficit nelle parrocchie».

                Non è in gioco la «questione del celibato che ha un gran valore» ma di considerare nel contempo la risorsa che rappresenta l’esercito di preti sposati, «salvaguardando tutta la dottrina teologica della Tradizione Cattolica. Non bisogna far confusione tra le due cose». D’altronde, «da una decina d’anni a questa parte – ricordava – sono stati accolti nella Chiesa cattolica gli anglicani con moglie e figli: convertiti al cattolicesimo, sono stati ordinati sacerdoti». Di certo, concludeva «noi siamo disponibili a collaborare con la Chiesa cattolica».

Eletta Cucuzza  Adista   1             07 febbraio 2022

https://www.adista.it/articolo/6750

 

Benedetto XVI ha fornito 82 pagine di informazioni per il prossimo rapporto sugli abusi del clero

                Il Papa emerito Benedetto XVI ha fornito ampie risposte - in un totale di 82 pagine - alle domande degli avvocati sui casi di abusi sessuali nell'arcidiocesi di Monaco, ha riportato venerdì il quotidiano a grande diffusione Bild. Le domande degli avvocati facevano parte della loro indagine per un rapporto di esperti molto atteso che sarà svelato giovedì prossimo. “Apprezza la rivalutazione a Monaco così come la pubblicazione del rapporto”, ha affermato il quotidiano il segretario privato di Benedetto, l'arcivescovo Georg Gaenswein. L'arcivescovo Gaenswein ha aggiunto che l'ex papa ha preso "molto a cuore il destino delle vittime degli abusi".

                Secondo il quotidiano, la relazione degli esperti, molto attesa anche a livello internazionale, sarà esauriente. La ricerca condotta dallo studio legale di Monaco Westpfahl Spilker Wastl (WSW) per volere dell'arcidiocesi occuperà solo 350 pagine su uno dei casi più importanti, quello di un prete recidivo identificato solo come "Peter H". Nel 1980 il sacerdote si trasferì da Essen all'arcidiocesi di Monaco, allora guidata dall'arcivescovo Joseph Ratzinger, poi papa Benedetto. L'arcidiocesi di Monaco ha detto che si concederà una settimana prima di commentare la relazione degli esperti. “A seguito di un primo studio” la risposta sarebbe arrivata in una conferenza stampa il 27 gennaio, ha affermato l'Ordinariato dell'arcidiocesi.

                Un elemento esplosivo nel rapporto è che, nel periodo in esame, dal 1945 al 2019, diversi uomini di chiesa di spicco che guidavano l'arcidiocesi sono ancora vivi. Questo vale sia per il papa emerito Benedetto XVI che per i cardinali Friedrich Wetter e Reinhard Marx, l'attuale capo dell'arcidiocesi di Monaco-Frising.

                I risultati dell'indagine avrebbero dovuto essere originariamente pubblicati nel 2021. Ma a novembre gli avvocati l'hanno posticipata, dicendo che erano emersi nuovi fatti. L'ufficio legale del WSW ha inoltre sempre sottolineato che avrebbe presentato i risultati di propria autorità. Anche i rappresentanti dell'arcidiocesi di Monaco e Frisinga apprenderanno i risultati solo per la prima volta durante la presentazione. Parallelamente alla pubblicazione della relazione degli esperti, inizierà i lavori di un nuovo ufficio di contatto per le vittime di abusi nell'arcidiocesi. L'ufficio sarà composto da un massimo di sei psicologi e psicoterapeuti esperti dei servizi di consulenza dell'arcidiocesi, in conformità con una raccomandazione formulata dal comitato consultivo delle vittime, affermano i rapporti.

                Il rapporto degli avvocati di Monaco dovrebbe citare carenze sistemiche e errori commessi da persone autorevoli. L'ufficio del WSW è stato precedentemente attivo come investigatore in altre due diocesi in Germania. Il suo rapporto di Aquisgrana è stato pubblicato, ma quello di Colonia no. A Colonia, il cardinale Rainer Maria Woelki ha citato quelle che sono state definite carenze metodologiche e potenziali problemi di diffamazione per trattenere il rapporto. Ha poi affidato le indagini ad un altro studio legale. La WSW aveva precedentemente fornito un rapporto sugli abusi sessuali per l'arcidiocesi di Monaco nel 2010, ma non è mai stato pubblicato per intero, con la diocesi che ha citato come motivo problemi di privacy dei dati.

A cura di KNA Internazionale 14 gennaio 2022

www.americamagazine.org/politics-society/2022/01/14/pope-benedict-sexual-abuse-munich-report-242200

https://www-bishop--accountability-org.translate.goog/2022/01/pope-emeritus-benedict-xvi-provided-82-pages-of-information-for-upcoming-clerical-abuse-report/?_x_tr_sl=en&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=sc

 

Monaco di Baviera: in arrivo il rapporto sugli abusi. Ratzinger nella bufera

                Joseph Ratzinger, quando era vescovo di Monaco, non sapeva nulla del caso del prete pedofilo Peter H., attivo nella sua diocesi, quindi non è responsabile: lo afferma il suo segretario personale, mons. Georg Gänswein. Ma secondo gli esiti di un’inchiesta del settimanale tedesco Die Zeit la verità è un’altra: Ratzinger sapeva eccome, ma non ha fatto nulla. E poco o nulla hanno fatto i suoi successori a Monaco, compreso il card. Reinhard Marx: la parola definitiva verrà dalla ormai prossima pubblicazione dei risultati di un’indagine indipendente dello studio legale di Monaco Westpfahl Spilker Wastl, svolta con lo scopo di chiarire se gli arcivescovi di Monaco e Freising e i loro dipendenti tra il 1945 e il 2019 abbiano insabbiato casi di abusi sessuali, permettendo che gli autori continuassero indisturbati o trattato le vittime in modo non adeguato.                L’indagine, voluta dall’attuale arcivescovo di Monaco card. Reinhard Marx, riguarda ovviamente anche quest’ultimo, così come il suo predecessore, il card. Friedrich Wetter, e il predecessore di questi, Joseph Ratzinger, a capo della diocesi dal 1977 al 1982. D’altronde, Marx nel giugno scorso aveva dato le dimissioni da vescovo – poi rifiutate da papa Francesco , perché sapeva di non essere stato impeccabile nella gestione dei casi di abuso: intendeva «assumersi la corresponsabilità relativa alla catastrofe dell’abuso sessuale perpetrato dai rappresentanti della Chiesa negli ultimi decenni». Le indagini e le perizie degli ultimi dieci anni, dichiarava, «mi dimostrano costantemente che ci sono stati sia dei fallimenti a livello personale sia errori amministrativi, ma anche un fallimento istituzionale e “sistematico”». Tutto sembrerebbe dargli ragione, e non è affatto escluso, come egli stesso ha anticipato accettando di continuare il suo mandato, che in futuro, non potendo più «svolgere questo servizio», possa decidere «per il bene della Chiesa e di presentare nuovamente le mie dimissioni». A giudicare dalle anticipazioni nell’inchiesta di Die Zeit, si sta preparando il prossimo terremoto nella Chiesa tedesca.

                Il caso Peter H. e le responsabilità della gerarchia. In questo contesto, il caso del prete Peter H. è di particolare rilevanza: costui, tra il 1973 e il 1996, come giovane cappellano e poi parroco nella zona della Ruhr, ha abusato di almeno 23 ragazzi dagli 8 ai 16 anni; godeva di particolare credito e fiducia, e la gerarchia non ha fatto nulla per fermarlo. Die Zeit racconta come la Chiesa abbia condotto un suo procedimento penale amministrativo nei suoi confronti del prete, conclusosi con un "decreto extragiudiziale" di 43 pagine del tribunale ecclesiastico dell'arcidiocesi di Monaco e Frisinga, emesso il 9 maggio 2016 e firmato dal capo del tribunale ecclesiastico di Monaco, Lorenz Wolf. Peter H. fu condannato a pagare una somma alla fondazione per bambini Tabaluga. Gli fu risparmiata la pena massima, il “licenziamento” dal clero. Il documento del tribunale afferma che vescovi e vicari generali a Monaco ed Essen – diocesi originaria del prete – non sono stati all'altezza della loro «responsabilità verso i bambini e i giovani affidati alla loro cura pastorale». Il nome di Ratzinger viene fuori più volte, poiché durante il suo mandato come arcivescovo, Peter H. si trasferì da Essen nell'arcidiocesi di Monaco, dove abusò di nuovo di ragazzi. Dal decreto si evince che pur essendo l'allora arcivescovo e cardinale Joseph Ratzinger e il suo Consiglio episcopale a conoscenza della situazione relativa all'ammissione a Monaco di Peter H., non fu avviata da Ratzinger né dal suo successore un'indagine preliminare, e nemmeno un procedimento penale ecclesiastico. Ma Gänswein, alla domanda di Die Zeit se Ratzinger fosse a conoscenza del caso, risponde: «L'affermazione che fosse a conoscenza dei precedenti (accuse di violenza sessuale) al momento in cui è stata presa la decisione di ammettere il sacerdote H. è falsa. Non era a conoscenza del suo background». Il che, se fosse vero, sarebbe comunque grave. Ma alla domanda se Ratzinger non abbia fatto nulla dopo l’ingresso in diocesi di Peter H., nel 1980, Gänswein non risponde. Eppure, quando nel 1982 divenne prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Ratzinger, che doveva ormai essere a conoscenza del caso, non fece nulla e non chiese nulla al suo successore. Insomma: se Ratzinger non aveva denunciato il caso a Roma da Monaco, avrebbe dovuto almeno richiederlo da Roma a Monaco.

                Peter H. fu inviato da Essen a Monaco nel 1980 con una diagnosi di “Disturbo narcisistico di base con pedofilia ed esibizionismo". Venne assegnato a una scuola femminile, su consiglio dei superiori, dal Consiglio episcopale. Nel 1982 venne spostato a Grafing e salutato con grandi elogi per aver «triplicato il numero dei chierichetti in due anni». Anche nella nuova destinazione compì abusi, ma venne sostenuto dal successore di Ratzinger, Wetter, e dal suo vicario generale Gruber, che con un’espressione contorta affermo che «senza pubblicità particolare, il suo riutilizzo altrove non è assolutamente impossibile». Ciononostante, nel 1986 H. fu dichiarato colpevole di aver abusato di undici ragazzi di età compresa tra 13 e 16 anni. Il tribunale distrettuale di Ebersberg lo condannò a 18 mesi di libertà vigilata e a una multa di 4.000 marchi tedeschi. Una settimana dopo, il cardinale Wetter e il vicario generale Gruber decisero di reintegrarlo: nel 1987 è viceparroco nel paesino di Garching an der Alz, dovrà continuerà a vivere per i successivi 21 anni. Nuove accuse di abusi arrivano nel 2006 da un ex chierichetto abusato 30 anni prima, Wilfried Fesselmann, ma solo nel 2010 emerge che gli atti per cui è accusato, prescritti dal diritto penale, sono ancora perseguibili dal diritto canonico. Peter H. rilascia una confessione parziale; nel frattempo, Monaco ha dal 2008 un nuovo arcivescovo: Reinhard Marx.

                Il sacerdote venne nuovamente esaminato da uno psichiatra dalla fama piuttosto controversa, Friedemann Pfäfflin, secondo il quale H. non era un pedofilo, ma un efebofilo che dopo il 1986 non aveva più avuto ricadute: un errore, come poi si scopre. Il decreto di Wolf afferma: «In conclusione, l'esperto non vede restrizioni necessarie per quanto riguarda l'ulteriore utilizzo del pastore H. nel servizio ecclesiastico».

                Salvate papa Ratzinger. Nel 2008 l'arcidiocesi era dunque pienamente a conoscenza della confessione parziale di H., ma invece di applicare il diritto canonico e avviare un'indagine, Marx trasferisce il prete nella cittadina bavarese di Bad Tölz: è il terzo cardinale a non fermarlo. Nel 2010, quando lo scandalo degli abusi sessuali perpetrati dal clero esplode in Germania in tutta la portata, la Congregazione per la Dottrina della Fede – guidata dal prefetto card. Gerhard Ludwig Müller – incarica Marx di «indagare scrupolosamente» le accuse contro H. Prende dunque l’avvio un'indagine preliminare canonica, ma l'investigatore, scrupolosamente, evita di andare a fondo: Wolf in seguito espresse il sospetto, nel decreto del 2016, che ci fosse stata «una notevole pressione politico-ecclesiale» sulle indagini. Nel 2010, l'arcidiocesi incaricò per la prima volta lo studio legale Westpfahl Spilker Wastl di condurre un’inchiesta, i cui dati furono sintetizzati sulla stampa in forma anonima. Responsabile, in quel momento, era già un nuovo vicario generale, Peter Beer, ora professore a Roma presso il Centro per la protezione dell'infanzia della Pontificia Università Gregoriana. E mentre Marx chiedeva alla Chiesa pentimento, purificazione e rinnovamento, a Essen, formalmente ancora la diocesi natale di Peter H., sin dal suo insediamento nel 2009 il vescovo Franz-Josef Overbeck ha cercato di affrontare i casi di abusi in modo responsabile. È lui che finalmente ordina l’allontanamento temporaneo di H., l'11 marzo 2010; nel 2012, insieme a Marx, raccomandò alla Congregazione per la Dottrina della Fede di rimuovere Peter H. dal sacerdozio. Ma anche qui, senza totale trasparenza: con un semplice atto amministrativo, senza alcun procedimento di diritto canonico. Perché? Perché il caso H. era una bomba a orologeria per Ratzinger, allora papa: lo scriveva candidamente Marx l'8 novembre 2012 in una nota di cui Die Zeit è entrata in possesso. Il caso, affermava Marx, «ha suscitato scalpore mondiale nei media perché si sospettava che l'allora arcivescovo di Monaco e Frisinga, oggi papa Benedetto XVI, avesse almeno condiviso la responsabilità della sua gestione». E «sebbene queste accuse siano state invalidate, c'è da aspettarsi che vengano riprese in caso di procedimento penale da parte della Chiesa». In sostanza: facciamola breve, in modo tale che sulla responsabilità di Ratzinger cali il silenzio.

                Il card. Müller rifiutò la scorciatoia proposta dai due vescovi tedeschi, scegliendo un’altra strada che tuttavia aveva la stessa finalità: l’arcidiocesi di Monaco, disse, deve condurre «procedimenti extragiudiziali con mezzi amministrativi». Ossia, senza sentire testimoni. La procedura arrivò sulla scrivania di Lorenz Wolf, che nel febbraio 2015 iniziò a lavorarci. Il 9 maggio 2016 il decreto è pronto. Soddisfatta anche la Congregazione per la Dottrina della Fede: «Il caso è chiuso e sarà archiviato», scrisse Müller il 10 aprile 2017 in una lettera a Marx contrassegnata come "strettamente confidenziale". Il decreto non sarà pubblicato.

                La dimostrazione del fallimento. Die Zeit ha sottoposto il decreto a due professori di diritto canonico, Norbert Lüdecke di Bonn e Bernhard Anuth di Tubinga. La loro valutazione è che esso sia stato elaborato «con cura in termini di diritto canonico. Ma in questa veste formale rappresenta anche di più, ovvero la documentazione del palese fallimento di diversi vescovi nel trattare gli atti di abuso». E Benedetto? Le sue azioni non mostrano un senso di responsabilità commisurato alla dignità dell'episcopato: «Nessun buon pastore si comporta così», dice Anuth.

                Nell’attesa della pubblicazione del rapporto Westpfahl Spilker Wastl, resta la domanda se Wolf sia stato indulgente con Peter H., recidivo e dunque meritevole della pena più grave, la dimissione dallo stato clericale. Sta di fatto che nel frattempo, l’anno scorso, il prete pedofilo ha dovuto lasciare Monaco ed è tornato nella zona della Ruhr. 74enne, ora viene regolarmente visitato da un sessuologo, uno psicoterapeuta, un assistente sociale e uno psicologo pastorale; «Si dice che raramente osi uscire per strada», scrive Die Zeit. Ma a pochi chilometri dalla casa di Peter H., l’ex chierichetto Wilfried Fesselmann ha un solo desiderio: «Suonare il campanello di H. e affrontarlo».

Ludovica Eugenio             Adista                 15 gennaio 2022

www.adista.it/articolo/67361

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CORTE COSTITUZIONALE

In Italia non esistono più bambini di serie A e serie B

                La Consulta: bonus bebè ai figli di lavoratori immigrati. La sentenza di ieri, 12 gennaio 2022, della Corte Costituzionale sul bonus bebè è una bella notizia. Anche sul colle più alto di Roma (Palazzo della Consulta è proprio accanto al Quirinale) c’è un giudice, viene da dire. Non perché ha allargato i 'diritti degli immigrati', ma perché consente alla società italiana nel suo insieme di fare un passo avanti nel senso del consolidamento dei diritti dei bambini e della coesione sociale che giova al Paese intero.

                Secondo le norme italiane vigenti, i figli di immigrati che non sono ancora in possesso di un permesso di lungo-residenti, il 45% del totale, non avevano diritto al sostegno dello Stato. Se si pensa all’incidenza della povertà tra gli immigrati, non è difficile dedurre che molti di questi bambini sono stati consegnati a una condizione d’indigenza, e i loro genitori a sopportare sacrifici accresciuti per poterli accogliere. Ricordo alcuni dati presentati da Enrica Morlicchio, dell’Università di Napoli Federico II, a un seminario della Provincia Autonoma di Trento: il tasso di povertà assoluta dei cittadini stranieri residenti in Italia è del 29,3%, quattro volte quello degli italiani di nascita. L’incidenza della povertà tra le famiglie con almeno uno straniero in cui sono presenti minori è pari a 28,6%: in cifre, 300.000 famiglie.

                Una società coesa e integrata non lascia indietro nessun bambino, e non lascia sole le giovani famiglie che decidono di accoglierne uno, malgrado le ristrettezze in cui si trovano. Anzi, riconosce che proprio quando sono più povere e con uno status legale meno solido, hanno più bisogno di sostegno. Ora tutti i genitori stranieri in possesso di un permesso di almeno sei mesi che consente di lavorare potranno accedere alla prestazione. È stato sconfitto il ragionamento dei legislatori italiani, e purtroppo di non pochi loro elettori: giacché le risorse sono poche, privilegiamo le 'vere' famiglie italiane, ritenendo magari di essere già generosi con la scelta di allargare la platea agli stranieri lungo-residenti. La sentenza della Consulta su questo punto ha un valore esemplare, che speriamo si estenda ad altre politiche sociali: non si risparmia sui diritti dei bambini e dei genitori che li hanno chiamati alla vita. L’Italia non ha figli di serie A e figli di serie B o C. Non si contrappongano famiglie ad altre famiglie, culle ad altre culle, poveri ad altri poveri. Le risorse vanno trovate altrove non sulla pelle di chi ha meno.

                Questa sentenza costituzionale recepisce, peraltro, una sentenza della Corte di Giustizia Europea, che aveva già giudicato le norme italiane in contrasto con la Carta dei diritti fondamentali della Ue. Questo giornale ha molte volte criticato le politiche della Ue in materia d’immigrazione, e segnatamente nella sciagurata gestione delle politiche dell’asilo. Ma quando si tratta di discriminazioni nei confronti degli immigrati residenti sul territorio, la Ue ha mantenuto con apprezzabile coerenza una linea inclusiva, ostile per principio verso le diversità di trattamento e poco disponibile a distinguere non solo tra cittadini e residenti stranieri, ma anche tra diverse categorie d’immigrati. È questa l’Unione che vorremmo sempre vedere in campo, in difesa dei diritti delle persone anche al cospetto di Stati membri retti da maggioranze recalcitranti.

                Stupisce, per contro, la posizione del governo italiano, che ha rivendicato fino all’ultimo la propria sovranità in materia, contrapponendosi alla Ue, alla sua Carta dei diritti fondamentali, alle sue legittime direttive e alle sue limpide sentenze: una posizione che si potrebbe definire addirittura 'all’ungherese', da governo sovranista dell’Europa Orientale. Anche su questo piano speriamo che la sentenza faccia scuola.

                Va infine elogiato il lavoro dell’Asgi, Associazione di studi giuridici sull’immigrazione, che ha condotto con tenacia e perizia questa battaglia. Abbiamo più che mai bisogno, in questi cupi tempi, di società civili vigilanti, di associazioni combattive, di professionisti-volontari generosi e competenti. La sentenza della Corte Costituzionale sia di monito per i discriminatori comunque targati, e di incitamento per le forze migliori della nostra società.

Maurizio Ambrosini                           “Avvenire” 13 gennaio 2022

www.avvenire.it/opinioni/pagine/in-italia-non-esistono-pi-bambini-di-serie-a-e-serie-b

 

Bonus bebè e assegno di maternità: incostituzionale il requisito del permesso di lungo soggiorno per gli stranieri

                La Corte costituzionale, riunita in camera di consiglio l’11 gennaio 2022, ha esaminato le questioni sollevate dalla Corte di cassazione sulla disciplina del cosiddetto bonus bebè (articolo 1, comma 125, della legge n. 190/2014 e successive proroghe) e dell’assegno di maternità (articolo 74 del d.lgs. n. 151/2001), ritenuta lesiva del principio di eguaglianza e della tutela della maternità perché subordina la concessione dei due assegni agli stranieri extracomunitari alla condizione che siano titolari del permesso per soggiornanti Ue di lungo periodo.

                Le questioni sono tornate all’attenzione dei giudici costituzionali dopo la pronuncia della Corte di giustizia dell’Unione europea del 2 settembre 2021 (C-350/20), che ha risposto ai quesiti posti il 30 luglio 2020 dalla Consulta con l’ordinanza di rinvio pregiudiziale n. 182. La Corte di Lussemburgo ha affermato che la normativa italiana non è compatibile né con l’articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, che prevede il diritto alle prestazioni di sicurezza sociale, né con l’articolo 12, paragrafo 1, lettera e), della direttiva 2011/98/Ue, sulla parità di trattamento tra cittadini di Paesi terzi e cittadini degli Stati membri.

                In attesa del deposito della sentenza, l’Ufficio comunicazione e stampa fa sapere che la Corte ha dichiarato incostituzionali le norme che escludono dalla concessione dei due assegni i cittadini di paesi terzi ammessi a fini lavorativi e quelli ammessi a fini diversi dall’attività lavorativa ai quali è consentito lavorare e che sono in possesso di un permesso di soggiorno di durata superiore a sei mesi.

                È stata dichiarata incostituzionale anche la medesima esclusione contenuta nelle proroghe del “bonus bebè”.  La Corte costituzionale ha ritenuto che le disposizioni censurate siano in contrasto con gli articoli 3 e 31 della Costituzione e con l’articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

La sentenza sarà depositata nelle prossime settimane.

Ufficio Stampa della Corte costituzionale  Comunicato 12 gennaio 2022

CC_CS_20220112103101.pdf

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DALLA NAVATA

II Domenica del tempo ordinario - anno C

Isaia                                      62, 01. Per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi concederò                                                 riposo, finché non sorga come aurora la sua giustizia.

Salmo                                   95, 02.  Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza. In mezzo alle genti narrate                                                       la sua gloria, a tutti i popoli dite le sue meraviglie.

Paolo a 1Corinzi               12, 04. Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri,                                                         ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che                                                            opera tutto in tutti.

Giovanni                             02, 11. Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli                                                                    manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

 

            L'esistenza è stata talmente collocata dentro logica della competizione, che la gratuità, il semplice esistere - come un fiore, un uccello dell'aria – sembrano sciocchezze. Oggi vediamo intorno a noi gente che non è decisa ad accettare un'idea della vita basata sulla competizione, e noi abbiamo categorie morali per bollarla. Si dice: «c'è disaffezione al lavoro, c'è assenteismo». Ma non potrebbe esserci sotto, la ribellione per un'esistenza in cui si vale se si è funzionali? In cui si vale se si produce?

                Lo so; c'è il monito severo: chi non lavora non mangia. Ma noi abbiamo davvero la possibilità di affermare che il senso dell'esistenza è il lavoro, è la creazione produttiva? Sono interrogativi che poi vediamo tradotti in scelte diverse attorno a noi: c'è una stanchezza all'interno della piramide che abbiamo costruito, che è senza dubbio patologica in certe manifestazioni, ma è come una cifra che noi dobbiamo leggere per scoprire se, per caso, non dovremmo creare una forma di convivenza, in cui l'uomo vale per quel che è, non per quel che fa; in cui l'essere insieme non è una cooperativa di produzione, ma è semplicemente un convivio. Ci sono problemi seri, ai lati, ma merita riflettere sempre di più su questa tristezza che soprattutto le nuove reclute della società ­manifestano. Io la leggo come una messa in crisi del nostro mondo, basato sulla competizione. C’è un’altra possibilità, dicevamo, nell’uomo, che è anch'essa naturale, ed è di essere amico dell'uomo. Non potremmo creare una società basata su questo principio?

                Lo so: non si cancella la storia. Però può assumere come criterio conoscitivo e operativo preponderante questo altro versante umano e provare ad allargare gli spazi del vivere gratuito, semplicemente nella gioia della reciproca comunicazione, reciproco godimento dei beni della natura. Questa, per esempio, è una linea di fondo in cui io sento e l'antropologia (se la posso chiamar così, e in qualche modo lo posso) implicita nel vangelo, è una proiezione illuminante al massimo. Solo che - lo ripeto - non possiamo assumere questa prospettiva come consolazione ai margini; dobbiamo assumerla come prospettiva costruttiva dell'esistenza.

                In secondo luogo sentiamo che il nostro rapporto fra la ragione e gli istinti, così come si è storicamente consolidato, è drammatico: è stato anche qui teorizzato che non si dà civiltà senza repressione, e che passaggio dall'eros alla realtà si ha attraverso una multinazionale di esigenze istintive. Si paga, la civiltà: e infatti, i paesi più «civili», sono i più repressi. Ma è questa la strada unica? E proprio questa la legge assoluta? O non c'è da ritornare al fondo della nostra istintività, per scoprire un più largo ventaglio di possibilità espressive dell'uomo? Ha a che fare, quello che sto dicendo, col Regno Dio? A mio giudizio sì. Il Regno di Dio non è un regno sopra a questo: è il senso al fondo del senso del mondo. In una sapienza di tipo evangelico c’è dunque il bisogno di rimettere in questione le norme morali. Quali sono le leggi morali? Chi le ha stabilite? Dove sono scritte? Non è forse vero che noi assumiamo come leggi morali semplicemente le norme empiriche nate all'interno di una società determinata? Non è giusto rimetterle in questione, per entrare nel permissivismo regressivo e disumano, per superarle in una più piena umanità? È possibile. C'è qualcosa che non torna, nella letizia del Vangelo, che mette in questione le leggi dei farisei e degli scribi - che chiamano Gesù mangione e bevone - perché nemmeno nei suoi comportamenti assecondava le regole stabilite.

                Terzo momento: Quando la Scrittura parla della terra è come se vedessimo i riflessi della Terra promes­sa. Oggi scopriamo che un capitolo intero dell'autentica morale è stato dimenticato: i rapporti con la natura non entravano affatto nei vecchi libri di morale. Era scontato che l'uomo, più la doma, più la sfrutta, meglio è. Ora ci troviamo ai limiti del possi­bile. Un rapporto diverso con la natura evidente­mente ha motivi umanistici, ma ha anche un motivo di fondo che, per il credente, dovrebbe apparire im­mediato. Abbiamo fatto tante liriche sulla creazione, su il Laudato si' mi' Signore! Abbiamo cantato la fraternità e abbiamo esercitato l'inimicizia. Ci vuole un nuovo rapporto anche con la natura.

                Riassumo il discorso: se è vero che il più inclusivo di tutti i simboli è il convivio, allora possiamo dire che il passaggio dalla società in cui siamo, alla società nuova di cui abbiamo bisogno, è il passaggio dalla società di competizione alla società conviviale. O compiamo questo passaggio, che è una necessità in­terna al processo storico, o ci distruggiamo, secondo l'alternativa del Deuteronomio: «Ti ho messo - di­ce Dio all'uomo - davanti la morte e la vita: come sceglierai, così sarà».

Ernesto Balducci (¤1922-†1992) da: “Il Vangelo della pace” – vol. 3

http://fondazionebalducci.it/?q=laparola/16-gennaio-2022-%E2%80%93-ii-domenica-tempo-ordinario-%E2%80%93-anno-c

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DEMOGRAFIA

Lavoro ai giovani, primo passo per la natalità

                Ci sono dei dati singolarmente eclatanti, che, se messi in relazione tra di loro, ci forniscono un quadro estremamente chiaro, che paradossalmente nessuno ha ancora evidenziato nella giusta misura. Partiamo dal primo elemento.

¨       Il tema della denatalità, delle sempre minori nascite, del progressivo invecchiamento e riduzione della popolazione, è un tema ormai assodato, su cui l’Associazione Nazionale Famiglie Numerose ha cominciato a parlarne sin dalla sua costituzione, nel 2005. Solo ora se ne comincia a prendere percezione, ma mancano ancora delle risposte forti, quel ‘Piano Marshall’ assolutamente necessario per far ripartire la natalità. Nel frattempo, ogni anno i dati sulle nascite continuano a peggiorare.

¨       Anche sul secondo elemento, relativo alla povertà delle famiglie con più figli e alla povertà generazionale che contraddistingue i giovani, Anfn aveva segnalato già nel 2016 nell’articolo “La Ri-Nascita dell’Italia: Figli, Giovani e Famiglia”, come la fascia di età 0-34 anni si sia progressivamente impoverita a scapito della generazione over 65.

LaRiNascitadellItaliaFigliGiovanieFamiglia-Logo-Nuovo.pdf

¨        I più poveri in Italia risiedono proprio nella fascia di età più giovane. Questi concetti sono stati ribaditi nell’intervento, denominato “Relazioni tra povertà e demografia e possibili interventi” del 14 luglio 2021, in occasione del seminario sulla questione demografica, organizzata dall’Osservatorio Nazionale sulla famiglia.

www.famiglienumerose.org/relazioni-tra-poverta-e-demografia-e-possibili-interventi/

¨        Le stesse conclusioni le trae Openpolis nell’articolo pubblicato il 14 dicembre 2021.

www.openpolis.it/i-divari-generazionali-e-la-spesa-per-famiglie-e-bambini-in-italia-e-in-ue

¨       Arriviamo ora al terzo elemento, partendo sia dalla pubblicazione dell’Istat del 23 dicembre 2021 sull’occupazione giovanile,                            www.istat.it/it/files//2021/12/RITORNI-ISTRUZIONE_2021.pdf

 ma soprattutto dall’intervista rilasciata al Sole 24 Ore lo scorso 6 gennaio dal commissario UE all’economia, Nicola Schmit,

giovani-e-lavoro-perche-int-nicolas-schmit-sole-litalia-e-in-fondo-alla-classifica-ue.pdf

¨        in cui si evidenzia la situazione critica dell’Italia, che ha tra i peggiori valori UE in quanto ad:

  • occupazione delle donne
  • percentuale di coloro che abbandonano prematuramente gli studi
  • quota di NEET (coloro che non studiano, non sono in formazione e non lavorano)
  • tasso di disoccupazione
  • livello di abbandono scolastico
  • livello disponibile pro capite,

con il paradosso di una carenza di manodopera, nonostante la disoccupazione giovanile al 30%.

                In sintesi, in un contesto europeo che già ci vede con la più bassa percentuale di giovani in Europa, come evidenzia questo grafico dell’Eurostat:

 

                i nostri giovani sono in buona parte disoccupati, poco formati, sottopagati (hanno gli stipendi tra i più bassi in UE), e con i contratti meno stabili, come riportato dall’articolo di Avvenire in cui viene evidenziato che un contratto a termine su tre non supera il mese, quasi due su tre non superano i 6 mesi, mentre meno di uno su 100 supera l’anno di durata.

www.avvenire.it/economia/pagine/occupazione-contrratti-a-termine-sempre-piu-brevi

                Come riassunto efficacemente da Alessandro Rosina nel suo articolo del 7 gennaio 2022, dobbiamo mettere le nuove generazioni in condizioni di contribuire maggiormente allo sviluppo economico del nostro Paese, anziché spingerli a trovare lavoro all’estero, come spesso succede.

www.alessandrorosina.it/unanomalia-da-correggere-con-il-piano-di-rilancio/#more-6618

‘Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova’, citava la scrittrice Agatha Christie. Da questi tre elementi, possiamo enunciare che uno dei principali nodi da sciogliere (se non il principale) per invertire la drammatica spirale di denatalità in cui siamo entrati, parte proprio dal lavoro ai giovani, che riesca a garantire:

¨       piena occupazione giovanile

¨       una adeguata retribuzione

¨       una stabilità e continuità nel tempo.

                Guarda caso, queste erano le caratteristiche che ha caratterizzato gli anni del baby-boom (fine anni ‘50, anni ‘60, inizio anni ‘70). Con queste garanzie lavorative, unitamente ad una casa che sia accessibile economicamente, i nostri giovani potranno finalmente costruire un progetto di vita, una famiglia, presupposto fondamentale per la nascita dei figli.

                Il primo importante passo per un Piano Nazionale di Rilancio della Natalità. In un contesto come quello attuale, caratterizzato dalla globalizzazione economica e dal crescente impatto della robotica e dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro, come è possibile intervenire sul tema del lavoro ai giovani?

                La soluzione potrebbe essere quella di intervenire su due livelli.

  1. Sul primo livello, dobbiamo mettere i giovani in condizione di inventare un nuovo lavoro, per lo sviluppo competitivo del paese. Sarà quindi necessario avvicinare sempre di più il mondo del lavoro a quello della scuola, dell’Università e degli Enti di Formazione, affinché i giovani possano individuare sin dalle scuole medie inferiori un percorso scolastico che abbia uno sbocco professionale. Allo stesso tempo, le aziende potranno trovare personale specializzato e tecnicamente preparato per affrontare le sfide competitive del mercato.
  2. Sul secondo livello, andrebbe previsto un importante intervento da parte dello Stato affinché una parte di giovani si occupi di quei lavori di relazione, che una intelligenza artificiale o un robot non potrà mai garantire, finalizzati a garantire il benessere sociale.

                Si potrebbe ipotizzare una sorta di ‘lavoro di cittadinanza’ per i giovani, con lavori socialmente utili a supporto di comuni ed enti locali anche attraverso il coinvolgimento delle associazioni e delle cooperative sociali. Pensiamo ad esempio ad attività che riguardino gli anziani, la sanità, il decoro urbano, l’ambiente, la scuola, e tutto quello in cui ci sono relazioni. I fondi potrebbero essere in buona parte recuperati sia dal Reddito di Cittadinanza, che ovviamente non spetterebbe più a questa categoria, sia dai fondi destinati dalla Pubblica Amministrazione a copertura dei servizi che sarebbero coperti dal lavoro di cittadinanza. Una remunerazione adeguata del lavoro di cittadinanza dovrebbe essere pari ad un salario minimo, non ancora presente in Italia ma presente in buona parte dei paesi Europei; sulla base dei salari minimi orari previsti nel nostro paese, differente per categoria, potrebbe oscillare tra i 1.000 e i 1.300 euro al mese.

                In questo modo verrebbe indirettamente introdotto anche in Italia il salario minimo garantito, che dovrebbe consentire il superamento dello sfruttamento salariale di alcune categorie lavorative. Il lavoro di cittadinanza potrebbe essere esteso, sempre per favorire la natalità e per salvaguardare i nuclei con figli, anche ai genitori disoccupati con figli minori a carico.

                Queste sono ipotesi di discussione; è importante tuttavia che il tema venga affrontato urgentemente, attivando i fondi previsti dal PNRR, e coinvolgendo attorno ad un tavolo tutti gli attori potenzialmente interessati: Governo, Industriali e Associazioni di categoria, Sindacati, Scuola e Università, e le Famiglie, attraverso il Forum delle Associazioni Familiari e l’associazionismo familiare. In questo modo, potremo finalmente aiutare i nostri ragazzi a superare la logica dei tre mesi di contratto rinnovabili proposti dalle aziende, e ad invertire il trend dei percorsi professionali seguendo una logica di reale valorizzazione delle competenze e non di mero sfruttamento.

                Come oggi, purtroppo, accade. E facciamo finta di non vedere.

Alfredo Caltabiano ¤1962                           Alfredo Caltabiano* –16 gennaio 2022

  • Parma. Consulente per il terzo settore in una banca specializzata nel no profit

www.famiglienumerose.org/lavoro-ai-giovani-primo-passo-per-la-natalita/

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DIBATTITI

La discussione parlamentare sul “suicidio assistito”

Camera dei Deputati                               www.camera.it/leg18/126?tab=1&leg=18&idDocumento=1418&sede=&tipo=

t 6 luglio 2021: testo unificato di 8 proposte, adottato come testo base dalle due Commissioni Giustizia e Affari sociali

t13 dicembre 2022: assemblea discussione del testo unificato delle pdl: Disposizioni in materia di morte volontaria medicalmente assistita. (9 articoli)                               www.camera.it/leg18/410?idSeduta=0613&tipo=sommario

                               Testo unificato  a 1\2 pagina di

www.camera.it/leg18/995?sezione=documenti&tipoDoc=lavori_testo_pdl&idLegislatura=18&codice=leg.18.pdl.camera.2_A.18PDL0167820&back_to=https://www.camera.it/leg18/126?tab=2-e-leg=18-e-idDocumento=1875-e-sede=-e-tipo=

               

                Sembra paradossale che nel tempo della pandemia, quando l’impegno collettivo è tutto proteso a tutelare la salute dei cittadini, si discuta di rendere lecito l’aiuto a togliersi la vita. Il paradosso mette però in evidenza una dinamica che attanaglia la medicina[1]. Se all’impresa biomedica si assegna il compito di dominare i processi biologici e rispondere al desiderio di salute di ciascuno, allora sembra plausibile chiederle – quando fallisce l’obiettivo e la sofferenza viene ritenuta intollerabile – di abbreviare la vita: è l’ultimo passo per esercitare il controllo. Il punto sarebbe invece di interrogarsi sull’impostazione dell’intera impresa: rivedere gli scopi perseguiti dalla medicina e riarticolare, per la tutela della salute e la terapia del dolore, il rapporto fra trattamento delle malattie e prevenzione, tra ospedale e territorio, tra settori sanitario e sociale[2].

                La pandemia ha acuito questi interrogativi. L’onda del contagio globale ha, da una parte, smentito il mito del controllo e, dall’altra, evidenziato l’importanza di un atteggiamento di cura che non si limiti ai soli soggetti umani. I collegamenti tra tutti gli esseri viventi sul Pianeta, all’interno di un’unica biosfera, incidono sulla salute: si parla di One Health[3]. ww.iss.it/one-health

                Sullo sfondo si staglia una questione antropologica e culturale che va almeno evocata[4], per chiarire come il dibattito giuridico non sia che la punta emergente di un ben più ampio complesso di fattori.

                Il Parlamento italiano ha discusso la proposta di legge (PdL) sulla «morte volontaria medicalmente assistita» il 13 dicembre scorso, e il voto è previsto nel prossimo febbraio[5]. Per inquadrare la questione, richiameremo anzitutto alcuni riferimenti giuridici in cui si colloca la PdL. Ci soffermeremo in seguito sugli snodi più rilevanti del suo contenuto, con l’intento di fornire un contributo per il dibattito venturo.

                Il contesto: importanti leggi disattese.Per inquadrare il tema è bene partire dalla legge n. 219/2017 su «Consenso informato e Disposizioni anticipate di trattamento» (Dat).

www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2018/1/16/18G00006/sg

 Pur non mancando elementi problematici e ambigui, essa è frutto di un laborioso percorso, che ha consentito di raccordare una pluralità di posizioni divergenti[6]. La legge permette di sospendere i trattamenti che – nel dialogo tra operatori sanitari, malato e (per quanto possibile) familiari – sono ritenuti sproporzionati[7]. Essa regolamenta anche, in previsione di una «futura incapacità di determinarsi», l’espressione anticipata del proprio giudizio e la nomina di un fiduciario. Inoltre, promuove le cure palliative e il trattamento del dolore.

                Il combinato disposto di questi elementi convalida la differenza, etica e giuridica, tra «lasciar morire» e «far morire»: il quadro delineato permette di operare rimanendo al di qua della soglia che distingue il primo dal secondo[8]. Avrebbe quindi potuto essere un punto soddisfacente su cui arrestarsi, anche perché la legge è ancora poco conosciuta e praticata: dopo due anni dall’approvazione, solo lo 0,7% della popolazione aveva stilato le proprie Dat[9]. Per di più, lo stesso vale per la legge n. 38/2010, anche di grande rilievo per le questioni di fine vita, sull’«accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore»: due preziose opportunità, che rimangono poco e non omogeneamente garantite sul territorio nazionale.

www.gazzettaufficiale.it/gunewsletter/dettaglio.jsp?service=1&datagu=2010-03-19&task=dettaglio&numgu=65&redaz=010G0056&tmstp=1269600292070

                Prima di affrontare altre decisioni legislative sulla materia, sarebbe stato quindi auspicabile lavorare per applicare queste due leggi. Un impegno che tocca dimensioni non soltanto politiche e logistiche, ma anche culturali e formative, e che avrebbe favorito una discussione più consapevole delle risorse disponibili per alleviare la sofferenza[10]. L’attenzione rimane invece focalizzata sul punto finale di una serie di presupposti che non vengono esaminati né ripensati. Evitando di fermarsi solo sulla questione giuridica, una più articolata mediazione politica e culturale avrebbe aiutato a cogliere meglio la densità antropologica dell’argomento e il collegamento con il significato del morire, che a loro volta rimandano al senso del vivere e della cura reciproca all’interno della comunità[11].

                La sentenza sulla depenalizzazione dell’aiuto al suicidio. Tuttavia, la pressione è cresciuta sotto la spinta della vicenda di Fabiano Antoniani, più conosciuto come dj Fabo. Rimasto tetraplegico e affetto da cecità a causa di un grave incidente stradale, dopo diversi tentativi di cura, Fabo esprime la volontà di porre fine alla sua vita[12]. Rivoltosi a Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, viene aiutato a realizzare il proprio intento. L’autodenuncia di Cappato dà inizio a un iter giudiziario che porta a una sentenza della Corte costituzionale (n. 242/2019)[13], riguardante l’art. 580 del Codice penale sull’istigazione e l’aiuto al suicidio.                             www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2019&numero=242

I due reati vengono mantenuti dalla Corte, che riconferma anche l’esigenza di proteggere giuridicamente il bene della vita, soprattutto in condizioni di fragilità. Tuttavia, essa riconosce al contempo che l’evoluzione della medicina determina nuove situazioni riguardo al morire.

Su queste basi la sentenza esclude la punibilità di chi «agevola l’esecuzione del proposito di suicidio autonomamente e liberamente formatosi», a patto che siano rispettate alcune condizioni: la persona deve essere «tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli». Queste condizioni rispecchiano la situazione clinica in cui si trovava dj Fabo. La Corte inoltre sollecita il Parlamento a colmare il vuoto legislativo venutosi a determinare.

                Per sottolineare il clima culturale in cui ci troviamo menzioniamo il pronunciamento, per certi aspetti analogo, della Corte costituzionale federale tedesca (26 febbraio 2020)[14]. Esso, in modo più esteso rispetto alla sentenza italiana, esclude la punibilità dell’agevolazione del suicidio da parte di organizzazioni (commerciali), per evitare indebite restrizioni del «diritto di autodeterminarsi alla morte». Un diritto che la Corte ritiene fondato nel più ampio «diritto generale della personalità», risultante dalla combinazione del principio di intangibilità della dignità umana e del diritto al libero sviluppo della personalità. La Corte non esclude che l’assistenza al suicidio possa essere ulteriormente regolamentata, purché si riconosca uno spazio effettivo alla libera autonomia, e infine precisa che in nessun caso è configurabile, a carico di alcuno, un’obbligazione di prestare assistenza al suicidio di un’altra persona.

                Il referendum sull’omicidio del consenziente. Un elemento importante dell’attuale scenario è il referendum promosso dall’Associazione Luca Coscioni sull’art. 579 del Codice penale, che tratta dell’omicidio di una persona consenziente.             www.brocardi.it/codice-penale/libro-secondo/titolo-xii/capo-i/art579.html

La richiesta è di abrogare le sanzioni che vi sono collegate, salvo nei casi di minore età, infermità mentale o alterazione della coscienza, e consenso carpito con l’inganno o estorto con la violenza. Il risultato sarebbe di permettere l’omicidio senza subordinarlo ad altre condizioni se non quelle che garantiscono la validità del consenso. Si afferma che condizioni analoghe a quelle previste nella sentenza CC n. 242/2019 ↑sarebbero introdotte successivamente. Ma un ulteriore intervento legislativo non è garantito da alcun vincolo giuridico e rimarrebbe affidato alle incertezze di precari equilibri politici. Nel frattempo, comunque, anche una persona sana ricadrebbe nello spazio aperto dal referendum.

                Il referendum abrogativo mostra qui tutta la sua inadeguatezza. Da una parte, infatti, costringe a formulare un’alternativa drastica, che apre una falla enorme senza nessuna assicurazione di poterne modulare gli effetti; dall’altra, pone un quesito su cui la consapevolezza dell’opinione pubblica è assai approssimativa, come mostra l’esito delle leggi sopra menzionate.

                Non sappiamo se la Corte dichiarerà il quesito ammissibile. Ma in caso di risposta positiva, possiamo attenderci un elevato numero, se non la maggioranza, di voti favorevoli, considerata la grande quantità di firme raccolte a sostegno del referendum[15]. (Le firme raccolte sono state più di 1.200.000, di cui più di 300.000 online).

Si procurerebbe così un grave vulnus nell’ordinamento giuridico riguardo a un bene fondamentale, qual è la vita. In questa congiuntura, la PdL potrebbe costituire un argine, benché imperfetto ed esso stesso problematico: pur senza fornire un argomento giuridico per far decadere il referendum, poiché tratta un articolo diverso del Codice penale, sarebbe tuttavia un punto di appoggio politico per sostenere, quanto meno, un voto contrario.

                La proposta di legge e le situazioni cliniche richieste. Quanto al contenuto della PdL, il Parlamento non è vincolato dai pronunciamenti della Corte, fatto salvo il nucleo giuridico-costituzionale della sentenza sull’art. 580 c.p.                                                                  www.brocardi.it/codice-penale/libro-secondo/titolo-xii/capo-i/art580.html?utm_source=internal&utm_medium=link&utm_campaign=articolo&utm_content=nav_art_succ_dispositivo

                D’altra parte, il Parlamento può riconoscere nella sentenza un indicatore della convergenza raggiungibile tra le diverse posizioni, assumendone le istanze con una propria decisione. Così in effetti sembra muoversi la PdL: «Abbiamo scelto di seguire passo passo le orme tracciate dalla Consulta, perché è l’unica via che può portare all’approvazione»[16], spiega uno dei due relatori, l’on. Alfredo Bazoli (del Pd), consapevole del fuoco incrociato a cui la PdL è sottoposta. Posizione sostenuta anche dal presidente emerito della Corte costituzionale, Giovanni Maria Flick[17]. Esaminiamone quindi i punti principali.

                Come la sentenza C.C.  n. 242/2019 , il testo riconosce non un diritto al suicidio, ma la facoltà di chiedere aiuto per compierlo, a certe condizioni[18]. Tali condizioni sono riprese, e parzialmente riformulate, da quanto disposto dalla Corte. L’espressione «patologia irreversibile», utilizzata dalla sentenza, viene restrittivamente qualificata come «a prognosi infausta». D’altra parte, si aggiunge la «condizione clinica irreversibile». Questa aggiunta, comunque correlata da un nesso causale al dolore e alla sofferenza intollerabile, include le situazioni di malattia cronica inguaribile, anche quando non si prevede il decesso a breve scadenza. Una prospettiva problematica, ma sancita dalla Corte con riferimento alla situazione di Fabo, e del resto presente anche in molte vicende giunte alla ribalta dei media.

                Notiamo che la descrizione delle situazioni cliniche considerate necessarie per chiedere l’assistenza nel morire, per quanto inizialmente precisate con chiarezza, tendono ad appannarsi con il tempo. Ne è esempio quanto sta avvenendo in Belgio circa la «polipatologia», una situazione in cui la sofferenza non deriva da una specifica malattia, come richiesto dalla legge, ma da una combinazione di diverse e sfumate disfunzioni. Nel loro insieme, però, esse finiscono per consentire l’assistenza al suicidio (o l’eutanasia): si tratta di condizioni molto frequenti nell’età anziana, che giungono fino a coprire la «stanchezza di vivere»[19].

                Trattamenti di sostegno vitale. I trattamenti sanitari di sostegno vitale, da cui il malato dipende, sono un’ulteriore condizione che deve essere presente, oltre a quelle appena descritte. La loro definizione non è tuttavia facile da precisare. Lo abbiamo visto nel recente parere del Comitato etico regionale delle Marche (29 novembre 2021), a proposito della vicenda di «Mario»[20]. Il Comitato afferma che il paziente non è tenuto in vita da trattamenti abitualmente considerati come di sostegno vitale (ventilazione, idratazione e nutrizione artificiali), ma da dispositivi e manovre che «svolgono un ruolo sussidiario» (come pacemaker cardiaco, catetere vescicale ed evacuazione manuale). Però la loro interruzione potrebbe procurare complicanze tali da condurre al decesso, a meno di interventi invasivi e fonte di ulteriori sofferenze. Il Comitato conclude che le condizioni poste dalla sentenza C . C. n. 242/2019 ↑sono soddisfatte.

www.quotidianosanita.it/cronache/articolo.php?articolo_id=100262

                L’esempio costituisce un caso particolare di un fenomeno generale, spesso indicato come «pendio scivoloso»: si parte considerando casi eccezionali e si includono poi situazioni sempre più diffuse e frequenti. È del resto quanto ci insegnano le esperienze di Belgio e Olanda[21]. Sul valore dell’argomento del «pendio scivoloso», nelle sue diverse versioni, le opinioni divergono. Chi ne contesta la validità afferma che lo sbandamento può essere evitato se si pongono condizioni precise e adeguati mezzi di verifica[22]. Tuttavia, l’esperienza dei Paesi in cui l’assistenza alla morte volontaria è legalmente consentita ci sembra attestare slittamenti dovuti a una serie di fattori culturali tra loro collegati, di cui fanno parte linguaggio, legislazioni, pratiche ed emozioni.

                Anche sul tema del consenso avviene qualcosa di simile, come tra poco vedremo. Ma per concludere sulla questione dei trattamenti di sostegno vitale, un emendamento per meglio qualificarli, anche se poco accettabile da chi sostiene il referendum, potrebbe essere, a giudizio di chi scrive, quello di aggiungere che la loro sospensione condurrebbe al decesso «in modo diretto e in tempi brevi».

                Consenso e autonomia. L’attualità del consenso impedisce di procedere quando le volontà sono espresse in anticipo o in condizioni di competenza decisionale compromessa. Per questo essa garantisce, almeno in teoria, una distinzione tra assistenza al suicidio ed eutanasia, benché tale distinzione non sia facile da mantenere nella pratica[23]. Il titolo stesso della PdL lascia intravedere questo offuscamento: con «morte volontaria medicalmente assistita» si designa spesso un insieme di procedure che include entrambi i casi, ora per mancanza di precisione, ora per un uso equivoco dei termini[24]. L’impiego di un’espressione come «assistenza al suicidio» potrebbe evitare l’ambivalenza.

                Ma la questione del consenso rinvia a un nodo più profondo sulle diverse interpretazioni della libertà. Da una parte, c’è chi enfatizza l’autonomia, sottolineando l’indipendenza dell’individuo autosufficiente. È una prospettiva che ha avuto l’importante funzione storica di tutelare la sfera personale da intrusioni di molteplici forme di potere. Dall’altra parte, si fa notare che il monopolio dell’autodeterminazione conduce a una comprensione riduttiva delle relazioni interpersonali e della complessità del soggetto umano. Prevale allora una logica contrattualista, configurata sul modello dei beni materiali, per cui un accordo è sottoscritto o rescisso calcolando costi e benefici.

                Relazioni, fiducia e interdipendenza. La relazione con gli altri, però, non si aggiunge a un soggetto già previamente stabilito, come avviene per il contratto. La persona è piuttosto costituita dalle relazioni. A partire dal nostro essere nati, diveniamo consapevoli del ruolo dell’iniziativa di altri da cui la vita è ricevuta, momento originario indisponibile in cui si radica e prende senso ogni ulteriore discorso sulla disponibilità della vita. Il consenso che prestiamo all’altro non è anzitutto «informato»: non è basato sulla conoscenza, ma sulla fiducia, atteggiamento fondamentale verso cose, persone, istituzioni, senza il quale non è possibile accedere al senso che orienta l’esistenza e l’agire[25]. Siamo quindi fin dall’inizio inseriti in un contesto di relazioni che ci rende solidali gli uni con gli altri: la nostra identità personale è strutturalmente relazionale.

                La libertà umana, per esercitarsi correttamente, deve tener conto delle condizioni che le hanno consentito di emergere, e assumerle nel suo operare: in quanto preceduta da altri, è responsabile di fronte a loro[26]. Pertanto la vita umana non è riducibile solamente a oggetto su cui decidere nella sfera privata e individuale, come se non avesse alcuna ricaduta sugli altri. Accentuare univocamente l’autodeterminazione porta a sottostimare la reciproca influenza che si realizza attraverso la cultura condivisa e le circostanze concrete: richieste apparentemente libere sono in realtà frutto di un’ingiunzione sociale, di cui la spinta economica è parte rilevante. «Difendimi da quello che voglio», scrive il filosofo coreano Han in esergo a un suo libro[27]. Il tema del consenso è quindi molto delicato.

                Ma c’è di più. L’esperienza dei Paesi in cui è consentita la morte (medicalmente) assistita mostra che la platea delle persone ammesse tende a dilatarsi: ai pazienti adulti competenti si aggiungono pazienti in cui la capacità decisionale è compromessa, talvolta gravemente[28]. Sono inoltre cresciuti i casi di eutanasia involontaria e di sedazione palliativa profonda senza consenso[29]. Assistiamo quindi a un esito contradditorio: in nome dell’autodeterminazione si arriva a comprimere l’esercizio effettivo della libertà, soprattutto per coloro che sono più vulnerabili; lo spazio dell’autonomia, di cui il consenso vorrebbe essere espressione, viene gradualmente eroso[30].

                Opportunità dell’obiezione di coscienza. La possibilità dell’obiezione di coscienza non sembra comparire nella sentenza C. C. n. 242/2019 , in quanto la scelta di prestare assistenza al suicidio è affidata alla coscienza del singolo medico. Al Servizio sanitario nazionale (Ssn) sono attribuiti solo compiti di verifica delle condizioni e delle procedure, cioè una funzione di garanzia, non un coinvolgimento diretto. La previsione dell’obiezione di coscienza non si rende quindi necessaria, evitando così di introdurre una tensione con gli intenti del Ssn, orientato «alla promozione, al mantenimento e al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione senza distinzione di condizioni individuali o sociali» (L. n. 833/1978, art. 1).

www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1978/12/28/078U0833/sg

Tuttavia, questa soluzione conduce verso modelli simili a quello vigente in Svizzera, dove l’assistenza e l’evento stesso del morire vengono «privatizzati». Utilizziamo qui il termine in tutte le sue accezioni: appoggiarsi a imprese private, anche commerciali; far scomparire l’esperienza del morire dalla sfera pubblica; privare il paziente della rete di relazioni che tessono la convivenza sociale e sostengono nei momenti di crisi. Uno scenario che il Pdl intende scongiurare, prevedendo che la morte possa avvenire anche in una struttura ospedaliera (art. 5.5). ↑

                Questo però può generare negli operatori sanitari conflitti di coscienza sulla convenienza di inserirsi nel processo. Va garantita dunque l’obiezione con la quale l’operatore sanitario è esonerato «dal compimento delle procedure e delle attività specificamente dirette al suicidio e non dall’assistenza antecedente all’intervento» (art. 5bis.3). Verrebbe così, da una parte, tutelato l’operatore sanitario e, dall’altra, consentito a chi si pone la domanda sul suicidio di incontrare una pluralità di voci nel percorso in cui si forma il proprio giudizio.

                Importanza delle cure palliative. Nella PdL sono più volte citate le cure palliative. Anzitutto si richiede opportunamente che il malato vi sia coinvolto, come presupposto inderogabile per la richiesta (art. 3.1): sarebbe incongruo mettere tra le condizioni dolore e sofferenza intollerabili senza prima ricorrere ai mezzi disponibili per alleviarli. Rimane tuttavia meno chiara l’ultima parte dell’articolo, in cui si aggiunge che devono essere «esplicitamente rifiutate».

Se da una parte, infatti, si capisce l’intento di tenere distinte assistenza al suicidio e cure palliative, perché esse «non intendono né affrettare né posporre la morte»[31], dall’altra sembra difficile che siano state rifiutate cure il cui intento è di lenire il dolore anche quando diviene «totale», cioè quando arriva a coinvolgere tutte le dimensioni della persona nelle sue diverse esigenze, fisiche, emotive e spirituali[32]. Allo stesso tempo, non sarebbe opportuno accentuare più la possibilità di escludere le cure palliative (cfr art. 5.3) che il diritto e la convenienza di accedervi.

                Comitati di valutazione clinica. Sugli organismi deputati alla verifica delle condizioni cliniche richieste, la legge diverge dalla sentenza C.C. n. 242/2019. ↑ Se infatti la Corte attribuiva tale compito a Comitati etici territoriali, nell’art. 6 della PdL si parla di Comitati per la valutazione clinica. In effetti, non pare questo il compito di un comitato etico, anche a prescindere dal fatto che attualmente quelli territoriali sono per lo più dedicati all’esame dei protocolli per la sperimentazione. Qui si tratta di esprimere un giudizio tecnico di conformità tra le condizioni previste dalla legge e la concreta situazione clinica del paziente. Il giudizio è quindi più di tipo tecnico che propriamente etico.

                Una legge «imperfetta» accettabile? Non c’è dubbio che la legge in discussione, pur non trattando di eutanasia, diverga dalle posizioni sulla illiceità dell’assistenza al suicidio che il Magistero della Chiesa ha ribadito anche in recenti documenti[33]. Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera Samaritanus bonus. Sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita, 22 settembre 2020

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2020/09/22/0476/01077.html

                La valutazione di una legge dello Stato esige di considerare un insieme complesso di elementi in ordine al bene comune, come ricorda papa Francesco: «In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte, lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società»[34].

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2017/11/16/0794/01721.html

                La domanda che si pone è, in estrema sintesi, se di questa PdL occorra dare una valutazione complessivamente negativa, con il rischio di favorire la liberalizzazione referendaria dell’omicidio del consenziente, oppure si possa cercare di renderla meno problematica modificandone i termini più dannosi. Tale tolleranza sarebbe motivata dalla funzione di argine di fronte a un eventuale danno più grave. Il principio tradizionale cui si potrebbe ricorrere è quello delle «leggi imperfette», impiegato dal Magistero anche a proposito dell’aborto procurato. Il criterio non sarebbe qui spendibile in modo automatico, perché siamo di fronte più a rischi che a certezze: non si tratta qui di migliorare una legge più permissiva già vigente[35]. Eppure, in questo contesto, l’omissione di un intervento rischia fortemente di facilitare un esito più negativo[36]. Per chi si trova in Parlamento, poi, occorre tener conto che, per un verso, sostenere questa legge corrisponde non a operare il male regolamentato dalla norma giuridica, ma purtroppo a lasciare ai cittadini la possibilità di compierlo. Per altro verso, le condizioni culturali a livello internazionale spingono con forza nella direzione di scenari eticamente più problematici da presidiare con sapiente tenacia.

                Infine, per la situazione del Paese e il richiamo della Corte costituzionale al Parlamento, ci sembra importante che si arrivi a produrre una legge. La latitanza del legislatore o il naufragio della PdL assesterebbero un ulteriore colpo alla credibilità delle istituzioni, in un momento già critico. Pur nella concomitanza di valori difficili da conciliare, ci pare che non sia auspicabile sfuggire al peso della decisione affossando la legge. Diverse forze politiche si muovono in questo senso, benché con opposte motivazioni: chi per sgombrare la via verso il referendum e agevolare la vittoria del «sì», chi per rinviare sine die la discussione su una tematica spinosa. Nell’attuale situazione culturale e sociale, sembra a chi scrive da non escludersi che il sostegno a questa PdL non contrasti con un responsabile perseguimento del bene comune possibile.

 

 

Padre Carlo Casalone, ¤1956, medico, gesuita, teologo  

                La civiltà cattolica  Quaderno 4118, pag. 143     15 gennaio 2022

36 note        www.laciviltacattolica.it/articolo/la-discussione-parlamentare-sul-suicidio-assistito

 

Fine vita, si incrina il muro Vaticano

                Dalla Civiltà Cattolica arriva un’inattesa apertura alla proposta di legge sul suicidio assistito e un invito ai parlamentari a «non affossare» la legge, anche per evitare il peggio, che sarebbe rappresentato dal referendum pro eutanasia, promosso dall’associazione Luca Coscioni. Un via libera che, benché condizionato, fa infuriare i settori conservatori del mondo cattolico, sia parlamentari che extraparlamentari, e insospettire i sostenitori del referendum («sono partite le grandi manovre antireferendarie», commenta Riccardo Magi, radicale di Più Europa). E un parere pesante, di cui molti deputati cattolici terranno conto, che potrebbe condizionare il voto di febbraio, quando la Camera sarà chiamata a pronunciarsi sulla legge: La Civiltà Cattolica infatti non è solo l’autorevole rivista dei gesuiti diretta da padre Spadaro, vicinissimo a papa Francesco, ma una sorta di organo ufficioso della Santa sede – le bozze vengono lette e corrette in Segreteria di Stato prima della pubblicazione –, che quindi ha autorizzato l’articolo.

                Sia chiaro: la dottrina della Chiesa cattolica sul fine-vita non è cambiata, come del resto ha confermato a settembre 2020 la lettera Samaritanus bonus, ↑ firmata dalla Congregazione per la dottrina delle fede e approvata da papa Francesco (eutanasia e suicidio assistito sono «crimini contro la vita umana»). La legge in discussione «diverge dalle posizioni sulla illiceità dell’assistenza al suicidio» definite dal magistero, chiarisce Carlo Casalone,↑ gesuita e medico, autore dell’articolo pubblicato sul fascicolo della Civiltà Cattolica uscito ieri. Tuttavia essa costituisce la mediazione di una «legge imperfetta», rispetto all’eventualità di liberalizzare l’eutanasia tramite il referendum, che invece provocherebbe un «danno più grave», un vero e proprio «vulnus nell’ordinamento giuridico riguardo a un bene fondamentale, qual è la vita».

                Dopo la sentenza della Corte costituzionale ↑ che ha assolto Marco Cappato dalle accuse di aver aiutato Fabiano Antoniani (dj Fabo) a suicidarsi, una normativa complessiva sul fine-vita si è resa necessaria. Tanto più che la stessa Corte ha espressamente sollecitato il Parlamento a colmare il vuoto legislativo. Nasce da qui la proposta di legge sulla «morte volontaria medicalmente assistita», che Casalone giudica sostanzialmente in linea con le indicazioni della Consulta. «Il testo – scrive il gesuita – riconosce non un diritto al suicidio, ma la facoltà di chiedere aiuto per compierlo a certe condizioni»: ovvero che vi sia una «condizione clinica irreversibile», associata «al dolore e alla sofferenza intollerabile» e unita alla pratica di «trattamenti sanitari di sostegno vitale, da cui il malato dipende».

È una valutazione simile a quella con cui lo Stato italiano con la Legge 194\22 maggio 1978, depenalizza (art. 19) l’interruzione di gravidanza se si osservano le modalità indicati negli artt. 5 e 8, mentre altrimenti continua ad essere reato (artt. 17, 18, 19, 20. NdR)

                Tuttavia, secondo La Civiltà Cattolica, alcune parti della proposta di legge andrebbero emendate, per non assecondare quel «pendio scivoloso» che tende ad allargare le maglie della norma. Ad esempio, per quanto riguarda l’interruzione dei trattamenti vitali, Casalone suggerisce di aggiungere «che la loro sospensione condurrebbe al decesso in modo diretto e in tempi brevi». E di introdurre l’opzione «dell’obiezione di coscienza» per il personale sanitario coinvolto nelle «procedure e nelle attività specificamente dirette al suicidio»,

lo stesso avverbio è importante nella citata Legge 194/1978 al comma 3 dell’art. 9. Ndr

dal momento che la stessa proposta di legge prevede che la morte non sia «privatizzata» ma possa avvenire anche in una struttura ospedaliera pubblica.

                Allora piuttosto che «affossare» la legge, «con il rischio di favorire la liberalizzazione referendaria dell’omicidio del consenziente», meglio «renderla meno problematica modificandone i termini più dannosi» e poi approvarla (anche se, Casalone ne è cosciente, tecnicamente non impedirebbe il referendum, che interviene sulla modifica di un altro articolo del Codice penale). Per i parlamentari cattolici che votassero sì, è già pronta l’assoluzione è [ma non dovuta se non ci sarebbe il peccato. NdR]: «sostenere questa legge – sostiene il gesuita – corrisponde non a operare il male regolamentato dalla norma giuridica, ma purtroppo a lasciare ai cittadini la possibilità di compierlo».

                Quella della Civiltà Cattolica è una «provocazione», tuona Paola Binetti, senatrice dell’Udc e numeraria dell’Opus Dei: l’articolo ritiene la legge in discussione alla Camera «un male minore rispetto all’ipotesi referendaria», ma «il magistero della Chiesa e papa Francesco più volte in questi ultimi tempi hanno ribadito un no inequivocabile davanti alla morte anticipata per intervento diretto di qualcuno». Sulla stessa linea si attesta Massimo Gandolfini, presidente del Family day: si tratta di un «cedimento inaccettabile» su un tema «non negoziabile come quello della vita», «non mi è chiaro perché per fermare un male ne facciamo un altro. Io non accetto questa idea».

Luca Kocci il manifesto” 16 gennaio 2022

https://ilmanifesto.it/fine-vita-si-incrina-il-muro-vaticano/

 

USA, l’apertura del gesuita “Lasciamo le donne libere di scegliere se abortire”

                Non si ritiene favorevole all’aborto. Ma sorprende dicendo che ogni cattolico dovrebbe approvare il fatto che ogni donna sia libera di fare «la sua scelta». E ancora: «Non dovremmo farla noi per lei». Il gesuita Pat Conroy non è un sacerdote qualunque nel panorama statunitense. Fino al 2021 è stato cappellano della Camera degli Stati Uniti (si è dimesso un anno fa), osteggiato da Donald Trump che ne aveva minacciato il licenziamento quanto gli aveva ricordato la necessità dell’equità e della giustizia nelle sue riforme. Per questo, la sua ultima uscita sull’aborto, nel tempo del pro choice[facoltà di scelta] del presidente Biden in merito, sta facendo discutere: il cattolicesimo – è in sintesi il suo pensiero espresso prima a Lew Nescott Jr., un intervistatore indipendente che produce video su religione e politica negli Stati Uniti, e poi sul Washington Post – deve rispettare il diritto di scelta della donna.

                Anche se «il sistema nel quale viviamo dovrebbe fare tutto il possibile per aiutare le donne a fare la scelta di non abortire». La discussione sull’aborto è da tempo aperta anche nel mondo cattolico. Francesco si è sempre detto contrario all’aborto ricordando che, come recita il Catechismo, è un omicidio. Tuttavia non vuole scomuniche preventive. Tanto che recentemente ha fatto redigere al prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, il cardinale Louis Ladaria, una lettera indirizzata al presidente della conferenza episcopale degli Stati Uniti, l’arcivescovo di Los Angeles José Gomez, per frenare il progetto, nato in implicita polemica con Biden, di adottare un documento sulla «dignità di ricevere la comunione» da parte di politici cattolici a favore delle leggi su questioni come l’aborto. La linea, in sostanza, sembra essere quella di non voler andare allo scontro con quei cattolici che, anche se ricoprono cariche pubbliche, sono favorevoli alla libertà di scelta. Una linea che Conrey ha fatta sua in pieno.

                Conroy, che ha lasciato Capitol Hill dopo l’assalto dello scorso anno spiegando che un «pensiero apocalittico» si è ormai riversato «nel discorso pubblico» e che, per questo, i leader si sono trasformati da politici rispettati in sicari, sostiene che «è un valore “americano” il fatto che ognuno di noi possa scegliere dove sta andando la propria vita». E che «questo è anche un valore cattolico: tutti noi dovremmo usare i nostri doni, i nostri talenti e la nostra intelligenza nel miglior modo possibile per fare le scelte migliori che abbiamo la libertà di fare». E per corroborare le sue parole ha citato Tommaso d’Aquino secondo cui se la propria coscienza dice di fare qualcosa che la Chiesa sostiene essere un peccato, «tu sei obbligato a seguire la tua coscienza». Le parole di padre Conrey, anche se non intaccano la dottrina, mostrano una sensibilità a cui non tutti i credenti sono abituati.

                Il Vaticano in merito non commenta anche se, a titolo personale, è l’ex penitenziere maggiore della Santa Sede, monsignor Gianfranco Girotti, a dire a Repubblica che «l’aborto resta un peccato grave e per questo ci vuole prudenza». Ma dice padre Conroy: «Dato che le donne hanno questo diritto costituzionale (la libertà di scelta, ndr ), il nostro compito come fedeli cristiani, o come cattolici, è di consentire loro di ottimizzare la capacità di fare la scelta».

Paolo Rodari                      “la Repubblica”              12 gennaio 2022

www.repubblica.it/vaticano/2022/01/11/news/l_ex_cappellano_della_camera_degli_stati_uniti_parla_dei_pericoli_del_pensiero_apocalittico_e_del_perche_c_e_spazio_per_es-333440381

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EPISCOPATO

L’episcopato è un sacramento, non un titolo: annotazioni con la dovuta parresìa

                Il termine “curia” ha a che fare con “Signore”, con “signoria” e con “potere”. L’esercizio del potere, che caratterizza ogni curia, e che non è un male, ha delle cause, delle procedure e dei fini. Tutto questo riguarda anche la curia romana e quella “provvista episcopale” che costituisce una “macchina” di nomine, di sostituzioni, di avvicendamenti, di valutazioni, che esiste per “servire la Chiesa”. Ma la curia è al servizio della Chiesa, non la Chiesa al servizio della curia.

                Il procedimento di “nomina” dei vescovi è giustamente molto articolato. Non è mai un gesto unilaterale, senza mediazioni. Proprio perché i Vescovi non sono “funzionari del papa”, il processo di nomina deve essere un “processo ecclesiale” che non può rispondere anzitutto a logiche “spurie”. Diventare Vescovo non può essere la “sistemazione di un soggetto ecclesiale”, non può essere il “coronamento di una carriera”, ma neppure può essere la “soluzione periferica di un problema centrale”. Se ci sono problemi con un Ufficiale della curia romana, e i suoi superiori pensano di risolvere il problema passando la patata bollente ad una Diocesi, questa non è mai una soluzione, bensì l’inizio di un problema maggiore.

                Anche nella Curia, come in ogni realtà umana complessa, ci sono “peccati strutturali”. Non si tratta solo di singole responsabilità, ma della acquiescenza generalizzata ad una tendenza autoreferenziale, che tutto può trattare (la approvazione di un testo liturgico, la nomina di un vescovo, la risposta ad un dubbio o la inerzia nella applicazione di un compito) come una questione “privata”. La burocrazia, come degenerazione, non è altro che la sostituzione con cui l’‘ufficio” mette sé stesso e i propri interessi al posto della funzione per cui esiste.

                Le parole chiare che abbiamo sentito e ripetuto negli ultimi anni sulla Chiesa in uscita e sul superamento della autoreferenzialità non riguardano solo “questioni di principio” o “casi-limite”. Forse proprio questa è stata una carenza di queste giuste affermazioni, che restano sacrosante, ma che possono peccare di eccessiva astrattezza. Se si parla di “superamento della autoreferenzialità” come uno slogan di priorità, e giustamente si riconduce alla autoreferenzialità anche l’inadeguato modo di trattare i casi di abuso su minori, ma nel frattempo si lascia che la “macchina curiale” dia soddisfazione alle carriere episcopali secondo logiche distorte, si contribuisce gravemente al degrado comune, tanto ecclesiale quanto civile. Qui, lo dobbiamo dire, si offre proprio un cattivo esempio e si alimentano i pregiudizi più ingiusti, ma che in questi casi trovano le loro ragioni: applicando il terribile principio “promoveatur ut amoveatur” arriviamo a gestire quello che è un sacramento come se fosse una cosa funzionale, che sta nella disponibilità della curia. La Chiesa così varca il limite della propria autorità e quindi perde autorità.

                Infatti, con quale autorità potrebbe la Chiesa parlare sul malcostume di una politica autoreferenziale, sulla inadeguatezza delle cariche, sulla distorsione del consenso, se nella nomina dei Vescovi non si mirasse al “bene della Diocesi di destinazione” ma soltanto a risolvere gli equilibri di potere interni alla Curia romana? Con quale autorità si può lavorare sulla “sinodalità dell’ascolto”, perciò ripetendo con limpida insistenza “ascoltare, ascoltare, sempre”, se non si ascolta affatto la voce della Chiesa che riceve la nomina, e delle Chiesa della regione episcopale, ma si asseconda soltanto la logica cieca con cui l’apparato curiale sistema le sue piccole e\o grandi pedine? Chi potrà prendere sul serio la “paternità episcopale” in una gestione così opaca delle nomine pastorali e della loro correlazione alle pecore?

                Un caro amico teologo, ormai molto anziano, sulla cui autorità nessuno ha mai avuto dubbi, raccontava un episodio giovanile, tipico di questa tendenza degenerata. Un nuovo vescovo della sua diocesi siciliana, appena arrivato in sede, convocò i presbiteri e iniziò il suo discorso dicendo: “In questa diocesi sono di passaggio…”. Al che il giovane teologo, che come presbitero era seduto in prima fila, si alzò dicendo: “Allora non è questo il mio vescovo”… e lasciò impetuosamente la riunione!

                Ci vuole parrhesia [dal greco παρρησία, composto di pan (tutto) e rhema, ciò che viene detto Il diritto-dovere di dire la verità, franchezza.], anche nella Chiesa. Questa è la parola che ascoltiamo tanto spesso, con vera soddisfazione, soprattutto negli ultimi anni. E la ascoltiamo proprio da quel vertice della piramide che sa di stare in basso, non in alto. Proprio in virtù di questa parresia, si deve dire che nomine di Vescovi funzionari non sono più compatibili né con la base che è vertice, né con il vertice che è base. Non possono essere né accettate dai destinatari, né avallate dalle autorità superiori. A questo gioco non si può più giocare seriamente. Altrimenti tutta la vocazione sinodale, che pure assume localmente i suoi passi belli e significativi, diventa solo esercizio ozioso di retorica falsa, vuoto risuonare di parole estranee, sovrastruttura lucida, ma solo apparente, prezioso diversivo per le folle che non rinunciano mai alla loro speranza.

                La Chiesa si è vincolata nel Concilio Vaticano II ad una teologia dell’episcopato che lo intende, dopo molti secoli, di nuovo come sacramento. Alla potestas iurisdictionis poteva bastare un vescovo-conte o un funzionario diligente o una sistemazione di fortuna. Alla comprensione postconciliare, ecclesiale e sacramentale, questo non basta più. Occorre un pastore che stia allo stesso tempo davanti, dietro e in mezzo al popolo e che ne condivida e ne presieda le qualità sacerdotali, profetiche e regali. Forse alcuni ufficiali romani possono ancora ignorarlo, ma il cambio di paradigma c’è già stato da 60 anni e li vincola di fronte a tutti. Di questo munus [dovere, impegno, incarico, funzione] la Curia romana non solo dispone, ma risponde. E proprio su una delle maggiori novità del Concilio Vaticano II la Chiesa cattolica non dovrebbe permettersi di essere contraddittoria con se stessa, solo per un piatto di lenticchie. L’episcopato è un sacramento, non il toccasana per le malattie della curia romana. Guai a noi se lo dimenticassimo. Lo Spirito Santo resta sempre libero, anche quando facciamo di tutto per mettergli il bastone tra le ruote. Ma se la speranza non è perduta, la testimonianza è certo compromessa.

Andrea Grillo    blog: Come se non          10 gennaio 2022

www.cittadellaeditrice.com/munera/lepiscopato-e-un-sacramento-non-un-titolo-annotazioni-con-la-dovuta-parresia

 

Il Vetus Ordo dell’episcopato: storia e vulnus

                Il ragionamento teologico, che valuta la storia della Chiesa cattolica dell’ultimo secolo, non fatica ad identificare diversi motivi di aggiornamento e di rilettura della tradizione nel Concilio Vaticano II. Di esso, tuttavia, molto spesso si dimentica che, tra le più grandi novità che ci vengono offerte dai documenti conciliari, vi è non soltanto una “nuova figura di chiesa”, ma una potentissima rilettura del ministero episcopale. Tra coloro che con maggiore lucidità hanno contribuito a chiarire questa grande novità vi è senza dubbio il compianto Ghislain Lafont [1928-2021, teologo e monaco benedettino], fine maestro di pensiero teologico a S. Anselmo e alla Gregoriana per tanti anni. Molte volte lo abbiamo ascoltato dire con grande enfasi questa cosa: dal Vaticano II riceviamo una nuova teologia dell’episcopato. Anche su questo blog, quasi 4 anni fa, egli aveva scritto un testo luminosissimo proprio su questo punto e dal quale cito due passi preziosi

www.cittadellaeditrice.com/munera/nuova-teologia-eucaristica-23-il-ministero-nella-chiesa-problematica-gh-lafont-9

                Due concezioni del vescovo. Ecco un primo testo di Lafont:

“il Concilio Vaticano II ha operato una trasformazione importante della teologia affermata dalla Scolastica medievale e dal Concilio di Trento. Il Vaticano II ha un concetto unificato di autorità episcopale e parla del prete nella stessa prospettiva: “…il vescovo, assistito dai suoi preti”: anche per il prete, a sostegno del vescovo, l’autorità è globale e riguarda l’insieme del ministero di “sorveglianza” (episcopé). La teologia precedente, invece, prima di parlare del vescovo, si interessava al prete e stabiliva in lui una separazione tra ciò che gli derivava dal sacramento, ossia il potere liturgico, e ciò che gli derivava per delega dal vescovo o dal papa, ossia il potere sulla comunità. Il carattere (…) lo qualificava soltanto per le azioni rituali, ossia quelle in cui tanto il significato quanto l’efficacia sfuggono al controllo dell’uomo: egli le esercita solo rispettando un programma del quale può essere soltanto strumento. La competenza pastorale, che deriva dal personale discernimento evangelico, non era considerata di origine sacramentale né era collegata al carattere: la si vedeva discendere dall’alto, per mezzo di determinazioni giuridiche che si strutturano in gradi. Questa origine, più o meno immediatamente divina, conferisce alla parola di colui che la detiene, non una autorità rituale, ma una garanzia di verità: “magistero” e “giurisdizione” sono termini che qualificano la parola del vescovo, e, sopra di lui, del papa, o, sotto di lui, del prete. Non c’è più sacralità ma potere, non più validità per fedeltà al programma rituale, ma esercizio prudente della autorità. Prendiamo dei termini coloriti: il titolare della più alta funzione è Sommo Sacerdote (per sacramento) e Imperatore (per elezione divina), cosa che si declina con sfumature diverse presso diversi gradi gerarchici.”

            Questa lettura medievale e moderna, che arriva fino al Vaticano II, ha prodotto un effetto sorprendente, almeno ai nostri occhi: ha escluso l’episcopato dal “sacramento dell’ordine”. Così è stato per quasi un millennio, fino all’altro ieri. Ma la nuova inclusione del Vescovo all’interno del “sacramento dell’ordine” – come grado più alto e di pienezza – che cosa significa? Anche qui Lafont aggiunge parole di grande chiarezza.

                Bisogna infatti chiedersi se ”questa unificazione dell’origine delle funzioni e delle missioni del vescovo nel sacramento implichi o meno un cambiamento della fisionomia generale del ministero cristiano. E, dato che sembra difficile negare che qualcosa sia cambiato, ci si chiede se si possa dire in che cosa consista il cambiamento. In altri termini, questa autorità pastorale globale conferita dal sacramento dell’Ordine, inclina in direzione rituale o piuttosto in direzione della autorità? Si estende a tutte le parole del Vescovo il carattere sacro della ritualità liturgica oppure si riconducono le parole liturgiche alla sola condizione di parole d’autorità, senza efficacia specifica? Riprendo le parole utilizzate prima: il vescovo sarà più un Pontefice o più un Re? Oppure: categorie di questo genere sono ormai obsolete e allora che cosa dobbiamo proporre per definire il ministero cristiano?”

            I “gradi gerarchici” dell’episcopato. Nel momento in cui, per molti secoli, il Vescovo non aveva direttamente a che fare con il sacramento dell’ordine, ma si limitava soltanto al “magistero” e alla “giurisdizione”, poteva essere trattato, sostanzialmente, nelle logiche del “re” e della sua corte. E così si è potuto usare per secoli un “Cærimoniale Episcoporum”, un cerimoniale di corte che faceva concorrenza a quello dei conti, dei baroni e dei marchesi.  D’altra parte la teologia giustificava con molti argomenti questa condizione “funzionale” dell’episcopato. Dovendo gestire il controllo della dottrina e l’esercizio del potere, esso non dipendeva da una “ordinazione sacramentale”, ma da una “consacrazione” che aveva i caratteri non del sacramento, ma del “sacramentale”, vale a dire di ciò che ha una efficacia come “azione della Chiesa”, non come “azione di Dio”. Questa lettura “burocratica” dell’episcopato non si faceva troppe illusioni. E perciò poteva moltiplicare le “dignità” e i “privilegi”, sapendo di lavorare con una dimensione seconda e penultima. In un tale mondo era ben possibile che il titolo di “arcivescovo”, ottenuto per un incarico a cui non corrispondeva alcuna diocesi da amministrare, potesse essere “personalizzato” e attribuito al funzionario ecclesiale come un mero “titolo”, come una “onorificenza”. Non si deve dimenticare che, in una tale logica, era addirittura possibile che il Vescovo non risiedesse nella Diocesi in cui doveva esercitare il suo potere di giurisdizione. Il Concilio di Trento cercò di rimediare a questa pecca secolare, senza avere immediato successo.

                La rilettura sacramentale e le sue smentite giuridiche. Oggi le cose non stanno più così. O, meglio, non dovrebbero stare più così. Perché l’inerzia della storia, con cui sempre la Chiesa e ogni istituzione fa i conti, ci riserva, accanto al sopravvivere delle forme vecchie, una nuova comprensione dell’episcopato, che in una nuova fedeltà con i primi secoli, legge il ministero episcopale con una logica diversa da quella medievale e moderna. Tutti e tre i munera battesimali (sacerdotale, profetico e regale) trovano una “forma ministeriale” a livello di diaconato, di presbiterato e di episcopato, che costituiscono i tre gradi del ministero ordinato. Perciò l’intera Chiesa è accomunata da una competenza sul culto, sulla parola e sul governo. In una chiesa così concepita e vissuta, i concetti giuridici di “vescovo titolare” e di “arcivescovo ad personam” risultano scandalosi, perché pretendono di imporre, nel nuovo assetto, le categorie vecchie. In un certo senso sono “dispositivi di blocco”, che impediscono la trasformazione del ministero ecclesiale, perché lo paralizzano in una concezione “personale”, “burocratica”, senza legame con il popolo di Dio. Utilizzano la parola “Vescovo” e “Arcivescovo” con un significato che non è più compatibile con la comprensione ecclesiale e personale del ministero episcopale. Perché si è Vescovi “ad populum”, eventualmente “ad officium”, ma mai “ad personam”. Questo è, teologicamente, un concetto che il Concilio Vaticano II ha reso aberrante. La teologia dell’episcopato lo esclude e se è nelle normative, deve essere cancellato, prendendo congedo da una aberrazione.

                Un “vetus ordo” nel modo di essere e di fare il vescovo? Nel mondo di prima, dove la figura del Vescovo poteva essere ridotta “teologicamente” ad essere funzionario del papa, non era affatto scandaloso che si fosse consacrati Vescovi per fare lavoro d’ufficio.  Anzi, la riduzione a funzionari era, in fondo, una possibilità di tutti i Vescovi, che potevano essere soddisfatti di una buona amministrazione del personale e di un efficace controllo della dottrina. Questo, allora, poteva essere compatibile anche con una dimensione di “sacramento dell’ordine” ridotta a celebrare messe ed eventualmente assolvere dai peccati. Lo stesso vescovo poteva limitare la sua “vita sacramentale” alla messa privata del mattino, in una cappella privata, da solo. Questo era un mondo coerente e efficiente, al quale il Concilio Vaticano II ha detto: “sei inadeguato e autoreferenziale”!

                Ma se oggi, grazie a categorie giuridiche antiquate, a teologie da farmacisti e a prassi compiacenti, in una Chiesa che del sacramento dell’episcopato dovrebbe fare il suo fiore all’occhiello, noi continuiamo a ordinare Vescovi senza diocesi, che forse anche oggi, a Roma e anche altrove, celebrano messa da soli prima di dedicarsi ai doveri di ufficio, restiamo nel modello vecchio: ogni episcopato “ad personam” è uno scandalo dal quale dobbiamo liberarci. Diciamo meglio: è un Vetus Ordo che resta come un “basso continuo” almeno a livello di Curia Romana. E anche un papa che come segno limpido di autorità del Concilio Vaticano II, celebra ogni mattina col popolo a S. Marta, e che in Argentina, da Arcivescovo non “ad personam”, con la Metropolitana raggiungeva le comunità con cui celebrare, nei meandri della Curia romana, può arrivare a celebrare “privatamente” la Messa in Cœna Domini nella cappella privata di un cardinale o  a consentire che sia trasferito in periferia un Ufficiale forse sgradito, o stanco, o ingombrante, conservandogli però il titolo “ad personam”. Qui la periferia non è un concetto teologico nuovo, ma la vecchia nozione residuale e marginale: è allontanamento dalla corte, forse per scrivere nuovi Tristia [opera di Ovidio, esiliato]. Ma triste è anzitutto vedere la Chiesa cattolica ridursi nel 2022 a questi mezzucci da “ancien régime”. Anche contro questo Vetus Ordo episcopale abbiamo bisogno di “traditionis custodes”, di forti e coraggiosi custodi della tradizione sana, non di quella malata

Andrea Grillo    blog: Come se non          12 gennaio 2022

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Vescovo e la Chiesa locale: relazione, elezione e formazione

                Sulla linea delle riflessioni proposte da Andrea Grillo, il quale riprende in maniera concisa ed essenziale le sollecitazioni già offerte da G. Lafont, ci affianchiamo per approfondire ulteriormente la riflessione proposta.

                In primo luogo, vogliamo ricordare il lucido contributo che Giuseppe Colombo nei decenni successivi al Concilio ha dato sulla identità (apostolica) del ministero ordinato a partire dal vescovo, includendo concentricamente il presbiterato e il diaconato. Questo punto di partenza da un lato, sul piano dogmatico, doveva superare quella incertezza sulla sacramentalità dell’episcopato, che era perdurata fino al concilio Vaticano II; dietro di essa si nascondono le tante ambiguità che hanno offuscato la chiarezza del ministero; dall’altro lato, sul piano pastorale, ripartire dalla figura del vescovo ha consentito il riemergere della Chiesa locale come articolazione necessaria e intrinseca alla Chiesa tout court.

                La nuova impostazione conciliare, lucidamente elaborata dalla teologia postconciliare, avrebbe dovuto segnare un profondo ripensamento sia della spiritualità del ministero ordinato, sia delle diverse prassi ecclesiali, provenienti dal passato e compromesse dall’impianto teologico ormai superato; ci limitiamo a notare solo alcune ovvie conseguenze.

                Le ragioni della Chiesa locale. In primo luogo, va affermata la stretta correlazione tra il ministero episcopale e l’identità della Chiesa locale; il recupero della sacramentalità dell’episcopato ha reso possibile l’affermazione decisiva della Chiesa locale che, fino al concilio Vaticano II, si era intestata intorno al termine diocesi, termine connotato più dall’aspetto giuridico e organizzativo anziché dal contenuto ecclesiale; la Chiesa locale, invece, è la prima realizzazione della soggettualità concreta della ecclesialità in un luogo e in un tempo ben precisi; detta consapevolezza è frutto del dato neotestamentario, il quale, soprattutto nelle lettere paoline, afferma l’ecclesialità a partire dalle singole comunità locali, le quali a loro volta, poste in circolarità con le altre Chiese rendono possibile quella che, in maniera ricapitolativa ma con intonazione un po’ ideale, possiamo chiamare la Chiesa universale.

                Le procedure di designazione. Detta correlazione tra vescovo e chiesa locale non può non comportare anche delle conseguenze sulla procedura che porta alla designazione del vescovo, in quanto persona chiamata a condividere il cammino, le gioie e i dolori, le fatiche e le speranze di tutta la comunità ecclesiale in quel luogo e in quel tempo precisi. Per tale designazione, al momento esistono solo delle consultazioni, segrete e da segretare, avviate da Roma con persone ecclesialmente significative al fine di raccogliere pareri sui candidati, per lo più proposti dalle Conferenze episcopali locali se non addirittura direttamente da Roma.

                L’amico dello sposo e la sposa. Non per enfatizzare il tema coniugale, che comunque ha una grande tradizione patristica e teologica, ma ci viene da chiedere: se il vescovo simboleggia la sponsalità di Cristo verso la sua Chiesa sposa, non sarebbe ovvio che ci sia una reciproca scelta tra sposo e sposa? In che modo attuare questo procedimento di reciproca scelta non è facile configurarlo nei particolari; ma certamente si deve cominciare a pensare qualcosa di radicalmente diverso rispetto all’attuale procedura, che mediamente promuove perlopiù l’ignoranza fra i due partners (!), ovvero il vescovo e la sua sposa; niente di più anacronistico, che ormai offende la nostra sensibilità contemporanea.

                La preparazione al ministero. Il secondo aspetto è relativo a quello che potremmo chiamare la preparazione al ministero ordinato. Al momento, l’unica preparazione prevista, secondo la riforma avviata dal Concilio di Trento e che a tutt’ora resiste, è quella del seminario; esso è il luogo ufficiale di preparazione al ministero presbiterale, pensato perlopiù secondo il modello tradizionale; al presbitero venivano attribuite una serie di caratteristiche, spesso espropriate al popolo Cristiano: il termine ‘sacerdote’, l’idea che sia l’uomo della preghiera o del sacro, identificabile perché chiamato al carisma (sacrificio) del celibato…; in ogni caso, si dà per scontato di accogliere in esso coloro che dicono di avere “la vocazione”, seppure essa va verificata dai responsabili. Tutte connotazioni che hanno una certa ambiguità perché non sembrano offrire gli elementi della ‘specificità’ del ministero presbiterale rispetto alla identità battesimale e crismale del popolo cristiano e al carisma della vita religiosa.

                In ogni caso, se il Concilio ha dato una svolta a tutto l’impianto teologico-pastorale del ministero ordinato, il seminario mostra il suo aspetto anacronistico (al di là delle buone intenzioni degli attuali soggetti in esso impegnati); attraverso di esso si perpetua l’idea della centralità del presbitero, intesa come figura princeps della ministerialità nella Chiesa. Molto banalmente ci chiediamo: perché non si pensa a un seminario che prepari alla ministerialità nella Chiesa tout court, dando percorsi specifici per il ministero diaconale, presbiterale ed episcopale, evidenziando in ciascuno di essi i veri tratti essenziali e le corrispondenti qualità ministeriali che dovrebbero competere? Sì, anche seminario ‘episcopale’, dato che detto ministero non può essere improvvisato e richiederebbe una particolare formazione in direzione della Chiesa locale.

                Il consenso della comunità. In questo contesto, accanto alla suddetta nuova preparazione (che non va esagerata), non deve essere trascurata una procedura di consenso da parte della comunità ecclesiale nelle sue diverse articolazioni. Sappiamo che di questo consenso è rimasto nella liturgia soltanto un residuo quando nell’ordinazione presbiterale il popolo Cristiano viene interpellato a esprimere il proprio (ormai inevitabile) consenso all’ordinazione del candidato. Non sarebbe invece auspicabile un percorso nel quale il popolo Cristiano venga coinvolto (sinodalmente, finalmente?!) per esprimere un consenso e quindi la disponibilità ad accogliere i ministri che il Signore vuole mettere a suo servizio? D’altra parte, se parliamo di servizio, chi deve scegliere le “persone di servizio” se non coloro che hanno bisogno di detto servizio? L’esercizio concreto del ministero non deve escludere un buon indice di gradimento fra gli uni e gli altri!

                Le presenti sollecitazioni potrebbero apparire peregrine; dal nostro punto di vista hanno solo il compito di ridimensionare a poco a poco quelle procedure, che attualmente vengono prevalentemente dall’alto e dentro le quali si insinuano anche giochi non chiari né trasparenti agli occhi del popolo Cristiano. Né ci illudiamo che responsabilizzare la comunità cristiana nel processo di designazione sia scevro da rischi e parzialità; ma, pur con questa evenienza, vale la pena sottolineare che il ministero, che resta gratuito dono sacramentale da parte di Dio, è termine relativo che implica la comunità cui e dentro cui esse il vescovo simboleggia la sponsalità di Cristo verso la sua Chiesa sposa, non sarebbe ovvio che ci sia una reciproca scelta tra sposo e sposa? se parliamo di servizio, chi deve scegliere le "persone di servizio" se non coloro che hanno bisogno di detto servizio? L’esercizio concreto del ministero non deve escludere un buon indice di gradimento fra gli uni e gli altri!

                 Le presenti sollecitazioni potrebbero apparire peregrine; dal nostro punto di vista hanno solo il compito di ridimensionare a poco a poco quelle procedure, che attualmente vengono prevalentemente dall’alto e dentro le quali si insinuano anche giochi non chiari né trasparenti agli occhi del popolo Cristiano. Né ci illudiamo che responsabilizzare la comunità cristiana nel processo di designazione sia scevro da rischi e parzialità; ma, pur con questa evenienza, vale la pena sottolineare che il ministero, che resta gratuito dono sacramentale da parte di Dio, è termine relativo che implica la comunità cui e dentro cui esso è offerto; perché non puntare al meglio che includa per davvero una comunità… ben servita?

                Cosimo Scordato             blog Come se non           del 13 gennaio 2022

www.cittadellaeditrice.com/munera/episcopato-e-chiesa-locale-di-cosimo-scordato

               

Piramide? No grazie! Compagnia-cum pane (di Cosimo Scordato)

                Nel dibattito suscitato dai post precedenti (miei e di Cosimo Scordato su questo blog) è intervenuto oggi Umberto Rosario del Giudice, canonista, che nel suo blog ha scritto un testo molto stimolante, che ripensa la “dignità” dei ministri cattolici, pensata come “dignità dal basso” e come “dignità dall’alto” (il suo testo, dal titolo “Ministero ordinato e forme semplici di ‘dignità”.

https://theoremi.blogspot.com/2022/01/ministero-ordinato-e-forme-semplici-di.html?m=1

A questo testo reagisce, proseguendo la riflessione, Cosimo Scordato, con la riflessione che pubblico qui di seguito. Le risorse della teologia, del diritto canonico e della identità ecclesiale attraversano la storia e si confrontano con la maturazione che le stesse parole del Concilio chiedono alla Chiesa di oggi: perché sappiamo distinguere bene “ciò che non muore e ciò che può morire” della tradizione. In questo dialogo tra giuristi e sacramentalisti scopriamo anche un bel contributo per il cammino sinodale della Chiesa italiana, che deve pensare in grande e non lasciarsi condizionare dalle zavorre che la affaticano e la appesantiscono.

                Interagendo con l’ultimo intervento di U. Rosario Del Giudice, del quale ho apprezzato gli accenni di ricostruzione storica e il tentativo di alleggerire l’apparato ecclesiastico da titoli, stemmi e altro ancora, vorrei insistere sulla esigenza di pensare a un nuovo paradigma di ecclesialità. Non ho la pretesa di offrirlo anche perché richiede, oltre che l’attenzione ai segni del tempo e della storia, un processo di maturazione ecclesiale e l’affermarsi di un certo consenso. Mi limito ad offrire, però, un elemento come possibile nuovo punto di partenza.

                Il Vaticano II e il suo linguaggio. Il riferimento obbligato resta il Concilio Vaticano II, che assumo come traguardo importante rispetto al passato, ma soprattutto come punto di partenza verso il futuro e quindi, comprensibilmente, riconoscendone sollecitazioni importanti ma solo parzialmente realizzate.

Ebbene la Costituzione dogmatica sulla Chiesa ha segnato una svolta di non ritorno nel momento in cui, nell’orizzonte del mistero della Chiesa del primo capitolo, afferma che il soggetto ecclesiale tout court è il Popolo di Dio nel secondo capitolo. Detta affermazione, per quanto ripresa e ribadita in tante riflessioni sistematiche, non ha ancora prodotto il suo risultato determinante anche perché il popolo di Dio è stato messo in pendant [riferimento], quasi come suo correttivo, con la Costituzione gerarchica della Chiesa del terzo capitolo.

                Personalmente sono convinto che, rispetto al passato, non era facile spingersi ulteriormente; ma, col senno di poi, tendo a riconoscere che non solo il lemma ‘costituzione gerarchica’ costituisce una pessima formulazione (gerarchia e gerarca evocano il peggio della nostra storia); ma sono convinto che, ciò che nel terzo capitolo viene affermato, deve essere ripensato nella direzione di ciò che il dopo Concilio ha maturato successivamente in diversi documenti: la Chiesa è tutta ministeriale e dentro questo orizzonte va compreso il senso del ministero ordinato.

                Il battesimo e il ministero ordinato. Detto più espressamente, il popolo cristiano è il soggetto princeps della ecclesialità e della ministerialità e ciò perché in forza della iniziazione cristiana ogni credente è figlio di Dio, costituito come sacerdote, re e profeta in forza del battesimo; arricchito dei doni/carismi dello Spirito in forza della cresima; con-corporeo col Signore e con tutta la comunità in forza della eucaristia. Ciascun membro della comunità cristiana è abilitato alle infinite forme di servizio esprimibili nei diversi ambiti della Parola, della regalità e della liturgia e altro ancora, dentro la Chiesa e dentro la società.

                A garanzia di tale dinamismo suscitato e animato dallo Spirito di Cristo, vengono costituiti col sacramento del ministero ordinato coloro che hanno il compito di salvaguardare e celebrare la comunione di tutti i membri nei diversi ambiti di realizzazione: chiesa locale, chiesa parrocchiale, diaconia (vescovi, presbiteri, diaconi). Essi sono i servi della comunità e debbono guardarsi dallo scivolare a diventarne i padroni! Ebbene, ci permettiamo di dire che, rispetto a questa nuova consapevolezza, si rendono inevitabili almeno due processi di inevitabile maturazione.

                Due maturazioni necessarie

  1. Il primo è quello di sgombrare il terreno da tutte quelle superfetazioni che hanno accompagnato la realizzazione del ministero ordinato omologandolo di volta in volta con altre forme della vita sociale; ci riferiamo a privilegi, onori, titoli di vario genere… tutte cose inutili e dannose che offuscano la regale bellezza dell’umile servizio reso in ginocchio, ai piedi della comunità, come Gesù nell’ultima cena.
  2. Il secondo processo è relativo al processo di maturazione che deve sollecitare il popolo cristiano a diventare sempre più consapevole della propria dignità in senso evangelico, e quindi della propria soggettualità ecclesiale; ciò non per rivendicazionismo populistico, quanto piuttosto per presa di coscienza della propria identità filiale, crismale-pneumatica, eucaristica-cristica. Mettiamo in conto che ciò dovrà comportare, inevitabilmente, che vada sempre più arretrando la mentalità ‘clericale’ di coloro che, all’interno, e non di sopra o al di fuori della comunità, non si ritengono né superiori né inferiori, ma semplicemente accanto e a servizio.

                Non siamo per nessuna piramide, né rivolta all’alto né rivolta al basso, ma siamo per la compagnia (cum pane) della mensa, che trova tutti intorno alla stessa mensa, intavolata dal Signore perché tutti morti di fame, bisognosi di essere sfamati di vita e di vita piena… reciprocamente!

Cosimo Scordato             blog: Come se non          15 gennaio 2022

www.cittadellaeditrice.com/munera/piramide-no-grazie-compagnia-cum-pane-di-cosimo-scordato

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FAMIGLIA

La famiglia

            Anche la famiglia è in trasformazione come tutto ciò che ci riguarda nelle grandi trasformazioni. Tuttavia siamo turbati da risultati non ancora entrati nella sfera del “nuovo”, perché ci sfuggono le potenzialità e, senza cercare di capire meglio, vediamo i segni negativi più che quelli positivi. Perché ciò che fa riferimento da sempre, ma sempre malamente la famiglia “sembra” una struttura “necessaria” e “naturale”, ma l’essere umano ha bisogno degli “altri”: non può vivere da solo. Per sopravvivere. Tengono dietro le pulsioni, i bisogni; “poi” si impara che non sono costruttive senza regole. Poi, l’uomo più lentamente, la donna meno, decolla l’amore che, non a caso, non è mai uguale nel tempo. Il fatto che il 40 % degli embrioni si sfaldi senza che nemmeno la donna sapesse di essere stata incinta e se quella che abbiamo fino a ieri chiamato la “normalità” degli accoppiamenti, se il maschio conosce i propri limiti (non solo quelli che oggi lo inducono al viagra) sessuali (la condanna delle sterili è stata ingiustizia causata da ignoranza) e se la femmina non è disponibile tutte le volte che il/la partner è desiderante, significa forse che la natura non vuole che tutte le “unioni carnali” siano feconde.

                La prendiamo di lontano perché diventa più semplice riconoscere lo sviluppo storico della prima delle relazioni umane che non sono mai neutre o indifferenti, ma seguono l’evolversi delle stagioni evolutive dell’umanità. Ci rendiamo conto che la famiglia illuminista consentiva storie coniugali e dinastiche (anche nel borghese che aveva l’amante e non permetteva più che sua moglie avesse il cicisbeo) di dovere (e molte prime notti per le ragazze erano stupri), che l’Ottocento della Restaurazione torna a limitare – ovviamente le donne –  l’eccesso di libertà coprendo le gambe anche ai tavoli, per cedere alla belle époque e alla prima modernità. Basta guardare le immagini delle storie della moda per visualizzare alla dinamica dei rapporti di coppia che hanno a che vedere con la trasmissione alle generazioni successive. La morale tenderebbe alla conservazione, ma anche la morale sostanzialmente si flette a interpretare i principi alla luce dei mutamenti dei tempi.

                Va detto che non si parla delle classi deboli perché la “plebe” è stata sempre estranea alle “convenienze sociali: sono più “libere”, ma nessuno le rende autonome ammettendole nelle scuole. Che non sostituiscono la scuola della vita e delle esperienze buone e cattive davanti alle quali (p. es. le guerre) hanno maturato un giudizio impotente. Così la famiglia: esaltata, pilastro della società in realtà è il luogo in cui si compiono i peggiori delitti: possono essere i femminicidi, ma anche gli odi, le violenze, le discriminazioni. Tuttavia oggi la linea tendenziale aprirebbe all’ottimismo, dato che la line tendenziale è quella di evitare i matrimoni precoci, anche le gravidanze, l’intromissione dei genitori nella scelta del partner e i giovani sono quasi sempre liberi di scegliersi. Abbiamo, però, tante tradizioni pesanti sulle spalle che non sempre le scelte non sono durevoli – e abbiamo la possibilità di rimediare istituendo il divorzio – e i fallimenti costano.  I bambini crescono senza le regole severe dell’obbedienza, hanno genitori che li lasciano senza correttivi concedendo loro tutto ciò che reputano migliore per la loro felicità e ne esaltano la tendenza anarchica. Dato il metodo generale educativo sempre agganciato alla tradizione, le generazioni si susseguono e dovranno recuperare sperimentando equilibri e squilibri: il futuro può vedere di tutto: la crescita dei single, il “libero amore” che può voler dire anche “prendersi e lasciarci, la libertà sessuale prima o poi perderà entusiasmo perché inadeguata ai desideri.

                Ma tra vecchio (con i costumi diversi delle società non occidentali che persistono senza diventare degli “universali”) e nuovo ancora inedito, resta l’eccezione delle famiglie che si sono riconosciute ieri al funerale del presidente del Parlamento Europeo: David Sassoli non era una persona eccezionale, era un uomo che non era disposto a subire la tentazione del potere: la vita ha altri valori, se si cercano. Oggi i giovani debbono trovarli da sé. Possibilmente pensandoci sopra anche noi più vecchi e non sempre contenti.

                Blog di Giancarla Codrignani, docente e giornalista, parlamentare 3 legislature 16 gennaio 2022

                https://vorreicapire.it/la-famiglia

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FIGLI

Infanzia e adolescenza: le linee guida AICS

Nel giugno 2021 l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS, agenzia che ha iniziato ad operare nel gennaio del 2016 per allineare l’Italia ai principali partner europei e internazionali nell’impegno per lo sviluppo) ha emanato le nuove Linee guida sull’infanzia e l’adolescenza. www.aics.gov.it/2021/65221

Le Linee guida - rivolte ai cooperatori per l’adozione di adeguate politiche -, per quanto non siano un testo prescrittivo danno nuova linfa alla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia e al diritto minorile in generale e offrono indicazioni ai genitori e a tutti coloro che si rapportano con l’infanzia e l’adolescenza (ovvero a tutto il sistema “child safeguarding”) affinché possano fare da guida a bambini e ragazzi. È interessante leggere e commentare alcuni passaggi.

                Una delle previsioni più significative delle Linee guida è la seguente: “Inserire nell’ambito dell’educazione formale e non formale percorsi di educazione all’espressività emotiva e alla life skills [competenze per la vita] allo scopo di stimolare nei minori lo sviluppo di competenze per la risoluzione non violenta dei conflitti interpersonali e sociali” (dal punto 4.1.3 delle Linee guida). Educare è pure educare alle emozioni, al dolore, alle crisi, perché attraversando (e non evitando) le emozioni, il dolore, le crisi, ci si conosce, si cresce, si diventa la persona che si è, si raggiunge il proprio benessere e si sviluppa la propria personalità, come spiegato dalla formatrice Silvia Iaccarino, ordinaria Università di Parma: “Il bambino vivrà continue separazioni nel corso della sua vita ed ha bisogno di imparare a gestirle, sapendo di poter contare sul supporto empatico degli adulti: “Sei triste, ti capisco…Anche io vorrei giocare con te invece che andare al lavoro…Ci vedremo più tardi e faremo un bel giro al parchetto“. Come dice la seguente citazione a cura del Gottman Institute: “Spesso aiuta di più ascoltare la tristezza piuttosto che cercare di alleviarla”. Accogliere il pianto del bambino, o qualsiasi altro modo attraverso cui egli comunica il suo stato emotivo, è importante affinché egli possa “digerire” le sue emozioni. Come dice Cesare Pavese: «Non ci si libera di una cosa evitandola, ma solo attraversandola». È solo esprimendo ed attraversando la propria emozione che il bambino può andare oltre. Per fare ciò in modo equilibrato e sano, c’è bisogno di adulti che ascoltino e contengano il vissuto del bambino, facendogli sentire di essere riconosciuto e compreso e che non è da solo a maneggiare le sue emozioni. In questo modo lo si rassicura sul fatto che c’è qualcuno di affidabile il quale può farsi contenitore e che sa reggere il carico di tale vissuto, comunicando al piccolo che è normale ciò che prova e che, un po’ per volta, andrà meglio”.

                I bambini hanno bisogno e fanno richiesta di storie, racconti, narrazioni: “Le storie sono per gli esseri umani ciò che l’acqua è per i pesci, cioè vi sono immersi ma è un fatto impalpabile. Mentre il nostro corpo rimane ancorato a un punto specifico dello spazio-tempo, la nostra mente è sempre libera di vagare in mondi immaginari. E lo fa in continuazione!” (da “L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno reso umani” dello statunitense Jonathan Gottschall). E per questo occorre “Favorire lo sviluppo della personalità del minore, il pieno sviluppo delle sue facoltà e delle sue capacità psico-sociali, emozionali, attitudinali e in generale delle sue potenzialità, sostenendolo in base ai suoi bisogni individuali e assicurando che possa imparare insieme agli altri” (dal punto 4.3 delle Linee guida). In queste parole il bambino è considerato nella sua interezza, quale complesso di facoltà, capacità, potenzialità, bisogni e insieme agli altri, considerazione spesso inesistente in famiglia e nella scuola, come si è verificato pure durante la pandemia da Covid-19.

                “Come l’albero, l’uomo cresce. Come l’uomo, anche l’albero è sradicato […]. Come l’albero, l’uomo aspira verso l’alto” (il poeta israeliano Natan Zach). Ogni uomo è un albero con radici, un albatro con ali, un’alba con aspettative, un album con pagine. Ancor di più un bambino. “L’“Early Childhood” si può considerare - adottando la definizione dell’UNESCO - come il periodo della vita che si estende dal concepimento fino all’età di circa 8 anni, una fase cruciale di crescita durante la quale lo sviluppo del cervello raggiunge il suo apice (l’80% si sviluppa entro i primi 3 anni), secondo un processo integrato e influenzato da un’ampia varietà di determinanti (individuali, ambientali e relazionali) che intervengono in tempi e contesti diversi. L’“Early Childhood Development”[sviluppo prima infanzia] fa riferimento pertanto allo sviluppo fisico, cognitivo, linguistico e socio-emozionale di un bambino dallo stadio prenatale all’età di circa otto anni” (dal punto 4.4.1 delle Linee guida).

                I bambini hanno bisogno di autenticità. “La rappresentazione mediatica dei minori e dei loro bisogni specifici nell’ambito dei progetti di cooperazione allo sviluppo richiede pertanto una particolare attenzione: se da un lato è evidente che le immagini, ferme e in movimento, rivestono un’enorme importanza nel comunicare, in quanto possono creare empatia, suscitare o modificare la comprensione e motivare l’azione, dall’altro occorre sviluppare una profonda consapevolezza e il massimo senso di responsabilità sia verso i protagonisti che verso il pubblico destinatario. Per questo motivo è fondamentale fornire immagini e storie che siano, sì, autentiche, ma che allo stesso tempo rispettino e proteggano i minori, le famiglie e le comunità coinvolte” (dal punto n. 4.9 “Comunicazione” delle Linee guida). Quando dicono che i bambini “tanto non capiscono, non ricordano” o altro, bisogna ricordare o rispondere che sono gli unici che colgono l’autenticità e ne sono attratti fin quando qualcuno li distoglie e propone loro gli specchietti per allodole, quindi gli adulti dovrebbero rivelare più coraggio, consapevolezza e coerenza, ovvero adultità e responsabilità.

                I genitori tengono a cuore la salute dei figli ma dimenticano che possono traumatizzarli, consapevolmente o meno, con quello che fanno o non fanno: scelte, traslochi, mancanza di ascolto e di attenzione. I figli serbano memoria di tutto, sin dalla vita uterina, per cui possono poi manifestare o sviluppare disturbi o patologie come reazioni a quanto subìto. “[…] molti ricercatori hanno dimostrato come i bambini, già alla nascita, siano degli esseri umani consapevoli, nonostante la loro “immaturità fisica”, ed in grado di fare piena esperienza della realtà che li circonda in modo sorprendentemente preciso. In particolare, David Chamberlain nel suo libro “I bambini ricordano la nascita” (ed. Bonomi) documenta, attraverso numerosi resoconti a due voci (mamma e figlio) raccolti in ipnosi, la precisione dei ricordi riguardanti la nascita. Alla nascita, madri e figli fanno diverse esperienze insieme (il parto, gli incontri in ospedale ed il ritorno a casa, etc.). Le narrazioni di tali episodi da parte delle madri e dei figli possiedono una coerenza impressionante, tale da escludere invenzione o fantasticheria. Chiaramente i loro racconti portano punti di vista diversi, come è ovvio che sia, ma i fatti coincidono in modo sorprendente” (la formatrice Silvia Iaccarino) ↑. I genitori non devono solo tutelare la salute dei figli ma dare loro anche un futuro di salute. “La salute non dipende solo dall’assenza di agenti biologici che provocano la malattia, ma è il risultato di un armonico, naturale e completo sviluppo dell’individuo in ogni aspetto della sua esistenza e in relazione all’ambiente che lo circonda, un bene che va curato e coltivato fin da prima del concepimento e durante tutto l’arco dell’esistenza” (definizione di salute nel punto 4.2 delle Linee guida).

                A proposito di salute è determinante l’educazione sentimentale e sessuale ma, purtroppo, nei contesti familiari ci sono coppie basate su intimidazioni nella quotidianità e, poi, sull’intimità tra le pareti della camera da letto per risolvere i problemi o per soddisfare solo uno dei partner. Si manca di rispetto per se stessi e di coerenza nell’educazione nei confronti di eventuali figli. Coppia: un gioco delle parti tra dominare, domare, donare. Vita di coppia: cercare, tra alti e bassi, l’equilibrio e non scendere a compromessi. Nelle “Linee guida sull’infanzia e l’adolescenza” si parla di “educazione all’affettività e alla sessualità” e di “educazione sessuale consapevole”, locuzioni più opportune e efficaci di quelle comunemente usate.

                “Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità rientrano nella gender based violence [violenza basata sul genere] tutte le forme di violenza e abuso contro l’infanzia, che si articolano in base al sesso biologico e all’identità di genere, comprese le mutilazioni genitali femminili, l’infanticidio, i delitti d’onore, gli attacchi con l’acido, i matrimoni e le gravidanze precoci ([…]), il gavage, ovvero la nutrizione forzata delle bambine per renderle attraenti agli occhi dei futuri mariti, e la prostituzione minorile” (dal punto 4.1.3 “Gender based violence” delle Linee guida). Bisogna fare attenzione che alcune abitudini o pratiche o mode invalse nelle famiglie occidentali o tradizionali possono violare l’integrità psicofisica delle bambine, per esempio scegliendo abbigliamento inidoneo per le bambine già con trasparenze o scarpe con tacchi, usando linguaggio volgare, avendo relazioni sentimentali e rapporti sessuali fugaci, facendo stare a lungo le bambine nel lettone tra mamma e papà e fin troppo in intimità e così di seguito.

                Accanto alla famiglia si pone la scuola, altro luogo di vita di bambini e ragazzi in cui costruiscono la loro identità, la loro memoria, la loro storia. Il maestro Alberto Manzi (1924-1997), il cosiddetto “maestro televisivo degli anni ‘60”, era solito scrivere una lettera agli alunni della quinta elementare: “Non rinunciate mai, per nessun motivo, ad essere voi stessi […]. Andate avanti serenamente, con l’affetto verso tutte le cose e gli animali e le genti, con onestà, onestà e ancora onestà, perché questa è la cosa che manca oggi nel mondo e voi dovete ridarla, e intelligenza, e ancora e sempre intelligenza, il che significa prepararsi, il che significa riuscire sempre a comprendere, il che significa riuscire ad amare. Realizzate tutto ciò, ed io sarò sempre in voi, con voi” (parole che sono riecheggiate nella lettera di commiato di Pietro Carmina (1953-2021), professore di storia e filosofia, deceduto a dicembre 2021 nella tragedia di Ravanusa in Sicilia). Scuola: dare una suola adeguata ai passi di ogni bambino o ragazzo affinché faccia la sua strada per arrivare alla sua destinazione. Nel punto 4.3 rubricato “Educazione” delle Linee guida si parla, tra l’altro, di “Promuovere l’allineamento pedagogico fra scuola primaria e secondaria”.

                Oltre a questi gradi d’istruzione, essenziale nel processo di crescita è la scuola dell’infanzia in cui il bambino è accompagnato a raggiungere l’abbiccì dei traguardi dell’infanzia: autonomia; benessere; conoscenze e competenze di base. È necessario perciò “Sostenere l’attuazione delle strategie e dei piani educativi nazionali, con speciale attenzione a: - Accesso gratuito ai servizi educativi di qualità per la prima infanzia (tra cui almeno un anno obbligatorio di scuola dell’infanzia) così da assicurare lo sviluppo delle capacità cognitive e psicosociali necessarie per l’inserimento nella scuola primaria e per formare le basi del futuro apprendimento” (dal punto 4. 3 “Educazione” delle Linee guida).

                È importante che ogni bambino viva serenamente e pienamente la sua infanzia, i suoi fugaci anni, il calderone delle sue emozioni affinché non affiorino problemi o disturbi psicosociali di ogni sorta con l’avanzare dell’età: “Bisogna viverle le cose, anche quando ancora non le si sa raccontare. Altrimenti l’infanzia, cos’è?” (la scrittrice Laura Imai Messina ¤1981). Si assiste sempre più spesso a giovani e meno giovani che fanno uso di sostanze psicotrope e stupefacenti anche senza apparenti problemi esistenziali ma procurandosi così problemi esistenziali. Eppure per emozionarsi, per rialzarsi, per sentirsi vivi bisognerebbe guardare un bambino nato pretermine che si aggrappa alla vita con ogni fibra del suo corpicino dalla pelle ancora trasparente o guardare quel barlume negli occhi smarriti di una persona affetta dal morbo di Alzheimer in cui, forse, si conserva la memoria del cuore. Qualsiasi dipendenza è un problema sociale perché c’è interdipendenza tra tutti, per cui occorre “Promuovere la nascita di associazioni e cooperative per il reinserimento lavorativo e il supporto sociale dei soggetti con disagio mentale e dipendenza, per il contrasto al negazionismo relativamente ai disordini mentali e di prevenzione della loro criminalizzazione” e “Rafforzare azioni per l’individuazione e la presa in carico del disagio da dipendenza nei minori” (dal punto 4.2.4 “Salute mentale” delle Linee guida).

                Le suddette Linee guida rimarcano altre pubblicate in anni precedenti e in occorrenze diverse, per esempio nel 2019, in occasione del decimo anniversario dell’adozione delle “Guide Lines for the alternative care of children” (“Linee Guida ONU sull’accoglienza dei bambini fuori dalla famiglia d’origine”),

www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&ved=2ahUKEwjw6tisweb1AhXjhv0HHRy6Co8QFnoECAYQAQ&url=https%3A%2F%2Fwww.minori.gov.it%2Fsites%2Fdefault%2Ffiles%2FONU_Linee_guida_accoglienza_minori_2009.pdf&usg=AOvVaw3mIdanTs9ZAJeREYZtDj6q

l’organizzazione internazionale privata “SOS Children’s Villages International” (“SOS Villaggi dei Bambini”, con sede in Austria) ha stilato un vademecum “You Have the Right to Care and Protection! The Guidelines for the Alternative Care of Children in Child and Youth Friendly Language”(“Hai il diritto di essere curato e protetto! Linee Guida per interventi di cura alternativi per i bambini, in un linguaggio accessibile per bambini e ragazzi”)

https://bettercarenetwork-org.translate.goog/library/social-welfare-systems/child-care-and-protection-policies/you-have-the-right-to-care-and-protection-the-guidelines-for-the-alternative-care-of-children-in?_x_tr_sl=en&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=sc

                La guida (sviluppata con la partecipazione di oltre 500 bambini di 26 paesi diversi) utilizza linguaggi e immagini accessibili, “friendly”, per informare i bambini e i ragazzi sul loro diritto a vivere in un ambiente familiare favorevole e spiega cosa deve accadere nel caso in cui non possano vivere con i genitori o siano a rischio di essere separati da loro. Il libello è coerente con il Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia e con gli articoli 8 (diritto alle relazioni familiari) e 9 (diritto di mantenere relazioni personali e contatti diretti in modo regolare con entrambi i genitori). Nelle Linee guida delle Nazioni Unite si rimarca il diritto alla cura e alla protezione che è trascurato o calpestato da quei genitori troppo presi dai loro problemi di coppia, di lavoro o altro.

                Questi atti scritti si rendono necessari perché uno degli articoli più negletti della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia è l’art. 42 che recita: “Gli Stati parti si impegnano a far conoscere diffusamente i principi e le norme della Convenzione, in modo attivo e adeguato, tanto agli adulti quanto ai fanciulli”. Anche perché è dovere di tutti dare orientamento e consigli ai bambini e ai ragazzi (art. 5 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia), ovvero indicare loro l’oriente, la luce, la speranza, nuovi giorni, il futuro.

                Margherita Marzario, docente, ricercatore universitario              Altalex 16 gennaio 2022

    Scritti      www.filodiritto.com/dottssa-margherita-marzario

www.altalex.com/documents/news/2022/01/16/infanzia-e-adolescenza-le-linee-guida-aics

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GENITORI

Genitori e adolescenti: il conflitto è inevitabile

                L’adolescenza è quella fase della vita che è allo stesso tempo meravigliosa e confusiva o, per usare le parole di Umberto Galimberti, «quella fase precaria dell’esistenza dove l’identità appena abbozzata non si gioca come nell’adulto tra ciò che si è e la paura di perdere ciò che si è, ma nel divario ben più drammatico tra il non sapere chi si è e la paura di non riuscire a essere ciò che si sogna». L’adolescenza non è assolutamente un periodo di “pazzia”, non è immaturità e non è la fase degli ormoni impazziti. È senz’altro l’epoca fondamentale della vita dove a livello emotivo le emozioni vengono vissute con forte passionalità e a livello cerebrale avvengono i più grandi cambiamenti. Il passaggio dall’infanzia all’età adulta ha a che fare infatti con cambiamenti fisici, emotivi, cerebrali: il corpo si trasforma, vengono gettate le basi per esprimere al meglio le proprie potenzialità e per lo sviluppo del carattere. Potremmo affermare che l’adolescente è: ricerca di novità; esplorazione creativa; sentimenti ambivalenti e forte passionalità; ricerca di un’identità; separazione dalla famiglia e ricerca di socialità; trasgressione e superamento dei limiti. Tutto quanto detto diventa più complicato dall’irrompere della passionalità nella tenerezza infantile.

                I genitori di figli adolescenti sanno bene quanti compiti faticosi sono chiamati ad affrontare. Primo fra tutti è quello di “esserci” nonostante tutto. Esserci si traduce in tanti piccoli grandi gesti: accogliere, ascoltare, tollerare, aiutare a comprendere, mettere limiti e confini, accompagnare, educare, rimproverare, lasciar fare e molto altro. Questo porta continuamente i genitori a chiedersi se stanno facendo bene e contemporaneamente a fare i conti con le emozioni che spesso sentono: dolore, sofferenza, tristezza, paura, rabbia oppure gioia, felicità, ecc. Vivere provando tutto questo a volte può essere paragonato a un terremoto: gli adulti vorrebbero che restasse tutto uguale, fino al giorno prima d’altronde sapevano come avvicinarsi al proprio figlio. L’adolescente invece vorrebbe che tutto cambiasse.

                Come ridurre questa differenza? Non esiste un modo indolore per crescere e non esiste crescita senza conflitto. Le differenze più grandi spesso risiedono in modi di pensare alla propria adolescenza e aspettandoci che sarà lo stesso per le nuove generazioni. Un’antica reciproca incomprensione tra generazioni – “…quando sarai grande, capirai” – non avvicina ma allontana, così come il ripensare al passato con nostalgia “ai miei tempi…”, anche quando quei tempi non erano tanto sereni. Spesso sentiamo genitori affermare che non vedono l’ora che l’adolescenza dei figli finisca. “Io non ero così” oppure “io non rispondevo male” sono alcune delle frasi che vengono dette perché sono esausti, perché vengono sfidati continuamente nella loro autorità e perché la passionalità delle emozioni li manda in crisi. E purtroppo a volte mollano.

                Il conflitto è inevitabile durante la crescita in quanto permette all’adolescente di assumere un ruolo attivo e un modo con cui imparare a gestire l’aggressività. La paura e l’ansia sono i due sentimenti più diffusi tra i giovani: attaccano prima di essere attaccati e il tutto non fa altro che far sentire agli adulti le stesse emozioni. Il pericolo più grande è la confusione, confusione di ruoli e confusione tra un conflitto e un problema. Gli adolescenti chiedono di essere visti, di essere fermati, chiedono che qualcuno più grande stia dalla loro parte, chiedono modelli in cui rispecchiarsi, di sbagliare, di non essere giudicati, chiedono regole e limiti e il più delle volte lo chiedono senza parlare.

                Il bisogno delle regole e dei limiti nella pratica lo possiamo rilevare a scuola, dove alcuni ragazzi mettono in atto comportamenti trasgressivi come per esempio bullismo e aggressività nei confronti dei docenti; a casa e fuori casa con comportamenti pericolosi come la guida in stato di ebbrezza, l’uso di sostanze o gli atti vandalici.  È importante non sottovalutare tali comportamenti perché potrebbero far riferimento ad una richiesta d’aiuto ed è importante che qualcuno la raccolga. I modi per comunicare con un figlio adolescente passano attraverso l’adulto che deve prendersi cura di lui. Tanto più l’adulto sarà in grado di non confondere i propri vissuti, ricordi e bisogni con i bisogni dell’altro tanto più sarà in grado di permettere la vicinanza e il distacco, il dialogo e l’ascolto. Inoltre, quando necessario, il genitore può e deve essere bersaglio delle famose “crisi adolescenziali” e sopportarle bene così che il figlio possa sentire che non c’è paura né colpa.

Claudia Bartalucci, psicoterapeuta e Consulente Familiare

                Consultorio UCIPEM Centro La Famiglia Roma                  14 gennaio 2022

www.romasette.it/genitori-e-adolescenti-il-conflitto-e-inevitabile

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OMOFILIA

«La mia vita per i fedeli Lgbt. Felice della lettera del Papa»

                «Mentre conseguivo il dottorato in matematica all’Università della Pennsylvania, ho incontrato un omosessuale, Dominic Bash, durante una Messa in casa. Mi disse che aveva molti amici gay che avrebbero voluto partecipare, così abbiamo iniziato a tenere liturgie settimanali nel suo appartamento. Era il 1971. Quella prima Messa mi sarà per sempre impressa nell’anima. Era la chiamata di Dio nella mia vita». Suor Jeannine Gramick, 79 anni, da cinquant’anni si occupa negli Stati Uniti delle persone Lgbt. «Quando gli amici di Dominic arrivarono, sentii la loro apprensione. Ma durante la Messa ho percepito che si sentivano ricongiunti alla Chiesa che amavano. Ho visto la luce nei loro occhi, la felicità sui volti. Le lacrime di gioia di un uomo che teneva stretto il suo rosario. Mi disse che anni prima era stato cacciato dal confessionale, il prete gli aveva detto che sarebbe andato all’inferno».

 

                Nel 1999 l’ex Sant’Uffizio le vietò di proseguire la sua missione. Il mese scorso Papa Francesco le ha scritto per ringraziarla di tutto ciò che ha fatto e continua a fare.

                Suor Jeannine, cosa ha significato questa lettera?

                «Mi sono sentita felicissima di ricevere la lettera di Francesco sui miei 50 anni di ministero Lgbt e onorata perché ha paragonato il mio modo di fare allo “stile di Dio” di “vicinanza, compassione e tenerezza”. Era scritta a mano, come la lettera di un amico. Ho pensato al Vangelo di Giovanni: “Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamato amici”. I cattolici non sono d’accordo su molte questioni, ma Gesù e il Papa ci chiamano a condividere le opinioni e a vivere come una comunità di amici».

                Qual era la situazione quando ha cominciato?

                «Per i cattolici Lgbt, negli anni 70 e 80, era di paura e rifiuto. La maggior parte era nascosta e molti, se uscivano allo scoperto, erano respinti dalla famiglia e dalla società. Si sentivano estranei alla Chiesa perché la Chiesa non li voleva. Oggi è molto diverso, centinaia di parrocchie accolgono cattolici lesbiche e gay, ma abbiamo bisogno di molte più parrocchie per essere una Chiesa dove tutti i cattolici emarginati possano sentirsi a proprio agio. Le persone transgender sono ancora trattate con paura e rifiuto».

                Cosa facevate, lei e padre Robert Nugent, quando fondaste «New Ways Ministry»?

                «Credevamo che la paura, dovuta alla mancanza di conoscenza della sessualità, fosse la causa del rifiuto delle persone. Così abbiamo condotto workshop educativi in circa tre quarti delle diocesi Usa».

                Nel 1999, la Congregazione per la Dottrina della Fede, guidata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, vi vietò di continuare, parlando di «ambiguità» ed «errori». Ad «America Magazine», lei ha detto di essersi sentita «scomunicata». Tuttavia, ha aggiunto di Ratzinger: «Penso sia un uomo santo». E allora cosa non fu compreso?

                «Non si capì che ci saranno inevitabilmente ambiguità e confusione su questioni complicate. La confusione e persino gli errori sono inevitabili. Ma questo diventa un momento di discussione, non di silenzio. Le nuove idee spesso confondono e causano ansia o paura. Queste reazioni dovrebbero essere discusse in modo che la comunità della Chiesa possa arrivare a una certa comprensione. Se crediamo nella presenza dello Spirito Santo, che condurrà la Chiesa alla pienezza della verità, allora dobbiamo mettere da parte le nostre paure e rimanere nella nostra fede».

                Cosa è cambiato?

                «Dal 1999, il mondo e la Chiesa sono cambiati. Non abbiamo più un laicato che si limita a “pagare, pregare e obbedire”. Il Popolo di Dio non accetta senza riserve i pronunciamenti dei capi della Chiesa. Anche i vescovi non agiscono più secondo i piani articolati del Papa. Se questo cambiamento non è una vera e propria ribellione, allora è un segno di crescita, la gente comincia a pensare e agire secondo la propria coscienza. Il popolo di Dio sta iniziando a capire che il luogo dell’autorità non risiede nei vescovi e nemmeno nel nostro buon Papa Francesco. Il luogo dell’autorità risiede in tutta la Chiesa, guidata dallo Spirito Santo. Francesco ce lo ha ricordato: ”La Chiesa è il popolo di Dio in cammino nella storia... E l’insieme dei fedeli è infallibile in credendo...”. Ma bisogna cambiare di più. La responsabilità è di ogni singolo membro del Corpo di Cristo. La pienezza della Chiesa avverrà solo se non ci mettiamo a tacere. È qui che il Papa ci sta conducendo con dolcezza, convocando i sinodi mondiali. Dopo una discussione mondiale, lo Spirito Santo comincerà a chiarire il giudizio».

                Cosa direbbe a coloro che nella Chiesa la contestano?

                «Credo abbiano profonde preoccupazioni e ansie, radicate nella paura del cambiamento. Lo capisco, io stessa trovo difficili molti cambiamenti. Dico loro che siamo veramente uno in ciò che conta. Crediamo tutti nel Vangelo di Gesù che ci ha insegnato a seguire le Beatitudini dell’amore, della cura e della misericordia. Prego perché tutti noi possiamo vedere che queste differenze sono doni che possono arricchire la famiglia umana».

                intervista di Gian Guido Vecchi “Corriere della Sera”     11 gennaio 2022

www.corriere.it/cronache/vaticano-news/22_gennaio_11/suor-jeannine-la-mia-vita-fedeli-lgbt-felice-lettera-papa-672538f0-7249-11ec-b185-e6e7d7d180a3.shtml

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POLITICA

Cinquanta o sessanta milioni di italiani nel 2050? Con quale ruolo per gli anziani?

                Il calo delle nascite impone la scelta di un modello demografico, un tema che la politica tende a ignorare perché fortemente divisivo.

                Nell’anno che si è chiuso, in Italia si è dedicata un po’ più di attenzione alla demografia. Lo si è fatto perché i dati sul calo della natalità sono davvero allarmanti e anche perché il presidente dell’Istat, Giancarlo Blangiardo ¤1948, giustamente non ha perso occasione per sottolinearne l’importanza. Futuranetwork.eu,https://futuranetwork.eu/il sito che dirigo e che è stato creato dall’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS) per promuovere il dibattito sulle prospettive di medio e lungo termine, ha dedicato a questo tema il convegno “Giovani e anziani nell’Italia del 2050“. Provo a tirare le somme di quanto si è discusso nelle varie sedi su tre punti:

¨       le politiche possibili per ridurre lo squilibrio demografico con più nascite “italiane” e con il rientro degli emigrati;

¨       le dimensioni dell’immigrazione;

¨       le strategie necessarie per far fronte alla prospettiva di un’Italia comunque più anziana.

                Vogliamo più italiani. È giusto spingere i nostri connazionali ad avere più figli? Qualcuno ne dubita, considerando che il mondo è già sovrappopolato (7,9 miliardi di persone a fine 2021), che la popolazione mondiale continuerà a crescere (quasi dieci miliardi nel 2050, undici nel 2100) e non abbiamo alcuna certezza di disporre di abbastanza risorse (e di un modello economico adeguato) per garantire che “nessuno resti indietro”, come vuole l’Agenda 2030 delle Nazioni unite. Circa dieci anni fa, l’economista Andrea Ichino ¤1959 prese spunto dal libro (di Gianluca Comin ¤ 1963 e mio) 2030 – La tempesta perfetta, per porre proprio questa domanda.                                      www.nonsprecare.it/donato-speroni-e-la-tempesta-perfetta-video

                L’interrogativo è sempre attuale. Nell’intervista a Sergio Della Pergola ¤1942, il più autorevole esperto di demografia ebraica, pubblicata da Futura network , il docente di Gerusalemme sottolinea che anche in Israele, nonostante la spinta politica a fronteggiare l’elevata natalità degli arabi, c’è una componente di ebrei ambientalisti contrari a una politica tesa all’aumento delle nascite.

                Ma torniamo in Italia. Ricordiamo che anche solo per mantenere la popolazione agli attuali livelli, sarebbe necessario che ciascuna donna fertile (escludendo cioè quelle che non possono o non vogliono avere figli) sfornasse in media tre pargoletti. Invece siamo poco sopra l’unità; in questa situazione a mio parere è doveroso avere politiche che favoriscano la famiglia e la natalità, anche per venire incontro all’aspirazione di molte coppie che rinunciano ad avere figli, pur volendoli, per motivi economici. In ogni caso, queste politiche non porteranno a una rinnovata esplosione demografica, ma al massimo a una lieve correzione della curva.

                Al tempo stesso, è giusto favorire il ritorno degli italiani che sono andati a lavorare all’estero: le esperienze internazionali sono utili e arricchenti, ma se chi ha studiato in Italia si trasferisce definitivamente fuori, il tutto si risolve in una perdita per il nostro Paese che su questa persona ha investito negli anni della formazione. Anche queste politiche comunque, pur doverose, non modificheranno sostanzialmente la situazione demografica.

                L’apporto dell’immigrazione. Finora abbiamo trattato piuttosto male gli extracomunitari che hanno messo piede sul suolo italiano. Sul territorio nazionale ci sono tuttora più di 500mila irregolari, in parte frutto delle sciagurate politiche degli ultimi anni e di sanatorie troppo complicate per sanare alcunché. Anche chi arrivava con regolare permesso di soggiorno, magari per lavorare temporaneamente nelle campagne, è stato accolto in modo indegno come testimoniano le cronache. Non c’è da stupirsi che molti immigrati desiderino solo fare un po’ di soldi in Italia (e mandarne un po’ alle famiglie nei Paesi d’origine) per poi ritornare alle loro case.

                Eppure noi abbiamo bisogno di una quota consistente di immigrazione, cioè di immigrati accolti bene, integrati e desiderosi di mettere radici in Italia. Questa è una verità statistica, non è buonismo. Certo, l’Italia (ma neppure l’Europa intera) non può assorbire tutta la spinta demografica che proviene dall’Africa e dall’Oriente, alla quale è necessario far fronte con politiche di cooperazione e inevitabilmente di respingimenti. Ma il nostro Paese ha bisogno di un flusso annuale di immigrati.

                Quanti? Alla domanda che pongo da più di cinque anni (“quanti immigrati dobbiamo accogliere bene per la mantenere la popolazione all’attuale livello di sessanta milioni di residenti?”) tutti i demografi interpellati mi indicano una cifra tra 200mila e 300mila. È una cifra altissima, ancora di più se sottolineiamo quell’”accogliere bene”, cioè con politiche di integrazione adeguata, quelle politiche che finora non siamo stati capaci di fare.

                L’Italia però non solo non le sta facendo, ma non si pone neppure il problema. Anzi, i partiti di destra protestano anche per una limitata riapertura dei flussi regolari (meno di 70mila unità in un anno) oltre che denunciare la “invasione” da parte di chi arriva coi barconi o preme alle nostre frontiere orientali, quasi sempre con l’intenzione di cercare asilo in un altro Paese europeo.

                L’elevato sostegno (secondo i sondaggi) ai partiti di destra dipende anche da questo tema e dimostra che l’immigrazione massiccia fa paura. Esiste un’alternativa? Sì, esiste, e la riporto per favorire il dibattito, lasciando a ciascuno la libertà di formarsi una propria opinione. L’alternativa è quella giapponese, che da una popolazione di 127 milioni nel 2014, limitando molto l’immigrazione scenderà a 97 milioni nel 2050. L’allungamento della vita attiva e la crescente informatizzazione dovrebbero far fronte alla prevedibile carenza di manodopera. Insomma, robot al posto di lavoratori immigrati, ammesso che la manodopera autoctona accetti di fare quei lavori che non sono delegabili alle macchine e che sono poco graditi dai nativi.

                Continuiamo ad esporre con oggettività le due tesi, indipendentemente dalle mie personali opinioni. Il vantaggio della ricetta “giapponese” potrebbe essere la maggiore stabilità sociale: meno conflitti interetnici, meno tensioni che tendono a polarizzare il discorso politico. Ma gli svantaggi sono anche evidenti: meno popolazione significa meno consumi, quindi meno domanda che spinge il Pil; l’allungamento della vita lavorativa è per molti una prospettiva tutt’altro che gradevole; una popolazione più anziana potrebbe significare meno energie creative. Come ricorda Massimo Livi Bacci ¤1936, i Nobel si prendono a sessant’anni, ma per ricerche svolte quando se ne avevano almeno venti di meno.

                È applicabile la ricetta giapponese all’Italia dove con lo stesso schema la popolazione si contrarrebbe sotto i 50 milioni nel 2050? Forse sì, ma bisognerebbe discuterne e certamente comporterebbe dei prezzi consistenti da pagare, per garantire comunque la copertura dei lavori essenziali e l’equilibrio del sistema previdenziale. O forse no, risponderanno altri, ma allora, se il Paese vuole mantenere l’attuale livello demografico, deve porsi seriamente il problema dell’accoglienza degli immigrati, per evitare di creare gravissime tensioni sociali. Probabilmente tra i due poli può esserci una via di mezzo, ma è impressionante che su questo tema nessuno si esponga con cifre, ragionamenti, proposte.

                Il ruolo degli anziani. Comunque si voglia delineare il futuro demografico del Paese una cosa è certa: crescerà l’incidenza degli anziani sul totale della popolazione. Su questo tema abbiamo aperto da tempo il dibattito su futura network con numerosi interventi e iniziative in corso. Ci sono molti punti che devono essere affrontati e ne citiamo alcuni.

                Il primo è quello della transizione tra il lavoro e la pensione. Inevitabilmente, l’età di pensionamento tenderà a salire, con l’aumento dell’aspettativa di vita. Ma è il concetto stesso del passaggio dalla vita lavorativa al pensionamento che deve essere ripensato, con modalità graduali che rendano la transizione meno traumatica, attraverso forme di part time o di affiancamento dei giovani.

                C’è poi da considerare il grande potenziale degli anziani ritirati del lavoro, che spesso non vogliono limitarsi alla partita a scopone con gli amici. Questo potenziale può esprimersi nel volontariato o anche in forme di collaborazione con le istituzioni sul territorio. Gli enti locali hanno bisogno di personale esperto e ci sono ampi spazi di sperimentazione in questa direzione, ovviamente senza togliere il lavoro a nessuno.

                È anche importante esplorare le implicazioni della “silver economy”[L'economia d'argento è il sistema di produzione, distribuzione e consumo di beni e servizi finalizzato a utilizzare il potenziale di acquisto delle persone anziane (capelli argentati bianchi) e che invecchiano e soddisfare le loro esigenze di consumo, vita e salute ], perché i consumi degli anziani avranno un peso crescente sul sistema economico. Se guardiamo anche alla qualità dei consumi, più o meno sostenibili, e alle modalità dell’impegno sociale, abbiamo definito i parametri di una “silver ecology” tutta da esplorare.                                                                            https://osservatoriosenior.it/2021/12/silver-ecology-il-dibattito

                Non va dimenticato, comunque, che una componente rilevante del mondo degli anziani vive male la propria situazione: in solitudine, senza mezzi sufficienti, senza aiuto adeguato dalle istituzioni. Ce lo ha ricordato il rapporto messo a punto per il governo da una commissione presieduta da Monsignor Vincenzo Paglia ¤1945, alle cui indicazioni finora non si è dato seguito.

                In conclusione, non si può parlare del futuro dell’Italia senza parlare di demografia e non si può delineare uno scenario senza fare scelte sul modello di società che si vuole costruire: le politiche per la famiglia e per i giovani, le dimensioni e le modalità dell’immigrazione e il ruolo degli anziani sono i tre punti sui quali dovrebbe svolgersi il confronto politico, tuttora molto reticente su questi temi. L’attuale comportamento delle forze politiche, che tendono solo a eludere il problema, può solo portare a un impoverimento del Paese. Questo infatti sarebbe il risultato di un futuro demografico non previsto e non governato nelle sue implicazioni economiche e sociali. Da tempo l’ASviS Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile si batte per la istituzione di un Istituto per il futuro, un centro di ricerca pubblico, incaricato di elaborare e chiarire le implicazioni dei diversi scenari. Anche quest’anno gli stanziamenti per la sua creazione non sono stati inclusi nella nuova Legge di bilancio. Peccato, perché dai ragionamenti che abbiamo esposto se ne comprende l’importanza.

Donato Speroni ¤ 1942, ricercatore, giornalista               14 gennaio 2022

https://numerus.corriere.it

https://futuranetwork.eu/interventi-e-interviste/638-3052/cinquanta-o-sessanta-milioni-di-italiani-nel-2050-con-quale-ruolo-per-gli-anziani-

 

Alle radici della pace

                Il 55° Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di papa Francesco (1° gennaio 2022) porta un titolo composito: “Dialogo fra le generazioni, educazione e lavoro: strumenti per edificare una pace duratura”.

www.vatican.va/content/francesco/it/messages/peace/documents/20211208-messaggio-55giornatamondiale-pace2022.html

¨       «Anzitutto, il dialogo tra le generazioni, quale base per la realizzazione di progetti condivisi.

¨        In secondo luogo, l’educazione, come fattore di libertà, responsabilità e sviluppo,  e quindi l’occupazione. Né, oggi, avrebbe senso ostacolare i processi d’innovazione produttiva nei quali le macchine (in senso lato) nuove entranti sostituirebbero l’uso del lavoro (macchine che dovrebbero pur sempre essere prodotte ex-novo). Ciò comporterebbe la riduzione del fabbisogno di lavoro quasi sempre ripetitivo, ma l’aumento di lavoro qualificato, per il quale sono meglio formati o formabili i lavoratori giovani.                A questo punto, ha senso parlare della necessità di un patto sociale per il lavoro, che riduca le ore di lavoro di chi si trova nell’ultima stagione lavorativa (o renda anticipabile per questi l’uscita dal mondo del lavoro) e creare lavoro per i giovani, che hanno il diritto-dovere di lavorare.

  1. Educazione. Si può dire che, della triade educazione/istruzione/formazione,
    1. la prima, che ha il compito d’insegnare a vivere nel mondo e nella società, prima azione quindi anche per acquisire la cultura del lavoro, fa capo precipuamente alla famiglia – cui dev’essere riconosciuto il ruolo primario nella trasmissione dei valori fondamentali della vita e nell’educazione alla fede e all’amore – ma vede nella scuola e nella società (nelle quali le comunità virtuali hanno ormai una rilevanza molto significativa) soggetti che attivamente compartecipano a questo risultato.
    2. La seconda, che ha il compito d’insegnare a operare nel mondo e nella società, fa capo precipuamente alla famiglia e alla scuola.
    3. La terza, che ha il compito di insegnare a fare un lavoro specifico, fa capo alla scuola e al mondo del lavoro: la scuola che attiva corsi di studio disegnati per insegnare un lavoro, un mestiere, rilasciando un titolo di studio riconosciuto dalla società, e il mondo del lavoro (le imprese) che insegna a lavorare attraverso il lavoro; ed è evidente che i due soggetti devono interagire e collaborare intensamente.

                La triade sopra considerata non opera sempre; opera se lo sbocco finale del percorso di educazione e d’istruzione è l’accesso al mondo del lavoro; se il percorso attivato è visto come un investimento: un processo pluriennale attraverso il quale si acquisiscono competenze spendibili nel mondo del lavoro. Diverso è il caso in cui l’educazione e l’istruzione siano visti quali beni di consumo, cioè votati a soddisfare un bisogno di acquisizione di conoscenze; un bisogno fine a se stesso e non un processo d’investimento mirato ad acquisire competenze spendibili nel mondo del lavoro. Ad ogni modo, punto fermo della Dottrina sociale della Chiesa è che «l’educazione integrale dei figli è “dovere gravissimo” e, allo stesso tempo, “diritto primario” dei genitori. Non si tratta solamente di un’incombenza o di un peso, ma anche di un diritto essenziale e insostituibile che sono chiamati a difendere e che nessuno dovrebbe pretendere di togliere loro. Lo Stato offre un servizio educativo in maniera sussidiaria, accompagnando la funzione non delegabile dei genitori, che hanno il diritto di poter scegliere con libertà il tipo di educazione – accessibile e di qualità – che intendono dare ai figli, secondo le proprie convinzioni. La scuola non sostituisce i genitori, bensì è a essi complementare. Questo è un principio basilare: «Qualsiasi altro collaboratore nel processo educativo deve agire in nome dei genitori, con il loro consenso e, in una certa misura, anche su loro incarico» (Papa Francesco, Esortazione apostolica Amoris Lætitia, 19 marzo 2016, § 84).

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20160319_amoris-laetitia.html

                Se si apre una frattura fra famiglia e società, tra famiglia e scuola, il patto educativo si rompe e così l’alleanza educativa della società con la famiglia entra in crisi. In generale, l’intera triade è fondata sulla responsabilità (responsabilità dell’educatore e dell’educando; responsabilità verso se stesso e verso la comunità) e sulla partecipazione. Infatti, le componenti della triade devono confrontarsi con l’apprendimento e questo, se si attua in contesti in cui le persone percepiscono un senso di appartenenza e di partecipazione, è ben diverso, e di livello superiore, rispetto a quello che si può avere in contesti in cui prevale l’individualismo, la freddezza reciproca, l’antagonismo esasperato. Vi è quindi un’importante questione di metodo. Virtuoso è il metodo di un ambiente educativo incentrato sul confronto interattivo docente-discente, in cui il primo insegna ma, allo stesso tempo, ha anche l’interesse a imparare dal secondo; inoltre, ciò deve svilupparsi all’interno di un impegno comunitario di formazione permanente, capace di creare una “comunità educante” nella quale anziani e giovani devono dialogare: ascoltare, confrontarsi e camminare insieme. Bisogna però tener presente che, a monte delle competenze (il saper fare) non possono non esserci le conoscenze (l’imparare). Le prime hanno un’effettività di breve periodo e chi ne proclama la priorità (tipicamente, negli ultimi tempi, i governi di diversi paesi) ha una visione di un’istruzione diffusa che favorisca la crescita economica quando, proprio oggi, in un’economia con rapido avanzamento tecnologico, le competenze acquisite tendono a divenire rapidamente obsolete e, di conseguenza, ciò che bisognerebbe fare urgentemente sarebbe potenziare le capacità critiche di apprendimento (il saper imparare).

                Ancora un’osservazione: alla radice di ogni programma educativo non ci può non essere un atteggiamento di fiducia nella vita, di speranza. Prova ne è che, quando è presente una crisi economica avente riflessi negativi sui livelli di occupazione, è facile vedere una spinta dei disoccupati verso l’aggiornamento della propria formazione lavorativa, se è diffusa l’aspettativa che la crisi sia passeggera; spinta che manca qualora la crisi sia così grave da non far supporre una ripresa in tempi ravvicinati. In effetti, la frequenza dei corsi universitari di perfezionamento presenta un chiaro andamento anticiclico (rispetto all’andamento dell’occupazione), nel primo caso, ma un andamento pro-ciclico, nel secondo.

                Un’osservazione a margine. Nel Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale della Pace per il 2022, è scritto quanto si può facilmente sentire da giornalisti, politici, sindacalisti, imprenditori, finanche economisti: “le spese per l’istruzione non sono spese, ma investimenti”. Ma gli investimenti sono spese come lo sono quelle per consumi: le spese sono somme monetarie che vengono date (o che verranno date in futuro, se ci si finanzia indebitandosi) in cambio di merci o servizi, somme che sono sottratte dall’impiego per comprare qualcosa di diverso e, se c’è qualcosa di alternativo che risponde al proprio interesse cui si deve rinunciare, sono un costo (se non ci fosse altro cui si deve rinunciare, sarebbe una spesa, ma non un costo!). Le spese per consumi come le spese per investimenti concorrono a formare la domanda aggregata (DA); le seconde, una volta messo in funzione il bene produttivo (o l’infrastruttura o i percorsi formativi) acquisito/a/i, concorrono a formare anche l’offerta aggregata (OA). Che sia più importante aumentare la DA o la OA dipende – se obiettivo è aumentare le quantità prodotte, cioè la crescita – da quella fra le due che è la più bassa: aumentare la DA quando è la più alta fra le due non serve (e lo stesso dicasi per l’OA). Ma l’obiettivo da realizzare può essere non la crescita, bensì lo sviluppo (miglioramento qualitativo dell’economia e della società) e allora ci si sposta su una dimensione principalmente qualitativa.

  1. Il lavoro per la piena realizzazione della dignità umana. Il Messaggio qui esaminato non può che confermare il pensiero fortemente segnalato – per lo meno a partire dalla Lettera enciclica giovannea Mater et Magistra (15 maggio 1961),

www.vatican.va/content/john-xxiii/it/encyclicals/documents/hf_j-xxiii_enc_15051961_mater.html

 e ancor più dalla Lettera enciclica gianpaolina Laborem Exercens (14 settembre 1981)

www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_14091981_laborem-exercens.html

 – dalla Dottrina sociale della Chiesa (DSC), cioè che il lavoro riveste primaria importanza per la realizzazione dell’uomo e della donna e per lo sviluppo della società. Per questo occorre che il lavoro sia sempre organizzato e svolto nel pieno rispetto della dignità della persona e al servizio del bene comune. Il lavoro è una dimensione irrinunciabile della vita sociale perché non è solo il modo per guadagnarsi il pane, ma anche un mezzo per la crescita personale, per stabilire relazioni sane, per esprimere se stessi.

                Però, per la DSC, il lavoro ha da essere: libero, dignitoso, creativo, partecipativo, solidale. In particolare, il lavoro è dignitoso se:

  • è decente, di qualità per l’attività svolta, l’ambiente di lavoro, l’autonomia decisionale, l’interazione con i colleghi e con l’organizzazione, la possibilità di realizzare la propria persona, la possibilità di crescita e di miglioramento;
  • ha una giusta remunerazione e un’adeguata copertura previdenziale;
  • produce cose buone: cose individualmente e socialmente utili; non cose, ma “beni”: non armi o droghe o altre cose non rispettose della vita umana o della salute delle persone;
  • rispettoso dell’ambiente naturale.

                Se mancano gli aspetti sopra indicati, il lavoro non è tale da promuovere la dignità del lavoratore/ lavoratrice: questi è un “povero che lavora”. Povero non è solo colui che non ha beni disponibili rispetto ai suoi bisogni; e anche colui che non ha un lavoro che gli dia dignità. Conclusione assai importante: quando la dignità della persona viene rispettata e i suoi diritti sono riconosciuti e garantiti, fioriscono anche la creatività e l’intraprendenza e la persona umana può dispiegare le sue molteplici azioni a favore del bene comune.

Prof. Daniele Ciravegna, ordinario Economia Università di Torino            Rinascita popolare 14 gennaio 2022

www.associazionepopolari.it/APWP/2022/01/14/alle-radici-della-pace

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RIFLESSIONI

Radicali o talebani… E se provassimo a essere semplicemente evangelici?

                In un bell’articolo pubblicato su la Stampa il 13 gennaio a firma 2022 Andrea Bucci (che per inciso non ho il piacere di conoscere ma che ha riscosso istintivamente la mia stima), si racconta con precisione e rispetto la nuova vita scelta da Enzo Bianchi, in continuità con una vocazione e un ministero mai rinnegati e che nessuno – compreso papa Francesco – gli ha mai chiesto di smentire o di abbandonare.

www.lastampa.it/torino/2022/01/13/news/in-un-cascinale-a-10-km-da-bose-la-nuova-vita-di-padre-enzo-bianchi-1.41122864

Grazie all’aiuto dei molti amici che si è fatto seminando bene e aiutando a sua volta migliaia di persone per oltre cinquant’anni, il fondatore di Bose ha infatti comprato un cascinale ad Albiano di Ivrea, individuando dopo una lunga ricerca il luogo ideale in cui proseguire il proprio servizio alle chiese e agli uomini e le donne che vorranno incontrarsi con lui e compiere assieme a lui un pezzo di strada alla ricerca di senso e di una vita umana e cristiana più autentiche.

                Non si tratta di una nuova fondazione religiosa, né di una “anti-Bose” o di un desiderio di rivincita, ma di un luogo in cui continuare a servire tutte e tutti coloro che lo vorranno, nella condivisione e mediante un’ospitalità molto semplice ed essenziale. Non vi è attorno, a quanto mi risulta, alcun progetto ben preciso o predeterminato. Della sua ricerca di un luogo idoneo a continuare il proprio itinerario personale da qualche parte nel Piemonte, Bianchi ha informato da subito sia il priore di Bose Luciano Manicardi, sia Amedeo Cencini, il delegato pontificio incaricato dal papa di attuare il decreto singolare del Segretario di Stato.

                Il periodo susseguitosi alla consegna del decreto alla comunità di Bose non è stato semplice per nessuno. Va tuttavia dato atto a Bianchi

, al di là di qualche tweet [messaggi di testo in rete, con un massimo di 280 caratteri] in cui ha lasciato trapelare la propria sofferenza per la sorte che ritiene gli fosse toccata ingiustamente, di non essersi mai lasciato andare ad attacchi personali nei confronti di chicchessia, e di avere scelto molto semplicemente di guardare avanti e di continuare a predicare il vangelo alla sua maniera (che, ovviamente, sarà sempre opinabile, come qualsiasi predicazione umana), difendendo tra l’altro a più riprese lo stesso responsabile (in ultima istanza) dei provvedimenti più duri nei suoi confronti, ovverosia Jorge Mario Bergoglio.

                Al di là di illazioni o di dietrologie maliziose e infantili, non ci è dato sapere chi andrà a vivere con lui, per periodi di tempo più o meno prolungati, nella dimora di Albiano. Non di meno credo che alcune precisazioni siano necessarie, vista la nuova ondata di fango gettata da alcuni contributi pseudo-giornalistici e dal consueto piccolo stuolo di tweet velenosi e maliziosi apparsi in questi giorni. Innanzitutto, il provvedimento della Segreteria di Stato riguardava unicamente la rimozione di Bianchi e di tre suoi confratelli e consorelle dal tessuto comunitario, ritenuta necessaria per consentire alla comunità di Bose di svilupparsi in maniera consona al giudizio dei visitatori inviati dalla Santa Sede. A tal fine – che ovviamente può essere ritenuto legittimo – il decreto prevedeva dei dispositivi che tuttavia violano chiaramente la Dichiarazione universale dei diritti umani nonché la legislazione italiana, come la mancanza di un regolare processo e di una possibilità di difesa per gli “imputati”, l’allontanamento dalla legittima dimora e la negazione dei diritti di partecipazione alle proprietà materiali (e spirituali) maturati dai “condannati” tramite decenni di attività professionali e lavorative.

                Come ho già rilevato a più riprese, compreso nel mio libro dedicato alla parabola globale di Bose, purtroppo si è registrato al riguardo di queste gravissime violazioni un silenzio pressoché tombale (e complice) della stragrande maggioranza dei “vaticanisti” italiani, più o meno prestigiosi o autoproclamatisi tali. Perché, in fin dei conti, la laicità è un valore che a distanza di quasi tre secoli dalla comparsa dell’Illuminismo non è stato ancora accettato da buona parte dell’establishment cattolico, e nel nostro paese i vaticanisti non sono quasi mai laici, ma pressoché sempre cattolici e schierati per qualche corrente ecclesiale.                                            https://riprenderealtrimenti.com/2022/01/07/non-dimenticare-il-tesoro-di-bose

                Malgrado ciò, e contrariamente a quanto scritto abbondantemente e a sproposito da alcuni, i quattro membri della comunità raggiunti direttamente dalle ingiunzioni personali del decreto hanno tutti obbedito all’ordine di lasciare Bose e di rinunciare ad alcuni loro fondamentali diritti civili, peraltro di per sé inalienabili.

                Detto questo, come ribadito anche nella Lettera agli amici pubblicata dalla stessa comunità di Bose il 19 giugno 2020,                     www.monasterodibose.it/comunita/lettera-agli-amici/13949-non-siamo-migliori

non vigendo alcuna imputazione di natura morale o dottrinale nei confronti di Bianchi, Boselli, Breda e Casiraghi, a nessuno di loro è stato proibito di «esercitare il ministero monastico di ascolto, di accompagnamento, di predicazione, di studio, di insegnamento, di pubblicazione, di ricerca biblica, teologica, patristica, spirituale». Sono rimasto perciò allibito dalle elucubrazioni di Marco Grieco, che nella stessa giornata dell’articolo di Bucci ha, ancora una volta, inondato con un’abile miscela di falsità maliziose (molte) e precisi dettagli corrispondenti al vero (una manciata) i lettori di Domani.

www.editorialedomani.it/fatti/santa-sede-enzo-biagi-ex-priore-bose-allontanamento-ivrea-frlv2hui

Secondo Grieco, infatti, Bianchi continuerebbe a disobbedire al decreto vaticano in quanto un vero esilio dovrebbe anche comportare una totale cessazione di qualsiasi attività di predicazione da parte del fondatore di Bose (probabilmente anche qualche atto pubblico di mea culpa in piazza San Pietro, un’autoflagellazione nella cappella della Sindone e quindi una definitiva scomparsa dal genere umano…).

                Al di là di queste iperboli, neppure così esagerate viste le follie canonistiche e civilistiche sostenute dal presunto esperto di questioni religiose della testata giornalistica Domani, va ribadito che l’unico divieto fatto agli allontanati da Bose, oltre a quello di dimorare a Bose e di intrattenere rapporti con qualsiasi altro membro della comunità (e dunque anche tra loro), è quello di “fondare comunità, associazioni o aggregazioni ecclesiali” (parole testuali del Decreto singolare). Sono certo, a questo proposito, che l’ultimo desiderio che passa attualmente per la testa sia di coloro che sono usciti da Bose a seguito di questa tristissima vicenda, sia di coloro che sono stati allontanati per decreto, sia di quanti potrebbero considerare di lasciare in futuro la comunità per una ragione o per l’altra, è la volontà di fondare una qualsiasi aggregazione di natura ecclesiale. Nessuno di tutti costoro, ne sono certo, pur rimanendo fedele alla propria chiesa di appartenenza, ha il desiderio ardente dopo tutto quello che è successo di rappresentarla ufficialmente tramite qualsivoglia associazione.

                Al tempo stesso, però, a nessuno di loro la chiesa – nessuna chiesa – può impedire di vivere il vangelo, in compagnia di chi si vorrà scegliere, in maniera più o meno stabile e regolamentata dal diritto civile. In maniera ancora più laica, nessuna autorità ecclesiale (e men che meno qualche giornalista pio o religioso) può dettare a un singolo battezzato come e dove vivere quotidianamente la propria vita (esiste una cosa che si chiama coscienza, ritenuta fondamentale anche in ambito religioso, lo ricordo ai meno informati…).

                Avevo promesso di dire qualcosa anche riguardo alle farneticazioni di Eusebio Episcopo comparse su Lo Spiffero il 9 gennaio scorso.                                                                           www.lospiffero.com/ls_article.php?id=62900

 Penso che chiunque definisca il peraltro amabilissimo monsignor Luigi Bettazzi un grande uomo di potere e un burattinaio che avrebbe avuto tra le mani addirittura le nomine episcopali (e papali!, in combutta con il cardinale Silvestrini, di cui oltre a non essere concittadino manco era amico personale o collaboratore…) dell’intero ecumene cattolico non meriti la fatica di un commento. Non di meno, va ovviamente fatto notare che lo stabile acquistato da Bianchi non è il castello vescovile di Albiano, residenza estiva dei vescovi di Ivrea in cui da vent’anni a questa parte si è ritirato lo stesso Bettazzi dopo aver lasciato la guida della diocesi eporediese, bensì un cascinale che, in maniera decisamente casuale e senza alcun aiuto da parte del vescovo emerito di Ivrea, Bianchi ha individuato nel territorio dello stesso comune di Albiano dopo assidue ricerche in tutto il territorio del Piemonte. L’unico castello che compete all’articolo di Episcopo è perciò quello delle fandonie che, in maniera decisamente maldestra e maliziosa, ha messo insieme per colpire in un sol colpo e a casaccio tutti coloro che gli stanno sullo stomaco, a partire dall’attuale pontefice e da chiunque egli ritenga troppo “progressista”.

                Un’ulteriore precisazione doverosa va fatta a chi si chiede da dove provengano i fondi necessari all’acquisto del cascinale di Albiano da parte del fondatore di Bose. Il modo migliore per rispondere a questo dubbio è citare – non credo conformemente all’intenzione del suo autore, che sono certo non me ne vorrà – questo “amabile” tweet di Massimo Faggioli: “Vorrei sapere (perché sarei tentato di farlo anche io) come si fa a farsi punire dal papa con ‘decreto singolare’ firmato dal Segretario di Stato, e poi comprare un immobile di 18 vani, con giardino e sette ettari di terreno”. La risposta è molto semplice, al di là del singolare zelo espresso nel recarsi a compiere ricerche nei registri catastali fin dai lontani Stati Uniti: caro Faggioli, se in vita tua, invece di continuare a seminare veleno a destra e a manca, darai agli altri almeno un millesimo di quello che ha dato Enzo Bianchi al suo prossimo (te compreso, te lo ricordo en passant…), forse potrai sperare – qualora dovessi mai cadere in disgrazia e non ottenere quella cattedra in facoltà pontificie a cui tanto aneli con le tue generose e reiterate stilettate al fondatore di Bose ma non solo – di avere qualcuno che aiuti sia te sia il tuo eventuale ministero.

                Una domanda fondamentale la rivolgo anch’io, per concludere questo mio intervento, a tutti coloro che continuano a esprimere in mille forme astio e accanimento nei confronti di Enzo Bianchi. Si può certamente dissentire, ogni volta che lo si vuole, da sue singole prese di posizione. Si può non trovarlo simpatico o non amare il suo stile. Si può ritenere che sia lui sia la stragrande maggioranza della sua comunità non abbiano saputo vivere (soprattutto in anni recenti) all’altezza di quanto hanno vissuto e predicato per molti anni. Ma hanno tutti pagato, e tanto. Essere costretti in maniera netta e brutale a rinunciare a tutto quello che si è costruito per una vita e a ricominciare da capo da qualche altra parte a trovare e seminare senso mi pare già una punizione più che sufficiente, ammesso che nella chiesa l’idea di punizione debba mai prevalere rispetto a quella di misericordia e di riconciliazione.

                Ma allora, perché continuare ad accanirsi contro di lui e contro coloro che vorrebbero comunque rimanergli in qualche misura fedeli per tutto il bene (davvero tanto) che ha fatto? Perché questo desiderio di vederlo quasi scomparire fisicamente dalla faccia della terra? A ognuno di coloro che non riescono a trovare altro che veleni e amarezze nel loro cuore, chiedo di guardarsi dentro in profondità. Perché non credo che si aiuti né Bose né la chiesa né tutti coloro che hanno percorso un tratto di cammino accanto ai fratelli e alle sorelle di quella comunità con atteggiamenti che, con lo spirito narrato e vissuto a lungo da Bose, non hanno nulla a che vedere. E il fatto che dall’altra parte delle nostre insinuazioni, falsità e accuse non si risponda con cause e con querele che peraltro sarebbero legittime (e a mio parere addirittura doverose), non è segno di debolezza di chi vorremmo colpire, ma ben al contrario di saldezza umana e mitezza cristiana.

A lungo Bose è stata migliore di noi tutti. È giunto il momento di restituirle il servizio, comportandoci in maniera più degna di chiunque non si è mostrato eventualmente all’altezza – ammesso stia a noi giudicarlo – del proprio difficilissimo e meraviglioso ministero. Tutto il resto non è evangelico. Non è vangelo.

Riccardo Larini (11 anni a Bose)                 riprenderealtrimenti    14 gennaio 2022

https://riprenderealtrimenti.com/2022/01/14/radicali-o-talebani-e-se-provassimo-a-essere-semplicemente-evangelici

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RIPENSARE

La fantasia di Dio. Un testo di Leonardo Boff sullo Spirito Santo

                È datato 2013 il “Piccolo trattato sullo Spirito Santo”, frutto di “molti anni di ricerca e di riflessione”, ed è stato scritto da Leonardo Boff [¤ 1938 ex frate francescano ed ex presbitero, teologo e scrittore brasiliano. È uno dei più importanti esponenti della Teologia della Liberazione.] per liberare la pneumatologia dall’essere cenerentola delle scienze religiose e per dare allo Spirito una centralità fondamentale nel cosmo, nell’umanità, nelle religioni, nelle chiese e in ogni essere umano, specialmente nei poveri.

                Karl Barth [1886-1968, teologo e pastore protestante svizzero] sosteneva che dello Spirito è «impossibile parlare» ma anche «impossibile tacere». Spetta alla riflessione teologica cercare di far luce là dove l’orizzonte si oscura, sostiene Boff, perché lo Spirito si rivela ma nello stesso tempo si vela. “Nascondersi è caratteristico dello Spirito. Ed è caratteristico dell’essere umano scoprirlo. Egli soffia dove vuole e noi non sappiamo da dove venga né dove vada (cfr. Gv 3,8). Ma questo non ci esime dal compito di disoccultarlo” (…) “anche in questi giorni in cui ci tocca vivere e soffrire” (pag. 17).

                Il libro, ↑ edito da EMI e ristampato nel 2019, ha una introduzione, 13 capitoli e una conclusione. In modo sistematico Boff affronta la natura, le manifestazioni e le declinazioni dello Spirito nelle vicende del mondo, dal Big Bang alla liberazione degli oppressi. È dedicato “alle donne, generatrici di vita, o che hanno dato la vita nei luoghi più reconditi del nostro paese…Esse possiedono una connaturalità con lo Spirito Santo poiché egli, come loro, è donatore di vita”.

                Nel primo capitolo: Vieni, Spirito Santo. Vieni, è urgente, Boff traccia una lettura della storia contemporanea, come si può evincere dai titoli degli 8 paragrafi che lo compongono:

  1. La presenza dello Spirito Santo nelle grandi crisi.
  2. L'erosione delle fonti di senso.
  3. Lo Spirito nella storia: la caduta dell'impero sovietico, la globalizzazione, i forum sociali mondiali e la coscienza ecologica.
  4. L’irrigidimento delle religioni e delle chiese.
  5. L'irrazionalità della ragione moderna.
  6.  Il contributo del femminismo mondiale.
  7. Rinnovamento carismatico cattolico: la missione di rinnovare la comunità.
  8. Il rinnovamento carismatico cattolico: la missione di evangelizzare la chiesa gerarchica?”.

                I tempi inquietanti che viviamo reclamano una seria riflessione sullo Spiritus Creator e Boff indica il motivo: “La creazione si trova oggi minacciata. I poveri e gli emarginati patiscono grandi oppressioni, che esigono processi di liberazione”. La minaccia non viene dall’esterno della Terra ma “dall’Homo sapiens e demens, doppiamente demens. (…) Si dice, a ragione, che abbiamo inaugurato una nuova era geologica, detta Antropocene: ossia l’essere umano come il grande pericolo per il sistema-Terra e per il sistema-vita” (pag. 15).

Il trattato teologico continua con:

II - In principio era lo Spirito: nuovo modello di pensare Dio.

III - Spirito: le interpretazioni delle esperienze-base.

IV - Il passaggio dallo spirito allo spirito di santità.

V – Il salto dallo spirito di santità allo Spirito Santo.

VI – Dal Dio-Spirito alla Terza persona della Santissima Trinità.

VII – I cammini di riflessione sulla Terza Persona della Santissima Trinità.

VIII – I pensatori dello Spirito (Gioacchino da Fiore; Hegel; Illich; Comblin; Ildegarda di Bingen; Giuliana di                 Norwich).

IX – Lo Spirito, Maria di Nazareth e il femminile pneumatizzato.

X – L’universo: tempio e campo d’azione dello Spirito Santo.

XI – La chiesa: sacramento dello Spirito Santo.

XII – Spiritualità: vita secondo lo Spirito.

XIII – Commenti su inni allo Spirito Santo. Conclusioni.

                Il nuovo paradigma teologico. Gli obiettivi di questa ricerca teologica sono:

  1. ricostruire con rigore la individuazione nella storia delle esperienze umane che permettono di captare lo spirito;
  2. scandagliare i testi della fede cristiana per passare dallo Spirito di Dio allo Spirito Santo, Terza Persona della Santissima Trinità;
  3. ripercorrere con uno sforzo rigoroso come questi testi sono stati letti, interpretati e dibattuti nella storia del cristianesimo.

                Ma il trattato ha un punto più in alto: raggiungere una densità paradigmatica “diversa e nuova” rispetto alla tradizione cristiana occidentale molto “cristocentrica”. Secondo Boff, non è stata riconosciuta sufficientemente (e non lo è ancora in teologia e nella vita della chiesa) “la missione dello Spirito: creare di nuovo; essere, nella storia, la fantasia di Dio per rendere continuamente buona-notizia il messaggio di Gesù” (pag. 251). In altre parole, l’intuizione di fondo che Boff espone nel libro è quella di tracciare un paradigma secondo il quale il “nuovo cristianesimo” (con la conseguente spiritualità) o sarà pneuma centrico o non sarà.

                “Pensare lo spirito è pensare il movimento, l'azione, il processo, la storia e l'irruzione del nuovo e del sorprendente. È pensare il divenire, il costante venire a essere. A ciò non si può arrivare servendosi delle categorie classiche con le quali è stato elaborato il discorso occidentale, tradizionale, della teologia. Dio, Cristo, la grazia e la chiesa sono stati pensati entro categorie metafisiche di sostanza, di essenza e di natura. Cioè attraverso qualcosa di statico e sempre già circoscritto in una forma immutabile. È il paradigma greco reso ufficiale dalla teologia cristiana” (pag. 16).

                Il paradigma teologico statico, introiettato non solo da molte coscienze cristiane ma soprattutto dalle strutture ecclesiastiche, ha fatto il suo tempo. Immobilismo, resistenza a qualsiasi novità, chiusure, difesa ad oltranza del passato, priorità alla uniformità, hanno generato una teologia dello Spirito che può essere interessante per un libro di storia o forse per un museo, non certamente per l’uomo e la società contemporanea. Siamo obbligati a pensarLo tramite un altro paradigma, afferma Boff, per poter capire adeguatamente dove stanno andando velocemente una società umana e universale con i suoi fenomeni strani e che fine può avere l’Annuncio del Vangelo di Gesù Cristo, che sembra sempre più ridursi a offerta senza domanda o al più solo offerta di dottrina e riti a chi è indifferente ad essi.

                Di questo nuovo paradigma pneumatologico, tracciato in modo molto ampio nel libro di Boff, segnaliamo due aspetti:

a)       l’aspetto storico-biblico

b)      l’aspetto concordistico-scientifico.

                Quando inizia il cristianesimo? “Con l’esecuzione giudiziale di Gesù in croce, la comunità dei suoi seguaci si sciolse. Ciascuno cominciò, deluso, a tornare a casa. (…) La forza, però, per la ricostituzione della comunità era opera dello Spirito Santo”. (pag. 112). “Lo Spirito è nelle fondamenta della nascente comunità.

Introduce una nuova pratica di convivenza, persino chiamato comunismo primitivo, visto che così è testimoniato. (…) Lo Spirito è generatore di un altro stile di vita comunitaria” (pag. 116).

                Gesù non fonda una religione. Il movimento religioso che porta il suo nome inizia dopo la sua crocifissione. Un gruppo di persone, che avevano conosciuto Gesù e il suo stile di vita, avvia un fenomeno storico molto complesso, caratterizzato dalla rottura dei ristretti limiti del giudaismo, proiettato nel vasto mondo culturale romano ed europeo, instradato da Paolo di Tarso, sostenuto dalla stesura successiva dei Vangeli e orientato dal primo concilio di Gerusalemme. Stupendamente i protagonisti iniziali danno un nome alla fonte del loro entusiasmo e al loro fondatore: “E’ parso bene allo Spirito Santo e a noi, di imporvi…” (At. 15, 28).

                Il cristianesimo, frutto più dello Spirito che di Gesù (storico), nel momento in cui si istituzionalizza come religione cristiana darà molto più spazio alla cristologia e molto meno alla pneumatologia (anche se, storicamente, in modo differente, quella cattolica da quella ortodossa), cioè al nuovo, alla profezia, alla energia vitale, alla forza trasformatrice presente nel cosmo, nella storia, nelle chiese, nel popolo e nella vita di ognuno, in particolare dei poveri. Invece, è solo lo Spirito, sostiene Boff, che spinge l’universo in alto e in avanti, anche se nascosto nel cuore di tutti gli eventi. Perché “è tipico dello Spirito non fare clamore, essere come l’acqua che umilmente si adatta a ogni suolo, a ogni recipiente, e che per scorrere sempre la via più bassa” (pag. 253).

                I 13 capitoli del libro sviluppano in modo logico e lineare un nuovo modello di pensare Dio e la fede in lui. Le implicazioni più innovative di questo modello, da un punto di vista pastorale (cioè, come direbbe Italo Mancini [1925-1993, presbitero, filosofo, teologo, storico della filosofia] , di “come vivere insieme agli altri”) sono esposte, secondo me, nei capitoli XI (la chiesa: sacramento dello Spirito Santo) e XII (spiritualità: vita secondo lo Spirito).

                Lo Spirito e la moderna cosmologia. Il nuovo racconto pneumatologico di Boff nasce anche dall’ineludibile confronto con la moderna cosmologia e si sforza di superare il dissidio tra verità cristiane rivelate e nuova cultura scientifica. Da una parte il racconto cristiano del mondo e della vita. Dall’altra il racconto dell’universo, della sua nascita, e della sua evoluzione fino all’uomo secondo le acquisizioni scientifiche. Per Boff un obiettivo importante è raggiungere una soluzione concordistico-scientifica tra i due racconti. Nonostante questo sforzo, nel confronto tra racconto cristiano e racconto scientifico il dissidio non mi sembra superato a causa delle due impostazioni metodologiche, totalmente diverse, sottese ai due racconti.

                La pratica scientifica e le teorie basate su di essa presuppongono un racconto fondativo dell’esistenza umana che entra in rotta di collisione con quello che dà origine all’esistenza di un credente. In gioco non è questo o quel risultato della pratica scientifica (origine dell'universo, origine della specie umana ecc.) ma il presupposto metodologico: non accettare nessuna autorità estranea a quella che proviene dal controllo intersoggettivo. Tentare di sciogliere questo nodo, cercando concordanze possibili tra i singoli elementi dei rispettivi racconti, non porta molto lontano.

                La situazione attuale dello spirito umano, inoltre, è segnata da un sempre più marcato rifiuto di qualsiasi forma di dualismo: anima-corpo; cielo-terra; sacro e profano; orizzontale-verticale; credente-ateo. E di conseguenza la necessità, nel linguaggio e anche nella dottrina cattolica, di rivedere il concetto di “trascendenza” alla quale, nelle religioni d’Occidente, è stato dato troppo spesso il volto antropomorfico di Dio e del suo Spirito.

                Pur senza dimenticare quello che a me sembra un limite, il lavoro di ricerca teologica fatta da Boff per un confronto serio tra racconto cristiano e racconto scientifico, mi sembra meritevole di attenzione. Come mi sembrano meritevoli di attenzione altre ricerche che cercano vie più radicali (senza perdere di vista “le radici”) nell’affrontare il confronto tra racconto cristiano e nuovo racconto cosmologico e scientifico. Il linguaggio del testo di Boff è semplice e divulgativo. Ma rimane sempre un trattato di teologia. Per chi sperimenta la lotta quotidiana del vivere e continua a ricercarne il senso con “lacrime e sangue”, il testo di Boff non è facile da far leggere perché rimane, nonostante le tante novità, in un contesto di “cristianità teologica”.

                In questi mesi è stato avviato un problematico cammino sinodale da parte della chiesa italiana. Per coloro che credono che anche la storia della chiesa è imprevedibile e può essere segnata da novità inattese, anche per mezzo di questo sinodo, il libro di Boff aiuta a fondare, ad essere attenti e indagare le multiformi espressioni dello Spirito Santo, attivo nelle innumerevoli pieghe dei giorni umani.

                Vieni Spirito e “soffia dove vuoi”, soprattutto fuori dalle vesti sontuose e imperiali del magistero e del suo vocabolario dottrinale, che sa non più farsi ascoltare dal mondo.

Antonio Greco                  “manifesto4ottobre”    10 gennaio 2022

https://manifesto4ottobre.blog/2022/01/15/la-fanntasia-di-dio

www.viandanti.org/website/la-rete-dei-viandanti/chi-e-in-rete/manifesto-4-ottobre-brindisi

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SINODO

Quel “sinodo” dei primi cristiani verso l’umanità

                Con un’evidente capacità di intercettare quanto tutto il mondo vive, la Chiesa ha proposto e iniziato un processo di cammino sinodale. Tutti hanno oggi, infatti, dopo due anni di sosta forzata a causa della pandemia, una gran voglia di uscire di casa, di muoversi, viaggiare, ballare, andare al lavoro, al cinema, allo stadio, a trovare e intrattenersi con parenti e amici. Ma anche di ricominciare partendo da una situazione nuova, cambiata, che non è più quella di prima.

                Nonostante la pervicacia di chi vuol tenere gli occhi chiusi illudendosi che non sia successo nulla e che la pandemia l’abbia inventata qualche potere o potentato di turno, è proprio la realtà ordinaria, personale e sociale, che è davvero un’altra. Quanto, del resto, osserviamo anche nella Chiesa che è, ovviamente, dentro la storia dei popoli e i Paesi a cui i cristiani appartengono. Ed è dimostrazione di autentica vocazione profetica quanto essa sta intraprendendo col cammino sinodale: un modo per dare un segno ai recenti, nuovissimi tempi e per prepararsi al mondo che verrà.

                In una simile situazione si trovò la Chiesa delle origini nel primo secolo della nostra era. L’Impero Romano aveva dato una prima “globalizzazione” al mondo e la rete delle sue imperiture arterie stradali aveva rimosso mura di ogni sorta: geografiche, linguistiche, culturali, politiche, religiose. L’annuncio del Vangelo partì, allora, da Gerusalemme, piccolo centro di provincia, per raggiungere “i confini del mondo”. Era un messaggio di vita e di salvezza per poveri e ricchi, schiavi e liberi, uomini e donne, di condivisione dei beni della terra, di fraternità e sororità, di giustizia e pace universali. Per questo non poteva essere se non un cammino fatto insieme: chiamati da Gesù, i suoi discepoli vennero da lui stesso inviati due a due perché si recassero nelle case, nei villaggi e nelle città. Un cammino che era vòlto ad aiutare, consolare, soccorrere, prendersi cura di tutti i bisognosi: «Gesù andava attorno per tutta la Galilea insegnando e curando ogni sorta di malattie e infermità» (Mt 4, 23).

                Questo fu lo scopo originario del cammino sinodale dei primi cristiani i quali uscirono dal chiuso delle loro case per occuparsi della vita degli altri, per incontrare l’umanità, conoscerla, per impattare i suoi aneliti e le sue sofferenze, le sue ferite e le sue speranze. Il loro fu un viaggio d’annuncio della libertà ai prigionieri, di liberazione agli oppressi, di luce per i ciechi, di gioia per i poveri. Un cammino sinodale è un’ulteriore “incarnazione” del Figlio di Dio che si fa sempre più figlio dell’umano attraverso l’amore e l’impegno di coloro che decidono di camminare con Lui.

                Lungo la strada, però, i cristiani trovano il modo di realizzare un’altra opera più che necessaria ancor oggi: la conoscenza e l’ascolto reciproco. Fu proprio sulla strada che Gesù conobbe, infatti, i suoi stessi discepoli, i Dodici, le donne. Fu il sinodo della Sua vita pubblica a dare embrione e identità a quella sarà, poi, la Chiesa. È sorprendente vedere come Gesù stesso non avesse conosciuto i suoi apostoli se non dopo il cammino che i Vangeli raccontano. Ed è circa verso la metà dello stesso che Egli chiese loro: «Di che cosa parlavate lungo la via?». Essi tacevano, perché avevano parlato di chi tra loro fosse il più grande. Così Gesù si accorse della distanza dei loro pensieri dai suoi!

                Ed ecco, allora, l’urgenza di un nuovo cammino sinodale per la Chiesa attuale: l’occasione per sapere cosa c’è nel cuore degli uni e degli altri, dei chierici e dei laici, dei vecchi e dei nuovi continenti, perché, nel cammino comune, si possa ritrovare la compagnia dell’altro/a, imparare a stimarsi a vicenda, riconciliarsi, valorizzare i carismi di ognuno, per costruire insieme quel Sogno nuovo che chiama dal presente.

                               Rosanna Virgili ,               RomaSette  10 gennaio 2022

www.romasette.it/quel-sinodo-dei-primi-cristiani-verso-lumanita

 

Sinodo e sinodalità. Tempo di conversione, tempo di riforma

                Affermare, con papa Francesco, che il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio comporta «una revisione dell’identità, configurazione e missione della Chiesa» che dipende strettamente «dal fatto che abbiamo compreso e vogliamo veramente assumere le implicazioni del modello di Chiesa come popolo di Dio come è stato presentato dalla Lumen gentium»: occorre riconoscere «il carattere normativo della categoria “popolo di Dio”». Da questa «nuova ermeneutica» conciliare discende il ripensamento dei modelli decisionali, «in cui l’elaborazione delle decisioni (decision-making) sia vincolante per i pastori (decision-taking)»: la sinodalità, sebbene «si inizi nel camminare e nell’ascoltare, e si realizzi nel riunirsi», si completa solo «nel discernere ed elaborare insieme le decisioni». Non è dunque «il popolo di Dio che deve essere integrato nella gerarchia» partecipando alle strutture episcopali, ma è il vescovo che è chiamato «a situarsi e viversi come uno dei fedeli tra il popolo di Dio, ascoltando la voce di tutti i fedeli», raccogliendo ed esprimendo «il sensus Ecclesiæ totius populi e non solo quello dei suoi pari».

 

                Nel suo discorso ecclesiologico più significativo, papa Francesco ha sostenuto che «il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio. Quello che il Signore ci chiede, in un certo senso, è già tutto contenuto nella parola “Sinodo”. Camminare insieme – laici, pastori, vescovo di Roma».1 La proposta è una revisione dell’identità, configurazione e missione della Chiesa, e non solo di alcuni suoi elementi operativi. Lo ha chiarito alla diocesi di Roma: «Il tema della sinodalità non è il capitolo di un trattato di ecclesiologia (...). La sinodalità esprime la natura della Chiesa, la sua forma, il suo stile e la sua missione. E quindi parliamo di Chiesa sinodale».2

                Possiamo riferirci alla sinodalità come a un processo di riconfigurazione delle identità, delle relazioni e delle dinamiche comunicative tra i soggetti ecclesiali, e alle sue conseguenze nella concezione, organizzazione e governo delle istituzioni nella Chiesa. Si tratta di pensare un nuovo «modo di procedere» ecclesiale. Tuttavia, la sua progettazione e attuazione dipenderà dal fatto che abbiamo compreso e vogliamo veramente assumere le implicazioni del modello di Chiesa come popolo di Dio come è stato presentato dalla Lumen gentium, perché da essa deriva l’ermeneutica per una riforma in chiave sinodale. Francesco inaugura una nuova fase nella recezione del Concilio, che riconosce il carattere normativo della categoria «popolo di Dio».

                Questa approfondisce l’intenzione di Paolo VI quando, all’apertura della seconda sessione del Vaticano II, sollecitò la Chiesa a cercare una definizione più completa di sé stessa.3 Una riforma in chiave sinodale deve comportare la creazione di un nuovo modello istituzionale che renda possibile la sinodalità.

                Riconoscere il punto di rottura. La situazione attuale e il contesto ecclesiale esigono una rottura nel modello teologico-culturale che ha definito la Chiesa per secoli. Il suo paradigma, caratterizzato dal clericalismo, va superato, poiché comporta relazioni gerarchizzate nell’esercizio del potere e in tutto il funzionamento della vita istituzionale. Questa epoca ecclesiale sembra andare verso «un punto di rottura o una svolta»4 del sistema o addirittura un «possibile fallimento istituzionale».5

                Pertanto, non è sufficiente rivedere e rinnovare ciò che esiste, ma si tratta di creare qualcosa di nuovo. Come ha sostenuto Congar, «dobbiamo chiederci se l’aggiornamento sarà sufficiente o se è necessario qualcos’altro. La questione si pone nella misura in cui le istituzioni della Chiesa sono state prese da un mondo culturale che non può più inserirsi nel nuovo mondo culturale. I nostri tempi richiedono una revisione delle forme tradizionali che va al di là dei piani di adattamento o di aggiornamento, ma piuttosto comporta una nuova creazione. Non è sufficiente mantenere ciò che è esistito fino ad ora, adattandolo; è necessario costruire di nuovo».6

                Le parole di Congar si inseriscono nella dinamica di una Ecclesia semper reformanda.7 Francesco stesso parla di riforma8 come un processo continuo di «conversione ecclesiale» di «tutta la Chiesa». Ecco come l’ha sviluppato nella Evangelii gaudium: «Il concilio Vaticano II ha presentato la conversione ecclesiale come l’apertura a una permanente riforma di sé per fedeltà a Gesù Cristo».9

                Ma lo anche ha detto con chiarezza al V Convegno nazionale della Chiesa italiana (Firenze, 10 novembre 2015): la Chiesa è semper reformanda. Ed è una riforma, come descritta nel 2014, di forme di vita che costituiscono tutta una cultura ecclesiale e che devono essere superate, come la trascuratezza dei controlli, la perdita della comunione, l’apparenza di abiti e onori, il carrierismo e l’opportunismo, l’appartenenza a circoli chiusi...10

                Il problema è che queste forme ecclesiali derivano da un modello istituzionale, e non sono atteggiamenti isolati, di singoli. Fanno parte di una cultura ecclesiale clericale che ha finito per diventare un ostacolo all’annuncio del Vangelo, come avvertiva il teologo cileno Ronaldo Muñoz nel 1972.11 Il superamento di un tale modello istituzionale comporta «la riforma delle relazioni interne e delle istituzioni».12

                Non possiamo cadere nel falso antagonismo di opporre la conversione delle mentalità alla riforma delle strutture.13 Si tratta fondamentalmente di un problema ecclesiologico, perché «siamo ancora lontani dall’aver tratto le conseguenze della riscoperta del fatto che tutta la Chiesa è un solo popolo di Dio, composto dai fedeli con il clero. Abbiamo un’idea implicita che la Chiesa sia fatta di chierici, e che i fedeli siano solo i beneficiari o la clientela. Questa terribile concezione è incorporata in così tante strutture e costumi che sembra essere la cosa più naturale da fare e non può essere cambiata».14

                Una nuova fase: intendere la Chiesa come popolo di Dio Come sostiene Muñoz, un processo di riforma in chiave sinodale presuppone di rivedere «strutture oligarchiche della Chiesa», «l’autoritarismo», «le legittime richieste di uguaglianza e partecipazione», «la mancanza di abitudine alle opinioni divergenti all’interno della Chiesa e la mancanza di canali organici per la loro comunicazione». In breve, è un problema di concezione teologica e di esercizio quotidiano del potere nella Chiesa.15 Qualsiasi soluzione possibile deve coinvolgere una nuova ermeneutica del concilio Vaticano II.

                L’emergere di questa nuova ermeneutica inizia con il pontificato di Francesco. Nel 2013 si è riferito alla «Chiesa come popolo di Dio, pastori e popolo insieme. La Chiesa è la totalità del popolo di Dio»,16 e nella Evangelii gaudium ha spiegato che, secondo «questo modo d’intendere la Chiesa» il «soggetto dell’evangelizzazione è ben più di una istituzione organica e gerarchica, poiché anzitutto è un popolo in cammino verso Dio» e «trascende sempre ogni pur necessaria espressione istituzionale».17

                Così, «essere Chiesa significa essere popolo di Dio».18 La realizzazione di questo modello presuppone una risignificazione delle identità ecclesiali e delle modalità di partecipazione alla missione della Chiesa e, di conseguenza, una nuova ermeneutica ecclesiologica basata sullo specifico ordine di sequenza proposto dalla Lumen gentium – prima il popolo di Dio (tutti), poi i vescovi (alcuni) e infine il vescovo di Roma (uno) – che supera la visione esistente di tre soggetti ecclesiali distinti e separati (papa, vescovi e popolo di Dio).

                L’intenzione dei padri conciliari era di integrare i vescovi e il papa nella totalità del popolo di Dio, prima di tutto come fedeli o christifideles qualificati da un’ecclesialità in chiave sinodale.19 In questo modo, come si espresse monsignor Joseph De Smedt, è possibile «non cadere in forme di gerarchismo, clericalismo ed episcopolatria o papolatria [perché] quello che viene prima è il popolo di Dio».20

                Questo significava rompere con il modello piramidale che privilegia le parti prima del tutto, concependo la gerarchia come un soggetto distinto e separato dal resto del popolo di Dio.21 La mens dei testi conciliari si ispira a questa ermeneutica del tutto che incorpora e qualifica tutti i soggetti ecclesiali all’interno di questa totalità di fedeli, in modo tale che la loro continua e reciproca interazione li costituisce come popolo di Dio – compreso il collegio dei vescovi e il successore di Pietro. Così, il popolo di Dio è l’unico soggetto attivo e fondamentale di tutta l’azione e la missione della Chiesa.

                Questa nuova fase della recezione del Concilio emerge dall’architettura proposta nella Lumen gentium:22 la Chiesa, popolo di Dio, che rappresenta la totalità dei fedeli23 e i cui membri sono definiti dalla logica della necessaria reciprocità delle rispettive identità, così come dalla corresponsabilità essenziale per il compimento della missione. L’orizzonte è aperto per una nuova riconfigurazione delle identità e delle relazioni tra i diversi soggetti ecclesiali in modo organico come un «noi ecclesiale», così denominato dalla teologa Serena Noceti.

                Si apre la possibilità concreta di realizzare questa visione quando Francesco chiama a costruire una Chiesa in chiave sinodale, perché la sinodalità è il principio operativo e organico che permette sia di ricomprendere l’ecclesiologia come ecclesiogenesi, cercando la trasformazione integrale di tutta la Chiesa, sia di riconfigurare le relazioni e le dinamiche comunicative che si vivono nelle istituzioni ecclesiali.

                La sinodalità non è solo una dimensione costitutiva, ma anche costituente, poiché presuppone un immenso movimento ecclesiale che trova il suo fondamento nell’impegno di una corresponsabilità essenziale – e non ausiliaria – propria del modello di Chiesa come popolo di Dio,24 secondo cui «i pastori e gli altri fedeli [sono] legati tra di loro da una comunità di rapporto».25 In una Chiesa popolo di Dio, il «sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico» sono «ordinati l’uno all’altro», ciascuno chiamato «alla santità» e a vivere come una «totalità».26

                Una recezione problematica e incompiuta. Il testo e lo spirito del concilio Vaticano II hanno voluto recuperare il significato della Chiesa locale e la sua relazione con la cattolicità di tutta la Chiesa. Tuttavia, la recezione di questa ecclesiologia è stata problematica e incompiuta, così che una riforma sinodale non poteva essere compresa né tanto meno realizzata.

                La Lumen gentium riconosce che è «in esse [le Chiese particolari] e a partire da esse che esiste la Chiesa cattolica una e unica» e afferma che «questa varietà di Chiese locali tendenti all’unità dimostra con maggiore evidenza la cattolicità della Chiesa indivisa».27 Questa cattolicità implica la pienezza che si realizza nelle Chiese locali e nella loro reciproca comunione, presieduta dalla Chiesa di Roma e dal suo vescovo, il papa. Senza questo punto di partenza ecclesiologico, la concezione e l’esercizio del primo livello della sinodalità è impensabile.

                Gérard Philips [1898-1972, teologo belga, segretario-redattore maggiore della Costituzione LG], il principale redattore della Lumen gentium, aveva previsto la centralità di questa ecclesiologia,28 e le molte ripercussioni teologiche ed ecclesiali che avrebbe avuto, perché anche se una Chiesa locale non è la Chiesa intera, è una Chiesa completa.29 Hervé Legrand [¤1935 domenicano francese] lo afferma sottolineando che è questo «l’aspetto più nuovo del Vaticano II», perché «oltre all’affermazione che la cattolicità di tutta la Chiesa si nutre della ricchezza delle varie Chiese locali, il Vaticano II affermerà la cattolicità stessa della Chiesa diocesana».30

                Tuttavia, dagli anni Ottanta si è favorito il centralismo nella gestione del governo e nello sviluppo della dottrina. I cambiamenti nell’orientamento ecclesiologico furono promossi attraverso nuovi documenti del magistero, come la costituzione apostolica Pastor bonus [Giovanni Paolo II-28 giugno 1988]

www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_constitutions/documents/hf_jp-ii_apc_19880628_pastor-bonus-index.html

e il motu proprio Apostolos suos [Giovanni Paolo II-21 maggio 1998].

www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/motu_proprio/documents/hf_jp-ii_motu-proprio_22071998_apostolos-suos.html

                Con la prima, fu dato un maggior potere al primato, la curia cominciò a produrre la propria teologia e l’autorità delle conferenze episcopali fu relativizzata. Con il secondo, la funzione di insegnamento dei vescovi venne radicata nell’interpretazione ufficiale del magistero universale data dalla Santa Sede.31

                E possiamo aggiungere l’Istruzione sui sinodi diocesani, che assesta un duro colpo all’ecclesiologia delle Chiese locali vietando ai sinodi diocesani di offrire dichiarazioni su qualsiasi argomento «discordanti dalla perenne dottrina della Chiesa o dal magistero pontificio»[19 marzo 1997].32

www.vatican.va/roman_curia/congregations/cbishops/documents/rc_con_cbishops_doc_20041118_diocesan-synods-1997_it.html

                A partire dal modello di comunione gerarchica si è voluto riconfigurare l’identità e i modi di relazionarsi propri dei soggetti ecclesiali. Su questa linea la nozione di corresponsabilità è stata assunta sulla base di relazioni ausiliarie e verticali, che hanno ridefinito l’interazione dei laici, del presbiterio e della vita religiosa tra di loro, e di esse con l’episcopato.

                Nel 1992, con la pubblicazione della Communionis notio [28 maggio 1992],33

www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_28051992_communionis-notio_it.html

si afferma addirittura che la Chiesa universale è una realtà ontologica e preesistente, allontanandosi dallo spirito e dal testo del Concilio, universalizzando l’identità della vita ecclesiale e rafforzando l’omogeneità istituzionale secondo lo schema teologico-culturale romano. Si stava perdendo l’ecclesiologia di comunione tra le Chiese locali e, di conseguenza, si stava corroborando il centralismo della curia romana. Si privilegiò la communio hierarchica e si relativizzò il significato di communio Ecclesiarum.

                Chiesa di Chiese.  Se vogliamo sviluppare oggi un’ecclesiologia in chiave sinodale, è necessario riprendere la recezione dell’ecclesiologia delle Chiese locali, per la quale la cattolicità si realizza nel modello di una Chiesa di Chiese, perché «la dimensione sinodale della Chiesa implica la comunione nella Tradizione viva della fede delle diverse Chiese locali tra loro e con la Chiesa di Roma».34

                 È in questa prospettiva che la Commissione teologica internazionale dichiara che «il primo livello di esercizio della sinodalità si attua nella Chiesa particolare», dato che «i legami di storia, linguaggio e cultura, che in essa plasmano la comunicazione interpersonale e le sue espressioni simboliche, ne delineano il volto peculiare, favoriscono nella sua vita concreta l’esercizio di uno stile sinodale».35 [02 marzo 2018]

www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_20180302_sinodalita_it.html

                Riconoscendo la centralità del capitolo II della Lumen gentium, si apre un’altra porta che ci permette di vedere l’orizzonte socio-culturale locale come il luogo per realizzare una riconfigurazione più completa della Chiesa, perché il «popolo di Dio si incarna nei popoli della terra, ciascuno dei quali ha la propria cultura».36 Stiamo parlando del cammino che ogni Chiesa locale dovrà seguire per vivere interiormente un profondo processo di ecclesiogenesi, capace di generare un modo di essere e agire come Chiesa, e uno stile di vita cristiana con sapore e carattere propri.

                Il recupero dell’ecclesiologia del popolo di Dio permette così di avvicinarsi alla prassi ecclesiale del primo millennio in cui «le Chiese locali sono soggetti comunitari che realizzano in modo originale l’unico popolo di Dio nei differenti contesti culturali e sociali e condividono i loro doni in un interscambio reciproco per promuovere “vincoli di intima comunione”».37

                Pertanto, definire il popolo di Dio come la totalità dei fedeli non significa che esso possa esistere in modo astratto o universalizzabile, ma ricollocarlo orizzontalmente nella sua dimensione socio-culturale, cioè al primo livello dell’esercizio della sinodalità, nella diocesi. Cioè, in ogni portio populi Dei. Quindi la Chiesa è una Chiesa di Chiese che si definisce e si sviluppa alla luce del primo livello di sinodalità.

                Per tutte queste ragioni, la sinodalità costituisce la via più appropriata per la genesi di processi di identità e di riconfigurazione teologico-culturale dell’istituzione ecclesiastica, sotto il modello di una Chiesa di Chiese presieduta dal vescovo di Roma e in comunione reciproca.38 È il modo stesso in cui la Chiesa si fa e procede in ogni luogo e si riconfigura in ogni epoca, secondo i segni dei tempi.

                Costruire il consenso. La recezione di questa ecclesiologia delle Chiese locali significherà rinnovare la vita ecclesiale attraverso un nuovo modo di procedere ecclesiale che si ispiri in quella prassi di raccolta di orientamenti e discernimento, e in quella costruzione del consenso riassunta nell’antico principio canonistico medievale che afferma: «Ciò che riguarda tutti deve essere trattato e approvato da tutti». La regola d’oro del vescovo san Cipriano[210-258, vescovo di Cartagine] offre il quadro interpretativo più appropriato per pensare alle sfide ecclesiali di oggi: «Nihil sine consilio vestro et sine consensu plebis, mea privatim, sententia gerere».39

                Per il vescovo di Cartagine, ricevere consigli e indicazioni dal presbiterio e costruire il consenso con il popolo furono esperienze fondamentali durante tutto il suo esercizio episcopale per mantenere la comunione nella Chiesa. Perciò Cipriano ideò metodi basati sul dialogo e sul discernimento comune, che permettevano la partecipazione di tutti, non solo dei presbiteri, alla deliberazione e al processo decisionale. Il primo millennio offre esempi di una forma Ecclesiæ in cui l’uso del potere era inteso come responsabilità condivisa. Una cultura del consenso ridefinisce l’esercizio del potere alla luce dei processi di ascolto, discernimento, elaborazione e decisione, permeando così la Chiesa nelle sue relazioni, le dinamiche comunicative e il funzionamento e governo delle istituzioni.

                L’ascolto come dinamica generativa. Per Francesco «una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto. (...) È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare (...). È ascolto di Dio, fino a sentire con lui il grido del popolo; ascolto del popolo, fino a respirarvi la volontà a cui Dio ci chiama».40 L’esercizio dell’ascolto è indispensabile in un’ecclesiologia sinodale perché parte dall’assenso all’identità dei soggetti ecclesiali – laici, sacerdoti, religiosi, vescovi, papa – fondata su relazioni orizzontali – di necessaria reciprocità e completamento – che hanno la loro ragione d’essere nella radicalità della dignità battesimale e nella partecipazione al sacerdozio comune di tutti i fedeli.41

                La Chiesa nel suo insieme si qualifica attraverso processi di ascolto, in cui ogni soggetto ecclesiale apporta qualcosa che completa l’identità e la missione dell’altro,42 e lo fa a partire da ciò che gli è più proprio.43 Questo orizzonte ci chiama a passare dal modello delle relazioni diseguali, per superiorità e subordinazione, alla logica della «comunità di rapporto» e della complementarietà,44 perché, come dice il teologo canadese Gilles Routhier [¤1953] , «la sinodalità soprattutto permette a tutti di partecipare, secondo il loro rango, a un lavoro comune. Questo concetto assicura dunque una partecipazione ordinata e organica, tenendo conto della diversità dei ruoli».45

                Possiamo dire che essere ascoltati è un diritto di tutti, ma ricevere consigli basati sull’ascolto è un dovere proprio di chi esercita l’autorità, perché «tutti i fedeli sono abilitati e chiamati affinché ciascuno metta al servizio degli altri i rispettivi doni ricevuti dallo Spirito Santo».46

  1. L’ascolto come dinamica trasformativa. Le implicazioni di questa visione sono importanti. La prima riguarda il rinnovamento dell’identità e della missione del ministero gerarchico, «collocando la loro ragion d’essere e il loro esercizio nel popolo di Dio, le identità ministeriali dei fedeli nell’orizzonte del “noi ecclesiale”. Questo assegna al ministero gerarchico un carattere di servizio storico-temporale (transeunte), piuttosto che ontologico, e neppure escatologico o autoreferenziale».47 Mons. De Smedt [1909-1995, belga, vescovo della  diocesi di Bruges] dopo il Concilio disse che «il corpo docente [i vescovi] non si basa esclusivamente sull’azione dello Spirito Santo sui vescovi; deve anche ascoltare l’azione dello stesso Spirito sul popolo di Dio».48

                Discernere insieme. Questo implica che i vescovi devono anche essere insieme a tutti per discernere ed elaborare decisioni pastorali. Ciò significa, seguendo il testo di Lumen gentium n. 12, ripreso in Episcopalis communio[15 settembre 2018],

 www.vatican.va/content/francesco/it/apost_constitutions/documents/papa-francesco_costituzione-ap_20180915_episcopalis-communio.html

 che la totalità dei fedeli, «“dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici”, mostra l’universale suo consenso in cose di fede e di morale».49 In gioco non è il sentire del singolo vescovo, ma il sentire di tutta la Chiesa, o meglio il sensus Ecclesiæ totius populi. In questo modo, si devono favorire mediazioni istituzionali che rendano possibile non solo l’accettazione e il discernimento dell’ascolto, ma anche che i risultati ottenuti siano vincolanti per i processi di cambiamento necessari al rinnovamento dell’istituzione ecclesiastica.

                Se il modo di procedere di una Chiesa sinodale «ha non solo il suo punto di partenza, ma anche il suo punto di arrivo nel popolo di Dio»,50 e se «la sinodalità è una dimensione costitutiva della Chiesa che, attraverso di essa, si manifesta e si configura come popolo di Dio»,51 allora l’ascolto è parte di un processo più ampio in cui «tutta la comunità, nella libera e ricca diversità dei suoi membri, è chiamata insieme a pregare, ascoltare, analizzare, dialogare e consigliare affinché le decisioni pastorali siano prese in conformità con la volontà di Dio».52 Da questa serie di relazioni si genera un’atmosfera favorevole alla raccolta di consigli e indicazioni e alla costruzione del consenso, che si tradurrà poi in decisioni. È importante tener conto di tutte le dinamiche comunicative coinvolte in una Chiesa sinodale: «pregare, ascoltare, analizzare, dialogare, discernere e consigliare», perché lo scopo di intraprendere questo cammino sinodale non è semplicemente quello di incontrarsi e conoscersi meglio, ma di lavorare insieme per poter «prendere le decisioni pastorali».53

                Riformare i processi decisionali. È fondamentale ripensare i modelli decisionali, poiché sono in gioco la teologia e la pratica della potestas nella Chiesa. Forse si tratta di articolare un modello in cui l’elaborazione delle decisioni (decision-making) sia vincolante per i pastori (decision-taking). Qualsiasi modello deve tener conto che «la dimensione sinodale della Chiesa si deve esprimere attraverso la messa in atto e il governo di processi di partecipazione e di discernimento capaci di manifestare il dinamismo di comunione che ispira tutte le decisioni ecclesiali».54 Ciò comporterà un approfondimento della teologia della fonte e dell’esercizio della potestas nella Chiesa e della sua relazione con il governo o governance [gestione].55

                Nel 2007 l’episcopato latinoamericano ha affrontato questa preoccupazione nella Conferenza di Aparecida e ha proposto che «i laici partecipino al discernimento, alla decisione, alla pianificazione e all’esecuzione» di tutta la vita ecclesiale.56 Questo desiderio non si è ancora realizzato completamente. Soprattutto riguardo alla partecipazione effettiva delle donne. In relazione a questa sfida, papa Francesco ha sostenuto nel suo videomessaggio del 10 ottobre 2020 57 che le donne devono essere coinvolte nella Chiesa nelle posizioni e nei ruoli in cui vengono prese le decisioni e non solo dove vengono attuate.

www.vatican.va/content/francesco/it/messages/pont-messages/2020/documents/papa-francesco_20201010_videomessaggio-ted-clima.html

Per questo, sarà necessario insistere per creare nuovi modi di procedere ecclesiali e strutture di potere decisionale condiviso.58

                Si tratta di raggiungere un modo di procedere che realizzi il collegamento e la rappresentatività di tutti/e e tra tutti/e sulla base di una nuova cultura ecclesiale del consenso, senza minare l’autorità del ministero gerarchico, ma piuttosto collegandolo nel processo di elaborazione in modo che la decisione assuma o confermi (ratifichi) ciò che è stato preparato e approvato dopo il discernimento e il consenso tra tutti i fedeli.59 Si può dire che, sebbene la sinodalità si inizi nel camminare e nell’ascoltare, e si realizzi nel riunirsi, essa si completa solo nel discernere ed elaborare insieme le decisioni.

                San Cipriano proponeva la via dei «consigli collaborativi di vescovi, sacerdoti, diaconi, confessori e anche (...) un numero consistente di laici (...) perché non si può stabilire nessun decreto che non sia ratificato / confermato dal consenso della pluralità».60 Se tutti i fedeli partecipano all’elaborazione delle decisioni, allora la decisione sarà espressione del consilium che la comunità apporta secondo il principio della corresponsabilità essenziale e pastorale, e che il vescovo accoglie e conferma come un con-convocato, anche lui, chiamato a fare e vivere Ecclesia.61 Se non riusciamo a creare un modello istituzionale di discernimento comunitario e consenso ecclesiale, non supereremo «la insufficiente considerazione del sensus fidelium, la concentrazione del potere, l’esercizio isolato dell’autorità, lo stile di governo centralizzato e discrezionale, e la opacità delle procedure normative».62

                Verso una sinodalizzazione di tutta la Chiesa. Parlare di sinodalità ci invita a riconoscere che il carattere vincolante del sensus fidei e del consensus omnium fidelium è trasversale a tutta l’istituzione: non è il popolo di Dio che deve essere integrato nella gerarchia partecipando alle strutture episcopali – sinodi o conferenze episcopali –, ma la gerarchia che è chiamata a situarsi e viversi come uno dei fedeli tra il popolo di Dio, ascoltando la voce di tutti i fedeli,63 perché il vescovo deve raccogliere ed esprimere il sensus Ecclesiæ totius populi, e non solo quello dei suoi pari, come responsabile della comunione. La sinodalità, pertanto, non può essere limitata a una semplice estensione dell’esercizio della collegialità.

                Essa presuppone che l’esercizio della corresponsabilità di tutti i fedeli sia essenziale e vincolante, al fine di realizzare un modello di istituzionalità ecclesiastica che funzioni organicamente attraverso la costruzione del consenso. Il Concilio è stato chiaro nel riconoscere che «quanto fu detto del popolo di Dio sia ugualmente diretto ai laici, ai religiosi e al clero».64

                Una recezione più chiara di tale passo potrebbe permetterci di andare verso processi di sinodalizzazione basati sul discernimento comunitario e su una cultura ecclesiale del consenso, che riconoscano e incorporino l’identità e la missione dei laici come soggetti pieni nella Chiesa, alla luce della radicalità del battesimo, che conferisce non solo doveri ma anche diritti a tutti i fedeli – christifideles. Altrimenti, le interazioni tra laici e ministri ordinati continueranno a rispondere all’odierno modello subordinante e clericale.

                Una nuova prospettiva ispirata dalla recezione dell’ecclesiologia del popolo di Dio dovrebbe riconoscere il principio essenziale della corresponsabilità essenziale di tutti i fedeli: christifideles. Questo genererebbe un processo di sinodalizzazione efficace – effettiva e non solo affettiva – in vista di una riconfigurazione ecclesiale. Bisogna continuare ad aprire strade significative per una reale sinodalizzazione di tutta la Chiesa, perché procedendo in questo modo la Chiesa troverà una forma più completa di essere, vivere e operare. Siamo davanti al primo emergere di una nuova ermeneutica di tutto il concilio Vaticano II che deve essere capace di portare avanti una riconfigurazione istituzionale ispirata a un modello di una Chiesa sinodale sotto la forma di un popolo di Dio in cammino.

                La sfida sarà capire che siamo una Chiesa in transizione, in mezzo a un cambio qualitativo epocale ed ecclesiale. È un tempo propizio per ricuperare la dinamica propria della traditio come è stata espressa da Congar: «È necessario rivedere e rinnovare questa o quella forma che serviva per la trasmissione in un altro tempo, ma che oggi costituirebbe un ostacolo alla realtà di questa trasmissione».65

                Questo presuppone il superamento degli antagonismi non necessari tra conversione spirituale e riforma strutturale, perché «ci sono state correnti riformiste potenti e ben intenzionate alle quali è mancata maggiore efficacia per essersi fermate eccessivamente nell’ambito spirituale e privato: l’elemento spirituale ha una sua efficacia. È necessario, ma non sufficiente.

                C’è, infatti, una densità delle strutture impersonali e collettive di cui bisogna necessariamente tener conto; in caso contrario, le più generose intenzioni di riforma si esaurirebbero nel compito di riavviare incessantemente uno sforzo che sarebbe sempre condannato a una diminuita efficacia, per il fatto che le strutture contrarie erano rimaste intatte».66

                Per tutto questo, una nuova riconfigurazione ecclesiale alla luce della sinodalità supporrà che si assuma questa epoca ecclesiale come un tempo di conversione e di riforma.

Rafael Luciani *                               Il Regno Attualità n.2, 15 gennaio 2022, pag. 57   66 note

* teologo laico venezuelano. Docente di Ecclesiologia. Perito della Commissione teologica della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi. Il testo è stato pronunciato il 6.12.2021 come prolusione dell’anno accademico 2021-2022 dell’Istituto per le scienze religiose della Toscana con il titolo «Sinodo 2021-2023: verso una riforma ecclesiale in prospettiva sinodale».

https://ilregno.it/attualita/2022/2/sinodo-e-sinodalita-tempo-di-conversione-tempo-di-riforma-rafael-luciani

 

Italia - Chiesa cattolica: preti che lasciano. E i laici?

Intervista a Luca Diotallevi ¤1959, ordinario in Sociologia presso l'Università di Roma TRE.

                In 30 anni c’è stato un calo di quasi il 20% dei presbiteri diocesani attivi nelle Chiese particolari che sono in Italia: da poco più di 36.000 si è arrivati a poco più di 29.000 nel 2020. L’età media supera i 61 anni; i preti che hanno meno di 30 anni sono 600. Intanto è cresciuta la fetta di sacerdoti stranieri che presta servizio nelle 25.595 parrocchie italiane e che oggi rappresenta l’8,3% del totale.

                Sono alcuni dei tanti numeri che le indagini e le ricerche hanno rilevato in questi anni più recenti e che evidenziano una crisi nota da tempo e dalle mille sfaccettature. Con Luca Diotallevi,¤1959, ordinario di Sociologia presso l’Università Roma Tre, che dal 1998 osserva i processi del cattolicesimo in Italia, abbiamo affrontato l’argomento, per soffermarci su un tema poco considerato, ma esploso in questi anni recentissimi: l’abbandono dei sacerdoti.

                l clero italiano è in crisi?

                «Parliamo di grave crisi del clero se ci misuriamo sui campanili: i preti stanno diventando meno delle chiese. Ma lo scenario va integrato con un’altra informazione: il popolo cala più velocemente del numero dei preti. Per cui il loro carico di lavoro (in termini quantitativi) per certi versi potrebbe essere addirittura minore di quello di 10, 20 o 40 anni fa. Rispetto al 1990, il numero di prime comunioni, matrimoni, partecipanti alla messa è calato molto di più di quanto sono calati i preti. È forse rimasto in piedi il reticolo parrocchiale, ma la popolazione dei “praticanti” si è notevolmente ridotta».

                Osservando i dati dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero,https://bit.ly/3qxmewTemerge però un altro dato preoccupante: quello dell’abbandono. Di che numeri si tratta?

                «Per quasi due decenni, dopo il 2000, ci sono stati in media 40 abbandoni (misurati come sospensione del sostentamento, provvedimento che in genere interviene già un po’ dopo l’abbandono “di fatto”). Più o meno 1,3 per 1.000 presbiteri diocesani. Questa percentuale si è mantenuta tra lo 0,9 ‰ e il 2‰ fino al 2018.

                Nel 2019 è schizzata a 7 abbandoni per 1.000 presbiteri. Nel 2020 è di nuovo scesa un poco, a 3,6 per 1000. L’evento che questi dati misurano interviene dopo 1-2 anni dall’inizio della crisi, al termine di un periodo durante il quale al prete che non esercita di fatto il ministero viene ancora garantito un sostentamento. Il fenomeno ha acquisito quelle proporzioni enormi anche per il combinarsi dell’aumento dell’abbandono e della riduzione del clero. Le dimensioni dell’abbandono (misurato da quell’indicatore) sono ancora più sorprendenti perché fanno riferimento a una popolazione che nel frattempo si è contratta. Un altro fenomeno relativamente nuovo è che non si tratta più di abbandoni concentrati nel primo anno di presbiterato, ma spalmati lungo tutta la carriera».

                Come muoversi?

                «Innanzitutto il fenomeno andrebbe studiato in modo scientifico, cosa che sinora non è stata fatta. Ciò richiederebbe un serio campionamento di coloro che hanno abbandonato. Non bastano tre interviste a tre persone che hanno lasciato. In quel modo si fa solo scandalismo».

                In attesa che si studi il problema, quali spiegazioni ci si potrebbe dare sul perché di queste crisi?

                «In realtà c’è una grande letteratura internazionale sul fenomeno che ci dice che le ragioni dell’abbandono sono passate dalle crisi ideologiche degli anni Sessanta a crisi vocazionali dalle motivazioni psicologiche ed esistenziali. In estrema sintesi: non si riesce a reggere un ruolo diventato una maschera che socialmente non funziona più. Un fatto merita d’essere ricordato: la selezione nei seminari è fortemente diminuita. Il rapporto tra ingressi nei seminari e ordinazione oggi è arrivato molto vicino a 1, mentre in passato c’era una fortissima selezione. Un altro elemento nuovo è l’indisponibilità, come raccontano oggi vescovi e preti, ma che già emergeva nelle indagini sociologiche di 10-15 anni fa, per cui sempre meno preti vogliono fare i parroci, con un impegno che li vincoli a una comunità. Sempre più sacerdoti vogliono fare i battitori liberi, secondo il modello del prete-star. Se non si verifica, o non si verifica più, subentra la delusione.

                Se parliamo in termini di indicatori quantitativi di crisi della figura presbiterale, abbiamo un presbiterio sempre più fragile innanzitutto demograficamente, perché l’età media all’ingresso nel ministero è sempre più alta. Conseguentemente la fragilità delle permanenze nel ministero è aumentata, lo spessore e la profondità della formazione si sono abbassati, la disponibilità a incarichi istituzionalizzati si è ridotta». Un modello in crisi. Sacramenti come beni di consumo

                Qual è a suo giudizio il nodo problematico della situazione?

                «Il quadro è terribile non per i numeri – pochi preti – ma per la concezione del rapporto clero-popolo come elemento decisivo dell’autocomprensione della Chiesa. Il protagonismo clericale di preti in sempre minor numero e con sempre minor esperienza indebolisce e svilisce la Chiesa e si combina con una fuga dei laici. Il punto non sta nel numero dei preti (tant’è che il fenomeno è presente anche nelle Chiese che scelgono il clero uxorato e l’ordinazione delle donne), ma è più di fondo: se un sacramento diventa un bene di consumo, s’attiva una dinamica per cui bisogna avere buoni venditori di quel bene. Questo però significa che, con estrema facilità, il consumatore religioso può cambiare il negozio di beni religiosi in cui fare acquisti.

                Se invece ricordiamo che il sacramento è una cosa che produciamo solo insieme e che include delle diversità, che non si può consumare a distanza e con elevatissimi gradi di discrezionalità, si ha tutt’un altro schema, che è quello ecclesiale, dell’Evangelii nuntiandi (in quel testo sono considerate senza pudore né smarrimento anche le condizioni limite). Paolo VI-8 dicembre 1975, n. 58

www.vatican.va/content/paul-vi/it/apost_exhortations/documents/hf_p-vi_exh_19751208_evangelii-nuntiandi.html

Nella Chiesa, al posto del bene o del servizio religioso da consumare a piacimento del consumatore, il sacramento è bene che si co-produce, non che il clero produce e il laico consuma. Questo richiede risorse adeguate. La pluralizzazione e la liberalizzazione dell’offerta intra-cattolica non solo non frena la fuga, e su questo ormai i dati parlano chiaro, ma svilisce la forma-Chiesa.

                La riduzione dei numeri non è un handicap assoluto perché consente di cercare e realizzare soluzioni più qualificate. Però serve una visione (che sulla carta ci sarebbe, quella della Lumen gentium e di tutto il Vaticano II) e scelte conseguenti e in qualche caso dolorose. Un esempio d’immediata comprensione e paradigmatico sono le chiese da dismettere perché la popolazione si è ridotta: le scelte possibili sono molteplici rispetto agli edifici che possono essere trasformati in oratori, venduti, abbattuti oppure tenuti aperti con liturgie che però non significano nulla. Certo così la gente non perde la messa sotto casa. Ma si può scegliere se servire l’utente a casa e quindi facilitare la riduzione del prodotto religioso a bene di consumo ordinario, oppure se offrire una liturgia degna di questo nome: entrambe queste strade hanno dei costi, ma non esistono scelte senza costi.

                La prima fa degradare il core business cattolico, la seconda lo mantiene a prezzi non più grandi di quelli che per ragioni sbagliate e senza frutto stiamo già pagando. Abbassare il prezzo dell’offerta non è la strada. La strada è scegliere tra sperperare o investire».

                Può spiegare meglio questo concetto di «consumismo religioso»?

                «Considerare il laicato l’analogo della clientela servita dagli specialisti della religione (i preti), è perdere la partita, perché ci sarà chi dà a costi più bassi beni religiosi che comunque soddisfano esigenze religiose e prima ancora, invece che purificarle, come faceva Gesù, le fanno degradare.

                Non rischiamo di perdere i consumatori di prodotti religiosi che cercano questo tipo di beni e servizi per stabilizzare la propria ansia, li abbiamo già persi. Certo, a loro non bisogna chiudere la porta in faccia; ma altro è lasciar loro la porta aperta, cercarli con affetto, altro è concedersi ai loro gusti religiosi e fare sì che siano questi a ridisegnare il rito, la dottrina e la spiritualità. Così avremmo già detto addio alla differenza cristiana. E questo, spesso, è già successo.

                E, per esser chiari, sia da destra sia da sinistra, perché abbiamo tanto un consumismo religioso tradizionalista (il che fa ridere) quanto uno progressista (che non fa ridere di meno)». Il cambiamento spesso viene dai margini.

                Come si può produrre il cambiamento?

                «Quello che la storia della Chiesa insegna, è che quando finisce un modello, rarissimamente chi produce un’inversione di tendenza è un’autorità: Agostino, Benedetto, Gregorio Magno, Francesco d’Assisi, fino a Mario Fani e Giovanni Acquaderni fondatori del laicato moderno, quello della Azione cattolica, riconosciuto dal Vaticano II, sono stati pezzi di popolo di Dio che in momenti di grande crisi hanno rianimato il credere e la vita ecclesiale, hanno interpretato il nuovo in un modo fedele al patrimonio cristiano.

                Preti, monaci, laici dell’Azione cattolica dànno luogo a esperienze ecclesiali che a fronte del crollo del resto diventano la base da cui si genera il nuovo, ammesso che questa volta le cose non avvengano in altre forme. Certo, sociologicamente parlando, non potremmo neppure escludere che il cristianesimo sia destinato a estinguersi, frammentandosi prima e squagliandosi poi.

                Quasi tutte le nuove offerte religiose prendono pezzetti di cristianesimo e li usano in altri contesti. È possibile che qualcuno riutilizzi pezzi del cristianesimo e ci faccia altro. Come credenti sappiamo che non sarà così, ma nessuno ci assicura che il travaglio sarà breve e leggero».

                La strada?

                «Usare le poche risorse rimaste per far vivere e far conoscere la Chiesa come essa dovrebbe essere, anche in condizioni di difficoltà. Basterebbe seguire le indicazioni che c’erano in Ecclesiam suam (6 agosto 1964)                           www.vatican.va/content/paul-vi/it/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_06081964_ecclesiam.html

 e nella già citata Evangelii nuntiandi, così come nell’allocuzione di Paolo VI alla conclusione del Concilio: www.unavox.it/doc25_PVI_chiusura.htm                   verrebbe da dire che in testi e gesti come quelli c’è già tutto.

                Invece abbiamo affidato alla sicurezza economica della Chiesa o alla visibilità delle sue gerarchie e dei suoi supposti leader il ruolo e il potere (illusori) di riformare la Chiesa senza passare attraverso le forche caudine descritte da Paolo VI; alcuni ci hanno guadagnato qualcosa, ma è stato un bluff. Se la Chiesa vuole esistere come realtà autonoma e rilevante, la strada è il Vaticano II (tutto!), Paolo VI, Martini, Bachelet, la scelta religiosa… se no, per altre strade, forse qualcuno può trovare il successo, ma non la Chiesa intera».

                Come vede l’azione di papa Francesco? E che cosa dovrebbe fare la Chiesa italiana?

                «Alcune scelte di Francesco vanno nella giusta direzione: il modello di leadership laicale delle associazioni applicato ai movimenti, per cui al massimo dopo 10 anni i responsabili vanno cambiati; ancora: la scelta di un rito unificante per la Chiesa latina. Per quanto riguarda la CEI: ridurre a tre gli uffici (catechesi, Caritas e liturgia), come per altro già voleva Paolo VI; chiudere tutte le cose che non vanno e tenere quelle che vanno.

                Un altro passaggio importante è che oggi non si può avere fede senza una minima competenza teologica. Per far questo è necessario anche (non solo né esclusivamente) che la teologia entri nelle università, come avviene quasi dappertutto nel mondo, perché nasca una teologia nuova e rigorosa. E, prima ancora: che la liturgia torni quella della Chiesa, che i vescovi e i preti tornino ministri e non celebrities [celebrità, star], che i laici esercitino l’apostolato loro proprio e non s’appaghino di cooperare all’apostolato dei pastori: basta pastorali e torniamo all’apostolato dei laici (quello di Lumen gentium e di Apostolicam actuositatem).3

                Sarah Numico                   Il Regno Attualità, n. 2,                15 gennaio 2022, pag. 14

                               https://ilregno.it/attualita/2022/2/italia-chiesa-cattolica-preti-che-lasciano-e-i-laici-sarah-numico

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