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news per essere più aggiornate, trascurano gli ultimi numeri, dal n. 869, che saranno recuperati gradualmente

news UCIPEM n. 894 – 23 gennaio 2022

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.

Link diretti e link per pdf -download a siti internet, per documentazione.

            I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

            Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.

            In ottemperanza alla direttiva europea sulle comunicazioni on-line (direttiva 2000/31/CE), se non desiderate ricevere ulteriori news e/o se questo messaggio vi ha disturbato, inviate una e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con richiesta di disconnessione.

            Chi desidera connettersi invii a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. la richiesta indicando nominativo e-comune d’esercizio d’attività, e-mail, ed eventuale consultorio di appartenenza.    [Invio a 1.391 connessi]

Carta dell’U.C.I.P.E.M.

Approvata dall’Assemblea dei Soci il 20 ottobre 1979. Promulgata dal Consiglio direttivo il 14 dicembre 1979.

1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

 

02 ADOZIONE INTERNAZIONALE    Per un bambino “special needs” può andare bene “anche solo” una mamma?

02 ASSEGNO di MANTENIMENTO   per i figli nati fuori dal matrimonio

03 ASSEGNO UNICO UNIVERSALE  Principali caratteristiche di funzionamento per i figli a carico

05                                                          Assegno unico: le FAQ dell’INPS aggiornate al 01 febbraio 2022

10 ASSOCIAZIONI - AICCeF               Professione Consulente Familiare: parliamone insieme

10 BIBBIA                                             Intervista televisiva al monaco Enzo Bianchi

11 CENTRO INT. STUDI FAMIGLIA  Newsletter n 2, 19 gennaio 2022

12 CHIESA IN ITALIA                          Preti pedofili, il cardinale Lojudice accelera: "Serve un'indagine anche in Italia"

13 CHIESA UNIVERSALE                    I papi e gli scandali taciuti

14                                                          "Tra noi si nascondono criminali serve un'inchiesta anche in Italia"

15                                                          «Per essere ascoltata, la Chiesa deve cambiare metodo»

18                                                          Perché sugli abusi la Chiesa non cede

20 CITTÀ DEL VATICANO                  No dei vescovi all'indagine in Italia: l'ira del Papa

20                                                          Abusi nella diocesi di Monaco, rapporto accusa Ratzinger d’aver coperto 4 episodi

21                                                          Pubblicato il rapporto sugli abusi nella diocesi di Monaco: 497 vittime in 74 anni

22                                                          Dal caso Spotlight fino al coinvolgimento di Ratzinger

24                                                          Ratzinger, oltre a Monaco c’è una pagina nera nel suo pontificato

25 COGNOME DEL MARITO             No al cognome del marito se non sussiste un interesse meritevole di tutela

26 CONF. EPISCOPALE ITALIANA    Indagine in Italia la Cei spaccata Si decide a maggio

26 DALLA NAVATA                             III Domenica del tempo ordinario o della Parola di Dio (anno C)

27 DIBATTITI                                        La discussione parlamentare sul “suicidio assistito”

28                                                           Fine vita, le aperture della rivista Civiltà Cattolica agitano le acque nella Chiesa

28                                                          Eutanasia e suicidio assistito, nodi seri tra stile e questioni di sostanza

30                                                          Perché i cattolici possono sostenere la proposta di legge sul suicidio assistito

32                                                          Fine vita, si incrina il muro Vaticano

33 DIRITTI                                             I diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia – I dati regione per regione 2021

33 DIVORZI                                          Matrimoni, divorzi, separazioni in Italia

35 DONNE NELLA (per la )CHIESA   Chiesa e le donne. Non parliamo di genio o complementarietà

37 EPISCOPATO                                   Il vescovo come “funzionario”: breve storia di una questione

39                                                          Evoluzione dell’episcopato e mutamento del magistero

41 FIGLI                                                I figli di David e i loro fratelli. Un’altra Europa c’è e si prepara

41 FRANCESCO VESCOVO ROMA    Dalla Chiesa forte impegno per rendere giustizia alle vittime di abusi

43 MATRIMONIO                                L'amore coniugale

44 MINISTERI NELLA CHIESA            Lettorato e accolitato a donne e laici La prima volta domenica

45 NATALITÀ                                       Una Fondazione per una “battaglia” culturale

46 RIFLESSIONI                                   Rischiamo di rendere le nostre relazioni solo virtuali

48 SIN0DO                                           Desideri dello Spirito o dello spirito mondano?

49                                                          Una chiesa fragile di fronte al cammino sinodale

51 TEOLOGIA                                       Il cambiamento climatico offre alla teologia un’occasione per liberarsi del passato

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ADOZIONE INTERNAZIONALE

 “È vero che per un bambino “special needs” può andare bene “anche solo” una mamma?

                L’adozione come persona singola non è attualmente consentita dalla legislazione italiana, sebbene, ex art. 44 della legge 184/83 e successive modifiche, venga contemplata, tra le adozioni in casi speciali, anche l’adozione fatta da persone non unite in matrimonio.

Per chiarezza copio qui sotto una delle FAQ della Commissione Adozioni Italiana in proposito:

“La persona non coniugata, o single, può richiedere l’adozione internazionale di un minore?

                La regola generale vigente in Italia è che solo le coppie sposate possono realizzare un’adozione legittimante (per adozione legittimante si intende quella che crea un rapporto di filiazione identico a quello che c’è tra un figlio nato da una coppia coniugata e i suoi genitori). Questo vale sia per l’adozione nazionale, sia per l’adozione internazionale. Tuttavia, nel 2005 la Corte Costituzionale, investita del caso di una donna italiana non coniugata che aveva richiesto l’adozione di una bambina bielorussa in stato di abbandono nel suo Paese di origine, bisognosa di cure mediche tempestive, con la quale aveva instaurato nel tempo un rapporto consolidato di convivenza e affetto (nell’ambito dei c.d. soggiorni di risanamento), si pronunciò nel senso dell’ammissibilità dell’adozione internazionale negli stessi casi (casi particolari) in cui è ammessa l’adozione nazionale (cfr. l’ordinanza 347/2O05)

                www.giurcost.org/decisioni/2005/0347o-05.html?titolo=Consulta%20OnLine

La Corte ha cioè ritenuto possibile l’adozione internazionale da parte delle persone non coniugate nei seguenti casi:

¨       quando tra la persona non coniugata e il minore straniero orfano di padre e di madre esiste un rapporto stabile e duraturo, preesistente alla morte dei genitori;

¨       nel caso di adozione di un minore orfano di padre e di madre, in condizione di handicap ai sensi dell’articolo 3, comma 1, della legge 5 febbraio 1992, n. 104

¨       nel caso di adozione di un minore per la cui particolare situazione è stata constatata l’impossibilità di affidamento preadottivo (per esempio nel caso in cui, per le caratteristiche d’età o di salute, fisica o mentale, del minore, non si riesca a individuare una coppia aspirante all’adozione che abbia le caratteristiche adeguate alle necessità del minore, ovvero quando tra l’adottando e il single esiste una pregressa relazione affettiva particolarmente importante, la cui interruzione può verosimilmente produrre gravi danni psicologici al bambino).

                Il single può pertanto essere dichiarato, dal Tribunale per i minorenni, idoneo all’adozione internazionale di un minore che si trovi nelle predette condizioni. Tuttavia, l’adozione internazionale del single sarà in concreto possibile solo se nel Paese d’origine del minore è ammessa l’adozione da parte di persone non coniugate e se l’autorità del Paese d’origine medesimo deciderà che l’adozione da parte del single effettivamente corrisponde all’interesse del minore”.

                Stante quanto sopra, quindi, per attuare un’adozione da parte di un single, si potrebbe procedere solo nel caso in cui ci fosse pregressa conoscenza e rapporto tra lei e un minore straniero in condizione di adottabilità per il quale è possibile l’adozione da parte di singoli nel rispettivo paese di origine.

Monica Colombo Ufficio Adozione Internazionale Ai.Bi. –  AIBI news    17 gennaio 2022

www.aibi.it/ita/single-richiedere-adozione-minore

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ASSEGNO di MANTENIMENTO

per i figli nati fuori dal matrimonio

Corte di Cassazione, Prima Sezione Civile, Ordinanza n. 663, 11 gennaio 2022

https://app.go.wolterskluwer.com/e/er?s=1364398973&lid=212865&elq=~~eloqua..type--emailfield..syntax--recipientid..encodeFor--url~~&_gl=1*bwuhaa*_ga*MTI4NzMwNDg0Ny4xNjQ0NzYzNzI0*_ga_B95LYZ7CD4*MTY0NDgzMzczMy4zLjEuMTY0NDgzNDcyMy4w

                Il ricorso viene introdotto da un padre, ex convivente more uxorio, che lamenta come la Corte d’Appello, nel determinare l’assegno di mantenimento per i figli, abbia ritenuto invalida ed inefficace una scrittura privata tra gli ex conviventi (con la quale si esonerava quasi totalmente il padre dall’obbligo contributivo) perché non sottoposta a controllo giudiziale.

                La Cassazione sostiene che, in tema di mantenimento dei figli nati da genitori non coniugati, alla luce del disposto di cu all'art. 337 ter c.c., comma 4, anche un accordo negoziale intervenuto tra i genitori non coniugati e non conviventi, al fine di disciplinare le modalità di contribuzione degli stessi ai bisogni e necessità dei figli, è riconosciuto valido come espressione dell'autonomia privata e pienamente lecito nella materia, non essendovi necessità di un'omologazione o controllo giudiziale preventivo. Tuttavia, avendo tale accordo ad oggetto l'adempimento di un obbligo ex lege, l'autonomia contrattuale delle parti assolve al solo scopo di regolare le concrete modalità di adempimento di una prestazione comunque dovuta ed incontra un limite nell'effettiva corrispondenza delle pattuizioni in esso contenute all'interesse morale e materiale della prole.

                In sostanza, l'accordo, benché valido, e pure in assenza di un sopravvenuto mutamento delle condizioni economiche dei genitori, non preclude al giudice, chiamato a valutarne la rispondenza agli obblighi di mantenimento del figlio, che lo reputi inidoneo o insufficiente allo scopo, di integrarlo e/o di modificarlo.

Nel caso in esame, quanto concordato in sede di scrittura privata, ancorché valido ed efficace, non si ispirava all’interesse materiale e morale dei minori e poteva essere riformato dal giudice. Alla luce dei motivi esposti, pur in parziale riforma della motivazione data dalla Corte d’Appello, la Cassazione respinge il ricorso.

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ASSEGNO UNICO E UNIVERSALE

Principali caratteristiche di funzionamento per i figli a carico

                L'Istituto nazionale di previdenza sociale (Inps) si occupa di erogare l'Assegno unico e universale per i figli a carico, sulla base delle domande presentate dalle famiglie.

¨       L'assegno è un contributo economico rivolto alle famiglie con figli a carico, per ogni figlio, dal 7° mese di gravidanza fino ai 21 anni di età, in base alle domande che vengono presentate all'Inps o agli istituti di patronato.

¨       L'assegno è universale - tutte le fasce di reddito ne hanno diritto - e progressivo - l'importo aumenta al diminuire dell'Isee.

¨       L'assegno può essere chiesto entro 120 giorni dalla nascita di un nuovo figlio, dal 7° mese di gravidanza e per ogni figlio a carico fino ai 21 anni di età. A partire da marzo 2022, l'assegno sostituisce alcuni contributi economici statali rivolti alle famiglie con figli.

¨        Una volta fatta la domanda, l'assegno è riconosciuto a decorrere dal mese di marzo e comunque entro 60 giorni dalla domanda.

¨       L'assegno è erogato mediante accredito su Iban oppure mediante bonifico domiciliato, tranne nel caso di beneficiari del Reddito di cittadinanza.

¨       L'assegno non concorre alla formazione del reddito complessivo.

¨       Fino a marzo 2022, rimangono in vigore i precedenti contributi e detrazioni per le famiglie con figli. Per i mesi di gennaio e febbraio 2022, rimangono vigenti le detrazioni e gli assegni per il nucleo familiare e l'Assegno temporaneo già vigenti nel 2021.

                               Contributi economici che vengono sostituiti dall’assegno

                A partire da marzo 2022, l’Assegno sostituisce i seguenti contributi economici statali:

  • il Premio alla nascita (articolo 1, comma 353, della legge 11 dicembre 2016, n. 232).
  • l’Assegno di natalità (articolo 1, comma 125, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, articolo 23-quater, commi 1 e 2, del decreto-legge 23 ottobre 2018, n. 119, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2018, n. 136, e all’articolo 1, comma 340, della legge 27 dicembre 2019, n. 170, e all’articolo 1, comma 362, della legge 30 dicembre 2020, n. 178).
  •  l’Assegno ai nuclei familiari con almeno 3 figli minori (articolo 65 della legge 23 dicembre 1998, n. 448).
  • l’Assegno per il nucleo familiare (articolo 2 del decreto-legge 13 marzo 1988, n. 69).
  • alcune detrazioni per carichi di famiglia (articolo 12, comma 1, lettera c), secondo, terzo e quarto periodo, comma 1-bis, del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica, 22 dicembre 1986, n. 917).
  • il Fondo di sostegno alla natalità (articolo 1, commi 348 e 349, della legge 11 dicembre 2016, n. 232).
  • l’Assegno temporaneo per i figli (decreto-legge 8 giugno 2021, n. 79, convertito con modificazioni dalla legge 30 giugno 2021, n. 112).

                Rimangono in vigore

¨       Il Bonus asilo nido e per forme di assistenza presso la propria abitazione.

¨       le detrazioni fiscali per alcune delle spese sostenute in favore dei figli a carico: ad esempio per le spese sanitarie e farmaceutiche, per l'istruzione e per le attività sportive.

Per ottenere un assegno proporzionato, si deve avere prima la certificazione Isee

  • Al momento della domanda, per ottenere un assegno proporzionato è necessario essere in possesso di una certificazione Isee. Se viene presentata una domanda senza essere in possesso di una certificazione Isee valida, l'Inps erogherà esclusivamente l'importo minimo previsto, indipendentemente dal reddito.
  • Per ottenere l'Isee, è necessario compilare la Dichiarazione sostitutiva unica (DSU).
  • L'assegno verrà erogato a partire da marzo 2022
  • L'importo dell'assegno varia in base all'Isee e all'età del figlio a carico.

                       Età del figlio

del figlio

Isee pari o inferiore a € 15 mila

Isee superiore a € 15 mila e inferiore a € 40 mila

Isee pari o superiore a € 40 mila, o nessuna certificazione Isee

Figlio a carico con età inferiore a 18 anni

€ 175/mese

Fra € 175 e € 50/mese, decresce in base all'Isee.

€ 50/mese

Figlio a carico con età superiore a 18 anni e inferiore a 21 anni

€ 85/mese

Fra € 85 e € 25/mese, decresce in base all'Isee.

€ 25/mese

                Per ogni figlio successivo al secondo

 

Isee pari o inferiore a € 15 mila

Isee superiore a € 15 mila e inferiore a € 40 mila

Isee pari o superiore a € 40 mila, o nessuna certificazione Isee

Maggiorazione per ogni figlio successivo al secondo

€ 85/mese

Fra € 85 e € 15/mese, decresce in base all'Isee.

€ 15/mese

Maggiorazioni

                Per i figli a carico con disabilità

  • Per ogni figlio con disabilità con età inferiore ai 18 anni, è prevista una maggiorazione sulla base della condizione di disabilità come definita ai fini Isee, pari a € 105/mese in caso di non autosufficienza, € 95/mese in caso di disabilità grave, € 85/mese in caso di disabilità media.
  • Per ogni figlio con disabilità con età fra 18 e 21 anni, è prevista una maggiorazione dell'importo pari a € 80/mese.
  • Per ogni figlio con disabilità a carico con età superiore ai 21 anni, è previsto un assegno dell'importo pari a € 85/mese nel caso di Isee pari o inferiore a € 15 mila, fra € 85/mese e € 25/mese nel caso di Isee fra € 15 mila e € 40 mila, e pari a € 25/mese nel caso di Isee pari o superiore a € 40 mila.

                Per le madri di età inferiore ai 21 anni

  • Per le madri di età inferiore ai 21 anni, è prevista una maggiorazione pari a € 20/mese per ogni figlio.
  • Per entrambi i genitori che lavorano

                ▼Nel caso in cui entrambi i genitori siano titolari di reddito da lavoro, è prevista una    maggiorazione per ciascun figlio con età inferiore a 18 anni pari a € 30/mese, nel caso di Isee pari o              inferiore a € 15 mila.

                ▼Per gli Isee fra € 15 mila e € 40 mila, l'importo si riduce progressivamente.

                ▼Non è prevista alcuna maggiorazione per Isee superiori a € 40 mila.

                Per le famiglie con 4 o più figli

                Nel caso di nuclei familiari con 4 o più figli è riconosciuta una maggiorazione forfettaria pari a € 100/mese per nucleo.

                Per i nuclei familiari con Isee inferiore a € 25 mila

ü  Dal 2022 al 1° marzo 2025, per i nuclei familiari con Isee inferiore a € 25 mila è prevista una maggiorazione mensile di natura transitoria.

ü  Per poter avere diritto alla maggiorazione, il nucleo deve anche aver percepito, nel 2021, l'Assegno per il nucleo familiare, in presenza di figli minori da parte del richiedente o da parte di altro componente del nucleo familiare del richiedente.

                Compatibilità con altre prestazioni sociali

v  L'assegno è compatibile con la fruizione di eventuali altre prestazioni sociali a favore dei figli a carico erogate dalle regioni, dalle Province autonome di Trento e di Bolzano e dagli enti locali.

v  L'assegno è compatibile con la fruizione del Reddito di cittadinanza.

v  Video https://youtu.be/baRnxZyxM5s

                Per saperne di più

v  Approfondisci ulteriormente sul sito del Ministero dell’economia e delle finanze

                www.mef.gov.it/focus/LAssegno-unico-e-universale-per-i-figli

https://famiglia.governo.it/auu/come-funziona

 

Assegno unico: le FAQ dell’INPS aggiornate

Frequently Asked Questions, FAQ, sono domande poste frequentemente

www.inps.it/prestazioni-e-servizi/faq-domande-frequenti/assegno-unico-e-universale

Assegno unico e universale

¨       Quando si potrà richiedere l’Assegno unico? Dal 1° gennaio 2022. Le domande presentate entro il 30 giugno 2022 danno comunque diritto agli arretrati a partire dal mese di competenza di marzo.

¨       L’ ISEE è obbligatorio?  No, la prestazione Assegno unico ha carattere universalistico e può essere richiesta anche in assenza di ISEE . Se il richiedente, o comunque il nucleo familiare del richiedente, non ha un ISEE valido al momento di presentazione della domanda, l’Assegno sarà calcolato con l’importo minimo previsto dalla normativa. Per coloro che presentano ISEE successivamente alla domanda, entro il 30 giugno 2022, comunque, verranno riconosciuti gli importi arretrati spettanti, a decorrere dal mese di marzo 2022, in base al valore dell’ ISEE presentato.

                                È obbligatorio comunicare all’INPS eventuali variazioni del nucleo familiare sia attraverso                         la procedura dell’Assegno unico sia tramite ISEE.

¨       L’Assegno unico concorre alla formazione del reddito imponibile ai fini IRPEF? no, l’importo dell’Assegno unico non concorre alla formazione del reddito ai fini IRPEF , in quanto esente.

¨       Quando verrà pagato l’Assegno unico? Per le domande presentate a gennaio e febbraio, i pagamenti cominceranno a essere erogati dalla seconda metà di marzo. Per le domande presentate dal 1° marzo in poi, il pagamento verrà effettuato alla fine del mese successivo a quello di presentazione della domanda. Per chi presenta la domanda entro giugno 2022, i pagamenti avranno decorrenza per le mensilità arretrate dal mese di marzo.

¨       Posso richiedere l’Assegno unico se sono in stato di gravidanza? Per i nuovi nati l’Assegno unico decorre dal settimo mese di gravidanza. La domanda va presentata dopo la nascita, dopo che è stato attribuito al minore il codice fiscale. Con la prima mensilità di Assegno saranno pagati gli arretrati a partire dal settimo mese di gravidanza. L’Assegno unico non è comunque compatibile con il Premio alla nascita.

¨       Quali prestazioni verranno sostituite dall’Assegno unico? Il Premio alla nascita (Bonus mamma domani), l’Assegno di natalità (Bonus bebè), gli ANF e le detrazioni per i figli a carico al di sotto dei 21 anni. Verrà abrogato anche il Bonus tre figli, mentre rimarranno in vigore la maternità comunale di 1.700 euro e il Bonus nido.

¨       Dal 1° gennaio, quindi, non percepirò più le detrazioni e gli Assegni familiari? Detrazioni e Assegni familiari per i figli di età inferiore ai 21 anni non saranno più presenti sui cedolini di stipendio dei lavoratori dipendenti e di pensione dal mese di marzo 2022.

¨       Chi percepisce il Reddito di Cittadinanza da gennaio percepirà l’Assegno unico? No. Per le mensilità di gennaio e febbraio 2022 i percettori di RdC continuano a ricevere l’integrazione di Assegno temporaneo. L’Assegno unico sarà riconosciuto d’ufficio successivamente, su carta RdC.

¨       Chi ha fatto domanda per Assegno temporaneo non lo percepirà più da gennaio? Chi ha già percepito l’Assegno temporaneo continuerà a percepirlo fino a febbraio 2022. Per percepire l’Assegno unico da marzo 2022, dovrà presentare la domanda, tenendo presente che i pagamenti sono comunque disposti a partire dal mese successivo a quello di presentazione della domanda. Per avere l’Assegno da marzo occorre, quindi, presentare la domanda entro febbraio.

¨       L’Assegno unico è compatibile con altri bonus? L’Assegno è compatibile con la fruizione di altre misure in denaro a favore dei figli a carico erogate dalle regioni, province autonome di Trento e di Bolzano e dagli enti locali, ed è compatibile con il Reddito di Cittadinanza. È compatibile anche con il Bonus asilo nido.

¨       Bisogna presentare la domanda a gennaio? Non occorre presentare subito la domanda. È possibile farlo entro il 30 giugno 2022 senza perdere nessuna delle mensilità spettanti con decorrenza da marzo.

¨       Chi ha presentato domanda per l’Assegno temporaneo deve ripresentarla per Assegno unico? La domanda deve essere presentata nuovamente anche da chi percepiva l’Assegno temporaneo, a eccezione di chi percepisce il Reddito di Cittadinanza che lo riceverà in automatico.

¨       Chi deve presentare la domanda? Uno dei due genitori esercenti la responsabilità genitoriale, oppure il tutore, o anche il figlio maggiorenne per sé stesso. La domanda di Assegno unico per i figli è presentata dal genitore una volta sola per ogni anno di gestione e deve indicare tutti i figli per i quali si richiede il beneficio, con la possibilità di aggiungere ulteriori figli per le nuove nascite.

¨       Come avviene il pagamento? Sul conto corrente bancario o postale, bonifico domiciliato presso sportello postale, libretto postale, conto corrente estereo area SEPA, carta prepagata con IBAN . Questi conti devono essere intestati al richiedente o all’altro genitore (se viene scelta la ripartizione dell’importo).

¨       Quale IBAN va indicato nella compilazione della domanda di Assegno unico? L’IBAN da inserire deve essere attivo e correttamente intestato o cointestato alla persona che fa domanda per l’assegno unico. L’INPS non può accreditare l’assegno sul conto corrente di una persona differente da chi presenta la domanda. È possibile comunque chiedere l’accredito dell’assegno unico su un conto corrente cointestato al beneficiario che ha presentato la domanda. Non è invece sufficiente essere delegati alla riscossione su quell’ IBAN. È inoltre importante che il codice fiscale del richiedente, indicato nella domanda, e quello che risulta all’Istituto di Credito, come codice fiscale del titolare del conto corrente su cui si chiede l’accredito, corrispondano esattamente.

¨       Come avviene il pagamento in caso di richiedente figlio maggiorenne? In questo caso, l’ IBAN deve essere intestato al figlio maggiorenne che richiede la prestazione o cointestato a lui.

¨       Nel caso di tutore di un genitore come avviene il pagamento? Nel solo caso del tutore di un genitore, i conti su cui viene chiesto il pagamento possono essere intestati al tutore stesso o al tutelato.

¨       Come si presenta la domanda? La domanda si presenta online, accedendo all’apposito servizio disponibile sul sito INPS con le proprie credenziali o tramite Patronato oppure rivolgendosi al Contact center INPS. La domanda può essere ricolta direttamente all’INPS con SPID almeno di livello 2, Carta di Identità Elettronica 3.0 (CIE) o Carta Nazionale dei Servizi (CNS)

https://serviziweb2.inps.it/PassiWeb/jsp/spid/loginSPID.jsp?uri=https%3a%2f%2fservizi2.inps.it%2fservizi%2fAssegnoUnicoFigli&S=S

¨       Quali documenti servono per presentare la domanda? Le informazioni richieste per presentare la domanda sono minime: dati dei figli (codice fiscale, eventuale disabilità), dati dell’altro genitore (se presente e solo il codice fiscale), dati per il pagamento, dichiarazioni di responsabilità e assenso al trattamento dei dati. Non vanno allegati documenti, se non in casi specifici di cui viene data comunicazione all’utente all’atto di presentazione della domanda.

¨       L’Assegno unico come viene pagato per genitori separati, divorziati o non conviventi? Nel caso di genitori separati, divorziati o comunque non conviventi, l’Assegno può essere pagato al solo richiedente o, anche a richiesta successiva, in misura uguale tra i genitori. Il richiedente deve dichiarare nella domanda che le modalità di ripartizione sono state definite in accordo con l’altro genitore e può indicare nella stessa domanda anche gli estremi dei conti dove pagare la quota di Assegno spettante all’altro genitore. In mancanza di accordo, il richiedente deve indicare che chiede solo il 50% per sé. In questo caso, l’altro genitore dovrà successivamente integrare la domanda fornendo gli estremi dei propri conti.

¨       L’Assegno di maternità del Comune per mamme disoccupate rimane o viene inglobato nell’Assegno unico? Non è nelle misure soppresse dal decreto, quindi resta valido.

¨       Nel caso in cui il richiedente sceglie di percepire per intero l’Assegno unico, l’altro genitore (anche se sposato e convivente) deve successivamente confermare questa scelta accedendo alla procedura con le proprie credenziali? No, non è prevista una conferma obbligatoria. Il richiedente seleziona nella domanda di voler percepire il 100% dell’assegno e, dichiarando di essere d’accordo con l’altro genitore, percepisce il 100% senza necessità di successiva conferma dell’altro genitore. Questa ripartizione può essere modificata successivamente, sia dal richiedente stesso sia dall’altro genitore. Quest’ultimo deve eventualmente accedere con le proprie credenziali alla procedura (nella sezione “Completa le domande presentate dall’altro genitore”) e indicare i suoi dati per il pagamento (IBAN , bonifico domiciliato, ecc.).

¨       Chi ha l’affido esclusivo cosa deve selezionare per avere il 100 per cento? Nella domanda deve indicare che presenta la richiesta come “genitore affidatario”, poiché si tratta di “affido esclusivo”. In questo caso, l’importo viene automaticamente versato al 100% sui conti che saranno indicati dal richiedente. Questa opzione sarà disponibile dal 25 gennaio 2022.

¨       Chi ha il figlio con legge 104, articolo 3, comma 3, ma non presenta ISEE , deve solo dichiararlo senza aggiungere altro? Sì, non deve fare altro.

¨       Se si è genitore unico (vedovo o con figlio non riconosciuto), nella domanda si deve selezionare la voce relativa al diritto alla maggiorazione per reddito da lavoro prevista dall’art. 4, comma 8, d.lgs. 230/2021? No.

¨        Una ragazza madre che convive deve inserire i dati del compagno, anche se non è il padre? No, se non è il genitore del figlio per cui si fa richiesta di Assegno unico.

¨       Cosa succederà alle detrazioni e Assegno moglie a carico nel 2022? Con l'introduzione dell'Assegno unico perderemo quello della moglie? Rimangono le detrazioni per gli altri familiari, compresi i figli maggiori di 21 anni ancora a carico.

¨       Se vivo con mia figlia, mia madre e mio fratello quali componenti del nucleo, devo indicare anche loro? Sì. Il nucleo è quello costituito con le regole ISEE (anche nel caso in cui non sia stato presentato).

Nel caso di genitori separati con figlio minore disabile che vive con la madre, si deve presentare anche l’ISEE dell'altro genitore non convivente? No, per i genitori separati non si applica l’ ISEE minorenni.

¨       Sono separata e abbiamo la custodia condivisa del bambino. Come devo fare la domanda? Si può chiedere il pagamento al 50%, indicando anche l’ IBAN dell’altro genitore.

¨       Per chi percepisce gli ANF (Assegno per il Nucleo Familiare) solamente per il coniuge a carico, rimarranno sempre validi gli ANF anche da marzo 2022 o il nuovo Assegno unico?  Resta ferma la disciplina degli ANF per gli altri familiari a carico diversi dai figli.

¨       Per fare domanda una volta entrate nell’ottavo mese di gravidanza, il sistema mi chiede il codice fiscale del bambino e non mi fa proseguire? Come posso fare, visto che la norma prevede questa possibilità? Non si deve presentare la domanda all’ottavo mese, ma solo alla nascita, e saranno accreditate d’ufficio due mensilità di Assegno (settima e ottava), oltre a quella corrente.

¨       In caso di domanda presentata con errori, è possibile cancellarla o modificarla? Se ci si accorge di aver commesso un errore nella compilazione della domanda, è possibile cliccare su “Rinuncia”, facendo attenzione a scegliere come motivazione “errore di compilazione” e non “rinuncia alla prestazione”. In questo modo è possibile poi inserire una nuova domanda corretta.

¨       Saranno ancora necessarie le autorizzazioni come per gli ANF? No, non saranno richieste.

¨       Quanto dura la domanda per l’Assegno unico? La domanda per beneficiare dell’Assegno è annuale e riguarda le mensilità comprese nel periodo tra il mese di marzo dell’anno in cui è presentata la domanda e il mese di febbraio dell’anno successivo.

¨       Cosa succede a chi presenta domanda a luglio? Per le domande presentate dal 1° luglio in poi, la prestazione decorre dal mese successivo a quello di presentazione.

¨       Per i figli maggiorenni chi deve fare domanda? Può fare domanda uno dei genitori esercenti la responsabilità genitoriale oppure direttamente il figlio maggiorenne. Il figlio maggiorenne può fare domanda anche successivamente a quella presentata dal genitore che, in questo caso, viene annullata e sostituita.

¨       Che requisiti deve avere il figlio maggiorenne per avere diritto all’Assegno unico? Deve avere un’età inferiore ai 21 anni e almeno uno di questi requisiti: 1) frequenza di un corso di formazione scolastica o professionale ovvero di un corso di laurea; 2) svolgimento di un tirocinio ovvero di un’attività lavorativa e possesso di un reddito complessivo inferiore a 8mila euro annui; 3) registrazione come disoccupato e in cerca di lavoro presso i servizi pubblici per l’impiego; 4) svolgimento del servizio civile universale. Questi requisiti (compresa l’età) non si applicano ai figli maggiorenni disabili che percepiranno comunque l’Assegno.

¨        In caso di figli a carico con disabilità, quali limiti di età sono previsti? In caso di disabilità del figlio a carico non sono previsti limiti d’età e la misura è concessa a prescindere.

¨       L’Assegno unico come viene pagato per genitori divorziati o non conviventi? L’Assegno può essere pagato al solo richiedente o, anche a richiesta successiva, in misura uguale tra i genitori. Il richiedente dichiara che le modalità di ripartizione sono state definite in accordo con l’altro genitore. La conferma delle modalità di ripartizione dell’Assegno da parte del secondo genitore è opzionale. All’interno della domanda sono presenti diverse casistiche da selezionare in base alla situazione familiare.

¨       Cosa devo fare se desidero dividere l’Assegno unico al 50% con l’altro genitore? I dati di pagamento del secondo genitore potranno essere forniti anche in un momento successivo e, in questo caso, il pagamento al 50% al secondo genitore ha effetto dal mese successivo a quello in cui la scelta è stata comunicata all’INPS. La modifica della ripartizione va effettuata accedendo alla domanda già presentata (sezione “Completa le domande già presentate”).

¨       Se il figlio è in affidamento esclusivo con ordinanza del giudice? Il pagamento sarà disposto in misura intera al genitore affidatario.

¨       Come fare in caso di affidamento condiviso? Nel caso di affidamento condiviso del minore, in cui con provvedimento del giudice venga stabilito il collocamento del minore presso il richiedente, si può optare per il pagamento al 100% al genitore collocatario, salva comunque la possibilità per l’altro genitore di modificare la domanda in un momento successivo, optando per il pagamento ripartito.

¨       Nel caso di tutore del figlio? Nel caso di nomina di un tutore o di un soggetto affidatario l’Assegno è erogato al tutore o all’affidatario nell’esclusivo interesse del minore. In questo caso il richiedente dovrà presentare la domanda in qualità di tutore o affidatario selezionando la relativa opzione.

¨       Come viene applicata la maggiorazione del terzo figlio? Si applica a “ciascun figlio”, ma solo “a partire dal terzo” e dipende dal valore dell’ ISEE .  Spetta, infatti, in misura piena per ISEE fino a 15mila euro e poi si riduce gradualmente. Il calcolo che emerge dalla simulazione sul sito tiene conto correttamente di questo elemento.

¨       Inserendo l’ ISEE successivamente, quando percepirò la quota di Assegno unico aggiuntiva rispetto alla quota minima dovuta senza ISEE? Il conguaglio degli importi dovuti in base all’ ISEE rispetto alla quota minima a decorrere da marzo 2022 avverrà a luglio per gli ISEE presentati entro giugno.

¨       L’altro genitore è cittadino straniero e non è in possesso di codice fiscale. Per questo motivo non riesco a fare domanda. Come posso fare? Dalla seconda metà del mese di gennaio sarà possibile indicare nella domanda che l’altro genitore non è in possesso di codice fiscale in quanto cittadino straniero. Sarà necessario selezionare nella scheda di compilazione dei dati del figlio l’opzione “il nucleo familiare del figlio comprende un solo dei due genitori”, poi selezionare come motivazione (a) “genitore unico” la casistica “altro genitore cittadino straniero senza codice fiscale”. Selezionando questa opzione l’intero importo dell’Assegno sarà riconosciuto al richiedente e non sarà possibile la ripartizione al 50%.

¨       Sto provando a presentare la domanda per mio figlio che diventerà maggiorenne dopo il 1° marzo 2022, ma non ci riesco. Come devo fare? Per usufruire dell’Assegno, il maggiorenne non disabile deve compiere il ventunesimo anno dopo il 1° marzo 2022. A breve sarà possibile presentare domanda anche dopo che il figlio è diventato maggiorenne, specificando che si richiede l’Assegno solo per il periodo in cui il figlio era minorenne. Ad esempio: il figlio diventa maggiorenne il 15 aprile 2022 e la domanda è presentata il 15 giugno 2022. Sarà possibile presentare la domanda e specificare che si richiede l’Assegno per il periodo 1° marzo-15 aprile 2022.

¨       Se si compie la maggiore età nel mese di competenza, il mese viene pagato? Sì, viene pagato l’intero importo. Quindi, se ad esempio si nasce il 2 marzo, l’importo sarà riconosciuto interamente per il mese di marzo.

¨       Chi è sposato ma l’altro coniuge ha residenza diversa da quella del richiedente, cosa deve indicare tra le opzioni che descrivono il nucleo familiare? Ai fini ISEE , le persone coniugate, anche se hanno residenze diverse, fanno sempre parte dello stesso nucleo. Possono quindi selezionare l’opzione “conviventi”.

¨       In caso di genitore affidatario, qual è il percorso da seguire per fare domanda? L’affidatario (non tutore) deve entrare nella sezione “Nuova domanda / Aggiungi figlio a domanda già presentata” e nella compilazione della scheda figlio deve selezionare l’opzione “Genitore affidatario”.

¨       Nel caso uno dei due genitori sia lavoratore all’estero, si ha diritto alla maggiorazione per genitori entrambi con reddito? Sì, se il genitore che lavora all’estero ha residenza in Italia ed è soggetto al pagamento delle imposte in Italia.

¨       In caso di figlio disabile maggiorenne ma non a carico, è necessario fare la domanda per l’Assegno unico? Se il figlio disabile maggiorenne convive con i genitori, questo è sufficiente per fare la domanda. Se invece non fa parte del nucleo ISEE (e quindi non convive con i genitori), occorre verificare il carico, in quanto potrebbe essere “attratto al nucleo ISEE dei genitori” (se è a carico, non è sposato e non ha figli propri, con età fino a 26 anni).

¨       Pur avendo selezionato l’opzione “entrambi genitori sono conviventi con il figlio nel nucleo familiare”, nella schermata di riepilogo viene riportata la dicitura “entrambi i genitori sono conviventi con il figlio nel nucleo familiare oppure i genitori sono separati o divorziati o comunque non conviventi”. È corretto? La dicitura non comporta alcun problema poiché le diverse situazioni familiari non impattano sul diritto e la prestazione economica.

¨       Ho fatto domanda ma nella ricevuta non c’è il numero di protocollo. Può essere un problema? La protocollazione non avviene al momento della presentazione della domanda, ma poco dopo. Per visionare il numero di protocollo occorre entrare nella sezione “Consulta e gestisci le domande che hai presentato”, selezionare la domanda e visualizzare il numero di protocollo assegnato alla domanda. Per la ricerca o l’individuazione della pratica è comunque sufficiente il numero della domanda che viene rilasciato con la ricevuta all’atto dell’invio della domanda.

¨       La mia domanda non risulta ancora in lavorazione. Perché? L’Assegno unico è una prestazione che decorre dal mese di marzo 2022 e fino a quel mese le domande non saranno istruite.

¨       Quali sono gli stati della domanda che compariranno all’utente? Gli stati della domanda sono “Accolta” (vuol dire tutto OK e può essere messa in pagamento, ma non è detto che sia già stata pagata), “Respinta”, “Decaduta”, “Rinunciata”, “In evidenza alla sede” (vuol dire che c’è qualche problema forse sanabile con un supplemento di istruttoria della sede INPS), “In evidenza al cittadino” (vuol dire che l’utente deve integrare la domanda con della documentazione, che trova indicata sempre nel sistema di gestione di cui sopra).

¨       Posso selezionare la casella per la maggiorazione spettante a chi percepiva ANF e ha ISEE inferiore a 25mila euro, se ho percepito l’Assegno temporaneo nel 2021? No. La maggiorazione vale solo per chi ha percepito ANF e non per l’Assegno temporaneo.

Domande sul simulatore

  • A che cosa serve il simulatore? Il simulatore permette agli interessati di simulare l’importo mensile dell’Assegno unico per i figli a carico. Il servizio è accessibile liberamente ed è consultabile da qualunque dispositivo mobile o fisso. Non sono, infatti, richieste credenziali per il suo utilizzo.
  • Cosa serve per utilizzare il simulatore? La composizione del nucleo familiare, quindi il numero di figli, l’età anagrafica e lo stato di disabilità. Per ottenere il valore dell’AUUF simulato, occorre essere in possesso di ISEE in corso di validità per l’anno 2022, con riferimento ai redditi e patrimoni del secondo anno solare antecedente (2020). In caso di genitori non coniugati e non conviventi, ai fini del calcolo della maggiorazione transitoria (ex art. 5, d.lgs. 230/2021), i dati reddituali dell’altro genitore vanno comunque indicati all’interno del simulatore provvedendo all’inserimento del reddito complessivo IRPEF di ciascun genitore (comprensivo dell’eventuale quota di reddito soggetto a tassazione sostitutiva e a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta o d’acconto), desumibile DSU (quadro FC 8, sezione II). Ai fini del calcolo della componente familiare, l’Indicatore della Situazione Reddituale (ISR) può essere assunto dalla attestazione ISEE del genitore richiedente. Per ottenere un risultato attendibile, è sempre preferibile far riferimento all’ ISEE che sarà attestato nel 2022.
  • Il valore riportato dal simulatore sarà quello che effettivamente percepirò? Il risultato del simulatore dell’Assegno unico è assolutamente indicativo. In fase di istruttoria della domanda i dati relativi alla condizione economica e reddituale del nucleo e dei genitori non saranno autodichiarati, ma verranno prelevati direttamente dall’ ISEE presentato.
  • www.inps.it/prestazioni-e-servizi/faq-domande-frequenti/assegno-unico-e-universale

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ASSOCIAZIONE ITALIANA CONSULENTI CONIUGALI E FAMILIARI

Professione Consulente Familiare: parliamone insieme

                Per ascoltare le richieste e i bisogni dei Soci e coordinare le iniziative e gli interventi dell'Associazione per la tutela, la qualificazione e la promozione della professione del Consulente della Coppia e della Famiglia, abbiamo organizzato un incontro on line, riservato ai Soci, a cui Vi invitiamo a partecipare.

                Il webinar, dal titolo Professione Consulente Familiare: parliamone insieme,  si svolgerà sabato 19 febbraio 2022 sulla piattaforma Zoom.   Avrà la durata di 4 ore dalle 15,30 alle 19,30 e rilascerà 30 CFP. Venerdì 18 invieremo il link di collegamento.                                     L'evento è gratuito.

                Inizieremo con analizzare le richieste, i bisogni e le aspirazioni che saranno da Voi formulate in relazione all'esercizio della professione. Abbiamo inviato a tutti i Soci un Questionario consultivo, per raccogliere le opinioni di ognuno. Il Questionario va compilato una volta sola e avete risposto già in 325.

                Durante l'incontro saranno toccati anche varie aree di interesse, come l'avvio alla professione con i suggerimenti del commercialista; gli aspetti legali dell'emergenza sanitaria; la formazione permanente; la strategia dell'Attestazione di qualità; la centralità della supervisione; il 'nuovo' tirocinio professionale.

                Come di prassi sarà possibile rivolgere domande ai relatori attraverso chat.

                Interverranno al webinar:

Stefania Sinigaglia, presidente dell'Associazione;

Nicola Cavina, commercialista;

Susanna Lombardi, consigliera e consulente legale;

Sabrina Marini, consigliera delegata alla formazione permanente;

Licia Serino, consigliera;

Maria Pia Pagliuso, consigliera e supervisore;

Ivana De Leonardis, consigliera e referente nazionale dei tirocini.

www.aiccef.it/it/news/professione-consulente-familiare-parliamone-insieme.html#cookieOk

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BIBBIA

Intervista televisiva al monaco Enzo Bianchi

9 gennaio 2022. Intervista televisiva. In studio Enzo Bianchi conducono Corrado Augias e Giorgio Zanchini

www.youtube.com/watch?v=ASJwYX4DltA

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter n 2, 19 gennaio 2022

Nelle sale "Where is Anna Frank". Sarà nelle sale a partire da gennaio il film di Ari Folman dedicato ad Anna Frank (in italiano la traduzione è meno suggestiva: Anna Frank e il diario segreto). Dove "where is" non è una domanda ma un'affermazione: dov'è oggi Anna Frank, cosa ci ha lasciato e cosa lascia alle nuove generazioni. Il trailer                                     www.youtube.com/watch?v=Szho8UrNnc0

ricordando che Edizioni San Paolo ha recentemente pubblicato il libro per ragazzi "La tua migliore amica Anne", di Jacqueline Van Maarsen, compagna di Anna Frank al liceo ebraico di Amsterdam. Un'occasione per riflettere in famiglia sul Giorno della Memoria.

www.sanpaolostore.it/tua-migliore-amica-anne-jacqueline-van-maarsen-9788892226548.aspx?Referral=newsletter_cisf_20220119

I pregiudizi di reddito (alto e basso) che frenano gli aiuti alle famiglie con figli. Segnaliamo le analisi che questa settimana hanno accompagnato l'argomento dell' "universalità" dell'assegno unico. Al commento di Massimo Calvi su Avvenire "L'Assegno unico anche ai Ferragnez, perché fa discutere"

www.avvenire.it/attualita/pagine/assegno-unico-ferragnezè seguita la riflessione di Francesco Belletti, direttore Cisf, "Proletari di tutta Italia unitevi contro i pregiudizi". Il pregiudizio sui figli dei ricchi, ma anche il pregiudizio sui figli dei poveri ostacolano le misure di sostegno alla natalità in Italia.

                www.avvenire.it/opinioni/pagine/proletari-di-tutta-italia-unitevi-contro-i-pregiudizi

Il bilancio di welfare delle famiglie italiane. Vi proponiamo la lettura del recente Rapporto CERVED/Innovation Team 2022 sul Bilancio di welfare delle famiglie italiane, perché offre una puntuale ed aggiornata documentazione statistica su una voce di spesa che troppo spesso si dà per scontata, ma che invece mette frequentemente in crisi l’equilibrio economico di tante famiglie: la presenza di bisogni sanitari o socio-assistenziali. Francesco Belletti ha analizzato i dati su Famiglia Cristiana in questo articolo.

www.famigliacristiana.it/articolo/welfare-i-costi-diretti-per-le-famiglie-sono-ancora-troppi.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_19_01_2022

Cina. Stampare più moneta per sostenere la natalità. È la proposta di un noto economista cinese, Ren Zeping, che in questi giorni ha fatto molto discutere nel paese: stampare 2 trilioni di Yuan in più da finalizzare al sostegno economico della natalità, per far nascere, nei prossimi anni, circa 50 milioni di bambini e risollevare il declino demografico (che nel 2021 ha toccato il minimo storico: 7,52 nati per 1000 abitanti) ed economico della Cina. L'economista - che nelle ore successive è stato oscurato dal Social Media cinese Weibo, e dunque non ha avuto la possibilità di confronto - ha ricordato che nel passato è stata stampata più moneta per risolvere diverse crisi economiche, dunque perché non farlo per la crisi demografica [il servizio completo di China Reports. su YouTube

                www.youtube.com/watch?v=V1s88a0UOu0

USA. Successo scolastico e orientamento sessuale. Negli Stati Uniti, la notizia del sorpasso delle donne sugli uomini nella carriera universitaria (circa 60 contro 40 nelle iscrizioni all'università) ha dato l'avvio a una serie di ricerche sociologiche sulla relazione tra genere e traguardi di studio. Una nuova ricerca ha spostato ulteriormente l'ambito di indagine - il testo è in pubblicazione presso l'American Sociological Review. Un ricercatore dell'Università di Notre Dame ha affrontato il tema del successo scolastico in relazione all'orientamento sessuale.

                https://news.nd.edu/news/gay-men-earn-the-most-undergraduate-and-graduate-degrees-in-the-us-study-shows

Reggio Calabria. Investimenti per i nidi e i servizi per l'infanzia. Il Comune di Reggio Calabria ha pubblicato l’avviso per finanziare interventi di adeguamento e ristrutturazione di asili nido e/o centri per servizi all’infanzia e a minori a rischio, di servizi socio-educativi per la prima infanzia, di Centri e Case per l’accoglienza di minori vittime di abuso. Lo stanziamento (468mila euro complessivi) è rivolto agli enti del Terzo Settore che ne faranno domanda, e mira a rispondere alla necessità di servizi e strutture per minori. Andrà a finanziare la manutenzione straordinaria e la ristrutturazione edilizia, fino alla fornitura di arredi e materiali didattici.

www.reggiocal.it/on-line/Home/Notizie/articolo111404.html

Sapp: al via il sistema di analisi digitale del dipartimento per le politiche della famiglia. A fine dicembre è stato messo online il SAPP, il nuovo sistema digitale del Dipartimento per le politiche della famiglia (Dipofam) per l’analisi delle politiche pubbliche.

https://famiglia.governo.it/it/politiche-e-attivita/comunicazione/notizie/il-dipofam-pubblica-sapp-il-sistema-di-analisi-delle-politiche-pubbliche

La piattaforma ha lo scopo di facilitare la raccolta dei dati sugli interventi realizzati dai soggetti beneficiari dei finanziamenti del Dipartimento e favorire la valutazione d’impatto. La prima valutazione riguarderà il finanziamento ai comuni per il potenziamento dei centri estivi 2021, e interpellerà il 95% dei comuni italiani (7.146 comuni) che utilizzeranno la piattaforma per comunicare al Dipofam, entro il 31 marzo 2022, le informazioni relative agli interventi realizzati.

                https:///famiglia.governo.it/it/politiche-e-attivita/finanziamenti-avvisi-e-bandi/finanziamento-centri-estivi-2021/introduzione

Concorso "una fiaba è per sempre". È rivolto ad adulti e bambini il concorso di scrittura creativa indetto dall'Associazione Con Giorgia per la vita. Le fiabe più belle saranno pubblicate in un libro con cui finanziare progetti per la tutela psicofisica dei bambini. Scadenza: 24 febbraio 2022

www.csvbari.com/8-edizione-concorso-una-fiaba-per-sempre

Dalle case editrici

Paolo Borzacchiello, Basta dirlo. Le parole da scegliere e le parole da evitare per una vita felice, Mondadori, Milano 2021, p.192

Alberto Pellai, Barbara Tamborini, Vietato ai minori di 14 anni, De Agostini, Milano 2021, p.240

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Tonino Cantelmi, Emiliano Lambiase, Michela Pensavalli, Schiavi d’amore. Riconoscere e comprendere la propria dipendenza affettiva per poterne uscire, San Paolo (MI) 2021, p.240

                La dipendenza affettiva è un fenomeno sempre più diffuso nel nostro tempo, e in qualche modo accelerato da questa stagione ipertecnologica in cui le relazioni sfumano in “connessioni” e l’altro-da-sé diventa specchio del proprio narcisismo (più che alterità da cui far nascere qualcosa.

Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

    Archivio   http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

https://a4e9e4.emailsp.com/f/rnl.aspx/?fgg=wsswt/e-ge=s/fh0=nts49a1:a=.-4&x=pv&65kac&x=pp&qzb9g6.b9g9h/:i4-7d=uyyyNCLM

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CHIESA IN ITALIA

Preti pedofili, il cardinale Lojudice accelera: "Serve un'indagine anche in Italia"

                "Non ci sono divieti, né muri, né impedimenti alla realizzazione di un'indagine interna sul dramma della pedofilia nella Chiesa. Anzi, anche su questo aspetto, io credo che tutto ciò che tenda all'accertamento della verità sia sempre importante e necessario". La Conferenza episcopale italiana rifletterà sull'opportunità di stilare un dossier sui casi di abusi sui minori sul modello di quanto realizzato dalla Chiesa di Monaco e non solo: a fronte di un dibattito interno crescente, ad aprire a questa soluzione è il cardinale Paolo Lojudice, 57 anni, arcivescovo di Siena, tra le figure più rappresentative dell'episcopato italiano. L'alto prelato ha contribuito ad avviare 'Fonte d'Ismaele', l'Osservatorio per i diritti dei minori.

                Cardinale, dunque anche in Italia si potrà avere un dossier accurato sulla portata degli abusi sui minori nella Chiesa?

                "Penso che questo possa anche accadere, la sensibilità sta maturando. L'importante, però, è che ciò non diventi un modo per sviare l'attenzione sulle violenze sui bambini in famiglia".

                Sono due facce di uno stesso dramma, non trova?

                "Sì, ma tutti sappiamo, perché sono le statistiche che ci consegnano questi dati, che la stragrande maggioranza degli abusi non avviene per mano di preti o religiosi. Si verifica principalmente nelle famiglie tradizionali o in quelle allargate, anche se avverto purtroppo una sottovalutazione del problema".

                A proposito di statistiche, il presidente della Cei sta valutando l'ipotesi di un dossier in quanto, a suo dire, la pedofilia nella Chiesa non si affronta con i numeri.

                "Concordo con lui sul fatto che le statistiche non bastano. Non servono soprattutto se fatte solo per suscitare clamore, devono piuttosto essere degli strumenti per scavare dentro al fenomeno e individuarne le cause".

                Occorrono dei paletti nell'ottica di una futura indagine?

                "Ritengo che una simile ipotesi, da concludersi con un dossier, vada studiata bene per evitare che si addossi alla sola comunità ecclesiale la responsabilità di tali abusi e non si affronti la questione nella sua interezza. Anche il lavoro che in ogni diocesi stanno compiendo le nuove commissioni per la prevenzione della pedofilia, o almeno io parlo di quella costituita a Siena, è per così dire più allargato".

                Che cosa intende?

                "L'opera della nostra equipe cerca soprattutto di offrire agli operatori ecclesiali gli strumenti per cercare d'intercettare, per quanto possibile, i segni dati dai minori abusati nei diversi contesti, compresa la Chiesa, anche se nel nostro caso le percentuali sono infinitesimamente più basse".

                Padre Zohlner, presidente della Commissione antipedofilia della Università Gregoriana, stima un 3-5% di preti pedofili: non sono briciole.

                "Anche se fosse solo uno è già gravissimo. Non voglio minimizzare. A me interessa la tutela dei bambini, sono loro al centro. Questi vanno tutelati costi quel che costi. Anche per tale ragione bisogna evitare che si dica che il problema sia solo della Chiesa. Non è affatto così".

                Quando si parla di pedofilia nel mondo ecclesiale, si rintraccia fra le cause del fenomeno la formazione dei preti. Ci sono state carenze in passato?

                "Probabilmente in alcuni casi si è data più importanza al numero di futuri sacerdoti che alla loro qualità. Questo significa che si è accolto nei seminari anche candidati al sacerdozio che non ne avevano i requisiti, né umani, né psicologici. Per nove anni sono stato direttore spirituale del Seminario maggiore romano e posso dire che oggi c'è per fortuna una grande attenzione al discernimento dei futuri preti, anche avvalendosi di figure professionali, anche in campo psicologico. Oggi servono più di otto anni di formazione prima dell’ordinazione".

intervista a Paolo Lojudice di Giovanni Panettiere           “Qn” 23 gennaio 2022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202201/220123lojudicepanettiere.pdf

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CHIESA UNIVERSALE

I papi e gli scandali taciuti

                Alla fine, è sempre una questione di apostrofi e accenti. È grave e infame l'accusa rivolta a Joseph Ratzinger di aver coperto quattro sacerdoti pedofili quand'era arcivescovo a Monaco tra il 1977 e il 1982. Per la prima volta nella storia recente della Chiesa addirittura un papa, seppur emerito, è accusato del peggior dei mali, aver coperto chi abusa dei piccoli del gregge. Il mondo è sconvolto e indignato perché conosciamo le battaglie condotte contro la pedofilia di Benedetto XVI, la statura di uno dei più raffinanti teologi viventi e sorprende e disorienta che anche lui possa aver saputo e taciuto. Ma abbiamo tutti la memoria corta. Dimentichiamo, ad esempio, che in quei sei anni si alternano ben tre pontefici in vaticano: Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II.

                E, sospesa l'analisi su Luciani perché Albino regnò solo 33 giorni, di certo non possiamo attribuire a Montini e a Wojtyla alcun merito nella lotta contro la pedofilia all'interno della Chiesa. Ogni scandalo veniva taciuto, ogni vittima messa in silenzio, ogni sacerdote indifendibile al massimo trasferito. In questo clima va contestualizzato l'agire attribuito a Ratzinger. E la prova plastica ne è che l'indagine che accusa il papa emerito non è stata avviata da qualche movimento agnostico insurrezionalista, da qualche entità anticlericale ma dalla chiesa tedesca. In particolare è Reinhard Marx, il cardinale al vertice della stessa diocesi che fu di Ratzinger a disporre questi approfondimenti. Ed è noto che Marx è forse il porporato tedesco più vicino a Bergoglio, tornato in Germania dopo anni in curia a presidiare le riforme vaticane dalle mani e manine restauratrici. Insomma quanto sta accadendo oggi è uno dei riflessi della rivoluzione del gesuita che innanzitutto non vuole più subire passivamente gli scandali ma diventare promotore delle inchieste. Un conto è difendersi con imbarazzo da un'indagine avviata da altre autorità e stati, cosa diversa è partire d'iniziativa.

                È accaduto nell'inchiesta sulla compravendita del palazzo a Londra che ha investito il cardinale Angelo Becciu, con Bergoglio che rivendicava ai collaboratori stretti proprio la peculiarità di questa prima indagine che parte dagli uffici giudiziari vaticani e si ripete ora sul fronte incerto dei reati sessuali ai danni di minori. Tornando a Ratzinger si accerterà ora ruolo e responsabilità, c'è chi strumentalizzerà la vicenda riducendo tutto al solito presunto scontro tra papa regnante e papa emerito ma non si può dimenticare che quella Chiesa è diversa da quella di oggi. Immaginare che all'epoca in Europa un vescovo avviasse una campagna di pulizia per cacciare e punire i sacerdoti pedofili della sua diocesi è drammaticamente irrealistico. Oggi invece, in quella corsa contro il nichilismo che indebolisce la Chiesa e di recupero di credibilità, si arriva persino a puntare l'indice contro un pontefice. E questo è un monito che nei sacri palazzi fa tremare i lucchetti di chi conserva troppi scheletri negli armadi.

                               Gianluigi Nuzzi “La Stampa”      21 gennaio 2022

www.lastampa.it/editoriali/lettere-e-idee/2022/01/20/news/i_papi_e_gli_scandali_taciuti-2837106/

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"Tra noi si nascondono criminali serve un'inchiesta anche in Italia"

                «Siamo sotto choc per il report sulla pedofilia nell'arcidiocesi di Monaco e Frisinga». Queste inchieste «servono, e ne occorrerebbe una anche in Italia». Anche se «ormai il fenomeno è chiaro: nel mondo in ogni regione tra il 3 e il 5% dei preti è un abusatore. Abbiamo dei criminali fra noi. Per questo dobbiamo ancora fare passi avanti per purificare la Chiesa». È l'analisi del gesuita tedesco padre Hans Zollner, teologo e psicologo, presidente del Centro per la protezione dei minori della Pontificia Università Gregoriana, a cui papa Francesco ha affidato la prevenzione degli abusi sessuali nella Chiesa.

                Qual è stata la sua reazione al dossier di Monaco di Baviera?

                «Come dopo le altre pubblicazioni di dati del genere siamo chioccati. Siamo devastati dalla dimensione numerica e dal proseguimento nel tempo, per decenni, di queste violenze».

                Che cosa la inquieta in modo particolare?

                «L'occultamento e le coperture dei casi, le omissioni e l'indifferenza da parte delle gerarchie e dei responsabili delle diocesi, i quali non hanno compiuto gli interventi che il Diritto canonico prevedeva e prevede».

                Il coinvolgimento di Joseph Ratzinger nel report che significato assume?

                «Aggrava l'immagine della vicenda».

                La Chiesa che cosa sta facendo concretamente per debellare questa piaga al suo interno?

                «Sta lavorando molto nell'ambito della prevenzione. Innanzitutto nella formazione di sacerdoti, religiosi, religiose, catechisti e altri collaboratori. Però dobbiamo imparare a essere più responsabili».

                In che senso?

                «Le nostre strutture non hanno ancora cambiato metodo e sistema rispetto alla trasparenza sulle responsabilità: mentre diventa chiaro chi abusa, non è altrettanto semplice far assumere la responsabilità a chi lo ha coperto per "salvare la faccia dell'istituzione", a chi avrebbe dovuto vigilare, a chi avrebbe dovuto intervenire secondo le indicazioni delle varie leggi e anche secondo la nostra missione di uomini di Chiesa: l'atteggiamento evangelico di proteggere i più deboli».

                Inchieste come quella di Monaco possono portare a qualcosa di buono? Ne occorrerebbe una così anche in Italia?

                «Sì queste indagini condotte in modo oggettivo e pubblicate servono assolutamente. E servirebbe anche in Italia, certo, così si guarderebbe in faccia la realtà e non si continuerebbe a negare qualcosa che viene continuamente smentito, e cioè che in Italia non ci sono abusi sessuali nella Chiesa. Anche se in generale paradossalmente ormai tutto è chiaro dal punto di vista della diffusione del fenomeno: nel mondo il numero di preti abusatori si aggira tra il 3 e il 5% in ogni regione. Dopo l'uscita di queste inchieste bisognerebbe innanzitutto avviare un'opera di ascolto delle vittime. E poi, modificare i rapporti di potere nella Chiesa, che dovrebbero essere più condivisi e meno autoritari, e aprirsi alle verifiche con la possibilità di essere giudicati anche da altri esperti fuori dal recinto cattolico. E poi dovremmo porci un interrogativo cruciale».

                Quale?

                «È più importante l'immagine che non corrisponde alla realtà, o ammettere che non siamo santi, che abbiamo peccato e che abbiamo tra noi anche criminali? Disse Gesù: la verità vi renderà liberi. Solo dopo la confessione può arrivare l'assoluzione e il perdono».

intervista a Hans Zollner di Domenico Agasso   “La Stampa”  21 gennaio 2022

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«Per essere ascoltata, la Chiesa deve cambiare metodo»

                Diminuzione del numero di credenti, ruolo della Chiesa nella società, celibato, sessualità… Con parole chiare, il cardinale lussemburghese Jean-Claude Hollerich parla del futuro del cattolicesimo. Per lui, persona di fiducia di papa Francesco, non è il messaggio che bisogna cambiare, ma il modo di esprimerlo.

                Lei è stato missionario in Giappone, è gesuita, arcivescovo del Lussemburgo, cardinale… Ha sempre cercato Dio nello stesso modo?

                Quando, da giovane prete, sono arrivato in Giappone, è stato un grande choc. Ero all’epoca un giovane impregnato del cattolicesimo popolare del Lussemburgo. Con altri gesuiti, ognuno proveniente da un differente ambiente cattolico, abbiamo visto molto presto che i nostri modelli di cattolicesimo non corrispondevano all’attesa del Giappone. Per me, questo ha rappresentato una crisi. Ho dovuto astrarre da tutte le devozioni che fino a quel momento costituivano le ricchezze della mia fede, rinunciare alle forme che amavo. Sono stato posto di fronte a una scelta: o rinunciavo alla mia fede perché non ritrovavo le forme che conoscevo, oppure iniziavo un percorso interiore. Ho preferito la seconda opzione. Prima di poterlo proclamare, ho dovuto diventare cercatore di Dio. Dicevo con insistenza: «Dio, dove sei? Dove sei, nella cultura tradizionale e nella cultura del Giappone postmoderno?». Tornando in Europa, dieci anni fa, ho dovuto ricominciare. Pensavo di ritrovarvi il cattolicesimo che avevo lasciato nella mia gioventù. Ma quel mondo non esisteva più… Oggi, in questa Europa secolarizzata, devo fare lo stesso esercizio: cercare Dio.

                L’Europa oggi è tornata ad essere terra di missione?

                Sì. Da molto tempo. Il Lussemburgo della mia gioventù assomigliava un po’ all’Irlanda, con grandi processioni, una forte pietà popolare. Quando ero piccolo, tutti i bambini andavano in chiesa. I miei genitori non ci andavano, ma mi ci mandavano, perché era normale farlo. Ricordo che a scuola, un bambino della mia classe non aveva fatto la prima comunione ed era stato uno scandalo. Ora, a provocare scandalo è piuttosto che un bambino la faccia. Ma, riflettendo, mi rendo conto che quel passato non era poi così glorioso. Evidentemente, non lo percepivo quando ero bambino, ma mi rendo conto oggi che già all’epoca c’erano in quella società molte crepe e molta ipocrisia. In fondo, le persone non credevano più di quanto non credano oggi, anche se andavano in chiesa. Avevano una sorta di pratica domenicale culturale, ma senza che questo fosse ispirato dalla morte e resurrezione di Cristo.

                Secondo lei, questa pratica culturale del cattolicesimo è finita?

                Non ancora completamente. Ci sono differenze a seconda delle regioni nel mondo. Ma sono convinto che il Covid acceleri questo processo. In Lussemburgo, abbiamo un terzo di praticanti in meno. Sono sicuro che non torneranno. Ci sono persone di una certa età che troveranno difficile e faticoso riprendere la pratica religiosa, spostarsi per andare in chiesa. Ma ci sono anche quei cattolici per i quali la messa domenicale si limitava ad essere un rito importante, che assicurava una stabilità nella loro vita. Per molti, dirsi cattolici è ancora una sorta di abitudine legata ad una morale generale. Secondo loro, questo contribuisce a dare alla società una certa solidità, ad essere dei “buoni cristiani”, ma senza veramente definire ciò che questo voglia dire. Ma quest’epoca deve finire. Adesso dobbiamo costruire una Chiesa sulla fede. Sappiamo ormai che siamo e saremo una minoranza. Non bisogna né stupirsi né lamentarsi. Ho la serena certezza che il Signore è presente nell’Europa attuale.

                Non ha dubbi su questo?

                No, nessun dubbio. Non è più un problema che mi ossessiona. Quando ero più giovane, aveva paura di non trovarlo, ero come ossessionato da questo timore. Dovevo scoprirlo o naufragavo. Adesso, sono molto più tranquillo.

                È la saggezza dell’età?

                Non so se ci sia una saggezza dell’età (Ride). Sarei contento se ci fosse! Ma, in fondo, si fanno sempre le stesse sciocchezze, e si sbatte sempre contro lo stesso muro. Almeno, si sa che il muro è là, e che farà male. So anche, ormai, di non essere altro che uno strumento del Signore. Ne esistono molti altri. Questa consapevolezza mi spinge ad avere sempre un po’ di sospetto nei confronti di tutti coloro che dicono di avere la ricetta sicura per annunciare Dio.

                Non c’è una ricetta magica?

                No, c’è solo l’umiltà del Vangelo.

                E quando era più giovane, credeva alle ricette magiche?

                Sì, certo, ci credevo. Ma è un peccato di gioventù. Evidenzia l’entusiasmo dei giovani…

                Il messaggio del cristianesimo continua ad essere pertinente oggi?

                Sì, perché l’uomo non è cambiato da duemila anni. È sempre in cerca della felicità e non la trova. È sempre assetato di infinito e si scontra con i propri limiti. Commette ingiustizie che hanno conseguenze gravi per altre persone, cosa che noi chiamiamo peccato. Ma noi viviamo ora in una cultura che tende a reprimere ciò che è umano. La cultura del consumismo promette di appagare i desideri dell’uomo, ma non ci riesce. E tuttavia, nei momenti di crisi, di choc, gli uomini si rendono conto che moltissime domande dormono in fondo ai loro cuori. Il messaggio del Vangelo è di una freschezza eccezionale per rispondere a questa ricerca di senso e di felicità. Il messaggio è sempre pertinente, ma i messaggi appaiono talvolta in una veste d’altri tempi, e questo non è il miglior servizio reso al messaggio stesso… Per questo motivo, dobbiamo adeguarci. Non per cambiare il messaggio, evidentemente, ma perché possa essere compreso, anche se siamo noi ad annunciarlo. Il mondo è sempre alla ricerca, ma non viene più da noi a cercare, e questo fa male. Dobbiamo presentare il messaggio del Vangelo in modo che le persone possano orientarsi verso Gesù Cristo.

                Proprio per questo papa Francesco ha avviato nell’ottobre scorso un Sinodo sulla sinodalità, di cui lei è un referente generale. Lei ha dichiarato recentemente che non sa che cosa scriverà nel rapporto…

                Io devo essere colui che deve ascoltare. Se esprimo molte proposte, questo scoraggerà le persone che hanno un altro parere. Allora, sono le persone che devono “riempire” la mia testa e le pagine. È questo il sinodo. Deve essere aperto. Come dice il papa, è lo Spirito Santo il “direttore dei lavori”. Dobbiamo quindi lasciargli spazio. Questo metodo è importante perché oggi non ci si può più accontentare di dare ordini dall’alto in basso. In tutte le società, in politica, nelle imprese, quello che conta ormai è il mettersi in rete.

Questo cambiamento nell’assumere decisioni va di pari passo con un vero cambiamento di civiltà che dobbiamo affrontare. E la Chiesa, come ha sempre fatto nel corso della storia, deve adeguarvisi. La differenza è che questa volta il cambiamento di civiltà ha una forza inedita. Abbiamo una teologia che nessuno comprenderà tra venti o trent’anni. Questa civiltà sarà superata. Per questo abbiamo bisogno di un nuovo linguaggio che deve essere fondato sul Vangelo. E tutta la Chiesa deve partecipare alla messa a punto di questo nuovo linguaggio: è il senso del sinodo.

                In qualità di presidente della Comece, lei ha partecipato all’inizio di ottobre a Roma ad una riunione con i partiti di destra e di centro-destra europei. Uscendo, il cardinale Parolin ha incoraggiato a non considerare il cristianesimo come un supermercato nel quale si possano scegliere solo alcuni valori. È una tentazione presente nei politici?

                Sì, certamente. A destra, prendono i simboli cristiani, mostrano rosari e crocifissi, ma non sempre in relazione al mistero di Cristo. Lo fanno in relazione alla cultura europea passata. Vogliono far riferimento ad una cultura per conservarla. È un cattivo uso della religione. Anche a sinistra, conosco uomini e donne che si dicono cristiani convinti, che si battono contro il cambiamento climatico, ma nel Parlamento europeo votano per far sì che l’aborto sia un diritto fondamentale e che venga limitata la libertà di coscienza dei medici. Anche questo è prendere la religione per un supermercato. Si può essere democratici cristiani, socialisti, ecologisti… e al contempo cristiani. Questa diversità delle formazioni politiche, del resto, è una buona cosa per la società. Ma i responsabili politici tendono a rinchiudere le loro preferenze religiose nell’ambito privato. In tal caso, non è più una religione, ma una convinzione personale. La religione richiede uno spazio pubblico dove esprimersi.

                Ma così non è più difficile per i cristiani impegnarsi in politica?

                In primo luogo, è vero che ci sono meno cristiani. Inoltre, è vero che sono sempre meno impegnati in politica. Lo si vede dopo ogni elezione. Del resto, si vede che il messaggio dei vescovi alla società non passa più. Voi ne fate esperienza in Francia da diversi anni. Questa esperienza è la conseguenza del nostro essere minoranza. Per far comprendere ciò che vogliamo, dobbiamo iniziare un lungo dialogo con coloro che non sono più cristiani, o che lo sono solo marginalmente. Se abbiamo certe posizioni, non è perché siamo conservatori, ma perché pensiamo che al centro ci deve essere la vita e la persona umana. Per poter dire questo, penso che si debba intrattenere rapporti, dialoghi, amicizie, con decisori e con responsabili politici che la pensano in modo diverso. Anche se non sono cristiani, condividiamo con loro una onesta preoccupazione di collaborare al bene della società. Se non vogliamo vivere in una società divisa, frammentata, bisogna essere capaci di ascoltare il pensiero degli uni e degli altri.

                Questo significa che la Chiesa deve rinunciare a difendere le sue idee?

                No, non si tratta di questo. Bisogna cercare di comprendere l’altro, per stabilire dei ponti con la società. Per parlare dell’antropologia cristiana, dobbiamo basarci sull’esperienza umana del nostro interlocutore. Infatti, anche se l’antropologia cristiana è meravigliosa, presto non sarà più compresa se non cambiamo il metodo. E a che cosa ci servirebbe prendere la parola se non siamo ascoltati? Parliamo tra di noi e per noi, per rassicurarci che siamo dalla parte giusta? Per rassicurare i nostri fedeli? O parliamo per essere ascoltati?

                Quali sono le condizioni per essere ascoltati?

                In primo luogo l’umiltà. Penso che, anche se non ne è necessariamente consapevole, la Chiesa appare come una istituzione che sa tutto meglio degli altri. Quindi le serve una grande umiltà, senza la quale non può entrare in dialogo. Questo significa anche che bisogna far vedere che vogliamo imparare dagli altri. Un esempio: io sono assolutamente contrario all’aborto. E come cristiano, non posso avere una posizione diversa. Ma comprendo anche che c’è una preoccupazione per la dignità delle donne, e che ciò che abbiamo sostenuto nel passato per opporci alla legge sull’aborto oggi non è più udibile. A questo punto, quale altra misura possiamo prendere per difendere la vita? Quando un discorso non è più seguito, non bisogna accanirsi ma cercare altre vie.

                In Francia, molti ritengono che la Chiesa abbia perso una gran parte della sua credibilità a causa dei reati sessuali commessi al suo interno. Come si pone lei di fronte a questa crisi?

                In primo luogo voglio dire che quegli abusi sono uno scandalo. E quando si vedono i numeri del rapporto Sauvé, si vede bene che non si tratta di un errore di alcuni. C’è una colpa sistemica che bisogna rilevare. Non dovremmo aver paura delle ferite che questo potrebbe infliggerci, che del resto non sono assolutamente nulla in confronto a quelle inflitte alle vittime. Di conseguenza, dobbiamo dimostrare una grandissima onestà ed essere pronti a ricevere dei colpi. Qualche settimana fa ero in Portogallo e celebravo la messa. C’era lì un bambino che serviva messa e che mi guardava come se fossi il buon Dio. Era evidente che vedeva in me un rappresentante di Dio, cosa che del resto ero in effetti, nella liturgia. Abusare di bambini così è proprio un vero crimine. È una colpa molto più grave di quella di un professore o di un allenatore sportivo che commettessero quegli atti. Il fatto che si sia tollerato questo per proteggere la Chiesa, fa proprio male. Abbiamo chiuso gli occhi! È quasi irreparabile.

                Adesso rispondo alla sua domanda. Alcuni hanno perso la fiducia. Per riconquistarla, quando è possibile, bisogna avere una grande umiltà. Quando si accompagna una comunità o una persona, bisogna sempre avere chiaro in testa il principio del rispetto assoluto di coloro che si accompagnano. Non posso disporre di una persona. Mi sembra evidente che queste domande saranno nella testa e nel cuore di tutti nel corso del processo del Sinodo. Dobbiamo adottare dei cambiamenti.

                Se c’è una colpa sistemica, secondo lei ci vogliono dei cambiamenti sistemici?

                Sì. Evidentemente, nella mia diocesi abbiamo, come molte altre, una “charta” di buona condotta che devono firmare tutti, preti e laici che lavorano per la Chiesa. Prima dell’ordinazione, sottoponiamo anche i seminaristi ad otto sessioni psicologiche destinate a segnalare la pedofilia. Facciamo tutto ciò che possiamo, ma non è abbastanza. Ci vuole una Chiesa strutturata in maniera tale per cui quelle cose non siano più possibili.

                Cioè?

                Se si fosse data più voce alle donne e ai giovani, quelle cose sarebbero state scoperte molto prima. Bisogna smettere di fare come se le donne fossero un gruppo marginale nella Chiesa. Non sono alla periferia della Chiesa, sono al centro. E se noi non daremo la parola a coloro che sono al centro della Chiesa, avremo un grande problema. Non voglio essere più preciso: questa domanda sarà certamente posta al Sinodo in diverse culture, in diversi contesti. Ma le donne sono state troppo ignorate. Bisogna ascoltarle, come del resto bisogna ascoltare il resto del popolo di Dio. I vescovi devono essere come dei pastori che sono in ascolto del loro popolo. Non si tratta per loro di dire: «Sì, ho sentito, ma non mi interessa». Devono stare in mezzo al gregge.

                Quali altri cambiamenti bisogna realizzare?

                La formazione del clero deve cambiare. Non deve essere centrata solo sulla liturgia, anche se capisco che i seminaristi vi attribuiscono una grande importanza. Bisogna che dei laici e delle donne possano dire la loro nella formazione dei preti. Formare dei preti è un dovere per l’intera Chiesa, e quindi bisogna che l’intera Chiesa accompagni questa tappa, con uomini e donne, sposati e celibi.

                Una seconda cosa è che dobbiamo cambiare il nostro modo di considerare la sessualità. Fino ad oggi abbiamo una visione piuttosto repressa della sessualità. Evidentemente non si tratta di dire alle persone che possono fare qualsiasi cosa o di abolire la morale, ma credo che dobbiamo dire che la sessualità è un dono di Dio. Noi lo sappiamo, ma lo diciamo? Non ne sono sicuro. Alcuni attribuiscono la moltiplicazione degli abusi alla rivoluzione sessuale. Penso esattamente l’opposto. a mio avviso, i fatti più orribili sono avvenuti prima degli anni ‘70. In questo ambito, bisogna anche che i preti possano parlare della propria sessualità e che li si possa ascoltare se hanno difficoltà a vivere il celibato. Devono poterne parlare liberamente, senza timore di essere rimproverati dal loro vescovo. Quanto ai preti omosessuali, ce ne sono molti, e sarebbe bene che ne potessero parlare al loro vescovo senza che lui li condanni.

                Per quanto riguarda il celibato, nella vita sacerdotale, chiediamoci francamente se un prete debba necessariamente essere celibe. Ho un’altissima opinione del celibato, ma è indispensabile? Nella mia diocesi ho dei diaconi sposati che esercitano il loro diaconato in maniera meravigliosa, che fanno delle omelie che raggiungono le persone molto più profondamente di noi che siamo celibi.

                Perché non avere anche dei preti sposati?

                E anche se un prete non può più vivere quella solitudine, bisogna poterlo comprendere, non condannarlo. Io adesso sono vecchio, la cosa mi riguarda di meno…

                Lei ha sentito quella difficoltà a vivere quella solitudine?

                Sì, certo. In certi momenti della mia vita, è stato molto chiaro. Ed è anche evidente che ogni prete si innamora, di tanto in tanto. Allora, bisogna comprendere come si comporta in quel caso. Bisogna innanzi tutto avere l’onestà di ammetterlo a se stessi, e poi agire in modo da poter vivere senza il proprio presbiterato.

intervista a Jean-Claude Hollerich ¤1958  di Loup Besmond de Senneville “La Croix” 22 gennaio 2022

(traduzione: www.finesettimana.org)

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202201/220123hollerichsenneville.pdf

 

Perché sugli abusi la Chiesa non cede

                Anche i commenti più seri a proposito del rapporto sugli abusi sessuali nella diocesi bavarese di Monaco e Frisinga danno risalto soprattutto alle presunte responsabilità del cardinale Ratzinger, che l'ha retta dal 1977 all'inizio del 1982, fino al punto di spingersi a ipotizzare faide interne fra amici e nemici del papa emerito. Ma senza guardare al problema più grande e più grave che questa indagine ancora una volta addita all'istituzione ecclesiastica e a tutta la comunità dei cattolici. E senza rendersi conto che in questo caso il vero protagonista della questione non è Ratzinger, che sì è stato responsabile della diocesi, ma in concreto forse non delle scelte dei collaboratori. Perché l'importanza del rapporto sta soprattutto nell'essere una fortissima conferma delle tesi sostenute nella lettera di dimissioni dell'attuale arcivescovo, il cardinale Marx – indirizzata al pontefice il 21 maggio scorso e sostanzialmente rinviata al mittente il 10 giugno successivo – con la quale si poneva con forza la questione degli abusi nei suoi veri e drammatici termini. È stato infatti il cardinale Marx a decidere di dare il via all'indagine, e soprattutto è stato lui, quando si è reso conto dei primi risultati, a scrivere la lettera di dimissioni in cui, forse per la prima volta nella Chiesa, ha osato dichiarare come stanno le cose. Le dimissioni erano in realtà un atto di protesta verso l'insufficienza delle misure messe in atto per contrastare gli abusi sessuali, e soprattutto una critica alla scelta di trattare ogni paese e ogni caso come unici, mentre si tratta con ogni evidenza di una questione collettiva, che coinvolge tutta l'istituzione: «Il cuore della questione è assumere una corresponsabilità per la catastrofe degli abusi sessuali commessi da responsabili della Chiesa nei decenni passati».

                Due sono i termini chiave di questa affermazione: «corresponsabilità», che chiama a giudizio tutta l'istituzione, e – come sottolineava al momento delle dimissioni Luis Badilla, l'acuto direttore del Sismografo, una delle più informate e libere agenzie di informazione – la scelta di utilizzare l'espressione «responsabili della Chiesa» invece che sacerdoti o religiosi. In sostanza, una doppia chiamata alla responsabilità collettiva. Infatti Marx continua dicendo che non si può intervenire sulle singole situazioni, ma che «due sono gli elementi che non si possono perdere di vista: errori personali e fallimento istituzionale che richiedono cambiamenti e una riforma della Chiesa». Assumendosi la personale responsabilità di avere sbagliato anche «attraverso il silenzio, le omissioni e al troppo peso dato al prestigio dell'istituzione», il cardinale chiama in realtà a correo tutta la gerarchia, compreso il pontefice.

                Come accennato, papa Francesco ha respinto le sue dimissioni, incitandolo a continuare la battaglia. Come se le dimissioni non fossero state il punto più alto di questa battaglia. Invece il comunicato vaticano emesso dopo la pubblicazione del rapporto tedesco è stato una ripresa delle solite frasi fatte già proposte in occasione di ogni scandalo analogo: dopo avere espresso «vergogna e rimorso», dichiara che la Santa sede «conferma la strada intrapresa per tutelare i più piccoli, garantendo loro ambienti sicuri». Già l'espressione «conferma la strada intrapresa» fa capire con chiarezza che l'istituzione non ha alcuna intenzione di fare autocritica, proprio quell'autocritica che ha fatto Marx per dare un esempio; poi, lo spostamento al futuro, a una dimensione di prevenzione, esclude completamente ogni prospettiva di indagine e punizione dei colpevoli. Come se si possa ottenere una diminuzione, o meglio una scomparsa, degli abusi sessuali senza che i colpevoli siano individuati, processati e puniti.

                Se la Chiesa continua a chiudere gli occhi sul proprio comportamento passato, chiedendo di fatto un colpo di spugna in cambio della promessa di prevenire in futuro tali misfatti, non potrà mai uscire da questo dramma, non sarà credibile. Finché la Chiesa non ammetterà che il silenzio sugli abusi era richiesto, se non imposto, dalle gerarchie stesse, e che quindi quasi tutti i vescovi – anche ovviamente quelli diventati papi e magari canonizzati – ne sono stati corresponsabili, non può garantire giustizia. E per di più la gerarchia ecclesiastica continuerà a vivere nella paura – e temiamo anche talvolta nel possibile ricatto – di una rivelazione che la inchioda al delitto. Questo silenzio ormai sta saltando in moltissime diocesi, e proprio per questo stupisce che papa Francesco, che pure dichiara di combattere con energia gli abusi sessuali, non abbia chiesto alle due Chiese a lui legate personalmente – quella argentina e quella italiana – di far fare un'indagine sul tema. L'ammissione che, in molte circostanze, la Chiesa ha scelto il potere sacrificando le vittime, comporta un discorso critico sulla concezione della sessualità che domina nell'attuale cultura cattolica, una revisione del diritto canonico che ancora considera l'abuso come infrazione al sesto comandamento invece che come violenza, e una analisi sulla condizione delle vittime di abuso sessuale, sia bambini che donne, e sul modo in cui finora queste vittime sono state trattate. Tutto questo, come ha detto il cardinale Marx nella sua lettera, richiede una riforma della Chiesa, e non solo della sua struttura organizzativa curiale, ma della figura stessa del sacerdote, della sua preparazione, e quindi anche del celibato ecclesiastico.

                Provvedimenti che aveva saputo prendere la Chiesa della cosiddetta Controriforma di fronte allo scisma protestante, e che oggi, cinque secoli dopo, richiedono una energica operazione di rinnovamento.

                Prof. Lucetta Scaraffia* “La Stampa”      22 gennaio 2022

.* associata di Storia contemporanea presso l'Università La Sapienza di Roma

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CITTÀ DEL VATICANO

                                                               No dei vescovi all'indagine in Italia: l'ira del Papa

L'ipotesi di una commissione come Spagna, Francia e Germania respinta dai porporati

                «È inutile fare i mea culpa istituzionali, dobbiamo concentrarci realmente sulle vittime di pedofilia, altrimenti non faremo altro che continuare a morderci la coda». Nei palazzi del Vaticano non si parla d'altro: si respira rabbia, vergogna, ma si usa anche un tono polemico, come chi deve lottare contro l'immobilismo di troppe persone che sulla questione degli abusi stanno ancora a braccia incrociate.

                Dopo l'ennesima bufera sulla Chiesa, questa volta quella tedesca che con una commissione indipendente ha scoperchiato 497 casi di pedofilia nella diocesi di Monaco e Frisinga tra il 1945 e il 2019, tra la residenza di Papa Francesco e i vari uffici preposti della Santa Sede, si studiano i prossimi passi in avanti da fare, per evitare che sul tema «Chiesa e abusi», tutto rimanga ancora fermo per troppo tempo. Le parole d'ordine su cui il Pontefice chiede di concentrarsi sono «vicinanza e tenerezza», soprattutto verso chi è stato abusato. Con una raccomandazione importante: non siano parole da utilizzare soltanto in un sermone, ma che siano messe in pratica davvero, senza indugi. Soprattutto da quei preti che pubblicamente parlano di pedofilia come una piaga ma poi non fanno nulla per combatterla. «A che cosa serve che il Santo Padre continua a invocare questi atteggiamenti teneri e vicini se poi questi non vengono esplicitati in gesti concreti verso chi ha subito abusi?», si interroga un alto prelato vicino a Bergoglio, «Dobbiamo passare a una sorta di «Fase 2», in cui le vittime diventano il centro di tutto e non siano viste soltanto come delle persone da cui scappare e di cui aver paura».

                In effetti, dicono in Vaticano, che c'è ancora tanto lavoro da fare, soprattutto perché, anche in Italia, si fatica a seguire il cammino intrapreso da Francia e Germania per tirare finalmente fuori i propri scheletri dell'armadio. La proposta di istituire una commissione indipendente sugli abusi anche per la Chiesa italiana era stata sollevata nel corso dell'Assemblea Generale straordinaria dei vescovi del novembre 2021 ma la maggioranza dei presenti ha espresso parere negativo: niente commissione per il momento, con grande rammarico, raccontano, del presidente del Servizio Nazionale per la Tutela dei Minori, monsignor Lorenzo Ghizzoni. «Forse è successo per una questione di paura o forse perché ancora non siamo pronti, come lo sono i confratelli francesi e tedeschi, ad affrontare un peso così importante», confida adesso a Il Giornale uno dei vescovi che era presente a quella riunione, «è chiaro che dobbiamo scrollarci di dosso ogni possibile tentazione a essere omertosi e scoprire cosa è successo anche in passato; il Papa e soprattutto i fedeli sarebbero felici se lo facessimo».

                In effetti Francesco, da diverso tempo, ha chiesto e sta ancora chiedendo che si faccia pulizia, che si dialoghi con le vittime e che si possa lavorare insieme a loro per scoperchiare il marcio che ha colpito la Chiesa. In occasione della pubblicazione del rapporto sugli abusi in Francia, lo scorso ottobre, il Pontefice aveva usato parole molto chiare, incoraggio e invitando i vescovi e i superiori religiosi a continuare a compiere tutti gli sforzi «affinché drammi simili non si ripetano». E aveva parlato di «prova salutare», invitando i cattolici francesi ad assumersi le proprie responsabilità per garantire che la Chiesa sia una casa sicura per tutti. Per quanto riguarda il rapporto pubblicato ieri in Germania, Papa Francesco, da quanto spiegano in Vaticano, attenderà la prima occasione utile per manifestare vicinanza alle vittime.

                Intanto alcune copie del dossier che conta mille pagine ed è suddiviso in tre tomi, sono già state recapitate in Vaticano, anche perché il 94enne Papa emerito Benedetto XVI, Joseph Ratzinger, tirato in causa nel report, possa analizzarlo e fare tutte le valutazioni del caso.

Fabio Marchese Ragona              Il giornale                           21 gennaio 2022

www.ilgiornale.it/news/politica/no-dei-vescovi-allindagine-italia-lira-papa-2003820.html

 

Abusi nella diocesi di Monaco, un rapporto accusa Ratzinger di aver coperto 4 episodi

                Sono almeno 497 le persone che hanno subito abusi sessuali nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga dal 1945 al 2019, secondo il rapporto commissionato dalla diocesi tedesca allo studio legale Westpfahl Spilker Wastl e reso noto quest’oggi. Per lo più si tratta di giovani vittime di sesso maschile, il 60% dei quali in età compresa fra 8-14 anni. Le persone coinvolte negli abusi sessuali come artefici sono almeno 235, fra cui 173 preti, 9 diaconi, 5 referenti pastorali, 48 persone dell’ambito scolastico.

                Il rapporto tira in ballo anche alcuni dei massimi responsabili diocesani nel periodo preso in esame, tra i quali anche Joseph Ratzinger, poi divenuto papa Benedetto XVI, ma dal 1977 al 1982 arcivescovo proprio della diocesi bavarese. Ratzinger viene accusato di comportamenti erronei (leggasi mancati interventi) in quattro episodi, fatto che però il papa emerito respinge, come scritto da lui in un documento allegato al rapporto. Nell’inchiesta si attribuiscono responsabilità gravi anche all’ex arcivescovo e successore di Ratzinger a Monaco-Frisinga, Friedrich Wetter, errori di comportamento in 21 casi (ma anche in questo caso l’arcivescovo Wetter ha negato, non i casi, bensì le proprie responsabilità). Ce n’è anche per l’attuale arcivescovo, cardinale Reihnard Marx, a cui sono attribuiti errori di comportamenti relativamente a 2 casi di abusi nel 2008 e che non si è presentato alla lettura del rapporto.

                In una dichiarazione il portavoce vaticano Matteo Bruni afferma che «la Santa Sede ritiene di dover dare la giusta attenzione al documento, di cui al momento non conosce il contenuto. Nei prossimi giorni, a seguito della sua pubblicazione, ne prenderà visione e potrà opportunamente esaminarne i dettagli». «Nel reiterare il senso di vergogna e il rimorso per gli abusi sui minori commessi da chierici - aggiunge Bruni - la Santa Sede assicura vicinanza a tutte le vittime e conferma la strada intrapresa per tutelare i più piccoli garantendo loro ambienti sicuri».

Il Sole 24 Ore                                    20 gennaio 2022

www.ilsole24ore.com/art/abusi-diocesi-monaco-rapporto-accusa-ratzinger-e-altri-vescovi-AEnH9C9

 

Pubblicato il rapporto sugli abusi nella diocesi di Monaco: 497 vittime in 74 anni

                Sono almeno 497 le persone che hanno subito abusi nell’arcidiocesi di Monaco-Frisinga, in un periodo di quasi 74 anni (dal 1945 al 2019). Per lo più si tratta di giovani vittime di sesso maschile, 247, mentre 182 sono di sesso femminile, il 60% dei quali in età compresa fra 8-14 anni. 235 invece gli autori degli abusi, fra cui 173 preti, nove diaconi, cinque referenti pastorali, 48 persone dell’ambito scolastico. Sono questi i dati del rapporto sugli abusi del clero nella Chiesa di Monaco, stilato dallo studio legale Westpfahl Spilker Wastl incaricato dalla stessa arcidiocesi nel febbraio 2020.

                Il rapporto è stato presentato questa mattina in una conferenza stampa di due ore nella “Haus der Deutschen Wirtschaft”, alla presenza dei rappresentanti della diocesi ma non del cardinale Reinhard Marx. Presenti anche i membri del consiglio delle vittime di abusi dell’arcidiocesi. Durante l’incontro è stata data lettura di alcuni stralci delle oltre mille pagine da parte dell’avvocato Martin Pusch, responsabile dello studio legale incaricato, e dall’avvocato Marion Westphal. In oltre un anno di lavoro, il report si è concentrato sulla gestione dei casi di abusi del passato, attraverso colloqui e interviste alle vittime e a coloro che occupavano e occupano ruoli di responsabilità. Delle 71 persone interpellate, 56 hanno risposto alla richiesta; le dichiarazioni sono state messe a confronto alla fine di agosto 2021. Gli esperti hanno individuato 67 chierici come autori di abusi "reali o sospetti" che meritavano una sanzione canonica. Secondo loro, inoltre, il numero di crimini non segnalati sarebbe “considerevolmente più alto”.

                In particolare nel rapporto viene passata in rassegna la gestione degli arcivescovi che si sono susseguiti alla guida di Monaco: Michael von Faulhaber, Joseph Wendel, Julius Doepfner, Joseph Ratzinger, Friedrich Wetter e Reinhard Marx. Del Papa emerito Benedetto XVI, arcivescovo di Monaco dal 1977 al 1982, viene esaminata anche la gestione negli anni come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. La commissione indipendente avrebbe individuato quattro casi avvenuti durante il ministero dell’allora cardinale Ratzinger, con i responsabili degli abusi rimasti ancora in carica. Gli estensori del rapporto ritengono che vi siano state delle responsabilità, mentre il Papa emerito – come loro stessi hanno riferito - ha risposto alle domande con una memoria difensiva di circa 82 pagine e ha dichiarato di non essere stato a conoscenza della situazione. Il caso più eclatante, riguardante un sacerdote della diocesi di Essen poi trasferito a Monaco, era già noto dal 2010.

                Al cardinale Marx, ha detto Pusch in conferenza, andrebbero attribuiti invece “errori” di comportamento relativamente a due casi di abusi nel 2008. Al suo predecessore, il cardinale Wetter, ventuno. Si è constatato un aumento significativo del numero di denunce a partire dal 2015. Dei contenuti del report i vertici dell’arcidiocesi di Monaco non erano a conoscenza fino alla sua pubblicazione, ad eccezione di alcune anticipazioni su organi di stampa tedeschi. La Chiesa di Monaco si esprimerà sul contenuto del report, “dopo un esame iniziale”, il prossimo giovedì 27 gennaio.

                Il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, dr Matteo Bruni [¤1976, giornalista britannico di origine italiana, conosce quattro lingue: inglese, italiano, francese e spagnolo] ha detto ai giornalisti: “La Santa Sede ritiene di dover dare la giusta attenzione al documento, di cui al momento non conosce il contenuto. Nei prossimi giorni, a seguito della sua pubblicazione, ne prenderà visione e potrà opportunamente esaminarne i dettagli”. “Nel reiterare il senso di vergogna e il rimorso per gli abusi sui minori commessi da chierici – si legge nella nota vaticana - la Santa Sede assicura vicinanza a tutte le vittime e conferma la strada intrapresa per tutelare i più piccoli garantendo loro ambienti sicuri”.

                Il segretario particolare del Papa emerito, monsignor Georg Gänswein, ha detto ai giornalisti: “Benedetto XVI fino ad oggi pomeriggio non ha conosciuto il rapporto dello Studio legale Westpfahl-Spilker-Wastl, che ha più di 1000 pagine. Nei prossimi giorni esaminerà con la necessaria attenzione il testo. Il Papa emerito, come ha già più volte ripetuto durante gli anni del suo pontificato, esprime il turbamento e la vergogna per gli abusi sui minori commessi dai chierici, e manifesta la sua personale vicinanza e la sua preghiera per tutte le vittime, alcune delle quali ha incontrato in occasione dei suoi viaggi apostolici”.

                Da parte sua l’arcivescovo di Monaco, il cardinale Reinhard Marx, ha diffuso una dichiarazione in cui rivolge anzitutto un pensiero a coloro “che hanno sperimentato danni e sofferenze per mano di rappresentanti della Chiesa”. “Sono scioccato e mi vergogno”, dice il porporato che nel giugno 2021 aveva presentato al Papa le sue dimissioni proprio in relazione alla “catastrofe” degli abusi del clero avvenuti in Germania. Dimissioni poi respinte dal Papa. “Per me, gli incontri con le vittime di abusi sessuali hanno determinato una svolta. Hanno cambiato e continuano a cambiare la mia percezione della Chiesa”, afferma Marx e “a nome dell'Arcidiocesi” chiede scusa “per la sofferenza inflitta alle persone nello spazio della Chiesa negli ultimi decenni”.

                Non è mancata, infine, la voce del cardinale Sean O'Malley, presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, che, ribadendo l'impegno della Santa Sede "a studiare il rapporto indipendente che è stato commissionato dall'arcidiocesi di Monaco", ha detto: "L'impegno della Chiesa per la trasparenza e la responsabilità sono fondamentali per la sua promessa a tutte le persone, in particolare a quelle che hanno subito abusi"

Salvatore Cernuzio - Città del Vaticano                Vatican news    20 gennaio 2021

www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2022-01/monaco-arcidiocesi-rapporto-abusi.html

 

Dal caso Spotlight fino al coinvolgimento di Ratzinger:

ecco come gli scandali dei cardinali hanno svelato la pedofilia nella Chiesa, riscrivendone la storia recente

                Proprio sulla scrivania del futuro papa (allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede) sono arrivati i principali dossier sugli abusi dei preti. Una pentola difficilissima da scoperchiare. Divenuto pontefice, il tappo che per decenni ha insabbiato migliaia di questi crimini è saltato, con il rischio di minare per sempre l’immagine del cattolicesimo mondiale

                Appelli, riforme e nuove leggi, ma a che punto è la Chiesa cattolica nel contrasto della pedofilia del suo clero? La domanda diventa sempre più pressante dopo la pubblicazione dei rapporti sugli abusi sessuali sui minori commessi dai preti in Francia e Germania. Cifre spaventose che hanno scalfito perfino Benedetto XVI, accusato di quattro casi di negligenza quando era arcivescovo di Monaco e Frisinga, dal 1977 al 1981. Proprio sulla scrivania di Ratzinger, chiamato dopo il breve episcopato bavarese da san Giovanni Paolo II in Vaticano come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, sono arrivati per decenni i dossier mondiali della pedofilia. Una pentola difficilissima, se non impossibile da scoperchiare durante gli anni del pontificato wojtyliano, nonostante la storica denuncia di Ratzinger sulla “sporcizia nella Chiesa” riferita proprio alla piaga degli abusi. Divenuto Papa, il tappo che per decenni ha insabbiato migliaia di questi crimini è saltato, con il rischio di minare per sempre l’immagine del cattolicesimo mondiale.

                Law – A dire il vero qualcosa si era iniziato a muovere negli ultimi anni del lungo regno di Karol Wojtyla. Nel 2002, ovvero tre anni prima della morte del Papa polacco, l’allora arcivescovo di Boston, il cardinale Bernard Francis Law (1931-2017), fu letteralmente travolto da un’accurata inchiesta del The Boston Globe. Inchiesta che vinse il Premio Pulitzer nel 2003 e che fu poi oggetto del film Il caso Spotlight vincitore del Premio Oscar nel 2016. Un lavoro che ebbe, tra l’altro, il merito di sfondare il muro di gomma dell’omertà sulla pedofilia nella Chiesa cattolica con lobby potentissime che rendevano quasi impossibile la ricostruzione degli abusi. Law, che guidava l’arcidiocesi di Boston dal 1984, fu smascherato per aver coperto per decenni centinaia di casi di pedofilia, occultando le denunce delle vittime e spostando gli abusatori di parrocchia in parrocchia. Ma fu semplicemente trasferito a Roma da Wojtyla con l’incarico onorifico di arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore. Incarico che mantenne fino al compimento degli 80 anni come previsto dalle norme canoniche. Nessun processo e nessuna sanzione. Nel conclave del 2005 entrò regolarmente nella Cappella Sistina per votare il successore del Papa polacco.

                Maciel – Altrettanto inquietante è la vicenda del fondatore dei Legionari di Cristo, padre Marcial Maciel Degollado (1920-2008). Un prete messicano morto con tutti gli onori nel 2008, che aveva il merito di aver fondato una delle congregazioni religiose maschili con il maggior numero di vocazioni al mondo e che, invece, si era macchiato di crimini inenarrabili, costantemente coperti dai vertici della Curia romana. Le denunce arrivavano, ma venivano puntualmente occultate. Lo stesso cardinale Ratzinger, nel ruolo di prefetto dell’ex Sant’Uffizio, aveva provato ad agire contro Maciel, scontrandosi, però, contro il muro di altre figure apicali della Santa Sede. Un uomo potentissimo e con una disponibilità economica talmente alta da assicurarsi l’omertà del Vaticano. Alla sua morte il suo patrimonio personale segreto fu stimato intorno ai trenta milioni di dollari. Maciel aveva abusato dei suoi seminaristi, coperto centinaia di casi di pedofilia all’interno dei Legionari di Cristo, avuto diverse donne che gli avevano dato alcuni figli e assunto numerose identità false. Uno scenario satanico più che l’immagine perfetta del fondatore di una congregazione religiosa. Eppure per decenni, nonostante tutto, il ritratto a dir poco edulcorato, per usare un eufemismo, del santo sacerdote aveva prevalso sulla realtà criminale. Eletto Papa, Benedetto XVI volle una radicale purificazione dei Legionari e ammise le colpe: “Purtroppo abbiamo affrontato la questione solo con molta lentezza e con grande ritardo. In qualche modo era molto ben coperta e solo dal 2000 abbiamo iniziato ad avere dei punti di riferimento concreti. Era necessario avere prove certe per essere sicuri che le accuse avessero un fondamento. Per me, Marcial Maciel rimane una figura misteriosa. Da un lato c’è un tipo di vita che, come ormai sappiamo, è al di là di ciò che è morale: un’esistenza avventurosa, sprecata, stramba. Dall’altro vediamo la dinamicità e la forza con cui ha costruito la comunità dei Legionari”. Proprio i suoi seguaci, una volta venuta alla luce la triste verità, fecero un mea culpa per i reati commessi dal loro fondatore: “Vogliamo esprimere il nostro profondo dolore per l’abuso di seminaristi minorenni, per gli atti immorali perpetrati verso uomini e donne, per l’uso arbitrario della sua autorità e dei beni, per il consumo smisurato di sostanze stupefacenti e per l’aver presentato come propri scritti pubblicati da terzi. Ci risulta incomprensibile l’incoerenza di essersi continuato a presentare per decenni come sacerdote e testimone della fede, mentre occultava questi comportamenti immorali”.

                McCarrick – Uno scenario simile a quello che avveniva negli Stati Uniti dove, nonostante le gravissime accuse di pedofilia, nel 2000 l’ex cardinale Theodore Edgar McCarrick (¤1930) fu promosso arcivescovo di Washington e l’anno successivo ricevette la porpora da san Giovanni Paolo II. Anche in questa vicenda le coperture e la rete di omertà tra gli Usa e il Vaticano avevano nascosto una realtà terrificante. Francesco ha voluto far luce con un’inchiesta che, per la prima volta, ha svelato le numerose complicità di cui McCarrick godeva presso i vertici della Santa Sede. Complicità che, però, non hanno impedito a Bergoglio, una volta appurata la condotta criminosa dell’ex porporato, di ridurlo allo stato laicale. Un provvedimento radicale mai preso prima. Ciò che è inquietante nella vicenda di McCarrick è che la promozione, prima alla guida della prestigiosa sede di Washington e poi alla porpora, avvenne nonostante le denunce dei suoi crimini di pedofilia.

Pell – Diverso è il caso del cardinale australiano George Pell (¤1941), travolto da un lungo processo per abusi nel suo Paese, che lo ha costretto a lasciare frettolosamente il ruolo di prefetto della Segreteria per l’economia. Il porporato, condannato in primo e secondo grado a sei anni di reclusione e costretto a 13 mesi di carcere [preventivo] in isolamento, è stato poi assolto con formula piena ed è ritornato a Roma. “Il mio processo – commentò Pell uscendo dal carcere – non è stato un referendum sulla Chiesa cattolica, né un referendum su come le autorità della Chiesa in Australia hanno affrontato il crimine della pedofilia nella Chiesa. Il punto era se avevo commesso questi terribili crimini e non l’ho fatto”. Aggiungendo che “l’unica base per la guarigione a lungo termine è la verità e l’unica base per la giustizia è la verità, perché giustizia significa verità per tutti”.

                Benedetto XVI – Per anni l’ordine della Santa Sede era quello di insabbiare la pedofilia. Lo ammise lo stesso Benedetto XVI (¤1927): “Perché in passato non si è reagito allo stesso modo di oggi? Anche la stampa prima non ha dato rilievo a queste cose, la coscienza a quel tempo era diversa. Sappiamo che le stesse vittime provavano grande vergogna e all’inizio non sempre vogliono essere messe subito sotto la luce dei riflettori. Molte sono state in grado di raccontare quello che era loro accaduto soltanto dopo decenni”. E aggiunse: “Quello però che non deve mai succedere è che si fugga e si faccia finta di non vedere e si lasci che i colpevoli continuino nei loro misfatti. È necessaria quindi vigilanza da parte della Chiesa, che punisca chi ha mancato e soprattutto che lo escluda da qualsiasi altra possibilità di entrare in contatto con dei bambini”.

                Francesco (¤1936)– Il suo successore ha fatto molti passi avanti nella tolleranza zero della pedofilia del clero. Norme severissime non solo per i colpevoli, ma anche per coloro che insabbiano gli abusi. Provvedimenti a molti indigesti all’interno della Chiesa perché mettono i vescovi con le spalle al muro davanti alle loro responsabilità e alle loro omertà, ma resi necessari da una piaga decisamente devastante all’interno del cattolicesimo. Nel febbraio 2019 Bergoglio convocò in Vaticano i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo in un inedito summit sulla pedofilia del clero. Il Papa volle che a parlare fossero anche alcune vittime. Da quell’evento sono scaturiti provvedimenti concreti, come l’abolizione del segreto pontificio per gli abusi. Ma i passi da compiere sono ancora tanti. Nell’ultima assemblea generale straordinaria della Cei, nel novembre 2021, il vescovo di Ravenna-Cervia, monsignor Lorenzo Ghizzoni (¤1955), che è anche presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nella Chiesa, aveva proposto un’indagine sulla pedofilia del clero anche in Italia. La stragrande maggioranza dell’episcopato italiano si è subito opposta con il timore di uno tsunami ingestibile e richieste risarcitorie impossibili da sostenere. L’ennesimo muro che fa ben comprendere quanto l’omertà sulla pedofilia nella Chiesa sia ancora difficile da far crollare.

                Francesco Antonio Grana            Il Quotidiano    21 gennaio 2022

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Ratzinger, oltre a Monaco c’è una pagina nera nel suo pontificato

                Meraviglia il coro di meravigliate esclamazioni. Soltanto perché spunta un nome eccellente: Joseph Ratzinger. Come se l’elenco orrendo dei 497 abusi nella diocesi di Monaco di Baviera non confermasse ciò che ormai è acclarato da tempo dalle inchieste svoltesi nella Germania stessa, in [Francia,] Irlanda, Australia e Stati Uniti.

                Disattenzione, sciatteria, copertura cosiddetta a fin di bene per “non turbare” i fedeli sono state per decenni e secoli una prassi costante, nella Chiesa cattolica come in altre comunità religiose. L’inchiesta di Monaco mette in luce le responsabilità di tutti gli arcivescovi dal dopoguerra ad oggi. Che siano brillanti o meno, riformatori o moderati, protagonisti delle riforme conciliari come il cardinale Michael von Faulhabe [1869-1952, arcivescovo di Monaco 1917-1952], destinati a diventare addirittura custodi della fede al Sant’Uffizio come Ratzinger e poi ascendere al trono papale – tutti non sono stati all’altezza della situazione, tutti hanno commesso “errori di comportamento” (per usare un termine neutro).

                Per restare ai fatti: a Ratzinger, arcivescovo di Monaco dal 1977 al 1982, viene addebitato di non avere preso nessuna misura contro quattro preti pedofili. Uno, Peter Hullermann, già responsabile di abusi, venne trasferito in Baviera dalla diocesi di Essen con l’obbligo di sottoporsi ad una terapia. Poche settimane dopo gli era già stato affidato un incarico pastorale (e poi ha continuato ad abusare).

                Dal caso Spotlight fino al coinvolgimento di Ratzinger: ecco come gli scandali dei cardinali hanno svelato la pedofilia nella Chiesa, riscrivendone la storia recente. Sostiene l’ex pontefice Ratzinger di non averne saputo nulla e di non essere stato presente alla riunione in cui il vicario generale della diocesi Gerhard Gruber annunciò la decisione. Il reverendo Gruber afferma però oggi di avere ricevuto pressioni – quando esplose il caso durante il pontificato di Benedetto XVI – perché dichiarasse di assumersi tutta la responsabilità da solo. Altri due casi sono persino più gravi: per altri due preti pedofili le autorità statali avevano già certificato azioni criminose. Non successe nulla. Continuarono tranquillamente la “cura delle anime” in diocesi. Ratzinger ha scritto alla commissione d’inchiesta dello studio legale Westpfahl Spilker Wastl (WSW) di respingere “rigorosamente” gli addebiti. Pensare che la storia finirà qui, pari e patta, tra un’accusa e una smentita, non ha senso. La procura bavarese ha già aperto fascicoli per 42 casi. Davvero nella diocesi di Monaco non c’era l’abitudine di chiedersi che fine avesse fatto la “cura” dell’abusatore Hulermann? E’ pensabile che in arcivescovado non interessasse a nessuno sapere dove operavano due preti pubblicamente sanzionati per reati? Sarà importante leggere integralmente il documento dello studio legale WSW e sarà ugualmente importante poter leggere le 82 pagine della memoria inviata dagli avvocati di Ratzinger ed eventualmente le sue ulteriori controdeduzioni.

                Joseph Ratzinger-Benedetto XVI è di sicuro, per le sue qualità, una personalità di rilievo della Chiesa cattolica contemporanea. Un teologo di primo piano, un pensatore raffinato, una persona sensibile. È il pontefice che a un certo punto ha imboccato la strada di un rigoroso contrasto agli abusi nella Chiesa. Il Vaticano ha pubblicato nel decennio scorso un documento da cui risulta che Benedetto XVI in un biennio (2011-2012) aveva già allontanato 400 sacerdoti abusatori. “Un santo”, lo ha definito suor Jeannine Grammi, che pure è stata perseguitata dal Sant’Uffizio diretto da Ratzinger. Un santo ma non un santino.

Pedofilia, rapporto sulla diocesi di Monaco: 497 vittime. Il Papa emerito è accusato di negligenza per 4 casi.  Per lo più si tratta di giovani di sesso maschile, il 60% dei quali di età compresa fra gli 8 e i 14 anni. Gli abusatori sono almeno 235, fra cui 173 preti, 9 diaconi, 5 referenti pastorali e 48 persone dell’ambito scolastico

www.ilfattoquotidiano.it/2022/01/20/pedofilia-rapporto-sulla-diocesi-di-monaco-retta-ratzinger-497-vittime-di-abusi-papa-emerito-accusato-di-negligenza-per-4-casi/6462455/

                La storia non ha bisogno di santini. La storia non tollera sbianchettamenti. C’è una pagina nera nel pontificato di Benedetto XVI, che riguarda una vicenda drammatica di abusi. La vicenda di Marcial Maciel, [1920-2008. messicano] fondatore dei Legionari di Cristo. Diventato pontefice, Joseph Ratzinger era perfettamente al corrente dei crimini di Maciel, abusatore seriale di seminaristi e persino di uno dei propri figli nati in clandestinità. Benedetto XVI ha allontanato Maciel dalla guida dei Legionari di Cristo, lo ha sospeso a divinis e gli ha imposto una vita in ritiro e penitenza. Ma non lo ha portato dinanzi ad un tribunale canonico come è richiesto dalle norme della Chiesa. Allontanare Maciel dalla vita pubblica è stato riconoscergli un trattamento di favore – con il pretesto dell’età avanzata e del suo fragile stato di salute… e probabilmente con l’intento di non sconvolgere immediatamente l’organizzazione da lui creata.

                Un processo non è un dettaglio. È il momento in cui i crimini di un colpevole diventano pubblici, il momento in cui il criminale deve risponderne all’opinione pubblica, il momento in cui emergono le complicità che gli hanno permesso di continuare impunemente i suoi crimini. Benedetto XVI, che tutto sapeva e poteva, ha deciso di non celebrare il processo e così le vittime non hanno mai ricevuto pubblica giustizia. Sono rimaste un numero, senza poter assurgere nemmeno alla dignità di vittime. Solo dopo la sua morte (nel 2008) è stato diffuso un documento con la chiara testimonianza dei crimini di Marcial Maciel. Ma un processo è un’altra cosa. Maciel non è mai stato condannato né cacciato dallo stato clericale.

                È una pagina oscura che pesa sul governo ratzingeriano. È successo proprio quello che anni dopo nella Lettera ai cattolici irlandesi Benedetto XVI avrebbe denunciato come inammissibile: una “preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare scandali (ha) portato come risultato alla mancata applicazione delle pene ecclesiastiche … ”. Così la fiducia delle vittime è stata tradita fino alla fine.

Marco Politi, vaticanista              Il fatto quotidiano - 22 gennaio 2022

www.ilfattoquotidiano.it/2022/01/22/ratzinger-oltre-a-monaco-ce-una-pagina-nera-nel-suo-pontificato/6464386

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COGNOME DEL MARITO

No al cognome del marito se non sussiste un interesse meritevole di tutela

Corte di Cassazione, sesta Sezione civile, ordinanza n. 654, 11 gennaio 2022

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L'aggiunta del cognome maritale è un effetto del matrimonio circoscritto temporalmente alla perduranza del rapporto di coniugio. L'eccezionale deroga alla perdita del cognome maritale è discrezionale e richiede la ricorrenza del presupposto dell'interesse meritevole di tutela dell'ex coniuge”.

                Con l'ordinanza, la Cassazione è intervenuta in materia di mantenimento del cognome del marito, da parte della ex moglie, a seguito della pronuncia di divorzio. Con un unico motivo, la ricorrente denunciava la violazione e falsa applicazione dell'art. 5, comma terzo, della L. n. 898/1970, ai sensi del quale: “il tribunale con la sentenza con cui pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, può autorizzare la donna che ne faccia richiesta a conservare il cognome del marito aggiunto al proprio quando sussista un interesse suo o dei figli meritevole di tutela”.

                A parere della difesa della donna, la Corte territoriale non ha tenuto conto, screditando le prove documentali prodotte in giudizio, dell'interesse alla conservazione del cognome, divenuto parte integrante della sua identità personale e della sua vita sociale in quanto da oltre 25 anni è nota nella città dove vive solo con il cognome dell'ex marito. La Corte ha dichiarato inammissibile il motivo di ricorso.

                La Suprema Corte ha ritenuto che la ricorrente abbia richiesto, sotto l'apparente denuncia di violazione di legge, un vero e proprio riesame nel merito e una rinnovata valutazione dei fatti allegati. Secondo l'orientamento maggioritario della giurisprudenza di legittimità, stando alla lettura dell'art. 143 bis cod. civ., “la donna aggiunge al proprio cognome quello del marito e lo conserva durante lo stato vedovile, fino a che passi a nuove nozze”: dunque trattasi di un effetto del matrimonio circoscritto alla perduranza del rapporto di coniugio.

                La regola generale è quella contenuta nel richiamato art. 5 della L. n. 898/1970 e cioè: “la moglie riacquista il cognome che essa aveva antecedentemente al matrimonio” ma, come statuisce il comma terzo, in presenza di un interesse meritevole di tutela, il Giudice può autorizzare la donna a mantenere il cognome dell'ex coniuge, dopo aver valutato la sussistenza delle circostanze eccezionali richieste dalla richiamata normativa.

                Va ricordato che nell'ipotesi di violazione, da parte della donna divorziata, del divieto dell'uso del cognome del marito, quest'ultimo può, ai sensi dell'art. 7 cod. civ., chiedere la cessazione del fatto lesivo oltre al risarcimento del danno tenendo, tuttavia, presente che mentre per l'azione inibitoria è sufficiente che l'attore dimostri un potenziale pregiudizio, per poter esercitare l'azione risarcitoria devono sussistere i requisiti, tanto soggettivi quanto oggettivi, dell'illecito aquiliano, di cui all'art. 2043 cod. civ. (ex multis, Cass., n. 8081/1994). A tal proposito, nella ordinanza in commento, la Cassazione ha messo in evidenza come l'uso perdurante del cognome possa costituire un pregiudizio per il coniuge che lo abbia inibito e che intenda ricreare un nuovo nucleo familiare che sia riconoscibile e riconosciuto come legame attuale “anche nei rapporti sociali e in quelli rilevanti giuridicamente”.

                Per gli ermellini, il giudice di merito ha correttamente applicato i principi giuridici a supporto della decisione motivando la mancanza di un interesse reale e concreto al mantenimento del cognome perchè “sostanzialmente rivolto alla conservazione e/o affermazione della notorietà derivante dall'ex marito nelle frequentazioni sociali, ossia tra quelle stesse persone che, come evidenziato dal tribunale, non possono ignorare le vicende della coppia”.

                La genericità dei capitoli di prova formulati dalla difesa, non hanno supportato la richiesta di uso del cognome né dimostrato la sussistenza del presupposto di un interesse concreto ed eccezionale, così come, dalle allegazioni prodotte, non si evince come il cognome dell'ex coniuge potesse rappresentare un identificativo della donna dal punto di vista sociale e personale. Per questi motivi, la Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e condannato la ricorrente alla rifusione delle spese di giudizio.

Avv. Francesca De Carlo                              Altalex                 20 gennaio 2022              

www.altalex.com/documents/news/2022/01/20/no-al-cognome-del-marito-se-non-sussiste-un-interesse-meritevole-di-tutela

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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Indagine in Italia la Cei spaccata. Si decide a maggio

                Tutto dipenderà da chi sarà il prossimo presidente dei vescovi italiani. A maggio l’assemblea della Cei eleggerà il successore del cardinale Gualtiero Bassetti e a seconda di quale nome uscirà si capirà se anche in Italia potrà iniziare dall’alto un lavoro di analisi dell’operato dei vescovi in merito ai casi di abusi sessuali su minori commessi da preti oppure no.

                La notizia è che una parte dell’episcopato ha capito che questo lavoro di verità e giustizia insieme è imprescindibile e deve riguardare ogni diocesi. Infatti, secondo dati non ufficiali, ma che girano anche Oltretevere, l’Italia ha un numero importante di accuse di abusi sessuali su minori perpetrati da parte di sacerdoti e al quale in pochi vogliono guardare. Insieme alla Spagna, è l’Italia uno dei Paesi europei più reticenti a un’azione comunitaria dell’episcopato sul modello di quanto sta avvenendo a Monaco. Ha detto lo scorso ottobre Bassetti che «è pericoloso affrontare la piaga della pedofilia con delle statistiche». E ancora: «La conoscenza del fenomeno va fatta scientificamente. Noi abbiamo fatto la cosa più importante per la prevenzione e il monitoraggio nelle diocesi». Il nome del prossimo presidente dei vescovi non lo conosce nessuno. Fra i tanti “papabili”, sembra che il cardinale Paolo Lojudice, presule di Siena, e l’arcivescovo Erio Castellucci di Modena, siano quelli più propensi a un eventuale lavoro di scavo e verità in merito alla pedofilia. Lojudice, in particolare, è molto sensibile al tema dei minori. Da presidente dell’Osservatorio per la tutela dei minori “Fonte d’Ismaele” ha chiesto che vengano convocati gli Stati Generali dell’Adozione. Mentre all’udienza dal Papa dell’Associazione Meter che da tempo lotta contro la pedofilia, il fondatore don Fortunato Di Noto ha voluto proprio lui al suo fianco.

                La paura di molti presuli è che i numeri veri escano allo scoperto. Francesco da sempre ha dato ascolto alle vittime, mettendole al centro di un serio lavoro di trasparenza. Riceve diverse di loro a Santa Marta, anche lontano dai riflettori dei media. Tuttavia, a parte iniziative su singoli casi, lascia che siano gli episcopati dei Paesi ad agire nel modo che ritengono più opportuno. Dopo aver respinto le dimissioni di Marx il giugno scorso sembra inverosimile che, a motivo dell’uscita del report, torni sulla sua decisione e lo porti a dimettersi. Sebbene l’operato del porporato non sia stato impeccabile a Monaco, come anche, si dice, nella sua diocesi precedente, Treviri.

                Joseph Ratzinger è ancora lucido, nonostante l’età. Si consiglia con il suo segretario particolare e con altri fedelissimi. Al momento ha negato la veridicità delle accuse anche se non ha ancora avuto modo di leggere approfonditamente il report. In futuro non è escluso che delle scuse possano arrivare anche da lui, in scia a quanto ha fatto Marx in queste ore, il primo dei presuli a rendersi conto degli sbagli fatti.

Paolo Rodari     “la Repubblica” 21 gennaio 2022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202201/220121rodari2.pdf

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DALLA NAVATA

III Domenica del tempo ordinario o della Parola di Dio (anno C)

Neemia                               08,08. I leviti leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il                                             senso, e così facevano comprendere la lettura.

Salmo                                   18,15. Ti siano gradite le parole della mia bocca; davanti a te i pensieri del mio                                              cuore, Signore, mia roccia e mio redentore.

Paolo a 1Corinzi               12,12 Fratelli, come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del                                       corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti                                       siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci,                                          schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito.

LUCA                                    01, 01. Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si                                       sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono                                              testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho                                       deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un                                    resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto                                              della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.

 

                Dobbiamo recuperare la forza liberante della profezia evangelica. Intanto, per quanto ci riguarda, lasciando da parte le facili obiezioni dei tutori dell’autorità centripeta che dicono di non far politica, di non entrare in politica, perché la liberazione dell’uomo abbraccia tutto il perimetro delle attese umane e in questo perimetro c’è anche il lato politico. Ce ne sono tanti altri. Non dobbiamo aver riguardo di fronte a nessuna riserva perché esse sono la specialità dei commentatori del libro che hanno un ruolo particolare nella piazza in cui Esdra legge e proclama la legge. Dobbiamo domandarci come facciamo a realizzare l’oggi di Dio. Questa è la domanda del cristiano. Lo realizziamo secondo la regola e l’esempio di Gesù che trova il suo culmine, in cui tutto si spiega e prende senso, nella morte e resurrezione. Questo è l’epicentro di ogni discorso cristiano.

                 Noi siamo nella generazione che ha avuto la ventura di comprendere meglio queste cose e comprendere meglio vuol dire entrare in grande tribolazione interiore perché le due unità ci attraversano, non sono dati oggettivi di fronte a cui compiere in maniera indifferente la nostra scelta: ne siamo coinvolti. I nostri istinti, i nostri appetiti, anche i più alti e i più elevati, ci portano a privilegiare l’unità di coesione e quindi a dimenticarci di tutti gli esclusi la cui presenza ci inquieterebbe, ci toglierebbe l’appetito, ci toglierebbe le sicurezze di cui viviamo. L’altra unità è quella che ci affascina perché, ne sono sicuro, non si può che vibrare di consenso dinanzi ad una unità del genere umano in cui finalmente i poveri hanno avuto la bella notizia. La buona notizia di un povero non può essere solo quella: ‘quando morirai andrai in paradiso’, ma è anche quella cha le sue attenzioni sempre frustrate, che non sono materiali, saranno soddisfatte. Nel povero, la distinzione fra spirituale e materiale non c’è, è una distinzione propria degli esperti dei libri in quanto un povero che ha i figli che muoiono di fame non distingue il bisogno spirituale e quello materiale ma finalmente e drammaticamente l’unità dell’essere umano gli piomba addosso. Noi distinguiamo perché abbiamo le condizioni esistenziali per farlo ma di questo, uomini del libro e per questo dannati ci verrà reso conto. Dobbiamo riprendere in mano la fecondità straordinaria e inesauribile di questo semplice annuncio di Gesù che comporta la revisione di molte categorie interpretative. Mentre il Presidente degli Stati Uniti giurava sulla Bibbia, quella stessa Bibbia veniva sicuramente letta da qualche povera comunità nelle campagne brasiliane, che trovava in quelle parole la forza di sperare. Il destino di. quel libro, se un destino di salvezza ha, è di essere la fiaccola in mano ai poveri, di dare speranza a chi non l’ha, di far vedere i ciechi, di far ascoltare i sordi, di spezzare le catene dei carcerati.

                p. Ernesto Balducci (¤1922-†1992)          da: Omelie sparse – 1989

www.fondazionebalducci.com/23-gennaio-2022-3-domenica-tempo-ordinario-anno-c

www.fondazionebalducci.com/23-gennaio-2022-3-domenica-tempo-ordinario-anno-c

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DIBATTITI

La discussione parlamentare sul “suicidio assistito”

Camera dei Deputati                               www.camera.it/leg18/126?tab=1&leg=18&idDocumento=1418&sede=&tipo=

t 6 luglio 2021: testo unificato di 8 proposte, adottato come testo base dalle due Commissioni Giustizia e Affari sociali

t13 dicembre 2022: assemblea discussione del testo unificato delle pdl: Disposizioni in materia di morte volontaria medicalmente assistita. (9 articoli)                               www.camera.it/leg18/410?idSeduta=0613&tipo=sommario

                               Testo unificato  a 1\2 pagina di

www.camera.it/leg18/995?sezione=documenti&tipoDoc=lavori_testo_pdl&idLegislatura=18&codice=leg.18.pdl.camera.2_A.18PDL0167820&back_to=https://www.camera.it/leg18/126?tab=2-e-leg=18-e-idDocumento=1875-e-sede=-e-tipo=

 

Fine vita, le aperture della rivista Civiltà Cattolica agitano le acque nella Chiesa

                Papa Francesco ha detto che in seno alle società democratiche gli argomenti più delicati “vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise”. È quanto ha fatto il gesuita padre Carlo Casalone, medico e membro della Pontificia Accademia per la Vita, in un articolo apparso su Civiltà Cattolica e dedicato alla necessità di non affossare la legge sul fine vita.                       www.laciviltacattolica.it/articolo/la-discussione-parlamentare-sul-suicidio-assistito

newsUcipem n. 893, pag.19

                L’articolo, rivisto come tutte le bozze della rivista dalla Segreteria di Stato (cosa non da poco, vista la delicatezza del tema) si schiera contro l’idea che sia lecito far morire, ma nello stesso tempo ritiene legittimo discutere su come “lasciar morire” e cioè sulla necessità di trovare un modo concreto ed efficace per impedire l’accanimento terapeutico e le sofferenze inutili nonostante vi siano difficoltà a normare il tutto. La proposta di legge sulla “morte volontaria medicalmente assistita”, discussa il 13 dicembre 2021 scorso in Aula, dovrebbe essere votata a febbraio.

www.repubblica.it/politica/2021/12/13/news/fine_vita_inizia_la_battaglia_in_aula_rischio_voti_segreti_e_franchi_tiratori-329968799/

Per Civiltà Cattolica potrebbe costituire una base ragionevole, per quanto imperfetta, per determinare un quadro sul quale coagulare chi condivida il suicidio assistito. Scrive Riccardo Cristiano su Formiche in un articolo non a caso rilanciato dal sito di Civiltà Cattolica: “Non si impedirebbe il referendum, l’approvazione di questa proposta di legge non lo farebbe decadere, ma si potrebbe costruire un diverso consenso”.

                                               https://formiche.net/2022/01/fine-vita-compromesso-civilta-cattolica

C’è un punto della proposta di legge che Casalone condivide. È laddove essa permette di sospendere i trattamenti che – nel dialogo tra operatori sanitari, malato e (per quanto possibile) familiari – sono ritenuti sproporzionati. La legge regolamenta anche, in previsione di una “futura incapacità di determinarsi”, l’espressione anticipata del proprio giudizio e la nomina di un fiduciario. Inoltre, promuove le cure palliative e il trattamento del dolore”. “Dunque in questa legge – annota ancora Cristianosi distingue tra lasciar morire e far morire, il punto che alla Civiltà Cattolica sta a cuore porre come bussola in un mare agitato”.

                Casalone sa che la proposta di legge, pur non trattando di eutanasia, diverge dalle posizioni sulla illiceità dell’assistenza al suicidio che la Chiesa ha ribadito in alcuni documenti. Tuttavia, si chiede: della proposta va data per forza di cose una valutazione negativa oppure la si può rendere meno problematica modificandone i termini più dannosi? Tale tolleranza, spiega, sarebbe motivata dalla funzione di argine di fronte a un eventuale danno più grave.

                Nonostante la prudenza di Casalone il fronte cattolico sembra comunque agitato. In particolare, sono sessanta associazioni cattoliche ad attaccare Civiltà Cattolica perché negherebbe che il testo della proposta di legge sia “eutanasico, quando al suo interno ogni singola norma va in quella direzione, inclusa quella che stabilisce che il giudice può comunque decidere per il decesso”. Per le associazioni non “si deve nemmeno dare l’impressione di cedere al ricatto referendario, prima ancora che la Consulta si esprima sull’ammissibilità del quesito”. E ancora: “Questa presa di posizione, al netto delle intenzioni dell’articolista, sarà certamente valorizzata dai sostenitori della ‘morte di Stato.

Paolo Rodari     La Repubblica                   18 gennaio2022

www.repubblica.it/cronaca/2022/01/18/news/fine_vita_le_aperture_di_civilta_cattolica_agitano_le_acque_nella_chiesa-334340766

 

Eutanasia e suicidio assistito, nodi seri tra stile e questioni di sostanza

Dura e persino insolente replica di due promotori del referendum al professor Giovanni Maria Flick [¤1940], presidente emerito della Corte Costituzionale, che lucidamente segnala le potenziali gravi conseguenze di un sì all’omicidio del consenziente.                                                           www.gmflick.it/?p=1476

www.avvenire.it/attualita/pagine/intervista-flick-suicidio-assistito-legge-referendum

                               Gentile direttore,                             il presidente emerito della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick, intervistato dal suo giornale venerdì 14 gennaio 2022, ha continuato a raccontare la favola che farà, farebbe, seguito all’esito positivo del referendum 'Eutanasia Legale', secondo la quale un ragazzo in forte depressione, perché abbandonato dalla fidanzata, potrebbe chiedere all’amico di 'spingere il grilletto' per darsi la morte. L’amico, sostiene Flick, dopo il referendum, non sarà punibile. Ci teniamo a sottolineare il mancato approfondimento dell’autore sulla giurisprudenza in materia. Le condotte descritte dalla sua storiella, infatti, sono costantemente condannate quali omicidi dolosi. Tra le altre cose, Flick forse non tiene conto neppure della giurisprudenza relativa al concetto di incapacità, che è da intendersi come una minorata capacità psichica, anche momentanea e transitoria, riconducibile ad esempio a una depressione o a una nevrosi. Dunque, secondo la giurisprudenza il caso del fidanzato depresso che chiede all’amico di ucciderlo non verrebbe mai inquadrato nella fattispecie di omicidio del consenziente bensì ricadrebbe nel comma 3 dell’art. 579 che non è oggetto dell’abrogazione referendaria. Il quesito referendario, infatti, mantenendo intatte le tutele per le persone vulnerabili come appunto i minori, gli incapaci (anche se momentaneamente a seguito di una delusione amorosa) e tutti coloro il cui consenso non sia libero, chiede l’abrogazione di un reato non solo inapplicato nella prassi ma soprattutto incostituzionale anche alla luce della sentenza 242/2019 sul caso Cappato- DjFabo che rende lecito il ricorso alla morte volontaria per i malati che, in presenza di certe condizioni, siano in grado di auto-somministrarsi il farmaco letale. La permanenza nel nostro ordinamento del reato di omicidio del consenziente rappresenta una discriminazione contraria alla nostra Costituzione in quanto non consente l’accesso alla morte assistita a tutte quelle persone che proprio a causa della malattia non hanno la possibilità materiale di somministrarsi il farmaco e hanno bisogno di un aiuto medico esterno. Forse, prima di paventare scenari irrealistici e terroristici relativi a percorsi di fine vita, occorrerebbe un maggiore contatto con la giurisprudenza e con le realtà legate a condizioni di malattia e sofferenza.                        Filomena Gallo e Rocco Berardo Associazione Luca Coscioni

 

                Caro direttore,                  non è l’amicizia che mi lega a padre Carlo Casalone e a Giovanni Maria Flick a farmi apprezzare le loro convergenti conclusioni circa la delicatissima e controversa questione del suicidio medicalmente assistito e, segnatamente, sulla legge a riguardo in discussione alla Camera. E cioè – semplifico – circa l’opportunità di lavorare in positivo ad essa per contribuire a scongiurare, se possibile, il 'male maggiore' del referendum, che, come è noto, ha raccolto oltre un milione di firme e che, sostanzialmente, condurrebbe a una liberalizzazione dell’eutanasia. Ancora: più che alle conclusioni, il mio apprezzamento va alla riflessione che a esse conduce e che Casalone ha limpidamente fissato in un articolo in uscita su 'La Civiltà Cattolica' che suggerisco di leggere e di meditare. Riassumo, molto semplificando. La tesi secondo la quale merita applicarsi a migliorare il ddl di cui è relatore Alfredo Bazoli è, dicevo, solo l’esito di un ragionamento imbastito intorno al concetto – noto alla teologia morale – di 'legge imperfetta'. Cioè alla onesta consapevolezza che essa non è compiutamente conforme al magistero e che tuttavia, nelle condizioni date, con opportuni correttivi, essa potrebbe corrispondere al 'bene comune in concreto possibile'. Se non ho inteso male, il percorso che porta a tale conclusione è il seguente: una puntuale e accurata disamina della proposta di legge in discussione; la precisa segnalazione delle sue criticità cui applicarsi; il costruttivo suggerimento degli auspicabili emendamenti al testo; la fissazione dei punti in cui esso si discosta dalla 'verità intera' prospettata dal magistero; soprattutto la preoccupazione per la visione a monte e le derive culturali a valle (anche sulla scorta di comparazioni internazionali) – il cosiddetto piano inclinato, che non è argomento peregrino – di una legge figlia della nostra temperie culturale. Con grande acume, Casalone, in apertura del suo saggio, fa cenno alla circostanza che la questione, imposta da casi singoli, drammatici e di forte impatto emotivo, meriterebbe di essere situata nel quadro di una riflessione ben altrimenti profonda e comprensiva, di natura etico-antropologia, circa il senso della vita, del dolore e della morte. Ma tant’è: la questione è in agenda e con essa ci si deve responsabilmente misurare. Pur con tutte le avvertenze sopra evocate, Casalone – e Flick, intervistato da 'Avvenire', con lui – utilmente e coraggiosamente svolge un ragionamento di natura etico-politica.

  1. Primo: ci si mette nei panni del legislatore («per chi si trova in Parlamento ...», si legge). Va apprezzato: per la mia piccola esperienza, troppe volte il legislatore cristiano ha avvertito un senso di solitudine, si è sentito giudicato dall’esterno, deprivato non dico del consenso (la responsabilità ultima è sua e non è declinabile), ma almeno della comprensione per il difficile compito cui è chiamato dentro le istituzioni.
  2. Secondo: l’aiuto nel praticare un lucido, oggettivo discernimento delle concrete condizioni di contesto. Sia politico sia culturale. Politico, ovvero le regole e le dinamiche del consenso dentro i regimi liberali, democratici e pluralisti ove – piaccia o non piaccia – si decide a maggioranza. Culturale: società nelle quali domina un senso comune di stampo individualistico-libertario e il 'dogma' dell’autodeterminazione. Padre Casalone riprende sul punto un intervento di papa Francesco all’indirizzo di un’associazione europea di medici dediti al fine vita, nel quale si incoraggia alla ricerca di «soluzioni normative condivise », come si conviene nelle società democratiche. Mi ha altresì colpito che 'La Civiltà Cattolica', nel sostenere come «non sia auspicabile sfuggire al peso della decisione affossando la legge», in nome dell’etica della responsabilità (cioè delle effettive conseguenze, leggi: il referendum incombente), accenni a un argomento raro nella parenesi cristiana: [esortazione, ammonimento] quello di non portare ulteriore acqua al mulino del discredito delle istituzioni politiche. Concorrendo a reiterare l’inadempienza del Parlamento a una sollecitazione da tempo avanzata dalla Corte costituzionale – che sul suicidio assistito ha sentenziato, ponendo paletti – perché esso provveda a colmare un vuoto normativo che scarica sui singoli magistrati decisioni troppo discrezionali (arbitrarie?) sui casi concreti che si vanno proponendo con doloroso clamore.

Franco Monaco già parlamentare della Repubblica

 

                Mi colpisce sempre il tono piccato e aggressivo di certi politici, e di certi avvocati – e i due importanti militanti dell’Associazione Coscioni questo sono, politici e avvocati – quando non solo affermano in modo dogmatico le loro 'verità', ma raggiungono e superano il limite dell’insolenza apostrofando bruscamente persone di grande statura e competenza – il bersaglio stavolta è il professor Flick, penalista insigne e presidente emerito della Corte costituzionale – che le hanno messe in difficoltà con stringenti argomentazioni sulle potenziali conseguenze dell’avventata operazione referendaria sull’eutanasia. Ma mi lascia francamente di stucco che costoro, come burberi maestrini e maestrine, pretendano di spiegare ai loro bersagli e a noi tutti come va il mondo e in questo caso – udite udite – di profetizzare come procederà imperituramente la giustizia italiana. Esercizio temerario. E tanto più se, con l’ascia referendaria, Filomena Gallo, Rocco Berardo e gli altri referendari si propongono di amputare e sconvolgere le norme che oggi impediscono di praticare come normale e addirittura civile l’omicidio di una persona che si dichiara (o viene presentata come) consenziente. Progettare un radicale e rischioso cambio di norme e assicurare che tanto la giurisprudenza, cioè i giudici chiamati volta per volta ad applicare le norme stesse, impedirà errori e autentici orrori somiglia più a una scommessa azzardata che a un ragionamento sostenibile. E il sonno della ragione, si sa, alla fine e desolatamente genera mostri e mostruose disumanità.

                La riflessione di Franco Monaco si sviluppa su un piano assai diverso, non solamente per la dichiarata amicizia nei confronti dei due interlocutori evocati – lo stesso Flick e padre Casalone autore su 'La Civiltà Cattolica' di un denso articolo su eutanasia e suicidio assistito che non merita letture superficiali – ma soprattutto per il tono e la qualità delle argomentazioni. Già solo il dato di stile aiuta a cogliere la diversità di approccio tra chi ha idee chiare e, a partire da esse, pratica il dialogo e il confronto politico- legislativo e alcuni sussiegosi interpreti di un radicalismo sentenzioso e per nulla non-violento (Pannella si rivolterà nella tomba) che vorrebbero scrivere e riscrivere a piacimento – e senza contraddittorio – leggi e decisioni giudiziarie e persino dettare la linea ai giudici costituzionali. Piano, signori e signore, est modus in rebus! Qui mi limito a sottolineare questo. Ma ricordo anche che il ddl sul suicidio assistito su cui si sta lavorando alla Camera nasce dalla presa d’atto della sentenza 242/2019 della Consulta, che ha aperto e posto seri limiti a questa pratica, e dalla constatazione che quei limiti purtroppo in alcuni casi emblematici già si tenta di ignorare o, comunque, di aggirare. Per questo è un impegno che merita di essere perseguito e perfezionato in modo onesto. Meglio, sempre, il cesello del legislatore saggio dell’accetta dei referendari.

Maro Tarquinio, direttore          di Avvenire        2° gennaio 2021

www.avvenire.it/opinioni/pagine/eutanasia-e-suicidio-assistito-nodi-seri-tra-stile-e-questioni-di-sostanza

 

Perché i cattolici possono sostenere la proposta di legge sul suicidio assistito

                “Civiltà cattolica” è una rivista con una lunga storia e una riconosciuta autorevolezza. È anche una rivista con una caratteristica particolare, che conferisce ai suoi articoli un supplemento di interesse per chi cerca di capire quel che si muove dietro le mura vaticane: i testi, prima di essere pubblicati, vengono sottoposti al vaglio della Segreteria di Stato. Così è accaduto, evidentemente, anche per l’articolo firmato da Carlo Casalone ¤1956 sulla proposta di legge sulla “morte volontaria medicalmente assistita”. Siamo dunque autorizzati a ritenere che sia stata considerata legittima per i cattolici, almeno come ipotesi sulla quale confrontarsi (nihil obstat quominus imprimatur, si sarebbe detto una volta), la tesi riassunta nell’abstract: il sostegno alla proposta di legge non deve essere scartato, perché potrebbe essere questa la via “per promuovere responsabilmente la tutela della vita e il bene comune possibile”. Anche se alcune modifiche sono auspicabili e resta la distanza da quanto sostenuto dal Magistero in tema di suicidio assistito.

                Le questioni legate al fine vita sono da tempo oggetto, anche all’interno della Chiesa cattolica, di una riflessione articolata e complessa, che mal si adatta alla contrapposizione secca fra il paradigma della indisponibilità e quello della disponibilità della vita, tanto semplice quanto fuorviante. Basti pensare a un documento come la Dichiarazione sull’eutanasia della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1980, che riconosceva apertamente la legittimità dei dubbi che possono nascere nel momento in cui si tratta di indicare il limite oltre il quale il dovere di cura viene sfigurato in accanimento clinico e ostinazione irragionevole. È alla coscienza del malato che viene affidata “in ultima analisi” la responsabilità delle decisioni, è alle sue “forze fisiche e morali” che deve essere commisurata la proporzionalità dei mezzi utilizzabili. Nella complessità di queste situazioni il riferimento normativo non può certo essere la morte naturale, proprio perché il dovere di curarsi implica quello di usare i potenti strumenti resi disponibili dalla scienza per combattere la malattia. E il dovere di renderli disponibili per tutti, per evitare che le disuguaglianze economiche si traducano in disuguaglianze terapeutiche che causano morti e sofferenze evitabili. Il problema è quello di capire e scegliere quando fermarsi nell’impiego di alcuni trattamenti o anche di tutti, sempre accompagnando nel modo più giusto chi soffre.

www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19800505_eutanasia_it.html

                La consapevolezza di queste difficoltà prepara il terreno per un confronto potenzialmente meno aspro rispetto a quanto accade in altri ambiti della bioetica, anche se questa opinione non è evidentemente condivisa da tutti, vista la durezza delle polemiche che si sono puntualmente accese in questi anni intorno ai drammatici ‘casi’ arrivati all’attenzione dell’opinione pubblica. L’articolo di Carlo Casalone, proprio in quanto approvato dalla Segreteria di Stato, è destinato a far discutere perché legittima un ulteriore vettore di riduzione del conflitto, che opera sulle modalità di partecipazione dei cattolici al dibattito e allo stesso processo di elaborazione e approvazione delle leggi sulle materie eticamente divisive.

                Nella Evangelium vitæ di Giovanni Paolo II, con specifico riferimento all’ipotesi di un voto parlamentare potenzialmente determinante su leggi in materia di aborto (ma all’interno di un paragrafo che si apre citando anche l’eutanasia), non veniva escluso il contributo all’approvazione di norme comunque non allineate ai contenuti della morale cattolica. A condizione che si tratti di intervenire, limitando i danni, per favorire una legge più restrittiva “in alternativa ad una legge più permissiva già in vigore o messa al voto”. Casalone riconosce che non è questo il caso, ma per sottolineare che “l’omissione di un intervento rischia fortemente di facilitare un esito più negativo”, anche in considerazione della sfida referendaria sulla depenalizzazione dell’omicidio del consenziente e delle condizioni culturali a livello internazionale che “spingono con forza nella direzione di scenari eticamente più problematici”. Come interpretare, dunque, il suo invito a presidiare questi scenari con “sapiente tenacia”?

                Della strategia della riduzione del danno fa parte la consapevolezza che gli spazi per un compromesso oggi forse perseguibile potrebbero non esserci più domani ed è parte integrante dell’esercizio della responsabilità politica la capacità di lavorare all’interno dei primi. Basta questo per allarmare i cattolici che interpretano come un inaccettabile cedimento al male ogni concessione a posizioni considerate incompatibili con il Magistero. Il riferimento al bene comune possibile suggerisce però un passo più coraggioso e sfidante.

                I cattolici possono rinunciare all’idea che le sole leggi buone – o almeno degne di sostegno e approvazione – siano quelle perfette (dal loro punto di vista), guadagnando in questo modo anche lo spazio per contribuire al miglioramento delle proposte in discussione (si pensi per esempio, per quanto riguarda quella della quale stiamo parlando, alla opportunità di chiarire ancora meglio cosa si intenda per “trattamenti di sostegno vitale”). Non è detto che ciò sia sempre possibile, ma questa è la direzione verso la quale si orienta, in questo caso, l’articolo di “Civiltà cattolica”. Questo atteggiamento rinvia alla scelta di vivere come un’opportunità di testimonianza e condivisione e non come una minaccia le dinamiche e anche le tensioni di una società pluralista. È però auspicabile che ciò che può valere per i cattolici valga per tutti. La solidità, la coesione, la fraternità di una comunità di liberi e uguali poggiano sulla disponibilità appunto di tutti ad accettare leggi che potranno a tutti (o comunque a molti) apparire imperfette, perché diverse da quelle che sceglierebbero se vivessero da soli.

Stefano Semplici *          Huffingtonpost                16 gennaio 2022

*1961 professore ordinario di Etica Sociale Università di “Tor Vergata” Roma

www.huffingtonpost.it/entry/perche-i-cattolici-possono-sostenere-la-proposta-di-legge-sul-suicidio-assistito_it_61e3d5a7e4b03874b2d8eb1b

 

Fine vita, si incrina il muro Vaticano

                Dalla Civiltà Cattolica arriva un’inattesa apertura alla proposta di legge sul suicidio assistito e un invito ai parlamentari a «non affossare» la legge, anche per evitare il peggio, che sarebbe rappresentato dal referendum pro eutanasia, promosso dall’associazione Luca Coscioni.

https://referendum.eutanasialegale.it/il-quesito-referendario

TESTO attuale Articolo 579 codice penale con le relative abrogazioni referendarie

(Omicidio del consenziente)

Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con la reclusione da sei a quindici anni.

Non si applicano le aggravanti indicate nell’articolo 61.

Si applicano le disposizioni relative all’omicidio [575-577] se il fatto è commesso:

¨       Contro una persona minore degli anni diciotto;

¨       Contro una persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti;

¨       Contro una persona il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno [613 2].

                Una via libera che, benché condizionato, fa infuriare i settori conservatori del mondo cattolico, sia parlamentari che extraparlamentari, e insospettire i sostenitori del referendum («sono partite le grandi manovre antireferendarie», commenta Riccardo Magi, radicale di +Europa). E un parere pesante, di cui molti deputati cattolici terranno conto, che potrebbe condizionare il voto di febbraio, quando la Camera sarà chiamata a pronunciarsi sulla legge: La Civiltà Cattolica infatti non è solo l’autorevole rivista dei gesuiti diretta da padre Spadaro, vicinissimo a papa Francesco, ma una sorta di organo ufficioso della Santa sede – le bozze vengono lette e corrette in Segreteria di Stato prima della pubblicazione –, che quindi ha autorizzato l’articolo.

                SIA CHIARO: la dottrina della Chiesa cattolica sul fine-vita non è cambiata, come del resto ha confermato a settembre 2020 la lettera Samaritanus bonus, firmata dalla Congregazione per la dottrina delle fede e approvata da papa Francesco (eutanasia e suicidio assistito sono «crimini contro la vita umana»).

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2020/09/22/0476/01077.html

                La legge in discussione «diverge dalle posizioni sulla illiceità dell’assistenza al suicidio» definite dal magistero, chiarisce Carlo Casalone, gesuita e medico, autore dell’articolo pubblicato sul fascicolo della Civiltà Cattolica uscito ieri.       www.laciviltacattolica.it/articolo/la-discussione-parlamentare-sul-suicidio-assistito

 Tuttavia essa costituisce la mediazione di una «legge imperfetta», rispetto all’eventualità di liberalizzare l’eutanasia tramite il referendum, che invece provocherebbe un «danno più grave», un vero e proprio «vulnus nell’ordinamento giuridico riguardo a un bene fondamentale, qual è la vita». Dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha assolto Marco Cappato dalle accuse di aver aiutato Fabiano Antoniani (dj Fabo) a suicidarsi, una normativa complessiva sul fine-vita si è resa necessaria. Tanto più che la stessa Corte ha espressamente sollecitato il Parlamento a colmare il vuoto legislativo.

                Nasce da qui la proposta di legge sulla «morte volontaria medicalmente assistita», che Casalone giudica sostanzialmente in linea con le indicazioni della Consulta.

                «Il testo – scrive il gesuita – riconosce non un diritto al suicidio, ma la facoltà di chiedere aiuto per compierlo a certe condizioni»: ovvero che vi sia una «condizione clinica irreversibile», associata «al dolore e alla sofferenza intollerabile» e unita alla pratica di «trattamenti sanitari di sostegno vitale, da cui il malato dipende».

                Tuttavia, secondo La Civiltà Cattolica, alcune parti della proposta di legge andrebbero emendate, per non assecondare quel «pendio scivoloso» che tende ad allargare le maglie della norma. Ad esempio, per quanto riguarda l’interruzione dei trattamenti vitali, Casalone suggerisce di aggiungere «che la loro sospensione condurrebbe al decesso in modo diretto e in tempi brevi». E di introdurre l’opzione «dell’obiezione di coscienza» per il personale sanitario coinvolto nelle «procedure e nelle attività specificamente dirette al suicidio», dal momento che la stessa proposta di legge prevede che la morte non sia «privatizzata» ma possa avvenire anche in una struttura ospedaliera pubblica.

                Allora piuttosto che «affossare» la legge, «con il rischio di favorire la liberalizzazione referendaria dell’omicidio del consenziente», meglio «renderla meno problematica modificandone i termini più dannosi» e poi approvarla (anche se, Casalone ne è cosciente, tecnicamente non impedirebbe il referendum, che interviene sulla modifica di un altro articolo del Codice penale). Per i parlamentari cattolici che votassero sì, è già pronta l’assoluzione: «sostenere questa legge – sostiene il gesuita – corrisponde non a operare il male regolamentato dalla norma giuridica, ma purtroppo a lasciare ai cittadini la possibilità di compierlo».[depenalizzazione]

                Quella della civiltà Cattolica è una «provocazione», tuona Paola Binetti, senatrice dell’Udc e numeraria dell’Opus Dei: l’articolo ritiene la legge in discussione alla Camera «un male minore rispetto all’ipotesi referendaria», ma «il magistero della Chiesa e papa Francesco più volte in questi ultimi tempi hanno ribadito un no inequivocabile davanti alla morte anticipata per intervento diretto di qualcuno». Sulla stessa linea si attesta Massimo Gandolfini, presidente del Family day: si tratta di un «cedimento inaccettabile» su un tema «non negoziabile come quello della vita», «non mi è chiaro perché per fermare un male ne facciamo un altro. Io non accetto questa idea».

Luca Kocci  ¤1053, docente scuola superiore, scrittore  il Manifesto       16 gennaio 2022

https://ilmanifesto.it/fine-vita-si-incrina-il-muro-vaticano

www.ilriformista.it/blog/fine-vita-superare-gli-steccati/?refresh_ce

www.ilsussidiario.net/news/eutanasia-civilta-cattolica-a-chi-giova-dimenticare-francesco-e-fratelli-tutti/2277769

www.ilfattoquotidiano.it/2022/01/15/suicidio-assistito-i-gesuiti-prendono-posizione-e-aprono-il-dibattito-dentro-la-chiesa-la-legge-non-sia-affossata/6456628

https://formiche.net/2022/01/fine-vita-compromesso-civilta-cattolica

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DIRITTI

I diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia – I dati regione per regione 2021

                Il Gruppo CRC pubblica la seconda edizione del Rapporto “I dati regione per regione 2021”, a distanza esatta di tre anni dalla prima. La pubblicazione affianca l’analisi nazionale sviluppata nel Rapporto annuale di monitoraggio con l’obiettivo di offrire una fotografia regionale attraverso una serie di indicatori che sintetizzano le principali informazioni ad oggi disponibili a livello regionale. Partendo dai contenuti dei rapporti annuali di monitoraggio, sono stati individuati sette raggruppamenti tematici, due in più rispetto alla prima edizione.

                Fin dall’inizio questa pubblicazione è stata vista come un nuovo modo per il Gruppo CRC di sollecitare e dare un contributo alle istituzioni locali, attraverso informazioni utili a comprendere le condizioni in cui vivono i bambini e gli adolescenti nelle nostre regioni al fine di migliorare la capacità di tutela e di effettiva promozione dei diritti dell’infanzia su tutto il territorio nazionale. La pubblicazione è organizzata in schede regionali che offrono dati sintetici e comparabili relativi alle aree tematiche individuate. Ciascuna scheda illustra il dato relativo a ogni regione mettendolo a confronto con quello nazionale, per evidenziare le specificità regionali rispetto alle tendenze medie presenti nel nostro Paese.

                Per facilitare la comprensione dell’andamento nel tempo dei diversi indicatori, è stata aggiunta la tendenza del dato rispetto a quelli raccolti nella precedente edizione, sia a livello regionale che a livello nazionale.     Leggi i dati regione per regione:

http://gruppocrc.net/wp-content/uploads/2021/11/Rapporto_CRC-dati_regione_2021.pdf

Scarica il documento Rapporto CRC - dati per regione 2021

https://gruppocrc.net/documento/i-dati-regione-per-regione-2021

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DIVORZI

Matrimoni, divorzi, separazioni in Italia

                Nel 2020 si sono celebrati i 50 anni della legge sul divorzio in Italia. A partire dal 1970, i matrimoni hanno iniziato a diminuire e l’instabilità coniugale, anche se più contenuta rispetto a quella di altri paesi europei, è in costante aumento. Diverse fonti ci aiutano a rispondere a molteplici interrogativi ancora aperti sull’instabilità coniugale nel nostro Paese.

                La tenuta dei matrimoni nel tempo. I dati sulle separazioni legali, raccolti da fonti amministrative esaustive, consentono di monitorare costantemente l’andamento dello scioglimento dei matrimoni. Ancor più informativo è l’uso integrato di questi dati con quelli della rilevazione dei matrimoni, secondo un approccio basato sui registri attualmente in progressivo consolidamento. Combinando a livello aggregato i dati provenienti dalle due fonti è stato possibile condurre un’analisi di sopravvivenza alla separazione legale dei primi matrimoni celebrati tra il 1975 e il 2015.

 

                La Figura 1 mostra, per ciascuna coorte di matrimonio, la proporzione di matrimoni ancora intatti alle successive durate, cioè dopo 1, 2, …n anni di vita insieme. Di coorte in coorte, la proporzione di matrimoni sopravviventi a qualsiasi durata è in calo, mostrando così una crescente tendenza all’anticipazione della dissoluzione. Dopo 5 anni di matrimonio, praticamente quasi tutti i matrimoni celebrati nel 1975 sono ancora intatti (con appena 21 separazioni ogni 1.000 matrimoni iniziali), fino a 939 per 1.000 matrimoni del 2000 (con 61 separazioni ogni 1.000 matrimoni). Il minimo relativo nei livelli di sopravvivenza si raggiunge con i matrimoni celebrati nell’anno 2000; invece, le coorti successive del nuovo millennio mostrano un tasso di sopravvivenza in lieve aumento.

                Il trend di lungo periodo di crescente instabilità coniugale e la sua progressiva anticipazione rispetto alla durata del matrimonio sembra quindi arrestarsi con l’avanzare delle coorti del nuovo millennio. Questo potrebbe suggerire che è in atto un processo di selezione, nel senso che i (primi) matrimoni recenti, sempre meno numerosi, avvengono tra partner molto motivati e in condizioni socio-economiche favorevoli, in grado cioè di superare le difficoltà che i giovani adulti hanno dovuto affrontare nella seconda decade del 2000 e che hanno reso se possibile ancora più lungo e selettivo il processo di transizione verso l’età adulta.

                Chi si separa di più? I dati hanno permesso di dettagliare l’analisi rispetto a numerose caratteristiche dei partner e del matrimonio, sia singolarmente sia in maniera combinata, come discusso in dettaglio nel recente articolo pubblicato su Genus (cfr. “Per saperne di più”).

https://genus-springeropen-com.translate.goog/articles/10.1186/s41118-021-00138-2?_x_tr_sl=en&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=sc

                Per esempio, i matrimoni celebrati con rito civile – in forte crescita negli ultimi anni – appaiono molto più fragili di quelli celebrati con rito religioso anche se si riduce, di coorte in coorte, il divario nel rischio di separazione tra le due tipologie di rito. Ampio anche il differenziale territoriale. Nel Nord, seguito dal Centro, i tassi di separazione sono i più elevati, e crescono di coorte in coorte per tutte le durate di matrimonio con una forte riduzione dei matrimoni sopravviventi. Nel Sud invece la più elevata “tenuta” dei matrimoni si riscontra anche tra coloro che si sono sposati molti anni prima. Per fare un esempio, dopo 15 anni dalle nozze, dei primi matrimoni celebrati nel Nord ne restano intatti circa 900 per coloro che si sono sposati nel 1975 e solo 760 per coloro che invece si sono sposati nel 1995. Facendo lo stesso confronto per il Sud, dopo 15 anni, sono circa 960 i matrimoni celebrati nel 1975 a rimanere intatti, ma i matrimoni del 1995 che sopravvivono alla stessa durata sono solo poco inferiori (circa 900). Anche il regime patrimoniale scelto al momento del matrimonio può fare la differenza: i matrimoni con comunione di beni risultano essere costantemente più solidi di quelli con separazione e il cambiamento tra le coorti è molto lento.

                Fin qui il confronto tra singole caratteristiche, ma il passaggio ulteriore, che questi dati di fonte esaustiva permettono di fare anche su un fenomeno relativamente poco diffuso come quello delle separazioni in Italia, è la costruzione di profili ottenuti combinando più aspetti. Tali profili possono essere più o meno associati alla separazione a parità di durata del matrimonio per ciascuna coorte. Ad es. tra i matrimoni celebrati nel 2000 quelli più longevi, a qualsiasi durata, sono quelli celebrati nel Sud con rito religioso e in comunione dei beni. Al contrario, i matrimoni meno duraturi sono quelli celebrati nel Nord con il rito civile e in separazione dei beni.

 

lla Guarneri, Francesca Rinesi, Romina Fraboni e Alessandra De Rose   21 gennaio 2022

www.neodemos.info/2022/01/21/non-ci-sono-piu-i-matrimoni-di-una-volta-frequenza-e-caratteristiche-delle-separazioni-in-italia

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DONNE NELLA (per) LA CHIESA

La Chiesa e le donne. Non parliamo di genio o complementarietà

                L'identità fondante della Chiesa, insieme alla sua vocazione e missione, è I’unità. Questa qualità distintiva era l’essenza delle prime generazioni di cristiani, per cui è naturale per noi dover ripercorrere il giusto modo di vivere e di stare insieme in “un unico accordo”. Una serena armonia di cuori è il modo in cui il libro degli Atti (2,44-47) descrive lo stile di vita della prima comunità credente. Ed è anche ciò che deve tenere occupati tutti i cristiani durante il cammino verso la fine della vita, quando tutte le loro relazioni verranno trasfigurate. La relazione tra uomini e donne richiede conversione, ci chiama ad incontrarci, approfondire la conoscenza gli uni degli altri in modo da arrivare pacificamente alla comprensione reciproca. A questo proposito, non c’è dubbio che quello che stiamo vivendo è un momento kairos (critico). Ci invita a fare uno sforzo reale per essere lungimiranti, non solo per quanto riguarda ciò che sta accadendo nelle nostre società, ma anche per il modo in cui noi stessi viviamo la dimensione maschile e femminile all’interno del corpo ecclesiale.

                Sappiamo che la questione dell’identità di genere è attualmente oggetto di un acceso dibattito sociale. La differenza tra i sessi, un fatto che ha certamente scosso la coscienza umana fin dall'alba dei tempi, non può più essere dimostrata solamente attraverso la biologia. Bisogna invece prestare attenzione al modo in cui uomini e donne si relazionano tra loro. Ciò che è essenziale fare adesso è identificare la parte che i costrutti sociali giocano nel modo in cui gli uomini e le donne vivono. E a questi costrutti sociali che mirano le teorie di genere se ben comprese e applicate, queste teorie aiutano a denunciare i pregiudizi antropologici e le pratiche che perpetuano la violenza sulle donne. Ma non c’è dubbio che, nelle loro forme radicali, i problemi son carichi di insidie, soprattutto quando si presenta la complessità di identità sessuale che può essere scelta individualmente o quando non se ne riesce a identificare facilmente l’origine.

                La Chiesa cattolica naturalmente è preoccupata per tutto questo. Il problema è che non affronta le sue preoccupazioni in modo credibile. Ci sono ovviamente tensioni — accentuate dal sospetto - su come il discorso del Magistero sul tema delle differenze tra uomini e donne  sia veramente libero da pregiudizi e altri secondi fini. Perché è chiaro che l’istituzione ecclesiastica di oggi rimane una roccaforte della discriminazione tra uomini e donne che supera di gran lunga quella del resto della società. Basta aprire la porta di una chiesa per sperimentare questa impressionante realtà nella liturgia stessa. Anche con l’inclusione delle donne, lo spazio per la celebrazione rimane ancora prevalentemente maschile.

                E i Motu proprio di gennaio 2021 sui lettori e gli accoliti non fa che accentuare l’anomalia

www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/papa-francesco-motu-proprio-20210110_spiritus-domini.html

 piuttosto scandalosa di un testo del 1972 che specificava che questi due ministeri — anche se non richiedevano l’ordinazione — dovevano essere riservati solo agli uomini. L’ossessione secondo la quale le donne non dovrebbero superare il confine simbolico che li  separa dal sacerdozio ministeriale sembra incomprensibile. Da qui la continua allerta per tenere le donne a distanza dall’altare, conservando un ordine di sacralità clericale che è fondamentalmente estraneo al Vangelo. La dimensione femminile sembra così aver raggiunto lo status di una necessità teologica, avendo quasi lo stesso impatto degli adempimenti profetici che leggiamo nei nostri testi evangelici.

                È vero che non abbiamo più l’abitudine di considerare sistematicamente la differenza sessuale come deleteria per il femminile. Le donne oggi vengono viste sotto una luce positiva, vengono celebrate, glorificate, persino esaltate rispetto agli uomini. Nell’ ultima parte del XX secolo, abbiamo assistito alle dichiarazioni del Magistero sulla “dignità  della donna”, arrivando persino a definirla “pedagoga”(maestra) dell’umanità” (cfr. l’inventario dei testi di papa Giovanni Paolo II redatto nel 1999 da Patrick Snyder, La femme selon Jean-Paul II, Fides).     www.amazon.it/fondements-anthropologiques-th%C3%A9ologiques-applications-enseignement/dp/2762121051

                In ogni caso, la complementarità dei sessi è ormai diventata una parola di moda. Il fatto è che la complementarità non fa che riproporre la tradizionale disuguaglianza gerarchica. Le donne vengono celebrate  per la loro interiorità, per la loro capacità di umiltà considerata mariana, per la loro volontà di servire (il “genio” del loro sesso, si dice), e così facendo vengono tenute a distanza di sicurezza dall’esercitare qualsiasi autorità attraverso la parola, l’insegnamento, la predicazione e la santificazione. Questo è soprattutto il caso della teologia moderna, che attesta le due dimensioni principali all’interno della Chiesa istituzionale: la prima è quella petrina, portatrice dell’autorità maschile fondamentale, e l’altra è quella mariana, le cui connotazioni mistiche si crede possano sovrastare la prima, ma dalla quale invece è  tenuta ben separata.

                Questo problema — che manda in crisi gli uomini che non sono sacerdoti — dichiara che «l’elemento mariano nella Chiesa abbraccia l’elemento petrino senza pretese proprie». Maria funge da esempio e stimolo, lei che non ha mai «preteso di partecipare personalmente al potere apostolico» (per una presentazione e valutazione di questa teologia vedi L. Castiglioni, Filles et fils de Dieu. Égalité baptismale et différence sexuelle, Editions du Cerf, 2020).

www-editionsducerf-fr.translate.goog/librairie/livre/18943/filles-et-fils-de-dieu-une-maniere-d-articuler-egalite-baptismale-et-difference-sexuelle?_x_tr_sl=fr&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=sc

La formula che attesta che lei «possiede qualcosa di diverso e di più grande» può essere piuttosto fuorviante perché, se estesa a tutte le donne, dà il permesso alla Chiesa di eludere la realtà primaria e fondamentale della loro grazia battesimale che permette loro la piena partecipazione e comunione.

                Pertanto, è chiaro che qualsiasi avventatezza con cui venga promosso un ruolo femminile specifico ha l'effetto perverso di consolidare la disuguaglianza tra uomini e donne nell’istituzione ecclesiastica. Cancella la vera realtà dell’ “uguagIianza dei sessi ” per usare un’espressione contemporanea, o, più precisamente, cancella il “tutti voi” delle Scritture, così evidente nella predicazione di san Paolo. Ignora il fatto che “tutti” si sono rivestiti di Cristo e hanno ricevuto una parte nella vita filiale (Gal 3,27), o che la famosa “sottomissione” associata alle donne nella lettera agli Efesini è prima di tutto una sottomissione reciproca tra tutti (Ef 5,21). Elude la verità scritta nella lettera ai Galati: «D’ora in poi, in Cristo Gesù  ... non c’è maschio e femmina» (Gl 3 ,28).

                Tuttavia, è solo dopo aver onorato pienamente un ’identità battesimale comune a tutti che il discorso cristiano può finalmente proporre in modo convincente che gli uomini e le donne possono vivere la stessa realtà spirituale in modo diverso. Per attuare concretamente questa identità condivisa, la prima e urgente priorità è quella di rompere con le discriminazioni e le ingiustizie del passato che Cristo condannò con le sue parole e le sue azioni. Dobbiamo riscoprire la  generosità e la libertà della prima comunità cristiana annotati nelle lettere di san Paolo. E, come abbiamo scoperto in recenti studi, dobbiamo recuperare l ’equa  condivisione  delle responsabilità e dei doveri tra uomini e donne (vedi C. Reynier. Les femmes de Saint Paul,  Éditions du Cerf, 2020).

www-editionsducerf-fr.translate.goog/librairie/livre/19111/les-femmes-de-saint-paul?_x_tr_sl=fr&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=sc

                Questo fornisce una base per sostenere che l’alterità (la diversità) sia non solo possibile ma venga anche compresa chiaramente. Il discorso della Chiesa può essere rilevante solo se prende le distanze dal discutere la quintessenza dell’assegnazione ontologica di alcuni a ruoli prestabiliti costruiti sulla base di pregiudizi che hanno soggiogato la condizione femminile. Dobbiamo tornare a ciò che ha di per sé un vero valore ontologico (la natura dell’essere). In questo caso, si tratta di un rinnovamento evangelico che si fonda sull’appartenenza di tutti all’ unico corpo di Cristo. Questo ribalta il presupposto che le donne, prima di tutto, abbiano “qualcosa in più” rispetto agli uomini; invece partecipano al tutto e vengono messe sullo stesso piano degli uomini.

                Solo ripartendo da qui è possibile onorare la ricchezza della vita, con tutte le sue sfaccettature e i suoi doni. Solo da questo punto è possibile dare un volto differente alla costituzione e al modus operandi della Chiesa, incarnando finalmente la «multiforme sapienza» (polypoikilos) a cui si riferisce la lettera agli Efesini (Ef 3 ,10).  In poche parole, come Origine invitava a «consacrare la carità» per darle la sua verità, cosi noi dobbiamo consacrare il nostro discorso sui sessi parlando della loro portata solo dopo aver stabilito, e affermato risolutamente, un’unica identità battesimale  fondata sull’insuperabile dignità.

Anne-Marie Pelletier    studiosa di ermeneutica e di esegesi biblica Vita e Pensiero

www.ilblogdienzobianchi.it/blog-detail/post/151970

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EPISCOPATO

Il vescovo come “funzionario”: breve storia di una questione

                Dopo aver letto con grande interesse ciò che U. Del Giudice e P. Consorti hanno scritto nei giorni scorsi sui loro blog

https://theoremi.blogspot.com/2022/01/ministero-ordinato-e-forme-semplici-di.html

https://people.unipi.it/pierluigi_consorti/sul-titolo-dellordinazione-episcopale-la-nostalgia-del-bel-tempo-che-fu/

propongo un piccolo percorso storico sul ministero episcopale. Dico percorso: ma in che senso? Rifletterò sul piano sistematico e sul piano storico. Ma debbo iniziare da qui, da noi, dal nostro tempo segnato dalla “pandemia”. Vorrei sollevare una questione che appare decisiva per la nostra breve indagine: ci siamo chiesti perché, con poche luminose eccezioni, i Vescovi in questo ultimo biennio “pandemico” spesso parlano come “notai”, come “avvocati”, citando quasi solo codici, norme, leggi? Perché mai, di fronte al dramma di una condizione tanto precaria e difficile, citano quasi solo “normative”, “disposizioni” e “decreti”? Provo a rispondere rileggendo brevemente la nostra storia cattolica, che nell’ultimo secolo è profondamente mutata. Per capirlo, il riferimento “normativo” risulta inaggirabile. Senza di esso, si rischia di parlare a vanvera.

                 1.La differenza tra due codici.  Per tentare di capire partiamo da alcuni dati elementari, ma che spesso sfuggono alla percezione comune:  - un primo confronto utile è tra i due CjC del 1917 e 1983.

1917      www.cdirittocanonico1917.it/old/online.htm

1983     www.vatican.va/archive/cod-iuris-canonici/cic_index_it.html

                a) nel 1917, il can. 949 distingue nel “de ordine” tre ordini maggiori (presbiterato, diaconato e suddiaconato) e quattro ordini minori (accolitato, esorcistato, lettorato e ostiariato). A ciò il can 950 aggiunge la ordinazione episcopale e la tonsura. Il Codice del 1917 – e l’esperienza ecclesiale fino al Vaticano II e al codice successivo (1983) rimane immersa in questa visione, nella quale il Vescovo è “prodotto” non da un sacramento, ma da un semplice “sacramentale”.

                b) nel 1983, il can. 1009 in modo lapidario dice: “Ordines sunt episcopatus, presbyteratus et diaconatus”.

                Ovviamente, tra i due testi vi è il Concilio Vaticano II. Che compie una grande rivoluzione nel modo di concepire il ruolo e la struttura della “costituzione gerarchica della Chiesa”. (LG III capitolo, 18-29).

www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19641121_lumen-gentium_it.html

Questa differenza di prospettiva è del tutto decisiva.

                 2.Una diversa comprensione del sacramento dell’ordine e del ministero episcopale. Che cosa cambia, in questo periodo che matura dal 1962 al 1983? Cambiano almeno 4 cose fondamentali:

  1. La posizione del “ministero ordinato” viene dopo il mistero della Chiesa (I) e il Popolo di Dio (II);
  2. Per una lunga tradizione, i 7 gradi dell’ordine non comprendevano l’episcopato, che ora viene reintegrato al suo posto di eccellenza e di pienezza sacramentale, insieme ad un radicale ripensamento dei “7 gradi”;
  3. Nella visione precedente, accanto alla dimensione “sacerdotale” – che era conferita dal “sacramento dell’ordine”, culminante nel sacerdote-presbitero – l’episcopato aggiungeva un “potere di giurisdizione”, che univa potere dottrinale e potere di governo, ma all’esterno del sacramento!
  4. Questa comprensione secolare ha generato il fenomeno di “sfasatura” dal quale siamo partiti. Sia nella persona del vescovo, sia nel popolo di Dio, è facile che sia ancora forte la tensione tra “autorità sacramentale” e “potere di giurisdizione”.

                Da dove viene il mutamento? Potremmo dire dalla fine del modello medievale-moderno di interpretazione del ministero ordinato.

                 3.Modello medievale, moderno e conciliare.  Ci sono piccoli e grandi fraintendimenti nel passaggio tra modello medievale e modello moderno (tridentino).

                 La lezione del medioevo, che con estrema libertà ha riflettuto sul ministero nella Chiesa, è stata assunta in modo nuovo e più rigido dalla stagione moderna, che aveva intanto maturato nuove evidenze e nuovi imbarazzi. Il progressivo centralismo e il sorgere di una “congregazione dei vescovi” alla fine del XVI secolo impone una vistosa accelerazione alle forme più accentuate di centralizzazione. Al punto che la “elezione del vescovo” sembra diventare una cosa quasi inconcepibile.

                 Il mutamento del modello di comprensione dell’episcopato – che il Concilio Vaticano II restaura con una operazione assai complessa – compie in questa storia un doppio salto mortale:

                 a) restituisce all’episcopato la sua dignità sacramentale, dopo un millennio di esclusione del vescovo dal “cammino” di salita verso la pienezza del sacramento, pensato come “ordine sacerdotale” di cui la figura culminante era il prete;

                b) rilegge il “potere di giurisdizione”, che prima definiva integralmente il vescovo, soltanto come uno dei “tria munera” che lo qualificano (regalità, profezia e sacerdozio)

                                Vediamo con maggior precisione ognuno di questi due aspetti:

 L’episcopato diviene la “pienezza del sacramento dell’ordine”. Questa è una affermazione che suona molto nuova. Perché la ricostruzione medievale e poi moderna aveva concepito due generi di potestas:

¨       potestas ordinis: che si realizzava della consacrazione eucaristica e nella assoluzione dai peccati e su cui la Chiesa “non aveva potere”

¨       potestas iurisdictionis: che dispensa il sacramento dell’ordine (restandone fuori) e che esercita il potere dottrinale e di governo, come ambito del potere ecclesiastico.

                Ora il modello ritorna allo stile dei primi secoli: pensa secondo una “forma unitaria” che si articola su tre “compiti” “doni”, i “tria munera”:

  • munus profetico – essere in Cristo profeta/maestro: annuncio della parola
  • munus regale – essere pastore/autorità: pascere le pecore, governare la chiesa
  • munus sacerdotale – essere sacerdote, presiedere il culto ecclesiale

                 Si deve notare che, in questa rilettura conciliare, la struttura dei “tre doni”, riferiti originariamente anzitutto a Cristo, caratterizza l’intero corpo ecclesiale, dal battezzato al vescovo. In questo modo avvengono una serie di modificazioni decisive non tanto e non solo per il Vescovo, quanto per la autocoscienza ecclesiale.

                 4. La applicazione del modello conciliare alla “predicazione della parola” Se applichiamo questa differenza di modelli al rapporto con la “Parola” ne discendono interessanti conseguenze:

¨       la autorità episcopale è integralmente sacramentale, e si articola in modo armonico secondo il modello “comune” a tutta la Chiesa.

¨       la autorità dottrinale è fondata sulla profezia della predicazione. È il “Dei Verbum” il fondamento della autorità episcopale. Questa autorità sta sotto, non sopra la parola. Ne viene una “rilettura capovolta” della tradizione: se per Trento, alla scuola del medioevo, la relazione con la parola, da parte del Vescovo, rischia di ridursi al “controllo sulle parole lecite”, è evidente che questo dipende dal fatto che quella “facoltà” è pensata come “potere di dire diritti e doveri”. La non sacramentalità della autorità ne riduce l’impatto profetico, poiché manca della sporgenza del dono. Il fatto che oggi sia il “munus profetico” a caratterizzare il “sacramento dell’ordine nel grado dell’episcopato” rende possibile un ripensamento radicale del ministero episcopale, anche sulla Parola. E rende pensabile che un Vescovo, anche di fronte alla “pandemia”, non si domandi anzitutto che cosa sia lecito o illecito, ma come annunciare il Vangelo!

¨       Questo è il modello nuovo, che stiamo ancora imparando. E lo facciamo nella inerzia del modello vecchio. Questo è ciò che è accaduto negli ultimi 50 anni. Il tempo è ancora molto breve, non abbiamo forse neppure notato la differenza. Anche in questo noi abbiamo formalmente cambiato “lessico”, ma conserviamo spesso il “canone” precedente, che smentisce il lessico nuovo, imponendo simboliche, immaginari e attese “vecchie” e “superate”. In effetti, pur con tutte queste limitazioni, il recupero della qualità sacramentale dell’episcopato permette di elaborare adeguatamente una “esperienza ecclesiale” pensata non più e non tanto come “societas perfecta”, ma come “mistero di comunione”, “popolo di Dio”, corpo di Cristo”, “tempio della Spirito Santo”. Questo non è “linguaggio estrinseco”, ma nuova comprensione istituzionale, nutrita da simboliche bibliche e non dall’immaginario feudale o cavalleresco.

                E si noti bene: perché tutto questo possa accadere in verità e in realtà, senza scivolare in affermazioni retoriche o ipocrite addirittura, la Chiesa deve poter vivere ogni suo atto – a partire dalla ordinazione di un Vescovo e dalla sua definizione – secondo questa logica antica e nuova, e non in contraddizione con essa. In questa rilettura i “titoli feudali” – come il titolo di “arcivescovo ad personam” – sono il segno limpido della inerzia di una lettura “non sacramentale” dell’episcopato. Ed è evidente che ciò che una lunga tradizione “cerimoniale” si è permessa di elaborare circa una realtà che era teologicamente ritenuta “non sacramentale” – e sulla quale la Chiesa esercitava allora legittimamente il suo potere – oggi non è più possibile sulla base della nozione esplicitamente “sacramentale” dell’episcopato. In questo modo il Concilio ha legato le mani al cerimoniale di curia. Che tarda ad adeguarsi, ma il cui destino “cerimoniale” è segnato, autorevolmente e irreversibilmente. Dobbiamo solo trarne le dovute conseguenze, sul piano del linguaggio da parlare e sul piano delle normative cui obbedire. Sia sul primo, sia sulle seconde la Chiesa può serenamente riconoscere di avere piena autorità, senza essere vincolata in modo irreformabile da ciò che è stato prima, dal “bel tempo che fu”, che certo è vera tradizione, ma in parte viva e in parte morta, in parte sana e in parte malata.

                Nel discorso del 3 febbraio 1983, Giovanni Paolo II raccomanda di leggere il CIC in parallelo con i documenti conciliari e, suggerendo l'immagine del triangolo, pone la Sacra Scrittura al vertice, come unica e insostituibile legge fondamentale della Chiesa, e alla base da un lato gli atti del Concilio Vaticano II e dall'altra il Codice Diritto Canonico.

www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1983/february/documents/hf_jp-ii_spe_19830203_nuovo-codice.html

Per questo la profezia di canonisti non burocrati (e di teologi non astratti) risulta sempre più necessaria: perché le istituzioni parlino ufficialmente nuovi linguaggi e perché i linguaggi siano simboli efficaci di una nuova comprensione istituzionale. Quando il linguaggio smentisce la teologia e la teologia non si occupa degli atti concreti, una spia rossa si accende sul cruscotto e il motore ha bisogno di una profonda revisione, fatta con competenza e con decisione. Altrimenti la macchina non solo si fermerà, ma uscirà di strada e potrà anche fare danni gravi, a sé e agli altri.

                               Andrea Grillo                    blog: Come se non          17 gennaio 2022

www.cittadellaeditrice.com/munera/il-vescovo-come-funzionario-breve-storia-di-una-questione

 

Evoluzione dell’episcopato e mutamento del magistero

                Con il VII secolo volge al tramonto la stagione dei grandi vescovi predicatori della chiesa antica, con il magistero delle loro omelie e delle catechesi, legate al vissuto delle chiese locali. Il magistero si va concentrando nel papato assumendosi sempre di più il compito, quasi esclusivamente, di controllare la dottrina, con la formulazione frequente di elenchi di proposizioni da condannare. Della predicazione al popolo e di un magistero omiletico dei papi, invece, dopo Gregorio Magno, non rimane traccia significativa. La svolta determinerà l’idea stessa di magistero che in qualche maniera verrà a darsi forma indipendentemente dalla predicazione al popolo. La trattatistica teologica, dovendo ricorrere per le sue tesi al magistero, si ritroverà a non poter più citare omelie e discorsi dei papi al popolo, ma solo loro documenti formalmente emanati dal papa in persona o dagli organismi della Santa Sede, come atti imperativi dell’autorità.

                 La predicazione, invece, ormai demandata ai frati mendicanti e, in seguito, a religiosi di altri ordini, vedrà fino al concilio di Trento, ma con alcuni strascichi fino alle soglie del Vaticano II, il vescovo con il suo clero fra gli ascoltatori della predica più che fra i predicatori, a testimonianza di una scollatura avvenuta fra magistero e predicazione.

                L’abbandono della cura pastorale. Complice di questa prassi fu l’abbandono di fatto, da parte del papa e della grande maggioranza dei vescovi, della cura pastorale e della predicazione diretta al popolo. Lo sfondo teoretico sul quale, però, una tale prassi si muoveva a suo agio era la divaricazione, e quindi la prevaricazione, della potestas iurisdictionis sulla potestas ordinis, quest’ultima restando quasi irrilevante in ordine al governo della chiesa e ristretta all’ambito della celebrazione dei riti sacramentali. Dante vi scorgerà un aspetto della stessa corruzione della gerarchia del suo tempo:   Paradiso IX,133-135

“Per questo l’Evangelo e i dottor magni / son derelitti, e solo ai Decretali / si studia, sì che pare ai lor vivagni

                Quando il concilio di Trento vorrà restaurare la cura pastorale del popolo, imporrà ai titolari di giurisdizione, cioè ai vescovi, ai pievani e ai parroci, l’obbligo di predicare. Si trattava semplicemente di restaurare, per il bene del popolo, l’adempimento di un dovere allora ampiamente disatteso, derivante da un ufficio i cui titolari godevano delle rendite del corrispondente beneficio, al punto che nulla ostava a che essi lo adempissero “per alios”, detraendo dalle loro rendite quanto necessario per stipendiare il predicatore. Tutto, quindi, si si muoveva nell’ambito della giurisdizione e non aveva molto a che fare con la loro ordinazione sacerdotale. In quanto alla fonte della giurisdizione, poi, dominava l’idea che stesse nel papato: vedi come la annosa disputa del XIII secolo sul diritto di predicare dei frati mendicanti comportasse in realtà una questione più grave, quella del rapporto fra la giurisdizione del papa e quella dei vescovi. A proposito di questa, infatti, si avviava una disputa che continuerà per secoli intorno all’interrogativo se fosse o no de iure divino. Dall’elezione veniva al papa la giurisdizione su tutte le chiese con la potestas di regolare canonicamente l’esercizio della predicazione e di definire la dottrina da predicare, ma il papa stesso non sembrava tenuto a predicare. (È significativo che la predica improvvisata di Pio IX a Sant’Andrea della Valle, nel 1850, come quella tenuta nel 1853, durante una cerimonia al Carcere Mamertino, abbiano fatto notizia, fino ad essere immortalate in disegni e quadri dell’epoca.)

                 “Papa est nomen iurisdictionis” sarà un topos costantemente ripetuto, dopo che nel secolo XIII Agostino Trionfo l’aveva coniato. Per il cardinale Walter Kasper ¤1933 si trattò di “un passaggio dall’auctoritas alla potestas, dalla traditio alla discretio, dalla communicatio fidei alla determinatio fidei”7. Con la progressiva rarefazione, inoltre, dei concili particolari, il magistero dei vescovi praticamente uscirà dalla scena come protagonista per ridursi al ruolo di esecutore dell’autorità superiore.

                La svolta del Concilio Vaticano II. Una impostazione di questo genere si tramanda fino al concilio Vaticano II il quale, definendo il carattere sacramentale del ministero episcopale, mette in discussione tutto un impianto teologico, perché vi compare il sacramento come la fonte di tutto il triplex munus, non più divisibile in due filoni dei quali uno deriverebbe dal sacramento dell’ordine e l’altro dall’auctoritas giurisdizionale. La questione del magistero e le forme in cui lo si esercita non può non tener conto di una svolta così importante.

                Una evoluzione dell’esercizio del magistero, a dire il vero, si era già avviata nella prassi, prima che la dottrina giungesse alla sua maturazione. I papi, infatti, con la prassi delle lettere encicliche, a cominciare dalla Ubi primum di Benedetto XIV del 3 dicembre 1740, avevano cominciato a ridare al loro insegnamento un carattere pastorale.

www.vatican.va/content/benedictus-xiv/it/documents/enciclica--i-ubi-primum--i---3-dicembre-1740--nell--8217-ambito-.html

                Fu una felice ripresa di quello che era stato, agli albori della storia cristiana, lo strumento principe di comunicazione fra le chiese. Dalle tematiche giuridico-pastorali di Benedetto XIV si passa, con Gregorio XVI, alla preoccupazione di avere la solidarietà del popolo cristiano alla sua indefessa denuncia della cultura e della evoluzione politica contemporanea, e con Leone XIII alla elaborazione di un adeguato insegnamento della chiesa sulla questione sociale, che stava agitando drammaticamente il mondo contemporaneo. Spesso, però, le encicliche saranno utilizzate anche per condannare anche posizioni teologiche giudicate eretiche o pericolose, dalla Quanta cura di Pio IX alla Humani generis di Pio XII, fino alla Veritatis splendor del 1993 e la Fides et ratio del 1998 di Giovanni Paolo II.

[Tratto da Severino Dianich S, Magistero in movimento. Il caso papa Francesco, Dehoniane, Bologna 2016]

www.cittadellaeditrice.com/munera/evoluzione-dellepiscopato-e-mutamento-del-magistero-di-severino-dianich

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FIGLI

I figli di David e i loro fratelli. Un’altra Europa c’è e si prepara

                La voce commossa ma gli occhi stabili e le parole vere, pulite, senz’ombra di retorica. Giulio e Livia Sassoli, oltre a far onore, coi loro stessi nomi, all’aurea età latina della nostra civiltà, hanno informato della grande dignità dei giovani, venti e trentenni, che sta animando e già costruendo la novella Europa.

                Pochi di noi 'genitori' se n’erano, forse, accorti, prima di venerdì scorso. Ci siamo stracciati a lungo le vesti per la perdita della sensibilità politica dei giovani, per il loro rifugiarsi nel privato, per l’infantilismo di non saper fare delle scelte, di restare come bamboccioni tra le cure dei nonni fino a tarda età. Pensavamo che i figli avessero spezzato la memoria, gettato via l’eredità morale, spirituale e politica migliore dei decenni passati, quella dei grandi padri e madri della libertà, della democrazia, della resistenza e della Costituzione, di tutti quei profeti di giustizia, i costruttori di pace, gli splendidi testimoni di quell’«amore politico» e quell’«amicizia sociale» che sono doviziosamente fioriti nella nostra realtà civile ed ecclesiale. Che hanno dato una primavera all’Europa facendola rinascere, dopo le guerre novecentesche, e anche alla Chiesa che si vestiva di un abito nuovo in seguito al Concilio.

                Ci sembrava che i figli fossero privi di una statura etica, di un’autentica cultura politica, dunque incapaci o violenti o tutti pronti ad aderire ai progetti più assurdi della Cancel-Culture.

                I figli di David Sassoli (1956- 2022) ci hanno dipinto un quadro ben diverso dei giovani europei: «Ci lasci una famiglia allargata di parenti, collaboratori, avversari e amici» ha detto Giulio di suo padre; «Ci hai insegnato a costruire una nuova solidarietà, a sperare. Perché la speranza siamo noi, se non alziamo muri e

non ci voltiamo davanti alla povertà e alle diseguaglianze», ha fatto eco agli insegnamenti di David Maria, sua figlia Livia.

                Persino le analisi – talvolta apocalittiche – della psicologia sono state sfidate; questi figli non soffrono né del complesso di Edipo – di cui pativano i loro nonni – né di quello di Telemaco di cui hanno sofferto già i loro padri. Mentre, in certe realtà, ci sono, infatti, ancora padri-padroni, attaccati alla propria eterna presenzialità, ostili a far spazio al tempo dei figli, alla loro intelligenza e bellezza, e mentre ci sono figli che restano, pertanto, eterni adolescenti, quelli che abbiamo ascoltato ieri sono, invece, figli adulti che si pongono con affetto dentro un dialogo maturo con i loro padri. E ancora: mentre ci sono, è vero, uomini e mariti che 'scappano di casa' e pure dalle responsabilità della paternità, così come ci sono tanti figli che restano come bambini, insicuri, alla perenne ricerca – al pari di Telemaco, appunto – di una solidità che solo un padre potrebbe loro conferire, ecco che ci troviamo dinanzi a dei figli 'grandi', capaci di essere grati ed eredi fecondi di chi li ha generati nel corpo e specialmente, nell’anima, nell’umanità e nella tensione spirituale, sociale e politica.

                Sono figli cresciuti nell’arte della condivisione, ricordata, con solennità, dalla madre Alessandra. «Ti

abbiamo sempre diviso e condiviso con altri, tra famiglia e lavoro, famiglia e politica, famiglia e passioni – ha detto la signora Filippini, riferendosi a suo marito – , ma dividerti e condividerti con altri ha prodotto quella cosa immensa cui stiamo assistendo, nel coro unanime di riconoscimenti…». Ed ecco il primo pilastro di un’autentica paternità: la testimonianza che la vita, il tempo, i talenti, l’amore, la passione: tutto va condiviso, nulla deve restare nel chiuso di un privato viziato come dentro una serra d’egoismo e d’ignoranza. Se è vero, pertanto, quello che dice il Papa che «padri si diventa», David Sassoli è diventato tale nella testimonianza della sua famiglia.

                Sentire Giulio salutarlo dicendogli: «Buona strada papà, e mi raccomando giudizio!» non solo è toccante per tutti – e specialmente per gli attuali padri – ma rivela una nuova stella nel cielo e sul firmamento della bandiera d’Europa, un segno che garantisce un futuro bello e certamente migliore: quello che verrà dai nostri figli.

Rosanna Virgili                 “Avvenire”        18 gennaio 2022

www.avvenire.it/opinioni/pagine/i-figli-di-david-e-i-loro-fratelli-unaltra-europa-c-e-si-prepara

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

Dalla Chiesa forte impegno per rendere giustizia alle vittime di abusi

                Francesco riceve la plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede ed esorta ad avere “discernimento” nella lotta agli abusi e anche nei casi di scioglimento del vincolo matrimoniale

www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2022/january/documents/20220121-plenaria-cdf.html

            "La Chiesa, con l'aiuto di Dio, sta portando avanti con ferma decisione l'impegno di rendere giustizia alle vittime degli abusi operati dai suoi membri, applicando con particolare attenzione e rigore la legislazione canonica prevista".

                Lo ha detto papa Francesco ricevendo i partecipanti all'Assemblea plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede. "In questa luce ho recentemente proceduto all'aggiornamento delle Norme sui delitti riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede, con il desiderio di rendere più incisiva l'azione giudiziaria", ha aggiunto,      www.avvenire.it/chiesa/pagine/papa-abolisce-il-segreto-pontificio-per-i-casi-di-abusi-sessuali

 "Questa, da sola, non può bastare per arginare il fenomeno, ma costituisce un passo necessario per ristabilire la giustizia, riparare lo scandalo, emendare il reo".

                L'intervento del Pontefice giunge il giorno dopo la pubblicazione del rapporto sugli abusi compiuti dal 1945 al 2019 nella diocesi di Monaco di Baviera, di cui è stato titolare lo stesso papa emerito Benedetto XVI.                                                                               https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/pedofilia-chiesa-tedesca

                Lo scorso novembre Bergoglio commentò apertamente gli esiti di una analoga inchiesta, condotta questa volta in Francia, che aveva portato in superficie numeri ancora più gravi di quelli tedeschi. Ed aveva parlato senza giri di parole di "vergogna", così come "vergogna e vicinanza alle vittime degli abusi" è stata espressa ieri dalla Santa Sede. "L'esercizio del discernimento, ha sottolineato il Papa nel suo discorso di oggi, trova “un ambito di necessaria applicazione nella lotta contro gli abusi di ogni tipo”.

www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2022/january/documents/20220121-plenaria-cdf.html

                Lo stesso discernimento il Pontefice lo invoca per i "presunti fenomeni soprannaturali, per i quali il popolo di Dio deve ricevere indicazioni sicure e solide". Ma soprattutto serve discernimento, rimarca Francesco, per un altro compito della Dottrina della Fede, quale lo scioglimento del vincolo matrimoniale in favorem fidei.

                "Quando, in virtù della potestà petrina, la Chiesa concede lo scioglimento di un vincolo matrimoniale non-sacramentale, non si tratta solo di porre fine canonica ad un matrimonio, comunque già fallito di fatto, ma, in realtà, tramite questo atto eminentemente pastorale intendo sempre favorire la fede cattolica - in favorem fidei! - nella nuova unione e nella famiglia, di cui tale nuovo matrimonio sarà il nucleo".

                Il Papa si sofferma quindi sulla "necessità del discernimento nel percorso sinodale". "Qualcuno - dice a braccio - può pensare che il percorso sinodale è ascoltare tutti, fare un’inchiesta e dare dei risultati. Tanti voti, tanti voti, tanti voti… No. Un percorso sinodale senza discernimento non è un percorso sinodale".

                Ci vuole - nel percorso sinodale - discernere continuamente le opinioni, i punti di vista, le riflessioni. Ma non si può andare nel percorso sinodale senza discernere. Questo discernimento è quello che farà del sinodo un vero sinodo del quale il personaggio - diciamo così - più importante è lo Spirito Santo, e non un parlamento o un’inchiesta di opinioni che possono fare i media. Per questo sottolineo: è importante il discernimento nel percorso sinodale.

                “Dignità” è poi l’altra parola da cui papa Francesco muove la sua riflessione. "Nella nostra epoca, tuttavia, segnata da tante tensioni sociali, politiche e persino sanitarie, cresce la tentazione di considerare l’altro come estraneo o nemico, negandogli una reale dignità". Specialmente in questo tempo, è necessario richiamare che “la dignità̀ di ogni essere umano ha un carattere intrinseco e vale dal momento del suo concepimento fino alla sua morte naturale”, rimarca il Papa. Proprio l’affermazione di una tale dignità̀ “è il presupposto irrinunciabile per la tutela di un’esistenza personale e sociale”, nonché “condizione necessaria perché́ la fraternità e l’amicizia sociale possano realizzarsi tra tutti i popoli della terra”. Far rinascere la fraternità. L’obiettivo è “far rinascere tra tutti un’aspirazione mondiale alla fraternità”: se "la fraternità è la destinazione che il Creatore ha disegnato per il cammino dell’umanità, la strada principale resta quella del riconoscimento della dignità̀ di ogni persona umana”, evidenzia Francesco.

                Sulla stessa scia, il Papa affronta il tema della “fede”, senza la quale - dice - “la presenza dei credenti nel mondo si ridurrebbe a quella di un’agenzia umanitaria”. “La fede dev’essere il cuore della vita e dell’azione di ogni battezzato”, sottolinea. “E non una fede generica o vaga, come se fosse vino annacquato che perde valore”: “Non accontentiamoci di una fede tiepida e abitudinaria, di manuale”, esorta il Papa. Serve una fede “genuina, schietta”, una fede che “infiamma” il cuore degli uomini di oggi. Una fede che “mette in crisi”: Mai dobbiamo dimenticare che una fede che non ci mette in crisi è una fede in crisi; una fede che non ci fa crescere è una fede che deve crescere; una fede che non ci interroga è una fede sulla quale dobbiamo interrogarci; una fede che non ci anima è una fede che deve essere animata; una fede che non ci sconvolge è una fede che deve essere sconvolta

Redazione Internet                        Avvenire             21 gennaio 2022

www.avvenire.it/papa/pagine/papa-francesco-protezione-infanzia-dottrina-della-fede

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MATRIMONIO

L'amore coniugale

                Che cosa è il matrimonio da un punto di vista psicologico? L’amore coniugale è l’amore tra un uomo ed una donna, uniti in matrimonio. Il matrimonio, dal punto di vista psicologico, non è costituito dalla semplice constatazione della presenza del sentimento amoroso, per quanto intenso (amiamo realmente molte persone a cui non siamo sposati), ma dall’accettazione di un legame, dalla sottoscrizione di un impegno nei confronti dell’altro. Non è l’amore a fare il matrimonio, ma lo scambio di promesse con cui due persone si “legano”, con cui si impegnano reciprocamente a favore dell’altro. Dato il sentimento amoroso (necessario), il matrimonio psicologico è costituito dall’assunzione di un impegno nei confronti dell’altro, dalla sottoscrizione di un debito a suo favore che si intende liberamente onorare. Non siamo sposati perché ci amiamo, ma perché, amandoci, ci leghiamo attraverso lo scambio di una reciproca promessa.

                La promessa di amare non può avere come contenuto l’impegno a provare un sentimento, ma l’impegno, questo sì promettibile, di aiutare l’altro a realizzarsi come persona e di lasciarsi aiutare da lui a realizzarci. Aiutare l’altro a realizzarsi spesso può significare doverlo “riscattare”, liberare da alcuni condizionamenti che lo limitano, lo sviano, gli fanno perdere tempo. L’amore conosce l’Io attuale dell’altro, ma possiede anche una misteriosa intuizione di ciò che l’altro potrebbe essere se solo si liberasse dai condizionamenti che lo imprigionano. È come se l’amore vedesse le potenzialità realizzative dell’altro, ne intuisse la bellezza ancora non completamente svelata.

                L’amore non è solo fatto di vicinanza emotiva, comprensione (aspetto femminile dell’amore), ma anche di forza, di volontà di lottare, perché l’altro sia libero di vivere la parte migliore di sé (aspetto maschile dell’amore). Per fare questo è necessario essere coraggiosi, pagare il prezzo della lotta, spesso l’incomprensione della persona stessa che si intende aiutare. Ma la promessa vincola anche a lasciarsi aiutare dall’altro a diventare la persona che dovremmo essere. Onorare la promessa di lasciarci amare è altrettanto e forse più difficile che cercare di amare il coniuge. Accettare la promessa amorosa del coniuge significa dire all’altro: decido che mi lascerò aiutare da te e proprio da te a realizzarmi, dando alle tue parole un peso, un’importanza come a quelle di nessun altro. Ed anche: partirò dal presupposto che le cose che vorrai dirmi, le dirai per il mio bene, nel mio interesse, mi fiderò di te, ti crederò.

                Dunque la promessa che unisce in matrimonio è duplice: la promessa di amare l’altro e lasciarsi amare dall’altro. Dobbiamo fedeltà ad entrambe queste promesse! Non sono i sentimenti a tenere vivo il matrimonio, ma è la tensione a onorare la promessa che lo mantiene vivo; e questa tensione mantiene vivi anche i sentimenti.

                Come mantenere fede alla promessa matrimoniale? Lo strumento essenziale con cui si aiuta il coniuge è il dialogo, nelle due forme essenziali con cui favorisce la realizzazione dell’altro: la critica e la valorizzazione.

1)      La critica. Il dialogo coraggioso e libero fa crescere l’altro, non lo lascia vittima dei suoi difetti, delle sue debolezze o dei suoi errori. Il sincero dono di sé che realizza il matrimonio è possibile solo dicendo sinceramente cosa si pensa dell’altro. Ciò presuppone una libertà psicologica che spesso possediamo in misura limitata o francamente insufficiente. È libero chi ama più la verità e la giustizia del coniuge stesso al punto che per favorire il suo bene non teme di “ferirlo e di dispiacergli”. Non c’è alcun amore senza giustizia e senza verità. L’amore non impone di non vedere e non capire, richiede di essere svegli e di non sovrascrivere la propria coscienza. Le parole dell’amore possono essere dolci, rispettose e delicate, ma senza sconti sulla verità. Per realizzare il bene dell’altro, è necessario dire ciò che egli deve sentirsi dire, anche se non gli piace. Spesso l’amore impone di offrirsi liberamente al dolore dell’incomprensione. Se è condizionato dalla paura delle conseguenze, delle ritorsioni, che induce a tacere anziché a dire, non è disinteressato e dunque non è autentico.

                D’altra parte non è facile nemmeno lasciarci amare dal coniuge. Quando infatti il partner ci prova davvero a renderci migliori, mettendoci in discussione e mostrandoci le nostre contraddizioni, generalmente non gliene siamo molto grati.

2)       La valorizzazione. La promessa matrimoniale ci chiede di onorare l’altro (“prometto di amarti e di onorarti”), di riconoscere il merito, il positivo che l’altro ha. Tutti abbiamo bisogno di essere visti da qualcuno che intuisce il loro vero valore e di essere confermati nella nostra reale positività. Spesso abbiamo bisogno di una persona che intuisca l’immagine originale di noi stessi, che ci aiuti a superare le percezioni difettose della nostra identità consegnateci dai nostri genitori. A volte lo sguardo dell’altro ci è necessario per correggere e rendere più autentica l’immagine che noi abbiamo di noi stessi, che può essere parzialmente deformata dalle relazioni educative che abbiamo vissuto. Lo sguardo del coniuge può aiutarci a capire chi siamo per davvero, e in cosa consiste il nostro vero valore. Tutti abbiamo bisogno di essere confermati: aiutati a scoprire chi siamo e come siamo fatti.

3)      E Dio che centra? (ovvero il matrimonio sacramento). Il lavoro sui punti deboli del nostro carattere non è solo un lodevole tentativo di diventare delle persone migliori, ma è la condizione perché Dio possa prendersi cura, attraverso di noi, dell’altro. Poiché Egli ha deciso di servirsi di noi, della nostra umanità e del nostro carattere per promuovere la riuscita del nostro partner e “salvarlo”, per quell’anticipo di salvezza costituito da una vita serena e realizzata. La consapevolezza psicologica dei nostri limiti ed il sano dispiacere che ne deriva è già un regalo suo, parte di quell’ aiuto promesso per far riuscire bene il nostro matrimonio. Nel desiderio di conoscerci, di ammettere con maggiore realismo i nostri limiti, è già all’opera la sua grazia. Ed è il modo con cui noi ci rendiamo concretamente disponibili e docili all’azione della grazia. La sua grazia non agisce “scavalcando” la nostra psicologia, ma migliorando la nostra stessa personalità, la rende adatta a lasciar passare il suo amore, rendendoci progressivamente più simili a lui nel voler bene al nostro partner. In questo modo la nostra capacità di amare l’altro si approfondisce e si purifica da tutti i condizionamenti psicologici, da tutte le dinamiche affettive che limitano o inquinano la nostra capacità di mantenere fede alla promessa matrimoniale.

                Nel sacramento del matrimonio Dio ci chiede di accettare come regalo di nozze da parte sua una promessa: la promessa di aiutarci a rendere valida, operante ed effettiva la reciproca promessa di amarci e di aiutarci, che rischia di fallire, compromessa com’è da tutti i nostri limiti umani. È come se nel sacramento ricevessimo da Lui il software “come amare lei / lui“ con le seguenti caratteristiche: è gratis, compatibile con il nostro computer, con garanzia illimitata, eterna addirittura. Se accettiamo di installare questo programma di assistenza, è come se il Suo modo di conoscere il coniuge e la Sua voglia di spenderci per la sua realizzazione passasse progressivamente dentro di noi facendoci diventare capaci di amarlo “coma lo ama lui”.

                Perché così ha deciso irrevocabilmente: di servirsi di noi per far sentire amata l’altra persona e per dargli un anticipo di salvezza, proprio attraverso di noi. Attraverso l’umile lavoro sulla nostra umanità creiamo le condizioni perché la grazia possa agire in noi, e attraverso il nostro carattere possa fluire un amore più puro, più forte , più libero, più simile al Suo. Arrivando, poco per volta, ad amare da Dio.

www.confederazionemetodinaturali.it/l-amore-coniugale/s9a7f4ead

Le riflessioni sono liberamente ridotte ed adattate da un testo del dr.Osvaldo Poli, psicologo e psicoterapeuta

     www.osvaldopoli.com

www.osvaldopoli.com/i-miei-libri/

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MINISTERI NELLA CHIESA

Lettorato e accolitato a donne e laici La prima volta domenica prossima

                Sarà Francesco stesso a conferire il ministero durante la celebrazione della III Domenica della Parola che il Papa presiederà in San Pietro. Ed è previsto il rito di conferimento anche per quanto riguarda catechisti e catechiste.

                Il ministero del Lettorato e dell’Accolitato anche alle donne e agli uomini laici sarà conferito per la prima volta domenica nella Messa che papa Francesco presiederà in occasione della Domenica della Parola di Dio, da lui stesso istituita a settembre del 2019 e giunta quest’anno alla III edizione. Lo ha annunciato ieri una nota del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, presieduto dall’arcivescovo Rino Fisichella, cui è demandata l’organizzazione della giornata. Non sarà il solo atto significativo che il Pontefice compirà nel corso della celebrazione. È previsto infatti che egli compia anche il rito mediante il quale verrà conferito il ministero di Catechista ai fedeli laici, donne e uomini, già istituito con il motu proprio Antiquum Ministerium, il 10 maggio del 2021.

www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/papa-francesco-motu-proprio-20210510_antiquum-ministerium.html

                Come si ricorderà, l’estensione di Lettorato e Accolitato ai laici di ambo i sessi, istituzionalizzato attraverso un apposito mandato (che nella celebrazione di domenica si realizzerà attraverso un atto liturgico), venne decisa dal Papa con il motu proprio Spiritus Domini del 10 gennaio 2021. In precedenza, infatti, essi erano riservati alle sole persone di sesso maschile perché venivano considerati propedeutici a un eventuale accesso all’ordine sacro. I ministeri (per i lettori e gli accoliti da un lato, e per i catechisti dall’altro) verranno conferiti attraverso un rito, preparato dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti e «presentato per la prima volta», sottolinea una nota diffusa ieri dal dicastero vaticano della nuova evangelizzazione. Prima dell’omelia verranno convocati i candidati, chiamati per nome e presentati alla Chiesa. Dopo l’omelia, a quanti accedono al ministero del Lettorato, verrà consegnata la Bibbia, cioè la Parola di Dio che sono chiamati ad annunciare. Ai catechisti e catechiste, invece, sarà affidata una croce, riproduzione della croce pastorale usata prima da san Paolo VI, poi da san Giovanni Paolo II, per richiamare il carattere missionario del servizio che si apprestano ad amministrare.

                I candidati e le candidate al Lettorato provengono da Corea del Sud, Pakistan, Ghana e da varie parti d’Italia. Quelli che riceveranno il ministero di catechista sono due laici provenienti dal Vicariato apostolico di Yurimaguas (Perù), in Amazzonia; due fedeli dal Brasile che già si occupano della formazione dei catechisti; una donna proveniente da Kumasi, in Ghana; il presidente del Centro Oratori Romani, fondato da Arnaldo Canepa, che dedicò la vita alla fondazione e direzione di oratori per ragazzi; un laico e una laica provenienti Lódz e Madrid. Non potranno essere presenti invece, per motivi legati alla difficoltà di viaggiare a causa del Covid due fedeli provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo e dall’Uganda.

                Il Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, ha messo a disposizione un Sussidio liturgico-pastorale «utile per vivere la Parola di Dio in comunità, in famiglia e personalmente». Il sussidio in lingua italiana è disponibile in versione cartacea edito dalle Edizioni San Paolo e scaricabile online sul sito pcpne. va nella sezione 'attività', nelle versioni in inglese, spagnolo, portoghese e romeno.

                «La Domenica della Parola di Dio – sottolinea la nota diffusa ieri – vuole porre in risalto la presenza del Signore nella vita dell’uomo» al cui fianco cammina ed è presente «attraverso la Parola, come viene espresso nel logo della Domenica, ispirato alla vicenda dei discepoli di Emmaus, in cammino, per ripercorrere la Scrittura con Gesù, lasciandosi ammaestrare e illuminare».

Mimmo Muolo “Avvenire”        19 gennaio 2022

www.avvenire.it/chiesa/pagine/il-gesto-lettorato-e-accolitato-a-donne-e-laici

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NATALITÀ,

Una Fondazione per una “battaglia” culturale

                «La natalità è la nuova questione sociale, perché se non interveniamo ora, crolla tutto. Ed è una questione sociale universale, che riguarda tutti, anche chi i figli – liberamente – non li ha voluti o non li vuole fare e non desidera figli propri. Perché riguarda il futuro. Perché ha che fare con la speranza di un popolo. Perché anche chi sceglie liberamente di non avere figli propri (mettere al mondo o non mettere al mondo un figlio non deve mai essere un obbligo) avrà bisogno delle generazioni di domani”: lo ha detto Gigi De Palo, presidente del Forum nazionale delle associazioni familiari, il 14 maggio 2021, quando è riuscito a realizzare un suo sogno, organizzare la prima edizione degli Stati generali della natalità. Con ospiti veramente illustri: per tutti, Papa Francesco e il presidente del Consiglio dei Ministri, Mario Draghi. Parole attualissime quelle del presidente del Forum, che sintetizzano una visione di futuro e rappresentano un sogno, che non si è fermato, anzi. Anche quest’anno 2022, il 12 e il 13 maggio, si svolgeranno gli Stati generali della natalità. A organizzarli sarà la Fondazione per la natalità, creata dallo stesso De Palo, che è anche il suo presidente. Parliamo con lui degli obiettivi della nuova organizzazione e dell’urgenza di intervenire contro il calo demografico.

                Quand’è nata la Fondazione e che finalità ha?

            È nata il 22 dicembre 2021. La prima finalità della Fondazione è organizzare ogni anno gli Stati generali della natalità, in prossimità del 15 maggio, un momento che coinvolga il mondo della politica, delle imprese, della cultura, dello sport, che metta insieme tutto il Paese per riflettere sulla nuova questione sociale. Anche per il 2022 lo organizzeremo il 12 e il 13 maggio, sempre all’Auditorium della Conciliazione, a Roma. La Fondazione nasce con la consapevolezza della necessità che ci sia un organo che si occupi solo di questo, ma il Forum delle famiglie avrà sempre voce in capitolo. Era necessario creare una struttura agile che possa aiutare nel reperimento fondi, nell’organizzazione, nelle campagne. È anche importante entrare nelle scuole a sensibilizzare su questi temi. È una battaglia vera e propria quella che dobbiamo combattere e la Fondazione per la natalità è un “carro armato”, serviva uno strumento per intraprendere la guerra, al di là della questione delle politiche familiari, per essere anche culturalmente sul tema della speranza, della nascita, del futuro.

                Si tratta di una battaglia anche culturale

                Sì ed è enorme. Dobbiamo far passare il concetto che fare un figlio è un atto di libertà. Oggi, invece, viene visto, da una parte, quasi come un ritorno dei “figli della lupa”, dei “mussoliniani”; dall’altro, c’è chi dice che il mondo è già sovrappopolato, non bisogna fare appelli per la natalità, è rischioso. Al contrario, noi ci sentiamo di dire che la natalità ha a che fare con la speranza di un Paese. Se io oggi cerco di lottare e di migliorare il mondo, mi faccio in quattro nell’associazionismo e nel volontariato, oltre ad essere una questione legata alla mia fede, lo faccio anche perché ho dei figli e cerco di lasciare a loro un posto migliore. La sfida di un figlio è un evento politico enorme che condiziona non solo chi lo fa, ma anche gli altri, perché quel figlio è un valore aggiunto, è un bene comune, aiuterà a mantenere le pensioni e a sostenere la sanità, ma soprattutto quel figlio spinge tutti noi a migliorare il mondo, altrimenti cosa ci dovrebbe importare dei ghiacciai che si sciolgono? Tra cento anni noi non ci saremo più. Invece, è proprio la speranza il legame che unisce le generazioni. La natalità ha tante implicanze culturali: la speranza, la solidarietà intergenerazionale, siamo tutti connessi, come dice il Papa.

                Nel nostro Paese viviamo una forte crisi demografica

Eppure, c’è un desiderio di famiglia e di figli, solo che in Italia non si riesce a realizzarlo. Se a un giovane si toglie l’opportunità di realizzare i suoi sogni familiari e lo si mette in condizione di pensare solo a se stesso, questo gli taglia le ali. La natalità è un tema che unisce tutti: il mondo delle imprese senza figli, senza qualcuno che compra prodotti, che fa? Crolla il Pil. Nel mondo dello sport quelli che vincono tante medaglie d’oro sono coloro che hanno un vivaio ricco da cui attingere. Anche il mercato immobiliare è condizionato dalla natalità: si regge sulle richieste di appartamenti, grandi o piccoli, da parte di nuove famiglie, a seconda del numero di figli. Il ministro della Cultura, Dario Franceschini, ha preparato un avviso pubblico per rilanciare i piccoli borghi storici, che ha tra le finalità anche contrastare lo spopolamento, quindi favorirà anche la natalità nei piccoli

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RIFLESSIONI

Rischiamo di rendere le nostre relazioni solo virtuali

                In questi due anni di pandemia stiamo assistendo a un curioso paradosso. Da un lato il Covid ci ha insegnato che «nessun uomo è un’isola», perché nessuno può dirsi esclusivo proprietario del proprio corpo e padrone di farne quello che vuole, senza risponderne agli altri, come l’enfasi sui diritti individuali ci aveva per lungo tempo portati a credere e come si ostinano oggi a sostenere i no-vax.

                Dall’altro, però, ci fa percepire questa evidente interdipendenza più nei suoi aspetti negativi – come una minaccia reciproca di contagio – che in quelli gioiosi e costruttivi. Dalla coscienza che la libertà è sempre anche responsabilità sono emerse soprattutto la percezione della nostra reciproca vulnerabilità e la paura del male che possiamo farci involontariamente a vicenda trasmettendo il virus. Da qui la tendenza a rinunziare ai nostri rapporti umani, o almeno a rarefarli e diluirli drasticamente, secondo la formula del “distanziamento sociale”.

                l nuovo ruolo del virtuale nei rapporti umani. Così, l’effetto più immediatamente percepibile della pandemia sulla nostra vita è l’indebolimento delle relazioni, temporaneamente sospese o trasferite su Internet. Persone legate da comuni interessi di affari preferiscono vedersi e negoziare on line. Convegni culturali, originariamente programmati “in presenza”, vengono trasformati in webinar. Perfino gruppi e comunità spirituali trasferiscono i loro incontri su Zoom o altre piattaforme dove vedersi senza pericolo. Emblematico il caso della trasmissione online dell’eucaristia su Tv2000 o a cura delle singole parrocchie. Non si è trattato solo delle assemblee liturgiche. Smart working, DaD, sono diventati termini di uso comune.

 

E sicuramente, nella misura in cui il virtuale, sotto l’impulso della pandemia, tende a sostituire le relazioni umane “in presenza”, si hanno dei guadagni. Ma vale la pena di interrogarsi anche sui rischi. Nella consapevolezza che le modalità tecniche della comunicazione tra gli esseri umani – come del resto tutti mezzi della tecnologia – non sono mai puramente strumentali e non lasciano immutati i soggetti che se ne servono.

                Noi siamo animali culturali e, a differenza di tutti gli altri, siamo in grado, in una certa misura, di trasformare la nostra natura con i prodotti della nostra creatività. In un tempo che ha visto una impressionante accelerazione di questa produzione, la trasformazione degli esseri umani diventa sempre più evidente.

                «La domanda», perciò, come osserva acutamente Umberto Galimberti, «non è più: “Che cosa possiamo fare noi con la tecnica?”, ma: “Che cosa la tecnica può fare di noi?”». Riferita al virtuale e ai suoi effetti sulle relazioni umane, questa domanda è particolarmente inquietante. Sappiamo quali effetti decisivi per la nostra identità abbia avuto, nel remoto passato, il passaggio dalla comunicazione orale a quella scritta.

L’avvento della scrittura come rivoluzione antropologica.

                Per millenni l’oralità aveva determinato un approccio alla realtà che è profondamente cambiato quando è subentrata la nuova tecnica della scrittura. «Apprendimento e conoscenza in una cultura orale significano identificazione stretta, empatica, con il conosciuto. La scrittura separa chi conosce da ciò che viene conosciuto, stabilendo così le condizioni per l’oggettività, il distacco personale» (W. Ong).

                Chi vuol raccontare una storia, oppure semplicemente una barzelletta, tende a identificarsi nei personaggi della narrazione, imitarne i toni di voce, i gesti. Soggetto e oggetto non sono nettamente distinguibili. La scrittura, invece, pone una chiara distanza tra chi comunica e ciò che sta comunicando. Nascono così, allo stesso tempo, l’oggettività e la soggettività. Nel momento in cui si distingue da ciò di cui scrive, il soggetto lo coglie come diverso da sé e dotato di una propria specifica struttura.

                Reciprocamente, nel fare questo, egli percepisce la propria soggettività, sviluppando così un atteggiamento di introspezione che nelle culture orali era assente. Secondo molti studiosi senza la scrittura non sarebbe mai nata la scienza moderna, e neppure quel tipo di interiorità, complessa e problematica, che ha caratterizzato tutto lo sviluppo della civiltà occidentale. Ma l’avvento della scrittura ha avuto un profondo influsso anche sulle relazioni umane. Chi vuole raccontare qualcosa raduna intorno a sé un piccolo crocchio di ascoltatori. Così era nel clan quando, la sera, gli anziani, seduti vicino ai fuochi, ripetevano le antiche narrazioni che avevano a loro volta ricevuto dai loro padri. Chi invece vuole scrivere – una lettera, una relazione – o desidera leggerle, chiede che per favore lo si lasci solo.

                Qualcuno si è spinto fino ad affermare che l’individuo è nato con la scrittura. Certo è che il diffondersi del mezzo scritto, con l’invenzione della stampa, nel XV secolo, fornì uno strumento decisivo all’affermarsi della dottrina luterana del libero esame e dell’individualismo protestante, impensabile se non vi fosse stato una Bibbia disponibile per ogni credente.

                La problematicità del virtuale. Per fortuna, la scrittura non ha mai soppiantato la comunicazione orale. Ma, ai nostri giorni, l’avvento del virtuale si presenta più problematico. Lo è già per il fatto che, mentre sia la comunicazione orale che quella scritta non nascondono il loro essere degli intermediari, e dunque dei semplici mezzi, per accostarsi al mondo e agli altri, quella virtuale si presenta come autoreferenziale, pretendendo di sostituire, e non di rappresentare, ciò che comunica. Non per nulla si parla di “realtà” virtuale. Ad essere minacciata direttamente non è tanto la corporeità, che viene comunque rappresentata sugli schermi, ma la sua fisicità. Su Skype o su Zoom vediamo il volto dell’altro, anche se è lontanissimo fisicamente, così come in televisione possiamo seguire eventi che si svolgono in altri continenti. Il guadagno innegabile è l’abbattimento di tutte le barriere spazio-temporali che, nel mondo fisico, impediscono o almeno ostacolano la comunicazione tra gli esseri umani.

                Al tempo stesso, però, questa apertura potenzialmente illimitata a persone e a situazioni, che un tempo la lontananza spaziale rendeva irraggiungibili, determina un eccesso insostenibile di stimoli. Partecipare in diretta alle vicende di tutto il pianeta ci potrebbe fare impazzire. Per questo il virtuale si avvale della mediazione dello schermo. Con questo termine si può intendere sia la superficie su cui si delineano delle immagini, consentendo la comunicazione, sia un filtro, un riparo che si frappone fra i nostri organi sensoriali e qualcosa che potrebbe ferirli (come quando si dice: “farsi schermo con la mani”). Lo schermo della tv, del tablet, del computer o dello smartphone ci fanno cogliere in modo immensamente più ampio la realtà. Ma, proprio per questo, essi devono difenderci da essa, consentendoci di convivere con la sua complessità e la sua violenza grazie al fatto che, dietro lo schermo, ne siamo soltanto spettatori.

                Il pericolo, però, è una specie di anestesia che alla lunga può condizionare le persone nel loro atteggiamento di fondo verso la realtà, spingendole ad affrontare tutta la vita come uno spettacolo o un gioco. Questo è particolarmente vero quando sono in gioco i rapporti umani. Non bisogna certo dimenticare i vantaggi che, specialmente in questo tempo di pandemia, sono derivati ad essi dall’uso di Internet. Ma, così come sui social si è “amici”, senza conoscersi se non per il volto che si è deciso di assumere agli occhi degli altri, su Zoom si può evitare di essere visti nascondendosi dietro una icona.

                La “persona” ritorna ad avere il significato latino originario di “maschera”. Il risultato può essere la banalizzazione del mistero delle persone. Esposte in vetrina, esse diventano, paradossalmente, invisibili. Come ha scritto Philippe Breton, oggi «si mostra tutto ciò che è visibile, ma al tempo stesso non si vede mai nulla, o perlomeno nulla di ciò che è essenziale»

prof Giuseppe Savagnone          Chiaroscuri       21 gennaio 2022

www.tuttavia.eu/2022/01/21/rischiamo-di-rendere-le-nostre-relazioni-solo-virtuali

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SINODO

E qui vorrei soffermarmi anche sulla necessità del discernimento nel percorso sinodale. Qualcuno può pensare che il percorso sinodale è ascoltare tutti, fare un’inchiesta e dare dei risultati. Tanti voti, tanti voti, tanti voti… No. Un percorso sinodale senza discernimento non è un percorso sinodale. Occorre – nel percorso sinodale – discernere continuamente le opinioni, i punti di vista, le riflessioni. Non si può andare nel percorso sinodale senza discernere. Questo discernimento è quello che farà del Sinodo un vero Sinodo, di cui il personaggio – diciamo così – più importante è lo Spirito Santo, e non un parlamento o un’inchiesta di opinioni che possono fare i media. Per questo sottolineo: è importante il discernimento nel percorso sinodale     FRANCESCO.

www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2022/january/documents/20220121-plenaria-cdf.html

 

Desideri dello Spirito o dello spirito mondano?

                Se il protagonista del Sinodo è lo Spirito e, attraverso Lui, i (suoi) desideri in noi, come discernere quelli "santi" da quelli "mondani"? Il criterio della piccolezza, della fragilità e del fallimento è ancora attuale?

                Dopo aver evocato il legame tra desiderio e Spirito Santo – e mostrato il suo significato per il processo sinodale, Papa Francesco ha ricordato cosa intenda per desiderare nell’intensa omelia dell’Epifania, quasi a voler racchiudere simbolicamente il tempo natalizio dentro questo dato antropologico fondamentale che è – insieme – anche pneuma-teo-logico. D’altronde, «Dio ci ha fatti così: impastati di desiderio … noi siamo ciò che desideriamo»; per questo «la nostra vita – diceva Sant’Agostino – è una ginnastica del desiderio» ed è sempre necessario «ritornare ad alimentare il desiderio» andando «a “scuola di desiderio”»:

                «Desiderare significa tenere vivo il fuoco [lo Spirito] che arde dentro di noi e ci spinge a cercare oltre l’immediato, oltre il visibile. Desiderare è accogliere la vita come un mistero che ci supera, come una fessura sempre aperta che invita a guardare oltre, perché la vita non è “tutta qui”, è anche “altrove”. È come una tela bianca che ha bisogno di ricevere colore. Proprio un grande pittore, Van Gogh, scriveva che il bisogno di Dio lo spingeva a uscire di notte per dipingere le stelle … [È] interrogarci su che cosa Dio vuole da noi … [È] nostalgia di ciò che ci manca … [È] sana inquietudine».

                Sì, perché «l’inquietudine dello Spirito (…) nasce dal desiderio» ed allora ecco perché Papa Francesco ci esorta di continuo ad essere «cercatori inquieti» dai «cuori inquieti»: «abbiamo bisogno di interrogativi, di ascoltare con attenzione le domande del cuore, della coscienza, perché è così che spesso parla Dio, il quale si rivolge a noi più con domande che con risposte … Ma lasciamoci inquietare anche dagli interrogativi dei bambini, dai dubbi, dalle speranze e dai desideri delle persone del nostro tempo», così da essere «aperti alle sorprese di Dio». Solo così è possibile «percorrere strade nuove»; solo così è possibile che «lo Spirito ci suggerisca vie nuove, strade per portare il Vangelo al cuore di chi è indifferente, lontano, di chi ha perduto la speranza ma cerca (…) “una gioia grandissima” (Mt 2,10)».

                Ovviamente, il vescovo di Roma non ha una visione ingenua del desiderio. Egli lo ha chiarito bene nell’omelia tenuta in occasione della festa della Candelora (ossia della Presentazione di Gesù al Tempio), quando ha collegato l’essere «mossi» dallo Spirito Santo con le «mozioni spirituali», le «mozioni [motivazioni] interiori dello Spirito». Esse sono quei «moti dell’animo che avvertiamo dentro di noi e che siamo chiamati ad ascoltare, per discernere se provengono dallo Spirito Santo o dallo spirito del mondo». Ma il criterio di discernimento sarà costituito dal loro renderci capaci (nel caso dello Spirito Santo) di scorgere, di riconoscere la presenza dell’opera di Dio «nella piccolezza e nella fragilità», invece di pensare «in termini di risultati, di traguardi, di successo» e di muoversi «alla ricerca di spazi, di visibilità, di numeri» (come farebbe lo spirito del mondo).

                Nel processo sinodale, quindi, non si tratterà solo di «verificare la qualità» dell’apostolato dell’orecchio, ma anche di «coltivare una visione rinnovata», «la saggezza del guardare – questa la dà lo Spirito», per avere «occhi che sanno “vedere dentro” e “vedere oltre”; che non si fermano alle apparenze, ma sanno entrare anche nelle crepe della fragilità e dei fallimenti», laddove si nascondono – nonostante «fatiche e stanchezze» o «delusioni» – «il bene [e] le vie di Dio».

                Appare allora molto significativo quanto raccontato di recente dal cardinal Hollerich, relatore generale del prossimo Sinodo: «Quando, da giovane prete, sono arrivato in Giappone, è stato un grande choc… Con altri gesuiti, ognuno proveniente da un differente ambiente cattolico, arrivammo con un modello di cattolicesimo che tutti noi abbiamo visto molto velocemente non corrispondere all’attesa del Giappone. Per me, questo ha rappresentato una crisi. Ho dovuto astrarre da tutte le devozioni che fino ad allora costituivano le ricchezze della mia fede, rinunciare alle forme che amavo. Sono stato posto di fronte a una scelta: o rinunciavo alla mia fede perché non ritrovavo le forme che conoscevo, oppure iniziavo un percorso interiore. Ho preferito la seconda opzione. Prima di poterLo proclamare, ho dovuto diventare cercatore di Dio. Dicevo con insistenza: – Dio, dove sei? Dove sei, nella cultura tradizionale e postmoderna del Giappone? -» (La Croix, 22 gennaio 2022).

Sergio Ventura                 VinoNuovo                        10 febbraio 2022

www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/desideri-dello-spirito-o-dello-spirito-mondano

 

Una chiesa fragile di fronte al cammino sinodale

                Il cammino sinodale nella diocesi di Torino si è avviato con qualche difficoltà. Almeno fino ad ora non è stata colta la portata di questo processo, né forse neppure il significato, almeno in larga parte del popolo di Dio. Eppure la Chiesa torinese negli ultimi due anni è stata luogo di un’iniziativa che potremmo definire “presinodale”. Nel 2019 si è fatta strada l’idea di preparare un’Assemblea diocesana attraverso un’ampia ricognizione della realtà ecclesiale: incontri con le unità pastorali, associazioni e movimenti ecclesiali, organismi pastorali, congregazioni religiose, ma anche, e questa è una novità interessante, con tutte quelle esperienze più marginali nella vita della Chiesa, e talvolta più critiche.

                Purtroppo questo esteso lavoro di ascolto è avvenuto in un tempo segnato dalla pandemia, che ha reso molto difficile incontrare le persone, ed ha in parte impedito o limitato incontri che pure erano stati previsti, ma nel complesso è emerso un quadro della situazione significativo, in cui le luci e le ombre della Chiesa torinese appaiono con sufficiente evidenza e indicano anche alcune linee per il futuro.

                Se dovessi dire quali sentimenti prevalenti ho colto negli incontri, soprattutto con la le comunità territoriali (parrocchie, unità pastorali), sottolineerei l’incertezza e il timore del domani. Certamente il Covid, che ha rivoluzionato la vita delle nostre comunità, ha generato un’inquietudine nuova e un senso di precarietà mai percepito nel passato, con un atteggiamento che oscilla fra due polarità: da un lato l’insopprimibile tentazione (talvolta esplicita ma per lo più riconoscibile dal senso di stanchezza che permea i discorsi e gli atteggiamenti) di recuperare un equilibrio smarrito, e ritornare a celebrazioni liturgiche, ritmi comunitari, incontri catechistici, relazioni interpersonali che hanno subito un’improvvisa interruzione, dall’altro la convinzione che il dopo pandemia cambierà comunque le nostre chiese in un modo oggi inimmaginabile.

                La maschera dell’attivismo. In qualche misura questo tempo anomalo, se è vero che ci ha obbligati a fare i conti con un’esperienza fuori del comune, ha gettato una luce su preesistenti limiti e fragilità del tessuto ecclesiale, ma anche sulle potenzialità di un suo rinnovamento. Il calo della partecipazione alla vita della comunità, che persiste tuttora in tante parrocchie, può essere letto ad esempio come segno di un legame debole fra le persone e la comunità ecclesiale, che non ha retto l’impatto di questa travagliata stagione.

                Il sociologo Franco Garelli, che ha esaminato criticamente gli esiti di questa ricognizione ecclesiale, ha correttamente rilevato che l’attivismo di tante nostre realtà aveva mascherato questioni centrali come “il tipo di fede che viene proposta e trasmessa dalle nostre comunità, di quale rappresentazione di Dio venga veicolata dalla nostra presenza; vista la ’poca fede’ delle persone che prima frequentavano e ora sono disperse e il grande vuoto dei ragazzi e dei giovani nei nostri ambienti”.

                Anche se, ed è ancora Garelli a segnalarlo, ci sono stati anche spunti interessanti che hanno riguardato in particolare nuove esperienze e nuovi stili di preghiera liturgica e comunitaria, le forme della comunicazione, il bisogno di gesti di accoglienza e di amicizia, la valorizzazione delle esperienze di fraternità e di solidarietà che si sono in molti luoghi realizzate.

                La difficoltà di ripensare le forme ecclesiali. La mia impressione è comunque che, in larga parte, le persone (laici, preti, diaconi, religiosi/e,) che si sono espresse, pensino al futuro della Chiesa mantenendosi dentro un modello che non si discosta da quello del recente passato. Le indicazioni di cambiamento (alcune anche molto apprezzabili), che sono state formulate, sono spesso, nella sostanza, integrazioni o correzioni dell’esistente, perché non si riesce a concepire, dall’interno, che le forme ecclesiali possano essere ripensate alla radice, riformate (e non semplicemente rinnovate), come dice papa Francesco in Evangelii Gaudium: quando si parla ad esempio del rapporto fra parrocchie e unità pastorali, e fra la base ecclesiale e il centro diocesi, o del ruolo dei diaconi, si individuano certamente dei problemi reali, ma a cui si danno risposte prevalentemente sul piano organizzativo e dell’efficienza, lasciando molto sullo sfondo la domanda su come la Chiesa debba ripensarsi in senso più evangelico nel leggere il tempo che abitiamo, nelle sue scelte, nello stile pastorale di ogni sua componente.

                Segni di speranza dai margini. Si deve però dar conto di altre voci che hanno dimostrato uno sguardo più aperto, un atteggiamento talora assai critico, ma anche capace di sottolineare istanze personali e collettive e suggerire nuove vie, con grande libertà. È interessante notare che questi contributi siano pervenuti soprattutto (anche se non esclusivamente) dai gruppi definiti “non istituzionali”, cui partecipano anche persone ai margini della comunità ecclesiale, o dagli insegnanti di religione intervistati (che riportano la situazione problematica dei ragazzi e dei giovani, ma anche le loro attese e le loro disponibilità). In larga parte queste indicazioni sono state raccolte dalla Commissione assembleare, anche se i documenti finali (per la legittima necessità di contemperare voci fra loro non sempre omogenee) smarriscono parzialmente la forza e la nettezza con cui esse sono state espresse.

                Quattro conversioni pastorali. Il teologo Duilio Albarello, che di questi resoconti ha fatto una sua lettura, ha descritto in quattro “conversioni pastorali”, gli elementi più qualificanti che da essi traspaiono. Nel sottoscrivere queste prospettive, richiamo sinteticamente alcuni aspetti.

  1. Passare dalla sola sacramentalizzazione all’evangelizzazione integrale. La Chiesa deve testimoniare il messaggio evangelico nella sua essenzialità e radicalità, accentuando il carattere comunitario della fede cristiana, con uno stile gioioso, di misericordia, di speranza, offerta anzitutto a chi si trova nella sofferenza e nella povertà.
  2. La dimensione comunitaria si deve esprimere nella fraternità, nella cura attenta delle relazioni interpersonali, attraverso cui si comunica la fede. Serve una Chiesa più conviviale, fatta di gesti anche semplici.
  3. Occorre riflettere sulle celebrazioni liturgiche, nelle quali in molti casi si constata la debolezza del tessuto comunitario e la difficoltà a rendere comprensibile un linguaggio che appare a molti lontano e insignificante; senza dimenticare che, oltre la celebrazione eucaristica, ci sono altre forme cui dare spazio (liturgia delle ore, della Parola, lectio divina) e le liturgie domestiche.
  4. Serve una Chiesa meno autoreferenziale in cui le unità ecclesiali territoriali creino luoghi di incontro e di dialogo (e magari anche di festa) aperti a tutti, gestiti dai laici, dove ci si possa confrontare sui problemi del territorio, sui problemi sociali che la gente sente più urgenti, e anche su temi culturali e spirituali, ricordando che per far incontrare il Vangelo dobbiamo imparare a parlare col mondo invece di parlare al mondo. In questi luoghi si possono proporre anche momenti di riflessione biblica, per i credenti, ma aperti a tutti.

                Passare dalla supplenza clericale alla corresponsabilità testimoniale. L’istanza comunitaria richiede un graduale superamento della struttura piramidale della Chiesa, e di ripensare l’accesso ai ministeri, promuovendo il ruolo anche decisionale dei laici, sia uomini che donne, e riconoscendo alle donne l’accesso al diaconato.

                È urgente provvedere ad un’adeguata formazione dei laici e delle laiche che assumano ruoli di responsabilità nelle strutture e nelle unità ecclesiali, sollecitando una loro presa di parola e la loro creatività. Ancor più fondamentale è l’impegno di testimonianza evangelica nelle varie forme della vita sociale, civile, culturale, professionale, familiare.

                Passare dall’attivismo pastorale alla formazione teologica. Occorre incrementare la riflessione teologica che sappia compiere un’opera di mediazione tra il Vangelo e la cultura in cui siamo immersi e offrirla come servizio alla comunità dei credenti, superando due pregiudizi molto radicati: una concezione intellettualistica della teologia e una visione attivistica della pastorale. Avendo consapevolezza che stiamo rischiando narrazioni vuote, perché i giovani non hanno ricevuto alcuna trasmissione della fede (dai nonni e in genere dalla famiglia, spiritualmente povera). Questo richiede l’adozione di nuovi linguaggi e nuove forme di pastorale. L’esigenza di superare il dogmatismo richiama la necessità della formazione di cristiani adulti.

                Passare dall’autoreferenzialità ecclesiale al dialogo socio – culturale. Ogni comunità deve avere una sensibilità ecumenica, perseguire la riconciliazione anzitutto fra i cristiani, senza dimenticare il dialogo interreligioso. Occorre operare nei territori, con altre religioni, realtà, singoli che già agiscono dove ci sono fragilità, costruendo reti e sinergie. La comunità ecclesiale è sfidata sulla sua capacità di abilitare i credenti ad una fede che sia consapevole delle attuali trasformazioni culturali e sociali, in modo da affrontarle non rimanendo sulla difensiva, ma prendendo l’iniziativa di contribuire a orientare quelle trasformazioni stesse con la sensibilità del Vangelo; senza forme di intransigenza e con uno stile dialogico.

                Un buon rodaggio. Penso infine, al di là di alcune osservazioni critiche ricevute, che questi due anni di incontri e di elaborazione (i cui risultati sono tutti disponibili sul sito della diocesi di Torino – Assemblea diocesana 2021) possano essere un buon punto di partenza per il cammino sinodale.

www.diocesi.torino.it/site/assemblea-diocesana-2021-tutti-gli-atti-disponibili-on-line

                La vera scommessa per i prossimi mesi è duplice: coinvolgere attivamente i credenti in questo processo, fornendo loro anche strumenti per aprire gli orizzonti della riflessione, che diversamente rischia di appiattirsi su prospettive di basso profilo, e allargare la consultazione a tanti uomini e donne, che vivono sulla soglia o al di fuori delle nostre comunità, ma non sono insensibili alla dimensione di fede e potrebbero sollecitare la Chiesa italiana ad essere più evangelica e coraggiosa.

                Beppe Elia          “Chicco di senape” di Torino, che aderisce alla Rete dei Viandanti

www.viandanti.org/website/una-chiesa-fragile-di-fronte-al-cammino-sinodale

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TEOLOGIA

Il cambiamento climatico offre alla teologia un’occasione per liberarsi del passato

                Essendo del tutto incapace di parlare da teologo, mi rivolgo a voi come chi ha tentato di cogliere quel che il mutamento ecologico produce sulla filosofia, e anche come chi, ispirato da sempre dal cattolicesimo, si trova un po’ sconsolato per non poterne trasmettere il messaggio al suo prossimo. Cerco dunque di collegare le due crisi: quella dell’ecologia e quella della trasmissione.

                Voglio provare a vedere se una diversa comprensione del mutamento in corso può permettere di riprendere in altro modo il messaggio. Procederò secondo tre momenti:

  1. nella prima parte, definirò il contrasto fra proiezione cosmologica e predicazione;
  2. nella seconda parte, elencherò alcuni punti in cui il cambiamento di cosmologia riapre, a mio parere, questioni classiche di trasmissione e di predicazione;
  3. infine, vorrei riassumere la situazione presente, così come io la vedo, proponendo un enigma che permetterà, spero, di aprire la discussione.
    1. Ogni cambiamento di cosmologia offre alla predicazione cristiana una occasione di riprendere in modo nuovo tanto la forma quanto il contenuto del suo messaggio. Ora, noi oggi viviamo un cambiamento di cosmologia abbastanza radicale di cui l’esperienza dolorosa del Covid è l’espressione più viva. Drammatizzando all’eccesso, si potrebbe dire che siamo passati da una cosmologia il cui modello canonico era l’esperienza di Galileo che calcolava la caduta dei gravi lungo un piano inclinato, a una cosmologia il cui modello canonico è un virus che non smette di passare di bocca in bocca, di diffondersi progressivamente, di obbligare tutte le società a modificare i propri comportamenti, e che non smette di mutare. Ben più degli antichi modelli meccanici, sono i viventi, e in primo luogo i virus e i batteri, capaci di trasformare le proprie condizioni di vita al punto di costituire, nell’arco di miliardi di anni, un mondo terrestre abitabile, di diventare il centro di tutti i nostri interessi, di tutte le nostre preoccupazioni e di tutti i nostri saperi. Alla terra che si muove nello spazio infinito della tradizione galileiana, si sostituisce una terra «che si commuove», secondo l’espressione di Michel Serres (Il contratto naturale, Feltrinelli, 2019), che reagisce alle azioni di quei viventi fra gli altri che sono gli umani, e che pone la domanda esistenziale se questi umani saranno capaci o meno di mantenere le condizioni della sua abitabilità. Mi sembra che un tale cambiamento nelle visioni del mondo non possa non influenzare il quadro, la direzione, l’espressione, della predicazione cristiana.

Il nuovo regime climatico. La prima cosa che la crisi ecologica rivela, e che io chiamo Nuovo Regime Climatico, è che forse non esiste un legame necessario, definitivo, indissolubile tra la predicazione cristiana e le proiezioni cosmologiche attraverso le quali essa si è spesso espressa nel passato. Per “proiezione cosmologica” intendo il grande racconto di ciò che il catechismo chiamava “storia sacra” e che spiegava il mondo, in un magnifico scenario, dalla creazione fino alla fine dei tempi. Scenario che è stato dipinto in innumerevoli chiese e che sconvolge sempre sia l’amante dell’arte che il credente per la sua ampiezza e la sua pienezza. Ora, sono proprio questa pienezza, questa completezza, questa ampiezza a non permettere di cogliere la rottura enorme introdotta dall’irruzione della nuova questione di mantenere il mondo abitabile per gli umani e per i loro commensali. La cosmologia (questa volta come è intesa nel senso classico dalla teologia) copre tutto, ma è proprio questo il problema: essa copre troppo e ricopre troppo rapidamente il problema chiave dell’epoca in cui siamo entrati tutti insieme. La storia sacra non può più svolgersi nella stessa maniera se non c’è più un mondo terreno in cui essa possa aver luogo. È per questo motivo che le tocca rallentare un momento e permettere d’introdurre una nuova discontinuità nel suo grande racconto. La si riconosce abbastanza bene, tale discontinuità, allorché ci si accorge che il messaggio evangelico, per definizione, è del tutto indifferente a una qualsivoglia cosmologia. Di qui l’espressione di “proiezione” che ho utilizzato. Il quadro cosmologico è una amplificazione, una scenarizzazione, una messa in storia, di un messaggio la cui radicalità obbedisce a regole di verificazione completamente differenti È in effetti la particolarità degli esseri sensibili alla parola a veicolare la predicazione e dunque a trarre la loro verità dalla capacità di convertire coloro a cui si rivolgono. Se non c’è conversione, non vi è nemmeno più verità.

                Il buon samaritano. Prendendo l’esempio principe di Ivan Illich, il buon samaritano diventa il prossimo del ferito abbandonato dai sacerdoti, ed è quest’atto stesso che dà la verità dell’interazione; non le appartenenze etniche o l’adesione a una qualunque visione del mondo (si veda Una fiamma nel buio. Conversazioni, Eleuthera, 2020). Divenire il prossimo senza attendere più a lungo e senza preoccuparsi dei propri affari urgenti definisce la situazione e infrange di conseguenza il quadro spazio-temporale nel quale si situano gli altri tre protagonisti come anche il samaritano. La questione dei fini ultimi si gioca qui, ora, e di conseguenza anche quella della salvezza. In una simile situazione, il quadro cosmologico non è soltanto indifferente, piuttosto è l’ostacolo che viene a rompere l’atto di carità. La continuità della predicazione si basa su atti di carità del genere, capaci di costituire a poco a poco, per riassumerlo molto rapidamente, un popolo di prossimi salvati. In rapporto a tale continuità, le proiezioni cosmologiche servono in qualche modo da punti di sosta per riassumere la situazione nell’attesa della ripresa degli atti di carità. Sono atti del genere che verificano la qualità dell’atto di fede, e non il quadro spazio-temporale con il quale lo si è riassunto per un certo tempo. Per definizione, tale quadro appartiene al senso comune, mentre, sempre per definizione, l’atto di fede rompe con questo stesso senso comune. È proprio qui che si scorge la distinzione fra i due movimenti: si aderisce al quadro spazio-temporale, è un oggetto di credenza, mentre l’esigenza dell’atto di fede è di convertire coloro a cui ci si rivolge, di diventare il loro prossimo. I due elementi non sono in continuità l’uno con l’altro. E soprattutto non invecchiano allo stesso modo. La proiezione cosmologica varia nello spazio e nel tempo, allorché, per definizione, l’atto di predicazione modifica lo spazio e il tempo poiché instaura il momento della salvezza, l’attesa dei fini ultimi. È in tal senso universale (o almeno universalizzabile), ma soltanto se riesce a convertire coloro a cui si rivolge, mentre le proiezioni cosmologiche sono, per definizione, relative a un’epoca e a un popolo.

                Gli obblighi della teologia. È evidentemente tale radicale discontinuità tra atto di fede e credenza in un quadro spaziotemporale a spiegare perché ogni cambiamento di cosmologia obblighi la predicazione, come pure la teologia, a riprendere tutta la questione. Quando i due aspetti sono in fase, il problema non si pone: se il giovane ricco del Vangelo ha rinunciato a seguire la chiamata di Gesù, non è perché aveva un problema di comprensione del quadro nel quale si esprimeva il maestro, entrambi avevano lo stesso, ma perché il pungolo della predicazione esigeva da lui qualcosa che egli ha rifiutato di seguire «perché aveva grandi ricchezze». La situazione è ovviamente del tutto differente quando i due aspetti non sono più in fase. Ogni destinatario della predicazione dovrà decidere se deve aderire a un quadro che gli è estraneo o se deve lasciarsi trasformare da una ingiunzione, che lo trasforma in prossimo, ingiunzione in rottura con i quadri dei due protagonisti.

                Il samaritano e il ferito non hanno niente in comune, salvo appunto quel che sta per renderli prossimi l’uno dell’altro contro le evidenze delle loro identità rispettive. Quando la distanza diventa infinita tra le proiezioni cosmologiche e l’atto di fede, la predicazione diventa impossibile; nel tempo perduto a districare ciò che dipende dalle une e ciò che dipende dalle altre, gli interlocutori si sono allontanati per sempre. Hanno perso l’occasione di incontrare il messaggio evangelico perché si è chiesto loro di credere dapprima al quadro nel quale esso è per il momento raccolto e semplificato - benché proprio il messaggio sia in rottura con quel quadro! È come se il buon samaritano avesse dapprima chiesto al ferito di convertirsi alla sua setta prima di bendare le sue piaghe… In un periodo di crisi cosmologica, la situazione diventa sempre più tragica, il messaggio evangelico diventa letteralmente inudibile - per lo meno per coloro che stanno all’esterno, ad extra, coloro a cui si rivolge appunto il messaggio.

  1. Il grande raccordo alternativo. È da questa sfasatura che comincio ad affrontare la seconda parte del mio discorso, chiedendomi se la crisi attuale non offra un’occasione per colmare l’abisso che oggi separa il messaggio dalla sua espressione abituale. Fino alla rottura profetica introdotta dall’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, la proiezione cosmologica più corrente, oggi, dipende dai rimaneggiamenti compiuti durante il periodo moderno per assorbire la nozione di Natura sottomessa alle leggi. In effetti, è in gran parte per reazione all’influsso delle scienze moderne che fu inventata l’opposizione fra la trascendenza e l’immanenza; l’accento posto sul destino delle anime e non più su quello del mondo; l’ossessione per questioni di moralità come contropartita di un disinteresse progressivo per la sorte del cosmo; la paura dell’ecologia; l’orrore del paganesimo; il ripiegamento della Chiesa sulla ricerca di una identità e, soprattutto, la strana idea che fosse necessario opporre al Grande Racconto della Natura conosciuta dalla Scienza un Grande Racconto alternativo che dava della storia del mondo un’altra versione, più “spirituale” e meno “materiale”. Se tali rimaneggiamenti sono potuti apparire necessari dal XVII al XX secolo per resistere alla disanimazione del mondo imposta dallo scientismo, essi non lo sono forse più oggi, quando è la nozione stessa di “materia” e di “materialismo” a ritrovarsi messa in crisi dalla nuova trasformazione cosmologica.

                Il tempo e lo spazio. Dal momento in cui è la questione stessa dell’abitabilità della terra a diventare la questione chiave, ci si accorge che il materialismo del periodo precedente era assai poco “materialista” poiché aveva dimenticato, obliterato, rifiutato il ruolo, l’ampiezza, l’importanza, la fragilità, l’interconnessione dei viventi, i soli capaci di costituire, nel corso dei millenni, l’involucro necessario al prolungamento dell’avventura terrestre. Le scienze della terra non hanno quasi più alcun rapporto con la scienza come la si immaginava ancora nel XX secolo e contro la quale la teologia aveva tentato di redigere un Grande Racconto Alternativo. Lottare contro il “materialismo” pare un compito davvero superato, quando, al contrario, occorre apprendere a rimaterializzare in mille modi l’appartenenza alla terra. È questa immensa rottura nelle concezioni del mondo a offrire alla teologia l’occasione di ripensare, ancora una volta, come ha sempre saputo fare nei periodi di crisi, come accompagnare la ripresa della predicazione liberata da proiezioni cosmologiche senza più alcun rapporto con le esigenze del nostro tempo.

                Ed è forse dal tempo che possiamo iniziare appunto un primo inventario di queste trasformazioni. In un libro tanto importante quanto poco noto (Eschatology and Space. The Lost Dimension in Theology Past and Present, Palgrave, 2012), Vitor Westhelle [1952-2018 teologo luterano in USA] sottolinea il sorprendente tropismo della teologia moderna per la dimensione temporale che ha fatto dell’escatologia un tema quasi unicamente connesso al Grande Racconto della Storia Sacra. Una citazione fra le altre: «Paul Tillich, certamente uno dei grandi teologi del secolo scorso e molto sensibile alle questioni e ai valori culturali, è giunto ad affermare che il cristianesimo ha fatto trionfare il tempo sullo spazio. Egli identifica il paganesimo con l’elevazione di uno spazio speciale a valore e dignità ultima». Come se l’escatologia non fosse un tema anche spaziale oltre che temporale. Per il buon Samaritano, l’ebreo ferito è anche escatologico, segna esattamente sia i fini ultimi, i limiti, i margini (è il senso del termine eschaton), che i Grandi Racconti della Fine del Mondo, con i suoi effetti speciali, angeli, trombe, resurrezioni, che preoccupavano forse i sacerdoti che passavano davanti al ferito, frettolosi com’erano di andare ad assolvere i loro obblighi al tempio. Ora, quel che il Nuovo Regime Climatico mette in primo piano, in maniera decisiva, è appunto la questione dei limiti, e la condizione terribile che sono loro a definire i fini ultimi. Il nostro tempo si rende conto che non ha tempo per attendere. E che dunque ogni racconto che minimizza la condizione spaziale dell’escatologia per preferirle una proiezione nel tempo tradisce, di fatto, la condizione stessa della salvezza.

                A cosa ti serve salvarti l’anima, se finisci per perdere il mondo terreno? Il grido ripetuto ogni giorno, in maniera sempre più stridula, da parte degli scienziati della terra – «Bisogna agire ora o mai più» – non può non risuonare in modo infinitamente tragico per ogni anima cristiana. Soprattutto se si considera l’indifferenza di tanti cattolici, persuasi che la sparizione del mondo terreno sia in fondo “senza rapporto essenziale” con la questione della salvezza, perché essi sono sicuri, in ogni modo, che potranno sempre volgersi “verso il cielo”. Nulla mostra con maggiore durezza il pieno divario tra la proiezione cosmologica della Storia Sacra e le esigenze dell’atto di fede che l’inversione della direzione stessa dei rapporti fra terra e cielo. Nella tradizione antica, il cielo non voleva ovviamente dire soltanto un’ascesa verso l’alto, ma, prima di tutto, una rottura con tutte le appartenenze, con tutte le proiezioni cosmologiche. Il cielo-heaven non si confondeva con il cielo-sky. Resta il fatto, nondimeno, che per resistere al preteso “materialismo”, a partire dal compromesso moderno, il cielo finiva per mettersi a designare una fuga fuori del mondo. Si finiva per volere davvero volgersi verso l’alto. Tutto un immaginario, tutta un’arte, decine di migliaia di prediche, migliaia di inni e di preghiere, un immenso apparato di metafore, di riflessi condizionati, d’immagini mentali, tutto un “ascensionismo” verso l’alto, quando invece è verso il basso che la cura della terra, della terra veramente sacra, doveva condurre le anime. È adesso o mai più, è qui o da nessun’altra parte.

                La nuova terra. Tale stupefacente inversione nello schema della fine dei tempi si contrappone alle forme ordinarie della fede, dei rituali, e non può non avere conseguenze sulla teologia, e anche sulla dogmatica. La “nuova” terra, che era l’oggetto di una speranza così grande, appare davvero oggi in tutta la sua novità, ma sotto una forma totalmente imprevista, quella di un minuscolo involucro, infinitamente antico e fragile, tessuto dai viventi interconnessi e di cui bisogna imparare a prendersi cura per far sì che non scompaia del tutto. Non più l’oggetto di una attesa escatologica lontana, ma di un’azione presente che giudica ognuno di noi con lo stesso giudizio risoluto del giovane ricco del racconto evangelico: «Cosa ne hai fatto del mondo?».

                Quel che paralizza questa redirezione verso il basso è evidentemente lo strano tema dell’immanenza supposta “asfissiante” (l’espressione si trova ancora in Laudato sì) in rapporto alla necessaria “elevazione” verso la trascendenza. Ma l’opposizione immanenza/trascendenza è essa stessa un artefatto della proiezione cosmologica inventata in reazione alla nozione di Natura. All’epoca, certo, era necessario mantenere un supplemento d’anima poiché esso veniva rifiutato dalla versione falsamente “materialista” dello scientismo moderno. La vita si trovava rinchiusa nei limiti ristretti della biologia. Ora, i viventi di cui oggi bisogna imparare a prendersi cura non assomigliano affatto ai viventi del darwinismo di un tempo. Questi ultimi appartenevano alla natura, si riteneva che si adattassero a un ambiente esterno, obbedivano a leggi che erano superiori a loro e, in particolare, alla legge suprema della selezione naturale, forma appena laicizzata della provvidenza. Tutto lo sforzo per i cristiani consisteva dunque nello “sfuggire” all’influenza di questi viventi per esistere veramente in quanto umani. Ora, i viventi di oggi hanno un pedigree del tutto diverso: si sono fatti da sé, contrattando a poco a poco, grazie alla loro interconnessione, le condizioni di abitabilità che sono diventate favorevoli. Sono loro ad avere prodotto l’ambiente, suolo e atmosfera compresi. “Sfuggire” alla loro influenza non ha dunque senso; tanto varrebbe non esistere del tutto. Essi non appartengono alla natura (semi-concetto la cui altra metà è, ovviamente, la cultura). Sono il mondo che essi si sono dati e nel quale noi, gli umani, siamo letteralmente avvolti. In tal senso, l’“immanenza” non è più una direzione il cui contrario sarebbe la “trascendenza”. Anche il mondo dei viventi è “trascendente” per quanto possibile, nel senso molto concreto che le loro interazioni “vanno oltre” costantemente da sé.

                Ogni giorno scopriamo la potenza e la fragilità dei loro “oltrepassamenti”, anche in quella esperienza tragica riassunta dal termine attualmente ben noto di “antropocene”. È questa trascendenza così peculiare che veniva descritta con tanta precisione nel celebre cantico di san Francesco d’Assisi, con il quale il santo celebrava non soltanto «sora Luna» e «frate Vento», ma anche «sora nostra matre terra» e, infine, «sora nostra morte corporale».

                Vi è, fra il Nuovo Regime Climatico e l’incarnazione, una strana familiarità. La crisi ecologica prolunga la stessa direzione che l’incarnazione già aveva designato. La salvezza è verso l’abbassamento, la kenosis. [svuotamento]. A essere in causa sono i limiti dell’antropocentrismo, limiti che si intendono tanto nel tema classico di una dipendenza dell’uomo di fronte al suo creatore, quanto nel tema attuale della dipendenza dell’uomo in rapporto ai viventi che hanno costituito a poco a poco, nel corso di miliardi di anni, il mondo provvisoriamente abitabile nel quale egli si è inserito. Evidentemente, il superamento dell’antropocentrismo è stato impossibile fintantoché si associava la svolta ecologica a un “culto della natura”. La contraddizione con il messaggio evangelico, come pure con la proiezione cosmologica ordinaria, appariva troppo forte.

                Adesso o mai più. Ma l’ecologia ha alla fin fine poco a vedere con la natura, quest’invenzione del XVII secolo nata per fare da cornice alla trasformazione cosmologica dell’epoca. Oggi, non si tratta più di natura, ma di cura degli esseri da cui noi dipendiamo e che dipendono da noi, e dei quali nessuna Legge superiore regola in anticipo il destino. L’incarnazione ci immerge in una storia d’interconnessione con i viventi, la cui salvezza dipende ormai in gran parte dagli atti di carità che noi saremo capaci di non rimandare a più tardi con la giustificazione di un “altro mondo”. È adesso o mai più. È qui o da nessuna parte. Se i cristiani mancano questa biforcazione, vorrebbe dire che preferiscono mantenere la proiezione cosmologica alla quale sono abituati e sacrificare il messaggio evangelico che hanno comunque il compito di recuperare. Non vi è soltanto la natura degli ultimi tre secoli a paralizzare questa discesa, questo abbassamento, questa kenosis, vi è anche la paura morbosa del “paganesimo”, come se, abbracciando la cura della Terra, si finisse per “ricadere” al livello degli idolatri. Ora, vale per il paganesimo quel che si è detto del cielo: ciò che era stato un contrasto necessario nel momento in cui emergeva la forma nuova di veridizione (ciò che Jan Assmann, per questa ragione, chiama contro-religione in Non avrai altro Dio. Il monoteismo e il linguaggio della violenza, il Mulino, 2007), nell’epoca moderna è diventato una sorta di fantasma coloniale, come il “barbaro” dei tempi antichi. Il paganesimo esiste solo per i civilizzatori e i modernizzatori. Ma quanti vengono infangati con questo termine hanno preceduto di molto le contro-religioni nella cura del cosmo. Mentre i popoli autoctoni, ancora qualche decennio fa, si collocavano nel passato dei popoli in marcia unanimi verso il progresso, ecco che essi, piuttosto, si collocano davanti a noi nella ricerca di una cura del mondo che noi condividiamo ormai con loro.

                Vi è in tutto ciò una antecedenza delle tradizioni religiose che dovrebbe essere oggetto di uno studio importante quanto quello che fu fatto, fin dall’inizio del cristianesimo, sull’antecedenza del popolo eletto (sta qui tutta l’importanza di quell’altro gesto profetico di papa Francesco quando, nell’ottobre del 2019, chiese ai popoli dell’Amazzonia di piantare un albero nel giardino del Vaticano). Malgrado una lunga storia di iconoclastia, la contro-religione cristiana non ha nessuna ragione di prendersela con le religioni cosmologiche che dipendono da altri modelli di veridizione e che mirano a obiettivi del tutto diversi. Volere la continuazione del mondo non può più apparire oggi come un errore o come una colpa morale. Da irriducibili nemici, i “pagani” sono diventati, anch’essi, nostri fratelli nel conservare l’abitabilità del mondo terreno.

                Ecco alcuni punti che mi sembrava importante ricordare per evidenziare la distanza, ormai abissale, tra la predicazione e la proiezione cosmologica che le è servita da supporto provvisorio. Sulla dimensione escatologica del tempo o dello spazio, sulla nozione di natura, sull’opposizione fra trascendenza e immanenza, sulla concezione dei viventi, sul rapporto così teso fra religioni e contro-religioni, si misura fino a che punto il Nuovo Regime Climatico colpisca dritto in faccia la proiezione cosmologica ordinaria che si era grosso modo stabilizzata nei secoli XIX e XX. Per molti aspetti, il cambiamento attuale assomiglia, per dimensione se non per contenuto, a quello del XVII secolo, quando le anime religiose sono state costrette ad assorbire la nuova concezione cosmologica legata a un certo Grande Racconto della Natura conosciuta dalla scienza. Il che non vuole affatto dire che le nuove scienze del sistema terra offrano finalmente la cornice ideale per ospitarvi la predicazione, come se fosse necessario di nuovo, una seconda volta, adattare il messaggio alle verità degli studiosi. Il fatto è semplicemente che lo shock che le scienze della terra fanno subire alla comprensione del mondo e, in particolare, alla nozione di natura, apre uno spazio imprevisto in cui le questioni classiche della teologia possono respirare più agevolmente senza essere costantemente obbligate a difendersi contro il “materialismo”.

                Tutto l’interesse per l’epidemia attuale di Covid sta nell’assumere riguardo queste problematiche il ruolo di un tafano, di una zanzara o di una vespa, per ricordarci costantemente che abbiamo decisamente, una volta ancora, cambiato mondo e che è ormai tempo di accorgercene.

  1. Il nostro Eden. Dato che non sono capace di trarre lezioni di teologia da queste considerazioni probabilmente troppo aggrovigliate, vorrei proporvi un enigma riutilizzando un’immagine ben nota, quella del giardino dell’Eden. Che cosa cambierebbe nel messaggio evangelico se facessimo l’ipotesi che il Dio dei cristiani fosse arrivato in un giardino già là da molto tempo, un giardino lussureggiante, che si è formato, nel corso di miliardi di anni, grazie all’interconnessione di viventi capaci di dare, gli uni agli altri, senza averlo voluto né cercato, condizioni di abitabilità che assicurano, bene o male, il prolungamento della loro avventura?

Questo giardino simboleggia l’antecedenza dei viventi e la questione chiave delle condizioni di abitabilità che hanno essi stessi creato. È in questo giardino ricco e fertile che viene piantato un albero, un albero fra gli altri, detto della conoscenza del bene e del male. Tale conoscenza aggiunge alle altre forme di veridizione una novità capitale, quella dei fini ultimi, della salvezza, e del prossimo, in rottura con ogni appartenenza. I prossimi salvati da questa forma così nuova di conoscenza formano un popolo, fra gli altri popoli, mescolato a essi. La storia di questo popolo non riassume, né copre quella di tutti gli altri. Ma essa sicuramente vi si aggiunge. La questione è, di conseguenza, sapere se questo popolo distrugge il giardino da cui di fatto si esclude, come qualcuno che segasse il ramo su cui è seduto (si riconosce l’antica figura della caduta e della cacciata), o se, al contrario, è capace di far proliferare nuove varianti, nuove specie, nuove colture, che ne arricchiscano la diversità e ne assicurino la continuità nel tempo. Un albero fra molti altri, una varietà di verità fra altre, indispensabile certo, una volta che sia stata impiantata, ma senza il privilegio di riassumere definitivamente tutte le altre. Un evento fondamentale, certo, ma che non potrebbe nutrire una qualche ambizione egemonica. La questione che vorrei porre è dunque molto semplice: un impianto del genere renderebbe il messaggio di nuovo udibile a coloro che non hanno più alcuna chiave per decifrare le proiezioni cosmologiche che lo esplicitano oggi?

                Ecco dunque, ho tentato di collegare le due preoccupazioni che avevo riassunto all’inizio: il sentimento vivo del mutamento ecologico in corso e lo sgomento davanti all’impotenza in cui mi trovo nel condividere il messaggio con il mio prossimo.

Bruno Latour ¤1947, sociologo e filosofo francese                         “Domani”          17 gennaio 2022

www.editorialedomani.it/idee/cultura/cambiamento-climatico-teologia-c34wywvo

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202201/220117latour.pdf

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