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I dilemmi etico-politici della pandemia.

 Lettera aperta a un amico libertario

 

 

 

 Autore: Roberto Festa

Caro amico libertario,

     ti scrivo a proposito delle nostre divergenze su alcuni dilemmi etico-politici posti dalla pandemia di Covid-19. So che la tua opposizione alle misure coercitive imposte dai governi occidentali nell’azione di contrasto alla pandemia è ispirata dai principi del liberalismo. Condivido questi principi, ma penso che siano perfettamente compatibili con l’adozione di alcune misure coercitive in una situazione pandemica.

     John Locke affermò che “ciascuno ha la proprietà della sua persona: su questa nessuno ha diritto alcuno all’infuori di lui” (Secondo trattato del governo, 1690). Questo principio, oggi noto come principio della sovranità individuale, è il fondamento etico del liberalismo.

     A distanza di due secoli da Locke, John Stuart Mill disse che “non si può costringere qualcuno a fare o non fare qualcosa perché è meglio per lui” (Saggio sulla libertà, 1859). Ciò significa che lo stato può esercitare la coercizione su un individuo solo per evitare che rechi danno ad altri. Ne segue, per esempio, che le droghe dovrebbero essere legali e le cinture di sicurezza non dovrebbero essere obbligatorie. A partire dalla metà dell’Ottocento, i libertari trassero conseguenze radicali dal principio di sovranità individuale.

Lo statunitense Lysander Spooner, uno fra i primi pensatori libertari, sostenne che lo stato deve punire i crimini, cioè “le azioni con le quali un uomo danneggia la persona o gli averi di un altro”, ma non i vizi, cioè le “azioni con le quali un uomo danneggia se stesso o i suoi averi” (I vizi non sono crimini, 1875).

Alla fine del Novecento, l’economista e filosofo statunitense Murray Rothbard ha elaborato un’influente versione del libertarismo, fondata sul cosiddetto principio di non aggressione, secondo il quale è illegittimo aggredire le altre persone o le loro proprietà. Secondo Rothbard (L’etica della libertà, 1982), l’uso della violenza è legittimo solo quando è necessario per difendersi da un’aggressione o per punire gli aggressori. Il principio di non aggressione non vieta solo l’invasione fisica della persona o della proprietà altrui, ma anche la minaccia di attuarla. Per esempio, un individuo che spara a caso con una pistola nelle strade di un centro urbano sta minacciando e, quindi, aggredendo chi incontra sul suo cammino.

Le misure di contrasto alla pandemia attuate dai governi occidentali possono essere valutate sulla base del principio di non aggressione. Si noti, anzitutto, che un individuo con il coronavirus può contagiare le persone che incontra sul suo cammino, minacciandone l’integrità e la vita. Ciò significa che egli aggredisce gli altri. Il governo è quindi legittimato ad attuare le misure coercitive necessarie per difendere i cittadini dalle aggressioni degli individui contagiosi.

A questo riguardo, il teorico libertario statunitense Walter E. Block ha osservato che “in una pandemia in cui non sappiamo chi è infetto e le infezioni sono spesso asintomatiche, le restrizioni sulla libertà di movimento massimizzano la nostra libertà. Infatti, il tradizionale principio libertario secondo cui il diritto di muovere i nostri pugni finisce sulla punta del naso di qualcun altro, significa che il governo può limitare i nostri movimenti e attività, perché ora siamo tutti tiratori di pugni. […] Si tratta di divieti ben diversi dall’obbligo delle cinture di sicurezza, in cui il governo regola il tuo comportamento per il tuo bene, poiché l’unica persona che danneggi non indossando la cintura di sicurezza sei tu stesso. Infatti, quando sei portatore di una malattia altamente contagiosa e potenzialmente letale, violi i diritti degli altri semplicemente stando vicino a loro. […] Potrebbero esserci circostanze in cui sarebbe legittimo imporre per legge la vaccinazione obbligatoria e i genitori dovrebbero essere tenuti a vaccinare i loro bambini. Dopotutto, le persone che non si vaccinano mettono in pericolo non solo se stesse, ma anche quelli che frequentano e, quindi, infrangono il principio di non aggressione. Per questa ragione, tali persone dovrebbero essere punite. Il crimine commesso da colui che diffonde la malattia è un omicidio colposo, a meno che non sia intenzionale.” (‘A Libertarian Analysis of the COVID-19 Pandemic’, Journal of Libertarian Studies, 2020).

 

Secondo Block, le specifiche misure coercitive che un governo può legittimamente attuare dipendono dalle circostanze, cioè dalle caratteristiche della pandemia. Ciò significa che non esiste una politica libertaria della pandemia, ma possiamo solo stabilire se una determinata politica viola, oppure no, il principio libertario di non aggressione. “La teoria libertaria, presa da sola – osserva Block (ibidem) – non ci dice proprio nulla sulla politica della pandemia che dovrebbe essere attuata da un governo libertario. Tuttavia, possiamo usare la teoria libertaria, assieme ai dati forniti dalle scienze mediche, per formulare suggerimenti espressi in forma condizionale. Più precisamente, i libertari possono dire: se il Covid è così e così, allora occorre adottare la politica A. D’altra parte, se il Covid è così e cosà, allora occorre adottare la politica B.”

Alcuni libertari hanno proposto una politica ‘ultralibertaria’ della pandemia, consistente nel puro e semplice rifiuto di qualunque misura coercitiva. Ho chiesto ad alcuni amici ultralibertari se sarebbero disposti a correggere le loro indicazioni nel caso in cui si accertasse che, in assenza di misure coercitive, si realizzerà uno dei

seguenti scenari: 1) la pandemia ucciderà un terzo della popolazione; 2) la pandemia ucciderà un terzo della popolazione, inclusi tutti i bambini fino ai cinque anni di età.

Come prevedevo, le risposte al mio interrogativo sono state molto evasive. Ciò significa che la politica ultralibertaria è estremamente ‘robusta’, nel senso che non viene scalfita da nessuna evidenza empirica sulle caratteristiche della pandemia.

Inoltre, la proposta ultralibertaria è inquietante per diverse ragioni, di carattere politico ed etico. Una ragione di carattere politico consiste nel fatto che la sua attuazione condurrebbe a una drammatica violazione del principio di non aggressione, poiché esporrebbe milioni di persone al contagio. Una ragione di carattere etico riguarda le decisioni individuali di molti sostenitori della politica ultralibertaria. Partendo da posizioni Free Vax, cioè dall’affermazione che ciascuno deve essere libero di scegliere se vaccinarsi oppure no, gli ultralibertari si sono rapidamente avvicinati alle posizioni dei No Vax, fermamente decisi a non vaccinarsi. In assenza di obbligo vaccinale, la scelta di non vaccinarsi è perfettamente legale ma, alla pari di ogni decisione individuale, è suscettibile di valutazione morale. A questo riguardo, è difficile negare che chi decide di non vaccinarsi fa una cattiva azione o, per meglio dire, una sequenza di cattive azioni. Infatti, ogni sua interazione sociale diventa un crimine, cioè un’aggressione all’integrità e alla vita altrui.

Vi è una profonda differenza morale tra chi si vaccina e chi decide di non farlo. Infatti, chi si vaccina riduce la sua probabilità di contagiare i suoi cari, i suoi amici o le persone che con cui si intrattiene. In tal modo, la sua vaccinazione contribuisce a rendere meno pericoloso l’ambiente in cui tutti noi viviamo. Per dirlo con le parole altisonanti delle scienze economiche, chi si vaccina paga un costo rappresentato dalle seccature, dagli effetti collaterali e dai rischi della vaccinazione e, in tal modo, coopera alla produzione di due importanti beni pubblici, cioè la vita e la salute di tutti i cittadini. Al contrario, chi decide di non farlo non paga alcun costo e, quindi, usufruisce gratis dei beni pubblici prodotti da coloro che si vaccinano. Per dirlo, ancora una volta, nel linguaggio delle scienze economiche, chi decide di non vaccinarsi si comporta da free rider, cioè da scroccone. Più precisamente: da scroccone di vita e salute.

 

Roberto Festa

Docente Filosofia della Scienza

Università di Trieste

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