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UCIPEM n. 896 – 6 febbraio 2022

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.

Link diretti e link per pdf -download a siti internet, per documentazione.

            I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

            Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.

            In ottemperanza alla direttiva europea sulle comunicazioni on-line (direttiva 2000/31/CE), se non desiderate ricevere ulteriori news e/o se questo messaggio vi ha disturbato, inviate una e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con richiesta di disconnessione.

            Chi desidera connettersi invii a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. la richiesta indicando nominativo e-comune d’esercizio d’attività, e-mail, ed eventuale consultorio di appartenenza. [Invio a 1.129 connessi]

 

Carta dell’U.C.I.P.E.M.

Approvata dall’Assemblea dei Soci il 20 ottobre 1979. Promulgata dal Consiglio direttivo il 14 dicembre 1979.

1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

 

02 ABUSI                                            Spagna. La Procura generale indaga sui casi di pederastia nella Chiesa

03 ADOLESCENTI                                 Osservatorio Indifesa: vittima di bullismo 1 adolescente su 2

04 ADOZIONI INTERNAZIONALI      Il network LIAN chiude il 2021, con un più 32,4%

04 ADOZIONI NAZIONALI                 Estensione legami parentela adottante con adottato nell’adozione casi particolari

06 CENTRO INT. STUDI FAMIGLIA  Newsletter CISF - n. 4, 2 febbraio 2022

08 CHIESA di TUTTI1                          Ludmila Javorova ”Sacerdote nella chiesa del silenzio”                                         

09                                                          L'abuso delle consorelle

11                                                          E se la riforma della Chiesa passasse dalla riforma dell’episcopato?                   

13 CHIESA IN ITALIA                          Abusi dei preti pedofili nella Chiesa. Continua l’inerzia dei Vescovi

14                                                          Abusi del clero sui minori: un tema culturale fondamentale

14                                                          L’inchiesta della Cei sugli abusi parte con il piede sbagliato

15                                                          NO a Commissione indipendente su abusi anche se si rendono conto del problema.

16                                                          Abusi, l’ipotesi di una inchiesta interroga la Chiesa italiana

17 CHIESA UNIVERSALE                    Concepibile l’idea di preti sposati Il cardinal Marx è per le riforme

18                                                          A volte il pastore rimane indietro rispetto al gregge

23                                                          Germania: "Agite ora!" L'appello dell’associazionismo al Cammino sinodale

24                                                          Canonista: “terrificanti” i giovani seminaristi conservatori

25                                                          Il Vescovo di Würzburg: la morale sessuale della Chiesa per molti è ormai obsoleta

25                                                          Il costo economico della pedofilia del clero renderà “inevitabile” la povertà?

27 CONF. EPISCOPALE ITALIANA    Il modello Mattarella torna buono anche per l'elezione del presidente della Cei

28 CONSULTORI UCIPEM                  Roma1. Centro La Famiglia. Seminario - Articolo

28                                                          Il tempo come opportunità, una sfida per l’educazione

29 COPPIE IN CRISI                             Qual è la vostra storia d’amore?

31 DALLA NAVATA                             V Domenica del tempo ordinario o della Parola di Dio (anno C)

31                                                          La parola

32                                                          Luca, scriba e pittore dell’annuncio

34 DONNE NELLA (per la )CHIESA   Nella Chiesa c’è una storia tutta femminile

36 FARIS                                                Emergenza Ucraina: l’accoglienza di bambini e famiglie. Webinar

37 FORUM ASS. FAMILIARI              Tornare a ragionare di politica, famiglia ed economia

39 FRANCESCO VESCOVO ROMA    Il Papa: la rigidità è una perversione No alla paura del cambiamento

41 PENSIONE                                       Pensione di reversibilità in favore della prima e seconda moglie

42 POLITICA                                         Perché investire nelle relazioni può portare più nascite e felicità                       

43 PROCREAZIONE SURROGATA     Maternità surrogata: una nuova rimessione alle Sezioni Unite

45                                                          La Cassazione a Sezioni Unite sull'adozione da parte di una coppia omosessuale

46 SIN0DO                                           Un impegno ecclesiale irrinunciabile

47                                                          Pensare la fede. Parrocchia 2050: a qualcuno interessa?

49                                                           Percorso sinodale tedesco “Succede una quantità incredibile di cose”

50                                                          Sinodo tedesco invita il Papa a rivedere il celibato dei preti

52 TESTIMONI DEL CONCILIO         Ricordo di David Maria Turoldo: quel Dio alla frontiera tra essere e nulla

55                                                          Il «mio» Turoldo

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ABUSI

Spagna. La Procura generale prende le redini dell’indagine sui casi di pederastia nella Chiesa

                La Procura generale dello Stato ha ordinato questo lunedì 31 gennaio 2022 ai 17 procuratori superiori di tutta la Spagna di trasmettergli entro 10 giorni tutte le procedure penali (denunce e denunce) in corso relative ad aggressioni e abusi sessuali su minori in seno alle congregazioni, scuole o qualsiasi istituzione religiosa. Tutti “avviati sia in sede giudiziaria che fiscale”, secondo il documento a cui El País ha avuto accesso. Con ciò la Procura intende fare una radiografia del problema della pederastia all’interno della Chiesa. Questo mandato senza precedenti comporterà un’indagine esauriente in un breve lasso di tempo, poiché le registrazioni di questo tipo di processo nei rapporti annuali non specificano mai se il reato sia stato commesso all’interno o all’esterno della sfera religiosa. La riscossione che faranno i pubblici ministeri non rappresenterà tutti questi delitti, poiché alcuni di essi non giungono alla giustizia civile, ma sono istruiti nei processi ecclesiastici. Sono i vescovi ei superiori degli ordini religiosi che sono stati incaricati di giudicarli e, in alcune occasioni, di emettere risarcimenti o di mettere a tacere quanto accaduto.

                La richiesta del ministero pubblico arriva nel mezzo dello scandalo di pederastia che sta vivendo la Chiesa spagnola dopo che El País ha consegnato a papa Francesco e al presidente della Conferenza episcopale spagnola (CEE), il cardinale Juan José Omella, un dossier con 251 casi inediti di abusi commessi da sacerdoti, religiosi e laici in campo religioso . Il lavoro giornalistico, lanciato nell’ottobre 2018, ha spinto United We Can, ERC ed EH Bildu a presentare la scorsa settimana una petizione al Congresso per la creazione di una commissione per indagare su questi crimini. Questo martedì si decide l’ammissione al processo dell’iniziativa per discuterla in sessione plenaria della Camera.

                Non è la prima volta che l’Amministrazione prova a compilare i dati. Nel gennaio 2019 il Governo ha chiesto all’allora Procuratore generale dello Stato, María José Segarra, di informarlo del procedimento aperto in tribunale per casi di pederastia commessi all’interno della Chiesa, sia nelle parrocchie che dipendono dalla diocesi che nei collegi delle congregazioni religiose. Un mese dopo, il ministero della Giustizia, quando era in carica Dolores Delgado, chiese alla Cee di informarla dei casi di cui era a conoscenza, gesto che fece star male la gerarchia ecclesiastica. E infatti non hanno risposto.

                Mesi dopo, nel giugno dello stesso anno, la Procura della Repubblica ha inviato una lettera al Ministero della Giustizia spiegando che i suoi archivi informatici sui procedimenti aperti per aggressione o abuso sessuale di minori non consentono discriminazioni sul fatto che siano stati commessi all’interno di istituzioni religiose o in altri luoghi, e solo in dettaglio al ministero i dati generali degli abusi che sono stati registrati in Spagna. Per conoscere questi casi è stato necessario avviare una rassegna come quella che lunedì la Procura ha disposto: che ogni Procura provinciale indaghi su ogni suo fascicolo.

                Nonostante la mancanza di cifre, le conclusioni della Procura in tale documento sono state forti: ha evidenziato l'”opacità” della Chiesa e ha esortato il governo a mobilitarsi e ad adottare misure. Nel documento ha suggerito all’Esecutivo di istituire commissioni investigative simili a quelle che avevano istituito paesi come l’Australia oi Paesi Bassi , composte da gruppi di esperti indipendenti e che da anni indagano su questi crimini. In essi sono stati aperti canali affinché le vittime potessero fornire la loro testimonianza, hanno condotto migliaia di interviste e consegnato un rapporto finale esauriente. Successivamente, le vittime sono state risarcite.

                Advertisement. Se sei a conoscenza di un caso di abuso sessuale che non ha visto la luce, scrivici con il tuo reclamo a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

https://elpais.com/sociedad/2022-01-31/la-fiscalia-del-estado-toma-las-riendas-de-la-investigacion-sobre-los-casos-de-pederastia-en-la-iglesia.html

https://retelabuso.org/2022/02/01/spagna-la-procura-dello-stato-prende-le-redini-dellindagine-sui-casi-di-pederastia-nella-chiesa

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ADOLESCENTI

Osservatorio Indifesa: vittima di bullismo 1 adolescente su 2

                «Bullismo e cyberbullismo continuano a essere minacce reali che fanno paura alla Gen Z». Lo dicono i dati dell’Osservatorio Indifesa, realizzato da Terre des Hommes e OneDay, con l’aiuto di ScuolaZoo e delle sue community, diffusi oggi, 3 febbraio 2022, in vista della Giornata nazionale contro il bullismo e cyberbullismo  (8 febbraio). Sono stati coinvolti più di 1.700 ragazzi e ragazze dai 14 ai 26 anni in tutta Italia.

                 Secondo il report, «1 adolescente su 2 ha subito atti di bullismo e, insieme al cyberbullismo [messaggi violenti e volgari on-line], i due fenomeni sono tra i principali rischi percepiti dagli adolescenti». I commenti raccolti dalla survey denunciano anche il «profondo dolore provato da ragazzi e ragazze per discriminazioni a causa dell’orientamento sessuale, offese razziste, bodyshaming [derisione del corpo], atti di denigrazione, violenza e incitazione al suicidio». Ben 7 su 10 dichiarano di non sentirsi al sicuro quando navigano in rete. A preoccuparli maggiormente è proprio il rischio di cyberbullismo (68,8%), seguito da revenge porn [vendetta con messaggi pornografici] (60%), furto di identità (40,6%) e stalking [atti persecutori] (35%) ma anche l’alienazione dalla vita reale (32,4%), con la creazione di modelli e standard irraggiungibili, è fonte di enorme frustrazione. Al di fuori degli schermi virtuali, invece, il 50% degli adolescenti dice di aver paura di subire violenza psicologica e bullismo (44%).

                Adolescenti preoccupati per la propria salute mentale. «Emerge chiaramente anche il fortissimo disagio psicologico causato, o esasperato, dai due anni di pandemia – si legge -. Il 37,5% degli intervistati teme l’isolamento sociale e il 35% ha paura di soffrire di depressione, il 22% di solitudine. L’88% dei partecipanti al sondaggio afferma di sentirsi solo o molto solo (un dato in linea con quello espresso l’anno scorso quando la percentuale registrata era del 93%). Tra le cause della solitudine il 31% dice di non sentirsi ascoltato in famiglia e il 30% non si sente amato, mentre il 29,2% non frequenta luoghi di aggregazione. «Quello che emerge è un grido di allarme – prosegue il rapporto -: gli adolescenti sono preoccupati per la loro salute mentale e chiedono a gran voce che il loro disagio venga considerato seriamente da parte degli adulti (insegnanti e genitori in primis).  Ragazzi e ragazze riconoscono l’importanza di iniziare fin da subito a insegnare a bambini e bambine una cultura di rispetto e accoglienza verso l’altro e tra le proposte avanzate compare anche quella di coinvolgere i principali social network richiedendo loro di rafforzare i meccanismi di segnalazione di contenuti inappropriati.

                Il sondaggio social. L’indagine dell’Osservatorio Indifesa quest’anno è stata ampliata attraverso un sondaggio sui profili Instagram OneDay e ScuolaZoo, che riconfermano il trend dell’indagine: su un totale di 23.292 risposte il 45% degli adolescenti afferma di aver subito bullismo. Inoltre, dal sondaggio social emergono ulteriori dati, fondamentali per comprendere il fenomeno: i principali luoghi dove ragazzi e ragazze subiscono bullismo sono la scuola, l’ambiente sportivo e gli spazi pubblici (le vicinanze della scuola, parchi, piazze cittadine, in strada). Solo una minima parte dei ragazzi e delle ragazze vittime di bullismo è stata aiutata: su 11.394 risposte, solo 2.995 hanno ricevuto una forma di aiuto, che principalmente proviene dai genitori, da amici, insegnanti, psicologi della scuola e allenatori sportivi.

                «Nel 2021 raccogliamo dall’ Osservatorio Indifesa una fotografia drammatica in cui bullismo e violenza sono esperienze quotidiane nella vita dei ragazzi e delle ragazze in Italia; i due anni di pandemia hanno portato ad un forte aumento dei disturbi piscologici e psichiatrici tra i più giovani. Un disagio che gli adulti non possono più fare finta di non vedere. Il bonus psicologo poteva essere una risposta temporanea a tale emergenza; tuttavia, l’assistenza piscologica per gli adolescenti dovrebbe essere una misura strutturale che assicuri una maggior attenzione per la salute mentale di ragazzi e ragazze – sottolinea Paolo Ferrara, direttore Generale Terre des Hommes Italia. Con l’Osservatorio Indifesa Terre des Hommes vuole continuare a mettere al centro l’ascolto dei ragazzi e delle ragazze con proposte e occasioni di incontro per favorire una reale partecipazione alle decisioni che li riguardano e che possono apportare un reale cambiamento nella nostra società».

                Da anni, riferisce Gaia Marzo, Corporata Comunication Director e Equity partner di OneDay Group, «OneDay e Terre des Hommes portano avanti insieme campagne di sensibilizzazione sociale per i giovani sui temi di inclusion, diversity e pericoli della rete. Anche quest’anno con l’Osservatorio sulle nuove generazioni abbiamo indagato i temi di bullismo e cyberbullismo e purtroppo abbiamo rilevato come restano un problema centrale nella vita degli adolescenti – spiega -. I giovani sono gli architetti che disegneranno il mondo di domani ed è nostro dovere aiutarli affinché possano immaginarlo e viverlo libero, giusto, senza discriminazioni. Noi con questo Osservatorio cerchiamo di fare la nostra parte dal 2014: prendendo la parte dei ragazzi e diventando il loro portavoce davanti alle istituzioni».

                «Questa partnership è importante per la BIC Corporate Foundation perché invita i ragazzi e le ragazze ad essere creativi ed innovativi e allo stesso tempo ad affrontare i grandi problemi con i quali si confrontano come il bullismo, la discriminazione, la parità di genere e tanti altri – sottolinea Alicia Ruiz Huidobro, BIC Corporate Foundation Project Manager -. Crediamo che questa partnership ci permetta di aiutare questi ragazzi e ragazze grazie all’aumento di consapevolezza generato dalle webradio».

Redattore sociale                           3 febbraio 2022

www.romasette.it/osservatorio-indifesa-vittima-di-bullismo-1-adolescente-su-2

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ADOZIONI INTERNAZIONALI

Il network LIAN chiude il 2021, con un più 32,4%

                Una bella ventata di fiducia, dopo l’anno nero vissuto nel 2020, dove a causa dello scoppio della pandemia, molti Paesi, come la Cina e la Russia, per motivi sanitari, hanno scelto la chiusura.  Lievi ma importantissimi segnali di ripartenza si scorgono nel mondo delle Adozioni Internazionali. Nel 2021 si sono registrate, infatti, in Italia, 563 adozioni, il 6% in più rispetto all’anno precedente.

                A trainare la crescita, ha contribuito anche il lavoro di tutte le reti di partnership del settore, tra cui spicca LIAN – Life In Adoption Network, di cui Ai.Bi. – Amici dei Bambini è partner assieme ad Ariete Onlus, ASA Onlus, CIFA, Fondazione Patrizia Nidoli e che ha concluso il 2021 con un + 32,4% di adozioni internazionali realizzate rispetto al 2020, con un totale di 129 coppie accompagnate. Un piccolo passo che rappresenta per il network una grande conquista: l’aver contribuito alla nascita di nuove famiglie nonostante il perdurare delle difficoltà e delle chiusure a livello internazionale.

                LIAN – Life in Adoption Network dispone di 33 sedi in Italia ed è autorizzata operare in 50 Paesi. Gli enti LIAN negli ultimi 20 anni, hanno contribuito a realizzare circa 12mila adozioni.

AIBInews 3 febbraio 2022

www.aibi.it/ita/adozione-internazionale-il-network-lian-chiude-il-2021-con-un-piu-324

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ADOZIONE NAZIONALE

Estensione dei legami di parentela dell’adottante in capo all’adottato nell’adozione in casi particolari

                                Pubblichiamo la sentenza del Tribunale per i Minorenni di Sassari n. 1 del 2022 (per il cui invio ringraziamo l’avvocato Michele Giarratano) che ha disposto l’adozione in casi particolari da parte del genitore intenzionale della minore nata attraverso il ricorso alla gestazione per altri, ha ordinato la posposizione del cognome dell’adottante a quello della minore e, infine. ha riconosciuto il legame parentale tra la bambina e i parenti dell’adottante.

www.articolo29.it/wp-content/uploads/2022/02/Sentenza-Trib-Min-SS-n-1-del-2022.pdf

                In primis il Tribunale sassarese accoglie la domanda di adozione in casi particolari proposta dal genitore sociale della minore, figlia del proprio compagno di vita – con cui ha condiviso fin dall’inizio il progetto genitoriale realizzatosi grazie ad un procedimento di gestazione per altri effettuato all’estero -, ed insieme ai quali convive, contribuendo affettivamente e finanziariamente al soddisfacimento delle esigenze della bambina al pari del padre biologico.

                Nella pronuncia de qua, invero, viene ricordato come – sia ex lege (art. 44 lett. D- L. 184/1983), sia secondo giurisprudenza consolidata (Cass. 12962/2016) – “è l’adozione in casi particolari a rispondere a specifiche esigenze di riconoscimento legale di rapporti affettivi così intensi dal confinare con la genitorialità strettamente intesi [….] anche qualora l’adottante sia partner del genitore dell’adottando nell’ambito di una relazione omoaffettiva, la quale (come diffusi studi scientifici chiariscono) sotto il profilo del sentimento verso i figli in nulla differisce rispetto alle famiglie basate su unioni eterosessuali” (così, p. 2).

www.brocardi.it/legge-sull-adozione/titolo-iv/capo-i/art44.html

                In secundis il Tribunale ritiene meritevole di accoglimento anche l’istanza di posposizione del cognome dell’adottante a quello già proprio della minore. Al riguardo viene considerata superata l’interpretazione giurisprudenziale tradizionale degli artt. 55 L. n. 184/1983 e 299 c. c.,

www.brocardi.it/legge-sull-adozione/titolo-iv/capo-i/art55.html

www.brocardi.it/codice-civile/libro-primo/titolo-viii/capo-i/art299.html

secondo cui nelle fattispecie di adozione in casi particolari – così come avviene nelle ipotesi di adozione dei maggiorenni – il cognome dell’adottato è composto dal cognome dell’adottante e, a seguire, dal cognome della famiglia d’origine dell’adottato (Cass. Civ., Sez. I, 19/08/1996, n. 7618). Nella decisione in esame, infatti, viene evidenziato come tale lettura, che equipara rispetto agli effetti sul cognome adottato maggiorenne e adottato ex art. 44 L. n. 184/1983, è volta a soddisfare “l’esigenza di tutelare una famiglia d’origine diversa da quella adottiva o il senso di appartenenza a due famiglie”, non ravvisabile nelle fattispecie – come quella in oggetto – in cui l’unica famiglia del minore è quella composta dal genitore biologico e dall’adottante.

                Infine, relativamente al richiesto accertamento, con consequenziale dichiarazione, del legame familiare tra l’adottanda e i parenti ed ascendenti dell’adottante, il giudice sassarese innanzitutto si esprime sul profilo della competenza del Tribunale per i Minorenni ad esprimersi su siffatta materia, asserendo che “il riconoscimento del legame parentale tra adottando e famiglia dell’adottante equivale a una mera conseguenza della pronuncia di adozione […]. Ne discende che l’organo giurisdizionale competente a conoscere della domanda di adozione (pacificamente il Tribunale per i Minorenni) è, in astratto, anche competente a pronunciarsi in senso dichiarativo relativamente a ogni effetto ad essa correlato, considerati da un verso l’intima connessione dell’accertamento richiesto rispetto alla domanda principale, dall’altro i basilari principi di concentrazione delle tutele ed economia processuale” (così, p. 3).

                Poste queste premesse, nel merito il Tribunale dichiara che “l’adozione in casi particolari di cui all’art. 44 lettera D della L. 184/1983 allo stato attuale comporta, quale suo effetto naturale, l’estensione dei legami familiari dell’adottante anche al soggetto adottato” (così, p. 3). A sostegno di tale assunto, il giudice sassarese rammenta come l’art. 74 c. c., a seguito delle modifiche apportate dalla L. 219/2012, recita che “la parentela è il vincolo tra le persone che discendono da uno stesso stipite, sia nel caso in cui la filiazione è avvenuta all’interno del matrimonio, sia nel caso in cui è avvenuta al di fuori di esso, sia nel caso in cui il figlio è adottivo”, essendo, quindi, qualificata l’adozione di maggiorenni come unica ipotesi eccezionale. (così, p. 4)

www.brocardi.it/codice-civile/libro-primo/titolo-v/art74.html

                Di conseguenza, a detta del Tribunale de quo, il nuovo art. 74 c. c. ha abrogato tacitamente l’art. 55 della L. 184/1983 nella parte in cui stabilisce l’applicabilità all’adozione in casi particolari, dell’art. 300 c. c., che disciplina l’adozione di maggiorenni, statuendo, al suo secondo comma, l’insussistenza di alcun rapporto civile sia tra l’adottante e la famiglia dell’adottato sia tra l’adottato e i parenti dell’adottante, salve le eccezioni previste ex lege.                              www.brocardi.it/codice-civile/libro-primo/titolo-viii/capo-i/art300.html

                Nella pronuncia tale interpretazione è, altresì, corroborata da considerazioni teleologiche [τέλος (télos), fine, scopo e λόγος (lógos), pensiero-finalistiche] e storico-sistematiche. Al riguardo, infatti, viene sottolineato che il rinnovato art. 74 c. c. “risponde alla storica esigenza di eguagliare legami familiari di genesi differente (intra o extra matrimoniale, oppure adottiva), rispetto ai quali non si ravvisano tuttavia differenze di intensità sentimentale, assistenziale e valoriale quanto al rapporto adulto-soggetto minorenne, realizzando così appieno, in ambito familiare, il concetto di eguaglianza dello status di figlio direttamente discendente dall’art. 3 della Costituzione”, rappresentando, pertanto, “una regola generale volta alla tutela del soggetto minore indipendentemente dalla forma del proprio contesto di riferimento, a condizione che si tratti, appunto, di un contesto familiare” (così, p. 4).

                Contestualmente il giudice minorile evidenzia come nel tempo sia cambiata la strumentalità giuridica dell’adozione in casi particolari, nonostante il testo dell’art. 44 della L. 184/1983 sia rimasto invariato. Invero, a detta del Tribunale, siffatto istituto ab origine era volto, in via esclusiva, a conferire “dignità giuridica a peculiari rapporti esterni alla famiglia di origine del minore” – condividendo la ratio del riconoscimento dell’adozione del maggiorenne e giustificando, conseguentemente, il rinvio alle norme disciplinanti la stessa -; successivamente ha mutato facies, perseguendo lo scopo di “garantire una tutela legale del minore appartenente ad un nucleo familiare non diversamente riconosciuto dall’ordinamento”. (così, p. 4)

                Dunque in codesta sentenza la nuova strumentalità giuridica dell’adozione in casi particolari e la parificazione delle forme di filiazione adottiva minorile – avvenuta tramite la modifica dell’art. 74 c. c. – si reputano accomunate dalla medesima finalità, ossia “riconoscere e salvaguardare senza differenze il nucleo familiare di riferimento del minore” (così, p. 5).

                Muovendo da questa prospettiva, il giudice minorile considera che “l’applicazione dell’art. 300 c.c. all’adozione in casi particolari del minore del quale sia legittimato il nucleo familiare di riferimento risulti incompatibile con i principi di pari dignità attualmente garantiti appieno dal sistema giuridico italiano, dovendosene ritenere l’abrogazione, ai sensi dell’art. 15 delle disposizioni sulla legge in generale” (p. 5).                                                                                                                    art. 15 delle disposizioni sulla legge in generale

                In conclusione la soluzione ermeneutica abbracciata dal Tribunale sassarese estende la protezione dell’adottato nelle ipotesi di adozione in casi particolari, garantendogli il riconoscimento giuridico non solo del rapporto di filiazione intercorrente con il genitore intenzionale, ma anche del legame esistente tra i parenti di quest’ultimo e il minore. Tale riconoscimento porta secum importanti risvolti sul piano della piena equiparazione dello status filiationis, basti pensare alle notevoli refluenze apprezzabili in materia successoria.

Giulia Barbato, dottoranda Università di Palermo            4 febbraio 2022

www.articolo29.it/2022/estensione-dei-legami-parentela-delladottante-capo-alladottato-nelladozione-casi-particolari-si-del-tribunale-minorenni-sassari/#more-13798

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF - n. 4, 2 febbraio 2022

Encanto, non una storia d'amore, ma una storia sull'amore. È una vera e propria analisi sociologica e culturale quella che l'Institute for Family Studies dedica all'ultimo film Disney, Encanto

https://ifstudies.org/blog/disneys-encanto-tells-a-different-story-about-love

La trama compie una scelta di rottura con i vecchi copioni (avvitati sull'amore che comporta una scelta tra felicità e libertà da un lato e obbligo dall'altro) per uno sguardo più connesso sulla nostra realtà sociale, dove la scelta è tra il vuoto isolamento dell'individualismo autonomo o l'interdipendenza disordinata ma significativa della connessione umana. "La nuova generazione di storie non è pittorescamente felice ma indica la potenziale trasformazione delle ferite familiari in un amore forte e resiliente".        Trailer                           www.youtube.com/watch?v=begIGODDmAg

Inverno demografico: non è solo questione di numeri. "La demografia interessa ai governi e alle aziende, la generatività è il movimento di libertà di una coppia di giovani che scommettono sulla bellezza della vita", scrive Francesco Belletti, in un approfondimento di Famiglia Cristiana. In un'analisi sulla capacità d'impatto dei sostegni economici, il direttore Cisf segnala come la svolta all'inverno demografico dipenda anche (e soprattutto) da una rivoluzione culturale.

www.famigliacristiana.it/articolo/l-inverno-demografico-non-e-solo-questione-di-numeri-.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_02_02_2022

Madrid annuncia il piano natalità "più' ambizioso d'Europa". Così lo ha definito Isabel Díaz Ayuso, presidente del governo regionale di Madrid, che questa settimana ha presentato un piano d'investimenti da 4,5 miliardi di euro (su 5 anni) con la messa in opera di 80 diverse misure. Obiettivo: un baby boom territoriale, da 75mila nuove nascite l'anno. Oltre a sconti fiscali e un assegno mensile da 500 euro per le madri con meno di 30 anni, è previsto anche l'accesso gratuito alla fecondazione assistita per le donne fino ai 45 anni [qui l'articolo riepilogativo di tutte le misure]. 

www.20minutos.es/noticia/4945827/0/este-es-el-plan-de-ayuso-para-un-baby-boom-madrileno-bajadas-de-irpf-ayudas-a-la-vivienda-conciliacion

Francia/Les burn'ettes, l'associazione che aiuta le donne a uscire dal burnout. Un'associazione, nata dal gruppo su Facebook Les Burn'ettes,                                             www.facebook.com/lesBURNettes

fotografa la dura realtà delle donne, che sono più a rischio disagio psicologico e burnout professionale a causa della "doppia giornata", al lavoro e poi a casa, con la gestione non adeguatamente suddivisa di carichi di famiglia e figli, e con la pressione psicologica di essere performanti in ogni aspetto della vita. L'associazione, che si chiama L'Burn, con base a Bordeaux, è nata nel 2019                                                                                                                          https://lesburn-ettes.com

 con una squadra multidisciplinare di consulenti (psicologo del lavoro, avvocato, neuropsichiatra, medico, assistente sociale) e un approccio di auto-aiuto e di supporto di gruppo, aiutando centinaia di donne e madri

www.psychologies.com/Actualites/Societe/L-Burn-une-association-pour-aider-les-femmes-victimes-de-burn-out

Online il sito dedicato all'assegno unico e universale. È online il nuovo sito                             auu.gov.it dedicato all’Assegno unico e universale per i figli a carico, che contiene tutte le principali informazioni riguardanti la nuova misura a favore delle famiglie. La navigazione del sito dedicato offre opportuni approfondimenti anche mediante link al sito web dell'Inps che permette la simulazione dell’importo dell’Assegno e la presentazione della domanda, previo calcolo della certificazione Isee (Indicatore della situazione economica equivalente) e collegamenti al sito del Dipartimento per le politiche della famiglia che approfondiscono aspetti normativi che regolano la misura e informano sulle specificità dell’Assegno.

Bond building for teens, il progetto per rilanciare l'affido degli adolescenti. La grande maggioranza dei minori fuori famiglia in Italia ha più di 11 anni. Per sostenere e promuovere l'affido di adolescenti è partito il progetto "Bond building for teens", promosso dalla Federazione Progetto Famiglia Onlus

www.progettofamigliaformazione.it/bond-building-for-teens

con il supporto del Dipartimento per le Politiche Familiari, che ha come obiettivo quello di attivare, organizzare e far crescere la disponibilità̀ solidale di adulti e famiglie del territorio [articolo di Vita approfondisce]. www.vita.it/it/story/2022/01/27/aaa-affidanti-o-affiancanti-per-adolescenti-cercasi/449

 L’Iniziativa è partita simultaneamente in nove territori del Centro-Sud Italia, con una sperimentazione che proseguirà fino a luglio 2022. In ciascun territorio si realizzano attività̀ di socializzazione collettiva tra adolescenti bisognosi e adulti che desiderano coinvolgersi, in un percorso a tappe accompagnato e supervisionato dall'ente promotore.

Percorsi di formazione

¨       Corso di alta formazione: alleanza uomo-donna: limite, incontro, risorsa. Offerto dall’Istituto di Studi Superiori sulla Donna (UPRA) in presenza e online tutti i martedì dal 22 febbraio al 31 maggio 2022 (ore 15:00-17:30). Il corso mira a rispondere a una delle domande più sentite del nostro tempo, quella sull’identità sessuale. Come si potrebbe sviluppare l’identità femminile e maschile all’interno di una logica di co-identità, di alleanza? Come si può esplicitare questa alleanza e come si può tradurre nella cultura?

                www.upra.org/offerta-formativa/istituti/istituto-di-studi-superiori-sulla-donna/corso-di-perfezionamento-in-alleanza-uomo-donna-limite-incontro-e-risorsa

¨       Autolesionismo e suicidio in adolescenza: cosa possono fare gli insegnanti? È il titolo del corso di formazione rivolto agli insegnanti delle scuole primarie e secondarie (di I e II grado) organizzato dall’Istituto ReTe di Roma e coordinato da Maria Pontillo, Dirigente Psicologo I livello dell’Unità di Neuropsichiatria Infantile Ospedale Pediatrico Bambino Gesù.  Il corso è gratuito, dura 20 ore e si tiene su Zoom ogni giovedì dal 3 Marzo al 14 Aprile, dalle 17:00 alle 20:00

www.csvbari.com/autolesionismo-e-suicidio-in-adolescenza-cosa-possono-fare-gli-insegnanti

¨       Violenza all'interno delle giovani coppie: come contrastarla. Un corso gratuito in autoapprendimento in cui si parla di violenza di genere e, nello specifico, di quella violenza che può essere agita mediante l’online, con particolare attenzione alla violenza nelle giovani coppie. Verrà presentata la portata del fenomeno e le ricadute a livello individuale e sociale. Organizzato da Edizioni Erickson e rivolto ai professionisti che a vario titolo si occupano di adolescenti (riconosciuti 10 crediti ECM). Da martedì 8 marzo a lunedì 12 dicembre 2022

www.erickson.it/it/mondo-erickson/appuntamenti/2022/adolescenti-e-violenza-all-interno-delle-giovani-coppie

Dalle case editrici

¨       Claudio Gentili, Laura Viscardi, I Percorsi di Betania. Il metodo, San Paolo, Milano 2022, p.224

¨       Fabrizio Acanfora, In altre parole, Effequ, Roma, p. 207

¨       Daniele Petruccioli, La casa delle madri, Terrarossa (BA) 2021, p.292

                Chi segue questo spazio recensioni sa che, occasionalmente, dedichiamo spazio a opere di narrativa di qualità che lasciano un segno nello spazio di riflessione dedicato alla famiglia. Questo romanzo, selezionato nella dozzina del Premio Strega 2021 e da numerosi altri prestigiosi premi letterari (Campiello, Giuseppe Berto), colpisce per l’impatto narrativo e per il dinamismo con cui riesce a completare l’affresco di almeno tre generazioni (...).

Save the date

¨       Webinar (IT) - 7 marzo 2022 (17.00-19.00). "Ascolto e partecipazione nel leaving care", nell'ambito del ciclo dedicato al volume "Care Leavers. Giovani, autonomia e partecipazione nel leaving care italiano"

www.erickson.it/it/mondo-erickson/appuntamenti/2022/ascolto-e-partecipazione-nel-leaving-care

¨       Webinar (IT) - 10 marzo 2022 (17.00-18.30). "Le Donne: tra rinascita e futuro", dibattito in occasione della presentazione del libro “Scintille nella notte”, organizzato dall'Istituto Studi Superiori sulla Donna, Pontificia Università Regina Apostolorum  www.upra.org/evento/le-donne-tra-rinascita-e-futuro

¨       Webinar  (IT) - 18 marzo 2022 (21.00-22.00). "La condizione della famiglia oggi e la minaccia della cultura del provvisorio e dell’ideologia gender. Quali possibilità di rinascita e cambiamento?", relazione di Francesco Belletti, direttore CISF, nell'ambito del ciclo "La famiglia al centro" a cura di Alleanza Cattolica                 www.sindacatodellefamiglie.org/wp-content/uploads/2022/02/Programma.png

In diretta                                    www.youtube.com/c/AlleanzaCattolicaCristianit%C3%A0

www.facebook.com/AlleanzaCattolica

¨       Conferenza internazionale (USA) - 11/14 maggio 2022. "The Use, Misuse, and Abuse of Technology in Family Law", in occasione della AFCC Annual Conference, Chicago

www.afccnet.org/59thannualconference

                Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

    Archivio   http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

a4e9e4.emailsp.com/f/rnl.aspx/?fgg=wsswt/e-ge=s/fh0=ntv49a1:a=.-4&x=pv&65kac&x=pp&qzb9g6.b9g9h/:i4-7d=uy_sNCLM

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CHIESA DI TUTTI

Ludmila Javorova ”Sacerdote nella chiesa del silenzio”

                Il 31 gennaio ha compiuto 90 anni Ludmila Javorova ¤ Brno 1932, la prima donna prete ordinata nel 1970 dal vescovo segretamente consacrato Felix Maria Davidek per servire la Chiesa clandestina in Cecoslovacchia. Di quella vicenda se ne parla nel libro “Ludmila Javorova. Sacerdote nella chiesa del silenzio” recentemente pubblicato per i tipi di Effatà. Si tratta della traduzione in italiano dell’intervista che Zdenek Jancarik, prete salesiano, ha realizzato a Ludmila nel 2020. È quindi una testimonianza diretta della vita della chiesa nascosta, ma è soprattutto una discussione sul sacerdozio, la sua spiritualità, e la posizione e il contributo delle donne nella chiesa.

                Il «Concilio» e l’ordinazione segreta. Dopo 14 lunghi anni di carcere – come ricorda Maria Elisabetta Gandolfi su Regno-Att 18/2021Davidek cercò la Javorova per creare una comunità clandestina chiamata Koinotes, come centro di formazione e reclutamento di seminaristi da ordinare in vista di una pastorale dedicata ai cattolici clandestini. Con l’aiuto di Paolo VI, venne consacrato vescovo per la Chiesa sotterranea lo scienziato ceco Jan Blaha (cf. Regno-att. 6,1996,136), il quale consacrò segretamente Davidek. A sua volta Davidek consacrò 17 vescovi e ordinò circa 68 sacerdoti. E, a motivo del lavoro instancabile della Javorova al suo fianco, la nominò suo vicario generale che in questa veste ha partecipato a più di 545 ordinazioni.

                Per poter sopravvivere nella clandestinità, la regola era quella del segreto assoluto: non potevano scrivere i nomi degli ordinati, né questi potevano rivelare a nessuno l’ordinazione. Ma Koinotes crebbe rapidamente fino ad includere decine di comunità clandestine in tutta la Cecoslovacchia. Nel settembre 1970, Davidek annunciò la sua intenzione di convocare un «Concilio del popolo di Dio» che avrebbe incluso donne e uomini, rappresentanti di laici e chierici delle comunità ceche e di tutte le altre aree in cui Koinotes aveva comunità: in Slovacchia, Moravia, Romania e Boemia. Comunque tutti dovevano attenersi a rigide regole di segretezza. Tra le altre cose, egli propose di discutere la modifica dei ruoli delle donne nella cultura e nella società e le implicazioni neotestamentarie e canoniche per una loro eventuale ordinazione. L’ordine del giorno fu approvato dai leader Koinotescompresi gli altri vescovi – e, con l’aiuto di Javorova, iniziò un ampio processo preparatorio. Ma nel dicembre 1970, quando s’incontrarono e iniziarono la discussione, il tema della possibile ordinazione delle donne spaccò il Concilio, cosa che né Davidek Javorova si aspettavano. Quindi Davidek le chiese se accettava d’essere ordinata segretamente. E lei disse di sì.

                Così il 28 dicembre, Ludmila Javorova alla presenza del fratello di Davidek, Leo, è stata ordinata prima diacono e poi sacerdote nella Chiesa cattolica. Ma per il resto della sua vita, tuttavia, è stata obbligata a esercitare il suo ministero sacerdotale nel segreto. Nonostante questo, ha servito molte persone che inspiegabilmente – afferma – «venivano dal nulla» per aprire i loro cuori e ricevere una parola di consolazione sul grande amore di Dio per loro.

                Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il Vaticano ha cercato di regolarizzare tutte le ordinazioni qualsiasi ministero sacerdotale e le intimò il silenzio su tutta la vicenda. clandestine e a tutti i sacerdoti sposati fu consentito d’esercitare il ministero solo nelle comunità di rito greco-cattolico. I sacerdoti amici di Javorova cominciarono a prenderne le distanze, specialmente dopo la pubblicazione di Ordinatio sacerdotalis (1994) da parte di papa Giovanni Paolo II. Nel 1996, Roma proibì esplicitamente a Javorova d’esercitare

www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_letters/1994/documents/hf_jp-ii_apl_19940522_ordinatio-sacerdotalis.html

               

                Doppio silenzio. Il libro appena pubblicato offre l’occasione di riflettere sulla Chiesa del silenzio, quella chiesa che dopo essere passata sotto il nazismo ha subito altre pesantissime pressioni da parte del regime comunista a seguito della primavera di Praga. Ma c’è un altro silenzio che la teologa Cristina Simonelli,                               https://ilpostodelleparole.it/libri/ludmila-javorova-sacerdote-nella-chiesa-del-silenzio

Audiohttps://spreaker.page.link/?link=https%3A%2F%2Fwww.spreaker.com%2Fepisode%2F47793389%3Futm_medium%3Dapp%26utm_source%3Dwidget%26utm_campaign%3Depisode-like%26sp_action%3Depisode-like&apn=com.spreaker.android&ibi=com.spreaker.Spreaker&ius=spreaker&isi=388449677

 nel suo saggio introduttivo firmato assieme a Marinella Perroni, mette in risalto: quello che ha occultato l’intera vicenda. «Questa operazione ha trovato molti ostacoli da parte della chiesa centrale di Roma, ma ha spaccato anche la chiesa clandestina. A discutere di questa vicenda c’è una remora e una resistenza incomprensibile – ricorda Simonelli -. Le cause sono tante, ma è tempo di rompere la spirale di silenzio, di parlarne non solo per una questione di giustizia nei confronti delle donne, della vicenda personale di Ludmila Javorová e di una chiesa che ha passato momenti molto pesanti. Ma lo si deve fare anche a beneficio di tutta la Chiesa. Se certe questioni, come quella del sacerdozio alle donne, smettono di essere isolate credo portino benefici a tutti. Sono convinta che i tempi siano maturi per un dialogo pacato».

                               Re Blog                 1° febbraio 2022 Donne, personaggi

https://re-blog.it/2022/02/01/ludmila-javorova-sacerdote-nella-chiesa-del-silenzio

 

L'abuso delle consorelle

                Non c'è solo la pedofilia. Ma nemmeno è noto il femminismo dichiarato di tante sorelle consacrate. E, peggio, è rimasta occultata - anche dall'informazione sempre pronta a profittare degli scandali - la denuncia delle superiore degli ordini religiosi femminili che, in una società di maschi obbligatoriamente celibi, avevano denunciato violenze sessiste di colleghi maschi con specifici dossier che le superiore degli Ordini femminili avevano inviato alla Congregazione per la Dottrina della Fede (senza avere mai risposta) fin dal secolo scorso. Fu sr. Maura O'Donohuea pubblicarne notizia nel 1994, quando venne a conoscenza dei fatti ed ebbe il coraggio di pubblicarne notizia sulla stampa.

                Negli ultimi anni la denuncia è stata ripresa con maggior impegno ottenendo comprensione anche dal papa. È una questione di grande interesse perché impatta il misconoscimento del "genere" nelle religioni, tutte, ovviamente, patriarcali. La questione è uscita allo scoperto, sempre per le iniziative delle Superiore degli Ordini femminili, che hanno sollecitato l'attenzione del  papa,  solidale con la denuncia ("L'abuso delle religiose è un problema serio. E non solo l'abuso  sessuale,  anche  l'abuso  di  potere,  l'abuso  di  coscienza. Dobbiamo lottare contro questo") di fronte alla gravità della situazione.

                Ma la questione è più complessa ed esige, proprio nell'ambito religioso, un approfondimento specifico. Infatti la figura del presbitero è carica di suggestioni che investono la psiche di chi segue le sue funzioni di celebrante, in cui la disparità uomo/donna risulta evidente. Il presbitero sa di essere un uomo - come Gesù e come i fedeli maschi - e percepisce, allo stesso modo dei fedeli maschi, l'emozione di "consacrare"; mentre è ben diversa l'emozione di una suora (che ha pronunciato gli stessi voti dei chierici), sia perché deve "ricevere" un sacramento senza poterlo mai "celebrare", sia perché riceve il suo Signore dalle mani di un uomo che lo rappresenta. Se l'uomo si sente attratto da una consacrata, ridiventa un uomo come tutti e, se si permette di seguire l'intuizione istintiva e abusa della sua superiorità "di ruolo" che trova vulnerabile la donna, è un molestatore e, peggio, un violentatore. Non sono distinzioni di poco conto e aprire la questione mostra quanto la violenza sia intrinseca al patriarcato e quanto il potere offuschi la mente dell'uomo nei confronti della donna, tanto più se clericalizzato.

                Risulta pertanto significativo che l'Osservatore Romano del 23 novembre 2021 abbia recensito un libro di Salvatore Cernuzio Il velo del silenzio. Abusi, violenze, frustrazioni nella vita religiosa femminile, edito da San Paolo Ed., con la prefazione di Nathalie Becquart, sottosegretaria del Sinodo dei vescovi. Natalie non ha indulgenze: "Questo libro di testimonianze ci fa sentire le grida e le sofferenze di quelle di donne consacrate che sono entrate in comunità religiose per seguire Cristo e si sono trovate in preda a situazioni dolorose che, per la maggior parte di loro, le hanno portate a lasciare la vita consacrata vittime che non si sono sentite accolte, rispettate, riconosciute e ben accompagnate nella loro comunità. Voglio rendere omaggio a queste donne che hanno coraggiosamente accettato di parlare e dare la loro autentica testimonianza. Dobbiamo quindi ascoltarle, sentirle e prendere coscienza. Ma soprattutto cercare il modo di prevenire queste possibili derive aiutando le comunità religiose ad adottare uno stile sempre più sinodale, come suggerisce il Documento preparatorio del prossimo Sinodo: "Non possiamo nasconderci che la Chiesa stessa deve affrontare la mancanza di fede e la corruzione anche al suo interno. In particolare, non possiamo  dimenticare la sofferenza vissuta da minori e adulti vulnerabili a causa di abusi sessuali, abusi di potere e abusi di coscienza commessi da un numero notevole di chierici e persone  consacrate. Si tratta di ferite profonde, che difficilmente si rimarginano, per le quali non si chiederà mai abbastanza perdono e che costituiscono ostacoli, talvolta imponenti, a procedere nella direzione del “camminare insieme”.

                Nathalie insiste sulla "sinodalità" dello spirito di riscatto e riforma raccomandata da papa Francesco: In un certo senso, attraverso questo libro Salvatore Cernuzio ci trasmette la percezione concreta di ciò che la Congregazione per la vita consacrata ha chiaramente evidenziato: la sfida di un necessario rinnovamento e di una giusta formazione nell’esercizio dell’obbedienza e dell’autorità. La questione, incentrata sull'inammissibilità di comportamenti in cui si configurino attentati al rispetto della persona e della sua dignità a causa di un "potere" che condizione la lealtà alla vita consacrata non riguarda soltanto la differenza di genere. Non sempre le comunità religiose - anche femminili - sono coerenti con le intenzioni dei voti formulati e delle attività che vi si svolgono "sotto autorità". "In alcuni casi, la collaborazione non è promossa dall’obbedienza attiva e responsabile, ma dalla sottomissione infantile e dalla dipendenza scrupolosa. In questo modo la dignità della persona può essere danneggiata fino all’umiliazione. In queste nuove esperienze o in altri contesti, la distinzione  tra  il  foro  esterno  e quello  interno  non  è  sempre correttamente considerata e debitamente rispettata".

                Nel contesto della modernità, "la terminologia stessa di “superiori” e “sudditi” non è più adeguata. Ciò che funzionava in un contesto relazionale piramidale e autoritario non è più desiderabile né vivibile nella sensibilità di comunione del nostro modo di intendere e volersi Chiesa.

                Un libro, dunque, che è conforme alla richiesta del papa per il sinodo mondiale della Chiesa in cammino. La prefazione di una donna, una religiosa che ben conosce le situazioni interne della realtà clericale, sa che le donne, appena si impadroniscono della libertà femminile, si attivano subito e sono pronte ad affrontare difficoltà senza, per ora, tentazioni di potere. A vantaggio non solo proprio, ma di tutti, uomini compresi.

Giancarla Codrignani                     Adista 01 febbraio 2022

www.adista.it/articolo/67466

 

E se la riforma della Chiesa passasse dalla riforma dell’episcopato?

                L’ampio dibattito, sollevato nelle scorse settimane da Andrea Grillo,

www.cittadellaeditrice.com/munera/come-se-non/page/2

ripreso da Umberto Rosario Del Giudice e da Pierluigi Consorti, ai quali si sono aggiunti, tra gli altri, gli interventi di Cosimo Scordato, di Severino Dianich e di Franco Gomiero, sulle attribuzioni episcopali ha a che fare con un certo modo di intendere la Chiesa e di guardare alla sua riforma. Il perdurante utilizzo di titoli come quello di «arcivescovo ad personam» – allorché l’arcivescovo sia pastore di una diocesi che non è «arcidiocesi» – può sembrare una questione marginale, di nicchia, più formale che sostanziale, per addetti ai lavori. Affari curiali, e niente più. Ma così non è, in quanto a essere perpetuate sono concezioni dell’episcopato ormai anacronistiche, su un piano tanto storico quanto, ancor prima, teologico.

                D’altronde, personalmente, capita frequentemente che studenti, amici o conoscenti mi pongano domande sulla distinzione tra vescovo e arcivescovo, monsignore e prelato, cappellano e canonico, e via dicendo. Sono temi che stuzzicano la curiosità di molti, perché hanno il sapore di cose passate, di epoche lontane, di realtà che non esistono più. Sul piano pastorale, il pericolo più grave è proprio questo: che la nostra fede diventi roba da museo! Che le mozzette rosse dei canonici o le fasce paonazze dei monsignori finiscano per diventare (se già non lo sono) orpelli folkloristici da sfoggiare nelle processioni o nelle cerimonie solenni. Vanno bene, insomma, per chi ha il gusto dell’antico. Ma, alla fine, che cosa tutto ciò ha a che fare con il Vangelo? La domanda non può essere elusa.

                Il rapporto tra il vescovo e la Chiesa particolare. Alla luce della sacramentalità dell’episcopato, formulata in maniera chiara con il Concilio Vaticano II, è mancata e manca, a oggi, una profonda riflessione sul ruolo e sul ministero dei vescovi. L’ermeneutica della continuità applicata all’episcopato ha compromesso uno sguardo sincero e autentico sulla realtà. Così la questione del rapporto tra vescovo e Chiesa particolare non è più rinviabile, sia per la teologia sia per il diritto canonico. Perché se da un lato il Concilio lega, in maniera evidente, il vescovo alla Chiesa locale, dall’altro lato il diritto canonico codifica la prassi ecclesiale di vescovi ai quali, non essendo affidata la cura di una diocesi, viene attribuito il titolo di diocesi ormai «estinte»: i vescovi «titolari» definiti, dal Codice di diritto canonico, in forma residuale rispetto a quelli diocesani (cf. can. 376). Storicamente, si trattava di vescovi nominati per sedi «in partibus infidelium», cioè che insistevano su territori conquistati dai saraceni. Mentre oggi sono titolari, per lo più, i vescovi che ricoprono incarichi nella curia romana o i vescovi ausiliari, eletti, questi ultimi, in base a un titolo differente rispetto a quello della Chiesa locale del cui ordinario diocesano sono chiamati a supporto.

                Inoltre, è stato superato il principio dell’univocità della sede episcopale, con sedi connesse ai titoli di più vescovi, del vescovo residenziale come di altri vescovi (gli emeriti o i coadiutori). E ciò ha riguardato anche la sede di Roma, dopo la rinuncia di Benedetto XVI che ha assunto il titolo di papa «emerito».

                La discussione conciliare. Infine, ci sono diocesi su base personale, la cui giurisdizione del vescovo (ad esempio, l’ordinario militare) è propria e, al contempo, cumulativa con quella dei vescovi residenziali. Insomma, come si può ben vedere il quadro è complesso. La discussione che si è svolta tra i padri conciliari dimostra che il problema del raccordo tra la sacramentalità dell’episcopato, nei suoi tria munera e la presenza di vescovi eletti per sedi «estinte» fosse loro ben presente.

                Nei lavori conciliari, comunque, si poneva l’accento sul fatto – sto semplificando – che l’episcopato, in quanto sacramento, non poteva di per sé rappresentare un onore, una sorta di rango del cursus honorum, come avveniva per gli ufficiali di curia. Ed è un punto, ovviamente, ancora attuale, per ciò che riguarda i vescovi «curiali» (e non solo!). Un nodo irrisolto, è il caso di dire. Ma non possiamo disconoscere che, negli anni successivi al Concilio, l’aver ridimensionato la relazione univoca tra sede episcopale e titolo, in termini di diritto ecclesiale, come nel caso degli emeriti o dei coadiutori, ha risposto a un’esigenza di natura pratica, pastorale.

                È evidente, ad esempio, che nella decisione di Paolo VI di attribuire ai vescovi emeriti il titolo della diocesi di cui sono rinunciatari si è voluto mettere in luce l’esistenza di un legame affettivo e spirituale, che rimane al di là dell’esercizio della potestà di governo. Mi pare che questo possa essere considerato un esempio di come l’ortoprassi abbia avuto la meglio sull’ortodossia, nell’accezione periferica del diritto canonico richiamata più volte, nei suoi studi, da Consorti.

                Un puzzle da ricomporre. Di ciò, però, mi sembra che nella teologia sul vescovo ci sia poca traccia. Eppure, i risvolti sono enormi, perché oggi ci troviamo con quasi la metà del collegio episcopale che non è espressione diretta di una Chiesa locale. Se non vogliamo ammettere – a partire da una stretta interpretazione di Lumen gentium – l’esclusione dei vescovi che non governano una diocesi dal Collegio episcopale (ad esempio, mons. Vittorio Mondello, ¤1937, arcivescovo emerito di Reggio Calabria – Bova, ha rivendicato in maniera chiara il suo non essere un «peso» per la collegialità episcopale: cf. V. Mondello, «Il vescovo emerito è un peso per la collegialità episcopale?», in Dei et hominum 8[2015] 1, 89ss), dobbiamo essere in grado di affinare, in tal senso, i nostri strumenti teologici e giuridici. È tempo di trovare soluzioni audaci, coraggiose, organiche e non palliative (come potrebbe essere quella di alzare l’età della rinuncia dei vescovi dai 75 agli 80 anni, per ridurre gli emeriti!). La questione della rappresentatività delle Chiese locali nel collegio episcopale è tra quelle più urgenti, anche perché coinvolge, nella struttura, l’ipotesi di un futuro Concilio.

                Peraltro, è chiaro che il mantenimento di una stretta connessione, sul piano sacramentale, tra potestà d’ordine e potestà di giurisdizione esclude (di diritto, beninteso) laiche e laici dalla possibilità di assumere, in piena responsabilità, funzioni di governo nella comunità ecclesiale (a norma del can. 129 § 2 del Codice di diritto canonico, i laici possono solo «cooperare» alla potestà di governo). È come se avessimo davanti ai nostri occhi un puzzle da ricomporre. I pezzi ci sono (sacramentalità, Chiesa locale, territorialità, potestà di giurisdizione, legame affettivo e spirituale, …), ma devono essere adeguatamente incastrati.

                La visione di Chiesa particolare. Un altro aspetto che credo sia importante sottolineare è il seguente: le idee che abbiamo sull’episcopato e sul suo esercizio producono inevitabilmente effetti su una certa visione di Chiesa particolare. Secondo il Codice di diritto canonico quest’ultima è «la porzione del popolo di Dio (…) in cui è veramente presente e operante la Chiesa di Cristo una, santa, cattolica e apostolica» (can. 369). Il principio teologico, codificato in punta di diritto, è evidente.

                Ma nei fatti, le diocesi sembrano più delle circoscrizioni amministrative della Chiesa universale, «case» succursali di una «casa-madre» (un modello, quest’ultimo, funzionale a rispondere alle esigenze di instaurare una res publica christiana, in piena riforma gregoriana) [1075 papa Gregorio VII]. Così i vescovi finiscono per essere una sorta di funzionari, di burocrati, di meri esecutori della volontà di Roma. Che li elegge e, poi, ne può chiedere la rinuncia, li può dimettere o «dimissionare», pure senza tenere conto del popolo di Dio, senza alcuna garanzia a tutela dell’immagine e della dignità della persona umana, di colui che è uomo prima di essere vescovo. È difficile scardinare una mentalità, una cultura, fortemente gerarchica che viene replicata su scala diocesana.

                Il modello piramidale. Come efficacemente ha sottolineato Pierluigi Consorti [Università di Pisa] in un contributo apparso sull’ultimo numero de Il Regno («A che scopo? Ripensare il diritto canonico per riformare la Chiesa», in Regno-att. 2,2022,5), la Chiesa cattolica è rappresentata al pari di una «istituzione piramidale e concentrica, governata dal centro attraverso vescovi che concepiscono i presbiteri come il corpo di una struttura che potrebbe vivere anche senza popolo e pure senza dialogare con il mondo che la circonda e in cui è immersa».

www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&ved=2ahUKEwj59oWu4qz2AhXjSfEDHZU9DnoQFnoECAcQAQ&url=https%3A%2F%2Fwww.c3dem.it%2Fwp-content%2Fuploads%2F2022%2F01%2Fripensare-il-dir-canonico-per-riformare-la-chiesa-pl-consorti-regno.pdf&usg=AOvVaw1DvGi4MVeqXstoFN7KN56Y

                Ad esempio, quando ancora oggi, spesso, il vescovo, durante una celebrazione eucaristica, nello schema dell’omelia, inizia salutando prima, eventualmente, gli altri vescovi presenti, poi i sacerdoti, e a seguire diaconi, religiose e religiosi e, infine, i fedeli (tra questi, magari, offrendo una menzione particolare alle autorità civili e militari), non fa altro che applicare a una Chiesa particolare e, in tal modo, perpetrare il modello piramidale, della Chiesa universale (l’efficace immagine è ripresa da Dario. Vitali, «Chiesa, cosa dici di te stessa? Non società di servizi, ma popolo di Dio», in Vita pastorale n. 8-9/2007),

www.club3.it/vita/0708vp/0708vp56.htm

 tipico della stagione preconciliare. Un modello che è, o che dovrebbe essere, ormai superato.

                Insomma, pare che i frutti del Concilio Vaticano II non siano ancora sufficientemente maturati nella coscienza e nella prassi ecclesiale. C’è tanto lavoro da fare. Con una consapevolezza che non può mancare: una riflessione sull’episcopato è, innanzitutto, una riflessione sulla Chiesa. Su di un nuovo modello di Chiesa. Una riflessione dalla quale – sia chiaro – non possiamo sottrarci.

Prof. Luigi Mariano Guzzo, docente di Storia del diritto canonico Università di Pisa

sezione «L’Ospite» Il Regno  1° febbraio 2022

https://re-blog.it/2022/02/01/e-se-la-riforma-della-chiesa-passasse-dalla-riforma-dellepiscopato

https://ilregno.it/ospite/riformare-lepiscopato-luigi-mariano-guzzo

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CHIESA IN ITALIA

Abusi dei preti pedofili nella Chiesa. Continua l’inerzia dei Vescovi

                Nelle ultime settimane la questione degli abusi dei preti pedofili non è passata nelle retrovie. Anzi. I vescovi francesi, dopo il rapporto Sauvé e le loro molto accorate dichiarazioni di pentimento e di volontà di occuparsi delle vittime, hanno inizialmente stanziato venti milioni per gli indennizzi. È un primo concreto messaggio di buona volontà anche in considerazione delle modeste risorse economiche della Chiesa francese (quelle della Chiesa italiana sono un’altra cosa).

                In Germania, oltre al rapporto generale sugli abusi di tre anni fa, ora una inchiesta promossa dalla diocesi di Monaco e affidata a giuristi indipendenti, ha scoperto una situazione molto grave e nella quale appare che anche papa Ratzinger è stato coinvolto a suo tempo in alcuni casi nel sistema di copertura dei preti pedofili. Si tratta di un sistema che, nel corso degli ultimi vent’anni, è venuto alla luce ed appare essere stato ed essere una condizione strutturale della Chiesa in gran parte delle nazioni, a partire da quelle di antico insediamento cattolico. Lo stesso arcivescovo di Monaco card. Reinhard Marx, nella conferenza stampa di valutazione del rapporto, ha parlato “di cause sistemiche alla base degli scandali che ormai non si possono più negare” e ha sostenuto “che la più grande colpa è aver trascurato le persone colpite. Questo è imperdonabile. Non avevamo alcun reale interesse per la loro sofferenza”.

                Ora è la volta della Spagna dove i vescovi si rifiutano di indagare, concedendo libertà di occuparsene solo agli ordini religiosi. La questione è diventata così pesante che un intervento diretto è stato ipotizzato in sede “laica” perché vari gruppi parlamentari (a partire da Podemos) hanno proposto una Commissione d’inchiesta del Parlamento. La proposta ha avuto molta eco ed è sponsorizzata da “El Paìs”, il principale quotidiano spagnolo.

                Anche in Italia qualcosa si muove. Il gesuita padre Hans Zollner, l’uomo di maggior fiducia di papa Francesco sulla questione degli abusi, responsabile del Centro per la protezione dei minori della Università Gregoriana, ha rilasciato un’intervista venerdì 21 gennaio 2022 a “La Stampa” in cui sostiene che “ormai il fenomeno è chiaro: nel mondo in ogni regione tra il 3 e il 5% dei preti è un abusatore. Abbiamo dei criminali tra noi. Per questo dobbiamo ancora fare passi avanti per purificare la Chiesa”. Anche in Italia - dice Zollner - ci vorrebbe una Commissione d’indagine “per guardare in faccia la realtà” e “perché questo tipo di indagini condotte in modo oggettivo e pubblicate servono assolutamente”. Sembrava un invito diretto al Consiglio Episcopale Permanente della CEI convocato per lunedì 24 gennaio per procedere in questa direzione. Ma questo suggerimento ancora una volta non è stato accolto. La situazione italiana è simile a quella spagnola. Nel comunicato finale, dopo aver ricordato le commissioni di formazione dei seminaristi e di chi si occupa dei giovani che si stanno organizzando nelle diocesi, la vicinanza alle vittime e dopo aver taciuto sulla proposta della Commissione d’indagine, si dice “la ricerca della giustizia nella verità non accetta giudizi sommari”. È una espressione che sembra dettata da quell’ala dell’episcopato italiano che, da lungo tempo, minimizza il fenomeno degli abusi nel nostro paese (“in Italia la situazione è diversa”) e che sostiene, sottovoce o ad alta voce, che si userebbe questa questione per attaccare a buon mercato la Chiesa.

                Quindi in Italia non c’è stato e non c’è quanto ha caratterizzato, anche se con lentezze e difficoltà, tanti altri paesi cattolici, il pentimento collettivo e solenne, la ricerca e l’accettazione delle verità scomode, l’organizzazione degli indennizzi e di altri interventi a favore delle vittime. Nel nostro Paese ci sono state e ci sono solo tante parole, tante commissioni e nessun vero rapporto con le vittime, dal cui punto di vista abbiamo cercato di porci. Ci siamo chiesti come fa la Chiesa ad evitare una propria profonda purificazione, una Chiesa dove tanti, clero e laici, soffrono per questa colpevole inerzia, rispetto alla quale abbiamo parlato di un vero e proprio “peccato collettivo” dei Vescovi.

                               Noi Siamo Chiesa            31 gennaio 2022

www.noisiamochiesa.org/?p=8628

 

Abusi del clero sui minori: un tema culturale fondamentale

                Certo possiamo essere sconvolti dalle recenti vicende sui dossier francesi e tedeschi (e non solo) riguardanti gli abusi di persone organiche all’organismo ecclesiale verso minori o comunque fragili. Ma, come ho cercato di sostenere in un articolo apparso su FC, se cerchiamo di pensare il problema, non possiamo non rilevare che si tratta di un disastro che deriva da un paradigma culturale ben preciso: quello secondo cui l’istituzione va salvaguardata a tutti i costi, anche a danno delle persone, perché lo scandalo va evitato a prescindere.                                                                www.famigliacristiana.it/articolo/non-esiste-il-papa-perfetto.aspx

Continuando ad accumulare coperchi sugli scandali, questi alla fine esplodono e mettono in grave crisi anche coloro che invece lavorano quotidianamente con dedizione e passione, anche se non senza difetti, nella Chiesa e sul territorio.  Non si tratta neppure di essere più o meno umani, come sostiene anche comprensibilmente padre Zöllner. La questione è culturale: quanti hanno responsabilità apicali, anche nella Chiesa, si sono sempre preoccupati di salvaguardare l’istituzione per affermarne la credibilità.

                Questo era, dal loro punto di vista, il compito affidatogli, anche a scapito del loro tornaconto personale (dedizione per loro ha questo senso e spesso è stata vissuta in maniera esemplare). Questa cultura ha dominato per secoli, anche dopo il Vaticano II. Ma non è la cultura che si genera dal Vangelo. Ma siamo sicuri che, anche nel campo della società cosiddetta civile e laica, non abbiamo bisogno di un’analoga inversione di tendenza? La svolta alla quale tutti dobbiamo lavorare riguarda appunto la centralità della persona (“diritto sussistente” secondo Antonio Rosmini 1797-1855), da salvaguardare e custodire soprattutto quando è vittima di violenze e abusi. Attenzione però che essa dovrà riguardare sia le vittime che i veri o presunti carnefici. Molto spesso, infatti, essi sono stati a loro volta vittime.

                A questo riguardo vale la pena riflettere sul contesto sessuofobico in cui la maggior parte dei presbiteri sono stati formati. E, in questo contesto, si è trattato di una educazione tendente a comprimere, se non sopprimere, la dimensione affettiva e sessuale dell’esistenza, la quale, a lungo andare, esplode, in forme del tutto deviate e decisamente condannabili. Dove ha portato la fedeltà assoluta all’istituzione ecclesiale, se non alla deriva concernente la sua credibilità? E questo riguarda non solo gli scandali di natura sessuale, ma anche quelli che afferiscono alla sfera economica. In entrambi i settori le gogne mediatiche e giudiziarie retroattive non servono a nulla, fatta salva la necessità di perseguire penalmente i reati ove provati al di là di ogni ragionevole dubbio.

                Piuttosto bisogna guardare al futuro e prepararlo, anche se su di esso pesano secoli di una tendenza opposta, che ci pone sempre e comunque al cospetto della banalità del male, dirompente anche in questi casi. Di qui la domanda sull’identità del “funzionario di Dio”, per dirla con Eugen Drewermann ¤1940. E riguarda chiunque assuma un ruolo nella comunità credente, dai ministri domenica scorsa investiti di tale compito, ai diaconi, presbiteri, vescovi…Se, infatti si tratta di essere funzionali al Dio di Gesù Cristo, allora si tratterà di essere a servizio esclusivo delle persone e non delle strutture. Al momento non ci sembra di intravedere tali figure nei ruoli apicali della comunità credente, a meno che non ci si rivolga ai parroci e a quanti come loro sono al fronte, piuttosto che dietro le scrivanie dei dicasteri o delle curie.

                Ripartire dalla formazione e formulare un progetto educativo, comprensivo delle diverse dimensioni della persona, è un punto di partenza imprescindibile perché le future generazioni non abbiano a doversi misurare con scandali di questo genere, ma, come dice Paolo oportet hæreesse [è necessario che ci siano divisioni] (1Cor 11,19), a patto che sappiamo trarne impulsi e spinte per un rinnovamento radicale del sistema anche ecclesiastico.

prof. Lorizio Giuseppe ¤1952- ordinario di Teologia fondamentale nella Pontificia Università Lateranense

www.settimananews.it/chiesa/abusi-del-clero-sui-minori

 

L’inchiesta della Cei sugli abusi parte con il piede sbagliato

                Il presidente della Conferenza episcopale italiana, Gualtiero Bassetti ¤1942 ha concesso un’importante intervista al Corriere della Sera sul tema degli abusi sessuali del clero e sulle iniziative che la chiesa italiana ha in animo di assumere per contrastarli. All’inizio dell’intervista il cardinale conferma la possibilità che anche la chiesa italiana, al pari di quelle nordamericana, francese, irlandese e tedesca, avvii «una ricognizione approfondita e seria» del fenomeno.

                Si tratta di una buonissima notizia che però appare subito offuscata da quel che il cardinale dice nel

seguito dell’intervista. In primo luogo, Bassetti non menziona mai l’espressione “commissione indipendente” e anzi fa intendere chiaramente che la Cei vuole determinare nel merito la metodologia dell’indagine, escludendo ogni seria valutazione quantitativa del fenomeno e privilegiando come fonte dei dati «i servizi diocesani per la tutela dei minori», ovvero degli organi interni alla chiesa quasi sempre diretti da personale ecclesiastico di nomina vescovile.

                Quindi, a differenza di quanto hanno fatto quelli francesi e tedeschi, i vescovi italiani non affiderebbero l’eventuale inchiesta a un organismo composto da studiosi davvero indipendenti e autorevoli, messi in grado di agire in forma completamente autonoma dalla chiesa, di richiedere l’accesso ai dossier segretati degli archivi diocesani, di formulare appelli alle vittime sinora rimaste in silenzio affinché raccontino, con la garanzia dell’anonimato, le loro vicende e infine di produrre delle stime quantitative affidabili sulla diffusione complessiva nel fenomeno. No, la chiesa italiana non si servirebbe di questo strumento, ma di una raccolta di dati generici che provengono dai singoli uffici diocesani, casomai filtrati dall’approvazione del vescovo e dall’imprimatur dello stesso Bassetti. Insomma, quella che quest’ultimo caldeggia è una sorta di indagine interna affidata ad alcuni sacerdoti e ai loro collaboratori. Le commissioni di inchiesta serie hanno scandagliato soprattutto il passato, da un lato portando alla luce quei crimini che non possono più, per sopravvenuta prescrizione, finire nelle aule di tribunale, dall’altro evidenziando quei nodi strutturali (come la concezione della sessualità e dell’affettività) che sono alla base dei comportamenti abusanti e che richiedono una radicale riforma della chiesa.

                Bassetti al contrario sembra guardare soprattutto al futuro e pare in primo luogo preoccupato di convincerci della grande efficacia dei nuovi strumenti di prevenzione di cui sono state, per sua iniziativa, dotate le diocesi italiane. Il cardinale sembra anche preoccupato di farci capire che quella italiana è una situazione diversa, eccezionale e positiva, nella quale il problema ha una consistenza e una diffusione minori che altrove. Quel che bisogna soprattutto evitare, a suo parere, è il «giustizialismo», ovvero la tendenza a condannare il clero con troppa severità e precipitazione. Riassumendo: niente proiezioni numeriche, niente ascolto delle vittime, niente proposte di riforma.

                Disorientata e messa con le spalle al muro dall’attivismo riformatore di tanti vescovi europei e dal montare dell’indignazione popolare, la chiesa italiana sta rischiando di reagire nel peggiore dei modi alla “crisi degli abusi”: con dei pannicelli caldi autoassolutori e difensivi che non convinceranno nessuno e che non la proteggeranno dal discredito e dall’impopolarità che avanzerà all’emergere di ogni nuovo scandalo, dinanzi alla scoperta dell’ennesimo prete pedofilo in questa o quella diocesi del Belpaese.

                Il torrente diventerà presto un fiume in piena e a quel punto nemmeno l’ospitare sul proprio territorio l’incolpevole vescovo di Roma costituirà un elemento sufficiente ad arginarne il corso.

Marco Marzano, professore ordinario di Sociologia-Università di Bergamo          Domani   31 gennaio 2022

www.editorialedomani.it/fatti/linchiesta-della-cei-sugli-abusi-parte-con-il-piede-sbagliato-nkhlmnxw

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202201/220131marzano.pdf

 

Ancora NO a una Commissione indipendente sugli abusi dei preti pedofili

anche se si rendono conto del problema.

                Interviste di Bassetti e Castellucci. I vescovi cominciano a capire che qualcosa devono fare, ma confermano il NO alla Commissione indipendente sugli abusi del clero pedofilo e il SI ad alcuni vecchi pregiudizi.

                Le recenti Commissioni indipendenti sugli abusi sessuali dei preti pedofili in Germania e Francia non sono state contestate nel merito di quanto accertato e sono diventate fatto di grande rilievo agli occhi dell’opinione pubblica interna e internazionale, nel mondo cattolico e fuori. Anche i vescovi italiani se ne sono accorti dopo anni in cui hanno preso tempo sulla necessità di accertare i fatti in Italia,  intervenendo solo raramente e cercando motivazioni e giustificazioni del tutto deboli. “Noi Siamo Chiesa” ne ha scritto ripetutamente.

                Le poche righe del comunicato del Consiglio Episcopale Permanente della CEI del 24 gennaio, (…), non sono state evidentemente sufficienti a permettere di capire la linea dei vescovi se il Card. Gualtiero Bassetti ¤1942 ha concesso un’intervista, solo su questa questione, al “Corriere della sera” domenica 30 a tutta pagina. L’aspetto positivo di essa è la constatazione che, per i vescovi, il problema esiste ed è serio e che finalmente si parli dell’abuso non solo come “peccato”, ma anche come “reato”. Poi Bassetti non ha detto quello che ci aspettavamo sulla necessità di una commissione indipendente di accertamento dei fatti; ha invece ripetuto un vecchio mantra sulla “differenza strutturale, culturale ed ecclesiale della situazione italiana, a partire dal fatto che ci sono molte diocesi”. Questa affermazione corrisponde alla vecchia convinzione di tanti vescovi sulla “diversità italiana” rispetto ad altre realtà cattoliche in Europa e fuori. Bisognerebbe però motivarla perché dalla cronaca quotidiana non appare una scarsa o nulla presenza di preti pedofili nel nostro paese. Poi bizzarra ci sembra la difficoltà relativa al numero delle diocesi. Bassetti spiega che bisogna pervenire a numeri reali, effettivi, non con statistiche o proiezioni, ma con dati raccolti “dal basso”, dalle Chiese locali e mediante l’opera dei servizi diocesani di tutela dei minori e dei centri di ascolto. Ma Bassetti a domanda esplicita su cosa pensi dei report di Germania e di Francia non risponde e ripete la necessità di avere “dati ed elementi effettivi”, facendo capire il suo sospetto su quelle commissioni di indagine. Ma ci chiediamo se i dati ottenuti dal basso sono credibili tali e  tante sono già apparse le coperture degli abusi emerse nelle realtà diocesane. Solo dei soggetti indipendenti hanno l’autorità per indagare veramente. Infine il cardinale sostiene che “giustizia non è giustizialismo”. È la fotocopia del comunicato che dice “la ricerca della giustizia nella verità non accetta giudizi sommari”. Queste affermazioni esprimono una corrente della Chiesa cattolica convinta che ci sia un’ostilità, non sempre evidente, nei suoi confronti da parte dei media e di aree politiche e culturale “laiche” tale da penalizzare i preti incriminati e da enfatizzare tutte queste vicende.

                Noi siamo di un’altra opinione, non ci sono complotti o manovre. Riteniamo invece che i fatti di pedofilia nel nostro Paese non riescano ad avere lo spazio che meriterebbero, che solo minoranze ristrette vadano controcorrente e che molte strutture ecclesiali, per responsabilità di un certo numero di vescovi, tacciono o conniventi o imbarazzate, arrivando a commettere “il peccato collettivo dei vescovi” per la loro colpevole inerzia e per loro difesa dell’immagine dell’istituzione di cui abbiamo ripetutamente scritto.

                A ruota dell’intervento di Bassetti, il giorno dopo, 1° febbraio 2022, sul “Quotidiano Nazionale”, è uscita una intervista ad Erio Castellucci ¤1960, nuovo vicepresidente della CEI e vescovo di Modena; egli si dimostra un po’ più aperto, c’è quasi un lieve aggiustamento della linea che testimonia che esiste un confronto interno sulla decisione di avviare uno studio sulla pedofilia, difficile da realizzare per la forma da dargli e che sarà deciso “salvo sorprese” nell’assemblea di maggio. “Molti casi si consumano in ambienti diversi da quelli ecclesiastici”. Tutte le realtà giovanili potranno essere coinvolte nell’ipotesi di una commissione indipendente per offrire un quadro ampio sulla pedofilia in Italia. Ma questo non è quello che ipotizziamo e che riguarda gli abusi dei preti pedofili, una struttura di indagine simile a quella francese e con una forte presenza di donne e di vittime. Il confondere gli abusi del clero con il problema generale della pedofilia è uno dei metodi usati in passato in ambito ecclesiastico per cercare giustificazioni ed attenuazioni sulla gravità dei fatti. Anche Castellucci non è sincero e copre l’istituzione quando, alla fine dell’intervista, dice che “ogni caso di abuso di minori viene trasmesso alla Congregazione per la Dottrina della Fede e segnalato alla Procura”. Ciò è falso, da sempre il prete pedofilo viene salvato dall’autorità giudiziaria anche grazie all’art. 4 del Concordato (salvo ovviamente che non sia denunciato dalla vittima o che i fatti emergano altrimenti). A oggi non si conoscono veri interventi presso la magistratura.

                Bassetti, infine, enfatizza le strutture diocesane sulla formazione e la selezione del clero e degli operatori pastorali di cui la CEI si sta occupando sostenendo che “la Chiesa sta lavorando da anni sulla prevenzione e sull’ascolto”, fatto che viene contraddetto da chi ha un contatto reale con le vittime e con i loro racconti. I vescovi stanno continuando a perdere l’occasione per fare una svolta nella gestione di questo aspetto vergognoso della Chiesa, che suscita ribrezzo nella totalità dei credenti del nostro Paese (clero compreso). La Conferenza Episcopale Italiana, insieme a quella spagnola, è la più arretrata in Europa e la comunità cristiana può veramente sperare che il percorso sinodale avviato serva a rovesciare l’attuale andamento delle cose.

Admin   Noi siamo chiesa                          6 febbraio 2022

http://www.noisiamochiesa.org/?p=8636

 

Abusi, l’ipotesi di una inchiesta interroga la Chiesa italiana

Zollner: o la Chiesa decide di farlo o alla fine sarà costretta

                È dibattito nella Chiesa italiana in merito all’ipotesi di un’indagine indipendente sugli abusi sessuali del clero sui minorenni. Negli anni passati gli episcopati di diversi paesi (Stati Uniti, Germania, Francia, da ultimo Portogallo) hanno commissionato inchieste indipendenti, altrettanto hanno fatto singole diocesi, come negli ultimi giorni Monaco di Baviera, e i governi di altri paesi (Irlanda, Australia), ne hanno svolte, indagini che, in ogni caso, hanno registrato, su un arco temporale pluriennale, numeri di abusi (dal 4% al 7% del numero totale di sacerdoti) che hanno colpito l’opinione pubblica. Una prospettiva che ha indotto già negli anni scorsi diversi giornalisti ad interpellare la Conferenza episcopale italiana sui dati statistici effettivi degli abusi in Italia e ultimamente ha portato alcune associazioni, come “Donne per la Chiesa” di Paola Lazzarini, a chiedere alla Cei di fare altrettanto.                                      www.donneperlachiesa.it/category/uncategorized

                Ipotesi che, però, all’interno della Conferenza episcopale italiana trova alcuni a favore, altri contrari, tanto più in vista dell’elezione del nuovo presidente a maggio. “La giustizia non è giustizialismo”, ha detto al Corriere della Sera l’attuale presidente, il cardinale Gualtiero Bassetti, “e non si renderebbe un buon servizio né alla comunità ferita né alla Chiesa se si operasse in maniera sbrigativa, tanto per dare dei numeri”. La Cei ha avviato nei mesi scorsi una rete di “centri di ascolto” diocesani.

                “La gente, come abbiamo visto in tante parti del mondo, non si fida più della giustizia all’interno della Chiesa, non accetta più numeri che sono stati rivisti e ricavati da processi o persone controllate dalla Chiesa perché vogliono sapere da fonti indipendenti e oggettive quello che viene fuori e quindi in questo senso prima o poi questa esigenza arriverà”, ha detto padre Hans Zollner, gesuita e psicologo, intervistato alla trasmissione “La finestra su San Pietro” (Radio Rai1). “O la Chiesa decide di farlo per conto suo e ordinare a persone indipendenti come successo in Germania, in Francia, come adesso anche la Conferenza episcopale portoghese sta facendo oppure a un certo punto sarà costretta perché lo Stato, o chi per lo Stato, adirà a sé questo tipo di processi. Secondo me l’alternativa è che o cominciamo noi a fare una vera luce in questi fatti o saranno altri a ordinare e gestire questa vicenda”. I centri di ascolto? “Certamente è un inizio ma non penso che basti perché molte vittime non si fidano più di un centro di ascolto della Chiesa e devono essere ascoltate”.

                Il 15 febbraio intanto nasce il Coordinamento delle associazioni contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia, con una conferenza stampa intitolata “Oltre il grande silenzio” e l’hastag #ItalyChurchToo.

https://it.euronews.com/2022/02/16/italychurchtoo-le-associazioni-cattoliche-chiedono-un-indagine-indipendente

                Partecipano l’Osservatorio religioso sulla violenza contro le donne, Donne per la Chiesa, la Rete l’abuso di Francesco Zanardi, Adista, il Comitato vittime e famiglie, Voices of faith. Previsto l’intervento di alcuni sopravvissuti e testimoni.

                               Askanews                           31 gennaio 2022

www.askanews.it/politica/2022/01/31/abusi-lipotesi-di-una-inchiesta-interroga-la-chiesa-italiana-pn_20220131_00021

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CHIESA UNIVERSALE

Concepibile l’idea di preti sposati Il cardinal Marx è per le riforme

Intervista a Reinhard Marx, a cura della Redazione

                Il Cardinale Reinhard Marx ¤1953 parla a favore di riforme nella Chiesa cattolica. È a favore della possibilità che i preti cattolici si sposino. In una intervista alla Süddeutsche Zeitung ha inoltre preso posizione sull’atteggiamento nei confronti del papa emerito Benedetto XVI [¤1927, papa 2005-2013]. È sbagliato scaricare la possibilità di vivere il celibato semplicemente sull’individuo”, ha detto Marx in un’intervista alla Süddeutsche Zeitung. Aggiungendo che il celibato è “precario” e che vivere da soli non è così semplice.

                Alla domanda se egli veda una relazione tra questa solitudine e gli abusi sessuali, l’arcivescovo di Monaco risponde: “Globalmente non si può dire. Ma questa forma di vita e il legame tra maschi

attraggono anche persone che non sono adatte e che sono sessualmente immature”.

                Cauto sull’ordinazione per le donne. Sull’ordinazione per le donne Marx si è espresso in maniera più cauta. Ritiene che la discussione debba essere portata avanti ulteriormente. Anche lui personalmente non è ancora giunto ad una convinzione definitiva. Tuttavia gli argomenti contrari gli sono man mano apparsi, nel corso della vita, sempre più deboli. “So solo che abbiamo bisogno di un grande consenso. Altrimenti l’intero edificio crolla”.

                L’arcivescovo di Monaco si è espresso criticamente nei confronti della morale sessuale cattolica che, a suo avvio, avrebbe prodotto molti blocchi e rigidità. “E ne abbiamo portato la colpa”. Una volta un vecchio prete gli aveva detto: “Se potessi rimediare a tutto quello che ho causato in confessionale su questo tema…”. Questo aveva molto scosso Marx.E adesso ci arriva da pagare un conto che si è accumulato per generazioni”, ha aggiunto.

                Non si è voluto proteggere Benedetto XVI. Poi Marx ha respinto l’insinuazione che lui o i suoi più stretti collaboratori volessero sottrarre papa Benedetto XVI alle accuse nel dibattito sugli abusi sessuali nel 2010. “Né allora né oggi abbiamo voluto o vogliamo proteggerlo dicendo il falso, e neppure vogliamo danneggiarlo”, ha detto Marx. Aveva anche sempre detto chiaramente al suo staff di consulenti: “Qui la verità non viene stravolta, non lo facciamo”. Ora spera che il papa emerito faccia una dichiarazione completa come annunciato, ha detto il cardinale. “E che la dichiarazione contenga anche una parola di solidarietà nei confronti delle vittime e tenga conto delle aspettative che ci sono ora”. Ha dichiarato che il suo rapporto personale con Benedetto XVI è sempre stato buono, “anche se non eravamo o non siamo sempre della stessa opinione”. Entrambi avevano parlato dell’abuso per la prima volta nel 2010, ha continuato Marx. A quel tempo i media erano in enorme agitazione. “A pranzo gli avevo detto: tutti e due sappiamo che, se non c’è niente, l’attenzione sparirà. Ma noi sappiamo che c’è anche troppo. Ecco perché l’attenzione non scemerà e dovremo affrontare il problema”.

                Il giudice ecclesiastico Lorenz Wolf deve tempestivamente fare una dichiarazione. Nel frattempo il cardinale Marx ha chiesto al suo giudice ecclesiastico di esprimersi a proposito delle singole accuse contro di lui. “Deve farlo prontamente, e io gli voglio dare questa opportunità”, ha continuato Marx. Che il suo funzionario contestasse la legittimità del rapporto preparato dallo studio legale WestpfahlSpilker Wastl per conto dell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga, è una cosa che il cardinale non poteva accettare. Come reazione, lo scorso giovedì, Marx aveva comunicato che Wolf sospendesse per il momento tutti i suoi incarichi e le sue funzioni. Il sessantaseienne viene considerato uno degli ecclesiastici più influenti in Baviera. Il decano della cattedrale, accanto alle sue funzioni nella diocesi di Monaco e Frisinga, in quanto direttore dell’Ufficio cattolico, è anche l’interfaccia tra la Chiesa e la politica in Baviera. Inoltre dal 2014 è presidente del Consiglio della Radio Bavarese (BR). Da questo organismo si sono sentite recentemente forti richieste di dimissioni. Nella parte non pubblica dell’incontro online di giovedì Wolf intende fare una dichiarazione. Richard Kick del Consiglio delle vittime dell’arcidiocesi aveva attaccato duramente l’alto giudice della Chiesa cattolica dopo la pubblicazione del rapporto. Lo ha accusato di trattare le vittime in “modo perfido” durante l’interrogatorio. Questo le avrebbe fatte sentire come se venissero di nuovo abusate. In questo modo il funzionario avrebbe bloccato un’ondata di rivelazioni. Dottore in diritto canonico, dal 1997 è responsabile della giurisdizione ecclesiastica nell’arcidiocesi. Si è spesso occupato di casi di abuso in seconda istanza per conto della Curia romana. È stato scritto da lui un decreto penale firmato nel maggio 2016 contro l’abusatore recidivo Peter H. giunto in Baviera dalla diocesi di Essen. Nel rapporto degli avvocati uno speciale dossier è dedicato a quest’uomo. Il decreto di Wolf è oggetto di controversi dibattiti, a cui nel frattempo hanno partecipato anche numerosi avvocati ecclesiastici.

                Marx sui gruppi di soli uomini: mia madre aveva avuto la sensazione giusta Il cardinal Marx ha inoltre ammesso che il sentimento di confraternita spesso fortemente sentito dai preti può portare ad una mentalità “Closed-Shop” (da sistema chiuso). “Con quale gioia ho indossato per la prima volta il mio collare da prete”, [era il 1953] ha ricordato Marx nell’intervista alla Süddeutsche Zeitung. Poi è tornato a casa con indosso la talare e sua madre gli ha chiesto: “Devi sempre andare in giro così?”. E lui aveva risposto: “Ma è bello! Cosa c’è che non va?”. Solo dopo anni ho pensato: “Guarda, lei aveva già la sensazione giusta”. Era solo un po’ esagerato, ha detto Marx. “Il pericolo era quello di chiudersi in difesa, di non lasciar entrare nessuno. Oggi dico chiaramente: andare avanti così non è più accettabile e non fa bene neppure a noi stessi”.

                L’arcivescovo di Monaco ha detto che 20-30 anni fa non avrebbe potuto immaginare “che gli abusi

da parte di preti avvenissero su così vasta scala”. I responsabili della Chiesa avevano spesso creduto ai preti quando questi negavano le accuse. “Sono dell’opinione che abbiamo voluto proteggere il presbiterato. Era

Era così. Anche dopo le prime linee guida del 2002”. Ma non è più stato così dopo il 2010, ha aggiunto.

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202202/220203marxdomradio.pdf

vedi anche www.ilfattoquotidiano.it/2022/01/04/il-giornale-tedesco-die-zeit-joseph-ratzinger-sapeva-di-abusi-su-minori-nella-sua-diocesi-e-non-li-ha-fermati/6445531

 

A volte il pastore rimane indietro rispetto al gregge

Una conversazione con il cardinale Jean-Claude Hollerich

                Il cardinale Jean-Claude Hollerich ¤ 1958, SJ dal 1981 è referente generale del Sinodo sulla sinodalità ed è arcivescovo del Lussemburgo, di cui è originario. Dal 2018 è anche presidente della Commissione delle Conferenze episcopali della Comunità europea (Comece). Nell’intervista affronta le sfide di un mondo che è cambiato. Ritiene che il rinnovamento faccia parte della vita della Chiesa quando viene dalla radicalità del Vangelo e impara dalla vita.

 

                Signor cardinale, i suoi studi e la sua preparazione risalgono a 40 anni fa. Quando ripensa a quel tempo può dire che la sua fede di allora era la stessa di oggi?

                No, la mia fede è cresciuta molto dal tempo del noviziato. Vorrei fare un esempio di quanto fosse buono allora il mio maestro dei novizi. Dovevamo frequentare un corso di teologia sull’eucaristia. Trovavo quel corso davvero pessimo. Avrei potuto addirittura tenere io un corso migliore. Sono andato pieno di rabbia dal maestro dei novizi e glielo ho detto. Era una cosa davvero impensabile, era lui il capo, dopo tutto. Mi conosceva e sapeva che avrei avuto abbastanza argomenti per contraddirlo e sapeva che avevo ragione su quel corso. Mi disse: hai ragione, non è necessario che tu segua quel corso. Il confratello responsabile della cura dei malati sarà in ferie per due settimane. Lo sostituirai. Così, avendo dovuto curare i padri anziani ho imparato sull’eucaristia più di quanto avrei potuto imparare in quel corso. Fu una lezione molto dura, ma anche un’ottima scuola. Mi ha dato ragione – e mi ha dato qualcosa da fare che richiedeva umiltà e al contempo faceva crescere la fede.

                Lei ha vissuto in vari centri del Giappone per un totale di 23 anni. Che cos’è per lei il Giappone?

                Il Giappone è per me l’altra modernità, come si è spesso detto. Inizialmente si pensa che è tutto simile, dato che le persone sono vestite come noi, ecc. Ma più si vive lì, più ci si accorge che le cose sono molto diverse. Riflettiamo, gli uni e gli altri, in modo diverso. È un po’ come se si guardasse attraverso un prisma. Il Giappone guarda al mondo in maniera diversa.

                E nella sua vita quotidiana come vescovo e cardinale, è presente oggi questo tesoro di esperienza?

                Certo. Sono un vescovo che viene dal Giappone e credo che molti in Lussemburgo non lo abbiano ancora capito bene. Quando sono tornato ero cambiato. Non sono semplicemente tornato nel mio paese. Penso che quelle esperienze mi abbiano offerto un altro orizzonte di pensiero e di giudizio, che naturalmente non è l’unico possibile.

                Quindi lei stesso è diventato un po’ giapponese?

                Forse si può dire così. In ogni caso, ho notato molto bene la differenza. In Giappone ho conosciuto un modo di pensare diverso. I giapponesi non pensano come nella logica europea degli opposti. Se noi diciamo che una cosa è nera, significa che non è bianca. I giapponesi dicono: è bianca, ma forse è anche nera. In Giappone si possono combinare gli opposti senza cambiare punto di vista.

                In Giappone, che cosa si associa al cattolicesimo?

                Di fatto anche una certa modernità.

                I giapponesi, che cosa ritengono moderno nel cattolicesimo?

                Ad esempio, che un matrimonio debba fondarsi sull’amore. Abbiamo celebrato molti matrimoni nella nostra cappella dell’università. Nei miei corsi universitari avevo molti giovani uomini e molte giovani donne che volevano sposarsi, così quasi ogni fine settimana celebravo uno o due matrimoni. In Giappone avevamo il permesso di un unire in matrimonio anche dei non cattolici. Questo li attraeva e quindi molti venivano da noi.

                Che cosa ci insegna la sua esperienza personale sul modo in cui oggi dobbiamo trasmettere il Vangelo?

                Dobbiamo imparare che il Vangelo deve essere sempre ritradotto, nelle esperienze specifiche dell’oggi. Ne devono derivare nuove narrazioni. L’esegesi scientifica ci ha mostrato che ciò che chiamiamo parola di Dio è stata preparata da una comunità che per farlo utilizzava determinati modelli narrativi. Questa idea ci può aiutare a comprendere oggi il significato della fede. Io non sono un profeta e non so dire come dovremmo fare precisamente. Ma allo stesso tempo vedo i limiti del nostro sistema come è stato fino ad oggi, un sistema che ha difficoltà a formulare in maniera nuova la fede. Nel Medioevo la maggior parte dei fedeli non sapeva leggere, eppure la fede è stata trasmessa. Se osserviamo l’abbazia di Echternach [monastero benedettino in Lussemburgo] e i suoi evangeliari si comprende come la trasmissione della fede vada oltre la parola scritta.

                Qual è la relazione fondamentale tra l’esperienza della vita e la fede cristiana?

                Dobbiamo comprendere che vita e fede sono una cosa sola. Quando prego, lo faccio come è indicato dagli esercizi di Ignazio: immagino in una scena del Vangelo nella quale io stesso sono presente. Ne traggo beneficio spirituale, per dirla con un linguaggio tradizionale. Pregare non consiste solo nella ripetizione di formule, ma nel mettersi in una di quelle situazioni. Nella sua biografia, in particolare in riferimento al suo essere prete, c’è una rottura che le ha fatto capire che viviamo in un tempo nuovo?

                Sì, anzi, ho vissuto spesso tali rotture. Vengo da un paese molto tradizionale. Oggi so che il mondo di allora non è più possibile. Ho imparato a cambiare modo di pensare a partire dal percepire la realtà e ad accettarla. Un tempo ero un grande sostenitore del celibato per tutti i preti, oggi mi auguro che ci siano i viri probati. È un desiderio profondo, non lo dico così per dire. E tuttavia è un cammino difficile per la Chiesa, perché può essere percepito come una rottura. Dopo il Sinodo sull’Amazzonia, può essere che una delle ragioni per cui il papa non permise i viri probati fosse che essi erano stati richiesti troppo fortemente e che il Sinodo si fosse ridotto molto a questa questione. Penso che dobbiamo andare in questa direzione, altrimenti presto non avremo più preti. Sul lungo termine posso anche immaginare la via dell’ortodossia, per cui solo i monaci siano obbligati al celibato.

                Immagina possibile il diaconato femminile nella Chiesa?

                Non avrei nulla in contrario. Però le riforme devono avere un fondamento stabile. Se ora semplicemente il papa permettesse viri probati e diaconesse, ci sarebbe un grosso pericolo di scisma. Non c’è solo la situazione della Germania, dove forse scoppierebbe solo una piccola parte. In Africa o in paesi come la Francia probabilmente molti vescovi non collaborerebbero. Il papa non ha nulla contro i conservatori se imparano dalla vita. Allo stesso modo non ha nulla contro i riformisti, se tengono in considerazione la Chiesa universale. E il papa non vuole guerre nella Chiesa. Talvolta ho l’impressione che i vescovi tedeschi non comprendano il papa. Il papa non è liberale, è radicale. È dalla radicalità del Vangelo che viene il cambiamento.

                Si dice che i tedeschi parlino solo di strutture. Ma se di fatto abbiamo ancora strutture di tipo monarchico, dovremo pure arrivare a cambiarle, o no?

                Sì ma lo si deve fare in modo che ci sia un consenso. Dobbiamo far in modo di portarci dietro nel nostro cammino più persone che possiamo. E non si tratta solo di fare in modo che i referenti pastorali diventino un clero di seconda classe. Non ci deve essere un clero ordinato ed un clero non ordinato, ma si deve distruggere il clericalismo. Tra i preti, ma anche tra i laici.

                Ma come si fa a portarsi dietro le persone? Alcuni si allontanano, altri sono indignati.

                Come vescovo cerco di non staccarmi dalle persone normali. Capita facilmente che un vescovo incontri in fondo solo una piccola cerchia di persone che possono far pensare ad una normalità che però non c’è. Un vescovo ha assolutamente bisogno di contatto con credenti e non credenti di provenienze sociali diverse. Se non si ricevono queste percezioni dall’esterno, si cade spesso in queste guerre interne alla Chiesa in cui ci sono solo due campi. La situazione tedesca ha una drammaticità che di per sé non è né utile né necessaria.

                Molti vescovi sono accusati di aver coperto in particolare la violenza sessuale e l’abuso. Come giudica il loro comportamento?

                In linea di massima non ci sono grandi differenze tra i vescovi nelle varie parti del mondo. Piuttosto

c’è un fallimento di tipo strutturale, tutti si sono comportati così all’epoca, tutti – grosso modo – hanno coperto i fatti. In realtà tutti hanno reagito male, tutta la Chiesa ha reagito male. Non hanno affatto capito o non hanno voluto capire quanto fosse esteso l’abuso. Soprattutto non hanno visto la sofferenza delle vittime. Spesso sono venuti a conoscenza dei casi tramite lettere o dal loro segretario – e poi li hanno rimossi, taciuti o minimizzati. Anche se questo non può essere una scusa, naturalmente c’era anche in generale, a livello sociale, un distogliere lo sguardo dal tema della violenza sessuale, per esempio nelle famiglie.

                La crisi degli abusi è stata anche il punto di partenza in Germania per parlare dei necessari cambiamenti nella Chiesa. Qual è il suo punto di vista sul cammino sinodale?

                Condivido l’atteggiamento di Thomas Halik [¤ 1948 presbitero, filosofo e teologo ceco]. Non si può parlare solo di riforme di strutture, anche la spiritualità deve tornare a crescere. Se si tratta solo di riforme come risultato di uno scontro, tutto può tornare velocemente indietro. In tal caso dipende solo dalla maggiore influenza di un gruppo o di un altro. Così non si esce dal circolo vizioso. La Chiesa non è certo uno spazio libero dal potere. In tedesco c’è questa parola fuorviante: Dienstamt (Dienst = servizio – Amt = carica, incarico),

come traduzione della parola latina Ministerium (servizio), dove è del tutto assente il termine “carica”. Il prete viene consacrato per il servizio. Questo servire può anche essere un servizio di governance. Però devo essere consapevole che si tratta di un servizio e che non l’ho ottenuto perché sono il più grande, perché sono “una bella testa” e so come vanno le cose. No, io posso adempiere questo servizio di guida solo se amo le persone, se le ascolto. Non sono obbligato ad essere d’accordo su tutto. Ma devo mettermi a disposizione. Chi guida una comunità deve mettersi a disposizione dell’amore di Dio e della comunità.

                Pensando al futuro della Chiesa, assegni ad ogni ambito una parola. Per cominciare: alla cura

pastorale?

                Grazia,

                Alla teologia?

                Rinnovamento e approfondimento. Talvolta trovo le nuove teologie un po’ superficiali.

                Alla politica?

                Diritti umani.

                Alla governance della Chiesa?

                Sinodalità. E richiesta! Dobbiamo chiedere di più alle persone. È un segno d’amore esigere qualcosa. Come discepoli di Cristo dobbiamo essere esigenti. Ascoltarsi a vicenda deve avvenire anche in Germania nel cammino sinodale? In questo ci sono molte stonature, almeno nella stampa. Le cose non appaiono così armoniche.

                In riferimento al ruolo della donna nella Chiesa, lei ha detto una volta che si deve parlare di tutto…

                È uno degli argomenti più importanti nella Chiesa. Come uomini maschi non possiamo certo limitarci a dire che le donne devono pulire, sistemare le sedie, e proclamare le letture! E poi basta! Non me lo lascerei bastare se fossi una donna. Al contempo, mi sembra che il primo problema non sia se le donne debbano diventare preti o meno, ma innanzitutto se le donne abbiano un vero peso nel sacerdozio di tutti i battezzati e cresimati del popolo di Dio e se in questo modo possano esercitare l’autorità a ciò associata.

                Questo significherebbe anche omelia e interpretazione della parola di Dio nella messa?

                Direi di sì. In Lussemburgo abbiamo una “Ottava della Madre di Dio”. Di fatto, una doppia ottava, perché sono due settimane di pellegrinaggio alla Consolatrice degli afflitti. In quel periodo abbiamo ogni pomeriggio una classica preghiera sacramentale con predica. Ed era sempre un onore per i preti che venivano scelti come predicatori dell’ottava. Per l’ultima ottava ho nominato una donna. E con questo abbiamo rispettato appieno il diritto canonico vigente. Non predicava in una messa. Quello lo deve fare il prete che presiede la messa. Nelle preghiere sacramentali lei era una predicatrice, era una donna che aveva qualcosa da dire. Personalmente attraverso la sua predica potevo crescere nella fede. Attraverso tali esperienze può realizzarsi un cambiamento di consapevolezza.

                Lei si spiega perché proprio la questione femminile abbia attualmente un tale potenziale di spaccatura, anche in altre religioni?

                Ho un buon amico, un greco, che è sposato con una donna tailandese. Ha scritto molto sul buddismo in Tailandia e anche sull’ordinazione di donne nel buddismo. Il capo dei buddisti tailandesi è assolutamente contrario, allora alcune donne vanno in Cina e là vengono ordinate. Ma la loro ordinazione non viene riconosciuta in Tailandia. Quando osservo gli argomenti utilizzati, vedo che sono argomenti della tradizione. Assomigliano molto agli argomenti della Chiesa cattolica. Allora viene il sospetto che si tratti solo di argomenti della tradizione. Preferirei non esprimere un giudizio su questo, ma affidarmi per il futuro allo Spirito Santo. Se diventasse finalmente visibile il pieno ministero laico delle donne, saremmo già un passo avanti.

                Come stanno le cose sulla comunione per le coppie miste, cioè per coniugi di confessioni diverse?

                A Tokio io ho dato la comunione ad ognuno di coloro che venivano alla messa di comunione. Non ho negato la comunione a nessuno. Ho dato per scontato che un protestante, se viene a fare la comunione, sa che cosa intendono i cattolici con comunione, almeno quanto lo sanno gli altri cattolici che partecipano alla messa. Però non potrei concelebrare con un pastore evangelico. Non potrei comprenderlo interiormente. A Tokio ho imparato a conoscere molto bene il protestantesimo e apprezzarlo. Abbiamo fatto molte cose insieme, ad esempio lo scambio di omelie una volta all’anno. Una volta ero presente alla cena del Signore e ho osservato. E sono rimasto inorridito quando il resto del vino è stato gettato via, così come anche gli avanzi del pane. Questo mi ha molto scosso, come cattolico non posso farlo, perché credo alla presenza reale.

                Ci sono dei pensatori conservatori che dicono che il cattolicesimo è una parte di un mistero grande e non conoscibile. E che quindi sia necessaria una certa estraneità.

                Certo, si intende il mistero della divinità distinta dall’essere umano, il mistero di un Dio che si dona agli esseri umani nella persona di Gesù Cristo. Ma determinati riti e abitudini umane non sono il mistero. Il mistero è Gesù Cristo stesso, la sua dedizione agli esseri umani che avviene nei sacramenti. Che io lo dica in latino o in giapponese, non è questo che rientra nel mistero.

                Che valore ha la messa in latino?

                A me piace la messa in latino, trovo il testo molto bello, specialmente il primo canone. Quando celebro la messa nella cappella della mia abitazione, scelgo talvolta una preghiera latina. Non lo farei in una parrocchia. So che lì le persone non capiscono il latino e che non ne ricaverebbero niente. Ma mi è stato chiesto di celebrare ad Anversa una messa in latino nel rito attuale. Questo lo farò, ma non celebrerei con il rito antico. In quanto cardinale dovrei mettermi la Cappa magna, e sicuramente cadrei perché non sono abituato a camminare con un simile strascico. E innanzi tutto mi vergognerei da morire. Che cosa direbbe Cristo? È così che immagini di essere mio discepolo? Procedendo avvolto nella porpora? Io ho detto chi mi ama, prenda la sua croce mi segua, e non: prendi la tua coda viola. Avrei l’impressione di tradire Cristo. Questo non significa che altri possano magari farlo in senso buono. Ma io non posso.

                Lo sguardo dei cristiani è spesso rivolto indietro, dato che la manifestazione del Vangelo appare come qualcosa di passato. I conservatori sembrano invece esservi più vicini.

                Nella nostra lingua e nella nostra immaginazione, il passato sta dietro di noi e il futuro davanti a noi. Nell’antico Egitto le cose erano esattamente l’opposto. Il passato era visto come qualcosa che sta davanti a noi, perché lo conosciamo e lo vediamo. Il futuro invece stava dietro nella immaginazione egizia, poiché non lo si conosce. La Chiesa cattolica, mi sembra che abbia ancora un tocco egizio. Ma non funziona più. Dio apre il futuro. La manifestazione è un ricordo nell’oggi per andare nel domani. Leggiamo le storie del passato unicamente per andare nel futuro, non per rimanere nel passato. Il papa parla sempre dell’oggi. I sogni non sono il mondo reale. Dio opera sempre solo nella realtà. Devo sempre rimanere nella realtà del mio tempo, se voglio conoscere la volontà di Dio.

                Ma ci sono sempre dei luoghi del passato verso cui si ha una certa nostalgia, come ad esempio la vita dei primi cristiani o il cattolicesimo del Medioevo, che esercitano una forte attrazione.

                Ma non sono aspetti storici, sono sogni. Quando parliamo della grande tradizione della Chiesa, troppo spesso viene trasfigurata una certa epoca, presentata come in realtà non è mai stata. Alcuni dicono che la messa prima era molto più bella. Ma a quale forma si riferiscono? Per lo più si immagina un certo passato che viene “stilizzato” in una tradizione. È qui che la civiltà egizia alla fine ha fallito. Non aveva più la capacità di trasformarsi.

                I conservatori dicono poi che la liberalizzazione è il male.

                Non tutto è buono, non ogni cambiamento è positivo. Ma dobbiamo vivere nel nostro tempo e coltivare il discernimento. C’è anche molto di buono. Accogliere ciò che è buono e rimanere critici, ecco la via della Chiesa.

                La Chiesa trova così la sua strada verso il futuro?

                Ci saranno molte strade per percorrere la via del Vangelo. Sarebbe sbagliato discutere per prima cosa di strategie. La mia immagine di Chiesa è il popolo di Dio in cammino. Durante il mio noviziato ero in un paesino in Francia, e lì all’esterno del paese c’erano degli eremi. Una sera ero in cammino verso uno di quegli eremi. La luna faceva una luce tenue e la mia torcia non funzionava più. Avevo paura. Poi ho notato che non vedevo più la strada, se non solo per il primo passo. Così sono arrivato alla casa. Forse questo è il modo di muoversi della Chiesa per il prossimo futuro. Non conosciamo l’intero cammino. E anche il pastore non è sempre quello che conosce la strada e sa dove andare. Il pastore deve andare con le pecore, tenerle unite. A volte saranno le pecore a trovare la strada, e il pastore a seguire con difficoltà, passo passo. Con la fiducia in Dio si può fare, entrando in un tempo nuovo.

Intervista a Jean-Claude Hollerich, a cura di Alberto Ambrosio e Volker Resing

                 “www.herder.de”            febbraio 2022                 (traduzione: www.finesettimana.org)

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Germania: "Agite ora!" L'appello dell'associazionismo cattolico ai partecipanti al Cammino sinodale

                "Il cammino sinodale deve portare al cambiamento - concretamente e ora!": questo il titolo, ma anche il contenuto di una lettera aperta che, in vista della 3a Assemblea del Cammino sinodale tedesco, in programma dal 3 al 5 febbraio a Francoforte, 25 associazioni cattoliche e gruppi di riforma, con il sostegno di alcuni gruppi di vittime degli abusi, hanno rivolto ai partecipanti. Tra di essi, Wir Sind Kirche (Noi siamo Chiesa), Maria 2.0, i promotori della campagna #OutinChurch, le associazioni di giovani cattolici e di donne.

                Questo il testo della lettera, in una nostra traduzione dal tedesco:

«Con grande impegno personale e con alta responsabilità morale, teologica e pastorale sono stati elaborati testi decisivi. Per questo esprimiamo gratitudine come gruppi di riforma e associazioni. Ora ci aspettiamo dai partecipanti alla 3a Assemblea sinodale, che adottino questi modelli innovativi con maggioranze chiare, in modo che possano essere recepiti e accettati anche dal Vaticano.

                La 2a Assemblea Generale si è svolta nell’impressione suscitata dalla sorprendente decisione del Vaticano per quanto riguarda l'arcidiocesi di Colonia e i suoi funzionari; tuttavia, ha fatto un buon lavoro.

                La 3a sessione plenaria si svolge durante il terremoto ecclesiastico suscitato dalla Campagna #OutInChurch e soprattutto dalla pubblicazione del secondo rapporto sugli abusi a Monaco, del 20 gennaio 2022. Con la sua presa di posizione su questo rapporto, la sua correzione di un errore evidente e il rifiuto di assumersi una responsabilità personale, Joseph Ratzinger, arcivescovo di Monaco dal 1977 al 1982, ha distrutto la sua reputazione di “collaboratore della verità”, e ha arrecato grave danno al ministero.

                A causa dei molteplici e casi di abuso in tutto il mondo, del loro insabbiamento e del mancato rispetto della sofferenza delle persone colpite, la Chiesa cattolica romana istituzionale è di fronte a una bancarotta morale e al fallimento. Se si vuole contenere la prossima ondata di uscite dalla Chiesa, già, ma anche per i cattolici e le cattoliche che consapevolmente vogliono rimanere nella Chiesa, il cammino sinodale non deve cadere nel nulla, come è accaduto con il “processo di dialogo e discussione” dal 2011 al 2015 e con molti altri processi di riforma. Voi, come partecipanti della 3a Assemblea Plenaria del Cammino sinodale, dovete essere consapevoli della vostra grande responsabilità, ma dovete anche prendere coscienza della grande visione necessaria in questa situazione.

                È giunto il momento per un riorientamento radicale a tutti i livelli, come si prefigge anche papa Francesco con il processo sinodale mondiale aperto a Pentecoste 2021. A questo proposito bisogna sempre ricordare che l'innesco del cammino sinodale in Germania sono stati le cause sistemiche della violenza sessuale nominate dallo studio MHG pubblicato nel 2018: abuso di potere, celibato obbligatorio, moralità sessuale superata e disprezzo per le donne! Questi sono i fattori che hanno favorito la violenza sessuale e spirituale e il suo insabbiamento. Solo dei passi davvero convincenti per affrontare questi crimini nella nostra Chiesa possono aprire la strada a una nuova "evangelizzazione" e a una riforma strutturale.

                In questa drammatica situazione, la 3a Assemblea Generale del Cammino sinodale può e deve portare il cambiamento, concretamente e ora! Anche a livello internazionale le speranze e le aspettative in merito al cammino sinodale in Germania sono molto alte.

                Facciamo appello al Vaticano, affinché finalmente esprima un chiaro e inequivocabile segno di apprezzamento del cammino sinodale, che non è un cammino particolare tedesco, ma un costruttivo servizio alla Chiesa universale.

                Chiediamo ai vescovi e agli ausiliari di pronunciarsi ora in modo attendibile sulle singole proposte di soluzione. Finché non esiste nel diritto canonico nessuna separazione dei poteri né un controllo efficace del potere, l'impegno personale dei vescovi è imprescindibile.

                Le opzioni di azione già possibili secondo il diritto ecclesiastico devono essere discusse immediatamente nelle singole diocesi e attuate in "programmi immediati".

                Soprattutto le comunità, che attualmente soffrono di un’emorragia massiccia anche a causa del celibato obbligatorio e dell'esclusione delle donne e di altre persone dai ministeri ordinati, attendono riforme concrete urgenti.

                Accanto alle elaborazioni fondate teologicamente del Cammino sinodale miranti a cambiamenti a lungo termine, è anche necessaria un'ampia campagna informativa sull'andamento del Cammino sinodale per i cattolici, le cattoliche e le comunità in Germania.

                Sono urgentemente necessarie una rete internazionale e informazioni in lingue straniere sul Cammino sinodale in Germania, per contrastare le manovre di disturbo dall'estero.

                Soprattutto e prima di tutto, è necessario pensare ai sopravvissuti della violenza sessuale e spirituale. Per loro, l’ammissione della colpa personale e l’assunzione di responsabilità da parte dei funzionari della Chiesa, anche quando abbiano agito secondo la lettera del diritto canonico, è di grande importanza.

                Sempre più cattolici e cattoliche in Germania ritengono inconcepibile che il cardinale Woelki riprenda le sue funzioni ufficiali il Mercoledì delle Ceneri, nonostante la sua cattiva condotta. A questo proposito il Vaticano dovrebbe rivedere la sua discutibile decisione dell'autunno 2021.  [Arcivescovo di Colonia si era ritirato in preghiera alla fine di settembre scorso dopo che il Papa aveva rifiutato le sue dimissioni e contestualmente ordinato una visita apostolica per la gestione dei casi di abusi sessuali da parte dell'arcidiocesi]

                Deve essere chiaro a tutti noi: faremo progressi a lungo termine e in modo sostenibile, solo se i nostri sforzi mirano a un rinnovamento più ampio cristiano, ecumenico, forse interreligioso.

                Nessuna Chiesa può essere fine a se stessa.

                Siate coraggiosi, ora! Assicuratevi che almeno gli obiettivi minimi ora discussi siano raggiunti. Il popolo della Chiesa vuole finalmente vedere i primi atti di riforma, e non sentire più nessun annuncio confortante. Stabilite il percorso per una Chiesa che è accanto alle persone, in modo che noi, come comunità di seguaci di Gesù, possiamo testimoniare in modo credibile e gioioso anche in futuro la forza visionaria del messaggio cristiano!».

Ludovica Eugenio            Adista   31 gennaio         2022

www.adista.it/articolo/67461

 

Canonista: “terrificanti” i giovani seminaristi conservatori

                Padre Tom Doyle ¤1944 ha detto che occorre sfidare l’ “aristocrazia clericale” nella Chiesa. La giovane generazione di seminaristi può essere “terrificante” quando si vede fino a che punto può arrivare il suo conservatorismo. Padre Tom Doyle, che ha condotto per decenni una campagna a favore delle vittime di abusi sessuali clericali, ha espresso preoccupazione nel vedere quanto siano conservatori i giovani che escono dai seminari, come siano “così dottrinari” e “completamente carenti rispetto a un reale lavoro pastorale”. Parlando in un webinar su “Vite rubate: abuso e corruzione nella Chiesa cattolica”, organizzato dai gruppi di laici riformisti “Root and Branch Reform” (riforma di radici e rami) e “Scottish Laity Network” (rete di laici scozzesi), il prete americano ha detto: “Questi giovani ultraconservatori vogliono andare in giro con tutti i paramenti degli anni’50 e dire la messa in latino. È una specie di romanticismo”. Ha detto: “Credono fermamente nell’idea che una volta che saranno ordinati saranno esseri sacri e radicalmente diversi”.

                Criticando una “mitologia” di preti che sarebbero ontologicamente cambiati con l’ordinazione, ha affermato che questo tipo di insegnamento del XVI secolo francese è stato riportato in vitada papa Giovanni Paolo II. Sarebbe stato usato per rafforzare un certo atteggiamento: “Siamo migliori di voi e possiamo fare quello che vogliamo”, che aveva portato molti nella Chiesa a vedere il clero come “al di sopra di ogni responsabilità”.

                Padre Doyle, che è un terapeuta specialista sulle dipendenze, ha spiegato che la cattiva gestione da parte della Chiesa delle accuse di abuso e degli abusatori è legata ad “una concezione fuorviante del clero e dei vescovi che si ritengono essenza della Chiesa” e “essenziali” per la salvezza. “Credere che abbiamo bisogno dei riti, che abbiamo bisogno dei vescovi e del clero per passare da questa esistenza alla prossima, è fallace”, ha detto. Questa convinzione ha creato “un’aristocrazia clericale” nella Chiesa che doveva essere combattuta. “Sappiamo tutti che cosa sia il clericalismo. È una malattia. È un virus che ha colpito la Chiesa cattolica, e significa che il clero e lo stile di vita clericale e i suoi valori vengono prima di tutto. È un’assurdità totale”.

                Certe decisioni erano anche legate al desiderio di proteggere l’istituzione. “Il bene della Chiesa significava in realtà il bene dei suoi apparati. Alcuni vescovi lo hanno ammesso negli ultimi anni”. Il 77enne prete ha detto che è stato “un errore intenzionale”, nel senso che “sapevano quello che stavano facendo” quando “sacrificavano” le vittime e le loro famiglie – “tutti danni collaterali per proteggere la Chiesa, a causa della convinzione mal riposta che la Chiesa istituzionale è essenziale per la salvezza dei membri”.

detto che il sinodo deve essere “qualcosa di più radicale, che cambi la Chiesa dall’interno”.

Sarah Mac Donald  “www.thetablet.co.uk” 3 febbraio 2022 (traduzione: www.finesettimana.org)

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202202/220204macdonald.pdf

 

Il Vescovo tedesco di Würzburg: “la morale sessuale della Chiesa per molti è ormai obsoleta”

                Secondo il vescovo di Würzburg Franz Jung ¤1966, le proteste che fanno seguito al responsum pronunciato dal Vaticano della possibilità di benedire le unioni omosessuali, dovrebbero scuotere la Chiesa: “Prendo queste reazioni, estremamente forti, come avvertimento per iniziare una nuova forma di collaborazione per il bene della Chiesa e delle persone che cercano in essa conforto e benedizione” ha detto monsignor Jung alla stampa tedesca.

                Le reazioni sconvolte di molti hanno dimostrato che “oggi molte persone ritengono la morale sessuale della Chiesa obsoleta per molti aspetti. Non si può reagire a questa problematica solo con i divieti, bensì analizzando la questione in un dialogo sincero, e facendo riferimento a chi possiede le competenze scientifiche”. Per anni il tema dell’omosessualità è stato oggetto di intense discussioni nella Chiesa Cattolica. Lo scorso marzo la Congregazione per la Dottrina della Fede ha affermato che qualunque forma di benedizione che riconosca le unioni dello stesso sesso è inammissibile.

                Il vescovo attesta “un grande bisogno di recuperare terreno” da parte della sua Chiesa “La reazione indignata, proveniente da molte parti del mondo, è il riflesso di due cose” ha detto monsignor Jung: “Sono finiti i tempi in cui bastava chiedere di seguire determinate credenze per decreto, o perché così stabiliva la dottrina, abbandonando la mediazione della catechesi locale. Sono convinto che per tutti noi sia importante cercare il dialogo reciproco, e almeno in parte, voler comprendere cosa muove le menti delle persone”.

                La Chiesa ha un grande bisogno di recuperare terreno, in questo senso. Ci deve essere un modo perché tutti abbiano una più profonda comprensione della Rivelazione: “Spero che il Sinodo sulla sinodalità, per il quale il Papa sottolinea il tema dell’ascolto, trovi terreno fertile in tutto il mondo, non da ultima a Roma stessa”.

Redazione BR24 21 dicembre 2021 traduzione di Gabriella Di Tulli “www.gionata.org” del 3 febbraio 2022

www.gionata.org/il-vescovo-tedesco-di-wurzburg-la-morale-sessuale-della-chiesa-per-molti-e-ormai-obsoleta/

www.br.de/nachrichten/kultur/wuerzburger-bischof-kirchliche-sexualmoral-fuer-viele-ueberholt,SsEOuNW

 

Il costo economico della pedofilia del clero renderà “inevitabile” la povertà?

                Il costo dei risarcimenti che le conferenze episcopali, o singole diocesi del mondo, hanno pagato alle vittime della pedofilia del clero è di alcuni miliardi di dollari. Le differenze tra Paese e Paese. Il caso strano della Cei. Per le Chiese del Sud del mondo, povere, sarà il Vaticano a soccorrerle?

                E se il costo dei risarcimenti alle vittime della pedofilia del clero fosse l’occasione storica, certo inattesa, per rendere effettivamente povera, in Occidente, la Chiesa cattolica romana, e problematica la sua esistenza stessa nel Sud del mondo? L’interrogativo appare “obbligato”, se si mettono insieme dati, pur ancora parzialissimi, che fanno intravvedere un futuro abbastanza preoccupante per le strutture economiche e finanziarie delle Conferenze episcopali del ricco Nord del pianeta, e quasi catastrofico per quelle del Sud depredato.

                La partenza… negli Stati Uniti d’America. Il 14 luglio 2009 l’arcidiocesi di Los Angeles, allora guidata dal cardinale Roger Mahony, annunciò che, in un accordo estragiudiziale con gli avvocati di circa cinquecento vittime di preti pedofili negli anni 1930-2003, essa aveva accettato di pagare un risarcimento complessivo di 660 milioni di dollari (quasi mezzo miliardo di euro). Si era di fronte al più alto risarcimento mai esborsato da una diocesi statunitense, dal 2002, da quando cioè lo scandalo degli abusi sessuali su minori compiuti da persone del clero venne alla luce non più come caso singolo, ma come una piaga relativamente diffusa. Secondo il Los Angeles Times, la diocesi avrebbe venduto proprietà immobiliari per raccogliere i fondi necessari per onorare l’impegno preso. Negli USA, di norma, è la singola diocesi che, se il prete pedofilo non ha i mezzi per risarcire la sua vittima (e questo, generalmente, è il caso), deve pagare il risarcimento.

                E così era stato a Boston. Qui, il Boston Globe, a partire dal gennaio 2002 pubblicò ogni mese una serie di articoli che denunciavano come, nella diocesi, una novantina di preti fossero implicati in casi di pedofilia: situazione dapprima negata dall’arcivescovo, cardinale Bernard Law che, travolto dallo scandalo, alla fine di quell’anno dovette dimettersi. Su quei fatti nel 2015 è uscito il film Spotlight, di Tom McCarthy (premio Oscar nel 2016), che fece molto rumore, negli Usa e non solo, perché rivelava al grande pubblico una realtà vergognosa. Nel 2003 l’arcidiocesi pagò circa 85 milioni di dollari come risarcimento alle vittime di abusi, e rischiò la bancarotta. Ma che ne fu del cardinale? Egli – classe 1931 – si traferì a Roma, dove Giovanni Paolo II lo nominò arciprete di Santa Maria Maggiore: una carica onorifica, e tuttavia offensiva per le vittime dei preti pedofili di Boston che, di fatto, erano stati coperti dal porporato. Per fortuna papa Wojtyla scelse come suo successore monsignor Seán Patrick O’Malley, rivelatosi poi severissimo nella battaglia per estirpare la pedofilia del clero.

                Ma se la diocesi è piccola, e non ha la possibilità di risarcire le vittime dei preti pedofili? Quella di Portland, in Oregon, nel 2004 dichiarò fallimento, di fronte ad un esborso, per lei impossibile, di 155 milioni di dollari; e nel febbraio scorso, il vescovo di Winona-Rochester, nel Minnesota, ha dichiarato il fallimento della diocesi, non in grado di pagare 21,5 milioni di dollari per risarcire centoquarantacinque vittime della pedofilia del clero.

                Francia: debiti. Australia: risveglio? Vaticano: buone notizie, ma…Se negli USA ogni diocesi deve affrontare da sé la situazione, assai diverso è il caso della Francia, dove, di norma, nessuna di esse può affrontare risarcimenti milionari a vittime della pedofilia del clero. Una commissione indipendente (Ciase), voluta dal presidente della Conferenza episcopale, monsignor Eric de Moulins-Beaufort, vescovo di Reims, il 5 ottobre 2021 ha reso noto i suoi risultati: dal 1950 al 2020 circa tremila preti hanno violentato 216mila minori; si è dunque di fronte non a poche “mele marce”, ma ad un tremendo “fenomeno sistemico”. Riconoscendo la “vergogna” dell’accaduto, il prelato ha detto che i vescovi venderanno beni e palazzi di proprietà, e si indebiteranno con le banche, per risarcire le vittime. Ma sarà un’impresa ardua: se, infatti, si pagassero a ciascuna vittima anche solo 50mila euro, il totale sarebbe di 10,8 miliardi.

                Dall’Europa all’Australia. Nel continente, secondo un’inchiesta della Royal Commission, 1.880 presbìteri cattolici, il 7% del totale, sono stati accusati di abusi su minori nell’arco di sessant’anni (tra il 1950 e il 2010), senza che la Chiesa abbia cercato di affrontare il vergognoso fenomeno: solo da pochi anni si è impegnata con decisione per stroncarlo. E i risarcimenti? Per un prete, Gerald Ridsdale, abusatore per anni di molti ragazzini, il risarcimento da pagare, nel 2019, è stato equivalente a 620mila euro.

                Torniamo in Europa: molti episcopati, dalla Germania alla Polonia, dalla Spagna al Portogallo, dovranno affrontare risarcimenti costosi alle vittime della pedofilia del clero. E in America latina, in Africa, in Asia? Certamente il fenomeno dei presbìteri predatori esiste anche là: ma, per ora, è difficile quantificarlo. A livello mondiale le stime sono molto variegate: da paese a paese l’incidenza del fenomeno sembra variare dall’1 al 5% del clero. Percentuali che dimostrano come il clero cattolico sia sano, in gran maggioranza; tuttavia i “devianti”, pur minoranza, sono sempre troppi (“fossero anche uno solo!”, ha detto Francesco), perché compiono azioni devastanti, che possono rovinare per sempre le vittime, pur diventate adulte e sfuggite ormai dalle unghie dei loro predatori. Essi sono anche frutto di un sistema chiuso e patriarcale.

                Quando le cifre (e le vicende) dei preti pedofili delle Chiese del Sud inizieranno a dilagare, ed interverranno i tribunali civili, chi risarcirà le vittime, essendo quelle diocesi – in genere – molto povere? Il problema preoccupa non poco la Santa Sede, perché infine toccherebbe ad essa rispondere per le diocesi “colpevoli”: cifre elevate, presumibilmente, se assommate, seppur non fossero così alte come quelle affrontate dalle “consorelle” occidentali, perché le diocesi (o circoscrizioni equiparate) , potenzialmente interessate, sono un migliaio.

                Per questo motivo in Vaticano hanno accolto con soddisfazione la sentenza con cui, il 12 ottobre 2021 scorso, la Corte europea dei Diritti dell’uomo (Cedu) di Strasburgo ha rigettato ventiquattro querelanti – belgi, francesi e olandesi – che, in una specie di class action, avevano citato in giudizio il Vaticano dinanzi ai tribunali belgi, chiedendo che quello Stato pagasse per atti di pedofilia commessi da preti cattolici. Secondo gli accusatori, infatti, il Vaticano è colpevole «per il danno causato dal modo strutturalmente carente in cui la Chiesa cattolica ha affrontato il problema degli abusi sessuali al suo interno». Ma la Corte ha stabilito: «La Santa Sede non può essere chiamata in giudizio per i casi di abusi sessuali commessi dai sacerdoti di vari Paesi»; lo Stato del Vaticano, in virtù dei «princìpi di diritto internazionale», gode della “immunità” rispetto alle querele.

                Tuttavia… se poverissime diocesi del Sud del mondo, pressate dai tribunali locali che esigono la riparazione dei danni,  chiedessero al papa di pagare risarcimenti – dovuti a “delitti” di preti pedofili che esse non possono minimamente affrontare – potrebbe, moralmente ed ecclesialmente, esimersi? Ecco perché la piaga immonda, pur spesso denunciata da Francesco, potrebbe essere l’evento imprevisto che non teoricamente, ma realmente, rende povera la Chiesa romana.

                E questo vale anche per la Chiesa italiana. Infatti, nel corso della sua Assemblea generale straordinaria (22-25 novembre 2021), monsignor Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna e presidente del Servizio nazionale per la Tutela dei Minori, ha fatto – recita un comunicato – “un aggiornamento circa le iniziative e le strutture finora messe in campo per contrastare la piaga degli abusi sui minori e le persone vulnerabili, dentro e fuori dalla Chiesa, dopo l’emanazione delle Linee Guida del giugno 2019”. Bene, iniziative tutte lodevoli. E tuttavia, ancora una volta, la Cei evita di “quantificare” il risarcimento delle vittime; e, soprattutto, rifiuta ostinatamente di istituire una Commissione indipendente, tipo quella francese, pur varata perfino dai vescovi portoghesi, e pur suggerita da tante persone in Italia, positivamente impressionate dal coraggio dei vescovi d’Oltralpe. Pessimo segnale in vista del “coraggio” che sarebbe necessario per preparare il Sinodo generale del 2023 e quello italiano del 2025.                               Luigi Sandri, Confronti, dicembre 2021

                Blog don Paolo Zambaldi                                            Leggere i segni dei tempi            3 febbraio 2022

www.donpaolozambaldi.it/2022/02/il-costo-economico-della-pedofilia-del-clero-rendera-inevitabile-la-poverta-luigi-sandri

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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Il modello Mattarella torna buono anche per l'elezione del presidente della Cei

                Cercasi nuovo capo dei vescovi italiani, meglio se cattolico democratico e con idee ben chiare per propiziare la svolta. La sinistra cattolica – che ha trionfato nella partita del Quirinale – ha acquisito forza e voce, in questi ultimi anni, anche nell’episcopato. L'obiettivo è tagliare con il passato e inaugurare una nuova stagione.

                “Gli italiani possono guardare al futuro con rinnovata fiducia grazie alla disponibilità di un autentico servitore dello stato, che non si è sottratto al cambio dei suoi programmi per il bene del paese”, si legge nel commento dell’Osservatore Romano all’elezione bis di Sergio Mattarella al Quirinale. Al di là della prudenza diplomatica e della cortesia, era questa la soluzione prediletta sia Oltretevere sia ai piani alti della Cei, dove la continuità ai vertici dello stato era considerata l’opzione migliore. L’Osservatore Romano, non a caso, sottolinea che l’elezione di Mattarella comporta “il rafforzamento del governo di Mario Draghi”, chiamato a proseguire il suo per corso per “il bene del paese”. Ancora più entusiasta era, sabato sera, il comunicato della Conferenza episcopale firmato dal presidente, il cardinale Gualtiero Bassetti. Già da tempo i vescovi avevano fatto trapelare la loro benedizione per la permanenza dell’attuale inquilino al Colle, garanzia di unità, sobrietà e serietà.

                Tutte caratteristiche che tornano utili nella ricerca del nuovo presidente della Cei, che fra poco più di tre mesi sarà chiamata a votare la terna dalla quale poi il Papa sceglierà il nuovo numero uno. Da tempo, tra i duecento e più vescovi, si vagliano candidature e autocandidature, si imbastiscono strategie che mischiano le questioni prettamente ecclesiali a quelle più politiche, si contano i consensi possibili cercando di individuare un presule non sgradito a Francesco. Sullo sfondo, il processo sinodale italiano avviato seppur con gran fatica e la possibilità di commissionare – per soddisfare gli appetiti dell’opinione pubblica, così si dice – un’indagine sugli abusi nella Chiesa sulla falsa riga di quanto accaduto in Francia e Baviera. A tal proposito, domenica sul Corriere della Sera, il presidente Bassetti ha detto che si può fare ma cercando giustizia e non facendo giustizialismo, lasciando altresì perdere “statistiche e proiezioni”.

                Sarà una scelta delicata, non la semplice designazione di un presule chiamato a traghettare la Chiesa italiana per un quinquennio. Si tratterà di scegliere una visione di Chiesa, un programma che andrà ben oltre la scadenza naturale del mandato del presidente. Non è tempo di “Papi” di transizione”. La sinistra cattolica  – che ha trionfato nella partita del Quirinale – ha acquisito forza e voce, in questi ultimi anni, anche nell’episcopato. Non solo numericamente in virtù delle decine di nomine susseguitesi dal 2013 in poi, ma anche quanto a coraggio di rendere manifesta la propria opinione sul corso che deve prendere la Chiesa. Lo dimostra la sequela di vescovi che sono intervenuti appoggiando la linea sinodale perorata dalla Civiltà Cattolica prima ancora che la presidenza della Cei prendesse posizione in merito. L’Osservatore Romano ha elencato i riferimenti morali e spirituali di Mattarella, da De Gasperi a La Pira, da Moro a don Primo Mazzolari. È il Pantheon ideale anche dei vescovi che attendono maggio per riprendere in mano il discorso del Papa al Convegno ecclesiale di Firenze (anno 2015) e svoltare rispetto a Loreto 1985 e al successivo ventennio. Ci provò Dionigi Tettamanzi [1934-2017] a Verona, nel 2007, quando al crepuscolo della presidenza di Camillo Ruini tentò il superamento di quel modello di Chiesa.  Fu respinto con perdite. Ora il quadro “astrale” si presenta quanto mai favorevole, da Santa Marta al Quirinale il fronte è unito per favorire il “bene del paese”.

Matteo Matzuzzi             Il foglio quotidian0       01 febbraio 2022

www.ilfoglio.it/chiesa/2022/02/01/news/il-modello-mattarella-torna-buono-anche-per-l-elezione-del-presidente-della-cei-3628751

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CONSULTORI FAMILIARI UCIPEM

ROMA1 Centro La Famiglia. Seminario - Articolo

12 marzo 2022 - 35° seminario                 Adulti nel limbo dell'eterna giovinezza. Peter Pan:

metafora e indicatore di una condizione sociale, familiare e personale alla luce della Consulenza Familiare.

09:00-18:00-online su piattaforma Zoom

09.00 – Introduzione e presentazione al seminario

¨       Ci vediamo per uno Spritz?                         p. Alfredo Feretti – Presidente Centro La Famiglia

¨       Una maturità in affanno di crescita        prof. Armando Matteo, Pontificia Università Urbaniana,                                                                           scrittore, saggista

¨       ore 11– pausa caffè

¨       ore 11.20 – domande & risposte con Armando Matteo

¨       ore 12.00 – Il volo di Peter Pan nella stanza del consulente Silvia Benedetti – consulente familiare,                                                                                                                                      psicologa, psicoterapeuta

¨       ore 13.00 – pausa pranzo

¨       ore 14.15 – Attivazione esperienziale e laboratori nei gruppi

¨       16.00 – Lavoro nei gruppi

¨       17:45 – Conclusioni in plenaria. Saluti e chiusura                            p. Alfredo Feretti

                Informazioni ed iscrizioni       :                              www.centrolafamiglia.org/35-seminario

 

Il tempo come opportunità, una sfida per l’educazione

                Siamo tempo, abbiamo tempo e viviamo nel tempo. Il concetto è molto esteso, complesso e multiforme. Sta a noi decidere quale tipo di tempo vogliamo abitare e a quale vogliamo educare le nuove generazioni. Esiste un tempo “chronos” quantificabile, molto spesso scandito in termini di efficacia ed efficienza immersi in un ritmo incalzante che ci spinge alla prestazione, ad accumulare esperienze, a bruciare attimi di vita divorando l’esistenza senza effettivamente abitarla. Esiste invece un tempo “kairòs” che è quello del momento opportuno, della scelta, dell’assumersi la responsabilità della vita, di indirizzarla secondo progetti, sogni e desideri. A quale dimensione ci affidiamo quando educhiamo i nostri giovani, quando presentiamo loro un oggi da contrassegnare dalle loro scelte, dalla scoperta delle loro risorse, dalla valorizzazione delle loro ricchezze? Il tempo è crisi e opportunità. In una fase storica come l’attuale in cui la cronologia dei minuti, delle ore e dei giorni è scandita dalla paura, dal timore dei contagi, da divieti posti a difesa che chiudono spesso la possibilità di vivere relazioni di vicinanza, la sfida è valutare il “fuori tempo” ovvero individuare quei momenti in cui ci si sente a disagio nelle proprie scelte, in cui sembra di vivere una vita parallela priva di senso e significato.

                La sfida è reinvestire sul valore degli incontri, delle parole non sprecate ma pesate, degli sguardi che comunicano la gioia di starsi accanto anche dietro una mascherina, dello scommettere sul futuro nonostante numeri e statistiche. La crisi diventa opportunità di scelta da che parte stare: se dal lato di uno scorrere matematico dei minuti o della valorizzazione del qui e ora, del presente come trampolino di lancio per un futuro da costruire. È il tempo di educare al viaggio, al mettersi in cammino verso strade non tracciate alla scoperta di nuovi orizzonti perché la vita non sia un tour organizzato e scandito dalla serialità, dal mordi e fuggi, ma sia progetto, esperienza da abitare, strade da percorrere con il coraggio di aprirsi alla novità, alla costruzione di qualcosa di inedito, all’impegno di rendere questo cammino luogo di consapevolezza e di scelta. Siamo abituati alle serie tv da consumare in una giornata chiusi dentro le nostre case a danno degli incontri reali, dello scambiarsi un’occhiata, di dirsi parole, di donarsi presenza.

                Dobbiamo riscoprire l’educazione al tempo dell’attesa che colora ogni incontro e ogni esperienza, il tempo di un futuro da costruire nell’oggi, il tempo di fermarsi senza paura di perdere qualcosa ma per riflettere sulla profondità di cosa stiamo vivendo. Le nuove generazioni hanno bisogno che gli venga restituito un tempo di qualità attraverso la testimonianza di chi, prima di loro, ha vissuto spazi diversi e ha scoperto il valore di istanti più lenti, forse anche a volte noiosi ma ricchi di una noia produttiva in cui il fermarsi era sinonimo di costruire il passo successivo, meditarlo, vederlo possibile e impegnarsi a realizzarlo. Vecchie e nuove generazioni a confronto con tempi di cammino differenti, un incedere più lento degli anziani ma pieno di saggezza e un correre dei giovani presi dalla voglia di vivere tutto velocemente con il rischio, a volte, di bruciare le esperienze. Dobbiamo educarci al tempo della calma, alla paura anche di fermarsi per confrontarci profondamente con noi stessi, con i nostri valori, i nostri pensieri, le nostre aspettative. Un tempo di discesa nell’intimo nel quale scoprire e insegnare a essere veramente la cifra della propria voce e non una voce tra tante. Un tempo di libertà da meccanismi che stritolano il vivere quotidiano, lo stringono alla ricerca della prestazione, lo soffocano nel perfezionismo e nell’efficientismo senza il quale non ci si sente di valere.

                Occorre passare dal tempo libero al tempo liberato. Liberato dalla velocità, dalla frenesia del muoversi, dal lasciarsi vivere, dalla non progettualità a favore di una omologazione al pensiero dominante, dal perdere il protagonismo della propria vita e la responsabilità del proprio cammino. È il tempo dell’originalità, di educare i giovani a non essere di “seconda mano” ma nuovi, in movimento in sempre nuova determinazione e costruzione, del cercare la propria forma, la propria risposta alle istanze della vita scritta in prima persona e non mutuata dal personaggio di turno, vincente quanto passeggero. È il tempo della profezia intesa come possibilità di aprire nuove strade, alzare nuove voci, essere portatori di nuove idee, di valori importanti, di scambio di esperienze gratuite e gratificanti. È il tempo del presente in cui converge l’esperienza delle generazioni precedenti ricche di saggezza e sapienza che invita ad assimilare il passato e integrarlo con le energie nuove in cui il passaggio del testimone apra a nuove possibilità e prenda per mano l’anziano come ricchezza e risorsa per il cammino regalandogli ancora ragione e senso del vivere. È il tempo della sfida contro ogni stanchezza, contro ogni demotivazione, di ascoltare le nuove generazioni che scendono nelle piazze per un futuro migliore e riappropriarsi di ciò che spesso, con scelte azzardate e non lungimiranti, gli è stato tolto. Se non si leva l’ancora non si può salpare, se non si lasciano vecchie strutture nostalgiche, salvando quanto di buono il passato ci ha consegnato, non ci si apre al presente, ciechi davanti alle bellezze presenti che pur ci sono e vanno scoperte e riscoperte. Occorre abbandonare il tempo “droga” in cui non basta mai ciò che si raggiunge, in cui non si è e non si ha mai abbastanza, in cui non si riesce a godere perché spinti sempre verso nuovi obiettivi.

                È vero che viviamo un tempo precario ma la precarietà oltre a essere una realtà diventa luogo di ricerca di nuovi equilibri, di nuove relazioni imparando una flessibilità che ci allontani dalla rigidità di menti chiuse condizionate da giudizi e pregiudizi. La precarietà diventa luogo e tempo di sfida, luogo di maledizione ma anche di benedizione perché viene a scardinare un quieto vivere per lanciarci nel mare della scoperta e della progettualità.  È il tempo oggi di guarire dall’ansia, dal buttarci sempre oltre non contenti di ciò che si è, non appagati di ciò che si sta realizzando mentre il tempo ci vive dentro, ci consuma in un futuro che toglie gusto al presente e ci spinge a bruciare le tappe senza effettivamente viverle e sentirne il sapore. La vita non è un mezzo per arrivare a un altro posto con l’orologio in mano, in debito di aria, di respiro, di benessere. La vita è esperienza da abitare, il cammino è già la meta, il mettersi in viaggio è già obiettivo. È tutto questo che dobbiamo riscoprire e donare ai nostri giovani in un tempo di relazioni autentiche.

                Alessandra Bialetti, consulente della coppia e della famiglia - Centro La Famiglia - 31 gennaio 2022

www.centrolafamiglia.org/articoli-pubblicazioni

www.romasette.it/il-tempo-come-opportunita-una-sfida-per-leducazione

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COPPIE IN CRISI

Qual è la vostra storia d’amore?

                Guardare e commentare insieme film su tematiche di coppia aiuterebbe nel prevenire le rotture coniugali. È quanto sostiene uno studio pubblicato alcuni anni fa dal “Relationship Institute” dell’Università della California. Da qui nasce l’idea del Dipartimento dei Ministeri avventisti della famiglia, che ha prodotto un opuscolo dal titolo “Qual è la vostra storia d’amore?” con “tante idee per trasformare una visione di un film in un percorso di coppia per rafforzare le relazioni intime”. Si tratta di una lista di film da guardare in coppia o nelle comunità, con l’intento di discuterne insieme attraverso una traccia di domande. La riflessione di coppia, come si legge su HopeMedia, “può essere ulteriormente approfondita con un incontro in chiesa”, per scambiarsi impressioni sulle sfide e sugli obiettivi suscitati dalla visione dei film.

https://hopemedia.it/qual-e-la-tua-storia-damore/?utm_medium=email&utm_source=Newsletter%3A14254+Notizie+Avventiste&utm_campaign=Newsletter%3A328882+HopeMedia+Italia+News.+I+principi+della+Chiesa+avventista

                Gli avventisti invitano anche a “scoprire quei principi biblici che possono contribuire alla crescita di coppia”. Uno strumento utile non solo per le coppie, ma in generale per affrontare le relazioni con maggiore consapevolezza.

                Fra le domande suggerite per il dibattito, alcune riguardano il modo in cui la coppia gestisce le discussioni o le differenze d’opinione. Siamo in grado di aprirci e dire come ci sentiamo? Prevale la rabbia o l’umorismo? Altre domande riguardano la comprensione reciproca, i sentimenti, la gestione dei problemi e la capacità di chiedere scusa.

                Per consultare il materiale del dipartimento

                https://famiglia.uicca.it/planbook/altro-materiale/film-lista-per-la-discussione-ucla

                Questa risorsa prende spunto da uno studio del 2013 pubblicato dal “Relationship Institute” dell’Università della California che ha scoperto che la visione – e relativo dialogo – di film su tematiche di coppia aiuta nella prevenzione delle rotture coniugali.

                Nell’opuscolo troverete l’elenco dei film utilizzati nella ricerca (con un ulteriore elenco aggiornato), oltre alle domande guida per favorire il dialogo nella coppia. La riflessione di coppia può essere ulteriormente approfondita con un incontro in chiesa per dialogare tutti scambiare impressioni, sfide e obiettivi suscitati in seguito alla riflessione del film. Ci può essere un ulteriore approfondimento per scoprire quei principi biblici che possono contribuire alla crescita di coppia, in merito alla tematica affrontata.

https://uicca.s3.eu-west-1.amazonaws.com/famiglia/wp-content/uploads/2022/02/Qual-e-la-vostra-storia-damore.pdf

Ognuno di questi film ha il tema delle relazioni intime come trama principale. Guardate assieme un film a settimana e poi discutete in coppia le 11 domande per circa 45 minuti. Oppure, organizzate un cineforum per le coppie della chiesa.

pag. 3-4               elenco dei film

pag. 5                   11 domande per la discussione del film

                               usate le domande per discutere le relazioni presenti nel film.

                               quando avete discusso una specifica domanda, scrivete le vostre risposte congiunte

                               nell’apposito spazio.

Un estratto della ricerca sulla visione di film sulle relazioni e riduzione tasso divorzio

                Un nuovo studio rileva che guardare e discutere di film sulle relazioni è efficace nell’abbassare i tassi di divorzio. Discutere di cinque film sulle relazioni in un mese potrebbe ridurre della metà il tasso di divorzio per i neo sposi nei primi tre anni, riferiscono i ricercatori. Lo studio, che coinvolge 174 coppie, è la prima indagine a lungo termine per confrontare diversi tipi di programmi di intervento su matrimoni nella loro fase iniziale. I risultati mostrano che un approccio “vedi e discuti un film” è non solo poco costoso, divertente e relativamente semplice, ma può essere altrettanto efficace di altri metodi più intensivi condotti da terapisti, riducendo il tasso di divorzio o separazione dal 24 all’11% dopo tre anni.

                Ronald Rogge, professore associato di psicologia presso l’Università di Rochester e autore principale dello studio afferma che: “I risultati suggeriscono che mariti e mogli hanno un’idea abbastanza precisa di ciò che potrebbero fare nel bene e nel male nelle loro relazioni. Pertanto, potresti non aver bisogno di insegnare loro molte abilità per ridurre il tasso di divorzio. Potresti solo aver bisogno di convincerli a pensare a come si stanno comportando attualmente. Ed è fantastico il fatto che bastano appena cinque film per avere un vantaggio nell’arco di tre anni”.

                Rogge e un team di ricercatori tra cui il coautore Thomas Bradbury, professore di psicologia e condirettore del Relationship Institute presso l’UCLA, hanno pubblicato i risultati nel numero di dicembre del Journal of Consulting and Clinical Psychology.

                Il team ha assegnato casualmente gli sposi a uno dei seguenti tre gruppi:

  1. gestione dei conflitti,
  2. formazione sulla compassione e accettazione,
  3. consapevolezza riguardo le relazioni attraverso i film.

I ricercatori hanno scelto di concentrarsi sui primi tre anni di matrimonio, perché “la dissoluzione del rapporto è anticipata”, ha detto Bradbury, e uno su quattro finisce con un divorzio.

                I primi due gruppi prevedevano programmi con lezioni settimanali, sessioni di pratica supervisionata e compiti a casa nell’arco di un mese, per un investimento totale di circa 20 ore (a parte due, tutte le restanti ore erano con un terapeuta).

                Al contrario, il gruppo basato su “vedi e discuti un film” ha dedicato metà del tempo ai propri incarichi e, a parte quattro ore, il resto è stato svolto nelle proprie case. I partecipanti hanno prima assistito a una lezione di 10 minuti sull’importanza non solo della consapevolezza della relazione ma anche su come la visione di coppie nei film potrebbe aiutare i coniugi a prestare attenzione ai propri comportamenti, sia costruttivi sia distruttivi.

                I risultati suggeriscono che molte coppie possiedono già capacità relazionali e che hanno solo bisogno di uno stimolo per metterle in pratica.

fonte: www.rochester.edu/news/divorce-rate-cut-in-half-for-couples-who-discussed-relationship-movies

Agenzia NEV -Agenzia Stampa della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia – 2 febbraio 2022

www.nev.it/nev/2022/02/02/qual-e-la-vostra-storia-damore

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DALLA NAVATA

V Domenica del tempo ordinario o della Parola di Dio (anno C)

Isaia                        06, 08. Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». E io                                     risposi: «Eccomi, manda me!».

Salmo                   137, 04. Ti renderanno grazie, Signore, tutti i re della terra, quando ascolteranno le parole                                      della tua bocca. Canteranno le vie del Signore: grande è la gloria del Signore! 1Corinzi   15, 03  A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo                                    morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo                                      giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.         In seguito                                            apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive                                         ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli                                           apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto.

Luca                        05, 05. Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso                                         nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità                                                 enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano.

 

La parola

                C’è un tratto della nostra civiltà occidentale che ritenevamo definitivo, destinato anzi a comunicarsi, come un segno di maturità, a tutte le genti ed è la lontananza di Dio, la non necessità di Dio, la sua estraneità alle fatiche dell’uomo, la possibilità per l’uomo di diventare adulto, di esplorare il mondo, di costruire il suo mondo senza nessun riferimento a Lui. È quella che noi consideriamo la civiltà laica, secolare e che – come dirò subito esprime una dimensione irrinunciabile dello spirito umano. All’interno di questa civiltà, che senza nessuna accentuazione polemica potremo chiamare ‘senza Dio’, i credenti hanno compiuto fatiche immani per dimostrare a chi non credeva, che Dio esiste. Tutta una apologetica cristiana si è convogliata in questo immane, e piuttosto sterile sforzo per dimostrare l’esistenza di Dio.

                Stanno venendo tempi, a mio giudizio, in cui ritorneremo ad una posizione anteriore, quella nella quale la presenza di Dio sarà un dato primordiale, immediato, anteriore al ragionamento – come l’aria che si respira – perché sarà caduto, come scrive un grande psicologo contemporaneo, uno dei fondatori di quella che si chiama la ‘psichiatria democratica’, la parete di cemento armato che noi abbiamo stoltamente costruito tra noi e il Dio nascosto. Viene il tempo, egli dice, in cui, con trapani, picconi e altri modi, si butterà a terra questa parete perché lo esige la salute  psichica dell’uomo; il cui isolamento – sia temporale che spaziale – esige questa reintegrazione di una dimensione che per i popoli esterni all’Occidente è ancora una dimensione immediata. Se si pensa all’India o al Medio Oriente Dio, non è una realtà da dimostrare, è una intuizione da cui si parte. Riflettevo su queste cose, non certo per diluire in questa dimensione antropologica costitutiva della totalità umana la specificità dell’annuncio evangelico, che oggi è così forte e precisa, ma per vedere come sia possibile determinare, all’interno di questa dimensione connaturata all’uomo, una percezione cristiana che sia conforme all’annuncio che abbiamo ricevuto e che Paolo oggi ci ricorda.

                 Qual è la caratteristica della fede cristiana? È che questa fede non si riferisce ad un Dio immanente al mondo, a un Dio nascosto che si manifesta allo spirito dell’uomo non appena esso si ripiega in sé e si avvicina alle profonde trasparenze che lasciano apparire lo spirito universale in cui siamo immersi: l’atman che respira dentro il nostro respiro. La specificità è quella di un Dio che non è l’inerte atmosfera dell’universo, ma è dynamis, è potenza, è iniziativa. Dio non è l’atmosfera in cui siamo, è invece un incontro sconvolgente che modifica i modi di essere e suscita all’interno della creatura, a cui Egli si accosta come un tizzone di fuoco, svegliando potenzialità che altrimenti rimarrebbero latenti e inespresse. Quella che noi chiamiamo ‘grazia di Dio’ – parola ormai priva di stimoli, non suscita nessuna rappresentazione, è consumata dall’uso – alludiamo a questa gratuità, a questa possibilità di iniziative da parte di Dio che richiedono da parte dell’uomo soltanto la disponibilità generosa.

                 Ecco dove comincia la diversità della fede cristiana. Ed è una diversità che dà senso a quella forma di assenza di Dio di cui vi ho parlato. La possibilità da parte dell’uomo di costruire un mondo con autonomia è dovuta al fatto che il mondo ha davvero una sua autonomia nei confronti di Dio. Una immersione del mondo in Dio significa, in realtà, una specie di sacralizzazione della immobilità, una specie di santificazione dell’inerzia delle cose e una regressione dell’uomo alla condizione della natura inanimata e irrazionale. Se Dio e l’uomo hanno un rapporto di gratuità, non ci sono vincoli cogenti di necessità che stringono la fatica quotidiana dell’uomo a Dio: l’uomo è artefice di se stesso e risponde di se stesso a Dio secondo la libertà di cui ha fatto impiego. Quindi nessun panteismo, nessun sistema al cui centro c’è Dio: l’uomo è l’uomo, Dio è Dio. Ecco il risvolto secolare, laico di ciò che vi sto dicendo. Questo risvolto però non deve affatto farci perdere il sentimento della contingenza, della inconsistenza di fondo delle cose temporali e delle cose spaziali, per cui questa laicità e questa autonomia rischiano di sconfinare in una specie di autoesaltazione, in una specie di paradossale capovolgimento teologico, per cui ciò che è relativo diventa l’assoluto. La misura delle misure diventa l’uomo, che invece è una effimera realtà, un pulviscolo nel raggio di sole che è il raggio della potenza di Dio. Infatti vediamo che dove questa autonomia viene intesa in modo radicale si costruiscono piramidi di pensiero, o peggio ancora piramidi di costruzioni pubbliche in cui l’uomo soffoca ed è schiacciato.

                Questo vincolo di gratuità – per cui non si va al Dio della salvezza per puri processi della intelligenza dell’uomo ma si va verso Dio restando in attesa di Lui, in modo che l’incontro non è il risultato di una scalata compiuta dall’uomo ma è una irruzione imprevista da parte del Diverso, del Dio che è totalmente altro dall’uomo – è un vincolo importante perché salva la gratuità della fede in Lui. Per questo si dice, giustamente, che credere in Dio è grazia di Dio. Io non posso aiutare uno a credere in Dio portandogli argomenti convincenti perché ogni sforzo umano – ricordiamocelo – non può mai approdare alla sponda di Dio in quanto o Dio si manifesta o Egli rimane sconosciuto. Come vedete si conciliano, sia pure con una dialettica instabile e non oggettivabile. in concetti chiari e distinti, i due movimenti che ci devono premere: quello della autonomia umana, della laicità dell’esistere nello spazio e nel tempo, e quello della disponibilità ad accogliere l’iniziativa di Dio che si innesta sull’uomo e lo rende capace di opere che sorpassano le sue possibilità.

p. Ernesto Balducci (¤1922-†1992)                          da: Omelie sparse 1989

www.fondazionebalducci.com/6-febbraio-2022-5-domenica-tempo-ordinario-anno-c

 

Luca, scriba e pittore dell’annuncio

                Terzo Vangelo. Opera di un autore molto raffinato, presenta pagine che sembrano tratteggiate con il pennello e hanno ispirato arte e cultura nei secoli. Parecchi anni fa ero in visita a Boston e in programma avevo anche una tappa al Museum of Fine Arts. Curiosamente mi attrasse allora un quadro di un fiammingo del Quattrocento, Rogier van der Weyden, a causa dell’originalità del soggetto. Al centro c’era una modella molto particolare, Maria che stava allattando il neonato Gesù; in primo piano un pittore impugnava il pennello e sulla tela ritraeva la madre in posa. Ovviamente quell’artista era l’evangelista Luca a cui la tradizione leggendaria ha assegnato - oltre a quella reale di medico (attestata da san Paolo nella Lettera ai

Colossesi 4,14) - la professione di pittore, tanto da attribuirgli alcune Madonne nere posteriori di secoli.

               Abbiamo voluto evocare l’autore del più ampio dei quattro Vangeli (19.404 parole greche) e di una seconda opera, gli Atti degli Apostoli (18.374 parole), entrambi dedicati a un certo «Sua Eccellenza Teofilo», perché i fedeli praticanti sanno che quest’anno, assistendo alla Messa, sentiranno proclamare quasi ogni domenica un brano del terzo Vangelo. Sarebbe, però, significativo che anche i non credenti prendessero in mano questo scritto frutto di «accurate ricerche» testimoniali come confessa lo stesso Luca, uno scrittore raffinato che, con alcune sue pagine, che sono i suoi veri dipinti, ha conquistato l’arte e la cultura nei secoli, a partire dallo stesso Dante, colpito da uno dei temi maggiori dell’evangelista così da definirlo nel Monarchia: «scriba mansuetudinis Christi».

                Come non pensare - solo per esemplificare - alla mirabile parabola del Buon Samaritano (10,25-37) che sembra quasi prendere spunto da una vicenda di cronaca nera? O alla drammatica storia del figlio ribelle e del padre misericordioso che lo riaccoglie con amore (15,11-32)? È, quest’ultima, una vicenda che ha affascinato pittori come Rembrandt nella tela [1668] dell’Ermitage divenuta ormai una sorta di canone artistico-esegetico?

      Meno note sono le infinite riprese letterarie, anche provocatorie e deformanti, della stessa parabola, come il Ritorno del figlio prodigo, romanzo di André Gide (1907) che fa di quella conversione un fallimento. Ai suoi occhi, infatti, quel giovane sarebbe rientrato a casa per fame, per viltà e per comodità, rinunciando a «mordere la mela selvatica della libertà» fino in fondo.

                Anche per questa via la Bibbia si rivela il «grande codice» della nostra cultura, incessantemente oggetto di «ri-Scritture», per usare l’ammiccamento lessicale di Piero Boitani. Naturalmente l’approccio a un testo di tale portata ideale com’è il Vangelo di Luca richiede un accompagnamento: è il compito dell’«esegesi» che - secondo quanto suggerisce lo stesso etimo greco - deve «condurre (hegeomai) fuori (ek)» dal testo tutte le sue accezioni e potenzialità. Segnaliamo, perciò, qualche commento significativo tra i tanti (a uno sguardo sommario nella mia biblioteca personale, ne ho numerati almeno una ventina, originali o in versione nella sola lingua italiana).

                Il primato è da assegnare alla trilogia di tomi consacrati a Luca dallo studioso svizzero François Bovon, [1938-2013] uno dei massimi esperti di questo Vangelo, tradotto da Paideia (2005-2013). La sua interpretazione, che penetra sin nei particolari più remoti di un testo certamente denso ma sempre coinvolgente, vede nel programma storico-teologico dell’evangelista la centralità della parola di Cristo che non decolla dal terreno accidentato della storia verso cieli mitici, ma si àncora alla concretezza e all’umanità, spingendo il lettore-uditore a un’opzione radicale di adesione vitale. Da questa radice si ramificano alcuni temi portanti come quelli dell’amore, della misericordia, della mansuetudine (evocata da Dante), del distacco dal possesso, della gioia e della preghiera. L’approccio rimane, comunque, quello storico-critico che è adottato anche da un altro commento ben più agile, pur possedendo tutte le componenti necessarie (compreso il testo greco a fronte): autore è un mio antico alunno, divenuto esegeta stimato, Matteo Crimella ¤1969, che innesta la sua opera (2015) in una significativa collana della San Paolo che sta proponendo una Nuova versione della Bibbia dai testi antichi, libro per libro. Leggendo le note di questo strumento interpretativo, si potrà procedere nella lettura evangelica secondo un accostamento più narrativo che rende ragione dell’architettura d’insieme e sequenziale delle pagine lucane. Esse, per altro, sono originalmente scandite nella loro sezione centrale (cc. 9-19) da una sorta di «lunga marcia» di Gesù verso Gerusalemme, la città del suo destino tragico ma anche della sua glorificazione (l’ascensione).

                Per chi desidera mantenersi a un livello a prevalenza filologico-letteraria è disponibile il Vangelo secondo Luca (Carocci 2017) di Riccardo Maisano ¤1947, docente all’Orientale di Napoli, le cui note essenziali puntano alle singole unità testuali e contestuali, mentre l’introduzione generale ha come meta la «riconquista dei tempi e degli spazi perduti» (storia, fondale, attori, autore, coordinate spazio-temporali, fonti, trasmissione del testo). Altri commenti meriterebbero una segnalazione, ma ci accontentiamo di concludere con uno scritto apparentemente marginale dal taglio spirituale ma non devozionale, spoglio eppur poetico, documentato ma lieve, opera di un anziano sacerdote amato anche da molti «laici», il milanese Angelo Casati ¤1931. Il suo «commento» s’intitola emblematicamente Sulla terra le sue orme, pubblicato nel 2013 dall’editrice trentina Il Margine.

Gianfranco Ravasi, cardinale      “Il Sole 24 Ore”                6 febbraio 2022

www.cortiledeigentili.com/luca-scriba-e-pittore-dellannuncio

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DONNE NELLA (per la) CHIESA

Nella Chiesa c’è una storia tutta femminile

intervista a Teresa Forcades

                Teresa Forcades I Vila, monaca benedettina nel Monastero di Montserrat, nata a Barcellona 56 anni fa, è medico con specializzazione in Medicina interna conseguita a Buffalo (Usa), teologa con un master a Harvard, femminista e attivista politica. Cresciuta in una famiglia non credente, scopre la fede alla scuola delle suore dove i suoi genitori l’avevano iscritta. Legge il Vangelo per la prima volta a 15 anni. Nel 1995, prima di tornare negli Stati Uniti, decide di trascorrere alcune settimane presso il monastero di Montserrat per preparare un importante esame di medicina. È lì che capisce di volersi fare suora: in quel monastero costruito sulla montagna di Monistrol de Montserrat, piccolo centro della comunità autonoma della Catalogna, di cui rappresenta un simbolo, e che è anche un importante sito di pellegrinaggio. È monaca di clausura dal 1997. Nel 2012 fonda il movimento politico Procés Constituent insieme a Arcadi Oliveres, economista, accademico e attivista sociale spagnolo, presidente di "Justícia i Pau", un gruppo pacifista cristiano. Propongono di ottenere l'indipendenza della Catalogna attraverso un nuovo modello politico e sociale basato sull'auto-organizzazione e la mobilitazione sociale. Nel 2015, mentre si avvicinano le elezioni regionali della Catalogna, riceve il permesso dal suo superiore e dalla Santa Sede di lasciare la clausura per tre anni, e poter entrare così in campagna elettorale candidandosi alla presidenza della regione. Nel 2018 torna in monastero per riprendere la sua vita come contemplativa.

                Con Teresa Forcades - monaca benedettina, femminista, teologa queer, mistica, indipendentista catalana, laureata in medicina, attivista per i diritti degli omosessuali, scrittrice di libri sulla fede, sul corpo, sostenitrice di tesi audaci e controverse dentro e fuori la Chiesa, ci sono davvero molti argomenti di conversazione e di intervista. E quando l’incontro avviene in un monastero benedettino, conficcato su quelle montagne del Montserrat che sono il simbolo della Catalogna indomita, luogo potente e magico in cui il profumo della fede si mischia a quello della libertà, la tentazione di lasciarsi andare al fascino dell’ascolto e del confronto è tanta. E poi Teresa Forcades - con la sua allegria, il pensiero audace, le parole amabili sa affascinare. Il suo buonumore è contagioso. La sua capacità di andare senza remore al fondo delle questioni, di ”sparigliare ”, di distruggere luoghi comuni e stereotipi è indiscutibile.

                Ma non lo facciamo. Non cediamo alla tentazione di parlare di tutto. Preferisco – glielo dico subito – affrontare con lei una sola questione, quella del rapporto fra le donne e la Chiesa, del patriarcato nell’istituzione ecclesiastica, delle donne che sono ancora ai margini quando non apertamente discriminate, delle lotte che si tentano per cambiare. «Certo, parliamone – mi dice - ma a partire da un punto cui tengo molto, che voglio sottolineare, che è importante e non detto. Perché che il patriarcato sia forte è evidente, così evidente che non vale neppure la pena di sottolinearlo. Chi non l’ha capito?»

                Invece da che cosa, che finora non è stato detto, vale la pena di cominciare?

                La chiesa cattolica, in cui appunto il patriarcato è forte, è, tuttavia, l’istituzione che più di ogni altra ha preservato la presenza, la storia e la memoria delle donne. Se questa è viva, se oggi sappiamo che cosa tante donne in luoghi e tempi diversi hanno fatto, sentito, pensato lo dobbiamo al cattolicesimo che ogni giorno e in ogni parte del mondo celebra il nome e ricorda le opere di una di loro. Dico Chiara, Ildegarda, Teresa, potrei fare centinaia di altri nomi. Le donne ci sono state e ci sono. Non senza conflitto, ovviamente. Ma è avvenuto e va detto subito. Con enfasi, con convinzione, con forza. Aggiungo che non solo ci sono state e hanno agito ma hanno creato comunità e queste sono vive ancora oggi. Insomma hanno costruito nella Chiesa una storia propria, una storia femminile. E questo è difficile, sappiamo che è difficile, difficilissimo non solo in una istituzione cattolica. È così nel mondo. Quando nel 1990 mi sono laureata in medicina ho studiato che due uomini,  James Dewey Watson ¤1928 e Francis Crick (1916-2004)avevano scoperto la struttura del Dna, una rivelazione scientifica enorme che ha posto le basi della moderna biologia molecolare. Solo pochi anni fa ho imparato che la prima a scoprire la struttura del Dna era stata una donna, Rosalind Franklin (1920-1958). La sua figura si era dissolta, si era cancellata. La storia non la comprendeva.

                Mi sta dicendo che la Chiesa cattolica ha costruito, ha preservato una presenza e una cultura femminile più di altre religioni?

                Non faccio polemiche. Può darsi che la mia sia ignoranza ma le chiedo: in quale cultura, in quale paese, in quale religione, dove troviamo scritti e opere femminili come nella Chiesa cattolica?

                Oggi però per molti il cambiamento nella Chiesa è più lento, le resistenze più forti rispetto a altre istituzioni. Perché?

                Si dice che la Chiesa non sia preparata…che debba ancora lavorare. Forse è vero. Credo, però, che se una cosa è giusta si debba fare. Bene, con ponderatezza e con diplomazia, se è necessario, ma si debba fare.

                Lei è nota anche per essere una sostenitrice dell’ordinazione sacerdotale femminile. La Santa Sede dice che il sacerdozio è riservato agli uomini.

                Viene considerata oggi la questione delle questioni. Se ne è discusso anche in passato, e si è opposto un rifiuto. Il mio parere è che non vi siano ostacoli teologici nella Scrittura.

                Con Francesco qualcosa si muove per le donne nella Chiesa? E cosa?

                Francesco per prima volta ha dato alle donne posti di responsabilità nella curia romana. Per la prima volta, in alcuni casi, sono nell'organigramma della curia vaticana in posizioni superiori ad alcuni vescovi. Mi pare un dato nuovo e importante.

                Eppure pare che la parola “femminismo” provochi ancora l’orticaria non solo a uomini ma anche a donne della Chiesa. Mi sa spiegare perché?

                La Chiesa cattolica è formata da donne, la maggioranza è femminile. Quindi viviamo una situazione davvero strana. Un’istituzione, una realtà in grandissima parte, al settanta, l’ottanta per cento, nella quale le donne contano poco o niente. Non mi stupisce che una situazione così strana, così singolare provochi ansia, inquietudine, incertezza, paura. Gli uomini della Chiesa sanno bene che se le donne la abbandonassero semplicemente cesserebbe di esistere Voglio raccontarle un episodio. Elisabeth Schüssler Fiorenza ¤1938, la teologa, biblista e femminista statunitense, un giorno durante una funzione religiosa ha chiesto alle donne di andare via e di riunirsi fuori dalla Chiesa. Con un gesto simbolico voleva dimostrare che senza di loro il sacerdote rimaneva solo. Esattamente quello che avvenne e che avverrebbe in qualunque chiesa, in qualunque funzione religiosa.

                Quindi il femminismo è riuscito a introdursi e a scalfire il patriarcato della Chiesa?

                Non solo questo. Oggi possiamo parlare di una teologia femminista nella storia. Di un femminismo che non si definisce tale ma che c’è stato, c’è e fa delle scelte anche in una società, una istituzione, un pensiero dominante che esclude le donne. Glielo dimostro con semplicità. Noi denunciamo come sistema patriarcale quello in cui le donne – anche una sola di loro - vengano escluse o discriminate. E possiamo definire femminista qualunque azione – di una donna o di un uomo - denunci questa esclusione. Gregorio di Nazianzo (329-390), teologo del IV secolo osservò, a proposito dell’adulterio, che se questo era commesso da una donna su di lei si scaricava tutto il peso della legge che la puniva fino alla morte, se commesso dall’uomo non c’era punizione. Non è giusto, fece notare, perché le scritture, il comandamento dicono “onora il padre e la madre”.       Chiedono lo stesso comportamento per l’uomo e per la donna. Quindi le leggi applicate per punire l’adulterio – ne dedusse- non sono le leggi di Dio. È una critica al patriarcato, non le pare? Ma Gregorio di Nazianzo andò oltre. Si chiese perché questo avvenisse, perché fosse possibile. Il motivo stava nel fatto – spiegò - che la legge era stata scritta dagli uomini, non dalle donne. Come vede la posizione di un teologo del IV secolo è già critica nei confronti del patriarcato. Possiamo già parlare di teologia femminista nella storia.

                Ma il femminismo per lei, Teresa Forcades, che cosa è?

                Anche questo è semplice. Non ci vuole molto per definirlo. Sono tre o quattro punti.

  1. Primo: il femminismo è individuare la discriminazione. Non tutti la vedono. Gregorio nel IV secolo l’ha vista, altri neppure oggi, lo fanno.
  2. Secondo: prendere coscienza della ingiustizia di questa discriminazione. Insomma assumere con chiarezza una posizione contraria.
  3. Neanche questo però basta: contro la discriminazione bisogna agire, lottare per eliminarla.
  4. Per fare teologia femminista c’è un quarto punto. Deve esserci chiaro che la discriminazione non viene dalla natura, non viene da Dio, non viene dai sacri testi. Quindi va criticata e respinta la teologia che teorizza la discriminazione perché la ritiene voluta da Dio.

                Esiste nella Chiesa e nel cristianesimo la forza per abbattere discriminazioni così profonde come quelle che lo stesso Francesco quotidianamente denuncia?

                Credo di sì. Altre volte è avvenuto. Pensi a che cosa era il matrimonio prima del cristianesimo. Una questione economica che riguardava la proprietà: di chi era, a chi doveva essere lasciata. E quindi di chi era il figlio. Questo presupponeva il controllo e la subordinazione della donna. Nel mondo antico il matrimonio era un contratto fra due uomini, il padre e il marito. Per la chiesa cattolica il matrimonio è l’incontro d’amore fra un uomo e una donna che si scelgono e si uniscono. Un cambiamento radicale rispetto alla cultura allora dominante. Anche nella tradizione giudaica, del resto, la donna non è la madre del figlio dell’uomo ma “carne della sua carne”.

                Se dovesse dare un suggerimento alle donne che sono a disagio nella Chiesa e vogliono superare una situazione di stallo, che cosa direbbe?

                Non farei discorsi generali. Non ho un programma da suggerire. So però, per esperienza diretta, che le donne devono porsi sempre una domanda che non sono – non siamo – abituate a farci: io, proprio io, che cosa penso? Qual è il mio desiderio più profondo, che cosa voglio davvero? Che cosa è giusto? La Chiesa ha una storia straordinaria di forza e di resistenza femminile. Dobbiamo studiarla, valorizzarla, raccontarla. Ci sono donne che queste domande se le pongono ogni giorno, tante che se le sono poste nel passato. Nel mio monastero le monache sono entrate in conflitto, ci sono state le barricate quando dopo il concilio di Trento (1545-1563) la chiesa chiedeva una clausura più rigida per le donne.

                Posso concludere questa conversazione dicendo che lei è ottimista e fiduciosa nella possibilità che le donne cambino la Chiesa e che la Chiesa cambi grazie alle donne.

                Si dice che il femminismo cominci agli inizi del secolo, con la rivendicazione dei diritti politici. C’è poi una seconda ondata negli anni Settanta. L’inizio vero a mio parere è con la convenzione di Seneca Falls nel 1848 sui diritti delle donne negli Usa. Donne come Elizabeth Cady Stanton (1815-1902)non solo hanno ripetuto che la Bibbia era stata fino ad allora interpretata in modo patriarcale e che questa non era la vera lettura dei testi sacri, ma ne hanno tratto le conseguenze politiche. È già successo per gli schiavi afroamericani. Gli schiavi hanno appreso il cristianesimo dai loro padroni ma poi, quando hanno imparato a leggere, hanno capito che il messaggio vero delle Scritture non era quello che veniva inviato dai loro oppressori, che la Bibbia non giustificava schiavitù e diseguaglianza. È avvenuto allora qualcosa di straordinario. In genere – sappiamo - l’oppresso rifiuta la religione dell’oppressore, invece tanti schiavi afroamericani sono rimasti fedeli al cristianesimo ma con una lettura diversa delle Scritture e hanno accusato i loro padroni di non aver letto correttamente la Bibbia. Per le donne sta avvenendo la stessa cosa. Nella fede e nelle Scritture c’è tutta la forza per combattere il patriarcato della Chiesa.

                a cura di Ritanna Armeni in “Donne Chiesa Mondo” febbraio 2022

www.osservatoreromano.va/it/news/2021-12/dcm-002/nella-chiesa-c-e-una-storia-tutta-femminile.html

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FARIS

Emergenza Ucraina: l’accoglienza di bambini e famiglie

Webinar 8 marzo 2022 ore 21-22             gratis

                Non ci aspettavamo una guerra. Non oggi, nel 2022. Non ce lo aspettavamo in Europa. Migliaia di persone, famiglie e bambini stanno scappando, verso i Paesi limitrofi. Non sappiamo cosa ci aspetta per il futuro ma dobbiamo tenerci pronti e…tendere la mano. Nella stagione dei grandi sbarchi, il popolo italiano si è sempre distinto per il senso di solidarietà verso il prossimo. Ancora di più oggi, impariamo dall’esperienza e prepariamoci ad accogliere bambini e  famiglie che hanno bisogno del nostro aiuto!

                In questo webinar verranno presentate le possibili forme di accoglienza di bambini e famiglie in fuga dalla guerra. È un primo incontro informativo dove potersi avvicinare all’Associazione Ai.Bi. – Amici dei Bambini che opera da anni in Ucraina e in Moldova, per poter capire se possiamo prepararci ad essere d’aiuto, insieme.

                L’incontro è gratuito per permettere la partecipazione a più persone possibili e sarà condotto da Maria Galeazzi, responsabile nei progetti di accoglienza di Ai.Bi. – Amici dei Bambini.

NB: il webinar sarà riproposto ciclicamente. Se risulta esaurito, chiedi quando sarà la prossima data aQuesto indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.%C3%B9">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

www.fondazioneaibi.it/faris/prodotto/emergenza-ucraina-laccoglienza-di-bambini-e-famiglie-appuntamento-dell8-03

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FORUM ASSOCIAZIONI FAMILIARI

Tornare a ragionare di politica, famiglia ed economia

                Quanto scrivo nasce da un’intervista avvenuta con Gigi De Palo, Presidente del Forum delle Associazioni familiari (qui il link per poterla ascoltare)       www.youtube.com/watch?v=JhB17UApBLQ&t=1497s

                «Parlando della famiglia, mi viene una preoccupazione, una preoccupazione vera, almeno qui in Italia: l’inverno demografico […]. Facciamo tutti il possibile per riprendere una coscienza, per vincere questo inverno demografico che va contro le nostre famiglie contro la nostra patria, anche contro il nostro futuro» (Francesco, Angelus, 26.12.21). Non è passato molto tempo dall’ultimo appello del Santo Padre a proposito dell’inverno demografico nel quale sta sprofondando il continente europeo; i dati dell’ONU del 2019 mostrano che il fenomeno è circoscritto alle aree più benestanti del mondo, mentre nei Paesi poveri e in via di sviluppo il trend demografico è in crescita: se globalmente infatti l’inverno demografico è un fenomeno inesistente, tanto che la popolazione mondiale è in aumento, in Europa la situazione è diversa. È utile ricordare un altro passaggio del Pontefice nel quale esprime la sua preoccupazione: «Il calo demografico, non solo determina una situazione in cui l’avvicendarsi delle generazioni non è più assicurato, ma rischia di condurre nel tempo a un impoverimento economico e a una perdita di speranza nell’avvenire» (Francesco, Amoris Lætitia, n.42).

                In alcune parti del continente i dati demografici sono ancora accettabili, ma in Italia la situazione è drammatica. In Francia, uno dei Paesi modello per quanto riguarda le politiche familiari, il tasso di fertilità aggiornato al 2020 è di 1,83 figli per donna, mentre in Italia è 1,27; l’indicatore è di facile comprensione: minore di 2 indica una popolazione in diminuzione, uguale a 2 indica un ricambio generazionale perfetto e un valore superiore evidenzia una popolazione in crescita. La crisi demografica non è un pericolo da sottovalutare ma anzi la vera emergenza del Paese, da cui derivano le crisi di carattere sociale, sanitario ecc.

  1. Un primo problema è il fatto che senza un adeguato ricambio generazionale sarà sempre più difficile sostenere una popolazione con una longevità costantemente in aumento: infatti il sistema pensionistico è stato pensato come un sistema a piramide, dove la base più larga è rappresentata dalla popolazione lavoratrice, che si fa carico della popolazione anziana o non più in età lavorativa, cioè della parte numericamente inferiore. Oggi con la diminuzione dei nuovi nati, la maggior prospettiva di vita e il conseguente aumento della popolazione ultrasettantenne si assiste al rovesciamento della piramide: i pochi giovani lavoratori sostengono, con il loro reddito, non solo la propria famiglia ma una parte sempre maggiore della popolazione che percepisce la pensione.
  2. Un’altra tematica riguarda il mondo della sanità; il personale inevitabilmente diminuirà mentre aumenterà sempre più la popolazione fragile che necessiterà di cure adeguate; non solo ci sarà meno personale sanitario e più malati, ma la spesa sanitaria crescerà, gravando anch’essa sulle spalle della sempre minore percentuale di lavoratori.
  3. Un terzo elemento conseguente alla crisi demografica è la minore capacità di creare ricchezza di tutto il Paese. Un esempio per combattere le culle vuote viene dal Giappone, dove la mancanza di lavoratori viene combattuta dall’implementazione di nuove tecnologie che sostituiscano la presenza umana, riuscendo quindi a garantire una creazione di ricchezza maggiore rispetto a quella che si avrebbe con la sola forza lavoro disponibile.

                Nonostante lo strumento utilizzato dal Paese nipponico possa funzionare nel breve periodo almeno per quanto riguarda l’aspetto di produttività nazionale, è evidente che l’aumento delle culle vuote non può essere combattuto che con un’apertura della società alla vita: «L’apertura moralmente responsabile alla vita è una ricchezza sociale ed economica. Grandi Nazioni hanno potuto uscire dalla miseria anche grazie al grande numero e alle capacità dei loro abitanti. Al contrario, Nazioni un tempo floride conoscono ora una fase di incertezza e in qualche caso di declino proprio a causa della denatalità, problema cruciale per le società di avanzato benessere. La diminuzione delle nascite, talvolta al di sotto del cosiddetto “indice di sostituzione”, mette in crisi anche i sistemi di assistenza sociale, ne aumenta i costi, contrae l’accantonamento di risparmio e di conseguenza le risorse finanziarie necessarie agli investimenti, riduce la disponibilità di lavoratori qualificati, restringe il bacino dei “cervelli” a cui attingere per le necessità della Nazione. Inoltre, le famiglie di piccola, e talvolta piccolissima, dimensione corrono il rischio di impoverire le relazioni sociali, e di non garantire forme efficaci di solidarietà. Sono situazioni che presentano sintomi di scarsa fiducia nel futuro come pure di stanchezza morale. […] Gli Stati sono chiamati a varare politiche che promuovano la centralità e l’integrità della famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, prima e vitale cellula della società, facendosi carico anche dei suoi problemi economici e fiscali, nel rispetto della sua natura relazionale» (Benedetto XVI, Caritas in Veritate, n.44).

                Il nostro Paese, all’interno dei Paesi Ocse, ha un tasso di fertilità superiore solamente a Malta e Spagna e una delle cause è la mancanza di vere politiche familiari, che negli anni sono state sostituite da una politica dei bonus dai dubbi risultati; solo di recente sembra essersi mosso qualcosa in questa direzione: è infatti stato creato l’assegno unico universale, destinato a tutti i lavoratori e non solo a quelli dipendenti, che accorperà i vari bonus e gli assegni familiari e che si baserà sull’Isee. La misura è molto lontana da politiche familiari strutturate come quelle realizzate in Francia, dove è stato introdotto [dagli anni ‘50] il quoziente familiare, strumento che consente di basare la tassazione sulla famiglia, a cui viene riconosciuta piena soggettività e non sul singolo cittadino come invece accade nella Penisola. Infatti in Italia la famiglia non ha alcuna soggettività, per cui i figli, non venendo concepiti culturalmente e fiscalmente come risorsa, diventano un costo aggiuntivo per la famiglia che è difficile da sostenere. Va comunque colta la bontà del progetto, che almeno estende la platea a cui si rivolge: non risolverà il problema demografico, ma potrebbe essere, si spera, un primo passo per mettere al centro dell’agenda politica la famiglia.

                Non si può però parlare di politiche familiari senza toccare uno dei problemi della politica italiana: la durata dei Governi e conseguentemente la mancanza, in ambito familiare, di un’agenda politica con una prospettiva di almeno vent’anni; serve un piano che abbia un orizzonte temporale ampio e che possa, nel breve ma soprattutto nel lungo periodo, consentire alle famiglie di avere figli senza per questo rischiare di entrare nella fascia più povera della popolazione, rischio ancora oggi molto concreto. È inoltre opportuno ripensare al peso specifico del ministero della famiglia, che dovrebbe divenire un ministero trasversale, dovendosi occupare di economia, welfare, lavoro, scuola [ora è un dipartimento del Presidente del Consiglio dei Ministri].

                Rimane necessario risolvere il grande problema del lavoro femminile: come riporta il #pattoXlanatalità del Forum delle Associazioni familiari, la donna è costretta a scegliere se essere madre o lavoratrice; va anche considerato che con la venuta al mondo dei figli il pericolo di cadere sotto la soglia di povertà aumenta notevolmente generando un cortocircuito: la famiglia con figli ha bisogno di più redditi per potersi permettere un tenore di vita adeguato, ma allo stesso tempo una volta partorito è difficile per la madre trovare lavoro; questo meccanismo distorto è da correggere il prima possibile. Va anche sottolineato, a scanso di equivoci, che i dati nei maggiori Paesi europei dimostrano come l’aumento del lavoro femminile non abbia un nesso causale con il calo demografico; in Italia il “legame” tra i due è dovuto all’assenza di meccanismi e di servizi che consentano alla donna di conciliare la posizione lavorativa con l’essere madre.

                Serve un passo verso la famiglia soprattutto dal punto di vista culturale, che deve essere centrale nella società per le esternalità che produce, non da ultimo in quanto l’educazione dei figli ha effetto su tutta la società nel presente e nel futuro. Va riconosciuto il ruolo pubblico della famiglia, pur rimanendo a suo modo una “piccola società privata”; non vanno dimenticati altri benefici che genera come la creazione di reti sociali e relazionali, che si possono trasformare in aiuti economici, in erogazioni comuni di servizi e altro ancora.

                Le politiche a sostegno della famiglia sono un investimento educativo, sociale, di contrasto alla povertà e alla denatalità che, se fatto seriamente, risulta vincente per tutta la società: più forte è la famiglia, più forte è la società del presente e più forti saranno le nuove generazioni.

Andrea Mobiglia             VinoNuovo                        3 febbraio 2022

www.vinonuovo.it/attualita/societa/tornare-a-ragionare-di-politica-famiglia-ed-economia

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

Il Papa: la rigidità è una perversione. No alla paura del cambiamento

www.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2022/documents/20220202_omelia-vitaconsacrata.html

                Occhi nuovi «per vedere dentro e vedere oltre». E braccia per accogliere Gesù, e dunque «anche gli altri con fiducia e umiltà». Altrimenti si rischia di «stringere il nulla». Poi non chiudersi in amarezza, lamentele, rigidità (che sono «una perversione»). E non pensare alla consacrazione «in termini di risultati, di traguardi, di successo». Sono diverse le raccomandazioni del Papa ai religiosi e alle religiose di tutto il mondo nel giorno a loro dedicato. Nella Basilica di San Pietro, Francesco ha presieduto la celebrazione della Messa in occasione della Candelora, che san Giovanni Paolo II ha voluto far coincidere con la Giornata della vita consacrata, giunta quest’anno alla XXVI edizione. E ha chiesto di superare i problemi contingenti, guardando all’esempio di paziente attesa del vecchio Simeone e della profetessa Anna, che riconoscono Gesù durante la sua presentazione al Tempio, dopo averlo atteso per tutta la vita.

                Innanzitutto «restare fedeli ogni giorno», alimentando «la fiamma della speranza che lo Spirito ha acceso» nel cuore di ognuno. Quindi fare attenzione al «tarlo del narcisismo o la smania del protagonismo», che possono nascondersi anche «dietro l’apparenza di opere buone», come pure al rischio della «ripetizione meccanica: fare le cose per abitudine, tanto per farle». L’invito del Papa è invece a rinnovare lo sguardo, a partire dal modo con cui «Dio ci guarda». In tal modo si sciolgono «le durezze del nostro cuore», «si risanano le ferite» e si possono ottenere «occhi nuovi per vedere noi stessi e il mondo», dunque anche «le situazioni più dolorose».

                «Non si tratta di uno sguardo ingenuo, che fugge la realtà o finge di non vedere i problemi – ha fatto notare papa Bergoglio –, ma di occhi che non si fermano alle apparenze e sanno entrare anche nelle crepe della fragilità e dei fallimenti per scorgervi la presenza di Dio». Ecco perché Francesco ha esortato a evitare atteggiamenti pessimistici. E se «il mondo spesso vede la vita consacrata come uno spreco, una realtà del passato, qualcosa di inutile», i religiosi e le religiose non devono avere gli occhi rivolti all’indietro, «trascinandosi per inerzia nelle forme del passato, paralizzati dalla paura di cambiare». «È una tentazione - ha sottolineato . La tentazione di andare indietro e conservare le 'tradizioni' con rigidità. Mettiamoci in testa: la rigidità è una perversione - ha ribadito con una aggiunta a braccio -. E sotto ogni rigidità ci sono dei gravi problemi». Invece «attraverso le crisi, i numeri che mancano, le forze che vengono meno, lo Spirito invita a rinnovare la nostra vita e le nostre comunità. Guardiamo a Simeone e Anna – ha esortato ancora il Pontefice –: anche se sono avanti negli anni, non passano i giorni a rimpiangere un passato che non torna più, ma aprono le braccia al futuro che viene loro incontro». Di qui soprattutto l’invito ad accogliere Gesù, che è «l’essenziale, il centro della fede». «Se ai consacrati mancano parole che benedicono Dio e gli altri – ha quindi ammonito Francesco –, se manca la gioia, se viene meno lo slancio, se la vita fraterna è solo fatica, se manca lo stupore, non è perché siamo vittime di qualcuno o di qualcosa, il vero motivo è perché le nostre braccia non stringono più Gesù: allora quelle braccia stringono il vuoto».

                Infine il Pontefice ha ripetuto una raccomandazione che sempre accompagna i suoi discorsi a chi ha abbracciato la vita religiosa. Non chiudersi nell’amarezza. «È triste vedere quelle consacrate quei consacrati amari nella lamentela per le cose che puntualmente non vanno: il superiore, la superiora, la comunità». O «in un rigore che ci rende inflessibili, in atteggiamenti di pretesa superiorità». Allora c’è il pericolo «di ferire la dignità di qualche fratello, di qualche sorella».

                Al termine della Messa, che era iniziata alla luce delle sole candele, il cardinale Joao Braz de Aviz, prefetto della congregazione per la vita consacrata ha ringraziato il Papa, dicendogli «conta su di noi» e ha invitato tutti a proseguire nel cammino sinodale: « '» Nessuno si senta escluso da questo cammino o pensi 'non mi riguarda

                Mimmo Muolo                 “Avvenire” 3 febbraio 2022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202202/220203muolo.pdf

www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2022/january/documents/20220131-agenziadelle-entrate.html

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GOVERNO

Piano infanzia e adolescenza

Rosnati: “Ripensare in modo generativo alle modalità educative e creare spazi per i giovani”

                Il testo, spiega la docente dell’Università cattolica, “rappresenta ‘una scatola degli attrezzi’ estremamente utile per chi è nel ruolo di progettare politiche sociali e realizzare interventi, perché non si limita a fornire generiche ‘linee guida’, ma delinea anche nel dettaglio gli interventi”.

                “Educazione, equità, empowerment”: sono le tre aree d’intervento in cui è strutturato il 5° Piano nazionale di azione e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva, il cui testo definitivo è stato deliberato dal Consiglio dei ministri, nella seduta del 21 gennaio 2022. Ora sarà adottato con decreto del presidente della Repubblica.

                Del Piano parliamo con Rosa Rosnati, ordinario di Psicologia sociale all’Università Cattolica di Milano, membro del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla famiglia, direttore del master “Affido e adozione e nuove sfide dell’accoglienza famigliare: aspetti clinici, sociali e giuridici” dell’Università Cattolica, membro esperto dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza.

                Professoressa, perché è importante questo Piano?

                Perché finalmente si potranno accendere i riflettori sui bambini e sui ragazzi avendo delle proposte concrete in mano. Sappiamo bene che, durante le prime fasi della pandemia, i bambini e i ragazzi sono stati del tutto invisibili. L’attenzione era stata posta giustamente su quelle fasce della popolazione maggiormente a rischio, soprattutto sugli anziani. Solo successivamente sono emersi gli effetti a lungo termine, a volte davvero deleteri, che la pandemia ha avuto sui minori: aumento di disturbi d’ansia, disturbi alimentari, aumento degli accessi al pronto soccorso psichiatrico, autolesionismo e più frequentemente ritiro emotivo, abbandono scolastico, aumento dei Neet e così via. E questa onda d’urto non accenna a diminuire.

                Di che cosa parla questo disagio diffuso?

                Parla del corpo. Mi ha colpito molto un’espressione usata da Alberto Pellai durante un incontro dell’Osservatorio che definiva gli adolescenti di oggi “decorporeizzati”: sono a scuola ma sono a casa, sono qui e sono altrove, chattano e non incontrano, costantemente connessi e raramente in relazione con l’altro, i confini del corpo sono diventati labili eterei evanescenti; davanti al video aumenta la preoccupazione per l’aspetto corporeo. E poi parla della mancanza di futuro, come se fosse stato tolto loro l’ossigeno. Se già il futuro aveva tinte fosche, ora lo è ancora di più e l’incertezza impedisce proprio di guardare al futuro. Questo indebolisce fino a spegnere la capacità progettuale.

                La situazione è stata aggravata dal Covid?

                La pandemia è stata una cartina tornasole: se in Italia in generale si era investito davvero poco sulle giovani generazioni, questo si è reso ulteriormente visibile durante l’emergenza. A maggior ragione è urgente intervenire e il Piano d’azione rappresenta “una scatola degli attrezzi” estremamente utile per chi è nel ruolo di progettare politiche sociali e realizzare interventi, perché non si limita a fornire generiche “linee guida”, ma delinea anche nel dettaglio gli interventi, come strutturarli, da chi devono essere promossi, chi sono i destinatari, i tempi di attuazione, le risorse da impegnare e gli esiti attesi, con una scansione piuttosto particolareggiata.

                Quali sono le maggiori difficoltà che incontrano oggi i più vulnerabili?

                Lo stesso concetto di vulnerabilità forse è da rivedere: certamente ci sono alcune categorie particolarmente a rischio, ma la vulnerabilità oggi accomuna tutta la generazione dei bambini e dei ragazzi esposta agli effetti della pandemia ed attraversa quelle categorie e le diverse fasce sociali. Oltre povertà materiale, è necessario considerare anche la povertà educativa, ad essa solo parzialmente correlata. E per avere una visione più chiara è necessario far riferimento anche alla povertà relazionale (disponibilità di tempo e risorse per la cura, fiducia relazionale, soddisfazione per le relazioni…) che impatta fortemente sul benessere dei bambini e dei ragazzi.

                Quali sono le azioni previste per la salute e il benessere integrale di bambini e adolescenti?

                Si è lavorato a 360 gradi: si va dai bambini fuori famiglia agli interventi di inclusione dei minori stranieri non accompagnati, alla presa in carico bambini che subiscono abusi e maltrattamenti, ai bambini in situazioni di povertà e marginalità; dalla diffusione e implementazione dei servizi educativi 0-3 agli interventi per potenziare le life skills e per contrastare il cyberbullismo solo per fare alcuni esempi. Il tutto inquadrato entro tre direttrici stabilite dalle tre “E”, ovvero educazione, equità ed empowerment.

                C’è un’azione prevista nel Piano che ci vuole spiegare più dettagliatamente?

                Sì, la prevenzione del disagio e la promozione del benessere integrale dei bambini e dei ragazzi mediante la diffusione e l’implementazione del servizio di psicologia scolastica in tutte le scuole di ogni ordine e grado del Paese. Non si tratta di semplice sportello di psicologia scolastica, ma di un servizio inteso come insieme di azioni realizzate con le classi, gli insegnanti e i genitori per potenziare le relazioni, prevenire le situazioni di disagio e intercettare precocemente quelle esistenti. Il servizio è pensato in ottica di psicologia di comunità, quindi non solo e non tanto diretto al singolo caso, quanto finalizzato all’attivazione di una rete sociale attraverso il lavoro di gruppo, ad esempio attraverso i percorsi di enrichment [arrichimento] familiare, volti alla promozione delle risorse familiari e sociali. Un servizio in connessione con il territorio e dentro una rete dei servizi per realizzare progetti che vedano il coinvolgimento delle famiglie e che trovino nei consultori familiari, da potenziare, il perno fondamentale.

                Ci sono aspetti problematici nel Piano?

                Un elemento di rischio nell’attuazione degli interventi è focalizzare l’attenzione su bambini e ragazzi come se fossero individui isolati e non figli che intessono relazioni familiari fondamentali per la loro identità: il rischio, in altre parole, è quello di dicotomizzare le famiglie da una parte e i bambini e gli adolescenti dall’altra. Troppo spesso il focus è posto solo sui bambini o sugli adolescenti: ma la capacità degli adolescenti di costruire un progetto di vita dipende in primis dal trovare adulti dentro e fuori la famiglia che li sappiano orientare e indirizzare. D’altra parte, lo sviluppo e la crescita dei bambini e dei ragazzi è una impresa evolutiva congiunta. Occorre quindi lavorare sempre su due fronti se vogliamo interventi efficaci. Non possiamo occuparci degli adolescenti senza occuparci anche dei loro genitori e delle loro famiglie.

                E sul fronte adozioni? Nel piano si prevendono interventi atti a rilanciare le adozioni, soprattutto a sostenere le famiglie nel percorso adottivo, e a promuovere l’affido familiare come alternativa alle comunità residenziali, ma anche forme di prevenzione dell’allontanamento come l’affiancamento familiare e il progetto “Pippi” (Programma di intervento per la prevenzione dell’istituzionalizzazione). Questione cruciale è la formazione degli operatori su questi specifici temi e la creazione di équipe multidisciplinari composte da assistenti sociali, psicologi, educatori, neuropsichiatri e pediatri di base. Questo è proprio l’ambito di cui mi occupo da tempo a livello di ricerca, didattica e formazione degli operatori e su cui abbiamo da tempo promosso un master di secondo livello oggi alla sua sesta edizione.

                Il Piano aiuterà a rendere più roseo il futuro di bambini e ragazzi?

                Oggi abbiamo davanti una grande occasione per creare alleanze all’interno del mondo degli adulti e comprendere che i figli non sono solo i propri figli, ma sono la generazione sociale, su cui investire: è una occasione preziosa per ripensare in modo generativo alle modalità educative, a creare spazi e opportunità per i giovani.

Gigliola Alfaro  AgenziaSIR             31 gennaio 2022

www.agensir.it/italia/2022/01/31/piano-infanzia-e-adolescenza-rosnati-ripensare-in-modo-generativo-alle-modalita-educative-e-creare-spazi-per-i-giovani

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PENSIONE

Pensione di reversibilità in favore della prima e seconda moglie

Corte di Cassazione, prima Sezione Civile, ordinanza n. 41960, 30 dicembre 2021

www.rivistafamilia.it/wp-content/uploads/2022/02/Cass.-civ.-Sez.-I-ord.-30-dicembre-2021-n.-41960.pdf

Per la Cassazione civile la convivenza more uxorio è criterio autonomo

                La ripartizione del trattamento di reversibilità tra coniuge divorziato e coniuge superstite, entrambi aventi i requisiti per la relativa pensione, va effettuata, oltre che sulla base del criterio della durata dei matrimoni, anche ponderando ulteriori elementi correlati alla finalità solidaristica dell'istituto, tra i quali la durata delle convivenze prematrimoniali, dovendosi riconoscere alla convivenza "more uxorio" non una semplice valenza "correttiva" dei risultati derivanti dall'applicazione del criterio della durata del rapporto matrimoniale, bensì un distinto ed autonomo rilievo giuridico, ove il coniuge interessato provi stabilità ed effettività della comunione di vita prematrimoniale".

                Nella fattispecie all’esame del giudice di legittimità, il giudice di appello aveva rideterminato la quota della pensione di reversibilità spettante ad un ex coniuge, riducendola dal 40 % al 25 %, in favore dell’attuale coniuge del defunto. In particolare, la ricorrente lamentava che il giudice di secondo grado non aveva fondato la propria decisione sul criterio temporale della durata del rapporto di coniugio - di venti anni – a fronte dei soli quattordici anni del nuovo matrimonio.  Inoltre, i giudici del merito non avrebbero considerato la situazione reddituale delle parti in causa, impossidente la ricorrente e proprietaria di diversi beni immobili la resistente. Per la Cassazione il motivo è, però, inammissibile in quanto la Corte territoriale si è correttamente attenuta ai principi elaborati in materia dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui la ripartizione del trattamento di reversibilità, in caso di concorso tra coniuge divorziato e coniuge superstite, deve essere effettuata ponderando, con prudente apprezzamento, in armonia con la finalità solidaristica dell'istituto, il criterio principale della durata dei rispettivi matrimoni, con quelli, eventualmente presenti, della durata della convivenza prematrimoniale, delle condizioni economiche e dell'entità dell'assegno divorzile.

                Tra questi criteri, la convivenza prematrimoniale - precisa poi la Cassazione - non ha una valenza correttiva, ma assume un distinto e autonomo rilievo giuridico.

                Infine, non tutti tali elementi devono necessariamente concorrere né essere valutati in egual misura, rientrando nell'ambito del prudente apprezzamento del giudice di merito - non suscettibile di valutazione in sede di legittimità - la determinazione della loro rilevanza in concreto.

                Avv. Giuseppina Mattiello         Altalex                 2 febbraio 2022

www.altalex.com/documents/news/2022/02/02/pensione-di-reversibilita-in-favore-della-prima-e-seconda-moglie

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POLITICA

Perché investire nelle relazioni può portare più nascite e felicità

                Una politica per la natalità deve lavorare sui fronti economici, ma anche su fiducia nel futuro, gusto della generatività, capacità di costruire rapporti umani positivi. I dati del crollo demografico del nostro Paese sono impressionanti e drammaticamente aggravati dalla pandemia. Dal 2008 la popolazione presenta un saldo negativo tra nascite e morti, dal 2013 i nuovi nati sono costantemente in calo. Negli ultimi anni pre-pandemia il saldo negativo ha oscillato tra le 150mila e le 200mila unità per balzare a meno 335mila unità (più di 5 italiani su 1.000 spariti in un anno) ai tempi della pandemia nel 2020, non solo per le morti in eccesso causate dal Covid-19 ma anche per l’effetto depressivo che la pandemia ha avuto sulle decisioni di natalità delle giovani coppie. Gli effetti deleteri del crollo demografico su tenuta del sistema pensionistico, mercato del lavoro e dinamica di settori che dipendono dalla presenza di bambini e di ragazzi (ad esempio quello scolastico) sono ben noti.

                Meno visibili e meno noti sono quelli dell’impatto positivo che famiglie con almeno due figli si dimostra empiricamente abbiano su virtù sociali come fiducia, reciprocità, capacità di dono, fattori essenziali per una buona vita sociale ed economica. Se la famiglia è casa e scuola di relazioni (non solo nella mente dei filosofi ma anche nell’evidenza empirica) come faremo ad assicurare la base minima di virtù civiche necessarie per il buon funzionamento della società in un mondo di figli unici o di nuclei familiari disintegrati? Come è noto siamo dentro trend di lungo periodo che hanno trasformato le famiglie. Quella di chi scrive ne è un tipico esempio con una madre che aveva 9 tra fratelli e sorelle, ognuno dei quali ha avuto una media di 3 figli, i quali a loro volta hanno una media di circa 1,3 figli per nucleo familiare in linea con i dati italiani. Nel considerare questi dati non dobbiamo sfuggire al confronto tra le esigenze della demografia e quelle della sostenibilità ambientale.

                Guardando alle tendenze attuali, però, non dobbiamo credere che siano necessariamente in conflitto perché la cultura dominante sta rapidamente uniformando verso il basso i tassi di natalità in tutto il mondo e la popolazione mondiale inizierà presto a decrescere. L’equilibrio tra procreazione responsabile e sostenibilità ambientale a livello globale (considerando anche il progresso delle tecnologie per la sostenibilità ambientale) si può situare tranquillamente molto al di sopra dell’attuale tasso di natalità in Italia che ci porterebbe in equilibrio nel tempo a dimezzare la nostra popolazione attuale. Le ragioni del calo demografico sono ben note. Nelle società dei nostri nonni per ragioni culturali, religiose ma anche pratiche i figli erano una ricchezza e molto spesso e molto presto nelle società agricole un aiuto nel lavoro nei campi. Nella società moderna, con l’aumento del reddito pro capite e i cambiamenti religiosi e culturali, il costo opportunità di avere figli (costo economico per assicurare loro tutto quello che oggi i nostri ragazzi hanno a disposizione e 'costo', da parte soprattutto della madre, in termini di sacrificio di opportunità di carriera) è aumentato significativamente facendo crollare i tassi di natalità.

                Sintetizzando, possiamo considerare che le decisioni di natalità dipendono da sei fattori, tre economici e tre culturali. Quelli economici sono ovviamente

¨       il reddito familiare presente e futuro atteso, necessario per mantenere la famiglia che cresce in numerosità,

¨       i servizi alla famiglia (asili nido, assistenti domestici, ecc.)

¨       il modo in cui è strutturato il lavoro e la sua maggiore o minore capacità di consentire l’armonizzazione della vita lavorativa e di relazioni.

 Dietro questi fattori economici, assolutamente importanti, ci sono però almeno altri tre fattori che sottendono questioni più profonde:

¨       la fiducia nel futuro;

¨       il gusto della generatività, ovvero il contributo che percepiamo la stessa porti alla soddisfazione e alla ricchezza di senso della nostra vita;

¨       la fiducia e l’arte di costruire relazioni in quanto dietro la nascita (voluta e non occasionale) di un figlio c’è un progetto di costruzione di relazioni che si presume stabile e continuo nel tempo.

I dati di tutti i paesi Ocse, e ancor più quelli del nostro Paese, che hanno tassi di natalità inferiori a quello necessario per mantenere la popolazione costante (2,2 figli per donna) si spiegano col fatto che tutti e sei questi fattori remano contro la decisione di avere figli. Gli shock sempre più frequenti (finanziari pandemici, ambientali) non aiutano certo ad avere fiducia nel futuro e producono effetti negativi sul reddito di molte giovani coppie. La scarsa qualità dei servizi alla famiglia nel nostro Paese e le difficoltà per i giovani di entrare nel mondo del lavoro e le condizioni di lavoro (che non raramente vedono i due partner lavorare in città diverse) non aiutano certo l’armonizzazione tra vita di lavoro e vita di relazioni.       La perdita di senso religioso e il progressivo imbarbarimento nell’arte di costruire relazioni danno poi il colpo decisivo. La cultura relazionale 'inecologica' usa-egetta di oggi considera le relazioni beni di consumo e non beni d’investimento, producendo sotto investimento nelle stesse e profonda infelicità. Una relazione affettiva e una famiglia sono un orto e non una rosa. Chi passa di fiore in fiore e non investe ogni giorno nella propria relazione si trova progressivamente solo e senza niente in mano.

                Anche da un punto di vista puramente utilitaristico sbaglia chi crede che i figli non 'servano' più. Certo oggi non sono (e per fortuna) braccia nei campi, ma restano sostegno fondamentale di quella lunga fase della vita non in buona salute di larghissima parte della popolazione che richiede come ingrediente cruciale la cura di un familiare; non solo ovviamente in termini di sostegno affettivo, ma anche nella delicata gestione delle crisi di salute e del rapporto con badanti e persone che assistono genitori anziani. Se questi sono gli elementi del problema, una politica per la natalità deve lavorare su tutti e sei i fronti. Su quelli economici l’Assegno unico è un primo timido passo verso un sistema economico e fiscale che riconosca il valore delle relazioni e della famiglia per sé, per la società e per l’economia. Il potenziamento dei servizi alla famiglia (esempio positivo l’investimento in asili nido come uno degli obiettivi del Pnrr) è anch’esso fondamentale. Un aiuto può e potrà arrivare dalla rivoluzione dello smart work [lavoro agile], che sta offrendo a molte giovani coppie quel più di flessibilità che riduce la povertà di tempo di famiglie di giovani lavoratori con figli piccoli o appena nati.                                                              www.lavoro.gov.it/strumenti-e-servizi/smart-working/Pagine/default.aspx

                L’ultimo punto è quello più profondo, la riscoperta del valore delle relazioni e la capacità d’investire in esse, passa dal ritrovare il senso profondo della nostra vita. L a cultura cristiana, ma non solo quella (si pensi ai contributi di filosofi come Levinas, Buber e molti altri), e i dati empirici sulle determinanti della felicità, ci dicono che siamo relazioni e che la qualità della nostra vita di relazioni è ingrediente essenziale per il fiorire della nostra vita. Come in tante altre cose belle della vita la felicità esiste ma è faticosa e dobbiamo riscoprire e aiutare chi ci circonda a riscoprire il valore dell’investimento in relazioni (anche in giovane età quando le pressioni del mondo del lavoro sembrano trasformarlo in un ostacolo) in qualcosa che è e sarà componente essenziale della vera ricchezza della nostra vita.

Prof. Leonardo Becchetti, economista*                “Avvenire”          2 febbraio 2022

*professore ordinario di Economia politica presso l'Università di Roma Tor Vergata

www.avvenire.it/opinioni/pagine/perch-investire-nelle-relazioni-pu-portare-pi-nascite-e-felicit

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PROCREAZIONE SURROGATA

Maternità surrogata: una nuova rimessione alle Sezioni Unite

                Si dovrà colmare il vuoto normativo aperto dalla pronuncia della Consulta che aveva richiesto maggiori tutele per i minori nati all’estero tramite G.P.A. È noto che la c.d. maternità surrogata (o G.P.A., cioè Gestazione Per Altri) è la tecnica cui frequentemente ricorrono, per realizzare il proprio progetto genitoriale, le coppie omosessuali formate da due uomini. Questa tecnica, in particolare, permette di procedere alla fecondazione di un ovocita di una donatrice con i gameti di un componente della coppia e, successivamente, di impiantare l’embrione nell’utero di una diversa donna, la quale porta a termine la gravidanza e partorisce il bambino. Tale pratica in Italia è vietata e punita penalmente all’art. 12, L. 40/2004, che punisce chiunque, in qualsiasi forma, realizzi, organizzi o pubblicizzi la maternità surrogata.

https://web.camera.it/parlam/leggi/04040l.htm

                Tanto premesso, si segnala che la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha di recente trasmesso – con ordinanza interlocutoria n. 1842 del 21 gennaio 2022 – gli atti al Primo Presidente, per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, della questione relativa al riconoscimento dell’atto di nascita estero di un minore nato mediante ricorso alla gestazione per altri, da parte del genitore non biologico, in coppia omogenitoriale maschile.                                           www.diritto.it/get-file-documento/?id=116335&mode=s

                La vicenda concretamente giunta al vaglio della Cassazione, in particolare, riguardava un ricorso proposto da due cittadini italiani coniugati in Canada (con matrimonio trascritto in Italia nel registro delle unioni civili) a seguito del rifiuto dell’ufficiale di stato civile di trascrivere l’atto di nascita di un minore generato per c.d. maternità surrogata e nato in Canada, nel quale si attesta che il medesimo è figlio dei ricorrenti. Costoro, dunque, avevano chiesto al giudice il riconoscimento in Italia – ex art. 67 L. 218/1995 – della sentenza canadese che aveva consentito a entrambi i ricorrenti di comparire come genitori nell’atto di nascita.

                Tale rimessione, in particolare, è stata ritenuta necessaria per l’esigenza di una rimeditazione dell’approdo a cui le Sezioni Unite erano pervenute nel 2019. Giova dunque ricordare che con la sentenza n. 12193 del 2019, infatti, le Sezioni Unite avevano affermato il principio secondo cui non può essere riconosciuto nel nostro ordinamento un provvedimento straniero che attribuisca lo status di figlio a un bambino nato in seguito a gestazione per altri, in un paese in cui tale pratica sia riconosciuta come legale, nei confronti del c.d. “genitore d’intenzione” (cioè colui che non ha dato alcun apporto biologico alla procreazione). Secondo le Sezioni Unite, infatti, l’ostacolo insormontabile è rappresentato proprio dal divieto di surrogazione di maternità previsto dall’art. 12 L. n. 40/2004, qualificabile come principio di ordine pubblico in quanto posto a tutela del valore fondamentale della dignità della gestante. Per tali ragioni, per le Sezioni Unite, in questi casi, il genitore d’intenzione può ricorrere all’istituto dell’adozione in casi particolari di cui all’art. 44 L. 184/1983.                                                  www.brocardi.it/legge-sull-adozione/titolo-iv/capo-i/art44.html

                Va rimembrato altresì che la Corte di Cassazione aveva però successivamente dubitato della compatibilità costituzionale di tale principio di diritto, che confliggerebbe con gli artt. 2, 3, 30, 31 e altresì con l’art. 117 Cost. in relazione all’art. 8 Cedu laddove tutela il rispetto della vita privata e familiare del bambino. L’istituto dell’adozione in casi particolari da parte del “genitore d’intenzione”, infatti, non determina un vero rapporto di filiazione.

                Ebbene, con sentenza n. 33 del 9 marzo 2021, la Corte Costituzionale

www.giurcost.org/decisioni/2021/0033s-21.html?titolo=Sentenza%20n.%2033

aveva dichiarato inammissibile tale questione, rilevando tuttavia

¨       che in tutte le decisioni relative ai minori deve essere riconosciuto il best interest of the child;

¨       che è indubbio che l’interesse di un bambino accudito sin dalla nascita da una coppia è quello di ottenere il riconoscimento, anche giuridico, dei legami che, nella realtà fattuale, già lo uniscono ad entrambi i componenti della coppia: tali legami, infatti, sono parte integrante dell’identità del bambino, che vive e cresce nell’ambito di una comunità di affetti (l’unione civile) dotata di riconoscimento giuridico e riconducibile al novero delle formazioni sociali tutelate dall’art. 2 Cost.;

¨       che l’orientamento sessuale della coppia non incide di per sé sull’idoneità all’assunzione della responsabilità genitoriale;

¨       che la consolidata giurisprudenza Cedu afferma la necessità che i bambini nati mediante maternità surrogata, anche negli stati che vietano tale pratica, ottengano un riconoscimento giuridico del legame di filiazione con entrambi i componenti della coppia che ne ha voluto la nascita e che se ne sia poi presa cura.

                All’esito di tali considerazioni, la Consulta aveva dunque concluso che gli stati parte possono comunque non consentire la trascrizione di atti di stato civile o provvedimenti giudiziari stranieri che riconoscano lo status di padre o madre al “genitore d’intenzione”, allo scopo di non incentivare nemmeno indirettamente una pratica procreativa illegittima e che, tuttavia, deve essere assicurata tutela all’interesse del minore al riconoscimento giuridico del suo rapporto con entrambi i componenti della coppia attraverso un procedimento di adozione effettiva , che riconosca la pienezza del legame di filiazione tra adottante e adottato. La Corte, non ritenendo pertanto sufficiente l’istituto dell’adozione in casi particolari, aveva rivolto un monito al legislatore affinché questo individuasse una soluzione adeguata per porre rimedio all’attuale situazione di insufficiente tutela degli interessi del minore.

                A quasi un anno da tale sentenza, la nuova rimessione alle Sezioni Unite della questione, di massima e particolare importanza, è risultata opportuna in quanto “a seguito della sentenza della Corte Costituzionale, il collegio ritiene che si sia aperto un vuoto normativo, per essere venuto meno in un suo presupposto essenziale quel bilanciamento che costituiva il punto di equilibrio espresso dal diritto vivente costituito dalla sentenza n. 12193/2019 delle Sezioni Unite”. Secondo la Sezione rimettente, infatti, è necessario che l’organo di nomofilachia [garanzia dell’uniforme interpretazione della legge e dell’unità del diritto oggettivo nazionale] individui un nuovo indirizzo interpretativo che sostituisca il precedente e risponda all’esigenza immediata di tutela del minore, pur in assenza dell’intervento del legislatore sollecitato dalla Corte Costituzionale.

Brocardi              3 febbraio 2022

www.brocardi.it/notizie-giuridiche/maternita-surrogata-nuova-rimessione-alle-sezioni-unite/2747.html?utm_source=Brocardo+Giorno&utm_medium=email&utm_content=news_big_famiglia&utm_campaign=2022-02-04

 

La Cassazione a Sezioni Unite sull'adozione da parte di una coppia omosessuale

Come funziona in Italia l'adozione da parte di una coppia omosessuale? In Italia la stepchild adoption [adozione del figliastro] viene disciplinata con l'art.44-L. 4 maggio 1983, n.184, che permette l'adozione del figlio del coniuge.             www.brocardi.it/legge-sull-adozione/titolo-iv/capo-i/art44.html

                Questo tipo di adozione, denominata "adozione in casi particolari" vuole tutelare, sia il rapporto già creatosi tra il minore ed il nucleo familiare con cui ha sviluppato legami affettivi, sia i minori che si trovino in particolari situazioni di disagio.

I casi in cui si può far ricorso a questo tipo di istituto sono tassativi:

¨       persone unite al minore da parentela fino al sesto grado, o da un rapporto stabile quando il minore sia orfano di padre e di madre;

¨       il coniuge nel caso in cui il minore sia figlio anche adottivo dell'altro coniuge;

¨       i minori che nelle condizioni indicate dall'art. 3 della legge n. 104/1992, e siano orfani di entrambe i genitori ovvero una constatata impossibilità di affidamento preadottivo.

Perché si parla di adozione in casi particolari? Quale è la differenza con l'adozione "piena"? La differenza è che l'adozione piena fa venir meno ogni rapporto del minore con la famiglia d'origine; viceversa, l'adozione in casi particolari no.

Ma in Italia è consentita per legge l'adozione da parte di una coppia gay? No, in Italia l'adozione del figlio da parte di coppie omosessuali non è riconosciuta a livello legislativo, tuttavia come vedremo, in casi "particolari" la giurisprudenza ha esteso questa possibilità anche alle coppie omosessuali.

La giurisprudenza come si è espressa di fronte a queste limitazioni? La risposta è nell' art. 44 comma 1 lett. d) della legge sulle adozioni, che sancisce che può essere adottato anche un bambino che non sarebbe adottabile in modo tradizionale in quanto non in stato di abbandono. Ebbene, questo è proprio il caso del minore che ha un genitore e può essere adottato dal partner del genitore biologico. Il partner del genitore biologico potrebbe essere sia convivente con l'altro sia parte di un'unione civile (quindi di due persone dello stesso sesso), sia parte di una coppia omosessuale che si è unita in matrimonio all'estero. Questo è quanto è stato stabilito in numerose sentenze che si sono avvalse di una interpretazione estensiva dell'art. 44 lett. d).

A quali condizioni ciò è possibile?

1) ricevendo il consenso del genitore del minore: ossia o del genitore che lo ha partorito o del genitore che lo ha avuto tramite una maternità surrogata o del genitore che lo ha avuto tramite una fecondazione assistita all'estero.

2) che ci sia di un rapporto continuativo e stabile tra genitore "sociale" e minore.

Cosa ha stabilito da ultimo la Cassazione a Sezioni Unite? Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 9006/31 marzo 2021 hanno stabilito che l'adozione fatta all'estero da una coppia omosessuale può essere trascritta nei registri dello Stato Civile italiano.

https://images.go.wolterskluwer.com/Web/WoltersKluwer/%7Bc4af46d1-38db-46df-94a1-860ee7dd0336%7D_cassazione-civile-sezioni-unite-sentenza-9006-2021.pdf

                Con un provvedimento a New York, il giudice americano attribuiva ad una coppia di uomini americani lo status di genitori adottivi di un minore americano. Uno dei due genitori otteneva successivamente la cittadinanza italiana, e la coppia desiderava trascrivere l'adozione anche nei registri dello Stato Civile italiano. Il Sindaco del Comune di Samarate (Lombardia), si opponeva alla trascrizione e il genitore adottante naturalizzato italiano ricorreva alla Corte d'Appello di Milano, che invece riconosceva lo status di adottato del minore, e ordinava la trascrizione dell'atto di nascita e del provvedimento di adozione. Il sindaco pertanto ricorreva in Cassazione impugnando la decisione della Corte D'Appello, poiché violativa delle norme italiane sull'adozione. Tuttavia, la Corte di Cassazione stabiliva che il figlio, adottato legittimamente all'estero da un cittadino italiano, deve essere considerato figlio adottivo della coppia anche in Italia. Pertanto, la sentenza del giudice straniero che certifica che il bambino è stato adottato deve essere trascritta in Italia, cosicché anche nei registri dello Stato Civile italiano il bambino risulta figlio adottivo della coppia ex lege.

                Decisione rivoluzionaria delle Sezioni Unite secondo cui l'orientamento sessuale non è rilevante in nessuna controversia sull'affidamento dei minori, poiché ciò che rileva è l'interesse del minore a vedere salvaguardati i suoi interessi fondamentali.

Maria Luisa Missiaggia                 Studio Cataldi   04 febbraio  2022

www.studiocataldi.it/articoli/43323-la-cassazione-a-sezioni-unite-sull-adozione-da-parte-di-una-coppia-omosessuale.asp#ixzz7KTzWqKuN

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SINODO

Un impegno ecclesiale irrinunciabile

Se manca la vera partecipazione del popolo di Dio, i discorsi sulla comunione sono pie intenzioni

                Tre sono le parole-chiave del Sinodo che dovremmo vivere dalla domenica 10 ottobre 2021, quando papa Francesco l’ha dichiarato aperto in un processo pluriennale: comunione, partecipazione, missione. Nell’articolo precedente abbiamo sostato sulla comunione, elemento essenziale per la vita della Chiesa e, dunque, per la celebrazione di un Sinodo.                               www.ilblogdienzobianchi.it/blog-detail/post/149491

Ora vogliamo riflettere sulla partecipazione, che nelle intenzioni del Papa deve riguardare tutti i fedeli, tutti i cattolici che si sentono soggetti battesimali responsabili della marthyría cristiana nel mondo.

                Questa partecipazione è la sfida più ardua del Sinodo. Ed è una novità, perché il Sinodo, che finora era “dei vescovi”, un evento preciso che si celebrerà nell’ottobre del 2023, resta per il momento da definirsi. Infatti, sarà un Sinodo solo di vescovi o, essendo stata ammessa al voto una donna come sottosegretaria del Sinodo, subirà un processo di trasformazione? A tutt’oggi ci sono ancora chiarimenti e precisazioni da fare, e procedure da stabilire, ma possiamo dire che il Sinodo si sia già trasformato da semplice evento a un processo. E che si componga di tre fasi, tutte necessarie: la fase previa (che non va definita “preparatoria”, come se non appartenesse al processo!), la fase celebrativa e la fase della ricezione.

                Purtroppo, la mia impressione è che nella Chiesa, soprattutto italiana, non ci sia ancora stata una comprensione adeguata della volontà del Papa, più volte da lui espressa e ben articolata nell’Episcopalis communio. Gli interventi molto concreti e illuminanti del cardinale Mario Grech non lasciano dubbi. Il cammino sinodale è ben tracciato, e la prima fase prevede già la partecipazione di tutti, perché «se manca una reale partecipazione di tutto il popolo di Dio, i discorsi sulla comunione rischiano di restare pie intenzioni. Partecipare tutti è un impegno ecclesiale irrinunciabile! Tutti battezzati, questa è la carta di identità: il battesimo».

                Parole forti che richiedono un cambiamento, una conversione della prassi ecclesiale, del modo di vivere e di operare. Finora non si è fatto così: le procedure di consultazione e confronto prevedevano delegati, esperti, militanti, appartenenti ad associazioni. Ma ora la richiesta è che tutti possano essere coinvolti nel processo sinodale. Più che consultare, interrogare, si tratta di ascoltare e ascoltare con attenzione, con passione, convinti che dall’ascolto viene la conoscenza, la compassione, la fraternità.

                I semplici battezzati non sono solo ascoltatori dei pastori, ma hanno ciascuno e tutti una dignità, quella battesimale che li rende soggetti ecclesiali, testimoni di Cristo, dimore dello Spirito santo, muniti di doni e capaci di responsabilità nei diversi compiti ecclesiali. Nessun cristiano, quale membro del corpo di Cristo che è la Chiesa, può essere escluso dal partecipare all’edificazione di questo corpo né esentato dal servizio dell’unità della sua comunità o escluso dalla missione: tutti partecipi della funzione profetica di Cristo, qualificati dal sensus fidei infallibile in credendo, come sottolinea Francesco. Anche i pastori sono pecore tra le pecore sotto la custodia del “Pastore dei pastori” (cf 1Pt 5,4). Non può esserci sensus fidei senza partecipazione alla vita ecclesiale. E non ci può essere vita ecclesiale senza questo sensus fidei che, come un seme o come una sorgente, è presente in tutti i battezzati.

                Proprio perché la partecipazione non va meritata, né deve essere concessa, essa va esercitata dal cristiano. È così che la pietra scartata diventa pietra angolare (cf Mt 21,42); i lontani diventano vicini (cf Ef 2,13); i poveri e gli umili sono innalzati (Lc 2,52-53); gli ultimi diventano i primi (cf Mt 19,30). Non gli addetti ai lavori, non i soliti delegati, non gli eterni funzionari devono partecipare al Sinodo, ma tutti quelli che lo desiderano in libertà e con la responsabilità di cristiani che vogliono essere adulti, maturi. Ed è significativo che Francesco chieda di ascoltare anche quelli che sono sulla soglia. E, addirittura, fuori dal perimetro della Chiesa, ma che pur «senza cittadinanza hanno un fiuto», essendo raggiunti dallo Spirito santo che nella sua libertà non conosce confini. Ascoltando tutti con apertura di cuore è possibile ascoltare lo Spirito santo dove e quando meno ce lo aspettiamo!

                La partecipazione attiva oggi è sentita come essenziale per qualsiasi azione portata avanti insieme. Soprattutto i giovani vogliono partecipare, essere coinvolti, non restare sempre solo destinatari delle iniziative ecclesiali. E anche le donne attendono di essere riconosciute nella loro dignità, che le abilita a impegnarsi nella Chiesa con gli stessi doveri e diritti degli uomini. Senza una vera possibilità di partecipazione a tutta la vita della Chiesa, le donne continueranno a lasciarla silenziosamente. La loro presenza solo ancillare e subordinata è un’ingiustizia ormai impossibile da sopportare.

                Ma partecipazione significa responsabilità e quindi fatica, non dimentichiamolo! Lo possiamo constatare prestando attenzione alle nostre riunioni o ai nostri consigli ecclesiali: non è facile prendere la parola, parlare in modo appropriato ed efficace, esercitare la pazienza verso quelli che hanno difficoltà a spiegarsi, mantenere vivo l’interesse per ciò che l’altro dice, imparare ad accettare i conflitti senza farli degenerare in opposizione, rinnovare il dialogo anche quando si è corretti o contraddetti... La partecipazione è fatta di questi esercizi e atteggiamenti nei quali il primato deve sempre essere dato alla magnanimità, alla concordia, alla pace.

                Tutti questi processi di comunicazione devono avvenire dal basso verso l’alto, cioè partendo dalla realtà quotidiana e umile delle nostre comunità parrocchiali fino alla Chiesa locale, per poi contribuire alla sintesi che sarà espressa a nome della Chiesa universale. Per ciascuno c’è una domanda essenziale: «Come vorrei la Chiesa oggi? Cosa mi aspetto dalla Chiesa di cui io sono membro responsabile?». Questo equivale a chiedersi: «Cosa si aspetta Gesù Cristo dalla sua Chiesa?».

                Il Sinodo – che non è un sondaggio d’opinioni – non è una riunione di esperti, non è un seminario di studi, ma un evento che ha per protagonista lo Spirito santo, e che trovi tutti i cattolici preparati, predisposti nella libertà, nella parresìa, nell’obbedienza al Vangelo a una rinnovata pentecoste.

                Ma non possiamo chiudere il discorso sulla partecipazione senza porre il problema della “decisione”, che comunque è necessaria come esito del processo sinodale. Papa Francesco, quando ha citato il principio del diritto: Quod omnes tangit ab omnibus tractari et approbari debet, l’ha citato per intero, non tralasciando approbari. [quello che riguarda tutti, deve essere approvato da tutti] Dunque anche l’approvazione appartiene a tutto il popolo di Dio impegnato nel cammino sinodale. Per questo si attende che anche i fedeli uomini e donne, religiosi e laici, possano votare al Sinodo.

                Quanto alla deliberazione e promulgazione, questa spetta al successore di Pietro, che presiede nella carità le Chiese e il Sinodo. La maggioranza espressasi con la votazione sarà solo un criterio autorevole per il discernimento del Papa. Tuttavia, non si svuoti l’approvazione di tutti i membri sinodali, i synodoí, che con lo Spirito santo sono in grado di discernere, giudicare e decidere (cf Atti 15). Occorre poter affermare che tutto il processo sinodale, fino all’approvazione e, quindi, alla recezione, è una vera e concreta partecipazione del popolo di Dio. Resta sempre possibile, e sarebbe grazia straordinaria se un Sinodo giungesse a decidere con il Papa, insieme: sarebbe sigillo dello Spirito santo.

www.ilblogdienzobianchi.it/blog-detail/post/152943

 

Pensare la fede Parrocchia 2050: a qualcuno interessa?

                I Sinodi possono essere l’occasione per pensare e costruire la comunità del futuro, ma ne siamo poco consapevoli perché, in fondo, non abbiamo più né coraggio né idee (e nemmeno, forse, fede). In tutto questo gran parlare (ma non ovunque) di Sinodo, e non sempre conseguente fare, come ormai è sotto gli occhi di tutti quanti vogliano semplicemente osservare, c’è una frase assai nota di Alcide De Gasperi (che la derivava dal teologo americano James Freeman Clarke 1810-1888) che mi torna: «Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione». Parafrasiamola nel nostro contesto ecclesiale: «un amministratore guarda al prossimo anno, un vescovo profetico guarda alla prossima generazione». Perché è indubbio che nei piccoli cabotaggi argomentativi che costellano le rotte verso il sinodo, non c’è un respiro temporale ampio. Un Sinodo – penso, ad esempio a quello italiano – non si ripeterà nel giro di pochi anni: ne siamo consapevoli? Allora è questo il momento per pensare con coraggio a quello che sarà la nostra Chiesa, la nostra parrocchia, la nostra comunità tra 30 anni. Quanti, come, dove saremo nel 2050? Invece lo sguardo di troppi timonieri (con poche apprezzatissime eccezioni, a partire dal Papa) ha una limitatezza sconfortante. Sarà forse perché molti pastori non hanno contezza della vita concreta dell’umanità di oggi (facciamoci male: diamo un occhio ai video realizzati per l’Anno della famiglia Amoris lætitia, video che così bene dipingono il Mulino Bianco cattolico); sarà per motivi anagrafici (un vescovo di 70 anni ha desiderio, sprone, interesse ad aprire un cantiere se dopo 5 anni sarà a riposo? Ma qui si aprirebbe un altro tema: per forza bisogna ordinare vescovi in un’età in cui nel mondo solitamente si va in pensione?). Sarà che il terrore regna sovrano, perché chissà quale pericolo corrono le anime se si vanno a toccare questioni di sostanza e non i belletti e le ciprie; sarà che forse la classe dirigente ecclesiale è come quella civile, ossia non così preparata; sarà forse un fatto di scarsa fede nello Spirito, che ci piace citare ma meno ascoltare nella realtà vissuta, quasi convinti che la storia non sia più abitata dal suo soffio… fatto sta che non si riesce a immaginare una comunità tra trent’anni, una parrocchia nel 2050, una chiesa che varchi la metà del secolo.

                Solo in Italia, se le cose non cambiano, avremo un forte decremento demografico: un paese sempre più vecchio. Se già oggi non riusciamo a parlare ai giovani (nonostante un Sinodo su cui forse tacere è carità), come parleremo a loro fra due o tre decenni, quando anche la ‘generazione di mezzo’ sarà esigua? Perché non riusciamo a dare spazio nella nostra Chiesa ai giovani come sono, e non come vogliamo che siano? Complementare a questo: che cura, che accompagnamento pastorale saranno riservati agli anziani sempre più numerosi, in una società che si frantuma in individualismi e solitudini crescenti? E cosa potremo dire a livello antropologico, in anni di post-umanesimo rampante e di avanzamento della medicina, che porrà questioni urgentissime?

                Inoltre, come ha ricordato Maria Elisabetta Gandolfi su Re-blog, sono solo 600 i sacerdoti minori di 30 anni: quanti saranno nel 2050? E quanti, semplicemente, saranno i sacerdoti? Il coordinamento laicale, le divisioni dei ruoli e dei compiti nelle comunità sarà una necessità: perché non pensare, provare, correggere anche, prima che la realtà arrivi (e ci colga alla sprovvista)?

                Ancora: già prima del covid, i matrimoni civili erano numericamente più consistenti di quelli religiosi (secondo l’Istat erano il 52,6%nel 2019), seguendo una tendenza sempre più marcata di eclisse del matrimonio religioso. Sempre nel 2019, nel totale dei matrimoni, il 20% erano seconde nozze per almeno un coniuge. Le convivenze aumentano (più di un milione, quadruplicate in vent’anni): che tipo di pastorale familiare vogliamo pensare e attuare, che tipo di effettiva accoglienza e ascolto la comunità cristiana può e vuole realizzare verso quanti non scelgono il matrimonio cristiano? E verso coloro che lo scelgono e lo vivono, figli del XXI secolo? O desideriamo compiacerci con gazzose zuccherate e barattoli di miele familiare, quadretti edificanti che parlano alla minoranza della minoranza della minoranza?

                Pensiamo poi ai campi della cultura, dell’economia, della politica: quali presenze, testimonianze possiamo e vogliamo vivere, in un contesto sempre più confuso, globale, disuguale, disumano? Certo, ci mancano pensieri e pensatori fondativi alla Mounier [Emmanuel, 1905-1950 filosofo, pubblicista e uomo politico],è ad esempio Esprit è del 1932, (da lui fondato) [scrisse Una persona è un essere spirituale costituito come tale da un modo di sussistenza e di indipendenza del suo essere; essa mantiene questa sussistenza mediante la sua adesione a una gerarchia di valori liberamente eletti, assimilati e vissuti con un impegno responsabile e una costante conversione; la persona unifica così tutta la sua attività nella libertà e sviluppa nella crescita, attraverso atti creativi, la singolarità della sua vocazione»] o alla Maritain [Jacques, filosofo 1882-1977; 1906 convertito dal protestantesimo] (Umanesimo integrale è del 1936), capaci (loro) di leggere i segni dei tempi e avanzare profezie di cristianesimo impegnato nel mondo del loro tempo, il Novecento. E noi? Diamo occasione al pensiero di costruire, diamo legittimità alla freschezza di idee? Viviamo nel coraggio o solletichiamo chi ci conferma, chi ci compiace o chi ci inquieta giusto il minimo per farci sentire sulla cresta dell’onda?

                Da qui a tre anni ci giochiamo molto di quello che sarà la nostra Chiesa dei prossimi decenni: sentiamo tutto il peso e tutto l’ardore di un compito affascinante e grande, o tiriamo a campare, in attesa di far passare la nottata? Abbiamo il coraggio di pensare ai cristiani del 2050, alla prossima generazione?

                Pochi giorni fa è stato nominato il gruppo di coordinamento del cammino sinodale italiano. La speranza è che queste e altre questioni tolgano un poco il sonno ai suoi 13 membri.

Sergio Di Benedetto ¤1983*      VinoNuovo                        1° febbraio 2022

*laureato in Lettere Moderne Università Milano, dottore di ricerca Università della Svizzera italiana

11commenti                        www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/parrocchia-2050-a-qualcuno-interessa

 

 

Percorso sinodale tedesco “Succede una quantità incredibile di cose”

                È l’ora fatidica per la Chiesa in Germania? Nel percorso sinodale si discute di riforme fondamentali. Il vescovo Georg Bätzing [¤1961, vocazione adulta] presidente della conferenza episcopale tedesca e presidente del percorso sinodale, spera in cambiamenti di vasta portata – con uno sguardo verso Colonia. Le sue impressioni sull’assemblea.

            Nel periodo precedente a questa assemblea sinodale molti hanno detto che qualcosa avrebbe dovuto succedere a Francoforte. È successo qualcosa?

                Succede una quantità incredibile di cose. Abbiamo già adottato testi molto importanti in seconda lettura, E abbiamo appena adottato il testo fondamentale “Donne nei ministeri e negli uffici della Chiesa”. Abbiamo approvato questo testo fondamentale in seconda lettura a larga maggioranza, arricchito con un’ampia varietà di discussioni. Quindi, il cammino procede molto bene. Il testo base sul potere e sulla separazione dei poteri è già stato adottato in seconda lettura. Il testo di orientamento del presidio del sinodo che descrive quali sono i fondamenti teologici del nostro lavoro è anch’esso stato accolto. Sono molto sorpreso, positivamente sorpreso, del grande consenso con cui continuiamo, in questo cammino sinodale, a cercare conversione e rinnovamento nella Chiesa.

                Anche nel motto del suo stemma c’è la parola riunire. È difficile continuare a far convergere aspettative diverse?

             È un lavoro impegnativo, ma non è il lavoro di un singolo, ma il lavoro di più di 200 partecipanti al sinodo, specialmente di quelli che svolgono un lavoro incredibilmente difficile nei forum sinodali, in modo da far emergere dei buoni compromessi che possano essere sostenuti da molti. E le commissioni sui singoli argomenti, nella fase tra le proposte dei forum sinodali e l’assemblea sinodale hanno lavorato moltissimo e preparato tutto ciò che è stato inserito da molte persone, in modo che qui potessimo avere buoni risultati su cui votare. Un cammino sinodale non è il cammino di un singolo, ma la collaborazione di molti, di molte donne e di molti uomini. E c’è anche un duro lavoro sui testi. Sono molti i testi che devono essere adottati. E spesso sono molto, molto dettagliati e difficili.

                E qual è la cosa più importante accanto ai testi? Quale impulso viene da Francoforte?

                I testi non sono la cosa decisiva, ma in questi testi noi descriviamo il diverso, mutato, agire della Chiesa. Vogliamo che nella Chiesa il potere venga condiviso, che sia controllato, che non rimanga più nelle mani di uno solo, ma che sia condiviso da molti. Vogliamo che le donne possano essere accettate nei ministeri e negli uffici della Chiesa. Che nella Chiesa siano applicati l’uguaglianza dei diritti, l’uguaglianza della dignità di donne e uomini. Vogliamo che nella Chiesa trovi accettazione la differenza di genere che esiste, e anche la molteplicità di genere che esiste. Vogliamo che il ministero presbiterale sia rafforzato, che i sacramenti non si perdano perché mancano i preti. Per questo c’è la richiesta, o la proposta, di realizzare, accanto al celibato, che è tenuto in grande considerazione nella Chiesa e anche qui nell’assemblea sinodale, l’apertura del presbiterato agli uomini sposati. Queste sono cose fondamentali per portare cambiamenti nel modo di agire della Chiesa.

                Molti nel paese dicono che la situazione attuale è difficile da sopportare come cristiani. Si parla di tutto, ma nessuno si assume la responsabilità. Lei dice che la responsabilità deve essere assunta. Come lo immagina concretamente?

                Credo che la differenza stia in questo: faremo luce sui crimini di abuso, di violenza sessuale su bambini e giovani che hanno avuto luogo in diversi decenni in passato. Accusiamo i colpevoli e indichiamo coloro che hanno coperto o nascosto questi crimini. Bisogna indicare gli uni e gli altri. Ma per me la responsabilità consiste soprattutto nell’agire ora e nel dare forma ai passi che porteranno al cambiamento, in modo che le cause sistemiche che hanno permesso gli abusi e la loro copertura possano essere rimosse dalla Chiesa.

                La sua segretaria generale ha detto di aspettarsi altre scosse nella Chiesa. Una potrebbe essere relativa al futuro dell’arcivescovato di Colonia. Come vede la situazione, da presidente della Conferenza episcopale?

                Non credo che la situazione si risolva semplicemente con il ritorno del cardinal Woelki dopo il periodo di pausa. L’amministratore ha fatto un buon lavoro, credo. È stato introdotto un nuovo stile di comunicazione. Per questo sono ora giustamente molto alte le aspettative di molti fedeli relativamente al cambiamento della comunicazione tra la base e la direzione della diocesi. E io spero che il cardinale, quando tornerà, ascolti e attui questa indicazione.

intervista a Georg Bätzing di Ingo Brüggenjürgen www.domradio.de” 4 febbraio 2022

(traduzione: www.finesettimana.org)

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202202/220206batzingbruggenjurgen.pdf

 

 

Sinodo tedesco invita il Papa a rivedere il celibato dei preti

                Il documento ha avuto un primo via libera e in autunno ci sarà la seconda votazione. Poi la richiesta ufficiale al Santo Padre. Il percorso sinodale tedesco ha approvato un documento con il quale pur esprimendo apprezzamento per il valore del celibato sacerdotale si propone però di chiedere al Papa un suo allentamento, ovvero un ripensamento del celibato obbligatorio. Il documento sottolinea il valore del celibato come stile di vita per i sacerdoti ma chiede l'ammissione dei sacerdoti sposati nella Chiesa cattolica romana da parte del papa o, visto il peso del tema, di un Concili                .

                Il "synodale Weg" [cammino sinodale]                                                                    www.synodalerweg.de/italiano

 ha approvato in prima lettura con un'ampia maggioranza dell'86% un documento, intitolato "Il celibato dei sacerdoti - Rafforzamento e apertura", che invita i responsabili della Chiesa tedesca a presentare una proposta in tal senso al Papa. La chiesa tedesca chiede l'ammissione dei sacerdoti sposati nella Chiesa cattolica romana da parte del papa o di un consiglio. Ci sono anche richieste al Papa di consentire ai sacerdoti cattolici di sposarsi e rimanere in carica. Più specificamente, il documento sottolinea il valore del celibato come stile di vita per i sacerdoti ma chiede l'ammissione dei sacerdoti sposati nella Chiesa cattolica romana da parte del papa o, visto il peso del tema, di un Concilio.

                Tra le proposte, quella di consentire ai sacerdoti già ordinati di sposarsi, rimanendo in carica. Nel corso del dibattito, riporta il sito della Chiesa cattolica tedesca katholisch.de, è stato più volte sottolineato che nelle Chiese ortodosse ci siano sia sacerdoti celibi che sacerdoti sposati, e che già oggi gli ex pastori protestanti o anglicani sposati possono essere ammessi come sacerdoti nella Chiesa cattolica. Il testo approvato dall'assemblea in corso in questi giorni a Francoforte - la terza - ma sarà sottoposto a una seconda votazione all'assemblea già prevista per l'autunno prossimo.

                Nei giorni scorsi l'ipotesi di una revisione della disciplina ecclesiastica del celibato obbligatorio è stata prospettata da due cardinali.

 

                Reinhard Marx ¤ 1953

di Monaco di Baviera, ex presidente della conferenza episcopale tedesca, ha sottolineato che "alcuni preti starebbero meglio se fossero sposati. Non solo per motivi sessuali, ma perché sarebbe meglio per le loro vite e non sarebbero soli. Abbiamo bisogno di queste discussioni". E, dunque, "sarebbe meglio per tutti creare la possibilità per sacerdoti celibi e sacerdoti sposati".

     Il cardinale Hollerich ¤1958, del Lussemburgo, ha dichiarato al quotidiano francese La Croix: "Domandiamoci con franchezza se un sacerdote debba essere necessariamente celibe. Ho un'opinione molto alta del celibato, ma è essenziale? Ho sposato diaconi nella mia diocesi che esercitano il loro diaconato in modo meraviglioso, fanno omelie con cui toccano le persone molto più fortemente di noi che siamo celibi. Perché non avere anche sacerdoti sposati? E anche se un prete non può più vivere questa solitudine, dobbiamo poterlo capire, non condannare"

Redazione “www.tgcom24.mediaset.it” 4 febbraio 2022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202202/220205redazionetgcom24.pdf

 

                                               La Chiesa tedesca chiede «novità» sul celibato dei preti

                Come ampiamente prevedibile il Cammino sinodale della Chiesa tedesca ha approvato a larga maggioranza un documento con il quale pur esprimendo apprezzamento per il valore del celibato sacerdotale si propone di chiedere al Papa un ripensamento del celibato obbligatorio. Ugualmente approvato anche un documento in cui si chiede che venga permesso ai vescovi di ordinare donne diacono come passo intermedio verso l’ordinazione sacerdotale. Il Synodaler Weg sottolinea il valore del celibato come stile di vita per i sacerdoti ma chiede l’ammissione dei sacerdoti sposati nella Chiesa cattolica romana da parte del Papa o, visto il peso del tema, di un Concilio. A gennaio l’ipotesi di una revisione della disciplina ecclesiastica del celibato obbligatorio è stata prospettata anche da due cardinali europei: Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga ed ex presidente della conferenza episcopale tedesca, e il gesuita Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo, presidente della Comece e relatore generale al prossimo Sinodo sulla sinodalità.

                Nella conferenza stampa di giovedì il vescovo di Limburg Georg Bätzing, presidente della Conferenza episcopale tedesca, ha raccontato che dopo un lungo scambio avvenuto in Lussemburgo con Hollerich e con il cardinale Mario Grech, segretario generale del Sinodo dei vescovi, sul tema del cammino sinodale tedesco con quello della Chiesa universale, ha avuto l’opportunità di essere ricevuto in udienza da papa Francesco, che sull’opzionalità del celibato si era dichiarato contrario durante la conferenza stampa nel volo di ritorno dalla Gmg di Panama nel gennaio 2019. Secondo il presule tedesco, come ha riferito il Sir, il Pontefice ha accolto la proposta di creare un gruppo di lavoro misto, tra la presidenza del cammino sinodale tedesco e la segreteria del Sinodo dei vescovi «per confrontarci e informarci sui cammini».

                La nuova tappa Cammino sinodale tedesco – che si è tenuto da giovedì a ieri a Francoforte – ha anche approvato documenti in cui si chiede che nella Chiesa cattolica sia possibile benedire le coppie omosessuali. Nonché un aggiornamento della dottrina cattolica sulla omosessualità. Un auspicio dello stesso tenore è stato formulato nei giorni passati anche dal cardinale Hollerich.

Gianni Cardinale “Avvenire”     6 febbraio 2022

www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&ved=2ahUKEwjG6v39t6_2AhVHC-wKHUNJC4sQFnoECAUQAQ&url=https%3A%2F%2Fwww.c3dem.it%2Fwp-content%2Fuploads%2F2022%2F02%2Fla-chiesa-tedesca-chiede-novita-sul-celibato-dei-preti-g.-cardinale-avv.pdf&usg=AOvVaw1AnDhNOFfq3oh-ernXPuPe

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202202/220206cardinale.pdf

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TESTIMONI DEL CONCILIO

Ricordo di David Maria Turoldo: Quel Dio alla frontiera tra essere e nulla

 

   Trent’anni fa, giovedì 6 febbraio 1992, padre David Maria Turoldo ¤ 1916,chiudeva la sua esistenza piuttosto unica per intensità, creatività e passione, in una clinica milanese allora gestita dai Padri Camilliani. Quattro giorni prima, nella domenica dedicata dalla Chiesa italiana alla Vita, nonostante i dolori lancinanti inferti dal «mostro», come egli definiva il cancro che si annidava nelle sue viscere, aveva celebrato un’ultima Messa, trasmessa da Rai Uno, suggellando l’omelia con un estremo messaggio di speranza: «La vita non finisce mai!». Anzi, il giorno antecedente alla sua morte aveva ancora intessuto e letto a noi amici un «salmo», ricreando liberamente una delle pagine di quel Salterio biblico che era stato uno dei suoi grandi amori spirituali e poetici.

                In quei versi risuonava un tema abissale e supremo che aveva segnato di sangue gli scritti di mistici come Giovanni della Croce [1624-1677] o Maestro Eckhart [1260-1328] o Angelo Silesio [1624-1677], il Nulla, il Nada, nel quale però sbocciava il fiammeggiare del divino:

«Impossibile che sia il Nulla

l’estremo traguardo:

impossibile sarà pensarti

come realmente tu sei, o mio Signore:

sconosciuto Iddio sei tu

nostra unica sorte».

                Quel germe di luce che, durante la celebrazione funebre del sabato successivo 8 febbraio, il cardinale Carlo Maria Martini [1927-2012] aveva idealmente fatto sbocciare nella chiesa milanese di San Carlo al Corso, evocando la «rocciosità» della fede del frate che era vissuto come «Servita di Maria», l’Ordine religioso a cui apparteneva.

                Ricomporre la biografia di questo protagonista della storia ecclesiale e culturale del Novecento è piuttosto arduo per la sua debordante ricchezza, varietà e dialettica. Ha cercato di farlo in modo esemplare la storica Mariangela Maraviglia in David Maria Turoldo. La vita, la testimonianza (1916-1992), un saggio edito nel 2016 dalla Morcelliana. Forse il ritratto simbolico sarebbe da cercare in un’istantanea ideale della folla che nella deliziosa chiesa di Fontanelle a Sotto il Monte Giovanni XXIII si raccoglieva ogni domenica per la liturgia, ascoltando la sua omelia, partecipando ai canti intessuti sui suoi testi, vivendo in profondità l’eucaristia. Oppure si potrebbero fissare in un’altra immagine i volti che nelle sale o nelle piazze seguivano i percorsi ora pianeggianti, ora d’altura, dei suoi discorsi.

                A questo punto è necessario introdurre anche un risvolto autobiografico. La mia amicizia con padre David era nata in seguito alla pubblicazione negli anni 1982-1984 di un mio imponente commentario ai Salmi: tre volumi di oltre tremila pagine che Turoldo aveva studiato, riletto e approfondito. Per questo mi aveva cercato ed era iniziata una consuetudine durata poi per anni. Nel pomeriggio di ogni domenica scendeva dalla sua abbazia di Sotto il Monte, il luogo di nascita di Giovanni XXIII , a casa dei miei familiari a Osnago (Lecco), ove io mi recavo, dal Seminario in cui allora insegnavo, per il mio impegno pastorale del fine settimana. Ed era in quelle ore che parlavamo a lungo, che egli mi leggeva i suoi testi, che accoglieva con un’umiltà assoluta anche le mie riserve, che ci si inoltrava lungo i sentieri di altri libri biblici che io allora stavo commentando, come Qohelet e il Cantico dei cantici, destinati a diventare materia di altre sue riflessioni o poesie. Era, così, nata la sua nuova versione poetica dei Salmi Lungo i fiumi… accompagnati dal mio commento, un testo riedito almeno una quindicina di volte fino al 2012 e riproposto in questi giorni dalla San Paolo in una nuova edizione, da me rivista e arricchita, col titolo I canti nuovi.

                Di quei pomeriggi, che mi resero padre David amico e interlocutore intimo, c’è una testimonianza curiosa che è anche la “sorpresa” estrema che egli volle farmi. Infatti alla sua opera postuma, edita da Rizzoli nel 1992, Il dramma è Dio (egli, però, aveva scelto come titolo Il dramma è di Dio) aveva apposto una lettera a me destinata ma che aveva voluto rimanesse segreta fino al momento della pubblicazione del libro. La lessi, perciò, quando ricevetti l’opera stampata ed egli era morto da un paio di mesi. Eccone il testo, datato «Festa dell’Ascensione 1991», che ho spesso avuto occasione di citare.

                «Gianfranco, mi perdonerai di chiamarti sempre così: amico delle mie — delle nostre — domeniche. È per riconoscenza di questa amicizia e di quei nostri conversari, nell’atrio della tua casa, smentendo che quella sia l’ora del “demone meridiano” (tanta invece era la serenità e la gioia di quei nostri amati colloqui); è per sdebitarmi, dico, del dono di una così ricca amicizia che ora ti dedico questo lavoro… convinto che mi perdonerai di aver osato apparire come un invasore del tuo campo biblico. Ma tu sai che non è vero. Tu più di altri sai con quanto timore e tremore mi accosto a questi abissi; e quanto mi conforta il rispetto verso di voi, insostituibili interpreti. È poi noto che scrivo soprattutto per gli amici…; per gli amici antichi, quelli della resistenza per l’“Uomo”: presenze che sempre evoco nelle mie dediche, al fine di continuare appunto a “resistere”».

                Da queste righe emerge in modo nitido il nesso intimo tra amicizia e fede, tra dialogo e ricerca sulla Parola di Dio, tra poesia e confessione. Proprio come aveva scritto in modo lapidario nella prefazione al saggio Il grande male il suo amico Carlo Bo: «Padre David ha avuto da Dio due doni: la fede e la poesia. Dandogli la fede, gli ha imposto di cantarla tutti i giorni». E si potrebbe aggiungere «in tutti i luoghi», dalle zolle della sua nativa Coderno in Friuli fino nei sotterranei della lotta antifascista, tra gli echi delle volte del Duomo di Milano ma anche nella familiarità calda di Nomadelfia, dall’Annunziata di Firenze a S. Maria delle Grazie a Udine, dal monte Berico al Senario, dall’amatissimo ritiro per nulla eremitico di Sotto il Monte alle sale, alle aule, alle piazze vocianti, dai luoghi di un esilio forzato indotto dalle autorità ecclesiastiche, come il Canada lontano e sterminato o l’Austria, la Baviera, la Svizzera, l’Inghilterra e persino gli Stati Uniti, fino ai piccoli centri, fino appunto al villaggio bergamasco o pugliese.

                La sua figura imponente e sanguigna («questo vichingo», come lo soprannominarono i Fiorentini), dalla quale fuoriusciva una voce da cattedrale o da deserto, vanamente temperata dall’invincibile sorriso degli occhi chiari, aveva proprio nella Parola biblica il suo alimento vitale. «Servo e ministro sono della Parola», si era autodefinito, consapevole che ormai tutto il suo essere si era trasformato in «una conchiglia ripiena» dell’eco di quella parola infinita come il mare. A lui era profondamente caro il verso di un altro suo amico, unito nella fede e nella poesia, Clemente Rebora [1885-1957]: «La Parola zittì chiacchiere mie». Per questo il suo affettuoso ammiratore, interamente ricambiato, il citato cardinale Martini, nella presentazione del volume Opere e giorni del Signore, aveva comparato padre Turoldo a Efrem Siro ( IV secolo) e al bizantino Romano il Melode ( VI secolo), straordinari autori di omelie bibliche cantate.

                Forse bisognerebbe in modo sistematico e rigorosamente critico rileggere l’immensa produzione poetica turoldiana proprio inseguendone la filigrana biblica. È noto, infatti, che il flusso letterario e spirituale di questo «cantore delle dense ore di Dio» copre l’intera sequenza delle Sacre Scritture, dalla Genesi, con l’irrompere della creazione dal grembo del nulla, fino all’Apocalisse e al suo sospiro finale del Maranathà, «Vieni Signore», passando soprattutto — come si diceva — attraverso l’amatissimo Salterio. La pagina turoldiana è come un intarsio di citazioni, allusioni, ammiccamenti, evocazioni bibliche: il suo è lo spartito della Parola suprema orchestrata in parole.

                Le sue due opere finali sono le più potenti, ancorate anch’esse alla Bibbia, sia pure in una forma originale e inedita. Sono Mie notti con Qohelet e i Canti ultimi, questa seconda raccolta da considerare come il suo testamento e forse il suo capolavoro. In essa ritorna il tema lacerante del Nulla mistico:

«Dio e il Nulla — se pure l’uno dall’altro si dissocia…

Tu non puoi non essere

Tu devi essere,

pure se il Nulla è il tuo oceano».

Questo groviglio di luce e di tenebra ha la sua raffigurazione emblematica nel Cristo crocifisso

«Fede vera è il venerdì santo

quando Tu non c’eri lassù»

e padre David ne è stato attratto come da un gorgo avvinghiante.

                Già lo era stato in molte liriche precedenti.

                «E Tu, Tu, o Assente, mia lontanissima sponda… Mio Dio assente lontano… Ma Lui, Lui sempre lontano, invisibile… La tua assenza ci desola… All’incontro cercato nessuno giunge… Notte fonda, notte oscura ci fascia — nera sindone — se tu non accendi il tuo lume, Signore!… Ma tu, Signore, sei bianca statua di marmo nella notte… Un Dio che pena nel cuore dell’uomo…».

                Negli ultimi scritti, però, Turoldo si mette in viaggio verso questa Gerusalemme capovolta in modo deciso, pellegrino del Nulla e del Tutto. Passa in mezzo a silenzi astrali, scivola nel «cratere» del Dio incandescente, naviga «nei fiordi della speranza» e percorre «tunnel sottomarini» in cui baluginano luci giallastre, inseguito sempre dallo sguardo di Dio «come di un falco appollaiato sul nido».

                Ed è proprio alla frontiera tra essere e nulla che Turoldo incontra Dio, come Giacobbe dopo la lotta al fiume Jabbok o come Giobbe dopo il lungo grido tenebroso. Su quella linea di demarcazione non c’è un Dio imperatore impassibile e onnipotente, bensì un Dio sofferente, perché «ogni creatura ti muore tra le braccia nel mentre che si forma e si fiorisce». Un Dio che, nel creare, ha sperimentato il Nulla, il suo antipodo, «Tua e nostra frontiera», e che in Cristo ha bevuto il calice della morte.

                Sono note le tensioni con le istituzioni ecclesiastiche che segnarono la vicenda di p. Turoldo, certamente da ricostruire nel contesto di quel periodo storico pieno dei fermenti del Concilio Vaticano II , tenendo conto della sua passione vigorosa e anche del suo ripetuto desiderio di non cercare né dissenso né consenso ma solo un senso profondo e autentico. D’altronde, il suo sguardo — simile a quello di altri suoi amici come don Mazzolari, don Milani, don Zeno, padre Balducci, padre Camillo De Piaz — si proiettava oltre, verso un futuro che solo successivamente si è delineato, sia pure in forme sempre contrastate e contrastanti. A questo proposito vorrei segnalare un curioso ricordo che non ho mai avuto occasione di rivelare. Un giorno, durante uno dei nostri dialoghi — eravamo negli anni ’80 — padre David aveva esclamato: «Mi piacerebbe che un Papa scegliesse come nome quello di Francesco d’Assisi».

                Concludendo questa memoria essenziale, si deve comunque riconoscere che la radice dell’impegno di padre Turoldo è stata sempre l’incarnazione del cristianesimo. Una presenza viva che si attestava spesso sulle frontiere più roventi o nei territori più disabitati da presenze religiose. I rischi di queste incursioni erano evidenti e sono a tutti noti. Ma padre David ha sempre tenuto alta la fiaccola della speranza cristiana, convinto che Cristo è con noi

«vagabondo

a camminare sulle strade,

a cantare con noi i salmi del deserto».

                Convinto anche che la meta ultima della storia è trascendente, là dove

«le lettere del divino Alfabeto

saranno in fiore per il Cantico Nuovo».

                E nei nostri giorni spesso superficiali è ancor più necessario far risuonare la voce di questo frate e poeta che inquieta la pigra pace delle coscienze col fuoco di quell’Alfabeto che risuona dal roveto ardente.

Card. Gianfranco Ravasi                                              L'Osservatore Romano                5 febbraio 2022

www.alzogliocchiversoilcielo.com/2022/02/ricordo-di-david-maria-turoldo-quel-dio.html

 

Il «mio» Turoldo

                Non ero una seguace di padre Turoldo prima di dedicargli la ricerca che ha impegnato alcuni anni della mia vita (David Maria Turoldo. La vita, la testimonianza (1916-1992), Brescia, Morcelliana, 2016).

                Apparteneva al pantheon dei «profeti» a cui la mia generazione guardava con gratitudine e ammirazione, interpreti di un «cristianesimo dal volto umano» che decenni dopo il Concilio Vaticano II sembrava ancora conquista faticosa e tutt’altro che scontata. Lo avevo ascoltato nel corso di uno dei convegni sulla pace organizzati negli anni Ottanta dalla rivista fiorentina Testimonianze, avevo anche sperato di poterlo intervistare subito dopo una sua conferenza nella mia città di Pistoia ma l’incontro non era stato felice. In quell’occasione era risultata maldestra la mia richiesta di un’intervista «sulla Chiesa»: mi rispose con voce tonante di non volerne parlare, aspettandosi invece domande «sull’Uomo», tema cruciale e ricorrente nel suo pensiero, come avrei compreso negli studi successivi.

                Era un rifiuto da leggere nel contesto del pontificato di Giovanni Paolo II, stagione infausta per quanti avevano condiviso le aperture del Concilio, ma al mio desiderio di giovane intervistatrice dispiacque molto quella mancata possibilità di dialogo. Pochi anni dopo, l’intensità della sua ultima poesia e la drammatica testimonianza della sua morte «in pubblico» ravvivò un interesse che mi avrebbe permesso di accogliere con convinzione, nel 2011, la proposta della Fondazione per le Scienze Religiose di Bologna, nata da una richiesta dei Servi di Maria, di ricostruire una biografia documentata di padre David.

                Una ricerca storicamente fondata inizia con la lettura di quanto è stato scritto fino a quel momento. E a Turoldo erano state dedicate tante pagine – segno del fascino sprigionato dalla sua figura – che si aggiungevano alle innumerevoli da lui prodotte nei molteplici generi letterari in cui aveva espresso il suo genio comunicativo: poesia, teatro, saggistica, giornalismo, traduzione di salmi, narrativa, innografia, non negandosi una coraggiosa incursione anche nel linguaggio cinematografico (Gli ultimi, 1962).

www.youtube.com/watch?v=F_tw-TfTRrs

                Ma era la ricerca archivistica che riservava le più appassionanti sorprese. Far parte di un ordine religioso, transitare per diversi conventi, fondare una fraternità propria significa lasciare preziose tracce in carte e documenti, a partire dalle «cronache» della vita quotidiana che ogni famiglia religiosa compila, e disporre di luoghi in cui fisicamente possono essere conservati. Nel caso di Turoldo gli archivi da visitare erano tanti, a partire dal Fondo Turoldo di Sotto il Monte, per continuare con gli archivi dei conventi dei Servi di Maria veneti, lombardi, fiorentini, romani; i documenti rinvenuti numerosissimi, con gran quantità di lettere che restituivano sentimenti, vicende, scelte, come non avverrà più per il nostro tempo, che ha sostituito la comunicazione cartacea con più veloci ed effimeri messaggi elettronici. Grazie ai documenti, arricchiti dalle tante testimonianze concordi o critiche di quanti lo avevano conosciuto, la vita di padre David si dipanava come una grande avventura nella storia e nella Chiesa, italiana e non solo italiana, del Novecento.

                In quel Novecento che aveva sofferto e rovesciato dittature, ripensato millenari equilibri ecclesiastici, riproposto con nuova radicalità i dilemmi della ragione e della fede, Turoldo c’era sempre: con la sua oratoria, i suoi scritti, la sua poesia, e prima con il suo concreto fare. Nutrito dalla fiducia immensa di poter rinnovare, Vangelo alla mano, la Chiesa, la società, la cultura.

Ci sono due parole chiave con le quali possiamo riassumere la vita di padre David, la prima è «movimento».

  1. Movimento come comandato «giro del mondo», imposto da altri per bloccarne la scomodità di leader che concentrava opposizione, senso critico ovunque si stabiliva; ma anche incessante movimento dell’interiorità, provocato dall’alterità irraggiungibile di Dio, dal mistero insondabile del male, da un’intima costrizione, come notava Alda Merini, «a prendere la materia della vita e farne un canto». Dal poverissimo Friuli della sua infanzia – Turoldo era nato nel 1916 a Coderno di Sedegliano – agli studi nei conventi veneti dei Servi di Maria; alla Milano degli anni Quaranta, dove aveva partecipato alla Resistenza, predicato il Vangelo e la Bibbia con parole mai osate prima, già la sua vicenda giovanile si stagliava con straordinario dinamismo, culminando nell’adesione a Nomadelfia, la città della fraternità di don Zeno Saltini, esempio di Vangelo incarnato nella storia, non atto di carità-beneficenza ma di giustizia e restituzione, prefigurazione di un Regno promesso e creduto. Nomadelfia offrì alle gerarchie ecclesiastiche l’occasione per «cacciare» Turoldo da Milano, infliggendogli a fine 1952 il primo dei suoi dolorosi «esili». Via da Milano, via dall’Italia, trovò rifugio e occasione di stimolanti incontri nel monastero di Schäftlarn presso Monaco di Baviera, per tornare poi (1954) nella Firenze fervida di iniziative di Giorgio La Pira ed Elia dalla Costa. Fu la prima presenza scomoda a essere allontanata dalla città toscana (1958), con approdo e ripartenza da Londra, per lunghe (e fortunate) predicazioni americane ma nutrendo l’assillo costante di un ritorno agli impegni interrotti in Italia. Vi riuscì nel 1960, accolto nel convento dei Servi di Maria di Udine ma ancora in ricerca di un proprio ubi consistam, infine trovato a Fontanella di Sotto il Monte, all’abbazia di Sant’Egidio, ispirato dalla personalità di Giovanni XXIII che in quel paese era nato. Da lì la tumultuosa e ardente partecipazione alle speranze della generazione del post-concilio e del Sessantotto; lo sguardo rivolto all’America Latina e alla sua teologia della liberazione, modello esemplare di cristianesimo incarnato nella storia; l’impegno per un recupero di povertà e laicità nella Chiesa italiana dominata da logiche clericali e di potere. E poi il declinare dei sogni egualitari sotto il fuoco delle Brigate rosse e del «riflusso nel privato», l’irrompere della malattia a bruciare, nel 1992, una vita non più giovane ma di intatto vigore intellettuale, etico, esistenziale.
  2. Accanto a «movimento», un’altra parola utile a identificare l’esperienza di padre David è «calore».

Il calore delle amicizie, a partire dal confratello Camillo De Piaz, quasi alter ego e compagno di imprese e vicissitudini, e, insieme a lui, tutte le voci di avanguardia cattolica e laica del tempo, perché ogni collaborazione nel largo cuore di Turoldo acquisiva titolo di amicizia: ed ecco i legami con Gustavo Bontadini, Carlo Bo, Giuseppe Lazzati, Primo Mazzolari, Lorenzo Milani, Ernesto Balducci, Enzo Bianchi, Raniero La Valle, Gianfranco Ravasi, fra i tantissimi che andrebbero rievocati. Il calore della parola predicata e scritta, quell’«entusiasmo amoroso» che gli riconosceva. Mario Gozzini, invitandolo ne- gli anni Cinquanta a Firenze, auspicando fosse efficace antidoto all’individualismo e alle tiepidezze dei fiorentini. Il calore delle «fiammeggianti liturgie» che ricorda Raniero La Valle, liturgie lunghissime e vive, in cui ognuno si sentiva accolto e partecipe, ospite di una chiesa in cui, come amava dire padre David, «non occorreva neppure pregare perché sono le antiche pietre a pregare per te».

                Ripenso alla sua avventura in questi giorni per tanti versi così lontani, così contraddittori rispetto ai «canti di liberazione e di imminente speranza» che l’avevano animata. Al netto di prospettive datate e non più disponibili nei tempi brevi della storia, proprio quel movimento, quel calore mi appaiono risorsa che rimane, intatta, come patrimonio da non disperdere per il nostro presente. Un movimento e un calore che restituiscono orizzonti non racchiusi in antichi e nuovi conformismi, umanità profonda e intensa di vissuti e di affetti, apertura all’altro che si fa fermento di solidarietà e sguardo volto a scrutare il mistero di Dio.

                Tratti distintivi della vita di Turoldo, tratti distintivi dello stile del Vangelo.

            Mariangela Maraviglia “Rocca” n. 3, pag. 34    1° febbraio 2022

www.rocca.cittadella.org/rocca/s2magazine/index1.jsp?attiva_pre_zoom=1&idPagina=63&id_newspaper=1&data=01022022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202201/220126maraviglia.pdf

 

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