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UCIPEM N. 899 – 27 FEBBRaio 2022

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.

Link diretti e link per pdf -download a siti internet, per documentazione.

            I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

            Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.

            In ottemperanza alla direttiva europea sulle comunicazioni on-line (direttiva 2000/31/CE), se non desiderate ricevere ulteriori news e/o se questo messaggio vi ha disturbato, inviate una e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con richiesta di disconnessione.

            Chi desidera connettersi invii a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. la richiesta indicando nominativo e-comune d’esercizio d’attività, e-mail, ed eventuale consultorio di appartenenza.    [Invio a 1.391 connessi]

 

Carta dell’U.C.I.P.E.M.

Approvata dall’Assemblea dei Soci il 20 ottobre 1979. Promulgata dal Consiglio direttivo il 14 dicembre 1979.

1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

 

02 ABUSI                                              Abusi sessuali del clero e gravidanze: il primo studio accademico

03                                                           Da parte della vittima

03ADOZIONE INTERNAZIONALE     I maltrattamenti e gli abusi. Sono anche questi dei bisogni speciali?

04 ASS IT CONS CONIUG E FAMIL. Prima Giornata di studio sull’adolescenza

04 AUTORITÀ GARANTE MINORI   Ecco la scuola che vorrebbero i ragazzi

05                                                           Diritti dell’infanzia: è stata adottata dal Consiglio d’Europa la nuova Strategia

06 CENTRO INT. STUDI FAMIGLIA  Newsletter CISF - n. 7, 23 febbraio 2022

07 CHIESA di TUTTI                            Come (e perché) farla finita con il Concordato

10                                                          Il coordinamento di associazioni per la lotta all'abuso nella Chiesa #ItalyChurchToo

11 CHIESA UNIVERSALE                    Un’indagine sugli abusi nella Chiesa non può che essere indipendente

15                                                          Véronique Margron: il rapporto sugli abusi in Francia

18                                                          La pedofilia nella chiesa

20                                                          I vescovi spagnoli annunciano un'indagine nazionale sugli abusi sessuali del clero

21 CITTÀ DEL VATICANO                  Negli scandali, la Chiesa non ha ancora fatto i conti con ciò che ha consentito

22                                                           Perdono papa Benedetto. Spero che lo possano fare anche gli altri

23 COGNOME DEI FIGLI                    Doppio cognome, tra identità della persona e lotta alla discriminazione delle donne

24 CONF CEN REG NAT FERTILITÀ   Che cosa è il matrimonio da un punto di vista psicologico?

26 CONSULTORI CATTOLICI             Disturbi del neuro sviluppo, la “terapia” del calcio

27                                                          Uno, nessuno, centomila (l’identità e le relazioni)

28 CONSULTORI UCIPEM                  Parma. Giovani domande al mondo adulto

28 CORTE COSTITUZIONALE             Bambini adottati devono avere un legame giuridico con parenti genitore adottante

28 DALLA NAVATA                             VIII Domenica del tempo ordinario o della Parola di Dio (anno C)

29                                                          Commento di p. Balducci

30 DONNE NELLA (per la )CHIESA   La donna e il ministero: alcune distinzioni di Michelina Tenace

32 FRANCESCO VESCOVO ROMA    Dottrina della fede: testo e contesto

33                                                          Assegnare alcune competenze

34 GOVERNO                                       Adottata la nuova Strategia del Consiglio d’Europa per i diritti dell’infanzia

34 MATRIMONI                                   La Crisi del matrimonio in Italia – Il Crollo di una istituzione italiana

35 POLITICA ECCLESIALE                   Suicidio assistito: il Vaticano può dire addio a certi valori non negoziabili?

36 RIFLESSIONI                                   Il diritto al perdono

37 SANTA SEDE                                   Troppe divisioni religiose, Santa sede equilibrista. E il papa si offre mediatore

37 SIN0DO                                           Ricordare: cammino sinodale in Germania nasce come risposta agli abusi sessuali

38                                                          Germania - Cammino sinodale: le proposte sono chiare. Come anche le divisioni ea

42                                                          Il gran programma del Vaticano III per una Chiesa democratica

45                                                          Riformare l'episcopato?

47                                                          Processo al Sinodo

49                                                          Parrocchia: a cosa possiamo rinunciare?

49                                                           Strutture pastorali più leggere, più vicinanza alle persone

51 TESTIMONI DEL CONCILIO         L’inferno non esiste, parola di teologo «E quelli di Gesù non erano miracoli»

 

 

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ABUSI

Abusi sessuali del clero e gravidanze: il primo studio accademico

                Obbligate a nascondersi, ad abortire, spesso in condizioni disperate, o a partorire in contesti non sicuri, dopo gravidanze prive di qualsiasi assistenza medica, dando poi subito in adozione i neonati; condannate a non fare mai il nome del padre, a mentire a tutti, a subire la stigmatizzazione sociale, a portare interamente da sole, tra difficoltà indicibili, il peso di un abuso e di esperienze disumane, il cui responsabile resta sempre impunito, protetto, garantito dall’istituzione: sono le donne, spesso ragazzine adolescenti, vittime di abusi sessuali che sfociano in una gravidanza, perpetrati da preti cattolici. Nel quadro degli abusi clericali, forse il versante più oscuro di tutti, non ancora studiato ed esaminato. Ora, a metterlo sotto la lente d’ingrandimento, colmando questo vuoto di attenzione e analisi, è la teologa tedesca Doris Reisinger, del Dipartimento di Teologia cattolica della Goethe Universität di Francoforte, lei stessa vittima di abusi , in un articolo accademico “open access” (quindi aperto a tutti) pubblicato sulla rivista Religions (13, 198; appartenente alla piattaforma open access MDPI),                                           www.mdpi.com/2077-1444/13/3/198

frutto di due anni di ricerca e che aveva preannunciato la scorsa estate.                              www.adista.it/articolo/65807

                La ricerca è partita dalla constatazione che in un numero significativo di casi, i preti abusatori causano gravidanze e obbligano le loro vittime a essere invisibili, a ricorrere all’aborto, o a partorire per poi far adottare il neonato o la neonata: è il fenomeno che la ricerca definisce come “abuso riproduttivo”. È evidente che molte delle vittime sono donne adulte, ma anche tra le minorenni che hanno vissuto l’abuso di preti pedofili una percentuale che varia dall’1 al 10% può essere stata vittima di abuso riproduttivo. Reisinger si basa su numerose fonti e su materiale d’archivio che riguarda decine di accuse di abuso riproduttivo nel contesto della Chiesa cattolica statunitense. Oltre a cercare di fare una stima della frequenza globale del fenomeno, essa distingue tre diversi tipi di abuso riproduttivo nonché un’analisi dell’interazione tra misoginia clericale e secolare, prima responsabile del silenziamento delle vittime, trattate come oggetti e stigmatizzate, e dell’impunità degli abusatori, sempre protetti dall’istituzione; aspetti che spiegano l’invisibilità del fenomeno, ancora più paradossale se si pensa all’importanza attribuita dal magistero ecclesiale alle tematiche bioetiche e alla morale sessuale.

                Proponiamo il testo integrale dell’articolo, rendendolo disponibile a tutti i lettori, - secondo lo spirito con cui è stato concepito e pubblicato -, in un numero speciale “extra” online, che potete scaricare dal sito, in una nostra traduzione dall’inglese.

Il contributo principale di questo articolo è di far luce sui casi di abuso riproduttivo nel contesto dell'abuso sessuale clericale nella Chiesa cattolica, nei quali si registrano inseminazioni e gravidanze involontarie, aborti forzati, adozioni e nascite in condizioni avverse. L'abuso riproduttivo colpisce probabilmente tra l'1 e il 10% delle vittime minorenni di abusi sessuali da parte del clero cattolico e un numero significativamente maggiore di adulti. È statisticamente rilevante e dovrebbe essere incluso in tutti gli studi e le indagini sugli abusi sessuali, non ultimo nel contesto cattolico. Basandosi sul quadro della giustizia riproduttiva e sull'approccio di Manne alla misoginia, questo articolo aiuta a esplorare ulteriormente la gestione di questi casi da parte della Chiesa cattolica. Il comune disinteresse per la sofferenza delle vittime di abusi riproduttivi e l'assoluzione di routine dei membri del clero possono apparire paradossali alla luce dell'insegnamento cattolico sulle questioni riproduttive, ma sono la logica conseguenza di un sistema dottrinale e giuridico clericale a cui non solo è estraneo il concetto di autonomia riproduttiva, ma che non tiene in conto che la prospettiva clericale maschile. Mancano quindi i presupposti logici anche solo per comprendere l'abuso riproduttivo come atto criminale a danno degli individui, per non parlare di affrontarlo in modo appropriato.     Estratto  pag. 16                             

www.adista.it/PDF/it/26-02-2022-00--1645900831.pdf

Ludovica Eugenio            Adista Documenti           26 febbraio 2022

www.adista.it/articolo/67633

Da parte della vittima

                Ci sono oltre duemila anni di annullamento della realtà umana del bambino dietro la cultura che ancora oggi sottovaluta o “giustifica” i crimini pedofili fino ad arrivare materialmente a proteggere, come nel caso della Chiesa, gli adulti violentatori.

                Ne parliamo in questa sezione del database attraverso articoli e approfondimenti con l’obiettivo anche di chiarire cosa è la sessualità, cosa bisogna fare quando si viene a conoscenza di una violenza subita da un bambino, a chi rivolgersi e a chi non rivolgersi per denunciare

Vedi 2° e 3° articolo               https://chiesaepedofilia.left.it/dalla-parte-della-vittima

inoltre

                Commissione d’inchiesta nella chiesa italiana – Tg-Radio Svizzera Italiana         21 febbraio 2022

https://retelabuso.org/2022/02/21/commissione-dinchiesta-nella-chiesa-italiana-tg-rsi

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ADOZIONE INTERNAZIONALE

I maltrattamenti e gli abusi come vengono considerati? Sono anche questi dei bisogni speciali?

                I bambini che sono vittima di abuso o maltrattamento sono considerati “special needs”. Spesso, purtroppo, le forme di abuso e maltrattamento di cui i bambini e gli adolescenti sono vittime sono diverse e combinate fra loro.

                 Alla fine dell’estate del 2009 il Permanent Bureau della conferenza de L’Aja ha pubblicato la “Guida alle buone prassi” sull’applicazione della Convenzione dell’Aja e ha dedicato un intero capitolo ai bambini cosiddetti “special needs”.

www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&ved=2ahUKEwi6v67m3tz2AhWJ6qQKHRZJC0MQFnoECAcQAQ&url=https%3A%2F%2Fassets.hcch.net%2Fdocs%2Feaa69b6b-5c3f-4a37-b8ff-08b112a56bb8.pdf&usg=AOvVaw3FACSNjxGIEJc06E569DcO

                I minori che fanno parte delle liste speciali vengono classificati secondo quattro categorie:

1) Minori che hanno subito gravi traumi o che presentano problemi di comportamento (bambini che hanno subito gravi maltrattamenti o abusi, bambini iperattivi o con disturbi della condotta più gravi).

2) Minori con incapacità fisiche e mentali di vario genere.

3) Minori con età superiori ai sette anni.

4) Fratrie.

                I bambini che sono vittima di abuso o maltrattamento sono considerati “special needs”. Ma chi sono questi bambini? Come faccio a sapere cosa è abuso o quando un bambino è stato maltrattato? La violenza su bambini e sugli adolescenti può assumere diverse forme:

¨       Maltrattamento fisico: si intende il ricorso alla violenza fisica come aggressioni, punizioni corporali o gravi attentati all’integrità̀ fisica.

¨       Maltrattamento psicologico: si intende quel tipo di comunicazione e/o comportamento che si configura quando vi sono ripetute e continue pressioni psicologiche, ricatti affettivi, minacce, indifferenza, rifiuto, denigrazione in modo continuato e duraturo nel tempo.

¨       Trascuratezza e negligenza: si riferiscono all’inadeguatezza o all’insufficienza di cure rispetto ai bisogni fisici, psicologici, medici ed educativi propri della fase evolutiva del bambino/a o adolescente da parte di coloro che ne sono i legali responsabili.

¨       Abuso sessuale: qualsiasi attività sessuale tra un adulto e un/una bambino/a che non sia ritenuto in grado di poter compiere scelte consapevoli o di avere adeguata consapevolezza del significato dell’atto in cui viene coinvolto.

¨       Violenza assistita: si configura quando il bambino e/o adolescente fa esperienza, magari solo come osservatore, di atti di abuso o maltrattamento su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative per lui, spesso genitori o fratelli.

                               Raramente un bambino è vittima di una sola forma di abuso. Molto più frequentemente le forme di abuso e maltrattamento di cui i bambini e gli adolescenti sono vittime sono diverse e combinate fra loro.

                Cristina LegnaniDesk adozione internazionale Ai.Bi.                                 21 febbraio 2022

www.aibi.it/ita/adozione-i-maltrattamenti-e-gli-abusi-come-vengono-considerati-sono-anche-questi-dei-bisogni-speciali

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ASSOCIAZIONE ITALIANA CONSULENTI CONIUGALI E FAMILIARI.

Prima Giornata di studio sull’adolescenza

 Salerno,1° maggio, presso il Grand Hotel Salerno

Nell'ambito del tema dell'anno: ero, sono, sarò: l'adolescente e il consulente familiare in azione

 la prima Giornata di Studio del 2022 si intitola:

Sos adolescenti. Da ribelli a sofferenti.

Relatore il prof. Stefano Vicari, ordinario di Neuropsichiatria Infantile, UCSC osp. Bambino Gesù-Roma

    

                Sono previsti 5 laboratori esperienziali sul tema: Il Consulente Familiare in azione...con l'adolescente

La partecipazione in presenza è per tutta la Giornata, mentre a distanza, con collegamento telematico, per le relazioni della mattinata. La Giornata di studio potrà essere vissuta in presenza o seguita a distanza!

                               Programma        ore 9-17,15

¨       Saluto della Presidente Stefania Sinigaglia e delle Autorità presenti

¨       Relazione del prof. Stefano Vicari: L'impatto della pandemia sul benessere mentale dei ragazzi. Attenzione alle necessità degli adolescenti e come favorire la crescita del senso di sicurezza rispetto alle sfide poste dai diversi contesti di vita

¨       Spazio domande (dalla sala e dal web) e risposte.

¨       Il Consulente Familiare incontra l'adolescente: aspetti metodologici e strumenti della pratica professionale, approfondimento con Ivana De Leonardis e Cinzia Trigiani.

¨       Laboratori esperienziali

¨       Feed-back dei gruppi in plenaria

¨       Conclusioni e saluti

www.aiccef.it/it/news/la-giornata-di-studio-del-1-magggio-2022-in-presenza!.html#cookieOk

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AUTORITÀ GARANTE PER L’INFANZIA E L’ADOLESCENZA

Ecco la scuola che vorrebbero i ragazzi

                Pubblicati i risultati della consultazione. Gli studenti chiedono dialogo, voti accompagnati da giudizi e nuovi metodi didattici. Più dialogo con i docenti, attraverso momenti di scambio di opinioni. Un nuovo modo di fare lezione – superando il concetto di aula tradizionale, ricorrendo anche all’utilizzo di spazi extra-scolastici come musei, biblioteche e impianti sportivi – e prevedendo luoghi di ascolto. E ancora, riconoscere nella valutazione l’impegno dimostrato dallo studente, tenere conto delle diverse capacità e accompagnare il voto con il giudizio. Permettere agli studenti di aggiungere alle materie comuni insegnamenti a scelta e introdurre un nuovo metodo che vada oltre la didattica frontale.

                È una scuola diversa quella che vorrebbero gli oltre 10 mila studenti che hanno preso parte alla consultazione pubblica “La scuola che vorrei”, promossa dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e ospitata dal portale Skuola.net.  A partecipare sono stati 10.097 giovani tra i 14 e i 18 anni, per la maggior parte iscritti a un liceo (72%) e in prevalenza di sesso femminile (61%). Cinque i temi, contenuti in un questionario redatto dalla Consulta delle ragazze e dei ragazzi dell’Agia, sui quali i partecipanti sono stati chiamati a esprimersi: spazi, didattica, tecnologie, valutazione e territorio.

                I risultati della consultazione. I ragazzi chiedono spazi laboratorio per l’apprendimento sul campo (36%) e ambienti organizzati in funzione delle attività da svolgere (21%). Per il 42% sarebbe importante avere o valorizzare spazi extra-scolastici come ad esempio musei, biblioteche e impianti sportivi. Il 73,7% considera molto importante un maggiore dialogo tra docenti e studenti, con momenti dedicati all’ascolto e allo scambio di opinioni. Una simile percentuale (73,3%) di partecipanti alla consultazione assegna notevole importanza al benessere scolastico in generale. L’85,3% riconosce poi l’importanza di affiancare a un gruppo di insegnamenti comuni alcune materie a scelta, mentre l’82,5% sottolinea all’esigenza di semplificare i programmi e di aggiungere discipline innovative. Tra le più gettonate: lingue con docenti madrelingua (56,9%) e l’educazione in ambiente digitale (50,6%).  Per il 36% nelle valutazioni va valorizzato il riconoscimento dell’impegno, per il 29% si deve tenere conto anche delle diverse capacità dei ragazzi e per il 21% esse vanno articolate attraverso differenti strumenti, come ad esempio il giudizio più il voto. Promozioni e bocciature andrebbero riviste poiché fanno riferimento a un modello di scuola oramai superato (26,4% abbastanza d’accordo più 31,8% pienamente d’accordo). Per evitare le bocciature complessivamente il 78,3% si dice d’accordo che sarebbe necessario più dialogo tra alunni e professori e tra studenti, docenti e genitori.

www.garanteinfanzia.org/sites/default/files/2022-02/la-scuola-che-vorrei.pdf

la-scuola-che-vorrei.pdf

                Secondo il 94% dei partecipanti alla “Scuola che vorrei” la collaborazione tra istituti scolastici e territorio assume una significativa importanza e andrebbe realizzata, per il 62%, rendendo fruibili spazi sportivi e culturali alle comunità locali al di fuori dell’orario scolastico. E per il 55% attivando collegamenti tra scuole e associazioni/imprese esterne e progetti di alternanza scuola-lavoro, per valorizzare gli studenti nel loro territorio.

                Garlatti a Bianchi: prendere in adeguata considerazione le richieste dei ragazzi. “In un momento come questo, nel quale gli studenti stanno chiedendo a gran voce di essere ascoltati sul futuro dell’istruzione, la consultazione ‘La scuola che vorrei’ promossa dall’Agia come azione per realizzare il diritto alla partecipazione dei minorenni assume un valore cruciale”, afferma l’Autorità garante Carla Garlatti. “Per questo andrò dal Ministro dell’istruzione Patrizio Bianchi per invitarlo a prendere in considerazione queste risposte. Non solo perché l’ascolto di ragazze e ragazzi sulle decisioni che li riguardano è un preciso dovere previsto dalla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza sin dal 1989. Ma perché, come ho avuto modo di ricordare con il ‘Manifesto sulla partecipazione’ in occasione della Giornata mondiale dell’infanzia, è giunto il momento che a questo diritto si dia veramente attuazione prendendo in adeguata considerazione le loro richieste e i loro bisogni”.

Notizie                24 febbraio 2022

www.garanteinfanzia.org/lautorita-garante-linfanzia-e-ladolescenza-ecco-la-scuola-che-vorrebbero-i-ragazzi-0

 

Diritti dell’infanzia: è stata adottata dal Consiglio d’Europa la nuova Strategia

                Garlatti: “Importante l’azione sui minori in situazioni di emergenza. È segnale dell’attenzione verso gli effetti della pandemia”. Il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha adottato lo scorso 23 febbraio la nuova Strategia sui diritti dell’infanzia (2022-2027) I diritti dei minori in azione: dall’attuazione continua all’innovazione congiunta.

                Sei gli obiettivi strategici indicati nel documento, che guiderà il lavoro del Consiglio d’Europa in materia di infanzia e adolescenza nei prossimi anni:

  1. una vita senza violenza per tutti i minori;
  2. pari opportunità e inclusione sociale per tutti i minori;
  3. l’accesso di tutti i minori alle tecnologie e al loro utilizzo sicuro;
  4. una giustizia adatta alle necessità di tutti i minori;
  5. dare voce a ogni minore;
  6. i diritti dei minori nelle situazioni di crisi o emergenza.

                La nuova Strategia – la quarta sui diritti delle persone di minore età – è il frutto di un processo partecipato che ha coinvolto governi, organizzazioni internazionali, società civile e oltre 200 minorenni di 10 Paesi. Alla redazione della bozza della nuova Strategia ha lavorato lo Steering committee for the rights of the child – Comité Directeur pour les Droits de l’Enfant (Cdenf) del Consiglio d’Europa, alle cui attività partecipa anche l’Autorità garante come membro della delegazione italiana guidata dal Dipartimento per le politiche della famiglia.

                “L’approvazione della nuova Strategia sui diritti dell’infanzia rappresenta un ulteriore segnale di impegno e attenzione da parte del Consiglio d’Europa verso la tutela delle persone di minore età e risulta particolarmente significativa perché cade in un momento difficile a causa degli effetti che l’emergenza sanitaria ha prodotto nelle vite di bambini e ragazzi”, commenta l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Carla Garlatti. “Non a caso una delle azioni strategiche è proprio centrata sulla promozione dei diritti dei minorenni nelle situazioni di crisi o emergenza, a dimostrazione di quanto gli ultimi due anni abbiano cambiato la prospettiva di tutti – in particolare delle persone di minore età – e di quale lezione si possa trarre dall’esperienza vissuta”.

www.garanteinfanzia.org/diritti-dellinfanzia-e-stata-adottata-dal-consiglio-deuropa-la-nuova-strategia

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CENTRO INTERNAZIONALE DI STUDI SULLA FAMIGLIA

Newsletter CISF - n. 7, 23 febbraio 2022

The jackal sui paradossi dei colloqui di lavoro. La celebre crew degli youtubers Jackal si cimenta, con la solita ironia, sulla fatica e la frustrazione che i giovani sperimentano ai colloqui di lavoro. Interessante, in questa breve clip  3 min 34 sec]                                    www.youtube.com/watch?v=y-3PAK39m0s

 è anche la lunga serie di commenti in coda al video, di persone che riportano i loro colloqui di lavoro e offrono una testimonianza della loro esperienza. D'altra parte, a volte i colloqui vanno contro a tutti gli stereotipi e fanno notizia: è il caso della donna che è stata assunta, a Empoli, dopo aver dichiarato di essere incinta. Il titolare: "Un bambino non deve essere mai un problema". La bella storia riportata su Avvenire.

www.avvenire.it/attualita/pagine/a-colloquio-sono-incinta-imprenditore-assume

Protocollo d'intesa tra fondazione Aibi E Cisf. È ufficiale la collaborazione tra la Fondazione Ai.Bi. e il Centro Internazionale Studi Famiglia, con l’obiettivo di organizzare e proporre eventi formativi sui temi della famiglia, dell’adozione e dell’affido familiare, all’interno del progetto Faris – Family Relationship International School. Un protocollo che, come spiega Francesco Belletti, direttore CISF, "è prezioso perché mette in diretto contatto una realtà che si occupa di approfondimento culturale come il CISF con un soggetto che opera attivamente a tutela dell’infanzia e a favore di una famiglia generativa di bene comune, capace di accoglienza e di azione pro-sociale. Poter costruire percorsi formativi e di comunicazione su questi temi è per noi una priorità”. Questa collaborazione, aggiunge Cristina Riccardi, Presidente Fondazione Ai.Bi. "permetterà alla formazione di tenere conto non solo dell’esperienza diretta, del qui e ora, ma anche della riflessione su ciò che è stata in questi anni la vita delle famiglie e sulle sue prospettive, alla luce del cambiamento d’epoca di non facile interpretazione che stiamo vivendo".

USA/cosa non ha funzionato nel "child tax credit". Il New York Times dedica un ampio articolo di commento [qui il link all'articolo integrale] al "Child Tax Credit", il credito d'imposta approvato l'anno scorso dai Democratici che ha permesso di inviare automaticamente 300 dollari ogni mese per tutto il 2021 per ogni bambino di età inferiore a 6 anni (e 250 dollari per quelli più grandi) alle famiglie che effettuano la dichiarazione dei redditi. La misura ha mostrato però un pesante limite: per ridurre davvero la povertà infantile avrebbe dovuto raggiungere con successo tutti i genitori a cui era dovuto il pagamento, e ciò non è avvenuto perché tutti coloro che, a causa di indigenza e poca familiarità con la burocrazia, non risultavano nei vari database statali (evidentemente proprio quelle famiglie emarginate che la Child Tax Credit voleva raggiungere) non hanno potuto accedere al beneficio. "Questo passaggio fa tutta la differenza, per le famiglie, tra il sopravvivere e l'andare a fondo", sottolinea il NY Times.

Festa dei nonni, il tema scelto per il 2022. La Chiesa celebrerà il 24 luglio 2022 la II Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani. Il tema scelto dal Santo Padre per l'occasione è "Nella vecchiaia daranno ancora frutti" (Sal 92,15) e intende sottolineare come i nonni e gli anziani siano un valore e un dono sia per la società che per le comunità ecclesiali.

                https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2022/02/15/0110/00218.html

Universitari volontari in aiuto agli studenti delle medie. Si chiama TOP, Tutoring Online Program, ed è un metodo (validato scientificamente dalle Università di Harvard e dalla Bocconi) in cui un tutor universitario volontario si impegna per supportare gli alunni della scuola secondaria di primo grado.

https://leap.unibocconi.eu/projects/progetto-top

Dopo una fase sperimentale, il programma (che coinvolge Università Bocconi, Bicocca e Cattolica) partirà ora per gli studenti delle medie della Lombardia e si svolgerà da febbraio a maggio 2022. Grazie alla partecipazione degli studenti universitari che aderiranno (iscrizioni entro il 28/2), si vuole offrire la disponibilità di un tutor a 2.500 alunni in difficoltà di apprendimento. Le scuole hanno aderito numerose e hanno segnalato moltissimi studenti in difficoltà, confermando un bisogno forte e impellente da parte della comunità.

https://secondotempo.cattolicanews.it/news-universitari-volontari-in-aiuto-agli-studenti-delle-medie?utm_term=41587+-+https%3A%2F%2Fsecondotempo.cattolicanews.it%2Fnews-universitari-volontari-in-aiuto-agli-studenti-delle-medie

CISF informa

¨       Gioco d’azzardo, alcol e anziani: non sottovalutiamo i rischi”. Webinar4 aprile 2022, 17.00 - 18.30. Il webinar è promosso dal CISF (Centro Internazionale Studi Famiglia) e dall’Ordine Assistenti Sociali Lombardia e prende le mosse da una preziosa e ricca indagine empirica realizzata tra il 2019 e il 2021 dal Gruppo Anziani dell’Ordine Assistenti Sociali Lombardia. su quanto e come il gioco d’azzardo e il consumo di alcol possono impattare sulla vita quotidiana degli anziani, generando spesso problemi e vulnerabilità.  Il link per il collegamento on line all'evento sarà comunicato successivamente. Per ulteriori info scrivere a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

¨       Radiorizzonti - Intervista - Saronno (VA), Ampia intervista radiofonica sulla famiglia al direttore CISF (F. Belletti) in merito al dibattito pubblico su inverno demografico ed emergenza natalità: ma dove va la famiglia? (svolto a Saronno sabato scorso, 19 marzo 2022), [ascolta l'intervista]

www.radiorizzonti.org/programmi/le-nostre-interviste-societa/archivio/20220318.mp3

Percorsi di formazione

¨       Università cattolica. Corso di Alta Formazione per Conduttori di Gruppi di Parola.

Il Corso si svolgerà dal 25 marzo al 30 novembre 2022 ed è rivolto a operatori con esperienza nel campo della conflittualità familiare, come mediatori familiari, psicologi, assistenti sociali, educatori, giuristi. ulteriori informazioni sul Corso nella digital brochure.

https://formazionecontinua.unicatt.it/formazione-conduttori-di-gruppi-di-parola-p220mi003814-02

https://inbreve.unicatt.it/exc-conduttori-gruppi-di-parola

https://asag.unicatt.it/asag-corsi-di-perfezionamento-e-alta-formazione-conduttore-di-gruppi-di-parola

Dalle case editrici

¨       Chatoor Irene, Bambini che non vogliono mangiare o mangiano troppo, Erickson, (TN) 2021, p.184,

¨       Fondazione ISMU, XXVII Rapporto sulle migrazioni, FrancoAngeli (MI),p. 302 [disponibile in open access]                                                                     https://series.francoangeli.it/index.php/oa/catalog/book/757

¨       Silvano Petrosino, Piccola metafisica della luce. Una teoria dello sguardo, Vita e Pensiero, Milano 2021, p. 160

                Una ricerca sulla natura dello sguardo, sull’uomo, sul suo essere e apparire: è questo – e molto di più – il campo lungo in cui si cimenta la “Piccola metafisica della luce”. Espressione privilegiata della vita, del calore, anche del divino, la luce è una chiave di lettura della realtà, un mezzo di conoscenza, da sempre in contrapposizione con la tenebra. (...)

                 Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

Archivio   http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

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CHIESA DI TUTTI

Come (e perché) farla finita con il Concordato, e con l’interferenza del Vaticano sulla nostra vita

                Laicità e antifascismo sono due pilastri della nostra democrazia. Ma nell’articolo 7 della Costituzione che blinda il trattato siglato da Mussolini con la Chiesa, e rinnovato da Craxi, si annidano le scorie clerico-fasciste con cui l’Italia non ha mai fatto veramente i conti. L’eliminazione del segreto pontificio sui crimini commessi dai preti pedofili è l’occasione per chiedere alla Santa Sede di rivedere il Concordato. A meno che non si voglia diventare uno Stato teocratico, tanto più va fatto ora che - come sostengono in tanti - Bergoglio ha riportato la Chiesa a fare politica (in Italia). In realtà, come abbiamo sempre detto e dimostrato, questo accade dal 13 marzo 2013. Ben vengano comunque quelli che se ne accorgono (o fanno finta di) solo oggi...

                Il cappellano di Corzano, don Francesco Piccinotti, vanta un record di cui non andar fieri. È lui il protagonista del primo caso noto di pedofilia di matrice clericale dopo la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861. Era il 30 aprile 1864. In base all’accusa «del crimine di libidine contro natura», nei confronti di diverse persone, tra cui un bimbo di 7 anni, la Corte d’Assise di Milano lo condannò a sette anni di reclusione. Notizie di questo tipo in quegli anni erano rare. La profonda trasformazione dell’assetto geopolitico della Penisola in seguito alla breccia di Porta Pia e alla fine dello Stato Pontificio, nel 1870, contribuì a ridurre sensibilmente le possibilità che in Italia accadessero crimini del genere. Grazie al progressivo radicamento di un “sentimento” laico nell’opinione pubblica, il controllo da parte delle autorità civili nei confronti della popolazione clericale fu profondo e capillare.

                Nell’Archivio centrale dello Stato a Roma ci sono centinaia di faldoni dedicati alla schedatura, predisposta dai prefetti, di altrettanti sacerdoti con i “vizi” più disparati: gioco d’azzardo, alcool e così via. Si andò avanti così per alcuni decenni fino a quando, tra il 1904 e il 1907, una serie di scandali travolsero diversi istituti cattolici lungo tutto lo Stivale. Citiamo ad esempio il collegio dei Marianisti di Pallanza sul Lago Maggiore, il collegio Greco-Milanese dove erano state violentate delle ragazzine, una scuola di Trani in Puglia, l’Asilo della Consolata di Milano con il cosiddetto “Scandalo Fumagalli” (dal nome della sedicente suora Giuseppina Fumagalli che gestiva l’asilo), che vide l’arresto di cinque donne e di un prete, tale don Riva, per abusi sessuali su una fanciulla, e l’educatorio di Alassio in cui don Bretoni viene accusato di sevizie “sessuali” ai danni di un tredicenne. Stupri, maltrattamenti, abusi su adolescenti, fanciulle e bambini prepuberi: le accuse nei confronti di sacerdoti, educatori e, nel caso di Trani e Alassio, anche di suore, erano pesantissime.

                 Sebbene non sempre risultassero del tutto verificate, le accuse evidenziavano un diffuso malessere anticlericale e antireligioso, e una pretesa di laicità dello Stato, che partivano da molto lontano nel tempo e che si propagarono grazie anche al fatto che gli spazi per la Chiesa nella scuola pubblica erano sempre più ridotti. Cosa di cui il Vaticano era perfettamente consapevole. Tanto è vero che il 5 agosto 1907, dopo l’ennesimo scandalo, questa volta al collegio dei Salesiani di Varazze, passò al contrattacco con un comunicato al vetriolo che accusava «la propaganda massonica e socialista di aver imbastito una campagna anticlericale e contro papa Pio X». A far saltare in aria la “polveriera” era stato il nipote quattordicenne dell’ex console francese presso il Regno di Sardegna, Alessandro Besson, il quale in un diario aveva descritto gli abusi subiti, messe nere in costume «interamente adamitico» e rapporti sessuali tra i frati, le suore del vicino collegio di Santa Caterina da Siena e alcuni alunni.

                Ben presto anche la stampa cattolica entrò nella mischia senza risparmiare colpi. E fu come gettare benzina sul fuoco. In quasi tutte le grandi città si svilupparono violenti moti anticlericali. Roma, Milano, Venezia, Pisa, Torino, e ancora Mantova, Livorno, Genova, Firenze e Palermo furono teatro delle proteste con un bilancio di un morto e 20 feriti. Un fatto inusuale nell’Italia di Giolitti, il quale di sicuro non poteva essere definito ostile alla Chiesa, ma che rientrava nel più ampio quadro della feroce disputa tra le istituzioni ecclesiastiche, che ambivano (come oggi) a conservare il monopolio secolare dell’educazione dei bambini, e la giovane scuola pubblica dello Stato italiano. La gestione esclusiva dell’educazione e dell’istruzione da parte della Chiesa si era bruscamente interrotta con l’unità d’Italia. Grazie anche a leggi come la Casati del 1859 e la Coppino del 1877 con cui, eccetto per le elementari, si decretò l’abrogazione dell’insegnamento della religione. Non a caso lo Stato unitario fu riconosciuto dal papa solo con l’avvento del fascismo. Come è noto, Mussolini ridette linfa al controllo ecclesiastico della società ripristinando subito l’insegnamento della religione attraverso la riforma Gentile (1923) e mettendo una pietra tombale sullo Stato laico nel 1929 con il Concordato.

                Dopo la fine della guerra e con il ripristino della democrazia, la saldatura tra clero e fascismo – foraggiata dai miliardi dei cittadini italiani regalati da Mussolini al papa come risarcimento per la breccia di Porta Pia e centrata sulla visione comune di una società patriarcale dove, solo per dirne qualcuna, la donna gode di diritti molto limitati e i figli sono di proprietà del padre (non vi ricorda il congresso sulla famiglia organizzato a Verona dalla Lega lo scorso marzo?) – fu solo in parte intaccata dai lavori dell’Assemblea costituente. La disputa tra laici e cattolici non produsse solo l’articolo 7 della Costituzione, che di fatto ha blindato i Patti lateranensi di cui il Concordato fa parte e i privilegi che da esso derivano per il mondo clericale. C’è difatti anche l’articolo 33 che riguarda la scuola e lascia la possibilità di istituire scuole private «senza oneri per lo Stato», demandando alla legge l’applicazione. Come ci ricorda la Uaar, «nel dopoguerra la quasi ininterrotta serie di ministri democristiani alla Pubblica istruzione lasciò più o meno invariata la situazione», e dopo il Concilio e il Sessantotto la discussione si incentrò soprattutto sulla qualità della scuola. «Ma l’elezione di Wojtyla a papa, e il ritorno del Vaticano a una visione integralista dell’educazione (sono gli anni dell’ascesa di Ruini, ndr), hanno portato prima all’approvazione delle modifiche del Concordato nel 1985, poi a richieste sempre più pressanti di finanziare l’esangue diplomificio cattolico» prontamente soddisfatte da governi di ogni colore a scapito della scuola pubblica e in spregio alla Costituzione.

                Si parla tanto di discontinuità del Conte 2 dal Conte 1, molto meno, per non dire mai, di discontinuità con tutto ciò che rappresenta il passato fascista (e in varie forme anche il presente) del nostro Paese. L’abolizione del Concordato, il trattato internazionale che regola i rapporti tra l’Italia e la Santa sede con l’imprinting di Mussolini, sarebbe un importante segnale in questa direzione. E con una fava si prenderebbero i classici due piccioni, o forse anche di più. L’eliminazione dell’articolo 4 del Concordato – nel quale si dà facoltà ai vescovi di non collaborare con le nostre autorità – segnerebbe infatti anche la fine della limitazione formale e sostanziale all’attività della magistratura specie nei casi di pedofilia che hanno come sospettato un prete. Non sarebbe cosa da poco.

                Con picchi di inaudita diffusione negli ultimi 50 anni, la storia d’Italia è attraversata da vicende come quella di don Piccinotti. A fine agosto del 2018 il gesuita tedesco Hans Zollner, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori (istituita del 2015 da papa Francesco) e presidente del Centre for Child Protection della Pontificia università gregoriana, in un’intervista all’AgenSir, l’agenzia dei vescovi, ha significativamente dichiarato: «Troppi sacerdoti, tra il 4 e il 6% nell’arco di 50 anni (1950-2000), hanno agito contro il Vangelo e contro le leggi».

www.agensir.it/quotidiano/2018/8/21/lettera-papa-su-abusi-p-zollner-gregoriana-chiesa-italiana-e-suoi-responsabili-aprano-gli-occhi-e-si-impegnino-senza-esitazione/

Si riferiva agli scandali sugli abusi della Chiesa in Pennsylvania tuttavia ha poi aggiunto: «Sarebbe stupido pensare che in altri Paesi come l’Italia non sia accaduto lo stesso». Queste dichiarazioni sono state completamente ignorate dai media italiani (tranne Left), ma per farsi un’idea delle dimensioni del fenomeno che Stato e Chiesa non vogliono affrontare basti dire che in Italia risiede la più ampia popolazione ecclesiastica del mondo, circa 30mila persone.

                Il 2019 si è chiuso con l’annuncio della Santa sede dell’eliminazione del segreto pontificio sui processi per pedofilia. D’ora in poi, se abbiamo interpretato correttamente la dichiarazione ufficiale del segretario di Stato il cardinale Parolin, le magistrature civili di qualsiasi Paese potranno richiedere l’accesso agli atti dei processi canonici e agli archivi delle diocesi. Il segreto pontificio è uno dei principali “responsabili” della diffusione esponenziale della pedofilia di matrice clericale nel mondo. Pertanto, siamo in presenza di un importante segnale in direzione della trasparenza e della collaborazione con le istituzioni straniere e internazionali. Quale migliore occasione per il governo italiano di alzare il telefono e chiedere a papa Francesco un incontro per rivedere gli accordi del 1929-85? L’articolo 7 della Costituzione lo permette: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale». Quindi, contrariamente a quello che alcuni sostengono, il Concordato può essere abolito o modificato. In questo caso i Patti subirebbero una modifica, come del resto è accaduto nel 1985 rispetto a quelli del 1929. Insomma, rivedere un trattato internazionale non è un’impresa impossibile. Anzi. Occorre per prima cosa la volontà politica dei nostri “governanti”, dopo di che si alza il telefono e si chiede alla controparte di incontrarsi per avviare una trattativa. Tanto più ora è possibile farlo dato l’avanzato processo di secolarizzazione della società italiana. Se non altro lo è molto di più rispetto al 1929 e al 1985. Quindi la “volontà politica” avrebbe le spalle coperte dal sentire popolare. In tal senso, l’abolizione (o una modifica significativa) del Concordato avrebbe anche una profonda valenza di ordine “socio-culturale”. Significherebbe rimettere in discussione, in coerenza con il processo di secolarizzazione della società italiana, il peso – enorme e ingiustificato – dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica. Si darebbe così un enorme contributo a riportare l’articolo 33 nei binari di una visione laica della scuola e della società in generale, quindi dello Stato. Laicità che non a caso la Corte costituzionale in ben tre sentenze ha definito uno dei pilastri della nostra democrazia. Aggiungiamo noi: insieme all’antifascismo.

                Federico Tulli -Left         15 gennaio 2020

https://left.it/2020/01/15/come-e-perche-farla-finita-con-il-concordato-e-con-linterferenza-del-vaticano-sulla-nostra-vita

 

                Il coordinamento di associazioni per la lotta all'abuso nella Chiesa #ItalyChurchToo

                                               vedi newsUCIPEM n. 898, pag. 12

                Video   “Vera Mattina”  Conduce Jessica Balestra           22 febbraio 2022

♪         Francesco Zanardi, Presidente Rete L’Abuso e Mario Caligiuri, legale Rete L’Abuso

https://youtu.be/3AKYjfdZUbc?t=60

♪            Uno strumento di pressione. Intervento di Ludovica Eugenio – Agenzia ADISTA – #ItalyChurchToo

                Si è trattato di un momento storico perché, ha detto Ludovica Eugenio, responsabile di Adista nella presentazione, «nel contesto della lotta contro gli abusi perpetrati all’interno della Chiesa cattolica, hanno deciso di unire le forze diverse realtà, ognuna dalla propria angolatura e con le proprie

https://youtu.be/4hcMH4I4_p0?t=37

♪         La collaborazione della Chiesa. Intervento di Paola Lazzarini – Donne per la chiesa – #ItalyChurchToo

                «Come Coordinamento – ha detto Paola Lazzarini, presidente di Donne per la Chiesa – chiediamo che la Conferenza Episcopale Italiana affidi quanto prima a una commissione indipendente un’indagine sugli abusi compiuti all’interno della Chiesa. Chiediamo che a presiederla sia persona

https://youtu.be/pgoKcVfSvtE?t=34

Intervento di Francesco Zanardi – Rete l’abuso - #ItalyChurchToo     

                «La Rete L’Abuso con 1.400 casi all'attivo da 12 anni è l’unico osservatorio di dati esistente in Italia», ha detto Francesco Zanardi, fondatore e presidente della Rete L'Abuso. «Lavoro lungo e difficile, che non sarebbe spettato a noi, costato al sottoscritto decine di querele ma nel vuoto

https://youtu.be/ebsn3B_Og-o?t=36

Intervento di Federico Tulli – Settimanale LEFT – #ItalyChurchToo

                Nel corso della conferenza stampa, Federico Tulli di Left ha presentato l’iniziativa del settimanale di pubblicare, con la collaborazione della Rete L’Abuso, un database di tutti i casi italiani.

https://youtu.be/Cnr7s3fbqUU?t=38

Intervento di Cristina Balestrini-Comitati Vittime e Famiglie

https://youtu.be/LKcJpVf_Im4?t=39

                Centrale, nella presentazione del Coordinamento, è stata la testimonianza di alcune vittime. Cristina Balestrini, del Comitato Vittime e Famiglie, sezione dell’Associazione Rete L’Abuso. «Oltre ad essere mamma di una vittima, cattolica e praticante, all’interno dell’Associazione Rete L’Abuso ho dato la disponibilità per l’ascolto e il supporto ai genitori di altre vittime, con la consapevolezza che solo chi ci è passato può comprendere nel profondo ciò che vive una famiglia che ha subìto questo dramma. Infatti, ciò che non emerge dalle cronache è il dopo, la fatica di portare un macigno che non si risolve dopo l’atto di violenza. Il Disturbo da stress Post Traumatico – di cui soffrono tutte le vittime di abusi sessuali anche se non diagnosticato – non è una passeggiata: condiziona il presente e il futuro, e va trattato con competenza e tantissima pazienza e amore».

                La Chiesa in Italia, ha proseguito Balestrini, «non ha nessuna competenza in merito alla gestione degli abusi, né da un punto di vista legale (per ottenere che ciò non avvenga più fermando il prete, denunciandolo, aiutandolo ad affrontare responsabilmente il reato che ha commesso), né per ottenere giustizia e risarcimento alla vittima che ha subìto un danno, né da un punto di vista psicologico per offrire supporto alle vittime. La Chiesa «non tutela le vittime, anzi, e nei tribunali civili, la Chiesa difende il prete, non le vittime: sta dall’altra parte. Questo l’abbiamo vissuto sulla nostra pelle». Da un punto di vista psicologico, poi «le invitati a “non sputare nel piatto in cui mangiamo”. Abbiamo risposto che sono dieci anni che cerchiamo di svuotare quel piatto dal vomito che annusiamo».

https://retelabuso.org/2022/02/24/intervento-di-cristina-balestrini-rete-labuso-vittime-famiglie-italychurchtoo

♪ Intervento di Erik ZattoniFiglio di don Pietro Tosi

https://youtu.be/ptmIIbCVQv0?t=35

                È intervenuto poi Erik Zattoni, 40 anni, figlio del prete pedofilo stupratore Pietro Tosi deceduto nel 2014: «Mia madre è stata stuprata a 14 anni da don Pietro Tosi, da quello stupro sono nato io. Nonostante le minacce mia madre denunciò don Tosi, prima al vescovo Filippo Franceschi (“non dire a nessuno di questo episodio, sarebbe un grande scandalo per la Chiesa”, fu la risposta) poi alle autorità ». La famiglia fu sfrattata dall’abitazione, di proprietà della diocesi estense; nel 2010, dopo anni, don Tosi è stato portato in tribunale. «L’esame del dna e la sua confessione hanno confermato che era mio padre biologico», ma nonostante questo e la confessione di don Tosi, questi ha continuato a fare il prete fino a settembre 2012 (anno del pensionamento). «Sono passati 3 papi, 5 vescovi, prefetti della Congregazione per la Dottrina della Fede (Ratzinger era prefetto quando nel 1985 dal Vaticano mandarono un avvocato da mia madre per “calmare le acque”) e questo signore è morto da prete [1926-2014]». Una richiesta di incontro a papa Francesco è caduta nel vuoto: il papa era «l’unica persona in grado di punire don Tosi riducendolo allo stato laicale, in quanto il reato di abuso sessuale era prescritto, ma non ho avuto risposta. Alla fine come mi aveva detto telefonicamente una persona della Congregazione per la Dottrina della Fede, “lui è prete e morirà prete”». «Bisogna agire in maniera importante e decisa contro queste persone, servono fatti, altrimenti non cambierà mai nulla. Io non sono una vittima, mia madre lo è e glielo leggo negli occhi ogni giorno, la sua vita non è stata più la stessa da quel momento. A volte mi vergogno a farmi vedere da lei perché so di ricordarle quel momento, so di essere figlio di uno stupro. Io mi considero una vittima indiretta, è importante far sapere che ci siamo anche noi, è importante non dimenticarci».

https://retelabuso.org/2022/02/24/intervento-di-erik-zattoni-figlio-di-don-pietro-tosi-rete-labuso-italychurchtoo

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CHIESA UNIVERSALE

Suor Margron: un’indagine sugli abusi nella Chiesa non può che essere indipendente

                Parla la presidente della conferenza dei religiosi e delle religiose all’origine del noto rapporto francese sulle aggressioni sessuali. «Domandare un’inchiesta generale può essere un modo di fuggire l’analisi istituzionale»

 

                Un’inchiesta sugli abusi sessuali avvenuti nella Chiesa cattolica non può che essere indipendente e dovrebbe focalizzare la propria attenzione sulle sole aggressioni avvenute in ambito ecclesiale. Teologa, suora domenicana, presidente della Conferenza dei religiosi e delle religiose di Francia (Corref) dal 2016, rieletta in questa posizione per un secondo mandato di quattro anni nel 2021, suor Margron, 64 anni, è uno dei volti più in vista del cattolicesimo d’Oltralpe. Insieme al vescovo di Reims monsignor Eric de Moulins-Beaufort, presidente della conferenza episcopale francese, ha promosso l’inchiesta della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (Ciase) che, presieduta dal giudice Jean-Marc Sauvé, ha recentemente pubblicato un rapporto-choc sulle aggressioni sessuali avvenute nella Chiesa francese dal 1950 ad oggi. Un tema, quello degli abusi, che suor Margron ha trattato a fondo nel libro «Un moment de verité» (Albin Michel, 2019), ma che aveva affrontato già prima di scegliere la vita religiosa, quando, fresca di studi di psicologia, ha lavorato come educatrice con i giovani delinquenti. In questa intervista spiega la genesi della commissione francese, la presa di consapevolezza del problema nell’opinione pubblica, e il contributo che la Chiesa sta dando alla società in generale nel tutelare le vittime di abusi che avvengono anche al di fuori della Chiesa.

                «Sono teologa moralista e ho passato la mia vita a insegnare cose per così dire complicate, questioni relative alla vita, alla morte, alla sofferenza, questioni legate a situazioni umane difficili, e alcuni studenti dei miei corsi, o alcune persone che assistevano a una mia conferenza, alla fine mi avvicinavano e si confidavano con me, per parlarmi di questioni come l’infertilità, l’omosessualità, a volte un incesto subito in famiglia, una aggressione sessuale subita da un prete, da un religioso, ma anche al di fuori della Chiesa, ad esempio da un medico. Sono oltre venti anni che ricevo vittime di abusi, vite sconvolte, se non frantumate. All’inizio non vedevo alcun carattere sistemico negli abusi sessuali nella Chiesa: ascoltare una vittima di incesto in famiglia o una vittima di un prete per me era lo stesso, in entrambi i casi c’era un aggressore, c’era un microcosmo che aveva soffocato la vittima, la famiglia o la parrocchia. Le cose sono cambiate qualche mese dopo che sono stata eletta nel 2016 alla presidenza della Corref. Qualche mese dopo ho ricevuto molte testimonianze di vittime di religiosi e di preti. È difficile dire perché ho ricevuto tutte queste testimonianze: probabilmente perché nell’ambito cattolico quando si trattava di questo ambito ero piuttosto conosciuta come teologa. Inoltre come presidente dei religiosi e delle religiose di Francia quando le vittime scrivevano al loro superiore per denunciare un abuso indirizzavano anche a me il messaggio per conoscenza. Così è cominciato. E piuttosto velocemente, nel giro di sei mesi, nell’estate del 2017 ho cominciato a sentire che si trattava di qualcosa che superava il singolo problema individuale. Che c’era una complicità, una viltà, che circondava l’autore di questi abusi. Nello stesso periodo c’è stato tutto il lavoro svolto dalla associazione La parole liberée a Lione («La parola liberata» è l’associazione di vittime che ha scoperchiato gli abusi seriali compiuti in un arco di diversi decenni da padre Bernard Preynat a danno degli scout e dei minorenni che frequentavano la sua parrocchia, ndr). C’è stata per così dire una convergenza tra il mio ascolto personale delle vittime, i dossier che ricevevo, e gli scandali gravi che emergevano grazie alle vittime che si organizzavano. Questo mi ha portato nel corso dell’anno 2017 ad avere consapevolezza che eravamo dentro un problema di sistema, sebbene non so se allora lo avrei già definito così, dinanzi ad uno scandalo istituzionale. Da lì è nata la riflessione. Come è possibile che un uomo abbia potuto abusare per decenni e decenni, 20, 30, 40 anni, restando in responsabilità come prete? Non è possibile che lo abbia fatto da solo, senza la complicità o la codardia di altri, non è possibile senza che ci sia un problema istituzionale che rende possibile l’impunità».

                Alla fine che risposta si è data a questi interrogativi?

                «Ci sono più fattori. C’è il carisma del prete, la sua personalità: a volte si tratta di grandi seduttori e manipolatori che sanno perfettamente avere una facciata molto presentabile. Questo si aggiunge all’immagine generale del prete, anche in un paese (marcato dalla laicità, ndr) come la Francia, una sacralizzazione della posizione del prete visto come qualcuno che in nessun modo può far male ai bambini o alle persone vulnerabili. E c’è una grande debolezza delle istituzioni, perché queste situazioni mostrano che i vescovi e i superiori sono stati o complici attivi, ossia sapendo quel che succedeva hanno lasciato il prete libero di agire, non hanno creduto alle accuse che emergevano, o hanno spostato il prete che ha continuato altrove ad abusare, oppure, in altre circostanze, non hanno voluto vedere, per paura dello scandalo che ciò comportava per la Chiesa, per codardia, per incompetenza, per accecamento… in alcuni casi perché i preti abusatori erano delle “vedette” della loro congregazione, capaci di portare tanti giovani, personalità carismatiche circondate di studenti, e metterli in causa voleva dire rinunciare a questo successo di seguito: oso sperare che questi calcoli non siano stati coscienti, ma sono reali. C’è una protezione dell’istituzione che in tutti questi decenni nella stragrande maggioranza dei casi ha prevalso sulla protezione delle persone, delle vittime, e di altre vittime potenziali. A causa di un fallimento dell’istituzione anziché cinque vittime ce ne sono state 50. Ci sono preti o religiosi per i quali non si arriva neppure a fare una stima esatta del numero delle vittime, oltre 100, 150, non si sa e non si saprà mai, perché hanno commesso le loro malefatte su un amplissimo arco di anni. E questo è stato possibile perché l’istituzione è stata complice, attivamente o passivamente».

                Oltre all’aspetto qualitativo, l’aspetto quantitativo l’ha sorpresa? Il numero di vittime che ha scoperto l’ha sorpresa?

                «Decisamente. Nei quasi tre anni della Ciase, dai primi lavori fino a oggi, penso di aver ricevuto più di 150 vittime. Ci sono settimane che questa questione occupa l’ottanta per cento del mio tempo lavorativo: non faccio quasi altro che ricevere le vittime, cercare di far avanzare la questione, contattare le autorità, che siano vescovi o superiori religiosi»

                Oltre alla responsabilità delle gerarchie ecclesiastiche, non crede che ci sia anche una responsabilità dei fedeli? Non crede che gli abusi prosperano anche quando è diffusa l’idea, magari in buona fede, che «il prete non si può criticare», e se un sacerdote si comporta in modo sospetto ci si limita a dire «è un po’ strano…», senza però fare altro?

                «Quello che lei dice è molto ben raccontato dal film Grâce à Dieu di François Ozon (la pellicola del 2019 racconta la vicenda di padre Preynat a Lione scoperchiata dall’associazione La parole liberée, ndr). I genitori dei bambini che sono vittima del sacerdote, salvo una coppia, persone di un ambiente sociale molto borghese del centro di Lione, sono completamente presi nel sistema, ritengono che il prete non possa che voler il bene del bambino, che non si possa criticare il prete. Quando Alexandre decide di denunciare (il protagonista del film: da adulto un giorno scopre per caso che il prete che lo ha abusato quando era un bambino sta ancora lavorando con i giovani, e decide di agire, ndr), la madre, una signora di buona famiglia che solitamente usa un linguaggio di un certo livello, esplode con un linguaggio che non è il suo: “Smettila di romperci le palle con queste vecchie storie!”: la cosa non può rientrare nel suo schema mentale. Non si può criticare il prete perché c’è qualcosa che è dell’ordine del sacro, dell’intoccabile… una concezione che oggi sicuramente è meno diffusa in Francia, ma che lo è stato a lungo, e lo è ancora in certi ambienti».

                Lei ha notato che tutti i genitori, «tranne una coppia», non vedono gli abusi di padre Preynat. La denuncia avviene spesso, in queste vicende, da qualcuno fuori del coro. Un ambiente troppo omogeneo sembra incapace di vedere gli abusi. Anni fa un sacerdote pedofilo di Fiumicino venne denunciato dal suo vice-parroco, che era una personalità sui generis, ma probabilmente se non lo fosse stato non avrebbe rotto il sistema; lo stesso è avvenuto con l’inchiesta «spotlight»[proiettore] a Boston, a lanciarla è un nuovo direttore del Boston Globe che non faceva parte delle buone famiglie bostoniane.       www.youtube.com/watch?v=jecLDGa2NE8

                «Per denunciare, per vedere quello che va visto, per rendersi conto di qual è la realtà, bisogna essere sufficientemente al di fuori di un atteggiamento chiuso e autoreferenziale perché sono convinta che quando siamo “tra di noi” le cose più folli finiscono per sembrare normali. Gli psicologi lo spiegano chiaramente. È necessario un po’ di distanza, di sfasamento. Per fare il mio esempio, io sono parte del sistema, ci mancherebbe, faccio assolutamente parte della Chiesa, e al tempo stesso vengo da una cultura che non è quella ecclesiale, ho lavorato con giovani delinquenti, quando sono venuta a contatto con gli abusi nella Chiesa c’è stato qualcosa che mi ha colpito non dico più velocemente, ma che mi ha colpito con forza perché non poteva rientrare nel mio sistema… lavorando con giovani delinquenti in pericolo avevo visto molti bambini con storie di incesto, sono cose che frantumano le vite a lungo. Prima di creare la Commissione indipendente sugli abusi nella Chiesa abbiamo riflettuto a lungo. L’idea è venuta parlando con alcuni amici magistrati, ci siamo domandati cosa bisognava fare per capire quale era la cosa migliore da fare, come affrontare qualcosa che intuivamo ma non sapevamo. E allora abbiamo riunito persone molto diverse, antropologi che hanno lavorato in campi rifugiati dell’Onu sui sistemi mafiosi che si creano in questi contesti, magistrati, c’era anche un generale dell’esercito, e a tutti abbiamo posto la stessa domanda: di fronte ad una crisi istituzionale di fiducia come hanno fatto le vostre istituzioni, o le istituzioni che avete studiato, a reagire? E tutti ci hanno risposto la stessa cosa: “L’unica possibilità è chiamare un’istanza terza, voi non potete fare la verità da soli, quale che siano la vostra buona volontà, la vostra competenza, la vostra onestà, semplicemente perché ci siete dentro!”. Ed è così che è nata l’idea di domandare, e far votare alle assemblee generali dei vescovi e dei religiosi, la creazione di una commissione indipendente (Ciase), nella convinzione che l’unico modo di uscirne, o meglio l’unico modo di fare verità sperando poi di uscirne, è chiamare una istanza terza, competente e neutra, che non ha rapporti particolari con la Chiesa, che non è contro la Chiesa né a favore, per servire la Chiesa, con i mezzi che potrà avere per cercare di fare il massimo della chiarezza possibile».

                Crede che un’inchiesta del genere dovrebbe limitarsi all’ambito della Chiesa o allargare la propria attenzione agli abusi avvenuti anche in altri ambienti, ad esempio la scuola la famiglia lo sport?

                «Penso che il grande merito dell’inchiesta che riguarda la sola Chiesa cattolica è dovuto al fatto che la situazione del prete o del religioso è molto particolare: si è preti o religiosi tutto il tempo, per tutta la vita, e non solo dalle 8 alle 18. Da questo punto di vista è molto diverso ad esempio da un’inchiesta nelle scuole, o nel mondo dello sport. Certo si può dire che bisognerebbe che tutti gli ambienti indaghino sugli abusi sessuali avvenuti al proprio interno. Ma la forza del rapporto della Ciase è che quello viene detto della Chiesa, delle forme di governo, dei malfunzionamenti, è specifico della Chiesa, e anche le questioni teologiche che si pongono non si sarebbero potute porre in un rapporto generale. Nel migliore dei casi con un rapporto che copra tutti gli ambiti di abuso si avrebbe la valutazione del numero delle vittime, si avrebbe una descrizione del trauma subito dalle vittime ma non si avrebbe null’altro, ad esempio nulla sull’analisi istituzionale che porta a questo disastro, perché non si può analizzare la scuola come si analizza la Chiesa. Ci possono essere delle analogie, una debolezza delle forme di governo ad esempio, ma sono problemi molto lontani l’uno dall’altro. A mio avviso domandare una inchiesta generale può essere un modo di fuggire l’analisi istituzionale. Ci si fermerebbe alla dimensione quantitativa – quante vittime in questa istituzione quante vittime in un’altra istituzione, qui ci sono meno vittime allora è meno grave che altrove – e non si farebbe l’analisi istituzionale. Dopo la pubblicazione del rapporto della Ciase, le nostre due istituzioni, la conferenza dei religiosi e delle religiose e la conferenza episcopale, hanno nominato una quindicina di gruppi di lavoro sui temi specifici sollevati, la formazione nella vita religiosa, i contropoteri necessari, cos’è l’accompagnamento spirituale, la questione del segreto confessionale: questioni per definizione specifiche dell’istituzione religiosa, tutte cose che non avremmo potuto fare se l’inchiesta fosse stata svolta dallo Stato o dai poteri pubblici su un ampio ventaglio di ambienti».

                Secondo lei quali sono i punti istituzionali più importanti da rimettere in causa? Cosa deve cambiare la Chiesa?

                «Già il giorno in cui il rapporto ci è stato consegnato è stato chiaro che la Chiesa, peraltro non più di un’altra istituzione, non può essere giudice e parte in causa al tempo stesso: deve ricorrere a competenze esterne. Ci sono molte persone che ci vogliono aiutare in questo lavoro di verità, persone che non sono cattoliche o che lo sono ma non lo dicono ma che sono pronte ad aiutarci perché è una questione di sanità pubblica, una questione di verità.

                Penso che prima cercavamo solo al nostro interno. Ma per ogni questione – non certo per la risurrezione di Cristo! – ma per tutte le questioni etiche dobbiamo ricorrere sia alle competenze interne che alle competenze esterne. Questo è un primo cantiere.

                 Seconda cosa, il ruolo della Chiesa nella società. Contrariamente a quel che si può pensare, nonostante il Concilio vaticano II la Chiesa ha continuato a vivere, almeno in parte, come una comunità chiusa che si doveva difendere dal mondo: magari senza dirlo, ma nella realtà c’è una sorta di muro tra la Chiesa e la società civile e dunque la seconda cosa da imparare è che abbiamo bisogno degli altri, a partire dalla giustizia civile per trattare quel che deve essere trattato, perché i crimini o i delitti non possono essere “trattati in famiglia”, e parlo degli incesti come delle aggressioni sessuali commessi da preti o religiosi. Bisogna integrare queste competenze e dare loro un vero potere, non si tratta solo di farsi consigliare ogni tanto da uno psichiatra o un magistrato ma integrarli nel nostro sistema di vigilanza e decisione.

                Un terzo cantiere riguarda l’ecclesiologia: il ruolo dei preti, ma più in generale la questione del rapporto con il potere: il potere nella Chiesa non può che essere detenuto dal clero? Bisogna essere prete, diacono o vescovo per detenere il potere? Davvero da un punto di vista teologico il rapporto col potere deve essere un rapporto clericale, in senso proprio? Io nella teologia non vedo nulla che lo indichi. Dare senso al ministero ordinato non vuol dire che esso debba detenere la totalità del potere di governo di una parrocchia o di una diocesi. Penso che tutto il resto ne discenda: una parte del disastro nel quale siamo viene appunto da quell’autoreferenzialità tra preti e vescovi, e rende necessario un vero lavoro sull’ecclesiologia. Ecclesiologia che riguarda anche il ruolo delle donne nelle istanze di governo, di insegnamento, di autorità, nei seminari e in altri luoghi».

                Quando è che l’opinione pubblica francese ha aperto gli occhi su questo problema?

                «Il film-documentario sulle religiose abusate trasmesso da Arte nel 2019, ”Abusi sessuali sulle suore: l'altro scandalo nella Chiesa”, è stato un vero detonatore tra i cattolici, che erano orripilati, ma ben al di là dei cattolici. Il numero di persone che hanno visto il documentario in diretta o a posteriori è stato molto alto, il film è stato visionato a lungo. Quel film è stato un vero innesco. Anche il film Grâce à Dieu di François Ozon è stato visto da molte persone ed ha partecipato alla presa di coscienza. E poi il lavoro della Ciase, ha fatto una grande opera di comunicazione nel corso dei due anni e mezzo di lavoro. Regolarmente il presidente Jean-Marc Sauvé è intervenuto sui giornali, alla radio, anche per fare appello alle testimonianze. Penso che ciò ha mostrato chiaramente sia che la Chiesa cattolica in Francia era in crisi grave, sia che c’erano persone impegnate a cercare di capire cosa era successo. Il rapporto finale ha avuto ampia eco giornalistica, io stessa nei venti giorni successivi sarò stata ospite di una ventina di trasmissioni. Dal mio punto di vista una parte almeno della società francese non solo ha ricevuto il rapporto per quel che è, senza metterne in dubbio il rigore, ma ha maturato la consapevolezza della crisi della Chiesa, della sua perdita fenomenale di credibilità, ma anche – cosa che colpisce – il rapporto non ha innescato alcun anticlericalismo: non abbiamo visto nessuna caricatura dei cattolici, al contrario, un certo numero di osservatori ha riconosciuto alla Chiesa cattolica il coraggio di aver creato una commissione, di lasciarla lavorare, di rendere pubblico tutto il rapporto, annessi compresi, e questo ha contribuito alla credibilità della Chiesa. Non c’è stato, lo ripeto, nessun sentimento anticlericale, e dire che in Francia a volte siamo campioni del mondo in questo atteggiamento!».

                Nel corso del suo impegno in questo ambito, all’inizio, o ancora adesso, le fanno l’obiezione che lei è troppo focalizzata sul tema degli abusi sessuali?

                «Sì, mi hanno fatto sempre questa obiezione. Un po’ meno al momento della pubblicazione perché i numeri sono stati così impressionanti che, per così dire, il rapporto della Ciase ha calmato molte persone. Ma obiezioni ce ne sono sempre state. Ma oggi per me nella Chiesa di Francia questo è il mio posto: non l’ho scelto, non ho scelto di diventare presidente della Corref e non ho deciso di esserlo in questo momento. Per me è responsabilità della mia generazione di dover andare fino in fondo, anche se non so dov’è il fondo, di fare il massimo possibile: per le persone vittime innanzitutto, per i loro cari, e per tentare di proporre o almeno suggerire le riforme, le riflessioni necessarie. Il mio posto è questo, e cerco di far comprendere che la questione delle aggressioni sessuali nella Chiesa cattolica non è un dossier, un faldone che uno apre, lo tratta, e lo chiude: sono vite umane, un popolo di centinaia di migliaia di vite rotte, per alcuni distrutte, e sono state distrutte per colpa di membri della Chiesa! Quando uno cerca di fare qualcosa per i rifugiati, non è la causa del problema, in questo caso sì: del dolore di tutte queste vite la Chiesa e alcuni suoi membri sono interamente la causa. Sento che questo mi rende responsabile in modo infinito. E poi – non lo facciamo per questo ma vorrei sottolinearlo – penso che poiché la Chiesa è un’istituzione pubblica, visibile, può aiutare alcune vittime di incesto in famiglia, che non possono parlare perché l’ambiente famigliare è ancor più chiuso, parlare vuol dire far esplodere la propria famiglia, c’è un legame affettivo all’interno della famiglia che rende la cosa ancor più violenta. Il fatto che noi siamo impegnati voglio sperare che aiuti a dire parole che queste vittime non possono rendere pubblicamente. In Francia c’è una commissione nazionale sull’incesto e altre aggressioni sessuali ed è nata in parte – non solo – grazie alla Ciase. Il fatto che Jean-Marc Sauvé è intervento pubblicamente, che per realizzare il nostro studio è stata fatta un’indagine statistica sull’insieme della popolazione, tutto questo ha contribuito a spingere lo Stato a lanciare una commissione. Mi rendo conto che anche per queste persone che non sono vittime della Chiesa quel che cerchiamo di fare è importante. Per me queste sono risposte sufficienti alle obiezioni», conclude Veronique Margron: «Pensare che delle vittime oggi possano almeno sentire di essere finalmente prese sul serio, sapere di essere credute, che si fa almeno un po’ per riparare per quello che hanno subito, penso che sia una cosa enorme»

                Iacopo Scaramuzzi          Vatican insider                                                26 febbraio 2022

www.lastampa.it/vatican-insider/it/2022/02/26/news/suor_margron_un_indagine_sugli_abusi_nella_chiesa_non_puo_che_essere_indipendente-2863376

Véronique Margron: il rapporto sugli abusi in Francia

                Lo scorso 18 febbraio abbiamo intervistato suor Véronique Margron, presidente della Conferenza dei religiosi e religiose in Francia (CORREF). Assieme al presidente della Conferenza episcopale francese, mons. Eric de Moulins Beaufort, suor Margron ha ricevuto da Jean-Marc Sauvé, presidente della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (CIASE), il noto Rapporto sugli abusi. Dottore in teologia morale, prima donna decano di Facoltà teologica, è presidente dei religiosi dal 2016.

                 Come valuta la ricezione del rapporto CIASE (Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa) nell’opinione pubblica e nella Chiesa francese?

                Ciò che immediatamente colpisce è che il rapporto è stato oggetto di un’enorme copertura mediatica nel mondo intero. In Francia tutti i giornali e tutti i media ne hanno parlato ed è stato molto importante. Ha consentito infatti ad altre vittime, che non erano a conoscenza del lavoro della CIASE, di venire allo scoperto e di parlare. Abbiamo oggi molte vittime che non avevano mai parlato alla Chiesa che si presentano grazie alla pubblicità ricevuta dal rapporto della CIASE. Direi che il rapporto ha avuto una buona accoglienza nell’opinione pubblica. In Francia il lavoro della CIASE, insieme a un certo numero di pubblicazioni di autori importanti, ha convinto lo stato a costituire una commissione indipendente sull’incesto e le violenze sessuali sui minori (in contesti come la famiglia, lo sport, la scuola), la quale ha adottato esattamente lo stesso metodo di lavoro.

                La ricezione è stata dunque importante e molte persone – compreso un certo numero di uomini politici – hanno ringraziato la Chiesa cattolica per essere stata capace di fare questo passo. Hanno apprezzato il coraggio e soprattutto il fatto di avere reso tutto pubblico, senza alcun filtro, dal mandato a Jean-Marc Sauvé fino alla totalità del Rapporto e ai suoi allegati. Si può ben dire che la Chiesa ha conosciuto insieme una grave (e legittima) perdita di credibilità come istituzione (di fronte all’enormità dei numeri emersi), ma allo stesso tempo ha guadagnato un credito morale presso l’opinione pubblica per essere stata capace di fare questo lavoro. Lo stesso Sauvé ha più volte riconosciuto di avere ricevuto da parte della Chiesa una totale libertà di azione, raramente sperimentata prima nella sua carriera. Per la gran parte dei cattolici si può dire lo stesso: il rapporto è ritenuto incontestabile sia per il rigore metodologico sia nei risultati. C’è un solo gruppo minoritario, ma piuttosto attivo, che continua a parlare di un complotto contro la Chiesa e ad affermare che la realtà degli abusi sessuali è una questione di singoli abusatori, e non anche un fenomeno istituzionale.

                Qual è stato il rapporto tra la CEF (Conferenza episcopale di Francia) e la CORREF ( Conferenza dei religiosi e religiose in Francia) con la commissione e quali differenze di valutazioni e di interessi ci sono stati tra CEF e CORREF? Ovvero, se ci sono state tensioni tra la commissione Sauvé e i suoi mandanti e se avete avuto divergenze di valutazione e di interessi tra vescovi e religiosi.

                Da parte della CORREF, erano ormai diversi anni che si organizzavano sessioni formative sul tema delle violenze sessuali, dei traumi delle vittime, degli abusi spirituali, del plagio e dell’abuso di potere. Si è cercato di sensibilizzare il mondo dei religiosi al lavoro della CIASE, tanto che Sauvé è stato ricevuto molto bene nelle assemblee generali della CORREF alle quali è stato invitato per fare il punto sui lavori e su quanto emergeva. Si è dunque creato un consenso ampio che ha facilitato l’accordo sulle risoluzioni necessarie. Ad esempio, noi religiosi abbiamo votato per riconoscere la «responsabilità collettiva» sul fenomeno degli abusi ben prima di ricevere il rapporto finale (nel novembre 2020). Eravamo forse più preparati e per questo c’è stata una minore resistenza a prendere decisioni essenziali in modo più coerente e più unanime.

                La conferenza dei vescovi ha dovuto fare il proprio cammino. Per molti di loro era inconcepibile che una commissione indipendente avesse tanta ampiezza e autorità. Lo stesso presidente, mons. Eric de Moulins Beaufort, si è sensibilizzato ai lavori e ai processi della CIASE. Le riunioni trimestrali con la CIASE hanno permesso di prendere coscienza dell’ampiezza del fenomeno e del fatto che doveva essere trattato in maniera indipendente e rigorosa. Lo stesso mons. Moulins Beaufort ha ricevuto e ascoltato numerose vittime. E questo ci ha cambiati tutti in profondità. Così, poco alla volta, la responsabilità collettiva e il carattere sistemico degli abusi hanno potuto essere affrontati con veracità e infine votati dall’assemblea plenaria di novembre 2021.

                Così le nostre due assemblee hanno potuto decidere la creazione di commissioni indipendenti di riconoscimento e di riparazione, al fine di accogliere le vittime e di trovare con loro le riparazioni possibili al male irreparabile che esse hanno subito. Oggi si può dire che sulla questione della responsabilità collettiva la CEF e la CORREF hanno lo stesso orientamento e lavorano insieme su numerose raccomandazioni della CIASE.

                Come è stata raggiunta la coscienza di corresponsabilità negli istituti religiosi, colpiti diversamente dagli abusi negli istituti maschili e femminili?

                Il tema della responsabilità degli istituti maschili e femminili è stato oggetto di forte discussione durante l’assemblea dello scorso aprile. Il lavoro della CIASE ci ha reso più sensibili verso il tema della responsabilità per le vittime di abuso e alla necessità di renderne conto. Riconoscere una responsabilità collettiva non è facile per un istituto femminile. Abbiamo scoperto che tra noi si registrano spesso suore che sono state vittime di abuso. Allora, come riconoscersi responsabili? È stato possibile votare insieme questa affermazione di una responsabilità collettiva per tre ragioni.

  1. Anzitutto, per una questione di solidarietà. In seno alla CORREF, ci siamo sentite rivolgere un appello dai religiosi degli istituti maschili a sostenerli nel loro cammino.
  2. Inoltre, abbiamo coscienza che tutte noi abbiamo partecipato allo stesso clima ecclesiale che ha favorito il silenzio, la sacralizzazione del prete, la paura dello scandalo.      Un clima che ha imposto il silenzio sugli abusi ci chiama a riconoscere una responsabilità, anche se non è la stessa dalla parte delle donne rispetto agli uomini, ma che esiste. Inoltre ci sono abusi di potere commessi dalle donne, in maniera simile agli uomini.
  3. E ancora delle aggressioni sessuali. Insomma, nessuno può dirsi indenne o al riparo dai crimini. Per queste ragioni è stato possibile votare insieme e unanimemente il riconoscimento della responsabilità collettiva dei religiosi, uomini e donne.

                Come valuta le critiche di alcuni esponenti dell’Accademia cattolica francese al rapporto CIASE? Ha creato difficoltà a voi religiosi e ai vescovi?

                Valuto la presa di posizione dell’Accademia cattolica del tutto controproducente. Gli otto membri interessati hanno una rete di relazioni che, senza dubbio, ha permesso di influenzare la Santa Sede e di far rinunciare al papa l’udienza prevista per la CIASE. Ma per quanto riguarda l’opinione pubblica in Francia, compresa quella cattolica, non ha per nulla invalidato la fiducia nel lavoro della CIASE e i risultati del suo rapporto. Questi accademici, per altro eminenti, partono da un presupposto: la CIASE e i suoi membri non avevano legittimità per questa missione e volevano il male della Chiesa. A partire da tale presupposto, essi tentano di dimostrarlo evidenziando fragilità metodologiche, filosofiche e teologiche nel rapporto. Ma i loro argomenti sono molto deboli e hanno finito per presentare questi accademici come un gruppo di conservatori che non vogliono vedere in faccia la realtà.

                Alcuni membri della CIASE hanno subito risposto alle critiche in modo puntuale e scientifico, a cominciare dalla questione dei numeri potenziali delle vittime. Infine, è stata pubblicata una risposta sistematica e precisa firmata dallo stesso Jean-Marc Sauvé, accompagnata da contributi di esperti che validavano il lavoro della CIASE. Penso che, alla fine, per la Chiesa di Francia e per l’opinione pubblica francese, siano stati gli accademici cattolici a uscirne male e non il lavoro della commissione. A parte, ovviamente, alcune correnti minoritarie che hanno trovato conforto alle loro posizioni nelle critiche dell’Accademia. Ad oggi, fra 25 e 30 membri della stessa Accademia cattolica (su un centinaio) hanno dato le dimissioni a motivo di queste critiche.

                Chi affronterà il problema delle teologie che hanno «giustificato» gli abusi? Chi approfondirà dal punto di vista teologico queste forme ambigue di elaborazione?

                Un gruppo di teologi e di storici è stato nominato per lavorare con i domenicani. Un secondo gruppo lavora all’Arche e un terzo con i Fratelli di Saint-Jean. Essi lavorano principalmente sugli archivi dei fratelli Philippe e di Jean Vanier. Seguendo le raccomandazioni del rapporto della CIASE, noi religiosi e i vescovi abbiamo creato dei gruppi di lavoro dedicati a questioni teologiche molto precise; altri per le questioni di governo; altri per le questioni formative e pastorali.

                Una commissione di biblisti e teologi nominata dalla CORREF sta lavorando sul tema dei carismi, per riconoscere se e come un «albero cattivo» possa portare dei frutti buoni. Le commissioni dottrinali sono impegnate anche su tematiche di teologia morale e sul tema della sessualità.

                È davvero necessario come primo passo ascoltare le vittime?

                Assolutamente sì. Senza l’ascolto delle vittime non si va da nessuna parte. Sembra uno slogan dire che «le vittime sono i maestri», ma è la verità. Perché solo loro possono raccontare la realtà del loro trauma; solo loro possono raccontare lo scarto tra il male commesso e il male subito. Il male fatto dall’aggressore può essere stato commesso una sola volta, o anche cento volte, ma è «passato» (ha una data). Ma il male subito dalle vittime è per tutta la vita. Questo scarto solo le vittime lo conoscono e solo loro posso raccontarlo. Noi lo abbiamo studiato e ascoltato; loro lo conoscono nella carne. Anche dal punto di vista teologico, loro sollevano le questioni da affrontare. Non hanno le risposte – come deve cambiare il governo della Chiesa per superare l’omertà, oppure come si deve ripensare la teologia del ministero o la formazione … – ma le domande vere le conoscono «carnalmente».

                Le vittime sono delle storie e dei volti insostituibili. Ed è innegabile che la grande forza del lavoro della CIASE è stata quella di avere cominciato dall’ascolto delle vittime. E poi di essere stata ininterrottamente in contatto e in dialogo con loro, con le loro associazioni, fino alla composizione e alla scrittura del rapporto. La commissione sull’incesto e le violenze sui minori (CIIVISE) fa esattamente la stessa cosa: sta ascoltando le vittime. Il sapere esperienziale di chi è stato vittima di abuso è fondamentale. Altrimenti si corre il rischio di non cogliere lo spessore del dramma vissuto, considerando il dossier abusi sicuramente grave, ma uno dei tanti.

                Condivide la rimozione del segreto confessionale?

                La questione del segreto confessionale, come sapete, è stata oggetto di discussioni molto forti. A me pare che la questione vera non sia se togliere o meno il segreto della confessione, ma affermare una gerarchia di valori. In gioco vi è infatti la difesa dell’integrità di un bambino. Se un bambino si trova in pericolo nulla può essere superiore alla protezione che gli dobbiamo. Questa è la questione.

                Il tema non è dunque rimuovere il segreto. Ma evitare il rischio che a motivo del segreto un nuovo crimine possa essere commesso su una vittima vulnerabile. Nel rapporto della CIASE si riporta un’analogia con quanto prevede il diritto francese e la deontologia di un pedopsichiatra. Il pedopsichiatra che riceve da un bambino la denuncia di una aggressione sessuale (da parte del padre, o di un fratello) non è obbligato, ma è autorizzato a violare il segreto professionale per dare protezione alla vittima.

                Si tratta di una questione di pericolo imminente, diversa dunque dal caso della confessione di un adulto di violenze subite da bambino. Peraltro, un bambino che in confessione dice a un prete che suo padre – o un prete – gli ha fatto del male non sta confessando un peccato ma sta facendo una terribile confidenza. Di conseguenza, da un punto di vista morale, la questione del segreto non si pone poiché non si tratta del peccato del bambino, ma del crimine di un adulto nei suoi confronti.

                In casi come questo e unicamente in rapporto a una situazione di pericolo imminente, penso che oggi in Francia tutti siano d’accordo di affermare la protezione del bambino in pericolo come primaria.

                Lorenzo Prezzi, dehoniano                         Settimananews                               22 febbraio 2022

www.settimananews.it/chiesa/veronique-margron-il-rapporto-sugli-abusi-in-francia

 

La pedofilia nella chiesa

Da vent’anni, dapprima negli Stati Uniti e poi in Europa e nel mondo, la Chiesa è profondamente travagliata dalla pedofilia, diffusa tra le file dei chierici: un fenomeno che ha assunto le dimensioni di una vera epidemia

                Il 6 gennaio del 2002 «The Boston Globe» usciva con un titolo sparato in prima pagina a caratteri cubitali: «La Chiesa ha permesso per anni abusi da parte dei preti». Lo scandalo che sorse allora non si è più fermato. In questi vent’anni la Chiesa è stata profondamente travagliata dalla pedofilia, sorta di male incurabile diffuso tra le file dei chierici, un fenomeno che ha assunto, dapprima negli Stati Uniti e poi in Europa e nel mondo, le dimensioni di una vera epidemia. Resisi conto della gravità dell’accaduto, i vescovi statunitensi avevano prontamente reagito convocando a giugno una Conferenza episcopale a Dallas, che si pronunciò per una vigorosa azione di risanamento, affidando a un importante studio di criminologia, il John Jay College of Criminal Justice della New York City University, la stesura di un rapporto sugli abusi sessuali i cui risultati furono resi noti nel febbraio del 2004. La linea di fermezza promossa dalla Conferenza episcopale statunitense si esaurì per le resistenze dell’ala tradizionalista e conservatrice del clero, ma da allora la richiesta di delineare un quadro dettagliato dell’abuso clericale sui minori ha sempre accompagnato la progressiva emersione del problema su scala globale.

                Se infatti al tempo di Giovanni Paolo II la Curia poteva ancora sostenere che gli abusi sui minori fossero un fenomeno essenzialmente statunitense, Benedetto XVI da subito (2005) dovette confrontarsi con l’esplosione del caso irlandese. Una serie di inchieste governative, confluite nei rapporti Ferns, Ryan e Murphy, produssero nell’opinione pubblica di uno dei Paesi più cattolici del mondo uno shock enorme, che causò una vistosa diminuzione del numero dei sacerdoti e cattolici praticanti. Il problema però, come si vide bene nel 2010, non era solo irlandese.

                In quell’anno, che può essere considerato un vero e proprio momento buio della storia della Chiesa, si registrò la più grande serie di scandali del cattolicesimo moderno, capaci di coinvolgere numerosi cardinali, decine di vescovi e migliaia di preti e religiosi. La progressione dei casi rivelati di pedofilia si fece incalzante: dalla Svizzera al Belgio, dal Regno Unito ai Paesi Bassi, dall’Austria alla Germania, dappertutto si verificò un’esplosione di segnalazioni, che segnarono duramente la fase terminale del pontificato di Ratzinger e contribuirono forse a spingerlo alle dimissioni. Il 2010 può essere considerato un vero e proprio momento buio della storia della Chiesa: la progressione di casi rivelati di pedofilia si fece incalzante e furono coinvolti cardinali, vescovi, preti e religiosi

                Il nuovo papa, Francesco, per fronteggiare la situazione, e le accuse provenienti dalla Commissione per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite che continuava a chiedere alla Santa Sede di rispettare la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, modificando opportunamente il Codice di diritto canonico, ha tentato varie mosse – la nascita di una commissione per la tutela dei minori aperta alla partecipazione dei laici, riforme della normativa ecclesiastica e vari interventi morali e teologici, tra cui la lettera apostolica in forma di motu proprio Come una madre amorevole, del 2016 – caratterizzate da un notevole rigore.

www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/papa-francesco-motu-proprio_20160604_come-una-madre-amorevole.html

                Ma intanto il tema della pedofilia aveva varcato i confini europei. Se nel caso australiano una commissione governativa dimostrava la consistenza, ampiezza e durata del fenomeno (di recente si è mossa anche la Nuova Zelanda), lo scandalo della pedofilia ecclesiastica si è propagato in tutta l’America Latina, trasmettendosi come un’onda sismica avvertita negli episcopati cileno, brasiliano, colombiano, argentino, ecuadoregno, costaricano, peruviano, e perfino in quello del piccolo San Salvador.

                Da allora taluni episcopati europei hanno preso l’iniziativa di promuovere indagini: è stato il caso della Polonia e poi della Chiesa francese. Quest’ultima, nel 2018, ha deciso di avviare un’inchiesta, diretta da un alto funzionario statale cattolico, Jean Marc Sauvé, che nel dicembre scorso ha consegnato il suo rapporto, suscitando enorme clamore per aver rivelato un fenomeno di grande ampiezza (300 mila vittime). Nel gennaio di quest’anno, poi, anche la Chiesa portoghese si è mossa in questa direzione, avviando un’indagine che è in corso. Negli stessi giorni, in Germania, vi è stato l’annuncio dei risultati dell’inchiesta promossa nelle sedi di Frisinga e di Monaco (centinaia di abusi perpetrati dal 1945 al 2019; dozzine di chierici coinvolti), con l’accusa mossa a Ratzinger di avere insabbiato alcuni casi al tempo in cui era arcivescovo della diocesi bavarese. Il papa emerito si è difeso in modo assai confuso, senza fugare i gravi sospetti di negligenza o di complicità.

                In altri contesti però gli episcopati sono riluttanti a mappare la questione: nel caso spagnolo, malgrado un’inchiesta condotta da «El País», la Chiesa locale non appare intenzionata a promuovere un’indagine, che – taluni vescovi temono – potrebbe travolgerla. Similmente, nel caso italiano, si osserva una forte resistenza all’apertura di un’inchiesta per valutare ampiezza e gravità di un fenomeno che potrebbe avere dimensioni ancora maggiori di quelle di altri paesi. Certo, è passato del tempo dal 2010, anno in cui il segretario della Cei, Giuseppe Betori, poteva dichiarare impunemente che la pedofilia tra le fila del clero è un «fenomeno estremamente limitato»: grazie soprattutto all’azione di papa Francesco, l’orientamento culturale è significativamente mutato. Ora anche nella Cei v’è chi si ripromette di lanciare un’indagine conoscitiva interna, ma tutto è stato rimandato a maggio, quando chi sostituirà Gualtiero Bassetti dovrà decidere il da farsi.

                A sollecitare un’inchiesta indipendente, pubblica e non condizionata dalle cautele dell’episcopato italiano, affidata a una commissione autorevole, è adesso un coordinamento di associazioni, in gran parte cattoliche, alcune delle quali, fin qui non troppo visibili, riuniscono le vittime degli abusi che hanno rotto il silenzio (Rete l’Abuso, Comitato Vittime e Famiglie).  Del coordinamento, che ha ricevuto l’appoggio di «Left» e dell’agenzia di stampa Adista – punto di riferimento dei fedeli più progressisti – fanno parte l’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne e Donne per la Chiesa. In modo significativo, il comunicato che ha chiesto a gran voce di avviare l’inchiesta, emanato il 12 febbraio di quest’anno, tre giorni prima della presentazione pubblica dell’iniziativa, si è avvalso dell’hashtag #ItalyChurchToo, con riferimento alla campagna mondiale contro la violenza sulle donne (#MeToo) che ha riscosso successo partendo dagli Stati Uniti. I promotori ricordano che ad avere diritto a conoscere l’entità del fenomeno non sono solo le vittime e le loro famiglie, ma anche tutti i sinceri cristiani, le cittadine e i cittadini della nostra Repubblica.

                Ad avere diritto a conoscere l’entità del fenomeno della pedofilia non sono solo le vittime e le loro famiglie, ma anche tutti i sinceri cristiani, le cittadine e i cittadini della nostra Repubblica. Negli stessi giorni è stata resa nota su «Domani» una lettera del 2015, vergata dall’allora segretario e ora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Luis Ladaria, che ha contribuito a suscitare indignazione, nonostante la distrazione di una parte della stampa italiana intorno a questo tema. Nella missiva, infatti, si suggeriva all’arcivescovo di Lione Philippe Barbarin di intervenire nel caso di don Bernard Preynart, che avrebbe travolto i vertici della diocesi francese, ma senza suscitare scandalo.

                «Scandalo» è la parola che torna in documenti analoghi che l’ex Sant’Uffizio – investito da secoli delle materie di adescamento sessuale del clero, e dunque anche dei peccati e delitti di pedofilia – ha indirizzato ai pastori d’anime di tutto il mondo, Italia compresa. Essa ci ricorda che il diritto canonico continua a mettere al riparo le colpe occulte, dei laici e del clero, tentando di risolverle e di riconciliarle senza clamore (e senza imporre la denuncia al magistrato civile). È una lunga storia, quella del segreto e della prassi penitenziale dei tribunali della Chiesa, che abbiamo provato a raccontare in un libro (Peccato o crimine. La Chiesa di fronte alla pedofilia, Laterza, 2021), cercando di mettere in luce come oggi l’opinione pubblica non sia più disposta a comprendere e a tollerare le norme canoniche, che appaiono come astute regole di tutela corporativa che coprono diffuse abitudini sessuali del clero in spregio alle vittime (le vittime fragili e non consenzienti di un abuso sentito come particolarmente grave perché tocca l’infanzia e l’adolescenza).

                Eppure, come si legge nel Vangelo (Mt 18,7; Lc 17,1), occorre che lo scandalo accada, che venga alla luce; e guai a chi lo provoca. Guai a chi tenta di tenerlo lontano dai riflettori, lasciando le vittime da sole. Perciò l’iniziativa di questa rete di associazioni ci sembra importante, e non deve essere lasciata cadere nel silenzio né stravolta con un’inchiesta interna della Cei. Perché anche in Italia, nel giardino di casa dei papi, si faccia piena chiarezza sull’entità di comportamenti che per troppo tempo la Chiesa ha faticato ad avvertire come fatti criminosi.

Francesco Benigno Vincenzo Lavenia    Il mulino             24 febbraio 2022

www.rivistailmulino.it/a/pedofilia-nella-chiesa

 

I vescovi spagnoli annunciano un'indagine nazionale sugli abusi sessuali del clero

                Cedendo alle pressioni dei sopravvissuti agli abusi, dei politici e dei media, i vescovi spagnoli hanno annunciato martedì che condurranno un'indagine completa a livello nazionale sugli abusi sessuali del clero. Il cardinale Juan José Omella, presidente della conferenza episcopale spagnola, e l'avvocato Javier Cremades hanno annunciato un'indagine di dodici mesi con la necessaria “ampiezza” storica che coinvolgerà sia le diocesi che le congregazioni religiose. Questa decisione torna indietro rispetto a quanto affermato da Omella il mese scorso, quando ha annunciato che non c'era bisogno di svolgere un'indagine del genere, perché ogni diocesi e congregazione religiosa lo stavano facendo in modo indipendente.

                All'inizio delle indagini, 18 professionisti prenderanno parte al processo. Sebbene ai giornalisti sia stato detto che la commissione analizzerà casi legati sia al presente che al passato, non è chiaro quali periodi storici saranno inclusi. Secondo Omella, l'indagine sarà condotta in modo da consentire la formazione di un "audit credibile che è la verità dei fatti", inteso ad essere "innovativo, inclusivo e intraprendente".

                Il presidente della Conferenza episcopale spagnola, il cardinale Juan Jose Omella, al centro, risponde a una domanda accanto all'avvocato spagnolo Javier Cremades, a sinistra, durante una conferenza stampa a Madrid, Spagna, martedì 22 febbraio 2022. I vescovi spagnoli hanno incaricato uno studio legale privato con un'indagine lunga un anno sugli abusi sessuali passati e presenti commessi da membri e associati della Chiesa cattolica. La mossa è un allontanamento da anni che rifiutano un'azione globale, ma alcuni sopravvissuti ad abusi sessuali la considerano ancora insufficiente. (Credito: Paul White/AP.) Alla domanda se c'è un conflitto di interessi per Cremades, che è un membro dell'Opus Dei e un cattolico praticante, ha parlato della sua decennale carriera nella difesa delle vittime in vari noti casi spagnoli, come quelli che coinvolgono scioperanti del controllo del traffico aereo e piccoli investitori bancari. Inoltre, ha detto, “l'appartenenza al consiglio di fondazione di una dozzina di fondazioni [legate alla Chiesa] è un onore e un vantaggio, non un conflitto”.

                "Come cattolico e come membro dell'Opus Dei, sono pienamente convinto che la Chiesa deve andare fino in fondo e rettificare tutto ciò che è necessario", ha detto Cremades. Tuttavia, "Sono qui come avvocato, non come credente, né come nient'altro". L'avvocato riconosce che, per i 18 membri dello studio che parteciperanno, si tratta "della questione più complessa che abbiamo affrontato fino ad oggi nella nostra carriera". Verrà seguito un “modello ibrido”, con l'aiuto dei professionisti che hanno preparato la relazione per l'  arcidiocesi di Monaco , in Germania, e anche i consigli di Marc Sauvé, che ha condotto l'  indagine  sullo storico abuso sessuale da parte di religiosi in Francia. "Siamo solo all'inizio", hanno insistito sia Omella che Cremades rivolgendosi ai giornalisti.

                La conferenza stampa è arrivata pochi minuti dopo che Omella ha firmato ufficialmente la richiesta di indagine. “Andremo fino in fondo. Abbiamo accettato il mandato di lavorare in modo autonomo e in collaborazione con le diocesi, che è una parte insostituibile dell'indagine”, ha affermato l'avvocato, sottolineando che questo progetto ecclesiale “non è un'alternativa, ma un complemento” a quello che essere svolto da una commissione istituita dal parlamento spagnolo. Secondo quanto riferito, Cremades ha già incontrato la persona incaricata di condurre quell'indagine. “Capisco le vittime”, ha detto Cremades, “soprattutto quelle più attive appartenenti alle associazioni. Spero che il nostro lavoro li aiuterà, li sosterrà e li riparerà”. Ha chiesto loro un "voto di fiducia", perché verrà loro offerta "attenzione individualizzata".  Ha aggiunto: “Vogliamo mettere la persona al centro” consapevoli che “siamo di fronte a una correzione di una lotta di potere sistemica nella società”.

                Sia il cardinale che l'avvocato hanno insistito per far sentire la voce delle vittime. “Il nostro obiettivo è aiutare e riparare le vittime ampliando i canali di collaborazione e denuncia”, ha affermato l'arcivescovo di Barcellona. Infatti Omella ha iniziato il suo discorso “pubblicamente” chiedendo “perdono a tutte le vittime che hanno sofferto e continuano a soffrire tanto dolore”. Tuttavia, il cardinale ha sollecitato l'indagine anche su altre istituzioni, poiché gli abusi sessuali non sono un problema solo all'interno della Chiesa cattolica: si stima che l'80% degli abusi su minori avvenga all'interno dell'ambiente familiare. “Siamo addolorati per tutti gli abusi in altre istituzioni e chiediamo che vengano indagati anche loro”, ha detto il presule. Ha inoltre condiviso l'interesse della Chiesa a «fare un passo avanti nel suo obbligo di trasparenza sociale, di aiuto e riparazione per le vittime e di collaborazione con le autorità, per valutare positivamente e negativamente ciò che abbiamo fatto per il bene delle vittime e della società."

                Cremades ha anche detto che si studierà anche la questione del risarcimento economico ai sopravvissuti, sottolineando che lo studio legale lavorerà “senza barriere o limiti. Omella ha anche detto che la Santa Sede sarà informata “immediatamente” di questa iniziativa e ha aggiunto di non dubitare del sostegno del Vaticano a questa proposta. “Abbiamo sempre seguito i protocolli di Roma e già nella visita 'ad limina' ci hanno detto che eravamo sulla strada giusta”, ha detto riferendosi alla visita che la Conferenza episcopale spagnola ha compiuto in Vaticano tra dicembre e inizio febbraio. Fonti interne alla conferenza, che hanno chiesto di rimanere anonime poiché non sono autorizzate a parlare con i media, hanno detto a  Crux che la conferenza episcopale ha deciso di avviare l'indagine solo su pressione del governo, aggiungendo che mostra una mancanza di visione: era evidente che il quotidiano El Pais , che ha scoperto un'indagine con più di 200 casi, era più vicino alla Santa Sede che ai vescovi. La mano di carta ha consegnato l'inchiesta a papa Francesco a dicembre

Inés San Martín                               Crux  Denver CO              Madrid 22 febbraio 2022

https://cruxnow.com/church-in-europe/2022/02/spanish-bishops-announce-national-investigation-of-clerical-sexual-abuse

https://www-bishop--accountability-org.translate.goog/2022/02/spanish-bishops-announce-national-investigation-of-clerical-sexual-abuse/?_x_tr_sl=en&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=sc

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CITTÀ DEL VATICANO

Negli scandali sugli abusi del clero, la Chiesa cattolica non ha ancora fatto i conti con ciò che ha consentito

                Le denunce di abusi sessuali da parte del clero nella Chiesa cattolica sono diventate così di routine - e la portata della vittimizzazione e dell'insabbiamento così vasta - che l'effetto è quello di attenuare l'impatto di ogni nuova rivelazione. Sembra che nel corso dei decenni praticamente tutti i livelli superiori dell'istituto sapessero, o avrebbero dovuto sapere, cosa stava succedendo. Eppure anche l'apparente somiglianza di tante rivelazioni e ammissioni, in così tanti anni, non dovrebbe smussare l'importanza di un recente rapporto secondo cui il papa emerito Benedetto XVI, in qualità di arcivescovo delle città tedesche di Monaco e Frisinga dal 1977 al 1982, non è riuscito a disciplinare sacerdoti abusivi e ha permesso loro di mantenere i loro ruoli nel ministero. Accuse simili sono state avanzate e spesso documentate nei confronti di molti vescovi. Ma il rapporto tedesco, in preparazione da due anni, implica un futuro papa, che all'epoca era conosciuto come il cardinale Joseph Ratzinger.

                Anche l'intrappolamento di un papa nella cultura dell'insabbiamento non è nuovo. Papa Giovanni Paolo II è stato accusato da un rapporto del Vaticano del 2020 di aver chiuso un occhio sulla cultura dell'abuso in generale e di aver consentito l'avanzamento di Theodore McCarrick, l'ex cardinale della DC, che è stato successivamente condannato per abusi sessuali e privato del suo status come sacerdote.

                Il  nuovo rapporto , commissionato dalla Chiesa cattolica tedesca e condotto da uno studio legale, si basa sui documenti della chiesa e sui resoconti dei testimoni. "In un totale di quattro casi, siamo giunti alla conclusione che l'allora arcivescovo, il cardinale Ratzinger, può essere accusato di cattiva condotta", ha detto Martin Pusch, uno degli autori, in una conferenza stampa a gennaio in occasione della presentazione del rapporto. Nel corso dell'indagine dello studio legale, gli avvocati dell'ex papa hanno negato che nel 1980 fosse stato a un incontro in cui si era discusso della sorte di un sacerdote accusato di pedofilia. Ma quando i documenti hanno mostrato che aveva effettivamente partecipato all'incontro, l'ex pontefice ha riconosciuto  attraverso un portavoce che la sua precedente affermazione era "oggettivamente falsa". Quasi due settimane dopo la pubblicazione del rapporto, Benedetto è finalmente arrivato a chiedere perdono per gli "abusi" e gli "errori" accaduti sotto la sua sorveglianza, ma non per i suoi stessi "abusi" ed "errori".

                Nel corso del suo pontificato, dal 2005 alle sue dimissioni nel 2013, quando la portata degli abusi è diventata sempre più evidente, Benedetto ha incontrato vittime di abusi e si è mosso per espellere gli abusatori dalla chiesa. Eppure anche adesso lo scandalo, il più devastante per la Chiesa da secoli, continua a gonfiarsi. Un massiccio rapporto francese lo scorso autunno ha suggerito che ci fossero state più di  200.000 vittime di abusi  in quel paese negli ultimi sette decenni. Settimane dopo, la Conferenza episcopale americana, in un audit annuale, ha documentato oltre 4.200 nuove denunce  di abusi sessuali su minori nell'anno terminato a giugno. La maggior parte di loro riguardava presunti incidenti di decenni prima.

                Più di 1 miliardo di cattolici in tutto il mondo rimangono fedeli a una chiesa che ha portato conforto, buone opere ed educazione. Eppure molti sono delusi da un'istituzione che, anche se ha fatto passi da gigante per riformare le sue regole e la sua cultura, rimane incapace di affrontare pienamente l'entità della sofferenza che ha causato e consentito.

Redazione          Washington Post             23 febbraio 2022

www.washingtonpost.com/opinions/2022/02/23/clergy-abuse-scandals-catholic-church-still-hasnt-reckoned-with-what-it-allowed

www-bishop--accountability-org.translate.goog/2022/02/opinion-in-clergy-abuse-scandals-the-catholic-church-still-hasnt-reckoned-with-what-it-allowed/?_x_tr_sl=en&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=sc

 

                Perdono papa Benedetto. Spero che lo possano fare anche gli altri.

                Ho incontrato per la prima volta il cardinale Joseph Ratzinger nel 1994 mentre stavo facendo delle ricerche sul mio libro "Dentro il Vaticano: la politica e l'organizzazione della Chiesa cattolica". Mi stavo preparando a lasciare la Roma e lui è stata una delle ultime e più importanti interviste per il libro. A causa di una malattia, ha dovuto annullare il nostro primo appuntamento e poi gentilmente mi ha riprogrammato per un periodo in cui la maggior parte dei funzionari vaticani stavano facendo la siesta. Alla fine dell'intervista, ho chiesto la sua benedizione - cosa che ho fatto solo con altri due funzionari vaticani - perché ho sentito di essere in presenza di un sant'uomo.

                Ma sapevo anche di trovarmi in presenza di un uomo che, come capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, aveva arrecato un danno irreparabile alla discussione teologica nella chiesa. C'erano decine di teologi che erano stati indagati e messi a tacere dalla sua congregazione durante il pontificato di Giovanni Paolo II. Articoli e libri erano stati censurati. I professori erano stati rimossi dal loro lavoro. Ancora di più avevano praticato l'autocensura per evitare molestie. Tra i presi di mira c'erano teologi della liberazione in America Latina, teologi morali negli Stati Uniti e in Europa e chiunque scrivesse del sacerdozio. Alcuni di loro erano miei amici intimi. Ho vissuto con due gesuiti che hanno trascorso la maggior parte del loro anno sabbatico a difendersi dagli attacchi di Roma. Non erano figure minori. Uno, Michael Buckley, aveva lavorato come capo dello staff del comitato per la dottrina dei vescovi statunitensi; l'altro, David Hollenbach, aveva aiutato i vescovi a scrivere la loro lettera pastorale sull'economia.

                Il problema di Ratzinger era che trattava i teologi come se fossero suoi studenti laureati che avevano bisogno di correzione e guida. Di conseguenza, la mia ultima domanda al cardinale è stata: "Concessa la storia di questa Congregazione e della Chiesa in relazione a certi teologi - penso ad alcuni che furono messi a tacere prima del Vaticano II e poi riconosciuti - ti preoccupi mai che potresti essere … ?" Lui rise e rispose: “Beh, ogni giorno facciamo un esame di coscienza se stiamo facendo del bene o no. Ma alla fine, solo nostro Signore può giudicare”. In breve, fai del tuo meglio.

                Le mie difficoltà con Ratzinger sono iniziate poco dopo che sono diventato direttore editoriale di America Magazine, un giornale di opinione pubblicato dai gesuiti statunitensi. Quando sono diventato direttore editoriale nel giugno 1998, volevo fare dell'America un diario di discussione e dibattito sulle questioni importanti che la chiesa deve affrontare. Sapevo che c'erano dei limiti a ciò che potevamo pubblicare. Non ci sarebbero direttori editoriali a favore di preti sposati, preti donne o di cambiare l'insegnamento della chiesa sul controllo delle nascite. Ma ho pensato che avremmo potuto discutere e dibattere in articoli che non rappresentavano necessariamente il punto di vista della rivista. Quell'estate il Vaticano pubblicò documenti sull'autorità delle conferenze episcopali e sull'ecumenismo e il dialogo interreligioso. Ho chiesto in giro di trovare i migliori canonisti e teologi per scrivere su questi documenti e ho pubblicato i loro articoli. Non ho detto loro cosa dire. Per la maggior parte, si trattava di risposte educate che iniziavano dicendo cosa gli piaceva dei documenti, seguite da dove pensavano che i documenti fossero falliti. Durante i miei sette anni come direttore editoriale, ho cercato di ottenere scrittori che rappresentassero punti di vista diversi nella chiesa. Ho pubblicato ogni contributo di un vescovo (tranne uno). Quando il cardinale Walter Kasper ha presentato un articolo critico nei confronti dell'ecclesiologia di Ratzinger, ho immediatamente chiesto e ottenuto da lui una risposta per la pubblicazione. Ho persino invitato Raymond Burke, allora arcivescovo di St. Louis, a spiegare la sua posizione sul negare la comunione ai politici favorevoli alla legge sull’aborto. Ma ho anche pubblicato le risposte di un eminente avvocato canonico e del rappresentante cattolico che aveva preso di mira.

                Abbiamo anche pubblicato numerosi articoli sulla crisi degli abusi sessuali. Nel giro di un paio d'anni Ratzinger, tramite il superiore generale dei Gesuiti a Roma, segnalava la sua insoddisfazione per la rivista. È diventato chiaro che dal punto di vista di Roma un giornale di opinione cattolico dovrebbe esprimere solo un'opinione: quella del Vaticano. Ogni documento e ogni parola del Vaticano dovrebbero essere accolti con entusiasmo acritico. Voci cattoliche conservatrici negli Stati Uniti hanno anche attaccato la rivista per non essere stata obbediente al papa. È interessante notare che molte di queste stesse voci ora stanno criticando papa Francesco con un tono che non avrei mai adottato con nessuno nel papato. Ad un certo punto il Vaticano ha voluto imporre un comitato di vescovi come censura della rivista. Fortunatamente, il cardinale Avery Dulles e altri sono venuti in nostra difesa e l'idea è stata deposta. L'ultimo chiodo nella bara è stata una serie di articoli sul matrimonio gay, a cominciare da quello fortemente contrario di un professore di filosofia della Catholic University of America. In risposta a questo articolo, abbiamo ricevuto un articolo non richiesto a sostegno del matrimonio gay da un professore di teologia del Boston College. Sapevo che sarebbe stato controverso, quindi ho permesso al primo autore di rispondere alla risposta e quindi di avere l'ultima parola. Non è stato sufficiente. Subito dopo, da Ratzinger giunse la parola che (io) Reese doveva andarsene. Per vari motivi, il messaggio mi è stato comunicato solo dopo la sua elezione a papa. Non sono stato sorpreso quando ho sentito. Avevo già concluso che era ora di andare. Data la mia storia con Ratzinger, ora che era papa, era meglio per i gesuiti e la rivista che mi ritirassi. E anche se amavo il lavoro, ero stanco dopo sette anni passati a guardarmi alle spalle. È vero, ero arrabbiato e depresso, ma presto è diventato chiaro che una volta che non ero più editore, a nessuno interessava quello che dicevo o scrivevo, ero libero. Mi è piaciuta la mia carriera post-americana come scrittore per il Religion News Service e il National Catholic Reporter. E l'elezione di papa Francesco ha sollevato la mia depressione.

                Sto invecchiando e ora voglio perdonare Benedetto. Voglio lasciarlo andare. Non credo che cresciamo davvero finché non siamo in grado di perdonare i nostri genitori per i loro fallimenti. Benedetto non ha chiesto il mio perdono. Dubito che si ricordi chi sono. Probabilmente crede ancora che quello che ha fatto a me ea numerosi teologi fosse la cosa giusta per la Chiesa, ma voglio ancora perdonarlo.

                Non posso insistere perché gli altri lo perdonino, specialmente quelli che sono stati abusati da sacerdoti. Nei primi giorni della crisi era come tutti gli altri prelati, ma col tempo è migliorato e più veloce di molti suoi coetanei. Alla fine ha aiutato la chiesa a migliorare la sua risposta alla crisi degli abusi. Ma la mia esperienza non è in alcun modo paragonabile al dolore che hanno subito.

                In breve, vedo come un santo ma imperfetto che ha fatto del suo meglio. Per tutti noi, questo è il meglio che possiamo dire, quindi dovremmo perdonare come vorremmo essere perdonati. Alla fine, come ha detto, «finalmente solo nostro Signore può giudicare».

Thomas Reese gesuita                  National Catholic Reporter [Kansas City MO]   22 febbraio 2022

www.ncronline.org/news/vatican/i-forgive-pope-benedict-i-hope-others-can-too

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COGNOME DEI FIGLI

Doppio cognome, tra identità della persona e lotta alla discriminazione delle donne

                Mentre il Comune di Torino si costituisce in appello contro un decreto del Tribunale che nega il doppio cognome al figlio di due madri, in Parlamento si smuove finalmente l’iter di approvazione della legge che dovrebbe consentire di utilizzare il cognome della madre insieme o in alternativa a quello del padre. Il riconoscimento del cognome della madre non costituisce solo un dato di interesse anagrafico ma rappresenta una questione di identità della persona e base di riferimento per la tutela dei diritti fondamentali. È questo il principio affermato dalla giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’Uomo, già nel 2014 nel caso Cusan e Fazzo contro Italia.

                Si è fatta strada lentamente nel nostro Paese la sensibilizzazione verso il tema del cognome materno come espressione della pari dignità tra uomo e donna e come vero e proprio diritto all’identità personale del figlio. Il punto, fissato in modo chiaro dalla Corte Costituzionale nell’ordinanza 11 febbraio 2021, n. 18, sta nella contrarietà dell’a art. 262 primo comma c.c. agli articoli 2, 3 ed 11 della Costituzione e agli articoli 8 e 14 della CEDU.                                www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?param_ecli=ECLI:IT:COST:2021:18

                E se in alcune città come Torino, la politica prova ad andare ancora più avanti, rivendicando il diritto al doppio cognome per il figlio di due madri, il Parlamento per il momento riprende quantomeno a calendarizzare  la legge sul  diritto al nome per chi di madre ne ha una sola.

                La battaglia torinese inizia il 3 dicembre 2021 scorso quando il Tribunale di Torino, con decreto, ha negato il riconoscimento del doppio cognome al figlio di due madri. Nel giudizio di appello contro la decisione, al fianco delle genitrici, si è affiancato anche il Comune di Torino, da sempre in prima linea  nel sostegno alle richieste delle coppie Lgbt. Il sindaco Stefano Lo Russo, lo scorso 8 febbraio, ha annunciato che la posizione del capoluogo piemontese “non è solo politicamente netta e chiara ma lo è anche dal punto di vista della legittimità amministrativa”, mentre il Parlamento sarebbe “in ritardo strutturale su temi importanti come questo”.  In effetti, l’amministrazione torinese si è sempre mostrata all’avanguardia, (sin dalle nozze gay del 2010 dell’allora sindaco Sergio Chiamparino) aprendo la strada con la sindaca Chiara Appendino all’iscrizione anagrafica dei bambini di coppie omogenitoriali, (oggi sono ben 79), il primo dei quali nel 2018 fu il figlio dell’assessora Chiara Foglietti.

                La decisione del Tribunale torinese è una battuta di arresto di questa tendenza. Giudicando illegittimo l’atto amministrativo di iscrizione anagrafica del figlio delle due donne, con l’attribuzione del doppio cognome delle madri, il decreto del Giudice costituisce una critica alla prassi che l’amministrazione comunale ha tenuto fino ad oggi. La Giunta ha quindi deciso di costituirsi in appello per difendere con  proprie argomentazioni giuridiche l’operato consolidato in questi anni. Mentre Torino rilancia la questione politica del riconoscimento dei figli delle coppie omogenitoriali lamentando, con le parole del primo cittadino che "non è da Paese civile scaricare un diritto sulle decisioni di sindaci e tribunali, questo produce differenze e discriminazioni”, qualche giorno dopo a Roma riprende l’iter legislativo dei disegni di legge sul doppio cognome, per rimuovere almeno l’annosa questione che preclude alle madri italiane di conferire il cognome ai propri figli. All’ esame della Commissione giustizia del Senato, dal 15 febbraio scorso, un testo unificato dei disegni di legge finora presentati per escludere l’automatica prevalenza del patronimico. L’intenzione della Ministra delle Pari opportunità, Elena Bonetti, è di arrivare all’approvazione della legge entro fine legislatura.

DL Atto Senato S170, presentato il 28 marzo 2018. 1° seduta in Commissione Giustizia il 22 febbraio 2022

www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/49163.htm

testo          www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/DDLPRES/0/1069211/index.html?part=ddlpres_ddlpres1

                Le novità in arrivo dovrebbero consentire di scegliere alla nascita tra il cognome materno, quello paterno o attribuirli entrambi. E in caso di disaccordo verrebbe conferito il doppio cognome, seguendo l’ordine alfabetico. Il principio si applicherà anche ai figli nati fuori dal matrimonio, se riconosciuti contemporaneamente da entrambi i genitori, altrimenti sarà dato il cognome del genitore che riconosce per primo, consentendo di aggiungere il cognome dell’altro in caso di successivo riconoscimento, previo consenso del primo genitore e del figlio se ultraquattordicenne. Attenzione però: il genitore che abbia già doppio cognome potrà attribuirne al figlio uno solo a scelta.

                La correzione dell’arretratezza italiana dovrebbe poi avvenire da subito. Il testo in esame prevede infatti una procedura semplificata per tutti i maggiorenni che vorranno aggiungere il cognome materno a quello posseduto. Basterà che presentino  una dichiarazione presso l’ufficio di stato civile da annotare nell’atto di nascita. Per i figli minori nati prima della nuova legge, sarà compito di uno dei genitori presentare domanda all’ufficio di stato civile, previo consenso dell’altro genitore (se non deceduto) e del figlio se ha più di 14 anni.

Avv. Sara Occhipinti                      Altalex 24 febbraio 2022

www.altalex.com/documents/news/2022/02/24/doppio-cognome-tra-identita-della-persona-e-lotta-alla-discriminazione-delle-donne

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CONFEDERAZIONE ITALIANA DEI CENTRI PER LA REGOLAZIONE NATURALE DELLA FERTILITÀ

Che cosa è il matrimonio da un punto di vista psicologico?

                L’amore coniugale è l’amore tra un uomo ed una donna, uniti in matrimonio. Il matrimonio, dal punto di vista psicologico, non è costituito dalla semplice constatazione della presenza del sentimento amoroso, per quanto intenso (amiamo realmente molte persone a cui non simo sposati), ma dall’accettazione di un legame, dalla sottoscrizione di un impegno nei confronti dell’altro. Non è l’amore a fare il matrimonio, ma lo scambio di promesse con cui due persone si “legano”, con cui si impegnano reciprocamente a favore dell’altro. Dato il sentimento amoroso (necessario), il matrimonio psicologico è costituito dall’assunzione di un impegno nei confronti dell’altro, dalla sottoscrizione di un debito a suo favore che si intende liberamente onorare. Non siamo sposati perché ci amiamo, ma perché, amandoci, ci leghiamo attraverso lo scambio di una reciproca promessa.

                Che cosa si promettono gli sposi nel matrimonio? La promessa di amare non può avere come contenuto l’impegno a provare un sentimento, ma l’impegno, questo sì promettibile, di aiutare l’altro a realizzarsi come persona e di lasciarsi aiutare da lui a realizzarci. Aiutare l’altro a realizzarsi spesso può significare doverlo “riscattare”, liberare da alcuni condizionamenti che lo limitano, lo sviano, gli fanno perdere tempo. L’amore conosce l’Io attuale dell’altro, ma possiede anche una misteriosa intuizione di ciò che l’altro potrebbe essere se solo si liberasse dai condizionamenti che lo imprigionano. È come se l’amore vedesse le potenzialità realizzative dell’altro, ne intuisse la bellezza ancora non completamente svelata.

                L’amore non è solo fatto di vicinanza emotiva, comprensione (aspetto femminile dell’amore), ma anche di forza, di volontà di lottare, perché l’altro sia libero di vivere la parte migliore di sé (aspetto maschile dell’amore). Per fare questo è necessario essere coraggiosi, pagare il prezzo della lotta, spesso l’incomprensione della persona stessa che si intende aiutare.

                Ma la promessa vincola anche a lasciarsi aiutare dall’altro a diventare la persona che dovremmo essere. Onorare la promessa di lasciarci amare è altrettanto e forse più difficile che cercare di amare il coniuge. Accettare la promessa amorosa del coniuge significa dire all’altro: decido che mi lascerò aiutare da te e proprio da te a realizzarmi, dando alle tue parole un peso, un’importanza come a quelle di nessun altro. Ed anche: partirò dal presupposto che le cose che vorrai dirmi, le dirai per il mio bene, nel mio interesse, mi fiderò di te, ti crederò.

                Dunque la promessa che unisce in matrimonio è duplice: la promessa di amare l’altro e lasciarsi amare dall’altro. Dobbiamo fedeltà ad entrambe queste promesse! Non sono i sentimenti a tenere vivo il matrimonio, ma è la tensione a onorare la promessa che lo mantiene vivo; e questa tensione mantiene vivi anche i sentimenti.

                Come mantenere fede alla promessa matrimoniale? Lo strumento essenziale con cui si aiuta il coniuge è il dialogo, nelle due forme essenziali con cui favorisce la realizzazione dell’altro: la critica e la valorizzazione.

  1. La critica. Il dialogo coraggioso e libero fa crescere l’altro, non lo lascia vittima dei suoi difetti, delle sue debolezze o dei suoi errori. Il sincero dono di sé che realizza il matrimonio è possibile solo dicendo sinceramente cosa si pensa dell’altro. Ciò presuppone una libertà psicologica che spesso possediamo in misura limitata o francamente insufficiente. È libero chi ama più la verità e la giustizia del coniuge stesso al punto che per favorire il suo bene non teme di “ferirlo e di dispiacergli”. Non c’è alcun amore senza giustizia e senza verità. L’amore non impone di non vedere e non capire, richiede di essere svegli e di non sovrascrivere la propria coscienza. Le parole dell’amore possono essere dolci, rispettose e delicate, ma senza sconti sulla verità. Per realizzare il bene dell’altro, è necessario dire ciò che egli deve sentirsi dire, anche se non gli piace. Spesso l’amore impone di offrirsi liberamente al dolore dell’incomprensione. Se è condizionato dalla paura delle conseguenze, delle ritorsioni, che induce a tacere anziché a dire, non è disinteressato e dunque non è autentico. D’altra parte non è facile nemmeno lasciarci amare dal coniuge. Quando infatti il partner ci prova davvero a renderci migliori, mettendoci in discussione e mostrandoci le nostre contraddizioni, generalmente non gliene siamo molto grati.
  2. La valorizzazione. La promessa matrimoniale ci chiede di onorare l’altro (“prometto di amarti e di onorarti”), di riconoscere il merito, il positivo che l’altro ha. Tutti abbiamo bisogno di essere visti da qualcuno che intuisce il loro vero valore e di essere confermati nella nostra reale positività. Spesso abbiamo bisogno di una persona che intuisca l’immagine originale di noi stessi, che ci aiuti a superare le percezioni difettose della nostra identità consegnateci dai nostri genitori. A volte lo sguardo dell’altro ci è necessario per correggere e rendere più autentica l’immagine che noi abbiamo di noi stessi, che può essere parzialmente deformata dalle relazioni educative che abbiamo vissuto. Lo sguardo del coniuge può aiutarci a capire chi siamo per davvero, e in cosa consiste il nostro vero valore. Tutti abbiamo bisogno di essere confermati: aiutati a scoprire chi siamo e come siamo fatti.

                E Dio che centra? (ovvero il matrimonio sacramento). Il lavoro sui punti deboli del nostro carattere non è solo un lodevole tentativo di diventare delle persone migliori, ma è la condizione perché Dio possa prendersi cura, attraverso di noi, dell’altro. Poiché Egli ha deciso di servirsi di noi, della nostra umanità e del nostro carattere per promuovere la riuscita del nostro partner e “salvarlo”, per quell’anticipo di salvezza costituito da una vita serena e realizzata. La consapevolezza psicologica dei nostri limiti ed il sano dispiacere che ne deriva è già un regalo suo, parte di quell’ aiuto promesso per far riuscire bene il nostro matrimonio. Nel desiderio di conoscerci, di ammettere con maggiore realismo i nostri limiti, è già all’opera la sua grazia. Ed è il modo con cui noi ci rendiamo concretamente disponibili e docili all’azione della grazia. La sua grazia non agisce “scavalcando” la nostra psicologia, ma migliorando la nostra stessa personalità, la rende adatta a lasciar passare il suo amore, rendendoci progressivamente più simili a lui nel voler bene al nostro partner. In questo modo la nostra capacità di amare l’altro si approfondisce e si purifica da tutti i condizionamenti psicologici, da tutte le dinamiche affettive che limitano o inquinano la nostra capacità di mantenere fede alla promessa matrimoniale.

                Nel sacramento del matrimonio Dio ci chiede di accettare come regalo di nozze da parte sua una promessa: la promessa di aiutarci a rendere valida, operante ed effettiva la reciproca promessa di amarci e di aiutarci, che rischia di fallire, compromessa com’è da tutti i nostri limiti umani. È come se nel sacramento ricevessimo da Lui il software “come amare lei / lui“ con le seguenti caratteristiche: è gratis, compatibile con il nostro computer, con garanzia illimitata, eterna addirittura. Se accettiamo di installare questo programma di assistenza, è come se il Suo modo di conoscere il coniuge e la Sua voglia di spenderci per la sua realizzazione passasse progressivamente dentro di noi facendoci diventare capaci di amarlo “coma lo ama lui”.

                Perchè così ha deciso irrevocabilmente: di servirsi di noi per far sentire amata l’altra persona e per dargli un anticipo di salvezza, proprio attraverso di noi. Attraverso l’umile lavoro sulla nostra umanità creiamo le condizioni perché la grazia possa agire in noi, e attraverso il nostro carattere possa fluire un amore più puro, più forte , più libero, più simile al Suo. Arrivando, poco per volta, ad amare da Dio.

 www.confederazionemetodinaturali.it/l-amore-coniugale/s9a7f4ead

Le riflessioni di cui sopra sono liberamente ridotte ed adattate da un testo del dott. Osvaldo Poli.

www.osvaldopoli.com.

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CONSULTORI CATTOLICI

Disturbi del neuro sviluppo, la “terapia” del calcio

                La “scommessa” lanciata da una squadra romana, l’Asd Accademia del Calcio Integrato, e i progressi registrati nei ragazzi con problemi dello spettro autistico. Una palla calciata da un bambino, una corsa per riprenderla e passarla a un altro bambino, un adulto che sembra divertirsi anche lui a calciare la palla. Chissà perché, laddove c’è qualcosa di più o meno sferico che rotola, vedi subito qualcuno che corre per conquistarne il possesso e difendersi dal contrasto con l’avversario, in qualsiasi parte del mondo. Si direbbe che la palla sta all’essere umano come il bastoncino sta ai quattro zampe più vicini all’uomo: basta tirarne uno per iniziare il gioco in maniera irresistibile! In me sono vive le immagini di ciò che accadeva nel campo dell’oratorio dei Salesiani: una torma di ragazzini tutti appresso alla palla, come uno sciame, tutti verso l’unico obiettivo, chi più veloce, chi meno, tutti dentro lo stesso gioco. Tutti, preti compresi!

                Ma quando si parla di scuola calcio il discorso cambia, perché bisogna corrispondere alle caratteristiche di un aspirante calciatore “normale”: corsa, scatto, attenzione, tecnica, precisione, abilità nel tiro, nel difendere la porta, nell’affrontare l’avversario. Insomma, i ragazzi con disabilità non hanno scampo, perché non hanno i requisiti per accedere al gruppo da formare, si direbbe che rappresentano un ostacolo al programma di preparazione dei calciatori in erba. Le famiglie dei bambini con disturbo di sviluppo si trovano di fronte a mille insuccessi quando si cimentano nella ricerca di un’attività motoria per il figlio disabile, e le difficoltà diventano insormontabili se il figlio sogna di fare calcio, poiché si rischia di rallentare i ritmi degli aspiranti campioni.

                Eppure c’è chi da alcuni anni ha lanciato una coraggiosa scommessa che dimostra come si riesca a far vivere l’esperienza della scuola calcio anche a ragazzi e ragazze con grave disturbo del neuro sviluppo, con allenamenti bisettimanali persino sotto la pioggia, come fanno i “duri” di un vivaio. È il quinto anno che mi ritrovo coinvolto in questa bellissima avventura presso i campi de La Petriana, insieme alla squadra di dirigenti ed operatori dell’Asd Accademia del Calcio Integrato, in un contesto dove davvero cambia il punto di vista. Come avviene in tutti i settori educativi, si tratta prima di tutto di istituire un rapporto di fiducia e far sì che le potenzialità di ciascuno possano essere espresse all’interno di un progetto individuale condiviso con gli amici del gruppo. In questo senso, l’azione terapeutica del gruppo si riflette sul percorso formativo che viene intrapreso con il proprio o la propria coach, scelti nell’ambito di un team di allenatori e psicologi sportivi supervisionati dall’equipe clinica. È un lavoro costante di assestamento, che mira a fronteggiare le criticità che inevitabilmente si presentano con maggiore o minore severità in relazione alle caratteristiche individuali del quadro clinico. In tal modo, ognuno ha un proprio spazio e un proprio ruolo, tutti con gli stessi obiettivi codificati dalle regole del gioco: tutti difendono la propria porta, tutti mirano a tirare nella porta avversaria, tutti rispettano i giocatori in campo e le decisioni degli arbitri.

                Uno studio longitudinale mirato a testare le abilità sia sul piano delle autonomie personali sia su quello delle competenze sociali, ha dimostrato la qualità dei progressi che si ottengono, anche nelle funzioni neuropsicologiche di base, già nel breve termine, già nel periodo delle settimane del centro estivo. L’inserimento sistematico nel training implementa le capacità relazionali e sollecita l’attivazione degli “span” [periodi, momenti] comunicativi. Si osserva un netto miglioramento delle disprassie (i disturbi che comportano difficoltà nella gestione dei movimenti comunemente utilizzati nelle attività quotidiane) e della goffaggine, poiché si affina la coordinazione motoria e il controllo dell’equilibrio. Allo stesso modo, si ha un sensibile recupero sul piano dell’autostima con l’adattamento progressivo rispetto all’immagine di sé.

                Accade che Francesco, bambino con disturbo dello spettro autistico, che comunicava quasi esclusivamente con le frasi dei cartoni e che andava in frustrazione ad ogni minima difficoltà, che non riusciva a saltare un ostacolo di quindici centimetri e non aveva nemmeno la percezione di quale fosse il campo proprio e quello degli avversari, adesso si impegna per raggiungere la porta dell’altra squadra, riesce ad eseguire correttamente gli esercizi proposti dal mister, non si dispera se c’è uno scontro con un altro bambino, piuttosto va a consolarlo chiedendogli scusa. Come si dice, la palla è rotonda, ma lo è proprio per tutti!

Roberto Rossi, neuropsichiatra infantile               Roma Consultorio familiare diocesano 25 febbraio 2022

 

Uno, nessuno, centomila (l’identità e le relazioni)

                Due delle caratteristiche fondamentali dell’adolescenza sono sempre state la ricerca della propria identità e lo sganciamento dai genitori, con il conseguente avvicinamento ai coetanei. Sul secondo punto le nuove tecnologie (internet, cellulare) hanno sicuramente aiutato i ragazzi fornendo molte più opportunità di contatto: se non piace il gruppo che si frequenta o si è molto timidi, c’è comunque la possibilità di uscire dal proprio isolamento e di allacciare nuovi contatti. Purtroppo, il rovescio della medaglia è una forma diversa di isolamento o di dipendenza: si crea un mondo in cui reale e virtuale si confondono sempre più, si strutturano mille legami e si compete per chi ne ha di più.

                Paradossalmente, si ricerca attraverso la quantità ciò che, in realtà, può essere dato solo dalla qualità delle relazioni. Questo spiega la crescente fragilità dei ragazzi, perché l’identità si plasma sempre più attraverso un gioco di specchi e di rimandi senza fine, in cui si alimenta il proprio senso di onnipotenza, ma alla fine ci si perde. Tutti questi meccanismi, se da una parte favoriscono i contatti, dall’altra fanno perdere il senso dei segreti, dell’intimità, perché in rete ciò che conta è solo esserci, magari attraverso il pettegolezzo o la negatività.

                È importante che i ragazzi, per la strutturazione della loro identità, rimettano al centro i vari gruppi realmente frequentati (la classe, la squadra, l’oratorio, la compagnia, …) o di riferimento (la politica, i calciatori, …). Non è detto che tutti questi gruppi siano positivi o condivisi dall’adulto, ma almeno non generano la confusione fra reale e virtuale. Non dimentichiamo poi, che per molti ragazzi la fragilità dipende anche dalla molteplicità e, a volte, dall’ambiguità dei genitori (per molti di loro, infatti, è aumentato il numero dei genitori, visto il crescente fenomeno delle famiglie ricomposte) e degli adulti di riferimento (il professore, l’allenatore, l’educatore, il prete, …).

                È importante, quindi, non scaricare sui ragazzi e sui loro comportamenti (messaggiare e chattare in continuazione) la responsabilità delle loro insicurezze e fragilità, ma riconoscere che solo la coerenza, la positività e la stabilità degli adulti può creare modelli positivi di identificazione e di relazione.

Dott. Marco Cunico, psicoterapeuta, sessuologo clinico, direttore del Consultorio familiare Verona Sud,

www.cisonline.net/news/uno-nessuno-centomila-lidentita-e-le-relazioni

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CONSULTORI UCIPEM

Parma. Giovani domande al mondo adulto

 e altro                                                                       www.famigliapiu.it

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CORTE COSTITUZIONALE

Tutti i bambini adottati devono avere un legame giuridico con i parenti del genitore adottante

                La Corte costituzionale, riunita in camera di consiglio, ha esaminato oggi la questione di legittimità costituzionale delle disposizioni che escludono, nelle adozioni di minori “in casi particolari”, l’esistenza di “rapporti civili” tra il bambino adottato e i parenti dell’adottante (articolo 55 della legge n. 184 del 1983 e articolo 300, secondo comma, del Codice civile). L’adozione “in casi particolari” riguarda bambini orfani, anche con disabilità, bambini che già vivono con il coniuge del genitore biologico, bambini non altrimenti adottabili.

                In attesa del deposito della sentenza, l’Ufficio comunicazione e stampa della Corte costituzionale fa sapere che le disposizioni censurate sono state dichiarate incostituzionali nella parte in cui prevedono che “l’adozione non induce alcun rapporto civile tra l’adottato e i parenti dell’adottante”. La Corte ha affermato che il mancato riconoscimento dei rapporti civili con i parenti dell’adottante discrimina, in violazione dell’articolo 3 della Costituzione, il bambino adottato “in casi particolari” rispetto agli altri figli e lo priva di relazioni giuridiche che contribuiscono a formare la sua identità e a consolidare la sua dimensione personale e patrimoniale, in contrasto con gli articoli 31, secondo comma, e 117, primo comma, della Costituzione in relazione all’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Roma    Palazzo della Consulta                                                24 febbraio 2022

www.cortecostituzionale.it/documenti/comunicatistampa/CC_CS_20220224180711.pdf

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DALLA NAVATA

VIII Domenica del tempo ordinario o della Parola di Dio (anno C)

Siracide               27, 05. Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti; così quando un uomo discute, ne                                              appaiono i difetti.

Salmo                   91, 15. Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno verdi e rigogliosi, per annunciare                                            quanto è retto il Signore, mia roccia: in lui non c’è malvagità.

Paolo 1Corinzi 15, 58. Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più                                     nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.

Luca                      06, 45. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal                                         suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore                                        sovrabbonda.

                A chiunque mi viene a parlare con enfasi del diritto dico: «Guarda la trave che hai negli occhi, non inveire contro quelli che si ribellano. Se prima non hai guardato la trave che hai negli occhi non puoi togliere la pagliuzza che è nell’occhio del fratello». Noi sterminatori non dobbiamo scandalizzarci che le vittime comincino a sterminare, dobbiamo provvedere convertendoci, modificandoci. Questo è vero sia nel senso planetario e sia nel nostro mondo privato dove difendiamo la giustizia attraverso gli organismi istituzionali e non ci domandiamo se per caso questa giustizia quando dovrebbe compiere quel passo per cui è nata, l’aiuto del povero e del misero, si tiri indietro. Siamo scandalizzati – veramente perché è un male terribile – dalla mafia e non ci domandiamo se per caso noi non viviamo dentro un’altra mafia. Potremmo dire a tanti: ipocrita, togliti la trave dall’occhio.

                Eppure, nonostante tutto, abbiamo bisogno, per non franare nella disperazione collettiva, di appoggiarci ad alcune convenzioni, ad alcune grandi parole, alle grandi Carte in cui l’uomo ha proiettato quanto meno la sua aspirazione più positiva perché almeno in questo senso quelli sono frutti buoni dell’albero buono. Ma non appena si tratta di assecondare gli impegni assunti con quelle parole dobbiamo essere inesorabili, vogliamo che quelle parole siano vere nei fatti. Non vogliamo cancellarle dal nostro orizzonte perché il mondo diventerebbe buio, vogliamo che quelle parole siano vere nei fatti. Non possiamo sopportare, come i nostri padri hanno sopportato, di andar in giro – come i Farisei del Vangelo – con le filatterie [strisce di pergamena (in ebraico tĕfillīn, «preghiere») recanti iscritti passi del Pentateuco, che gli ebrei portano chiuse in capsule di cuoio e legate con cinghie al braccio sinistro e al capo durante la preghiera mattutina feriale] in cui è scritto che tutti gli uomini sono uguali e poi non è vero niente. Non possiamo, vogliamo che siano uguali. Quando diciamo questo subito i custodi delle parole si scandalizzano: voi siete sovversivi. No! Noi vogliamo che le parole dette con solennità siano vere. Non è forse questo il senso della nostra dignità umana? Non dobbiamo limitarci a pronunciar le parole e gongolarci del loro suono ma volere che esse rispondano alla realtà delle cose. Lo facciamo?

                Non lo facciamo. promettiamo, prendiamo impegni ma appena il fratello, che è offeso dal nostro modo di comportarci, si ribella ci scagioniamo con la violenza della giustizia. È terribile tutto questo. Le cifre dei fatti sono lì a dimostrarcelo. Leggevo proprio ieri di una relazione ineccepibile – niente meno che la relazione della commissione Giustizia e Pace della Santa Sede  – che in questi anni, l’aiuto del Nord al Sud diminuisce di anno in anno. Poi ci meraviglieremo se domani un popolo si ribella in maniera violenta e interverremo con le nostre forze di pronto intervento. Ipocriti, il giudizio è su di voi. Quando dico questo non faccio che tradurre in un parametro più vasto le semplici parole del Vangelo. Verrà la giustizia. La giustizia di Dio non è come quella che sognano i visionari, che scende dal cielo, viene dalle cose. La giustizia di Dio inesorabile è la forza delle vittime che si mettono insieme per scuotersi di dosso il giogo fatto dalle nostre parole che ci dovranno tornare addosso a nostra vergogna.

                Questo è, un po’ confusamente, ciò che oggi mi ha svegliato nell’anima la lettura di queste pagine. Vorrei riassumere il senso di ciò che vi ho detto proponendovi come regola di comportamento quello che dice il primo brano della Scrittura per quanto riguarda la meditazione, la riflessione: «Quando un uomo riflette gli appaiono i suoi difetti». Riflettiamo ma non in senso puramente intimistico. Certo, ognuno di noi ha un peso di parole inadempiute, di promesse smentite dai fatti – e ognuno porti la sua vergogna – ma ne abbiamo di parole dette collettivamente che sono la nostra condanna! Con le nostre ideologie abbiamo disseminato ideali altissimi ma coloro a cui erano destinati sono rimasti esclusi. Ecco perché c’è la crisi delle ideologie. È la crisi delle parole senza senso, non delle ideologie in sé. La gente non ci crede più dato che l’accumularsi dei fatti ha portato una smentita clamorosa a ciò che abbiamo promesso, che in sé era giusto.

                È giusto promettere libertà a tutti gli esseri della terra ma lo dobbiamo fare. È giusto promettere giustizia, equa distribuzione dei beni a tutti gli abitanti del pianeta, ma dovremo farlo. Non lo facciamo e la miscredenza ci sommerge. Dobbiamo riflettere su questo, perché le nostre scelte, sia nel privato, sia pubbliche, devono essere dettate da questo bisogno di verità, di coincidenza fra parole e fatti. È un’esigenza che affatica lo spirito perché se noi uscissimo dal mondo di parole che abbiamo creato saremmo nel puro caos. Non possiamo entrare in questa vertigine, dobbiamo continuare a vivere nel nostro mondo di parole portando però dentro di noi il senso del pentimento di non averle adempiute. Pensate che sarebbe questo per una Chiesa che celebra l’Eucarestia e tuttavia non ha il coraggio di rinunciare a sé, ai propri privilegi… È una vergogna. Tuttavia continuiamo perché sappiamo che il massimo dei peccati è la disperazione.

                Dobbiamo continuare a sperare contro ogni speranza, spes contra spem, come dice con forza la Scrittura. Questa speranza non ci viene concessa in una commozione domenicale, è il frutto maturato nel torchio della sofferenza morale. Chi non ha sofferenza morale oggi non è più capace di dire parole vere. Vi esorto ad aprirvi con tutta la vostra anima a questo senso di pentimento e di bisogno di verità che forse ci otterrà misericordia e ci permette di rivolgerci a chi ci ha detto che la morte è stata vinta con tutta dignità: aspettiamo che Tu ci renda conto di codesta parola. Dio deve renderci conto di quello che ha pronunciato perché i fatti, per ora, non corrispondono. Ma noi possiamo parlare con ardimento filiale a Dio dopo che abbiamo parlato con ardimento nei nostri confronti perché solo chi ha una sincerità aperta alla sofferenza può alzarsi al cospetto di Dio con dignità, provocandolo a far presto perché le sue promesse non siamo sulla testa come nuvole dorate, che non lambiscono la pietra dura delle cose, ma assumano le stesse cose e le trasfigurino. Solo la sofferenza morale può generare una legittima speranza.

p. Ernesto Balducci da: “Il tempo di Dio”- ultime omelie 1991-1992

www.fondazionebalducci.com/27-febbraio-2022-viii-domenica-tempo-ordinario-anno-c

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DONNE NELLA (per la) CHIESA

La donna e il ministero: alcune distinzioni di Michelina Tenace

                Non ho potuto seguire il recente Simposio sulla “teologia fondamentale del sacerdozio”, ma ho ricevuto la sbobinatura dell’intervento della https://vorreicapire.it/e-il-mondo-secondo-papa-francesco/ *, che tocca uno dei nodi sensibili della riflessione su “ministero/sacerdozio” e che merita di essere letto e commentato. Ovviamente mi rifaccio non ad un testo pubblicato, ma alla sbobinatura di un testo parlato. Con tutta la approssimazione che questo comporta sia per chi parla sia per chi ascolta e sbobina e infine per chi legge. Cionondimeno credo sia una buona occasione per mettere a punto alcune idee di fondo, a cui ci richiama il testo breve ma intenso della prof. Tenace e del quale deve essere ringraziata.  AG

* docente alla Gregoriana di Antropologia teologica e corsi sull’Oriente cristiano; dal 2018 Consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede

                Sul ministero e la donna: le parole di M. Tenace al Simposio in Vaticano. Tra “generare” e “mettere al mondo” una distinzione sistematica poco chiara. l tenore e l’impianto del discorso. I passaggi più importanti

  1. Circa il ministero femminile, non si tratta di “ripristinare qualcosa”, ma di attingere profeticamente alla tradizione che viene non solo dal passato, ma dal futuro. Una sorta di “fedeltà al futuro” appare con grande forza nel testo, a partire dalla esperienza di collaborazione con la prima Commissione sul diaconato. Leggere la Scrittura e la tradizione indica che le donne hanno partecipato alla evangelizzazione della carità per tutti. Ripristinare è un anacronismo, mentre profetica è la ricerca di novità. Ha senso riflettere su ciò che alle donne non è stato dato, perché questo ha coinciso con una deriva maschilista e clericalista della Chiesa. Urgente è ripristinare ministeri istituiti per le donne “non per un riconoscimento della dignità delle donne, ma per un riconoscimento della vera identità della Chiesa”.
  2. Se la chiesa non chiama, il ministero rischia di essere considerato un diritto. Servire non è un diritto, ma un dovere. Il dovere di servizio ha trovato una forma storica nella struttura gerarchica. E il discernimento sul ministero femminile riguarda il bene del popolo di Dio, nelle diverse culture. Di qui Tenace desume che “per non essere una risposta dettata dall’onda di un’ideologia (parentesi: “femminista” significa argomentare sul diritto), la riflessione sui ministeri ha dovuto tornare alla fonte. Qual è la fonte? Il Battesimo, da dove nasce e fiorisce ogni vocazione”. Una vera riscoperta del “sacerdozio di tutti i battezzati” viene sottolineata con grande forza e indicata come un compito da svolgere con convinzione, fuori da schemi maschilisti o androcentrici.
  3.  La dignità non riguarda solo il servizio sacerdotale: “Per questo è una contraddizione pensare che il sacerdozio concesso alle donne darebbe un modo di riconoscere la loro dignità”. Occorre chiedersi quali siano i bisogni reali degli uomini e delle donne di oggi, per evitare di ridurre la promozione dei laici alla zona di influenza della eucaristia e dell’altare. Di qui la conclusione: “Allora ci sembra che la questione del ministero delle donne soffra di due riduzioni: la riduzione della dignità di ogni ministero alla dignità del sacerdozio ministeriale, e la riduzione della dignità del sacerdozio ministeriale al sacerdozio di Cristo in quanto maschio”.
  4. L’ultimo passaggio è molto denso: “Uomo e donna sono due realtà che esprimono una diversità complementare rispetto al generare: secondo il proprio genere gli uomini generano, le donne mettono al mondo (gli uomini generano, le donne mettono al mondo); così, simbolicamente, uomini e donne partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo che ha affidato la Chiesa a coloro che generano, in virtù del sacerdozio ministeriale, e a coloro che mettono al mondo, in virtù del sacerdozio comune, in una reciproca dipendenza e sostegno”.

                I punti che meritano una discussione. Dal testo emergono almeno tre punti su cui il Simposio può aver avuto il merito di sollevare la attenzione e di alimentare la discussione. Provo a formulare le domande a cui M. Tenace ha offerto risposte importanti, ma non univoche e talora non persuasive:

  1. Le logiche di dovere e di diritto (nel servizio) come si intrecciano sul tema della “dignità”?.Se la dignità alla donna viene dal “sacerdozio battesimale”, e poi dalla possibilità di “servire” il corpo della Chiesa, proprio il battesimo, nella sua logica di servizio, di acquisizione delle virtù e di sviluppo dei carismi, può aprirsi alle strade del matrimonio e del ministero ordinato. La logica sacramentale è chiara: la Chiesa ha bisogno di sopperire ai limiti dei soggetti individuali: vuole una istituzione matrimoniale ed una istituzione ecclesiale. Il fatto che l’accesso al ministero ordinato debba essere considerato escluso sulla base della dignità, riferita per la donna esclusivamente al sacerdozio battesimale, non è un punto sistematicamente chiaro. Che la “vocazione femminile” sia al matrimonio ma non al ministero ordinato è certo una pacifica evidenza della società chiusa. Ma quando la società e la chiesa si apre, come possiamo ricostruire la dignità del soggetto in modo non predeterminato? Un percorso differenziato di “dignità” tra uomini e donne rischia di usare un concetto di “dignitas” che non è stato messo alla prova di “Dignitatis Humanæ”(1965). Questa è la mia prima perplessità, che pongo al ricco testo di M. Tenace.
  2. In quale senso dovrebbe essere evidente che le donne “non hanno diritto al sacerdozio”? Qui, come è noto, si debbono usare fonti necessariamente: da un lato abbiamo pronunciamenti che, senza argomentazioni forti e con riferimento soltanto al passato, escludono la possibilità che la donna possa essere soggetto di “ordinazione sacerdotale”, ma senza escludere che possa accedere al diaconato. Tuttavia questo testo del 1994 (Ordinatio sacerdotalis) non esclude affatto che si dia una teologia che lavori sulle ragioni di questo divieto. E che si interroghi, però, non solo “apologeticamente”, ma “in mondo fondamentale”. Sappiamo che una tradizione interna alla teologia cattolica vorrebbe limitare la funzione del teologo a dare sostegno alle posizioni che il magistero di volta in volta assume. Vi è però, soprattutto sulle questioni che non sono pacifiche, la funzione di una teologia che esplora il campo delle argomentazioni che permettono al magistero di dire in modo più pieno e più completo la verità. Una duplice postura del magistero della cattedra magistrale rispetto al magistero della cattedra pastorale è vitale soprattutto sui temi più delicati. Come già diceva W. Boeckenfoerde [1930-2019, giurista e filosofo], su questo punto specifico il diritto canonico del 1983, che prescriverebbe il silenzio teologico di fronte ai veri problemi, è un arretramento rispetto al 1917. Dobbiamo pacatamente discutere sulle evidenze che cambiano. Altrimenti facciamo solo teologia di autorità. E questo è sempre un segno di debolezza e di irrilevanza.
  3. In che modo la “differenza tra maschile e femminile” potrebbe essere veramente compresa in termini di “generare maschile” e di “mettere al mondo femminile”? Proprio ciò che M. Tenace elabora come contributo sistematicamente più fine, vale a dire i due concetti del “generare” e del “mettere al mondo”, come qualificazioni dello specifico maschile e femminile, dovrebbe funzionare come giustificazione sistematica alla prospettiva assunta. Ma qui io fatico a seguire e avrei bisogno di capire più a fondo la legittimazione sistematica di questa distinzione. Che cosa ha alle spalle? Una antropologia fondamentale tradotta in “funzioni ecclesiali”? Una ripresa della similitudine dei due “princìpi” (petrino e mariano) elaborati da Von Balthasar?[1905-1988, teologo] Come la differenza tra “generare” e “mettere al mondo” permetterebbe di escludere che la donna possa partecipare non solo del sacerdozio battesimale, ma anche di quello ministeriale, mi risulta ancora piuttosto oscuro. Ad una lettura sicuramente non del tutto fedele e forse neppure corretta, potrebbe sembrare quasi una forma di resistenza apologetica a nuove forme di riconoscimento della dignità della donna. Ciò che Tenace chiama “femminismo” e che collega direttamente e criticamente alla “domanda di diritti”, non credo che possa essere letto semplicemente come una ideologia. Come se la domanda di diritti della donna (ma due secoli prima anche dell’uomo) non fosse un punto decisivo per la acquisizione di quella “humana dignitas”, che ha profondamente modificato l’approccio alla tradizione, ovviamente solo dopo che la “libertà di coscienza” è stata riconosciuta da “Dignitatis Humanæ”? (7 dicembre 1965). Qui, a me pare, si apre uno spazio di riflessione che non trovo sviluppato, ma direi solo delimitato, nel testo di Tenace e che potrebbe aiutare a elaborare categorie sistematiche meno suscettibili di una ingiusta riduzione apologetica. Questo corrisponderebbe meglio alla intenzione originaria con cui il “tema femminile” è entrato nel dibattito cattolico ufficiale, proprio con il testo singolarmente profetico di “Pacem in terris” (11 aprile 1963), a quale vorrei dedicare l’ultimo passaggio.

                Dignità e “spazio pubblico”. Ciò che risulta centrale, nel testo dell’ultima enciclica di papa Giovanni XXIII, è un “atto di riconoscimento”, un riconoscimento di autorità. Il percorso è stato lungo e accidentato e ha trovato, a lungo, una profonda sordità ecclesiale. La esclusione delle donne da ogni autorità trovava, fin da Tertulliano,(155-230) parole di sostegno. Anche quando veniva ammessa, era profondamente limitata all’ambito privato. Le donne potevano leggere, insegnare e battezzare, ma solo in privato. La novità è entrata nel magistero della Chiesa cattolica con Pacem in terris (1963), che mette il dito nella piaga, invitando a considerare come un “segno dei tempi” l’ingresso della donna nella vita pubblica. Riascoltiamo le parole di papa Giovanni, del 1963, quando ricordava: “un fatto a tutti noto, e cioè l’ingresso della donna nella vita pubblica: più accentuatamente, forse, nei popoli di civiltà cristiana; più lentamente, ma sempre su larga scala, tra le genti di altre tradizioni o civiltà. Nella donna, infatti, diviene sempre più chiara e operante la coscienza della propria dignità. Sa di non poter permettere di essere considerata e trattata come strumento; esige di essere considerata come persona, tanto nell’ambito della vita domestica che in quello della vita pubblica.”

                E poco più avanti aggiungeva: “In moltissimi esseri umani si va così dissolvendo il complesso di inferiorità protrattosi per secoli e millenni; mentre in altri si attenua e tende a scomparire il rispettivo complesso di superiorità, derivante dal privilegio economico-sociale o dal sesso o dalla posizione politica”.

                Questo testo, nella sua potente semplicità, mi pare che ci dovrebbe aiutare a non utilizzare criteri sistematici nei quali, in modo più o meno diretto, continua a sopravvivere quel criterio per cui gli uomini stanno in pubblico e le donne in privato. È difficile aggirare questo ostacolo, che era la evidenza di una società chiusa, nella quale la funzione “pubblica” della autorità sacerdotale non poteva in nessun modo riguardare una donna. E non credo che una “antropologia” o una “teologia” possa pensare di restaurare, sul piano sistematico, ciò che si è rivelato come una ideologia sociale e culturale. Qui ideologico non è parlare di diritto delle donne, ma non parlarne. Il loro servizio può essere davvero tale solo se corrisponde ad una pienezza di autorità possibile, da cui nessuno è escluso, non perché lo faccia valere come un diritto, ma perché la Chiesa possa davvero trovare risposta ai suoi bisogni, senza preclusioni o pregiudizi. Per questo motivo né il femminismo, né il riferimento al diritto possono essere ridotti ad “apriori negativi”, rinunciando ai quali il teologo cattolico costruisce la sua argomentazione “de muliere”, “de ministerio” ed anche “de sacerdotio”. Un dibattito favorito dalla bella sintesi offerta da M. Tenace, che sappia integrare questi aspetti problematici, sarebbe in grado di dire una parola veramente fresca e davvero nuova nel quadro della tradizione cattolica sul rapporto tra donna e ministero, senza dover forzare la distinzione tra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale a fungere anche come una differenza di genere.

Andrea Grillo    Blog Come se non            23 febbraio 2022

www.cittadellaeditrice.com/munera/la-donna-e-il-ministero-alcune-distinzioni-di-michelina-tenace/

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

Dottrina della fede: testo e contesto

                Rispetto al motu proprio Fidem servare (11 febbraio 2022) che disciplina diversamente le attività del dicastero per la dottrina della fede, entrato in vigore il 14 febbraio 2022 vi sono elementi di contestualizzazione che è utile percepire.

www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/20220211-motu-proprio-fidem-servare.html

  1. Anzitutto la diversa collocazione del dicastero nell’insieme della curia romana. Chiamata un tempo «la Suprema» con la riforma di Paolo VI e di Giovanni Paolo II (Pastor Bonus) è stata collocata sotto il ruolo riconosciuto alla Segreteria di stato. Nella prevista riforma è ulteriormente discesa perché verrà privilegiata la dimensione dell’evangelizzazione. Una “diminuzione” che non significa il venire meno del servizio del dicastero.
  2. Una seconda osservazione di contesto è lo sforzo di custodire e rafforzare il ruolo propulsivo e dottrinale, fortemente compresso dalla crescita delle attività legate al tema degli abusi. Per evitare che le forze degli ufficiali siano assorbite dalla dimensione disciplinare, il papa ha distinto le due sezioni, con a capo due segretari (non ancora nominati).
  3. Per la parte dottrinale il motu proprio parla di «promozione e tutela della dottrina della fede e della morale». E aggiunge: «Essa (sezione) favorisce gli studi volti a far crescere l’intelligenza e la trasmissione della fede al servizio dell’evangelizzazione». Resta, ma non al primo posto, il compito di visionare scritti e opinioni «che appaiono problematici per la retta fede, favorendo il dialogo con i loro autori e proponendo rimedi idonei».

                Rafforzare la teologia. Dei quattro uffici precedenti (dottrinale, disciplinare, matrimoniale, Ecclesia Dei) ne scompaiono due. Alla sezione dottrinale afferisce l’ufficio matrimoniale e, per quanto riguarda la dottrina, anche il dialogo con la Fraternità sacerdotale San Pio X. Per tutte le altre comunità o fondazioni tradizionaliste i riferimenti sono alla congregazione del culto e a quella dei religiosi.

                Con Ecclesia Dei scompare quel nucleo di ufficiali e collaboratori che costituivano un gruppo di resistenza al Vaticano II. Il fallimento di ogni tentativo di far entrare i lefebvriani nella disciplina ecclesiastica li ha resi irrilevanti e ha marginalizzato le istanze della Fraternità.

  1. La seconda sezione, quella disciplinare, segue tutta la materia degli abusi del personale ecclesiastico. I 20 ufficiali delegati a questo lavoro (sono una decina quelli appartenenti alla sezione dottrinale) hanno il compito di «predisporre ed elaborare le procedure previste dalla normativa canonica». Rientra nei loro compito anche la formazione degli operatori del diritto chiamati, a livello locale, ad applicare le norme canoniche. Le rigorose norme in essere hanno spinto i vescovi (sono 5.000 nel mondo) a non indugiare nella denuncia dei casi, provocando la crescita numerica delle pratiche, la complessità linguistica e l’attenzione alle leggi in atto nei diversi paesi e continenti.

                A presiedere le due sezioni vi saranno due segretari, ovviando alla situazione precedente che faceva del segretario unico un imbuto rallentante il lavoro. È probabile che la sua struttura renda più spedito il flusso anche dei documenti dottrinali. Negli ultimi quindici mesi ne sono pubblicati tre: sul fine vita, sulla legittimità dei vaccini e sulla benedizione degli omosessuali. Da anni è in preparazione un testo sul rapporto fra diritto naturale e diritto civile, ma la tematica, continuamente rilanciata dal dibattito culturale e dalle leggi, consiglia un paziente approfondimento.

                L’intervento sulla Congregazione per la dottrina della fede è un ulteriore tassello della riforma della curia che papa Francesco ha avviato da tempo, ma che non ha ancora la forma compiuta di una costituzione apostolica.

Lorenzo Prezzi, dehoniano         SettimanaNews                              16 febbraio 2022

www.settimananews.it/chiesa/dottrina-della-fede-testo-e-contesto

               

Assegnare alcune competenze

Lettera apostolica motu proprio che assegna alcune competenze alle Chiese locali

                Per «favorire il senso della collegialità e della responsabilità pastorale dei vescovi», e inoltre «assecondare i principi di razionalità, efficacia ed efficienza», il 15 febbraio 2022 papa Francesco ha promulgato la lettera apostolica motu proprio Competentias quasdam decernere (Assegnare alcune competenze), con la quale vengono mutate alcune norme del Codice di diritto canonico e del Codice dei canoni delle Chiese orientali. I punti interessati riguardano: l’organizzazione dei seminari; la formazione sacerdotale; l’incardinazione di chierici; l’Ordo virginum; l’esclaustrazione di religiosi; la redazione di catechismi; la riduzione degli oneri delle messe. In tutti questi casi non serve più l’«approvazione» della Santa Sede all’operato dell’ordinario locale, ma basta una sua «conferma». Il documento punta dunque, come commenta L’Osservatore romano, a «un decentramento nella dinamica ecclesiale della comunione, senza pregiudicare la dimensione gerarchica».

www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/20220211-motu-proprio-assegnare-alcune-competenze.html

                Il giorno prima, 14 febbraio 2022, è invece stato pubblicato il motu proprio Fidem servare ↑ che modifica la struttura interna della Congregazione per la dottrina della fede (cf. in questo numero a p. 136).

https://ilregno.it/documenti/2022/5/assegnare-alcune-competenze-francesco

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GOVERNO

Adottata la nuova Strategia del Consiglio d’Europa per i diritti dell’infanzia

                Il 23 febbraio 2022 il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha adottato la nuova Strategia per i diritti dell’infanzia (2022-2027) “Children’s Rights in Action: from continuous implementation to joint innovation” che guiderà il lavoro del Consiglio nei prossimi sei anni.

https://integrazionemigranti-gov-it.translate.goog/en-gb/Ricerca-news/Dettaglio-news/id/2341/The-new-Strategy-for-the-Rights-of-the-Child-2022-2027-adopted-by-the-Committee-of-Ministers?_x_tr_sl=en&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=sc

                Il testo approvato costituisce la quarta edizione di una serie di strategie di successo volte a far progredire la protezione e la promozione dei diritti dei bambini in tutto il continente Europeo, nel quadro del programma “Costruire un’Europa per e con i bambini” in vigore dal 2006. Come parte dell’impegno di lunga data del Consiglio di mettere le persone di minore età al centro del suo lavoro, la Strategia è stata sviluppata attraverso un ampio processo consultivo che ha coinvolto governi nazionali, organizzazioni internazionali e della società civile e, non da ultimo, 220 bambini e ragazzi di 10 Stati membri.

https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX:52021DC0142&from=IT

                La Strategia identifica sei obiettivi strategici che si basano in parte su aree prioritarie già identificate nella Strategia precedente, che rimangono rilevanti (“attuazione continua”) e che, per l’altra parte, includono nuove azioni volte a rispondere a nuove aree prioritarie (“innovazione congiunta”).

                I nuovi obiettivi strategici sono:

1)      libertà dalla violenza per tutti i bambini e le bambine;

2)      pari opportunità e inclusione sociale per tutti i bambini e le bambine;

3)      accesso all'uso sicuro delle tecnologie per tutti i bambini e le bambine;

4)      giustizia a misura di bambino/a per tutte le persone di minore età;

5)      dare voce ad ogni bambino/a;

6)      diritti dell’infanzia in situazioni di crisi e di emergenza;

                La Strategia sarà presentata a Roma il 7-8 aprile 2022 in una conferenza di alto livello co-organizzata dal Consiglio d’Europa e dall’attuale Presidenza italiana del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, con l'obiettivo di coinvolgere i principali stakeholder nel processo di realizzazione della Strategia dei prossimi sei anni.                                                                            24 febbraio 2022

https://famiglia.governo.it/it/politiche-e-attivita/comunicazione/notizie/adottata-la-nuova-strategia-del-consiglio-d-europa-per-i-diritti-dell-infanzia

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MATRIMONI

La Crisi del matrimonio in Italia – Il Crollo di una istituzione italiana

                I dati diramati dall’ISTAT sono impietosi. Crolla il mito del matrimonio in Italia. Nel 2020, in piena pandemia, si è registrato il minimo storico di matrimoni (96.841). Nel 2021 il dato si è raddoppiato, ma sempre in numero inferiore rispetto al 2019 che furono circa 200.000.

                Balza agli occhi il dato del 2020 e cioè che i matrimoni religiosi sono diminuiti in modo impressionante (-67,9%) e i primi matrimoni (-52,3%). Sempre nel 2020 sono diminuite le unioni civili (della coppia stesso sesso) con un trend che si assesta a -33%. I primi matrimoni nel 2020 sono 69.743 (meno della metà del 2019). Crolla il matrimonio nel Sud, da sempre roccaforte di questo istituto (-54,9%), nel centro (-46,1%) e nel nord (-40,6%). Sono diminuite le prime nozze con lo sposo in età tra 30 e 39 anni e la sposa fino ai 39 anni. Quasi un matrimonio su cinque è misto, cioè con uno/a sposo/a straniero/a (18.832), con un calo del 44,9% rispetto al 2019. Si è registrato un calo della nuzialità tra i giovani rispetto al 2019 (-54%) fino a 34 anni, mentre a partire dai 35 anni il calo è del 49,5% per gli uomini e del 45% per le donne.

                Sono in aumento le coppie di fatto (1.400.000). Un figlio su quattro nasce da coppie non coniugate. È evidente che l’Italia stia vivendo un momento sensibile sul fronte familiare e del tasso di natalità. Nel 1970 fino 450.000 matrimoni, nel 2020 appena 96.841.

                I numeri parlano chiaro e non ammettono discussioni. E se il dato del 2020 trova una giustificazione nell’apice della pandemia, con circa 30.000 matrimoni rinviati, si può affermare che il decremento del tasso di nuzialità e natalità del nostro Paese abbia radice lontane che prescindono del Covid 19. Già dagli inizi degli anni ottanta iniziavano i primi campanelli d’allarme. Nel nostro Paese manca una seria politica per la famiglia.

Specie nelle grandi città mettere su famiglia è una missione impossibile atteso il carovita, le difficoltà ad accedere al mutuo e ai costi degli affitti. Non esiste alcun incentivo a formare una famiglia attesa anche la penuria di asili nido.

                Manca il rispetto per la maternità. Le donne lavoratrici, quando diventano mamme, sono penalizzate. Ormai l’Italia è un Paese alla deriva e senza futuro. Urge una politica completamente diversa che aiuti i giovani a costruirsi un futuro familiare e a mettere al mondo figli. Se non si interviene subito, gli italiani nel 2050 saranno non più di trenta milioni e il Paese crollerà a picco con una popolazione di over settanta.

                Avv. Gian Ettore Gassani,. presidente Nazionale AMI * 21 febbraio 2022            

*Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani per la tutela delle Persone, dei Minorenni e della Famiglia

www.ami-avvocati.it/la-crisi-del-matrimonio-in-italia-il-crollo-di-una-istituzione-italiana

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POLITICA ECCLESIALE

Suicidio assistito: il Vaticano può dire addio a certi valori non negoziabili?

                Quando in Argentina cominciava a diffondersi l’idea di proporre una ratifica dei matrimoni omosessuali, l’arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, suggerì ai suoi di giocare in attacco, non di rimessa. Ad una riunione della Conferenza Episcopale Argentina, che presiedeva, fece presente che gli omosessuali avevano il diritto a fruire di tutti i benefici di legge che derivano dalle unioni civili. Questo avrebbe tutelato un diritto e offerto alla Chiesa di difendere il matrimonio, che è tra un uomo e una donna. I confratelli nell’episcopato di Jorge Mario Bergoglio non ritennero di starlo a sentire, respinsero la sua idea e in Argentina si votò la legge che consente il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

                Oggi che è vescovo di Roma, Jorge Mario Bergoglio, papa Francesco, ritiene che giocare in difesa sia sempre un errore. Lasciare aggravarsi i problemi senza offrire soluzioni ragionevoli alle emergenze apre la strada a nettezze che finiscono per prevalere. Così è difficile ritenere che Francesco condivida l’idea diffusa in molti ambienti cattolici che la decisione della Corte Costituzionale di ritenere non ammissibile il referendum sul suicidio assistito sia, dal punto di vista ecclesiale, un vantaggio che fa tirare un sospiro di sollievo. Il problema rimane, e volendo si potrebbe solo ritenere che si è guadagnato del tempo.

                Ma non siamo davanti a un valore non negoziabile, la difesa della vita, dal concepimento alla morte naturale? E già, è certamente così. Ma i tempi cambiano e oggi si dà il caso che ci siano malattie e terapie che possono bloccare un essere umano per anni, senza speranza alcuna, solo atroci sofferenze, o incoscienza. E non basta dire no all’accanimento terapeutico per risolvere il problema. Quando sussiste il vero accanimento terapeutico, quale caso certamente lo è? La società vede casi limite, ma casi concreti, di persone in carne e ossa. E si interroga.

                La Chiesa no? Resta chiusa nella sua torre eburnea di difesa senza se e senza ma? Questa Chiesa sarebbe una Chiesa chiusa, non una Chiesa in uscita, come quella di cui parla Francesco. La Chiesa in uscita riconosce la società, non si ritiene una società perfetta la cui legge è indiscutibile. In definitiva la Chiesa in uscita rifiuta il non expedit. Che cos’è? Come sempre Wikipedia ci aiuta a trovare una definizione semplice di cose un po’ complesse: “Non expedit è una disposizione della Santa Sede (1886) con la quale si dichiarò inaccettabile che i cattolici italiani partecipassero alle elezioni politiche del Regno d’Italia e, per estensione, alla vita politica nazionale italiana, sebbene tale divieto non fosse esteso alle elezioni amministrative”. La Chiesa riteneva lo Stato italiano un usurpatore. Poi Benedetto XV consentì ai cattolici di aderire al Partito Popolare di don Sturzo. Oggi non c’è più il partito dei cattolici, ma i cattolici in tanti partiti.

                Proponendo l’idea dei principi non negoziabili il Vaticano ha di fatto detto ai cattolici che loro sono nella società, vivono in essa, ma fino a un certo punto. La società cattolica, cioè la Chiesa, ha dei limiti invalicabili in certi e indiscutibili principi. La difesa della vita è uno di questi. Ma a forza di parlare di difesa della vita dal concepimento alla morte naturale la Chiesa ha dato l’idea di difendere la vita del non nato e del moribondo, tutto il resto della difesa della vita è risultato affidabile alla libera negoziazione tra le parti.

                Questa idea salta con Francesco. La Chiesa dovrebbe far capire che vuole difendere la vita sui barconi come nelle borgate, dei moribondi come di chi non trova lavoro. Ma senza imporre una legge che rende obbligatorio la piena occupazione, o l’accoglienza di tutti. Vale anche per il suicidio assistito? I fatti della vita e della morte sono così grandi e profondi che la Chiesa deve occuparsene. E così la rivista dei gesuiti, La Civiltà Cattolica, le cui bozze vengono preventivamente dalla Segreteria di Stato, ha pubblicato un articolo fondamentale nel quale si parla di legge imperfetta. La legge imperfetta è quella legge che non recepisce il nostro punto di vista, non impone ciò che vorremmo. Ma consente di risolvere un problema dai più volti in modo imperfetto. Se tu vedi come essenziale la tutela del diritto di un individuo a dire che non vuol più soffrire senza speranza di poter guarire, io vedo come essenziale la non estensione di questo principio a chi viva un momento di crisi psicologica, o di depressione.

www.camera.it/leg18/126?tab=4&leg=18&idDocumento=3101&sede=&tipo=

                Se una legge, come quella in discussione alla Camera sul suicidio assistito, riuscisse a contemperare queste due priorità diverse avremmo fatto una legge per tutti imperfetta, ma affrontato un problema guardando in avanti, non indietro. È la cultura del male minore? No! È la cultura del bene maggiore. Ma soprattutto è la cultura dell’expedit, non del non expedit. In questa cultura approvando una legge che consente l’assistenza al suicidio in casi clinicamente definiti il Papa si riserverebbe di poter dire, come ha fatto pochi giorni fa, che la sua visione è quella di accompagnare alla morte, non di darla. Un altro potrà dire che la sua visione è quella di non negarla, di certo a chi la scienza dice che non avrà più il modo di apprezzarne il sapore, i colori, i suoni, la consistenza. La perfezione non è di questo mondo, l’imperfezione è un bene maggiore se contiene gli opposti estremismi in un’ottica di incontro, non di imposizione.

Riccardo Cristiano, Vaticanista di RESET, rivista per il dialogo      18 febbraio 2022

www.ilfattoquotidiano.it/2022/02/18/suicidio-assistito-il-vaticano-puo-dire-addio-a-certi-valori-non-negoziabili/6497587

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RIFLESSIONI

Il diritto al perdono

                Esiste un diritto al perdono? Ci facciamo questa domanda perché dopo l’intervista a papa Francesco (Rai3 Che tempo che fa Fabio Fazio) si è accesa una vivace discussione. Il Papa, pur consapevole di poter scandalizzare qualcuno, ha dichiarato di voler affermare una verità: «La possibilità di essere perdonati è un diritto umano, e tutti e ciascuno di noi se chiede perdono ha il diritto di ricevere il perdono». Parole come pietre, e subito alcuni cattolici si sono ridestati dal loro letargo per rimproverare al Papa di aver assunto una posizione in contraddizione con la verità cattolica. Ma anche altri non conservatori si sono detti in disaccordo, negando che ci sia un dovere di perdonare e un diritto a ricevere il perdono essendo perdonum, cioè iper-dono, sempre una grazia mai meritata. Certamente il Papa in un’intervista non poteva dilungarsi, ma credo che le sue affermazioni meritino un approfondimento.

                Tra le parole di Gesù di scandalose ce ne sono molte, ma lo sono soprattutto quelle riguardanti l’amore per il nemico e il perdono per il male ricevuto. Nella nostra esperienza umana prima o poi conosciamo chi ci fa del male, chi ci fa soffrire, chi procura o infligge la morte, chi arriva a comportarsi da aguzzino verso gli altri. Quando il male ci raggiunge, chi ne risulta vittima non può automaticamente perdonare, né mutare il suo dolore in amore del nemico. Se si apre un cammino verso il perdono esso è lungo, lento e faticoso, con avanzamenti e regressioni, perché il perdono non è un’acquisizione definitiva. Gesù di Nazaret ha vissuto personalmente il perdono verso i nemici e ha chiesto ai suoi seguaci di seguirlo radicalmente in questo suo atteggiamento che non ricorre alla vendetta, ma cerca vie di misericordia e di perdono. È però significativo che Gesù non abbia voluto essere protagonista di tale perdono, ma lo abbia chiesto a Dio: “Perdona loro perché non sanno quel che fanno!”, e non ha detto: “Io perdono!”.

                Papa Francesco, parlando di un «diritto al perdono» quando viene richiesto non fa che ripetere l’insegnamento di Gesù: la certezza che Dio perdona sempre a chi gli chiede perdono, perché il perdono non si merita, si riceve su richiesta come un dono, ma può essere un diritto del figlio che lo chiede al padre che sa fare grazia e far vincere la misericordia sulla giustizia. Lo annunciavano già i profeti d’Israele: il perdono è un atto anticipato di Dio rispetto al pentimento di chi ha peccato.

                Questo significa che per i cristiani ricevere il perdono è un diritto, se lo chiedono a Dio, e che anche gli uomini e le donne, credenti e no, in un cammino di profonda umanizzazione possono percepire come un diritto il perdono quando è invocato da chi ha fatto loro del male. Perché solo il perdono redime, rialza chi ha compiuto un delitto, spezza la catena dell’odio e della vendetta, rigenera la relazione tra vittima e colpevole. Le scandalose parole di Francesco sul «diritto al perdono» sono profezia e urgenza anche per ogni cammino di umanizzazione.

                Enzo Bianchi      “la Repubblica”                21 febbraio 2022

www.repubblica.it/rubriche/2022/02/21/news/altrimenti_di_enzo_bianchi_il_papa_e_il_diritto_al_perdono-338538100/

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SANTA SEDE

Troppe divisioni religiose, Santa sede equilibrista. E il papa si offre mediatore

                Ieri mattina papa Francesco ha lasciato il Vaticano e si è recato alla sede diplomatica russa presso la Santa sede, in via della Conciliazione, per incontrare l’ambasciatore Alexander Avdeev, a cui ha espresso «preoccupazione» per la guerra in corso. Secondo alcune fonti, durante la mezz’ora di colloquio, avrebbe anche offerto la disponibilità della Santa sede per una mediazione fra le parti.

                L’atto è inedito: solitamente sono gli ambasciatori degli Stati a essere convocati e ricevuti in Vaticano. Segno quindi che, oltre la reale preoccupazione del pontefice – che il due marzo, inizio della Quaresima per i cattolici, ha invitato credenti e non credenti a unirsi in un grande digiuno per la pace (come per la crisi siriana nel 2013) –, c’è la volontà della Santa sede di mettere in campo il proprio peso diplomatico.

                Come aveva fatto anche il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, poche ore dopo l’inizio delle operazioni militari russe in Ucraina: «C’è ancora tempo per la buona volontà, c’è ancora spazio per il negoziato, c’è ancora posto per l’esercizio di una saggezza che impedisca il prevalere degli interessi di parte, tuteli le legittime aspirazioni di ognuno e risparmi il mondo dalla follia e dagli orrori della guerra».

                La Santa sede in questi giorni si è mossa con estremo equilibrio, condannando l’escalation bellica ma senza puntare direttamente il dito su nessuno degli attori in campo, compreso Putin, anche perché consapevole di camminare su un terreno minato, visti i complicati rapporti fra le Chiese cristiane dell’area, peraltro fortemente nazionaliste. A Mosca c’è la Chiesa ortodossa russa, guidata dal patriarca Kirill, che in estate potrebbe incontrare papa Francesco, come ha fatto filtrare qualche giorno fa l’ambasciatore Avdeev. «È con profondo dolore che percepisco la sofferenza del popolo, causata dagli eventi che si stanno verificando, esorto tutte le parti in conflitto a fare tutto il possibile per evitare vittime civili», ha detto Kirill. «I popoli russo e ucraino hanno una storia comune secolare, credo che questo aiuterà a superare le divisioni e le contraddizioni che sono sorte e che hanno portato all’attuale conflitto».

                A Kiev c’è la Chiesa ortodossa ucraina, anzi due. Una fedele al Patriarcato di Mosca, guidata dal metropolita Onuphry, che però in questa circostanza è schierata decisamente con il proprio Paese: «Esprimiamo particolare amore e sostegno per i nostri soldati che stanno di guardia e proteggono e

difendono la nostra terra e il nostro popolo, che Dio li benedica e li custodisca!», ha detto Onuphry, che si è rivolto anche a Putin: «La guerra è una ripetizione del peccato di Caino, che uccise il proprio fratello per invidia, non ha scuse, né da parte di Dio, né degli uomini». E un’altra che, soprattutto per le spinte dell’ex presidente Poroshenko, si è separata da Mosca e ha ottenuto l’«autocefalia» – una sorta di indipendenza – con il benestare del Patriarcato di Costantinopoli, guidato da Bartolomeo, il quale ha duramente condannato «l’invasione russa» («flagrante violazione di qualsiasi nozione di diritto internazionale») ed espresso il proprio sostegno al popolo ucraino, che «sta lottando per l’ integrità della propria patria».

                A Kiev c’è anche la Chiesa greco-cattolica ucraina, di rito orientale ma in comunione con Roma (per questo detta «uniate»), che appoggia l’iniziativa di Bergoglio: il colloquio fra il papa e l’ambasciatore Avdeev «rappresenti una spinta perché il dialogo prevalga sulla forza». Una frammentazione e una conflittualità religiosa che sembrano speculari a quella politica.

Luca Kocci                          “il manifesto” 26 febbraio 2022

https://ilmanifesto.it/troppe-divisioni-religiose-santa-sede-equilibrista-e-il-papa-si-offre-mediatore

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SINODO

 "Ricordare che il Cammino sinodale in Germania nasce come risposta agli abusi sessuali"

                Gli attacchi e le critiche al Cammino sinodale tedesco non tengono conto del contesto in cui il progetto è stato formulato, vale a dire la scoperta di migliaia di abusi sessuali e spirituali da parte dei preti e il loro insabbiamento. Lo sostiene su katholisch.de (24/2) il domenicano Simon Hacker, che vive nello studentato viennese dell'Ordine e lavora come assistente pastorale alla periferia di Vienna; è delegato della Conferenza dei Superiori dell'Ordine Tedesco (DOK) per l'assemblea sinodale e ed è membro del forum sinodale sul sacerdozio.

                Hacker si riferisce in particolare alle critiche del nunzio in Germania Nikola Eterović ¤1951, che ha ripetutamente criticato le discussioni e i risultati provvisori nel suo discorso alla terza assemblea sinodale, svoltasi a Francoforte all'inizio di febbraio, senza dire una parola su violenze e insabbiamenti. O ancora, a una recente lettera aperta di mons. Stanisław Gądecki¤ 1949,presidente della Conferenza episcopale polacca, al suo omologo tedesco mons. Georg Bätzing ¤1961, in cui non si fa cenno a questa connessione.

                Le prime parole del preambolo dello statuto del Cammino sinodale tedesco affermano che «La Chiesa cattolica in Germania è sulla strada del pentimento e del rinnovamento. Siamo di fronte a una grave crisi che sta scuotendo profondamente la nostra Chiesa, in particolare a causa dello scandalo degli abusi». Compito e obiettivo del processo è dunque affrontare le cause sistemiche e i fattori di rischio della violenza e degli insabbiamenti. «Questo è l'unico modo per comprendere le iniziative che vengono discusse e approvate dal Cammino sinodale. Questo contesto fornisce le loro basi e spiega la loro urgenza», afferma Hacker. E questo contesto emerge  in numerosi contributi pubblici, in cui i membri del sinodo chiariscono continuamene il collegamento con la prevenzione degli abusi sistemici, mentre anche i testi sinodali contengono vari riferimenti ad esso. Un esempio: la bozza sul celibato obbligatorio, accolta alla terza assemblea in prima lettura, che chiede molti cambiamenti, ha al centro l'intuizione che l'obbligo del celibato «può avere un effetto attraente su uomini con uno sviluppo personale e sessuale pericolosamente immaturo»;

                «Sorge il sospetto  - scrive il domenicano - che si persegua una delegittimazione del Cammino sinodale attraverso una decontestualizzazione mirata. Gli sforzi di riforma sono stati deliberatamente presi fuori contesto rispetto ad abusi e insabbiamenti, al fine di presentarli come un atteggiamento nostalgico rispetto alle vecchie rivendicazioni trite e ritrite del 1968».

                «Una cultura del dibattito ragionevole ed equa, un autentico dialogo spirituale ha bisogno di contraddizioni e critiche. Ma prima deve capire seriamente e prendere sul serio l'altra posizione, compreso il suo contesto. Quindi, se una strategia di decontestualizzazione fosse perseguita consapevolmente, sarebbe un grave fallo nel discorso della chiesa. Si tratterebbe di un deliberata travisamento e discredito degli obiettivi e del lavoro del cammino sinodale». Se invece si trattasse di una rimozione inconscia, avrebbe ugualmente «conseguenze fatali per il nostro dialogo spirituale, perché renderebbe impossibile la vera comprensione. E bisognerà chiedersi se ciò non intacchi anche l'effettiva preoccupazione di prevenire la violenza sessuale e spirituale».

Ludovica Eugenio            Adista   27 febbraio 2022

www.adista.it/articolo/67636

 

Germania - Cammino sinodale: le proposte sono chiare. Come anche le divisioni dopo la III Assemblea

                Ancora una volta un’Assemblea del Cammino sinodale in Germania ha scaldato gli animi. Si sono entusiasmati e appassionati tutti coloro che hanno visto a Francoforte, dal 3 al 5 febbraio 2022 scorsi, compiersi i primi passi verso un rinnovamento profondo della prassi ecclesiale – e di alcune parti del Catechismo – perché la Chiesa (e quella in Germania nella fattispecie) torni a essere testimone credibile del Vangelo.

                Si sono invece profondamente irritati, al limite dello scandalo, tutti coloro che vedono in quanto avvenuto nella capitale della finanza un tradimento e un impoverimento del magistero e della tradizione. Hanno lavorato con ritmi stakanovisti i 230 delegati alla III Assemblea del Cammino sinodale tedesco, che si è tenuta di nuovo, causa pandemia, alla Fiera di Francoforte e con alcune persone in collegamento via schermo. Nessuno è andato via prima delle 15 di sabato 5 febbraio, cosicché fino alla fine si è avuto il quorum necessario per votare. Nessun punto dell’ordine del giorno è rimasto inevaso.

                Quattro gli elementi che hanno segnato questa Assemblea. Come prevedibile, le ricadute della pubblicazione il 20 gennaio 2022 del Rapporto sugli abusi e le violenze nell’arcidiocesi di Monaco di Baviera sono entrate a gamba tesa nell’ordine del giorno dei lavori, suscitando, lì come in tutto il paese, sentimenti di scandalo, frustrazione, rabbia, ribellione. Così come avviene del resto ogni volta che viene reso noto un rapporto d’indagine. E non sarà l’ultima volta, perché le diocesi tedesche stanno continuando a indagare per fare luce sui casi avvenuti e rendere giustizia alle vittime. Come nella scorsa edizione a motivo delle vicende legate all’arcidiocesi di Colonia e alla figura del card. Reiner M. Woelki, così anche questa volta la presidenza, dopo aver aperto i lavori e prima di procedere con il programma, ha dato voce allo scoraggiamento vissuto dai partecipanti. La suora benedettina Philippa Rath ha riferito in plenaria alcune confidenze raccolte nelle ultime settimane: il dispiacere di un’anziana coppia di Friburgo i cui amici altrettanto anziani sono usciti dalla Chiesa; un prete che celebrando non riesce più a pregare per il papa e il suo vescovo; un religioso che le ha domandato se si può uscire dalla Chiesa e restare nell’ordine a cui appartiene. E ha concluso: «Non possiamo continuare a vivere una doppia morale, e a sopportare il tradimento del messaggio del Vangelo. Non so se posso più amare la mia Chiesa. Ci provo con tutte le mie forze insieme ai tanti che oggi dubitano. Tutti si aspettano che si fermi la retorica, tutti si aspettano che noi qui andiamo avanti e poniamo segni chiari di un nuovo cammino. Cerchiamo di non deludere più le persone». Lo scoraggiamento e la delusione erano palpabili nelle parole dei tanti interventi. I tre giorni dei lavori però hanno ridato slancio e una nuova fiducia, grazie alle decisioni condivise.

                Come Dio ci ha fatti e il tavolo con Roma. Un secondo elemento che è entrato nell’enorme sala dell’Assemblea è stata l’esperienza di #Outinchurch, per una Chiesa senza paura: la decisione di 125 persone che lavorano nella Chiesa di fare «coming out» e dichiarare pubblicamente il proprio orientamento sessuale: sacerdoti e religiosi omosessuali, catechiste lesbiche, giovani trans, intersessuali e non binari hanno mostrano il loro volto e il proprio nome e incarico, raccontando in brevissimi video vite vissute nella fatica e nell’umiliazione e le discriminazioni subite. Come Dio ci ha fatti è il titolo del documentario trasmesso dall’emittente Ard il 24 gennaio. Per voce del vescovo di Aachen Helmut Dieser, la Conferenza episcopale aveva già espresso accoglienza per questa iniziativa: «Nessuno può essere discriminato o svalutato o criminalizzato in nome del suo orientamento sessuale o identità sessuale». Restava però una domanda, se queste persone rischiassero il posto di lavoro, essendo le normative sul lavoro in ambito ecclesiale molto precise quanto ai requisiti morali. La richiesta di riformare quelle normative doveva entrare nei testi preparati dal forum sulle «relazioni di successo», di cui per altro lo stesso vescovo Dieser è co-presidente. Ma nel corso dei lavori si è fatta strada la richiesta che le diocesi non aspettassero il voto del documento sinodale per introdurre i cambiamenti necessari. E in effetti quasi tutte le diocesi hanno dichiarato – subito dopo l’Assemblea – che nessuna delle persone che si è palesata perderà il lavoro e che le normative verranno aggiornate.

                Un terzo elemento è stato annunciato in apertura dell’Assemblea sinodale da mons. Georg Bätzing, presidente dei vescovi tedeschi, e riguarda il rapporto con Roma. Bätzing ha riferito d’aver avuto un lungo colloquio sui temi del Cammino sinodale con il card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo dei vescovi, ospitato dal cardinale del Lussemburgo Jean-Claude Hollerich a inizio gennaio. Da lì è nata la proposta di creare un gruppo di lavoro misto, tra la presidenza del Cammino sinodale e la Segreteria del Sinodo dei vescovi, «per confrontarci e informarci sui cammini», ha spiegato Bätzing. La proposta è stata accolta dal papa. Un applauso dell’Assemblea ha risposto a questa prospettiva concreta di dialogo, per mettere fine allo «scetticismo», parola di Bätzing, che ha sempre segnato il rapporto con Roma; si tratta di «un grande passo avanti».

                I sogni e i segni dei tempi. Il quarto elemento riguarda ovviamente i testi discussi e votati in plenaria. Mons. Bätzing aveva già spiegato: «Non scriviamo testi, diamo voce ai sogni». Lo ha ribadito alla conclusione dell’Assemblea: «Non prepariamo solo dei testi, cambiamo il modo d’agire concreto della Chiesa». In effetti, una sintesi estremamente efficace di quello che si sta dimostrando essere il Cammino sinodale.

                La III Assemblea ha approvato in seconda votazione tre testi. Si tratta di

  1. «orientamento teologico» preparato dalla presidenza,
  2. del «testo base» del forum su «potere e separazione dei poteri»
  3. del testo per l’azione sul «coinvolgimento dei fedeli nella nomina del vescovo diocesano».

                Il successo di queste votazioni, a stragrande maggioranza e con il sostegno necessario dei 2/3 dei vescovi, indica che il cammino delle riforme si è effettivamente avviato e il rinnovamento della Chiesa è iniziato: l’esperienza cha sta vivendo la Germania e la consapevolezza che si sta diffondendo renderanno impossibile un ritorno alla vita ecclesiale di prima. Salvo nelle diocesi i cui vescovi sono decisamente contrari a questo dinamismo.

                Utile fare un richiamo alle regole statutarie delle assemblee sin qui svolte: tutti i testi devono essere sottoposti a due discussioni e relative votazioni. In seconda votazione, l’approvazione di un testo è subordinata al voto favorevole di 2/3 dei vescovi. In ogni caso lo Statuto precisa che «le delibere dell’Assemblea sinodale non hanno di per sé effetti giuridici. Esse non pregiudicano il potere della Conferenza episcopale e dei singoli vescovi diocesani di emanare norme giuridiche e di esercitare il proprio magistero nell’ambito delle rispettive competenze».

  1. Vale la pena a questo punto fare qualche cenno al contenuto dei testi approvati: Sulla via della conversione e del rinnovamento è il titolo dell’orientamento teologico che prende avvio da «Scrittura e Tradizione», testimonianze fondamentali e orientativa della fede. Parla poi di «segni dei tempi» che ci permettono di riconoscere il kairos, l’opportunità del presente (cf. Lc 12,56), e del «senso di fede del popolo di Dio» che, sotto la promessa dello Spirito, «non può sbagliarsi nel credere» (Lumen gentium, n. 12; EV 1/316). Il testo mette in relazione magistero e teologia per identificare le loro «diverse responsabilità e la loro comune missione nel riconoscere e servire la verità della fede, che risiede nella parola salvifica di Dio». È lo stesso documento, denso di riferimenti al Concilio e in particolare alla Gaudium et spes e alla Lumen gentium, che tratteggia questa sintesi. Sul ruolo dei «segni dei tempi» e sullo spazio dato alla teologia in rapporto al magistero si sono concentrate le voci critiche in sala; il documento è stato approvato con l’86% dei consensi dell’Assemblea e dal 72% dei vescovi presenti.
  2. Coniugare potere, sinodalità e servizio. Il documento sul potere parte invece dalla crisi che sta percorrendo oggi la Chiesa e identifica due nodi da affrontare: le tensioni interne tra l’insegnamento e la pratica e il divario tra le affermazioni del Vangelo e il modo in cui il potere è effettivamente concepito ed esercitato in ambito ecclesiale. In un contesto socio-culturale dove il pluralismo e la democrazia sono i paradigmi, la Chiesa deve ripensare le proprie strutture di potere nel senso a lei proprio, che è quello della «sinodalità» (e più avanti si parla anche di servizio). Il cuore del problema viene identificato con «il modo in cui il potere viene inteso, giustificato, conferito ed esercitato nella Chiesa. Si è sviluppata una teologia della Chiesa, una spiritualità dell’obbedienza e una pratica del ministero che vincola unilateralmente questo potere all’ordinazione e lo dichiara sacrosanto», eliminando la possibilità di criticare, controllare e condividere il potere. E allo stesso tempo «la vocazione e i carismi, la dignità e i diritti, le competenze e le responsabilità dei credenti nella Chiesa cattolica non vengono adeguatamente considerati. L’accesso ai servizi e ai ministeri è regolato in modo restrittivo, senza che il compito dell’evangelizzazione venga ritenuto un criterio decisivo». E da qui muovono le circa 30 pagine di documento, che rilegge nella I parte quello che ha detto il Concilio e delinea nella II «i passi necessari per riformare le strutture di potere della Chiesa» nello spirito del Vangelo. Questo testo ha ricevuto l’approvazione dell’88% dell’Assemblea e del 74% dei vescovi votanti.
  3. Il dibattito sul testo per l’azione di «coinvolgimento dei fedeli nella nomina del vescovo diocesano» è stato lungo e controverso, ma anche questo è passato con l’88% dei consensi (e il 79% dei voti favorevoli dei vescovi). La richiesta contenuta è che i capitoli delle cattedrali coinvolgano in futuro i laici nei processi di elezione dei vescovi. Un cambiamento che non mette in discussione nemmeno il Concordato ed è stato definito «il primo passo concreto di riforma».

                Celibato, donne, coppie omosessuali: ancora da riformulare. Passi significativi nel senso di una riforma sono contenuti però anche negli altri 11 testi, tutti approvati in prima lettura dall’Assemblea: si tratta di «testi per l’azione» preparati dai forum sinodali, come per esempio

¨       la proposta di slegare celibato e sacerdozio (86% di consensi),

¨       il testo su «le donne nei ministeri sacramentali», con la richiesta al papa di riaprire il confronto sul sacerdozio femminile (81% di consensi);

¨       uno sul «diaconato femminile» (79% di voti favorevoli),

¨       un altro sugli «insegnamenti magisteriali sull’amore coniugale»,

¨       uno sulle «celebrazioni di benedizione per le coppie che si amano»

¨       o ancora un testo di «nuova valutazione dell’omosessualità nel magistero» (tutti e 3 approvati con l’85% di consensi).

                In prima lettura è stato approvato anche il testo di fondo su «donne nei servizi e ministeri ecclesiali», che parte dalle sfide del momento attuale (sia ecclesiali sia sociali quanto al ruolo della donna), per poi offrire una riflessione sulla figura della donna nell’Antico e nel Nuovo Testamento e nella tradizione della Chiesa, con uno sguardo alle altre Chiese cristiane. Prende quindi in esame alcune questioni legate alla teologia, alla teologia sacramentale e all’ecclesiologia, per farne derivare 4 conseguenze affinché l’annuncio del Vangelo e la missione della Chiesa sia segnato anche dalla pari dignità di tutti coloro che ne fanno parte.

                Ora tutti questi documenti dovranno essere modificati nei forum sulla base degli emendamenti proposti, prima di tornare in plenaria per la seconda discussione e votazione, come già altri «documenti per l’azione» che erano stati letti in prima bozza nell’Assemblea dell’autunno 2021.

                L’indicazione generale è comunque molto chiara al momento: si torna al concilio Vaticano II e alla Scrittura per capire come una Chiesa evangelizzatrice possa operare in modo credibile nell’oggi. Tuttavia, rimane da capire se tutti questi documenti per l’azione saranno effettivamente sostenuti dalla maggioranza dei vescovi. A seconda delle questioni concrete proposte, alcuni vescovi potrebbero essere più cauti o parzialmente critici.

                Dorothea Schmidt, che viene dalle file del movimento Maria 1.0, in un articolo molto critico all’indomani della III Assemblea ha scritto che tutti questi testi «scuotono il magistero della Chiesa fin dalle fondamenta». Per Birgit Mock, della Federazione delle donne cattoliche, invece, quelle di febbraio sono state «giornate storiche» in cui è emerso un consenso molto più ampio del prevedibile nei confronti delle riforme.

                Una Chiesa a due velocità? Questa distanza di valutazioni la si rintraccia ovviamente anche nelle voci in sala, nelle interviste rilasciate dopo l’Assemblea, nelle posizioni che la stampa cattolica sposa o ripudia, ma anche in iniziative trasversali a sostegno dell’una o l’altra posizione. La compagine che per comodità definiamo più conservatrice ha dato vita all’iniziativa «Nuovo inizio», inviando a 3.000 vescovi nel mondo il proprio Manifesto di riforma in 9 tesi a cui hanno aderito oltre 6.000 persone (dichiara il contatore sul sito).

www.acistampa.com/story/un-manifesto-per-la-riforma-prima-che-in-germania-nasca-un-nuovo-scisma-19037

                Aperta la critica al Cammino sinodale: «Fissandosi sulla struttura esterna, aggira il nocciolo della questione, ferisce la pace nelle comunità, abbandona il cammino di unità con la Chiesa universale, danneggia la Chiesa nella sostanza della sua fede, favorendo così uno scisma». E pur muovendo dallo stesso presupposto, cioè la «necessità che avvengano delle riforme fondamentali nella nostra Chiesa», punto per punto contesta il Cammino sinodale in sé, la sua legittimità e le indicazioni fin qui emerse.

https://neueranfang.online/wp-content/uploads/2021/10/ITA_Un-nuovo-inizio_Un-Manifesto-di-riforma_9-Tesi.pdf

                Pochi giorni dopo la III Assemblea, ha preso vita un’altra petizione di segno opposto, con la Dichiarazione di Francoforte, per una Chiesa sinodale che riconosce «il Cammino sinodale come un kairos» e accoglie «lo spirito delle deliberazioni e del processo decisionale come un’ispirazione per trovare nuovi modi di portare il Dio della vita agli uomini del nostro tempo». Fin qui ha ricevuto oltre 10.000 adesioni.

www.change.org/p/l%C3%ADderes-de-la-iglesia-dichiarazione-di-francoforte-per-una-chiesa-sinodale

                Si potranno tenere insieme posizioni così diverse? Si profila una Chiesa a due velocità? A questa domanda il vescovo Bätzing ha risposto così nella conferenza stampa a fine Assemblea: «C’è sempre stata una Chiesa a due velocità! Ma non crea problemi il fatto che alcuni vadano avanti e altri abbiano bisogno di più tempo».

                Si potrebbe aggiungere molto altro per raccontare l’Assemblea, come le voci incoraggianti degli ospiti stranieri o il ruolo della nuova presidente del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK) Irme Stetter-Karp (che tra l’altro è stata protagonista di un’omelia a due voci con il vescovo Bätzing nella celebrazione eucaristica del venerdì), o ancora citare il documento Orientamenti per una buona comunicazione e gestione dei conflitti agli eventi del Cammino sinodale, che è stato predisposto per incoraggiare a un confronto costruttivo e rispettoso. Tuttavia manca lo spazio.

                L’Assemblea tornerà a riunirsi dall’8 al 10 settembre 2022 (e poi ancora una volta, l’ultima, dal 9 all’11 marzo 2023). Nel frattempo la Conferenza episcopale si confronterà nella plenaria di primavera tra il 7 e il 10 marzo e così anche i laici, che si ritroveranno a Stoccarda dal 25 al 29 maggio per il 102° Katholikentag. Non è da dimenticare che entro l’estate le Conferenze episcopali sono chiamate a redigere i loro contributi per il Sinodo universale che si concluderà nel 2023 e si capirà in maniera più esplicita quanto le istanze tedesche saranno sentite e condivise in altre parti dell’Europa e del mondo. Camminando si aprirà il cammino?

                                               Sarah Numico  Il Regno Attualità, n. 4/2022, 15 febbraio 2022, pag. 76

https:ilregno.it/attualita/2022/4/germania-cammino-sinodale-le-proposte-sono-chiare-sarah-numico

 

Il gran programma del Vaticano III per una Chiesa democratica

                Alla fine, la durata del Sinodo tedesco sarà pari a quella dell’ultimo Concilio, mese più mese meno. Lanciato tra le fanfare e i rulli di tamburo il 1° dicembre del 2019, avrebbe dovuto concludersi entro l’ottobre del 2021, ma di rinvio in rinvio, e non solo a causa della pandemia, il traguardo sarà tagliato il prossimo anno, quando inizieranno a vedersi le carte del Sinodo universale sulla sinodalità convocato, stavolta, dal Papa. Siamo entrati nel tratto finale, gli ostacoli possono spuntare come sempre all’improvviso, ma il quadro è chiaro: dalla Germania arriverà a Roma la richiesta di cambiare radicalmente la Chiesa. Non un semplice maquillage, una riforma, un aggiustamento: i cahier de doléances che il presidente della Conferenza episcopale mons. Georg Bätzing metterà sul tavolo dei dicasteri vaticani sono pesanti, portati a Roma da un vento impetuoso che da oltralpe si fa già sentire Oltretevere. “Vogliamo una Chiesa nella quale il potere sia condiviso e non rimanga più nelle mani di uno solo. Vogliamo che nella Chiesa siano applicati l’uguaglianza dei diritti, l’uguaglianza della dignità di uomini e donne. Vogliamo che nella Chiesa sia accettata la differenza e la molteplicità di genere”, ha detto il battagliero numero uno dei vescovi tedeschi.

                È importante riconoscere i segni dei tempi e percorrere nuove strade”, ha aggiunto il cardinale Reinhard Marx. I vescovi sono quasi tutti uniti nel constatare “la profonda crisi” in cui versa la Chiesa; siamo in mezzo a “convulsioni che minacciano di paralizzare la sua stessa esistenza”. Il cammino sinodale “vuole dare risposte” a questo momento oscuro. I rapporti sugli abusi vecchi di decenni vengono squadernati davanti alle telecamere, i presuli fanno il mea culpa e i giornalisti contano quanti casi di “copertura” sono addebitabili a questo o a quel vescovo, con il Papa emerito che finisce nel mirino – “Deve scusarsi”, gli hanno intimato i monsignori Bätzing e Marx, non soddisfatti neppure della lettera che Joseph Ratzinger ha diffuso al mondo in risposta al dossier commissionato dall’arcidiocesi di Monaco e Frisinga. “Troppo spirituale ed escatologica, chiedete alle vittime se sono soddisfatte della risposta”, hanno controbattuto dalla Germania. È chiaro che lui, Benedetto XVI, è “un ostacolo per il percorso sinodale tedesco”, ha detto al canale americano Ewtn mons. Georg Gänswein: “Una cosa è chiara: certi obiettivi cui mira il Cammino sinodale sono qualcosa per cui la persona e l’opera di Benedetto si frappongono. E c’è questo grande, grandissimo pericolo che tutto ciò che ha a che fare con la pedofilia e gli abusi venga ora preso per aprire prima questo Cammino e poi percorrere quella strada”. La vergogna per gli abusi diventa la spinta per la radicale riforma. In gioco, ha scritto Roberto Regoli sul Wall Street Journal, c’è il modello che la Chiesa intende adottare per il futuro. In Germania (ma non solo) c’è chi attribuisce gli abusi a una “crisi sistemica” e incolpa la Chiesa. Scrive Regoli che secondo tale filone di pensiero, questa crisi dovrebbe essere un pretesto per cambiare aspetti essenziali della Chiesa. Da notare le richieste del Cammino sinodale tedesco o della commissione Sauvé in Francia, inquadrate come soluzioni alla crisi”.

                “Sogno una Chiesa partecipativa, equa di genere e in cammino insieme alla gente”, ha ribadito mons. Bätzing. Tutto quanto deciso a Francoforte è stato approvato a grandissima maggioranza, e non solo dalla nutrita e dinamica componente laica che in Germania conta parecchio: i due terzi e oltre dei vescovi – soglia che secondo l’agenzia cattolica tedesca Kna è stata imposta dal Vaticano per evitare che decisioni cruciali fossero adottate a maggioranza semplice – hanno dato il via libera ai documenti più problematici, quelli che avevano fatto sobbalzare perfino il cardinale Walter Kasper, fine teologo riformista che da mesi va suonando l’allarme per quel che accade nella sua patria. “Molti potrebbero chiedersi se tutto questo è ancora cattolico”, aveva detto lo scorso settembre, individuando nel percorso tedesco “il tentativo di reinventare la Chiesa con l’aiuto di un erudito sostegno teologico e teorico”. Pur osservando che in discussione ci sono molte cose giuste, Kasper notava però che più di un documento all’attenzione dei partecipanti all’assemblea “chiaramente devia dai punti fondamentali del Vaticano II, per esempio nella comprensione sacramentale della Chiesa e in relazione all’episcopato”.

                Fine del celibato sacerdotale, ordinazione delle donne, elezione dei vescovi e benedizione delle coppie omosessuali sono tutti punti di un disegno più grande che ha come obiettivo dichiarato la democratizzazione della Chiesa. E il primato petrino? “Roma non è la Chiesa del mondo”, ha tagliato corto mons. Bätzing, sulla scia di quanto disse il suo predecessore Reinhard Marx allorché si trattò di discutere del riaccostamento dei divorziati alla comunione, nel doppio drammatico Sinodo sulla famiglia del biennio 2014-2015: “Non sarà Roma a dirci cosa dobbiamo fare in Germania”. Nei giorni scorsi è stato tratto il dado, in un’urna solo formalmente segreta, ché la corsa a dichiarare il proprio sostegno alla svolta era affollata: si è passati alle votazioni e il risultato è stato quello atteso. Tanto per cominciare, è arrivato il via libera alla bozza che porta al celibato facoltativo e quindi all’ordinazione di uomini sposati. Ottantasei per cento di favorevoli. Successivamente, è stato approvato il testo sulla “non esclusione delle donne dai ministeri ordinati”, e cioè l’accesso al diaconato e in futuro al sacerdozio. Terzo, sì all’elezione dei vescovi attraverso un sistema che prevede la preparazione di una lista da sottoporre al Vaticano stilata da “un organo decisionale laico unitamente al capitolo della cattedrale” della diocesi vacante. Scontato, poi, il consenso alla bozza che prevede “un nuovo approccio al potere”. Lo scorso ottobre, 168 partecipanti su 214 si erano espressi a favore di una profonda revisione del tradizionale insegnamento relativo alla morale sessuale, approvando il testo di una delle commissioni operative che chiedeva esplicitamente la benedizione sacramentale delle coppie formate da persone dello stesso sesso. E ciò nonostante la risposta negativa che Roma aveva dato lo scorso marzo all’esplicita richiesta in tal senso. Risposta approvata dal Pontefice, seppure con sofferenza e – a quanto hanno scritto personalità a lui molto vicine – con tentennamenti e dubbi. Un’incertezza che il Sinodo tedesco ha voluto sfruttare per inserirsi e portare a casa un primo risultato, anche perché mentre il Papa diceva di no, in Germania i vescovi protestavano platealmente, chi dicendo che avrebbe proceduto secondo coscienza e chi appendendo bandiere arcobaleno all’esterno delle poco affollate chiese. La sfida, insomma, diventava delicata perché a essere messo nel mirino era direttamente il Pontefice, che quella risposta non gradita sulle sponde del Reno l’aveva approvata. Tutto quanto stabilito tra gli applausi a Francoforte sarà spedito a Roma perché “il Papa o un Concilio” prendano le dovute decisioni, magari in concomitanza con il Sinodo universale che celebrerà il suo culmine nell’autunno del 2023.

                Sono state riunioni importanti, quelle tenutesi a febbraio, dalle parole si è passati ai fatti: non più solo dichiarazioni e interviste, ma documenti scritti. Proposti e approvati da più di duecento delegati. La Chiesa tedesca fa sul serio, convinta di essere solo la motrice di un treno che corre spedito lungo i binari del progresso cattolico mondiale: “Non siamo soli nel cammino, altri sono come noi”, ha infatti detto mons. Bätzing citando l’America latina e i Caraibi, la Spagna e l’Australia.  Al percorso tedesco, però, manca ancora la benedizione romana. È un paradosso certo, per chi ha convocato quell’assise con l’obiettivo di sganciarsi dal carro vaticano su questioni non banali. Eppure nulla si può fare senza l’avallo del Pontefice, a meno che non si voglia strappare e provocare uno scisma che non si sa quanto sarebbe conveniente in primo luogo proprio per la Chiesa cattolica di Germania. È un fatto che a due anni e più dall’avvio del Sinodo, non sia mai arrivato alcun segnale distensivo o di sostegno da Francesco. Anzi, nel giugno del 2019 fu spedita da Santa Marta una lunga lettera firmata dal Papa in persona in cui si mettevano in guardia i vescovi allora capitanati dal cardinale Marx, chiedendo loro di pensare tre volte prima di andare avanti sulla strada a scorrimento veloce imboccata. “Gli interrogativi presenti, come pure le risposte che diamo, esigono, affinché ne possa derivare un sano aggiornamento, una lunga fermentazione della vita e la collaborazione di tutto un popolo per anni. Ciò porta a generare e mettere in atto processi che ci costruiscano come popolo di Dio, più che la ricerca di risultati immediati che generino conseguenze rapide e mediatiche, ma effimere per mancanza di maturazione o perché non rispondono alla vocazione alla quale siamo chiamati”. Rischioso, a giudizio del Papa, avvitarsi in “serie e inevitabili analisi”, perché si finisce con il “cadere in sottili tentazioni alle quali ritengo necessario prestare attenzione e cura, poiché, lungi dall’aiutarci a camminare insieme, ci manterranno aggrappati e installati in ricorrenti schemi e meccanismi che finiranno con lo snaturare o limitare la nostra missione; e per di più con l’aggravante che se non ne saremo consapevoli, potremo finire col girare attorno a un complicato gioco di argomentazioni, disquisizioni e risoluzioni che non faranno altro che allontanarci dal contatto reale e quotidiano con il popolo fedele e il Signore”. Seguivano lettere preoccupate del prefetto dei Vescovi, il cardinale Marc Ouellet, e del presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi, mons. Filippo Iannone, in cui si dava l’altolà: i vostri piani “violano le norme canoniche” e “alterano le norme universali e dottrinali della Chiesa”.

                Era il settembre del 2019. Il Sinodo tedesco, che nelle dichiarazioni di apertura fu dichiarato “vincolante”, è andato avanti come se nulla fosse. Con i suoi comitati e forum, con le testimonianze di laici e religiosi stanchi della cappa oscurantista che sovrasta la Chiesa e delle catene che tengono il presunto dinamismo tedesco legato alla Roma bigotta e perennemente con lo sguardo rivolto al passato. Presunto, il dinamismo, perché il quadro della Chiesa in Germania è drammatico: vocazioni in calo costante, partecipazione alla messa domenicale che è passata dal 9,1% del 2019 al 5,9% del 2020. Gli abbandoni che hanno toccato quota 221.390 nell’ultimo anno. Sempre più gente se ne va, chi perché indignato dagli scandali sessuali (la teoria che prevale presso le alte gerarchie locali), chi perché molto più razionalmente non ne può più di versare la gabella annuale, la tassa per tutti i battezzati registrati come cattolici o protestanti, la celeberrima Kirchensteuer (contributo extra calcolato sull'imposta sul reddito intornoall’8%). Benedetto XVI, nel libro Ultime conversazioni del 2016, fu chiaro: “Ho grossi dubbi sulla correttezza del sistema così com’è. Non intendo dire che non ci debba essere una tassa ecclesiastica, ma la scomunica automatica di coloro che non la pagano, secondo me, non è sostenibile”. Avanti, nonostante tutto. Qualche giorno fa, quasi riprendendo in mano il senso della missiva papale e dei documenti della curia, il nunzio apostolico in Germania, mons. Nikola Eterovicć, ribadiva il concetto davanti all’uditorio sinodale riunito a Francoforte: “Il Papa è il punto di riferimento e il centro di unità per oltre 1,3 miliardi di cattolici nel mondo, 22,6 milioni dei quali vivono in Germania”. È vero, ha aggiunto il nunzio, che il Pontefice parla spesso di sinodalità, ma è altrettanto assodato che vede con orrore “parlamentarismo, formalismo, intellettualismo e clericalismo”. Monito ascoltato con la dovuta cortesia ma sostanzialmente rispedito al mittente, ché è finita l’epoca delle interferenze. “In quest’assemblea sinodale per la prima volta abbiamo visto che tutti i forum stanno portando al voto non solo testi di base che servono come orientamento generale, ma anche ‘testi di azione’ che comportano cambi concreti”, ha detto mons. Franz-Josef Bode, vescovo di Osnabrück e tra i più convinti della necessità di andare al redde rationem con Roma. Fu proprio Bode, anni fa, a chiedere – oltre al diaconato femminile e all’assegnazione alle donne di “posizioni di leadership nella Chiesa”, la benedizione delle coppie omosessuali: “Non dovremmo essere più giusti, visto che c’è molto di positivo, buono e corretto in questo? Non dovremmo, per esempio, considerare qualcosa, magari una benedizione?”.

                Lo scorso gennaio, la tv pubblica Ard ha trasmesso in prima serata un documentario con 125 brevi racconti di vita. “Wie Gott uns Schuf”, “Come Dio ci ha creati”. Sottotitolo: “Coming out in der Katholische Kirche”, “coming out nella Chiesa cattolica”. Una serie di testimonianze, preti e suore, catechisti e teologi, giovani e meno giovani, laici impegnati a vario titolo che dichiaravano il proprio orientamento sessuale “fluido” e “non binario” con l’obiettivo esplicito di ottenere il riconoscimento delle persone lgbtiq+ nella Chiesa. Il vescovo di Aachen, mons. Helmut Dieser (che è anche capo del forum sinodale su amore e sessualità) si è detto colpito e felice: “L’iniziativa indica che si sta lavorando a creare un clima nella Chiesa libero da ogni paura. Nessuno può essere discriminato, criminalizzato, marginalizzato a causa della sua identità sessuale. Stiamo imparando a comprendere più profondamente che l’orientamento e l’identità sessuali sono parte della persona e ogni persona è amata incondizionatamente da Dio”. Nel calderone finisce di tutto: si voleva discutere perfino di inserire “l’asterisco di genere” nei documenti sinodali, rendendo i sostantivi neutri, né maschili né femminili. Un esempio? “Freund” e “Freundin”, amico e amica in lingua tedesca. Perché non scrivere “Freund*in”? s’è domandato qualcuno attento alla correttezza di genere. Proposte vecchie di un decennio, qualche mese fa un’importante associazione laicale giovanile aveva anche ipotizzato di posporre l’asterisco alla parola “Dio”, che come è noto “non è né maschio né femmina”. Inconcepibile, per il vescovo di Ratisbona, Ruldolf Voderholzer, il più attivo nel contestare il processo sinodale tedesco così come concepito. Discutere di asterischi significherebbe impegnarsi “per l’ideologia di genere e quindi contraddire l’antropologia basata sulla Bibbia”. Non proprio quisquilie. Se ne dibatterà a settembre, quando sarà pronta la bozza sulle persone transessuali e intersessuali. Proprio mons. Voderholzer è il riferimento della linea alternativa, di minoranza (quattro-cinque vescovi), che si oppone a quello che ha definito come “il dispotismo autoritario” che guida il processo sinodale in Germania.  

                Per capire la portata di quanto sta avvenendo in Germania è utile leggere cosa si è deliberato e in questo ha ragione il vescovo Bode, quando afferma che qui si va ben oltre i soliti documenti protocollari pieni di buone intenzioni e poco altro. Si prenda il testo “Donne nel ministero sacramentale”. “Nella Chiesa cattolica romana, sarà avviato un processo trasparente, guidato da una commissione, che proseguirà in modo sostenibile il cammino sinodale avviato in Germania. Sarà istituita una commissione chiamata a occuparsi esclusivamente della questione relativa al ministero sacramentale delle persone di ogni genere”. Un testo talmente spinto che è stato riconsegnato al forum che l’ha proposto al fine di una revisione e di una successiva votazione. Il motivo? Va a intaccare regole ecclesiastiche universali: non è nelle possibilità della Chiesa tedesca, infatti, decidere che oltralpe le donne possono essere ordinate diacono e dunque sacerdote. Anche perché Francesco ha ribadito più volte che l’ammissione delle donne al sacerdozio “è una questione chiusa” e a chiuderla è stato Giovanni Paolo II nel 1994. C’è chi non si arrende comunque: “Il Papa ha detto che la questione dell’ordinazione delle donne è un capitolo chiuso perché così ha deciso Giovanni Paolo II? Beh, Giovanni Paolo II è morto”, disse agli albori del pontificato bergogliano suor Theresa Kane, già presidente della Leadership Conference of Women Religious (Lwcr) sul finire degli anni Settanta. Sul diaconato femminile si può discutere, forse nell’antichità e in particolari aree del vicino oriente c’erano donne diacono anche se non si sa esattamente cosa facessero. Commissioni vaticane hanno studiato e approfondito, senza giungere a un risultato soddisfacente.

                Prima delle donne, però, viene il celibato sacerdotale. È su questo aspetto che la miccia può essere accesa e può far divampare l’incendio. È imperativo” discutere la regola del celibato per i sacerdoti, ha detto il cardinale Marx in un’intervista alla Süddeutsche Zeitung, perché “vivere da soli non è così facile”. L’arcivescovo di Monaco e Frisinga assicura di non voler mettere in discussione lo stile di vita scelto da Gesù, “ma certamente mi chiedo se debba essere una precondizione assoluta per ogni prete. Per alcuni sacerdoti sarebbe meglio sposarsi, non solo per ragioni sessuali ma anche perché sarebbe meglio per la loro vita, e poi non sarebbero soli. E se qualcuno dicesse che senza l’obbligo del celibato si sposeranno tutti, io rispondo che si sposassero tutti. Sarebbe almeno un segno che le cose così come sono ora non funzionano”. L’ideale, ha aggiunto Marx, è la prassi ortodossa, cioè la coesistenza di preti celibi e preti sposati. Il 6 febbraio, un sondaggio ha rilevato che il 74% dei cattolici tedeschi è favorevole a rendere volontario il celibato. Questione delicatissima, perché un Papa santo sul tema è stato netto, come dimostra l’udienza concessa l’11 luglio del 1970 al cardinale Bernard Alfrink, arcivescovo di Utrecht e grande protagonista del Concilio. Alfrink, al termine della conversazione nuovamente propose a Paolo VI di mantenere il celibato sacerdotale e di cercare accanto a esso vocazioni di uomini maturi sposati. “Pensa vostra eminenza che una simile legge della Chiesa resisterà? O si dirà ‘si può essere sposato e buon prete’”? rispose il Papa, con tanto di solenne chiosa: “Preferirei essere morto o dare le dimissioni!”.

                In ballo non ci sono le eredità di Papi santi e di Papi emeriti, visti ormai come ostacoli alla marcia inarrestabile verso i nuovi orizzonti. In gioco c’è il Concilio Vaticano II: pochi ormai, tra i grandi riformatori di Germania, vi si richiamano. Nel processo sinodale tedesco se ne parla pochissimo perché l’intento è di superarlo. Andare oltre, spingersi più al largo. L’ha capito subito Walter Kasper quando, già lo scorso settembre, appoggiava la controproposta di mons. Voderholzer spiegando che questa “si pone chiaramente sulle fondamenta del Concilio, che dovrebbe essere comune a tutti noi, riconosce la questione aperta che il Concilio ha lasciato e cerca di continuare sulla strada del Concilio, sulle sicure basi del Concilio. Non è necessario capovolgere tutto. Si può andare oltre il Concilio, nello spirito del Concilio, senza entrare in conflitto con gli insegnamenti della Chiesa”.

                 A Roma sanno che andare al muro contro muro non serve, si otterrebbe l’effetto opposto, rafforzando il vento che già impetuoso soffia a Francoforte. Il tentativo è quello di legare le istanze tedesche al grande Sinodo universale convocato dal Papa, diluendole nel grande fiume di proposte che giungeranno dal Popolo di Dio infallibile in credendo da ogni parte del mondo. Un segnale lo si è avuto lo scorso gennaio, quando il presidente della Conferenza episcopale tedesca è stato ricevuto dal Papa. Prima di allora, in Lussemburgo, si era svolto un incontro a tre fra lo stesso Bätzing, il segretario generale del Sinodo (il cardinale Mario Grech) e il relatore del prossimo Sinodo, il cardinale Jean-Claude Hollerich. Sarà istituito un gruppo di lavoro misto “per confrontarci e informarci sui cammini”, ha detto mons. Bätzing. È proprio Hollerich l’uomo-chiave: gesuita, progressista, presidente in carica della Commissione delle conferenze episcopali dell’Unione europea, è colui che può rappresentare il raccordo tra la Germania e Roma. Molte delle richieste del percorso sinodale d’oltralpe le condivide: è favorevole a rivedere l’approccio della Chiesa sulla sessualità, non ha nulla in contrario rispetto ai viri probati, a un maggiore coinvolgimento delle donne nella vita della Chiesa, alla fine del celibato obbligatorio. Ma il tutto deve essere fatto con prudenza e non all’improvviso, perché altrimenti “ci sarebbe un grosso pericolo di scisma”. Hollerich guarda oltre l’ombelico tedesco e pensa a cosa accadrebbe in Africa o nelle terre di nuova evangelizzazione, ancora strutturalmente fragili, se si calassero dall’alto riforme epocali senza la necessaria stabilità. L’obiettivo, insomma, è quello di cambiare ma con moderazione, adelante con juicio. Senza mostrare i muscoli lanciando a mesi alternati ultimatum a Roma. “Ho l’impressione che i vescovi tedeschi non comprendano il Papa, che non è un liberal bensì un radicale. È dalla radicalità del Vangelo che viene il cambiamento”, ha detto Hollerich al giornale Herder Korrespondenz. Non altro.

www.ilfoglio.it/chiesa/2022/02/20/news/il-gran-programma-del-vaticano-iii-per-una-chiesa-democratica-3709207

 

Riformare l'episcopato?

                L’ampio dibattito, sollevato nelle scorse settimane da Andrea Grillo, ripreso da Umberto Rosario Del Giudice e da Pierluigi Consorti, ai quali si sono aggiunti, tra gli altri, gli interventi di Cosimo Scordato, di Severino Dianich e di Franco Gomiero, sulle attribuzioni episcopali ha a che fare con un certo modo di intendere la Chiesa e di guardare alla sua riforma. Il perdurante utilizzo di titoli come quello di «arcivescovo ad personam» – allorché l’arcivescovo sia pastore di una diocesi che non è «arcidiocesi» – può sembrare una questione marginale, di nicchia, più formale che sostanziale, per addetti ai lavori. Affari curiali, e niente più. Ma così non è, in quanto a essere perpetuate sono concezioni dell’episcopato ormai anacronistiche, su un piano tanto storico quanto, ancor prima, teologico. D’altronde, personalmente, capita frequentemente che studenti, amici o conoscenti mi pongano domande sulla distinzione tra vescovo e arcivescovo, monsignore e prelato, cappellano e canonico, e via dicendo.

                Sono temi che stuzzicano la curiosità di molti, perché hanno il sapore di cose passate, di epoche lontane, di realtà che non esistono più. Sul piano pastorale, il pericolo più grave è proprio questo: che la nostra fede diventi roba da museo! Che le mozzette rosse dei canonici o le fasce paonazze dei monsignori finiscano per diventare (se già non lo sono) orpelli folkloristici da sfoggiare nelle processioni o nelle cerimonie solenni. Vanno bene, insomma, per chi ha il gusto dell’antico. Ma, alla fine, che cosa tutto ciò ha a che fare con il Vangelo? La domanda non può essere elusa.

                Il rapporto tra il vescovo e la Chiesa particolare. Alla luce della sacramentalità dell’episcopato, formulata in maniera chiara con il Concilio Vaticano II, è mancata e manca, a oggi, una profonda riflessione sul ruolo e sul ministero dei vescovi. L’ermeneutica della continuità applicata all’episcopato ha compromesso uno sguardo sincero e autentico sulla realtà. Così la questione del rapporto tra vescovo e Chiesa particolare non è più rinviabile, sia per la teologia sia per il diritto canonico. Perché se da un lato il Concilio lega, in maniera evidente, il vescovo alla Chiesa locale, dall’altro lato il diritto canonico codifica la prassi ecclesiale di vescovi ai quali, non essendo affidata la cura di una diocesi, viene attribuito il titolo di diocesi ormai «estinte»: i vescovi «titolari» definiti, dal Codice di diritto canonico, in forma residuale rispetto a quelli diocesani (cf. can. 376). Storicamente, si trattava di vescovi nominati per sedi «in partibus infidelium», cioè che insistevano su territori conquistati dai saraceni. Mentre oggi sono titolari, per lo più, i vescovi che ricoprono incarichi nella curia romana o i vescovi ausiliari, eletti, questi ultimi, in base a un titolo differente rispetto a quello della Chiesa locale del cui ordinario diocesano sono chiamati a supporto. Inoltre, è stato superato il principio dell’univocità della sede episcopale, con sedi connesse ai titoli di più vescovi, del vescovo residenziale come di altri vescovi (gli emeriti o i coadiutori). E ciò ha riguardato anche la sede di Roma, dopo la rinuncia di Benedetto XVI che ha assunto il titolo di papa «emerito».

                La discussione conciliare. Infine, ci sono diocesi su base personale, la cui giurisdizione del vescovo (ad esempio, l’ordinario militare) è propria e, al contempo, cumulativa con quella dei vescovi residenziali. Insomma, come si può ben vedere il quadro è complesso. La discussione che si è svolta tra i padri conciliari dimostra che il problema del raccordo tra la sacramentalità dell’episcopato, nei suoi tria munera e la presenza di vescovi eletti per sedi «estinte» fosse loro ben presente.

                Nei lavori conciliari, comunque, si poneva l’accento sul fatto – sto semplificando – che l’episcopato, in quanto sacramento, non poteva di per sé rappresentare un onore, una sorta di rango del cursus honorum, come avveniva per gli ufficiali di curia. Ed è un punto, ovviamente, ancora attuale, per ciò che riguarda i vescovi «curiali» (e non solo!). Un nodo irrisolto, è il caso di dire. Ma non possiamo disconoscere che, negli anni successivi al Concilio, l’aver ridimensionato la relazione univoca tra sede episcopale e titolo, in termini di diritto ecclesiale, come nel caso degli emeriti o dei coadiutori, ha risposto a un’esigenza di natura pratica, pastorale. È evidente, ad esempio, che nella decisione di Paolo VI di attribuire ai vescovi emeriti il titolo della diocesi di cui sono rinunciatari si è voluto mettere in luce l’esistenza di un legame affettivo e spirituale, che rimane al di là dell’esercizio della potestà di governo. Mi pare che questo possa essere considerato un esempio di come l’ortoprassi abbia avuto la meglio sull’ortodossia, nell’accezione periferica del diritto canonico richiamata più volte, nei suoi studi, da Consorti.

                Un puzzle da ricomporre. Di ciò, però, mi sembra che nella teologia sul vescovo ci sia poca traccia. Eppure, i risvolti sono enormi, perché oggi ci troviamo con quasi la metà del collegio episcopale che non è espressione diretta di una Chiesa locale. Se non vogliamo ammettere – a partire da una stretta interpretazione di Lumen gentium – l’esclusione dei vescovi che non governano una diocesi dal Collegio episcopale (ad esempio, mons. Vittorio Mondello, arcivescovo emerito di Reggio Calabria – Bova, ha rivendicato in maniera chiara il suo non essere un «peso» per la collegialità episcopale: cf. V. Mondello, «Il vescovo emerito è un peso per la collegialità episcopale?», in Dei et hominum 8[2015] 1, 89ss), dobbiamo essere in grado di affinare, in tal senso, i nostri strumenti teologici e giuridici. È tempo di trovare soluzioni audaci, coraggiose, organiche e non palliative (come potrebbe essere quella di alzare l’età della rinuncia dei vescovi dai 75 agli 80 anni, per ridurre gli emeriti!). La questione della rappresentatività delle Chiese locali nel collegio episcopale è tra quelle più urgenti, anche perché coinvolge, nella struttura, l’ipotesi di un futuro Concilio.

                Peraltro, è chiaro che il mantenimento di una stretta connessione, sul piano sacramentale, tra potestà d’ordine e potestà di giurisdizione esclude (di diritto, beninteso) laiche e laici dalla possibilità di assumere, in piena responsabilità, funzioni di governo nella comunità ecclesiale (a norma del can. 129 § 2 del Codice di diritto canonico, i laici possono solo «cooperare» alla potestà di governo). È come se avessimo davanti ai nostri occhi un puzzle da ricomporre. I pezzi ci sono (sacramentalità, Chiesa locale, territorialità, potestà di giurisdizione, legame affettivo e spirituale, …), ma devono essere adeguatamente incastrati.

                La visione di Chiesa particolare. Un altro aspetto che credo sia importante sottolineare è il seguente: le idee che abbiamo sull’episcopato e sul suo esercizio producono inevitabilmente effetti su una certa visione di Chiesa particolare. Secondo il Codice di diritto canonico quest’ultima è «la porzione del popolo di Dio (…) in cui è veramente presente e operante la Chiesa di Cristo una, santa, cattolica e apostolica» (can. 369). Il principio teologico, codificato in punta di diritto, è evidente. Ma nei fatti, le diocesi sembrano più delle circoscrizioni amministrative della Chiesa universale, «case» succursali di una «casa-madre» (un modello, quest’ultimo, funzionale a rispondere alle esigenze di instaurare una res publica christiana, in piena riforma gregoriana). Così i vescovi finiscono per essere una sorta di funzionari, di burocrati, di meri esecutori della volontà di Roma. Che li elegge e, poi, ne può chiedere la rinuncia, li può dimettere o «dimissionare», pure senza tenere conto del popolo di Dio, senza alcuna garanzia a tutela dell’immagine e della dignità della persona umana, di colui che è uomo prima di essere vescovo. È difficile scardinare una mentalità, una cultura, fortemente gerarchica che viene replicata su scala diocesana.

                Il modello piramidale. Come efficacemente ha sottolineato P. Consorti in un contributo apparso sull’ultimo numero de Il Regno («A che scopo? Ripensare il diritto canonico per riformare la Chiesa», in Regno-att. 2,2022,5), la Chiesa cattolica è rappresentata al pari di una «istituzione piramidale e concentrica, governata dal centro attraverso vescovi che concepiscono i presbiteri come il corpo di una struttura che potrebbe vivere anche senza popolo e pure senza dialogare con il mondo che la circonda e in cui è immersa».

Ad esempio, quando ancora oggi, spesso, il vescovo, durante una celebrazione eucaristica, nello schema dell’omelia, inizia salutando prima, eventualmente, gli altri vescovi presenti, poi i sacerdoti, e a seguire diaconi, religiose e religiosi e, infine, i fedeli (tra questi, magari, offrendo una menzione particolare alle autorità civili e militari), non fa altro che applicare a una Chiesa particolare e, in tal modo, perpetrare il modello piramidale, della Chiesa universale (l’efficace immagine è ripresa da D. Vitali, «Chiesa, cosa dici di te stessa? Non società di servizi, ma popolo di Dio», in Vita pastorale n. 8-9/2007), tipico della stagione preconciliare. Un modello che è, o che dovrebbe essere, ormai superato.

                Insomma, pare che i frutti del Concilio Vaticano II non siano ancora sufficientemente maturati nella coscienza e nella prassi ecclesiale. C’è tanto lavoro da fare. Con una consapevolezza che non può mancare: una riflessione sull’episcopato è, innanzitutto, una riflessione sulla Chiesa. Su di un nuovo modello di Chiesa. Una riflessione dalla quale – sia chiaro – non possiamo sottrarci.

Luigi Mariano Guzzo, docente di Storia del diritto canonico all’Università di Catanzaro   01 febbraio 2022

https://ilregno.it/ospite/riformare-lepiscopato-luigi-mariano-guzzo

 

Processo al Sinodo

                Vita familiare e vita ecclesiale sono molto simili nelle loro possibili ferite e nelle loro difficili riconciliazioni. Sappiamo bene che il vescovo di Roma, quando parla di Sinodo, intende (e vuole che si intenda) più un processo che un evento. Uno degli atti centrali di questo processo, poi, è quello del «discernere», ossia del «giudicare» (anche se inteso come «momento in cui ci si lascia interrogare, mettere in discussione» dagli «appelli che il Signore ci rivolge»).

                 Non deve stupire, quindi, che la dedizione di Papa Francesco alla causa sinodale lo abbia portato a riflettere su alcuni aspetti dello «spirito sinodale» durante il discorso tenuto all’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale della Rota.

www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2022/january/documents/20220127-rotaromana.html

                D’altronde, la vita familiare non è poi così diversa da quella ecclesiale, soprattutto nelle sue problematiche – come si può verificare nei preziosi studi che il teologo Giovanni Cereti ha dedicato alla famiglia e all’ecumenismo.

                In entrambi i contesti (familiare ed ecclesiale), soprattutto quando ci troviamo di fronte a realtà «ferite» – in «difficoltà» o in «crisi» – e perciò bisognose della «cura» del «balsamo della misericordia» per giungere alla «guarigione», è fondamentale e prioritario superare una «visione distorta» dei soggetti del processo quali portatori di «meri interessi soggettivi» (ciascuno con la «propria convinzione»), per riscoprire invece la chiamata comune a «far risplendere la verità su un’unione concreta», a partire dai «motivi che li muovono». Essendo, poi, lo Spirito legato alla pienezza della verità (Gv 16,13) e alle nostre mozioni interiori (Rm 8,6), non deve stupire che Papa Francesco evochi anche qui il «mettersi in ascolto dello Spirito Santo che parla nella storia concreta delle persone»

                 Non si tratta, quindi, di negoziare un compromesso tra estremi o una mediazione tra particolarismi, ma – come ha spiegato lo stesso Francesco – di immaginare una contrapposizione che acceda, o meglio che riceva per grazia l’accesso, ad un punto di vista unitario e più profondo della verità (anche sofferente) propria e altrui. Da esso e grazie ad esso, come spesso è avvenuto nella storia del cristianesimo, si può recuperare una visione più ampia, comprensiva e complessa di tale tensione polare che, pur conservandosi, vedrà sciogliersi i nodi potenzialmente (auto)distruttivi che la caratterizzano.

                Questo essere «servitori della verità salvifica e della misericordia» non esclude, infatti, che nel processo di discernimento si verifichi «una dialettica fra tesi contrastanti». L’importante è che essa si riveli «fruttuosa», cioè creativa. Ciò avverrà, secondo il vescovo di Roma, se – da un lato – ci sarà un’«adesione sincera a ciò che per ognuno appare come vero», una «disponibilità ad offrire la propria versione soggettiva», ma – dall’altro lato – «senza chiudersi nella propria visione» o in qualche «alterazione o manipolazione volta a ottenere un risultato pragmaticamente desiderato», essendo anzi «aperti al contributo degli altri», sino alla «autocritica».

                Dato che però, difficilmente, i due poli di questa dialettica avranno in ogni momento lo stesso peso, ossia la stessa quantità di ragione e di torto, alle parti in causa potrà sembrare che questo accesso (donato) ad una verità più ampia e complessa comporti sconfitti e vincitori – e che, quindi, non valga la pena credervi. È qui allora che diventa importante la capacità del nuovo (o rinnovato) punto di vista di far sperimentare – o almeno intravedere – alle parti in dialogo o in conflitto la qualità superiore della visione più profonda offerta: risollevando le parti coinvolte da fallimenti e sconfitte, sciogliendo i nodi di fatica e di dolore che hanno accumulato, aprendo nuovi cammini o sentieri interrotti per un futuro migliore.

                In questo senso, l’«esercizio costante di ascolto» che caratterizza ogni processo sinodale, il continuo «imparare ad ascoltare, che non è semplicemente sentire», significa e comporta il dovere di «comprendere la visione e le ragioni dell’altro, quasi immedesimarsi con l’altro», «con la sua esperienza spesso segnata dal dolore», con i «problemi concreti delle singole persone», con la loro «concreta “periferia esistenziale”». In altri termini, la fase «istruttoria», ossia preparatoria, del processo sinodale richiede che questo «vigile ascolto di quanto viene argomentato e dimostrato dalle parti», questo «aprirsi alle ragioni presentate dagli altri», avvenga con «spirito di carità e di comprensione verso le persone che soffrono», abbandonando ogni «visione autoreferenziale», per «fare verità su di sé».

                Realizzare tutto ciò, chiaramente, richiede «tempo» e «pazienza». Ma solo con tale discernimento si possono evitare «risposte standard» per elaborare, invece, «un giudizio ponderato», una «decisione», «un’autorevole parola di verità sul vissuto personale» che sarà il frutto del «calarsi nella realtà di una vicenda vitale, per scoprire in essa l’esistenza o meno di quell’evento irrevocabile», di quella soluzione non preconfezionata – con la quale a volte si è tentati di entrare nel dialogo – ma che in esso si presenta inattesa e imprevedibile, sorprendente.

Prof. Sergio Ventura                      Vino Nuovo                       19 febbraio 2022

www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/processo-al-sinodo

 

Parrocchia: a cosa possiamo rinunciare?

                Nei percorsi sinodali che si aprono non dovrebbe mancare l’azione della ‘potatura’ comunitaria, ossia scelte non più rimandabili di rinuncia e ricentramento sull’essenziale. Nei vari cantieri sinodali che si stanno aprendo a macchia di leopardo, con tempistiche, modalità e obiettivi differenti, credo che dovrebbe risuonare, nella riflessione sulla parrocchia, anche (o soprattutto) questa domanda: a cosa possiamo rinunciare per una comunità capace di stare nel mondo di oggi secondo il segno del Vangelo? Perché è indubbio che nei secoli la parrocchia ha visto stratificarsi ruoli, mansioni, ministeri, incombenze, pratiche, strutture, dialettiche, riti, devozioni: tutto ‘materiale’ che, a mano a mano, si è accumulato e fossilizzato, posandosi sovente per inerzia.

                Ma oggi, cosa di tutto quel patrimonio è di slancio e cosa, invece, è di inciampo? Cosa corrisponde a quanto viviamo, al tempo e al luogo che ci sono dati, alla Parola che ci è affidata, e invece cosa possiamo lasciare da parte? O meglio: cosa dobbiamo lasciare da parte, perché non radicalmente evangelico, non fondativo né irrinunciabile, in sostanza perché non kerigmatico? Ciò che non serve, rallenta: è una regola che ogni pellegrino conosce. E oggi noi dobbiamo avvertire con forza che abitiamo una chiesa in pellegrinaggio, da una comunità tesa tra moderno e premoderno a una comunità che è chiamata – volente e nolente – ad abitare la tarda modernità o postmodernità, con sfide enormi. Se vogliamo attraversare da cristiani il nostro tempo ˗ con occhio vigile, critico e umano ˗ dobbiamo chiederci cosa non ci è più utile nel culto, nell’organizzazione dei ruoli e dei compiti, nel possesso dei beni, e cosa al contrario riteniamo fondamentale.

                Dunque, a cosa rinunciare? È una domanda dolorosa, perché richiede sia spoliazione sia libertà, ma non rimandabile: altrimenti, la storia sceglierà per noi, andando ad assegnarci un posto di spettatori, di passivi giocatori seduti in panchina. È una domanda che riguarda il clero: cosa, inevitabilmente, il sacerdote può e deve lasciare da parte? A cosa può invece dedicarsi perché è intrinseco alla sua forma di vita e di sequela? Si dirà (troppo facile): il prete deve rinunciare al clericalismo! Ma poi, nella concretezza, cosa vuol dire tutto ciò? Forse significa essere molto concreti nell’individuare quali responsabilità affidare ad altri, quale gestione del tempo, degli spazi e del denaro rivedere e condividere. Forse ci si deve interrogare su quali stili di vita e di gestione del potere devono essere abbandonati, perché non evangelici né più consoni con il XXI secolo, con i suoi ritmi, numeri, condizioni, consapevolezze scientifiche, teologiche, sociali, antropologiche.

                Ma ugualmente i laici cosa devono abbandonare, per essere davvero ispirati dalla grazia battesimale? Forse devono abbandonare devozioni, forme di pigrizia intellettuale e spirituale; forse è il momento di lasciare timidezze e false reverenze, o forse si devono rileggere le aspettative e le attese che riversano sul clero. O, ancora, forse lo Spirito chiama a nutrire il dibattito ecclesiale, ai vari livelli, avendo anche il coraggio della profezia e dell’audacia, sempre con la penetrante capacità di leggere i segni dei tempi.

                E i vescovi, in fondo protagonisti del Sinodo, a cosa devono rinunciare? Cosa hanno il coraggio di mettere da parte, scaricando clero e laici di pesi, responsabilità, compiti, sciogliendo nodi e rivitalizzando energie sopite?

                Ogni chiesa, ogni comunità, ogni fedele dovrebbe mettersi in cammino con questa domanda nel cuore: a cosa possiamo rinunciare? E da qui, insieme davvero, pensare e decidere quali rami secchi il nostro essere chiesa non può più permettersi. In queste settimane, nelle campagne, è il tempo della potatura, per dare forza, linfa e fecondità alle piante. Oggi, ugualmente, siamo chiamati a potare la chiesa che abitiamo per permettere alla linfa dello Spirito di essere feconda, generativa e pronta per le stagioni che verranno.

Sergio Di Benedetto                      VinoNuovo 21 febbraio 2022

 

www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/parrocchia-a-cosa-possiamo-rinunciare

 

Strutture pastorali più leggere, più vicinanza alle persone

                 “Penso che sia necessario ripensare le nostre forme di azione pastorale,  nella logica della leggerezza delle strutture e della vicinanza alle persone”. Così Pierpaolo Triani, docente di Pedagogia generale e membro del Gruppo di coordinamento nazionale del Cammino sinodale della Chiesa italiana

                Incontro Pierpaolo Triani, professore di Pedagogia generale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e membro del Gruppo di coordinamento nazionale del Cammino sinodale, a far parte del quale è stato chiamato dalla Conferenza episcopale italiana a fine gennaio. È stato direttore della rivista “Scuola e Didattica” e membro dell’Osservatorio nazionale dell’infanzia e dell’adolescenza. E attualmente vicedirettore de “La Rivista italiana del clero”.

                Professore, può spiegare quali sono le differenze e quali i legami tra il cammino sinodale in Italia e i cammini sinodali nel resto del mondo? E come si inseriscono – nello schema tracciato – i Sinodi che i vescovi di talune diocesi italiane hanno inaugurato già prima della pandemia? Non c’è un rischio di sovrapposizioni?

                Il Sinodo della Chiesa universale intende coinvolgere, nel modo più diffuso possibile, tutte le comunità ecclesiali del mondo, in un processo di riflessione su come oggi la Chiesa riesce a vivere la sinodalità come suo tratto peculiare. Come è noto, il Sinodo universale prevede un primo momento di coinvolgimento delle Chiese locali, che è quello che stiamo vivendo adesso, anche noi in Italia, dove tutti sono invitati a lasciarsi interpellare da un quesito di fondo: «Come si realizza oggi, ai diversi livelli (da quello locale a quello universale), quel camminare insieme che permette alla Chiesa di annunciare il Vangelo, secondo la missione che le è stata affidata? E quali passi lo Spirito ci invita a compiere per crescere come Chiesa sinodale?». A questo primo momento seguirà poi la fase continentale e quindi il momento conclusivo a Roma, nel 2023.

                Il Cammino sinodale italiano si pone in stretta sinergia con il processo avviato dal Sinodo Universale, e ha però una propria specificità: è espressione della scelta dei vescovi italiani di accogliere l’invito del Papa, più volte da lui rivolto alla Chiesa italiana, ad uscire dalla logica del “si è sempre fatto così” per camminare in una logica di conversione pastorale, attraverso un attento ascolto della vita delle persone e uno sguardo progettuale. Si tratta di un percorso articolato, per la Chiesa italiana, che chiede un lavoro di coinvolgimento attento, paziente, costante. Per questo sono stati decisi tempi lunghi che arrivano fino al 2025. È un cammino che prevede tre fasi: la fase narrativa ( così detta in quanto centrata sull’ascolto delle esperienze), la fase sapienziale e quella profetica (nelle quali ritornare sulle narrazioni e le esperienze raccolte, riflettervi insieme anche con l’aiuto degli esperti, e giungere ad alcune decisioni finali, che abbiano il coraggio della “profezia”). La fase narrativa dura due anni e nel primo anno, quello in corso, essa coincide proprio con quanto è stato richiesto dal Sinodo Universale.

                In questi mesi le diverse diocesi italiane stanno attivando questo processo di ascolto, costituendo le equipe sinodali, formando i facilitatori dei gruppi, realizzando gruppi sinodali. A tutti risulta chiaro che ciò che è chiesto non è tanto quello di concentrarsi sulla produzione di un testo scritto da inviare a Roma per adempiere ad una richiesta, ma quello di esercitarsi nello stile della sinodalità, attraverso esperienze di gruppo che poi continueranno nei prossimi mesi. Questo spirito permette di vivere con minor ansia la questione della consegna del lavoro svolto, sebbene essa sia importante. La Conferenza episcopale italiana ha chiesto alle diocesi di inviare una prima sintesi del lavoro svolto entro la fine di aprile, in modo che i vescovi italiani riuniti in assemblea a fine maggio possano prendere conoscenza di quanto va emergendo dai lavori di questi mesi e siano in grado di delineare i temi su cui realizzare un ascolto ancora più specifico nel prossimo anno. In Italia vi sono diocesi che avevano già avviato un loro sinodo di recente e che lo hanno concluso da poco, altre che lo hanno appena avviato. In questi mesi,. C’è una realtà molto diversificata. Noi, come gruppo di coordinamento, stiamo toccando con mano questa pluralità di situazioni che riteniamo sia una ricchezza per tutti. A chi ha appeno concluso il sinodo o lo sta vivendo a livello diocesano è richiesto di pensare a quanto vissuto come dono per tutte le altre diocesi e di lasciarsi comunque interpellare dal cammino sinodale per fruttificare al meglio quanto realizzato in diocesi.

                Il rischio di una sovrapposizione può essere superato nella misura in cui non ci fissiamo sulle procedure, in sé flessibili, ma sul senso di quanto si va facendo.

                Presi da mille attività ordinarie e dalle scadenze consuete, a volte, in diocesi, nelle parrocchie, sembra di percepire un certo scetticismo sull’intero percorso sinodale. Come fare per ridurre il rischio che le diocesi si lascino sfuggire questa occasione di rinnovamento ecclesiale?

                In questi mesi stiamo toccando con mano una pluralità di reazioni di fronte alla proposta del cammino sinodale: la voglia di mettersi in gioco e di camminare insieme; la resistenza, soprattutto in alcuni sacerdoti, a lasciarsi coinvolgere; il timore che quanto proposto diventi una sovrastruttura e che il processo avviato possa correre il rischio di accendere false attese. Penso sia importante ascoltare le fatiche e le difficoltà, che emergono come parte integrante di questa fase di ascolto. Ugualmente è necessario prendere sul serio un bisogno di ascolto, di condivisione e di cambiamento che il cammino sinodale sembra aver messo ancora maggiormente in luce. Ciò che è stato avviato a mio parere potrà portare frutto nella misura in cui continuiamo ad alimentare il senso spirituale del cammino, senza lasciarsi prendere dall’ansia di dover definire subito degli schemi e senza la pretesa di cambiare tutto.

                Perché non si diffonda l’idea che poi, alla fine, tutto sia già scritto e che un vero ascolto di tutto il popolo di Dio sia solo evocato e non realmente praticato, non si dovrebbe dare spazio anche alle voci più critiche?

                Il cammino sinodale della Chiesa italiana non è stato avviato con un documento, ma con un esercizio diffuso di ascolto delle esperienze personali in ordine alla Chiesa e alla fede. Questo proprio per permettere che tutti possano prendere la parola, non per convincere l’altro ma per fare dono della propria esperienza. Come si è detto, lo scopo dei gruppi sinodali non è il dibattito concettuale, ma la narrazione. Da questo ascolto sorgeranno, certamente, aspetti e temi su cui occorrerà avviare degli approfondimenti che avranno nuovamente bisogno dell’ascolto di tutti. Si è scelto un percorso graduale che certo dovrà arrivare a delle conclusioni, a delle scelte, ma attraverso un paziente lavoro di discernimento.

                Da molti anni parliamo di uno stile di “discernimento comunitario”, ma mi sembra che lo abbiamo praticato poco. Ora che papa Francesco ha fissato un termine alle Chiese particolari, cioè la consegna di un documento di massimo 10 pagine da parte di ciascuna diocesi, da inviare alla Santa Sede, quali accorgimenti si possono prendere per riuscire a svolgere un vero discernimento comunitario?

                Credo sia importante dire che il discernimento comunitario non può coincidere con le 10 pagine che saranno consegnate. Quelle sono un segno di un processo più ampio, ancora meglio di uno stile, che chiede di essere praticato al di là della consegna di alcuni fogli scritti. La conversazione spirituale proposta per questo primo anno rappresenta un primo passo importante per crescere nell’esercizio del discernimento comunitario. Penso che quanto si andrà delineando per i prossimi anni ci permetterà di affinare ulteriormente questo stile. Per evitare che si confonda il discernimento con la consegna di una sintesi, nei nostri incontri con i referenti diocesani stiamo mettendo in luce quanto sia importante vivere l’esperienza dei gruppi senza ansia e con l’impegno a restituire alle persone che hanno partecipato quanto va emergendo.

                Sappiamo come oggi sia difficile trasmettere e vivere la fede tra generazioni, ma anche come sia difficile vivere la fede da adulti… Lei che cosa ne pensa?

                Penso che uno dei nodi fondamentali per noi adulti sia quello di vivere la fede in rapporto alle sfide costanti della vita quotidiana. Per fare questo abbiamo bisogno di radicare la nostra interiorità nel Vangelo; e questo non possiamo farlo in solitudine. C’è certamente bisogno di un profondo ripensamento della pastorale degli adulti, che tenga conto della pluralità di situazioni che caratterizzano la loro condizione e che sappia trovare forme nuove di accompagnamento spirituale.

                Lei che collabora molto con l’Azione cattolica, pensa che l’associazionismo laicale saprà svolgere un ruolo positivo per i cammini sinodali?

                Il contributo dell’associazionismo laicale nel processo avviato con il cammino sinodale è di grande importanza a tutti livelli: parrocchiale, diocesano, nazionale. Penso che se le diverse associazioni si lasceranno interpellare dallo stile sinodale e dall’invito ad una conversione pastorale potranno non solo donare molto alla vita ecclesiale, ma anche trarre forti benefici per la loro vita interna.

                Se dovesse indicare una cosa su cui assolutamente la nostra Chiesa italiana dovrebbe cambiare strada o quantomeno correggere la rotta, quale sceglierebbe?

                La diminuzione delle risorse umane all’interno delle nostre comunità ci sta mostrando quanto sia necessario un ripensamento complessivo del nostro impianto organizzativo. Verso quale direzione? Penso che la strada principale sia quella di moltiplicare gli sforzi nella logica della prossimità, una prossimità che inviti ad aprirsi alla parola buona del Vangelo. Può sembrare un paradosso dal momento che si è meno numerosi di prima; ma invece io penso che sia necessario ripensare le nostre forme di azione pastorale, proprio nella logica della leggerezza delle strutture e della vicinanza alle persone.

                by c3dem_admin            22 febbraio 2022

www.c3dem.it/strutture-pastorali-piu-leggere-piu-vicinanza-alle-persone-la-chiesa-in-sinodo-secondo-pierpaolo-triani

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TESTIMONI DEL CONCILIO

L’inferno non esiste, parola di teologo «E quelli di Gesù non erano miracoli»

                Se l'affondo arrivasse da un indefesso mangiapreti, suonerebbe scontato. Ma, se è uno dei più popolari e apprezzati biblisti in Italia, a dichiarare che «la Bibbia è pericolosa e fa perdere la fede anziché suscitarla per come siamo ormai abituati a leggerla», allora la denuncia è da prendere sul serio e l'effetto sortito dirompente. Padre Alberto Maggi, 76 anni, volto noto per i suoi commenti ai Vangeli ai telespettatori di Tv2000 - l'emittente televisiva della Conferenza episcopale Italiana -, non ha paura a sottolineare che «l'inferno come luogo di dannazione eterna non esiste» e a precisare che «Gesù ha compiuto dei segni, non dei miracoli».

                   Lo pensa e lo dice il religioso dell'Ordine dei servi di Maria che dalla sua annovera studi all'École biblique di Gerusalemme, l'istituto più prestigioso al mondo per chi voglia approcciarsi alle Scritture con rigore scientifico, e un'esperienza quasi trentennale al timone del Centro studi biblici di Montefano, nel Maceratese.

                Diciamo che ci vuole una certa franchezza nel definire pericolosa la Bibbia.

                «O forse basta l'esperienza sofferta di chi come me, formatosi in un ambiente famigliare razionalista, si è imbattuto in questo libro complesso che, inteso in forma letterale, risulta assurdo».

                Addirittura?

                «Pensiamo a un episodio come quello raccontato in Marco 11 nel quale Gesù maledice una pianta di fico senza frutto, nonostante non fosse la stagione. O lui era uno scriteriato o l'evangelista gli ha fatto fare una brutta figura oppure c'è dell'altro».

                Che cosa, padre Maggi?

                <«Il fatto che non sia possibile interpretare i Vangeli e, più in generale, l'intero corpus biblico senza tenere conto del contesto storico in cui sono stati scritti, dei generi letterari utilizzati e della portata simbolica di molti passi. Senza queste premesse, quelli che dovrebbero essere testi tesi a far credere diventano strumenti idonei ad allontanare dalla fede o a farla perdere».

                Allora Martin Lutero era fuori strada nel suggerire di dare la Bibbia in mano ai laici?

                «Le persone vanno messe nelle condizioni di poter interfacciarsi con quella che è la Parola di Dio, ma serve un accompagnamento. I Vangeli non sono delle cronache e non sono stati scritti per essere letti da tutti. Dovevano essere trasmessi oralmente dai lettori alla comunità, da soggetti preparati a riportarli nella maniera adeguata».

                Oggi quasi in ogni casa c'è una copia della Bibbia, pochi però la sfogliano.

                «Va compreso, è una storia poco avvincente di cui conosciamo già il finale e sui cui pesano condizionamenti esterni che finiscono per farci pensare all'assurdità del suo racconto».

                Quali, per esempio?

                «Il concetto d'inferno come luogo di dannazione eterna. Nella Bibbia questa parola non compare, al suo posto c'è la dizione d'inferi quale regno dei morti. Da pochi anni anche l'ultima edizione delle Scritture curata dalla Cei è stata corretta, ma, visto che prevale la logica del 'si è pensato e fatto sempre così', poco ci si adopera per cambiare la mentalità comune».

                Quindi nessuno è dannato per l'eternità al termine dei suoi giorni, fra pianti e stridor di denti?

                «Nessuno, nei Vangeli semmai si parla di una vita biologica, che si chiude con la morte a cui segue o un'esistenza senza fine nello spirito per chi, credente o meno, abbia amato, oppure una morte seconda, definitiva. Questo buio eterno spetta a chi rifiuta l'offerta di vita in pienezza del Signore che non può e non è mai imposta. Non sappiamo chi e quanti uomini abbiano respinto la proposta divina, rifiutando la sua luce. Paolo ci parla della misericordia di Dio che non smette mai di cercarci fino all'ultimo, nostro respiro».

                E come la mettiamo con i miracoli?

                «Anche questa parola è estranea ai Vangeli. Gesù ha compiuto dei segni per favorire la fede, non ha stravolto le leggi della fisica. La resurrezione di Lazzaro, per esempio, ha un suo significato teologico, non storico. In quel 'lasciatelo andare' di Cristo ai presenti davanti al sepolcro del suo amico c'è il segnale/invito del Maestro a smettere di piangere il morto, quasi a volerlo tenere ancora con noi. Va liberato, lasciato andare verso la vita vera, quella eterna».

                Si potrebbe obiettare che, togliendo inferno e miracoli, si annacqua il discorso cristiano?

                «Tutt'altro, lo si purifica da un'esegesi letteralista incapace di cogliere il reale messaggio liberante di Dio »

                Che cosa consiglierebbe a chi voglia approcciarsi ai Vangeli?

                «Leggeteli parola per parola, servendovi di un buon commento. Lasciate da parte quello che vi è stato insegnato da piccoli, siate maturi e date sollievo alla fame di Dio che è in ciascuno di noi».

                intervista a Alberto Maggi di Giovanni Panettiere           “QN24 febbraio 2022

www.quotidiano.net/cronaca/inferno-padre-maggi-1.7396623

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202202/220224maggipanettiere.pdf

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