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news UCIPEM n. 900– 6 MARZO 2022

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti-Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.

Link diretti e link per pdf -download a siti internet, per documentazione.

            I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

            Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.

            In ottemperanza alla direttiva europea sulle comunicazioni on-line (direttiva 2000/31/CE), se non desiderate ricevere ulteriori news e/o se questo messaggio vi ha disturbato, inviate una e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con richiesta di disconnessione.

            Chi desidera connettersi invii a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. la richiesta indicando nominativo e-comune d’esercizio d’attività, e-mail, ed eventuale consultorio di appartenenza. [Invio a 1.129 connessi]

Carta dell’U.C.I.P.E.M.

Approvata dall’Assemblea dei Soci il 20 ottobre 1979.

Promulgata dal Consiglio direttivo il 14 dicembre 1979.

1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

 

02 ASSEGNO DIVORZILE                     deve compensare il sacrificio delle aspettative professionali dell'ex coniuge

03 BIBBIA                                             Viaggiare con la Bibbia dalla Genesi alle tentazioni nel deserto

03 CENTRO INT. STUDI FAMIGLIA  Newsletter CISF - n. 8, 2 marzo 2022

04 CHIESA di TUTTI                            Un’indagine sugli abusi nella Chiesa non può che essere indipendente

08                                                          Maltrattamenti e abusi di suore: Salvatore Cernuzio racconta undici storie

11 CHIESA UNIVERSALE                    Il patriarca di Mosca sostiene lo Zar x riconquistare la Chiesa “scismatica” di Kiev

11                                                          Il segreto delle tre Chiese

12                                                          Tre chiese, una guerra

15 CHIESE EVANGELICHE                  Noi pastore valdesi accogliamo tutte

16 CLERICALISMO                               Oltre il clericalismo e oltre il sacro

19 CORTE COSTITUZIONALE             Bonus bebè e assegno di maternità anche agli stranieri

19                                                          Inammissibile quesito sull’omicidio del consenziente: non assicura la tutela minima

20                                                          Adozione dopo la sentenza del 24\02: via libera indiretta x maternità surrogata?

22 DALLA NAVATA                             I Domenica di Quaresima- Anno C

23 DIBATTITI                                        Suicidio assistito: dal referendum bocciato alla legge in esame

25DONNE NELLA (per la) CHIESA    La figlia di Dio

28                                                          Ministeri ordinati alle donne? “Non sono un diritto”. Dibattito

28                                                          Ambiguità e capovolgimenti

31 GOVERNO                                       Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile

31 PARLAMENTO                                Arriva lo Ius Scholæ cittadinanza italiana dopo 5 anni sui banchi

32 RIFLESSIONI                                   Se il conflitto unisce le Chiese

33 SACERDOZIO E SINODO              Il presbitero secondo il rito di ordinazione /4

35 SINODO                                           Una Chiesa missionaria e in ascolto

38                                                          Mettere in rete esperienze, personali e aggregate, e aiutarle a respirare insieme

39                                                          Gesù norma della chiesa sinodale

41 SINODO CHIESA UNIVERSALE    La sinodalità, vero volto della Chiesa

44                                                          Specificità prete non è concentrare potere, ma coordinare-presiedere comunità

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ASSEGNO DIVORZILE

L'assegno divorzile deve compensare il sacrificio delle aspettative professionali dell'ex coniuge

Corte di Cassazione, prima Sezione civile, ordinanza 04034, 8 febbraio 2022

news.avvocatoandreani.it/allegati/cassazione/Cassazione-civile-ordinanza-%204034-2022.pdf

                Il Tribunale di Genova dichiarava cessati gli effetti civili del matrimonio contratto tra Tizio e Mevia e disponeva il pagamento di un assegno di 2.000,00 euro mensili a carico di Tizio ed a favore di Mevia, oltre ad euro 1.500,00 per ciascun figlio, il pagamento del 100% delle spese straordinarie ed un assegno annuale fisso per entrambi i figli di euro 1.000,00. Successivamente, la Corte di Appello di Genova eliminava l'assegno annuale fisso di 1000,00 e riduceva ad euro 1.000,00 l'assegno mensile per il figlio Caio; manteneva nel resto le predette disposizioni a carico del marito.

                Tizio ricorre in Cassazione, deducendo violazione e falsa applicazione dell'art. 337-septies c.c. in riferimento all'art. 360 comma 1 nr. 3 e 5 c.p.c., in quanto il giudice territoriale non aveva tenuto conto della situazione economica del ricorrente e della conseguente sproporzione delle rispettive posizioni reddituali nonché dell'impossibilità per il ricorrente di mantenersi con il solo importo che residua dopo il pagamento della somma 4.500,00 euro mensili da versare complessivamente alla moglie come stabilito per il mantenimento suo e dei figli.

                Per la Corte il ricorso è inammissibile; quanto al mantenimento dei figli e dell'ex moglie la Corte osserva quanto segue:

                a) la Corte distrettuale ha esaminato la situazione economica dei figli, musicista ventisettenne il figlio e odontoiatra principiante, la figlia, i quali risultano entrambi privi di un reddito stabile: tenendo conto della documentazione offerta dal ricorrente, dell'età e delle altre circostanze, la Corte ha poi eliminato l'assegno annuale fisso di 1.000,00 euro destinato ad entrambi i figli e ridotto l'assegno mensile per il figlio ad euro 1.000,00;

                b) relativamente all'assegno divorzile, la Corte ha già operato una valutazione circa la situazione economica della ex moglie la quale, all'età di 57 anni, non è in possesso di redditi propri ma solo di immobili di cui paga le spese; al contrario il ricorrente di professione odontoiatra, dipendente dell'Ospedale e di cliniche private oltre a uno studio professionale privato risulta avere un reddito imponibile di 92.000 euro pari ad un reddito netto di euro 69.068,00

                c) si ribadiscono in questa sede i principi in materia di assegno divorzile: "L'assegno divorzile ha una imprescindibile funzione assistenziale, ma anche, e in pari misura, compensativa e perequativa. Pertanto, qualora vi sia uno squilibrio effettivo, e di non modesta entità, tra le condizioni economico-patrimoniali degli ex coniugi, occorre accertare se tale squilibrio sia riconducibile alle scelte comuni di conduzione della vita familiare, alla definizione dei ruoli all'interno della coppia e al sacrificio delle aspettative di lavoro di uno dei due; laddove, però, risulti che l'intero patrimonio dell'ex coniuge richiedente sia stato formato, durante il matrimonio, con il solo apporto dei beni dell'altro, si deve ritenere che sia stato già riconosciuto il ruolo endofamiliare dallo stesso svolto e - tenuto conto della composizione, dell'entità e dell'attitudine all'accrescimento di tale patrimonio- sia stato già compensato il sacrificio delle aspettative professionali oltre che realizzata con tali attribuzioni l'esigenza perequativa, per cui non è dovuto, in tali peculiari condizioni, l'assegno di divorzio;

                d) nel caso di specie, la Corte di Appello si è attenuta ai parametri dettati dalle Sezioni Unite sopra indicati ed ha tenuto conto del contributo offerto dalla ex moglie nel corso della durata del matrimonio, alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio.

                               Avv. Anna Andreani       

news.avvocatoandreani.it/articoli/assegno-divorzile-deve-compensare-sacrificio-delle-aspettative-professionali-dell-coniuge-106641.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email

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BIBBIA

Viaggiare con la Bibbia dalla Genesi alle tentazioni nel deserto

                Anche questa volta Enzo Bianchi ci ha stupiti per la nuova lettura della Genesi, qualificando la figura femminile riportandola alla dignità che gli spetta, parallelamente ha dato al nuovo Adamo, tentato nel deserto....                                video                                                                     https://youtu.be/6lqkJ_KUg3c?t=170

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF - n. 8, 2 marzo 2022

Ucraina, la fuga delle famiglie. "Senza rumore, a fari spenti, le macchine arrivavano una dietro l'altra, piene zeppe, sovraccariche di bagagli e di mobili, di carrozzine e di gabbie di uccelli, di casse e di ceste portabiancheria, sulla strada scorreva lentamente un fiume di macchine, di camion, di barrocci, di biciclette e carri di contadini": è l'immagine immortale di Parigi bombardata nel 1940, descritta da Irène Némirovsky in Suite Francese, ed è la fotografia dell'Ucraina di questi giorni. Riassume il dolore, il caos e la perdita che ogni famiglia sperimenta, nell'insensatezza della guerra. In queste immagini  girate da un drone, la fila infinita di veicoli al confine con la Polonia, famiglie come le nostre che scappano a piedi.                                                                         www.youtube.com/watch?v=ix_3e9VtRlg

4 marzo 2022 Cassano Magnago (VA), (h. 21.00). All'interno del ciclo "dialoghi sul bene comune", a cura della Comunità Pastorale San Maurizio nella serata, dedicata a "Il bene comune in famiglia, nella scuola, nella partecipazione alla società civile e nella convivenza delle fedi", parteciperà come relatore il direttore Cisf (F. Belletti) (Auditorium di P.zza San Giulio, Cassano Magnago)

19 marzo 2022 Saronno (VA), (h. 15.30-18.30). Il direttore CISF (F. Belletti) interverrà al dibattito pubblico su inverno demografico ed emergenza natalità: ma dove va la famiglia?, incontro promosso da UNITRE Saronno, RadioOrizzonti, Comunità Pastorale Crocifisso Risorto e Comune di Saronno.

USA/attenti quando dite che sul lavoro è "come essere in famiglia". Vi proponiamo un interessante approfondimento da The Atlantic [a questo link], che sonda gli ambienti lavorativi in cui ci si fregia di essere "come in famiglia". Una metafora che vuole esprimere attenzione e cura per le persone, ma ha anche un lato oscuro. "Quando un'azienda viene presentata come una famiglia, i suoi lavoratori possono sentirsi spinti a impegnarsi a un livello irragionevole di lealtà, sopportando lunghe ore di lavoro, maltrattamenti, e l'erosione dei confini tra lavoro e vita privata, il tutto in uno spirito di armonia e di uno scopo condiviso. In altre parole, quando un posto di lavoro assomiglia a una famiglia, è spesso per ragioni che ti farebbero desiderare un lavoro diverso (che è più facile da risolvere che volere una famiglia diversa)", scrive Joe Pinsker, giornalista che si occupa di dinamiche tra famiglia e lavoro       .www.theatlantic.com/family/archive/2022/02/work-actually-is-like-a-family/622813

Il vecchio mondo, la giovane Africa. S'intitola "Youthquake: Why African Demography Should Matter to the World", è uscito da poco e sta già facendo discutere la stampa internazionale. L'autore, Edward Paice, direttore dell'Africa Research Institute,                             www.africaresearchinstitute.org/newsite

allinea i dati demografici e le proiezioni dei prossimi anni tracciando un quadro geopolitico che si fonda sul tasso di natalità e sulla giovinezza della popolazione.

https://headofzeus.com/books/9781800241619

In questo senso, il continente africano si trova in controtendenza rispetto alla "transizione demografica" che il resto del mondo (Cina compresa) sta affrontando: l'Africa è straordinariamente giovane. Entro il 2050, gli africani di età inferiore ai 24 anni saranno numerosi quanto gli africani di tutte le età di oggi. La popolazione del continente a fine secolo giungerà a circa 4,3 miliardi e i suoi popoli costituiranno il 40% dell'umanità (entro il 2100 la metà dei minori di 18 anni nel mondo sarà probabilmente africana).

Istat, rapporto 2020/2021 su matrimoni e divorzi. Il 2020 è stato l’Annus horribilis per i matrimoni (poco più di 96mila in tutta Italia), e i primi nove mesi del 2021 indicano una ripresa insufficiente (-4,5%), spiega l'Istat nel nuovo report “Matrimoni, unioni civili, separazioni e divorzi” diffuso il 21 febbraio  www.google.com/search?client=firefox-b-d&q=Report_Matrimoni-unioni-separazioni-2020_21_02.pdf

Mettendo a confronto il 2021 con il 2020, la tipologia di matrimonio più in ripresa è quella religiosa, che aveva registrato il calo maggiore durante il Covid. Le nozze in chiesa risultano più che quadruplicate (+228%) ma l’aumento del 2021 non riporta comunque ai livelli pre-pandemici (-8,8% rispetto allo stesso periodo del 2019). Hanno risentito meno della pandemia separazioni e divorzi: nei primi nove mesi del 2021 l’aumento rispetto allo stesso periodo del 2020 (+36,4% per le separazioni e +32,8% per i divorzi) riporta a livelli simili a quelli del 2019. In valore assoluto, comunque, anche nel 2020 le separazioni sono rimaste molto numerose (79.917).

Child guarantee, le raccomandazioni dei ragazzi. Un gruppo di ragazzi e ragazze tra i 14 e i 21 anni ha incontrato i rappresentanti del Gruppo di lavoro Politiche e interventi sociali a favore dei minorenni in attuazione della Child Guarantee, incaricato di redigere il Piano nazionale di contrasto alla povertà minorile e all’esclusione sociale in Italia.

https://famiglia.governo.it/it/politiche-e-attivita/comunicazione/notizie/i-temi-della-poverta-minorile-e-della-esclusione-sociale-in-italia-attraverso-la-voce-dei-ragazzi

La Child Guarantee [vedi il link-in inglese]   https://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=1428&langId=en

è il sistema europeo di garanzia per assicurare che minori in situazioni di vulnerabilità abbiano accesso a servizi di qualità comuni in Europa. La posizione dei ragazzi, che compongono lo "Youth Advisory Board" del progetto, ha messo in luce alcuni problemi tra cui: la necessità di contrastare l’esclusione garantendo pari accesso ai servizi; garantire servizi sanitari più accessibili, anche nelle realtà periferiche, e più servizi di supporto psicologico; assicurare un sistema scolastico più attento alla sfera emotiva e psico-sociale degli alunni.

Dalle case editrici

¨       AAVV, Leggi qui. Guida galattica (e)norme per adolescenti, Mondadori (MI), 2021, p.345

¨       Dominique Folscheid, Anne Lécu, Brice De Malherbe, Che cos’è il transumanesimo, Queriniana, (BS), 2021, p.112

¨       Carlo Alfredo Clerici, Tullio Proserpio, La spiritualità nella cura. Dialoghi tra clinica, psicologia e pastorale, San Paolo, Cinisello B. (MI) 2022, p. 208

                Tra un medico e un presbitero che si incontrano, ogni mattina, nei corridoi di uno dei più importanti ospedali d’Italia, l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, nasce un dialogo autentico, appassionato, lucido sul tema della spiritualità nella cura. Di cosa ha bisogno l’ammalato che soffre e che intravede l’avvicinarsi dell’ultima soglia? Esiste la possibilità di un’alleanza tra medicina e spiritualità? (...)

                https://a4e9e4.emailsp.com/f/rnl.aspx/?fgg=wsswt/e-ge=s/fh0=nur49a1:a=.-4&x=pv&65kac&x=pp&qzb9g6.b9g9h/:i4-7d=uy1yNCLM

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CHIESA DI TUTTI

Suor Margron: un’indagine sugli abusi nella Chiesa non può che essere indipendente

                Un’inchiesta sugli abusi sessuali avvenuti nella Chiesa cattolica non può che essere indipendente e dovrebbe focalizzare la propria attenzione sulle sole aggressioni avvenute in ambito ecclesiale. Teologa, suora domenicana, presidente della Conferenza dei religiosi e delle religiose di Francia(Corref) dal 2016, rieletta in questa posizione per un secondo mandato di quattro anni nel 2021, Veronique Margron, 64 anni, è uno dei volti più in vista del cattolicesimo d’Oltralpe.

 

 Insieme al vescovo di Reims monsignor Eric de Moulins-Beaufort, presidente della conferenza episcopale francese, ha promosso l’inchiesta della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (Ciase) che, presieduta dal giudice Jean-Marc Sauvé, ha recentemente pubblicato un rapporto-choc sulle aggressioni sessuali avvenute nella Chiesa francese dal 1950 ad oggi. Un tema, quello degli abusi, che suor Margron ha trattato a fondo nel libro «Un moment de verité» (Albin Michel, 2019), ma che aveva affrontato già prima di scegliere la vita religiosa, quando, fresca di studi di psicologia, ha lavorato come educatrice con i giovani delinquenti. In questa intervista spiega la genesi della commissione francese, la presa di consapevolezza del problema nell’opinione pubblica, e il contributo che la Chiesa sta dando alla società in generale nel tutelare le vittime di abusi che avvengono anche al di fuori della Chiesa.

                «Sono teologa moralista e ho passato la mia vita a insegnare cose per così dire complicate, questioni relative alla vita, alla morte, alla sofferenza, questioni legate a situazioni umane difficili, e alcuni studenti dei miei corsi, o alcune persone che assistevano a una mia conferenza, alla fine mi avvicinavano e si confidavano con me, per parlarmi di questioni come l’infertilità, l’omosessualità, a volte un incesto subito in famiglia, una aggressione sessuale subita da un prete, da un religioso, ma anche al di fuori della Chiesa, ad esempio da un medico. Sono oltre venti anni che ricevo vittime di abusi, vite sconvolte, se non frantumate. All’inizio non vedevo alcun carattere sistemico negli abusi sessuali nella Chiesa: ascoltare una vittima di incesto in famiglia o una vittima di un prete per me era lo stesso, in entrambi i casi c’era un aggressore, c’era un microcosmo che aveva soffocato la vittima, la famiglia o la parrocchia.

                Le cose sono cambiate qualche mese dopo che sono stata eletta nel 2016 alla presidenza della Corref. Qualche mese dopo ho ricevuto molte testimonianze di vittime di religiosi e di preti. È difficile dire perché ho ricevuto tutte queste testimonianze: probabilmente perché nell’ambito cattolico quando si trattava di questo ambito ero piuttosto conosciuta come teologa. Inoltre come presidente dei religiosi e delle religiose di Francia quando le vittime scrivevano al loro superiore per denunciare un abuso indirizzavano anche a me il messaggio per conoscenza. Così è cominciato. E piuttosto velocemente, nel giro di sei mesi, nell’estate del 2017 ho cominciato a sentire che si trattava di qualcosa che superava il singolo problema individuale. Che c’era una complicità, una viltà, che circondava l’autore di questi abusi… Nello stesso periodo c’è stato tutto il lavoro svolto dalla associazione La parole liberée a Lione («La parola liberata» è l’associazione di vittime che ha scoperchiato gli abusi seriali compiuti in un arco di diversi decenni da padre Bernard Preynat a danno degli scout e dei minorenni che frequentavano la sua parrocchia, ndr). C’è stata per così dire una convergenza tra il mio ascolto personale delle vittime, i dossier che ricevevo, e gli scandali gravi che emergevano grazie alle vittime che si organizzavano. Questo mi ha portato nel corso dell’anno 2017 ad avere consapevolezza che eravamo dentro un problema di sistema, sebbene non so se allora lo avrei già definito così, dinanzi ad uno scandalo istituzionale. Da lì è nata la riflessione. Come è possibile che un uomo abbia potuto abusare per decenni e decenni, 20, 30, 40 anni, restando in responsabilità come prete? Non è possibile che lo abbia fatto da solo, senza la complicità o la codardia di altri, non è possibile senza che ci sia un problema istituzionale che rende possibile l’impunità».

                Alla fine che risposta si è data a questi interrogativi?

                «Ci sono più fattori. C’è il carisma del prete, la sua personalità: a volte si tratta di grandi seduttori e manipolatori che sanno perfettamente avere una facciata molto presentabile. Questo si aggiunge all’immagine generale del prete, anche in un paese (marcato dalla laicità, ndr) come la Francia, una sacralizzazione della posizione del prete visto come qualcuno che in nessun modo può far male ai bambini o alle persone vulnerabili. E c’è una grande debolezza delle istituzioni, perché queste situazioni mostrano che i vescovi e i superiori sono stati o complici attivi, ossia sapendo quel che succedeva hanno lasciato il prete libero di agire, non hanno creduto alle accuse che emergevano, o hanno spostato il prete che ha continuato altrove ad abusare, oppure, in altre circostanze, non hanno voluto vedere, per paura dello scandalo che ciò comportava per la Chiesa, per codardia, per incompetenza, per accecamento… in alcuni casi perché i preti abusatori erano delle “vedette” della loro congregazione, capaci di portare tanti giovani, personalità carismatiche circondate di studenti, e metterli in causa voleva dire rinunciare a questo successo di seguito: oso sperare che questi calcoli non siano stati coscienti, ma sono reali. C’è una protezione dell’istituzione che in tutti questi decenni nella stragrande maggioranza dei casi ha prevalso sulla protezione delle persone, delle vittime, e di altre vittime potenziali. A causa di un fallimento dell’istituzione anziché cinque vittime ce ne sono state 50. Ci sono preti o religiosi per i quali non si arriva neppure a fare una stima esatta del numero delle vittime, oltre 100, 150, non si sa e non si saprà mai, perché hanno commesso le loro malefatte su un amplissimo arco di anni. E questo è stato possibile perché l’istituzione è stata complice, attivamente o passivamente».

                Oltre all’aspetto qualitativo, l’aspetto quantitativo l’ha sorpresa? Il numero di vittime che ha scoperto l’ha sorpresa?

                «Decisamente. Nei quasi tre anni della Ciase, dai primi lavori fino a oggi, penso di aver ricevuto più di 150 vittime. Ci sono settimane che questa questione occupa l’ottanta per cento del mio tempo lavorativo: non faccio quasi altro che ricevere le vittime, cercare di far avanzare la questione, contattare le autorità, che siano vescovi o superiori religiosi»

                Oltre alla responsabilità delle gerarchie ecclesiastiche, non crede che ci sia anche una responsabilità dei fedeli? Non crede che gli abusi prosperano anche quando è diffusa l’idea, magari in buona fede, che «il prete non si può criticare», e se un sacerdote si comporta in modo sospetto ci si limita a dire «è un po’ strano…», senza però fare altro?

                «Quello che lei dice è molto ben raccontato dal film Grâce à Dieu di François Ozon (la pellicola del 2019 racconta la vicenda di padre Preynat a Lione scoperchiata dall’associazione La parole liberée, ndr). I genitori dei bambini che sono vittima del sacerdote, salvo una coppia, persone di un ambiente sociale molto borghese del centro di Lione, sono completamente presi nel sistema, ritengono che il prete non possa che voler il bene del bambino, che non si possa criticare il prete. Quando Alexandre decide di denunciare (il protagonista del film: da adulto un giorno scopre per caso che il prete che lo ha abusato quando era un bambino sta ancora lavorando con i giovani, e decide di agire, ndr), la madre, una signora di buona famiglia che solitamente usa un linguaggio di un certo livello, esplode con un linguaggio che non è il suo: “Smettila di romperci le palle con queste vecchie storie!”: la cosa non può rientrare nel suo schema mentale. Non si può criticare il prete perché c’è qualcosa che è dell’ordine del sacro, dell’intoccabile… una concezione che oggi sicuramente è meno diffusa in Francia, ma che lo è stato a lungo, e lo è ancora in certi ambienti».

                Lei ha notato che tutti i genitori, «tranne una coppia», non vedono gli abusi di padre Preynat. La denuncia avviene spesso, in queste vicende, da qualcuno fuori del coro. Un ambiente troppo omogeneo sembra incapace di vedere gli abusi. Anni fa un sacerdote pedofilo di Fiumicino venne denunciato dal suo vice-parroco, che era una personalità sui generis, ma probabilmente se non lo fosse stato non avrebbe rotto il sistema; lo stesso è avvenuto con l’inchiesta «spotlight» a Boston, a lanciarla è un nuovo direttore del Boston Globe che non faceva parte delle buone famiglie bostoniane…

                «Per denunciare, per vedere quello che va visto, per rendersi conto di qual è la realtà, bisogna essere sufficientemente al di fuori di un atteggiamento chiuso e autoreferenziale perché sono convinta che quando siamo “tra di noi” le cose più folli finiscono per sembrare normali. Gli psicologi lo spiegano chiaramente. È necessario un po’ di distanza, di sfasamento. Per fare il mio esempio, io sono parte del sistema, ci mancherebbe, faccio assolutamente parte della Chiesa, e al tempo stesso vengo da una cultura che non è quella ecclesiale, ho lavorato con giovani delinquenti, quando sono venuta a contatto con gli abusi nella Chiesa c’è stato qualcosa che mi ha colpito non dico più velocemente, ma che mi ha colpito con forza perché non poteva rientrare nel mio sistema… lavorando con giovani delinquenti in pericolo avevo visto molti bambini con storie di incesto, sono cose che frantumano le vite a lungo. Prima di creare la Commissione indipendente sugli abusi nella Chiesa abbiamo riflettuto a lungo. L’idea è venuta parlando con alcuni amici magistrati, ci siamo domandati cosa bisognava fare per capire quale era la cosa migliore da fare, come affrontare qualcosa che intuivamo ma non sapevamo. E allora abbiamo riunito persone molto diverse, antropologi che hanno lavorato in campi rifugiati dell’Onu sui sistemi mafiosi che si creano in questi contesti, magistrati, c’era anche un generale dell’esercito, e a tutti abbiamo posto la stessa domanda: di fronte ad una crisi istituzionale di fiducia come hanno fatto le vostre istituzioni, o le istituzioni che avete studiato, a reagire? E tutti ci hanno risposto la stessa cosa: “L’unica possibilità è chiamare un’istanza terza, voi non potete fare la verità da soli, quale che siano la vostra buona volontà, la vostra competenza, la vostra onestà, semplicemente perché ci siete dentro!”. Ed è così che è nata l’idea di domandare, e far votare alle assemblee generali dei vescovi e dei religiosi, la creazione di una commissione indipendente (Ciase), nella convinzione che l’unico modo di uscirne, o meglio l’unico modo di fare verità sperando poi di uscirne, è chiamare una istanza terza, competente e neutra, che non ha rapporti particolari con la Chiesa, che non è contro la Chiesa né a favore, per servire la Chiesa, con i mezzi che potrà avere per cercare di fare il massimo della chiarezza possibile».

                Crede che un’inchiesta del genere dovrebbe limitarsi all’ambito della Chiesa o allargare la propria attenzione agli abusi avvenuti anche in altri ambienti, ad esempio la scuola la famiglia lo sport?

                «Penso che il grande merito dell’inchiesta che riguarda la sola Chiesa cattolica è dovuto al fatto che la situazione del prete o del religioso è molto particolare: si è preti o religiosi tutto il tempo, per tutta la vita, e non solo dalle 8 alle 18. Da questo punto di vista è molto diverso ad esempio da un’inchiesta nelle scuole, o nel mondo dello sport. Certo si può dire che bisognerebbe che tutti gli ambienti indaghino sugli abusi sessuali avvenuti al proprio interno. Ma la forza del rapporto della Ciase è che quello viene detto della Chiesa, delle forme di governo, dei malfunzionamenti, è specifico della Chiesa, e anche le questioni teologiche che si pongono non si sarebbero potute porre in un rapporto generale. Nel migliore dei casi con un rapporto che copra tutti gli ambiti di abuso si avrebbe la valutazione del numero delle vittime, si avrebbe una descrizione del trauma subito dalle vittime ma non si avrebbe null’altro, ad esempio nulla sull’analisi istituzionale che porta a questo disastro, perché non si può analizzare la scuola come si analizza la Chiesa. Ci possono essere delle analogie, una debolezza delle forme di governo ad esempio, ma sono problemi molto lontani l’uno dall’altro. A mio avviso domandare una inchiesta generale può essere un modo di fuggire l’analisi istituzionale. Ci si fermerebbe alla dimensione quantitativa – quante vittime in questa istituzione quante vittime in un’altra istituzione, qui ci sono meno vittime allora è meno grave che altrove – e non si farebbe l’analisi istituzionale. Dopo la pubblicazione del rapporto della Ciase, le nostre due istituzioni, la conferenza dei religiosi e delle religiose e la conferenza episcopale, hanno nominato una quindicina di gruppi di lavoro sui temi specifici sollevati, la formazione nella vita religiosa, i contropoteri necessari, cos’è l’accompagnamento spirituale, la questione del segreto confessionale: questioni per definizione specifiche dell’istituzione religiosa, tutte cose che non avremmo potuto fare se l’inchiesta fosse stata svolta dallo Stato o dai poteri pubblici su un ampio ventaglio di ambienti».

                Secondo lei quali sono i punti istituzionali più importanti da rimettere in causa? Cosa deve cambiare la Chiesa?

                «Già il giorno in cui il rapporto ci è stato consegnato è stato chiaro che la Chiesa, peraltro non più di un’altra istituzione, non può essere giudice e parte in causa al tempo stesso: deve ricorrere a competenze esterne. Ci sono molte persone che ci vogliono aiutare in questo lavoro di verità, persone che non sono cattoliche o che lo sono ma non lo dicono ma che sono pronte ad aiutarci perché è una questione di sanità pubblica, una questione di verità. Penso che prima cercavamo solo al nostro interno. Ma per ogni questione – non certo per la risurrezione di Cristo! – ma per tutte le questioni etiche dobbiamo ricorrere sia alle competenze interne che alle competenze esterne. Questo è un primo cantiere. Seconda cosa, il ruolo della Chiesa nella società. Contrariamente a quel che si può pensare, nonostante il Concilio vaticano II la Chiesa ha continuato a vivere, almeno in parte, come una comunità chiusa che si doveva difendere dal mondo: magari senza dirlo, ma nella realtà c’è una sorta di muro tra la Chiesa e la società civile e dunque la seconda cosa da imparare è che abbiamo bisogno degli altri, a partire dalla giustizia civile per trattare quel che deve essere trattato, perché i crimini o i delitti non possono essere “trattati in famiglia”, e parlo degli incesti come delle aggressioni sessuali commessi da preti o religiosi. Bisogna integrare queste competenze e dare loro un vero potere, non si tratta solo di farsi consigliare ogni tanto da uno psichiatra o un magistrato ma integrarli nel nostro sistema di vigilanza e decisione. Un terzo cantiere riguarda l’ecclesiologia: il ruolo dei preti, ma più in generale la questione del rapporto con il potere: il potere nella Chiesa non può che essere detenuto dal clero? Bisogna essere prete, diacono o vescovo per detenere il potere? Davvero da un punto di vista teologico il rapporto col potere deve essere un rapporto clericale, in senso proprio? Io nella teologia non vedo nulla che lo indichi. Dare senso al ministero ordinato non vuol dire che esso debba detenere la totalità del potere di governo di una parrocchia o di una diocesi. Penso che tutto il resto ne discenda: una parte del disastro nel quale siamo viene appunto da quell’autoreferenzialità tra preti e vescovi, e rende necessario un vero lavoro sull’ecclesiologia. Ecclesiologia che riguarda anche il ruolo delle donne nelle istanze di governo, di insegnamento, di autorità, nei seminari e in altri luoghi».

                Quando è che l’opinione pubblica francese ha aperto gli occhi su questo problema?

«Il film-documentario sulle religiose abusate trasmesso da Arte nel 2019, ”Abusi sessuali sulle suore: l’altro scandalo nella Chiesa”, è stato un vero detonatore tra i cattolici, che erano orripilati, ma ben al di là dei cattolici. Il numero di persone che hanno visto il documentario in diretta o a posteriori è stato molto alto, il film è stato visionato a lungo. Quel film è stato un vero innesco. Anche il film Grâce à Dieu di François Ozon è stato visto da molte persone ed ha partecipato alla presa di coscienza. E poi il lavoro della Ciase, ha fatto una grande opera di comunicazione nel corso dei due anni e mezzo di lavoro. Regolarmente il presidente Jean-Marc Sauvé è intervenuto sui giornali, alla radio, anche per fare appello alle testimonianze. Penso che ciò ha mostrato chiaramente sia che la Chiesa cattolica in Francia era in crisi grave, sia che c’erano persone impegnate a cercare di capire cosa era successo. Il rapporto finale ha avuto ampia eco giornalistica, io stessa nei venti giorni successivi sarò stata ospite di una ventina di trasmissioni. Dal mio punto di vista una parte almeno della società francese non solo ha ricevuto il rapporto per quel che è, senza metterne in dubbio il rigore, ma ha maturato la consapevolezza della crisi della Chiesa, della sua perdita fenomenale di credibilità, ma anche – cosa che colpisce – il rapporto non ha innescato alcun anticlericalismo: non abbiamo visto nessuna caricatura dei cattolici, al contrario, un certo numero di osservatori ha riconosciuto alla Chiesa cattolica il coraggio di aver creato una commissione, di lasciarla lavorare, di rendere pubblico tutto il rapporto, annessi compresi, e questo ha contribuito alla credibilità della Chiesa. Non c’è stato, lo ripeto, nessun sentimento anticlericale, e dire che in Francia a volte siamo campioni del mondo in questo atteggiamento!».

                Nel corso del suo impegno in questo ambito, all’inizio, o ancora adesso, le fanno l’obiezione che lei è troppo focalizzata sul tema degli abusi sessuali?

                «Sì, mi hanno fatto sempre questa obiezione. Un po’ meno al momento della pubblicazione perché i numeri sono stati così impressionanti che, per così dire, il rapporto della Ciase ha calmato molte persone. Ma obiezioni ce ne sono sempre state. Ma oggi per me nella Chiesa di Francia questo è il mio posto: non l’ho scelto, non ho scelto di diventare presidente della Corref e non ho deciso di esserlo in questo momento. Per me è responsabilità della mia generazione di dover andare fino in fondo, anche se non so dov’è il fondo, di fare il massimo possibile: per le persone vittime innanzitutto, per i loro cari, e per tentare di proporre o almeno suggerire le riforme, le riflessioni necessarie. Il mio posto è questo, e cerco di far comprendere che la questione delle aggressioni sessuali nella Chiesa cattolica non è un dossier, un faldone che uno apre, lo tratta, e lo chiude: sono vite umane, un popolo di centinaia di migliaia di vite rotte, per alcuni distrutte, e sono state distrutte per colpa di membri della Chiesa! Quando uno cerca di fare qualcosa per i rifugiati, non è la causa del problema, in questo caso sì: del dolore di tutte queste vite la Chiesa e alcuni suoi membri sono interamente la causa. Sento che questo mi rende responsabile in modo infinito. E poi – non lo facciamo per questo ma vorrei sottolinearlo – penso che poiché la Chiesa è un’istituzione pubblica, visibile, può aiutare alcune vittime di incesto in famiglia, che non possono parlare perché l’ambiente famigliare è ancor più chiuso, parlare vuol dire far esplodere la propria famiglia, c’è un legame affettivo all’interno della famiglia che rende la cosa ancor più violenta. Il fatto che noi siamo impegnati voglio sperare che aiuti a dire parole che queste vittime non possono rendere pubblicamente. In Francia c’è una commissione nazionale sull’incesto e altre aggressioni sessuali ed è nata in parte – non solo – grazie alla Ciase. Il fatto che Jean-Marc Sauvé è intervento pubblicamente, che per realizzare il nostro studio è stata fatta un’indagine statistica sull’insieme della popolazione, tutto questo ha contribuito a spingere lo Stato a lanciare una commissione. Mi rendo conto che anche per queste persone che non sono vittime della Chiesa quel che cerchiamo di fare è importante. Per me queste sono risposte sufficienti alle obiezioni», conclude Veronique Margron: «Pensare che delle vittime oggi possano almeno sentire di essere finalmente prese sul serio, sapere di essere credute, che si fa almeno un po’ per riparare per quello che hanno subito, penso che sia una cosa enorme».

Iacopo Scaramuzzi La stampa                    26 febbraio 2022              1° marzo 2022

www.lastampa.it/vatican-insider/it/2022/02/26/news/suor_margron_un_indagine_sugli_abusi_nella_chiesa_non_puo_che_essere_indipendente-2863376

 

Maltrattamenti e abusi di suore: Salvatore Cernuzio racconta undici storie

                Testimonianze, dossier, denuncia: sono le tre facce del volumetto “Il velo del silenzio” del collega vaticanista Salvatore Cernuzio che tratta degli abusi di potere, di coscienza e sessuali all’interno delle case religiose femminili. Un testo di immediata utilità per chiunque abbia un diretto interesse a conoscere il mondo sconosciutissimo delle spose di Cristo.

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                La presenza nel volumetto di un nuovo testo del padre gesuitaGiovanni Cucci ¤ 1959 costituisce una garanzia di attendibilità e di equilibrio quanto al taglio dato da Cernuzio all’ardua materia. Eccone un brano: “Le storie narrate in questo libro mostrano come il tema dell’obbedienza sia stato per troppo tempo frainteso: il superiore/a non è un tiranno o un sovrano assoluto, ma è posto al servizio della comunità. Tiene il posto di Dio nella misura in cui considera il suddito come colui che tiene il posto di Cristo. Se lo maltratta, maltratta Cristo. Il dovere di obbedire corre parallelo al dovere di esercitare la paternità e maternità spirituali” (Introduzione, p. 20).

                La parola a Salvatore Cernuzio. Tanti, troppi, i comuni denominatori nelle storie di queste religiose ed ex religiose, che pur provengono da latitudini e background completamente differenti. E che fanno pensare che non si tratti di singoli casi, in cui a rimetterci sarebbero donne particolarmente fragili, tendenti alla depressione o troppo deboli e “pazze” per reagire, ma che evidentemente sia presente un sistema malsano, basato su strutture di potere e su quel clericalismo che papa Francesco in diverse occasioni ha stigmatizzato come un «cancro» per la Chiesa. Clericalismo inteso come quel surplus di grazia di cui superiori, fondatrici, maestre delle novizie o gli stessi padri spirituali si ammantano, decidendo sulla sorte di questa o quell’altra candidata, facendola precipitare in uno status di debolezza e soggezione che la rende anche facile preda di violenze. Fisiche e psicologiche.                   (Dalla “Nota dell’autore” – pp. 41s)

 

                Rendo omaggio a queste donne. Questo libro di testimonianze ci fa sentire le grida e le sofferenze, troppo spesso taciute, di donne consacrate che sono entrate in comunità religiose per seguire Cristo e si sono trovate in preda a situazioni dolorose che, per la maggior parte di loro, le hanno portate a lasciare la vita consacrata. L’autore ascolta le loro storie con empatia, per dare voce a donne ferite che cercano di ricostruirsi e di far sentire la loro esperienza, le loro lotte, la loro speranza. In questo modo, contribuisce ad aumentare la nostra consapevolezza dei problemi degli abusi nella vita religiosa, dando priorità all’ascolto delle vittime che non si sono sentite accolte, rispettate, riconosciute e ben accompagnate nella loro comunità. Voglio rendere omaggio a queste donne che hanno coraggiosamente accettato di parlare e dare la loro autentica testimonianza. Dobbiamo ascoltarle, sentirle e prendere coscienza che la vita consacrata nella sua diversità, come altre realtà ecclesiali, può generare sia il meglio che il peggio. Il meglio quando i voti religiosi di povertà, castità e obbedienza sono proposti come un cammino di crescita umana e spirituale, un cammino di maturazione che fa crescere la libertà delle persone perché «l’autorità è chiamata a promuovere la dignità della persona». Il peggio quando i voti religiosi sono interpretati e attuati in modo da infantilizzare, opprimere o addirittura manipolare e distruggere le persone.

                            Dalla prefazione di suor Nathalie Becquart – sottosegretario della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi

 

                Quando una compagna spariva. «Non appena una ragazza, una donna entra in Congregazione, viene eliminato tutto ciò che riguarda l’identità personale, quindi l’acconciatura dei capelli, lo stile degli occhiali, le scarpe e l’abbigliamento, la biancheria intima. Parlare di esperienze personali passate di qualsiasi tipo è proibito; la posta in entrata e in uscita viene letta e controllata; le chiamate e le visite a casa sono estremamente limitate. Proibita pure qualsiasi forma di relazione interpersonale o uno spazio di privacy. Si dorme in grandi dormitori, si mangia lo stesso cibo e le stesse porzioni di cibo, si chiede il permesso per tutto, compreso l’uso del bagno. Io e le mie compagne non avevamo accesso a nessuna risorsa finanziaria. Ci era limitata l’igiene personale e venivamo controllate nel leggere, guardare la televisione o ascoltare la radio.

                Quando una compagna spariva, nessuna poteva salutarla, né più parlare di lei, tanto meno potevamo provare a metterci in contatto. Si veniva premiati se ci si adeguava, così come si veniva puniti in vari modi per aver osato mettere in discussione anche piccole cose. Essendo una persona molto inquisitoria e curiosa, era normale per me iniziare una frase con “I wonder” [Mi chiedo]. Poco dopo che sono entrata, la suora responsabile mi ha proibito l’uso di questa espressione. Pensavamo che tutto questo facesse parte della vita religiosa e ci adattavamo di conseguenza. L’alternativa era andarsene e commettere quello che le più grandi definivano un peccato gravissimo. Recentemente, parlando con una mia compagna, ricordando gli anni subito dopo che siamo entrate in Congregazione, lei mi detto di aver nutrito ammirazione nei miei confronti per aver mantenuto la mia libertà personale. Era anche molto sorpresa dei ricordi mantenuti di quella fase della vita vissuta insieme. Lei non ricordava quasi nulla: “Ho bloccato quella parte della mia vita nella mia memoria”, mi ha detto. “Abbiamo dovuto giocare secondo le regole del gioco per essere buone ragazzine. Ero così assoggettata che se qualcuna delle responsabili avesse voluto abusare di me sessualmente, l’avrei lasciata fare senza pensare che non doveva farlo. Pensavamo che qualsiasi cosa che ci veniva chiesto facesse parte della vita religiosa”».

                Dalla testimonianza di Elizabeth – pagine 100ss

                Disse che noi suore provocavamo i sacerdoti. Aleksandra raccontata degli abusi subiti dal sacerdote che l’affiancava in un progetto interno all’istituto. Quel progetto, un centro di spiritualità per aiutare giovani donne che volevano avvicinarsi alla vita religiosa a intraprendere un percorso di discernimento, era una creatura di Aleksandra. Ci aveva lavorato giorno e notte per metterlo in piedi, aveva impiegato pure i suoi studi pregressi in psicologia, abbandonati per assecondare il fuoco della vocazione. La superiora, della sua stessa nazionalità, di poco più anziana, sempre restia a ogni novità, aveva accettato di avviare l’iniziativa. Ma dopo poche settimane aveva deciso che insieme ad Aleksandra, fondatrice e guida del centro, ci fosse un sacerdote della diocesi, padre Dariusz, da sempre molto vicino all’istituto. «Inizialmente è stato un grosso aiuto, poi ha iniziato ad avere atteggiamenti strani, finché ha cominciato a cercare la mia vicinanza fisica. Quei primi apprezzamenti sono diventate molestie fino a sfociare in un vero e proprio abuso. Ho reagito da subito, ma non ha smesso. Non ricordo l’ora, non ricordo il luogo, non ricordo i dettagli… Non voglio farlo perché ho voluto rimuovere tutto. So solo che quel giorno qualcosa si è spezzato dentro la mia anima».

Aleksandra ha subito informato la superiora della situazione. «È rimasta impassibile, ma magari quella poteva essere una mia impressione. A distruggermi è stata la sua risposta: mi disse che anche altre si erano lamentate di questioni simili e che evidentemente, se accadeva, era perché noi suore provocavamo i sacerdoti».                                             Dalla testimonianza di Alexandra – pagine 111s

 

Luigi Accattoli, ¤ 1943, vaticanista         1° marzo, 2022

www.luigiaccattoli.it/blog/maltrattamenti-e-abusi-di-suore-cernuzio-racconta-undici-storie

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CHIESA UNIVERSALE

Ortodossi. Il patriarca di Mosca sostiene lo Zar per riconquistare la Chiesa “scismatica” di Kiev

                L’invasione nazi-putiniana dell’Ucraina ha anche un obiettivo religioso, determinato dalle laceranti divisioni politiche tra gli ortodossi. Un’importanza dettata dai numeri: tra russi (110 milioni) e ucraini (più di 30 milioni) i fedeli ortodossi delle Chiese di Mosca e Kiev sono oltre 140 milioni su un totale di 220 nel mondo.      La premessa è nello scisma storico del 2018. In quell’anno, alla presenza dell’allora presidente Poroshenko, il Patriarcato di Kiev e la Chiesa autocefala ucraina, ambedue indipendenti dopo la fine dell’Urss nel 1991, confluirono in una sola Chiesa ortodossa, riconosciuta dal patriarca ecumenico Bartolomeo di Costantinopoli, primus inter pares tra i 14 patriarchi orientali e successore di Andrea l’apostolo, primo vescovo di Bisanzio. Al contrario, il patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill scomunicò gli “scismatici” e ruppe le antiche relazioni con Costantinopoli. A Kiev, Mosca è rappresentata dalla Chiesa ortodossa ucraina, con a capo il metropolita Onufrio. Mentre Epifanio è il metropolita della Chiesa nazionale fondata nel 2018.

                In questo complesso quadro religioso c’è infine la Chiesa greco-cattolica d’Ucraina in “piena comunione” con Roma, guidata dall’arcivescovo maggiore Sviatoslav Schevchuk. Sia la Chiesa ortodossa autocefala d’Ucraina, con il sostegno del patriarca Bartolomeo, sia quella greco-cattolica hanno subito condannato duramente l’invasione. Il patriarca filorusso Onufrio ha invece parlato di “guerra fraticida” richiamando l’omicidio di Abele da parte di Caino, ma la dichiarazione più attesa è arrivata con un giorno di ritardo. Quella del patriarca moscovita Kirill, considerato un putiniano di ferro, che nel suo messaggio non ha mai usato parole di condanna evocando piuttosto una generica pace tra “le parti in conflitto”. Perdipiù, Kirill ha rimarcato l’egemonia degli ortodossi russi sull’Ucraina: “I popoli russo e ucraino hanno una storia comune secolare che risale al Battesimo della Rus’ da parte del santo principe Vladimir, Uguale agli apostoli”.

                Il riferimento di Kirill è al 28 luglio 988, il battesimo cristiano della Russia a Kiev grazie al principe Vladimir. Una data in linea con la vulgata storico-religiosa su sant’Andrea, fratello di Pietro (primo papa e vescovo di Roma) e protocletos, il “primo chiamato” tra i discepoli, che piantò una croce lungo il fiume Dnepr, a Kiev. Evidente, quindi, che uno degli obiettivi dell’invasione è anche quello di annientare la Chiesa ortodossa autocefala e ristabilire il primato russo sul patriarcato di Kiev.

                In questo conflitto tra le due Chiese c’è poi la non facile posizione di Francesco, che ha un fraterno legame con Bartolomeo. Ma nell’estate di quest’anno, tra giugno e luglio, si dovrebbe tenere il secondo storico incontro del pontefice con Kirill, dopo quello del 2016 all’aeroporto dell’Avana, a Cuba. Appena cinque giorni prima dell’invasione, l’ambasciatore russo in Vaticano, Alexander Avdeyev, ha confermato l’incontro anche se non è ancora stato definito il luogo. Ora però tutte le incertezze legate alla guerra mossa da Putin (e la clamorosa visita di Francesco all’ambasciata russa in Vaticano) rendono tortuoso, se non impossibile, il prosieguo delle trattative per l’incontro.

                Fabrizio D’Esposito                        il Fatto Quotidiano”       28 febbraio 2022

www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2022/02/28/ortodossi-il-patriarca-di-mosca-sostiene-lo-zar-per-riconquistare-la-chiesa-scismatica-di-kiev/6509741

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202202/220228desposito.pdf

 

Il segreto delle tre Chiese

                Tutti gli europei sono ammirati per la compattezza che sta dimostrando il popolo ucraino davanti all'invasione russa, ammirazione che si fa ancora più intensa quando si pensa che, dal punto di vista religioso, gli ucraini sono molto divisi al loro interno. Anche se circa il 49% della popolazione si dichiara infatti cristiano-ortodossa, essa è divisa in tre Chiese indipendenti: la Chiesa del Patriarcato di Kiev, quella del Patriarcato di Mosca e quella autocefala. In successione di importanza, c'è poi una consistente minoranza legata alla Chiesa greco-cattolica, unita a Roma, e in fase di espansione ci sono anche sette protestanti di tipo carismatico.

                Ma rimane una convivenza pacifica anche in questi giorni. L'intellettuale ucraino Constantin Sigov ortodosso, ha raccontato in una intervista a un settimanale francese che «la Chiesa legata al Patriarcato di Mosca in Ucraina resta silenziosa, ma non provoca frizioni. La Chiesa autocefala ucraina ha esortato a evitare ogni forma di provocazione che possa servire da pretesto all'invasione del Paese, e entrambe hanno un ottimo rapporto con i greco-cattolici e la Chiesa ortodossa autocefala».

                Prima della Seconda Guerra mondiale in Ucraina viveva anche una consistente minoranza ebraica –soprattutto a Odessa – della quale, tuttavia, essendo stata sterminata dai nazisti, è rimasto purtroppo molto poco. Esiste oggi anche una piccola minoranza musulmana, di cittadini di origine straniera, arrivati di recente.

Che si tratti di appartenenze religiose differenti, ma fortemente sentite e legate strettamente all'identità nazionale, anche noi italiani abbiamo potuto constatarlo negli ultimi decenni. Le badanti ucraine, arrivate in gran numero a lavorare nel nostro paese, sono state le più determinate nel ricostituire le comunità religiose di appartenenza nelle località dove vivono, le cui chiese esse frequentano con assiduità. In questi giorni queste chiese sono diventate efficienti centri di raccolta per l'invio di aiuti alla madrepatria.

                Naturalmente la storia religiosa ucraina si intreccia da sempre con quella politica. L'ingresso nel cristianesimo avvenuto nel IX secolo grazie, secondo un racconto in gran parte leggendario, all'iniziativa di Olga, una principessa della Rus' di Kiev che recatasi a Costantinopoli lì era stata battezzata. La cristianizzazione conobbe il suo definitivo consolidamento nel 988 con il battesimo del granduca Vladimir. Come per tutti i Paesi dell'Europa orientale, la conversione insomma anche in Ucraina partì dall'alto, e da una donna appartenente alla nobiltà, per poi coinvolgere i sudditi. Anche se le origini erano legate alla chiesa bizantina, la Chiesa ucraina accolse comunque anche elementi della chiesa latina, creando così una sua specifica entità culturale e religiosa. Si trattava di una chiesa comunitaria (tutte le cariche religiose erano elettive ad opera anche dai fedeli), democratica (assenza di separazione fra clero e fedeli), con rifiuto della dipendenza dal potere laico, uso della lingua ucraina, e una certa apertura e tolleranza verso le altre confessioni. La progressiva decadenza della Rus' di Kiev portò gli ucraini a cadere verso la fine del ‘600 sotto l'influenza politica di Mosca, e di conseguenza il metropolita di Kiev accettò di subordinare la chiesa al patriarcato di Mosca. Questa decisione non fu però considerata legittima da gran parte della chiesa ucraina, convinta che la Chiesa madre non potesse mai essere subordinata alla Chiesa figlia, sicché essa continua ancora oggi a chiedere di costituirsi in una Chiesa separata. La Chiesa russa, a sua volta, non può tollerare il distacco di quella ucraina perché in tal modo perderebbe la possibilità di far risalire la sua storia al battesimo di Vladimir e non potrebbe più dirsi apostolica (perché secondo una leggenda l'apostolo Andrea dopo aver fondato Costantinopoli sarebbe giunto sulle colline di Kiev).

                La forte aspirazione all'indipendenza religiosa da parte della Chiesa ortodossa ucraina si ritrova anche nella Chiesa greco-cattolica, detta degli uniati che, pur legata a Roma, mantiene un ampio spettro di libertà. Il legame fra Ucraina e Russia è quindi profondo e complesso, rivelato anche dalla compenetrazione fra la storia culturale dei due Paesi, come è stato ricordato in questi giorni. Ma la sproporzione di potere fra i due protagonisti è troppo forte per permettere una serena convivenza. Intanto la caratteristica precipua di questo grande Paese, in posizione di mediazione fra Oriente e Occidente, ha conferito al suo popolo un tratto di autonomia e di libertà che è disposto a difendere ad ogni costo. Una vera rivelazione per noi europei, che finora non ce ne eravamo accorti.

                 Lucetta Scaraffia            La Stampa” febbraio 2022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202202/220228scaraffia.pdf

 

Tre chiese, una guerra

Q            L'Ucraina è la terra dove il cristianesimo occidentale incontra quello orientale. Secoli di divisioni che esplodono ora, tra le sirene e le bombe. Fino a quando la Santa Sede potrà restare “prudente” e legata alla Dichiarazione firmata con Mosca all’Avana? I limiti del low profile [basso profilo]

www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2016/february/documents/papa-francesco_20160212_dichiarazione-comune-kirill.html

                “Non si può respirare come cristiani, direi di più, come cattolici, con un solo polmone; bisogna aver due polmoni, cioè quello orientale e quello occidentale”. (Giovanni Paolo II, 1983)

                E se i russi, tra la torre della tv e il memoriale della Shoah di Babi Jar decidessero di colpire la cattedrale di Santa Sofia, “santuario più importante del popolo ucraino dai tempi della Rus’ di Kyiv”? L’effetto sarebbe pari alla deflagrazione di una bomba atomica: oltre ai morti e ai feriti, sarebbe un colpo letale al morale, corroborato dalla fede nei santi e dai baci alle icone, presenti ovunque, in cantine e scantinati, in chiese di fortuna e splendide cattedrali. La comunità ortodossa fedele a Mosca è disorientata, vede i carri armati con la bandiera nazionale correre sulle strade di Kyiv e Kharkiv, sente le sirene ululare a Mariupol e Odessa e si chiede come sia possibile che si facciano guerra due popoli che bevono dallo stesso calice. Popoli fratelli, uniti da una fede comune che le divisioni interne non possono scalfire.

                Eppure è proprio lì, all’interno del conflitto, che si combatte la battaglia tra le chiese cristiane ortodosse. Ferite antiche e più recenti che mai si sono rimarginate, fratture insanabili e condanne reciproche. Scismi e capitolazioni. C’è tutto nel calderone ucraino, un tutto che non può aiutare a rasserenare il cielo plumbeo che domina le cupole dorate di Kyiv e Mosca. Parlano tutti, i patriarchi. Parlano e chiedono preghiere, da una parte i russi che scongiurano Dio di “mantenere unita la nostra Chiesa” e di proteggere “dalla guerra fratricida i popoli che fanno parte dello stesso spazio, quello della Chiesa ortodossa russa” e dall’altra gli ucraini che si sentono traditi e domandano alla Chiesa madre di alzare il braccio per fermare le colonne di blindati spediti dal Cremlino. Si volge lo sguardo nell’alto dei cieli per ribadire quali sono i confini, le giurisdizioni, i pali su cui issare le proprie bandiere. “Non diamo a potenze esterne oscure e ostili l’opportunità di prenderci in giro”, ha detto Kirill di Mosca, riferendosi all’Ucraina, “paese fratello a noi vicino”, solo per chiedere che “non consenta alle forze del male, che da sempre combattono l’unità della Rus’ e quella della Chiesa russa, di prevalere”. Epifanio di Kyiv, patriarca della Chiesa autocefala benedetta da Costantinopoli e maledetta da Mosca, gli ha risposto che “mantenere l’impegno di Putin è molto più importante per Lei, Kirill, che prendersi cura del popolo ucraino” fatto di uomini e donne “alcuni dei quali lo consideravano il loro pastore prima della guerra”.

                Mosca non può perdere l’Ucraina, diceva don Stefano Caprio, che la Russia la conosce come pochi e che ora insegna al Pontificio istituto orientale: “Il Patriarcato rappresenta il settanta per cento dell’ortodossia mondiale, e di questo settanta il trentacinque per cento è costituito da ucraini. Se gli ucraini se ne vanno, Mosca diventerà minoranza”. Il che è inaccettabile, l’apocalisse per il Patriarcato che dalle ceneri dell’Unione sovietica ha costruito una narrazione che lo vuole spirito evangelizzatore nella burrasca secolarizzante che ormai s’è presa tutto l’occidente, custode dei “veri” valori, sacri e morali, tramandati di generazione in generazione. Contano poco gli uomini al comando, le gerarchie: “Kirill lo conosco bene da quando ero giovane, è innamorato della Chiesa cattolica e dei gesuiti, non è per niente d’accordo con l’invasione”, diceva ancora Caprio. Però “ha ispirato un certo nazionalismo ortodosso che ora gli è scappato di mano”.

                Forse, pure lui, ha sottovalutato Vladimir Putin, le sue mire reali sul mondo e il suo messianesimo forgiato da una particolare idea di storia e certo che alla Grande Russia spetti un destino epico. Vladimir il defensor fidei, la salda guida che interi episcopati, ortodossi e cattolici, guardavano con devozione filiale e speranza quasi mistica, mentre le milizie del califfo sventolavano le nere bandiere sull’Iraq e la Siria, meno d’un decennio fa. Vescovi e preti, sottoposti al Papa o al Patriarca, sedevano insieme ascoltando l’orchestra diretta da Valery Gergiev che suonava davanti alle rovine di Palmira liberata dallo Stato islamico. E ascoltavano le parole di Putin collegato con alle spalle la bandiera bianco rossa e blu. Francesco da Roma scriveva al presidente russo nel 2013, pregandolo di fare tutto quanto nelle sue possibilità per fermare i caccia bombardieri che dalle portaerei al largo della Siria si preparavano a sganciare le bombe su Aleppo e Damasco per cacciare il rais Bashar el Assad. Francesco lo riceveva a Roma, con l’usuale cortesia, più volte di ogni altro capo di stato. Kirill benedicente e lieto che la fiducia accordata al Cremlino portasse poi allo storico abbraccio dell’Avana tra il patriarca e il Papa, prima volta dopo il drammatico scisma che separò la cristianità in due secondo la primigenia cortina di ferro.

                Oggi, il Patriarcato non sa che fare: domenica scorsa, nelle divine liturgie in Ucraina tanti sacerdoti hanno evitato di pronunciare il nome di Kirill, come se alle nostre latitudini il prete omettesse per scelta il nome del Papa o del vescovo. La reazione è stata durissima: “Smettere di ricordare il Primate della Chiesa non a causa di errori dottrinali o canonici ma per incoerenza con certe opinioni e preferenze politiche, è uno scisma di cui tutti coloro che lo commettono risponderanno davanti a Dio e non solo domani, ma anche oggi”, ha fatto sapere con lettera intestata il Patriarcato moscovita. È una frattura resa ancora più esplicita dalle sempre più numerose e nette dichiarazioni pubbliche di Onufri, il capo della Chiesa ortodossa ucraina dipendente da Mosca, che solo pochi giorni fa ha chiesto a Kirill di fare il possibile per porre fine allo “spargimento di sangue fratricida”. Un invito a smettere i panni del cappellano del Cremlino, di scudo religioso di Putin, e a sposare la causa della pace. Mai, finora, Kirill, ha pronunciato il nome del presidente, e se è vero che nel 2014 non approvò l’occupazione e successiva annessione della Crimea, è altrettanto evidente che non ha smentito la spinta nazionalista che contraddistingue sempre di più il patriarcato. Ma la crepa tra le chiese sorelle di Mosca e Kyiv è il prodromo di quella che nella capitale russa sarebbe vissuta come una tragedia. D’altronde, fatta salva la posizione del patriarca di Belgrado, Porfirij, che guida una Chiesa da sempre fedelissima di Mosca, il resto dell’ortodossia slava è schierato contro l’aggressione russa, con denunce più o meno dure a seconda di chi le fa. I vescovi della Chiesa greco-ortodossa di Antiochia piangono per “dolorosi eventi” che rompono “vincoli spirituali tra i popoli russo e ucraino, emersi dallo stesso fonte battesimale”. Significativo anche se scontato, poi, è stato il commento di Bartolomeo I di Costantinopoli, che alla tv turca ha detto che “il mondo intero è contro la Russia”. A Mosca non s’aspettavano niente di diverso, con Bartolomeo da anni è tutto un susseguirsi di scomuniche e di accuse reciproche dopo che Costantinopoli ha deciso, nel 2018, di concedere l’autocefalia al Patriarcato di Kyiv, che Kirill considera niente di più che scismatico. Incontri riparatori serviti a nulla, negoziati conclusi con Mosca che vedeva nelle mosse di Bartolomeo il più grave dei peccati, vale a dire “una certa tendenza al papismo orientale”. I toni usati allora sembrano quelli che oggi si riferiscono agli ultimatum bellici: i russi denunciavano “la pesante e senza precedenti incursione nel territorio canonico del Patriarcato di Mosca”; azione che “non può essere lasciata senza una risposta”.

                Mosca e Costantinopoli battagliano perfino in Africa, dopo che Teodoro II di Alessandria ha riconosciuto l’autocefalia della Chiesa di Kyiv. Alla fine del 2021, Mosca ha deciso di istituire un esarcato per l’Africa con due diocesi, la prima con sede al Cairo e la seconda con base in Sudafrica. E la sede centrale? A Mosca, sotto la guida dell’arcivescovo Leonida di Vladikavkaz, novello esarca d’Africa. Da Alessandria la risposta è stata netta: “L’antico patriarcato di Alessandria esprime il suo più profondo dolore per la decisione sinodale del patriarcato russo di istituire un esarcato nei territori canonici della giurisdizione dell’antica Chiesa di Alessandria”. Monta anche la fronda interna, in Russia: più di 240 preti hanno firmato un appello in cui si chiede la fine della guerra: “Piangiamo il calvario a cui nostri fratelli e sorelle in Ucraina sono stati immeritatamente sottoposti. Solo la capacità di ascoltare l’altro può dare la speranza di una via d’uscita dall’abisso in cui i nostri paesi sono stati gettati in pochi giorni”.

                John Allen su Crux ha scritto che “se l’opinione pubblica ortodossa in tutto il mondo si inasprisse nei confronti dei russi, l’effetto potrebbe essere quello di rafforzare la mano di Costantinopoli”. Allen cita la tesi della storica del cristianesimo Diana Butler Bass: “Il conflitto in Ucraina riguarda la religione e il tipo di ortodossia che modellerà l’Europa orientale e altre comunità ortodosse nel mondo, soprattutto in Africa. Questa è una crociata, riconquistare la Terra Santa dell’ortodossia russa e sconfiggere gli eretici occidentalizzati e decadenti che non piegano le ginocchia all’autorità spirituale di Mosca”. Si è davanti a un bivio, per Butler Bass: “Mosca o Costantinopoli? L’ortodossia globale tenderà verso un futuro più pluralistico e aperto o farà parte di un triumvirato neocristiano autoritario?”.

                In mezzo, i greco-cattolici, con l’arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyc, Sviatoslav Shevchuk, che ogni giorno diffonde al mondo la cronaca di quanto sta accadendo in Ucraina. I sotterranei della cattedrale della Resurrezione trasformati in dormitorio per gli sfollati e per chi ha paura delle bombe, le liturgie domenicali celebrate nelle cantine e nei garage con le poche cose a disposizione. L’appello perché oltreconfine la gente sappia distinguere i fatti, chi è l’aggressore e chi è l’aggredito. Digiuno, preghiera e speranza. Che per i cristiani non è semplice ottimismo, ma qualcosa di più: fede nella possibilità di mutare il corso delle cose.

                Tre chiese in un terreno su cui insistono drammi del passato e irrisolti problemi burocratici. Obbedienze diverse, gerarchie complicate, riti e calendari non sovrapponibili. È anche per questo che la Santa Sede, che in Ucraina potrebbe dire tanto – e non solo perché 5-6 milioni di fedeli sono “romani” – usa la massima prudenza. Nessuna denuncia pubblica dell’invasore, anche se ogni parola e riga stampate sull’Osservatore Romano e sui media vaticani riconducono la responsabilità del disastro al Cremlino. Francesco si è recato nell’ambasciata russa in Via della Conciliazione, una settimana fa, fatto inaudito nella storia. Se la Santa Sede vuole facilitare una mediazione – cosa confermata dal segretario di stato, il cardinale Pietro Parolin – non può attaccare la Russia. Diventerebbe subito irrilevante, catalogata da Putin e da quanti nel clero moscovita da sempre sono ostili all’abbraccio con Roma, niente di più che un alleato della Nato e dell’America.

                Nei primi giorni di guerra, oltre alla prudenza, la Santa Sede ha ricordato che le colpe non stanno solo da una parte, che l’occidente ha una sua responsabilità, se non altro per aver armato chi confina con la Russia, accerchiandola e provocandola. Discorsi che oggi, davanti ai tank che procedono sulle strade ucraine, appaiono vecchi di secoli, superati dagli eventi che vedono le Forze armate del Cremlino ridurre in macerie ogni ostacolo che si frappone lungo la strada verso la conquista di Kyiv. Le linee diplomatiche sono fatte per esser cambiate, seguono la flessibilità di quanto accade nel mondo e Oltretevere lo sanno benissimo. Mentre il Papa raccomanda la preghiera e il digiuno, manda avanti le seconde linee, con i suoi vescovi e cardinali che ogni ora denunciano chi “l’aggressione russa”, chi “l’invasione ingiustificata” di uno stato sovrano. L’arcivescovo di Malta, Charles Scicluna, ha baciato commosso la bandiera ucraina. La prudenza, insomma, non è neutralità, non lo può essere.

                Alla Santa Sede, però, ora dopo ora si chiede un passo ulteriore, qualche parola più sonante, perché i buoni rapporti con Kirill e la paziente trama tessuta in questi anni con il Patriarcato di Mosca non possono rappresentare un recinto che impedisce a Roma di muoversi e parlare. Il rischio, infatti, è quello di non essere ritenuti credibili, nel caso di una mediazione futura, dagli ucraini, che facilmente rimprovererebbero al Papa il basso profilo seguito fin qui. Non si può restare prigionieri della storica Dichiarazione firmata all’Avana nel 2016, in cui il Papa e il Patriarca invitavano “tutte le parti del conflitto alla prudenza, alla solidarietà sociale e all’azione per costruire la pace” e invitavano “le nostre chiese in Ucraina a lavorare per pervenire all’armonia sociale, ad astenersi dal partecipare allo scontro e a non sostenere un ulteriore sviluppo del conflitto”. Come s’è chiesto sulla Croix Yves Hamant, tra i massimi slavisti francesi, “cosa possiamo chiedere all’Ucraina? Rinunciare alla sua esistenza come stato sovrano?”.

Matteo Matzuzzi             Il Foglio quotidiano       5 marzo 2022

www.ilfoglio.it/chiesa/2022/03/05/news/tre-chiese-una-guerra-3768176

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CHIESE EVANGELICHE

                                                                               Noi pastore valdesi accogliamo tutte

                Un percorso lungo. Che richiede impegno, studio, preparazione, sacrifici. E naturalmente vocazione.

Non è proprio semplicissimo diventare pastora della Chiesa valdese, fondata da Valdo di Lione (1140-1206). Daniela Di Carlo è una di loro.

                Pastora, come si arriva a ricoprire il suo ruolo?

«Occorre una laurea magistrale di 5 anni, uno dei quali deve essere obbligatoriamente fatto all'estero».

                Lei cosa ha scelto?

                «La città di New York. In una facoltà sorella».

                E poi c'è il vicariato.

                «Sono 18 mesi di introduzione al lavoro, il primo anno accanto a un pastore o una pastora più grande di età. Per il tempo restante cominciano ad affidarti una chiesa. Infine un'ultima prova: l'esame di fede. Viene fatta in sinodo e coinvolge 190 persone, 80 laici, 80 fra pastori e pastore e altri. Vengono poste delle domande, ti viene data mezz'ora per ritirarti e capire come rispondere. Poi il corpo pastorale vota con scheda segreta: sì o no».

                Quante pastore ci sono in Italia?

                «Siamo una trentina».

                La vostra Chiesa è caratterizzata da una maggiore apertura rispetto ad altre. Ci spiega in quale modo?

                «La nostra Chiesa è per tutti e per tutte, non solo per alcune categorie di persone, come accade per esempio in quella cattolica, dalla quale sono marginalizza te le famiglie di divorziati o persone Lgbtq+».

                Lei predica l'importanza dell'autodeterminazione.

                «Ci ha permesso di impegnarci sul fronte del testamento biologico quando ancora non era possibile».

                Il suo impegno da pastora in che cosa consiste?

                «Nel governare la chiesa, insieme a un gruppo di persone. Essere responsabili della vita spirituale e culturale».

                Deve anche affrontare però esigenze concrete...

                «Durante il lockdown diverse persone hanno perso i propri cari, molte hanno vissuto in solitudine l'isolamento, altre hanno dovuto affrontare difficoltà finanziarie: il lavoro consiste anche nell'occuparmi pragmaticamente di loro, aiutandoli a comperare il cibo e a pagare le bollette. Poi c'è la dimensione spirituale, l'aiuto verso chi sta male e soffre perché crede che non abbia più senso la vita o è alla ricerca di Dio. Mi chiamano anche per tenere conferenze. Sì, il lavoro è tanto, ma quello principale è la predicazione della domenica».

                Leggere la Bibbia comporta un'interpretazione storico-critica dei passi, tenendo conto del contesto in cui quelle pagine sono state scritte. Lei come fa?

                «Il nostro Paolo Ricca (storico della Chiesa, ndr) dice: "La Bibbia non è la parola di Dio, ma nella Bibbia è contenuta la parola di Dio". Questo significa che va fatta una lettura critica perché non è possibile che alcune cose possano essere prese alla lettera, come per esempio tutta la tempesta omofobica che ha cacciato la comunità Lgbt+, dalle chiese cristiane. Altre cose invece, e ce ne sono migliaia, non vengono nemmeno considerate».

                Un passo della Bibbia per lei prezioso?

                «Il discorso della montagna, riportato nel Vangelo di Matteo. Ci sono nuove interpretazioni»

                 Esistono religioni «sbagliate» secondo lei?

                «No. Le religioni sono però tutte imperfette perché sono un fenomeno umano e molto spesso le persone le hanno usate come strumento di potere, esclusione e sottomissione».

                L'imperfezione della religione valdese?

                «Scegliendo un rapporto diretto con Dio, è una religione difficile da seguire, perché sei tu da solo che devi scegliere che cosa fare; non c'è nessuno che te Io dica».

                La sua posizione nei confronti della sessualità?

                «Dal nostro pulpito non ci sarà mai una pastora o un pastore che possa dire male dell'unione fra due uomini o due donne. L'importante è muoversi sempre lungo la scia del comandamento dell'amore che ci ha lasciato Gesù. Amore nei nostri confronti e verso ll prossimo, o la prossima, che incontriamo. Una relazione è legittima nel momento in cui segue questa regola».

intervista a Daniela di Carlo a cura di Helmut Failoni     “la Lettura”        6 marzo 2022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202203/220306dicarlofailoni.pdf

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CLERICALISMO

Oltre il clericalismo e oltre il sacro

                L’intervista a papa Francesco domenica 6 febbraio 2022, nel programma Che tempo che fa, condotto su Rai 3 da Fabio Fazio, ha suscitato commenti molto diversi anche e soprattutto prima che avesse luogo. Moltissimi l’hanno apprezzata (tra questi anche qualcuno che, prima, non la riteneva una buona idea) per il tono semplice, profondo, umanissimo del papa, per il rispetto e l’attenzione mostrate anche dal giornalista intervistatore. C’è chi si è sdegnato, non proprio per le cose dette – in realtà non nuove –, ma proprio per l’uso del mezzo televisivo e del ‘genere letterario’, mi si passi il termine, del talkshow. Anche se in effetti si trattava di un caso atipico: il Papa non si è recato negli studi televisivi, parlava da Casa Santa Marta e l’intervista è stata trasmessa in differita, il che limita forse la spettacolarizzazione dell’evento, ma è opportuno sotto molti aspetti. C’è chi ha rilevato (sì, anche io) la latitanza, probabilmente concordata in anticipo, dei cosiddetti temi ‘caldi’: gli scandali sessuali e finanziari che toccano i membri del clero, i nemici ‘interni’ che contrastano papa Francesco, le richieste sempre più pressanti e autorevoli di abolire il celibato dei preti e di ammettere le donne al ministero ordinato. Ma è un’assenza che si capisce, e in fondo giusta: il discorso televisivo, sempre rapido e molteplice anche quando ha un taglio ‘pensoso’ come in questo caso, non si presta ad approfondire, e le quæstiones disputatæ, su cui non vi è nessun accordo nemmeno tra i cattolici, in questo momento sarebbero forse più danneggiate che aiutate da un approccio troppo rapido.

                Ma ora vorremmo soffermarci su un punto in cui possono sfiorarsi, senza pensarci, quelli che si sdegnano e quelli che si commuovono. Il punto è il sacro, anzi la sacralità come attributo: la distanza, l’irraggiungibilità (fino all’incomunicabilità), che molti anche sinceramente credenti considerano tuttora, per memoria atavica, un fatto non solo positivo ma irrinunciabile, il cui venir meno porta con sé il venir meno della fede. Così, per fare un esempio qualunque, un giornalista dell’Huffington Post è arrivato ad affermare che papa Francesco intervistato da Fabio Fazio è «emblema di un pontificato che si desacralizza tra ospitate e social»

                «Oggi il male più grande della Chiesa è la mondanità spirituale», ha detto papa Francesco nell’intervista, ripetendo un’osservazione severa avanzata più volte, «che fa nascere la perversione del clericalismo». Del clericalismo papa Francesco ha parlato più volte sin dagli inizi del pontificato; sembra che qui si trovi veramente uno dei pilastri del suo pensiero, anche se è possibile che la parola susciti in lui, per la sua esperienza di vita e di ambiente sudamericano, risonanze un po’ diverse da quelle che suscita nei nostri ambienti. I suoi rilievi sincerissimi e anche accorati sul clericalismo, legato alla mondanizzazione della chiesa – che abbiano sentito e letto molte volte in questi anni –, non sembrano ancora promuovere un vero superamento, in parte a causa delle resistenze fortissime di certi ambienti ecclesiastici, ma forse anche perché papa Francesco, pur guardando con attenzione, da vicino, e denunciando con efficacia i guasti del clericalismo (sia quelli ‘storici’ sia quelli del momento presente), non sembra dedicare un’attenzione altrettanto profonda alle cause: come se non riconoscesse chiaramente o non volesse esplicitare il profondo legame tra clericalismo e regime del sacro.

                Il tema del sacro affrontato in relazione al clericalismo e alle sue conseguenze appare ancora piuttosto marginale in Italia, mentre la riflessione è assai più avanzata in Francia e in Germania. Di recente è stato affrontato dalla sociologa Danièle Hervieu-Léger, esperta in particolare nei cambiamenti del vissuto religioso nelle società              secolarizzate, intervenuta l’11 dicembre 2021 in un incontro organizzato dalla Ccbf

(Conférence Catholique des Baptisé-e-s de France) sul tema «Verso una nuova governance della Chiesa: Andare oltre il clericalismo ». Il tema risulta di speciale attualità in Francia in questo momento, perché è ancora storia recentissima la pubblicazione del rapporto della Ciase, Commission Indépendant sur les abus sexuels dans l’Église (meglio conosciuta come «Commission Sauvé», dal nome del presidente), costituita nel 2018 per indagare sugli abusi compiuti in Francia da membri del clero negli ultimi settant’anni, 1950-2020. La Commissione, voluta dalla Conferenza episcopale francese ma da questa in nessun modo condizionata nel suo lavoro, formata da professionisti di varia specializzazione, nelle conclusioni sottolineava l’eccesso di sacralità riversata sulla figura del prete (se questo succede nella laica Francia, che cosa risulterebbe in Italia?), presentando questa sacralizzazione come il ‘sistema’ che ha favorito l’instaurarsi di una vera e propria cultura dell’abuso.

                Il sistema romano si fonda su tre pilastri che l’epoca moderna e il Concilio Vaticano II hanno notevolmente scosso, ma non abolito:

1)      il monopolio della verità,

2)      una visione territorializzata e imperiale della missione,

3)      la costruzione gerarchica e sacrale dell’autorità dei ministri ordinati.

                Quest’ultimo appare come il vero ‘muro portante’ del sistema romano: il prete visto come dispensatore esclusivo dei beni della salvezza, contrapposto a un popolo completamente privo di potere. Perciò deve essere ben marcata la distanza del clero dai fedeli ordinari. Qui si trova la chiave della sacralizzazione: il sacro è ‘separato’. Le riforme attuate da papa Francesco in questi primi otto anni di pontificato possono sembrare non dirompenti; osservate in una prospettiva diversa, danno un’altra impressione. La sua capacità di aprire al futuro è legata all’idea per cui è necessario avviare processi e metterli in opera, secondo una visione in cui il tempo supera lo spazio, che in un certo senso ha accompagnato questi otto anni, non tanto per la quantità di riforme approvate, ma piuttosto attraverso i gesti che hanno accelerato la desacralizzazione del papato, lo stile sinodale nella Chiesa, le scelte pastorali.

                La portata riformatrice dell’attuale pontificato deve essere analizzata alla luce dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, in particolare al n. 222 (il tempo superiore allo spazio), e nel paragrafo seguente: «Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi» (n. 223).

Il primo processo messo in atto da Francesco riguarda la figura stessa del Papa e possiamo dire che è cominciato già la sera del 13 marzo 2013 quando, affacciatosi per la prima volta su piazza San Pietro, salutò la gente radunata con il semplice «Buona sera» che, non senza ragione, è entrato subito nella sua leggenda.

                La sera del 6 febbraio ha concluso la sua intervista televisiva chiedendo, come sempre di pregare per lui, ma con una variazione sorridente: «‘100 lire, 100 preghiere’. Grazie». E con un’aggiunta-apertura finale che fa pensare: «…Chi non prega può mandarmi ondate positive, ne ho bisogno».

                La dicotomia sacro-profano appartiene alla logica ‘religiosa’ precristiana, e anche a quella esoterica; ma l’esempio di Gesù ci ha insegnato che è necessario andare oltre. La Parola di Dio e l’autentica esperienza spirituale cristiana non solo superano la distinzione tradizionale tra sacro e profano, ma la delegittimano per sempre. Sacer si riferisce a persone, luoghi, oggetti associati al divino, che consentono di entrare in rapporto con esso, ma per mezzo di personale autorizzato e rispettando regole severe e barriere inviolabili. Invece pro-fanum è ciò che sta davanti al tempio o allo spazio sacro, come realtà ‘altra’. Ogni comunità religiosa che la storia ci presenta ha avuto prima o poi la tendenza a stabilire una separazione tra sacro e profano, a dichiarare qualcosa intoccabile perché assolutamente riservato alla divinità e quindi oggetto di timore e venerazione. «Sacro e profano» dice Mircea Eliade nel suo libro omonimo, «sono – nelle religioni – le due dimensioni del mondo». Certo però non sono le coordinate di un mondo redento. Una certa concezione religiosa – non cristiana in sé, ma fatta propria da varie correnti di pensiero cristiano – tende a vedere la realtà esterna al fatto religioso in senso stretto come profana, estranea, potenzialmente peccaminosa o pericolosa: parte dall’idea che alcuni ambiti del mondo (persone, cose, luoghi) potrebbero temporaneamente o stabilmente venire isolati dalla profanità per rendere possibile una relazione con Dio. Di qui la visione del clero come categoria separata dagli altri esseri umani e, per definizione, più vicina a Dio, ma protetta per mezzo di varie esclusioni; di qui anche la concezione gerarchico- sacrale della chiesa, la cui persistenza rende di fatto così difficile aprirsi nel profondo e nei fatti a una concezione comunionale.

                Sappiamo che il Concilio Vaticano II ha scalzato alla base questa logica: molto seriamente e tuttavia parzialmente, senza abolirla (nei documenti del Concilio come in tutta la storia non solo del suo svolgimento, ma anche della sua ricezione, si trovano due ecclesiologie conviventi e incompatibili), ma il vero superamento della logica del sacro-profano opera alla fonte, cioè nello stesso evento di Gesù narrato dai Vangeli. Il cristianesimo si fonda sull’incarnazione del divino nell’umano, e anche quella che chiamiamo Resurrezione, vittoria della vita sulla morte, è irruzione del divino nell’umano: perciò dovrebbe segnare la fine della separazione, di ogni separazione. Gesù abbatte le barriere: dal sacro al santo Gesù, più che con le categorie del sacro-profano, nella sua vita terrena si misura con quelle del puro e dell’impuro, in un certo senso equivalenti (anche se l’impurità nel suo ambiente era concepita come un dato quasi fisico e contagioso). Spesso infrange quasi programmaticamente i vari tabù cultuali. Il buon Samaritano, personaggio indubbiamente ‘laico’, e inoltre impuro ed eretico per definizione, viene contrapposto al sacerdote e al levita, uomini del sacro, in un confronto vincente: da Gesù è assunto come figura dello stile e dell’agire di Dio. Gesù sconcerta i suoi contemporanei soprattutto perché non presenta le caratteristiche esemplari dell’uomo ‘religioso’. Dal suo messaggio emerge l’idea che per essere in rapporto con Dio occorre aprirsi al suo amore e metterlo in circolo per la vita del mondo; il suo esempio mostra che per vivere totalmente la fede occorre diventare sempre più liberi dalla religione.

                Nelle religioni tradizionali il credente è colui che obbedisce a Dio, osservando le sue leggi; ma l’obbedienza ribadisce una distanza. Nella nuova realtà il discepolo è quello che, attraverso Gesù, assomiglia al Padre, mettendo in pratica un amore simile al suo. Ben diversa dall’obbedienza, la somiglianza fondata sull’immagine realizza una prossimità di Dio – prossimità ai fratelli, crescente e trasformativa. Mentre le religioni antiche presentavano divinità gelose delle proprie prerogative (che peraltro sembrano richiamare un universo di valori spiccatamente terreno: bellezza, felicità, immortalità…), il Dio portato all’umanità a/in Gesù di Nazaret ama uomini e donne nella loro concretezza singolare e vuole dare loro una vita sovrabbondante e senza limiti. La pienezza della divinità e la pienezza dell’umanità sono in stretto rapporto: quanto più la persona umana realizza se stessa, tanto più realizza il progetto di Dio e quindi entra nella stessa vita divina. Quanto più l’essere umano sarà umano, tanto più Dio potrà essere presente nel mondo attraverso il suo Spirito.

                Dopo l’evento di Gesù non vi è più bisogno di sacerdoti, né di tutto l’apparato sacro: tempio, culto, legge intesa come insieme di precetti, e relative esclusioni. Il rapporto con Dio è immediato, è vicino, è totale; ed è stato Gesù a sancire questa vicinanza con il suo messaggio e la sua persona. Una certa teologia che appariva avanzata ai tempi del Concilio poiché intendeva rivalutare il ruolo ecclesiale dei laici, ma che oggi sempre più si avverte inadeguata, attribuiva al clero il compito della santificazione, ovvero del culto, e ai laici il compito dell’animazione delle realtà temporali. Se si dovesse attribuire un ‘ruolo’ anche a Dio, forse il suo sarebbe più vicino a quello dei laici che a quello del clero…, finché questi due termini hanno ancora un significato, puramente storico e immanente. Non ci sono un mondo sacro e un mondo profano, non ci sono persone sacre (e perciò riservate, ‘ontologicamente’ diverse), perché la persona, ogni persona è sacra, nella sua alterità e nel suo mistero. L’essere umano, con il suo corpo e non ‘nonostante’, è tempio dello Spirito santo e ha accesso alla sfera del divino. L’amore di Dio ‘elegge’, non però nel senso della separazione, bensì della chiamata: vuole tutti «santi e immacolati al suo cospetto nell’amore» (cfr Ef 1,4). Per questo nella Gerusalemme celeste, dice l’autore dell’Apocalisse, «non vidi alcun tempio (…), perché il Signore Dio onnipotente e l’Agnello sono il suo tempio» (Ap 21,22). Dio è in ogni luogo ma, ma se dev’essergli attribuito un luogo proprio, è il ‘fuori del tempio’: l’essere umano è il vero santuario di Dio.

      Lilia Sebastiani¤1955    Rocca n.5      1° marzo 2022

www.alzogliocchiversoilcielo.com/2022/02/lilia-sebastiani-oltre-il-clericalismo.html

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CORTE COSTITUZIONALE

Bonus bebè e assegno di maternità anche agli stranieri

Irragionevole negare adeguata tutela a chi ne ha più

                Le disposizioni che escludono da alcune provvidenze (bonus bebè e assegno di maternità) gli stranieri extra-comunitari non titolari del permesso per soggiornanti Ue di lungo periodo sono incostituzionali perché “istituiscono per i soli cittadini di Paesi terzi un sistema irragionevolmente più gravoso, che travalica la pur legittima finalità di accordare i benefici dello stato sociale a coloro che vantino un soggiorno regolare e non episodico sul territorio della nazione”, e negano adeguata tutela proprio a chi si trovi in condizioni di più grave bisogno.

                È un passaggio della sentenza della Corte costituzionale n. 54, depositata oggi (redattrice la Vicepresidente Silvana Sciarra), anticipata con il comunicato stampa del 12 gennaio 2022.

www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?param_ecli=ECLI:IT:COST:2022:54

                La decisione fa seguito alla pronuncia della Corte di giustizia dell’Unione europea del 2 settembre 2021 (C-350/20), che ha risposto ai quesiti posti il 30 luglio 2020 dalla Consulta, con l’ordinanza di rinvio pregiudiziale n. 182. La Corte di Lussemburgo ha affermato l’incompatibilità della normativa italiana con l’articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, che prevede il diritto alle prestazioni di sicurezza sociale, e con l’articolo 12, paragrafo 1, lettera e), della direttiva 2011/98/Ue, sulla parità di trattamento tra cittadini di Paesi terzi e cittadini degli Stati membri.

                La Corte costituzionale scrive che è suo compito “assicurare una tutela sistemica, e non frazionata, dei diritti presidiati dalla Costituzione, anche in sinergia con la Carta di Nizza, e di valutare il bilanciamento attuato dal legislatore, in una prospettiva di massima espansione delle garanzie”. La disciplina dichiarata incostituzionale lede il diritto alla parità di trattamento nell’accesso alle prestazioni di sicurezza sociale, tutelato dall’articolo 34 della Carta in connessione con l’articolo 12 della direttiva 2011/98 UE, che ha riconosciuto un insieme di diritti ai cittadini di Paesi terzi ammessi nello Stato per finalità lavorative o per finalità diverse, ai quali è consentito lavorare. Il principio di parità di trattamento, si raccorda “ai principi consacrati dagli articoli 3 e 31 della Costituzione – si legge nella sentenza - e ne avvalora e illumina il contenuto assiologico, allo scopo di promuovere una più ampia ed efficace integrazione dei cittadini dei Paesi terzi”.

                La tutela della maternità e dell’infanzia (articolo 31 della Costituzione), “non tollera distinzioni arbitrarie e irragionevoli”. La Corte costituzionale ha escluso una ragionevole correlazione tra il requisito del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, subordinato al possesso di requisiti reddituali rigorosi, e il riconoscimento di prestazioni che attuano la tutela della maternità e dell’infanzia, sancita dall’articolo 31 della Costituzione, e fronteggiano lo stato di bisogno legato alla nascita di un bambino o alla sua accoglienza nella famiglia adottiva.

Ufficio comunicazione e stampa della Corte costituzionale        Comunicato 4 marzo 2022

                Udienza Pubblica 11 gennaio 2022, Presidente: Amato, Redattore: Sciarra

www.cortecostituzionale.it/documenti/comunicatistampa/CC_CS_20220304120052.pdf

 

Inammissibile il quesito sull’omicidio del consenziente: non assicura la tutela minima del diritto alla vita

                È inammissibile la richiesta di referendum sull’abrogazione parziale dell’articolo 579 del Codice penale (omicidio del consenziente) poiché, rendendo lecito l’omicidio di chiunque abbia prestato a tal fine un valido consenso, priva la vita della tutela minima richiesta dalla Costituzione.

                È quanto ha affermato la Corte costituzionale con la sentenza n. 50 depositata oggi (redattore Franco Modugno) e anticipata con comunicato stampa del 15 febbraio 2022. Nella motivazione viene spiegato che il quesito referendario – mediante l’abrogazione di frammenti lessicali dell’articolo 579 Cp e la conseguente saldatura dei brani linguistici rimanenti – avrebbe reso penalmente lecita l’uccisione di una persona con il consenso della stessa al di fuori dei tre casi di “consenso invalido” previsti dal terzo comma dello stesso articolo 579: quando è prestato da minori di 18 anni; da persone inferme di mente o affette da deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di alcool o stupefacenti; oppure è estorto con violenza, minaccia o suggestione o carpito con inganno.

www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?param_ecli=ECLI:IT:COST:2022:50

                Così facendo, sarebbe stata sancita, al contrario di quanto attualmente avviene, «la piena disponibilità della vita da parte di chiunque sia in grado di prestare un valido consenso alla propria morte, senza alcun riferimento limitativo». L’approvazione del referendum, infatti, avrebbe reso lecito l’omicidio di chi vi abbia validamente consentito, a prescindere dai motivi per i quali il consenso è prestato, dalle forme in cui è espresso, dalla qualità dell’autore del fatto e dai modi in cui la morte è provocata. La liceità, insomma, sarebbe andata ben al di là dei casi nei quali la fine della vita è voluta dal consenziente prigioniero del suo corpo a causa di malattia irreversibile, di dolori e di condizioni psicofisiche non più tollerabili.

                La Corte ha rilevato che l’incriminazione dell’omicidio del consenziente, al di là della logica “statalista” in cui è stata pensata, risponde, nel mutato quadro costituzionale, allo scopo di proteggere il diritto alla vita, soprattutto – ma non soltanto – delle persone più deboli e vulnerabili di fronte a scelte estreme, collegate a situazioni, magari solo momentanee, di difficoltà e sofferenza, o anche soltanto non sufficientemente meditate. Quando viene in rilievo il bene “apicale” della vita umana, ha precisato la Corte, «la libertà di autodeterminazione non può mai prevalere incondizionatamente sulle ragioni di tutela del medesimo bene, risultando, al contrario, sempre costituzionalmente necessario un bilanciamento che assicuri una sua tutela minima». Una normativa come quella dell’articolo 579 Cp può essere pertanto modificata e sostituita dal legislatore, ma non puramente e semplicemente abrogata, senza che ne risulti compromesso il livello minimo di tutela della vita umana richiesto dalla Costituzione. Questa tutela minima non sarebbe stata garantita dalla punibilità nei tre casi, prima indicati, di consenso invalido. Le situazioni di vulnerabilità e debolezza non si esauriscono nella minore età, infermità di mente e deficienza psichica, ma possono connettersi, oltre che alle condizioni di salute, a fattori di varia natura (affettivi, familiari, sociali o economici), e d’altra parte «l’esigenza di tutela della vita umana contro la collaborazione da parte di terzi a scelte autodistruttive […], che possono risultare, comunque sia, non adeguatamente ponderate, va oltre la stessa categoria dei soggetti vulnerabili».

Ufficio comunicazione e stampa della Corte costituzionale        Comunicato 2 marzo 2022

Udienza Pubblica 11 gennaio 2022, Presidente: Amato, Redattore: Modugno

www.cortecostituzionale.it/documenti/comunicatistampa/CC_CS_20220302111251.pdf

 

Consulta e adozione dopo la sentenza del 24 febbraio: via libera indiretta per la maternità surrogata?

                La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme in materia di adozione dei minori in casi particolari, laddove escludono l’esistenza di rapporti civili fra l’adottato e i parenti dell’adottante. L’adozione in casi particolari negli ultimi anni è stata spesso utilizzata dalle coppie omosessuali come strumento per superare i limiti posti dalla legge in materia di filiazione. In attesa di leggere la sentenza, va comunque ribadita la necessità di evitare che pratiche disumane come la maternità surrogata trovino ingresso nel nostro ordinamento per via giurisprudenziale e vengano così legittimate.

                Vedi newsUCIPEM n. 899, 27 febbraio 2022, pag. 27

  1.  L’ufficio comunicazione e stampa della Corte costituzionale il 24 febbraio 2022 scorso ha pubblicato una nota con per informare che la Consulta nel medesimo giorno ha preso posizione sull’adozione dei minori in casi particolari, dichiarando l’incostituzionalità dell’art. 55 della legge n. 184/1983 e dell’art. 300 co. 2 cod. civ. (richiamato dall’art. 55) nella parte in cui è previsto che l’adozione “non induce alcun rapporto civile fra l’adottato e i parenti dell’adottante”. Detto mancato riconoscimento di rapporti civili ‒ si legge nel comunicato – “discrimina, in violazione dell’art. 3 della Costituzione, il bambino adottato ‘in casi particolari’ rispetto agli altri figli e lo priva di relazioni giuridiche che contribuiscono a formare la sua identità e a consolidare la sua dimensione personale e patrimoniale, in contrasto con gli articoli 31, secondo comma, e 117, primo comma, della Costituzione in relazione all’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo”. In attesa di leggere la sentenza, si ritiene utile svolgere alcune brevi considerazioni sull’istituto dell’adozione e sulle ragioni che hanno portato la Consulta ad occuparsi della materia.

www.google.com/search?client=firefox-b-d&q=Corte+costituzionale+il+24+febbraio+2022

2.            In base alla legge n. 184/1983, il nostro ordinamento prevede per i minori due tipi di adozione, con effetti e presupposti differenti, pur con l’unico obiettivo di realizzare l’interesse del minore a crescere in una famiglia. La forma più nota di adozione è quella c.d. legittimante, di cui all’art. 6, che comporta il pieno ingresso del minore nella famiglia degli adottanti (i quali devono essere sposati), e la relativa instaurazione di rapporti familiari con i loro parenti, nonché il venir meno dei rapporti con la famiglia di origine.

                L’altra forma è quella di cui all’art. 44, ossia l’adozione in casi particolari (c.d. non legittimante) la cui disciplina ricalca in larga misura quella dell’adozione di persone maggiorenni, e prevede il mantenimento del legame fra il minore adottato e la famiglia di origine, nonché l’instaurazione di rapporti giuridici solo con gli adottanti (o l’adottante singolo) e non anche con i loro parenti.

                L’adozione in casi particolari è stata prevista nell’ottica di tutelare i minori privi di un adeguato sostegno familiare, anche in quei casi di impossibilità (giuridica o materiale) di ricorso all’adozione piena: minori “difficili”, prossimi alla maggiore età, minori orfani e disabili, o minori già conviventi con il coniuge del genitore biologico. Il legislatore, con l’adozione in casi particolari ha quindi previsto uno strumento più flessibile, capace di adattarsi a molteplici situazioni, in quanto non presuppone lo stato di abbandono, non interrompe i rapporti del minore con la famiglia di origine ed è accessibile anche a persone singole. Uno strumento che, per le sue caratteristiche, con il tempo è stato ampiamente utilizzato, andando anche oltre le finalità previste dal legislatore, soprattutto nei casi di semiabbandono dei minori, fino a dar vita a quella che viene comunemente indicata come “adozione mite”, di creazione giurisprudenziale.

3. Secondo i dati statistici forniti dalla Direzione Generale di Statistica e Analisi organizzativa del Ministero della Giustizia[1], pubblicati il 21 ottobre 2021 e relativi all’anno 2018, i Tribunali per i minorenni hanno pronunciato 846 sentenze di adozione nazionale e 667 sentenze di adozione in casi particolari[2]. Ormai da tempo, con l’introduzione dello status unico di figlio e con l’ampliamento del concetto di relazioni familiari a opera della giurisprudenza europea, muovendo da un’interpretazione estensiva dell’art. 8 della CEDU e dell’art. 24 della Carta di Nizza, in dottrina si discute sulla possibilità di estendere agli adottati nei casi particolari la disciplina prevista per l’adozione piena, con particolare riferimento all’instaurazione di rapporti giuridici fra l’adottato e i parenti dell’adottante.

                In particolare l’attenzione è stata rivolta all’art. 74 cod. civ. che, dopo le modifiche introdotte dalla legge n. 219/2012, individua la parentela come quel “vincolo tra le persone che discendono da uno stesso stipite, sia nel caso in cui la filiazione è avvenuta all’interno del matrimonio, sia nel caso in cui è avvenuta al di fuori di esso, sia nel caso in cui il figlio è adottivo”, con espressa esclusione dei casi di adozione delle persone maggiori di età. In dottrina, seppure con qualche titubanza, si è diffuso il convincimento che il legislatore abbia voluto ricomprendere anche i casi di adozione particolare. Va altresì considerato che la giurisprudenza della Corte EDU in materia ha manifestato un maggiore favore per forme di adozione che consentano al minore di non recidere il legame con la famiglia di origine e al tempo stesso gli permettano di mantenere i rapporti significativi instaurati con le persone che lo hanno accolto e si sono prese cura di lui. A tal ultimo proposito, giova osservare che va in questa direzione la tutela della “continuità delle positive relazioni socioaffettive consolidatesi durante l’affidamento” di cui all’art. 4 comma 5 ter della Legge n. 184/1983 (come novellato dalla Legge n. 173/2015) con riferimento ai minori in affidamento familiare.

https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1983;184

www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2015/10/29/15G00187/sg

                La Commissione Giustizia della Camera, a conclusione dell’indagine conoscitiva sullo stato di attuazione delle disposizioni legislative in materia di adozioni e affido del 2017, ha messo in evidenza la necessità di un intervento del legislatore in materia di adozione al fine di adeguare la normativa italiana ai principi internazionali sulla tutela dei minori e in particolare a quanto previsto dalla Convenzione ONU del 1989 sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che, all’art. 8, impegna gli Stati parti a “rispettare il diritto del fanciullo a preservare la propria identità, ivi compresa la sua nazionalità, il suo nome e le sue relazioni familiari, così come riconosciute dalla legge, senza ingerenze illegali” e, all’art. 21 comma primo, sancisce: “gli Stati parti che ammettono e/o autorizzano l’adozione si accertano che l’interesse superiore del fanciullo sia la considerazione fondamentale in materia”.

4. La decisione della Corte costituzionale di ritenere illegittime le disposizioni che escludono l’esistenza di rapporti civili fra il minore adottato nei casi particolari e i parenti dell’adottante si inserisce dunque in questo quadro e conferma la necessità di un intervento legislativo in materia. Come ricordato dalla Corte Europea dei Diritti Umani, che in più occasioni ha sanzionato l’Italia per violazione dell’art. 8 della CEDU, nella nozione di “vita familiare” meritevole di protezione vanno ricomprese anche le relazioni di fatto. Da qui la considerazione più volte espressa in dottrina per cui il riconoscimento di eguali diritti che discendono dallo status di figlio comporta necessariamente la rilevanza di tutte le relazioni familiari in cui si svolge la personalità del minore.

                È innegabile infatti che il minore, tanto nel caso di adozione piena che in quello di adozione particolare, oltre ad instaurare rapporti significativi con gli adottanti può entrare anche in relazione con i loro parenti (es. nonni, zii, cugini). Di conseguenza, con il più intenso ricorso all’adozione in casi particolari – pensata ab origine come forma residuale ed eccezionale rispetto all’adozione legittimante ‒ si è posto in dottrina e in giurisprudenza l’interrogativo circa l’opportunità che permangano effetti limitati all’adozione particolare e che la stessa sia regolata sul modello dell’adozione delle persone maggiori di età, piuttosto che venga introdotta una disciplina unitaria per l’adozione dei minori.

                Giova segnalare l’iter che ha portato la questione innanzi alla Corte, al fine di mettere in evidenza uno dei rischi che si annidano in tante sentenze, sia di legittimità che di merito, aventi ad oggetto proprio l’adozione in casi particolari: il rischio che, attraverso interpretazioni estensive delle norme vigenti in materia, venga legittimata per via giurisprudenziale, anche indiretta, la maternità surrogata[3], ossia quella pratica disumana attraverso cui viene realizzata la cessione a terzi di bambini, come se fossero oggetti: i neonati vengono separati dalle madri biologiche subito dopo il parto e consegnati a coloro che, da contratto, ne reclamano il possesso per soddisfare il proprio desiderio di genitorialità. Una pratica che la stessa Corte costituzionale ha definito “offensiva della dignità della donna” (sentenza n. 272/2017)

www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2017&numero=272

e che prima ancora è stata condannata dal Parlamento Europeo con la risoluzione del 17 dicembre 2015 in quanto “compromette la dignità della donna, dal momento che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usati come una merce”.

www.biodiritto.org/Biolaw-pedia/Docs/UE-Parlamento-UE-Risoluzione-17-dicembre-2015-il-Parlamento-europeo-condanna-alcune-pratiche-di-gestazione-per-altri

                Ebbene, alla base della pronuncia della Corte costituzionale dello scorso 24 febbraio, vi è la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale per i minorenni di Bologna (ordinanza del 26 luglio 2021 rubricata al n. 143/2021 del registro della Corte costituzionale) riguardo alla possibilità di dichiarare il legame di parentela tra l’adottato e i parenti dell’adottante, laddove l’adottato in questione è un minore nato da maternità surrogata e l’adottante colui che ha stipulato il relativo contratto negli Stati Uniti.

5. L’adozione in casi particolari negli ultimi anni è stata spesso utilizzata dalle coppie omosessuali per aggirare i limiti previsti dalla legge: attraverso la strumentalizzazione del “superiore interesse del minore” si è cercato di legittimare nell’opinione pubblica, passando dalle aule di tribunale, il ricorso a pratiche come la fecondazione eterologa e la maternità surrogata eseguite all’estero e volte a soddisfare più che altro desideri di genitorialità degli adulti. Non si può infatti sottovalutare che le lamentate esigenze di tutela dei minori coinvolti traggono sempre origine in questi casi dalla preordinata e cosciente volontà degli adulti di violare i limiti previsti dall’ordinamento, imponendo poi di fatto allo Stato la legittimazione indiretta di pratiche vietate.

                Ne consegue che l’intervento legislativo in materia di adozioni, nell’ottica della piena ed effettiva tutela dei minori, dovrà anche evitare rischi di legittimazione indiretta di pratiche disumane come la maternità surrogata, chiarendo che l’interesse del minore non è quello di rimanere presso adulti che ne hanno fatto ab origine l’oggetto di un contratto, ma semmai di essere da questi allontanato. Quando si ragiona in termini di tutela del superiore interesse del minore occorre ricordare ad esempio quanto affermato dall’art. 7 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e adolescenza: ogni minore ha il diritto di “conoscere i suoi genitori” e di “essere allevato da essi”.

                Daniela Bianchini, avvocato familiarista               Centro studi Livatino      5 marzo 2022

www.centrostudilivatino.it/consulta-e-adozione-dopo-la-sentenza-del-24-febbraio-via-libera-indiretta-per-la-maternita-surrogata

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DALLA NAVATA

 I Domenica di Quaresima- Anno C

Deuteronòmio                 26, 04. Mosè parlò al popolo e disse: «Il sacerdote prenderà la cesta dalle tue mani                                     e la deporrà davanti all’altare del Signore, tuo Dio, e tu pronuncerai queste parole                                      davanti al Signore, tuo Dio:

Salmo                                   90, 14. Lo libererò, perché a me si è legato, lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto                                     il mio nome.

Paolo ai Romani              10, 11. Dice infatti la Scrittura: «Chiunque crede in lui non sarà deluso». Poiché non                                   c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso                                  tutti quelli che lo invocano. Infatti: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà                                  salvato».

Luca                                      04, 13. Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al                                              momento fissato.

 

                La caduta del popolo di Dio, della Chiesa nella tentazione – Gesù ha vinto ma la Chiesa non ha vinto – è avvenuta quando qualcuno ha detto: «Io ti do ogni potere purché tu mi adori». Noi siamo ancora dentro questa fenomenologia del peccato, di cui siamo anche contribuenti abbastanza efficaci, per la verità. Questo uso del potere che ci viene concesso in nome dei cosiddetti valori dello spirito è diventato generale. O ci si libera da questo peccato, oppure non significa nulla tutto ciò che diciamo, anzi contribuisce al male. Se io, con i segni della potenza e con le garanzie della potenza attorno a me, vado a trovare popoli poveri, io tesso un filo in più alla tela Satana.

                Solo se le parole di liberazione vengono dette in una situazione liberata, con un modo di esistere liberato, esse hanno senso, altrimenti esse servono alla dilatazione dell’impero di Satana. E proprio qui la radice dell’alienazione umana. Quanto è straordinaria la parola di Gesù! Dicendola Egli si è crocifisso, ha scelto già la croce. Proiettate le sue parole nella storia evangelica e le vedrete rimbalzare: Pietro, Caifa… ovunque Gesù urta contro Satana nelle sue espressioni anche le più semplici. L’altra alienazione che tocca direttamente l’asse religioso dell’esistere, la conosciamo bene. La volontà dell’onnipotente è la tentazione radicale dell’uomo, il quale si camuffa, nasconde a se stesso la propria agilità, cancella i confini creaturali che sono i suoi confini elimina da sé l’immagine della morte obbiettivandola fuori di sé come se egli fosse la vita stessa. Questa tentazione dell’onnipotenza trova la sua consacrazione diretta nella sicurezza che dà Dio, nel “Dio con noi”, che è la grande bestemmia della storia. Ogni crociata è stata un cedimento a questa tentazione.        Tutto ciò che è stato detto dall’intelligenza antica e moderna contro la religione è scritto qui. Potrei rievocare in questo momento – se avessi tempo – tutte le grandi obiezioni contro il cristianesimo e le trovo già contenute qui. Se sono obiezioni serie esse colpiscono non tanto il modo di essere di Gesù, il suo progetto, ma le nostre falsificazioni storiche.

                Devo chiudere con almeno un accenno all’alternativa che qui si di schiude e che costituisce l’altro termine della nostra conversione. Dobbiamo liberarci dalla schiavitù che ho descritto per approdare ad una forma di esistenza il cui senso totale è l’amore, il rigetto della violenza, è la fraternità tra gli uomini, è la mitezza. In una società frazionata, come quella anteriore all’organizzazione industriale, certe deviazioni potevano avere i confini dello stesso gruppo umano, ma adesso che l’umanità si è fatta come un solo individuo queste deviazioni diventano smisurate e mortali. Se è vero, ed è vero, che l’umanità è un solo uomo – lo è nel senso empirico ormai – allora queste deviazioni non hanno più i confini che avevano in un’epoca tecnicamente ancora arretrata. L’uomo può distruggere per dieci volte l’umanità intera: non era mai successo. Allora le antiche deviazioni diventano la possibilità del suicidio collettivo. La gloria di Dio non è il suicidio dell’umanità. Non è vero! La gloria di Dio è il cambiamento dell’uomo. Ecco perché siamo impegnati in questa conversione che non è solo un itinerario interiore, è un programma storico. Siamo all’ultima sponda di questa storia del peccato. Nel Vecchio Testamento, il peccato originale è narrato in undici capitoli che vanno dal paradiso terrestre alla torre di Babele. Se dovessimo narrare il peccato originale dalle origini della storia umana fino ad oggi, la torre di Babele è la nostra grande costruzione atomica. Da questo momento può nascere tutto: o la morte o la vita. Ecco il dilemma che dal tempo di Gesù si apre dentro di noi e ci pone dinanzi al tempo in cui viviamo con una lucidità assoluta e con una misura assoluta delle nostre responsabilità.

p. Ernesto Balducci- da: “I Vangelo della pace” – vol. 3

www.fondazionebalducci.com/6-marzo-2022-i-domenica-di-quaresima-anno-c

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DIBATTITI

Suicidio assistito: dal referendum bocciato alla legge in esame

                Com’è ormai noto, la Corte costituzionale ha dichiarato l’inammissibilità del referendum sul suicidio assistito. Prima di valutare sul piano etico tale decisione vorrei fare due premesse di carattere metodologico. In altre parole, prima di entrare nel merito vorrei parlare del metodo.

                L’istituto del referendum. Innanzitutto provo sempre un certo disagio di fronte all’istituto del referendum, non tanto per la sua legittimità – che è fuori discussione –, né per la sua necessità – che in alcuni (a mio avviso limitatissimi) casi è indubbia –, ma per una modalità di ricorso a esso che di fatto sfiducia e sorpassa la rappresentatività parlamentare, il perno del sistema di gestione democratica dello stato. Interpellare direttamente i cittadini per svariati e parziali quesiti significa di fatto invalidare l’azione dei parlamentari. In futuro, poi, diminuendo il loro numero e quindi la diversificazione della base elettorale, questo istituto di democrazia diretta potrebbe diventare più frequente, e per ciò stesso abusato.

                In secondo luogo, al di là della chiarificazione mediatica che se ne sarebbe fatta se fosse stato approvato, mi chiedo cosa ne capisca l’uomo comune, il cittadino medio nella cui categoria anch’io mi includo, di un quesito così posto: «Volete voi che sia abrogato l’art. 579 del Codice penale (omicidio del consenziente) approvato con R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398, comma 1 limitatamente alle seguenti parole “la reclusione da 6 a 15 anni”; comma 2 integralmente; comma 3 limitatamente alle seguenti parole “Si applicano”?», senza conoscere il testo integrale dell’articolo. Questo recita: «Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con la reclusione da 6 a 15 anni. Non si applicano le aggravanti indicate nell’art. 61. Si applicano le disposizioni relative all’omicidio [575-577] se il fatto è commesso: 1. Contro una persona minore degli anni 18; 2. Contro una persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti; 3. Contro una persona il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno [613 2]».

                Le motivazioni della Corte. Il 2 marzo 2021 è stata pubblicata la Sentenza 50/2022 della Corte costituzionale che motiva l’inammissibilità del quesito referendario.

www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?param_ecli=ECLI:IT:COST:2022:50

                Nella motivazione viene spiegato che il quesito referendario – mediante l’abrogazione di frammenti lessicali dell’art. 579 CP e la conseguente saldatura dei brani linguistici rimanenti – avrebbe reso penalmente lecita l’uccisione di una persona con il consenso della stessa al di fuori dei tre casi di «consenso invalido» previsti dal terzo comma dello stesso art. 579, quindi ben oltre i casi nei quali la fine della vita è voluta dal consenziente prigioniero del suo corpo a causa di malattia irreversibile, di dolori e di condizioni psicofisiche non più tollerabili. Una normativa come quella dell’art. 579 CP quindi secondo la Corte costituzionale può essere modificata e sostituita dal legislatore, ma non puramente e semplicemente abrogata con un referendum, senza che ne risulti compromesso il livello minimo di tutela della vita umana richiesto dalla Costituzione. Si tratta di un’affermazione importante della quale non si potrà non tener conto di fronte alla discussione parlamentare relativa alla legge sul suicidio assistito.

                In realtà era stata proprio la Corte costituzionale a sollecitare il dibattito nel 2019 a proposito della morte di DJ Fabo, affermando che, fatte salve alcune condizioni, non è punibile l’assistenza al suicidio, cioè la volontà di una persona che permette a un’altra di suicidarsi. Tali condizioni sono:

¨       presenza di una patologia irreversibile,

¨       se la patologia irreversibile provoca sofferenze fisiche o anche solamente psicologiche per lei intollerabili,

¨       se la persona è pienamente capace di decidere liberamente e consapevolmente,

¨       e se è tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale.

                L’ultimo punto è quello maggiormente meritevole di attenzione in quanto, secondo una rigorosa applicazione etico-normativa sia del Codice di deontologia professionale sia della dichiarazione Iura et bona della Congregazione per la dottrina della fede (5 maggio 1980), la sospensione di procedure ritenute onerose (non solo economicamente) e sproporzionate sarebbe di fatto lecita.

www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19800505_eutanasia_it.html

                Tutto si gioca quindi sull’esatta natura e comprensione dei termini: eutanasia, suicidio assistito, trattamenti di sostegno vitale ecc. E, forse, proprio una più corretta comprensione dei termini farebbe cadere remore, ostacoli, pregiudizi, anche se non potrebbe mai costituire un «omicidio del consenziente», neppure a determinate condizioni. Non si tratta di una semplice questione semantica. Spesso provoco i miei allievi chiedendo loro se è accettabile la richiesta di essere uccisi (in qualche modo una variante del suicidio assistito), e ovviamente mi rispondono di no. Ma poi aggiungo: e se a chiederlo è Massimiliano Kolbe? Non voglio ricadere della querelle sull’etica della situazione, ma certamente le circostanze (come ci insegna la morale tradizionale) possono cambiare la natura dell’atto.

                               Ed è a questo che nei prossimi dibattiti, sui quali avremo modo di tornare, dovremo essere attenti.

Salvino Leone ¤ 1954*                 Il regno-Moralia                              04 marzo 2022

* medico, docente di teologia morale e bioetica alla Facoltà teologica di Sicilia e vicepresidente dell’ATISM.

https://ilregno.it/moralia/blog/suicidio-assistito-dal-referendum-bocciato-alla-legge-in-esame-salvino-leone

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DONNE NELLA (per la) CHIESA

La figlia di Dio

                Studiano per diventare le donne-prete di domani: con questo titolo a caratteri cubitali, nel lontano1972, un settimanale cosiddetto «femminile» introduceva un’intervista che mi era stato chiesto di rilasciare perché ero una delle prime donne che avevano varcato la soglia delle Facoltà teologiche romane. In realtà, non mi era stata fatta nessuna domanda riguardo al sacerdozio. Molta, quindi, è stata la mia irritazione. Per due motivi.

  1. Il primo è più di fondo. Dopo il Concilio Vaticano II è stato permesso ai laici, non escluse le donne, di frequentare il cursus maior degli studi teologici nelle Pontificie facoltà romane, fino ad allora aperto solo a maschi che si preparavano al sacerdozio, e di conseguire tutti i gradi accademici. Era una rivoluzione silenziosa: in Italia il regime di monopolio ecclesiastico sulle facoltà teologiche comportava che lo studio teologico fosse funzionale soltanto alla carriera ecclesiastica. E alle donne — come si sa bene — la strada verso l’ordinazione sacerdotale è totalmente sbarrata. E anche oggi, benché dopo ormai cinquant’anni numerose donne siano state cordialmente accolte in tutte le Facoltà, abbiano conseguito i gradi accademici e un certo numero di loro vi insegni come docente stabile, la presenza schiacciante di studenti candidati al sacerdozio lo caratterizza come un mondo assolutamente clericale. Ciò nondimeno, tante di noi hanno sviluppato un’autentica passione per la teologia che ci ha portato ad affrontare un curriculum di studi lungo almeno nove anni, impegnativo e, per la maggioranza, privo di sbocchi lavorativi. Lo scopo non era assolutamente il sacerdozio, ma, al contrario, cooperare a quel processo di declericalizzazione della teologia che l’avrebbe in qualche modo collocata, come negli altri Paesi, nell’agorà dei saperi e che avrebbe garantito anche al laicato una intelligenza della fede solida e criticamente vagliata. Alcune, è vero, coltivavano anche il desiderio profondo di essere finalmente ammesse al sacerdozio. D’altra parte, Santa Teresa del Bambin Gesù (1873-1897), che nel 1997 Giovanni Paolo II ha proclamato dottore della Chiesa, non aveva forse scritto nella sua autobiografia: «Sento in me la vocazione di sacerdote»? La piccola Teresa invidiava infatti ai sacerdoti la cultura, la predicazione e la celebrazione, soprattutto quella dell’eucaristia: perché un secolo dopo si trattava ancora solo di un desiderio?
  2. Il secondo motivo del mio risentimento per quel titolo strillato era più congiunturale: in quel momento, le donne che avessero pubblicamente rivendicato il sacerdozio sarebbero state fortemente sanzionate. Giovanni XXIII, è vero, aveva stupito la cattolicità quando, nella sua ultima enciclica Pacem in terris (1963), aveva riconosciuto l’importanza del fenomeno dell’«ingresso della donna nella vita pubblica» precisando che «nella donna, infatti, diviene sempre più chiara e operante la coscienza della propria dignità. Sa di non poter permettere di essere considerata e trattata come strumento; esige di essere considerata come persona, tanto nell’ambito della vita domestica che in quello della vita pubblica». Non sappiamo però se quel Papa, pur attento alle trasformazioni sociali, sarebbe stato capace di sciogliere il nodo della questione. Quanto sappiamo per certo è che, all’epoca del Concilio, la Chiesa cattolica era attraversata in tutto il mondo da fermenti innovativi di cui erano portatrici soprattutto le donne e che la problematica che riguardava il sacerdozio aveva fatto irruzione all’interno del Concilio stesso grazie alla distribuzione di una pubblicazione anglo-tedesca a firma di Gertrud Heinzelmann, ma che raccoglieva il lavoro anche di altre teologhe, dal titolo provocatorio «Non possiamo stare più a lungo in silenzio». Le donne esprimono il loro parere al Concilio Vaticano II. La gerarchia ecclesiastica di allora, però, non era in grado di cedere all’urto del tempo. Anzi.

                Di documento in documento. In realtà, verso la fine del suo pontificato Paolo VI ha cercato un modo per andare a fondo della questione e ha incaricato il gruppo internazionale di studiosi che formava la Pontificia Commissione Biblica di esaminarla dal punto di vista del fondamento scritturistico. Capiva infatti che, di fronte alle pressioni del femminismo, gli argomenti tradizionali su cui da molti secoli si fondava l’interdetto — la responsabilità di Eva e, con lei, di tutte le donne nell’aver fatto entrare il peccato nel mondo e l’impurità cultuale delle donne a causa del sangue mestruale — sarebbero stati un boomerang. È però del tutto plausibile che il documento redatto dalla Commissione abbia deluso le aspettative del Pontefice, dato che nella Bibbia non è certo possibile rintracciare ragioni solide e definitive per sostenere l’esclusione delle donne dagli ordini sacri. Paolo VI ne vietò la pubblicazione e lo tenne nascosto. Se i suoi successori lo abbiano ritrovato, non ci è dato saperlo. Venuto alla luce solo nel 2015, è stato reso pubblico sulla rivista «Il Regno», ma senza che questo abbia provocato alcuna reazione ufficiale. Per mezzo secolo, invece, i tre pontefici che hanno guidato la Chiesa nel passaggio al terzo millennio non hanno fatto che confermare l’esclusione delle donne da ogni servizio all’altare. Praticata da sempre, l’esclusione era diventata ufficiale fin dal 1210 e poco più di sette secoli più tardi aveva trovato nel Codice di diritto canonico del 1917 la sua perentoria formulazione — «Solo i maschi battezzati possono ricevere gli ordini sacri» (Canone 968, § 1) —, per di più corredata da diverse altre prescrizioni che interdicono alle donne qualsiasi ruolo liturgico attivo.

                Il 15 ottobre 1976 Paolo VI ha approvato una Dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede (Inter insigniores), esplicitamente dedicata alla questione dell’ammissione delle donne al sacerdozio ministeriale che stabilisce il tracciato sul quale si muoveranno in seguito anche i suoi successori: nonostante le istanze del tempo siano ormai pressanti e nonostante le Chiese cristiane nate dalla Riforma abbiano accettato di conferire il ministero pastorale anche alle donne, la Chiesa cattolica «per fedeltà all’esempio del suo Signore, non si considera autorizzata ad ammettere le donne all’Ordinazione sacerdotale».

www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19761015_inter-insigniores_it.html

                Gli argomenti, che resteranno gli stessi anche in seguito, sono: Gesù e gli apostoli non hanno ordinato nessuna donna; se alcune comunità dei primi secoli lo hanno fatto, sono state ritenute eretiche e la tradizione della Chiesa è rimasta stabile al riguardo anche per le Chiese d’Oriente. Il combinato disposto di Scrittura e Tradizione, insomma, impedisce alla Chiesa di apportare modifiche a una prassi secolare.

                Non è possibile qui addentrarsi nelle singole argomentazioni per rilevarne la fragilità. Anche perché dal punto di vista storico è ormai chiaro che solo motivi apologetici e missionari hanno spinto le prime Chiese che si andavano formando e strutturando all’interno dell’Impero romano ad accettare il codice androcentrico di quel mondo. Gesù aveva rifiutato per la sua comunità discepolare qualunque forma di gerarchia, anche quella fondata sulla differenza tra i sessi, ma il patriarcato giudaico, prima, e in seguito quello greco-romano hanno invece improntato la struttura delle Chiese nascenti anche sul fondamento della gerarchia tra i sessi. Non c’è dubbio che duemila e più anni di patriarcato non si cancellano in un batter d’occhio, ma è ben possibile ritenere che, se le Chiese dei primi secoli hanno deciso di assumere una forma istituzionale che niente aveva a che vedere con il gruppo discepolare del Nazareno, possano fare altrettanto anche quelle del terzo millennio, come mostra l’esperienza delle Chiese nate dalla Riforma, o quella della Chiesa Veterocattolica formata in reazione alla proclamazione del dogma dell’infallibilità al Concilio Vaticano I (1870). Dal canto loro, le Chiese anglicane fin dagli anni Settanta hanno subito lacerazioni e defezioni proprio a causa della decisione di ammettere le donne al presbiterato e all’episcopato, fino al punto che alcuni loro pastori hanno chiesto di essere accolti nella Chiesa cattolico-romana e, poiché non hanno voluto rinunciare a mogli e figli, rappresentano una piccola enclave di clero cattolico sposato.

                Comunque, nel 1994 sarà Giovanni Paolo II a conferire all’esclusione delle donne dai ministeri un carattere ancora più deciso con una Lettera apostolica sull’ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini (Ordinatio sacerdotalis). Il suo rifiuto è senza appello.

www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_letters/1994/documents/hf_jp-ii_apl_19940522_ordinatio-sacerdotalis.html

Fino al punto che il Pontefice avrebbe voluto farne materia di un pronunciamento infallibile, ma, probabilmente su suggerimento dell’allora cardinale Ratzinger, si convinse ad accettare una formulazione meno deflagrante: «Dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa». Nel 1998 Ratzinger non farà che confermare la linea: la sua affermazione che il sacerdozio «è una realtà che precede la volontà della Chiesa, una volontà precisa del Signore stesso e la Chiesa non può far altro che obbedire nell’obbedienza della fede», creerà però un certo sconcerto tra molti teologi per i quali la struttura ministeriale della Chiesa non è di diritto divino, ma un portato delle epoche storiche. La dura presa di posizione di Giovanni Paolo II può stupire, perché sei anni prima lo stesso Karol Wojtyła aveva scritto la Lettera apostolica sulla dignità e la vocazione della donna (Mulieris dignitatem) ed era così entrato nell’immaginario collettivo come il Papa delle donne.

www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_letters/1988/documents/hf_jp-ii_apl_19880815_mulieris-dignitatem.html

 In realtà, riprendendo appieno la posizione di Paolo VI, egli conferma che la linea da tenere è quella di sempre, ma con ancora maggiore enfasi di sempre. All’esaltazione della donna in nome del riscatto che Maria ha pagato per il peccato di Eva, non corrisponde però l’ascolto delle donne reali, delle loro fatiche e delle loro aspettative; all’idealizzazione della donna e alla magnificazione delle sue virtù corrisponde invece la sua esclusione da ogni riconoscimento ministeriale.

                Per quanto riguarda il Codice, la formulazione del 1917 verrà confermata dalla nuova versione del 1983 e verrà addirittura inasprita da Benedetto XVI e poi da Francesco che, tra i delitti «più gravi», cioè accanto alla pedofilia e alla pedopornografia, hanno inserito nel Codice il reato canonico di ordinazione sacerdotale di una donna, punito con la scomunica automatica sia del vescovo che la compie che della donna che la riceve. È pur vero, però, che Francesco sembra fare un passo, se non in avanti almeno di lato, quando ha recentemente accettato che la prassi già messa in campo da molti vescovi in tutto il mondo di affidare il ministero di «lettore» e di «accolito» — cioè assistente all’altare — anche alle donne, superi l’occasionalità e venga considerata stabile e istituzionalizzata.

                Sarebbe complesso spiegare le sottigliezze con cui Francesco argomenta questa modifica del Diritto canonico. Sta di fatto, però, che la sua decisione rende palese che il Diritto canonico può essere modificato anche sul delicato punto dell’impedimento ai ministeri in ragione dell’appartenenza sessuale. Tutto questo provoca un crescente malessere. Da tempo, poi, la situazione è ormai sfuggita di mano perché alcuni vescovi hanno cominciato a ordinare, incorrendo così nella scomunica da parte di Roma, donne al sacerdozio e all’episcopato avviando una forma di successione apostolica inclusiva delle donne che Roma considera invalida. Dal sito del movimento Roman Catholic Women Priest (Rcwp) è possibile vedere che l’esercizio del ministero presbiterale da parte di molte donne è già un fatto. Anche se la maggioranza di vescovi e fedeli non accetta di imboccare la strada della rottura, il disagio è ormai vistoso: basta pensare ai vescovi dell’Amazzonia e alla loro richiesta — respinta da Francesco — di ordinare alcune donne almeno al diaconato, oppure all’istanza che i partecipanti al cammino sinodale della Chiesa di Germania hanno intenzione di presentare a Roma perché accetti di ammettere le donne all’ordinazione ministeriale.

                Maria e Pietro. Fa da sfondo al reiterato rifiuto del sacerdozio alle donne una concezione della differenza sessuale e di genere divenuta convenzionale nell’immaginario clericale. In «gergo» si chiama «il principio mariano-petrino» e altro non è che la trasposizione teologica del bipolarismo maschile-femminile. Paolo VI lo riprende nella Marialis cultus,

www.vatican.va/content/paul-vi/it/apost_exhortations/documents/hf_p-vi_exh_19740202_marialis-cultus.html

Giovanni Paolo II lo assume e lo rilancia nella Mulieris dignitatem ↑, Benedetto XVI se ne serve addirittura per spiegare senso e valore della porpora cardinalizia e Francesco lo ha immediatamente utilizzato per chiarire cosa debba significare una Chiesa composta di donne e uomini. Come tutti i bipolarismi, anche quello maschile-femminile ha facile presa perché ingabbia la complessità dentro uno schema e genera stereotipi: a una lettura simbolica, le figure evangeliche di Pietro e Maria possono trasformarsi in princìpi a cui la Chiesa deve la sua stessa costituzione unitaria perché nella sua essenza la Chiesa è insieme «mistico-mariana» ed «apostolico-petrina». Il principio mariano rimanda infatti alla caratterizzazione «materna» e «domestica» del femminile, conseguente a una comprensione antropologica e sociale della sessuazione femminile in termini di interiorità, accoglienza e nascondimento; mentre il principio petrino richiama quanto, nel sistema simbolico patriarcale, caratterizza il maschile, cioè forza, autorità, potere. Tra loro ben distinti, i due principi garantiscono che la Chiesa sia in grado di assicurare a donne e uomini l’esercizio di ruoli e funzioni conformi alla loro essenziale differenza. All’apice di una tale costruzione simbolica c’è però un inatteso ribaltamento di prospettiva che mira di nuovo all’esaltazione del femminile: ogni istituzione e ministero, anche quello di Pietro e dei suoi successori, è «compreso» sotto il manto della Vergine, la struttura ecclesiastica apostolico-petrina è ordinata alla santità di cui Maria è figura esemplare, la mistica mariana precede e include la ministerialità petrina. Per dirla con Papa Francesco: le donne non devono ambire a ministeri ecclesiastici perché Maria è comunque più importante di qualsiasi cardinale.

                Inutile dire che da più di un secolo, da quando cioè le scienze umane hanno messo a nudo la fragilità definitoria di quanto va ritenuto «maschile» o «femminile» e da quando il pensiero femminista ha smascherato come androcentrica e patriarcale la subordinazione tra i sessi, tanto la visione antropologica cattolica che le sue ricadute sul piano dell’organizzazione ecclesiastica sono oggetto di riflessione e di discussione. Ben sapendo che una millenaria tradizione intellettuale, se viene assunta con rispetto, ma anche con lucidità, porta sempre già in sé stessa germi di futuro.

   Marinella Perroni ¤ 1947, teologa e biblista       “la Lettura” 6 marzo 2022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202203/220305perroni.pdf

 

Ministeri ordinati alle donne? “Non sono un diritto”. Dibattito suscitato dal simposio sul sacerdozio

                Al simposio sul sacerdozio svoltosi in Vaticano dal 17 al 19 febbraio (v. Adista Notizie n. 7e 8/22), organizzato dalla Congregazione per i vescovi insieme al Centro di ricerca e di antropologia delle vocazioni, dal titolo “Per una teologia fondamentale del sacerdozio”, è stato dato spazio anche alla questione dei ministeri femminili, con la presenza, in particolare di suor Alessandra Smerilli, docente di economia politica e statistica presso la Pontificia facoltà di scienze dell'educazione Auxilium e della teologa Michelina Tenace, docente di Teologia Dogmatica all'Università Gregoriana e a capo del dipartimento di Teologia fondamentale nel 2018, che ha fatto parte della prima commissione di ricerca sul diaconato delle donne nella storia della Chiesa. Il suo intervento sulla presenza delle diaconesse nella storia, ma focalizzato soprattutto sulla opportunità o meno di ordinarne, oggi, è stato molto applaudito dal pubblico in Vaticano, ma ha suscitato perplessità e prese di distanza all’esterno, soprattutto per le argomentazioni che portano, di fatto, a un “no” ai ministeri femminili se vengono chiesti dalle donne anziché offerti dalla Chiesa, e se sono vissuti come un diritto. Vogliamo rendere conto delle reazioni suscitate da questa posizione, presentando il contenuto integrale dell’intervento di Michelina Tenace, trascritto così come è stato pronunciato in Vaticano (autorizzato dall’autrice), un intervento della filosofa e teologa femminista Paola Cavallari, presidente dell’Osservatorio Interreligioso sulle violenze contro le Donne (OIVD), un articolo pubblicato da Andrea Grillo, docente di Teologia dei sacramenti e Filosofia della Religione a Roma, presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo e Liturgia a Padova, sul suo blog Come se non (23/2)  Vedi newsUCIPEM n. 899, 27 febbraio 2022, pag. 30

 nonché un breve intervento di Paola Lazzarini, presidente di Donne per la Chiesa, apparso sulla sua pagina Facebook.

Redazione          Adista   3 marzo 2022

www.adista.it/articolo/67654

Ambiguità e capovolgimenti

                Nel discorso di Michelina Tenace al Simposio internazionale “Per una teologia fondamentale del sacerdozio”, si possono cogliere quali siano le “competenze scientifiche” che le donne dovrebbero dimostrare di possedere per essere introdotte ( anche se in ruoli comunque non primari, non potendo accedere al sacerdozio ordinato) nelle sublimi stanze del Vaticano; affinché non si dica che la Chiesa cattolica rifiuti di aprirsi alle donne, deturpando la sua immagine. La questione non riguarda tutte certamente. Ma, in questi frangenti, non poche volte accade di vedere in azione il dispositivo magico dell’“autoinganno”, e con questo termine intendo «La tentazione per le studiose donne di identificarsi con il punto di vista maschile è forte e gli svantaggi per non farlo spesso intimidiscono le donne in un autoinganno». (Mary Daly 1928-2010, Gyn-ecology). Il testo non brilla di limpidezza. L’indecidibilità semantica di alcuni passaggi sospinge a una lettura che dischiude contenuti divergenti. Ma tant’è, non ho spazio per la disamina di tali ambivalenze. La teologa usa spesso le sue argomentazioni per operare un capovolgimento di determinazioni o evidenze storiche che hanno punteggiato l’universo della Chiesa cattolica; tecnica cara negli ambienti clericali, come ci ha dimostrato la teologia femminista.

                Per esempio: Tenace inneggia al “non fallimento” della Commissione istituita nel 2016 da papa Francesco sul diaconato femminile. «È stato un evento che si voleva all’interno – scrive – della riflessione teologica della Chiesa cattolica e perciò, ribadisco, non ha fallito il suo compito, ha avuto ripercussioni di cui abbiamo cominciato a vedere i primi segni: il motu proprio Spiritus Domini del 2021… Fuori di questa ottica di ricerca interna, il compito della commissione è stato inteso in un modo riduttivo e improprio, come se si trattasse di trovare gli argomenti storici per ripristinare un ministero femminile attestato con la parola diaconessa nei primi secoli…». Contrordine sorelle e fratelli! Avevamo letto e ascoltato che gli argomenti storici fossero il fondamento da cui partire. L’Osservatore romano del 9 maggio 2020, nell’articolo di Giorgia Salatiello sul diaconato femminile, scrive: «Il primo livello [della commissione] è quello di un’accurata ricostruzione storica capace di documentare quella che, riguardo al diaconato delle donne, era la reale situazione delle prime comunità cristiane, situazione che, come ormai è risaputo, non era omogenea e presentava prassi distinte a seconda dei contesti». Aggiungo poi un dato non di poco conto: perché attribuire il merito delle «ripercussioni» (positive , sottintende il testo) unicamente all’operato della commissione? Perché vedere «l’apertura» come esito tutto interno all’ istituzione e ignorare completamente la spinta dal basso delle donne battezzate, consapevoli dei loro carismi, che da qualche anno premono con determinazione per annunciare la loro insostituibile soggettività nella casa del popolo di Dio? Nulla! Per non parlare poi dei fortissimi limiti costitutivi del motu proprio Spiritus Domini,

www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/papa-francesco-motu-proprio-20210110_spiritus-domini.html

che la Tenace valuta tout court come segno di indubbio avanzamento. Sulle ombre nel documento, che perseverano nel depotenziamento delle donne battezzate, mi sono già espressa in un articolo su questa rivista, a cui rimando (Adista Notizie, n. 3/21). Ribaltamento, dicevo.

                Un altro esempio: Michelina Tenace afferma: «Uomo e donna sono due realtà che esprimono una diversità complementare rispetto al generare: secondo il proprio genere gli uomini generano, le donne mettono al mondo; così, simbolicamente, uomini e donne partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo che la Chiesa ha affidato a coloro che generano, in virtù del sacerdozio ministeriale, e a coloro che mettono al mondo, in virtù del sacerdozio comune, in una reciproca dipendenza e sostegno». Un florilegio! Che uomini e donne partecipino – equamente- dell’unico sacerdozio di Cristo è una espressione che rimane flatus vocis demagogico se non viene sostanziato da gesti, azioni, atteggiamenti complessivi che la rendano “vera”, sperimentabile, siano parole da cui mente cuore si sentono “toccati”; e non rappresentino piuttosto un “sepolcro imbiancato”. Gesù è il primo a insegnarci che non sono «coloro che dicono e non fanno» a realizzare la volontà del Padre. Eppure la storia si ripete proprio nelle stesse modalità con cui il maestro ha denunciato l’ipocrisia dei dottori della Legge. La frase maschera quella differenza ontologica – che la dottrina non si stanca di ribadire – che intercorre tra sacerdozio ordinato e sacerdozio battesimale, differenza che si traduce in ordine gerarchico; il primo godendo dell’esercizio di funzioni sacramentali esclusive a cui si affianca l’attributo dell’alter Christus. Privilegio escludente: una ministerialità riservata all’uomo (maschio) celibe

                 Altro punto chiave: la complementarietà tra uomo e donna, citata dalla teologa,  un topos [argomento dialettico o retorico] archetipico della ecclesiologia cattolica, utilizzato come grimaldello “sentimentalistico” nel quadro della pastorale di coppia, cifra di un accordo dove ogni parte contribuirebbe alla funzionalità e al benessere dell’unione sponsale. Ma le cose non stanno così: parlare di complementarietà è mistificante e ipocrita, perché la parte riservata alla donna si colloca nella dimensione oblativa verso il partner maschio e verso i figli, una dedizione che quasi sempre diviene un ruolo ancillare, da cui ella non sfugge nemmeno se svolge anche una professione o un impiego all’esterno della famiglia. «La funzione del nutrire e la tenerezza non esauriscono le capacità delle donne e non sono neppure la naturalità e l’istinto a definire la natura delle donne… E neppure si può equiparare esclusivamente il femminino alla maternità, all’affettività… alla verginità, alla Vergine Maria o all’archetipo femminile» (Elizabeth A. Johnson ¤1941, (suora femminista ,Colei che è) perché tale rappresentazione sarebbe una amputazione delle potenzialità delle donne, un dispositivo a favore del privilegio maschile e soprattutto una perdita per tutta la comunità. I tentativi per evadere da tale confinamento sovente sono “controllati” da un guardiano della suddetta “complementarietà”: le intimidazioni, gli asservimenti psicologici oltre che materiali (esperte parlano di tecniche di tortura), e infine il femminicidio non sono fenomeni del passato. Più spesso non c’è bisogno di nessun guardiano, perché la costruzione dominante dell’identità femminile ha già provveduto istillando l’autocensura.

                Allo squilibrio materiale e simbolico e all’onere sulle spalle della donna che sconfessa la retorica dell’armoniosa complementarietà, la Chiesa risponde con il mito sacrificale femminile. All’assetto clericale e sessista la Chiesa non sa, nonostante l’Evangelo, rinunciare. Non scardina la visione del mondo profondamente dualistica, dove il maschio sta alla femmina come l’autonomia alla dipendenza, la pienezza al vuoto, il dinamismo attivo alla passività. In tale disciplinamento di corpi e menti, le donne non possono essere compensate con enunciati idolatrici, nella riproposizione del modello «dell’esaltazione immaginaria della donna ma della sua insignificanza storica» (Virginia Woolf 1882-1941). La secolare strategia di indurre le donne ad affidarsi al clero (pena la loro reputazione), la proclamazione di parole “alte” che le riguardano, creando rappresentazioni ideali che mistificano la realtà, si rivela uno storpiamento della fede a bei discorsi, smentiti poi nella pratica: quindi non solo fasulli, ma paternalistici e strumentali a logiche di dominio e oppressione. Ciò contro cui Gesù ha agito.

                Ultimo punto: si dice «Uomo e donna... esprimono una diversità complementare rispetto al generare: secondo il proprio genere gli uomini generano, le donne mettono al mondo» (ripetuto due volte nella relazione). Perché l’autrice non esplicita chiaramente le due categorie usate: il generare e il mettere al mondo? L’enunciato è ambiguo; inquietante per le risonanze che suscita. Cosa si intende per generare vs. mettere al mondo? Quali sono le valenze differenziali tra l’uno e l’altro? Siamo usciti dalla logica della donna contenitore e del seme maschile vero generante, immortalata da Aristotele, da lui trasmessasi poi alla patristica e giù giù per secoli alla dottrina ufficiale della Chiesa? Che il generare sia attributo dell’uomo, come osserva Tenace, evoca – ma spero di sbagliare – un allineamento con le posizioni di Tommaso d’Aquino [1225-1274]: «Rispetto alla natura particolare, la femmina è un essere difettoso e manchevole. Infatti la verità attiva racchiusa nel seme del maschio tende a produrre un essere perfetto, simile a sé, di sesso maschile. Il fatto che ne derivi una femmina può dipendere dalla debolezza della virtù attiva, o da una indisposizione della materia, o da una trasmutazione causata dal di fuori, per esempio dai venti australi che sono umidi, come dice il filosofo» (Sth q. 92, a. 1 ad 1). Sono archetipi assai radicati, caparbi, resistenti; la disumana pratica dell’utero in affitto (che la Chiesa contrasta) ne è testimone. Lo sforzo per la decostruzione delle logiche androcentriche racchiuse nelle dottrine e nelle prassi delle Chiese, compiuto da donne credenti consapevoli, disseminate in tutte le Chiese cristiane, è stato enorme e ha dato frutti immensi. Alla base si annida il dono di un “talento” che è fiorito e continua a germinare: il talento dell’intelligenza del cuore; esso audacemente smonta ogni impalcatura teologica immiserente, che si traveste dell’autorità di Parola “vera”, ma che invece rinnega il “fare la verità”. C’è chi queste cose le ha dette meglio di me: «Io credo in Dio... negli insegnamenti dell'Evangelo... aderisco con l'amore alla verità perfetta... Non riconosco alla Chiesa alcun diritto di limitare le operazioni dell'intelligenza o le illuminazioni d'amore nell'ambito del pensiero. Le riconosco la missione... ma soltanto a titolo di indicazione. Non le riconosco il diritto di imporre i commenti di cui circonda i misteri della fede come se fossero la verità;... e tutto ciò senza preoccupazione alcuna di un possibile accordo o disaccordo con l'insegnamento dogmatico della Chiesa”. Simone Weil, [1909-1943] Lettera a un religioso.

Paola Cavallari¤ 1950 Adista doc. 03 marzo 2022

https://www.adista.it/articolo/6765

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GOVERNO

Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile

                L’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile ha svolto i lavori della terza seduta plenaria il 28 febbraio 2022. L’Osservatorio è un organismo governativo ricostituito, nella sua rinnovata e più ampia partecipazione, con decreto del 12 gennaio 2021

https://famiglia.governo.it/media/2689/dm-12-gennaio-2021-oss-pedofilia.pdf

e lo stesso si è insediato il 18 maggio 2021. La seconda riunione plenaria si è tenuta il 24 giugno 2021.

                Tra i compiti dell'Osservatorio, vi sono l'elaborazione del nuovo Piano nazionale di prevenzione e contrasto dell’abuso e dello sfruttamento sessuale dei minori, che dovrà innestarsi nel 5° Piano nazionale di azione e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva, nonché la raccolta di dati statistici sul fenomeno, da far confluire nella banca dati istituita in seno all'Organismo.

https://famiglia.governo.it/media/2647/secondo-testo-5-piano-infanzia.pdf

Il Piano nazionale di prevenzione e contrasto dell’abuso e dello sfruttamento sessuale dei minori si articolerà in priorità di azioni e obiettivi strategici e sarà declinato in azioni specifiche, coerenti con gli impegni assunti anche livello internazionale ed europeo, con particolare riferimento agli impegni dell’Italia derivanti, in particolare, dalla ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla protezione dei minori dall’abuso e dallo sfruttamento sessuale (Convenzione di Lanzarote 2007).[ratificata dal Parlamento L. 1 ottobre 2012]

                https://leg16.camera.it/561?appro=517

                Ai fini della sua elaborazione, all'interno all'Osservatorio sono stati costituiti appositi gruppi di lavoro tematici, dedicati

¨       Iniziative di sensibilizzazione e formazione;

¨       Interventi in favore di vittime ed autori;

¨       Sicurezza nel mondo digitale;

¨       Sviluppo e condivisione banche dati.

                Le attività dei gruppi ad hoc si sono svolte attraverso la nomina di un componente di riferimento con funzioni di coordinatore, e con l’organizzazione di incontri e audizioni di esperti. Per scandire il ritmo dei lavori e svolgere un resoconto al Dipartimento, oltre alle sedute plenarie, si sono tenute riunioni dei coordinatori in occasione delle quali è stato riportato lo stato dell’arte delle rispettive attività. L'obiettivo è quello di adottare e presentare il Piano in occasione della Giornata nazionale per il contrasto della pedofilia (5 maggio) nel primo semestre del 2022.

                Dipartimento delle politiche per la famiglia                       1° marzo 2022

https://famiglia.governo.it/it/politiche-e-attivita/comunicazione/notizie/osservatorio-per-il-contrasto-della-pedofilia-e-della-pornografia-minorile

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PARLAMENTO

Arriva lo Ius Scholæ cittadinanza italiana dopo 5 anni sui banchi

                Per gli 800 mila bambini stranieri che frequentano le nostre scuole e per le loro famiglie si accende

un'esile luce di speranza: dall'oblio in cui era finita, quando nella scorsa legislatura si era andati vicini all'approvazione, riemerge la legge sulla cittadinanza. Ribattezzata stavolta "ius scholæ" dal presidente della Commissione Affari Costituzionali, Giuseppe Brescia, che ne è relatore. Ovvero, dare la cittadinanza ai minori (i maggiorenni nati in Italia possono già richiederla) che siano stati almeno cinque anni tra i banchi di scuola: agganciare la cittadinanza a un percorso scolastico e riconoscere alla scuola il ruolo di agenzia di integrazione. Questa la chiave.                                                                 www.camera.it/leg18/126?tab=&leg=18&idDocumento=0105

www.camera.it/leg18/995?sezione=documenti&tipoDoc=lavori_testo_pdl&idLegislatura=18&codice=leg.18.pdl.camera.105.18PDL0005420&back_to=https://www.camera.it/leg18/126?tab=2-e-leg=18-e-idDocumento=105-e-sede=-e-tipo=

                La prossima settimana, primo voto sull'adozione del testo base di Brescia.

www.camera.it/leg18/824?tipo=A&anno=2022&mese=03&giorno=03&view=&commissione=01#data.20220303.com01.allegati.all00010

                In commissione sulla carta ci sono i numeri per farlo passare, con Pd, Leu, 5Stelle e Iv. In aula alla Camera pure, grazie anche a qualche voto dei liberal di Forza Italia. Al Senato sarà più dura. Una versione "minimal" rispetto allo ius soli, ma che accontenta il Pd: dopo il placet di Enrico Letta arriva anche quello di Matteo Orfini, che aveva ripresentato uno dei tre testi in commissione, insieme a Laura Boldrini e Renata Polverini di Fi. La quale dice di riconoscersi in questo testo, malgrado dal Senato suoi colleghi come Maurizio Gasparri già sparino a zero. «Per noi va bene – dice Orfini – questo testo base è quello che noi avevamo chiamato "culturæ", anche se ridotto: ma pur di vederlo approvato va bene anche questo, cercheremo di migliorarlo». Ma la mediazione di Brescia non piace alla Lega. L'uomo forte di Salvini, Igor Iezzi, ha subito alzato un muro: «È uno ius soli mascherato, non passerà mai». Lo scontro in aula è garantito, malgrado uno dei tanti sondaggi mostri che quasi 7 italiani su 10 sarebbero favorevoli a dare la cittadinanza ai figli di immigrati che frequentano le scuole con i loro figli. In Francia, Germania, Regno Unito, Irlanda, per non dire in America, lo ius soli in varie forme è realtà da un pezzo, in Italia no. Esiste solo lo ius sanguinis, ovvero concedere a stranieri nati ovunque nel mondo di farsi dare la cittadinanza in forza di un lontano parente, anche trisavolo, italiano. Pur senza conoscere la nostra lingua. «Parliamo di una battaglia nobile – dice Bresciache non va strumentalizzata. Ci sono migliaia di ragazzi e ragazze, feriti dai fallimenti del passato, che aspettano. Questo modello ha a che fare con la scuola e con il percorso di integrazione che può offrire. Con questa proposta diritti e doveri camminano insieme».

                Carlo Bertini      “La Stampa” 4 marzo 2022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202203/220304bertini.pdf

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RIFLESSIONI

Altrimenti. Se il conflitto unisce le Chiese

                Anche se non abbiamo il coraggio di dirlo con chiarezza, questa guerra in Ucraina è anche nutrita da una lunga inimicizia confessionale tra le Chiese che compongono il mosaico orientale del cristianesimo, il cristianesimo slavo. Conosco in modo diretto le diverse posizioni religiose che con gli anni hanno creato una situazione conflittuale nella quale hanno contribuito le istanze nazionaliste anche estreme. In questi decenni abbiamo sempre sottovalutato l’accendersi di tensioni, di azioni di violenza e di scismi tra le Chiese. L’identità religiosa e l’identità nazionale formano un’unica pericolosa miscela, e occorre riconoscere che, in questo lembo d’Europa, la fede cristiana non è mai riuscita a separare questi elementi esplosivi. Così si è giunti a una situazione che ha provocato l’invasione dopo una tempesta di false notizie che aveva lo scopo di impedire che l’inizio del conflitto fosse imputato a una delle parti. L’Europa ha tentato una via di neutralità, la più facile, ma senza che si alzassero voci politiche capaci di realizzare vie di pace. Tutte le Chiese implicate nel conflitto non sono state capaci di una parola di pace giusta. E non è bastato che si levasse la voce del Papa, che egli scegliesse di umiliarsi con un gesto inedito andando a far visita all’ambasciatore della Federazione Russa per manifestare la propria angoscia. Vi è da segnalare però un gesto importante, passato quasi inosservato: il metropolita Onufry, primate della Chiesa ortodossa ucraina (fedele al patriarcato di Mosca), si è espresso contro l’invasione pregando per il popolo ucraino, e dichiarando è una guerra fratricida. Così tutte le Chiese ortodosse, russa e ucraina, e perfino la chiesa cattolica latina, per la prima volta si sono espresse concordemente. Continuiamo a ripetere che la guerra è una follia, ma poi rifacciamo la guerra senza conservare viva la memoria della morte che essa produce su inermi innocenti che chiedono solo di vivere.   Preghiamo sempre: “Disarmiamoli! Disarmiamoci!”, ma questa guerra mondiale a pezzi continua a ripresentarsi. Se la guerra è qui in Europa le nostre coscienze sono più turbate, ma la verità è che i focolai di guerra non si sono mai spenti spostandosi di terra in terra, e che le armi le forniamo noi. Stanchi nella nostra impotenza, siamo frustrati dalle fake news che si abbattono su di noi come una tempesta e facciamo sempre più fatica a credere che l’umanità non voglia più la guerra. Sembra invece che la guerra sia la più potente seduzione dei popoli, e che neanche le Chiese l’abbiano capito, nonostante l’eredità ricevuta da Gesù che si era preoccupato di una sola cosa: l’amore fraterno, la riconciliazione, l’unità dei credenti.

Enzo Bianchi      “la Repubblica” 28 febbraio 2022

www.repubblica.it/rubriche/2022/02/28/news/altrimenti__se_le_guerre_uniscono_le_chiese-339587199

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SACERDOZIO E SINODO

Il presbitero secondo il rito di ordinazione /4

                Nel suo ultimo intervento Simone Bellato tira le fila dei suoi tre precedenti post, identificando una serie di “tensioni” nel modo di pensare e di vivere il ministero presbiterale. Un bel contributo al dibattito sulla teologia del ministero, anche in prospettiva sinodale: di queste pagine lo ringrazio di cuore (ag)

                Il presbitero: In Cristo per edificare il Suo Corpo che è la Chiesa

                Una risposta affermativa e tre tensioni di cui farsi carico.  di Simone Bellato

                Procediamo dal nostro punto di partenza: l’articolo in cui il prof. Andrea Grillo

Vedi news Ucipem n.895,30 gennaio 2022, pag.40

www.cittadellaeditrice.com/munera/la-riduzione-di-sacerdozio-ed-eucaristia-due-vere-questioni-per-la-riforma-della-chiesa

parlando del legame del presbitero con l’eucaristia, osservava che la riduzione del suo profilo pastorale e liturgico fosse direttamente connessa al ridursi della concezione della realtà eucaristica alla sola consacrazione. Così abbiamo accolto questo stimolo chiedendoci se, almeno dal punto di vista teologico-rituale, questo riduzionismo fosse superato.

                Dopo i tre articoli di analisi del rito, la risposta risulta essere affermativa. Il rituale in ogni sua parte, financo nella benedizione finale, tiene a situare la ricchezza dell’agire del presbitero del Nuovo Testamento, nella conformazione alla vita del Cristo storico: maestro, pastore e sacerdote, di cui l’eucaristia è sacramento. Il sacrificio eucaristico, infatti, è la sintesi più compiuta, l’ermeneutica uniformante della vita di Cristo come offerta continua di sé al Padre, a cui il presbitero chiede di essere conformato con l’aiuto dello Spirito Santo.

                In definitiva: il rituale mostra chiaramente che il presbitero non è ordinato per conficere eucharistiam ma per diventare ciò che celebra; e non per un qualche esercizio ascetico o chiamata alla santità particolare, ma in quanto via, per la quale ogni cristiano e il presbitero in particolar modo, può edificare il Corpo di Cristo che è la Chiesa. Il rituale post-conciliare, muove pertanto da questa prospettiva: il presbitero è ordinato perché, chiamato da Cristo a collaborare con un Vescovo, possa edificare la Chiesa. È questa la causa finale che muove quella iniziale, cioè, la chiamata di Cristo. La novità è nel riconoscimento che questo fine può raggiungersi con vari strumenti mutuati dalla vita di Cristo stesso: annuncio della buona novella, agire sacramentale, preghiera di intercessione per una porzione di popolo di Dio e per l’umanità intera, questo nella continua e sempre più piena offerta a Dio Padre della propria vita, proprio come ha fatto Cristo ogni giorno della sua esistenza terrena.

                La via, dunque, per smarcare il presbitero da una identificazione con una visione ristretta dell’eucaristia è la stessa segnata per ogni cristiano: la conformazione a Cristo secondo la propria elezione e il proprio stato di vita. Non può essere un sacramento soltanto a definire la vita di un cristiano, qualunque sia il suo stato, ma la vita stessa di Cristo, Figlio del Padre, alla quale il dono dello Spirito Santo dona la grazia di partecipare secondo modalità particolari e differenti per ogni uomo e donna.

                A fronte di queste conclusioni che il rito espone con estrema chiarezza, emergono alcune tensioni che riportiamo di seguito.

                1. Prima tensione: elezione e collaborazione. Nella prima domanda agli eletti il rito chiede al presbitero se vuole cooperare (cooperatores) con i Vescovi per servire il popolo di Dio sotto la guida (duce) dello Spirito Santo. Questo esplicita ciò che nella prassi spesso diventa una tensione. È possibile infatti che lo Spirito Santo guidi il presbitero ad un agire o a prediligere una certa azione pastorale, e il Vescovo desideri la collaborazione del presbitero per qualcos’altro. Nonostante il rito espliciti che il primato nella conduzione (duce) sia dello Spirito, nella prassi è quasi sempre il Vescovo a decidere, anche perché, nel clero secolare è raro che un Vescovo si curi di dove il presbitero si senta guidato dallo Spirito Santo oppure che il presbitero sia cosciente del dono a lui fatto dallo Spirito, o che tale discernimento sia fatto insieme. I motivi di tale prassi, sono forse da ricercare nella distinzione tra foro interno ed esterno che nel sacerdozio secolare è molto rilevante, ma anche nella errata interpretazione della guida dello Spirito Santo: si tende infatti a pensare che lo Spirito parli primariamente al Vescovo che ha la pienezza del sacerdozio e che dunque lui disponga dei suoi collaboratori secondo il fine che lo Spirito gli suggerisce, ma questo contraddice quanto in tutto il rito è detto: il presbitero riceve da Cristo la chiamata, è guidato dallo Spirito Santo e donato ad un Vescovo come collaboratore. Il primo governo del Vescovo dovrebbe essere quello dei doni dello Spirito Santo (carismi) che il Padre gli affida incarnati nei presbiteri e nei laici affidati alla sua cura.

                Da questo viene un’attenzione: essendo lo Spirito a guidare la Chiesa e ad associare collaboratori al Vescovo, quest’ultimo dovrebbe essere ben attento a comprendere il perché lo Spirito ha chiamato quella persona, cioè quale dono specifico (carisma) fa a quella persona, e a questo dovrebbe già fare attenzione durante la formazione in Seminario, in modo da considerare proprio lo sfruttamento di quel dono e di quella specifica chiamata, come il miglior aiuto e la migliore collaborazione all’opera che Dio sta facendo in una Diocesi. Come arrivare a questo e come armonizzarlo con le inevitabili necessità di ogni Diocesi è da discutere, ma il principio dovrebbe essere chiaro: è Dio che chiama qualcuno al presbiterato e lo pone sotto la guida dello Spirito, ed è in virtù di questa chiamata e di questa guida che il neo-ordinato è chiamato a collaborare con il Vescovo, che dunque dovrebbe essere ascoltatore attento della volontà di Dio espressa attraverso l’azione dello Spirito Santo nei presbiteri a lui donati, vigilando che questi seguano lo Spirito. Una tale attenzione potrebbe anche essere garanzia da tante crisi sacerdotali che originano spesso nel non senso della propria azione pastorale.

                2. Seconda tensione: presbitero e comunità. Il rito non sembra contemplare l’idea di un presbitero senza popolo a lui affidato (commisso). Questa motivazione ha probabilmente una base teologica nel fatto che Dio chiama il presbitero ad edificare la Chiesa; pertanto, ogni presbitero dovrebbe avere la sua porzione di popolo da edificare (e con edificare non è inteso solo il battesimo, ma come evidenziato nel terzo articolo la più ampia cura pastorale). Nella benedizione finale si chiede esplicitamente che Dio faccia del presbitero un «vero pastore». Cosa significa? Tutti i presbiteri dovrebbero essere parroci? Tutti i presbiteri dovrebbero avere una comunità di riferimento dove crescere nella paternità pastorale? Questa comunità deve essere fissa? Legata ad un luogo? E i presbiteri dei vari ordini religiosi che cambiano incarico, comunità, spesso Diocesi ogni 4 anni? E quelli che insegnano in università o che lavorano in qualche ufficio di curia e spesso si ritrovano a vivere in appartamenti da soli? Tutti questi stanno vivendo tutta la ricchezza che il rito esprime o sono nelle condizioni di adempiere gli impegni a cui hanno aderito? Sono domande che poniamo senza avere una risposta ma per suscitare un dialogo e problematizzare una questione nuova ed importante di cui si parla poco, il legame tra presbitero e comunità ecclesiale.

                3. Terza tensione: doni particolari o carattere? Il rito, nella preghiera di consacrazione utilizza per chiedere il dono dello Spirito Santo la parola innova, e lo fa ben a ragione. Se avesse utilizzato il vocabolo renova questo avrebbe avuto il senso di rinnovo di un dono già ricevuto (probabilmente nel battesimo e nella cresima), mentre con innova in visceribus sembra proprio riferirsi ad una realtà nuova che il presbitero sta ricevendo. Ma cosa sta ricevendo di preciso il presbitero in aggiunta al dono a lui fatto nel battesimo/cresima? Il rituale si sta riferendo a dei doni dello Spirito Santo che in quel momento gli vengono elargiti, o alla realtà del carattere? Oppure a entrambe? E queste due realtà, il carattere e i doni dello Spirito Santo in che connessione sono? il carattere è infatti una categoria tanto piccola quanto importante nella prassi pastorale, soprattutto nel battesimo dei bambini. Nel sentire comune sembra venire inteso come un “timbro sull’anima”, addirittura riconoscibile a Cristo e ai suoi angeli, e capace di donare al sacerdote uno statuto ontologico ab æternum (al modo di Melchisedeck). Proprio questo aspetto di differenza dai battezzati a livello “ontologico” può contribuire a quella concezione sacrale, separata, del presbitero dai battezzati, foriera di tanti problemi e tensioni che si riuniscono sotto la categoria del “clericalismo”.

                Ecco a noi sembra che una delle strade per curare e guarire questa relazione sia adeguare la categoria del carattere alla teologia post-conciliare attraverso un serio studio storico e teologico che dia la reale dimensione di tale dottrina, e che la metta in relazione con tutto l’apparato teologico dei sacramenti. Sarebbe inoltre da indagare tra le tante cose, la relazione del carattere nei tre gradi dell’ordine: Episcopato, Presbiterato e Diaconato. Per questi viene impresso il medesimo carattere, o tre caratteri diversi? Oppure lo stesso in tre gradi diversi? E diversi in che senso?

                Queste tensioni che affidiamo a questo tempo di ascolto sinodale ci aiutano a comprendere l’enormità del lavoro di adeguamento teologico che aspetta la Chiesa per i prossimi anni, se non secoli e che coinvolge ogni cristiano, per una teologia sempre più saldamente legata alla realtà, luogo che il Padre ha scelto per inviare il Figlio ad incarnarsi, ed in cui ha donato il Suo Spirito generando la Chiesa.

Un esempio virtuoso a tal proposito è la prassi in uso nella Compagnia di Gesù: proprio per l’attenzione alle mozioni dello Spirito che il metodo ignaziano impone, il candidato nella Compagnia apre la sua coscienza al provinciale svelando dove percepisce che lo Spirito lo stia conducendo e il superiore nel suo discernimento tiene conto di questo aspetto.

I precedenti tre testi in              www.cittadellaeditrice.com/munera/come-se-non/page/3/

Simone Bellato                blog: Come se non di Andrea Grillo                       28 febbraio 2022

www.cittadellaeditrice.com/munera/il-presbitero-secondo-il-rito-di-ordinazione-4-di-simone-bellat

Luigi Ciotti ¤1945, nel 1972 venne ordinato sacerdote dal cardinale Michele Pellegrino che, dietro sua richiesta, come parrocchia, gli affidò la strada, luogo – specifica – non di insegnamento ma di apprendimento e incontro con le domande e i bisogni più profondi della gente.

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SINODO

Mettere in rete esperienze, personali e aggregate, e aiutarle a respirare insieme a tutta la Chiesa

Il Sinodo per mons. Erio Castellucci

                Questa intervista è stata realizzata prima della catastrofe in Ucraina, e quindi le domande e le risposte non tengono conto dei drammatici eventi. Ma si percepisce, tra le righe, il desiderio appassionato di una Chiesa che sia sempre più vicino a chi soffre. “Ogni generazione vive attese, illusioni e delusioni. Certamente non tutti i desideri e i sogni troveranno realizzazione con il Sinodo”, dice mons. Castellucci. “Ma farsi scettici fin dall’inizio, sicuramente, non serve a nulla.”

                             Partiamo da una breve biografia per capire chi è mons. Castellucci.    Mons. Erio è Arcivescovo Abate di Modena–Nonantola-Vescovo di Carpi; Vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana; nonché Consultore della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi e Consultore della Congregazione per il Clero. Nato a Forlì l’8 luglio 1960, ha compiuto gli studi al Pontificio Seminario Regionale Flaminio Benedetto XV di Bologna, conseguendo il Baccalaureato in Teologia nel 198. Ha conseguito il Dottorato in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana nel 1988. Ordinato sacerdote il 5 maggio 1984, è stato Responsabile Diocesano della Pastorale giovanile; vicerettore del Seminario minore; preside della Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna; membro del Consiglio presbiterale e pastorale diocesano; assistente diocesano degli Scout AGESCI; vicario episcopale per la cultura, l’Università e scuola, la famiglia, i giovani e le vocazioni; è stato parroco di San Giovanni Apostolo ed Evangelista. È autore di numerose pubblicazioni ed articoli di teologia.

 

                Innanzitutto, grazie per il Suo tempo e complimenti per la nomina a membro del Gruppo di coordinamento nazionale del cammino sinodale. Ci può spiegare che compito ha questo Gruppo di coordinamento nazionale del Cammino sinodale costituito qualche settimana fa?

                Il suo compito è di proseguire il servizio svolto finora da una Commissione preparatoria, che avevamo scherzosamente chiamato “Commissione balneare” perché costituita a luglio scorso; si tratta di accompagnare i primi passi del Cammino sinodale italiano, che coincidono con la prima fase del Sinodo universale. L’intreccio fra le due proposte sinodali richiede un’attenzione particolare, per evitare sovrapposizioni e inutili appesantimenti. Di fatto il Gruppo sta incontrando tutti i referenti diocesani, che in Italia sono circa 400 (un paio per diocesi), i quali a loro volta coordinano i referenti sul territorio: parrocchie, associazioni, gruppi.

                Come sta vivendo il Cammino sinodale? Cosa sta osservando di nuovo in giro e che potrebbe suscitare un miglioramento della qualità della nostra vita comunitaria nell’ottica della comunione, della partecipazione, della missione?

                Sto vivendo il Cammino con realistico entusiasmo, perché vedo alcune cose nuove. Credo che papa Francesco, mettendo in Sinodo tutte le Chiese del mondo, voglia aiutarci a recuperare uno stile più evangelico. Non a caso Gesù operava “camminando con”, cioè appunto sinodalmente. E la metafora del percorso è la più adatta ad esprimere quello che il Signore fa con noi. Credo che sia proprio questo il “miglioramento” qualitativo che ci si può attendere. Non tanto un testo fantastico, e nemmeno un evento ben organizzato, ma uno stile più vicino alle persone. Sarà sicuramente necessario arrivare ad un testo, un documento finale da riconsegnare alle Chiese; e sarà importante organizzare bene degli eventi; ma quello che dovrà e potrà incidere è uno stile di prossimità alla gente. La capillarità della consultazione, che in Italia scandisce questo biennio, esprime proprio il desiderio di vicinanza.

                “Dare spazio ai giovani e aiutarli a ritrovare la primavera”. Questo il cuore del messaggio che lei ha rivolto alla città di Modena in occasione della festa del Santo patrono, San Geminiano. Che ruolo ha il cammino sinodale in questa ricerca di una nuova primavera per i giovani? Come fare? Cosa proporre?

                Il messaggio vuole essere in realtà un appello agli adulti perché ascoltino i giovani: sono proprio i giovani che ci aiuteranno a ritrovare la primavera. Non so se nel Cammino sinodale riusciremo a coinvolgere i giovani, anche al di là di quei pochi che partecipano attivamente alle attività comunitarie, ma credo che dovremo provarci: non però cominciando dal chiederci come parlare a loro, ma cominciando dall’ascolto di ciò che hanno da dirci. In questi due anni molti ragazzi hanno sofferto profondamente e ad alcuni la pandemia ha rubato la primavera: così ha scritto una ragazza. Perdere due o tre primavere a sedici anni non è come perderle a sessanta o settanta. Le primavere per gli adolescenti sono essenziali, perché hanno bisogno di aprirsi, uscire, stringere relazioni, “debuttare” nella società, fare sport, incontrarsi. Le pesanti limitazioni di questi anni rischiano di provocare lacerazioni profonde: e infatti il cosiddetto disagio adolescenziale è aumentato in modo consistente. Se ora noi adulti riuscissimo, con l’aiuto dei loro coetanei credenti e impegnati, a creare luoghi di ascolto, nei quali possano esprimersi liberamente – con parole, narrazioni, attività, espressioni artistiche o altro – credo che avrebbero molto da dirci e darebbero un contributo importante alla domanda di fondo del Sinodo: la Chiesa sta portando la gioia del Vangelo nel mondo?

                Il verbo “ascoltare” è una sorta di mantra del cammino sinodale. Se si sente il Papa o un facilitatore in diocesi, ci viene detto che la comunità si prende tempo per ascoltare veramente le persone. La Chiesa che ascolta diventa Chiesa che apprende, in un certo senso. In base alla sua esperienza, la Chiesa che è in Italia cosa deve essere disposta ad apprendere di più?

                Sì, papa Francesco ha impostato sull’ascolto non solo il Sinodo, ma la pastorale della Chiesa, perché è convinto che noi cattolici siamo “in debito di ascolto” nei confronti della società. In effetti nei nostri incontri pastorali, a tutti i livelli, prevale la preoccupazione per l’annuncio: forme, metodi, strategie, linguaggi: tutto giusto. Però rischiamo di dare per scontato che noi credenti, prima di tutti, abbiamo bisogno di essere evangelizzati. Altrimenti trasmettiamo noi stessi e non il Vangelo di Gesù. C’è chi tema che questa insistenza sull’ascolto esprima un adeguamento al mondo e alle sue mentalità sbagliate, come se ascoltare implicasse necessariamente avallare. Tutt’altro: ascoltare significa mettersi in sintonia con le domande autentiche, lasciarsi interrogare e completare, farsi aiutare a mettere a fuoco meglio il proprio pensiero e le proprie azioni. Chi si abitua ad ascoltare davvero gli altri, si abitua anche ad ascoltare davvero il Signore.

                Sempre rimanendo in questa dinamica di sviluppo, che passa dall’essere una “organizzazione che propone” ad essere una “organizzazione che apprende”, quale ruolo possono avere le donne? Sono maturi i tempi per rivedere il ruolo ed i compiti della donna all’interno della Chiesa?

                Le donne nella Chiesa sono la stragrande maggioranza nelle nostre comunità; se scomparissero, potremmo chiudere le attività catechistiche ed educative, ridurre al lumicino quelle liturgiche, annullare molti servizi caritativi e assistenziali. Il paradosso è che spesso la loro effettiva incidenza sulle decisioni comunitarie è inversamente proporzionale alla loro effettiva presenza. Sarà necessario approfondire le rispettive peculiarità, tra uomini e donne, senza cadere nella facile schematizzazione: agli uomini l’istituzione e alle donne il carisma. Papa Francesco sta inserendo delle donne in alcuni ruoli importanti della curia, e già san Giovanni Paolo II chiedeva che nei seminari vi fossero delle donne con compiti formativi. Sono due ambiti ristretti, ma simbolicamente importanti. Capisco bene che non si tratta semplicemente di parificare i compiti o di riscattare delle posizioni – non è questa la logica ecclesiale – ma si tratta, valorizzando le peculiarità femminili, di impostare un’esperienza di Chiesa più capace di ascolto e di accoglienza, di maternità e di accompagnamento. Una Chiesa-grembo – più importante di una Chiesa-ufficio – nella quale le donne possano offrire tutta la loro sensibilità e competenza.

                Cosa si sta facendo per comunicare l’importanza del cammino sinodale a quanti più battezzati possibile? Avete pensato qualche canale di comunicazione speciale con chi non va a Messa, pur sentendosi attratto dal Vangelo? E con chi non ha proprio idea di cosa sia un cammino sinodale?

                Le vie per proporre gruppi di incontro e di ascolto sono tante, e molte comunità stanno attivando creatività e fantasia. Personalmente confido molto nelle “case”, pur sapendo che in questo periodo non è ancora possibile avvertire l’ambiente domestico come luogo di accoglienza, a causa delle mascherine e del distanziamento. Ho però una piccola esperienza che mi conforta. A metà degli anni Novanta, nella diocesi di Forlì da cui provengo, il vescovo Vincenzo Zarri indisse un Sinodo costruito proprio con lo stile di quello di oggi: due anni di ascolto della gente e solo alla fine uno “strumento di lavoro” sul quale confrontarsi tra delegati. Ci fu una risposta inattesa: più di 1.300 gruppi, su 126 parrocchie, e circa 17.000 persone complessivamente coinvolte, in buona parte non praticanti. Emersero tante domande, richieste, critiche, suggerimenti, che portarono ad un’impostazione diversa della vita pastorale, pur con tante resistenze. Si moltiplicarono proposte di coinvolgimento, anche attraverso strumenti “non convenzionali” per le nostre comunità cristiane, come sit-in, feste in piazza, spettacoli, dibattiti. E non c’era ancora internet…

                Non c’è il rischio di confondersi tra cammino sinodale indetto dal Papa, il cammino sinodale delle Chiese italiane, i cammini sinodali o i “classici” sinodi attualmente in corso nelle Chiese particolari? Quali accorgimenti adottare per coordinare queste diverse espressioni di un unico momento ecclesiale di rinnovamento?

                Il gruppo di coordinamento sta monitorando le diverse situazioni, in modo da evitare intrecci troppo pesanti. Intanto la Cei ha scelto, ancora a maggio scorso, di far coincidere questo primo anno del Cammino sinodale italiano con il Sinodo universale. Se il Sinodo fosse un treno, si potrebbe dire che gli italiani – fedeli alla loro fama di “furbi” – in questo primo anno sono saliti su un vagone già preparato: ritmi, domande, proposte, celebrazioni e strumenti sono quelli predisposti dalla Segreteria del Sinodo mondiale. Poi a maggio scenderemo dal treno e, pur continuando ovviamente a collaborare con la Segreteria generale (ci sarà una fase continentale e poi una celebrazione a Roma), trasferiremo il nostro vagone su un altro binario: un secondo anno di ascolto “narrativo”, concentrato su alcune delle priorità che stanno emergendo in questi mesi, poi almeno un anno di discernimento (“fase sapienziale”) su quanto sarà venuto fuori nel biennio e infine una convocazione assembleare, in coincidenza con il Giubileo del 2025, in cui assumere anche decisioni audaci (“fase profetica”), per poi avviare un quinquennio di recezione nelle Chiese. Le diocesi che stanno già celebrando un Sinodo, o lo hanno appena concluso, non devono ovviamente ripartire, ma possono mettere a disposizione esperienze, idee e proposte.

                Amici e amiche, che hanno vissuto una giovinezza ecclesiale ricca, piena, sulla scia dell’attuazione del Concilio Vaticano II, mi hanno espresso remore e disillusioni verso il Cammino sinodale perché nulla cambierà: il clericalismo non morirà mai… Cosa possiamo rispondere loro? È vero che stiamo vivendo un periodo di “raffreddamento” nelle relazioni comuni tra battezzati?

                Ogni generazione vive attese, illusioni e delusioni. Certamente non tutti i desideri e i sogni troveranno realizzazione con il Sinodo, anche perché sono differenti tra loro e a volte contrastanti. Ripeto che il Cammino non va vissuto mirando solo alla meta, ma assaporando la bellezza del percorso stesso. Se un escursionista percorresse un sentiero puntando solo sull’arrivo al rifugio, e non anche sulla bellezza della via, si perderebbe la parte più densa dell’esperienza stessa. Non so cosa cambierà e se il clericalismo – di preti e laici – morirà mai; spero tuttavia che l’esperienza di ascolto reciproco, non solo tra cattolici e non solo tra battezzati, porti ad una crescita della fraternità: che sarebbe già un bel risultato. Farsi scettici fin dall’inizio, sicuramente, non serve a nulla.

                Un mio amico consacrato mi rivolge una domanda che Le porgo: a fronte delle ultime pubblicazioni sulla vita consacrata, quale valore ha la vita consacrata nel cammino sinodale che è in Italia? Solo come supplenza ai parroci? Oppure possiamo intravvedere un valore carismatico aggiunto? Come lo potremmo prospettare?

                Concepire la vita consacrata come supplenza dei parroci sarebbe una delle forme più gravi di clericalismo, che a volte affligge anche il ministero dei diaconi permanenti. Ci possono essere, nella Chiesa come dappertutto, momenti e fasi nelle quali uno “supplisce” la mancanza del titolare: avviene anche nella scuola, nello sport o nelle amministrazioni. Ma è un servizio temporaneo, che non può diventare definitivo e sistematico. Se non riusciamo a dare alle espressioni carismatiche un credito loro proprio, senza inserirle necessariamente nell’assetto istituzionale, significa che abbiamo un’’idea di Chiesa più organizzativa che spirituale. E forse è uno dei problemi del cristianesimo occidentale; in Oriente mi sembra che vi sia maggior respiro carismatico.

                Io mi sono formato nel Movimento Studenti di Azione cattolica. La peculiarità del Msac è quella di aggregare gli adolescenti in base alla condizione di studenti. Si è sinora trattato di una realtà luminosa, ma liminare, perché la base aggregativa è stata quella delle parrocchie, che negli ultimi decenni sono sempre meno frequentate dagli adolescenti. È possibile che il Cammino sinodale recuperi esperienze marginali come quella del MSAC che avrebbero qualcosa da offrire, visto il cambiamento d’epoca che stiamo vivendo?

                Sicuramente: però ho l’impressione che non debba essere il Cammino sinodale a recuperare esperienze come quella del Msac, ma che debbano essere gli studenti, con l’aiuto di qualche guida, a recuperare una soggettività che si inserisce anche nel Cammino sinodale. Il Sinodo, cioè, non è tanto un’entità che viaggia per forza propria, in grado di attivare automaticamente dei percorsi – qualcosa certo potrà fare – ma è una proposta che vorrebbe mettere in rete tante esperienze, sia personali sia aggregate, e aiutarle a respirare insieme a tutta la Chiesa. Tornerei comunque sull’appello, rivolto agli adulti, per creare luoghi di ascolto dei giovani, studenti compresi.

                A cura di Giandiego Carastro     by c3dem                           4 marzo 2022

www.c3dem.it/mettere-in-rete-esperienze-personali-e-aggregate-e-aiutarle-a-respirare-insieme-a-tutta-la-chiesa-il-sinodo-per-mons-erio-castellucci

Una Chiesa missionaria e in ascolto

                Per evangelizzare occorre essere prima evangelizzati ed essere plasmati nella vita dal Vangelo. La terza parola-chiave che deve contrassegnare il cammino sinodale, dopo la comunione e la partecipazione, è la missione! Così indicano tutti i documenti preparatori e così afferma con insistenza papa Francesco. Devo confessare, però, che questa parola – da un lato troppo abusata e dall’altro messa e dismessa negli ultimi decenni, sovente sostituita con “evangelizzazione” o “nuova evangelizzazione” soprattutto nella Chiesa italiana – mi appare indispensabile e, nello stesso tempo, troppo ambigua; parola carica di evocazioni, bagagli sovente ingombranti. In nome della “missione” sono veramente tanti gli errori commessi nella storia della Chiesa. Proprio per questa preoccupazione, dovrò fare molte distinzioni, e non permettere che essa risuoni destando diffidenze, incomprensioni e addirittura reazioni di rigetto.

                La prima affermazione da porre in modo radicale è che hanno il compito della missione o dell’evangelizzazione soltanto cristiani che sono evangelizzati, che hanno ricevuto il Vangelo di Gesù Cristo fino a essere plasmati nella vita da questa parola viva ed efficace che viene da Dio. Una Chiesa non evangelizzata fa propaganda, può fare anche proselitismo, ma non fa dei discepoli di Gesù. Forse avremmo dovuto interrogarci cogliendo la sollecitazione di Benedetto XVI che si domandava se la stanchezza di tutta una catechesi alla fine del secolo precedente non fosse dovuta a una mancata evangelizzazione proprio in chi evangelizzava o credeva di evangelizzare.

                La Chiesa è missionaria perché inviata tra gli uomini, ma inviata per portare la parola di Dio, per annunciare il Vangelo che ha ricevuto, che riceve dal suo Signore e cerca di vivere nella storia. Se i cristiani sono tali, cioè messianici (da Messia-Cristo) allora vivono il Vangelo, hanno i sentimenti e i pensieri di Gesù, e operano secondo il suo stile: e questo è sufficiente per dire che sono in missione! Perché missione non significa proselitismo, non significa proclamare il Vangelo ad alta voce, a ogni costo: è sufficiente incarnarlo! Ognuno offre e dona ciò che ha, ciò che vive, e se questo è fatto naturalmente, “nella dolcezza della fraternità”, nella vita quotidiana dove si vive insieme, questo è sufficiente, è evangelizzazione, è missione!

                In tutto il percorso del Sinodo la missione come l’ho delineata deve essere presente, attuata, vissuta. Jean Paul Vesco, arcivescovo di Algeri, ha osato pagine luminose per mettere in guardia chi evangelizza da molte tentazioni di proselitismo, oggi più che mai presenti in modo inedito. Se il cristiano vive la comunione, partecipa alla vita ecclesiale e sta nel mondo senza voler essere tolto dal mondo e senza diventare mondano non deve essere assillato dal “cosa fare per la missione”, perché il suo vivere ha già una ricaduta, che è come una forza, una grazia che si diffonde nel mondo. Non si tratta tanto di “fare”, ma di “stare in mezzo agli altri”, senza difese, senza paure, senza militanze.

                Il cardinal Bassetti ha messo in guardia nei confronti di «una Chiesa che si è preoccupata più di dire, parlare, che di ascoltare...», perché spesso i cristiani, con la scusa della missione, sono più preoccupati di parlare, giudicare, senza mai ascoltare coloro ai quali si indirizzano. Una vera evangelizzazione scaturisce dal dialogo, dal confronto sincero, dall’accettazione delle diversità, nell’ascolto soprattutto dei pareri degli ultimi, quelli che sono poco muniti di strumenti di comunicazione, gli scarti della società, gli “invisibili”, i “non ascoltati”, quelli che chiamiamo “peccatori”.

                Gesù quando evangelizzava incontrava tutti, non faceva discorsi impositivi, piuttosto poneva domande per ascoltare, sollecitava la fiducia, la libertà, non emetteva giudizi, non ha mai escluso nessuno e non ha mai preteso che si entrasse nel suo gruppo.

                Il Sinodo nel suo cammino è sempre in missione e non c’è una fase terza o finale. Nel cammino sinodale a tutti è chiesto di crescere in maturità cristiana, “alla statura di Cristo”, di diventare cristiani adulti (cf Ef 4,13), con una soggettività, responsabili, uomini e donne con una stessa dignità riconosciuta. Sì, a tutti è chiesto di essere più conformi a Cristo, cioè più umani secondo l’Uomo per eccellenza voluto da Dio che è il Figlio, Gesù Cristo!

                Il cammino sinodale non è un cammino facile, è a caro prezzo, e richiede a tutti abnegazione, spirito di servizio, volontà di convergenza, esercizio di pazienza e misericordia. Perché non pensiamo quanto sarebbe “missionaria” senza proselitismo la prassi suggerita da papa Francesco, e dal cardinal Mario Grech segretario del Sinodo, di ascoltare anche quegli uomini e quelle donne che stanno sulla soglia o fuori dai cortili ecclesiali? Anche loro hanno “un fiuto” spirituale che li rende capaci di discernere e camminare con noi. Non importa se non sono “dei nostri”; tutti siamo fratelli e sorelle e siamo – lo sappiamo o no – figli di Dio!

                Questa non è l’ora dei laici, slogan ripetuto da sessant’anni senza che ne abbiamo visto l’aurora. Questa è l’ora dell’umanità, di “fratelli tutti”, l’ora del riconoscimento universale della dignità di ogni persona e della solidarietà umana. Dunque non diciamo nulla in più sulla missione: se ci sono urgenze nuove le scopriremo cammin facendo, ma per ora non predeterminiamolo.

                Invece è bene, ora, accennare a proposte che il cammino sinodale non dovrebbe lasciare inascoltate. Molti attendono dal Sinodo l’apertura di diverse vie. E molti dicono che il Sinodo è una delle ultime occasioni per la Chiesa di rinnovarsi. Se non lo dovesse fare, se non ne scaturisse una “riforma”, la delusione sarebbe tale da segnare il passaggio da una Chiesa in crisi a una Chiesa in agonia. Le autorità ecclesiali, proprio perché chiamate da Francesco a stare in basso, in posizione di piramide rovesciata, al servizio del popolo di Dio che sta in alto, devono sentire il grido di chi anela a una Chiesa diversa non a un’altra Chiesa; una Chiesa nella tradizione cattolica ma obbediente ai segni dei tempi e dei luoghi, una Chiesa umile che si sente nomade, viandante, pellegrina verso il Regno.

                Proprio dalla mia presenza nelle Chiese dell’Europa occidentale e in Italia, ascoltando tutte le componenti ecclesiali, penso sinceramente di poter attestare le speranze che ho raccolto e raccolgo. Vorrei enunciarle, accompagnandole con la preghiera allo Spirito affinché le discerna con noi, le decida con noi, le porti a compimento con noi. Purtroppo, in questa sede, posso solo elencarle senza illustrarle, ma ce ne sarà data la possibilità negli interventi successivi a questo.

                Mi limito, al momento, alla prima urgenza che è quella dell’inculturazione del Vangelo nelle diverse aree culturali del mondo. Soffriamo ancora di una Chiesa monolitica, centralizzata, e abbiamo bisogno di una Chiesa di chiese, dove ogni Chiesa locale realizzi il Vangelo nella sua storia, nella sua terra, nella sua cultura.

                Il sinodo dell’Amazzonia ha sollevato il problema, l’ha posto alla discussione e alla ricerca di tutta la Chiesa, ma in realtà anche le altre Chiese cercano una loro via di incarnazione del Vangelo, di professione dell’unica fede con accenti e linguaggi diversi, chiedono liturgie che siano veramente scaturite dalla cultura e dalla sapienza di cui sono dotate. È questa la sfida più decisiva, la strada più difficile, l’opera più grande ma assolutamente necessaria perché il Vangelo sia incarnato nelle diverse genti che compongono l’umanità.

Enzo Bianchi      Vita Pastorale   marzo 2022

www.ilblogdienzobianchi.it/blog-detail/post/155224/

 

Gesù norma della chiesa sinodale

                Siamo nel pieno del percorso sinodale. Si è avviata quella “creatività” auspicata da papa Francesco? O sta prevalendo un clima di stanchezza, di pessimismo e di sfiducia sulle possibilità di far sentire la propria voce all'interno delle strutture piramidali della chiesa ufficiale? Spero di sbagliare ma mi pare che, ben che vada, si resti tra “fare perché bisogna” e l’improvvisazione e lo spontaneismo della buona volontà di sperare.

                Il Sinodo non può essere una semplice consultazione, una raccolta di lamentazioni e di richieste, ma comporta un’esperienza vissuta e condivisa di ascolto e quindi di rigenerazione della fede. O è una pratica di chiesa comunitaria o è al più una modernizzazione societaria, dell’organizzazione della chiesa-società. Se rimane questa visione riduttiva e “mondana” della chiesa - il clericalismo denunciato da Francesco continuamente - non ci sono le condizioni per “camminare insieme” e per la chiesa “semper reformanda”.

Per quanto capisco e vedo, due sono le questioni, che ci bloccano nella frustrazione e nella pigrizia, e che sono sottovalutate e rimosse, che non ho trovato considerate adeguatamente.

                Rassegnazione e ripetitività. In primo luogo le realtà ecclesiali, ai diversi livelli, rispecchiano la situazione dell’intero nostro paese: rassegnata e di vecchi, chiusi nella conservazione delle proprie posizioni (culturali, esistenziali, di privilegi anche piccoli), che sentono minacciate, senza l’energia giovanile e senza nemmeno proiettarsi nel futuro dei figli ai quali si vuole trasmettere solo tranquille sicurezze e non speranze capaci di mobilitare risorse di cambiamento. Anche nella chiesa siamo viziati da questa pigrizia. Da una stanchezza ripetitiva sia di chi continua a “praticare” sia di chi esce o viene emarginato, sia di chi ha paura del nuovo sia di chi vede che nulla cambia.

                Da tempo si parla di “scisma silenzioso”, dell’uscita di tante e tanti in vari modi dai rapporti con la chiesa “ufficiale”, senza che si creino traumi né aggregazioni nuove: si diffondono forme di “fede fai da te” con un miscuglio -spesso senza consapevolezza - di dottrine e culti vissuti e non razionalizzati. Non c’è più bisogno di un “credo”, di una comunità confessante. Ciascuno ha una sua identità plurale e fluida senza alcun bisogno di dare ragione se non a se stesso.

                La frattura vertice base. Questo processo ci porta a una seconda questione, molto ignorata. In molti articoli e documenti si parla, infatti, della necessità di superare la frattura tra “vertici” e “base” nella chiesa. Si considera questo come problema centrale.  Ma anche per il processo indicato precedentemente, determinanti fratture si sono prodotte trasversalmente dentro il vertice e dentro la “base”. Anche questo processo avviene stancamente, in modo rassegnato, ignorato, per evitare la messa in discussione delle proprie certezze, delle proprie consolidate posizioni, che comporterebbe affrontare questo nodo.

                Pongo solo la domanda: tra i Vescovi e, nella diocesi, tra il Vescovo e i presbiteri e tra questi ultimi, esistono rapporti di comunità, sono testimonianza di pratiche di fraternità? O ciascuno vive nel proprio spazio di relazioni? rimangono “addormentate” le conflittualità, le divergenze esistenti tra loro? Sarebbe interessante capire come vengono vissuti e compresi questi problemi e che rapporti ci sono tra questo problema con le condizioni “sacrali” del “sacerdote” (celibato, tipo di selezione e di formazione e non solo).

                Ma in questa sede il problema che ci riguarda direttamente è che all’interno del “popolo” verifichiamo una profonda frattura tra modi di dire e di vivere la fede profondamente diversi, spesso opposti, incompatibili tra loro, per linguaggi, categorie, pratiche, tali da renderli incomunicabili. Non basta l’unica fede nell’unico Cristo, non basta l’unico Credo, culto eucaristico. Come si può, quindi, rifarsi alla voce del Popolo? a quale Popolo? Tema da approfondire.

                Agire su tre livelli. Penso occorra capire come muoversi a tre livelli.

  1. Sarebbe innanzitutto necessario servirsi nella comunità degli strumenti metodologici per favorire la comunicazione e forme organizzative non rigide (ma quale sacerdote vi “sottometterebbe” la propria “sacra” funzione?).
  2. In secondo luogo occorrerebbero analisi sociologiche e antropologiche sulla pluralità diversificata e fluida di modi di vivere la fede: ma vedo già chi pensa che così si ridurrebbe il mistero della fede (gestito dalla gerarchia) a un dato analizzabile, in certo modo quantificabile. Lascio agli esperti chiarire questi punti. Duemila anni di storia hanno messo una forte distanza da Gesù Cristo. Di fronte ai “10 nuclei tematici” proposti nel “Documento preparatorio Sinodo 2023 Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione” l’interrogativo che mi viene immediato è se la chiesa sia un ostacolo alla fede, se le sue istituzioni e dottrine siano gabbie, mura all’incontro con Cristo. Vale anche per noi come in Mc 7,1-13Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». E diceva loro: «Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione. Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte».
  3. Al terzo livello, più radicalmente, si ripropone quindi la domanda di Gesù: «Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» Potrebbe, infatti, rimanere la chiesa senza la fede, la religione - il Grande Inquisitore che respinge Cristo. È questa la tentazione presente fin dai primi secoli nella chiesa che fonda la propria missione non sullo Spirito inviato da Cristo ma sulle istituzioni, sui codici, sulle dottrine, sui culti e sui poteri assimilati dal mondo.

                Una crisi cristologica. Nel documento che “Esodo” ha proposto alla “rete di Viandanti” abbiamo scritto che “Il futuro del cristianesimo infatti non riguarda, sociologicamente, il calo quantitativo delle pratiche religiose, né il venir meno della capacità della Chiesa di orientare, moralmente e politicamente, l’opinione pubblica e gli stessi credenti. La crisi è teologica, cristologica, mette in questione l’annuncio di Gesù Cristo e il significato della sequela. Il problema è se crediamo in Gesù Cristo come evangelo vivente oggi o no. Credo stia qui il valore di fondo di Francesco che distingue i destini della cristianità occidentale da quelli della fede e della chiesa cristiana, e insegna a vedere il Regno nei poveri, nei migranti disperati, negli affamati, negli oppressi, negli ultimi, uomini e donne, vecchi e bambini”.

                E ancora “Centrale per noi è la domanda di Gesù “Chi dite che io sia?”, capace di far chiarezza e di orientare contenuti e metodo del percorso sinodale. “Il nodo è la capacità di testimoniare la carità, all’interno delle comunità e nella società, non creando istituzioni ma costruendo comunità di accoglienza, solidarietà.”

                Il percorso sinodale non può mantenere una chiesa autoreferenziale, che chiude Cristo nei propri linguaggi e istituzioni, e impedisce al suo annuncio di uscire nei luoghi dove vivono donne e uomini, nelle periferie del mondo e dell’esistenza. Per questo papa Francesco preme continuamente sulla necessità della chiesa in uscita, per non chiudere Cristo nelle proprie mura, per non addormentarlo dentro di noi: accompagnando Cristo nelle vie secondo il suo stile di relazione e di creazione della comunità.

Carlo Bolpin  Esodo        25 febbraio 2022

www.esodoassociazione.it/site/index.php/i-nostri-temi/futuro-del-cristianesimo/402-gesu-norma-della-chiesa-sinodale%22

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SINODO DELLA CHIESA UNIVERSALE

La sinodalità, vero volto della Chiesa

                Papa Francesco ha invitato la Chiesa cattolica affinché l’intero Popolo di Dio, dalla base, così come sacerdoti, religiosi e vescovi, accettino di partecipare a un processo di dialogo e di riflessione in preparazione alla XVI sessione ordinaria del Sinodo dei Vescovi. La proposta del papa è che il Sinodo dei vescovi non coinvolga solo l’episcopato di ogni Paese. Ma diventare, sempre più, rappresentativo di tutta la Chiesa e, come evento, può cogliere il risultato di un lungo processo di ascolto e dialogo che caratterizza una Chiesa stabilmente in stato di dialogo, comunione e partecipazione. In greco il termine syn odos significa cammino comune. Papa Francesco ha detto: “La strada che Dio attende dalla Chiesa del terzo millennio è la sinodalità”. (Discorso, 17 ottobre 2015)”.

                Concretamente, questa prossima assemblea del Sinodo dei Vescovi a Roma doveva tenersi nel 2022. Il Papa l’ha rimandata di un anno e ha proposto un’opera comune per tutta la Chiesa. Sarà un processo, sviluppato in più fasi. Ora e fino all’aprile 2022, è la fase diocesana di questo processo di ascolto e dialogo. La seconda fase sarà nazionale e si svolgerà da aprile a settembre 2022. La fase continentale durerà fino ad aprile 2023. Infine, sarà il momento di riunire questo cammino comune all’incontro mondiale dei vescovi, nell’ottobre 2023 a Roma. Sulla proposta del papa, il cardinale Mario Grech, attuale segretario del Sinodo dei Vescovi, ha spiegato: “Il Sinodo dei Vescovi non è un evento, ma un processo, in cui ho coinvolto in sinergia il Popolo di Dio, il Collegio dei vescovi e il Vescovo di Roma, ognuno secondo la sua funzione” (…) “La sinodalità immette tutti i livelli di vita e missione della Chiesa in una dinamica di circolarità feconda: le Chiese particolari, le province e le regioni ecclesiastiche, la Chiesa universale. A più di due mesi dall’avvio della fase diocesana del sinodo da parte del papa, vale la pena di riflettere sui passi già compiuti e sul cammino da percorrere. Per questo vi invito a seguire il metodo latinoamericano di vedere, giudicare e agire. Sappiamo che queste tre tappe si intersecano e si compenetrano, ma le seguiamo come metodologia di lavoro: guardare alla realtà di come si sta svolgendo questo processo sinodale nelle Chiese locali, riflettere sull’importanza di questo e infine cercare di chiarire alcune linee di azione su come possiamo collaborare per rafforzare la proposta sinodale di Papa Francesco e di tutti coloro che vogliono vedere la Chiesa cattolica assumere questo nuovo modo di essere Chiesa”.

  1. Nelle diocesi, chi vuole conoscere la sinodalità? Secondo le notizie che circolano nella maggior parte delle diocesi, il processo di consultazione e di dialogo proposto da papa Francesco non è ancora iniziato. In molte diocesi la sinodalità è un argomento di cui non si parla e non si fa nulla. In quasi tutte le diocesi ci sono sempre alcune persone che si sentono emarginate. L’uno o l’altro gruppo cattolico si sente ignorato dalla gerarchia e dal clero. La proposta del papa fa sperare che questi cattolici esclusi possano essere ascoltati e presi in considerazione. Tuttavia, chi governa la diocesi è il vescovo e il consiglio dei presbiteri e spesso non ne sentono il bisogno. In alcuni luoghi il vescovo insiste nel seguire le regole di Roma, chiunque sia il papa e qualunque sia il suo orientamento teologico e spirituale. Poi nomina qualcuno o poche persone come consulenti e redige un documento con le risposte che chiede Roma. E questa è la fine della questione. Il metodo stesso che seguono impedisce un confronto. Tutti conosciamo, da tempo, le immense difficoltà di qualsiasi proposta di cambiamento in un’istituzione pesante come la Chiesa cattolica. Lo stesso papa Francesco una volta ha detto di sentirsi come qualcuno che cerca di pulire le piramidi d’Egitto con uno spazzolino da denti. Tre fattori sembrano collaborare affinché questa tappa sinodale non si svolga effettivamente nelle diocesi.
  2. La prima è che il mondo intero è ancora alle prese con la minaccia della pandemia e le consultazioni e i dialoghi presumono che siamo insieme e camminiamo insieme.
  3. Il secondo è più pratico ed esperienziale. Il dialogo non è qualcosa che si può improvvisare. Né avviene per decreto perché il papa ha ordinato un dialogo. Il dialogo è parte della fede. O credi nel dialogo e, anche con difficoltà, lo cerchi, o non c’è niente da fare. Potrebbero esserci controversie, dibattiti o incontri diplomatici. Il dialogo è il risultato di un processo più profondo. Né la Chiesa cattolica tradizionale né altre Chiese o religioni dogmatiche e gerarchiche hanno nel DNA la vocazione al dialogo e al camminare insieme. Nella Chiesa cattolica, il modo stesso in cui vescovi e sacerdoti sono scelti e formati per esercitare le loro funzioni funziona come una sorta di vaccino contro ogni seria proposta di sinodalità. Il Vaticano nomina i vescovi. I vescovi nominano i parroci che, a loro volta, nominano i laici per le funzioni di cui la parrocchia ha bisogno. In tutto il mondo, si riscontra che la maggior parte dei preti giovani è più conservatrice dei preti più anziani e trova più difficile dialogare rispetto a quelli più anziani. Questo non è un caso. È una conseguenza del fatto che anche i vescovi più aperti che hanno avanzato posizioni sulle questioni sociali, pur essendo aperti alle questioni ecologiche, al sostegno dei migranti e ad altre questioni sociali, quando si tratta di formare il clero, scelgono come responsabili dei seminari, i preti più conservatori. Pertanto, non sorprende che, concretamente, solo una minoranza di vescovi e sacerdoti mostri segni di prendere sul serio il dialogo. Seminari e conventi preparano i giovani all’obbedienza come sudditi e, quando viene il loro turno, li inviano come superiori.
  4. La terza ragione della quasi inesistenza della fase diocesana del processo sinodale è di natura più profonda. La proposta di Papa Francesco per una Chiesa sinodale ha bisogno di un’ecclesiologia (una comprensione della Chiesa) centrata sulla Chiesa locale e organizzata in modo non clericale. Ora, l’intera formazione del clero e della gerarchia cattolica prosegue nella direzione opposta. Papa Francesco denuncia il clericalismo come una malattia, ma quotidianamente, rafforza il sistema che è clericale. I sacerdoti sono formati per essere clericali, sono obbligati a celebrare una liturgia estremamente clericale e devono vivere uno stile di vita clericale. Come mantenere questo sistema e predicare di non essere clericale? Ovviamente questo non funziona. Lo sciopero bianco e non dichiarato che esiste in ampi settori del clero è sostenuto in modo chiaro o discreto da molti vescovi contro il processo sinodale lo dimostra bene.

2 – Cosa c’è dietro la proposta sinodale. È importante riflettere su due aspetti o dimensioni che non sempre appaiono esplicitamente. Pertanto, si può dire che, in un certo senso, stanno “dietro” o “sotto”, come fondamento per sostenere la proposta sinodale del Papa.

  1. Tutti sanno che papa Francesco incontra una forte opposizione da parte dei gruppi tradizionalisti della Chiesa cattolica, gruppi che hanno il sostegno di non pochi sacerdoti, vescovi e persino alcuni cardinali. Di tanto in tanto, si profila all’orizzonte la minaccia di una divisione istituzionale, cioè di uno scisma nella Chiesa cattolica. Il papa sa che i settori più combattuti sono contro di lui, ma anche contro il Concilio Vaticano II e si oppongono ai papi venuti dopo il Concilio. Né lui né gli altri dopo Pio XII è da loro riconosciuto come papa. Questi gruppi non accettano il dialogo e, per loro, sinodo è sinonimo di eresia.
  2. Tuttavia, ci sono molte comunità locali, sacerdoti e vescovi che accettano il papa ma stentano a comprendere proposte più audaci. Il papa provoca il processo sinodale per approfondire il dialogo sui temi e le sfide attuali che la Chiesa deve affrontare. Il papa vuole riprendere e approfondire l’intuizione del Concilio Vaticano II su cosa sia la Chiesa. Vuole sottolineare l’importanza delle Chiese locali e chiarire meglio il rapporto tra le Chiese locali e la Chiesa universale. Fare del Sinodo dei Vescovi un modo di essere per tutta la Chiesa, Papa Francesco ha invocato il modello di organizzazione della Chiesa dei suoi primi secoli. Infatti, nei primi secoli del cristianesimo, la sinodalità era il modo normale di essere delle Chiese locali. Ogni volta che è sorto un movimento di divisione, i Padri della Chiesa hanno invocato la comunione delle Chiese sparse nel mondo. La regola d’oro di san Cipriano di Cartagine (III secolo) era: “Nihil sine consilio vestro et sine consensu plebis mea privatim sententia gerere” “concordíssima fidei conspiratio”, cioè l’accordo di fede di tutti i battezzati. È in questo contesto che san Giovanni Crisostomo arrivò ad affermare che “i termini Chiesa e Sinodo sono sinonimi” .

                Quando, quasi 60 anni fa, il Concilio Vaticano II rifletteva sull’identità e sulla missione della Chiesa, riprendeva fin dai secoli antichi che la Chiesa è principalmente e concretamente ogni Chiesa locale e quella che chiamiamo “Chiesa cattolica” è la comunione dei Chiese locali. Oggi parliamo di una Chiesa di Chiese. Il Concilio ha definito chiaramente questo insegnamento (cfr Cost. Lumen gentium 13 e 23; Decreto Christus Dominus 11 e 22 e altri). Questo è stato uno dei contributi più importanti e straordinari del Concilio Vaticano II, statuto ecclesiologico fondamentale delle Chiese locali. Tuttavia, per vari motivi, al Concilio, i vescovi non hanno potuto trarne tutte le conseguenze. Hanno valutato i vescovi come pastori della Chiesa universale e hanno sottolineato l’importanza della collegialità episcopale. Tuttavia, non hanno potuto approfondire a sufficienza come dovrebbe essere il rapporto tra le Chiese locali e la Chiesa cattolica (universale), né hanno tratto tutte le conseguenze di questa visione della Chiesa come Chiesa fondamentalmente locale.

                Negli anni Novanta, in preparazione al Sinodo dei Vescovi sull’Asia,  un documento dei vescovi asiatici affermava: “La comprensione che la Chiesa ha di sé è quella di essere veramente una Chiesa locale, incarnata in un popolo, autoctono e inculturato. È il corpo di Cristo reso reale e incarnato in un determinato popolo, nel tempo e nello spazio”. Ora, proponendo la sinodalità come un modo normale di essere della Chiesa e il processo sinodale come qualcosa che va al di là dell’evento sinodale, papa Francesco rilancia e porta avanti questo insegnamento del Concilio Vaticano II.

                Ora, chiuso il Concilio, la Curia romana ha fatto di tutto per far dimenticare questo punto. Nel pontificato di Papa Giovanni Paolo II, diversi documenti vaticani e lo stesso Diritto Canonico, emanato nel 1983, non si pongono in questa prospettiva. Ora, dopo quasi 60 anni in cui il Vaticano, tanti vescovi, sacerdoti e teologi hanno fatto di tutto per ignorare questo tema, improvvisamente, arriva papa Francesco e, dall’inizio del suo ministero di vescovo di Roma, si propone di sviluppare e disegnare il proprio conseguenze di questo modello ecclesiologico vissuto nei primi secoli del cristianesimo e che il Concilio Vaticano II (1962-1965) ha voluto riprendere: l’ecclesiologia delle Chiese locali. Così facendo, il papa sembra parlare una lingua che la maggior parte del clero e della gerarchia non capiscono e non parlano. Come coinvolgere in questo tipo di proposta le 114 Conferenze Episcopali di rito latino, il Consiglio dei Patriarchi Cattolici d’Oriente, i dieci Sinodi patriarcali delle Chiese d’Oriente e i cinque Concili episcopali di ogni continente. Di tutto questo mondo gerarchico, nessuno è diventato vescovo o patriarca attraverso un processo sinodale e nessuno è stato nominato da alcuna Chiesa particolare.

                Il papa e alcuni teologi più aperti possono dire quello che vogliono, ma l’esperienza di tutti i vescovi è che sono stati scelti da Roma. Per continuare questa missione essi dipendono unicamente da Roma. E la Curia romana forte di questo potere non crede nell’ecclesiologia della chiesa locale. Come può papa Francesco risolvere questo problema? In America Latina (e ne parlo dall’esperienza della Chiesa tra i poveri in Brasile), da più di 50 anni, le Comunità Ecclesiali di Base Cebs vivono l’esperienza della Chiesa come comunità locale e come comunione orizzontale. Negli anni Ottanta, per non parlare della sinodalità, le Cebs si affermarono come un nuovo modo di essere Chiesa. All’inizio si diceva “un nuovo modo di essere della Chiesa”. Tuttavia, alcuni hanno condannato questa affermazione come eccessiva pretesa che sia un nuovo modo di essere per la Chiesa. Pedro Casaldáliga, vescovo brasiliano, lo ha definito un nuovo modo di essere Chiesa. Questa modalità è esattamente circolare, orizzontale e radicalmente fedele al principio del “discepolato degli uguali”. A un vescovo brasiliano che ha avvertito: “La Chiesa non è una democrazia”, Pedro Casaldáliga ha risposto: “Sì, la Chiesa deve essere molto più di una democrazia. Deve essere comunione”.

3 Compito profetico: organizzare dal basso il processo sinodale In diversi discorsi che il papa ha fatto sul processo sinodale, insiste sul fatto che tutte le persone devono essere ascoltate, specialmente quelle che normalmente non vengono ascoltate e anche quelle che sono come al di fuori degli organismi ecclesiali. Innanzitutto, ciò significa che questa non è solo una normale questione interna che si svolge nelle Chiese locali, ma su una serie di questioni che vanno oltre la Chiesa locale. Questo tempo trascorso dimostra che, in molte diocesi, non possiamo aspettarci che vescovi e organi ordinari coordinino o prendano l’iniziativa di una consultazione a cui non sono interessati e non vedono chiaramente a cosa serve. Il papa ha insistito sul fatto che la sinodalità deve essere esercitata al di fuori della comunità cattolica convenzionale.

                Non basta ampliare l’esercizio della collegialità. È necessario sinodizzare la Chiesa, cioè aiutare la Chiesa a vivere in uno stato permanente di ascolto reciproco e di dialogo nel comune cammino di servizio all’umanità e alle cause della giustizia, della pace e della cura della Terra e di tutto il creato. Secondo la Bibbia e l’intera storia della nostra fede, nessun profeta o profetessa è emerso per nomina o nomina ecclesiastica. Tutti si sentivano chiamati da Dio indipendentemente dall’approvazione o dalla disapprovazione di sacerdoti e gerarchi. Se vogliamo essere eredi ed eredi di profeti così, dobbiamo sentirci responsabili di dare la nostra collaborazione e scrivere le nostre proposte per la Chiesa locale e per la Chiesa universale anche senza essere consultati o accolti.

Dobbiamo scrivere:

1 – Cosa proponiamo oggi alla Chiesa (locale e universale) perché possa svolgere meglio la sua missione nella fedeltà alla via di Gesù?

2 – Come pensiamo che possa adempiere meglio a questa missione?

3 – Se siamo chiamati a fare una valutazione sul modo di essere della nostra Chiesa, cosa, nei suoi costumi, riti o modo di essere, vorremmo proporre una critica o un cambiamento?

4 – Aggiungi liberamente il messaggio che vuoi dare al vescovo e ai sacerdoti della diocesi, nonché ai vescovi del tuo Paese e al papa.

                Scrivere. Fai copia della tua risposta alla consultazione sinodale del papa e inviane una copia alla tua diocesi attraverso la parrocchia, ma assicurati che questa venga trasmessa al vescovo. Se è così, invialo tu stesso al vescovo e invialo al Vaticano.          Anche se come persona, cattolica o meno, hai tutto il diritto di scrivere, se ti unisci al gruppo di attività o a un gruppo di amici e discuti di questi problemi e scrivi la risposta della tua comunità, aiuterà ancora di più la domanda. Attraverso di voi e ogni gruppo e comunità che accetta di essere profeta di Dio in risposta alla provocazione del papa, la nostra Chiesa potrà ascoltare il messaggio attuale corrispondente a quei sette brevi messaggi dell’Apocalisse (capitoli 2 e 3) alle Chiese dell’Asia .

                Sarete questa volta i profeti e le profetesse attraverso i quali il papa, i vescovi, i sacerdoti, i religiosi ei laici potranno ascoltare «ciò che lo Spirito Santo dice oggi alle Chiese» (Ap 2,5). La sinodalità, vero volto della Chiesa.

                Marcelo Barros ¤1944, benedettino brasiliano, biblista e scrittore

 

                La specificità del sacerdote non è concentrare il potere, ma coordinare e presiedere la comunità

                Papa Francesco è il campione del mondo nella difesa della Madre Terra e di tutto ciò che sostiene la sopravvivenza. Ho letto con attenzione e grande entusiasmo la sua Esortazione Apostolica “Cara Amazzonia”, nella quale egli considera un vero e proprio crimine quello che si sta facendo ora in Amazzonia.

                Contrappone quattro sogni fondamentali: quello sociale, quello culturale, quello ecologico e quello ecclesiale. Come non restare affascinati -tra le altre- da dichiarazioni come questa, chiara espressione di un’ecologia globale e cosmica: “Noi siamo acqua, aria, terra e ambiente di vita creato da Dio. Pertanto, chiediamo che cessino gli abusi e la distruzione della Madre Terra. La Terra ha sangue e sta sanguinando, le multinazionali hanno tagliato le vene alla nostra Madre Terra”.

                Sono perfettamente d’accordo con questo tipo di linguaggio e di denuncia e soprattutto i primi tre sogni s’inseriscono nella scia della “Laudato Si: sulla cura della Casa Comune” .

                Tre sogni e mezzo e un incubo. La prima parte del quarto sogno segue lo stile della grande bellezza dei sogni precedenti. Tuttavia, la seconda parte di questo quarto sogno sembra piuttosto un incubo. Il tono prima profetico, etico, ecologico e poetico dei primi tre è svanito. Ci sarà sotto la presenza di un’altra mano?

Oso pensare che questa parte rientri nel vecchio paradigma culturale latino, clericale e maschilista. E si nega agli indigeni il diritto divino di ricevere il corpo e il sangue di Cristo dalle mani dei suoi viri probati sposati e ordinati. Glielo si impedisce in virtù di una legge umana ecclesiastica: il celibato. Altri teologi lo hanno detto e io lo sottolineo: “non possiamo porre la questione del celibato al di sopra della celebrazione dell’Eucarestia“.

                Quella parte del quarto sogno, ho la netta impressione che provenga da un’altra mano e da un altro spirito, diverso da quello a cui ci ha abituati Papa Francesco. Lo conferma chiaramente il vescovo Erwin Kräutler dell’Amazzonia, figura centrale del Sinodo panamazzonico: “molte persone, ed io stesso, troviamo questa parte molto strana, perché cambia veramente stile, come se lo scritto papale avesse subìto un intervento nella parte più controversa dell’Esortazione Apostolica”.

                In questa parte non parla il pastore ma il dottore. Non colui che ha il coraggio di andare contro il sistema anti-vita, ma colui che si arrende ai timori e alle pressioni dei gruppi conservatori, forse per via del pericolo di una spaccatura all’interno della Chiesa. Il timore frena sempre e ritarda le innovazioni a causa di un’eccessiva prudenza. Mi vengono in mente le parole di Dante nella Divina Commedia: “nel pensier rinova la paura” (Inferno I, v. 4).

                Per quanto riguarda il punto importante del ministero sacerdotale, l’“autore” preferisce l’ecclesiastico tradizionale all’indigeno amazzonico. Al volto amazzonico della Chiesa preferisce, nel punto del ministero sacerdotale, il volto romano-latino occidentale. Analogamente a coloro che impongono la ricolonizzazione economica dell’America Latina, l’“autore” ha preferito la ricolonizzazione latino-romana della Chiesa amazzonica. Contro coloro che, con la maggioranza dei voti nel sinodo Panamazzonico hanno accettato l’ordinazione dei “viri probati”, l “autore” ha scelto la minoranza che l’ha respinta.

                A chi non è cara la “Cara Amazzonia?” Sicuramente non è “cara” al presidente brasiliano Jair Messias Bolsonaro, di estrema destra, anti-amazzonico e anti-indigeno. Non è “caro” ai taglialegna, o ai “garimpeiros”

dell’oro e alle aziende nazionali ed internazionali che hanno in mente le industrie minerarie, le centrali idroelettriche e lo sfruttamento delle risorse naturali dell’Amazzonia. Ma c’era da aspettarselo. Ma quello che non ci si doveva aspettare per quanto riguarda l’inculturazione del ministero sacerdotale era la mancata accettazione del sacerdozio degli indigeni viri probati. Per questo la “Cara Amazzonia” non è “cara” nei confronti di questi indigeni sposati ai quali si nega l’ordinazione.

                Non è “cara” nei confronti delle donne, alle quali viene negato il diaconato femminile, facendo inoltre presente, secondo me in modo infondato, il rischio del clericalismo. E non è “cara” soprattutto nei confronti di tanti teologi e vescovi, missionari e missionarie, che si trovano tra gli indigeni, come ha chiaramente detto il già citato vescovo Erwin Kräutler dal cuore dell’Amazzonia (Xingú). Tutti speravano veramente nell’approvazione dei viri probati: indigeni sposati e ordinati con un volto autenticamente amazzonico.

                Non è stato così. Nei suoi scritti di ecologia ed economia Papa Francesco ha saputo dare ascolto alla scienza. Per quanto riguarda questo specifico ministero sacerdotale, sembra che l’“autore” non si sia dato pena di consultare un esperto in materia di ministeri, il Cardinale Walter Kasper, amico e molto vicino a Papa Francesco. Nei suoi scritti ha esposto le migliori riflessioni sul ruolo/missione del sacerdote nella Chiesa sulla base del Vaticano II. La sua posizione va in una direzione molto diversa rispetto a quella rappresentata dall’ “autore” nell’Esortazione “Querida Amazonia”. Con questa visione che mantiene il regime occidentale, clericale e a favore del celibato, non si può pensare ad una Chiesa amazzonica dal volto autenticamente indigeno. La specificità del sacerdote non è concentrare il potere, ma coordinare e presiedere la comunità.

                La visione di quel testo nel quarto sogno risale al Concilio IV Lateranense del 1215 indetto da Innocenzo III, che dice “nessuno può somministrare il sacramento eucaristico se non un sacerdote ordinato secondo il rito”. L’ecclesiologia di questo sogno applica il rigore del Concilio di Trento, che nella sessione XIII dell’11 ottobre 1551, sotto il pontificato di Papa Giulio III, ha ribadito la stessa dottrina esclusivista.

                Secondo la migliore ecclesiologia nata dal Concilio Vaticano II, la funzione/missione specifica del sacerdote deve essere pensata non in modo assoluto, ma sempre all’interno del Popolo di Dio e nel contesto della comunità. La sua unicità non è consacrare assolutamente come un mago, ma essere nella comunità principio di coesione e di unità di tutti i servizi e carismi. Non è quella di concentrarsi, ma quella di coordinare. Per il fatto di presiedere la comunità, presiede anche alla celebrazione eucaristica. Il problema sorge quando, senza colpa, non c’è nessun sacerdote presente e la comunità, come riconosciuto dall’Esortazione, “a causa in parte all’immensa estensione territoriale, con molti luoghi di difficile accesso” (n. 85) non può averlo. Nel testo si pone il problema con grande realismo e qui si vede la mano di Papa Francesco: “sarà possibile evitare di pensare ad un’inculturazione dal modo in cui sono strutturati e vivono i misteri ecclesiali ?” (n. 85). E aggiunge con sincerità: “è necessario far sì che la ministerialità si configuri in modo tale che sia al servizio di una maggiore frequenza della celebrazione dell’Eucarestia, anche nelle comunità più remote e nascoste” (n. 86). Questa situazione è assolutamente vera. Ma l’“autore” non l’ha ritenuta tale e ci ha proposto la configurazione del ministero come dovrebbe essere. È qui dove l’ecclesiologia di comunione potrebbe avrebbe aiutato molto l’“autore” nella sua concezione di poter consacrare. Essa ha prevalso per tutto il primo millennio come la ricerca storica ha dimostrato inequivocabilmente.

                Per mille anni chi presiedeva la comunità presiedeva anche all’Eucarestia. La legge fondamentale di quei tempi era: chi presiede la comunità, presieda anche all’Eucarestia. Poteva trattarsi di un vescovo, di un presbitero, di un profeta o di un confessore, anche laico, secondo Tertulliano, che era un esimio teologo laico. Se questo è vero, perché impedire a un indigeno sposato di presiedere la sua comunità e presiedere anche alla celebrazione eucaristica? In questa parte si realizza quello che gli ecclesiologi chiamano “cefalizzazione” della Chiesa. Tutto il potere si concentra nella “testa“, nel papa o nel clero, prescindendo completamente dalla comunità. In questa visione riduzionista l’“autore” ha pensato solo al sacerdote come a colui che ha il potere di consacrare in modo esclusivo e assoluto, senza connessione con la comunità.

                Quindi emerge una contraddizione: un sacerdote può celebrare da solo, senza la comunità, ma la comunità non può celebrare da sola senza il sacerdote. Nel successivo millennio: può consacrare solo chi è stato consacrato nel Sacramento dell’Ordinazione. Questo punto di vista non deriva da questioni teologiche, ma da questioni politiche: le dispute per il potere tra l’Imperium e il Sacerdotium, tra Papi e Imperatori. Chi

detiene, in ultima analisi, il potere? Ciò appare chiaramente sotto Gregorio VII (1077). Con lui l’asse della comunità laica si è spostato verso l’asse del potere sacro (sacra potestas). Il potere assoluto lo possiede il Papa. Ricordiamoci del suo Dictatus Papæ che, se lo si traduce bene, significa la dittatura del Papa. Tutto il potere risiede nella testa, vale a dire, nel Papa e in coloro che esso delega. I latori del potere sacro saranno solamente coloro che sono stati ordinati esclusivamente nel sacramento dell’Ordinazione, vale a dire gli appartenenti alla gerarchia ecclesiastica. La comunità dei fedeli ormai non conta più.

                Padre J.Y. Congar, l’ecclesiologo più erudito e importante del XX secolo, ha denunciato questa pericolosa deviazione teologica con conseguenze dannose per tutte l’ecclesiologia successiva, che dura ancor oggi. Nell’Esortazione “Querida Amazonia” risuona ancora questo tipo di ecclesiologia del potere sottratto alla comunità.

                Per questo continuano a destare perplessità le affermazioni: “È importante stabilire ciò che è specifico del sacerdote, ciò che non può essere delegato. La risposta si trova nel sacramento dell’Ordinazione sacra, che configura Cristo sacerdote… Il carattere esclusivo ricevuto con l’Ordinazione fa sì che solo lui sia abilitato a presiedere all’Eucarestia; questa è la sua funzione specifica, principale e non delegabile” (n. 87). È qui che credo -e non sono il solo- appare una “mano esterna”, con la sua ecclesiologia del potere specifico e indelegabile di consacrare, visione sacerdotalista, arretrata e scollegata dalla comunità della fede. Con questa visione invano può realizzare un’inculturazione del ministero sacerdotale a indigeni viri probati sposati, che darebbero un volto veramente amazzonico alla Chiesa. Anche in questo caso si continua a portare avanti un cristianesimo di colonizzazione dentro al paradigma cattolico-romano, occidentale e favorevole al celibato. Per porre fine a questo tipo di ricolonizzazione si deve tornare all’ecclesiologia del primo millennio, che stabiliva un’intima connessione tra la comunità e chi la presiedeva. Non si deve dimenticare il canone 6 del Concilio di Calcedonia (451), valido per la Chiesa orientale fino ad oggi e per quella occidentale solo fino al XII-XIII secolo. In questa, quella occidente, tutto è cambiato a causa delle dispute politiche sul potere tra i Papi e gli Imperatori. Al posto della visione comunionale del primo millennio si è imposta la visione giuridico-canonica della sacra protesta degli inizi del secondo millennio. Dice il canone 6: “Nessuno sia ordinato in modo assoluto, né sacerdote né diacono, a meno che non gli vengano espressamente assegnati una chiesa urbana o rurale, o un martyrion o un monastero. [Per quanto riguarda] chiunque sia stato ordinato in modo assoluto, il santo Consiglio ha deciso che la sua ordinazione sarà nulla o inesistente… e non potrà esercitare le sue funzioni da nessuna parte”.

                Qui appare chiaro il collegamento tra la comunità e il celebrante dell’Eucarestia. Qui si presenta un problema teologico che dev’essere preso sul serio: esiste il diritto divino di tutti i fedeli a ricevere il corpo e il sangue di Gesù (Gv 6:35) e a celebrare la sua memoria (Lc 22,19; 1 Corinzi 11:25 ). Questo diritto divino non può essere negato per via di una legge umana che lo vincola esclusivamente ad una sola persona, il sacerdote celibe, senza il quale questo diritto divino non si può realizzare. Il divino si pone sempre e senz’alcuna eccezione sopra a quello umano. È Cristo che battezza, perdona e consacra, e non il sacerdote.

                D’altra parte occorre ricordare qualcosa che ha conseguenze fondamentali: dopo il sommo sacerdozio di Cristo non ci sono più sacerdoti in sé nella Chiesa. Chi porta questo nome -sacerdote- altro non è che un rappresentante del sacerdozio di Cristo. È Cristo che battezza, è Cristo che perdona, è Cristo che consacra. Il sacerdote non ha in sé il potere di consacrare, ma solo quello di rappresentare e di agire “in persona Cristi”, al posto di Cristo, ma senza sostituirlo. Il sacerdote rende Cristo-Sacerdote invisibile. Perché in assenza del sacerdote, per ragioni che non dipendono dalla comunità, un altro cristiano laico “vir probatus” dalla comunità e sposato, non può rappresentare Cristo, renderlo visibile quando, con il battesimo, partecipa anch’egli al sacerdozio di Cristo?

                Inoltre il Concilio Vaticano II, riassumendo la tradizione, dice a ragion veduta: “non si costruisce nessuna comunità cristiana se essa non ha come radice e come centro la celebrazione della Santissima Eucarestia” (PO 6). Negando l’ordinazione di viri probati indigeni si nega la possibilità di costruire la comunità cristiana. Questo diritto divino non lo si può negare in nome di una legge umana e culturale come il celibato, e per un’ecclesiologia, che -tra l’altro-considera esclusivo il potere di consacrare. Qui allora non vale l’inculturazione sviluppata in modo tanto convincente nell’Esortazione “Querida Amazonia”? Non la s’impedisce per ragioni ecclesiologiche estranee, che finiscono per rendere impossibile il volto indigeno e amazzonico della Chiesa negando l’ordinazione dei viri probati indigeni e sposati?

È Illuminante in questo contesto ricordare che ci sono altre 24 Chiese, anch’esse cattoliche, ma non romane, come quella copta, quella melchita, quella maronita, quella etiope, quella greca bizantina, quella armena, quella siriaca, quella caldeo e altre. In tutte queste chiese ci sono sacerdoti sposati e sacerdoti celibi. Non per questo sono meno “chiese cattoliche” rispetto a quella romana. Per quale ragione la Chiesa cattolica romana è così inflessibile per quanto riguarda la legge del celibato, condizione per poter essere ordinati sacerdoti? Sappiamo che la legge del celibato si è formata lentamente nella Chiesa e che nella storia è sempre stata un problema, venendo violata da papi, cardinali, vescovi e presbìteri. E negli ultimi anni è venuta alla luce, nei gradini più alti della Curia vaticana, la violazione del celibato, aggravata dai reati di pedofilia, che sono anch’essi un modo per violare il significato del celibato.

                Nell’Esortazione “Cara Amazzonia” il tema dell’inculturazione nelle culture indigene e amazzoniche, per le ragioni già indicate, non è stato portato alle estreme conseguenze, non si è andati fino alla radice. Com’è noto, nella cultura indigena non esiste la figura dell’indigeno celibe. Tutti vivono con la moglie. E lo stesso vale per il sacerdote indigeno. I viri probati indigeni: ostaggi della cultura romana, latina, occidentale e fautrice del celibato. Impedire a viri probati indigeni sposati di essere sacerdoti significa non calarsi completamente nella loro cultura. In essa il sacramento eucaristico dovrebbe essere celebrato da un sacerdote indigeno sposato. Il non calarsi completamente nella loro cultura condanna gli indigeni a rimanere ostaggi per quanto riguarda il sacramento dell’Ordinazione, della cultura romana, latina, occidentale e fautrice del celibato. Questo significa non far loro giustizia, poiché hanno il diritto divino di ricevere secondo la loro cultura la presenza eucaristica del Signore.

                Il supplet Ecclesia e il ministro straordinario dell’Eucarestia Nonostante questo limite nella comprensione di che presiede all’Eucarestia, la comunità cristiana può ricorrere ad un altro espediente ecclesiologico assicurato nella tradizione, il famoso “supplet ecclesia“. Chiarisco: gli indigeni sposati che già presiedono le loro comunità possono presiedere alla celebrazione della cena del Signore al posto del sacerdote celibe assente in qualità di “supplenza della Chiesa“. Fungono da ministri straordinari dell’Eucarestia e lo fanno con l’intenzione di stare con la Chiesa (cum Ecclesia), mai contro la Chiesa (contra Ecclesiam), e di fare tutto quello che avrebbe fatto il sacerdote se fosse stato presente.

                Qualsiasi situazione straordinaria richiede una soluzione straordinaria: la legittimazione del laico indigeno e sposato a presiedere alla celebrazione della cena e alla memoria del Signore. Necessità non ha legge. L’ordo caritatis (l’ordine della carità) e la richiesta della salus animarum (della salvezza delle anime) e l’œconomia salutis (il processo storico della salvezza) supportano teologicamente tale prassi. La stessa visione la si ritrova nel sistema giuridico-canonico della Chiesa. Il Diritto Canonico afferma esplicitamente che la legge suprema della Chiesa è sempre la “salvezza dell’anima” (canone 1752). Ciò non implicherebbe anche l’accesso senza le limitazioni imposte dalle leggi umane al sacramento dell’Ordinazione?

                È ingiusto considerare le donne cristiane inferiori. Lasciamo da parte la questione del diaconato delle donne, anch’esso negato nell’Esortazione. Tale rifiuto non supera, com’era purtroppo previsto, la questione del genere e fa sì che le donne restino, per impegnate che siano nelle comunità, cristiane inferiori,

di seconda categoria, come sostiene anche la cultura maschilista ancora dominante per quanto le riguarda. Sarebbe bene che nella Chiesa si rompesse con una tradizione così ingiusta. Per le donne non valgono i sette sacramenti: per esse i sacramenti sono solo sei, essendo escluse dall’Ordinazione.

                Ricordiamo che San Tommaso d’Aquino, nella sua dottrina sui sacramenti, sosteneva che il battesimo è il sacramento dell’iniziazione alla vita cristiana e contemporaneamente è per tutti l’iniziazione a tutti gli altri sacramenti e quindi contiene i sette sacramenti. Secondo questa interpretazione del Dottore Angelico, per il fatto di essere donna, essa, la donna, riceve un battesimo minore perché le manca il contenuto del sacramento dell’Ordinazione. Ma noi non vogliamo non ricordare un paradosso flagrante: una donna può generare un figlio che è Figlio di Dio. Questa stessa donna che ha dato alla luce questo figlio che è Figlio di Dio non può rappresentare suo figlio che è figlio di Dio. Solo per il fatto di esser donna. Le Scritture dicono che questa donna, Maria, “è benedetta tra tutte le donne” (Lc 1,41). Sembra tuttavia che non sia benedetta abbastanza per rappresentare il proprio Figlio che è il Figlio di Dio che si è fatto uomo.

                Aggiungo anche il fatto che le donne non hanno mai tradito Gesù, come fecero Pietro e gli apostoli, che lo abbandonarono. Furono sempre fedeli e furono esse le prime testimoni del più grande fatto della fede, che è la Resurrezione. Solo per queste ragioni dovrebbero avere un posto centrale nella Chiesa, se questa non fosse stata vincolata alla cultura maschilista latino-occidentale. Niente è più forte di un’idea quando raggiunge il suo punto di maturità.

                Tutto quello che ho scritto non significa mancanza di lealtà a Papa Francesco, che è incrollabile in me. Vale però il vecchio detto: Amicus Plato, sed magis amica veritas. Compete al teologo cercare nuove vie per i nuovi problemi, sempre al servizio delle comunità cristiane e della stessa Chiesa universale. Come già si è detto: “Niente è più forte di un’idea quando arriva il momento della sua realizzazione”. Verrà questo momento per i viri probati indigeni e soprattutto per le donne all’interno della Chiesa cattolica romana.

Ma quanto tarda questo momento…

                Leonardo Boff ¤1938,

Approfondimento n.35                 Quale Chiesa del Vangelo

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