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Le news più aggiornate, trascurano gli ultimi numeri, dal n. 869, che saranno recuperati  gradualmente

news UCIPEM n. 902 – 20 marzo 2022

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.

Link diretti e link per pdf -download a siti internet, per documentazione.

            I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

            Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.

            In ottemperanza alla direttiva europea sulle comunicazioni on-line (direttiva 2000/31/CE), se non desiderate ricevere ulteriori news e/o se questo messaggio vi ha disturbato, inviate una e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con richiesta di disconnessione.

            Chi desidera connettersi invii a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. la richiesta indicando nominativo e-comune d’esercizio d’attività, e-mail, ed eventuale consultorio di appartenenza. [Invio a 1.129 connessi]

Carta dell’U.C.I.P.E.M.

Approvata dall’Assemblea dei Soci il 20 ottobre 1979. Promulgata dal Consiglio direttivo il 14 dicembre 1979.

1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

02 ASSEGNO DIVORZILE                   Il destino dell'assegno di divorzio nel caso di una nuova convivenza

02                                                           “stipendio del docente consente vita libera e decorosa”, no ad assegno di divorzio

02 BIBBIA                                             In un libro, un confronto tra il pensiero di Gesù e quello di Paolo

03 CENTRO INT. STUDI FAMIGLIA  Newsletter CISF - n. 10 17 marzo 2022

05 CHIESA IN ITALIA                          In uscita verso dove? Il ripensamento della missione della Chiesa oggi

10 CHIESA UNIVERSALE                    “Il grande silenzio: la difficile gestione degli abusi della chiesa in Italia

11 CITTÀ DEL VATICANO                  Il Papa riforma la Curia Romana

12                                                          Prædicate Evangelium, Semeraro: la riforma della Curia non finisce

14 CONSULTORI UCIPEM  Recuperare il senso e l’esperienza del contatto

15 DALLA NAVATA                             III domenica di quaresima – Anno C

15                                                          Commento di p. Balducci

17 DONNE NELLA (per la )CHIESA   Non sono la costola di nessuno - Religioni e violenze contro le donne

17                                                          Fratelli, ce la facciamo a uscire dal patriarcato?

18                                                           Nella diocesi di Essen ora anche donne amministrano il battesimo

19 FRANCESCO VESCOVO ROMA    E il mondo secondo Francesco. Semplicemente rileggere il Vangelo nel 2022

21 OMOFILIA                                       La benedizione dell’amore omosessuale tra magistero e bibbia

23 PRESENTAZIONI                             Chiesa sesso amore. Le relazioni «pericolose»          

24                                                           Qualche passaggio della presentazione al lettore

25  SIN0DO                                          Per una sinodalità ecclesiale di base

27                                                          Sinodo italiano - Riforma della Chiesa. Povera, dialogica, umile

32                                                           La Chiesa italiana «vocata» al Sinodo

39                                                          I preti e l’«apatia sinodale»

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ASSEGNO DIVORZILE

Il destino dell'assegno di divorzio nel caso di una nuova convivenza

                Cos'è l'assegno divorzile e cosa indicano le due componenti? Cosa accade in caso di nuova convivenza e quando non determina la perdita dell'assegno? Quali prove dovrà fornire il richiedente?

                L'avvocato Laura Biarella spiega nel video le due componenti che costituiscono l'assegno divorzile e illustra in quali casi venga confermato al richiedente anche nel caso di una nuova convivenza.

Laura Biarella, avvocato in Perugia     14 marzo 2022       https://youtu.be/4_P1SK_BjQU

www.altalex.com/guide/assegno-divorzile

www.altalex.com/documents/news/2022/03/14/il-destino-dell-assegno-di-divorzio-nel-caso-di-una-nuova-convivenza

 

“Lo stipendio del docente consente una vita libera e decorosa”, no ad assegno di divorzio

Corte di Cassazione, prima Sezione  civile, ordinanza n. 7596, 8 marzo 2022

                La Corte di Cassazione ha negato l’assegno di divorzio a una docente, la quale aveva lamentato di aver rallentato la carriera, quindi attenuto il ruolo solo a 40 anni, per essersi dedicata, negli anni precedenti, a crescere la figlia avuta dall’ex marito. La Corte d’appello aveva apprezzato come libera e decorosa la vita condotta dall’appellante, insegnante di ruolo che godeva di uno stipendio pari ad euro 1.600,00 mensili e che era proprietaria della metà della casa di abitazione. Ritenute insussistenti le ragioni di natura compensativa o risarcitoria, in mancanza dei contributi della donna alla vita familiare, con prevalente impegno domestico e sacrificio delle aspettative professionali, aveva negato il diritto all’assegno divorzile.

                La donna si è rivolta alla Cassazione, denunziando che, l’avere stimato, astrattamente ed in modo meccanicistico, il reddito della stessa, pari ad euro 1.600,00 mensili, come “adeguato” era valutazione impossibile ed errata, dovendo invece il giudice fondare il giudizio sull’adeguatezza/inadeguatezza dei mezzi su di una valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali di due ex coniugi.

                La stessa docente ha inoltre rilevato che il trasferimento presso un’altra città era stato obbligato, in quanto se non lo avesse accettato non avrebbe permesso alla stessa di divenire docente di ruolo, e che la stabilità del posto di lavoro, in tal modo conseguita, era stata di utilità anche per il marito e la famiglia.

                Per dodici anni la donna, rallentando il proprio ingresso nella scuola quale docente di ruolo, aveva sacrificato le proprie aspirazioni lavorative per una scelta che era stata comune ai due coniugi, anche in considerazione della circostanza che gli sviluppi della carriera bancaria del marito sarebbero stati di gran lunga più redditizi di quelli della moglie, che, quale docente della scuola italiana, veniva sacrificata nella scelta di massimizzare il patrimonio familiare. La docente, al netto di questa scelta, sarebbe divenuta di ruolo ben prima dei quarant’anni, come invece avvenuto.

                Esclusa la funzione assistenziale dell’assegno divorzile, e in ragione della apprezzata consistenza della retribuzione goduta dalla docente, pari ad euro 1.600,00 mensili, la Cassazione, come la corte territoriale, ha ritenuto l’insussistenza, nel corso della vita matrimoniale, di rinunce della donna a migliori sviluppi professionali, avendo costei continuato a lavorare nel corso del matrimonio, dapprima come insegnante precaria della scuola e quindi come titolare di cattedra, trasferendosi a tal fine, per un periodo, presso un’altra città, così mantenendo l’impegno, per una scelta condivisa con il coniuge, nel perseguimento dell’obiettivo professionale.

Avv. Laura Biarella  Cronaca 20 marzo 2022

www.orizzontescuola.it/lo-stipendio-del-docente-consente-una-vita-libera-e-decorosa-corte-cassazione-dice-no-ad-assegno-di-divorzio

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BIBBIA

In un libro, un confronto tra il pensiero di Gesù e quello di Paolo

                Se tutto nella fede cristiana inizia da Gesù è ugualmente vero che il più straordinario propagatore del messaggio cristiano nei tempi antichi è stato Paolo di Tarso.

                Il rapporto tra il pensiero del Gesù storico e quello veicolato dal suo apostolo è stato negli ultimi decenni oggetto di studi, dibattiti, controversie. Cerca di fare il punto della situazione Ermanno Arrigoni (che i lettori di Adista conoscono per essere uno studioso che applica agli studi su Gesù e i Vangeli un metodo rigorosamente storico critico, ma che contesta le posizioni dei teologi del post-teismo perché a suo giudizio essi perdono di vista il kerigma del messaggio cristiano).

                Il suo ultimo libro (Il pensiero di Gesù e il pensiero di Paolo. Un confronto, Aracne, 2021, pp. 572,) prende inizialmente atto dei limiti di un lavoro di ricerca sulle fonti gesuane e paoline, a partire dalla difficoltà di conoscere le parole autentiche di Gesù, fondamentali per definirne il pensiero, «visto che Gesù non ha scritto nulla come Socrate. Tuttavia – scrive Arrigoni nella sua introduzione – gli studiosi di Socrate da sempre hanno cercato di sapere qualcosa su questo personaggio riferendosi alle fonti principali che abbiamo su di lui: Aristofane, Platone, Senofonte e Aristotele. Così per Gesù: abbiamo più fonti su di lui, come vedremo, e quindi è possibile conoscere qualcosa anche su di lui».

                Il lavoro di Arrigoni si affida allora alla analisi della tradizione orale, dei primi scritti cristiani («che appaiano appena 20 anni dopo la morte di Gesù»), agli studi sul Gesù storico, alla corrispondenza da una parte delle sue parabole con i suoi detti, con il suo messaggio; ma anche dei suoi detti con il suo comportamento e tutte le fonti che abbiamo su Gesù: attraverso tutto ciò Arrigoni prova a risalire ai detti autentici di Gesù, alle sue azioni, al suo pensiero di Gesù.

                Altrettanto l’autore fa per Paolo, in una situazione però più facile, poiché dell’apostolo possediamo 7 lettere sicuramente autentiche (delle altre i critici mettono in dubbio che sia Paolo il vero autore): 1Tessalonicesi,1 e 2 Corinzi, Galati, Romani, Filippesi e Filemome; e una ulteriore fonte che sono gli Atti degli apostoli. All’approccio laico dello studioso, Arrigoni unisce però l’idea che la conoscenza di Gesù è possibile nella comunione con lui, in un rapporto personale con lui, nell’amore per lui, proprio come dice l’apostolo Paolo: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20)».

                Per l’autore, che snoda la sua indagine attraverso 3 sezioni (“Il pensiero di Gesù”; “Il pensiero di Paolo”; “Un confronto tra Gesù e Paolo”), tra l’essenza del messaggio di Gesù e il modo con cui Paolo lo ha “tradotto” in Occidente non c’è scarto, ma sostanziale (seppure non assoluta) continuità. Il problema, semmai, si è innescato successivamente, quando «tante incrostazioni che lungo i secoli si sono depositate sul suo messaggio, fino a nasconderlo e a cambiarlo». Proprio da tali incrostazioni Arrigoni ritiene necessario liberare il messaggio di Gesù, con «quella libertà che i credenti hanno in Cristo, come scrive Paolo nella lettera ai Galati», cercando di distinguere in modo rigoroso ciò che fa parte della cultura del tempo e ciò che fa parte della fede cristiana, delle più antiche confessioni di fede, della fede stessa di Paolo.

Valerio Gigante                               Adista notizie   19marzo 2022

www.adista.it/articolo/67754

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CENTRO INTERNAZIONALE DI STUDI SULLA FAMIGLIA

Newsletter CISF - n. 10, 17 marzo 2022

Unione Europea. L'impatto delle trasformazioni tecnologiche sulla generazione digitale (159 pp)

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=5%3dJTBaNT%26s%3dU%267%3dQBZ%268%3d-Q%262%3d0CJwK_AqZr_L1_yslp_98_AqZr_K6kAz9n77.52_JjsW_TyMw-58D177J_yslp_98DFsGt4z_JjsW_TyRGTK_HXui_R3t1hmbJ_HXui_Rmf27pixD-4GAApFz-FhHxH-uG.O-3vM7JyQ-A5wGAJz-fL.Q-47uIpLx.Fk8%26w%3dC2KE39.FxJ

(Austria, Estonia, Norvegia e Romania) (The impact of technological transformations on the Digital Generation).  questo ampio e dettagliato rapporto (all'interno del progetto europeo DigiGen) si concentra sull'uso delle tecnologie digitali per le famiglie con figli tra 5 e 10 anni in quattro Paesi europei, attraverso una interessante metodologia qualitativa: 21 focus group con bambini tra 5 e 6 anni (età prescolare), 21 focus group con bambini tra 8 e 10 anni, e 42 interviste a famiglie e bambini (124 rispondenti). (This report comprises the findings on the use and integration of Digital Technologies (DT) in the lives of children ages 5-10 and their families. The report is organized as four case studies in Austria, Estonia, Norway and Romania).                                                                    https://digigen.eu

La famiglia green. Responsabilità generazionale verso il cambiamento climatico (Green Family. Generational Fairness in Climate Change). Population Europe  https://population-europe.eu/about-us

pubblica il suo 34.o Brief [testo n. 34, in inglese, 4 pp.],             https://population-europe.eu/about-us

a partire da un seminario tenutosi a febbraio 2022 sui comportamenti socialmente responsabili delle famiglie per contrastare l'impatto del cambiamento climatico  e sulle modalità con cui sostenerle e favorire tali comportamenti [Esiste anche una versione estesa del documento, in tedesco [Discussion Paper n.24, 64 pp. German text],

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=5%3d2W7a6W%26n%3dU%26o%3dT7Z%26p%3d-T%26w%3d0uMrK_stUr_44_tsTs_48_stUr_39rGqNn3uBqF-fNtGq8.gM_stUr_39hAm8u_JRvR_Tg7q5vFgFuL_tsTs_48eI_33b4cV_hKg7o-9cEjE1_b.q7h%266%3dnNuNdU.p7u

Macerata. Apre lo sportello 'sos famiglia'. Il Comune di Macerata ha recentemente aperto un nuovo servizio di ascolto delle famiglie, denominato "SOS famiglia", ad integrazione e potenziamento delle attività svolte dal locale Centro per la Famiglia. Il nuovo servizio, gestito da consulenti familiari, intende sviluppare un'opera di prevenzione del disagio relazionale di tante famiglie e ragazzi, tanto più utile dopo i lunghi mesi di pandemia e disagio socio-relazionale.

www.cronachemaceratesi.it/2022/01/25/problemi-di-coppia-e-figli-nasce-lo-sportello-sos-famiglia/1605162

Dalle case editrici

¨       Giancarlo Dimaggio, Il Diavolo prenda l’ultimo. La fuga del narcisista, Baldini+Castoldi, Milano 2021, pp. 525.

                Ci vuole un bel coraggio e molta fiducia per prendere in mano questo volume di oltre 500 pagine, eppure dopo averlo letto quasi dispiace che sia finito! Difficile riassumerlo, e difficile anche catalogarlo in una specifica tipologia di volume: è certamente un romanzo [...] è però anche un volume scritto all’interno di un sapere tecnico-professionale ben preciso, quello della psicoterapia [...] Anzi, il primo grande pregio di questo volume sta proprio nella sapiente miscela tra know how tecnico e impianto narrativo [...]  un grande pregio del volume è portare i riflettori sul tema del narcisismo, parola troppo spesso utilizzata a sproposito nel dibattito culturale contemporaneo, che viene qui raccontata nelle sue forti differenziazioni, ripercorrendone la solo recente maggiore consapevolezza e conoscenza tecnico-metodologica, proprio attraverso la storia di Lorenzo, giovane terapeuta trentenne, che con molti errori ed incidenti di percorso piano piano incontra maestri, supervisori, esperti, e lentamente impara “a sbagliare di meno” con le persone che gli chiedono aiuto [...] (Francesco Belletti) [Leggi la recensione integrale]

                https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=7%3d7bIcAb%26z%3dW%26t%3dYIb%26u%3d-Y%269%3dBzR4_LW1d_Wg_PewV_Zt_LW1d_VlLsQyJsNzC6.MgL45uJ38oEwNgJ.wN_xygt_8DqCyD_6uYx_F0gR85iF19tR7_LW5g9o1d_VlLsQyAwMlYNV8_9zFkEoNuJw6xG.48l%26B%3d1OyTqV.tC8P

Percorsi di formazione.

¨       La tua famiglia e la mia: IL webinar sul canale youtube del Cisf. È ora disponibile su YouTube

www.youtube.com/watch?v=GbQYiAG8u4E

 l'appuntamento Cisf che ha dato voce alle assistenti familiari straniere, divise tra impegnativi incarichi di cura dei nostri anziani e le loro famiglie d'origine,da cui restano separate a volte per anni. Introdotti e coordinati da Francesco Belletti, direttore Cisf, hanno dialogato: Silvia Dumitrache (Associazione Donne Romene in Italia)                                                                                                     https://adriassociazione.wordpress.com

¨       Maurizio Ambrosini e Maria Grazia Vergari. La fatica di lasciare andare. Distacchi e altri addii. Incontri di gruppo presso il Consultorio Familiare "La Bussola", Cerea (VR). "Questo progetto nasce dall’idea di offrire uno spazio di condivisione e di ascolto a chi ha dovuto confrontarsi con esperienze e situazioni inerenti al tema del lutto e della perdita. Il nostro intento è di accogliere la fatica e il disagio che il distacco e il “lasciar andare” impongono, attraverso il confronto e l’accompagnamento nella narrazione del proprio vissuto. Con la consapevolezza della soggettività e dell’ampiezza dell’esperienza del dolore, riteniamo che il gruppo possa rappresentare una preziosa opportunità per non sentirsi soli o unici nel vivere sentimenti di tristezza e di impotenza. Crediamo inoltre possa essere una valida possibilità di ancoraggio per l’attraversamento di questo delicato momento". Sono previsti 7 incontri a partire da venerdi’ 8 aprile 2022, dalle 17:45 alle 19:00 (gli incontri si terranno presso il Consultorio, p.zza F.lli Sommariva 137053 Cerea-VR). Il primo incontro è gratuito e aperto a tutti gli interessati. È prevista una quota di partecipazione complessiva per il ciclo di incontri.

¨                                                        www.dropbox.com/s/qbzzhrm6ewca17b/FaticaAddii.pdf?dl=0

¨       Io mi affido, tu ti affidi. Quattro incontri (in presenza) per scoprire come accogliere un minore in famiglia, promossi dalla Garante dell'Infanzia e dell'Adolescenza della Regione Umbria Maria Rita Castellani, con il patrocinio dei comuni di Todi (primo incontro il 9 aprile), Foligno (29 aprile), Terni (6 maggio), Perugia (15 maggio)

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=7%3d7UKcAU%262%3dW%26t%3dRLV%26u%3dSHWFU%26A%3dBzK6_LWtf_Wg_IgwV_Sv_LWtf_VlEuQyCuNz68.MgE65uC58o8yNgC.yN_xrit_87sCy7_8uYq_H0gK05i939tK95g2q_LWtf_Vl2v0o550gDyFo289.v5v%268%3dsL9PiS.49z%2609%3dYESG]

¨       Ciclo di conferenze sul lavoro. L'Istituto di Studi Superiori sulla Donna-UPRA propone un Percorso guida per agevolare la ricerca e la creazione di lavoro, attraverso 2 cicli di conferenze (in presenza e in modalità online) con un taglio molto pratico per (ri)progettare la propria vita professionale. Sono previsti 10 incontri che si terranno una volta la settimana, il mercoledì dalle ore 17 alle ore 18:30, a partire dal 20 aprile e fino al 22 giugno 2022 [qui per info e programma].

www.upra.org/offerta-formativa/istituti/istituto-di-studi-superiori-sulla-donna/ciclo-di-conferenze-sul-lavoro-ii-edizione

SAVE the date

¨       Webinar (IT) - 11 aprile 2022 (14.30-17.30). "No alla PAS. Prime riflessioni sull'Ordinanza della Cassazione 9691/2022", a cura di Aiaf Veneto, Friuli, Trentino, Campania, in collaborazione con l'Ordine degli Avvocati di Pordenone

https://aiaf-veneto.it/eventi/no-alla-pas-prime-riflessioni-sullordinanza-cass-26-01-2022n-9691-2022

¨       Incontro (Todi) - 22 aprile 2022 (inizio ore 18). "Il tempo delle mele", appuntamento condotto da Barbara Baffetti nell'ambito del ciclo "Aiuto! Mio figlio ha l'adolescenza!", organizzato dall'Ufficio delle Pol.Familiari di Todi (presso la scuola "Cocchi-Aosta" di Todi) [anche in diretta streaming].

www.youtube.com/channel/UCHar0-K82XWAtujs08Wo6yw

¨       Webinar (USA) - 28 aprile 2022 (inizio ore 12.00 pm GMT-4). "Impacts of Childhood CPS contact on Youth Education, Behavior, and Criminal Systems Outcomes", a cura di Fragile Families Working Group-Princeton University [qui per info e iscrizioni]

https://fragilefamilies.princeton.edu/events/impacts-childhood-cps-contact-youth-education-behavior-and-criminal-systems-outcomes

¨       Webinar (IT) - 29 aprile 2022 (inizio ore 18.30). "Le tecniche dell'ascolto: ascoltare per intervenire", evento nell'ambito della proposta formativa per operatori degli adolescenti a cura dell'Arcidiocesi di Otranto e dell'Osservatorio Giovani dell'Istituto Toniolo

www.youtube.com/c/ArcidiocesidiOtranto

Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

    Archivio   http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

https://a4e9e4.emailsp.com/frontend/nl_preview_window.aspx?idNL=158

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CHIESA IN ITALIA

In uscita verso dove? Il ripensamento della missione della Chiesa oggi

                Esiste una sfida, per la Chiesa, particolarmente impellente, data la sua radicalità e la sua urgenza e dato il fatto che si tratta di qualcosa che incrocia in diversi modi le questioni suddette. È la grande questione della sua missione dentro questo mondo, che si potrebbe esprimere con alcune domande suggestive, che agitano certamente la mente e il cuore di quei cristiani che continuano a custodire il desiderio di trasmettere ad altri la fede che vivono: come può ancora la Chiesa annunciare il Vangelo agli uomini di oggi?

                Nel XII capitolo del Vangelo di Luca sono racchiuse alcune delle parole più delicate e consolanti che Gesù abbia rivolto ai suoi discepoli. Lì sono anche custoditi alcuni dei detti che li invitano alla vigilanza nell’attesa della venuta del Figlio dell’uomo. A quanti lo seguono, «suoi amici», il Maestro rivolge infatti l’invito a non preoccuparsi e a non avere paura. Non devono temere quanti hanno il potere di uccidere il corpo, ma dopo questo non possono fare nulla. Non debbono preoccuparsi di che cosa mangeranno e di che cosa vestiranno, perché il Padre conosce il loro bisogno. A essi egli porge altresì l’invito a tenersi pronti, come chi aspetta il padrone di casa quando torna dalle nozze, in modo da aprirgli subito non appena bussa alla porta: perché nell’ora che non s’immagina arriva il Figlio dell’uomo.

                In quello stesso contesto Gesù si rivolge però alle folle che lo ascoltano, domandando perché non sappiano valutare il tempo che stanno vivendo: «Diceva ancora alle folle: Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: “Arriva la pioggia”, e così accade. E quando soffia scirocco, dite: “Farà caldo”, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo?» (Lc 12,54-56).                       www.laparola.net/wiki.php?riferimento=Lc12,54-56&formato_rif=vp

Certo, si tratta di una parola singolare che ha raggiunto i contemporanei di Gesù perché non si lascino sfuggire quel tempo irripetibile della presenza del Figlio di Dio in mezzo agli uomini di cui sono protagonisti. Per Luca, così attento alla storia, quello rappresenta infatti il centro del tempo: un momento cruciale, unico e irripetibile nella storia dell’umanità e della salvezza.

                In perenne discernimento. Tale parola continua però a essere viva e impellente per la Chiesa di tutti i tempi e di tutti i contesti, e per ogni cristiano che voglia mettersi alla sequela di Cristo. In ogni momento e soprattutto in quei frangenti della storia nei quali si percepisce che sono in atto mutamenti epocali, la Chiesa è infatti chiamata a discernere il tempo che sta vivendo per udire dove lo Spirito di Cristo la orienti, quali siano i sentieri sui quali è chiamata a incamminarsi e quali siano le scelte da compiere. Si potrebbe dire che la Chiesa è chiamata a vivere in uno stato di perenne discernimento per cogliere, nella maniera più nitida possibile, che cosa lo Spirito le vada dicendo; e per farlo è spronata a guardare soprattutto fuori di sé, a quel che accade in quel mondo di cui è parte, nel quale è immersa e che la costituisce.

                È ciò che vale sempre. Tuttavia si tratta di qualcosa che vale forse in maniera particolarmente impellente in questo momento della storia. In diverse occasioni papa Francesco ha infatti e molto efficacemente affermato che oggi non saremmo alle prese con una semplice epoca di cambiamento, ma che ci troveremmo piuttosto a vivere un cambiamento d’epoca; e non c’è dubbio che egli sia riuscito in tal modo a dar voce a una sensazione che attraversa i cuori di molti cristiani e forse di diversi contemporanei (…)

                Esiste tuttavia una sfida, per la Chiesa, particolarmente impellente, data la sua radicalità e la sua urgenza e dato il fatto che si tratta di qualcosa che incrocia in diversi modi le questioni suddette. È la grande questione della sua missione dentro questo mondo, che si potrebbe esprimere con alcune domande suggestive, che agitano certamente la mente e il cuore di quei cristiani che continuano a custodire il desiderio di trasmettere ad altri la fede che vivono: come può ancora la Chiesa annunciare il Vangelo agli uomini di oggi? In che modo può svolgere la sua missione? In quale maniera essa può comunicare ad altri il tesoro di cui vive, in modo che appaia vitale anche per loro e per tutta l’umanità?

                La decisività della questione della missione della Chiesa è tale da essere diventata non a caso nei decenni postconciliari oggetto di invito pressante e ripetuto da parte dei pastori della Chiesa. Se si avesse la possibilità di visionare i programmi pastorali delle diverse Chiese italiane e occidentali, si sarebbe probabilmente indotti a constatare che il tema dell’annuncio evangelico in un contesto culturale radicalmente mutato e in incessante mutamento ha segnato in maniera decisiva la vita delle nostre Chiese, ha richiesto molte risorse e ha rappresentato una delle preoccupazioni pastorali principali.

                Guardando ad esempio alle Chiese italiane, rimane sintomatico il documento offerto dai vescovi a inizio del nuovo millennio, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, nel quale si rintracciavano le potenzialità ma anche i problemi e i rischi in relazione alla missione della Chiesa in Italia. Tra questi ultimi campeggiava il crescente analfabetismo religioso (…)

www.chiesacattolica.it/documenti-segreteria/comunicare-il-vangelo-in-un-mondo-che-cambia-orientamenti-pastorali-dellepiscopato-italiano-per-il-primo-decennio-del-2000-29-giugno-2001

                Missione o evangelizzazione? In ogni caso, è soprattutto in alcuni dei documenti papali più interessanti di questi ultimi decenni che l’invito, per così dire, a una Chiesa estroversa si è fatto particolarmente incalzante. Nel 1975, a seguito del Sinodo dei vescovi dell’anno precedente sul tema «L’evangelizzazione nel mondo contemporaneo» e a dieci anni dal documento conciliare Ad gentes, Paolo VI offriva l’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi. Era un momento nel quale la stessa parola missione era diventata sospetta nelle Chiese, tra i teologi e gli stessi missionologi. Proprio per questo il papa rinunciava lì al termine, preferendogli quello di evangelizzazione: ma in fondo le due parole risultavano sovrapponibili l’una all’altra, e l’invito a una Chiesa missionaria appariva forte e chiaro.

                Nel 1990, Giovanni Paolo II pubblicava l’enciclica Redemptoris missio. Tra i motivi principali che ispirarono il celebre documento papale campeggia la preoccupazione destata da quelle teologie del pluralismo che rischiavano di occultare l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo; e che potevano quindi compromettere l’impellenza del compito missionario della Chiesa. Giovanni Paolo II vi approfondiva pertanto l’unicità di Gesù. A partire da questa unicità del Signore Gesù non si debbono escludere delle «mediazioni partecipate»; ma questo non può significare che Cristo possa venire ridotto ad «uno dei molti mediatori possibili».

www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_07121990_redemptoris-missio.html

                È quasi inutile dire come si sia alle prese con una problematica che, se possibile, è diventata ancora più radicale in questi ultimi decenni. Quanti cristiani pensano ormai normalmente che Gesù sia uno dei tanti «personaggi» che mettono in relazione con Dio ma non certo l’unico in cui gli uomini vengono salvati? La posizione che difende l’unicità di Gesù, infatti, sembrerebbe a molti incompatibile con l’esperienza ormai quotidiana di persone che confessano un altro Dio con coscienza sincera o con la consapevolezza che esistono diverse religioni nel mondo, le quali propongono valori assai positivi e umanizzanti.

                Rispetto a una tale questione – non certo periferica per dei cristiani che avrebbero dovuto sentire che non c’è nessun nome in cui si venga salvati se non nel nome di Gesù (At 4,12) – Giovanni Paolo II dichiarava che «Cristo è l’unico mediatore tra Dio e gli uomini (...) Gli uomini, quindi, non possono entrare in comunione con Dio se non per mezzo di Cristo, sotto l’azione dello Spirito (…) Se non sono escluse mediazioni partecipate di vario tipo e ordine, esse tuttavia attingono significato e valore unicamente da quella di Cristo e non possono essere intese come parallele o complementari». Dunque, il compito missionario non può essere mai sospeso, neppure oggi.

                Più di recente anche papa Francesco è tornato a rivolgere a tutta la Chiesa un invito pressante perché comunichi con slancio il Vangelo. Fortemente segnato da quanto la Evangelii nuntiandi ha rappresentato per lui personalmente e per la Chiesa latinoamericana da cui proviene e chiaramente partecipe del cammino compiuto dalla Chiesa argentina e sudamericana nei decenni passati, papa Bergoglio ha addirittura fatto del tema della Chiesa in uscita missionaria il fulcro del suo documento programmatico, la Evangelii gaudium.

www.vatican.va/content/paul-vi/it/apost_exhortations/documents/hf_p-vi_exh_19751208_evangelii-nuntiandi.html

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20131124_evangelii-gaudium.html

                L’annuncio della misericordia. Il centro e il cuore di tutta l’esortazione apostolica è inequivocabilmente questo: la Chiesa esiste per annunciare il Vangelo; la Chiesa non è sé stessa se non comunicando ad altri la gioia del Vangelo. Un passaggio del n. 24 di Evangelii gaudium sembra il più adatto a richiamare sinteticamente la novità di accento con la quale Francesco re-invita la Chiesa a sentirsi strutturalmente missionaria ed «estroversa», rispetto a quel mondo e a quella umanità per cui Dio ha mandato il suo Figlio e lo Spirito e per la cui salvezza Cristo ha donato la sua vita (…)

                La missione della Chiesa appare come il rendere disponibile per altri quell’amore misericordioso che la fa esistere e di cui i cristiani fanno esperienza. Proprio per questo, la missione dovrà comportare l’annuncio del Vangelo, a cui è intrinsecamente congiunta una «vita misericordiosa» capace di integrare tutti, a cominciare dai poveri e dagli esclusi. La missione dovrà poi impegnare la Chiesa ovunque, in qualunque contesto essa si trovi a vivere; e dovrà contare sulla responsabilità di tutti i cristiani, specie dei cristiani laici, che sono l’immensa maggioranza del popolo di Dio: tutti infatti siamo dei discepoli-missionari. Non possiamo essere autentici discepoli del Signore senza essere simultaneamente missionari. Sembra proprio che per papa Francesco un cristiano non missionario sia una contraddizione in termini!

                Tale invito rivolto alla Chiesa è così decisivo da costituire il principio stesso di riforma della stessa. L’auspicio di una sana decentralizzazione così come lo stimolo a ritrovare le strade della sinodalità sono intrinsecamente connessi a questo appello pressante a una Chiesa in uscita missionaria. Nei diversi «luoghi» in cui esiste la Chiesa si debbono infatti poter prendere quelle decisioni più adatte perché il Vangelo risuoni ancora in quei precisi contesti; e perché ciò sia vero è necessaria la partecipazione e la corresponsabilità, pur differenziata, di tutti. In ogni caso, la riforma delle strutture ecclesiali, a ogni livello della vita della Chiesa, è strettamente connessa alla Chiesa in uscita missionaria (…)

                Più di recente, in occasione del centenario della Maximum illud di Benedetto XV – considerata la prima grande enciclica missionaria dei tempi moderni – il papa ha addirittura chiesto alla Chiesa di vivere un tempo straordinario di missionarietà.

www.vatican.va/content/benedict-xv/it/apost_letters/documents/hf_ben-xv_apl_19191130_maximum-illud.html

                Nel messaggio inviato per l’occasione, Francesco ha sottolineato come i cristiani facciano l’esperienza di ricevere la vita divina, che viene loro comunicata nel battesimo. Esso, afferma Francesco, «ci dona la fede in Gesù Cristo vincitore del peccato e della morte, ci rigenera a immagine e somiglianza di Dio e ci inserisce nel corpo di Cristo che è la Chiesa. In questo senso, il battesimo è dunque veramente necessario per la salvezza perché ci garantisce che siamo figli e figlie, sempre e dovunque, mai orfani, stranieri o schiavi, nella casa del Padre. Ciò che nel cristiano è realtà sacramentale – il cui compimento è l’eucaristia –, rimane vocazione e destino per ogni uomo e donna in attesa di conversione e di salvezza. Il battesimo infatti è promessa realizzata del dono divino che rende l’essere umano figlio nel Figlio (…)».

                L’appello, che ha raggiunto dunque la Chiesa in un modo tutto particolare in questo tempo straordinario di missionarietà, è a non trattenere in alcun modo ciò che si riceve nel battesimo e si compie nell’eucaristia, ovvero l’essere figli e figlie del Padre. Diventare infatti figli del Padre comporta la vocazione e il compito di sapersi inviati affinché tutti gli uomini possano partecipare della stessa realtà.

                Saremo gli ultimi cristiani? L’invito insistente che in questi decenni è giunto dai pastori della Chiesa e, in particolare, quello che in questi ultimi anni si leva accorato e pressante dalle parole e dagli scritti di Francesco è già l’effetto di uno sguardo sincero sulla realtà: certamente quella della Chiesa cattolica sparsa in tutto il mondo, ma in particolare la realtà delle Chiese che abitano il mondo occidentale. Perché è evidente a chiunque non chiuda gli occhi su quanto sta avvenendo oggi che proprio qui, in Occidente, si stia facendo l’esperienza di un cambiamento d’epoca di tale portata da mettere in discussione la stessa presenza della Chiesa e del cristianesimo nel prossimo futuro.

                Già alcuni decenni fa un teologo significativo come Jean-Marie Tillard, domenicano (1927-2000) si poneva una domanda che allora poteva sembrare «di nicchia» ma che oggi agita invece il cuore e la mente di molti «normali» credenti in Cristo: saremo forse noi gli ultimi cristiani? Non certo a caso già a cominciare dalla fine degli anni Settanta si è parlato a lungo della necessità di una nuova evangelizzazione. Fu in particolare il già citato Giovanni Paolo II a fare propria con insistenza tale espressione, soprattutto per indicare la necessità di far risuonare il Vangelo negli ambienti quotidiani dei paesi di antica cristianità.

                Sintomatico di quanto era sottinteso a una tale formula è ciò che egli scriveva nelle prime battute della Christifideles laici: «È veramente grave il fenomeno attuale del secolarismo: non riguarda solo i singoli, ma in qualche modo intere comunità, come già rilevava il Concilio: “Moltitudini crescenti praticamente si staccano dalla religione”.

www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_exhortations/documents/hf_jp-ii_exh_30121988_christifideles-laici.html

Più volte io stesso ho ricordato il fenomeno della scristianizzazione che colpisce i popoli cristiani di vecchia data e che reclama, senza alcuna dilazione, una nuova evangelizzazione». Il suo successore, Benedetto XVI, istituiva addirittura il Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione.

                Tutto ciò non esime tuttavia da uno sguardo anche più ampio, che acuisce ancora di più la consapevolezza del fatto che la missione della Chiesa dentro questo nostro mondo sia oggi questione decisiva. Vale la pena richiamare al proposito alcuni dati (…) e accennare a un fenomeno che deve essere visto in tutta la sua portata: se non si vuole fare della retorica, parlando della necessità di una nuova evangelizzazione o dell’urgenza di una Chiesa in uscita missionaria, come sta avvenendo spesso – occorre dirselo – in molti contesti ecclesiali; e se non si vuole continuare a offrire una lettura dell’urgenza missionaria della Chiesa secondo parametri tipici degli anni Settanta, ma oggi incapaci di cogliere la radicalità dei mutamenti in atto.

                In questi ultimi decenni è evidente a tutti, ad esempio, il calo drastico dei religiosi e dei ministri ordinati, soprattutto dei presbiteri. È un dato, quest’ultimo, che in una forma di Chiesa diversa potrebbe anche non risultare così drammatico, ma che in una forma di Chiesa ancora fortemente tridentina, centrata sulla parrocchia e avente nel prete il suo protagonista quasi assoluto, finisce per essere quasi tragico.

                Guardando all’Italia può essere utile rilevare i cambiamenti numerici registratisi negli ultimi anni: nel 2012 il numero di presbiteri era di circa 48.000; nel 2016 esso si era invece ridotto drasticamente, essendo di 34.810 (…) Ed è quasi inutile segnalare che il caso italiano, nella vecchia Europa cristiana, è ancora quello in cui si è verificato il calo di preti minore. Tuttavia, tale dato va inquadrato in un altro più ampio e decisamente più significativo in ordine al discorso che si sta facendo: quello riguardante la netta diminuzione dei cristiani. Secondo un’indagine svolta dalla Community Media Research in collaborazione con Intesa San Paolo nel 2017, la maggioranza della popolazione italiana si dichiarava ancora cattolica: si trattava però del 60,1% della popolazione, a fronte del 79,2% di soli vent’anni prima (…)

                Lo scoramento. È chiaro che i numeri non sono tutto. Non si può però negare che essi segnalano un mutamento significativo, che induce quanto meno a sospettare che l’idea che l’Italia sia un paese cristiano-cattolico non corrisponda più così pacificamente alla realtà. Né si può negare che uno degli aspetti che debbono essere presi in considerazione sia la grande fatica che le Chiese italiane e più ampiamente occidentali stanno facendo a trasmettere la fede alle nuove generazioni.

                Con il rischio di essere un poco drastici (…) si può dire che non solo il numero dei cristiani è in calo, ma che esso è per lo più formato da adulti e soprattutto da anziani. È un altro dato che occorre rilevare ed è un aspetto che produce spesso un grande scoraggiamento nei pastori più coinvolti e profonda tristezza nei cristiani più sensibili: ciò che ha permesso per secoli di trasmettere normalmente la fede di generazione in generazione, oggi sembra incapace di continuare a farlo.

                Tanto per esemplificare: a fronte di energie infinite spese nella catechesi dei bambini e dei ragazzi, quello che le comunità cristiane hanno la sensazione di raccogliere è spesso davvero poca cosa. Non paiono servire semplici aggiustamenti: la sensazione è che si tratti di uno strumento decisivo in un tempo in cui la fede veniva normalmente trasmessa nelle famiglie e nella società e il momento del catechismo corrispondeva alla «messa a punto intellettuale», per così dire, di una pratica cristiana acquisita altrove e normalmente vissuta.

                Oggi si rischia di chiedere tutto a uno strumento che non può strutturalmente darlo! E sempre per esemplificare: la vita di alcune associazioni cristiane pare ancora strutturata nell’implicito che le comunità parrocchiali siano floride e che possano ancora essere il loro «bacino» naturale; e rischiano perciò di riproporre percorsi che erano significativi alcuni decenni fa, ma che stentano ad esserlo oggi per le nuove generazioni.

                Dietro (e dentro) tutti questi dati occorre tuttavia cogliere un fenomeno importante, di cui molto si è detto in questi decenni, ma dal quale non si traggono sempre le dovute conseguenze: sta velocemente finendo il regime di cristianità ovvero, per esprimersi nel modo più semplice possibile, quel modo di esistenza della Chiesa per il quale l’appartenenza ad essa e alla società civile finiva per sovrapporsi e per il quale, di conseguenza, la Chiesa (specie i suoi pastori) finiva per avere un certo potere anche nella società.

                Fine del paradigma di cristianità. È tuttavia necessario soffermarsi sulla reale portata di ciò, se non si vuole fare dell’invito a una Chiesa in uscita missionaria o alla nuova evangelizzazione un semplice slogan e se non si vuole che, al di là delle ottime intenzioni, esso finisca per produrre un inutile senso di colpa in quei pochi cristiani che vivono già con intensità la loro vita cristiana e la loro appartenenza ecclesiale. Infatti, l’impressione che spesso si ricava è che tale appello venga interpretato come se si trattasse semplicemente di cambiare strategia con un colpo di volontà, di responsabilizzare tutti, di abitare con coraggio gli ambiti di vita in cui i cristiani sono a contatto con i non cristiani, di declericalizzare la Chiesa, di riformare qualche struttura, di impegnarsi maggiormente ecc.

                Chiaro che tutto questo e molto altro può costituire un aspetto significativo di una lettura seria dei «segni dei tempi» e dell’invito a una Chiesa in uscita missionaria. Non si fanno però fino in fondo i conti con la fine della cristianità, quando ci si immagina di doversi impegnare nell’illusione di restaurare ancora quel regime di cristianità che si sta sfaldando; quando non si prende reale consapevolezza che la fine della cristianità significa, tra le altre cose, che le forze a disposizione delle Chiese e delle comunità cristiane sono sempre più ristrette; quando non ci si rende conto – come si accennerà in seguito – che la fede stessa dei sedicenti cristiani è oggi più fragile; quando non si avverte che la cosiddetta comunicazione della fede non può essere pensata secondo una forma «intellettualista» o dando implicitamente per scontata l’esistenza di luoghi in cui vivere e praticare la fede, e non solo dei riti. Anche e soprattutto questo significa che siamo nel tempo della fine della cristianità.

                Quest’ultima non tocca dunque soltanto la società nella quale le Chiese vivono e dentro la quale sono chiamate a essere missionarie; essa riguarda la stessa Chiesa, le comunità cristiane, la loro effettiva realtà, la possibilità di vivere ancora una reale vita cristiana e un’effettiva e significativa esperienza ecclesiale. Per dirla in maniera diretta: certi modi di invocare la Chiesa in uscita o la necessità di una nuova evangelizzazione, all’interno di molti discorsi ecclesiastici e teologici, sembrano ancora provenire dalla lettura della realtà ferma agli anni Settanta (…)

                Ha ragione Christoph Theobald ¤1946, quando evidenzia l’attuale «esculturazione» della fede: nel senso che i cristiani non possono più contare su una cultura in qualche modo impregnata di cristianesimo; e sono in diaspora. Così, i richiami alla Chiesa in uscita o a una nuova evangelizzazione possono finire per essere inutilmente colpevolizzanti per i pochi cristiani rimasti; e rischiano di risultare incapaci di cogliere ciò di cui essi per primi hanno bisogno per continuare, all’interno di questo nostro mondo, a essere cristiani e, dunque, missionari. Non basta dunque risolvere la questione della missione della Chiesa in questo mondo, ridivenuta così centrale, pensando di ridurla a qualche appello volontaristico perché le comunità cristiane si proiettino all’esterno. In un tale contesto, se non si prende in seria considerazione che cosa sta avvenendo, c’è infatti il rischio di confondere la missione con una propaganda sterile.

                Per di più è indispensabile non chiudere gli occhi di fronte al fatto che, a motivo di certi momenti della storia missionaria della Chiesa e della cultura che caratterizza l’Occidente, la stessa parola «missione» rischia di apparire sospetta. Così come occorre vedere che il termine «missione» evoca una realtà complessa, a motivo della complessità del mondo nel quale viviamo e alla quale si è fatto solo un fugace cenno.

                È quanto si tratta dunque di approfondire.

 

Roberto Repole * ¤1967 docente facoltà teologica         estratti dal capitolo 1 di Il dono dell’annuncio. Ripensare la Chiesa e la sua missione edito da San Paolo (2021, pp. 20

* nominato arcivescovo di Torino lo scorso 19 febbraio 2022

https://ilregno.it/attualita/2022/6/in-uscita-verso-dove-roberto-repole

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CHIESA UNIVERSALE

“Il grande silenzio: la difficile gestione degli abusi della chiesa in Italia

                Francesco Zanardi è come un fiume in piena. Forse deve esserlo per forza, visto il silenzio che lo circonda. In molte parti del mondo, il tema degli “abusi sessuali da parte del clero” domina la cronaca della Chiesa cattolica. Non così in Italia. Se non fosse per la Rete l’abuso, si potrebbe pensare che in Italia questi reati non esistano. “Rete L’Abuso” è il nome dell’associazione fondata da Zanardi una decina di anni fa con sede a Savona, in Liguria. È l’unica organizzazione nel Paese a rappresentare le vittime del clero.

                “C’è un silenzio assoluto su questo argomento in Italia”, dice Zanardi, 51 anni. È stato violentato per la prima volta da un prete all’età di undici anni, per un totale di quattro anni. Zanardi ha detto al telefono di aver avuto consapevolezza del suo trauma solo all’età di 40 anni. “Poi ho iniziato a prendermi cura di me stesso e a cercare giustizia”. Ha denunciato il suo carnefice, che gli aveva fatto violenza nel gruppo di giovani cattolici nella località balneare ligure di Spotorno e durante le trasferte al campeggio. Ma quando Zanardi ha sporto denuncia alla Procura della Repubblica, i reati erano prescritti. “In quel momento ho capito che dovevo attivarmi e contribuire a garantire che cose del genere non si ripetessero più”.

                Zanardi e la sua cerchia di collaboratori hanno documentato i casi di 360 sacerdoti. Rete l’abuso esiste dunque ormai da oltre dieci anni. Il successo dell’organizzazione è notevole. Tuttavia, l’elaborazione in Italia è ancora agli inizi. Zanardi e la sua cerchia di collaboratori hanno finora documentato i casi di 360 sacerdoti che sono stati condannati per abusi o che sono stati oggetto di procedimenti penali negli ultimi 15 anni. Sul sito web dell’organizzazione sono elencati su una mappa dell’Italia alla voce “diocesi non sicure“.

https://retelabuso.org/diocesi-non-sicure

                 I contrassegni rossi stanno per gli autori condannati in via definitiva, gialli per procedimenti in corso o insabbiati. I luoghi in cui i molestatori sono stati trasferiti in Italia dall’estero sono contrassegnati in nero; il blu segna le 21 strutture della Chiesa di terapia per i preti perpetratori. La pratica del trasferimento dei colpevoli condannati e la speranza che la terapia possa porre fine alle loro tendenze pedofile hanno caratterizzato l’azione della Chiesa in Italia fino ad oggi. Zanardi spiega perché la questione viene affrontata con il disinteresse della stampa locale. Tra l’altro va aggiunto anche il groviglio di Chiesa, Stato e società in Italia, che è profondamente cattolica. Quando Francesco, a febbraio, è stato ospite di un talk show televisivo italiano, prima volta per un papa, il conduttore gli ha reso omaggio, ma non ha posto una sola domanda sulla più urgente di tutte le questioni ecclesiali, gli abusi.

https://retelabuso.org/2022/02/07/che-incenso-che-fa-il-papa-fazio-e-lintervista-mancata

“I maggiori media italiani sono un porto sicuro per il Vaticano”, ha scritto il New York Times.

                Nessuna diocesi italiana ha ancora commissionato rapporti investigativi. La Chiesa gode anche di alcuni privilegi giuridici. Ad esempio, con i Patti Lateranensi, che regolano i rapporti tra Stato e Chiesa in Italia, si è convenuto che la Procura della Repubblica informasse le diocesi delle indagini sui preti. “Quindi si devono presentare tutte le prove quando si denuncia, dice Zanardi, altrimenti viene tutto insabbiato.

                Nessuna diocesi italiana ha commissionato rapporti investigativi come quelli recentemente realizzati in Germania. I risultati sarebbero probabilmente drammatici: Zanardi presume che dal 1950 ci siano state fino a un milione di vittime di abusi. Questa stima si basa su un confronto: in Francia, secondo il rapporto di una commissione incaricata dalla stessa Chiesa, si contano 330.000 minori abusati, di cui 216.000 vittime di sacerdoti e 114.000 di laici. Mentre in Francia ci sono 21.000 sacerdoti, in Italia ce ne sono circa due volte e mezzo, con circa 52.000 sacerdoti.

                La vittima Zanardi chiede una commissione parlamentare d’inchiesta. Secondo una ricerca, circa il 4 per cento di tutti i sacerdoti sono abusatori. “Si riflette in tutto il mondo, con una certa oscillazione, il fatto che negli ultimi 80 anni ci sono state denunce di abusi contro il 3-5% dei sacerdoti diocesani”, afferma padre Hans Zollner, gesuita nato a Ratisbona, a capo dell’Istituto di Antropologia presso la Pontificia Università Gregoriana a Roma. Se si prendono come base le cifre della Francia e le si moltiplicano per un fattore pari a 2,5, si ottengono 825.000 vittime. “Un numero preoccupante”, dice Zanardi.

                Zanardi chiede l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta perché ha poche speranze nell’attività dei vescovi italiani. Nemmeno la metà di tutte le diocesi ha centri di ascolto per le vittime, che comprensibilmente diffidano del clero. Il presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Gualtiero Bassetti, ha escluso rapporti investigativi come quelli di Germania, Francia o Stati Uniti. “Non si renderebbe un buon servizio né alla comunità ferita né alla Chiesa se si operasse in maniera sbrigativa, tanto per dare dei numeri”, ha detto.                                                                                                       www.augsburger-allgemeine.de

Redazione web  18 marzo 2022

https://retelabuso.org/2022/03/18/il-grande-silenzio-la-difficile-gestione-degli-abusi-della-chiesa-in-italia

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CITTÀ DEL VATICANO

Il Papa riforma la Curia Romana

                Ogni cristiano è un discepolo missionario. L’annuncio del Vangelo è «il primo servizio della Chiesa». Tutti, compresi laici e laiche, possono essere nominati e aspirare a ruoli di governo della Curia Romana, che nel suo insieme non si pone tra il Papa e i vescovi, bensì «al servizio di entrambi secondo le modalità proprie della natura di ciascuno». Questo il perimetro entro cui si colloca la Costituzione apostolica Prædicate Evangelium, il testo con cui viene riorganizzata la struttura di governo della Chiesa cattolica.

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2022/03/19/0189/00404.html

                Si tratta di un documento in 250 articoli che completa il lavoro di riforma avviato nelle Congregazioni generali pre Conclave 2013, quello che ha eletto al soglio di Pietro l’arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, e poi proseguito dal Consiglio dei cardinali, il cosiddetto C9, creato dallo stesso Francesco pochi mesi dopo l’avvio del suo pontificato. Prædicate Evangelium, che entrerà in vigore il 5 giugno, solennità di Pentecoste, sostituisce la Pastor Bonus promulgata da Giovanni Paolo II nel 1988 e sarà presentata domani dal cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, da monsignor Marco Mellino, segretario del Consiglio di cardinali, e dal padre gesuita Gianfranco Ghirlanda, canonista, professore emerito della Pontificia Università Gregoriana.

                La struttura. Punto di partenza del documento è la chiamata della Ciesa alla conversione missionaria, nel segno della testimonianza, in parole e opere, della misericordia che «ella stessa ha ricevuto gratuitamente da Dio». E nell’ambito di un’organizzazione funzionale a questo scopo, la Curia romana «è al servizio del Papa, il quale, in quanto successore di Pietro, è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli». Il che non toglie naturalmente importanza al ruolo delle presenze più decentrate. La riforma, anzi, vuole valorizzare le potenzialità degli episcopati, affidando loro competenze che sono «volte ad esprimere la dimensione collegiale del ministero episcopale e, indirettamente, a rinsaldare la comunione ecclesiale». Quanto alla lettura d’insieme del cammino che il documento avvia, la riforma sarà «reale e possibile se germoglierà da una riforma interiore, con la quale facciamo nostro «il paradigma della spiritualità del Concilio», espressa dall’antica storia del Buon Samaritano, «di quell’uomo, che devia dal suo cammino per farsi prossimo ad un uomo mezzo morto che non appartiene al suo popolo e che neppure conosce».

                L’evangelizzazione. Tra le novità più significative,

il Dicastero per l’evangelizzazione frutto dell’accorpamento della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli e del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione. Il nuovo organismo prevede due sezioni, ciascuna delle quali è retta da un pro-prefetto, perché il dicastero è presieduto direttamente dal Papa.

L’Elemosineria. Nuovo anche il Dicastero per il servizio della carità chiamato anche Elemosineria apostolica. Si tratta di «un’espressione speciale della misericordia » – spiega il testo – che «partendo dall’opzione per i poveri, i vulnerabili e gli esclusi, esercita in qualsiasi parte del mondo l’opera di assistenza e di aiuto verso di loro a nome del Romano Pontefice, il quale nei casi di particolare indigenza o di altra necessità, dispone personalmente gli aiuti da destinare».

Tutela dei minori. Inutile dire che c’era grande attesa per l’organizzazione del servizio di tutela dei minori vittime di abusi. Nel solco di quanto già avviato, la Commissione incaricata di questo ruolo entra a far parte del Dicastero per la dottrina della fede, continuando però ad operare con norme sue, avendo un presidente e un segretario propri. Come compito ha quello di «fornire al Romano Pontefice consiglio e consulenza ed altresì proporre le più opportune iniziative per la salvaguardia dei minori e delle persone vulnerabili».

Nella nuova composizione dell’organigramma curiale, tuttavia la Dottrina della fede non occupa più il primo posto ma è preceduta dal Dicastero per l’evangelizzazione.

                I requisiti. Nell’ambito del processo cambia anche la disciplina della durata degli incarichi. Il mandato di chierici e religiosi in servizio presso la Curia Romana sarà quinquennale e rinnovabile una sola volta, dopo di che dovranno tornare alle diocesi o alle loro comunità. Significativo anche il rimando ai criteri da adottare nella scelta del personale. «Quanti prestano servizio nella Curia – sottolinea Prædicate Evangelium – sono scelti tra vescovi, presbiteri, diaconi, membri degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica e laici che si distinguono per vita spirituale, buona esperienza pastorale, sobrietà di vita e amore ai poveri, spirito di comunione e di servizio, competenza nelle materie loro affidate, capacità di discernimento dei segni dei tempi. Per questo si rende necessario dedicare attenta cura alla scelta e alla formazione del personale, così come all’organizzazione del lavoro e alla crescita personale e professionale di ciascuno».

                Un lavoro collettivo. Come detto all’inizio, il testo di riforma arriva a conclusione di un lungo cammino collegiale iniziato ancora prima dell’elezione al soglio pontificio di Francesco e culminato nel varo, deciso dallo stesso Pontefice, del Consiglio di cardinali, istituito il 28 settembre 2013. Si tratta di un organismo che da allora ha lavorato, per così dire, in senso plurale, mettendo insieme le competenze e le specificità di ciascuno. E non a caso oggi, come modalità di lavoro «usuale» per la Curia Romana, viene indicata la sinodalità, uno stile già in atto, ma da sviluppare sempre di più. Un percorso che è un po’ il principio chiave di questa nuova stagione di Chiesa, che ne orienta gli obiettivi e lo stile di testimonianza. In qualche modo va letta così anche l’opera di snellimento dei dicasteri. Si è reso necessario ridurne il numero, viene spiegato, «unendo tra loro quelli la cui finalità era molto simile o complementare, e razionalizzare le loro funzioni con l’obiettivo di evitare sovrapposizioni di competenze e rendere il lavoro più efficace». Minor quantità senza ridurre la qualità, dunque. Un doppio obiettivo non facile da raggiungere e per questo affidato all’impegno e alla preghiera di tutti i fedeli. Sotto la protezione del patrono della Chiesa universale cui il Papa è molto devoto. Ecco allora la scelta di pubblicare Prædicate Evangelium, «a sorpresa» come ha scritto il portale Vatican news, il 19 marzo, decimo anniversario di inizio pontificato e festa di san Giuseppe. «Egli è custode – disse il Papa il 19 marzo 2013 – perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e... proprio per questo sa prendere le decisioni più sagge».

Riccardo Maccioni          “Avvenire”  19 marzo 2022

www.avvenire.it/chiesa/pagine/praedicate-evangelium-il-papa-promulga-la-riforma-della-curia-romana

Inoltre

www.acistampa.com/story/praedicate-evangelium-ecco-cosa-cambia-nella-struttura-della-curia-romana-19379

 

Prædicate Evangelium, Semeraro: la riforma della Curia non finisce

                “Curia semper reformanda”. L’antico assioma sul cammino sempiterno di riforma della Chiesa ben si abbina al processo di riorganizzazione della Curia romana, sugellato ma, appunto, non concluso con la promulgazione, il 19 marzo, della costituzione apostolica Prædicate Evangelium. Presentando in Sala Stampa il documento in vigore dal 5 giugno - frutto di un lavoro quasi decennale di riflessione, consultazione, valutazione del Papa insieme al Consiglio dei Cardinali e di diverse realtà ecclesiali – il cardinale Marcello Semeraro, attuale prefetto delle Cause dei Santi ma per sette anni segretario del Consiglio dei Cardinali, ha spiegato come la nuova costituzione non chiuda solo un cammino ma ne apra di nuovi per il futuro. Potrebbero esserci quindi altre novità oltre a quelle già introdotte (laici prefetti, nuovi Dicasteri o Dicasteri accorpati): “Se ci sono altri cambiamenti, il Papa li farà", ha detto il cardinale, ricordando che così è avvenuto infatti con Paolo VI e Giovanni Paolo II, autori delle due costituzioni Regimini Ecclesiæ universæ (1967) e Pastor Bonus (1988).

                Lavoro a lunga scadenza  È quel principio di “gradualità” che Papa Francesco nel documento programmatico Evangelii Gaudium ha sintetizzato nell’espressione: “Il tempo è superiore allo spazio”, ha sottolineato Semeraro. “Questo permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione di risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone”.

                Prædicate Evangelium fa “rifiorire” il Concilio. Un altro importante principio seguito nella redazione del documento è quello della tradizione, cioè la “fedeltà alla storia e della continuità col passato”. “Sarebbe stato fuorviante (oltre che fantasioso) pensare a una riforma tale da stravolgere l’intero impianto curiale”, ha chiarito il porporato. Prædicate Evangelium fa “rifiorire” speranze e aspettative del Concilio Vaticano II. “E questo è una cosa bella” che manda in soffitta antichi spauracchi sul concetto stesso di riforma: “C’era paura a utilizzare questo termine per via delle passate controversie”.

                Spazio ai laici. Al contempo, la nuova costituzione apostolica presenta elementi decisamente innovativi rispetto al passato. Uno su tutti, il fatto che laici e laiche in Curia possono assumere la guida di Dicasteri o altri organismi. In realtà è già avvenuto con la nomina di un laico, Paolo Ruffini, come prefetto del Dicastero per la Comunicazione: “Decisione non improvvisata da parte del Papa; anzi appositamente studiata con il contributo di autorità in materia”. Una scelta, peraltro, “timidamente” auspicata dal Vaticano II che aveva formulato e promosso una “teologia del laicato”. Alla luce di questa va considerata anche la scelta nella nuova costituzione di abbandonare il termine “Congregazione”, risalente ai tempi di Sisto V che supponeva che titolari di presidenza delle “Congregazioni” fossero unicamente i Cardinali. “Non è più così. Il termine Dicastero lascia intendere che in linea di principio possono svolgere tale ufficio tutti i battezzati: chierici, consacrati, laici”.

                L'uguaglianza fra tutti i battezzati. Interessante, ha rilevato nel suo intervento il gesuita padre Gianfranco Ghirlanda, canonista e professore emerito della Gregoriana, il fatto che qualsiasi fedele nominato come capo Dicastero “non ha autorità per il grado gerarchico di cui è investito”, ma per “la potestà” che riceve dal Papa. “Se il prefetto e il segretario di un Dicastero sono vescovi, ciò non deve far cadere nell’equivoco che la loro autorità venga dal grado gerarchico ricevuto, come se agissero con una potestà propria. La potestà vicaria per svolgere un ufficio è la stessa se ricevuta da un vescovo, da un presbitero, da un consacrato o una consacrata oppure da un laico o una laica”.

                Un’ulteriore conferma che “la potestà di governo nella Chiesa non viene dal sacramento dell’Ordine, ma dalla missione canonica”. Viene pertanto ribadita “l’uguaglianza fondamentale tra tutti i battezzati, anche se nella differenziazione e complementarietà”, ha detto Ghirlanda. Questo “fonda la sinodalità”.

                Nomine e valutazioni. Ma quindi i laici possono essere nominati prefetti di qualsiasi Dicastero, inclusa la Segreteria di Stato visto che nella costituzione si parla di un segretario di Stato che non sia necessariamente un cardinale? “Ci sono Dicasteri in cui è conveniente che ci siano dei laici”, ha sottolineato ancora il canonista, facendo l’esempio del Dicastero Laici, Famiglia e Vita che abbraccia settori che i laici “vivono" e sui quali “hanno esperienza”. “Non c’è una preclusione stabilita”, ha detto Ghirlanda. Allo stesso tempo, nel caso dei Tribunali, “la costituzione non abroga il Codice di Diritto Canonico che stabilisce che nelle questioni che riguardano i chierici siano i chierici a giudicare… La Chiesa rimane con una gerarchia. Non si elimina la funzione di un sacerdote o un vescovo, dipende dalle diverse situazioni”.

                Sullo stesso tema monsignor Marco Mellino, dal 2020 segretario del Consiglio dei Cardinali, ha chiarito che “il laico o meno viene nominato per la peculiare competenza di quel Dicastero”. Serve dunque una valutazione ad hoc: “Non è una cosa che scatta in automatico”.

                Avvicendamento e non centri di potere. A proposito di competenze, alcuni giornalisti hanno osservato come il timing di cinque anni fissato per gli officiali dei Dicasteri - dopo i quali devono tornare in diocesi o, al massimo, essere riconfermati per un altro quinquennio - potrebbe risultare riduttivo per sviluppare delle capacità professionali. A rispondere sempre padre Ghirlanda: “È vero che l’esperienza si ha praticando, ma se la persona in quei cinque anni non fa alcun progresso o si vede che sta lì per salire delle scale, non vale la pena rinnovarla. Se invece, in quei cinque anni ha dato frutto, può essere confermata. E non solo una volta, ma finché sarà ritenuta valida”. Certo è, ha detto il gesuita, che “le persone che stanno troppo a lungo nelle posizioni di governo possono sviluppare centri di potere. E nella Chiesa non è mai opportuno. L’avvicendamento porta nuove idee, nuove capacità, apertura”.

                Lotta agli abusi. Focus nella conferenza stampa anche sulla questione della lotta agli abusi, ora corroborata dall’integrazione della Pontificia Commissione Tutela minori nel Dicastero per la Dottrina della Fede: “La Commissione ha il compito di prevenire tali delitti, la sezione disciplinare del Dicastero quello di condurre l’azione penale contro di essi”, ha spiegato il gesuita. Tale accorpamento, ha aggiunto, è segno di “quanto la Chiesa stia operando per prevenire che delitti tanto gravi continuino ad essere perpetrati” da preti, religiosi o laici che svolgono funzioni nella Chiesa. È importante far conoscere all’opinione pubblica “l’insieme degli sforzi crescenti e significativi che la Chiesa ha articolato in questi anni in merito alla protezione dei minori”, ha detto il gesuita, lamentando un’eccessiva “enfasi” da parte dei media sugli scandali, piuttosto che su “una più sana considerazione su come combattere gli abusi sessuali, non solo nella Chiesa, ma anche nella società”.

                Il ruolo delle Conferenze episcopali. Un cenno infine sulla questione della potestà di magistero delle Conferenze episcopali, in base al principio di “decentralizzazione” ma anche alla maggiore rilevanza data ad ogni episcopato. Così - è stato osservato - ogni Conferenza Episcopale potrebbe prendere delle decisioni in autonomia. “Ciò che viene stabilito da una Conferenza episcopale non può contraddire il magistero universale, altrimenti ci si pone al di fuori della comunione ecclesiale”, ha detto Ghirlanda. La nuova costituzione si pone piuttosto “sul piano della comunione ecclesiale tra vescovi, al di là del fatto che si tratti di un atto legislativo o un’interpretazione dottrinale”. “È importante che si crei una comunione più profonda tra i vescovi e la Conferenza episcopale”, ha fatto eco Semeraro, dicendo di aver assistito alla riunione di una Conferenza episcopale “dove si vedevano chiaramente due partiti. Questo non deve accadere nella Chiesa”.

Salvatore Cernuzio - Città del Vaticano                20 marzo 2022

www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2022-03/praedicate-evangelium-conferenza-stampa-presentazione-semeraro.html

critiche                www.aldomariavalli.it/2022/04/01/riforma-della-curia-romana-e-paradossi-ecclesiologici

{un conto è essere vescovo consacrato di una diocesi, un altro è essere un membro della Curia romana nominato al servizio del Papa. Ndr}

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CONSULTORI FAMILIARI UCIPEM

Recuperare il senso e l’esperienza del contatto

                Il significato delle relazioni sta mutando a causa della pandemia di coronavirus. Ora è tempo di “decontaminarsi” dalla paura, per investire nuovamente sul senso della vita.

                Da due anni a questa parte la parola “contatto” ha assunto un significato tetro, pauroso, negativo. Parla di malattia, di contagio, di possibile fragilità e caduta. Abbiamo perso il significato profondo di questo vocabolo rivestendolo di qualcosa che, invece di avvicinare, allontana, innesca timori, giudizi e pregiudizi. Essere a contatto sta diventando sinonimo di una possibile esperienza di male, di qualcosa da cui rifuggire e da cui mettersi al riparo. Abbiamo perso il senso profondo dell’essere accanto, di avvicinare corpi, esperienze, di condividere spazi e tempi. Stiamo educando le nuove generazioni alla paura della vicinanza, al mettersi al riparo da possibili presenze troppo intime, da conoscenze che possano arrivare a farsi più strette.

                Il significato delle relazioni sta mutando, le prime esperienze di innamoramento dei nostri giovani sono mutilate dal necessario rapporto con la fisicità dell’altro, del conoscerlo attraverso i sensi, del lasciarsi permeare dalla sua presenza. È chiaro che nel percorso educativo ci troviamo di fronte a un’emergenza: dover accompagnare i nostri ragazzi alla conoscenza dell’altro, alle prime esperienze di amicizia e affettività ma nella piena sicurezza della salute. Dobbiamo preservare e proteggere ma allo stesso tempo aiutare a non perdere il contatto con l’altro, a relazionarsi profondamente con le persone accanto, a non smarrire la necessaria esperienza della conoscenza, all’uscire fuori da sé e dal proprio egocentrismo per favorire l’incontro.

                La nostra fisicità, e ancor più la fisicità dei giovani in formazione, è barricata dalla paura, è mediata dal pericolo, è chiusa in un perimetro stretto e angusto che, se da una parte protegge, dall’altra limita e imprigiona. La parola contatto, così necessaria alla nostra crescita, è diventata sinonimo di contagio. Le prime tre lettere sono identiche: indicano vicinanza, presenza, compartecipazione di una stessa realtà, condivisione di un percorso. Sono un essere con l’altro, per l’altro e insieme all’altro. Le lettere restanti indicano invece lontananza, difesa, un guardarsi le spalle, un percepire l’altro come un probabile nemico. Occorre recuperare il senso e l’esperienza del contatto profondo, del poter anche sporcarsi le mani con il vissuto di chi ci sta accanto, della sua storia, delle sue fatiche e delle sue gioie. Occorre decontaminarsi dalla paura, pur mantenendo i limiti della prudenza necessaria. Occorre recuperare il senso profondo dell’entrare in comunione con l’altro, del conoscerlo al di là di un fugace tocco caratterizzato, spesso, da una sottile e fredda indifferenza.

                Viviamo indubbiamente in un momento storico delicato, complesso e difficile ma siamo chiamati a investire nuovamente sul senso della vita, sul senso della vicinanza, del collegamento all’altro senza la paura di ciò che la sua vita comporta, sul senso della contiguità, dell’essere nuovamente accanto sentendo il profumo dell’esistenza di chi ci è vicino. Siamo chiamati a educare le nuove generazioni al senso del legame, della condivisione, dell’allungare la mano per trovare quella dell’altro e farsi permeare dalla sua storia, dalle sue emozioni e sensazioni. Dobbiamo ridonare alle parole un significato positivo: il contagio non come sinonimo di malattia ma di esperienza di sostegno, di accompagnamento e aiuto; il contagio come lasciarsi interrogare dall’esistenza dell’altro, dal suo sguardo, da ciò che ha dentro; il contagio come contaminazione di esperienze e di esistenze che, insieme, cercano e danno senso alla vita. Un contagio positivo libero dalla paura del negativo, della caduta, del pericolo.

                Occorre accompagnare i ragazzi alla riscoperta dei sensi come esperienza di vita: l’odorato per lasciarsi incontrare dal profumo dell’esistenza dell’altro; il gusto come gioire insieme del piacere dell’incontro e di esperienze condivise; la vista come possibilità di soffermarsi sul viso dell’altro, sui suoi occhi che, in questo momento, parlano molto di più di altro purtroppo tenuto coperto, su sguardi che cercano risposte da costruire insieme; l’udito per ascoltare le storie di vita, penetrare nel mistero dell’altro, di quello che dice e ancor più di quello che non riesce a comunicare ma ha bisogno di ascolto profondo per poter uscire e infine il tatto che permette l’incontro, l’abbraccio, la contiguità di esperienze, che getta un ponte tra due rive eliminando ogni forma di distanza e di difesa dal probabile nemico.

                Sicuramente abbiamo perso tanto durante e a causa della pandemia ma possiamo trarre anche grandi insegnamenti:  possiamo chiederci quanto come adulti stiamo aiutando i nostri ragazzi a investire ancora sul futuro, a vederlo possibile , a recuperare il contatto profondo con l’altro, a non aver paura di mettersi in gioco uscendo dallo stretto e rassicurante perimetro del mondo virtuale, Abbiamo una grande chance: rendere ancora una volta il contagio condivisione, il contatto vicinanza, la contaminazione scambio profondo di esperienze di vita. Con coraggio e fiducia.

Alessandra Bialetti, consulente familiare            Consultorio La Famiglia Roma                   14 marzo 2022

www.romasette.it/recuperare-il-senso-e-lesperienza-del-contatto

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DALLA NAVATA

III Domenica di Quaresima – Anno C

Esodo                        03,13. Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: “Il Dio dei vostri padri mi                 ha mandato a voi”. Mi diranno: “Qual è il suo nome?”. E io che cosa risponderò loro?».

Salmo                      102, 06. l Signore compie cose giuste, difende i diritti di tutti gli oppressi. Ha fatto                                    conoscere a Mosè le sue vie, le sue opere ai figli d’Israele.

Paolo 1Corinzi     10, 11. Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per                          nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi.

Luca                         13, 04. «O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Siloe e le uccise, credete                          che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?».

 

                La certezza di Dio è la certezza di una santità che ci trascende e che quindi ci porta a balbettare, a preferire il silenzio. Non ci rende mercanti di una certezza nuova; anzi, ci rende balbettanti ed incerti, perché sappiamo bene che un Dio dimostrato non è quello del roveto ardente. Un Dio che sta, come ultimo anello, in una catena di sillogismi è una invenzione dell’uomo, non è il Dio del roveto ardente. Dinanzi a questo roveto ardente dobbiamo essere in adorazione, perché il luogo dove Egli è, è santo. Questa certezza, di un Dio che si manifesta, che ci sovrasta, che ci convince col suo esserci (non con le sue parole ma col suo esserci), questa certezza sta alla base del discorso cristiano. E non si dica che questa è una verità ovvia. Non è affatto vero.

                C’è una fragilità della fede. Ne parla la seconda lettura: «Tutti furono sotto la nube, tutti furono sfamati col cibo spirituale e bevvero l’acqua della roccia ». Tutti, ma non tutti attraversarono il deserto. Molti soccombettero per la strada. E la ragione di questa fragilità della fede è che essa non sempre nasce dall’adorazione del Dio vivente, e perciò non riesce a sovrastare le metamorfosi delle culture. Quelli che, come me, hanno attraversato o attraversano – direi quasi per necessità professionale, oltre che per elezione di spirito – le grandi peripezie dell’umana intelligenza nella storia, quando hanno la fede non sono nemmeno toccati da ciò che si vede e da ciò che si dice. Perché questa certezza, essendo di tipo esperienziale, sta prima, sta sopra. Il resto è linguaggio, è segno, è manifestazione, oscuramento. Quando è radicata in questa esperienza, la fede si apre, senza timore, al cammino nel deserto, perché è da qui che viene la vittoria sulle idolatrie.

                Molti mormorano, nel deserto, e mormorano perché avevano ragione: erano nel deserto e non avevano da mangiare, né da bere, mentre quando erano nella schiavitù stavano bene, a livello fisico. Ecco perché mormoravano. L’evidenza era dalla loro parte, ma essi non avevano la fede. La mormorazione, cioè il dubbio, l’incertezza, il risucchio regressivo verso la condizione di schiavitù, qualunque essa sia, anche di alto livello intellettuale, tutto questo è possibile quando si rompe il rapporto di contemplazione col Dio vivente. Quando noi siamo fermi in questa fede, allora non possiamo perire lungo il deserto perché crediamo che dalla pietra verrà l’acqua, e crediamo che verrà dal cielo la manna al momento giusto, crediamo, cioè, che la potenza, il braccio di Dio stesso vincerà tutti i suoi avversari.

                 Il nostro non è un Dio statico: Egli, più che Colui che è, è Colui che fa essere – come si tradurrebbe meglio, forse, la parola biblica – è Colui che si presenta come impegnato nella storia dell’uomo. E infatti, Egli si dà un nome legato strettamente alle genealogie. «lo sono il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe », non il Dio al di fuori della storia, ma dentro la trama della storia. Ora, se noi non possiamo raccontare o parlare di un Dio dentro la nostra storia, non possiamo parlare di nessun Dio, perché il suo nome sarà falso. Egli non è Elohim, è Jahvé, è il Dio del suo popolo. Ma dov’è il segno di questo Dio? Ecco perché le nostre discussioni sulla diversità tra Dio e il mondo, tra la Chiesa per Dio e la Chiesa per il mondo sono tutte astrazioni scolastiche. Perché, certo che Dio non è il mondo e che il suo Regno non si identifica con quello «del mondo», ma il luogo in cui il suo nome si dice, in cui la sua realtà si manifesta e si fa pronunciabile è appunto l’opera del mondo. Quindi noi che portiamo la fede in Dio non dobbiamo sopraffare l’opera storica: dobbiamo dal di dentro, pronunciare il suo nome, indicando i fatti.

                Ma dove sono i fatti? Quali fatti indichiamo? Ecco perché siamo nell’estrema distretta, siamo nella vera angoscia e tutti i discorsi astratti sono tentativi di salvezza sbagliata. La vera penitenza si fa prendendo atto di questo. Il mondo vuole giustizia. Ditemi, come facciamo? Quali fatti indicheremo per cui il nostro Dio appaia ai disgraziati un Dio di giustizia? Abbiamo dei fatti importanti? Non ne abbiamo! Anzi. A volte su di noi c’è l’ombra delle piramidi dei faraoni. È inutile rifarci ai principi evangelici, che di per sé vogliono la giustizia. Gli uomini non vogliono dei principi, vogliono dei fatti. Vogliono un Dio nostro nominabile, legato agli eventi e ai segni. Dove sono i segni? Se i giovani ci guardano e ci considerano come gente del passato che non ha la misura della speranza essi sono obiettivamente giustificati. Possiamo ritrovarci in pieno nelle parole del Signore. Erano capitati dei fatti di cronaca nera, ai tempi di Gesù; e, secondo la mentalità religiosa, molti dicevano: «quelli sono stati vittime perché erano dei peccatori ». Gesù, disse: «Non farete morte migliore ». E noi, se guardiamo le violenze, i crimini, non dobbiamo guardarli dal di fuori, considerandoci giusti, innocenti, senza violenza. La violenza dei giovani è la nostra violenza il loro smarrimento è il nostro smarrimento di padri, di maestri, di adulti; la loro follia è la follia degli uomini politici assennati. Non possiamo guardare dal di fuori quel che avviene, Ci siamo dentro. Solo una corazza di fariseismo ci permette di guardare dall’alto, mentre l’ac­qua. oscura corre sotto le nostre radici. È quella che in certi momenti trabocca. nella terribile melma delle piaz­ze. Sotto i nostri. edifici nobili corre la stessa acqua di iniquità. Noi creiamo palafitte di diritto e di giustizia che sono funzionali al mantenimento della nostra estraneità. Siamo una società di adulti in cui non c’è posto per i giovani. Un giovane bussa alla porta e cerca lavoro. e trova il ghigno. Non c’è più nulla per loro. Non possiamo dunque non sentirci chiamati in causa, pro­prio in nome di questa ragione di fondo. Ci sono anche altre ragioni immediate, come dimostra il fatto che ci sono uomini di alta coscienza morale che senza rifarsi al Dio della Bibbia sanno soffrire per queste cose.

                Ma siccome dobbiamo parlare di un Dio immesso nel processo di liberazione di coloro che gemono, noi dobbiamo convertirci a ciò che ci viene insegnato dai fatti, e ricordarci che la nostra sorte sarà peggiore. Dio punisce nella storia, dentro i suoi processi. Non è difficile intuire – sia pure per presentimento – quale sia la minaccia che percorre le fondamenta della nostra so­cietà che per adesso ci danno stabilità e sicurezza. Questa apertura insieme al Dio della Bibbia e ai fatti del­la cronaca, non è un artificio per nascondere e confondere le cose. Altro è Dio, altri sono i giovani nelle piazze! potrebbe dire qualcuno. No, sono una sola cosa, nel senso che ho spiegato. Una volta che la fede ci afferra così, possiamo stare innanzi a Dio – certo col volto velato per il timore – senza sentimenti di indegnità, con filiale fiducia in Lui. E possiamo stare in mezzo ai tumulti degli uomini non come dei propagatori di una verità che non li riguarda, ma come portatori di una speranza; o, quanto meno, come agitatori delle coscienze, perché si ravvedano e trovino la via della giustizia e della vera fraternità fra gli uomini.

p. Ernesto Balducci – da: “Il mandorlo e il fuoco” – vol. 3

www.fondazionebalducci.com/20-marzo-2022-iii-domenica-di-quaresima-anno-c

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DONNE NELLA (per la) CHIESA

            Non sono la costola di nessuno - Religioni e violenze contro le donne

 Video                    www.youtube.com/watch?v=WiGw-uuq7Bo

 

Fratelli, ce la facciamo a uscire dal patriarcato?

                Si fa molta fatica, nella Chiesa, a ripensare la maschilità: per molti uomini ogni discorso sulla disparità di genere è “veterofemminista”; altri intuiscono la necessità di relazioni giuste, ma lasciano intatte le strutture che le negano. Se però, invece di replicare l’atteggiamento infantile di Abramo, ci si ispirasse a san Giuseppe.

                Di recente mi è successo di sentir definire alcuni studi relativi alla condizione delle donne nella Chiesa come «veterofemministi». A dire il vero non so bene che cosa intendesse con questo la persona che ha usato il termine, ma dal contesto si poteva evincere che ritenesse veterofemministe le posizioni che denunciano le disparità fra battezzate e battezzati, ancora evidenti sul piano delle norme, delle prassi e anche della predicazione. È paradossale che in ambito ecclesiale siano considerate veterofemministe, dando come quasi sempre accade un’accezione negativa al termine “femminista” (qui aggravato dal “vetero”) acquisizioni che la società civile occidentale – quella per capirci che cerca di promuovere, almeno sulla carta, la vita di tutti e tutte senza discriminazioni di sorta – ritiene minimali: la parità fra i sessi, il loro eguale diritto ad accedere alle risorse materiali e culturali, la tutela della loro pari opportunità alla partecipazione alla vita sociale e alle responsabilità di leadership. D’altra parte c’è poco da stupirsi, non solo perché capita regolarmente, ma anche perché il femminismo cristiano è ancora ai blocchi di partenza, costretto a ripetere ad libitum la necessità urgente di compiere quei passi minimi che la società civile ha fatto da tempo.

                Tornare indietro non si può, andare avanti non si riesce. Potrebbe sembrare che questa situazione dipenda dalla straordinaria capacità di resistenza propria del patriarcato ecclesiale, ancora robusto e forte di narrazioni legittimanti che pretendono (anche se in modo difficilmente difendibile) di affondare niente di meno che nella volontà di Dio che vorrebbe gli uomini alla guida e le donne ad aiutare (per carità, con il loro straordinario genio che le colloca ben bene in posizioni più possibile nascoste e silenziose, a prescindere da quali carismi abbiano e da quali bisogni abbia la Chiesa). Credo però che questa robustezza del patriarcato ecclesiale sia solo apparente. Mal si intona infatti con le incertezze del sistema e degli stessi uomini credenti.

                Da una parte infatti le credenti cominciano (anche se non tutte) a interrogarsi e a pensare la loro femminilità cercando di valorizzare tutte le dimensioni del proprio essere umane e pretendendo di vivere i propri doni per partecipare al bene della Chiesa secondo le proprie capacità reali e non secondo quelle che una fantomatica natura femminile darebbe loro. Dall’altra invece gli uomini credenti (anche se non tutti) fanno una grande fatica ad interrogarsi su che cosa significhi essere maschi. Non possono tornare indietro nel tempo affermando che il maschile è superiore e deputato a guidare, ma nemmeno riescono ad andare avanti rendendosi consapevoli che anche essere maschi è una parzialità e che questa non conferisce prerogative che le donne non avrebbero; allora oscillano fra la stima nei confronti delle donne con le quali vogliono realmente condividere la vita ecclesiale e la rigidità nel mantenere prassi e strutture che impediscono una reale condivisione.

                Il ricatto affettivo. Non riescono ad essere patriarcali fino in fondo, ricacciando le donne dove il patriarcato le vuole, perché lo riconoscono (anche se non tutti) come sbagliato, ma non riescono a pensare niente altro e vorrebbero lasciare tutto com’è, sperando che le donne trovino il modo di esserne contente e di custodire (come sempre hanno fatto) le relazioni. Si tratta di una debolezza a tratti sconvolgente, che rivela crisi di identità e paura.

                Ricorda quanto fece Abram quando, mentre scendeva in Egitto, si raccomandò alla moglie Sarai: tu sei avvenente, mi uccideranno per causa tua, dì che sei mia sorella perché io viva grazie a te (cf. Gen 15,10-20). Nello straordinario commento che André Wenin fa di questo brano, si vede bene come Abramo si comporti in modo infantile, aspettandosi da Sarai la vita come se l’aspetterebbe un bambino dalla madre, invece di starle di fronte e costruire con lei il bene di entrambi, la vita di entrambi. Perché mai lei doveva immolarsi per farlo vivere? E perché mai lui doveva temere la morte a causa di lei? Una paura insensata che lo porta ad una richiesta giocata sul ricatto affettivo. Una tragedia annunciata, come la storia dimostra.

                Uomini che sanno “stare di fronte”. Starsi di fronte chiede coraggio. Chiede un cammino di crescita e di conversione. Se l’altra cambia, perché si scopre non più sottomessa e inferiore, anche il maschio si deve ripensare. Non si può mantenere il sistema di prima – magari senza nemmeno perdere le relazioni –, perché le donne non sono tenute a fare da madri né a rassicurare le crisi di identità dei loro fratelli. Siamo adulti, siamo fratelli e sorelle, siamo in grado di camminare insieme favorendo la vita di tutti e tutte. Le donne sanno che non si devono più immolare, ma che devono dire che cosa manca alle loro vite, come anche cosa soffrono nella loro esperienza ecclesiale. Se di fronte a queste voci gli uomini sapranno smettere di dire che è vetero-femminismo o qualcosa di simile, per fermarsi davvero ad ascoltare ciò che le loro sorelle stanno cercando di dire, forse avremo la possibilità di costruire insieme qualcosa di nuovo, lasciando morire un patriarcato servendo il quale non può esserci alcuna fraternità né alcuna giustizia. Forse non abbiamo adeguatamente riflettuto sul maschile, ma alcune cose le possiamo affermare con una discreta certezza: un maschio non è chi sa imporsi su donne e bambini, come il patriarcato voleva, né è quello che mettendosi in posizione di debolezza, come se fosse aggredito (similmente ad Abramo nel brano sopra ricordato), pretende che le donne non lo costringano a fare i conti con la storia, lasciando tutto com’è anche se è tutto diverso.

                E buon 19 marzo! Potremmo guardare a Giuseppe di Nazaret. Lui sceglie di condividere la strada di una donna cha ha già deciso autonomamente che cosa fare della propria vita e del proprio corpo e sceglie di crescere un figlio che non è suo, rinunciando al pilastro portante del patriarcato: il possesso di donne e bambini. Giuseppe è capace di questo per una giustizia superiore a quella che l’osservanza esteriore della legge poteva garantire, una giustizia che lo rende capace di andare oltre i poteri che ingiustamente poteva avere su Maria (come il ripudio) per assumere la logica di Dio. Giuseppe è il patrono della chiesa universale, cioè ci è posto davanti come esempio di vita cristiana, come compagno nella fatica di assumere la logica del Vangelo. Cominciamo da qui: scegliamo la cura reciproca abbandonando supremazie e poteri che sorgono solo (come dirà Gesù parlando del ripudio) dalla durezza dei nostri cuori.

Simona Segoloni, Il Regno delle donne                18 marzo 2022

https://ilregno.it/regno-delle-donne/blog/fratelli-ce-la-facciamo-a-uscire-dal-patriarcato-simona-segoloni

 

Nella diocesi di Essen ora anche donne amministrano il battesimo

                Nella diocesi di Essen, prima diocesi in tutta la Germania, in futuro potranno celebrare il battesimo dei laici – soprattutto donne. La diocesi reagisce con questo provvedimento ad una “difficile situazione” dal punto di vista pastorale. In una celebrazione, il vescovo Franz-Josef Overbeck ha incaricato 17 referenti pastorali e referenti di comunità dell’amministrazione di questo sacramento che normalmente viene riservata ai membri del clero. Con l'incarico di ministri straordinari del battesimo, la diocesi ha reagito a una "situazione difficile" dal punto di vista pastorale che si era creata a causa della diminuzione del numero di diaconi e presbiteri. I referenti pastorali o di comunità hanno ricevuto i documenti relativi, durante una celebrazione nella cattedrale di Essen. Nell’omelia Overbeck ha spiegato che originariamente il battesimo era amministrato solo dai vescovi. Nel corso del tempo questo compito è stato trasferito a preti e diaconi.

                Nel frattempo non furono incaricati religiosi o religiose. “Nei 2000 anni trascorsi la Chiesa ha sempre reagito a situazioni esterne”, ha detto la direttrice del settore Fede liturgia e cultura della diocesi di Essen, Theresa Kohlmeyer. “Oggi abbiamo da un lato meno preti di prima e dall’altro però anche una forte richiesta delle famiglie che chiedono il battesimo di essere il più possibile seguite individualmente e preparate alla celebrazione”. A questa situazione, la diocesi reagisce coinvolgendo altri referenti pastorali nella pratica del battesimo, ha spiegato la teologa. Secondo le indicazioni, i 17 nuovi ministri del battesimo svolgeranno il loro incarico per tre anni e nel quadro di una autorizzazione eccezionale prevista dal diritto canonico. Inoltre, negli scorsi dodici mesi tre donne referenti di comunità hanno assunto la direzione di parrocchie della diocesi.

                Nella Chiesa cattolica fondamentalmente l’amministrazione del battesimo è riservata ai membri del clero. In caso di pericolo di morte però chiunque può battezzare. Inoltre il diritto canonico permette altre eccezioni. Il canone 861 stabilisce che un vescovo può incaricare altri del battesimo quando un ministro regolare non è presente o è impossibilitato a partecipare. Ad esempio, nella diocesi svizzera di Basilea o nella diocesi austriaca di Linz i laici che sono direttori di comunità o assistenti parrocchiali sono autorizzati a celebrare il battesimo.

KNA in “www.domradio.de” del 14 marzo 2022 (traduzione: www.finesettimana.org)

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202203/220315kna.pdf

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

E il mondo secondo Francesco. Semplicemente rileggere il Vangelo nel 2022

                I laicisti della vecchia generazione, memori della tradizione democristiana e del cardinal Ruini che suggeriva ai cattolici di non andare a votare, continuano a contestare l’invasione della Chiesa cattolica nelle reti pubbliche. Debbono essere rimasti di sale se hanno visto papa Francesco da Fazio e gli hanno sentito dire che gli piace “molto” il tango! Peggio ci sarà rimasto l’ex nunzio Carlo Maria Viganò che ha il tic della scomunica in tasca contro questo papa. Ma l’immagine di Francesco non è diventata virale perché, da buon argentino porteño [Buenos Aires] ama il tango, ma per “i modi” con cui impersona il vangelo oggi. È pieno di preoccupazioni per il mondo – che è incontestabilmente di tutti – dentro il quale sa che vive la sua chiesa immobile dal tempo del Concilio di Trento, che deve sopravvivere anche lei nel grande “passaggio d’epoca” e destinata, con il mondo, a cambiare ancora. Come il bambino della favola sui vestiti dell’imperatore che tutti vedevano anche se l’imperatore era nudo, scopre che ai cattolici in particolare, come alla società intera, fa comodo la continuità senza percepire il terremoto.

                Se oggi qualcuno immaginasse di incontrare Gesù, certo non lo vedrebbe come è effigiato nelle chiese, un bel giovane, bianco, di solito anche biondo in tunica. Come lo vedrebbe? anzi come lo vede, se, da cattolico, crede che sia presente nel sacramento? è davvero un credente? A Francesco, che pensa sia ai “duecento anni di ritardo” denunciati dal cardinale Martini, sia ai guai del mondo a cui la chiesa non può essere estranea, gli viene da usare il suo neologismo rapidazione: non perdiamo tempo. Non assomiglia a Gesù, ma sta lì, seduto su una sedia nella sala de ‘albergo Santa Marta – in cui vive perché non se la sente di stare nel grande palazzo chiuso nella sua potente grandezza dove non sempre circolano gli amici – e, dopo aver citato i suoi gusti musicali, commenta: Quello che si fa con gli immigrati è criminale. Vedendo le foto dell’Afganistan della disumanità delle frontiere polacche, la gente ritiene o no che sia ben detto? oppure come va che i cattolici non si scandalizzano quando ascoltano il vangelo ogni santa messa?

                Certo ci sono quelli che il tango è un ballo con cui credono di sottomettere la donna e ne approfittano. Come fare? Come fa anche un Mattarella che non deve rappresentare nessuna divinità, ma è un laico che si è preso delle responsabilità civili? È bello che la Chiesa non si opponga allo Stato come nel 1870: anzi, Francesco chiede ai cattolici di saper essere laici e vorrebbe un’Europa sanamente laica. Addirittura non riconosce più il regime di cristianità e delude i conservatori “Non siamo nella cristianità, non più. Oggi non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati consapevole che “i cambiamenti epocali… trasformano velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare, di elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni e di comprendere e di vivere la fede e la scienza”. E infatti i cristiani stanno come tutti, dentro una sola umanità. È il vangelo nel 2022. Che per educare ai cambiamenti deve scombinare le carte.

                Sorprendente, dunque, forse sconcertante; ma necessario per chiedere autentico discernimento. Vediamo come ci si regola. Il papa denuncia il sistema capitalistico, mercante del tempio, creatore di disuguaglianze di consumismo, di corruzione: il mercato da solo non può risolvere ogni problema, per quanto ci venga chiesto di credere a questo dogma di fede neoliberista…. Ma anche “La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto il diritto alla proprietà privata come assoluto o inviolabile, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata”. Comunismo? al massimo è la Costituzione italiana. Mentre il magistero secondo il Vangelo si rivolge a quanti vivono in un sistema economico idolatrico (che) produce cultura dello scarto, dove è auspicabile un reddito minimo che sia “universale”, ma che, se non dà lavoro, toglie dignità (“guai a voi….serve a poco dire ‘padre, io vado a messa tutte le. domeniche e vado a quell’ass.ne cattolica e sono molto cattolico e faccio la novena…se non paghi il giusto ai lavoratori).

                Possiamo continuare. Chi vuole cambiare il mondo oggi usa le nuove tecnologie che mettono tutti in relazione con tutti in tempo reale e le Ong non vanno più nel Sud del mondo senza cellulare. Siamo nell’età digitale: un “dono di Dio” che “può portare frutti di bene”… ma anche “gravi rischi per le società democratiche”: “dalle tracce digitali disseminate in internet, gli algoritmi estraggono dati che consentono di controllare abitudini mentali e relazionali, per fini commerciali o politici, spesso a nostra insaputa. Questa asimmetria, per cui alcuni pochi sanno tutto di noi, mentre noi non sappiamo nulla di loro, intorpidisce il pensiero critico e l’esercizio consapevole della libertà. Le disuguaglianze si amplificano a dismisura, la conoscenza e la ricchezza si accumulano in poche mani, con gravi rischi per le società democratiche…. Si intravede una nuova frontiera che potremmo chiamare “algor-etica”. Essa intende assicurare una verifica competente e condivisa dei processi secondo cui si integrano i rapporti tra gli esseri umani e le macchine nella nostra era”

                Intanto il mondo torna a parlare di guerra. In Ucraina. Lo scorso anno, il 2 novembre 2021 Francesco si era recato in via dei Casali di Santo Stefano, dove si trova il Cimitero militare francese di Roma. Nel 2017 aveva visitato quello americano di Nettuno e nel 2014 quello di Redipuglia e diceva quasi a se stesso: “Sono le vittime, le vittime della guerra che mangia i figli della Patria…. “Fermatevi, fratelli e sorelle! Fermatevi fabbricatori di armi! Queste tombe parlano, gridano da sé stesse, gridano pace”. E al 4° Forum di Parigi sulla Pace, tornando all’enciclica di Giovanni XXIII: “Al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia” e con “un impegno collettivo concreto a favore del disarmo integrale”. La deterrenza, “fondata sull’equilibrio delle dotazioni di armamenti, “è risultata fallace, determinando tragedie umanitarie di grande portata”. Se in Europa si torna alla difesa dei diritti dell’Ucraina non con la diplomazia ma con le minacce e le armi si rischiano incidenti involontari e, in nome dell’amicizia con gli Usa, entra in gioco la Nato: la Germania ha già messo a disposizione “5.000 elmetti” e l’Italia ha mosso la Cavour nel Mediterraneo. D’altra parte l’Italia non ha ratificato il trattato di proibizione delle armi nucleari entrato in vigore lo scorso anno perché ospita testate nucleari nella base (americana) di Aviano. Sarà che ai maschi la guerra piace se gli ucraini, per uscire dalla odiata tutela russa, hanno già tirato fuori le carabine e nessun pacifista circola per le piazze di Kiev.

                L’Europa? Francesco le ha già rivolto il suo richiamo “Europa, ritrova te stessa! Ritrova dunque i tuoi ideali… Sii te stessa!”. Ma nemmeno il Covid 19 ha insegnato che i confini non esistono più e aggravano le frammentazioni identitarie contro la necessità di maggior coesione degli Stati. L’Onu dichiarò il 4 febbraio Giornata Internazionale della Fratellanza Umana e dell’Alleanza per la Tolleranza Globale dopo lo storico incontro tra il Papa cattolico e il Grande Imam di Al Azhar Ahmed Al-Tayyebi. Per la nuova commemorazione nell’Expo di Dubai, Francesco ha inviato un messaggio: è il tempo opportuno per camminare insieme, non lasciare per domani o per un futuro che non sappiamo se ci sarà”, i credenti e tutte le persone di buona volontà, insieme.

                Ma si manifesta un aumento delle violenze, dell’antisemitismo, della vergogna di aggredire il prossimo, di immettere nelle comunicazioni via facebook espressioni di odio, razzismo, discriminazione: preoccupante per tutti e anche Francesco ne denuncia la perversione. Rilevanti, e segno della persistenza della discriminazione patriarcale sono le violenze nei confronti delle donne. La Chiesa non è ancora paritaria, ma Francesco non esita: Ogni violenza inferta alla donna è una profanazione di Dio, nato da donna… Dal corpo di una donna è arrivata la salvezza per l’umanità: da come trattiamo il corpo della donna comprendiamo il nostro livello di umanità”.

                Ma la stessa Chiesa è un ospedale da campo, piena di magagne, di scandali economici, fiscali, di carrierismo, di reati gravissimi compiuti da consacrati pedofili e viziosi, il papa venuto dalla fine del mondo, che si fa testimone dell’amore di Dio, si fa severo e non fa sconti, denunciando e deferendo i reati alla giustizia: “È imprescindibile che come Chiesa dobbiamo riconoscere e condannare con dolore e vergogna le atrocità commesse da persone consacrate, chierici, e anche da tutti coloro che avevano la missione di vigilare e proteggere i più vulnerabili. Anche per questo tenta di ascoltare il respiro della sua Chiesa che si è fatto asfittico e ha aperto la via del Sinodo, da cui deve uscire la radiografia della comunità cattolica. Un cammino insieme dove tutti sono protagonisti, dove sommergersi nel dialogo sarà il metodo: Noi non stiamo facendo un parlamento diocesano, non stiamo facendo uno studio su questo o l’altro, no: stiamo facendo un cammino di ascoltarsi e ascoltare lo Spirito Santo, di discutere e anche discutere con lo Spirito Santo, che è un modo di pregare. Come dovrebbe essere in tutte le comunità sociali, i cattolici debbono fare i conti con il loro mondo: la parrocchia, che è la casa di tutti nel quartiere, non un club esclusivo (il che vale anche per i partiti, purtroppo assenti sul territorio); ma anche l’episcopato: “beato il vescovo che vive in povertà, che esercita un servizio e non un potere, non diventa un burocrate e, per il Vangelo, non teme di andare controcorrente. L’ecumenismo tra le confessioni cristiane un cammino irreversibile non opzionale, che spetterebbe alle parrocchie attuare, se studiassero il problema delle differenze confessionali e religiose per coinvolgere l’intera comunità. Troppo complicato: come in tutti gli impegni di solidarietà sociale organizzata ci basta l’intenzione.

                Ma è ai giovani che la società deve tutto, anche la chiesa: Sognate, siate svelti e guardate al futuro con coraggio. Vorrei dirvi questo: noi, noi tutti, vi siamo grati quando sognate. “Ma davvero, ma i giovani quando sognano tante volte fanno chiasso …” Fate chiasso, perché il chiasso vostro è il frutto dei vostri sogni. Vuol dire che non volete vivere nella notte, quando fate di Gesù il sogno della vostra vita e lo abbracciate con gioia, con un entusiasmo contagioso che ci fa bene!”.

Giancarla Codrignani 19 marzo 2022

https://vorreicapire.it/e-il-mondo-secondo-papa-francesco

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OMOFILIA

La benedizione dell’amore omosessuale tra magistero e bibbia

Intervento tenuto da prof. Antonio De Caro-Palermo *, all’incontro sinodale su “Fede e omosessualità” tenuto dalla Italienischsprachige katholische Mission (Missione cattolica di lingua italiana) di Berna il 20 marzo 2022 , parte prima

                “Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!” (Gn 32,27). Nel 1987 una coppia gay aveva chiesto a un giovane sacerdote, don Simone, se sarebbe stato disponibile a benedire la loro unione. Lui conosceva uno dei due, che era impegnato nella parrocchia come guida del gruppo giovanile, ed era apertamente omosessuale. Il parroco – superiore di don Simone – aveva ordinato che il giovane animatore abbandonasse il suo incarico, perché non costituiva un buon esempio. Ma don Simone si oppose all’ordine, che riteneva ingiusto ed umiliante. Questo conflitto divenne noto ad alcuni nella comunità e una famiglia si sentì in dovere di imporre l’obbedienza alla retta fede. Questa famiglia iniziò quindi a raccogliere firme nella comunità perché i fedeli evitassero di ricevere la comunione da don Simone, accusato di frequentare omosessuali; egli, pertanto, non solo era ritenuto indegno e peccatore, ma potenziale fonte di malattie sessuali. Insicuro e angosciato, Simone si rivolse allora al suo vescovo: gli espose tutta la situazione e i dubbi della sua coscienza.

                A quel punto il vescovo si alzò, poi si sedette al pianoforte che stava nella stanza e suonò il brano di un noto compositore omosessuale. Poi tornò indietro, si rivolse a don Simone e disse: «chi è in grado di creare qualcosa di così bello come questa musica, deve per forza avere ricevuto un grande dono da Dio. Il mio compito è scoprire e trasmettere il Bello nella mia vita e nella vita degli altri, nella condizione in cui mi trovo; e questo vale anche per la Chiesa».

                1.   Le posizioni del Magistero. La più antica condanna della Chiesa contro le relazioni omosessuali risale al sinodo di Elvira (300-303). Da allora, la voce del Magistero ha sempre mantenuto con coerenza la stessa posizione, talvolta con punte di grande asprezza, e ha spesso ottenuto il sostegno del «braccio secolare», cioè delle autorità civili (per esempio, Pier Damiani nel 1051; Pio V nel 1568). Per quanto riguarda i tempi moderni, il Catechismo di Pio X (1910) annoverava il «peccato impuro contro natura» tra i peccata clamantia, cioè quelli che gridano vendetta al cospetto di Dio, contaminano l’intera comunità e per questo sarebbero meritevoli di castighi gravi ed immediati.

                Almeno da un punto di vista formale, tale severità è stata mitigata nei documenti successivi al Concilio Vaticano II. L’enciclica di Paolo VI Humanæ Vitæ (1968) stabilisce che la sessualità umana, solo fra uomo e donna, deve avere due finalità indissolubili, quella procreativa e quella unitiva. Da questa affermazione deriva la condanna delle relazioni omosessuali in Persona Humana, dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede (1975) che definisce l’omosessualità una deformitas (§8).

www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19751229_persona-humana_it.html

                Le stesse idee sono state poi riprese dagli Orientamenti educativi sull’amore umano. Lineamenti di educazione sessuale a cura della Congregazione per l’Educazione Cattolica (1983).

www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccatheduc/documents/rc_con_ccatheduc_doc_19831101_sexual-education_it.html

                Nel 1986 la Congregazione per la Dottrina della Fede, sotto la guida di J. Ratzinger, ha pubblicato Homosexualitatis problema. Lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica per la cura pastorale delle persone omosessuali.

www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19861001_homosexual-persons_it.html

                Questo testo ribadisce più volte la sua continuità con la Tradizione della Chiesa; chiarisce che le persone omosessuali possiedono, come esseri umani e come figli di Dio, una dignità inalienabile e per questo vanno accolte con rispetto, compassione e delicatezza; che l’orientamento omosessuale non rappresenta di per sé una colpa, ma che gli atti/le relazioni omosessuali costituiscono gravi trasgressioni della legge morale. Essi, infatti, opponendosi al piano di Dio, negherebbero la differenza sessuale e quindi il fine procreativo della sessualità umana; sarebbero, piuttosto, forme di narcisismo e di autocompiacimento.

                A questo documento si possono muovere diverse critiche:

esso fonda le sue affermazioni, tra l’altro, sulla storia di Sodoma (Gn 19.1-29), considerata con assoluta certezza (§6) come una condanna degli atti omosessuali; ma l’esegesi ufficiale della Chiesa ha dato dello stesso passo una diversa e più corretta interpretazione (2019);

esso tende a salvaguardare il «sistema Chiesa», cioè la coerenza immutabile della dottrina, senza dare spazio alla libertà dei soggetti e della coscienza;

esso propone una «accoglienza mutilata» delle persone omosessuali, che possono vivere pienamente (e quindi anche sacramentalmente) nella Chiesa solo se rinunciano ad una parte vitale, cioè all’espressione della loro affettività e della loro sessualità. In altre parole, questo documento propone una spaccatura profonda nelle persone omosessuali, che non scelgono il loro orientamento e hanno come tutti gli altri diritto ad una vita in pienezza;

 esso afferma di opporsi alla discriminazione delle persone omosessuali, ma di fatto poi ordina ai vescovi e ai sacerdoti di rifiutare spazi di incontro per gli omosessuali credenti e condanna ogni forma di riconoscimento, da parte delle leggi civili, delle relazioni e delle persone omosessuali, che vanno considerate innocenti solo a patto di vivere nell’astinenza, nel segreto e nell’isolamento.

                Il Catechismo della Chiesa Cattolica (1992-1997)     www.vatican.va/archive/catechism_it/index_it.htm

come pure il suo Compendio (2005)                                              

www.vatican.va/archive/compendium_ccc/documents/archive_2005_compendium-ccc_it.html

arrivano a considerare pericoloso lo stesso orientamento omosessuale, come tendenza disordinata al peccato, e ad imporre alle persone omosessuali persino una specifica vocazione all’astinenza, in spregio al §219 del Codice di Diritto Canonico (1983) [Tutti i fedeli hanno il diritto di essere immuni da qualsiasi costrizione nella scelta dello stato di vita].

                Non si può, esteriormente, manifestare rispetto e nel contempo negare l’identità delle persone omosessuali. Il teologo Andrea Grillo usa a questo proposito il verbo scarnificare: «questo è l’equivoco di fondo di pressoché tutto il magistero cattolico ufficiale dal 1986 in poi. Si tratta di un equivoco di carattere squisitamente sistematico. Perché quel modo di pensare, che si vorrebbe imporre, separa il soggetto (di per sé sempre rispettato) dai suoi orientamenti e dalle sue scelte».

                Il Magistero di papa Francesco non ha cambiato alcun aspetto della dottrina specifica su questo tema. Ma in Evangelii Gaudium (2013) ha affermato che la realtà è superiore all’idea (§231-233), cioè che la persona è superiore alla legge.

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20131124_evangelii-gaudium.html

                E in Amoris lætitia (2016) emerge l’idea che la bontà morale riposa nelle scelte della coscienza, che solo Dio vede; la Grazia è lì dove c’è un percorso verso il bene, che la Chiesa deve riconoscere ed accompagnare. Come si osserva, papa Francesco ha investito molto sul canale pastorale, come spazio di ascolto e di incontro che quindi può fornire nuovi stimoli cognitivi e morali.

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20160319_amoris-laetitia.html

                2.   L’interpretazione biblica. Vengono chiamati «testi del massacro» (clobber texts) i (pochi) passi biblici usati per giustificare la condanna dei rapporti omosessuali. Numerosi studi esegetici (anche cattolici) respingono ormai con coerenza ogni fondamentalismo, applicano il metodo storico-critico, rifiutano ogni distorsione violenta e interpretano questi testi in un modo non ostile all’orientamento omosessuale.

                Il caso più eclatante è quello della Pontificia Commissione Biblica che, in un saggio del 2019, ha chiaramente collegato la storia di Sodoma ai temi dell’accoglienza o della violenza contro lo straniero. Ma proprio su questo passo (Gn 19.1-29) Homosexualitatis problema ↑ fondava con grande sicurezza la sua condanna delle relazioni omosessuali: questa profonda contraddizione è tanto più dolorosa quanto meno avvertita, malgrado i suoi altissimi costi umani.

                Anche riguardo gli altri testi (Lv 18.22 e 20.13; Rm 1.26-28; 1Cor 6.9-10; 1Tm 1.9-10) l’esegesi ha evidenziato che all’orizzonte biblico è ignota l’idea dell’omosessualità come condizione esistenziale profonda della persona che si orienta verso la ricerca di relazioni d’amore; di volta in volta pesano, piuttosto, le esigenze della purità rituale e culturale, il disprezzo della dimensione corporea, il rifiuto dello sfruttamento e della schiavitù. Nelle lettere di Paolo, in particolare, spicca un atteggiamento verso la complessità umana che esorta a guardare alla realtà anche attraverso le risorse autonome del pensiero laico. Un sano dialogo con la Scrittura dovrebbe, se mai, evidenziare l’evoluzione interna della morale biblica, che muove verso un superamento dei taboo [ogni atto proibito, oggetto intoccabile, pensiero non ammissibile alla coscienza, come nel caso emblematico dell'incesto], verso l’accoglienza e l’inclusione, nel senso dell’amore e non della violenza, che non appartiene al Dio di Gesù Cristo. Lo dimostrano i Vangeli e, negli Atti degli apostoli, gli splendidi episodi dell’eunuco etiope (8.26-40) e del centurione Cornelio (10). Anche a proposito della questione omosessuale occorre «cercare il Suo volto».

                A cura di Innocenzo · 20 marzo 2022

Bibliografia:

De Caro, La violenza non appartiene a Dio. Relazioni omosessuali e accoglienza nella Chiesa, Novate (MTl Calibano 2021.

A. Fumagalli, L’amore possibile. Persone omosessuali e morale cristiana, Assisi Cittadella 2020.

S. Goertz, Vom Vorrang der Liebe. Zeitenwendefur die katholische Sexualmoral, Freiburg Herder 2020.

Grillo – C. Scordato, Può una madre non benedire i propri figli?, Assisi Cittadella 2021.

S. Loos-M. Reitemeyer-G. Trettin (Hg.), Mit dem Segen der Kirche? Gleichge-schlechtliche Partnerschaft im Fokus der Pastoral, Freiburg Herder 2019.

S. Modenbach, Wer mitSegen sat, wird mit Segen ernten. Segensfeiern_fur Liebende, Paderborn Bonifatius 2020.

B. Petrà, Una futura morale sessuale cattolica. Infedeltà all’apostolo Paolo, Assisi Cittadella 2021.

Pontificia Commissione Biblica, Che cosa è l’uomo? Un itinerario di antropologia biblica, Città del Vaticano LEV 219.

W. F. Rothe, Gewollt. geliebt. gesegnet, Freiburg Herder 2022.

T. A. Salzman-M. G. Lawler, The sexual person. Toward a renewed Catholic anthropology, Washington Georgetown University Press 2008.

Schweizerischer Katholischer Frauenbund, Lesben. Schwule und Bisexuelle in Kirche und in Gesellschaft, 2001.

E. Volgger-F. Wegscheider (Hg.), Benediktion von gleich-geschlechtlichen Partnerschaften, Regensburg Pustet 2020.

D. Walbelder – L. Lang-Rachor (Hrs.), Paare. Riten. Kirche, Paderborn Bonifatius 2020.

 

* Antonio De Caro (Palermo) collabora con La Tenda di Gionata per promuovere il dialogo fra condizione omosessuale e fede cristiana. Sul tema, ha pubblicato i volumi Cercate il suo volto. Riflessioni teologiche sull’amore omosessuale (2019) e La violenza non appartiene a Dio. Relazioni omosessuali e accoglienza nella Chiesa (2021)

 www.gionata.org/la-benedizione-dellamore-omosessuale-tra-magistero-e-bibbia

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PRESENTAZIONI

Chiesa sesso amore. Le relazioni «pericolose»

1. MATRIMONIO, SESSO, FIGLIO

1. Dove tutto ebbe inizio: la «ritirata della morte»

2. Il matrimonio a Trento

3. La difesa del paradigma «matrimonio sesso-figlio»

4. (Ri)scoprire l’amore umano e la differenza sessuale

2. DALLA PADRONANZA DI SÉ AI FINI DEL MATRIMONIO

1. La genesi di un’etica del corpo e del sesso

2. La novità evangelica: la verginità per il Regno

3. Il «paradigma» agostiniano

4. Corpo, sesso, concupiscenza: peccato e redenzione

3. AMORE, FEDE E SACRAMENTO

1. Dalla concupiscenza all’amore: un sentiero interrotto?

2. Il matrimonio: un amore redento

3. Generati in Cristo: sposi e vergini

4. OLTRE LA “DITTATURA” DEL SESSO

                               Edizioni San Paolo 2021, pp. 224

                Gilfredo Marengo è ordinario di Antropologia Teologica al Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia (Roma). Ed è vicepreside dello stesso istituto.

Qualche passaggio della presentazione al lettore.

                Più la chiesa ha investito su matrimonio e famiglia – soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II – più si è al largata la forbice tra quanto essa insegna e propone, la mentalità dominante e il vissuto degli uomini e delle donne del nostro tempo. Queste pagine cercano di comprendere le ragioni di questo fatto, si propongono di metterne in luce le radici storiche e culturali, al fine di suggerire qualche possibile via di uscita da una tale impasse.

            È stato decisivo, nella seconda metà del XX secolo, l’affrancarsi del sesso e dell’amore dal legame indissolubile con l’istituto del matrimonio. Tale fenomeno fu l’esito di due dinamiche che presero avvio nell’Ottocento: la nascita di un sapere della sessualità e il diffondersi di una narrazione dell’amore, cui ha provveduto la cultura ro mantica, presentato come fondamentale centro di gravità dell’umana esistenza.

            Sesso e amore acquistarono una soggettività e un’autonomia affatto nuova nel panorama della cultura occidentale e ancor più nella sensibilità ecclesiale […].

            Quando la chiesa s’impegnò a una differente valorizzazione della relazione di coppia, si è trovata a “chiudere la stalla quando son fuggiti i buoi”: il tentativo di accordarsi con la comprensione moderna dell’amore e del sesso veniva messo all’ordine del giorno mentre la mentalità dominante ormai era avviata su altre traiettorie, ancora più distanti e ostili.             La decisione di pubblicare Humanæ vitæ nel cuore del Sessantotto ha un eloquente potere evocativo […].

            Il lettore troverà in questo saggio una ricostruzione storico-critica del cammino che ha portato a questi scenari e il tentativo di scovare all’interno di questo percorso quell’elemento, apparentemente ben presente, ma allo stesso tempo mai pienamente messo a fuoco, che può avere la pretesa di mettere in discussione un impianto che nel tempo mostra sempre di più i suoi limiti. Questo fattore è il carattere sacramentale del matrimonio cristiano, in cui l’agire grazioso di Cristo protesta la volontà di donare agli uomini e alle donne l’esperienza della redenzione all’interno delle loro relazioni coniugali. Lasciarsi provocare dai tratti “pericolosi” delle relazioni tra chiesa, sesso e amore non sembra, dunque, preludere innanzitutto all’elaborazione sistematica di una “teologia della sessualità”, ma semmai invita a portare alla luce la capacità della rivelazione cristiana di valorizzare appieno questa dimensione dell’umana esistenza, senza per questo cedere alle equivoche derive orientate ad assegnarle un ruolo totalizzante. [pp. 7-13: passim]

Gilfredo Marengo

 

Nota di Luigi Accattoli  Già nel saggio del 2018 “Chiesa senza storia, storia senza ChiesaGilfredo Marengo tracciava una vasta panoramica di mutazioni del rapporto tra la Chiesa e il mondo nell’epoca moderna. In questo nuovo studio riprende la tessitura di quella tela applicandosi al capitolo gioioso e dolente della riflessione cristiana sul corpo e sul sesso. La conclusione è analoga in ambedue i testi: Marengo trova nella predicazione di Papa Francesco elementi di promettente novità per il superamento di sabbie mobili e smottamenti che negli ultimi secoli avevano paurosamente allontanato l’umanità dal cristianesimo e che avevano ripreso a crescere dopo l’avvicinamento realizzato dal Vaticano II. Secondo il nostro teologo il Papa argentino invita a “guardare il mondo e il tempo presenti realisticamente come condizione e non come obiezione all’agire ecclesiale”; e all’interno di questa pedagogia, chiama a guardare con serenità all’attuale cultura sessuale non puramente come a un ostacolo, ma come a un tratto peculiare dell’umanità alla quale la Chiesa è chiamata a presentare il Vangelo della famiglia e dell’amore sponsale. Francesco insomma ci chiede di passare dal lamento sulla deriva dei costumi alla franchezza di un annuncio evangelico che valorizza la sessualità meglio di come mai si sia fatto nella storia cristiana, ma insieme la relativizza, liberandola dal potere dittatoriale che è venuta assumendo negli ultimi decenni. E la relativizza evitando innanzitutto di porla a diretta antagonista della pedagogia cristiana in materia di affettività (questi spunti sono alle pagine 200-2012).

                Due passi da memorizzare.

                Immaginare l’agire della chiesa nel mondo come un incontro/scontro tra due modelli di uomo e di sessualità può sortire l’effetto di legittimare improvvidamente proprio quel potere dittatoriale che il sesso sembra esercitare e contro cui si vuole reagire. In alternativa è indispensabile accettare la sfida a saper manifestare le ragioni per le quali l’annuncio cristiano si presenta davvero come liberante dalle pretese di un tale potere, nella misura in cui si mostra capace di valorizzare pienamente la sessualità e, insieme, relativizzarla. (p. 200)

                Superando i confini e i pregiudizi di ogni intonazione polemica, è agevole mettere in luce quanto l’annuncio del Vangelo della famiglia, non più ridotto a un modello ideale da adeguare, offre alla comunità ecclesiale l’occasione imperdibile di presentarsi capace di ospitare ogni storia d’amore, in qualunque frangente essa si trovi a vivere. La cura delle fragilità, ricondotta alla sequenza «Accompagnare, discernere e integrare» suggerita da Papa Francesco, si presenta come un decisivo banco di prova della forza liberante del Vangelo della famiglia (p. 210)

                Un libro di lettura impegnativa ma istruttiva, questo di don Gilfredo, che consiglio ai visitatori dotati di buoni denti.

                               Luigi Accattoli   15 marzo 2022

www.luigiaccattoli.it/blog/gilfredo-marengo-il-sesso-non-e-un-periculum-ma-neanche-un-totem/#comments

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SINODO

Per una sinodalità ecclesiale di base

                L’aria di “aggiornamento” che soffia nella chiesa cattolica, investita dalla volontà del papa di avviare un percorso sinodale a tutti i livelli, da quello universale a quello diocesano e parrocchiale, sembra evocare la tensione che c’era all’alba del Concilio Vaticano II. Le attese sono tante, anche perché la crisi che sta scuotendo la comunità cattolica è profonda e sistemica. Un’ombra pericolosa però sovrasta questo generale coinvolgimento del “popolo di Dio”: la disillusione. Dopo le delusioni per un processo di aggiornamento conciliare rimasto incompiuto, suscitare nuove aspettative rischia di provocare, se disattese, l’amara constatazione che l’istituzione ecclesiastica è refrattaria a qualsiasi rinnovamento.

                Le riforme disinnescate sul nascere. In effetti, le diverse riforme avviate dal Concilio in direzione di un’ecclesiologia di comunione si sono spente sul nascere a causa di un “raffinato dispositivo di blocco” messo in atto per disinnescarle. Facciamo alcuni esempi: la riforma missionaria, che all’inizio del Concilio prevedeva addirittura lo smantellamento di Propaganda fide, secondo la proposta avanzata da diversi vescovi delle ex-colonie africane, si è risolto in un nulla di fatto, con il suddetto dicastero che ha continuato imperterrito a pubblicare una “Guida alle missioni cattoliche”, intese come territori sotto la sua giurisdizione, senza tenere in alcun conto la nuova nozione di missione emersa dal dibattito conciliare.

                          La riforma liturgica, forse la più avanzata tra le riforme, ha rischiato di essere bloccata nel 2007 con il motu proprio Summorum Pontificum di papa Ratzinger, sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma conciliare, fortunatamente superato l’anno scorso dal motu proprio Traditionis custodesdi papa Francesco.

                La riforma della catechesi, con il proliferare delle pubblicazioni, dal Documento base nel 1970 alla lettera della CEI “Annuncio e catechesi” nel 2010, sembra portare, piuttosto che un rinnovamento, all’estinguersi dell’utenza, soprattutto giovanile. Quanto poi alla carità, un’eventuale riforma non è neppure in agenda, perché di carità nella chiesa se ne fa tanta ma si studia poco, e per di più si fa sbrigativamente coincidere con la Caritas che, dal rinnovo dei suoi statuti nel 2012, il Vaticano ha progressivamente sottomesso alle proprie istanze interne e le conferenze episcopali sembrano chiamate a fare altrettanto.

                Resta poi quella che potremmo definire la “madre di tutte le riforme”, quella della curia romana, di cui se ne parla dagli anni del Concilio, quando nel decreto Christus Dominus i padri esprimono il desiderio che i dicasteri “vengano riorganizzati in modo nuovo e conforme alle necessità dei tempi” (n. 9). Ma anche in questo caso la mina è disinnescata già nel 1988 con la costituzione Pastor bonus di papa Wojtyla, che accentua il primato petrino a scapito delle conferenze episcopali. D’altra parte questa riforma è ancora nell’agenda di papa Francesco e la attendiamo con fiducia.

                Una “deriva gerarcologica”. Quel che rischia però maggiormente di provocare delusioni, mi sembra l’ambito ecclesiale locale, quello di base, del vissuto comune parrocchiale, dove si sente la necessità e l’urgenza di superare quella sorta di estraneità latente tra le diverse componenti della realtà ecclesiale. È a questo livello che a mio parere occorre innescare un effettivo processo sinergico, pena la disillusione del popolo di Dio nei confronti dell’istituzione ecclesiastica: senza il recupero di una sinodalità ecclesiale di base, la deriva movimentista, corporativa e disgregativa della comunità ecclesiale sarà irreversibile.

                Cosa intendo di preciso? Penso innanzitutto al rapporto tra il parroco e la sua comunità parrocchiale, com’è attualmente previsto dal codice di diritto canonico: l’attuale struttura non è affatto sinodale, ma dipende in larga misura da quella che la Commissione teologica internazionale (Cti) definisce “deriva gerarcologica”, in un documento sulla sinodalità del 2018, a proposito dei contraccolpi nella chiesa cattolica della riforma protestante.

www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_20180302_sinodalita_it.html

                Nonostante la dichiarazione del diritto canonico, che la parrocchia sia una “comunità di fedeli” (can. 515), il codice sancisce che l’unico rappresentante di detta comunità sia il parroco (can. 532), escludendo qualsiasi organismo rappresentativo o processo di acquisizione di tale rappresentatività, attribuitagli di fatto dalla nomina episcopale e acquisita al momento della “presa di possesso” della parrocchia (can. 527).

                L’azienda-parrocchia. Insomma, nello stato attuale del diritto ecclesiastico latino, il parroco rappresenta tutti gli abitanti (battezzati) del territorio parrocchiale, che essi lo vogliano o meno, attraverso la semplice assunzione del ruolo di parroco. È dunque inevitabile che il rapporto che si instaura tra lui e i suoi parrocchiani sia un rapporto di forza, gerarchico e asimmetrico: nella logica consumistica, a cui siamo sempre più avvezzi, i fedeli sono i fruitori del servizio pastorale e il parroco il fornitore. Questa logica è tutto fuorché sinodale, è la logica della prestazione di servizio, avallarla senza dibattito significa avallare la figura di un’azienda-parrocchia, in cui il parroco, di buon grado o meno, è costretto a svolgere la funzione manageriale di amministratore delegato, senza averne le competenze specifiche, anzi, con una formazione centrata sui contenuti delle verità da trasmettere e sullo spirito con cui testimoniarle, piuttosto che sui metodi e sulle forme con cui gestire l’azienda.

                Attualmente quindi la struttura ecclesiale di base si configura come binomio asimmetrico parroco-fedeli piuttosto che comunità. La forma comunitaria, benché sancita dal codice, stenta a riconoscersi, non prende forma, se non attraverso la mediazione volenterosa e benemerita di parroci e fedeli, che cercano in qualche modo di supplire alle carenze del codice, promuovendo forme e organismi partecipativi efficaci, al di là delle indicazioni canoniche, fin dove e fin quando si riesce.

                Dare soggettività giuridica alla comunità. In effetti, gli organi partecipativi previsti dal codice, chiamati a incarnare quella vocazione sinodale propria della realtà ecclesiale, sono irrilevanti, perché espressione della logica bipolare e con funzione semplicemente consultiva (can. 536, §2). Fin tanto che il criterio di sinodalità non intaccherà la struttura ecclesiale di base, dando alla comunità di fedeli una soggettività giuridica propria, che attualmente non ha, non potremo parlare di una chiesa davvero sinodale.

                Ora, cosa comporta dare soggettività giuridica alla comunità di fedeli? Innanzitutto disinnescare la deriva gerarcologica sottolineata dalla Cti, quella che in più occasioni papa Francesco definisce con il termine più generico di “clericalismo”, ma che non è solo un’attitudine interiore di clero e laici: occorre cioè destrutturare il binomio su cui si fonda l’attuale visione clericale della realtà parrocchiale.

                In altre parole, si deve passare dalla visione societaria tradizionale, gerarchicamente strutturata, a quella comunitaria, fondata sull’appartenenza comune, la ministerialità dei suoi membri e la valorizzazione dei loro carismi. È la comunità parrocchiale, nel suo insieme, a rivestire una soggettività giuridica, e non solo il parroco, ed essa è collegialmente rappresentata da un consiglio pastorale, eletto dai membri stessi della comunità.

                Dare spazio effettivo all’esercizio della responsabilità ecclesiale. Per esprimere la propria responsabilità civile, il cittadino è chiamato ad esercitarla con il voto (oltre che facendo la spesa); quali forme assume l’esercizio della responsabilità ecclesiale per un fedele cattolico? Se vogliamo portare a compimento il processo innescato dall’ecclesiologia di comunione, occorre dare spazio effettivo all’esercizio della responsabilità ecclesiale di ciascun fedele. Si potrà riaffermare così la coscienza di appartenere ad un’unica collettività, senza il bisogno di distinguersi e disgregarsi in comunità di scelta. Sviluppare una sinodalità ecclesiale di base significherà così affermare che la comunità ecclesiale “è detentrice di diritto, anzi il vero soggetto, cui tutto il resto va posto in relazione” (Ratzinger 1970).

                Cesare Baldi, ¤1960, presbitero della diocesi di Novara.               19 marzo 2022

www.viandanti.org/website/per-una-sinodalita-ecclesiale-di-base

 

Sinodo italiano - Riforma della Chiesa. Povera, dialogica, umile

Sei cantieri, sei piste di lavoro che l’insieme dei teologi propone alla Chiesa italiana all’inizio del suo Cammino sinodale. «Frutto di un percorso di tre anni di riflessione del Coordinamento delle associazioni teologiche italiane (CATI)» il testo, intitolato Per una Chiesa povera, dialogica, umile. Il Coordinamento delle associazioni teologiche italiane per la riforma della Chiesa, è un «contributo a un dibattito che assume particolare rilievo nel processo sinodale che stiamo vivendo». D’altra parte – dicono i teologi – «ciò che vorremmo proporre come riforma è, infatti, più di un cambiamento incrementale, mosso cioè dalla semplice preoccupazione di far funzionare meglio quanto già esiste: suppone una coscienza collettiva, un’intenzionalità e richiede la trasformazione delle forme e il cambiamento delle strutture».

                E come ribadisce lo storico Riccardo Saccenti, «sinodalità e riforma emergono come due poli» necessari al cammino di ogni Chiesa: la prima implica «una consapevolezza matura della soggettività del popolo di Dio quale realtà comunitaria unita sul fondamento del battesimo»; la seconda implica l’idea di un’«incompletezza» che a partire dal «radicamento nella Parola e nella storia fa del bisogno mai soddisfatto di esprimere la totalità dell’annuncio evangelico l’apertura al futuro, all’unità dell’incarnazione».

 

                Manifesto del CATI.       Il testo che proponiamo è frutto di un percorso di tre anni di riflessione del Coordinamento delle associazioni teologiche italiane (CATI) dedicato alla riforma della Chiesa. Vorremmo offrirlo come contributo a un dibattito che assume particolare rilievo nel processo sinodale che stiamo vivendo. Ci sembra, infatti, che il cammino sinodale proposto a tutte le Chiese da papa Francesco come via a una urgente riforma della Chiesa non possa prescindere dalla riflessione teologica.

 

                A. Il CATI. Nato nella prima metà degli anni Novanta del secolo scorso, il CATI, come si legge nell’art. 1 dello Statuto, ha lo scopo di promuovere il dialogo, il confronto, l’informazione e la comunicazione tra le associazioni teologiche, nonché di favorire le relazioni interdisciplinari nel campo della ricerca, della didattica e del servizio pastorale.

                A esso afferiscono 9 associazioni teologiche: Associazione biblica italiana (ABI); Associazione italiana dei catecheti (AICa); Associazione mariologica interdisciplinare italiana (AMI); Associazione professori e cultori di liturgia (APL); Associazione teologica italiana (ATI); Associazione teologica italiana per lo studio della morale (ATISM); Coordinamento delle teologhe italiane (CTI); Gruppo italiano docenti di diritto canonico (GIDDC); Società italiana per la ricerca teologica (SIRT).1

                Il lavoro comune s’articola in incontri tra presidenti e delegati delle associazioni e seminari ai quali partecipano in genere circa 40 membri delle associazioni, nel tentativo d’apprendere a riflettere insieme su temi attinenti alla ricerca teologica e alla vita della Chiesa, consapevoli che, come la teologia medievale indicava e praticava, accanto al magistero dei pastori nella Chiesa c’è anche, in subordine, il magistero dei dottori.

                Obiettivo è offrire un contributo alle Chiese per aiutarle a svolgere la loro missione in conformità al Vangelo e ai tempi. In questo senso ci incoraggia quanto papa Francesco ebbe a dire ai membri dell’ATI il 29 dicembre 2017, in occasione del 50o anniversario della fondazione di questa associazione: «C’è bisogno (…) di una teologia che (…) sia fatta da cristiane e cristiani che non pensino di parlare solo tra loro, ma sappiano di essere a servizio delle diverse Chiese e della Chiesa; e che si assumano anche il compito di ripensare la Chiesa perché sia conforme al Vangelo che deve annunciare».

                B. Riforma. Nell’ultima proposizione, qui posta in corsivo, vediamo rispecchiato il lavoro compiuto negli ultimi tre anni dedicato alla riforma della Chiesa. Siamo consapevoli che il termine riforma può suonare equivoco: è infatti polisemico. Con esso, in questo testo, indichiamo non solo riforma dei costumi, sempre necessaria, che sta anche all’origine dell’adagio Ecclesia semper reformanda, ma pure riforma delle strutture, senza la quale non ci sarebbe conformità della Chiesa al Vangelo che essa deve annunciare.

                Ciò che vorremmo proporre come riforma è, infatti, più di un cambiamento incrementale, mosso cioè dalla semplice preoccupazione di far funzionare meglio quanto già esiste: suppone una coscienza collettiva, un’intenzionalità e richiede la trasformazione delle forme e il cambiamento delle strutture. Il percorso che abbiamo compiuto è stato, possiamo dire, un esempio di sinodalità, i cui frutti vorremmo proporre anzitutto alle Chiese in Italia, in cammino verso e oltre il Sinodo del 2023, assieme alle Chiese dei diversi continenti, «convocate in Sinodo» in questo particolare momento della storia.

                Se la sinodalità è anzitutto uno stile caratterizzato dall’ascolto di tutti in vista di costruire insieme decisioni relative alla vita della Chiesa, riteniamo che la voce teologica serva ad aiutare tutti a ripensare criticamente il volto delle comunità cristiane affinché il Vangelo possa diventare stile di esistenza accessibile a ogni persona umana.

                C. Il nostro percorso. Il percorso è stato avviato nel gennaio 2019 ed è nato dalla consapevolezza della necessità di una riforma della Chiesa, a partire dall’osservazione della fatica a far giungere il Vangelo alle persone e dall’ascolto delle provocazioni di papa Francesco, soprattutto in Evangelii gaudium. La prospettiva fondamentale assunta è stata quella missionaria; siamo stati guidati da una domanda che dopo il Vaticano II ha attraversato esperienze ecclesiali e riflessioni teologiche: «Come dovrebbe essere la Chiesa oggi per poter fare in modo che il Vangelo pervada e modelli la vita delle persone?».

                Sullo sfondo aleggiava l’ultima parte di Lumen gentium, n. 8 e di Unitatis redintegratio, n. 4

www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19641121_lumen-gentium_it.html

www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_decree_19641121_unitatis-redintegratio_it.html

                Partendo dalla considerazione che la Chiesa vive in un contesto culturale che la provoca e nello stesso tempo le offre modelli organizzativi oltre a categorie interpretative della realtà (cf. Gaudium et spes, n. 44), abbiamo ritenuto opportuno ascoltare alcuni esperti (sociologo, massmediologo, politologo) per capire meglio il nostro tempo e i processi di riforma in atto nella società.

                Abbiamo altresì avvertito la necessità di rileggere alcuni momenti della storia della Chiesa nei quali si sono avviati processi di riforma per capire che cosa comporti una vera riforma della Chiesa. Abbiamo proceduto tenendo presente che riforma e rinnovamento non coincidono. Con ciò non si è voluto negare il valore della tradizione, bensì riaffermarlo nel senso della Scuola di Tubinga nel sec. XIX e di J.H. Newman, fatto proprio dal Vaticano II, che non a caso consacra il ressourcement [ritornare alle proprie origini] biblico e patristico dei decenni precedenti.

                Nel percorso abbiamo insieme maturato che i processi di riforma sono complessi: nascono dalla percezione del venir meno di alcune evidenze e si attuano conoscendo anche resistenze, che tuttavia vanno ascoltate poiché aiutano a comprendere meglio ciò che è in questione quando si vuole riformare la Chiesa in vista della missione, imparando dalle dinamiche che la Bibbia ci presenta. Questa, infatti, si è modellata in dipendenza dai processi culturali e dalle esigenze della missione. Va sfatata, al riguardo, l’idea che le resistenze vengano anzitutto e soltanto dal diritto: il contributo dei canonisti ci ha aiutato a capire che l’ordinamento canonico prevede sin d’ora diverse pratiche di riforma, che tuttavia o non sono attuate o sono attuate in modo improprio, e che in ogni caso non impedisce di delineare nuove forme di responsabilità nella Chiesa, anche per il continuo aggiornamento che per sua natura contraddistingue la norma canonica.

                Ci è sembrato che le nostre comunità cristiane, luoghi a partire dai quali si può effettivamente realizzare una riforma della Chiesa – siamo convinti, infatti, che una riforma esclusivamente dall’alto al basso non potrà realizzarsi – risentano ancora troppo di una visione ecclesiologica centrata sul ministero ordinato, anziché sulla molteplicità di carismi e ministeri.

                Per questo riteniamo che il cammino sinodale sollecitato da papa Francescobenché a volte appaia poco rispettato da alcune scelte e da alcune prassi ancora connotate da un marcato centralismo e dal clericalismo – sia salutare per le nostre Chiese locali e per le nostre comunità, bisognose di aprirsi ai «segni del tempo», di riconoscere effettivamente l’identica dignità di ogni fedele e quindi di dare adeguato spazio alle responsabilità che sorgono dal battesimo, come il Vaticano II ha rimesso in evidenza e la sensibilità del nostro tempo pone sempre più in primo piano.

                Ci è sembrato che alle dichiarazioni di principio non corrispondano pratiche: alcuni soggetti, in particolare le donne, che pure costituiscono il tessuto principale della vita delle comunità, non sono sufficientemente riconosciuti corresponsabili nella costruzione delle decisioni che determinano la figura concreta della Chiesa.

                Il percorso si è attuato mediante seminari tenuti in genere via web, stante la situazione pandemica. Si è proceduto per gradi. Si è preso avvio dalla condivisione del tema generale, la riforma della Chiesa, basata sulla constatazione che ci troviamo in una nuova recezione del Concilio resa necessaria da una serie di fattori: un contesto culturale «fluido», la scarsa incidenza delle strutture parrocchiali nell’attuazione della missione, l’emergere di nuove sensibilità alle quali la Chiesa dovrebbe prestare attenzione, gli stimoli provenienti da papa Francesco, alcune forme di clericalismo ritornante, la scarsa capacità a cogliere le indicazioni provenienti dalle scienze sociali per quanto attiene a nuove forme di leadership.

                I nuclei tematici che hanno guidato il percorso sono stati: povertà, dialogo, potere. La ragione della scelta stava in una visione di Chiesa che abbiamo riconosciuto in particolare espressa nel già citato ultimo capoverso di Lumen gentium, n. 8, oltre che dalle sollecitazioni provenienti da papa Francesco e più lontanamente dal Vaticano II. I tre nuclei tematici ci sembrava avrebbero potuto aiutare a procedere con stile sinodale, verso una Chiesa dal volto umile e ospitale, consapevole delle proprie fragilità e ferite, capace di realizzare un effettivo dialogo al suo interno, con le altre Chiese, con tutte le persone e i popoli, di mostrare che in essa la necessaria potestas va intesa nel senso evangelico di diakonia, ricordandosi di essere soltanto analoga alle altre organizzazioni sociali e quindi che la molteplicità di carismi e ministeri è a servizio della missione.

                Il lavoro si è svolto dividendoci in tre gruppi costituiti da rappresentanti delle diverse associazioni. Ogni gruppo ha presentato il frutto della propria riflessione a tutti; su di esso si è discusso insieme e si è preparato un seminario con la partecipazione anche di altri membri delle associazioni e con la presenza di mons. Erio Castellucci, al quale si è chiesto di proporci una sua lettura della situazione della Chiesa in Italia.

                In un incontro successivo, presidenti e delegati si sono trovati per valutare gli esiti del lavoro fin qui svolto e preparare un seminario conclusivo, tenutosi alla fine di novembre 2021 (in presenza) con la partecipazione di circa 40 rappresentanti delle associazioni e di tre vescovi (mons. Erio Castellucci, mons. Giuseppe Baturi e mons. Luigi Renna).

                Durante questo seminario si è riletto il percorso compiuto, si sono ascoltate le relazioni dei tre gruppi di ricerca, si è dibattuto sugli orientamenti da essi proposti, si è ascoltata e discussa la rilettura critica del lavoro svolto, proposta dalla prof.ssa Serena Noceti.

                Nel percorso abbiamo vissuto un’esperienza di reciproco ascolto: le diverse prospettive hanno aiutato a cogliere i molteplici aspetti del complesso processo di riforma, le effettive possibilità, le resistenze. Si è riusciti a riflettere insieme riconoscendo valore a visioni diverse, senza la pretesa di costringerle dentro un’unica visione sistematica.

                Se Veritatis gaudium, alla quale abbiamo prestato attenzione, invita alla interdisciplinarità, possiamo dire di averla sperimentata, con reciproco arricchimento.

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_constitutions/documents/papa-francesco_costituzione-ap_20171208_veritatis-gaudium.html

                D. I «cantieri» ai quali vorremmo offrire il nostro contributo

                Come sopra si diceva, siamo consapevoli che la riflessione teologica ha la vocazione di riflettere criticamente sulla vita della Chiesa, con «fedeltà creativa» – come diceva papa Francesco all’ATI il 29 dicembre 2017 –, per aiutarla a procedere con parresia nel servizio al Vangelo, che è lieta notizia per i poveri, da considerare non solo destinatari dell’annuncio, ma pure soggetti mediante i quali lo Spirito parla alle comunità cristiane. Nel cammino sinodale delle nostre Chiese e della Chiesa tutta vorremmo inserirci con l’umiltà di chi, confrontandosi con la Verità, matura la consapevolezza dell’eccedenza di essa rispetto a quanto si può comprendere. Anche questo è un aspetto della «povertà», che abbiamo riconosciuto esemplare nella Madre di Dio, e apre al dialogo con tutti nella consapevolezza che lo stile sinodale comporta lasciarsi guidare dal motto che la teologia medievale aveva appreso dall’Ambrosiaster: «Veritas a quocumque dicatur a Spiritu Sancto est».

                In questo senso ci sentiamo di esprimere apprezzamento a quanto indicato dal Messaggio del Consiglio permanente della CEI (29 settembre 2021) relativamente alla prima fase del cammino sinodale, quella dell’ascolto delle narrazioni, dove si invita ad ascoltare anche le narrazioni di quanti «riterremmo lontani e distratti, indifferenti e perfino ostili», perché «in ciascuno opera in qualche misura lo Spirito».

 

                1. Anzitutto riconoscere la soggettualità di tutte e di tutti nelle comunità cristiane

                La constatazione che alcuni fedeli, soprattutto se si mostrano critici nei confronti delle strutture ecclesiastiche come secolarmente si sono formate, non hanno diritto di parola, ci porta a domandarci se non si debbano ascoltare tutte le voci dei fedeli, in particolare quando si tratta di prendere decisioni che riguardano tutti, anche attivando percorsi che permettano a «tutte le voci» d’essere riconosciute e rappresentate.

                Papa Francesco si è richiamato più di una volta al principio che originariamente era presente nel codice giustinianeo: «Quod omnes tangit ab omnibus tractari debet». Ovvio che l’attuazione di questo principio richiede che si studino e si mettano in atto procedure chiare e trasparenti in tutte le circostanze quando si debba giungere a prendere decisioni. A questo riguardo, il rischio della retorica ci pare notevole. L’antidoto a tale rischio consiste nel seguire le norme del diritto vigente, ma anche nel formularne nuove, senza venir meno al riconoscimento che chi presiede la comunità ha il diritto e il dovere morale di prendere la decisione che insieme si è costruita.

                In tal senso, andrà ripensato anche il tema del consenso e del consigliare nella Chiesa, troppo spesso ritenuto semplicemente come un’opinione della quale chi presiede può fare a meno. L’attuale normativa giuridica aiuterebbe già a dare valore alla voce dello Spirito che risuona nelle voci dei fedeli, in particolare nei cosiddetti organismi di comunione, spesso considerati solo inutili e dispendiosi strumenti di apparente partecipazione, anziché luoghi d’apprendimento e d’esercizio del discernimento e della comunione ecclesiale. Ciò comporta formazione di leader capaci di promuovere la partecipazione.

                A volte si ha l’impressione che, mentre si denunciano i populismi nella società e gli abusi di potere,

non ci si avvede che essi esistono anche nella

 

Chiesa in generale e nelle piccole o grandi comunità cristiane. Per ovviare a questo fenomeno riteniamo importante ripensare anche la formazione ai ministeri tutti – la tentazione e l’esercizio improprio del «potere» non è solo dei ministri ordinati – e in particolare al presbiterato ed episcopato, servendosi anche di percorsi alla leadership e alla guida della comunità arricchiti dall’apporto delle scienze umane.

                Il desiderio di relazioni fraterne nelle comunità non potrà realizzarsi – riteniamo – senza una radicale riforma dei percorsi di formazione iniziale e permanente dei presidenti di comunità.

 

                2. Imparare dal dialogo ecumenico

                Le Chiese. ortodosse e le Chiese evangeliche ci hanno aiutato a riscoprire che la sinodalità è costitutiva della Chiesa. Da esse abbiamo appreso anche modalità celebrative dei sinodi nei quali, pur in forma rappresentativa, tutti i fedeli hanno la possibilità di prendere parte alle decisioni. Il Vaticano II ha recepito il senso profondo del sacerdozio comune e, quando ha voluto descrivere l’identità di ogni fedele, ha usato l’antica articolazione delle funzioni di Cristo: profeta, sacerdote e re. Si tratta di un possibile schema e quindi da non rendere un sistema; tuttavia permette di capire che ogni fedele è cristiana/o, cioè modellato sul Signore Gesù Cristo.

                La recezione di quanto il dialogo ecumenico ci ha fatto riscoprire può aiutare le comunità cristiane a ripensarsi nella prospettiva della corresponsabilità nella molteplicità di carismi e ministeri, anche quando si tratta del governo generale della Chiesa. A questo riguardo, la meraviglia suscitata dalla nomina di alcune donne in organismi vaticani denota che il problema esiste: la meraviglia dovrebbe nascere dal fatto che queste nomine suscitino meraviglia, in quanto non denotano un cambiamento strutturale.

 

                3. L’uso dei beni materiali

                La riflessione sulla povertà ci ha permesso d’andare oltre la necessaria prassi solidale nei confronti dei poveri nel senso sopra indicato, per ritrovare la figura di una Chiesa povera con i poveri. Questo implica, peraltro, prestare attenzione al tema dei beni di proprietà delle comunità cristiane e delle Chiese locali. Originariamente pensati come supporto necessario alla missione della Chiesa, i beni immobili possono diventare un problema poiché richiedono attenzione ed energie, che dovrebbero essere maggiormente dedicate all’annuncio del Vangelo. Ne sanno qualcosa i parroci, i vescovi, i responsabili di comunità religiose che devono occupare tempo e intelligenza per dedicarsi alla gestione dei beni materiali. Il mantenimento di questi, anche per garantire la sicurezza delle persone e la conservazione dei beni artistici, comporta a volte investimenti ingenti, che potrebbero utilmente servire alla evangelizzazione e alla condivisione con i poveri.

                Ci pare non siano più i tempi di costruire nuove strutture murarie pur con intenti benefici. Non ci nascondiamo la difficoltà, ma ci domandiamo se nella gestione di questi beni, come anche negli investimenti finanziari, non si debba giungere a maggiore trasparenza, efficienza, sostenibilità e sobrietà. I beni economici non sono solo fonte di problemi, ma offrono anche opportunità e chiamano a responsabilità di ordine morale.

                Anche a questo proposito, il funzionamento degli organismi stabiliti dalle norme giuridiche aiuterebbe a procedere con competenza e trasparenza (si pensi ai Consigli per gli affari economici parrocchiali, al Collegio dei consultori, al Consiglio diocesano per gli affari economici).

 

                4. Il riconoscimento effettivo della pluralità dei ministeri

                Negli anni Settanta del secolo scorso, sulla scorta di una riflessione teologica che recepiva un’istanza del Vaticano II, maturata in Concilio soprattutto grazie al contributo dei vescovi delle «giovani» Chiese, si era auspicato che nelle comunità cristiane fosse riconosciuta una pluralità di ministeri. Le pratiche hanno mostrato che l’auspicio ha tardato a realizzarsi; si è anzi manifestata una rinascita del clericalismo, che – come papa Francesco richiama più volte – è una malattia che impedisce alla Chiesa di mantenere vigore missionario.

                I passi attuati nel riconoscere il ministero istituito dei catechisti e nell’ammettere anche donne al ministero del lettorato e accolitato, pur timidi, ci pare vadano nella giusta direzione. Sembra necessario portare a compimento la riflessione già avviata e giungere a una decisione circa la possibilità d’ammettere anche le donne al ministero ordinato del diaconato, che la ricerca storica ha individuato presente nelle Chiese dei primi secoli e che durante i lavori del Sinodo sull’Amazzonia si era proposto di considerare possibile, almeno in alcuni ambienti, insieme all’ordinazione al presbiterato di viri uxorati probati.

                Ci pare sia in gioco una visione della tradizione che rischia di selezionare alcuni periodi rispetto ad altri quando si tratta di mettere in atto una «fedeltà creativa».

                Ci pare altresì che si debba riprendere l’insegnamento del Vaticano II sulla actuosa participatio di tutti i fedeli alla celebrazione liturgica. Ci rendiamo conto di come la pervasiva cultura della delega sia presente anche nelle comunità cristiane e quindi le celebrazioni liturgiche siano vissute molte volte da assemblee passive e prive di empatia. Molto dipende da chi le presiede, che dovrebbe ricordare di essere presidente di un’assemblea, e quindi di agire in persona Ecclesiæ, non un solitario celebrante che agisce solo in persona Christi, a prescindere dall’assemblea.

                Se è poi vero che, come scrive Sacrosanctum concilium, n. 10, la celebrazione liturgica è culmen et fons della vita della comunità cristiana, luogo privilegiato di ascolto della sacra Scrittura (cf. Dei Verbum, n. 21), si dovrebbe prevedere che la celebrazione diventi il punto di partenza d’ogni percorso di riforma, ovviamente in comunione con tutte le altre comunità e, attraverso la Chiesa locale, con la Chiesa tutta.

www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19631204_sacrosanctum-concilium_it.html

www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19651118_dei-verbum_it.html

                Ci rendiamo conto che quello dei ministeri (ordinati, istituiti e di fatto) resterà un cantiere sempre aperto: le esigenze della missione, che stanno all’origine della concreta configurazione dei ministeri, apriranno nuove possibilità sotto la guida dello Spirito di Gesù. Stante però la situazione attuale, ci pare che alcune attenzioni dovrebbero essere prese in considerazione.

 

                5. Nomine e leadership

                Anzitutto, nella nomina dei vescovi le procedure dovrebbero essere più trasparenti: la tradizione antica attesta perfino che alcune Chiese potevano rifiutare la nomina di un vescovo. Il carrierismo, più volte denunciato da papa Francesco, ci pare sia ancora presente nelle nostre Chiese. Va peraltro osservato che la somma di competenze attualmente richieste a un vescovo per governare la sua diocesi non corrisponde alle effettive possibilità di una persona e a una corretta ecclesiologia.

                Ritorna il tema della leadership, che non può essere nascosto sotto l’ideologico appello alla grazia di stato. Gli antichi scolastici ci avevano ricordato che «natura non facit saltus». Il rispetto delle persone ci pare comporti anche non chiedere ciò che non sono in grado di fare per il bene delle Chiese alle quali sono chiamate a presiedere, anche con la necessaria collaborazione degli organismi previsti dal diritto. Analogamente ciò vale anche per i presbiteri, fratelli che devono portare il peso maggiore dell’azione pastorale.

                Ci pare che gli attuali percorsi formativi non siano in grado di abilitarli a svolgere in modo adeguato il compito di presidenti delle comunità nelle quali sono inviati. Molte volte mancano degli strumenti necessari per capire i processi culturali in atto e dei linguaggi necessari per parlare alle persone nelle concrete situazioni vitali. La gloriosa tradizione dei seminari voluti dal concilio di Trentoci pare debba essere radicalmente ripensata sia per quanto attiene alla formazione teologica sia per quanto concerne la formazione nella e dalla realtà pastorale, con un’attenzione particolare sulla preparazione all’esercizio di una leadership cooperativa e sinodale.

                Il discernimento sui candidati al presbiterato – come pure al diaconato permanente – e la loro formazione non possono essere attuati senza il coinvolgimento delle comunità ecclesiali (parrocchie, diocesi).

 

                6. Immaginare nuovi organismi di consultazione

                Per realizzare una riforma, peraltro mai conclusa, è necessario che tutti i soggetti ecclesiali si sentano e siano effettivamente corresponsabili nel delineare i percorsi richiesti dalla missione della Chiesa nei molti contesti culturali nei quali essa vive e si forma. Per giungere a questo, ci sembra opportuno immaginare organismi nazionali di consultazione permanente nei quali i fedeli rappresentanti delle diverse componenti del popolo di Dio si sentano effettivamente partecipi nella costruzione delle decisioni necessarie per la vita delle nostre Chiese. Tra questi organismi riteniamo sarebbe utile anche uno costituito da vescovi e teologhe e teologi.

                Infatti, se la sinodalità è lo stile caratteristico della Chiesa, lo si dovrà poter maturare insieme, pur senza cadere in nuove forme di burocratizzazione.

 

                Conclusione

                Siamo consapevoli che queste piste di lavoro, come altre, potrebbero apparire utopistiche o facili slogan. Proprio questo vorremmo invece evitare. Affinché questo avvenga riteniamo sia necessario un dialogo continuo e la consapevolezza che la riforma si attua con la parresia, ma anche procedendo «per tentativi ed errori», con puntuali e adeguate verifiche, sapendo che «il tempo è superiore allo spazio» e il «processo» è già esperienza della dimensione pellegrinante della Chiesa.

                Una Chiesa che «dalla virtù del Signore risuscitato trae la forza per vincere con pazienza e amore le afflizioni e le difficoltà, che le vengono sia dal di dentro che dal di fuori, e per svelare in mezzo al mondo, con fedeltà, anche se non perfettamente, il mistero di lui, fino a che alla fine dei tempi esso sarà manifestato nella pienezza della luce» (Lumen gentium, n. 8; EV 1/306). 

          Roma, 6 marzo 2022, I domenica di Quaresima.

                Giacomo Canobbio ¤1945, coordinatore CATI, con i responsabili delle associazioni teologiche italiane

 

La Chiesa italiana «vocata» al Sinodo

                La Chiesa vive una stagione densa di opportunità e al tempo stesso carica dell’incertezza che accompagna l’urgenza di un’intelligenza delle cose, dei processi e del futuro che prende forma. La scelta di costruire un processo sinodale che includa tutto il popolo di Dio dentro la celebrazione dei sinodi segna il tentativo di dare un metodo e uno strumento per affrontare questo passaggio storico. Come molte volte è avvenuto nella sua storia, la Chiesa vive infatti l’esigenza di contemperare punti di vista molteplici, sensibilità diverse, l’esigenza di essere fedele al mandato d’annunciare il Vangelo che è la sua ragione profonda e il timore di non aderire alle dinamiche del mondo e del secolo.

                Eppure, proprio l’esigenza di non mondanizzarsi che sempre agita la coscienza cristiana può trovare risposta solo nel rifiuto d’ogni assolutismo dottrinale o canonistico che sia, soprattutto per quel che attiene la Chiesa stessa e il suo vivere e operare. È certamente vero che un’intelligenza dell’oggi articolata a partire dalla coscienza teologica e storica che anima o dovrebbe animare il cristiano – una coscienza che non solo misura l’oggi sul Vangelo ma si sforza anche di penetrare con occhi sempre nuovi il Vangelo alla luce della vicenda degli esseri umani – suscita interrogativi e spesso timori.

                Che cosa significa essere cristiani oggi? E cosa significa essere Chiesa in questo contesto, in un mondo che si è fatto vastissimo e plurale? Sono domande che emergono da un ascolto sapienziale del vissuto della comunità cristiana, che si vede quotidianamente interrogata dal «perché» delle sue prassi, dell’esercizio della carità, della vita liturgica, della pratica della ministerialità.

                L’abito sinodale. I cristiani si trovano così posti dentro una tensione fra il costante richiamo ad avere uno sguardo d’amore sul mondo e l’esigenza di dare alla vita cristiana una dimensione sociale riconoscibile e adeguata all’annuncio della Parola nei luoghi di questa umanità d’inizio XXI secolo. La centralità che la nozione di sinodalità ha assunto col magistero dell’attuale vescovo di Roma si colloca dentro questo perimetro e appare non come un concetto teologico definito né tantomeno come un puntuale programma di riforma dell’istituzione Chiesa. Proprio l’indeterminatezza che questa espressione assume nel discorso di Francesco e la volontà di farne l’oggetto del percorso sinodale della Chiesa universale e di tutte le Chiese, fanno sì che «sinodalità» significhi un processo e soprattutto un’apertura sul futuro.

                In questo senso la Chiesa che affronta il cammino sinodale è animata da un duplice bisogno.

In primo luogo, vi è quello d’approfondire lo spessore teologico non solo di questa nozione, ma di che cosa questa nozione dica di sé stessa, del suo essere popolo di Dio.

Dall’altro lato, vi è l’urgenza d’articolare questo discernimento nel vissuto della comunità ecclesiale, dentro le forme e le prassi dell’essere Chiesa, secondo l’habitus dell’incarnazione che per i battezzati trasforma la tensione fra Vangelo e storia nello spazio proprio della fede, della speranza e della carità del cristiano.

                Le pagine che seguono provano a riflettere su questi due nodi, in un dittico che ha la sola ambizione di contribuire a stimolare una riflessione in un camminare che esige una consapevolezza ecclesiale. Di fronte all’umanità e alle sue esigenze diverse – da quella di un Occidente che attende parole di spessore spirituale capaci di dire il turbamento e l’attesa, a quella di un’America Latina o di un’Africa che chiedono un’umanizzazione delle forme sociali coerente con il messaggio di fraternità che il Vangelo contiene – per la Chiesa si ripropone un’opzione che altre volte ha conosciuto nel corso della propria storia.

                Quella di pensare sé stessa come «progetto», riconoscendo che il suo essere popolo di Dio la definisce non come una struttura ipostatizzata ma come meta nel futuro che opera nell’oggi, stimola a conformarsi a quella meta e a ripensare le forme, le strutture, le prassi mettendo al centro la coscienza battesimale e restituendo alla loro storicizzazione quegli elementi che appartengono a contesti oramai superati. Avere di fronte il futuro come meta da raggiungere non significa dimenticare il passato, ma al contrario riconoscerne la pienezza di senso, fare di quello la radice a cui si appartiene e di cui si accettano le luci e le ombre, in modo da poter comprendere, nell’oggi, quei segni dei tempi che dicendo il Vangelo dicono anche il domani che è la vocazione dei cristiani.

                «All’unanimità» essi decisero…Fra il 189 e il 199 d.C. le Chiese cristiane affrontano una discussione di carattere liturgico che ha, tuttavia, importanti implicazioni per quanto attiene il rapporto fra cristianesimo e giudaismo. Nei primi tempi del cristianesimo la celebrazione pasquale seguiva l’usanza giudaica di fissare la Pasqua il 14° giorno dal primo novilunio di primavera, ossia il 14 Nisan, preceduta da due o tre giorni di digiuno e conclusa nelle prime ore del 15 Nisan con la celebrazione eucaristica. A partire dal II secolo in molte province dell’Impero, soprattutto in Siria, Egitto, Ponto e nelle province occidentale, i cristiani iniziarono a celebrare la fine del digiuno pasquale la domenica successiva al 14 Nisan. Nella Historia ecclesiastica Eusebio di Cesarea si sofferma sulle modalità con cui si cercò di risolvere la diversità nella prassi liturgica e osserva: «Su questa questione si svolsero numerosi sinodi e assemblee di vescovi e tutti, all’unanimità, formularono per lettera una norma ecclesiastica valida per i fedeli di ogni nazione, in base alla quale il mistero della risurrezione del Signore dai morti non avrebbe dovuto essere celebrato in un altro giorno che la domenica e in quel giorno soltanto avremmo osservato la fine dei digiuni pasquali».

                Il ricorso alla formula del sinodo quale metodo di definizione di una posizione unitaria delle diverse Chiese riguardo a questioni controverse e dibattute emerge dal racconto eusebiano come un elemento che caratterizzerà tutta la storia della Chiesa. Nella cornice del cristianesimo, infatti, il termine greco synodos indica ben presto le riunioni dei credenti e successivamente le assemblee di comunità cristiane presiedute dal vescovo. Esso non denomina solo un metodo o una procedura, dal momento che la pratica sinodale acquista uno spessore che la rende parte della forma Ecclesiæ e che la fa passare anche sul terreno strettamente liturgico.

                Una valorizzazione di questi elementi della prima sinodalità cristiana ritorna nella strutturazione del percorso sinodale aperto a Roma il 9-10 ottobre scorso. Nel Documento preparatorio s’insiste sul fatto che la sinodalità rappresentava la dinamica abituale delle Chiese nel corso del I millennio e che questo peculiare modo d’essere delle comunità cristiane non si sia perso nemmeno nei secoli successivi, pure caratterizzati – in ambito cattolico – da una progressiva gerarchizzazione segnata dal primato giuridico del vescovo di Roma.

                A questo si possono aggiungere alcuni significativi richiami agli scritti di Cipriano di Cartagine relativi alla sinodalità che si ritrovano anche nei discorsi e nei testi di Francesco. Oltre al rimando esplicito nel discorso tenuto in apertura del percorso sinodale, l’idea ciprianea che esista una profonda unità fra vescovo e popolo che si manifesta nella sinodalità si ritrova già al centro di Evangelii gaudium (nn. 30s).

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20131124_evangelii-gaudium.html

                All’interno del magistero dell’attuale vescovo di Roma si constata il prendere forma di una riflessione sulla sinodalità che non è circoscrivibile soltanto alla dimensione dei processi decisionali o degli strumenti di governo della Chiesa. Il ricorso a questa categoria ecclesiologica porta infatti l’attenzione sul terreno ancor più profondo ed essenziale della coscienza ecclesiale e mette a tema, da un lato, l’esigenza di tracciare un più adeguato e riconoscibile profilo dell’idea di Chiesa popolo di Dio in questi primi decenni del III millennio.

                Dall’altro lato, s’impone l’urgenza di assumere il «camminare insieme» quale chiave di lettura dell’attuale passaggio che la Chiesa vive e dunque connotarlo nei termini di «stile» della presenza cristiana nella storia. Si è di fronte a una cornice nella quale la sinodalità acquista tutto lo spessore del cardine di un’intera ecclesiologia, che dunque comporta una ridefinizione della sensibilità teologica del popolo di Dio.

                Una domanda teologica sull’oggi

                Per soffermarsi su questi dati teologici, può essere utile guardare alla sinodalità, di cui parla il magistero odierno della Chiesa e del pontefice in particolare, da una prospettiva storicizzante. L’intento non è quello di limitarsi a valutare l’esistenza o meno di una diversità rispetto ai decenni più recenti di storia della Chiesa e la portata di questa difformità d’approccio. Si tratta piuttosto d’interrogarsi sui lineamenti teologici che l’attuale fase di vita della Chiesa viene assumendo alla luce di un rapporto con la traditio che, lo si è visto, viene esplicitamente richiamato dal magistero stesso.

                Dal punto di vista delle caratteristiche storiche, del resto, sono evidenti le diversità di contesto, dentro e fuori la Chiesa, fra la vicenda dell’attuale pontificato e quelle dei più prossimi predecessori. Muovendo dalla constatazione dei profondi mutamenti dell’orizzonte in cui la Chiesa si muove, l’insistenza sulla sinodalità interroga il modo in cui i credenti si rapportano al loro attuale presente e interpretano il loro essere una comunità credente e orante.

                Volendo discutere questi elementi può allora essere utile delineare il profilo teologico della sinodalità che oggi viene proposta alla Chiesa e porre in dialogo alcuni suoi elementi qualificanti con la sua multiforme esperienza storica. Si tratta di un’operazione limitata, circoscritta a uno dei fondamenti dell’attuale discorso sulla sinodalità, ossia il valore di Gv 17,21.

www.lachiesa.it/bibbia.php?ricerca=citazione&mobile=&Citazione=Gv+17%2C20-21&Cerca=Cerca&Versione_CEI2008=3&Versione_CEI74=1&Versione_TILC=2&VersettoOn=1

                E tuttavia, il rapporto polare e biunivoco fra presente e passato nel quale prende forma l’intelligenza storica, consente di guardare al valore teologico dell’attuale esperienza sinodale, legandolo alle altre dimensioni nelle quali essa si esprime: quella pastorale, quella liturgica, quella della ministerialità, quella della presenza della Chiesa nel mondo e nella storia.

                Sinodalità o della natura della Chiesa

                Una sintesi efficace della nozione di sinodalità a cui oggi guarda il magistero della Chiesa si trova delineata nel Documento preparatorio del percorso sinodale. Qui il concetto di sinodalità viene fin da subito inquadrato dentro l’orizzonte della Chiesa del Vaticano II, nella misura in cui la prassi sinodale viene legata alla funzione di «aggiornamento« con cui il Concilio era stato qualificato già da Giovanni XXIII. Di quell’aggiornamento il sinodo viene presentato come la continuazione e soprattutto come la visibile concretizzazione del modus vivendi e operandi della Chiesa popolo di Dio. Il Documento preparatorio insiste sul senso letterale del termine «sinodo», ossia sul rimando all’idea di un cammino unitario, che non riguarda il singolo ma piuttosto un soggetto collettivo e con una duplice serie di rimandi neotestamentari evidenzia, da un lato, come la qualità di questo cammino sia la sequela Christi, poiché Gesù è «via, verità e vita» (Gv 14,6).

                Dall’altro lato, la Chiesa stessa viene qualificata attraverso il discepolato «della via» (At 9,2; 19,9.23; 12,4; 14.22). In tal modo la sinodalità viene colta come una dinamica propria della vita cristiana, giocata nella polarità fra il seguire il cammino di Gesù e il farlo in quanto parte di un «noi». Il termine «sinodo» qualifica così non un semplice momento nella vita della comunità cristiana; piuttosto esso diviene sinonimo di popolo di Dio, ossia di quel «noi» collettivo che è la Chiesa allorché essa si pone nella logica del discepolato.

                La chiave ecclesiologica della sinodalità così descritta viene posta in rapporto diretto al contenuto del dettato conciliare, in particolare alle costituzioni dogmatiche sulla Chiesa e sulla divina rivelazione. Il popolo che cammina è, infatti, fondato sulla radice battesimale che accomuna tutti i suoi membri (cf. Lumen gentium, n. 9) ↑ ed è il battesimo che qualifica la Chiesa popolo di Dio come soggetto teologico, come realtà sacerdotale che non può errare allorché «esprime l’universale consenso in materia di fede e di morale» (Lumen gentium, n. 12; EV 1/316). E lungo questo cammino è il popolo a crescere nell’intelligenza della fede e nell’esperienza della stessa (cf. Dei Verbum, n. 8 ↑), poiché è sempre il popolo il soggetto che pratica, professa e trasmette la fede (cf. Dei Verbum, n. 10).

                Tutto questo rende la sinodalità una sorta di abito naturale di una Chiesa così intesa, perché rappresenta la dinamica propria della comunità di battezzati che vive e procede nella storia. È un elemento che esprime la natura intima della comunità ecclesiale e la qualifica su un duplice piano. Su quello qualitativo la caratterizza come soggetto identificato dal battesimo e dal suo rapporto con la divina rivelazione. Sul piano organizzativo evidenzia il primato dell’unità del popolo come il soggetto che esprime e trasmette la fede, riconducendo la ministerialità, nelle sue diverse forme, al servizio di questa realtà.

                L’unità è elemento fondante. Riguardo alla sinodalità emerge dunque una visione ecclesiologica strutturata e organica, che rende ragione di quella equivalenza fra sinodo e Chiesa che il documento preparatorio recupera da un passo del commento di Giovanni Crisostomo al Salmo 149.

www.avvenire.it/chiesa/pagine/intervento-nosiglia-al-covegno-ecclesiale-di-firenze

E tale visione si fonda certamente sull’idea che la Chiesa sia definita non solo dallo status con cui può essere strutturata in una specifica stagione della sua storia e in una determinata cornice culturale, ma anche e soprattutto da quel suo procedere attraverso il cammino che è fatto di comunione, partecipazione e missione.

                A questo, tuttavia, s’aggiunge un altro elemento, esplicitato da Francesco nel suo discorso d’apertura del processo sinodale, ossia quello dell’unità come tratto qualificante tanto il cammino da fare – è infatti il cammino di chi segue Gesù e non altri – quanto, soprattutto, il soggetto che lo compie, ossia la Chiesa. Al riguardo, è cruciale il passaggio del discorso papale in cui si legge: «Viviamo questo Sinodo nello spirito della preghiera che Gesù ha rivolto accoratamente al Padre per i suoi: “Perché tutti siano una cosa sola” (Gv 17,21). A questo siamo chiamati: all’unità, alla comunione, alla fraternità che nasce dal sentirci abbracciati dall’universale amore di Dio. Tutti, senza distinzioni, e noi pastori in particolare, come scriveva san Cipriano: “Dobbiamo mantenere e rivendicare con fermezza quest’unità, soprattutto noi vescovi che presiediamo nella Chiesa, per dar prova che anche lo stesso episcopato è uno solo e indiviso” (De Ecclesiæ catholicæ unitate, 5). Nell’unico popolo di Dio, perciò, camminiamo insieme, per fare l’esperienza di una Chiesa che riceve e vive il dono dell’unità e si apre alla voce dello Spirito».

                La citazione di Cipriano rimarca l’unità come elemento costitutivo della Chiesa, che certamente deve esprimersi al livello del collegio episcopale, ma che rappresenta un carattere essenziale per l’intero corpo ecclesiale e lo qualifica in termini sinodali. Il «camminare insieme» richiede, infatti, l’unità non solo quale tratto distintivo del soggetto che cammina, ma anche come dato che rende ragione della qualità dell’itinerario, perché l’unità diviene la ratio stessa del camminare, meta e metodo del medesimo processo.

                Le parole del pontefice dicono tutto questo attraverso l’utilizzo di Gv 17,21 ↑, presentato come il cuore della preghiera gesuana che fissa una vera e propria vocazione del popolo di Dio all’unità. La sinodalità è così il processo, caratteristico della Chiesa, attraverso cui essa manifesta la propria unità e la rende espressione del suo fondamento battesimale.

                Sguardo al futuro. La sinodalità con cui la Chiesa è chiamata a misurarsi è quindi ben più di un metodo di discussione di questioni su cui si manifestano divergenze o di una procedura di costruzione del consenso nel governo della comunità ecclesiale. Essa emerge come l’espressione, sul piano della prassi, della natura intima della Chiesa popolo di Dio e della sua unità. Significativo è il fatto che l’unità sinodale venga espressa ricorrendo a Gv 17,21, un versetto che fra XIX e XX secolo ha fatto da perno a molteplici costruzioni teologiche di matrice ecumenica. Il passo giovanneo viene declinato dal pontefice in una chiave più strettamente ecclesiologica, ossia come fissazione di una meta a cui la Chiesa sinodale è orientata.

                Il richiamo a questo luogo del Vangelo di Giovanni esplicita un elemento centrale della preoccupazione del magistero di Francesco e della sua intelligenza della natura della Chiesa: il fatto che la sinodalità è, in sé stessa, l’obiettivo del percorso sinodale. L’idea di non celebrare semplicemente un sinodo ma di incardinare un percorso sinodale acquista infatti il valore di una sorta di pedagogia interna, che intende la prassi del camminare insieme come il modus essendi del popolo di Dio. Va tuttavia aggiunto che il riferimento a questo specifico versetto giovanneo apre ulteriori possibilità di sviluppo della coscienza ecclesiale di una Chiesa sinodale alla luce di alcuni dati della traditio. Il versetto è parte della grande preghiera che Gesù pronuncia nel capitolo 17 del Vangelo giovanneo, la quale s’incentra sul nesso fra la glorificazione di Gesù stesso e l’unità dei credenti come riflesso della gloria di Dio. I versetti 20-21 recitano: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato».

                Le parole evangeliche esplicitano una preghiera per i futuri credenti che tuttavia definisce con puntualità la qualità teologica dell’unità a cui quegli stessi credenti sono chiamati. Essa, infatti, deve corrispondere all’unità che sussiste tra il Padre e Gesù. Come il Padre e Gesù sono uniti, così i credenti saranno uniti, nella misura in cui questi ultimi accoglieranno in sé proprio l’unità tra il Padre e Gesù.

                Rudolf Schnackenburg (1914-2002) notava come la struttura di questo versetto sia speculare a quella di Gv 13,34, ossia il comandamento nuovo dell’amore, così che l’unità dei credenti si delinea come conforme all’amore vicendevole.                                                                                                                      www.laparola.net/testo.php

                L’unità dei credenti non è dunque un elemento accidentale ma sostanziale, nella misura in cui essa è immagine dell’unità fra il Padre e Gesù. Un elemento che fonda tanto la dimensione comunitaria della fede cristiana quanto la sua natura missionaria, dal momento che il procedere dei credenti in unità e verso l’unità diviene testimonianza dell’unità divina e dunque dell’«Evangelo», sia proclamato sia esperito e incarnato.

                Sviluppando questo nucleo interno al versetto in chiave di teologia trinitaria, Agostino osserva che si apre la possibilità di una coscienza trinitaria della Chiesa, la cui unità diventa immagine dell’unità sostanziale della natura divina che accomuna le tre persone. E questo a motivo della presenza dell’unità divina stessa nella comunità ecclesiale, non perché la natura divina si confonda con quella creata delle realtà umane, ma perché i credenti sono presenti in Dio come le creature nel Creatore, mentre la Trinità è presente nella Chiesa come Dio nel tempio. L’unità della Chiesa, per Agostino, riflette nella storia l’unità delle persone divine: quella stessa unità che è paradigma perfetto a cui i credenti tendono e che dal punto di vista del popolo di Dio acquista valenza escatologica. Essa fa cioè da metro alle varie modalità con cui la Chiesa, nel suo camminare nella storia, esplicita la propria unità, e in tal modo le relativizza, le restituisce cioè alla verità di un cristianesimo sempre regolato dal mistero dell’incarnazione.

                A partire da qui si può osservare come la sinodalità, in quanto processo, o meglio in quanto forma del popolo che esplicita la propria identità battesimale nella sequela Christi, apre la Chiesa tanto al presente quanto al futuro. La dispone, cioè, a comprendere meglio il modo in cui dare voce alla propria fede e trovare le parole, i gesti e le esperienze con cui dire il Vangelo alle donne e agli uomini.

                Uno stile ecclesiale: non solo riforma delle strutture. È dunque, quello della sinodalità come pratica di unità della Chiesa, il volto possibile, in questo tornante storico, di quella Ecclesia semper reformanda che è un elemento costitutivo del popolo di Dio. La consapevolezza di un cammino che è proprio di un soggetto non individuale ma comunitario alimenta la comprensione e l’esperienza di una fede che tende all’unità come riflesso ed espressione nella storia dell’unità di Dio e cioè di quell’amore che porta il Signore a chinarsi sul mondo sofferente.

                È una Chiesa che si alimenta del binomio di unità e amore, perché vive la tensione polare fra il modello perfetto che è il Cristo e la sua unità d’amore col Padre e il cammino di sequela che si snoda attraverso i terreni tortuosi della storia e che pure tende sempre all’unità. Si tratta di una prospettiva che, sul piano ecclesiale delle forme, non consegna la Chiesa alla instabilità e alla fluidità, ma al contrario la libera dalla tentazione di una sacralizzazione di quei linguaggi umani, fatti di parole, gesti, prassi, istituzioni, che invece devono essere restituiti alla radice storica e culturale che li ha generati.

                Il popolo di Dio Chiesa sinodale, che professa la fede e la trasmette, può allora dare a sé stesso la forma adeguata a parlare le lingue degli esseri umani di questo tempo e annunciare il Vangelo del proprio maestro, testimoniando nella storia, con l’esperienza della propria unità, quella perfetta tra il Padre e Gesù.

                Nel magistero di Francesco si delinea un asse fra sinodalità e riforma della Chiesa, in ragione dell’idea che la Chiesa nella sua interezza, ossia la Chiesa come popolo di Dio, debba ripensare sé stessa in una chiave sinodale. Dalle parole dell’attuale vescovo di Roma emerge come la nozione stessa di «sinodalità» indichi lo «stile» della Chiesa più che una specifica dinamica di rapporti codificata sul piano normativo. In questo senso il termine viene dunque a significare un modo di essere della comunità ecclesiale che incarna l’antico principio del semper reformanda, ossia la consapevolezza di una costante inadeguatezza della struttura e delle forme sociali che la Chiesa plasma nella sua storia.

                Ed è in ragione di questa coscienza profonda della irriducibilità del Vangelo e della Chiesa stessa a una forma univoca che si fonda il bisogno costante di ripensare, da un punto di vista spirituale e teologico, gli schemi, gli approcci, le forme del vivere cristiano che il popolo di Dio adotta o plasma.

                Considerata dal punto di vista dello «stile», la sinodalità cristiana diviene una chiave di lettura ecclesiologica densa di potenzialità e al tempo stesso segnata dall’esigenza di una consapevolezza teologica profonda. Vi è infatti, in molti casi, la tendenza a far coincidere la sinodalità con la riforma istituzionale o procedurale del corpo ecclesiale e dei suoi rapporti.

                Questo orientamento cela tuttavia la duplice tentazione di un riduzionismo dello «stile» sinodale della Chiesa al solo terreno degli assetti giuridici e canonistici, oppure di una concezione puramente morale della reformatio, come semplice scoperta o riscoperta dello spirito comunitario della Chiesa.

                Sinodalità e riforma. Vi è dunque necessità di un’intelligenza teologica dei due concetti di sinodalità e di riforma, che hanno una tradizione lunga nella storia cristiana e conoscono percorsi propri dentro le diverse declinazioni che il cristianesimo conosce in secoli e contesti diversi. Basti ricordare che il concetto di sinodalità è uno dei pilastri della coscienza ecclesiale delle Chiese dell’ortodossia, nelle quali non indica solo gli elementi istituzionali dei sinodi permanenti che affiancano i patriarchi o si riuniscono per deliberare sulla vita della Chiesa. Una funzione, quella dei sinodi, che nel cristianesimo dell’ortodossia investe tanto il piano dottrinale quanto quello giurisdizionale. Il principio della sinodalità comporta infatti, più in profondità, l’idea che le Chiese locali, nella loro autonomia di vita e di incarnazione della fede, procedano però in modo unitario per quel che attiene i dogmi e l’applicazione di norme disciplinari e l’esercizio di pratiche pastorali stabiliti dai concili ecumenici o generali. La sinodalità nell’ortodossia è dunque un principio con cui si intende esprimere quella che è l’unità delle Chiese locali nell’unità della Chiesa universale.

                Diversamente, la nozione di reformatio conosce una storia che incide in profondità anche nella vicenda della Chiesa latina. L’idea che questo lemma veicola è quella d’affrontare i passaggi di crisi morale e spirituale che la comunità ecclesiale incontra nella propria storia come l’occasione per intervenire sia sul terreno della prassi di vita, della codificazione del cristianesimo sul piano delle norme etiche della comunità, sia su quello più propriamente istituzionale. Storicamente la reformatio richiama infatti l’esigenza e la richiesta di intervenire sulle forme liturgiche e pastorali, sulla codificazione giuridica della prassi di vita cristiana per ritornare alla forma originaria della comunità cristiana.

                Basti ricordare come le diverse esperienze di riforma nei due millenni di storia della Chiesa abbiano frequentemente fatto appello all’immagine della prima comunità cristiana di Gerusalemme quale paradigma e modello normativo, sintetizzato nella formula Ecclesia primitivæ formæ.

                Distinguere i due concetti non significa separarli. Al contrario, tale passaggio argomentativo si rivela essenziale per capire cosa li lega e ancor più per cercare di declinare la dinamica ecclesiale che esiste fra di loro in questo specifico tempo della Chiesa e dell’esperienza cristiana. La sinodalità è da cogliere come vocazione del popolo di Dio all’unità, che tuttavia non è da intendere come omogeneità, cioè come adesione a un unico modello di funzioni, poteri e norme nei quali si traduce e struttura la vita della comunità cristiana. Piuttosto, la sinodalità è una nozione che lascia emergere quale sia il soggetto della vita di fede cristiana e come questo si renda visibile e operante. La logica sinodale muove, infatti, dalla constatazione sapienziale che il cristiano fa esperienza della propria fede nella Chiesa locale di cui è parte.

                Vi è dunque una dimensione essenzialmente cristologica, che è quella che incarna la fede in un contesto, ossia in un luogo, in una rete di relazioni sociali, economiche e politiche, in una cultura, più ancora in una umanità. Questa non è certamente la sola esperienza cristiana possibile e non è mai assolutizzabile. Eppure, essa traduce nella sua forma visibile quella fede che è una e che è dunque propria dell’unica Chiesa.

                Chiesa policentrica. La sinodalità diventa in tal modo elemento capace di affinare e articolare la concezione del popolo di Dio come carattere genetico della Chiesa. Perché esprime la natura plurale, per così dire policentrica, di un soggetto teologico e storico che ha piena coscienza della propria unità e unitarietà fondata sulla comune professione di fede. Dal punto di vista della Chiesa cattolica, la sinodalità così intesa sposta l’accento dalla dimensione giuridica alla ratio teologica che organizza e struttura la comunità dei credenti. E questo perché si inizia a prendere le mosse da una riflessione ecclesiologica non a partire dai ministeri e dallo status giuridico dei battezzati, dunque dalla distinzione fra chierici e laici. Diversamente, la sinodalità considera una soggettività ecclesiale comunitaria e non individuale: una soggettività laica nel senso letterale del termine laikos, ossia popolare. E questo perché si assume come fondamento e criterio di appartenenza e responsabilità ecclesiali il battesimo in sé e i munera, i doni/mandati che esso comporta per ogni cristiano.

                La sinodalità descrive anche il carattere plurale e dinamico di questo soggetto comunitario: una molteplicità di comunità, di Chiese nelle quali il cristianesimo fa esperienza di umanità, le quali si riconoscono come unico popolo di Dio in ragione della fede battesimale confessata e creduta. Al riguardo è opportuno notare come la dimensione liturgica della vita della Chiesa, soprattutto dopo la chiarificazione del suo senso di prassi che rende esplicita e attua il munus sacerdotale dei battezzati, si configura come esperienza sinodale già in atto nel corpo vivo del popolo di Dio.

                La riforma tocca invece direttamente la dimensione strutturale della vita cristiana. Essa cioè riguarda non semplicemente il piano morale dei costumi della vita dei credenti, della purificazione dei cuori e delle menti. È questo, certamente, un elemento essenziale, che segna la risposta a un costante bisogno di conversione dei cristiani che riguarda prima di tutto i singoli credenti e si allarga poi alla comunità. La nozione di riforma riguarda però un nodo più specifico, che attiene alla storicità del cristianesimo e all’aspetto essenziale, già richiamato in precedenza, di autocoscienza teologica della comunità cristiana: l’insufficienza irriducibile delle sue forme. L’idea che la Chiesa sia semper reformanda, cioè abbia un costante bisogno di darsi una forma adeguata a dire la Parola evangelica, è carattere che descrive la condizione del popolo di Dio, il suo esser posto al centro della viva e vitale tensione storica fra la rivelazione e la storia. Una funzione, questa, che non è solo di mediazione, di tramite unico ed esclusivo.

                Al contrario, si tratta del riconoscimento che la fede cristiana vede la storia come il luogo della rivelazione e dunque considera l’umano, che nella storia si esprime e di cui la storia è forma ed espressione, come l’insieme di possibilità di dare sostanza, carne e realtà alla Parola di salvezza. Questa capacità del Vangelo d’essere dicibile nei linguaggi degli uomini esprime la ragione dell’esistenza della Chiesa e, al tempo stesso, spiega come questa non solo sia strutturalmente plurale a livello sincronico, ma lo sia anche sul piano diacronico. Certo, la fede resta una, la rivelazione resta una; eppure molte sono le liturgie, le declinazioni della ministerialità, le strutture sociali che le comunità determinano. Lo sono sia in ragione dei diversi luoghi, sia a motivo della diversità dei tempi.

                Emerge dunque la capacità performativa della Parola e del contenuto della rivelazione, dell’annuncio buono. Emerge tuttavia anche come nessun assetto giuridico e istituzionale assunto dalla Chiesa possa essere assolutizzato, cioè «sciolto dai legami» con l’umano e con la storia a cui appartiene. Nessuna esperienza di Chiesa è sufficiente rispetto alla rivelazione. Anzi, quest’ultima diventa termine di paragone che aiuta la Chiesa a pensare a come dare consistenza sul piano giuridico e sociale alla fede che professa, umanizzando il contesto specifico in cui opera.

                Le direttrici del cammino possibile. Sinodalità e riforma emergono così come due poli di una dinamica possibile per la Chiesa. Da un lato, vi è il polo dello «stile», la sinodalità, che è inteso come consapevolezza matura della soggettività del popolo di Dio quale realtà comunitaria unita sul fondamento del battesimo, dei suoi munera e della fede che in virtù di esso confessa. Dall’altro lato, vi è il polo della «incompletezza», quello della riforma, che significa non un limite ma, al contrario, un radicamento nella Parola e nella storia che fa del bisogno mai soddisfatto di esprimere la totalità dell’annuncio evangelico l’apertura al futuro, all’unità dell’incarnazione.

                Tutto questo si traduce nell’esigenza di porre al centro dell’intelligenza teologica del popolo di Dio la forma Ecclesiæ, ossia l’elaborazione di una risposta alla domanda: come è possibile essere Chiesa oggi? Domanda che si tiene con quella forse più radicale: che cosa significa essere Chiesa oggi? È a partire da qui che diviene fruttuoso affrontare un ripensamento delle forme, fondato sul riconoscimento che ciascuna di esse è un radicamento possibile della parola di Dio nella storia, il cui valore si misura nel rapporto con le cose ultime, col Cristo dell’Apocalisse che rivela la verità e la dignità di ogni stagione della vicenda umana e dunque in essa della forma Ecclesiæ. Su queste basi, dunque, vi sono alcune questioni su cui una Chiesa che si pensa in termini sinodali è chiamata ad approfondire la verità delle cose.

In primo luogo, vi è la corrispondenza fra la teologia del popolo di Dio, che è fissata nella Lumen gentium, e un habitus sinodale e il perdurare di una categorizzazione giuridica imperniata sulla separazione fra chierici e laici. Quella distinzione, che appartiene a un’autocoscienza ecclesiale maturata in uno specifico contesto storico e che riflette la capacità del cristianesimo di incarnare il Vangelo rispetto a determinate strutture sociali proprie di un tempo passato, interroga oggi la Chiesa. Su di essa si chiede un di più di intelligenza della Parola proprio a partire dalla verità delle cose della storia, per capire che cosa le forme sociali di oggi consentono di comprendere delle relazioni che dovrebbero animare la vita del popolo di Dio oggi.

In secondo luogo, emerge il tema della ministerialità come oggetto di un necessario discernimento. Anche in questo caso si coglie l’urgenza di superare una ministerialità che si struttura sul concetto di potestas per approfondire la comprensione di un esercizio dei ministeri nella Chiesa che si incardini sulla radice battesimale. È dalla intelligenza e dalla pratica di quest’ultimo che è infatti possibile recuperare anche l’esercizio della potestas nella Chiesa a quel concetto di munus come dono/dovere che chiarisce come ogni ministero si qualifica per rispetto al popolo di Dio e mai in senso esclusivo, cioè come connotato di una sua parte.

                Si tratta di una questione che è possibile articolare affrontandone i nodi più vitali: la natura del presbiterato, la qualificazione della ministerialità del matrimonio, la distinzione fra forme sociali transitorie e ratio teologica dei ministeri.

                Infine, la Chiesa sinodale ha di fronte a sé il bisogno di comprendere il proprio rapporto col sæculum, declinandolo in un modo che sia capace di superare tentazioni privilegiarie che riducono il cristianesimo a cultura o a semplice sistema valoriale, dunque a fattore identitario di un consorzio sociale e umano. La logica conciliare, fissata in Gaudium et spes, del rinunciare ad affermare per legge una visione cristiana pone alla Chiesa l’esigenza d’alimentare la dimensione spirituale del vivere cristiano e uscire dalla trappola di una mondanizzazione che passa anche per le tentazioni etiche che oggi mettono alla prova la coscienza cristiana sui temi della vita e della morte.

                Rispetto a un terreno su cui troppo spesso si ragiona nei termini individualisti di una falsa alternativa fra diritti e doveri, il cristiano ha la possibilità e il dovere di una parola di sapienza, di una parola di umanità, che si mette nell’ottica del cuore piuttosto che della legge.

 Riccardo Saccenti, docente di Storia della filosofia medievale all’Università di Bergamo.

https://ilregno.it/attualita/2022/6/sinodo-italiano-riforma-della-chiesa-povera-dialogica-umile-giacomo-canobbio-riccardo-saccenti

 

I preti e l’«apatia sinodale»

                Per far scaturire acqua (sinodale) da queste rocce, probabilmente ci vorrà un miracolo. O forse servirà, come a Mosè, un bastone.

                Bisogna dare atto a coloro che sono alla guida della macchina sinodale che non stanno lasciando intentato alcuno sforzo perché il Sinodo possa essere un processo effettivo e che coinvolga tutta la Chiesa. Tutto è criticabile e nell’era dei social media ancor di più, ma si deve dare atto che da un lato la politica della «più ampia partecipazione del popolo di Dio» è perseguita con convinzione (ne avevamo parlato anche qui) e che dall’altro non si sta procedendo con i paraocchi, come se tutto andasse avanti bene e senza intoppi.

La realtà è da guardare bene con occhi onesti. Anche con quelli del clero.

                Mi riferisco in particolare all’«apatia sinodale» di cui parla Joshua J. Whitfield su America (riprendendo anche le osservazioni di Massimo Faggioli su Commonweal), facendo un’osservazione da parroco.

                L’ascolto è un problema. «La maggior parte delle parrocchie – dice padre Whitfield – sono ancora alle prese con la pandemia di Covid-19. Molti dei miei parrocchiani sono scomparsi durante la seconda settimana di Quaresima di due anni fa e non so se li rivedrò mai più. Le cose sono in via di miglioramento, ma il lavoro di ricostruzione di una parrocchia dopo la pandemia è fisicamente ed emotivamente estenuante (…) E così, aggiungendo a tutto questo il lavoro extra di un Sinodo… beh, diciamo solo che anche se non sarà impossibile far scaturire acqua da queste rocce, probabilmente ci vorrà un miracolo. O forse servirà, come a Mosè, un bastone».

                Detto col sorriso, ma detto. E c’è anche dell’altro. Padre Whitfield parla anche di una Chiesa dove «in generale abbiamo perso la capacità d’ascoltare, di saper parlare, d’argomentare». Forse il contesto statunitense è più polarizzato di quello italiano. Ma certo la difficoltà dei dialoghi delle «assemblee sinodali» che anche in questi tempi si stanno tenendo qui nel Belpaese non sono, in radice, diverse: c’è la necessità di seguire schemi senza diventarne prigionieri, si ricorre al mero racconto «dell’esperienza personale» perché appena la si generalizza in un pensiero si rischia di discutere e… di rimanere impigliati nel disaccordo.

                La Segreteria del Sinodo incoraggia i sacerdoti. Insomma, visto dalla parte dei parroci, il Sinodo rischia di sfinire le poche energie rimaste. Per questo mi pare utile la Lettera ai sacerdoti sul percorso sinodale che sabato 19 marzo il segretario generale del Sinodo dei vescovi, card. Mario Grech, e il prefetto della Congregazione per il clero, mons. Lazzaro Hu Heung Sik, hanno pubblicato.

www.synod.va/content/dam/synod/news/2022-03-19_priests/220083_Lettera-ai-Sacerdoti-ITALIANO.pdf

                «Innanzitutto, ci rendiamo ben conto che i sacerdoti in molte parti del mondo stanno già portando un grande carico pastorale – dicono i due presuli – . E adesso – può sembrare – si aggiunge un’ulteriore cosa “da fare”. Più che invitarvi a moltiplicare le attività, vorremmo incoraggiarvi a guardare le vostre comunità con quello sguardo contemplativo di cui ci parla papa Francesco nell’Evangelii gaudium (n. 71)».

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20131124_evangelii-gaudium.html

Tuttavia, «ci può essere anche un altro timore: se si sottolineano tanto il sacerdozio comune dei battezzati e il sensus fidei del popolo di Dio, cosa sarà del nostro ruolo di guida e della nostra specifica identità di ministri ordinati?». Questa è una questione non di poco conto. Su cui la lettera, in effetti, insiste.

                Perché lo scopo del Sinodo è…  «Si tratta senza dubbio – si legge nel testo – di scoprire sempre più l’uguaglianza fondamentale di tutti i battezzati e di stimolare tutti i fedeli a partecipare attivamente al cammino e alla missione della Chiesa. Avremo così la gioia di trovarci a fianco fratelli e sorelle che condividono con noi la responsabilità per l’evangelizzazione».

                Si prosegue poi col ribadire che l’ascolto e l’accoglienza reciproci, il discernimento fatto sull’ascolto della Parola sono gli elementi base per un «cammino» che «non ci porti all’introspezione ma ci stimoli ad andare incontro a tutti».

                La conclusione cita il n. 32 del Vademecum sinodale: «Ricordiamo che lo scopo del Sinodo e quindi di questa consultazione non è produrre documenti, ma “far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un’alba di speranza, imparare l ‘uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani”».

                Non basterà, forse, ma si capisce, almeno, che siamo consapevoli che abbiamo di fronte un compito non facile.

                Maria Elisabetta Gandolfi, caporedattrice attualità per “Il Regno”

https://re-blog.it/2022/03/20/i-preti-e-lapatia-sinodale

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