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per essere più aggiornate, trascurano gli ultimi numeri, dal n. 869, che saranno recuperati  gradualmente

news UCIPEM n. 905 – 10 aPrile 2022

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.

Link diretti e link per pdf -download a siti internet, per documentazione.

            I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

            Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.

            In ottemperanza alla direttiva europea sulle comunicazioni on-line (direttiva 2000/31/CE), se non desiderate ricevere ulteriori news e/o se questo messaggio vi ha disturbato, inviate una e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con richiesta di disconnessione.

            Chi desidera connettersi invii a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. la richiesta indicando nominativo e-comune d’esercizio d’attività, e-mail, ed eventuale consultorio di appartenenza. [Invio a 1.129 connessi]

Carta dell’U.C.I.P.E.M.

Approvata dall’Assemblea dei Soci il 20 ottobre 1979. Promulgata dal Consiglio direttivo il 14 dicembre 1979.

1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

 

02 AUTORITÀ PER MINORI              Autorità in Bicamerale infanzia: “Non adozioni, ma accoglienza adeguata”

02 CENTRO INT. STUDI FAMIGLIA  Newsletter CISF - n. 13, 6 aprile 2022

05 CHIESA ITALIANA                          Questa volta si fa sul serio o no? La via italiana della Chiesa per indagare su abusi

08 CHIESA UNIVERSALE                    Svizzera-abusi: commissione indipendente

09                                                          Contro la tutela ecclesiastica vaticana sulla vita contemplativa femminile

10 DALLA NAVATA                             Domenica delle palme – anno C

11                                                          Commento di p. Balducci

11 DIRITTI DEI MINORI                     Affidamento figli, l’ascolto minore infra12enne non può essere sostituito dalla ctu

13                                                          PAS illegittima e uso della forza x sottrarre il minore contraria allo Stato di diritto

14 GOVERNO                                       Family act approvato in via definitiva

16 GUERRA E PACE                            La sconfitta del Vangelo

17                                                          Mosca, Pasolini e le anime belle

18 OMOFILIA                                       Card. Marx: "L'omosessualità non è un peccato, e il catechismo si può cambiare"

20                                                          “Anche il nostro è amore” Il primo ritiro di preghiera per coppie gay e lesbiche

20 PARLAMENTO                                Camera dei Deputati. Nuove norme sulla cittadinanza

21 RIFLESSIONI                                   Quale bilancio del nostro velleitarismo ecumenico?

22 SIN0DO                                           “Viandanti” pubblica sia le sintesi dei “gruppi sinodali”sia gli interventi individuali

22                                                          Contributo alla consultazione per il sinodo della chiesa. Pietralacroce (AN)-Firenze

27                                                          La pastorale: una tela di Penelope

29                                                          Insegnamento della Religione, Riforma della Curia e Codice di Diritto Canonico

32 TESTIMONI DEL CONCILIO         Balducci e le sfide all’uomo planetario

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AUTORITÀ PER MINORI

Autorità in Bicamerale infanzia: “Non adozioni, ma accoglienza adeguata”

                “Non siamo di fronte a un fenomeno migratorio come quelli a cui siamo abituati, fatto prevalentemente da adolescenti che cercano in Italia un futuro e una stabilità. Quella a cui stiamo assistendo è invece una sorta di evacuazione dall’Ucraina di bambini, anche molto piccoli, nella maggioranza dei casi accompagnati dalle madri e da altri familiari o adulti a cui sono stati affidati. Cercano spesso una sistemazione transitoria, perché il desiderio prevalente è quello di tornare a casa. I minori stranieri non accompagnati sono pochi: 1099, equamente ripartiti tra maschi e femmine. Lo stesso sistema di accoglienza, inoltre, si trova di fronte a una novità: oltre a genitori con figli e ai minorenni soli, ci sono interi bus di bambini provenienti da orfanatrofi accompagnati dai tutori che chiedono un riparo provvisorio”.

                A parlare è Carla Garlatti, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, dopo l’audizione di ieri sera in Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, presieduta da Licia Ronzulli, sulle iniziative per i profughi di minore età provenienti dalle zone di guerra. Si tratta di circa 32 mila minorenni, secondo dati del Viminale del 5 aprile scorso. Garlatti ribadisce che la generosità e l’offerta di ospitalità da parte di tanti sono encomiabili. “Sin da subito mi sono premurata di avvertire però che occorre seguire sempre le vie istituzionali, perché dietro al ‘fai da te’ possono nascondersi insidie in grado di mettere a rischio i minorenni, soprattutto per tratta e sfruttamento, lavorativo e sessuale. Inoltre, seguire le vie istituzionali assicura che i bambini trovino ospitalità in famiglie adeguatamente formate e, allo stesso tempo, permette loro di andare a scuola, di avere supporto dai servizi sociali e di ricevere assistenza sanitaria. Va detto, inoltre, che siamo di fronte a bambini per i quali non si deve pensare all’adozione, né a semplificare le procedure per accedervi: si tratta solo di dare un’adeguata, ma temporanea, accoglienza”.

                Il video dell'audizione di Carla Garlatti                       https://webtv.camera.it/evento/20403

                Le attività dell'Agia. L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza partecipa alle attività del tavolo gestito dal prefetto Francesca Ferrandino, commissario delegato per il coordinamento delle misure e delle procedure finalizzate alle attività di assistenza nei confronti dei minori stranieri non accompagnati provenienti dall’Ucraina. L’Autorità sta svolgendo poi un ciclo di visite nelle strutture del sistema di accoglienza e integrazione dei comuni. A livello internazionale, infine, è attiva con altri 42 garanti per l’infanzia della rete europea Enoc in un’azione di analisi e approfondimento internazionale sulla crisi ucraina. Di recente Carla Garlatti ha preso parte al meeting dello European guardianship network che ha toccato le questioni legate all’emergenza profughi minorenni. “Sarebbe opportuno arrivare alla definizione di regole comuni a livello internazionale per il tracciamento dei minori che si spostano tra i vari Paesi”, aggiunge Garlatti.

Il ruolo dei garanti regionali.

                Nell’ambito della rete istituzionale dell’accoglienza, rivolta ai minori soli di ogni nazionalità, andrebbe valorizzato l’apporto che possono dare nei singoli territori i Garanti dell’infanzia e dell’adolescenza regionali e delle province autonome. “Sono figure autonome rispetto all’Autorità, che – mi sento di poter dire – andrebbero coinvolte più frequentemente nei tavoli istituzionali creati dalle regioni per l’emergenza in ragione della loro prossimità al territorio e del ruolo che la legge 47 del 2017 attribuisce loro in materia di formazione dei tutori volontari di minori stranieri non accompagnati. Segnalo a tal proposito che in alcune regioni c’è proprio necessità di tutori volontari. Si tratta di cittadini che, dopo essersi formati, possono mettersi a disposizione per accompagnare i ragazzi che arrivano soli nel nostro Paese nel percorso di inclusione. Una disponibilità che va intesa nei confronti di tutti: ricordiamoci che al mondo, specie in Africa, sono in corso numerose guerre dalle quali altri minorenni sono costretti a scappare”.

Notizie   AGIA                                                  7 aprile 2022

www.garanteinfanzia.org/ucraina-lautorita-bicamerale-infanzia-non-adozioni-ma-accoglienza-adeguata-0

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CENTRO INTERNAZIONALE DI STUDI SULLA FAMIGLIA

Newsletter CISF - n. 13, 6 aprile 2022

Verso il X incontro mondiale delle famiglie. Dialogo in famiglia. Nel cammino di avvicinamento al X incontro mondiale delle famiglie, che si terrà a Roma dal 22 al 26 giugno 2022, i consultori di ispirazione cristiana della Regione Lombardia, appartenenti alla Federazione Lombarda dei Centri di Assistenza alla Famiglia (FeLCeaf), desiderano contribuire, con una riflessione sul dialogo in famiglia, al percorso di preparazione della Giornata [su YouTube -   www.youtube.com/watch?v=g1FoJHh1uyQ].

E qui la presentazione del testo condiviso dai 48 consultori privati e accrediti alla Regione Lombardia a partire dall’esperienza di accoglienza e ascolto delle famiglie che ogni anno vi si rivolgono. I brevi ma intensi punti sul dialogo in famiglia fanno parte del capitolo 3 dell’Amoris Lætitia.

www.felceaf.it/joomla/news/il-dialogo-nella-famiglia-un-diamante-incastonato-nellamore

Da questa settimana, fino alla giornata mondiale delle famiglie, la newsletter del cisf dedicherà una news all'evento.

Pandemia, natalità e matrimoni. Sono i temi affrontati in un dossier su Vita Pastorale di aprile sulla criticità, per il futuro del paese, del calo delle nascite, attraverso l'analisi del direttore Cisf, Francesco Bellettiwww.famigliacristiana.it/articolo/crollo-delle-nascite-la-natalita-e-una-speranza-per-il-futuro-.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_06_04_2022_

                Sullo stesso numero, un intervento (sempre a firma Francesco Belletti) su "pandemia e covid: crollo dei matrimoni nel 2020", nella rubrica "Uno sguardo alla famiglia"

www.famigliacristiana.it/articolo/pandemia-e-covid-crollo-dei-matrimoni-nel-2020-.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_06_04_2022

Congedi parentali in Italia: «la direzione è giusta, ma la strada è ancora lunga». "Le misure scarseggiano, ma è positivo l'adeguamento alle normative dell'Unione Europea. Segno di miglioramento per il nostro Paese", il direttore del Centro Internazionale Studi Famiglia commenta così le novità dello schema di Decreto legislativo del 31 marzo 2022 in merito ai congedi parentali

www.lavoro.gov.it/priorita/Pagine/Su-proposta-Orlando-approvato-schema-di-Dlgs-per-la-conciliazione-dei-tempi-vita-lavoro.aspx

www.famigliacristiana.it/articolo/belletti-cisf-la-direzione-e-giusta-ma-la-strada-e-ancora-lunga.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_06_04_2022

 

La ricetta finlandese per il baby boom. Cosa è accaduto in questa piccola nazione da 5,5 milioni di abitanti, da sempre al top delle statistiche sulla felicità? Il tempo del Covid ha fatto ciò che tutti gli analisti auspicavano per l'Occidente: ha portato tante nascite, il 6,7% in più tra il 2020 e il 2021. Ma il confinamento delle coppie non basta da solo a giustificare il balzo demografico. Anna Rotkirch, direttrice dell'Istituto di Ricerca sulla Popolazione della Federazione delle Famiglie, sottolinea l'importanza degli effetti benefici del telelavoro, a lungo termine, per le coppie (l'aumento delle nascite è avvenuto in particolare presso coppie altamente istruite) [qui l'articolo]. Infine c'è la fiducia generalizzata che si è consolidata grazie alle politiche pubbliche, sostegni economici ai giovani, congedi parentali, politiche di sostegno alla natalità che accomunano tutti i Paesi scandinavi (Svezia, Norvegia, Danimarca e Islanda) che insieme rappresentano 28 milioni di abitanti.

 https://yle.fi/news/3-12311529

USA/stand up for your spouse. Lo schiaffo di Will Smith in difesa della moglie alla notte degli Oscar continua a dare occasioni di riflessione e dibattito. "How to defend and stand up for your spouse" è l'approfondimento che ha dedicato alla vicenda l'associazione Focus on the Family, di ispirazione cristiana, prendendo ovviamente le distanze dalla violenza, ma sottolineando l'importanza di prendere parola e difendere il proprio partner nelle situazioni pubbliche, come elemento di rafforzamento del legame di coppia.

www.focusonthefamily.com/marriage/how-to-defend-and-stand-up-for-your-spouse

v  Salute mentale - Puglia. Festival di Corti "Oltre la penultima verità" - Pubblicato il Regolamento, al via iscrizioni fino all'8 maggio. I cortometraggi (confidenzialmente "corti") sono uno strumento dalle grandi potenzialità comunicative, per sensibilizzare sui temi sociali con linguaggi agili ed emotivi, oltre che informativi. Per questo rilanciamo questa interessante iniziativa sulla salute mentale promossa in Puglia (dai Centri di Salute Mentale dell’ASL BT e da altri enti del territorio). "Con l’obiettivo di dar vita ad una rassegna di cortometraggi in grado di offrire uno sguardo d’insieme, innovativo ed allo stesso tempo rispettoso e coraggioso sulla salute mentale è nata l’idea del Festival “Oltre la penultima verità”. Un festival regionale, coordinato dalla Asl Bt, che si propone di creare uno spazio di confronto, di apertura, di scambio. Uno spazio in cui la salute mentale sarà protagonista assoluta attraverso le parole, le immagini di chi la vive quotidianamente".

www.sanita.puglia.it/web/asl-barletta-andria-trani/news-in-primo-piano_det/-/journal_content/56/36008/festival-di-corti-oltre-la-penultima-verita-pubblicato-il-regolamento-al-via-iscrizioni-fino-all-8-maggio

Diritto all'oblio oncologico, raccolta di firme. Quasi un milione di persone in Italia sono guarite da un tumore, ma per la burocrazia sono ancora malate e rischiano discriminazioni nell’accesso a servizi come l’ottenimento di mutui, la stipula di assicurazioni sulla vita, l’assunzione in un posto di lavoro e l’adozione di un figlio. Sul modello di Francia, Lussemburgo, Belgio, Olanda e Portogallo, AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) ha lanciato la prima campagna per il riconoscimento del diritto all’oblio oncologico: qui il portale con tutte le info e qui un interessante approfondimento di Vita.                                                                                                                                              dirittoallobliotumori.org

Dalle case editrici

¨       Anita Cadavid, Adele Ercolano, Stefania Celsi, Susanna Arru (a cura di), Women Enhancing Work Change 2021. Studio, analisi e prospettive per rendere il lavoro delle donne vero fattore di sviluppo sociale, FrancoAngeli (MI), 2021, p.234, (scaricabile in open access)

https://series.francoangeli.it/index.php/oa/catalog/view/718/558/4302

¨       Evita Cassoni, Futuro semplice. Libertà possibili per la ripresa, San Paolo (Cinisello B.), 2021, p.192

¨       Lello Savonardo, Rosanna Marino, Adolescenti always on. Social media, web reputation e rischi on line, Franco Angeli, Milano 2021, pp.161.

                Always on - sempre connessi, immersi nei social media senza limiti di tempo e di spazio - gli adolescenti sono tra i principali fruitori delle tecnologie digitali. Navigano, creano, comunicano senza più distinzione tra online e offline, in una dimensione che è stata definita onlife, mettendo in crisi le tradizionali dimensioni spazio-temporali e il rapporto tra sfera pubblica e sfera privata (...) (Francesca Tonnarelli Grassetti)

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=3%3dFZAYJZ%26r%3dS%263%3dWBR%264%3dX8SOZ%261%3d89Pv_HfyV_Sp_NWse_Xl_HfyV_RuJkM8HkJ9Ax.IpJv14Hu4xCoJpH.oJ_7wYp_GBi98B_xqhv_86pPz1rDs53Py1p7g_HfyV_RuJkM89oIuW9RG_7rBtCgJ4Ho27E.v4u%260%3dsK8RiR.3Az%2698%3daERF&mupckp=mupAtu4m8OiX0wt

Save the date

¨       Convegno (Roma) - 26 aprile 2022 (10.00-18.00). "Le periferie urbane. Dagli interventi straordinari alle politiche ordinarie", organizzato dal Forum Nazionale del Terzo Settore (Teatro de' Servi, via del Mortaro 22).                 www.forumterzosettore.it/files/2022/04/Le-periferie-urbane_programma.pdf.

¨       Convegno (Roma) - 29 aprile 2022 (9.00-16.30). "La cura dell'anziano alla prova della pandemia - Una rete di reti: Alleanza per le persone anziane", a cura di Fondazione Alberto Sordi presso The Hub – LVenture Group, sito in Via Marsala 29/H (Stazione Termini).     www.fondazionealbertosordi.it

¨       Incontro (Todi) - 29 aprile 2022 (inizio ore 18). "Dalla famiglia al mondo", appuntamento del ciclo "Aiuto! Mio figlio ha l'adolescenza!", organizzato dall'Ufficio delle Pol.Familiari di Todi (presso la scuola "Cocchi-Aosta" di Todi) [anche in streaming su YouTube].

www.youtube.com/channel/UCHar0-K82XWAtujs08Wo6yw

¨       Webinar (EU) - 3 maggio 2022 (13.00-14.00 CET). "50 Shades of COVID: The uneven consequences of the pandemic and what we should learn from them", a cura di Einstein Center for Population Diversity.                                                        https://population-europe.eu/tuesday-dialogue-registration

¨       Webinar (IT) - 4 maggio 2022 (18.00-19.00). "Comprendere e nutrire la crescita dei figli attraverso un percorso Parent Training", a cura di Formazione continua in psicologia/Carocci

https://formazionecontinuainpsicologia.it/corso/comprendere-e-nutrire-la-crescita-dei-figli-attraverso-un-percorso-parent-training

¨       Convegno (MI) - 12 maggio 2022 (inizio ore 17.30). "L'intelligenza artificiale", appuntamento del ciclo "Le conquiste della medicina al servizio della persona", organizzato da Fondazione Ambrosianeum (sala Falck)                                www.ambrosianeum.org/intelligenza-artificiale-recupero

¨       Congresso (IT) - Bocca di Magra (la Spezia) - 13/14 maggio 2022. La bufera e altro. La cura delle famiglie nell’onda lunga post-Covid. Congresso internazionale della SIRTS (Società Italiana di Ricerca e Terapia Sistemica).

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=6%3dJUPbNU%267%3dV%267%3dRQU%268%3dSMVSU%26F%3dACKAL_Arns_L2_Ctlq_M9_Arns_K7HPF.J4KCJ.0Kz_Ilvi_S1B6228B_Ilvi_S18E69M2_Ilvi_S168E2KxJDB_Arns_K7McKS_Ctlq_M9KaMU-SV-LV_Arns_K7wK843NA6-VW-52_-DIxQ44-2KvE2294-KaMU_SU_UU_KaMU.951%267%3d6LDOvS.98C%264t2v0D%3dXRSL

¨        Conferenza (INT) - 16/18 maggio 2022. "Berlin Demography Days 2022", una tre giorni europea, in presenza (WissenschaftsForum, Berlino) e in live streaming, dedicata ai più giovani cittadini europei

https://6q9pq.r.a.d.sendibm1.com/mk/mr/MVeGXGf-96HEy6sS2Ac3EAMztdaQjkxeQfPIsPLZIHzVDXn1OiH314MoeEyiLjRN9R_XwdTch9Of78FZ8tjwHv0tc6GG6VowVEgqCZHFwjBrzUuraVBJDif0VzbllMNNkafNyAxkdw

¨       Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

¨           Archivio   http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

https://a4e9e4.emailsp.com/f/rnl.aspx/?fgg=wsswt/e-ge=s/fh0=nvs49a1:a=.-4&x=pv&65kac&x=pp&qzb9g6.b9g9h/:i4-7d=uzwrNCLM

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CHIESA ITALIANA

Questa volta si fa sul serio oppure no? La via italiana della Chiesa per indagare sugli abusi

                Un semplice accenno nell’introduzione e nel comunicato del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana (Cei) del 23-25 marzo: tutte le 226 diocesi si sono date i referenti per gli abusi e sono nati 140 centri di ascolto per le vittime. Dietro le cifre si sta elaborando la via italiana per affrontare la questione. La bufera che ha messo in seria difficoltà la Chiesa universale (dal Cile alla Germania, dall’Australia all’Irlanda) verrà affrontata dai vescovi del nostro paese che, nel prossimo mese di maggio, dovranno discutere e votare l’ipotesi di lavoro prevista. L’impegno non sarà solo interno alla Chiesa, né ci si affiderà a commissioni esterne o ad iniziative parlamentari.

                La scelta si orienta su un doppio binario. La Chiesa fornirà tutti i dati relativi ai casi esaminati ai vari livelli di giudizio. Dal versante del governo, in maniera del tutto autonoma, partirà una inchiesta nazionale sul problema della violenza ai minori su tutto lo spettro sociale: scuola, sport, Chiesa, famiglia ecc. Il lavoro ecclesiale si gioverà di tutti gli archivi diocesani, religiosi, vaticani (per quanti riguarda l’Italia) e chiederà aiuto ai tribunali civili per le sentenze che hanno interessato preti, religiosi/e, laici attivi in spazi ecclesiali. Dal versante governativo ci si attende un impegno corposo e si garantisce una collaborazione piena.

                L’indagine ecclesiale dovrebbe riguardare gli ultimi due decenni (dal 2001 in poi), così come dovrebbe essere sul versante politico. Un arco temporale più lungo come scelto dai francesi (1950-2020) o dagli australiani (1950-2010) o dai tedeschi (1946-2014) riesce più difficilmente gestibile: gli archivi sono molto differenziati, spesso assenti, e i profondi cambiamenti della sensibilità pubblica chiederebbero una indagine diversificata anche per territori e ceti sociali. Succede, per il caso francese ad esempio, che il fenomeno delittuoso sia più esteso nel primo ventennio (1950-1970), dove è più difficile il recupero dei fatti e dei protagonisti. Il riferimento delle discussioni interne alla Cei guarda anzitutto alla Francia e alla sua Commissione (Ciase).

                Perché non seguire quella strada, sostenuta e additata da molte associazioni (dalle Caritas agli scout, dai cristiani “critici” alle riviste e blog ecclesiali)? Le risposte sono sostanzialmente queste:

  1. numeri (216.000 vittime) e il loro impatto non può essere supportato solo da una inferenza statistica di una indagine sociologica, pur ben condotta. Essa porta, ad esempio, ad attribuire 63 vittime per ogni abusante, risultato che non è confermato dalla letteratura scientifica;
  2. b) la responsabilità dei vescovi non può esaurirsi nell’avvio e nella successiva recezione dei risultati. Solo se coinvolti la corresponsabilità collettiva emergerà con forza;
  3. a partire da una immagine il più possibile realistica le necessarie riforme, disposizioni e norme non nasceranno dalla cultura mediale, ma potranno avere ragioni interne per un corso definitivo. Resta il fatto che, seppur rifiutata, la via della Ciase è stato ed è il riferimento. Lo conferma l’ipotizzata apertura a centri di ascolto pubblici in merito al problema abusi, nella convinzione che le vittime non abbiano piena fiducia nei luoghi (ancorché riservati) della Chiesa.

                Più in generale la Chiesa italiana può oggi scegliere una propria via perché la sensibilità pubblica e la spinta mediale non hanno raggiunto il punto critico rilevato in altre nazioni e contesti. È difficile attribuire questa situazione a un ritardo di sensibilità o di ethos collettivi in base a uno pigro schema mentale: le società del Nord Europa sarebbero più avanzate di quelle del Sud. Difficile anche attribuire il tutto al potere della Chiesa. Nessun vescovo oggi è in grado di condizionare il direttore di un giornale. Gli scandali ecclesiali hanno più facile corso sui media di quelli economici e amministrativi. La grande credibilità del papato e il consenso a figure ecclesiali territorialmente importanti costituiscono un guadagno significativo. La messa in opera di strumenti interni di controllo e prevenzione, seppure ancora iniziali, abbassano il profilo non dello scandalo, ma della sua risonanza. Così come l’assenza o la fragilità di forme organizzate da parte delle vittime che avrebbero la credibilità per imporre il problema.

                Forse la diffusa percezione della fragilità delle nostre istituzioni pubbliche rende più attente le classi dirigenti e la gente rispetto alla possibile delegittimazione della Chiesa. Senza ignorare le critiche diffuse alla funzionalità della nostra giustizia o al coraggio del nostro giornalismo di inchiesta.

                L’attesa dei teologi. La spinta per una commissione indipendente è confermata da due eventi recenti.

  1. Il primo è l’avvio (15 febbraio) del Coordinamento contro gli abusi, sostenuto da una mezza dozzina di sigle di associazioni ecclesiali. Esso ha ricevuto qualche riscontro all’estero, ma molto meno in Italia.                                                                                      vedi newsUCIPEM, n.898, 20 febbraio 2022, pag.11
  2. Il secondo, di maggiore consistenza, è l’appello di una quarantina di teologhe e teologi italiani, apparso il 9 marzo su Settimananews.                                   vedi newsUCIPEM, n.901, 13 marzo 2022, pag. In esso si auspica l’istituzione di una commissione indipendente esterna sugli abusi sessuali e di potere avvenuti nella Chiesa italiana.

È stata la pressione di istanze laiche come la magistratura e i media a spingere la Chiesa cattolica a dover fare chiarezza al suo interno e a rispondere alle domande esterne. «Il mondo» non ha solo qualcosa da aggiungere alla competenza umana della Chiesa, ma è un interlocutore che nelle sue dimensioni migliori può suggerire alla comunità ecclesiale una maggiore fedeltà evangelica. Il card. Martini l’ha chiamava la «cattedra dei non credenti». Roberto Maier, uno dei firmatari, ha scritto: «Una commissione di inchiesta non ha solamente il compito di attribuire colpe e responsabilità, ma anche di restituire una visione più chiara, un quadro più completo di una vicenda i cui tratti non sono solo inquietanti, ma soprattutto poco definiti, almeno nel contesto italiano. Affinché una comprensione del fenomeno sia possibile, c’è bisogno di conoscere meglio non solo i processi umani che soggiacciono al fenomeno degli abusi, ma anche la logica soggiacente alla reticenza (che dovrà essere, appunto, valutata) da parte dell’istituzione nel denunciare, nel dare credito alle vittime, nel far fronte in modo efficace».

                La sollecitazione è coerente con il superamento dell’autoreferenzialità ecclesiale, con la “Chiesa in uscita” e con la “riforma della Chiesa”. «Queste tre locuzioni – annota Andrea Grillo – stanno in rapporto molto più stretto di quanto si pensi e anzi solo nel mostrare chiaramente la correlazione tra le tre frasi si può evitare di cadere nell’uso retorico di esse, cosa che evidentemente resta sempre possibile. Proviamo a dirlo con un’immagine che Francesco, prima di diventare papa Francesco, ossia qualche giorno prima del conclave del 2013 aveva espresso in forma ironica. Citando il libro dell’Apocalisse, nel passo in cui il Signore sta alla porta e bussa, diceva il card. Bergoglio Proviamo a pensare che bussi, non per entrare, ma per uscire. Lo abbiamo chiuso dentro”. Ecco l’immagine che ci permette di capire che l’autoreferenzialità ecclesiale, dalla quale dobbiamo liberarci, chiede una uscita e una riforma».

                La Chiesa come ordinamento ecclesiale autonomo non sembra finora aver garantito giustizia alle

vittime, aver preso cura del loro cammino. «Ciò che tutti noi, oggi, guardiamo con doloroso stupore – si dice nell’appello - è proprio l’incapacità del corpo ecclesiale (in particolare nella sua componente ministeriale) di accorgersi del male e di farvi fronte. Le ricadute di questa scoperta sono ancora tutte da comprendere e, come teologi e teologhe, non verremo meno a questo compito. Una, tuttavia, è da subito evidente: la Chiesa deve oggi guardare con gratitudine quella parte della società civile e della cultura contemporanea che, con responsabilità, la mette di fronte al suo peccato e alle sue incoerenze».

                «Per questo motivo, chiediamo ai vescovi italiani di istituire una commissione che attinga a competenze esterne, della cui credibilità non si possa dubitare e che sappia assumersi un compito di intelligente ascolto delle vittime e di responsabile cura nei confronti delle ferite del corpo ecclesiale, quelle che noi abbiamo per molto tempo nascosto ai nostri stessi occhi».

                Tra i firmatari troviamo qualche nome eccellente come Giuseppe Ruggieri, Massimo Faggioli, Simone Morandini, Antonio Autiero, Riccardo Battocchio, Basilio Petrà. Si possono riconoscere le nuove generazioni come Ernesto Borghi, Brunetto Salvarani, Leonardo Paris, Marcello Neri e, soprattutto le teologhe: da Maria Cristina Bartolomei a Marinella Perroni, Serena Noceti, Silvia Zanconato, Lucia Vantini. La scelta a cui si avviano i vescovi non sarà esente dal pungolo di chi nella Chiesa pretenderà giustamente trasparenza, competenza e coraggio.

                I giornalisti. Nell’ormai quarantennale denuncia degli abusi dei chierici (le prime segnalazioni sono degli anni ‘80) si sovrappongono linee di forza e dinamismi che si condizionano reciprocamente: la denuncia dei giornali e dei media, le sentenze dei giudici, l’opera delle commissioni statali e delle autorità indipendenti avviate dalle Chiese locali. Fra gli anni Ottanta e Novanta le denunce nascevano molto spesso dai media con i toni e le forme degli scandali pubblici senza particolare attenzione alle responsabilità interne e alle vittime. Nei primi mesi del 2002 il Boston Globe avvia una serie di approfondimenti d’indagine che svelano l’assoluta inadeguatezza della gestione ecclesiastica dei casi ricorrenti di abusi. Particolare clamore all’evento è dato da un successivo film di grande successo, Spotlight.

                Decisivo è il formarsi di associazioni delle vittime come il Survivors Network. Comincia a svilupparsi anche il lavoro clinico e terapeutico sui chierici abusatori. Dal 1992 è attivo il Saint Luke Institute (a Washington) che produce i primi risultati in ordine ai sintomi, alle dipendenze, al discernimento clinico e agli indirizzi di cura degli aggressori. La denuncia dei media è diventata uno degli elementi stabili per il riconoscimento pubblico degli abusi nella Chiesa. È successo anche in Polonia dove nel 2018 il film Kler sulle ambiguità drammatiche di tre preti ha avuto un impatto decisivo per imporre il problema alla Chiesa e alla società polacca. Del resto si deve anche alle denunce del giornale spagnolo El Pais se ora (10 marzo) la Chiesa spagnola aderisce alla decisione parlamentare di avviare una inchiesta nazionale in merito.

                Il caso più clamoroso di scontro giudiziario rimonta al 2001, quando il tribunale civile francese condannò il vescovo Pierre Pican (Bayeux-Lisieux) a tre mesi con la condizionale per non aver denunciato alla magistratura un suo prete colpevole di abusi. La sua rigida difesa dell’autonomia giurisdizionale ecclesiastica e del segreto professionale non fu apprezzata dai giudici. I vescovi, nella loro assemblea generale di quell’anno, lo accolsero con un vasto applauso. Anche se, proprio in quell’occasione venne pubblicato il primo documento in cui si invitava a non dare copertura alcuna agli abusi. A testimonianza del totale cambiamento di clima va segnalato che nei primi mesi del 2022 molte diocesi di Francia hanno sottoscritto con le procure un testo di riferimento per l’aiuto della polizia nelle inchieste interne.

                Limitandomi ad alcune figure apicali, travolte dalla bufera mediale, ricordo la condanna civile all’ex-cardinale statunitense Thedodore McCarrick, accusato di molestie sui seminaristi. Ridotto allo stato laicale nel 2019, la sua vicenda è stata affrontata in un rapporto sella Segreteria di stato vaticana (oltre 400 pagine) che ricostruisce in maniera precisa l’intera vicenda. Sentenze civili opposte per il cardinale australiano George Pell, accusato di molestie sessuali, condannato in prima e seconda istanza e, infine scagionato nel 2020. Simile la sentenza del tribunale per il cardinal Philippe Barbarin, scagionato dall’accusa di coprire i colpevoli di abuso nel 2020. Va anche segnalato l’inutile accanimento del tribunale di Bruxelles conto il card. Godfried Danneels per una presunta complicità con gli abusi del vescovo Roger Vangheluwe nel 2010.

                Diversi i casi dei cardinali Hans Hermann Groȅr (Austria), denunciato e mai inquisito, che si è portato nella tomba i suoi segreti nel 2003, e del polacco Henryk Gulbinowicz, condannato dal tribunale ecclesiale su questioni di abusi e accusato anche di essere stato a lungo informatore dei servizi segreti del regime comunisti (2020).

                Le commissioni. Pubblici e quindi più noti i risultati delle commissioni statali o indipendenti. Così il John Jay Report negli USA (2011), il Deetman Report in Olanda (2011) e il Royal Commission Report in Australia (2017). Di quest’ultimo hanno impressionato i numeri: 17.000 vittime dal 1950 al 2010 e una percentuale dei preti accusati del 7% e, in alcune diocesi, del 15%. Il rapporto dei vescovi tedeschi nel 2018 parla di 1.670 chierici predatori (sottoposti a giudizio canonico 566) e di 3.677 vittime fra il 1946 e il 2014. La media nel clero è di 4,4%. Due i rapporti irlandesi (Ryan e Murphy) che hanno prodotto una tempesta civile e una forte critica alla Chiesa cattolica. Si può accennare anche al rapporto del procurato della Pennsylvania (Stati Uniti) del 2018 che denuncia in sei delle otto diocesi dello stato oltre 1.000 vittime in capo a 301 sacerdoti nel corso di 70 anni. Fra le autorità indipendenti la più nota e recente è quella francese (Ciase). Il 20 gennaio di quest’anno è stato pubblicato il rapporto di uno studio legale su incarico della Chiesa locale sui casi di abuso a Monaco di Baviera fra il 1945 e il 2019, divenuto noto per il coinvolgimento discusso di Benedetto XVI quando era vescovo della diocesi.

                Tre verifiche. Contestualmente si dovrebbe raccontare gli orientamenti e le decisioni che la Santa Sede ha prodotto nel frattempo, con la sorpresa, soprattutto nell’ultimo decennio, di una funzione fortemente propulsiva del centro sulle periferie. Basta accennare alle tre lettere papali: ai cattolici d’Irlanda (Benedetto XVI, 2010); ai vescovi del Cile (Francesco, 2018); al popolo di Dio (Francesco 2018). Qui il papa ha scritto: «Pertanto, l’unico modo che abbiamo per rispondere a questo male che si è preso tante vite è viverlo come un compito che ci coinvolge e ci riguarda tutti come Popolo di Dio. Questa consapevolezza di sentirci parte di un popolo e di una storia comune ci consentirà di riconoscere i nostri peccati e gli errori del passato con un’apertura penitenziale capace di lasciarsi rinnovare da dentro. Tutto ciò che si fa per sradicare la cultura dell’abuso dalle nostre comunità senza una partecipazione attiva di tutti i membri della Chiesa non riuscirà a generare le dinamiche necessarie per una sana ed effettiva trasformazione. La dimensione penitenziale di digiuno e preghiera ci aiuterà come Popolo di Dio a metterci davanti al Signore e ai nostri fratelli feriti, come peccatori che implorano il perdono e la grazia della vergogna e della conversione, e così a elaborare azioni che producano dinamismi in sintonia col Vangelo.»

                Perché «ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del

Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti,

parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 11)». Tornando al caso italiano sono tre le verifiche più importanti del lavoro che dovrebbe iniziare.

  1. Anzitutto il ruolo delle vittime. Non solo come riconoscimento del male perpetrato, ma come fonte di interpretazione di quanto è avvenuto. Nel rapporto francese (Ciase) si legge: «Nel corso dei mesi si è progressivamente imposta una convinzione: le vittime hanno un sapere unico sulle violenze sessuali e solo loro possono condurci a diffonderlo. Non era più solamente un’inchiesta, la cura o la denuncia alle autorità giudiziarie, ma una questione di empatia e di comprensione profonda del nostro mandato. Le persone erano vittime. Sono diventate testimoni e, in tal senso, attrici della verità. È grazie a loro che il Rapporto è stato pensato e scritto. È stato fatto per loro oltre che per i nostri mandanti. Su questo scambio singolare e impalpabile è stato costruito, senza che questo non fosse chiaramente pensato fin dall’inizio» (par. 0012). Le domande giuste sono le loro.
  2. In secondo luogo il problema della dimensione sistemica degli abusi nella vita della Chiesa. Gli abusi non sono elementi marginali facilmente aggiustabili, ma segnalano un malfunzionamento di alcuni snodi centrali della vita ecclesiale.
  3. Infine, le indicazioni per le riforme necessarie. Sempre in riferimento al testo francese, si possono indicare: la revisione della teologia del ministero, preti sposati e segreto della confessione. Il prete

non è sopra la comunità, non è in possesso di un potere sacrale. Anche il celibato, di cui non si chiede l’abolizione, non va enfatizzato. Le esigenze pastorali richiedono di aprire la possibilità a uomini sposati di esercitare il ministero. Gli abusi vanno collocati non in riferimento al sesto comandamento (Non commettere atti impuri), ma al quinto (Non uccidere). Anche il segreto confessionale davanti alla possibilità che il penitente\predatore possa a breve delinquere dovrebbe essere sospeso.

                Se gli abusi sono l’immagine della, la risposta non può che essere la reformatio Ecclesiæ, la riforma della Chiesa.

                               p. Lorenzo Prezzi, dehoniano                     “Domani” 6 aprile 2022

www.editorialedomani.it/politica/italia/abusi-chiesa-cattolica-indagine-mvnjo84f

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202204/220406prezzi.pdf

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CHIESA UNIVERSALE

Svizzera-abusi: commissione indipendente

                La Conferenza episcopale svizzera, insieme alla Conferenza delle unioni degli ordini religiosi e di altre comunità di vita consacrata in Svizzera e della Conferenza centrale cattolico romana della Svizzera, ha deciso di procedere a un ampio studio sugli abusi sessuali, di potere e di coscienza, avvenuti all’interno della Chiesa locale e delle sue varie istituzioni. Lo Studio inizia con un progetto pilota affidato a due docenti del Dipartimento di storia dell’Università di Zurigo, le proff. M. Meier e M. Domman.

                Spetterà loro comporre un’équipe di ricerca e indagine, sotto l’egida della Società svizzera di storia che ne seguirà i lavori e creerà un comitato scientifico ad hoc per questo primo progetto. Come ha sottolineato mons. J.M. Bonnemain, vescovo di Coira e responsabile in seno alla Conferenza episcopale della Commissione di esperti “abusi sessuali nel contesto ecclesiale”, elemento centrale dello Studio complessivo è la completa indipendenza dei vari soggetti che lo porteranno avanti rispetto alle tre istanze della Chiesa cattolica locale che lo ha commissionato.

                “Stante il fatto che è la Chiesa cattolica romana, con le sue strutture di potere ereditate dalla storia, che è all’origine di questi atti (di abuso sessuale, N.d.A.), è allora indispensabile che la ricerca esaustiva di tutti gli abusi e di tutti i casi sia svolta in maniera assolutamente indipendente rispetto alle tre istituzioni” (J.M. Bonnemain).

                Sia l’assunzione di responsabilità pubblica delle violenze accadute, sia la volontà di lavori di ricerca, indagine, ascolto delle vittime, esplicitamente indipendenti dalle istituzioni ecclesiali che hanno deciso di muoversi in questa direzione, rappresentano “per la Chiesa, ben più che per la società civile, il dovere di mettere in moto tutto ciò che è necessario al fine di rispondere a questa esigenza di giustizia che è del tutto legittima”. Un dovere inderogabile davanti al vissuto delle vittime, che chiede l’uscita dal cono d’ombra e di omertà di quanto accaduto, una comprensione delle cause che hanno reso possibili gli abusi e il loro pluriennale occultamento da parte delle autorità ecclesiastiche, l’individuazione delle persone colpevoli dei crimini e la loro chiamata in correo davanti agli organi giudiziari dello stato.

                Gli organi dirigenti delle istituzioni ecclesiali “hanno il dovere di apprendere la lezione che viene dal passato e di fare tutto il possibile affinché le persone siano sufficientemente protette nella loro dignità e integrità sessuale (…). Questo presuppone che la Chiesa diventi un’organizzazione che sa apprendere, pronta a riconoscere i propri errori e a cambiare le strutture esistenti che hanno permesso o favorito i crimini e la loro dissimulazione”.

                Il progetto pilota prenderà inizio con la composizione del gruppo di ricerca e del comitato scientifico (entro la fine della primavera 2022), dopodiché inizieranno i lavori di ricerca archiviale e degli atti esistenti, per concludere con la presentazione della relazione scientifica verso l’autunno del 2023. Come detto, si tratta solo del primo passo di un progetto complessivo più ampio, che dovrà offrire le basi “per una Chiesa cattolica romana liberata dalla paura (…). È necessario rivedere le strutture ecclesiali, i modi di prendere le decisioni e la distribuzione delle responsabilità al fine di prevenire efficacemente gli abusi sessuali e spirituali”.

                Giunge così a un momento apicale il lungo cammino della Chiesa cattolica svizzera per quanto riguarda gli abusi sessuali al suo interno.

¨       Nel 2001 è stata infatti istituita la Commissione di esperti “abusi sessuali in ambito ecclesiale” all’interno della Conferenza episcopale;

¨       nel 2002 venivano pubblicate le prime linee guida sulla prevenzione e la lotta gli abusi, più volte riviste anche grazie a una collaborazione sempre più ampia tra vescovi e ordini religiosi, da un lato, e fra le istituzioni ecclesiali e le autorità statali, dall’altro;

¨       nel 2011 i conventi e gli istituti educativi di ordini religiosi hanno dato l’avvio a indagini sugli abusi sessuali commessi al loro interno e sulle forme della loro elaborazione da parte delle singole comunità (prevalentemente affidati a gruppi di lavoro esterni e indipendenti);

¨       sempre nel 2011 le diocesi svizzere si dotavano di commissioni specializzate in materi di abusi sessuali e nominavano persone di contatto indipendenti a cui le vittime potessero rivolgersi;

¨       nel 2016 veniva istituito il fondo di risarcimento per le vittime di abusi sessuali caduti in prescrizione.

                A partire da questa esperienza sorge ora l’esigenza di avere uno sguardo complessivo gettato da occhi esterni sulle procedure ecclesiali, sulle sue strutture e sui modi di agire all’interno della Chiesa cattolica locale e delle sue istituzioni educative, associative e così via. L’indipendenza di queste ricerche è riconosciuto essere un dovere davanti alle vittime e ai fedeli, occasione di aprire un percorso di apprendimento per dare forma a un’istituzione più aderente all’imperativo evangelico.

Marcello Neri  Settimananews               5 aprile 2022

www.settimananews.it/chiesa/svizzera-abusi-commissione-indipendente

 

Contro la tutela ecclesiastica vaticana sulla vita contemplativa femminile

                «L'esclusione dal diritto all'uguaglianza, come figlie di Dio, con gli uomini - Dio non guarda alle differenze di genere - è qualcosa che non posso accettare come volontà del Padre-Madre, ma come grettezza della mentalità umana dei maschi ecclesiastici, che spesso guardano più agli interessi di potere e di dominio che al comportamento semplice e umile di Gesù». È un grido di rabbia quello che la religiosa carmelitana scalza spagnola Anna Seguí Martí, del Monasterio de la Sagrada Familia di Puçol (Valencia) ha lanciato sul sito iberico di informazione religiosa Religión Digital (4/4).

www.religiondigital.org/vida-religiosa/Anna-Segui-carmelita-Dentro-Iglesia-orans-Braz-religiosas_0_2437256269.html

 Un grido di rabbia contro la profonda disparità di trattamento delle donne all’interno della Chiesa, e delle religiose in particolare, tenute sotto tutela da un ceto ecclesiastico maschile che detta e impone regole e obblighi. Suor Anna si ribella alla visione che normalmente passa della vita religiosa contemplativa femminile, presuntamente caratterizzata da allontanamento dalla realtà - quando non alienazione -, passività e sottomissione: «La mia vita di preghiera non è un atteggiamento devozionale sottomesso e passivo; sono spronata dalle parole di Teresa di Gesù: che Dio ci guardi dalle devozioni balorde. La mia vocazione è un impegno per il Regno di Dio e la sua giustizia, cioè per la vita quotidiana, per la storia del nostro tempo e per tutti noi che formiamo la Chiesa. Niente resta fuori dalla mia realtà di preghiera».

                La religiosa afferma con forza che «un'altra Chiesa è possibile, in cui uomini e donne sono alla pari, pronti ad amare e servire. Finché non esistono queste condizioni di uguaglianza, bisogna avere il coraggio di sfidare il sistema ecclesiale, quando ciò che si chiede è giustizia». Già, perché «siamo suore, rinunciamo ad avere un marito, e dobbiamo permettere a maschi ecclesiastici di decidere come deve essere la nostra vita, come vivere la clausura, come gestire le nostre finanze, quali devono essere i nostri studi?». In questa prospettiva, suor Anna contesta l’atteggiamento paternalistico, legalistico e, in definitiva, «dittatoriale», dell’Istruzione vaticana (della Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata e le società di Vita apostolica guidata dal card. Joao Brãz de Aviz) Cor orans del 2018,

www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccscrlife/documents/rc_con_ccscrlife_doc_20180401_cor-orans_it.html

 in applicazione alla Costituzione Vultum Dei quærere di papa Francesco del 2016, dall’orientamento molto più ampio e aperto sulla vita contemplativa femminile.

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2016/07/22/0530/01195.html

                Al primo suor Anna aveva già inviato una lettera molto critica il primo aprile 2013, restata senza risposta né accusa di ricevuta, contro il Decreto della sua Congregazione del 10 settembre 2012 riguardante la figura e la funzione dell’Assistente religioso delle Federazioni e Associazioni di Monasteri di monache; dopo qualche mese, all’inizio del 2014, si era allora rivolta al papa, anche in questo caso invano.

                Di seguito riportiamo, in una nostra traduzione dallo spagnolo disponibile a tutti i lettori,

www.adista.it/PDF/it/08-04-2022-0000--1649405551.pdf

 la lettera aperta della religiosa pubblicata su Religión Digital, che contiene al suo interno anche le due lettere al card. Braz de Aviz e a papa Francesco.

Ludovica Eugenio                           Adista   08 aprile 2022

www.adista.it/articolo/67859

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DALLA NAVATA

Domenica delle palme – anno C

Isaia                                      50, 04. Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare

                                               una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti                                      come i discepoli.

Salmo                                   21, 23. Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all’assemblea.                                             Lodate il Signore, voi suoi fedeli, gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe, lo                                        tema tutta la discendenza d’Israele.

Paolo ai Filippesi            02, 06. Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio                                        l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo,                                                    diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se                                              stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce.

Luca                                      22, 14. Quando venne l’ora, [Gesù] prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse                                  loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia                                                  passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno                                   di Dio»

 

Commento

                Io non posso concettualizzare la morte di Gesù: essa è un fatto oggettivo, denso come le montagne. Non posso ridurlo in concetti divulgabili. O la sento nelle viscere della mia stessa. esperienza, nella profonda saggezza dei miei terrori, ed allora colgo ciò che esso annuncia. Altrimenti non basterebbero mille anni di chiacchiere teologiche per darmene una scintilla appena. Dobbiamo scendere nel negativo della nostra vita e sentirlo in tutta la sua forza, la sua legittimità. Solo chi è disperato sul serio può capire il messaggio della Croce del Signore, di quest’uomo Gesù che – lo avete notato nella narrazione – passo dopo passo precipita nella solitudine. Egli non è il capo che ha dietro di sé l’entusiasmo del partito che lo spinge ad affrontare la morte. Gesù non aveva nessuno dietro di sé. Abbiamo visto che i discepoli stessi lo abbandonano. Lo stesso prediletto Pietro dice: «Io, quest’uomo non lo conosco».

                Non solo il potere politico con le sue diplomazie, non solo la folla, integrata ormai nella ideologia del potere, ma tutti, anche i più intimi, lo abbandonano. Gesù entra nell’universalità attraverso la solitudine totale in cui muore. Anche il Padre lo abbandona: «Perché mi hai abbandonato?». Proprio entrando nell’annientamento totale – le cui misure sono veramente il Suo mistero – Egli tocca l’universale dell’uomo. Nessuno è così solo come Gesù lo fu. Nessuno ha abitato come Gesù nel deserto delle tentazioni. Anche della tentazione del sentirsi abbandonato da Dio che per chi ha fede nel Padre è la più radicale delle disperazioni.             Questa è la linea oscura su cui dobbiamo scandire sempre il nostro approccio alla Parola evangelica. Mi rendo conto che parlare della Passione del Signore può essere anche un modo di accarezzare i nostri sentimenti di frustrazione, la nostra paura di vivere, il nostro tedio della vita. Può – questa altissima sapienza – capovolgersi in una insipienza tradizionale. Allora essa diventa quasi una assuefazione alla non-volontà di vivere; un reclinare il capo nella nausea dell’esistenza, imbalsamando questa nausea con profumi di devozione. Ma se noi cogliamo la Croce nella dimensione di fondo a cui essa ci convoca, allora no, essa non è mai alienazione, è verità che sta oltre tutte le verità.

                 L’altra linea di ascolto della Passione è quella dell’amore per la vita. L’annuncio pasquale è un annuncio di vita, è questo lo straordinario! Il Vangelo, non ridotto a teologia e a dottrina, ma vissuto come esperienza densa dei suoi contenuti, è un inno alla vita. La Risurrezione del Signore è già interna alla Sua Passione, la sua gloria già attraversa il suo dolore. Ma di questo diremo nel giorno di Pasqua. Però non dimentichiamoci mai di questo incomprensibile amore che si addensa, senza tirarsi indietro, nelle solitudini incomprensibili, dell’abbandono, dell’isolamento e del tradimento. E l’amore che conduce Gesù nella suprema tenebra (il Venerdì Santo è proprio la tenebra più assoluta, perché si spegne anche Dio, perché neanche Dio si mosse a consolare il condannato dall’ingiustizia; fu invocato ed Egli non rispose); l’amore che entra nella totale negatività e diventa l’inizio della vita che non sarà soffocata. Bisogna avere un profondo amore per la vita, per comprendere il Vangelo intero, ma soprattutto la Passione del Signore. La parola «vita» andrebbe esplicata nei suoi significati autentici, e non in quelli banali, esteriori, vitalistici in cui spesso la vita si degrada nel proprio opposto. L’amore per la vita deve essere l’esigenza di fondo della nostra ricerca di fe­de. L’annuncio pasquale è tanto più vibrante e penetrante quanto più profondo è stato il nostro discendere nell’angoscia e nell’agonia e nella morte del Signore che è solo l’angoscia dell’agonia e della morte di tutti.

                 Volevo anche invitarvi a collocare dinanzi a questo mistero la nostra situazione collettiva. Quando leggiamo – in questi giorni – della morte di giovani che nel loro smarrimento politico hanno annientato i loro anni più belli, mi viene uno sbigottimento che sorpassa il facile giudizio politico e la soddisfazione che questi giovani, che minacciano le nostre istituzioni, siano stati finalmente scoperti. In questi smarrimenti viene a galla una insipienza collettiva in cui sento qualcosa della passione del Signore. Pilato abita in molti luoghi; Erode è in molti luoghi, Caifa è in molti luoghi… I delinquenti appesi accanto alla Croce del Signore sono meno delinquenti di loro; in quei delinquenti che stanno uno a destra e l’altro a sinistra c’è il perenne emblema della disperazione o – se voi volete – del crimine di molti alle cui origini, forse, c’è stato un lampo di amore per la giustizia, un lampo che li ha accecati. In tutto questo vorrei gettare – senza andar oltre – la luce oscura ma profonda della passione del Signore. C’è qualcosa che stringe la nostra situazione collettiva a quel mistero.

Ernesto Balducci – da: “Il Vangelo della pace” – vol. 3

www.fondazionebalducci.com/10-aprile-2022-domenica-delle-palme-anno-c

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DIRITTI DEI MINORI

Affidamento dei figli, l’ascolto del minore infra12enne non può essere sostituito dalle risultanze della ctu

Corte di Cassazione, prima Sezione civile, Ordinanza n. 10452, 31 marzo 2022

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                In tema di affidamento dei figli minori nell'ambito del procedimento di divorzio, l'ascolto del minore infra-dodicenne capace di discernimento costituisce adempimento previsto a pena di nullità, atteso che è espressamente destinato a raccogliere le sue opinioni e a valutare i suoi bisogni. Tale adempimento non può essere sostituito dalle risultanze di una consulenza tecnica di ufficio, la quale adempie alla diversa esigenza di fornire al giudice altri strumenti di valutazione per individuare la soluzione più confacente al suo interesse.

                A stabilirlo è la Corte di Cassazione, mediante l’ordinanza n. 10452/2022, depositata il 31 marzo.

                Una ricostruzione sommaria dei fatti appare necessaria ai fini di una migliore comprensione del percorso logico-giuridico delineatosi nell’ordinanza. Con provvedimento del 10.12.2020, su ricorso proposto da Z.A. nei confronti di F.G., il Tribunale di Perugia dispose l'affido condiviso del figlio minore della coppia, A., con collocamento presso l'abitazione della madre alla quale fu assegnata anche la casa familiare, statuendo il mantenimento del figlio a carico del padre per la somma di Euro 100,00 al mese oltre al 50% delle spese straordinarie.

                F.G. propose reclamo riguardo alla statuizione di affidamento del minore e al relativo mantenimento; la Corte d'appello, con decreto del 12.3.21 ha parzialmente accolto il reclamo osservando che: l'età del minore (14 anni) e quella del padre (75 anni), considerate le patologie dalle quali è affetto quest'ultimo, inducevano a confermare il collocamento presso la madre (52 anni) in ordine alla quale non erano emerse valutazioni negative; la regolamentazione del diritto di visita del padre garantiva un rapporto continuativo con il minore, con la possibilità di un ampliamento dei tempi di frequentazione, su accordo delle parti; stante l'esiguo reddito mensile del F., non era contestabile l'importo della somma dovuta per il mantenimento del minore; invece, per le spese straordinarie, era da ridurre al 20% la percentuale a carico del reclamante; era inammissibile l'istanza di quest'ultimo avente ad oggetto la liquidazione di un assegno alimentare di Euro 300,00, dato l'oggetto del procedimento, istanza comunque infondata non rientrando il reclamante nell'ambito dei soggetti aventi diritto agli alimenti ex art. 433 c.c..

                F.G. ricorreva in cassazione con unico motivo. L'unico motivo presente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 315 bis, 336 bis e 337 octies, c.c., art. 12 Convenzione di New York, 6 Convenzione Strasburgo sui diritti dei minori, nonché l’omessa audizione del minore quattordicenne sia innanzi al Tribunale che alla Corte d'appello, nonostante la richiesta del ricorrente, nonché inesistenza della motivazione sulla stessa mancata audizione. Il motivo viene ritenuto fondato. Invero, dagli atti non risulta che la Corte territoriale o il Tribunale abbiano ascoltato il minore, adempimento obbligatorio data l'età del minore a norma dell'art. 336 bis c.c., secondo il cui disposto il minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore, ove capace di discernimento, è ascoltato dal presidente del Tribunale o dal giudice delegato nell'ambito dei procedimenti nei quali devono essere adottati provvedimenti che lo riguardano.

                Secondo la consolidata giurisprudenza della Corte di Cassazione, l'audizione dei minori, già prevista nell'art. 12 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, è divenuta un adempimento necessario nelle procedure giudiziarie che li riguardino ed, in particolare, in quelle relative al loro affidamento ai genitori, ai sensi dell'art. 6 della Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996, ratificata con la L. n. 77 del 2003, nonché dell'art. 315-bis c.c. (introdotto dalla L. n. 219 del 2012) e degli artt. 336-bis e 337-octies c.c. (inseriti dal D.lgs. n. 154 del 2013, che ha altresì abrogato l'art. 155-sexies c.c.).

                Ne consegue che l'ascolto del minore di almeno dodici anni, e anche di età minore ove capace di discernimento, costituisce una modalità, tra le più rilevanti, di riconoscimento del suo diritto fondamentale ad essere informato e ad esprimere le proprie opinioni nei procedimenti che lo riguardano, nonché elemento di primaria importanza nella valutazione del suo interesse (Cass., n. 12018/19; n. 1785/20).

                È stato altresì rilevato che, in tema di affidamento dei figli minori nell'ambito del procedimento di divorzio, l'ascolto del minore infra-dodicenne capace di discernimento costituisce adempimento previsto a pena di nullità, atteso che è espressamente destinato a raccogliere le sue opinioni e a valutare i suoi bisogni. Tale adempimento non può essere sostituito dalle risultanze di una consulenza tecnica di ufficio, la quale adempie alla diversa esigenza di fornire al giudice altri strumenti di valutazione per individuare la soluzione più confacente al suo interesse (Cass., n. 23804/21).

                Ne consegue, nel caso concreto, che il mancato ingiustificato mancato ascolto del minore quattordicenne della coppia comporta la nullità del provvedimento impugnato, con rinvio alla Corte d'appello di Perugia, anche per le spese del grado di legittimità.

www.aiaf-avvocati.it/articolo/339/affidamento-dei-figli-l-ascolto-del-minore-infradodicenne-non-puo-essere-sostituito-dalle-risultanze-della-ctu

 

 

PAS illegittima ed uso della forza per sottrarre il minore contraria allo Stato di diritto

Corte di Cassazione, prima Sezione civile, sentenza n. 9691, 24 marzo 2022

www.avvocatoticozzi.it/it/file/articoli/185/84/cass-24-marzo-2022-n-9691.pdf

                Significativa pronuncia della Corte di Cassazione in materia di bigenitorialità e alienazione parentale. La tematica, particolarmente dibattuta in dottrina e in sede giurisprudenziale, è stata analizzata nuovamente dalla Suprema Corte all’interno di una decisione particolarmente rilevante. La Cassazione ha accolto in toto il ricorso presentato dalla ricorrente, annullando la decisione di decadenza dalla responsabilità genitoriale sul figlio minore e di trasferimento del bambino in casa-famiglia, ritenendo l'uso della forza in fase di esecuzione fuori dallo Stato di diritto. La donna, da 9 anni, cercava di evitare che il figlio fosse allontanato, come richiesto dall'ex compagno.

                La bigenitorialità è l'essenza dell'interesse e del benessere del minore e non può essere sacrificata facendo esclusivamente riferimento alla alienazione parentale. Questo, in sintesi, il principio affermato dalla Cassazione nella sentenza n. 9691, che torna, ancora una volta, ad affrontare il delicato tema della cosiddetta “Pas”. Per la Suprema Corte, il richiamo alla «sindrome di alienazione parentale» e ad ogni suo, più o meno evidente, anche inconsapevole, corollario, non può dirsi legittimo, costituendo il fondamento pseudoscientifico di provvedimenti gravemente incisivi sulla vita dei minori, in ordine alla decadenza dalla responsabilità genitoriale della madre».

                Secondo i giudici della Cassazione, invero, il concetto di abuso psicologico risulta indeterminato e vago, e anche di incerta pregnanza scientifica, insuscettibile di essere descritto secondo i parametri diagnostici della scienza medica, di ardua definizione anche secondo le categorie della disciplina psicologica. Quest'ultima, a differenza della disciplina medica, utilizza modalità e parametri che pervengono a risultati valutativi non agevolmente suscettibili di verifiche empiriche, che siano ripetibili, falsificabili e confutabili secondo i canoni scientifici universalmente approvati, e di riscontri univoci attraverso protocolli condivisi dalla comunità scientifica. Tradotto sostanzialmente, il giudice della famiglia non può decidere nel preminente interesse del minore "poggiando" la propria decisione sulla presunta Pas "accertata" dal consulente tecnico d'ufficio. Per i giudici di Piazza Cavour è, dunque, necessario ricercare riscontri verificabili che costituiscano essi – e non la Pas – gli elementi su cui si fonda la decisione relativa al bambino.

                La Cassazione, con un principio certamente inedito, affronta anche il tema dell'esecuzione dei provvedimenti riguardanti il minore, statuendo che l'uso di una certa forza fisica, diretta a sottrarre il minore dal luogo ove risiede con uno dei genitori, per collocarlo in una casa-famiglia, non appare misura conforme ai principi dello Stato di diritto, in quanto potrebbe determinare rilevanti e imprevedibili traumi per le modalità autoritative che il minore non può non introiettare, ponendo seri problemi, non sufficientemente approfonditi, anche in ordine alla sua compatibilità con la tutela della dignità della persona, sebbene ispirata dalla finalità di cura dello stesso minore.

                La misura, a ben vedere, prescinde del tutto dall'età del minore, nel caso di specie si tratta di un dodicenne, non ascoltato, e dalle sue capacità di discernimento.  Piuttosto, tra le misure che le autorità debbono considerare - come richiesto dai principi Cedu in ordine all'effettività del principio di bigenitorialità - potrebbe al limite essere efficace l'utilizzo delle sanzioni economiche ex articolo 709-ter del c.c. nei confronti di quel coniuge, che dolosamente o colposamente si sottragga alle prescrizioni impartite dal giudice.

                La Suprema Corte, in definitiva, cassa la decisione della Corte di appello di Roma poiché ha inteso realizzare il diritto alla bigenitorialità rimuovendo la figura genitoriale della madre e ciò sulla base di motivazioni che richiamano le consulenze tecniche, tutte miranti all’accertamento dell’alienazione parentale, nonostante la stessa sia notoriamente un costrutto ascientifico.

                Il collegio osserva, ancora, che il diritto alla bigenitorialità così come ogni decisione assunta per realizzarlo non può rispondere a formula astratta “nell’assoluta indifferenza in ordine alle conseguenze sulla vita del minore, privato ex abrupto del riferimento alla figura materna con la quale, nel caso concreto, come emerge inequivocabilmente dagli atti, ha sempre convissuto felicemente, coltivando serenamente i propri interessi di bambino, e frequentando proficuamente la scuola”.

                La Corte Suprema rileva, infine, che l’autorità giudiziaria di merito ha del tutto omesso di considerare quali potrebbero essere le ripercussioni, sulla vita e sulla salute del minore, di una brusca e definitiva sottrazione dello stesso dalla relazione familiare con la madre, con la lacerazione di ogni consuetudine di vita, ignorando che la bigenitorialità è, anzitutto, un diritto.

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GOVERNO

Family act approvato in via definitiva

                Oggi, 6 aprile 2022, il Senato della Repubblica ha approvato in via definitiva il Family Act, disegno di legge recante “Deleghe al governo per il sostegno e la valorizzazione della famiglia” con 193 voti favorevoli. “È una giornata storica per il Paese di oggi e per il Paese di domani - ha detto la Ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti - Con l’approvazione definitiva del Family Act l’Italia sceglie di attivare una riforma strutturale, integrata, sistemica per le politiche familiari, che mette al centro le nuove generazioni, l’educazione, promuove pari opportunità per le donne e per gli uomini e dà prospettiva e futuro al Paese. Nella riforma si integrano l’assegno unico e universale per i figli a carico, per risolvere il tasso di decrescita delle nascite; gli incentivi all’imprenditoria femminile; i servizi educativi territoriali, la riforma dei congedi parentali, con l’introduzione di elementi di condivisione dei carichi di cura familiare tra donne e uomini; e un grande investimento sull’autonomia dei giovani.  Questa è una grande riforma di tutti - ha concluso la Ministra - . È una riforma che si rivolge a tutto il Paese: quello di oggi e quello che noi desideriamo poter consegnare alle nuove generazioni domani”.

testo      https://famiglia.governo.it/media/2713/family-act-ddl-2459-definitivo.pdf

https://famiglia.governo.it/it/politiche-e-attivita/comunicazione/notizie/family-act-approvato-in-via-definitiva

Family Act 2022: che cos’è e cosa prevede in 10 punti

                L’approvazione del Disegno di Legge, arrivata il 6 aprile 2022, dà il via alla realizzazione di una serie interventi a sostegno della genitorialità e dei giovani previsti nell’ambito del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza. In quest’articolo vi spieghiamo in modo chiaro e dettagliato cosa prevede il Family Act 2022 analizzando ciascuna misura introdotta.

                Cos’è il family act. È un pacchetto di deleghe per il Governo, con un insieme di obiettivi che, da qui a due anni, dovrà attuare attraverso l’emanazione di provvedimenti. Gli interventi andranno ad incidere sulla materia della genitorialità e punteranno a potenziare la funzione sociale ed educativa della famiglia e a contrastare la diminuzione delle nascite. Il Disegno di Legge “Deleghe al governo per il sostegno e la valorizzazione della famiglia”, ora divenuto Legge a tutti gli effetti con 193 voti favorevoli, parte dall’iniziativa della Ministra per le pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti, e dell’ex Ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo.                          www.ticonsiglio.com/wp-content/uploads/2023/04/ddl-2459-family-act-approvato.pdf

                Vediamo, in dieci punti, quali sono tutte le misure introdotte dal Family Act per il sostegno e la valorizzazione della famiglia.

1)      assegno unico universale. Nel Family Act si è parlato per la prima volta in Italia dell’assegno unico universale, sussidio che è oggi è già realtà per le famiglie. Nella fase di approvazione del Disegno di Legge, questa misura però è stata scorporata “formalmente” dal Family Act vero e proprio e, per motivi d’urgenza, la materia è stata assegnata al Governo con un’apposita Legge Delega, la Legge 1° aprile 2021, n. 46. www.ticonsiglio.com/wp-content/uploads/2021/08/legge-1-aprile-2021-n-46.pdf

 Nel testo finale del Family Act approvato dal Senato il 6 aprile, quindi, non è più presente la delega specifica dell’AUU, sebbene faccia comunque parte lato sensu del Family Act.

                La misura, avviata a pieno regime da marzo 2022, riconosce un contributo a tutte le famiglie con figli a prescindere dal reddito, ecco perché si parla di “universale”. È unico, universale e va a sostituire gran parte delle detrazioni e i benefici previsti fino ad ora per chi ha figli a carico. Ha un importo che varia da 175 euro a 50 euro al mese per ogni figlio minorenne, calibrato rispetto all’ISEE del nucleo familiare ed è valido dal 7° mese di gravidanza fino ai 21 anni d’età, senza limiti di età per i figli con disabilità. Per ogni ulteriore dettaglio vi consigliamo di leggere la nostra guida dedicata all’Assegno Unico Universale.

www.ticonsiglio.com/assegno-unico-universale-figli

                2) rette per gli asili nido. Un altro obiettivo del Family Act è di rafforzare le politiche di sostegno alle famiglie per le spese scolastiche ed educative. Il Parlamento, così, delega al Governo l’introduzione di contributi per coprire l’importo delle rette per gli asili nido, micro nido, scuola dell’infanzia, sezione primavera, nonché per i servizi di supporto a domicilio per le famiglie con figli che hanno meno di 6 anni. In merito aiuti per le rette degli asili, tra l’altro, è già possibile usufruire del Bonus asili nido INPS che vi spieghiamo in questo articolo.                                                                                                     www.ticonsiglio.com/bonus-nido

                3) sostegno le spese per i figli con patologie. Nell’ottica del potenziamento del welfare per cercare di garantire aiuti alle famiglie con esigenze particolari, il Family Act prevede anche un potenziamento delle iniziative in favore dei figli affetti da patologie fisiche e non fisiche, compresi disturbi specifici dell’apprendimento. Per i genitori di figli affetti da disabilità sono già disponibili alcuni aiuti, come quello che vi spieghiamo in questo articolo.              www.ticonsiglio.com/contributi-genitori-disoccupati-figli-disabili

                4) contributo per acquisto libri scolastici, attività sportive o culturali. Nel Family Act è prevista anche una delega per il rafforzamento dei contributi alle spese per l’acquisto dei libri di testo alla scuola secondaria di I° e di II° grado, per i viaggi di istruzione, per l’iscrizione o l’abbonamento ad associazioni sportive, per la frequenza di corsi di lingua straniera, di arte o musicali. Si ricorda che i ragazzi possono già usufruire di bonus simili come la Carta Cultura che vi spieghiamo in questo articolo.                 www.ticonsiglio.com/bonus-cultura

                5) congedi parentali di paternità per tutte le categorie professionali. All’interno del Family Act vi sono tutta una serie di indicazioni sulle nuove norme da approvare per i congedi parentali e i congedi di paternità. L’obiettivo è quello di rientrare negli standard europei per creare un giusto equilibrio tra attività professionale e vita familiare, tenendo conto della necessità di conciliare i tempi di lavoro e quelli di vita, secondo la Direttiva (UE) 2019/1158 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 20 giugno 2019.

www.ticonsiglio.com/wp-content/uploads/2021/08/direttiva-ue-2019-1158-del-parlamento-europeo-e-del-consiglio-del-20-giugno-2019.pdf

                Tra le indicazioni previste per i congedi parentali, vi è innanzitutto quella di prevedere la modalità flessibile, nonché il diritto dei genitori ad avere permessi retribuiti in maniera molto più elastica e corposa rispetto al passato. Nel 2022 sono già state apportate alcune modifiche al congedo di paternità che sono spiegate in questa pagina,                                                                                www.ticonsiglio.com/congedo-paternita

 oltre ad essere state introdotte novità specifiche per autonomi e professionisti su cui potete avere tutti i dettagli in questo articolo.        www.ticonsiglio.com/indennita-maternita-paternita-autonomi-liberi-professionisti

Si ricorda inoltre che il Governo si è già attivato su un altro fronte per raggiungere gli standard europei predisponendo due schemi di decreto sulla conciliazione vita-lavoro che presto saranno operativi (ve lo spieghiamo in questo articolo).                                           www.ticonsiglio.com/schemi-decreto-vita-lavoro-tutele-lavoratori

                6) incentivi al lavoro femminile. Prevista nel Family Act anche l’introduzione alle agevolazioni fiscali per le spese sostenute i servizi domestici o di assistenza ai familiari con deficit di autonomia. Si tratta di agevolazioni valide quando le assunzioni intervengono con contratto di lavoro subordinato, tenendo conto della situazione ISEE familiare. In particolare, per sostenere questi incentivi il Governo ha deciso di rifarsi al Fondo di Garanzia per le piccole e medie imprese previsto con la Legge 23 dicembre 1996, n. 662, di cui una quota dovrà essere prevista riservata all’avvio delle nuove imprese femminili e al sostegno delle attività delle donne per i primi 2 anni. Inoltre, vi sono incentivi extra per il lavoro femminile nelle Regioni del Mezzogiorno. Per conoscere le novità già operative rivolte alle donne  vi consigliamo di leggere questo articolo rivolto alle mamme lavoratrici                                                               www.ticonsiglio.com/esonero-contributivo-mamme-lavoratrici

 e questo approfondimento in merito alle imprenditrici.                                    www.ticonsiglio.com/fondo-impresa-donna

                7) incentivi per lo smart working. Nel Family Act previsti anche incentivi all’impiego del Lavoro agile. I datori di lavoro che realizzano politiche per promuovere attività come Smart Working, lavoro flessibile e telelavoro riceveranno infatti misure premiali. Per le informazioni sulla disciplina attuale in merito allo Smart Working è consigliabile leggere questo articolo.                                                  www.ticonsiglio.com/smart-working

                8) agevolazione per gli affitti per le giovani coppie. Previste deleghe anche per introdurre agevolazioni fiscali per la locazione dell’abitazione principale per le giovani coppie. La cosa importante è che la loro età non superi i 35 anni quando presentano domanda. Si tratta di un modo per favorire tutte le condizioni affinché si possa pensare alla convivenza con un valido sostegno economico da parte dello Stato. Se volete conoscere altri aiuti, per gli affitti ai giovani, vi consigliamo di leggere questo approfondimento.

https://www.ticonsiglio.com/bonus-affitto-giovani-under-31/

                9) detrazioni fiscali per l’acquisto di libri universitari. Nel pacchetto è stata anche inserita la possibilità di garantire detrazioni fiscali per le spese sostenute per acquistare libri universitari per i figli maggiorenni a carico che non hanno altre forme di sostegno per l’acquisto dei testi. L’obiettivo è favorire l’autonomia finanziaria dei giovani.

                10) agevolazione per gli affitti degli studenti universitari. Tra le misure del pacchetto Family Act vi è poi, l’introduzione di agevolazioni per le spese sostenute dalle famiglie in merito ai contratti di locazione di abitazioni per i figli maggiorenni che sono iscritti a corsi universitari. Si tratta di un sostegno importante sulle spese universitarie per coloro che si stanno formando.

 

                Il Family Act rappresenta un pacchetto innovativo di potenziamento del welfare e delle politiche del lavoro per conciliare i tempi di vita privata con quelli professionali. Un concreto e reale aiuto alle famiglie che sostengono molte spese per crescere ed educare i propri figli. L’attenzione si sposta soprattutto alle famiglie con reddito medio che, in realtà, sono quelle che hanno avuto meno sostegni nel corso degli ultimi anni. L’obiettivo alla base è promuovere la parità di genere all’interno dei nuclei familiari favorendo anche l’occupazione femminile, soprattutto nel Sud Italia. Tra agevolazioni fiscali, deduzioni, esenzioni e non solo, le famiglie potranno ottenere una serie di benefici economici che aiuteranno a crescere ed educare la prole. Grazie ai fondi del PNRR,                                            www.ticonsiglio.com/pnrr-piano-nazionale-ripresa-resilienza

il Family Act sarà, secondo i suoi promotori, una vera e propria rivoluzione nel mondo del welfare e delle famiglie.                          aprile 2021                                                                                   www.ticonsiglio.com/family-act

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GUERRA E PACE

La sconfitta del Vangelo

                Quello che abbiamo più volte sottolineato riguardo alla conflittualità che come fuoco sotto la cenere covava tra le chiese nelle terre dell’Ucraina si è ormai manifestato in modo incontestabile. Questa ignobile guerra iniziata con un’aggressione del nuovo zar verso un popolo che ha stretti legami fraterni con il popolo dell’occupante è diventata una guerra anche religiosa. Si benedicono le armi degli schieramenti che si combattono, si invocano la Madonna e i santi gli uni contro gli altri, si inneggia a una vittoria che Dio darà sicuramente sul nemico. Le voci delle chiese leggono questa guerra come un’apocalisse che rivela la battaglia tra il bene e il male, tra i figli della luce e quelli del diavolo. Ed è significativo che proprio in questi giorni il parlamento ucraino abbia presentato progetti legislativi che sono chiaramente offensivi della libertà e addirittura persecutori nei confronti della Chiesa ortodossa ucraina in comunione con il Patriarcato di Mosca. Non si dica che non era prevedibile!

                Dagli anni ’90 del secolo scorso, dopo la caduta dell’Urss e il formarsi delle identità nazionali, anche le identità confessionali cristiane si sono risvegliate con la memoria ferita per la persecuzione sofferta sotto il comunismo, e nel ritrovare una soggettività, in particolare le chiese ortodosse e greco-cattolica, proprio perché chiese sorelle gemelle, in tutto uguali per fede, riti, spiritualità, si sono contrapposte in una concorrenza reciproca e quindi in un’assunzione del nazionalismo fino a renderlo inerente alla propria fede. È veramente la sconfitta del cristianesimo, si abbia il coraggio di ammetterlo! In un’ora di grave crisi per la diminuzione dei cristiani in tutto l’occidente, per l’indifferenza vigente verso le chiese, e per le difficoltà delle chiese orientali a essere presenti nella contemporaneità, questa sconfitta del Vangelo, questa chiara dimostrazione di come i cristiani non siano capaci di dare il messaggio che loro compete, messaggio di fraternità e di pace, risulta un grave fallimento, un’impotenza che dice quanto poco credibile sia diventato il cristianesimo!

                Certamente Papa Francesco, nella consapevolezza della rottura che si è verificata tra chiese ortodosse, ma anche della distanza emersa tra chiesa cattolica e chiesa russa circa la collocazione della chiesa nella società, cercherà in tutti i modi di ricostruire un tessuto di relazioni ecumeniche. Così come nel 2016 si è umiliato accettando di raggiungere il Patriarca Kirill in un’anonima sala dell’aeroporto di Cuba, sarà disposto a umiliarsi per incontrarlo il più presto possibile per non lasciare una chiesa sorella in un vicolo cieco. Il metropolita Ilarion, “ministro degli esteri” del Patriarcato russo, che è un uomo ecumenico, intelligente, e ben conosce le chiese non ortodosse, certamente lavora in questo senso, ma tutto è diventato difficile, anche perché in ogni caso molto difficile sarà per lui operare per la riconciliazione tra Mosca con le chiese slave da un lato e Costantinopoli con le chiese greche dall’altro.

                E intanto purtroppo i simboli religiosi accompagnano le azioni di violenza di questa guerra fratricida e il Vangelo è calpestato: per i non credenti i cristiani sono sempre meno credibili perché si comportano come tutti gli altri e mostrano di cercare nella religione solo uno strumento in più per la loro egemonia, la loro volontà di dominio sugli altri.

                               Enzo Bianchi      La Repubblica - 4 aprile 2022

https://www.repubblica.it/rubriche/2022/04/04/news/altrimenti-343986683

 

La Russia, Pasolini e le anime belle

                In una recente intervista la scrittrice Edith Bruck, sopravvissuta ad Auschwitz, denuncia il suo sconforto nel constatare come l'evidenza dei massacri di civili inermi perpetrati dall'esercito russo in Ucraina anziché sollevare un coro unanime di sdegno animi invece crescenti dubbi e perplessità. Gli stessi che gli storici definiti "negazionisti" adottarono per provare a sconfermare l'esistenza traumatica della Shoah. Un recente manifesto che riunisce noti e autorevoli giornalisti invita a verificare le prove, procedere con cautela nella lettura dei fatti, attenersi al reperimento degli indizi certi prima di formulare giudizi e attribuire responsabilità.

                Quanti sono stati veramente i bambini uccisi? Le donne stuprate? Gli uomini torturati? I civili ammazzati? Davvero sono morti a centinaia sotto il teatro di Mariupol? Chi lo dice? Dove sono le prove? E di quali misfatti si sono macchiate anche le truppe ucraine? Quale è la responsabilità del governo di Kiev nel rappresentare a sua volta in modo solo propagandistico la verità? Nei talk show televisivi, seguendo il fortunato schema collaudato nella pandemia, si invitano voci dissonanti, divergenti, fuori dal coro per preservare lo spirito democratico del dibattito. L'audience, come sanno bene i conduttori, in questi casi ci guadagna significativamente. Prima era il turno dei no vax con le loro variopinte casacche a difendere con vigore i diritti costituzionali calpestati dal nuovo regime total-sanitario che approfittando della pseudo-pandemia avrebbe ristretto in modo abusivo le nostre libertà individuali costringendo milioni di persone a sottoporsi a una vaccinazione con un siero non ben identificato, ma alla lunga, molto probabilmente, più letale del male che intendeva contrastare.

                Ora è il turno della guerra in Ucraina. Eppure la postura resta sempre la stessa: al centro è lo stesso pensiero anti-sistema e negazionista. Il populismo no vax si trasfigura così in quello dell'equidistanza se non dell'aperta difesa di Putin, vittima della maligna avidità dell'Occidente. Insomma, dovremmo fare attenzione alla contraffazione della verità che, attraverso la spudorata manipolazione dei media, la riduce a mera propaganda guerrafondaia che difende gli interessi americani, una Europa corrotta e incapace, l'élite finanziaria, l'oligarchia del governo Draghi, il tradimento del popolo, ecc.

                Di fatto sarebbero in corso due guerre distinte: quella che gli eserciti combattono sul campo e quella del conflitto delle interpretazioni. Seguendo il fortunato slogan secondo il quale la verità sarebbe la prima vittima di ogni guerra – i fatti sono resi irriconoscibili dalla propaganda – sarebbe solo grazie alla nobile figura del dubbio e della raccolta necessaria e paziente delle prove che si riuscirebbe a ricostruire una verità sfuggente. Ma l'effetto di questo atteggiamento è che l'evidenza viene annullata in una girandola di discorsi che finisce per annullare le responsabilità mescolandole in una sola indistinta poltiglia. Non a caso la nozione di "complessità" gioca un ruolo retorico cruciale in questa battaglia delle interpretazioni. Il rinvio del giudizio, la ricostruzione storica, l'equidistanza necessaria, l'attribuzione di eguali responsabilità dei due contendenti (Nato e Putin; Russia e Ucraina) getta, in realtà, sabbia negli occhi. Ma gli occhi di Edith Bruck, che hanno già visto l'orrore, non hanno affatto bisogno della nobile arte del dubbio, non servono a lei ulteriori prove per riconoscere un crimine di guerra. Se un regime, come quello russo, occulta sistematicamente da più di vent'anni la verità, reprime il dissenso, abolisce ogni forma di democrazia, uccide e avvelena gli oppositori, coltiva il sogno della Russia come baluardo nei confronti della democrazia, scatena una guerra nel cuore dell'Europa, bombarda le città, uccide i civili inermi, è davvero necessario sollevare dubbi, perplessità, interrogativi sul massacro di Bucha e agli altri che purtroppo ne seguiranno? Nel nome di quale concezione astratta della verità? Non sono sufficienti le testimonianze, le immagini, i racconti dal fronte? Ma, direbbero i preoccupati per la difesa ad oltranza della verità, alcuni dettagli non tornano, alcuni elementi restano contraddittori, non tutto quadra, bisogna fare attenzione.

                "Anime belle del cazzo", risponderebbe loro Pasolini, non vedete che qui c'è un popolo che lotta disperatamente per la difesa eroica della propria terra offesa da una invasione che non può avere giustificazioni? Nella sproporzione delle forze, nell'ingiustizia di un'aggressione subita, nella cieca violazione dell'intimità delle famiglie, nelle città rase al suolo, nell'atroce sofferenza collettiva, un popolo resiste. E voi credete davvero che nel nome della ricerca paziente della verità sia necessario mostrare la sfumatura, indicare dove le acque si mescolano, le colpe comuni, gli inganni e i torti reciproci, problematizzare, disquisire per scambiare i piani, mettendo sullo sfondo ciò che deve restare al centro e viceversa?

                È quello che accade talvolta anche nel caso delle separazioni conflittuali tra coppie. Esiste una verità comunemente riconosciuta: la responsabilità va sempre distribuita in parti eguali. Poi però ci sono anche situazioni cliniche dove la responsabilità è con evidenza di una sola delle due parti; e, questi casi, è solitamente la responsabilità di chi non è in grado di accettare la volontà di libertà dell'altra parte. È il maschilismo evidente della guerra di Putin: non tollerare la libertà di una terra che considera di sua proprietà.

Massimo Recalcati         “La Stampa”      10 aprile 2022

www.lastampa.it/editoriali/lettere-e-idee/2022/04/10/news/la_russia_pasolini_e_le_anime_belle-2920735/

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202204/220410recalcati.pdf

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OMOFILIA

Card. Marx: "L'omosessualità non è un peccato, e il catechismo si può cambiare".

                «L'omosessualità non è un peccato», e «il catechismo non è scolpito nella pietra» sono due frasi che, pronunciate da un ecclesiastico, sono già in sé sorprendenti. Se poi sono collegate, a indicare che la visione negativa dell'omosessualità contenuta nel Catechismo della Chiesa cattolica (che ne definisce gli atti «intrinsecamente disordinati») può e deve cambiare, assumono un carattere piuttosto dirompente. Ad averle pronunciate è l'arcivescovo di Monaco card. Reinhard Marx, in una lunga intervista a tutto tondo alla rivista tedesca Die Stern (30/3), originata dalla sua prima celebrazione, qualche giorno prima, a una funzione della comunità queer locale; su una delle torri della Chiesa, St. Paul, campeggiava una bandiera arcobaleno. «L'omosessualità non è un peccato», esordisce il cardinale. «È un atteggiamento cristiano che due persone, indipendentemente dal sesso, si supportino a vicenda, nella gioia e nel dolore. Sto parlando del primato dell'amore, soprattutto nell'incontro sessuale. Ma devo ammettere che dieci o quindici anni fa non avrei potuto immaginare di celebrare questo servizio. Ne sono stato molto contento».

                La celebrazione – spiega Marx nell'intervista – viene da anni di impegno teso a «includere le persone queer e non escluderle. La comunità cattolica queer esiste da 20 anni, frequenta regolarmente le funzioni religiose e mi ha invitato a questo anniversario. Anche questa comunità ha sperimentato ostilità nel corso degli anni ed è diventato importante per me che trovino una casa nella Chiesa».

                Paura di qualche reazione da Roma? «Ho ricevuto alcune lettere sull'argomento negli ultimi anni, ma penso di fare la cosa giusta. Da anni mi sento più libero di dire quello che penso e voglio far progredire l'insegnamento della Chiesa. Anche la Chiesa sta cambiando, al passo con i tempi: le persone LGBTQI sono parte della creazione e amate da Dio, e noi siamo chiamati a opporci alla discriminazione. La Chiesa forse è più lenta per alcuni aspetti, ma questo è uno sviluppo che sta avvenendo ovunque. Fino a pochi anni fa la maggior parte delle aziende non avrebbe accettato amministratori apertamente gay». Il peccato non c'entra: la vera discriminante, afferma Marx, è «la qualità delle relazioni. E di questo non si è sufficientemente discusso nella Chiesa. Ma peccato significa allontanarsi da Dio, dal Vangelo, non si possono accusare tutte le persone che vivono un amore omosessuale dicendo: via tutti».

                Marx spiega come dovrebbe cambiare il Catechismo: «L'etica inclusiva che immaginiamo non è più permissiva, come alcuni sostengono. Si tratta di qualcos'altro: incontrarsi su un piano di parità, con rispetto per gli altri. Il valore dell'amore si rivela nella relazione; nel non oggettivare l'altro, nel non usarlo o umiliarlo, nell'essere leali e affidabili gli uni con gli altri. Ci sono persone omosessuali, diverse, queer e trans, non possono e non dovrebbero essere diversi da ciò che sono»; «Credo che Dio cerchi la comunione con loro come la vuole con tutte le persone. Per me è piuttosto un peccato voler spingere gli altri fuori dalla Chiesa. Se si vuole questo, bisogna iniziare da se stessi».

                Occorre comprendere che «il catechismo non è scolpito nella pietra. Si può anche dubitare di cosa contiene. Avevamo discusso queste domande al sinodo della famiglia, ma c'era una certa riluttanza a scrivere qualcosa. Anche allora, qualcuno molto conservatore mi ha chiesto cosa pensassi riguardo all'omosessualità. Gli ho detto: le persone vivono in una relazione d'amore intima che ha anche una forma di espressione sessuale. E vogliamo dire che non vale niente? Certo, ci sono persone che vogliono che la sessualità si limiti alla procreazione, ma cosa dicono delle persone che non possono avere figli? Ad essere onesto, mi sento anche un po' strano a parlare troppo dei dettagli del genere da persona che...». «...che non ha una sessualità?», incalza il giornalista di Stern; «Naturalmente, come tutti gli altri, sono una persona sessuale. Ho anche una sessualità, anche se non ho una relazione», risponde Marx. «Chiunque minacci gli omosessuali con l'inferno in generale - prosegue il cardinale - non ha capito nulla. E quando ascolto la donna trans parlare al nostro servizio queer in chiesa su quanto sia stato doloroso il suo percorso - anche nella fede - devo avvicinarmi a lei».

                Marx ha già benedetto una coppia omosessuale: è stato alcuni anni fa a Los Angeles, dopo una funzione «in cui avevo predicato sull'unità e la diversità; sono venute due persone che hanno voluto incontrarmi e hanno chiesto la mia benedizione. L'ho fatto. Non era un matrimonio. Non possiamo offrire il sacramento del matrimonio».

                Marx amplia il discorso all'amore in generale: «Non è solo amore coniugale. Ci troviamo anche di fronte alla domanda su cosa fare con i divorziati che si sono risposati. Non ricevono più una benedizione? In quel contesto, sarebbe utile se potessimo benedire la loro unione. Ma non si tratta della mia opinione personale, si tratta di creare un consenso. In Africa, per esempio, o nelle Chiese ortodosse, ci sono a volte visioni completamente diverse. Non fa bene alle persone se ci dividiamo su questa domanda, ma non dobbiamo nemmeno stare fermi». In definitiva, «in tutte le relazioni tra le persone, comprese le coppie dello stesso sesso, il vangelo è il metro di misura: vogliamo vivere fedelmente gli uni con gli altri e trovare la forza di perdonare»; «Per noi sacerdoti cattolici la domanda dovrebbe essere: le due persone vivono in una relazione impegnata? E poi: una benedizione non è un sacramento, ma un incoraggiamento. Questo è un tema emotivo; so già cosa scriveranno nelle lettere che verranno dopo questa intervista».

                Riguardo al patriarca di Mosca Kirill che condanna l'omosessualità come idea occidentale, «La mia convinzione è che come cristiano, difendo la pace, la libertà, la democrazia e i diritti umani. Ciò include garantire che le persone non siano discriminate o addirittura perseguitate a causa del loro orientamento sessuale». Peraltro osserva Marx, nella Chiesa cattolica «ci sono opinioni diverse sull'omosessualità. Molti condividono la nostra valutazione. La chiesa universale è composta da chiese particolari di diverse culture. Il Papa è il fondamento dell'unità. Ciò significa che deve assicurarsi che in tutta questa faccenda continui il dialogo. Questo è un vivace processo di discussione che è cruciale per l'ulteriore sviluppo della Chiesa».

                Marx affronta anche un altro tema caldo, quello del diritto del lavoro all'interno delle istituzioni ecclesiali per le persone LGBTQI+: «Nella nostra arcidiocesi nessuno è sanzionato per questo motivo e lavoriamo da anni per creare fiducia e garantire un clima di lavoro improntato al rispetto. Ma, naturalmente, è ancora necessario stabilire con fermezza che non si può essere licenziati per motivi di orientamento sessuale o per un nuovo matrimonio. Non può dipendere dalla buona volontà del vescovo o del vicario generale in carica».

                E sui preti sposati, che Marx, come ha già affermato in più occasioni, non fa fatica a immaginare: «Sì, non crollerà tutto quando ci saranno sacerdoti celibi e sposati. Ciò è dimostrato osservando altre Chiese». Per lui, la scelta del celibato è stata importante: «All'epoca, al corso prima dell'ordinazione sorridemmo tutti alla formula che bisognava sottoscrivere: "Sono felice di diventare celibe". Ma eravamo uniti anche dal pensiero che la chiamata al sacerdozio è la cosa più grande e più bella che si possa immaginare per noi. Ho fatto molte pazzie da adolescente. I miei coetanei non diranno di me che ero un tipo noioso che non voleva fare festa. Successivamente ho trascorso il mio anno sabbatico come candidato al sacerdozio a Parigi e ho potuto conoscere questa grande città. 1974, tempo di nuovi inizi! Certo, c'era anche l'attrazione di scoprire la vita amorosa, ma l'altra era più forte per me».

                «Sì è mai innamorato?», chiede il giornalista a Marx. «Perlomeno non abbastanza da dire che avrei buttato tutto all'aria per qualcuno. Ma ovviamente trovo anche le persone attraenti, sarebbe falso negarlo. Celibato non significa vivere senza relazioni umane, saremmo molto poveri».

                Oggi Marx, che da giovane sacerdote amava vivere da solo, oggi vive in comunità: «C'è il cappellano, ci sono due suore, una delle quali è con me da oltre 20 anni. Ci conosciamo molto bene, sappiamo molto l'uno dell'altro, eppure ci diamo ancora del lei. Viviamo insieme in una comunità, per così dire in una famiglia, con il nostro stile. Quindi, non vivo da solo, e non potrei nemmeno. Ha senso che le prime pagine della Sacra Scrittura dicano: Non è bene che l'uomo sia solo».

                Peraltro, ha sempre voluto fare il prete: «Ricordo ancora quando il cappellano venne a casa nostra perché era il mio turno per la Prima Comunione e mia madre gli disse sulla soglia per salutarlo: Reinhard vuole fare il prete. Il cappellano sorrise e disse: Bene, aspettiamo e vediamo». A chi gli ha chiesto di recente se oggi avrei scelto di nuovo il sacerdozio: «Normalmente si risponde a una domanda del genere molto rapidamente. Ma ho detto che la risposta non era così facile per me. Mi piace essere un prete. Questo non è cambiato. Quando celebro la messa al mattino, so quanto sia fortunato. Non voglio farne a meno. Ma non immaginavo sarebbe stato così difficile».

Ludovica Eugenio            Adista                  03 aprile 2022

www.adista.it/articolo/67849

 

“Anche il nostro è amore” Il primo ritiro di preghiera per coppie gay e lesbiche

                L’incontro si intitolava “La gioia dell’amore” e la brochure era con tanti omini Lego colorati a passeggio su un tappeto arcobaleno. Lo scorso weekend, dalle suore Orsoline di Cesenatico, si è tenuto il primo ritiro nazionale per coppie cristiane gay e lesbiche. E per la Chiesa italiana è una piccola rivoluzione. Due giorni di preghiera, amore e omosessualità. C’erano don Maurizio Mattarelli, che sotto le Due Torri segue il gruppo “Coppia e incolla”. E don Gabriele Davalli, parroco e responsabile dell’ufficio pastorale della famiglia della diocesi. Oltre a ventitré coppie arrivate da tutta Italia. Chi stava insieme da vent’anni, chi da uno. Chi dalla Chiesa era stato sbattuto fuori. Chi nella vita di prima era una suora. Tra loro si chiamano consorti, perché a differenza di marito e moglie è una parola senza genere.

                Annachiara ha 42 anni ed è fidanzata con la compagna da tre anni e mezzo. «Personalmente — racconta — ho dovuto fare un percorso per capire qual era il vero volto di Dio. Se era un Dio che faceva figli sani e figli malati. E perché consentiva ad alcuni di vivere l’amore e ad altri no. Oppure se c’era da interrogarsi su un amore più grande. Per anni ho tagliato pezzi, ho cercato di guarire, mi sono state proposte terapie riparative. Poi, quando mi sono trovata di fronte al desiderio di morte, mi sono detta che forse il Dio della vita non voleva questo da me. Ma nei testi ufficiali si dice che io, in quanto lesbica, sono “disordinata”». Pietro, 39 anni, invece ha un percorso più sereno. Si unirà civilmente al suo compagno a giugno. «Sono cresciuto in una parrocchia che ancora frequento — dice — ho avuto un’esperienza fortunata. Ma non è scontato trovare il prete che ti ascolta, che mette l’incontro e la persona davanti al pregiudizio».

                Non è la prima volta che la Chiesa incontra fedeli Lgbt. Ma una cosa è accogliere i singoli, un’altra fare insieme un percorso, simile ai corsi prematrimoniali. «Le persone sono arrivate da Trieste, Gallarate, Genova, Pescara — spiega don Maurizio — Il sabato abbiamo fatto attività sulla vita di coppia. La domenica la messa. Si è parlato anche dell’accompagnamento nella Chiesa, è ovvio. Del resto il dibattito è aperto: il cardinale tedesco Reinhard Marx ha chiesto di cambiare il catechismo». Lo ha fatto in un’intervista sul settimanale Stern , in cui afferma che «l’omosessualità non è peccato». A Cesenatico però, assicura don Davalli, non si è parlato di dottrina. «Abbiamo cercato di guardarci negli occhi — dice — Da queste persone emerge il desiderio di essere parte della comunità cristiana, dando valore e dignità alla loro relazione», spiega Davalli, precisando che l’incontro non era promosso dalla diocesi. Anche se ovviamente il cardinale di Bologna Matteo Zuppi ne era informato. «È la prima volta — spiega Innocenzo Pontillo, presidente dell’associazione La tenda di Gionata — che coppie credenti Lgbt fanno un percorso di accoglienza in una struttura religiosa. Fino a due anni fa, della coppia omosessuale nella Chiesa non si parlava. Per il catechismo, l’omosessualità è un’inclinazione disordinata».

                Al fianco dei parroci bolognesi c’erano Corrado Contini e sua moglie Michela: vengono da Parma e

da anni girano l’Italia per incontrare coppie Lgbt. «Siamo genitori e nonni — dicono — Uno dei nostri figli, che ora ha 42 anni, è gay. Questo percorso è cominciato da lui, che un giorno ci ha detto: ma voi, così impegnati in parrocchia, cosa fate per quelli come me? Da allora abbiamo incontrato persone, gruppi, altri genitori, ragazzi e ragazze, gay e lesbiche, cristiani. Quest’anno c’è il sinodo e abbiamo pensato che per queste coppie fosse importante incontrarsi. Dire alla Chiesa che esistono ed esiste il loro amore». Diversi hanno raccontato storie di allontanamento dalle parrocchie, di sofferenza, esclusione. «Alcuni sono stati feriti — spiega Laura Ricci, la psicologa che segue il gruppo di Bologna con don Mattarelli — anche in parrocchia, gli è stato detto: tu non fai parte del progetto di Dio. A Cesenatico abbiamo parlato di pregiudizi, di benedizione e di inclusione».

Caterina Giusberti           “la Repubblica”               8 aprile 2022

https://bologna.repubblica.it/cronaca/2022/04/08/news/coppie_gay_lesbiche_chiesa-344589906

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PARLAMENTO

Camera dei Deputati. Nuove norme sulla cittadinanza

5 aprile 2022. Commissione Affari costituzionali. In sede referente

Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, recante nuove norme sulla cittadinanza.

Giuseppe BRESCIA, presidente e relatore, in risposta al deputato Prisco, fa presente che le proposte emendative da esaminare sono circa cinquecento.

www.camera.it/leg18/824?tipo=A&anno=2022&mese=04&giorno=04&view=&commissione=01#data.20220404.com01.allegati.all00010

www.camera.it/leg18/824?tipo=C&anno=2022&mese=04&giorno=05&view=&commissione=01&pagina=data.20220405.com01.bollettino.sede00040.tit00010#data.20220405.com01.bollettino.sede00040.tit00010

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RIFLESSIONI

Quale bilancio del nostro velleitarismo ecumenico?

                Li chiamiamo "fratelli ortodossi" ma oggi, per colpa di una guerra, chi sono davvero per noi? Francesco conferma l’abbraccio ai “fratelli”, ma non può, anche se vorrebbe, ripetere la mediazione che fu possibile a Giovanni XXIII quando il mondo rabbrividì per il pericolo dell'istallazioni di missili balistici sovietici a Cuba, una provocazione piena di minacce per gli Usa di Kennedy e la Russia di Krusciov: era il 1962 e la logica delle sfide e relativo onore da salvare - che connota i maschi e anche i governi (oggi contagia anche la vicepresidente americana Pamela Harris) imponeva la risposta armata, un'altra guerra "mondiale" vent'anni dopo la "seconda". A nulla erano valsi i tentativi e i Due Grandi - che non volevano arrivare all'amato ok corral anche nel Far West americano - trovarono non indecoroso cedere al Papa. Oggi Francesco non può permetterselo. La chiesa ortodossa ha sofferto il dramma dello scisma del patriarcato di Kiev che nel 2019 si è proclamato "autocefalo" ottenendo la legittimazione del patriarcato di Alessandria e degli ortodossi greci, non dal patriarcato istituzionale di Costantinopoli. L'azione anarchica e, soprattutto, nazionalista dell'ortodossia ucraina si è di fatto resa responsabile del distacco politico dal patriarcato di Mosca da cui dipendeva. Una vertenza sull'autocefalia non fa ridere, tanto più in questo momento e nonostante il buon senso che vorrebbe le chiese disimpegnate dagli interessi dei governanti. In questi giorni non si tratta più, infatti, di questioni teologiche, ma di quel potere che non è solo giuridico e canonico, ma amministrativo e politico. Il patriarca di Mosca Kiril nega la legittimazione del patriarcato di Kiev nel momento in cui è chiara la sua opposizione alla Russia di Putin e allo stesso modo il dittatore postsovietico intende recuperare a gloria della Santa Madre Russia, l’impero russo zarista con la benedizione del patriarca di Mosca. Solo che la fraternità e la comunione se ne vanno senza Cristo dietro la guerra.

                Intanto anche noi siamo rimasti fuori dal cuore dell’ecumenismo. Bisogna che confessiamo di essere clericali: preghiamo, studiamo (pochi) teologia ecumenica, facciamo bellissimi convegni. In realtà siamo sempre noi (cattolici) la maggioranza; inevitabile, ma anche poco sensibili alla solitudine ignara del mondo cattolico di base non coinvolto nella ricerca di una fraternità confessionale di reciproca libertà. In genere nelle parrocchie non si conosce neppure il significato dell’impegno: siamo prigionieri della tradizione “colta” di una pratica detta “ecumenica”, che, se vuol dire universale, sarebbe meglio tradurla. Ma, di fatto, mi sento - proprio per il mio interesse rimasto di nicchia oggi più di quando il Sae [Segretariato Attività Ecumeniche] prese il volo con Maria Vingiani (1921-2020) in difficoltà: sono arrivati tanti ortodossi in questo mese di guerra, tutti accolti con emozione condivisa, per la libertà dell’Ucraina. Ma la maggioranza degli arrivati trova qui da noi i/le parenti che lavorano in Italia: molte badanti hanno potuto accogliere la madre o la sorella con i bambini per la generosità delle famiglie dove da anni curano un nostro anziano. Ma non le abbiamo mai viste alle nostre riunioni.

                Ai margini, per chi cerca di dare senso all’ecumenismo, c’era stato il caso di Bose. La formula postconciliare della Comunità monastica di Enzo Bianchi si è modificata diventando “monastero”, una trasformazione chiaramente alternativa anche sul piano della spiritualità e delle tematiche di studio. La Comunità era nata mista, comprensiva di uomini e di donne, non era riservata a soli presbiteri (l’abate Enzo Bianchi non lo è) e nemmeno ai soli cattolici. Infatti nell’attività di ricerca privilegiava la relazione e lo studio dell’ortodossia. Ricordando questa “fratellanza” sempre aperta alla partecipazione, non si può non pensare all’importanza che poteva avere la relazione con i vari patriarcati nella tragedia della guerra attuale che ha sciaguratamente approfondito il solco tra Kiev e Mosca anche sul versante religioso cristiano. La chiesa di Mosca invece di accogliere l’unità di fede come sostegno comune nella situazione blasfema della guerra, ha scelto di accettare la sfida e seguire la tradizione conservatrice che vuole l’Occidente corrotto e immorale e il primato della madre Russia. Anche se Papa Francesco, dopo essere stato bloccato dalla tensione tra i patriarcati, riuscirà, senza interferire in casa altrui, a richiamare Kiril all’abbraccio cristiano con il papa cattolico romano, la guerra estrema farà pagare cari i suoi costi, tra cui la frustrazione di quando i conflitti entrano nelle chiese.

                               Giancarla Codrignani                    “www.finesettimana.org”  5 aprile 2022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202204/220405codrignani.pdf

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SINODO

“Viandanti” pubblica sia le sintesi dei “gruppi sinodali” sia gli interventi individuali

Volendo dare un contributo alla trasparenza del cammino sinodale, il sito web “Viandanti” pubblica sia le sintesi dei “gruppi sinodali”, sia gli interventi individuali che ci verranno inviati alla seguente casella di posta elettronica: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

Viandanti è un’associazione di fatto, senza fini di lucro, costituita il 26 giugno 2010 a norma del Codice Civile; nello stesso tempo è un’associazione di fedeli, che secondo il Codice di Diritto Canonico “ hanno il diritto di costituire associazioni, mediante accordo privato” (Can. 299).

Viandanti è espressione di (e per) un laicato cristiano adulto che, assumendo a pieno le responsabilità che gli derivano dal Battesimo, vuole operare in modo responsabile sui temi ecclesiali e sociali.

                Alcune delle motivazioni che hanno spinto a dare vita all’iniziativa sono state:

¨       L’esigenza di dare piena realizzazione al magistero del Concilio ecumenico Vaticano II sui laici.

¨       La considerazione che il laicato nella Chiesa è un soggetto debole, sia nella capacità di proposta, sia nello svolgimento dei vari ruoli che potrebbe/dovrebbe avere nella vita della Chiesa.

¨       La constatazione che il laicato, pur essendo una grande porzione del Popolo di Dio resta in una situazione di marginalità.

¨       La necessità di un laicato che sia capace di contributi qualificati e di libertà di parola (l’evangelica parresìa) nelle comunità ecclesiali e nel rapporto con la gerarchia, mentre normalmente ci si trova di fronte ad una situazione di “afonia” che priva la Chiesa della ricchezza del contributo di una sua importante componente.

¨       Viandanti non si pone come gruppo di pressione. Intende essere una voce dell’opinione pubblica nella Chiesa, con una presa di parola libera, pubblica e per amore della Chiesa stessa, nella consapevolezza che nella Chiesa tutto ciò deve avere la natura e le modalità che, diversamente dalla politica, caratterizzano una comunità di fede.

Viandanti è stata costituita il 26 giugno 2010 dai seguenti soci fondatori:

www.viandanti.org/website/chi-siamo/i-viandanti-si-presentano/

 

Contributi alla consultazione per il sinodo della chiesa

                Siamo un Gruppo Cristiano di Base nato a Pietralacroce (AN) 40 anni fa, negli anni in cui si stava rompendo l’unità politica dei cattolici. Il gruppo è attivo nella città anche con iniziative pubbliche, è composto da 20-30 persone, provenienti da precedenti gruppi e esperienze diverse, che si riuniscono periodicamente intorno alla Parola di Dio. Vorremmo dare il nostro contributo sia al cammino preparatorio del Sinodo generale (2023) che a quello italiano (2025).

                Apprezziamo il tentativo del Sinodo di ascolto e consultazione di tutto il Popolo di Dio, anche dei non praticanti e dei diversamente credenti. Anzi, ci siamo tante volte sconcertati che neppure la Parrocchia abbia in passato mai sentito il bisogno di confronto con un’esperienza cristiana presente nel quartiere, portata avanti da persone attive nel volontariato di quartiere e a favore dei disabili del Centro H di Ancona, esperienza di ricerca cristiana che ha visto la partecipazione di biblisti di fama internazionale come Ortensio da Spinetoli (1925-2015) frate francescano per molti anni emarginato dalla gerarchia e mai riabilitato o ammesso all’ascolto, pur avendo rivolto un caldo appello prima di morire a papa Francesco), di p. Alberto Panichella, ora missionario in Brasile, p. A. Maggi, don A. Romagnoli, p. B. Maggioni, e altri. Eppure ci siamo abbeverati alle stesse fonti.

                Abbiamo provato a fare delle considerazioni su alcuni dei 10 Nuclei Tematici proposti dalla Diocesi di Ancona, che sintetizzano il Documento Preparatorio del Sinodo. Nelle considerazioni che seguono, frutto di discussione comunitaria, ci riferiamo a volte specificamente alla Parrocchia di Pietralacroce, che consideriamo più aperta all’ascolto della media, e a volte ai rinnovamenti necessari per la Chiesa in generale.

  1. Compagni di viaggio: bisognerebbe ampliare l’ambito in cui riconosciamo i compagni di viaggio, anche inserendoci anzitutto i single (spesso trascurati), le persone omosessuali e le persone separate dal coniuge e magari poi riaccompagnate o risposate, che spesso si sono allontanate dalla pratica religiosa perché a loro è stata negata l’Eucarestia per la loro condizione: l’Eucarestia non va considerata un privilegio per chi la merita, ma un aiuto per chi ne ha bisogno e assunzione di responsabilità verso i fratelli. Divorziati risposati, LGBTQ ci sono anche nella nostra Parrocchia: essi vanno percepiti come parte della comunità, la pastorale deve essere non discriminante, non devono sentirsi sbagliati e nel peccato; ormai quasi tutti concordano che non si sceglie di essere omosessuali e transessuali, lo si è. L’esclusione dunque non avviene per le scelte fatte ma per quel che si è. Vanno riconosciuti a pieno titolo come compagni di viaggio i credenti non praticanti e anche i non credenti impegnati nella solidarietà e nel volontariato (per es. a favore di disabili, immigrati, poveri). Ce ne sono anche nella nostra Parrocchia ed esprimono quella libertà dello Spirito che si manifesta spesso in azioni concrete, espressione della libertà evangelica.
  2. Ascoltare e prendere la parola: siamo in debito d’ascolto verso i giovani sia come operatori ecclesiali che come genitori: genitori e operatori vanno formati anche sulle tecniche d’ascolto, come il colloquio d’aiuto e, in generale, la relazione d’aiuto. Vanno maggiormente ascoltate le donne, che sono la maggior parte dei praticanti. Il femminismo, inteso come superamento di ogni discriminazione nei confronti delle donne, ed il superamento del sessismo, inteso come predominio di un sesso sull’altro, sia maschile che femminile, sono risorse e rivoluzione ancora incompiuta. Non ci sono motivi fondati per escludere le donne dal diaconato e dal sacerdozio (esse sono state al seguito di Gesù e a loro è stato affidato il primo annuncio della Resurrezione), pur se la prospettiva della nostra comunità è orientata verso un sacerdozio universale, espresso nelle singole comunità. L’idea che ci pervade è quella di una Chiesa (e di un mondo) dove sussista la reciprocità dei rapporti e la condivisione del potere, inteso come servizio e assunzione delle responsabilità in capo a donne e uomini. Si critica quindi l’impianto gerarchico, patriarcale e maschilista della Chiesa, nella consapevolezza che la liberazione da ogni forma di dominio e oppressione è in sostanza anche una ricerca spirituale. Ci sembra che riappacificare la chiesa col mondo femminile sia il presupposto per rendere credibile la difesa ecclesiale della parità di genere anche nella società civile. Va ascoltata la solitudine, anche psicologica ed affettiva dei sacerdoti, ai quali va riconosciuta la possibilità di sposarsi, lasciando il celibato opzionale, non obbligatorio (d’altra parte Gesù accoglieva al suo seguito persone sposate).
  3. Occorre affrontare lo scandalo della pedofilia parlando con coraggio e cercando la verità e la trasparenza: va quindi nominata una commissione indipendente che faccia emergere i colpevoli, riconosca la centralità delle vittime e la necessità di un ristoro anche di tipo economico. Vanno ascoltati i laici che finora, seppur partecipi del comune Battesimo, sono sempre stati considerati figli di un dio minore; ormai non si tratta più del riconoscimento di un diritto, quanto di una necessità, visto il crollo delle vocazioni sacerdotali. I laici vanno ammessi al commento della Parola di Dio e alla partecipazione attiva nella somministrazione dei sacramenti.
  4. Corresponsabilità nella missione: va promosso il fiorire delle comunità, intese in senso lato, non solo come comunità parrocchiale ma anche come piccoli gruppi di persone che si interrogano e coltivano insieme la ricerca di spiritualità e di adesione al Vangelo. Queste comunità possono sostenere l’impegno dei singoli nel lavoro, nelle varie attività di volontariato, nella cura di anziani e bambini, attraverso l’approfondimento e la condivisione di letture bibliche e non, lo scambio di esperienze di vita e l’amicizia. Insieme è più facile il discernimento delle scelte che coinvolgono la propria vita e quella degli altri, il richiamo alla coerenza e a stili di vita essenziali, e il più possibile rispettosi dell’ambiente.
  5. Dialogare nella chiesa e nella società: per quanto sopra espresso ci si aspetterebbe anche da parte della Chiesa e delle gerarchie ecclesiastiche uno stile di vita più improntato al Vangelo che alla mondanità. Il denaro deve essere considerato un mezzo per il raggiungimento di finalità sociali e una migliore distribuzione porterebbe a diminuire le disuguaglianze e le sperequazioni. Destano scandalo gli investimenti finanziari speculativi del Vaticano, non sempre alla luce del sole, di ingenti patrimoni della Chiesa per trarne il massimo profitto. Non sono pertanto sufficienti lo stile di vita sobrio di papa Francesco e i suoi richiami a tenersi alla larga da auto-celebrazioni e mondanità. A questo proposito i riti della liturgia, spesso pomposi e magnificenti, contribuiscono a mantenere lontano e distaccato il popolo di Dio, che vede la sostituzione del culto al Vangelo. In particolare per l’Italia vanno superati i privilegi concordatari alla chiesa cattolica, come l’inquadramento dei cappellani militari nell’esercito e gli effetti civili delle sentenze di nullità matrimoniali pronunciate dai tribunali ecclesiastici; va ripensato l’insegnamento nelle scuole della religione cattolica.
  6. Dialogare con le altre confessioni cristiane e con le altre religioni: va incrementato il dialogo anche con le altre Confessioni cristiane e con le altre religioni, nella consapevolezza che Dio è unico, diverse sono solo le modalità di rapportarsi a lui. Il dialogo dei cristiani con le altre religioni deve partire dalla consapevolezza che “la fede è comunione con Dio, è la stessa in tutti i credenti, mentre il modo d’intenderla, che è teologia, non può essere che molteplice, a seconda dei luoghi, dei tempi, delle culture di coloro che l’accolgono; ancora più diversificati sono i modi di esternarla, ossia di celebrarla (religione)” (Ortensio da Spinetoli, Lettera a papa Francesco, 2013).
  7. Autorità e partecipazione: nella chiesa l’espressione “amicus Plato, sed magis amica veritas” è stata intesa come priorità dell’istituzione e suo monopolio nella ricerca della verità. A farne le spese sono stati i vari Galileo che hanno subito il potere gerarchico e la sua primazia sulle persone, al contrario di Gesù che ha affermato che il sabato, la legge, la verità è per l’uomo e non l’uomo per il sabato. Invece una chiesa sinodale è una chiesa plurale, partecipativa e corresponsabile. “La Chiesa è la patria di tutti, anche dei diversamente pensanti e persino dei dissenzienti”. Con queste parole Ortensio da Spinetoli si rivolgeva a papa Francesco nella lettera-appello per una chiesa pacificata e in ascolto e dialogo, anche con coloro (molto autorevoli in questo caso) che s’esprimono in maniera difforme all’insegnamento tradizionale. Vogliamo qui allegare integralmente il testo della lettera di Ortensio del 2013, e rivolgerla nuovamente all’attenzione del papa Francesco (ed alla sua presa in carico) in questo percorso sinodale e di grande apertura.

                Lettera a papa Francesco            Recanati, 20 settembre 2013

                Caro papa Francesco,                                   è la seconda volta che mi indirizzo così in alto. Al tempo di Paolo VI fui esortato ad inviare una missiva “sul suo sacro tavolo” nella speranza di sottrarmi a un immotivato “atteggiamento persecutorio” da parte dei vescovi della regione, di due dicasteri vaticani e de “L’Osservatore romano” (“da lì non dovrebbero attaccarla perché lei non può rispondere”, mi confidò mons. Capovilla). La

lettera arrivò a destinazione, come mi segnalò mons. Benelli, ma non servì a niente. Ora non scrivo per tornare su tali tristi vicende (“con te hanno compiuto ogni sorta di ingiustizia”, mi disse anni dopo quegli che era stato il mio “avvocato d’ufficio”) che ho superato grazie a Dio che mi ha conservato in salute e ai superiori del Biblico1 che non mi hanno precluso l’accesso alla biblioteca e quindi la possibilità di tenermi aggiornato sui progressi della scienza biblica e di farli conoscere con nuove pubblicazioni, che poi provocavano ulteriori interventi della grande congregazione (dopo i mons.ri Parente e Bovone, i card.li Seper, Garrone, Ratzinger, Bertone). Scrivo perché un professore tarantino, che aveva letto un mio trafiletto sul “Papa francescano”, mi aveva esortato ad inviarle copia di un mio libro Chiesa delle origini, Chiesa del futuro che secondo lui collimava con la Sua linea pastorale, ma a me è sembrato più opportuno farle pervenire una proposta egualmente in sintonia con il rinnovamento ecclesiale che sembra voler mettere in atto. Eccola.

[1] Dopo la convocazione nella Sala Nervi dei portatori di handicap, la visita del giovedì santo ai carcerati di Regina Coeli, l’incontro con gli esuli approdati sulle coste siciliane, perché non pensare a un raduno dei “dispersi d’Israele”, cioè di quanti nella chiesa hanno subito incomprensioni, preclusioni, esclusioni, condanne, a motivo non di reati ma delle loro legittime convinzioni teologiche, bibliche o etiche? Quante Lampeduse, non diciamo Gulag, si possono riscontrare nella storia della chiesa! Papa Benedetto, poco dopo la sua elezione, ha invitato nella sua villa estiva Hans Küng, ma quanti altri che pur ne avrebbero avuto diritto ha lasciato fuori? Non per un’assoluzione o promozione, ma per quel tanto di dignità e di rispetto loro dovuto e sempre negato.

[2]. La chiesa è la patria di tutti, anche dei diversamente pensanti e perfino dei dissenzienti, come avviene in qualsiasi società civile dove coesistono orientamenti contrapposti, perfino ostili tra di loro senza che per questo vada a catafascio. La fede, che è comunione con Dio, è la stessa in tutti i credenti, mentre il modo di intenderla, che è teologia, non può essere che molteplice, a seconda dei luoghi, dei tempi, delle culture di coloro che l’accolgono; ancora più diversificati sono i modi di esternarla ossia di celebrarla (religione).

[3]. Forse non si sa con certezza quello che Gesù “ha fatto e detto” (At 1,1) ma, vista la sua indole “mite ed umile” (Mt 11,29), la sua predicazione propositiva e non impositiva, il suo stile parenetico e non dommatico, i suoi temi preferiti quali l’accoglienza, la carità, l’amore, il perdono, nessuno può mai pensare che posso aver negato il suo riferimento, peggio abbia messo al bando chicchessia o abbia suggerito ai suoi di fare altrettanto con chi non era in sintonia con il suo e il loro insegnamento. Anzi, sembra che abbia fatto il contrario. “Lasciatelo stare” aveva risposto a chi gli aveva riferito di aver messo a tacere uno che si avvaleva del suo nome senza essere del suo gruppo (cfr. Lc 9,50).

                L’esclusivismo ha preso avvio con protagonisti della chiesa nascente, a cominciare da Paolo che da buon giudeo imprigiona i discepoli di Gesù Nazareno (At 8,3) e da convertito fa espellere dalla comunità di Corinto un povero peccatore (1 Cor 5,3). È lo stesso atteggiamento che si ritrova nella comunità di Matteo, in cui La presenza degli erranti per un certo tempo è tollerata ma poi segue l’espulsione (Mt 18,17). Ormai nell’unica chiesa di Cristo si è instaurato un regime di preclusione ed esclusioni che coinvolge presbiteri (Giovanni, Gaio, Demetrio) e pastori (Diotrete, Timoteo, Tito e altri anonimi)2 (cfr. Lettere pastorali e cattoliche) e si allargherà irrigidendosi sempre più nel tempo fino ai nostri giorni.

[4]. Il pluralismo di qualsiasi forma non è iattura bensì una ricchezza perché fa ridondare su tutti i carismi, le donazioni accordate a ciascuno. Quante energie sono andate perdute perché i superman di turno hanno impedito ad altri di esprimersi. Papa Giovanni, veramente saggio oltreché santo, ripeteva che la chiesa è un giardino tanto più bello quanto più ricco di molteplicità di fiori. È un campo in cui si ritrova ogni genere di piante, persino quelle che i profani dicono tossiche perché non ne conoscono le proprietà. Persino “i triboli e le spine” che stanno a ingombrare il terreno hanno la loro funzione che è quella di tenere sveglie le menti delle creature intelligenti. L’accettazione del pluralismo non significa che tutte le teorie e le dottrine siano uguali o, peggio, tutte giuste e vere, ma che tutte hanno eguale diritto di libera circolazione nell’alveo comunitario, proprio secondo i dettami del Vaticano II che ha riconosciuto per la prima volta anche al cristiano “la libertà di coscienza”, cioè la facoltà di parlare del proprio credo secondo le sue conoscenze e competenze. Non si tratta di avallare un sincretismo religioso ma di rispettare le donazioni che ognuno ha ricevuto da Dio.

[5]. Se questo straordinario raduno dovesse aver luogo, cominciando ovviamente con una solenne proclamazione dei nomi di tutti i caduti sul fronte delle lotte di liberazione del penultimo e ultimo secolo, a cominciare dall’Abbè Alfred Loisy fino ai padri Josè Maria Diez-Alegria e Pierre Teilhard de Chardin, sarebbe un evento inatteso ma veramente profetico, sarebbe la sconfessione di un passato infelice, antievangelico, dittatoriale. Nel giorno di Pentecoste il “vento” dall’alto non investì solo Pietro e gli apostoli, ma l’intera “moltitudine” ivi radunata, “tanto giudei che proseliti, cretesi ed arabi, parti ed elamiti” (At 2,9-11). Anche la tanto invocata unione delle chiese cristiane potrebbe più facilmente realizzarsi poiché le divisioni non provengono dal Vangelo ma dall’irrigidimento della chiesa di Roma che ha mutuato le strutturazioni del passato impero!

[6]. In questa eventuale riconciliazione ecclesiale sarebbe straordinario che l’auspicato “raduno” potesse coincidere con la chiusura definitiva del supremo tribunale o ex Sant’Uffizio, perché troppo in contrasto con il messaggio centrale del Vangelo, imperniato sulla carità e sul perdono prima che sulla giustizia, tanto meno quella punitiva che è propria dei regimi totalitari. Il Concilio l’aveva pensato e proposto, ma ciò nonostante è rimasto con tutto il suo rigore. “Qui sono cambiati solo i nomi” mi disse un padre domenicano quella volta che andai a parlare con uno degli ufficiali, mons. Jozef Tomko, ora Cardinale.

                Non mi sono ancora presentato, ma le informazioni sul mio conto sono raccolte nelle note biografiche qui accluse, curate da un mio amico bergamasco. Le auguro ogni bene e pregherò il Signore per Lei e per la riuscita della Sua missione; Lei voglia avere un pensiero per me e per tutti noi.

                Frate Ortensio da Spinetoli, ex alunno dei cappuccini (Loreto), dei domenicani (Fribourg), dei gesuiti (Innsbruck e Roma con Rahner, Bea, Lyonnet, Zerwick) e dei francescani (Gerusalemme). Forse questa fortuna di interconfessionalità ha contribuito a tenermi lontano da ogni esclusivismo o settarismo.

Tratta da: Ortensio da Spinetoli, “L’INUTILE FARDELLO - L’insegnamento di uno straordinario teologo controcorrente”, Edizioni Chiarelettere, 2017, pag 69-74

                Nota conclusiva. Facciamo queste osservazioni critiche perché pensiamo che una Chiesa pacificata al suo interno può predicare credibilmente la pace nel mondo, pace sempre in pericolo a causa delle guerre che ancora incombono pesantemente. Auspichiamo una Chiesa che al suo interno elimini le esclusioni, diventando modello per la lotta di liberazione anche nella società a favore dei poveri e dei migranti, contro la rapina dei paesi poveri, per la custodia della madre-terra, per la nonviolenza attiva e la riduzione delle spese militari.

Gruppo cristiano di base – Pietralacroce di Ancona        Ancona, 12 marzo 2022

www.viandanti.org/website/wp-content/uploads/2022/01/Contributo-al-Sinodo-da-Gruppo-cristiano-di-base-Pietralacroce.pdf

 

Gruppo laicale “Ernesto Balducci” legato alla realtà degli Scolopi a Firenze

Sintesi del cammino sinodale

Vieni, Spirito Santo.

Tu che susciti lingue nuove e metti sulle labbra parole di vita,

preservaci dal diventare una Chiesa da museo, bella ma muta,

con tanto passato e poco avvenire.

Vieni tra noi,

perché nell’esperienza sinodale

non ci lasciamo sopraffare dal disincanto,

non annacquiamo la profezia,

non finiamo per ridurre tutto a discussioni sterili.

Vieni, Spirito Santo d’amore, apri i nostri cuori all’ascolto.

Vieni, Spirito di santità, rinnova il santo Popolo fedele di Dio.

Vieni, Spirito creatore, fai nuova la faccia della terra.

Amen

                Il gruppo, di circa 20 persone, ha deciso di effettuare gli incontri dopo la liturgia domenicale. Si è riunito la prima volta il 13 febbraio 2022 e l’ultima volta il 20 marzo. Coordinatrice: Bruna Bocchini Camaiani, Segretaria: Susanna Rollino Evangelista

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• Una prima osservazione proposta da molti è relativa al ritardo con il quale i vescovi si sono decisi a convocare un sinodo, concedendo troppo poco tempo per la raccolta delle opinioni. Inoltre non è prevista un’assemblea finale. Molti hanno detto che si trattava di una “consultazione” piuttosto che di un sinodo. Si chiede che, nel proseguo dei lavori ci sia la possibilità di essere informati e interpellati sulle proposte e sulle decisioni che i vescovi assumeranno.

• Inoltre si chiede che le sintesi, a cura del coordinamento diocesano, siano rispettose delle diversità che emergono nei gruppi e che queste siano ampiamente illustrate e documentate.

• Ci siamo soffermati in prevalenza sui temi che riguardavano l’immagine di Chiesa e la partecipazione dei laici, le comunità e il rapporto tra queste e il sacerdote. Inoltre un’attenzione particolare è stata data alla figura del presbitero, com’è e come potrebbe essere, per rendere più libero e autentico il rapporto reciproco.

• Uno dei primi temi proposti era quello dell’accoglienza della Chiesa e all’interno della Chiesa. Molti hanno osservato che non ci si occupa davvero di chi è fuori del tempio. Molte critiche sono rivolte al clericalismo, perché siamo tentati di considerare la Chiesa come istituzione, invece la Chiesa è il popolo di Dio.

• Sul tema dell’accoglienza, la risposta è che la Chiesa è poco accogliente, si delega alla Caritas, ma la Chiesa non vive in prossimità con quei poveri, non vivendo le tre parole del sinodo: partecipazione, comunione e missione che dovrebbero essere declinati come ascolto, vicinanza e condivisione. Ma anche come capacità di accogliere i pensieri degli altri, quello femminile e non solo, la diversità del sentire delle persone. La Chiesa ha un recinto e spesso chi è fuori è fuori…

• Le Chiese sono sempre più chiuse per paura, tentano di ricompattare il piccolo gruppo dei fedeli, contro l’indifferenza dilagante… mentre dovrebbero interrogarsi sulle domande che sono là fuori. È da secoli che la Chiesa si pone in atteggiamento prevalentemente di difesa, di apologia. Ora è tempo di una Chiesa in uscita e più coraggiosa.

• Ascolto della Parola, che dovrebbe essere più partecipato. Ascolto individuale, meditato e della comunità. Si richiama la “Dei Verbum”.

• Ci sono stati documenti importanti del Concilio sul popolo di Dio, si pensi alla “Gaudium et spes”, ma c’è ancora una profonda divisione tra popolo e clero. La sacralizzazione del presbitero è stata introdotta dopo il Mille con la Riforma gregoriana, che ha posto come modello prevalente il monaco. Una piramide che poi si è accentuata con il Concilio di Trento e la spiritualità francese del ‘600. Il Concilio ha rovesciato quella piramide. Il popolo di Dio ha un carattere “sacerdotale, profetico, regale” (Lumen Gentium). C’è anche la possibilità che il popolo di Dio si esprima nella liturgia e questo dialogo dovrebbe essere arricchito. Anche nella nostra comunità vorremmo introdurre altri incontri sulle letture con interventi più liberi.

• In quest’ambito va giudicato anche lo scandalo degli “abusi, sessuali, di potere, di coscienza” che papa Francesco denunciava fin dall’agosto del 2018, rivolgendosi a tutto il popolo di Dio e ritenendolo frutto del clericalismo. Apprezziamo e condividiamo il documento dei teologi italiani che chiedono una commissione esterna che ha “uno sguardo indipendente, ha una forza profetica che annuncia una conversione irrevocabile. Per questo motivo, chiediamo ai vescovi italiani di istituire una commissione che attinga a competenze esterne, della cui credibilità non si possa dubitare”.

• Ma va ripensata in primo luogo la formazione, necessaria una commissione che metta in evidenza un percorso diverso dal seminario. Poi c’è la solitudine del clero, che non trova più un sostegno adeguato nella comunità. Il celibato è stato imposto soprattutto dal Concilio di Trento. Bisogna aprire la possibilità della celebrazione ai sacerdoti che sono sposati, e ai “viri probati” che possono essere accolti. Va ripensata a partire dal Vangelo la struttura della Chiesa. Poi va ripensato a fondo in termini ecclesiali il codice di diritto canonico, che, anche se è stato solo parzialmente modificato da Giovanni Paolo II, è ancora quello di Pio X e risponde a quel modello di Chiesa, nella quale il laico non esiste come soggetto, deve solo obbedire. Molti ricordano che nelle Chiese ortodosse il celibato è per i vescovi ma i sacerdoti sono sposati e anche nella Chiesa cattolica ci sono dei gruppi, come quelli che provengono dalla Chiesa anglicana, che erano sposati e lo sono rimasti.

• Poi c’è tutto il problema della donna. C’è la necessità di uscire da una certa galassia, da una piramide, i laici dovrebbero avere delle responsabilità nella Chiesa e la donna poter accedere al diaconato. Alcuni ritengono anche al sacerdozio. Se si ascoltasse la società non sarebbe così difficile. A volte la Chiesa sembra come ingabbiata in modo tale da non poter cambiare per paura.

• C’è ancora da riprendere il Concilio che ha aperto una strada, ma poi la Chiesa non ha compreso fino in fondo quei temi che sono occasioni di rinnovamento e di conversione. Non è il passato che ci dà identità, solo il Vangelo ci dà identità. La società è cambiata molto profondamente e dobbiamo ripartire dalla Parola di Gesù.

• Molti sottolineano alcuni temi sui quali i laici debbono avere un ruolo:

                1) la crisi della famiglia, il divorzio, sono situazioni traumatiche e spesso i laici sono lasciati soli ad affrontarli, mentre i laici potrebbero avere un ruolo.

                2) L’amore tra persone dello stesso sesso. È un problema che esiste e che non può essere affrontato con condanne, che da sole non servono, necessario un occhio più laico, nel senso di essere più aderente alla vita degli altri.

                3) Suicidio assistito, talvolta è travisato, sarebbe bene che se ne parlasse nelle comunità, senza giudizi a priori. Bisogna saper rispettare le sofferenze. Se i laici potessero essere ascoltati con libertà sarebbe molto utile.

• Molti sottolineano che c’è poca comunicazione. Si fanno proposte che possono arrivare fino ad un certo stadio, poi tutto si blocca. Proviamo a togliere i “tappi” che tanti denunciano presenti nella comunicazione e nella vita ecclesiale. Noi vorremmo che il Sinodo fosse un’occasione per cambiare. È necessario passare da una Chiesa retta prevalentemente da norme giuridiche e di potere ad una Chiesa come comunità. Dai vescovi più che parole vorremmo “testimonianze di vita”.

www.viandanti.org/website/wp-content/uploads/2022/01/GRUPPO-BALDUCCI_SINTESI-CAMMINO-SINODALE-F.pdf

 

La pastorale: una tela di Penelope

                “Ecclesia semper reformanda”, siamo tutti d’accordo. “Papa Francesco non intende riformare la fede, ma i fedeli”! Già qui chi lo denigra non è d’accordo, ma l’affermazione è di mons. Georg Gaenswein e dunque al disopra di ogni sospetto. Ancora papa Francesco: “Non dobbiamo fare un’altra Chiesa, ma dobbiamo fare una Chiesa diversa” (Firenze, 2015).

                Riforma, uscire al largo, Chiesa diversa non rintanata, pastorale innovativa e creativa… eppure Carlo Maria Martini trovava la Chiesa “indietro di 200 anni”. Come mai? Una risposta c’è: Con i fedeli si è sempre punto e accapo. Questo lo dico dopo che coi fedeli ho vissuto tutti i giorni dei miei quasi 50 anni da prete.

                La pastorale, dal Vaticano II fino a oggi, è esattamente come la tela di Penelope: si fa e si disfa.

                Dopo la grande spinta del Concilio ci fu la grande frenata del post-concilio. Agli eccessi di libertà liturgica son seguiti gli eccessi di rigorismo liturgico. All’interesse sul mondo è seguito il ritorno alla diffidenza.

                Papa Giovanni Paolo II, santo (quasi) subito, attirò sulla Chiesa gli sguardi del mondo intero ma chiuse alla ricerca teologica e polarizzò la pastorale giovanile globale, con buona pace del principio di sussidiarietà.

Ratzinger stesso cambiò vistosamente ruolo e da attaccante puro nei suoi anni conciliari, elegante, alla Van Basten, divenne nei suoi anni vaticani un difensore duro, alla Burgnich, neanche alla Facchetti o alla Maldini. Quantitativamente, ad ogni periodo di slancio e di apertura, breve e definito, è seguito un periodo di frenata a tempo indeterminato. Non sto offrendo un capitolo di storia della Chiesa contemporanea, non è il mio mestiere, sto leggendo quanto tutti abbiamo vissuto e viviamo in prima persona sul piano della Chiesa universale.

                Molte inversioni a U. Ma l’orizzonte quotidiano dei fedeli è segnato dall’ambito locale, cioè la parrocchia. Davanti ai loro occhi il tessere e lo sciogliere la tela di Penelope, vorticoso e periodico, è incomprensibile e, per chi di loro vi si gioca, è scandaloso. Ogni cambio di parroco, persino di catechista e di direttore del coro, porta frequentemente con sé un’insensata inversione di linea pastorale. Il criterio della continuità di linea pastorale, nel senso di un cammino coerente di Riforma evangelica in modo che non risulti a chi guarda dalla giusta distanza un percorso segnato da continue “inversioni a U”, non risulta essere all’attenzione di nessuno nella struttura ecclesiale: non all’attenzione della Congregazione Vaticana dei vescovi nel momento di provvedere a una nuova nomina, non dei vescovi nella scelta e successione dei parroci, non dei parroci nella scelta dei corresponsabili in parrocchia. Semplicemente questo criterio non esiste.

                Sono stato “Ordinario di luogo” nella diocesi di Milano e devo testimoniare che solo le assemblee di laici sollevavano il tema della necessaria continuità o dell’eventuale discontinuità nella successione dei pastori. Ai fedeli laici il tema interessa e molto! La Chiesa è eterna ma per ogni fedele la vita è una sola e non si possono permettere il lusso di un cammino di fede fatto di ripetuti slanci e rientri. Per la loro vita cristiana come per la crescita cristiana dei loro figli e nipoti il parroco conta più del papa!

                Lettere pastorali a casaccio. Nella Chiesa di questi decenni ci si preoccupa giustamente di riforme “geografiche”: accorpamenti di diocesi e parrocchie nei Paesi di antico cristianesimo e creazione di nuove diocesi e parrocchie nei Paesi di giovane fede. Perché non si dedica almeno lo stesso impegno alle riforme “temporali”, nel senso di garantire coerenza pastorale nel tempo? Vince di gran lunga il “Si è sempre fatto così”. Ad esempio: è tradizione che i buoni vescovi escano ogni anno con una loro lettera pastorale. Ebbene chi di loro si preoccupa di delineare attraverso questa forma, certo abituale anche se da gran tempo obsoleta, un percorso pluriennale, con tappe concatenate? E non sarebbe molto più saggio che ogni vescovo usi il suo munus magisteriale per tradurre sul proprio territorio quanto il papa viene offrendo urbi et orbi? Si otterrebbe almeno una continuità pastorale ai due più alti livelli ecclesiali: papa e vescovi.

                Perché mai il povero papa Francesco deve vedersi costretto a lanciare “un anno dedicato alla Laudato Sì” e quell’altro anno dedicato alla Fratelli tutti? Non sarà perché si rende conto che i vescovi vanno ognuno per la sua strada anziché dare esempio di autentica comunione con lo sbocconcellare il pane comune e buono per tutti messo sulla tavola dal Vescovo di Roma? Che vi siano tra loro tanti supposti maestri e pochi reali testimoni e pastori? E cioè l’esatto contrario di quanto chiedeva già mezzo secolo fa il card. Montini?

                Ogni anno ogni vescovo sembra proporre un tema “random” [casuale, fortuito], per non dire a casaccio. La cosa è tanto più grave dal momento che papa Francesco ha adottato in modo sistematico lo strumento che chiamerei di “condivisione preventiva” che è il Sinodo dei Vescovi ed ha addirittura lanciato un Sinodo triennale per far esprimere tutte le componenti della Chiesa, per primi gli “ultimi”. Urgono percorsi organici, coerenti, continuativi, condivisi negli anni e dai vescovi intorno al papa e nel rispetto almeno dei passi appena compiuti.

                Lo Spirito Santo. Ma torniamo a bomba: “Ecclesia semper reformanda” nella giusta direzione. Obiezione: se fosse proprio il prossimo papa a fare inversione a U, a metter mano alla tela di Penelope? Non ho questa paura e spiego perché: C’è una garanzia di calcolo umano ed è che questo papa, come tutti i suoi predecessori, ha plasmato il collegio cardinalizio in modo che, col prossimo conclave, si possa sperare in una nuova tappa dello stesso cammino. Certo questa garanzia è ben fragile, conta per l’un per cento, perché la storia insegna…C’è il motivo teologico e di fede che conta per l’altro 99 per cento: ed è che lo Spirito Santo è esperto di conclavi e sceglie il meglio disponibile. Siamo al 100%. Stop? Fino a ieri bastava. Oggi direi di no.

                Armando Cattaneo, già parroco della Comunità pastorale di Saronno e già vicario episcopale della Diocesi di Milano                 7 aprile 2022

www.viandanti.org/website/la-pastorale-una-tela-di-penelope/

 

Insegnamento della Religione, Riforma della Curia e Codice di Diritto Canonico

                L’insegnamento della religione cattolica (IRC) scisso tra le Costituzioni Apostoliche "Pastor bonus" e "Prædicate evangelium" a causa di un Codice di Diritto Canonico che forse, anche su questo punto, dovrebbe essere riformato.

www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_constitutions/documents/hf_jp-ii_apc_19880628_pastor-bonus-index.html

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2022/03/19/0189/00404.html

                Pochi giorni dopo la presentazione della Costituzione Apostolica Prædicate evangelium (PE), che riforma la Curia romana, avevo svolto alcune considerazioni critiche sull’inserimento dell’«insegnamento della religione cattolica [IRC] nelle scuole» (art.160, §2) all’interno della sola sezione Educazione del neonato Dicastero per la Cultura e per l’Educazione. Avevo anche affiancato questa pars destruens alla proposta costruttiva di modificare o integrare questo inquadramento in modo da evidenziare anche il ruolo culturale di tale insegnamento.

                In seguito la Costituzione apostolica, dopo alcune correzioni e modifiche, è stata definitivamente pubblicata in italiano (31 marzo 2022), mentre se ne attendono le versioni nelle altre consuete lingue. Nel frattempo, confrontandomi con alcuni amici e amiche insegnanti di religione (IdR), ho avuto modo di discutere e approfondire la criticità segnalata – che, ad oggi, tale è restata.

                Innanzitutto, come giustamente ha osservato Massimo Pieggi sulla pagina facebook di Vinonuovo, «dalla sezione Educazione (ex educazione cattolica) dipendono anche le stesse facoltà teologiche e gli istituti superiori di scienze religiose – dove principalmente l’IdR si forma – senza dubbio luoghi di cultura e di promozione del dialogo e confronto culturale ad intra e ad extra. In questo senso forse andrebbe sottolineata maggiormente la stretta interrelazione delle due sezioni del nuovo dicastero, quindi il valore sia ‘educativo’ che culturale della formazione teologica e dell’IRC».

                In effetti, uno dei tre articoli dedicati alla sezione Educazione (159-161) già evidenzia lo stretto legame tra educazione e cultura – o meglio, letteralmente, «contesto culturale» (159) – e l’art.247 è pensato per «promuovere e sviluppare una cultura di qualità all’interno (…) delle Università e Facoltà Ecclesiastiche». Ma non si può nascondere che, forse, anche i teologi e le teologhe – oltre agli e alle IdR – dovrebbero essere poco soddisfatti del fatto che in PE tale legame si fermi lì, tanto più che gli altri riferimenti alla teologia presenti in PE non afferiscono mai al primo e prioritario dicastero, quello per l’Evangelizzazione (sempre inculturata), ma solo ai successivi – a partire da quello per la Dottrina della Fede (art. 71).

                Parlandone con Antonio Ballarò – che aveva subito definito su twitter il «tema» come «importante» – è apparso a entrambi evidente che tale scarsa sottolineatura dell’aspetto culturale dell’IRC – e in generale della  teologia e della formazione teologica – diventa ancora più evidente alla luce del proemio della Costituzione Apostolica Veritatis gaudium (VG), dedicata al rinnovamento delle Università e Facoltà ecclesiastiche. In esso è chiaro, innanzitutto, il legame di tali istituzioni ecclesiali con l’evangelizzazione (§1), ma – nella consapevolezza che «l’evangelizzazione delle culture» è sempre un’«inculturazione del Vangelo» (§2; cfr. anche §5) – anche con il ruolo di «provvidenziale laboratorio culturale» (§3) che le Università e le Facoltà ecclesiastiche devono assumere in quella che Papa Francesco definisce «una coraggiosa rivoluzione culturale» (§3; cfr. anche §5). In secondo luogo, nel proemio di VG, è altrettanto chiaro il compito di «dialogo a tutto campo» e di elaborazione di «una cultura dell’incontro tra tutte le autentiche e vitali culture» (§4) che le Università e Facoltà ecclesiastiche devono portare avanti, accettando di stare «rischiosamente e con fedeltà sulla frontiera» (§5), di fronte alla «grande sfida culturale, spirituale ed educativa» (§6) costituita dall’epoca di cambiamento che viviamo.

                Tutto questo aspetto di dialogo culturale sulla frontiera viene oscurato in PE se nella sezione Educazione non c’è alcun richiamo al proemio di VG o ai contenuti degli articoli dedicati alla sezione Cultura del nuovo dicastero. Forse anche PE soffre della stessa dicotomia di VG, segnalata a suo tempo da molti commentatori: la parte introduttiva di entrambe sarebbe caratterizzata da una tensione innovativa che non troverebbe adeguata corrispondenza nella parte normativa-organizzativa. Resta il fatto che, allo stato attuale di PE, l’IRC viene depauperato in modo significativo dell’aspetto culturale e di quegli elementi educativi non confessionali in esso presenti ma che difficilmente potrebbero rientrare in quanto tali nella versione attuale della sezione Educazione (pur non definendosi più “cattolica”): pensiamo, ad esempio, agli attestati di condotta morale, richiesti anche agli studenti delle facoltà teologiche, che non sarebbero immaginabili per i loro colleghi avvalentisi dell’IRC nelle scuole pubbliche di uno Stato laico.

                Questo squilibrio tra parte programmatica e parte normativa-organizzativa mi ha spinto a non tralasciare il Codice di Diritto Canonico (CIC) nella riflessione che sto conducendo. In esso l’IRC è normato dal capitolo I, relativo alle Scuole (art. 804-805), sotto il titolo III dedicato all’Educazione Cattolica (nel quale rientrano, non a caso, anche le Università, gli Istituti di Studi Superiori e le Facoltà ecclesiastiche – ai capitoli II e III). Esso discende quindi dalla “funzione di insegnare della Chiesa” (libro III), così come il ministero della parola divina – predicazione e catechesi – e l’attività missionaria (titoli I e II). Per cui, se questa è la cornice canonistica dell’IRC (evidentemente in grado di bloccare le parti più innovative di PE e VG), non stupisce che nella parte normativa-organizzativa di PE l’IRC venga inquadrato nella sola sezione Educazione del nuovo dicastero (art. 160, §2). Anzi, alla luce dell’art.761 del Codice di Diritto Canonico [«per annunciare la dottrina cristiana si adoperino (…) anche la presentazione della dottrina nelle scuole»], avrebbe del tutto ragione Pasquale Nascenti – con cui abbiamo dialogato sul gruppo pubblico facebook “Supporto IRC/IDR” – a sostenere che in fondo per la Chiesa «la pre-evangelizzazione non è cultura, ma evangelizzazione», cosicché «l’aver collocato l’IRC più direttamente sotto l’Educazione che sotto la Cultura, sarebbe soltanto una scelta ovvia».

                In tal senso, il combinato disposto di PE e CIC rischia concretamente di continuare a creare confusione tra IRC e catechesi-predicazione-evangelizzazione o di ridurre l’IRC a una forma mascherata di proselitismo. D’altra parte, però, se svolgessimo una ricerca per parole nel CIC, scegliendo quelle che sono centrali non solo nei passaggi citati di PE ma anche nel pontificato attuale (ad es. inculturazione, ascolto, dialogo), ci accorgeremmo che nel Codice di Diritto Canonico del 1983 sono già presenti tracce indirette (artt. 769; 779) e dirette (artt. 787; 807; 821) di uno stile di “adattamento culturale” della dottrina e di “ascolto dialogico” degli altri. Così come bisogna riconoscere che, nella precedente Costituzione apostolica sulla Curia romana (la “Pastor bonus” del 1988), non si parlava affatto di insegnamento della religione cattolica nelle scuole, ma della possibilità che «in tutte le scuole siano offerte, mediante opportune iniziative, l’educazione catechetica e la cura pastorale agli alunni cristiani» (art. 115).

                Con “Prædicate evangelium”, quindi, è stato fatto senza dubbio un passo in avanti, ma nel frattempo il mondo è divenuto ancora più complesso, rispetto a quello di 40 anni fa, e richiede mediazioni culturali e dialogiche ancora più adeguate a tale complessità. Di conseguenza, per ovviare i rischi segnalati relativi all’IRC, oltre alla modifica/integrazione di PE già proposta

(www.cittadellaeditrice.com/munera/il-ritardo-teologico-del-diritto-canonico-a-proposito-di-uno-scritto-di-p-consorti),

quelle che nel CIC erano solo delle tracce – per lo più indirette – dovrebbero diventare, invece, dei passaggi espliciti in grado di adeguare la comprensione canonistica dell’insegnamento della religione allo stile di dialogo culturale sulla frontiera auspicato dalle parti più innovative di PE e di VG.

                Affinché ciò si realizzi, però, è necessario cominciare ad ipotizzare e a richiedere una modifica o un’integrazione del CIC – sulla scia della riforma auspicata da Grillo e Consorti – che sia illuminata da modifiche e integrazioni quantomeno analoghe a quelle intercorse tra Pastor bonuse Prædicate evangelium:

 1) precedenza dell’evangelizzazione sulla dottrina;

 2) inscindibilità e reciproco arricchimento tra evangelizzazione e inculturazione;

 3) centralità dell’ascolto dialogico rispetto all’evangelizzazione stessa.

Sergio Ventura VinoNuovo      5 aprile 2022

www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/insegnamento-della-religione-riforma-della-curia-e-codice-di-diritto-canonico

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TESTIMONI DEL CONCILIO

Balducci e le sfide all’uomo planetario

                «Se vuoi la pace prepara la pace». In una delle sue frasi più emblematiche Ernesto Balducci arrivò a stravolgere l’antico detto romano Si vis pacem, para bellum, indicando la cancellazione della categoria del 'nemico' come primo passo verso la creazione di una vera cultura della pace. Pace tra gli esseri umani ma anche pace con il pianeta: Balducci fu anche tra i primi a cogliere sia l’urgenza che il valore spirituale dell’ecologia. Mai come in queste ultime settimane le riflessioni e gli scritti teologici e filosofici del padre scolopio di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita e il trentesimo anniversario della morte appaiono di un’attualità sconcertante, se non addirittura profetica.

                L’'anno Balducciano' è stato inaugurato ufficialmente ieri mattina a Firenze, nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, con un incontro su 'Accoglienza e cittadinanza' al quale hanno partecipato, tra gli altri, l’arcivescovo di Siena Paolo Lojudice e di Firenze Giuseppe Betori, il teologo Vito Mancuso e il politico Walter Veltroni. L’iniziativa ha dato il via a una serie di celebrazioni ed eventi che si terranno in tutta Italia per riscoprire i temi cari a Balducci, che fu una delle personalità di maggior spicco nella cultura cattolica postconciliare. Nell’immensa sala fiorentina decorata dagli affreschi di Michelangelo e Leonardo da Vinci si sono date appuntamento ieri centinaia di persone. «Siamo qua in tanti perché Balducci ci manca – ha detto il cardinale Lojudicee anche perché siamo convinti che una figura profetica come lui possa dare un contributo serio ed efficace al nostro tempo senza assumere i contorni dell’icona». Molti dei presenti, i meno giovani, ricordavano con nostalgia le indimenticabili omelie di Balducci alla Badia Fiesolana, alle quali hanno assistito migliaia di persone, affascinate dalla sua oratoria e da un messaggio innovatore capace di annunciare le grandi contraddizioni del Terzo millennio. Prima che un banale incidente d’auto lo portasse via il 25 aprile 1992, il suo 'esilio' alla Badia Fiesolana – un convento alle porte di Firenze, appartenente alla diocesi di Fiesole - era diventato uno straordinario luogo di ritrovo e riflessione per una comunità che univa cattolici e non cattolici, credenti e non credenti.

                Padre Balducci, coscienza inquieta e rivoluzionaria della Chiesa, era stato confinato lì nel 1965, dopo aver subito l’ultimo grande processo intentato dal Sant’Uffizio prima della riforma voluta da Paolo VI. Era stato punito con l’allontanamento da Firenze per la sua apertura considerata eccessiva e per la sua vicinanza alle lotte della classe operaia, com’era accaduto anche a David Maria Turoldo. «Per entrambi e per tante altre grandi figure della Chiesa dell’epoca vivere il Vangelo significava contaminarsi e superare la stagione del cristianesimo intimista», ha spiegato il cardinale Lojudice.

                Nato poverissimo in Maremma, a Santa Fiora, figlio di un minatore, fin dai primi anni di sacerdozio Ernesto Balducci fu mosso da un intenso desiderio di riforma della Chiesa e assunse spesso posizioni contrarie al pensiero dominante all’interno del mondo cattolico. Fu ad esempio grazie a lui che l’obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio assunse per la prima volta in Italia una risonanza pubblica. Nel 1963 rilasciò un’intervista in cui sostenne con argomentazioni teologiche il diritto dei cattolici alla disobbedienza. Gli costò una denuncia alla magistratura e al Sant’Uffizio per incitamento alla disobbedienza civile e alla diserzione militare. In appello venne condannato a otto mesi di carcere con la condizionale per apologia di reato, una sentenza resa poi definitiva dalla Cassazione. All’epoca gran parte della gerarchia ecclesiastica gli fu apertamente ostile ma il suo 'strappo' scavò una breccia che di lì a poco sarebbe stata percorsa con altrettanto clamore anche da don Lorenzo Milani, con la famosa Lettera ai cappellani militari.

                In tanti non compresero Balducci anche perché il suo messaggio di fratellanza, convivenza, integrazione e accoglienza precorreva i tempi: non a caso ieri, nel suo intervento, Veltroni l’ha definito «un rabdomante», capace di «sentire» le cose e di anticipare i temi diventati urgenti nella nostra attualità. Come la questione ecologica, l’arma atomica, le migrazioni. E proprio ricollegandosi alle parole di Balducci ieri il cardinale Lojudice è tornato a parlare dell’odierno dramma dei migranti del Mediterraneo, «il cui esodo è oggi oscurato anche dalla guerra in Ucraina», ribadendo che l’incapacità dell’Unione Europea di adottare politiche comuni li condanna spesso a subire gravi violazioni dei diritti umani. Nel suo lungo percorso pastorale e profetico Balducci non mancò di ribadire l’urgenza di dare voce ai poveri e di far conoscere le istanze di giustizia degli 'ultimi', degli emarginati, dei migranti.

                Nell’introdurre il convegno fiorentino il presidente della Fondazione Ernesto Balducci, Andrea Cecconi, ha spiegato che il principale obiettivo di questo centenario sarà proprio quello di diffondere le parole di padre Balducci, «affinché tornino a fare rumore e a scuotere le coscienze». D’altra parte, ormai da tempo il suo messaggio non è più considerato 'eretico'. Al contrario, «ci indica una chiara strada da seguire», ha sottolineato Mancuso, secondo il quale «coloro che in passato criticavano e osteggiavano figure come lui, come don Milani o come Carlo Maria Martini sono oggi gli stessi che si mettono contro papa Francesco». Ed è bene ricordare che, nonostante tutto, Balducci rimase sempre fedele alla Chiesa, mantenendo rapporti amichevoli con molti vescovi e con papa Paolo VI. «Il suo percorso umano, religioso e intellettuale – ha chiosato il cardinale Betoriha contribuito a rendere la Chiesa sempre più esperta di umanità e sempre più attenta nello scrutare i segni dei tempi».

                Di fronte a un’Europa tornata drammaticamente in guerra, anche nel corso dell’incontro di Firenze è stato inevitabile ricordare che già a partire dagli anni ’60, ai tempi del conflitto in Vietnam, Balducci divenne un instancabile animatore del movimento per la pace, il disarmo e i diritti umani. Nel 1985 Balducci dette alle stampe il suo libro più famoso, L’uomo planetario, in cui riassumeva il suo pensiero sull’inarrestabile cammino della specie umana sul pianeta e sulla possibilità dell’uomo di annientare la civiltà e la vita stessa, ricorrendo all’arma nucleare. Un contrasto che secondo Mancuso si ripropone oggi, di fronte a due figure opposte come Kirill, il patriarca di Mosca, e papa Francesco: «L’uno incarna il ritorno al passato, l’altro l’apertura verso il futuro e, appunto, l’uomo planetario. Al momento non sappiamo ancora chi vincerà, né sul piano politico, né su quello ecclesiale»

Riccardo Michelucci       “Avvenire”        10 aprile 202

www.avvenire.it/agora/pagine/il-secolo-di-padre-ernesto-balducci-e-le-sfide-all-uomo-planetario

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