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Meno figli? E’ anche un problema culturale.

 

 

Autore: Armando Savignano

Un inverno demografico sta imperversando in tutta Europa e specialmente in Italia; ciò rappresenta una sfida per l’Occidente, rispetto alla quale forse sono necessarie non solo opportune e lungimiranti strategie politiche – a cui si sta cercando di far fronte attraverso il Family Act recentemente approvato dal Parlamento - ma anche e soprattutto culturali.

 

A pesare sulla decisione di avere o non avere figli non è solo la ricchezza o il lavoro, conta anche il benessere che non riguarda solo la ricchezza individuale, ma anche   altri fattori che rendono la vita serena e interessante, tra i quali: costruire buone relazioni sociali in un ambiente culturale vivace. Dove c’è maggior benessere si mettono al mondo più figli; ma non si tratta solo di benessere economico, la gente fa i conti anche con la qualità della vita. Anche se quando c’è la crisi, il benessere strettamente economico incide di più rispetto agli altri aspetti.

Ormai la maternità è diventata un obiettivo tra tanti a causa anche della crisi economica, che tuttavia ha un peso relativo rispetto alle questioni culturali e valoriali. Come è noto, sta emergendo una generazione di figli unici con molti nonni e qualche bisnonno, con i quali convive per un tempo sempre più lungo.

Gli stessi valori su cui è fondata la nostra civiltà possono essere permeati da queste mutazioni. Così, ad esempio, il concetto di fratellanza è molto più difficile da apprendere in famiglia senza fratelli e sorelle.

Come ha osservato anche il Papa parlando a braccio ad un’udienza generale: «Oggi la gente non vuole avere figli, o preferisce averne uno. E tante coppie non vogliono. Ma hanno due cani, due gatti. Sì, cani e gatti occupano il posto dei figli». Riferendosi al fatto che le famiglie hanno animali e non figli, ha sottolineato: «Si, fa ridere; capisco, ma è la realtà e questo negare la maternità e la paternità ci diminuisce, ci toglie umanità e così la civiltà diventa più vecchia e senza umanità perché si perde la ricchezza della paternità e della maternità e soffre la patria che non ha figli e…»  -come diceva uno un po’ umoristicamente- «adesso chi pagherà le tasse per la mia pensione che non ci sono figli?».

Oltre ai fattori socio-economici, vi sono dunque   fattori culturali, che assumono un rilievo decisivo nell’opzione per la maternità. Dietro il calo delle nascite si cela il senso di sfiducia generalizzato, di pessimismo, che attanaglia l’Italia. Osservando la loro condizione precaria ed incerta, i giovani di oggi rifiutano di mettere al mondo i giovani di domani. E’ insomma la paura del futuro il fattore decisivo per la crisi di fecondità. E’ diffuso, infatti, il timore che per i figli non ci sarà un domani soddisfacente. Vi sarà un’inversione di tendenza solo quando ricominceremo a pensarci non in senso individualistico ma come una comunità, invece che come un agglomerato di interessi.

Armando Savignano

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