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per essere più aggiornate, trascurano gli ultimi numeri, dal n. 869, che saranno recuperati  gradualmente

news UCIPEM n. 906 – 17 aPrile 2022

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.

Link diretti e link per pdf -download a siti internet, per documentazione.

            I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

            Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.

            In ottemperanza alla direttiva europea sulle comunicazioni on-line (direttiva 2000/31/CE), se non desiderate ricevere ulteriori news e/o se questo messaggio vi ha disturbato, inviate una e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con richiesta di disconnessione.

            Chi desidera connettersi invii a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. la richiesta indicando nominativo e-comune d’esercizio d’attività, e-mail, ed eventuale consultorio di appartenenza. [Invio a 1.129 connessi]

Carta dell’U.C.I.P.E.M.

Approvata dall’Assemblea dei Soci il 20 ottobre 1979. Promulgata dal Consiglio direttivo il 14 dicembre 1979.

1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

 

02 ABUSI E MALTRATTAMENTI        Italia – Nelle stime è il primo paese in Europa per gli abusi del clero su minori

03 ASS.CONSUL.CONIUG, E FAMIL Padre Domenico Correra S.J. è tornato alla casa del Padre

03 CENTRO INT. STUDI FAMIGLIA  Newsletter CISF - n. 14, 12 aprile 2022

06 CHIESE EVANGELICHE                   Una bella biografia di Gesù

07 CITTADINANZA                              Riforma della cittadinanza: è tempo di sanare un’ingiustizia

08 CONSULTORI CATTOLICI             Al servizio di padri separati e padri “fragili”

09 CONSULTORI UCIPEM                  È mancato p. Domenico Correra, fondatore e direttore del consultorio di Napoli

11                                                           Milano1 Istituto La Casa. Tre + tre proposte di incontri  on line

12 CULTURA                                        L’uomo, il sepolcro, il Risorto.

14 DALLA NAVATA                             Domenica di Pasqua - Risurrezione del Signore (Anno C)

14                                                          Commento di p. Ernesto Balducci

15 DONNE NELLA (per la )CHIESA   Dalla risurrezione si comprende la sorprendente novità del Crocifisso

16 FAMILY ACT                                    Family Act, il momento giusto è adesso

17                                                          De Palo: costruito le fondamenta, ora servono risorse per renderla funzionale

19 FRANCESCO VESCOVO ROMA    La vocazione della chiesa, qual è?

21 OMOFILIA                                       Genitori cattolici di ragazzi omosessuali chiedono adeguamento del Catechismo

21 PASTORALE                                     L’avvertito bisogno di un umanesimo integrale: un articolo del sociologo Palmieri

23                                                          Sacramenti e identità sessuale così si afferma la lezione di Gesù

25 PEDOFILIA E PORNOGRAFIA       Rapporto Meter 2022.Una pandemia globale, nel web senza regole lotta è impari

26 RIFLESSIONI                                   Il sacrificio supremo tra speranza e follia

27                                                          Tra Dio e il Male

29                                                          Il baratto svantaggioso della croce

31 SEPARAZIONE                                La separazione apre le porte ai dati reddituali dell’ex marito

32 SIN0DO                                           Quando il Sinodo va in parrocchia (Non siamo abituati alla critica comunitaria)

33                                                          Prove di sinodalità

34                                                          Gruppi “Per una Chiesa diversa” e “Il Gibbo” di Gubbio

40                                                          Azioni per una Chiesa diversa

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ABUSI

ITALIA – Nelle stime è il primo paese in Europa per gli abusi del clero su minori

doppia la Polonia, al secondo posto

I seguenti dati riflettono i livelli stimati dell’UE di abusi sui minori cattolici negli stati dell’UE utilizzando fonti pubbliche, come Papa Francesco ai rapporti di esperti, per qualificare tali cifre.

1. Varie fonti hanno affermato che la percentuale di sacerdoti religiosi che sono pedofili è approssimativamente:

  1. 2% come sostenuto da Papa Francesco (intervista con Eugenio Scalfari – 12 luglio 2014

www.repubblica.it/cultura/2014/07/13/news/il_papa_come_ges_user_il_bastone_contro_i_preti_pedofili-91416624

in linea con il dott. Richard Sipe nel 1990, John Jay Report, pag. 216                      https://bit.ly/3oci7F3

  1. 4% come sostenuto da Bryan T. Froehle nel 1997, John Jay Report, pag. 27https://bit.ly/3oci7F3
  2. 6% come rivendicato da Spotlight https://bit.ly/3p6wiMj in linea con le referenze di Dr. Richard Sipe fatte nel film in cui 90 sacerdoti sono la stima di una popolazione di 1.500
  3. 7% secondo quanto affermato dalla Australian Royal Commission http://jrnl.ie/3224627 Rapporto basato su accuse tra il 1950 e il 2010.
  4.  Variazioni sulla percentuale sono anche note dove NSAC sostiene che Boston in realtà ha l’8,9% dei religiosi cattolici pedofili

                Ciò che è chiaramente mostrato da queste cifre stimate sugli abusi sessuali su minori da parte di preti cattolici è che l’Italia come paese ha il potenziale per superare il numero segnalato di vittime di abusi sessuali su minori da parte di religiosi rispetto a quello di qualsiasi altro paese dell’Unione europea. In effetti, questo vale per l’Italia nel mondo. Un’indagine dell’UE è essenziale per arrivare alla verità, fornendo percorsi verso la giustizia e il sostegno ai sopravvissuti a questo scandalo esteso all’UE.

                La portata degli abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti cattolici nell’Unione europea non è stata evidenziata fino ad oggi. La seguente analisi dei dati si basa sulla seguente ricerca basata sulle statistiche attuali sulla popolazione dei sacerdoti cattolici nell’Unione Europea e in ogni stato membro. A seconda della percentuale di preti considerati pedofili, 2%, 4%, 6%, ecc, sono stato in grado di stimare il numero di preti pedofili in ogni Stato dell’UE in base a quella percentuale. Ho quindi moltiplicato il numero di preti pedofili per il numero stimato di vittime per prete pedofilo per stimare il numero di sopravvissuti non denunciati.

                Se solo il 10% dei sopravvissuti ad abusi sessuali su minori da parte del clero si facesse avanti nell’UE, dove il 7% dei sacerdoti cattolici dell’UE erano pedofili, la stessa proporzione dell’Australia, ci sarebbero da 75.200 a 376.000 sopravvissuti “non denunciati” ad abusi sessuali su minori. Rispetto al numero totale di sopravvissuti “denunciati” in Francia a 216.000, in Irlanda a 18.500 o in Germania con 3.677, c’è un enorme divario tra “segnalati” e “non denunciati”. La portata dei sopravvissuti denunciati sta aumentando man mano che più persone trovano la forza e il coraggio di farsi avanti.

                I seguenti dati forniscono stime da tassi percentuali variabili di sacerdoti che potrebbero essere pedofili in questo momento. Le cifre risultanti che rappresentano il numero stimato di preti pedofili in tutti i paesi membri dell’Unione Europea vengono quindi moltiplicate per il numero stimato di vittime per prete pedofilo. Da questo possiamo stimare il numero totale di vittime dell’UE non denunciate. Alcuni esperti ritengono che solo il 10% delle vittime si faccia avanti.

                C’è chiaramente la necessità che l’Unione Europea affronti questo problema dove un tasso del 2% per i sacerdoti cattolici pedofili, rilevato da Papa Francesco, mostra che ci sono 3.760 sacerdoti che hanno abusato sessualmente ovunque da 188.000 a 940.000 bambini dell’UE, che è la più bassa stima conservativa.

                Padre Andrew M. Greeley, Professore di sociologia all’Università di Chicago, che crede che ci siano 50 vittime per sacerdote.

                A. W. Richard Sipe era assistente psicoterapeuta e psichiatra nello stato del Maryland. Se leggi il Rapporto Sipe (http://archives.weirdload.com/sipe.html) afferma: “Studi ben consolidati mostrano che il pedofilo medio ha 250 o più vittime nel corso della sua vita”.

                Mark Vincent Healy’ per Rete l’abuso    anche con tabella statistica ipotetica

https://retelabuso.org/wp-content/uploads/2022/04/220220-EU-IT-Percentage-paedophile-priests-in-EU.pdf

                Redazione Web                               Rete l’abuso      12 aprile 2022

https://retelabuso.org/2022/04/12/italia-nelle-stime-e-il-primo-paese-in-europa-per-gli-abusi-del-clero-su-minori-doppia-la-polonia-al-secondo-posto

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ASSOCIAZIONE ITALIANA CONSULENTI CONIUGALI E FAMILIARI

Padre Domenico Correra S.J. è tornato alla casa del Padre

 

 

                Padre Domenico Correra S.J., Fondatore e Direttore del Consultorio Centro "La Famiglia" di Napoli, ieri 13 aprile 2022 è tornato alla casa del Padre. Ha diretto per quasi 60 anni il Consultorio nel cuore del Centro storico di Napoli e l’annessa Scuola di formazione, diplomando numerose generazioni di Consulenti familiari. Padre fondatore della Consulenza Familiare di pura impronta rogersiana, socio onorario dell'Aiccef, ha testimoniato, con il suo esempio  di vita, il valore dell’ascolto e dell’accoglienza incondizionata di quanti, singoli, coppie e famiglie, hanno varcato la soglia del Centro di Via San Sebastiano.

L’AICCEF tutta  è vicina con affetto ai Colleghi del Centro del Gesù Nuovo ed alla Comunità dei Gesuiti.

La Presidente dell’ AICCeF Stefania Sinigaglia, sua appassionata allieva, lo ricorda con queste parole:

 

Caro Domenico,       è così che amavi essere chiamato, sei stato un uomo di grande umanità, cultura, e competenza, caratteristiche espresse sempre con delicatezza e discrezione. Con il tuo esempio di vita hai trasmesso un modo di essere volto all'essenziale e all'autenticità diffondendo questi valori in tante generazioni. Mi hai insegnato ad essere ciò che sono credendo in me ed insegnandomi a fare altrettanto con chi ho incrociato sulla mia strada, trasmettendomi il grande valore dell’ essere al servizio dell’altro. Ho avuto il privilegio di starti accanto per tanti anni nel Consultorio e poi nell’insegnamento della Consulenza Familiare, ed è profonda la gratitudine  per la tua presenza, costante e significativa, in ogni momento della mia esistenza. Porterò vivi per sempre in me, i tuoi insegnamenti.                   Veglia dall'Alto su tutti noi !                        Ciao Domenico                           14 aprile 2022

www.aiccef.it/it/news/addio-a-padre-domenico-correra.html

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CENTRO INTERNAZIONALE DI STUDI SULLA FAMIGLIA

Newsletter CISF - n. 14, 12 aprile 2022

"Con le nostre mani": l'omaggio di un figlio regista ai genitori con disabilità. “Con le nostre mani” è il documentario con cui il regista Emanuel Cossu ha raccontato la storia dei genitori, Anna Maria e Giovanni, sposati da trentaquattro anni, disabili entrambi sin dai primi anni di vita. Il documentario è quasi un diario intimo e delicato di ciò che hanno vissuto e affronta le nuove necessità che l’avanzare dell’età può portare con sé. Il film è stato prodotto nel 2021 dalla casa di produzione Karel di Cagliari ed è distribuito da Emera Film [trailer               www.youtube.com/watch?v=HbFuTgyD7WM]

Convegno "famiglia, genitorialità ed educazione". Il prossimo 7 maggio (ore 8.30-17) presso la sede dell'Istituto Universitario Salesiano di Mestre-Venezia (ma anche in diretta sul canale YouTube Iusve)

si terrà il convegno "Famiglia, genitorialità ed educazione. Per una società più umana, solidale e generativa". Nella prima parte della mattina interverranno il presidente Istat, Gian Carlo Blangiardo ("Uno sguardo d'insieme sulla realtà della famiglia") e il direttore CISF, Francesco Belletti ("Come è cambiata la famiglia negli ultimi 30 anni") [programma].

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=4%3dDaEZHa%26v%3dT%261%3dXFU%262%3dYBTMa%265%3d97Qz_IdzZ_Tn_Oatc_Yp_IdzZ_SsKoN6IoK7B2.JnKz22Iy5vDsKnI.sK_5xcq_ECm06C_2rfw_B7nQ42pEw61Q32n8k_IdzZ_Sspetil_MF1So81L_GDnDBS_oOy4uR26.3Ap%265%3dzR3MpY.x67%26F3%3dVLYI

Su youtube il webinar su gioco d'azzardo, alcol e anziani. È ora disponibile sul canale YouTube del Cisf il webinar "Gioco d’azzardo, alcol e anziani: non sottovalutiamo i rischi", realizzato in collaborazione con l'Ordine Assistenti Sociali Lombardia, che ha approfondito il tema attraverso i dati di una ricerca realizzata dal Gruppo Anziani dell’Ordine Assistenti Sociali Lombardia e alcune interessanti testimonianze.                                                         www.youtube.com/watch?v=l8J3wvZVMKQ

European care strategy. È stata da poco presentata al Parlamento Europeo e sarà adottata a settembre 2022 la nuova "European Care Strategy", un piano per migliorare la vita dei caregiver e delle persone a loro carico. L'unione Europea cerca così di sostenere le sfide assistenziali associate al cambiamento demografico in Europa, che crea bisogni senza precedenti di assistenza a lungo termine e che manda in crisi in particolare l'equilibrio tra casa, lavoro e accudimento parentale sostenuto dalle donne.

https://op.europa.eu/en/publication-detail/-/publication/c05c1277-9977-11ec-83e1-01aa75ed71a1/language-sl/format-RDF

A questo link è possibile inoltre consultare un centinaio di proposte inviate dalle associazioni degli Stati Membri per implementare la strategia.

https://ec.europa.eu/info/law/better-regulation/have-your-say/initiatives/13190-Access-to-affordable-and-high-quality-long-term-care/feedback_en?p_id=28932649

USA/sostegno piscologico per i minori con un parente condannato a morte. La pena di morte negli States è una realtà: è legale in 27 Stati su 50 e attualmente circa 2.500 persone si trovano nel braccio della morte. Il National Child Traumatic Stress Network ha predisposto le linee guida  www.nctsn.org

 per i professionisti della salute mentale che possono incontrare bambini e famiglie legate a persone che sono state condannate a morte o giustiziate. Non è infatti necessario che il minore sia strettamente legato al condannato, ma se la vicenda fa parte della storia familiare (a volte i minori sono parenti sia della vittima che del condannato) è necessario per i professionisti attivare processi di attenzione e ascolto.

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=A%3dGUBgKU%26s%3da%264%3dRCb%265%3dS9aPU%262%3dF0KwQ_8rZx_I2_yyiq_9D_8rZx_H74UC.EjR9E.vPw_IX1f_SmQyKlQ_8rZx_H7kCv22J0_IX1f_SmDyClQ_8rZx_H7yC9F2Ps6z_PgtW_Zv7hA0-JoCuK_yyiq_9Ds9pJtIlL-C9v-986-pK62jRu5-iW-q-7hKyC6-KuDiC8J-kCqKo-QuE1C44l-M8-9q2h65CsL1G5E-mM8-Do-N8FmC9JpM42sQ.65m%26B%3d3LzTsS.uC0%260z%3dcOSF

Generare relazioni di comunità nell'era digitale. È il titolo di una ricerca triennale sulle relazioni sociali e digitali attivate nelle parrocchie italiane (e pubblicata nel volume a cura di Lucia Boccacin Generare relazioni di comunità nell’era del digitale: la sfida delle parrocchie italiane prima e dopo la pandemia, Morcelliana-Scholè, Brescia, 2022).

Durante la pandemia da COVID-19 ci siamo resi conto di quanto fossero importanti le relazioni sociali e di quanto mancassero, al nostro vivere quotidiano, gli ambiti che rendevano possibili e accessibili tali relazioni. Un esempio di essi è costituito dalle parrocchie, realtà di cui si conosce poco dal punto di vita della socialità e della capacità reale o potenziale di generare relazioni sociali propositive. Per gettare luce su tale contesto è stata realizzata una ricerca quanti-qualitativa di tipo interdisciplinare che, attraverso la raccolta di questionari, interviste e focus group, ha cercato di comprendere come le relazioni personali e digitali agite nell’ambito delle parrocchie italiane contribuissero a costruire ambiti di comunità. I risultati evidenziano che attraverso tali relazioni, esperite sia in presenza sia attraverso il ricorso alle tecnologie digitali di comunicazione, le parrocchie generano resilienza, aggregazione sociale e inclusione. Emerge in sintesi una vivacità e una creatività da parte delle parrocchie nella promozione e nel potenziamento sia della comunità locale, sia di quella simbolica, in cui le reti di relazioni personali e mediali attivano progetti comunitari a volte anche innovativi.

v  Attraverso la raccolta di questionari, interviste e focus group, la ricerca ha cercato di comprendere come le relazioni personali e digitali agite nell’ambito delle parrocchie italiane contribuissero a costruire ambiti di comunità. I risultati emersi saranno illustrati il prossimo 20 maggio durante un convegno presso l’Università Cattolica di Milano.

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=3%3d0VHYDV%26y%3dS%26w%3dSIT%26x%3dTESIV%268%3d83L3_HZuc_Sj_JdsY_Ts_HZuc_RoFrM2DrJ375.IjF31xD24r9vJjD.vJ_1sfp_A8p928_5qbr_E6jL71l0z5wL61j3n_HZuc_Roe2D57tDxirDnJnHnJrBjRvEwAq9lGzKwA71yJ2713zCj.Hq6%26m%3dE8I55E.DnL%26vI%3dDaEY

Verso il X incontro mondiale delle famiglie. La catechesi di Padre Marko Ivan Rupnik, artista e teologo, a partire dall’immagine che ha creato per l’Incontro mondiale delle Famiglie di Roma 2022

www.youtube.com/watch?v=vT-nJBcvKUU&t=5s

Percorsi di formazione

¨       Corso di alta formazione per conduttori di gruppi di parola. Il Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia organizza un Corso di formazione per Conduttori di Gruppi di Parola. Si svolgerà dal 5 maggio al 17 dicembre 2022 ed è rivolto a operatori con esperienza nel campo della conflittualità familiare, come mediatori familiari, psicologi, assistenti sociali, educatori, giuristi.

¨                      https://inbreve.unicatt.it/exc-conduttori-gruppi-di-parola

¨       Dalle case editrici

¨       Michele Procacci, Antonio Semerari (a cura di), Ritiro Sociale. Psicologia e clinica, Erickson (TN), 2019, p.346

¨       Scienza&Vita, Quaderno 22: Cannabis, pro e contro. Consumo, regolamentazione, proibizione, Cantagalli, 2021 scaricabile a questo link

www.scienzaevita.org/wp-content/uploads/2021/12/CANNABIS-PRO-E-CONTRO-Quaderno-22_2021.pdf

¨       Maria Pia Colella, Educare ai sentimenti e alla sessualità, San Paolo, Cinisello B. 2022, pp.128

“Basta che sia felice” è la frase che i genitori si trovano a ripetere sempre più spesso quando si trovano davanti un dilemma educativo. In effetti, se c’è qualcosa che rappresenta un dilemma oggi è l’educazione ai sentimenti, alle emozioni e alla sessualità dei figli. C’è ancora qualcosa che possiamo insegnare? (...)

Save the date

¨       Convegno (web-Firenze) - 28 aprile 2022 (11.00-13.00). "Emergenza Neet e bisogno di caring", a cura di Dynamo Academy.

https://axbg.emailsp.com/f/rnl.aspx/?fmd=tt/wwv5-.dn=o2-m8=ut3q25g2.:=.d7&x=pv&:6j3i185f-&en0&x=pp&wwmfg1o-j/cf29-e=twzt_NCLM

¨       Seminario (IT) - 29 aprile 2022 (inizio ore 17.00). "Tra reale e virtuale. Le relazioni nell'epoca 2.0", a cura dell'Uciim e dell'IRC [per info e iscrizioni: <<Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.]

¨       Convegno (WEB-MILANO) - 3 maggio 2022 (9.00-17.00). "Il benessere digitale tra gli adolescenti: dalla teoria alle buone pratiche", a cura dell'Università di Milano-Bicocca in collaborazione con Associazione Psyché Onlus   https://drive.google.com/file/d/1Xorcnj5_gTZdoTJly3groNnzVKjMsYcC/view

¨       Seminario (UK) - 3 maggio 2022 (17.30-18.45 GMT+1). "Preparing for the Moral Life: Vulnerability", nell'ambito del ciclo "The D'Arcy Lectures 2022 - a cura di Oxford University

www.ox.ac.uk/event/preparing-moral-life-vulnerability

¨       Seminario (FR) - 11 maggio 2002 (17.30-19.00 CEST). "Comment penser les relations entre jouer et apprendre?", a cura dell'Institut Catholique de Paris

www.eventbrite.fr/e/billets-comment-penser-les-relations-entre-jouer-et-apprendre-160193486029

¨       Seminario (WEB-IT) - 14 maggio 2022 (9.00-13.00). "La sessualità nella teoria e nella clinica psicoanalitica contemporanea: René Roussillon dialoga con Anna Ferruta", a cura del Centro Milanese di Psicoanalisi

https://a2d8f9.emailsp.com/f/rnl.aspx/?fef=yz_oy.aim=nyak:=2ty8e6b:=4:k&&x=pp&ywehh6n:e3aj495g=uwyvNCLM

¨       Seminario (WEB-MILANO) - 14 maggio 2022 (9.30 - 13.00). "affido e adozione: esperti in campo",  promosso da ASAG (Alta Scuola di Psicologia Agostino Gemelli) dell'Università Cattolica del Sacro Cuore

https://asag.unicatt.it/asag-master-affido-adozione-e-nuove-sfide-dell-accoglienza-familiare-aspetti-clinici-sociali

¨       Convegno (WEB-ROMA) - 19 maggio 2022 (9.00-18.00). "Adamo dove sei?", organizzato dalla Pontificia Università Gregoriana

www.unigre.it/it/eventi-e-comunicazione/eventi/calendario-eventi/adamo-dove-sei

[in presenza presso l'ateneo e in streaming a questo link

https://www.youtube.com/playlist?list=PL0OnbX3C2yovptdyXHHqoxrK1xpTCG0VA

 

¨       Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

¨           Archivio   http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

https://a4e9e4.emailsp.com/f/rnl.aspx/?fgg=wsswt/e-ge=s/fh0=nvu49a1:a=.-4&x=pv&65kac&x=pp&qzb9g6.b9g9h/:i4-7d=uzwzNCLM

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CHIESE EVANGELICHE

Una bella biografia di Gesù

                Bella e affidabile. È quella scritta dal card. Gianfranco Ravasi, gran conoscitore, commentatore e divulgatore della Bibbia specialmente (ma non solo) in casa cattolica. Credo che negli anni dopo il Concilio ha fatto più lui che chiunque altro per far conoscere la Bibbia agli italiani. Ma conoscere la Bibbia non è la stessa cosa che conoscere Gesù. La Bibbia è un libro, una Scrittura, un messaggio, una Parola. Gesù è una persona. Non si può conoscere Gesù senza conoscere la Bibbia, ma non basta conoscere la Bibbia per conoscere Gesù. Perciò Gianfranco Ravasi, che ha scritto molti libri sugli autori biblici (tra questi segnalo il suo grande Commento ai Salmi, in tre volumi – un vero capolavoro), ci offre ora una Biografia di Gesù*.

                Ma dobbiamo subito chiederci: è davvero possibile, oggi, scrivere una biografia di Gesù, cioè una storia della sua vita, che sia storicamente affidabile? La risposta dev’essere: sì e no. Sì, perché è indubbiamente stato un personaggio storico, vissuto tra il 4 o il 6 a.C. e il 30 d.C. circa, quando fu giustiziato appena fuori Gerusalemme all’età di 30-35 anni. Della sua vita, attività, passione e morte abbiamo ben quattro versioni, chiamate “evangeli”, quindi è possibile scrivere la sua storia. Ma c’è chi sostiene che non è possibile perché i quattro evangeli sono tutti scritti da persone che credevano in Gesù, sono quindi storie partigiane nelle quali i dati storici sono mescolati alle affermazioni di una fede che può aver alterato o adattato, o inventato certe cose trasfigurando la realtà. A Gesù possono anche essere state attribuite delle parole che non ha materialmente pronunciato, ma che si suppone avrebbe potuto pronunciare. «Camminare sul crinale tra storia e fede non è facile» scrive l’autore (p. 20), e ha ragione. Non dev’essere stato facile per chi questi “evangeli” li ha scritti, ed è ancora meno facile per chi oggi li legge e a essi si affida per ricostruire la storia di Gesù. Non facile, dunque, ma neppure impossibile. Occorre però essere vigili, e ricordare sempre che nelle quattro storie di Gesù a nostra disposizione l’intreccio tra storia e fede è costante, dalla prima all’ultima riga, e chi vuole scrivere oggi una biografia storicamente affidabile di Gesù «secondo i Vangeli», deve saper distinguere tra ciò che, in ogni brano evangelico, presumibilmente appartiene alla storia e ciò che invece è chiaramente dettato dalla fede. A noi pare che a Ravasi sia riuscito di comporre una biografia di Gesù affidabile sul piano storico (per quanto questo sia oggi possibile) e al tempo stesso in sintonia con il discorso di fede che soggiace a ciascuno dei quattro evangeli. Si potrà certo discutere questo o quel punto di vista, questa o quella scelta dell’autore, ma l’impianto complessivo è saldo e convincente, tanto sul versante della ricostruzione storica quanto su quello delle affermazioni di fede, da un lato senza subordinare la storia alla fede, e dall’altro senza squalificare la fede come chiave di lettura della storia.

                Questa Biografia è articolata in 11 capitoli. Nel primo, introduttivo, si illustrano le radici ebraiche di Gesù qui rintracciate lungo tre diversi percorsi: il modo rabbinico di insegnare, la continuità e la discontinuità con il giudaismo tradizionale, il contributo della sociologia religiosa. Seguono quattro capitoli dedicati ai quattro evangeli: Marco «il primo evangelista»; Matteo «il Vangelo più popolare»; Luca «l’evangelista più raffinato »; Giovanni «l’ultimo Vangelo». Gli altri capitoli sono dedicati all’infanzia di Gesù (i due primi capitoli di Matteo e di Luca), alle sue parole (l’insegnamento, le parabole), alle sue mani (i miracoli), e, infine, al processo, alla condanna, alla morte e alla risurrezione.

                L’ultimo capitolo è dedicato agli Evangeli Apocrifi, che circolavano nei primi secoli della vita della Chiesa insieme a quelli poi riconosciuti come canonici, ma che la Chiesa, molto saggiamente, ha escluso dal canone: la loro presenza avrebbe seriamente compromesso sia l’attendibilità storica degli altri evangeli sia la qualità della fede testimoniata dal Nuovo Testamento. Questo è il piano dell’opera, che unifica in un unico racconto le quattro biografie di Gesù dei 4 evangelisti: è una biografia di biografie, che mette in luce la specificità di ciascuna. I pregi dell’opera sono tanti. Ecco i maggiori:

  1. Più volte l’autore rimanda il lettore al testo evangelico stesso, raccomandandone la lettura diretta e personale. Non intende in alcun modo sostituire le biografie evangeliche, al contrario vuol essere un vademecum che induce il lettore a leggere gli evangeli.
  2. L’autore introduce nel suo racconto un numero impressionante di scrittori, poeti, pittori, musicisti, filosofi, mistici, teologi, «un gran nuvolo di testimoni» (Ebrei 12, 1), di ogni epoca, indole, nazionalità, orientamento, che contribuiscono, ciascuno a modo suo, a “raccontare” la storia di Gesù. Questa straordinaria, bellissima coralità arricchisce enormemente il racconto che, letteralmente, trabocca di riferimenti culturali.
  3. L’autore non elude nessun tema ostico o difficile da trattare in poche pagine, tra quelli presenti nei racconti evangelici, come, a esempio, quello della dimensione demoniaca presente nella storia del mondo e delle persone. Il diavolo è chiamato «l’ombra di Dio» (p. 200). Lutero lo chiama simia Dei, «la scimmia di Dio».
  4. L’autore è al corrente dei risultati raggiunti dall’intenso e continuo lavoro scientifico sui quattro evangeli, che si svolge nelle Università e nelle Facoltà teologiche. Perciò, a esempio, descrive la genesi letteraria di ciascun evangelo, senza però appesantire il racconto con apparati eruditi per specialisti, che non ci sono. Il libro resta così leggibilissimo e accessibile a chiunque. In conclusione: è un’opera che valeva la pena scrivere e che vale la pena (ma è un piacere) leggere.

*Gianfranco Ravasi, Biografia di Gesù secondo i Vangeli, Milano, Raffaello Cortina Editore

Paolo Ricca. Riforma,, settimanale delle chiese evangeliche battiste metodiste e valdesi–15 aprile 2022

https://riforma.it/it/articolo/2022/04/12/una-bella-biografia-di-gesu

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CITTADINANZA

Riforma della cittadinanza: è tempo di sanare un’ingiustizia

                La Campagna della Rete per la Riforma della Cittadinanza “Dalla parte giusta della storia” – iniziativa lanciata da associazioni e attivisti/e stranieri/e per rivendicare il riconoscimento di oltre un milione di giovani nati e/o cresciuti in Italia – saluta con favore l’adozione, il 9 marzo scorso, in Commissione Affari Costituzionali della Camera, del testo base sullo ius scholæ, presentato il 3 marzo dal deputato pentastellato e presidente della Commissione stessa, Giuseppe Brescia (www.adista.it/articolo/67689). Secondo le intenzioni del relatore, che ha così inteso semplificare e sintetizzare i testi precedentemente depositati e mai approvati, la cittadinanza può essere formalmente richiesta da entrambi i genitori dei minori nati in Italia, o giunti in Italia entro il compimento dei 12 anni, i quali abbiano concluso 5 anni consecutivi di istruzione in uno o più cicli scolastici o di formazione professionale, non necessariamente con esito positivo. Una proposta estremamente semplificata, edulcorata dai principi dello ius soli e dello ius culturae indigesti al centrodestra, per consentire alla riforma di procedere speditamente verso la sua approvazione entro la fine della legislatura, nel 2023.

www.camera.it/leg18/126?tab=4&leg=18&idDocumento=105&sede=&tipo=

                Nonostante questo, Fratelli d’Italia e Lega, che di riforma della cittadinanza non vogliono proprio sentir parlare, hanno presentato centinaia di emendamenti al testo adottato, con il chiaro intento di farlo naufragare (v. Adista online), convinti che lo ius scholæ non sia altro che un espediente, una sorta di “cavallo di Troia” per introdurre di fatto procedure più snelle di acquisizione della cittadinanza in favore dei genitori dei giovani neo-italiani. (www.adista.it/articolo/67815).

                Si dice ottimista la Rete per la Riforma della Cittadinanza la quale, con un comunicato diramato l’11 aprile2022 scorso, ha diffuso un documento di 4 pagine dal titolo: “Riformare la legge sulla cittadinanza attraverso e oltre lo ius scholæ. Appunti sul testo adottato dalla Commissione affari costituzionali”. L’intraprendenza del presidente Brescia e il voto in Commissione, si legge nell’incipit del documento, «interrompono una fase di stallo e consentono di guardare con fiducia ai lavori in corso. La fine della legislatura incombe ma siamo convinti che, prima del prossimo anno, il Parlamento potrà condurre in porto la riforma di questo fondamentale istituto». Apprezzabile anche che, in occasione di questo importante voto, si siano riaccesi i riflettori sul tema della cittadinanza, a 30 anni di distanza dalla promulgazione di una legge nata già vecchia e che ruota intorno all’anacronistico principio dello ius sanguinis. «Nel 1992 erano residenti in Italia poco più di trecentomila cittadini stranieri. Oggi sono più di cinque milioni», ricorda il documento. Persone non riconosciute come cittadine, ma «che vivono stabilmente in Italia» e che «contribuiscono, in maniera crescente, a rendere la società italiana più ricca, dinamica, molteplice». Il recente passaggio in Commissione rappresenta dunque una «notizia positiva», ma la Rete non intende fermarsi ai “complimenti” e, con il presente documento, avanza alcune concrete proposte di revisione del testo.

                Tra i numerosi approfondimenti e correzioni del testo, proposti per adeguare la norma alla complessità della vita delle famiglie straniere e alle difficoltà lavorative e burocratiche sempre più evidenti nel Paese, la Rete rilancia il principio dello ius soli: «Riteniamo che, accanto allo ius scholæ, sia politicamente e giuridicamente opportuno prevedere forme di riconoscimento automatiche con la nascita». Si parla, nello specifico, dei bambini nati in Italia da genitori stranieri che vivono da molto tempo in Italia, o di cui almeno uno dei due sia nato in Italia. «Questa seconda ipotesi – dice la Rete – consentirebbe l’emersione dalla marginalità per molti cittadini stranieri, ad esempio di origine rom, privi di cittadinanza (e a volte di titolo di soggiorno) nonostante siano nei fatti “italiani” anche da tre generazioni».

                “Dalla parte giusta della storia” invita poi a rimetter mano anche all’istituto della cosiddetta “naturalizzazione”, che prevede la concessione della cittadinanza «attraverso discutibili criteri, escludenti e classisti». Il documento chiede un ribaltamento della prospettiva: «L’acquisizione della cittadinanza più che un premio deve essere intesa come un incentivo per favorire l’inclusione socio-lavorativa e la partecipazione alla vita politica e sociale» per tutti quei cittadini stranieri da molto tempo residenti in Italia. l’obiettivo di questa riforma, si legge nel capitolo finale del documento, dovrebbe essere quello «sanare una frattura lunga trent’anni». Se questa fase finale di legislatura è segnata dagli sconvolgimenti che ben conosciamo – prima la pandemia e ora la guerra – occorre ribadire con forza che la riforma della cittadinanza resta «una priorità non più rinviabile per milioni di persone che vivono in Italia». Ne va del godimento dei diritti dei molti cittadini stranieri, dei giovani non riconosciuti e “italiani di fatto”; ma anche della «qualità complessiva del nostro paesaggio giuridico, sociale, culturale». «Sarebbe intollerabile che l’iter in corso non si concluda positivamente e che ci trovassimo, all’inizio della prossima legislatura, al punto di partenza».

                Secondo la Rete di Riforma della Cittadinanza, «il testo base è il prodotto degli attuali rapporti di forza», un compromesso che punta ad ottenere larghi consensi in tempi rapidi ma che presenta evidenti limiti. Il documento chiede modifiche per andare oltre lo ius scholæ, «per una riforma organica della disciplina», tale da garantire l’accesso alla cittadinanza «a chi nasce, cresce o vive stabilmente in Italia. Pensiamo che, dal punto di vista sociale e culturale, i tempi per l’approvazione di una nuova legge siano più che maturi. È necessario che il legislatore ne prenda atto e approvi, prima della scadenza dell’attuale legislatura, una norma significativamente diversa da quella attuale. Pensiamo che ci siano tutte le condizioni per proseguire l’iter in corso e archiviare questa strutturale ingiustizia».

Giampaolo Petrucci                       Adista   13aprile 2022

www.adista.it/articolo/67895%20%20cittadinanza

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CONSULTORI CATTOLICI

Al servizio di padri separati e padri “fragili”

                Nell’ultimo anno il Consultorio Al Quadraro (Roma)ha scelto di aprire una riflessione sulla figura del padre nelle famiglie di oggi. Da sempre il consultorio si occupa di famiglia e di tutti i suoi componenti, ma è emersa in modo sempre più evidente la necessità di puntare un faro sul ruolo che ha la paternità nelle relazioni familiari in cui veniamo a contatto in quanto operatori. Siamo partiti dalla fragilità emersa nel tortuoso percorso delle separazioni e abbiamo deciso di costituire un gruppo multidisciplinare (operatori dell’area familiare, individuale, infantile, di coppia e una progettista) dove raccogliere idee, proposte e progetti per rispondere alle sempre più urgenti richieste dei padri. Grazie al brainstorming [tempesta di cervelli, tecnica creativa]del gruppo è nata una proposta di intervento, che si è configurata come una preziosa bussola per orientare i nostri sforzi e per programmare nuove attività: “Padri separati, padri fragili”.

                Siamo un’équipe di professionisti psicoterapeuti del consultorio familiare diocesano “al Quadraro” e ci occupiamo di individui, coppie e famiglie, orientando le nostre competenze anche alla progettazione di nuovi servizi e strumenti di intervento. Dai servizi “ordinari” del consultorio e dal confronto con avvocati esperti in diritto di famiglia, arrivano domande che attengono alla crisi del sistema famigliare durante il processo di separazione. Abbiamo, pertanto, deciso di orientare un nostro nuovo servizio destinato ai padri separati.

                Negli ultimi due anni abbiamo riscontrato un aumento di richieste da parte di questa categoria specifica che è diventata sempre più sofferente e “fragile”: l’ultimo anno ha visto l’acuirsi delle difficoltà intrafamiliari a causa della convivenza forzata dovuta alla pandemia, a cui è corrisposto un aumento delle separazioni. Durante gli incontri di accoglienza con le famiglie, abbiamo osservato un’estrema difficoltà da parte dei padri separati (o in via di separazione) nella gestione delle relazioni con mogli e figli nel nuovo assetto familiare: profonda sofferenza nella perdita della quotidianità, senso di fallimento del progetto di coppia, l’esacerbazione delle difficoltà economiche e l’impoverimento del ruolo sociale e personale della figura del padre separato sono solo alcuni dei temi più significativi emersi dalla nostra analisi.

                Il nostro obiettivo, come operatori e progettisti del consultorio, è di programmare un servizio che accompagni il processo di separazione attenuando la conflittualità e i possibili rischi ad essa correlati; facilitare una genitorialità funzionale ai cambiamenti in atto; favorire una riorganizzazione familiare armonica e orientata al benessere psicologico di ogni membro; facilitare la costruzione di nuovi nuclei per sostenere le dinamiche familiari e di coppia emergenti. Date le premesse, proponiamo un lavoro multidisciplinare orientato ad offrire un sostegno psicologico individuale per i padri separati, e parallelamente un lavoro di gruppo orientato alla gestione delle difficoltà nella relazione con i figli, tenendo conto della fase evolutiva di quest’ultimi con i relativi compiti di sviluppo. Queste azioni sono da intendere come elementi cardine di un progetto più ampio, che tenga conto dell’attuale complessità della realtà storica e dell’impatto che la pandemia ha esercitato sull’intero sistema sociale e di relazioni familiari.

                A partire da questa proposta abbiamo via via allargato il nostro sguardo individuando due aspetti sui quali focalizzarci in parallelo:

  1. la costruzione di protocolli di intesa tra il consultorio e gli enti che sul territorio si occupano di paternità
  2. una maggiore evidenziazione, all’interno dei servizi del consultorio, della figura del padre.    

Nei percorsi di preparazione alla nascita organizzati regolarmente in Consultorio, ad esempio, abbiamo sempre incluso la partecipazione dei padri, mentre per il “rientro a casa” dopo il parto abbiamo un servizio dedicato chiamato “Spazio mamma”: ci stiamo orientando verso la proposta di un servizio integrato di cui possa usufruire anche il papà, proprio per dare risposte e accogliere dubbi e necessità di chi si prende cura del bambino (compito sempre più condiviso all’interno della coppia genitoriale). L’obiettivo è quello di promuovere una visione in cui non ci sono compiti e competenze che attengono solo al padre o alla madre ma compiti e competenze declinati al maschile e al femminile nell’ottica di una genitorialità integrata.

Ringrazio la dottoressa Paola Cavalieri e l’associazione Across per l’attento e entusiasta accompagnamento in questo percorso.

Guido Palopoli, psicologo e psicoterapeuta        Romasette         11 aprile 2022

www.romasette.it/al-servizio-di-padri-separati-e-padri-fragili

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CONSULTORI FAMILIARI UCIPEM

È mancato p. Domenico Correra, fondatore e direttore del consultorio di Napoli

                È venuto a mancare padre Domenico Correra, gesuita e mediatore familiare. Padre Correra era una istituzione della Chiesa del Gesù. Nel 1962 istituì il consultorio familiare, «Il Centro la famiglia» in via San Sebastiano 48d, un punto di riferimento.

                Era nato il 17 maggio del 1926 a Napoli. Terzo di cinque figli. I Correra vissero a Napoli fino al 1934, anno in cui il capofamiglia dovette trasferirsi per ragioni di lavoro a Tripoli. Papà Correra era impiegato all’allora Ministero della Marina. A quel tempo Domenico aveva otto anni.

                La vocazione e la sua malattia. Poco prima della guerra, nel 1938, la famiglia Correra ritornò in Italia e, con tutte le difficoltà della situazione, Domenico finì il biennio della scuola superiore. Fu allora che, giovinetto, iniziò a frequentare la chiesa del “Gesù nuovo”. C’era anche padre Aramatisi, che insegnava al vicino liceo “A. Genovesi” e raccoglieva molti giovani intorno a sé. Correra diventò un congregato mariano e poi catechista. Con padre Pisante, altro gesuita all’epoca attivo in chiesa con i giovani, cominciò a impegnarsi come volontario nell’attività chiamata “La domenica del fanciullo”, dopo la Messa, la domenica, appunto, si radunavano i ragazzini e si distribuivano loro derrate alimentari: cioccolata, biscotti, talvolta pure qualcosa da mandare a casa. Nel frattempo Domenico aiutava anche la famiglia: lavorò, infatti, per circa un anno con gli americani; controllava le merci alle casse in un supermercato gestito dagli alleati e intanto, manteneva una vita cristiana intensa. Siamo nel 1945-1946 e il futuro gesuita maturava dentro di sé la scelta di una speciale consacrazione al Signore.

                Un giorno, il fratello coadiuvatore, Sganga, che aveva sostituito padre Aramatisi, a bruciapelo gli chiese: “Vuoi fare il gesuita”? Non se lo fece ripetere Domenico. Accettò l’invito, dunque, malgrado questo significasse necessariamente colmare le lacune della sua formazione non classica, perché il percorso dei padri gesuiti, a differenza di quello diocesano, richiedeva la conoscenza del latino e del greco. Padre Correra desiderava, però, diventare proprio un gesuita, così gli fu concesso un anno di probandato, chiamato “anno propedeutico”, da svolgersi nella scuola apostolica di Vico Equense, anno durante il quale avrebbe recuperato lo studio delle discipline classiche insieme ai ginnasiali di 13-15 anni. Domenico aveva 20 anni e nonostante ci fosse grande differenza d’età con gli altri ragazzi, non pensò di desistere dalla sua scelta. Finito l’anno scolastico, tra il settembre e l’ottobre del 1947, la Compagnia di Gesù accettò Domenico Correra come novizio, così si trasferì nella casa di Vico Equense, dove in tutto stette cinque anni, poi fu trasferito a Cuneo. Era l’ottobre-novembre del 1951 e Domenico aveva 25 anni. Qui durante una visita medica di routine, cui tutti i gesuiti erano sottoposti, a Domenico diagnosticarono la tbc. Terminato l’anno scolastico, dunque, nel giugno del 1952, Domenico fu trasferito, all’età di 26 anni, a Posillipo poiché era ancora malato e rimase qui fino al novembre dello stesso anno. Durante questi cinque mesi fu operato due volte. Dopo quegli interventi, padre Correra ebbe una lunga degenza e, a causa di questa, arrivò un po’ in ritardo a Messina, dove fu mandato dalla Compagnia di Gesù affinché studiasse filosofia. Rimase qui tre anni. Dopo il Magistero, nel 1956, fu mandato a studiare teologia a Posillipo, lì seguì un corso regolare di studi di quattro anni.

                Già dal 1954-55 aveva sperimentato dei lavori con le famiglie che lo avevano colpito favorevolmente e si stava indirizzando a fare qualcosa per loro. Correra ritornò successivamente al Gesù Nuovo a Napoli, aveva 36 anni.

                Il Consultorio. Era l’autunno del 1962 e lo stanziamento di certi fondi aveva fatto pensare alla possibilità di aprire un Consultorio in città. Correra s’impegnò personalmente non solo ad organizzare una Segreteria, ma riprese gli studi per aggiornarsi ed approfondire gli argomenti e le discipline più utili ad un Consultorio familiare. E dunque si iscrisse alla facoltà di psicologia, successivamente si specializzò come psicoterapeuta rogersiano e studiò sessuologia. Volle entrare in contatto con tutte le Associazioni nazionali che mano a mano si fondavano in quegli anni ed in particolare, l’U.C.I.P.E.M. (Unione Consultori Prematrimoniali e matrimoniali- Bologna-24 marzo 1968;) e l’A.I.C.C.eF. (Associazione dei Consulenti della Coppia e della Famiglia - Bologna 5 febbraio 1977), cui ancora oggi, dopo 59 anni di attività il novembre prossimo, il Consultorio “Centro La Famiglia” di Napoli è iscritto, come socio fondatore con altri 28 centri.

Dal 1972 al 1981 fu membro del Consiglio direttivo dell’UCIPEM

                La sede del Consultorio è da sempre sita in via San Sebastiano, al numero 48/D, in locali che appartengono alla chiesa del Gesù. L’utenza del Consultorio è molto varia: certamente afferiscono persone di Napoli e provincia principalmente, ma non è raro che negli anni abbiano richiesto aiuto anche persone da fuori Regione. Non solo per provenienza territoriale, ma anche per estrazione socio-economica-culturale, l’utenza del Centro “La Famiglia” è sempre stata molto variegata. Con il tempo la nomea di Correra e del Centro si è consolidata ed è successo che si richiedesse l’aiuto di un determinato specialista, consulente o esperto, di cui si era già sentito parlare. Così come il passa-parola è stata la migliore pubblicità per la struttura. Gli utenti vengono divisi in donne e uomini (single) o coppie, a seconda del loro stato civile e in 59 anni hanno beneficiato di consulenze di vario tipo sono state circa 6.070 tra le donne, circa 8.390 tra le coppie e circa 3.780 tra gli uomini. Il primo approccio per chi chiede aiuto è rappresentato dal consulente della coppia e della famiglia o, più raramente, da un counselor. Se, anche usufruendo delle riunioni di Supervisione, ci si rende conto che è necessario un intervento più profondo, il Centro può contare sulla collaborazione di diversi psicologi e psicoterapeuti, che sono disponibili a prendere in carico la persona o la coppia. Se invece, l’intervento non prevede un approfondimento, bensì un aiuto di altro tipo specialistico, ci sono differenti figure che coadiuvano i consulenti familiari. Nel tempo si sono avvicendati dermatologi, ginecologi, epatologi, internisti, pediatri, sessuologi, ma anche avvocati rotali e non solo. Tutte queste figure si vedevano, in particolare nella vita pre-pandemica, una volta al mese per discutere di casi rispetto ai quali i consulenti chiedevano un confronto, ma senza dubbio pure per rinsaldare il loro senso di appartenenza alla struttura. Ci sono, infatti, degli esperti, della consulenza o specialisti, che frequentano e collaborano con il Centro “La Famiglia” da circa 50 anni!!

                In verità anche durante questa pandemia la struttura, fondamentalmente chiusa al pubblico in presenza, ha attivato un servizio di ascolto prima e di consulenza a distanza poi, che viene incontro alle rinnovate esigenze del pubblico avvalendosi delle nuove tecnologie senza trascurare le tutele sulla privacy per chi chiede aiuto. Si utilizzano, però, i nuovi mezzi di comunicazione anche per mantenere un contatto, seppur a distanza, con i collaboratori dello stesso Consultorio.

                Forse non è inutile precisare che chi chiede aiuto al Consultorio “Centro La Famiglia” di Napoli, primo Consultorio familiare dell’Italia meridionale, unica sede, dedicato a san Giuseppe Moscati (medico), non si troverà davanti alcun tariffario. L’opera, così come l’ha voluta padre Correra, è stata ideata e fondata e portata avanti pensando a chi non avrebbe potuto e non può permettersi di pagare un onorario di professionisti che, per questo, offrono gratuitamente alla struttura il loro tempo e la loro dedizione.

                Marisa D'Oriana                              Tutto Sanità

www.tuttosanita.com/napoli-padre-correra-e-il-consultorio-di-piazza-del-gesu

 

Milano1 Istituto La Casa. Tre + tre proposte di incontri  on line

Modalità per partecipare

¨       occorre effettuare l’iscrizione tramite modulo online e attendere dalla segreteria la conferma di avvio del gruppo.                                               https://www.istitutolacasa.it/showForm.php?template=iscrizioni

¨       Per le proposte con contributo, dopo aver effettuato l’iscrizione e ricevuta conferma dalla segreteria di avvio del corso, versare la quota di partecipazione utilizzando le seguenti coordinate bancarie: c/c bancario intestato a Istituto La Casa cod. IBAN: IT 17 Y 03069 09606 100000015537

¨       Nella causale: codice/titolo corso e nome/cognome

N.B. Le proposte si attiveranno al raggiungimento di un numero minimo di iscritti

www.istitutolacasa.it/showForm.php?template=iscrizioni

Consultorio Familiare

1

Perché scelgo te". Riflessioni su come scegliamo il partner per la vita. Incontro in un'unica data: mercoledì 04 maggio, ore: 19.00-20.30

Conduce: Francesca Neri – psicologa psicoterapeuta

L'incontro si svolge online tramite video collegamento                        Contributo: € 25 a persona

2

L'autostima e la relazione di coppia". Conoscere le risorse personali nella relazione con l'altro.         Ciclo di 6 incontri online dedicato a uomini e donne adulti. ore: 19.00-20.30                                                  lunedì:  9/05                     23/05                            13/06                    27/06                    11/07                    25/07   Conduce: Maria Gabriela Sbiglio -  psicologa psicoterapeuta                                                                   L'incontro si svolge online tramite video collegamento         Contributo: € 80 a persona

3

"Conoscersi narrando". Spunti per migliorare la comunicazione nelle relazioni affettive.  Laboratorio aperto a donne e uomini per confrontarsi, raccogliere spunti e "mettersi in gioco" sugli aspetti della comunicazione nella fase di avvio di un rapporto di coppia.                                                                                 Ciclo di 3 incontri con cadenza settimanale.     ore: 20.30-22.00                                                              Al giovedì: 12/05             19/05                    26/05.                                                                               Conduce: Roberto Mauri - psicologo psicoterapeuta                                                                    L'incontro si svolge online tramite video collegamento                Contributo: € 70 a persona

ADOZIONE

1

Per coppie con decreto di idoneità        FF - Favolando: le fiabe nell'adozione

Ciclo di 2 incontri ONLINE                           giovedì: 5/05    26/05     ore: 21.00-22.30

               Conduce: Viviana Rossetti - psicologa psicoterapeuta

               L'incontro si svolge online tramite video collegamento                Contributo: € 50 a persona

2

- L’ABC dell’adozione. BC Corso base sull’adozione rivolto a coppie che stanno svolgendo l’istruttoria presso il Servizio Sociale.

  Ciclo di 3 incontri.                                       venerdì: 6/05 - 13/05 - 20/05  ore: 20.00-22.00

               Conduce: Caterina Mallamaci responsabile nazionale Servizio Adozioni

L'incontro si svolge online tramite video collegamento                Contributo: € 150 a coppia

3

               Ciclo di 3 incontri per nonni adottivi o in attesa di diventarlo.

Martedì: 24/05 - 31/05 - 7/06                   ore: 19.00-20.30

Conduce: Daniela Sacchet – psicologa

L'incontro si svolge online tramite video collegamento                Contributo: € 70 a persona

www.istitutolacasa.it/showPage.php?template=istituzionale&id=1

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CULTURA

L’uomo, il sepolcro, il Risorto.

La percezione umana della Resurrezione in un libro che unisce Scritture, letteratura e arte

                Il punto di vista è fondamentale per riportare l’arte - e la creazione umana in generale, dalla letteratura alla scultura - all’interno della sua possibilità di legare il qui e l’altrove. La percezione rimane quella dei propri sensi, anche quando a fare irruzione è l’indicibile, perché quel non possibile a dirsi arriva nei nostri sensi ed è riferito attraverso questi. E bene hanno fatto lo storico Simone M. Varisco e don Paolo Alliata, responsabile del Servizio per l’apostolato biblico della diocesi di Milano a porre questa visione della Resurrezione a conclusione del loro “La Pasqua tra pittura e letteratura”

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                Solo il genio, in questo caso quello di Rembrandt (1606-1669), poteva, già quattro secoli fa, mostrare la verità attraverso i sensi umani, descriverla come essa precipita nella nostra percezione.

                Nella londinese Queen’s Gallery a Buckingham Palace è infatti presente un incontro tra il Cristo risorto e Maria Maddalena del grande pittore olandese.

                Solo che il quadro è realizzato dal punto di vista della donna.

                Nel “Cristo e Maria Maddalena al Sepolcro”, a destra sono visibili i due angeli del racconto di Giovanni e a sinistra di Maria non appare il Cristo risorto e illuminato dallo splendore della gloria come in altre opere, ma colui che la donna crede di vedere, il “custode del giardino”, che potrebbe essere un richiamo implicito, celato nelle profondità abissali della memoria archetipica, ad un Giardino cui quella Resurrezione ha riavvicinato l’umanità. Il grande artista ci offre il momento in cui Maddalena crede di vedere il custode del giardino, e allora lo rappresenta con gli strumenti del suo lavoro, un coltello, una vanga, il cappello a larghe tese.

                Il punto di vista è quindi fondamentale per riportare l’arte – e la creazione umana in generale, dalla letteratura alla scultura – all’interno della sua possibilità di legare il qui e l’altrove. La percezione rimane quella dei propri sensi, anche quando a fare irruzione è l’indicibile, perché quel non possibile a dirsi arriva nei nostri sensi ed è riferito attraverso questi. E bene hanno fatto lo storico Simone M. Varisco e don Paolo Alliata, responsabile del Servizio per l’apostolato biblico della diocesi di Milano a porre questa visione della Resurrezione a conclusione del loro “La Pasqua tra pittura e letteratura” (ed. Ancora, 46 pagine). Un libro di poche ma intense pagine, dove coesistono immagini non consuete della Resurrezione, riflessioni, richiami alla letteratura in grado di darci un’idea diversa della prospettiva umana di un evento che ha cambiato l’orizzonte interpretativo del mondo e il mondo stesso.

                E quel “orizzonte interpretativo” è fondamentale in un piccolo volume in cui è presente l’impressionate acquarello della “Crocifissione vista dalla Croce”, oggi al Brooklyn Museum di New York, di James Tissot(1836-1902).

qui il punto di vista è “scandalosamente” quello di Gesù che vede dall’alto della sua Kenosis, vale a dire del suo “abbassamento” da Dio a uomo agonizzante, la cui sofferenza è resa ancora più terribile proprio da quella visione dall’alto. Negli spasmi dell’agonia guarda ai suoi piedi la Madre pregare disperata, le altre donne e Giovanni che fissano i loro occhi – che sembrano emanare disperazione, condivisione radicale, domande inquiete sul senso di tutto questo – verso l’origine del quadro, e del tutto che sta arrivando al suo compimento in quell’istante spasmodico.

                Il piccolo libro presenta anche un altro episodio della Passione, non molto riprodotto, ma che colpisce molto per il suo punto di vista ancora una volta solo umano: “L’Ultima cena” di Nikolaj Nikolaevič Ge (1831-1894) del 1863, in cui regna la spasmodica attesa del tradimento, dell’uscita dalla stanza di Giuda, “l’oscuro”.

.  come scriverà trent’anni dopo Thomas Hardy riferendosi al suo problematico, moderno personaggio.

                Giuda qui rappresenta l’umana ombra, la scelta del male, lo spettro buio rispetto alla vita del prima del tradimento.

                C’è qualcosa – sembrano suggerire Varisco e Alliata – che va oltre i pur stupendi, ineguagliabili capolavori di Raffaello, una Resurrezione del quale (anche se alcuni addetti ai lavori dubitano dell’attribuzione al Sanzio) è a San Paolo del Brasile, di Duccio da Buoninsegna, del Beato Angelico, di Piero della Francesca, e di quella cantata da Manzoni.

                Forse solo Dante, ancora una volta, è in grado di sostenere l’impatto terrificante di quel prima che ha portato alla resurrezione del Paradiso, passando attraverso lo smarrimento, il dolore, l’oltraggio dell’esilio e della perdita di tutto, il non senso fino alla Rinascita, verso “l’amor che move il sole e l’altre stelle”.

Marco Testi ¤1952, storico della letteratura e critico letterario  agenziaSIR         16 aprile 2022

www.agensir.it/italia/2022/04/16/luomo-il-sepolcro-il-risorto-la-percezione-umana-della-resurrezione-in-un-libro-che-unisce-scritture-letteratura-e-arte

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DALLA NAVATA

Domenica di Pasqua - Risurrezione del Signore (Anno C)

Atti Apostoli                       10. 42. E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il                                                giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa                                                testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo                                   nome».

Salmo                                   117. 22. La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo. Questo è                                          stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi.

Paolo 1Corinzi                    05.07. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la                                            festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con                                              azzimi di sincerità e di verità.

Sequenza                           Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era                                             morto; ma ora, vivo, trionfa.

Giovanni                             20, 08. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e                                      vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli                                             doveva risorgere dai morti.

 

Commento

                Tutto è nostro. Noi dobbiamo uscire dalla logica della necessità e riaffermare questo principio costitutivo del mondo. Questa fede nella resurrezione è anche fede che la creazione è avvenuta per amore, che cioè agli inizi c’è un amore che ha posto le cose e non c’è un fato, un destino. Questa fede allora ci libera dalla pietra del sepolcro. La pietra immensa rotola via e noi vediamo, come gli uomini della caverna platonica, non più nel fondo della caverna le immagini che si riflettono dal di fuori ma direttamente, abbiamo sotto gli occhi il sole, le cose. Abbiamo voltato la faccia dal profondo della caverna che è la caverna della necessità del vivere. La resurrezione è questo. lo so che ho fatto solo delle variazioni, niente di più, ma avevo la necessità interiore di dire che le vicende storiche che viviamo, e che spesso ci portano a chinar la testa delusi, ci portano a ritrovar la nostra sicurezza. Sappiamo che tutto è compiuto ma tutto deve cominciare e quindi ci reinseriamo nella comunità degli uomini senza aggressività ma portando alta la nostra speranza. Dovrà cambiare l’uomo, dovrà – come dice il profeta – il cuore dell’uomo diventare, da cuore di pietra, un cuore di carne. È una speranza che noi alimentiamo soprattutto dall’evento che celebriamo perché esso dice che le cose mutano. Il senso intimo, antropologico della Pasqua è l’affermazione che le cose mutano.

                Non è vero che c’è una necessità che governa tutto, la novità è la legge. Non mi importa che mi dicano: «Guarda che gli uomini da quando sono uomini si sono sempre ammazzati». lo dico che verrà tempo in cui gli uomini non si ammazzeranno. La mia affermazione non ha documenti se non questo: la novità è possibile, anzi ha una sua diversa, specifica necessità che viene avvertita dalla coscienza che è consustanziale alla libertà. La coscienza omogeneizzata alla razionalità corrente non ci crede, sorride di un sorriso scettico che è una ferita che spesso ci colpisce, ha dalla parte sua tutte le cose. Lo scettico può citare tutto quello che vuole del passato e tuttavia la sua saggezza è stolta perché non riesce a capire che mentre parla un filo d’erba gli cresce accanto alle scarpe e in quel filo d’erba c’è più che in tutto il suo sorriso freddo come un laser. La novità è il nostro orizzonte e noi poggiamo questa nostra interna necessità morale sull’evento della resurrezione. Gridiamo quindi Alleluya, la morte e la vita – lo abbiamo sentito ora – si sono confrontate in un terribile duello e finalmente la vita ha vinto la morte.

                Mentre lo dico ho sempre paura che la parola mi sia rapita dalla comprensione ritualistica e allora essa perde senso. La parola acquista senso per chi la traduce in un impegno, in una decisione: questo sarà se noi lo vorremo. Chi l’ha presa sul serio, voi lo sapete, come i primi testimoni, ha versato il sangue. Non è quindi una parola di consolazione con cui ci consoliamo con un superattico paradisiaco, perché chi fa così svuota di senso il messaggio, ne fa alimento alla sua concupiscenza. Questo annuncio è una consegna morale: così sarà se vorrete. Ecco come noi dobbiamo, in una situazione storicamente e culturalmente così. nuova, riprendere, decifrare e ricodificare secondo il nostro linguaggio l’antico messaggio della Pasqua.

Ernesto Balducci – da: “Gli ultimi tempi” – vol. 2

www.fondazionebalducci.com/17-aprile-2022-pasqua

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DONNE NELLA CHIESA (per la ) CHIESA

Vangelo del 17 aprile: dalla risurrezione si comprende la sorprendente novità del Crocifisso

                Gesù, il Cristo, il nazareno, è veramente risorto! E noi sentiamo in tutte le fibre del nostro essere che la sua vita ci avvolge, ci intride, ci rigenera. Lo sentiamo non con i sensi della carne – ché anzi tanta stanchezza e annunci sinistri di morte ci sfiancano - ma con lo sguardo e l’udito della fede, con l’odorato e il tatto e il gusto dell’amore, con l’intuito dello Spirito che – sola grazia – si unisce al nostro spirito per attestarci che più forte di tutti i macigni di morte è la fedeltà del Vivente

                Come all’inizio del Vangelo di Luca, così al suo compimento ci sono donne ad aprire l’orizzonte. Era ancora buio, quel “primo giorno dopo il sabato” (Lc 24,1). Donne in movimento, anzi in corsa. E uno sguardo ficcato nelle tenebre, a cercare il sorgere della luce in crescita. C’è una silenziosa sotterranea continuità tra la notte, l’abisso fondo del sabato santo e l’alba del primo giorno che allerta tutti i sensi dello spirito. Il soggetto in azione, non nominato (Lc 24,1) è il medesimo: le discepole venute con Gesù dalla Galilea. Medesimo è il profumo degli unguenti (Lc 23,56; 24,1). Medesima la passione di ricerca.

                Tutto, in quel primo giorno ha inizio “quando era ancora buio”. Le donne (secondo il IV Vangelo è solo Maria di Magdala) si muovono rapide e sembrano decise, determinate, mentre “ancora ci sono le tenebre” (Gv 20,1). Ancora nel dominio della morte esse, ciecamente, seguono l’insoffocabile presentimento della vita, custodito al cuore della fedeltà dei legami. Per le donne la vicenda di Gesù non era chiusa. Quella pietra al luogo del corpo amato era per loro un’impertinenza e la volevano sfidare.

                Tutti i Vangeli, pur in modo diverso, registrano l’intrigante epilogo di una storia singolare e, unito, il prologo di una storia nuova: donne sotto la croce di Gesù, in silenzioso sguardo che ricevono la consegna del suo corpo – consegna che non conclude ma apre (Lc 23,55s.). Esse, fatte solo sguardo, pur velato di lacrime, stanno a osservare il luogo della deposizione, preparano profumi per il corpo amato. Non scelgono mai la fuga le donne discepole venute dalla Galilea. Così, profezia muta, impersonano e reggono ignare il passaggio discepolare dalle tenebre alla nuova luce. Senza saper cosa sperare, ma non disperate.

                “Il primo giorno, dopo il sabato, si recarono” (Lc 24,1): dopo l’ora delle lacrime e il tempo dell’assenza di ogni parola. Protagoniste del compiersi della narrazione di Gesù nei suoi passi terreni, ecco dunque ancora donne, proprio come per l’inizio (Lc 1 -2). All’inizio ed alla fine, ad inclusione, stanno donne di Galilea, senza credito. Maria, umile serva, Elisabetta ed Anna, all’inizio; Maria di Magdala, Giovanna, Maria di Giacomo, alla fine (24,10).

                Risurrezione è come il concepimento: vaneggiamenti di donne? Due sodalizi stanno a presidio del Vangelo: donne in attesa, in cammino, in fedeltà, silenzio e speranza. Sodalizio di fede e di voce narrante, di canto annunziante. E come le donne dell’inizio portarono canti di salvezza e fecero ritrovare ai muti la parola (cf Lc 1,64), così le donne del compimento recano l’annuncio a Pietro, novello Zaccaria, che a sua volta lì per lì “non credette” (24,11; cf Lc 1,20); ma poi – allenato a convertirsi (Lc 22,32) – subito riprese, lui stesso, a correre (cf 24,12).

                Eloquente per noi oggi è l’indiretto monito di Luca attraverso il Vangelo della risurrezione. Parla alla Chiesa ancora esitante, alla ricerca incerta di ritrovare i passi della sinodalità. Tutti la riconoscono questa istanza impellente, ma chi la interpreta, chi la frequenta oggi? Quale sinodalità? Nel racconto delle donne al sepolcro (Lc 24,1-11) Luca introduce dei tratti che dicono una singolare lettura della risurrezione, esplicitata poi nel prosieguo del racconto, e in Atti. Alcuni tratti ci intrigano particolarmente. Accanto al posto decisivo delle donne, altro elemento dominante nel racconto di Luca – a grande inclusione geografica e teologica del Terzo Vangelo – è proprio il tempio di Gerusalemme: lì ha inizio la narrazione e lì si conclude. Attori della prima parte sono la coppia levitica, Zaccaria ed Elisabetta, e Zaccaria è un sacerdote che officia nel tempio per l’ora dell’incenso. Attori dell’ultima parte sono gli apostoli che “stavano sempre nel tempio” (v. 53), essi però laici, non sacerdoti, e a un nuovo inizio della sequela. Popolo nuovo dei poveri del Signore.

                Luca, ha collocato la vicenda di Gesù in una ben determinata struttura letteraria e geografica: dalla Galilea al tempio di Gerusalemme, ove la salvezza riprenderà il suo cammino verso l’universalità. La rivelazione degli angeli irrompe e ribalta la ricerca delle donne: “Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?”. La necessità della passione per “il Vivente”. Ecco dischiudersi nell’annuncio dei due – angeli come uomini – l’orizzonte nuovo di lettura della storia umana, lettura che ne apre i sigilli. Gesù con la sua vicenda terrena fino alla Croce ha detto Dio e ha detto l’uomo – nel mistero che – nella differenza abissale – li accomuna: la vita. La profetica fedeltà delle discepole deve aprirsi al mistero della Vita, che attraverso la morte di Gesù rivela tutta la sua trascendenza:  “Vivente” non significa tornato alla vita di prima, ma entrato nella vita di Dio. La risurrezione di Gesù disorienta e riorienta in loro tutte le categorie dell’umano. Egli vive, e dunque noi viviamo. Per aprirsi alla risurrezione non basta la constatazione del sepolcro vuoto, né basta la visione personale degli angeli: occorre la “memoria” delle parole e degli atti di Gesù, la memoria Crucis, che non è un semplice far tornare alla mente qualcosa di passato, ma un ricordare che – illuminato dalla luce del mattino di Pasqua – ripensa e comprende. Così è la memoria evangelica.

                È partendo dalla risurrezione che si comprende la sorprendente novità del Crocifisso. Per questo la memoria della passione è importante. Per comprendere la necessitas che ridispone tutto il senso della vita di Gesù e della storia umana. Non è fallimento, non è sconfitta la morte di Gesù, ma è il compimento delle Scritture – come ben presto il Risorto, nella forma del Pellegrino, spiegherà ai discepoli di Emmaus (Lc 24,26). È il compimento dell’amore, nuova lettura della storia umana.

                Le donne obbediscono al comando ricevuto: “Si ricordarono delle sue parole”. Si tratta proprio di un comando. Nel racconto di Luca l’attenzione si concentra interamente sulla cosa più importante: il ricordo, che subito si fa annuncio. Esse sanno, per essere passate attraverso la morte con speranza non disperata. Non possiamo essere esperti di Dio senza conoscere il cuore delle tenebre. Basta fermare lo sguardo e custodire la memoria con cuore docile allo Spirito, per scoprire che il cuore dell’oscurità è la luce. E tuttavia non furono credute le discepole di Galilea: il verbo apisteuein, che Luca usa in tutto il suo racconto soltanto qui, va certamente inteso in senso forte. L’imperfetto suggerisce incredulità ostinata e continuata. Dal gruppo dei discepoli increduli, quasi beffardi nei confronti delle donne, si stacca la figura di Pietro. E si alza, si apre allo stupore, come contagiato dall’intuito umilissimo di donne di Galilea.

                Gesù, il Cristo, il nazareno, è veramente risorto! E noi sentiamo in tutte le fibre del nostro essere che la sua vita ci avvolge, ci intride, ci rigenera. Lo sentiamo non con i sensi della carne – ché anzi tanta stanchezza e annunci sinistri di morte ci sfiancano – ma con lo sguardo e l’udito della fede, con l’odorato e il tatto e il gusto dell’amore, con l’intuito dello Spirito che – sola grazia – si unisce al nostro spirito per attestarci che più forte di tutti i macigni di morte è la fedeltà del Vivente. “Resurrezione è l’esodo da ciò che è vecchio, che trattiene l’essere umano come negli inferi e che tenta di impedire alla luce dell’evangelo di levarsi nel cuore” (Isacco il Siro 613-700)

M. Ignazia Angelini ¤ 1944, monaca di Viboldone           agenziaSIR          16 aprile 2022

www.agensir.it/chiesa/2022/04/16/vangelo-del-17-aprile-dalla-risurrezione-si-comprende-la-sorprendente-novita-del-crocifisso

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FAMILY ACT

Family Act, il momento giusto è adesso

                Il Senato due giorni fa ha approvato in via definitiva a larga maggioranza il Family Act: una legge delega al Governo che impegna quest’ultimo ad approvare una serie di provvedimenti a sostegno delle famiglie con figli, della genitorialità, dell’accesso delle bambine/i e degli adolescenti a occasioni educative formali e informali. Si tratta di un ambizioso progetto di intervento a tutto tondo in un capo, le politiche per le famiglie, a lungo negletto in Italia. Come legge delega, è una legge di indirizzo, che andrà riempita concretamente da leggi più puntuali, come è già avvenuto per l’assegno unico universale che ne costituiva originariamente il primo passo, ma che era stato poi scorporato per consentirgli un’attuazione più rapida. Non è tuttavia una scatola vuota, perché contiene indicazioni precise sulla direzione che dovranno prendere le leggi attuative: un allargamento e maggiore fruibilità dei congedi di maternità e parentali per tutte le lavoratrici e lavoratori, un rafforzamento del congedo di paternità per favorire un riequilibrio nelle responsabilità genitoriali tra madri e padri, il riconoscimento dell’importanza educativa delle attività extracurriculari, l’accesso alle quali quindi non può essere vincolato alle disponibilità economiche della famiglia ed allo stesso tempo la riduzione dei costi dell’educazione formale a partire dal nido.

                Desta qualche perplessità che, mentre non viene ipotizzata nessuna cifra a finanziamento di queste varie misure, quasi tutte, non solo, come è ovvio, i congedi, sono formulate sotto forma di voucher o detrazioni, in controtendenza con la pulizia e razionalizzazione operata con l’assegno unico ed anche con il dibattito in corso sulla opportunità di ridurre la massa di detrazioni che disegnano un welfare fiscale spesso opaco e diseguale, come documentato anche dal recente volume La mano invisibile dello stato sociale, a cura di Matteo Jessoula e Emmanuele Pavolini, edito da “il Mulino”. Un più chiaro orientamento al rafforzamento dell’offerta di servizi e della loro qualità avrebbe migliorato non solo l’universalismo, ma anche l’efficacia rispetto all’obiettivo di sostenere insieme le scelte positive di fecondità e l’occupazione delle madri. La legge delega ora inizia il suo iter di formulazione e poi approvazione delle leggi attuative: un processo che richiederà attento monitoraggio e azione di indirizzamento da parte dei soggetti della società civile interessati, in primis, ma non esclusivamente, il movimento e le associazioni delle donne, perché il tutto non si perda per strada prima della fine della legislatura e sia coerente con la riforma fiscale da un lato, l’attuazione del PNRR (in cui il family act viene richiamato) dall’altro. Questi passaggi non sono mai semplici nel nostro paese e sono particolarmente a rischio nella situazione attuale, in cui la nuova emergenza, sommandosi a quelle precedenti, fa cambiare l’agenda e le priorità ogni giorno.

                A fronte della persistente povertà di molte famiglie con figli, alla perdita del lavoro da parte di molte madri e al rischio che la crisi energetica produca nuova disoccupazione sia femminile sia maschile, alle difficoltà crescenti che molte famiglie stanno sperimentando nel fronteggiare sia i costi energetici sia quelli alimentari, riformare i congedi o distribuire qualche voucher per permettere a ragazzi/e di praticare uno sport, imparare a suonare uno strumento, fare un viaggio di istruzione, può sembrare un’esigenza secondaria. Perché per molte famiglie l’alternativa non è quella formulata infelicemente da Draghi, tra la pace e l’uso del ventilatore in estate, ma tra pagare l’affitto o il riscaldamento, non andare in mora con le bollette o nutrire adeguatamente i propri figli, permettere loro di scegliere il corso di studi più corrispondente alle loro inclinazioni o quello che si pensa porti più velocemente ad una occupazione. Se non si vuole che la solidarietà all’Ucraina venga meno, è a chi vive queste alternative che occorre pensare nel valutare attentamente come distribuire i costi e i sostegni derivanti da questa nuova, drammatica, emergenza. Allo stesso tempo il Family Act, se inserito in una azione di robusto rafforzamento dei servizi (che sono anche fonte di offerta di lavoro buono), può fornire la prospettiva non solo emergenziale in cui creare condizioni favorevoli alle famiglie con figli, anche non abbienti e senza condizionatore. Per questo non va accantonato in attesa di tempi migliori

Chiara Saraceno                              La Stampa 11 aprile 2022

www.lastampa.it/editoriali/lettere-e-idee/2022/04/11/news/family_act_il_momento_giusto_e_adesso-2921144

 

De Palo: “Abbiamo costruito le fondamenta per la casa, ora servono risorse per renderla funzionale”

                “Bisogna migliorare l’assegno unico e finanziare le singole misure previste dalla riforma, ma, soprattutto, non dobbiamo dimenticare la necessità di un Piano Marshall per la natalità all’interno del Pnrr”, dice al Sir il presidente del Forum delle famiglie.

                Con il voto del Senato il Family Act è diventato legge e l’Italia si è dotata di una riforma organica delle politiche per la famiglia, che prevede un potenziamento del sistema del welfare, con l’introduzione dell’assegno unico e universale, il sostegno alle spese per i percorsi educativi dei figli, la revisione dei congedi parentali con la conciliazione dei tempi di lavoro e di cura dei figli per entrambi i genitori, misure di incentivo al lavoro femminile, detrazioni fiscali per le spese legate all’istruzione universitaria e per la locazione dell’immobile adibito ad abitazione principale o, per le giovani coppie composte da soggetti aventi entrambi età non superiore a 35 anni alla data di presentazione della domanda, per l’acquisto della prima casa. Ne parliamo con Gigi De Palo, presidente del Forum nazionale delle associazioni familiari e della Fondazione per la natalità.

                Finalmente assegno unico e Family Act sono una realtà…

                Il Family Act e l’assegno unico sono misure volute dalla stragrande maggioranza del Parlamento: vuol dire che ci sono delle misure e dei temi, come quelli della famiglia e della natalità, che sono capaci di unire l’Italia. Questa è una bella notizia. Voglio ricordare che sull’assegno unico ci sono stati solo quattro astenuti, per il Family Act ci sono stati alcuni voti contrari, non perché contrari alla misura ma perché avrebbero voluto di più, è stata una questione di segnale politico. Mi preme anche ringraziare il lavoro che la ministra Elena Bonetti ha portato avanti: assegno unico e Family Act, in un Paese dove le politiche familiari sono molto poche, sono un segnale fondamentale di partenza. Ricordo anche il lavoro di tutte le associazioni del Forum delle associazioni familiari: silenziosamente, dietro le quinte, rasserenando gli animi, compattando tutte le differenze politiche, parlando con tutti i parlamentari e i membri del Governo. C’è stato, dunque, tanto lavoro, di lungo periodo, di cucitura del Paese, di rammendo, come lo chiamerebbe il card. Gualtiero Bassetti, di un Paese sfilacciato, che viene da un periodo difficile come la pandemia e ora con la preoccupazione della guerra in Ucraina.

                Quanto è stata importante l’approvazione definitiva del Family Act?

                Il Family Act comprende l’assegno unico e misure per gli asili nido, congedi parentali, lavoro per le donne, tutta una serie di pacchetti che però vanno finanziati. Come per l’assegno unico, l’impianto c’è: possiamo dire che in Italia abbiamo costruito le fondamenta per la casa, ma, per fare in modo che sia vivibile, è necessario adesso mettere le risorse in modo che le cose funzionino.

                Innanzitutto, bisogna andare a migliorare l’assegno unico per far sì che faccia guadagnare tutti e nessuno ci perda. Poi bisogna finanziare le singole misure del Family Act, fermo restando che la partita più grande resta però quella della natalità. Attualmente manca un Piano Marshall (1948-1951) per la natalità all’interno del Pnrr. Una dimostrazione della difficoltà emerge dal fatto che sono usciti i fondi per gli asili nido ma i Comuni non partecipano: questo è logico perché a livello territoriale i politici si rendono conto di quali sono gli effettivi bisogni dei loro paesi. Quindi, se un sindaco vede che nel suo paese il trend per i prossimi venti anni è che nasceranno sempre meno bambini e ci saranno sempre più anziani, investirà in Rsa e ospizi e non in asili. Con questo voglio dire che     serve un piano choc per la natalità che spinga le famiglie a fare figli e i giovani a realizzare questo sogno in Italia e non all’estero, faciliti la prima casa e il lavoro dei giovani, solo dopo avranno automaticamente un senso gli asili nido e i congedi di paternità. Tornando all’immagine della casa, è tutto teoricamente costruito bene, ma manca la materia prima, nel nostro caso i bambini. Quindi, il Family Act è un buon inizio ma dobbiamo tenere presente qual è l’obiettivo.

                Cosa occorre fare?

                 In Italia pensiamo che quando abbiamo iniziato un lavoro è già completato, ma non è così. Per esempio, per l’assegno unico dobbiamo verificare come va, come viene gestito, chi ci perde, quanti soldi avanzano, quali migliorie servono. Con il Family Act, dobbiamo vedere quanti soldi si investono per il lavoro dei giovani, quanti per i congedi parentali. Aggiungo una riflessione: forse, prima di mettere miliardi sui congedi parentali, sarebbe meglio mettere i miliardi che mancano sull’assegno unico. Non dimentichiamo che i congedi parentali riguardano i lavoratori dipendenti, che già hanno molte tutele. Un giovane, che fa un figlio ed è quello che ha più necessità, di solito non ha un contratto lavorativo che lo tutela. Stiamo riproponendo il problema degli assegni al nucleo familiare che toccavano solo a quelli con contratti da dipendenti. Per l’assegno unico non è così e vale per tutti; allora, si dovrebbe cambiare la regola anche per il congedo parentale. Non dobbiamo andare avanti per mode, ma vedere quali sono le priorità. Attualmente è fare bene l’assegno unico. Solo dopo, andiamo avanti con un altro capitolo, sempre lavorando parallelamente sulla natalità.

                È necessaria una visione di lungo periodo, non legata semplicemente al consenso.

                Infatti, il Pnrr toglierà o metterà sulla testa dei nostri figli tanti debiti: le politiche dei padri vanno concordate anche con i figli. A loro che mondo lasciamo?

                C’è anche un problema culturale?

                Sì. Per incentivare l’utilizzo dell’energia alternativa o delle auto a emissioni zero, lo Status fa dei bonus che valgono per tutti, nessuno escluso. Sull’assegno unico, quindi sui figli, c’è il peso dell’Isee. È una questione di mentalità: un figlio viene visto come un privilegio, come un lusso, e non come un bene comune. Dobbiamo cambiare questo modo di pensare, per cui per tutto ci sono agevolazioni e sconti che non tengono conto della situazione patrimoniale, come invece avviene per le famiglie con figli, a cui si fanno i conti in tasca. Anche quelli senza figli dovrebbero “tifare” per i figli degli altri, perché saranno loro che permetteranno in futuro di pagare la pensione, sosterranno il welfare e il Sistema sanitario. Occorre capire che siamo tutti collegati.

Gigliora Alfaro  AgenSIR               12 aprile 2022

www.agensir.it/italia/2022/04/11/family-act-de-palo-abbiamo-costruito-le-fondamenta-per-la-casa-ora-servono-risorse-per-renderla-funzionale

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

La vocazione della chiesa, qual è?

                Alle 7,20 di domenica 3 aprile papa Francesco ha fatto ingresso in un salone della Nunziatura di Malta, dove erano raccolti 38 gesuiti maltesi, tra i quali p. Roberto Del Riccio, provinciale della Provincia euro-mediterranea, che comprende Malta, Italia, Albania e Romania. Francesco ha salutato tutti i presenti, uno per uno, e quindi si è seduto per aprire una conversazione libera e spontanea, come è solito fare in questi incontri. Il clima era cordiale e fraterno. Francesco ha esordito dicendo: «L’unico ricordo che ho dei gesuiti maltesi è quello dei miei compagni di studio della filosofia. Erano destinati al Cile. Io stesso ho fatto lo juniorato in Cile. Poi loro andavano a studiare a Buenos Aires. L’ultimo di quel gruppo l’ho sentito al telefono l’anno scorso prima che morisse. Fate pure qualche domanda per parlare un po’ insieme…».

                Santo Padre, la realtà della Chiesa di oggi sta cambiando. Diventa sempre più piccola in una Europa secolare e materialista. Nello stesso tempo la Chiesa si sviluppa però in Asia e Africa. Come sarà la Chiesa del futuro? Sarà più ristretta, ma più umile e autentica? E il cammino sinodale della Chiesa? Dove sta andando?

                Papa Benedetto è stato un profeta di questa Chiesa del futuro, una Chiesa che diventerà più piccola, che perderà molti privilegi, sarà più umile e autentica e troverà energia per l’essenziale. Sarà una Chiesa più spirituale, più povera e meno politica: una Chiesa dei piccoli. Benedetto da vescovo lo aveva detto: prepariamoci a essere una Chiesa più piccola. Questa è una delle sue intuizioni più ricche.

                Oggi c’è il problema delle vocazioni, sì. È anche vero che in Europa ci sono meno persone giovani. Prima si avevano tre, quattro figli a famiglia. Adesso spesso solamente uno. I matrimoni calano, mentre si pensa a crescere nella professione. Direi alle mamme di questi trentacinquenni che vivono nella famiglia di origine di non stirare più le camicie! In questa situazione c’è anche il rischio di voler cercare le vocazioni senza adeguato discernimento.

                Ricordo che nel 1994 si fece un Sinodo sulla vita consacrata. Io ero venuto come delegato dell’Argentina. Allora era scoppiato lo scandalo delle novizie nelle Filippine: le Congregazioni religiose andavano lì alla ricerca di vocazioni da «importare» in Europa. Questo è terribile. L’Europa è invecchiata. Dobbiamo abituarci a questo, ma dobbiamo farlo creativamente, in modo da assumere per le vocazioni le qualità che lei citava in generale per la Chiesa nella sua domanda: umiltà, servizio, autenticità.

                Poi lei ha anche menzionato il cammino sinodale. E questo è un passo ulteriore. Stiamo imparando a parlare e scrivere «in Sinodo». Fu Paolo VI a riprendere il discorso sinodale, che era andato perduto. Da allora siamo andati avanti nella comprensione, nel capire che cosa sia il Sinodo. Ricordo che nel 2001 sono stato relatore per il Sinodo dei vescovi. In realtà il relatore era il cardinale Egan, ma, a causa della tragedia delle Torri gemelle, è dovuto tornare a New York, la sua diocesi. Io ho fatto il supplente. Si raccoglievano le opinioni di tutti, anche dei singoli gruppi, e si inviavano alla Segreteria generale. Io raccoglievo il materiale e lo sistemavo. Il segretario del Sinodo lo esaminava e diceva di togliere questa o quella cosa che era stata approvata con votazione dei vari gruppi. C’erano cose che non riteneva opportune. C’era, insomma, una preselezione dei materiali. Chiaramente non si era capito che cos’è un Sinodo.

                Oggi siamo andati avanti e non si torna indietro. Alla fine dell’ultimo Sinodo, nel sondaggio sui temi da affrontare nel successivo, i primi due sono stati il sacerdozio e la sinodalità. Mi è parso chiaro che si volesse riflettere sulla teologia della sinodalità per fare un passo decisivo verso una Chiesa sinodale.

                Infine, voglio dire che non dobbiamo dimenticare quel gioiello che è l’Evangelii nuntiandi di Paolo VI. La vocazione della Chiesa qual è? Non sono i numeri. È evangelizzare. La gioia della Chiesa è evangelizzare. Il vero problema non è se siamo pochi, insomma, ma se la Chiesa evangelizza. Nelle riunioni prima del Conclave si parlava del ritratto del nuovo Papa. È stato proprio lì, nelle Congregazioni generali, che è stata usata l’immagine della Chiesa che esce, in uscita. Nell’Apocalisse si dice: «Io sto alla porta e busso». Ma oggi il Signore bussa da dentro perché lo si lasci uscire. Questa è la necessità di oggi, la vocazione della Chiesa oggi.

                Santo Padre, mi permetta di ringraziarla per la sua vita e il suo esempio e anche, in particolare, per la sua Esortazione apostolica «Gaudete et exsultate». Poi le comunico un saluto dal Venerabile Collegio inglese, dove io lavoro. Lì pregano per lei e la ringraziano. La mia domanda è: qual è il suo suggerimento perché i direttori spirituali e i seminaristi siano preparati a essere preti per il terzo millennio?

                Che cosa ti ha colpito nella Gaudete et exsultate?

                Prima tutto l’insieme. Come vivere le beatitudini. Poi i segni della santità. Mi ha colpito molto il riferimento all’umorismo…

                Ah! La nota 101, quella su Thomas More! Sì, quella Esortazione apostolica è stata archiviata. A me piacerebbe che la leggessero tutti i novizi. Mi chiedi che fare. Io chiederei ai seminaristi una cosa: siate persone normali, senza immaginare di essere né «grandi apostoli» né «devotelli». Siate ragazzi normali, capaci di prendere decisioni sulla vostra vita in cammino. E per questo ci vogliono anche superiori normali.

                A me davvero colpisce l’ipocrisia di alcuni superiori. L’ipocrisia come strumento di governo è terribile. Con l’ipocrisia non ci si prende cura della tua inquietudine, del tuo problema, del tuo peccato nascosto. Bisogna aiutare a togliere ogni ipocrisia che rovina la strada di un giovane. Ricordo uno studente gesuita che poi si è sposato. Era al primo anno di filosofia. Aveva conosciuto una ragazza, e se ne era innamorato. Aveva voglia di vederla tutti i giorni. Alla notte usciva di nascosto e andava dalla ragazza per stare con lei. Lui cominciava a dimagrire, perché dormiva pochissimo. Ma questo ragazzo fortunatamente è caduto nelle mani di un anziano padre spirituale che non aveva paura di nulla e non era ipocrita. Intuì come stavano le cose. E glielo disse: «Tu hai questo problema». Glielo disse! E, prendendosene cura, lo accompagnò a uscire dall’Ordine. Poi questo giovane si sposò.

                Io stesso ricordo che tanti anni fa ho ascoltato un giovane gesuita di una Provincia europea che stava facendo il magistero dopo la filosofia. Chiese al Provinciale di essere trasferito in un’altra città per stare vicino alla mamma morente di cancro. Andò poi in cappella perché il superiore potesse accontentare il suo desiderio. Vi rimase fino a molto tardi. Rientrando, trovò sulla porta una lettera del Provinciale, datata il giorno dopo, che gli chiedeva di rimanere dov’era, e gli diceva che aveva preso questa decisione dopo aver riflettuto e pregato. Ma non era vero! Aveva dato la lettera postdatata al ministro perché la consegnasse il giorno dopo, ma, data l’ora tarda, il ministro aveva pensato di metterla il giorno prima. Questo ragazzo è rimasto distrutto. Questa è ipocrisia. Che mai nella Compagnia ci sia ipocrisia! Meglio sgridare che avere atteggiamenti cortigiani!

                Nella Compagnia non si può accompagnare un fratello senza fiducia e chiarezza. Se la persona non si fida dei superiori o di qualcuno che lo guida, non va affatto bene. I superiori devono far nascere fiducia. E poi devono fidarsi della «grazia di stato», perché sia lo Spirito Santo a dare loro i consigli giusti. E che si studi con la saggezza che la Chiesa ha accumulato nel tempo. Ma non bisogna spaventarsi di nulla. Mai si devono uniformare i giovani. Ognuno è una specie unica: per ciascuno hanno fatto lo stampo e poi l’hanno rotto. E che i superiori si abituino anche ad avere qualche enfant terrible. Bisogna avere pazienza, correggerli, ma spesso sono davvero bravi. Non siamo tutti uguali: abbiamo carte di identità distinte.

                Ieri, sentendo i discorsi che hanno fatto, si parlava di Malta come Paese accogliente dei rifugiati. Sono rimasto perplesso. Anche noi abbiamo un accordo con la Libia per rimandare i migranti indietro. Avrà saputo della tragedia nel Mediterraneo, di sabato scorso, quando 90 migranti provenienti dalle Libia hanno perso la vita. Sono sopravvissuti soltanto in quattro. Lei incontrerà alcuni rifugiati. Non vedrà però i campi, dove la situazione è molto più difficile. È vero anche che questo è un problema di tutta l’Europa, che non aiuta il nostro Paese. Questo vale pure per l’accoglienza degli ucraini.

                È vero: quello delle migrazioni è un problema dell’Europa. I Paesi non si mettono d’accordo. Capisco che per l’Italia, Cipro, Malta, la Grecia e la Spagna non è facile. Sono loro che devono riceverli perché sono i primi porti, ma poi l’Europa deve farsene carico. In Europa bisogna progredire con i diritti umani per eliminare la cultura dello scarto. Bisogna pure evitare di dare legittimità alla complicità delle autorità competenti, sempre, anche in meeting e incontri.

                Sull’aereo mi hanno dato un dipinto fatto da un ragazzo, Daniele, che dipinge la sua angoscia mentre sta annegando e che vuole salvare il suo compagno che affonda. Raccomando un libro, Hermanito, cioè «Fratellino». È uscito un anno fa. È la storia di un fratello maggiore che dalla Guinea parte alla ricerca del fratello più piccolo. Ci fa capire che cosa sia la traversata del deserto, il traffico dei migranti, la prigionia, le torture, il viaggio in mare… E a te grazie per non parlare per mezze parole. Questa di cui stiamo parlando è una delle vergogne dell’umanità che entra nelle politiche degli Stati.

                Se c’è un incendio nella stanza vicina che facciamo? Restiamo lì e continuiamo la nostra riunione? È una immagine: la stessa cosa avviene nel mondo col cambio climatico. Il mondo brucia e noi ce ne stiamo tranquilli. Come si fa a collegare evangelizzazione e cambio climatico?

                Lavorate su questo campo, sì. Non avere cura del clima è un peccato contro il dono di Dio che è il creato. Per me è una forma di paganesimo: è usare come fossero idoli ciò che invece il Signore ci ha dato per la sua gloria e lode. Non avere cura del creato per me è come idolatrarlo, ridurlo a idolo, sganciandolo dal dono della creazione. In questo senso prendersi cura della casa comune è già «evangelizzare». Ed è urgente. Se le cose andranno così come adesso i nostri figli non potranno abitare più nel nostro Pianeta.

                Si è fatto davvero tardi e lei deve andare. Le faccio al volo una domanda: le sue consolazioni e le sue desolazioni circa il processo della sinodalità.

                Ci sono consolazioni e desolazioni. Ti faccio un solo esempio: nelle prime sessioni del Sinodo sull’Amazzonia ci si è molto concentrati sulla questione dei preti sposati. Poi lo Spirito ci ha fatto anche capire che mancavano molte altre cose: i catechisti, i diaconi permanenti, il seminario per gli aborigeni, preti che vadano da altre diocesi o che vengano spostati all’interno della medesima. Tutto questo è stato vissuto tra consolazioni e desolazioni. È la dinamica spirituale del Sinodo.

Antonio Spadaro             La civiltà cattolica           Quaderno 4124, pag. 105-110    16 aprile 2022

www.laciviltacattolica.it/articolo/la-vocazione-della-chiesa-qual-e

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OMOFILIA

Genitori cattolici di ragazzi omosessuali chiedono un adeguamento del Catechismo

                «Gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati», recita il Catechismo della Chiesa cattolica al numero 2357, ma «Il catechismo non è scolpito nella pietra», ritiene invece il card. Reinhard Marx, come ha detto nell’intervista a Die Stern (30/3/2022) (vedi news Ucipem n. 905, pag. 18). Le parole del cardinale hanno incoraggiato i «genitori cattolici, aderenti alla Rete 3VolteGenitori», «in sintonia con il card. Marx», a rivolgersi alla Congregazione per la Dottrina della Fede invitandola ad «affrontare con determinazione e grande apertura d'animo queste tematiche». Di seguito il comunicato che hanno diffuso in data di ieri.

 

«Noi genitori cattolici, aderenti alla Rete 3VolteGenitori nata per dare voce e luce ai genitori di ragazzi* LGBT+ nella loro battaglia per l'accoglienza e la vita, condividiamo pienamente e facciamo nostre le riflessioni, in tema di fede e omosessualità, del cardinale Reinhard Marx di Monaco di Baviera, apparse su Die Stern il 30 marzo u.s. Già oltre trent'anni orsono, il 17 maggio 1990, l'Organizzazione Mondiale della Sanità cancellò l'omosessualità dall'elenco delle malattie mentali, definendola una variante naturale del comportamento umano. Nel 2018 anche per l’incongruenza di genere, ovvero la transessualità venne preso analogo provvedimento. Le decisioni dell'OMS sono conferma scientifica della speciale affettività che noi genitori abbiamo osservato sin dalla nascita in questi nostri figli*, affettività che pertanto non è frutto del loro libero arbitrio. Per tale motivo essi sono parte della creazione e del progetto di Dio e in quanto tali devono essere a pieno titolo, senza riserva alcuna, parte integrante della Chiesa e della Società.

                In sintonia con il card. Marx, noi genitori valutiamo superato l'atteggiamento della Chiesa che ancora considera oggettivamente disordinata questa inclinazione affettiva delle persone LGBT+. Invitiamo pertanto la Congregazione per la Dottrina della Fede, e le altre istituzioni preposte, ad affrontare con determinazione e grande apertura d'animo queste tematiche e a tradurre con coraggio nei documenti quanto la realtà sta dimostrando».

Rete Nazionale di genitori cristiani di figli LGBT+

www.gionata.org/3voltegenitori/?page31681=2

www.cdbitalia.it/2021/03/01/3voltegenitori

Redazione Adista            12 aprile 2022

www.adista.it/articolo/67893

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PASTORALE

L’avvertito bisogno di un umanesimo integrale: un articolo del sociologo Palmieri

                «La pastorale familiare, se mossa da evangelica missione, aspira a farsi carico di tutti quei nuclei composti da credenti che hanno ottenuto il divorzio e poi si sono risposati. Tutt'altro che considerarli esclusi dalla comunità, essi sono invitati a partecipare alla vita della Chiesa, partendo dalla loro concreta situazione di difficoltà e di travaglio, e dare inizio ad un cammino nuovo di crescita nell’ottica delle esigenze evangeliche». Verte sulla crisi del matrimonio come sacramento, e sulla necessità che la Chiesa faccia dei passi a favore delle famiglie in situazioni dichiarate “irregolari”, un articolo del sociologo Angelo Palmieri, dottore di ricerca in Economia e Gestione delle aziende sanitarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, e di Giuseppe Capsoni, cappellano dell’ospedale “Santa Maria dei Laici” di Amelia, che riceviamo e pubblichiamo.

 

                «È indubitabile il fatto che nei Paesi Europei la civiltà abbia subito un processo di scristianizzazione che ha determinato una sorta di incrinamento nella realtà del matrimonio e della famiglia. Una tendenza allo snaturamento del matrimonio come sacramento e opzione di vita, l'aumento dei divorzi, il fenomeno delle tante persone che vivono la loro esistenza staccate da tutti i legami istituzionali, il numero sempre più evidente dell’invecchiamento del vecchio continente con il conseguente dato esponenzialmente alto di decrescita demografica, l'insufficienza di una capacità (e nondimeno della paura) a porre in essere una scelta che comporti un legame non temporaneo ma definitivo; tutto questo si palesa come sintomo di mutamento socioculturale nel quale si dibattono le famiglie.

                Non va sottaciuto il fatto che a determinare questo cambiamento sia stato soprattutto la incapacità di molte realtà ecclesiali – anche se non solo di queste - di trasmettere le ragioni di una comprensione cristiana in rapporto alle varie esigenze del tempo presente. Ovvero non c'è stata una comunicazione effettiva, concreta, sapientemente motivata, della vita cristiana colta nella sua capacità onnicomprensiva di rispondere alle domande costitutive del cuore umano.

                La famiglia si è trovata in questo processo doppiamente coinvolta: da una parte quale oggetto di una crisi della coppia, dall'altra parte in quanto incapace di trasmettere una visione cristiana della realtà. E poiché il disegno divino sul matrimonio e sulla famiglia è a riguardare l'uomo e la donna nella loro esistenza concreta fatta di quotidianità, la Chiesa, nel suo servizio reso alla comunità umana, non può trascurare l’insieme delle ombre minacciose che incombono sul matrimonio e sulla famiglia.

                Numerose sono le famiglie in situazioni dichiarate “irregolari” e la Chiesa, con spirito di maternità, non può non avvertire il dovere di accompagnarle con sguardo misericordioso in percorsi e cammini di rinascita in un tempo e in una cultura profondamente mutati.

                La pastorale familiare, se mossa da evangelica missione, aspira a farsi carico di tutti quei nuclei composti da credenti che hanno ottenuto il divorzio e poi si sono risposati. Tutt'altro che considerarli esclusi dalla comunità, essi sono invitati a partecipare alla vita della Chiesa, partendo dalla loro concreta situazione di difficoltà e di travaglio, e dare inizio ad un cammino nuovo di crescita nell’ottica delle esigenze evangeliche.

               

È questo lo spirito che anima l'esortazione apostolica Amoris Lætitia di Papa Francesco, una esortazione post-sinodale sulla bellezza e la gioia dell’amore coniugale e familiare, che, ponderando la complessità di vita nel tempo d’oggi, offre non pochi spunti di incoraggiamento per un nuovo approccio pastorale nei confronti della realtà familiare. Ciò che maggiormente preme è l’intento di comunicare la necessità di uno sguardo nuovo sulla famiglia da parte della Chiesa, una volta che ci si fa carico delle sue fragilità e delle sue ferite.

                L'azione pastorale familiare della Chiesa deve innanzitutto far sentire quanti hanno dovuto far fronte a un capovolgimento della vita familiare mediante il divorzio e la convivenza tutti fratelli partecipi della vita ecclesiale, pur non tacendo l'oggettiva situazione morale in cui si trovano e le conseguenze che ne derivano per la pratica della vita sacramentale.

                In realtà la questione della complessità nella vita coniugale si rifà ad una riflessione teologico pastorale, di carattere anche giuridico, che prende le mosse da un documento emanato dall'allora dicastero Vaticano competente sulla famiglia, finalizzato a dare un ausilio ai pastori della Chiesa nell’affrontare le spinose questioni morali attinenti alla vita coniugale. Il documento sopracitato non sottaceva la franchezza dell’annuncio evangelico e la tenerezza dell’accompagnamento. Da un lato prestava attenzione alla dinamica della gradualità per i vari percorsi da offrire alle coppie in situazioni di fragilità, dall’altro delineava elementi di orientamento spirituale atti a far sentire tutti fratelli nella comunità cristiana, riscoprendo la gioia dello sguardo amorevole di un Padre che non giudica ma ama incondizionatamente.

                Nell’esortazione Amoris Lætitia il dato dottrinale, teologico, giuridico sul matrimonio e sulla famiglia non è messo in discussione, ma mira a sostenere e rinforzare, partendo dalla fondamentale vocazione alla vita battesimale, tutti quei nuclei familiari che si trovano in difficoltà, ribadendo che la grazia battesimale è sempre chiamata alla santità. Difatti la vita etica è un cammino verso la perfezione della santità che deve portare dentro di sé ad una novità di scelta da compiere nelle concrete situazioni di fragilità coniugale.

                È quanto mai necessario ed opportuno formulare per chi soffre a causa di situazioni irregolari nella vita coniugale un'autentica proposta pratica. Si tratta quindi di guidare le persone in processi e percorsi di personalizzazione nuova di vita morale coniugale, cercando di spronarli a coniugare maternamente verità morale e vita cristiana nel coniugio. Ecco allora il documento di papa Francesco rivolgere alle coppie, ai coniugi e alle famiglie una Parola che li aiuti a cogliere il senso autentico della loro unione e del loro amore, segno e immagine dell’amore trinitario e dell’alleanza tra Cristo e la Chiesa. È una Parola che intende liberare le relazioni umane dalle schiavitù che spesso ne deturpano il volto e le rendono instabili e producono il predominio dell’individualismo e la paura del futuro.

                Certo non dovrà mancare un atteggiamento di scrupoloso e attento discernimento che sappia distinguere adeguatamente tra le varie forme di regolarità matrimoniale e i diversi elementi che stanno alla loro origine e sappia individuare adeguati interventi e cure pastorali perché si possano attuare concreti cammini di accompagnamento e conversione.

                Allo stato presente ciò che sembra più fruttuoso non è il semplice richiamo dei limiti posti dall'attuale disciplina ecclesiale in nome della verità dottrinale, ma la traduzione in itinerari pastorali concreti della strada, così come auspicato da Papa Francesco, che la Chiesa non può mancare di indicare affinché a nessuno, per quanto irregolare sia, abbia impedimento di vivere e ottenere la grazia necessaria per la vita presente e per la salvezza. Rimane imprescindibile il valore del matrimonio come progetto di Dio, senza precludere la via che si apra, pur dopo un cammino segnato da fallimenti, cadute e cambiamenti, alla pienezza della gioia e della realizzazione umana e porti alla riscoperta in ambito sociale del necessario sentimento di fraternità e di amore quotidiano.

                Papa Francesco ci esorta a questo: “Siamo chiamati ad accompagnare, ad ascoltare, a benedire il cammino delle famiglie; non solo a tracciare la direzione, ma a fare il cammino con loro; a entrare nelle case con discrezione e con amore, per dire ai coniugi: la Chiesa è con voi, il Signore vi è vicino, vogliamo aiutarvi a custodire il dono che avete ricevuto”.

                Perché sia feconda una pastorale familiare indirizzata a coniugi in difficoltà è necessario:

¨       astenersi dal giudicare: alcuni divorziati e risposati possono essere soggettivamente non colpevoli circa la vicenda della separazione e le modalità con cui essa ha preso forma;

¨       non escludere nessuno: pur permanendo una interdizione all'Eucarestia, bisogna ricordare che la vita di una comunità cristiana non si riduce all' Eucarestia, ma che si vive l'appartenenza alla Chiesa ascoltando la Parola di Dio, perseverando nella preghiera personale e di coppia, incrementando le opere di carità e partecipando a iniziative di giustizia;

¨        condividere le problematiche: nessuna separazione è priva di sofferenza e nessuna esente da paure e da problemi, per cui va perseguita la strada che non faccia sentire queste persone dimenticate ed escluse.

                Come giustamente afferma Mauro Magatti [¤ 1960, ordinario di Sociologia UCSC-Milano], anche la “misericordia non è un atto burocratico, un’amnistia, ma l’amore che ci provoca e ci sollecita a tenere insieme ciò che sarebbe destinato a perdersi”.

                Senza mai dimenticare, come ci insegna papa Francesco, che “la grammatica delle relazioni familiari - cioè della coniugalità, maternità, paternità, filialità e fraternità - è la via attraverso la quale si trasmette il linguaggio dell’amore, che dà senso alla vita e qualità umana ad ogni relazione”.

                Oggi ancor più di ieri, dopo questa esperienza della pandemia che stiamo vivendo, avvertiamo il bisogno di salvaguardare i legami familiari, oggi più che mai c’è bisogno di tali legami per rendere l’umanità più fraterna».

Redazione Adista            14 aprile 2022

www.adista.it/articolo/67898

 

Sacramenti e identità sessuale così si afferma la lezione di Gesù

                In questo momento storico che non è esagerato definire fatale, mentre imperversa la guerra di Putin benedetta dal Patriarca di Mosca dicendo che si tratta di difendere i valori cristiani minacciati da un Occidente caduto in balìa delle parate gay, la diocesi di Torino è pronta ad amministrare il sacramento della Cresima a una persona nata donna e poi diventata uomo. Esiste una relazione tra i due fatti? A mio avviso sì: è la convergenza di geopolitica e biopolitica.

                La questione nella sua essenza è la medesima, è quella che divide da un lato l'autodeterminazione nel nome della libertà e della sua irriducibile singolarità, e dall'altro la determinazione imposta dalla biologia o dalla tradizione. Che si tratti di un popolo o di un individuo, di geopolitica o di biopolitica, in entrambi i casi la sostanza è rappresentata dallo scontro tra cultura e natura, tra libertà e obbedienza, tra soggetto e istituzione, e dal decidere quale dei due poli abbia più valore. All'autodeterminazione di un popolo che non accetta più il secolare vassallaggio nei confronti di un altro popolo cui lungo i secoli la geopolitica l'aveva consegnato, corrisponde l'autodeterminazione di un singolo che non accetta l'altrettanto pesante vassallaggio cui la biologia da un lato e il costume sociale dall'altro l'avevano a loro volta consegnato. E nel nome dell'autodeterminazione, ovvero della libertà, un popolo e un singolo, il primo a livello geopolitico, il secondo a livello biopolitico, iniziano la loro marcia di liberazione.

                È uno scontro antico, che ebbe inizio al principio della modernità proprio in ambito teologico quando Lutero rivendicò il primato della coscienza rispetto all'obbedienza papale con le celebri parole pronunciate alla dieta di Worms davanti all'imperatore Carlo V, dopo che per l'ennesima volta gli era stato intimato di ritrattare: «Non posso e non voglio revocare nulla, perché è pericoloso e ingiusto agire contro la propria coscienza. Non posso diversamente. Io sto qui. Che Dio mi aiuti. Amen». Era il 18 aprile 1521, un anno e cinque secoli fa, e da allora l'Occidente ha intrapreso una progressiva marcia verso l'emancipazione dei singoli e l'estensione dei diritti umani arrivando in questi anni a legittimare persino il riscatto dalla propria biologia per quegli individui per i quali essa non coincide con la propria psiche e la propria affettività. Anch'essi, come Lutero, dichiarano che è pericoloso agire contro la propria coscienza e contro la propria insopprimibile sete di essere se stessi. E la Chiesa cattolica, dopo essersi a lungo e con forza opposta a questa evoluzione (si consideri per esempio il Sillabo di Pio IX che condannava senza appello la libertà di coscienza in materia religiosa; si considerino le dure prese di posizione di Giovanni Paolo II in ambito bioetico), è pronta ad amministrare il sacramento della Confermazione a una persona nata con un sesso e transitata in un altro, legittimando in questo modo, per lo meno nella diocesi di Torino, la bontà di tale percorso.

                Naturalmente alla luce della tradizione lo scandalo dei cattolici tradizionalisti è comprensibile. Anche il Patriarca Kirill sarebbe d'accordo con loro. Come il popolo ucraino non si può geopoliticamente autodeterminare, così gli omosessuali non possono biopoliticamente vivere la loro sessualità e tanto meno trasformarla. E la Chiesa tutto deve fare verso di loro, tranne che riconoscerne il diritto all'amore e all'affettività. Per questo i cattolici tradizionalisti gridano allo scandalo di fronte all'amministrazione di un sacramento a una persona che ha cambiato sesso e leggono in questa apertura della Chiesa cattolica la conferma della progressiva protestantizzazione che anche in Italia sta consegnando il cristianesimo a quel destino di irrilevanza che ha già nei Paesi protestanti del Nord Europa. Per questo per la coscienza cattolica il punto cruciale consiste nel saper rispondere a questa domanda: l'accettazione dell'identità spirituale dell'Occidente (che consiste nella cultura dei diritti umani e nel rispetto della singolarità di ognuno) è una sconfitta della cattolicità, una sua resa incondizionata al mondo, un abbandono della tradizione, un tradimento dell'insegnamento di Gesù?

                In realtà è forse solo adesso che si comincia a comprendere la radicalità della proposta spirituale di Gesù, il quale insegnava: «Il sabato è stato fatto per l'uomo, e non l'uomo per il sabato!» (Marco 2,27), una rivoluzione personalista che gli costò la vita ma senza la quale la civiltà che chiamiamo Occidente, e che consiste nel primato dei diritti umani sopra ogni altra istanza, non avrebbe visto la luce. In questa prospettiva risultano esemplari le parole del canonico della Santissima Trinità di Torino, don Alessandro Giraudo, il quale interpellato da questo giornale non poteva rispondere nel modo più chiaro: «Ciò che davvero conta è la cura della persona». È la perfetta traduzione qui e ora della rivoluzione iniziata due millenni fa da Gesù.

                Esiste però un aspetto che non va assolutamente dimenticato e che costituisce il vero e proprio punto critico del discorso condotto finora, "The Dark Side of the Moon" come cantavano i Pink Floyd quand'ero ragazzo. Il lato oscuro della luna in questo caso è la frammentarietà a cui va necessariamente incontro una società per la quale il primato assoluto è costituito dalla libertà dei singoli. Se è infatti essenziale tutelate l'autodeterminazione dei singoli, è altrettanto essenziale riconoscere quanto sia difficile, alla base del primato della soggettività, avere coesione sociale. Società viene dal latino "societas", termine che a sua volta rimanda a socius e che indica l'esistenza di un interesse superiore rispetto all'interesse particolare dei singoli in base a cui i singoli possano sentirsi soci e così formare una società degna di questo nome. Ebbene, la malattia di cui soffre l'Occidente, a differenza di altre società più coese ma a spese dei singoli, è esattamente il senso di disgregazione a cui il primato unilaterale del singolo quasi inevitabilmente conduce. Per questo le forze cosiddette sovraniste sono in crescita: perché la coscienza avverte inquieta tale disgregazione e cerca di salvarsi ricercando un principio di coesione, pronta a riconoscerlo ora nella religione, ora nell'uomo forte, ora nell'idea di patria, ora in tutto questo messo insieme, al fine di ottenere quanto possa garantire la solidità del sistema. Esiste quindi una grande scommessa per fare in modo che l'emancipazione dei singoli possa continuare ed essere custodito e difeso dal ritorno della reazione e del tradizionalismo autoritari: che la cultura dei diritti umani sorta con la modernità sia in grado di ritrovare un ideale o un'utopia più grande dell'interesse dei singoli che torni a farci sentire soci gli uni degli altri. Questo non deve più avvenire a spese delle minoranze, come nel passato, ma questo deve comunque avvenire, se l'Occidente non vuole tonare indietro o, come dice il suo nome, tramontare.

Vito Mancuso   “La Stampa” 12 aprile 2022ù

www.lastampa.it/editoriali/lettere-e-idee/2022/04/12/news/sacramenti_e_identita_sessuale_cosi_si_afferma_la_lezione_di_gesu_-2928528/

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202204/220412mancuso.pdf

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PEDOFILIA E PEDOPORNOGRAFIA

Rapporto 2022. Meter: “Una pandemia globale ma nel web senza regole la lotta è impari”

                Una piaga globale che non conosce confini. Pedofilia, pedopornografia on line, abusi e violenze sui minori - sempre più piccoli - non conoscono confini. Dal report di Meter emerge uno scenario raccapricciante. Un mondo sommerso e privo di regole dove i bambini vengono adescati con estrema facilità, mentre gli "orchi" si nascondono dietro il diritto alla privacy. Di qui l'urgenza di leggi in grado di regolamentare l'universo del web

                Non esiste solo il Covid: anche la pedofilia e la pedopornografia online costituiscono ormai una pandemia inarrestabile. Il 2021 ha dimostrato che questo fenomeno colpisce tutti i continenti e non esistono più confini. Di più: Internet resta una landa senza legge, nella quale si può fare davvero di tutto. E i centri in cui si trovano fisicamente i server, i computer che ospitano foto, video, chat, cartelle compresse, comunità virtuali di chi stupra, abusa e vende, sono  in prevalenza in America e in Europa. “Il tutto nella massima velocità e nel più comodo anonimato che consentono ai pedofili di beffare le lentezze e le attività di un diritto sempre più inadatto e inadeguato al mondo velocissimo in cui viviamo”, si legge nel Report presentato ieri dall’Associazione Meter di don Fortunato Di Noto a Pachino (Siracusa), presso il Polo formativo e educativo dell’Associazione.                                                                                                                   www.associazionemeter.org

                Secondo gli esperti “occorre un’azione congiunta dei legislatori che permetta di emanare leggi capaci di regolamentare il mondo del web e contrastare questo fenomeno. Non si tratta solo di bloccare siti con foto e video d’abusi, ma anche e soprattutto di salvare minori dallo sfruttamento sessuale e dall’immane traffico di materiale che genera lucro sulla pelle delle piccole vittime”.

https://www.associazionemeter.org/images/report2021/documenti/report_meter_2021.pdf

                In estrema sintesi, rispetto al 2021 il numero dei link a siti pedopornografici è salito da 14.521 a 14.679. Scendono le foto da 3.768.057 a 3.479.052, insieme con i video da 2.032.556 a 1.029.170. Calano anche le chat segnalate (da 456 a 316) e le cartelle compresse (da 692 a 637). Salgono invece i casi seguiti dal Centro ascolto (da 111 a 167) e le richieste telefoniche, quasi raddoppiate: da 284 a 406.

                “Sono sempre numeri pieni di dolore – si legge nel Report -, non foss’altro che le foto denunciate dal 2014, quando i tecnici di Meter hanno sviluppato una piattaforma per il monitoraggio della Rete, sono arrivate ad un totale di 23.250.123 e i video a quota 6.530.922. I mega archivi denunciati sono 13.703 e le chat 1.530. Dal 2002 a oggi i protocolli inviati alle polizie sono 65.090 e i link segnalati 203.911, mentre i casi seguiti dal Centro ascolto ammontano a 1.999 e le richieste telefoniche 30.686. Dal 2007 le segnalazioni di form da utenti, da persone cioè che hanno digitato www.associazionemeter.org per entrare in contatto con l’associazione e indicare siti a rischio o sospetti, sono 17.755. Ben 8.977 le comunità e social network segnalate dal 2008. E infine il dramma del deep web, la parte nascosta della Rete: 47.637 segnalazioni dal 2012, quando questo fenomeno è esploso”.

                Ma l’orrore non conosce limiti. Da qualche anno Meter ha individuato un nuovo fenomeno, quello della cosiddetta infantofilia, ossia l’abuso e lo stupro di bambini tra 0 e 2 anni. Spesso i protagonisti sono “coloro i quali dovrebbero accudire i bambini e i familiari più prossimi, anche i genitori”.

                La trappola dei giochi on line. Meter lancia l’allarme anche sui giochi online, vero e proprio trend per i giovanissimi che perdono la percezione del tempo che scorre e questo ne altera il ritmo sonno-veglia. Giochi che sostituiscono le attività relazionali all’interno della famiglia isolando i più piccoli e generando in molti casi una vera e propria dipendenza, al punto che se il ragazzino non riesce a superare una prova, il mancato raggiungimento dell’obiettivo di gioco prefissato può provocare crisi di frustrazione e rabbia. “Tutto questo . si legge nel report – mentre i ragazzini giocano con sconosciuti non necessariamente della loro età e lo fanno con delle cuffie ben calcate in testa, isolandosi dal resto del mondo. Specie dai genitori”.

                Pedofilia culturale. La Rete non è esclusivamente uno strumento di diffusione di foto e di video che i pedofili e i pedopornografi utilizzano per arricchirsi, ma serve anche a “difendere” la pedofilia e a tentare un’opera di normalizzazione. Una vera e propria lobby strutturata e ben organizzata (raccolta fondi e giornata internazionale pro-pedofilia) che fornisce consigli su come adescare i bambini e indica siti online dove è possibile trovare foto e video con contenuti pedopornografici. Nonostante la Convenzione di Lanzarote del 2007, ratificata dall’Italia nel 2012 con la legge n. 172 che ha introdotto nel nostro ordinamento l’art. 414 bis del Codice penale), i siti continuano a proliferare nel web.

                Il nodo privacy. Secondo Meter, le norme attuali sembrano assecondare l’azione dei pedofili online: un mondo sommerso “diventato insondabile” perché i colossi del web si appellano alla tutela della privacy dei loro utenti, “principio sacrosanto per tutti ma deplorevole ostacolo alle indagini delle polizie del mondo che si trovano a combattere una lotta impari, senza le giuste armi di contrasto, perché i codici della privacy (anche europei) impediscono alle autorità di utilizzare strumenti che ledano la riservatezza di chi naviga in Rete”.

                Ascolto e formazione. Negli ultimi 19 anni il Centro ascolto Meter ha accolto 10.729 telefonate e 1.999 consulenze presso la sede nazionale. Nel 2021 il Centro ha accolto 167 richieste di aiuto, soprattutto dal territorio siciliano. L’associazione continua inoltre a svolgere attività di sensibilizzazione e formazione in scuole – supportando insegnanti e genitori – , università, diocesi e parrocchie.

Giovanna Pasqualin Traversa    agenziaSIR         13 aprile 2022

www.agensir.it/italia/2022/04/13/pedofilia-meter-una-pandemia-globale-ma-nel-web-senza-regole-la-lotta-e-impari

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RIFLESSIONI

Il sacrificio supremo tra speranza e follia

                Questa Pasqua è una festa celebrata e soprattutto vissuta da molti nelle tenebre. Tenebre della guerra tra Russia e Ucraina, tenebre di una barbarie che non pensavamo più possibile in Europa, tenebre di una follia che come virus è diventata violenza e intolleranza anche tra di noi, nella nostra terra, nutrendo i nostri animi di rancore e di odio. Non guardiamo più ai morti, uccisi dalla cieca violenza che non distingue chi combatte dalla popolazione civile inerme, chi è andato in guerra da chi non sa neppure perché la guerra sia scoppiata. Ma guardiamo ai «valori» e così giustifichiamo i morti, appellandoci alla difesa della nostra «civiltà», e alla superiorità degli assetti ideologici della nostra società. È veramente l'ora delle tenebre, l'ora dei potenti di questo mondo, quando il grido della povera gente, della gente comune, resta inascoltato e la loro disperazione non viene riconosciuta, non diventa neppure oggetto di compassione.

                Come cristiano mi domando, ma con me tanti altri, com'è possibile celebrare la Pasqua, cantando che la vita ha vinto la morte, che Gesù Cristo risorto da morte dona la pace. Mi domando anche come possono le Chiese pretendere di essere ascoltate, di essere credibili, quando fanno questo annuncio dopo settimane nelle quali ciascuna ha schierato Dio dalla propria parte contro il Nemico che era anche l'altra Chiesa, potere politico e potere religioso indissolubilmente legati. Mi domando come sia possibile celebrare gli stessi riti praticamente negli stessi giorni, scagliando maledizioni e benedicendo armi che portano distruzione e morte. Perfino la condivisione di un gesto simbolico come il portare la croce, insieme, ucraini e russi, è stato giudicato incomprensibile e offensivo.

                Ancora una volta si è mostrato, come era accaduto realmente nella passione di Gesù, che nessuno dei suoi seguaci ha portato la croce, ma l'ha portata un ignaro e povero contadino, Simone di Cirene: se neanche pregare insieme e percorrere insieme la via della croce è possibile, ma anzi appare una necessità odiare il nemico, allora il Vangelo è veramente rinnegato e contraddetto. Non ci si può proclamare cristiani e al tempo stesso misconoscere palesemente il Vangelo, eppure i cristiani ci riescono!

                Non sono di quelli che nella loro superficialità vorrebbero cavarsela con l'ipocrita domanda: «Dov'è Dio?», perché essendo un uomo, nient'altro che un uomo, la domanda che mi compete è: «Dov'è l'uomo? Dov'è l'umanità?». Ma questi sono giorni di barbarie! Dio non sta con noi quando facciamo la guerra, non ci dà la pace se noi non la edifichiamo e la scegliamo, perché la pace è nelle nostre mani. Ormai siamo giunti al punto di incolpare Dio per la guerra pur di non assumerci le nostre responsabilità, e poi incolpare un Dio che non è visibile, che conosciamo in enigmate, e che se parla lo fa con voce di silenzio trattenuto! Le Chiese stesse per contribuire alla pace dovrebbero smettere di confidare in appoggi e protezioni del potere politico, smettere di pensarsi destinatarie di una missione universale che si nutre di proselitismo, smettere di parlare di una loro collocazione in una patria. Perché per i discepoli di Gesù non ci sono patrie, e tutte le terre sono straniere. Altrimenti prima o poi la miscela tra religione e nazionalismo si accenderà ed esploderà, come da secoli vediamo verificarsi soprattutto nelle terre non secolarizzate.

                Certamente in questi giorni pasquali si prega per la pace con lunghe litanie, ma Dio non esaudisce le nostre pretese e dalle nostre preghiere attende il cambiamento del cuore e dei comportamenti personali e sociali. Il vero cristiano sa che prega per cambiare se stesso ottenendo il dono dello Spirito di Dio, e non per cambiare Dio! D'altronde ciò che noi ricordiamo in questi giorni della passione, morte, sepoltura e resurrezione di Gesù di Nazareth è una serie di eventi avvenuti nella tenebra del male.

                Gesù di Nazareth, un uomo di circa trent'anni, un rabbi ritenuto anche un profeta e un messia, cioè inviato da Dio, per alcuni anni aveva percorso la Palestina predicando che Dio poteva regnare se gli uomini si fossero convertiti, e curando e guarendo molti malati. Aveva anche rinnegato molte immagini di Dio ricevute dalla tradizione religiosa, immagini di un Dio perverso, plasmate dagli uomini religiosi, e aveva rivelato un volto di Dio misericordioso, vicino ai poveri e agli anonimi, agli scarti e ai peccatori. Tutto questo non era sopportabile per gli uomini religiosi e per le autorità sacerdotali, e così, con la complicità di uno dei discepoli, Gesù fu catturato, condannato in un processo illegittimo dal sinedrio, e poi consegnato ai romani come nocivo all'impero. Il 7 aprile dell'anno 30 fu crocifisso insieme con due delinquenti, abbandonato da tutti i suoi discepoli: non uno di loro era accanto a lui sotto la croce! Solo alcune donne, discepole che non contavano nulla per nessuno. Dopo un'agonia in croce morì con un grido: «Dio mio, Dio mio, a che scopo mi hai abbandonato?», mantenendo la relazione con Dio nella fede ma dicendogli la sua tenebra… Non fece una bella morte, ma la morte del maledetto, secondo le Scritture: nudo, appeso al legno, indegno per la terra e per il cielo!

                Questa è la tenebra, e quella sera fu l'epifania di un fallimento: del Profeta, della comunità, della grande speranza messianica delle folle di Galilea e di Giudea. E significativamente i discepoli confessarono delusi: «Noi speravamo che fosse lui a portarci la liberazione…». Ci sarà solo una tomba vuota! Sì, la tomba dove Gesù fu seppellito, il terzo giorno risulta vuota! Forse i discepoli sono venuti a prendere il corpo? Forse i nemici di Gesù hanno trafugato la salma? Forse Gesù non era morto ed è fuggito? Domande angosciose, domande. Ma per alcuni, anzi per le donne discepole di Gesù, la tomba era vuota perché Gesù era stato richiamato in vita da Dio!

                Quindi per queste donne, e subito dopo per Pietro e i discepoli, la morte è stata vinta, l'amore con cui Gesù ha vissuto ha vinto la morte. Nel duello éros-thánatos l'amore vince e la morte non può avere l'ultima parola. Così è nata la fede cristiana, quella che celebra ancora oggi la Pasqua. Una luce, un fuoco nella notte: Gesù non è risorto per la difesa dei valori, è risorto perché è stato vittima innocente, il giusto, tra le vittime della storia, è risorto perché l'amore che ha vissuto all'estremo per gli umani che aveva incontrato non poteva andare perduto. Credenti in Cristo e non credenti possono credere all'amore! Questo basta per vivere la Pasqua e sperare ancora.

Enzo Bianchi      “La Stampa”      17 aprile 2022

www.lastampa.it/cultura/2022/04/18/news/il_sacrificio_supremo_tra_speranza_e_follia-3132686

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202204/220417bianchi.pdf

 

Tra Dio e il Male

                Il Bene o il Male? Due teologie alternative, entrambe legittime secondo il Nuovo Testamento. Prendiamo per un attimo tutti sul serio, credenti o non credenti, il dogma della dottrina cristiana: che cioè Dio si sia fatto uomo. Dico «Dio»: la Verità, la Sapienza, la Forza, una forza così forte da essere Onnipotenza e così intelligente da essere Provvidenza. Colui che sa tutto, che vede tutto, che può tutto, che dispone tutto. Ebbene, Dio si fa uomo, entra nel mondo da lui creato e assume un corpo da lui plasmato. In una situazione normale cosa succede a chi è il padrone assoluto di un posto, per esempio di un'azienda, quando si reca nella sua proprietà che dipende da lui in tutto e per tutto? Succede l'accoglienza più trionfale. Non certo rifiuto, persecuzione, condanna a morte e relativa esecuzione. Questo in una situazione normale.

                Il cristianesimo, annunciando la morte del Figlio di Dio, di cui dichiara che è «Dio vero da Dio vero», ci fa intendere che noi nella Storia non siamo in una situazione normale. È quello che ribadirà a modo suo l'Amleto di Shakespeare 16 secoli dopo: «La Storia è uscita dai cardini» («The time is out of joint»). La morte di croce del Figlio di Dio svela che la Storia è guidata da potenze avverse al Bene, san Paolo le denomina «dominatori di questo mondo di tenebra» (Efesini 6,12), l'evangelista Luca fa dire a Satana che tutti i regni del mondo sono suoi e che egli li concede a chi vuole (cfr. Luca 4,6), l'evangelista Giovanni designa Satana «il capo di questo mondo» (Giovanni 12,31). Insomma, non c'era bisogno di attendere Vladimir Putin per capire il volto osceno e strutturalmente malvagio del potere: questa è la sostanza della Storia quale emerge dal Nuovo Testamento. O meglio, da una delle due teologie della Storia che esso presenta.

                Ve ne è infatti un'altra, altrettanto autorevole, che sostiene pressoché l'opposto: cioè che la Storia è guidata e controllata interamente da Dio, lo è sia nella finalità complessiva cui essa tende sia in ogni minimo evento che vi accade. Chiede per esempio Gesù ai discepoli: «Due passeri non si vendono forse per un soldo?». E prosegue: «Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Persino i capelli del vostro capo sono tutti contati». Per poi concludere: «Non abbiate dunque paura» (Matteo 10,30-31). Noi oggi abbiamo molta paura e per questo sapere che c'è chi vede e provvede aiuta a diminuirla, se non proprio a estinguerla. Questa seconda teologia della Storia è molto più rassicurante della prima, ma quale delle due è più vicina alla verità? Chi tira effettivamente le fila di questo mondo: Dio o Satana? Il Bene o il Male? È sbalorditivo notare che il Nuovo Testamento legittima entrambe le alternative: il mondo guidato dal Male e il mondo guidato dal Bene, il «timore e tremore» e la fiducia più serena.

                La differenza radicale emerge anche a proposito della morte di Gesù rispondendo alla domanda sul perché fu crocifisso. Egli subì la morte o la cercò? Voleva o non voleva morire? La sua morte fu una sconfitta o rappresentò al contrario la suprema vittoria? Nel Nuovo Testamento si ritrovano entrambe le alternative. Secondo la teologia che considera la Storia nelle mani di potenze oscure, Gesù non voleva morire, ma fu ucciso dal potere religioso e politico, subendo in ciò la medesima sorte di molti altri giusti prima di lui e dopo di lui, da Giovanni il Battista a Oscar Romero, Rosario Livatino, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Peppe Diana, Pino Puglisi, Anna Politkovskaja e molti altri. I giusti, quanto più efficaci nella loro denuncia del male, vengono perseguitati ed eliminati. L'aveva previsto lo stesso Gesù: «Beati i perseguitati per la giustizia».

                Ma per la teologia che considera la Storia nelle mani di Dio che la dirige in modo giusto e amorevole configurandola come Provvidenza, il responsabile della morte di Gesù non poteva che essere colui che decide ogni destino: Dio Padre. Se Gesù venne ucciso dai potenti di questo mondo fu solo perché questo era il disegno concepito fin dall'inizio da Dio. Gesù si fece uomo in quanto destinato da subito a essere in realtà agnello: l'agnello sacrificale, Agnus Dei, «la vittima immolata per la nostra redenzione», come recita il canone eucaristico della Messa cattolica. E per quanto riguarda la tradizione ortodossa, se si guardano con attenzione le icone del Natale, si nota che il bambino Gesù giace non in una culla ma in un sarcofago, e che non è avvolto da fasce per neonati ma da bende per mummie, a segnalare fin da subito il suo destino: Gesù «doveva» essere ucciso. È quello che affermano i ricorrenti «annunci della passione» nei Vangeli sinottici, nonché la fatidica «ora» di cui parla il Quarto vangelo consistente esattamente nella sua morte.

                La divergenza tra le due teologie si riproduce nel modo più chiaro nel giudizio sul potere politico. Per la teologia della storia quale provvidenza, che invita a non avere paura e che per questo potremmo definire ottimista, il potere politico, ogni potere politico, è un'espressione della volontà divina. Ecco quanto scrive al riguardo san Paolo: «Non c'è autorità se non da Dio: quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all'autorità, si oppone all'ordine stabilito da Dio». La conseguenza è presto detta: «Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite» (Romani 13,1-2). Anche a Putin? A Stalin? A Mussolini e Hitler? L'apostolo Paolo non avrebbe dubbi a rispondere sì, perché «non c'è autorità se non da Dio» (non est potestas nisi a Deo).

                Per la teologia che concepisce la storia una dominazione avversa a Dio, così avversa da averne crocifisso il Figlio e da fare altrettanto con tutti i giusti, il potere politico è l'esatto opposto. Paolo scriveva le parole appena ricordate ai cristiani di Roma, quindi il potere di cui parlava era l'Impero romano: ebbene la teologia alternativa e pessimista della storia parla di Roma esortando i cristiani a ribellarsi al suo potere: «Ripagatela con la sua stessa moneta, retribuitela con il doppio dei suoi misfatti. Versatele doppia misura nella coppa in cui beveva. Quanto ha speso per la sua gloria e il suo lusso, tanto restituitele in tormento e afflizione» (Apocalisse 18,6-7). Il che, ben lungi dal consistere nel «porgere l'altra guancia», è un'esortazione alla ribellione (non escluderei violenta, visto i toni).

                Veniamo a noi. Nella predicazione del patriarca Kirill che benedice la guerra di Putin è possibile intravedere la teologia lealista con il potere, quella che lega politica e spiritualità in armonia, e che in ambito cattolico portò Pio XI a definire Mussolini «uomo della Provvidenza», ma che produsse anche collaborazioni virtuose con il potere politico sapendo riconoscere una politica giusta e solidale, come per esempio nel caso della collaborazione tra Nelson Mandela e Desmond Tutu. Nella predicazione di papa Francesco, che si scandalizza e si vergogna per l'aumento delle spese militari, è possibile intravedere la teologia avversa al potere, quella che separa nettamente politica e spiritualità e che rifiuta ogni compromesso, come fu il caso di Tommaso Moro, ma che generò anche posizioni intransigenti incapaci di riconoscere l'evoluzione della società civile e la cultura dei diritti umani, come avvenne alla Chiesa cattolica per tutto l'Ottocento e praticamente fino al Vaticano II. Il fatto che il Nuovo Testamento contenga entrambe queste due teologie alternative indica la legittimità di ambedue. Il risultato è quanto indicava Bonhoeffer parlando di «resistenza e resa»: a volte occorre resistere al potere, altre volte arrendersi e adattarsi. Capire quando e come è l'opera della saggezza, il grande compito della coscienza morale. L'essenziale, a mio avviso, è evitare le unilateralità e gli estremismi di chi, scegliendo solo un polo, condanna totalmente l'altro. Affermava il fisico danese Niels Bohr, uno dei padri della meccanica quantistica: «Ci sono due tipi di verità: le verità semplici, dove gli opposti sono chiaramente assurdi, e le verità profonde, riconoscibili dal fatto che l'opposto è a sua volta una profonda verità». La Storia è una verità profonda, anzi così profonda che nessuno ne vide e ne vedrà mai il fondo.

Vito Mancuso                   “La Stampa”      16 aprile 2022

www.lastampa.it/cultura/2022/04/16/news/tra_dio_e_il_male-3109682

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202204/220416mancuso.pdf

 

Il baratto svantaggioso della croce

                Il destino ha voluto che quest’anno trascorressi il Venerdì Santo sul mare, lontano da terra, da nazioni e grandi folle. Amo molto la rotta che collega Travemünde a Helsinki, servita non da navi da crociera ma da trasporto merci, con una limitata capacità per quanto riguarda i passeggeri comuni. Poca gente, grandi spazi e silenzi a disposizione, trenta ore di viaggio nel Mar Baltico, pochi volti che si incrociano e che quasi ci si illude di iniziare a conoscere e riconoscere.

                Camminate, sorrisi, gioie e tristezze, pensieri… l’umanità concreta e variegata, con i suoi sogni e le sue preoccupazioni, le sue abitudini e qualche rara irruzione di novità e sorprese. Ho fatto colazione la mattina in un tavolino posto a prua della nave, senza nessuno che mi impedisse di guardare verso l’orizzonte e di riflettere, con un mare leggermente mosso e ripetitivo, come una sorta di eterno salvaschermo nel mio viaggiare verso un futuro incerto. E ancora una volta ho cercato di far tesoro di un tempo – il Triduo pasquale – che da sempre è per me al cuore della mia esperienza non solo cristiana, ma anche umana.

                Già ho detto qualcosa riguardo ai profondi e inquietanti interrogativi sollevati dall’epoca presente, in particolare per quanto riguarda la riduzione della forza e degli orizzonti della ragione umana. Ho cercato, come sempre, di non fermarmi alle emozioni e alle polarizzazioni del momento, rinvigorite (mai come in occasione di quest’ultima, stramaledetta guerra) dai meccanismi perversi e distorsivi di Internet, per guardare un po’ più lontano, verso una comprensione di come la ragione moderna e postmoderna sia ora messa in crisi da quella che ho definito la tentazione di una “Intelligenza 3.0”, che riducendo tutto a meccanismi binari torna, in maniera molto preoccupante, a fare spazio di frequente alla violenza (verbale e non solo) o all’abbandono come metodi di “soluzione” delle naturali divergenze di vedute e di opinione.

                Oggi, però, in questo giorno per me davvero speciale (chiamatelo “santo”, se volete), ho meditato a lungo sul ruolo delle religioni, e in particolare del cristianesimo (in quanto religione a cui in un certo senso mi sento di appartenere, pur come “diversamente cristiano”). Come ho segnalato sulle mie pagine, cristiani molto saggi e competenti come Adalberto Mainardi e Enzo Bianchi hanno offerto alcune prospettive lucide e delle possibili interpretazioni del (non) ruolo dei cristiani nel conflitto russo-ucraino. A loro rimando sempre con piacere, conscio tra l’altro delle intenzioni sempre disinteressate e costruttive del loro studiare e avanzare analisi e proposte. Ma qui vorrei fare un discorso più radicale da seguace del Nazareno. Un discorso che, ne sono consapevole, potrebbe scuotere lettrici e lettori. Ma a volte è bene scuoterci dal torpore umano e spirituale in cui rischiamo di cadere.

                Partiamo da una constatazione relativamente ovvia e semplice. Nel mondo “occidentale” (perché è sempre poco intelligente generalizzare le nostre analisi e periodizzazioni della storia a mondi culturali che non vivono con noi in situazioni di “contemporaneità” o di “sincronicità”), in epoca moderna la religione ha faticato non poco a definirsi. In parte per le critiche radicali che la ragione le ha rivolto, e a cui il pensiero religioso non è – a tutt’oggi – riuscito a dare risposte a mio avviso convincenti. In parte perché la sottolineatura illuministica della ragione quale fondamento della convivenza civile è stata suscitata anche dall’incapacità del cristianesimo medievale di offrire una pace reale e duratura fra gli stessi popoli che si definivano cristiani. Dal XV secolo in poi, i pochissimi tentativi di (ri)stabilire forme di società “cristiane” – da Savonarola a Cromwell alla rivolta di Münster, alla stessa idea di “nuova cristianità” proposta come ideale storico concreto da Jacques Maritain – sono stati giustamente ritenuti in qualche modo totalitari o inadeguati e sono stati respinti, se non a furor di popolo, quanto meno con un forte senso di libertà e di liberazione da parte di molti. Di conseguenza, l’impulso politico del cristianesimo si è trasferito principalmente in due direzioni:

¨       sul versante cattolico, soprattutto verso una contrapposizione (guidata dalle gerarchie) agli stati moderni, durata di fatto fino al concilio Vaticano II (ma con segnali di ripresa ancor oggi in varie aree geografiche, Italia compresa, a mio parere preoccupanti). In vari modi, forme e intensità, e in tutte le chiese cristiane,

¨       la seconda direzione assunta dai discepoli del Nazareno è stata invece quella della “testimonianza”, in gruppi parzialmente separati. Si è così assistito a svariati fenomeni di “risveglio religioso”, talvolta settari e talvolta più aperti all’interazione col mondo e con la chiesa, che hanno portato a plasmare nuove modalità di rapporto tra fede e storia e tra chiese e mondo, all’insegna della fecondazione della terra mediante il sale del Vangelo. Tra i frutti di questa seconda tendenza più carichi di speranza vi è stato sicuramente il movimento ecumenico.

Da cosa è nato, l’ecumenismo? A detta di molti dallo “scandalo” rappresentato dalla divisione tra cristiani (che, ricordiamolo per inciso, è stato un fenomeno inesorabile e sempre più ramificato sin dagli albori della fede in Cristo), che rappresenterebbe una delle fondamentali ragioni della scristianizzazione del mondo in epoca moderna. Del resto, se nel Vangelo di Giovanni Gesù aveva pregato perché i suoi discepoli “fossero una cosa sola” e il mondo potesse credere che era lui l’inviato di Dio per narrarne e spiegarne il vero volto, a non pochi cristiani parve sempre più chiaro, fin dalla metà del XIX secolo, che la divisione e addirittura le lotte tra le chiese fossero la radice fondamentale della progressiva secolarizzazione del mondo occidentale, nonché dei successi molto limitati in molte nuove terre di missione.

                Con la prima guerra mondiale, tuttavia, l’ecumenismo iniziò a essere collegato in maniera insistente con la ricerca della pace. Infatti, sotto la guida di uno dei grandi del movimento ecumenico moderno, l’arcivescovo luterano di Uppsala Nathan Söderblom (in seguito insignito del Nobel per la pace nel 1930), nel 1914 venne lanciato agli inizi del primo conflitto mondiale un appello “per la pace e la comunione cristiana” che intendeva coinvolgere i responsabili di tutte le chiese onde porre fine alla guerra e aiutare le chiese stesse a ripensare in profondità la loro missione di pace e fratellanza globali. Com’era infatti possibile predicare il vangelo e benedire nel contempo le guerre fratricide tra cristiani e non solo?

                Sebbene l’appello di Söderblom venne firmato solo dalle chiese dei paesi neutrali e, come è risaputo, fallì, non di meno l’idea di lavorare insieme tra credenti in Cristo su temi come la pace e la giustizia, a prescindere dalle divisioni dottrinali, portò alla convocazione nel 1925 della prima conferenza cristiana dedicata a “Vita e azione”, che costituirà una delle due gambe (l’altra è il movimento dottrinale detto “Fede e costituzione”) su cui camminerà a partire dal secondo dopoguerra il Consiglio ecumenico delle Chiese. Quest’ultimo ha, tra i suoi meriti più grandi, quello di aver posto il tema della pace come uno dei cardini della missione cristiana nel mondo. Certo, a distanza di più di un secolo dall’appello appena citato si può dire con onestà che il pacifismo cristiano non abbia avuto molto successo (con le dovute eccezioni). Le chiese hanno continuato, in una maniera o nell’altra, a benedire le guerre, o a “giustificarle”, o quanto meno a balbettare nei momenti decisivi poche parole, più prossime all’omertà che non alla costruzione della pace. Molte di esse, sempre pronte a parlare di valori “non negoziabili” quando sono in gioco realtà etiche molto più complesse (come l’aborto, l’eutanasia, il controllo della natalità, l’esercizio della sessualità) e molto difficilmente collegabili alle parole di Gesù di Nazareth, non hanno saputo trovare quasi mai il coraggio necessario a denunciare i governi del mondo quando in gioco era il tema certamente più gesuano ed evangelico della mitezza e della pace.

                Quello che però preoccupa maggiormente non sono tanto le gerarchie cristiane (che in fondo sono dei sistemi di potere, con tutti i limiti del caso), quanto piuttosto la crescente impressione che si stia tornando indietro nel cristianesimo, quasi fosse nuovamente possibile giustificare per un cristiano modi di essere e di pensare che è davvero difficile ritenere compatibili con il vangelo di Gesù Cristo. Quasi fossero in atto nuovi connubi tra la cultura e un modo di essere religiosi che, invece di rappresentare un pungolo, un contrappunto o un contraltare al(i) pensiero(i) dominanti – e dunque sempre tentato(i) di farsi totalitari(o)– sono molto più utili a cementare la ragion pratica civile, a prescindere dalla sua qualità razionale e morale. Una nuova religione civile, in poche parole, che sta ormai affascinando moltissimi esponenti del cosiddetto “cattolicesimo democratico”, che si trova probabilmente ai punti più bassi di rilevanza e di creatività della sua intera storia contemporanea. Negli scritti dei primi apologeti cristiani si spiegava come ci fossero mestieri inopportuni per un cristiano, come ad esempio quello di soldato. I cristiani si sentivano e si sapevano custodi di un modo “altro” di vivere, quali testimoni di un regno, di una signoria di Dio che aveva fatto irruzione nella storia non con battaglie violente contro il mondo, ma nella mitezza, nel silenzio e nella nudità della croce di Cristo. Molti di loro non avevano con questo alcun programma politico: sentivano unicamente di dover vivere secondo logiche diverse, di sottomissione al prossimo per amore e di riconciliazione attraverso la forza del perdono. San Paolo parla di katallaghé, di un “baratto svantaggioso”, in cui le relazioni (e dunque la pace) vengono costruiti accettando di perdere qualcosa per guadagnare qualcosa di più grande: un possibile rapporto con il prossimo, “nemici” compresi.

                Certo, erano tutti ben cosci del fatto che senza giustizia non si può costruire nessuna pace duratura. Ma sapevano anche che la giustizia non può essere mai costruita stabilmente con la violenza o la sottomissione dell’altro, in qualsiasi forma ciò possa avvenire. Per fare giustizia ci vuole misericordia, ci vuole una capacità di cercare qualcosa di più grande del proprio interesse personale e della giustizia definitiva in questo mondo. Dove sta la radice di tutto questo per dei cristiani? Nella katallaghé per antonomasia: l’abbraccio all’umanità intera di Gesù sul Golgota, nel quale i cristiani – nella loro fede – hanno visto l’abbassarsi ultimo di Dio, il suo compiere un baratto svantaggioso in grado di risollevare la nostra umanità, qualsiasi umanità. A condizione di scegliere il lógos toû stavroû (la parola della croce) come logica altra delle nostre vite, come fonte ultima delle nostre sapienze. Aleksandr Men’ diceva che il cristianesimo, dopo duemila anni, ha mosso solamente i suoi primi passi. Forse, più semplicemente, abbiamo bisogno di mettere la testa ciclicamente nel fango per riscoprire le ragioni essenziali della nostra fede. Dunque dobbiamo costantemente ricominciare, ripartire da quella verità che, come dice Georges Khodr’, risiede solamente nella nudità di Cristo. Una verità che non è un insieme di piccole verità o di valori “non negoziabili”, ma che è la contemplazione di un modo realmente altro di vivere la vita. Il modo che ci ha narrato Gesù di Nazareth, giorno dopo giorno nella sua vita, e che è culminato con un atto d’amore tale da diffondere nel mondo l’energia inesauribile della misericordia e dell’amore di Dio. Io non credo che tutte e tutti debbano abbracciare la fede in Gesù Cristo o farsi sue discepole e discepoli. In fondo, il sale della terra non è la terra intera. Per contro, davanti alla croce cade ogni possibile falsificazione del cristianesimo, viene svelata ogni nostra idolatria. E il mondo, in questo momento, ne ha un disperato bisogno.

Riccardo Larini                 “Riprendere altrimenti”              16 aprile 2022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202204/220416larini.pdf

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SEPARAZIONE

La separazione apre le porte ai dati reddituali dell’ex marito

                In vista della separazione, la moglie può passare ai raggi X redditi e patrimoni dell’uomo che sta per diventare il suo ex marito. E il fisco è tenuto a collaborare, rilasciando tutta la documentazione patrimoniale richiesta, per quanto l’elenco sia lungo. Ma vi è di più. Se, per ipotesi, nulla risultasse, e dunque l’interessato fosse sconosciuto all’erario, l’amministrazione deve rilasciare una certificazione in tal senso. È quanto emerge dalla sentenza n. 2399/2022, pubblicata dalla sesta sezione del Tar Campania. L’ufficio deve rilasciare i documenti richiesti sui dati presenti nell’anagrafe tributaria: denunce fiscali, dichiarazioni Iva, immobili di proprietà, locazioni a terzi e comunicazioni finanziarie. Si è formato, ormai, il silenzio-rifiuto sull’istanza della signora protagonista della vicenda, che economicamente se la passa male al punto da essere ammessa al patrocinio dello Stato.

                Risulta, tuttavia, illegittima l’inerzia mostrata dall’Agenzia: i giudici amministrativi ordinano agli uffici di esibire le carte richieste. Il giudizio di separazione incombe e la ex vuole le ultime tre dichiarazioni dei redditi dell’uomo oppure quanto risulta in materia all’anagrafe tributaria, più le certificazioni di eventuali sostituti d’imposta per la corresponsione di redditi da lavoro, che sia dipendente o autonomo. Senza tralasciare, peraltro, le dichiarazioni Iva e l’elenco degli atti del registro, dal quale desumere, ad esempio, contratti per la locazione di immobili intestati all’interessato. E, ancora, i beni immobili e mobili di proprietà e le locazioni a terzi delle proprietà. Infine, anche le comunicazioni sul conto del marito inviate da tutti gli operatori finanziari alla banca dati del Fisco, relative a rapporti continuativi come i conti correnti e operazioni su titoli.

                Nella sentenza, il tribunale campano richiama l'adunanza plenaria del Consiglio di Stato, con la sentenza 19/2020, che andò a chiudere il contrasto di giurisprudenza fra i sostenitori della privacy e quelli della trasparenza, chiarendo che gli atti in possesso del fisco costituiscono documenti amministrativi ai fini dell'accesso difensivo previsto ai sensi degli articoli 22 e seguenti della legge 241/1990. Un accesso che può essere domandato al fisco anche se nulla di analogo si chiede al giudice civile nella causa in materia di famiglia. E il diritto del privato può essere esercitato anche ottenendo copia dei documenti dall'amministrazione.

                In conclusione, il Tribunale amministrativo della Campania, sede di Napoli, sezione VI, accoglie il ricorso presentato dalla ricorrente.

AIAF - Associazione italiana degli avvocati per la famiglia e per i minori              14 aprile 2022

www.aiaf-avvocati.it/articolo/362/la-separazione-apre-le-porte-ai-dati-reddituali-dell-ex-marito

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SINODO

Quando il Sinodo va in parrocchia (Non siamo abituati alla critica comunitaria)

                Esperienze sinodali in varie parrocchie di un vaticanista di lungo corso: anticipiamo qui alcune considerazioni sul tema a firma Luigi Accattoli: il testo integrale uscirà sul numero 8 de Il Regno-attualità.

 

                Chissà che il Sinodo sulla sinodalità non aiuti le parrocchie a riscoprire l’assemblea di lavoro dopo decenni che più non si vedeva? Come raccontavo all’inizio dell’anno, seguo alcune comunità romane nella fase parrocchiale del grande Sinodo. Questa fase andrà avanti fino a Ferragosto, ma almeno a Roma le parrocchie sono tenute a mandare in vicariato la loro sintesi entro Pasqua. Ed eccoci agli ultimi incontri dove si leggono i rapporti dei gruppi di lavoro per metterli insieme. Riferisco qualcosa di questi lavori in corso. Possono aiutare a intendere com’è avvertita alla base – e che cosa smuove – la chiamata papale alla via sinodale per il futuro della Chiesa.

                Tutta una giornata con pranzo al sacco. Il Vademecum per il lavoro parrocchiale chiedeva di rispondere anche a questa domanda: «Oggi lo Spirito chiama a fare nuovi passi verso una comunione più profonda e vera tra noi e verso chi è fuori dalle nostre mura. Che Chiesa vorremmo e vorremmo essere? Pensiamo anche a delle proposte concrete».

ilregno.it/documenti/2021/17/vademecum-per-il-sinodo-sulla-sinodalita-xvi-assemblea-generale-ordinaria-del-sinodo-dei-vescovi

 Uno dei gruppi da me conosciuti ha messo questa, tra le proposte concrete: «Programmare tre incontri annuali in cui la comunità si ritrova per conoscersi e fare il punto su dove sta andando».

                Chiamato ad animare un’assemblea, ho scelto questa tra le proposte concrete e l’ho trattata più ampiamente, anche per dare l’esempio di un metodo di lavoro applicabile a ogni altra idea posta sul tavolo. Ottimi gli incontri per conoscersi e fare il punto, ho detto: è sorprendente come non ci si conosca tra le 40 o 100 persone attive in una parrocchia di media dimensione. Quelli dell’emporio dei poveri non conoscono i catechisti. Il gruppo biblico neanche sa che nella stessa aula, in altro orario, lavorano i volontari della scuola d’italiano per gli immigrati. Questo gap relazionale è grave non solo per il mancato aiuto pratico, ma anche per la demotivazione che incentiva: «Siamo pochi, siamo vecchi, siamo sempre gli stessi». E neanche si sa che al «servizio docce» ci sono giovani che aiutano efficacemente i senzatetto e senza igiene. Provvidenziale dunque che si cerchi la via e il modo di conoscersi. Ma tre incontri nell’anno sono troppi. L’eccesso degli appuntamenti è una spina nella carne d’ogni comunità. La mia idea sarebbe piuttosto di farne uno, e magari di tutta una giornata, con pranzo al sacco, in modo che ci sia agio per uno scambio reale. La chiamerei «assemblea annuale della parrocchia». «Non ne facciamo mai», mi dicono nelle tre comunità. «Ci vediamo quasi tutti solo quando viene in visita il vescovo di settore, ma capita magari solo ogni cinque anni». «Avevamo una giornata del mandato nel mese di ottobre, quando venivano presentati gli incaricati della catechesi. Ma a causa della pandemia sono due anni che non si fa».

                Oltre che per conoscersi e fare il punto, l’assemblea annuale, possibilmente non presieduta dal parroco, potrebbe servire per far conoscere la comunità ai marginali, ai non praticanti, ai non credenti con i quali la parrocchia è in contatto con le attività caritative, culturali e simili.

                Segnalare i limiti sì ma occhio al disfattismo. I documenti della preparazione sinodale suggerivano di segnalare nelle sintesi da inviare alle curie vescovili anche le cose che non vanno e magari il dissenso di una minoranza rispetto al testo della maggioranza. Ebbene, una delle mie parrocchie ha inserito nel foglio di sintesi aperte critiche ai sacerdoti responsabili della comunità (per il fatto che non vi è concordia tra loro) e alle loro omelie. Nel commentare questa lodevole parresia, cioè libertà e coraggio di dire, ho anche invitato alla misericordia interpretativa: passando dalla reticenza alla denuncia, che è ottimo passo, c’è il rischio di montare lo scontento proprio come si fa con la panna, cioè smenandola. Non siamo abituati alla critica comunitaria. Nell’aprirle la strada occorre anche proporsi d’imparare la tolleranza per i limiti che si segnalano. È salutare la denuncia, ma è pessima la sabbia mobile del disfattismo.

                               Luigi Accattoli, vaticanista, già FUCI       Re-blog 11 aprile 2022

https://re-blog.it/2022/04/11/quando-il-sinodo-va-in-parrocchia-non-siamo-abituati-alla-critica-comunitaria

 

Prove di sinodalità

                Qualcosa si muove nella Chiesa cattolica statunitense, che a 9 anni dal conclave del 2013 prova ancora grandi difficoltà a conoscere e riconoscere il pontificato di Francesco. Nei giorni 25 e 26 marzo 2022, negli spazi della Loyola University dei gesuiti a Chicago, diverse componenti della comunità cattolica negli USA – specialmente teologi e giornalisti – si sono riunite con un gruppo di vescovi per discutere di Vaticano II e del pontificato di Francesco e per immaginare una via da seguire per la Chiesa americana. Organizzato dall’editorialista del National Catholic Reporter Michael Sean Winters e dai direttori di centri di ricerca su teologia e Chiesa in America delle università dei gesuiti di New York (David Gibson, Fordham University), Boston (Mark Massa, Boston College) e della stessa Loyola University Chicago (Michael Murphy), questo convegno ecclesiale ha visto la presenza di una trentina di vescovi statunitensi invitati dagli organizzatori, insieme ai cardinali Blase Cupich (Chicago), Sean O’Malley (Boston), Joseph Tobin (Newark), Oscar Maradiaga del «Consiglio dei cardinali» di Francesco, e alla presenza attiva del nunzio apostolico negli USA, l’arcivescovo Christophe Pierre.

                Tra i presenti che hanno preso parte alle discussioni e ai molti momenti di scambio informale e alle liturgie, anche la saveriana suor Nathalie Becquart, nominata nel 2021 da papa Francesco sottosegretaria del Sinodo dei vescovi e conoscitrice della Chiesa negli Stati Uniti anche grazie ai periodi di studi teologici trascorsi nel paese.

                Il programma dei due giorni della conferenza si articolava in 3 relazioni principali [1] e 4 tavole rotonde [2] , più una serie di momenti conviviali. I giornalisti invitati hanno accettato di partecipare e scrivere delle discussioni seguendo le «Chatham House Rules del 1927» (che si applicavano anche ai non giornalisti), secondo le quali i partecipanti sono liberi di utilizzare le informazioni ricevute, ma non possono essere rivelate né l’identità né l’affiliazione del/dei relatore/i, né quella di qualsiasi altro partecipante, salvo naturalmente le relazioni pubblicate.

                Ricucire su Francesco e sul Vaticano II. Il pontificato di Francesco ha fatto emergere negli USA una situazione di grave spaccatura tra i cattolici non solo politico-partitica, ma anche una divaricazione radicale delle agende tra diverse componenti della Chiesa (più che altro nel cattolicesimo bianco d’origine europea). L’intento degli organizzatori del convegno e di molti dei partecipanti era il superamento della mentalità da «guerre culturali» e della situazione pericolosa in cui è caduta la Chiesa negli USA, anche in termini di legame ecclesiale con il vescovo di Roma.

                Il convegno è stato un evento ecclesiale vissuto in uno spirito sinodale d’ascolto reciproco, che, come finalità primaria, aveva quella di riprendere il dialogo tra vescovi, teologi e intellettuali al servizio della Chiesa tutta. Non era in programma la stesura né tantomeno il voto su documenti. Per la prima volta da molti anni si sono incontrati e hanno parlato ai e con i vescovi i rappresentanti di un ampio centro della Chiesa, lontano dagli estremismi politici e teologici. È stato un primo passo per superare la situazione degli ultimi anni – «guerre culturali» e totale assenza di dialogo –. Si tratta di un primo tentativo di creare uno spazio di conversazione per tutti coloro che vogliono andare oltre la politicizzazione delle identità ecclesiali.

Massimo Faggioli   Il Regno attualità n. 8 - 15 aprile 2022, pag. 221

[1]          Massimo Faggioli (Villanova University), «L’opposizione contro papa Francesco nasce dall’abbandono del Vaticano II come fonte di rinnovamento»;

                M. Therese Lysaught (Loyola University Chicago), «Guerre culturali o pace? Verso una forma migliore di biopolitica»;

                mons. Miguel Cabrejos, OFM (CELAM), «L’esperienza della sinodalità in America Latina».

[2]          «Recezioni distorte del Vaticano II», moderata da Melinda J. Henneberger (co-direttrice del Kansas City Star), con Meghan Clark (St. John’s University, New York), Mark Massa, SJ (Boston College) e Michael Murphy (Loyola University Chicago).

                «La finanza, i media e i gruppi che si oppongono a Francesco», moderata da Michael O’Loughlin (America magazine), con Kim Daniels (Georgetown University), David Gibson (Fordham University), Heidi Schlumpf (direttrice del National Catholic Reporter).

                «Come l’opposizione a Francesco si collega ad altre tendenze socio-politiche in America», moderata da Matthew Sitman (Commonweal magazine), con il vescovo Daniel E. Flores (diocesi di Brownsville, Texas), Christine Firer Hinze (Fordham University), Damon Silvers (leader del sindacato AFL-CIO).

                «Idee pastorali e teologiche per una collegialità affettiva con Francesco e per una recezione del Vaticano II», moderata da Kathleen Sprows Cummings (University of Notre Dame), con p. Louis J. Cameli (arcidiocesi di Chicago), Hosffman Ospino (Boston College), Vincent Rougeau (presidente del College of the Holy Cross, Massachusetts).

https://ilregno.it/attualita/2022/8/stati-uniti-chicago-prove-di-sinodalita-massimo-faggioli

 

Volendo dare un contributo alla trasparenza del cammino sinodale, il sito web “Viandanti” pubblica sia le sintesi dei “gruppi sinodali”, sia gli interventi individuali che ci verranno inviati alla seguente casella di posta elettronica: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

  vedi newsUCIPEM n. 905, pag. 22

Contributi alla consultazione per il sinodo della chiesa

Gruppi “Per una Chiesa diversa” e “Il Gibbo” di Gubbio

  1. Sinodalità e partecipazione. La tradizione ci offre da subito l’indicazione per come proseguire sulla richiesta di pareri di questo benvenuto sinodo: “ciò che tutti riguarda, da tutti deve essere esaminato e approvato”. Il problema della partecipazione non è tanto e solo nella modalità, quanto nella comprensione di come viene considerato il cosiddetto laico, pessimo ed inadeguato termine per definire il credente. Siamo tutti discepoli, uno solo è il maestro e rivelatore del Padre e di come l’umanità tutta può incontrarlo (Gv.1,1-18).

                Già i termini distintivi di ‘gerarchia’ e ‘vita consacrata’ sono termini discriminanti perché siamo tutti fratelli, discepoli e tramite battesimo e cresima consacrati. Ogni credente consacra la sua vita a testimoniare e rendere ragione della fede che porta ed annuncia. Quando si è riconosciuti come “soggetti” spontanea nasce la stima e la volontà di conoscere, ascoltare, apprendere. Di fatto, ancora oggi, la pressoché totalità del Popolo di Dio non viene neppure consultata e si trova davanti a decisioni già prese. Nelle consultazioni, normalmente vengono invitati solo i fedelissimi e comunque, indipendentemente da tutto ciò, il vescovo è libero di prendere qualsiasi decisione ignorando, in questo modo, il pensiero dei credenti proprio come persone oltre che come battezzati. Continuando così è inevitabile l’allontanamento spontaneo dalle strutture ecclesiali ritenute ormai non credibili ed affidabili.

                C’è un di più, siamo chiamati ad accogliere tutti, dai più vicini ai lontani, dai peccatori a chi viene marchiato da falsi pregiudizi perché così l’unico maestro ci ha insegnato e dato l’esempio; la realtà della Chiesa non può essere che poliedrica. (cfr.Mt.9,10; 19,13; Mc.12,28; Lc.6,27; 736,50; Gv,8,1-11). Nelle parrocchie e nella chiesa oggi non c’è un momento in cui, non solo, ci si confronta, si dialoga, ma non viene data importanza ad un reale approfondimento della fede. Il credente è mantenuto nell’ignoranza della Parola, in un analfabetismo teologico e ahinoi! nella sudditanza del prete o vescovo che per fortuna o disgrazia gli capita: “… i Vescovi hanno il sacro diritto e, davanti al Signore, il dovere di dare leggi ai loro sudditi, di giudicare e di regolare tutto quanto appartiene al culto e all’apostolato” (LG.27). Sic!! Non è una supposta esagerazione o distorsione! In positivo ci piace richiamare l’attenzione in DV.25 ed EG.174,175.

  1. La Parola di Dio. Non dobbiamo certamente essere pessimisti, ma non si può continuare così. Senza la conoscenza, lo studio, la “contemplazione” e la preghiera della e con la Parola non si va da nessuna parte (Ef.6,17). Tutti siamo discepoli se siamo in ascolto, se si studia, si medita la Parola, ci si intrattiene con essa per comprendere, ascoltare, riflettere con Lui stesso e poter arrivare a dire: ‘non sono io che vivo, ma è Cristo che vive in me’. Possibilmente in ogni parrocchia dovrebbe esserci una biblioteca aggiornata continuamente, oltre che comunicare, donare, insegnare ad ogni credente l’esigenza di approfondire la propria fede e far conoscere le forme fisse e culturali dei generi letterari biblici. La bibbia copre millenni di storia ed i linguaggi, gli ambienti sono diversi da epoca a epoca. Non si può ‘leggere’ la bibbia in modo letterale. Importante sarebbe fare delle celebrazioni solo sulla Parola, anche al di fuori della messa, in cui ci si possa confrontare, dialogare, approfondire e pregare con la Parola. Sarebbe un bel modo per farne percepire l’importanza ed arrivare alla celebrazione eucaristica ben preparati; essere capaci di mettere in comune, come facevano le prime comunità, non solo i saperi, ma cosa ci dice lo Spirito nella nostra storia, nel nostro ambiente, nella nostra relazione con il fratello\sorella e con colui che avvertiamo come nostro “nemico”. Utile, per accrescere il rapporto con la Parola e ricevere un forte stimolo, sarebbe organizzare incontri con altre confessioni e/o non credenti. È questo anche il modo di arrivare all’unità perché è sempre Lui che attrae e ci unisce. È nella Parola e negli eventi della storia che Lui si rivela a noi e ci tratta, non come servi o sudditi, ma come amici (cfr. Ef. 2,18; 2Piet.1,4) e, s’intrattiene con noi, proprio come quei discepoli di Emmaus. Ed è sulla croce di quell’Uomo che il velo del tempio si è squarciato perché ogni uomo venisse fatto tempio Suo. Su quella croce si è posto fine all’altare del sacrificio per farne una mensa e cenare insieme con Lui.
  2. Liturgia e vita della comunità e del mondo. Più che sulla liturgia in generale, qui s’intende riflettere e parlare dell’eucaristia e della sua celebrazione. Un tema importante e difficile perché porta in sé simboli, significati e tante modalità di espressioni ed interpretazioni accumulatesi in questi duemila anni di storia che hanno comportato divisioni all’interno delle comunità cristiane. Inoltre, nessuna riflessione potrà racchiudere tutti i significati, aspetti ed esporli in modo esauriente. Un dato è certo: la necessità di una grande revisione sia nella comunicazione teologica che nella modalità di celebrarla dato che ormai pochi credenti vi partecipano, non trovando più in essa significato e forza propulsiva per la vita quotidiana. L’effetto oggi è contrario a quello che in realtà dovrebbe essere perché l’eucaristia è centrale nella vita della chiesa: è la chiesa che celebra l’eucaristia, ma è l’eucaristia che costruisce la chiesa.

                Uno dei difetti della nostra comunicazione di che cosa sia l’eucaristia è l’uso del termine ‘transustanziazione’ che vuole essere la spiegazione, autorevole ma non definitiva e non unica, della sua presenza reale. Nell’ultima cena Gesù, con le sue parole, fa dono del proprio corpo e del proprio sangue in cibo nell’esperienza pratica del mangiare il pane e bere il vino. Gesù accetta di affrontare il rifiuto del potere politico e religioso (morte prodotta da noi non dal Padre) e lo collega con il contenuto della sua predicazione che è fedele (fino al costo della morte) a come ci ha annunciato la visione e realtà del Padre. In ultimo collega quella cena come anticipazione del banchetto definitivo (Lc22,14-23; 1Cor 11,23-26).Karl Rahner

                Nelle nostre eucaristie non c’è il miracolo immediato e visibile, ma “si produce organicamente nel contesto dell’evento. Essa è la risposta di Dio all’offerta degli uomini, è l’accettazione dei doni da parte di Dio dopo che questi sono stati offerti dagli uomini. I doni stessi sono, da una parte, l’espressione della dedizione umana a Dio, ma nel ricordo della dedizione di Gesù; essi però poi vengono presi da Dio e trasformati in uno strumento della sua dedizione a noi, della sua unione con noi. In tal modo essi diventano lo strumento dell’incontro personale tra Dio e l’uomo, subendo così un cambiamento di significato. Dio coglie i doni a una tale profondità e li trasforma così radicalmente che essi non ricevono soltanto un nuovo significato, ma un nuovo essere sostanzialeJohannes Betz

                L’uomo come tale è strutturalmente legato al mistero di Dio perché tutti siamo frutto della sua Parola: Gen.1,26-27; sì, sarà sempre inconoscibile per noi, ma ogni uomo è avvolto sempre dal suo amore, se lo si ascolta con attenzione, fa sempre avvertire la sua presenza ed “ecco: mi sono messo e rimango in piedi alla porta e busso. Se uno ascolta la mia voce e apre la porta, entrerò da lui e cenerò con lui e lui con me”. (Ap.3,20). Ma nelle nostre chiese, proprio nel momento in cui la sua presenza raggiunge il culmine della comunicazione comunitaria e della nostra vita – appunto nel contesto di tutta l’eucaristia -, viene ancora presentata, o meglio, percepita dalla maggior parte dei credenti solo al momento della ‘consacrazione’ con manifestazioni che esprimono una concezione ‘magica’ della celebrazione inginocchiandosi, e/o racchiudendosi, in una espressione devota (con tanto di scampanellii) come se solo in quel momento vi fosse o iniziasse la sua presenza. Chiamando la comunità radunata a concelebrare (S.C. nei nn°11;14;48), ogni momento va assolutamente concepito in modo attivo ricordando che nei primi tre secoli veniva celebrata nelle case, quindi, sarebbe meglio creare un ambiente famigliare senza tanti inchini e genuflessioni ‘cerimoniali ’; occorre guardare la sostanza e ciò che sollecita la partecipazione, più che espressioni teatrali. È il cuore e la mente che bisogna sollecitare, conservando il dovuto decoro:

• Il canto iniziale, possibilmente gioioso, dato che manifestiamo la gioia del primo momento dell’incontro con Lui in modo comunitario in cui ci sentiamo tutti fratelli coinvolti nella lode di ringraziamento (eucaristia=rendimento di grazie). Sarebbe bene oggi, in cui ‘tutti’ sono presi dalla musica, che qualcuno, in modo discreto, possa guidare l’assemblea per rendere accettabili certi canti altrimenti meglio fare con una breve introduzione.

• Dare risalto alla richiesta di perdono sottolineando gli aspetti che le letture o gli eventi della storia o della comunità ci interpellano e sollecitando anche l’assemblea alla formulazione di tali aspetti. Anche in questo momento è presente il Cristo che accoglie il nostro pentimento accordandoci il perdono.

• Con la proclamazione della Parola la Sua presenza s’intrattiene con noi e ci sollecita alla conversione nei vari aspetti della vita. Si vuole conferire a questo servizio ministeriale laicale maggiore importanza ( come se

questo colmasse la distanza abissale tra ministeri ordinati e laicità), ma se questo poteva essere significativo nei tempi in cui solo pochi sapevano leggere e scrivere, trovo più coinvolgente rendere questa facoltà nel modo più estesa possibile, proprio per far percepire la celebrazione come appartenente a tutti senza per questo trascurare un minimo di preparazione e confidenza con il microfono a disposizione perché l’ascolto sia fattibile; inoltre avere un sussidio per tutti sarebbe sempre auspicabile dato che l’ascolto non è solo di udito, ma dell’animo.

• Atti 15, 22ss; I Cor.14,26-33 tutti comunicano ciò che lo Spirito dice a ciascuno: Paolo a Troade conversa fino a mezzanotte ed a Corinto suggerisce di parlare con ordine ... oggi nell’omelia sempre solo chi presiede ha diritto di parlare, senza voler giudicare - tutti abbiamo dei limiti! -, ma tornare a scambiare ciò che la Parola di Dio suggerisce per comprendere i segni dei tempi ed essere testimoni attenti di Lui, non solo farebbe emergere la soggettività di tanti, ma soprattutto si scoprirebbe come nessuno può arrivare appieno a ‘balbettare’ sul mistero di Dio e come ognuno è suo tempio, è abitato dallo Spirito (ICor.3,16) e contribuisce a far crescere la comunità.

• E come non comprendere la funzione della preghiera dei fedeli come ricezione di ciò che la sua Parola ha comunicato e proiettare già l’impegno e la richiesta di sostegno per essere fedeli a ciò che ci si promette o si è preoccupati di vivere? Mentalmente e psicologicamente già ci si dispone a vivere con Lui accanto nelle gioie e difficoltà della vita.

• Se ci sono le condizioni di cantare lo si faccia, ma prima non nel momento della presentazione dei doni! Quel pane e quel vino sono ora la rappresentazione del nostro vissuto, del vissuto di ciascuno. Si cessi di cantare: chi può dire e manifestare il dono della propria esistenza se non il soggetto stesso? E non è forse questo il momento della presa di coscienza del legame tra la quotidianità della vita con la manifestazione del nostro amore per Lui condividendo in questo modo ciò che ci siamo scambiati durante il colloquio con la sua parola? È proprio questo che ci tornerà alla mente quando entriamo in contatto con il mondo del nostro lavoro, con le risorse della terra e con coloro che ogni giorno incontriamo fianco a fianco con noi. Ahinoi, veniamo, invece, educati a passare oltre concentrandoci sul canto pur bellissimo che sia! È solo poi che si continuerà a cantare.

• Sì, cantiamo ora l’inizio della preghiera eucaristica con l’osanna di ringraziamento e della lode in cui la nostra assemblea si unisce all’assemblea celeste (i cieli e la terra) scegliendo magari un prefazio (o adattandolo) al tema delle letture e del canone successivo.

• La lunga preghiera eucaristica sarebbe bene, anche per mantenere desta l’attenzione e la partecipazione dell’assemblea, poterla leggere a parti suddivise fra chi presiede e la comunità celebrante (il sogno sarebbe quello, almeno nelle grandi occasioni, di costruirla insieme o delegando a tale compito gruppi sempre diversi). È questo il momento dello scambio (ketallagé= termine usato come scambio monetario 2Cor.5,17-19) del nostro vissuto con il suo; uno scambio di amore che accoglie la nostra povera offerta e la scambia Lui con la Sua introducendoci nel suo mistero divino. Uno scambio della nostra esistenza che ci può far dire “non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”! Siamo divenuti un unico corpo e ci viene chiesto “fate questo in memoria di me” cioè tutta la sua realtà sarà sempre presente ed efficace. Impegno grandissimo da tenere ben presente per non diventare ‘sacrileghi’, lui lo ha fatto fino al dono della sua vita sulla croce e perdonando le nostre debolezze: “perdona loro perché non sanno quello che fanno”. È così che possiamo, assolutamente insieme, proclamare la comune offerta al Padre suo e nostro: “per Cristo, con Cristo in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli amen”.

• A questo punto diventa ancora più facile rivolgerci all’unico Padre perché si realizzi il suo progetto e ci sostenga nei momenti critici della nostra esistenza preparandoci così a nutrirci di quel pane che ci darà la forza di estendere la condivisione della vita con tutto il genere umano.

• Siamo arrivati a nutrirci di quel pane spezzato da condividere concretamente non solo fra noi, ma con tutto il genere umano. La sua incarnazione e rivelazione non è avvenuta per i soli credenti, ma ha abbracciato e condiviso l’intera umanità. Sarebbe bene far vivere concretamente quel “prendete e mangiate” prendendo direttamente quel pane e quel vino, così hanno fatto quei discepoli! Fra i suoi discepoli e quel Cristo risorto non c’è mediazione, abita già nei nostri cuori!

                Certo, molte altre cose sarebbero da sottolineare, ma questo sinodo non chiede giustamente un trattato, ma il nostro sogno di vedere la comune chiesa completamente rinnovata e questo è solo un aspetto importante del sogno da cui può sicuramente partire la nostra conversione. Si è voluto seguire lo schema della liturgia attuale che non può e non deve essere concepito come immutabile. Diversi sono i contesti, le sensibilità, le esigenze e bisogni di luoghi e di tempi, d'altronde non è mai esistito uno schema fisso, né sappiamo con sicurezza quale siano state le vere parole della cena di cui facciamo memoria. (Johannes Betz, José Maria Castillo)

                 Da qui l’importanza di far conoscere i risultati storici: “Propriamente compreso, il Gesù storico è un baluardo contro la riduzione della fede cristiana, in generale, e della cristologia, in particolare, ad un’‘importante’ ideologia di qualsiasi genere. Il suo rifiuto di farsi intrappolare da qualunque scuola di pensiero è ciò che guida gli studiosi a intraprendere nuovi percorsi; di conseguenza, il Gesù storico rimane uno stimolo costante per il rinnovamento teologico.” (John Meier).

La cosa più importante è mettere in evidenza gli almeno cinque aspetti rilevati nel concilio Vat. II

Transustanziazione-aspetto ontologico- non fisico-chimica, ma ‘metafisico’= ultra-realismo e ultra-simbolismo: siamo un unico corpo, configurati in Cristo che, per azione dello Spirito Santo, si rende presente

e si unisce a noi negli elementi trasfigurati del suo corpo e suo sangue glorioso (Lc22,14-23).

Transignificazione-aspetto esistenziale-condividendo con noi un banchetto di comunione fraterna interroga e cambia la nostra soggettività e mentalità verso una fraternità universale fino a preferirla all’offerta dell’altare (cfr.Mt.5,23)

Transocializzazione-aspetto pratico sociale- identificandosi con i più bisognosi ci spinge alla responsabilità sociale, politica, economica, culturale (cfr. Mt. 25,35ss.).

Trans-finalizzazione-aspetto escatologico- l’avvento di Gesù è già inizio del regno di Dio; il banchetto eucaristico è pregustazione del banchetto celeste con cui ci sostiene nella costruzione del regno e nell’“attesa della sua venuta” (Lc.22,14-26).

Trans-creazione-aspetto definitivo- nella Parusia il Cristo mostrerà il suo essere inizio e fine della storia, compimento definitivo del piano di Dio verso l’umanità: cieli nuovi e terra nuova e relazione sponsale paritetica in Cristo con Dio nella Gerusalemme celeste (cfr.Ap.21,1-6;).

                Ogni comunità costituita sarà bene che ne tenga conto soprattutto nella vita e nella formulazione delle preghiere della celebrazione nella “cena comunitaria”.

a) Ministerialità. Importantissima è la tematica della presidenza eucaristica, ma non solo, ed è questa la tematica più scottante, ed il sogno si fa più grande, perché attualmente c’è sempre una persona di genere maschile che fa tutto lui, tutto ha predisposto, al credente ‘laico’ spetta solo l’ascolto e il silenzio. Punto! Non

dove essere così, perché: “quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù(Gal. 3,27-28).

                Oggi solo quel prete maschio ci viene presentata come figura del “Cristo capo”, quello dei credenti è un Cristo decapitato? (perdonatemi la parola). Il Cristo è il risorto e la trascendenza non ha più queste distinzioni! Tutti siamo compresi nella realtà di Popolo di Dio. la Chiesa come popolo di Dio è una realtà santa e peccatrice. Santa per il messaggio che porta e soprattutto per il Logos che, svuotandosi, si è fatto carne come ogni uomo della terra: “…divenni cadavere. E guarda sono vivente per i secoli dei secoli!”.(Ap.1,18) È il Risorto sempre presente! La chiesa è peccatrice come realtà storica, e non c’è alcun dubbio che ciascuno di noi sia peccatore! Come non c’è dubbio che quell’Uomo che confessiamo come Cristo Signore sia dentro ogni uomo, addirittura suo tempio, e vuole che tutti siano “salvi” in Lui. È sempre Lui che si è preso la responsabilità della salvezza per tutti salvaguardando la nostra soggettività e libertà. La chiesa, come grandezza storica, è una realtà sociologica e come tale ha necessità di organizzarsi, ma non per questo chi viene “incaricato” come punto sociologico di riferimento (nel caso dell’eucaristia presiede) diventa un qualcuno al di sopra degli altri spadroneggiando come i potenti della terra. Da notare: (cfr.Gv13,13; Mt.23,8-

10; Lc.6,40; Mc.9,34; Mt.20,21; Lc.14,7). “Se si guarda il sacerdozio ministeriale così dal punto di vista della Chiesa, se lo si comprende non come un potere che già in partenza sta di fronte alla Chiesa come popolo di Dio, ma come un‘autorizzazione di un determinato genere per il compimento di quello che la Chiesa come intero è…allora si comprende quanto si deve essere prudenti, quando si investiga sulle proprietà specifiche del sacerdote ministeriale di fronte agli altri membri della Chiesa… Ed è vero che, secondo la dottrina e la prassi cattolica, nella normale attività di un sacerdote in cura d’anime c’è poco che non potrebbe essere compiuto da un “laico”. Per lo meno se si presuppone una autorizzazione - del tutto possibile – da parte della Chiesa gerarchica, l’insegnare ed il presiedere e persino il battezzare sono cose che non richiedono incondizionatamente l’ordinazione sacerdotale, sebbene proprio esse nella vita concreta siano la parte principale dell’attività sacerdotale… Per questo bisognerebbe riflettere sulla natura stessa della Chiesa ed in una radicalità teologica, per la quale la costituzione dogmatica sulla Chiesa del Vaticano II rappresenta sì un progresso sostanziale, però non ancora il termine. ...Se la natura della Chiesa come mediazione di salvezza è la presenza sempre nuovamente attualizzata di queste parole così intese, se la Chiesa ha bisogno anche di un carattere sociale e con ciò istituzionale e quindi di un ministero, allora la natura del sacerdozio, presupponendo tutto quello che è stato detto sulla sua complessità, può essere così determinata: essa è l’autorizzazione ad usare queste parole come parole della Chiesa, autorizzazione che è concessa al singolo… Il sacerdote è colui che è autorizzato al servizio delle parole della chiesa” (Karl Rahner)

                L’aspetto “in persona Christi” è sviluppato in Inter insigniores

www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19761015_inter-insigniores_it.html-

e nel Catechismo della Chiesa Cattolica (n°1547 e 1548) in cui viene presentato il sacerdote come segno di Cristo ed agisce “in persona Cristi” rendendolo indispensabile per comunicare la salvezza. Il sacerdozio “è uno dei mezzi con i quali Cristo continua a costruire e a guidare la sua Chiesa”. E ancora: “E’ il medesimo Sacerdote, Cristo Gesù, di cui realmente il ministro fa le veci. Costui se, in forza della consacrazione sacerdotale che ha ricevuto, è in verità assimilato al Sommo Sacerdote, gode della potestà di agire con la potenza dello stesso Cristo che rappresenta (virtute ac persona ipsius Christi)”.

                Così commenta un teologo di teologia dogmatica di rilievo come Hermann Haring: “E’ un concetto patetico, che però mostra il traviamento ideologico cui esso si presta, se il Catechismo lo traduce in una immagine che potremmo qualificare quasi blasfema e che merita tutta la nostra critica: “Secondo la bella [!] espressione di Sant’Ignazio di Antiochia, il vescovo è … come l’immagine vivente di Dio Padre (Trall.3,1) (Cat.1549). La metafora dell’“agire nella persona di Cristo” potrà andar anche bene quando si tratta della celebrazione eucaristica: si può dire che chi spezza il pane lo fa rappresentando Gesù sull’altare. Ma è una metafora che non consente di essere assolutizzata o personalizzata. Chi come persona (e non soltanto in certe sue azioni) rappresenta la persona di Cristo in modo così totale e senza distinguersi dalla sua persona, anzi diventando quasi immagine del Padre, costui non solo si rende inattaccabile, ma anche signore assoluto di ogni sua azione. Egli dispensa salvezza per il solo fatto che agisce. Può prodursi addirittura come lo stesso Cristo, vive in sé stesso e per sé stesso. Delegittima a priori qualsiasi critica che gli venga mossa dal basso, a partire cioè da compiti e funzioni concreti, abusi ed attese, situazioni di oppressione e di ingiustizia. Il ministero che egli esercita diventa tabù, sovranità dispotica, per quanto lo avverta personalmente come un peso ed un compito”(Hermann Haring).

                Strano modo di porsi anche davanti al vangelo. Il Logos ha svuotato sé stesso, si è fatto carne, uno di noi, ponendo quindi l’uomo in quanto tale al centro della sua attenzione fino a subire le conseguenze del possibile rifiuto; al contrario fra noi si vogliono creare dei capi, essere “decision-taching”[chi decide]; Gesù fu tentato nel deserto dal potere, ma rifiutò rivelandolo diabolico e indicando che “se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che un tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono” (Mt.5,23-24).

                In più faccio notare che il sacramento dell’Ordine nell’antichità non era un sacramento e che “non possiamo contare su una parola istitutrice di Gesù che si possa accettare come storicamente verosimile, la quale in questo caso esprima chiaramente, per sé sola, oltre il potere di trasmettere il ministero, anche la sacramentalità di questa trasmissione”. (Karl Rahner, Chiesa e sacramenti. pag.95. Lo stesso rilievo è presente in José Maria Castillo)

                Ci sono testimonianze che fino al terzo secolo l’eucaristia era celebrata da laici, il più esplicito è Tertulliano; esistono indizi in Clemente Alessandrino; in Origene; in epoca più tarda Teodoreto; mentre al concilio di Arles nel 314 viene proibito ai diaconi di celebrare l’eucaristia.

                Ma ancora più interessante la documentazione delle donne citate e/o punto di riferimento nel Nuovo Testamento:

                1. Primo periodo: nei quattro vangeli. Maria Maddalena si presenta come una grande leader; ci sono anche altre con lo stesso nome. Nel vangelo di Luca, 8.3 troviamo Susanna e Giovanna seguaci e collaboratrici che sostengono Lui e i dodici a livello economico. In Lc.10,38-42; Gv.11,1-45; 12,1-8 si trova diverse volte il nome di Marta e Maria: Maria ascolta ai piedi di Gesù; Marta confessa Gesù come messia così come Pietro; Maria unge i piedi di Gesù. Sono donne, dunque, del movimento di Gesù. Nei tre vangeli si menzionano donne come testimoni oculari della crocifissione, della sepoltura, della risurrezione e delle apparizioni, tutti elementi per essere considerate apostole. Erano molte donne che erano venute con Gesù a Gerusalemme dalla Galilea. Mc.15,40ss, nomina Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses e Salome che lo seguivano e servivano dalla Galilea ed altre che erano salite con lui a Gerusalemme. Mt. 27,55ss.; Lc.24,10 conferma che vi erano molte donne che erano venute dalla Galilea. Leggendo il vangelo si nota la loro presenza costantemente. Maria di Magdala risalta più di tutte, ma soprattutto è la prima testimone della risurrezione e la prima annunciatrice, mentre gli altri non ancora ne erano convinti! Occorre inoltre tenere presente il contesto culturale in cui le donne nulla contavano nella testimonianza, qui hanno molta importanza considerando che “i dodici” assumono un nuovo significato alludendo alle dodici tribù di Israele. Ancora più importanza le donne l’assumono nel vangelo di Giovanni: Maria di Magdala in Gv.20,1-18; Marta e Maria in Gv,11,1-46; 12,4-8; la samaritana in 4,1-42 la prima annunciatrice nella sua ‘cittadina’.

                2. Secondo periodo: nelle lettere apostoliche (30-70 d.C.). Inizia l’espansione del cristianesimo, i due autori principali sono Paolo con le sue lettere autentiche e Luca con gli Atti (scritti nell’85 circa). Negli Atti si parla fondamentalmente di Pietro, Paolo e le vicende ellenistiche. Da notare qui che le figure femminili vengono meno descritte frutto sicuramente del condizionamento dei codici domestici che concepivano le donne, i figli e gli schiavi sottomessi rispettivamente ai mariti, ai padri e ai padroni. Ciò nonostante, emergono figure importanti di donne che per nominarle erano sicuramente delle grandi personalità ricevendo anche incarichi importantissimi e significativi per l’oggi. At.9,36 Tabità discepola (maestra, predicatrice e missionaria) rinomata per la solidarietà con le donne povere; At.16,14-40 Lidia a Filippi ospiterà più volte in casa Paolo; At.16,19.25; 17,4.10;18,5 Sila nominata ben 5 volte, sarà bastonata e imprigionata con Paolo; usciti di prigione saranno ospitati da Lidia; poi Sila seguirà Paolo in Tessalonica dove convertiranno molti greci ‘con non poche donne della nobiltà’. Costretti a fuggire si trasferiscono in Berea dove convertiranno altre persone assieme ad alcune donne greche della nobiltà. Costretto Paolo a fuggire, Sila, assieme a Timoteo, dalla Macedonia lo raggiungeranno a Corinto. At.17,34. Damaris convertita da Paolo all’areopago di Atene, segnalata in quel contesto rivela anche il rilievo che ebbe. Altra donna di grande rilievo certamente fu Priscilla e suo marito Aquila, chiamata a volte Prisca è nominata 6volte: At.18,2-3;18,18-19.26;2Tm.4,19;1Cor.16,19; Rom.16,3-5. Paolo al termine della lettera ai Romani fa il nome di altre otto donne: Rom.16,1 Febe diaconessa della chiesa di Cencre; 16,6 Maria; 16,7 Giunia apostola; 16,12 Trifena, Trifosa, Perside; 16,13 la madre di Rufo; 16,15 Giulia e Olimpas. Nella prima lettera ai Corinzi in 11,5 veniamo a sapere che ci sono donne profetesse; e in 16,15 Stefana primizia dell’Acaia.

                3. Terzo periodo sub- apostolico (70-110 d.C.). Periodo difficile per la chiesa per la reazione della cultura sociale del tempo difronte al messaggio cristiano che sconvolgeva i codici domestici. La letteratura extrabiblica parla di due ministre torturate. È da questo periodo che le lettere entrano in contraddizione con sé stesse: Col.3,11 con 3,18-4,1, ma sottolineano l’amore e rispetto reciproco. Così anche in Ef.1,4-5;2,8-10;4,6 con 5,21- 6,9. La prima lettera di Pietro un po’ tutta è pervasa da queste contraddizioni di alta considerazione di ciascuno, ma di mantenere un atteggiamento di sottomissione fra i pagani sapendo che “Cristo soffrì nella carne, anche voi armatevi degli stessi sentimenti” (1Pietro4,1). Anche così sono emerse divisioni. È il periodo in cui i nomi di donna prima in maggiore rilievo vengono nominati dopo quello del marito: così Priscilla (Prisca) con Aquila e Damaris con il marito Dionigi. Tutto è dovuto alla feroce persecuzione in atto.

                4. Note dall’archeologia e alcuni riferimenti storici. L’archeologia ha reso giustizia alle donne perché nella basilica si santa Prassede sotto l’arco trionfale c’è un mosaico con quattro figure di donne: Pudenziana, Prassede, Maria e una donna con la testa coperta da un velo “nimbo quadrato dei viventi” con la scritta Teodora Episcopa.

                Nel 1876 a Tropea in una tomba del V secolo si legge “Leta presbytéra visse quarant’anni, otto mesi e nove giorni, e il suo sposo le eresse questo sepolcro”. Iscrizioni del VI e VII secolo a Salona (Dalmazia) “presbytéra, sacerdota”; Ad Ippona (Africa) “presbytérissa”; in Francia a Poitiers “presbytéria; in Tracia scritto in greco Presbytéra. Nel IV sec. in un trattato sulla verginità attribuito a sant’Atanasio: “le sante vergini possono benedire tre volte il pane con il segno della croce, pronunciando il rendimento di grazie e pregare, poiché nel regno dei cieli non c’è né uomo né donna (PG28, col.263). Nel 492 papa Gelasio I si lamenta perché: “siamo venuti a sapere, con nostro grande dolore… che si incoraggiano le donne ad ufficiare sui sacri altari e a partecipare a tutte le attività del sesso maschile al quale esse non appartengono”.

                Quindi, le donne esercitavano le funzioni sacerdotali! Nel 1216-1227 papa Onorio III si rivolge ai vescovi di Burgos e di Valenza perché proibiscano alle badesse di parlare dal pulpito, poiché questo ministero è riservato agli uomini… “perché le loro labbra portano le stigmate di Eva, le cui parole hanno contrassegnato il destino dell’uomo.” Incommentabile!!! Non c’è motivo per non riscoprire la storia. C’è inoltre da ricordare che fino all’Ottocento presbiteri e vescovi venivano eletti dal popolo di Dio e che le prime comunità cristiane si sono organizzate prendendo come modello il senato romano; organizzazione storica che, come tale, si può modificare anche se trova ancora oggi suoi despoti imitatori di cui si può fare decisamente a meno.

I Gruppi               “Per una Chiesa diversa”            “Il Gibbo”           Gubbio, 9 aprile 2022

                                                              

Azioni per una Chiesa diversa

¨       Per una sinodalità credibile, l’ascolto, chiedere un parere, ottenere un consenso è un obbligo di funzione oltre che di carità (1Cor.13,4-7): necessita una riscrittura del Codice di Diritto Canonico che riconosca la soggettività del Popolo di Dio con una ricerca di reciproco impegno.

¨       Elevare la formazione teologica e biblica dei credenti a partire da chi è incaricato a presiedere l’eucaristia, a chi esercita il catechismo, sia tramite un aggiornamento permanente sia nel livello delle scuole di teologia.

¨       Dio è più grande di tutte le chiese, quindi estendere la pratica dell’ecumenismo, come già avviene in alcune diocesi, attraverso maggiori incontri sinodali sui temi comuni della fede, della pace … come sugli incontri pubblici. Si è abusato del nome di Dio, sarebbe bene ritrovare la possibilità di nominarlo anche con incontri fra non credenti o in ricerca di significato e di senso.

¨       Nella riscoperta dei ministeri valorizzare le nuove ricerche teologiche sia nella loro funzione sia nella scandalosa esclusione delle donne e delle persone sposate come anche nella storia è già avvenuto.

¨       Ridare la possibilità della nomina dei Vescovi anche alle diocesi interessate.

¨       Iniziare una vera, significativa e corposa riforma liturgica e non solo di quella eucaristica secondo le indicazioni conciliari di Sacrosanctum Concilium nei nn°11;14;48 e secondo i diversi contesti, le sensibilità, le esigenze e bisogni dei luoghi e dei segni dei tempi.

www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19631204_sacrosanctum-concilium_it.html

¨       Stabilire una commissione indipendente nella conoscenza degli abusi sessuali avvenuti e /o che avvengono, come segno di volontà di conversione e di sincerità nella richiesta di perdono dovuta oltre che di giustizia. Ne va di mezzo la credibilità della Chiesa tutta. Riforma dei seminari!

¨       Se Gesù invita a benedire persino coloro che ci maledicono (Lc. 6,28) ancora di più dobbiamo porre attenzione a tutte le persone LGBT+, come all’omosessualità e la transessualità. Attraverso un percorso di preparazione come tutti facciamo, perché negare la benedizione fra chi si ama?

¨       Gli scandali e la poca trasparenza non sono solo nell’ambito della sessualità, ma come in tanti settori della società, nell’economia, nel potere e sulle coscienze. Sarebbe bene pubblicare, nelle parrocchie, come nei siti delle diocesi e nazionali, resoconti trasparenti pubblici e ben dettagliati.

¨       “Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non trascurarlo quando si trova nudo. Non rendergli onore qui nel tempio con stoffe di seta per poi trascurarlo fuori, dove patisce freddo e nudità. Infatti, colui che ha detto: “Questo è il mio corpo”, è il medesimo che ha detto: “Voi mi avete visto affamato e mi avete nutrito”, e “nella misura in cui l’avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avete fatto a me”. Il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che è fuori ha bisogno di molta cura. Impariamo quindi a vivere come saggi e a onorare Cristo come egli vuol essere onorato … A che serve che la tavola del Cristo sia sovraccarica di calici d’oro, quando lui muore di fame? Comincia a saziare lui affamato, e poi, con quel che resterà, potrai onorare anche il suo altare. Gli offri un calice d’oro e non gli offri un bicchiere d’acqua? Che beneficio ne ritrae? Tu procuri per l’altare veli intessuti d’oro e a lui non offri il vestito necessario. Che guadagno ne ricava? (…). Addobbando la casa, bada di non dimenticare tuo fratello che soffre, perché questo tempio è più prezioso dell’altro”. (S. Giovanni Crisostomo: Omelia 50 sul Vangelo di Matteo a proposito del mistero eucaristico).

¨       Il vissuto edificante diventi un’esigenza etica non la paura o il ricatto della ‘vita eterna’.

www.viandanti.org/website/wp-content/uploads/2022/01/MINELLI_Contributo-per-il-sinodo-FF.pdf

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