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«Fratelli e sorelle, shalom!»

 

 Autore: Giordano Remondi

 

       Un mese fa una persona amica della redazione mi ha chiesto di scrivere qualcosa sulla pace “in tempo di guerra”, sapendo della mia collaborazione quasi trentennale con l’Associazione Rondine Cittadella della Pace (Arezzo: in ottobre festeggerà il quarto di secolo): mettere al mondo opuscoli e libri durante le varie fasi del loro impegno (www.rondine.org). Il mio è stato un compito indubbiamente meno faticoso del loro “sul campo”. Tuttavia non mi sento un intellettuale “a tavolino”, anche se non compete a me parlare di politica in senso stretto, discettando su tutto ciò di cui nessuno può vantarsi di conoscere bene, nemmeno l’esperto di settore. In coscienza, infatti, quando si tratta di esporsi in pubblico (e non solo votare…), non basta informarsi. Persino in questo preciso momento in cui licenzio il testo (10 aprile), mentre viviamo un periodo tra i più bui dal 1945, ogni cittadino deve sforzarsi di andare oltre l’emozione suscitata dalle atrocità commesse dall’esercito russo verso i civili ucraini.

       Chi opera nella cultura condivide con tutti il dono di pensare e invita a farlo insieme, proprio tutti, grazie alla materia grigia, lato emotivo e lato razionale, che ci accomuna nel cercare di diventare umani. Ne abbiamo la responsabilità per il semplice motivo che, senza la riflessione sull’esperienza, non saremmo diventati homo sapiens. Poi, con immensa fatica e dolore, abbiamo imparato a giudicare disumana e folle la guerra, passando attraverso inenarrabili lutti e tragedie. Soprattutto, dopo l’enciclica Pacem in terris (1963)che papa san Giovanni XXIII rivolse all’umanità intera (credenti e non), stiamo cercando di capire dove sta l’inganno persino nella teoria della guerra cosiddetta giusta, quando la difesa ad oltranza aggiunge dolore a dolore, vittime

a vittime, in maggioranza civili. Qualsiasi intransigenza nella condotta porta a erigere muri perché è frutto di una sorta di fondamentalismo inconscio, seppur non sempre di matrice religiosa. Se poi si spinge fino all’integrale applicazione, dentro una legge civile, di un testo o di un causa giudicata irrinunciabile, anche quando non arrivasse alle forme violente d’integralismo estremo, il tarlo della persona fondamentalista – anche nel pacifismo – è di ritenersi sempre nel giusto, mai sfiorata dal dubbio che parole o gesti o rituali possano risultare controproducenti.

 

«Osare la pace» (Bonhoeffer)

 

       Dal 2017 sono stato incaricato di seguire lo sviluppo del Metodo Rondine che ha richiesto il riordino editoriale di vare ricerche sulla base del materiale affidatomi dal presidente Franco Vaccari. L’obiettivo è sviluppare una cultura della relazionalità, indispensabile per una pace stabile dopo ogni guerra. Nell’Appello per il “cessate il fuoco” immediato in Ucraina – lo si trova sul sito di Rondine – c’è un passo centrale per uscire dallo stato di belligeranza: «È un compito alto e coraggioso mantenere vive le relazioni, nate e consolidate mentre intorno a noi crescono violenza e scontri armati. Tenere la relazione con chi è considerato “nemico” genera dolore, il dolore del sentimento di colpa o del tradimento. Ma questa fatica, questo voler vivere e attraversare la complessità, è il prezzo da pagare, per tenere aperta la prospettiva del futuro, l’orizzonte immediato di saper convivere, l’azione urgente per svelenire i cuori e abbandonare odio e vendetta a livello globale».

       Nel suo statuto laico Rondine pone l’obiettivo di promuovere una pace non come “assenza di guerra”, ma come missione da perseguire in ogni società ferita a morte dalla guerra. Si lascia alle spalle una visione riduttiva della pace: non è più la condizione necessaria per stipulare un accordo, dove il perdente non può fare altro che

subire imposizioni oppure accettare un compromesso onorevole. Per trovare il significato più autentico di pace, bisogna rivolgersi alla nota parola ebraica shalom: «star bene» nella condivisione di spazi comuni. È un compito interiore che si manifesta all’esterno, altrimenti difficilmente si potrebbe aspirare a rapporti costruttivi tra gruppi e tra popoli. Gli spiriti non pacificati, infatti, non si adoperano per favorire situazioni di pace, anzi di fatto diventano attori divisivi, in quanto umiliano e demonizzano l’avversario e si fabbricano “nemici” dovunque.

        Ostacoli alla pace, allora, sono la brama di possesso e il sospetto diffuso, ragione per cui la guerra diventa espressione della volontà di sopraffazione. Purtroppo, quasi sempre tira fuori il peggio della cattiveria umana: non solo allontana l’incontro e lo scambio, ma erge invalicabili muri d’indifferenza, sostenuta da progetti politici che alimentano la discriminazione. Per questo il martire Bonhoeffer, in un’allocuzione in Danimarca nel 1934, scriveva che la pace va arrischiata, perché non coincide con sicurezza, la quale implica diffidenza, “terreno di coltura” di ogni guerra sia difensiva che offensiva.

 

«A che serve la bandiera della vittoria su un cumulo di macerie?» (papa Francesco, Angelus della Domenica delle Palme)

 

       Tornando alla tragica attualità, sempre più orrenda ogni ora che passa, trovo interessante il documento dei 250 presbiteri e diaconi della Chiesa Ortodossa russa in dissenso con il loro patriarca Kirill. Scrivevano il 13 marzo che si può parlare di guerra fratricida solo se, nello stesso tempo, «sono riconosciuti esplicitamente l’intento omicida e la colpevolezza di una parte sull’altra (Ap 3,15-16)». L’interesse proviene dal fatto che, fino al 23 febbraio, in tanti pensavamo che non poteva esserci una invasione in tutta l’Ucraina, perché negli stessi territori (specie nel centro-sud verso Est) ci sono parenti, sia di sangue che di cultura e fede cristiana. Ma, purtroppo, questo è il risultato storico di concepirsi fratelli ancora in modo troppo viscerale. Voglio dire:

quando si è fissati sulla identità nazionale, è inevitabile la conseguenza di formare appartenenze accanite che ostacolano ogni spazio di mediazione culturale.

       Poi la contesa tra popoli fratelli può diventare ancor più distruttiva, se arriva a fomentare la vendetta. Lo si vede in una guerra che dura da otto anni ai confini orientali tra Ucraina e Russia: l’invasore è stato così crudele da mirare alla resa dei conti “sanguinaria” – «crimini che non si possono raccontare a parole», dice una giornalista russa, intervistata a Leopoli dalla mantovana Veronica Fernandes, inviata di Rai-News 24 – a cui si è contrapposta una disperata resistenza “sanguinosa”. Ma così si finisce nella trappola di idolatrare le forme “naturali” di fraternità, dove il rivale va annientato, come logica conseguenza di aver alimentato il «noi contro loro» in una spirale di belligeranza. A questa conclusione sono giunto leggendo un saggio del biblista p. Luis Alonso Schökel: Dov’è tuo fratello? (Paideia 1985), da cui traggo liberamente alcune frasi.

 

        Umanamente, la fraternità è fonte di differenziazione, la quale è ricca di sfaccettature potenziali per maturare una identità flessibile. Se però questa non si radica, nascono vivaci tensioni, aspri contrasti e contese incompatibili, dove le soluzioni, se si trovano, consumano energie preziose. La fraternità cristiana, pur tenendo conto della realtà, valorizza la differenza invocando lo Spirito, fonte di varietà per custodire l’unità delle relazioni comunitarie (cfr. 1 Cor 12,4-7). Per questo motivo, talvolta, bisogna saper rinunciare alla difesa esclusiva dei propri diritti (cfr. 1 Cor, capp. 8-9). Davanti all’ira e al rancore è richiesto il perdono (cfr. Mt 5,22 ss), come fece Giacobbe che si riconciliò con Esaù prima di recarsi all’appuntamento con Dio a Betel (cfr. Gen 32). In sostanza, «chiunque odia il proprio fratello è omicida» (1 Gv 3,15a).

          Già nel 1965, mezzo secolo prima dell’enciclica di papa Francesco Fratelli tutti, ce lo ricordava il concilio Vaticano II: «… [se] gli individui e i gruppi guardano solamente alle cose proprie, non a quelle degli altri, il mondo cessa di essere il campo di una genuina fraternità universale» (Gaudium et spes, n. 37).

 

Giordano Remondi

Teologo, Mantova

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