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aggiornate, trascurano gli ultimi numeri, dal n. 869, che saranno recuperati  gradualmente

news UCIPEM n. 909 – 8 MaGGI0 2022

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.

Link diretti e link per pdf -download a siti internet, per documentazione.

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Carta dell’U.C.I.P.E.M.

Approvata dall’Assemblea dei Soci il 20 ottobre 1979. Promulgata dal Consiglio direttivo il 14 dicembre 1979.

1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

 

02ABORTO VOLONTARIO                 Morresi: “Il dibattito negli Usa è un’occasione per riflettere, cambiare direzione

03. AFFIDO                                           Affido. Martini: “Una Giornata nazionale per raccontare il bello dell’accoglienza”

06. ASSEGNO UNICO UNIVERSALE AUU per i figli a carico: i chiarimenti dell'INPS

07 CENTRO INT. STUDI FAMIGLIA  Newsletter CISF - n. 17, 4 maggio 2022

09 CHIESA DI TUTTI                            Il gatto e la volpe: Cei e Stato a braccetto nel “nuovo” osservatorio sulla pedofilia

11 CHIESA UNIVERSALE                    L’opposizione a Francesco e al Concilio

18 CHIESE RIFORMATE                      Sae. Le prospettive ecumeniche della sinodalità

19 CITTÀ DEL VATICANO                  5 lezioni da non dimenticare quando parliamo di Sinodo e sinodalità

21 CONSULTORI UCIPEM                  Belluno. Firmata la revisione del Protocollo provinciale per la mediazione familiare

22COPPIE                                             Il metodo “Betania” per le coppie in crisi

23 DALLA NAVATA                             IV Domenica di Pasqua – Anno C

23                                                           Commento di p. Balducci

24 FRANCESCO VESCOVO ROMA    Francesco: tutta la Chiesa evangelizza. No a preti protagonisti e laici esecutori

25 LITURGIA                                        Liturgia nuova in otri nuovi

26                                                          «La liturgia non può essere senza vita né gioia»

26  PANDEMIA                                    Ragazzi e pandemia: distanza dai compagni di scuola ha pesato meno tra gli stranieri

28 RIFLESSIONI                                   #sesso e amore

29 SESSUOLOGIA                                Botta e risposta. Un terzo genere non esiste. Ma c'è il nodo delle identità irrisolte

30 SIN0DO                                           L’esperienza della sinodalità nelle Chiese cristiane

31                                                          ll vescovo, la consacrata, il docente universitario: tre voci per un’esperienza

32 TESTIMONI DEL CONCILIO         Adriana Zarri, il paradosso evangelico dei «poveri beati»

33                                                          Don Germano Pattaro, la vita per l’unità delle Chiese

34 WELFARE                                         La denatalità in Italia: ombre certe e luci possibili

36                                                          Contrastare la denatalità: come ha fatto la Germania

39                                                          Perché la Francia è il Paese europeo che fa più figli

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ABORTO VOLONTARIO

Aborto. Morresi: “Il dibattito negli Usa è un’occasione per riflettere, andare avanti e cambiare direzione”

Può essere l’occasione per rimettere al centro il diritto della donna e dell’uomo, non certo per fare un salto all’indietro. Offre un’altra angolazione Assuntina Morresi, docente di Chimica Fisica all'Università degli Studi di Perugia, sul caso scoppiato negli Stati Uniti, riguardo alla legalizzazione dell’aborto. Una manciata di giorni fa, la redazione di Politico ha pubblicato un draft, una bozza, delle intenzioni che avrebbe la Corte suprema di rovesciare una sentenza che risale al 1973 e che da allora sancisce l’interruzione di gravidanza in maniera legale per le donne americane. Al Sir la professoressa Morresi spiega come la sentenza potrebbe significare invece uno spartiacque, al pari della guerra in Ucraina e della pandemia, per un cambio di direzione

                Sulla possibile sentenza che rovescerebbe negli Stati Uniti il diritto all’aborto, sostiene che non si tratti di un salto nel passato ma di un andare avanti. Perché?

                Credo che non si possano cancellare gli ultimi 50 anni. Spero che il dibattito si concentri su ciò che è successo, capire cosa è veramente un diritto e quali sono i diritti basilari. È un’occasione per riflettere. Lo giudico un evento spartiacque, così come la pandemia e la guerra in Ucraina. La pandemia ci dice che il diritto dell’individuo non può prescindere dal fatto che le persone vivono in relazione con gli altri. La guerra ci chiede di capire ciò che è giusto e sbagliato, ci interroga su pace e libertà. Questa sentenza invece ci parla del diritto alla vita delle persone non nate. Tornare indietro significherebbe fare finta che non ci siano stati 50 anni di aborti mentre dobbiamo fare tesoro dell’esperienza. Ripensare all’aborto significa secondo me andare avanti e cambiare direzione.

                Come si potrebbe cambiare?

                Bisogna andare verso una condizione in cui il diritto di una persona non può prescindere totalmente dalle sue relazioni, come quella speciale fra madre e figlio. Non si torna al passato ma si va avanti. Dobbiamo chiederci se il diritto all’aborto ha dato più libertà alle donne, se ha aumentato la loro possibilità di realizzarsi e se le donne sono più felici. Una considerazione su questo andrebbe fatta. Non credo che il bilancio sia positivo.

                Il tema dell’aborto divide anche nell’ambito scientifico dove coloro che sono a favore ricordano come la pratica legale sia più sicura per la salute delle donne.

                Occorre abbandonare l’idea di ragionare solo in termini di aborto sicuro, dobbiamo pensare, invece, come evitare l’aborto. È la soppressione di una vita umana: dobbiamo mettere in campo le forze per evitare che avvenga. È poi evidente che le leggi sull’aborto non abbiano limitato l’interruzione di gravidanza: i dati dicono che gli aborti nel mondo, globalmente, nel tempo sono aumentati.

                Da noi però il numero di aborti è sceso negli ultimi anni.

                L’Italia è un’eccezione, ma sono comunque decine di migliaia le interruzioni ogni anno. Anche da noi si sta sempre più scivolando verso ‘l’aborto fai da te’. E mi aspetto che anche chi è favorevole all’aborto legale sia d’accordo con me nel dire che l’aborto farmacologico sia interamente sulle spalle delle donne. È una modalità che allo Stato costa meno, perché fa uscire gli aborti dalle cliniche e li privatizza, portandoli “a domicilio”; indebolisce l’obiezione di coscienza perché le donne vanno in ospedale solo se ci sono complicazioni, e quindi tutti hanno il dovere di soccorrerle. E lascia sole le donne ad abortire a casa.

Gli aborti comunque sono una percentuale delle nascite. Se calano i nuovi nati, calano pure le interruzioni. E poi a differenza degli altri Paesi in Italia non c’è un mercato privato perché gli interventi possono essere svolti solo nel pubblico o nel convenzionato.

                Sul monitoraggio dei dati abbiamo ancora del lavoro da fare?

                La relazione al Parlamento sull’applicazione della 194 è fra le più complete al mondo riguardo ai dati presentati. Tuttavia la raccolta di informazioni sull’aborto farmacologico non è adeguata perché è costruita sull’intervento chirurgico.

                In Piemonte ha sollevato polemiche la scelta di dare dei soldi alle donne che sono intenzionate ad abortire per sostenerle economicamente.

                Ai politici e alle associazioni contrari chiederei: se tutti siamo d’accordo nel dire che l’aborto è una grande ferita e un dramma, perché opporsi a sostenere economicamente le donne che abortiscono perché in difficoltà economiche?

                Il tema dell’aborto viene sempre affrontato non nel merito ma giocando su schieramenti contrapposti e preordinati. Dovremmo avere il coraggio di guardare la realtà. Visto che è un fatto negativo per una donna abortire, perché non aiutarla a mettere al mondo il bambino, tanto più se è lei che lo chiede?

Elisabetta Gramolin                       Agenzia SIR        5 maggio 2022

www.agensir.it/italia/2022/05/05/aborto-morresi-il-dibattito-negli-usa-e-unoccasione-per-riflettere-andare-avanti-e-cambiare-direzione

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AFFIDO

Affido. Martini: “Una Giornata nazionale per raccontare il bello dell’accoglienza”

                Non mancano i nodi da sciogliere, a quasi 40 anni dalla prima legge sull’affido, come spiega il segretario del Tavolo nazionale: regioni e comuni che investono in servizi, risorse e operatori e altri che non ne hanno, una percentuale elevata di bambini sotto i due anni collocati in strutture, i problemi dei piccoli con disabilità, i percorsi di autonomia dei neo maggiorenni, gli affidi “tardo riparativi”…

                “Verso la Giornata nazionale dell’affidamento familiare – 4 maggio 1983… 4 maggio 2022”. Così si chiama l’evento organizzato a Roma e on line, mercoledì 4 maggio, dal Tavolo nazionale affido, costituito da un tavolo di lavoro delle associazioni e delle reti di famiglie affidatari. Al 31 dicembre 2019, in base ai dati forniti dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, Direzione generale per l’inclusione e le politiche sociali, nella pubblicazione “Quaderni della Ricerca sociale n. 49” –“Bambini e ragazzi in affidamento familiare e nei servizi residenziali per minorenni. Esiti della rilevazione coordinata dei dati in possesso delle Regioni e Province autonome” -, i minori in affidamento familiare erano 13.555 (al netto dei Msna- minore straniero non accompagnato), di questi il 57% era affidato a terzi e il 43% a parenti. Un dato rilevante è l’età degli affidati: le percentuali risultano essere elevate per la fascia preadolescenziale e adolescenziale (29,8% per i ragazzi di età compresa tra 11-14 anni e 27,9% per quelli dai 15 ai 17 anni).

                Quattro affidamenti su cinque sono giudiziari, decisi cioè dai giudici minorili che intervengono su situazioni familiari già complesse, se non compromesse. Al 31 dicembre 2019, il 60,7% degli affidamenti durava oltre due anni e, tra questi, il 21,6% da due a quattro anni mentre il 39,1% si protrae oltre i quattro anni. Il rientro in famiglia avviene nel 34% dei casi; negli altri, il 15,4%, a conclusione dell’affidamento, è successivamente inserito in servizi residenziali, il 12,6% in affidamento preadottivo o in altro affidamento; il 4,5% raggiunge la vita autonoma.

                Sulla Giornata e, in generale, sulla situazione in Italia abbiamo sentito Valter Martini, segretario del Tavolo nazionale affido.

                Perché chiedete l’istituzione di una Giornata nazionale il 4 maggio?

                La data pensata per la Giornata nazionale dell’affidamento familiare è il 4 maggio perché proprio il 4 maggio 1983 è stata promulgata la legge 184 sull’affido, poi modificata con la 149/2001 e con la 175/2015, ma la base è rimasta sempre la legge del 1983, che l’anno prossimo compie 40 anni. Essa ha stabilito un principio unico, ancora valido: i bambini hanno diritto a vivere nella loro famiglia, quando ciò non è possibile per motivi seri devono trovare risposte ai loro bisogni affettivi e educativi in un’altra famiglia. Questo per noi è un valore sacrosanto. La Giornata intende valorizzare il lavoro e la scelta che migliaia di famiglie in Italia hanno fatto dal 1983 ad oggi.

                Oggi in Italia sono circa 12mila le famiglie affidatarie, che si aprono all’accoglienza, molte volte a partire da motivazioni di fede, religiose, valoriali. Vogliamo far passare il messaggio della bellezza dell’accoglienza. La Giornata dell’affido servirebbe anche a offrire alle istituzioni competenti a tutti i livelli un momento per ragionare, confrontarsi, fare proposte sul tema dell’affido. Il 4 maggio 2021 abbiamo annunciato la proposta di istituire la Giornata dell’affido, ma non c’era ancora un disegno di legge. Durante quest’anno abbiamo raggiunto i parlamentari e condiviso la nostra proposta, è stato preparato un testo, che è stato presentato oggi. La Giornata nazionale, infatti, per essere istituita necessita di una legge dello Stato. Nel pomeriggio proponiamo un convegno per parlare del bello dell’accoglienza, ma, al tempo stesso, in tutto il mese di maggio tante associazioni stanno promuovendo iniziative sull’affido familiare, per tener viva questa risposta autentica al bisogno di un bambino che ha bisogno di essere allontanato dalla sua famiglia di origine.

                C’è la paura da parte delle famiglie di origine di “perdere il loro bambino”?

                Voglio chiarire: noi non vogliamo allontanare i bambini dalle famiglie di origine, ma diciamo non un allontanamento in più del necessario, non un allontanamento in meno. Quando ci sono situazioni di fragilità, di vulnerabilità, di difficoltà, un bambino deve trovare un’altra famiglia. Negli ultimi due anni, dopo il caso di Bibbiano c’è stato un attacco mediatico nei confronti dell’affido, spesso strumentalizzato come un business dell’affido, come se le famiglie affidatarie fossero conniventi con i servizi per quei bambini che allontanati. Su quello che non va è necessario che la Magistratura indaghi, ma i casi sono limitatissimi, per il resto c’è un bel lavoro di accoglienza. Ad esempio, per i bambini ucraini c’è stata una grandissima disponibilità di famiglie all’accoglienza. La Giornata dell’affido non serve solo a celebrare ma anche a rilanciare la sfida: Accogliere si può, se tutti fanno la loro parte.

                Com’è la situazione oggi dell’affido in Italia?

                Non ci sono grandi novità sul piano nazionale, resta a macchia di leopardo: ci sono alcune regioni e comuni che stanno lavorando molto bene, perché hanno centri e case, organizzazioni e operatori per l’affido, e altri invece in cui tutto questo manca e l’affido diventa veramente difficile da realizzare.

                Una prima esigenza è fare in modo che sul territorio nazionale ci siano più servizi, risorse, operatori dedicati all’affido.

                Un altro aspetto da tener in conto è quello dei bambini piccolissimi. Una percentuale elevata dei bambini sotto i due anni non è collocata in affido ma in strutture, a volte in comunità specialistiche. Ma esistono molte esperienze di famiglie ponte, che, preparate e seguite, riescono ad accogliere bambini piccoli, in attesa che il loro percorso si chiarisca: il ritorno a casa nella famiglia di origine, l’adozione, un prolungamento dell’affido. L’affido dei bambini piccolissimi è un tema che ci sta molto a cuore, perché è un problema far vivere i primi anni di vita in strutture, dove ci sono educatori validissimi dal punto di vista professionale, ma che lavorano a turno e quindi non rispondono al bisogno di relazione che il bambino ha. Inoltre, in alcuni ambiti le famiglie affidatarie vengono ancora considerate “usa e getta”, noi vorremmo che fossero valorizzate per la scelta che fanno e maggiormente ascoltate in Tribunale o anche dai servizi. Va compreso che l’affido è un intervento di rete, funziona nella misura in cui ognuno fa la sua parte.

                Oggi alle famiglie non sempre viene riconosciuto il ruolo che svolgono. Lo stesso vale per le associazioni che hanno il compito di accompagnare e sostenere le famiglie affidatarie.

                Altri nodi?

                C’è il problema dei care leaver [Coloro che hanno perso gli affetti familiari] neo maggiorenni, alla fine dell’affido e del periodo vissuto in comunità: mancano servizi per l’accompagnamento all’autonomia.

                Ci sono dei comuni all’avanguardia che hanno previsto che l’affido possa continuare dopo il compimento dei 18 anni fino al 21° anno, alcuni comuni hanno previsto delle risorse economiche per care leaver dai 18 ai 25 anni per garantire un’autonomia negli studi e nel lavoro. L’attenzione è cresciuta, ma non sviluppata dappertutto.

                Un altro tema importante è il tema dell’affidamento dei bambini con disabilità o malattia. Questa è un’accoglienza sicuramente complessa, ma questi bambini e ragazzi hanno, ancor più degli altri, bisogno di qualcuno che li accolga. In questa direzione va il progetto “Portami a casa”, che sarà più ampiamente presentato il 10 maggio, gestito dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, di cui io faccio parte, in collaborazione con l’ospedale Regina Margerita di Torino, per l’accompagnamento di una famiglia disponibile ad accogliere un bambino con problemi.

                Come Tavolo presentate anche dei dati statistici a cura di Paola Ricchiardi, professoressa dell’università di Torino: cosa emerge?

                Negli anni presi in considerazione (dal 1998-1999 al 2019) si è registrato, dopo una notevole crescita nel 2007, un calo dell’affidamento a terzi o parenti e una crescita, dopo un picco in basso nel 2010, del collocamento in servizi residenziali, tanto che nel 2019 erano questi i numeri: in affido erano 13.555 ragazzi e in servizi residenziali 14.053. Ma è difficile ipotizzare che il calo degli affidamenti sia dovuto ad una minor incidenza del disagio. Infatti, secondo la II Indagine nazionale sul maltrattamento e l’abbandono dei minori a cura di Autorità garante infanzia e adolescenza, Terre des Hommes e Cismai (2021), nel 2013 l’incremento del maltrattamento era del 14,40 e nel 2018 del 15,90. E secondo l’Istituto degli Innocenti (2019 su dati del 2016), tra i motivi principali di allontanamento non ci sono né la povertà né le separazioni conflittuali. Per l’età dei minori affidati, la prevalenza è di preadolescenti e adolescenti. La vita per un periodo prolungato (circa 7 anni) in un contesto di rischio multiplo spiega sia l’entità delle difficoltà di molti minori affidati sia la lunghezza dei percorsi sia il non rientro in famiglia di 2 minori su 3.

                Un’altra voce riguarda gli affidi consensuali e quelli giudiziali: secondo l’Istituto degli Innocenti (2022) il 25% è consensuale e il 75% giudiziale, cioè disposti dal Tribunale per i minorenni. Ma da un’indagine campionaria 2021 dell’università di Torino emerge che il 44% dei rapporti tra affido consensuale e famiglia di origine è buono o ottimo, mentre lo è solo il 25% nel caso di affido giudiziale; ci sono rapporti difficili ma costruttivi nel 23% dei casi con affido consensuale e nel 16% per affido giudiziale, rapporti inesistenti nel 26% degli affidi consensuali e nel 50% degli affidi giudiziali, rapporti negativi nell’8% degli affidi consensuali e 9% degli affidi giudiziali. A mio giudizio un lavoro da fare sarebbe far crescere quelli consensuali.

                Infatti, l’affido è uno strumento di aiuto alla famiglia di origine in difficoltà, con una famiglia che l’affianca e l’aiuta tenendo il bambino per il tempo necessario.

                Oggi assistiamo purtroppo a molti affidi che noi definiamo “tardo riparativi”, cioè non viene utilizzato l’affido come strumento di appoggio tra una famiglia e l’altra, che sarebbe più facile: pensiamo l’accoglienza di un bambino in una famiglia che ha il proprio figlio a scuola con quello che deve andare in affido. Così si creerebbe un legame tra la famiglia in difficoltà e quella che accoglie ed è la logica che dovrebbe sottendere all’affido familiare. Invece, tante volte l’affido viene utilizzato quando si sono provati già tutti gli altri interventi possibili, per cui ci si trova troppo spesso bambini che sono già fortemente segnati da anni di sofferenze, sballottati da una parte all’altra. Infine,

                Gli affidi intrafamiliari sono in crescita dal 2016 al 2019, passando dal 38% al 43%, mentre diminuisce l’affido a terzi, da 62% del 2016 al 57% del 2019. Se è un fatto positivo, si vedrà nel tempo.

Gigliola Alfaro                  Agenzia SIR        4 maggio 2022

www.agensir.it/italia/2022/05/04/affido-martini-una-giornata-nazionale-per-raccontare-il-bello-dellaccoglienza

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ASSEGNO UNICO E UNIVERSALE

Assegno unico e universale per i figli a carico: i chiarimenti dell'INPS

                Con il Decreto Legislativo 29 dicembre 2021, n. 230, è stato istituito l’Assegno unico ed universale per i figli a carico, ovvero un beneficio economico mensile attribuito ai nuclei familiari, per il periodo tra marzo di ciascun anno e febbraio dell’anno successivo, in base all’indicatore della situazione economica equivalente (ISEE). L’Inps ha fornito ulteriori chiarimenti relativamente alla disciplina del suddetto beneficio economico, con il messaggio 20 aprile 2022, n. 1714, integrando quanto già contenuto nel messaggio n. 4748 del 31 dicembre 2021 e nella circolare n. 23 del 9 febbraio 2022.

https://servizi2.inps.it/servizi/CircMessStd/VisualizzaDoc.aspx?tipologia=circmess&idunivoco=13798

Maggiorazione dell’assegno se entrambi i genitori lavorano. Tra le novità introdotte, è stata prevista una maggiorazione dell’assegno per ciascun figlio minore pari ad 30 euro mensili se entrambi i genitori siano titolari di reddito da lavoro. Ai fini del riconoscimento di tale maggiorazione, assumono rilievo i redditi da lavoro dipendente o simili, nonché i redditi da pensione, i redditi da lavoro autonomo o d’impresa, che devono essere posseduti al momento della domanda e percepiti per un periodo prevalente nel corso dell’anno. La maggiorazione spetta altresì ai nuclei di genitori lavoratori agricoli autonomi; a tal riguardo, poiché il reddito agrario va considerato in relazione sia al capitale di esercizio sia al lavoro di organizzazione della produzione del soggetto che svolge sul fondo attività agricole, i lavoratori agricoli autonomi potranno essere beneficiari della maggiorazione prevista per i genitori lavoratori. L’aumento è riconosciuto anche nel caso di braccianti agricoli e di altri lavoratori stagionali, purché tali attività siano comunque coperte da contribuzione annuale. Inoltre, la maggiorazione per i genitori lavoratori non può essere richiesta in caso di domanda presentata per un nucleo composto da un solo genitore anche se lavoratore.

Maggiorazioni in caso di nuclei familiari numerosi. Sono stati previsti contributi aumentati in base alla numerosità del nucleo familiare; in particolare, per ciascun figlio successivo al secondo, è stata introdotta una maggiorazione di importo pari a 85 euro mensili, che spetta in misura piena per un ISEE pari o inferiore a 15.000 euro e che si riduce fino a 15 euro, in caso di un ISEE pari a 40.000 euro. Qualora nel nucleo vi siano figli con genitori diversi, le maggiorazioni spettano solo ai soggetti per i quali è accertato il rapporto di genitorialità con i figli sulla base delle regole di appartenenza al nucleo ISEE.

Assegno unico per i genitori separati. L'Assegno unico ed universale è concesso in pari misura tra coloro che esercitano la responsabilità genitoriale ovvero hanno l'affidamento condiviso dei figli. I genitori possono comunque stabilire che il contributo venga erogato interamente solo a uno dei due, attestando in procedura l’accordo tra le parti. Tuttavia, l’assegno viene sempre erogato interamente a un solo genitore se da un provvedimento del giudice o da un accordo scritto tra le parti risulta che quel genitore ha l'esercizio esclusivo della responsabilità genitoriale ovvero l'affidamento esclusivo. L’assegno viene, altresì, sempre riconosciuto ad un solo genitore se, nel provvedimento che disciplina la separazione di fatto, legale o il divorzio dei genitori, il giudice ha disposto che dei contributi pubblici usufruisca uno solo dei genitori. Il genitore richiedente che si trovi nelle suddette condizioni, deve indicare tali elementi nella domanda, selezionando l’apposita opzione, chiedendo l'erogazione dell'AUU al 100%.

Figli maggiorenni. L’assegno unico è riconosciuto ai nuclei familiari per ciascun figlio maggiorenne a carico, fino al compimento dei 21 anni di età, per il quale ricorra una delle seguenti condizioni:

                1) frequenti un corso di formazione scolastica o professionale, ovvero un corso di laurea;

                2) svolga un tirocinio ovvero un’attività lavorativa e possieda un reddito complessivo inferiore a 8.000 euro annui;

                3) sia registrato come disoccupato e in cerca di un lavoro presso i servizi pubblici per l'impiego;

                4) svolga il servizio civile universale.

                Dette condizioni devono sussistere al momento della domanda e per tutta la durata della prestazione.

                I figli maggiorenni, ai sensi dell’articolo 1, comma 2, del medesimo decreto legislativo n. 230/2021, sono coloro che fanno parte del nucleo familiare indicato ai fini ISEE e che il reddito complessivo è dato dalla somma di tutti redditi imponibili, al lordo degli oneri deducibili e di eventuali detrazioni spettanti.

X             La normativa prevede anche che il figlio maggiorenne fino ai 21 anni, che convive con uno o entrambi i genitori, fa parte del nucleo familiare del genitore/dei genitori con il quale/con i quali convive, a prescindere dal carico fiscale e con l’ulteriore condizione che, nell’anno di riferimento della domanda di AUU, non deve possedere un reddito complessivo ai fini IRPEF superiore a euro 8.000.

                Nell’ipotesi di figlio maggiorenne, che non convive con i genitori, potrà comunque fare parte del nucleo dei suoi genitori in cui “viene attratto”; ciò si verifica qualora il figlio abbia un’età inferiore a 26 anni, sia a carico dei genitori ai fini IRPEF e non sia, a sua volta, coniugato e/o abbia figli propri. Nel caso in cui i genitori appartengano a nuclei familiari distinti, il figlio maggiorenne di età inferiore a 26 anni, a carico IRPEF di entrambi i genitori, fa parte del nucleo di uno dei due genitori, da lui scelto.

                Per il riconoscimento dell’Assegno unico ed universale, il carico per i figli maggiorenni di età non superiore a 21 anni, “attratti” nel nucleo dei genitori, è verificato se congiuntamente:

¨       nel secondo anno solare antecedente, il reddito complessivo lordo non è superiore alla soglia di euro 4.000;

¨       nell’anno di riferimento dell’Assegno unico ed universale, il reddito complessivo lordo presunto non supera l’importo pari a euro 8.000.

Maggiore età successivamente all’inoltro della domanda di Assegno unico ed universale. Nel caso di figli che raggiungano la maggiore età dopo l’inoltro della domanda, è prevista la possibilità che il figlio presenti domanda di Assegno unico ed universale per conto proprio. In detta ipotesi, la domanda del figlio comporta la decadenza della “scheda” presente nella domanda del genitore e prosegue, pertanto, l’erogazione della prestazione direttamente al figlio maggiorenne, nei limiti della quota di assegno a lui spettante.

                               Avv. Maria Elena Bagnato                           Altalex                 2 maggio 2022

www.altalex.com/documents/news/2022/05/02/assegno-unico-universale-figli-carico-chiarimenti-inps?utm_source=Eloqua&utm_content=WKIT_NSL_Altalex

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CENTRO INTERNAZIONALE DI STUDI SULLA FAMIGLIA

Newsletter CISF – n. 17, 4 maggio 2022

Don Alberto Ravagnani sulla ricerca della felicità. I ragazzi di oggi sono felici? Qual è il cammino che ci porta alla felicità, in un modo che ci invia stimoli e messaggi tanto contrastanti? Qual è il senso di una vita feconda? Vi proponiamo il discorso di don Alberto per TED Talks [YouTube-12 min 19 sec].

https://youtu.be/cTk7GTjageQ?t=14

La tua famiglia e la mia: su youtube le pillole del webinar cisf dedicato alle assistenti familiari. Ha suscitato grande interesse il webinar del Cisf che ha dato voce alle assistenti familiari in Italia, esplorandone le fatiche e il dolore legato alla separazione dalle famiglie d'origine attraverso la voce di testimoni ed esperti. Abbiamo predisposto e vi proporremo settimanalmente una serie di "pillole" che mettono a fuoco i nodi della questione: cominciamo con l'introduzione di Francesco Belletti [YouTube - 1 min 26 sec]                                                                                              www.youtube.com/watch?v=CBD9KZJYY-8

 e con l'analisi di Silvia Dumitrache, presidente ADRI-Associazione Donne Romene in Italia [su YouTube - 6 min 48 sec].                                                                                 www.youtube.com/watch?v=Skg-h0DEAF8&t=3s

UE/la protezione sociale è davvero garantita anche ai giovani? È la domanda di ricerca a cui cerca di rispondere il report appena pubblicato (164 pp) dalla Commissione europea

https://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=738&langId=en&pubId=8454&furtherPubs=no,

che ha chiesto ai 35 gruppi nazionali della Rete europea di politica sociale (ESPN) di esaminare se e come le condizioni di ammissibilità ai sistemi di protezione sociale siano accessibili anche ai giovani (influenzandone così il benessere e le scelte di vita, si potrebbe concludere). Sebbene pochi regimi statali di protezione sociale nella UE escludano formalmente i giovani, la maggior parte dei programmi richiede pagamenti contributivi. Ma a causa della loro età, dei passaggi più lunghi dalla scuola al lavoro, della loro presenza in alcuni tipi di lavoro atipico (in cui la protezione sociale non è sempre pienamente garantita), o perché hanno accumulato diversi tirocini, i giovani possono avere storie lavorative formali più brevi del necessario o in cui l'inizio dei pagamenti dei contributi potrebbe essere ritardato.

USA/la (difficile) situazione dei genitori che lavorano su turni notturni o nel weekend. Circa un terzo dei bambini americani di età inferiore ai 6 anni che vivono in famiglie lavoratrici hanno genitori che lavorano in orari non tradizionali, prima delle 7:00 o dopo le 18:00 nei giorni feriali o nei fine settimana. Una nuova ricerca dell'Urban Institute di Washington ha cercato di capire la loro situazione e le loro esigenze di assistenza [a questo link per il pdf integrale - 70 pp]. L'indagine ha fatto emergere che queste famiglie tendono a trovarsi sotto il livello di povertà, con un'incidenza maggiore tra i latini e gli afroamericani, e che oltre la metà di essi vive in nuclei monogenitoriali. La soluzione di accudimento più ricercata dai genitori durante i turni è quella di un parente o di un amico che resti a casa col bambino.

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=7%3dGU0cKU%26q%3dW%264%3dRAc%265%3dS7WPU%26z%3dB0KuM_8rXt_I2_wuiq_70_8rXt_H72QC.Lw6qE.tLw_IVwf_SkMyKjM_8rXt_H7i9v2zF0_IVwf_Sk0yCjM_8rXt_H77dHS-EW_8rXt_H7bBqK_wuiq_7YHaHByCi_LgtU_VKSEgqIj_LgtU_VKSEe8IfHw6r94Kx_LgtU_VKSEh5_IVwf_S0VPqfLuEyM_8rXt_HV7dm2sN_8rXt_HV7dtLwC48_wuiq_7YHaSI4Kw5t0yC5EfF_8rXt_HV7dXFzL9_a.u8v%265%3drO9MhV.46y%26C9%3d5q2fVDYK

Il rapporto italiano per il piano d'azione UE sull'invecchiamento. Ci sono anche un capitolo dedicato agli anziani nell'emergenza pandemia e uno sulla partecipazione alla decade dell’invecchiamento in salute dell’OMS 2020-2030, nel Rapporto per l'Italia realizzato dall’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP) dedicato al monitoraggio e alla valutazione dell’attuazione del Piano di Azione Internazionale di Madrid sull’Invecchiamento [a questo link il testo integrale - 72 pp].

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=0%3dJUFfNU%26w%3dZ%267%3dRGf%268%3dSCZSU%266%3dECK1P_Ardw_L2_3xlq_CC_Ardw_K76Kx4p.LA8_3xlq_CCB05BB_Ibzi_SqAx7lR5K_3xlq_CCy0wBB_Ibzi_SqY8t2lSSC-gK_Ibzi_SqJ2Gl8Ka-3B9F3Q-2KlIH-058.95q%26A%3d6L4SvS.yBC%2604%3dbRVF

Stati generali della natalità. Al via il 12 e 13 maggio la seconda edizione dell'evento. Si terrà a Roma presso l'Auditorium della Conciliazione (e anche in diretta web) la seconda edizione degli Stati Generali della Natalità-"Si può fare!", www.eventbrite.com/e/biglietti-stati-generali-della-natalita-si-puo-fare-329510563967

organizzata da Fondazione per la Natalità, che mette in dialogo mondo dell'istituzioni, delle imprese, delle banche, delle associazioni, dello sport e dello spettacolo, dei media e della politica per provare a far ripartire una nuova primavera demografica. Per tutti gli aggiornamenti e le novità del programma, seguire il sito istituzionale                                                                                      www.statigeneralidellanatalita.it

 e la pagina Facebook #SGDN22.                                                                                    www.facebook.com/SGDNAT

"Dare il nome": la testimonianza mozzafiato di un'ostetrica. Cosa vuol dire "dare il nome"? Si tratta di una responsabilità importante che solitamente spetta ai genitori di un bambino. In questo video - il primo proposto dalla Diocesi di Roma e collegato alla prima catechesi dal titolo “Vocazione e famiglia” - Cristina, giovane ostetrica, ci racconta di quando toccò a lei "dare il nome" a un neonato dopo un "parto in anonimato" [ su YouTube - 8 min 04 sec].                                        www.youtube.com/watch?v=heFAnZp3xfU

Percorsi di formazione

¨       La parte nascosta dell'adozione: le madri di nascita. Segnaliamo la giornata di formazione che si terrà a Milano (via Vittadini 5) ma anche su piattaforma Zoom il prossimo 9 giugno 2022, dalle ore 9.00 alle 17.00. La giornata è rivolta a psicologi, psicoterapeuti, assistenti sociali e altri operatori interessati (sono stati richiesti i crediti all'Ordine degli assistenti sociali della Lombardia). Sarà condotta da Francesco Vadilonga, psicologo, psicoterapeuta, formatore, direttore del CTA di Milano, responsabile del settore Adozione e Affido, co-direttore della Scuola di Psicoterapia IRIS, CTU per il Tribunale per i Minorenni e da Sara Lombardi, psicologa, psicoterapeuta, formatrice esperta di teoria dell’attaccamento, adozione, affido, adolescenza, sostegno alla genitorialità, docente presso la scuola di psicoterapia IRIS

www.centrocta.it/shop/giornata-formativa-cta-madri-di-nascita

Dalle case editrici

¨       M. Musaio (a cura di), Ripartire dalla città, Vita&Pensiero (MI), 2021, p.176

¨       L. Zucaro, Che cos’è un’emozione? Cantagalli (Siena), 2021, p.256

¨       Enrica Tesio, Tutta la stanchezza del mondo, Bompiani, Milano, 2022, pp.192

Ci sono momenti in cui si ride fino alle lacrime, leggendo questo libro di Enrica Tesio dedicato al malessere più universale del nostro tempo, la stanchezza. Si ride ma anche ci si identifica, inevitabilmente, negli aneddoti e ragionamenti di una madre di tre figli che si arrampica, come la maggior parte di noi, in un equilibrio precario tra casa-lavoro-bambini e che avverte la stanchezza come elemento costante delle sue giornate (...).            Recensione e le presentazioni degli altri volumi

unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=8%3dEb8dIb%26o%3dX%262%3dY9d%263%3dZ5XNb%26x%3dC8Rs_Me1S_Xo_PTxd_Zi_Me1S_WtLhR7JhO8Cu.NoLs63Jr9wElOoJ.lO_6yVu_FDfD7D_uvgx_5AoRw6qFp02Rv6o9d_Me1S_WtLhR7AlNtY0WF_9oGsEdO3Jl76G.s9t%26B%3dpP7TfW.2Cw%26D7%3dcBZI

Save the date

¨       Convegno (IT)-13 maggio 2022 (inizio ore 21). "Meditazioni sull'inesistenza del rapporto sessuale", lezione di Massimo Recalcati nell'ambito del ciclo "Il disagio della sessualità" a cura della rivista Frontiere della psicoanalisi. https://drive.google.com/file/d/1qEAKlmgYKtdgE2a0KL1pX10WEsksE8mM/view

¨       Evento (INT) - 16/18 maggio 2022. "Berlin Demography Days - Younger People", evento internazionale organizzato da Population Europe in collaborazione con il Ministero tedesco della famiglia

https://berlindemographydays.org

¨       Convegno (Milano) - 16 maggio 2022 (20.45-22.45). "Educare con coraggio tra pandemia e guerra", evento di Scuola Genitori, CPP-Centro Psicopedagogico per l'educazione e Daniele Novara, in presenza presso il Pime (via Mosè Bianchi 94, Milano).

www.eventbrite.it/e/biglietti-scuola-genitori-milano-educare-con-coraggio-tra-pandemia-e-guerra-325560669727

¨       Webinar (UE) - 17 maggio 2022 (9.30-11.00 CET). "Sharing Time to Improve Mental Health and Social Cohesion: The Example of Time Banks", a cura di COFACE nell'ambito del ciclo "Breakfast Bites"

https://coface-eu.org/event/webinar-sharing-time-to-improve-mental-health-and-social-cohesion-the-example-of-time-banks

¨       Convegno (Milano) - 19 maggio 2022 (9.00-13.15). "Sostenere l'adozione. Accompagnare la sofferenza, prendersi cura del benessere", organizzato da Caritas Ambrosiana presso l'Auditorium Giovanni Paolo II (P.zza S. Maria Nascente, 2)

https://noisiamo.caritasambrosiana.it/sostenere-ladozione

¨       Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

¨           Archivio   http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

https://a4e9e4.emailsp.com/frontend/nl_preview_window.aspx?idNL=169

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CHIESA DI TUTTI

Il gatto e la volpe: Cei e Stato a braccetto nel “nuovo” osservatorio sulla pedofilia

                «La nostra partecipazione a questo tavolo per parlare insieme di prevenzione degli abusi è una pagina nuova che si apre nella prospettiva di un cammino consapevole in sinergia, volto a costruire una comunità educante e sicura»: così ha esordito mons. Stefano Russo, segretario generale della Conferenza episcopale italiana (Cei), a un incontro dell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pedopornografia minorile, organismo statale istituito presso il Dipartimento per le politiche della famiglia, il 5 maggio 2022; incontro svoltosi alla presenza della ministra per le pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti, durante il quale è stato approvato il “nuovo Piano nazionale di prevenzione e contrasto dell’abuso e dello sfruttamento sessuale minorile” e che ha svelato, così, con l’ingresso della Cei in un’istituzione dello Stato, la strategia dei vescovi per fare fronte alla questione improcrastinabile degli abusi nella Chiesa. Tutto bene? No. La netta impressione è che la Cei voglia minimizzare la suddetta questione aderendo a una operazione preventiva che non prevede, come prerequisito, una rigorosa indagine sul pregresso: «Alla Chiesa che è in Italia – afferma il segretario Cei – stanno a cuore la sicurezza e la salvaguardia dei piccoli e dei vulnerabili. Ci adoperiamo a ogni livello per una responsabilizzazione attiva, avviando una serie di misure, di prassi e di attività formative, volte a contrastare possibili abusi in ambito ecclesiastico». “Possibili”, quindi non riconosciuti come reali. La Chiesa italiana, insomma, sembra prendere le distanze dalla piaga sistemica che la abita, e non è certamente un buon segnale.

                Un ufficio fantasma. «L’Osservatorio, istituito nel 2007, non ha mai realizzato la banca dati promessa per il monitoraggio del fenomeno e le azioni di prevenzione e repressione ad esso collegate», ha scritto su Left a dicembre 2021 Federico Tulli. E nemmeno la «relazione tecnico-scientifica annuale a consuntivo delle attività svolte». Dal 2007 al 2021, riferiva Tulli, «l’Osservatorio per il contrasto della pedofilia ha funzionato di fatto solo pochi mesi nel 2020 e al momento non è possibile sapere quando riprenderà l’attività dato che anche il sito è offline». Il 5 maggio viene rianimato. Presieduto dal Capo del Dipartimento, Ilaria Antonini, è composto da rappresentanti designati dall’Autorità politica con delega alla famiglia e alle pari opportunità, da rappresentanti delle amministrazioni centrali, delle forze dell’ordine e delle associazioni nazionali operanti nel settore. Partecipano, inoltre, come invitati permanenti, l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo e, ora, la Conferenza episcopale italiana.

                «La Giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia – ha enfatizzato la ministra Bonetti, che ammette il non brillantissimo, fin qui, cammino dell’Osservatorio, riconoscendo di averlo ora «ricostituito» – ricorda a tutto il Paese la responsabilità urgente, per la nostra comunità nazionale, di contrastare crimini odiosi contro l’infanzia, che prosperano nella solitudine, nell’esclusione sociale e nel silenzio delle comunità e dell’opinione pubblica». E parla di «potenziare la prevenzione, investire con ancora più coraggio nell’educazione, garantire il monitoraggio e la condivisione dei dati, mettendo in campo tutte le competenze e gli strumenti necessari per intercettare abusi e violenze sin dai primi segnali e attivare subito percorsi di sostegno per le vittime». L’Osservatorio, «che ho ricostituito», oggi compie un «passo nuovo nel contrasto alla pedofilia, rafforzando le sinergie tra i diversi livelli istituzionali per riuscire insieme a garantire con concretezza i diritti delle bambine e dei bambini».

                E vengono illustrati metodi e obiettivi: l’integrazione, tramite il lavoro di 4 gruppi tematici

  1. «iniziative di sensibilizzazione e formazione;
  2. interventi in favore di vittime e autori;
  3. sicurezza nel mondo digitale;
  4. sviluppo e condivisione banche dati»,

del Piano nazionale per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva predisposto dall’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, avvalendosi per questo della partecipazione di «un gruppo di circa 70 ragazzi e ragazze, provenienti da istituti scolastici, strutture di accoglienza per minori, associazionismo ricreativo e sportivo, che hanno formulato le proprie raccomandazioni sui temi dei gruppi di lavoro».

E le vittime di abusi? Non pervenute. D’altronde, nell’ottobre 2016, a seguito di un’istanza nella quale si chiedeva l’inserimento della Rete di vittime L’Abuso all’interno dell’Osservatorio, l’ufficio rispondeva rigettando la richiesta, spiegando che i posti previsti per le tre associazioni di settore (Telefono Azzurro, Terre des Hommes e Save the Children) erano già tutti occupati. Tranne poi trovare una collocazione a una quarta, la METER onlus di don Fortunato Di Noto, su designazione diretta dell’allora ministra per le Pari Opportunità Maria Elena Boschi, e in deroga allo “statuto”: le associazioni che comparivano sul sito del ministero erano quattro.

                Le vittime: «Il salvagente del Governo alla Cei». Tanti gli “slogan” – prevenzione, protezione, promozione; educazione, equità, empowerment – ma sia nel comunicato stampa della Cei quanto in quello del Ministero è del tutto assente il termine “giustizia”. «Auspichiamo – ha concluso mons. Russo – che questo comune cammino di accompagnamento e formazione non si limiti alla sola supervisione o alla fase iniziale, ma si consolidi come esperienza formativa permanente».

                 Il tutto è complessivamente indigeribile per le vittime: «Lo Stato annuncia di aver lanciato il salvagente alla Cei per uscire dal problema dei preti pedofili», commenta amaramente Francesco Zanardi, fondatore e presidente della Rete L’Abuso. D’altronde, «le inadempienze dello Stato sono state negli anni contestate a gran voce dai sopravvissuti che, trovando nel governo un costante muro di gomma, in quanto nonostante un’interrogazione parlamentare e la successiva diffida del 19 febbraio 2018, si videro costrette a rivolgersi agli organi sovrastatali come le Nazioni Unite. Queste condannarono le criticità e raccomandarono all’Italia gli adempimenti da apportare alle norme (punto 21 del testo). Ma l’Italia, che lo scorso febbraio è stata denunciata la seconda volta per inadempienza all’ONU, non ha mai messo mano negli anni a quelle raccomandazioni». Dunque, per Zanardi il governo sta «tradendo ancora una volta i cittadini vittime per salvare la Chiesa»: perché «non compaiono, in un’iniziativa apparentemente rivolta alle vittime, le stesse vittime e le associazioni che le hanno rappresentate in oltre un decennio, una “svista” che già di suo dà chiara l’immagine di mera operazione di facciata». E compare invece la Conferenza episcopale, l’istituzione che, in tutti gli altri Paesi, «era quella su cui il governo indagava e non colei che dopo decenni di fallimenti in materia che hanno costretto i Governi a un intervento, tutto a un tratto, come sta accadendo in Italia, diventa la “consulente” dello Stato, al quale invece dovrebbe rendere conto».

Ludovica Eugenio                           Adista   06 maggio 2022

www.adista.it/articolo/67999

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CHIESA UNIVERSALE

L’opposizione a Francesco e al Concilio

            Nei giorni 25 e 26 marzo 2022, negli spazi della Loyola University dei gesuiti a Chicago, diverse componenti della comunità cattolica negli USA – specialmente teologi e giornalisti – si sono riunite con un gruppo di vescovi per discutere di Vaticano II e del pontificato di Francesco e per immaginare una via da seguire per la Chiesa americana, che a nove anni dal conclave del 2013 ha ancora grandi difficoltà a recepire il pontificato. Nell’ambito di questo incontro lo storico Massimo Faggioli (Villanova University) ha presentato una delle tre relazioni principali, intitolata «L’opposizione contro papa Francesco nasce dall’abbandono del Vaticano II come fonte di rinnovamento».

            Secondo lo studioso è urgente affrontare il problema perché «il pontificato di Francesco è combattuto, a livello teologico, in gran parte e soprattutto a causa del suo recupero del Concilio. Ma questa battaglia per il significato del Vaticano II sarà con noi per molto tempo. In gioco non c’è solo la comunione con il vescovo di Roma, ma anche la vitalità della tradizione magisteriale e intellettuale cattolica».

 ¤ 1970

                La prima cosa da riconoscere quando oggi si parla del concilio Vaticano II è il divario tra l’orizzonte di aspettative suscitato dal Concilio e la situazione attuale della Chiesa cattolica, specialmente negli Stati Uniti. Il Vaticano II chiamò i cattolici all’unità: unità nell’unica famiglia umana, unità con i non cristiani e i non credenti, unità con i cristiani di altre tradizioni e tra i cattolici.

                In questi ultimi anni, tuttavia, abbiamo visto che l’appello fondamentale del Vaticano II all’unità attraverso la riconciliazione si è spesso trasformata in una fonte di aspre divisioni e contese, a volte avvicinandosi pericolosamente allo scisma vero e proprio. E questo è paradossale, perché la riconciliazione nell’unità è forse l’intento più originale del Vaticano II, più ancora dell’appello alla riforma della Chiesa.

                Di tutto questo abbiamo avuto la manifestazione più chiara durante il pontificato di Francesco, e non si tratta solo di una concomitanza cronologica: c’è un parallelismo tra il rifiuto del Vaticano II e il rapporto tra la Chiesa negli Stati Uniti e papa Francesco. L’opposizione a papa Francesco è radicata nell’opposizione al Vaticano II: una crisi teologica che non è iniziata con questo pontificato.

                Questo problema non è solo teologico, ma anche ecclesiale, cioè ha profonde conseguenze sui modi in cui tutti i cattolici vivono la loro vita di fede nella Chiesa. È quindi una questione che va affrontata, anche perché sarebbe ingenuo pensare che sia un problema creato da Francesco e che sparirà con il prossimo pontificato. Qui si tenta quindi un’analisi del problema e si propongono alcune soluzioni possibili.

                Fasi della recezione del Vaticano II. Il Vaticano II ha preso sul serio la storia, anche se nei documenti finali le formulazioni che riguardano la necessità della Chiesa di fare i conti con il passato presentano qualche limite. Per la storia del periodo postconciliare bisognerebbe fare la stessa cosa, cioè cercare di identificare diverse fasi per comprendere da dove origina la crisi della recezione del Vaticano II.

                Una prima osservazione è che la recezione di un concilio come il Vaticano II richiede molto tempo per essere pienamente attuata, come si può vedere se si considera, per esempio, la storia della recezione del concilio di Trento. Il più grande storico del concilio di Trento, il tedesco Hubert Jedin (1900-1980), nelle primissime righe della sua opera in molti volumi Storia del concilio di Trento, che il primo secolo dopo la fine del concilio è stato plasmato dallo scontro di narrazioni storiche e teologiche su di esso tra il religioso servita veneziano Paolo Sarpi e il gesuita romano Francesco Sforza Pallavicino. Solo tre secoli dopo, a metà del XX secolo, divenne possibile scrivere su quella svolta teologica ed ecclesiale che fu Trento un resoconto che fosse qualcosa di più, nelle parole di Jedin, di una battaglia tra «accusa e difesa».

                Allo stesso tempo è rischioso optare per una periodizzazione meccanicistica, cioè aspettarsi che una piena recezione del Vaticano II avvenga necessariamente nei successivi 50 anni o 200 anni, in quanto significa ignorare il fatto che nella storia della Chiesa ci sono stati concili falliti. Concili cioè che non hanno raggiunto i loro obiettivi dichiarati (come il concilio di Ferrara-Firenze del 1438-1445, un concilio di «unione» con le Chiese ortodosse orientali), oppure che fondamentalmente non hanno capito che cosa stava succedendo (come il V Concilio lateranense, 1512-1517, conclusosi immediatamente prima dell’inizio della Riforma), o ancora concili che sono stati travolti da fattori esterni e la cui traiettoria è diventata sostanzialmente diversa da quella che il concilio stesso aveva in mente (per esempio il concilio di Mosca per la Chiesa ortodossa russa, 1917-1918).

                Ora, il Vaticano II non è un concilio fallito. Nonostante le ben note differenze e tensioni, vi è un consenso fondamentale tra il magistero papale, il sensus fidelium nel popolo di Dio e la tradizione teologica sul fatto che gli insegnamenti del Vaticano II rappresentino uno sviluppo, una crescita nella nostra comprensione della rivelazione di Dio. Se non altro i «segni dei tempi» nel mondo di oggi sono la prova della necessità di un riorientamento della Chiesa cattolica al Vaticano II.

                Ma dobbiamo riconoscere che negli USA viviamo in un periodo di arresto nella recezione del Vaticano II , e questa crisi è iniziata un bel po’ di tempo fa. Abbiamo bisogno di capire lo stato attuale della recezione del Concilio, specialmente negli Stati Uniti, per non essere intrappolati in narrazioni che pongono una direzione verso una fine predeterminata.

                Nella letteratura sul Vaticano II esistono diverse periodizzazioni del periodo postconciliare. Poche di esse cercano di tener conto del fatto che il Vaticano II è stato un concilio per la Chiesa globale, e recepito dalla Chiesa globale in una linea temporale che può variare drasticamente da paese a paese e da continente a continente. Le periodizzazioni degli anni successivi al Vaticano II invece tendono ancora a rifarsi a prospettive legate alla storia nazionale o (nel migliore dei casi) continentale. Non abbiamo ancora una storia globale della Chiesa cattolica post-Vaticano II, e ancor meno una narrazione condivisa del periodo globale post-Vaticano II, diversamente dai processi di recezione e applicazione dei concili precedenti, il cui impatto poteva essere misurato su una Chiesa cattolica che era prevalentemente europea e mediterranea (almeno nei suoi modelli idealizzati).

                Ai fini di questa indagine possiamo dividere i primi tre decenni del dopo-Concilio in tre periodi.

  1. Il primo è l’epoca del Vaticano II riconosciuto, ricevuto o rifiutato. Sono i 15 anni tra il 1965 e la fine degli anni Settanta: il tempo dell’attuazione della riforma liturgica, delle traduzioni e della diffusione dei testi finali del concilio, dei grandi commenti scritti per lo più da quegli uomini che avevano contribuito a redigere tali testi. Il rifiuto del Vaticano II era limitato a esigue frange di estremisti – marginali sia nella Chiesa sia nella società –, che articolarono la loro opposizione sulla base di una nostalgia per la cristianità ante-secolarizzazione e di accuse di violazione della continuità della tradizione da parte del Concilio. Era un’opposizione che ancora non si basava su argomenti socio-politici, cioè sulla presunta evidenza del fallimento del Vaticano II nel riformulare le relazioni tra la Chiesa e il mondo.
  2. Un secondo periodo è quello del Vaticano II ricordato, ripensato e ampliato: gli anni Ottanta. È il tempo dello sforzo di papa Giovanni Paolo II di stabilizzare la recezione del Vaticano II tenendo insieme «la lettera e lo spirito» (il Sinodo straordinario del 1985) e di «istituzionalizzare» il Concilio (il Codice di diritto canonico del 1983, il progetto del Catechismo del 1992 lanciato dopo il Sinodo del 1985). Allo stesso tempo Giovanni Paolo II spinse l’insegnamento della Chiesa oltre i confini della lettera del Vaticano II, soprattutto sull’ecumenismo e il dialogo interreligioso (con l’ebraismo e l’islam in particolare).
  3. Il terzo periodo è quello del Vaticano II storicizzato e deplorato: gli anni Novanta e i primi Duemila, con lo sforzo storiografico di scrivere una narrazione dominante sulla storia del Vaticano II, e il contemporaneo tentativo da parte della Chiesa istituzionale di ridurre la portata delle sue aperture, e il rintuzzo degli appelli allo «spirito». C’era però ancora tra i cattolici delle due sponde culturali e ideologiche opposte una fedeltà (anche se a volte nominalistica) alla lettera del Concilio e alla legittimità della tradizione conciliare che include il Vaticano II.

                È in questo terzo periodo, a circa 30 anni dalla celebrazione del Concilio, che inizia la crisi della recezione del Vaticano II negli Stati Uniti, con la deviazione di ampie sacche del cattolicesimo statunitense da una recezione ecclesiale del Vaticano II.

                Da una parte si assiste, nella teologia accademica, ai primi sintomi di distacco dalla Chiesa istituzionale ma anche da una connessione con il vissuto del popolo di Dio, in modi più drastici che in altre zone del cattolicesimo globale. È il sorgere di un orizzonte post-ecclesiale, anche grazie a una falsa polarità tra istituzione e società, come sostenuto dal filosofo italiano Roberto Esposito ¤1950. Non si è trattato solo di una sana relativizzazione della Chiesa istituzionale a favore del trascendente, ma pure di un mancato riconoscimento del fatto che anche l’elemento istituzionale nel cattolicesimo permette a diversi tipi di culture teologico-spirituali e a diversi soggetti di costruire la cattolicità della Chiesa.

                Dall’altra parte c’è l’ideologizzazione neoconservatrice del cattolicesimo, che ancora negli anni Novanta mostrava un certo rispetto (almeno nominale) per il Vaticano II. È l’onda lunga e la versione cattolica USA del «ritorno di Dio» in politica, di cui ha scritto Gilles Kepel ¤1955 tre decenni fa. Ma negli Stati Uniti c’è anche il pericoloso capovolgimento di una cultura clericale che identifica la cattolicità con un particolare modello di leadership papale.

                Sul lato conservatore e tradizionalista dello spettro, nei primi anni 2000 il papato forniva ancora un’importante legittimazione al Vaticano II. Ma l’interpretazione del Vaticano II di papa Benedetto XVI è stata diversa da quella di Giovanni Paolo II. Dal famoso – e spesso mal citato, intenzionalmente o per ignoranza– discorso di Benedetto alla curia romana del 22 dicembre 2005 in poi, la polarità di «continuità e riforma» contro «discontinuità e rottura» è diventata una sorta di mantra.

www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2005/december/documents/hf_ben_xvi_spe_20051222_roman-curia.html

L’argomento della «continuità con la tradizione del Concilio», presentato inizialmente come un argomento contro la tesi lefebvriana del Vaticano II come «rottura» con la tradizione cattolica, si è presto rivolto contro qualsiasi idea di «riforma», che era in realtà parte integrale di quel fondamentale discorso di Benedetto XVI.

                Questa tutela data dal papato alla legittimità del Vaticano II, di un certo tipo di Vaticano II, è durata solo fino alla fine del pontificato di Benedetto, e pericolosamente ha reso più facile scambiare un tipo di fonte ecclesiale d’identità con un altro a favore di un nuovo papalismo. Questo è avvenuto a spese di un sano senso della tradizione cattolica, e questo è stato ironico o tragico per un teologo, come Joseph Ratzinger, che è stato tra i principali autori e interpreti di documenti chiave del concilio come Lumen gentium e Dei Verbum.

                Uno degli effetti dell’identificazione negli Stati Uniti tra il pontificato di Benedetto XVI e la resistenza cattolica al progressismo teologico è stato quello di creare le premesse perché le élite intellettuali e clericali cattoliche negli Stati Uniti passassero da un conservatorismo conciliare a un rifiuto neo-tradizionalista del Vaticano II. È stata una svolta chiave: un rigetto non più solo dei vaghi appelli allo «spirito», ma anche della lettera, dei documenti del Vaticano II e della loro teologia. Gli effetti esplosivi di questa espansione del fronte cattolico anticonciliare sono diventati chiari a partire dal marzo 2013.

                Una nuova fase con Francesco. L’arresto della recezione del Vaticano II è diventato una crisi di comunione ecclesiale durante il pontificato di Francesco, ma era iniziato prima dell’inizio del suo pontificato: le voci neoconservatrici e neotradizionaliste all’interno dell’episcopato statunitense si erano sentite improvvisamente orfane l’11 febbraio 2013, quando Benedetto XVI annunciò le sue dimissioni. Di orfani del pontificato di Benedetto ce ne furono nella curia romana, tra vescovi, teologi e politici. Ma questo senso di perdita fu particolarmente acuto negli Stati Uniti a causa della sensazione (in gran parte sbagliata) che Joseph Ratzinger – Benedetto XVI – avesse invertito la rotta nel dibattito ecclesiale e teologico sul Vaticano II, immaginando che avesse risolto per sempre la disputa sull’interpretazione del Concilio, prima come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (CDF) e poi come papa.

                Ma la globalizzazione e la de-occidentalizzazione del cattolicesimo, una delle intuizioni più forti del Vaticano II, ha avuto un effetto sul conclave del 2013. Non solo un papa «quasi dalla fine del mondo», come disse Francesco nel suo primo discorso al popolo riunito in San Pietro quella notte di marzo 2013. Il pontificato di Francesco ha coinciso con la trasformazione del legame ecclesiale transatlantico tra il papato e il cattolicesimo americano, in parte dandovi un contributo.

                Questo si basa sul fatto che l’elezione di papa Francesco, il 13 marzo 2013, ha indubbiamente cambiato il panorama della Chiesa e soprattutto del dibattito sul Vaticano II. Fin dalle prime settimane e mesi del suo pontificato, papa Francesco ha mostrato una piena e inequivocabile recezione del Concilio, anche grazie al dibattito teologico ed ecclesiale sul tema, che in questi ultimi 50 anni non ha mai smesso di far parte della vita reale della Chiesa universale.

                Papa Francesco ha inaugurato una nuova fase nella recezione del Vaticano II, e non solo per la scomparsa della difesa dei temi tradizionalisti e anticonciliari dall’agenda di Francesco e della sua curia romana (nella CDF soprattutto). I pontificati dell’ultimo secolo sono stati tutti definiti (in misura diversa) dal dibattito storico-teologico in relazione al Concilio: Pio XII, il papa più citato nei documenti del Vaticano II, e la sua mancata riconvocazione del Vaticano I; Giovanni XXIII, convocatore del Concilio; Paolo VI, che fu esplicitamente eletto per continuare il Concilio, e che lo portò a conclusione a costo di compromessi significativi con alcuni dei sogni di riforma emersi da esso; Giovanni Paolo I, padre conciliare di «seconda fila»; Giovanni Paolo II, ultimo papa membro del Vaticano II, figura chiave del Vaticano II e allo stesso tempo «stabilizzatore» del Concilio; Benedetto XVI, uno dei più importanti periti del Vaticano II e come papa e cardinale il più importante «esecutore» teologico del Concilio e delle sue interpretazioni.

                Papa Francesco ha fermato questa linea di papi biograficamente coinvolti nel Vaticano II per ragioni biografiche (è stato ordinato sacerdote nel 1969), ma anche per l’eredità specifica della Chiesa in America Latina. Il gesuita argentino Bergoglio percepisce il Vaticano II come una questione che non deve essere reinterpretata o limitata, ma attuata e sviluppata (su alcune questioni più che su altre). La sua riluttanza a teorizzare sui diversi tipi di ermeneutica del Vaticano II non deve essere vista come indifferenza o ignoranza della centralità della questione ermeneutica.

                Fedele alle intuizioni del Vaticano II (che sono espresse solo in modo parziale nei documenti finali del Concilio), Francesco parla del valore teologico della povertà spirituale come condizione per l’accoglienza del Vangelo di Gesù Cristo, e prospetta un’esigenza radicale e continua della Chiesa e dei cristiani di essere accanto ai poveri, nel senso di povertà esistenziale ed economica. Questa enfasi sulla giustizia sociale fa parte dell’ecclesiologia di Francesco, un’«ecclesiologia del popolo di Dio» che ha chiare implicazioni anche rispetto a uno stile e a una struttura di governo della Chiesa più conciliari. Francesco parla di una maggiore collegialità con i vescovi e di sinodalità a vari livelli nella Chiesa. I documenti e i gesti di dialogo di Francesco con l’islam eguagliano solo i documenti e i gesti di dialogo di Giovanni Paolo II con gli ebrei.

                Ma nella situazione ereditata da papa Francesco il problema dell’autorità del Vaticano II come parte della tradizione non è stato risolto, anzi si è aggravato. Soprattutto intorno al motu proprio Traditionis custodes

www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/20210716-motu-proprio-traditionis-custodes.html

e alla questione liturgica alla luce dell’ecclesiologia della riforma liturgica ci sono stati negli ultimi mesi alcuni segnali contrastanti e confusi da parte della Santa Sede.

                Rimane tuttavia vero che in Francesco vi è un modo particolare di parlare del Vaticano II, senza menzionarlo esplicitamente o citarne i documenti, che in qualche modo esprime il rifiuto di identificare il Vaticano II in modo legalistico con la lettera dei suoi documenti. Francesco parla del Vaticano II senza cadere nel sentimentalismo dei veterani, e lo fa attraverso la tradizione cattolica di cui il Vaticano II è diventato parte: attraverso citazioni di san Paolo VI, lasciando parlare i documenti delle conferenze episcopali nelle sue encicliche ed esortazioni, recuperando le intuizioni fondamentali del Vaticano II come parte integrante della missione della Chiesa.

                La filosofia di Francesco della polarità in tensione sta ancora cercando di risolvere la polarizzazione tra opposti estremismi sul Vaticano II: tra coloro che vedono il Vaticano II come troppo moderno per essere cattolico e coloro che lo vedono come troppo cattolico per essere moderno; tra versione dello status quo e versione post-ecclesiale; tra lo spirito e la lettera; tra ressourcement [rinnovamento positivo] e aggiornamento; tra difesa di un sistema istituzionale tridentino e sogni ingenui di una tabula rasa.

                Uno dei contributi più importanti di Francesco alla recezione del Vaticano II è stato probabilmente quello di «esorcizzare» l’opposizione, nel senso di rivelare gli spiriti non ecclesiali o anti-ecclesiali che guidano il rifiuto del Vaticano II. Lo abbiamo visto ultimamente sulla questione della riforma liturgica, che è storicamente il modo in cui l’opposizione agli insegnamenti del Vaticano II ha cercato di trovare un’impossibile legittimazione con un argomento della tradizione che è in realtà un rifiuto di riconoscere il modo in cui la tradizione cattolica procede.

                L’attuale disgregazione ecclesiale e il Vaticano II. Ciò che abbiamo visto negli ultimi nove anni nella Chiesa degli Stati Uniti, in termini di opposizione a papa Francesco, sfida l’immaginazione e ha anche pericolosamente distorto le nostre aspettative sulla Chiesa. Abbiamo assistito a sfide ribelli senza precedenti, talora provenienti da membri del clero e vescovi, contro la legittimità del vescovo di Roma, che sono chiaramente incompatibili con il sensus Ecclesiæ. È un fenomeno non limitato ai social media, ed è qualcosa di fondamentalmente diverso dal «dissenso» contro alcuni aspetti dell’insegnamento papale che abbiamo visto sotto Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ed è qualcosa che deve essere denunciato per quello che è veramente, senza silenzi tattici né condiscendenza.

                Detto questo, non possiamo ignorare il contesto in cui questa disgregazione ecclesiale avviene. In primo luogo c’è stato un cambiamento nella percezione del Vaticano II rispetto al primo postconcilio. Una volta esso era considerato uno degli eventi più importanti nella storia della Chiesa: alcuni lo vedevano come un riscatto, altri come una catastrofe, ma erano d’accordo che avesse cambiato la Chiesa. Per oltre 50 anni questo verdetto è rimasto più o meno incontrastato. Non più. I critici postmoderni hanno decostruito le grandi «metanarrazioni» storiche in cui le rivoluzioni potevano avere un posto centrale. L’ascesa di una sensibilità globale, post-coloniale o de-coloniale ha messo in discussione le conquiste apparentemente più significative del Vaticano II.

                Il cristianesimo e la Chiesa cattolica in questo paese sono parte integrante – su entrambi i versanti – di quella che è stata chiamata dal saggista indiano Pankaj Mishra ¤1969 «l’età della rabbia», un mondo in cui coloro che non hanno potuto godere delle sue promesse di libertà, stabilità e prosperità sono sempre più suscettibili ai demagoghi. Mishra (solitamente non un grande fan del cattolicesimo) ha definito papa Francesco «l’intellettuale pubblico più convincente e influente dei nostri giorni (…) Per un’arguta ironia, egli è la voce morale della Chiesa, che fu il più accanito avversario degli intellettuali illuministi decisi a costruire l’impalcatura filosofica di una società commerciale universale».

                Il contesto della disgregazione ecclesiale è stato differente in diverse aree, ma negli Stati Uniti la situazione è molto particolare: mentre la narrazione della teologia progressista cattolica sul Vaticano II non è chiara, sul lato destro dello spettro la visione del Vaticano II come una catastrofe ha resistito alla decostruzione post-modernista, per ragioni diverse. In soli 20 anni, questa è una Chiesa i cui membri hanno visto il pendolo oscillare dal grande giubileo del 2000 alla rivelazione degli abusi sessuali che hanno coinvolto alcuni dei membri più potenti della gerarchia: il cattolicesimo statunitense è il ground zero della crisi globale degli abusi nella Chiesa. La polarizzazione teologica e quella politica si sono alimentate a vicenda: una teologizzazione delle identità politiche e una politicizzazione del discorso ecclesiale.

                Un altro fattore chiave è il cambiamento nella percezione dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso tra il tempo del Concilio e ora, in questo mondo del XXI secolo, dopo l’11 settembre e la nuova guerra fredda. Siamo passati da una narrazione di incontro a una narrazione di scontro e conflitto. Rispetto agli anni Sessanta e Settanta, il cattolicesimo deve impegnarsi con fedi più assertive (sia religiosamente sia politicamente) in tutto il mondo, così come con un secolarismo anch’esso più assertivo. Questo ha coinciso con un aumento di numero e influenza nel cattolicesimo dei convertiti provenienti da comunità protestanti di orientamento antimoderno, che recano nella loro comprensione della tradizione ecclesiale un insieme di aspettative diverse, che enfatizza maggiormente i padri della Chiesa, il Catechismo e l’insegnamento papale rispetto alla tradizione conciliare, incluso il Vaticano II. E questo a sua volta introduce nuove interpretazioni del periodo storico post-conciliare.

                Nel complesso è innegabile l’enorme divario in termini di aspettative tra la generazione di cattolici cresciuta con il Vaticano II e le giovani generazioni delle nostre parrocchie, aule scolastiche e luoghi di lavoro. La situazione della Chiesa e del mondo di oggi riecheggia meno le «gioie e le speranze» e più luctus et angor, «i dolori e le angosce» (le parole che seguono immediatamente l’incipit della Gaudium et spes).

                Ma ci sono anche negli Stati Uniti debolezze sistematico-teologiche nella recezione e trasmissione dell’insegnamento conciliare, che hanno reso il cattolicesimo permeabile a infiltrazioni o addirittura motore di rabbia e disincanto:

¨       il dibattito liturgico come parte della politica identitaria postmoderna e delle «guerre culturali»;

¨       un’ecclesiologia ridotta a imitare l’immaginazione sociale (dalla societas perfecta di Bellarmino ai modelli secolari di «società perfetta»), e un’immaginazione ecclesiale largamente sorpresa se non perplessa dal richiamo di Francesco alla sinodalità, con il richiamo sinodale al «camminare insieme» che ha dovuto combattere contro una mentalità del «camminare fuori» secondo il nuovo assioma «extra Ecclesiam sola salus» (la sola salvezza è nell’uscire dalla Chiesa);

¨       una perdita della teologia della Dei Verbum sull’approccio alla rivelazione di Dio come sacramentale, aperta alla crescita nella comprensione e fondamentalmente diversa sia dall’intellettualismo sia dal dottrinalismo;

¨       la riduzione della religione a nozioni ed etica, in un ambiente dominato dalla natura talvolta utopica di denuncia profetica per la voce della religione nel nostro discorso pubblico;

¨       l’abbraccio del libertarismo economico e sociale (come abbiamo visto durante la pandemia di COVID-19 in questi ultimi due anni), che contribuisce alla crisi della nostra democrazia, un risultato della damnatio memoriæ della Gaudium et spes (che è uno dei documenti più importanti del Vaticano II per papa Francesco, se non il più importante);

¨       una riduzione della dottrina conciliare della libertà religiosa a una libertas Ecclesiæ che riecheggia la cristianità medievale;

¨       un tipo di ecumenismo politicamente partigiano che ha reso urgente la necessità di un ecumenismo intra-cattolico;

¨       la globalizzazione delle «guerre culturali» americane, che ci ha dato il cupo dividendo di una visibile mancanza di unità sulle emergenze critiche interne (l’assalto del 6 gennaio 2021 al Campidoglio) e internazionali (la guerra in Ucraina): una mancanza di unità non solo sulle politiche, ma sulla stessa natura morale e spirituale dello scontro tra democrazia e autoritarismo.

                La lista degli insegnamenti conciliari dimenticati potrebbe continuare. Ma il fenomeno più inquietante è il passaggio da una crisi di autorità ecclesiale a una crisi di autorità del Vaticano II, e quindi il crollo di un sano senso della tradizione: un’idea dinamica e organica della tradizione; la lettera della tradizione non come paradigma di comprensione, ma come espressione dell’atto di comprensione; un passaggio da una comprensione cognitiva e propositiva della rivelazione a una comprensione personalista e dialogica.

                Il dibattito pubblico nella Chiesa tra teologi e vescovi sembra essere stato sostituito da uno scisma strisciante creato da coloro che vedono nell’interpretazione del Vaticano II un punto di rottura ormai più simbolico che testuale: da questo punto di vista, siamo ormai andati ben oltre la dialettica «lettera contro spirito» oppure «evento contro documenti». Non più solo lo spirito o l’evento, ma anche la stessa lettera e i documenti del Vaticano II sono ora sotto l’influenza del revisionismo e del revanscismo. E questo non ha nulla a che fare con l’idea che i testi del Vaticano II non siano la parola definitiva: anch’essi infatti sono soggetti a una crescita nella comprensione.

                L’aspetto più tipico e tragico della crisi di recezione del Vaticano II– per un paese ricco di risorse come gli Stati Uniti – è un «arresto» nella tradizione accademica dello studio del Concilio. Studiare il Concilio richiede la conoscenza del latino e di altre lingue e un ecosistema intellettuale in cui la teologia si fondi sulla conversazione con la storia della Chiesa e la storia della teologia, non solo le scienze sociali. Per esempio non c’è ancora un consenso sulla traduzione inglese, l’ultima delle quali ha ormai più di 25 anni. (E questo è tutt’altro che un problema puramente teorico: in un recente articolo, il gesuita australiano Gerald O ‘Collins ha sottolineato il fatto che le traduzioni inglesi dei documenti del Vaticano II hanno sostanzialmente cancellato i riferimenti espliciti alla lectio divina, tradotta erroneamente con «lettura spirituale» che non comporta meditazione e si concentra su testi non scritturistici). Ci sono degli studi importanti sugli Stati Uniti e il Vaticano II, ma l’ultima storia americana del Vaticano II è quella del gesuita John O’Malley, pubblicata nel 2008 durante il pontificato di Benedetto XVI.

                Un fattore correlato è la rottura della coesistenza e della collaborazione che caratterizzava il «rapporto di lavoro» tra teologi professionisti, laici cattolici e Chiesa istituzionale e gerarchica. Per la Chiesa in America Latina e in Europa, per esempio, si può vedere chiaramente che nel periodo post- Vaticano II Vaticano II ci sono state tre fasi distinte:

  1. la luna di miele tra vescovi e teologi al Vaticano II;
  2. un periodo di divorzio o separazione che inizia alla fine degli anni Settanta e Ottanta fino ai primi anni Duemila;
  3. nell’ultimo decennio, spiragli di riconciliazione anche grazie al pontificato di Francesco.

                Questa riconciliazione non sta avvenendo negli Stati Uniti. Questo è il risultato delle pericolose tensioni intra-cattoliche – ecclesiali e politiche – che si sono sviluppate in questo paese nel corso degli anni dopo la pubblicazione dei commenti in più volumi sui documenti del Vaticano II. Altri paesi non hanno sperimentato questo nella stessa misura; negli ultimi due decenni, grandi reti di teologi in Italia, Germania, Spagna e America Latina hanno prodotto (o almeno tradotto nelle loro lingue) importanti serie di commenti al Vaticano II. La mancanza di lavori storico-teologici sul Vaticano II negli Stati Uniti ha conseguenze per gli americani che desiderano studiare il Concilio ma anche per tutti i cattolici statunitensi. Sembra esserci più spazio ora nell’accademia teologica cattolica per la teologia pre-Vaticano II e anti-Vaticano II da una parte, e dall’altra una teologia post-Vaticano II che lavora per un orizzonte sostanzialmente post-ecclesiale. Lo stesso Vaticano II è intrappolato in una specie di terra di nessuno intellettuale ed ecclesiale.

                Il Vaticano II e la sinodalità. Questo è un momento di crisi ecclesiale nel contesto di una più ampia crisi culturale, politica e sociale. Ma in questi ultimi 60 anni la Chiesa cattolica negli Stati Uniti è stata e continua a essere una parte importante del processo di recezione del Vaticano II proprio come e in alcuni casi più di altre Chiese nel mondo. La nostra Chiesa in questo paese dispone di vaste risorse e di una vitalità che non è facile trovare in altre Chiese.

                Per un recupero del Vaticano II e del pontificato di papa Francesco – e a lungo termine di un sano sensus Ecclesiæ – ci sono due modi possibili per affrontare lo stato pietoso della recezione del Concilio nella nostra Chiesa, e questo è un percorso che richiede la leadership dei vescovi per essere seguito dal clero, dai teologi, dai leader laici in questo vasto mondo che è il cattolicesimo americano.

                Il primo modo è teologico:

  1. è necessario recuperare integralmente il Vaticano II, non solo le quattro costituzioni ma tutti i documenti, poiché alcuni di essi sono solitamente e ingiustificatamente classificati come inferiori (specialmente la Nostra ætate sulle religioni non cristiane e la Dignitatis humanæ sulla libertà religiosa).
  2. Tutti i documenti finali del Vaticano II sono indispensabili per far parlare la totalità del Vaticano II in modo intertestuale e dialogico con il magistero papale e la tradizione teologica.
  3. Dobbiamo prendere sul serio la storicità del Vaticano II, non solo la lettera dei documenti, ma anche lo spirito del Concilio, senza mai separare o contrapporre le due cose, come ha affermato il Sinodo straordinario dei vescovi del 1985.
  4. Dovremmo riconoscere le questioni sulle quali il Vaticano II ha taciuto o è arrivato troppo presto, e riconoscere che alcuni aspetti della teologia conciliare hanno bisogno di essere completati in modo compatibile con il modus procedendi della tradizione, cosa che è già avvenuta anche grazie all’insegnamento papale: sulle donne, sul razzismo, sul colonialismo. Questo può essere fatto senza accusare il Vaticano II di avere giocato al ribasso e riconoscendo il debito che abbiamo verso i padri conciliari, i periti e tutti coloro che hanno contribuito a quello che chiamiamo «Vaticano II».
  5. Tutto questo non è necessario che avvenga in eventi che ricordano il Vaticano II, alimentando il sentimentalismo dei veterani da una parte e allontanando le giovani generazioni dall’altra. Il nostro linguaggio teologico deve essere inequivocabilmente conciliare, anche e soprattutto senza l’etichetta « Vaticano II ».

                In secondo luogo, a livello di vita ecclesiale:

  1. è urgente sganciare il Vaticano II dalle narrazioni ecclesialmente e politicamente di parte. Proprio come altri gruppi del cristianesimo negli Stati Uniti, i «cattolici del Vaticano II » devono smettere di consultarsi tra loro per darsi una direzione.
  2. Non c’è futuro per il Vaticano II e per il cattolicesimo in generale senza l’inclusione dei cattolici americani latinos, neri e asiatici. Il Vaticano II è ancora percepito negli Stati Uniti (anche nel mondo accademico) come «l’ultima grande impresa» (non la prossima) per il cattolicesimo bianco di origine europea.
  3. È urgente colmare il divario tra i vescovi e la teologia, che non danneggia solo i vescovi e la teologia, ma l’intera Chiesa.
  4. La sinodalità è la grande opportunità di far rivivere un senso inclusivo e sano della Chiesa. Come ha scritto di recente John O’Malley sulla rivista America: «Sebbene la chiamata di papa Francesco sia del tutto tradizionale, è radicalmente nuova nell’ampiezza che prevede. Questo non dovrebbe scandalizzarci ma darci energia. Stiamo entrando in un grande progetto, e la nostra responsabilità per il suo successo è grande quanto il progetto stesso».

                In conclusione, come ha scritto papa Francesco nella prefazione di un recente libro di cui sono coautori il card. Michael Czerny e Christian Barone, «è necessario rendere più espliciti i concetti chiave del concilio Vaticano II, i fondamenti dei suoi argomenti, il suo orizzonte teologico e pastorale, gli argomenti e il metodo che ha usato».

                Il pontificato di Francesco è combattuto, a livello teologico, in gran parte e soprattutto a causa del suo recupero del Concilio. Ma questa battaglia per il significato del Vaticano II sarà con noi per molto tempo. In gioco non c’è solo la comunione con il vescovo di Roma, ma anche la vitalità della tradizione magisteriale e intellettuale cattolica.

                               Massimo Faggioli            National Catholic Reporter 4 aprile 2022.

Traduzione dall’inglese                Il Regno documenti n.9/2022     01 maggio2022

https://ilregno.it/documenti/2022/9/lopposizione-a-francesco-e-al-concilio-massimo-faggioli

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CHIESE RIFORMATE

Sae. Le prospettive ecumeniche della sinodalità

                «Siamo al termine di un intenso percorso sulla sinodalità in un convegno importante che ha incluso l’assemblea dei soci; ringrazio tutti per questo discutere ancora insieme; siamo un’associazione plurale che dà ascolto e parola». Si aprono così le conclusioni della presidente del Sae, Erica Sfredda, che invita tutti ad alzarsi e cantare Immensa grazia, tra i canti più cari all’ecumene cristiano. Sono donne e uomini arrivati da tutta Italia i partecipanti al Convegno di primavera del Segretariato attività ecumeniche dal 23 al 25 aprile 2022 nell’accogliente Casa Aurora della chiesa avventista di Firenze.

                Prendendo spunto dal percorso sinodale della Chiesa cattolica romana si è scelto di dedicare l’appuntamento al tema «Sinodalità: prospettive ecumeniche». Ha proseguito Sfredda: «Anche quello ecumenico è un cammino sinodale, soprattutto se consideriamo che il sinodo non è un parlamento, ma un luogo dove il popolo di Dio cammina verso una meta incommensurabile». Ripercorrere l’orizzonte biblico e teologico della sinodalità (Letizia Tomassone e Riccardo Battocchio) ed esaminare gli stili di sinodalità nella tradizione ortodossa (Dionisios Papavasileiou) e nella prassi protestante (Pawel Gajewski), ha mostrato le diverse declinazioni ispirate al gruppo gesuano, alle prime comunità apostoliche e alla pentarchia della Chiesa indivisa.

                In ambito riformato, ha spiegato la teologa Tomassone, l’episkopé [servizio pastorale] è esercitata insieme da pastori-pastore e laici-laiche – sebbene le donne siano state ammesse più tardi –, tutti con potere deliberativo, sottoposti alla Parola di Dio e all’approvazione delle chiese locali. Il Sinodo è anche luogo di resistenza e denuncia negli esempi della Confessione di fede di Barmen del 1934, in opposizione al nazismo, e della Confessione di fede di Accra del 2004, contro il razzismo e per la lotta alla povertà. Il teologo Gajewski, esaminando le pratiche di sinodalità nell’area protestante e negli organismi ecumenici internazionali, ha messo in luce la valenza dell’assemblea sinodale come massima autorità umana della chiesa.

                Papavasileiou, della Sacra Arcidiocesi ortodossa d’Italia, ha precisato che la sinodalità per l’Ortodossia «è un carisma dello Spirito in una comunità in cammino; non riguarda solo la struttura gerarchica ma è parte dell’essenza stessa della Chiesa. Negli Atti degli Apostoli l’elezione di un nuovo apostolo non è solo una questione amministrativa ma un dono ricevuto. La chiesa si riunisce come corpo di Cristo per decidere il cammino e per discernere i problemi. Purtroppo un carisma soffoca un altro carisma e si dimentica che il laico pur non partecipando agli ordini sacri è membro della chiesa, quindi corresponsabile per poter camminare avanti in questo difficile cammino». Un buon esempio di sinodalità della Chiesa, secondo il presbitero, è stato il Sinodo ortodosso di Creta del 2016 al quale hanno partecipato anche laici e rappresentanti delle altre chiese che hanno dato un grande impulso all’incontro.

                Nel delineare il percorso sinodale cattolico, monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola-Carpi e vicepresidente della Cei, ha osservato come nella fase del discernimento «diventerà ancora più importante il rapporto vivo con le altre chiese perché molte hanno una pratica di lettura del sensus fidei fidelium più esercitata della Chiesa cattolica». Secondo la teologa Serena Noceti la pratica dell’ecumenismo può aiutare il percorso della Chiesa cattolica italiana «nel valorizzare l’unità nella pluralità, le forme del reciproco riconoscimento e la consapevolezza di essere sempre relative al Regno di Dio, al vangelo di Gesù e alle altre chiese».

                 «Chi come noi vive della ricerca – ha detto Simone Morandini del Comitato esecutivo del Sae – riparte con domande preziose: come camminare insieme con i nostri passi differenti, con i diversi modi di essere chiesa e come far sì che le nostre diverse vie siano orientate da colui che è la Via e siano tutte forme della sequela del Signore».

Laura Caffagnini              “Riforma*                          6 maggio 2022

 *settimanale delle chiese evangeliche battiste metodiste e valdesi

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202205/220503caffagnini.pdf

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CITTÀ DEL VATICANO

5 lezioni da non dimenticare quando parliamo di Sinodo e sinodalità

                1. Dalla riforma del Sinodo (dei vescovi) alla sinodalità. Quando, nell’ottobre 2014, nacque il blog L’Indice del Sinodo (ora confluito come rubrica in Re-blog.it) per accompagnare il primo dei due Sinodi indetti da papa Francesco sulla famiglia, scrivevamo che «parlare di questo Sinodo» significava «ridare vigore e futuro alla stagione del Concilio». Infatti, con quell’evento non solo s’apriva la stagione del ripensamento dello strumento «Sinodo dei vescovi» a un reale confronto e a una maggiore partecipazione di tutto il corpo ecclesiale, ancorché confinata in alcuni momenti; ma anche si riprendeva un’istanza (la sinodalità, appunto) sviluppate dal Concilio e poi mai ripresa in forma compiuta o rielaborata concretamente nella vita delle Chiese locali.

                Occorre essere consapevoli – scrive papa Francesco al n. 5 di Episcopalis communio, «che lo Spirito è elargito a ogni battezzato»

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_constitutions/documents/papa-francesco_costituzione-ap_20180915_episcopalis-communio.html

 e che si deve dare ascolto alla «voce di Cristo che parla attraverso l’intero popolo di Dio, rendendolo “infallibile in credendo” (esort. ap. Evangelii gaudium, n. 119)».

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20131124_evangelii-gaudium.html

                2. Su Sinodo e sinodalità si è sviluppata un’ampia letteratura (da leggere). Dal punto di vista del magistero, i testi-base sono:

• 1° ottobre 2018: istruzione sulla celebrazione delle assemblee sinodali e sull’attività della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi (norme applicative di Episcopalis communio).

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2018/10/01/0715/01521.html

•18 settembre 2018: costituzione apostolica Episcopalis communio sul Sinodo dei vescovi ↑.

•17 ottobre 2015: il discorso di papa Francesco alla Commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi.

www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2015/october/documents/papa-francesco_20151017_50-anniversario-sinodo.html

•29 settembre 2006: promulgazione della versione aggiornata da Benedetto XVI dell’Ordo Synodi episcoporum.

www-vatican-va.translate.goog/roman_curia/synod/documents/rc_synod_20050309_documentation-profile_lt.html?_x_tr_sl=la&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=sc

•1967 promulgazione dell’Ordo Synodi episcoporum.

•15 settembre 1965: motu proprio Apostolica sollicitudo con il quale Paolo VI istituisce il Sinodo dei vescovi.

www.vatican.va/content/paul-vi/it/motu_proprio/documents/hf_p-vi_motu-proprio_19650915_apostolica-sollicitudo.html

                Per quanto riguarda l’approfondimento e la riflessione teologica Il Regno ha pubblicato: di Severino Dianich «Chiesa, carismi e sinodalità: attraversati dalla storia» (Regno-att. 16,2019,493); di Rafael Luciani e Serena Noceti «L’Italia verso il Sinodo. Imparare un’ecclesialità sinodale» (Regno-att. 8,2021,257); di Hervé Legrand «La sinodalità non s’improvvisa» (Regno-att. 8,2021,265).

                3. La sinodalità «dal basso» è stata spinta specialmente dallo scandalo della pedofilia

                Nel febbraio 2020 si è aperta in Germania la I Assemblea del Cammino sinodale, con 4 forum (donna nella Chiesa, morale sessuale, il potere, la figura del sacerdote; cf. Regno-doc. 5,2020,158) che riflettono su altrettanti aspetti chiamati in causa dallo scandalo della pedofilia, così come sono stati messi in luce dalle inchieste diocesane e nazionali.

                In Australia, dopo due anni di preparazione, nell’ottobre 2020 si è aperto un concilio plenario, il secondo dopo quello del 1937, come tentativo della Chiesa locale di dare risposta all’enorme crisi di sfiducia apertasi dopo le rivelazioni delle violenze sessuali sui minori e il lungo processo aperto dalle audizioni della Royal Commission (cf. Regno-doc. 15,2021,485). Stesse motivazioni che hanno portato anche la Chiesa irlandese a indire un Sinodo nel 2021.

                A latere – nel senso che sono esperienze nate dalle Chiese locali non direttamente sulla spinta degli scandali – ci sono poi l’esperienza dell’Assemblea ecclesiale dell’America Latina e dei Caraibi (Città del Messico, 21-28 novembre 2021; cf. Regno-att. 22,2021,683) e l’Assemblea dei laici in Spagna (14-16 febbraio 2020; cf. Regno-att. 6,2020,143).

                4. Domanda: siamo capaci di dialogare? Ovvero, come gestiamo il disaccordo? Già nell’ottobre del 2014 papa Francesco a inizio Sinodo invocava tre doni: quello dell’ascolto; quello della disponibilità al confronto sincero (poi precisato nell’invito a «parlare con parresia» e ad «ascoltare con umiltà»); quello dello sguardo fisso su Gesù, il solo atteggiamento che consenta di «tradurre il lavoro sinodale in indicazioni e percorsi per la pastorale della persona e della famiglia».

                Poi, anche memore degli scambi non sempre fraterni che avvenivano dentro e fuori dal Sinodo, nel discorso in occasione 50° anniversario del Sinodo dei vescovi Francesco chiedeva di dare attenzione «al sensus fidei del popolo di Dio», ma anche di saperlo «distinguere dai flussi spesso mutevoli dell’opinione pubblica».

                Sarebbe bene rileggere «La lezione del Vaticano II. Diversità e disaccordo nella Chiesa» di Joseph A. Komonchak (Regno-att. 4,2021,121): infatti, qui è sotteso un punto cruciale sul quale oggi si pongono le maggiori resistenze quando il papa chiede di vivere la sinodalità e quando le Chiese locali s’accingono a praticarla: il rapporto tra comunione e diversità.

                In effetti lo stesso Francesco, in un appunto presentato da La Civiltà cattolica (5 settembre 2020), afferma che vi è il rischio che negli attuali sinodi il «cattivo spirito» condizioni «il discernimento, favorendo posizioni ideologiche (da una parte e dall’altra), favorendo estenuanti conflitti fra settori e, quel che è peggio, indebolendo la libertà di spirito così importante per un cammino sinodale».

                Così, se da un lato sulle discussioni più spinose del Sinodo per l’Amazzonia (come l’ordinazione dei viri probati), il papa ha detto che non c’era stato «nessun discernimento», giustificando così l’aver avocato a sé la responsabilità di rimandare ogni decisione, rimane aperto il campo sul che fare quanto alle decisioni scaturite nei sinodi delle Chiese locali.

                E qui torna in campo la questione della Chiesa tedesca.

                5. Un fantasma s’aggira per il Sinodo. Ovvero: la sinodalità non è scontata. Ormai pare sia diventato il bersaglio preferito di chi della sinodalità proprio non vuol sentire parlare: il Cammino sinodale tedesco viene additato come esempio di totale cedimento allo spirito del mondo. Così le accuse del presidente dell’episcopato cattolico polacco e della Conferenza dei vescovi dei paesi nordici, di cui abbiamo parlato qui; ma anche – l’11 aprile – la lettera aperta (fraterna, s’intende!) di 74 prelati prevalentemente statunitensi e africani (con il curioso caso dei vescovi della Tanzania al completo) che accusano i testi prodotti dal Cammino sinodale d’essere influenzati «dall’analisi sociologica e dalle ideologie politiche contemporanee, inclusa quella del “gender” [sic]».

I documenti su cui i partecipanti hanno discusso e che poi sono stati votati – dicono in particolare i 74 presuli – «guardano alla Chiesa e alla sua missione attraverso le lenti del mondo piuttosto che attraverso le lenti delle verità rivelate nella Scrittura e nell’autorevole Tradizione della Chiesa». Interessante notare che le argomentazioni sono le medesime portate dai critici del Rapporto finale della Commissione indipendente francese (CIASE) sulla pedofilia (cf. Regno-att. 4,2022,79).

                Mons. Georg Bätzing ha dunque nuovamente risposto – il 14 aprile sul sito della Conferenza episcopale tedesca – ribadendo che la decisione d’intraprendere il Cammino sinodale è stata dettata dalla necessità d’affrontare le cause sistemiche degli abusi e del loro insabbiamento (cf. sopra, lezione n. 3), come «tentativo di rinnovare da parte nostra un annuncio credibile della buona novella». E domanda ai confratelli in che modo essi hanno pensato di rispondere a questo problema, in particolare all’abuso di potere, che da un lato è il pilastro sul quale s’innestano tutte le altre violenze e dall’altro è lungi da essere un problema ormai risolto. «La partecipazione dei fedeli alle decisioni a tutti i livelli dell’azione ecclesiale (…) non danneggerà in nessun modo l’autorità del ministero gerarchico, ma credo anzi gli darà una nuova fondata accettazione presso il popolo di Dio».

                Bätzing ha ammesso che ci sono state opinioni molto diverse su questioni come la benedizione delle coppie dello stesso sesso o l’ordinazione di donne diacono o sacerdoti; ma mentre le decisioni sinodali che riguardano la Chiesa tedesca saranno approvate ed entreranno in vigore, quelle che riguardano la Chiesa universale saranno considerate e offerte come proposte per la discussione comune.

                Maria Elisabetta Gandolfi, caporedattrice attualità per “il regno”            Re-blog                25 aprile 2022

https://re-blog.it/2022/04/25/5-lezioni-da-non-dimenticare-quando-parliamo-di-sinodo-e-sinodalita/?utm_source=newsletter-mensile&utm_medium=email&utm_campaign=2022/7

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CONSULTORI FAMILIARI UCIPEM

Belluno. Firmata la revisione del Protocollo provinciale per la mediazione familiare

                Oggi, giovedì 5 maggio, a dieci anni dalla sottoscrizione, è stata firmata la revisione del «Protocollo d’intesa per la promozione e gestione degli interventi di mediazione familiare nella provincia di Belluno» dagli attuali componenti dell’apposito tavolo interistituzionale che sono il Tribunale di Belluno, l’Ordine degli avvocati di Belluno, i Mediatori familiari dell’Ulss Dolomiti e del Consultorio familiare socio-educativo Ucipem di Belluno e le sezioni di Belluno dell’Aiaf (Associazione italiana avvocati per la famiglia) e dell’Ondif (Osservatorio nazionale sul diritto di famiglia).

                I componenti del tavolo hanno sentito l’esigenza di rivedere il Protocollo a fronte dell’esperienza maturata nel decennio e per l’utilità di individuare delle forme di integrazione tra la mediazione familiare e altri strumenti di gestione della conflittualità familiare peculiari delle diverse professionalità. Nel corso del 2021 il tavolo ha pertanto elaborato la revisione del Protocollo che ha come fine quello di:

¨       promuovere e diffondere la cultura della mediazione familiare quale strumento di promozione del benessere e prevenzione del disagio dei minori conseguente alla separazione dei genitori;

¨       condividere e integrare le competenze tra tutti i soggetti che a vario titolo operano nell’ambito della mediazione familiare (giudici, mediatori familiari, avvocati) al fine di meglio comprendere le rispettive competenze, migliorare la comprensione dei diversi linguaggi specialistici, condividere le problematiche afferenti all’istituto della mediazione familiare;

¨       individuare soluzioni idonee a rendere tale istituto sempre più efficace e rispondente ai bisogni di protezione dei minori nella riorganizzazione delle relazioni familiari conseguenti alla separazione, al divorzio o, comunque, all’interruzione di una relazione, anche di fatto.

                Nel Protocollo vengono individuati i principi comuni cui mediatori, avvocati e magistrati debbono attenersi; vengono ribadite le caratteristiche della mediazione familiare sotto il duplice profilo della volontarietà e della riservatezza, nonché l’opportunità della così detta “tregua legale”.

                Sempre nel Protocollo sono stabilite le modalità dell’invio alla mediazione familiare da parte dei giudici e degli avvocati, ed è stata altresì indicata la necessità di un costante aggiornamento per tutte le figure professionali che si occupano della gestione delle controversie familiari ed il conseguente impegno dei sottoscrittori a promuovere iniziative formative condivise.

                Nell’ambito del Protocollo è prevista, infine, la tenuta di un elenco dei mediatori cui potranno attingere gli operatori del diritto per indirizzare le coppie genitoriali.

                Nella mediazione familiare i genitori sono aiutati dalla figura professionale del mediatore ad elaborare in prima persona un programma di separazione soddisfacente al fine di esercitare la comune responsabilità genitoriale nel rispetto del superiore interesse dei minori ad essere mantenuti, educati, istruiti e assistiti moralmente da entrambe le figure genitoriali.

L’amico del popolo                        5 maggio 2022

www.amicodelpopolo.it/2022/05/05/firmata-la-revisione-del-protocollo-provinciale-per-la-mediazione-familiare

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COPPIE

Il metodo “Betania” per le coppie in crisi

                Presentato il volume dei coniugi Gentili che illustra il progetto proposto alle parrocchie: un percorso in 4 tappe, fondato su teologia, psico-sociologia e dottrina sociale della Chiesa

                Fede e spiritualità al fianco delle coppie sposate che, in crisi più o meno profonde, cercano di ritrovare la felicità ritrovando prima di tutto se stesse. È il metodo “Betania”, dell’omonimo Centro di formazione, una realtà nata nel 2004 a Roma, raccontato nel volume “I percorsi di Betania” (edizioni San Paolo), a cura di Claudio Gentili e Laura Viscardi. Si tratta, in realtà, del quinto libro: «Gli altri – spiega Gentiliraccontano le quattro tappe del percorso, mentre questo vuole essere una guida sul metodo per le parrocchie che lo vogliono riproporre». È stato presentato ieri pomeriggio, 1° maggio, nel teatro della parrocchia dei Santi Fabiano e Venanzio. A intervenire il vescovo Dario Gervasi, delegato diocesano per la famiglia, che ha curato la prefazione; il parroco don Fabio Fasciani; Tonino Cantelmi, psicoterapeuta; Emma Ciccarelli e Pier Marco Trulli, del Forum famiglie.

                Tutto prende spunto «dal grande patrimonio delle catechesi di san Giovanni Paolo II sull’amore umano nel progetto divino e dalla sua Familiaris consortio». Il progetto si fonda su tre “ingredienti”: teologia, psico-sociologia e dottrina sociale della Chiesa, messi in pratica con il metodo Betania «per quattro week-end – spiega Gentili nell’arco dell’anno pastorale, dove proponiamo alle coppie una full immersion fatta di preghiera, spiritualità ma soprattutto di tantissimi laboratori» nei quali i coniugi lavorano su se stessi. Quattro come le tappe raccontate dagli altri libri: “Complici nel bene”, “I nostri figli ci guardano”, “Riamarsi dopo una crisi” e “Moglie regista e marito protagonista”.

                Da qui parte poi il progetto proposto alle parrocchie, «perché – affermano gli autori – le coppie ci chiedono come continuare questo percorso e come riproporlo. Abbiamo quindi preparato 48 schede per altrettanti incontri, distribuiti nell’arco di quattro anni pastorali». «Ci siamo resi conto – sottolineano – che molte realtà accompagnano i giovani fidanzati o i promessi sposi, ma poi si fa poco o nulla per il “post-matrimonio”». Di storie e aneddoti ce ne sono infatti tanti, come le testimonianze di «tante coppie non credenti, ma che paradossalmente sono quelle che apprezzano di più la parte teologica e spirituale». C’è poi chi, sull’orlo del divorzio, ha fatto marcia indietro oppure coppie che, nonostante una separazione già formalizzata, «hanno capito l’importanza di un’alleanza genitoriale per il bene superiore dei figli, perché anche se si è in crisi come marito e moglie si rimane genitori per sempre».

                Gli autori, però, non cedono alle lusinghe di chi parla di lungimiranza. «Abbiamo soltanto preso gli insegnamenti del magistero, che ha portato la Chiesa in modo naturale dalla Familiaris consortio all’Amoris lætitia di Papa Francesco e ai due Sinodi, in uno straordinario senso di continuità. Non vogliamo idealizzare la famiglia cristiana come perfetta, anzi. Per noi una coppia che non vive mai la crisi non è una coppia sana. L’importante è capire i problemi e accostarsi al Vangelo per risolverli consapevolmente».

                Salvatore Tropea             RomaSette         2 maggio 2022

www.romasette.it/il-metodo-betania-per-le-coppie-in-crisi

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DALLA NAVATA

IV Domenica di Pasqua –  Anno C

Atti Apostoli                     13, 48. Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e                                                  tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. La parola del Signore si                                                        diffondeva per tutta la regione.

Salmo                                   99. 03. Riconoscete che solo il Signore è Dio: egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo                                          e gregge del suo pascolo.

Apocalisse                         07, 16. Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura                                                        alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle                                               fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi.

Giovanni                             10, 28. In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco                                           ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e                                                         nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di                                                tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

 

Commento

                Giustamente diciamo che il Vangelo non è una dottrina politica, ma quando noi diciamo così, dentro la cittadella, vogliamo dire che è ingiusto fare ogni riferimento alla politica. Il che non è vero perché ogni atto politico ha un rapporto con le aspirazioni profonde dell’uomo. È qui che attinge legittimità e forza ogni nostro progetto, anche particolare. Ai livelli di questa radice il Vangelo passa e ci propone immagini di esistenza e principi di comportamento radicali, cioè non vivibili in toto nell’atto, dato che qualunque nostro comportamento che si ispiri alla legge dell’amore è sempre troppo tributario alla logica dell’egoismo. L’indicazione profetica eccede ogni nostro gesto, è sempre al di là, ma proprio qui è la nostra dignità, perché noi misuriamo i nostri atti dentro un orizzonte in cui vogliamo trovare i termini della nostra identità umana. Anche quando dobbiamo accettare le regole del possibile, noi troviamo dignità perché il nostro mondo di respiro e di alimentazione è il mondo dell’ «impossibile e provvisorio», nel senso che noi aspiriamo ad una condizione in cui nessuno abbia fame accanto a chi è in gioia.

                 Non vogliamo però mantenere questo discorso, come tutti ci consentirebbero di fare, nell’ambito delle dilettazioni spirituali, quelle delle anime buone che leggono i pii libri. Noi ci muoviamo, come cospiratori del futuro, alle radici del mondo. Noi, diceva un’ antica e grande lettera del mondo cristiano sub-apostolico, siamo il lievito dell’umanità. Lo diciamo, ora, con un po’ di vergogna, loro potevano dirlo con innocenza, erano agli inizi. Noi lo diciamo con vergogna perché il nostro è stato un lievito farisaico. Noi abbiamo insegnato a far le guerre, anzi addirittura ancora oggi vendiamo le armi perché le moltitudini si uccidano e ci ricaviamo lauti guadagni. C’è perfino il sospetto che la nostra moderazione nel condannare quelle moltitudini derivi dalla paura di perdere il mercato. Noi dobbiamo oggi riproporci un comportamento, anche quello misurato nell’orizzonte della politica, che faccia onore alla intuizione fondamentale dell’unità del genere umano, che vogliamo realizzata nella giustizia e che quindi metta in questione l’ordine economico internazionale, di modo che non avvenga che noi compiamo il gesto farisaico – e lo compiamo – di deplorare ciò che è deplorabile, ma sempre evitando di risalire alle radici. E quello che avviene.

                Anche ascoltando i dibattiti televisivi si sente che c’è una menzogna farisaica che tutto circonda, anche i migliori: è la reticenza sulle radici. Lo sento che non è possibile farlo, quando ci si confronta con questa parola che ha la presunzione di essere la parola alfa ed omega, radice e compimento. Si può compiere un’offesa profonda allo spirito del Vangelo se ci si limita ad affermare il principio e la fine senza passare attraverso il mezzo. Anche le pagine della Scrittura di oggi sarebbero forse alienanti se questo discorso rimanesse come un discorso escatologico, ordinato all’Adempimento, e non ci facesse vedere gli effetti che ha sulla storia concreta. Invece la pagina della frattura, operata dal Vangelo dentro la città, e della persecuzione contro gli evangelizzatori serve proprio a farci calare nel concreto, a far passare il raggio della profezia attraverso il prisma mutevole, sfaccettato del tempo in cui si vive.

                Io mi domando: oggi che cosa succede? Succede che noi siamo troppo nelle grazie dei «notabili» e ci dimentichiamo delle moltitudini o le ricordiamo solo in modo paternalistico e sentimentale e non attraverso un giudizio che sia il più possibile misurato sulla sapienza che ci viene dalla profezia evangelica. Non so se sono riuscito ad esprimere il sentimento che, maturato dai fatti di questi giorni, è approdato alle pagine che ho letto ed ascoltato con voi. Ma non c’è dubbio che il confronto delle nostre certezze con questi fatti è la prova del fuoco della loro validità. lo sento che esse hanno forza, sono vitalissime ma a condizione che non si ammorbidiscano e non si annientino nella sequela dei compromessi dei se e dei distinguo. Queste parole vanno prese nella loro radicalità ed allora mi è possibile, senza ambiguità, guardare con profonda simpatia, con una solidarietà di radice tutta la moltitudine che nessuno può contare: di ogni nazione, di ogni razza, di ogni popolo e di ogni lingua. Sentire che la grande tribolazione in cui queste moltitudini sono, è proprio quella prevista dalla profezia. Dio è con loro, e quindi gli artefici di quelle miserie, di quelle tribolazioni sono sotto il giudizio di Dio. Solo Lui conosce i tempi ed i modi, le scadenze di quel giudizio, ma quel giudizio è sicuro e se noi vogliamo – diciamo pure l’antica parola – salvarci l’anima, dobbiamo fino da ora misurarci con i criteri severi di quel giudizio.

p. Ernesto Balducci – da: “Gli ultimi Tempi” – vol. 3

www.fondazionebalducci.com/8-maggio-2022-iv-domenica-di-pasqua-anno-c

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

Francesco: tutta la Chiesa evangelizza. No a preti protagonisti e laici esecutori

                Tutti battezzati sono soggetti attivi dell’evangelizzazione. E «bisogna guardarsi dalla mentalità che separa preti e laici, considerando protagonisti i primi ed esecutori i secondi, e portare avanti la missione cristiana come unico popolo di Dio, laici e pastori insieme». Parte da questa sottolineatura la riflessione del Papa nel Messaggio per la 59ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni che sarà celebrata domenica prossima.

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202205/220506papafrancesco.pdf

                “Chiamati a edificare la famiglia umana”, il tema dell’appuntamento e dell’intervento di Francesco che ribadisce come la parola “vocazione” non vada riferita «solo a coloro che seguono il Signore sulla via di una particolare consacrazione», perché «ogni persona umana, prima ancora di vivere l’incontro con Cristo e abbracciare la fede cristiana, riceve con il dono della vita una chiamata fondamentale: ciascuno di noi è una creatura voluta e amata da Dio, per la quale Egli ha avuto un pensiero unico e speciale». E questa scintilla divina va sviluppata nel corso della vita «contribuendo a far crescere un’umanità animata dall’amore e dall’accoglienza reciproca».

                Cioè «siamo chiamati a essere custodi gli uni degli altri, a costruire legami di concordia e di condivisione, a curare le ferite del creato perché non venga distrutta la sua bellezza». A diventare un’unica famiglia nella meravigliosa casa comune del creato, nell’armonica varietà dei suoi elementi. In questa grande vocazione comune poi si inserisce la chiamata più particolare «che Dio ci rivolge raggiungendo la nostra esistenza con il suo amore e orientandola alla sua meta ultima». È lo sguardo del Signore che ci raggiunge, che ci chiama, aggiunge il Papa. Si tratta di accogliere quello sguardo. Se lo facciamo la nostra vita cambia. E tutto diventa «dialogo vocazionale, tra noi e il Signore, ma anche tra noi e gli altri».

                Un dialogo che, vissuto in profondità, «ci fa diventare sempre più quelli che siamo: «nella vocazione al sacerdozio ordinato, per essere strumento della grazia e della misericordia di Cristo; nella vocazione alla vita consacrata, per essere lode di Dio e profezia di nuova umanità; nella vocazione al matrimonio, per essere dono reciproco e generatori ed educatori della vita. In generale, in ogni vocazione e ministero nella Chiesa, che ci chiama a guardare gli altri e il mondo con gli occhi di Dio, per servire il bene e diffondere l’amore, con le opere e con le parole».

                Quando parliamo di “vocazione”, dunque, aggiunge il Papa – «si tratta non solo di scegliere questa o quella forma di vita, di votare la propria esistenza a un determinato ministero o di seguire il fascino del carisma di una famiglia religiosa o di un movimento o di una comunità ecclesiale; si tratta di realizzare il sogno di Dio, il grande disegno della fraternità che Gesù aveva nel cuore quando ha pregato il Padre: «Che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Ogni vocazione nella Chiesa, e in senso ampio anche nella società, concorre a un obiettivo comune: far risuonare tra gli uomini e le donne quell’armonia dei molti e differenti doni che solo lo Spirito Santo sa realizzare».

                Occorre però consentire a Dio di lavorare su di noi, di far emergere il seme di santità che portiamo dentro. Come diceva Michelangelo Buonarroti a proposito delle sculture: «Ogni blocco di pietra ha al suo interno una statua, ed è compito dello scultore scoprirla».

Riccardo Maccioni                          Avvenire             5 maggio 2022

www.avvenire.it/papa/pagine/il-papa-no-a-preti-protagonisti-e-laici-esecutori

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LITURGIA

Liturgia nuova in otri nuovi

                In ogni epoca storica, il modo di celebrare dei cristiani ha sempre rispecchiato il modo di essere della Chiesa nel mondo. Nel tempo delle persecuzioni i cristiani si riunivano nel giorno del Signore in comunità eucaristiche clandestine, così che celebrare il dominicum valeva più della propria vita. A partire dal IV secolo, riunirsi in assemblea liturgica in quelle stesse basiliche dove in passato erano stati spesso condannati a morte, significava essere una Chiesa libera, riconosciuta dall'autorità politica e beneficiaria di una visibilità sociale.

                Nel regime di cristianità dell'età medioevale, l'assemblea liturgica è stata l'epifania di quelle gerarchie sociali del mondo che il cristianesimo aveva collaborato a plasmare e che si manifestava come sostanziale coincidenza tra ordine ecclesiale e ordine sociale, tra Chiesa e Regno. Nell'epoca barocca e tridentina, la centralità che il Rinascimento riconosceva all'essere umano, ha avuto come effetto l'irruzione nell'assemblea liturgica dell'individuo che ha segnato l'età moderna e la sua cultura. Il modo di celebrare certificava allora la frantumazione della comunità liturgica a vantaggio della devozione personale. L'assemblea era la somma di individui devoti ma isolati.

                La riforma liturgica del Vaticano II ha fatto della ricomposizione del senso comunitario della liturgia la sua principale missione. Dal Concilio, il modo di essere assemblea ha manifestato un popolo di Dio che celebra la sua fede al cuore del mondo. Se è definitivamente conclamato che «non siamo più nella cristianità», dobbiamo riconoscere che, nonostante le migliori intenzioni, l'attuale liturgia romana è ancora in buona parte figlia della cristianità ed è il frutto di un lavoro condotto ancora all'interno della cristianità e destinato a una situazione di cristianità che dava i primi segnali di crollo. Negli anni '60 era del tutto inimmaginabile il cambiamento epocale che l'Occidente sta vivendo in questi anni.

                Se all'interno di una liturgia Francesco è giunto a domandare: «Le parole dei nostri riti innescano nel cuore della gente il desiderio di muoversi incontro a Dio oppure sono `lingua morta', che parla solo di sé stessa e a sé stessa?».

                Quindici anni prima Christoph Theobald osservava: «I linguaggi della nostra tradizione cristiana, sono diventati, per molti, estranei e pietrificati». Magistero e teologia su questo punto ormai convergono. Se il modo di celebrare ha sempre rispecchiato il modo di essere della Chiesa nel mondo, immersa in «un cambiamento d'epoca», l'assemblea liturgica non può restare immobile. Sì, è improrogabile porre la questione del modo di celebrare da cristiani in una società post-cristiana. Oggi la situazione ci costringe a prendere coscienza che, con tutta la sua ricchezza, il limite maggiore della riforma liturgica è stato quello di mettere vino nuovo in otri vecchi. Ora gli otri si stanno spaccando. Sta a noi realizzare otri nuovi nei quali riversare il vino nuovo della riforma

liturgica.

Goffredo Boselli              “Vita Pastorale”             maggio 2022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202205/220502boselli.pdf

 

«La liturgia non può essere senza vita né gioia»

                No a una liturgia «senza vita» e «senza gioia». No a una liturgia che divide («c’è l’odore del diavolo lì dentro»). E no anche a «chi sa la liturgia». Sì invece a una «genuina vita liturgica, specialmente l’Eucaristia», che «ci spinge sempre alla carità, che è anzitutto apertura e attenzione all’altro». Così si è espresso ieri il Papa nel discorso ai professori, agli studenti ed ex studenti del Pontificio Istituto liturgico Sant’Anselmo, ricevuti in udienza con il rettore e il preside in occasione del 60° anniversario della sua fondazione.

www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2022/may/documents/20220507-pont-istituto-liturgico.html

                Francesco ha messo in guardia soprattutto dalla «tentazione del formalismo liturgico». In sostanza, ha spiegato, «l’andare indietro a forme, alle formalità più che alla realtà, che oggi vediamo nei movimenti che cercano di andare indietro e negano proprio il Concilio Vaticano II: la celebrazione è recitazione, è una cosa senza vita, senza gioia». Conseguentemente occorre evitare l’uso della liturgia «come bandiera di divisione». Questa è un’opera diabolica, secondo il Pontefice. «Non è possibile – ha quindi aggiunto – rendere culto a Dio e allo stesso tempo fare della liturgia un campo di battaglia per questioni che non sono essenziali, anzi: per questioni superate e per prendere posizione, dalla liturgia, con ideologie che dividono la Chiesa. Il Vangelo e la tradizione della Chiesa – ha ammonito il Papa – ci chiamano ad essere saldamente uniti sull’essenziale, e a

condividere le legittime differenze nell’armonia dello Spirito».

                Comunque il vezzo di usare la liturgia per dividere e scandalizzarsi non è nuovo. Francesco ha ricordato che anche ai tempi di Pio XII fece scalpore la disposizione che permetteva di mangiare fino a un’ora prima di fare la comunione. E poi la riforma del Triduo pasquale: «Ma come, il sabato deve risorgere il Signore». Le «mentalità chiuse» esistono anche oggi. «Gruppi ecclesiali che si allontanano dalla Chiesa, mettono in questione il Concilio, l’autorità dei vescovi, per conservare la tradizione. E si usa la liturgia, per questo». Perciò il Papa ha esortato a «continuare il lavoro di formazione alla liturgia in continuità con i padri conciliari, per essere formati dalla liturgia».

Mimmo Muolo                                 “Avvenire” ’8 maggio 2022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202205/220508muolo.pdf

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PANDEMIA

I ragazzi e la pandemia: la distanza dai compagni di scuola ha pesato meno tra gli stranieri

                I dati Istat. Viaggiare è l’attività che è mancata di più. Utilizzo di chat/social network aumentato per il 69,9% degli italiani e per il 64,1% degli stranieri, che avvertono di più le difficoltà economiche

                La diminuita possibilità di interagire con i compagni durante il periodo di didattica a distanza ha fatto avvertire molto o abbastanza la mancanza di questo contatto. Lo rileva l’Istat, che ieri, 4 maggio 2022, ha presentato i risultati di un’intervista su un ampio campione di alunni delle scuole secondarie di primo e secondo grado nell’anno scolastico 2020-2021. Anche nel caso della mancanza di contatto con i compagni, si riscontrano alcune differenze tra alunni italiani e stranieri. «Questi ultimi già prima della pandemia avevano meno relazioni con i pari e questo può, almeno in parte, spiegare perché hanno sentito meno la mancanza del contatto con i compagni che ha riguardato l’86,7% dei ragazzi italiani e il 79,8% dei coetanei stranieri – afferma l’Istat -. Considerando le prime cinque cittadinanze, la quota più contenuta di ragazzi che hanno sentito abbastanza o molto la mancanza dei compagni si registra tra gli alunni cinesi (67,2%) mentre quella più elevata si rileva tra gli albanesi (85,5%)».

                Il contatto diretto con i docenti è mancato di meno rispetto a quello con i pari, anche se comunque una larga parte degli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado lo ha avvertito: il 70% degli italiani e il 65,4% degli stranieri. Rispetto ai momenti di condivisione a scuola quello che è mancato di più a tutti sono le gite scolastiche (indicate dal 55,4%), seguite dalla ricreazione (20,0%) e dai lavori di gruppo (13,1%). Anche la minore quota di ragazzi stranieri che hanno avvertito la mancanza della ricreazione rispetto agli italiani (14,6% per gli stranieri contro il 20,4% per gli italiani) momento quotidiano di relazione in classe, può essere ricondotta alle meno intense interazioni che hanno con i compagni di scuola.

                Ma cosa è successo durante la pandemia e con il distanziamento sociale al mondo relazionale dei ragazzi? Afferma l’Istat: «La pandemia ha avuto generalmente l’effetto di mettere in luce e aggravare divari e fragilità pre-esistenti. È stato già evidenziato in passato che i ragazzi stranieri hanno meno frequentemente relazioni con i pari (Istat, 2020). L’indagine realizzata nel 2021 conferma questa particolarità: già prima della pandemia il 17,3% degli alunni stranieri delle scuole secondarie non vedeva mai amici e/o amiche fuori dall’orario scolastico contro il 5,8% degli alunni italiani. Chi aveva meno ha anche perso meno: la frequenza con la quale si vedono gli amici fuori dall’orario scolastico rispetto a prima della pandemia è diminuita per il 50,9% degli alunni italiani e per il 46,2% degli stranieri. La diminuzione delle relazioni dirette è stata compensata da un sensibile aumento dei contatti virtuali attraverso l’utilizzo di chat/socialnetwork».

                Rispetto a prima della pandemia, l’utilizzo delle chat/social network è aumentato per il 69,9% degli alunni italiani e per il 64,1% degli stranieri. «I ragazzi stranieri hanno quindi compensato un po’ meno con telefonate/video chiamate e chat/social network il distanziamento fisico dagli amici. Anche le chiamate telefoniche e le videochiamate sono notevolmente aumentate con il distanziamento sociale. La loro frequenza è aumentata per il 65,7% dei ragazzi italiani e per il 53,3% per gli stranieri». Sono molte le attività di svago che sono mancate agli alunni delle scuole secondarie durante il periodo di distanziamento sociale. A pochissimi non è mancato nulla (2,5% degli italiani e 6,6% degli stranieri). Viaggiare è l’attività che è mancata di più agli alunni delle scuole secondarie di primo e secondo grado (51%), seguita dalla libertà di uscire (49%), dalla frequentazione di “feste, cene e aperitivi” (48%). Per queste ultime attività emergono rilevanti differenze tra italiani e stranieri: sono mancate al 48,9% degli italiani e al 37,3% degli stranieri. Lo stesso accade per la pratica sportiva, mancata di più al 42,9% degli italiani e al 35,7% degli stranieri e è riconducibile al fatto che gli stranieri praticano meno frequentemente sport e frequentano meno feste con amici. «Sostanzialmente l’apparente minor impatto della pandemia sulla vita quotidiana extra-scolastica dei ragazzi stranieri, rispetto agli italiani, potrebbe ricollegarsi alla loro minore partecipazione sociale», conclude l’Istat.

                In base alla percezione soggettiva dei ragazzi, che è influenzata da numerosi fattori e non risponde necessariamente a una situazione oggettiva, il 4% degli alunni italiani delle scuole secondarie classifica come abbasta o molto povera la propria famiglia, contro il’11,3% degli stranieri. Si colloca nella modalità intermedia “né ricca né povera” l’86,3% degli italiani e l’84,1% degli stranieri. Si sentono invece ricchi – abbastanza o molto – il 9,7%% degli italiani e il 4,5% degli stranieri. La quota di coloro che percepiscono come abbastanza o molto povera la propria famiglia è più ampia tra gli alunni delle scuole secondarie di secondo grado (5,6%) rispetto ai ragazzi più piccoli delle scuole secondarie di primo grado (2,9%). Nel Mezzogiorno risulta più contenuta la quota di alunni delle scuole secondarie che si sentono ricchi (7,2%) rispetto al Nord-est (11,6%) e al Nord-ovest (10,4%).           «La pandemia ha condotto a un peggioramento percepito della situazione economica per il 28,7% degli italiani e per il 39,1% degli stranieri – sottolinea l’Istat -. I più colpiti sono coloro che già erano in difficoltà: tra quanti si percepivano poveri la situazione è peggiorata nel 68,5% dei casi. Sono significative le differenze che si registrano per i primi cinque paesi di cittadinanza: Romania, Albania, Marocco, Cina e Filippine. La quota di coloro che percepiscono la propria famiglia come molto o abbastanza povera passa dal 6,6% degli albanesi al 17,9% dei marocchini. È interessante osservare che, nonostante si tratti di due collettività da lungo tempo insediate in Italia, caratterizzate entrambe da percorsi migratori all’insegna della stabilità, su questo aspetto fanno rilevare percezioni molto differenti. Dalle risposte dei ragazzi sembrano in difficoltà anche la collettività cinese (15,2% di famiglie povere o molto povere) e quella filippina (14,1% di ragazzi che percepiscono la famiglia come povera). Al contrario per i ragazzi romeni la percezione di appartenere a famiglie povere è più contenuta (7,4%), ma comunque più alta di quella rilevata per gli italiani (4%). Sono i ragazzi cinesi ad aver avvertito in misura maggiore il peggioramento durante la pandemia: per il 57,5% la situazione economica è peggiorata rispetto al 39,1% della media degli stranieri e al 28,7% degli italiani».

                Infine, l’indagine ha coinvolto anche i dirigenti scolastici delle scuole secondarie per avere un quadro complessivo, integrato con il loro punto di vista, dell’impatto della didattica a distanza nel periodo pandemico. «La maggior parte ritiene che lo “shock” nella vita scolastica e quotidiana dei ragazzi a seguito della pandemia abbia penalizzato l’apprendimento, ma solo di alcuni studenti (63,4%), il 29,8% ritiene che tutti gli studenti siano stati penalizzati e solo il 6,7% pensa che la pandemia non abbia avuto effetti negativi sull’apprendimento – evidenzia l’Istat -. Per quanto riguarda l’impegno degli alunni durante la DAD, il 45,2% dei dirigenti ritiene che i ragazzi abbiano dedicato meno tempo allo studio, il 44,4% lo stesso tempo e il 10,4% più tempo».       I dirigenti delle scuole secondarie di primo grado ritengono in misura più ampia che i ragazzi abbiano dedicato meno tempo allo studio durante la didattica a distanza (48,2%) rispetto a quelli delle scuole secondarie di secondo grado (41,7%). A tale proposito si deve tenere conto delle maggiori difficoltà dei ragazzi più piccoli nella gestione autonoma degli strumenti della didattica a distanza. «Nel periodo della didattica a distanza i dirigenti hanno dovuto fare fronte anche alle lamentele degli insegnanti messi a dura prova dal dover cimentarsi con strumenti e approcci didattici completamente nuovi. Solo nel 20% dei casi non hanno avuto lamentale da parte dei docenti per le assenze degli alunni durante le lezioni a distanza». Il problema delle assenze è stato molto più sentito nel Mezzogiorno dove solo il 12,7% dei dirigenti non ha ricevuto segnalazioni di assenteismo degli alunni da parte degli insegnanti, contro il 28,8% dei dirigenti delle scuole del Nord-est. Questo problema è stato maggiormente avvertito dagli insegnanti delle scuole secondarie di secondo grado (l’85,5%) rispetto a quelle di primo (75,1%).

                «Sebbene il parere dei dirigenti scolastici sulla didattica a distanza non sia del tutto positivo, sembra tuttavia che il maggiore utilizzo delle tecnologie e della comunicazione a distanza indotto dalla pandemia sia un’esperienza da valorizzare – conclude l’Istat -. Il 31,5% dei dirigenti vorrebbe che anche dopo la pandemia parte della didattica si svolgesse a distanza. In questo caso le differenze a livello territoriale non sono rilevanti, con una quota di favorevoli alla didattica a distanza che varia dal 28,1% del Centro al 33,6% nel Nord-ovest. Le differenze sono invece evidenti tra i dirigenti di scuole secondarie di primo e secondo grado. I dirigenti delle scuole superiori sono evidentemente più favorevoli a mantenere parte della didattica a distanza: la quota che lo giudica positivo è del 41,4% contro il 22,9% dei dirigenti delle scuole secondarie di primo grado. Naturalmente la didattica a distanza è senz’altro meno complessa da attuare – specie se in maniera parziale – nel caso di ragazzi più grandi e autonomi nella gestione degli strumenti e nell’esecuzione dei compiti. In generale è comunque auspicato il maggiore ricorso “a materiali digitali, biblioteche online, filmati, etc.” visto con favore dal 93,5% dei dirigenti; l’85,6% manterrebbe anche forme di didattica alternativa come le flipped classroom o “classi capovolte” che prevedono la partecipazione attiva degli studenti e la valorizzazione delle risorse digitali e delle reti sociali. Il distanziamento sociale ha inoltre comportato il ricorso alla comunicazione a distanza per una serie di attività scolastiche come colloqui e consigli. Si tratta in questo caso di un’esperienza ampiamente apprezzata dai dirigenti scolastici che nell’82% dei casi vorrebbero mantenere on line i colloqui con i genitori; il 78,5% degli intervistati vorrebbe fare anche riunioni e collegi docenti a distanza, e oltre il 70% vorrebbe rafforzare l’interazione a distanza tra studenti e docenti», conclude l’Istituto.

Redattore Sociale           RomaSette         5 maggio 2022

www.romasette.it/i-ragazzi-e-la-pandemia-la-distanza-dai-compagni-di-scuola-ha-pesato-meno-tra-gli-stranieri

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RIFLESSIONI

#sesso e amore

                Se il desiderio di unione fisica non è stimolato dall’amore, se l’amore erotico non è anche amore fraterno, non porterà mai alla fusione, se non in senso orgiastico e fittizio. L’attrazione sessuale crea, sul momento, un’illusione di unione. Ma senza amore questa «unione» lascia i due esseri estranei e divisi come prima.

                Forte è l’attrazione fisica sessuale che è alla radice della vita e che vibra costantemente nelle creature viventi. L’uomo e la donna non ne sono certamente estranei. Eppure essi sono capaci di ascendere a un livello superiore, meno cieco e istintivo del primo: è l’eros nel senso alto del termine, è la passione, il sentimento, la tenerezza, la dolcezza, la scoperta della bellezza del partner. Ma l’altro/altra rimane ancora un po’ esterno e può correre il rischio di essere considerato solo una realtà piacevole e affascinante.

                Ecco, allora, un terzo livello, pienamente umano, l’amore che è donazione reciproca totale e assoluta, come esclama la donna del biblico Cantico dei cantici: «Il mio amato è mio e io sono sua… Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (2,16; 6,3).

                La scala di ascesa dal sesso e dall’eros all’amore è descritta in modo limpido nel paragrafo che abbiamo tratto dall’Arte di amare (1956), l’opera più nota e diffusa del pensatore e psicologo tedesco Erich Fromm.                     (1900-1980). Ciascuno rilegga quelle righe e le confronti con la sua esperienza di coppia: è un’attrazione meramente sessuale da «consumare», oppure ha un brivido di eros, di poesia, di tenerezza e, soprattutto, ha il fremito dell’amore che genera una fusione non solo dei corpi ma anche delle anime?

Gianfranco Ravasi                           Il Sole 24 ore                     8 maggio 2022

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SESSUOLOGIA

Botta e risposta. Un terzo genere non esiste. Ma c'è il nodo delle identità irrisolte

                Gentile direttore,            da qualche tempo mi sto occupando delle questioni del “genere”. Nel novembre scorso con la Fondazione Ipsser e l’Istituto Veritatis Splendor di Bologna ho organizzato un seminario sulla disforia di genere in età evolutiva con specifico riferimento alla utilizzazione della triptorelina. Vi sono state diverse voci e posizioni, sia a favore sia critiche. Gli Atti usciranno fra qualche mese con l’editore Angeli. Ma non è di questo che le scrivo. Ho letto su “Avvenire” di qualche giorno fa l’intervista di Luciano Moia con padre Maurizio Faggioni sul tema della transessualità. Ho visto anche la segnalazione del recente volume di MoiaFigli di un dio minore”. L’ho acquistato e voglio dirle che l’ho letto d’un fiato... Riconosco che ha avuto del coraggio a sollevare il problema dei trans raccogliendo testimonianze dirette di vita dalle persone. Esse fanno pensare, anche se non sono generalizzabili. Ma non voglio nascondere qualche osservazione sulla materia.

                Come antropologo mi permetto di dire che mi sembra non fondata la suggestione di un terzo genere nella sessualità umana che di tanto in tanto viene tirata fuori. A parte le possibili disarmonie dovute ad anomalie cromosomiche, non vi sono elementi per supporre un terzo genere nella sessualità umana. Le variazioni dei caratteri antropometrici di ordine quantitativo nei due sessi (che conosco meglio), sono adeguatamente rappresentate in curve bimodali. Inoltre, mi permetto rilevare che mi sembra eccessivo il favore con cui vede la proposta di legge Zan che si cerca di riportare in discussione al Senato. Come saprà, sono stato critico sulla legge quando venne affrontata alla Camera, per alcune ambiguità di espressioni e per la sua prevista estensione nell’applicazione. Il progetto rivela una deriva ideologica sul genere (su cui la discussione è aperta), oltre a enfatizzare il problema nell’ambito scolastico. Certamente va tenuta presente la sentenza n. 221 della Corte Costituzionale (2015) che riconosce il diritto all’identità di genere come diritto della persona, ma non si dice come ciò debba intendersi. L’identità di genere è una espressione generica che viene intesa in modi diversi negli ambienti culturali e lascia spazio alle ideologie. Ma a parte queste osservazioni (che già conosce o immagina) il volume di Moia oltre a riferire su interessanti interviste con alcuni esperti, riporta esperienze di vita che fanno pensare e desidero ringraziarlo per questo. Conosco anch’io persone che hanno avuto simili esperienze e che sto accompagnando spiritualmente. Voglio anche aggiungere una mia opinione sul “dopo il cambiamento di sesso”. Perché non ammettere l’eventuale matrimonio religioso (per chi fosse libero da precedenti vincoli) tenendo nel dovuto conto la dimensione relazionale? Gradisca il mio cordiale saluto.

Fiorenzo Facchini ¤ 1929, sacerdote e professore emerito nell’università di Bologna

 

                Gentile professor Facchini, caro don Fiorenzo,                                 la ringrazio delle sue considerazioni che apprezzo e considero con tutta la stima e l’attenzione dovute a uno studioso del suo calibro. Il fatto che lei abbia letto l’intervista con padre Faggioni e il mio volumetto – come vedo dalla lettera che il nostro Direttore mi ha girato – e che abbia avuto la gentilezza di darmene conto, mi riempie di gioia. Considero con grande attenzione anche le sue sottolineature critiche che rappresentano anche le grandi domande – irrisolte – che ho tentato di affrontare nel testo.

                Se è certamente difficile teorizzare una terza via nella sessualità umana, come dobbiamo considerare allora la condizione di queste persone? Se non possiamo parlare di “identità di genere”, come definire il malessere profondo fino alla tentazione suicidaria di coloro che sono investiti da questa confusione globale, psico-somatica e spirituale? Come sa meglio di me, visto che è un esperto della materia, non sempre psicoterapia e accompagnamento spirituale bastano a risolvere il male oscuro che avvolge e intrappola queste persone. Tutti gli specialisti inoltre parlano di “identità di genere irrisolta” per definire la difficoltà di “allineamento” tra sesso biologico e sesso percepito. Infine, sulla formulazione della cosiddetta legge Zan ho le sue stesse perplessità. Mi sembrava di aver scritto chiaramente che si tratta di una legge confezionata in modo approssimativo che lascia il campo a tante ambiguità, ma che – come riconosciuto anche dai vescovi italiani e in particolare dal cardinale presidente della Cei Gualtiero Bassetti – una buona legge in materia di contrasto all’omofobia appare ormai indispensabile. Ma su questo non è il caso di soffermarci qui. Credo, invece, che sui temi della sessualità complessa dovremmo ragionare in modo sereno, anche in rapporto alla sfera spirituale – che è poi il tema del mio lavoro – perché queste persone esistono e, come ho scoperto, in tante chiedono alla Chiesa di essere accolte e considerate con rispetto e dignità. Anche quando questa accoglienza comporta la fatica – tutta evangelica – di mettere in discussione schemi culturali e pastorali che non rispondono più alle domande e alla vita concreta delle persone. Un saluto cordiale e ancora grazie.

 Luciano Moia ¤1958                        Avvenire             4 maggio 2022

www.avvenire.it/opinioni/pagine/un-terzo-genere-sessuale-non-esiste-ma-c-il-nodo-delle-identit-irrisolte

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SINODO

L’esperienza della sinodalità nelle Chiese cristiane

                Approfondimento sul tema visto da cattolici evangelici e ortodossi in un incontro ospitato dalla parrocchia di San Fulgenzio, curato dalla facoltà di Teologia fondamentale della Lateranense

                Ha offerto l’opportunità di «uno scambio che sicuramente ci arricchirà» la serata di approfondimento sul tema della sinodalità organizzata ieri, 5 maggio, nella parrocchia di San Fulgenzio, alla Balduina, e curata dalla facoltà di Teologia fondamentale della Pontificia Università Lateranense. A introdurre le tre relazioni su “Esperienze di sinodalità nella Chiesa cattolica, nelle Chiese evangeliche e nelle Chiese ortodosse”, il parroco don Stefano Gaddini, che ha sottolineato l’importanza di riflettere insieme «non in modo teorico ma a partire da esperienze concrete».

                Per parte cattolica, don Riccardo Battocchio, presidente dell’Associazione teologica italiana e rettore dell’Almo Collegio Capranica, ha osservato «il cambiamento di percezione e la trasformazione che si sono avuti rispetto alla sinodalità negli ultimi 20 anni almeno», laddove «si è passati dal parlarne riferendosi ad alcuni specifici eventi della Chiesa, limitati nel tempo, al percepire la sinodalità come processo, ossia come un cammino che si svolge nel tempo». Ancora, il teologo ha evidenziato come «dal riferirsi in passato solo ad alcuni membri della Chiesa, specialmente i vescovi», la sinodalità «è oggi la dimensione che riguarda tutti coloro che si riconoscono come Chiesa» e specialmente «con il pontificato di Papa Francesco è diventata un modo diffuso e comune di pensare». Questo cambiamento di visione, «che non è stato semplice né immediato», sono ancora le parole di Battocchio, chiama ciascuno alla responsabilità di rispondere «alla fedeltà al Vangelo e alla testimonianza originaria di cristiani, non permettendoci di pensarci in una dimensione individuale, specie dopo il Concilio Vaticano II», che ha offerto «una lettura del modo in cui la Chiesa è chiamata a vivere in questo tempo il Vangelo: con un’esigenza di partecipazione attiva di ciascuno, superando l’antica distinzione tra chi nella Chiesa insegna e chi apprende». In conclusione, Battocchio ha messo in luce l’importanza di «vivere il processo della sinodalità, che è un processo spirituale, sentendoci in relazione con i fratelli e le sorelle che appartengono ad altre Chiese, in un orizzonte di reciproco scambio di doni che vengono dallo Spirito Santo».

                Fulvio Ferrario, docente di Dogmatica alla Facoltà Valdese di Teologia di Roma, ha spiegato come «nella Chiesa evangelica, o protestante, la sinodalità non esiste come termine specifico ma si vive nella pratica» in quanto «dimensione propria sia della singola parrocchia che della Chiesa a livello internazionale». In particolare il teologo ha illustrato come «le singole parrocchie sono governate da un sinodo parrocchiale, costituito da tutti gli adulti battezzati che chiedano di farne parte», e che «elegge un governo esecutivo guidato dal ministro di culto ma che risponde all’assemblea, in una visione collegiale». Ferrario, ribadendo che quella sinodale è la natura stessa della Chiesa evangelica, ha affermato che «non saprei immaginarla in modo diverso», evidenziando inoltre come «a livello collegiale avviene il discernimento» perché «quella dell’assemblea non è una realtà simile ad una riunione di condominio ma un mettersi in ascolto dello Spirito Santo», un ascolto cui ciascuno è chiamato «in funzione e mediante il Battesimo ricevuto».

                Infine è intervenuto l’arciprete Ivan Ivanov, docente di Teologia liturgica, eucaristica e sacramentale alla “St. Kliment Ohridski University” di Sofia, in Bulgaria. Il rappresentante ortodosso ha dapprima sottolineato che «nella nostra Chiesa sinodalità significa vivere un concilio, sia a livello locale che a livello ecumenico-universale», quindi ha mostrato come concretamente tale dimensione sinodale si attui «nelle tre leggi che ci guidano: quella della preghiera, quella della fede e quella della vita». Nello specifico Ivanov ha spiegato che primariamente «è importante comprendere come vivere la sinodalità nel contesto eucaristico» perché «se manca la sinodalità non c’è l’unione del corpo mistico di Cristo, cioè la Chiesa». Da qui, «l’importanza che la Chiesa continui a vivere alla luce della fede nel nome del Signore» e infine «la certezza che l’Eucaristia conforma la nostra fede e la nostra vita», orientandoci «a vivere nella pace del Signore».

Michela Altoviti                                              RomaSette         6 maggio 2022

www.romasette.it/lesperienza-della-sinodalita-nelle-chiese-cristiane

 

l vescovo, la consacrata, il docente universitario: tre voci per un’esperienza condivisa della sinodalità

                Intorno ai tavoli sinodali come intorno a quelli della crisi Russo-Ucraino, si corre spesso il rischio che ciascuno partecipi col proprio linguaggio e le proprie finalità, senza il convincimento di voler compiere passi insieme. È il grande rischio che oggi potrebbe correre anche il cammino sinodale proposto da Papa Francesco, che è un’occasione convincente, realmente ecclesiale ed evangelica, ma che ha il suo punto debole in una struttura che cerca ancora cose da fare, piuttosto che stili nuovi da assumere. Tre voci appartenenti a stati di vita diversi offrono alcune considerazioni sul cammino che si sta compiendo in luoghi differenti.

                Beniamino Depalma, arcivescovo emerito di Nola, afferma che il desiderio di tutti è ricomporre la Chiesa in una vera unità, dove ognuno porta il proprio contributo. I laici devono essere apprezzati come maestri di vita, i sacerdoti come maestri della fede ed i religiosi come maestri dell’esperienza viva. Il cammino sinodale ha tre verbi essenziali: guardare, ascoltare, discernere. Avere lo sguardo che Dio ha su questa nostra storia, così martoriata e difficile da interpretare, è il primo verbo sinodale proposto.

                La domanda “siamo capaci di ascoltare?” nasce spontanea di fronte a due difficoltà:

  1. la prima è capire se come chiesa siamo realmente in grado di ascoltare, dopo secoli in cui ci siamo specializzati a parlare;
  2. la seconda è se gli altri ci vogliono incontrare, dopo una pastorale spesso non inclusiva. Ancora una volta dovremo imparare l’arte del discernimento, non avere la pretesa di soluzioni a problemi, ma far rinascere semplicemente il gusto di prendere contatto con la vita reale.

 

                Suor Diana Papa, clarissa, rileva che in questo tempo molti hanno iniziato con entusiasmo il cammino di sinodalità, ma che gli incontri, a volte organizzati per pochi esperti e non sempre rappresentativi di tutte le realtà ecclesiali, stanno originando in alcuni casi un notevole dispendio di energie. La difficoltà che emerge nasce a volte dalla preoccupazione immediata di trovare delle soluzioni, pur importanti, ma che portano fuori strada, perché non finalizzate a sperimentare che cosa significhi vivere da battezzato.

                Manca, a volte, il contatto con il silenzio, per qualificare e rendere efficace l’ascolto reciproco. Sembra che ognuno voglia riempire spazi e tempi con iniziative, con attività pur significative, che abbia risposte e soluzioni per tutto, senza lasciarsi toccare dal silenzio che interroga. È significativo quanto dice Papa Francesco a proposito dell’ascolto: “Solo facendo attenzione a chi ascoltiamo, a cosa ascoltiamo, a come ascoltiamo, possiamo crescere nell’arte di comunicare, il cui centro non è una teoria o una tecnica, ma la capacità del cuore che rende possibile la prossimità”.

 

                Infine, come docente universitario, posso dire che la relazione Vocazione – Missione oggi non è riferibile solo al mondo “ecclesiale” ma ad ognuno di noi: il Signore affida a ciascuno una missione nel mondo in virtù del battesimo ricevuto. Si tratta quindi di un binomio che coinvolge tutti nella Chiesa e che prevede un percorso da intraprendere insieme, laici, sacerdoti e religiosi.

                Un cammino non indefinito, non casuale, non interminabile, ma che stabilisce tappe e scadenze e che richiede decisioni da prendere. Per percorrere l’itinerario bisogna che ognuno sia consapevole che è un inviato e che sappia andare in virtù dell’invito. Ogni battezzato infatti ha ricevuto la chiamata ad andare, per annunciare una Parola acquisita che, in virtù della propria vocazione, ciascuno può testimoniare ed annunciare.

                Ecco alcuni aspetti colti del cammino sinodale in atto. Essi possono narrare già in poche battute che l’esperienza condivisa della sinodalità apre orizzonti vasti da esplorare. L’acquisizione di uno stile sinodale che non si esaurisce con le date indicate, anche se importanti, rappresenta infatti una svolta significativa che non si esaurisce nel tempo.

                Il camminare insieme prevede l’apertura del cuore all’azione dello Spirito di Dio che guida e sorprende sempre coloro che ha chiamato per vivere il Vangelo. La consapevolezza che questo è un tempo di avvio, fa ben sperare che soprattutto dalla base, dai movimenti, dalle associazioni e da tutti gli uomini e le donne di buona volontà possa esserci un fermento che porta buoni frutti.

Marco Valeri (*)              Agenzia SIR        7 maggio 2022

(*) Università degli Studi Niccolò Cusano

www.agensir.it/chiesa/2022/05/07/il-vescovo-la-consacrata-il-docente-universitario-tre-voci-per-unesperienza-condivisa-della-sinodalita

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TESTIMONI

Adriana Zarri, il paradosso evangelico dei «poveri beati»

                «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli» è una delle più note affermazioni evangeliche di Gesù. Una sentenza paradossale, diventata proverbiale e utilizzata per condannare la ricchezza e l’opulenza, ma anche per esaltare la povertà. A leggerla bene si tratta di una contraddizione quasi insanabile, che Adriana Zarri, eremita laica, teologa acuta e controcorrente, ha indagato con la profondità che l’ha sempre contraddistinta e che lettrici e lettori del manifesto conoscono bene, dal momento che Adriana ha collaborato con il nostro giornale per trent’anni (fino alla morte, nel novembre 2010), scrivendo di Chiesa, di teologia, di politica e società, con libertà e spirito critico.

                «Non riesco bene a comprendere se tanti miei fratelli nella fede amino la povertà o la detestino» visto che contemporaneamente «predicano la povertà e l’affrancamento dalla povertà», scriveva Adriana Zarri in un volume ormai introvabile stampato per la prima volta da Gribaudi nel 1975 – che peraltro non ebbe il successo che avrebbe meritato – e che ora meritoriamente l’editore Lindau ripubblica (È più facile che un cammello…, postfazione di Antonietta Potente, pp. 458). Si tratta di una sorta di «midrash moderno» di testi biblici ed evangelici – l’immagine è di Mariangela Maraviglia, autrice di una bella, e per ora unica, biografia di Adriana Zarri (Semplicemente una che vive. Vita e opere di Adriana Zarri, il Mulino, 2020), liberamente scelti, ricreati narrativamente e sui quali si sviluppa una riflessione spirituale sapienziale sulla povertà, originale nei contenuti e nel genere letterario, che spazia dalla teologia alla mistica, dalla lirica alla prosa narrativa.

                «Possiamo dire “beati i poveri” se poi ci impegniamo ad arricchirli?», si chiede Zarri. Allora forse, prosegue, «il nostro amore per i poveri è solo sdegno per l’oppressione, fa corpo con l’ansia rivoluzionaria che spera in un mondo nuovo in cui la povertà venga abolita e siamo tutti eguali nella ricchezza […]. Il nostro, insomma, è un amore sociologico, e quella che auspichiamo è soltanto giustizia”. Se è così, allora diventa necessario distinguere povertà e giustizia e analizzarle nella loro diversità e reciprocità. Ed è l’operazione che Adriana Zarri affronta nella sua complessità, proponendo domande più che fornendo risposte, articolando un discorso teologico, ma di quella teologia – la teologia amata e praticata da Adriana – che non dispensa certezze ma mette in crisi, apre scenari, indica piste, perché ciascuno costruisca i propri percorsi di liberazione. Camminando sempre sul filo dei paradossi, che sono stati la cifra della vita e del messaggio di Gesù. «La tua è una pace difficile, la pace di uno che dichiara: sono venuto a portare la guerra», scrive. «Certo sarebbe stato più “pacifico” lasciare i mercanti ai loro traffici, prestare ossequio ai sacerdoti, ai farisei, ai dottori della legge, agli scribi della burocrazia clericale che era la curia del suo tempo. Ma non sarebbe stata la tua pace», che invece è «una pace combattuta che nasce da un ordine esigente», un ordine rivoluzionario che è l’opposto dell’«ordine del mondo».

                In un percorso inarrestabile, «da veri rivoluzionari – scrive Zarri – che non si contentano di un ordine un po’ meno ingiusto ma sempre ingiusto, ma che restano in opposizione a questo mondo finché non confluisca nel tuo regno…». Povertà allora, scrive nella postfazione la teologa Antonietta Potente, è «nostalgia dell’origine, che è nostalgia di pace e bellezza».

Luca Kocci          “il manifesto”    7 maggio 2022

https://ilmanifesto.it/adriana-zarri-il-paradosso-evangelico-dei-poveri-beati

 

Germano Pattaro, la vita per lʼunità delle Chiese

                Don Germano Pattaro nasce a Venezia il 3 giugno 1925: prete il 25 marzo 1950. Nel ’53 è assistente diocesano della “Fuci”, docente di Teologia ecumenica, e per molti anni anche di religione al liceo Foscarini, formando generazioni di giovani veneziani. Dal 1954 anima gruppi di spiritualità familiare elaborando una teologia rinnovata del matrimonio alla luce di Vangelo e Concilio. Nel 1962 inizia un suo vero e proprio impegno ecumenico. Decisivo l’incontro con Maria Vingiani, fondatrice del Sae (Segretariato attività ecumeniche), poi da Venezia trasferito a Roma con la protezione di Loris Capovilla, segretario di papa Giovanni e grande animatore del dialogo ecumenico. Negli anni ’70 questo impegno divenne dominante. Insegna anche allo Studio teologico dei Cappuccini alla Giudecca, a Venezia, e nell’abbazia di Santa Giustina a Padova. Una vita spesa tutta per gli altri. È morto a Venezia il 27 settembre 1986 dopo una lunga sofferenza senza lamentarsi, disponibile per tutti coloro che lo incontravano. Restano le memorie di tanti che lo hanno amato, e i suoi scritti. Qui mi permetto di ricordare i suoi interventi sulla rivista «Matrimonio» e fondamentale il suo “Corso di teologia dell’ecumenismo” edito dalla Queriniana di Brescia nel 1983.

                           L’ho conosciuto di persona il 6 agosto del 1978, «l’anno dei 3 Papi»: Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. Ero alla Settimana di formazione ecumenica del Sae, e in mattinata arriva improvvisa la notizia della morte di Paolo VI. A tavola con accanto a me c’è lui, e ovviamente per il Conclave a me viene in mente il nome di Luciani, incontrato a lungo e con affetto negli anni successivi al 1965. È il suo patriarca a Venezia, ma lui mi dice che non sarebbe felicissimo e con il sorriso sulle labbra, mi racconta che in certi momenti aveva avuto difficoltà nel comprendere il patriarca che voleva assistere agli esami, e talora chiedeva dove l’alunno avesse letto certe affermazioni, e alla risposta che indicava le lezioni di don Germano stesso commentava così: «Allora va bene, ma a me pare un’eresia!». Il mio ricordo personale: il cardinale Pellegrino quel 23 agosto, vigilia del primo Conclave, mi aveva detto: «Se non eleggiamo un italiano, Papa sarà Wojtyla». Fu eletto “l’italiano”.

                Con Pattaro non mi ero più sentito. Lo pensavo un po’ deluso, ma a sorpresa nei primi di settembre mi chiama al telefono per dirmi che l’indomani sarebbe venuto a Roma e quanto al motivo del viaggio inatteso mi racconta che il Papa gli aveva telefonato con la proposta di trasferirsi in Vaticano come suo “consigliere ecumenico”. Causa della proposta: il 5 settembre tra le braccia di Luciani, nel corso di una udienza al Patriarcato di Mosca era spirato il metropolita Nikodim, e quella sua morte in un atto di fede estrema, con il nome di Gesù sulle labbra era stata così sorprendente che il Papa aveva sentito il bisogno di approfondire i temi della conoscenza e del futuro dell’ecumenismo nella sua nuova veste di Vescovo di Roma: di qui l’esigenza di avere un consigliere ecumenico sperimentato. Cominciarono così i preparativi del trasferimento a Roma, poi le cose cambiarono. Arrivò il secondo Conclave, don Germano restò a Venezia e continuò il suo ministero di prete vicino alla gente, agli studenti, ai giovani e ai poveri, e quello di docente e teologo ecumenico che si sentiva obbligato a coltivare i semi gettati dal Concilio nel “campo” della sua Chiesa: fedele e libero insieme, rispettoso e capace di approfondire anche i temi più scottanti di teologia e pastorale. Esemplari i suoi scritti teologici oltre che sull’ecumenismo anche sulla teologia del matrimonio cristiano. Alcune delle cose più belle e più profonde sul rapporto tra il Sacramento del Matrimonio e la vita cristiana dei battezzati le ha scritte lui nei suoi libri. Vero “Confratello d’Italia”, amatissimo e ricordato fino ad oggi da tanti credenti e non credenti, cattolici e no. Ha continuato il suo “servizio” a tutti: luce intellettuale, passione per vivere il Vangelo nelle diverse condizioni di vita cristiana, equilibrio tra salvaguardia del passato da “conservare” ed esigenza di rinnovamento liberante. Un dono e un esempio per tutti.

                Gianni Gennari                “Avvenire”                                        7 maggio 2022

www.avvenire.it/rubriche/pagine/don-germanopattaro-la-vitaper-l-unita-delle-chiese

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WELFARE

La denatalità in Italia: ombre certe e luci possibili

                In che modo il nostro Paese sta affrontando, finora senza esiti positivi, l’emergenza denatalità? In questo articolo, che si aggiunge a quelli già pubblicati su Francia e Germania, facciamo il punto sulle misure adottate negli ultimi anni e analizziamo le novità del Family Act, approvato ad inizio aprile, a cui però bisognerà affiancare interventi di più ampio respiro.

                Sono anni che la natalità italiana è molto bassa, tra le più basse d’Europa. La pandemia ha ulteriormente peggiorato la situazione. Ma ora, forse, qualcosa potrebbe muoversi nella direzione opposta.

                “Il Family Act è solo l’inizio”, sostiene Linda Laura Sabbadini, statistica e direttrice centrale dell’Istat, tra le maggiori esperte di statistiche per gli studi di genere. Il cosiddetto Family Act è la legge delega recante “Deleghe al governo per il sostegno e la valorizzazione della famiglia” che è stata approvata in via definitiva dal Senato ad inizio aprile. Nel giorno del voto al Senato, la Ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia Elena Bonetti ha parlato di “una giornata storica per il Paese di oggi e per il Paese di domani”, ma ha anche ammesso che non si tratta di “un provvedimento risolutivo”. “Da qui cominciamo un percorso che ci deve portare a costruire un sistema strutturale, equilibrato che non costituisca solo un sostegno al reddito”, ha dichiarato.

                Dall’approvazione della legge, il Governo ha due anni di tempo per approvare tutti i decreti attuativi necessari. Il frangente, quindi, è potenzialmente decisivo. “Ci troviamo in un momento unico del nostro Paese rispetto alle risorse disponibili e alle scelte da fare”, ha scritto il demografo Alessandro Rosina su Neodemos. Ma come ci siamo arrivati?

                Politiche deboli e frammentate. In Italia, l’intervento pubblico a sostegno delle famiglie è sempre stato discontinuo e frammentato e il nostro Paese si è a lungo distinto da molti altri Stati europei per una particolare debolezza in questo ambito.

                Per quanto riguarda i trasferimenti monetari, per esempio, fino alle riforme più recenti, la principale misura è stata uno schema di intervento selettivo, in relazione al reddito e categoriale, solo per i lavoratori dipendenti o para-subordinati. Solo tra 2015 e 2017 (lo spiegavamo www.secondowelfare.it/primo-welfare/famiglia/natalita-e-welfare-cosa-cambia) è stato introdotto in via sperimentale il cosiddetto “Bonus bebè”. La misura, confermata e ampliata nel 2020, prevedeva un contributo di 80 euro mensili per i primi tre anni di vita del bambino, aumentati a 160 euro in presenza di Isee non superiore ai 25.000 euro ed è stata la prima prestazione universalistica introdotta nel nostro paese in questo campo. Per i congedi, invece, quello di paternità è stato introdotto solo nel 2012: due giorni obbligatori più uno facoltativo al 100% della retribuzione, poi portati a sette e quindi a dieci, lo scorso anno. Il lavoro agile, infine, che potrebbe contribuire a una migliore conciliazione, è entrato nel nostro ordinamento solo nel 2017. Senza contare lo storico ritardo italiano nei servizi per l’infanzia, come gli asili nido.

                In sintesi, negli ultimi 15 anni, gli interventi sono cresciuti e si sono ampliati, ma sono rimasti ancora troppo sperimentali e quindi frammentati, incapaci di generare quella fiducia nell’aiuto da parte dello Stato che è una componente importante nella scelta di fare figli, come abbiamo visto raccontando il caso francese. E, infatti, come abbiamo spiegato nel primo articolo dei nostri approfondimenti sul tema, la denatalità è un problema che interessa l’Italia da anni. Il tasso di fecondità (cioè il numero medio di figli per donna) nel 2020 era pari a 1,24, il terzo più basso d’Europa e nel 2021 il calo dei nati è stato tra i più ampi mai registrati.

                Un ritardo storico e strutturale. “Per quanto riguarda la natalità, l’Italia deve affrontare sfide di portata certamente più ampia rispetto ad altri Paesi UE con politiche più generose e consolidate”, spiega Ilaria Madama, docente di Scienze Politiche all’Università degli studi di Milano. In tal senso, a suo parere, “i fondi disponibili possono incidere positivamente in relazione alla generosità e all’inclusività delle misure: avere più risorse consente di mettete in campo politiche più efficaci. E, in questo ambito, l’Italia sconta un ritardo storico e strutturale”.

                Nell’ultimo decennio, la percentuale italiana di spesa in famiglie e minori rispetto al PIL si è attestata sempre attorno all’1%. “Un valore sensibilmente inferiore se confrontato con gli altri maggiori paesi dell’Unione europea. Il dato francese si attesta sul 2,3% del PIL nel 2019, quello tedesco (1,7%) invece è leggermente inferiore alla media UE di quell’anno (1,8%)”, spiega Openpolis. “Se osserviamo la spesa pro capite a parità di potere d’acquisto tra i diversi stati UE” continua Madamala distanza risulta ancora più evidente: in Germania, nel 2019, era 1.347 euro, in Francia 781 e in Italia 331 (dati Eurostat)”.

                “Non abbiamo mai avuto politiche sistematiche non tanto per la fecondità, quanto per mettere le coppie nelle condizioni di avere il numero di figli che desiderano, senza sovraccaricare le donne”, riprende Sabbadini. “In Francia e Germania – continua – questa attenzione c’è. Da noi ancora no”. Ed è proprio questa situazione che il Family Act vorrebbe contribuire a cambiare.

                Family Act: modernizzare e sistematizzare. “Il Family Act rappresenta un’innovazione positiva, che va nella direzione di modernizzare il welfare italiano, specie in materia di famiglia e conciliazione. Tuttavia, molto dipende da come le riforme verranno attuate. Il testo approvato entra molto nel dettaglio, mettendo dei paletti precisi, ma bisognerà vedere cosa succederà nei prossimi mesi”, commenta Madama.

                Il provvedimento, all’interno del quale rientra anche il cosiddetto Assegno unico universale cui dedicheremo il prossimo episodio di questa serie di articoli, è ampio, eterogeneo e prevede di:

¨       riformare i congedi parentali, con l’estensione a tutte le categorie professionali e congedi di paternità obbligatori e strutturali;

¨       introdurre incentivi al lavoro femminile, dalle detrazioni per i servizi di cura alla promozione del lavoro flessibile;

¨       rafforzare delle politiche di sostegno alle famiglie per le spese educative e scolastiche, e per le attività sportive e culturali;

¨       assicurare il protagonismo dei giovani under 35, promuovendo la loro autonomia finanziaria con un sostegno per le spese universitarie e per l’affitto della prima casa.

                “Questo provvedimento è un ottimo passo in avanti di sistematizzazione perché armonizza tutte le misure per la famiglia in una visione unitaria. Non è però una svolta, perché per invertire il calo demografico serve un’azione sistematica anche su altri fronti”, sostiene Sabbadini.

                PNRR e servizi. Uno dei fronti importanti è quello dei servizi. “Ci servono servizi educativi per l’infanzia e servizi di assistenza che mettano al centro la persona: siamo in ritardo rispetto al resto d’Europa perché siamo partiti tardi”, aggiunge Sabbadini. “Il Family Act in questa prospettiva” riprende Madama va letto insieme al PNRR, il Piano nazionale di ripresa e resilienza sostenuto dai fondi UE, perché quest’ultimo destina fondi all’ampliamento dei servizi”.

                Il PNRR prevede interventi e riforme sia per gli anziani che per i minori. Il piano, per esempio, stanzia 4,6 miliardi per aumentare l’offerta di servizi educativi nella fascia 0-6 anni, “al fine di accrescere la disponibilità di posti, facilitare le famiglie e quindi il lavoro femminile, incrementare il tasso di natalità”. È prevista una riforma del sistema di interventi per gli anziani non autosufficienti, cui è destinato un altro mezzo miliardo.

                Certo, anche in questo caso, molto dipende da come verranno disegnati gli interventi. Per l’apertura di nuovi asili nido, i Comuni del Sud, che in teoria dovrebbero beneficiare maggiormente di questi fondi, hanno fatto molta fatica a partecipare ai bandi, al punto che ne sono stati indetti di nuovi. Non solo. Dal momento che il PNRR finanzia investimenti, sarà fondamentale capire poi quanta spesa corrente, ogni anno, verrà destinata al funzionamento di questi servizi. Gli asili nido vanno costruiti, ma poi vanno aperti, resi economicamente accessibili e qualitativamente validi.

                “La carenza di servizi ricade sulle spalle delle donne che, nel nostro Paese, hanno un carico di lavoro familiare più alto di quello di altri Paesi simili al nostro. Serve un grande salto su questa questione”, commenta ancora Sabbadini, aprendo un altro fronte, quello della parità di genere. L’Italia è quattordicesima nell’indice creato dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere ed è penultima in UE per tasso di occupazione femminile, con un divario tra occupati uomini e occupate donne che è il doppio della media continentale. Come ha mostrato il caso della Germania, anche questo aspetto è fondamentale per contrastare la denatalità.

                Un’inversione di tendenza. Tracciato questo quadro di ombre certe e luci possibili, la domanda quindi ritorna: siamo all’inizio di un potenziale cambiamento? O, usando nuovamente le parole del demografo Rosina, “dopo la depressione provocata dall’emergenza sanitaria, avremo in Italia un rimbalzo verso l’alto che poi andrà progressivamente a spegnersi o potrebbe avviarsi un processo di solida inversione di tendenza?”.

                La risposta alla prima domanda è: .      Quella alla seconda è: dipende.

                Dipende da molti elementi, tre innanzitutto:

  1. da quanto saranno ambiziosi i decreti attuativi del Family Act;
  2.  da come verranno investiti i fondi del PNRR per i servizi;
  3. da quanto verrà aumentata la spesa pubblica per famiglie e minori.

                L’obiettivo è andare sempre più verso un sistema di welfare capace di rispondere ai bisogni dei cittadini e quindi di migliorare i tassi di natalità. Secondo un recente studio sui tassi di natalità di ventidue Paesi ad alto reddito, i cali più consistenti sono avvenuti in Italia, Ungheria, Spagna e Portogallo, mentre in nazioni che tradizionalmente possono vantare sistemi di welfare più avanzati la diminuzione delle nascite è stata molto più contenuta oppure non si è registrata affatto.

                “Questo ci fa anche capire quanto ormai fare figli sia una decisione ben ponderata: se non ci sono le condizioni in un determinato momento le coppie scelgono di aspettare una fase più favorevole”, ha spiegato a Il Bo Live [il magazine con cui l'università di Padova informa, dialoga, comunica, usando linguaggi diversi, nei tempi brevi delle breaking news] Letizia Mencarini, una delle autrici dello studio. Per la docente della Bocconi, si tratta di “un tema importante perché ci conferma come ci siano situazioni di difficoltà in cui il desiderio di avere dei bambini venga sacrificato di fronte alle paure e alla mancanza di fiducia da parte dei giovani”.

                “In Italia negli ultimi tempi” conclude Mencarinisono state introdotte o implementate molte misure orientate a supportare chi sceglie di avere figli, come ad esempio l’assegno unico o i congedi per i padri, ma bisognerà vedere se queste iniziative sono sufficienti a spezzare queste incertezze e paure rispetto al futuro”

Paolo Riva                          6 maggio 2022

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Contrastare la denatalità: come ha fatto la Germania

                A metà degli anni 2000 i tedeschi avevano dei tassi di fertilità bassissimi, ma sono riusciti a farli risalire fino a tornare in linea con la media europea. In che modo ci sono riusciti? Facendo tornare le donne nel mercato del lavoro il prima possibile e incentivando la conciliazione vita-lavoro.

                C’è un Paese in UE in cui la denatalità è stata un problema per molto tempo, anche più che in Italia, ma che dopo una serie di importanti riforme è riuscito a far risalire i tassi di fertilità sopra la media europea. Stiamo parlando della Germania: secondo l’OCSE, se nel 2006 una donna tedesca aveva in media 1,33 figli, nel 2016 questo numero è salito fino a 1,59. Gli ultimi dati disponibili riguardano il 2019, in cui si attesta un tasso di fertilità pari a 1,54, in leggera diminuzione ma comunque in linea con la media europea.

                Dopo aver spiegato perché fare pochi figli sia un problema per il welfare di uno Stato e di come, in un Continente sempre più vecchio, la Francia sia riuscita a mantenere tassi di fertilità superiori alla media europea grazie a oculate scelte politiche, in questo articolo vi raccontiamo, appunto, il caso della Germania.

                La domanda che ci poniamo è: perché la natalità tedesca ha avuto una crescita così consistente (salvo il leggero calo dell’ultimo periodo), mentre quella italiana no? La risposta è complessa ma, come ci hanno spiegato diversi esperti che abbiamo interpellato, è certo che l’investimento fatto dalla Germania negli ultimi 20 anni sulle politiche per la famiglia ha contribuito a rendere le famiglie tedesche più propense ad avere figli.

                Il cambio di paradigma. Dalla prima metà degli anni 2000, in Germania si è assistito all’implementazione di una serie di riforme parte di un processo più ampio che Martin Seeleib-Kaiser, professore di politiche pubbliche comparate all’Università di Tubinga, ha definito “la duplice trasformazione dello Stato sociale tedesco” (Bleses e Seeleib-Kaiser 2004). “Si tratta di un processo che ha previsto, da un lato, il restringimento e la privatizzazione delle politiche pensionistiche, dall’altro l’espansione delle politiche per la famiglia a partire dalla fine degli anni ‘80” spiega il docente.

                Secondo Michaela Kreyenfeld, professoressa di sociologia alla Hertie School di Berlino, in sostanza le riforme della prima metà del 2000 hanno accelerato un processo che “era già sul tavolo da tempo”. L’investimento sulle politiche per la famiglia era già cominciato, ma negli anni 2000 le riforme dei governi Schroeder e Merkel hanno dato una spinta in avanti al processo, in particolare tra il 2005 e il 2009, quando al Ministero della famiglia c’era Ursula Von der Leyen. “È stata lei ad avere il potere politico e il carisma per portare le riforme in Parlamento” continua Kreyenfeld, che spiega come l’attuale Presidente della Commissione Europea avesse usato proprio l’argomento dei bassissimi tassi di natalità per convincere il governo a implementare le misure.

                Queste politiche hanno costituito un vero e proprio cambio di paradigma nel modo di pensare la  famiglia. “Si è passati dal modello male breadwinner (in cui l’uomo è l’unica fonte di reddito e la donna si occupa della cura dei figli e della gestione della casa) all’adult worker model” racconta la professoressa Sigrid Leitner, sociologa e docente di politiche sociali all’Università delle scienze applicate di Colonia. L’adult worker model è stato ampiamente promosso non solo dalla Germania, ma anche dall’Unione Europea, e sostiene che ogni persona in grado di lavorare dovrebbe farlo, a prescindere dalle responsabilità di cura che potrebbe avere. Secondo Leitner, c’è però stato anche un altro cambio di paradigma che riguarda la genitorialità: “Non è più solo la madre a prendersi cura della famiglia, anche i padri sono sempre più ingaggiati nell’impegno”.

                Ma a quali innovazioni hanno portato queste riforme e quali sono attualmente i benefici di cui godono le famiglie tedesche? Scopriamolo analizzando i principali strumenti utilizzati da queste politiche: il sistema di congedi, i servizi di cura per l’infanzia e i trasferimenti monetari legati alla presenza dei figli.

                I congedi: uno strumento sempre più paritario. Oltre a un congedo di maternità obbligatorio (Mutterschutz) di 14 settimane con una compensazione pari alla media del salario degli ultimi 3 mesi, nel 2007 in Germania viene introdotto l’Elterngeld, cioè un congedo parentale di 12 mesi retribuito al 67% del reddito fruibile da entrambi i genitori fino al 100% per le famiglie meno abbienti, con una premialità che lo porta a 14 mesi se l’altro genitore (solitamente il padre) ne prende almeno una parte.

                Originariamente il sistema di congedi prevedeva che la madre potesse astenersi dal lavoro fino al terzo anno di età dei figli, con una compensazione monetaria a somma fissa solo fino ai 2 anni soggetta a prova dei mezzi: un congedo lungo e scarsamente compensato, che rendeva più vantaggiosa la sua fruizione completa ritirandosi dal mercato del lavoro.

                L’Elterngeld ha rivoluzionato questo sistema, perché mirava a sostenere l’occupazione delle donne attraverso una redistribuzione più equa delle responsabilità familiari. “L’idea di far rientrare le madri nel mercato del lavoro il prima possibile ha avuto grande risalto mediatico e politico” spiega Kreyenfeld.

                I servizi per la prima infanzia: un diritto per i bambini. Per molti anni, già prima della riunificazione tedesca avvenuta nel 1990, la domanda di servizi di cura per l’infanzia accessibili è andata crescendo in Germania. La richiesta era particolarmente forte nella parte occidentale del Paese, più ricca di quella orientale, ma con meno servizi di questo tipo. Così, nel 2004 fu lanciato un piano straordinario quinquennale per potenziare i servizi di cura finanziato da 4 miliardi, poi aumentati a 5,4 miliardi tra il 2007 e il 2014. Inizialmente c’era stata una certa resistenza a spendere i fondi del Governo federale da parte di alcuni Länder, gli Stati federati in cui è divisa la Germania, ma nel 2013 una legge ha introdotto il diritto legale per i bambini di avere accesso ai servizi a partire dal primo anno di età, fatto che ha costretto i Länder a garantire un numero adeguato di asili nido. “Attualmente sono gli Stati federati e le municipalità ad essere responsabili per la fornitura dei servizi, la loro qualità e i prezzi. Volendo, possono anche fornire ulteriori servizi e infrastrutture oltre a quelli previsti dalla legge” racconta Birgit Pfau-Effinger, professoressa di Sociologia del cambiamento culturale e istituzionale dell’Università di Amburgo.

                Il risultato è stato un aumento del ricorso ai servizi di cura da parte delle famiglie: nel 2019 (il dato è di prima della pandemia, che ha inevitabilmente portato a un ridimensionamento dei servizi in tutta Europa) il 31,3% dei bambini sotto i 3 anni ha usufruito di almeno un’ora di servizi pubblici per l’infanzia, contro il 26,3% italiano. La Germania è quindi molto vicina a raggiungere “l’obiettivo di Barcellona” del 2002 fissato dal Consiglio europeo, cioè di arrivare ad avere un terzo di bambini sotto i 3 anni che frequentano l’asilo, ma è ancora sotto la media europea (pari al 35,3%) e lontana da Paesi come la Danimarca in cui quasi due bambini su tre sotto i 3 anni vanno all’asilo.

                I trasferimenti legati alla presenza dei figli. Il Kindergeld, cioè l’assegno universalistico legato alla presenza dei figli per tutte le famiglie, a prescindere dal reddito, era stato già introdotto dagli anni ‘50, ma è aumentato nel corso del tempo. Dal 1° gennaio 2021, è pari a 219 euro al mese per il primo e secondo figlio, 225 euro per il terzo e 250 euro per ogni ulteriore figlio. È anche presente un assegno supplementare per i figli a carico (Kinderzuschlag) per i genitori il cui reddito mensile non è sufficiente a coprire interamente il fabbisogno della famiglia; l’importo massimo è di 185 euro mensili per figlio. Le famiglie che lo ricevono sono inoltre esonerate dal pagamento delle spese per asili e servizi di cura.

                C’è poi il Bildungspakete, un “pacchetto” di erogazioni che consentono ai figli di famiglie che ricevono il Kinderzuschlag di partecipare a diverse attività sociali e culturali come gite, attività musicali e sport. In più, esistono delle detrazioni fiscali legate a specifiche spese per i figli fino a 14 anni nei nuclei in cui entrambi i genitori lavorano, fino ai due terzi dei costi sostenuti.

                La solidità economica come base sicura. Le politiche per la famiglia tedesche, insomma, promuovono un modello di conciliazione tra vita lavorativa e responsabilità familiari che coinvolge in maniera paritaria entrambi i genitori. Questo è l’esito di un processo durato anni, frutto di quel cambio di paradigma che, secondo alcuni autori (Erler 2011; Pfau-Effinger 2012; Jensen et al. 2017), ha costituito per la Germania una “svolta nordica”, in quanto si sarebbe preso a modello il sistema scandinavo di politiche di welfare. “Il modello nordico prevede un forte intervento dello Stato, sia nelle politiche che nella spesa pubblica” spiega Pfau-Effinger.

                La scelta dello Stato tedesco di investire in maniera sistemica sulle famiglie per risolvere il problema della natalità ha seguito una logica ben precisa: aumentare l’occupazione femminile agevolando il ritorno delle madri nel mondo del lavoro il prima possibile. Ciò è stato fatto, da una parte, tramite la condivisione delle responsabilità di cura con i padri, dall’altra sostenendo le famiglie con sussidi e servizi accessibili a tutti.

                L’efficacia della soluzione sembra essere confermata anche dagli studi dell’OCSE (D’Addio & D’Ercole, 2005), che mostrano come nei Paesi più sviluppati vi sia una correlazione positiva tra occupazione femminile e tassi di fertilità. Anche se tracciare una causalità diretta tra queste due dimensioni non è possibile, è indubbio che in Germania i risultati ottenuti portano a pensare che esista un nesso tra l’implementazione delle misure di conciliazione e l’aumento consistente dell’occupazione femminile, soprattutto tra le madri con i figli da uno a tre anni (Leitner 2020).

                Ma come possiamo spiegare questo fenomeno? Secondo Kreyenfeld, tutto ruota attorno al fatto che non sia più possibile che sia solo un membro della famiglia a lavorare, perché non garantisce abbastanza sicurezza economica: “La base delle famiglie sta cambiando: la stabilità economica è il fattore preferenziale per avere figli”. Ma questa stabilità non è possibile senza il lavoro femminile. “Abbiamo bisogno della forza lavoro femminile per il futuro” sostiene Leitner in questo senso.

                Investire per aumentare l’occupazione delle donne diventa, insomma, una questione prioritaria. Ma l’Italia, a cui dedicheremo un approfondimento nelle prossime settimane, è pronta per farlo? “Sostenere queste politiche è molto costoso. In Germania c’è stato un forte dibattito riguardo la spesa pubblica per le riforme, soprattutto per quella sui congedi. Nemmeno in Francia c’è un congedo parentale così lungo e ben retribuito per entrambi i genitori” riflette Kreyenfeld. “L’Italia è stata molto più colpita della Germania sia dalla crisi economica del 2008 che dalla pandemia. Bisogna quindi capire se sia in grado di sostenere delle riforme così ingenti dal punto di vista economico”.

Ester Bonomi                                    8 aprile 2022

www.secondowelfare.it/primo-welfare/contrastare-la-denatalita-come-ha-fatto-la-germania

 

Perché la Francia è il Paese europeo che fa più figli

                In Francia si fanno più figli. Più della media europea. Molti di più di quella italiana. Secondo gli ultimi dati messi a disposizione da Eurostat, il tasso di fertilità totale francese è il più alto di tutta l’UE. E non si tratta di un’eccezione, ma di una costante, che si ripete ininterrottamente dal 2012. Con 1,86 figli per donna, la Francia nel 2019 ha superato nettamente la media UE di 1,53 e ancora di più quella italiana, ferma a 1,27. È una questione di scelte politiche, ma anche di storia, di cultura e, soprattutto, di fiducia. Ed è un caso significativo che, alla luce delle nostre riflessioni sui temi della denatalità, merita di essere approfondito e analizzato.

                Politiche per la natalità e per la genitorialità. “La Francia è stata tra i paesi OCSE ed europei con i più alti tassi di fertilità dall’inizio degli anni 2000”. A dirlo è Olivier Thévenon, del Centro per il benessere, l’inclusione, la sostenibilità e le pari opportunità dell’OCSE. “Se si guarda alle tendenze della fertilità dopo la grande recessione (2007-2013), un fatto abbastanza sorprendente è che i tassi di fertilità sono rimasti tutto sommato stabili ad alto livello in Francia dopo il 2010, mentre hanno iniziato a diminuire seriamente in molti Paesi, compresi gli Stati Uniti e molti Stati europei. È stato abbastanza sorprendente perché i tassi di disoccupazione giovanile sono aumentati drammaticamente, ma c’è voluto del tempo prima che la crescente incertezza nel mercato del lavoro si traducesse in un calo dei tassi di fertilità”, aggiunge Thévenon.

                Dal 2014, anche in Francia, il numero delle nascite è andato calando, come mostra la serie storica dei dati OCSE qui sopra. Il Paese, quindi, non è immune dalla questione demografica che riguarda l’intera Europa, ma mantiene un tasso di fertilità totale elevato e molto significativo nel contesto continentale. Questo risultato, secondo la sociologa della famiglia Carla Facchini, è legato ad un “aspetto culturale, che influenza le politiche francesi”. “La Francia” spiega la docente dell’Università degli studi di Milano-Bicocca “ha politiche a sostegno della genitorialità e non solo della natalità. Non agevolano solo le nascite, ma sostengono la scelta di fare dei figli nel lungo periodo”.

                A dirlo non sono solo esperti e studiosi ma anche i beneficiari di queste politiche. Irene Pivirotto è madre di tre figli, due dei quali sono nati quando viveva col marito a Lille, nel Nord della Francia. “Fin dalla nascita del primogenito, abbiamo avuto un sostegno consistente, che è andato aumentando con il numero dei bambini”, dice. Secondo la sua esperienza, che a Lille è durata otto anni, “ in Francia le famiglie con figli sono aiutate”. Ma come, esattamente?

                Servizi: un sistema completo e integrato per l’infanzia. “La politica familiare francese si concentra molto sulla conciliazione, sulla fertilità e sulla lotta alla povertà familiare, con un sostegno globale in denaro e con servizi di educazione e cura per le famiglie con bambini piccoli”, riassume Thévenon. “Negli anni Ottanta e Novanta, la Francia è stata molto attiva nello sviluppo di un sistema completo di servizi di assistenza all’infanzia. Nel 2019, circa il 60% dei bambini sotto i tre anni ha avuto accesso a un servizio di assistenza formale, mentre è il 36% in media in tutta l’OCSE e solo il 28% dei bambini in Italia”, aggiunge il funzionario OCSE.

                Dopo anni di queste politiche, asili nido e strutture simili sono ben viste dai genitori. “C’è l’idea che siano un bene per i bambini, al contrario di altri Paesi in cui si pensa che abbiano bisogno solo della madre”, ragiona Laurent Toulemon, ricercatore dell’INED, l’Istituto nazionale di studi demografici francese. Non si tratta solo dei primi anni di vita. Secondo Facchini della Bicocca, “il tempo pieno a scuola è una questione centrale” per la conciliazione e in Francia è molto diffuso, molto più che in Italia, per esempio.

                Gestione del tempo: un vero part time. Uno degli aspetti che più ho apprezzato del nostro periodo in Francia è stata la possibilità di avere un part time nei primi anni di vita dei figli, per poter avere del tempo da dedicare a loro”, ricorda Pivirotto, che in Francia ha lavorato in un’università. La legge francese prevede la possibilità per uno dei genitori di lavorare a tempo parziale nei primi anni di vita dei figli. La durata varia a seconda dei figli. Per il primo per esempio, dura un anno e può essere rinnovata al massimo fino al terzo compleanno del bambino. I datori di lavoro possono concordare l’orario, ma sono obbligati ad assecondare la richiesta e lo stato integra parzialmente la perdita di salario del lavoro.

                Nel Paese, il tasso dei dipendenti impiegati part time, secondo gli ultimi dati Eurostat, è poco sopra la media UE e poco sotto il dato italiano (tra 17 e 18% circa), ma la situazione cambia drasticamente quando si osservano le cifre relative al “part time involontario”. In Italia, il 66% dei dipendenti lavora a tempo ridotto senza volerlo, mentre in Francia la percentuale scende al 38%. “Del resto” riprende Pivirotto “ho visto molti colleghi e colleghe continuare il part time anche dopo il terzo compleanno dei figli. E in generale ho sempre percepito molta flessibilità sul lavoro per quel che riguarda gli impegni famigliari. Già prima della pandemia, per esempio, potevo lavorare da casa se un bambino era malato.

                Poi, ci sono anche fattori indiretti che contribuiscono agli alti tassi di fertilità francese. “Politiche sociali come la scuola gratuita o le soluzioni abitative favorevoli alle famiglie non sono direttamente rivolte alla fertilità, ma hanno un forte impatto perché rendono la conciliazione più facile”, riprende Toulemon. “Quando viene chiesto quali sono le motivazioni che li spingono a fare figli, queste politiche non vengono citate, ma i cittadini sanno che possono contarci”.

                Trasferimenti e agevolazioni: la generosità del quoziente familiare. Rispetto al sistema italiano di trasferimenti monetari, quello francese “è molto più generoso”. Lo hanno scritto i ricercatori Paolo Brunori, Maria Luisa Maitino, Letizia Ravagli e Nicola Sciclone, specificando le numerose misure” che lo compongono. Le principali sono:

¨       L’allocation familiale, erogato alle famiglie con almeno due figli dipendenti, il cui importo dipende dal reddito della famiglia e dal numero di figli.

¨       La prestation d´accueil du jeune enfant erogato alle famiglie con figli minori di 3 anni in base al reddito familiare, al numero di genitori che lavora e al numero di figli.

¨       Il prime à la naissance (ou à l’adoption), un trasferimento per le famiglie a cui è nato un bambino, concesso sulla base del reddito familiare.

¨       L’allocation de rentrée scolaire, un sussidio alle famiglie con figli che frequentano la scuola tra 6 e 18 anni, per accedere al quale è previsto un criterio di prova dei mezzi basato sul reddito familiare e sul numero di figli.

¨       L’allocation de soutien familial, supporto aggiuntivo per i figli con un solo genitore o che vivono con i nonni.

¨       Il complément familial, ulteriore sussidio alle famiglie con almeno 3 figli, il cui importo dipende dal reddito familiare.

                Non è però l’unico modo in cui lo stato francese sostiene le famiglie. Vi è anche una specifica politica fiscale, di lunga data, incentrata sul cosiddetto quotient familial (quoziente familiare). Le aliquote fiscali si applicano sul reddito complessivo della famiglia diviso per il quoziente familiare, che attribuisce un peso maggiore al crescere dei carichi familiari. In pratica, per quantificare l’imposta dovuta, il reddito della famiglia è diviso per il quotient familial, calcolato sommando i seguenti coefficienti:

  • 1 per ciascuno dei due coniugi o conviventi;
  • 1,5 se l’adulto è uno solo e ha figli a carico;
  • 0,5 per i primi due figli a carico;
  • 1 dal terzo figlio in poi.

                In concreto, come scrivono sempre Brunori, Maitino, Ravagli e Sciclone, “una famiglia composta da una coppia con un figlio avrà quoziente pari a 2,5. Una famiglia in cui sono presenti 3 figli a carico avrà quoziente pari a 4 se composta da una coppia, uguale a 3 se monogenitoriale”.

                Si tratta di una politica fiscale più volte invocata anche in Italia, come possibile rimedio alla natalità molto bassa del nostro Paese. Vi sono però alcune criticità. “Fino a poco tempo fa il sostegno finanziario alle famiglie era regressivo, nel senso che a causa della combinazione di tasse e benefici, il sistema francese forniva un profilo a forma di U di sostegno a seconda del reddito”, spiega Thévenon. In pratica, finivano per essere maggiormente sostenute, da un lato, le famiglie a basso reddito e, dall’altro, quelle più benestanti. Nel mezzo, i nuclei che si trovavano nella parte bassa della U, non appartenendo a nessuna delle due precedenti categorie, restavano penalizzati. Per questo, conclude Thévenon, “le riforme adottate nel 2015 hanno ridotto la quantità di riduzioni fiscali che le famiglie a reddito più alto possono ottenere”.

                Politiche stabili e generose: la fiducia che serve alle famiglie. “Dopo settant’anni di politiche familiari su base volontaristica, inclusive e composte da molte misure diverse, in Francia vi è un’idea molto forte: lo Stato aiuta le famiglie, tutte le famiglie”, riflette Toulemon di INED. Per Facchini “è una questione di sicurezza”. “Per i genitori” prosegue “è importante sapere che hanno un sostegno che permane nel tempo. Negli ultimi vent’anni la precarietà è tornata ad essere un aspetto rilevante per i giovani: lo Stato deve investire per attenuarla”. La Francia, infatti, è uno dei Paesi che spende di più per famiglia e infanzia in UE: nel 2018 era il 2,2 % del suo Pil, contro una media europea dell’1,7% e un dato italiano fermo all’1%.

                “In Francia la fertilità è stata la questione dominante che ha incorniciato la discussione sulle politiche familiari dopo la seconda guerra mondiale, ed è rimasta importante nel corso dei decenni”, sostiene Thévenon. Non solo. Anche a suo parere, il fatto che il sostegno alle famiglie sia “percepito come stabile e consensuale crea buone condizioni per ‘correre il rischio’ di diventare genitori”. Certo, bisogna volerlo. “In Italia, la responsabilità dei genitori verso i figli è maggiore rispetto a quella di molti altri Paesi. Il ruolo della famiglia è forte”, riprende la sociologa Facchini. “Il modello francese e nordico, invece, è un modello di rapporti più allentati. Questo, dal punto di vista economico e identitario, rende meno ‘pesante’ la scelta dei figli. E, nello stesso tempo, vi è un maggiore ruolo dello Stato nel sostenere le scelte genitoriali”.

                Pivirotto, che dalla scorsa estate è rientrata in Italia insieme alla famiglia, questi differenti approcci li ha vissuti e continua a viverli nella sua quotidianità. Che, con tre figli, è sempre intensa. Un momento per fermarsi a riflettere però lo trova. “Flessibilità lavorativa, aiuto finanziario, servizi alle famiglie. E, non da ultimo, uno sguardo benevolo verso i bambini”, elenca. “Per me, sono questi i punti di forza di una società che fa figli come quella francese”.

                 Paolo Riva         25 marzo 2022

www.secondowelfare.it/primo-welfare/famiglia/perche-la-francia-e-il-paese-europeo-che-fa-piu-figli

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