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news ucipem n. 912 – 29 MaGGI0 2022

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.

Link diretti e link per pdf -download a siti internet, per documentazione.

            I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

            Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.

            In ottemperanza alla direttiva europea sulle comunicazioni on-line (direttiva 2000/31/CE), se non desiderate ricevere ulteriori news e/o se questo messaggio vi ha disturbato, inviate una e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con richiesta di disconnessione.

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Carta dell’U.C.I.P.E.M.

Approvata dall’Assemblea dei Soci il 20 ottobre 1979. Promulgata dal Consiglio direttivo il 14 dicembre 1979.

1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

 

02 ABUSI                                              Chiediamo verità, giustizia e prevenzione. Lettera del Coordinamento ItalyChurchToo

03                                                           Una commissione d’inchiesta su pedofilia nella Chiesa e apertura degli archivi segreti

04                                                          Abusi nella Chiesa italiana: le vittime sperano che con Zuppi arrivi la svolta                   

06                                                          I crimini precedenti al 2000 sono prescritti, i vescovi devono aprire gli archivi

06                                                          Gli orchi della Chiesa. I casi degli ultimi anni in Italia

07 ADOZIONE INTERNAZIONALE    I tre punti di Rosa Rosnati, per rendere le adozioni più sostenibili

09 AFFIDO                                            Affido condiviso anche le se case di mamma e papà sono lontane

09                                                          No della Cassazione alla PAS: per una giustizia ‘a fianco’ dei minori

12 AGGIORNAMENTI SOCIALI         5 quesiti sulla giustizia

12 ANTROPOCENE                              Che cosa chiede Dio all'uomo?

14                                                          Esiste nel mondo un’anima nonviolenta

20 A. I. C. C. e F.                                  Consulenza familiare a distanza

20                                                          Giornata nazionale della consulenza familiare

21                                                          “Il consulente familiare” n. 2\2022

21                                                          Raccolta degli atti sociali

21 CENTRO INT. STUDI FAMIGLIA Newsletter CISF -n. 20, 25 maggio 2022

23 CHIESA IN ITALIA                          Tutela minori. “Con i Centri d’ascolto è nata una locanda dove curare le persone ferite”

25                                                          Una credibilità da riconquistare

26 CHIESA NEL MONDO                    Sturm und drang: quando a lasciare la Chiesa è un vicario generale

28 CITTÀ DEL VATICANO                  Luigi Accattoli e la sfida sui presunti enigmi del Vaticano sull’Ucraina

29 COMUNI AMICI FAMIGLIA          Quinta Convention Nazionale

30 CONF. EPISCOPALE ITALIANA    Assemblea Cei. Zuppi è il nuovo presidente dei vescovi. «La Chiesa parla a tutti»

31                                                          Perché Matteo Maria Zuppi è diventato il capo dei vescovi italiani

33                                                          Da S. Egidio all’Africa La vita per gli ultimi del prete in bicicletta

33                                                          «Porterà il suo stile nella Cei La Chiesa ha bisogno di unità»

34                                                          «Certificato antipedofilia»: la richiesta per il nuovo capo della Cei

35                                                          L'impegno contro gli abusi. «La giustizia, risposta alle vittime»

36                                                          Il Tweet

36                                                          card. Zuppi, “la Chiesa ha scelto la strada italiana per la lotta agli abusi”

37                                                           76ª Assemblea Generale: il Comunicato finale. 27 maggio 2022

37 DALLA NAVATA                             Ascensione del Signore – anno C

37                                                          Commento di Ermes Ronchi, OSM

38 DIRITTI                                             Diritti della personalità

41 FORUM ASSOCIAZ. FAMILIARI  Nuove tecnologie. “Con Spazio Famiglia un TripAdvisor per città family friendly”

42 MATRIMONIO                                Il matrimonio forzato integra una violenza di genere: sì alla protezione internazionale

45                                                          Matrimoni forzati e combinati: quando sposarsi non è una scelta

47 RIFLESSIONI                                   I vescovi italiani e la crisi della fede

47                                                          Dietrich Bonhoeffer: trovare Dio in ciò che conosciamo

49 SACRAMENTI                                  Matrimonio e penitenza: analogie sistematiche tra compito e dono

51                                                          Due riti del matrimonio, anzi tre: riforma tridentina e riforma del Vaticano II

53 SIN0DI                                             Il Sinodo non si fa via social

54                                                          Proposta del CIPAX alla rete sinodale

54 SINODI DIOCESANI                       Parma.  Gruppi Kat'oikon e Togu Nà           

 

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ABUSI

 "Chiediamo verità, giustizia e prevenzione". La lettera del Coordinamento ItalyChurchToo alla CEI

                "Chiediamo verità, giustizia e prevenzione, senza scorciatoie": ecco la lettera del Coordinamento ItalyChurchToo - del quale Adista fa parte - ai vescovi italiani riuniti in Assemblea generale dal 23 al 27 maggio per eleggere i nuovi vertici  - nella quale vengono avanzate alcune richieste precise, perché le vittime di abusi perpetrati dal clero e da religiosi abbiano ascolto, riconoscimento, giustizia e risarcimento, e perché siano messe in atto misure efficaci di contrasto agli abusi e non ci siano altre vittime, altri bambini e bambine, adulte e adulti, la cui vita venga devastata. Nessuna indagine interna, nessun accomodamento con lo Stato che diluisca il peso di una responsabilità finora mai ammessa.

                I vescovi, e per conoscenza alcuni cardinali di Curia e capi dicastero, hanno in mano la lettera del Coordinamento dal 16 maggio; da loro si attende una risposta entro il 27, data in cui ci sarà una conferenza stampa, a Roma.

https://retelabuso.org/wp-content/uploads/2022/05/lettera-Cei-embargoed.pdf

Ludovica Eugenio                             Adista 23 maggio 2022

www.adista.it/articolo/68101

 

Subito una commissione d’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa e apertura degli archivi segreti delle diocesi

                Nel giorno di apertura dell’assemblea generale della Cei, il Coordinamento ItalyChurchToo rende pubblica la lettera inviata il 16 maggio scorso al capo della Cei Bassetti e al segretario di Stato vaticano Parolin.       I componenti del Coordinamento, tra cui il nostro settimanale, chiedono un'indagine indipendente nazionale sul fenomeno criminale delle violenze pedofile nella Chiesa italiana

                «Chiediamo la piena collaborazione della Chiesa italiana a una indagine indipendente, condotta da professionisti credibili e super partes», che faccia luce sulle violenze di matrice pedofila compiute «dal clero in Italia» che veda uniti gli sforzi di diverse e altissime professionalità e che utilizzi contemporaneamente metodi qualitativi, quantitativi e documentali; in questa prospettiva, rigettiamo anticipatamente qualsiasi ipotesi di lavoro condotto con strumenti e risorse interne alla Chiesa stessa, che non avrebbe le caratteristiche di terzietà necessarie e risulterebbe non credibile, carente e in ultima analisi inutile, se non dannosa».

                È questa la prima delle richieste avanzate dal “Coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica – ItalyChurchToo” tramite una lettera recapitata alla Conferenza episcopale italiana – e per conoscenza al segretario di Stato vaticano, card. Parolin – che dal 23 maggio è riunita in assemblea in vista, tra l’altro, della nomina del nuovo presidente (l’unico al mondo scelto direttamente dal papa), successore del card. Bassetti. Le strategie di lotta contro la pedofilia all’interno della Chiesa italiana saranno oggetto di discussione al sinodo della Cei di questi giorni e il Coordinamento “ItalyChurchToo” espressione delle vittime di abusi, del laicato cattolico, di istanze del dialogo interreligioso, della cittadinanza e di alcuni media sensibili (oltre, naturalmente a Left, c’è Adista), chiede ai vescovi italiani di inoltrarsi una volta per tutte sul percorso della verità e della giustizia per le vittime di violenze, abusi e soprusi – minori, adulti, adulte, persone vulnerabili, religiose – perpetrati da persone a vario titolo impegnate nella Chiesa.

                L’Italia è rimasto l’unico grande Paese a tradizione cattolica nel quale a livello istituzionale – laico e religioso – non si è nemmeno mai parlato della possibilità di realizzare un’indagine su scala nazionale per far luce sull’entità del fenomeno criminale della pedofilia di matrice clericale. L’inchiesta non solo restituirebbe giustizia e verità a migliaia di vittime fino a oggi ignorate e inascoltate, ma darebbe fondamentali informazioni alle istituzioni preposte nell’ottica della prevenzione.

                 Chi è il pedofilo? Cos’è la pedofilia? Cosa contraddistingue quella di matrice ecclesiastica? Quali sono le conseguenze per una vittima? Quanti sono i preti pedofili in Italia? Quante sono le loro vittime? Cosa fare quando si viene a conoscenza di una violenza subita da un bambino? A chi rivolgersi e a chi non rivolgersi per denunciare? Sono tutte domande che troverebbero risposta grazie a un’inchiesta seria.

                Alla necessità di realizzare un’indagine indipendente il nostro settimanale ha dedicato negli anni decine e decine di pagine, conducendo questa battaglia di civiltà a fianco delle vittime e dei sopravvissuti. È nata così l’idea di realizzare in collaborazione con Rete L’Abuso (onlus che fa parte del Coordinamento ItalyChurchToo) un Database che non si “limita a documentare i casi di violenza su minori nella Chiesa cattolica italiana (ad oggi ne abbiamo accertati 90 – con 269 vittime – in 20 anni).

                Si tratta della prima indagine permanente realizzata da un giornale in Italia per far luce su questo orrendo fenomeno criminale in tutti i suoi aspetti per fornire all’opinione pubblica un quadro d’insieme della situazione italiana e fare pressione sulla politica e le istituzioni affinché pongano in essere tutte le misure necessarie per prevenire ulteriori violenze – la pedofilia è notoriamente un crimine seriale – e per garantire tutta la necessaria assistenza psicologica alle vittime.

                L’archivio è quindi corredato oltre che di un numeratore dei casi accertati e delle vittime, anche da inchieste, interviste, analisi e riflessioni con il contributo di esperti di varie discipline per spiegare con linguaggio chiaro e divulgativo cosa è la pedofilia, in particolare quella di matrice ecclesiastica, chi è il pedofilo, quali sono le conseguenze per la vittima, cosa fare nel caso in cui si venga a conoscenza di una presunta violenza subita da un bambino, a chi rivolgersi e a chi non rivolgersi per denunciare.

                Un altro punto chiave della lotta contro la pedofilia è la trasparenza. «Chiediamo che siano aperti e resi disponibili gli archivi di diocesi, conventi, monasteri, parrocchie, centri pastorali, istituzioni scolastiche ed educative cattoliche» è scritto al secondo punto della lettera di ItalyChurchToo che implicitamente fa riferimento ai luoghi dove notoriamente vengono custodite le informazioni “personali” sui presunti responsabili di violenze, mai consegnate alle istituzioni laiche. Il Coordinamento chiede inoltre, appunto, «che siano posti in essere canali di fattiva collaborazione con le istituzioni dello Stato italiano perché i colpevoli di crimini contro i minori vengano perseguiti». «Non siamo disposti – scrivono i componenti di ItalyChurchToo – ad accogliere sinergie con istituzioni statali che non contemplino una seria indagine sul passato, un coinvolgimento diretto delle vittime e una riparazione proporzionata al danno arrecato. È necessario che le responsabilità personali dirette, così come omissioni e indebite coperture, causa di rivittimizzazione delle vittime, siano accertate e rese note, a tutti i livelli, ai fini di una corretta presa in carico delle conseguenze delle proprie azioni, alle quali tutte e tutti siamo chiamati».

                Infine il riferimento ai centri diocesani di ascolto, presentati dalla Conferenza episcopale italiana come luoghi di attenzione alle vittime e di sensibilità alle loro necessità quando in realtà, come è stato ricostruito da Left, sono stati istituiti nelle diocesi per intercettare le vittime prima che vadano a denunciare alle autorità laiche quanto subito da un sacerdote: «Chiediamo che si affronti il nodo critico della mancanza di terzietà dei centri diocesani di ascolto esistenti, elaborando una proposta alternativa che offra figure professionali neutrali e competenti, per rendere meno psicologicamente gravosa e più agevole e rigorosa la raccolta di storie e testimonianze». Come è noto ai nostri lettori questi centri sono dei veri e propri sportelli aperti in un centinaio di diocesi presso i quali chi ha subito una violenza da un sacerdote può recarsi per raccontare la propria storia e chiedere “giustizia” (…ai superiori del presunto violentatore…). Per farsi un’idea, nella sola diocesi di Bolzano nell’ultimo decennio sono arrivate un centinaio di segnalazioni di casi di pedofilia e non risulta che una sola di essi sia poi stata inoltrata alla magistratura italiana affinché indagasse concretamente.

                La lettera del Coordinamento ItalyChurchToo alla Conferenza episcopale italiana si conclude con la sollecitazione ad affrontare un altro punto cardine della lotta contro il crimine violentissimo della pedofilia: la prevenzione. Questa, scrive il Coordinamento deve certamente partire dalla «formazione al ministero ordinato» nei seminari, con particolare attenzione all’educazione psico-affettiva dei seminaristi e dei/delle candidati/e alla vita religiosa e al ripensamento delle dinamiche della cura pastorale. Ma quel che è altrettanto importante è l’estensione «anche al clero e al volontariato attivo nella Chiesa l’obbligatorietà del certificato antipedofilia, previsto dalla Convenzione di Lanzarote, adottata dal Consiglio d’Europa e ratificata dal Governo italiano, al fine di restituire maggiore trasparenza alle istituzioni ecclesiastiche». Queste richieste – conclude il Coordinamento ItalyChurchToo– sono intese ad allineare l’operato della Chiesa italiana a quello di altre Conferenze episcopali e singole diocesi, e a spazzare via ogni dubbio relativo alle reticenze che l’episcopato italiano potrebbe avere riguardo all’emersione della reale portata» del fenomeno criminale della pedofilia di matrice ecclesiastica in Italia.

                Federico Tulli, redattore del settimanale “Left”.                               23 maggio 2022

https://retelabuso.org/2022/05/23/subito-una-commissione-dinchiesta-sulla-pedofilia-nella-chiesa-e-apertura-degli-archivi-segreti-delle-diocesi-la-lettera-del-coordinamento-italychurchtoo-alla-conferenza-episcopale

 

 

Abusi nella Chiesa italiana: le vittime sperano che con Zuppi arrivi la svolta

                Il “metodo della porta aperta”, attribuito al cardinale Matteo Zuppi, nominato il 24 maggio 2022 a capo della Conferenza Episcopale Italiana, accende un barlume di speranza per le vittime di abusi commessi da membri del clero. Il 25 maggio, la conferenza di presentazione del nuovo libro di Lucetta Scaraffia, Agnus Dei. Gli abusi sessuali del clero in Italia (pubblicato per i tipi Mondadori e scritto in collaborazione con la storica Anna Foa e la giornalista Franca Giansoldati) è stata l’occasione per richiamare la gravità del fenomeno.

                Questa conferenza, organizzata nella sede romana dell’associazione Stampa Estera in Italia, è stata l’occasione di ricordare che gli abusi sessuali commessi dal membro del clero italiano non sono ancora stati resi oggetto di uno studio globale nel Paese, contrariamente a quanto avvenuto in alcune delle nazioni europee vicine. In occasione dei suoi recenti interventi davanti alla CEI, organizzati in un clima teso, il Papa ha tirato le orecchie ai vescovi italiani, in particolare segnalando che il summit dei presidenti degli episcopati di tutto il mondo, organizzato in Vaticano nel 2019, non era stato seguito in Italia da sufficienti atti concreti – ha ricordato Franca Giansoldati, la vaticanista del quotidiano romano Il Messaggero. Il tema della prevenzione è stato oggetto di documenti sulla formazione, ma mai la conferenza episcopale ha formalmente ricevuto le vittime, né organizzato studi approfonditi sul tema.

                L’arrivo del cardinale Zuppi potrebbe tuttavia sollevare una speranza, ha notato la giornalista. L’arcivescovo di Bologna, accolto in diocesi nel 2015 con diffidenza da una parte del suo clero conservatore, che lo etichettava “vescovo di sinistra”, ha saputo ristabilire l’unità nella sua diocesi mettendosi in ascolto di tutti, senza idee preconcette – è sempre la sintesi di Giansoldati. Se assumerà la medesima attitudine dei “piccoli passi” sulla questione degli abusi nella Chiesa italiana, spiega la giornalista, forse Zuppi potrà imprimere reali cambiamenti. La vaticanista ha ricordato che al momento pochissimi vescovi sono favorevoli a un’inchiesta indipendente, e il cardinale Bassetti ha terminato il suo quinquennato con un nulla di fatto quanto alla valutazione del fenomeno. La sola idea concreta timidamente evocata dai vescovi in questi ultimi mesi è stata la creazione di una commissione per le 78 diocesi (su 220) dotate di un centro di ascolto dal 2019. Ma questo studio limitato all’analisi dell’efficacia di tali strutture non permetterebbe di avere un’ampiezza storica.

                Per gli autori del libro, un’altra pista abbordata sarebbe la creazione di un osservatorio sulla pedofilia a livello del Ministero per la Famiglia, che potrebbe effettuare inchieste nell’àmbito dell’educazione, dello sport, e dunque anche della Chiesa. Ma il peso della Chiesa nella società italiana è talmente forte che gli interventi politici sul tema sono rimasti rarissimi. La necessità di una «pressione politica e mediatica» meglio articolata è dunque stata sottolineata da Lucetta Scaraffia. Al momento, i pochi articoli sugli scandali relativi ad abusi sopravvenuti in certe diocesi hanno raramente dato luogo a un seguito serio e di lungo termine.

                La forza sociale della Chiesa dissuade le critiche. «Siamo abituati a un riflesso condizionato per via della potenza della Chiesa», ha osservato Lucetta Scaraffia, la quale sottolinea tuttavia «una grande indifferenza religiosa» nella società italiana. «La gente si serve della Chiesa» per trovare opportunità professionali e sistemazioni gratuite per i figli, ma è sempre meno abituata «a credere che la Chiesa renda testimonianza di Gesù», e si mostra poco esigente sulla questione della coerenza dei preti in rapporto alle esigenze del Vangelo – è la denuncia della Professoressa. Quando spuntano localmente accuse di abusi, esse suscitano spesso fra i parrocchiani un riflesso di solidarietà attorno al prete, più che un ascolto delle presunte vittime. L’Italia è dunque in ritardo sul resto dell’Europa, e dovrebbe ispirarsi a studi condotti in altri paesi – ad esempio la Germania e la Francia – per avere una visione d’insieme e correggere le disfunzioni, hanno sottolineato i relatori.

                «Un mea culpa dei vescovi potrebbe essere accettabile se venisse posto in essere uno studio serio», ha rilevato Francesco Zanardi, giornalista e vittima di un prete egli stesso, la cui associazione Rete l’Abuso raccoglie 1.600 persone che pretendono di essere vittime. Egli ha esposto le incoerenze dell’attuale sistema, e in particolare l’invito fatto alle vittime a rivolgersi alle unità disposte dalle diocesi, le quali al contempo allocano enormi somme di denaro per pagare gli avvocati difensori dei loro preti.

                Lucetta Scaraffia ha sottolineato che le vittime si trovano spesso tra i figli di famiglie povere sostenute dalla Chiesa, e che le eventuali denunce sporte rischiano di far perdere loro l’alloggio. Quando alcune diocesi propongono alle famiglie di vittime somme tra i 20 e i 25mila euro per evitare ogni procedura giudiziaria, esse «comprano il loro silenzio» – ha denunciato Francesco Zanardi.

                Al di là dello specifico caso della pedofilia, Lucetta Scaraffia spera in un risveglio delle coscienze in rapporto ai danni provocati dai «predatori sessuali» che possono prosperare in seno alla Chiesa. Ad esempio, le religiose incinte di un prete sono talvolta incitate ad abortire dalle loro superiori… per evitare uno scandalo pubblico. Queste situazioni drammatiche provocano un «cortocircuito teologico e morale», una profonda incoerenza con la dottrina cattolica sulla protezione della vita – ha denunciato Lucetta Scaraffia. «Fintanto che la Chiesa non riconoscerà la responsabilità del sistema nel suo insieme – ha incalzato la storica italiana – non ci saranno passi in avanti. Finché i colpevoli non saranno puniti, non ci saranno passi in avanti». L’accademica spera anche in un discernimento più rigoroso delle vocazioni sacerdotali in seno ai seminari.

                La giornalista turca Esma Cakir, presidente dell’associazione Stampa Estera in Italia, che ospitava la conferenza, ha suggerito la costituzione di un collettivo di giornalisti di differenti media per condurre inchieste sul fenomeno degli abusi in Italia, sul modello dei Vatileaks o dei Panama Papers. L’idea ha suscitato un vivo interesse di Lucetta Scaraffia, la quale ha proposto di mettere tutti i documenti raccolti per la preparazione del libro a disposizione dei giornalisti.

.              Media per Aleteia -                        26 maggio 2022

https://it.aleteia.org/2022/05/26/abusi-nella-chiesa-italiana-le-vittime-sperano-che-con-zuppi-arrivi-la-svolta/?utm_campaign=EM-IT-Newsletter-Daily-&utm_content=Newsletter&utm_medium=email&utm_source=sendinblue&utm_term=20220526

 

“Con l’indagine sugli ultimi anni i crimini precedenti al 2000 sono prescritti, i vescovi devono aprire gli archivi e darli allo Stato”

                Il limite temporale del report sulla pedofilia nella Chiesa annunciato dal neo presidente Zuppi «non ha senso» secondo Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete L’Abuso, lui stesso vittima in passato di un prete. «Potrà risultare discriminatorio analizzare solo le situazioni recenti», obietta, «lasciando così fuori i tanti crimini precedenti al 2000 e soprattutto un sistema che si difendeva con il silenzio e i trasferimenti dei sacerdoti abusatori».

                Quale significato hanno le iniziative annunciate dal cardinale Matteo Maria Zuppi?

                «Le novità provenienti dalla Cei non sono grosse. E non sono positive, nel senso che è la prima conferenza episcopale che discriminerà - come ho detto direttamente a Zuppi - le vittime che sono state abusate più di vent’anni fa. L’Arcivescovo di Bologna ha mostrato l’intenzione di grandi aperture verso le donne, sensibilità condivisibile sulla guerra, e poi discrimina le vittime della pedofilia del clero? Mi ha stupito in negativo. Il report sarà una cosa del tutto sballata. Tantissime persone violentate prese a calci, non hanno neppure mai denunciato alle diocesi e alla magistratura e gli abusi si sono prescritti. Io immagino già quante centinaia di molestie mancheranno dai report in quanto neanche le diocesi hanno quei dati. Credo che questa sia una tragedia. Non vediamo alcuna svolta vera».

                Che cosa si aspettava?

                «Una collaborazione reale della Chiesa con l’autorità giudiziaria».

                In che senso?

                «Avviare il “passaggio” automatico di denunce e condanne nell’ambito ecclesiastico alle autorità giudiziarie italiane. La Chiesa deve aprire gli archivi e darli allo Stato. Ma di questo non c’è traccia. Oggi di fatto sia lo Stato, sia la Chiesa lasciano questi poveri sopravvissuti agli abusi a sbandare. Questa realtà è unica in Europa».

                Adesso che cosa chiedete alla Chiesa?

                «Quello che abbiamo sempre invocato: non di esprimere un mea culpa o un’autogiustificazione, ma di prendersi carico delle vecchie vittime risarcendole, come è accaduto in tutto il resto del mondo. Invece temo che questo non avverrà. Non si è neanche parlato di risarcimenti, solo di vicinanza, aiuto. Ci sono vittime malate, come me che ho un tumore psicosomatico dovuto agli abusi: io con la vicinanza ci faccio poco. Ci sono sopravvissuti che soffrono di patologie fisiche e psichiche gravissime (1.600 sono assistiti da Rete L’Abuso). Come modello di riferimento abbiamo tutti gli altri Stati in cui si sono svolte inchieste con commissioni esterne, ultimo in ordine di tempo la Francia. L’Italia è l’unico Paese che va fuori dagli schemi, e questo è assurdo».

                Ma non coltiva alcuna speranza?

                «Zuppi ha aperto una finestra di dialogo: mi ha invitato a incontrarci, a farmi sentire, a indicare dei casi specifici. Andrò da lui perché se c'è possibilità di dialogo non sono io a chiudere la porta in faccia. Vedremo se servirà a migliorare lo scenario. Però resto molto deluso dalla Cei».

Domenico Agasso           La Stampa                          28 maggio 2022

www.lastampa.it/vatican-insider/it/2022/05/28/news/zanardi_presidente_di_rete_l_abuso_con_l_indagine_sugli_ultimi_anni_i_crimini_precedenti_al_2000_sono_prescritti_i_vesco-5055920/

 

Gli orchi della Chiesa. I casi degli ultimi anni in Italia

                Dopo l'annuncio del primo report nazionale della Cei sulla pedofilia nella Chiesa, e l'avvio dell'inchiesta sugli anni 2000-2021, guardando i dati non ufficiali che si conoscono finora il lavoro per i vescovi presenta uno scenario tutt'altro che agevole e trionfale. Ma «ci prenderemo le botte che dobbiamo prenderci e anche le nostre responsabilità», ha assicurato con forza il neo presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi.

                Secondo gli ultimi numeri raccolti e analizzati da Rete L'Abuso, l'associazione che a oggi rappresenta uno dei punti di riferimento più costanti per i «sopravvissuti» agli abusi sessuali del clero, in Italia ci sono «164 sacerdoti indagati, 162 condannati in via definitiva, circa 30 vescovi insabbiatori, 161 nuove segnalazioni da inizio anno». A queste cifre si deve aggiungere quello che secondo il presidente Francesco Zanardi è «il dato più importante: 471 crimini impuniti», ossia le situazioni in cui il reato è andato in prescrizione oppure le cui vittime «non se la sono sentita di andare a denunciare i fatti in un centro di ascolto diocesano».

                Zanardi è membro anche di Italy Church Too, associazione di vittime che si è costituita negli ultimi mesi «dal basso», con l'intento di promuovere la costituzione di una commissione di inchiesta indipendente sulle violenze sessuali commesse da ecclesiastici nel nostro Paese, su modello di quelle che hanno indagato in Germania e in Francia.

                Rete l'Abuso ha realizzato anche calcoli di proiezione elaborati in base alle vicende irlandesi (1.259 denunce dal 1975, allontanati vescovi e oltre 100 preti): «In Italia ci sarebbe un milione di vittime potenziali. Se si pensa che la commissione d'inchiesta francese ha messo in luce 216mila vittime, e se si fanno le proporzioni tra clero francese e clero italiano, ci si rende conto che questo dato presunto è molto credibile».

                È solo di qualche giorno fa la condanna a cinque anni di carcere per padre Vincenzo Esposito, 64 anni, originario di Caltavuturo ma assegnato alla parrocchia di San Feliciano Magione (Perugia), accusato di prostituzione minorile perché avrebbe preteso da quattro sedicenni prestazioni sessuali a pagamento attraverso delle videochiamate.

                «Offrire denaro della Caritas, in contanti, in cambio del silenzio della vittima di violenza sessuale di don Giuseppe Rugolo»: sarebbe stata questa «la proposta della Diocesi di Piazza Armerina, guidata monsignor Rosario Gisana», spiega Zanardi. La circostanza «è stata confermata in aula da Antonio Ciavola (allora capo della Squadra mobile di Enna e ora in servizio a Caltanissetta), nel corso del processo presieduto da Francesco Pitarresi che si celebra al tribunale di Enna e vede imputato Rugolo, agli arresti domiciliari da un anno».

                La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dai legali di Vladimir Resendiz Gutierrez, già rettore del seminario minorile dei Legionari di Cristo di Gozzano (Novara), chiuso per carenza di vocazioni: deve scontare sei anni di carcere per avere abusato di giovani allievi dell'istituto.

                Per Zanardi restano da sciogliere questioni cruciali anche a livello di legislazione nazionale, come l'assenza dell'obbligo di denuncia per tutti i cittadini; e accusa, oltre alle coperture dei vertici ecclesiastici, anche «una certa omertà che lo Stato italiano concede alla Chiesa».

Domenico Agasso           “La Stampa”      29 maggio 2022

www.lastampa.it/speciale/vatican-insider-it/2022/05/29/news/pedofilia_gli_orchi_della_chiesa_da_inizio_anno_una_denuncia_al_giorno-5082439

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202205/220529agasso.pdf

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ADOZIONE INTERNAZIONALE

I tre punti di Rosa Rosnati, per rendere le adozioni più sostenibili

                Costruire equipe multi professionali, preparare e formare operatori e attivare percorsi di potenziamento e arricchimento genitoriale

                È tempo di riaprire il dibattito su come far “riprendere fiato” alle adozioni, soprattutto a quelle internazionali, dopo gli anni infelici della gestione della Commissione Adozioni Internazionali da parte di Silvia Della Monica, seguiti poi dagli anni del Covid. Come fare? Rivediamo insieme le riflessioni del Presidente di Ai.Bi., Marco Griffini per rilanciare il settore, utilizzando l’opportunità del recovery fund.

                L’Italia, nonostante le tante difficoltà degli ultimi anni, in cui ha gravato anche l’emergenza Covid, è ancora oggi, il secondo Paese al mondo per numero di adozioni internazionali e “L’adozione internazionale può essere un’ottima opportunità per contribuire a costruire il futuro dell’Italia”. È necessaria però una riforma, che per essere efficace, dovrà tenere conto di dieci principi fondamentali, tra cui spiccano: meno burocrazia, bonus alle famiglie e dal 2021 la gratuità delle adozioni internazionali.

                Per avere un’altra opinione autorevole, su cosa, sarebbe necessario fare, per rendere più sostenibili le adozioni internazionali, sul Sole 24 Ore leggiamo in un articolo a sua firma, quanto, Rosa Rosnati, ordinario di psicologia sociale e direttore del master di secondo livello “Affido e adozioni e nuove sfide dell’accoglienza familiare: aspetti clinici, sociali e giuridici” dell’Università Cattolica di Milano afferma.

                La docente è partita dall’osservazione che nel 2019 in Italia, alla domanda che cosa avrebbero dovuto fare le coppie non fertili, la risposta (di amici) è stata per circa il 40% l’adozione, spiegando come oggi, questa percentuale con le tante difficoltà da affrontare, tra cui la pandemia, sarebbe sicuramente ridotta, come dimostra anche  il minor numero delle domande di adozione.

                La domanda è: le adozioni sono sostenibili? Vedendo i costi, i tanti impegni, l’assistenza medica, scolastica ecc. la  prima risposta sarebbe no, non sono sostenibili, ma la professoressa Rosnati, invita ad allargare lo sguardo sottolineando come i bambini privi di un contesto familiare adeguato siano una drammatica realtà che solo la risorsa famiglia può affrontare: “Come sappiamo dalle ricerche, i bambini che rimangono in istituto/comunità residenziale accumulano un ritardo molto consistente nella crescita psicofisica (peso, altezza e circonferenza cranica), nello sviluppo cognitivo (quoziente intellettivo) e nella capacità di instaurare un legame di attaccamento quando sono confrontati con i bambini collocati in famiglia adottiva. L’adozione è infatti capace di cambiare in modo significativo l’itinerario di crescita di questi bambini”.

                Bisogna rendere le adozioni più sostenibili. Ma come fare? Secondo Rosnati occorre in primo luogo snellire i tempi burocratici, ma questo è una questione legata molto ai Paesi di origine dei minori.

                Per rendere le adozioni sostenibili è necessario intervenire sul “post-adozione” in tre punti:

                (1) “Costruire equipe multi professionali formate dallo psicologo per la famiglia, per l’età evolutiva il pedagogista, il neuropsichiatra e il pediatra, a cui i genitori possano fare riferimento, per affrontare problematiche e progettare interventi efficaci”.

                (2) “Il secondo tema è la formazione e la preparazione degli operatori“.

                (3) “Attivare percorsi di potenziamento e arricchimento genitoriale, per gruppi di genitori adottivi o misti. il tutto per avere reti tra genitori, il contesto sociale e i servizi, oltre che arricchire le loro competenze”.

                Quanto detto richiede che tutti noi ci si renda conto che le adozioni sono già da oggi una evidente risposta alle necessità di una società destinata ad entrare in crisi per il bassissimo indice di fertilità, oltre che un atto d’amore per i minori soli in attesa di essere accolti tra le braccia di una mamma e di un papà.

AiBi news           22 maggio 2022

www.aibi.it/ita/adozione-i-tre-punti-di-rosa-rosnati-per-rendere-le-adozioni-piu-sostenibili

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AFFIDO CONDIVISO

Affido condiviso anche le se case di mamma e papà sono lontane

Corte di Cassazione, sesta Sezione civile, ordinanza n. 15815, 17 maggio 2022

www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_44588_1.pdf

                L'affido esclusivo dei figli in caso di divorzio richiede che il genitore affidatario sia ritenuto idoneo e quello escluso inidoneo, per questo però non basta la distanza delle case tra i due genitori e il mancato pagamento del mantenimento per la prole.

¨       Affido condiviso: la distanza non è un ostacolo. La sola distanza intercorrente tra le abitazioni dei due genitori non rappresenta un ostacolo all'affidamento condiviso. Il fatto che il padre non abbia versato il mantenimento per i figli non può condurre, da solo, a un giudizio di inadeguatezza a svolgere il suo ruolo genitoriale. Per l'affidamento esclusivo infatti rilevano sia il giudizio di adeguatezza del genitore affidatario che quello di inadeguatezza del genitore che si vuole escludere dalla vita dei figli.

                Queste le importanti precisazioni in materia di affido condiviso ed esclusivo esposte dalla Cassazione nell'ordinanza in esame.

¨       La vicenda processuale. In sede di separazione il Tribunale dispone a carico del padre l'obbligo di corrispondere un assegno mensile per il mantenimento dei figli di 200 euro, il 50% delle spese straordinarie, l'affidamento dei figli ad entrambi i genitori con collocazione presso la madre e il diritto di visita del padre a uno dei figli ogni 15 giorni e in presenza di un educatore. La decisione, nei termini indicati, viene confermata anche in sede di appello.

¨       Mancato mantenimento per i figli. La madre nel ricorrere in Cassazione contesta:

  • il mancato pagamento da parte del padre del contributo al mantenimento dovuto per i figli;
  • il mancato affidamento in via esclusiva alla stessa, nonostante la giurisprudenza in materia deponga a suo favore;
  • la motivazione apparente fornita dalla Corte alla decisione. Il giudice dell'impugnazione si è infatti limitato a confermare la decisione di primo grado senza spiegare nel dettaglio le ragioni della conclusione a cui è pervenuta.

¨       Affido condiviso: il padre non è inadeguato, la distanza non basta. La Cassazione dichiara il ricorso inammissibile per l'inammissibilità dei primi due motivi, che mettono in discussione valutazioni di merito e per la inammissibilità anche della terza doglianza.

  • Con il primo motivo, relativo al mancato pagamento dell'assegno, la ricorrente non chiede che tale condotta venga presa in esame al fine di disporre in suo favore l'affidamento esclusivo dei figli. In questo modo non crea i presupposti per un contraddittorio sulla questione. Il fatto lamentato, in ogni caso, non è, da solo, idoneo a fondare un giudizio di carenza delle attitudini genitoriali dell'uomo.
  • Inammissibile anche il secondo motivo, perché la ricorrente non indica né la norma violata dalla Corte e neppure la giurisprudenza che essa richiama a sostegno della tesi dell'affidamento esclusivo in suo favore. Non è vero che la Corte non ha argomentato la decisione con cui ha confermato quella di primo grado che ha disposto l'affido condiviso. Si ricorda infatti che l'affidamento esclusivo può essere disposto solo se quello condiviso è pregiudizievole per l'interesse del minore.

¨       La decisione quindi di affidamento esclusivo deve essere sorretta da una duplice motivazione:

  1. una in positivo sulla idoneità del genitore affidatario
  2. una in negativo sulla inidoneità o carenza manifesta del genitore escluso.

                Precisa infine la Cassazione, che l'affidamento condiviso non è escluso dalla oggettiva distanza delle abitazioni dei due genitori. La stessa incide infatti solo su modalità e tempi della presenza del minore presso ciascun genitore.

¨       Parimenti inammissibile è infine il terzo motivo. La ragione della decisione della Corte risulta infatti chiara e comprensibile. Il giudice dell'impugnazione ha ritenuto infatti di non dover escludere il padre dal percorso educativo e di crescita dei figli, in assenza di elementi più gravi e di ostacolo, rispetto alla sola distanza, al rapporto padre e figli.

Scarica pdf Cassazione n. 15815-2022

Annamaria Villafrate                     Studio Castaldi 22 maggio 2022

www.studiocataldi.it/articoli/44588-affido-condiviso-anche-le-se-case-di-mamma-e-papa-sono-lontane.asp

 

No della Cassazione alla PAS: per una giustizia ‘a fianco’ dei minori

La Cassazione è tornata ad occuparsi di PAS-Sindrome di alienazione parentale, ribadendo che i provvedimenti che incidono sulla vita dei minori non possono fondarsi su teorie – quali appunto la PAS – prive di fondamento scientifico. È compito dei giudici valutare in modo critico le osservazioni dei consulenti tecnici, al fine di individuare in concreto la migliore soluzione possibile per il singolo minore coinvolto nel procedimento. Le valutazioni dei giudici devono basarsi sull’esame delle condotte dei genitori, non sul loro modo di essere.

 

                1. Sono  trascorsi un paio di mesi dalla pubblicazione dell’ordinanza n. 9691/24 marzo 2022 con cui la prima Sezione civile della Suprema Corte, in linea con pronunce relative a casi analoghi, ha confermato la necessità che i provvedimenti giudiziari in materia di minori non siano basati su teorie prive di fondamento scientifico. In particolare, la Cassazione ha fatto riferimento alla c.d. Sindrome di alienazione parentale, o genitoriale, meglio nota come PAS.                                                           Vedi newsUCIPEM n. 905-10 aprile 2022, pag.13

www.centrostudilivatino.it/wp-content/uploads/2022/03/Cassazione_ordinanza-n.-9691-2022.pdf

                Per anni, in dottrina e in giurisprudenza, dentro e fuori le aule giudiziarie, si è discusso sulla validità scientifica di questa teoria, spesso richiamata dai consulenti tecnici d’ufficio per motivare l’allontanamento di un minore da uno dei due genitori, quello indicato come “alienante” e ritenuto “colpevole” del rifiuto manifestato dal figlio di incontrare l’altro genitore (il c.d. “alienato”). Dagli anni 1980, da quando iniziò a diffondersi questa teoria ideata dal discusso psichiatra americano Richard Gardner, si sono formati veri e propri schieramenti: da una parte i sostenitori della PAS – fra cui alcune associazioni di padri separati ‒ che hanno posto l’attenzione sulla necessità di interventi a tutela della figura paterna contro atteggiamenti ostruzionistici di alcune madri, volti a limitare la presenza dei padri nella vita dei figli dopo la separazione; dall’altra i contrari – fra essi, associazioni a tutela delle donne vittime di violenza ‒ all’applicazione nei processi di una teoria priva di fondamento scientifico, e peraltro punitiva soprattutto delle donne, tanto che la PAS è stata anche talvolta tradotta come “sindrome della madre malevola”, mentre non si è parlato allo stesso modo di “sindrome del padre malevolo”.

                2. Nella comunità scientifica, malgrado non siano mancati consulenti tecnici favorevoli all’applicazione di questa teoria, tanto da giustificare sulla base della stessa, come si è detto, numerosi allontanamenti di bambini da uno dei genitori, per lo più la madre, la PAS non è mai stata riconosciuta come malattia, e non è stata neppure inserita nell’ultima edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5). Nel 2020 è intervenuta sulla questione l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha escluso la possibilità di inserire la PAS nell’elenco delle patologie riconosciute (ICD 11, International Classification of Diseases). Nello stesso anno, il Ministro della Salute italiano, rispondendo a una interrogazione parlamentare (n. 4-02405), ha osservato che la PAS “ad oggi non è riconosciuta come disturbo psicopatologico dalla grande maggioranza della comunità scientifica e legale internazionale […] Detta “sindrome” non risulta inserita in alcuna delle classificazioni in uso”.

                La Cassazione già nel 2013 (sentenza n. 7041/2013) aveva manifestato contrarietà all’uso della PAS nei procedimenti di affidamento dei figli, sottolineando che la tutela dei minori impone il rifiuto di teorie prive del necessario supporto scientifico. Da ultimo, con l’ordinanza n. 9691/2022, ha confermato questo orientamento basato a ben vedere sul principio di precauzione: in assenza di evidenze scientifiche, bisogna evitare di esporre i minori ai rischi derivanti dall’applicazione di teorie potenzialmente pregiudizievoli. Ciò ha suscitato reazioni contrastanti, proprio in ragione di quella dicotomia cui si è fatto cenno: i contrari alla PAS hanno manifestato soddisfazione per questa ulteriore conferma, mentre i sostenitori della discussa teoria hanno espresso il timore che in tal modo non vengano condannati i comportamenti ostruzionistici posti in essere da alcuni genitori ai danni dei figli, con riferimento alla violazione del diritto alla bigenitorialità.

                3. Si tratta di preoccupazioni comprensibili, in quanto se è vero che la PAS non esiste come patologia, è però altrettanto vero che esistono genitori i quali – mossi dal rancore, dal dolore della separazione, dal sentimento di rivalsa, da fragilità personali ecc. ‒ più o meno consapevolmente attuano condotte lesive per la sana crescita dei figli, screditando ad esempio l’altro genitore, oppure ostacolando le visite. Tuttavia l’esclusione dell’utilizzabilità della PAS come teoria va proprio nella direzione di tutelare i minori in maniera più efficace. Non va infatti trascurato che tante volte il ricorso alla PAS è servito per screditare le donne vittima di violenza in famiglia e per far passare come infondate le loro richieste di limitazione delle visite dei figli con l’altro genitore o, ancora, come ritorsione nei confronti della controparte nei casi di alta conflittualità. Il vero problema della PAS, dunque, sta nel fatto che con il tempo – proprio in ragione della sua mancanza di fondamento scientifico ‒ è diventato uno strumento di aggressione di un genitore verso l’altro, basato su illazioni relative al modo di essere del genitore indicato come “alienante”, piuttosto che su condotte concretamente pregiudizievoli per i figli.

                4. La Cassazione, nel ribadire l’inutilizzabilità della PAS – e di tutte le altre teorie prive di fondamento scientifico ‒ nei procedimenti riguardanti i minori, ha dunque fatto chiarezza, ponendo l’attenzione su diversi aspetti concernenti i diritti dei minori e sulla loro effettiva tutela. Rifiutare la PAS come teoria non significa infatti rinunciare a condannare i comportamenti scorretti di taluni genitori, contrari all’interesse dei figli: significa semmai sgomberare il campo da elementi privi di valore probatorio, per dare risalto ai fatti e alla loro corretta valutazione, secondo le regole del processo. La madre o il padre che ostacola gli incontri dei figli con l’altro genitore pone astrattamente in essere una condotta pregiudizievole per i minori, che per il loro sano ed equilibrato sviluppo psicofisico hanno il diritto di mantenere rapporti con entrambe le figure genitoriali. Tuttavia, qualsiasi decisione in merito deve basarsi sull’attenta valutazione del singolo caso concreto, tanto che la Cassazione ha precisato (da ultimo nell’ordinanza n. 9691/2022) che nel superiore interesse del minore può essere limitato anche il diritto alla bigenitorialità. Quando un minore rifiuta ad esempio di incontrare uno dei genitori, preferendo restare con l’altro, non si può automaticamente ricondurre detto rifiuto alla condotta del padre o della madre convivente: le ragioni possono essere tante ,e talvolta sono legate a inconsci meccanismi di protezione del figlio nei confronti del genitore percepito come più fragile. Elementi utili possono essere tratti dall’ascolto diretto del minore, laddove possibile.

                5. I giudici sono chiamati a valutare i fatti: gli eventuali elementi offerti dalle consulenze tecniche, devono pertanto essere da loro recepiti in maniera critica. È questo un ulteriore aspetto, legato alla PAS ma non confinato a questa tematica, che riguarda il rapporto fra giudici e consulenti tecnici di ufficio. Non di rado, negli anni, è stato demandato a questi ultimi di pronunciarsi in ordine ad aspetti delle vicende familiari estranei alle loro specifiche competenze (si pensi ad esempio ai tempi di permanenza del minore presso ciascun genitore), così come non di rado sono confluite nelle sentenze le osservazioni dei consulenti tecnici senza un’adeguata valutazione critica da parte dei giudici. Questo meccanismo ha portato a violazioni, anche gravi, dei diritti di bambini ed adolescenti, in quanto le decisioni assunte nei loro confronti, non essendo state il frutto di un’attenta valutazione dei fatti, quanto piuttosto la pedissequa adesione alle osservazioni peritali, non hanno realizzato pienamente il loro interesse e quindi non hanno attuato quella tutela che l’ordinamento ha l’obbligo di garantire ai minori.

                Lo Stato, come affermato più volte dalla Corte EDU – che proprio per violazione dell’art. 8 della CEDU ha condannato in diverse occasioni l’Italia ‒ deve porre in essere tutte le misure necessarie per la costruzione o il mantenimento della relazione del minore con entrambe le figure genitoriali: l’autorità giudiziaria non può quindi limitarsi ad adottare passivamente provvedimenti “di prassi” ‒ come ad esempio le consulenze tecniche, il monitoraggio dei Servizi Sociali, il sostegno alla genitorialità ecc. ‒ dovendo piuttosto intervenire in maniera attiva e tempestiva al fine di salvaguardare i legami familiari del minore.

                6. Il consulente tecnico – laddove sia chiamato a osservare le dinamiche relazionali dei componenti del nucleo familiare ‒ ha la funzione di fornire al giudice il relativo quadro clinico. Compete poi al giudice esaminare gli elementi della vicenda processuale e operare un bilanciamento fra i diversi diritti, al fine di individuare la soluzione migliore per il singolo minore coinvolto, nel rispetto di quanto previsto anche dall’art. 3 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. È evidente che la realizzazione di questo obiettivo presuppone non solo il rispetto delle differenti competenze, bensì pure la collaborazione di tutti i soggetti del procedimento: genitori, avvocati, consulenti tecnici, giudici, assistenti sociali. Tutti sono infatti chiamati a cooperare alla realizzazione del concreto interesse del minore.

                I genitori hanno innanzitutto il dovere di rappresentare i fatti in maniera veritiera, in modo da fornire al giudice un quadro di indagine chiaro: una rappresentazione alterata della situazione non può che determinare una soluzione inadeguata perché basata su presupposti errati. La realizzazione del superiore interesse del minore esige inoltre l’impegno dei difensori – auspicato per inciso dalla Cassazione nell’ordinanza n. 9691/2022 ‒ a limitare il conflitto fra le parti, presupponendo una loro adeguata formazione in materia di diritto di famiglia e capacità di mediazione. A tal ultimo proposito, giova considerare che talvolta la conflittualità delle parti nelle separazioni o nelle regolamentazioni dei rapporti genitoriali viene alimentata da opinabili strategie difensive, che antepongono al superiore interesse del minore il raggiungimento dell’obiettivo indicato dal proprio cliente, senza tener conto degli effetti pregiudizievoli che questo può comportare per i figli.

                Come è stato efficacemente messo in evidenza in un’ordinanza del Tribunale di Milano di qualche anno fa (cfr. 23 marzo 2016 – est. G. Buffone), «nel processo di famiglia, l’avvocato è difensore del padre o della madre ma certamente è anche difensore del minore. Qualunque sia la sua posizione processuale […] In altri termini, nella doverosa assistenza del padre o della madre, l’avvocato deve sempre anteporre l’interesse primario del minore e, in virtù di esso, arginare la micro-conflittualità genitoriale, scoraggiare litigi strumentali al mero scontro moglie-marito, proteggere il bambino dalle conseguenze dannose della lite».

                7. Gli avvocati hanno dunque un ruolo fondamentale nella gestione del conflitto genitoriale, e certamente si pone in contrasto con gli obiettivi sopra indicati una strategia difensiva volta a screditare la controparte e a sminuirne in maniera infondata le capacità genitoriali. Altrettanto pregiudizievoli per i minori ‒ in quanto ostacolano il giudice nella corretta valutazione dei fatti ‒ sono le false accuse e le denunce strumentali, che peraltro determinano un problema per l’organizzazione della giustizia, e in quanto tali andrebbero sanzionate laddove accertate, anche al fine di scoraggiare il ricorso allo strumento penale laddove non necessario. Gli avvocati nei procedimenti di famiglia – ricorda ancora il Tribunale di Milano nella citata ordinanza ‒ devono assumere «una posizione comune a difesa del bambino, non assecondando diverbi fondati su situazioni prive di concreta rilevanza» in quanto «il contratto di patrocinio stipulato con un genitore per assisterlo in un procedimento minorile in cui sono coinvolti i figli, di fatto perviene alla conclusione di un contratto “ad effetti protettivi verso terzi” ove terzi sono i figli, secondo il modello negoziale collaudato in settori affini, come quello sanitario».

                Compete di conseguenza agli avvocati suggerire ai propri assistiti la correzione di certi atteggiamenti lesivi dei diritti dei minori, secondo le indicazioni della “Carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori” elaborata nel 2018 dall’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza, che mette in rilievo l’importanza di non coinvolgere la prole nei conflitti parentali: talvolta i genitori coinvolti nei giudizi sono talmente concentrati su se stessi o in preda alle emozioni che non si rendono neppure conto degli effetti di certe condotte e del pregiudizio che le stesse possono recare ai figli.

                8. In conclusione, l’aver ribadito che i provvedimenti riguardanti i minori non possono basarsi su teorie prive di fondamento è stato anche un modo per richiamare tutti gli operatori del settore a collaborare con impegno per l’effettiva tutela dei diritti di bambini e adolescenti, valutando con attenzione e prudenza ogni aspetto delle diverse vicende, senza la possibilità di “etichettare” persone e situazioni in maniera semplicistica.

                Come osservato dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa nella premessa alle “Linee Guida per una giustizia a misura di minore” adottate il 17 novembre 2010, «la giustizia dovrebbe essere amica dei minori. Non dovrebbe camminare davanti a loro, perché potrebbero non seguirla. Non dovrebbe camminare dietro di loro, perché i minori non dovrebbero avere la responsabilità di scegliere il cammino. La giustizia dovrebbe camminare al loro fianco ed essere loro amica».

Daniela Bianchini            Centro Sudi Livatino      26 maggio 2022

www.centrostudilivatino.it/no-della-cassazione-alla-pas-per-una-giustizia-a-fianco-dei-minori

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AGGIORNAMENTI SOCIALI

5 quesiti sulla giustizia

                Domenica 12 giugno, insieme alle elezioni amministrative in circa mille Comuni, si svolgono cinque referendum abrogativi su temi legati al funzionamento della giustizia:

¨       limitazione delle misure cautelari

¨       incandidabilità delle persone condannate

¨       elezione dei magistrati al CSM

¨       separazione delle funzioni dei magistrati

¨       valutazione dell'operato dei magistrati

www.aggiornamentisociali.it/articoli/cinque-quesiti-sulla-giustizia/

www.aggiornamentisociali.it/Download.aspx?CODE=AGSO&Filename=https://clmr.infoteca.it/bw5net/ShowFileAS.ashx?Filename=vJHFoVgrL2f8vX9YgE3LlS6YeiWwBRG9IN5eD2Cn9sHhB9rK1ouuftmF/BFEFPJl

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ANTROPOCENE

Che cosa chiede Dio all'uomo?

                Antropocene. Composto dal gr. νϑρωπος ('uomo') con l'aggiunta del secondo elemento -cene. L'epoca geologica attuale, in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, viene fortemente condizionato su scala sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana, con particolare riferimento all'aumento delle concentrazioni di CO2 e CH4 nell'atmosfera. Il termine Antropocene venne coniato già nel 2000 dal chimico olandese premio Nobel Paul Crutzen, mentre la data-simbolo del 16 luglio 1945 (primo test di un’arma nucleare) è frutto di una ricerca compiuta da un gruppo internazionale di studiosi facenti parte dell’Anthropocene Working Group (Awg).

                Da molti anni geologi, esperti in stratigrafia, scienziati, climatologi, discutono su quale sia la data in cui l’Olocene, iniziato 11 mila anni fa, si sia concluso.                                                                                   www.treccani.it/vocabolario/antropocene_%28Neologismi%29

 

                Esperti e giovani ricercatori discuteranno oggi e domani a Roma, al Centro Convegni Bonus Pastor (via Aurelia 208), su “Antropocene, era dell’umano: l’attività umana nella storia naturale”. Alla manifestazione, organizzata dalla Scuola Internazionale Superiore per la Ricerca Interdisciplinare (Sisri), interverranno, fra gli altri, Emilio Padoa Schioppa, Alberto Peratoner, Giancarlo Genta, Ivan Colagè e Giuseppe Tanzella-Nitti. Anticipiamo uno stralcio dalla relazione di Giuseppe Tanzella-Nitti, teologo della Pontificia Università della Santa Croce e direttore del Centro di Documentazione Interdisciplinare di Scienza e Fede.

 

                Durante la seconda metà del XIX secolo, il geologo e sacerdote cattolico Antonio Stoppani, autore del primo trattato di geologia del territorio italiano, intitolato Il Bel Paese (1876), portò l’attenzione sul fatto che la presenza dell’essere umano sul nostro pianeta aveva raggiunto un’influenza globale, suggerendo di chiamare “antropozoica” l’epoca geologica nella quale ormai ci si trovava. Dopo oltre un secolo, Paul Crutzen e Eugene Stormer si ricollegarono proprio a Stoppani intitolando Anthropocene il loro articolo apparso nell’anno 2000 sulla “Global Science News Letter”, nel quale si chiedevano a partire da quale data, e a motivo di quali fenomeni antropici, si potesse definire l’inizio di questa nuova “era geologica”. Il termine è tornato alla ribalta in questi ultimi anni a causa della questione ecologica, dei cambiamenti climatici e degli altri possibili effetti della presenza umana, diffusa e pervasiva. Dal punto di vista scientifico, la definizione dell’inizio formale di una nuova era spetta ai geologi della International Commission on Stratigraphy (che non ha ancora preso una decisione); tuttavia, nei suoi aspetti mediatici, sociali e politici, nell’Antropocene ci siamo già da un pezzo.

                L’essere umano, entrato nella storia naturale «in punta di piedi », per usare un’espressione di Pierre Teilhard de Chardin, sembra poter adesso influenzare in maniera decisiva e globale molte delle dinamiche terrestri a livello chimico, biologico, geologico e ambientale, tanto da poter, appunto, essere considerato un fattore determinante per lo stato complessivo del pianeta. Il tema, però, è filosoficamente più profondo di quanto sembri, se pensiamo che espressioni come “influenza sul pianeta” e “influsso globale” possono riguardare anche la comunicazione, la condivisione e la solidarietà. Dal documento programmatico Pace con Dio creatore, pace con tutto il creato (1990) di Giovanni Paolo II,

www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/messages/peace/documents/hf_jp-ii_mes_19891208_xxiii-world-day-for-peace.html

fino alla Laudato si’ (2015) e alla Fratelli tutti (2020) di Francesco, il magistero della Chiesa cattolica ha da tempo guidato una riflessione di primo piano sulla responsabilità ecologica e sullo sviluppo sostenibile, guadagnando sul campo un’autorità ormai riconosciutale a livello internazionale. Sono insegnamenti ben noti che non è necessario qui richiamare.

                La teologia viene però sollecitata dalla nozione di antropocene a un’ulteriore riflessione, specie se questo termine viene compreso come «epoca in cui l’essere umano giunge a una visione unitaria e globale della sua attività sulla terra». Dio ha infatti affidato agli uomini un creato in via e l’attività umana nel cosmo – ormai operiamo ben oltre i confini della terra – contribuisce al progetto del Creatore mediante la costruzione di un futuro aperto sulla storia. La teologia potrebbe allora porsi una domanda, forse inconsueta ma significativa: qual è l’Antropocene voluto da Dio? Teilhard de Chardin si era già chiesto un secolo fa qualcosa del genere, sebbene impiegando termini diversi. Partendo dai suoi studi di paleontologia, il pensatore gesuita consegnava la suggestiva visione di un mondo in convergenza evolutiva, che diventa gradualmente più complesso, dalla biosfera fino alla noosfera, ambito del pensiero, che pervade l’intero pianeta. Grazie alla sua vita spirituale, l’uomo avrebbe le risorse per unificare tutto il genere umano nella solidarietà e nella carità. Compito dell’umanità, sosteneva, è allora adoperarsi per realizzare tale condivisione e convergenza, lasciando che Cristo, centro del cosmo e della storia, possa attrarre tutti a sé, affinché Dio sia tutto in tutti.

                Se osserviamo gli effetti che cristianesimo ha determinato sulla storia, in modo particolare quella dell’Occidente, non è difficile trovare opere e prospettive di carattere globale e unificante. Si pensi agli ospedali e alla cura dell’umano, alle università e alle economie di condivisione generate dai primi istituti di credito. Si tratta di iniziative nate dal lavoro responsabile dei cristiani, ispirate a ideali di solidarietà, di condivisione e di promozione. E si stratta di attività che hanno caratterizzato in modo globale, esteso, la nostra vita sul pianeta. Ma possiamo andare più in là e chiederci, appunto: quali manifestazioni dovrebbe avere la presenza influente dell’essere umano sul pianeta perché egli cooperi, secondo il piano di Dio, a portare il creato verso un suo compimento?

                La prima di esse è fare del genere umano un’unica famiglia. Tutti gli esseri umani sono ordinati a divenire membra dello stesso corpo, il corpo di Cristo: la Chiesa, sacramento universale di salvezza, è figura e segno di questa unione, ci ha ricordato il Concilio Vaticano II. L’influenza e la presenza del genere umano sul pianeta, poi, dovrebbero essere tali da aiutare, in ogni luogo e in ogni circostanza, chi rimane indietro, facendosi carico di tutti, perché «tutti siamo responsabili di tutti», espressione cara a Giovanni Paolo II e a Francesco. «Quando il cuore è veramente aperto a una comunione universale – scrive Francesco nella Laudato si’ – niente e nessuno è escluso da tale fraternità. [...] Tutto è in relazione, e tutti noi esseri umani siamo uniti come fratelli e sorelle in un meraviglioso pellegrinaggio, legati dall’amore che Dio ha per ciascuna delle sue creature e che ci unisce anche tra noi». (n. 92). Nell’antropocene voluto da Dio, la rete di comunicazione con la quale l’essere umano ha interamente avvolto il pianeta, e la globalizzazione che ne deriva, verrebbero impiegate per distribuire le risorse laddove è più necessario. Si investirebbe per accrescere in tutti la qualità della vita, ma anche per condividere il pane della cultura, dell’istruzione e della conoscenza, perché comprendere la nostra storia e il ruolo dell’uomo nel cosmo è espressione di una dignità alla quale tutti abbiamo diritto. In sostanza, nell’antropocene che Dio si attende dall’uomo, la scienza sarebbe al servizio dello sviluppo di tutti e l’uomo di scienza, perché sa di più, dovrebbe servire di più... Il mondo in cui viviamo è un mondo in costruzione, un mondo nel quale gli uni influiranno sempre più sugli altri, un mondo in cui saremo sempre più consapevoli di essere tutti in relazione, fra noi e con la natura. È però indispensabile restare tutti aperti alla relazione più importante, quella con Colui che custodisce in Sé il progetto del mondo e il senso della storia. Solo così le relazioni potranno essere costruite su un fondamento solido, nella carità, nella solidarietà e nel rispetto. «Il presente e il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio», scrive san Paolo ai Corinzi (1Cor 3,21-23). La teologia cristiana è persuasa che in queste poche parole siano contenute tutte le istruzioni per gestire saggiamente la nuova era geologica, se così proprio fosse, che l’essere umano ha ormai inaugurato.

 Giuseppe Tanzella-Nitti ¤1955    Avvenire             21 maggio 2022

www.avvenire.it/agora/pagine/antropocene-che-cosa-chiede-dio-alluomo

 

Esiste nel mondo un’anima nonviolenta

                “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. La arcinota visione della vita e della storia quotidiana di Italo Calvino (1923-1985) si riferisce alla violenza culturale o simbolica, che abitiamo tutti i giorni, profonda, difficile da sradicare, più persistente nel tempo, radicata nei mondi dell’economia, nel linguaggio e nell’arte, nella scienza e nel diritto, nei media e nell’educazione, nella religione e nell’ideologia, la cui funzione è semplice quanto decisiva: legittimare gli inferni diretti della guerra e gli inferni strutturali del potere autoritario.

                Siamo alla ricerca “quasi disperata” di come uscire dall’inferno della guerra in Ucraina e non solo. Nel frastuono di una informazione sempre più bellicista e militarista ci interessa saper riconoscere chi e cosa ci indichi che “esiste nel mondo un’anima nonviolenta che da sempre lo abita e non cessa di palpitare dal fondo carsico della storia”.

                    Ed è questa la spinta e il sentimento con i quali ho letto il testo di Gabriella Falcicchio, L’atto atomico della nonviolenza, Relazioni, stili di vita, educazione: Aldo Capitini e la tradizione non violenta, edizioni la Meridiana, Bari, pp. 208. Finito di stampare nel gennaio 2022, quando, almeno noi occidentali, non sospettavamo ciò che sarebbe accaduto qualche giorno dopo, il 24 febbraio 2022, non è un testo di circostanza o di cronaca legato alla drammatica attualità. La quasi totalità della cronaca di questi mesi, libri, articoli, dibattiti, profluvi di interventi quasi sempre intollerabili, sono nella logica di chi accetta l’inferno e ne è diventato parte fino al punto di non vederlo più e di assistere senza far nulla a inferni che “fanno molto rumore”, a inferni soffocati nel silenzio e nel disinteresse, a inferni dimenticati.

                La Falcicchio, professoressa universitaria, dopo circa 13 anni dalla prima monografia su Aldo Capitini, (1899- 1968) ha scritto questo testo su “nonviolenza ed educazione” partendo da lui, dal suo pensiero e dalla sua vita. Ma non è soltanto una biografia di Capitini. Anche questo. È un testo di una militante nonviolenta. E’ il testo di una cercatrice (non solo di una “ricercatrice universitaria”), di una educatrice che confessa la propria umanità limitata, di una mendicante, di colei che non possiede verità confezionate e, per questo, deve ritrovare il coraggio di chiedere: alle sue studentesse e studenti, “ai tanti umani che mi hanno costruito come persona”, alle “tante persone che negli anni mi hanno accompagnato” (e ne cita 66, tra “insegnanti amatissimi”, “presenze di una vita” e “ora giovane e robusto alberello di mandorlo”), ma anche alle “opere di essere umani con una storia culturale e scientifica di grande coraggio e per questo (…) attivisti incuneati nelle pieghe della evoluzione della nostra specie, così complicata, così esperta nella distruzione”: mattoni di un edificio di civiltà, di una storia diversa perché “la nonviolenza riesce ad abbracciare i migliori contributi in termini di pensiero e di esperienze che gli umani hanno prodotto per ricongiungersi al nucleo generativo della vita: un pensiero ricco e aperto, fertile, inventivo, e per questo gioioso e festivo, anche quando riflette sulla violenza e sulla sofferenza che abitano il mondo; esperienze realizzate e in corso, con una storia appassionante, tutta da esplorare, che parla il linguaggio concreto, vicino, feriale di nonviolenza non utopica o destinata ad anime elette, ma realizzabile da tutti, ora, qui”.

                Il “volume è intimamente corale, scritto da tante voci”, la più importante è quella di Aldo Capitini. Ma le protagoniste principali sono: la nonviolenza e il “credo profondamente” in essa dell’autrice.

                L’aggettivo “atomico” del titolo.

 Capitini, poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale, scrive la Falcicchio, con la sua abituale raffinatezza linguistica e lessicale che sa allacciare poesia e storia, usa l’aggettivo, così traumatico, così scioccante – anche per la vicinanza temporale al più devastante evento bellico della storia umana – di atomico, ma sa ribaltarlo lasciandoci spiazzati e restituendo a una forza naturale, quella dell’incontro tra gli atomi, il valore che gli è proprio e che non è in sé di distruzione. Sono gli umani ad aver piegato una potentissima forza naturale allo scopo dell’annientamento: usare la stessa parola per indicare la nonviolenza sottrae all’energia nucleare il significato bellico e offre alla nonviolenza una metafora capovolta di enorme misura: “nell’alternativa tra questa realtà che è così insufficiente e svogliata a raggiungere la realtà ideale, e una realtà in cui amore e libertà coincidano perfettamente nell’affettuoso appello all’altrui libertà di decidere, l’atto della nonviolenza sceglie senz’altro di anticipare questa realtà, di farla vivere, di iniziarla con assoluta fedeltà, togliendo di colpo la distanza del mezzo dal fine. È l’annuncio puro del fine; l’atto di persuasione che supera le distinzioni e lo spazio riservato al “diritto”, l’impazienza di vivere il sacro, la diversa atmosfera della diversa realtà: bisognerà pure che scoppi in questa realtà inadeguata l’atto adeguato, l’atto atomico della nonviolenza” (Capitini, 1948, pp.68-69).

                Il libro della Falcicchio è formato da due parti:

1)      La Parte prima ha per titolo: pensiero e azione per il cambiamento. Già i sottotitoli esplicitano il pensiero di Capitini, che pur nella sua complessità appare molto lineare e chiaro: Io non accetto! – Che non si escluda nessuno: la teoria della compresenza – Il no alla morte: la vicinanza religiosa ai morenti e ai morti – Andare nel mondo in festosa inquietudine – La festa – Rivoluzionare il mondo senza armi – Lentius, profondius, soavius: il radicamento negli stili di vita – Il rapporto con il tempo e il valore della semplicità volontaria.

                Segue un Approfondimento: la scelta vegetariana di Aldo Capitini (“Io diventai vegetariano allo scopo di ampliare la cerchia delle esistenze rispettate”).

2)      La Seconda parte: l’educazione come abbraccio festivo ha una introduzione: – Il fanciullo è il figlio della festa –, seguita da un approfondimento: – Il falso problema delle regole -, e due capitoli: – I bambini sono davanti, non dietro di noi -, – Conoscere e agire per la liberazione– con due testi “La gioia” e “L’amore” di Capitini (tratti da Il fanciullo nella liberazione dell’uomo), – La scuola che si fa amare – e il lungo e interessante approfondimento: educare al piacere di usare le mani.

                L’ultimo capitolo, Verso un domani sperabile. Linee di sviluppo dell’educazione alla luce della nonviolenza, si può considerare una conclusione aperta. La Falcicchio, in questa conclusione, applica il pensiero nonviolento all’agire umano e in particolare alla pedagogia e alla educazione. E indica 4 direzioni, tra loro fondamentalmente unite:

  1. la necessità di riflettere su come educhiamo, per decostruire forme di oppressione, di abuso di potere e di costrizione per offrire modalità relazionali e comunicative rispettose, accoglienti e valorizzanti delle educande/i;
  2.  la via della educazione alla nonviolenza e le sue tecniche;
  3.  la direzione della educazione con la nonviolenza
  4.  e, infine l’educazione per la nonviolenza.

                Queste indicazioni della ricerca della Falcicchio sanno di concretezza pensata, approfondita, documentata e anche sperimentata. Il testo è chiuso da 17 pagine di riferimenti bibliografici aggiornatissimi.

                Ma torniamo al maestro della Falcicchio, Aldo Capitini, e ai tanti interrogativi che la vita e il pensiero di questo grande “profeta” hanno lasciato alla storia culturale dell’occidente.

                “Capitini resta un autore scomodo e per questo poco noto”. “Aldo Capitini (1899-1968) rappresenta una figura molto originale nel panorama culturale italiano ed europeo. (…) Capitini è un cardine nel traghettamento di ideali dalla loro gestazione nel XIX secolo verso quella temperie storica impregnata di lotte per i diritti che saranno gli anni ’60 e ‘70” (…) Nonostante questo ruolo di perno, Capitini, per la sua incollocabilità e scomodità, resta sconosciuto ai più e, quando è noto, rimane più nominato che studiato” (pag. 17).

                Di formazione filosofica e classica, entra come borsista alla Normale di Pisa e ne diventa segretario. Nel 1933 lascia l’impiego di segretario per non piegarsi al fascismo. Arrestato più volte per la sua attività in aperto contrasto con il regime, si pone anche come scomodo assertore di un antifascismo senza armi né sangue. Solo nel 1956 rientra nel mondo accademico come docente di pedagogia a Cagliari. Nello stesso anno, 1956, la Chiesa cattolica mette all’indice il suo testo “Religione aperta” che Capitini difende con un altro suo scritto: “Discuto la religione di PIO XII”. Fonda i COS (Centro di Orientamento Sociale) in cui sperimenta la democrazia dal basso. Con l’interesse a mantenere sempre unite teoria e prassi, ha interagito per le questioni di politica educativa con personalità di grande spicco del suo tempo: da Lucio Lombardo Radice a Danilo Dolci e a don Lorenzo Milani.

                Capitini, con la sua teoria della pace e della nonviolenza, ruppe anche la logica dei blocchi e la marcia della pace Perugia-Assisi del 1961 fu un evento epocale, col quale l’egemonia, per un momento, fu sua, in una situazione politica di diffidenza totale dei partiti della Sinistra, di antipatia del mondo cattolico, di ostilità della destra. Alla già citata Religione aperta, occorre aggiungere, fra le opere di Capitini, Educazione aperta, L’atto di educare e Il Fanciullo nella liberazione dell’uomo. Ma molti sono altri suoi scritti.

                Il concetto di persuasione, l’idea di compresenza (“nessuno escluso”), la necessità di mettere insieme fini e mezzi (dopo l’infausta separazione operata da Macchiavelli) perché in questa riunificazione ha inizio il germe della tramutazione (parola originale che indica il necessario cambiamento della realtà, nel suo dna e nella sua struttura essenziale), la partecipazione di tutti alla produzione del valore e alla libertà liberata, l’apertura come azione che va incontro al tu di tutti, di ogni essere venuto alla vita,  la omnicrazia (potere di tutti) che fa diventare sacra la parola “tutti”: sono questi i capisaldi della visione “laica” della vita, anche se Capitini la qualifica come “religiosa”, in un senso molto diverso dall’uso della stessa parola negli ambienti confessionali e cattolici. Per Capitini vita e pensiero, singolo e tutti, non procedono mai separati: “il dissenso non si separa mai dalla elaborazione del nuovo e dalla ricerca di modalità trasformative; la critica si accompagna alla creatività; il disagio e il dramma stanno con la speranza e la fiducia”. Se l’individuo è il centro vitale di iniziative, egli non ha statuto senza tutti gli altri. Come risulta da questi pochi cenni, molto ben esplicitati nel testo della Falcicchio, Capitini, con la sua visione profetica, ha prefigurato scenari di cui oggi si discute ampiamente.

                Annotazioni. Il libro della Falcicchio dimostra che la tradizione nonviolenta continua e che il pensiero di Capitini non è morto e continua a fecondare.  Ma le obiezioni alla nonviolenza si fanno sempre più insistite e pesanti.                Perché?

                 Un fattore è lo strapotere o l’umiltà (o come direbbe Franco Cassano) del male e della violenza: il monopolio del pensiero unico, l’ossessione della comunicazione, con la spettacolarizzazione del pubblico e del privato e con la violenza della pubblicità, definita il “fascismo del nostro tempo“; il “turbocapitalismo”, basato sulla rendita e non sul lavoro, che ha aumentato la concentrazione di sistemi di potere privato, tacitando la dimensione politica; le “tante guerre a pezzetti”; lo strapotere del militarismo e della tecnologia a servizio delle armi. Ed ora anche la guerra in Ucraina.

                A questo fattore va aggiunto il venir meno delle grandi speranze e del grande sogno della ‘nuova frontiera‘ (vissuto da noi più anziani) e la scarsezza di modelli di una nuova socialità e giustizia, per i più giovani. Dopo 70 anni, siamo scivolati nuovamente nello scenario di blocchi contrapposti tra Nato e resto del mondo: un conflitto aperto in cui le parti intendono imporre il proprio potere militare ed il proprio potere contrattuale, anche a costo di provocare nuove tensioni nucleari e nuove carestie.

                Ma c’è un fattore, secondo me, determinante nella percezione della subalternità della nonviolenza alla cultura, per molti “naturale”, della forza, della distruzione, delle armi e della guerra: le azioni della nonviolenza appaiono molto fiacche e deboli (o le abbiamo rese tali) rispetto alla terrificante capacità di portar morte che ha la sua controparte. A ciò si aggiunga la percezione che la nonviolenza sia relegata esclusivamente a settori considerati marginali della vita: la religione o la filosofia estesa alla pedagogia e alla scuola.

                Günther Anders, morto nel 1992, pur famoso per le sue iniziative, nel dopoguerra, contro la guerra e le possibilità del suo ritorno, sosteneva, negli ultimi anni della sua vita, la tesi (oggi trivializzata da sedicenti giornalisti e commentatori) che la risposta nonviolenta è superata perché, scriveva: ”Guardare impassibilmente negli occhi il pericolo e, nello stesso tempo, starsene con le mani in mano, come fa il 90% dei nostri simili, non è prova di coraggio e neppure di valore, ma di servilismo“.  Tesi che si può applicare ad alcuni superficiali seguaci ma non a Capitini. Aldo guardava negli occhi il male e la violenza e non era un ingenuo ottimista. Il suo ottimismo era fatto di persuasione, ma mai di ingenuità. Era l’ottimismo di chi spende la vita nella scommessa sul cambiamento più radicale di tutti, nella fiducia nei mezzi di cui si serve, nella giustizia della lotta che si propone o a cui si aderisce, nella bellezza dei fini giusti. Era un ottimismo che si faceva azione, quello di chi dice: Non ci sto. Era l’ottimismo di chi dice “non accetto“… e fosse pur vero che il pesce grande mangerà sempre il piccolo… che ci sarà sempre la morte… che l’uomo non metterà mai le ali… io non ci sto, io dico di no, io faccio tutto ciò che mi è dato di poter fare perché avvenga il contrario.

                Per quanto riguarda l’ambito limitato del pensiero nonviolento, ha ragione la Falcicchio quando ricorda che vi sono opere di esseri umani con una storia culturale e scientifica di grande coraggio. Questi scienziati hanno iniziato a scrivere un’altra narrazione della storia attraverso parole e azioni sublimi e che rappresentano alcune declinazioni della speranza attiva: cooperazione, coevoluzione, simbiosi. Da parte mia mi permetto di citare gli studi di Stefano Mancuso che, in particolare, nel testo La nazione delle piante (presente anche nella bibliografia della Falcicchio) sostiene e dimostra come il mondo delle piante riconosce e favorisce il mutuo appoggio fra le comunità naturali di esseri viventi come strumento di convivenza e di progresso. Basta imparare dalle piante! La ricerca e il sostegno di questi scienziati alla nonviolenza lasciano tracce profonde nell’animo di molti giovani.

                Un’ultima annotazione. Che cos’era religione per Capitini? Qual era la posizione di Capitini verso la Chiesa cattolica? E quale quella della Chiesa nei suoi confronti?

                La religione, diceva, è “la coscienza appassionata della finitezza e il superamento della finitezza stessa“. Interessa, della religione, quanto essa possa aiutare a modificare, a cambiare, quanto possa contribuire a una liberazione che comprende tutti.

                “Perciò la mia vita religiosa avrà due caratteri essenziali:

                 1) si aggiungerà al mondo circostante come contributo che vuole arricchire e non opprimere;

                2) sarà aperta a tutto ciò che possa incontrare per approfondire, rivedere, ascoltando e parlando, e non con la pretesa di soltanto parlare e rivelare”.

                 Da questo discendono azioni, pratiche, interventi, che si concentrano nell’idea di una nonviolenza attiva, uno stato d’animo e una persuasione che saranno i religiosi, i persuasi, a dover diffondere; ed è, aggiungeva Capitini, ” una vergogna che avvengano guerre senza che i religiosi contrappongano e dispieghino il metodo nonviolento”. Se il religioso non sente questa duplice vergogna, è meglio che cessi di parlare di religione.

                Capitini ha scritto delle pagine bellissime su “religione e nonviolenza” ma mi ha incuriosito molto la lettura di due suoi testi: “Discuto la religione di Pio XII” (Parenti editore) del 1956 e “Severità religiosa per il Concilio” (De Donato editore) del 1966. I vertici della Chiesa romana prima hanno condannato e poi ignorato il pensiero di un libero religioso nonviolento, come si definiva Capitini. Ma Aldo ha avuto sempre rispetto per la Chiesa romana. La sua critica, sempre motivata e inflessibile, ha un tono pacato, ragionato e mai risentito.

                “Chi vuol leggere qualche cosa di organico sul mio modo di intendere la vita religiosa può leggere il libro Religione aperta. Questo libro è stato messo all’indice da Pio XII e il decreto è uscito proprio nel giorno anniversario 1956 della conciliazione tra Il Vaticano e il governo fascista. Sulla stessa pagina dell’Osservatore Romano c’erano, a sinistra il decreto latino, a destra un articolo con una critica del libro. Nell’articolo era detto che io, scrivendo quel libro, non avevo riflettuto alle conseguenze; nel leggere questo, devo dire che mi sono subito domandato se in quel tal giorno, 11 febbraio 1929, di cui era allora l’anniversario, si era pensato nella mente degli ecclesiastici responsabili della firma di quel patto, alle «conseguenze». Al dire di Pio XII (Enciclica Summi Pontificatus, 20 ottobre 1939) cominciò allora una grande pace: «Da quei patti ebbe felice inizio, come aurora di tranquilla e fraterna unione di animi innanzi ai sacri altari nel consorzio civile, la “pace di Cristo restituita all’Italia”». Noi che stavamo contrastando al fascismo, vedemmo in quel Patto un grande aiuto dato al tiranno Mussolini per poter preparare le sue guerre, forte dell’aiuto ecclesiastico e della docilità del popolo delle campagne. Quando noi, nell’opposizione ad un regime che molto male faceva ed altro molto più grande preparava all’Italia, pensavamo ai modi con i quali l’Italia se ne sarebbe potuta liberare ci pareva che la Chiesa avrebbe potuto (se al posto di Pio XI fosse stato un Gandhi), con una semplice campagna di non-collaborazione e senza versare una goccia di sangue, illuminare il popolo dei fedeli e far cadere il regime che portava il nostro paese al disastro. Questo la Chiesa di Roma non ha fatto e ciò è prova della sua imprevidenza, della sua insensibilità a ciò che concerne la libertà e la giustizia, e della sua infedeltà allo sviluppo dello spirito cristiano” (pag. XIII di Discuto la religione di Pio XII).

                A differenza dei tanti che dopo i patti lateranensi giurarono fedeltà al regime fascista per poter difendere interessi personali, Capitini rifiutò il giuramento al regime fascista, non abbandonò la religione ma cercò “la forza religiosa nelle parole e negli esempi più alti di vita religiosa, fuori dall’istituzionalismo cattolico: ristudiammo i Vangeli, San Francesco, Buddha, Mazzini, Kant; prendemmo contatto con il metodo gandhiano di lotta, con la sua religione etica. Nella Conciliazione trovammo un altro stimolo per lavorare ad una riforma religiosa, necessaria ad integrare il rinnovamento politico e sociale che sarebbe venuto dopo la Liberazione. Anche se non eravamo più cattolici da anni e anni, e già la conoscenza dello sviluppo del cristianesimo libero, della filosofia moderna, della critica storica delle origini cristiane, della storia politica e sociale della Chiesa romana, ci aveva rafforzato nel non essere cattolici, la Conciliazione guarì per sempre anche ogni angolo di simpatia sentimentale che potesse esserci in qualcuno di noi: le affascianti campane sonavano per cerimonie dove si inneggiava al tiranno, ad un regime che straziava la libertà, la giustizia, la morale e la vera religione. La Conciliazione ci separò per sempre dall’attrazione di certe cose deposte in noi dalla fanciullezza, e ci aiutò verso un’intima persuasione religiosa inconciliabile definitivamente con la Chiesa romana. Da allora è stata ripresa in Italia la speranza e il lavoro per una riforma religiosa, e contro di essa non varranno né la potenza accresciuta né l’inerzia del conformismo” (pp. XIV-XV).

                Alla chiesa cattolica non interessa l’indipendenza dei popoli, la libertà culturale, la giustizia sociale. E nemmeno interessa il Vangelo che pure predica a parole. Il Vaticano con i Concordati non chiede le cose per tutti ma un posto per sé, chiede soltanto privilegi per i sacerdoti e per le loro opere. La religione di Pio XII è divisiva e perciò settaria, arcaica e irrispettosa della coscienza, sostiene Capitini.

                Dieci anni dopo la pubblicazione del testo sulla religione di Pio XII, Capitini, che vive gli ultimi anni della sua vita durante il Vaticano II, si pone la domanda se con il Concilio “la Chiesa romana si sia effettivamente «aperta» e rinnovata. Due anni prima di morire pubblica il testo “Severità religiosa per il Concilio”.

                Ma perché Capitini si occupa della Chiesa romana, pur non professandosi cattolico da decenni? Poteva sconfinare nell’ateismo come tanti, invece si definisce «libero religioso nonviolento». E prende sul serio questi tre termini:

  • religioso: “di una religione consistente nel rapporto con la compresenza dei vivi e dei morti, creatrice corale dei valori, provvidente e liberatrice dai limiti dell’attuale realtà”;
  • libero: in quanto “impegnato in una “formazione incessante di una tale vita religiosa nell’apertura e nel dialogo, con libertà da un’istituzione sacerdotale autoritaria che ha un Capo, infallibile pronunciatore di dogmi (papismo)”;
  • nonviolento: praticante “della nonviolenza e delle sue tecniche in ogni atto e in ogni lotta, verso ogni essere”.

                Sul Concilio Vaticano II espone una tesi molto chiara. Pur ritenendo che i vescovi conciliari non siano gli esclusivi (e nemmeno i più autoritari) rappresentanti di tutti i cattolici (in quanto nominati dall’autorità centrale e non dal basso), considera il Concilio “un fatto cospicuo” per i temi teorici e pratici trattati. La sua ricerca sul Concilio, però, non riguarda la sua organizzazione e la legittimità dei suoi protagonisti ma mira a capire se il Concilio ha portato la chiesa romana più verso il Discorso della montagna o verso il Credo. E si sente legittimato a fare questa ricerca in quanto “orientato non solo ad assimilare, da decenni, alla mia vita religiosa, i principi cristiani dell’apertura ad una realtà liberata, della nonviolenza e del perdono, della valutazione degli «ultimi», della ragione del contrasto col mondo, ma anche a moltiplicare Gesù Cristo per ogni essere, a vedere nella morte di ogni vivente una crocifissione che il mondo dà e una resurrezione nella compresenza in eterno”. Era interessato, in breve, a “vedere se quel vasto gruppo di persone cattoliche avrebbe, superando disgraziate posizioni del passato, ripreso e svolto, con energia di amore, elementi autentici evangelici”.

                Dopo 132 pagine, ben documentate, il giudizio che Capitini dà del Concilio Ecumenico è un giudizio severo, nel senso religiosamente più autentico e impegnato del termine. Severità che deriva da una concezione evangelica e diversa dell’ideale religioso. Per Capitini il Concilio è stato un immenso lavoro ma il rinnovamento della chiesa romana è davvero impercettibile. “Non capire l’importanza centrale della nonviolenza è proprio, per sé stesso, significativo di appartenere al versante del passato e di essere riusciti, pur con un imponente moto di persone e di mezzi, a salire alla cima per discendere l’altro versante sereno. Ma gli esseri sono più delle istituzioni” (pag. 136 di “Severità religiosa per il Concilio”). E continua a invocare un profondo rinnovamento della chiesa cattolica.

                A 65 anni della morte di Aldo Capitini la situazione della chiesa cattolica appare molto più critica dei tempi del Concilio. C’è una piccola fiammella, che non viene dal basso ma dalle parole di un pontefice: “Due o tre anni fa a Genova è arrivata una nave carica di armi che dovevano essere trasferite su un grande cargo per trasportarle nello Yemen. I lavoratori del porto non hanno voluto farlo. Hanno detto: pensiamo ai bambini dello Yemen. È una cosa piccola, ma un bel gesto. Ce ne dovrebbero essere tanti così»

                È papa Francesco che nell’intervista al Corriere della Sera del 3 maggio introduce la via della nonviolenza attiva come risposta alla via imperante della guerra. Una vera novità introdotta dal pontefice argentino. Non c’è solo la via diplomatica per superare la guerra. Per la prima volta, sulla bocca di un pontefice, c’è il suggerimento della possibilità dell’adozione di forme di resistenza civile come pratica applicazione di un’alternativa nonviolenta all’impiego delle armi. Indica un gesto. Non sposa esplicitamente la teoria della nonviolenza attiva. In Vaticano resiste ancora la teoria della guerra giusta. E le posture cesaropapiste delle chiese nel conflitto Ucraina-Russia rendono difficile poter dire che le religioni sono portatrici di pace e sono in prima fila per la teoria e la pratica della nonviolenza. Ma la novità introdotta da Francesco conferma che anche la istituzione religiosa che da secoli convive e benedice la guerra non può ignorare che nel mondo c’è un’anima nonviolenta che lo abita e rappresenta una “forza più potente” della violenza.

                Si dirà che è ribaltata la tesi di Capitini espressa in “Discuto la religione di Pio XII” (Il papa che benedice la guerra nonostante i tanti cattolici nonviolenti, per i quali Capitini nutriva affetto): oggi, invece, è il contrario: il Papa introduce la novità della nonviolenza mentre vi sono tanti cattolici pigri nel seguirla.

                Non sono ribaltate, però, la certezza e la speranza e la persuasione di Capitini che solo la nonviolenza genera e non distrugge, dà la nascita e moltiplica, invece di dimezzare e dare la morte. Questa certezza e questa speranza e questa persuasione sono il dono, unico e prezioso oggi, senza facile ottimismo e pur con i limiti di qualsiasi opera umana, del libro di Gabriella Falcicchio.

Antonio Greco                  Manifesto4ottobre        20 maggio 2022

https://manifesto4ottobre.blog/2022/05/20/esiste-nel-mondo-unanima-nonviolenta

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ASSOCIAZIONE ITALIANA CONSULENTI CONIUGALI E FAMILIARI

Consulenza familiare a distanza

Deliberazioni del Consiglio Direttivo del 30 aprile 2022 a Salerno, il giorno precedente la Giornata di Studio

  1. 1.         Preso atto della praticità e della efficacia della Consulenza familiare a distanza e considerato che essa non rappresenta solo una modalità operativa da usare in caso di emergenza, ma uno strumento professionale, utile e duttile, da mettere a disposizione del Consulente della Coppia e della Famiglia, il Consiglio delibera di dare ufficialità alla modalità delle Consulenza on line, che potrà essere praticata liberamente da tutti i Soci, seppur nei limiti delle regole deontologiche esistenti in materia.

 

Giornata nazionale della consulenza familiare

                Come è noto la Giornata Nazionale è un evento che viene celebrato ogni anno nel mese di maggio con la partecipazione di tutti i Soci Aiccef, per accrescere la visibilità della professione del Consulente Familiare®, per promuovere la nostra figura presso l’opinione pubblica, nonché per evidenziare lo stretto legame esistente tra la Consulenza familiare e la professione del Consulente Familiare®.

                L’anno scorso, per i motivi legati alla pandemia, si è  celebrare solo in modo virtuale, sui social e suo web, quest'anno ci troviamo in una condizione migliore, che ci permette di organizzare iniziative per conferenze, open day, porte aperte, stand o banchetti, ed anche performance metaforiche.

                La Presidente ha incaricato la collega Angela Sgambati di coordinare le iniziative territoriali  e coadiuvare i referenti regionali nel ruolo fondamentale di congiunzione con le iniziative locali programmate.

Le ultime decisioni del Consiglio Direttivo                         21 maggio 2022

www.aiccef.it/it/news/le-ultime-decisioni-del-consiglio-4.html#cookieOk

 

“Il Consulente familiare”

Anno XXXIII – n. 2/2022 – aprile / giugno

Questo numero è inviato in formato digitale

¨       Ai Lettori

¨       Lettera della Presidente Stefania Sinigaglia

¨       La Giornata di Studio del 1° maggio a Salerno: relazioni, laboratori e curiosità

Il consulente familiare. Sos adolescenti: da ribelli a sofferenti

Bambini autonomi, adolescenti sicuri: educare alla salute mentale. Stefano Vicari

Il consulente familiare incontra l’adolescente. Ivana De Leonardis e Cinzia Trigiani

¨       Ero, sono, sarò. L’adolescente e il Consulente Familiare in azione, di Stefano Sancandi

¨       Appendice adolescenti

¨       La Giornata Nazionale della Consulenza Familiare, 2° edizione

¨       I 45 anni dell’AICCeF, di Stefania Sinigaglia

¨       La storia del logo dell’AICC&F di Rita Roberto

¨       Ricordi

¨       A proposito di famiglia

¨       Letto e visto per Voi

¨       Panorama internazionale sulla relazione d’aiuto

¨       Notizie Aiccef

https://drive.google.com/file/d/1WRvNdA-2N_zNBt4U_BCgAkv7yRE6N8OK/view

 

Raccolta degli atti sociali

https://drive.google.com/file/d/1zKMwXwS3H2a4V0nFR1dQskvqqzPRfDV6/view

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CENTRO INTERNAZIONALE DI STUDI SULLA FAMIGLIA

Newsletter CISF - n. 20, 25 maggio 2022

Il nuovo rapporto UNICEF su ambiente e benessere dei bambini. È stata presentata questa settimana la Report Card Unicef, elaborata dal Centro di Ricerca UNICEF Innocenti, e intitolata “Luoghi e spazi. Ambiente e benessere dei bambini: a che punto siamo”.

www.unicef.it/media/report-card-17-i-consumi-eccessivi-nei-paesi-piu-ricchi-del-mondo-stanno-distruggendo-l-ambiente-dei-bambini-a-livello-globale

Il report mette a confronto i risultati ottenuti da 39 Paesi OCSE e UE nel fornire ambienti sani ai bambini e avverte che la maggior parte dei Paesi ricchi non solo non riesce a fornire ambienti sani ai bambini all'interno dei propri confini, ma contribuisce anche alla distruzione degli ambienti in cui vivono i bambini in altre parti del mondo. Il video [1 min 35 sec] illustra la situazione dell'Italia.

                www.youtube.com/watch?v=yvv3hvJbeR4

USA/transizione di genere, battaglia legale in Texas. La Corte Suprema si è espressa su un caso che in Texas ha diviso politica e amministrazione: una coppia di genitori che aveva chiesto il supporto dei servizi socio-sanitari per avviare la transizione di genere del proprio figlio ha poi denunciato gli stessi servizi, che avevano avviato un'indagine sulla famiglia. La delicatezza della procedura richiede infatti una verifica che non si configuri un abuso sui minori. Si è scatenata una battaglia legale che ha coinvolto governatore dello Stato e Procuratore Generale. La sentenza ha stabilito la sospensione delle indagini sui genitori coinvolti nel singolo caso, ricordando però che la legge consente ai servizi socio-sanitari "la responsabilità legale di svolgere un'indagine tempestiva e approfondita su una denuncia di abuso o negligenza su minori".

www.nbcnews.com/nbc-out/out-politics-and-policy/texas-supreme-court-issues-mixed-ruling-trans-care-minors-rcna28747

Giornata nazionale della consulenza familiare. Sabato 28 maggio l'AICCeF-Associazione Italiana Consulenti Coniugali e Familiari promuove la Giornata nazionale della Consulenza Familiare, un evento per far conoscere il ruolo strategico del consulente della coppia e della famiglia (professionista disciplinato con la legge n.4 del 14 gennaio 2013) e della consulenza familiare come relazione d'aiuto che mira a rendere la famiglia protagonista del superamento delle sue difficoltà. AICCeF promuoverà questo importante evento anche in presenza nelle varie piazze e centri italiani, con incontri e materiale informativo.                                                                                                                                              https://www.aiccef.it

Presentata l'app "spazio famiglia". Questa settimana il Forum Nazionale delle Associazioni Familiari ha presentato l'APP "Spazio Famiglia" (scaricabile su Play Store e Apple Store),

https://play.google.com/store/apps/details?id=it.spaziofamiglia.app

https://apps.apple.com/app/id1586867870?fbclid=IwAR1GTyq5FN3jHbAbs-JSXYPfw1WFqUa09lG6yhMNPFNUG6eDIl350f-RGhg

per rendere ancora più facile e immediata la scoperta e la fruizione dei servizi dedicati alla famiglia, selezionati nell'ambito del progetto pilota realizzato dal Forum delle Associazioni Familiari e finanziato dal Dipartimento per le politiche della Famiglia. La sperimentazione è per ora localizzata nelle città di Roma e Palermo. Il marchio "Spazio Famiglia" è il risultato di un processo di accompagnamento di esercenti commerciali (suddivisi nei settori ospitalità, ristorazione, cultura) volto a ottimizzare il loro approccio alle famiglie in tutta l’esperienza di fruizione del servizio o acquisto del prodotto e riconoscibili dall'esposizione del marchio "Spazio Famiglia".                                                                        https://spazio-famiglia.it

56ma giornata delle comunicazioni: sussidio con i migliori film. In vista della 56ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (29 maggio), la Commissione nazionale valutazione film della CEI ha predisposto il sussidio pastorale “Con l’orecchio del cuore”, che propone cinque parole chiave: umiltà, gratitudine, onestà, stupore, cuore affiancate ad altrettanti titoli cinematografici [scaricabile gratuitamente a questo link]

                www.cnvf.it/sussidio-pastorale-con-lorecchio-del-cuore-per-la-56a-giornata-delle-comunicazioni

Percorsi di formazione

¨       Bioetica, morte e immortalità. Dal 4 all’ 8 luglio 2022 dalle 15.00 alle 18.30 si svolgerà il 20° Corso estivo monografico di aggiornamento in Bioetica. Intitolato Bioetica, Morte e Immortalità (Bioethics, Death and Immortality), il corso (sia in italiano che in inglese) è organizzato dalla Facoltà di Bioetica in collaborazione con la Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti Umani stabilita all’interno dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e l’Università Europea di Roma. Svolgimento sia in presenza che online, iscrizioni fino al 27 giugno.                                                 www.upra.org/convegno/bioetica-morte-e-immortalita

Dalle case editrici

¨       G. Daffi, Genitori rispettosi e rispettati. Guida illustrata per risolvere i problemi quotidiani con i figli, Erickson, Trento 2021, p.152

¨       G. Gagliardini (a cura di), Raccontiamo noi l'inclusione. Storie di disabilità. Le interviste integrali (ed. aggiornata 2021), a cura del Gruppo Solidarietà delle Marche [disponibile online e scaricabile gratuitamente a questo link]                                                                    www.grusol.it/apriInformazioniN.asp?id=4194

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¨       Carlo De Marchi, Fammi innamorare della mia vita. Meditazioni per gente sempre di corsa, Ares, Milano, 2022, pp.160

“Innamorarsi della propria vita vuol dire chiedere al Signore di farci scoprire che la nostra vita – cioè il lavoro, le relazioni e anche i problemi – è vivibile, è bella”. Non è un invito a un superficiale sussulto di ottimismo, quello che troviamo nelle pagine finali del nuovo libro di Carlo De Marchi, sacerdote milanese impegnato nella pastorale familiare e autore dei bellissimi podcast Meditazionintangenziale.it, pensati per chi vuole raccogliersi a riflettere e pregare magari proprio quando è imbottigliato nel traffico. (...) (di Benedetta Verrini).

Save the date

¨       Congresso (Int/Roma) - 25/28 maggio 2022. "5° International Maruzza Congress On PPC", a cura della Fondazione Maruzza                                                         www.childrenpalliativecarecongress.org/congress-2022

¨       Evento (Milano) - 1° giugno 2022 (14.30-17.30). "Incontri al confine: periferie e margini tra arti e umanità", a cura dell'Università degli Studi di Milano Bicocca [qui per info e brochure]

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=3%3dJVQYNV%268%3dS%267%3dSSR%268%3dTNSSV%26G%3d8CLBI_Asop_L3_Dqlr_N6_Asop_K8IMF.M096Ax.9C_Jmsi_T2I2L1I_Asop_K8z5y3GBC_Jmsi_T262D1I_Asop1t3w_K8NZKT-VU_Asop_K8Xrhedukg_WHCA1pxJ56xJ55_L_TVRK.Hz6%26w%3dEGIE5N.DxL%265I%3dNaSR

¨       Conferenza (Roma) - 6/8 giugno 2022. "Transitioning to Integral Ecology? Transdisciplinary Approaches for the Grounding and Implementation of a Holistic Worldview", a cura della Pontificia Università Gregoriana (Piazza della Pilotta, 4 - Roma)

www.unigre.it/it/eventi-e-comunicazione/eventi/calendario-eventi/transitioning-to-integral-ecology-transdisciplinary-approaches-for-the-grounding-and-implementation-of-a-holistic-worldview1

¨       Webinar (EU) - 7 giugno 2022 (13.00-14.00 CET). "The role of families in the generational economy", a cura di Population Europe e Einstein Center for Population Diversity

https://population-europe.eu/tuesday-dialogue-registration

¨       Convegno (Milano) - 10 giugno 2022 (9.00-13.00). "La riforma della giustizia minorile. Quale tutela per i piccoli?", a cura del CISMAI presso la Fondazione Culturale San Fedele (Piazza San Fedele 4 - Milano)

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=5%3d5aDa9a%26u%3dU%26r%3dXFT%26s%3dYAUDa%264%3d0xQyK_vxbr_78_1sWw_A8_vxbr_6C6O1.0nFxOx5x8.rL_vxbr_6C6H-gLwLiK3_JUzY_TjRyDs8mK_vxbr_6CAb3e8j6Y_1sWw_A8Db_1sWw_A8GpboEp-LqR3NiRv-0b-KpdiRv.y6j%26A%3dvMwSlT.rB3%26Aw%3dbHY6&mupckp=mupAtu4m8OiX0wt

¨       Convegno (Web/Roma) - 10 giugno 2022 (17.00-20.00). "Celebrating the Beauty of the Family: a European Conference, on the occasion of the XXV Anniversary of FAFCE and in preparation to the X World Meeting of Families", a cura di Federation of Catholic Family Associations in Europe

http://r.contact-fafce.com/mk/mr/KOqvc8SCDbzrBsVUSpve_MRWH90euKjMT2ySHHoQ7cfzjlefEbInkGazt0--z9m85LMYgLKV6gr6__c-wO7PKd_NI5YR6RwnYepFsvnzEiwQ88u4c-JBQq4UK8MNAi51KPw

¨       Conferenza (Int/Padova) - 23/25 giugno 2022. "Ethics Education and new Technologies: cooperation or conflit?", nell'ambito della X International Conference for Education in Ethics presso l'Università di Padova.                                                                                                              www.zipinternationalcongress.com

Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

Archivio   http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

 

https://a4e9e4.emailsp.com/f/rnl.aspx/?fgg=wsswt/e-ge=s/fh0=nws49a1:a=.-4&x=pv&65kac&x=pp&qzb9g6.b9g9h/:i4-7d=uz/sNCLM

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CHIESA IN ITALIA

Tutela minori.  Don Di Noto: “Con i Centri d’ascolto è nata una locanda dove curare le persone ferite”

                “Una locanda dove ascoltare e accompagnare, dove mostrare il volto limpido della Chiesa madre”.           Così don Fortunato Di Noto, responsabile del Centro d’ascolto della Conferenza episcopale siciliana, da trent’anni impegnato nella protezione dei minori con l’associazione Meter che ha fondato, racconta al Sir l’attività dei Centri d’ascolto diocesani. “In questi due anni, nonostante la fatica della pandemia, siamo un segno concreto che ci permette di servire i piccoli”.

                Quale percorso avete avviato a livello regionale per la tutela dei minori?

                Anzitutto, la costituzione ufficiale per ogni diocesi con tutti gli atti formali necessari che ogni vescovo doveva fare. La costituzione del Servizio diocesano per la tutela minori ci ha portato poi automaticamente a incontrare anche un primo step di formazione. Certamente con la pandemia ci siamo obbligati a farla online. A seguire, abbiamo sollecitato la costituzione del Centro di ascolto, che è veramente una “locanda”. Poi, ogni diocesi ha avviato gli incontri formativi al clero, ai seminaristi, alle famiglie. Abbiamo partecipato, quindi, alla Giornata nazionale di preghiera indetta dalla Cei.

                Che cosa emerge da questa esperienza?

                L’esperienza vede una propensione spirituale a far sì che la Chiesa locale dia attenzione all’infanzia. Una consapevolezza che da soli non si esce fuori da questa piaga globale. Si è trattato qualche caso in maniera riservata, con intelligenza, con tatto. Ci aspettavamo molte più segnalazioni che non sono arrivate, ma ci siamo riconosciuti come punto di riferimento.

                Come strutturate il Servizio di tutela dei minori?

                Le situazioni che sono state trattate risalgono a diversi anni fa. Il Centro d’ascolto non fa altro che raccogliere, attraverso tutto il protocollo che si adotta, ascoltare il racconto doloroso delle presunte vittime, far sentire una Chiesa Madre che accoglie con tenerezza e delicatezza. Poi, tutto questo passa automaticamente al vescovo che fa l’indagine previa, se è coinvolto un chierico. Ma ciò non significa che la persona che si è rivolta al Centro d’ascolto venga abbandonata. Anzi, tutt’altro. Viene accompagnata, sostenuta. Anche chi ascolta non deve essere un improvvisato ma un uomo con una grande maturità umana e professionale. Cerchiamo di creare un legame. A volte queste persone, che ci raccontano di avere subito abusi, vogliono solo essere ascoltate, accolte e illuminate. Dobbiamo sempre tenere conto che, se sono fatti del passato, le ferite ancora aperte devono essere trattate diversamente da quello che può accadere nell’immediatezza dei fatti.

                Perché considerate il Centro d’ascolto una “locanda”?

                Noi dobbiamo avere una propensione a creare luoghi in cui la gente che è ferita o ha subìto sulla fragilità la pesantezza del male possa trovare una comunità che si faccia carico di questa situazione. La locanda è tale perché la immagino sempre piena di calore, pulizia e accoglienza, di rispetto e di silenzio. Anche se ci sono diversi tavoli, sono tavoli comunitari. La locanda è il luogo dove il dolore è condiviso, come la sofferenza. La locanda è un “ospedale da campo”, nell’emergenza. Quando lo si faceva in una guerra – perché l’abuso è una guerra -, presentava questo senso profondo dell’accoglienza e della cura. In quel momento si può salvare una persona.

                Che cosa porta in questo servizio dall’esperienza di Meter?

                Con Meter ci portiamo dietro un bagaglio enorme di trent’anni. Meter è diventato anche un modello. La struttura di questi sportelli diocesani è un modello che consegnai 18 anni fa, proprio alla luce di quell’esperienza.

www.associazionemeter.org/index.php/i-nostri-servizi/centro-polifunzionale

Ci sono rischi da evitare, anzitutto quello della frammentarietà. Poi, l’importanza di rendere una pastorale ordinaria, non dell’emergenza. E, infine, la burocratizzazione. Noi dobbiamo fare vedere il volto bello, generoso e pulito di una madre, la Chiesa, che ama fino in fondo i suoi figli. C’è ancora una modulazione dei servizi che si può affinare e occorre puntare sulla qualificazione dei servizi offerti. A volte è necessario avere a disposizione volontari professionisti. Non tutti possono fare tutto.

Filippo Passantino          Agenzia SIR        24 maggio 2022

https://www.agensir.it/territori/2022/05/24/tutela-minori-don-di-noto-sicilia-con-i-centri-dascolto-e-nata-una-locanda-dove-curare-le-persone-ferite/

Una credibilità da riconquistare

                Doveva per forza iniziare da lì il difficile lavoro del nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana e da lì giustamente è iniziato. È lì infatti che ogni altra azione della Chiesa cattolica in Italia e nel mondo trova oggi il suo criterio di verifica: nel coraggio e nella determinazione con cui viene affrontata la questione degli abusi sessuali del clero cattolico, in particolare sui minori.

                 Nella sua prima dichiarazione dopo la nomina papale il cardinale Zuppi ha affermato di sognare una Chiesa che «sta per strada nella Babele del mondo», bellissimo proposito la cui condizione essenziale è data dalla più trasparente operazione di pulizia in casa propria. La cosa si spiega da sé perché «se la Chiesa non rispetta i diritti umani non può predicare il Vangelo», come afferma con logica cristallina la lettera pubblica inviata ai vertici della Chiesa italiana (qualche giorno prima della nomina di Zuppi) dal «Coordinamento delle associazioni contro gli abusi nella Chiesa cattolica -in Italia», tra cui in primo luogo il «Comitato Vittime e Famiglie». Tale coordinamento ha scelto di chiamarsi all'inglese (ormai sembra inevitabile) #ItalyChurchToo, ovvero «Anche la Chiesa italiana», laddove la congiunzione «anche» rimanda all'azione intrapresa ormai da tempo dalle Chiese cattoliche di non pochi altri Paesi, tra cui in primo luogo Francia e Germania, e invece finora assente in Italia.

                A questo riguardo Zuppi ha dichiarato: «Sugli abusi abbiamo scelto una strada nuova, una strada italiana», volendo così distinguere l'approccio della Cei. Il che significa che a differenza degli altri Paesi in cui la Chiesa cattolica per l'analisi delle denunce si è totalmente affidata a centri di ricerca indipendenti, la Cei prevede, come dichiara il suo comunicato stampa finale, che l'analisi «verrà condotta in collaborazione con Istituti di ricerca indipendenti, che garantiranno profili scientifici e morali di alto livello». Dire «in collaborazione» è ben altra cosa che affidare totalmente l'analisi delle denunce a istituti indipendenti: significa mantenere nelle mani della Chiesa la regia delle operazioni. Il fatto però che vi sia una collaborazione con istituti indipendenti mette al riparo almeno sulla carta dal fare tutto in casa propria con il rischio quanto mai reale di confondere giudice e imputato, e di preoccuparsi più dei preti abusatori che dei bambini abusati, come finora troppo spesso è avvenuto. È chiaro quindi che la bontà di questa «strada italiana» la si dovrà giudicare vedendola all'opera, verificando anzitutto l'effettiva indipendenza di tali «Istituti» al momento sconosciuti e poi verificando il grado di coinvolgimento delle persone che fanno capo a #ItalyChurchToo, perché è evidente che non vi può essere migliore garanzia del loro benestare alla conduzione delle indagini e ai relativi provvedimenti. Sarà il prossimo futuro insomma a farci capire se la ricetta della nuova Cei di Zuppi produrrà veramente qualcosa di più saggio e di più efficace dal punto di vista umano ed ecclesiale rispetto a quanto compiuto Oltralpe o se invece al contrario tutto si risolverà nell'ennesima soluzione «all'italiana», come quelle a cui purtroppo siamo abituati in ambito giudiziario con anni e anni di indagini che spesso finiscono nella «notte in cui tutte le vacche sono nere» (per riprendere una delle più celebri frasi della storia della filosofia che costò a Hegel la definitiva rottura dell'amicizia con Schelling).

Una cosa però è del tutto sicura: una Chiesa che voglia raggiungere il cuore di tutti, come scrive Zuppi, non può che essere per tutti credibile, e per essere credibile non c'è altra via che mettere ordine, pulizia, giustizia e, se è il caso, rigore al proprio interno. Il nuovo presidente della Cei ha detto che intende «ascoltare le domande di tutti, ascoltare davvero e farsi ferire dalle domande».

                È una bellissima espressione: farsi ferire dalle domande. Ma in che modo ci si fa ferire dalla domanda di un genitore che chiede com'è stato possibile che il suo bambino o la sua bambina sia stato violentato nel modo più turpe e vigliacco da colui al quale l'aveva affidato con fiducia e speranza, credendo al suo abito e alla sua missione? Quelle ferite la Chiesa italiana le deve veramente assumere su di sé, impegnandosi senza sconti per la giustizia, come ha stabilito nel 2019 papa Francesco con il motu proprio Vos estis lux mundi che sancisce l'obbligo morale e giuridico di segnalare gli abusi ai danni di minori e di persone vulnerabili.

                Ma c'è un'altra cosa da mettere in luce: quanti sono i preti che si macchiano di questi delitti tradendo nel modo più vergognoso la loro missione? I dati oscillano tra l'1,5 e il 5% del totale, ma qualunque sia la loro effettiva entità si tratta in ogni caso di una minoranza (che peraltro commetterebbe all'incirca l'1% del totale dei reati di pedofilia in Italia). Il punto però è che questa minoranza discredita ampiamente il lavoro e la missione di tanti onesti sacerdoti, alcuni dei quali sono da considerarsi più che onesti, direi eroici, per non dire santi, che io ho la fortuna e l'onore di conoscere, e di gioire della loro amicizia. Ed è anche per salvaguardare l'onore di questi preti che l'azione della Cei deve essere severa e senza sconti verso i colpevoli.

                Penso insomma che il fronte sia triplice:

  1. giudiziario: consistente nel consegnare alla giustizia i colpevoli;
  2. terapeutico e riparativo: consistente nel rendere giustizia alle vittime aiutandole il più possibile a riparare le profonde ferite psichiche e spirituali;
  3. 3) pedagogico: consistente nell'impostare una formazione e uno stato di vita dei sacerdoti che li metta il più possibile al riparo dal cadere in questi abissi.

                Gli abusi sessuali del clero sono sul punto di costituire la fine della Chiesa cattolica, la caduta libera della sua credibilità di madre e maestra, educatrice per secoli delle giovani generazioni. Perché la Chiesa si salvi e sopravviva a questo gigantesco tsunami di livello mondiale occorre che inizi a considerare se stessa meno importante delle vittime e meno importante della giustizia. Che inizi a considerarsi meno importante in generale, una struttura di servizio e non di potere, finalizzata non al proprio bene ma a un bene più grande che è il bene del mondo. Gli abusi sessuali del clero su bambini innocenti sono il pericolo mortale che la Chiesa sta affrontando, ma, come scriveva il poeta del romanticismo tedesco Friedrich Hölderlin, «là dove c'è il pericolo, cresce anche ciò che salva».

                E il cardinal Zuppi, per molti ancora don Matteo, ha le carte in regola per far capire agli altri vescovi e a tutti i preti che cosa è veramente importante.

Vito Mancuso    “La Stampa”     28 maggio 2022

www.vitomancuso.it

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202205/220528mancuso.pdf

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CHIESA NEL MONDO

Sturm und drang: quando a lasciare la Chiesa è un vicario generale

                Che un vescovo si dimetta non fa molta notizia. Ma che un vicario generale dia le dimissioni per lasciare la Chiesa cattolica ed entrare in un’altra confessione religiosa è invece alquanto singolare. È accaduto in Germania, nella diocesi di Speyer, dove il vicario generale mons. Andreas Sturm, 47 anni, ha rinunciato al suo incarico, dopo un tormento durato un anno e mezzo, secondo quanto ha dichiarato al Mannheimer Morgen (10/5), per aderire alla Chiesa vetero-cattolica come pastore. Il vescovo di Speyer mons. Karl-Heinz Wiesemann ha accettato le dimissioni e ha liberato Sturm da tutti i doveri sacerdotali, e ha nominato al suo posto Markus Magin, rettore del seminario, con effetto immediato.

                Sturm, vicario dal 2018 e in questa veste responsabile di migliaia di dipendenti e di un budget di milioni, è stato sempre più il volto di una Chiesa capace di riformarsi, prendendo coraggiosamente posizione su questioni come la benedizione delle relazioni omosessuali e il celibato. Ha rilasciato una dichiarazione personale sulle motivazioni che lo hanno spinto a compiere questo passo, pubblicata sul sito della diocesi: «Ho perso la speranza e la fiducia nel corso degli anni che la Chiesa cattolica romana possa davvero cambiare», ha affermato in una lettera. «Allo stesso tempo, vedo quanta speranza è riposta nei processi in corso come il Cammino sinodale», ma non si sente più di «annunciare questa speranza e di sostenerla onestamente e sinceramente perché semplicemente non ce l'ho più».

                In una lettera alla diocesi, il vescovo Wiesemann afferma di aver accettato «con grande rammarico» le dimissioni del vicario, perché con lui aveva lavorato in «profonda fiducia». «Andreas Sturm ha portato molte cose positive nella nostra diocesi con i suoi modi pragmatici ed entusiasti e il suo impegno appassionato per una Chiesa rinnovata che è stata toccata da Dio ed è vicino alle persone». Il vicario ha guidato la diocesi di Speyer per diversi mesi, durante l'assenza del vescovo per motivi di salute. Nella sua dichiarazione personale, Sturm ha sottolineato di non andarsene con rabbia, «ma con grande speranza per me e per la mia stessa vocazione»; chiede perdono a tutti: «Semplicemente non ne avevo più le forze». Il 15 giugno uscirà il suo libro, per le edizioni Herder, intitolato Ich muss raus aus dieser Kirche (“Devo uscire da questa Chiesa”), nel quale mette a nudo se stesso e gli abusi nella Chiesa, facendo un bilancio spietato ma anche un'ammissione di fallimento personale. Il sottotitolo del libro è ancora più espressivo del titolo: Weil ich Mensch bleiben will, “Perché voglio rimanere umano”.

                Sturm è stato parroco nella diocesi per 20 anni e, oltre alla pastorale comunitaria, ha lavorato come guida spirituale della Comunità dei Giovani Cattolici (KjG) e come presidente diocesano della Associazione della Gioventù Cattolica Tedesca (BDKJ).

                Perché la scelta di unirsi alla Chiesa veterocattolica? Nata negli anni ‘70 dell'Ottocento in contrasto con le risoluzioni del Concilio Vaticano I (1869-1870) sull'infallibilità e il primato del papa, la diocesi tedesca veterocattolica conta ben 16.000 membri in 60 parrocchie. Negli ultimi anni, ha visto un grande afflusso di membri in precedenza cattolici per la sua apertura rispetto a diversi temi: celibato opzionale e preti sposati, sacerdozio femminile, accoglienza delle persone Lgbtq e matrimonio religioso per le coppie omosessuali.

                Motivi profondi. «Gli abusi sono stati un grosso problema», ha affermato Sturm; Il rapporto dello studio MHG nel settembre 2018 «ha infranto» la sua visione del mondo. «Ho sempre pensato che ci fossero abusi nella Chiesa, ma il fatto che la percentuale di casi sia così alta rispetto alla società nel suo insieme, e vedere quanto sia difficile affrontare il problema nella Chiesa è stato determinante».

                Anche il ruolo delle donne nella Chiesa è stato per lui un punto dolente: «Gesù non ha chiamato solo gli uomini. Noi neghiamo le vocazioni femminili». C'è molta ricerca teologica in questo campo, «noi, invece, continuiamo a ingrandire le parrocchie solo perché pensiamo che possano esserci, come preti, solo uomini non sposati». Questa considerazione porta al terzo tema, il celibato obbligatorio per i preti. «Non possono essere ammessi anche uomini sposati o che vivono con un uomo?», ha chiesto. Lui stesso ha ammesso di aver violato il celibato: «Ma soprattutto ho ferito delle persone, cosa di cui mi dispiace molto».

                 Sturm ha attirato l'attenzione a livello nazionale quando si è opposto al divieto del Vaticano, nel 2021, di celebrare benedizioni delle coppie omosessuali e ha annunciato che avrebbe continuato a benedirle. Quando, all’inizio di quest’anno, 125 persone queer al servizio nella Chiesa – preti, ex preti, insegnanti, funzionari della Chiesa a vario titolo, volontari – hanno fatto coming out con la campagna #OutInChurch chiedendo di eliminare le «dichiarazioni obsolete della dottrina della Chiesa» sui temi di genere, una benedizione in chiesa per le coppie dello stesso sesso, un cambiamento nella legge sul lavoro della Chiesa, che considera l’omosessualità dei propri dipendenti una violazione della lealtà, e la fine della discriminazione nei confronti dei credenti omosessuali, bisessuali e transgender, Sturm è stato tra coloro che hanno garantito l’assenza di conseguenze sul diritto del lavoro per i dipendenti della Chiesa queer (v. Adista News, 28/1/22).

                Sturm ebbe parole di forte critica anche quando il Vaticano, nel 2020, emanò l’Istruzione sulla vita parrocchiale dal titolo “La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa”, che poneva l’accento sulla centralità della figura sacerdotale (v. Adista Notizie n. 30/20), dicendosi deluso del fatto «che i tentativi delle diocesi di affrontare in modo costruttivo la mancanza di sacerdoti e di trovare nuovi modi di cura pastorale stiano ricevendo così poco supporto da parte della Congregazione per il Clero». Per lui, la corresponsabilità tra clero e laici nelle parrocchie – una possibilità che il Vaticano escludeva chiaramente nella istruzione – non costituiva «una minaccia, ma un'opportunità per le parrocchie e anche per i sacerdoti», e la condivisione degli incarichi tra preti, diaconi, religiosi e laici «rafforzano l'unità in una comunità e arricchiscono la parrocchia di punti di vista differenti».

                I commenti. Le dimissioni e l’uscita dalla Chiesa di mons. Sturm hanno suscitato molto scalpore, ma non eccessivo stupore: «La crisi della Chiesa scuote profondamente il popolo di Dio in questo Paese e nel frattempo ha raggiunto anche il livello di leadership» commenta su katholisch.de Christoph Brüwer (17/5). «Eppure questa reazione non sorprende». Di certo, continua, è palpabile «la disillusione e la delusione tra coloro che sperano in riforme nella Chiesa. Per molti Sturm è stato un pioniere che, ad esempio, ha chiesto l'ordinazione delle donne diacono». Le sue dimissioni – questo è il suo timore maggiore – «significano anche una battuta d'arresto per processi di riforma come il percorso sinodale: a quanto pare anche i rappresentanti di alto rango della Chiesa non credono più che le riforme in discussione saranno effettivamente decise e attuate in modo tempestivo, e non possono più annunciare in modo credibile questa speranza. Alla prossima assemblea sinodale di settembre, i sinodali avranno l'opportunità di contrastare questa sensazione e di prendere decisioni concrete. Resta da vedere quante persone trarranno coraggio e speranza da questo».

Ludovica Eugenio                            Adista                  21 maggio 2022

www.adista.it/articolo/68091

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CITTÀ DEL VATICANO

Luigi Accattoli e la sfida sui presunti enigmi del Vaticano sull’Ucraina

Due vaticanisti – uno italiano e uno statunitense – si confrontano sulla posizione vaticana sul conflitto ucraino. John Allen, lancia sei domande dalla sua testata Crux a cui Luigi Accattoli dà risposta dal suo blog.

               

                Provo a rispondere alle sei domande sulla posizione vaticana che John L. Allen Jr formulava ieri su Crux, il magazine on-line statunitense di cui è fondatore ed editor. Con le sei domande Allen dà corpo all’affermazione che a quasi tre mesi dall’inizio della guerra la posizione vaticana costituisce «una grande incognita».

                E lancia una sfida: «Se qualcuno pensa di avere risposte definitive a queste domande, mi piacerebbe ascoltarle». Accetto la sfida in nome dell’amicizia: conosco bene il collega, più volte ci siamo reciprocamente consultati e intervistati. Non ho risposte definitive e non ho indiscrezioni sulle quali scommettere: ma ho delle risposte che mi paiono chiare e che mi inducono ad affermare che la posizione vaticana non costituisce affatto un’incognita per chi non aspiri a ottenere dal papa o dai suoi collaboratori una scelta di campo a favore dell’uno o dell’altro belligerante. Riporto le sei domande e formulo le mie risposte.

 

a)      Di chi è la colpa. Il Vaticano a chi attribuisce la responsabilità del conflitto? Riconosce che alla sua base vi siano legittime preoccupazioni della Russia per la propria sicurezza o lo vede come una guerra di aggressione sostanzialmente immotivata?

            Riconosce le «legittime aspirazioni» russe, sia quelle riguardanti la sicurezza sia quelle per le popolazioni di lingua russa che sono all’interno dell’Ucraina. Già il primo giorno dell’invasione, il 24 febbraio, il cardinale Parolin invitava le parti a soluzioni che «tutelino le legittime aspirazioni di ognuno». Il richiamo all’attuazione degli accordi di Minsk fatto dal papa nell’incontro con Putin del 10 giugno 2015 già segnalava quel duplice riconoscimento. Il Vaticano dunque riconosce l’aggressione e l’invasione operate dalla Russia – e più volte il papa e i suoi hanno usato queste parole – ma ritiene che vi sia stata provocazione e non solo con l’abbaiare della NATO ma anche con il disattendere Minsk.

b)      Sanzioni aggressive. Il Vaticano sostiene le sanzioni economiche aggressive imposte dalla maggior parte degli stati occidentali alla Russia?

            No. Le ritiene legittime come strumento per sanzionare l’aggressione e l’invasione, cioè la delegittimazione del diritto internazionale venuta dalla Russia con l’atto dell’invasione. Legittime ma foriere di gravissime conseguenze bilaterali e mondiali, destinate a durare se a esse non si accompagna un’adeguata iniziativa di pace che possa essere accolta da ambedue le parti. Legittime dunque per stato di necessità, ma da superare al più presto.

c)       Quello che dice Kirill. Il Vaticano è d’accordo con la tesi della Chiesa ortodossa russa secondo cui Putin è un difensore dei valori cristiani tradizionali, sia in patria che all’estero?

            No. È interessato a cogliere l’anima cristiana del popolo russo e come essa possa manifestarsi oggi nella politica interna e internazionale di uno stato moderno. Coglie in tali manifestazioni elementi positivi frammisti ad altri negativi, ma non più di quanti – positivi e negativi – non ne colga in altri movimenti politici o sistemi statuali a orientamento conservatore presenti oggi in paesi di tradizione cristiana.

d)      Fornire armi a Kiev. Il Vaticano sostiene gli sforzi per armare l’Ucraina come legittima espressione del diritto all’autodifesa, riconosciuto dalla dottrina sociale cattolica, o vede la fornitura delle armi all’Ucraina come una componente dell’escalation del conflitto?

            Non sostiene quegli sforzi. Ritiene obtorto collo legittima la scelta di fornire armi all’aggredito, stante lo stato di necessità che si diceva, ma non la condivide e la considera portatrice di escalation, quantomeno fino a quando non s’accompagni a un’iniziativa di pace pensata come accettabile dalle due parti e condotta con altrettanto impegno rispetto a quello con cui ora si forniscono armi.

            L’atteggiamento è di sostanziale disapprovazione come e più che per le sanzioni: queste uccidono sui tempi lunghi, specie con la crisi alimentare che inducono nei paesi poveri; le armi uccidono immediatamente, dunque sono ancora peggiori. Due iniziative – sanzioni e armi – legittimate dall’emergenza, ma che da sole – e al momento restano sole – non sono portatrici di pace.

e)      Rivedere i confini? Il Vaticano sarebbe disposto a vedere l’Ucraina cedere il controllo del Donbass o di altre parti dell’Ucraina orientale con popolazioni di lingua russa come un modo per porre fine alla guerra, o lo vedrebbe come semplice preludio a un conflitto più ampio?

            Non tocca al Vaticano – come a nessun attore terzo – entrare nel merito delle soluzioni operative, che debbono essere cercate e vagliate dalle due parti. Ma in un accordo globale, quale è indispensabile per mettere fine al conflitto, potrebbe esservi spazio anche per una qualche revisione dei confini, magari legata alla garanzia – con supporto internazionale – che a essa non seguirà altra rivendicazione territoriale.

  1. La Nato che abbaia. Che cosa pensa il Vaticano dell’ampliamento della NATO, in particolare delle richieste di adesione immediata da parte della Finlandia e della Svezia?

            L’ampliamento della NATO intensifica ed estende quello che il papa ha chiamato e deprecato come un provocatorio «abbaiare alla porta della Russia». Ancora di più potrebbe risultare provocatoria la dislocazione in nuovi territori di basi della NATO. Il quadro di sicurezza da proporre alla Russia dovrebbe comprendere un accordo in tale materia: nuove nazioni potrebbero anche entrare nella NATO ma dovrebbe essere garantita alla Russia un’adeguata fascia di rispetto quanto alle installazioni militari.

Nota finale

                Il papa e i suoi collaboratori svolgono – di fronte al fuoco di questo conflitto – una predicazione di pace che esprime totale disapprovazione per l’iniziativa del ricorso alle armi presa dalla Russia, ma anche radicale insoddisfazione per risposte di sanzioni e di aiuti militari che magari sono necessitate dall’urgenza di porre un freno a quell’iniziativa ma che non possono in nessun modo portare alla pace.

                Vorrebbero dunque dalla comunità internazionale una proposta forte, di chiamata al tavolo negoziale, che implichi – poniamo – una conferenza sulla sicurezza in Europa che possa inquadrare la questione ucraina in una più vasta considerazione della salvaguardia della pace nel continente e sul pianeta.

Luigi Accattoli, vaticanista   19 maggio 2022

https://re-blog.it/2022/05/19/luigi-accattoli-e-la-sfida-sui-presunti-enigmi-vaticano-sullucraina

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COMUNI AMICI DELLA FAMIGLIA

Quinta Convention Nazionale

                Si è svolta il 20 maggio a San Gregorio di Catania, primo Comune della Sicilia a certificarsi “Amico della famiglia”, la quinta Convention del Network Family in Italia, inserita nella più ampia cornice del Festival Provinciale della Famiglia. Una preziosa occasione per fare il punto della diffusione della rete in tutta Italia e per lo scambio di buone prassi a livello comunale e regionale. Alla presenza della Capo Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri Ilaria Antonini, che ha ascoltato con interesse le loro testimonianze, i Comuni di Nuoro in Sardegna, Arco in Trentino e il Consorzio di servizi del Cidis in Piemonte, hanno esposto i loro Piani famiglia, ricchi di azioni incisive e concrete, mentre i Dirigenti delle rispettive regioni hanno esposto le strategie innovative che, a seguito dei protocolli d’intesa siglati con la Provincia autonoma di Trento, stanno mettendo in campo in materia di politiche familiari.

                Comune denominatore la Famiglia risorsa della comunità e il suo benessere quale paradigma innovativo nel pensare strategie e azioni a favore dei nuclei familiari. Un caloroso applauso è stato tributato ad Anfn (Associazione nazionale famiglie numerose) per il prezioso lavoro di diffusione della rete in tutta Italia alla quale, grazie all’impegno dei nostri coordinatori,  si uniscono sempre nuovi Comuni.

                A raccogliere il testimone per il  prossimo anno il Comune di Ascoli Piceno che ospiterà la sesta Convention. Un forte ringraziamento va al sindaco del  comune siciliano Carmelo Corsano e alla sua Giunta per l’organizzazione e per la splendida accoglienza riservata ai partecipanti.

                «Torniamo a casa arricchiti e ancora più motivati – dichiarano Filomena e Mauro Ledda, referenti nazionali del Network – convinti che la rete dei “Comuni amici della famiglia” contribuirà sempre di più a dare risposte concrete alle esigenze delle famiglie italiane e ad offrire alla politica modelli efficaci e innovativi di welfare familiare».

Alfio Spitaleri -21 maggio 2022

www.famiglienumerose.org/quinta-convention-nazionale-dei-comuni-amici-della-famiglia

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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

                Papa Francesco ha nominato il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, presidente della Conferenza Episcopale Italiana. A dare l’annuncio ai vescovi è stato il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, che ha dato lettura della comunicazione del Santo Padre. In mattinata i vescovi, riuniti per la loro 76ma Assemblea generale hanno proceduto all’elezione della terna per la nomina del presidente, secondo quanto previsto dallo Statuto.

 Gli altri due nomi erano il cardinale Lojudice e monsignor Raspanti.

                Secondo il Sir le prime parole pubbliche del neopresidente sono state: "Comunione e missione sono le parole che sento nel cuore. Cercherò di fare del mio meglio, restiamo uniti nella sinodalità".

                Zuppi ha poi convocato una conferenza stampa alle 17 per un breve saluto. «Questa fiducia del Papa che presiede nella carità con il suo primato, e della collegialità dei vescovi, insieme alla sinodalità, è la Chiesa – sottolinea –. E queste tre dinamiche sono quelle che mi accompagneranno e di cui sento tanto la responsabilità». Una Chiesa che per il porporato deve essere in movimento. «La missione è quella di sempre: la Chiesa che parla a tutti e parla con tutti», spiega. «La Chiesa che sta per strada e che cammina, la Chiesa che parla un’unica lingua, quella dell’amore, nella babele di questo mondo».

                Zuppi accenna al momento che stiamo vivendo, segnato dalle «pandemie». Quella del Covid, innanzitutto, «con le consapevolezze e le dissennatezze che ha rivelato e provocato», e adesso la «pandemia della guerra» in Ucraina, senza dimenticare «tutti gli altri pezzi delle altre guerre». Il pensiero va poi ai suoi predecessori alla guida della Cei: Antonio Poma, Ugo Poletti, Camillo Ruini e Angelo Bagnasco, e infine Gualtiero Bassetti «che in questi anni con tanta paternità e con tanta amicizia ha guidato la Chiesa italiana, creando tanta fraternità di cui da vescovo ho goduto».

                Il pensiero finale è per la Madonna di San Luca, che si festeggia a Bologna proprio oggi: «Metto tutto nelle sue mani e le chiedo di accompagnarmi e di accompagnarci in questo cammino della Chiesa italiana».

                Chi è il cardinale Matteo Zuppi. Il cardinale Matteo Maria Zuppi è nato a Roma l’11 ottobre 1955, quinto di sei figli. Nel 1973, studente al liceo Virgilio, conosce Andrea Riccardi, il fondatore di Sant’Egidio, iniziando a frequentare la Comunità e collaborando alle attività al servizio degli ultimi da essa promosse: dalle scuole popolari per i bambini emarginati delle baraccopoli romane, alle iniziative per anziani soli e non autosufficienti, per gli immigrati e i senza fissa dimora, i malati terminali e i nomadi, i disabili e i tossicodipendenti, i carcerati e le vittime dei conflitti; da quelle ecumeniche per l’unità tra i cristiani a quelle per il dialogo interreligioso, concretizzatesi negli Incontri di Assisi.

                A ventidue anni, dopo la laurea in Lettere e Filosofia all’Università La Sapienza, con una tesi in Storia del cristianesimo, entra nel seminario della diocesi suburbicaria di Palestrina, seguendo i corsi di preparazione al sacerdozio alla Pontificia Università Lateranense, dove consegue il baccellierato in Teologia.

                Ordinato presbitero per il clero di Palestrina il 9 maggio 1981 dal Vescovo Renato Spallanzani, subito dopo viene nominato vicario del parroco della Basilica romana di Santa Maria in Trastevere, monsignor Vincenzo Paglia, succedendogli nel 2000 per dieci anni. Incardinato a Roma il 15 novembre 1988, dal 1983 al 2012 è anche rettore della chiesa di Santa Croce alla Lungara e membro del consiglio presbiterale diocesano dal 1995 al 2012. Nel secondo quinquennio come parroco a Trastevere, dal 2005 al 2010, è prefetto della terza prefettura di Roma e dal 2000 al 2012 assistente ecclesiastico generale della Comunità di Sant’Egidio, per conto della quale è stato mediatore in Mozambico nel processo che porta alla pace dopo oltre diciassette anni di sanguinosa guerra civile.

                Nel 2010 viene chiamato a guidare la parrocchia dei Santi Simone e Giuda Taddeo a Torre Angela, nella periferia orientale della città; e nel 2011 è prefetto della diciassettesima prefettura di Roma. Poco dopo, il 31 gennaio 2012 Benedetto XVI lo nomina Vescovo titolare di Villanova e Ausiliare di Roma (per il Settore Centro). Riceve l’ordinazione episcopale il successivo 14 aprile per le mani dell’allora Cardinale Vicario Agostino Vallini e sceglie come motto Gaudium Domini fortitudo vestra.

                Il 27 ottobre 2015 papa Francesco lo nomina alla sede metropolitana di Bologna e il 5 ottobre 2019 lo crea cardinale con il Titolo di Sant’Egidio. È membro del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale e dell’Ufficio dell'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica.

                I messaggi. Innumerevoli i messaggi di felicitazione arrivati al cardinale Zuppi neo presidente della Cei da diversi ambienti, dalla politica al mondo ecclesiale. Il presidente Mattarella ha voluto far arrivare un messaggio di stima al cardinale Bassetti e un altro di felicitazioni a Zuppi: "La già rilevante e riconosciuta azione pastorale svolta come arcivescovo di Bologna saprà ispirare il suo operato alla guida e al servizio della Chiesa nel nostro Paese, confermandola quale prezioso punto di riferimento per la società italiana". La Chiesa di Bologna esprime "le proprie felicitazioni". "Siamo lieti di questa scelta - affermano i vicari generali dell'Arcidiocesi, monsignor Stefano Ottani e monsignor Giovanni Silvagni - che riconosce il valore della persona e l'esemplarità del suo ministero, in particolare la sintonia con il magistero pontificio. Anche la città di Bologna e la Regione Emilia Romagna hanno mandato messaggi, così come mussulmani, buddhisti ed ebrei.

                La lettera alla Costituzione. Un anno fa Zuppi pubblicò la "Lettera alla Costituzione", in piena pandemia, con tutti i problemi sociali - e non solo - che ne derivavano. "Ti voglio chiedere aiuto perché siamo in un momento difficile e quando l'Italia, la nostra patria, ha problemi, sento che abbiamo bisogno di te per ricordare da dove veniamo e per scegliere da che parte andare. E poi che cosa ci serve litigare quando si deve costruire?", scriveva il prelato. "Stiamo vivendo un periodo difficile. Dopo tanti mesi siamo ancora nella tempesta del Covid. Qualcuno non ne può più. Molti non ci sono più. All'inizio tanti pensavano non fosse niente, altri erano sicuri che si risolvesse subito, tanto da continuare come se il virus non esistesse, altri credevano che dopo un breve sforzo sarebbe finito, senza perseveranza e impegno costante. Quanta sofferenza, visibile, e quanta nascosta nel profondo dell'animo delle persone! Quanti non abbiamo potuto salutare nel loro ultimo viaggio! Che ferita non averlo potuto fare".

Redazione Romana                        Avvenire             24 maggio 2022

www.avvenire.it/chiesa/pagine/il-cardinale-zuppi-nuovo-presidente-dei-vescovi-italiani

 

Perché Matteo Maria Zuppi è diventato il capo dei vescovi italiani

                Bonario distacco dalle voci sempre più insistenti, che lo indicavano da giorni nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana. Non senza quell’arguta ironia romanesca, degna d’un Domenico Tardini, che gli aveva fatto dare affettuosamente del matto a chi lunedì gli augurava tale nomina da parte del Papa. Ma quell’auspicio si è concretato ieri mattina con la rapida designazione di Matteo Maria Zuppi da parte del pontefice, che, in qualità di “primate d’Italia”, si è attenuto all’inequivocabile parere degli altri vescovi del Bel Paese. Questi, nell’eleggere la terna da presentare a Francesco, avevano poco prima concentrato tanti di quei voti (ben 108) sulla persona del metropolita di Bologna da assicurargli la prima posizione in netto distacco dagli altri due nominativi: il cardinale Augusto Paolo Lojudice, ordinario di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino, e il ratzingeriano vescovo di Acireale Antonino Raspanti, rispettivamente fermatisi a 41 e 21 preferenze.

                Porporato di creazione bergogliana, il sessantaseienne Matteo Maria Zuppi inaugura dunque in seno alla Cei una nuova era dopo quella di Gualtiero Bassetti. Non nel senso di eclatante strappo con la linea di questi, cui il presule d’origine romana ha fra l’altro rivolto parole di affettuosa gratitudine al pari di altri predecessori quali Antonio Poma, Ugo Poletti, Camillo Ruini, Angelo Bagnasco. Ma di delicata e progressiva inversione di rotta nell’ottica di accelerazione di percorsi rimasti incagliati nelle secche dell’immobilismo, a partire da quello sinodale. Non a caso, nel primo incontro con la stampa, Zuppi ne ha espressamente parlato come uno dei suoi tre punti programmatici («Sono queste le tre dinamiche che mi accompagnano e di cui mi sento tanto responsabile») insieme con l’obbedienza «al Papa che presiede nella carità col suo primato» e con la collegialità.

                Da queste parole già s’evince come il porporato non si possa etichettare tout court come progressista. Pienamente in linea col sentire di Bergoglio, che, imponendogli il 5 ottobre 2019 la berretta cardinalizia, aveva dato prova di considerare prioritario il ponte tra le religioni e l’aiuto ai migranti, l’arcivescovo di Bologna ha goduto infatti della stima di Giovanni Paolo II, sotto il cui pontificato è stato vicario e poi parroco della basilica di Santa Maria in Trastevere, e di Benedetto XVI, che l’ha nominato, il 31 gennaio 2012, vescovo ausiliare di Roma. Una vita, quella di Zuppi, spesa al servizio degli ultimi nelle periferie romane con la Comunità di Sant’Egidio (dal 2010 al 2012 è stato anche parroco dei Santi Simone e Giuda Taddeo a Torre Angela) e nel ruolo di negoziatore di pace per le aree più difficili del mondo come, ad esempio, il Mozambico.

                Pronipote per parte di madre del cardinale Carlo Confalonieri, già segretario particolare di Pio XI, e laureato in Lettere e Filosofia alla Sapienza, Zuppi è stato successivamente promosso da Francesco, il 27 ottobre 2015, ad arcivescovo di Bologna. Nella metropolia emiliana egli ha sempre coniugato le mansioni squisitamente pastorali e magisteriali di vescovo con l’interesse evangelico per le periferie esistenziali così care a Bergoglio e con un particolare interesse per i migranti. Cosa, questa, che l’ha fatto entrare spesso nel mirino dei salviniani duri e puri, insofferenti anche alle nette condanne di posizioni sovranistiche o strumentalizzatrici di simboli cristiani in chiave identitaria.

                Particolarmente attento al mondo del lavoro, il presule si è fatto inoltre notare per le posizioni di accoglienza e dialogo con la collettività Lgbt+, che proprio a Bologna ha, a livello associazionistico, una delle sue principali sedi storiche. Sono ben note le parole che ha rivolto, il 16 giugno 2016, alla Fiom riunita a Bologna per il 115° anniversario del sindacato. «Il sindacato – ebbe a dire in quell’occasione – ha sempre avuto attenzione nel difendere quello che è di categoria, ma anche quello che non è immediatamente nella propria categoria, come la dignità dell’uomo, dei diritti della persona. La lotta contro l’omofobia e la lotta contro la violenza alle donne ci troveranno vicini. La lotta contro qualunque ingiustizia è nel profondo di chi ha a cuore il bene della propria categoria, ma anche il bene comune. Le conseguenze della crisi sono ancora pesanti c’è sofferenza e incertezza. E questo chiede di non rimandare, di saper affrontare cercando quello che è necessario, abbandonando certe modalità e cercandone di nuove per arrivare a uno sforzo di sintesi». Zuppi ha inoltre prefato Un ponte da costruire: Una relazione tra Chiesa e persone Lgbti, edizione italiana di Building a bridge. How the Catholic Church and the Lgbt community can enter into a relationship of respect, compassion, and sensitivity, del gesuita e consultore del Dicastero vaticano per la Comunicazione James Martin, e Chiesa e omosessualità. Un’inchiesta alla luce del magistero di Papa Francesco del giornalista de L’Avvenire Luciano Moia.

                Accoglienza e dialogo, però, che in Zuppi non sono mai sinonimi di acritica acquiescenza. Se ne è avuta prova durante la prima edizione del Festival de Linkiesta, quando il 7 novembre 2019, dialogando con la sociologa Paola Lazzarini, presidente di Donne per la Chiesa nell’ambito del panel LaFratelli tutti” e la Chiesa del presente, ha detto sul ddl Zan, approvato tre giorni prima alla Camera: «Io ho apprezzato moltissimo, alcuni no, la posizione del giornale dei vescovi, che è Avvenire. Ricordo che è un testo approvato, fra l’altro, solo alla Camera. Ripeto: ho apprezzato moltissimo, qualcuno si straccia le vesti, che il giornale dei vescovi – la posizione dei vescovi è nota, d’altra parte la presidenza della Cei era uscita con una nota prima ancora che venisse presentato il testo – pubblica, in primo luogo, l’intervento di chi ha la paternità della legge, Alessandro Zan, e poi la risposta firmata del direttore, che esprime tutte le sue perplessità. Perché lo trovo intelligente? Perché si discute, perché si cerca di capire, si esprime evidentemente anche un disaccordo, che non è quindi aprioristico. Ma che entra nel merito e, proprio perché entra nel merito, c’è anche il disaccordo. Io trovo questo atteggiamento importantissimo, perché costringe gli uni e gli altri a entrare nel contenuto».

                Quindi la chiara conclusione: «Sono andato a vedere la risposta di Avvenire, che riprendeva la risposta di Cesare Mirabelli, che mi è sembrata una risposta intelligente con dei punti di forte perplessità, senza per questo scatenare le apocalissi. A contare sono la comprensione e il confronto. Se poi si crede che il dialogo significhi cedevolezza, allora auguri. L’Avvenire ha fatto un grandissimo lavoro di consapevolezza e anche difesa della posizione della Chiesa al riguardo con le sue perplessità».

Francesco Lepore                            Linkiesta                             25 maggio 2022

www.linkiesta.it/2022/05/zuppi-cardinale-cei-bologna

 

Da S. Egidio all’Africa La vita per gli ultimi del prete in bicicletta

                Ci risiamo. A «don Matteo», quello vero, ora che guida la Cei toccherà sopportare ancora un po’ la faccenda del «prete di strada», una cosa che lo ha sempre fatto molto ridere: «E per forza, mi dica lei dove altro dovrebbe stare, un prete, in salotto?». Semmai, «per» strada. Come Francesco, che scelse Santa Marta invece del Palazzo apostolico, il cardinale Zuppi a Bologna non è andato a vivere all’arcivescovado ma nella casa del clero di via Barberia 24 insieme con i sacerdoti anziani in pensione, «mi daranno consigli». Da Roma si è portato la bicicletta con cui raggiunge ogni mattina la Curia e si sposta in città.

                Prete callejero [randagio, di strada], come piace a Francesco, ma non perché ormai usi così. Quand’era in quinta ginnasio, inizio anni Settanta, al liceo classico Virgilio di Roma ha conosciuto Andrea Riccardi, un ragazzo di 5 anni più grande che aveva fondato la comunità di Sant’Egidio. «Là ho incontrato un Vangelo vivo e imparato ciò che un cristiano deve fare: voler bene a Dio e al prossimo, e così a sé stessi». Tra i compagni di liceo c’erano Francesco De Gregori e Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma. C’era David Sassoli, di cui ha celebrato i funerali, «il compagno di scuola che tutti avremmo desiderato». E c’erano loro, i pionieri della comunità negli anni del fermento post-conciliare. Si trovavano a leggere il Vangelo e farne esperienza nella realtà, l’impulso ad aiutare i poveri e gli ultimi, le scuole popolari per i bambini delle baraccopoli in periferia, gli anziani soli, gli immigrati e i senza fissa dimora, i malati e i nomadi, i disabili e i tossici, i carcerati e i rifugiati.

                Le Beatitudini, il Vangelo sine glossa. Alla Sapienza, Lettere e Filosofia, decise di diventare sacerdote: «Mi laureai in storia del cristianesimo, con una tesi sul cardinale Schuster. Padre Turoldo mi aiutò a capirlo: a Milano accolse tanti partigiani e poi, giustamente, si scandalizzò della barbarie di piazzale Loreto, non perché fosse antifascista o fascista ma perché era un padre e un monaco».

                Dopo il baccellierato in Teologia alla Lateranense, è stato parroco a Trastevere e in periferia a Torre Angela. Nel frattempo, fu tra i mediatori del processo di pace in Mozambico. «Ero viceparroco a Trastevere, celebravo nella borgata di Primavalle. La prima volta andammo in Mozambico nell’84. La siccità, la guerra. E i mercati vuoti, non c’era nulla. L’attenzione per gli altri ci rende migliori: la necessità di fare qualcosa, di non rassegnarsi alla logica dell’impossibilità».

                Vescovo ausiliare di Roma nel 2012, Francesco lo sceglie come arcivescovo di Bologna nel 2015 e lo fa cardinale nel 2019. Quinto di sei figli, è il secondo porporato in famiglia dopo Carlo Confalonieri: «Era lo zio di mia madre, di Seveso, già segretario di Pio XI. Ricordo il suo rigore ambrosiano, l’idea del servizio alla Chiesa: oneri e non onori».

                               Gian Guido Vecchi          “Corriere della Sera” 25 maggio 2022

www.santegidio.org/pageID/30468/langID/it/itemID/45689/Da-S-Egidio-all-Africa-La-vita-per-gli-ultimi-del-prete-in-bicicletta.html

 

«Porterà il suo stile nella Cei La Chiesa ha bisogno di unità»

                «Il cardinale Zuppi non potrà fare miracoli, ma dopo quasi 40 anni, dopo il Convegno di Loreto, può essere un nuovo inizio per la Cei», è la considerazione del professor Alberto Melloni, ordinario di Storia del cristianesimo e delle chiese all’Università di Modena e Reggio Emilia e storico della Chiesa.

                Una nomina prevedibile?

                «Il Papa voleva l’uomo con più consenso fra i vescovi e non mi meraviglio che sia stato il cardinale Zuppi».

                Perché non la meraviglia? «Credo che Bologna il perché lo sappia. A Bologna, se si domanda a coloro che hanno ricevuto favoritismi da Zuppi di radunarsi in Piazza Maggiore, la piazza resterà deserta. Allo stesso tempo se si chiamano in Piazza Maggiore tutti coloro che hanno ricevuto un torto da Zuppi, resterà deserta. Zuppi è un uomo senza favoritismi e senza dispetti. Bologna lo ha capito benissimo. Questa è la ragione della sua autorevolezza».

                Per la Chiesa di Bologna cosa significa questa nomina?

                «Credo voglia dire qualcosa di importante, perché Zuppi ha dato moltissimo a Bologna e Bologna moltissimo a lui. Gli ha dato l’occasione di far emergere la sua fisionomia spirituale di cristiano. Cosa che altre diocesi non avrebbero offerto, lo avrebbero travolto con minuzie e problemi».

                Quindi Bologna è stata brava in questo?

                «Sì, ha fatto il suo mestiere. Bologna con i vescovi fa così, fa esprimere la verità del loro animo, per cui ha fatto venire fuori la timidezza di Caffarra, l’irruenza di Biffi, la santità di Lercaro; ha fatto sempre questo mestiere e lo ha fatto anche questa volta: ha fatto uscire l’uomo di cui ci si può fidare, si possono fidare i vescovi, si può fidare il Papa».

                Come pensa potrà cambiare la Cei guidata da Zuppi?

                «Il suo compito è quello di cominciare a dare un segno. La Cei ha avuto un lunghissimo regno quello “ruiniano”, in cui il presidente coincideva con la Cei, poi ci sono stati quattro mandati dal 2007 ad oggi, con il cardinale Bagnasco e il cardinale Bassetti, che hanno dovuto rappresentare una decantazione di quella fase. Ancora oggi la Chiesa italiana fa fatica a trovare una propria voce».

                Cosa ci si aspetta da lui?

                «Lo hanno scelto perché la Chiesa italiana e l’episcopato italiano hanno un grande bisogno di unità. Ora si dovrà trovare un modo di avviare il percorso sinodale, che sia serio, un sinodo che non sia solo la moltiplicazione delle riunioni; bisogna collocarsi in un Paese che esce tramortito dalla sequenza di fatti che lo hanno travolto negli ultimi quindici anni, crisi economica come non si era mai vista, una pandemia come non sia era mai vista, una crisi energetica, la guerra».

                Tante sfide…

                «Sì, però mi pare che Bologna sia quella che più di tutte può rassicurare il resto dell’Italia. Qui Zuppi ha dimostrato di essere la persona che è e la città gli è andata dietro. Quella sua idea di suonare le campane per dire il rosario alle 19 durante il lockdown, un’iniziativa senza precedenti e senza emuli, è stata straordinariamente profonda e bella, ha toccato tutti; un’esperienza che produceva coesione sociale grande e lo faceva con la cosa più tradizionale e cristiana che ci sia, la preghiera. Zuppi, che è un uomo saggio, con esperienza internazionale, può dare un contributo a questo sciagurato paese».

                Le priorità?

                «Credo che la prima sia quella di evitare di essere divorato dall’egolatria che circonda la politica e non ci cascherà. “Adesso ci penso io”, non è lo stile di Zuppi. Dovrà imbastire un’agenda condivisa. Esiste lo stile Zuppi, a Bologna si è visto. Penso che lo possa portare nella Cei».

                Com’è questo stile?

                «Cristiano, siamo talmente disabituati a vedere lo stile cristiano. Noi vediamo solo o democristiani o ex-cattolici, lo stile cristiano è il suo».

                Questa nomina avrà un impatto sulle persone?

                «Sì, lo avrà. Zuppi ha una capacità comunicativa molto forte, un contenuto molto penetrante, ficcante, lo vedranno tutti e credo che i vescovi questa volta abbiano scelto proprio bene».

                intervista di Micaela Romagnoli               “Corriere di Bologna” 25 maggio 2022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202205/220525melloniromagnoli.pdf

 

«Certificato antipedofilia»: la richiesta per il nuovo capo della Cei

                Una commissione di indagine indipendente sulla pedofilia e sugli abusi commessi dal clero che abbia libero e pieno accesso agli archivi ecclesiastici. Risarcimento per le vittime, obbligo di denuncia e abolizione dei termini di prescrizione per i colpevoli. Vigilanza sui candidati al ministero presbiterale, estensione del «certificato antipedofilia» anche a preti, religiosi e personale delle istituzioni cattoliche.

                Sono le richieste rivolte dal Coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica ai vescovi italiani, i quali fino a venerdì – ieri hanno incontrato il papa in Vaticano, a porte chiuse – sono riuniti per la loro assemblea generale, che dovrà indicare le terna di candidati fra cui papa Francesco sceglierà il nuovo presidente della Cei. La lettera, inviata da diversi giorni al presidente uscente della Cei, il cardinale Bassetti, e agli oltre 220 vescovi italiani, è stata promossa dal cartello ItalyChurchToo, di cui fanno parte associazioni di vittime come Rete L’Abuso, gruppi per la riforma come Noi Siamo Chiesa e per l’uguaglianza dei diritti nella Chiesa (Donne per la Chiesa, Voices of Faith, Comité de la Jupe), l’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne e le riviste Adista e Left. Ha ricevuto centinaia di adesioni da parte di teologi, biblisti, preti, religiosi e religiose, oltre a decine di vittime di abusi sessuali, ma anche psicologici e spirituali, come alcune fuoriuscite dai movimenti, dai Focolari all’Opus Dei.

                «Gli abusi perpetrati all’interno della Chiesa colpiscono le persone nei loro corpi, nella loro vita, nella loro coscienza: sono violazioni dei diritti umani», e «se la Chiesa non rispetta i diritti umani, non può predicare il Vangelo», si legge nel testo. Che poi elenca le richieste, in ordine alle parole «verità, giustizia e prevenzione». La prima è «la piena collaborazione della Chiesa italiana a un’indagine indipendente, condotta da professionisti credibili e super partes, che faccia luce sugli abusi compiuti dal clero in Italia», avendo pieno accesso gli archivi. Ovvero quello che è avvenuto già in diversi Paesi per iniziativa delle stesse Chiese nazionali e diocesane, come in Francia e in Germania.

                Cosa ben diversa dall’Osservatorio per il contrasto alla pedofilia e alla pedopornografia minorile, istituito presso il ministero per le pari opportunità e la famiglia, a cui partecipa anche la Cei. «Non siamo disposti ad accogliere sinergie con istituzioni statali che non contemplino una seria indagine sul passato» e «un coinvolgimento diretto delle vittime», spiegano da ItalyChurchToo, respingendo anche la proposta arrivata nei mesi scorsi dai vescovi: affidare un’indagine interna al Servizio nazionale per la tutela dei minori della Cei.

                Poi le altre richieste: risarcimento «per i danni biologici, psicologici, morali ed economici» subiti dalle vittime»; obbligo di denuncia alle autorità civili ed «eliminazione dei termini di prescrizione per gli abusi»; «certificato antipedofilia» anche per il clero (previsto dalla Convenzione di Lanzarote [in vigore dal 2010] ratificata dal governo italiano il 19 settembre 2012). Oltre a quello di ItalyChurchToo – venerdì ci sarà una conferenza stampa per dare conto delle reazioni della Cei –, ci sono altri due appelli per una commissione di inchiesta indipendente sugli abusi nella Chiesa: uno di circa cinquanta teologhe e teologi, un altro di 26 gruppi “conciliari” riuniti della rete dei Viandanti. Segno che il problema ormai è evidente. Resta da capire quale sarà la risposta dei vescovi.                  Luca Kocci “il manifesto” 24 maggio 2022]

https://ilmanifesto.it/certificato-antipedofilia-la-richiesta-per-il-nuovo-capo-della-cei

 

L'impegno contro gli abusi. «La giustizia, risposta alle vittime»

                Dopo la giornata di martedì che ha visto la nomina, da parte del Papa, del nuovo presidente della Cei nella persona del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna (al quale anche il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ha fatto gli auguri «per l’inizio del suo mandato che – ha detto – immagino non sarà una passeggiata, perché ci sono tanti problemi da affrontare», dichiarandosi comunque fiducioso che saprà «condurre la Cei secondo le indicazioni che il Papa gli ha offerto»), i lavori dell’assemblea dei vescovi italiani sono proseguiti anche ieri. In particolare con una sessione, ieri pomeriggio, in cui si parlato delle attività e sulle proposte di contrasto agli abusi promosse dal Servizio nazionale per la tutela dei minori.

                All’inizio è stato proiettato in aula il videomessaggio inviato dal cardinale Sean Patrick O’Malley, il cui testo è stato diffuso ai giornalisti dalla Pontificia Commissione per la tutela dei minori di cui l’arcivescovo di Boston è presidente.

             Il porporato offre così, anche sulla base della sua esperienza personale, alcune indicazioni per affrontare la grave piaga. Sette consigli pratici, innanzitutto, accompagnati da una raccomandazione: «Non dobbiamo temere di riconoscere il male che è stato fatto a moltissimi nostri fratelli e sorelle». E «laddove gli individui hanno fallito nel loro dovere, dobbiamo compiere passi decisi per renderli responsabili dei loro errori». «È una realtà che saremo giudicati sulla base della nostra risposta alla crisi di abuso nella Chiesa», ammonisce.

                Quanto ai consigli pratici, con molta chiarezza, il cardinale statunitense annota: «Abbiamo bisogno di una conversione pastorale che includa i seguenti aspetti. Offrire una cura pastorale efficace alle vittime; dare indicazioni chiare (e vigilare) sui corsi di formazione per il personale nella diocesi; fare uno screening adeguato e accurato; rimuovere i colpevoli; cooperare con le autorità civili; valutare attentamente i rischi esistenti per i preti colpevoli di abuso (per se stessi e per la comunità) una volta che sono stati ridotti allo stato laicale; dimostrare l’applicazione dei protocolli in atto, così che le persone sappiano che le politiche funzionano. Un audit e un rapporto di verifica dell’implementazione delle politiche sono molto utili». «La buona notizia – aggiunge – è che laddove vengono adottate politiche effettive e attuate con efficacia, il numero dei casi si riduce drasticamente.

                Più in generale, O’Malley esorta a non assumere subito, in questi casi, «un atteggiamento di difesa della Chiesa». L’abuso sessuale, sottolinea, è stato sempre sbagliato». Ma «sono state sbagliate anche le risposte dei leader ecclesiastici e civili. Abbiamo imparato tanto in questi ultimi quarant’anni. È solo con il tempo che siamo arrivati a vedere e comprendere le vite rovinate, le dipendenze dalle sostanze e anche il tragico fenomeno dei suicidi conosciuti e nascosti. C’è un mare di sofferenza che siamo chiamati ad affrontare». Occorre farlo «rispondendo con giustizia alle vittime». Solo così «si potrà arrivare alla guarigione». Invece «se le vittime sono private della giustizia, sarà difficile trovare una soluzione al problema».

                Secondo il presidente della Commissione Pontificia «nessun luogo può esimersi dal dovere di affrontare tali questioni». Di qui il suo invito alla Cei: «Considerando la profondità con cui la Chiesa che è in Italia è radicata e la vostra grande esperienza, sono convinto che abbiate un’opportunità straordinaria per sviluppare un dialogo onesto e non difensivo con tutte le persone coinvolte, a livello nazionale e locale, e che sono disposte a dare inizio a un processo costruttivo di revisione, di riforma, e di riconciliazione».

                In sostanza la ricetta proposta da O’Malley si può sintetizzare così. «Non abbiamo nulla da temere nel dire la verità. La verità ci renderà liberi. Non è affatto facile riconoscere le storie di abuso delle persone, offrire ascolto ai sopravvissuti e impegnarci a lavorare insieme per la giustizia, ma dopo quarant’anni vi posso dire che è la sola via»

Mimmo Muolo                 Avvenire                            26 maggio 2022

www.avvenire.it/chiesa/pagine/cei-impegno-contro-gli-abusi

 

Il Tweet

                Uno dei primi compiti di una Conferenza episcopale – specialmente se numerosa come quella italiana – è la docilità. Non nell’#obbedienza, ma a un coraggioso #discernimento ecclesiale: cercare e trovare la volontà di Dio oggi, ascoltando e accogliendo le sfide del tempo presente.

p. Antonio Spadaro, SI                  La civiltà cattolica           26 maggio 2022·

twitter.com/antoniospadaro/status/1529700108324970496?cxt=HHwWgICxmZqJy7oqAAAA

https://mailchi.mp/laciviltacattolica.it/1850n62022?e=f388a86bc4

 

Card. Zuppi, “la Chiesa ha scelto la strada italiana per la lotta agli abusi”

                “I vescovi hanno scelto la strada italiana per la lotta agli abusi”. A spiegarlo ai giornalisti è stato il card. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, nella prima conferenza stampa nel suo nuovo ruolo, svoltasi a Roma al termine dell’Assemblea generale dei vescovi italiani. Entro il 18 novembre prossimo, ha annunciato il cardinale, verrà reso noto il primo Report nazionale sugli abusi.

                “La Chiesa è sempre dalla parte delle vittime, anche se tali azioni sono state provocate da fratelli o figli della stessa Chiesa”, ha ricordato il presidente della Cei: “Quella che abbiamo scelto in questa assemblea è la strada italiana nella lotta agli abusi: è un passaggio ulteriore, che comporta cinque linee di azione, a partire dalla volontà di rafforzare la rete dei Servizio diocesani per la tutela dei minori  e delle persone vulnerabili e dei Centri di ascolto, partiti un anno fa e ormai presenti nel 70% delle diocesi”. Il Report verrà stilato entro il prossimo 18 novembre e sarà affidato a due Istituti universitari di Criminologia e Vittimologia, “che visioneranno tutto il materiale di prevenzione e relativo ai casi di abusi degli ultimi due anni”. “Non abbiamo bisogno di calmanti, è una questione di serietà”, ha puntualizzato ancora Zuppi: “vogliamo metterci anche noi di fronte agli abusi, senza correre il rischio di minimizzare o amplificare i fenomeni”. “Molto importante”, a questo proposito, è la collaborazione con il Dicastero per la Dottrina della Fede, anche questa “supportata e verificata da Centri indipendenti per la raccolta e l’analisi dei dati sulle denunce presentate dal 2000 al 2021”. Interpellato dai giornalisti sul motivo della scelta di questo intervallo di tempo, e di non risalire indietro nei decenni come hanno fatto altre Conferenze episcopali, Zuppi ha risposto: “Ci è sembrato molto più serio, e ci fa molto più male, concentrarci su quel periodo che ci coinvolge direttamente”. “Nessuna resistenza o volontà di copertura”, quindi: “certo i numeri sono importanti, ma c’è un problema qualitativo, oltre che quantitativo”. Saranno i due Istituti indipendenti che sceglieranno gli esperti, ha precisato Zuppi: “Il nostro interesse è la chiarezza vera, non vogliamo discutere: ci prenderemo tutte le ‘botte’ che dobbiamo prenderci, le nostre responsabilità ce le siamo già prese”.

                “Piena collaborazione”, inoltre, con l’Osservatorio per il contrasto alla pornografia e pedofilia minorile attivo presso il Ministero della Famiglia. Per quanto riguarda la sorte degli eventuali vescovi che hanno insabbiato i casi di pedofilia, il presidente della Cei ha ricordato che “la Congregazione per i Vescovi e la Congregazione per la Dottrina della fede hanno procedure molto severe”. Interpellato su eventuali risarcimenti alle vittime, Zuppi ha risposto: “E’ un discorso molto aperto: i nostri Centri diocesani garantiscono senz’altro l’accompagnamento psicologico, poi i casi sono diversissimi”. Per quanto riguarda i reati di abuso, ha aggiunto il cardinale, “c’è la Chiesa ma c’è anche lo Stato: per lo Stato c’è la prescrizione, per la Chiesa no. C’è il Diritto canonico, che prevede una grande tutela dei soggetti e dei responsabili”. Di qui l’importanza di riflettere sul cammino da fare per l’accompagnamento degli abusatori: “La Chiesa è come una madre: tuo figlio è sempre tuo figlio, anche se ha sbagliato”.

                “Il più grande diritto è quello della pace, non si ragioni soltanto sulla logica delle armi”, l’appello per la guerra in Ucraina: “tutte le cose che vanno nella direzione del dialogo, per forza sono auspicabili”. “C’è il piano di pace dell’Italia”, ha proseguito Zuppi, rallegrandosi del fatto “che ci sia” e augurandosi “che si crei un consenso, che sia il più possibile europeo, che non si ragioni soltanto sulla logica delle armi, che si debba trovare una soluzione diplomatica, con la collaborazione di tutti”. “Di accoglienza e di solidarietà ce n’è tanta – ha affermato il presidente della Cei –  ma non possiamo abituarci alla guerra, perché la guerra è una tragedia, oltre che uno scandalo per i cristiani, perché quella in Ucraina è una guerra tra cristiani”. “In questa pandemia per la guerra è importante l’impegno per la pace”, ha ribadito il cardinale: “bisogna accogliere la grande sfida della durata: molti stanno cercando di tornare in Ucraina, ma parecchi rimangono”. La guerra in atto nel cuore dell’Europa, inoltre, per Zuppi “non deve farci dimenticare gli altri pezzi di guerra nel mondo, come in Afghanistan o in Libia, che richiedono risposte”. Per quanto riguarda il versante internazionale, durante l’assise di questi giorni i vescovi hanno caldeggiato l’adesione al Trattato Onu per la messa al bando delle armi nucleari, che l’Italia non ha ancora firmato. Anziani, giovani, morti sul lavoro e violenza sulle donne. Sono queste le “priorità” per la Chiesa italiana.

                Perché, a livello mediatico, il Sinodo non decolla? “Per la fatica di ascoltare, per la nostra tentazione di affermare, più che ascoltare”. Così il cardinale ha risposto alle domande dei giornalisti. “L’ascolto aiuterà a rispondere alle vere domande, non a quelle che pensiamo noi”, ha assicurato il cardinale a proposito del secondo anno sinodale, che sarà dedicato ancora una volta a questo tema. Tra le novità di questa assemblea della Cei, ha fatto notare il neopresidente, c’è stato il fatto che “per la prima volta erano presenti a due sessioni dei lavori i referenti regionali del percorso sinodale, tra cui molte donne. Gruppi sinodali per la prima volta insieme ai vescovi, nel nome della collegialità e della sinodalità: un binomio su cui il Papa ha insistito con molta forza: non ci ha chiesto una ricerca sociologica, ma di metterci in ascolto. Continueremo l’anno prossimo questo cammino, che sarà una sorta di grandi ‘Stati generali’ della Chiesa”.

M. Michela Nicolais       Agenzia SIR        27 maggio 2022

www.agensir.it/chiesa/2022/05/27/assemblea-cei-card-zuppi-la-chiesa-ha-scelto-la-strada-italiana-per-la-lotta-agli-abusi

 

76ª Assemblea Generale: il Comunicato finale 27 maggio 2022

www.chiesacattolica.it/76a-assemblea-generale-il-comunicato-finale

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DALLA NAVATA

Ascensione del Signore – anno C

Atti apostoli.                     01, 01. Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e                                                          insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni                                                agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo.

Salmo                                   46, 08. Perché Dio è re di tutta la terra, cantate inni con arte.

Paolo agli Ebrei                10, 23. Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è                                                      degno di fede colui che ha promesso

Luca                                      24, 46. Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti                                          il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il                                                       perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme.

 

Commento

L'ultimo gesto di Gesù è benedire

                Con l'ascensione di Gesù, con il suo corpo assente, sottratto agli sguardi e al nostro avido toccare, inizia la nostalgia del cielo. Aveva preso carne nel grembo di una donna, svelando il profondo desiderio di Dio di essere uomo fra gli uomini e ora, salendo al cielo, porta con sé il nostro desiderio di essere Dio.

                L'ascensione al cielo non è una vittoria sulle leggi della forza di gravità. Gesù non è andato lontano o in alto o in qualche angolo remoto del cosmo. È “asceso”' nel profondo degli esseri, “disceso” nell'intimo del creato e delle creature, e da dentro preme come forza ascensionale verso più luminosa vita. A questa navigazione del cuore Gesù chiama i suoi. A spostare il cuore, non il corpo.

                Il Maestro lascia la terra con un bilancio deficitario, un fallimento a giudicare dai numeri: delle folle che lo osannavano, sono rimasti soltanto undici uomini impauriti e confusi, e un piccolo nucleo di donne tenaci e coraggiose. Lo hanno seguito per tre anni sulle strade di Palestina, non hanno capito molto ma lo hanno molto amato, questo sì, e sono venuti tutti all'ultimo appuntamento. Ora Gesù può tornare al Padre, rassicurato di avere acceso amore sulla terra.

                Sa che nessuno di quegli uomini e di quelle donne lo dimenticherà. È la sola garanzia di cui ha bisogno. E affida il suo Vangelo, e il sogno di cieli nuovi e terra nuova, non all'intelligenza dei primi della classe, ma a quella fragilità innamorata.

                Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Nel momento dell'addio, Gesù allarga le braccia sui discepoli, li raccoglie e li stringe a sé, e poi li invia. È il suo gesto finale, ultimo, definitivo; immagine che chiude la storia: le braccia alte in una benedizione senza parole, che da Betania veglia sul mondo, sospesa per sempre tra noi e Dio! Il mondo lo ha rifiutato e ucciso e lui lo benedice.

                Mentre li benediceva si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Gesto prolungato, continuato, non frettoloso, verbo espresso all'imperfetto per indicare una benedizione mai terminata, infinita; lunga benedizione che galleggia alta sul mondo e vicinissima a me: Lui che benedice gli occhi e le mani dei suoi, benedice il cuore e il sorriso, la tenerezza e la gioia improvvisa! Quella gioia che nasce quando senti che il nostro amare non è inutile, ma sarà raccolto goccia a goccia, vivo per sempre. Che il nostro lottare non è inutile, ma produce cielo sulla terra.

                È asceso il nostro Dio migratore: non oltre le nubi ma oltre le forme; non una navigazione celeste, ma un pellegrinaggio del cuore: se prima era con i discepoli, ora sarà dentro di loro, forza ascensionale dell'intero cosmo verso più luminosa vita

p. Ermes Rochi, OSM

www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=56789

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DIRITTI

Diritti della personalità

                I diritti della personalità sono diritti soggettivi assoluti aventi ad oggetto aspetti essenziali della personalità umana e che spettano alla persona in quanto tale, in quanto finalizzati a tutelare e garantire esigenze esistenziali.

Diritti della personalità: cosa sono. I diritti della personalità sono un complesso di situazioni di rilevanza giuridica collegati al concetto di persona e finalizzati alla tutela di esigenze esistenziali. Essi trovano riconoscimento nel nostro ordinamento da parte di diverse fonti giuridiche interne e internazionali.

Diritti della personalità: caratteristiche, I diritti della personalità, avendo ad oggetto la persona umana, si caratterizzano per l'esistenza di tutele forte previste dal nostro ordinamento. Essi sono, innanzitutto, assoluti, ovverosia opponibili nei confronti di chiunque li contesti. Sono poi diritti innati, che ciascun individuo acquisisce con la nascita o con il mutamento di status, senza che sia necessario uno specifico atto di trasferimento. A tale ultimo proposito, va rilevato che i diritti della personalità sono anche intrasmissibili e inalienabili, ovverosia non possono essere trasmessi per atto tra vivi o mortis causa, né possono essere ceduti in altro modo (ad esempio attraverso rinuncia o transazione). Trattasi poi di diritti essenziali (posti a tutela delle ragioni fondamentali della vita e dello sviluppo dell'individuo) e imprescrittibili. Essi, infine, rientrano nella categoria dei diritti personalissimi.

Diritti della persona e patrimoniali. I diritti della personalità si caratterizzano anche per il fatto di essere diritti non patrimoniali, ovverosia non suscettibili di valutazione economica. I diritti patrimoniali, infatti, sono quelli relativi agli interessi economici di un soggetto e si differenziano in diritti reali (aventi a oggetto una cosa, propria o altrui) e diritti di credito o obbligazioni (aventi a oggetto un rapporto tra due o più persone legate da un vincolo patrimoniale). Trattasi di una categoria da tenere ben distinta, per ovvie ragioni, dai diritti della persona.

Costituzione e diritto interno. I diritti della personalità sono riconosciuti, a livello interno e prima di tutte le altre fonti, dalla Costituzione della Repubblica italiana. La prima norma di rilievo al riguardo è l'art. 2, il quale sancisce che: "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale." La norma, considerata "catalogo" aperto ai diritti della personalità che nel tempo risultano frutto dell'evoluzione della società, è quindi in grado di comprendere ogni interesse che si ricollega alla realizzazione della persona. A questo seguono i seguenti articoli, che sanciscono ulteriori diritti fondamentali della personalità:

¨       art. 3: principio di uguaglianza e di pari dignità sociale, senza distinzione di sesso, razza, religione, opinioni politiche, condizioni sociali e personali;

¨       art. 4: diritto al lavoro previsto per assicurare ai sensi dell'art. 35 e 36 un'esistenza libera e dignitosa, senza che rilevi il fatto di essere un lavoratore o una lavoratrice;

¨       artt. 8 e 19: libertà di culto religioso;

¨       art. 13: libertà personale, definita "inviolabile";

¨       art. 14: inviolabilità del domicilio;

¨       art. 15: diritto alla segretezza della corrispondenza;

¨       art. 18: diritto di associazione;

¨       art. 21: libertà di manifestare il proprio pensiero;

¨       art. 24: diritto di difesa in giudizio;

¨       art. 27: diritto alla presunzione di non colpevolezza sino alla condanna definitiva;

¨       art. 32: diritto alla salute;

¨       art. 34: diritto all'istruzione;

¨       art. 40: diritto di sciopero;

¨       art. 41: libertà economica privata;

¨       art. 48: diritto di voto.

                Le altre fonti di diritto interno che si occupano di riconoscere e tutelare i diritti della personalità sono:

  • il Codice civile, che prevede il diritto al nome e poter disporre del proprio corpo;
  • il Codice penale, che punisce i delitti contro la persona;
  • leggi speciali e complementari.

Fonti di diritto internazionale. In ambito internazionale i diritti della personalità trovano affermazione e riconoscimento nelle seguenti fonti:

¨       la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1948;

¨       la Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e delle Libertà fondamentali del 1950;

¨       il Patto internazionale sui diritti civili e politici di New York del 1966;

¨       il Trattato sull'Unione Europea di Maastricht del 1992, in seguito modificato e integrato;

¨       la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea del 2000, nota anche con il nome di "Carta di Nizza";

¨       la Convenzione sui diritti umani e la biomedicina del 1997 o Convenzione di Oviedo.

Tutela dei diritti della personalità. Evidente che i diritti della personalità riguardano degli elementi essenziali della persona umana. Per questo assumono una rilevanza fondamentale e sono coperti da specifiche tutele penali e civilistiche.

¨       Nel diritto penale, sono molteplici le fattispecie di reato poste a tutela dei diritti in esame. Prima fra tutte è di certo quella che punisce l'omicidio, che è un delitto che lede il diritto alla vita dell'individuo.

¨       Nel diritto privato, la personalità di un soggetto è tutelata dall'azione inibitoria e, in generale, dall'azione di risarcimento del danno. La prima è quella con la quale al giudice viene domandato di ordinare la cessazione di un fatto lesivo di un diritto della persona, mentre la seconda è quella con la quale viene chiesto il ristoro delle lesioni subite in conseguenza di tale fatto.

¨       Vi sono poi azioni specifiche per singoli diritti della personalità, come quella posta dall'articolo 7 del codice civile a tutela del nome. Si tratta dell'azione con la quale chiunque veda contestato il diritto del proprio nome o rischi di subire un pregiudizio dall'uso che ne facciano terzi in maniera indebita può chiedere giudizialmente la cessazione del fatto lesivo, salvo il diritto al risarcimento del danno.

¨       Ai sensi del successivo articolo 8, tale tutela è accordata anche a chi non porta il nome contestato o usato indebitamente ma ha alla tutela del nome "un interesse fondato su ragioni familiari degne d'essere protette".

Oggetto diritti della personalità. Abbiamo visto che la tutela dei diritti della personalità trova il suo fondamento principale nell'articolo 2 della Costituzione, norma che tutela la persona nella sua totalità e che, per questo ha indotto molti studiosi a ricondurre l'oggetto dei diritti della personalità a uno solo e ampio: la persona umana. In realtà, è più opportuno scindere i diritti della personalità in diverse categorie, dato che la loro elencazione è condizionata, come anticipato all'inizio, dall'epoca in cui si vive ma anche delle caratteristiche di ciascuno e dalle tutele previste.

  • Diritti della personalità: esempi. L'elenco dei diritti della personalità è quindi in continuo divenire. Di esso fanno parte attualmente, alcuni diritti che si vanno a illustrare.
  • Diritto alla vita e all'integrità fisica. Il diritto alla vita e all'integrità fisica trova riconoscimento nell'art. 5 del Codice civile, che vieta il compimento di atti di disposizione del proprio corpo quando gli stessi risultano contrari all'ordine pubblico e al buon costume. La legge n. 107/1990 vieta di fare commercio di sangue umano. La legge n. 458/1967 ammette invece la disposizione a titolo gratuito del rene a scopo di trapianto tra viventi, nel rispetto di determinate condizioni. La legge n. 91/1999 si occupa infine dei trapianti di organi e tessuti da cadavere.
  • L'art 2043 c.c., che disciplina la responsabilità aquiliana, riconosce il risarcimento del danno ingiusto, quando lo stesso è frutto di un'azione dolosa o colposa altrui, che ovviamente, può riguardare anche l'integrità fisica e la vita di una persona.
  • Penalmente il legislatore riconosce detti diritti attraverso la previsione di fattispecie come l'omicidio e le lesioni, siano essi colposi o dolosi.

Diritto al nome. Il nome è uno dei segni distintivi per eccellenza della persona umana, insieme all'immagine. Lo stesso però non soddisfa solo un interesse privato, ma anche quello pubblico alla identificazione della persona anche per ragioni di sicurezza pubblica. L'art. 6 c.c. ne tutela l'esclusività dell'utilizzo, mentre l'art. 22 della Costituzione vieta che qualcuno possa essere privato del proprio nome per ragioni politiche. L'art. 7 del Codice civile, per quanto riguarda la tutela del nome, dispone che: "1. La persona, alla quale si contesti il diritto all'uso del proprio nome o che possa risentire pregiudizio dall'uso che altri indebitamente ne faccia, può chiedere giudizialmente la cessazione del fatto lesivo, salvo il risarcimento dei danni. 2 L'autorità giudiziaria può ordinare che la sentenza sia pubblicata in uno o più giornali."

Diritto all'immagine. L'immagine è protetta dal nostro ordinamento all'art. 10 del codice civile. La norma prevede in particolare che "Qualora l'immagine di una persona o dei genitori, del coniuge o dei figli sia stata esposta o pubblicata fuori dei casi in cui l'esposizione o la pubblicazione è dalla legge consentita, ovvero con pregiudizio al decoro o alla reputazione della persona stessa o dei detti congiunti, l'autorità giudiziaria, su richiesta dell'interessato, può disporre che cessi l'abuso, salvo il risarcimento dei danni."

Diritto alla riservatezza. Il diritto alla riservatezza è disciplinato nello specifico dal Codice della privacy D.lgs. n. 196/2003 e dal GDPR di cui al Regolamento Europeo 2016/679. La legge n. L. n. 675/1996 invece introdotto la figura del Garante per la protezione dei dati personali in attuazione della direttiva comunitaria 95/46/CE. La normativa civilistica in materia di privacy ha avuto il pregio di sottoporre al preventivo consenso del soggetto interessato il trattamento dei suoi dati e di predisporre regole particolarmente stringenti quando il trattamento riguarda i "dati sensibili". Limiti alla privacy sono previsti però anche quando il trattamento avviene con modalità particolari, ricorrendo ad esempio alle moderne tecnologie.

                A livello penale le norme che tutelano la privacy della persona sono:

  • l'art. 615-bis c.p. che punisce l'uso di strumenti di ripresa visiva o sonora al fine di procurarsi indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata nell'abitazione altrui o privata dimora;
  • -l'art. 617-bis c.p. che vieta, fuori dai casi stabiliti dalla legge, l'installazione di apparati o strumenti al fine di intercettare od impedire comunicazioni o conversazioni telefoniche tra altre persone.

Diritto all'oblio. Il diritto all'oblio è collegato alla tutela delle privacy di una persona. Ai sensi dell'art. 17 del GDPR infatti è previsto il diritto, da parte dell'interessato di ottenere " la cancellazione dei dati personali che lo riguardano senza ingiustificato ritardo e il titolare del trattamento ha l'obbligo di cancellare senza ingiustificato ritardo i dati personali" in presenza dei motivi indicati dalla norma. In passato il diritto all'oblio era collegato invece al diritto di cronaca.

Diritto all'identità sessuale. Di estrema attualità è senza dubbio il tema del riconoscimento dell'identità sessuale, strettamene connessa all'identità della persona in generale. La prima legge che ha consentito la rettificazione del sesso è stata la n. 164/1982. Nel tempo questa legge è stata oggetto di numerosi ricorsi alla Corte Costituzionale, che è giunta ad affermare la legittimità della rettifica di sesso anche in casi di transessualità, senza quindi dover attendere il mutamento chirurgico dei caratteri sessuali.

Valeria Zeppilli                 Studio Cataldi 20 maggio 2022

www.studiocataldi.it/articoli/13632-diritti-della-personalita.asp

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FORUM ASSOCIAZIONI FAMILIARI

Nuove tecnologie. De Palo: “Con Spazio Famiglia un TripAdvisor per città family friendly”

                Il progetto pilota del Forum delle associazioni familiari, finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento per le politiche della Famiglia, prevede una sperimentazione localizzata a Roma e Palermo per individuare e recensire luoghi di ospitalità, ristorazione, cultura, intrattenimento, commercio, attività ricreative "a misura di famiglia". Un TripAdvisor [sito web di recensione] a misura di famiglia per trovare ristoranti, alberghi, luoghi di cultura e ricreativi, esercizi commerciali “family e child friendly”. È l’app “Spazio Famiglia”, stesso nome del progetto pilota del Forum delle associazioni familiari, finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le politiche della Famiglia, che prevede una sperimentazione localizzata nelle città di Roma e Palermo, presentata mercoledì 25 maggio in Campidoglio. L’app si può scaricare da Playstore e da Apple Store ed è consultabile anche la piattaforma on line.

                Nell’app, che unisce il concetto e le funzionalità tipiche di una rete sociale con i servizi dedicati alla famiglia, si possono trovare geolocalizzati il ristorante con il menu bambini, la casa vacanze vicino alla metro, il teatro con gli sconti famiglia, la libreria dedicata ai bambini, la pizzeria comoda per famiglie numerose, il museo con i laboratori didattici e tanto altro. “Spazio Famiglia” si concretizza oggi, ma, come racconta al Sir il presidente del Forum nazionale delle associazioni familiari, Gigi De Palo, è anche “un sogno che si realizza”.

                “L’idea – ci spiega De Palo – è nata dieci anni fa quando ero assessore al comune di Roma. Avevamo anche già avviato tutte le procedure, poi è finito il mandato e non siamo riusciti a realizzare il progetto che si chiamava ‘Roma Famiglia’. Anche allora c’era Emma Ciccarelli, all’epoca presidente del Forum famiglie del Lazio, che ci spronava dal fronte associativo. Abbiamo aspettato dieci anni, affinché ci fosse un tempo propizio per realizzare il progetto”. Il presidente del Forum prosegue: “Abbiamo partecipato all’‘Avviso pubblico per il finanziamento di progetti afferenti alle politiche per la famiglia – Linea d’intervento D’ del Dipartimento per le politiche della famiglia della presidenza del Consiglio dei ministri e come Forum abbiamo vinto. Si trattava di fare due sperimentazioni, a Roma e Palermo.

                L’idea è quella di creare una specie di TripAdvisor per famiglie. Questo progetto vuole essere un modo per creare una rete tra famiglie. Vogliamo dare protagonismo alle famiglie, che potranno recensire i luoghi e darsi consigli segnalando locali family friendly. Un passo avanti per trasformare le città sempre più a misura familiare”. “Per avere la patente di family friendly devono essere rispettati dei parametri specifici e stringenti – chiarisce – De Palo -. Per avere il marchio per rientrare nell’applicazione, si devono superare una serie di test che vengono verificati personalmente da alcuni valutatori che vanno in loco”. Infatti, tutte le strutture ricettive inserite nella piattaforma sono state individuate e selezionate sulla base di criteri ben definiti e successivamente certificate ufficialmente attraverso la firma della convenzione e il rilascio del Marchio Spazio Famiglia. Ad averlo alberghi, strutture di ospitalità, ristoranti, punti di ristorazione, musei, siti culturali, librerie, teatri, spazi per spettacoli dal vivo, che presentano arredi e accessori child friendly, facilità di individuazione, prenotazione e servizi di accoglienza per famiglie, attività e servizi extra, menù per bambini e scontistiche per la famiglia. “La difficoltà che abbiamo trovato è che in questo periodo molti ristoratori hanno chiuso – evidenzia il presidente del Forum -. Quindi anche se ci stiamo lavorando da 3 anni, molti dei locali che abbiamo contattato nel frattempo hanno cambiato nome, hanno modificato le loro strutture. L’ultimo anno è stato decisivo”.

                Al momento la sperimentazione è su Roma e Palermo, ma nei prossimi mesi l’auspicio è di ampliare il progetto in altre città e Regioni. “Abbiamo già ricevuto richieste di adesione da altre città – rivela De Palo – e ci auguriamo di poter estendere la sperimentazione per far diventare il Marchio Spazio Famiglia la garanzia per le famiglie di riconoscere quei luoghi in cui sentirsi a casa ovunque lo troveranno esposto.

                Al di là della politica, al di là dell’assegno unico o del Family act, anche le amministrazioni locali possono fare molto anche attraverso questo tipo di applicazioni per sostenere le famiglie e valorizzare gli aspetti family friendly di esercenti dell’ospitalità, della ristorazione, della cultura e del commercio”. Ai fini del coinvolgimento di un numero crescente di strutture, il Forum ha stipulato delle convenzioni con i maggiori enti di categoria operanti nel settore, quali Zetema, Fipe e Federalberghi Roma che hanno contribuito alla diffusione del Marchio.

                Ma come funziona? La mappa costituisce il nucleo fondamentale dell’app, il punto di partenza e l’imprescindibile strumento tramite il quale l’utente potrà individuare e scoprire gli esercizi commerciali con il Marchio Family più adatti alle proprie esigenze. Con la mappa interattiva, l’utente potrà visualizzare le strutture certificate con il Marchio nelle vicinanze, tramite meccanismo di punti di interesse posizionati sulle coordinate Gps dei singoli esercizi. All’avvio la mappa sarà centrata sulla posizione attuale dell’utente che sarà quindi individuato tramite Gps o per approssimazione tramite la connessione mobile/wi-fi. Le icone dei marker (segnaposto) corrispondenti agli esercizi potranno essere connotate da un aspetto grafico o cromatico diverso, a seconda della tipologia alla quale appartengono o a caratteristiche peculiari (ad esempio “I più visitati”).

                Gli esercenti interessati al percorso di certificazione, devono collegarsi a www.spazio-famiglia.it e cliccare sulla sezione Iscriviti e compilare il questionario con il nome della struttura, l’indirizzo e il nome del referente per la certificazione. Nella costruzione del sistema di attribuzione del marchio Spazio per famiglia è parso fondamentale partire dalla consultazione dei potenziali utenti, cioè dalle famiglie, con il duplice obiettivo di raccogliere pareri e suggerimenti che rendessero l’impianto del progetto più vicino alle esigenze reali e di far conoscere il progetto. Hanno risposto 600 rappresentanti di famiglie con una netta prevalenza del genere femminile (65%) e della fascia dei genitori di figli piccoli e adolescenti (55%). A livello territoriale ci sono state risposte da quasi tutte le province italiane con una voluta sovra rappresentazione delle aree pilota del progetto (Roma e Palermo). Il nucleo familiare più rappresentato è quello di 4 persone (40%) ma comunque ben il 63% degli intervistati ha almeno un minore nel proprio nucleo. Le tipologie di esercizi su cui si è svolta l’indagine sono state: ricettività (con particolare focus sugli alberghi), ristorazione (ristoranti), intrattenimento (teatri), cultura (musei), tempo libero (centri sportivi), commercio al dettaglio (negozi di vicinato e banchi fissi in mercati rionali), grande distribuzione (supermercati). Lo scopo dell’indagine è stato quello di verificare dove si riscontrano le maggiori difficoltà e quali sono gli elementi e i fattori che in qualche modo discriminano le famiglie dall’essere consumatori e dal partecipare attivamente al mercato di beni e servizi.

                In testa alla classifica dei luoghi “inaccessibili alle famiglie” si trovano i teatri (46,8%) seguiti da hotel (38,1%), musei (31,4) e ristoranti (29,8). I centri sportivi invece hanno presentato difficoltà di accesso solo per una famiglia su 10. In generale possiamo quindi affermare che una famiglia su tre vede preclusa o perlomeno molto difficoltosa la fruizione di quelli che da tutti gli altri individui sono considerati i luoghi e i modi di utilizzo del tempo libero.

Gigliola Alfaro                  Agenzia SIR        27 maggio 2022

www.agensir.it/italia/2022/05/27/nuove-tecnologie-de-palo-con-spazio-famiglia-un-tripadvisor-per-citta-family-friendly

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MATRIMONIO

Il matrimonio forzato integra una violenza di genere: sì alla protezione internazionale

Corte di Cassazione, terza Sezione civile, ordinanza n. 12647, 20 aprile 2022

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                Una donna albanese, vittima delle violenze del padre e del futuro marito, fugge dal suo Paese al fine di evitare un matrimonio coatto ma, giunta in Italia, si vede rifiutare la protezione internazionale.

                La Corte di Cassazione, con l’ordinanza del 20 aprile 2022 n. 12647 censura la decisione del giudice di merito e ribadisce un importante principio. La violenza di genere rientra tra le ipotesi di riconoscimento della protezione internazionale e il matrimonio imposto, con la reiterata violenza fisica e psichica consumata ai danni di una donna, costituisce violenza di genere. Infatti, per la giurisprudenza di legittimità, la coartazione al matrimonio non può considerarsi come fatto di natura privata ma rientra nell'ambito della violenza di genere, così come riconosciuto dalla Convenzione di Istanbul (in vigore dal 1° agosto 2014). Ciò vale, a maggior ragione, nei casi in cui le donne siano vittime di codici di comportamento, come il Codice del Kanun, applicato nelle aree rurali del nord dell'Albania, ove la posizione della donna è di totale subalternità all'uomo, al punto che, come si legge nelle fonti, ella è considerata “niente altro che un otre da riempire”.

                La vicenda. Una donna chiedeva il riconoscimento della protezione internazionale e, in particolare, dello status di rifugiata, in via subordinata, il riconoscimento della protezione sussidiaria e, in estremo subordine, il riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari. La competente commissione territoriale rigettava l’istanza e avverso tale provvedimento la donna presentava ricorso dinnanzi al tribunale. La richiedente narrava di essere fuggita dall’Albania, poiché i familiari volevano imporle il matrimonio con un uomo più anziano di lei di vent’anni. Ella aveva cercato di opporsi, fuggendo di casa, ma era stata ripresa e sottoposta a violenze fisiche e psicologiche. Aveva chiesto due ordini di protezione rispettivamente contro il genitore e il promesso sposo, ottenendo solo il secondo. Rientrata a casa, era stata ripetutamente picchiata dalla madre e minacciata dal padre che deteneva illegalmente armi da fuoco. Quest’ultimo era stato arrestato per la detenzione delle armi ma, a seguito del pagamento dell’ammenda, era stato scarcerato. La ragazza, per sottrarsi al matrimonio incipiente, trovava rifugio in un convento di suore che la aiutavano a fuggire in Italia, proprio il giorno prima della data fissata per le nozze.

                Il tribunale considera plausibile la ricostruzione della vicenda narrata dalla ragazza, anche alla luce della documentazione prodotta, come gli articoli di giornale che riportavano l’accaduto; ciò nondimeno il ricorso viene rigettato. Si giunge così in Cassazione.

                Per il Tribunale: storia plausibile, ma protezione negata. Secondo i giudici di merito, il Paese di origine della ragazza aveva apprestato idonee forme di protezione e il matrimonio imposto non può considerarsi come una forma di persecuzione, presupposto necessario ai fini del riconoscimento dello status di rifugiata. Per il tribunale, la protezione sussidiaria poteva essere concessa solo ove si fosse dimostrato che la giovane era sottoposta alla disciplina del Codice del Kanun. Infatti, tale codice è composto da regole consuetudinarie e impone alla donna una posizione di sottomissione rispetto all'uomo, al punto che ella è considerata come “niente altro che un otre da riempire”. In ragione di ciò, la soggezione a detto codice integra il danno grave richiesto dalla legge. Secondo i giudici di merito, invece, nel caso di specie, la ragazza ha mostrato di ignorare il Codice del Kanun, pertanto, la vicenda non può ricondursi nell’ambito della sua applicazione. Il tribunale qualifica la storia della donna come una mera vicenda endofamiliare che non reca gli estremi per integrare il danno grave necessario ai fini della protezione sussidiaria, nonostante le violenze poste in essere dal genitore e dal promesso sposo (che si ubriacava e la picchiava). Infine, veniva esclusa la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, atteso che lo Stato di origine era intervenuto con un ordine di protezione contro il padre della giovane e, pertanto, non vi erano le condizioni per il suo riconoscimento.

                Riferimenti normativi. Prima di analizzare la decisione, ricordiamo brevemente le norme che vengono in rilievo in materia di status di rifugiato, protezione sussidiaria e permesso per motivi umanitari.

¨       D.lgs. 25/2008 in materia di “Attuazione della direttiva 2005/85/CE recante norme minime per le procedure applicate negli Stati membri ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di rifugiato”; in particolare, l’art. 4 in relazione alla Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale

¨       D.lgs. 251/2007 “attuativo della direttiva 2004/83/CE recante norme minime sull'attribuzione, a cittadini di Paesi terzi o apolidi, della qualifica del rifugiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale, nonché norme minime sul contenuto della protezione riconosciuta”. In particolare, gli articoli 7 e seguenti sullo status di rifugiato; l’art. 14 in materia di protezione sussidiaria.

¨       D.lgs. 286/1998 (Testo unico sull’immigrazione); in particolare, l’art. 5 c. 6 (nel testo applicabile ratione temporis) sul permesso di soggiorno per motivi umanitari. Per completezza, si segnala che la diposizione in commento norma è stata modificata più volte, da ultimo nel 2020. In merito alle modifiche al testo unico sull’immigrazione, apportate D.l. 130/2020, si rinvia alla lettura del contributo: “Immigrazione, permessi di soggiorno e accoglienza: le novità.

www.altalex.com/documents/news/2020/10/23/immigrazione-permesso-di-soggiorno-accoglienza

                La richiesta di una forma di protezione non implica la rinuncia alle altre.  La Suprema Corte considera fondato il ricorso della ragazza ritenendo il decreto impugnato affetto da “inemendabili errori di diritto”.

                Innanzitutto, è errata la statuizione secondo cui va esclusa ogni considerazione sullo status di rifugiata, in quanto non richiesta con il ricorso introduttivo. Infatti, secondo la giurisprudenza (Cass. 8819/2020), anche se la richiesta riguarda solo le forme di protezione sussidiaria e/o umanitaria, resta in capo al giudice l’obbligo di valutare se ricorrano le condizioni per il riconoscimento dello status di rifugiato. La ratio di tale principio discende dal fatto che si tratta di “domande autodeterminate aventi ad oggetto diritti fondamentali”. Infatti, non rileva l’indicazione dell’esatto nomen iuris della fattispecie di protezione che si invoca, quanto la prospettazione di una situazione che configuri il rifugio politico o la protezione sussidiaria. Inoltre, la circostanza che la domanda di protezione internazionale sia limitata soltanto ad alcune delle sue possibili forme, non implica una rinuncia tacita alle altre (non richieste), le quali possono essere concesse purché “i fatti esposti con l'atto introduttivo del giudizio siano rilevanti e pertinenti rispetto alla fattispecie non espressamente invocata”.

                Il matrimonio imposto è una violenza di genere. La Suprema Corte censura il decreto impugnato anche laddove definisce il racconto della richiedente asilo come una mera “vicenda endofamiliare” di stampo privatistico. La giurisprudenza di legittimità (Cass. 12333/2017; Cass. 16172/2021), in casi analoghi, ha avuto modo di affermare che il matrimonio coartato e la reiterata violenza fisica e psichica integrano una violenza di genere. A maggior ragione, nelle fattispecie in cui la condotta dei padri e dei fidanzati segua un codice di comportamento – come quello del Kanun in Albania – caratterizzato dalla soggezione della donna e dalle violenze a suo danno. Gli ermellini ricordano come il matrimonio imposto a cui, nel caso di specie, si sommano atti di violenza fisica e psichica, costituisca un motivo di riconoscimento della protezione internazionale. Eventualmente, è possibile discutere su quale forma di protezione vada riservata al richiedente asilo. In altre parole, il matrimonio imposto e la violenza fisica e psichica consumata ai danni di una donna integrano una violenza di genere e, in quanto tali, rientrano tra le ipotesi di riconoscimento della protezione internazionale (Cass. 15466/2014, Cass. 25873/2013, Cass. 25463/2016, Cass. 28152/2017).

                Il procedimento giurisdizionale è autonomo rispetto alla fase amministrativa. I giudici di merito hanno errato, sotto il profilo processuale, ad escludere l’allegazione difensiva sul codice del Kanun in base al presupposto che, in sede di audizione amministrativa, non ne era stata fatta menzione. La Suprema Corte ricorda come il procedimento giurisdizionale di protezione internazionale debba ritenersi del tutto autonomo rispetto alla precedente procedura amministrativa. La funzione del primo consiste nell’accertare la sussistenza (o meno) del diritto al riconoscimento di una delle tre forme di asilo (status di rifugiato, protezione sussidiaria e permesso di soggiorno per motivi umanitari). I giudici, pertanto, nella loro valutazione, possono prescindere da quanto accaduto dinnanzi alla Commissione territoriale (ossia durante la fase amministrativa) e devono operare “alla complessiva raccolta, accurata e qualitativa, delle predette informazioni, ivi comprese le nuove allegazioni difensive, per le quali non è conforme a diritto discorrere di preclusioni di sorta” (Cass. 8819/2020).

                La Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e le altre fonti. I giudici di merito hanno ignorato le norme contenute nella Convenzione di Istanbul del 2011 (ratificata dall’Italia con legge 77/2013) sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. In particolare:

¨       l’art. 3 lett. a) definisce la violenza sulle donne “in termini di violazione dei diritti umani e di forma di discriminazione, comprendenti tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà”;

¨       l’art. 37 c. 2 dispone che gli aderenti alla convenzione adottino le misure legislative necessarie “per penalizzare il fatto di attirare intenzionalmente con l'inganno un adulto o un bambino sul territorio di una Parte o di uno Stato diverso da quello in cui risiede, allo scopo di costringerlo a contrarre matrimonio”;

¨       l’art. 60 afferma che la violenza contro le donne basata sul genere possa essere riconosciuta come forma di persecuzione, “le parti si accertano che un'interpretazione sensibile al genere sia applicata a ciascuno dei motivi della Convenzione, e che, nei casi in cui sia stabilito che il timore di persecuzione è basato su uno o più di tali motivi, sia concesso ai richiedenti asilo lo status di rifugiato”.

                Secondo la Cassazione, i giudici di merito non hanno fatto applicazione dei principi espressi:

¨       nelle linee guida dell’UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees, in italiano, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) in materia di persecuzione di genere;

¨       nella Convenzione del 1951 e nel Protocollo del 1967 relativi allo status dei rifugiati,

¨       nella Dichiarazione sull'eliminazione della violenza contro le donne (CEDAW Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination against Women New York, 1979),

¨       nella succitata Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza nei confronti delle donne e alla violenza domestica,

¨       nelle disposizioni del d.lgs. n. 251/2007 che all’art 7 riconoscono, tra i motivi di persecuzione, gli atti di violenza fisica o psichica; all'art. 19 c. 2 e all’ art. 3, comma 3, lett. c) “impongono l'analisi della situazione individuale al fine di rilevare eventuali vulnerabilità quali, tra le altre, l'aver subito torture e violenze sessuali, fisiche o psichiche”.

                Conclusioni: sì alla protezione internazionale in caso di violenza di genere. La Cassazione censura la motivazione del decreto gravato che risulta contraddittoria e “ben al di sotto della soglia dell’apparenza”. Innanzitutto, i giudici di merito, nell’escludere il riconoscimento della protezione internazionale, hanno errato a considerare decisivo il provvedimento temporaneo assunto dallo Stato di origine della donna, senza valutare il prosieguo della vicenda, ossia la fuga in convento e la partenza per l’Italia il giorno precedente alle nozze. Inoltre, hanno errato nell’escludere la ricorrente dai soggetti meritevoli di tutela pur ammettendo che ella era stata privata della libertà di autodeterminarsi (come scegliere se e chi sposare). I giudici di legittimità affermano che sia indiscutibile che la ricorrente sia stata vittima di violenza di genere e che il tribunale l’abbia ricondotta in modo erroneo ad una mera vicenda endofamilare; il tribunale ha, altresì, errato nel non considerare tale violenza come un’ipotesi di danno grave ai fini della protezione sussidiaria

                Alla luce del percorso argomentativo sopra esposto, dopo aver analizzato le fonti relative alla condizione delle donne in Albania, in particolare, il rapporto annuale 2017/2018 di Amnesty International sull’inadeguatezza delle misure di protezione delle donne dalla violenza domestica, la Suprema Corte accoglie il primo motivo di ricorso e cassa la decisione con rinvio. Il giudice del rinvio dovrà riesaminare nuovamente i fatti e dare applicazione ai principi di diritto sopra esposti, al fine di stabilire “se, in caso di rientro nel Paese di origine, esista la certezza, la probabilità, o anche il solo rischio, per la richiedente asilo, di subire nuovamente atti di violenza di genere, per aver opposto, nell'esercizio della sua fondamentale libertà di autodeterminazione, un rifiuto ad un matrimonio combinato, subendo, di conseguenza, atti di violenza fisica e psichica”.

Avv. Marcella Ferrari                        Altalex   17 maggio 2022

www.altalex.com/documents/news/2022/05/17/matrimonio-forzato-violenza-di-genere-protezione-internazionale

 

Matrimoni forzati e combinati: quando sposarsi non è una scelta

                Nel lontano Settecento, l’unione nuziale di giovani aristocratici avveniva prevalentemente per preservare il proprio patrimonio economico, per sugellare “indissolubilmente” legami tra diverse famiglie e dunque garantire una posizione di maggior rilievo nella società per entrambe. Tutto avveniva secondo precise disposizioni date dai genitori, sia da una parte che dell’altra. La donna avrebbe conosciuto l’identità il suo futuro marito ancora fanciulla, per poi sposarlo non appena uscita dal Convento – rifiutarsi era un’azione socialmente inaccettabile ed offensiva nei confronti della propria e altrui famiglia.

                Quella dei matrimoni combinati e forzati, è una pratica che trova le sue origini ancor prima del XVIII secolo: la coemptio [compravendita fittizia] era un rito nuziale piuttosto diffuso risalente tra il I ed il II secolo. Epoca romana antica, dunque, nel quale un padre poteva porre un atto di vendita alla propria figlia cosicché, chiunque l’acquistasse, acquisisse il pater familias della stessa. Insomma, che divenisse di sua proprietà.

                E ancora: altri esempi si possono trovare nella mitologia greca, con Ade che rapisce Persefone costringendola a diventare sua sposa senza che queste potesse in alcun modo opporsi.

                Qual è la differenza tra matrimonio forzato e combinato? Moralmente si potrebbe tranquillamente dire che non vi è alcuna differenza tra matrimonio forzato e matrimonio combinato poiché entrambe vanno a negare il diritto di libertà, di scelta, degli individui coinvolti. Ciò che nella teoria differisce le due pratiche è, in alcuni Paesi, solamente il punto di vista giuridico nel quale vengono poste. In sostanza: un matrimonio forzato è quando la persona coinvolta “esprime” il suo dissenso al riguardo ma questo viene represso dall’uso della violenza, della forza per l’appunto, arrivando in molti casi anche all’omicidio.

                È altresì combinato quando il rifiuto di una parte, o entrambe, coinvolte non avviene, indipendentemente dal perché: nella maggioranza dei casi, la costrizione in tal caso è implicita. Si è liberi di rifiutarsi ma le conseguenze di ciò vanno a ridefinirsi sul lato sociale della famiglia stessa. È per loro un disonore, una macchia indelebile; uno spreco di opportunità per una vita più dignitosa, un patto non rispettato. Non vi è dunque una concreta differenza nelle due definizioni giacché il modus operandi è in linea di massima lo stesso.

                Le realtà odierne ancor socialmente legate a culture arcaiche, che si rifanno agli esempi storici prima citati, sono per lo più da ricercarsi in alcune aree del mondo con un alto tasso di povertà ed istruzione quasi assente. L’assenza di diritti, il ruolo della donna all’interno di queste comunità ridotto alla schiavitù, “giustificano” la svendita dei figli dalle loro famiglie poiché considerato l’unica fonte di guadagno dal quale trarvi massimo giovamento.

                Messi al mondo per essere venduti. Benché queste pratiche violino i Diritti Fondamentali dell’essere umano, la loro diffusione è tanto ampia quanto radicata che riuscire a scongiurarla è purtroppo un’impresa assai ardua. Come detto prima, la sua espansione va propagandosi lì dove l’istruzione si mostri deficitaria a causa della povertà dilagante, di conseguenza non vi è alcun progresso socio-culturale che possa favorirne l’interruzione.

                Secondo l’UNICEF, il fenomeno dei matrimoni combinati e forzati colpisce particolarmente fasce di età molto giovani di ragazze e ragazzi , continuando ad essere piuttosto diffuso in quasi tutte le regioni del mondo: dall’Africa Subsahariana all’America Latina, dall’Asia meridionale sino all’Estremo Oriente per poi toccare anche l’Oceania.

                Save The Children , in un rapporto emanato nel settembre del 2020, ha reso noto di quanto la crisi economica globale scatenato dal pieno della pandemia, ha ulteriormente contribuito nell’espansione del fenomeno. Nel 2020, sono circa 500.000 le giovani vite costrette ad abbandonare la propria purezza, la propria adolescenza, i propri sogni, per convolare a nozze. La pratica dei matrimoni infantili non solo spazza via quelli che sono i diritti fondamentali dell’Infanzia, ma pone in serio pericolo la vita stessa delle ragazze coinvolte

 “[1 milione in più di gravidanze precoci, causa principale di morte per le ragazze tra i 15 e 19 anni.”

                Si evidenzia, nel rapporto di Save The Children prima citato, quanto una simile piaga culturale possa essere fatale non solo dal punto di vista sociale (discriminazione di genere); dal punto di vista culturale (impossibilità nel proseguire con gli studi), psicologico (non sono rari casi di suicidio) e sanitaria (gravidanze precoci, mutilazioni genitali, violenza domestica).

                Come riuscire a debellare tali atrocità? Molte le campagne di sensibilizzazione per portare alla luce questo fenomeno culturale. Perché per quanto globalmente conosciuto, è difficile per le società maggiormente industrializzate e socialmente paritarie, immaginare che vi siano tuttora realtà totalmente opposte rispetto alle loro. È fondamentale conoscere e comprendere il dramma che vivono milioni di donne, uomini, bambini e bambine; aiutare con una semplice donazione, con reali e concreti investimenti economici atti ad implementare un’istruzione adeguata, ad aiutare le donne che scappano dalle gabbie nelle quali son state rinchiuse e offrire loro la giusta protezione.

                Non c’è cultura o necessità che giustifichi la svendita di persone come oggetto o la mercificazione della propria persona come mezzo per favorire un’azione illegale, come ad esempio i matrimoni combinati al fine di ottenere permessi di soggiorno.

                Fingere che la cosa non possa toccarci o che non ci riguardi perché lontana dal nostro quotidiano non è la soluzione: siamo esseri umani, siamo liberi, e ciò deve valere per tutti.

                Anna Sarnataro                Family and Media                          14 febbraio 2022

https://familyandmedia.eu/educazione-ai-media/matrimoni-forzati-e-combinati-quado-sposarsi-non-e-una-scelta

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RIFLESSIONI

I vescovi italiani e la crisi della fede

                Oggi si apre l’assemblea dei vescovi italiani chiamati innanzitutto a leggere insieme l’oggi di Dio per la Chiesa, scrutare i segni dei tempi che devono indirizzare le scelte e delineare, per il futuro prossimo, i passi da osare. Non è un’ora facile, perché si è fatta sempre più evidente la crisi ecclesiale in molti suoi aspetti.

                Dopo la pandemia le piazze sono tornate a riempirsi, ma le chiese restano vuote, con una diminuzione di partecipanti alle assemblee liturgiche che inquieta e deve interrogare. Le motivazioni che di consueto vengono individuate per illustrare questa crisi iniziata negli anni ottanta – secolarizzazione, mutamento di vita nella società del benessere, consumismo, relativismo morale – non sono più sufficienti a spiegare l’accelerazione con la quale siamo stati introdotti in una società post-cristiana e in una cultura dalla quale il cristianesimo è stato espulso. Avevamo annunciato tempi in cui le chiese cristiane avrebbero avuto lo statuto di minoranze, ma eravamo certi che sarebbero state minoranze capaci di inoculare diastasi salutari nella società. Oggi non ne siamo più sicuri: l’indifferenza verso il cristianesimo è talmente imperante che sembra aver sopito la domanda di senso.

                Difficile definire questo fenomeno: non è declino, non è decadenza morale, non è mancanza di pensiero autorevole, ma resta un venir meno silenzioso, visibile solo per chi frequenta le chiese e constata una fuga soprattutto dei giovani dalla liturgia. Abbiamo speso cinquant’anni per l’evangelizzazione, in un impegno che la Chiesa italiana ha saputo onorare e vivere seriamente, eppure il risultato è una sterilità crescente. La Chiesa italiana ha cercato con fatica nuove strade, ispirandosi in modo convinto al concilio Vaticano II più di altre Chiese europee, e tuttavia ciò che le resta da riconoscere è che l’attuale crisi è innanzitutto della fede.

                L’affermazione spaventa, ma occorre avere il coraggio di questa denuncia: non manca la testimonianza (sempre inadeguata al Vangelo!), non manca la disponibilità a lavorare, perché la Chiesa oggi è stanca, esaurita, ma manca la fede a partire dal popolo di Dio. Se non si crede che Gesù Cristo è vivente, è risorto da morte e ha vinto la morte, che ragione c’è a professarsi cristiani?

                Se non si crede che la morte è solo un esodo, che ci saranno un giudizio sull’operato umano e una vita oltre la morte, perché si dovrebbe diventare cristiani e perseverare in questa appartenenza? Non basta l’etica per essere cristiani: gli esseri umani sanno darsi un’etica. Non basta la spiritualità: gli esseri umani sanno crearsela. Ma se non c’è più la memoria che trasmette la fede, come sarà possibile essere cristiani? Oggi la “chiesa brucia”, il “gregge è smarrito” e soprattutto diviso più che mai, ma se non ci si interroga sulla fede l’agonia in Europa continuerà. I vescovi italiani sapranno indicare che la vera urgenza è ridestare la fede “nuda e appesa alla croce”, senza rincorrere l’opinione dominante e senza ridurre la fede a messaggio etico?

Enzo Bianchi                      “la Repubblica” 23 maggio 2022

www.alzogliocchiversoilcielo.com/2022/05/enzo-bianchi-i-vescovi-italiani-e-la.html

 

Dietrich Bonhoeffer: trovare Dio in ciò che conosciamo

                Dal carcere nazista, un anno prima di essere impiccato dietro ordine di Hitler (che voleva eliminare tutti i prigionieri politici prima dell’arrivo dell’Armata rossa a Berlino), Dietrich Bonhoeffer (1906-1945) scriveva così il 30 aprile 1944 all’amico Eberhard Bethge (1909-2000): “Ti meraviglieresti, o forse addirittura ti preoccuperesti delle mie idee teologiche e delle loro conseguenze”. Teologo a sua volta, Bethge conosceva bene le precedenti opere di Bonhoeffer (Sequela del 1937 e Vita comune del 1938) colme di radicalismo evangelico che non lo avevano per nulla preoccupato perché sviluppate all’insegna della più consolidata tradizione cristiana: quella che pensa il rapporto Dio-Uomo come “rivelazione” unilaterale di Dio e trasmissione di un messaggio inconcepibile dalla ragione umana. È una prospettiva per la quale non si tratta di “trovare Dio”, quanto piuttosto di “essere trovati” da lui: una via non naturale ma sovra-naturale.

                       Negli ultimi mesi della sua breve vita però Bonhoeffer compì una sorprendente rivoluzione teologica. Egli ne era consapevole, presentiva l’esplosivo che gli si accumulava nella mente, e per questo scriveva all’amico teologo che in lui maturava qualcosa di preoccupante che descriveva così: “Trovare Dio in ciò che conosciamo”.

Noi che cosa conosciamo? La vita quotidiana. Essa quindi diviene il luogo privilegiato della conoscenza di Dio, mentre perdono importanza la Bibbia e le sue storie, al contrario di quanto insegnano le tradizioni ebraica e cristiana, e anche musulmana. Il che costituisce una rivoluzione inaudita per i monoteismi, ed era di questo che Bethge avrebbe dovuto meravigliarsi e preoccuparsi. Così gli scrive l’amico il 30 maggio ’44: “Dobbiamo trovare Dio in ciò che conosciamo, non in ciò che non conosciamo. Dio vuole essere colto da noi non nelle questioni irrisolte, ma in quelle risolte. Questo vale per la relazione tra Dio e la conoscenza scientifica. Ma vale anche per le questioni umane in generale, quelle della morte, della sofferenza e della colpa”. Proseguiva: “Gli uomini di fatto vengono a capo di queste domande anche senza Dio, è semplicemente falso che solo il cristianesimo abbia una soluzione”. E concludeva: “Dio non è un tappabuchi”.

                Non so se, usando la parola “tappabuchi”, Bonhoeffer avesse direttamente in mente Nietzsche. Di certo tale termine si ritrova tale e quale in questo passo del filosofo sul cristianesimo: “Lo spirito di questi redentori era fatto di buchi; ma in ogni buco essi avevano ficcato la loro illusione, il loro tappabuchi da loro chiamato Dio” (Così parlò Zarathustra, II, Dei preti; testo originale: Aus Lücken bestand der Geist dieser Erlöser; aber in jede Lücke hatten sie ihren Wahn gestellt, ihren Lückenbüsser, den sie Gott nannten).

                Lückenbüsser, tappabuchi. Bonhoeffer fa sua la critica radicale di Nietzsche osservando che il ruolo di Dio e ancor più di Cristo risultano funzionali alla copertura di un enorme buco introdotto dal cristianesimo nella coscienza umana il cui nome è “peccato originale”. Nella sua cella, alle prese con carcerieri e carcerati, mentre a Berlino suonavano ogni giorno sempre più forte le sirene dell’allarme, Bonhoeffer si rese conto che la costruzione tradizionale del cristianesimo non funzionava più. E aveva il coraggio di dichiararlo, ecco quanto scrive il 3 agosto 1944: “La Chiesa deve uscire dalla sua stagnazione. Dobbiamo tornare all’aria aperta del confronto spirituale col mondo. Dobbiamo anche rischiare di dire delle cose contestabili, se ciò permette di sollevare questioni di importanza vitale. Come teologo «moderno», che tuttavia porta ancora in sé l’eredità della teologia liberale, io mi sento tenuto a mettere sul tappeto tali questioni” (p. 458).

                Che fare quindi di Dio? La sua risposta è un inno alla vita naturale: “Il divino non nelle realtà assolute, ma nella forma umana naturale” (appunti fine giugno ’44, p. 406); e ancora: “L’aldilà non è ciò che è infinitamente lontano, ma ciò che è più vicino” (idem, p. 454); e infine: “L’esserci-per-altri di Gesù è l’esperienza della trascendenza” (idem, 462). Tra gli autori di riferimento vi sono Goethe, Plutarco, Cusano, Giordano Bruno, Spinoza, Kant.

                Si tratta di una rivoluzione: l’incontro con Dio avviene in ciò che conosciamo e possiamo attuare noi stessi: non nella sospensione della libertà ma nella sua esaltazione tramite la dedizione al bene e alla giustizia. Il che lo può fare ogni essere umano, del tutto a prescindere dall’adesione al cristianesimo e alla Chiesa. Per lui infatti “essere cristiano non significa essere religioso in un determinato modo… significa essere uomini; Cristo crea in noi non un tipo di uomo, ma un uomo” (16 luglio ’44, p. 441).

                È questo il motivo che spinse Bonhoeffer a studiare gli Dei greci di cui scriveva all’amico: “Capisci che gli Dei presentati in questo modo mi scandalizzano meno di determinate forme di cristianesimo? Anzi, che credo quasi di poter rivendicare questi Dei in favore di Cristo?” (21 giugno ’44, p. 408). È esattamente il contrario della visione tradizionale del cristianesimo, in particolare del protestantesimo, i cui capisaldi sono l’apostolo Paolo, Tertulliano, Agostino, Lutero, Kierkegaard, Barth. Ed è invece una ripresa della linea umanistica che ha tra i suoi esponenti Giustino, Origene, Cusano, Erasmo, Teilhard de Chardin. Tale teologia comporta il superamento del concetto di “elezione” e di “popolo eletto”, e del conseguente disprezzo per gli altri popoli e le loro religioni. Rivendicare gli Dei a favore di Cristo significa vedere in Cristo non qualcosa di opposto, ma qualcosa che guarda nella stessa direzione della religione greca e delle altre religioni naturali. Il concetto decisivo è quello di natura, ritenuta non corrotta ma buona, proveniente da Dio e quindi in grado di parlare di lui. Gli Dei così vengono compresi per quello che realmente sono: voci del divino presente nella natura e nella cultura. E da qui sorge un sentimento di comunione con tutti gli esseri umani che hanno cercato onestamente il bene e la giustizia, la dimensione divina per eccellenza.

                Un saggio di questa nuova spiritualità è il modo in cui Bonhoeffer parla del sole il 30 giugno ‘44: “Il sole… vorrei farmi stancare da lui anziché dai libri e dalle idee, vorrei che risvegliasse la mia esistenza animale; non quella animalità che sminuisce l’essere uomo, ma quella che lo libera dall’ammuffimento e dall’inautenticità di una esistenza solo spirituale, e rende l’uomo più puro e più felice”. L’inautenticità di un’esistenza solo spirituale! La vera spiritualità quindi sorge dal contatto immediato con la materia del mondo, un contatto senza leggi esteriori: è il completo superamento della spiritualità biblica. Bethge aveva davvero di che preoccuparsi.

                Noi, però, molto meno di lui. A maggior ragione oggi infatti non è più possibile pensare Dio come un tappabuchi, perché la fede non tappa i buchi della ragione, non colma alcun vuoto conoscitivo. Essa è piuttosto energia che agisce a livello pratico, facendo in modo che la coscienza, di fronte all’antinomia cui è inchiodata a livello teoretico, scelga a favore del bene e della giustizia. La fede è ragione pratica perché riguarda l’atteggiamento complessivo di fronte alla vita.

                E di fronte alla vita la partita a mio avviso si gioca oggi ultimamente tra Nietzsche e Kant: tra chi sostiene l’impero della forza e chi il primato dell’etica. Il bene e la giustizia esistono? Nietzsche risponde di no, sostenendo che non sono altro che invenzioni interessate dei deboli. Kant risponde di sì, sostenendo che il valore di un essere umano si misura dalla sua capacità di riprodurli. Qui si gioca tutto. O si ritiene che tutto è forza e il bene è inganno e illusione; oppure si ritiene che oltre alla forza c’è la dimensione del bene, della giustizia, dell’amore, e che proprio questa è la dimensione più vera a cui si deve aspirare e conformare la vita. È questo lo statuto della “nuova verità”, di cui Bonhoeffer scriveva così: “Sarà un linguaggio nuovo, forse completamente non religioso, ma capace di liberare e di redimere, come il linguaggio di Gesù, tanto che gli uomini ne saranno spaventati e tuttavia vinti dalla sua potenza, il linguaggio di una nuova giustizia e di una nuova verità” (Pensieri per il giorno del battesimo di Dietrich W.R. Bethge, maggio ’44, p. 370).

Vito Mancuso,                  La Stampa          20 maggio 2022

www.alzogliocchiversoilcielo.com/2022/05/dietrich-bonhoeffer-trovare-dio-in-cio.html

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SACRAMENTI

Matrimonio e penitenza: analogie sistematiche tra compito e dono

                Negli ultimi mesi, per diverse ragioni, ho notato che i due sacramenti della penitenza e del matrimonio sfidano la nostra comprensione con diverse analogie tra loro. Non si intenda male: non voglio parlare qui della componente “penitenziale” del matrimonio, o della componente matrimoniale e sessuale della penitenza. Vorrei invece riferirmi alla loro “ragione sacramentale”, ossia a ciò che li giustifica in quanto sacramenti, e che appare oggi particolarmente problematico nella tradizione latina del cristianesimo. Vorrei mettere in luce alcuni di questi aspetti di analogia problematica, che può forse essere occasione per un loro ripensamento.

                a) La struttura “complessa”. Tanto il matrimonio, quanto la penitenza, non si lasciano ridurre alla “forma classica” del sacramento, ossia all’idea, elaborata sul piano generale prima dalla scolastica e poi dal Concilio di Trento, che, in quanto sacramenti, agiscano “ex opere operato”. Tanto il matrimonio, quanto la penitenza hanno una “sporgenza personale”, individuale e soggettiva, che in nessun modo può essere aggirata. Per dirlo in termini classici, entrambi sono “sacramenta” solo in quanto possono essere “officia”. In altre parole, presuppongono un “compito del soggetto”, che la Chiesa può accompagnare, ma non sostituire. C’è, accanto alla “grazia operante”, una grazia cooperante che non può scavalcare l’umano.

                b) Lo sviluppo differenziato. Per questo motivo, entrambi i sacramenti hanno avuto un largo sviluppo in termini di rilettura giuridica. Il diritto penale moderno è il frutto dei “libri penitenziali” del medioevo, esattamente come la speculazione medievale di carattere teologico e giuridico ha messo le basi del diritto matrimoniale degli stati moderni. Al di là di questa analogia profonda, però, i due sviluppi sono stati obiettivamente diversi. In effetti, mentre la penitenza ha sviluppato, del carattere giudiziale, la autorità della assoluzione da parte del ministro, concentrando spesso soltanto in essa il senso teologico del sacramento, invece, per il matrimonio è accaduto il contrario: ossia gli atti dei soggetti che pronunciano il consenso, che si vincolano e che si uniscono carnalmente sono costitutivi del sacramento, mentre la autorità del ministro è ridotta a quella di un “testimone qualificato”.

                c) Un effetto di squilibrio. Questo sviluppo, che inizia nel medioevo e che trova nel Concilio di Trento la sua affermazione maggiore, ha introdotto un profondo squilibrio, che deriva dalla “recezione” tardo-moderna del sapere scolastico e tridentino. In che cosa consiste lo squilibrio? Nel fatto che oggi non riusciamo più a tenere in equilibrio ciò che per i medievali era ovvio: ossia la co-implicazione tra “dono di Dio” e “compito dell’uomo”. Oggi sembra che tra le due dimensioni si debba scegliere. E questo blocca il sistema e vale per entrambi i sacramenti. Se la penitenza è semplicemente il “dono del perdono da parte di Dio”, questo non è tipico del sacramento della penitenza, ma del battesimo. D’altra parte, se il matrimonio è la evidenza dei compiti dei coniugi, come espressi nelle parole del consenso, manca, in questo caso, tutto lo spazio per la irruzione del dono di grazia. Potremmo dire: la penitenza diventa solo grazia, senza compito, mentre il matrimonio viene pensato solo come compito, senza grazia. Come mai?

                d) Una possibile rilettura. I medievali sapevano bene che penitenza e matrimonio hanno molte analogie: soprattutto che fioriscono solo nell’equilibrio tra compito e dono. E così hanno provato, a modo loro, a mettere ordine, senza sfigurare le cose. Da un lato hanno lavorato, parallelamente sul concetto di “dono di grazia” (remedium) e di “compito della libertà” (officium). Queste due dimensioni assumono nei due sacramenti denominazione diverse:

  • nella penitenza bisogna ricordare che il sacramento non sostituisce la virtù e che gli atti del penitente sono “materia” del sacramento: ossia che non si può capire la confessione solo come “assoluzione”. Il lavoro del soggetto è necessario perché vi sia il sacramento. Ergo un sacramento della confessione non può mai durare pochi minuti…Recuperare il “fare penitenza” come logica elementare del sacramento implica un ripensamento radicale del tempo e dello spazio ecclesiale.
  • nel matrimonio occorre identificare il polo del compito, espresso dal consenso, in relazione alla evocazione del dono, che sta integralmente nella benedizione. Ma qui, la teologia utilizza spesso le logiche del diritto canonico e tende a escludere la rilevanza della benedizione dalla logica del sacramento, anche appoggiandosi su filoni della teologia medievale che sono rimasti “incantati” dalla logica giuridica (come accade in parte anche a Tommaso d’Aquino). Restituire alla “Benedizione” una portata superiore ad un “sacramentale” è un fatto istituzionale non di poco conto.

                e) Ex opere operato ed ex opere operantis. La tendenza ad intendere in modo schematico i sacramenti deturpa il volto della tradizione e la riduce a “punti efficaci”, ma isolati, la cui verità non riesce più ad essere compresa. La immediatezza della assoluzione, da una parte, e la immediatezza del consenso, dall’altra, sono forme degenerate della tradizione, alla quale dobbiamo opporre la forza con cui nei secoli si è pensato ed operato. Nei due sacramenti la grazia di Dio e la libertà di uomini e donne si incontrano in modo radicale e complesso, non immediato. Ogni teologia che aggiri questo punto si mette, di fatto, fuori della tradizione. Su questa analogia Tommaso annotava, con bella linearità: “sacramentum matrimonii perficitur per actum ejus qui sacramento illo utitur, sicut pœnitentia; et ideo, sicut pœnitentia; non habet aliam materiam nisi ipsos actus sensui subjectos, qui sunt loco materialis elementi, ita est de matrimonio” (Super Sent. 4, 26, 2, 1, ad 2)

                “Il sacramento del matrimonio si compie attraverso l’atto di colui che usa del sacramento, come la penitenza; e perciò come la penitenza non ha altra materia se non gli stessi atti soggetti ai sensi, che stanno al posto dell’elemento materiale, questo vale pure per il matrimonio”.

Andrea Grillo    blog: Come se non          21 maggio 2022

www.cittadellaeditrice.com/munera/matrimonio-e-penitenza-analogie-sistematiche-tra-compito-e-dono

 

Due riti del matrimonio, anzi tre: riforma tridentina e riforma del Vaticano II

                Nella storia del matrimonio cristiano e cattolico, è noto che il Decreto “Tametsi” (1563) ha dato al sacramento una collocazione giuridico-liturgica nuova. Il rituale del 1614 ha poi dato alla forma rituale un assetto conseguente alla svolta giuridica e dottrinale di 50 anni prima. Questo ha dato al rito matrimoniale una configurazione nuova, che è entrata anche nel costume e nella coscienza ecclesiale. E che è rimasta tale fino alla riforma del rito del matrimonio del 1969, successiva al Concilio Vaticano II. Ciò che colpisce, in tutti questi passaggi, è il modo con cui la percezione del significato del matrimonio è stata condizionata dalla sua forma rituale e come, viceversa, la struttura rituale abbia rispecchiato una visione ecclesiale e culturale del matrimonio storicamente determinata e in evoluzione. Può essere utile considerare questa dinamica storica e teologica sotto una serie di aspetti, che per lo più sfuggono alla attenzione. Soprattutto occorre cogliere un effetto di “contaminazione” tra tre diverse logiche che operano nel rito matrimoniale, e che facciamo fatica a distinguere, spesso sovrapponendole con una certa approssimazione. Provo anzitutto a chiarire questo “dato” nascosto della tradizione.

                Le tre “sequenze rituali” del matrimonio cattolico. La lunga e complessa evoluzione delle forme matrimoniali ha portato, nel rituale del 1614, ad una triplice presenza di azioni rituali, che rispondono a logiche diverse e che si integrano tra loro in modo niente affatto lineare. Per “vedere” queste logiche del 1614 dobbiamo anzitutto spogliarci da alcuni pregiudizi che sono nascosti nel linguaggio e nel pensiero. Si dice, ordinariamente, che il matrimonio si realizza ritualmente nello scambio del consenso e nello “scambio degli anelli”. Questa “riduzione” in forma di slogan dimentica totalmente la logica della benedizione (di anello e sposa) e trascura il fatto che per 350 anni non vi fu alcuno “scambio” degli anelli. Ma esaminiamo ogni sequenza rituale, così come era prevista nel 1614:

                a) Manifestazione e recezione del consenso: la centralità di questo “rito” è determinata dalla sua autorità sul piano giuridico. È noto che questo è uno degli effetti maggiori del decreto del 1563. Fino ad allora questo rito non avveniva mai “in chiesa”, ma in casa, o davanti alla Chiesa.

                b) Benedizione dell’anello della sposa. L’anello che viene benedetto è, secondo le norme del 1614 che restano in vigore fino al 1969, soltanto quello della sposa. Le rubriche aggiunte da Pio XII nel 1952 chiariscono bene il senso di questa disposizione: “L’anello nuziale è, secondo Tertulliano, l’immagine della fedeltà; ma è anche il Sigillo, dice Clemente di Alessandria, che significa la dignità della sposa cristiana, regina e padrona del focolare. Ella ha il diritto di sigillare cioè di disporre di tutte le proprietà quanto suo marito. Per questa dignità la Chiesa benedice solo l’anello della sposa annulum hunc dice il Rituale; lo sposo invece si mette da sé l’anello non benedetto. Se, questi però lo ponesse sul piatto con quello della sposa non per questo bisogna mettere al plurale le parole annulum hunc, dovrà riprenderlo solo dopo di aver messo l’altro al dito della sposa.”

                c) Benedizione della sposa. Anche la benedizione riguarda, almeno nel testo stabilito dal Rituale del 1614, soltanto la sposa. Tale benedizione, tuttavia, non fa parte del “rito del matrimonio”, ma interviene solo nella “messa per gli sposi” ed è subordinata ad alcune condizioni che possono impedire la benedizione (come la convivenza dei coniugi prima del matrimonio). Perciò questa benedizione, a differenza di quella dell’anello, non viene pensata come “parte essenziale” del sacramento del matrimonio. Una premessa a questa prassi post-tridentina può essere considerata una delle due versioni presenti nella teologia matrimoniale di S. Tommaso d’Aquino. Il quale nella Commentario alle sentenze” ritiene la benedizione della sposa un “sacramentale” diverso dal sacramento, mentre nella Summa contra Gentiles identifica il sacramento del matrimonio con la benedizione sugli sposi. Anche nella teologia vi sono chiare tracce di tradizioni diverse e non del tutto sistematizzate.

                Alcune dinamiche complesse dei tre riti. La compresenza delle tre “sequenze rituali” (di cui due nell’atto sacramentale e una nella “messa degli sposi”) mostra dunque il convivere di comprensioni e rappresentazioni differenti del medesimo atto. In fondo attesta la presenza di una “linea del consenso” diversa rispetto ad una “linea della unione carnale”. Da un lato la lettura giuridica sottolinea , fin dal XII secolo, una visione profondamente egualitaria del patto matrimoniale, che elabora una teoria del soggetto libero. Mentre la benedizione dell’anello e la benedizione della sposa differenzia la sposa dallo sposo in modo profondo, sul piano della fedeltà e della generazione.

                D’altra parte la espressione del consenso mostra una lettura puntuale e immediata del contratto matrimoniale, mentre le due benedizioni assumono una lettura processuale e storica del matrimonio. Questi diversi elementi, che la tradizione precedente al 1563 aveva gestito con grande differenziazione e libertà, a partire dal rituale del 1614 sono tutti giustapposti all’interno della sequenza rito del matrimonio e messa degli sposi. Nel passaggio dalla comunità all’individuo la soluzione tridentina propone un “sistema”, che risponde a nuove esigenze. Come vedremo, con la riforma del 1969 ci saranno grandi cambiamenti ed ulteriori passi verranno compiuti dalla Chiesa italiana a partire dal 2004.

                Il mutamento di comprensione nel 1969. Con il rituale che scaturisce dal Vaticano II avvengono alcuni cambiamenti decisivi al rito del matrimonio, che qui posso rapidamente riassumere

                a) Si esce dalla idea che il sacramento stia “prima della messa”, ma viene collocato o al suo interno, “dentro la messa” o viene celebrato “senza la messa”.

                b) la espressione del consenso passa ad una forma più articolata, e fatta propria da ciascuno dei nubendi. Nella formula si esprimono i “doveri-doni” degli sposi.

                c) Entrambi gli anelli vengono benedetti e lo scambio corrisponde ad una nuova considerazione dei due soggetti, che assumono entrambi la iniziativa del “mettere l’anello all’altro”.

                d) La benedizione diventa “degli sposi” e non soltanto della “sposa”. Le loro persone e il loro vincolo si fa storia della salvezza.

                Potremmo dire che questi passaggi attestano un profondo cambiamento di lettura sia dei soggetti che compongono la coppia, sia della funzione ecclesiale della coppia e della famiglia che da essa scaturisce. Non vi è più una lettura “privatistica” della donna rispetto all’uomo e, in qualche modo, la comprensione giuridica rinnovata -  ossia il segno dei tempi della “entrata nello spazio pubblico della donna” – determina una modificazione profonda nel modo di pensare benedizione e scambio degli anelli e benedizione degli sposi.

                L’adattamento della Chiesa italiana (2004). L’ultimo passaggio di questa evoluzione avviene con l’adattamento operato in un lungo lavoro da parte della Chiesa italiana. Esso compie una ulteriore trasformazione, su tutti i livelli prima considerati:

                a) Il rito del matrimonio accade sempre in un “altro contesto”: ossia una liturgia della parola o una liturgia eucaristica è l’orizzonte del sacramento. E la valorizzazione della esperienza di Parola appare una promettente novità.

                b) La espressione del consenso si arricchisce di elementi di “benedizione”, ossia tematizza la relazione con la “grazia di Cristo”, prima del tutto assente.

                c) Nuove formulazioni del consenso e della preghiera di benedizione permettono una maggiore articolazione del rito. Soprattutto è ora possibile celebrare anche durante la celebrazione eucaristica la sequenza diretta consenso-benedizione, senza attendere la conclusione della preghiera eucaristica. Una delle ragioni di separazione tra sacramento e benedizione viene così a cadere.

                I tre riti e la loro storia. Non vi è dubbio che l’attuale rito del matrimonio, almeno nelle Chiese che sono in Italia, porti con sé una serie di componenti non riducibili ad unità. Il rito di “manifestazione del consenso”, il rito di “benedizione e scambio degli anelli”, il rito di “benedizione degli sposi” (a cui si aggiungono “velatio”, “incoronatio”, “arrha” ecc.) assumono una figura sempre più integrata.

                L’antica distinzione tra “riti essenziali” e “riti accessori” permette anche oggi una certa selezione, talora necessaria e talora pericolosa. Ma la integrazione dei diversi elementi da cui è sorta la tradizione permette di vedere pregi e difetti di ogni componente. Quella giuridica, con la sua potenza universale, resta astratta; quella liturgica, con la sua particolarità e contingenza, rimane però dinamica. Una accurata correlazione permette di rileggere nel matrimonio quella sovrapposizione di registro naturale, civile ed ecclesiale che spesso abbiamo troppo facilmente sintetizzato e ridotto. Onorare tutti questi livelli della esperienza è la più autentica vocazione della tradizione cristiana e cattolica.

Andrea Grillo    blog: Come se non          23 maggio 2022

www.cittadellaeditrice.com/munera/due-riti-del-matrimonio-anzi-tre-riforma-tridentina-e-riforma-del-vaticano-ii

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SINODI

Il Sinodo non si fa via social

                Comunicare sul Sinodo richiede innanzitutto la dote del senso ecclesiale, senza la quale tutte le notizie si confondono e gli scambi critici sono solo azioni di pressione per influenzare opposte partigianerie. Ma c’è anche una buona notizia: il Sinodo sta funzionando. Vediamo come e perché. La comunicazione globale ci tiene informati su tutto ciò che avviene in ogni angolo della Terra. E così è anche per le news ecclesiali. Sappiamo di quello che si sta discutendo ad esempio in Francia (una bella mappa interattiva sul sito della Conferenza episcopale ci catapulta in ogni singola diocesi che ha già messo a disposizione le proprie sintesi) e persino in Africa.

Ci sono delle ottime sintesi da tutto il mondo sul Sinodo universale, compresa una newsletter multilingue. In Italia ci sono agenzie come il SIR che ragguagliano con costanza sul percorso delle diocesi italiane (come ad esempio su Casale Monferrato e Saluzzo). C’è il blog collettivo di Vinonuovo. C’è il gruppo dei Viandanti. E poi ci siamo anche noi, che in questo spazio, che da tempo abbiamo chiamato «L’Indice del Sinodo», offriamo temi e spunti riflessione in una cornice più generale, tenendo costantemente aperto il dialogo tra locale e universale.

                Qualche rischio. Ma proprio per il fatto che le comunicazioni sono belle abbondanti, vi sono due rischi:

  1. il primo è che permanga la confusione tra Sinodo universale e sinodi «nazionali» o diocesani, laddove sono previsti, e sulle loro scansioni temporali;
  2. il secondo è che chiunque – in perfetto stile social – non solo si senta autorizzato a prendere la parola – cosa che per altro è auspicata in questa fase – ma si permetta di giudicare con le proprie categorie ciò che avviene in casa altrui come se la discussione avvenisse in quella propria: il caso Germania insegna. Dove una Chiesa ha speso energie in processi elaborati di trasparenza, sembra quasi che… debba pagarne il prezzo. Cosicché altre cercano di stare «sotto traccia».

                Italia, a che punto siamo? Per quanto riguarda l’Italia, dopo la fase della raccolta diocesana delle sintesi in vista del Sinodo della Chiesa universale che si celebrerà nel 2023 (cf. il post su Bologna, Bolzano e Milano), ci sarà una prima «restituzione» a livello italiano in occasione del Congresso eucaristico nazionale che si terrà a Matera dal 22 al 25 settembre prossimi. È quanto emerge dal secondo incontro nazionale dei 242 referenti diocesani per il Sinodo (laici, presbiteri e diaconi, consacrate e consacrati) che assieme ai 12 vescovi delegati dalle conferenze episcopali regionali si sono riuniti a Roma dal 13 al 15 maggio scorsi per un confronto sui vari temi emersi dalle sintesi (SIR). «Nonostante la pandemia abbia rallentato, almeno nei mesi invernali, il percorso avviato in autunno, abbiamo “scaldato i motori” e le nostre diocesi hanno vissuto il percorso con crescente entusiasmo; ne fanno fede i circa 50.000 incontri sinodali, confluiti nelle 200 sintesi diocesane», sottolinea mons. Erio Castellucci, arcivescovo abate di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi, vicepresidente della CEI e membro del Gruppo di coordinamento nazionale del Cammino sinodale.

                Quindi: le diocesi hanno già le proprie sintesi e la «sintesi delle sintesi» arriverà a settembre.

                Intanto proseguono i Sinodi diocesani, come ad esempio a Padova (dove si aprirà il 5 giugno prossimo) e a Napoli (aperto nell’ottobre 2021).

                Che cosa possiamo aspettarci dal percorso di tutta la Chiesa italiana?

                Ma c’è un appuntamento importante che deciderà se questo lavoro d’ascolto servirà e in che modo a preparare il Sinodo italiano o se rimarrà solamente il contributo dell’Italia al Sinodo universale: la prossima Assemblea della CEI (23-27 maggio) voterà infatti la terna di possibili presidenti dalla quale il papa sceglierà un nome. Ipotesi ne sono state fatte e sappiamo anche di alcuni desiderata del papa. Ma i vescovi potrebbero stupirci. Con il nuovo presidente sapremo anche l’intonazione che egli e la CEI daranno al «Cammino sinodale» italiano e come – un po’ più concretamente di quanto annunciato – verranno interpretate le tappe successive di questo lavoro d’ascolto, la prima ufficialmente chiamata «narrativa» (2022-2023, ancora spazio per l’ascolto), e la seconda chiamata «sapienziale» (2023-24, lettura spirituale e discernimento delle narrazioni emerse).

                Il dato più certo è che la tappa finale, chiamata «profetica» e che prevederà una vera e propria assemblea sinodale italiana, sarà nel 2025: abbastanza in là nel tempo per decidere come «riempirla» e per fare proprie le risultanze dell’Assemblea sinodale universale dell’ottobre 2023.

                Che cosa sarebbe bene evitare? Per tornare alla questione comunicativa e al fatto che oggi chiunque si senta titolato a «fare la punta ai chiodi» ecclesiali di ogni parte del mondo, bisognerebbe sgomberare il campo dall’idea che proprio perché abbiamo molte informazioni di tutti, questo ci esima dal reale faccia a faccia «sinodale» con le idee e i pensieri altrui.

                Il disassamento tra tempi e culture che continua a esistere, in barba alla comunicazione istantanea, così come un meno superficiale sensus Ecclesiæ dovrebbero farci interrogare sull’opportunità di prendere un tema discusso in un luogo e «spararlo», comunicativamente parlando, in un altro.

                E, al di là da come la si può pensare, l’invio di lettere aperte (che tali non sono, se poi non si rendono note anche le risposte) non è nello stile «sinodale». Per questo va difesa la buona fede (e la pazienza) – anche se non si fosse d’accordo in toto con lui – con cui mons. Georg Bätzing, presidente della Conferenza episcopale tedesca, ha risposto per l’ultima volta – com’egli stesso ha dichiarato – alle «lettere» dell’arcivescovo di Denver (USA), Samuel J. Aquila, sia perché è prassi non rispondere alle lettere aperte, sia perché esse hanno uno scopo non poi tanto velato: «raggiungere e raccogliere i critici del Cammino sinodale». Ma «tra i firmatari c’erano anche persone disinformate sul reale processo di discussione del cammino sinodale», che per altro non rappresentano la totalità della Chiesa statunitense. «Tuttavia – afferma Bätzing – prendo sul serio le vostre obiezioni, perché indicano una preoccupazione» e mostrano che «anche noi nella Chiesa cattolica mondiale viviamo in una situazione del tutto plurale di mondi di vita e valutazioni teologiche differenti». Serve «scambio, dialogo critico e una nuova comprensione e comunicazione reciproca», sulla base «di ciò che appartiene all’eredità immutabile rivelata della fede della Chiesa». È per questo che al Sinodo mondiale sulla sinodalità «tutti dovrebbero poter partecipare, dire la propria e contribuire con le proprie opinioni».

Non sui media o via social, ma di persona, pregando e discutendo insieme.

                Maria Elisabetta Gandolfi, caporedattrice Attualità per “Il Regno”          23 maggio 2022

https://re-blog.it/2022/05/23/il-sinodo-non-si-fa-via-social

 

Proposta del CIPAX alla rete sinodale

                Premessa. Il CIPAX, Centro interconfessionale per la pace, ha accolto con interesse e speranza l’iniziativa della Chiesa cattolica di indire un duplice cammino sinodale, della Chiesa italiana e universale, invitando i cattolici all’ascolto e alla partecipazione anche di chi non è inserito nelle strutture ecclesiastiche, di chi si sente lontano, di chi appartiene ad un’altra tradizione cristiana o professa un’altra religione, ovvero dei non credenti.

                Il CIPAX intende contribuire alla Rete sinodale delle associazioni cattoliche che si è costituita per il Cammino sinodale della Chiesa cattolica, attraverso la sua natura di associazione interreligiosa impegnata per la pace. Crediamo che il mettersi in rete sia di per sé un valore importante: troppo spesso la nostra capacità di incidere è indebolita per l’incapacità di superare l’individualismo, il narcisismo e l’egoismo. Intendiamo dunque camminare insieme.

                Per questo, oltre a chiedere al Sinodo dei vescovi cattolici di aprirsi al mondo, proponiamo alle nostre associazioni, dei passi comuni per avere più forza e impatto, tanto più che un’istituzione religiosa o meno, qualunque essa sia, non può evolversi senza una spinta dal basso. In questo senso e per maggiore chiarezza, abbiamo suddiviso le proposte di azione in due direzioni.

  1. Con la prima ci rivolgiamo alle associazioni della Rete affinché si confrontino su obiettivi e percorsi comuni da continuare – se possibile – oltre il cammino sinodale.
  2. Con la seconda ci rivolgiamo al Sinodo dei vescovi cattolici affinché considerino i problemi e le proposte che vengono dalla società, dal mondo cattolico ma non solo.

                Da parte del CIPAX si ritiene essenziale che in questo cammino ci sia pari dignità e rispetto per ciascuna componente partecipante, e che si dia accoglienza e inclusione anche ai non credenti che vogliono condividere valori e impegni. All’interno della Rete ci siamo volentieri assunti il compito di portare un contributo sull’ecumenismo. È necessario tuttavia precisare che, pur rispettando i percorsi intrapresi dalle diverse Chiese cristiane per giungere all’unità, il CIPAX intende andare oltre, in una dimensione interreligiosa che accomuni tutte e tutti su alcuni valori fondamentali. Questi valori per il CIPAX sono la pace, la nonviolenza, il rispetto dei diritti, l’uguaglianza e la parità tra le persone, la libertà e la giustizia, il rispetto dell’ambiente.

                Per il CIPAX l’ecumenismo e l’interreligiosità non possono prescindere dalla pace, e viceversa. Del resto nel momento in cui queste proposte sono redatte è in corso una nuova guerra in Europa, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, che viene percepita come più vicina e che ci coinvolge emotivamente ancora di più. Non dobbiamo però dimenticare che altre guerre hanno coinvolto recentemente l’Europa, e che altre guerre sono in corso. Nella guerra in Ucraina le fedi e le religioni giocano un ruolo non trascurabile e mettono in discussione la possibilità di realizzare un cammino comune ed ecumenico. Queste difficoltà ci ricordano quanto sia importante continuare a camminare insieme e moltiplicare la nostra comune conoscenza/coscienza e i nostri sforzi.

La dimensione ecumenica/interreligiosa

         Alle Associazioni cattoliche

            Crediamo che, senza pregiudicare gli sforzi delle istituzioni delle diverse religioni, ecumenismo e interreligiosità debbano costruirsi dal basso, a partire dai fedeli, dalle comunità e dall’associazionismo religioso. Ecumenismo ed interreligiosità devono fondarsi non sul confronto dottrinale ma sull’idea di un cammino insieme, verso la pace e per la pace, dove le diversità, che non potranno annullarsi immediatamente, diventano una ricchezza nella libertà. L’associazionismo religioso ha già prodotto esperienze significative in questa direzione, questo patrimonio dovrebbe essere valorizzato e condiviso sempre di più.

                Non è possibile sintetizzare tante esperienze in un contributo di sintesi come questo. Nel rispetto dunque di tanta ricchezza, proviamo ad indicare alcuni passi di un auspicabile cammino comune, senza pretesa di completezza. Sarebbe utile moltiplicare le occasioni per momenti insieme/incontri per conoscersi, per dialogare e trovare azioni comuni, avendo coscienza che il percorso sarà lungo ma va intrapreso.

                Per questo obiettivo è necessario avere una particolare attenzione e cura alle relazioni tra le persone al nostro interno e tra le nostre associazioni. Un’esigenza dei fedeli è la preghiera. Pregare insieme alla presenza e con lo scambio dei simboli religiosi di ciascun partecipante in una reciproca accoglienza. Ciascuna parte con le preghiere proprie naturalmente. Ma si possono elaborare preghiere e testi comuni per la pace, il rispetto reciproco, l’accoglienza. Per accrescere la conoscenza reciproca è importante la lettura dei testi sacri di ciascuna

religione e commento comune. Nel camminare insieme sono importanti atti simbolici comuni, frutto di incontro e di condivisione. Gli esempi sono tanti: per comprenderci si immagini la preparazione e scambio del pane, o il piantare un ulivo/un albero, ecc.

                Tra i fedeli cristiani l’eucarestia assume un valore fondante: si possono moltiplicare le occasioni per la condivisione/l’accoglienza eucaristica. Per consolidare l’amicizia e le relazioni interreligiose si possono realizzare incontri per promuovere iniziative, impegni ed obiettivi comuni verso le comunità e i territori, le istituzioni locali e nazionali. In ogni tipo di incontro e di scambio un’attenzione particolare dovrà essere data all’inclusione e alla non discriminazione: di genere, di orientamento sessuale, di appartenenza a minoranze, di condizioni sociali, delle persone con disabilità.

                        Al Sinodo

            L’Ecumenismo e la sinodalità, a cominciare dai futuri Sinodi e Concili, diventino una modalità permanente di tutte le Chiese, con il coinvolgimento dei fedeli di tutte le religioni e delle persone non credenti che condividano i valori del rispetto dei diritti, della giustizia, della pace e dell’ambiente. Oggi non possiamo più non dirci ecumenici, nella pratica, nei cammini, non solo nelle enunciazioni. Da ciò dipende anche la credibilità dell’annuncio evangelico, che non può più essere fatto in maniera divisa o addirittura contrapposta.

                Si parta anche dalla considerazione che le divisioni storiche e le differenze dottrinali oggi non vengono più percepite come significative, soprattutto, ma non solo, da parte dei giovani. Sono incomprensibili persino alle Chiese inculturate in altri contesti al di fuori del mondo occidentale. L’unità non può attendere la fine delle dispute teologiche. Si parta da un semplice valore: l’uguaglianza tra cristiane e cristiani. Ne consegue che la stessa deliberazione sinodale debba assumere la forma del camminare insieme, di tutte e di tutti, laiche/ci comprese/i, e consenta di mantenere così lo spirito della comunità. Nell’odierno contesto di crisi, lo stesso Vangelo rischia di essere declinato in maniera lontana dalla vita vissuta. Ci deve essere uno spostamento del baricentro ecclesiale dalla Chiesa madre alle Chiese locali, superando l’uniformità anche concettuale, intraducibile nei contesti locali, promuovendo protagonismo e spazio per le comunità locali.

                Nella sinodalità della Chiesa cattolica lo sguardo aperto alle altre realtà dovrebbe essere una costante, prendendo spunto da realtà avanzate e significative, anche se ancora minoritarie. L’ecumenismo diventi un nuovo modo di pensare, come indicato dalla teoria e prassi della nonviolenza, indipendentemente dalla presenza sui territori di persone di altre confessioni. Il cammino sinodale va immaginato come un cammino dal basso, in uscita e non clericale, con la più ampia partecipazione, sulla base del reciproco rispetto e ascolto. Tutti i fedeli devono              poter partecipare alle decisioni che toccano la loro vita e la loro fede. Tutte/i siano al tempo stesso maestre/i e discepole/i. Le diversità siano accettate come ricchezza e non percepite come ostacolo.

                In questo senso l’ecumenismo può essere visto come proiezione verso l’incontro interreligioso, dove condividere valori e azioni comuni. Si valorizzino le pratiche spirituali. Di fronte alle immaginabili difficoltà iniziali è importante fare posto all’alterità con l’ascolto, svuotandosi delle proprie certezze per fare posto all’«altro», magari anche attraverso il silenzio che esalta la nostra sensibilità.

                Incoraggiare l’ecumenismo e l’interreligiosità dal basso, aprendosi all’incontro con le diverse esperienze dell’associazionismo religioso per accoglierne le pratiche che consentono di avanzare in un cammino comune tra Chiese e religioni diverse. Nell’Ecumene, nello spazio abitato, si recuperi la dimensione spaziale del cerchio, in riferimento alla centralità del pulpito, dove il centro è la comunità, anche se composita. Il cerchio facilita il dialogo, la conoscenza, l’inclusione, la condivisione. Vanno accolte e incoraggiate le istanze dell’associazionismo cristiano circa il superamento delle divisioni cultuali. Tra i cristiani è molto sentita la condivisione eucaristica: è tempo di superare ostacoli che si frappongono al sentimento comune dell’ospitalità eucaristica. In questo stesso spirito si possono affrontare e risolvere, partendo dai fedeli stessi, questioni apparentemente insormontabili come il battesimo, i matrimoni misti, il riconoscimento reciproco dei ministeri ed anche della non più rinviabile ministerialità delle donne.

                In un mondo sempre più interconnesso e globale, i matrimoni misti sono una realtà non più ignorabile. Tra i cristiani si faccia ogni sforzo per superare gli ostacoli all’espressione della più profonda relazione tra persone. Nel caso dei matrimoni interreligiosi si faciliti la comprensione reciproca, non prevalga la messa in guardia, si operi per affrontare e risolvere i problemi reali. Si accompagnino le persone nella loro relazione di coppia.

                Va ridata la centralità alla persona senza discriminazione alcuna a prescindere dal genere e dagli orientamenti sessuali. È necessario andare oltre le dispute dottrinali e teologiche e avvicinarsi alle diverse comunità dei credenti: dove c’è amore c’è Dio, in qualunque modo declinato. Spostare l’ecumenismo dai dogmi alla strada. Va promosso l’incontro ecumenico e interreligioso in uno spirito di fratellanza e sorellanza senza velleità egemoniche e senza discriminazioni escludenti.

                Un ecumenismo autentico e una feconda relazione interreligiosa necessitano uno spirito e una condizione di parità. È indispensabile rinunciare ai privilegi sulle altre religioni: in primo luogo il Concordato con lo Stato italiano. Per gli stessi motivi è necessario rinunciare all’insegnamento della religione cattolica; l’ora di religione diventi l’ora della conoscenza della storia delle religioni e dei valori condivisi anche da coloro che non sono credenti.

                Per rafforzare lo spirito religioso e i suoi valori, anche per chi non è credente, è necessario condividere gli spazi e le strutture ecclesiali abbandonate, sottrarle alla speculazione commerciale e immobiliare, per farne luoghi di incontro ecumenico/interreligioso, e anche di culto per le religioni sprovviste di spazi.

                Per una reciproca conoscenza è necessario aprire gli strumenti di comunicazione di massa e i social di competenza delle gerarchie della Chiesa cattolica all’espressione delle altre Chiese cristiane e delle altre religioni.

                Si inizi a pensare come realizzabile un Concilio non solo ecumenico delle Chiese cristiane ma interreligioso per la pace, nello spirito di Bonhoeffer, risultato di nuove pratiche, di nuove condivisioni, di cammini ecumenici, non come meta finale, ma come tappa di un più intenso cammino insieme.

La dimensione della pace e della giustizia e dell’ambiente

            Alle Associazioni cattoliche

                Viviamo in un mondo di crisi. Oggi manca soprattutto una “rete” efficace, che faccia resistenza alle crisi che stiamo vivendo. Per questo crediamo fondamentale il superamento dell’individualismo dentro e tra le associazioni, della concorrenza tra associazioni che diffonde una cultura conflittuale. È un fenomeno diffusissimo, insopportabile, spesso inconfessato. Nell’associazionismo religioso dovrebbe aver ancor meno ragioni per esistere. Anche la pace dovrebbe essere intesa in primo luogo come cammino dove prevalga

l’atteggiamento del dialogo e dell’ascolto. In questo cammino dovremmo dare maggiore attenzione alla pratica della nonviolenza - anche nel senso della nonviolenza verbale - nella risoluzione dei conflitti all’interno e tra le associazioni. Attenzione alle esperienze di nonviolenza per una maggiore consapevolezza e una migliore pratica.

Nessuno può vincere la guerra. Ma non c’è ancora consapevolezza per affermare che la guerra è stata abolita dalla storia. Non c’è ancora una coscienza sufficiente per proclamare l’abolizione della guerra.

                In un mondo violento, dove diverse decine di guerre e di conflitti violenti sono in corso, dovremmo partecipare con spirito costruttivo, senza accontentarci di risposte facili, ai movimenti per la pace, se possibile operando per il superamento delle divisioni. Le nostre associazioni dovrebbero partecipare alle campagne, alle petizioni, alle mobilitazioni per non limitarci ad una generica invocazione della pace. Tra le campagne: il disarmo, anche nucleare, l’adesione dell’Italia al Trattato per la proibizione delle armi nucleari, per la riduzione delle spese militari, per il controllo dell’esportazione delle armi italiane, dell’invio del personale militare all’estero.

                È urgente costruire i presupposti della pace. Impegniamoci nell’educazione alla pace all’interno delle nostre associazioni, tra i giovani, in tutti gli ambiti formativi. Impegniamoci nella diffusione di una cultura della pace e della difesa civile nonviolenta all’interno delle nostre associazioni, dell’associazionismo in generale, dei partiti politici e delle istituzioni nazionali e locali. Dobbiamo in primo luogo disarmare le nostre parole, i nostri linguaggi.

                L’economia di guerra ha preso un peso importante, impegniamoci, per quel che ci è possibile, a non alimentarla, chiudendo conti correnti in banche che finanziano i settori militari, non accettiamo sponsorizzazioni da gruppi economici legati in qualsiasi modo all’industria della guerra e alla ricerca militare.

                Le nostre associazioni hanno obiettivi specifici che non ci consentono di affrontare in modo fattivo tutti i problemi della giustizia sociale e della tutela dell’ambiente. Restiamo però sensibili a questi temi. Possiamo mobilitarci in modalità ecumeniche e interreligiose in momenti particolari (crisi umanitarie, ambientali, ecc.)

                   Al Sinodo

                Diciamo subito che non si può pensare che il problema della pace, della giustizia e della salvaguardia del Creato (dell’ambiente in termini laici) possa essere affrontato nelle divisioni e nelle contrapposizioni, che sono cose distinte dalle diversità, che possono costituire una ricchezza. Sempre, ma anche in questo particolare momento, chiediamo che il rifiuto della guerra, compresa l’idea della “guerra giusta” in qualunque situazione, diventi principio assoluto, e che la promozione della pace in ogni situazione, diventi una priorità, lavorando soprattutto alla prevenzione e alla costruzione della pace. Poiché la pace è l’essenza del messaggio cristiano, l’ecumenismo e l’interreligiosità non possono che essere disarmati e disarmanti, e il rifiuto del nazionalismo religioso è uno degli aspetti imprescindibili dell’ecumenismo.

                La Neutralità attiva intesa come schierarsi e agire per la pace è fondamentale nell’opera della prevenzione e nella ricomposizione dei conflitti, sempre ma soprattutto nei conflitti dove il fattore religioso gioca un ruolo importante. È necessaria anche una presa di posizione chiara contro le armi nucleari, e in particolare quelle sul territorio italiano, oltreché per il disarmo in generale.

                È indispensabile, anche per coerenza, la rottura di qualsiasi relazione tra la Chiesa cattolica e la realtà della guerra, della violenza, delle armi. Per questo è necessario il ritiro delle risorse finanziarie di istituzioni ecclesiastiche da banche e fondi di investimento che a loro volta finanziano l’industria militare, l’invio di personale militare, o comunque azioni volte alla violenza e alla guerra, l’industria e qualsiasi altra azione che promuova o mantenga l’ingiustizia sociale, e che abbia un impatto negativo sull’ambiente. In Italia e altrove.

                In questa disconnessione con la guerra ha un grande significato l’abolizione dell’ordinariato militare. L’assistenza spirituale ai militari può essere fatta da cappellani “senza stellette” non inquadrati nelle Forze armate. Sul piano della giustizia è indispensabile che le attività religiose rispettino la parità e l’uguaglianza, anche di genere, tra le persone, non contribuiscano in alcun modo allo sfruttamento del personale dipendente o a lederne la dignità, la libertà di pensiero.

                È necessario un impegno più profondo e senza esitazioni contro la pedofilia, non solo rendendo giustizia alle vittime, ma rimuovendo le cause culturali e strutturali di questo insopportabile crimine dentro la Chiesa.

                La violenza contro le donne può essere combattuta rendendo il linguaggio libero da ogni retaggio maschilista e patriarcale, a cominciare dall’interpretazione del messaggio biblico. In questo stesso spirito si dia ascolto e voce, e non solo assistenza, a coloro che non hanno mai la parola, ai poveri, agli ultimi, ai discriminati, agli esclusi, perché possano esprimere i propri bisogni, la propria cultura, i propri valori.

                Si può promuovere la condivisione sul piano ecumenico e interreligioso delle strutture per il soccorso, l’accoglienza e l’inclusione delle persone fragili, in situazioni di difficoltà, migranti e rifugiati inclusi. Strutture come la Caritas, per fare un esempio, possono convertirsi con questo spirito in strutture condivise con consigli di gestione interreligiosi, dato che gran parte dei fruitori dei suoi servizi non sono cattolici e neppure cristiani. Nascerebbe dal basso uno spirito di pace e solidarietà duraturo.

                Un’attenzione particolare deve essere data ormai all’economia, all’etica economica, all’equilibrio ecologico. Nell’attività economica, sociale, nella gestione del patrimonio immobiliare, nell’edificazione di nuove strutture si dia tutta l’attenzione al loro impatto ambientale, al consumo del territorio, alla tutela del paesaggio.

                Riunire e condividere con le altre Chiese cristiane, le altre religioni e le stesse associazioni laiche pacifiste anche le organizzazioni e le istituzioni dedicate alla Giustizia, alla Pace e alla Salvaguardia del Creato.

Roma, 18 marzo 2022

www.viandanti.org/website/wp-content/uploads/2021/02/CIPAX-Proposta-alla-Rete-sinodale.pdf

 

Volendo dare un contributo alla trasparenza del cammino sinodale, il sito web “Viandanti” pubblica sia le sintesi dei “gruppi sinodali”, sia gli interventi individuali che ci verranno inviati alla seguente casella di posta elettronica: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

  vedi newsUCIPEM n. 905, pag. 22

www.viandanti.org/website/i-gruppi-sinodali

 

SINODI DIOCESANI

Parma.                 Gruppi Kat'oikon e Togu Nà

                Siamo due gruppi di persone diverse per età, storia, parrocchia, associazioni di provenienza, vocazione, che da circa 20 anni si incontrano periodicamente, una volta al mese, per interrogare e lasciarsi interrogare dalla Parola di Dio. In alcune occasioni, di solito due volte l'anno, condividiamo anche una giornata insieme.

                Usiamo un metodo di incontro, che ci ha fatto conoscere padre Mario Menin, missionario saveriano, introdotto dal biblista Carlos Mesters, per le comunità di base in America Latina, denominato "lettura popolare della Bibbia". Tale metodologia è stata condivisa dai Missionari Saveriani che hanno previsto, fin dall’inizio dell’esperienza, all’interno del loro percorso formativo, la partecipazione di due o tre studenti per gruppo.

                Questo metodo si fonda sull'ascolto e riflessione sulla Parola, partendo dal concreto quotidiano vissuto dai singoli e dalle famiglie, nelle loro relazioni domestiche, sul lavoro, nel contesto sociale e parrocchiale. Si condividono avvenimenti, problemi, speranze, delusioni, ci si sostiene, confronta e consiglia rispetto ai problemi di attualità. Inoltre, si studia e prega sui testi proposti. Proprio partendo da questo metodo, abbiamo sperimentato come, confrontarsi con la Parola in una dimensione comunitaria, permetta di cogliere più in profondità la ricchezza del testo biblico, che parla in modo diverso nella vita di ciascuno di noi. I nomi stessi dei due gruppi, Kat'oikon (di casa in casa, per le case) e Togu Nà (casa della parola in lingua Dogon, popolazione del Mali) evocano e indicano alcune e fondamentali caratteristiche dei nostri gruppi, che ci sembrano poter dare, in semplicità ed umiltà, un contributo al cammino sinodale che, come Chiesa, stiamo cercando di intraprendere.

                Esse sono:

                1. Centralità della Parola – La Parola di Dio come fulcro pratico e spirituale, grazie alla possibilità di esplorarla, comprenderla e accoglierla per calarla nella vita di ognuno di noi.

                2. Lettura e studio condivisi – Stare insieme con metodo e con continuità rappresenta un modo per comprendere in profondità il mistero della vita e delle innumerevoli dimensioni personali di ogni fratello e sorella.

                3. Confronto fra vocazioni e storie diverse – L’eterogeneità dei nostri gruppi è alla base del confronto che facilita la vicinanza e relazioni di reciprocità e parità fra religiosi e laici/laiche, attivando crescita, sviluppo e cambiamento.

                4. Diversità – nei gruppi ci sono molte coppie ma anche single, studenti Saveriani (nel tempo sono stati presenti anche alcuni Padri) persone di età diversa ed in fasi diverse della loro vita;

                5. Corresponsabilità – tutti e tutte si fanno carico del cammino – Gli incontri vengono preparati di volta in volta da tutti i componenti consentendo la responsabilità di una compartecipazione attiva. Tutti e tutte preparano l’incontro perché tutti e tutte (a prescindere dalla vocazione) sono corresponsabili della vita del Gruppo;

                6. Dimensione domestica – i gruppi sono nati nelle nostre case e fin che i numeri l’hanno reso possibile gli incontri sono stati tenuti nelle case, favorendo accoglienza e relazioni (quando il gruppo Kat’oikon è divenuto numeroso si è deciso di tenere gli incontri presso la Casa Madre dei saveriani); Ci si incontra a turno nelle case dei componenti del gruppo, luoghi caldi in cui ci si educa alla qualità delle relazioni e alla cura nella preparazione di ogni incontro.

                7. Intergenerazionalità – Negli anni i gruppi hanno vissuto l’esperienza di dialogo tra generazioni diverse, evolvendo insieme. Ognuno può portare ciò che è, che è stato e che sarà nella dimensione della sospensione del giudizio, avvicinando e condividendo i pensieri più profondi, superando stereotipi e barriere generazionali.

                Questi anni ci hanno permesso di sperimentare e fare nostra una dimensione di “libertà” sganciata dalla formalità della vita parrocchiale. Da questo osservatorio, senza presunzione, sono emerse una serie di osservazioni sulla Chiesa di oggi.

  1. Ruolo dei presbiteri e ruolo di laiche e laici. Osserviamo spesso, nelle nostre parrocchie preti che vivono soli e che si trovano a gestire, a volte in solitudine, situazioni sempre più complesse. Il servizio di presbitero oggi esige competenze che, fino a pochi anni fa, non erano ipotizzabili: relazionali, finanziarie, edilizie, politiche, psicosociali, terapeutiche, organizzativo-logistiche solo per citarne alcune. In particolare, emerge talvolta l’impossibilità/incapacità di delegare, con un conseguente impiego di energie psicofisiche insostenibili per molti. Solo la figura del prete, maschio, spesso anziano, che vive solo è deputata a prendere le decisioni o a definire in che modo prenderle. In tutto questo si innesta la questione del ruolo dei laici e delle laiche. La presidenza della comunità necessita di doti spirituali, umane e tecniche, che non sono esclusive del presbitero. La comunità parrocchiale e diocesana richiede, anzi impone, una gestione più collegiale, attraverso forme di staff e ruoli riconosciuti e competenti, nei quali l’esercizio della responsabilità e delle scelte sia realmente condiviso e agito.
  2. Chi parla nelle comunità? A traino delle riflessioni sul ruolo dei laici, si pone anche la questione della voce della comunità. Chi parla in queste comunità e cosa dice? L’omelia e gli interventi del prete talvolta non appaiono più incisivi, in particolare quando citano documenti scritti o proposti da altri. Esempio evidente di un modello asettico sono spesso le preghiere dei fedeli che toccano temi molto astratti e sono avulse dalla realtà delle nostre vite. La liturgia ha un linguaggio poco comprensibile, lontano da quello parlato nella quotidianità. A volte sembra di parlare di poveri e bisognosi “teorici”, senza sapere chi nella comunità ha un bisogno effettivo di vicinanza e solidarietà. È necessaria una vera rivoluzione, non un maquillage.
  3.  Le donne. La Chiesa, nella liturgia, nella pastorale, nell’iniziazione cristiana, nella missione e nell’IRC, (Insegnamento Religione Cattolica) troppo spesso alimenta e riproduce la violenta cultura maschilista e patriarcale che connota gran parte delle nostre società. La pluridecennale ed ecumenica ricerca femminista, teologica ed esegetica, non viene accolta né integrata nelle prassi della vita ecclesiale, pur essendo le donne protagoniste nella comunicazione della fede, nell’insegnamento delle religioni, nella cura. Quest’ultima svalutata e non praticata da molti maschi di Chiesa. Le donne, nella Chiesa, ancora non possono esercitare la sacerdotalità, la regalità, e la profezia che nel Battesimo, teoricamente, hanno ricevuto. È tempo che le donne, nell’ordinarietà e nella straordinarietà, assumano compiti e ruoli decisionali, di guida e insegnamento in ogni assemblea ecclesiale. È tempo che si riconosca che soltanto nella reciprocità si cammina verso la Verità, perché esiste una parzialità ingiusta, in una Tradizione esclusivamente maschile. È tempo che i cammini filosofici e teologici femministi vengano inclusi nella liturgia, nella pastorale, nell’iniziazione cristiana, nella missione e nell’IRC.
  4.  La comunità. Oramai, da troppo tempo e in modo inequivocabile, è evidente una grande sofferenza nello “stare” nella comunità cristiana. Ci si sente poco protagoniste\i e con una percezione di incapacità nell’incidere su una vera conversione (perdita dei fedeli, giovani che non proseguono nel dopo Cresima, matrimoni di “forma”, spazi parrocchiali vuoti…). Basti pensare al fallimento nel ruolo di educatori alla fede, in particolare dei genitori con figli\e, e ai giovani ai quali occorre dare maggiore rappresentanza e voce (fare le cose con loro e non solo per loro).
  5. . La parola. Abbiamo già evidenziato la centralità della Parola e come essa diventa valore all’interno di un processo di confronto perché non è così ricca se letta e studiata da soli. La possibilità di incontro per la comprensione e l’abbraccio della Parola deve avvenire dentro una dimensione di eterogeneità di età/generazioni, sposati/single, laici e laiche/religiosi e religiose dove ognuno possa esprimersi con autenticità, valorizzando così ogni diversità, cercando inclusione anziché esclusione. Questo processo deve facilitare maggiormente la consapevolezza che il Battesimo ci ha reso “padroni” della nostra vita.
  6.  La convivialità. Nei nostri gruppi abbiamo sperimentato l’importanza del tempo dedicato alle relazioni e alla convivialità, come tempo donato prima dell’inizio degli incontri. I nostri gruppi hanno prediletto come luogo di incontro le “case”. Gesù entra circa in 40 case nel Vangelo. Il nostro Dio è innamorato di normalità. Preferisce la casa al tempio. La chiesa è dove la vita nasce, dove si forma un capitale relazionale. La tavola di casa è il primo altare del cristianesimo. Gesù ha bisogno di amicizia. Il cristianesimo deve ripartire dalla casa. Il cristianesimo ripartirà se ritroverà la fiamma delle chiese domestiche, dove si vive una liturgia domestica ed un catecumenato familiare.

                               In conclusione: le tematiche presentate non sono certo una novità. Occorre oggi che la Chiesa, mediante i suoi pastori, decida cosa vuole fare del suo futuro. Chiudere gli occhi su questi problemi non è più possibile né eticamente accettabile.

                È il messaggio del Vangelo che chiede di riportare al cuore delle vite l’esempio di Gesù, in una visione oggi più che mai profetica. La comunità delle battezzate e dei battezzati, nella sua infinita varietà di culture, sensibilità, diversità, esperienze, è il fulcro della Chiesa: incontro di persone che, ascoltando la Parola e celebrando l'eucarestia, cercano di rendere presente e operante nel tempo e nei luoghi l'evangelo. La comunità è il luogo dove tutti e tutte possono esprimersi con pari dignità e contribuire alle scelte e alle decisioni. Uomini e donne che sanno trovare, valorizzare e indicare le persone che hanno le specifiche qualità necessarie per far crescere la comunità secondo l'infinita varietà e ricchezza dei carismi che Lo Spirito ci dona.

                Gruppo Kat'oikon           Gruppo Togu Nà                              Parma, marzo 2022

www.viandanti.org/website/wp-content/uploads/2022/01/Gruppi-Katoikon-e-Toguna_Contributo-Sinodo.docx.pdf

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