logotype
Valutazione attuale:  / 0
ScarsoOttimo 

News n. 915 – 19 giugno 2022

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite  si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.

Link diretti e link per pdf -download a siti internet, per documentazione.

            I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

            Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.

            In ottemperanza alla direttiva europea sulle comunicazioni on-line (direttiva 2000/31/CE), se non desiderate ricevere ulteriori news e/o se questo messaggio vi ha disturbato, inviate una e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con richiesta di disconnessione.

            Chi desidera connettersi invii a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. la richiesta indicando nominativo e-comune d’esercizio d’attività, e-mail, ed eventuale consultorio di appartenenza. [Invio a 1.129 connessi]

Carta dell’U.C.I.P.E.M.

Approvata dall’Assemblea dei Soci il 20 ottobre 1979. Promulgata dal Consiglio direttivo il 14 dicembre 1979.

1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

 

CONTRIBUTI PER ESSERE IN ACCORDO CON LA VISIONE EVANGELICA

 

02 ABUSI                                              A Bolzano i primi a indagare ma anche i primi a insabbiare

04                                                          Canada-Québec: gli abusi e i numeri

05                                                           Münster: per una storia degli abusi

06 CENTRO INT. STUDI FAMIGLIA Newsletter CISF -n. 23, 15 giugno 2022

08 CHIESA DI TUTTI                            CEI-Abusi: la strana via italiana

10                                                          La chiesa che vorrei

14                                                          "Il celibato dei preti non è un dogma, alle donne ruoli apicali nella Chiesa"

11 CHIESE                                             La nuova geografia della chiesa

14                                                           "Il celibato dei preti non è un dogma, alle donne ruoli apicali nella Chiesa"

16                                                          Tolosa, l'Arcivescovo vieta la talare per seminaristi e diaconi

16 CONF. EPISCOPALE ITALIANA    Emarginazione e ricerca di Dio (lettera alla CEI)

24 CONSULTORI FAM: CATTOLICI   Coppie verso il parto e paternità fragili, l’importanza di un supporto

25 DALLA NAVATA                             SS. Corpo e sangue di Cristo – anno C

25                                                          Quel dono del «pane» per tutti e insieme. Commento di p. Ermes Ronchi

26 ECUMENISMO                                L’ecumenismo è morto? Viva l’ecumenismo

29 FRANCESCO VESCOVO ROMA   in conversazione con i direttori delle riviste culturali europee dei gesuiti

33                                                          La genialità di papa Francesco: la sua fedeltà al Vangelo

34                                                          Abusi, il Papa chiede perdono a un gruppo di vittime inglesi

35 GOVERNO                                       L'IVG in Italia, i dati 2020

37 MATRIMONIO                                Serve più preparazione al matrimonio e catechesi per le famiglie

37                                                          Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale

38                                                           La prefazione del Papa

40                                                          Matrimonio primo e ultimo dei sacramenti: una questione antica in 10 punti

42 MINORI                                           «Minori che sbagliano, cambiare rotta»

43 NATALITÀ                                       Non fateci scegliere tra lavoro e figli

44 OMOFILIA                                       Palermo: l’orrore delle “terapie riparative” al centro della veglia contro l’omofobia

45 PASTORALE                                     Le nuove linee guida. Matrimonio, la svolta di Francesco

46                                                          Niente sesso senza nozze

47                                                          Chiesa lontana dalla modernità

48                                                          Sesso e matrimonio: imparare a dare forma al proprio amore

50 PRESBITERI                                      Essere fratelli prima di essere preti

51 RIFLESSIONI                                   Se la fede rischia di implodere

52                                                           Un esercizio di implacabile lucidità

53                                                          Il cattolicesimo francese a rischio implosione...

57 SIN0DALITÀ                                    Come ripulire le nostre liturgie dalle vestigia del passato?

59 SINODO IN FRANCIA                    Funzionamento della Chiesa cattolica: i fedeli scuotono il clero

61                                                          I vescovi ascoltano il bisogno di riformare la Chiesa

62 SINOD0 IN ITALIA                         Il sinodo e la Chiesa locale. Appuntamento mancato

64 SINODO IN SPAGNA                     Spagna: in mano alle donne la fase diocesana del Sinodo sulla sinodalità

64                                                          Spagna, sintesi finale della fase diocesana: ecco cosa chiede il "popolo di Dio"

66 TRANSGENDER                               Salute di genere, basso livello di prevenzione nella popolazione transgender                 

 

 

※※※※※※※※※※※

ABUSI

A Bolzano i primi a indagare ma anche i primi a insabbiare

Ottanta casi di abuso sono stati accertati dal centro di ascolto della diocesi di Bolzano-Bressanone per un arco di tempo che va dal 1945-50 fino agli anni Novanta. Teatro delle violenze sono gli istituti diocesani e religiosi, i convitti, le parrocchie e le sacrestie, le classi di catechismo, i campi estivi, gli oratori. È quanto si legge nel report del Servizio diocesano per la prevenzione e la tutela dei minori da abusi sessuali e da altre forme di violenza: «Un dato che rappresenta soltanto la punta dell’iceberg rispetto a un fenomeno che la chiesa ha trascurato per decenni e che si potrebbe tranquillamente moltiplicare per dieci», afferma il responsabile, il sacerdote Gottfried Ugolini. Nel periodo successivo si registrano "soltanto.' tentativi di adescamento tramite canali social o foto porno nei gruppi WhatsApp dei chierichetti. «Questo non significa certo che la questione delle violenze fisiche si sia esaurita — precisa Ugolini — ma che, come attestano gli studi in merito, le vittime hanno bisogno anche di 30 o 40 anni per elaborare il trauma».                                    www.bz-bx.net/it/abusi.html

 La diocesi, che copre tutto il territorio della provincia autonoma di Bolzano, è stata la prima. Si è dotata già nel 2010 di uno sportello per le vittime di pedofilia nella chiesa e ogni anno fornisce i numeri delle denunce. È proprio sui servizi diocesani e sui centri di ascolto che si basa la “via italiana” inaugurata a fine maggio dalla Cei del nuovo presidente Matteo Zuppi. Ma anche in Alto Adige prevale la voglia della chiesa di proteggere anzitutto sé stessa.

Il metodo Bolzano. A Bolzano chi vuole fare una denuncia può scrivere una mail al responsabile dello sportello, che provvede a fissare un appuntamento in un luogo neutro, non riconducibile alla chiesa. Se il fatto viene accertato, colui che l’ha commesso è segnalato (se ancora possibile) alle autorità religiose e alla procura; anche se, ammette Ugolini, «è successo una volta sola trent'anni fa». Inoltre un gruppo di esperti, religiosi e laici, affianca il responsabile del Servizio diocesano nel lavoro di prevenzione, promuovendo momenti di formazione interna e incontri pubblici. Nel 2021 l’affare si è complicato: Ugolini e la sua équipe propongono di fare un'indagine approfondita sulle violenze nella diocesi, ma l’iniziativa viene stoppata dal vescovo Ivo Muser e dalla curia per ben due volte. Sono soprattutto le congregazioni religiose a opporre resistenza: «Molti superiori hanno detto che avevano già risolto i propri casi risarcendo le vittime con accordi extragiudiziali», spiega il teologo morale Martin Lintner. Ugolini lo dice fuori dai denti: «Sulla prevenzione sono tutti d'accordo ma non vogliono che qualcuno metta le mani nei loro cassetti».

Lintner e Ugolini sono anche fra i promotori di una mozione approvata a marzo dal Consiglio provinciale di Bolzano che prevede l’istituzione di una commissione indipendente di indagine sulla pedofilia in ogni ambito sociale. Un'iniziativa nata dall’insofferenza di vedere la chiesa ancora ferma ai blocchi di partenza. Il no del vescovo a un'indagine interna, a gennaio, ha coinciso con la denuncia del coinvolgimento di Joseph Ratzinger nello scandalo abusi a Monaco. «Le vittime sono insorte e hanno cominciato a parlare di insabbiamenti anche qui in Alto Adige», testimonia Robert Hochgruber, teologo ed ex insegnante di religione, «chi ha subito violenze non ha voce nemmeno all'interno del gruppo di esperti del Servizio diocesano».

La stessa esperienza dello sportello non è sempre positiva. Una donna, abusata dai cinque ai sette anni da un frate, si è sentita respingere la denuncia per una questione formale: la sede centrale della congregazione non è infatti a Bolzano, dove il fatto è avvenuto 40 anni fa, ma a Innsbruck. «Ho chiesto a due anziani confratelli se ricordavano quello che mi era successo — racconta Ulrike (nome di fantasia) — e loro non soltanto hanno confermato ma mi hanno confessato di aver subito abusi a loro volta, dicendo che a quel tempo era normale». Una "normalità" su cui è calato un coperchio di piombo. Ulrike è poi riuscita a farsi ascoltare (e risarcire) dalla diocesi di Vienna «ma — dice — avrei volentieri evitato di rivivere le sofferenze per anni, alla ricerca della verità fra Alto Adige e Austria».

Il no ai risarcimenti. A Bolzano, invece, non sono previsti risarcimenti: «Noi paghiamo la psicoterapia alle vittime in caso di sacerdoti defunti o che per età o malattia non possono più avere un confronto costruttivo con chi li accusa», precisa il vicario generale Eugen Runggaldier. «Come principio non diamo soldi alle persone che denunciano perché può sembrare un modo per farle tacere». Una preoccupazione che non deve aver pesato nel caso di don Giorgio Carli, arrestato nel 2003 con l'accusa di aver stuprato una bambina dai nove ai 14 anni quando era cappellano nella parrocchia di San Pio X a Bolzano. La vicenda fece clamore: dopo un'assoluzione in primo grado, il prete condannato in appello a sette anni e sei mesi e infine prescritto in Cassazione nel 2009. La prima sezione civile del tribunale di Bolzano, riconoscendo per la prima volta in Italia la chiesa locale responsabile in solido con il prete, nel 2013 aveva condannato la diocesi e la parrocchia a pagare 700mila euro alla vittima. Sull'accordo economico raggiunto alla fine fra le parti c’è stretto riserbo ma don Ugolini conferma che la diocesi in effetti pagò.

Oggi don Giorgio si occupa del catechismo nella parrocchia di Vipiteno. Ai piedi delle Dolomiti il cattolicesimo pesa ma fa anche pesare ambiguità e colpevoli silenzi. Il più recente riguarda don Timothy Meehan, un sacerdote di Boston appartenente ai Legionari di Cristo e in servizio nella diocesi di Bolzano, accusato di aver fatto sesso, quando era istruttore nel noviziato, con un diciassettenne affidato alle sue cure. La vicenda emerge nel 2013 negli Stati Uniti e quando Meehan, quattro anni dopo, decide di lasciare la congregazione e iniziare il percorso per diventare sacerdote, i Legionari informano la diocesi dei suoi precedenti e dell'indicazione di non farlo lavorare con i minori. Ma non solo padre Timothy non è mai stato lontano dai ragazzi: stava addirittura per essere nominato responsabile della pastorale giovanile. «Il vescovo Muser e il vicario episcopale per il clero Michele Tomasi, oggi vescovo di Treviso, erano al corrente ma non hanno mai detto nulla al Servizio per la protezione dei minori», dice il vicario Runggaldier. Non si sarebbe forse mai saputo nulla della faccenda se i Legionari non avessero deciso, a marzo 2021, di pubblicare i nomi dei pedofili membri dell'ordine. «Mi sono confrontato con la Congregazione per la dottrina della fede, non c'era un processo canonico o civile in corso e per questo motivo non ho ritenuto di parlarne con il Servizio diocesano — commenta il vescovo Muser — Oggi riconosco che sarebbe stato opportuno confrontarmi anche con don Gottfried e Ugolini». Nell'agosto scorso, padre Timothy è stato sollevato dall'incarico di amministratore parrocchiale della chiesa di San Pio X e da allora non si sa più nulla di lui.

Proteggere l'istituzione. Così, anche se in una lettera pastorale del 2020 il vescovo assicura che le accuse sugli abusi in ambito ecclesiale sono «finalmente prese sul serio» e che la tutela dei minori ha la «massima priorità», l'impressione è che la Chiesa pensi innanzitutto a proteggere sé stessa e si guardi bene dall'iniziare un radicale e doloroso processo di autocritica (o di aufarbeiten , di rinnovamento, come dicono qui in Sud Tirolo). «I vescovi sostengono di vergognarsi per lo scandalo della pedofilia ma non ne trovi uno disposto a fare un mea culpa sulle proprie responsabilità personali», chiosa amaro Lintner. Ora una task force di quattro persone (fra cui Ugolini) si occuperà di esaminare accuse a carico di sacerdoti ancora in servizio.

Una terza proposta di indagine interna sarà presentata pubblicamente in autunno, previa approvazione del vescovo. Basandosi soltanto sui casi registrati dallo sportello diocesano, l'inchiesta non si occuperà di quelli non denunciati, tantomeno del sistema che li ha permessi, e gli scheletri potranno riposare tranquilli negli armadi ecclesiastici. Ci si occuperà dei pochi casi emersi, con buona pace dei sommersi.

Federica Tourn                  “Domani”          13 giugno 2022

www.editorialedomani.it/fatti/abusi-chiesa-bolzano-tfexfcf0

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220613tourn.pdf

 

Canada-Québec: gli abusi e i numeri

Sul tema degli abusi nove diocesi del Québec, l’area francofona del Canada, hanno pubblicato il rapporto di un’autorità indipendente (8 giugno 2022) sui casi di abuso ancora in esame e già visionati dal 1940 al 2021.

                Sono 87 gli abusanti fra il personale ecclesiastico e rappresentano l’1,28% dell’intero personale ecclesiastico attivo in questi ottant’anni. Proporzione piuttosto bassa che, a detta del rapporto e nel limite di denunce ancora possibili, è affidabile. Non certo dell’ordine del 25% vagheggiato da alcuni. Va detto che l’indagine ha riguardato preti e diaconi diocesani e non i numerosi religiosi, responsabili di molte scuole e istituti formativi, spesso al centro delle denunce e delle rivendicazioni. Fra queste, le istituzioni formative riservate ai popoli indigeni, punto focale degli scandali recenti. Inoltre, sia il rapporto come i vescovi non hanno escluso che vi siano altri abusi non ancora denunciati e registrati.

                I casi esaminati sono 6.809. Sono stati compulsati oltre 10.000 documenti. L’autorità indipendente a cui è stato dato incarico è l’ex giudice della Suprema Corte del Québec, André Denis. Al momento del mandato, il vescovo di Montreal ha detto: «È il momento della trasparenza rispetto a questi fenomeni. E, se si è trasparenti anche nella comunicazione, significa che si è pronti a lavorare per cambiare le cose».

                L’incarico era duplice. In primo luogo, verificare le denunce di preti e laici, dipendenti dall’autorità ecclesiastica, e ancora viventi. Tutti quelli registrati in qualsiasi forma. «Si contano sulle dita di una mano, ma a quelli che ho identificato come abusanti – ha detto Denis – è stata tolta ogni loro funzione». Per i preti interessati è allo studio la riduzione allo stato laicale.

                In secondo luogo, verificare dal 1940 in poi, tutti i dossier riguardanti vescovi, preti, laici “in missione”. Tutto questo – così si è espresso il vescovo di Gatineau, Paul-André Durocher – «per dare certezza che nessun prete attivo nelle nostre parrocchie sia oggetto di accuse fondate circa gli abusi». E, per quanto riguarda il passato, garantire che i dossier non lascino spazio ad ambiguità.

                La spinta per la decisione dei vescovi è venuta da un’inchiesta dell’ex giudice Pepita Capriolo che, nel 2019, aveva affrontato il caso di un prete condannato a nove anni di carcere, Brian Boucher. In un dossier di 283 pagine aveva denunciato ritardi, indebite tolleranze, volontà di rimozione in alcune autorità ecclesiali. Dopo quella denuncia, un comitato di 12 membri aveva analizzato il caso e soprattutto le 31 raccomandazioni suggerite dal giudice. L’incarico a André Denis nasce in questo contesto e doveva essere pronto nell’estate 2021. Il ritardo è dovuto all’ampiezza del lavoro affrontato.

Testimonianza. È utile riprendere il testo con cui l’ex giudice della Corte suprema ha presentato il lavoro il 9 maggio scorso. «I vescovi della provincia ecclesiastica di Montreal e della provincia ecclesiastica di Gatineau mi hanno affidato il mandato di studiare gli archivi delle loro rispettive diocesi e di ricercarvi ogni indizio di abuso sessuale su persone minori o vulnerabili. Lo studio copre gli anni 1940 – 2021. Concerne i dossier relativi ai vescovi, preti, diaconi e agenti di pastorale e del personale delle sedi episcopali coinvolti in missioni pastorali. L’unica indicazione ricevuta dai vescovi era quella di non tralasciare nessuno nella mia indagine, nella convinzione che ogni caso di abuso sessuale da parte di persone con autorità pastorali era di troppo. La cura delle vittime doveva guidare il mio lavoro. Ho chiesto e ricevuto carta bianca per analizzare, senza alcuna restrizione tutti i documenti in possesso delle diocesi. I vescovi mi hanno dato la loro totale collaborazione, come quella dei loro collaboratori. Ho ricevuto risposte a tutte le mie questioni e domande, ottenendo soddisfazione alle richieste per l’intero periodo della ricerca. Avendo accesso a tutte le carte di missione conferite dal vescovo ai preti non ho registrato nessun movimento che sistematicamente portasse un prete da una parrocchia all’altra dopo la scoperta di un atto condannabile da parte di un membro del presbiterio. Ho avuto accesso a tutti i locali, agli schedari, agli archivi segreti, alle note dei vescovi per questi anni. Assolutamente tutto. Ho posto domande e fatto aprire tutte le porte. Nessuno mi ha impedito di fare il mio lavoro. Sono stato accolto ovunque come una persona alla ricerca della verità su una realtà dolorosa nella cura delle vittime. Ripeto che ho lavorato in tutta libertà e senza inghippi di sorta. Senza pressioni né istruzioni da parte di chiunque, religioso o laico, legato o no alla diocesi. Ho consegnato un rapporto a ciascun vescovo sulla situazione della sua diocesi dal 1940 al 2021. Tengo a sottolineare che assumo personalmente la responsabilità di ogni decisione di giudizio in ordine al riconoscimento di abuso in tutti i dossier che ho studiato. Affermo quindi, al meglio della mia capacità di giudizio, tenuto conto dei documenti che sono stati messi a mia disposizione di cui ho testato la verità i tutti i modi possibili, che i risultai a cui sono giunto sono rigorosamente rappresentativi della situazione dal 1940 al 2021 nelle province ecclesiastiche di Montreal e Gatineau».

Lorenzo Prezzi  Settimana news     15 giugno 2022

www.settimananews.it/chiesa/canada-quebec-gli-abusi-numeri

 

Münster: per una storia degli abusi

Il 13 giugno 2022 è stato presentato lo studio su “Potere e abusi sessuali nella Chiesa cattolica” per ciò che concerne la diocesi di Münster (Germania).Prosegue così il lavoro di indagine nelle singole diocesi tedesche che ha preso le mosse dopo la pubblicazione del MHG-Studie a livello nazionale nel 2018. A differenza dei report riguardanti Colonia e Monaco, che avevano un taglio giuridico ed erano stati elaborati da studi legali, a Münster la diocesi ha affidato il compito di indagine negli archivi diocesani e vescovili al Dipartimento di Storia dell’Università locale. Per la prima volta in Germania si ha dunque un approccio metodologico umanistico in materia di indagine degli abusi sessuali su minori nella Chiesa cattolica. Si amplia così lo spettro di lettura e comprensione del fenomeno passando dalla constatazione di tipo giuridico all’analisi del quadro complessivo che fa da sfondo e palcoscenico agli abusi sessuali nella diocesi di Münster.

                L’approccio storico si innesta sui guadagni raggiunti dai precedenti studi di taglio giuridico, da un lato, ampliando il focus sulle dinamiche, i comportamenti, le forme di comunicazione interna, l’auto-comprensione dei ruoli ecclesiali, che hanno costituito – e ancora costituiscono – il terreno fertile per atti di abuso sessuale da parte di preti e forme di occultamento da parte dei vescovi e di altri officiali di curia, dall’altro. A livello quantitativo lo studio di Münster conferma i dati dei precedenti report di taglio giuridico: per il periodo preso in esame, dal 1945 al 2020, ci sono non meno di 610 vittime certe (i ricercatori stimano che il numero reale delle vittime sia tra le otto e dieci volte maggiore); 196 abusatori certi (183 preti, 12 religiosi non preti, 1 diacono permanente), che rappresentano tra il 4% e il 4,5% del totale dei chierici attivi nella diocesi di Münster durante il periodo preso in esame.

                A livello qualitativo, invece, lo studio riguardante la diocesi di Münster segna un passo in avanti per ciò che concerne la chiarificazione delle dinamiche strutturali, dei modi di pensare, delle forme di gestione e comunicazione, dei contesti sociali di provenienza delle vittime, quali fattori determinanti per una presa in carico adeguata degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica come suo elemento sistemico. Lo studio registra un “eclatante fallimento dei responsabili diocesani” per quanto riguarda il loro dovere di guida e di controllo in materia di violenze e abuso da parte di preti sui minori affidati alla loro cura pastorale. Negli atti disponibili manca quasi completamente la traccia di empatia e cura nei confronti delle vittime, mentre si trova attestata una prassi di ampia comprensione e copertura dei chierici abusatori (spendendosi anche nei confronti degli ufficiali giudiziari locali al fine di evitare le pene previste per i crimini commessi, o per ammorbidirle laddove possibile). Il principio che ha retto per decenni, ben oltre la soglia del 2000, l’atteggiamento della Chiesa cattolica di Münster è stato quello della salvaguardia dell’immagine della Chiesa a spese del riconoscimento delle vittime e della giustizia che doveva essere loro resa. I ricercatori hanno chiamato questa forma mentis perversa “ecclesiocentrismo”, dove la “protezione della Chiesa è diventato un fine in se stesso” da realizzare a ogni costo. Data la particolare conformazione socio-culturale della Chiesa cattolica di Münster nel più ampio contesto sociale locale, con la tendenza a fare del cattolicesimo un’enclave separata e autosufficiente, si può parlare di un vero e proprio “dispositivo cattolico degli abusi”: dagli abusatori, che godevano di una sorta di status superiore legato al ministero, a coloro che avrebbero dovuto sorvegliare le dinamiche ecclesiali senza avere però percezione alcuna delle vittime e della loro esistenza, per arrivare infine alle vittime stesse che si trovavano come circondate da un sistema socio-religioso senza alternative possibili. Si tratta di “un dispositivo fatto di elementi discorsivi, emotivi e organizzativi, che ha creato, stabilizzato e reso endemiche le strutture abituali per gli abusi sessuali nell’ambito della Chiesa cattolica locale”.

                Solo a partire dal secondo decennio di questo secolo si può registrare un lento cambiamento nella diocesi per ciò che concerne la consapevolezza e le prassi in materia di abusi sessuali. Si tratta però di un cambiamento indotto, provocato dall’esterno, e non nato da una riflessione e presa di coscienza da parte dei responsabili diocesani. Anche la diminuzione dei casi di abuso che i ricercatori hanno potuto registrare a partire dagli anni ’80 del XX secolo non trova le sue ragioni in elementi interni alla Chiesa cattolica, ma in fattori esterni di carattere prevalentemente socio-culturale. Negli ultimi anni si è giunti a una istituzionalizzazione degli interventi e della prevenzione per ciò che concerne gli abusi sessuali nella diocesi di Münster, con una professionalizzazione del personale di riferimento. Se questo deve essere valutato in maniera positiva, non basta però da sé a fare della Chiesa cattolica un luogo sicuro per i minori e gli adulti vulnerabili: infatti, se non si mette mano agli elementi strutturali e alle dinamiche di esercizio del potere che sono contestuali e fondamentali nel creare condizioni favorevoli ad atti di abuso e violenza, non sarà possibile onorare adeguatamente quella giustizia di cui sono in attesa le vittime: “il centralismo dell’istituzione e la sacralizzazione delle sue strutture di potere, una certa immagine sacra del prete, la mancanza di veracità e gli ostacoli messi a una comunicazione aperta, come una certa morale sessuale estranea alla realtà della vita, sono tutti aspetti che rendono possibile gli abusi e favoriscono le procedure del loro occultamento (…). Gli abusi sessuali e di potere nella Chiesa cattolica sono ben lungi dall’essere arrivati al loro termine”.

Marcello Neri Settimana news       14 giugno 2022

www.settimananews.it/chiesa/munster-storia-degli-abusi

※※※※※※※※※※※

CENTRO INTERNAZIONALE DI STUDI SULLA FAMIGLIA

Newsletter CISF - n. 23, 15 giugno 2022

Doppio cognome ai figli, la nonna di casa Surace dice la sua. Sempre irresistibile nonna Rosetta, del collettivo di youtuber "Casa Surace", che commenta a modo suo la novità legislativa sul doppio cognome ai figli... [YouTube - 2 min 39 sec]                                                        www.youtube.com/watch?v=TynN4qRYI4g

Un affresco delle famiglie italiane nel dossier di "Credere". La rivista Credere ha ospitato un ampio dossier dedicato alle famiglie italiane, in vista dell'approssimarsi dell'Incontro Mondiale delle Famiglie.

www.famigliacristiana.it/fotogallery/verso-l-incontro-mondiale-delle-famiglie-tra-luci-e-ombre-.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_15_06_2022

 Ad analizzare la situazione, attraverso una lettura dei dati e con una prospettiva sociologica, il direttore del CISF Francesco Belletti [Verso l'Incontro Mondiale delle Famiglie tra luci e ombre].

www.famigliacristiana.it/articolo/cosa-e-perche-rende-speciale-una-famiglia-.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_15_06_2022

A proposito di storytelling, si segnala il focus su come sono rappresentate oggi le famiglie nel cinema.

www.famigliacristiana.it/articolo/famiglie-nel-cinema-.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_15_06_2022

Quanto costa crescere un figlio? 640 euro al mese. I recenti dati Bankitalia sul costo dei figli riportano sotto i riflettori un problema che le famiglie italiane conoscono molto bene, ma che la politica non sembra comprendere con la stessa chiarezza. Francesco Belletti, direttore Cisf, in un approfondimento sui conti delle famiglie, a questo link su Famiglia Cristiana.

www.famigliacristiana.it/articolo/costo-dei-figli.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_15_06_2022&fbclid=IwAR3cv2fFFP3X4QcUOwAoCmHNtNGr_7v3RCwNF_A89Xx7YqwSlARRonzhfyk

Father's day, in Canada una camminata per sostenere i padri. In occasione del Father's Day, la "festa del papà" che nel Nord America quest'anno si celebra il 19 giugno, il Canadian Centre for Men & Families organizza una camminata per i papà, per i loro figli e per tutte le famiglie, per sensibilizzare sulla propria attività di supporto ai padri che vivono momenti di fragilità economica e relazionale, in particolare nell'ambito della rottura della relazione coniugale                 https://ccmfalberta.ca/footsteps-for-fathers

La "digital life" degli italiani. È intitolato "Vivere e valutare la digital life" il nuovo Rapporto Censis-WindTRE sul valore della connettività in Italia. Ne emerge che le piattaforme web sono una componente irrinunciabile della vita quotidiana (per il 49% ampliano l'accesso a cultura e entertainment, per il 30,8% accorciano le distanze tra le generazioni, per il 30,6% riducono le differenze culturali tra i vari Paesi), ma 6 italiani su 10 temono per la propria sicurezza informatica (un timore più accentuato nelle giovani generazioni, che supera di gran misura le preoccupazioni sul libero accesso dei minori al Web, 34,7%, i rischi di dipendenza dal web e le minacce alla salute mentale, 23,7%).

               https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=9%3d9TEeCT%26v%3dY%26v%3dQGb%26w%3dRBYHT%265%3dD2JzO_zqcv_A1_2wap_BB_zqcv_067S5.3oJ193.E2_HayX_RpOqJoO_zqcv_06nAn15H2_HayX_RpBqBoO_zqcv_06nK5DvKi43_NYsZ_XnR_2wap_BaKR_2wap_BaJZ_2wap_Ba0Zb7xFyN2E_2wap_Ba0ZgEv44Nm-coJ193_yqD4A19.z0n%264%3dwQ1L7i1kmX.v54%26E1%3dUIe0

Minori, nuove linee guida per la partecipazione. L'Osservatorio nazionale per l'infanzia e l'adolescenza ha approvato le Linee guida per la partecipazione di bambine e bambini e ragazze e ragazzi [al link il testo integrale - 56 pp]. Il documento spiega che le linee guida sono pensate principalmente per gli adulti che condividono con bambini e ragazzi esperienze nei vari possibili contesti di vita, a partire dalla famiglia alla scuola e alle altre agenzie educative formali e non formali, ma senza mancare di attenzione per i diversi altri contesti che accolgono bambini e ragazzi in condizioni di difficoltà, come negli ospedali, nei servizi di cura e protezione, in quelli di supporto alle famiglie in condizioni di fragilità̀ o in ambito giudiziario.

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=6%3d9aBbCa%26s%3dV%26v%3dXDY%26w%3dY9VHa%262%3dA2QwL_zxZs_A8_ytaw_99_zxZs_0Cm4uFnEq8.nH4ByGw.F1_KYzW_UnJl7q8_ytaw_990dBW_zxZs_0CsBvBl-04i8h3Fk4-xBy-Ei-MhK2BjBx87BwKl-T-oF20vL-9c0Y-k8n.Mk9%26l%3dJ2L409.GmQ%26pL%3dCfFU

 https://famiglia.governo.it/media/2754/linee-guida-per-la-partecipazione-1-giugno-2022-def.pdf

Verso il X incontro mondiale delle famiglie. Il piano di comunicazione per l’incontro mondiale. Favorire la partecipazione e il coinvolgimento di tutti coloro che non potranno essere presenti a Roma per il X Incontro mondiale delle famiglie. Questo l’obiettivo del piano di comunicazione messo a punto in occasione dell’evento che si terrà a Roma dal 22 al 26 giugno, e che sarà possibile seguire anche da remoto attraverso il sito internet ufficiale  www.romefamily2022.com/it      i canali Facebook e Instagram e la web app, che offrono materiali preparatori che possono essere scaricati gratuitamente. Oltre che dal sito, Festival, Congresso e celebrazioni con il Santo Padre verranno anche trasmessi in diretta streaming sulla pagina YouTube della diocesi di Roma e, grazie alla collaborazione con il Dicastero per la Comunicazione, anche su VaticanNews.

Dalle case editrici

¨       I.Bertacchi, S.Mammini, M.G.Anatra, Violenza assistita e percorsi d’aiuto per l’infanzia. Proposte di attività attraverso un approccio narrativo, Erickson, Trento 2022, p.176.

¨       Papa Francesco, Amoris Lætitia fatta carne (con il commento di Gigi De Palo e Annachiara Gambini), Paoline, Milano 2022, p.111.

_________________________________

¨       Francesco Pesce, Alta Fedeltà. Il matrimonio cristiano e la coppia felice e generativa, San Paolo, Cinisello B. (MI), 2022, pp.128

Un libro che parla di cura della relazione coniugale è una sfida in sé, particolarmente in un tempo che sembra dare importanza solo all’individuo e ai suoi bisogni. Don Francesco Pesce lo ammette fin dall’introduzione: “Nessuno sembra fare il tifo per la coppia”, al giorno d’oggi. Eppure, tanti spazi d’incontro, di ascolto, di parola esistono, anche nella Chiesa, e offrono ai fidanzati e agli sposi

che si trovano in tempi differenti della vita di famiglia (e quanto sono importanti anche i tempi, nella cura reciproca!) l’occasione per rimettere tutto a fuoco.

Perché questo discorso è importante? Perché, come scrive l’autore, che è presidente del Centro della Famiglia di Treviso, le relazioni durano se sono davvero tali, e non semplici “connessioni” in cui dar spazio ai propri bisogni personali e poi facilmente “disconnettersi” se non funzionano. Il libro si dipana attraverso tre macro-temi: luoghi comuni, spazi comuni e beni comuni.

All’interno si trova tutta la vivacità delle voci e delle testimonianze raccolte da don Francesco nella sua attività di accompagnamento delle famiglie, ma anche importanti spunti di riflessione che arrivano dal Magistero della Chiesa, dalla ricerca scientifica e accademica, dalla cultura. Serve il poeta Rilke, infatti, per spiegare il paradosso dello stare insieme: “due infiniti che si incontrano con due limiti”, laddove gli infiniti sono il reciproco bisogno di essere amati e i limiti sono la reciproca, limitata, umana, capacità di amare. Questo piccolo e prezioso libro offre un itinerario per imparare a esserci, spiega plasticamente cosa significa essere generativi per sé e per gli altri, restituisce speranza e buon umore in ogni pagina.

Con un viatico finale: gli sposi “artigiani della fedeltà”, scrive don Francesco Pesce, non si limitino a essere esperti di wi-fi, connessioni e reti complesse, ma anche appassionati di hi-fi, “che, anche se non va più di moda e forse non è conosciuto dalle generazioni più giovani, offre ancora una qualità superiore. In alta fedeltà l’amore è un’altra musica”.                        (Benedetta Verrini)

Percorsi di formazione

¨       Master in psicologia ed etica delle cure palliative. L’Università Europea di Roma, in collaborazione con l’Associazione Scienza & Vita, inaugura il primo Master in “Psicologia ed etica delle cure palliative”, rivolto a tutti coloro che svolgono o intendono svolgere attività in ambito palliativistico in regime di autonomia o in equipe: assistenti sociali e formatori, bioeticisti, psicologi, giuristi, manager in ambito sanitario pubblico e privato, operatori pastorali.

La presentazione del Master si svolgerà a Roma, il 22 giugno dalle 18.00 alle 20.30 presso il Museo dell’Orto Botanico, in largo Cristina di Svezia 23 A [anche in streaming, qui per info e iscrizioni]

www.universitaeuropeadiroma.it/psicologia/post-lauream/master-di-i-livello-in-psicologia-ed-etica-delle-cure-palliative

Save the date

¨       Webinar (FR) - 22 giugno 2022 (18.30-19.30). "Evaluer l’utilité sociale : comment valoriser la richesse relationnelle?", a cura dell'ICP-Institut Catholique de Paris [qui per info e iscrizioni]

https://www.icp.fr/a-propos-de-licp/agenda/%C2%AB%E2%80%AFevaluer-lutilite-sociale-comment-valoriser-la-richesse-relationnelle%E2%80%AF%C2%BB%E2%80%AF

¨       Webinar (UK) - 23 giugno 2022 (17.30-18.30). "Racial Equity 2030: Reimagining and building a future where every child thrives", organizzato da Oxford College [qui per info e iscrizioni]

www.ox.ac.uk/event/racial-equity-2030-reimagining-and-building-future-where-every-child-thrives

¨       Corso (Roma) - 4/8 luglio 2022 (15.00-18.30). "Bioetica, Morte e Immortalità", Corso Estivo di Aggiornamento in Bioetica presso UPRA-Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e l’Università Europea di Roma [qui per info e iscrizioni-entro il 27 giugno].

¨       Corso Estivo di Aggiornamento in Bioetica presso UPRA-Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e l’Università Europea di Roma [info e iscrizioni-entro il 27 giugno].

www.upra.org/convegno/bioetica-morte-e-immortalita

¨       Webinar (EU) - 20 settembre 2022 (9.30-11.00 CET). "Quality assurance in early childhood education and care services", a cura di COFACE nell'ambito della serie Breakfast Bites [qui per info e iscrizioni]

coface-eu.org/event/webinar-quality-assurance-in-early-childhood-education-and-care-services

 

Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

Archivio   http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

https://a4e9e4.emailsp.com/f/rnl.aspx/?fgg=wsswt/e-ge=s/fh0=nww49a1:a=.-4&x=pv&65kac&x=pp&qzb9g6.b9g9h/:i4-7d=uz2sNCLM

※※※※※※※※※※※

CHIESA DI TUTTI

CEI-Abusi: la strana via italiana

Alla fin fine, verrebbe da dire che la montagna ha partorito niente più che un topolino. Certo, i cinquepunti della via italiana, come afferma il comunicato finale dell’Assemblea generale della CEI di maggio, “non so un elenco chiuso a eventuali sviluppi”; sembrano però davvero troppo poco, e un poco confusi, per rappresentare anche solo un buon inizio. Più che un progetto collegiale di azione, hanno tutto il sapore di un compromesso tirato per i capelli fra vescovi che non sono riusciti a trovare un livello alto di mediazione delle differenti posizioni fra di loro. Già questo stende un velo d’ombra sulla retorica dell’attenzione alle vittime e della loro centralità nell’impegno della Chiesa italiana a fare finalmente luce sugli abusi sessuali, e di altro genere, al suo interno.                                                 www.chiesacattolica.it/76a-assemblea-generale-il-comunicato-finale

                Le prime due linee di azione, ossia potenziare la rete dei referenti diocesani e dei servizi a tutela dei minori, da un lato, e implementare la costituzione dei centri di ascolto nelle diocesi, dall’altro, sono sostanzialmente atti dovuti che non mirano a una comprensione profonda delle dinamiche strutturali e delle situazioni pastorali che sono state il terreno fertile degli atti di abuso sessuale e del loro eventuale occultamento. Le seconde due linee di azione, il Report annuale (a partire dal biennio 2020-2021) sui casi giunti ai Servizi di tutela dei minori diocesani e interdiocesani e i dati sui casi gestiti dalla Congregazione per la dottrina della fede partendo dal 2000 fino al 2021, vanno poco oltre la statistica – data l’enfasi sui dati espressa dallo stesso Comunicato finale.

 Se per entrambe ci si avvarrà di collaborazioni scientifiche esterne, rimane il fatto che queste realtà potranno lavorare solo sui dati che verranno forniti loro dalla Chiesa italiana – senza alcuna forma di accesso indipendente ad altre informazioni che potrebbero rivelarsi utili nel corso delle analisi.

                Poi, dato che il primo Report annuale è stato annunciato per il prossimo novembre, non giova certo alla trasparenza a cui si aspira il fatto che il “Centro accademico di ricerca” che raccoglie e analizza i dati rimanga al momento ignoto a tutti i cattolici e cittadini italiani – la conclusione dell’Assemblea generale sarebbe stata un’ottima occasione per dire in pubblico con chi la CEI intende collaborare in materia.

                La quinta linea di azione, di cui si sapeva già prima, è la partecipazione della CEI in qualità di invitato permanente all’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile (ricordiamo che esso è stato istituito nel 1998 – ci sono voluti più di vent’anni perché la Chiesa italiana interagisse col governo per essere parte di uno strumento civile così importante).

                Difficile capire dove stia la decantata novità del cammino italiano davanti agli abusi sessuali nella Chiesa cattolica. Non certo per ciò che concerne i centri di ascolto e il sistema dei servizi diocesani a tutela dei minori, dove siamo ancora indietro rispetto a molte altre Chiese europee. Neanche per quanto riguarda le statistiche dei casi che qui approdano – magari eventualmente comparati con quelli provenienti da altri enti e istanze della società italiana. Dati che, in altri paesi, sono disponibili da tempo. Quanto alla partecipazione della CEI come invitato permanente all’Osservatorio nazionale, in altri paesi si può registrare un ruolo ben più avanzato di interazione della Chiesa cattolica con i governi e gli enti pubblici – particolarmente significativa quella che si è creata in Germania.

                A livello di CEI, perché altre sono le condizioni di chi lavora sul campo in quello che le diocesi hanno fatto finora (poco o tanto che sia), si potrebbe parlare, partendo da queste cinque linee di azione, così come sono presentate nel Comunicato finale, di un sostanziale occultamento delle vittime: l’unica loro traccia è quella che lasciano come dato numerico da analizzare. Manca del tutto una loro convocazione previa, e quindi un adeguato ascolto delle loro storie, come pietra angolare intorno a cui architettare la presa in carico da parte della Chiesa italiana della violenza che hanno subito, delle conseguenze sulle loro vite, e delle ragioni sistemiche che hanno permesso, o addirittura facilitato, che tutto questo potesse accadere.

L’impressione che lascia questa via italiana rispetto agli abusi, sessuali e di altro genere, nella nostra Chiesa locale è che questa Chiesa sa, a prescindere dalla parola delle vittime, cosa si deve fare e come lo si deve fare – e lo sa, appunto, da sé. Una Chiesa che trasforma storie lacerate e vissuti permanentemente feriti in dati statistici, annunciando all’opinione pubblica nazionale la radicale novità di questo approccio, ha già attraversato la soglia di un drammatico punto di non ritorno – preferendo le toppe al vestito nuovo.

                Le cinque linee di azione sono come una grande cortina fumogena gettata nella speranza che la questione degli abusi sessuali finisca presto nel dimenticatoio di uno dei cassetti polverosi della nostra memoria collettiva. In un’intervista rilasciata in questi giorni, don Stefano Guarinelli (peraltro impegnato in prima persona sul fronte della lotta agli abusi) ha affermato: “Gli abusi sessuali sono una tragedia – per le vittime, innanzitutto – ma non sono il problema più drammatico. Lo è la ricaduta che questo ha sull’opinione pubblica, anche a motivo  

www.caffestoria.it/abusi-sessuali-e-celibato-nella-chiesa-il-problema-piu-diffuso-quello-identitario-intervista-allo-psicologo-don-stefano-guarinelli.

Ed è a questo problema, e non tanto alle vittime, che guardano le linee di azione della CEI – rimane da vedere se non si tratterà poi di un ulteriore modo maldestro di gestire il dato di fatto degli abusi sessuali nella Chiesa italiana. Il castello di carte costruito dai nostri vescovi nell’ultima Assemblea generale, già di per sé traballante, può stare in piedi solo attraverso una fine messa in scena mediatica dove alle domande poste non si dà alcuna risposta, o se ne danno di elusive – dando però l’impressione di agire nel modo più aderente possibile al Vangelo. Questo, però, quando ci sono le domande giuste, perché finora il giornalismo italiano sembra essere ancora abbastanza latitante nel trovare un modo originale di indagine in grado di far saltare il tappo del vaso di pandora degli abusi sessuali nella Chiesa italiana – ricordando che, in fondo a quel vaso, sta anche la speranza.

Marcello Neri    settimana news Redazione Web   9 giugno 2022

www.settimananews.it/chiesa/cei-abusi-la-strana-via-italiana

 

La Chiesa che vorrei

La diocesi di Parma ha vissuto una prima fase del cammino sinodale dopo aver percorso, nel 2020-2021, un “anno in stile sinodale”. È stata redatta una sintesi dei contributi pervenuti dai gruppi sinodali, curata da Matteo Truffelli e pubblicata, dall’Associazione Il Borgo di Parma. Nel sito de Il Borgo si trova anche un contributo singolo al cammino sinodale, che qui pubblichiamo: un contributo … senza peli sulla lingua

Una chiesa che sa che non può essere perfetta. Sulla terra la chiesa non può essere perfetta. Volerla perfetta significa finire col nascondere le imperfezioni e quindi, ad esempio, coprire preti pedofili e quant’altro. La chiesa deve essere totalmente trasparente. Accettiamoci come siamo e confidiamo nell’aiuto dello Spirito per diventare migliori.

Una chiesa povera, orientata al servizio e non al potere. Così la voleva Gesù e così purtroppo spesso non è.

Una chiesa dove nessuno pensi di essere proprietario dello Spirito Santo. Nessuno può dirsi detentore in toto dello Spirito Santo, neanche il Papa. Lo Spirito soffia dove e come vuole e investe la chiesa nel suo complesso. Tutti abbiamo un poco di Spirito.

Una chiesa dove finalmente viene rifondata la curia romana. La curia romana è l’ultima corte feudale d’Europa. Basta! Va ristrutturata in modo deciso.

Una chiesa dove ruoli e gerarchie siano ridotti il più possibile. Questi sono termini legati al potere. Quanti sono i preti che gestiscono il loro ministero come servizio e quanti quelli che lo gestiscono come ruolo, approfittando del potere che esso concede? Bisogna togliere tutti gli spazi ai ruoli. E le gerarchie? Prete, arciprete, monsignore, vescovo, arcivescovo… sono tutte necessarie?

Più si alza la piramide e meno spazi si lasciano alla gestione collegiale. Una chiesa dove si combattano le superstizioni e certe vestigia del passato. Esorcismi, indulgenze, reliquie, processioni  coreografiche (magari con concessioni a mafiosi). Dio ce ne scampi.

Una chiesa dove sia ben chiaro a tutti che l’unico vero bellissimo miracolo è l’amore. Basta con la ricerca dei miracoli a tutti i costi: non credo che oggi esistano miracoli scientificamente verificabili. Forse esistono miracoli che vengono concessi a singole persone, nel loro intimo, e comunque il vero grande miracolo è l’amore.  “Beati coloro che crederanno senza aver veduto!”.

Una chiesa dove vengano revisionati in modo deciso i riti. Eliminiamo le litanie di decine e decine di santi. Non basta dire “tutti i santi”?. Eliminiamo preghiere ipnotiche e ripetitive. Solo gli esicasti [dottrina e pratica ascetica] pensavano che fosse opportuno annullare le loro menti ad es. con la preghiera di Gesù da ripetere migliaia di volte al giorno. Se si libera la mente in questo modo per far sì che non entrino pensieri cattivi è come morire. Gesù ci ha chiesto di vivere, di affrontare la vita e non di morire. Separare omelia e catechesi, sono cose diverse: se uno non vuol partecipare alla catechesi la responsabilità è sua.

Ricordare ai preti che l’omelia va preparata, non improvvisata. I cristiani che partecipano alla messa non dovrebbero essere estranei  l’uno all’altro come avviene nella maggior parte delle celebrazioni attuali. Bisogna favorire la creazione di spazi di incontro. Dobbiamo imparare a conoscerci, solo conoscendoci  si possono eliminare le barriere di diffidenza e accettare le diversità. Quando ci si conosce e si scopre quel quid di amore che è in ognuno di noi, è molto più facile accettare le differenze.

Una chiesa che non sia troppo preoccupata di fare santi e beati. Lasciamo che sia Dio a giudicare chi è santo e chi non lo è. Nessuno può giudicare il cuore. Mi viene il sospetto che vengano fatti santi e beati forse in funzione di opportunità “temporali”. Ha senso? Come è triste vedere commissioni che devono trovare assolutamente qualche miracolo per giustificare le santificazioni!

Una chiesa dove non si sottolineino troppo i dogmi, spesso espressi con linguaggi legati al passato. I dogmi dividono, non uniscono. Non bisogna farne più e occorre enfatizzare il meno possibile quelli esistenti. Penso, ad es., ai dogmi relativi a Maria. Sarebbe bene ricordare che la Madonna non è Dio! Forse è stata tanto enfatizzata perché la chiesa non ha mai trattato molto bene le donne?

Non è ora di riqualificare decisamente la presenza delle donne nella chiesa? Ci si rende conto che uomini e donne insieme sono l’uomo creato da Dio?

Una chiesa senza clericalismo. Il clericalismo è un danno enorme. Esiste il clericalismo che consiste nel ruolo di potere del clero. Ma esiste anche un clericalismo dei laici, per i quali è molto comodo non pensare e ritenere che basti seguire qualche rito per essere bravi cristiani.

Una chiesa dove si riprogetti totalmente la formazione dei presbiteri. È tassativo aprire i preti al mondo e il mondo ai preti. Bisogna aiutarli affinché non si arrocchino nel loro ruolo e diventino consapevoli del loro ministero. Selezione dei preti: qualità e non numero. Non bisogna avere l’ossessione del numero. Basta un presbitero veramente “uomo di Dio” e la gente accorre. Celibato dei preti: perché i preti non possono sposarsi mentre molti apostoli di Gesù erano sposati? Nella formazione del clero sono previste sessioni sulla sessualità? Se no, perché? Ci si rende conto che solo pochissime persone possono vivere senza turbe il celibato?

Una chiesa dove si ripensi all’iniziazione cristiana e ai sacramenti. Riprogettare l’iniziazione, rivedere le logiche di selezione dei catechisti, spostare il battesimo in età adulta. Nel passato, in una società definita cristiana, il battesimo era sulla responsabilità dei genitori che avrebbero pensato all’educazione religiosa dei loro figli o che erano spaventati all’idea che il loro bambino potesse finire nel Limbo, se non gli si cancellava il peccato originale col battesimo! Oggi non è più così. È possibile credere ancora nel Limbo o in cose del genere? Deve esserci una forte catechesi per i ragazzi, ma una ancora più forte per gli adulti. I gruppi fidanzati sono composti al 90% da coppie conviventi e a volte anche con figli. Qualcuno ha detto che è stato battezzato quando non capiva niente e che segue gli incontri per amore della fidanzata. Il massimo che si può ottenere è riaccendere una fiammella di fede, ma è chiaro che spesso c’è tutto un percorso formativo da rivedere.

Una chiesa dove si eserciti la “parresiaparresia dove si capisca il valore della “correzione fraterna”. Bisogna abituarsi a parlare forte e con chiarezza. Accettare le osservazioni. Essere disposti a cambiare. Rispettare le idee degli altri. Non temere i confronti. Certi incontri sono basati sul silenzio, si annacqua tutto per paura di offendere talune sensibilità. Non è così che si cresce.

Gianfranco Falzoi                                                           c3dem                  16 giugno 2022

www.c3dem.it/la-chiesa-che-vorrei

※※※※※※※※※※※

La nuova geografia della chiesa

Quanto sta cambiando la Chiesa. Cento anni fa il 65% della popolazione cattolica mondiale viveva in Europa. Oggi la quota è scesa sotto il 25%. L’Africa subsahariana si sta avvicinando al 20%. I cattolici latinoamericani sono quasi il 40%. L’ultimo Papa italiano è morto da quasi mezzo secolo. Dal 2015 regna per la prima volta un Papa latinoamericano, primo non europeo dopo il siriano Gregorio III nell’VIII secolo. I 21 uomini che il prossimo 27 agosto saranno creati cardinali fotografano nello spazio il cambiamento. Accade sempre così, ogni volta che il lotto dei promossi di turno diviene pubblico. Sulla base dei nomi annunciati dal Pontefice, solo responsabile della scelta, il pubblico immagina la carta. Come il rosso acceso che indossano, simbolo di forza fino all’effusione del sangue, i cardinali spiccano. Essi coadiuvano il Papa nel governo centrale della Chiesa, compongono insieme il collegio cardinalizio, alcuni di loro reggono articolazioni nevralgiche nella Curia romana e altri sono a capo di diocesi. Soprattutto, se minori di 80 anni, eleggono il nuovo Papa.

La loro scelta fissa rilievi sulla carta del mondo cattolico. Nel 2020 è stato creato il primo cardinale nero americano, Wilton Daniel Gregory. Il prossimo 27 agosto diverrà cardinale l’indiano Anthony Poola, il primo dalit, intoccabile fuori casta, della storia. Paraguay, Singapore, Mongolia e Timor Est avranno i primi cardinali di sempre. Le ventuno promozioni annunciate lo scorso 29 maggio 2022 riguardano anche l’Italia. A dispetto del calante peso demografico del Paese, i cardinali italiani restano il gruppo nazionale più folto, ma la loro carta si caratterizza per le depressioni più che per i rilievi. Cresce la percentuale di cardinali ultraottantenni, i cosiddetti non elettori. Sono italiani 3 dei nuovi 5. Soprattutto sono al momento scomparsi i cardinali a capo di diocesi di grandi dimensioni e grandi tradizioni. Genova, Torino e Venezia, Napoli e Palermo non sono più guidate da arcivescovi cardinali. Né lo è più Milano e la sua arcidiocesi ambrosiana, una delle più ricche di storia e tra le più popolose al mondo per numero di battezzati. Soltanto Firenze e Bologna, tra le grandi sedi storicamente presiedute da cardinali, proseguono la tradizione. Per le altre la presenza di cardinali emeriti, arcivescovi di ieri, sottolinea l’assenza di oggi. È così per Palermo, con i due ex arcivescovi Salvatore De Giorgi e Paolo Romeo nel collegio cardinalizio, e per Milano, con Angelo Scola.

Tra rilievi e depressioni, la carta sussulta: in Italia e nel mondo i grandi cambiamenti della Chiesa sconvolgono il paesaggio. Muta il modo stesso di fare la carta, si trasformano le coordinate, le dimensioni, i piani, concorrono geografie molteplici, fondate su fenomeni, percezioni, saperi in divenire. Lo spazio si stringe e si dilata, cambia natura. Fin dalla sua esortazione apostolica Evangelii gaudium del 2013, a nemmeno un anno dall’elezione, Papa Francesco ha risposto con il principio per cui «il tempo è superiore allo spazio».

In un mondo che tende a «privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi» il Papa argentino invita all’opposto: si tratta «di iniziare processi più che di possedere spazi». Il tempo, per Francesco, è «l’orizzonte più grande» che aiuta a «sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse», ma anche «i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone». Con i «processi possibili», con la «strada lunga», il tempo «ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce».

Più volte, nel corso del pontificato, il Papa è tornato sul punto, con le parole e con i fatti. Ha scelto così i suoi spazi, a cominciare dalle isole dei migranti, da Lampedusa a Lesbo, e dalle rotte verso Mosca, l’aeroporto di L’Avana per l’incontro con il Patriarca Kirill, l’ambasciata russa di via della Conciliazione dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. Ha scelto così la sua Santa Marta, dentro la Città del Vaticano, e la piazza San Pietro deserta della preghiera per la fine della pandemia nel marzo del 2020. Alla ricerca di spazi non posseduti, ma ordinati e illuminati dal Vangelo appartengono le periferie, luogo e metafora, le destinazioni saltate, da ultimo Giuba, la capitale del Sud Sudan, e gli spostamenti, la Fiat 500, le passeggiate per Roma, ora persino la sedia a rotelle, con quell’artrosi che riassume l’usura del percorso.

Vanno compresi analogamente i cardinali di Francesco, uomini nello spazio oltre lo spazio, nati con la geografia bidimensionale delle vecchie carte e a loro agio con le geografie multiple del digitale. Il più giovane dopo il concistoro di agosto sarà il quarantottenne vescovo missionario Giorgio Marengo, cuneese, prefetto apostolico nella capitale mongola Ulaanbaatar. Il neo presidente della Conferenza episcopale italiana, Matteo Zuppi, creato cardinale nel 2019, è passato per Trastevere e per la mediazione in Mozambico, è stato parroco a Torre Angela, nella periferia orientale di Roma, prima di diventare arcivescovo di Bologna.

Se il tempo è superiore allo spazio, del resto, cambia la prospettiva. L’alto ufficio cardinalizio e il prestigio della sede sono statici. Sanno di spazi posseduti. La precedenza deve andare alle traiettorie degli uomini che incarnano l’ufficio e a quelle delle terre da evangelizzare. Il dinamismo dei compiti nella Chiesa universale reinventa l’ufficio e la sede. Niente è scontato. I cardinali non sono necessariamente a capo di una diocesi e tanto meno a capo di una diocesi importante. Nessuna diocesi e nessun ufficio devono essere necessariamente presieduti da un cardinale. Non possono esistere ambizioni, rendite di posizione, automatismi. Le cosiddette sedi cardinalizie non hanno più ragione d’essere. Se si rinnovano cardinali al vertice delle diocesi di Washington, Brasilia e Marsiglia, per la prima volta un cardinale guida le diocesi di Manaus e Hyderabad. A Como torna un cardinale, Oscar Cantoni, dopo più di tre secoli. Milano, sede cardinalizia per eccellenza, è senza dal 2017 e non succedeva dal 1894.

Fu pubblicato nel 1965 The Secular City, il libro più influente della teologia cristiana del secondo Novecento. Paolo VI, cardinale arcivescovo di Milano fino a due anni prima, stava per chiudere il Concilio Vaticano II. Nel volume Harvey Cox invitava a guardare con fiducia al processo di urbanizzazione che aveva mutato il volto del cristianesimo. Le nuove metropoli erano il teatro e lo specchio di una società secolarizzata dove andava riducendosi lo spazio di Dio, ma per Cox erano anche la grande occasione per i cristiani. Finiti i monopoli e le certezze del passato, più fragili le tradizioni, la «città secolare» era il banco di prova per una testimonianza più libera, più autentica. Oltre mezzo secolo dopo sappiamo quanto Cox avesse visto giusto, quanto la città sia divenuta cruciale per le geografie dei cattolici.

Milano, anche qui, è esemplare. Laboratorio al contempo di multireligiosità e secolarizzazione, tradizione e sperimentazione, maggioranza storica e minoranza praticante, la diocesi ambrosiana ha riassunto in modo tutto suo il percorso di questi decenni. L’estensione territoriale e la numerosità dell’arcidiocesi hanno consentito un dialogo unico, nelle terre della vecchia Europa cattolica, tra metropoli e provincia. In osmosi con la società civile, la comunità cattolica ha reinventato le parrocchie e ha lanciato movimenti, ha ripensato l’essere laici e preti, uomini e donne di fede, ha innovato carità ed educazione, ha sviluppato la relazione con i cristiani non cattolici, i non cristiani, i non credenti. Alla vitalità del popolo ha fatto eco l’autorevolezza dell’episcopato, fino ai quasi papi Carlo Maria Martini e Angelo Scola. Poi il laboratorio della «città secolare» milanese è stato anche religioso postmoderno, dai rosari di Matteo Salvini all’occhio di Chiara Ferragni, dal don influencer Alberto Ravagnani ai sacramenti di Mahmood, e cioè dio del consumo, del capitale.

Non è una facile battuta che solo ai milanisti sia rimasto un cardinale. Nel suo cognome, il nuovo proprietario della squadra campione d’Italia, Gerry Cardinale, porta la memoria dei nonni italiani e d’uno sport americano, il baseball, dove i Cardinals di St. Louis sono tali solo per il cardinal red che indossano, codice pantone PMS 200 C. Analogamente per tanta Milano la fede è deposito inerte, fossili senza storia e senza senso, multinazionali che succhiano il sangue dell’identità. Nel laboratorio milanese, come in quello delle città cardinalizie vecchie e nuove, si affermano nuovi assetti di potere ed è perciò in questione anche il potere nella Chiesa. Si verifica lì chi privilegia «gli spazi di potere» e chi al contrario rinuncia a «possedere spazi», chi fa carriera e chi serve, chi seppellisce i talenti e chi li investe.

Sotto il pontificato di Francesco riforme istituzionali e contrasto alla corruzione sono state le due facce della stessa medaglia. La rinuncia ai diritti connessi al cardinalato da parte di Angelo Becciu (per uno scandalo finanziario) è maturata all’interno della Curia romana, ma altri casi si sono intrecciati con le vicende di grandi città. Nel caso più dirompente, del 2019, è stato dimesso dallo stato clericale il cardinale di Washington, Theodore McCarrick (per uno scandalo sessuale). Gli scandali hanno colpito inoltre i cardinali di Colonia, in Germania, e Lione, in Francia.

Le crisi nelle città cardinalizie, e altrove, hanno così incontrato le tensioni strutturali di questa Chiesa in mutazione e le geografie cattoliche si sono venute ridisegnando di conseguenza. I cardinali si trovano schiacciati tra due spinte contrarie. Da un lato li si vuole più evangelici e più evangelizzatori, più uomini di fede. Dall’altro li si vuole più efficienti e più efficaci, più uomini di organizzazione. Teologia e diritto canonico distinguono tra potestà d’ordine e potestà di giurisdizione, tra il sacramento che fonda la potestà degli ordinati — diaconi, presbiteri, vescovi — e gli uffici in cui si distribuisce il governo della Chiesa. Il Concilio Vaticano II aveva voluto allineate le due dimensioni, di modo che alle massime responsabilità di governo corrispondesse la pienezza dell’ordine sacro nell’episcopato. Se restava eccezionalmente possibile che il cardinale non fosse vescovo, diveniva norma che lo fosse.

Nulla, oggi, lascia intendere che si torni ai cardinali non vescovi del passato, ma la recente riforma della Curia romana ha confermato la tendenza già nell’aria alla promozione del laicato anche a incarichi di vertice presso la Curia romana. Se le donne non possono essere ordinate e tuttavia è giusto e necessario che governino, non resta che promuovere il laicato. Se si promuove il governo del laicato si ridimensiona quello dei ministri ordinati e si indebolisce la continuità tra ordinazione episcopale e incarichi di vertice, tra sacramento e autorità. La nuova liquidità del potere espone ulteriormente i cardinali al vento della trasformazione: li emancipa, li slancia, e nello stesso tempo li disorienta, li sovraccarica e li svuota. Nella misura in cui essi si relativizzano, Milano può dunque farne a meno e il collegio cardinalizio e il conclave possono fare a meno di Milano. Nella misura in cui si rafforzano, invece, Milano è più piccola senza un arcivescovo che vi rappresenti il laboratorio ecclesiale universale e la Chiesa è più povera senza un cardinale che rappresenti il laboratorio milanese.

Solo nel primato, Francesco lotta a sua volta con la contraddizione. Decide i cardinali cui delegherà le decisioni, sprigiona processi che deve controllare, nega spazi di potere che deve esercitare, guarda lontano mentre adotta misure emergenziali, salva uomini dalla tentazione di certi uffici e certe sedi e intanto li priva dello scatto che certi uffici e certe sedi sanno provocare. Cambia così la carta della Chiesa, mentre si adegua a riflettere le nuove geografie dei territori, delle persone, delle comunità e dei poteri. Il tempo è superiore allo spazio, insegna Francesco, che vuole liberare gli spazi dal dominio e consegnarli ai testimoni. È la sua sfida ultima.

Marco Ventura                “la Lettura”        19 giugno 2022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220618ventura.pdf

 

"Il celibato dei preti non è un dogma, alle donne ruoli apicali nella Chiesa"

Intervista a Reinhard Marx, Il cardinale tedesco vicino a Francesco: “I gay parte della nostra comunità. La sessualità che Dio ci ha donato fa parte dei rapporti personali”.

In qualsiasi coppia il sesso non è solo per riprodursi, ciò che conta è un amore sincero e rispettoso. E poi, il celibato dei preti: non è un dogma e può essere rivisto. Il messaggio del Vangelo, che deve vincere sulle rigidità ecclesiastiche. Scandisce parole dirompenti il cardinale tedesco Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco, membro del Consiglio dei porporati istituito da papa Francesco.

Eminenza, il mondo è uscito sofferente dalla pandemia, ora è piegato dalla guerra. Qual è il

ruolo della Chiesa cattolica oggi?

«La Chiesa, ovvero il popolo di Dio, accompagna sempre le persone e i loro dolori. Non può stare al di fuori del mondo, altrimenti è anacronistica. Qualcuno la vorrebbe trasformare in una fortezza, in attesa che passino le tempeste. Ma non è questo il suo compito. Deve essere testimonianza di nuova speranza. Trasmettere che la vita è più forte della morte. Perché durante la pandemia abbiamo vissuto la fragilità della vita umana, perché intorno a noi c'è sempre qualcuno che vuole dominare sugli altri. Il popolo di Dio, per dare consolazione e incoraggiamento, per raggiungere la pace, è chiamato a riempire i fossi e abbattere i muri. Non è un buon rinnovamento se la Chiesa continua a distribuire dogmi e a educare pretendendo di sapere che cosa serve alle persone. Gesù invece stava insieme alle persone, non si ergeva dando ordini. La Chiesa non può limitarsi a guardare il passato definendolo "glorioso", perché non c'è poi tutta questa gloria. Non dobbiamo solo cercare modalità per far sopravvivere l'istituzione ecclesiastica, ma trovare strategie per diffondere in una società aperta e plurale il Vangelo come invito, come "Empowerment". Non sono le persone che devono cambiare, è la Chiesa che deve cambiare».

Il celibato sembra stia diventando più un impedimento che una promessa per il mondo sacerdotale. È ora di togliere questa prassi, che non è un dogma? La possibilità di diventare mariti e padri non aiuterebbe a svolgere meglio il compito di guida?

«Per affrontare questo tema bisogna cominciare chiedendosi: come si vive meglio il Vangelo? Gesù

per almeno 40/50 volte (nel Nuovo Testamento) parla del Regno di Dio, ma non dice solo che cosa succederà dopo la morte. Secondo Gesù, il Regno di Dio incomincia adesso, quando ci riuniamo nella sua memoria, quando troviamo riconciliazione. Di che cosa ha bisogno la gente oggi? Di persone che celebrano e portano l'Eucaristia, danno il buon esempio, dedicano la loro vita alla Chiesa e al Vangelo. Possono farlo solo quelli non sposati? Ci metto un punto interrogativo. Penso ai collaboratori pastorali laici, qui in Germania, che predicano, che accompagnano i funerali. Penso all'Amazzonia, dove i credenti aspettano due o tre anni per poter ricevere l'Eucaristia perché mancano sacerdoti. Certo, il celibato è un segno forte per la sequela di Cristo. Ma mantenendo il celibato obbligatorio non è che teniamo in vita solo una tradizione? Era giusta, ma forse oggi non dappertutto. Credo che ci siano anche vocazioni sacerdotali tra gli uomini sposati».

La Chiesa tedesca spinge con forza per un ruolo più centrale delle donne nell'istituzione. I tempi sono maturi? Anche per il sacerdozio femminile?

«La questione del ruolo della donna nella Chiesa è più che matura, e si capisce facilmente. Solo i preti possono guidare la Chiesa? No. Occorrono la responsabilità ed i carismi di tutti e tutte, insieme. A Monaco ho creato la nuova posizione del capo ufficio, assegnata a una donna, che come co-leader insieme al vicario generale dirige l'amministrazione della diocesi. Gli uomini non possono dire "cerchiamo, ma non troviamo persone adatte", questo è ipocrita: bisogna solo volerle cercare e trovare. Nella Chiesa tedesca abbiamo lanciato un programma mentoring [metodologia di formazione che fa riferimento a una relazione uno a uno, tra un soggetto con più esperienza e uno con meno esperienza] per sostenere la leadership femminile. I segni dei tempi vanno letti. L'uomo e la donna sono uguali: questo è fondato nella Bibbia. Se non viviamo questa uguaglianza siamo gravemente in ritardo. Bisogna accelerare la riforma. Sul sacerdozio femminile Giovanni Paolo II aveva preso una decisione contraria ben precisa. Ma questa discussione non è ancora finita, non basteranno anni. Intanto però bisogna far partecipare le donne in modo più intenso alla vita della Chiesa, anche in posizioni apicali: non per essere una Chiesa che piace, ma perché è un dettame del Vangelo».

La pedofilia è la piaga più imperdonabile della Chiesa. Come si estirpa e come si può prevenire?

«Lo scandalo dell'abuso non riguarda esclusivamente la pedofilia in senso più stretto, i colpevoli di abuso hanno profili differenti. Il problema di fondo è l'abuso di potere. È particolarmente grave perché i sacerdoti hanno un potere sacro. Eppure, preti che hanno abusato di bambini il giorno dopo si sono presentati tranquillamente all'altare. È terribile. Ho creato una fondazione per le vittime di abusi, per tutti coloro che hanno perso la fede dopo avere subito violenze. La prevenzione è decisiva, ne vediamo già i frutti: il numero di molestie è diminuito. Ma tutto questo non può avvenire senza un processo globale di rinnovo della Chiesa, senza una nuova collaborazione di preti e laici. Anche il Cammino sinodale, il processo di riforma che abbiamo iniziato nella Chiesa in Germania, ha il suo punto di partenza nella lotta contro tutte le forme di abuso, anche spirituale».

La sessualità fa parte dell'essere umano. Non pensa che la morale cattolica dovrebbe cambiare approccio?

«Anche qui serve una crescita di consapevolezza. La domanda che ci dobbiamo fare è: come possiamo aiutare le persone a vivere il Vangelo? Il Vangelo prevede rapporti personali. La sessualità che Dio ci ha donato fa parte dei rapporti personali. E non deve essere asimmetrica. I due partner devono essere allo stesso livello, anche perché la sessualità, come dice il Concilio Vaticano II, non è solo per la riproduzione. Per tanto tempo c'era la convenzione che fosse così, adesso non più. Perché siamo esseri umani e non animali, la sessualità fa parte del rapporto, esprime un sentimento; va misurata con il livello di amore che c'è tra due persone. Il sesso è anche un modo di manifestare l'amore. Non è automaticamente un peccato, deve essere una forma di accettazione dell'altro. È questa la morale».

La Chiesa sta davvero accogliendo le persone omosessuali?

«Sono stato recentemente invitato a una messa cattolica organizzata da persone LGBTQ+ a Monaco. L'ho celebrata per il ventesimo anniversario di queste messe. L'ho fatto dopo avere informato il Papa. Volevo dare un segnale: "Voi fate parte della Chiesa". L'orientamento sessuale non può e non deve comportare un'esclusione dalla Chiesa. Non è possibile! Anche le coppie omosessuali vivono la propria relazione con amore: dunque perché non dire a queste coppie "che Dio vi accompagni lungo la vostra strada" come incoraggiamento? In fondo stiamo parlando di una benedizione, non del sacramento del matrimonio. Una volta mi sono espresso così e dopo ho avuto un po' di grane… Il centro delle coppie, omosessuali e non, non è il sesso: è rappresentato dalla volontà di trascorrere la vita insieme, dall'amore, la fiducia reciproca, la fedeltà fino alla morte. Perciò non posso dire che tutto questo è peccato. Certo la discussione in merito è molto emozionale. Ogni tanto mi meraviglio che questo argomento incontri ancora tanta resistenza».

Torniamo alla guerra. Che cosa pensa della posizione assunta dal patriarca di Mosca Kirill?

«Il 24 febbraio ero a Roma, in auto. Ho sentito dell'invasione russa in Ucraina, ho chiamato subito il vescovo della Chiesa ucraina unita a Monaco. E poi la domenica successiva sono andato alla loro messa, e già nel saluto iniziale ho lanciato un appello al Patriarca Kirill affinché facesse di tutto per fermare questa guerra. Questo è stato ben accolto qui da tanti credenti nella Chiesa ortodossa russa. Anche il Papa ha lanciato messaggi simili al mio, sempre indirizzati al Patriarca. È incomprensibile e insopportabile il comportamento di Kirill: come può un uomo di Chiesa stare a fianco di un aggressore e benedire guerra e violenze? Tanti fedeli della Chiesa ortodossa russa si sono già staccati e si stanno unendo alla Chiesa ortodossa ucraina. La posizione di Kirill ha conseguenze drammatiche enormi sia dal punto di vista politico che ecumenico. Provocano danni a tutto il

cristianesimo».

Per molti anni avete lavorato alla nuova costituzione apostolica, «Prædicate evangelium». Quali sono le principali novità?

«Il Papa dice che la Curia, "direzione" della Chiesa universale, non è una segreteria del Pontefice. Certo, il Papa è la base dell'unità della Chiesa, ma il Concilio dice anche chiaramente che la Chiesa non è come una piramide. Ci deve essere, più che un insieme, un incastro, tra la Chiesa universale e la Chiesa locale. Non c'è l'una senza l'altra. La Curia non è solo un ente in mezzo, bensì deve sostenere questo insieme. Ma questa istituzione come può essere organizzata? Possono preti e laici, uomini e donne lavorare uno accanto all'altro, anche in posizioni dirigenziali? Il Papa dice un chiaro sì. Forse i cardinali in futuro saranno piuttosto un senato del Papa, bisogna riorganizzare i vari incarichi. Poi ci devono essere compiti precisi nei dicasteri (ministeri). Sarà un grande passo, accadranno cose importanti».

Per esempio?

«Nell'ottobre 2013, nel mio primo intervento al Consiglio dei cardinali, parlavo di "declericalizzazione della Curia". Però la riforma deve continuare».

a cura di Domenico Agasso e Letizia Tortello      “La Stampa”     18 giugno 2022

www.lastampa.it/cultura/2022/06/18/news/reinhard_marx_il_celibato_dei_preti_non_e_un_dogma_alle_donne_ruoli_apicali_nella_chiesa_-5420144/

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220618marxagassotortello.pdf

 

Tolosa, l'Arcivescovo vieta la talare per seminaristi e diaconi

L’Arcivescovo di Tolosa, Monsignor Guy de Kerimel ¤1953, ha ordinato ai seminaristi e ai diaconi sotto la sua giurisdizione di smettere di indossare la tonaca. Lo riporta ACI Prensa, il portale in lingua spagnola del gruppo ACI. L'ordine è stato impartito il 2 giugno scorso. Monsignor de Kerimel ha spiegato di non volere "che i seminaristi si mostrassero in modo troppo clericale”.

                Secondo l’Arcivescovo "la priorità di un giovane in formazione al sacerdozio ministeriale è quella di crescere e rafforzare il suo rapporto con Cristo in umiltà e verità, senza pretendere di entrare in un personaggio: deve far crescere in lui la carità pastorale e rendersi accessibile a tutti prima di preoccuparsi di mostrare un'identità molto marcata".

                La decisione del prelato ha generato polemiche sui social network e su alcuni siti web cattolici.

                Monsignor de Kerimel da vescovo di Grenoble lo scorso anno dopo l’entrata in vigore del motu proprio Traditionis Custodes aveva chiuso la missione nella sua diocesi della Fraternità sacerdotale di San Pietro, i sacerdoti che celebravano la messa secondo il rito antico. 

                ACI Stampa                        14 giugno 2022

www.acistampa.com/story/tolosa-larcivescovo-vieta-la-talare-per-seminaristi-e-diaconi-20095?utm_campaign=ACI%20Stampa&utm_medium=email&_hsmi=216444061&_hsenc=p2ANqtz-_WABHoWU5J-BxI-YDT5aZEJa7xVG9Xx5jmTGJ7aiLU1OFQqFL6GqN-Fvh0MXFcIVsFeK4v_zMi3wDceA-BV9IQPjm8oQ&utm_content=216444061&utm_source=hs_email

※※※※※※※※※※※

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

“Vi raccontiamo l’indicibile sofferenza delle persone Lgbt nella Chiesa”

«La speranza che la Chiesa tutta chieda perdono alle persone LGBT per i carichi inauditi di sofferenza che ha posto sulle loro spalle, guardandole negli occhi e provando a sostenere il loro sguardo. Ora, sperando che il tempo non sia scaduto». È una delle sollecitazioni finali di un contributo inviato alla Conferenza episcopale italiana e alla Segreteria del Sinodo in preparazione dell’assemblea episcopale finale che avrà luogo nell’autunno del 2023. L’invio è in realtà del 22 febbraio scorso ma è stato reso pubblico solo il 30 maggio, dopo la chiusura della 76.ma Assemblea dei vescovi italiani (23- 27/5). Il lungo documento è firmato dalla “Rete per il Sinodo”, cartello di realtà della Chiesa conciliare nato nel corso di un meeting online il 6 maggio 2021 e cresciuto nel corso dell’anno raccogliendo numerose adesioni (al momento ne fanno parte Adista, Associazione Comunità Emmaus, Cammini di Speranza, Centro italiano femminile, Cipax, Comunità cristiane di base, Coordinamento 9 marzo, Coordinamento Teologhe Italiane, C3Dem, Donne per la Chiesa, Fraternità Arché, Gruppo Decapoli, Gruppo “Il Faro”, La Tenda di Gionata, Noi siamo Chiesa, Noi siamo il cambiamento, Pax Christi, Per una Chiesa diversa, Ponti da costruire, Pretioperai, Pro Civitate Christiana, Progetto adulti cristiani LGBT, Progetto giovani cristiani LGBT, 3VolteGenitori e Viandanti).

                Questo contributo (il terzo inviato al Sinodo: i precedenti nel maggio e nell’ottobre 2021) si concentra principalmente sulla situazione delle persone LGBT all’interno della Chiesa. Racconta, di queste persone, le difficoltà e le angosce del “nascondersi”, dell’“essere trans”, dell’“esperienza dei genitori” di figli LGBT, della “benedizione negata”, di una «pastorale” il più delle volte escludente. Ne trae perciò le linee per un auspicabile cambiamento ecclesiale e, fra le speranze, che «il Sinodo possa essere vissuto come un dono da farci reciprocamente tutti e tutte nella Chiesa, per camminare e rinascere insieme». Qui il testo integrale del documento.

Eletta Cucuzza Adista documenti n.22, 18 giugno 2022                 www.adista.it/articolo/68192

 

Emarginazione e ricerca di Dio

  • Alla Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi
  • Alla Conferenza Episcopale Italiana

                «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nei loro cuori» (Gaudium et Spes)

                Carissimi fratelli vescovi, accogliendo il vostro invito a percorrere insieme il cammino sinodale, arricchendolo del contributo di tutti e tutte, ci siamo ritrovati a confrontare le nostre esperienze di vita e i nostri cammini di fede tra più realtà della Chiesa italiana. Da questo incontro, che è diventato esso stesso un pezzo di cammino sinodale, è nata una rete di gruppi, che ha dato un primo contributo attraverso le due lettere che vi abbiamo inviato per il Sinodo italiano nel maggio e nell’ottobre del 2021.

                Vogliamo qui portare un nuovo contributo sulla realtà che vivono nella Chiesa e nella società le persone LGBT. Contributo che non nasce a tavolino. Ci siamo lasciati interrogare e coinvolgere, nel percorso che abbiamo fatto insieme, dalle testimonianze dei gruppi di persone LGBT e dei loro genitori, presenti nella nostra rete. Un lungo cammino, il loro, che abbiamo ripercorso insieme e riletto come cammino sinodale. Iniziato senza convocazioni dall’alto, autoconvocato… o forse convocato dallo Spirito. Un’esperienza che ci ha arricchito tutti e tutte e che vogliamo condividere con voi attraverso queste pagine.

                Mediante incontri online in plenaria o in piccoli gruppi, che hanno visto la partecipazione da tutta Italia di più di 200 persone, provenienti da diverse realtà cattoliche, donne e uomini, persone LGBT e loro genitori, operatori e operatrici pastorali che li accompagnano, alcuni parroci, teologhe e teologi, abbiamo percorso insieme un tratto di cammino sinodale. Tutto ciò che questo documento racconta scaturisce dall’elaborazione del materiale raccolto in questi momenti di incontro. In alcuni casi abbiamo voluto riportare (tra virgolette) i pensieri emersi, per far arrivare la voce delle persone che hanno condiviso con noi questa esperienza.

Siamo partiti da tre dei nuclei tematici proposti nel documento preparatorio del Sinodo universale del 7 settembre 2021: Compagni di viaggio – Ascolto – Formarsi alla sinodalità, per aprire un confronto tra di noi, ponendoci queste domande:

Compagni di viaggio: La Chiesa riesce a essere una casa per le persone LGBT? Tante di esse affermano di sentirsi lasciate ai margini. Che cosa è di ostacolo? Cosa impedisce o frena la loro richiesta di inclusione?

                Ascoltare: Spesso manca nelle diocesi, nelle parrocchie, nelle associazioni, un ascolto che parta anche dalla vita delle persone LGBT. Riusciamo a identificare pregiudizi e stereotipi che ostacolano questo ascolto profondo?

                Formarsi alla sinodalità: quali modalità e strumenti possono aiutare e accompagnare i vissuti delle persone LGBT affinché possano essere integrati nel cammino sinodale della Chiesa?

                Abbiamo inteso così rispondere all’invito a «vivere un processo ecclesiale partecipato e inclusivo, che offra a ciascuno – in particolare a quanti per diverse ragioni si trovano ai margini – l’opportunità di esprimersi e di essere ascoltati per contribuire alla costruzione del Popolo di Dio», lasciandoci incalzare dalla domanda: «Che spazio ha la voce delle minoranze, degli scartati e degli esclusi? Riusciamo a identificare pregiudizi e stereotipi che ostacolano il nostro ascolto?» (dal documento preparatorio del Sinodo universale).

                Racconteremo l’emarginazione che vivono nella Chiesa e nella società le persone LGBT, come l’omosessualità e la transessualità si intrecciano o si scontrano con i loro cammini di fede e la loro ricerca di Dio. E lo faremo attraverso le loro testimonianze. Solo lasciando che questo vissuto ci entri dentro, ci attraversi e ci interroghi nel profondo, potremo capire quale strada percorrere perché tutti e tutte possano davvero vivere la Chiesa come casa.

                Nascondersi. Nascondersi. Cominciamo da qui, da questa esperienza che le persone LGBT conoscono bene, perché riguarda almeno una parte della loro vita, o, quando va male, tutta la loro esistenza. Nasce dal disprezzo che percepiscono negli altri e che finiscono per interiorizzare e sentire per se stessi. Nascondersi anche da sé, lottando per mettere a tacere quella voce che ti urla dentro e ti dice qualcosa di te. Chi sei. Di chi ti è successo di innamorarti. È come combattere contro un mostro – così qualcuno lo ha descritto. Con un problema in più, non da poco: quel mostro non ti è estraneo, è dentro di te, quel mostro sei tu.

                E cominceremo allora col dare voce agli invisibili, a chi non ce la fa a fare coming out nella propria famiglia e nel proprio ambiente, a chi è arrivato a qualcuno di noi spesso in incognito, magari nascondendosi dietro un indirizzo di email illeggibile, da cui non possa trasparire nessuna traccia che faccia risalire a un nome. È anche così che si manifesta la vergogna di esistere.

                Da qui vogliamo che inizi il nostro viaggio, da quelle sorelle e quei fratelli il cui grido di dolore rimane soffocato in gola.

v  «Ho vissuto gran parte della mia vita nell’odio, nel rancore: parte di quel pezzo di umanità emarginata, tra quegli esseri umani a cui non è dato di essere se stessi, costretti a passare la vita nascondendosi. Una vita spesa a fare i conti con una sessualità, vissuta come un peso gigantesco, smisurato, soffocante».

v  «L’educazione chiusa e intollerante di una famiglia vecchio stampo; il contatto con un ambiente provinciale; una religione pronta più a condannare che ad accogliere, hanno costituito l’humus nel quale sono cresciuto e che mi ha fatto percepire il disprezzo della condizione di omosessuale, prima ancora della consapevolezza (pure molto precoce) di doverla scontare in prima persona. Ho capito assai presto quanto sia doloroso dover stringere una mano, sapendo di non poterla trattenere».

v  «Il timore di essere travolto da tensioni che sentivo come incontrollabili e la disistima verso di me mi hanno indotto, poco alla volta, a sterilizzare i miei sentimenti, anestetizzando forse le sensazioni più vere. È stato un percorso lungo e perverso che mi ha reso – quasi al termine del percorso esistenziale – assolutamente incapace di amare, questa, almeno, è la mia sensazione di oggi. “Sforzarsi di non provare niente, per non provare qualcosa” - come ammonisce il padre nel film di Guadagnino».

v  «La città è divenuta per tanti di noi omosessuali opprimente coi suoi lager invisibili del pregiudizio e del perbenismo, dove ci ritroviamo a ridere di battute su di noi per non scoprirci. Cacciati fuori dalle sue mura, spinti nostro malgrado ad un incessante cammino spesso privo di speranza, possiamo esibire solo le tracce di una identità incolpevolmente dolorante; la solitudine e la segregazione diventano spesso la condanna inappellabile per una colpa mai commessa».

v  «L'ideale alto e nobile di un amore totalmente oblativo e fecondo solo nello spirito è, sì, un traguardo che la Chiesa ha il diritto di proporre. Ma mortificare in nome di quell'ideale, spesso irraggiungibile alla nostra povera umanità per mille fatti contingenti, il bene concretamente e soggettivamente perseguibile (un amore, un affetto) ricacciandoci nel nostro deserto, rischia di avere effetti disumanizzanti. E tutto, per una condizione non scelta. Come diceva uno scrittore: il peccato originale, la colpa senza responsabilità, il male irredento e innocente di essere venuti al mondo condannati a morte; magari fosse una vecchia intimidazione di secoli bui. È il buio che ci portiamo dentro tutti».

 

Essere trans. Se nascondersi è devastante, è anche un lusso che non tutti possono permettersi. Le persone omosessuali possono scegliere di farlo, le persone trans no. Per loro, dal momento in cui inizia un qualunque approccio a un processo di transizione, di manifestazione della propria identità, il coming out è continuo e forzato, con problemi quotidiani. In quale bagno entrare? Capita che aspettino fuori per assicurarsi che non ci sia nessuno dentro, prima di entrare. Per evitare ed evitarsi imbarazzi... In quale fila mettersi per andare a votare? In quella che indica come corretta il loro documento o in quella che il loro aspetto fisico suggerirebbe? E se scelgono la prima opzione, come dovrebbero, e qualcuno gli fa notare che si sono messi in coda dalla parte sbagliata? Il risultato è che spesso scelgono di non votare – se di scelta si può parlare – e questo per anni, perché i processi di transizione che portano al cambio di documento sono lunghi, oltre che dolorosi e costosi. È il periodo di transizione quello in cui sono più esposti a violenze di ogni tipo, verbali, quando va bene, altrimenti fisiche. Ma per ferirli bastano anche solo gli sguardi.

                Piccoli, grandi drammi di vita quotidiana, che, oltre alle persone trans, ben conoscono le loro famiglie. Lo sanno bene Maria Rosaria, Alessandro e i loro tre figli, una famiglia che vive in un paese del Sud Italia. Dopo il primo maschietto, un secondo parto e sono arrivate due gemelle. Crescono ma, con il passar del tempo, le gemelle vivono difficoltà sempre più grandi, disagi, fino ad arrivare a tentativi di suicidio. Ora hanno 26 anni, sono Lorenzo e Dada, due persone trans, “sopravvissute al proprio corpo” – come ha detto una volta Lorenzo. Un corpo che le persone trans vivono come una gabbia, che intrappola il loro essere più profondo, che gli impedisce di esprimere la propria anima. Una gabbia di cui liberarsi. Costi quel che costi. Difficile capire chi non vive quell’esperienza e difficile spiegare. Abbiamo solo cercato di balbettare qualcosa, ripetendo le loro parole: gabbia, anima. E Dada parla della fede in un Dio, che non ha incontrato in nessuna Chiesa (con la parrocchia, che frequentava assiduamente, ha chiuso a 14 anni). Se l’è inventato o per quali vie misteriose l’ha trovato? Racconta di una preghiera che si fa danza. Il movimento di un corpo che ha ritrovato armonia, che si è liberato dalla “cacca” che gli avevano gettato addosso: un corpo bello, che ha rotto le catene e può finalmente esprimersi e che Dada sente accolto e guardato dal suo Dio con occhi di meraviglia.

                Le donne e le persone LGBT. C’è un’assonanza tra il vissuto delle persone LGBT e quello delle donne: discriminati e discriminate nella Chiesa e nella società per la loro natura. Se tutte le discriminazioni sono da biasimare – ci sono nella Chiesa persone e comunità che sono state e seguitano a essere emarginate per le loro idee e le loro scelte – le discriminazioni più inaccettabili, ammesso che sia lecita una classifica, sono quelle che colpiscono le persone per la loro identità, per ciò che sono, non per le loro scelte. È così per le donne e le persone LGBT.

                Emarginati ed emarginate dalla nascita. Perché donne. Perché persone LGBT. Omosessuali e trans non si diventa, non si sceglie di esserlo – chi mai farebbe una scelta che porta con sé così tante difficoltà, così tanto dolore! Omosessuali, trans si è, salvo che possono passare anni per dirselo, o magari può non bastare un’intera vita. Così ne hanno parlato nei nostri incontri alcune donne:

v  «Anche le donne, come le persone LGBT, hanno vissuto l’esperienza di dover recuperare se stesse, per riprendersi le proprie vite, troppo spesso sacrificate su qualche altare. L’esperienza di dover rimettere al centro l’amore per se stesse, per ridare senso alla propria esistenza e poterla vivere in pienezza».

v  «I problemi che da secoli ci sono nella Chiesa con le donne e con tutte le ‘differenze’ sono il prodotto di una cultura patriarcale, di una lettura stereotipata delle Scritture, che ha irrigidito l’Istituzione e raffreddato i cuori».

v  «Può aiutare verso un percorso di liberazione che si affianchino i cammini delle realtà emarginate, donne, persone LGBT, e che ci si avvicini alla teologia femminista: sono proprio le realtà emarginate a essere il motore del Sinodo».

v  «Occorre ripartire dalla base, dalle reali necessità delle persone per scardinare il modello patriarcale sia nella Chiesa che nella società».

L’esperienza dei genitori. Se le persone LGBT spesso sanno fin dall’infanzia quello che sono, la notizia il più delle volte arriva completamente inaspettata ai genitori: uno tsunami che si abbatte improvviso su di loro al momento del coming out, trovandoli impreparati. In preda all’angoscia e schiacciati dalla vergogna, spesso si rinchiudono nella disperazione e nella solitudine.

Una coppia di genitori ci racconta: «Seguendo l’invito che papa Francesco rivolgeva a tutta la Chiesa ad uscire per andare nelle periferie, ci stavamo interrogando verso quale periferia il Signore ci volesse mandare, quando improvvisamente e inaspettatamente la periferia ce la siamo ritrovata in casa, negli occhi rigati di lacrime di nostra figlia che ci confidava di essere lesbica

Lo shock è stato devastante, abbiamo dovuto sostenere una dura lotta fra quanto creduto, testimoniato, attuato per tanti anni e una realtà che conoscevamo poco ma verso la quale ci erano state instillate repulsione e condanna. Dura lotta fra due grandi amori che apparivano inconciliabili: quello verso nostra figlia e quello verso il Signore. Come poteva nostra figlia essere al di fuori di quel bellissimo progetto di amore che avevamo sperimentato nella nostra vita di sposi, come poteva non esserci spazio per lei nell’amore di Dio se non rinunciando a vivere una relazione d’amore così come fioriva in lei? C’è voluta una seconda lunga gestazione di nostra figlia per arrivare ad accoglierla in pienezza nella sua realtà. Guardandola ora e vedendo la sua relazione serena, ordinata, felice, sentiamo duri come paletti, i punti della dottrina posti dal magistero della Chiesa sui rapporti omosessuali, definiti come disordinati; la distanza fra la realtà che amiamo e la sua definizione dottrinale ci provoca un profondo disagio».

                Quelli tra i genitori che ce la fanno, spesso con l’aiuto di altri genitori che vivono la loro stessa esperienza, riescono a vincere la solitudine e rialzarsi. E tutto cambia.

v  «È compito di noi genitori testimoniare la benedizione che riceviamo dai nostri figli LGBT, per far capire il valore salvifico delle differenze».

v  «Per tanti anni siamo stati impegnati nella pastorale dei fidanzati; dopo il coming out di nostro figlio abbiamo iniziato un percorso di accompagnamento di coppie omoaffettive, per aiutarle nel loro cammino di costruzione della propria relazione d’amore».

Molte mamme, dopo una rielaborazione che può durare anche anni, rivivono come un secondo parto il giorno del coming out dei figli: ancora una volta la vita, facendosi strada con forza, rinasce dal dolore. E di rinascita si tratta. Per i loro figli e per loro.

                «Se c’è un inferno degli omosessuali, è lì che voglio andare» – è capitato di sentire mamme pronunciare queste parole. Forse perché in fondo in quell’inferno non ci credono. O forse perché con un Dio che condannasse i loro figli per le loro relazioni d’amore non vogliono avere nulla a che fare neanche loro. «Non sono interessato a un Dio che non faccia anche fiorire l’umano» – diceva Bonhoeffer. Certo è che per chi è pronto per amore ad andare all’inferno, non ci sono impedimenti che tengano. E se il cammino da personale diventa condiviso con altri/e, quel cammino è inarrestabile. Situazioni e contesti completamente diversi, ma rivengono in mente le madri di Plaza de Mayo. Alle une hanno toccato la vita dei figli, alle altre la vita eterna.

                Se i genitori, dopo che un figlio o una figlia trova il coraggio di svelarsi, per amore sono pronti a tutto, se tra lo sconforto e il pianto trovano spazio per lo studio, facendosi domande che non si erano mai posti prima, se arrivano a mettere in crisi le loro certezze, a buttar via pregiudizi, perché non chiedere altrettanto alla Chiesa, se la Chiesa è Madre?

                Il brano del Vangelo di Matteo, in cui Gesù cammina sulle acque e invita Pietro ad andargli incontro, racconta qualcosa del cammino dei genitori di ragazzi e ragazze LGBT. Investiti da una tempesta imprevista e improvvisa, vorrebbero arroccarsi sulla barca delle loro sicurezze, ma non gli è dato, e da quella barca sono scaraventati fuori. Sperimentano l’angoscia, annaspano, sentono il terreno mancare sotto i piedi. E iniziano così il loro cammino, là dove mai avrebbero pensato di dover e poter camminare, per sorprendersi a scoprire che, tenendosi per mano, è possibile non affondare.

                L’invito di Gesù, indubbiamente scomodo, ci riguarda tutti e tutte, è rivolto a Pietro e alla Chiesa tutta. Rimane lì, forte quanto inascoltato, a chiederci di lasciare la barca delle nostre sicurezze e andargli incontro sul mare. Perché è lì, nel mare, che il Signore ci aspetta.

Qual è il bagaglio di sicurezze da cui non riusciamo a staccarci e che tiene la Chiesa ancorata alla barca? Alleggerire quel bagaglio è la condizione per fare insieme un cammino davvero sinodale con tutto il Popolo di Dio, che non lasci fuori nessuno/a.

                La benedizione negata. Quella benedizione negata per le coppie LGBT dalla Congregazione per la Dottrina della Fede con il Responsum del febbraio 2021 seguita a far male.

«Il Sinodo deve aprirsi alla benedizione delle persone LGBT e di quelle che vivono situazioni difficili nelle periferie esistenziali, con attenzione non giudicante, riconoscendo il valore intrinseco di ogni persona e del suo modo di essere, di amare, riscoprendo la bellezza di Dio che la abita, perché ogni amore è bello e santo, e ci racconta qualcosa dell’amore di Dio».

                Ci sono genitori che, dopo la posizione espressa dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, hanno voluto scrivere insieme una preghiera, con cui dare la loro benedizione ai figli LGBT nel giorno della loro unione civile. Insieme a quei vescovi che si sono espressi in disaccordo rispetto al Responsum, c’è una gran parte del Popolo di Dio, laiche e laici, presbiteri, religiose e religiosi, che non scrive Responsa, ma che cammina insieme e che crede sia tempo che le coppie che vogliano celebrare il proprio amore e assumere l'impegno reciproco a una relazione stabile davanti alla propria comunità cristiana possano da essa ricevere una benedizione della loro unione. Se Gesù ci invita a benedire persino coloro che maledicono (Lc 6,28), con quale potere possiamo negare la benedizione a chi si ama?

                La pastorale. Guardando a ciò che è successo negli ultimi anni, va preso atto che nella pastorale si è fatto un passo avanti, c’è una crescita e una maggiore presenza dei gruppi LGBT nelle parrocchie rispetto al passato. Non che prima le persone LGBT non ci fossero, c’erano ma nascondevano la propria identità, e magari erano anche incoraggiate a nasconderla. La maggior parte viveva nell’isolamento, ma alcuni via via hanno iniziato a unirsi in gruppi, in piccole comunità, che restavano però nell’ombra, come i primi cristiani nelle catacombe. Queste esperienze hanno aiutato le persone a crescere, attraverso la socializzazione della propria comune condizione; a sanare la scissione dolorosa che vivevano tra la fede e la propria vita affettiva, la propria identità di genere, grazie anche allo studio dei testi biblici; a costruire relazioni serene di coppia. Esperienze comunitarie significative dal punto di vista spirituale ed ecclesiale, che però non trovavano ascolto, non avevano visibilità e diritto di asilo nella Chiesa.

                Il merito più grande per i progressi che vediamo oggi va a quel fiume carsico, a chi nella clandestinità ha combattuto la sua resistenza, tenendo accesa la luce della speranza. Ora sempre più persone LGBT, soprattutto tra i giovani, escono allo scoperto, fanno coming out, fanno testimonianza del loro vissuto, arricchiscono la comunità con il loro cammino di fede. E sempre di più stanno venendo fuori gruppi di genitori, a testimoniare il loro cambiamento di vita, per il quale qualcuno scomoda la parola conversione, dopo il coming out dei loro figli.

                Un grande fermento che c’è già dentro la Chiesa e che va alimentato da una comunità LGBT che si faccia sempre di più Popolo di Dio e gridi al dialogo, perché non si parli più delle persone LGBT ma con le persone LGBT, perché si vada verso una piena inclusione di individui, coppie, famiglie, che non è integrazione, assimilazione, né omologazione, ma riconoscimento dell’altro come membro a pieno titolo della comunità.

                «Nel percorso verso l’inclusione della minoranza LGBT nella Chiesa dovrebbero essere coinvolti, oltre ai singoli individui e alle coppie omosessuali, anche i rappresentanti dei gruppi di cristiani LGBT, la cui partecipazione attiva dovrebbe essere favorita nell’ambito delle iniziative diocesane ai vari livelli. Come collettori di storie e di esperienze, porterebbero la voce di tante persone dimenticate, di tanti che per timidezza o riservatezza preferiscono non apparire».

                «La pastorale con le persone LGBT la portiamo avanti da anni, viene fatta dal Popolo di Dio che è più avanti dell’Istituzione, con operatori e operatrici pastorali che superano di fatto i vincoli dottrinali. In questi percorsi emerge, dai gruppi LGBT, un mondo gioioso e aperto alla ricchezza delle differenze».

                «Se modalità pastorali particolari dedicate alle persone LGBT a volte rischiano di essere ghettizzanti, è anche vero però che nelle realtà più grandi c’è bisogno almeno inizialmente di gruppi dedicati. Ma una pastorale ‘particolare» è utile solo se inserita nella pastorale “generale”. E c’è bisogno di una pastorale sul tema LGBT nei confronti dei credenti per superare ignoranza e pregiudizio».

                Questo cambiamento nella pastorale, avvenuto soprattutto negli ultimi tempi con papa Francesco, ha in parte, ma solo in parte, arginato l’abbandono della Chiesa da parte delle persone LGBT che, sentendosi rifiutate, finiscono spesso per buttare via l’intero pacchetto: Dio - Chiesa. Se come Chiesa abbiamo ben motivo di interrogarci su questo abbandono, Dio sicuramente non lo merita!

«Quando nostro figlio a 16 anni ha parlato al parroco della sua omosessualità ha avuto in risposta l’allontanamento e la negazione della comunione. Questo ha portato prima lui e poi anche noi genitori ad allontanarci. Tra Chiesa e figlio, abbiamo scelto nostro figlio».

«Nell’adolescenza si è aperto per me un periodo di difficoltà, mi sentivo solo, sbagliato, incapace di vedere un disegno di amore per me: ho rifiutato Dio e non mi sono più sentito parte della Chiesa, che mi rifiutava per la mia sessualità».

                «Mio figlio e il suo compagno si sono allontanati dalla Chiesa dopo la posizione della gerarchia sul Ddl Zan; a volte vanno in Chiesa solo per accendere una candela, ma si sentono rifiutati».

                Alcuni si allontanano dalla Chiesa cattolica e proseguono il loro cammino di fede in Chiese evangeliche, dove si respira un’aria di accoglienza e inclusione. Alcuni gruppi portano avanti un cammino comune tra persone LGBT cattoliche ed evangeliche, a volte praticando l’ospitalità eucaristica: un ecumenismo di base, che potrebbe essere un riferimento per tutte le Chiese.

                C’è poi chi nella Chiesa cattolica resta, si sente a pieno titolo parte della Chiesa, nonostante i muri che alza la dottrina.

«L’esperienza che più ha rischiato di allontanarmi dalla Chiesa è stato il rifiuto da parte del vescovo e del rettore di ammettermi in seminario, dopo aver dichiarato loro il mio orientamento sessuale. Ora sono sereno, ma anche a distanza di anni ricordo l’incapacità da parte del vescovo di nominare le parole “gay / omosessuale / omosessualità”: si riferiva sempre a “quella tematica / problematica / questione difficile, ancora poco studiata e compresa a Roma”. Gli anni del discernimento sono serviti per capire che, andandomene, non avrei reso un buon servizio alla causa del Vangelo, alla gente, alla Chiesa».

                Ma l’esclusione nella Chiesa non riguarda solo le persone LGBT, sono messi ai margini, per motivi diversi, i separati, i divorziati, le donne, in generale tutti coloro che sono “fuori dal coro”. Sentiamo nostre tutte queste marginalità.

                Tra gli ostacoli che alimentano la diffidenza nei confronti delle persone LGBT c’è il tema della famiglia tradizionale. Perché le persone LGBT dovrebbero essere contro la famiglia – come in buona o in cattiva fede qualcuno afferma – e volere la sua distruzione? Sono famiglie tradizionali quelle in cui in stragrande maggioranza le persone LGBT nascono e crescono. Quello che desiderano, semmai, è poter essere accolte dalle loro famiglie, cosa che non sempre avviene. A volte giovanissimi vengono cacciati da casa. Non vogliono distruggere la famiglia tradizionale, ma vorrebbero poter affiancare a quella una loro famiglia, per forza di cose diversa; vorrebbero che il loro vissuto di famiglia venisse accettato. Ma perché mai questo dovrebbe togliere qualcosa alla famiglia tradizionale? Nel momento storico che stiamo vivendo le famiglie ne hanno tanti di problemi, ma tra questi non ci sono le persone LGBT. Sono altri i problemi da affrontare e su questi sarebbe bene concentrarsi. Cercare capri espiatori porta fuori strada, allontana la soluzione dei problemi, oltre che far male a chi come capro espiatorio è assunto.

                La conoscenza delle persone e delle loro storie di amore, di sofferenza, di gioia, di famiglia è ciò che fa la differenza: la diffidenza e la difficoltà sono superate nell’incontro.

                «Mi sono reso conto di essere omofobo finché non ho incontrato davvero le persone LGBT. Confessando ho cominciato a venire in contatto con i vissuti di persone LGBT e dei loro genitori. Questa esperienza mi ha cambiato e mi sono chiesto cosa potessi fare per loro».

                Se si parla per categorie, di omosessuali, trans… i pregiudizi e gli stereotipi hanno la meglio e portano fuori strada, ma se si chiamano le persone per nome, se ai nomi si associano volti, vissuti, le cose cambiano. Radicalmente. Il pregiudizio viene meno solo facendo esperienza della vita delle persone, mettendo in gioco i vissuti. Perché la conoscenza delle persone cambia il nostro sguardo su di loro e i nostri pensieri.

La dottrina. Senza dubbio la pastorale ha cambiato le cose, ma va detto chiaramente che non basta. C’è bisogno di cambiare la dottrina, che sicuramente fa parte di quel bagaglio di sicurezze, che inchioda la Chiesa e le impedisce di muoversi. È grande la sofferenza che provocano nelle persone LGBT e nei loro genitori le parole del catechismo: «Gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati».

«C’è un profondo scollamento tra la gerarchia e la Chiesa – Popolo di Dio. La Chiesa gerarchica ci fa sentire ai margini, come persone LGBT, ci fa sentire scomposti, i nostri amori sono disordinati, la nostra sessualità, i nostri corpi sono sbagliati».

«La dottrina è un peso enorme sulle nostre spalle, un macigno che ci schiaccia. E l’accoglienza non è gratuita: siamo sì accettati, ma solo se rinunciamo ad esprimere la nostra sessualità».

                Una corretta lettura storico-critica dei testi biblici, ci permette di capire e di trovare una spiegazione per quei versetti in cui vengono condannati gli atti omosessuali, calando quei testi nel contesto storico in cui sono stati scritti. Condanna di “atti omosessuali”, appunto, non dell’omosessualità, perché nulla si sapeva dell’omosessualità come la conosciamo oggi, grazie anche ai progressi della scienza. Non considerare queste nuove conoscenze, seguitando a parlare nel catechismo di atti omosessuali intrinsecamente disordinati, non trova giustificazioni, fa violenza sulle persone, le incolpa per ciò che sono, le umilia e tradisce il messaggio di amore e misericordia di Gesù. Non ci sono gli “atti”, ci sono le persone con la loro dignità, i loro amori e la loro sessualità, dono di Dio.

                Per sottolineare solo una delle tante storture a cui si arriva, c’è chi racconta che spesso i preti in confessionale tollerano le relazioni occasionali e condannano le relazioni stabili tra persone LGBT. Inutile soffermarsi sui danni enormi che ne conseguono.

                «L’accoglienza di una vita affettiva, concreta, in coppia, fa ancora difficoltà: finché ci si presenta come gay, magari in difficoltà o in processo di crescita, preti, suore e laici impegnati accolgono; accoglienza che invece fa difficoltà quando si inizia un cammino di coppia, che va a confliggere col magistero e con una tradizione secolare».

                «In confessione un prete mi ha detto di restare solo amico del compagno con cui mi sono unito civilmente: ho avuto compassione per lui e per la sua impreparazione ad affrontare questi temi».

                Ciò su cui dobbiamo interrogarci è il perché dell’insistenza ossessiva della Chiesa sul tema della sessualità, non solo dell’omosessualità. Con il risultato che la maggior parte delle persone associa istintivamente alla parola peccato l’idea di peccato sessuale. E talmente ampia e dettagliata è la casistica dei peccati sessuali che è davvero difficile non cadere in qualcuno dei divieti. Così, oltre a far diventare la sessualità motivo continuo di angoscia e senso di inadeguatezza, si finisce per sminuire il senso stesso della parola peccato. Per chi decide di buttare via il pacchetto completo di peccati sessuali, ignorandoli – tanto è impossibile non sbagliare… – il peccato finisce per non avere più nessun senso. E invece il peccato c’è, eccome se c’è, ci riguarda individualmente e come società, e va denunciato con forza: il peccato da cui liberarci è la prevaricazione, la prepotenza, la violenza, comunque mascherate.

                A prescindere se si tratti di una coppia eterosessuale o omosessuale, il peccato è dove c’è violenza e sopraffazione; il peccato sono i femminicidi, che la cronaca ci racconta quotidianamente. Dove c’è amore, dove c’è cura reciproca, rispetto dell’uno per l’altro/a non possiamo far altro che vedere l’espressione di quella scintilla del divino che abita ognuna e ognuno di noi. Oscurare anche solo una di quelle scintille significa oscurare la luce divina che esprime, unica, irripetibile. Se non riusciamo a vederla il problema è nei nostri occhi: dobbiamo curali.

Se l’accoglienza che offriamo nella Chiesa è un’accoglienza che chiede alle persone LGBT di mutilare una parte di sé, che impedisce loro la possibilità di esprimere la propria sessualità, non è un’accoglienza vera. Le persone LGBT sono cresciute in consapevolezza, non si accontentano più di essere tollerate, non vogliono l’elemosina. Chiedono un pieno riconoscimento, chiedono che il marchio della vergogna e del peccato impresso su di loro, sulla loro sessualità, sui loro rapporti d’amore venga cancellato.

                «Le comunità locali devono impegnarsi non a chiedere ma a pretendere l’inclusione di ogni realtà e di ogni periferia, per non tradire la fede stessa, per non peccare contro l’amore e la fratellanza / sororità, perché molte sono le sensibilità e le dignità calpestate».

                E c’è chi va oltre e non chiede, perché non riconosce a nessuno nella Chiesa il potere di concedere o negare.

                «Dobbiamo liberarci dalla dottrina, fare le cose giuste, seguendo il Vangelo, senza chiedere permesso. I cambiamenti avvengono partendo dalla base. Se le chiese si svuotano è perché non si suona la musica del Vangelo» – a dirlo è il papà di una ragazza lesbica.

«Prendiamoci la libertà di parlare, con coraggio, di acquisire nuovi linguaggi, nuovi gesti, capaci di esprimere una fede vissuta, senza chiedere il permesso: una grande parte dei credenti è già pronta».

                Quale cambiamento. Su questi temi c’è un grande bisogno di approfondimento nella Chiesa, di dialogo, di formazione degli operatori pastorali. L’ostacolo è culturale, di mentalità. «Molti preti omofobi non sono mostri, sono straordinari: a mancare è la formazione» – sono le parole di una ragazza lesbica. Formazione come elemento centrale di inclusione, e non solo destinata agli operatori pastorali, più in generale, è necessaria una formazione che porti all’assunzione di responsabilità da parte di tutti i cristiani. L’ignoranza non è una giustificazione, e se non si cerca di sanarla diventa un’ignoranza colpevole.

                Esperienze di formazione, con il coinvolgimento di parroci, suore, preti, operatori pastorali e alcuni vescovi, si stanno facendo strada, anche a livello nazionale. Si deve guardare a queste esperienze e farle crescere con il coinvolgimento di un numero sempre maggiore di operatori e operatrici pastorali.

                Certo, il cambiamento è faticoso, e di cambiamento le persone LGBT e i loro genitori se ne intendono. La loro esperienza testimonia però che quella fatica vale la pena farla. Hanno sofferto umiliazioni e sconfitte ma, quando ci sono riusciti, hanno ritrovato la gioia, la speranza, e riscoperto Dio. Un Dio diverso. Di quel Dio che gli era stato raccontato e dal cui giudizio si sentivano oppressi se ne sono liberati. Non sa parlare ai loro cuori e non gli fa più paura. Attraverso il cammino insieme e lo studio della Bibbia hanno incontrato il Dio di Gesù, un Dio che libera, che si capisce con gli esclusi e i perdenti, perché sa parlare la loro lingua, che si fa complice dei piccoli, che conta sulle pietre scartate perché diventino testate d’angolo, su cui costruire la casa, o quello che Gesù chiamava il Regno di Dio.

                E il cambiamento richiede coraggio. C’è la paura da parte della gerarchia di perdere credibilità e potere riconoscendo che la Chiesa ha sbagliato in ciò che ha detto per secoli sull’omosessualità e sulla sessualità. E si tratterebbe davvero di una perdita di potere, perché non c’è potere più grande di quello che si esercita attraverso il controllo sulle coscienze, utilizzando la sessualità come strumento. Se anche la Chiesa si spogliasse di tutti i suoi beni materiali, se rinunciasse a tutti i privilegi, ma seguitasse a tenere in mano la leva del controllo delle coscienze, avrebbe titolo per sedere tra i potenti della terra, che per questo si guarderebbero bene dall’inimicarsela.

                Ma quando Gesù dice: «Il mio regno non è di questo mondo» sceglie una regalità anomala. Non è il re dei potenti, non è il re dei troni che si avvalgono del sostegno degli altari. È il re degli emarginati e degli sconfitti. Un re che non cerca sudditi da tenere in pugno con la paura, ma discepoli liberi, che liberamente seguano il suo messaggio di amore. È questo il vero salto dalla barca, mettere a rischio un potere consolidato nei secoli per ritrovarsi senza più appigli, garanzie, certezze... Ma la fede non è una polizza di assicurazione, è un rischio, è un salto. Libera da ogni potere, la Chiesa sarebbe testimone coraggiosa del Vangelo, forte nello Spirito, indomabile da ogni potestà terrena. È da questa strada che passa la conversione.

                La nostra speranza. «Anche se il timore avrà sempre più argomenti tu scegli la speranza» – diceva Seneca. Noi abbiamo scelto la speranza. La speranza che il Sinodo possa essere vissuto come un dono da farci reciprocamente tutti e tutte nella Chiesa, per camminare e rinascere insieme. La speranza che la Chiesa chieda perdono alle persone LGBT per i carichi inauditi di sofferenza che ha posto sulle loro spalle, guardandole negli occhi e provando a sostenere il loro sguardo. Ora, sperando che il tempo non sia già scaduto. La speranza che la Chiesa tutta, riscoprendo la sua missione, possa «portare ai poveri il lieto annuncio, fasciare le piaghe dei cuori spezzati, proclamare la liberazione dei prigionieri, liberare gli oppressi, proclamare l’anno di grazia del Signore» (Isaia 61,1-2).

www.adista.it/articolo/68193

※※※※※※※※※※

CONSULTORI FAMILIARI CATTOLICI

Coppie verso il parto e paternità fragili, l’importanza di un supporto

Negli ultimi decenni la famiglia ha subito diverse pressioni a livello sociale e culturale ed è stata portatrice di vari cambiamenti sia nella sua costituzione formale, sono sempre più frequenti le famiglie ricostituite da nuclei familiari precedenti, sia nell’accogliere le novità, a volte anche le forzature, da parte di correnti sociali o “associazioni colorate” nel vedere riconosciuto “l’assetto familiare” a varie forme di relazione. Quanto osservato favorisce la riflessione che nonostante tutte le crisi, sociali, storiche, economiche, “essere famiglia” è un valore e indipendentemente dalle difficoltà e dalle mutazioni generazionali la famiglia è un sistema a cui si vuole appartenere e in cui si desidera crescere.

Nei prossimi giorni, dal 22 al 26 giugno, si celebrerà il 10° Incontro mondiale delle famiglie organizzato dalla diocesi di Roma e dal dicastero vaticano per Laici, famiglia e vita dal titolo “L’amore familiare: vocazione e via di santità”. L’obiettivo che si pone l’incontro, come è stato sottolineato, è di «far risaltare l’amore familiare come vocazione e via di santità, per comprendere e condividere il senso profondo e salvifico delle relazioni familiari nella vita quotidiana». L’incontro è stato pensato per favorire il coinvolgimento delle comunità diocesane di tutto il mondo e darà voce a testimonianze di famiglie sottolineando l’aspetto di missione e di vocazione cristiana nella famiglia.

La centralità della famiglia e l’ascolto di storie di vita quotidiana, con le difficoltà e le risorse a disposizione di ogni sistema familiare, è in sintonia con l’attività svolta del consultorio familiare diocesano “Al Quadraro”. Il consultorio è presente sul territorio romano dal 1993 e proprio in questo anno celebra il 10° anniversario del servizio di terapia familiare rivolto alle coppie e alle famiglie a sostegno del loro ciclo vitale. Tante e molteplici possono essere le difficoltà con cui una coppia e una famiglia si misura e richiede aiuto psicologico, per citarne alcune: la difficoltà di comunicazione; la nascita del primo figlio; la nascita di altri figli; la perdita di intimità e complicità che spesso viene assorbita dalla funzione genitoriale; le relazioni trigenerazionali ed in particolare la presenza di anziani ammalati a cui si presta assistenza; il verificarsi di eventi straordinari che incidono sugli equilibri come una malattia, la perdita del lavoro, una relazione extra-coniugale, etc.

Gli ultimi due anni, caratterizzati dalla pandemia ed ora anche da venti di guerra, hanno visto l’acuirsi delle difficolta coniugali e familiari per diversi motivi: da quelli di salute, a quelli economici, alle difficoltà dei figli non solo scolastiche ma anche emotive con la presenza di psicopatologia in alcuni casi caratterizzati da ritiro sociale, da abbandono scolastico fino a casi più gravi con la presenza di tentativi di suicidio.

                Essere al fianco delle coppie e delle famiglie, considerando la realtà storica e culturale che viviamo, è per il consultorio una realtà quotidiana oltre che una mission sempre più urgente che ha sollecitato la riflessione e a seguire la progettazione di servizi specifici e multidisciplinari a disposizione di chi si rivolge per un aiuto. Durante quest’anno sono ripartiti i corsi in preparazione alla nascita, in presenza, reintroducendo l’incontro con il terapeuta familiare puntando il focus sulla formazione della famiglia, nel passaggio “da due a tre”. La coppia viene sollecitata a riflettere su varie tematiche: la prima riflessione verte su cosa vorrebbero o non vorrebbero trasmettere ai propri figli della propria famiglia d’origine non solo in termini fenotipici, caratteri genetici, ma anche rispetto al sistema di valori e le caratteristiche di personalità dei propri genitori e parenti; la seconda riflessione è sulla coppia nella propria funzione genitoriale e su ciò che vorrebbero riproporre come modalità dei propri genitori e ciò di cui avrebbero paura o timore; la terza è sulla realizzazione grafica del proprio geno gramma (strumento utilizzato in terapia familiare) che permette di vedere le dinamiche relazionali e le caratteristiche dei diversi componenti della propria famiglia considerando tre generazioni. La ricchezza del geno gramma permette di vedere ad esempio come un sistema si organizza, se ci sono degli eventi concomitanti ad esempio delle nascite in prossimità di decessi, la presenza di miti familiari o di “personaggi” di cui si raccontano storie e che hanno inciso ad esempio nonni che in tempo di guerra sono partiti per l’estero, zii chiamati “pecore nere”, ecc. Tale incontro vuole gettare un ponte tra la propria storia e quella che si andrà formando con il partner nella creazione di una nuova famiglia, con un’ottica di prevenzione.

                Un servizio attivato nell’ultimo anno riguarda la paternità fragile ossia la possibilità di intervenire accogliendo padri separati o in via di separazione che desiderano lavorare sulla propria sofferenza correlata all’evento traumatico. Il focus è rivolto sia a ciò che riguarda il vissuto di fallimento relazionale sia su come sostenere la funzione genitoriale nonostante l’evento della separazione: potenziando le risorse a disposizione o attivandone altre nell’ottica del sostegno al cambiamento.

Altri progetti in cantiere riguardano la presenza di un osservatorio permanente sugli adolescenti considerando l’aumento di richiesta delle consulenze sia da parte degli adolescenti sia da parte dei familiari in correlazione alla preoccupazione sui figli. Crediamo fortemente che aiutare le coppie e le famiglie sia centrale per una società che voglia resistere alle difficoltà, alle crisi e che sia orientata a crescere nel benessere dei singoli membri, del sistema familiare e produca un effetto positivo su tutta la società, vorremmo che la stessa serietà venga posta dalle istituzioni e dalla politica che spesso delegano, perdendo l’occasione di essere incisivi sul vivere sociale.

Laura Boccanera*,  Romasette 13 giugno 2022

*psicologa e psicoterapeuta familiare  consultorio diocesano “Al Quadraro

※※※※※※※※※※

DALLA NAVATA

SS. Corpo e sangue di Cristo – anno C

Genesi                                    14, 18. i giorni, Melchìsedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram

Salmo                                   109, 03. A te il principato nel giorno della tua potenza tra santi splendori; dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato.

Paolo 1Corinzi                     11, 26. Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga

Luca                                         09, 11. In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.

 

Quel dono del «pane» per tutti e insieme

(...) Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C'erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà (...)

                Mandali via, è sera ormai, e siamo in un luogo deserto. Gli apostoli si preoccupano per la folla, ne condividono la fame, ma non vedono soluzioni: «lascia che ciascuno vada a risolversi i suoi problemi, come può, dove può». Ma Gesù non ha mai mandato via nessuno. Anzi vuole fare di quel luogo deserto una casa calda di pane e di affetto. E condividendo la fame dell'uomo, condivide il volto del Padre: “alcuni uomini hanno così tanta fame, che per loro Dio non può avere che la forma di un pane” (Gandhi). E allora imprime un improvviso cambio di direzione al racconto, attraverso una richiesta illogica ai suoi: Date loro voi stessi da mangiare. Un verbo semplice, asciutto, concreto: date. Nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con un altro verbo, fattivo, di mani: dare (Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio (Gv 3,16), non c'è amore più grande che dare la vita per i propri amici (Gv 15,13).

Ma è una richiesta impossibile: non abbiamo che cinque pani e due pesci. Un pane per ogni mille persone e due pesciolini: è poco, quasi niente, non basta neppure per la nostra cena. Ma il Signore vuole che nei suoi discepoli metta radici il suo coraggio e il miracolo del dono. C'è pane sulla terra a sufficienza per la fame di tutti, ma non è sufficiente per l'avidità di pochi. Eppure chi dona non diventa mai povero. La vita vive di vita donata-.

Fateli sedere a gruppi. Nessuno da solo, tutti dentro un cerchio, tutti dentro un legame; seduti, come si fa per una cena importante; fianco a fianco, come per una cena in famiglia: primo passo per entrare nel gioco divino del dono. Fuori, non c'è altro che una tavola d'erba, primo altare del vangelo, e il lago sullo sfondo con la sua abside azzurra. La sorpresa di quella sera è che poco pane condiviso tra tutti, che passa di mano in mano e ne rimane in ogni mano, diventa sufficiente, si moltiplica in pane in-finito. La sorpresa è vedere che la fine della fame non consiste nel mangiare da solo, a sazietà, il mio pane, ma nello spartire il poco che ho, e non importa cosa: due pesci, un bicchiere d'acqua fresca, olio e vino sulle ferite, un po' di tempo e un po' di cuore, una carezza amorevole.

Sento che questa è la grande parola del pane, che il nostro compito nella vita sa di pane: non andarcene da questa terra senza essere prima diventati pezzo di pane buono per la vita e la pace di qualcuno. Tutti mangiarono a sazietà. Quel “tutti” è importante. Sono bambini, donne, uomini. Sono santi e peccatori, sinceri o bugiardi, nessuno escluso, donne di Samaria con cinque mariti e altrettanti fallimenti, nessuno escluso. Prodigiosa moltiplicazione: non del pane ma del cuore.

www.avvenire.it/rubriche/pagine/quel-donodel-pane-per-tuttie-insieme

※※※※※※※※※※

ECUMENISMO

L’ecumenismo è morto? Viva l’ecumenismo

Ben raramente, come nelle ultime settimane, si è discusso pubblicamente di ecumenismo, sulla scia della catastrofe ucraina: abbiamo registrato prese di posizione da più parti, articoli sui quotidiani (!), un gran numero di interventi in rete, il più delle volte per denunciarne – comprensibilmente – la profonda crisi. Talvolta, persino la conclamata inutilità o addirittura la dannosità, sullo sfondo del traumatico palcoscenico bellico. Su Repubblica è comparso un titolo definitivo («La fine dell’ecumenismo», il 27 aprile scorso, a firma di Alberto Melloni, che riferisce in maniera preoccupata delle macerie in cui sarebbe ridotto «quel desiderio di unità visibile che aveva percorso il cristianesimo da fine Ottocento»); ma non sono mancate le tonalità ironiche, al limite del sarcasmo, ad esempio quando ci si è avventurati a tratteggiare la controversa figura del patriarca di Mosca, Kirill. In primo luogo occorre notare che la cosa appare a dir poco curiosa, perché non va dimenticato che l’ecumenismo è in genere il parente povero nelle discipline teologiche, come è facile verificare spulciando nei curricula delle facoltà e degli istituti di scienze religiose. Ma anche, ahinoi, nell’investimento pastorale rarefatto al riguardo, da parte di chiese locali e diocesi, salvo felici eccezioni. Lo scrivo – si badi – non per accusare chicchessia di lesa maestà nei confronti del dialogo fra le chiese cristiane, ma per corroborare la seguente tesi: dovremmo semmai ripartire dagli eventi di questi mesi, dal mancato incontro fra lo stesso Kirill e papa Francesco a Gerusalemme, previsto per giugno 2022, ma anche e soprattutto dalle ragioni dell’avvenuta rottura fra le chiese sorelle di Mosca e Costantinopoli, la Terza Roma e il Patriarcato ecumenico, che ha provocato una situazione drammatica, che ha il sapore amaro dello scisma interno e le cui radici vengono da lontano, per riflettere sulla necessità – agli occhi degli addetti ai lavori, sempre più evidente – di un nuovo, maggiore e diverso slancio ecumenico.

A sessant’anni giusti dall’avvio del Vaticano II, che per la chiesa cattolica rappresentò la prima tappa di uno sguardo inedito verso gli altri mondi cristiani, con il decreto Unitatis redintegratio (1964); a quindici dalla terza Assemblea ecumenica europea (a Sibiu, Romania, nel 2007), ultimo appuntamento congiunto fra Ccee (Consiglio delle conferenze episcopali europee) e Kek (Conferenza delle Chiese europee), una joint venture che vanta fra l’altro la stesura di una Charta Œcumenica continentale, firmata a Strasburgo nel 2001 da tutte le chiese europee.

Purtroppo, rimasta lettera in buona sostanza morta, a dispetto delle aspettative createsi nell’occasione.

Quel vangelo che disarma i cuori. Per comprendere la portata della questione, è necessario evidenziare una volta di più – questa rubrica l’ha ricordato spesso – che si tratta di un tema cruciale per l’identità stessa della Chiesa. L’unità dei credenti in Cristo, infatti, non è soltanto una delle fondamentali notes Ecclesiæ, presente nel primo credo cristiano stilato al concilio di Nicea nel 325 («Credo la Chiesa, una santa cattolica e apostolica»), ma anche il requisito forse più decisivo in vista di una testimonianza credibile del vangelo nel tempo attuale che registra l’es-culturazione del cristianesimo dagli scenari culturali europei (C. Theobald). Come possiamo essere fratelli tutti – sulla linea dell’enciclica del 2022 di papa Francesco – se non ci sentiamo e non viviamo, noi cristiani delle varie confessioni, da fratelli e sorelle, pur essendo fondati sullo stesso battesimo e sullo stesso credo, nonché fiduciosi nella stessa parola di Gesù contenuta nelle stesse Scritture? Ecco perché l’ecumenismo dovrebbe uscire dagli scaffali degli specialisti per entrare stabilmente negli ordini del giorno dei consigli parrocchiali, dei movimenti ecclesiali, dell’attuale Cammino sinodale, di quella che si dice(va) la pastorale ordinaria; ed ecco perché il nostro sguardo sulla storia della Chiesa dovrebbe costantemente comprendere il punto di vista dell’altro, degli altri cristiani e delle altre chiese.

Vasto programma? Certo, ma anche impellente. Non più dilazionabile. Ne è convinto lo stesso Bergoglio, che per l’ennesima volta lo scorso 6 maggio – parlando al Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani – si è espresso nel merito in termini perentori: «Nel secolo scorso, la consapevolezza che lo scandalo della divisione dei cristiani avesse un peso storico nel generare il male che ha avvelenato il mondo di lutti e ingiustizie aveva mosso le comunità credenti, sotto la guida dello Spirito Santo, a desiderare l’unità per cui il Signore ha pregato e ha dato la vita». E ancora: «Oggi, di fronte alla barbarie della guerra, questo anelito all’unità va nuovamente alimentato. L’annuncio del vangelo della pace, quel vangelo che disarma i cuori prima ancora che gli eserciti sarà più credibile solo se annunciato da cristiani finalmente riconciliati in Gesù, Principe della pace; cristiani animati dal suo messaggio di amore e fraternità universale, che travalica i confini della propria comunità e della propria nazione».

Difficile dirlo meglio, e più chiaramente.

Non possiamo non dirci ecumenici. Ma qual è la situazione odierna, al netto delle turbolenze in atto? È noto che, a proposito dello stato di salute dell’ecumenismo, è da tempo invalsa nei commentatori l’abitudine di ricorrere a immagini meteorologiche, per cui si è a lungo parlato dell’inverno ecumenico, o almeno di un autunno quanto meno grigio, seguito alla primavera densa di speranze (anzi, alla vera e propria euforia ecumenica) che caratterizzò la stagione conciliare e i suoi immediati dintorni. Quando diversi fattori incisero nelle coscienze di tanti cristiani, singoli o riuniti in gruppo, delle più svariate confessioni, fino a immaginare prossimo il momento in cui la Chiesa sarebbe tornata (meglio che diventata!) una: la pressione di base di numerose comunità ecclesiali, una buona elaborazione teologica in progress, ma anche il clima internazionale degli anni Sessanta e Settanta, ben disposto alla ricerca della pace e della giustizia su scala planetaria, oltre che al superamento delle discriminazioni fra i popoli e all’interno delle singole nazioni. Non andò così. Anzi, i successivi e impetuosi processi di globalizzazione, resi obsoleti i classici strumenti di analisi sociopolitica, concorreranno a produrre un pianeta ancor più chiuso e squilibrato, preda di reciproche paure e diffidenze, incapace di guardare positivamente al futuro e – soprattutto a partire dalla tragedia dell’11 settembre 2001 – convinto in molte sue componenti di stare vivendo un autentico scontro di civiltà. In cui anche i rinnovati protagonismi in ambito sociale e politico delle compagini religiose (la rivincita di Dio constatata da Gilles Kepel ¤1955 nel 1991), più che favorire dinamiche di vicendevole accoglienza e di incontro amorevole, hanno finito per alimentare il proliferare di chiusure identitarie e fondamentalismi violenti.

Da più parti, così, si è cominciato a riferire di un’epoca post-ecumenica… Fino all’oggi.

Quando, a monte, si continua coraggiosamente a ripetere che, in un mondo globalizzato e in crisi su più fronti ivi compreso quello pandemico, così come gli italiani, crocianamente, non possono non dirsi cristiani, su un versante più vasto non possiamo non dirci ecumenici; ma a valle si stenta a trovare, da parte degli attori coinvolti, un linguaggio comune e una traiettoria condivisa per tradurre nel concreto le spinte (in calo, ma ancora diffuse, come testimonia l’esperienza italiana del Segretariato Attività Ecumeniche) provenienti dal basso.

Il teologo evangelico Oscar Cullmann (1902-1999), peraltro, già decenni or sono sosteneva che l’impazienza ecumenica – «le cose non progrediscono abbastanza celermente» – avrebbe potuto rivelarsi persino nociva alla causa dell’unità, rischiando di sottovalutare i progressi vissuti, «sorprendenti e irreversibili dopo una separazione di molti secoli». Per questo, potremmo dire che tutto (o almeno molto!) dipende dal punto di osservazione che assumiamo per valutare la fase odierna. In ogni caso, e a dispetto di ogni comprensibile lamento sulle sue innegabili battute d’arresto, non si può non tener conto del fatto che parecchio di quanto si è riusciti a conseguire con grande fatica nel convivere dei cristiani è divenuto ovvio, naturale. Ad esempio, i leader delle chiese si esprimono non di rado insieme su questioni sociopolitiche ed etiche, si celebrano a una sola voce le giornate del dialogo con gli ebrei e i musulmani, le comunità si riuniscono per funzioni comuni, e coppie di sposi di confessione mista pronunciano il fatidico sì in liturgie ben studiate e sempre meno sorprendenti.

Il suo successo maggiore – alla fine – sta nel fatto che l’idea ecumenica non sia rimasta solo un’idea sulla carta, ma ha assunto forme di vita. Anche l’ecumenismo istituzionalizzato, che pure appare affaticato e viene messo in discussione, è in grado, nonostante tutto, di esibire una storia di discreti successi. Nel complesso, perciò, il bilancio, senza dimenticare non poche questioni ancora inevase e altrettanti problemi irrisolti, a cominciare dall’assenza di una intercomunione riconosciuta da tutte le chiese, può dirsi senz’altro positivo.

L’ecumenismo del futuro. No, l’ecumenismo non si è definitivamente esaurito, e non stiamo attraversando la sua era glaciale, a scapito degli indizi che ci potrebbero spingere a pensarlo. Il dialogo, piuttosto, sta cambiando di forma, di stile, di metodo, e non è sempre facile riconoscerne la positiva trasformazione nel cuore di una crisi indubbia che però è una crisi di crescita, destinata a farci fare, mi auguro, ulteriori passi in avanti. Esso, è stato scritto autorevolmente, «non è soltanto un metodo esterno o addirittura una strategia della politica ecclesiale»; «non consiste solo in riflessioni sofisticate e in uno scambio di idee, ma è piuttosto un’espressione della struttura dialogica dell’esistenza umana e della percezione della verità» (card. W. Kasper 1933). Personalmente, credo – come ogni cristiano, immagino – la Chiesa una, sancta, catholica et apostolica. Vale a dire, credo e confesso che l’unità esista primariamente in Cristo, nel quale «non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina» (Gal 3,28), né, potremmo aggiungere, cattolico né protestante né ortodosso e neppure pentecostale, perché «tutti noi siamo uno in Cristo Gesù» (ivi).

Se l’ecumenismo ha un futuro – e dovrà averlo! – siamo chiamati a immaginarlo, coniugando pazienza, creatività, fantasia e audacia. Nella consapevolezza che, con ogni probabilità, le forme storiche del dialogo ecumenico che abbiamo conosciuto nel corso del Novecento si sono definitivamente esaurite; e che è necessario andare oltre.

In che direzione? La fluidità delle appartenenze confessionali, le alleanze trasversali che continuano a formarsi sulle più svariate tematiche, la novità ormai consolidata del proliferare di chiese indipendenti e di cristiani sempre più indisponibili a riconoscersi in una o nell’altra chiesa storica, e molti altri mutamenti in corso, richiedono uno sforzo culturale, e il coraggio di abbandonare presunte sicurezze. Ho un sogno, per il movimento ecumenico. Quello di uscire sempre più dalla cerchia degli addetti ai lavori e di fare opera di benefico contagio nelle piazze, nelle agorà, nei luoghi di socializzazione, e – perché no? – sul Web. Quello di una costituente ecumenica che – senza ripudiare l’itinerario fin qui tracciato dal movimento ecumenico del ventesimo secolo – si mostri in grado di adottare linguaggi, stili, percorsi innovativi di ascolto fraterno. Per così dire: laici. Anche perché, se si vuole che il cristianesimo continui a vivere e a crescere, proiettato nel XXI secolo ormai avanzato, occorre imparare a ringraziare Dio per i grandi doni che ha fatto a tutte le chiese, a tutte le religioni, a tutte le donne e tutti gli uomini che Egli ama; ed evitare soprattutto due tentazioni.

Da una parte, quella di rinchiudersi in un ghetto, puntando a ricreare l’ideale della cristianità del passato, ormai esauritasi, come ci avvisa da tempo lo stesso papa Francesco; dall’altra, quella di assimilarsi completamente alla società in cui si vive, finendo per essere succubi di una cultura ormai definitivamente secolarizzata. E dunque, come sostiene Timothy Radcliffe (¤1945, teologo domenicano), «dobbiamo stare con le persone, condividere i loro problemi, porci al loro fianco in ascolto del vangelo e degli insegnamenti della chiesa, e solo allora potremo andare a scoprire insieme una parola che deve

essere condivisa».

Brunetto Salvarani          “Rocca” n. 12   15 giugno 2022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220613salvarani.pdf

※※※※※※※※※※※

FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

Papa Francesco in conversazione con i direttori delle riviste culturali europee dei gesuiti

19 maggio 2022. «Benvenuti! Vedete? Sono nella mia nuova sedia gestatoria», scherza il Papa, alludendo al fatto che è sulla sedia a rotelle a causa dei dolori al ginocchio. Francesco ha salutato personalmente, uno per uno, i direttori delle riviste culturali europee della Compagnia di Gesù raccolti in udienza presso la Biblioteca privata del Palazzo apostolico.

Erano in tutto dieci: p. Stefan Kiechle di «Stimmen der Zeit» (Germania), Lucienne Bittar di «Choisir» (Svizzera), p. Ulf Jonsson di «Signum» (Svezia), p. Jaime Tatay di «Razón y fe» (Spagna), p. José Frazão Correia di «Brotéria» (Portogallo), p. Paweł Kosiński di «Deon» (Polonia), p. Arpad Hovarth di «A Szív» (Ungheria), Robert Mesaros di «Viera a život» (Slovacchia), Frances Murphy di «Thinking Faith» (Regno Unito) e p. Antonio Spadaro de «La Civiltà Cattolica» (Italia). Tre direttori erano laici, di cui due donne (per la rivista svizzera e quella inglese). Gli altri erano gesuiti. All’udienza ha partecipato anche il Preposito generale della Compagnia di Gesù, padre Arturo Sosa.

 

 «Non ho preparato un discorso – esordisce il Papa –, quindi, se volete, fate domande. Se dialoghiamo, il nostro incontro sarà più ricco».

Santo Padre, grazie per questo incontro. Qual è il significato e la missione delle riviste della Compagnia di Gesù? Ha una missione da darci?

Non è facile dare una risposta netta e precisa. In generale, ovviamente, credo che la missione di una rivista culturale sia quella di comunicare. Io però aggiungerei di comunicare nel modo più incarnato possibile, personale, senza perdere il rapporto con la realtà e le persone, il «faccia a faccia». Con questo intendo dire che non basta comunicare idee: non è sufficiente. Occorre comunicare idee che provengono dall’esperienza. Questo per me è molto importante. Le idee devono venire dall’esperienza.

Prendiamo l’esempio delle eresie, sia che esse siano teologiche sia che siano umane, perché ci sono anche eresie umane. A mio parere, un’eresia nasce quando l’idea è scollegata dalla realtà umana. Da qui la frase che qualcuno ha detto – Chesterton, se ben ricordo – che «l’eresia è un’idea impazzita». È impazzita perché ha perso la sua radice umana.

La Compagnia di Gesù non deve essere interessata a comunicare idee astratte. È interessata, invece, a comunicare le esperienze umane attraverso idee e ragionamenti: esperienza, dunque. Le idee vengono discusse. La discussione è cosa buona, ma per me non è sufficiente. È la realtà umana che si discerne. Il discernimento è quel che conta veramente. La missione di una pubblicazione gesuita non può essere solamente quella di discutere, ma deve essere soprattutto quella di aiutare il discernimento che porta all’azione.

E, a volte, per poter discernere bisogna lanciare una pietra! Se si lancia una pietra, le acque si agitano, tutto si muove e si può discernere. Ma se invece di lanciare una pietra, si lancia… un’equazione matematica, un teorema, allora non ci sarà alcun movimento, e dunque nessun discernimento.

Notate che questo fenomeno delle idee astratte sull’umano è antico. Ha caratterizzato, per esempio, la scolastica decadente, una teologia di pure idee, totalmente distante dalla realtà della salvezza, che è l’incontro con Gesù Cristo. Ecco perché una rivista culturale deve lavorare sulla realtà, che è sempre superiore all’idea. E se la real­tà è scandalosa, ancora meglio.

Ad esempio, di recente ho incontrato il «Gruppo Santa Marta» che lavora sulla scandalosa realtà della tratta di esseri umani. E questo ci commuove, ci tocca e ci fa andare avanti. D’altra parte, invece, le idee astratte sulla schiavitù delle persone non commuovono nessuno. Bisogna partire dall’esperienza e dal suo racconto.  Questo è il principio che volevo dirvi e che vi ho raccomandato: che la realtà è superiore all’idea, e quindi bisogna dare idee e riflessioni che nascono dalla realtà. Quando si entra nel mondo delle sole idee e ci si allontana dalla realtà, si finisce nel ridicolo. Le idee si discutono, la realtà si discerne. Il discernimento è il carisma della Compagnia. A mio avviso, è il primo carisma della Compagnia ed è ciò su cui la Compagnia deve continuare a concentrarsi, anche nel portare avanti le riviste culturali. Devono essere riviste che aiutino e promuovano il discernimento.

La Compagnia è presente in Ucraina, parte della mia Provincia. Stiamo vivendo una guerra di aggressione. Noi ne scriviamo sulle nostre riviste. Quali sono i suoi consigli per comunicare la situazione che stiamo vivendo? Come possiamo contribuire a un futuro di pace?

            Per rispondere a questa domanda dobbiamo allontanarci dal normale schema di «Cappuccetto rosso»: Cappuccetto rosso era buona e il lupo era il cattivo. Qui non ci sono buoni e cattivi metafisici, in modo astratto. Sta emergendo qualcosa di globale, con elementi che sono molto intrecciati tra di loro. Un paio di mesi prima dell’inizio della guerra ho incontrato un capo di Stato, un uomo saggio, che parla poco, davvero molto saggio. E dopo aver parlato delle cose di cui voleva parlare, mi ha detto che era molto preoccupato per come si stava muovendo la Nato. Gli ho chiesto perché, e mi ha risposto: «Stanno abbaiando alle porte della Russia. E non capiscono che i russi sono imperiali e non permettono a nessuna potenza straniera di avvicinarsi a loro». Ha concluso: «La situazione potrebbe portare alla guerra». Questa era la sua opinione. Il 24 febbraio è iniziata la guerra. Quel capo di Stato ha saputo leggere i segni di quel che stava avvenendo.

                Quello che stiamo vedendo è la brutalità e la ferocia con cui questa guerra viene portata avanti dalle truppe, generalmente mercenarie, utilizzate dai russi. E i russi, in realtà, preferiscono mandare avanti ceceni, siriani, mercenari. Ma il pericolo è che vediamo solo questo, che è mostruoso, e non vediamo l’intero dramma che si sta svolgendo dietro questa guerra, che è stata forse in qualche modo o provocata o non impedita. E registro l’interesse di testare e vendere armi. È molto triste, ma in fondo è proprio questo a essere in gioco.

                Qualcuno può dirmi a questo punto: ma lei è a favore di Putin! No, non lo sono. Sarebbe semplicistico ed errato affermare una cosa del genere. Sono semplicemente contrario a ridurre la complessità alla distinzione tra i buoni e i cattivi, senza ragionare su radici e interessi, che sono molto complessi. Mentre vediamo la ferocia, la crudeltà delle truppe russe, non dobbiamo dimenticare i problemi per provare a risolverli.

                È pure vero che i russi pensavano che tutto sarebbe finito in una settimana. Ma hanno sbagliato i calcoli. Hanno trovato un popolo coraggioso, un popolo che sta lottando per sopravvivere e che ha una storia di lotta.

                Devo pure aggiungere che quello che sta succedendo ora in Ucraina noi lo vediamo così perché è più vicino a noi e tocca di più la nostra sensibilità. Ma ci sono altri Paesi lontani – pensiamo ad alcune zone dell’Africa, al nord della Nigeria, al nord del Congo – dove la guerra è ancora in corso e nessuno se ne cura. Pensate al Ruanda di 25 anni fa. Pensiamo al Myanmar e ai Rohingya. Il mondo è in guerra. Qualche anno fa mi è venuto in mente di dire che stiamo vivendo la terza guerra mondiale a pezzi e a bocconi. Ecco, per me oggi la terza guerra mondiale è stata dichiarata. E questo è un aspetto che dovrebbe farci riflettere. Che cosa sta succedendo all’umanità che in un secolo ha avuto tre guerre mondiali? Io vivo la prima guerra nel ricordo di mio nonno sul Piave. E poi la seconda e ora la terza. E questo è un male per l’umanità, una calamità. Bisogna pensare che in un secolo si sono susseguite tre guerre mondiali, con tutto il commercio di armi che c’è dietro!

                Pochi anni fa c’è stata la commemorazione del 60° anniversario dello sbarco in Normandia. E molti capi di Stato e di governo hanno festeggiato la vittoria. Nessuno si è ricordato delle decine di migliaia di giovani che sono morti sulla spiaggia in quella occasione. Quando sono andato a Redipuglia nel 2014 per il centenario della guerra mondiale – vi faccio una confidenza personale –, ho pianto quando ho visto l’età dei soldati caduti. Quando, qualche anno dopo, il 2 novembre – ogni 2 novembre visito un cimitero – sono andato ad Anzio, anche lì ho pianto quando ho visto l’età di questi soldati caduti. L’anno scorso sono andato al cimitero francese, e le tombe dei ragazzi – cristiani o islamici, perché i francesi mandavano a combattere anche quelli del Nord Africa –, erano anche di giovani di 20, 22, 24 anni.

                Perché vi dico queste cose? Perché vorrei che le vostre riviste affrontassero il lato umano della guerra. Vorrei che le vostre riviste facessero capire il dramma umano della guerra. Va benissimo fare un calcolo geopolitico, studiare a fondo le cose. Lo dovete fare, perché è vostro compito. Però cercate pure di trasmettere il dramma umano della guerra. Il dramma umano di quei cimiteri, il dramma umano delle spiagge della Normandia o di Anzio, il dramma umano di una donna alla cui porta bussa il postino e che riceve una lettera con la quale la si ringrazia per aver dato un figlio alla patria, che è un eroe della patria… E così rimane sola. Riflettere su questo aiuterebbe molto l’umanità e la Chiesa. Fate le vostre riflessioni socio-politiche, senza però trascurare la riflessione umana sulla guerra.

                Torniamo all’Ucraina. Tutti aprono il loro cuore ai rifugiati, agli esuli ucraini, che di solito sono donne e bambini. Gli uomini sono rimasti a combattere. All’udienza della scorsa settimana, due mogli di soldati ucraini che si trovavano nell’acciaieria Azovstal sono venute a chiedermi di intercedere perché fossero salvati. Noi tutti siamo davvero sensibili a queste situazioni drammatiche. Sono donne con bambini, i cui mariti stanno combattendo laggiù. Donne giovani. Ma io mi chiedo: cosa accadrà quando l’entusiasmo di aiutare passerà? Perché le cose si stanno raffreddando, chi si prenderà cura di queste donne? Dobbiamo guardare oltre l’azione concreta del momento, e vedere come le sosterremo affinché non cadano nella tratta, non vengano usate, perché gli avvoltoi stanno già girando.

                L’Ucraina è esperta nel subire schiavitù e guerre. È un Paese ricco, che è sempre stato tagliato, fatto a pezzi dalla volontà di chi ha voluto impossessarsene per sfruttarlo. È come se la storia avesse predisposto l’Ucraina a essere un Paese eroico. Vedere questo eroismo ci tocca il cuore. Un eroismo che si sposa con la tenerezza! Infatti, quando arrivarono i primi giovani soldati russi – poi inviarono dei mercenari –, mandati a fare un’«operazione militare», come dicevano, senza sapere che sarebbero andati in guerra, furono le stesse donne ucraine a prendersi cura di loro quando si arresero. Grande umanità, grande tenerezza. Donne coraggiose. Persone coraggiose. Un popolo che non ha paura di combattere. Un popolo laborioso e allo stesso tempo orgoglioso della propria terra. Teniamo presente l’identità ucraina in questo momento. È questo che ci commuove: vedere un tale eroismo. Vorrei davvero sottolineare questo punto: l’eroismo del popolo ucraino. Quella che è sotto i nostri occhi è una situazione di guerra mondiale, di interessi globali, di vendita di armi e di appropriazione geopolitica, che sta martirizzando un popolo eroico.

                Vorrei aggiungere un altro elemento. Ho avuto una conversazione di 40 minuti con il patriarca Kirill. Nella prima parte mi ha letto una dichiarazione in cui dava i motivi per giustificare la guerra. Quando ha finito, sono intervenuto e gli ho detto: «Fratello, noi non siamo chierici di Stato, siamo pastori del popolo». Avrei dovuto incontrarlo il 14 giugno a Gerusalemme, per parlare delle nostre cose. Ma con la guerra, di comune accordo, abbiamo deciso di rimandare l’incontro a una data successiva, in modo che il nostro dialogo non venisse frainteso. Spero di incontrarlo in occasione di un’assemblea generale in Kazakistan, a settembre. Spero di poterlo salutare e parlare un po’ con lui in quanto pastore.

Quali segni di rinnovamento spirituale vede nella Chiesa? Ne vede? Ci sono segni di vita nuova, fresca?

                È molto difficile vedere un rinnovamento spirituale usando schemi molto antiquati. Bisogna rinnovare il nostro modo di vedere la realtà, di valutarla. Nella Chiesa europea vedo più rinnovamento nelle cose spontanee che stanno nascendo: movimenti, gruppi, nuovi vescovi che ricordano che c’è un Concilio alle loro spalle. Perché il Concilio che alcuni pastori ricordano meglio è quello di Trento. E non è un’assurdità quella che sto dicendo.

                Il restaurazionismo è arrivato a imbavagliare il Concilio. Il numero di gruppi di «restauratori» – ad esempio, negli Stati Uniti ce ne sono tanti – è impressionante. Un vescovo argentino mi raccontava che gli era stato chiesto di amministrare una diocesi che era caduta nelle mani di questi «restauratori». Non avevano mai accettato il Concilio. Ci sono idee, comportamenti che nascono da un restaurazionismo che in fondo non ha accettato il Concilio. Il problema è proprio questo: che in alcuni contesti il Concilio non è stato ancora accettato. È anche vero che ci vuole un secolo perché un Concilio si radichi. Abbiamo ancora quarant’anni per farlo attecchire, dunque!

Segni di rinnovamento sono anche i gruppi che attraverso l’assistenza sociale o pastorale danno un nuovo volto alla Chiesa. I francesi sono molto creativi in questo.

                Voi non eravate ancora nati, ma io sono stato testimone nel 1974 del calvario del Preposito generale p. Pedro Arrupe nella Congregazione Generale XXXII. A quel tempo c’è stata una reazione conservatrice per bloccare la voce profetica di Arrupe! Oggi per noi quel Generale è un santo, ma ha dovuto subire molti attacchi. È stato coraggioso, perché ha osato fare il passo. Arrupe era un uomo di grande obbedienza al Papa. Una grande obbedienza. E Paolo VI lo capì. Il miglior discorso mai scritto da un Papa alla Compagnia di Gesù è quello che Paolo VI fece il 3 dicembre 1974. E l’ha scritto a mano. Ci sono gli originali. Il profeta Paolo VI ebbe la libertà di scriverlo. D’altra parte, persone legate alla Curia alimentavano in qualche modo un gruppo di gesuiti spagnoli che si consideravano i veri «ortodossi» e si contrapponevano ad Arrupe. Paolo VI non è mai entrato in questo gioco. Arrupe aveva la capacità di vedere la volontà di Dio, unita a una semplicità infantile nell’aderire al Papa. Ricordo che un giorno, mentre prendevamo il caffè in un piccolo gruppo, lui passò e disse: «Andiamo, andiamo! Il Papa sta per passare, salutiamolo!». Era come un ragazzo! Con quell’amore spontaneo!

                Un gesuita della Provincia di Loyola si era particolarmente accanito contro p. Arrupe, ricordiamolo. Fu inviato in vari luoghi e persino in Argentina, e sempre combinò guai. Una volta mi disse: «Tu sei uno che non capisce niente. Ma i veri colpevoli sono p. Arrupe e p. Calvez. Il giorno più felice della mia vita sarà quando li vedrò appesi alla forca in Piazza San Pietro». Perché vi racconto questa storia? Per farvi capire com’era il periodo post-conciliare. E questo sta accadendo di nuovo, soprattutto con i tradizionalisti. Per questo è importante salvare queste figure che hanno difeso il Concilio e la fedeltà al Papa. Dobbiamo tornare ad Arrupe: è una luce di quel momento che illumina tutti noi. E fu lui a riscoprire gli Esercizi spirituali come fonte, liberandosi dalle rigide formulazioni dell’Epitome Instituti, espressione di un pensiero chiuso, rigido, più istruttivo-ascetico che mistico.

Qui il Papa si sta riferendo a una specie di riassunto pratico in uso nella Compagnia e formulato nel XX secolo, che venne visto come un sostitutivo delle Costituzioni. La formazione dei gesuiti sulla Compagnia per un certo tempo fu plasmata da questo testo, a tal punto che qualcuno non lesse mai le Costituzioni, che invece sono il testo fondativo. Secondo il Papa, durante questo periodo nella Compagnia le regole hanno rischiato di sopraffare lo spirito.

Nella nostra Europa, come nella mia Svezia, non si può dire che ci sia una forte tradizione religiosa. Come evangelizzare in una cultura che non ha tradizione religiosa?

Non è facile per me rispondere a questa domanda. Ho incontrato l’Accademia di Svezia, che è il comitato promotore del Premio Nobel per la Letteratura. Mi hanno portato in dono un’immagine di sant’Ignazio acquistata in un negozio di antiquariato. È un dipinto di sant’Ignazio del XVIII secolo. Ho pensato: «Un gruppo di svedesi mi portano sant’Ignazio. Lui li aiuterà!». Non so come rispondere a questa domanda, a dire il vero. Perché solo chi vive lì, in quel contesto, può capire e scoprire le strade giuste. Vorrei indicare, però, un uomo che è un modello di orientamento: il cardinale Anders Arborelius. Non ha paura di nulla. Parla con tutti e non si mette contro nessuno. Punta sempre al positivo. Credo che una persona come lui possa indicare la strada giusta da seguire.

In Germania abbiamo un cammino sinodale che alcuni pensano sia eretico, ma in realtà è molto vicino alla vita reale. Molti lasciano la Chiesa perché non hanno più fiducia in essa. Un caso particolare è quello della diocesi di Colonia. Lei che cosa ne pensa?

Al presidente della Conferenza episcopale tedesca, mons. Bätzing, ho detto: «In Germania c’è una Chiesa evangelica molto buona. Non ce ne vogliono due». Il problema sorge quando la via sinodale nasce dalle élite intellettuali, teologiche, e viene molto influenzata dalle pressioni esterne. Ci sono alcune diocesi dove si sta facendo la via sinodale con i fedeli, con il popolo, lentamente.

                Ho voluto scrivere una lettera a proposito del vostro cammino sinodale. L’ho scritta da solo, e ho impiegato un mese per scriverla. Non volevo coinvolgere la Curia. L’ho fatto proprio da solo. L’originale è in spagnolo, e quella in tedesco è una traduzione. Lì ho scritto ciò che penso.

                Poi la questione della diocesi di Colonia. Quando la situazione era molto turbolenta, ho chiesto all’arcivescovo di andare via per sei mesi, in modo che le cose si calmassero e io potessi vedere con chiarezza. Perché quando le acque sono agitate, non si può vedere bene. Quando è tornato, gli ho chiesto di scrivere una lettera di dimissioni. Lui lo ha fatto e me l’ha data. E ha scritto una lettera di scuse alla diocesi. Io l’ho lasciato al suo posto per vedere cosa sarebbe successo, ma ho le sue dimissioni in mano.

Quello che sta succedendo è che ci sono molti gruppi di pressione, e sotto pressione non è possibile fare discernimento. Poi c’è un problema economico per il quale sto pensando di inviare una visita finanziaria. Sto aspettando che non ci siano pressioni per discernere. Il fatto che ci siano diversi punti di vista va bene. Il problema è quando ci sono pressioni. Questo non aiuta. Non credo che Colonia sia l’unica diocesi al mondo in cui ci sono conflitti, comunque. E la tratto come qualsiasi altra diocesi del mondo che sperimenta conflitti. Me ne viene in mente una, che non ha ancora terminato il conflitto: Arecibo in Porto Rico. Lo è da anni. Ci sono molte diocesi così.

            Santo Padre, noi siamo una rivista digitale e parliamo anche a giovani che stanno ai margini della Chiesa. I giovani vogliono opinioni e informazioni veloci e immediate. Come possiamo introdurli al processo del discernimento?

                Non bisogna stare fermi. Quando si lavora con i giovani, bisogna sempre dare una prospettiva in movimento, non in modo statico. Dobbiamo chiedere al Signore di avere la grazia e la saggezza di aiutarci a compiere i passi giusti. Ai miei tempi il lavoro con i giovani era costituito da incontri di studio. Ora non funziona più così. Dobbiamo farli andare avanti con ideali concreti, opere, percorsi. I giovani trovano la loro ragione d’essere lungo la strada, mai in modo statico. Qualcuno può essere titubante perché vede i giovani senza fede, dice che non sono in grazia di Dio. Ma lasciate che se ne occupi Dio! Il vostro compito sia quello di metterli in cammino. Penso che sia la cosa migliore che possiamo fare.

* * *

Bene! Scusate se mi sono dilungato troppo, ma volevo sottolineare le questioni del post-Concilio e di Arrupe, perché il problema attuale della Chiesa è proprio la non accettazione del Concilio.

Antonio Spadaro         La civiltà cattolica      Quaderno 4128            18 giugno 2022

www.laciviltacattolica.it/articolo/papa-francesco-in-conversazione-con-i-direttori-delle-----riviste-culturali-europee-dei-gesuiti/?utm_source=Newsletter+%22La+Civilt%C3%A0+Cattolica%22&utm_campaign=105ae4fb7a-Newsletter_quaderno_4128&utm_medium=email&utm_term=0_9d2f468610-105ae4fb7a-227762110&ct=t(Newsletter_quaderno_4128)&mc_cid=105ae4fb7a&mc_eid=f388a86bc4

 

La genialità di papa Francesco: la sua fedeltà al Vangelo

La genialità, secondo il dizionario della RAE (Real Academia Española, ndt), è “l’unicità propria del carattere di una persona”. Detto ciò, la genialità di papa Francesco si distingue soprattutto per la sua fedeltà al Vangelo. E per questo è stato – e continua ad essere – un papa così sconcertante. Così lodato da alcuni e così mal visto da altri. È così, anche se suona come una bugia. Oppure può sembrare una spiegazione senza né capo né coda. Il che è ovviamente un problema che molte persone non immaginano. Come mai?

Mi sembra che il problema non consista nel fatto che i conservatori considerino questo problema in un modo, mentre i progressisti pensino il contrario. Questo può certamente influire. Ma mi sembra che il problema di fondo, posto a tutti noi da padre Jorge Mario Bergoglio, sia molto più profondo.

In che cosa consiste questo problema? Lo dirò, per come la vedo io, nel modo più semplice e breve possibile. La Chiesa, a partire dai secoli III-IV, ha fatto una svolta - tanto comprensibile quanto sconsiderata - che ha portato (questa nostra Chiesa tanto amata) a fondere e confondere la Religione con il Vangelo. Anzi, ciò è stato fatto (e continua ad essere fatto) in modo tale che il Vangelo è diventato più o meno un atto o una componente della Religione. Di più, è successo (e continua ad accadere) che nella Chiesa la Religione è più presente del Vangelo. Ecco perché (per fare un esempio) le persone che vanno a messa pensano e dicono che stanno andando ad un “atto religioso”. Cioè, un atto della Religione che dedica alcuni minuti alla lettura (o all’ascolto) del Vangelo ed alla successiva spiegazione, se il prete fa l’omelia.

E cosa ha di problematico tutto questo? Beh, qualcosa di così ovvio e sconvolgente. Tutto consiste nel fatto che, se leggiamo attentamente i quattro vangeli canonici (Mc, Mt, Lc, Gv), emerge con chiarezza che la Religione ed i suoi capi si sono scontrati con Gesù e il suo Vangelo. Quindi, se c’è qualcosa di indiscutibile, è il fatto che la Religione ha ucciso Gesù.

In realtà, il Vangelo è costituito da una raccolta di racconti, tra i quali spicca lo scontro di Gesù e del suo Vangelo con la Religione ed i suoi capi. Uno scontro sempre in crescendo. Fino al momento in cui i capi della Religione (sacerdoti, dottori della legge...), quando si sono resi conto che il Vangelo di Gesù attirava le persone più della Religione dei sacerdoti, hanno chiaramente compreso che Religione e Vangelo sono incompatibili. Il racconto più chiaro è il capitolo 11 del vangelo di Giovanni: quando Gesù ha riportato in vita Lazzaro, questo fatto ha prodotto una tale e tanta impressione che il Sinedrio si è riunito urgentemente e i capi della Religione hanno capito che dovevano uccidere Gesù (Gv 11,53).

Perché si è verificato (e continua a verificarsi) questo scontro tra la Religione ed il Vangelo? Perché la Religione mette al centro il soggetto, ciò di cui lo stesso soggetto religioso ha bisogno o che desidera (il benessere, la sicurezza, il potere, la propria salvezza...). Al contrario, il Vangelo mette al centro gli altri, ciò di cui gli altri hanno bisogno (salute, cibo, dignità, rispetto, affetto...). Sono due dinamismi opposti: ciò che è primordiale è “sé stesso” (Religione); ciò che è primordiale è “l’altro” o gli altri, e tanto più quanto più bisognosi sono gli altri (Vangelo).

Ebbene, il grande errore commesso dalla Chiesa è stato quello di fondere e confondere due realtà contrapposte. Ma ha unito queste due realtà dando più importanza e più presenza alla Religione che al Vangelo. Per questo – di fatto – nella Chiesa si vede e si avverte in modo più palpabile la presenza della Religione che la presenza del Vangelo. Per fare un esempio: perché la Chiesa ha un dicastero per la dottrina della fede (Sant’Uffizio) e non un altro dicastero per la sequela di Gesù?

Capisco che tutto questo necessiti di una spiegazione più ampia, molto più ampia. Ma, con quanto ho appena delineato, si può cominciare a capire cosa sia e in cosa consista “la genialità di papa Francesco”. Non so se padre Bergoglio “ci abbia pensato”. Ma nella vita ciò che conta non è “ciò che si pensa”, ma “ciò che si fa”. E mi sembra (e credo si avverta in maniera palpabile) che per papa Francesco quello che è decisivo non è la Religione, ma il Vangelo. Ecco perché papa Francesco non entusiasma i teologi “di mestiere”. Ma entusiasma chi ha bisogno di “rispetto e affetto”.

José María Castillo         in “Religión Digital” – www.religiondigital.com - del 16 giugno 2022

Traduzione a cura di Lorenzo Tommaselli

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220618castillo.pdf

 

Abusi, il Papa chiede perdono a un gruppo di vittime inglesi

Papa Francesco ha chiesto “perdono” a nome della Chiesa ad un gruppo di uomini del Regno Unito che da bambini sono stati vittime di abusi sessuali da parte di frati comboniani e loro dipendenti laici, ed ha promesso loro che telefonerà oggi stesso al superiore generale dell’ordine religioso per chiedergli di riceverli.

                “Il papa ha ascoltato pazientemente e attentamente i nostri racconti ed era visibilmente orripilato e choccato da alcuni esempi”, racconta ad askanews Bede Mullen, portavoce del gruppo: “Mi è sembrato sinceramente scosso”.

Molti di noi hanno elaborato gli abusi subiti, il problema è la continua negazione che abbiamo subito da parte dei comboniani, anche adesso”, afferma Bede. “Il papa era sinceramente toccato quando ci ha chiesto perdono per il modo in cui siamo stati trattati e ha detto che questo pomeriggio stesso telefonerà personalmente al superiore dei Comboniani per chiedergli di incontrarci: un incontro pastorale, senza avvocati, col cuore aperto”.

Il gruppo proviene da Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda, ed era accompagnato dal cardinale Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster, e dal vescovo Marcus Stock di Leeds, dove si trova il seminario minore di Mirfield dove sono avvenuti gli abusi negli anni Sessanta e Settanta.

L’udienza questa mattina è durata quasi due ore. Gli otto uomini, tutti con un’età tra i 60 e i 70, gli hanno raccontato ognuno la propria storia di abusi subiti. L’udienza, avvenuta nella biblioteca del Palazzo apostolico, è stata “emotiva”, racconta Mullen, molti ricordando la propria esperienza “avevano le lacrime agli occhi”. Alla fine Bede Mullen ha fatto il punto della situazione che accomuna tutto il gruppo.

Già prima dell’udienza, il gruppo dei sopravvissuti dei comboniani inglesi avevano chiarito che avrebbero raccontato al papa sia gli abusi subiti sia il rifiuto dei Comboniani di chiedere perdono e prendersi cura delle vittime. Quel che il gruppo chiede è il riconoscimento pubblico dell’inadeguatezza della risposta, l’assistenza pastorale, la rimozione del provinciale inglese e del responsabile locale della salvaguardia dei minori. “La risposta che abbiamo ricevuto dall’Ordine dei Comboniani fino ad oggi può essere caratterizzata come non cristiana, priva di empatia e non conforme all’insegnamento del Santo Padre e del Vangelo”.

“Siamo anziani ormai, abbiamo tra i 60 e i 70 anni”, afferma Bede Mullen: “Vogliamo solo essere in pace prima di lasciare questa terra”.

Askanews       Città del Vaticano, 13 giugno 2022.

www.askanews.it/esteri/2022/06/13/abusi-il-papa-chiede-perdono-a-un-gruppo-di-vittime-inglesi-pn_20220613_00177

※※※※※※※※※※※

GOVERNO

L'IVG in Italia, i dati 2020

L'8 giugno 2022 è stata trasmessa al Parlamento la relazione contenente i dati definitivi 2020 sull’attuazione della legge 194/1978 contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG).

www.salute.gov.it/portale/documentazione/p6_2_2_1.jsp?lingua=italiano&id=3236

www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_3236_allegato.pdf

www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_3236_0_alleg.pdf

Nel 2020, sono state notificate 66.413 IVG in Italia, pari a un tasso di abortività di 5,4 IVG ogni 1000 donne tra 15 e 49 anni, uno tra i più bassi a livello globale.

                La legalizzazione?? dell’aborto[depenalizzazione a certe condizioni], l’accesso alla contraccezione e il supporto dei professionisti socio-sanitari dei Consultori familiari e dei presidi sanitari che effettuano le IVG hanno permesso alle donne italiane di prevenire le gravidanze indesiderate riducendo notevolmente il ricorso all’aborto volontario, secondo gli auspici della legge 194. Rispetto al 1983, anno di massima incidenza del fenomeno quando in Italia si registrarono 243.801 IVG, nel 2020 la riduzione degli aborti raggiunge il 71%. Si tratta di uno tra i più brillanti interventi di prevenzione di salute pubblica realizzati in Italia.

                Il monitoraggio continuo e approfondito del fenomeno garantito dal Sistema di sorveglianza epidemiologica delle IVG, attivo dal 1980, che vede impegnati l’Istituto superiore di sanità (ISS), il ministero della Salute, l’ISTAT, le Regioni e le Province Autonome permette di presentare una tra le più accurate e dettagliate relazioni disponibili a livello internazionale. La priorità di salute pubblica di tale sorveglianza è stata sancita dal suo inserimento tra i Sistemi di sorveglianza di rilevanza nazionale inclusi nel DPCM del 2017 (GU 109 del 12/05/2017) che individua nell’ISS l’Ente di livello nazionale responsabile del suo coordinamento.

                L’impatto della pandemia di COVID-19 sulle IVG nel 2020. Grazie a una rilevazione che ha coinvolto tutti i referenti regionali della sorveglianza, nel maggio 2020 l’ISS ha potuto rilevare una variabilità nell’organizzazione delle Regioni e dai singoli servizi IVG a seguito dell’emergenza da COVID-19. Oltre la metà delle Regioni ha dichiarato che nessuna struttura ha segnalato problemi a seguito dell’emergenza pandemica. Sette Regioni hanno predisposto percorsi IVG separati per le donne SARS-CoV-2 positive, tre hanno centralizzato gli interventi solo in alcune strutture e diverse Regioni hanno riferito una riduzione del numero settimanale di interventi, sia farmacologici che chirurgici. Sarà utile valutare le scelte organizzative e le eventuali criticità rilevabili nel 2021 per studiare quali siano i migliori modelli organizzativi per fronteggiare possibili futuri scenari pandemici, confermando la bontà della tempestiva scelta ministeriale di includere l’IVG tra le prestazioni indifferibili in ambito ginecologico.

Il ricorso all’aborto farmacologico. Nei primi anni 2000 l’OMS ha inserito Mifepristone e prostaglandine, utilizzabili dal 1980 per l’aborto farmacologico, nella lista dei farmaci essenziali. In Italia, il Mifepristone è stato autorizzato dall’AIFA nel 2009 per l’aborto farmacologico entro 49 giorni di gestazione e con necessità di ricovero ospedaliero, in linea con il parere espresso dal Consiglio Superiore di Sanità. Il 16 luglio del 2010 le “Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con Mifepristone e prostaglandine”, rilasciate dal ministero della Salute, confermavano queste indicazioni, differenziandosi dagli altri Paesi europei dove l’aborto farmacologico veniva già effettuato fino a 63 giorni di gestazione e in regime di day hospital. A partire dalla sua autorizzazione, in Italia l’accesso all’aborto farmacologico ha presentato forte variabilità per area geografica e tra Regioni. Nel 2010, il sistema di sorveglianza riportava un 3,3% di interventi effettuati con Mifepristone e prostaglandine, la soglia del 10% veniva superata nel 2014 e nel 2018 quella del 20%. Nel 2019 la percentuale di IVG farmacologiche era pari al 24,9% e nel 2020 si attestava al 31,9% a livello nazionale. La Circolare di aggiornamento del ministero della Salute, in accordo al parere tecnico-scientifico espresso all’unanimità dal Consiglio Superiore di Sanità, il 4 agosto 2020 ha autorizzato, anche in Italia, l’esecuzione dell’IVG farmacologica fino a 9 settimane compiute di età gestazionale in regime di day hospital o presso strutture ambulatoriali pubbliche adeguatamente attrezzate, funzionalmente collegate all’ospedale e autorizzate dalle Regioni, nonché presso i consultori familiari. Questa novità può verosimilmente contribuire al maggior ricorso all’aborto medico, non tutte le Regioni si sono tuttavia organizzate tempestivamente per adottare queste linee di indirizzo, come è emerso da un’indagine ad hoc curata dall’ISS a ottobre 2020. Solo la Regione Toscana aveva emanato delle indicazioni per avviare la somministrazione di Mifepristone e prostaglandine in ambulatorio extra-ospedaliero a partire da novembre 2020, anno in cui anche il Lazio ha iniziato a offrire le IVG in sedi extra-ospedaliere. Sette Regioni avevano programmato l’avvio dell’offerta extra-ospedaliera a partire dal 2021 mentre 11 rimandavano oltre il 2021. Quindi, solo i dati del 2021 permetteranno di valutare gli effetti delle nuove linee di indirizzo sulle tempistiche e procedure per effettuare l’IVG farmacologica. Gli altri Paesi europei, dove l’aborto farmacologico è stato legalizzato molti anni prima rispetto all’Italia, registrano tassi in ulteriore crescita che in Francia e Inghilterra superano il 70% e nei Paesi del Nord Europa il 90%. La procedura preferita dalle donne in Europa risulta associata a un miglior uso delle risorse riducendo i costi e la necessità di interventi chirurgici e di tecniche anestesiologiche. In Italia la riduzione dell’aborto chirurgico a favore di quello farmacologico potrebbe contenere anche le criticità legate al fenomeno dell’obiezione di coscienza.

                I dati 2020. Rispetto al 2019 il tasso e il rapporto di abortività sono ulteriormente diminuiti passando rispettivamente da 5,8 a 5,4 IVG per 1000 donne di età 15-49 anni, e da 174,5 a 165,9 IVG per 1000 nati vivi.

Caratteristiche delle donne che ricorrono all’IVG. Nel 2020, il ricorso all’IVG è diminuito in tutte le classi di età, specie tra le giovanissime. I tassi più elevati riguardano le donne di età compresa tra i 25 e i 34 anni. La percentuale di IVG effettuate da donne con precedente esperienza abortiva continua a diminuire e, nel 2020, è risultata pari al 24,5%, tra i valori più bassi a livello internazionale, a conferma della reale diminuzione nel tempo del rischio di gravidanze indesiderate e conseguente ricorso all’IVG, verosimilmente grazie al maggiore e più efficace ricorso ai metodi per la procreazione consapevole, alternativi all’aborto, secondo gli auspici della legge 194/78. Le IVG tra le donne straniere, dopo una progressiva stabilizzazione, risultano in leggera diminuzione, in analogia a quanto osservato nei decenni precedenti tra le donne italiane. Nel 2020, sono state il 28,5% di tutte le IVG, mantenendo, per tutte le classi di età, tassi di abortività di circa 2-3 volte più elevati rispetto a quelli delle italiane.

Tecniche per effettuare l’IVG, L’isterosuzione è la tecnica chirurgica utilizzata più frequentemente in Italia (55,8% delle IVG nel 2020); permane tuttavia un 8,6% di interventi effettuati con il raschiamento che è una procedura più rischiosa per la salute della donna. Il raschiamento continua a presentare una forte variabilità tra Regioni con valori compresi tra nessun caso in Molise e il 30,4% in Sardegna, indicativa di inappropriatezza assistenziale meritevole di attenzione. Nel 2020, l’aborto farmacologico con mifepristone e successiva somministrazione di prostaglandine è stato utilizzato nel 31,9% delle IVG con conseguente aumento degli interventi eseguiti senza anestesia (29,3% nel 2020, rispetto al 23,9% nel 2019 e al 5,7% nel 2012) e aumento della percentuale di interventi in epoca gestazionale precoce (56% entro le 8 settimane nel 2020) che sono associati a un minor rischio di complicanze per le donne.

Obiezioni di coscienza. I dati del 2020, benché in lieve diminuzione, confermano un’alta percentuale di obiettori (64,6% dei ginecologi, 44,6% degli anestesisti e 36,2% del personale non medico) con ampie variazioni regionali per le tre categorie. La relazione contenente i dati definitivi 2020 fornisce, per la prima volta, nuovi parametri per approfondire il tema dell’obiezione di coscienza. In base a questi parametri, il 63,8% delle strutture con reparto di ostetricia e/o ginecologia (357/560) in Italia ha effettuato IVG, con forte variabilità interregionale. Risultano disponibili 2,9 punti IVG ogni 100.000 donne in età fertile e il carico di lavoro medio settimanale di ogni ginecologo non obiettore varia di poco rispetto agli anni precedenti. Le Regioni in cui si osserva un carico di lavoro più alto per i ginecologi non obiettori sono Molise (2,9 IVG medie settimanali), Puglia (2) e Campania (1,9). È auspicabile che le Regioni che presentano le maggiori criticità possano valutare soluzioni per garantire quanto indicato nell’articolo 9 della legge 194/78, “gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La Regione ne controlla e garantisce l'attuazione anche attraverso la mobilità del personale”.

Il ruolo dei consultori. I consultori familiari offrono un percorso di presa in carico e accompagnamento delle donne che richiedono l’IVG che include il counselling prima della procedura, i controlli medici e il counselling contraccettivo post-IVG. L’analisi dell’attività dei consultori familiari per l’IVG nel 2020 è stata effettuata attraverso un monitoraggio ad hoc del ministero della Salute. I consultori familiari che hanno dichiarato di effettuare counselling per l’IVG e di rilasciare certificati per l’intervento sono 1.448 e corrispondono al 69,9% del totale dei consultori familiari. Come negli anni passati, il numero di colloqui IVG supera quello dei certificati rilasciati dai consultori (45.533 colloqui vs 30.522 certificati) verosimilmente per il supporto offerto alle donne con l’obiettivo di rimuovere le cause che le porterebbero all’interruzione della gravidanza” (art. 5, 194/78). Il progetto CCM “Analisi delle attività della rete dei consultori familiari per una rivalutazione del loro ruolo con riferimento anche alle problematiche relative all’endometriosi”, coordinato dall’ISS ha fotografato i consultori ad oltre 40 anni dalla loro istituzione ed evidenziato come oltre il 95% di tali presidi offra, senza differenze per area geografica, quanto previsto dalla legge 194 alle donne che fanno richiesto di IVG, dalla fase pre-intervento al counselling contraccettivo post intervento.

Relazione Ministro Salute attuazione Legge 194/78                                       16 giugno 2022

www.epicentro.iss.it/ivg/epidemiologia?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=16giugno2022

※※※※※※※※※※※

MATRIMONIO

Papa Francesco, serve più preparazione al matrimonio e catechesi per le famiglie

La prefazione del Papa al libro “Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale”. Orientamenti pastorali per le Chiese particolari" prodotto dal Dicastero per il Laici, la Famiglia e la Vita.

"Con una preparazione troppo superficiale, le coppie vanno incontro al rischio reale di celebrare un matrimonio nullo o con basi così deboli da “sfaldarsi” in poco tempo e non saper resistere nemmeno alle prime inevitabili crisi. Questi fallimenti portano con sé grandi sofferenze e lasciano ferite profonde nelle persone. Esse restano disilluse, amareggiate e, nei casi più dolorosi, finiscono persino per non credere più nella vocazione all’amore, inscritta da Dio stesso nel cuore dell’essere umano". Papa Francesco lo scrive nella prefazione del documento

Il Papa spiega che "C'è anzitutto un dovere di accompagnare con senso di responsabilità quanti manifestano l’intenzione di unirsi in matrimonio, affinché siano preservati dai traumi delle separazioni e non perdano mai fiducia nell’amore".

                Serve una catechesi approfondita come per la preparazione al sacerdozio scrive il Papa perché le famiglie sono “custodi della vita”, e colonne delle comunità: "dalle famiglie nascono le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata;  sono le famiglie che costituiscono il tessuto della società e ne “rammendano gli strappi” con la pazienza e i sacrifici quotidiani".

Ecco quindi la necessità di un vero catecumenato per le famiglie e questo testo che si divide in tre parti: la preparazione al matrimonio (remota, prossima e immediata); la celebrazione delle nozze; l’accompagnamento dei primi anni di vita coniugale. Il Papa chiede anche che questo sia il primo di una serie di testi utili alle famiglie "nel quale vengano indicati concrete modalità pastorali e possibili itinerari di accompagnamento specificamente dedicati a quelle coppie che hanno sperimentato il fallimento del loro matrimonio e che vivono in una nuova unione o sono risposate civilmente".

Angela Ambrogetti                        ACISTAMPA                      15 giugno2022

www.acistampa.com/story/papa-francesco-serve-piu-preparazione-al-matrimonio-e-catechesi-per-le-famiglie-20106

 

Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale

  Un dono e un compito per la Chiesa. Si tratta degli «Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale», uno dei frutti dell’Anno speciale dedicato alla famiglia, a cinque anni dalla pubblicazione della esortazione Amoris lætitia, che ora il pontefice, come spiega, affida ai pastori, ai coniugi e a tutti coloro che lavorano nella pastorale familiare, come strumento che risponde alla necessità di un «nuovo catecumenato» in preparazione al matrimonio.

 

La Prefazione del papa.

«L’annuncio cristiano che riguarda la famiglia è davvero una buona notizia» (Amoris lætitia, 1). Questa affermazione della relatio finalis del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia meritava di aprire l’Esortazione Apostolica Amoris lætitia. Perché la Chiesa, in ogni epoca, è chiamata ad annunciare nuovamente, soprattutto ai giovani, la bellezza e l’abbondanza di grazia che sono racchiuse nel sacramento del matrimonio e nella vita familiare che da esso scaturisce.

                A cinque anni dalla sua pubblicazione, l’Anno «Famiglia Amoris lætitia» ha inteso rimettere al centro la famiglia, invitare a riflettere sui temi dell’Esortazione apostolica e animare tutta la Chiesa nell’impegno gioioso di evangelizzazione per le famiglie e con le famiglie. Uno dei frutti di questo Anno speciale sono gli «Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale», che ora ho il piacere di affidare ai pastori, ai coniugi e a tutti coloro che lavorano nella pastorale familiare.

Si tratta di uno strumento pastorale preparato dal Dicastero per i laici, la famiglia e la vita dando seguito a un’indicazione che ho espresso ripetutamente, cioè «la necessità di un “nuovo catecumenato” in preparazione al matrimonio»; infatti, «è urgente attuare concretamente quanto già proposto in Familiaris consortio (n. 66), che cioè, come per il Battesimo degli adulti il catecumenato è parte del processo sacramentale, così anche la preparazione al matrimonio diventi parte integrante di tutta la procedura sacramentale del matrimonio, come antidoto che impedisca il moltiplicarsi di celebrazioni matrimoniali nulle o inconsistenti» (Discorso alla Rota Romana, 21 gennaio 2017).

                Emergeva qui senza mezzi termini la seria preoccupazione per il fatto che, con una preparazione troppo superficiale, le coppie vanno incontro al rischio reale di celebrare un matrimonio nullo o con basi così deboli da «sfaldarsi» in poco tempo e non saper resistere nemmeno alle prime inevitabili crisi. Questi fallimenti portano con sé grandi sofferenze e lasciano ferite profonde nelle persone. Esse restano disilluse, amareggiate e, nei casi più dolorosi, finiscono persino per non credere più nella vocazione all’amore, inscritta da Dio stesso nel cuore dell’essere umano.

                C’è dunque anzitutto un dovere di accompagnare con senso di responsabilità quanti manifestano l’intenzione di unirsi in matrimonio, affinché siano preservati dai traumi delle separazioni e non perdano mai fiducia nell’amore. Ma c’è anche un sentimento di giustizia che dovrebbe animarci. La Chiesa è madre, e una madre non fa preferenze fra i figli. Non li tratta con disparità, dedica a tutti le stesse cure, le stesse attenzioni, lo stesso tempo.

Dedicare tempo è segno di amore: se non dedichiamo tempo a una persona è segno che non le vogliamo bene. Questo mi viene in mente tante volte quando penso che la Chiesa dedica molto tempo, alcuni anni, alla preparazione dei candidati al sacerdozio o alla vita religiosa, ma dedica poco tempo, solo alcune settimane, a coloro che si preparano al matrimonio. Come i sacerdoti e i consacrati, anche i coniugi sono figli della madre Chiesa, e una così grande differenza di trattamento non è giusta.

Le coppie di sposi costituiscono la grande maggioranza dei fedeli, e spesso sono colonne portanti nelle parrocchie, nei gruppi di volontariato, nelle associazioni, nei movimenti. Sono veri e propri «custodi della vita», non solo perché generano i figli, li educano e li accompagnano nella crescita, ma anche perché si prendono cura degli anziani in famiglia, si dedicano al servizio delle persone con disabilità e spesso a molte situazioni di povertà con cui vengono a contatto.

                Dalle famiglie nascono le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata; e sono le famiglie che costituiscono il tessuto della società e ne «rammendano gli strappi» con la pazienza e i sacrifici quotidiani. È dunque un dovere di giustizia per la Chiesa madre dedicare tempo ed energie alla preparazione di coloro che il Signore chiama a una missione così grande come quella famigliare.

                Perciò, per dare concretezza a questa urgente necessità, «ho raccomandato di attuare un vero catecumenato dei futuri nubendi, che includa tutte le tappe del cammino sacramentale: i tempi della preparazione al matrimonio, della sua celebrazione e degli anni immediatamente successivi» (Discorso ai partecipanti al corso sul processo matrimoniale, 25 febbraio 2017).

                È quello che si propone di fare il Documento che qui presento e di cui sono grato. Esso si articola secondo le tre fasi: la preparazione al matrimonio (remota, prossima e immediata); la celebrazione delle nozze; l’accompagnamento dei primi anni di vita coniugale.

Come vedrete, si tratta di percorrere un importante tratto di strada insieme alle coppie nel cammino della loro vita, anche dopo le nozze, soprattutto quando potranno attraversare crisi e momenti di scoraggiamento. Così cercheremo di essere fedeli alla Chiesa, che è madre, maestra e compagna di viaggio, sempre al nostro fianco.

                È mio vivo desiderio che a questo primo Documento ne segua quanto prima un altro, nel quale vengano indicati concrete modalità pastorali e possibili itinerari di accompagnamento specificamente dedicati a quelle coppie che hanno sperimentato il fallimento del loro matrimonio e che vivono in una nuova unione o sono risposate civilmente. La Chiesa, infatti, vuole essere vicina a queste coppie e percorrere anche con loro la via caritatis (cf. Amoris lætitia, 306), così che non si sentano abbandonate e possano trovare nelle comunità luoghi accessibili e fraterni di accoglienza, di aiuto al discernimento e di partecipazione.

                Questo primo Documento che viene ora offerto è un dono ed è un compito. Un dono, perché mette a disposizione di tutti un materiale abbondante e stimolante, frutto di riflessione e di esperienze pastorali già messe in atto in varie diocesi/eparchie del mondo.

                Ed è anche un compito, perché non si tratta di «formule magiche» che funzionino automaticamente. È un vestito che va «cucito su misura» per le persone che lo indosseranno. Si tratta, infatti, di orientamenti che chiedono di essere recepiti, adattati e messi in pratica nelle concrete situazioni sociali, culturali ed ecclesiali nelle quali ogni Chiesa particolare si trova a vivere.

Faccio appello, perciò, alla docilità, allo zelo e alla creatività dei pastori della Chiesa e dei loro collaboratori, per rendere più efficace questa vitale e irrinunciabile opera di formazione, di annuncio e di accompagnamento delle famiglie, che lo Spirito Santo ci chiede di realizzare in questo momento. «Non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi» (At 20,20).

                Invito tutti coloro che lavorano nella pastorale famigliare a fare proprie queste parole dell’apostolo Paolo e a non scoraggiarsi di fronte a un compito che può sembrare difficile, impegnativo o addirittura al di sopra delle proprie possibilità.

                Coraggio! Cominciamo a fare i primi passi! Diamo inizio a processi di rinnovamento pastorale! Mettiamo la mente e il cuore a servizio delle future famiglie, e vi assicuro che il Signore ci sosterrà, ci darà sapienza e forza, farà crescere in tutti noi l’entusiasmo e soprattutto ci farà sperimentare la «dolce e confortante gioia di evangelizzare» (Evangelii gaudium, 9), mentre annunciamo alle nuove generazioni il Vangelo della famiglia.

INDICE

Prefazione del Santo Padre Francesco

La proposta del Santo Padre Francesco di un “catecumenato matrimoniale”

I. Indicazioni generali

Perché un catecumenato

A chi spetta questo compito

Per una rinnovata pastorale della vita coniugale

II. Una proposta concreta

Modalità

Fasi e tappe

Due precisazioni

A. Fase pre-catecumenale: preparazione remota e intermedia: accoglienza dei candidati

B. Fase catecumenale

  1. Prima tappa: preparazione prossima
  2. Seconda tappa: preparazione immediata
  3. Terza tappa: accompagnare i primi anni di vita matrimoniale

Accompagnare le coppie in crisi

Conclusione


IL testo in

www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&ved=2ahUKEwiPl4CH2LT4AhXUm_0HHbaQBiAQFnoECAIQAQ&url=https%3A%2F%2Fwww.c3dem.it%2Fwp-content%2Fuploads%2F2022%2F06%2FItinerari-catecumenali-ITA.pdf&usg=AOvVaw38pv8B0PMU9UOef4ydpWTC

 

Matrimonio primo e ultimo dei sacramenti: una questione antica in 10 punti

La chiesa cattolica si interessa del matrimonio da molti secoli, ma ha pensato di gestirlo in prima persona soltanto negli ultimi 500 anni. Questo sviluppo moderno, che ha portato ad unificare, sotto la competenza ecclesiale, ogni dimensione del matrimonio, fino a rivendicare la “competenza esclusiva” della Chiesa contro lo stato liberale, ha anche ispirato una duplice deriva, che poggia solidamente sulla tradizione, ma che anche la esaspera e la porta a conseguenze non controllabili. Vediamo meglio di cosa si tratta, partendo da lontano.

1. Una collocazione “estrema”. Il matrimonio ha a che fare con le cose estreme. Ha in sé un eccesso. Per questo è stato collocato, già nei primi elenchi dei sette sacramenti, allo stesso tempo, in testa e in coda, all’inizio e alla fine, al primo e all’ultimo posto. Ha un primato temporale e simbolico che lo fa primeggiare ed ha un legame con la divisione e con la alterità che lo mette in fondo. Da un lato dice la unione e la unità come nessun altro. D’altro canto mette alla prova ogni intesa e ogni progetto come nessun altro. Nel matrimonio la natura è grazia e la grazia si riconosce natura. Ma la natura può imporsi sulla grazia e la grazia può distrarsi dalla natura. Di questo sono coscienti tutti gli scolastici, che ricordano come solo il matrimonio preceda la caduta del peccato, e perciò sia nato solo “per il dovere”, non “per la salvezza”. Mentre poi può essere invocato per la salvezza, ma in una certa tensione costitutiva con il dovere!

2. La relazione originaria con la natura e con la città. Il matrimonio è di campagna, ma il matrimonio è anche di città. È naturale e artificiale. Gli uomini e le donne si sposano perché non sono semplicemente naturali. La gestione della sessualità, che nel cavallo, nella pecora, nell’usignolo e nel pescecane risponde semplicemente a quanto detta la natura, nell’uomo e nella donna deve trovare non semplicemente la “conformità alla natura”, ma la integrazione nella “natura umana”, che, insieme a quella divina, è l’unica al mondo ad essere determinata dalla parola e dalle mani. Gli uomini e le donne non semplicemente “fanno sesso”, come gli altri animali, ma “interpretano la sessualità” secondo la natura umana, che è strutturalmente segnata dalla relazione con il prossimo e con Dio. Nessun uomo è naturale come un gallo o come un castoro. Ogni uomo e ogni donna sta in equilibrio tra una dimensione naturale “informe”, che si struttura nel rapporto con il prossimo e con Dio, in termini medievali in relazione alla città e alla chiesa.

3. L’animale non si sposa. Ci sono animali che generano senza aver rapporto con i propri figli. Ci sono animali che hanno un rapporto breve e funzionale con i discendenti. Solo nell’uomo la relazione esige tempo, cura, presenza per lunghi anni. Lo stesso vale per la relazione orizzontale, tra maschio e femmina. Generare può significare un rapporto puntuale, una certa collaborazione di giorni, mesi o anni. Nell’uomo è ragionevole, e conforme alla sua natura, interpretare la generazione in modo responsabile, sia assumendola, sia sospendendola, sia spostandola sul piano spirituale. Questa libertà, rispetto al generare, è tipica solo dell’uomo, della donna e di Dio.

4. Il matrimonio e la società chiusa. Così, mi pare, la tradizione si è lasciata toccare da questi due aspetti, ma lo ha fatto dentro la soluzione adottata dalle “società chiuse”: ossia in società che adottano un controllo capillare dell’esercizio del sesso da parte di ciascun soggetto (anzitutto del soggetto femminile). La donna viene sottoposta ad un controllo rigoroso, prima da parte della famiglia di origine e poi da parte della famiglia di elezione (elezione spesso non sua). La soglia matrimoniale diventa, in queste società, la soglia dell’esercizio del sesso per la donna. L’uomo è largamente dispensato da questa soglia. Quando oggi parliamo, ecclesialmente, di “scambio degli anelli”, dobbiamo ricordare che per lunghi secoli, l’unico anello benedetto era quello che l’uomo metteva alla mano della donna.

                5. Dal sesso alla sessualità. La scoperta del soggetto tardo-moderno ha liberato il sesso dalla sua esclusiva destinazione alla generazione. È nata la sessualità, che legge la dimensione sessuale come “esperienza” e come “espressione” del soggetto maschile e femminile. Soprattutto per la donna questo passaggio ha mutato profondamente la coscienza, la collocazione sociale, la libertà di riconoscimento della identità e ha inaugurato anche la sua entrata autorevole nello spazio pubblico.  In questo contesto rinnovato, la lettura cristiana del matrimonio non può confondersi con le regole contingenti di una società chiusa e deve confrontarsi con le nuove regole della società aperta, con le nuove identità e le nuove competenze. Pensare di “difendere la dottrina matrimoniale” confondendola con le regole di una società chiusa è uno degli errori peggiori che si possa fare.

                6. Altre fonti per la tradizione. La tradizione cristiana non è priva di elementi per interpretare anche questa nuova fase. Spesso tali elementi sono presenti più nella tradizione sapienziale e profetica che nella tradizione legale. Questo è ovvio e non deve sorprendere. Una ermeneutica rinnovata della tradizione è un compito che alla Chiesa spetta da sempre. Già Paolo è, da questo punto di vista, un “traduttore”. E lo fa anche sul piano dell’esercizio del sesso, stabilendo che il “matrimonio legittimo” è una soglia decisiva per la relazione con Cristo mediata dall’uso del sesso.

                7. L’atto e il processo. Da questa affermazione paolina, che Paolo deriva dalle evidenze della società ebraica del suo tempo, dipendono molte delle vicende interpretative che il cristianesimo e il cattolicesimo ha poi ritenuto insuperabili. Ma la scoperta del matrimonio non solo come “atto”, ma come “processo” implica una rilettura profonda di questa tradizione. Che si inaugura nel momento in cui il controllo sociale sulla sessualità cambia, lasciando al soggetto una nuova disponibilità nel gestire la propria esperienza e la propria espressione. Sia pure in termini riduttivi, Humanæ vitæ segna il riconoscimento di questa parziale separazione tra funzione di generazione e funzione espressivo-esperienziale della sessualità. Questa è una delle condizioni radicali della società aperta. Grande possibilità e grande tentazione.

                8. La differenza dal catecumenato. Tutta questa dinamica di recupero dei “gradus ad matrimonium” non può però identificarsi semplicemente in un cammino catecumenale. Questa lettura, assimilando il matrimonio al battesimo e all’ordine, smarrisce per strada le ragioni della differenza del matrimonio rispetto al catecumenato della iniziazione cristiana e alla formazione in vista della ordinazione. In entrambi i casi, infatti, non vi è una dimensione naturale e civile che collabora originariamente nella definizione del sacramento. Il giusto riconoscimento del “processo” non può essere gestito con la assolutizzazione dell’atto. Qui la tradizione matrimoniale cattolica si lascia ancora condizionare da una logica giuridica da stato moderno. Sposarsi in Cristo è diverso dal far registrare l’atto al parroco. La intuizione tridentina è superata dagli eventi, da almeno 200 anni.

9. La sporgenza della grazia del matrimonio sulla natura e sulla città. Una lunga tradizione, che la scolastica ha valorizzato in modo esemplare, sa che la differenza del matrimonio, rispetto agli altri sacramenti, sta proprio nella sua irriducibilità alla logica ecclesiale. Il matrimonio “sporge” al di qua e al di là della Chiesa. Il desiderio naturale e il legame civile ne fanno parte costitutiva e non si lasciano determinare semplicemente dalla logica della fede. Qui la sfida è la più grande e non può essere affrontata con la risorsa che il Concilio di Trento ha adottato nel 1563. Ossia dalla determinazione della Chiesa ad essere il primo “stato moderno” a strutturare una competenza capillare sui contratti matrimoniali. Questa pretesa della “legge oggettiva” appare ad Amoris Lætitia come “meschina” (AL 304).

10. La burocrazia di uno Stato e la grazia del sacramento. Il “percorso” che struttura il matrimonio non è semplicemente la preparazione dell’”atto”, ma il costituirsi di relazioni profonde e nuove tra il vissuto del desiderio naturale, lo strutturarsi del legame sociale e la rilettura “per grazia” del primo come del secondo. Se il “percorso” viene letto con gli occhiali tridentini, è negato prima ancora di essere assunto e viene pensato e modulato con una sorta di “ibrido” tra “iniziazione cristiana” e “formazione di seminario”. Gli sposi cristiani non possono essere ridotti a catecumeni mancati o seminaristi potenziali. Gli schemi di questo “orientamento catecumenale” appaiono assumere la dimensione del processo, ma in modo sfasato rispetto alla dinamica sempre anche naturale e civile di cui intendono prendersi cura. Una confusione ancora troppo forte tra “primo” e “ultimo” sacramento incide profondamente sul tenore espressivo e sulla efficacia pastorale del testo.

Andrea Grillo  blog: Come se non            18 giugno 2022

www.cittadellaeditrice.com/munera/matrimonio-primo-e-ultimo-dei-sacramenti-una-questione-antica-in-10-punti

※※※※※※※※※※※

MINORI

«Minori che sbagliano, cambiare rotta»

La Garante dell’infanzia Carla Garlatti: più spazio alla giustizia riparativa e all’educazione. Crisi internazionali, povertà, preoccupazioni per la salute mentale, allarme per la devianza e la microcriminalità giovanile, abuso di internet e cattivo utilizzo degli ambienti digitali. Sono le cinque emergenze indicate dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Carla Garlatti, nella Relazione annuale al Parlamento.

www.garanteinfanzia.org/sites/default/files/2022-06/agia-relazione-parlamento-2021.pdf

www.garanteinfanzia.org/sites/default/files/2022-06/14-06-2022-scheda-cinque-emergenze.pdf

Un documento che è anche un appello alle istituzioni e agli adulti in generale perché ci sia un impegno più concreto per dare speranza e futuro ai minorenni, coinvolgendoli direttamente nelle scelte che li riguardano.

  1. Le crisi internazionali. Pandemia e guerra stanno facendo sentire i loro effetti devastanti anche sulla situazione dei minori stranieri non accompagnati. Sono più che raddoppiati. Erano 6.054 al 31 dicembre 2019, mentre alla fine dello scorso aprile ne sono stati censiti oltre 14mila. È cambiato anche il Paese di provenienza. Ora, come già sottolineato, è l’Ucraina a guidare la graduatoria, con circa 5mila minorenni, per la metà tra i 7 e i 14 anni. Ecco perché il nostro sistema di accoglienza dev’essere rafforzato. «Serviranno più tutori volontari – ha spiegato la garante – formati dai garanti regionali e nominati dai tribunali per i minorenni, si prendono carico di accompagnare i minori soli nel percorso di crescita e di inclusione nella nostra società».
  2. Le povertà. Secondo le stime pubblicate da Istat a marzo, il totale dei minorenni in povertà assoluta nel 2021 è pari a 1 milione e 384mila: l’incidenza si conferma elevata (14,2%), stabile rispetto al 2020 ma maggiore di quasi tre punti percentuali rispetto al 2019 (11,4%). «La presenza di figli minori – ha sottolineato Carla Garlatti – continua a rappresentare un fattore che espone maggiormente le famiglie al disagio: l’incidenza di povertà assoluta si mantiene alta (11,5%) proprio in quelle che hanno almeno un figlio di minore età. Nel caso di coppie con tre o più figli sale al 20%». Da qui l’auspicio della garante per dare seguito alle misure di sostegno al reddito previste dal Family Act e all’attuazione al Piano infanzia e alla Child guarantee.
  3. La salute mentale. Gli effetti della pandemia hanno generato nei minorenni una condizione generalizzata di crisi che si è manifestata con segnali di malessere e disagio. Carla Garlatti ha fatto riferimento alla ricerca condotta dalla stessa Autorità, in collaborazione con l’Istituto superiore di sanità e il Ministero dell’istruzione, da cui è emerso un peggioramento delle condizioni di benessere dei bambini e dei ragazzi. «Tra le raccomandazioni per fronteggiare questa emergenza – ha ricordato – la necessità che le azioni di programmazione, prevenzione e cura superino la frammentarietà regionale e locale. Vanno poi previste adeguate risorse per i servizi, fornite risposte specifiche in base all’età, garantito un numero di posti letto in reparti dedicati ai minorenni e istituiti servizi di psicologia scolastica». La ricerca è durata un anno e proseguirà per altri due, coinvolgendo fino a 35.000 minorenni dai 6 ai 18 anni.
  4. Devianza minorile. Fenomeno a macchia di leopardo. In alcune zone con carattere episodico e allarme sociale talora sovradimensionato, in altre invece si manifestano casi che richiedono una particolare attenzione. Carla Garlatti ha ricordato i casi di Milano, Brescia, Roma, Bologna, Catania, Firenze, Palermo, mettendone in evidenza le varie specificità. Come rispondere a queste situazioni? Per esempio con giustizia riparativa, «che consente agli autori di reato di comprendere la sofferenza della vittima a partire dal suo vissuto, acquisendo consapevolezza di aver agito non contro qualcosa (la legge) ma contro qualcuno. E quindi può essere uno strumento per contenere i casi di recidiva». Non a caso la giustizia riparativa rappresenta uno degli aspetti più significativi della riforma Cartabia. E la garante ha formulato una serie di proposte al Tavolo di lavoro che sta preparando gli schemi di decreto legislativo. Tra l’altro la possibilità per il minorenne di decidere autonomamente, anche senza il consenso dei genitori, se partecipare o meno a un percorso di giustizia riparativa. E poi un maggiore coinvolgimento delle famiglie e l’estensione dell’accesso anche agli autori di reato con meno di 14 anni.
  5. Attenzione a Internet. Dalla pandemia in poi il mondo è cambiato. Il grande utilizzo di web, social e dintorni comporta anche dei rischi per i diritti dei minori. Secondo la garante c’è l’urgenza di evitare che bambini troppo piccoli utilizzino servizi online e social non adatti per la loro età con la definizione di un meccanismo di age verification sul modello dello Spid. Con riferimento alla condivisione delle immagini dei figli da parte dei genitori (il cosiddetto sharenting), ha poi proposto di riconoscere ai ragazzi oltre i 14 anni la possibilità di chiedere in autonomia la rimozione delle foto. Tra gli altri suggerimenti l’applicazione delle norme in tema di lavoro minorile per contenere il fenomeno dei baby influencer. «Fondamentale, infine – ha sottolineato la garante – la realizzazione di campagne di sensibilizzazione che, per essere efficaci, dovranno essere portate avanti con la partecipazione dei minorenni». Per promuovere l’educazione a un uso corretto e sicuro di internet e dei social, l’Autorità garante ha promosso, tra l’altro, un progetto di educazione digitale per le ultime tre classi della scuola primaria che utilizza un libro ad hoc di Geronimo Stilton.

Luciano Moia    “Avvenire”        15 giugno 2022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220615moia.pdf

※※※※※※※※※※※

NATALITÀ

Non fateci scegliere tra lavoro e figli

Due espressioni, quando in Italia si parla di denatalità, tradiscono il vizio culturale che indebolisce la gran parte dei tentativi di affrontarla e risolverla. Queste le espressioni: non siamo un paese per madri; dobbiamo conciliare maternità e lavoro. Questo il vizio (facilmente deducibile): i figli sono onere materno. Un vizio che deriva da una struttura precisa e robusta, perfettamente coincidente con il nostro impianto sociale, patriarcale e familista. Niente di nuovo. Non valutiamo mai, però, come questa stortura sistemica possa anch'essa produrre ulteriori vizi, induzioni culturali, il primo dei quali è l'idea che fare figli non soltanto implichi una rinuncia ma, di fatto, sia una rinuncia. Per reazionario che possa sembrare, molte donne, pur volendone fare, sono sempre meno disposte a scegliere tra lavoro e famiglia: è il dato più interessante della ricerca su maternità e lavoro condotta da Freeda, il portale online rivolto alle nuove generazioni (Z e millennial: ventenni e trentenni) e che si occupa di temi femminili e femministi.

Il 77% delle intervistate (tutte donne tra i 25 e i 34 anni, per la gran parte lavoratrici e in coppia) crede che le madri siano costrette a scegliere tra far famiglia e far carriera e, soprattutto, il 40% di loro non rinuncerebbe mai al lavoro dei sogni per fare la mamma. Siamo ancora il paese che legge, in quest'ultima non volontà, una forma di cinismo, uno spietato individualismo? In parte sì, e non per bigottismo, ma perché il sacrificio di sé è per noi una condicio sine qua non di molte cose: abbiamo imparato (ci è stato insegnato, o inculcato) che opporvisi significa ritenersi assoluti nel senso latino, e cioè sciolti da qualsiasi obbligo, qualsivoglia limite. Questa visione sacrificale della vita ha certamente a che fare con il cattolicesimo ma, per paradossale che possa sembrare, è anche uno degli esiti del combinato disposto di capitalismo e coazione all'ottimismo, al farcela: sacrificati, e avrai tutto; sacrificati, e vincerai su tutti, te stesso incluso. Ne La società della stanchezza, Byung-chul Han descrive il depresso del nostro tempo come colui che perde la lotta contro di sé, fallisce nell'adeguarsi all'imperio del "volere è potere", e sperimenta così un  dagli altri e un rifiuto di sé insormontabile. Nel no delle donne a scegliere tra lavoro e carriera esiste, invece, un rifiuto vitalistico: un no vivo e secco tanto al doversi sacrificare quanto al dover essere eccezionali wonder woman [donna meraviglia]. E infatti questo no lo dicono donne che appartengono alla generazione delle "grandi dimissioni", del lavoro che s'inventa e si fa sul divano, dell'ufficio da casa: tutte micro rivoluzioni per privilegiati, certo, che però dicono qualcosa della riduzione drastica della disposizione all'auto annullamento per nobili fini. Ricondurre le cose a una misura di semplice ordinarietà: lavorare senza morirne, fare famiglia senza annullarsi.

L'altro tratto dell'indagine di Freeda è la richiesta di un congedo parentale condiviso: il 66% delle ragazze ritiene che quelli attualmente in vigore siano troppo brevi, penalizzanti e anche poco inclusivi (il 20% di questo 66% denuncia che le coppie LGBTQ+ con figli sono escluse da ogni forma di tutela della genitorialità); il 74% crede che un congedo parentale paterno più lungo e ben retribuito contribuirebbe a una ripartizione equa della responsabilità famigliare. Il sociologo Domenico De Masi ha detto di recente a questo giornale che, visto che in Italia lavoriamo tutti più del dovuto (perché perdiamo molto tempo e perché siamo pervicacemente convinti che la qualità di un lavoratore sia direttamente proporzionale al tempo che trascorre alla scrivania), sarà molto difficile che gli uomini (i maschi) accettino, se mai la legge glielo consentirà, di assentarsi dall'ufficio per prendersi cura dei figli appena nati. Siamo certi che valga anche per i maschi ventenni e trentenni, le cui compagne, almeno in questa indagine, si dicono sicure di poter contare sul loro supporto?

Conosciamo davvero la generazione che si candida a costruire le famiglie del futuro? È quasi del tutto assente, nelle rilevazioni di Freeda, quel "carico mentale" che le donne si sono sempre auto assegnato perché è stato sempre implicitamente assegnato loro (un libro di qualche anno fa lo raccontava perfettamente: Bastava chiedere di Emma, ed. Laterza): il peso della gestione e della pianificazione domestica, tanto sul piano pratico quanto su quello emotivo e relazionale. Ed è quest'altra indisponibilità a quest'altro sacrificio che, anziché frantumare la famiglia, potrà forse finalmente rimodularla e porla sul piano su cui la legge del nuovo diritto di famiglia del '75 (capite, del '75!) la pose: la condivisione degli oneri. Andrea Scotti Calderini, ceo e co-fondatore di Freeda, ha detto: «La community di Freeda ci sembra molto preoccupata dal fatto che la maternità possa rappresentare un gradino rotto, un momento di svantaggio competitivo rispetto ai colleghi».

La maggior parte delle venti/trentenni consultate in questa indagine, ma pure in generale (lo sappiamo dai numeri), desidera fare figli ma teme il demansionamento e l'impoverimento. A dicembre del 2021, il 42% di loro ha raccontato di essersi sentita chiedere, durante un colloquio, se intendesse diventare madre. È un numero piuttosto sconvolgente. Ci sono infine le donne che figli non ne vogliono: come abbiamo tentato di raccontare su questo giornale, la maggior parte di loro non li vuole perché non li vuole (non li vuole il 31% delle intervistate: il 61% delle quali si dice felice così come sta, in solitaria produttiva non casta esistenza). Significa, quindi, che questo Paese può ancora contare su una generazione che desidera riprodursi, e che dimostra un nuovo, umanissimo eroismo: l'impermeabilità alla pessima qualità di chi amministra il suo futuro. Proporrei di non abusarne.

Simonetta Sciandivasci                “La Stampa” 16 giugno 2022

www.lastampa.it/cultura/2022/06/16/news/non_fateci_scegliere_tra_lavoro_e_figli-5418500

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220616sciandivasci.pdf

※※※※※※※※※※※

OMOFILIA

Palermo: l’orrore delle “terapie riparative” al centro della veglia contro l’omofobia

Ha messo al centro il tema delle cosiddette «terapie riparative» la veglia per il superamento dell’omotransfobia che si è svolta a Palermo (la prima, nel capoluogo siciliano, è datata 28 giugno 2007, allora nella chiesa valdese di via dello Spezio) nella chiesa avventista del settimo giorno, lo scorso 17 maggio, in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia e in concomitanza con le altre iniziative che si sono svolte in tutta Italia.

Fra i partecipanti – oltre a parrocchie, comunità e gruppi cattolici, chiese valdesi, comunità luterane riunite nel Coordinamento ecumenico per il superamento dell’omolesbobitransfobia – anche due rappresentanti dell’ordine degli psicologi di Sicilia, impegnati nel gruppo di lavoro “Psicologia LGBT+, promozione di un approccio affermativo alle identità sessuali”, che hanno illustrato il proprio impegno «per promuovere una cultura psicologica scientifica basata sul riconoscimento, sul rispetto e sulla valorizzazione delle differenze di genere e di orientamenti sessuali e affettivi, favorendo l’adozione di un approccio affermativo nella pratica clinica e sensibilizzando la popolazione generale al contrasto dell’omobitransnegatività», come ha spiegato Marco Cottone. «La letteratura scientifica internazionale riconosce gli orientamenti sessuali non eterosessuali quali varianti naturali e positive della sessualità e affettività umana, non costituendo di per sé indicatori di disturbi mentali o dello sviluppo – ha aggiunto lo psicologo –. Tuttavia una cultura ancora radicata fa sì che le persone LGBT+ siano ancora oggetto di stigma sociale e discriminazione. Ciò può comportare significative conseguenze sui processi evolutivi con un impatto negativo sulla loro salute». Diventa allora «prioritario promuovere una cultura scientifica psicologica orientata alla valorizzazione delle differenze e all’utilizzo dell’approccio affermativo», fondato «su un atteggiamento positivo non patologizzante, non giudicante e facilitante l’autodeterminazione». Come è appunto quello delle «terapie riparative», o «di conversione», meno in voga rispetto a qualche anno fa, ma ancora tutt’altro che estirpa.

               

In cosa consistono queste teorie lo ha spiegato Gaia Di Salvo, che ha subito contestato il lessico: vengono chiamate terapie, ma «sono in verità delle pratiche pseudoscientifiche atte a modificare l’orientamento sessuale di persone gay, lesbiche e bisessuali in favore di un orientamento eterosessuale, o comunque atte a diminuire le pratiche e il desiderio omosessuali». Se in passato poteva avere senso chiamarle in questo modo, dal momento che fino al 17 maggio del 1990 l’Organizzazione Mondiale della Sanità non si era ancora pronunciata rispetto alla patologizzazione dell’omosessualità, oggi invece è profondamente, e scientificamente, errato, perché l’Oms ha cancellato l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali.

                Sono trascorsi 32 anni, eppure «viviamo ancora all’interno di una società che porta dentro lo stigma, porta dentro i pregiudizi – ha proseguito Di Salvo –. Quindi tutto quello che è stato per tantissimi anni il pregiudizio negativo rispetto alle persone non eterosessuali e il conseguente pregiudizio positivo verso l’orientamento eterosessuale ha ancora oggi degli effetti su tutte le persone della popolazione. E nelle persone della popolazione ci sono anche gli psicologi, gli psichiatri e tutti i professionisti della salute mentale».

Abbiamo definito queste terapie «pseudoscientifiche perché non hanno alcuna base nella ricerca scientifica. Una rassegna del 2009, portata avanti dall’American Psycological Association, su 83 studi riguardanti gli effetti degli interventi delle terapie di conversione, ha fatto emergere non solo l’impossibilità di dimostrare il cambiamento dell’orientamento sessuale, ma ha evidenziato che l’intenzione di modificarlo era accompagnata nelle persone da effetti come depressione, ansia, insonnia, sensi di colpa, vergogna, non accettazione di sé, peggioramento dei rapporti familiari fino all’esclusione di questi elementi delle famiglie dalle famiglie stesse», con tutto quello che comporta, dalla perdita della casa e degli affetti, fino a ideazioni e comportamenti suicidari. «Ora – ha concluso la psicologa – tutto questo è quello contro cui noi cerchiamo di agire. Il nostro lavoro è quello di affermare con forza che qualunque trattamento mirato a indurre nei pazienti la modificazione del proprio orientamento sessuale si pone al di fuori dello spirito etico e scientifico che anima le nostre professioni e, in quanto tale, deve essere segnalato gli organi competenti, cioè agli ordini professionali. L’impiego delle cosiddette terapie di conversione dovrebbe essere dunque considerato fraudolento, nonché una violazione dei principi fondamentali dell’etica clinica. Sia i singoli professionisti, sia le istituzioni che propongono questi trattamenti dovrebbero essere soggetti a sanzioni adeguate».

                «Vogliamo confessarti, Padre, la nostra personale resistenza alla sorella e al fratello che hanno scelto di essere fedeli a se stessi e all’impulso del cuore che tu hai loro donato», si è pregato ecumenicamente, «Ti confessiamo una perdurante ostilità e insensibilità di tanta parte della società civile e delle Chiese, nei confronti delle nostre sorelle e fratelli omosessuali, bisessuali, transessuali, ancora vittime di violenze come il bullismo o i devastanti approcci delle terapie riparative. Ti confessiamo la radice velenosa della sopraffazione, che è nell’intimo del nostro io, dimentico di Te e ubriaco di sé, e che diventa prepotenza del più forte sul più debole, lotta rancorosa tra avversari, sino alla guerra tra i popoli. Sul deserto che abbiamo creato scenda dall’alto lo Spirito a restituirci il giardino (cfr. Is 32,15), in noi e attorno a noi».

Luca Kocci                            Adista Notizie n° 20                          04 giugno 2022

www.adista.it/articolo/68131

PASTORALE
Le nuove linee guida. Matrimonio, la svolta di Francesco

Matrimoni che non vengono celebrati perché i giovani sembrano sempre più lontani dall’idea del "patto per sempre", soprattutto quello religioso, e sempre più spesso preferiscono la convivenza. Matrimoni che durano sempre meno. Matrimoni la cui validità sacramentale rappresenta un serio problema.

Sono le sfide urgenti e drammatiche che la Chiesa intende affrontare in quest’anno dedicato ad Amoris lætitia – e in vista dell’Incontro mondiale delle famiglie che si apre la prossima settimana a Roma e in tutte le diocesi del mondo – perché in gioco c’è «la realizzazione e la felicità di tanti fedeli laici nel mondo». Nasce con questo obiettivo il documento “Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale”, un testo che dà seguito a un’indicazione ripetutamente espressa da papa Francesco nel suo magistero, ossia «la necessità di un “nuovo catecumenato” che includa tutte le tappe del cammino sacramentale: i tempi della preparazione al matrimonio, della sua celebrazione e degli anni successivi», soprattutto quando gli sposi potrebbero attraversare crisi e momenti di scoraggiamento. Non si tratta di un nuovo percorso di preparazione al matrimonio, ma di un progetto più articolato e più complesso – ed è questa la grande novità – perché punta ad abbracciare la cosiddetta "preparazione remota" che comprende cioè percorsi educativi all’amore, all’affettività e alla sessualità rivolti ai bambini, agli adolescenti e ai giovani, configurati in modo delicato e ragionevole in base alle diverse età; la preparazione "prossima", cioè quella pensata nell’imminenza delle nozze; e l’accompagnamento nei primi anni di matrimonio, senza trascurare i momenti di crisi e anche la scelta di chi decide di separarsi o di divorziare. Anche se per queste coppie è in preparazione un documento specifico perché, come spiega papa Francesco nell’introduzione, «la Chiesa, infatti, vuole essere vicina a queste coppie e percorrere anche con loro la via caritatis, così che non si sentano abbandonate e possano trovare nelle comunità luoghi accessibili e fraterni di accoglienza, di aiuto al discernimento e di partecipazione».

Perché è sempre più difficile raccontare ai giovani la bellezza e la verità della vita matrimoniale? Il documento parla di «mentalità edonista che distorce la bellezza e la profondità della sessualità umana», ma anche di «autoreferenzialità che rende difficile l’assunzione degli impegni della vita matrimoniale». E infine di «limitata comprensione del dono del sacramento nuziale, del significato dell’amore sponsale e del suo essere un’autentica vocazione, ossia una risposta alla chiamata di Dio all’uomo e alla donna che decidono di sposarsi».

Ecco perché si rende necessario «un serio ripensamento del modo in cui nella Chiesa si accompagna la crescita umana e spirituale delle persone». Per riuscirci il nuovo testo suggerisce creatività pastorale e flessibilità nei confronti della situazione concreta delle diverse coppie. Ma anche una formazione accurata per chi è chiamato ad accompagnare i giovani. Non solo parroci e sacerdoti, ma su un piano di pari dignità, anche coppie sposate con consolidata esperienza matrimoniale e perfino «separati, rimasti fedeli al sacramento, che possano offrire la loro testimonianza ed esperienza vocazionale in maniera sempre costruttiva». Perché, come papa Francesco, ha più volte ribadito, «non si tratta tanto di trasmettere nozioni o far acquisire competenze, quanto piuttosto di guidare, aiutare ed essere vicini alle coppie in un cammino da percorrere insieme».

Per farlo non servono né toni moralistici né discorsi complessi, soprattutto per quelle sempre più numerose «coppie di fidanzati che vivono situazioni di convivenza complesse, nelle quali fanno fatica a comprendere la portata sacramentale della scelta che stanno per compiere e la “conversione” che tale scelta comporta, sebbene “intravedano” il mistero più grande del sacramento rispetto alla mera convivenza». Sono proprio queste le coppie per le quali occorre mettere a punto un approccio nuovo, perché le loro domande «non possono piu essere eluse dalla Chiesa, né appiattite all’interno di percorsi tracciati per coloro che provengono da un cammino minimale di fede; piuttosto richiedono forme di accompagnamento personalizzate, o in piccoli gruppi, orientate ad una maturazione personale e di coppia verso il matrimonio cristiano». E anche questa è una sfida tutt’altro che agevole.

Il documento riserva grande attenzione al tema della castità prematrimoniale «come autentica “alleata dell’amore”, non come sua negazione» e sollecita le comunità a dedicare sforzi mirati e intelligenti alle coppie in crisi, spiegando che «un ministero dedicato a coloro la cui relazione matrimoniale si è infranta appare particolarmente urgente».

Luciano Moia                    Avvenire             15 giugno 2022

https://www.avvenire.it/famiglia/pagine/matrimonio-la-svolta-di-francesco

vedi pure                      www.romasette.it/matrimonio-la-proposta-di-un-nuovo-catecumenato

 

Niente sesso senza nozze

La Chiesa deve sempre avere «il coraggio» di dire no al sesso prematrimoniale. Migliorare la preparazione alle nozze per arginare i divorzi e ridurre le «sofferenze» delle famiglie. Riconoscere che per le coppie in crisi la separazione può essere inevitabile, posto che sia la soluzione estrema; e poi i parroci sono chiamati a restare vicini anche a chi sperimenta la fine dell'amore coniugale. Il Vaticano vara nuove linee guida - con il documento «Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale», introdotto da papa Francesco - per la preparazione dei futuri sposi. Lo scopo è evitare che un uomo e una donna per arrivare a scambiarsi gli anelli in chiesa impieghino poche settimane e poi vadano incontro a un «fallimento», come afferma il Pontefice.

Le procedure vengono rinnovate, ma con la conferma dei pilastri portanti, a partire dalla castità: «Non deve mai mancare il coraggio alla Chiesa di proporre la preziosa virtù della castità, per quanto ciò sia ormai in diretto contrasto con la mentalità comune», si legge nel testo del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. Per la Santa Sede «vale la pena di aiutare i giovani sposi a saper trovare il tempo per approfondire la loro amicizia e per accogliere la grazia di Dio. Certamente la castità prematrimoniale favorisce questo percorso». E anche nel caso in cui «ci si trovasse a parlare a coppie conviventi, non è mai inutile parlare della virtù della castità». Astinenza che può essere praticata in alcuni momenti anche nello stesso matrimonio: «Significherà, una volta sposi, vivere l'intimità coniugale con rettitudine morale. Quando la dimensione sessuale-genitale diventa l'elemento principale che tiene unita una coppia, tutti gli altri aspetti passano in secondo piano o vengono oscurati e la relazione non progredisce».

Per i ragazzi e le ragazze si indica la necessità di un'educazione sessuale che orienti a una «visione coniugale dell'amore». Quanto invece alle coppie che già convivono, la Chiesa apre al sacramento all'altare ma proponendo cammini di catechesi specifici. L'esperienza «pastorale in gran parte del mondo mostra ormai la presenza costante e diffusa di "domande nuove" di preparazione al matrimonio sacramentale da parte di coppie che già convivono, hanno celebrato un matrimonio civile e hanno figli. Tali domande - evidenzia il Dicastero - non possono più essere eluse dalla Chiesa; piuttosto richiedono forme di accompagnamento personalizzate».

E poi, dopo la cerimonia, la festa, il banchetto e le danze, i sacerdoti dovrebbero organizzare una sorta di assistenza ecclesiastica, sia perché permangono questioni rilevanti come «la regolazione delle nascite» e l'educazione della prole, ma anche per aiutare moglie e marito a non allontanarsi tra loro.

Il Vaticano ammette che in alcuni casi la fine del legame coniugale risulta «inevitabile», anche se «deve essere considerata come estremo rimedio, dopo che ogni altro ragionevole tentativo si sia dimostrato vano». E anche in queste situazioni la Chiesa locale deve garantire agli ex coniugi accoglienza e sostegno spirituale e psicologico.

Domenico Agasso                           La Stampa          16 giugno 2022

www.lastampa.it/vatican-insider/it/2022/06/16/news/niente_sesso_senza_nozze-5418818

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220616agasso.pdf

 

Chiesa lontana dalla modernità

L'aveva già intuito la Bibbia ebraica usando il verbo «conoscere» come sinonimo di «unirsi sessualmente». Si legge infatti in Genesi 4,1: «Adamo conobbe Eva sua moglie che concepì e partorì». Vale a dire: si giunge a conoscere veramente una persona, al punto da scegliere responsabilmente di volerla compagna di vita per tutta l'esistenza, solo se prima la si conosce nell'integralità del suo corpo e nella completezza del carattere e della personalità quali si rivelano anche nel rapporto sessuale. Niente completezza dei rapporti sessuali, niente completezza della conoscenza. Adamo infatti conobbe Eva non prima del rapporto sessuale, ma «nel» rapporto sessuale. Ed è un vero peccato che questa antica sapienza biblica, trasmessa non solo nel testo citato della Genesi ma anche dal libro del «Cantico dei cantici», dopo duemilacinquecento anni non sia stata ancora recepita dal Magistero della Chiesa cattolica, come appare nel modo più esplicito e più deludente dal documento vaticano pubblicato ieri, opera del «Dicastero per i laici, la famiglia e la vita», intitolato «Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale» e che rispecchia alla perfezione il pensiero di Papa Francesco.

Il documento si apre con una Prefazione del Pontefice che dichiara lo scopo perseguito: quello di offrire un articolato percorso di preparazione al matrimonio che viene detto «catecumenato», classico termine del gergo ecclesiastico che tradizionalmente rimanda al periodo di preparazione di coloro che si apprestano a ricevere il battesimo, detti appunto «catecumeni». La Chiesa già da tempo prevede corsi di preparazione al matrimonio, ma per Papa Francesco non sono sufficienti e per questo intende istituire «un nuovo catecumenato in preparazione al matrimonio». Secondo il Papa questo nuovo catecumenato è necessario perché a causa dell'attuale preparazione troppo superficiale «le coppie vanno incontro al rischio reale di celebrare un matrimonio nullo o con basi così deboli da sfaldarsi in poco tempo». Constatazione che, a giudicare dal grande lavoro della Rota Romana che non cessa di dichiarare nulli matrimoni durati anni e soprattutto dal numero impressionante di separazioni e di crisi coniugali, non resta che condividere del tutto.

Ma per provare ad arginare la frana progressiva dei matrimoni, la scelta di Papa Francesco non è di tipo lassista abbassando il livello di quanto è necessario per dichiararsi sposi cristiani, ma al contrario è all'insegna di un rinnovato e più responsabile impegno. D'ora in avanti chi vorrà sposarsi in chiesa dovrà sottoporsi a un cammino lungo e articolato che prevede tre tappe:

1) un periodo di preparazione remota, prossima e immediata al matrimonio;

2) un particolare modo di celebrare le nozze;

3) un accompagnamento della comunità cristiana nei primi anni di vita coniugale.

Insomma: se fino a oggi chi voleva sposarsi in chiesa se la cavava con qualche serata in parrocchia, da domani dovrà prevedere un periodo di preparazione e di accompagnamento di alcuni anni. Si tratta della prospettiva giusta per mettere fine alla diminuzione crescente dei matrimoni in chiesa e all'aumento ancora più crescente delle separazioni e dei divorzi? Ovviamente nessuno lo sa, ma quanto mi sento di dire è che è ammirabile il desiderio di non fare sconti e di rilanciare la preziosità dell'impegno che il matrimonio richiede.

Rimane però, assai grave, l'incapacità della Chiesa cattolica di comprendere la sessualità. Papa Francesco in questo non si distingue dai suoi predecessori, visto che non recepisce per nulla le posizioni più avanzate di alcuni teologi e di alcuni vescovi e soprattutto della Bibbia. Secondo lui «la castità insegna ai nubendi i tempi e i modi dell'amore vero, delicato e generoso», perché «solo quando un amore è casto, è veramente amore». Egli ritiene infatti, come scrisse in un documento del 2020 (Patris corde, n. 7) citato dal documento pubblicato ieri, che «l'amore che vuole possedere, alla fine diventa pericoloso, imprigiona, soffoca, rende infelici». Ma è veramente così?

Io non penso che, per risultare eticamente lecito, il sesso debba essere esercitato unicamente all'interno del matrimonio. Penso al contrario che vi possano essere forme di esercizio della sessualità eticamente lecite che prescindono dal vincolo matrimoniale. Qualcuno potrebbe obiettare che pressoché tutte le religioni condannano la sessualità al di fuori del matrimonio, ma la risposta è che esse si sono formate in epoche assai lontane in cui la struttura sociale era molto diversa rispetto a oggi, epoche in cui l'individuo contava ben poco rispetto alla tribù e alla famiglia e in cui i matrimoni non rispondevano a una logica di conoscenza reciproca e di amore personale ma erano piuttosto un evento sociale deciso da altri, non dagli sposi. L'età di costoro inoltre, in particolare delle donne, era molto inferiore rispetto agli usi attuali (la Madonna per esempio aveva dodici, anni al massimo), così che il matrimonio veniva a coincidere con l'ingresso nella pubertà e con il sorgere del desiderio sessuale. Ne consegue che il sesso al di fuori del matrimonio significava o adulterio o pedofilia, ed è per questo che tutte le tradizioni religiose condannano i rapporti prematrimoniali.

Oggi però la situazione è del tutto mutata, oggi al matrimonio si arriva molto più avanti nell'età, almeno a trenta, più volte a quaranta, e soprattutto con altre attese, date dal fatto che l'individuo non considera più la sua esistenza come totalmente al servizio della struttura familiare, ma come un fine in se stessa. È per questo che oggi risulta insensato condannare i rapporti prematrimoniali. Al contrario, quando esiste un impegno reciproco di due persone che si nutre di affetto, sincerità, stima, desiderio di futuro, è impossibile non considerare quanto l'unione sessuale favorisca la loro conoscenza e intesa reciproca. È questo il vero «catecumenato»: una conoscenza integrale e responsabile dell'altro, di sé, e della qualità dell'armonia fisica, psichica e spirituale che ne scaturisce.

Vito Mancuso “La Stampa” 16 giugno 2022

www.lastampa.it/editoriali/lettere-e-idee/2022/06/15/news/chiesa_lontana_dalla_modernita_-5418551

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220616mancuso.pdf

 

Sesso e matrimonio: imparare a dare forma al proprio amore

Dopo la pubblicazione degli itinerari catecumenali per la vita matrimoniale, uno dei nodi da affrontare è sicuramente il rapporto tra amore, sessualità e matrimonio...

                Laddove una questione richiederebbe pagine e pagine di riflessione e di argomentazioni per poter mettere in chiaro tutte le dimensioni e i profili che andrebbero chiamati in causa, è più utile forse andare dritti al nocciolo, sperando che il fare chiarezza sugli aspetti fondamentali aiuti ad approfondire tutto il resto.

                A mio modo di vedere, due sono le coordinate decisive per aprire un varco nella sempre annosa questione riguardante il matrimonio e i rapporti sessuali prematrimoniali. Possiamo enunciarle brevemente e in forma interrogativa.

In primo luogo, qual è il significato del matrimonio? È una istituzione socio-ecclesiale che interviene “dall’esterno” a dare forma, definizione e (perché no) peculiare stabilità (almeno secondo il Codice di diritto canonico, § 1056) a una realtà altrimenti vaga, debole e indefinita, oppure è un’esperienza di fede con la quale i due amanti (ministri del sacramento) riconoscono come la propria storia d’amore sia fondata da sempre in colui che solo la custodisce e in essa si rivela? In altri termini, il matrimonio è un’imposizione di qualcuno (foss’anche per volontà di Dio!) su qualcun altro per un terzo fine (riconoscimento sociale, stabilità, convenienza ecc.), oppure esso dice qualcosa della storia d’amore di coloro che lo vivono, lo celebrano e che così desiderano testimoniare la propria fede in colui che, nelle diverse esperienze amorose vissute, potremmo dire che gli si è rivelato come “custode” di questa storia?

                La seconda coordinata si potrebbe poi declinare nel modo seguente: nei confronti del rapporto sessuale all’interno della vita di coppia, è proprio necessario continuare a costruire una sorta di “recinto” di protezione, vedendolo come un tabù da tutelare all’ombra del “contratto” matrimoniale (che garantisce una situazione di stabilità) o non è forse più utile accompagnare gli amanti, i fidanzati, gli sposi a comprenderne l’autentico significato all’interno della propria storia d’amore e, più in generale, nell’universo simbolico del linguaggio dell’amore concreto? La sensazione, infatti, è che troppo spesso (anche da parte di chi il “sesso” lo vorrebbe tutelare nella sua quasi sacralità) la relazione d’amore viene ridotta al rapporto sessuale, identificato quale suo punto d’arrivo, ignorando come esso in realtà si collochi in una dinamica, un insieme di esperienze, insomma una storia che per dirsi ha un linguaggio molto più articolato che non il solo “grido” sessuale. È forse necessario recuperare proprio questo alfabeto affettivo per poter pronunciare nuove parole d’amore nella coppia, partendo dalle sillabe più semplici (baci, carezze, abbracci) per arrivare a vere e proprie frasi e quindi alla più alta poesia.

                Seguendo questo duplice itinerario, mi sembra che, da una parte, il rapporto sessuale possa ritrovare il proprio posto all’interno di un orizzonte affettivo ben più ampio e complesso, in cui forse emergere ancor di più nel proprio significato umano e teologico, unico e singolare, di dedizione e accoglienza reciproche degli amanti. Dall’altra, si possa inquadrare meglio la relazione tra rapporti sessuali e matrimonio. I primi non sono un’attività “pericolosa” solo per amanti “più che abili” con la patente matrimoniale, e il matrimonio non è un lasciapassare per ogni tipo di esperienza amorosa, comprese quelle più “azzardate”. Il rapporto sessuale è una modalità (certo unica e singolare, per motivi ben precisi) con cui l’unica storia d’amore degli amanti si dice e si realizza. Nel matrimonio, questa storia è riconosciuta nel suo radicamento cristologico, ovvero nel suo essere segno dell’amore di Gesù Cristo che la abita, in tutti i suoi aspetti, con o senza rapporti sessuali.

                Obiezione: così facendo non si rischia di sminuire la nobiltà del gesto? Per prima cosa potremmo dire che se per tutelare il valore di un atto umano è necessario confinarlo e porlo sotto una diversa “giurisdizione”, forse c’è alla base un ben più grave problema antropologico-culturale cui far fronte in prima istanza. In secondo luogo, come avviene per il linguaggio, una parola usata e abusata, talvolta in contesti non sempre coerenti tra loro, alla fine finisce col perdere di significato. Lo stesso avviene per il linguaggio del corpo. L’univoca attenzione sul rapporto sessuale (pro o contro di esso poco importa) finisce con l’esautorarne l’importanza. È necessario, allora, ciò di cui più si avverte l’assenza: una seria educazione sessuale, intendendo con ciò il saper guidare gli amanti alla reciproca scoperta di sé e dell’altro, nell’intimità di un linguaggio del corpo che si esprime con delicatezza, costanza e progressione. Solo così i soggetti di ogni storia d’amore potranno imparare, anche nello slancio e nell’emozione affettiva giovanile, ad esprimere e raccontare la propria storia, senza sentire il bisogno di ridurla a un solo “grido” sessuale inarticolato; solo così ogni storia d’amore non si spegnerà dopo un’unica grande vampata, come un fuoco di paglia, ma saprà davvero continuamente alimentarsi e bruciare come una brace ardente, simbolo reale di colui che sempre ne è la sorgente (prima e dopo il matrimonio).

                Stefano Fenaroli                             VinoNuovo                        18 giugno 2022

www.vinonuovo.it/teologia/etica/sesso-e-matrimonio-imparare-a-dare-forma-al-proprio-amore

※※※※※※※※※※※

PRESBITERI

«Essere fratelli prima di essere preti»

Come articolare paternità e fraternità spirituale? Jean-Paul Vesco (¤1962, avvocato, domenicano a 34 anni, sacerdote a 39 anni) arcivescovo di Algeri, ci spiega come la spiritualità religiosa ha dato forma alla sua visione delle cose.

                                                  

 

La spiritualità della vita religiosa insegna ad essere fratelli prima di essere preti. Per quanto mi riguarda, questa spiritualità mi ha strutturato in profondità, anche se comprendo che la spiritualità dei seminari diocesani insiste maggiormente sulla nozione di “paternità”. In parte ciò è forse dovuto al fatto che il presbiterato è direttamente assimilato all’incarico parrocchiale: il parroco si vede affidare un popolo di cui può considerarsi il padre.

Concepimento reciproco. Nella paternità spirituale, ritengo ci possa essere il rischio di devianza verso una relazione simbolica falsata perché troppo lontana dal reale della relazione di paternità. Porsi come padre può favorire l’illusione che noi, preti, non abbiamo bisogno di nessuno, che siamo noi la sorgente del concepimento derivante dalla relazione di paternità spirituale.

Al contrario, la nozione di fraternità spirituale fa spazio alla possibilità di prendere in considerazione una salutare e reale reciprocità, un concepimento reciproco che fa vivere anche noi! Occorre non perdere di vista il ritmo naturale della paternità (o maternità) biologica. Infatti, la relazione di paternità evolve nel corso della vita: nei primi mesi, i genitori sono destabilizzati di fronte all’intrusione del loro neonato, che sconvolge tutti i punti di riferimento; viene poi il periodo dell’educazione in cui i genitori diventano un modello con cui il bambino si confronta e rispetto a cui si costruisce; poi viene un momento in cui si crea un’alterità, perché i figli sono diventati adulti; infine arriva il tempo in cui sono i figli a prendersi cura dei genitori.

Questo processo umano può facilmente essere occultato nella paternità spirituale, spesso bloccata nel periodo della relazione di educazione genitore-figlio. Solo il patriarca conserva la sua piena autorità fin sul letto di morte, non il padre. Il rischio è che la paternità spirituale, bella in sé, si trasformi in paternità patriarcale molto più “rinchiudente”. Allora la relazione è minacciata da una infantilizzazione a vita.

Una forma di alterità. Il modello di fraternità spirituale mi sembra più “vero”, nella misura in cui corrisponde maggiormente alla realtà esistenziale della fraternità umana. In un rapporto tra fratelli, si tiene conto di diverse posizioni. Il fratello maggiore e il fratello minore hanno un ruolo l’uno per l’altro, che può evolvere nel corso del tempo e delle circostanze. Nella fraternità si vive anche una forma di alterità che nella paternità si trova meno, perché noi siamo sorelle e fratelli da uno stesso Padre.

L’autorità di un fratello non è normalmente dello stesso ordine di quella di un padre. Non si è debitori nei confronti del proprio fratello o della propria sorella, se non nel riconoscere ciò che questi ha potuto essere per noi, semplicemente perché era lui, perché era lei. Non è a loro che si deve la vita, ed è una grande differenza.

Come vescovo, vorrei essere un fratello, sia nei confronti di preti o di suore più anziani di me, come anche di studenti. Con i primi mi è difficile considerarmi padre, mentre mi verrebbe facile con gli studenti. Tuttavia, anche nei confronti dei primi, mi sono accorto che, quando riesco a presentarmi come loro fratello nel concreto della vita, questo suscita relazioni umanamente e spiritualmente altrettanto forti, e forse anche più forti, che non quando loro mi identificano con un padre, spesso in maniera un po’ meccanica, per il solo fatto del mio ruolo istituzionale.

Chiamato ad essere fratello. Ciò detto, naturalmente riconosco la realtà e la forza della paternità spirituale. Semplicemente, essa non si decreta e quindi non si istituzionalizza. È il mio modo di intendere la raccomandazione di Gesù di non chiamare nessuno “padre”. Non si diventa padre di tutti a 25 anni, per il solo fatto di essere ordinati preti. È la ragione per la quale, nella necessaria articolazione tra fraternità e

paternità, la fraternità è al primo posto.

Io mi sento profondamente e innanzitutto chiamato ad essere fratello, talvolta fratello maggiore. Può capitare che tale relazione diventi con una persona o un’altra un’occasione di concepimento, segno di una relazione reale di paternità spirituale. A titolo personale, non ho padre spirituale, ma fratelli e sorelle con i quali cammino in una relazione di alterità e di reciprocità. Tra di loro, qualche fratello o sorella è stato per me una figura di paternità o di maternità spirituale in un determinato momento della mia vita. Potrei dire chi sono.

Certo, questa relazione tra fraternità e paternità spirituale è sottile. In quanto vescovo, ho l’impressione di avere con i preti della mia diocesi una relazione fraterna, ma con un “qualcosa” di diverso rispetto a quando ero prete tra loro, o anche vicario generale. Un anno fa mi sono occupato di un prete anziano e amato, deceduto di Covid-19. Con altri membri della diocesi l’ho accompagnato fino all’ultimo respiro. Quando andavo a trovarlo all’ospedale, mi prendevo cura del suo corpo e gli davo da mangiare, avevo la sensazione di fare ciò che avevo sempre temuto di dover fare un giorno con mio padre, cosa di cui pensava di non essere capace. Il mio modo di essere fratello per quel prete, era di comportarmi con lui come un figlio si comporta con suo padre, non come un padre con suo figlio, con tutta l’autorità che può avere un figlio nei confronti di suo padre alla fine della vita di quest’ultimo.

Principio di unità. Ma il fatto che io fossi il suo vescovo, anche se ero suo fratello, faceva sì che ci fosse quel “qualcosa” in più di cui eravamo entrambi consapevoli senza aver bisogno di esprimerlo con delle parole. Che cos’era? Non saprei dirlo. La finezza di tale relazione non è resa totalmente dalla paternità spirituale per cui il vescovo è padre dei “suoi” preti o il prete è il padre dei laici che gli sono affidati.

Il mio ruolo di vescovo, come aspiro a viverlo, è essere quel fratello che assume un principio di unità, che sa incoraggiare ciascuno nel modo in cui lo Spirito si esprime attraverso di lui. Il mio modello di Chiesa è quello, sinodale, come è descritto nella prima lettera di Paolo ai Corinzi, in cui ciascuno ha dei doni ed è tenuto ad esprimerli, come il corpo umano è composto da un insieme di organi, tutti necessari, tutti interdipendenti gli uni dagli altri.

Anche se evidentemente il principio della sinodalità necessita che il cammino si faccia “con Pietro” e “sotto Pietro”, perché la Chiesa non è una democrazia nel senso in cui si intende abitualmente. Ma bisogna poter sentire tutte le voci. La sinodalità si situa in questa tensione tra l’orizzontalità della fraternità e la verticalità del principio di unità. Non l’uno senza l’altro.

Jean-Paul Vesco              “www.lavie.fr” 17 febbraio 2022                  (traduzione: www.finesettimana.org)

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220613vesco.pdf

※※※※※※※※※※※

RIFLESSIONI

Se la fede rischia di implodere

È molto significativo il titolo di un libro appena edito in Francia, Vers l’implosion? , nel quale la nota sociologa delle religioni Danièle Hervieu-Léger si domanda se il cattolicesimo sta andando verso l’implosione.

Danièle Hervieu-Léger & Jean-Louis Schlegel, Vers l’implosion? – Entretiens sur le présent et l’avenir du christianisme (Seuil, 2022).

Ma questa domanda inquietante sono ormai in molti a porla nell’agorà ecclesiale. Oggi, più che nei decenni passati, la Chiesa cattolica si mostra divisa, schierata in diverse fazioni, polarizzata tra tradizionalisti e innovatori, malata della patologia scismatica spesso nascosta e a volte conclamata.

Anche se papa Francesco riscuote una diffusa simpatia, soprattutto tra i non cattolici, nella chiesa è “segno di contraddizione”. Fin dall’inizio del suo pontificato l’avevo detto: se davvero il papa tenta di dare inizio a una riforma evangelica dell’istituzione ecclesiale si scateneranno le potenze. In questa luce vanno lette le fratture sempre più evidenti che si stanno manifestando su diversi temi:

¨       innanzitutto la frattura tra Chiese europee e Chiese del Sud del mondo, che su tematiche etiche riguardanti la sessualità, la fedeltà matrimoniale, e altri temi che sono sentiti come diritti civili, si contrappongono fino a delegittimarsi. Ci sono interi episcopati e gruppi di vescovi che delegittimano, sconfessano e dichiarano eretiche le posizioni non solo di cardinali e vescovi ma anche dell’intera conferenza episcopale tedesca.

¨       Ma c’è anche il conflitto con i tradizionalisti, soprattutto in campo liturgico, con la diatriba sulla messa tridentina che aspira a un riconoscimento alla pari con la messa della riforma liturgica del concilio Vaticano II. Qui il conflitto è una vera “guerra”, soprattutto in Paesi come Francia, Germania e Stati Uniti. I tradizionalisti non conoscono la sterilità di vocazioni presbiterali e religiose che conosce oggi la Chiesa: in Francia su una media di poco più di 100 preti ordinati all’anno la metà provengono da movimenti e comunità tradizionaliste. Anche i monasteri tradizionalisti sono fiorenti, con una vita rigorosa e seria. Li conosco personalmente, sono andato e ho mandato alcuni miei fratelli a sostare presso il monastero di Barroux, dove io stesso sono rimasto edificato dalla qualità evangelica della vita che vi si conduce. Ora, come non riconoscere un posto anche per loro nella chiesa, con un atteggiamento inclusivo e non esclusivo, con una volontà di vivere una comunione plurale? La sfida è grande, ma l’attuale reciproca contestazione sfibra la Chiesa e la stanca, in un’ora segnata dalla scristianizzazione della nostra società, nella quale risuona la domanda: siamo gli ultimi cristiani?

Occorrono un discernimento e l’accettazione della tradizione cattolica, e dunque anche del concilio Vaticano II, ma si deve fare spazio a una comunione plurale, non monolitica, nella quale i cristiani possono vantarsi di avere in dono l’unità della fede vissuta nella libertà dei figli di Dio. In una chiesa percorsa da diffidenze, censure e divisioni non si vive bene e non si può annunciare con autorevolezza e credibilità il Vangelo.

Enzo Bianchi                             la Repubblica”              13 giugno 2022

www.repubblica.it/rubriche/2022/06/12/news/altrimenti_se_la_fede_rischia_di_implodere-353606206

 

Un esercizio di implacabile lucidità

Il libro (“Verso l’implosione? - Colloqui sul presente e sul futuro del cristianesimo”) scritto da un sociologo e da una sociologa delle religioni: il primo (Jean-Louis Schlegel) pone domande a cui l’altra (Danièle Hervieu-Léger) risponde con una competenza riconosciuta, di cui dà prova in ogni suo libro da cinquant’anni a questa parte. E affronta di petto la crisi attuale del cattolicesimo.

Il tema è di estrema importanza. La Chiesa cattolica, vecchia di venti secoli, sta forse per affondare? Attualmente in Occidente – ma tutto lascia pensare che il fenomeno si dovrebbe diffondere altrove – essa conosce innegabili difficoltà ad essere presa sul serio, questa volta non più dall’esterno, ma proprio al suo interno, e da una maggioranza dei propri fedeli. Questi ultimi non possono ammettere che una gerarchia auto-sacralizzata imponga loro una dottrina e una morale preconfezionate, presentate come Verità cadute dal cielo, e quindi indiscutibili. Di fronte a loro una minoranza di cattolici difende questa gerarchia: cattolici che sono visceralmente attaccati alla forma tradizionale del cattolicesimo; che si impegnano con voce e militanza affinché la loro sacra religione di sempre non cambi di una virgola. In questa situazione di tensioni molteplici che non cessano di esasperarsi, il cattolicesimo non è forse sull’orlo dell’implosione? Questa è la domanda di fondo del libro.

Il minuzioso lavoro di analisi sonda “fino all’osso” le ragioni dell’attuale vacillamento del cattolicesimo nei suoi bastioni storici. È un lavoro che ha il grande merito di analizzare i fatti senza indulgenza, e con una lucidità tanto più spietata in quanto i leader cattolici tendono piuttosto a rifugiarsi nel diniego. Questi ultimi, in effetti, mascherano la realtà, ad esempio raggruppando parrocchie facendone una sola attorno ad un unico prete ancora disponibile; oppure sperano che lo Spirito Santo risponda alle ferventi preghiere dei fedeli suscitando vocazioni; o si stringono attorno a comunità animate da uno zelo missionario di riconquista; o ancora moltiplicano la loro visibilità con manifestazioni pubbliche tra cattolici per sostenersi facendo numero; ecc.

Danièle-Hervieu Léger manda in frantumi questi paraventi illusori della realtà e ne rivela le cause profonde. All’origine, vi è quello che lei definisce il fenomeno “di esculturazione”. Il cattolicesimo sostiene infatti che la sua dottrina dogmatica e morale, così come la sua organizzazione gerarchica, sono immutabili nella misura in cui sarebbero fondate su una rivelazione divina. La sociologa spiega come le scoperte scientifiche a partire dal Rinascimento fino ai nostri giorni hanno spazzato via le rappresentazioni sulle quali il cattolicesimo fondava da lustri le sue dottrine e la sua organizzazione e l’hanno disconnesso dalla cultura moderna. Questa percezione di esculturazione della Chiesa è presente nei nostri contemporanei con tanta maggiore acutezza in quanto essi hanno acquisito spirito critico e sostengono ormai legittimamente la loro autonomia di pensiero.

Danièle Hervieu-Léger rivolge i proiettori anche sull’altro ostacolo che è il clericalismo. Quest’ultimo si manifesta nel detenere e nell’imporre in tutti gli ambiti del potere una struttura gerarchica sacralizzata costituita dal papa, dai vescovi e dai preti. I fedeli, invece, sono ridotti ad ottemperare. Sul campo, la figura del prete che governa tutto ne è l’illustrazione permanente.

Quali sono allora le prospettive di futuro di fronte a questa situazione di blocco istituzionale?, chiede Danièle Hervieu-Léger al termine del libro. Non vede alcuna soluzione provenire dalla parte degli “osservanti” attuali ( i “praticanti” regolari) né delle comunità nuove assetate di riconquista. Questa via rischia di portare la Chiesa a diventare un raggruppamento settario. Le forze che anche dall’interno del cattolicesimo, come attualmente il sinodo nazionale tedesco, spingono per dei cambiamenti, sarebbero allora portatrici di speranza per un rinnovamento sperato?

La sociologa, di cui si conosce la prudenza nell’esprimersi, crede di poter concludere così: “Devo dirvi il mio estremo scetticismo sullo choc di cambiamento che può nascere da queste operazioni sinodali”. La ragione, per lei, sta nell’impossibilità, per i vertici dell’istituzione, di accogliere una tale rivoluzione, perché per loro, come per coloro che li seguono, l’esistente fa parte integrante dell’essenza stessa del cristianesimo.

Quanto alla folla di iniziative create ai margini della Chiesa da cristiani, anch’essi sotto forma di piccole comunità di studi di vangelo, di preghiera, di celebrazioni, anche eucaristiche senza preti, alcune delle quali si federano ad altre, la sociologa dichiara: “Io guardo con maggiore attenzione la proliferazione delle piccole iniziative che finiranno inevitabilmente per allentare, dal basso, la camicia di forza in cui il sistema clericale rinchiude la vitalità del cristianesimo. Ma questo non avverrà, con ogni probabilità, senza passare attraverso una fase di implosione del sistema, da cui nessuno può prevedere cosa possa emergere alla fine”.

La situazione attuale è quindi gravissima. Ragione di più per accrescere la vigilanza. Il Gesù di Matteo non dice forse: “La lampada del corpo è l'occhio; perciò, se il tuo occhio è sano, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre” (Mt 6,22-23)?

Jacques Musset                               “baptises.fr” 11 giugno 2022                        (traduzione: www.finesettimana.org)

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220613musset.pdf

 

Il cattolicesimo francese a rischio implosione

Uno sguardo sociologico acuto che sa andare oltre la semplice constatazione della frammentazione e della divisione. Specialista delle religioni, la sociologa Danièle Hervieu-Léger ha teorizzato, già vent’anni fa, l’esculturazione del cattolicesimo in Francia come perdita definitiva della sua influenza sulla società. Più recentemente il rapporto della Ciase sulla pedocriminalità nella Chiesa e le sue divisioni attorno a restrizioni del culto legate al Covid 19 le sembrano aver accelerato una forma di “deregulation” istituzionale divenuta irreversibile. In un libro di colloqui con il sociologo delle religioni Jean-Louis Schlegel, Danièle Hervieu-Léger precisa la sua visione di un cattolicesimo divenuto non solo minoritario ma plurale e frammentato. Un cattolicesimo che, a suo avviso, è condannato ad una forma di diaspora da cui potrebbe, tuttavia, trarre una nuova presenza sociale sotto forma di “cattolicesimo ospitale”. A condizione di riformarsi in profondità, non solo in Francia, ma anche ai vertici della gerarchia. Una tesi che, senza dubbio, susciterà dibattiti se non polemiche. E su cui io pongo domande ed esprimo dubbi in questa mia recensione.

L’interesse di questi “colloqui sul presente e sul futuro del cattolicesimo” è dovuto, certo, alla riconosciuta competenza e alla reputazione della sociologa Danièle Hervieu-Léger, ma anche alla buona conoscenza dell’istituzione cattolica da parte del suo interlocutore. Jean-Louis Schlegel è anch’egli sociologo delle religioni, autore, traduttore, editore e direttore della redazione della rivista Esprit. “Il progetto di questo libro, scrive nell’introduzione, è legato alla sensazione, basata su numerosi “segni dei tempi” e su argomenti forti, che per il cattolicesimo europeo e francese stia terminando una lunga fase storica”.

La svolta decisiva degli anni ’70. Non è un’intuizione nuova nel mondo della sociologia religiosa. E la panoramica presentata nel libro è l’occasione per Danièle Hervieu-Léger di tornare su ciò che lei definisce l’esculturazione del cattolicesimo francese. La descriveva fin dal 2003 come “scollamento silenzioso tra cultura cattolica e cultura comune”. Del declino del cattolicesimo in Francia i sintomi sono ben noti: crisi delle vocazioni e invecchiamento del clero fin dal 1950, crollo della pratica domenicale e della catechizzazione a partire dagli anni ‘70, erosione parallela del numero dei battesimi, dei matrimoni e addirittura dei funerali religiosi, diminuzione – di sondaggio in sondaggio – dell’appartenenza al cattolicesimo minoritario e aumento simultaneo dell’indifferentismo.

Restano da analizzare le cause. Per la sociologa bisogna cercarle nella pretesa della Chiesa al “monopolio universale della verità” in un mondo da tempo caratterizzato dal pluralismo, dal desiderio di autonomia delle persone e dalla rivendicazione democratica. La svolta decisiva si situerebbe negli anni 70 del secolo scorso. La Chiesa, che fino a quel momento era riuscita a compensare la sua perdita di influenza nel campo politico con la “gestione” nell’ambito dell’intimità familiare, non fa che passare da un fallimento all’altro sui temi del divorzio, della contraccezione, della libertà sessuale, dell’aborto, del matrimonio per tutti…

“Ciò che bisogna tentare di comprendere, scrive la sociologa, non è solo come il cattolicesimo francese abbia perso la sua posizione dominante nella società francese e a quale prezzo per la sua influenza politica e culturale, ma anche come la società stessa – compresa una gran parte dei suoi fedeli – se ne sia massicciamente allontanata”. Infatti è proprio lo “scisma silenzioso” dei fedeli, andati via in punta di piedi, che in gran parte ha portato alla situazione attuale.

La Chiesa spaventata dalla propria audacia conciliare. Per rispondere meglio alla domanda, gli autori ci propongono una rapida panoramica della storia recente del cattolicesimo. Sottolineano le rotture introdotte dal Concilio Vaticano II riguardo al Syllabus del 1864 e del dogma dell’infallibilità pontificia descritto qui come “coronamento di una forma di arroganza” clericale. Solo che l’attuazione del Concilio si sarebbe scontrata con gli eventi del 1968 e con i profondi sconvolgimenti che ne sarebbero seguiti. Lo scrittore Jean Sulivan scriveva, fin dal 1968, a proposito degli attori di un Concilio che si era appena concluso: “nel tempo che hanno impiegato a fare dieci passi, gli uomini vivendo si sono allontanati di cento”. Il divario tra la Chiesa e il mondo, che il Concilio aveva voluto e pensato di colmare, si era nuovamente allargato. E questo ebbe come effetto immediato e prolungato di spaventare l’istituzione cattolica della propria audacia conciliare, che pure era da alcuni considerata insufficiente.

Così, se la costituzione pastorale Gaudium et spes sulla “Chiesa nel mondo contemporaneo” (1965) rappresenta simbolicamente un progresso in termini di inculturazione nel mondo di oggi, tre anni dopo, l’enciclica Humanæ Vitæ che proibisce alle coppie cattoliche l’uso della contraccezione artificiale rappresenta già una svolta a 180 gradi che avrà l’effetto di accelerare l’esculturazione del cattolicesimo e di provocare una emorragia nella fila dei fedeli. Cosa che sarebbe stata confermata dai pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI attraverso una lettura minimalista dei testi conciliari e poi di un tentativo di restaurazione attorno alla riconquista dei territori parrocchiali e della centralità dell’immagine del prete, punte di diamante della “nuova evangelizzazione”. Invano!

Comunità nuove: pochi convertiti fuori dalla Chiesa. Di quei decenni post-conciliari che precedono l’elezione di papa Francesco in un contesto di crisi aggravata, gli autori prendono in considerazione anche la fioritura delle comunità nuove di tipo carismatico, percepite all’epoca come una “nuova primavera per la Chiesa”, ma che in realtà non manterranno le loro promesse. Con, secondo quanto scrivono gli autori, questo verdetto severo – che susciterà sicuramente dibattito – sulla portata del loro carattere missionario: “I nuovi movimenti carismatici hanno fatto in realtà pochi convertiti al di fuori della Chiesa, ma hanno influito sui cattolici stanchi della routine parrocchiale”. Il che ha avuto come effetto, in un contesto di continuo restringimento del tessuto ecclesiale, di rafforzare il loro peso relativo e la loro visibilità. Quando il sociologo Yann Raison du Cleuziou – citato nel libro – fa la constatazione che la Chiesa si ricompone attorno a “quelli che restano”, non esclude comunque il rischio di una “gentrificazione” (sostituzione di una categoria sociale agiata ad un’altra più popolare) attorno ad “osservanti” talvolta tentati da un cristianesimo identitario e patrimoniale come si è visto nella recente elezione presidenziale.

I due “terremoti” degli anni 2020-2021. A questa “constatazione” sociologica i cui contorni erano già ben delineati, il libro intende apportare una attualizzazione che ha l’effetto di indurire ulteriormente la diagnosi. Riguarda due eventi importanti capitati in Francia nel periodo 2020-2021, anche se le loro radici affondano in un passato più lontano.

  1. Si tratta in primo luogo del rapporto della Ciase sulla pedocriminalità nella  Chiesa che, secondo gli autori, rappresenta un “disastro istituzionale” accompagnato da profonde spaccature.
  2. Il secondo “terremoto” è stato il trauma causato ad alcuni dal divieto e poi dalla regolamentazione del culto nel periodo culminante dell’epidemia di Covid 19, ed ha approfondito le divisioni. Mentre alcuni hanno lanciato petizioni – contro il parere dei loro vescovi – perché fosse loro “restituita la messa”, altri si sono posti interrogativi “sul senso della celebrazione eucaristica nella vita della comunità”, al punto talvolta da non riprendere la pratica domenicale una volta tolti i divieti del lock-down (è stata suggerita la cifra del 20%).

Da questi episodi, che son ben lungi dall’essere superati, Danièle Hervieu-Léger trae la conclusione di un cattolicesimo francese che si è fortemente – e forse definitivamente – “spaccato”. Questo aggettivo indica sia “una scissione” che mette faccia a faccia dei raggruppamenti irriconciliabili, sia “il crollo di un sistema, un indebolimento di ciò che teneva insieme i suoi elementi, che si disperdono allora in tanti pezzi”. Quindi prosegue: “Il problema è sapere se questa situazione di frammentazione possa portare alla nascita di una riforma degna di questo nome. La direzione che può prendere non è per ora identificabile, come non lo sono le forze suscettibili di portarla avanti, supponendo che esistano. Siamo di fronte ad una situazione assolutamente inedita per la Chiesa cattolica dalla Riforma del XVI secolo, siamo di fronte a una scossa al suo interno, e non proveniente da un esterno ostile. La Chiesa sta affrontando, nel vero senso della parola, il rischio della propria implosione. In realtà, questo processo potrebbe essere già iniziato”.

“È la cultura che escultura il cattolicesimo o il cattolicesimo è esculturato per sua colpa?” Il mio intento non è quello di andare oltre nell’analisi dello sviluppo del libro. Il lettore vi troverà materia di riflessione abbondante che potrà, secondo il suo temperamento, fare propria, rifiutare o discutere. Al di là della mia adesione all’economia di insieme del testo che corrisponde spesso alle mie personali intuizioni di osservatore impegnato della vita ecclesiale, vorrei comunque formulare gli interrogativi suscitati in me dalla lettura di determinati passi del libro.

All’inizio dell’opera, Danièle Hervieu-Léger chiede molto opportunamente: “È la cultura che escultura il cattolicesimo o il cattolicesimo è esculturato per sua colpa?”. Ovviamente la tesi del libro propende per la seconda spiegazione. E questa scelta esclusiva la ritengo problematica. Non voglio sottovalutare la pretesa storica della Chiesa a detenere l’unica verità, anche se il Concilio Vaticano II ci propone un approccio completamente diverso e se si può comunque dubitare della sua capacità ad imporlo, se tale fosse stato il suo progetto, ad una società secolarizzata. Ma è davvero solo questo il registro del suo dialogo – o del suo non-dialogo – con la società e la sola spiegazione della sua esculturazione?

Mettere la società di fronte alle sue contraddizioni. Non si possono anche analizzare gli interventi di papa Francesco e di altri attori nella Chiesa – tra cui anche semplici fedeli – come leali interrogativi posti alla società su possibili contraddizioni tra gli atti che essa pone e i “valori” a cui fa riferimento? La richiesta individuale di emancipazione e di autonomia, che governi e parlamenti sembrano ormai sostenere senza riserve in nome della

modernità, è totalmente compatibile con le esigenze di coesione sociale e di interesse generale alle quali non rinunciano? E comunque, la modernità occidentale, nella sua pretesa ad un universalismo che contesta alla Chiesa, è sicura di avere l’ultima parola sulla verità umana e sul Senso della Storia? Non si può forse leggere lo sviluppo dei populismi in tutto il pianeta – e il fenomeno delle democrazie illiberali – come altrettanti rifiuti laici di inculturazione? Il liberalismo sociale occidentale non sarebbe in parte “l’utile idiota” del neoliberalismo di cui – divina sorpresa – è diventato il motore, come denuncia papa Francesco? E allora, portare nel dibattito pubblico la preoccupazione per il gruppo e per la fraternità contro il rischio di frantumazione individualistica avrebbe qualcosa a che vedere con una qualsia pretesa della Chiesa ad imporre alla società una verità rivelata di natura religiosa?

Permettetemi di citare qui Pier Paolo Pasolini, in “Scritti corsari”: “Se molte e gravi sono state le colpe della Chiesa nella sua lunga storia di potere, la più grave di tutte sarebbe quella di accettare passivamente la propria liquidazione da parte di un potere che se la ride del Vangelo. In una prospettiva radicale (…) ciò che la Chiesa dovrebbe fare (…) è quindi molto chiaro: dovrebbe passare all’opposizione (…). Riprendendo una lotta che, del resto, è nella sua tradizione (la lotta del papato contro l’Impero), ma non per la conquista del potere, la Chiesa potrebbe essere la guida, grandiosa ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano (è un marxista che parla, e proprio in qualità di marxista) il nuovo potere consumistico, che è completamente irreligioso, totalitario, violento, falsamente tollerante, e anzi più repressivo che mai, corruttore, degradante (mai più di oggi ha avuto senso l’affermazione di Marx secondo la quale il Capitale trasforma la dignità umana in merce di scambio). È questo rifiuto che potrebbe dunque simboleggiare la Chiesa”.

La Chiesa come “coscienza inquieta delle nostre società”.  In un commento alla lunga intervista di papa Francesco alle riviste gesuite nell’estate del 2013, il teologo protestante Daniel Marguerat formulava quella che sembra essere diventata la linea di cresta di molti cattolici dell’ombra: “La Chiesa guadagna in fedeltà evangelica a non porsi come colei che dà lezioni ma nell’essere la coscienza inquieta delle nostre società” . Ma le dette società accettano forse di essere inquietate dalla Chiesa nei confronti della quale nutrono abbastanza spontaneamente un sospetto di ingerenza? Quanti laici cattolici normali impegnati in un dialogo esigente con la società si sono visti opporre, un giorno, ad una argomentazione “ragionata”, la dichiarazione che essa era irricevibile poiché era la posizione della Chiesa? Allora, per concludere sulla domanda posta dagli autori: chi escultura chi? E non è forse un po’ affrettata, a proposito di questa esculturazione, una conclusione che dice: “Questo lascia intera la possibilità di una vitalità cattolica propriamente religiosa nella società francese?”. Come per prendere atto della sua esclusione definitiva dall’ambito del dibattito politico e sociale. O – altra lettura possibile – per sottolineare la pertinenza di una parola credente che dica Dio come testimonianza o come interrogativo piuttosto che come risposta opponibile a tutti. Forse siamo qui nel cuore del discorso del libro quando crede possibile, malgrado tutto, per i cattolici, di “reinventare il loro rapporto con il mondo e lo spazio che vi occupa la tradizione cristiana”.

Delle riforme che sicuramente non arriveranno. Al termine della loro analisi gli autori confermano la loro ipotesi di partenza: il cattolicesimo francese è oggi frammentato, diviso, combattuto tra due modelli di Chiesa che sarebbe illusorio voler unificare o semplicemente riconciliare: l’uno fondato su una resistenza intransigente alla modernità, l’altro sull’emergere di una “Chiesa diversa” in dialogo con il mondo. Secondo loro, l’istituzione cattolica, nella sua forma attuale, non sopravviverà a lungo al crollo dei tre pilastri che sono stati per il cattolicesimo: il monopolio della verità, la copertura territoriale tramite le parrocchie e la centralità del prete, personaggio “sacro”. E, poiché le stesse cause produrranno gli stessi effetti, questo varrebbe anche, a termine, ci dicono ancora gli autori, per l’insieme delle “giovani Chiese” del Sud del mondo che non sfuggiranno, presto o tardi, ad una forma di secolarizzazione a costo di vedere esplodere forme di religiosità “irragionevoli” che essa non pensava neppure possibili.

Uscire davvero da questa impasse, proseguono gli autori, esigerebbe l’introduzione di riforme che sicuramente non arriveranno, perché rappresenterebbero una rimessa in discussione radicale del sistema. “Finché il potere sacramentale e quello di decidere in materia teologica, liturgica e giuridica resteranno strettamente nelle mani del clero ordinato, maschio e celibe, nulla potrà davvero cambiare”. Ciò significa che non credono affatto alle virtù del Sinodo in preparazione per il 2023 i cui i progressi possibili sarebbero, a loro avviso, subito contestati dalla Curia e da una parte dell’istituzione rimasta bloccata sulla linea dei papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Da una Chiesa in diaspora ad un cattolicesimo ospitale. La Chiesa che vedono delinearsi nei prossimi decenni è quindi piuttosto una Chiesa in diaspora che, sottolineano, non manca, già fin d’ora, di ricchezze e dinamismi nascosti. Includono quei “segni di speranza” spesso invocati dall’istituzione cattolica, che però lo fa per meglio convincersi che nulla è perduto e che non è necessario buttare tutto all’aria per veder rifiorire la primavera. In quei segni, sottolineano gli autori, c’è un fenomeno reale di diversificazione e di innovazione, poco percepito dai media, che “impedisce di scrivere le partecipazioni del decesso del cristianesimo o della fine di qualsiasi socialità cattolica. (…) La Chiesa cattolica sussisterà, sicuramente, ma come, in quale luogo e in quale stato?”.

Paradossalmente, si potrebbe dire, il libro termina con l’idea che la Chiesa, esculturata dalla modernità per sua stessa volontà, non è tuttavia portata a dissolversi nel mondo come esso è. E neppure a porsi come controcultura, ma piuttosto come “alter culture”, sotto forma di un “cattolicesimo ospitale”, in cui prevarrebbe l’accoglienza incondizionata dell’altro, il che, confessano gli autori, non è davvero nel DNA della cultura contemporanea. Danièle Hervieu-Léger scrive a questo proposito: “Per esso (il cattolicesimo ospitale) la Chiesa è intrinsecamente ancora da venire, ancora non compiuta. L’ospitalità, come l’ho progressivamente compresa nel corso della mia inchiesta monastica non è prima di tutto un atteggiamento politico e culturale di composizione con il mondo, e neppure soltanto una disposizione all’accoglienza di ciò che è “altro”: è un progetto ecclesiologico il cui orizzonte di attesa è, in ultima analisi, di ordine escatologico”.

Siamo forse tanto lontani da un certo numero di riflessioni contemporanee provenienti dalle fila stesse del cattolicesimo? Pensiamo anche solo al libro Le christianisme n’existe pas encore (Il cristianesimo non esiste ancora) di Dominique Collin o alla professione di fede dei giovani autori di La communion qui vient (La comunione che viene). O anche alle cronache di brace pubblicate durante il periodo del lock-down dal monaco benedettino François Cassingena Trévedy o alle interviste del professore di sociologia ceco Mons. Tomas Halik.

Difficile andare oltre senza stancare il lettore. Ognuno lo avrà compreso, Vers l’implosion è un libro importante – e accessibile – che bisogna prendersi il tempo di scoprire. Si accusano facilmente i sociologi delle religioni di “disperare i fedeli” e gli stessi attori pastorali presentando con colori cupi un futuro che per definizione non è scritto da nessuna parte. Ragione ulteriore per leggere il libro senza complessi e rimettersi in cammino.

Il ruolo dei “mediatori laici”. In questo libro Danièle Hervieu-Léger torna a parlare dei periodi di lock-down caratterizzati, per le religioni, da una sospensione o da una regolamentazione dei culti. Analizzando le turbolenze suscitate all’interno della Chiesa cattolica, parla del posto assunto da “mediatori laici” in quei dibattiti: «È interessante notare il ruolo in queste discussioni da parte di giornalisti cattolici che hanno esposto la loro visione delle cose sui media, sui social e sui loro blog, e hanno suscitato molti commenti. Penso ad esempio a René Poujol, a Michel Cool-Taddeï, a Bertrand Révillion, Daniel Duigou o Patrice de Plunkett… e anche a blogger importanti come Koz (Erwan Le Morhedec), o perfino a internauti molto impegnati e “ragionanti” su questi argomenti. Il loro ruolo di mediatori laici tra riflessioni di teologi professionisti, prese di posizione clericali o episcopali e di fedeli cattolici pronti ad infiammarsi è stato molto interessante dal punto di vista dell’emergere di un dibattito pubblico nella Chiesa. Queste personalità non sono elencate come figure di spicco dell’avanguardismo progressista: sono cattolici conciliari mainstream, impegnati pubblicamente come tali. Hanno contribuito in maniera importante, anche con differenze tra loro, a portare nella discussione, con argomentazioni articolate a sostegno, domande chiare ed efficaci sul significato di quella retorica della “urgenza eucaristica”, sul ritorno in auge (ben prima della pandemia) del tema della “presenza reale” nella predicazione, e sul rafforzamento dell’identità sacrale del prete che a tali questioni è legata in maniera trasparente” (p. 49).

È la prima volta che vedo il nostro modesto contributo di animatori di dibattiti nella Chiesa preso in considerazione e citato pubblicamente, in quanto giornalisti onorari divenuti liberi da ogni legame in una redazione, (o blogger). Questo contrasta in modo positivo con l’abissale silenzio che circonda molto spesso questa forma di impegno ecclesiale che, di fatto, sfugge ad ogni controllo gerarchico suscitando, a volte, diffidenza o irritazione. Ancora una volta, ecco una forma di riconoscimento che ci giunge “dall’esterno”. A Danièle Hervieu-Léger calorosi ringraziamenti.

René Poujol       “www.renepoujol.fr”   12 maggio 2022 (traduzione: www.finesettimana.org)

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220614poujol.pdf

※※※※※※※※※※※

SINODALITÀ

Come ripulire le nostre liturgie dalle vestigia del passato?

Il cambiamento culturale epocale in atto, provoca la comunità cristiana. Sono ormai decenni che si percepisce questo cambiamento che sta intaccando tutti gli aspetti del mondo Occidentale. Non a caso si parla di cultura non solo post-moderna, ma anche post-secolare, post-cristiana, come per segnalare che il cambiamento in atto coinvolge anche la comunità cristiana.

                Non solo evangelizzazione. Dinanzi ai cambiamenti, spesso ci troviamo impreparati anche perché, come ci ricordava il pensatore francese Charles Péguy, l’anima tende alla tranquillità, a sdraiarsi sui pensieri bell’e fatti. Non si tratta di pensare solo a nuovi cammini dell’evangelizzazione o di rievangelizzazione, ma anche e, forse, soprattutto, di pensare a modalità nuove della celebrazione liturgica. Non possiamo pensare di riproporre lo stile liturgico consueto oppure, come accade purtroppo in momenti di cambiamento, a rovistare nei bauli dei ricordi per rimettere in auge liturgie desuete, veri e propri pezzi da museo, che non dicono nulla nel nuovo contesto culturale, se non un po’ di sentimentalismo religioso per i nostalgici di turno.

                Si tratta di ripensare la liturgia, il suo modo di comunicare con il popolo di Dio i misteri che sono al centro della fede, in modo da fornire un linguaggio intellegibile alle persone che si accostano ai sacramenti della Chiesa e ai sui misteri. In modo particolare, diventa necessario pensare alle eucarestie domenicali, per farle divenire momenti significativi per le persone che vi partecipano, spazi accoglienti e ponti verso il Mistero.

Uno svuotamento di senso. La convinzione è che non si tratta d’inventare nulla di particolare, ma di riprendere in mano l’esistente, le fonti della nostra fede, che sono la Parola di Dio e la Tradizione della Chiesa, come ci ha insegnato il Concilio Vaticano II (Dei Verbum, 12).

                Il tema della liturgia è importante perché riflette il modo d’intendere Dio. Dal modo in cui una comunità celebra l’eucarestia, si capisce in che Dio crede. L’insistenza sul precetto ha provocato lo svuotamento della dimensione relazionale e comunitaria, che è alla base del significato della liturgia eucaristica, intesa come azione del popolo. La predicazione che per secoli ha insistito sull’obbligo del precetto domenicale se, da una parte, ha provocato la diffusione del costume della messa domenicale come abitudine necessaria per la salvezza, dall’altra l’ha consegnata definitivamente nelle mani della classe sacerdotale togliendola, in questo modo, al popolo di Dio. C’è stato, dunque, un processo di snaturamento rispetto al significato originale che Gesù ha voluto dare all’eucarestia, come segno della sua presenza in mezzo ai fratelli e alle sorelle e come momento di consegna alla comunità del suo messaggio centrale.

                L’indifferenza ai precetti. Il nuovo contesto culturale nel quale siamo immersi, se da un lato appare insensibile agli aspetti religiosi a causa della sua marcata portata materialista, dall’altra permette di recuperare alcuni aspetti andati perduti nel tempo. Lo svuotamento della lettura metafisica e ontologica della realtà, venuto a compimento nell’epoca post-moderna, ha aperto la strada alla pluralità delle narrazioni possibili degli eventi. Si passa, in questo modo, da un approccio costrittivo della religione, con precetti, obblighi e doveri, che circoscrivono il modo di appartenenza al sacro, ad un tipo di approccio libero, basato più sulla comprensione soggettiva, che dalla coercizione, più sull’ermeneutica che sulla metafisica.

                Oggi le giovani generazioni sono totalmente indifferenti agli obblighi e alle minacce nei confronti dei precetti religiosi. Passare da uno stile coercitivo verso una proposta che stimoli l’interesse libero delle persone alla proposta religiosa, esige un cambiamento di paradigma radicale, che richiede la disponibilità a non identificare la bontà della proposta con la quantità numerica di chi partecipa. Il controllo coercitivo del popolo da parte della casta sacerdotale, sorretto dal clima politico e sociale che permetteva tale stile, provocava immediatamente la presenza massiccia dei fedeli ai momenti religiosi.

                Una classe sacerdotale per gestire il sacro. Ad un certo punto del cammino, la chiesa più che essere attenta a proporre lo stile del fondatore, si è lasciata prendere la mano dalla possibilità reale di controllare le masse che, al contempo, significava la possibilità di contare nel dibattitto politico e sociale. Chi controlla le masse controlla il potere. Certi accorgimenti dottrinali, come la confessione obbligatoria prima dell’eucarestia, hanno esacerbato il controllo della classe sacerdotale sui fedeli, più che proporre un cammino di libertà come proponeva il Maestro. Lo stesso si può dire sull’imposizione del celibato sacerdotale per i candidati al sacerdozio, che ha stigmatizzato un processo di diversificazione del clero nei confronti del popolo e, in modo particolare, delle donne.

                La giurisprudenza canonica, la teologia e la spiritualità che si sviluppa a partire dal X secolo d.C., sono tutte alleate per sostenere lo stesso discorso della necessità di una classe sacerdotale per gestire il sacro. La liturgia è lo spazio più idoneo in cui si manifesta questo fenomeno più politico che religioso. L’architettura degli spazi religiosi è il documento storico più visibile di questo processo di decostruzione politica del messaggio evangelico, a favore di un’istituzione che, ad un certo punto, decide di andare per la propria strada dimenticando l’origine del percorso.

                La separazione spaziale. Negli edifici adibiti alle manifestazioni liturgiche lo spazio in cui la classe sacerdotale gestisce il sacro subisce una doppia operazione architettonica. C’è, infatti, un processo di separazione dello spazio addetto al sacerdote, che compie le sue funzioni dal resto del popolo. Questa separazione è evidenziata da strutture specifiche – le balaustre – che segnalano sin dove il popolo può giungere. In secondo luogo, si assiste ad un progressivo innalzamento della zona chiamata presbiterio, con l’obiettivo di rendere visibile lo spazio sacro. Gli storici della liturgia ci avvertono che queste modifiche avvengono nel periodo in cui, a causa delle invasioni barbariche che devastano l’Impero Romano, si perdono i dati biblici e patristici e la liturgia subisce la nuova impostazione di tipo materialista del mondo religioso. Non si cerca più la dimensione così detta ontologica degli eventi che hanno accompagnato la vita di Gesù, per riproporli nella liturgia, ma si cerca di riprodurre il più fedelmente possibile, ciò che materialmente è avvenuto. L’innalzamento del presbiterio, dovrebbe, in questa prospettiva, significare il monte degli ulivi in cui Gesù ha vissuto la passione.

                Il peso della sedimentazione culturale. Contemporaneamente a questo fenomeno, ce n’è un altro che lo accompagna. Si tratta della progressiva identificazione della chiesa con l’impero romano, divenuto Sacro Romano Impero. Un segno chiarissimo nel campo liturgico di questa identificazione, sono le vesti liturgiche, che più che essere il segno della presenza della povertà del maestro, sono il simbolo della potenza politica dell’impero romano. Del resto, nei secoli di dominio temporale della chiesa, non mancheranno liturgie in cui viene manifestato il potere della chiesa su principi, re e imperatori. Queste deformazioni del messaggio originale confluite nella liturgia, permettono di comprendere non solo la necessità di una riforma liturgica avvenuta nel Concilio Vaticano II ma, soprattutto, la difficoltà di attuarla a causa dei nostalgici di turno, che non riescono a liberarsi la mente dalle forme del passato. Del resto, come diceva Thomas Khun, le strutture culturali si sedimentano a tal punto che anche una rivoluzione culturale non è capace di provocare cambiamenti immediati. Sessant’anni di storia non sono quasi nulla rispetto ai quindici secoli dell’impostazione precedente.

                Difficile scalfire la paura del cambiamento. I poveri, gli esclusi dalla società, gli emarginati, le persone che in qualche modo vengono discriminate, dovrebbero trovare accoglienza nella comunità cristiana. Lo spazio liturgico, le celebrazioni dei sacramenti e, in modo particolare, la celebrazione eucaristica domenicale, espressione della vita della comunità dovrebbe essere realizzata in modo tale da rendere evidente lo stile accogliente e aperto a tutte e a tutti. L’accoglienza dovrebbe essere un aspetto normale nella vita dei cristiani, dei seguaci di Gesù e, invece, tante volte non è così. Da una parte c’è una stratificazione d’ignoranza mista a pregiudizi difficile da scalfire, riscontrabile non solamente in alcune persone che frequentano la comunità, ma nella società in generale. Dall’altra, ed è l’aspetto più complesso, c’è la pesantezza di un’impostazione liturgica legata alla forma, al rito, che si traducono spesso in formalismo e ritualismo.

                Non è facile preparare liturgie vive e accoglienti in contesti comunitari dominati dalla paura del cambiamento e dall’identificazione della verità con l’immobilità. È nella liturgia che si nota più che in altri ambiti religiosi, la tendenza a riempire il presente con le vestigia del passato, quando non c’è la disponibilità di pensare ad elaborare qualcosa di nuovo, attento ai cambiamenti in atto e, soprattutto alle persone che vivono la novità della quotidianità. È imbarazzante constatare che tra i presbiteri, che sono coloro ai quali è affidata la guida della comunità e della liturgia, le nuove generazioni spesso le troviamo più rigide e ancorate al passato della vecchia guardia che, in qualche modo, ha cerato di attualizzarsi. La rigidità di vedute e posizioni è difficile da guarire.

                A volte solo il tempo riesce a scalfire il granito di visioni monolitiche e unidirezionali, spesso e volentieri superficiali e poco approfondite.

Paolo Cugini*                   Viandanti                           17 giugno 2022

*parroco di quattro parrocchie nella campagna bolognese

www.viandanti.org/website/come-ripulire-le-nostre-liturgie-dalle-vestigia-passato

※※※※※※※※※※※

SINODO IN FRANCIA

Funzionamento della Chiesa cattolica: i fedeli scuotono il clero

Chiesa cattolica si è impegnata in una vasta introspezione della durata di due anni e la sua prima tappa ha evidenziato la volontà dei fedeli francesi di scuotere il loro clero. Posto delle donne nella Chiesa, relazione tra preti e laici, crisi del modello parrocchiale: le loro attese, le loro critiche, le loro proposte, espresse a partire dall’autunno, sono state riprese in una sintesi di cui i vescovi, riuniti a Lione martedì 14 e mercoledì 15 giugno, hanno preso conoscenza e che sarà ora inviata a Roma.

Su richiesta di papa Francesco, i cattolici del mondo intero sono stati chiamati a dare il loro parere sul funzionamento della Chiesa. La prima fase di questo processo, a livello nazionale, è iniziata nell’ottobre 2021. A piccoli gruppi, nelle parrocchie o nei movimenti, dei fedeli si sono riuniti per discuterne. Poi ogni diocesi (un centinaio in Francia) ha redatto un riassunto dei loro contributi, lo ha trasmesso alla Conferenza episcopale francese (CEF), che, a sua volta, ne ha fatto una sintesi di una dozzina di pagine. In totale, secondo la CEF, circa 150 000 cattolici hanno preso parte a questo esercizio.

Tra loro, tuttavia, mancava ampiamente “la generazione dei 20-45 anni”. Questo testo segna la fine della fase nazionale di preparazione di un evento considerato importante dal papa argentino: il sinodo (riunione di vescovi) sulla sinodalità, in altre parole sul governo della Chiesa cattolica, la cui tappa mondiale è prevista nell’ottobre 2023, a Roma. Dopo di che, spetterà a Jorge Mario Bergoglio, 85 anni, redigere le proprie conclusioni in una esortazione apostolica, attesa come un coronamento delle riforme che ha tentato di inserire nella Chiesa cattolica a partire dalla sua elezione nel marzo 2013.

La sintesi francese redatta sotto la direzione del vescovo di Troyes, Alexandre Jolly, ha deciso di non edulcorare ciò che è salito dalla base, come ha confermato il prelato mercoledì in una conferenza stampa. E i cattolici hanno espresso critiche decise, in alcuni contributi diocesani si parlava addirittura di “collera”.

Il primo punto sollevato abbastanza sistematicamente riguarda il tipo di governance. Troppo “clericalismo”, non sufficiente “orizzontalità”: i contributi diocesani se la prendono con l’“aspetto piramidale della governance” nella Chiesa, con la mancanza di collegialità. Con un tono talvolta molto vivace, i cattolici chiedono che ci siano più consigli eletti, più collettivo, “relazioni meno gerarchiche tra clero e laici” e un “riequilibrio delle responsabilità” tra di loro.

La figura del prete, al cuore del dispositivo ecclesiale, viene messa in discussione. La sintesi parla di attese “plurali e contraddittorie” verso i preti, ma le critiche dominano. I parroci sono giudicati troppo lontani, accaparrati dalla gestione di parrocchie sempre più estese, inclini “all’autoritarismo”, con “difficoltà nelle relazioni con le donne” e con “un atteggiamento di chi guarda dall’alto in basso”. Si esprimono interrogativi sull’isolamento e sulla formazione dei preti. Spesso viene proposto di rendere opzionale il celibato. Alcuni chiedono che i laici possano partecipare alla scelta dei vescovi e dei preti. Simmetricamente, la sintesi nazionale rileva “la difficoltà per molti preti a riconoscere l’interesse di questo sinodo”.

Lo spazio concesso alle donne è considerato da tutti inaccettabile. “La loro voce appare ignorata”, rileva la sintesi, che parla della “palese sproporzione tra il numero di donne impegnate nella Chiesa e quello di donne in posti decisionali”. Riconosce una “urgenza” al cambiamento, “in un’epoca in cui l’uguaglianza tra uomini e donne è diventata una ovvietà riconosciuta”. Ci sono “molte richieste” perché le donne possano essere ordinate diacone, perché possano predicare, e una richiesta “ricorrente” perché possano anch’esse essere ordinate preti. Si chiede che sia loro aperta la predicazione.

Molti cattolici vorrebbero poter partecipare più attivamente e aver accesso, oltre alla messa, ad altri tipi di celebrazioni, in particolare centrati sulle Scritture. Inoltre sono espresse critiche sulla qualità delle omelie, considerate a volte non in sintonia con le preoccupazioni dei fedeli. Si chiede uno sforzo di formazione, per i preti e per i laici, per permettere anche a loro di prender parte alla predicazione, anche nelle messe. E questa è “una richiesta ricorrente”.

Infine, molti partecipanti chiedono all’istituzione ecclesiale di uscire dal “circolo chiuso”. Chiedono una Chiesa più aperta e calorosa, mentre il modello parrocchiale tradizionale soccombe per la mancanza di preti. Chiedono con forza i gruppi di prossimità e di fare spazio adeguato a tutti coloro che ancora oggi non si sentono accolti, come i divorziati risposati o le persone omosessuali.

Deplorano che la Chiesa fatichi a dialogare con il resto della società, che il suo linguaggio “sia ampiamente difficile da comprendere tanto sembra disconnesso dall’esperienza quotidiana.”

Cécile Chambraud  “Le Monde” 17 giugno 2022 (traduzione: www.finesettimana.org)

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220617chambraud.pdf

 

Francia I vescovi ascoltano il bisogno di riformare la Chiesa

Uniti in assemblea generale straordinaria a Lione, i vescovi hanno votato, mercoledì 15 giugno, un testo che li impegna sullo stato e sul futuro della Chiesa in Francia. Governance, posto delle donne, periferie: con un colpo di scena, il testo iniziale è stato completamente rivisto.

All’emiciclo Sainte-Bernadette a Lourdes, che accoglie tradizionalmente le loro assemblee generali, hanno preferito l’imponente anfiteatro di un campus studentesco della capitale delle Gallie. È nel cuore dell’Università cattolica di Lione e alla presenza di un centinaio di invitati laici, diaconi o consacrati, che i vescovi francesi, riuniti in Assemblea straordinaria, hanno concluso, mercoledì 15 giugno 2022, la fase diocesana del Sinodo sul futuro della Chiesa in Francia. Questa fase ha mobilitato 150 000 persone a partire dal suo avvio nell’ottobre 2021. Al termine di due intense giornate di lavori, “una lettera di accompagnamento” della sintesi già prodotta a livello nazionale è stata votata dai soli vescovi. “Questo testo li impegna. Spetterà a ciascuno procedere al ritmo della propria diocesi”, ha affermato Mons. Alexandre Joly, vescovo di Troyes, che ha diretto l’équipe nazionale dedicata al sinodo.

Quali sono i punti salienti del documento? “Ascoltiamo le forti attese che sono state espresse”, scrivono i vescovi, prima di indicare dettagliatamente cinque orientamenti prioritari:

  1. “articolare meglio la dimensione umana della Chiesa (…) con la sua natura sacramentale”;
  2. “fare proprie le segnalazioni rispetto alla sofferenza e alle attese delle donne nella Chiesa (…);
  3. “ascoltare la preoccupazione espressa riguardo ai preti e alle condizioni di esercizio del loro ministero”;
  4. “comprendere l’apparente divario tra l’esercizio del ministero e ciò che ci si aspetta concretamente dal clero;
  5. e infine “identificare meglio le ragioni per le quali la liturgia resta un luogo di tensioni ricorrenti e contraddittorie”.

Pur deplorando che il processo sinodale non abbia coinvolto “tutto il popolo di Dio nella sua diversità” – e in particolare i fedeli tradizionalisti e i giovani -, il testo esprime numerose “speranze”, tra cui quelle che “la sinodalità diventi lo stile ordinario della vita della Chiesa”, che le comunità imparino “a camminare al passo dei più piccoli e dei più poveri”, o ancora che la “diversità o la complementarietà delle missioni, carismi e doni” sia fonte “di gioia” più che “di concorrenza”.

Un fatto da rimarcare è che la lettera di accompagnamento votata dai vescovi rilevi alcune assenze nelle tematiche provenienti dalla base, come la missione, la testimonianza dei cristiani sulle grandi sfide sociali, ecologiche e di solidarietà internazionale. “La famiglia come luogo di apprendimento della fraternità non è citata”, prosegue la lettera, deplorando che certe “ricchezze spirituali cristiane” – i sacramenti, la vita consacrata, il celibato dei preti, il diaconato – siano spesso “ignorate” o “svalorizzate”.

Dopo alcuni emendamenti, la lettera di accompagnamento è stata adottata dai vescovi alla quasi unanimità, prima di essere presentata agli invitati tra gli applausi. “Interessante, dinamico, l’insieme risponde davvero alle nostre attese”, conferma una invitata della zona centrale della Francia. I due documenti devono ora essere inviati a Roma, che aveva chiesto dei contributi episcopali oltre alle sintesi nazionali.

Per arrivare a quel punto, è stato necessario, tra le quinte, un cambiamento spettacolare. Secondo una fonte, una prima bozza – che non si presentava sotto forma di lettera di accompagnamento, ma era intesa come una nuova versione della sintesi nazionale – “è stata nettamente respinta martedì alla fine del pomeriggio” durante i colloqui tra vescovi e invitati. “Questo ha permesso di mettere in evidenza il forte consenso alla raccolta delle richieste a livello nazionale”.

Pubblicata una settimana prima (sul sito della CEF) e centrata sull’importanza “di trovare ispirazione dalla Parola di Dio”, l’urgenza di “proporre segni che parlino e siano credibili nella società” e la necessità “di luoghi di dialogo fraterno”, la raccolta, redatta dall’équipe nazionale a partire dalle sintesi diocesane, delineava senza timori la situazione della Chiesa in Francia, e proponeva piste concrete per riformarla. Vi figuravano in particolare l’aspirazione “profonda” ad una Chiesa “più fraterna” e rivolta alle persone ai margini; il desiderio di una governance che lasci più spazio ai laici con l’affermazione “di autentici contro-poteri” ai livelli diocesani; il desiderio di rafforzare il ruolo delle donne nell’istituzione; la volontà di sviluppare dei “luoghi terzi” per avviare

il dialogo con i non-cristiani…

“Paragonata alla raccolta nazionale, la prima versione del testo dei vescovi ci è apparsa molto insufficiente. Lo abbiamo detto e c’è stato un reale ascolto da parte dell’episcopato”, racconta una laica che, come tutti gli invitati a Lione interrogati da La Croix, era stata colpita dalla sincerità e onestà” della raccolta. Il timore di un “addomesticamento” o addirittura di una “censura” della parola dei fedeli era spesso stato espresso nel processo sinodale.

“Il testo iniziale dei vescovi sembrava proprio un pallido riassunto della sintesi e questo ha suscitato una vasta insoddisfazione a tutti i livelli”, afferma un vescovo. “Avevamo paura che Roma leggesse solo quella inadeguata versione”, afferma un’altra invitata del Nord-Ovest. Davanti alla protesta espressa, viene allora presa la decisione di rielaborare completamente il documento per giungere, infine, ad una lettera di accompagnamento indissociabile dalla sintesi. “Questo è avvenuto tutti insieme, laici e vescovi, per quanto riguarda le linee generali, poi il lavoro di completamento è toccato ad una decina di persone (vescovi membri del Consiglio permanente Cef e i membri dell’équipe nazionale) durante la notte”, si è saputo. Il documento rielaborato e modificato è arrivato agli indirizzi mail dei vescovi alla… 1h58, ed è stato poi discusso ed emendato nella mattinata.

“Abbiamo saputo dar prova di capacità di adattamento, di rimessa in discussione, in termini estremamente brevi”, dichiara contento un altro vescovo. “Questa sintesi ci spinge ad una migliore collegialità, perché siamo veramente partiti dall’ascolto della base”, aggiunge Mons. Hervé Giraud, arcivescovo di Sens Auxerre (Yonne), prelato della Mission de France. “Nel contesto di crisi legata al rapporto della Ciase, bisogna ricordare che questa sinodalità è l’antidoto del clericalismo, conclude una invitata. Permette di evitare contro-testimonianze e abusi di potere che mettono a dura prova la nostra Chiesa”.

Malo Tresca   “La Croix” 16 giugno 2022 (traduzione: www.finesettimana.org)

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220617tresca.pdf

※※※※※※※※※※※

SINODO IN ITALIA

Il sinodo e la Chiesa locale. Appuntamento mancato

In alcune diocesi ha avuto luogo un primo confronto “dal basso". Il Sinodo, tanto raccomandato da Papa Francesco ha concluso, nella diocesi di Bergamo, la sua prima fase “dal basso”.

Considerazioni. Con la pubblicazione del Documento di Sintesi e il suo invio all’Assemblea del Sinodo dei vescovi si è conclusa anche per la nostra diocesi una prima tappa del cammino sinodale. Quello che si doveva fare.

v  La “fase dell’ascolto”, che si riproponeva di favorire un ampio processo di consultazione per raccogliere la ricchezza delle esperienze di sinodalità vissuta coinvolgendo i Pastori e i Fedeli delle Chiese particolari a tutti i diversi livelli. L’intenzione, come riporta sempre il Documento Preparatorio del Sinodo, era che: Qualunque siano le circostanze locali, i referenti diocesani sono invitati ad adoperarsi per la massima inclusione e partecipazione, cercando di coinvolgere il maggior numero possibile di persone, in particolare quelle ‘nelle periferie’ che sono spesso escluse e dimenticate.

Consapevoli che è stato percorso solo un tratto del cammino di consultazione “dal basso”. è tuttavia possibile e opportuna qualche prima considerazione.

¨       II popolo di Dio, grande assente. Il documento contiene veramente molte indicazioni importanti e preziose sulle quali dovremo ritornare a riflettere. Per ora mi limito a considerare alcune delle criticità emerse durante questa fase. La prima è che la consultazione è stata ben lontana dal raggiungere l’importante, a mio parere imprescindibile, obiettivo della massima partecipazione e coinvolgimento del maggior numero possibile di persone. A questa mancanza concorrono più cause. Per cominciare dobbiamo considerare che la consultazione è stata fortemente autolimitata fin dal principio. Il documento di sintesi della diocesi riconosce fin dal preambolo che Per sua stessa volontà e con la consapevolezza dei limiti derivanti da questa scelta, in questo primo anno della “fase narrativa” si è deciso di non coinvolgere direttamente “a tappeto” tutte le 389 parrocchie della Diocesi.

¨       La stessa Visita pastorale – che al momento ha interessato quasi un terzo del territorio diocesano e che si concluderà nel maggio 2026 – costituisce un’occasione preziosa di ascolto della vita effettiva delle comunità parrocchiali, grazie in particolare al materiale preparatorio che i singoli Consigli pastorali mandano al Vescovo prima del suo arrivo e alle Lettere di restituzione che questi invia alle parrocchie dopo il suo passaggio. Ciò non ha precluso alle parrocchie (e unità pastorali) che lo hanno desiderato di lavorare sulla traccia proposta per il Cammino sinodale e di far pervenire alla Segreteria il proprio contributo. Una scelta che, in contraddizione con quanto auspicato nel documento preparatorio, di fatto non ha dato voce alla gran parte del popolo di Dio bergamasco. Non bisogna nascondere che i laici delle parrocchie sono stati zitti, non si è sollevato un coro di protesta per essere stati lasciati ai margini ed anzi nemmeno un sommesso mormorio. Il grosso fraintendimento ritengo sia stato nel ritenere che era sufficiente ascoltare solo alcune voci che potessero essere rappresentative della molteplicità, in modo da “campionare” la maggior parte delle diverse istanze che potevano emergere. Al contrario la fase di ascolto richiedeva che ci fossero tante, tantissime bocche a parlare e ancora di più orecchie ad ascoltare. Orecchie vive e presenti, fratelli nella fede che ti guardano mentre parli e non un ascolto per delega o tramite la lettura di un resoconto.

¨       Non è avvenuto un “cambio di stile”. Ottimo che le visite pastorali mettano in atto la fase narrativa ma questo non sostituisce l’ascolto condotto capillarmente e personalmente in ogni parrocchia e realtà ecclesiale del territorio. L’ascolto prima che essere finalizzato alla raccolta di esperienze, pensieri, opinioni ha lo scopo di far sentire chi è interpellato importante per la vita della comunità ecclesiale e in tal modo di risvegliare il suo desiderio di esserne partecipe in modo attivo. Ti pongo queste domande perché il tuo parere conta al fine di immaginare la forma e il contenuto della Chiesa che verrà e che insieme stiamo provando a ridisegnare. Altrimenti la fase narrativa si risolve nella stesura del documento di sintesi, piuttosto che in un cambio di stile, di prassi pastorale, nel favorire il «far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un’alba di speranza, imparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani”, come auspica papa Francesco.

Mi chiedo se il primo esercizio di sinodalità non poteva consistere proprio nel chiedere a loro, ai fedeli (e non ai parroci che gravati da tanti impegni pastorali hanno magari visto di buon grado di essere sollevati da questo ulteriore incarico) se ritenevano appropriata la scelta di non essere interpellati fin da ora.

¨       I laici non si sono mossi. In secondo luogo la possibilità lasciata aperta alle singole parrocchie di lavorare comunque sulla traccia del cammino sinodale si è rivelata ancor più critica. Il tentativo, che io stesso ho sostenuto e al quale ho partecipato, di avviare dei tavoli sinodali attorno ai quali far sedere dei piccoli gruppi di laici per rispondere alle domande proposte dal Documento Preparatorio ha dato esiti numericamente impercettibili. È stato comunque un esperimento utile perché ha messo in luce almeno un aspetto rilevante. Anzitutto è emerso che senza l’avvallo esplicito e il coinvolgimento diretto del proprio parroco i parrocchiani di fatto non si sono presi la responsabilità di lavorare sulla traccia proposta sebbene non gli era affatto precluso e potevano a pieno titolo sentirsi liberi di muoversi autonomamente. A testimonianza di una dipendenza del laicato, specialmente quello meno giovane, nei confronti del clero profondamente radicata che rivela come l’assunzione di ruoli e responsabilità non la si improvvisa. Anche per questo motivo è essenziale che un percorso di sinodalità intrapreso seriamente si prenda carico di una fase di trasformazione che sarà sicuramente lunga e che pertanto deve essere avviata per tempo.

Il tempo che c’è ancora e quello che non c’è più. È chiaro che l’obiezione più immediata a queste mie critiche è che se anche ci sono stati questi rinvii e parzialità c’è comunque tempo per recuperare. Il sinodo durerà ancora per anni e in ogni caso lo stile sinodale dell’ascolto di tutti rimarrà e diventerà sempre più prassi nella nostra vita ecclesiale. Rimarco però che l’invito del Papa a indire il Sinodo della Chiesa italiana risale a convegno di Firenze del 2015 e l’annuncio ufficiale che si sarebbe tenuto è del Maggio 2021. Non è arrivato esattamente come un fulmine a ciel sereno. Il tempo per preparare adeguatamente e avviare la fase di ascolto per tutti c’era, come d’altra parte è testimoniato dal fatto che nella maggior parte delle diocesi in Italia la fase di ascolto ha riguardato fin da subito anche le realtà parrocchiali e in alcuni casi anche quei “territori” ai limiti della Chiesa.

A distanza di 8 mesi dall’inizio del sinodo e a completamento del documento di sintesi per gran parte dei fedeli della nostra diocesi rimane un oggetto semi sconosciuto. Al di fuori della cerchia limitata dei cristiani impegnati come operatori pastorali, la conoscenza del sinodo si limita all’articolo che qualcuno ha letto sul bollettino parrocchiale. Stiamo parlando di percentuali molto ridotte rispetto a tutti coloro che in varia misura si sentono parte della comunità ecclesiale. Voglio ricordare quanto diceva in un artic

lo pubblicato in occasione dell’avvio del cammino sinodale il teologo Pierangelo Sequeri: Senza questa sinodalità (e si riferiva all’ascolto del popolo di Dio e dello Spirito Santo) la Chiesa non è semplicemente meno simpatica: si corrompe. La sinodalità ecclesiale deve purificarci dall’orrore e restituire l’onore a questa immensa teoria di gente delle beatitudini, e riconsegnarle il testimone della rappresentanza e della rappresentazione della Chiesa. Dobbiamo chiedere perdono di averli selezionati e trascurati, invitandoli ai primi posti a tavola.”

                Se ci crediamo, è ora di darsi da fare.

Paolo Vavassori                               La barca e il mare                           15 giugno 2022

https://labarcaeilmare.it/chiesa-e-religioni/il-sinodo-e-la-chiesa-locale-appuntamento-mancato

※※※※※※※※※※※

SINODO IN SPAGNA

Spagna: in mano alle donne la fase diocesana del Sinodo sulla sinodalità

È in svolgimento oggi a Madrid l'Assemblea finale del Sinodo in Spagna con la partecipazione di più di 600 persone provenienti da tutte le diocesi. Secondo quanto appreso da Religión Digital (RD): «Non meno del 70% delle oltre 200.000 persone, divise in 13.500 gruppi» che hanno partecipato alla fase diocesana per il Sinodo 2023 «sono state donne». Sarà per questo che è emerso, in vari contributi diocesani consegnati alla dirigenza ecclesiale perché se ne faccia una sintesi, la proposta di maggiore protagonismo della donna nella Chiesa e anche del sacerdozio femminile?

                E se è una richiesta non così diffusa, hanno sostenuto le gole profonde di cui riferisce il sito spagnolo, è perché «la partecipazione più o meno attiva e significativa delle donne è dipesa molto dall'approccio che il parroco ha voluto dare loro». Bisogna anche considerare che l’età media dei partecipanti era intorno ai 55-60 anni, informa ancora RD ancora riportando fonti che non vogliono comparire; e perciò «saranno state molte le donne intorno ai 70 o 80 anni, e non so fino a che punto sia stata l'ordinazione sacerdotale femminile un priorità di queste donne», anche ci sono state altre realtà, come la “Rivolta delle donne” nella Chiesa, che hanno inviato anche il loro contributo.

                Aggiunge Religión Digital che «le fonti consultate sottolineano l'interesse dell'équipe di coordinamento di questa fase sinodale “a porre l'accento sui laici in generale, ma a dare una dimensione maggiore al ruolo delle donne. Questa è stata una costante che si è cercato di trasmettere”» nelle sintesi

Eletta Cucuzza                  Adista                  11 giugno 2022

www.adista.it/articolo/68201

 

Spagna, sintesi finale della fase diocesana del Sinodo: ecco cosa chiede il "popolo di Dio"

La Chiesa che è in Spagna ha concluso la fase diocesana per la preparazione del Sinodo che si celebrerà a Roma nell’ottobre del 2023 sul tema “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”. Ieri, 11 giugno, 650 rappresentanti di tutte le diocesi spagnole e di altre istituzioni hanno partecipato a Madrid all’Assemblea Finale del Sinodo, momento celebrativo al termine di otto mesi di lavoro. La “sintesi finale” dei contributi che ogni équipe dei responsabili diocesani ha consegnato all’équipe sinodale designata dalla Conferenza episcopale (CEE), sintesi realizzata da questa équipe, è stata presentata all’Assemblea, cui fra gli altri gerarchi hanno presenziato l’arcivescovo di Madrid, Carlos Osoro; il cardinale di Barcellona e presidente dei vescovi, Juan José Omella; il nunzio Bernardito Auza; il segretario generale del Sinodo, card. Mario Grech: i membri dell’équipe sinodale della CEE.

                La versione integrale del lungo documento finale (in spagnolo) è disponibile nel maggior sito spagnolo di informazione religiosa Religión Digital.

www.religiondigital.org/espana/Sintesis-Asamblea-Sinodal-Espana-sinodo-conferencia-espiscopal-iglesia-documentosRD_0_2458854094.html

                In esso, vengono segnalati i «temi che hanno avuto forte risonanza nel processo sinodale».

v  «In primo luogo, senza dubbio, il riferimento al ruolo della donna nella Chiesa come preoccupazione, necessità e opportunità. La loro importanza nella costruzione e nel mantenimento delle nostre comunità è apprezzata e la loro presenza negli organi responsabili e decisionali della Chiesa è considerata essenziale.

v  È evidente la preoccupazione per la scarsa presenza e partecipazione dei giovani alla vita e alla missione della Chiesa.

v  La famiglia è vista come un campo prioritario dell'evangelizzazione.

v  Il tema degli abusi sessuali, dell'abuso di potere e di coscienza nella Chiesa ha avuto un'eco importante, evidenziando la necessità del perdono, dell'accompagnamento e della riparazione.

v  La maggioranza ha sentito la necessità di istituzionalizzare e rafforzare i ministeri laicali.

v  Particolare attenzione merita il tema del dialogo con le altre confessioni cristiane e con le altre religioni. Riconosciamo di avere poca esperienza ecumenica nelle nostre comunità, mentre comprendiamo la necessità di instaurare questo dialogo dove non esiste e, se del caso, di promuoverlo, con spazi condivisi e iniziative che raggiungano tutti i membri delle comunità.

Infine, si evidenziano alcune altre questioni rilevanti che sono emerse nel dialogo sinodale, anche se con minore presenza:

  • La necessità di promuovere una presenza qualificata della Chiesa nel mondo rurale.
  • La religiosità popolare come canale di evangelizzazione in un mondo secolarizzato.
  • La necessità di promuovere la pastorale degli anziani.
  • La comodità di aumentare l'assistenza per alcuni gruppi come i detenuti, i malati o gli immigrati».
  • «Insieme a quanto sopra – continua la “sintesi finale” - , sebbene si tratti di questioni sollevate solo in alcune diocesi e, in esse, da un numero ristretto di gruppi o individui, riteniamo opportuno inserire in questa sintesi, per la sua rilevanza nell'essenziale dialogo ecclesiale e con nostri concittadini, la richiesta che fanno sulla necessità di discernere più a fondo la questione del celibato facoltativo nel caso dei sacerdoti e dell'ordinazione dei sposati; in misura minore, è stata sollevata anche la questione dell'ordinazione delle donne. In ogni caso, in relazione a questi temi, si rileva una chiara richiesta che, come Chiesa, dialoghiamo su di essi per permettere al Magistero di comprenderli meglio e di poter offrire una proposta profetica alla nostra società».

Per un’informazione più dettagliata, è opportuno qui aggiungere che Religión Digital in questi ultimi tempi ha riferito delle più grandi diocesi che hanno avanzato le proposte considerate più divisive – soprattutto il celibato opzionale e il sacerdozio delle donne – con notizie così titolate: “I cattolici di Barcellona propongono ‘l'apertura della possibilità’ del celibato facoltativo e del sacerdozio femminile nella Chiesa”; «Anche la diocesi di Vitoria chiede ‘di porre fine alla discriminazione femminile’ nella sua proposta sinodale”; “Saragozza, altra diocesi che propone al Sinodo il sacerdozio delle donne e il celibato facoltativo”; “San Sebastian sostiene il celibato facoltativo, la "benedizione" dei gay e l'accesso delle donne al sacerdozio”; “Coria-Cáceres: tra le proposte del Sinodo spiccano l'ordinazione delle donne e il celibato facoltativo”; “La Chiesa di Maiorca riconosce di non servire ‘sufficientemente’ madri single e divorziati”.

                Fra le mancanze segnalate. Fra le molte osservazioni interessanti presenti nella “sintesi finale”, segnaliamo le seguenti:

«Quanto ai sacerdoti, è richiesta una formazione che approfondisca la vita apostolica, nella chiave della sinodalità e della corresponsabilità, con il riconoscimento del ruolo proprio dei fedeli laici, dell'autorità intesa non come potere, ma come servizio. In particolare, c'è molta insistenza sul fatto che la formazione dei nostri seminaristi sia illuminata con queste chiavi»;

                «Siamo molto consapevoli del ruolo essenziale dei sacerdoti nel vivere e celebrare la fede, specialmente nell'Eucaristia e nel perdono, così come nell'animazione e nella costruzione della comunità. Per questo siamo particolarmente colpiti dalla mancanza di entusiasmo di una parte molto rilevante dei sacerdoti delle diverse comunità locali e dalla nostra mancanza di efficacia come comunità nell'accompagnarli nell'esperienza della loro vocazione»;

                «La necessità di ampliare gli spazi di partecipazione, di incoraggiare più persone a coinvolgerli, di aiutare i battezzati a scoprire che sono Chiesa e che, come tale, tutto ciò che la tocca li riguarda. In questo senso, l'apostolato associato è visto e valorizzato come mezzo efficace per scoprire e vivere la corresponsabilità nella vita e nella missione della Chiesa»;

                «Derivato da quanto sopra, l'autoritarismo nella Chiesa (autorità intesa come potere e non come servizio), con le sue corrispondenti conseguenze – clericalismo, scarsa partecipazione alle decisioni, distacco dai fedeli laici – è una delle principali critiche che compare nei contributi dei gruppi sinodali. Il ruolo dei laici e della vita consacrata nel momento presente è essenziale e insostituibile, e bisogna saper trovare la via e gli spazi perché lo sviluppino in tutta la sua pienezza»;

                «Apprezziamo molto i nostri fratelli consacrati, anche se siamo consapevoli di non averli presenti come dovremmo. Per questo è importante curare le relazioni reciproche con i membri della vita consacrata»;

«… c'è una netta frattura tra Chiesa e società. La prima è vista come un'istituzione reazionaria e poco propositiva, lontana dal mondo di oggi. In parte riteniamo che la responsabilità sia nostra, perché non sappiamo comunicare bene tutto ciò che siamo e facciamo. Questa immagine della Chiesa ci ferisce –perché la amiamo – e, in un certo senso, la sensazione di non aver raggiunto la società e che i pregiudizi contro la Chiesa sono insormontabili ci porta a uno sconforto profondo che ostacola la presenza evangelizzatrice e trasformatrice della realtà».

Eletta Cucuzza                     Adista                    12 giugno 2022

www.adista.it/articolo/68211

※※※※※※※※※※※

TRANSGENDER

Salute di genere, basso livello di prevenzione nella popolazione transgender

                Pochi screening oncologici, un tasso di depressione fino a dieci volte più alto rispetto alla popolazione generale e stili di vita poco salutari. Sono questi i principali dati preliminari che emergono dallo “Studio sullo stato di salute della popolazione transgender adulta in Italia” condotto dall’ISS in collaborazione con centri clinici distribuiti su tutto il territorio nazionale e associazioni/collettivi transgender. Alcuni dei risultati di questo studio sono stati presentati oggi, all’Istituto Superiore di Sanità, nel corso del convegno “Stato dell’arte e prospettive future nella promozione del benessere e della salute delle persone transgender” organizzato con l’Ufficio Nazionale Anti Discriminazioni Razziali (UNAR) - Presidenza del Consiglio dei Ministri.

                “Per l’UNAR la salute e il benessere delle persone transgender sono temi prioritari su cui stiamo lavorando da tempo -  afferma Triantafillos Loukarelis, Direttore dell’UNAR - "sia in termini di Strategia nazionale LGBT che in termini di progettualità per politiche che includono anche gli aspetti di inserimento lavorativo. Tale sforzo sarà confermato e rafforzato nella nuova progettualità dei fondi europei concordati con l’UE fino al 2027”.

                Dallo studio, che mostra l’importanza di un’azione sanitaria specifica su questa fascia di popolazione, emerge soprattutto la difficoltà di accedere ai servizi sanitari, in particolare agli screening oncologici, con la percentuale di chi si sente discriminato che arriva al 46%.  Soltanto il 20% delle persone transgender assegnate femmina alla nascita esegue il pap-test, mentre soffre di depressione circa il 40% delle persone transgender e il 60% dei casi del campione analizzato dichiara di non fare attività fisica. “Questi numeri mostrano quanto sia urgente nell’ambito dei servizi sanitari costruire una formazione specifica del personale che lavora in ambito sanitario - dice Marina Pierdominici dell’Iss, responsabile scientifico dello studio sullo stato di salute della popolazione transgender -. Il corretto accesso ai servizi sanitari in questa fascia di popolazione è il motore della prevenzione e il suo funzionamento – continua la Pierdominici -   riguarda sia la sensibilizzazione della popolazione transgender rispetto all’importanza della tutela della salute sia la competenza del personale sanitario coinvolto nell’azione di prevenzione”.

                La mancanza di conoscenza sulla salute transgender da parte del medico e l’utilizzo di una terminologia inappropriata sono le criticità più frequentemente riscontrate dagli/lle utenti nell’interazione con il medico. Una survey [sondaggio] tuttora in corso mostra, dai dati preliminari, come gli stessi medici sottolineino la necessità di una formazione specifica sugli aspetti di salute legati all’identità di genere che non è attualmente parte del curriculum di studi universitario. Proprio a questo proposito, entro il 2023, saranno disponibili sulla piattaforma dell’ISS corsi di formazione specifici rivolti al personale medico e sanitario ai fini rendere efficaci le azioni di salute pubblica anche rispetto a questa fascia di popolazione.

                “L’analisi delle risposte al questionario rivela uno spiccato interesse da parte del medico di medicina generale nei confronti della tematica identità di genere e salute. - ha dichiarato la SIMG - La medicina moderna e del futuro dovrebbe aprirsi sempre più alla comprensione di questi aspetti legati all’identità delle persone assistite in quanto rappresenta un elemento di particolare sensibilità che caratterizza ulteriormente il medico di medicina generale facendolo diventare anche il medico della persona.”

                La ricerca condotta dall’ISS è divisa in quattro sezioni:

  1. .dati socio-anagrafici (età, cittadinanza, residenza, titolo di studio, condizione lavorativa, reddito, sesso registrato alla nascita, identità di genere),
  2.  stili di vita (attività fisica, dieta, fumo di sigaretta, consumo di alcol, uso di droghe),
  3.  stato di salute (accesso ai servizi sanitari e loro utilizzo, prevenzione, malattie, cure mediche e chirurgiche),
  4.  identità di genere e salute (supporto psicologico, trattamento ormonale e/o chirurgico di affermazione di genere).

 I risultati saranno oggetto a breve di pubblicazione.

                Stili di vita. I risultati hanno evidenziato che è maggiore la percentuale di persone transgender che non fa attività fisica rispetto alla popolazione generale. Il 64% delle persone transgender AMAB (donne transgender e persone non binarie assegnate maschio alla nascita) e il 58% delle persone transgender AFAB (uomini transgender e persone non binarie assegnate femmina alla nascita) non fanno attività fisica rispetto al 33% e al 42% degli uomini e delle donne nella popolazione generale (dati ISTAT).

Relativamente al fumo di sigaretta la popolazione più a rischio è rappresentata dalle persone transgender AFAB che riferiscono di fumare nel 37% dei casi verso il 25% degli uomini e il 19% delle donne che fumano nella popolazione generale (dati ISTAT).

Il binge drinking (consumo eccessivo di alcol in una singola occasione) è più frequente nella popolazione transgender: 23% AMAB e 17% AFAB nella popolazione transgender vs 12.5% uomini e 5.5% donne nella popolazione generale (sorveglianza Passi 2017-2020, ISS).

Le differenze riscontrate tra la popolazione transgender e la popolazione generale per quanto riguarda gli stili di vita sono correlabili a molteplici fattori tra i quali minority stress, episodi transfobici e transfobia interiorizzata giocano un ruolo cruciale.

                Accesso ai servizi. Per quanto riguarda l’accesso ai servizi sanitari il 34% delle persone transgender AMAB e il 46% delle persone transgender AFAB si è sentita discriminata in ragione della sua identità e/o espressione di genere nell'accesso o utilizzo dei servizi sanitari. Questo dato, almeno in parte, può spiegare la bassa percentuale di persone transgender che si sottopone agli screening oncologici: per esempio il pap test a scopo preventivo viene eseguito soltanto dal 20% delle persone transgender assegnate femmina alla nascita vs il 79% delle donne nella popolazione generale (sorveglianza Passi 2017-2020, ISS).

                Stato di salute. I dati relativi alla presenza di eventuali malattie sono ancora in fase di analisi ma risultati preliminari indicano significative differenze tra la popolazione transgender e quella generale, un esempio è dato dalla depressione riferita dal 40% delle persone transgender AMAB e dal 34.5 % delle persone transgender AFAB (dato che raggiunge il 60% nella popolazione transgender non binaria sia AMAB che AFAB) vs il 4.74%  e il 7.7 % riportate rispettivamente negli uomini e nelle donne nella popolazione generale (sorveglianza Passi 2017-2020, ISS).

Per quanto riguarda l’infezione da HIV si delinea un quadro in linea con i dati internazionali che indicano una prevalenza più alta, in particolare nelle persone transgender AMAB, rispetto alla prevalenza stimata nella popolazione generale (percentuale riferita dalle persone transgender AMAB 6.45% vs 0.3% negli uomini e 0.2% nelle donne nella popolazione generale).

 

*Il confronto con la popolazione generale, sebbene venga fatto con sorgenti di dati eterogenei rispetto al campione studiato, indica comunque delle differenze rilevanti in termini di bisogni di salute di questa fascia di popolazione e la necessità di comprendere meglio l’intera problematica

Istituto Superiore di Sanità   Comunicato Stampa N°41/2022 -10 giugno 2022

www.iss.it/web/guest/comunicati-stampa/-/asset_publisher/fjTKmjJgSgdK/content/comunicato-stampa-n%C2%B041-2022-%C2%A0salute-di-genere-basso-livello-di-prevenzione-nella-popolazione-transgender?_com_liferay_asset_publisher_web_portlet_AssetPublisherPortlet_INSTANCE_fjTKmjJgSgdK_assetEntryId=7190609&_com_liferay_asset_publisher_web_portlet_AssetPublisherPortlet_INSTANCE_fjTKmjJgSgdK_redirect=https%3A%2F%2Fwww.iss.it%2Fweb%2Fguest%2Fcomunicati-stampa%3Fp_p_id%3Dcom_liferay_asset_publisher_web_portlet_AssetPublisherPortlet_INSTANCE_fjTKmjJgSgdK%26p_p_lifecycle%3D0%26p_p_state%3Dnormal%26p_p_mode%3Dview%26_com_liferay_asset_publisher_web_portlet_AssetPublisherPortlet_INSTANCE_fjTKmjJgSgdK_assetEntryId%3D7190609%26_com_liferay_asset_publisher_web_portlet_AssetPublisherPortlet_INSTANCE_fjTKmjJgSgdK_cur%3D0%26p_r_p_resetCur%3Dfalse

※※※※※※※※※※※

▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬

Riceve questa comunicazione in quanto sei presente nella mailing list di newsUCIPEM.

Comunichiamo che i suoi dati personali sono trattati per le finalità connesse alle attività di comunicazione di newsUCIPEM. I trattamenti sono effettuati manualmente e/o attraverso strumenti automatizzati. I suoi dati non saranno diffusi a terzi e saranno trattati in modo da garantire sicurezza e riservatezza.

Il titolare dei trattamenti è Unione Consultori Italiani Prematrimoniali e Matrimoniali Onlus

Corso Diaz, 49 - 47100 Forlì                       Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Il responsabile è il dr Giancarlo Marcone, via A. Favero 3-10015-Ivrea.                Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

▬▬

 

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite  si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.

Link diretti e link per pdf -download a siti internet, per documentazione.

            I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

            Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.

            In ottemperanza alla direttiva europea sulle comunicazioni on-line (direttiva 2000/31/CE), se non desiderate ricevere ulteriori news e/o se questo messaggio vi ha disturbato, inviate una e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con richiesta di disconnessione.

            Chi desidera connettersi invii a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. la richiesta indicando nominativo e-comune d’esercizio d’attività, e-mail, ed eventuale consultorio di appartenenza. [Invio a 1.129 connessi]

Carta dell’U.C.I.P.E.M.

Approvata dall’Assemblea dei Soci il 20 ottobre 1979. Promulgata dal Consiglio direttivo il 14 dicembre 1979.

1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

 

CONTRIBUTI PER ESSERE IN ACCORDO CON LA VISIONE EVANGELICA

 

02 ABUSI                                              A Bolzano i primi a indagare ma anche i primi a insabbiare

04                                                          Canada-Québec: gli abusi e i numeri

05                                                           Münster: per una storia degli abusi

06 CENTRO INT. STUDI FAMIGLIA Newsletter CISF -n. 23, 15 giugno 2022

08 CHIESA DI TUTTI                            CEI-Abusi: la strana via italiana

10                                                          La chiesa che vorrei

14                                                          "Il celibato dei preti non è un dogma, alle donne ruoli apicali nella Chiesa"

11 CHIESE                                             La nuova geografia della chiesa

14                                                           "Il celibato dei preti non è un dogma, alle donne ruoli apicali nella Chiesa"

16                                                          Tolosa, l'Arcivescovo vieta la talare per seminaristi e diaconi

16 CONF. EPISCOPALE ITALIANA    Emarginazione e ricerca di Dio (lettera alla CEI)

24 CONSULTORI FAM: CATTOLICI   Coppie verso il parto e paternità fragili, l’importanza di un supporto

25 DALLA NAVATA                             SS. Corpo e sangue di Cristo – anno C

25                                                          Quel dono del «pane» per tutti e insieme. Commento di p. Ermes Ronchi

26 ECUMENISMO                                L’ecumenismo è morto? Viva l’ecumenismo

29 FRANCESCO VESCOVO ROMA   in conversazione con i direttori delle riviste culturali europee dei gesuiti

33                                                          La genialità di papa Francesco: la sua fedeltà al Vangelo

34                                                          Abusi, il Papa chiede perdono a un gruppo di vittime inglesi

35 GOVERNO                                       L'IVG in Italia, i dati 2020

37 MATRIMONIO                                Serve più preparazione al matrimonio e catechesi per le famiglie

37                                                          Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale

38                                                           La prefazione del Papa

40                                                          Matrimonio primo e ultimo dei sacramenti: una questione antica in 10 punti

42 MINORI                                           «Minori che sbagliano, cambiare rotta»

43 NATALITÀ                                       Non fateci scegliere tra lavoro e figli

44 OMOFILIA                                       Palermo: l’orrore delle “terapie riparative” al centro della veglia contro l’omofobia

45 PASTORALE                                     Le nuove linee guida. Matrimonio, la svolta di Francesco

46                                                          Niente sesso senza nozze

47                                                          Chiesa lontana dalla modernità

48                                                          Sesso e matrimonio: imparare a dare forma al proprio amore

50 PRESBITERI                                      Essere fratelli prima di essere preti

51 RIFLESSIONI                                   Se la fede rischia di implodere

52                                                           Un esercizio di implacabile lucidità

53                                                          Il cattolicesimo francese a rischio implosione...

57 SIN0DALITÀ                                    Come ripulire le nostre liturgie dalle vestigia del passato?

59 SINODO IN FRANCIA                    Funzionamento della Chiesa cattolica: i fedeli scuotono il clero

61                                                          I vescovi ascoltano il bisogno di riformare la Chiesa

62 SINOD0 IN ITALIA                         Il sinodo e la Chiesa locale. Appuntamento mancato

64 SINODO IN SPAGNA                     Spagna: in mano alle donne la fase diocesana del Sinodo sulla sinodalità

64                                                          Spagna, sintesi finale della fase diocesana: ecco cosa chiede il "popolo di Dio"

66 TRANSGENDER                               Salute di genere, basso livello di prevenzione nella popolazione transgender                 

 

 

※※※※※※※※※※※

ABUSI

A Bolzano i primi a indagare ma anche i primi a insabbiare

Ottanta casi di abuso sono stati accertati dal centro di ascolto della diocesi di Bolzano-Bressanone per un arco di tempo che va dal 1945-50 fino agli anni Novanta. Teatro delle violenze sono gli istituti diocesani e religiosi, i convitti, le parrocchie e le sacrestie, le classi di catechismo, i campi estivi, gli oratori. È quanto si legge nel report del Servizio diocesano per la prevenzione e la tutela dei minori da abusi sessuali e da altre forme di violenza: «Un dato che rappresenta soltanto la punta dell’iceberg rispetto a un fenomeno che la chiesa ha trascurato per decenni e che si potrebbe tranquillamente moltiplicare per dieci», afferma il responsabile, il sacerdote Gottfried Ugolini. Nel periodo successivo si registrano "soltanto.' tentativi di adescamento tramite canali social o foto porno nei gruppi WhatsApp dei chierichetti. «Questo non significa certo che la questione delle violenze fisiche si sia esaurita — precisa Ugolini — ma che, come attestano gli studi in merito, le vittime hanno bisogno anche di 30 o 40 anni per elaborare il trauma».                                    www.bz-bx.net/it/abusi.html

 La diocesi, che copre tutto il territorio della provincia autonoma di Bolzano, è stata la prima. Si è dotata già nel 2010 di uno sportello per le vittime di pedofilia nella chiesa e ogni anno fornisce i numeri delle denunce. È proprio sui servizi diocesani e sui centri di ascolto che si basa la “via italiana” inaugurata a fine maggio dalla Cei del nuovo presidente Matteo Zuppi. Ma anche in Alto Adige prevale la voglia della chiesa di proteggere anzitutto sé stessa.

Il metodo Bolzano. A Bolzano chi vuole fare una denuncia può scrivere una mail al responsabile dello sportello, che provvede a fissare un appuntamento in un luogo neutro, non riconducibile alla chiesa. Se il fatto viene accertato, colui che l’ha commesso è segnalato (se ancora possibile) alle autorità religiose e alla procura; anche se, ammette Ugolini, «è successo una volta sola trent'anni fa». Inoltre un gruppo di esperti, religiosi e laici, affianca il responsabile del Servizio diocesano nel lavoro di prevenzione, promuovendo momenti di formazione interna e incontri pubblici. Nel 2021 l’affare si è complicato: Ugolini e la sua équipe propongono di fare un'indagine approfondita sulle violenze nella diocesi, ma l’iniziativa viene stoppata dal vescovo Ivo Muser e dalla curia per ben due volte. Sono soprattutto le congregazioni religiose a opporre resistenza: «Molti superiori hanno detto che avevano già risolto i propri casi risarcendo le vittime con accordi extragiudiziali», spiega il teologo morale Martin Lintner. Ugolini lo dice fuori dai denti: «Sulla prevenzione sono tutti d'accordo ma non vogliono che qualcuno metta le mani nei loro cassetti».

Lintner e Ugolini sono anche fra i promotori di una mozione approvata a marzo dal Consiglio provinciale di Bolzano che prevede l’istituzione di una commissione indipendente di indagine sulla pedofilia in ogni ambito sociale. Un'iniziativa nata dall’insofferenza di vedere la chiesa ancora ferma ai blocchi di partenza. Il no del vescovo a un'indagine interna, a gennaio, ha coinciso con la denuncia del coinvolgimento di Joseph Ratzinger nello scandalo abusi a Monaco. «Le vittime sono insorte e hanno cominciato a parlare di insabbiamenti anche qui in Alto Adige», testimonia Robert Hochgruber, teologo ed ex insegnante di religione, «chi ha subito violenze non ha voce nemmeno all'interno del gruppo di esperti del Servizio diocesano».

La stessa esperienza dello sportello non è sempre positiva. Una donna, abusata dai cinque ai sette anni da un frate, si è sentita respingere la denuncia per una questione formale: la sede centrale della congregazione non è infatti a Bolzano, dove il fatto è avvenuto 40 anni fa, ma a Innsbruck. «Ho chiesto a due anziani confratelli se ricordavano quello che mi era successo — racconta Ulrike (nome di fantasia) — e loro non soltanto hanno confermato ma mi hanno confessato di aver subito abusi a loro volta, dicendo che a quel tempo era normale». Una "normalità" su cui è calato un coperchio di piombo. Ulrike è poi riuscita a farsi ascoltare (e risarcire) dalla diocesi di Vienna «ma — dice — avrei volentieri evitato di rivivere le sofferenze per anni, alla ricerca della verità fra Alto Adige e Austria».

Il no ai risarcimenti. A Bolzano, invece, non sono previsti risarcimenti: «Noi paghiamo la psicoterapia alle vittime in caso di sacerdoti defunti o che per età o malattia non possono più avere un confronto costruttivo con chi li accusa», precisa il vicario generale Eugen Runggaldier. «Come principio non diamo soldi alle persone che denunciano perché può sembrare un modo per farle tacere». Una preoccupazione che non deve aver pesato nel caso di don Giorgio Carli, arrestato nel 2003 con l'accusa di aver stuprato una bambina dai nove ai 14 anni quando era cappellano nella parrocchia di San Pio X a Bolzano. La vicenda fece clamore: dopo un'assoluzione in primo grado, il prete condannato in appello a sette anni e sei mesi e infine prescritto in Cassazione nel 2009. La prima sezione civile del tribunale di Bolzano, riconoscendo per la prima volta in Italia la chiesa locale responsabile in solido con il prete, nel 2013 aveva condannato la diocesi e la parrocchia a pagare 700mila euro alla vittima. Sull'accordo economico raggiunto alla fine fra le parti c’è stretto riserbo ma don Ugolini conferma che la diocesi in effetti pagò.

Oggi don Giorgio si occupa del catechismo nella parrocchia di Vipiteno. Ai piedi delle Dolomiti il cattolicesimo pesa ma fa anche pesare ambiguità e colpevoli silenzi. Il più recente riguarda don Timothy Meehan, un sacerdote di Boston appartenente ai Legionari di Cristo e in servizio nella diocesi di Bolzano, accusato di aver fatto sesso, quando era istruttore nel noviziato, con un diciassettenne affidato alle sue cure. La vicenda emerge nel 2013 negli Stati Uniti e quando Meehan, quattro anni dopo, decide di lasciare la congregazione e iniziare il percorso per diventare sacerdote, i Legionari informano la diocesi dei suoi precedenti e dell'indicazione di non farlo lavorare con i minori. Ma non solo padre Timothy non è mai stato lontano dai ragazzi: stava addirittura per essere nominato responsabile della pastorale giovanile. «Il vescovo Muser e il vicario episcopale per il clero Michele Tomasi, oggi vescovo di Treviso, erano al corrente ma non hanno mai detto nulla al Servizio per la protezione dei minori», dice il vicario Runggaldier. Non si sarebbe forse mai saputo nulla della faccenda se i Legionari non avessero deciso, a marzo 2021, di pubblicare i nomi dei pedofili membri dell'ordine. «Mi sono confrontato con la Congregazione per la dottrina della fede, non c'era un processo canonico o civile in corso e per questo motivo non ho ritenuto di parlarne con il Servizio diocesano — commenta il vescovo Muser — Oggi riconosco che sarebbe stato opportuno confrontarmi anche con don Gottfried e Ugolini». Nell'agosto scorso, padre Timothy è stato sollevato dall'incarico di amministratore parrocchiale della chiesa di San Pio X e da allora non si sa più nulla di lui.

Proteggere l'istituzione. Così, anche se in una lettera pastorale del 2020 il vescovo assicura che le accuse sugli abusi in ambito ecclesiale sono «finalmente prese sul serio» e che la tutela dei minori ha la «massima priorità», l'impressione è che la Chiesa pensi innanzitutto a proteggere sé stessa e si guardi bene dall'iniziare un radicale e doloroso processo di autocritica (o di aufarbeiten , di rinnovamento, come dicono qui in Sud Tirolo). «I vescovi sostengono di vergognarsi per lo scandalo della pedofilia ma non ne trovi uno disposto a fare un mea culpa sulle proprie responsabilità personali», chiosa amaro Lintner. Ora una task force di quattro persone (fra cui Ugolini) si occuperà di esaminare accuse a carico di sacerdoti ancora in servizio.

Una terza proposta di indagine interna sarà presentata pubblicamente in autunno, previa approvazione del vescovo. Basandosi soltanto sui casi registrati dallo sportello diocesano, l'inchiesta non si occuperà di quelli non denunciati, tantomeno del sistema che li ha permessi, e gli scheletri potranno riposare tranquilli negli armadi ecclesiastici. Ci si occuperà dei pochi casi emersi, con buona pace dei sommersi.

Federica Tourn                  “Domani”          13 giugno 2022

www.editorialedomani.it/fatti/abusi-chiesa-bolzano-tfexfcf0

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220613tourn.pdf

 

Canada-Québec: gli abusi e i numeri

Sul tema degli abusi nove diocesi del Québec, l’area francofona del Canada, hanno pubblicato il rapporto di un’autorità indipendente (8 giugno 2022) sui casi di abuso ancora in esame e già visionati dal 1940 al 2021.

                Sono 87 gli abusanti fra il personale ecclesiastico e rappresentano l’1,28% dell’intero personale ecclesiastico attivo in questi ottant’anni. Proporzione piuttosto bassa che, a detta del rapporto e nel limite di denunce ancora possibili, è affidabile. Non certo dell’ordine del 25% vagheggiato da alcuni. Va detto che l’indagine ha riguardato preti e diaconi diocesani e non i numerosi religiosi, responsabili di molte scuole e istituti formativi, spesso al centro delle denunce e delle rivendicazioni. Fra queste, le istituzioni formative riservate ai popoli indigeni, punto focale degli scandali recenti. Inoltre, sia il rapporto come i vescovi non hanno escluso che vi siano altri abusi non ancora denunciati e registrati.

                I casi esaminati sono 6.809. Sono stati compulsati oltre 10.000 documenti. L’autorità indipendente a cui è stato dato incarico è l’ex giudice della Suprema Corte del Québec, André Denis. Al momento del mandato, il vescovo di Montreal ha detto: «È il momento della trasparenza rispetto a questi fenomeni. E, se si è trasparenti anche nella comunicazione, significa che si è pronti a lavorare per cambiare le cose».

                L’incarico era duplice. In primo luogo, verificare le denunce di preti e laici, dipendenti dall’autorità ecclesiastica, e ancora viventi. Tutti quelli registrati in qualsiasi forma. «Si contano sulle dita di una mano, ma a quelli che ho identificato come abusanti – ha detto Denis – è stata tolta ogni loro funzione». Per i preti interessati è allo studio la riduzione allo stato laicale.

                In secondo luogo, verificare dal 1940 in poi, tutti i dossier riguardanti vescovi, preti, laici “in missione”. Tutto questo – così si è espresso il vescovo di Gatineau, Paul-André Durocher – «per dare certezza che nessun prete attivo nelle nostre parrocchie sia oggetto di accuse fondate circa gli abusi». E, per quanto riguarda il passato, garantire che i dossier non lascino spazio ad ambiguità.

                La spinta per la decisione dei vescovi è venuta da un’inchiesta dell’ex giudice Pepita Capriolo che, nel 2019, aveva affrontato il caso di un prete condannato a nove anni di carcere, Brian Boucher. In un dossier di 283 pagine aveva denunciato ritardi, indebite tolleranze, volontà di rimozione in alcune autorità ecclesiali. Dopo quella denuncia, un comitato di 12 membri aveva analizzato il caso e soprattutto le 31 raccomandazioni suggerite dal giudice. L’incarico a André Denis nasce in questo contesto e doveva essere pronto nell’estate 2021. Il ritardo è dovuto all’ampiezza del lavoro affrontato.

Testimonianza. È utile riprendere il testo con cui l’ex giudice della Corte suprema ha presentato il lavoro il 9 maggio scorso. «I vescovi della provincia ecclesiastica di Montreal e della provincia ecclesiastica di Gatineau mi hanno affidato il mandato di studiare gli archivi delle loro rispettive diocesi e di ricercarvi ogni indizio di abuso sessuale su persone minori o vulnerabili. Lo studio copre gli anni 1940 – 2021. Concerne i dossier relativi ai vescovi, preti, diaconi e agenti di pastorale e del personale delle sedi episcopali coinvolti in missioni pastorali. L’unica indicazione ricevuta dai vescovi era quella di non tralasciare nessuno nella mia indagine, nella convinzione che ogni caso di abuso sessuale da parte di persone con autorità pastorali era di troppo. La cura delle vittime doveva guidare il mio lavoro. Ho chiesto e ricevuto carta bianca per analizzare, senza alcuna restrizione tutti i documenti in possesso delle diocesi. I vescovi mi hanno dato la loro totale collaborazione, come quella dei loro collaboratori. Ho ricevuto risposte a tutte le mie questioni e domande, ottenendo soddisfazione alle richieste per l’intero periodo della ricerca. Avendo accesso a tutte le carte di missione conferite dal vescovo ai preti non ho registrato nessun movimento che sistematicamente portasse un prete da una parrocchia all’altra dopo la scoperta di un atto condannabile da parte di un membro del presbiterio. Ho avuto accesso a tutti i locali, agli schedari, agli archivi segreti, alle note dei vescovi per questi anni. Assolutamente tutto. Ho posto domande e fatto aprire tutte le porte. Nessuno mi ha impedito di fare il mio lavoro. Sono stato accolto ovunque come una persona alla ricerca della verità su una realtà dolorosa nella cura delle vittime. Ripeto che ho lavorato in tutta libertà e senza inghippi di sorta. Senza pressioni né istruzioni da parte di chiunque, religioso o laico, legato o no alla diocesi. Ho consegnato un rapporto a ciascun vescovo sulla situazione della sua diocesi dal 1940 al 2021. Tengo a sottolineare che assumo personalmente la responsabilità di ogni decisione di giudizio in ordine al riconoscimento di abuso in tutti i dossier che ho studiato. Affermo quindi, al meglio della mia capacità di giudizio, tenuto conto dei documenti che sono stati messi a mia disposizione di cui ho testato la verità i tutti i modi possibili, che i risultai a cui sono giunto sono rigorosamente rappresentativi della situazione dal 1940 al 2021 nelle province ecclesiastiche di Montreal e Gatineau».

Lorenzo Prezzi  Settimana news     15 giugno 2022

www.settimananews.it/chiesa/canada-quebec-gli-abusi-numeri

 

Münster: per una storia degli abusi

Il 13 giugno 2022 è stato presentato lo studio su “Potere e abusi sessuali nella Chiesa cattolica” per ciò che concerne la diocesi di Münster (Germania).Prosegue così il lavoro di indagine nelle singole diocesi tedesche che ha preso le mosse dopo la pubblicazione del MHG-Studie a livello nazionale nel 2018. A differenza dei report riguardanti Colonia e Monaco, che avevano un taglio giuridico ed erano stati elaborati da studi legali, a Münster la diocesi ha affidato il compito di indagine negli archivi diocesani e vescovili al Dipartimento di Storia dell’Università locale. Per la prima volta in Germania si ha dunque un approccio metodologico umanistico in materia di indagine degli abusi sessuali su minori nella Chiesa cattolica. Si amplia così lo spettro di lettura e comprensione del fenomeno passando dalla constatazione di tipo giuridico all’analisi del quadro complessivo che fa da sfondo e palcoscenico agli abusi sessuali nella diocesi di Münster.

                L’approccio storico si innesta sui guadagni raggiunti dai precedenti studi di taglio giuridico, da un lato, ampliando il focus sulle dinamiche, i comportamenti, le forme di comunicazione interna, l’auto-comprensione dei ruoli ecclesiali, che hanno costituito – e ancora costituiscono – il terreno fertile per atti di abuso sessuale da parte di preti e forme di occultamento da parte dei vescovi e di altri officiali di curia, dall’altro. A livello quantitativo lo studio di Münster conferma i dati dei precedenti report di taglio giuridico: per il periodo preso in esame, dal 1945 al 2020, ci sono non meno di 610 vittime certe (i ricercatori stimano che il numero reale delle vittime sia tra le otto e dieci volte maggiore); 196 abusatori certi (183 preti, 12 religiosi non preti, 1 diacono permanente), che rappresentano tra il 4% e il 4,5% del totale dei chierici attivi nella diocesi di Münster durante il periodo preso in esame.

                A livello qualitativo, invece, lo studio riguardante la diocesi di Münster segna un passo in avanti per ciò che concerne la chiarificazione delle dinamiche strutturali, dei modi di pensare, delle forme di gestione e comunicazione, dei contesti sociali di provenienza delle vittime, quali fattori determinanti per una presa in carico adeguata degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica come suo elemento sistemico. Lo studio registra un “eclatante fallimento dei responsabili diocesani” per quanto riguarda il loro dovere di guida e di controllo in materia di violenze e abuso da parte di preti sui minori affidati alla loro cura pastorale. Negli atti disponibili manca quasi completamente la traccia di empatia e cura nei confronti delle vittime, mentre si trova attestata una prassi di ampia comprensione e copertura dei chierici abusatori (spendendosi anche nei confronti degli ufficiali giudiziari locali al fine di evitare le pene previste per i crimini commessi, o per ammorbidirle laddove possibile). Il principio che ha retto per decenni, ben oltre la soglia del 2000, l’atteggiamento della Chiesa cattolica di Münster è stato quello della salvaguardia dell’immagine della Chiesa a spese del riconoscimento delle vittime e della giustizia che doveva essere loro resa. I ricercatori hanno chiamato questa forma mentis perversa “ecclesiocentrismo”, dove la “protezione della Chiesa è diventato un fine in se stesso” da realizzare a ogni costo. Data la particolare conformazione socio-culturale della Chiesa cattolica di Münster nel più ampio contesto sociale locale, con la tendenza a fare del cattolicesimo un’enclave separata e autosufficiente, si può parlare di un vero e proprio “dispositivo cattolico degli abusi”: dagli abusatori, che godevano di una sorta di status superiore legato al ministero, a coloro che avrebbero dovuto sorvegliare le dinamiche ecclesiali senza avere però percezione alcuna delle vittime e della loro esistenza, per arrivare infine alle vittime stesse che si trovavano come circondate da un sistema socio-religioso senza alternative possibili. Si tratta di “un dispositivo fatto di elementi discorsivi, emotivi e organizzativi, che ha creato, stabilizzato e reso endemiche le strutture abituali per gli abusi sessuali nell’ambito della Chiesa cattolica locale”.

                Solo a partire dal secondo decennio di questo secolo si può registrare un lento cambiamento nella diocesi per ciò che concerne la consapevolezza e le prassi in materia di abusi sessuali. Si tratta però di un cambiamento indotto, provocato dall’esterno, e non nato da una riflessione e presa di coscienza da parte dei responsabili diocesani. Anche la diminuzione dei casi di abuso che i ricercatori hanno potuto registrare a partire dagli anni ’80 del XX secolo non trova le sue ragioni in elementi interni alla Chiesa cattolica, ma in fattori esterni di carattere prevalentemente socio-culturale. Negli ultimi anni si è giunti a una istituzionalizzazione degli interventi e della prevenzione per ciò che concerne gli abusi sessuali nella diocesi di Münster, con una professionalizzazione del personale di riferimento. Se questo deve essere valutato in maniera positiva, non basta però da sé a fare della Chiesa cattolica un luogo sicuro per i minori e gli adulti vulnerabili: infatti, se non si mette mano agli elementi strutturali e alle dinamiche di esercizio del potere che sono contestuali e fondamentali nel creare condizioni favorevoli ad atti di abuso e violenza, non sarà possibile onorare adeguatamente quella giustizia di cui sono in attesa le vittime: “il centralismo dell’istituzione e la sacralizzazione delle sue strutture di potere, una certa immagine sacra del prete, la mancanza di veracità e gli ostacoli messi a una comunicazione aperta, come una certa morale sessuale estranea alla realtà della vita, sono tutti aspetti che rendono possibile gli abusi e favoriscono le procedure del loro occultamento (…). Gli abusi sessuali e di potere nella Chiesa cattolica sono ben lungi dall’essere arrivati al loro termine”.

Marcello Neri Settimana news       14 giugno 2022

www.settimananews.it/chiesa/munster-storia-degli-abusi

※※※※※※※※※※※

CENTRO INTERNAZIONALE DI STUDI SULLA FAMIGLIA

Newsletter CISF - n. 23, 15 giugno 2022

Doppio cognome ai figli, la nonna di casa Surace dice la sua. Sempre irresistibile nonna Rosetta, del collettivo di youtuber "Casa Surace", che commenta a modo suo la novità legislativa sul doppio cognome ai figli... [YouTube - 2 min 39 sec]                                                        www.youtube.com/watch?v=TynN4qRYI4g

Un affresco delle famiglie italiane nel dossier di "Credere". La rivista Credere ha ospitato un ampio dossier dedicato alle famiglie italiane, in vista dell'approssimarsi dell'Incontro Mondiale delle Famiglie.

www.famigliacristiana.it/fotogallery/verso-l-incontro-mondiale-delle-famiglie-tra-luci-e-ombre-.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_15_06_2022

 Ad analizzare la situazione, attraverso una lettura dei dati e con una prospettiva sociologica, il direttore del CISF Francesco Belletti [Verso l'Incontro Mondiale delle Famiglie tra luci e ombre].

www.famigliacristiana.it/articolo/cosa-e-perche-rende-speciale-una-famiglia-.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_15_06_2022

A proposito di storytelling, si segnala il focus su come sono rappresentate oggi le famiglie nel cinema.

www.famigliacristiana.it/articolo/famiglie-nel-cinema-.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_15_06_2022

Quanto costa crescere un figlio? 640 euro al mese. I recenti dati Bankitalia sul costo dei figli riportano sotto i riflettori un problema che le famiglie italiane conoscono molto bene, ma che la politica non sembra comprendere con la stessa chiarezza. Francesco Belletti, direttore Cisf, in un approfondimento sui conti delle famiglie, a questo link su Famiglia Cristiana.

www.famigliacristiana.it/articolo/costo-dei-figli.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_15_06_2022&fbclid=IwAR3cv2fFFP3X4QcUOwAoCmHNtNGr_7v3RCwNF_A89Xx7YqwSlARRonzhfyk

Father's day, in Canada una camminata per sostenere i padri. In occasione del Father's Day, la "festa del papà" che nel Nord America quest'anno si celebra il 19 giugno, il Canadian Centre for Men & Families organizza una camminata per i papà, per i loro figli e per tutte le famiglie, per sensibilizzare sulla propria attività di supporto ai padri che vivono momenti di fragilità economica e relazionale, in particolare nell'ambito della rottura della relazione coniugale                 https://ccmfalberta.ca/footsteps-for-fathers

La "digital life" degli italiani. È intitolato "Vivere e valutare la digital life" il nuovo Rapporto Censis-WindTRE sul valore della connettività in Italia. Ne emerge che le piattaforme web sono una componente irrinunciabile della vita quotidiana (per il 49% ampliano l'accesso a cultura e entertainment, per il 30,8% accorciano le distanze tra le generazioni, per il 30,6% riducono le differenze culturali tra i vari Paesi), ma 6 italiani su 10 temono per la propria sicurezza informatica (un timore più accentuato nelle giovani generazioni, che supera di gran misura le preoccupazioni sul libero accesso dei minori al Web, 34,7%, i rischi di dipendenza dal web e le minacce alla salute mentale, 23,7%).

               https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=9%3d9TEeCT%26v%3dY%26v%3dQGb%26w%3dRBYHT%265%3dD2JzO_zqcv_A1_2wap_BB_zqcv_067S5.3oJ193.E2_HayX_RpOqJoO_zqcv_06nAn15H2_HayX_RpBqBoO_zqcv_06nK5DvKi43_NYsZ_XnR_2wap_BaKR_2wap_BaJZ_2wap_Ba0Zb7xFyN2E_2wap_Ba0ZgEv44Nm-coJ193_yqD4A19.z0n%264%3dwQ1L7i1kmX.v54%26E1%3dUIe0

Minori, nuove linee guida per la partecipazione. L'Osservatorio nazionale per l'infanzia e l'adolescenza ha approvato le Linee guida per la partecipazione di bambine e bambini e ragazze e ragazzi [al link il testo integrale - 56 pp]. Il documento spiega che le linee guida sono pensate principalmente per gli adulti che condividono con bambini e ragazzi esperienze nei vari possibili contesti di vita, a partire dalla famiglia alla scuola e alle altre agenzie educative formali e non formali, ma senza mancare di attenzione per i diversi altri contesti che accolgono bambini e ragazzi in condizioni di difficoltà, come negli ospedali, nei servizi di cura e protezione, in quelli di supporto alle famiglie in condizioni di fragilità̀ o in ambito giudiziario.

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=6%3d9aBbCa%26s%3dV%26v%3dXDY%26w%3dY9VHa%262%3dA2QwL_zxZs_A8_ytaw_99_zxZs_0Cm4uFnEq8.nH4ByGw.F1_KYzW_UnJl7q8_ytaw_990dBW_zxZs_0CsBvBl-04i8h3Fk4-xBy-Ei-MhK2BjBx87BwKl-T-oF20vL-9c0Y-k8n.Mk9%26l%3dJ2L409.GmQ%26pL%3dCfFU

 https://famiglia.governo.it/media/2754/linee-guida-per-la-partecipazione-1-giugno-2022-def.pdf

Verso il X incontro mondiale delle famiglie. Il piano di comunicazione per l’incontro mondiale. Favorire la partecipazione e il coinvolgimento di tutti coloro che non potranno essere presenti a Roma per il X Incontro mondiale delle famiglie. Questo l’obiettivo del piano di comunicazione messo a punto in occasione dell’evento che si terrà a Roma dal 22 al 26 giugno, e che sarà possibile seguire anche da remoto attraverso il sito internet ufficiale  www.romefamily2022.com/it      i canali Facebook e Instagram e la web app, che offrono materiali preparatori che possono essere scaricati gratuitamente. Oltre che dal sito, Festival, Congresso e celebrazioni con il Santo Padre verranno anche trasmessi in diretta streaming sulla pagina YouTube della diocesi di Roma e, grazie alla collaborazione con il Dicastero per la Comunicazione, anche su VaticanNews.

Dalle case editrici

¨       I.Bertacchi, S.Mammini, M.G.Anatra, Violenza assistita e percorsi d’aiuto per l’infanzia. Proposte di attività attraverso un approccio narrativo, Erickson, Trento 2022, p.176.

¨       Papa Francesco, Amoris Lætitia fatta carne (con il commento di Gigi De Palo e Annachiara Gambini), Paoline, Milano 2022, p.111.

_________________________________

¨       Francesco Pesce, Alta Fedeltà. Il matrimonio cristiano e la coppia felice e generativa, San Paolo, Cinisello B. (MI), 2022, pp.128

Un libro che parla di cura della relazione coniugale è una sfida in sé, particolarmente in un tempo che sembra dare importanza solo all’individuo e ai suoi bisogni. Don Francesco Pesce lo ammette fin dall’introduzione: “Nessuno sembra fare il tifo per la coppia”, al giorno d’oggi. Eppure, tanti spazi d’incontro, di ascolto, di parola esistono, anche nella Chiesa, e offrono ai fidanzati e agli sposi

che si trovano in tempi differenti della vita di famiglia (e quanto sono importanti anche i tempi, nella cura reciproca!) l’occasione per rimettere tutto a fuoco.

Perché questo discorso è importante? Perché, come scrive l’autore, che è presidente del Centro della Famiglia di Treviso, le relazioni durano se sono davvero tali, e non semplici “connessioni” in cui dar spazio ai propri bisogni personali e poi facilmente “disconnettersi” se non funzionano. Il libro si dipana attraverso tre macro-temi: luoghi comuni, spazi comuni e beni comuni.

All’interno si trova tutta la vivacità delle voci e delle testimonianze raccolte da don Francesco nella sua attività di accompagnamento delle famiglie, ma anche importanti spunti di riflessione che arrivano dal Magistero della Chiesa, dalla ricerca scientifica e accademica, dalla cultura. Serve il poeta Rilke, infatti, per spiegare il paradosso dello stare insieme: “due infiniti che si incontrano con due limiti”, laddove gli infiniti sono il reciproco bisogno di essere amati e i limiti sono la reciproca, limitata, umana, capacità di amare. Questo piccolo e prezioso libro offre un itinerario per imparare a esserci, spiega plasticamente cosa significa essere generativi per sé e per gli altri, restituisce speranza e buon umore in ogni pagina.

Con un viatico finale: gli sposi “artigiani della fedeltà”, scrive don Francesco Pesce, non si limitino a essere esperti di wi-fi, connessioni e reti complesse, ma anche appassionati di hi-fi, “che, anche se non va più di moda e forse non è conosciuto dalle generazioni più giovani, offre ancora una qualità superiore. In alta fedeltà l’amore è un’altra musica”.                        (Benedetta Verrini)

Percorsi di formazione

¨       Master in psicologia ed etica delle cure palliative. L’Università Europea di Roma, in collaborazione con l’Associazione Scienza & Vita, inaugura il primo Master in “Psicologia ed etica delle cure palliative”, rivolto a tutti coloro che svolgono o intendono svolgere attività in ambito palliativistico in regime di autonomia o in equipe: assistenti sociali e formatori, bioeticisti, psicologi, giuristi, manager in ambito sanitario pubblico e privato, operatori pastorali.

La presentazione del Master si svolgerà a Roma, il 22 giugno dalle 18.00 alle 20.30 presso il Museo dell’Orto Botanico, in largo Cristina di Svezia 23 A [anche in streaming, qui per info e iscrizioni]

www.universitaeuropeadiroma.it/psicologia/post-lauream/master-di-i-livello-in-psicologia-ed-etica-delle-cure-palliative

Save the date

¨       Webinar (FR) - 22 giugno 2022 (18.30-19.30). "Evaluer l’utilité sociale : comment valoriser la richesse relationnelle?", a cura dell'ICP-Institut Catholique de Paris [qui per info e iscrizioni]

https://www.icp.fr/a-propos-de-licp/agenda/%C2%AB%E2%80%AFevaluer-lutilite-sociale-comment-valoriser-la-richesse-relationnelle%E2%80%AF%C2%BB%E2%80%AF

¨       Webinar (UK) - 23 giugno 2022 (17.30-18.30). "Racial Equity 2030: Reimagining and building a future where every child thrives", organizzato da Oxford College [qui per info e iscrizioni]

www.ox.ac.uk/event/racial-equity-2030-reimagining-and-building-future-where-every-child-thrives

¨       Corso (Roma) - 4/8 luglio 2022 (15.00-18.30). "Bioetica, Morte e Immortalità", Corso Estivo di Aggiornamento in Bioetica presso UPRA-Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e l’Università Europea di Roma [qui per info e iscrizioni-entro il 27 giugno].

¨       Corso Estivo di Aggiornamento in Bioetica presso UPRA-Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e l’Università Europea di Roma [info e iscrizioni-entro il 27 giugno].

www.upra.org/convegno/bioetica-morte-e-immortalita

¨       Webinar (EU) - 20 settembre 2022 (9.30-11.00 CET). "Quality assurance in early childhood education and care services", a cura di COFACE nell'ambito della serie Breakfast Bites [qui per info e iscrizioni]

coface-eu.org/event/webinar-quality-assurance-in-early-childhood-education-and-care-services

 

Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

Archivio   http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

https://a4e9e4.emailsp.com/f/rnl.aspx/?fgg=wsswt/e-ge=s/fh0=nww49a1:a=.-4&x=pv&65kac&x=pp&qzb9g6.b9g9h/:i4-7d=uz2sNCLM

※※※※※※※※※※※

CHIESA DI TUTTI

CEI-Abusi: la strana via italiana

Alla fin fine, verrebbe da dire che la montagna ha partorito niente più che un topolino. Certo, i cinquepunti della via italiana, come afferma il comunicato finale dell’Assemblea generale della CEI di maggio, “non so un elenco chiuso a eventuali sviluppi”; sembrano però davvero troppo poco, e un poco confusi, per rappresentare anche solo un buon inizio. Più che un progetto collegiale di azione, hanno tutto il sapore di un compromesso tirato per i capelli fra vescovi che non sono riusciti a trovare un livello alto di mediazione delle differenti posizioni fra di loro. Già questo stende un velo d’ombra sulla retorica dell’attenzione alle vittime e della loro centralità nell’impegno della Chiesa italiana a fare finalmente luce sugli abusi sessuali, e di altro genere, al suo interno.                                                 www.chiesacattolica.it/76a-assemblea-generale-il-comunicato-finale

                Le prime due linee di azione, ossia potenziare la rete dei referenti diocesani e dei servizi a tutela dei minori, da un lato, e implementare la costituzione dei centri di ascolto nelle diocesi, dall’altro, sono sostanzialmente atti dovuti che non mirano a una comprensione profonda delle dinamiche strutturali e delle situazioni pastorali che sono state il terreno fertile degli atti di abuso sessuale e del loro eventuale occultamento. Le seconde due linee di azione, il Report annuale (a partire dal biennio 2020-2021) sui casi giunti ai Servizi di tutela dei minori diocesani e interdiocesani e i dati sui casi gestiti dalla Congregazione per la dottrina della fede partendo dal 2000 fino al 2021, vanno poco oltre la statistica – data l’enfasi sui dati espressa dallo stesso Comunicato finale.

 Se per entrambe ci si avvarrà di collaborazioni scientifiche esterne, rimane il fatto che queste realtà potranno lavorare solo sui dati che verranno forniti loro dalla Chiesa italiana – senza alcuna forma di accesso indipendente ad altre informazioni che potrebbero rivelarsi utili nel corso delle analisi.

                Poi, dato che il primo Report annuale è stato annunciato per il prossimo novembre, non giova certo alla trasparenza a cui si aspira il fatto che il “Centro accademico di ricerca” che raccoglie e analizza i dati rimanga al momento ignoto a tutti i cattolici e cittadini italiani – la conclusione dell’Assemblea generale sarebbe stata un’ottima occasione per dire in pubblico con chi la CEI intende collaborare in materia.

                La quinta linea di azione, di cui si sapeva già prima, è la partecipazione della CEI in qualità di invitato permanente all’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile (ricordiamo che esso è stato istituito nel 1998 – ci sono voluti più di vent’anni perché la Chiesa italiana interagisse col governo per essere parte di uno strumento civile così importante).

                Difficile capire dove stia la decantata novità del cammino italiano davanti agli abusi sessuali nella Chiesa cattolica. Non certo per ciò che concerne i centri di ascolto e il sistema dei servizi diocesani a tutela dei minori, dove siamo ancora indietro rispetto a molte altre Chiese europee. Neanche per quanto riguarda le statistiche dei casi che qui approdano – magari eventualmente comparati con quelli provenienti da altri enti e istanze della società italiana. Dati che, in altri paesi, sono disponibili da tempo. Quanto alla partecipazione della CEI come invitato permanente all’Osservatorio nazionale, in altri paesi si può registrare un ruolo ben più avanzato di interazione della Chiesa cattolica con i governi e gli enti pubblici – particolarmente significativa quella che si è creata in Germania.

                A livello di CEI, perché altre sono le condizioni di chi lavora sul campo in quello che le diocesi hanno fatto finora (poco o tanto che sia), si potrebbe parlare, partendo da queste cinque linee di azione, così come sono presentate nel Comunicato finale, di un sostanziale occultamento delle vittime: l’unica loro traccia è quella che lasciano come dato numerico da analizzare. Manca del tutto una loro convocazione previa, e quindi un adeguato ascolto delle loro storie, come pietra angolare intorno a cui architettare la presa in carico da parte della Chiesa italiana della violenza che hanno subito, delle conseguenze sulle loro vite, e delle ragioni sistemiche che hanno permesso, o addirittura facilitato, che tutto questo potesse accadere.

L’impressione che lascia questa via italiana rispetto agli abusi, sessuali e di altro genere, nella nostra Chiesa locale è che questa Chiesa sa, a prescindere dalla parola delle vittime, cosa si deve fare e come lo si deve fare – e lo sa, appunto, da sé. Una Chiesa che trasforma storie lacerate e vissuti permanentemente feriti in dati statistici, annunciando all’opinione pubblica nazionale la radicale novità di questo approccio, ha già attraversato la soglia di un drammatico punto di non ritorno – preferendo le toppe al vestito nuovo.

                Le cinque linee di azione sono come una grande cortina fumogena gettata nella speranza che la questione degli abusi sessuali finisca presto nel dimenticatoio di uno dei cassetti polverosi della nostra memoria collettiva. In un’intervista rilasciata in questi giorni, don Stefano Guarinelli (peraltro impegnato in prima persona sul fronte della lotta agli abusi) ha affermato: “Gli abusi sessuali sono una tragedia – per le vittime, innanzitutto – ma non sono il problema più drammatico. Lo è la ricaduta che questo ha sull’opinione pubblica, anche a motivo  

www.caffestoria.it/abusi-sessuali-e-celibato-nella-chiesa-il-problema-piu-diffuso-quello-identitario-intervista-allo-psicologo-don-stefano-guarinelli.

Ed è a questo problema, e non tanto alle vittime, che guardano le linee di azione della CEI – rimane da vedere se non si tratterà poi di un ulteriore modo maldestro di gestire il dato di fatto degli abusi sessuali nella Chiesa italiana. Il castello di carte costruito dai nostri vescovi nell’ultima Assemblea generale, già di per sé traballante, può stare in piedi solo attraverso una fine messa in scena mediatica dove alle domande poste non si dà alcuna risposta, o se ne danno di elusive – dando però l’impressione di agire nel modo più aderente possibile al Vangelo. Questo, però, quando ci sono le domande giuste, perché finora il giornalismo italiano sembra essere ancora abbastanza latitante nel trovare un modo originale di indagine in grado di far saltare il tappo del vaso di pandora degli abusi sessuali nella Chiesa italiana – ricordando che, in fondo a quel vaso, sta anche la speranza.

Marcello Neri    settimana news Redazione Web   9 giugno 2022

www.settimananews.it/chiesa/cei-abusi-la-strana-via-italiana

 

La Chiesa che vorrei

La diocesi di Parma ha vissuto una prima fase del cammino sinodale dopo aver percorso, nel 2020-2021, un “anno in stile sinodale”. È stata redatta una sintesi dei contributi pervenuti dai gruppi sinodali, curata da Matteo Truffelli e pubblicata, dall’Associazione Il Borgo di Parma. Nel sito de Il Borgo si trova anche un contributo singolo al cammino sinodale, che qui pubblichiamo: un contributo … senza peli sulla lingua

Una chiesa che sa che non può essere perfetta. Sulla terra la chiesa non può essere perfetta. Volerla perfetta significa finire col nascondere le imperfezioni e quindi, ad esempio, coprire preti pedofili e quant’altro. La chiesa deve essere totalmente trasparente. Accettiamoci come siamo e confidiamo nell’aiuto dello Spirito per diventare migliori.

Una chiesa povera, orientata al servizio e non al potere. Così la voleva Gesù e così purtroppo spesso non è.

Una chiesa dove nessuno pensi di essere proprietario dello Spirito Santo. Nessuno può dirsi detentore in toto dello Spirito Santo, neanche il Papa. Lo Spirito soffia dove e come vuole e investe la chiesa nel suo complesso. Tutti abbiamo un poco di Spirito.

Una chiesa dove finalmente viene rifondata la curia romana. La curia romana è l’ultima corte feudale d’Europa. Basta! Va ristrutturata in modo deciso.

Una chiesa dove ruoli e gerarchie siano ridotti il più possibile. Questi sono termini legati al potere. Quanti sono i preti che gestiscono il loro ministero come servizio e quanti quelli che lo gestiscono come ruolo, approfittando del potere che esso concede? Bisogna togliere tutti gli spazi ai ruoli. E le gerarchie? Prete, arciprete, monsignore, vescovo, arcivescovo… sono tutte necessarie?

Più si alza la piramide e meno spazi si lasciano alla gestione collegiale. Una chiesa dove si combattano le superstizioni e certe vestigia del passato. Esorcismi, indulgenze, reliquie, processioni  coreografiche (magari con concessioni a mafiosi). Dio ce ne scampi.

Una chiesa dove sia ben chiaro a tutti che l’unico vero bellissimo miracolo è l’amore. Basta con la ricerca dei miracoli a tutti i costi: non credo che oggi esistano miracoli scientificamente verificabili. Forse esistono miracoli che vengono concessi a singole persone, nel loro intimo, e comunque il vero grande miracolo è l’amore.  “Beati coloro che crederanno senza aver veduto!”.

Una chiesa dove vengano revisionati in modo deciso i riti. Eliminiamo le litanie di decine e decine di santi. Non basta dire “tutti i santi”?. Eliminiamo preghiere ipnotiche e ripetitive. Solo gli esicasti [dottrina e pratica ascetica] pensavano che fosse opportuno annullare le loro menti ad es. con la preghiera di Gesù da ripetere migliaia di volte al giorno. Se si libera la mente in questo modo per far sì che non entrino pensieri cattivi è come morire. Gesù ci ha chiesto di vivere, di affrontare la vita e non di morire. Separare omelia e catechesi, sono cose diverse: se uno non vuol partecipare alla catechesi la responsabilità è sua.

Ricordare ai preti che l’omelia va preparata, non improvvisata. I cristiani che partecipano alla messa non dovrebbero essere estranei  l’uno all’altro come avviene nella maggior parte delle celebrazioni attuali. Bisogna favorire la creazione di spazi di incontro. Dobbiamo imparare a conoscerci, solo conoscendoci  si possono eliminare le barriere di diffidenza e accettare le diversità. Quando ci si conosce e si scopre quel quid di amore che è in ognuno di noi, è molto più facile accettare le differenze.

Una chiesa che non sia troppo preoccupata di fare santi e beati. Lasciamo che sia Dio a giudicare chi è santo e chi non lo è. Nessuno può giudicare il cuore. Mi viene il sospetto che vengano fatti santi e beati forse in funzione di opportunità “temporali”. Ha senso? Come è triste vedere commissioni che devono trovare assolutamente qualche miracolo per giustificare le santificazioni!

Una chiesa dove non si sottolineino troppo i dogmi, spesso espressi con linguaggi legati al passato. I dogmi dividono, non uniscono. Non bisogna farne più e occorre enfatizzare il meno possibile quelli esistenti. Penso, ad es., ai dogmi relativi a Maria. Sarebbe bene ricordare che la Madonna non è Dio! Forse è stata tanto enfatizzata perché la chiesa non ha mai trattato molto bene le donne?

Non è ora di riqualificare decisamente la presenza delle donne nella chiesa? Ci si rende conto che uomini e donne insieme sono l’uomo creato da Dio?

Una chiesa senza clericalismo. Il clericalismo è un danno enorme. Esiste il clericalismo che consiste nel ruolo di potere del clero. Ma esiste anche un clericalismo dei laici, per i quali è molto comodo non pensare e ritenere che basti seguire qualche rito per essere bravi cristiani.

Una chiesa dove si riprogetti totalmente la formazione dei presbiteri. È tassativo aprire i preti al mondo e il mondo ai preti. Bisogna aiutarli affinché non si arrocchino nel loro ruolo e diventino consapevoli del loro ministero. Selezione dei preti: qualità e non numero. Non bisogna avere l’ossessione del numero. Basta un presbitero veramente “uomo di Dio” e la gente accorre. Celibato dei preti: perché i preti non possono sposarsi mentre molti apostoli di Gesù erano sposati? Nella formazione del clero sono previste sessioni sulla sessualità? Se no, perché? Ci si rende conto che solo pochissime persone possono vivere senza turbe il celibato?

Una chiesa dove si ripensi all’iniziazione cristiana e ai sacramenti. Riprogettare l’iniziazione, rivedere le logiche di selezione dei catechisti, spostare il battesimo in età adulta. Nel passato, in una società definita cristiana, il battesimo era sulla responsabilità dei genitori che avrebbero pensato all’educazione religiosa dei loro figli o che erano spaventati all’idea che il loro bambino potesse finire nel Limbo, se non gli si cancellava il peccato originale col battesimo! Oggi non è più così. È possibile credere ancora nel Limbo o in cose del genere? Deve esserci una forte catechesi per i ragazzi, ma una ancora più forte per gli adulti. I gruppi fidanzati sono composti al 90% da coppie conviventi e a volte anche con figli. Qualcuno ha detto che è stato battezzato quando non capiva niente e che segue gli incontri per amore della fidanzata. Il massimo che si può ottenere è riaccendere una fiammella di fede, ma è chiaro che spesso c’è tutto un percorso formativo da rivedere.

Una chiesa dove si eserciti la “parresiaparresia dove si capisca il valore della “correzione fraterna”. Bisogna abituarsi a parlare forte e con chiarezza. Accettare le osservazioni. Essere disposti a cambiare. Rispettare le idee degli altri. Non temere i confronti. Certi incontri sono basati sul silenzio, si annacqua tutto per paura di offendere talune sensibilità. Non è così che si cresce.

Gianfranco Falzoi                                                           c3dem                  16 giugno 2022

www.c3dem.it/la-chiesa-che-vorrei

※※※※※※※※※※※

La nuova geografia della chiesa

Quanto sta cambiando la Chiesa. Cento anni fa il 65% della popolazione cattolica mondiale viveva in Europa. Oggi la quota è scesa sotto il 25%. L’Africa subsahariana si sta avvicinando al 20%. I cattolici latinoamericani sono quasi il 40%. L’ultimo Papa italiano è morto da quasi mezzo secolo. Dal 2015 regna per la prima volta un Papa latinoamericano, primo non europeo dopo il siriano Gregorio III nell’VIII secolo. I 21 uomini che il prossimo 27 agosto saranno creati cardinali fotografano nello spazio il cambiamento. Accade sempre così, ogni volta che il lotto dei promossi di turno diviene pubblico. Sulla base dei nomi annunciati dal Pontefice, solo responsabile della scelta, il pubblico immagina la carta. Come il rosso acceso che indossano, simbolo di forza fino all’effusione del sangue, i cardinali spiccano. Essi coadiuvano il Papa nel governo centrale della Chiesa, compongono insieme il collegio cardinalizio, alcuni di loro reggono articolazioni nevralgiche nella Curia romana e altri sono a capo di diocesi. Soprattutto, se minori di 80 anni, eleggono il nuovo Papa.

La loro scelta fissa rilievi sulla carta del mondo cattolico. Nel 2020 è stato creato il primo cardinale nero americano, Wilton Daniel Gregory. Il prossimo 27 agosto diverrà cardinale l’indiano Anthony Poola, il primo dalit, intoccabile fuori casta, della storia. Paraguay, Singapore, Mongolia e Timor Est avranno i primi cardinali di sempre. Le ventuno promozioni annunciate lo scorso 29 maggio 2022 riguardano anche l’Italia. A dispetto del calante peso demografico del Paese, i cardinali italiani restano il gruppo nazionale più folto, ma la loro carta si caratterizza per le depressioni più che per i rilievi. Cresce la percentuale di cardinali ultraottantenni, i cosiddetti non elettori. Sono italiani 3 dei nuovi 5. Soprattutto sono al momento scomparsi i cardinali a capo di diocesi di grandi dimensioni e grandi tradizioni. Genova, Torino e Venezia, Napoli e Palermo non sono più guidate da arcivescovi cardinali. Né lo è più Milano e la sua arcidiocesi ambrosiana, una delle più ricche di storia e tra le più popolose al mondo per numero di battezzati. Soltanto Firenze e Bologna, tra le grandi sedi storicamente presiedute da cardinali, proseguono la tradizione. Per le altre la presenza di cardinali emeriti, arcivescovi di ieri, sottolinea l’assenza di oggi. È così per Palermo, con i due ex arcivescovi Salvatore De Giorgi e Paolo Romeo nel collegio cardinalizio, e per Milano, con Angelo Scola.

Tra rilievi e depressioni, la carta sussulta: in Italia e nel mondo i grandi cambiamenti della Chiesa sconvolgono il paesaggio. Muta il modo stesso di fare la carta, si trasformano le coordinate, le dimensioni, i piani, concorrono geografie molteplici, fondate su fenomeni, percezioni, saperi in divenire. Lo spazio si stringe e si dilata, cambia natura. Fin dalla sua esortazione apostolica Evangelii gaudium del 2013, a nemmeno un anno dall’elezione, Papa Francesco ha risposto con il principio per cui «il tempo è superiore allo spazio».

In un mondo che tende a «privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi» il Papa argentino invita all’opposto: si tratta «di iniziare processi più che di possedere spazi». Il tempo, per Francesco, è «l’orizzonte più grande» che aiuta a «sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse», ma anche «i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone». Con i «processi possibili», con la «strada lunga», il tempo «ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce».

Più volte, nel corso del pontificato, il Papa è tornato sul punto, con le parole e con i fatti. Ha scelto così i suoi spazi, a cominciare dalle isole dei migranti, da Lampedusa a Lesbo, e dalle rotte verso Mosca, l’aeroporto di L’Avana per l’incontro con il Patriarca Kirill, l’ambasciata russa di via della Conciliazione dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. Ha scelto così la sua Santa Marta, dentro la Città del Vaticano, e la piazza San Pietro deserta della preghiera per la fine della pandemia nel marzo del 2020. Alla ricerca di spazi non posseduti, ma ordinati e illuminati dal Vangelo appartengono le periferie, luogo e metafora, le destinazioni saltate, da ultimo Giuba, la capitale del Sud Sudan, e gli spostamenti, la Fiat 500, le passeggiate per Roma, ora persino la sedia a rotelle, con quell’artrosi che riassume l’usura del percorso.

Vanno compresi analogamente i cardinali di Francesco, uomini nello spazio oltre lo spazio, nati con la geografia bidimensionale delle vecchie carte e a loro agio con le geografie multiple del digitale. Il più giovane dopo il concistoro di agosto sarà il quarantottenne vescovo missionario Giorgio Marengo, cuneese, prefetto apostolico nella capitale mongola Ulaanbaatar. Il neo presidente della Conferenza episcopale italiana, Matteo Zuppi, creato cardinale nel 2019, è passato per Trastevere e per la mediazione in Mozambico, è stato parroco a Torre Angela, nella periferia orientale di Roma, prima di diventare arcivescovo di Bologna.

Se il tempo è superiore allo spazio, del resto, cambia la prospettiva. L’alto ufficio cardinalizio e il prestigio della sede sono statici. Sanno di spazi posseduti. La precedenza deve andare alle traiettorie degli uomini che incarnano l’ufficio e a quelle delle terre da evangelizzare. Il dinamismo dei compiti nella Chiesa universale reinventa l’ufficio e la sede. Niente è scontato. I cardinali non sono necessariamente a capo di una diocesi e tanto meno a capo di una diocesi importante. Nessuna diocesi e nessun ufficio devono essere necessariamente presieduti da un cardinale. Non possono esistere ambizioni, rendite di posizione, automatismi. Le cosiddette sedi cardinalizie non hanno più ragione d’essere. Se si rinnovano cardinali al vertice delle diocesi di Washington, Brasilia e Marsiglia, per la prima volta un cardinale guida le diocesi di Manaus e Hyderabad. A Como torna un cardinale, Oscar Cantoni, dopo più di tre secoli. Milano, sede cardinalizia per eccellenza, è senza dal 2017 e non succedeva dal 1894.

Fu pubblicato nel 1965 The Secular City, il libro più influente della teologia cristiana del secondo Novecento. Paolo VI, cardinale arcivescovo di Milano fino a due anni prima, stava per chiudere il Concilio Vaticano II. Nel volume Harvey Cox invitava a guardare con fiducia al processo di urbanizzazione che aveva mutato il volto del cristianesimo. Le nuove metropoli erano il teatro e lo specchio di una società secolarizzata dove andava riducendosi lo spazio di Dio, ma per Cox erano anche la grande occasione per i cristiani. Finiti i monopoli e le certezze del passato, più fragili le tradizioni, la «città secolare» era il banco di prova per una testimonianza più libera, più autentica. Oltre mezzo secolo dopo sappiamo quanto Cox avesse visto giusto, quanto la città sia divenuta cruciale per le geografie dei cattolici.

Milano, anche qui, è esemplare. Laboratorio al contempo di multireligiosità e secolarizzazione, tradizione e sperimentazione, maggioranza storica e minoranza praticante, la diocesi ambrosiana ha riassunto in modo tutto suo il percorso di questi decenni. L’estensione territoriale e la numerosità dell’arcidiocesi hanno consentito un dialogo unico, nelle terre della vecchia Europa cattolica, tra metropoli e provincia. In osmosi con la società civile, la comunità cattolica ha reinventato le parrocchie e ha lanciato movimenti, ha ripensato l’essere laici e preti, uomini e donne di fede, ha innovato carità ed educazione, ha sviluppato la relazione con i cristiani non cattolici, i non cristiani, i non credenti. Alla vitalità del popolo ha fatto eco l’autorevolezza dell’episcopato, fino ai quasi papi Carlo Maria Martini e Angelo Scola. Poi il laboratorio della «città secolare» milanese è stato anche religioso postmoderno, dai rosari di Matteo Salvini all’occhio di Chiara Ferragni, dal don influencer Alberto Ravagnani ai sacramenti di Mahmood, e cioè dio del consumo, del capitale.

Non è una facile battuta che solo ai milanisti sia rimasto un cardinale. Nel suo cognome, il nuovo proprietario della squadra campione d’Italia, Gerry Cardinale, porta la memoria dei nonni italiani e d’uno sport americano, il baseball, dove i Cardinals di St. Louis sono tali solo per il cardinal red che indossano, codice pantone PMS 200 C. Analogamente per tanta Milano la fede è deposito inerte, fossili senza storia e senza senso, multinazionali che succhiano il sangue dell’identità. Nel laboratorio milanese, come in quello delle città cardinalizie vecchie e nuove, si affermano nuovi assetti di potere ed è perciò in questione anche il potere nella Chiesa. Si verifica lì chi privilegia «gli spazi di potere» e chi al contrario rinuncia a «possedere spazi», chi fa carriera e chi serve, chi seppellisce i talenti e chi li investe.

Sotto il pontificato di Francesco riforme istituzionali e contrasto alla corruzione sono state le due facce della stessa medaglia. La rinuncia ai diritti connessi al cardinalato da parte di Angelo Becciu (per uno scandalo finanziario) è maturata all’interno della Curia romana, ma altri casi si sono intrecciati con le vicende di grandi città. Nel caso più dirompente, del 2019, è stato dimesso dallo stato clericale il cardinale di Washington, Theodore McCarrick (per uno scandalo sessuale). Gli scandali hanno colpito inoltre i cardinali di Colonia, in Germania, e Lione, in Francia.

Le crisi nelle città cardinalizie, e altrove, hanno così incontrato le tensioni strutturali di questa Chiesa in mutazione e le geografie cattoliche si sono venute ridisegnando di conseguenza. I cardinali si trovano schiacciati tra due spinte contrarie. Da un lato li si vuole più evangelici e più evangelizzatori, più uomini di fede. Dall’altro li si vuole più efficienti e più efficaci, più uomini di organizzazione. Teologia e diritto canonico distinguono tra potestà d’ordine e potestà di giurisdizione, tra il sacramento che fonda la potestà degli ordinati — diaconi, presbiteri, vescovi — e gli uffici in cui si distribuisce il governo della Chiesa. Il Concilio Vaticano II aveva voluto allineate le due dimensioni, di modo che alle massime responsabilità di governo corrispondesse la pienezza dell’ordine sacro nell’episcopato. Se restava eccezionalmente possibile che il cardinale non fosse vescovo, diveniva norma che lo fosse.

Nulla, oggi, lascia intendere che si torni ai cardinali non vescovi del passato, ma la recente riforma della Curia romana ha confermato la tendenza già nell’aria alla promozione del laicato anche a incarichi di vertice presso la Curia romana. Se le donne non possono essere ordinate e tuttavia è giusto e necessario che governino, non resta che promuovere il laicato. Se si promuove il governo del laicato si ridimensiona quello dei ministri ordinati e si indebolisce la continuità tra ordinazione episcopale e incarichi di vertice, tra sacramento e autorità. La nuova liquidità del potere espone ulteriormente i cardinali al vento della trasformazione: li emancipa, li slancia, e nello stesso tempo li disorienta, li sovraccarica e li svuota. Nella misura in cui essi si relativizzano, Milano può dunque farne a meno e il collegio cardinalizio e il conclave possono fare a meno di Milano. Nella misura in cui si rafforzano, invece, Milano è più piccola senza un arcivescovo che vi rappresenti il laboratorio ecclesiale universale e la Chiesa è più povera senza un cardinale che rappresenti il laboratorio milanese.

Solo nel primato, Francesco lotta a sua volta con la contraddizione. Decide i cardinali cui delegherà le decisioni, sprigiona processi che deve controllare, nega spazi di potere che deve esercitare, guarda lontano mentre adotta misure emergenziali, salva uomini dalla tentazione di certi uffici e certe sedi e intanto li priva dello scatto che certi uffici e certe sedi sanno provocare. Cambia così la carta della Chiesa, mentre si adegua a riflettere le nuove geografie dei territori, delle persone, delle comunità e dei poteri. Il tempo è superiore allo spazio, insegna Francesco, che vuole liberare gli spazi dal dominio e consegnarli ai testimoni. È la sua sfida ultima.

Marco Ventura                “la Lettura”        19 giugno 2022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220618ventura.pdf

 

"Il celibato dei preti non è un dogma, alle donne ruoli apicali nella Chiesa"

Intervista a Reinhard Marx, Il cardinale tedesco vicino a Francesco: “I gay parte della nostra comunità. La sessualità che Dio ci ha donato fa parte dei rapporti personali”.

In qualsiasi coppia il sesso non è solo per riprodursi, ciò che conta è un amore sincero e rispettoso. E poi, il celibato dei preti: non è un dogma e può essere rivisto. Il messaggio del Vangelo, che deve vincere sulle rigidità ecclesiastiche. Scandisce parole dirompenti il cardinale tedesco Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco, membro del Consiglio dei porporati istituito da papa Francesco.

Eminenza, il mondo è uscito sofferente dalla pandemia, ora è piegato dalla guerra. Qual è il

ruolo della Chiesa cattolica oggi?

«La Chiesa, ovvero il popolo di Dio, accompagna sempre le persone e i loro dolori. Non può stare al di fuori del mondo, altrimenti è anacronistica. Qualcuno la vorrebbe trasformare in una fortezza, in attesa che passino le tempeste. Ma non è questo il suo compito. Deve essere testimonianza di nuova speranza. Trasmettere che la vita è più forte della morte. Perché durante la pandemia abbiamo vissuto la fragilità della vita umana, perché intorno a noi c'è sempre qualcuno che vuole dominare sugli altri. Il popolo di Dio, per dare consolazione e incoraggiamento, per raggiungere la pace, è chiamato a riempire i fossi e abbattere i muri. Non è un buon rinnovamento se la Chiesa continua a distribuire dogmi e a educare pretendendo di sapere che cosa serve alle persone. Gesù invece stava insieme alle persone, non si ergeva dando ordini. La Chiesa non può limitarsi a guardare il passato definendolo "glorioso", perché non c'è poi tutta questa gloria. Non dobbiamo solo cercare modalità per far sopravvivere l'istituzione ecclesiastica, ma trovare strategie per diffondere in una società aperta e plurale il Vangelo come invito, come "Empowerment". Non sono le persone che devono cambiare, è la Chiesa che deve cambiare».

Il celibato sembra stia diventando più un impedimento che una promessa per il mondo sacerdotale. È ora di togliere questa prassi, che non è un dogma? La possibilità di diventare mariti e padri non aiuterebbe a svolgere meglio il compito di guida?

«Per affrontare questo tema bisogna cominciare chiedendosi: come si vive meglio il Vangelo? Gesù

per almeno 40/50 volte (nel Nuovo Testamento) parla del Regno di Dio, ma non dice solo che cosa succederà dopo la morte. Secondo Gesù, il Regno di Dio incomincia adesso, quando ci riuniamo nella sua memoria, quando troviamo riconciliazione. Di che cosa ha bisogno la gente oggi? Di persone che celebrano e portano l'Eucaristia, danno il buon esempio, dedicano la loro vita alla Chiesa e al Vangelo. Possono farlo solo quelli non sposati? Ci metto un punto interrogativo. Penso ai collaboratori pastorali laici, qui in Germania, che predicano, che accompagnano i funerali. Penso all'Amazzonia, dove i credenti aspettano due o tre anni per poter ricevere l'Eucaristia perché mancano sacerdoti. Certo, il celibato è un segno forte per la sequela di Cristo. Ma mantenendo il celibato obbligatorio non è che teniamo in vita solo una tradizione? Era giusta, ma forse oggi non dappertutto. Credo che ci siano anche vocazioni sacerdotali tra gli uomini sposati».

La Chiesa tedesca spinge con forza per un ruolo più centrale delle donne nell'istituzione. I tempi sono maturi? Anche per il sacerdozio femminile?

«La questione del ruolo della donna nella Chiesa è più che matura, e si capisce facilmente. Solo i preti possono guidare la Chiesa? No. Occorrono la responsabilità ed i carismi di tutti e tutte, insieme. A Monaco ho creato la nuova posizione del capo ufficio, assegnata a una donna, che come co-leader insieme al vicario generale dirige l'amministrazione della diocesi. Gli uomini non possono dire "cerchiamo, ma non troviamo persone adatte", questo è ipocrita: bisogna solo volerle cercare e trovare. Nella Chiesa tedesca abbiamo lanciato un programma mentoring [metodologia di formazione che fa riferimento a una relazione uno a uno, tra un soggetto con più esperienza e uno con meno esperienza] per sostenere la leadership femminile. I segni dei tempi vanno letti. L'uomo e la donna sono uguali: questo è fondato nella Bibbia. Se non viviamo questa uguaglianza siamo gravemente in ritardo. Bisogna accelerare la riforma. Sul sacerdozio femminile Giovanni Paolo II aveva preso una decisione contraria ben precisa. Ma questa discussione non è ancora finita, non basteranno anni. Intanto però bisogna far partecipare le donne in modo più intenso alla vita della Chiesa, anche in posizioni apicali: non per essere una Chiesa che piace, ma perché è un dettame del Vangelo».

La pedofilia è la piaga più imperdonabile della Chiesa. Come si estirpa e come si può prevenire?

«Lo scandalo dell'abuso non riguarda esclusivamente la pedofilia in senso più stretto, i colpevoli di abuso hanno profili differenti. Il problema di fondo è l'abuso di potere. È particolarmente grave perché i sacerdoti hanno un potere sacro. Eppure, preti che hanno abusato di bambini il giorno dopo si sono presentati tranquillamente all'altare. È terribile. Ho creato una fondazione per le vittime di abusi, per tutti coloro che hanno perso la fede dopo avere subito violenze. La prevenzione è decisiva, ne vediamo già i frutti: il numero di molestie è diminuito. Ma tutto questo non può avvenire senza un processo globale di rinnovo della Chiesa, senza una nuova collaborazione di preti e laici. Anche il Cammino sinodale, il processo di riforma che abbiamo iniziato nella Chiesa in Germania, ha il suo punto di partenza nella lotta contro tutte le forme di abuso, anche spirituale».

La sessualità fa parte dell'essere umano. Non pensa che la morale cattolica dovrebbe cambiare approccio?

«Anche qui serve una crescita di consapevolezza. La domanda che ci dobbiamo fare è: come possiamo aiutare le persone a vivere il Vangelo? Il Vangelo prevede rapporti personali. La sessualità che Dio ci ha donato fa parte dei rapporti personali. E non deve essere asimmetrica. I due partner devono essere allo stesso livello, anche perché la sessualità, come dice il Concilio Vaticano II, non è solo per la riproduzione. Per tanto tempo c'era la convenzione che fosse così, adesso non più. Perché siamo esseri umani e non animali, la sessualità fa parte del rapporto, esprime un sentimento; va misurata con il livello di amore che c'è tra due persone. Il sesso è anche un modo di manifestare l'amore. Non è automaticamente un peccato, deve essere una forma di accettazione dell'altro. È questa la morale».

La Chiesa sta davvero accogliendo le persone omosessuali?

«Sono stato recentemente invitato a una messa cattolica organizzata da persone LGBTQ+ a Monaco. L'ho celebrata per il ventesimo anniversario di queste messe. L'ho fatto dopo avere informato il Papa. Volevo dare un segnale: "Voi fate parte della Chiesa". L'orientamento sessuale non può e non deve comportare un'esclusione dalla Chiesa. Non è possibile! Anche le coppie omosessuali vivono la propria relazione con amore: dunque perché non dire a queste coppie "che Dio vi accompagni lungo la vostra strada" come incoraggiamento? In fondo stiamo parlando di una benedizione, non del sacramento del matrimonio. Una volta mi sono espresso così e dopo ho avuto un po' di grane… Il centro delle coppie, omosessuali e non, non è il sesso: è rappresentato dalla volontà di trascorrere la vita insieme, dall'amore, la fiducia reciproca, la fedeltà fino alla morte. Perciò non posso dire che tutto questo è peccato. Certo la discussione in merito è molto emozionale. Ogni tanto mi meraviglio che questo argomento incontri ancora tanta resistenza».

Torniamo alla guerra. Che cosa pensa della posizione assunta dal patriarca di Mosca Kirill?

«Il 24 febbraio ero a Roma, in auto. Ho sentito dell'invasione russa in Ucraina, ho chiamato subito il vescovo della Chiesa ucraina unita a Monaco. E poi la domenica successiva sono andato alla loro messa, e già nel saluto iniziale ho lanciato un appello al Patriarca Kirill affinché facesse di tutto per fermare questa guerra. Questo è stato ben accolto qui da tanti credenti nella Chiesa ortodossa russa. Anche il Papa ha lanciato messaggi simili al mio, sempre indirizzati al Patriarca. È incomprensibile e insopportabile il comportamento di Kirill: come può un uomo di Chiesa stare a fianco di un aggressore e benedire guerra e violenze? Tanti fedeli della Chiesa ortodossa russa si sono già staccati e si stanno unendo alla Chiesa ortodossa ucraina. La posizione di Kirill ha conseguenze drammatiche enormi sia dal punto di vista politico che ecumenico. Provocano danni a tutto il

cristianesimo».

Per molti anni avete lavorato alla nuova costituzione apostolica, «Prædicate evangelium». Quali sono le principali novità?

«Il Papa dice che la Curia, "direzione" della Chiesa universale, non è una segreteria del Pontefice. Certo, il Papa è la base dell'unità della Chiesa, ma il Concilio dice anche chiaramente che la Chiesa non è come una piramide. Ci deve essere, più che un insieme, un incastro, tra la Chiesa universale e la Chiesa locale. Non c'è l'una senza l'altra. La Curia non è solo un ente in mezzo, bensì deve sostenere questo insieme. Ma questa istituzione come può essere organizzata? Possono preti e laici, uomini e donne lavorare uno accanto all'altro, anche in posizioni dirigenziali? Il Papa dice un chiaro sì. Forse i cardinali in futuro saranno piuttosto un senato del Papa, bisogna riorganizzare i vari incarichi. Poi ci devono essere compiti precisi nei dicasteri (ministeri). Sarà un grande passo, accadranno cose importanti».

Per esempio?

«Nell'ottobre 2013, nel mio primo intervento al Consiglio dei cardinali, parlavo di "declericalizzazione della Curia". Però la riforma deve continuare».

a cura di Domenico Agasso e Letizia Tortello      “La Stampa”     18 giugno 2022

www.lastampa.it/cultura/2022/06/18/news/reinhard_marx_il_celibato_dei_preti_non_e_un_dogma_alle_donne_ruoli_apicali_nella_chiesa_-5420144/

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220618marxagassotortello.pdf

 

Tolosa, l'Arcivescovo vieta la talare per seminaristi e diaconi

L’Arcivescovo di Tolosa, Monsignor Guy de Kerimel ¤1953, ha ordinato ai seminaristi e ai diaconi sotto la sua giurisdizione di smettere di indossare la tonaca. Lo riporta ACI Prensa, il portale in lingua spagnola del gruppo ACI. L'ordine è stato impartito il 2 giugno scorso. Monsignor de Kerimel ha spiegato di non volere "che i seminaristi si mostrassero in modo troppo clericale”.

                Secondo l’Arcivescovo "la priorità di un giovane in formazione al sacerdozio ministeriale è quella di crescere e rafforzare il suo rapporto con Cristo in umiltà e verità, senza pretendere di entrare in un personaggio: deve far crescere in lui la carità pastorale e rendersi accessibile a tutti prima di preoccuparsi di mostrare un'identità molto marcata".

                La decisione del prelato ha generato polemiche sui social network e su alcuni siti web cattolici.

                Monsignor de Kerimel da vescovo di Grenoble lo scorso anno dopo l’entrata in vigore del motu proprio Traditionis Custodes aveva chiuso la missione nella sua diocesi della Fraternità sacerdotale di San Pietro, i sacerdoti che celebravano la messa secondo il rito antico. 

                ACI Stampa                        14 giugno 2022

www.acistampa.com/story/tolosa-larcivescovo-vieta-la-talare-per-seminaristi-e-diaconi-20095?utm_campaign=ACI%20Stampa&utm_medium=email&_hsmi=216444061&_hsenc=p2ANqtz-_WABHoWU5J-BxI-YDT5aZEJa7xVG9Xx5jmTGJ7aiLU1OFQqFL6GqN-Fvh0MXFcIVsFeK4v_zMi3wDceA-BV9IQPjm8oQ&utm_content=216444061&utm_source=hs_email

※※※※※※※※※※※

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

“Vi raccontiamo l’indicibile sofferenza delle persone Lgbt nella Chiesa”

«La speranza che la Chiesa tutta chieda perdono alle persone LGBT per i carichi inauditi di sofferenza che ha posto sulle loro spalle, guardandole negli occhi e provando a sostenere il loro sguardo. Ora, sperando che il tempo non sia scaduto». È una delle sollecitazioni finali di un contributo inviato alla Conferenza episcopale italiana e alla Segreteria del Sinodo in preparazione dell’assemblea episcopale finale che avrà luogo nell’autunno del 2023. L’invio è in realtà del 22 febbraio scorso ma è stato reso pubblico solo il 30 maggio, dopo la chiusura della 76.ma Assemblea dei vescovi italiani (23- 27/5). Il lungo documento è firmato dalla “Rete per il Sinodo”, cartello di realtà della Chiesa conciliare nato nel corso di un meeting online il 6 maggio 2021 e cresciuto nel corso dell’anno raccogliendo numerose adesioni (al momento ne fanno parte Adista, Associazione Comunità Emmaus, Cammini di Speranza, Centro italiano femminile, Cipax, Comunità cristiane di base, Coordinamento 9 marzo, Coordinamento Teologhe Italiane, C3Dem, Donne per la Chiesa, Fraternità Arché, Gruppo Decapoli, Gruppo “Il Faro”, La Tenda di Gionata, Noi siamo Chiesa, Noi siamo il cambiamento, Pax Christi, Per una Chiesa diversa, Ponti da costruire, Pretioperai, Pro Civitate Christiana, Progetto adulti cristiani LGBT, Progetto giovani cristiani LGBT, 3VolteGenitori e Viandanti).

                Questo contributo (il terzo inviato al Sinodo: i precedenti nel maggio e nell’ottobre 2021) si concentra principalmente sulla situazione delle persone LGBT all’interno della Chiesa. Racconta, di queste persone, le difficoltà e le angosce del “nascondersi”, dell’“essere trans”, dell’“esperienza dei genitori” di figli LGBT, della “benedizione negata”, di una «pastorale” il più delle volte escludente. Ne trae perciò le linee per un auspicabile cambiamento ecclesiale e, fra le speranze, che «il Sinodo possa essere vissuto come un dono da farci reciprocamente tutti e tutte nella Chiesa, per camminare e rinascere insieme». Qui il testo integrale del documento.

Eletta Cucuzza Adista documenti n.22, 18 giugno 2022                 www.adista.it/articolo/68192

 

Emarginazione e ricerca di Dio

  • Alla Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi
  • Alla Conferenza Episcopale Italiana

                «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nei loro cuori» (Gaudium et Spes)

                Carissimi fratelli vescovi, accogliendo il vostro invito a percorrere insieme il cammino sinodale, arricchendolo del contributo di tutti e tutte, ci siamo ritrovati a confrontare le nostre esperienze di vita e i nostri cammini di fede tra più realtà della Chiesa italiana. Da questo incontro, che è diventato esso stesso un pezzo di cammino sinodale, è nata una rete di gruppi, che ha dato un primo contributo attraverso le due lettere che vi abbiamo inviato per il Sinodo italiano nel maggio e nell’ottobre del 2021.

                Vogliamo qui portare un nuovo contributo sulla realtà che vivono nella Chiesa e nella società le persone LGBT. Contributo che non nasce a tavolino. Ci siamo lasciati interrogare e coinvolgere, nel percorso che abbiamo fatto insieme, dalle testimonianze dei gruppi di persone LGBT e dei loro genitori, presenti nella nostra rete. Un lungo cammino, il loro, che abbiamo ripercorso insieme e riletto come cammino sinodale. Iniziato senza convocazioni dall’alto, autoconvocato… o forse convocato dallo Spirito. Un’esperienza che ci ha arricchito tutti e tutte e che vogliamo condividere con voi attraverso queste pagine.

                Mediante incontri online in plenaria o in piccoli gruppi, che hanno visto la partecipazione da tutta Italia di più di 200 persone, provenienti da diverse realtà cattoliche, donne e uomini, persone LGBT e loro genitori, operatori e operatrici pastorali che li accompagnano, alcuni parroci, teologhe e teologi, abbiamo percorso insieme un tratto di cammino sinodale. Tutto ciò che questo documento racconta scaturisce dall’elaborazione del materiale raccolto in questi momenti di incontro. In alcuni casi abbiamo voluto riportare (tra virgolette) i pensieri emersi, per far arrivare la voce delle persone che hanno condiviso con noi questa esperienza.

Siamo partiti da tre dei nuclei tematici proposti nel documento preparatorio del Sinodo universale del 7 settembre 2021: Compagni di viaggio – Ascolto – Formarsi alla sinodalità, per aprire un confronto tra di noi, ponendoci queste domande:

Compagni di viaggio: La Chiesa riesce a essere una casa per le persone LGBT? Tante di esse affermano di sentirsi lasciate ai margini. Che cosa è di ostacolo? Cosa impedisce o frena la loro richiesta di inclusione?

                Ascoltare: Spesso manca nelle diocesi, nelle parrocchie, nelle associazioni, un ascolto che parta anche dalla vita delle persone LGBT. Riusciamo a identificare pregiudizi e stereotipi che ostacolano questo ascolto profondo?

                Formarsi alla sinodalità: quali modalità e strumenti possono aiutare e accompagnare i vissuti delle persone LGBT affinché possano essere integrati nel cammino sinodale della Chiesa?

                Abbiamo inteso così rispondere all’invito a «vivere un processo ecclesiale partecipato e inclusivo, che offra a ciascuno – in particolare a quanti per diverse ragioni si trovano ai margini – l’opportunità di esprimersi e di essere ascoltati per contribuire alla costruzione del Popolo di Dio», lasciandoci incalzare dalla domanda: «Che spazio ha la voce delle minoranze, degli scartati e degli esclusi? Riusciamo a identificare pregiudizi e stereotipi che ostacolano il nostro ascolto?» (dal documento preparatorio del Sinodo universale).

                Racconteremo l’emarginazione che vivono nella Chiesa e nella società le persone LGBT, come l’omosessualità e la transessualità si intrecciano o si scontrano con i loro cammini di fede e la loro ricerca di Dio. E lo faremo attraverso le loro testimonianze. Solo lasciando che questo vissuto ci entri dentro, ci attraversi e ci interroghi nel profondo, potremo capire quale strada percorrere perché tutti e tutte possano davvero vivere la Chiesa come casa.

                Nascondersi. Nascondersi. Cominciamo da qui, da questa esperienza che le persone LGBT conoscono bene, perché riguarda almeno una parte della loro vita, o, quando va male, tutta la loro esistenza. Nasce dal disprezzo che percepiscono negli altri e che finiscono per interiorizzare e sentire per se stessi. Nascondersi anche da sé, lottando per mettere a tacere quella voce che ti urla dentro e ti dice qualcosa di te. Chi sei. Di chi ti è successo di innamorarti. È come combattere contro un mostro – così qualcuno lo ha descritto. Con un problema in più, non da poco: quel mostro non ti è estraneo, è dentro di te, quel mostro sei tu.

                E cominceremo allora col dare voce agli invisibili, a chi non ce la fa a fare coming out nella propria famiglia e nel proprio ambiente, a chi è arrivato a qualcuno di noi spesso in incognito, magari nascondendosi dietro un indirizzo di email illeggibile, da cui non possa trasparire nessuna traccia che faccia risalire a un nome. È anche così che si manifesta la vergogna di esistere.

                Da qui vogliamo che inizi il nostro viaggio, da quelle sorelle e quei fratelli il cui grido di dolore rimane soffocato in gola.

v  «Ho vissuto gran parte della mia vita nell’odio, nel rancore: parte di quel pezzo di umanità emarginata, tra quegli esseri umani a cui non è dato di essere se stessi, costretti a passare la vita nascondendosi. Una vita spesa a fare i conti con una sessualità, vissuta come un peso gigantesco, smisurato, soffocante».

v  «L’educazione chiusa e intollerante di una famiglia vecchio stampo; il contatto con un ambiente provinciale; una religione pronta più a condannare che ad accogliere, hanno costituito l’humus nel quale sono cresciuto e che mi ha fatto percepire il disprezzo della condizione di omosessuale, prima ancora della consapevolezza (pure molto precoce) di doverla scontare in prima persona. Ho capito assai presto quanto sia doloroso dover stringere una mano, sapendo di non poterla trattenere».

v  «Il timore di essere travolto da tensioni che sentivo come incontrollabili e la disistima verso di me mi hanno indotto, poco alla volta, a sterilizzare i miei sentimenti, anestetizzando forse le sensazioni più vere. È stato un percorso lungo e perverso che mi ha reso – quasi al termine del percorso esistenziale – assolutamente incapace di amare, questa, almeno, è la mia sensazione di oggi. “Sforzarsi di non provare niente, per non provare qualcosa” - come ammonisce il padre nel film di Guadagnino».

v  «La città è divenuta per tanti di noi omosessuali opprimente coi suoi lager invisibili del pregiudizio e del perbenismo, dove ci ritroviamo a ridere di battute su di noi per non scoprirci. Cacciati fuori dalle sue mura, spinti nostro malgrado ad un incessante cammino spesso privo di speranza, possiamo esibire solo le tracce di una identità incolpevolmente dolorante; la solitudine e la segregazione diventano spesso la condanna inappellabile per una colpa mai commessa».

v  «L'ideale alto e nobile di un amore totalmente oblativo e fecondo solo nello spirito è, sì, un traguardo che la Chiesa ha il diritto di proporre. Ma mortificare in nome di quell'ideale, spesso irraggiungibile alla nostra povera umanità per mille fatti contingenti, il bene concretamente e soggettivamente perseguibile (un amore, un affetto) ricacciandoci nel nostro deserto, rischia di avere effetti disumanizzanti. E tutto, per una condizione non scelta. Come diceva uno scrittore: il peccato originale, la colpa senza responsabilità, il male irredento e innocente di essere venuti al mondo condannati a morte; magari fosse una vecchia intimidazione di secoli bui. È il buio che ci portiamo dentro tutti».

 

Essere trans. Se nascondersi è devastante, è anche un lusso che non tutti possono permettersi. Le persone omosessuali possono scegliere di farlo, le persone trans no. Per loro, dal momento in cui inizia un qualunque approccio a un processo di transizione, di manifestazione della propria identità, il coming out è continuo e forzato, con problemi quotidiani. In quale bagno entrare? Capita che aspettino fuori per assicurarsi che non ci sia nessuno dentro, prima di entrare. Per evitare ed evitarsi imbarazzi... In quale fila mettersi per andare a votare? In quella che indica come corretta il loro documento o in quella che il loro aspetto fisico suggerirebbe? E se scelgono la prima opzione, come dovrebbero, e qualcuno gli fa notare che si sono messi in coda dalla parte sbagliata? Il risultato è che spesso scelgono di non votare – se di scelta si può parlare – e questo per anni, perché i processi di transizione che portano al cambio di documento sono lunghi, oltre che dolorosi e costosi. È il periodo di transizione quello in cui sono più esposti a violenze di ogni tipo, verbali, quando va bene, altrimenti fisiche. Ma per ferirli bastano anche solo gli sguardi.

                Piccoli, grandi drammi di vita quotidiana, che, oltre alle persone trans, ben conoscono le loro famiglie. Lo sanno bene Maria Rosaria, Alessandro e i loro tre figli, una famiglia che vive in un paese del Sud Italia. Dopo il primo maschietto, un secondo parto e sono arrivate due gemelle. Crescono ma, con il passar del tempo, le gemelle vivono difficoltà sempre più grandi, disagi, fino ad arrivare a tentativi di suicidio. Ora hanno 26 anni, sono Lorenzo e Dada, due persone trans, “sopravvissute al proprio corpo” – come ha detto una volta Lorenzo. Un corpo che le persone trans vivono come una gabbia, che intrappola il loro essere più profondo, che gli impedisce di esprimere la propria anima. Una gabbia di cui liberarsi. Costi quel che costi. Difficile capire chi non vive quell’esperienza e difficile spiegare. Abbiamo solo cercato di balbettare qualcosa, ripetendo le loro parole: gabbia, anima. E Dada parla della fede in un Dio, che non ha incontrato in nessuna Chiesa (con la parrocchia, che frequentava assiduamente, ha chiuso a 14 anni). Se l’è inventato o per quali vie misteriose l’ha trovato? Racconta di una preghiera che si fa danza. Il movimento di un corpo che ha ritrovato armonia, che si è liberato dalla “cacca” che gli avevano gettato addosso: un corpo bello, che ha rotto le catene e può finalmente esprimersi e che Dada sente accolto e guardato dal suo Dio con occhi di meraviglia.

                Le donne e le persone LGBT. C’è un’assonanza tra il vissuto delle persone LGBT e quello delle donne: discriminati e discriminate nella Chiesa e nella società per la loro natura. Se tutte le discriminazioni sono da biasimare – ci sono nella Chiesa persone e comunità che sono state e seguitano a essere emarginate per le loro idee e le loro scelte – le discriminazioni più inaccettabili, ammesso che sia lecita una classifica, sono quelle che colpiscono le persone per la loro identità, per ciò che sono, non per le loro scelte. È così per le donne e le persone LGBT.

                Emarginati ed emarginate dalla nascita. Perché donne. Perché persone LGBT. Omosessuali e trans non si diventa, non si sceglie di esserlo – chi mai farebbe una scelta che porta con sé così tante difficoltà, così tanto dolore! Omosessuali, trans si è, salvo che possono passare anni per dirselo, o magari può non bastare un’intera vita. Così ne hanno parlato nei nostri incontri alcune donne:

v  «Anche le donne, come le persone LGBT, hanno vissuto l’esperienza di dover recuperare se stesse, per riprendersi le proprie vite, troppo spesso sacrificate su qualche altare. L’esperienza di dover rimettere al centro l’amore per se stesse, per ridare senso alla propria esistenza e poterla vivere in pienezza».

v  «I problemi che da secoli ci sono nella Chiesa con le donne e con tutte le ‘differenze’ sono il prodotto di una cultura patriarcale, di una lettura stereotipata delle Scritture, che ha irrigidito l’Istituzione e raffreddato i cuori».

v  «Può aiutare verso un percorso di liberazione che si affianchino i cammini delle realtà emarginate, donne, persone LGBT, e che ci si avvicini alla teologia femminista: sono proprio le realtà emarginate a essere il motore del Sinodo».

v  «Occorre ripartire dalla base, dalle reali necessità delle persone per scardinare il modello patriarcale sia nella Chiesa che nella società».

L’esperienza dei genitori. Se le persone LGBT spesso sanno fin dall’infanzia quello che sono, la notizia il più delle volte arriva completamente inaspettata ai genitori: uno tsunami che si abbatte improvviso su di loro al momento del coming out, trovandoli impreparati. In preda all’angoscia e schiacciati dalla vergogna, spesso si rinchiudono nella disperazione e nella solitudine.

Una coppia di genitori ci racconta: «Seguendo l’invito che papa Francesco rivolgeva a tutta la Chiesa ad uscire per andare nelle periferie, ci stavamo interrogando verso quale periferia il Signore ci volesse mandare, quando improvvisamente e inaspettatamente la periferia ce la siamo ritrovata in casa, negli occhi rigati di lacrime di nostra figlia che ci confidava di essere lesbica

Lo shock è stato devastante, abbiamo dovuto sostenere una dura lotta fra quanto creduto, testimoniato, attuato per tanti anni e una realtà che conoscevamo poco ma verso la quale ci erano state instillate repulsione e condanna. Dura lotta fra due grandi amori che apparivano inconciliabili: quello verso nostra figlia e quello verso il Signore. Come poteva nostra figlia essere al di fuori di quel bellissimo progetto di amore che avevamo sperimentato nella nostra vita di sposi, come poteva non esserci spazio per lei nell’amore di Dio se non rinunciando a vivere una relazione d’amore così come fioriva in lei? C’è voluta una seconda lunga gestazione di nostra figlia per arrivare ad accoglierla in pienezza nella sua realtà. Guardandola ora e vedendo la sua relazione serena, ordinata, felice, sentiamo duri come paletti, i punti della dottrina posti dal magistero della Chiesa sui rapporti omosessuali, definiti come disordinati; la distanza fra la realtà che amiamo e la sua definizione dottrinale ci provoca un profondo disagio».

                Quelli tra i genitori che ce la fanno, spesso con l’aiuto di altri genitori che vivono la loro stessa esperienza, riescono a vincere la solitudine e rialzarsi. E tutto cambia.

v  «È compito di noi genitori testimoniare la benedizione che riceviamo dai nostri figli LGBT, per far capire il valore salvifico delle differenze».

v  «Per tanti anni siamo stati impegnati nella pastorale dei fidanzati; dopo il coming out di nostro figlio abbiamo iniziato un percorso di accompagnamento di coppie omoaffettive, per aiutarle nel loro cammino di costruzione della propria relazione d’amore».

Molte mamme, dopo una rielaborazione che può durare anche anni, rivivono come un secondo parto il giorno del coming out dei figli: ancora una volta la vita, facendosi strada con forza, rinasce dal dolore. E di rinascita si tratta. Per i loro figli e per loro.

                «Se c’è un inferno degli omosessuali, è lì che voglio andare» – è capitato di sentire mamme pronunciare queste parole. Forse perché in fondo in quell’inferno non ci credono. O forse perché con un Dio che condannasse i loro figli per le loro relazioni d’amore non vogliono avere nulla a che fare neanche loro. «Non sono interessato a un Dio che non faccia anche fiorire l’umano» – diceva Bonhoeffer. Certo è che per chi è pronto per amore ad andare all’inferno, non ci sono impedimenti che tengano. E se il cammino da personale diventa condiviso con altri/e, quel cammino è inarrestabile. Situazioni e contesti completamente diversi, ma rivengono in mente le madri di Plaza de Mayo. Alle une hanno toccato la vita dei figli, alle altre la vita eterna.

                Se i genitori, dopo che un figlio o una figlia trova il coraggio di svelarsi, per amore sono pronti a tutto, se tra lo sconforto e il pianto trovano spazio per lo studio, facendosi domande che non si erano mai posti prima, se arrivano a mettere in crisi le loro certezze, a buttar via pregiudizi, perché non chiedere altrettanto alla Chiesa, se la Chiesa è Madre?

                Il brano del Vangelo di Matteo, in cui Gesù cammina sulle acque e invita Pietro ad andargli incontro, racconta qualcosa del cammino dei genitori di ragazzi e ragazze LGBT. Investiti da una tempesta imprevista e improvvisa, vorrebbero arroccarsi sulla barca delle loro sicurezze, ma non gli è dato, e da quella barca sono scaraventati fuori. Sperimentano l’angoscia, annaspano, sentono il terreno mancare sotto i piedi. E iniziano così il loro cammino, là dove mai avrebbero pensato di dover e poter camminare, per sorprendersi a scoprire che, tenendosi per mano, è possibile non affondare.

                L’invito di Gesù, indubbiamente scomodo, ci riguarda tutti e tutte, è rivolto a Pietro e alla Chiesa tutta. Rimane lì, forte quanto inascoltato, a chiederci di lasciare la barca delle nostre sicurezze e andargli incontro sul mare. Perché è lì, nel mare, che il Signore ci aspetta.

Qual è il bagaglio di sicurezze da cui non riusciamo a staccarci e che tiene la Chiesa ancorata alla barca? Alleggerire quel bagaglio è la condizione per fare insieme un cammino davvero sinodale con tutto il Popolo di Dio, che non lasci fuori nessuno/a.

                La benedizione negata. Quella benedizione negata per le coppie LGBT dalla Congregazione per la Dottrina della Fede con il Responsum del febbraio 2021 seguita a far male.

«Il Sinodo deve aprirsi alla benedizione delle persone LGBT e di quelle che vivono situazioni difficili nelle periferie esistenziali, con attenzione non giudicante, riconoscendo il valore intrinseco di ogni persona e del suo modo di essere, di amare, riscoprendo la bellezza di Dio che la abita, perché ogni amore è bello e santo, e ci racconta qualcosa dell’amore di Dio».

                Ci sono genitori che, dopo la posizione espressa dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, hanno voluto scrivere insieme una preghiera, con cui dare la loro benedizione ai figli LGBT nel giorno della loro unione civile. Insieme a quei vescovi che si sono espressi in disaccordo rispetto al Responsum, c’è una gran parte del Popolo di Dio, laiche e laici, presbiteri, religiose e religiosi, che non scrive Responsa, ma che cammina insieme e che crede sia tempo che le coppie che vogliano celebrare il proprio amore e assumere l'impegno reciproco a una relazione stabile davanti alla propria comunità cristiana possano da essa ricevere una benedizione della loro unione. Se Gesù ci invita a benedire persino coloro che maledicono (Lc 6,28), con quale potere possiamo negare la benedizione a chi si ama?

                La pastorale. Guardando a ciò che è successo negli ultimi anni, va preso atto che nella pastorale si è fatto un passo avanti, c’è una crescita e una maggiore presenza dei gruppi LGBT nelle parrocchie rispetto al passato. Non che prima le persone LGBT non ci fossero, c’erano ma nascondevano la propria identità, e magari erano anche incoraggiate a nasconderla. La maggior parte viveva nell’isolamento, ma alcuni via via hanno iniziato a unirsi in gruppi, in piccole comunità, che restavano però nell’ombra, come i primi cristiani nelle catacombe. Queste esperienze hanno aiutato le persone a crescere, attraverso la socializzazione della propria comune condizione; a sanare la scissione dolorosa che vivevano tra la fede e la propria vita affettiva, la propria identità di genere, grazie anche allo studio dei testi biblici; a costruire relazioni serene di coppia. Esperienze comunitarie significative dal punto di vista spirituale ed ecclesiale, che però non trovavano ascolto, non avevano visibilità e diritto di asilo nella Chiesa.

                Il merito più grande per i progressi che vediamo oggi va a quel fiume carsico, a chi nella clandestinità ha combattuto la sua resistenza, tenendo accesa la luce della speranza. Ora sempre più persone LGBT, soprattutto tra i giovani, escono allo scoperto, fanno coming out, fanno testimonianza del loro vissuto, arricchiscono la comunità con il loro cammino di fede. E sempre di più stanno venendo fuori gruppi di genitori, a testimoniare il loro cambiamento di vita, per il quale qualcuno scomoda la parola conversione, dopo il coming out dei loro figli.

                Un grande fermento che c’è già dentro la Chiesa e che va alimentato da una comunità LGBT che si faccia sempre di più Popolo di Dio e gridi al dialogo, perché non si parli più delle persone LGBT ma con le persone LGBT, perché si vada verso una piena inclusione di individui, coppie, famiglie, che non è integrazione, assimilazione, né omologazione, ma riconoscimento dell’altro come membro a pieno titolo della comunità.

                «Nel percorso verso l’inclusione della minoranza LGBT nella Chiesa dovrebbero essere coinvolti, oltre ai singoli individui e alle coppie omosessuali, anche i rappresentanti dei gruppi di cristiani LGBT, la cui partecipazione attiva dovrebbe essere favorita nell’ambito delle iniziative diocesane ai vari livelli. Come collettori di storie e di esperienze, porterebbero la voce di tante persone dimenticate, di tanti che per timidezza o riservatezza preferiscono non apparire».

                «La pastorale con le persone LGBT la portiamo avanti da anni, viene fatta dal Popolo di Dio che è più avanti dell’Istituzione, con operatori e operatrici pastorali che superano di fatto i vincoli dottrinali. In questi percorsi emerge, dai gruppi LGBT, un mondo gioioso e aperto alla ricchezza delle differenze».

                «Se modalità pastorali particolari dedicate alle persone LGBT a volte rischiano di essere ghettizzanti, è anche vero però che nelle realtà più grandi c’è bisogno almeno inizialmente di gruppi dedicati. Ma una pastorale ‘particolare» è utile solo se inserita nella pastorale “generale”. E c’è bisogno di una pastorale sul tema LGBT nei confronti dei credenti per superare ignoranza e pregiudizio».

                Questo cambiamento nella pastorale, avvenuto soprattutto negli ultimi tempi con papa Francesco, ha in parte, ma solo in parte, arginato l’abbandono della Chiesa da parte delle persone LGBT che, sentendosi rifiutate, finiscono spesso per buttare via l’intero pacchetto: Dio - Chiesa. Se come Chiesa abbiamo ben motivo di interrogarci su questo abbandono, Dio sicuramente non lo merita!

«Quando nostro figlio a 16 anni ha parlato al parroco della sua omosessualità ha avuto in risposta l’allontanamento e la negazione della comunione. Questo ha portato prima lui e poi anche noi genitori ad allontanarci. Tra Chiesa e figlio, abbiamo scelto nostro figlio».

«Nell’adolescenza si è aperto per me un periodo di difficoltà, mi sentivo solo, sbagliato, incapace di vedere un disegno di amore per me: ho rifiutato Dio e non mi sono più sentito parte della Chiesa, che mi rifiutava per la mia sessualità».

                «Mio figlio e il suo compagno si sono allontanati dalla Chiesa dopo la posizione della gerarchia sul Ddl Zan; a volte vanno in Chiesa solo per accendere una candela, ma si sentono rifiutati».

                Alcuni si allontanano dalla Chiesa cattolica e proseguono il loro cammino di fede in Chiese evangeliche, dove si respira un’aria di accoglienza e inclusione. Alcuni gruppi portano avanti un cammino comune tra persone LGBT cattoliche ed evangeliche, a volte praticando l’ospitalità eucaristica: un ecumenismo di base, che potrebbe essere un riferimento per tutte le Chiese.

                C’è poi chi nella Chiesa cattolica resta, si sente a pieno titolo parte della Chiesa, nonostante i muri che alza la dottrina.

«L’esperienza che più ha rischiato di allontanarmi dalla Chiesa è stato il rifiuto da parte del vescovo e del rettore di ammettermi in seminario, dopo aver dichiarato loro il mio orientamento sessuale. Ora sono sereno, ma anche a distanza di anni ricordo l’incapacità da parte del vescovo di nominare le parole “gay / omosessuale / omosessualità”: si riferiva sempre a “quella tematica / problematica / questione difficile, ancora poco studiata e compresa a Roma”. Gli anni del discernimento sono serviti per capire che, andandomene, non avrei reso un buon servizio alla causa del Vangelo, alla gente, alla Chiesa».

                Ma l’esclusione nella Chiesa non riguarda solo le persone LGBT, sono messi ai margini, per motivi diversi, i separati, i divorziati, le donne, in generale tutti coloro che sono “fuori dal coro”. Sentiamo nostre tutte queste marginalità.

                Tra gli ostacoli che alimentano la diffidenza nei confronti delle persone LGBT c’è il tema della famiglia tradizionale. Perché le persone LGBT dovrebbero essere contro la famiglia – come in buona o in cattiva fede qualcuno afferma – e volere la sua distruzione? Sono famiglie tradizionali quelle in cui in stragrande maggioranza le persone LGBT nascono e crescono. Quello che desiderano, semmai, è poter essere accolte dalle loro famiglie, cosa che non sempre avviene. A volte giovanissimi vengono cacciati da casa. Non vogliono distruggere la famiglia tradizionale, ma vorrebbero poter affiancare a quella una loro famiglia, per forza di cose diversa; vorrebbero che il loro vissuto di famiglia venisse accettato. Ma perché mai questo dovrebbe togliere qualcosa alla famiglia tradizionale? Nel momento storico che stiamo vivendo le famiglie ne hanno tanti di problemi, ma tra questi non ci sono le persone LGBT. Sono altri i problemi da affrontare e su questi sarebbe bene concentrarsi. Cercare capri espiatori porta fuori strada, allontana la soluzione dei problemi, oltre che far male a chi come capro espiatorio è assunto.

                La conoscenza delle persone e delle loro storie di amore, di sofferenza, di gioia, di famiglia è ciò che fa la differenza: la diffidenza e la difficoltà sono superate nell’incontro.

                «Mi sono reso conto di essere omofobo finché non ho incontrato davvero le persone LGBT. Confessando ho cominciato a venire in contatto con i vissuti di persone LGBT e dei loro genitori. Questa esperienza mi ha cambiato e mi sono chiesto cosa potessi fare per loro».

                Se si parla per categorie, di omosessuali, trans… i pregiudizi e gli stereotipi hanno la meglio e portano fuori strada, ma se si chiamano le persone per nome, se ai nomi si associano volti, vissuti, le cose cambiano. Radicalmente. Il pregiudizio viene meno solo facendo esperienza della vita delle persone, mettendo in gioco i vissuti. Perché la conoscenza delle persone cambia il nostro sguardo su di loro e i nostri pensieri.

La dottrina. Senza dubbio la pastorale ha cambiato le cose, ma va detto chiaramente che non basta. C’è bisogno di cambiare la dottrina, che sicuramente fa parte di quel bagaglio di sicurezze, che inchioda la Chiesa e le impedisce di muoversi. È grande la sofferenza che provocano nelle persone LGBT e nei loro genitori le parole del catechismo: «Gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati».

«C’è un profondo scollamento tra la gerarchia e la Chiesa – Popolo di Dio. La Chiesa gerarchica ci fa sentire ai margini, come persone LGBT, ci fa sentire scomposti, i nostri amori sono disordinati, la nostra sessualità, i nostri corpi sono sbagliati».

«La dottrina è un peso enorme sulle nostre spalle, un macigno che ci schiaccia. E l’accoglienza non è gratuita: siamo sì accettati, ma solo se rinunciamo ad esprimere la nostra sessualità».

                Una corretta lettura storico-critica dei testi biblici, ci permette di capire e di trovare una spiegazione per quei versetti in cui vengono condannati gli atti omosessuali, calando quei testi nel contesto storico in cui sono stati scritti. Condanna di “atti omosessuali”, appunto, non dell’omosessualità, perché nulla si sapeva dell’omosessualità come la conosciamo oggi, grazie anche ai progressi della scienza. Non considerare queste nuove conoscenze, seguitando a parlare nel catechismo di atti omosessuali intrinsecamente disordinati, non trova giustificazioni, fa violenza sulle persone, le incolpa per ciò che sono, le umilia e tradisce il messaggio di amore e misericordia di Gesù. Non ci sono gli “atti”, ci sono le persone con la loro dignità, i loro amori e la loro sessualità, dono di Dio.

                Per sottolineare solo una delle tante storture a cui si arriva, c’è chi racconta che spesso i preti in confessionale tollerano le relazioni occasionali e condannano le relazioni stabili tra persone LGBT. Inutile soffermarsi sui danni enormi che ne conseguono.

                «L’accoglienza di una vita affettiva, concreta, in coppia, fa ancora difficoltà: finché ci si presenta come gay, magari in difficoltà o in processo di crescita, preti, suore e laici impegnati accolgono; accoglienza che invece fa difficoltà quando si inizia un cammino di coppia, che va a confliggere col magistero e con una tradizione secolare».

                «In confessione un prete mi ha detto di restare solo amico del compagno con cui mi sono unito civilmente: ho avuto compassione per lui e per la sua impreparazione ad affrontare questi temi».

                Ciò su cui dobbiamo interrogarci è il perché dell’insistenza ossessiva della Chiesa sul tema della sessualità, non solo dell’omosessualità. Con il risultato che la maggior parte delle persone associa istintivamente alla parola peccato l’idea di peccato sessuale. E talmente ampia e dettagliata è la casistica dei peccati sessuali che è davvero difficile non cadere in qualcuno dei divieti. Così, oltre a far diventare la sessualità motivo continuo di angoscia e senso di inadeguatezza, si finisce per sminuire il senso stesso della parola peccato. Per chi decide di buttare via il pacchetto completo di peccati sessuali, ignorandoli – tanto è impossibile non sbagliare… – il peccato finisce per non avere più nessun senso. E invece il peccato c’è, eccome se c’è, ci riguarda individualmente e come società, e va denunciato con forza: il peccato da cui liberarci è la prevaricazione, la prepotenza, la violenza, comunque mascherate.

                A prescindere se si tratti di una coppia eterosessuale o omosessuale, il peccato è dove c’è violenza e sopraffazione; il peccato sono i femminicidi, che la cronaca ci racconta quotidianamente. Dove c’è amore, dove c’è cura reciproca, rispetto dell’uno per l’altro/a non possiamo far altro che vedere l’espressione di quella scintilla del divino che abita ognuna e ognuno di noi. Oscurare anche solo una di quelle scintille significa oscurare la luce divina che esprime, unica, irripetibile. Se non riusciamo a vederla il problema è nei nostri occhi: dobbiamo curali.

Se l’accoglienza che offriamo nella Chiesa è un’accoglienza che chiede alle persone LGBT di mutilare una parte di sé, che impedisce loro la possibilità di esprimere la propria sessualità, non è un’accoglienza vera. Le persone LGBT sono cresciute in consapevolezza, non si accontentano più di essere tollerate, non vogliono l’elemosina. Chiedono un pieno riconoscimento, chiedono che il marchio della vergogna e del peccato impresso su di loro, sulla loro sessualità, sui loro rapporti d’amore venga cancellato.

                «Le comunità locali devono impegnarsi non a chiedere ma a pretendere l’inclusione di ogni realtà e di ogni periferia, per non tradire la fede stessa, per non peccare contro l’amore e la fratellanza / sororità, perché molte sono le sensibilità e le dignità calpestate».

                E c’è chi va oltre e non chiede, perché non riconosce a nessuno nella Chiesa il potere di concedere o negare.

                «Dobbiamo liberarci dalla dottrina, fare le cose giuste, seguendo il Vangelo, senza chiedere permesso. I cambiamenti avvengono partendo dalla base. Se le chiese si svuotano è perché non si suona la musica del Vangelo» – a dirlo è il papà di una ragazza lesbica.

«Prendiamoci la libertà di parlare, con coraggio, di acquisire nuovi linguaggi, nuovi gesti, capaci di esprimere una fede vissuta, senza chiedere il permesso: una grande parte dei credenti è già pronta».

                Quale cambiamento. Su questi temi c’è un grande bisogno di approfondimento nella Chiesa, di dialogo, di formazione degli operatori pastorali. L’ostacolo è culturale, di mentalità. «Molti preti omofobi non sono mostri, sono straordinari: a mancare è la formazione» – sono le parole di una ragazza lesbica. Formazione come elemento centrale di inclusione, e non solo destinata agli operatori pastorali, più in generale, è necessaria una formazione che porti all’assunzione di responsabilità da parte di tutti i cristiani. L’ignoranza non è una giustificazione, e se non si cerca di sanarla diventa un’ignoranza colpevole.

                Esperienze di formazione, con il coinvolgimento di parroci, suore, preti, operatori pastorali e alcuni vescovi, si stanno facendo strada, anche a livello nazionale. Si deve guardare a queste esperienze e farle crescere con il coinvolgimento di un numero sempre maggiore di operatori e operatrici pastorali.

                Certo, il cambiamento è faticoso, e di cambiamento le persone LGBT e i loro genitori se ne intendono. La loro esperienza testimonia però che quella fatica vale la pena farla. Hanno sofferto umiliazioni e sconfitte ma, quando ci sono riusciti, hanno ritrovato la gioia, la speranza, e riscoperto Dio. Un Dio diverso. Di quel Dio che gli era stato raccontato e dal cui giudizio si sentivano oppressi se ne sono liberati. Non sa parlare ai loro cuori e non gli fa più paura. Attraverso il cammino insieme e lo studio della Bibbia hanno incontrato il Dio di Gesù, un Dio che libera, che si capisce con gli esclusi e i perdenti, perché sa parlare la loro lingua, che si fa complice dei piccoli, che conta sulle pietre scartate perché diventino testate d’angolo, su cui costruire la casa, o quello che Gesù chiamava il Regno di Dio.

                E il cambiamento richiede coraggio. C’è la paura da parte della gerarchia di perdere credibilità e potere riconoscendo che la Chiesa ha sbagliato in ciò che ha detto per secoli sull’omosessualità e sulla sessualità. E si tratterebbe davvero di una perdita di potere, perché non c’è potere più grande di quello che si esercita attraverso il controllo sulle coscienze, utilizzando la sessualità come strumento. Se anche la Chiesa si spogliasse di tutti i suoi beni materiali, se rinunciasse a tutti i privilegi, ma seguitasse a tenere in mano la leva del controllo delle coscienze, avrebbe titolo per sedere tra i potenti della terra, che per questo si guarderebbero bene dall’inimicarsela.

                Ma quando Gesù dice: «Il mio regno non è di questo mondo» sceglie una regalità anomala. Non è il re dei potenti, non è il re dei troni che si avvalgono del sostegno degli altari. È il re degli emarginati e degli sconfitti. Un re che non cerca sudditi da tenere in pugno con la paura, ma discepoli liberi, che liberamente seguano il suo messaggio di amore. È questo il vero salto dalla barca, mettere a rischio un potere consolidato nei secoli per ritrovarsi senza più appigli, garanzie, certezze... Ma la fede non è una polizza di assicurazione, è un rischio, è un salto. Libera da ogni potere, la Chiesa sarebbe testimone coraggiosa del Vangelo, forte nello Spirito, indomabile da ogni potestà terrena. È da questa strada che passa la conversione.

                La nostra speranza. «Anche se il timore avrà sempre più argomenti tu scegli la speranza» – diceva Seneca. Noi abbiamo scelto la speranza. La speranza che il Sinodo possa essere vissuto come un dono da farci reciprocamente tutti e tutte nella Chiesa, per camminare e rinascere insieme. La speranza che la Chiesa chieda perdono alle persone LGBT per i carichi inauditi di sofferenza che ha posto sulle loro spalle, guardandole negli occhi e provando a sostenere il loro sguardo. Ora, sperando che il tempo non sia già scaduto. La speranza che la Chiesa tutta, riscoprendo la sua missione, possa «portare ai poveri il lieto annuncio, fasciare le piaghe dei cuori spezzati, proclamare la liberazione dei prigionieri, liberare gli oppressi, proclamare l’anno di grazia del Signore» (Isaia 61,1-2).

www.adista.it/articolo/68193

※※※※※※※※※※

CONSULTORI FAMILIARI CATTOLICI

Coppie verso il parto e paternità fragili, l’importanza di un supporto

Negli ultimi decenni la famiglia ha subito diverse pressioni a livello sociale e culturale ed è stata portatrice di vari cambiamenti sia nella sua costituzione formale, sono sempre più frequenti le famiglie ricostituite da nuclei familiari precedenti, sia nell’accogliere le novità, a volte anche le forzature, da parte di correnti sociali o “associazioni colorate” nel vedere riconosciuto “l’assetto familiare” a varie forme di relazione. Quanto osservato favorisce la riflessione che nonostante tutte le crisi, sociali, storiche, economiche, “essere famiglia” è un valore e indipendentemente dalle difficoltà e dalle mutazioni generazionali la famiglia è un sistema a cui si vuole appartenere e in cui si desidera crescere.

Nei prossimi giorni, dal 22 al 26 giugno, si celebrerà il 10° Incontro mondiale delle famiglie organizzato dalla diocesi di Roma e dal dicastero vaticano per Laici, famiglia e vita dal titolo “L’amore familiare: vocazione e via di santità”. L’obiettivo che si pone l’incontro, come è stato sottolineato, è di «far risaltare l’amore familiare come vocazione e via di santità, per comprendere e condividere il senso profondo e salvifico delle relazioni familiari nella vita quotidiana». L’incontro è stato pensato per favorire il coinvolgimento delle comunità diocesane di tutto il mondo e darà voce a testimonianze di famiglie sottolineando l’aspetto di missione e di vocazione cristiana nella famiglia.

La centralità della famiglia e l’ascolto di storie di vita quotidiana, con le difficoltà e le risorse a disposizione di ogni sistema familiare, è in sintonia con l’attività svolta del consultorio familiare diocesano “Al Quadraro”. Il consultorio è presente sul territorio romano dal 1993 e proprio in questo anno celebra il 10° anniversario del servizio di terapia familiare rivolto alle coppie e alle famiglie a sostegno del loro ciclo vitale. Tante e molteplici possono essere le difficoltà con cui una coppia e una famiglia si misura e richiede aiuto psicologico, per citarne alcune: la difficoltà di comunicazione; la nascita del primo figlio; la nascita di altri figli; la perdita di intimità e complicità che spesso viene assorbita dalla funzione genitoriale; le relazioni trigenerazionali ed in particolare la presenza di anziani ammalati a cui si presta assistenza; il verificarsi di eventi straordinari che incidono sugli equilibri come una malattia, la perdita del lavoro, una relazione extra-coniugale, etc.

Gli ultimi due anni, caratterizzati dalla pandemia ed ora anche da venti di guerra, hanno visto l’acuirsi delle difficolta coniugali e familiari per diversi motivi: da quelli di salute, a quelli economici, alle difficoltà dei figli non solo scolastiche ma anche emotive con la presenza di psicopatologia in alcuni casi caratterizzati da ritiro sociale, da abbandono scolastico fino a casi più gravi con la presenza di tentativi di suicidio.

                Essere al fianco delle coppie e delle famiglie, considerando la realtà storica e culturale che viviamo, è per il consultorio una realtà quotidiana oltre che una mission sempre più urgente che ha sollecitato la riflessione e a seguire la progettazione di servizi specifici e multidisciplinari a disposizione di chi si rivolge per un aiuto. Durante quest’anno sono ripartiti i corsi in preparazione alla nascita, in presenza, reintroducendo l’incontro con il terapeuta familiare puntando il focus sulla formazione della famiglia, nel passaggio “da due a tre”. La coppia viene sollecitata a riflettere su varie tematiche: la prima riflessione verte su cosa vorrebbero o non vorrebbero trasmettere ai propri figli della propria famiglia d’origine non solo in termini fenotipici, caratteri genetici, ma anche rispetto al sistema di valori e le caratteristiche di personalità dei propri genitori e parenti; la seconda riflessione è sulla coppia nella propria funzione genitoriale e su ciò che vorrebbero riproporre come modalità dei propri genitori e ciò di cui avrebbero paura o timore; la terza è sulla realizzazione grafica del proprio geno gramma (strumento utilizzato in terapia familiare) che permette di vedere le dinamiche relazionali e le caratteristiche dei diversi componenti della propria famiglia considerando tre generazioni. La ricchezza del geno gramma permette di vedere ad esempio come un sistema si organizza, se ci sono degli eventi concomitanti ad esempio delle nascite in prossimità di decessi, la presenza di miti familiari o di “personaggi” di cui si raccontano storie e che hanno inciso ad esempio nonni che in tempo di guerra sono partiti per l’estero, zii chiamati “pecore nere”, ecc. Tale incontro vuole gettare un ponte tra la propria storia e quella che si andrà formando con il partner nella creazione di una nuova famiglia, con un’ottica di prevenzione.

                Un servizio attivato nell’ultimo anno riguarda la paternità fragile ossia la possibilità di intervenire accogliendo padri separati o in via di separazione che desiderano lavorare sulla propria sofferenza correlata all’evento traumatico. Il focus è rivolto sia a ciò che riguarda il vissuto di fallimento relazionale sia su come sostenere la funzione genitoriale nonostante l’evento della separazione: potenziando le risorse a disposizione o attivandone altre nell’ottica del sostegno al cambiamento.

Altri progetti in cantiere riguardano la presenza di un osservatorio permanente sugli adolescenti considerando l’aumento di richiesta delle consulenze sia da parte degli adolescenti sia da parte dei familiari in correlazione alla preoccupazione sui figli. Crediamo fortemente che aiutare le coppie e le famiglie sia centrale per una società che voglia resistere alle difficoltà, alle crisi e che sia orientata a crescere nel benessere dei singoli membri, del sistema familiare e produca un effetto positivo su tutta la società, vorremmo che la stessa serietà venga posta dalle istituzioni e dalla politica che spesso delegano, perdendo l’occasione di essere incisivi sul vivere sociale.

Laura Boccanera*,  Romasette 13 giugno 2022

*psicologa e psicoterapeuta familiare  consultorio diocesano “Al Quadraro

※※※※※※※※※※

DALLA NAVATA

SS. Corpo e sangue di Cristo – anno C

Genesi                                    14, 18. i giorni, Melchìsedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram

Salmo                                   109, 03. A te il principato nel giorno della tua potenza tra santi splendori; dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato.

Paolo 1Corinzi                     11, 26. Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga

Luca                                         09, 11. In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.

 

Quel dono del «pane» per tutti e insieme

(...) Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C'erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà (...)

                Mandali via, è sera ormai, e siamo in un luogo deserto. Gli apostoli si preoccupano per la folla, ne condividono la fame, ma non vedono soluzioni: «lascia che ciascuno vada a risolversi i suoi problemi, come può, dove può». Ma Gesù non ha mai mandato via nessuno. Anzi vuole fare di quel luogo deserto una casa calda di pane e di affetto. E condividendo la fame dell'uomo, condivide il volto del Padre: “alcuni uomini hanno così tanta fame, che per loro Dio non può avere che la forma di un pane” (Gandhi). E allora imprime un improvviso cambio di direzione al racconto, attraverso una richiesta illogica ai suoi: Date loro voi stessi da mangiare. Un verbo semplice, asciutto, concreto: date. Nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con un altro verbo, fattivo, di mani: dare (Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio (Gv 3,16), non c'è amore più grande che dare la vita per i propri amici (Gv 15,13).

Ma è una richiesta impossibile: non abbiamo che cinque pani e due pesci. Un pane per ogni mille persone e due pesciolini: è poco, quasi niente, non basta neppure per la nostra cena. Ma il Signore vuole che nei suoi discepoli metta radici il suo coraggio e il miracolo del dono. C'è pane sulla terra a sufficienza per la fame di tutti, ma non è sufficiente per l'avidità di pochi. Eppure chi dona non diventa mai povero. La vita vive di vita donata-.

Fateli sedere a gruppi. Nessuno da solo, tutti dentro un cerchio, tutti dentro un legame; seduti, come si fa per una cena importante; fianco a fianco, come per una cena in famiglia: primo passo per entrare nel gioco divino del dono. Fuori, non c'è altro che una tavola d'erba, primo altare del vangelo, e il lago sullo sfondo con la sua abside azzurra. La sorpresa di quella sera è che poco pane condiviso tra tutti, che passa di mano in mano e ne rimane in ogni mano, diventa sufficiente, si moltiplica in pane in-finito. La sorpresa è vedere che la fine della fame non consiste nel mangiare da solo, a sazietà, il mio pane, ma nello spartire il poco che ho, e non importa cosa: due pesci, un bicchiere d'acqua fresca, olio e vino sulle ferite, un po' di tempo e un po' di cuore, una carezza amorevole.

Sento che questa è la grande parola del pane, che il nostro compito nella vita sa di pane: non andarcene da questa terra senza essere prima diventati pezzo di pane buono per la vita e la pace di qualcuno. Tutti mangiarono a sazietà. Quel “tutti” è importante. Sono bambini, donne, uomini. Sono santi e peccatori, sinceri o bugiardi, nessuno escluso, donne di Samaria con cinque mariti e altrettanti fallimenti, nessuno escluso. Prodigiosa moltiplicazione: non del pane ma del cuore.

www.avvenire.it/rubriche/pagine/quel-donodel-pane-per-tuttie-insieme

※※※※※※※※※※

ECUMENISMO

L’ecumenismo è morto? Viva l’ecumenismo

Ben raramente, come nelle ultime settimane, si è discusso pubblicamente di ecumenismo, sulla scia della catastrofe ucraina: abbiamo registrato prese di posizione da più parti, articoli sui quotidiani (!), un gran numero di interventi in rete, il più delle volte per denunciarne – comprensibilmente – la profonda crisi. Talvolta, persino la conclamata inutilità o addirittura la dannosità, sullo sfondo del traumatico palcoscenico bellico. Su Repubblica è comparso un titolo definitivo («La fine dell’ecumenismo», il 27 aprile scorso, a firma di Alberto Melloni, che riferisce in maniera preoccupata delle macerie in cui sarebbe ridotto «quel desiderio di unità visibile che aveva percorso il cristianesimo da fine Ottocento»); ma non sono mancate le tonalità ironiche, al limite del sarcasmo, ad esempio quando ci si è avventurati a tratteggiare la controversa figura del patriarca di Mosca, Kirill. In primo luogo occorre notare che la cosa appare a dir poco curiosa, perché non va dimenticato che l’ecumenismo è in genere il parente povero nelle discipline teologiche, come è facile verificare spulciando nei curricula delle facoltà e degli istituti di scienze religiose. Ma anche, ahinoi, nell’investimento pastorale rarefatto al riguardo, da parte di chiese locali e diocesi, salvo felici eccezioni. Lo scrivo – si badi – non per accusare chicchessia di lesa maestà nei confronti del dialogo fra le chiese cristiane, ma per corroborare la seguente tesi: dovremmo semmai ripartire dagli eventi di questi mesi, dal mancato incontro fra lo stesso Kirill e papa Francesco a Gerusalemme, previsto per giugno 2022, ma anche e soprattutto dalle ragioni dell’avvenuta rottura fra le chiese sorelle di Mosca e Costantinopoli, la Terza Roma e il Patriarcato ecumenico, che ha provocato una situazione drammatica, che ha il sapore amaro dello scisma interno e le cui radici vengono da lontano, per riflettere sulla necessità – agli occhi degli addetti ai lavori, sempre più evidente – di un nuovo, maggiore e diverso slancio ecumenico.

A sessant’anni giusti dall’avvio del Vaticano II, che per la chiesa cattolica rappresentò la prima tappa di uno sguardo inedito verso gli altri mondi cristiani, con il decreto Unitatis redintegratio (1964); a quindici dalla terza Assemblea ecumenica europea (a Sibiu, Romania, nel 2007), ultimo appuntamento congiunto fra Ccee (Consiglio delle conferenze episcopali europee) e Kek (Conferenza delle Chiese europee), una joint venture che vanta fra l’altro la stesura di una Charta Œcumenica continentale, firmata a Strasburgo nel 2001 da tutte le chiese europee.

Purtroppo, rimasta lettera in buona sostanza morta, a dispetto delle aspettative createsi nell’occasione.

Quel vangelo che disarma i cuori. Per comprendere la portata della questione, è necessario evidenziare una volta di più – questa rubrica l’ha ricordato spesso – che si tratta di un tema cruciale per l’identità stessa della Chiesa. L’unità dei credenti in Cristo, infatti, non è soltanto una delle fondamentali notes Ecclesiæ, presente nel primo credo cristiano stilato al concilio di Nicea nel 325 («Credo la Chiesa, una santa cattolica e apostolica»), ma anche il requisito forse più decisivo in vista di una testimonianza credibile del vangelo nel tempo attuale che registra l’es-culturazione del cristianesimo dagli scenari culturali europei (C. Theobald). Come possiamo essere fratelli tutti – sulla linea dell’enciclica del 2022 di papa Francesco – se non ci sentiamo e non viviamo, noi cristiani delle varie confessioni, da fratelli e sorelle, pur essendo fondati sullo stesso battesimo e sullo stesso credo, nonché fiduciosi nella stessa parola di Gesù contenuta nelle stesse Scritture? Ecco perché l’ecumenismo dovrebbe uscire dagli scaffali degli specialisti per entrare stabilmente negli ordini del giorno dei consigli parrocchiali, dei movimenti ecclesiali, dell’attuale Cammino sinodale, di quella che si dice(va) la pastorale ordinaria; ed ecco perché il nostro sguardo sulla storia della Chiesa dovrebbe costantemente comprendere il punto di vista dell’altro, degli altri cristiani e delle altre chiese.

Vasto programma? Certo, ma anche impellente. Non più dilazionabile. Ne è convinto lo stesso Bergoglio, che per l’ennesima volta lo scorso 6 maggio – parlando al Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani – si è espresso nel merito in termini perentori: «Nel secolo scorso, la consapevolezza che lo scandalo della divisione dei cristiani avesse un peso storico nel generare il male che ha avvelenato il mondo di lutti e ingiustizie aveva mosso le comunità credenti, sotto la guida dello Spirito Santo, a desiderare l’unità per cui il Signore ha pregato e ha dato la vita». E ancora: «Oggi, di fronte alla barbarie della guerra, questo anelito all’unità va nuovamente alimentato. L’annuncio del vangelo della pace, quel vangelo che disarma i cuori prima ancora che gli eserciti sarà più credibile solo se annunciato da cristiani finalmente riconciliati in Gesù, Principe della pace; cristiani animati dal suo messaggio di amore e fraternità universale, che travalica i confini della propria comunità e della propria nazione».

Difficile dirlo meglio, e più chiaramente.

Non possiamo non dirci ecumenici. Ma qual è la situazione odierna, al netto delle turbolenze in atto? È noto che, a proposito dello stato di salute dell’ecumenismo, è da tempo invalsa nei commentatori l’abitudine di ricorrere a immagini meteorologiche, per cui si è a lungo parlato dell’inverno ecumenico, o almeno di un autunno quanto meno grigio, seguito alla primavera densa di speranze (anzi, alla vera e propria euforia ecumenica) che caratterizzò la stagione conciliare e i suoi immediati dintorni. Quando diversi fattori incisero nelle coscienze di tanti cristiani, singoli o riuniti in gruppo, delle più svariate confessioni, fino a immaginare prossimo il momento in cui la Chiesa sarebbe tornata (meglio che diventata!) una: la pressione di base di numerose comunità ecclesiali, una buona elaborazione teologica in progress, ma anche il clima internazionale degli anni Sessanta e Settanta, ben disposto alla ricerca della pace e della giustizia su scala planetaria, oltre che al superamento delle discriminazioni fra i popoli e all’interno delle singole nazioni. Non andò così. Anzi, i successivi e impetuosi processi di globalizzazione, resi obsoleti i classici strumenti di analisi sociopolitica, concorreranno a produrre un pianeta ancor più chiuso e squilibrato, preda di reciproche paure e diffidenze, incapace di guardare positivamente al futuro e – soprattutto a partire dalla tragedia dell’11 settembre 2001 – convinto in molte sue componenti di stare vivendo un autentico scontro di civiltà. In cui anche i rinnovati protagonismi in ambito sociale e politico delle compagini religiose (la rivincita di Dio constatata da Gilles Kepel ¤1955 nel 1991), più che favorire dinamiche di vicendevole accoglienza e di incontro amorevole, hanno finito per alimentare il proliferare di chiusure identitarie e fondamentalismi violenti.

Da più parti, così, si è cominciato a riferire di un’epoca post-ecumenica… Fino all’oggi.

Quando, a monte, si continua coraggiosamente a ripetere che, in un mondo globalizzato e in crisi su più fronti ivi compreso quello pandemico, così come gli italiani, crocianamente, non possono non dirsi cristiani, su un versante più vasto non possiamo non dirci ecumenici; ma a valle si stenta a trovare, da parte degli attori coinvolti, un linguaggio comune e una traiettoria condivisa per tradurre nel concreto le spinte (in calo, ma ancora diffuse, come testimonia l’esperienza italiana del Segretariato Attività Ecumeniche) provenienti dal basso.

Il teologo evangelico Oscar Cullmann (1902-1999), peraltro, già decenni or sono sosteneva che l’impazienza ecumenica – «le cose non progrediscono abbastanza celermente» – avrebbe potuto rivelarsi persino nociva alla causa dell’unità, rischiando di sottovalutare i progressi vissuti, «sorprendenti e irreversibili dopo una separazione di molti secoli». Per questo, potremmo dire che tutto (o almeno molto!) dipende dal punto di osservazione che assumiamo per valutare la fase odierna. In ogni caso, e a dispetto di ogni comprensibile lamento sulle sue innegabili battute d’arresto, non si può non tener conto del fatto che parecchio di quanto si è riusciti a conseguire con grande fatica nel convivere dei cristiani è divenuto ovvio, naturale. Ad esempio, i leader delle chiese si esprimono non di rado insieme su questioni sociopolitiche ed etiche, si celebrano a una sola voce le giornate del dialogo con gli ebrei e i musulmani, le comunità si riuniscono per funzioni comuni, e coppie di sposi di confessione mista pronunciano il fatidico sì in liturgie ben studiate e sempre meno sorprendenti.

Il suo successo maggiore – alla fine – sta nel fatto che l’idea ecumenica non sia rimasta solo un’idea sulla carta, ma ha assunto forme di vita. Anche l’ecumenismo istituzionalizzato, che pure appare affaticato e viene messo in discussione, è in grado, nonostante tutto, di esibire una storia di discreti successi. Nel complesso, perciò, il bilancio, senza dimenticare non poche questioni ancora inevase e altrettanti problemi irrisolti, a cominciare dall’assenza di una intercomunione riconosciuta da tutte le chiese, può dirsi senz’altro positivo.

L’ecumenismo del futuro. No, l’ecumenismo non si è definitivamente esaurito, e non stiamo attraversando la sua era glaciale, a scapito degli indizi che ci potrebbero spingere a pensarlo. Il dialogo, piuttosto, sta cambiando di forma, di stile, di metodo, e non è sempre facile riconoscerne la positiva trasformazione nel cuore di una crisi indubbia che però è una crisi di crescita, destinata a farci fare, mi auguro, ulteriori passi in avanti. Esso, è stato scritto autorevolmente, «non è soltanto un metodo esterno o addirittura una strategia della politica ecclesiale»; «non consiste solo in riflessioni sofisticate e in uno scambio di idee, ma è piuttosto un’espressione della struttura dialogica dell’esistenza umana e della percezione della verità» (card. W. Kasper 1933). Personalmente, credo – come ogni cristiano, immagino – la Chiesa una, sancta, catholica et apostolica. Vale a dire, credo e confesso che l’unità esista primariamente in Cristo, nel quale «non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina» (Gal 3,28), né, potremmo aggiungere, cattolico né protestante né ortodosso e neppure pentecostale, perché «tutti noi siamo uno in Cristo Gesù» (ivi).

Se l’ecumenismo ha un futuro – e dovrà averlo! – siamo chiamati a immaginarlo, coniugando pazienza, creatività, fantasia e audacia. Nella consapevolezza che, con ogni probabilità, le forme storiche del dialogo ecumenico che abbiamo conosciuto nel corso del Novecento si sono definitivamente esaurite; e che è necessario andare oltre.

In che direzione? La fluidità delle appartenenze confessionali, le alleanze trasversali che continuano a formarsi sulle più svariate tematiche, la novità ormai consolidata del proliferare di chiese indipendenti e di cristiani sempre più indisponibili a riconoscersi in una o nell’altra chiesa storica, e molti altri mutamenti in corso, richiedono uno sforzo culturale, e il coraggio di abbandonare presunte sicurezze. Ho un sogno, per il movimento ecumenico. Quello di uscire sempre più dalla cerchia degli addetti ai lavori e di fare opera di benefico contagio nelle piazze, nelle agorà, nei luoghi di socializzazione, e – perché no? – sul Web. Quello di una costituente ecumenica che – senza ripudiare l’itinerario fin qui tracciato dal movimento ecumenico del ventesimo secolo – si mostri in grado di adottare linguaggi, stili, percorsi innovativi di ascolto fraterno. Per così dire: laici. Anche perché, se si vuole che il cristianesimo continui a vivere e a crescere, proiettato nel XXI secolo ormai avanzato, occorre imparare a ringraziare Dio per i grandi doni che ha fatto a tutte le chiese, a tutte le religioni, a tutte le donne e tutti gli uomini che Egli ama; ed evitare soprattutto due tentazioni.

Da una parte, quella di rinchiudersi in un ghetto, puntando a ricreare l’ideale della cristianità del passato, ormai esauritasi, come ci avvisa da tempo lo stesso papa Francesco; dall’altra, quella di assimilarsi completamente alla società in cui si vive, finendo per essere succubi di una cultura ormai definitivamente secolarizzata. E dunque, come sostiene Timothy Radcliffe (¤1945, teologo domenicano), «dobbiamo stare con le persone, condividere i loro problemi, porci al loro fianco in ascolto del vangelo e degli insegnamenti della chiesa, e solo allora potremo andare a scoprire insieme una parola che deve

essere condivisa».

Brunetto Salvarani          “Rocca” n. 12   15 giugno 2022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220613salvarani.pdf

※※※※※※※※※※※

FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

Papa Francesco in conversazione con i direttori delle riviste culturali europee dei gesuiti

19 maggio 2022. «Benvenuti! Vedete? Sono nella mia nuova sedia gestatoria», scherza il Papa, alludendo al fatto che è sulla sedia a rotelle a causa dei dolori al ginocchio. Francesco ha salutato personalmente, uno per uno, i direttori delle riviste culturali europee della Compagnia di Gesù raccolti in udienza presso la Biblioteca privata del Palazzo apostolico.

Erano in tutto dieci: p. Stefan Kiechle di «Stimmen der Zeit» (Germania), Lucienne Bittar di «Choisir» (Svizzera), p. Ulf Jonsson di «Signum» (Svezia), p. Jaime Tatay di «Razón y fe» (Spagna), p. José Frazão Correia di «Brotéria» (Portogallo), p. Paweł Kosiński di «Deon» (Polonia), p. Arpad Hovarth di «A Szív» (Ungheria), Robert Mesaros di «Viera a život» (Slovacchia), Frances Murphy di «Thinking Faith» (Regno Unito) e p. Antonio Spadaro de «La Civiltà Cattolica» (Italia). Tre direttori erano laici, di cui due donne (per la rivista svizzera e quella inglese). Gli altri erano gesuiti. All’udienza ha partecipato anche il Preposito generale della Compagnia di Gesù, padre Arturo Sosa.

 

 «Non ho preparato un discorso – esordisce il Papa –, quindi, se volete, fate domande. Se dialoghiamo, il nostro incontro sarà più ricco».

Santo Padre, grazie per questo incontro. Qual è il significato e la missione delle riviste della Compagnia di Gesù? Ha una missione da darci?

Non è facile dare una risposta netta e precisa. In generale, ovviamente, credo che la missione di una rivista culturale sia quella di comunicare. Io però aggiungerei di comunicare nel modo più incarnato possibile, personale, senza perdere il rapporto con la realtà e le persone, il «faccia a faccia». Con questo intendo dire che non basta comunicare idee: non è sufficiente. Occorre comunicare idee che provengono dall’esperienza. Questo per me è molto importante. Le idee devono venire dall’esperienza.

Prendiamo l’esempio delle eresie, sia che esse siano teologiche sia che siano umane, perché ci sono anche eresie umane. A mio parere, un’eresia nasce quando l’idea è scollegata dalla realtà umana. Da qui la frase che qualcuno ha detto – Chesterton, se ben ricordo – che «l’eresia è un’idea impazzita». È impazzita perché ha perso la sua radice umana.

La Compagnia di Gesù non deve essere interessata a comunicare idee astratte. È interessata, invece, a comunicare le esperienze umane attraverso idee e ragionamenti: esperienza, dunque. Le idee vengono discusse. La discussione è cosa buona, ma per me non è sufficiente. È la realtà umana che si discerne. Il discernimento è quel che conta veramente. La missione di una pubblicazione gesuita non può essere solamente quella di discutere, ma deve essere soprattutto quella di aiutare il discernimento che porta all’azione.

E, a volte, per poter discernere bisogna lanciare una pietra! Se si lancia una pietra, le acque si agitano, tutto si muove e si può discernere. Ma se invece di lanciare una pietra, si lancia… un’equazione matematica, un teorema, allora non ci sarà alcun movimento, e dunque nessun discernimento.

Notate che questo fenomeno delle idee astratte sull’umano è antico. Ha caratterizzato, per esempio, la scolastica decadente, una teologia di pure idee, totalmente distante dalla realtà della salvezza, che è l’incontro con Gesù Cristo. Ecco perché una rivista culturale deve lavorare sulla realtà, che è sempre superiore all’idea. E se la real­tà è scandalosa, ancora meglio.

Ad esempio, di recente ho incontrato il «Gruppo Santa Marta» che lavora sulla scandalosa realtà della tratta di esseri umani. E questo ci commuove, ci tocca e ci fa andare avanti. D’altra parte, invece, le idee astratte sulla schiavitù delle persone non commuovono nessuno. Bisogna partire dall’esperienza e dal suo racconto.  Questo è il principio che volevo dirvi e che vi ho raccomandato: che la realtà è superiore all’idea, e quindi bisogna dare idee e riflessioni che nascono dalla realtà. Quando si entra nel mondo delle sole idee e ci si allontana dalla realtà, si finisce nel ridicolo. Le idee si discutono, la realtà si discerne. Il discernimento è il carisma della Compagnia. A mio avviso, è il primo carisma della Compagnia ed è ciò su cui la Compagnia deve continuare a concentrarsi, anche nel portare avanti le riviste culturali. Devono essere riviste che aiutino e promuovano il discernimento.

La Compagnia è presente in Ucraina, parte della mia Provincia. Stiamo vivendo una guerra di aggressione. Noi ne scriviamo sulle nostre riviste. Quali sono i suoi consigli per comunicare la situazione che stiamo vivendo? Come possiamo contribuire a un futuro di pace?

            Per rispondere a questa domanda dobbiamo allontanarci dal normale schema di «Cappuccetto rosso»: Cappuccetto rosso era buona e il lupo era il cattivo. Qui non ci sono buoni e cattivi metafisici, in modo astratto. Sta emergendo qualcosa di globale, con elementi che sono molto intrecciati tra di loro. Un paio di mesi prima dell’inizio della guerra ho incontrato un capo di Stato, un uomo saggio, che parla poco, davvero molto saggio. E dopo aver parlato delle cose di cui voleva parlare, mi ha detto che era molto preoccupato per come si stava muovendo la Nato. Gli ho chiesto perché, e mi ha risposto: «Stanno abbaiando alle porte della Russia. E non capiscono che i russi sono imperiali e non permettono a nessuna potenza straniera di avvicinarsi a loro». Ha concluso: «La situazione potrebbe portare alla guerra». Questa era la sua opinione. Il 24 febbraio è iniziata la guerra. Quel capo di Stato ha saputo leggere i segni di quel che stava avvenendo.

                Quello che stiamo vedendo è la brutalità e la ferocia con cui questa guerra viene portata avanti dalle truppe, generalmente mercenarie, utilizzate dai russi. E i russi, in realtà, preferiscono mandare avanti ceceni, siriani, mercenari. Ma il pericolo è che vediamo solo questo, che è mostruoso, e non vediamo l’intero dramma che si sta svolgendo dietro questa guerra, che è stata forse in qualche modo o provocata o non impedita. E registro l’interesse di testare e vendere armi. È molto triste, ma in fondo è proprio questo a essere in gioco.

                Qualcuno può dirmi a questo punto: ma lei è a favore di Putin! No, non lo sono. Sarebbe semplicistico ed errato affermare una cosa del genere. Sono semplicemente contrario a ridurre la complessità alla distinzione tra i buoni e i cattivi, senza ragionare su radici e interessi, che sono molto complessi. Mentre vediamo la ferocia, la crudeltà delle truppe russe, non dobbiamo dimenticare i problemi per provare a risolverli.

                È pure vero che i russi pensavano che tutto sarebbe finito in una settimana. Ma hanno sbagliato i calcoli. Hanno trovato un popolo coraggioso, un popolo che sta lottando per sopravvivere e che ha una storia di lotta.

                Devo pure aggiungere che quello che sta succedendo ora in Ucraina noi lo vediamo così perché è più vicino a noi e tocca di più la nostra sensibilità. Ma ci sono altri Paesi lontani – pensiamo ad alcune zone dell’Africa, al nord della Nigeria, al nord del Congo – dove la guerra è ancora in corso e nessuno se ne cura. Pensate al Ruanda di 25 anni fa. Pensiamo al Myanmar e ai Rohingya. Il mondo è in guerra. Qualche anno fa mi è venuto in mente di dire che stiamo vivendo la terza guerra mondiale a pezzi e a bocconi. Ecco, per me oggi la terza guerra mondiale è stata dichiarata. E questo è un aspetto che dovrebbe farci riflettere. Che cosa sta succedendo all’umanità che in un secolo ha avuto tre guerre mondiali? Io vivo la prima guerra nel ricordo di mio nonno sul Piave. E poi la seconda e ora la terza. E questo è un male per l’umanità, una calamità. Bisogna pensare che in un secolo si sono susseguite tre guerre mondiali, con tutto il commercio di armi che c’è dietro!

                Pochi anni fa c’è stata la commemorazione del 60° anniversario dello sbarco in Normandia. E molti capi di Stato e di governo hanno festeggiato la vittoria. Nessuno si è ricordato delle decine di migliaia di giovani che sono morti sulla spiaggia in quella occasione. Quando sono andato a Redipuglia nel 2014 per il centenario della guerra mondiale – vi faccio una confidenza personale –, ho pianto quando ho visto l’età dei soldati caduti. Quando, qualche anno dopo, il 2 novembre – ogni 2 novembre visito un cimitero – sono andato ad Anzio, anche lì ho pianto quando ho visto l’età di questi soldati caduti. L’anno scorso sono andato al cimitero francese, e le tombe dei ragazzi – cristiani o islamici, perché i francesi mandavano a combattere anche quelli del Nord Africa –, erano anche di giovani di 20, 22, 24 anni.

                Perché vi dico queste cose? Perché vorrei che le vostre riviste affrontassero il lato umano della guerra. Vorrei che le vostre riviste facessero capire il dramma umano della guerra. Va benissimo fare un calcolo geopolitico, studiare a fondo le cose. Lo dovete fare, perché è vostro compito. Però cercate pure di trasmettere il dramma umano della guerra. Il dramma umano di quei cimiteri, il dramma umano delle spiagge della Normandia o di Anzio, il dramma umano di una donna alla cui porta bussa il postino e che riceve una lettera con la quale la si ringrazia per aver dato un figlio alla patria, che è un eroe della patria… E così rimane sola. Riflettere su questo aiuterebbe molto l’umanità e la Chiesa. Fate le vostre riflessioni socio-politiche, senza però trascurare la riflessione umana sulla guerra.

                Torniamo all’Ucraina. Tutti aprono il loro cuore ai rifugiati, agli esuli ucraini, che di solito sono donne e bambini. Gli uomini sono rimasti a combattere. All’udienza della scorsa settimana, due mogli di soldati ucraini che si trovavano nell’acciaieria Azovstal sono venute a chiedermi di intercedere perché fossero salvati. Noi tutti siamo davvero sensibili a queste situazioni drammatiche. Sono donne con bambini, i cui mariti stanno combattendo laggiù. Donne giovani. Ma io mi chiedo: cosa accadrà quando l’entusiasmo di aiutare passerà? Perché le cose si stanno raffreddando, chi si prenderà cura di queste donne? Dobbiamo guardare oltre l’azione concreta del momento, e vedere come le sosterremo affinché non cadano nella tratta, non vengano usate, perché gli avvoltoi stanno già girando.

                L’Ucraina è esperta nel subire schiavitù e guerre. È un Paese ricco, che è sempre stato tagliato, fatto a pezzi dalla volontà di chi ha voluto impossessarsene per sfruttarlo. È come se la storia avesse predisposto l’Ucraina a essere un Paese eroico. Vedere questo eroismo ci tocca il cuore. Un eroismo che si sposa con la tenerezza! Infatti, quando arrivarono i primi giovani soldati russi – poi inviarono dei mercenari –, mandati a fare un’«operazione militare», come dicevano, senza sapere che sarebbero andati in guerra, furono le stesse donne ucraine a prendersi cura di loro quando si arresero. Grande umanità, grande tenerezza. Donne coraggiose. Persone coraggiose. Un popolo che non ha paura di combattere. Un popolo laborioso e allo stesso tempo orgoglioso della propria terra. Teniamo presente l’identità ucraina in questo momento. È questo che ci commuove: vedere un tale eroismo. Vorrei davvero sottolineare questo punto: l’eroismo del popolo ucraino. Quella che è sotto i nostri occhi è una situazione di guerra mondiale, di interessi globali, di vendita di armi e di appropriazione geopolitica, che sta martirizzando un popolo eroico.

                Vorrei aggiungere un altro elemento. Ho avuto una conversazione di 40 minuti con il patriarca Kirill. Nella prima parte mi ha letto una dichiarazione in cui dava i motivi per giustificare la guerra. Quando ha finito, sono intervenuto e gli ho detto: «Fratello, noi non siamo chierici di Stato, siamo pastori del popolo». Avrei dovuto incontrarlo il 14 giugno a Gerusalemme, per parlare delle nostre cose. Ma con la guerra, di comune accordo, abbiamo deciso di rimandare l’incontro a una data successiva, in modo che il nostro dialogo non venisse frainteso. Spero di incontrarlo in occasione di un’assemblea generale in Kazakistan, a settembre. Spero di poterlo salutare e parlare un po’ con lui in quanto pastore.

Quali segni di rinnovamento spirituale vede nella Chiesa? Ne vede? Ci sono segni di vita nuova, fresca?

                È molto difficile vedere un rinnovamento spirituale usando schemi molto antiquati. Bisogna rinnovare il nostro modo di vedere la realtà, di valutarla. Nella Chiesa europea vedo più rinnovamento nelle cose spontanee che stanno nascendo: movimenti, gruppi, nuovi vescovi che ricordano che c’è un Concilio alle loro spalle. Perché il Concilio che alcuni pastori ricordano meglio è quello di Trento. E non è un’assurdità quella che sto dicendo.

                Il restaurazionismo è arrivato a imbavagliare il Concilio. Il numero di gruppi di «restauratori» – ad esempio, negli Stati Uniti ce ne sono tanti – è impressionante. Un vescovo argentino mi raccontava che gli era stato chiesto di amministrare una diocesi che era caduta nelle mani di questi «restauratori». Non avevano mai accettato il Concilio. Ci sono idee, comportamenti che nascono da un restaurazionismo che in fondo non ha accettato il Concilio. Il problema è proprio questo: che in alcuni contesti il Concilio non è stato ancora accettato. È anche vero che ci vuole un secolo perché un Concilio si radichi. Abbiamo ancora quarant’anni per farlo attecchire, dunque!

Segni di rinnovamento sono anche i gruppi che attraverso l’assistenza sociale o pastorale danno un nuovo volto alla Chiesa. I francesi sono molto creativi in questo.

                Voi non eravate ancora nati, ma io sono stato testimone nel 1974 del calvario del Preposito generale p. Pedro Arrupe nella Congregazione Generale XXXII. A quel tempo c’è stata una reazione conservatrice per bloccare la voce profetica di Arrupe! Oggi per noi quel Generale è un santo, ma ha dovuto subire molti attacchi. È stato coraggioso, perché ha osato fare il passo. Arrupe era un uomo di grande obbedienza al Papa. Una grande obbedienza. E Paolo VI lo capì. Il miglior discorso mai scritto da un Papa alla Compagnia di Gesù è quello che Paolo VI fece il 3 dicembre 1974. E l’ha scritto a mano. Ci sono gli originali. Il profeta Paolo VI ebbe la libertà di scriverlo. D’altra parte, persone legate alla Curia alimentavano in qualche modo un gruppo di gesuiti spagnoli che si consideravano i veri «ortodossi» e si contrapponevano ad Arrupe. Paolo VI non è mai entrato in questo gioco. Arrupe aveva la capacità di vedere la volontà di Dio, unita a una semplicità infantile nell’aderire al Papa. Ricordo che un giorno, mentre prendevamo il caffè in un piccolo gruppo, lui passò e disse: «Andiamo, andiamo! Il Papa sta per passare, salutiamolo!». Era come un ragazzo! Con quell’amore spontaneo!

                Un gesuita della Provincia di Loyola si era particolarmente accanito contro p. Arrupe, ricordiamolo. Fu inviato in vari luoghi e persino in Argentina, e sempre combinò guai. Una volta mi disse: «Tu sei uno che non capisce niente. Ma i veri colpevoli sono p. Arrupe e p. Calvez. Il giorno più felice della mia vita sarà quando li vedrò appesi alla forca in Piazza San Pietro». Perché vi racconto questa storia? Per farvi capire com’era il periodo post-conciliare. E questo sta accadendo di nuovo, soprattutto con i tradizionalisti. Per questo è importante salvare queste figure che hanno difeso il Concilio e la fedeltà al Papa. Dobbiamo tornare ad Arrupe: è una luce di quel momento che illumina tutti noi. E fu lui a riscoprire gli Esercizi spirituali come fonte, liberandosi dalle rigide formulazioni dell’Epitome Instituti, espressione di un pensiero chiuso, rigido, più istruttivo-ascetico che mistico.

Qui il Papa si sta riferendo a una specie di riassunto pratico in uso nella Compagnia e formulato nel XX secolo, che venne visto come un sostitutivo delle Costituzioni. La formazione dei gesuiti sulla Compagnia per un certo tempo fu plasmata da questo testo, a tal punto che qualcuno non lesse mai le Costituzioni, che invece sono il testo fondativo. Secondo il Papa, durante questo periodo nella Compagnia le regole hanno rischiato di sopraffare lo spirito.

Nella nostra Europa, come nella mia Svezia, non si può dire che ci sia una forte tradizione religiosa. Come evangelizzare in una cultura che non ha tradizione religiosa?

Non è facile per me rispondere a questa domanda. Ho incontrato l’Accademia di Svezia, che è il comitato promotore del Premio Nobel per la Letteratura. Mi hanno portato in dono un’immagine di sant’Ignazio acquistata in un negozio di antiquariato. È un dipinto di sant’Ignazio del XVIII secolo. Ho pensato: «Un gruppo di svedesi mi portano sant’Ignazio. Lui li aiuterà!». Non so come rispondere a questa domanda, a dire il vero. Perché solo chi vive lì, in quel contesto, può capire e scoprire le strade giuste. Vorrei indicare, però, un uomo che è un modello di orientamento: il cardinale Anders Arborelius. Non ha paura di nulla. Parla con tutti e non si mette contro nessuno. Punta sempre al positivo. Credo che una persona come lui possa indicare la strada giusta da seguire.

In Germania abbiamo un cammino sinodale che alcuni pensano sia eretico, ma in realtà è molto vicino alla vita reale. Molti lasciano la Chiesa perché non hanno più fiducia in essa. Un caso particolare è quello della diocesi di Colonia. Lei che cosa ne pensa?

Al presidente della Conferenza episcopale tedesca, mons. Bätzing, ho detto: «In Germania c’è una Chiesa evangelica molto buona. Non ce ne vogliono due». Il problema sorge quando la via sinodale nasce dalle élite intellettuali, teologiche, e viene molto influenzata dalle pressioni esterne. Ci sono alcune diocesi dove si sta facendo la via sinodale con i fedeli, con il popolo, lentamente.

                Ho voluto scrivere una lettera a proposito del vostro cammino sinodale. L’ho scritta da solo, e ho impiegato un mese per scriverla. Non volevo coinvolgere la Curia. L’ho fatto proprio da solo. L’originale è in spagnolo, e quella in tedesco è una traduzione. Lì ho scritto ciò che penso.

                Poi la questione della diocesi di Colonia. Quando la situazione era molto turbolenta, ho chiesto all’arcivescovo di andare via per sei mesi, in modo che le cose si calmassero e io potessi vedere con chiarezza. Perché quando le acque sono agitate, non si può vedere bene. Quando è tornato, gli ho chiesto di scrivere una lettera di dimissioni. Lui lo ha fatto e me l’ha data. E ha scritto una lettera di scuse alla diocesi. Io l’ho lasciato al suo posto per vedere cosa sarebbe successo, ma ho le sue dimissioni in mano.

Quello che sta succedendo è che ci sono molti gruppi di pressione, e sotto pressione non è possibile fare discernimento. Poi c’è un problema economico per il quale sto pensando di inviare una visita finanziaria. Sto aspettando che non ci siano pressioni per discernere. Il fatto che ci siano diversi punti di vista va bene. Il problema è quando ci sono pressioni. Questo non aiuta. Non credo che Colonia sia l’unica diocesi al mondo in cui ci sono conflitti, comunque. E la tratto come qualsiasi altra diocesi del mondo che sperimenta conflitti. Me ne viene in mente una, che non ha ancora terminato il conflitto: Arecibo in Porto Rico. Lo è da anni. Ci sono molte diocesi così.

            Santo Padre, noi siamo una rivista digitale e parliamo anche a giovani che stanno ai margini della Chiesa. I giovani vogliono opinioni e informazioni veloci e immediate. Come possiamo introdurli al processo del discernimento?

                Non bisogna stare fermi. Quando si lavora con i giovani, bisogna sempre dare una prospettiva in movimento, non in modo statico. Dobbiamo chiedere al Signore di avere la grazia e la saggezza di aiutarci a compiere i passi giusti. Ai miei tempi il lavoro con i giovani era costituito da incontri di studio. Ora non funziona più così. Dobbiamo farli andare avanti con ideali concreti, opere, percorsi. I giovani trovano la loro ragione d’essere lungo la strada, mai in modo statico. Qualcuno può essere titubante perché vede i giovani senza fede, dice che non sono in grazia di Dio. Ma lasciate che se ne occupi Dio! Il vostro compito sia quello di metterli in cammino. Penso che sia la cosa migliore che possiamo fare.

* * *

Bene! Scusate se mi sono dilungato troppo, ma volevo sottolineare le questioni del post-Concilio e di Arrupe, perché il problema attuale della Chiesa è proprio la non accettazione del Concilio.

Antonio Spadaro         La civiltà cattolica      Quaderno 4128            18 giugno 2022

www.laciviltacattolica.it/articolo/papa-francesco-in-conversazione-con-i-direttori-delle-----riviste-culturali-europee-dei-gesuiti/?utm_source=Newsletter+%22La+Civilt%C3%A0+Cattolica%22&utm_campaign=105ae4fb7a-Newsletter_quaderno_4128&utm_medium=email&utm_term=0_9d2f468610-105ae4fb7a-227762110&ct=t(Newsletter_quaderno_4128)&mc_cid=105ae4fb7a&mc_eid=f388a86bc4

 

La genialità di papa Francesco: la sua fedeltà al Vangelo

La genialità, secondo il dizionario della RAE (Real Academia Española, ndt), è “l’unicità propria del carattere di una persona”. Detto ciò, la genialità di papa Francesco si distingue soprattutto per la sua fedeltà al Vangelo. E per questo è stato – e continua ad essere – un papa così sconcertante. Così lodato da alcuni e così mal visto da altri. È così, anche se suona come una bugia. Oppure può sembrare una spiegazione senza né capo né coda. Il che è ovviamente un problema che molte persone non immaginano. Come mai?

Mi sembra che il problema non consista nel fatto che i conservatori considerino questo problema in un modo, mentre i progressisti pensino il contrario. Questo può certamente influire. Ma mi sembra che il problema di fondo, posto a tutti noi da padre Jorge Mario Bergoglio, sia molto più profondo.

In che cosa consiste questo problema? Lo dirò, per come la vedo io, nel modo più semplice e breve possibile. La Chiesa, a partire dai secoli III-IV, ha fatto una svolta - tanto comprensibile quanto sconsiderata - che ha portato (questa nostra Chiesa tanto amata) a fondere e confondere la Religione con il Vangelo. Anzi, ciò è stato fatto (e continua ad essere fatto) in modo tale che il Vangelo è diventato più o meno un atto o una componente della Religione. Di più, è successo (e continua ad accadere) che nella Chiesa la Religione è più presente del Vangelo. Ecco perché (per fare un esempio) le persone che vanno a messa pensano e dicono che stanno andando ad un “atto religioso”. Cioè, un atto della Religione che dedica alcuni minuti alla lettura (o all’ascolto) del Vangelo ed alla successiva spiegazione, se il prete fa l’omelia.

E cosa ha di problematico tutto questo? Beh, qualcosa di così ovvio e sconvolgente. Tutto consiste nel fatto che, se leggiamo attentamente i quattro vangeli canonici (Mc, Mt, Lc, Gv), emerge con chiarezza che la Religione ed i suoi capi si sono scontrati con Gesù e il suo Vangelo. Quindi, se c’è qualcosa di indiscutibile, è il fatto che la Religione ha ucciso Gesù.

In realtà, il Vangelo è costituito da una raccolta di racconti, tra i quali spicca lo scontro di Gesù e del suo Vangelo con la Religione ed i suoi capi. Uno scontro sempre in crescendo. Fino al momento in cui i capi della Religione (sacerdoti, dottori della legge...), quando si sono resi conto che il Vangelo di Gesù attirava le persone più della Religione dei sacerdoti, hanno chiaramente compreso che Religione e Vangelo sono incompatibili. Il racconto più chiaro è il capitolo 11 del vangelo di Giovanni: quando Gesù ha riportato in vita Lazzaro, questo fatto ha prodotto una tale e tanta impressione che il Sinedrio si è riunito urgentemente e i capi della Religione hanno capito che dovevano uccidere Gesù (Gv 11,53).

Perché si è verificato (e continua a verificarsi) questo scontro tra la Religione ed il Vangelo? Perché la Religione mette al centro il soggetto, ciò di cui lo stesso soggetto religioso ha bisogno o che desidera (il benessere, la sicurezza, il potere, la propria salvezza...). Al contrario, il Vangelo mette al centro gli altri, ciò di cui gli altri hanno bisogno (salute, cibo, dignità, rispetto, affetto...). Sono due dinamismi opposti: ciò che è primordiale è “sé stesso” (Religione); ciò che è primordiale è “l’altro” o gli altri, e tanto più quanto più bisognosi sono gli altri (Vangelo).

Ebbene, il grande errore commesso dalla Chiesa è stato quello di fondere e confondere due realtà contrapposte. Ma ha unito queste due realtà dando più importanza e più presenza alla Religione che al Vangelo. Per questo – di fatto – nella Chiesa si vede e si avverte in modo più palpabile la presenza della Religione che la presenza del Vangelo. Per fare un esempio: perché la Chiesa ha un dicastero per la dottrina della fede (Sant’Uffizio) e non un altro dicastero per la sequela di Gesù?

Capisco che tutto questo necessiti di una spiegazione più ampia, molto più ampia. Ma, con quanto ho appena delineato, si può cominciare a capire cosa sia e in cosa consista “la genialità di papa Francesco”. Non so se padre Bergoglio “ci abbia pensato”. Ma nella vita ciò che conta non è “ciò che si pensa”, ma “ciò che si fa”. E mi sembra (e credo si avverta in maniera palpabile) che per papa Francesco quello che è decisivo non è la Religione, ma il Vangelo. Ecco perché papa Francesco non entusiasma i teologi “di mestiere”. Ma entusiasma chi ha bisogno di “rispetto e affetto”.

José María Castillo         in “Religión Digital” – www.religiondigital.com - del 16 giugno 2022

Traduzione a cura di Lorenzo Tommaselli

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220618castillo.pdf

 

Abusi, il Papa chiede perdono a un gruppo di vittime inglesi

Papa Francesco ha chiesto “perdono” a nome della Chiesa ad un gruppo di uomini del Regno Unito che da bambini sono stati vittime di abusi sessuali da parte di frati comboniani e loro dipendenti laici, ed ha promesso loro che telefonerà oggi stesso al superiore generale dell’ordine religioso per chiedergli di riceverli.

                “Il papa ha ascoltato pazientemente e attentamente i nostri racconti ed era visibilmente orripilato e choccato da alcuni esempi”, racconta ad askanews Bede Mullen, portavoce del gruppo: “Mi è sembrato sinceramente scosso”.

Molti di noi hanno elaborato gli abusi subiti, il problema è la continua negazione che abbiamo subito da parte dei comboniani, anche adesso”, afferma Bede. “Il papa era sinceramente toccato quando ci ha chiesto perdono per il modo in cui siamo stati trattati e ha detto che questo pomeriggio stesso telefonerà personalmente al superiore dei Comboniani per chiedergli di incontrarci: un incontro pastorale, senza avvocati, col cuore aperto”.

Il gruppo proviene da Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda, ed era accompagnato dal cardinale Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster, e dal vescovo Marcus Stock di Leeds, dove si trova il seminario minore di Mirfield dove sono avvenuti gli abusi negli anni Sessanta e Settanta.

L’udienza questa mattina è durata quasi due ore. Gli otto uomini, tutti con un’età tra i 60 e i 70, gli hanno raccontato ognuno la propria storia di abusi subiti. L’udienza, avvenuta nella biblioteca del Palazzo apostolico, è stata “emotiva”, racconta Mullen, molti ricordando la propria esperienza “avevano le lacrime agli occhi”. Alla fine Bede Mullen ha fatto il punto della situazione che accomuna tutto il gruppo.

Già prima dell’udienza, il gruppo dei sopravvissuti dei comboniani inglesi avevano chiarito che avrebbero raccontato al papa sia gli abusi subiti sia il rifiuto dei Comboniani di chiedere perdono e prendersi cura delle vittime. Quel che il gruppo chiede è il riconoscimento pubblico dell’inadeguatezza della risposta, l’assistenza pastorale, la rimozione del provinciale inglese e del responsabile locale della salvaguardia dei minori. “La risposta che abbiamo ricevuto dall’Ordine dei Comboniani fino ad oggi può essere caratterizzata come non cristiana, priva di empatia e non conforme all’insegnamento del Santo Padre e del Vangelo”.

“Siamo anziani ormai, abbiamo tra i 60 e i 70 anni”, afferma Bede Mullen: “Vogliamo solo essere in pace prima di lasciare questa terra”.

Askanews       Città del Vaticano, 13 giugno 2022.

www.askanews.it/esteri/2022/06/13/abusi-il-papa-chiede-perdono-a-un-gruppo-di-vittime-inglesi-pn_20220613_00177

※※※※※※※※※※※

GOVERNO

L'IVG in Italia, i dati 2020

L'8 giugno 2022 è stata trasmessa al Parlamento la relazione contenente i dati definitivi 2020 sull’attuazione della legge 194/1978 contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG).

www.salute.gov.it/portale/documentazione/p6_2_2_1.jsp?lingua=italiano&id=3236

www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_3236_allegato.pdf

www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_3236_0_alleg.pdf

Nel 2020, sono state notificate 66.413 IVG in Italia, pari a un tasso di abortività di 5,4 IVG ogni 1000 donne tra 15 e 49 anni, uno tra i più bassi a livello globale.

                La legalizzazione?? dell’aborto[depenalizzazione a certe condizioni], l’accesso alla contraccezione e il supporto dei professionisti socio-sanitari dei Consultori familiari e dei presidi sanitari che effettuano le IVG hanno permesso alle donne italiane di prevenire le gravidanze indesiderate riducendo notevolmente il ricorso all’aborto volontario, secondo gli auspici della legge 194. Rispetto al 1983, anno di massima incidenza del fenomeno quando in Italia si registrarono 243.801 IVG, nel 2020 la riduzione degli aborti raggiunge il 71%. Si tratta di uno tra i più brillanti interventi di prevenzione di salute pubblica realizzati in Italia.

                Il monitoraggio continuo e approfondito del fenomeno garantito dal Sistema di sorveglianza epidemiologica delle IVG, attivo dal 1980, che vede impegnati l’Istituto superiore di sanità (ISS), il ministero della Salute, l’ISTAT, le Regioni e le Province Autonome permette di presentare una tra le più accurate e dettagliate relazioni disponibili a livello internazionale. La priorità di salute pubblica di tale sorveglianza è stata sancita dal suo inserimento tra i Sistemi di sorveglianza di rilevanza nazionale inclusi nel DPCM del 2017 (GU 109 del 12/05/2017) che individua nell’ISS l’Ente di livello nazionale responsabile del suo coordinamento.

                L’impatto della pandemia di COVID-19 sulle IVG nel 2020. Grazie a una rilevazione che ha coinvolto tutti i referenti regionali della sorveglianza, nel maggio 2020 l’ISS ha potuto rilevare una variabilità nell’organizzazione delle Regioni e dai singoli servizi IVG a seguito dell’emergenza da COVID-19. Oltre la metà delle Regioni ha dichiarato che nessuna struttura ha segnalato problemi a seguito dell’emergenza pandemica. Sette Regioni hanno predisposto percorsi IVG separati per le donne SARS-CoV-2 positive, tre hanno centralizzato gli interventi solo in alcune strutture e diverse Regioni hanno riferito una riduzione del numero settimanale di interventi, sia farmacologici che chirurgici. Sarà utile valutare le scelte organizzative e le eventuali criticità rilevabili nel 2021 per studiare quali siano i migliori modelli organizzativi per fronteggiare possibili futuri scenari pandemici, confermando la bontà della tempestiva scelta ministeriale di includere l’IVG tra le prestazioni indifferibili in ambito ginecologico.

Il ricorso all’aborto farmacologico. Nei primi anni 2000 l’OMS ha inserito Mifepristone e prostaglandine, utilizzabili dal 1980 per l’aborto farmacologico, nella lista dei farmaci essenziali. In Italia, il Mifepristone è stato autorizzato dall’AIFA nel 2009 per l’aborto farmacologico entro 49 giorni di gestazione e con necessità di ricovero ospedaliero, in linea con il parere espresso dal Consiglio Superiore di Sanità. Il 16 luglio del 2010 le “Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con Mifepristone e prostaglandine”, rilasciate dal ministero della Salute, confermavano queste indicazioni, differenziandosi dagli altri Paesi europei dove l’aborto farmacologico veniva già effettuato fino a 63 giorni di gestazione e in regime di day hospital. A partire dalla sua autorizzazione, in Italia l’accesso all’aborto farmacologico ha presentato forte variabilità per area geografica e tra Regioni. Nel 2010, il sistema di sorveglianza riportava un 3,3% di interventi effettuati con Mifepristone e prostaglandine, la soglia del 10% veniva superata nel 2014 e nel 2018 quella del 20%. Nel 2019 la percentuale di IVG farmacologiche era pari al 24,9% e nel 2020 si attestava al 31,9% a livello nazionale. La Circolare di aggiornamento del ministero della Salute, in accordo al parere tecnico-scientifico espresso all’unanimità dal Consiglio Superiore di Sanità, il 4 agosto 2020 ha autorizzato, anche in Italia, l’esecuzione dell’IVG farmacologica fino a 9 settimane compiute di età gestazionale in regime di day hospital o presso strutture ambulatoriali pubbliche adeguatamente attrezzate, funzionalmente collegate all’ospedale e autorizzate dalle Regioni, nonché presso i consultori familiari. Questa novità può verosimilmente contribuire al maggior ricorso all’aborto medico, non tutte le Regioni si sono tuttavia organizzate tempestivamente per adottare queste linee di indirizzo, come è emerso da un’indagine ad hoc curata dall’ISS a ottobre 2020. Solo la Regione Toscana aveva emanato delle indicazioni per avviare la somministrazione di Mifepristone e prostaglandine in ambulatorio extra-ospedaliero a partire da novembre 2020, anno in cui anche il Lazio ha iniziato a offrire le IVG in sedi extra-ospedaliere. Sette Regioni avevano programmato l’avvio dell’offerta extra-ospedaliera a partire dal 2021 mentre 11 rimandavano oltre il 2021. Quindi, solo i dati del 2021 permetteranno di valutare gli effetti delle nuove linee di indirizzo sulle tempistiche e procedure per effettuare l’IVG farmacologica. Gli altri Paesi europei, dove l’aborto farmacologico è stato legalizzato molti anni prima rispetto all’Italia, registrano tassi in ulteriore crescita che in Francia e Inghilterra superano il 70% e nei Paesi del Nord Europa il 90%. La procedura preferita dalle donne in Europa risulta associata a un miglior uso delle risorse riducendo i costi e la necessità di interventi chirurgici e di tecniche anestesiologiche. In Italia la riduzione dell’aborto chirurgico a favore di quello farmacologico potrebbe contenere anche le criticità legate al fenomeno dell’obiezione di coscienza.

                I dati 2020. Rispetto al 2019 il tasso e il rapporto di abortività sono ulteriormente diminuiti passando rispettivamente da 5,8 a 5,4 IVG per 1000 donne di età 15-49 anni, e da 174,5 a 165,9 IVG per 1000 nati vivi.

Caratteristiche delle donne che ricorrono all’IVG. Nel 2020, il ricorso all’IVG è diminuito in tutte le classi di età, specie tra le giovanissime. I tassi più elevati riguardano le donne di età compresa tra i 25 e i 34 anni. La percentuale di IVG effettuate da donne con precedente esperienza abortiva continua a diminuire e, nel 2020, è risultata pari al 24,5%, tra i valori più bassi a livello internazionale, a conferma della reale diminuzione nel tempo del rischio di gravidanze indesiderate e conseguente ricorso all’IVG, verosimilmente grazie al maggiore e più efficace ricorso ai metodi per la procreazione consapevole, alternativi all’aborto, secondo gli auspici della legge 194/78. Le IVG tra le donne straniere, dopo una progressiva stabilizzazione, risultano in leggera diminuzione, in analogia a quanto osservato nei decenni precedenti tra le donne italiane. Nel 2020, sono state il 28,5% di tutte le IVG, mantenendo, per tutte le classi di età, tassi di abortività di circa 2-3 volte più elevati rispetto a quelli delle italiane.

Tecniche per effettuare l’IVG, L’isterosuzione è la tecnica chirurgica utilizzata più frequentemente in Italia (55,8% delle IVG nel 2020); permane tuttavia un 8,6% di interventi effettuati con il raschiamento che è una procedura più rischiosa per la salute della donna. Il raschiamento continua a presentare una forte variabilità tra Regioni con valori compresi tra nessun caso in Molise e il 30,4% in Sardegna, indicativa di inappropriatezza assistenziale meritevole di attenzione. Nel 2020, l’aborto farmacologico con mifepristone e successiva somministrazione di prostaglandine è stato utilizzato nel 31,9% delle IVG con conseguente aumento degli interventi eseguiti senza anestesia (29,3% nel 2020, rispetto al 23,9% nel 2019 e al 5,7% nel 2012) e aumento della percentuale di interventi in epoca gestazionale precoce (56% entro le 8 settimane nel 2020) che sono associati a un minor rischio di complicanze per le donne.

Obiezioni di coscienza. I dati del 2020, benché in lieve diminuzione, confermano un’alta percentuale di obiettori (64,6% dei ginecologi, 44,6% degli anestesisti e 36,2% del personale non medico) con ampie variazioni regionali per le tre categorie. La relazione contenente i dati definitivi 2020 fornisce, per la prima volta, nuovi parametri per approfondire il tema dell’obiezione di coscienza. In base a questi parametri, il 63,8% delle strutture con reparto di ostetricia e/o ginecologia (357/560) in Italia ha effettuato IVG, con forte variabilità interregionale. Risultano disponibili 2,9 punti IVG ogni 100.000 donne in età fertile e il carico di lavoro medio settimanale di ogni ginecologo non obiettore varia di poco rispetto agli anni precedenti. Le Regioni in cui si osserva un carico di lavoro più alto per i ginecologi non obiettori sono Molise (2,9 IVG medie settimanali), Puglia (2) e Campania (1,9). È auspicabile che le Regioni che presentano le maggiori criticità possano valutare soluzioni per garantire quanto indicato nell’articolo 9 della legge 194/78, “gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La Regione ne controlla e garantisce l'attuazione anche attraverso la mobilità del personale”.

Il ruolo dei consultori. I consultori familiari offrono un percorso di presa in carico e accompagnamento delle donne che richiedono l’IVG che include il counselling prima della procedura, i controlli medici e il counselling contraccettivo post-IVG. L’analisi dell’attività dei consultori familiari per l’IVG nel 2020 è stata effettuata attraverso un monitoraggio ad hoc del ministero della Salute. I consultori familiari che hanno dichiarato di effettuare counselling per l’IVG e di rilasciare certificati per l’intervento sono 1.448 e corrispondono al 69,9% del totale dei consultori familiari. Come negli anni passati, il numero di colloqui IVG supera quello dei certificati rilasciati dai consultori (45.533 colloqui vs 30.522 certificati) verosimilmente per il supporto offerto alle donne con l’obiettivo di rimuovere le cause che le porterebbero all’interruzione della gravidanza” (art. 5, 194/78). Il progetto CCM “Analisi delle attività della rete dei consultori familiari per una rivalutazione del loro ruolo con riferimento anche alle problematiche relative all’endometriosi”, coordinato dall’ISS ha fotografato i consultori ad oltre 40 anni dalla loro istituzione ed evidenziato come oltre il 95% di tali presidi offra, senza differenze per area geografica, quanto previsto dalla legge 194 alle donne che fanno richiesto di IVG, dalla fase pre-intervento al counselling contraccettivo post intervento.

Relazione Ministro Salute attuazione Legge 194/78                                       16 giugno 2022

www.epicentro.iss.it/ivg/epidemiologia?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=16giugno2022

※※※※※※※※※※※

MATRIMONIO

Papa Francesco, serve più preparazione al matrimonio e catechesi per le famiglie

La prefazione del Papa al libro “Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale”. Orientamenti pastorali per le Chiese particolari" prodotto dal Dicastero per il Laici, la Famiglia e la Vita.

"Con una preparazione troppo superficiale, le coppie vanno incontro al rischio reale di celebrare un matrimonio nullo o con basi così deboli da “sfaldarsi” in poco tempo e non saper resistere nemmeno alle prime inevitabili crisi. Questi fallimenti portano con sé grandi sofferenze e lasciano ferite profonde nelle persone. Esse restano disilluse, amareggiate e, nei casi più dolorosi, finiscono persino per non credere più nella vocazione all’amore, inscritta da Dio stesso nel cuore dell’essere umano". Papa Francesco lo scrive nella prefazione del documento

Il Papa spiega che "C'è anzitutto un dovere di accompagnare con senso di responsabilità quanti manifestano l’intenzione di unirsi in matrimonio, affinché siano preservati dai traumi delle separazioni e non perdano mai fiducia nell’amore".

                Serve una catechesi approfondita come per la preparazione al sacerdozio scrive il Papa perché le famiglie sono “custodi della vita”, e colonne delle comunità: "dalle famiglie nascono le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata;  sono le famiglie che costituiscono il tessuto della società e ne “rammendano gli strappi” con la pazienza e i sacrifici quotidiani".

Ecco quindi la necessità di un vero catecumenato per le famiglie e questo testo che si divide in tre parti: la preparazione al matrimonio (remota, prossima e immediata); la celebrazione delle nozze; l’accompagnamento dei primi anni di vita coniugale. Il Papa chiede anche che questo sia il primo di una serie di testi utili alle famiglie "nel quale vengano indicati concrete modalità pastorali e possibili itinerari di accompagnamento specificamente dedicati a quelle coppie che hanno sperimentato il fallimento del loro matrimonio e che vivono in una nuova unione o sono risposate civilmente".

Angela Ambrogetti                        ACISTAMPA                      15 giugno2022

www.acistampa.com/story/papa-francesco-serve-piu-preparazione-al-matrimonio-e-catechesi-per-le-famiglie-20106

 

Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale

  Un dono e un compito per la Chiesa. Si tratta degli «Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale», uno dei frutti dell’Anno speciale dedicato alla famiglia, a cinque anni dalla pubblicazione della esortazione Amoris lætitia, che ora il pontefice, come spiega, affida ai pastori, ai coniugi e a tutti coloro che lavorano nella pastorale familiare, come strumento che risponde alla necessità di un «nuovo catecumenato» in preparazione al matrimonio.

 

La Prefazione del papa.

«L’annuncio cristiano che riguarda la famiglia è davvero una buona notizia» (Amoris lætitia, 1). Questa affermazione della relatio finalis del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia meritava di aprire l’Esortazione Apostolica Amoris lætitia. Perché la Chiesa, in ogni epoca, è chiamata ad annunciare nuovamente, soprattutto ai giovani, la bellezza e l’abbondanza di grazia che sono racchiuse nel sacramento del matrimonio e nella vita familiare che da esso scaturisce.

                A cinque anni dalla sua pubblicazione, l’Anno «Famiglia Amoris lætitia» ha inteso rimettere al centro la famiglia, invitare a riflettere sui temi dell’Esortazione apostolica e animare tutta la Chiesa nell’impegno gioioso di evangelizzazione per le famiglie e con le famiglie. Uno dei frutti di questo Anno speciale sono gli «Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale», che ora ho il piacere di affidare ai pastori, ai coniugi e a tutti coloro che lavorano nella pastorale familiare.

Si tratta di uno strumento pastorale preparato dal Dicastero per i laici, la famiglia e la vita dando seguito a un’indicazione che ho espresso ripetutamente, cioè «la necessità di un “nuovo catecumenato” in preparazione al matrimonio»; infatti, «è urgente attuare concretamente quanto già proposto in Familiaris consortio (n. 66), che cioè, come per il Battesimo degli adulti il catecumenato è parte del processo sacramentale, così anche la preparazione al matrimonio diventi parte integrante di tutta la procedura sacramentale del matrimonio, come antidoto che impedisca il moltiplicarsi di celebrazioni matrimoniali nulle o inconsistenti» (Discorso alla Rota Romana, 21 gennaio 2017).

                Emergeva qui senza mezzi termini la seria preoccupazione per il fatto che, con una preparazione troppo superficiale, le coppie vanno incontro al rischio reale di celebrare un matrimonio nullo o con basi così deboli da «sfaldarsi» in poco tempo e non saper resistere nemmeno alle prime inevitabili crisi. Questi fallimenti portano con sé grandi sofferenze e lasciano ferite profonde nelle persone. Esse restano disilluse, amareggiate e, nei casi più dolorosi, finiscono persino per non credere più nella vocazione all’amore, inscritta da Dio stesso nel cuore dell’essere umano.

                C’è dunque anzitutto un dovere di accompagnare con senso di responsabilità quanti manifestano l’intenzione di unirsi in matrimonio, affinché siano preservati dai traumi delle separazioni e non perdano mai fiducia nell’amore. Ma c’è anche un sentimento di giustizia che dovrebbe animarci. La Chiesa è madre, e una madre non fa preferenze fra i figli. Non li tratta con disparità, dedica a tutti le stesse cure, le stesse attenzioni, lo stesso tempo.

Dedicare tempo è segno di amore: se non dedichiamo tempo a una persona è segno che non le vogliamo bene. Questo mi viene in mente tante volte quando penso che la Chiesa dedica molto tempo, alcuni anni, alla preparazione dei candidati al sacerdozio o alla vita religiosa, ma dedica poco tempo, solo alcune settimane, a coloro che si preparano al matrimonio. Come i sacerdoti e i consacrati, anche i coniugi sono figli della madre Chiesa, e una così grande differenza di trattamento non è giusta.

Le coppie di sposi costituiscono la grande maggioranza dei fedeli, e spesso sono colonne portanti nelle parrocchie, nei gruppi di volontariato, nelle associazioni, nei movimenti. Sono veri e propri «custodi della vita», non solo perché generano i figli, li educano e li accompagnano nella crescita, ma anche perché si prendono cura degli anziani in famiglia, si dedicano al servizio delle persone con disabilità e spesso a molte situazioni di povertà con cui vengono a contatto.

                Dalle famiglie nascono le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata; e sono le famiglie che costituiscono il tessuto della società e ne «rammendano gli strappi» con la pazienza e i sacrifici quotidiani. È dunque un dovere di giustizia per la Chiesa madre dedicare tempo ed energie alla preparazione di coloro che il Signore chiama a una missione così grande come quella famigliare.

                Perciò, per dare concretezza a questa urgente necessità, «ho raccomandato di attuare un vero catecumenato dei futuri nubendi, che includa tutte le tappe del cammino sacramentale: i tempi della preparazione al matrimonio, della sua celebrazione e degli anni immediatamente successivi» (Discorso ai partecipanti al corso sul processo matrimoniale, 25 febbraio 2017).

                È quello che si propone di fare il Documento che qui presento e di cui sono grato. Esso si articola secondo le tre fasi: la preparazione al matrimonio (remota, prossima e immediata); la celebrazione delle nozze; l’accompagnamento dei primi anni di vita coniugale.

Come vedrete, si tratta di percorrere un importante tratto di strada insieme alle coppie nel cammino della loro vita, anche dopo le nozze, soprattutto quando potranno attraversare crisi e momenti di scoraggiamento. Così cercheremo di essere fedeli alla Chiesa, che è madre, maestra e compagna di viaggio, sempre al nostro fianco.

                È mio vivo desiderio che a questo primo Documento ne segua quanto prima un altro, nel quale vengano indicati concrete modalità pastorali e possibili itinerari di accompagnamento specificamente dedicati a quelle coppie che hanno sperimentato il fallimento del loro matrimonio e che vivono in una nuova unione o sono risposate civilmente. La Chiesa, infatti, vuole essere vicina a queste coppie e percorrere anche con loro la via caritatis (cf. Amoris lætitia, 306), così che non si sentano abbandonate e possano trovare nelle comunità luoghi accessibili e fraterni di accoglienza, di aiuto al discernimento e di partecipazione.

                Questo primo Documento che viene ora offerto è un dono ed è un compito. Un dono, perché mette a disposizione di tutti un materiale abbondante e stimolante, frutto di riflessione e di esperienze pastorali già messe in atto in varie diocesi/eparchie del mondo.

                Ed è anche un compito, perché non si tratta di «formule magiche» che funzionino automaticamente. È un vestito che va «cucito su misura» per le persone che lo indosseranno. Si tratta, infatti, di orientamenti che chiedono di essere recepiti, adattati e messi in pratica nelle concrete situazioni sociali, culturali ed ecclesiali nelle quali ogni Chiesa particolare si trova a vivere.

Faccio appello, perciò, alla docilità, allo zelo e alla creatività dei pastori della Chiesa e dei loro collaboratori, per rendere più efficace questa vitale e irrinunciabile opera di formazione, di annuncio e di accompagnamento delle famiglie, che lo Spirito Santo ci chiede di realizzare in questo momento. «Non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi» (At 20,20).

                Invito tutti coloro che lavorano nella pastorale famigliare a fare proprie queste parole dell’apostolo Paolo e a non scoraggiarsi di fronte a un compito che può sembrare difficile, impegnativo o addirittura al di sopra delle proprie possibilità.

                Coraggio! Cominciamo a fare i primi passi! Diamo inizio a processi di rinnovamento pastorale! Mettiamo la mente e il cuore a servizio delle future famiglie, e vi assicuro che il Signore ci sosterrà, ci darà sapienza e forza, farà crescere in tutti noi l’entusiasmo e soprattutto ci farà sperimentare la «dolce e confortante gioia di evangelizzare» (Evangelii gaudium, 9), mentre annunciamo alle nuove generazioni il Vangelo della famiglia.

INDICE

Prefazione del Santo Padre Francesco

La proposta del Santo Padre Francesco di un “catecumenato matrimoniale”

I. Indicazioni generali

Perché un catecumenato

A chi spetta questo compito

Per una rinnovata pastorale della vita coniugale

II. Una proposta concreta

Modalità

Fasi e tappe

Due precisazioni

A. Fase pre-catecumenale: preparazione remota e intermedia: accoglienza dei candidati

B. Fase catecumenale

  1. Prima tappa: preparazione prossima
  2. Seconda tappa: preparazione immediata
  3. Terza tappa: accompagnare i primi anni di vita matrimoniale

Accompagnare le coppie in crisi

Conclusione


IL testo in

www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&ved=2ahUKEwiPl4CH2LT4AhXUm_0HHbaQBiAQFnoECAIQAQ&url=https%3A%2F%2Fwww.c3dem.it%2Fwp-content%2Fuploads%2F2022%2F06%2FItinerari-catecumenali-ITA.pdf&usg=AOvVaw38pv8B0PMU9UOef4ydpWTC

 

Matrimonio primo e ultimo dei sacramenti: una questione antica in 10 punti

La chiesa cattolica si interessa del matrimonio da molti secoli, ma ha pensato di gestirlo in prima persona soltanto negli ultimi 500 anni. Questo sviluppo moderno, che ha portato ad unificare, sotto la competenza ecclesiale, ogni dimensione del matrimonio, fino a rivendicare la “competenza esclusiva” della Chiesa contro lo stato liberale, ha anche ispirato una duplice deriva, che poggia solidamente sulla tradizione, ma che anche la esaspera e la porta a conseguenze non controllabili. Vediamo meglio di cosa si tratta, partendo da lontano.

1. Una collocazione “estrema”. Il matrimonio ha a che fare con le cose estreme. Ha in sé un eccesso. Per questo è stato collocato, già nei primi elenchi dei sette sacramenti, allo stesso tempo, in testa e in coda, all’inizio e alla fine, al primo e all’ultimo posto. Ha un primato temporale e simbolico che lo fa primeggiare ed ha un legame con la divisione e con la alterità che lo mette in fondo. Da un lato dice la unione e la unità come nessun altro. D’altro canto mette alla prova ogni intesa e ogni progetto come nessun altro. Nel matrimonio la natura è grazia e la grazia si riconosce natura. Ma la natura può imporsi sulla grazia e la grazia può distrarsi dalla natura. Di questo sono coscienti tutti gli scolastici, che ricordano come solo il matrimonio preceda la caduta del peccato, e perciò sia nato solo “per il dovere”, non “per la salvezza”. Mentre poi può essere invocato per la salvezza, ma in una certa tensione costitutiva con il dovere!

2. La relazione originaria con la natura e con la città. Il matrimonio è di campagna, ma il matrimonio è anche di città. È naturale e artificiale. Gli uomini e le donne si sposano perché non sono semplicemente naturali. La gestione della sessualità, che nel cavallo, nella pecora, nell’usignolo e nel pescecane risponde semplicemente a quanto detta la natura, nell’uomo e nella donna deve trovare non semplicemente la “conformità alla natura”, ma la integrazione nella “natura umana”, che, insieme a quella divina, è l’unica al mondo ad essere determinata dalla parola e dalle mani. Gli uomini e le donne non semplicemente “fanno sesso”, come gli altri animali, ma “interpretano la sessualità” secondo la natura umana, che è strutturalmente segnata dalla relazione con il prossimo e con Dio. Nessun uomo è naturale come un gallo o come un castoro. Ogni uomo e ogni donna sta in equilibrio tra una dimensione naturale “informe”, che si struttura nel rapporto con il prossimo e con Dio, in termini medievali in relazione alla città e alla chiesa.

3. L’animale non si sposa. Ci sono animali che generano senza aver rapporto con i propri figli. Ci sono animali che hanno un rapporto breve e funzionale con i discendenti. Solo nell’uomo la relazione esige tempo, cura, presenza per lunghi anni. Lo stesso vale per la relazione orizzontale, tra maschio e femmina. Generare può significare un rapporto puntuale, una certa collaborazione di giorni, mesi o anni. Nell’uomo è ragionevole, e conforme alla sua natura, interpretare la generazione in modo responsabile, sia assumendola, sia sospendendola, sia spostandola sul piano spirituale. Questa libertà, rispetto al generare, è tipica solo dell’uomo, della donna e di Dio.

4. Il matrimonio e la società chiusa. Così, mi pare, la tradizione si è lasciata toccare da questi due aspetti, ma lo ha fatto dentro la soluzione adottata dalle “società chiuse”: ossia in società che adottano un controllo capillare dell’esercizio del sesso da parte di ciascun soggetto (anzitutto del soggetto femminile). La donna viene sottoposta ad un controllo rigoroso, prima da parte della famiglia di origine e poi da parte della famiglia di elezione (elezione spesso non sua). La soglia matrimoniale diventa, in queste società, la soglia dell’esercizio del sesso per la donna. L’uomo è largamente dispensato da questa soglia. Quando oggi parliamo, ecclesialmente, di “scambio degli anelli”, dobbiamo ricordare che per lunghi secoli, l’unico anello benedetto era quello che l’uomo metteva alla mano della donna.

                5. Dal sesso alla sessualità. La scoperta del soggetto tardo-moderno ha liberato il sesso dalla sua esclusiva destinazione alla generazione. È nata la sessualità, che legge la dimensione sessuale come “esperienza” e come “espressione” del soggetto maschile e femminile. Soprattutto per la donna questo passaggio ha mutato profondamente la coscienza, la collocazione sociale, la libertà di riconoscimento della identità e ha inaugurato anche la sua entrata autorevole nello spazio pubblico.  In questo contesto rinnovato, la lettura cristiana del matrimonio non può confondersi con le regole contingenti di una società chiusa e deve confrontarsi con le nuove regole della società aperta, con le nuove identità e le nuove competenze. Pensare di “difendere la dottrina matrimoniale” confondendola con le regole di una società chiusa è uno degli errori peggiori che si possa fare.

                6. Altre fonti per la tradizione. La tradizione cristiana non è priva di elementi per interpretare anche questa nuova fase. Spesso tali elementi sono presenti più nella tradizione sapienziale e profetica che nella tradizione legale. Questo è ovvio e non deve sorprendere. Una ermeneutica rinnovata della tradizione è un compito che alla Chiesa spetta da sempre. Già Paolo è, da questo punto di vista, un “traduttore”. E lo fa anche sul piano dell’esercizio del sesso, stabilendo che il “matrimonio legittimo” è una soglia decisiva per la relazione con Cristo mediata dall’uso del sesso.

                7. L’atto e il processo. Da questa affermazione paolina, che Paolo deriva dalle evidenze della società ebraica del suo tempo, dipendono molte delle vicende interpretative che il cristianesimo e il cattolicesimo ha poi ritenuto insuperabili. Ma la scoperta del matrimonio non solo come “atto”, ma come “processo” implica una rilettura profonda di questa tradizione. Che si inaugura nel momento in cui il controllo sociale sulla sessualità cambia, lasciando al soggetto una nuova disponibilità nel gestire la propria esperienza e la propria espressione. Sia pure in termini riduttivi, Humanæ vitæ segna il riconoscimento di questa parziale separazione tra funzione di generazione e funzione espressivo-esperienziale della sessualità. Questa è una delle condizioni radicali della società aperta. Grande possibilità e grande tentazione.

                8. La differenza dal catecumenato. Tutta questa dinamica di recupero dei “gradus ad matrimonium” non può però identificarsi semplicemente in un cammino catecumenale. Questa lettura, assimilando il matrimonio al battesimo e all’ordine, smarrisce per strada le ragioni della differenza del matrimonio rispetto al catecumenato della iniziazione cristiana e alla formazione in vista della ordinazione. In entrambi i casi, infatti, non vi è una dimensione naturale e civile che collabora originariamente nella definizione del sacramento. Il giusto riconoscimento del “processo” non può essere gestito con la assolutizzazione dell’atto. Qui la tradizione matrimoniale cattolica si lascia ancora condizionare da una logica giuridica da stato moderno. Sposarsi in Cristo è diverso dal far registrare l’atto al parroco. La intuizione tridentina è superata dagli eventi, da almeno 200 anni.

9. La sporgenza della grazia del matrimonio sulla natura e sulla città. Una lunga tradizione, che la scolastica ha valorizzato in modo esemplare, sa che la differenza del matrimonio, rispetto agli altri sacramenti, sta proprio nella sua irriducibilità alla logica ecclesiale. Il matrimonio “sporge” al di qua e al di là della Chiesa. Il desiderio naturale e il legame civile ne fanno parte costitutiva e non si lasciano determinare semplicemente dalla logica della fede. Qui la sfida è la più grande e non può essere affrontata con la risorsa che il Concilio di Trento ha adottato nel 1563. Ossia dalla determinazione della Chiesa ad essere il primo “stato moderno” a strutturare una competenza capillare sui contratti matrimoniali. Questa pretesa della “legge oggettiva” appare ad Amoris Lætitia come “meschina” (AL 304).

10. La burocrazia di uno Stato e la grazia del sacramento. Il “percorso” che struttura il matrimonio non è semplicemente la preparazione dell’”atto”, ma il costituirsi di relazioni profonde e nuove tra il vissuto del desiderio naturale, lo strutturarsi del legame sociale e la rilettura “per grazia” del primo come del secondo. Se il “percorso” viene letto con gli occhiali tridentini, è negato prima ancora di essere assunto e viene pensato e modulato con una sorta di “ibrido” tra “iniziazione cristiana” e “formazione di seminario”. Gli sposi cristiani non possono essere ridotti a catecumeni mancati o seminaristi potenziali. Gli schemi di questo “orientamento catecumenale” appaiono assumere la dimensione del processo, ma in modo sfasato rispetto alla dinamica sempre anche naturale e civile di cui intendono prendersi cura. Una confusione ancora troppo forte tra “primo” e “ultimo” sacramento incide profondamente sul tenore espressivo e sulla efficacia pastorale del testo.

Andrea Grillo  blog: Come se non            18 giugno 2022

www.cittadellaeditrice.com/munera/matrimonio-primo-e-ultimo-dei-sacramenti-una-questione-antica-in-10-punti

※※※※※※※※※※※

MINORI

«Minori che sbagliano, cambiare rotta»

La Garante dell’infanzia Carla Garlatti: più spazio alla giustizia riparativa e all’educazione. Crisi internazionali, povertà, preoccupazioni per la salute mentale, allarme per la devianza e la microcriminalità giovanile, abuso di internet e cattivo utilizzo degli ambienti digitali. Sono le cinque emergenze indicate dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Carla Garlatti, nella Relazione annuale al Parlamento.

www.garanteinfanzia.org/sites/default/files/2022-06/agia-relazione-parlamento-2021.pdf

www.garanteinfanzia.org/sites/default/files/2022-06/14-06-2022-scheda-cinque-emergenze.pdf

Un documento che è anche un appello alle istituzioni e agli adulti in generale perché ci sia un impegno più concreto per dare speranza e futuro ai minorenni, coinvolgendoli direttamente nelle scelte che li riguardano.

  1. Le crisi internazionali. Pandemia e guerra stanno facendo sentire i loro effetti devastanti anche sulla situazione dei minori stranieri non accompagnati. Sono più che raddoppiati. Erano 6.054 al 31 dicembre 2019, mentre alla fine dello scorso aprile ne sono stati censiti oltre 14mila. È cambiato anche il Paese di provenienza. Ora, come già sottolineato, è l’Ucraina a guidare la graduatoria, con circa 5mila minorenni, per la metà tra i 7 e i 14 anni. Ecco perché il nostro sistema di accoglienza dev’essere rafforzato. «Serviranno più tutori volontari – ha spiegato la garante – formati dai garanti regionali e nominati dai tribunali per i minorenni, si prendono carico di accompagnare i minori soli nel percorso di crescita e di inclusione nella nostra società».
  2. Le povertà. Secondo le stime pubblicate da Istat a marzo, il totale dei minorenni in povertà assoluta nel 2021 è pari a 1 milione e 384mila: l’incidenza si conferma elevata (14,2%), stabile rispetto al 2020 ma maggiore di quasi tre punti percentuali rispetto al 2019 (11,4%). «La presenza di figli minori – ha sottolineato Carla Garlatti – continua a rappresentare un fattore che espone maggiormente le famiglie al disagio: l’incidenza di povertà assoluta si mantiene alta (11,5%) proprio in quelle che hanno almeno un figlio di minore età. Nel caso di coppie con tre o più figli sale al 20%». Da qui l’auspicio della garante per dare seguito alle misure di sostegno al reddito previste dal Family Act e all’attuazione al Piano infanzia e alla Child guarantee.
  3. La salute mentale. Gli effetti della pandemia hanno generato nei minorenni una condizione generalizzata di crisi che si è manifestata con segnali di malessere e disagio. Carla Garlatti ha fatto riferimento alla ricerca condotta dalla stessa Autorità, in collaborazione con l’Istituto superiore di sanità e il Ministero dell’istruzione, da cui è emerso un peggioramento delle condizioni di benessere dei bambini e dei ragazzi. «Tra le raccomandazioni per fronteggiare questa emergenza – ha ricordato – la necessità che le azioni di programmazione, prevenzione e cura superino la frammentarietà regionale e locale. Vanno poi previste adeguate risorse per i servizi, fornite risposte specifiche in base all’età, garantito un numero di posti letto in reparti dedicati ai minorenni e istituiti servizi di psicologia scolastica». La ricerca è durata un anno e proseguirà per altri due, coinvolgendo fino a 35.000 minorenni dai 6 ai 18 anni.
  4. Devianza minorile. Fenomeno a macchia di leopardo. In alcune zone con carattere episodico e allarme sociale talora sovradimensionato, in altre invece si manifestano casi che richiedono una particolare attenzione. Carla Garlatti ha ricordato i casi di Milano, Brescia, Roma, Bologna, Catania, Firenze, Palermo, mettendone in evidenza le varie specificità. Come rispondere a queste situazioni? Per esempio con giustizia riparativa, «che consente agli autori di reato di comprendere la sofferenza della vittima a partire dal suo vissuto, acquisendo consapevolezza di aver agito non contro qualcosa (la legge) ma contro qualcuno. E quindi può essere uno strumento per contenere i casi di recidiva». Non a caso la giustizia riparativa rappresenta uno degli aspetti più significativi della riforma Cartabia. E la garante ha formulato una serie di proposte al Tavolo di lavoro che sta preparando gli schemi di decreto legislativo. Tra l’altro la possibilità per il minorenne di decidere autonomamente, anche senza il consenso dei genitori, se partecipare o meno a un percorso di giustizia riparativa. E poi un maggiore coinvolgimento delle famiglie e l’estensione dell’accesso anche agli autori di reato con meno di 14 anni.
  5. Attenzione a Internet. Dalla pandemia in poi il mondo è cambiato. Il grande utilizzo di web, social e dintorni comporta anche dei rischi per i diritti dei minori. Secondo la garante c’è l’urgenza di evitare che bambini troppo piccoli utilizzino servizi online e social non adatti per la loro età con la definizione di un meccanismo di age verification sul modello dello Spid. Con riferimento alla condivisione delle immagini dei figli da parte dei genitori (il cosiddetto sharenting), ha poi proposto di riconoscere ai ragazzi oltre i 14 anni la possibilità di chiedere in autonomia la rimozione delle foto. Tra gli altri suggerimenti l’applicazione delle norme in tema di lavoro minorile per contenere il fenomeno dei baby influencer. «Fondamentale, infine – ha sottolineato la garante – la realizzazione di campagne di sensibilizzazione che, per essere efficaci, dovranno essere portate avanti con la partecipazione dei minorenni». Per promuovere l’educazione a un uso corretto e sicuro di internet e dei social, l’Autorità garante ha promosso, tra l’altro, un progetto di educazione digitale per le ultime tre classi della scuola primaria che utilizza un libro ad hoc di Geronimo Stilton.

Luciano Moia    “Avvenire”        15 giugno 2022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220615moia.pdf

※※※※※※※※※※※

NATALITÀ

Non fateci scegliere tra lavoro e figli

Due espressioni, quando in Italia si parla di denatalità, tradiscono il vizio culturale che indebolisce la gran parte dei tentativi di affrontarla e risolverla. Queste le espressioni: non siamo un paese per madri; dobbiamo conciliare maternità e lavoro. Questo il vizio (facilmente deducibile): i figli sono onere materno. Un vizio che deriva da una struttura precisa e robusta, perfettamente coincidente con il nostro impianto sociale, patriarcale e familista. Niente di nuovo. Non valutiamo mai, però, come questa stortura sistemica possa anch'essa produrre ulteriori vizi, induzioni culturali, il primo dei quali è l'idea che fare figli non soltanto implichi una rinuncia ma, di fatto, sia una rinuncia. Per reazionario che possa sembrare, molte donne, pur volendone fare, sono sempre meno disposte a scegliere tra lavoro e famiglia: è il dato più interessante della ricerca su maternità e lavoro condotta da Freeda, il portale online rivolto alle nuove generazioni (Z e millennial: ventenni e trentenni) e che si occupa di temi femminili e femministi.

Il 77% delle intervistate (tutte donne tra i 25 e i 34 anni, per la gran parte lavoratrici e in coppia) crede che le madri siano costrette a scegliere tra far famiglia e far carriera e, soprattutto, il 40% di loro non rinuncerebbe mai al lavoro dei sogni per fare la mamma. Siamo ancora il paese che legge, in quest'ultima non volontà, una forma di cinismo, uno spietato individualismo? In parte sì, e non per bigottismo, ma perché il sacrificio di sé è per noi una condicio sine qua non di molte cose: abbiamo imparato (ci è stato insegnato, o inculcato) che opporvisi significa ritenersi assoluti nel senso latino, e cioè sciolti da qualsiasi obbligo, qualsivoglia limite. Questa visione sacrificale della vita ha certamente a che fare con il cattolicesimo ma, per paradossale che possa sembrare, è anche uno degli esiti del combinato disposto di capitalismo e coazione all'ottimismo, al farcela: sacrificati, e avrai tutto; sacrificati, e vincerai su tutti, te stesso incluso. Ne La società della stanchezza, Byung-chul Han descrive il depresso del nostro tempo come colui che perde la lotta contro di sé, fallisce nell'adeguarsi all'imperio del "volere è potere", e sperimenta così un  dagli altri e un rifiuto di sé insormontabile. Nel no delle donne a scegliere tra lavoro e carriera esiste, invece, un rifiuto vitalistico: un no vivo e secco tanto al doversi sacrificare quanto al dover essere eccezionali wonder woman [donna meraviglia]. E infatti questo no lo dicono donne che appartengono alla generazione delle "grandi dimissioni", del lavoro che s'inventa e si fa sul divano, dell'ufficio da casa: tutte micro rivoluzioni per privilegiati, certo, che però dicono qualcosa della riduzione drastica della disposizione all'auto annullamento per nobili fini. Ricondurre le cose a una misura di semplice ordinarietà: lavorare senza morirne, fare famiglia senza annullarsi.

L'altro tratto dell'indagine di Freeda è la richiesta di un congedo parentale condiviso: il 66% delle ragazze ritiene che quelli attualmente in vigore siano troppo brevi, penalizzanti e anche poco inclusivi (il 20% di questo 66% denuncia che le coppie LGBTQ+ con figli sono escluse da ogni forma di tutela della genitorialità); il 74% crede che un congedo parentale paterno più lungo e ben retribuito contribuirebbe a una ripartizione equa della responsabilità famigliare. Il sociologo Domenico De Masi ha detto di recente a questo giornale che, visto che in Italia lavoriamo tutti più del dovuto (perché perdiamo molto tempo e perché siamo pervicacemente convinti che la qualità di un lavoratore sia direttamente proporzionale al tempo che trascorre alla scrivania), sarà molto difficile che gli uomini (i maschi) accettino, se mai la legge glielo consentirà, di assentarsi dall'ufficio per prendersi cura dei figli appena nati. Siamo certi che valga anche per i maschi ventenni e trentenni, le cui compagne, almeno in questa indagine, si dicono sicure di poter contare sul loro supporto?

Conosciamo davvero la generazione che si candida a costruire le famiglie del futuro? È quasi del tutto assente, nelle rilevazioni di Freeda, quel "carico mentale" che le donne si sono sempre auto assegnato perché è stato sempre implicitamente assegnato loro (un libro di qualche anno fa lo raccontava perfettamente: Bastava chiedere di Emma, ed. Laterza): il peso della gestione e della pianificazione domestica, tanto sul piano pratico quanto su quello emotivo e relazionale. Ed è quest'altra indisponibilità a quest'altro sacrificio che, anziché frantumare la famiglia, potrà forse finalmente rimodularla e porla sul piano su cui la legge del nuovo diritto di famiglia del '75 (capite, del '75!) la pose: la condivisione degli oneri. Andrea Scotti Calderini, ceo e co-fondatore di Freeda, ha detto: «La community di Freeda ci sembra molto preoccupata dal fatto che la maternità possa rappresentare un gradino rotto, un momento di svantaggio competitivo rispetto ai colleghi».

La maggior parte delle venti/trentenni consultate in questa indagine, ma pure in generale (lo sappiamo dai numeri), desidera fare figli ma teme il demansionamento e l'impoverimento. A dicembre del 2021, il 42% di loro ha raccontato di essersi sentita chiedere, durante un colloquio, se intendesse diventare madre. È un numero piuttosto sconvolgente. Ci sono infine le donne che figli non ne vogliono: come abbiamo tentato di raccontare su questo giornale, la maggior parte di loro non li vuole perché non li vuole (non li vuole il 31% delle intervistate: il 61% delle quali si dice felice così come sta, in solitaria produttiva non casta esistenza). Significa, quindi, che questo Paese può ancora contare su una generazione che desidera riprodursi, e che dimostra un nuovo, umanissimo eroismo: l'impermeabilità alla pessima qualità di chi amministra il suo futuro. Proporrei di non abusarne.

Simonetta Sciandivasci                “La Stampa” 16 giugno 2022

www.lastampa.it/cultura/2022/06/16/news/non_fateci_scegliere_tra_lavoro_e_figli-5418500

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220616sciandivasci.pdf

※※※※※※※※※※※

OMOFILIA

Palermo: l’orrore delle “terapie riparative” al centro della veglia contro l’omofobia

Ha messo al centro il tema delle cosiddette «terapie riparative» la veglia per il superamento dell’omotransfobia che si è svolta a Palermo (la prima, nel capoluogo siciliano, è datata 28 giugno 2007, allora nella chiesa valdese di via dello Spezio) nella chiesa avventista del settimo giorno, lo scorso 17 maggio, in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia e in concomitanza con le altre iniziative che si sono svolte in tutta Italia.

Fra i partecipanti – oltre a parrocchie, comunità e gruppi cattolici, chiese valdesi, comunità luterane riunite nel Coordinamento ecumenico per il superamento dell’omolesbobitransfobia – anche due rappresentanti dell’ordine degli psicologi di Sicilia, impegnati nel gruppo di lavoro “Psicologia LGBT+, promozione di un approccio affermativo alle identità sessuali”, che hanno illustrato il proprio impegno «per promuovere una cultura psicologica scientifica basata sul riconoscimento, sul rispetto e sulla valorizzazione delle differenze di genere e di orientamenti sessuali e affettivi, favorendo l’adozione di un approccio affermativo nella pratica clinica e sensibilizzando la popolazione generale al contrasto dell’omobitransnegatività», come ha spiegato Marco Cottone. «La letteratura scientifica internazionale riconosce gli orientamenti sessuali non eterosessuali quali varianti naturali e positive della sessualità e affettività umana, non costituendo di per sé indicatori di disturbi mentali o dello sviluppo – ha aggiunto lo psicologo –. Tuttavia una cultura ancora radicata fa sì che le persone LGBT+ siano ancora oggetto di stigma sociale e discriminazione. Ciò può comportare significative conseguenze sui processi evolutivi con un impatto negativo sulla loro salute». Diventa allora «prioritario promuovere una cultura scientifica psicologica orientata alla valorizzazione delle differenze e all’utilizzo dell’approccio affermativo», fondato «su un atteggiamento positivo non patologizzante, non giudicante e facilitante l’autodeterminazione». Come è appunto quello delle «terapie riparative», o «di conversione», meno in voga rispetto a qualche anno fa, ma ancora tutt’altro che estirpa.

               

In cosa consistono queste teorie lo ha spiegato Gaia Di Salvo, che ha subito contestato il lessico: vengono chiamate terapie, ma «sono in verità delle pratiche pseudoscientifiche atte a modificare l’orientamento sessuale di persone gay, lesbiche e bisessuali in favore di un orientamento eterosessuale, o comunque atte a diminuire le pratiche e il desiderio omosessuali». Se in passato poteva avere senso chiamarle in questo modo, dal momento che fino al 17 maggio del 1990 l’Organizzazione Mondiale della Sanità non si era ancora pronunciata rispetto alla patologizzazione dell’omosessualità, oggi invece è profondamente, e scientificamente, errato, perché l’Oms ha cancellato l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali.

                Sono trascorsi 32 anni, eppure «viviamo ancora all’interno di una società che porta dentro lo stigma, porta dentro i pregiudizi – ha proseguito Di Salvo –. Quindi tutto quello che è stato per tantissimi anni il pregiudizio negativo rispetto alle persone non eterosessuali e il conseguente pregiudizio positivo verso l’orientamento eterosessuale ha ancora oggi degli effetti su tutte le persone della popolazione. E nelle persone della popolazione ci sono anche gli psicologi, gli psichiatri e tutti i professionisti della salute mentale».

Abbiamo definito queste terapie «pseudoscientifiche perché non hanno alcuna base nella ricerca scientifica. Una rassegna del 2009, portata avanti dall’American Psycological Association, su 83 studi riguardanti gli effetti degli interventi delle terapie di conversione, ha fatto emergere non solo l’impossibilità di dimostrare il cambiamento dell’orientamento sessuale, ma ha evidenziato che l’intenzione di modificarlo era accompagnata nelle persone da effetti come depressione, ansia, insonnia, sensi di colpa, vergogna, non accettazione di sé, peggioramento dei rapporti familiari fino all’esclusione di questi elementi delle famiglie dalle famiglie stesse», con tutto quello che comporta, dalla perdita della casa e degli affetti, fino a ideazioni e comportamenti suicidari. «Ora – ha concluso la psicologa – tutto questo è quello contro cui noi cerchiamo di agire. Il nostro lavoro è quello di affermare con forza che qualunque trattamento mirato a indurre nei pazienti la modificazione del proprio orientamento sessuale si pone al di fuori dello spirito etico e scientifico che anima le nostre professioni e, in quanto tale, deve essere segnalato gli organi competenti, cioè agli ordini professionali. L’impiego delle cosiddette terapie di conversione dovrebbe essere dunque considerato fraudolento, nonché una violazione dei principi fondamentali dell’etica clinica. Sia i singoli professionisti, sia le istituzioni che propongono questi trattamenti dovrebbero essere soggetti a sanzioni adeguate».

                «Vogliamo confessarti, Padre, la nostra personale resistenza alla sorella e al fratello che hanno scelto di essere fedeli a se stessi e all’impulso del cuore che tu hai loro donato», si è pregato ecumenicamente, «Ti confessiamo una perdurante ostilità e insensibilità di tanta parte della società civile e delle Chiese, nei confronti delle nostre sorelle e fratelli omosessuali, bisessuali, transessuali, ancora vittime di violenze come il bullismo o i devastanti approcci delle terapie riparative. Ti confessiamo la radice velenosa della sopraffazione, che è nell’intimo del nostro io, dimentico di Te e ubriaco di sé, e che diventa prepotenza del più forte sul più debole, lotta rancorosa tra avversari, sino alla guerra tra i popoli. Sul deserto che abbiamo creato scenda dall’alto lo Spirito a restituirci il giardino (cfr. Is 32,15), in noi e attorno a noi».

Luca Kocci                            Adista Notizie n° 20                          04 giugno 2022

www.adista.it/articolo/68131

PASTORALE
Le nuove linee guida. Matrimonio, la svolta di Francesco

Matrimoni che non vengono celebrati perché i giovani sembrano sempre più lontani dall’idea del "patto per sempre", soprattutto quello religioso, e sempre più spesso preferiscono la convivenza. Matrimoni che durano sempre meno. Matrimoni la cui validità sacramentale rappresenta un serio problema.

Sono le sfide urgenti e drammatiche che la Chiesa intende affrontare in quest’anno dedicato ad Amoris lætitia – e in vista dell’Incontro mondiale delle famiglie che si apre la prossima settimana a Roma e in tutte le diocesi del mondo – perché in gioco c’è «la realizzazione e la felicità di tanti fedeli laici nel mondo». Nasce con questo obiettivo il documento “Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale”, un testo che dà seguito a un’indicazione ripetutamente espressa da papa Francesco nel suo magistero, ossia «la necessità di un “nuovo catecumenato” che includa tutte le tappe del cammino sacramentale: i tempi della preparazione al matrimonio, della sua celebrazione e degli anni successivi», soprattutto quando gli sposi potrebbero attraversare crisi e momenti di scoraggiamento. Non si tratta di un nuovo percorso di preparazione al matrimonio, ma di un progetto più articolato e più complesso – ed è questa la grande novità – perché punta ad abbracciare la cosiddetta "preparazione remota" che comprende cioè percorsi educativi all’amore, all’affettività e alla sessualità rivolti ai bambini, agli adolescenti e ai giovani, configurati in modo delicato e ragionevole in base alle diverse età; la preparazione "prossima", cioè quella pensata nell’imminenza delle nozze; e l’accompagnamento nei primi anni di matrimonio, senza trascurare i momenti di crisi e anche la scelta di chi decide di separarsi o di divorziare. Anche se per queste coppie è in preparazione un documento specifico perché, come spiega papa Francesco nell’introduzione, «la Chiesa, infatti, vuole essere vicina a queste coppie e percorrere anche con loro la via caritatis, così che non si sentano abbandonate e possano trovare nelle comunità luoghi accessibili e fraterni di accoglienza, di aiuto al discernimento e di partecipazione».

Perché è sempre più difficile raccontare ai giovani la bellezza e la verità della vita matrimoniale? Il documento parla di «mentalità edonista che distorce la bellezza e la profondità della sessualità umana», ma anche di «autoreferenzialità che rende difficile l’assunzione degli impegni della vita matrimoniale». E infine di «limitata comprensione del dono del sacramento nuziale, del significato dell’amore sponsale e del suo essere un’autentica vocazione, ossia una risposta alla chiamata di Dio all’uomo e alla donna che decidono di sposarsi».

Ecco perché si rende necessario «un serio ripensamento del modo in cui nella Chiesa si accompagna la crescita umana e spirituale delle persone». Per riuscirci il nuovo testo suggerisce creatività pastorale e flessibilità nei confronti della situazione concreta delle diverse coppie. Ma anche una formazione accurata per chi è chiamato ad accompagnare i giovani. Non solo parroci e sacerdoti, ma su un piano di pari dignità, anche coppie sposate con consolidata esperienza matrimoniale e perfino «separati, rimasti fedeli al sacramento, che possano offrire la loro testimonianza ed esperienza vocazionale in maniera sempre costruttiva». Perché, come papa Francesco, ha più volte ribadito, «non si tratta tanto di trasmettere nozioni o far acquisire competenze, quanto piuttosto di guidare, aiutare ed essere vicini alle coppie in un cammino da percorrere insieme».

Per farlo non servono né toni moralistici né discorsi complessi, soprattutto per quelle sempre più numerose «coppie di fidanzati che vivono situazioni di convivenza complesse, nelle quali fanno fatica a comprendere la portata sacramentale della scelta che stanno per compiere e la “conversione” che tale scelta comporta, sebbene “intravedano” il mistero più grande del sacramento rispetto alla mera convivenza». Sono proprio queste le coppie per le quali occorre mettere a punto un approccio nuovo, perché le loro domande «non possono piu essere eluse dalla Chiesa, né appiattite all’interno di percorsi tracciati per coloro che provengono da un cammino minimale di fede; piuttosto richiedono forme di accompagnamento personalizzate, o in piccoli gruppi, orientate ad una maturazione personale e di coppia verso il matrimonio cristiano». E anche questa è una sfida tutt’altro che agevole.

Il documento riserva grande attenzione al tema della castità prematrimoniale «come autentica “alleata dell’amore”, non come sua negazione» e sollecita le comunità a dedicare sforzi mirati e intelligenti alle coppie in crisi, spiegando che «un ministero dedicato a coloro la cui relazione matrimoniale si è infranta appare particolarmente urgente».

Luciano Moia                    Avvenire             15 giugno 2022

https://www.avvenire.it/famiglia/pagine/matrimonio-la-svolta-di-francesco

vedi pure                      www.romasette.it/matrimonio-la-proposta-di-un-nuovo-catecumenato

 

Niente sesso senza nozze

La Chiesa deve sempre avere «il coraggio» di dire no al sesso prematrimoniale. Migliorare la preparazione alle nozze per arginare i divorzi e ridurre le «sofferenze» delle famiglie. Riconoscere che per le coppie in crisi la separazione può essere inevitabile, posto che sia la soluzione estrema; e poi i parroci sono chiamati a restare vicini anche a chi sperimenta la fine dell'amore coniugale. Il Vaticano vara nuove linee guida - con il documento «Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale», introdotto da papa Francesco - per la preparazione dei futuri sposi. Lo scopo è evitare che un uomo e una donna per arrivare a scambiarsi gli anelli in chiesa impieghino poche settimane e poi vadano incontro a un «fallimento», come afferma il Pontefice.

Le procedure vengono rinnovate, ma con la conferma dei pilastri portanti, a partire dalla castità: «Non deve mai mancare il coraggio alla Chiesa di proporre la preziosa virtù della castità, per quanto ciò sia ormai in diretto contrasto con la mentalità comune», si legge nel testo del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. Per la Santa Sede «vale la pena di aiutare i giovani sposi a saper trovare il tempo per approfondire la loro amicizia e per accogliere la grazia di Dio. Certamente la castità prematrimoniale favorisce questo percorso». E anche nel caso in cui «ci si trovasse a parlare a coppie conviventi, non è mai inutile parlare della virtù della castità». Astinenza che può essere praticata in alcuni momenti anche nello stesso matrimonio: «Significherà, una volta sposi, vivere l'intimità coniugale con rettitudine morale. Quando la dimensione sessuale-genitale diventa l'elemento principale che tiene unita una coppia, tutti gli altri aspetti passano in secondo piano o vengono oscurati e la relazione non progredisce».

Per i ragazzi e le ragazze si indica la necessità di un'educazione sessuale che orienti a una «visione coniugale dell'amore». Quanto invece alle coppie che già convivono, la Chiesa apre al sacramento all'altare ma proponendo cammini di catechesi specifici. L'esperienza «pastorale in gran parte del mondo mostra ormai la presenza costante e diffusa di "domande nuove" di preparazione al matrimonio sacramentale da parte di coppie che già convivono, hanno celebrato un matrimonio civile e hanno figli. Tali domande - evidenzia il Dicastero - non possono più essere eluse dalla Chiesa; piuttosto richiedono forme di accompagnamento personalizzate».

E poi, dopo la cerimonia, la festa, il banchetto e le danze, i sacerdoti dovrebbero organizzare una sorta di assistenza ecclesiastica, sia perché permangono questioni rilevanti come «la regolazione delle nascite» e l'educazione della prole, ma anche per aiutare moglie e marito a non allontanarsi tra loro.

Il Vaticano ammette che in alcuni casi la fine del legame coniugale risulta «inevitabile», anche se «deve essere considerata come estremo rimedio, dopo che ogni altro ragionevole tentativo si sia dimostrato vano». E anche in queste situazioni la Chiesa locale deve garantire agli ex coniugi accoglienza e sostegno spirituale e psicologico.

Domenico Agasso                           La Stampa          16 giugno 2022

www.lastampa.it/vatican-insider/it/2022/06/16/news/niente_sesso_senza_nozze-5418818

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220616agasso.pdf

 

Chiesa lontana dalla modernità

L'aveva già intuito la Bibbia ebraica usando il verbo «conoscere» come sinonimo di «unirsi sessualmente». Si legge infatti in Genesi 4,1: «Adamo conobbe Eva sua moglie che concepì e partorì». Vale a dire: si giunge a conoscere veramente una persona, al punto da scegliere responsabilmente di volerla compagna di vita per tutta l'esistenza, solo se prima la si conosce nell'integralità del suo corpo e nella completezza del carattere e della personalità quali si rivelano anche nel rapporto sessuale. Niente completezza dei rapporti sessuali, niente completezza della conoscenza. Adamo infatti conobbe Eva non prima del rapporto sessuale, ma «nel» rapporto sessuale. Ed è un vero peccato che questa antica sapienza biblica, trasmessa non solo nel testo citato della Genesi ma anche dal libro del «Cantico dei cantici», dopo duemilacinquecento anni non sia stata ancora recepita dal Magistero della Chiesa cattolica, come appare nel modo più esplicito e più deludente dal documento vaticano pubblicato ieri, opera del «Dicastero per i laici, la famiglia e la vita», intitolato «Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale» e che rispecchia alla perfezione il pensiero di Papa Francesco.

Il documento si apre con una Prefazione del Pontefice che dichiara lo scopo perseguito: quello di offrire un articolato percorso di preparazione al matrimonio che viene detto «catecumenato», classico termine del gergo ecclesiastico che tradizionalmente rimanda al periodo di preparazione di coloro che si apprestano a ricevere il battesimo, detti appunto «catecumeni». La Chiesa già da tempo prevede corsi di preparazione al matrimonio, ma per Papa Francesco non sono sufficienti e per questo intende istituire «un nuovo catecumenato in preparazione al matrimonio». Secondo il Papa questo nuovo catecumenato è necessario perché a causa dell'attuale preparazione troppo superficiale «le coppie vanno incontro al rischio reale di celebrare un matrimonio nullo o con basi così deboli da sfaldarsi in poco tempo». Constatazione che, a giudicare dal grande lavoro della Rota Romana che non cessa di dichiarare nulli matrimoni durati anni e soprattutto dal numero impressionante di separazioni e di crisi coniugali, non resta che condividere del tutto.

Ma per provare ad arginare la frana progressiva dei matrimoni, la scelta di Papa Francesco non è di tipo lassista abbassando il livello di quanto è necessario per dichiararsi sposi cristiani, ma al contrario è all'insegna di un rinnovato e più responsabile impegno. D'ora in avanti chi vorrà sposarsi in chiesa dovrà sottoporsi a un cammino lungo e articolato che prevede tre tappe:

1) un periodo di preparazione remota, prossima e immediata al matrimonio;

2) un particolare modo di celebrare le nozze;

3) un accompagnamento della comunità cristiana nei primi anni di vita coniugale.

Insomma: se fino a oggi chi voleva sposarsi in chiesa se la cavava con qualche serata in parrocchia, da domani dovrà prevedere un periodo di preparazione e di accompagnamento di alcuni anni. Si tratta della prospettiva giusta per mettere fine alla diminuzione crescente dei matrimoni in chiesa e all'aumento ancora più crescente delle separazioni e dei divorzi? Ovviamente nessuno lo sa, ma quanto mi sento di dire è che è ammirabile il desiderio di non fare sconti e di rilanciare la preziosità dell'impegno che il matrimonio richiede.

Rimane però, assai grave, l'incapacità della Chiesa cattolica di comprendere la sessualità. Papa Francesco in questo non si distingue dai suoi predecessori, visto che non recepisce per nulla le posizioni più avanzate di alcuni teologi e di alcuni vescovi e soprattutto della Bibbia. Secondo lui «la castità insegna ai nubendi i tempi e i modi dell'amore vero, delicato e generoso», perché «solo quando un amore è casto, è veramente amore». Egli ritiene infatti, come scrisse in un documento del 2020 (Patris corde, n. 7) citato dal documento pubblicato ieri, che «l'amore che vuole possedere, alla fine diventa pericoloso, imprigiona, soffoca, rende infelici». Ma è veramente così?

Io non penso che, per risultare eticamente lecito, il sesso debba essere esercitato unicamente all'interno del matrimonio. Penso al contrario che vi possano essere forme di esercizio della sessualità eticamente lecite che prescindono dal vincolo matrimoniale. Qualcuno potrebbe obiettare che pressoché tutte le religioni condannano la sessualità al di fuori del matrimonio, ma la risposta è che esse si sono formate in epoche assai lontane in cui la struttura sociale era molto diversa rispetto a oggi, epoche in cui l'individuo contava ben poco rispetto alla tribù e alla famiglia e in cui i matrimoni non rispondevano a una logica di conoscenza reciproca e di amore personale ma erano piuttosto un evento sociale deciso da altri, non dagli sposi. L'età di costoro inoltre, in particolare delle donne, era molto inferiore rispetto agli usi attuali (la Madonna per esempio aveva dodici, anni al massimo), così che il matrimonio veniva a coincidere con l'ingresso nella pubertà e con il sorgere del desiderio sessuale. Ne consegue che il sesso al di fuori del matrimonio significava o adulterio o pedofilia, ed è per questo che tutte le tradizioni religiose condannano i rapporti prematrimoniali.

Oggi però la situazione è del tutto mutata, oggi al matrimonio si arriva molto più avanti nell'età, almeno a trenta, più volte a quaranta, e soprattutto con altre attese, date dal fatto che l'individuo non considera più la sua esistenza come totalmente al servizio della struttura familiare, ma come un fine in se stessa. È per questo che oggi risulta insensato condannare i rapporti prematrimoniali. Al contrario, quando esiste un impegno reciproco di due persone che si nutre di affetto, sincerità, stima, desiderio di futuro, è impossibile non considerare quanto l'unione sessuale favorisca la loro conoscenza e intesa reciproca. È questo il vero «catecumenato»: una conoscenza integrale e responsabile dell'altro, di sé, e della qualità dell'armonia fisica, psichica e spirituale che ne scaturisce.

Vito Mancuso “La Stampa” 16 giugno 2022

www.lastampa.it/editoriali/lettere-e-idee/2022/06/15/news/chiesa_lontana_dalla_modernita_-5418551

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220616mancuso.pdf

 

Sesso e matrimonio: imparare a dare forma al proprio amore

Dopo la pubblicazione degli itinerari catecumenali per la vita matrimoniale, uno dei nodi da affrontare è sicuramente il rapporto tra amore, sessualità e matrimonio...

                Laddove una questione richiederebbe pagine e pagine di riflessione e di argomentazioni per poter mettere in chiaro tutte le dimensioni e i profili che andrebbero chiamati in causa, è più utile forse andare dritti al nocciolo, sperando che il fare chiarezza sugli aspetti fondamentali aiuti ad approfondire tutto il resto.

                A mio modo di vedere, due sono le coordinate decisive per aprire un varco nella sempre annosa questione riguardante il matrimonio e i rapporti sessuali prematrimoniali. Possiamo enunciarle brevemente e in forma interrogativa.

In primo luogo, qual è il significato del matrimonio? È una istituzione socio-ecclesiale che interviene “dall’esterno” a dare forma, definizione e (perché no) peculiare stabilità (almeno secondo il Codice di diritto canonico, § 1056) a una realtà altrimenti vaga, debole e indefinita, oppure è un’esperienza di fede con la quale i due amanti (ministri del sacramento) riconoscono come la propria storia d’amore sia fondata da sempre in colui che solo la custodisce e in essa si rivela? In altri termini, il matrimonio è un’imposizione di qualcuno (foss’anche per volontà di Dio!) su qualcun altro per un terzo fine (riconoscimento sociale, stabilità, convenienza ecc.), oppure esso dice qualcosa della storia d’amore di coloro che lo vivono, lo celebrano e che così desiderano testimoniare la propria fede in colui che, nelle diverse esperienze amorose vissute, potremmo dire che gli si è rivelato come “custode” di questa storia?

                La seconda coordinata si potrebbe poi declinare nel modo seguente: nei confronti del rapporto sessuale all’interno della vita di coppia, è proprio necessario continuare a costruire una sorta di “recinto” di protezione, vedendolo come un tabù da tutelare all’ombra del “contratto” matrimoniale (che garantisce una situazione di stabilità) o non è forse più utile accompagnare gli amanti, i fidanzati, gli sposi a comprenderne l’autentico significato all’interno della propria storia d’amore e, più in generale, nell’universo simbolico del linguaggio dell’amore concreto? La sensazione, infatti, è che troppo spesso (anche da parte di chi il “sesso” lo vorrebbe tutelare nella sua quasi sacralità) la relazione d’amore viene ridotta al rapporto sessuale, identificato quale suo punto d’arrivo, ignorando come esso in realtà si collochi in una dinamica, un insieme di esperienze, insomma una storia che per dirsi ha un linguaggio molto più articolato che non il solo “grido” sessuale. È forse necessario recuperare proprio questo alfabeto affettivo per poter pronunciare nuove parole d’amore nella coppia, partendo dalle sillabe più semplici (baci, carezze, abbracci) per arrivare a vere e proprie frasi e quindi alla più alta poesia.

                Seguendo questo duplice itinerario, mi sembra che, da una parte, il rapporto sessuale possa ritrovare il proprio posto all’interno di un orizzonte affettivo ben più ampio e complesso, in cui forse emergere ancor di più nel proprio significato umano e teologico, unico e singolare, di dedizione e accoglienza reciproche degli amanti. Dall’altra, si possa inquadrare meglio la relazione tra rapporti sessuali e matrimonio. I primi non sono un’attività “pericolosa” solo per amanti “più che abili” con la patente matrimoniale, e il matrimonio non è un lasciapassare per ogni tipo di esperienza amorosa, comprese quelle più “azzardate”. Il rapporto sessuale è una modalità (certo unica e singolare, per motivi ben precisi) con cui l’unica storia d’amore degli amanti si dice e si realizza. Nel matrimonio, questa storia è riconosciuta nel suo radicamento cristologico, ovvero nel suo essere segno dell’amore di Gesù Cristo che la abita, in tutti i suoi aspetti, con o senza rapporti sessuali.

                Obiezione: così facendo non si rischia di sminuire la nobiltà del gesto? Per prima cosa potremmo dire che se per tutelare il valore di un atto umano è necessario confinarlo e porlo sotto una diversa “giurisdizione”, forse c’è alla base un ben più grave problema antropologico-culturale cui far fronte in prima istanza. In secondo luogo, come avviene per il linguaggio, una parola usata e abusata, talvolta in contesti non sempre coerenti tra loro, alla fine finisce col perdere di significato. Lo stesso avviene per il linguaggio del corpo. L’univoca attenzione sul rapporto sessuale (pro o contro di esso poco importa) finisce con l’esautorarne l’importanza. È necessario, allora, ciò di cui più si avverte l’assenza: una seria educazione sessuale, intendendo con ciò il saper guidare gli amanti alla reciproca scoperta di sé e dell’altro, nell’intimità di un linguaggio del corpo che si esprime con delicatezza, costanza e progressione. Solo così i soggetti di ogni storia d’amore potranno imparare, anche nello slancio e nell’emozione affettiva giovanile, ad esprimere e raccontare la propria storia, senza sentire il bisogno di ridurla a un solo “grido” sessuale inarticolato; solo così ogni storia d’amore non si spegnerà dopo un’unica grande vampata, come un fuoco di paglia, ma saprà davvero continuamente alimentarsi e bruciare come una brace ardente, simbolo reale di colui che sempre ne è la sorgente (prima e dopo il matrimonio).

                Stefano Fenaroli                             VinoNuovo                        18 giugno 2022

www.vinonuovo.it/teologia/etica/sesso-e-matrimonio-imparare-a-dare-forma-al-proprio-amore

※※※※※※※※※※※

PRESBITERI

«Essere fratelli prima di essere preti»

Come articolare paternità e fraternità spirituale? Jean-Paul Vesco (¤1962, avvocato, domenicano a 34 anni, sacerdote a 39 anni) arcivescovo di Algeri, ci spiega come la spiritualità religiosa ha dato forma alla sua visione delle cose.

                                                  

 

La spiritualità della vita religiosa insegna ad essere fratelli prima di essere preti. Per quanto mi riguarda, questa spiritualità mi ha strutturato in profondità, anche se comprendo che la spiritualità dei seminari diocesani insiste maggiormente sulla nozione di “paternità”. In parte ciò è forse dovuto al fatto che il presbiterato è direttamente assimilato all’incarico parrocchiale: il parroco si vede affidare un popolo di cui può considerarsi il padre.

Concepimento reciproco. Nella paternità spirituale, ritengo ci possa essere il rischio di devianza verso una relazione simbolica falsata perché troppo lontana dal reale della relazione di paternità. Porsi come padre può favorire l’illusione che noi, preti, non abbiamo bisogno di nessuno, che siamo noi la sorgente del concepimento derivante dalla relazione di paternità spirituale.

Al contrario, la nozione di fraternità spirituale fa spazio alla possibilità di prendere in considerazione una salutare e reale reciprocità, un concepimento reciproco che fa vivere anche noi! Occorre non perdere di vista il ritmo naturale della paternità (o maternità) biologica. Infatti, la relazione di paternità evolve nel corso della vita: nei primi mesi, i genitori sono destabilizzati di fronte all’intrusione del loro neonato, che sconvolge tutti i punti di riferimento; viene poi il periodo dell’educazione in cui i genitori diventano un modello con cui il bambino si confronta e rispetto a cui si costruisce; poi viene un momento in cui si crea un’alterità, perché i figli sono diventati adulti; infine arriva il tempo in cui sono i figli a prendersi cura dei genitori.

Questo processo umano può facilmente essere occultato nella paternità spirituale, spesso bloccata nel periodo della relazione di educazione genitore-figlio. Solo il patriarca conserva la sua piena autorità fin sul letto di morte, non il padre. Il rischio è che la paternità spirituale, bella in sé, si trasformi in paternità patriarcale molto più “rinchiudente”. Allora la relazione è minacciata da una infantilizzazione a vita.

Una forma di alterità. Il modello di fraternità spirituale mi sembra più “vero”, nella misura in cui corrisponde maggiormente alla realtà esistenziale della fraternità umana. In un rapporto tra fratelli, si tiene conto di diverse posizioni. Il fratello maggiore e il fratello minore hanno un ruolo l’uno per l’altro, che può evolvere nel corso del tempo e delle circostanze. Nella fraternità si vive anche una forma di alterità che nella paternità si trova meno, perché noi siamo sorelle e fratelli da uno stesso Padre.

L’autorità di un fratello non è normalmente dello stesso ordine di quella di un padre. Non si è debitori nei confronti del proprio fratello o della propria sorella, se non nel riconoscere ciò che questi ha potuto essere per noi, semplicemente perché era lui, perché era lei. Non è a loro che si deve la vita, ed è una grande differenza.

Come vescovo, vorrei essere un fratello, sia nei confronti di preti o di suore più anziani di me, come anche di studenti. Con i primi mi è difficile considerarmi padre, mentre mi verrebbe facile con gli studenti. Tuttavia, anche nei confronti dei primi, mi sono accorto che, quando riesco a presentarmi come loro fratello nel concreto della vita, questo suscita relazioni umanamente e spiritualmente altrettanto forti, e forse anche più forti, che non quando loro mi identificano con un padre, spesso in maniera un po’ meccanica, per il solo fatto del mio ruolo istituzionale.

Chiamato ad essere fratello. Ciò detto, naturalmente riconosco la realtà e la forza della paternità spirituale. Semplicemente, essa non si decreta e quindi non si istituzionalizza. È il mio modo di intendere la raccomandazione di Gesù di non chiamare nessuno “padre”. Non si diventa padre di tutti a 25 anni, per il solo fatto di essere ordinati preti. È la ragione per la quale, nella necessaria articolazione tra fraternità e

paternità, la fraternità è al primo posto.

Io mi sento profondamente e innanzitutto chiamato ad essere fratello, talvolta fratello maggiore. Può capitare che tale relazione diventi con una persona o un’altra un’occasione di concepimento, segno di una relazione reale di paternità spirituale. A titolo personale, non ho padre spirituale, ma fratelli e sorelle con i quali cammino in una relazione di alterità e di reciprocità. Tra di loro, qualche fratello o sorella è stato per me una figura di paternità o di maternità spirituale in un determinato momento della mia vita. Potrei dire chi sono.

Certo, questa relazione tra fraternità e paternità spirituale è sottile. In quanto vescovo, ho l’impressione di avere con i preti della mia diocesi una relazione fraterna, ma con un “qualcosa” di diverso rispetto a quando ero prete tra loro, o anche vicario generale. Un anno fa mi sono occupato di un prete anziano e amato, deceduto di Covid-19. Con altri membri della diocesi l’ho accompagnato fino all’ultimo respiro. Quando andavo a trovarlo all’ospedale, mi prendevo cura del suo corpo e gli davo da mangiare, avevo la sensazione di fare ciò che avevo sempre temuto di dover fare un giorno con mio padre, cosa di cui pensava di non essere capace. Il mio modo di essere fratello per quel prete, era di comportarmi con lui come un figlio si comporta con suo padre, non come un padre con suo figlio, con tutta l’autorità che può avere un figlio nei confronti di suo padre alla fine della vita di quest’ultimo.

Principio di unità. Ma il fatto che io fossi il suo vescovo, anche se ero suo fratello, faceva sì che ci fosse quel “qualcosa” in più di cui eravamo entrambi consapevoli senza aver bisogno di esprimerlo con delle parole. Che cos’era? Non saprei dirlo. La finezza di tale relazione non è resa totalmente dalla paternità spirituale per cui il vescovo è padre dei “suoi” preti o il prete è il padre dei laici che gli sono affidati.

Il mio ruolo di vescovo, come aspiro a viverlo, è essere quel fratello che assume un principio di unità, che sa incoraggiare ciascuno nel modo in cui lo Spirito si esprime attraverso di lui. Il mio modello di Chiesa è quello, sinodale, come è descritto nella prima lettera di Paolo ai Corinzi, in cui ciascuno ha dei doni ed è tenuto ad esprimerli, come il corpo umano è composto da un insieme di organi, tutti necessari, tutti interdipendenti gli uni dagli altri.

Anche se evidentemente il principio della sinodalità necessita che il cammino si faccia “con Pietro” e “sotto Pietro”, perché la Chiesa non è una democrazia nel senso in cui si intende abitualmente. Ma bisogna poter sentire tutte le voci. La sinodalità si situa in questa tensione tra l’orizzontalità della fraternità e la verticalità del principio di unità. Non l’uno senza l’altro.

Jean-Paul Vesco              “www.lavie.fr” 17 febbraio 2022                  (traduzione: www.finesettimana.org)

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220613vesco.pdf

※※※※※※※※※※※

RIFLESSIONI

Se la fede rischia di implodere

È molto significativo il titolo di un libro appena edito in Francia, Vers l’implosion? , nel quale la nota sociologa delle religioni Danièle Hervieu-Léger si domanda se il cattolicesimo sta andando verso l’implosione.

Danièle Hervieu-Léger & Jean-Louis Schlegel, Vers l’implosion? – Entretiens sur le présent et l’avenir du christianisme (Seuil, 2022).

Ma questa domanda inquietante sono ormai in molti a porla nell’agorà ecclesiale. Oggi, più che nei decenni passati, la Chiesa cattolica si mostra divisa, schierata in diverse fazioni, polarizzata tra tradizionalisti e innovatori, malata della patologia scismatica spesso nascosta e a volte conclamata.

Anche se papa Francesco riscuote una diffusa simpatia, soprattutto tra i non cattolici, nella chiesa è “segno di contraddizione”. Fin dall’inizio del suo pontificato l’avevo detto: se davvero il papa tenta di dare inizio a una riforma evangelica dell’istituzione ecclesiale si scateneranno le potenze. In questa luce vanno lette le fratture sempre più evidenti che si stanno manifestando su diversi temi:

¨       innanzitutto la frattura tra Chiese europee e Chiese del Sud del mondo, che su tematiche etiche riguardanti la sessualità, la fedeltà matrimoniale, e altri temi che sono sentiti come diritti civili, si contrappongono fino a delegittimarsi. Ci sono interi episcopati e gruppi di vescovi che delegittimano, sconfessano e dichiarano eretiche le posizioni non solo di cardinali e vescovi ma anche dell’intera conferenza episcopale tedesca.

¨       Ma c’è anche il conflitto con i tradizionalisti, soprattutto in campo liturgico, con la diatriba sulla messa tridentina che aspira a un riconoscimento alla pari con la messa della riforma liturgica del concilio Vaticano II. Qui il conflitto è una vera “guerra”, soprattutto in Paesi come Francia, Germania e Stati Uniti. I tradizionalisti non conoscono la sterilità di vocazioni presbiterali e religiose che conosce oggi la Chiesa: in Francia su una media di poco più di 100 preti ordinati all’anno la metà provengono da movimenti e comunità tradizionaliste. Anche i monasteri tradizionalisti sono fiorenti, con una vita rigorosa e seria. Li conosco personalmente, sono andato e ho mandato alcuni miei fratelli a sostare presso il monastero di Barroux, dove io stesso sono rimasto edificato dalla qualità evangelica della vita che vi si conduce. Ora, come non riconoscere un posto anche per loro nella chiesa, con un atteggiamento inclusivo e non esclusivo, con una volontà di vivere una comunione plurale? La sfida è grande, ma l’attuale reciproca contestazione sfibra la Chiesa e la stanca, in un’ora segnata dalla scristianizzazione della nostra società, nella quale risuona la domanda: siamo gli ultimi cristiani?

Occorrono un discernimento e l’accettazione della tradizione cattolica, e dunque anche del concilio Vaticano II, ma si deve fare spazio a una comunione plurale, non monolitica, nella quale i cristiani possono vantarsi di avere in dono l’unità della fede vissuta nella libertà dei figli di Dio. In una chiesa percorsa da diffidenze, censure e divisioni non si vive bene e non si può annunciare con autorevolezza e credibilità il Vangelo.

Enzo Bianchi                             la Repubblica”              13 giugno 2022

www.repubblica.it/rubriche/2022/06/12/news/altrimenti_se_la_fede_rischia_di_implodere-353606206

 

Un esercizio di implacabile lucidità

Il libro (“Verso l’implosione? - Colloqui sul presente e sul futuro del cristianesimo”) scritto da un sociologo e da una sociologa delle religioni: il primo (Jean-Louis Schlegel) pone domande a cui l’altra (Danièle Hervieu-Léger) risponde con una competenza riconosciuta, di cui dà prova in ogni suo libro da cinquant’anni a questa parte. E affronta di petto la crisi attuale del cattolicesimo.

Il tema è di estrema importanza. La Chiesa cattolica, vecchia di venti secoli, sta forse per affondare? Attualmente in Occidente – ma tutto lascia pensare che il fenomeno si dovrebbe diffondere altrove – essa conosce innegabili difficoltà ad essere presa sul serio, questa volta non più dall’esterno, ma proprio al suo interno, e da una maggioranza dei propri fedeli. Questi ultimi non possono ammettere che una gerarchia auto-sacralizzata imponga loro una dottrina e una morale preconfezionate, presentate come Verità cadute dal cielo, e quindi indiscutibili. Di fronte a loro una minoranza di cattolici difende questa gerarchia: cattolici che sono visceralmente attaccati alla forma tradizionale del cattolicesimo; che si impegnano con voce e militanza affinché la loro sacra religione di sempre non cambi di una virgola. In questa situazione di tensioni molteplici che non cessano di esasperarsi, il cattolicesimo non è forse sull’orlo dell’implosione? Questa è la domanda di fondo del libro.

Il minuzioso lavoro di analisi sonda “fino all’osso” le ragioni dell’attuale vacillamento del cattolicesimo nei suoi bastioni storici. È un lavoro che ha il grande merito di analizzare i fatti senza indulgenza, e con una lucidità tanto più spietata in quanto i leader cattolici tendono piuttosto a rifugiarsi nel diniego. Questi ultimi, in effetti, mascherano la realtà, ad esempio raggruppando parrocchie facendone una sola attorno ad un unico prete ancora disponibile; oppure sperano che lo Spirito Santo risponda alle ferventi preghiere dei fedeli suscitando vocazioni; o si stringono attorno a comunità animate da uno zelo missionario di riconquista; o ancora moltiplicano la loro visibilità con manifestazioni pubbliche tra cattolici per sostenersi facendo numero; ecc.

Danièle-Hervieu Léger manda in frantumi questi paraventi illusori della realtà e ne rivela le cause profonde. All’origine, vi è quello che lei definisce il fenomeno “di esculturazione”. Il cattolicesimo sostiene infatti che la sua dottrina dogmatica e morale, così come la sua organizzazione gerarchica, sono immutabili nella misura in cui sarebbero fondate su una rivelazione divina. La sociologa spiega come le scoperte scientifiche a partire dal Rinascimento fino ai nostri giorni hanno spazzato via le rappresentazioni sulle quali il cattolicesimo fondava da lustri le sue dottrine e la sua organizzazione e l’hanno disconnesso dalla cultura moderna. Questa percezione di esculturazione della Chiesa è presente nei nostri contemporanei con tanta maggiore acutezza in quanto essi hanno acquisito spirito critico e sostengono ormai legittimamente la loro autonomia di pensiero.

Danièle Hervieu-Léger rivolge i proiettori anche sull’altro ostacolo che è il clericalismo. Quest’ultimo si manifesta nel detenere e nell’imporre in tutti gli ambiti del potere una struttura gerarchica sacralizzata costituita dal papa, dai vescovi e dai preti. I fedeli, invece, sono ridotti ad ottemperare. Sul campo, la figura del prete che governa tutto ne è l’illustrazione permanente.

Quali sono allora le prospettive di futuro di fronte a questa situazione di blocco istituzionale?, chiede Danièle Hervieu-Léger al termine del libro. Non vede alcuna soluzione provenire dalla parte degli “osservanti” attuali ( i “praticanti” regolari) né delle comunità nuove assetate di riconquista. Questa via rischia di portare la Chiesa a diventare un raggruppamento settario. Le forze che anche dall’interno del cattolicesimo, come attualmente il sinodo nazionale tedesco, spingono per dei cambiamenti, sarebbero allora portatrici di speranza per un rinnovamento sperato?

La sociologa, di cui si conosce la prudenza nell’esprimersi, crede di poter concludere così: “Devo dirvi il mio estremo scetticismo sullo choc di cambiamento che può nascere da queste operazioni sinodali”. La ragione, per lei, sta nell’impossibilità, per i vertici dell’istituzione, di accogliere una tale rivoluzione, perché per loro, come per coloro che li seguono, l’esistente fa parte integrante dell’essenza stessa del cristianesimo.

Quanto alla folla di iniziative create ai margini della Chiesa da cristiani, anch’essi sotto forma di piccole comunità di studi di vangelo, di preghiera, di celebrazioni, anche eucaristiche senza preti, alcune delle quali si federano ad altre, la sociologa dichiara: “Io guardo con maggiore attenzione la proliferazione delle piccole iniziative che finiranno inevitabilmente per allentare, dal basso, la camicia di forza in cui il sistema clericale rinchiude la vitalità del cristianesimo. Ma questo non avverrà, con ogni probabilità, senza passare attraverso una fase di implosione del sistema, da cui nessuno può prevedere cosa possa emergere alla fine”.

La situazione attuale è quindi gravissima. Ragione di più per accrescere la vigilanza. Il Gesù di Matteo non dice forse: “La lampada del corpo è l'occhio; perciò, se il tuo occhio è sano, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre” (Mt 6,22-23)?

Jacques Musset                               “baptises.fr” 11 giugno 2022                        (traduzione: www.finesettimana.org)

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220613musset.pdf

 

Il cattolicesimo francese a rischio implosione

Uno sguardo sociologico acuto che sa andare oltre la semplice constatazione della frammentazione e della divisione. Specialista delle religioni, la sociologa Danièle Hervieu-Léger ha teorizzato, già vent’anni fa, l’esculturazione del cattolicesimo in Francia come perdita definitiva della sua influenza sulla società. Più recentemente il rapporto della Ciase sulla pedocriminalità nella Chiesa e le sue divisioni attorno a restrizioni del culto legate al Covid 19 le sembrano aver accelerato una forma di “deregulation” istituzionale divenuta irreversibile. In un libro di colloqui con il sociologo delle religioni Jean-Louis Schlegel, Danièle Hervieu-Léger precisa la sua visione di un cattolicesimo divenuto non solo minoritario ma plurale e frammentato. Un cattolicesimo che, a suo avviso, è condannato ad una forma di diaspora da cui potrebbe, tuttavia, trarre una nuova presenza sociale sotto forma di “cattolicesimo ospitale”. A condizione di riformarsi in profondità, non solo in Francia, ma anche ai vertici della gerarchia. Una tesi che, senza dubbio, susciterà dibattiti se non polemiche. E su cui io pongo domande ed esprimo dubbi in questa mia recensione.

L’interesse di questi “colloqui sul presente e sul futuro del cattolicesimo” è dovuto, certo, alla riconosciuta competenza e alla reputazione della sociologa Danièle Hervieu-Léger, ma anche alla buona conoscenza dell’istituzione cattolica da parte del suo interlocutore. Jean-Louis Schlegel è anch’egli sociologo delle religioni, autore, traduttore, editore e direttore della redazione della rivista Esprit. “Il progetto di questo libro, scrive nell’introduzione, è legato alla sensazione, basata su numerosi “segni dei tempi” e su argomenti forti, che per il cattolicesimo europeo e francese stia terminando una lunga fase storica”.

La svolta decisiva degli anni ’70. Non è un’intuizione nuova nel mondo della sociologia religiosa. E la panoramica presentata nel libro è l’occasione per Danièle Hervieu-Léger di tornare su ciò che lei definisce l’esculturazione del cattolicesimo francese. La descriveva fin dal 2003 come “scollamento silenzioso tra cultura cattolica e cultura comune”. Del declino del cattolicesimo in Francia i sintomi sono ben noti: crisi delle vocazioni e invecchiamento del clero fin dal 1950, crollo della pratica domenicale e della catechizzazione a partire dagli anni ‘70, erosione parallela del numero dei battesimi, dei matrimoni e addirittura dei funerali religiosi, diminuzione – di sondaggio in sondaggio – dell’appartenenza al cattolicesimo minoritario e aumento simultaneo dell’indifferentismo.

Restano da analizzare le cause. Per la sociologa bisogna cercarle nella pretesa della Chiesa al “monopolio universale della verità” in un mondo da tempo caratterizzato dal pluralismo, dal desiderio di autonomia delle persone e dalla rivendicazione democratica. La svolta decisiva si situerebbe negli anni 70 del secolo scorso. La Chiesa, che fino a quel momento era riuscita a compensare la sua perdita di influenza nel campo politico con la “gestione” nell’ambito dell’intimità familiare, non fa che passare da un fallimento all’altro sui temi del divorzio, della contraccezione, della libertà sessuale, dell’aborto, del matrimonio per tutti…

“Ciò che bisogna tentare di comprendere, scrive la sociologa, non è solo come il cattolicesimo francese abbia perso la sua posizione dominante nella società francese e a quale prezzo per la sua influenza politica e culturale, ma anche come la società stessa – compresa una gran parte dei suoi fedeli – se ne sia massicciamente allontanata”. Infatti è proprio lo “scisma silenzioso” dei fedeli, andati via in punta di piedi, che in gran parte ha portato alla situazione attuale.

La Chiesa spaventata dalla propria audacia conciliare. Per rispondere meglio alla domanda, gli autori ci propongono una rapida panoramica della storia recente del cattolicesimo. Sottolineano le rotture introdotte dal Concilio Vaticano II riguardo al Syllabus del 1864 e del dogma dell’infallibilità pontificia descritto qui come “coronamento di una forma di arroganza” clericale. Solo che l’attuazione del Concilio si sarebbe scontrata con gli eventi del 1968 e con i profondi sconvolgimenti che ne sarebbero seguiti. Lo scrittore Jean Sulivan scriveva, fin dal 1968, a proposito degli attori di un Concilio che si era appena concluso: “nel tempo che hanno impiegato a fare dieci passi, gli uomini vivendo si sono allontanati di cento”. Il divario tra la Chiesa e il mondo, che il Concilio aveva voluto e pensato di colmare, si era nuovamente allargato. E questo ebbe come effetto immediato e prolungato di spaventare l’istituzione cattolica della propria audacia conciliare, che pure era da alcuni considerata insufficiente.

Così, se la costituzione pastorale Gaudium et spes sulla “Chiesa nel mondo contemporaneo” (1965) rappresenta simbolicamente un progresso in termini di inculturazione nel mondo di oggi, tre anni dopo, l’enciclica Humanæ Vitæ che proibisce alle coppie cattoliche l’uso della contraccezione artificiale rappresenta già una svolta a 180 gradi che avrà l’effetto di accelerare l’esculturazione del cattolicesimo e di provocare una emorragia nella fila dei fedeli. Cosa che sarebbe stata confermata dai pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI attraverso una lettura minimalista dei testi conciliari e poi di un tentativo di restaurazione attorno alla riconquista dei territori parrocchiali e della centralità dell’immagine del prete, punte di diamante della “nuova evangelizzazione”. Invano!

Comunità nuove: pochi convertiti fuori dalla Chiesa. Di quei decenni post-conciliari che precedono l’elezione di papa Francesco in un contesto di crisi aggravata, gli autori prendono in considerazione anche la fioritura delle comunità nuove di tipo carismatico, percepite all’epoca come una “nuova primavera per la Chiesa”, ma che in realtà non manterranno le loro promesse. Con, secondo quanto scrivono gli autori, questo verdetto severo – che susciterà sicuramente dibattito – sulla portata del loro carattere missionario: “I nuovi movimenti carismatici hanno fatto in realtà pochi convertiti al di fuori della Chiesa, ma hanno influito sui cattolici stanchi della routine parrocchiale”. Il che ha avuto come effetto, in un contesto di continuo restringimento del tessuto ecclesiale, di rafforzare il loro peso relativo e la loro visibilità. Quando il sociologo Yann Raison du Cleuziou – citato nel libro – fa la constatazione che la Chiesa si ricompone attorno a “quelli che restano”, non esclude comunque il rischio di una “gentrificazione” (sostituzione di una categoria sociale agiata ad un’altra più popolare) attorno ad “osservanti” talvolta tentati da un cristianesimo identitario e patrimoniale come si è visto nella recente elezione presidenziale.

I due “terremoti” degli anni 2020-2021. A questa “constatazione” sociologica i cui contorni erano già ben delineati, il libro intende apportare una attualizzazione che ha l’effetto di indurire ulteriormente la diagnosi. Riguarda due eventi importanti capitati in Francia nel periodo 2020-2021, anche se le loro radici affondano in un passato più lontano.

  1. Si tratta in primo luogo del rapporto della Ciase sulla pedocriminalità nella  Chiesa che, secondo gli autori, rappresenta un “disastro istituzionale” accompagnato da profonde spaccature.
  2. Il secondo “terremoto” è stato il trauma causato ad alcuni dal divieto e poi dalla regolamentazione del culto nel periodo culminante dell’epidemia di Covid 19, ed ha approfondito le divisioni. Mentre alcuni hanno lanciato petizioni – contro il parere dei loro vescovi – perché fosse loro “restituita la messa”, altri si sono posti interrogativi “sul senso della celebrazione eucaristica nella vita della comunità”, al punto talvolta da non riprendere la pratica domenicale una volta tolti i divieti del lock-down (è stata suggerita la cifra del 20%).

Da questi episodi, che son ben lungi dall’essere superati, Danièle Hervieu-Léger trae la conclusione di un cattolicesimo francese che si è fortemente – e forse definitivamente – “spaccato”. Questo aggettivo indica sia “una scissione” che mette faccia a faccia dei raggruppamenti irriconciliabili, sia “il crollo di un sistema, un indebolimento di ciò che teneva insieme i suoi elementi, che si disperdono allora in tanti pezzi”. Quindi prosegue: “Il problema è sapere se questa situazione di frammentazione possa portare alla nascita di una riforma degna di questo nome. La direzione che può prendere non è per ora identificabile, come non lo sono le forze suscettibili di portarla avanti, supponendo che esistano. Siamo di fronte ad una situazione assolutamente inedita per la Chiesa cattolica dalla Riforma del XVI secolo, siamo di fronte a una scossa al suo interno, e non proveniente da un esterno ostile. La Chiesa sta affrontando, nel vero senso della parola, il rischio della propria implosione. In realtà, questo processo potrebbe essere già iniziato”.

“È la cultura che escultura il cattolicesimo o il cattolicesimo è esculturato per sua colpa?” Il mio intento non è quello di andare oltre nell’analisi dello sviluppo del libro. Il lettore vi troverà materia di riflessione abbondante che potrà, secondo il suo temperamento, fare propria, rifiutare o discutere. Al di là della mia adesione all’economia di insieme del testo che corrisponde spesso alle mie personali intuizioni di osservatore impegnato della vita ecclesiale, vorrei comunque formulare gli interrogativi suscitati in me dalla lettura di determinati passi del libro.

All’inizio dell’opera, Danièle Hervieu-Léger chiede molto opportunamente: “È la cultura che escultura il cattolicesimo o il cattolicesimo è esculturato per sua colpa?”. Ovviamente la tesi del libro propende per la seconda spiegazione. E questa scelta esclusiva la ritengo problematica. Non voglio sottovalutare la pretesa storica della Chiesa a detenere l’unica verità, anche se il Concilio Vaticano II ci propone un approccio completamente diverso e se si può comunque dubitare della sua capacità ad imporlo, se tale fosse stato il suo progetto, ad una società secolarizzata. Ma è davvero solo questo il registro del suo dialogo – o del suo non-dialogo – con la società e la sola spiegazione della sua esculturazione?

Mettere la società di fronte alle sue contraddizioni. Non si possono anche analizzare gli interventi di papa Francesco e di altri attori nella Chiesa – tra cui anche semplici fedeli – come leali interrogativi posti alla società su possibili contraddizioni tra gli atti che essa pone e i “valori” a cui fa riferimento? La richiesta individuale di emancipazione e di autonomia, che governi e parlamenti sembrano ormai sostenere senza riserve in nome della

modernità, è totalmente compatibile con le esigenze di coesione sociale e di interesse generale alle quali non rinunciano? E comunque, la modernità occidentale, nella sua pretesa ad un universalismo che contesta alla Chiesa, è sicura di avere l’ultima parola sulla verità umana e sul Senso della Storia? Non si può forse leggere lo sviluppo dei populismi in tutto il pianeta – e il fenomeno delle democrazie illiberali – come altrettanti rifiuti laici di inculturazione? Il liberalismo sociale occidentale non sarebbe in parte “l’utile idiota” del neoliberalismo di cui – divina sorpresa – è diventato il motore, come denuncia papa Francesco? E allora, portare nel dibattito pubblico la preoccupazione per il gruppo e per la fraternità contro il rischio di frantumazione individualistica avrebbe qualcosa a che vedere con una qualsia pretesa della Chiesa ad imporre alla società una verità rivelata di natura religiosa?

Permettetemi di citare qui Pier Paolo Pasolini, in “Scritti corsari”: “Se molte e gravi sono state le colpe della Chiesa nella sua lunga storia di potere, la più grave di tutte sarebbe quella di accettare passivamente la propria liquidazione da parte di un potere che se la ride del Vangelo. In una prospettiva radicale (…) ciò che la Chiesa dovrebbe fare (…) è quindi molto chiaro: dovrebbe passare all’opposizione (…). Riprendendo una lotta che, del resto, è nella sua tradizione (la lotta del papato contro l’Impero), ma non per la conquista del potere, la Chiesa potrebbe essere la guida, grandiosa ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano (è un marxista che parla, e proprio in qualità di marxista) il nuovo potere consumistico, che è completamente irreligioso, totalitario, violento, falsamente tollerante, e anzi più repressivo che mai, corruttore, degradante (mai più di oggi ha avuto senso l’affermazione di Marx secondo la quale il Capitale trasforma la dignità umana in merce di scambio). È questo rifiuto che potrebbe dunque simboleggiare la Chiesa”.

La Chiesa come “coscienza inquieta delle nostre società”.  In un commento alla lunga intervista di papa Francesco alle riviste gesuite nell’estate del 2013, il teologo protestante Daniel Marguerat formulava quella che sembra essere diventata la linea di cresta di molti cattolici dell’ombra: “La Chiesa guadagna in fedeltà evangelica a non porsi come colei che dà lezioni ma nell’essere la coscienza inquieta delle nostre società” . Ma le dette società accettano forse di essere inquietate dalla Chiesa nei confronti della quale nutrono abbastanza spontaneamente un sospetto di ingerenza? Quanti laici cattolici normali impegnati in un dialogo esigente con la società si sono visti opporre, un giorno, ad una argomentazione “ragionata”, la dichiarazione che essa era irricevibile poiché era la posizione della Chiesa? Allora, per concludere sulla domanda posta dagli autori: chi escultura chi? E non è forse un po’ affrettata, a proposito di questa esculturazione, una conclusione che dice: “Questo lascia intera la possibilità di una vitalità cattolica propriamente religiosa nella società francese?”. Come per prendere atto della sua esclusione definitiva dall’ambito del dibattito politico e sociale. O – altra lettura possibile – per sottolineare la pertinenza di una parola credente che dica Dio come testimonianza o come interrogativo piuttosto che come risposta opponibile a tutti. Forse siamo qui nel cuore del discorso del libro quando crede possibile, malgrado tutto, per i cattolici, di “reinventare il loro rapporto con il mondo e lo spazio che vi occupa la tradizione cristiana”.

Delle riforme che sicuramente non arriveranno. Al termine della loro analisi gli autori confermano la loro ipotesi di partenza: il cattolicesimo francese è oggi frammentato, diviso, combattuto tra due modelli di Chiesa che sarebbe illusorio voler unificare o semplicemente riconciliare: l’uno fondato su una resistenza intransigente alla modernità, l’altro sull’emergere di una “Chiesa diversa” in dialogo con il mondo. Secondo loro, l’istituzione cattolica, nella sua forma attuale, non sopravviverà a lungo al crollo dei tre pilastri che sono stati per il cattolicesimo: il monopolio della verità, la copertura territoriale tramite le parrocchie e la centralità del prete, personaggio “sacro”. E, poiché le stesse cause produrranno gli stessi effetti, questo varrebbe anche, a termine, ci dicono ancora gli autori, per l’insieme delle “giovani Chiese” del Sud del mondo che non sfuggiranno, presto o tardi, ad una forma di secolarizzazione a costo di vedere esplodere forme di religiosità “irragionevoli” che essa non pensava neppure possibili.

Uscire davvero da questa impasse, proseguono gli autori, esigerebbe l’introduzione di riforme che sicuramente non arriveranno, perché rappresenterebbero una rimessa in discussione radicale del sistema. “Finché il potere sacramentale e quello di decidere in materia teologica, liturgica e giuridica resteranno strettamente nelle mani del clero ordinato, maschio e celibe, nulla potrà davvero cambiare”. Ciò significa che non credono affatto alle virtù del Sinodo in preparazione per il 2023 i cui i progressi possibili sarebbero, a loro avviso, subito contestati dalla Curia e da una parte dell’istituzione rimasta bloccata sulla linea dei papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Da una Chiesa in diaspora ad un cattolicesimo ospitale. La Chiesa che vedono delinearsi nei prossimi decenni è quindi piuttosto una Chiesa in diaspora che, sottolineano, non manca, già fin d’ora, di ricchezze e dinamismi nascosti. Includono quei “segni di speranza” spesso invocati dall’istituzione cattolica, che però lo fa per meglio convincersi che nulla è perduto e che non è necessario buttare tutto all’aria per veder rifiorire la primavera. In quei segni, sottolineano gli autori, c’è un fenomeno reale di diversificazione e di innovazione, poco percepito dai media, che “impedisce di scrivere le partecipazioni del decesso del cristianesimo o della fine di qualsiasi socialità cattolica. (…) La Chiesa cattolica sussisterà, sicuramente, ma come, in quale luogo e in quale stato?”.

Paradossalmente, si potrebbe dire, il libro termina con l’idea che la Chiesa, esculturata dalla modernità per sua stessa volontà, non è tuttavia portata a dissolversi nel mondo come esso è. E neppure a porsi come controcultura, ma piuttosto come “alter culture”, sotto forma di un “cattolicesimo ospitale”, in cui prevarrebbe l’accoglienza incondizionata dell’altro, il che, confessano gli autori, non è davvero nel DNA della cultura contemporanea. Danièle Hervieu-Léger scrive a questo proposito: “Per esso (il cattolicesimo ospitale) la Chiesa è intrinsecamente ancora da venire, ancora non compiuta. L’ospitalità, come l’ho progressivamente compresa nel corso della mia inchiesta monastica non è prima di tutto un atteggiamento politico e culturale di composizione con il mondo, e neppure soltanto una disposizione all’accoglienza di ciò che è “altro”: è un progetto ecclesiologico il cui orizzonte di attesa è, in ultima analisi, di ordine escatologico”.

Siamo forse tanto lontani da un certo numero di riflessioni contemporanee provenienti dalle fila stesse del cattolicesimo? Pensiamo anche solo al libro Le christianisme n’existe pas encore (Il cristianesimo non esiste ancora) di Dominique Collin o alla professione di fede dei giovani autori di La communion qui vient (La comunione che viene). O anche alle cronache di brace pubblicate durante il periodo del lock-down dal monaco benedettino François Cassingena Trévedy o alle interviste del professore di sociologia ceco Mons. Tomas Halik.

Difficile andare oltre senza stancare il lettore. Ognuno lo avrà compreso, Vers l’implosion è un libro importante – e accessibile – che bisogna prendersi il tempo di scoprire. Si accusano facilmente i sociologi delle religioni di “disperare i fedeli” e gli stessi attori pastorali presentando con colori cupi un futuro che per definizione non è scritto da nessuna parte. Ragione ulteriore per leggere il libro senza complessi e rimettersi in cammino.

Il ruolo dei “mediatori laici”. In questo libro Danièle Hervieu-Léger torna a parlare dei periodi di lock-down caratterizzati, per le religioni, da una sospensione o da una regolamentazione dei culti. Analizzando le turbolenze suscitate all’interno della Chiesa cattolica, parla del posto assunto da “mediatori laici” in quei dibattiti: «È interessante notare il ruolo in queste discussioni da parte di giornalisti cattolici che hanno esposto la loro visione delle cose sui media, sui social e sui loro blog, e hanno suscitato molti commenti. Penso ad esempio a René Poujol, a Michel Cool-Taddeï, a Bertrand Révillion, Daniel Duigou o Patrice de Plunkett… e anche a blogger importanti come Koz (Erwan Le Morhedec), o perfino a internauti molto impegnati e “ragionanti” su questi argomenti. Il loro ruolo di mediatori laici tra riflessioni di teologi professionisti, prese di posizione clericali o episcopali e di fedeli cattolici pronti ad infiammarsi è stato molto interessante dal punto di vista dell’emergere di un dibattito pubblico nella Chiesa. Queste personalità non sono elencate come figure di spicco dell’avanguardismo progressista: sono cattolici conciliari mainstream, impegnati pubblicamente come tali. Hanno contribuito in maniera importante, anche con differenze tra loro, a portare nella discussione, con argomentazioni articolate a sostegno, domande chiare ed efficaci sul significato di quella retorica della “urgenza eucaristica”, sul ritorno in auge (ben prima della pandemia) del tema della “presenza reale” nella predicazione, e sul rafforzamento dell’identità sacrale del prete che a tali questioni è legata in maniera trasparente” (p. 49).

È la prima volta che vedo il nostro modesto contributo di animatori di dibattiti nella Chiesa preso in considerazione e citato pubblicamente, in quanto giornalisti onorari divenuti liberi da ogni legame in una redazione, (o blogger). Questo contrasta in modo positivo con l’abissale silenzio che circonda molto spesso questa forma di impegno ecclesiale che, di fatto, sfugge ad ogni controllo gerarchico suscitando, a volte, diffidenza o irritazione. Ancora una volta, ecco una forma di riconoscimento che ci giunge “dall’esterno”. A Danièle Hervieu-Léger calorosi ringraziamenti.

René Poujol       “www.renepoujol.fr”   12 maggio 2022 (traduzione: www.finesettimana.org)

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220614poujol.pdf

※※※※※※※※※※※

SINODALITÀ

Come ripulire le nostre liturgie dalle vestigia del passato?

Il cambiamento culturale epocale in atto, provoca la comunità cristiana. Sono ormai decenni che si percepisce questo cambiamento che sta intaccando tutti gli aspetti del mondo Occidentale. Non a caso si parla di cultura non solo post-moderna, ma anche post-secolare, post-cristiana, come per segnalare che il cambiamento in atto coinvolge anche la comunità cristiana.

                Non solo evangelizzazione. Dinanzi ai cambiamenti, spesso ci troviamo impreparati anche perché, come ci ricordava il pensatore francese Charles Péguy, l’anima tende alla tranquillità, a sdraiarsi sui pensieri bell’e fatti. Non si tratta di pensare solo a nuovi cammini dell’evangelizzazione o di rievangelizzazione, ma anche e, forse, soprattutto, di pensare a modalità nuove della celebrazione liturgica. Non possiamo pensare di riproporre lo stile liturgico consueto oppure, come accade purtroppo in momenti di cambiamento, a rovistare nei bauli dei ricordi per rimettere in auge liturgie desuete, veri e propri pezzi da museo, che non dicono nulla nel nuovo contesto culturale, se non un po’ di sentimentalismo religioso per i nostalgici di turno.

                Si tratta di ripensare la liturgia, il suo modo di comunicare con il popolo di Dio i misteri che sono al centro della fede, in modo da fornire un linguaggio intellegibile alle persone che si accostano ai sacramenti della Chiesa e ai sui misteri. In modo particolare, diventa necessario pensare alle eucarestie domenicali, per farle divenire momenti significativi per le persone che vi partecipano, spazi accoglienti e ponti verso il Mistero.

Uno svuotamento di senso. La convinzione è che non si tratta d’inventare nulla di particolare, ma di riprendere in mano l’esistente, le fonti della nostra fede, che sono la Parola di Dio e la Tradizione della Chiesa, come ci ha insegnato il Concilio Vaticano II (Dei Verbum, 12).

                Il tema della liturgia è importante perché riflette il modo d’intendere Dio. Dal modo in cui una comunità celebra l’eucarestia, si capisce in che Dio crede. L’insistenza sul precetto ha provocato lo svuotamento della dimensione relazionale e comunitaria, che è alla base del significato della liturgia eucaristica, intesa come azione del popolo. La predicazione che per secoli ha insistito sull’obbligo del precetto domenicale se, da una parte, ha provocato la diffusione del costume della messa domenicale come abitudine necessaria per la salvezza, dall’altra l’ha consegnata definitivamente nelle mani della classe sacerdotale togliendola, in questo modo, al popolo di Dio. C’è stato, dunque, un processo di snaturamento rispetto al significato originale che Gesù ha voluto dare all’eucarestia, come segno della sua presenza in mezzo ai fratelli e alle sorelle e come momento di consegna alla comunità del suo messaggio centrale.

                L’indifferenza ai precetti. Il nuovo contesto culturale nel quale siamo immersi, se da un lato appare insensibile agli aspetti religiosi a causa della sua marcata portata materialista, dall’altra permette di recuperare alcuni aspetti andati perduti nel tempo. Lo svuotamento della lettura metafisica e ontologica della realtà, venuto a compimento nell’epoca post-moderna, ha aperto la strada alla pluralità delle narrazioni possibili degli eventi. Si passa, in questo modo, da un approccio costrittivo della religione, con precetti, obblighi e doveri, che circoscrivono il modo di appartenenza al sacro, ad un tipo di approccio libero, basato più sulla comprensione soggettiva, che dalla coercizione, più sull’ermeneutica che sulla metafisica.

                Oggi le giovani generazioni sono totalmente indifferenti agli obblighi e alle minacce nei confronti dei precetti religiosi. Passare da uno stile coercitivo verso una proposta che stimoli l’interesse libero delle persone alla proposta religiosa, esige un cambiamento di paradigma radicale, che richiede la disponibilità a non identificare la bontà della proposta con la quantità numerica di chi partecipa. Il controllo coercitivo del popolo da parte della casta sacerdotale, sorretto dal clima politico e sociale che permetteva tale stile, provocava immediatamente la presenza massiccia dei fedeli ai momenti religiosi.

                Una classe sacerdotale per gestire il sacro. Ad un certo punto del cammino, la chiesa più che essere attenta a proporre lo stile del fondatore, si è lasciata prendere la mano dalla possibilità reale di controllare le masse che, al contempo, significava la possibilità di contare nel dibattitto politico e sociale. Chi controlla le masse controlla il potere. Certi accorgimenti dottrinali, come la confessione obbligatoria prima dell’eucarestia, hanno esacerbato il controllo della classe sacerdotale sui fedeli, più che proporre un cammino di libertà come proponeva il Maestro. Lo stesso si può dire sull’imposizione del celibato sacerdotale per i candidati al sacerdozio, che ha stigmatizzato un processo di diversificazione del clero nei confronti del popolo e, in modo particolare, delle donne.

                La giurisprudenza canonica, la teologia e la spiritualità che si sviluppa a partire dal X secolo d.C., sono tutte alleate per sostenere lo stesso discorso della necessità di una classe sacerdotale per gestire il sacro. La liturgia è lo spazio più idoneo in cui si manifesta questo fenomeno più politico che religioso. L’architettura degli spazi religiosi è il documento storico più visibile di questo processo di decostruzione politica del messaggio evangelico, a favore di un’istituzione che, ad un certo punto, decide di andare per la propria strada dimenticando l’origine del percorso.

                La separazione spaziale. Negli edifici adibiti alle manifestazioni liturgiche lo spazio in cui la classe sacerdotale gestisce il sacro subisce una doppia operazione architettonica. C’è, infatti, un processo di separazione dello spazio addetto al sacerdote, che compie le sue funzioni dal resto del popolo. Questa separazione è evidenziata da strutture specifiche – le balaustre – che segnalano sin dove il popolo può giungere. In secondo luogo, si assiste ad un progressivo innalzamento della zona chiamata presbiterio, con l’obiettivo di rendere visibile lo spazio sacro. Gli storici della liturgia ci avvertono che queste modifiche avvengono nel periodo in cui, a causa delle invasioni barbariche che devastano l’Impero Romano, si perdono i dati biblici e patristici e la liturgia subisce la nuova impostazione di tipo materialista del mondo religioso. Non si cerca più la dimensione così detta ontologica degli eventi che hanno accompagnato la vita di Gesù, per riproporli nella liturgia, ma si cerca di riprodurre il più fedelmente possibile, ciò che materialmente è avvenuto. L’innalzamento del presbiterio, dovrebbe, in questa prospettiva, significare il monte degli ulivi in cui Gesù ha vissuto la passione.

                Il peso della sedimentazione culturale. Contemporaneamente a questo fenomeno, ce n’è un altro che lo accompagna. Si tratta della progressiva identificazione della chiesa con l’impero romano, divenuto Sacro Romano Impero. Un segno chiarissimo nel campo liturgico di questa identificazione, sono le vesti liturgiche, che più che essere il segno della presenza della povertà del maestro, sono il simbolo della potenza politica dell’impero romano. Del resto, nei secoli di dominio temporale della chiesa, non mancheranno liturgie in cui viene manifestato il potere della chiesa su principi, re e imperatori. Queste deformazioni del messaggio originale confluite nella liturgia, permettono di comprendere non solo la necessità di una riforma liturgica avvenuta nel Concilio Vaticano II ma, soprattutto, la difficoltà di attuarla a causa dei nostalgici di turno, che non riescono a liberarsi la mente dalle forme del passato. Del resto, come diceva Thomas Khun, le strutture culturali si sedimentano a tal punto che anche una rivoluzione culturale non è capace di provocare cambiamenti immediati. Sessant’anni di storia non sono quasi nulla rispetto ai quindici secoli dell’impostazione precedente.

                Difficile scalfire la paura del cambiamento. I poveri, gli esclusi dalla società, gli emarginati, le persone che in qualche modo vengono discriminate, dovrebbero trovare accoglienza nella comunità cristiana. Lo spazio liturgico, le celebrazioni dei sacramenti e, in modo particolare, la celebrazione eucaristica domenicale, espressione della vita della comunità dovrebbe essere realizzata in modo tale da rendere evidente lo stile accogliente e aperto a tutte e a tutti. L’accoglienza dovrebbe essere un aspetto normale nella vita dei cristiani, dei seguaci di Gesù e, invece, tante volte non è così. Da una parte c’è una stratificazione d’ignoranza mista a pregiudizi difficile da scalfire, riscontrabile non solamente in alcune persone che frequentano la comunità, ma nella società in generale. Dall’altra, ed è l’aspetto più complesso, c’è la pesantezza di un’impostazione liturgica legata alla forma, al rito, che si traducono spesso in formalismo e ritualismo.

                Non è facile preparare liturgie vive e accoglienti in contesti comunitari dominati dalla paura del cambiamento e dall’identificazione della verità con l’immobilità. È nella liturgia che si nota più che in altri ambiti religiosi, la tendenza a riempire il presente con le vestigia del passato, quando non c’è la disponibilità di pensare ad elaborare qualcosa di nuovo, attento ai cambiamenti in atto e, soprattutto alle persone che vivono la novità della quotidianità. È imbarazzante constatare che tra i presbiteri, che sono coloro ai quali è affidata la guida della comunità e della liturgia, le nuove generazioni spesso le troviamo più rigide e ancorate al passato della vecchia guardia che, in qualche modo, ha cerato di attualizzarsi. La rigidità di vedute e posizioni è difficile da guarire.

                A volte solo il tempo riesce a scalfire il granito di visioni monolitiche e unidirezionali, spesso e volentieri superficiali e poco approfondite.

Paolo Cugini*                   Viandanti                           17 giugno 2022

*parroco di quattro parrocchie nella campagna bolognese

www.viandanti.org/website/come-ripulire-le-nostre-liturgie-dalle-vestigia-passato

※※※※※※※※※※※

SINODO IN FRANCIA

Funzionamento della Chiesa cattolica: i fedeli scuotono il clero

Chiesa cattolica si è impegnata in una vasta introspezione della durata di due anni e la sua prima tappa ha evidenziato la volontà dei fedeli francesi di scuotere il loro clero. Posto delle donne nella Chiesa, relazione tra preti e laici, crisi del modello parrocchiale: le loro attese, le loro critiche, le loro proposte, espresse a partire dall’autunno, sono state riprese in una sintesi di cui i vescovi, riuniti a Lione martedì 14 e mercoledì 15 giugno, hanno preso conoscenza e che sarà ora inviata a Roma.

Su richiesta di papa Francesco, i cattolici del mondo intero sono stati chiamati a dare il loro parere sul funzionamento della Chiesa. La prima fase di questo processo, a livello nazionale, è iniziata nell’ottobre 2021. A piccoli gruppi, nelle parrocchie o nei movimenti, dei fedeli si sono riuniti per discuterne. Poi ogni diocesi (un centinaio in Francia) ha redatto un riassunto dei loro contributi, lo ha trasmesso alla Conferenza episcopale francese (CEF), che, a sua volta, ne ha fatto una sintesi di una dozzina di pagine. In totale, secondo la CEF, circa 150 000 cattolici hanno preso parte a questo esercizio.

Tra loro, tuttavia, mancava ampiamente “la generazione dei 20-45 anni”. Questo testo segna la fine della fase nazionale di preparazione di un evento considerato importante dal papa argentino: il sinodo (riunione di vescovi) sulla sinodalità, in altre parole sul governo della Chiesa cattolica, la cui tappa mondiale è prevista nell’ottobre 2023, a Roma. Dopo di che, spetterà a Jorge Mario Bergoglio, 85 anni, redigere le proprie conclusioni in una esortazione apostolica, attesa come un coronamento delle riforme che ha tentato di inserire nella Chiesa cattolica a partire dalla sua elezione nel marzo 2013.

La sintesi francese redatta sotto la direzione del vescovo di Troyes, Alexandre Jolly, ha deciso di non edulcorare ciò che è salito dalla base, come ha confermato il prelato mercoledì in una conferenza stampa. E i cattolici hanno espresso critiche decise, in alcuni contributi diocesani si parlava addirittura di “collera”.

Il primo punto sollevato abbastanza sistematicamente riguarda il tipo di governance. Troppo “clericalismo”, non sufficiente “orizzontalità”: i contributi diocesani se la prendono con l’“aspetto piramidale della governance” nella Chiesa, con la mancanza di collegialità. Con un tono talvolta molto vivace, i cattolici chiedono che ci siano più consigli eletti, più collettivo, “relazioni meno gerarchiche tra clero e laici” e un “riequilibrio delle responsabilità” tra di loro.

La figura del prete, al cuore del dispositivo ecclesiale, viene messa in discussione. La sintesi parla di attese “plurali e contraddittorie” verso i preti, ma le critiche dominano. I parroci sono giudicati troppo lontani, accaparrati dalla gestione di parrocchie sempre più estese, inclini “all’autoritarismo”, con “difficoltà nelle relazioni con le donne” e con “un atteggiamento di chi guarda dall’alto in basso”. Si esprimono interrogativi sull’isolamento e sulla formazione dei preti. Spesso viene proposto di rendere opzionale il celibato. Alcuni chiedono che i laici possano partecipare alla scelta dei vescovi e dei preti. Simmetricamente, la sintesi nazionale rileva “la difficoltà per molti preti a riconoscere l’interesse di questo sinodo”.

Lo spazio concesso alle donne è considerato da tutti inaccettabile. “La loro voce appare ignorata”, rileva la sintesi, che parla della “palese sproporzione tra il numero di donne impegnate nella Chiesa e quello di donne in posti decisionali”. Riconosce una “urgenza” al cambiamento, “in un’epoca in cui l’uguaglianza tra uomini e donne è diventata una ovvietà riconosciuta”. Ci sono “molte richieste” perché le donne possano essere ordinate diacone, perché possano predicare, e una richiesta “ricorrente” perché possano anch’esse essere ordinate preti. Si chiede che sia loro aperta la predicazione.

Molti cattolici vorrebbero poter partecipare più attivamente e aver accesso, oltre alla messa, ad altri tipi di celebrazioni, in particolare centrati sulle Scritture. Inoltre sono espresse critiche sulla qualità delle omelie, considerate a volte non in sintonia con le preoccupazioni dei fedeli. Si chiede uno sforzo di formazione, per i preti e per i laici, per permettere anche a loro di prender parte alla predicazione, anche nelle messe. E questa è “una richiesta ricorrente”.

Infine, molti partecipanti chiedono all’istituzione ecclesiale di uscire dal “circolo chiuso”. Chiedono una Chiesa più aperta e calorosa, mentre il modello parrocchiale tradizionale soccombe per la mancanza di preti. Chiedono con forza i gruppi di prossimità e di fare spazio adeguato a tutti coloro che ancora oggi non si sentono accolti, come i divorziati risposati o le persone omosessuali.

Deplorano che la Chiesa fatichi a dialogare con il resto della società, che il suo linguaggio “sia ampiamente difficile da comprendere tanto sembra disconnesso dall’esperienza quotidiana.”

Cécile Chambraud  “Le Monde” 17 giugno 2022 (traduzione: www.finesettimana.org)

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220617chambraud.pdf

 

Francia I vescovi ascoltano il bisogno di riformare la Chiesa

Uniti in assemblea generale straordinaria a Lione, i vescovi hanno votato, mercoledì 15 giugno, un testo che li impegna sullo stato e sul futuro della Chiesa in Francia. Governance, posto delle donne, periferie: con un colpo di scena, il testo iniziale è stato completamente rivisto.

All’emiciclo Sainte-Bernadette a Lourdes, che accoglie tradizionalmente le loro assemblee generali, hanno preferito l’imponente anfiteatro di un campus studentesco della capitale delle Gallie. È nel cuore dell’Università cattolica di Lione e alla presenza di un centinaio di invitati laici, diaconi o consacrati, che i vescovi francesi, riuniti in Assemblea straordinaria, hanno concluso, mercoledì 15 giugno 2022, la fase diocesana del Sinodo sul futuro della Chiesa in Francia. Questa fase ha mobilitato 150 000 persone a partire dal suo avvio nell’ottobre 2021. Al termine di due intense giornate di lavori, “una lettera di accompagnamento” della sintesi già prodotta a livello nazionale è stata votata dai soli vescovi. “Questo testo li impegna. Spetterà a ciascuno procedere al ritmo della propria diocesi”, ha affermato Mons. Alexandre Joly, vescovo di Troyes, che ha diretto l’équipe nazionale dedicata al sinodo.

Quali sono i punti salienti del documento? “Ascoltiamo le forti attese che sono state espresse”, scrivono i vescovi, prima di indicare dettagliatamente cinque orientamenti prioritari:

  1. “articolare meglio la dimensione umana della Chiesa (…) con la sua natura sacramentale”;
  2. “fare proprie le segnalazioni rispetto alla sofferenza e alle attese delle donne nella Chiesa (…);
  3. “ascoltare la preoccupazione espressa riguardo ai preti e alle condizioni di esercizio del loro ministero”;
  4. “comprendere l’apparente divario tra l’esercizio del ministero e ciò che ci si aspetta concretamente dal clero;
  5. e infine “identificare meglio le ragioni per le quali la liturgia resta un luogo di tensioni ricorrenti e contraddittorie”.

Pur deplorando che il processo sinodale non abbia coinvolto “tutto il popolo di Dio nella sua diversità” – e in particolare i fedeli tradizionalisti e i giovani -, il testo esprime numerose “speranze”, tra cui quelle che “la sinodalità diventi lo stile ordinario della vita della Chiesa”, che le comunità imparino “a camminare al passo dei più piccoli e dei più poveri”, o ancora che la “diversità o la complementarietà delle missioni, carismi e doni” sia fonte “di gioia” più che “di concorrenza”.

Un fatto da rimarcare è che la lettera di accompagnamento votata dai vescovi rilevi alcune assenze nelle tematiche provenienti dalla base, come la missione, la testimonianza dei cristiani sulle grandi sfide sociali, ecologiche e di solidarietà internazionale. “La famiglia come luogo di apprendimento della fraternità non è citata”, prosegue la lettera, deplorando che certe “ricchezze spirituali cristiane” – i sacramenti, la vita consacrata, il celibato dei preti, il diaconato – siano spesso “ignorate” o “svalorizzate”.

Dopo alcuni emendamenti, la lettera di accompagnamento è stata adottata dai vescovi alla quasi unanimità, prima di essere presentata agli invitati tra gli applausi. “Interessante, dinamico, l’insieme risponde davvero alle nostre attese”, conferma una invitata della zona centrale della Francia. I due documenti devono ora essere inviati a Roma, che aveva chiesto dei contributi episcopali oltre alle sintesi nazionali.

Per arrivare a quel punto, è stato necessario, tra le quinte, un cambiamento spettacolare. Secondo una fonte, una prima bozza – che non si presentava sotto forma di lettera di accompagnamento, ma era intesa come una nuova versione della sintesi nazionale – “è stata nettamente respinta martedì alla fine del pomeriggio” durante i colloqui tra vescovi e invitati. “Questo ha permesso di mettere in evidenza il forte consenso alla raccolta delle richieste a livello nazionale”.

Pubblicata una settimana prima (sul sito della CEF) e centrata sull’importanza “di trovare ispirazione dalla Parola di Dio”, l’urgenza di “proporre segni che parlino e siano credibili nella società” e la necessità “di luoghi di dialogo fraterno”, la raccolta, redatta dall’équipe nazionale a partire dalle sintesi diocesane, delineava senza timori la situazione della Chiesa in Francia, e proponeva piste concrete per riformarla. Vi figuravano in particolare l’aspirazione “profonda” ad una Chiesa “più fraterna” e rivolta alle persone ai margini; il desiderio di una governance che lasci più spazio ai laici con l’affermazione “di autentici contro-poteri” ai livelli diocesani; il desiderio di rafforzare il ruolo delle donne nell’istituzione; la volontà di sviluppare dei “luoghi terzi” per avviare

il dialogo con i non-cristiani…

“Paragonata alla raccolta nazionale, la prima versione del testo dei vescovi ci è apparsa molto insufficiente. Lo abbiamo detto e c’è stato un reale ascolto da parte dell’episcopato”, racconta una laica che, come tutti gli invitati a Lione interrogati da La Croix, era stata colpita dalla sincerità e onestà” della raccolta. Il timore di un “addomesticamento” o addirittura di una “censura” della parola dei fedeli era spesso stato espresso nel processo sinodale.

“Il testo iniziale dei vescovi sembrava proprio un pallido riassunto della sintesi e questo ha suscitato una vasta insoddisfazione a tutti i livelli”, afferma un vescovo. “Avevamo paura che Roma leggesse solo quella inadeguata versione”, afferma un’altra invitata del Nord-Ovest. Davanti alla protesta espressa, viene allora presa la decisione di rielaborare completamente il documento per giungere, infine, ad una lettera di accompagnamento indissociabile dalla sintesi. “Questo è avvenuto tutti insieme, laici e vescovi, per quanto riguarda le linee generali, poi il lavoro di completamento è toccato ad una decina di persone (vescovi membri del Consiglio permanente Cef e i membri dell’équipe nazionale) durante la notte”, si è saputo. Il documento rielaborato e modificato è arrivato agli indirizzi mail dei vescovi alla… 1h58, ed è stato poi discusso ed emendato nella mattinata.

“Abbiamo saputo dar prova di capacità di adattamento, di rimessa in discussione, in termini estremamente brevi”, dichiara contento un altro vescovo. “Questa sintesi ci spinge ad una migliore collegialità, perché siamo veramente partiti dall’ascolto della base”, aggiunge Mons. Hervé Giraud, arcivescovo di Sens Auxerre (Yonne), prelato della Mission de France. “Nel contesto di crisi legata al rapporto della Ciase, bisogna ricordare che questa sinodalità è l’antidoto del clericalismo, conclude una invitata. Permette di evitare contro-testimonianze e abusi di potere che mettono a dura prova la nostra Chiesa”.

Malo Tresca   “La Croix” 16 giugno 2022 (traduzione: www.finesettimana.org)

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220617tresca.pdf

※※※※※※※※※※※

SINODO IN ITALIA

Il sinodo e la Chiesa locale. Appuntamento mancato

In alcune diocesi ha avuto luogo un primo confronto “dal basso". Il Sinodo, tanto raccomandato da Papa Francesco ha concluso, nella diocesi di Bergamo, la sua prima fase “dal basso”.

Considerazioni. Con la pubblicazione del Documento di Sintesi e il suo invio all’Assemblea del Sinodo dei vescovi si è conclusa anche per la nostra diocesi una prima tappa del cammino sinodale. Quello che si doveva fare.

v  La “fase dell’ascolto”, che si riproponeva di favorire un ampio processo di consultazione per raccogliere la ricchezza delle esperienze di sinodalità vissuta coinvolgendo i Pastori e i Fedeli delle Chiese particolari a tutti i diversi livelli. L’intenzione, come riporta sempre il Documento Preparatorio del Sinodo, era che: Qualunque siano le circostanze locali, i referenti diocesani sono invitati ad adoperarsi per la massima inclusione e partecipazione, cercando di coinvolgere il maggior numero possibile di persone, in particolare quelle ‘nelle periferie’ che sono spesso escluse e dimenticate.

Consapevoli che è stato percorso solo un tratto del cammino di consultazione “dal basso”. è tuttavia possibile e opportuna qualche prima considerazione.

¨       II popolo di Dio, grande assente. Il documento contiene veramente molte indicazioni importanti e preziose sulle quali dovremo ritornare a riflettere. Per ora mi limito a considerare alcune delle criticità emerse durante questa fase. La prima è che la consultazione è stata ben lontana dal raggiungere l’importante, a mio parere imprescindibile, obiettivo della massima partecipazione e coinvolgimento del maggior numero possibile di persone. A questa mancanza concorrono più cause. Per cominciare dobbiamo considerare che la consultazione è stata fortemente autolimitata fin dal principio. Il documento di sintesi della diocesi riconosce fin dal preambolo che Per sua stessa volontà e con la consapevolezza dei limiti derivanti da questa scelta, in questo primo anno della “fase narrativa” si è deciso di non coinvolgere direttamente “a tappeto” tutte le 389 parrocchie della Diocesi.

¨       La stessa Visita pastorale – che al momento ha interessato quasi un terzo del territorio diocesano e che si concluderà nel maggio 2026 – costituisce un’occasione preziosa di ascolto della vita effettiva delle comunità parrocchiali, grazie in particolare al materiale preparatorio che i singoli Consigli pastorali mandano al Vescovo prima del suo arrivo e alle Lettere di restituzione che questi invia alle parrocchie dopo il suo passaggio. Ciò non ha precluso alle parrocchie (e unità pastorali) che lo hanno desiderato di lavorare sulla traccia proposta per il Cammino sinodale e di far pervenire alla Segreteria il proprio contributo. Una scelta che, in contraddizione con quanto auspicato nel documento preparatorio, di fatto non ha dato voce alla gran parte del popolo di Dio bergamasco. Non bisogna nascondere che i laici delle parrocchie sono stati zitti, non si è sollevato un coro di protesta per essere stati lasciati ai margini ed anzi nemmeno un sommesso mormorio. Il grosso fraintendimento ritengo sia stato nel ritenere che era sufficiente ascoltare solo alcune voci che potessero essere rappresentative della molteplicità, in modo da “campionare” la maggior parte delle diverse istanze che potevano emergere. Al contrario la fase di ascolto richiedeva che ci fossero tante, tantissime bocche a parlare e ancora di più orecchie ad ascoltare. Orecchie vive e presenti, fratelli nella fede che ti guardano mentre parli e non un ascolto per delega o tramite la lettura di un resoconto.

¨       Non è avvenuto un “cambio di stile”. Ottimo che le visite pastorali mettano in atto la fase narrativa ma questo non sostituisce l’ascolto condotto capillarmente e personalmente in ogni parrocchia e realtà ecclesiale del territorio. L’ascolto prima che essere finalizzato alla raccolta di esperienze, pensieri, opinioni ha lo scopo di far sentire chi è interpellato importante per la vita della comunità ecclesiale e in tal modo di risvegliare il suo desiderio di esserne partecipe in modo attivo. Ti pongo queste domande perché il tuo parere conta al fine di immaginare la forma e il contenuto della Chiesa che verrà e che insieme stiamo provando a ridisegnare. Altrimenti la fase narrativa si risolve nella stesura del documento di sintesi, piuttosto che in un cambio di stile, di prassi pastorale, nel favorire il «far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un’alba di speranza, imparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani”, come auspica papa Francesco.

Mi chiedo se il primo esercizio di sinodalità non poteva consistere proprio nel chiedere a loro, ai fedeli (e non ai parroci che gravati da tanti impegni pastorali hanno magari visto di buon grado di essere sollevati da questo ulteriore incarico) se ritenevano appropriata la scelta di non essere interpellati fin da ora.

¨       I laici non si sono mossi. In secondo luogo la possibilità lasciata aperta alle singole parrocchie di lavorare comunque sulla traccia del cammino sinodale si è rivelata ancor più critica. Il tentativo, che io stesso ho sostenuto e al quale ho partecipato, di avviare dei tavoli sinodali attorno ai quali far sedere dei piccoli gruppi di laici per rispondere alle domande proposte dal Documento Preparatorio ha dato esiti numericamente impercettibili. È stato comunque un esperimento utile perché ha messo in luce almeno un aspetto rilevante. Anzitutto è emerso che senza l’avvallo esplicito e il coinvolgimento diretto del proprio parroco i parrocchiani di fatto non si sono presi la responsabilità di lavorare sulla traccia proposta sebbene non gli era affatto precluso e potevano a pieno titolo sentirsi liberi di muoversi autonomamente. A testimonianza di una dipendenza del laicato, specialmente quello meno giovane, nei confronti del clero profondamente radicata che rivela come l’assunzione di ruoli e responsabilità non la si improvvisa. Anche per questo motivo è essenziale che un percorso di sinodalità intrapreso seriamente si prenda carico di una fase di trasformazione che sarà sicuramente lunga e che pertanto deve essere avviata per tempo.

Il tempo che c’è ancora e quello che non c’è più. È chiaro che l’obiezione più immediata a queste mie critiche è che se anche ci sono stati questi rinvii e parzialità c’è comunque tempo per recuperare. Il sinodo durerà ancora per anni e in ogni caso lo stile sinodale dell’ascolto di tutti rimarrà e diventerà sempre più prassi nella nostra vita ecclesiale. Rimarco però che l’invito del Papa a indire il Sinodo della Chiesa italiana risale a convegno di Firenze del 2015 e l’annuncio ufficiale che si sarebbe tenuto è del Maggio 2021. Non è arrivato esattamente come un fulmine a ciel sereno. Il tempo per preparare adeguatamente e avviare la fase di ascolto per tutti c’era, come d’altra parte è testimoniato dal fatto che nella maggior parte delle diocesi in Italia la fase di ascolto ha riguardato fin da subito anche le realtà parrocchiali e in alcuni casi anche quei “territori” ai limiti della Chiesa.

A distanza di 8 mesi dall’inizio del sinodo e a completamento del documento di sintesi per gran parte dei fedeli della nostra diocesi rimane un oggetto semi sconosciuto. Al di fuori della cerchia limitata dei cristiani impegnati come operatori pastorali, la conoscenza del sinodo si limita all’articolo che qualcuno ha letto sul bollettino parrocchiale. Stiamo parlando di percentuali molto ridotte rispetto a tutti coloro che in varia misura si sentono parte della comunità ecclesiale. Voglio ricordare quanto diceva in un artic

lo pubblicato in occasione dell’avvio del cammino sinodale il teologo Pierangelo Sequeri: Senza questa sinodalità (e si riferiva all’ascolto del popolo di Dio e dello Spirito Santo) la Chiesa non è semplicemente meno simpatica: si corrompe. La sinodalità ecclesiale deve purificarci dall’orrore e restituire l’onore a questa immensa teoria di gente delle beatitudini, e riconsegnarle il testimone della rappresentanza e della rappresentazione della Chiesa. Dobbiamo chiedere perdono di averli selezionati e trascurati, invitandoli ai primi posti a tavola.”

                Se ci crediamo, è ora di darsi da fare.

Paolo Vavassori                               La barca e il mare                           15 giugno 2022

https://labarcaeilmare.it/chiesa-e-religioni/il-sinodo-e-la-chiesa-locale-appuntamento-mancato

※※※※※※※※※※※

SINODO IN SPAGNA

Spagna: in mano alle donne la fase diocesana del Sinodo sulla sinodalità

È in svolgimento oggi a Madrid l'Assemblea finale del Sinodo in Spagna con la partecipazione di più di 600 persone provenienti da tutte le diocesi. Secondo quanto appreso da Religión Digital (RD): «Non meno del 70% delle oltre 200.000 persone, divise in 13.500 gruppi» che hanno partecipato alla fase diocesana per il Sinodo 2023 «sono state donne». Sarà per questo che è emerso, in vari contributi diocesani consegnati alla dirigenza ecclesiale perché se ne faccia una sintesi, la proposta di maggiore protagonismo della donna nella Chiesa e anche del sacerdozio femminile?

                E se è una richiesta non così diffusa, hanno sostenuto le gole profonde di cui riferisce il sito spagnolo, è perché «la partecipazione più o meno attiva e significativa delle donne è dipesa molto dall'approccio che il parroco ha voluto dare loro». Bisogna anche considerare che l’età media dei partecipanti era intorno ai 55-60 anni, informa ancora RD ancora riportando fonti che non vogliono comparire; e perciò «saranno state molte le donne intorno ai 70 o 80 anni, e non so fino a che punto sia stata l'ordinazione sacerdotale femminile un priorità di queste donne», anche ci sono state altre realtà, come la “Rivolta delle donne” nella Chiesa, che hanno inviato anche il loro contributo.

                Aggiunge Religión Digital che «le fonti consultate sottolineano l'interesse dell'équipe di coordinamento di questa fase sinodale “a porre l'accento sui laici in generale, ma a dare una dimensione maggiore al ruolo delle donne. Questa è stata una costante che si è cercato di trasmettere”» nelle sintesi

Eletta Cucuzza                  Adista                  11 giugno 2022

www.adista.it/articolo/68201

 

Spagna, sintesi finale della fase diocesana del Sinodo: ecco cosa chiede il "popolo di Dio"

La Chiesa che è in Spagna ha concluso la fase diocesana per la preparazione del Sinodo che si celebrerà a Roma nell’ottobre del 2023 sul tema “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”. Ieri, 11 giugno, 650 rappresentanti di tutte le diocesi spagnole e di altre istituzioni hanno partecipato a Madrid all’Assemblea Finale del Sinodo, momento celebrativo al termine di otto mesi di lavoro. La “sintesi finale” dei contributi che ogni équipe dei responsabili diocesani ha consegnato all’équipe sinodale designata dalla Conferenza episcopale (CEE), sintesi realizzata da questa équipe, è stata presentata all’Assemblea, cui fra gli altri gerarchi hanno presenziato l’arcivescovo di Madrid, Carlos Osoro; il cardinale di Barcellona e presidente dei vescovi, Juan José Omella; il nunzio Bernardito Auza; il segretario generale del Sinodo, card. Mario Grech: i membri dell’équipe sinodale della CEE.

                La versione integrale del lungo documento finale (in spagnolo) è disponibile nel maggior sito spagnolo di informazione religiosa Religión Digital.

www.religiondigital.org/espana/Sintesis-Asamblea-Sinodal-Espana-sinodo-conferencia-espiscopal-iglesia-documentosRD_0_2458854094.html

                In esso, vengono segnalati i «temi che hanno avuto forte risonanza nel processo sinodale».

v  «In primo luogo, senza dubbio, il riferimento al ruolo della donna nella Chiesa come preoccupazione, necessità e opportunità. La loro importanza nella costruzione e nel mantenimento delle nostre comunità è apprezzata e la loro presenza negli organi responsabili e decisionali della Chiesa è considerata essenziale.

v  È evidente la preoccupazione per la scarsa presenza e partecipazione dei giovani alla vita e alla missione della Chiesa.

v  La famiglia è vista come un campo prioritario dell'evangelizzazione.

v  Il tema degli abusi sessuali, dell'abuso di potere e di coscienza nella Chiesa ha avuto un'eco importante, evidenziando la necessità del perdono, dell'accompagnamento e della riparazione.

v  La maggioranza ha sentito la necessità di istituzionalizzare e rafforzare i ministeri laicali.

v  Particolare attenzione merita il tema del dialogo con le altre confessioni cristiane e con le altre religioni. Riconosciamo di avere poca esperienza ecumenica nelle nostre comunità, mentre comprendiamo la necessità di instaurare questo dialogo dove non esiste e, se del caso, di promuoverlo, con spazi condivisi e iniziative che raggiungano tutti i membri delle comunità.

Infine, si evidenziano alcune altre questioni rilevanti che sono emerse nel dialogo sinodale, anche se con minore presenza:

  • La necessità di promuovere una presenza qualificata della Chiesa nel mondo rurale.
  • La religiosità popolare come canale di evangelizzazione in un mondo secolarizzato.
  • La necessità di promuovere la pastorale degli anziani.
  • La comodità di aumentare l'assistenza per alcuni gruppi come i detenuti, i malati o gli immigrati».
  • «Insieme a quanto sopra – continua la “sintesi finale” - , sebbene si tratti di questioni sollevate solo in alcune diocesi e, in esse, da un numero ristretto di gruppi o individui, riteniamo opportuno inserire in questa sintesi, per la sua rilevanza nell'essenziale dialogo ecclesiale e con nostri concittadini, la richiesta che fanno sulla necessità di discernere più a fondo la questione del celibato facoltativo nel caso dei sacerdoti e dell'ordinazione dei sposati; in misura minore, è stata sollevata anche la questione dell'ordinazione delle donne. In ogni caso, in relazione a questi temi, si rileva una chiara richiesta che, come Chiesa, dialoghiamo su di essi per permettere al Magistero di comprenderli meglio e di poter offrire una proposta profetica alla nostra società».

Per un’informazione più dettagliata, è opportuno qui aggiungere che Religión Digital in questi ultimi tempi ha riferito delle più grandi diocesi che hanno avanzato le proposte considerate più divisive – soprattutto il celibato opzionale e il sacerdozio delle donne – con notizie così titolate: “I cattolici di Barcellona propongono ‘l'apertura della possibilità’ del celibato facoltativo e del sacerdozio femminile nella Chiesa”; «Anche la diocesi di Vitoria chiede ‘di porre fine alla discriminazione femminile’ nella sua proposta sinodale”; “Saragozza, altra diocesi che propone al Sinodo il sacerdozio delle donne e il celibato facoltativo”; “San Sebastian sostiene il celibato facoltativo, la "benedizione" dei gay e l'accesso delle donne al sacerdozio”; “Coria-Cáceres: tra le proposte del Sinodo spiccano l'ordinazione delle donne e il celibato facoltativo”; “La Chiesa di Maiorca riconosce di non servire ‘sufficientemente’ madri single e divorziati”.

                Fra le mancanze segnalate. Fra le molte osservazioni interessanti presenti nella “sintesi finale”, segnaliamo le seguenti:

«Quanto ai sacerdoti, è richiesta una formazione che approfondisca la vita apostolica, nella chiave della sinodalità e della corresponsabilità, con il riconoscimento del ruolo proprio dei fedeli laici, dell'autorità intesa non come potere, ma come servizio. In particolare, c'è molta insistenza sul fatto che la formazione dei nostri seminaristi sia illuminata con queste chiavi»;

                «Siamo molto consapevoli del ruolo essenziale dei sacerdoti nel vivere e celebrare la fede, specialmente nell'Eucaristia e nel perdono, così come nell'animazione e nella costruzione della comunità. Per questo siamo particolarmente colpiti dalla mancanza di entusiasmo di una parte molto rilevante dei sacerdoti delle diverse comunità locali e dalla nostra mancanza di efficacia come comunità nell'accompagnarli nell'esperienza della loro vocazione»;

                «La necessità di ampliare gli spazi di partecipazione, di incoraggiare più persone a coinvolgerli, di aiutare i battezzati a scoprire che sono Chiesa e che, come tale, tutto ciò che la tocca li riguarda. In questo senso, l'apostolato associato è visto e valorizzato come mezzo efficace per scoprire e vivere la corresponsabilità nella vita e nella missione della Chiesa»;

                «Derivato da quanto sopra, l'autoritarismo nella Chiesa (autorità intesa come potere e non come servizio), con le sue corrispondenti conseguenze – clericalismo, scarsa partecipazione alle decisioni, distacco dai fedeli laici – è una delle principali critiche che compare nei contributi dei gruppi sinodali. Il ruolo dei laici e della vita consacrata nel momento presente è essenziale e insostituibile, e bisogna saper trovare la via e gli spazi perché lo sviluppino in tutta la sua pienezza»;

                «Apprezziamo molto i nostri fratelli consacrati, anche se siamo consapevoli di non averli presenti come dovremmo. Per questo è importante curare le relazioni reciproche con i membri della vita consacrata»;

«… c'è una netta frattura tra Chiesa e società. La prima è vista come un'istituzione reazionaria e poco propositiva, lontana dal mondo di oggi. In parte riteniamo che la responsabilità sia nostra, perché non sappiamo comunicare bene tutto ciò che siamo e facciamo. Questa immagine della Chiesa ci ferisce –perché la amiamo – e, in un certo senso, la sensazione di non aver raggiunto la società e che i pregiudizi contro la Chiesa sono insormontabili ci porta a uno sconforto profondo che ostacola la presenza evangelizzatrice e trasformatrice della realtà».

Eletta Cucuzza                     Adista                    12 giugno 2022

www.adista.it/articolo/68211

※※※※※※※※※※※

TRANSGENDER

Salute di genere, basso livello di prevenzione nella popolazione transgender

                Pochi screening oncologici, un tasso di depressione fino a dieci volte più alto rispetto alla popolazione generale e stili di vita poco salutari. Sono questi i principali dati preliminari che emergono dallo “Studio sullo stato di salute della popolazione transgender adulta in Italia” condotto dall’ISS in collaborazione con centri clinici distribuiti su tutto il territorio nazionale e associazioni/collettivi transgender. Alcuni dei risultati di questo studio sono stati presentati oggi, all’Istituto Superiore di Sanità, nel corso del convegno “Stato dell’arte e prospettive future nella promozione del benessere e della salute delle persone transgender” organizzato con l’Ufficio Nazionale Anti Discriminazioni Razziali (UNAR) - Presidenza del Consiglio dei Ministri.

                “Per l’UNAR la salute e il benessere delle persone transgender sono temi prioritari su cui stiamo lavorando da tempo -  afferma Triantafillos Loukarelis, Direttore dell’UNAR - "sia in termini di Strategia nazionale LGBT che in termini di progettualità per politiche che includono anche gli aspetti di inserimento lavorativo. Tale sforzo sarà confermato e rafforzato nella nuova progettualità dei fondi europei concordati con l’UE fino al 2027”.

                Dallo studio, che mostra l’importanza di un’azione sanitaria specifica su questa fascia di popolazione, emerge soprattutto la difficoltà di accedere ai servizi sanitari, in particolare agli screening oncologici, con la percentuale di chi si sente discriminato che arriva al 46%.  Soltanto il 20% delle persone transgender assegnate femmina alla nascita esegue il pap-test, mentre soffre di depressione circa il 40% delle persone transgender e il 60% dei casi del campione analizzato dichiara di non fare attività fisica. “Questi numeri mostrano quanto sia urgente nell’ambito dei servizi sanitari costruire una formazione specifica del personale che lavora in ambito sanitario - dice Marina Pierdominici dell’Iss, responsabile scientifico dello studio sullo stato di salute della popolazione transgender -. Il corretto accesso ai servizi sanitari in questa fascia di popolazione è il motore della prevenzione e il suo funzionamento – continua la Pierdominici -   riguarda sia la sensibilizzazione della popolazione transgender rispetto all’importanza della tutela della salute sia la competenza del personale sanitario coinvolto nell’azione di prevenzione”.

                La mancanza di conoscenza sulla salute transgender da parte del medico e l’utilizzo di una terminologia inappropriata sono le criticità più frequentemente riscontrate dagli/lle utenti nell’interazione con il medico. Una survey [sondaggio] tuttora in corso mostra, dai dati preliminari, come gli stessi medici sottolineino la necessità di una formazione specifica sugli aspetti di salute legati all’identità di genere che non è attualmente parte del curriculum di studi universitario. Proprio a questo proposito, entro il 2023, saranno disponibili sulla piattaforma dell’ISS corsi di formazione specifici rivolti al personale medico e sanitario ai fini rendere efficaci le azioni di salute pubblica anche rispetto a questa fascia di popolazione.

                “L’analisi delle risposte al questionario rivela uno spiccato interesse da parte del medico di medicina generale nei confronti della tematica identità di genere e salute. - ha dichiarato la SIMG - La medicina moderna e del futuro dovrebbe aprirsi sempre più alla comprensione di questi aspetti legati all’identità delle persone assistite in quanto rappresenta un elemento di particolare sensibilità che caratterizza ulteriormente il medico di medicina generale facendolo diventare anche il medico della persona.”

                La ricerca condotta dall’ISS è divisa in quattro sezioni:

  1. .dati socio-anagrafici (età, cittadinanza, residenza, titolo di studio, condizione lavorativa, reddito, sesso registrato alla nascita, identità di genere),
  2.  stili di vita (attività fisica, dieta, fumo di sigaretta, consumo di alcol, uso di droghe),
  3.  stato di salute (accesso ai servizi sanitari e loro utilizzo, prevenzione, malattie, cure mediche e chirurgiche),
  4.  identità di genere e salute (supporto psicologico, trattamento ormonale e/o chirurgico di affermazione di genere).

 I risultati saranno oggetto a breve di pubblicazione.

                Stili di vita. I risultati hanno evidenziato che è maggiore la percentuale di persone transgender che non fa attività fisica rispetto alla popolazione generale. Il 64% delle persone transgender AMAB (donne transgender e persone non binarie assegnate maschio alla nascita) e il 58% delle persone transgender AFAB (uomini transgender e persone non binarie assegnate femmina alla nascita) non fanno attività fisica rispetto al 33% e al 42% degli uomini e delle donne nella popolazione generale (dati ISTAT).

Relativamente al fumo di sigaretta la popolazione più a rischio è rappresentata dalle persone transgender AFAB che riferiscono di fumare nel 37% dei casi verso il 25% degli uomini e il 19% delle donne che fumano nella popolazione generale (dati ISTAT).

Il binge drinking (consumo eccessivo di alcol in una singola occasione) è più frequente nella popolazione transgender: 23% AMAB e 17% AFAB nella popolazione transgender vs 12.5% uomini e 5.5% donne nella popolazione generale (sorveglianza Passi 2017-2020, ISS).

Le differenze riscontrate tra la popolazione transgender e la popolazione generale per quanto riguarda gli stili di vita sono correlabili a molteplici fattori tra i quali minority stress, episodi transfobici e transfobia interiorizzata giocano un ruolo cruciale.

                Accesso ai servizi. Per quanto riguarda l’accesso ai servizi sanitari il 34% delle persone transgender AMAB e il 46% delle persone transgender AFAB si è sentita discriminata in ragione della sua identità e/o espressione di genere nell'accesso o utilizzo dei servizi sanitari. Questo dato, almeno in parte, può spiegare la bassa percentuale di persone transgender che si sottopone agli screening oncologici: per esempio il pap test a scopo preventivo viene eseguito soltanto dal 20% delle persone transgender assegnate femmina alla nascita vs il 79% delle donne nella popolazione generale (sorveglianza Passi 2017-2020, ISS).

                Stato di salute. I dati relativi alla presenza di eventuali malattie sono ancora in fase di analisi ma risultati preliminari indicano significative differenze tra la popolazione transgender e quella generale, un esempio è dato dalla depressione riferita dal 40% delle persone transgender AMAB e dal 34.5 % delle persone transgender AFAB (dato che raggiunge il 60% nella popolazione transgender non binaria sia AMAB che AFAB) vs il 4.74%  e il 7.7 % riportate rispettivamente negli uomini e nelle donne nella popolazione generale (sorveglianza Passi 2017-2020, ISS).

Per quanto riguarda l’infezione da HIV si delinea un quadro in linea con i dati internazionali che indicano una prevalenza più alta, in particolare nelle persone transgender AMAB, rispetto alla prevalenza stimata nella popolazione generale (percentuale riferita dalle persone transgender AMAB 6.45% vs 0.3% negli uomini e 0.2% nelle donne nella popolazione generale).

 

*Il confronto con la popolazione generale, sebbene venga fatto con sorgenti di dati eterogenei rispetto al campione studiato, indica comunque delle differenze rilevanti in termini di bisogni di salute di questa fascia di popolazione e la necessità di comprendere meglio l’intera problematica

Istituto Superiore di Sanità   Comunicato Stampa N°41/2022 -10 giugno 2022

www.iss.it/web/guest/comunicati-stampa/-/asset_publisher/fjTKmjJgSgdK/content/comunicato-stampa-n%C2%B041-2022-%C2%A0salute-di-genere-basso-livello-di-prevenzione-nella-popolazione-transgender?_com_liferay_asset_publisher_web_portlet_AssetPublisherPortlet_INSTANCE_fjTKmjJgSgdK_assetEntryId=7190609&_com_liferay_asset_publisher_web_portlet_AssetPublisherPortlet_INSTANCE_fjTKmjJgSgdK_redirect=https%3A%2F%2Fwww.iss.it%2Fweb%2Fguest%2Fcomunicati-stampa%3Fp_p_id%3Dcom_liferay_asset_publisher_web_portlet_AssetPublisherPortlet_INSTANCE_fjTKmjJgSgdK%26p_p_lifecycle%3D0%26p_p_state%3Dnormal%26p_p_mode%3Dview%26_com_liferay_asset_publisher_web_portlet_AssetPublisherPortlet_INSTANCE_fjTKmjJgSgdK_assetEntryId%3D7190609%26_com_liferay_asset_publisher_web_portlet_AssetPublisherPortlet_INSTANCE_fjTKmjJgSgdK_cur%3D0%26p_r_p_resetCur%3Dfalse

※※※※※※※※※※※

▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬

Riceve questa comunicazione in quanto sei presente nella mailing list di newsUCIPEM.

Comunichiamo che i suoi dati personali sono trattati per le finalità connesse alle attività di comunicazione di newsUCIPEM. I trattamenti sono effettuati manualmente e/o attraverso strumenti automatizzati. I suoi dati non saranno diffusi a terzi e saranno trattati in modo da garantire sicurezza e riservatezza.

Il titolare dei trattamenti è Unione Consultori Italiani Prematrimoniali e Matrimoniali Onlus

Corso Diaz, 49 - 47100 Forlì                       Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Il responsabile è il dr Giancarlo Marcone, via A. Favero 3-10015-Ivrea.                Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

▬▬

 

2022  UCIPEM NAZIONALE   globbers joomla templates