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Suicidio assistito e utero in affitto:

sfide per la bioetica

 

 

Autore: Armando Savignano

         Il suicidio assistito e l’utero in affitto   sono oggetto di discussioni da parte delle commissioni parlamentari e rappresentano due cruciali questioni bioetiche. Proprio in questi giorni è emersa la triste vicenda di Fabio Ridolfi (Pesaro) che, immobilizzato da diciotto anni a causa di una tetraparesi, ha chiesto la sedazione profonda lamentando le lungaggini burocratiche per accedere al suicidio assistito.

 

 

 

Quest’ultimo sembra regolato, secondo il progetto legislativo, come un vero e proprio diritto esigibile: quando la persona che chiede la morte assistita rientra nei requisiti stabiliti per accedervi; di qui il dovere di somministrarla come se fosse uno dei tanti   trattamenti sanitari. Occorrerebbe invece recuperare lo spirito e, per certi versi, anche la lettera, della Suprema Corte. La scelta di aiutare o no a morire deve restare in capo ai singoli medici perché continui a essere il più possibile una tragica eccezione, e non affianchi le altre opzioni terapeutiche, come se le terapie appropriate e la morte fossero scelte equivalenti nell’ambito del nostro sistema sanitario.

 

Il Papa ha recentemente affermato che non c’è un diritto alla morte, che va vissuta umanamente non praticando l’accanimento terapeutico ma ricorrendo alle cure palliative. «Dobbiamo essere grati per tutto l'aiuto che la medicina si sta sforzando di dare, affinché attraverso le cosiddette 'cure palliative', ogni persona che si appresta a vivere l'ultimo tratto di strada della propria vita, possa farlo nella maniera più umana possibile", ha sottolineato Papa Francesco. Ma, avverte il Papa, «Dobbiamo però stare attenti a non confondere questo aiuto con derive anch'esse inaccettabili che portano a uccidere». Ecco perché, occorre accompagnare alla morte, ma non provocarla o aiutare qualsiasi forma di suicidio. «Va sempre privilegiato il diritto alla cura e alla cura per tutti, affinché i più deboli, in particolare gli anziani e i malati, non siano mai scartati.

Infatti, la vita è un diritto, non la morte, la quale va accolta, non somministrata. E questo principio etico riguarda tutti, non solo i cristiani o i credenti».

Per quanto concerne invece la questione del così detto ‘utero in affitto’ in Italia tale pratica è vietata, secondo quanto si evince dalla legge 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita. «Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro», recita il comma 6 dell’articolo 12.

Nel marzo 2021 un  pronunciamento della Corte Costituzionale  ha ribadito che « il divieto, penalmente sanzionato, di ricorrere alla pratica della maternità surrogata risponde a una logica di tutela della dignità della donna e mira anche ad evitare i rischi di sfruttamento di chi è particolarmente vulnerabile perché vive in situazioni sociali ed economiche disagiate», ma ha anche tenuto in considerazione il tema dell’interesse del minore, che è quello «di “ottenere un riconoscimento anche giuridico dei legami che nella realtà fattuale già lo uniscono a entrambi i componenti della coppia, ovviamente senza che ciò abbia implicazioni quanto agli eventuali rapporti giuridici tra il bambino e la madre surrogata”». La Commissione Giustizia della Camera ha adottato il testo base della legge che propone di perseguire la maternità surrogata come «reato universale». Se il provvedimento dovesse diventare definitivo, in Italia potrebbero essere processati i genitori che si recano all’estero per ricorrere a questa pratica, cosa che attualmente non è prevista perché vale il principio secondo cui un fatto non può essere perseguito in Italia (dove è reato) se dove è avvenuto (quindi in uno degli Stati che lo consente e lo norma) è legale.

Si tratta di questioni bioetiche di grande rilievo per allargare la sfera dei diritti, praticare maggiore uguaglianza, oltre che prevenire abusi e discriminazioni. Ma occorre anche rispettare la dignità delle persone.

Armando Savignano

 

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