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Come stare accanto ai bambini in un tempo di paura

 

 Autore: Aldo Basso

            Viviamo in un tempo di paura. Prima l’esperienza del Covid-19: una presenza invisibile e minacciosa, incombente, di fronte alla quale ci siamo sentiti impotenti, che ha sconvolto la vita quotidiana, provocando restrizioni, solitudine e perdita di persone care. Ora l’esperienza della guerra che scuote le coscienze individuali, solleva antiche paure che credevamo ormai sepolte nelle memorie familiari, ci porta ogni giorno scene di inaudita violenza, di distruzione e di morte, cui si aggiunge la paura dell’imprevedibile.

 

 

In questa breve riflessione penso ai bambini i quali, come tutti noi, si trovano davanti a situazioni che provocano profondo smarrimento e angoscia. Vorremmo che certe esperienze particolarmente tragiche, come la guerra, fossero loro risparmiate e che certi interrogativi (perché gli uomini fanno la guerra? Perché le persone scappano?) non sorgessero quando il ramo è ancora troppo tenero e corre il rischio di spezzarsi sotto il peso dello spavento e dell’angoscia...

A loro volta, anche gli educatori si interrogano: che cosa avviene nelle menti e nei cuori dei bambini in seguito a queste esperienze? Di che cosa soprattutto hanno bisogno? Come stare accanto a loro nei momenti di smarrimento e di (intensa) paura?

Propongo alcuni brevi spunti per l’intervento educativo.

  1. Diciamo subito che, di solito, non è facile stare accanto ad un bambino che soffre, non è facile ‘ascoltare’ e ‘sopportare’ le sue forti emozioni negative. Le situazioni molto dolorose degli altri possono evocare più o meno inconsciamente in noi i fantasmi di esperienze dolorose del nostro passato, caricando così di un significato autobiografico queste stesse situazioni. Essere capaci di offrire reale sostegno e conforto a chi soffre richiede, tra l’altro, una certa maturità umana, sicurezza emotiva e capacità di essere in

contatto con i propri vissuti, così da riuscire a identificare ciò che ci appartiene nel sentimento che stiamo provando mentre cerchiamo di consolare l’altro e ciò che non ci appartiene; ciò che fa parte del dramma della persona che abbiamo davanti e ciò che invece, facendo parte alla nostra storia personale, siamo portati a sovrapporre al suo dramma. La capacità di controllo emotivo ci rende capaci di reale vicinanza e quasi ‘identificazione’ unite ad un certo ‘distacco’: se vogliamo parlare all’altro, abbiamo bisogno di separare il nostro dolore dal suo; abbiamo bisogno di districare il nostro passato dal presente, di fare pace con i fantasmi delle esperienze dolorose del passato.

  1. L’aiuto migliore che possiamo offrire ai bambini in preda alla paura è quello che tiene conto anzitutto dei loro reali bisogni. Ora, si può facilmente immaginare che essi, in un tempo di paura,  presentino bisogni di tipo affettivo (bisogno di sicurezza, di appartenenza, di affetto e vicinanza…), bisogni di tipo conoscitivo (vogliono sapere che cosa sta accadendo, chiedono il significato di parole ed esperienze particolari, si pongono domande sulla violenza…) e, infine, bisogni più concreti (evitare per quanto possibile di esporli a scene di grande violenza o di forte impatto emotivo, non coinvolgerli in certi discorsi degli adulti che potrebbero aumentare le loro ansie e sviluppare in loro fantasie che provochino turbamento…).
  2. Si ricordi che si è di vero aiuto ai bambini che sperimentano sentimenti negativi (paura, delusione, sconforto) non tanto impedendo loro di soffrire – dato e non concesso che questo sia possibile, almeno in tanti casi – ma se creiamo le condizioni, attraverso il nostro modo di stare accanto a loro, affinché la sofferenza non sia vissuta in solitudine, non li faccia sentire impotenti e quasi schiacciati o interiormente lacerati e senza speranza, ma possa essere un’esperienza che sentono di poter vivere e condividere liberamente con un adulto che è capace di accettarla e viverla con pazienza e speranza. Ai bambini che si trovano in queste condizioni deve arrivare questo metamessaggio: abbiamo buone ragioni per avere paura, ma ne abbiamo di migliori per avere coraggio.
  3. È da tutti risaputo che si educa anzitutto per quello che si è, prima ancora che per quello che si dice o si fa. L’educatore influisce sui bambini non solo comunicando contenuti o informazioni o facilitando determinate esperienze, ma anche e innanzitutto per una sorta di irradiazione: può ‘irradiare’ affetto e vicinanza o distacco e indifferenza, calma e fiducia o insicurezza e smarrimento. Ciò significa che il primo modo con cui l’adulto è di aiuto o meno ad un bambino in situazione di sofferenza è dato dai suoi atteggiamenti di fondo nei confronti del dolore, della violenza, della morte (in altre parole: le risposte che lui va elaborando rispetto alle domande di senso circa la vita, la morte, la sofferenza, l’aldilà, Dio). È fondamentale, dunque, che l’educatore faccia attenzione anzitutto ai propri sentimenti, alle proprie paure, al suo modo abituale di reagire di fronte ad esperienze di vita particolarmente dure (come la perdita di persone care o minacci incombenti sulla sicurezza dell’umanità come il terrorismo e il nucleare), evitando processi di rimozione e di razionalizzazione e impegnandosi affinché i suoi vissuti interiori non interferiscano negativamente nella sua relazione con il bambino che soffre. Come potremmo veramente ‘rispondere’ ai perché di chi soffre, se di fronte al nostro dolore siamo muti? Come consolare chi è nel dolore, se noi siamo senza speranza? (cioè: se “l’educatore è nudo”). È una ‘verità’ forse un po’ cruda e dura da accettare, ma non possiamo sottacerla.

 

  1. Non di rado, quando ci si trova di fronte ad un bambino che soffre (è in preda alla paura), il primo istinto dell’adulto sia quello di ‘offrire spiegazioni’, minimizzare il problema, dire parole di incoraggiamento (che spesso sono più parole per noi che per il bambino), tranquillizzare e sollecitare il bambino a ‘non provare’ (!) quello che in realtà sta provando (‘non è niente’, ‘non preoccuparti’, ‘non devi aver paura’…). In una parola, l’adulto è portato immediatamente a voler “fare qualcosa” per il bambino che ha paura e soffre. Tutto ciò non metacomunica rispetto per il bambino. Naturalmente tutto ciò può essere utile, o anche necessario, in qualche caso; di norma però il bambino che ha paura ha bisogno anzitutto di essere ascoltato e capito nella sua sofferenza. Ecco allora che diventa indispensabile una qualità dell’adulto: la capacità di saper ascoltare il dolore del bambino (ascolto attivo). «Che cosa capiscono i bambini dagli atteggiamenti che gli adulti hanno con loro? Avvertono se le persone amano o no la vita, se hanno paura, se hanno speranza. Se credono o no in quello che dicono»[1]. Ai bambini si devono dire parole ‘vere’, non si possono imbrogliare.

 

  1. In definitiva, ogni educatore (genitore, insegnante), mosso da reale amore e interesse per il bene del bambino, dovrà affidarsi alla propria esperienza e trovare ciò che in concreto ritiene possibile e utile fare per il bambino

oppresso da forti sentimenti di paura (non escludendo ovviamente anche gesti concreti di affetto e vicinanza). Una cosa, però, sembra comunque indispensabile: la capacità di saper ascoltare realmente il bambino e il suo dolore (ascolto attivo). Un autentico ascolto gli è sempre di grande aiuto,

perché gli metacomunica ciò di cui ha sempre bisogno, cioè vicinanza e comprensione. Non si dimentichi però che un reale ascolto è percepito dalle parole che diciamo: sarà dunque necessario che gli educatori siano aiutati ad esercitarsi nell’acquisizione di questa particolare competenza, tanto importante quanto purtroppo piuttosto rara.

 

Alla riflessione sopra esposta – che ritengo basilare per affrontare il tema in esame -, si possono aggiungere alcuni spunti educativi di carattere più pratico. Insieme con un’insegnante molto competente di scuola dell’infanzia ho messo a punto

 

Alcuni possibili suggerimenti

 E’ importante contestualizzare l’espressione di paura/preoccupazione del bambino che può manifestarla non solo attraverso le parole …; occorre quindi che l’educatore presti attenzione anche al non detto, ai comportamenti inusuali, alle conversazioni tra pari anche durante il gioco (attenzione al non-verbale, paraverbale che nella comunicazione ha un peso importante…anche il silenzio comunica!).

  1. Fondamentale è il dialogo con la famiglia che ha bisogno di essere sostenuta e guidata offrendo spunti, riflessioni che accompagnino i genitori ad avere un comportamento adeguato a rispondere ai bisogni dei bambini.

 

  1. Proporre esperienze e proposte didattiche che spostino l’attenzione su scene, episodi di solidarietà/aiuto; favorire l’espressione di pensieri di solidarietà e pace attraverso l’elaborazione grafica (disegni, messaggi che possono anche essere condivisi con altre scuole: i bambini sono molto gratificati quando percepiscono che i loro lavori sono visibili al di fuori della propria scuola).

 

  1. Dare risalto e gratificazione ai gesti di pace che spontaneamente i bambini si scambiano nella vita di scuola quotidiana (in una scuola ogni giorno viene utilizzato il DADO DELLA PACE: nel momento dell’appello/calendario, il bambino incaricato lancia il dado sulle cui facce sono rappresentate scene di pace: aiutare, consolare giocare insieme, condividere…); offrire occasioni per arricchire il lessico di termini relativi alla solidarietà per implementare l’educazione emotiva e le proprie strategie per superare le paure e relazionale.

 

  1. Proporre occasioni di lettura di libri, albi illustrati a tema…, attraverso l’ascolto in gruppo.
  1. Proporre – ed eventualmente far raccontare – esperienze di persone/famiglie ucraine accolte da noi.
  1. Offrire momenti di circle time in cui parlare/descrivere …: occorre ricordare che il gruppo dei pari costituisce una buona occasione di apprendimento, molto spesso più efficace degli “spiegoni” di noi adulti.
  1. Anche noi educatori, insegnanti, genitori non dobbiamo sentirci soli e smarriti se non riusciamo a dare risposte efficaci, possiamo chiedere aiuto e condividere strategie e scelte educative con i colleghi e/o le famiglie.

 

       Aldo Basso

Sacerdote e psicologo

 



[1] Conferenza Episcopale Italiana, Catechismo dei bambini, n. 123.