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News UCIPEM n. 917 – 3 LUGLIO 2022

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite  si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.

Link diretti e link per pdf -download a siti internet, per documentazione.

                I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

                Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.

                In ottemperanza alla direttiva europea sulle comunicazioni on-line (direttiva 2000/31/CE), se non desiderate ricevere ulteriori news e/o se questo messaggio vi ha disturbato, inviate una e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con richiesta di disconnessione.

                Chi desidera connettersi invii a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. la richiesta indicando nominativo e-comune d’esercizio d’attività, e-mail, ed eventuale consultorio di appartenenza. [Invio a 1.129 connessi]

Carta dell’U.C.I.P.E.M.

Approvata dall’Assemblea dei Soci il 20 ottobre 1979. Promulgata dal Consiglio direttivo il 14 dicembre 1979.

1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

 

CONTRIBUTI PER ESSERE IN ACCORDO CON LA VISIONE EVANGELICA

02 ABORTO VOLONTARIO                Il diritto di aborto è al di là della democrazia?

04 CENTRO INT. STUDI FAMIGLIA Newsletter CISF -n. 23, 15 giugno 2022

06 CHIESA CATTOLICA CRISTIANA Vetero-cattolici. Il sacramento del matrimonio è per tutti

07 CHIESA DI TUTTI                            Sostegno alla legge 194\1978.Comunicato Stampa di NOI SIAMO CHIESA

09                                                          Le suore come modello di leadership nella società e nella Chiesa

10 CONF. EPISCOPALE ITALIANA    Report sugli abusi: lo strano concetto di indipendenza del card. Zuppi

13 CONSULTORI UCIPEM                  Milano. News La Casa. Costruire relazioni.

13 DALLA NAVATA                             14° Domenica del tempo ordinario – Anno C

14                                                          Commento di p. Ernesto Balducci

15FRANCESCO VESCOVO ROMA   Le tre ragioni per cui Papa Francesco non è un populista

17                                                           Il crepuscolo di papa Francesco

19                                                          Nel nome del Papa democratico

20                                                          Lo storico incontro tra Papa Francesco e sei persone transgender in piazza San Pietro

21 GUERRA E PACE                            Se le donne nominano la pace

25 LITURGIA                                        Lettera Apostolica. Il Papa: «La liturgia non sia solo rito, ma evangelizzazione»

26                                                          La liturgia e il desiderio di comunione: su “Desiderio desideravi” di papa Francesco

27                                                          Il rito in “Desiderio Desideravi”: alcune questioni

28 MATERNITÀ                                    Congedi parentali e maternità: cosa cambia

29 OMOFILIA                                       Benedizione di coppie omosessuali e bene comune: le ragioni di una antica sapienza

31 PASTORALE                                     Caro Mancuso sbagli, sul sesso la Chiesa è moderna

32                                                          «Bisogna ripensare la teologia e la pastorale del matrimonio»

34  RIFLESSIONI                                  Perché la castità è un’arte

34 SIN0DALITÀ                                    “Il cattolicesimo di domani sarà diasporico o non sarà”

38 SINODO DIOCESANO                   Roma. Cammino sinodale, De Donatis: «Al centro la missione evangelica»

39                                                          La sintesi “bergamasca”. Cose taciute e cose dette

40 SIN0D0 UNIVERSALE                    Africa, preti padri di figli?                

41 VIOLENZA                                       Violenza psicologica nella coppia: conseguenze legali

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ABORTO VOLONTARIO

Il diritto di aborto è al di là della democrazia?

La decisione della Corte suprema degli Stati Uniti che annulla gli effetti della famosa sentenza Roe v. Wade, con cui 50 anni fa, precisamente il 22 gennaio 1973, la stessa Corte aveva reso legittimo il ricorso all’aborto fino a quando il bambino non fosse in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero materno, ha suscitato una ondata di accese proteste prima di tutto in America, ma anche in tutto il mondo occidentale.

                «Sentenza devastante», l’ha definita il presidente americano Biden. Secondo la speaker democratica del Congresso, Nancy Pelosi, siamo davanti a una «sentenza crudele». Di «Attacco ai diritti», ha parlato il nostro quotidiano «La Stampa». «Norme come l’Afghanistan e peggio della Polonia reazionaria» si trova scritto su «Il Manifesto». «L’America corre a marcia indietro. Cancellato il diritto all’aborto», è il titolo de «Il Riformista». «Medioevo Usa, Il diritto all’aborto abolito dai giudici», leggiamo su «Il Dubbio».

La reazione è la stessa sui giornali degli altri Paesi europei. «Avortemente, la grande régression del la Cour supreme del Etats-Unis», titola il prestigioso «Le Monde». Che cosa è accaduto? Forse non guasta ricordare un momento i fatti.

                Come dicevamo, la Corte Suprema americana non ha – né mai avrebbe potuto farlo – introdotto delle norme che rendano l’aborto un reato, ma, pronunziandosi sul caso «Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization», ha confermato la recente legge dello Stato del Mississipi che proibisce l’interruzione di gravidanza dopo 15 settimane.

                Gli Stati Uniti sono una federazione di Stati ed è del tutto plausibile che, a differenza di quanto avviene in Stati non federali, ognuno di essi regolamenti questioni di grande importanza in modi diversi da quanto fanno gli altri. Avviene già così, ad esempio, per la pena di morte, ammessa da alcuni ed assente in altri. Che la Corte suprema abbia «abolito il diritto di aborto», come si esprimono i mass media, significa allora soltanto che ha riconosciuto il diritto dei cittadini di ogni Stato americano di decidere secondo le regole della democrazia rappresentativa, vigente negli Stati Uniti come in molti altri Paesi dell’Occidente, come regolamentare la questione della vita nascente.

Le proteste nascono, però, dall’idea di molti che – come osservava durante una recente puntata di «Otto e mezzo», la conduttrice Lilli Gruber – qui si tratti di un diritto che va al di là delle regole della democrazia. È quanto sosteneva il cardinale Ruini quando parlava di «valori non negoziabili» e includeva tra essi, all’opposto dei sostenitori del diritto all’aborto, il diritto del nascituro alla vita. In questo caso il diritto “assoluto” non sarebbe più, come per il cardinale, quello della vita, ma quello della libertà delle donne di disporre del proprio corpo. Nessuna legge potrebbe, secondo questa visione, porre limiti al diritto di aborto, perché violerebbe questa fondamentale libertà.

Esseri umani e persone. Ma è proprio così? A metterlo in dubbio, per la verità, è uno degli studiosi più decisamente favorevoli alla legittimità etica e giuridica dell’aborto, Peter Singer, il quale fa presente in un suo libro che appellarsi alla libertà della donna – come faceva la sentenza nella causa Roe v. Wade – «può essere una buona politica, ma certo è cattiva filosofia. Presentare il problema dell’aborto come una questione di libertà di scelta individuale (…) significa già di per sé presupporre che il feto in realtà non conta nulla.

Chiunque pensi che un feto umano ha lo stesso diritto alla vita degli altri esseri umani non potrà mai ridurre il problema dell’aborto a una questione di libertà di scelta, più di quanto possa ridurre la schiavitù a una questione di libertà di scelta da parte degli schiavisti» (P. Singer, Ripensare la vita. La vecchia morale non serve più, Milano 1996). Peraltro, il famoso bioeticista australiano è convinto che l’aborto sia lecito e vada legalizzato. Ma perché pensa di poter dimostrare che gli embrioni/feti non hanno, come egli dice, «lo stesso diritto alla vita degli altri esseri umani». A dire il vero, anche nei confronti degli animali non umani molti – a cominciare dallo stesso Singer – hanno delle forti obiezioni nei confronti della sperimentazione indiscriminata su di loro e non accetterebbero “la libertà dei ricercatori scientifici” come un buon argomento per giustificarla.

                La libertà deve sempre fare i conti con la responsabilità verso l’altro. E di un “altro”, non soltanto di una parte dell’organismo femminile, si tratta nel caso dell’embrione e, ancora più evidentemente, del feto. Se poi questo “altro” è un essere umano – e nessuno nega che essi lo siano, in base al semplice dato del loro DNA – la questione si fa ancora più seria. Il punto, per Singer, come per Engelhardt, per Tooley, per Regan – per tutti i più noti bioeticisti che giustificano l’aborto – , è che dobbiamo avere il coraggio di rimettere in discussione quella che spesso viene considerata una certezza indiscutibile, e cioè il valore della vita umana come tale. «Perché è moralmente sbagliato», si chiede Singer, «sopprimere una vita umana? (…). Che cosa c’è di così speciale nel fatto che una vita sia umana?».

Per questi autori se mai il valore da tutelare sono le persone. Ma, essi spiegano, “persone” si possono considerare solo gli esseri umani dotati di autocoscienza. Perciò, come dice lapidariamente un altro notissimo studioso, Engelhardt, «non tutti gli esseri umani sono persone. Non tutti gli esseri umani sono autocoscienti, razionali e capaci di concepire la possibilità di biasimare e lodare. I feti, gli infanti, i ritardati mentali gravi e coloro che sono in coma senza speranza costituiscono esempi di non-persone umane» (H. T. Engelhardt, Manuale di bioetica, Milano 1991).

                Questi esseri sono umani, ma, non essendo persone, possono essere uccisi, o usati per esperimenti, senza violare in nulla l’etica. Lo diceva già, in un suo famoso articolo, un altro noto bioeticista, Tooley, che si chiedeva: «Quali proprietà si devono avere per essere una persona, cioè per avere un serio diritto alla vita?» La risposta dell’autore è che «un organismo possiede un serio diritto alla vita solo se possiede il concetto di sé come soggetto continuo nel tempo di esperienze e altri stati mentali, e crede di essere una tale entità continua nel tempo» (M. Tooley , Aborto e infanticidio).

                Perché ci sia persona, insomma, si richiede, secondo lui, quello che egli chiama «requisito di autocoscienza». Ma siamo sicuri che distinguere esseri umani e persone, subordinando il secondo titolo al possesso di certe qualità diverse dall’appartenenza alla specie umana, sia una buona idea? Non possono non ritornare alla mente le civiltà del passato, che in base a questa distinzione hanno considerato appartenenti alla nostra specie, ma non-persone, gli schiavi, le donne, gli indios. E forse non è un caso che oggi si sia riconosciuto finalmente che i diritti umani si applicano a tutti gli uomini e le donne per il semplice motivo che sono “umani”, a prescindere dal possesso di altri requisiti.

Una nuova fede (sottratta alla ragione). Alla luce di queste elementari considerazioni è un po’ strano considerare una incredibile regressione alla barbarie la posizione di coloro che, come la Chiesa cattolica, condannano l’aborto. Ma, nel caso della sentenza della Corte americana, non si tratta neppure di una condanna. Semplicemente si lascia ai cittadini dei singoli Stati di decidere come va regolamentata una materia così delicata. Che questo diritto dei cittadini venga negato in nome di un preteso valore assoluto, come sarebbe la libertà della donna, fa riflettere sul fatto che, venuti meno i dogmi delle grandi religioni, se ne sono inventati altri. Solo che quelli riguardavano una sfera superiore, in cui la fede appare legittima, mentre i nuovi non possono sottrarsi al controllo della ragione.

                È in base ad essa che appare necessario bilanciare il valore indiscutibile della libertà della donna con quello, fino a prova contraria altrettanto indiscutibile, dell’essere umano che essa porta dentro di sé. In realtà anche nelle legislazioni più restrittive questo bilanciamento prevede, di solito, il diritto di ricorrere all’interruzione volontaria della gravidanza quando è in pericolo la vita del madre o quando sono diagnosticate gravissime deformazioni del feto. Spesso è preso in considerazione, come motivazione per abortire, il caso dello stupro.

Queste ragionevoli condizioni, però, nelle esasperate proteste di questi giorni, non vengono neppure pese in considerazione. Il diritto della donna sul proprio corpo è considerato così assoluto da non dover rendere conto non solo alla democrazia, ma neppure alla ragione. Facendo rimpiangere la fede religiosa, che, almeno nella visione cristiano-cattolica, ha sempre ritenuto di poter andare oltre l’intelligenza umana, ma non di poterla contraddire.

Giuseppe Savagnone    Chiaroscuri        27 giugno 2022

www.tuttavia.eu/2022/06/27/laborto-alla-prova-della-democrazia-e-della-ragione

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF - n. 25, 29 giugno 2022

"Nulla di sbagliato", documentario con la voce dei ragazzi nel lockdown. Nulla di sbagliato è un docu-film di Davide Barletti e Gabriele Gianni, realizzato dalla viva voce di 300 studenti e studentesse di prima media, che durante la pandemia hanno raccontato lo scorrere del tempo dalla loro cameretta. È stato prodotto da Cinemovel in associazione con CIAI e Fondazione Con i Bambini, e presentato in prima mondiale nella sezione Concorso Italia del Biografilm Festival a Bologna [qui il trailer - YouTube - 1 min 26 sec].                                                                                                                      www.youtube.com/watch?v=OqV7g4bmx_4

Le famiglie che si sono raccontate all'incontro mondiale. Si è chiuso il 26 giugno il X Incontro Mondiale delle Famiglie, evento che ha portato a Roma una grande "dimensione testimoniale" da parte di tante famiglie provenienti da tutto il mondo.

www.famigliacristiana.it/articolo/in-famiglia-si-impara-ad-amare.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_29_06_2022

Il direttore CISF Francesco Belletti, che ha seguito l'evento a Roma, ha inviato alcuni ritratti di testimonianze particolari: dalla riflessione di Papa Francesco alle famiglie, al racconto di Gigi De Palo e Anna Chiara Gambino sull'accoglienza, da quello di Alvaro Medina del Campo e della moglie Maria Rosaria sulla trasmissione della fede ai nipoti, fino a Daniel e Leila Abdallah, libanesi, testimoni del perdono.

Su youtube la presentazione del CISF. In occasione dell'Incontro Mondiale delle Famiglie, il Cisf - come altre realtà che si occupano di famiglia nel mondo - ha predisposto un video di presentazione della propria mission e dell'attività di ricerca [2 min 45 sec].                                                                www.youtube.com/watch?v=itR1IcPgrxM

USA/cani e gatti al posto dei figli? Una ricerca tra i millennial. Una ricerca qualitativa realizzata dalla piattaforma Veterinarians.org, su un campione di 400 Millennial americani, mette in luce una tendenza sociale in cui gli animali domestici stanno prendendo il posto dei figli nella pianificazione familiare. Il 42% delle giovani intervistate dice che la pandemia ha influenzato la decisione di non avere figli; il 41% dice di non voler crescere un bambino in un mondo in così pessime condizioni; il 49% afferma che le persone con figli appaiono molto più stressate. Queste le risposte di scenario, poi arrivano interessanti dati sulla relazione con il proprio pet: il 70% degli intervistati proprietari di animali conferma di sentirsi "come un genitore"; il 53% ha preso la decisione di acquisto/affitto della casa in base al fatto che ci fosse abbastanza spazio all'aperto per il proprio cane o gatto; il 51% ha acquistato vestiti per il proprio animale e il 48% ne ha festeggiato il compleanno e/o gli ha acquistato i regali di Natale

www.veterinarians.org/birth-rates-in-us

Violenza del partner, quanto conta la parola delle donne sulle decisioni di custodia dei figli in tribunale? È la domanda che si sono posti i ricercatori del Dipartimento di sviluppo umano e studi sulla famiglia (HDFS) dell'Illinois University, con uno studio [pubblicato sul Journal of Family Violence] su un campione di 190 madri con almeno un figlio minorenne.

https://link.springer.com/article/10.1007/s10896-022-00401-w

L'obiettivo è stato quello di vedere se i resoconti delle donne sulle loro esperienze di violenza fossero in relazione con la decisione finale sull'affidamento in tribunale. Ne è emerso che la semplice testimonianza delle donne non è facilmente censita dai tribunali. I ricercatori sottolineano quanto sia invece importante che la violenza sia documentata. Le vittime potrebbero aver paura di sfidare il loro aguzzino in un caso di custodia, ma loro e i loro figli possono essere maggiormente a rischio di violenza continua.

 https://aces.illinois.edu/news/how-intimate-partner-violence-affects-custody-decisions

Badacare, startup per la ricerca di assistenti familiari. È stata perfezionata presso l'Università di Torino una startup che permette alle famiglie di tutta Italia di incontrare assistenti familiari con esperienza lavorativa e referenze verificate. Si chiama Badacare.                                                                  https://badacare.com

e nasce per combattere il problema del turnover nel settore dell’assistenza familiare (più di una famiglia su 2, infatti, cambia la propria badante ogni 12 mesi). Solo dopo un'attenta selezione le persone vengono inserite all'interno del network di Badacare (che attualmente conta oltre 5mila nominativi iscritti) per essere assunti a servizio di famiglie e anziani. Da parte delle famiglie vi è totale libertà di scelta di assistenti familiari in base alle proprie esigenze: dal luogo in cui si ha bisogno dell’assistenza, alla tipologia di mansioni richieste. Ad affiancare le famiglie nella scelta, oltre al "matching" della piattaforma, ci sono anche dei care manager, figure professioniste che aiutano e semplificano il processo di selezione.

Presentata la guida moige "un anno di zapping e di streaming". È scaricabile gratuitamente dal sito del Moige la nuova guida riferita alla stagione 2021-2022 di tv, media e piattaforme, che dedica sempre più spazio ai contenuti web (da tik-tok ai canali social). 300 programmi recensiti e molte le categorie inserite tra le quali: fiction-serie tv e docu-fiction, programmi per bambini e ragazzi e social.

www.moige.it/guida-alla-tv-e-web-family-friendly

Corso di alta formazione in consulenza familiare. Si svolgerà nelle due settimane dal 10 al 24 luglio in Trentino, a Marilleva 1400. Il Corso, che vedrà impegnati famiglie con i loro figli, sacerdoti, religiosi e religiose da tante diocesi italiane, come anche da Associazioni e movimenti, è organizzato dall'Ufficio nazionale della CEI con la Confederazione dei consultori di ispirazione cristiana, l'Ecclesia Mater e docenti provenienti da diversi Istituti e Università [info: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.]

https://famiglia.chiesacattolica.it/formazione-studio-e-vacanza-per-famiglie-e-sacerdoti-insieme

Dalle case editrici

¨       Fondazione CRC, Quaderno n.43, Residenze di comunità. Un contributo per una nuova filiera della residenzialità delle cure domiciliari, 2022 [scaricabile gratuitamente a questo link]

www.fondazionecrc.it/index.php/analisi-e-ricerche/quaderni

¨       Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, La santità nelle famiglie del mondo, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2022, p.208

¨       Paola Zanini, Leggere insieme per costruire fiducia, San Paolo, Cinisello B. (MI), 2022, pp.144

Il volume di Paola Zanini rappresenta uno strumento educativo essenziale per aiutare i genitori a costruire una relazione significativa con i propri figli attraverso la lettura ad alta voce. L’intento dell’autrice non è soltanto rivolto alla promozione della lettura ai fini dello sviluppo cognitivo, linguistico e sociale del bambino, poiché mira a scandagliare il mistero del legame tra adulto e bambino da una prospettiva più ampia, che dunque interessa non solo i genitori, ma tutti coloro che hanno a cuore il percorso educativo dei più piccoli. (...)  (a cura di Valeria Rossini, Professoressa Associata di Pedagogia Generale e Sociale-Univ. degli Studi di Bari - Membro del Comitato Scientifico CISF)

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=8%3d7WBdAW%26s%3dX%26t%3dTDd%26u%3dU9XFW%262%3dCzMw_MWvW_Xg_KXxV_Um_MWvW_WlGlRyElOz8y.NgGw6uEv9o0pOgE.pO_xtZu_89jDy9_yvYs_9AgM16iAt0tMz6g4h_MWvW_WlGlRy6pNlUBW8_4sGk0hOuEp7xB.w9l%267%3dtPyOjW.t8

Save the date

¨        Convegno (Roma) - 5 luglio 2022 (9.00-14.00). "Ridurre le disuguaglianze in sanità: percorsi di cura di area neurologica", a cura dell'Istituto Superiore di Studi Sanitari Giuseppe Cannarella, presso L'università La Sapienza [qui locandina e programma]

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=0%3dKTRfOT%269%3dZ%268%3dQTf%269%3dROZTT%26H%3dEDJCP_Bqpw_M1_Exmp_OC_Bqpw_L6JTG.ABPwE0R89z8J9BKy.9G_Oksm_YzMC_Oksm_YzMC-09DGB8J_Exmp_OC8u1xEF9Lu4F_Oksm_YzRWYL_Hnzj_R3gP_Hnzj_R3b-6K4-wBE4OuC08-h5HO9H68v99FD1MF9D2-XOV.CAz%264%3d0RCLzY.85G%26FC%3dVWgR

¨       Evento (Roma) - 6 luglio 2022 (inizio ore 10.30). "Presentazione dei risultati Invalsi 2022", presso l'Aula Magna dell'Università La Sapienza (anche in streaming).             https://news.uniroma1.it/06072022_1030

¨       Webinar (UK) - 6 luglio 2022 (16.00-17.30 GMT+1). "Ending a Romantic Partnership: Towards an Ethics of Divorce", a cura dell'Oxford University

www.ox.ac.uk/event/ending-romantic-partnership-towards-ethics-divorce

¨       Webinar (IT) - 7 luglio 2022 (17.00-18.30). "Smart Working: analisi e prospettive", organizzato dall'Istituto di Studi Superiori sulla Donna-UPRA www.upra.org/evento/smart-working-analisi-e-prospettive

¨       Webinar (UK) - 12 luglio 2022 (14.00-16.30 GMT+1). "Only children: insights from across generations and countries", a cura di UCL Social Research Institute  per info e iscrizioni]

https://cls.ucl.ac.uk/events/only-children-insights-from-across-generations-and-countries

 

Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

Archivio   http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

https://a4e9e4.emailsp.com/f/rnl.aspx/?fgg=wsswt/e-ge=s/fh0=nwz49a1:a=.-4&x=pv&65kac&x=pp&qzb9g6.b9g9h/:i4-7d=v_3yNCLM

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CHIESA CATTOLICA CRISTIANA DELLA SVIZZERA

Vetero-cattolici. Il sacramento del matrimonio è per tutti

Chiesa cattolica cristiana deve la sua esistenza alla protesta contro i dogmi espressi dal Concilio Vaticano I nel 1870. Uno dei protagonisti della protesta era un professore e deputato nazionale, Walther Munzinger, che già nel 1860 scrisse un'opera su "Papato e Chiesa nazionale". Il 18 settembre 1871 a Soletta fu organizzato il primo Congresso dei cattolici cristiani svizzeri, formando così il nucleo della Chiesa cattolica cristiana. Il Sinodo votò nel 1999 l'ordinazione femminile. Nel 2000, Denise Wyss fu la prima donna ordinata nella Chiesa cattolica cristiana.

                       

La Chiesa cattolica cristiana (vetero-cattolica dell’Unione di Utrecht), una delle tre Chiese riconosciute a livello nazionale in Svizzera, ha introdotto il matrimonio sacramentale per tutti, con un unico rito, scritto in italiano con un linguaggio inclusivo in modo che ogni persona etero, omo, maschio, femmina, non binario, in transizione possa sentirsi riconosciuta.

                Da parte mia, che sono parroca per il Ticino di questa Chiesa, mi chiedo dove stia la notizia. La notizia semmai era prima: le Chiese continuano a perpetuare una discriminazione interpretando testi ispirati (per chi crede) con i propri preconcetti patriarcali. Questo è il punto di vista di una buona parte delle teologhe nel mondo che però faticano ad aprire un serio dibattito all’interno di molte confessioni cristiane attuali. Ogni dialogo necessita di un qualche terreno comune. E questo terreno comune spesso manca nel mondo religioso. Prima di tutto è necessario riconoscere che ogni espressione religiosa è anche espressione culturale, incarnata storicamente, per questo fallibile e migliorabile. Di conseguenza il primo passo per un dialogo onesto è ammettere la presenza di strutture patriarcali e di oppressione in ogni sistema religioso, che fanno sì che a capo ci sia sempre un uomo, che la catena di comando riguardi sempre uomini, che il peso, i limiti, le proibizioni riguardino sempre le donne e il loro corpo o chi non è bianco eterosessuale: ricordo che per lungo tempo i filippini, ad esempio, non potevano accedere al sacerdozio nella Chiesa cattolica romana perché non ritenuti in grado di compiere studi ad alto livello, stesso pregiudizio che investiva le donne, invitate a dedicarsi a compiti a loro ben più “consoni” piuttosto che a studiare.

                L’obiezione comune al sacramento del matrimonio per tutti è che la Bibbia, in particolare il libro della Genesi, con il racconto della creazione del genere umano, fondi il matrimonio come eterosessuale. In realtà quei brani non assolutizzano la differenza sessuale tra uomo e donna, ma pongono l’accento sul carattere relazionale di ogni persona affermando: non è bene che l’essere umano sia solo. Il libro della Genesi non fonda i generi, né i matrimoni eterosessuali ma ci mostra che siamo creati fin dall’inizio in relazione, cominciando a comprenderci, come fa il primo essere umano, solo di fronte all’altro, diverso da me, che mi interpella e mi chiama ad uscire da me stesso.

                Il matrimonio nelle Scritture è descritto come una realtà culturale-sociale trovata e non costituita o definita come istituzione. In poche parole non è la Scrittura che stabilisce cos’è il matrimonio ma lo trova già come realtà sociale. Inoltre nei testi ci sono anche forme di matrimonio che differiscono fortemente dalle idee e dalle pratiche moderne (per esempio la poligamia o il levirato, l’obbligo, cioè, del fratello senza figli di sposare anche la moglie del defunto fratello per dargli una discendenza). Neppure Gesù stesso fonda il matrimonio tradizionale ma lo trova come realtà sociale. Egli lo relativizza pure affermando che alcuni si fanno eunuchi per il Regno di Dio (Mt 19,10-12). E, in vista della venuta del Regno di Dio, il matrimonio è talvolta dichiarato come non più rilevante (ad esempio Mt 22,30).

                Come istituzione socio-culturale, il matrimonio è sempre stato soggetto a cambiamenti storici, soprattutto negli ultimi cento anni. L’enfasi che nel recente dibattito è stata data alla procreazione, alla fertilità o meno delle coppie omoaffettive, al matrimonio tra un uomo e una donna come unico luogo di progenie legittima, trova la sua radice in una comprensione patriarcale dei ruoli di genere. Una tale comprensione del matrimonio non solo ferisce le persone che sono rimaste senza figli nei loro matrimoni, intenzionalmente o meno, ma alla fine porta anche a una sopravvalutazione della sessualità come scopo e contenuto principale del matrimonio. Un’unione può essere fruttuosa in molti modi diversi. E ogni unione è diversa da ogni altra. Le diverse coppie sposate differiscono dalle altre non solo per il fatto di essere dello stesso sesso o di sesso opposto, ma in innumerevoli altri modi (età, differenze di età dei coniugi, desiderio di avere figli, nazionalità, provenienza religiosa, ecc.). Queste differenze possono talvolta essere più significative di quelle di genere.

                Con l'introduzione del matrimonio per tutti, la Chiesa cattolica cristiana della Svizzera si pone in continuità con le sue origini. Questa Chiesa trova le sue radici soprattutto nell’ambito del Kulturkampf contro la Chiesa cattolica romana ritenuta nemica del mondo moderno. Con il rifiuto dei dogmi vaticani dell’infallibilità papale e della giurisdizione di Roma sul mondo, come in altre nazioni di lingua tedesca, anche in Svizzera tra il 1870 e il 1876 si costituì una Chiesa cattolica nazionale, sostenuta dal governo dell’epoca, che diede vita fin da subito a varie riforme (uso della lingua volgare nella liturgia, non obbligatorietà del celibato per il clero, possibilità di seconde nozze dopo il fallimento di un matrimonio) e a intensi dialoghi ecumenici.

                I cambiamenti sociali hanno da sempre interpellato la riflessione teologica e pastorale della Chiesa cattolica cristiana portando, ad esempio, all’ordinazione delle donne e all’affermazione che ogni orientamento affettivo e sessuale è parte della natura umana e non poteva essere un aspetto rilevante nel valutare i candidati al sacramento dell’ordine tripartito. Ora con il matrimonio sacramentale per tutti si sana una ferita rimasta aperta troppo a lungo. Se il battesimo è il sacramento fondante dai cui partono tutti gli altri, se apre alla possibilità di ricevere la pienezza dei doni di Dio che la Chiesa riconosce nei sacramenti, come mai il battesimo di un etero-affettivo apriva a ogni possibilità mentre il battesimo di un omo-affettivo apriva a possibilità più limitate? La Chiesa celebrava differenti battesimi?

A ogni persona battezzata ora è dato accesso in potenza a ogni sacramento, senza più alcuna discriminazione. Anche se piccola Chiesa, testimoniamo con il nostro esistere che si può vivere una vita spirituale e comunitaria aperta alla società contemporanea e alla ricchezza della diversità che porta in sé ogni persona umana.

Elisabetta Tisi.  parroca della Chiesa cattolica cristiana della Svizzera – Diaspora del Ticino  3 luglio 2022

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CHIESA DI TUTTI

Sostegno alla legge 194\1978

Comunicato Stampa di NOI SIAMO CHIESA

Dopo la Sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti sull’aborto “Noi Siamo Chiesa” ribadisce il sostegno alla legge 194\1978.               Il pronunciamento con cui la Corte Suprema degli Stati Uniti ha revocato la sentenza Roe vs Wade del 1973, che aveva legalizzato l'aborto a livello federale, è occasione perché, da più parti, si chieda di riaprire la discussione sul tema anche in Italia.  Di fronte a ciò, il movimento per la riforma della Chiesa cattolica “Noi Siamo Chiesa” intende ribadire le ragioni del favore con cui, al pari di moltissimi altri credenti (anche tra chi ha responsabilità associative e nel clero), giudica la legge n. 194 del 1978, già confermata dal referendum del 1981.

  1. La legge n. 194 è una buona legge, che affronta laicamente un reale problema sociale e afferma con determinazione il valore della vita, preoccupandosi di creare le condizioni affinché l’aborto sia evitato o, alla peggio, avvenga in condizioni accettabili, sottraendolo alla clandestinità ed alla speculazione. L’applicazione della legge è stata invece carente soprattutto per quanto riguarda l’educazione sessuale diffusa e la disomogenea e spesso insufficiente organizzazione dei servizi sanitari e sociali previsti.
  2. La legge non può che riconoscere e rispettare la libertà di decisione della donna in una situazione come quella della gravidanza così intimamente connessa con il suo essere fisico, psicologico e con le sue prospettive esistenziali. E, per quanto possa essere faticoso da accettare, lo stesso giudizio etico (anche quando illuminato dalla fede) deve fermarsi ed avere il massimo rispetto delle decisioni della donna, spesso assunte in condizioni personali molto difficili. Ciò anche se, per tutte e per tutti, e soprattutto per i credenti, l’interruzione volontaria della gravidanza rimane un fatto traumatico, una violenza grave all’ordine della natura e della creazione e pone continuamente il problema della sua prevenzione.
  3. La difesa dei valori della vita, inoltre, merita un’azione a tutto campo nei confronti del “quotidiano” di donne ed uomini che soffrono e amano, qui e oggi, e va ben al di là della rigida tutela dell’embrione. C’è anzitutto il problema delle condizioni sociali della famiglia, dal precariato del lavoro dei giovani ai carenti servizi all’infanzia, dagli interventi, quasi inesistenti, a favore delle famiglie numerose alla condizione degli extracomunitari. C’è la ribadita ostilità della posizione ufficiale della Chiesa nei confronti degli anticoncezionali, che è senza fondamento biblico e teologico, e suscita molte reazioni negative anche nel popolo cristiano. C’è lo stesso rapporto tra uomo e donna, spesso ancora segnato da una cultura e comportamenti maschilisti, che può costringere la donna a scegliere in solitudine se abortire o allevare da sola il bambino o la bambina; per non dire di quando la donna si trova incinta senza una sufficiente consapevolezza o in conseguenza di una violenza subita.
  4.  Una conferma dell’appoggio alla legge n. 194 non può dunque essere disgiunta dall’impegno per una cultura diversa nei confronti della donna, che ne rispetti la libertà, ne comprenda e aiuti i bisogni, ne valorizzi sentimenti e valori, di cui ha bisogno questa società organizzata sul protagonismo, la competizione e l’immagine. La Chiesa cattolica stessa, d’altro canto, è permeata di culture, prassi e strutture maschiliste, nonostante l’esaltazione retorica del “femminile”.

“Noi Siamo Chiesa” cerca di proporre nella comunità dei credenti comportamenti laici nei rapporti con la società e le istituzioni ed una cultura della difesa della vita che sia ispirata alla carità ed alla misericordia di cui parla l’Evangelo e non alle asprezze, anche ideologiche, ed alle pressioni, anche politiche, delle ricorrenti campagne promosse da autorità e organizzazioni cattoliche.

“Noi Siamo Chiesa”       Roma, 27 giugno 2022

www.noisiamochiesa.org/?p=8751

{C’è da riposizionare la situazione degli obiettori di coscienza. I primi 5 articoli della Legge sono a favore della vita. L’art. 5 è l’ultimo tentativo di venire in aiuto della donna (e anche del padre del tutto ignorato); il “famoso documento” è un riscontro di ciò che si è potuto fare. Due sentenze di TAR (Puglia e Roma) confermano. Purtroppo il Consiglio permanente della Cei, senza interpellare gli altri Vescovi, emanò il 1° luglio 1978 la famosa notificazione che includeva anche gli attestati intesi come autorizzazione. L’Ucipem con il presidente Sergio Cammelli e altri membri del Consiglio direttivo (Benciolini, Dardanello, Marcone) furono ricevuti dal card. Antonio Poma, presidente della CEI (in scadenza), esprimendo il dissenso da un’interpretazione troppo estensiva della legge e del grave rischio che gli operatori pro life fossero esclusi da ogni azione nei consultori (come avvenne è come urlò una femminista docente universitaria a Marcone durante un convegno organizzato dalla Regione Piemonte: “la legge 194 è tutta nostra e voi fate altro”.  Il cardinale si espresse – di fatto - sinteticamente nel senso “quod scripsi, scripsi” e poi vedremo. A mia conoscenza, la Cei non ha formulato altro, anche nel documento dell’8 dicembre 1978 “La comunità cristiana e l’accoglienza della vita nascente”. Nonostante tutto ciò il Ministero della salute nella relazione sul tema relativa al 2020 scrive “45.533 colloqui vs 30.522 certificati”. Ovviamente la somministrazione di farmaci abortivi – non prevista dalla Legge, include l’obiezione di coscienza. NDR }

Le suore come modello di leadership nella società e nella Chiesa

Si parla molto di ruolo e leadership femminile nella Chiesa, ma a volte ci si dimentica che ci sono donne che già esercitano una funzione guida in tante comunità e strutture cattoliche sparse nel mondo, e spesso lo fanno in contesti estremamente difficili. Sono le religiose appartenenti a decine di congregazioni cattoliche differenti che operano in diversi settori: da quello amministrativo, alla salute, alla scuola, all’assistenza dell’infanzia, al sostegno ai poveri, alla difesa dell’ambiente. Guidano ospedali, centri educativi, di formazione professionale, gestiscono risorse finanziarie e programmi di cooperazione, operano in realtà in cui le istituzioni sono fragili o inesistenti, in regioni in cui sussistono conflitti sociali e guerre: spesso sono loro la voce, il volto, la presenza della Chiesa nelle periferie del mondo.

                L'Unione Internazionale delle Superiore Generali (Uisg) ha dunque deciso di lanciare una campagna (#NewLeaders) per mostrare l'impegno delle suore nell'affrontare le sfide dello sviluppo internazionale, infatti è proprio grazie al loro ruolo di leader e addette all’advocacy [supporto attivo], con una vasta esperienza nell'impegno sul campo, che tanti progetti sociali e di evangelizzazione prendono vita. «Si stima – afferma l’Unione Internazionale delle Superiore Generali – che la rete mondiale delle congregazioni appartenenti alla Uisg – in rappresentanza di oltre 600.000 religiose – sia uno dei maggiori fornitori di sostegno diretto alle comunità per quanto riguarda la salute, la lotta alla fame e l'assistenza all’infanzia. Le suore sono in prima linea contro alcune delle più grandi sfide dello sviluppo internazionale e hanno sostenuto alcune tra le comunità più ai margini durante la pandemia del COVID-19». «Attraverso la loro esperienza secolare di sostegno ai più emarginati e vulnerabili del mondo – osserva ancora l’Uisg in una nota – le suore hanno consolidato un modello eccezionale di impegno comunitario basato su tre pilastri: la presenza, l’incontro e il servizio».

                Obiettivo della Uisg è quindi quello di valorizzare questa esperienza per mettere in rilievo i processi decisionali a tutti i livelli, «facendo leva sull'esperienza unica delle suore che vivono tra le persone più colpite dalla povertà, dallo sfruttamento e dal cambiamento climatico». La nuova iniziativa – «Sorelle nell’advocacy globale» – mira in tal senso a rafforzare l'impatto delle religiose, assicurando che vengano ascoltate le loro voci e quelle di coloro che sono ai margini nel dialogo sullo sviluppo post-Covid. La campagna (accompagnata da un video dal titolo: “New Leaders: Leadership for change”) vuole aprire il dibattito sul ruolo delle suore come leader, sulla scia di quanto avvenuto al World Economic Forum di Davos – a cui hanno partecipato rappresentanti della Uisg assieme ai partner del Global Solidarity Fund (Gsf) – e in vista del vertice del G7 che si terrà a partire dal 26 giugno.

                Suor Antonietta Papa, superiora generale delle Figlie di Maria Missionarie, ha descritto in questi termini la sua doppia esperienza di religiosa e di leader: «Chi sono le suore? Cosa fanno? Come sono viste dalla gente? Perché si diventa suora? Perché sono vestite in quel modo? Sono queste, credo, le domande che spontaneamente si chiedono le persone per la strada quando incontrano una suora». “La risposta è semplice: una donna, una donna come tutte le altre – ha aggiunto nella sua testimonianza – che però ha preso una decisione che forse alle altre donne potrebbe apparire drastica, quasi una rinuncia al mondo. Non hanno rinunciato al mondo, che continuano a comprendere profondamente proprio nel condividere le sofferenze e tutti i problemi degli uomini e delle donne che le circondano. Sono coscienti che questo annuncio sarà per alcune di loro causa di condanna, ma insieme a Cristo hanno abbracciato la vita e vogliono donarla». «Le nuove leader – ha detto ancora suor Antoniettaannunciano e denunciano, indicano cammini e camminano insieme, insegnano ed imparano, sono solidali con i poveri, con gli ultimi, con chi non conta nella società, soprattutto condividono in umiltà e semplicità i doni ricevuti».

Nello sviluppare il loro modello di leadership per il cambiamento, le suore si pongono, inoltre, domande fondamentali che riguardano la comunità dello sviluppo internazionale ad ogni livello: come possiamo trasformare il concetto di leadership in modo da mettere al centro del nostro lavoro i più vulnerabili, e non i più forti? Quali sono le nostre vulnerabilità che dobbiamo abbracciare in questo viaggio di trasformazione? La segretaria esecutiva della Uisg, suor Patricia Murray, ha spiegato: «Oggi, nell'esercizio della leadership, mi sento chiamata a contribuire in qualche modo alla creazione di una sorellanza globale in cui possiamo rispondere insieme alle necessità provenienti dai margini geografici ed esistenziali del nostro mondo, come suore di congregazioni, culture e contesti differenti». «Le persone – ha aggiunto – hanno fame e sete di un significato e un obiettivo, di pace e riconciliazione, di comunità e rispetto reciproco. Come leader, mi sento chiamata a coltivare i piccoli semi da cui nasce nuova vita: per esempio l’empatia e l'apertura al prossimo, il rispetto e l'arricchimento reciproco, l'incontro e l’accoglienza dello straniero, la comprensione e la celebrazione della differenza. Quando ci uniamo nelle rispettive differenze e alimentiamo queste capacità, la vita inizia a fiorire, soprattutto nei luoghi di grande bisogno».

                Jane Wakahiu, fa parte dell'istituto delle Piccole Sorelle di San Francesco, Kenya. Lavora con Fondazione Conrad N. Hilton, organismo che gestisce progetti di contrasto alla povertà, dove ricopre un ruolo di primo piano nella programmazione degli interventi e nella gestione dei budget. «Una nuova leader – ha spiegato a sua volta – deve basarsi sulla propria fede, sulla preghiera, sulla consapevolezza di sé e sull'umiltà; deve incarnare costantemente una leadership condivisa e una visione; deve ascoltare con tenerezza e apertura, camminando accanto a coloro che sta guidando, in modo solidale. Una leader deve possedere la capacità di dialogare e riflettere prima di agire, promuovendo la dignità di ogni persona. Le nuove leader devono rimanere positive, energiche e fiduciose anche nei momenti difficili, fungendo da guida e camminando accanto alle loro comunità, mantenendo una presenza compassionevole».

Francesco Peloso                            Adista                  24 giugno 2022

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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Report sugli abusi: lo strano concetto di indipendenza del card. Zuppi

Con un comunicato stampa, la Cei ha annunciato, il 23 giugno, di aver «avviato il I Report sulle attività dei Servizi Regionali, dei Servizi Diocesani/Interdiocesani e dei Centri di ascolto per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili». Si tratta di una delle cinque linee programmatiche di contrasto agli abusi annunciate dal presidente dei vescovi italiani card. Matteo Zuppi all’indomani dell’assemblea generale di maggio scorso, apparsa fin da subito inadeguata per cogliere il dato quantitativo e qualitativo del fenomeno: sia perché in capo a una rete di servizi interna alla Chiesa e dunque non caratterizzata da quella terzietà necessaria per arrivare a una valutazione oggettiva e super partes del problema, sia per l’arco temporale estremamente limitato (2020-2021) sul quale tali servizi possono avere competenza, non essendo oltretutto nemmeno distribuiti in modo omogeneo in tutte le diocesi italiane.

                Nella ricerca, che ha l’obiettivo di delineare «la realtà dei Servizi diocesani e dei Centri di ascolto, la loro diffusione e strutturazione, l’operatività ed efficacia nell’azione pastorale di formazione, prevenzione e accoglienza», saranno coinvolti «16 coordinatori per i Servizi regionali, 226 referenti per quelli diocesani e 96 responsabili dei Centri di ascolto», che dovranno collaborare rispondendo a «questionari specifici per ciascun ambito da compilare on line, garantendo la massima riservatezza». Dati, quelli dei centri diocesani, che secondo Zuppi (Corriere della Sera, 23/6) sarebbero assolutamente «indipendenti. A Bologna sono tutte donne, professioniste, guidate da una psichiatra. E discutiamo, sono assolutamente indipendenti». Un singolare sillogismo.

                Nessuna traccia, nel comunicato, della seconda parte dell’“indagine”, che dovrebbe avere come oggetto i dati provenienti dalla Congregazione per la Dottrina della Fede inerenti al ristretto arco temporale 2000-2021, ma di cui per ora non si parla. Nel frattempo, però, sempre sul Corriere della Sera e altre testate, Zuppi spara a zero sul Rapporto francese della Commissione Sauvé, definendo invece «sicuri» i ben pochi dati approdati alla Cdf: «Dal 2000 abbiamo dati sicuri, quelli della Dottrina della Fede. Dati oggettivi, non proiezioni statistiche. Sulla ricerca in Francia mi hanno mandato tre inchieste di universitari che demoliscono il lavoro della commissione». Un giudizio grossolano sull’enorme lavoro di ascolto delle vittime della Commissione d’Oltralpe, durato due anni, che abbraccia un periodo di 70 anni e che ha messo all’opera personalità di alto profilo; nonché un sorprendente attacco alla Chiesa sorella. «“Qualitativo” significa distinguere i numeri grezzi, capire le differenze». «Facciamo una cosa seria, che ci fa più male perché riguarda noi adesso. Aiuterà anche nella prevenzione e a capire il fenomeno più vasto nella società, se non c’è pregiudizio», aggiunge Zuppi, cercando chiaramente di spostare il focus dalla Chiesa.

                Istituzione “indipendente”? Ma chi esaminerà ed elaborerà i dati raccolti? Qui viene il bello. Il card. Zuppi, presentando il progetto il mese scorso, aveva dichiarato che l’incarico sarebbe stato dato a due centri universitari indipendenti, competenti sulla materia, a garanzia della serietà e del rigore dell’operazione, senza peraltro specificarne l’identità «per motivi amministrativi». Il comunicato stampa del 23 giugno ora rivela che il compito di elaborare i dati sarà affidato a «ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, specializzati in economia, statistica, sociologia con esperienza specifica in analisi di policy children safeguarding, cioè in politiche di tutela dei minori, che sono richieste a livello europeo a tutte le organizzazioni operanti con minori ai fini di garantire loro ambienti sicuri in termini di prevenzione, contrasto e protocolli di segnalazione abusi, e che rappresentano il quadro delle Linee guida della Chiesa che è in Italia del 2019». Tali ricercatori dovranno presentare una «radiografia dell’esistente», ma anche «trarre suggerimenti e indicazioni per implementare l’adeguatezza dell’azione preventiva e formativa delle Chiese che sono in Italia».

                La scelta di questa istituzione viene motivata con il fatto che già in passato ha svolto il ruolo di soggetto valutatore del progetto “SAFE – Educare e Accogliere in ambienti sicuri” che ha interessato per due anni, dal 2019 al 2021, la Comunità Papa Giovanni XXIII, il Centro Sportivo Italiano, l’Azione Cattolica Italiana e il Centro Interdisciplinare di Ricerca sulla Vittimologia e sulla Sicurezza-Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Alma Mater Studiorum di Bologna».

                Che cosa ha di “indipendente” l’Università cattolica rispetto alla Chiesa? Nulla. Per statuto, le università cattoliche sono regolate dal Codice di Diritto Canonico (can. 807- 814), dalla Costituzione Apostolica Ex Corde Ecclesiæ sulle università cattoliche (15 agosto 1990), dalle Norme applicative delle Conferenze episcopali e dagli Statuti interni di ciascuna Istituzione. Alcuni riferimenti giuridici: secondo il CIC, articolo 808, «Nessuna università di studi, benché effettivamente cattolica, porti il titolo ossia il nome di università cattolica, se non per consenso della competente autorità ecclesiastica»; art. 4 Ex Corde Ecclesiæ: le università cattoliche devono «servire a un tempo la dignità dell'uomo e la causa della Chiesa» art. 14: «In una Università cattolica, quindi, gli ideali, gli atteggiamenti e i principi cattolici permeano e informano le attività universitarie conformemente alla natura e all'autonomia proprie di tali attività».

                Lo strettissimo legame con la Chiesa è anche sancito, ovviamente, nello Statuto della Cattolica, la quale «secondo lo spirito dei suoi fondatori, fa proprio l’obiettivo di assicurare una presenza nel mondo universitario e culturale di persone impegnate ad affrontare e risolvere, alla luce del messaggio cristiano e dei principi morali, i problemi della società e della cultura» (art. 1). Non solo: «Allo scopo di realizzare i suoi fini istituzionali e in armonia con il magistero della Chiesa, l’Università Cattolica istituisce un Centro di Pastorale universitaria» (art. 11).

                Insomma, è più che evidente che, pur essendo una istituzione di altissimo profilo scientifico e accademico, di “indipendente” non ha proprio nulla. E qui viene a mancare quel requisito che solo sarebbe garanzia di oggettività e terzietà e di valutazioni scevre da conflitti di interessi. Oltretutto, la sede di Piacenza dell’Università Cattolica – come lo stesso comunicato della CEI riporta – ha già lavorato “a fianco” della Chiesa, nel progetto SAFE, accanto a un altro istituto universitario, il CiRViS, Centro Interdisciplinare di Ricerca sulla Vittimologia e sulla Sicurezza (diretto dalla professoressa Raffaella Sette), dal 2013 articolazione del Dipartimento di Sociologia e Diritto dell'Economia dell’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna.

                Che cosa è il progetto SAFE? Nel 2018, nell'ambito del Programma dell'Unione Europea "Rights, Equality and Citizenship/Justice 2018", è stato finanziato un programma biennale (2019-2021) in tema di politiche di salvaguardia dei minori nelle organizzazioni italiane religiose e sportive, intitolato "Supporting Action to Foster Embedding of child safeguarding policies in Italian faith led organizations and sports club for children - SAFE" (grant n° 856807 - SAFE-REC-AG-2018/RECRDAP-GBV-AG-2018), il cosiddetto Progetto SAFE. Al programma, che aveva come obiettivo la creazione di competenze per la prevenzione degli abusi su minori all'interno dell'associazionismo cattolico, partecipava un consorzio di 4 partner: oltre al suddetto CIRVIS, l'Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII (Coordinatore), il Centro Sportivo Italiano (CSI, cattolico anch'esso) e la Presidenza Nazionale Azione Cattolica Italiana. Il progetto ha ricevuto un finanziamento di quasi 320mila euro, ripartiti tra i quattro partner in proporzioni diverse: più della metà alla Associazione papa Giovanni XXIII, quasi 30mila all'Università, 54mila al CSI e quasi 65mila alla presidenza nazionale dell'Azione cattolica. Data la complessità e delicatezza del Progetto – si legge sul sito dedicato – il consorzio dei Partners ha deciso di affidarne la valutazione dell’efficacia dell’impatto del medesimo rispetto alle azioni intraprese, a un’équipe multidisciplinare di docenti universitari e ricercatori dei Dipartimenti di Scienze della Formazione e di Economia e Giurisprudenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Piacenza». Ecco la quadratura del cerchio.

                Il progetto SAFE, che intendeva «promuovere nella Chiesa e nella società una cultura della tutela dei minori e delle persone vulnerabili creando una struttura di comunicazione aperta e trasparente», ha formato «1.200 persone, tra singoli associati di Comunità Papa Giovanni XXIII, Azione cattolica italiana, Centro sportivo italiano, e rispettivi leader locali e nazionali. Si tratta di persone che hanno dedicato tempo ed energie al riflettere su se stessi, sul proprio modo di relazionarsi con i minori all’interno dei rispettivi contesti di vita e di azione educativa e sociale, confrontandosi per costruire percorsi di tutela condivisi e trasparenti, affinando l’individuazione di fattori di rischio e fattori di protezione che possono mantenere sicuro un contesto familiare, sportivo, aggregativo, o al contrario renderlo abusante». Un progetto, dunque, su cui la Chiesa italiana ha puntato molto, tant'è che Avvenire lo definisce «il progetto della Chiesa italiana» (18 maggio 2022). Insomma: non vi è dubbio che queste istituzioni siano preparate e accreditate su ricerche nell'ambito degli abusi per intraprendere un'analisi dei (pochi) dati che arriveranno dai Centri di ascolto diocesani e dalla Cdf. Ma sono troppo vicine alla Chiesa.

Ludovica Eugenio       Adista 24 giugno 2022

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CONSULTORI FAMILIARI UCIPEM

Milano. News La Casa. Costruire relazioni.

È presente nel sito web il n.2-luglio 2022  rivista fondata da don Paolo Liggeri nel 1941

¨       Editoriale. Buone notizie                                                                                                                          Elena D’Eredità

¨       L’amore infinito Del Padre                                                                                                dagli scritti di Paolo Liggeri

¨       Dal branco a un progetto. Leggere i fenomeni per trarre spunti educativi                      Matteo Ciconali

¨       Il rispetto cambia la vita. Abbandonare pregiudizi e luoghi comuni                                          Beppe Sivelli

¨       Sportello legale. Conflitti familiari nel contesto attuale                                                Luigi Filippo Colombo

¨       Tutto quasi per i bambini. Utilizzo dei social media                                                                   Mary Rapaccioli

¨       Ricordo di un’estate                                                                                                                             Jolanda Cavassini

¨       Prendiamoci per mano. Fare rete fra famiglie                                                                                 Chiara Righetti

¨       Hogar Onlus. Progetti di cooperazione internazionale

¨       Gruppi, corsi, incontri on-line settembre-dicembre 2022

  • per coppie nella fase iniziale del percorso adottivo
  • per coppie in attesa di adozione con decreto d’idoneità e genitori adottivi
  • per coppie in attesa di adozione con o senza decreto d’idoneità
  • per genitori adottivi
  • per donne
  • per uomini e donne adulti
  • per genitori

 

www.istitutolacasa.it/pdf_sarat/rivistapdf_pdf_275704334.pdf

www.consultorio-famiglia-giovani.it/il-consultorio/

www.istitutolacasa.it/showPage.php?template=istituzionale&id=1

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DALLA NAVATA

14° Domenica del Tempo ordinario – Anno C

Isaia                      66, 12. Ecco, io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la pace; come un torrente in piena, la gloria delle genti.

Salmo                   65, 16. Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio, e narrerò quanto per me ha fatto. Sia benedetto Dio, che non ha respinto la mia preghiera, non mi ha negato la sua misericordia.

Paolo ai Galati. 06, 15.Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova

creatura. E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio.

Luca                      10, 05. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.

I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome»

 

Commento

Disse Gesù: tutto ciò che è male viene dal cuore, cioè da questo lato ombroso dell’uomo che è poi anche un portato della sua condizione evolutiva. Io penso che dovremmo riscoprire un modo di annunciare il Vangelo che elimini fin dal primo momento ogni intenzione di discriminazione. È difficile, perché tutto pesa su di noi: la tradizione, la mentalità di chi ci ascolta e che ci considera come gregari di una istituzione … Dobbiamo portare anche questo peso di una tradizione che non ci rende molto credibili quando annunciamo la pace, quando ci presentiamo senza sottintesi, senza l’intenzione di conquistar nessuno ma semplicemente come fautori di pace.

Magari nell’ attimo dell’incontro, vorremmo dare alla persona incontrata l’impressione che è possibile vivere di pura intesa, che il senso del vivere non è nell’utile che se ne trae ma semplicemente nel vivere, che esistere non è funzionale a qualcosa ma vale in sé. Poter scoprire questo è un fatto di grazia perché ci porta ad un certo livello della cognizione degli uomini e del mondo che non è quello consueto. La categoria dell’utile, dell’«a che serve» la introduciamo dovunque. Anzi, siamo così condizionati che – ad esempio – anche l’uso del tempo in noi è contaminato: il tempo che si perde è un male. Abbiamo perduto la capacità di perdere il tempo, cioè di passarlo in modo che non serva ad altro che a stare insieme, all’essere «con».

È qui, se ci pensate bene, il segreto fascino della festa. La festa è il tempo passato che non serve a nulla, serve a stare insieme, all’essere insieme, a riconoscersi reciprocamente: a dare libero esito a quegli aspetti di noi che non sono mercificabili. Ma l’onnipotente spirito della mercificazione usa anche la festa a scopo di consumo per cui nemmeno quel tempo è immune dal peccato. Penso che il Signore quando mandò i suoi dicendo: «Portate l’annuncio della pace, il regno di Dio è vicino», voleva dire: «Il regno della pace è vicino, lo avete ad un capello da voi, se volete è lì, imminente». È la rivelazione di una possibilità in cui non crediamo. Anche quando diciamo di crederci rendiamo omaggio – e ci fa bene anche psicologicamente – ad una immagine di città pacifica che però non ci sarà. Crederci sul serio è un dono della grazia di Dio. Credere sul serio a questa pace vuol dire credere che il regno di Dio è possibile, che questa città pacifica, descritta con opulenza di immagini da Isaia, non è un sogno di un profeta ma è una possibilità a portata di mano.

Allora, prima che tutto il resto, credere nel Vangelo vuol dire credere a questa validità dell’annuncio di pace che va dato con fiducia a tutti. In qualunque casa entriate non domandate di che idea sono, se credono in Dio o non ci credono, se sono del vostro partito, ma dite «Pace a questa casa». Se c’è un figlio della pace rimanete, altrimenti la pace ritornerà a voi. Vorrei dire: la condanna c’è ma non è una condanna estrinseca, è già nell’ essere senza pace. Questo modo pacifico di vivere il messaggio del Vangelo non ha confini, non ha discriminazioni perché ovunque c’è un figlio della pace. Chi li sa contare i figli della pace? Li abbiamo visti perfino in una piazza cinese! Chi l’avrebbe detto? Erano molto più pacifici ed evangelici di certi nostri apostoli troppo zelanti. Chi l’avrebbe detto? I figli della pace sono dovunque. «La messe è grande», ma dove sono gli operai? Quelli che sanno far fiorire, raccogliere questa messe che è l’aspirazione ad un nuovo modo di essere? Questo è il senso di sgomento che ci prende.

Sono molte le tentazioni che offuscano la nostra vita ma ce n’è una – che credo non vi sia ignota – che è quella dello scoraggiamento, del sentimento dell’inutilità di ciò che facciamo. È proprio lì che la fede conta. È vero anche nello spazio di una famiglia, dove lo spirito di competizione penetra e spezza e divide e mortifica. Entrare con questo spirito della pace nelle società piccole o grandi e rimaner fedeli è un dono immenso di Dio ed è un diffondere nel mondo il Vangelo ma non nel senso proselitistico, propagandistico, perché solo Dio sa quando verranno i frutti. Non sono le nostre organizzazioni pastorali che servono se esse sono qualcosa di diverso da un coordinamento di questo spirito pacifico che dobbiamo diffondere dovunque ed i cui portatori sono poi dove meno li penseremmo. Ho voluto ridurre il messaggio di queste pagine a questa prospettiva perché sono convinto che è una risposta a tanti nostri problemi. Capisco che è una semplificazione che ha bisogno di approfondimento, di mediazione.

Quando Gesù dice: «Andate senza denaro, senza bisaccia, senza sandali» allude ad un comportamento che è difficile capire cosa significhi in questo ventesimo secolo. Forse significa: non vi lasciate mai condizionare dai mezzi che avete in mano, non vi legate, non fate gruppo, non diventate gruppo di pressione, ma andate diritti alla coscienza di coloro che aspettano senza aumentare il vostro spirito di potere, senza diventare un gruppo potente. Forse questo vuol dire il Signore. Sento che è così perché se per caso un apostolo incontra un imperatore che lo chiama a casa sua e lo mostra al balcone a tutti gli uomini, il povero apostolo è finito, ha salutato uno che lo ha catturato, che lo ha inserito nel proprio gioco. Non mi dite che non succede, succede di continuo. Ecco perché alla fine il Vangelo si affida alle interpretazioni libere della coscienza che non possono tradursi in ricette meccaniche che ci farebbero cadere in un fondamentalismo funesto, in un pauperismo materiale che non significa nulla.

È rimasta memorabile nella storia la figura di un cappuccino – padre Giuseppe – poverissimo che per amore del Vangelo scatenò la Guerra dei Trent’anni. Era povero ma fanatico. Non è la povertà che conta ma l’amore, è la liberazione del nostro spirito da ogni soggezione alla volontà di potenza e di dominio. È difficile. Ogni giorno si deve cominciare. Non ci scoraggiamo perché nella prospettiva del Vangelo non ha alcun senso la categoria del successo che per noi è cosi ossessiva. L’insuccesso è il nostro onore, è un tratto previsto da quel Gesù che ebbe un terribile insuccesso. Se vogliamo vincere con il successo siamo già entrati nella creatura vecchia. Al livello in cui sto parlando il successo non conta. Chi ha successo, forse, è diventato figlio di Satana. Chi è sconfitto, forse, è un figlio della pace. Queste variazioni su un tema così essenziale che ci tocca l’anima e che forse fa luce su tante cose del nostro tempo, sono destinate ad una quotidiana riflessione perché a ciascuno di noi poi tocca studiare i modi per tradurre questo spirito in gesti ed in azioni che siano conformi alle attese ed alla capacità dell’uomo del nostro tempo.

                               p. Ernesto Balducci – da: “Gli ultimi tempi” – Vol. 3

www.fondazionebalducci.com/3-luglio-2022-xiv-domenica-tempo-ordinario-anno-c/#

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

Le tre ragioni per cui Papa Francesco non è un populista

Dante Monda approfondisce il tema del progetto di inclusività immaginato dal Pontefice: Bergoglio non è un leader politico che arringa una massa, ma una guida spirituale universale.

 

L’unità del popolo proposta dal populismo si esprime in una «volonté générale» unica, secondo la concezione di Rousseau, considerata di per sé legittima e valida anche moralmente. Müller lo sottolinea nel suo saggio What is populism? definendo il populismo «a particular moralistic imagination of politics», e sottolineando il suo carattere anti-pluralista: «the core claim of populism is thus a moralized form of antipluralism». Mudde e Kaltwasser definiscono infatti, oltre ovviamente all’elitismo, il pluralismo come nemico principale del populismo. La volontà generale non è plurale ma una, e se ha sempre ragione allora si riduce o viene meno lo spazio per altre volontà. L’unità è unanimità omogenea del popolo «puro» da differenze e dissensi.

                Alla luce di queste definizioni si può riprendere l’analisi del pensiero di Francesco, chiedendosi che rapporto abbia con il populismo. Francesco è popolare, ma non «populista», per tre ragioni.

  1. Innanzitutto perché non è un leader in senso politico: egli non guida, da sopra, una massa omogenea coesa ideologicamente, come un leader politico. Al contrario, essendo un pastore e un missionario, incontra a tu per tu, provando a «guardare almeno una persona, un volto preciso», ognuno nella sua diversità e anche lontananza. Solo così riesce a guidare, o meglio ad accompagnare, tutti verso un’unità comune, una comunità, partendo dalle loro singole particolarità. Illuminante in questo senso è il modo in cui egli delinea la tensione fra particolarità e totalità, mantenendola sempre aperta nonostante il principio «il tutto è superiore alle parti» sembrerebbe dare preminenza alla totalità: si tratta di una preminenza simbolica, che indica la direzione verso cui si deve puntare, l’unità, senza però giungervi mai: “Essere un popolo non significa annullare se stessi (la propria soggettività, i propri desideri, la propria libertà, la propria coscienza) a favore di una pretesa totalità che, in definitiva, non si tradurrebbe in altro se non nell’imposizione di alcuni sugli altri. Ciò che è «comune», ovvero della comunità del popolo, può essere «di tutti» solo se al contempo è «di ciascuno». Riferendoci simbolicamente all’episodio biblico della Pentecoste potremmo dire che non esiste una lingua unica, bensì la peculiare capacità di comprenderci l’un l’altro parlando ognuno nella propria (At 2,1-11)”. Il riferimento simbolico cui si ispira Francesco è la Pentecoste: universalità ma non omogeneità. Egli scrive «il cristianesimo non dispone di un unico modello culturale». La «lingua», cioè il modo di organizzare le idee e le cose, resta diversa per ciascuno, eppure ci si può comprendere. La «cultura dell’incontro» è proprio questo: vivere la prossimità a partire dalla lontananza e dalla differenza. […]
  2. La seconda ragione per cui Francesco non è populista, risiede nel contenuto della dottrina teologica cristiana e nelle sue conseguenze etico-politiche. Infatti l’idea che Bergoglio/Francesco ha di popolo […] è diretta derivazione del comandamento evangelico dell’amore per il prossimo: è il farsi prossimo a costruire un «farsi popolo», integrando il conflitto nell’unità, il peccato nella misericordia. Se si dimentica questo elemento fondamentale non si coglie il centro del messaggio, anche politico, di Francesco, che è il Vangelo. È solo l’amore che richiama ad una risposta, a una «responsabilità» da «non fuggire». In questo consiste quello che lui definisce provocatoriamente il «populismo cristiano»: innanzitutto una risposta, un ascolto, non un parlare, o peggio un «gridare, accusare e suscitare contese». L’amore, che è amore di Dio, sovrannaturale, «non avrà mai fine», supera, riconoscendoli ma relativizzandoli, i conflitti e le divisioni, e supera, mantenendola ma relativizzandola, anche la razionalità. La comunità dunque, al contrario della teoria contrattuale di Hobbes, fondata sulla paura e sulla forza, per il cristianesimo nasce dall’incontro nell’amore. Prendendo come riferimento Agostino, Francesco pone al centro del suo pensiero politico l’amor. Esso, come indica il padre della Chiesa, deve essere amor Dei e non amor sui, cioè aperto al trascendente e non auto-riferito. Solo «l’apertura umile e contemplativa nel confronti del prossimo» e la «piena accettazione dell’altro», proprio come segno della trascendenza, costruiscono il popolo. Il paradosso cristiano è lampante e la logica terrena del politico è messa in discussione. Il cristianesimo supera la paralizzante paura e la condanna della debolezza, cardine di ogni struttura politica di disciplina teorizzata more geometrico a partire da Hobbes. La relativizza attraverso una «misericordia» che spinge «a uscire da sé con forza e audacia», e al coraggio sovrumano dell’inclusione: “Gesù osserva la realtà senza lasciarsi andare ad alcun giudizio né a constatazioni paralizzanti; al contrario, ci invita all’azione fervida. La sua audacia consiste proprio nel compiere un atto inclusivo. … La grandezza e la vulnerabilità del popolo fedele, che colmano di misericordia il Signore, non lo conducono a fare un calcolo prudente dei nostri limiti, secondo il suggerimento degli apostoli, bensì lo spingono alla cieca fiducia, alla generosità e alla magnanimità evangelica, come accade nell’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci”.
  3. Terza ragione per cui Francesco non è populista è che non è un politico, ma il capo della Chiesa cattolica, che è universale. […] Pur avendo di mira il bene comune, il politico dovrà sempre riconoscersi come parte, cioè dovrà rappresentare la sua constituency: proprio questo lo rende capace di agire sulla realtà sociale. Il Papa invece, nominato a vita dal collegio cardinalizio, e secondo la dottrina cattolica su ispirazione dello Spirito Santo, in linea di principio non ha vincoli con alcuna parte sociale contingente e non deve lottare politicamente contro nessuno. Per questo egli non parla di politica, se la si intende come gioco di forze contrapposte o anche come sistema di elaborazione di politiche pubbliche, ma di «Politica con la maiuscola», cioè dell’orientamento morale dell’azione nella comunità. La forza del suo appello al cambiamento consiste nel dare indicazioni, direzioni: tocca agli attori politici seguirle e percorrerle. Lo dice chiaramente: “Vogliamo un cambiamento che si arricchisca con lo sforzo congiunto dei governi, dei movimenti popolari e delle altre forze sociali… Ma non è così facile da definire il contenuto del cambiamento, si potrebbe dire il programma sociale che rifletta questo progetto di fraternità e di giustizia che ci aspettiamo. Non è facile definirlo. In tal senso non aspettate da questo papa una ricetta. Né il papa né la Chiesa hanno il monopolio dell’interpretazione della realtà sociale né la proposta di soluzioni ai problemi contemporanei. Oserei dire che non esiste una ricetta”.

Sono parole nette. La soluzione immediata, tecnica, ai problemi non la può dare un leader religioso. Addirittura forse «non esiste». Il realismo di Francesco è schietto, egli sa che sulla terra non si può realizzare il regno di Dio tramite un sistema perfetto. Eppure sa anche che si può e si deve mettere in movimento la Storia per far schiudere, già nel presente, il suo compimento pur sempre escatologico, seminando con pazienza e accogliendo l’azione provvidenziale dello Spirito.

                In sintesi Francesco non è populista, nel significato che si dà a questa parola nella teoria politica attuale. Fondamentalmente perché, da pastore missionario (non leader) della Chiesa cristiana (fondata sul comandamento dell’amore) cattolica (cioè universale, superiore alle parti), fuoriesce dalla logica del politico inteso nei termini di Carl Schmitt (amico/nemico), secondo cui il popolo sarebbe un oggetto omogeneo che esiste in quanto contrapposto all’altro, che è il nemico. Insomma egli non è populista perché non è politico.

www.linkiesta.it/2022/06/papa-francesco-democrazia-populismo

 

Il crepuscolo di papa Francesco

Quando nove anni fa Jorge Mario Bergoglio fu eletto alla cattedra di San Pietro, nessuno immaginava che la sedia avesse le ruote. Ultimamente, però, Papa Francesco è stato visto più spesso su una sedia a rotelle che su un trono dorato – un problema di mobilità che ha scatenato speculazioni su un’altra dimissione papale. La prospettiva che Francesco si unisca a Benedetto XVI come secondo Papa emerito ha fatto agitare le lingue dei pettegolezzi vaticani, ma per il momento i sussurri degli addetti ai lavori rimangono speculazioni prive di fondamento. Tuttavia, l’apparente declino della salute e l’età avanzata di Papa Francesco (ha 85 anni) suggeriscono che stia entrando nel crepuscolo del suo pontificato, un momento in cui uno sguardo indietro al significato del suo governo può sembrare appropriato.

Qualsiasi valutazione di questo pontificato deve partire dallo stupefacente impatto positivo che Bergoglio ha avuto sulla Chiesa e sul mondo intero semplicemente in virtù non solo della sua attraente personalità, ma della sua palpabile bontà. La straordinaria effusione di affetto da tutto il mondo che lo ha accolto per la prima volta al momento della sua elezione non si è mai spenta, anche se le sfide della sua posizione hanno inevitabilmente complicato il modo in cui viene visto.

All’inizio, l’evidente carisma del nuovo Papa è stato rafforzato da azioni e dichiarazioni che promettevano un pontificato che avrebbe cambiato il mondo e in modi importanti ha mantenuto la promessa. Seguendo la tradizione cattolica, si è opposto all’aborto e potrebbe appoggiare la decisione della Corte Suprema di rovesciare la sentenza Roe v. Wade, ma non ne ha mai fatto un punto focale. Invece, Francesco è diventato il fermo campione dei migranti assediati, un sostenitore della tolleranza per i discriminati, un critico del populismo xenofobo, un feroce oppositore del capitalismo del libero mercato che impoverisce legioni di persone, un sostenitore della mitigazione del cambiamento climatico, un difensore della scienza, un critico convinto della guerra.

Tale difesa ha fatto guadagnare a Francesco dei nemici, soprattutto all’interno della Chiesa, che sta vivendo una propria guerra culturale. I burocrati samurai della Curia romana, la struttura di governo del Vaticano, hanno rallentato gli sforzi del Papa non solo nello snellire l’amministrazione ma anche nel ripulire le corruzioni finanziarie. Alla fine dell’estate, Francesco illustrerà l’aspetto della sua Curia riformata – una trasformazione che includerà la possibile nomina di laici e donne come capi ufficio. Naturalmente, alcuni cattolici, tra cui vescovi e cardinali, che ancora rifiutano fermamente gli sforzi di riforma iniziati una generazione fa con il Concilio Vaticano II, hanno accolto le sue iniziative con critiche aperte, persino con sfida.

Ma sulla sfida più urgente che la Chiesa cattolica romana deve affrontare, Francesco è stato, ahimè, un difensore dello status quo disfunzionale, non un sostenitore della riforma necessaria e urgente. Al momento della sua elezione, Francesco si è trovato innanzitutto di fronte all’autodistruzione morale di una Chiesa dilaniata da scandali incessanti di preti che abusano di bambini e di vescovi che proteggono i predatori invece delle vittime. Le corruzioni del clericalismo – un ministero celibatario di soli uomini al servizio non del Vangelo o del popolo, ma del potere imperiale della gerarchia – erano state messe a nudo in tutto il mondo. Il clericalismo, radicato nelle pretese soprannaturali del prete cattolico, che lo distinguono da tutti gli altri, era la fonte generatrice delle sacrileghe trasgressioni clericali. Il problema era il potere, e lo è ancora. E Francesco alla fine ha schivato la lotta.

Nient’altro è paragonabile all’obbligo del nuovo Papa di affrontare l’illegalità che infetta il sacerdozio e la gerarchia, e con la sua dichiarazione del 2019 Vos Estis Lux Mundi (“Voi siete la luce del mondo”), è stato salutato dall’establishment ecclesiastico per aver fatto proprio questo. Ma i difetti fatali del decreto nella sua risposta all’insabbiamento degli abusi dei preti sui bambini e su altre persone sono stati presto evidenti: le sue nuove strutture di responsabilità non richiedevano alcuna divulgazione pubblica, non imponevano alcuna denuncia alle autorità civili a meno che la legge civile non lo richiedesse, e non richiedevano alcuna partecipazione dei laici nel giudizio sui crimini di preti e vescovi. Il difetto più evidente (e che protegge i chierici) della Vos Estis è che impone l’auto-polizia ecclesiastica: i vescovi che indagano sui loro colleghi vescovi; la denuncia dei crimini dei preti non alle autorità civili, ma agli uffici ecclesiastici da tempo complici; il Vaticano da solo a determinare le punizioni. Chi sa quanti prelati complici sono stati in qualche modo disciplinati da questa politica? A tre anni di distanza, con il periodo di prova di Vos Estis terminato il 1° giugno, il Vaticano non ha rivelato nulla sui vescovi indagati, accusati o puniti in base alle sue procedure.

Le regole dell’omertà. Papa Francesco ha denunciato il clericalismo, la malignità che ingenera, ma non ha fatto nulla per sradicare le sue fonti nel ministero maschile, sessualmente repressivo e nel sistema autoritario di potere ecclesiastico a cui quella cultura clericale è essenziale. E Francesco non ha fatto nulla per fare i conti con la misoginia che sta alla base dell’insegnamento cattolico su tutto, dal controllo delle nascite alla biologia della riproduzione allo scopo del matrimonio. Le nozioni disumane sulla sessualità, nate da un’errata lettura della storia di Adamo ed Eva e rafforzate da teologi come Sant’Agostino, sono al servizio della sottomissione femminile. Questa supremazia maschile è moralmente equivalente alla supremazia bianca. Eppure, per i funzionari della Chiesa e per la maggior parte dei cattolici, rimane incontrastata.

Francesco ha definito il tema dell’ordinazione femminile una “porta chiusa” e ha detto un sonoro “No!” ai sacerdoti sposati. Quando, ad esempio, i vescovi della regione pan-amazzonica hanno votato a stragrande maggioranza nel 2019 per chiedergli di ammettere al ministero i diaconi sposati come modo per superare la grave carenza di preti della regione, Francesco ha rifiutato persino di rispondere alla richiesta. I vescovi dell’Amazzonia, cioè, gli hanno presentato un’occasione d’oro per fare un passo, seppur piccolo, verso lo smantellamento della cultura tossica del clericalismo – un’opportunità che nasce dal basso, che affronta un grave problema pastorale e che fa avanzare un diaconato, una forma sussidiaria degli ordini sacri, che i suoi immediati predecessori avevano già proposto come strumento di cambiamento. In effetti, questo approccio avrebbe potuto anche aprire la strada all’ammissione delle donne ai ranghi degli ordinati. Ma Francesco ha lasciato intatto il ministero maschile e celibe, e con esso l’anima del clericalismo – la piramide del potere ecclesiastico, la struttura degli abusi.

Ecco la tragica ironia: ciò di cui il mondo aveva più bisogno da Jorge Mario Bergoglio quando nove anni fa indossò la mitica tonaca bianca non era il suo intervento empatico in questioni secolari, per quanto urgenti, ma il suo fermo sostegno alle riforme all’interno della Chiesa cattolica. Non riuscendo in questo intento, egli rafforza all’interno del cattolicesimo le tendenze e i valori che più osteggia al di fuori di esso. Francesco inveisce contro la disuguaglianza, eppure la disuguaglianza definisce l’essere della Chiesa. È il tribuno dei poveri, ma proteggendo lo status di seconda classe delle donne, sostiene un motore mondiale di povertà.

Negli anni trascorsi da quando Francesco è diventato Papa, la democrazia stessa è stata sottoposta a un assedio senza precedenti. Persino gli Stati Uniti si stanno dimostrando vulnerabili a questo pericolo. Le riforme avviate dal Concilio Vaticano II di Papa Giovanni XXIII rappresentavano un tentativo, da tempo in atto, della Chiesa cattolica di riconciliarsi con i valori democratici. Ciò è stato fortemente simboleggiato dai cambiamenti nella Messa cattolica, ora celebrata nelle lingue di tutti i giorni anziché in latino e centrata non su altari ma su tavoli. Il patriarcato cominciò a cedere il passo alla democrazia. Ma proprio per questo motivo, il movimento è stato ostacolato da prelati protettori del potere. La loro ostruzione è continuata senza sosta per mezzo secolo.

Se Francesco avesse effettivamente rivitalizzato quelle riforme ecclesiastiche ben avviate – l’uguaglianza per donne e uomini, un laicato potenziato, un ministero sacramentale di servizio invece che di dominio – sarebbe emerso come ciò di cui il mondo ha più bisogno in questo momento, un profeta del bene comune democratico. Pensate: più di un miliardo di cattolici, che attraversano ogni confine del pianeta, finalmente arruolati a pieno titolo – in virtù delle rinnovate strutture della loro stessa istituzione – nella lotta per l’uguaglianza umana, sancita dall’autogoverno. Radicato non nel sogno moderno del liberalismo democratico, ma nello spirito di solidarietà radicale visto per la prima volta in Gesù Cristo, questo sarebbe un recupero religioso più che una rivoluzione politica. Invece, la Chiesa cattolica, nel suo irriducibile rafforzamento del potere clericale, è bloccata sul lato sbagliato della grande richiesta morale del XXI secolo. Il fatto che una figura coraggiosa come Papa Francesco abbia finora fallito in questa grande responsabilità mette a nudo la profonda disfunzione del clericalismo, che sta uccidendo la Chiesa e tradendo Gesù Cristo. Le esitazioni del Papa sono segni della pressione a cui è stato sottoposto, non solo dai suoi nemici reazionari, ma anche dalla sua stessa vita nel ministero. È prigioniero del clericalismo che denuncia in linea di principio, ma non in pratica. Data la portata del suo rifiuto intenzionale, c’è da chiedersi: quest’uomo è semplicemente un autocrate nel cuore?

Coloro che amano Papa Francesco dovrebbero pregare che questa figura complicata risolva la sua ambivalenza in favore del cambiamento anche nel suo papato in declino, comunque si concluda. Ma il fatto che tale trasformazione sia stata alla sua portata, in questi nove anni, offre una sorta di speranza. Dopo tutto, Francesco ha nominato una maggioranza significativa dei cardinali che avranno il potere di eleggere il suo successore. Anche se è poco probabile, il meglio del suo spirito potrebbe continuare a vivere. Ciò dipenderà, tuttavia, più dalla volontà del popolo che dalla determinazione degli ecclesiastici. Ispirati da ciò che il papa argentino ha promesso, i cattolici ostinatamente fedeli, abbracciando un anticlericalismo dall’interno, possono ancora insistere sulla realizzazione di quella promessa. L’eloquio umile, egualitario e profondamente speranzoso con cui Papa Francesco ha iniziato può ancora essere la luce guida della Chiesa, andando avanti.

James Carroll  “Politico Magazine” – www.politico.com – 26 giugno 2022

Traduzione di Paola Lazzarini Orrù

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220629carroll.pdf

 

Nel nome del Papa democratico

Assieme a politica e democrazia è forse una delle- categorie più antiche, il popolo. Più antiche e anche abusate, verrebbe da dire. Spesso tirata da una parte e dall’altra dalle contrapposizioni di campo, necessita oggi di una nuova formulazione al di là degli schieramenti politici troppo spesso dettati da interessi di parte. È quanto sta provando a fare papa Francesco che parla di «crisi globale» che «solo un pensiero davvero aperto può affrontare». È quanto prova a fare Dante Monda —docente di Filosofia e Storia presso il Collegio Villoresi San Giuseppe di Monza, intellettuale esperto di pensiero politico e teologia politica — proprio alla luce del pensiero di Jorge Mario Bergoglio in Papa Francesco e il popolo. Una sfida per la Chiesa e la democrazia (Morcelliana). «Il racconto scelto in questo libro è quello del popolo, un mito antico e forse dimenticato: la trama di quella storia si è sfibrata, soprattutto in Occidente. Nel volume però non si propone una toppa, un “rammendo”, come direbbe il Papa, ma si intravede e si racconta una nuova tessitura, una nuova trama: si prosegue il racconto, si abita la Storia», scrive padre Antonio Spadaro nella prefazione.

Così, invece, Andrea Riccardi, nel secondo prezioso contributo offerto al volume dopo quello del direttore di Civiltà Cattolica: «Questo libro è un contributo originale, che fa pensare e che arricchisce il dibattito, ponendo papa Bergoglio come un interlocutore per tutti, cioè per chi voglia pensare il futuro in modo aperto e per chi senta che stiamo andando verso il domani un po’ come ciechi che hanno l’illusione di vedere o come persone (governi, popoli, decisori) troppo trascinate da processi incontrollati».

La visione di Bergoglio, nella crisi attuale della democrazia occidentale, apporta nuove riflessioni e prospettive. Infatti, dopo vent’anni, a partire dal terribile 11 settembre 2001 fino al ritiro dall’Afghanistan nel 2021, si è passati dalla baldanzosa fiducia nella democrazia liberale e occidentale come panacea per rigenerare le società politiche di tutto il mondo, alla quasi rinuncia a far crescere la democrazia. Certo, Bergoglio difende la democrazia in quanto tale, perché, come ricorda lui stesso «il sistema democratico è l’orizzonte e lo stile di vita che abbiamo scelto di avere e in esso dobbiamo dirimere le nostre differenze e trovare i nostri consensi». Ma la democrazia la vuole difendere anzitutto a partire dall’identità del soggetto storico autonomo che l’ha scelta e la costruisce: appunto il popolo.

La democrazia è l’orizzonte normativo attuale, ma solo in quanto essa è inscritta nella cultura storicamente data. Cultura che, paradossalmente, rappresenta «la totalità della vita di un popolo», ma al contempo resta contingente e non chiusa e definita una volta per tutte. La democrazia, secondo la visione di Bergoglio, non esiste una volta per tutte, né deve esistere in senso astratto come norma morale generale, ma, spiega ancor Riccardi, «si fa a partire dal costruirsi del singolo popolo, che al contempo conserva e innova le proprie strutture democratiche. È un orizzonte aperto, ancora non deciso, che più che analizzare Francesco profetizza e, più che progettare, spera». Qui sembra esserci anche il senso più profondo del prezioso quanto coraggioso lavoro di Monda. Non la volontà di chiudere la riflessione ma semmai di lasciarla aperta, come aperto è da sempre il pensiero dell’attuale Pontefice che non offre facili soluzioni ma apre cammini di conoscenza e realizzazione.

Paolo Rodari      “la Repubblica”               3 luglio 2022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202207/220703rodari.pdf

 

Lo storico incontro tra Papa Francesco e sei persone transgender in piazza San Pietro

Nel mese di giugno appena trascorso, in cui è iniziata la stagione dei Pride e in cui due persone transgender, il quindicenne catanese Sasha e l’ex professoressa di fisica veneta Cloe Bianco, si sono tolte le vita oppresse da pregiudizi insostenibili, è passato pressoché sotto silenzio un avvenimento significativo per chi lotta contro le discriminazioni.

                Mercoledì 22, al termine dell’Udienza Generale in piazza San Pietro, Papa Francesco ha infatti accolto sei donne trans, di cui quattro argentine, una colombiana e la barese Alessia Nobile. Ad accompagnarle don Andrea Conocchia, parroco della comunità della Beata Vergine Immacolata di Torvaianica, e suor Geneviève Jeanningros delle Piccole Sorelle di Gesù, che da oltre 50 anni vive con due consorelle nel lunapark di Ostia. Da sempre impegnata nel servizio degli individui più emarginati, con particolare attenzione a rom e sinti, la religiosa di Charles de Foucauld è nipote di suor Leonie Duquet, una delle monjas voladoras: questa perse infatti la vita tra il 17 e il 18 ottobre 1977, gettata viva in mare insieme con suor Alice Domon, Azucena Villaflor, fondatrice delle Madres de Plaza de Mayo, e altre donne nel corso d’un volo della morte ordinato dal regime di Videla.

                Non è la prima volta che il pontefice mostra la sua vicinanza a persone che s’identificano in un genere diverso da quello assegnato alla nascita e che sono perciò vittime di stigma, discriminazioni, violenze maggiori. Nel 2015 ha incontrato, ad esempio, il 48enne transgender spagnolo Diego Neria Lejarraga e la sua fidanzata. Non ha poi fatto mancare il suo sostegno al “Condominio sociale protetto per donne trans”, inaugurato il 10 agosto nella Patagonia argentina su iniziativa della priora carmelitana Mónica Astorga Cremona. Durante la prima fase della pandemia da Covid-19 ha inoltre aiutato materialmente una ventina di sex worker latino-americane, dimoranti sul litorale romano, inviando loro prima denaro, perché potessero pagare bollette, saldare l’affitto di casa o comprare generi di prima necessità, poi vaccini anti-influenzali e tamponi.

                A informare Bergoglio della loro condizione era stato proprio don Andrea Conocchia, la cui premura verso d’esse s’è particolarmente intensificata a partire dal lockdown. In un periodo, cioè, in cui esse, costrette dai vari decreti nazionali e regionali a non poter più procacciarsi il necessario per vivere, escluse da tutti gli ammortizzatori sociali previsti dal governo e doppiamente marginalizzate in quanto trans, erano state ridotte praticamente alla fame. A Linkiesta il giovane sacerdote, che ha ultimamente prefato il libro del giornalista de L’Avvenire Luciano MoiaFigli di un dio minore? Le persone transgender e la loro dignità”, racconta così l’incontro avvenuto il 22 giugno: «È la seconda volta che Papa Francesco ha ricevuto donne trans. Era già avvenuto il 22 aprile, sempre al termine dell’Udienza generale, con due argentine, un’uruguaiana e una colombiana. Questa volta, oltre ad Alessia e a una colombiana, le argentine erano quattro. Una di esse, come già successo in aprile, ha donato al pontefice alcune empanadas fatte in casa. Lui era molto contento». A colpire il parroco di Torvaianica le parole che Bergoglio gli ha rivolto: «Per tre volte mi ha ripetuto: “Va’ avanti in questo ministero così importante”, assicurandomi la sua preghiera».

                A distanza di giorni, invece, l’emozione è ancora tanta in Alessia Nobile (pseudonimo di Alessia Vessia), che con stile conquidente ha raccontato la sua storia di donna trans, i pregiudizi vissuti, il rapporto con la fede, la conoscenza e la mutua stima con don Gallo nel libro “La bambina invisibile”, edito in febbraio da Castelvecchi. D’una copia di questo accattivante mémoir autobiografico Alessia ha fatto dono al Papa. «Non nascondo – così al nostro giornale – che fui scettica, quando circa un mese fa componenti di un gruppo cristiano Lgbt+ mi dissero della possibilità d’incontrare il Papa. Scetticismo che è rimasto in me fino a poche ore prima dall’inizio dell’Udienza Generale. Ovviamente, raggiunte in piazza San Pietro le altre donne trans con don Andrea e suor Geneviève, al dubbio sono subentrate la gioia e l’emozione».

                Ma il momento fondamentale per Alessia è arrivato quando ha avvicinato Francesco in carrozzella. «Volevo inginocchiarmi – spiega – ma lui, sorridente, mi ha fatto segno di non farlo. Le prime parole che gli ho detto sono state: “Papa Francesco, sono una ragazza transgender”. E lui mi ha replicato con dolcezza: “A me non importa quello che sei. Siamo figli dello stesso Padre”. Sempre più commossa, ho aggiunto: “Ho scritto la mia storia e volevo presentargliela”. Il Papa ha allora aperto il libro e, dopo averlo sfogliato, mi ha guardato pronunciando una frase che mi ha colpito nel profondo: “Posso dire che hai fatto benissimo a scrivere la tua storia. Brava!”. Per poi concludere: “Sii sempre te stessa e non farti avvolgere dalla cattiveria”».

                Alessia ha letto quelle ultime parole come un invito a non cedere alla paura del pregiudizio e della discriminazione, che sperimentano soprattutto le persone trans. «Per – dichiara infine al nostro giornale – pregiudizio e discriminazione possono solo abbattersi attraverso l’informazione: parlando di noi stesse e rivolgendoci, soprattutto, al mondo esterno a quello Lgbt+. Il pregiudizio lo si abbatte con la semplicità e l’umanità».

Francesco Lepore                           Linkiesta                             2 luglio 2022

www.linkiesta.it/2022/07/papa-francesco-trans-alessia-nobile

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GUERRA E PACE

Se le donne nominano la pace

 per l'introduzione a questo testo.

«La guerra è sempre disastrosa perché distrugge anche i presunti avanzamenti di civiltà: non immaginavo che quello che si vede nelle notizie dal fronte russo/ucraino attentasse all’immaginario dei bimbi che vedono le mamme che portano via i bimbi e i babbi che vanno a difendere la patria. Nessuno vince, ma più di tutti perdono le donne. Tornare a quando il femminismo si faceva critico e pacifista può servire. Per giunta la data esime dal dover premettere il mantra che non siamo putiniane». Così Giancarla Codrignani, giornalista, saggista, già parlamentare della Sinistra Indipendente, recupera dal passato un documento quanto mai attuale, relativo a un incontro svoltosi a Quattro Castella (Reggio Emilia) sul tema “La nonviolenza delle donne” il 21 e 22 aprile 1990. A trentadue anni di distanza, le parole di Codrignani, pronunciate nella relazione intitolata “Se le donne nominano la pace” di cui riportiamo di seguito il testo integrale, suonano di un’attualità stringente: l’autrice rifiuta l’approccio di chi condanna la violenza eticamente, ma la accetta «come dato costitutivo della natura e sublimata nei valori virilistici e patriottici che hanno stabilito le gerarchie anche all'interno della natura, dividendo i sessi e le razze in dominanti e subalterni e categorizzando i rapporti umani sul filo della logica amico/nemico e sulla prova di forza. Se questo modo storicamente - e univocamente - perpetuatosi rappresentasse un "dover essere" non si potrebbe evitare lo sbocco nel pessimismo radicale»

Per il femminismo contemporaneo il discorso sulla pace è il più intrigante di tutti. Infatti non solo ci si scontra con l'ovvia considerazione che la bomba che cade dal cielo o il gas nervino che si diffonde nell'atmosfera annullano definitivamente tutte le differenze, ma, quando si prende in esame il carattere della specificità, fa subito ingombro alla mente tutta la questione della naturalità della nostra condizione. Essa, infatti, come è intrinsecamente legata alla riproduzione della specie umana e, quindi, alla vita, così sarebbe per natura legata alla domesticità, alla passività, al sentire mite, vale a dire alle ragioni che l'hanno resa subalterna nei secoli.

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Ora, dopo che l'esperienza degli ultimi decenni ha radicato – non più solo eticamente ma anche nell'analisi critica dei valori – il giudizio di fondo sull'insensatezza di qualunque guerra, il percorso evolutivo di tutta una civiltà viene integralmente condannato dalla lettura storica dei suoi sistemi falsamente chiamati difensivi. Dalla fionda all'accumulazione degli arsenali nucleari, dalla pratica dell’avvelenamento dei pozzi del nemico alle armi chimiche e bio-batteriologiche appare chiaramente che l'uso dell'intelligenza umana e l'impiego delle risorse naturali o tecnologiche è stato fondamentalmente viziato dalla logica della violenza. Una violenza che, anche per chi la condannava eticamente, è stata accettata come dato costitutivo della natura e sublimata nei valori virilistici e patriottici che hanno stabilito le gerarchie anche all'interno della natura, dividendo i sessi e le razze in dominanti e subalterni e categorizzando i rapporti umani sul filo della logica amico/nemico e sulla prova di forza. Se questo modo storicamente – e univocamente – perpetuatosi rappresentasse un "dover essere" non si potrebbe evitare lo sbocco nel pessimismo radicale.

                Se il ragionamento resta inchiodato alla natura, difficilmente si potrà uscire dalla contrapposizione filosofica di chi reputa la natura buona in sé e chi la percepisce malvagia che, come tutte le contrapposizioni, anche quando non portano a conflittualità diretta, non giova a risolvere i problemi. Infatti se non si assume il terreno della cultura come più pertinente alla natura per spiegare le dinamiche individuali e collettive della specie umana, difficilmente si potranno correggere quelli che sono stati gli errori, i "peccati" di una storia che – lo diciamo alla soglia del secondo millennio dopo Cristo, vale a dire dopo circa seimila anni di vicende umane percorribili con un minimo di certezza storica – non è particolarmente "avanzata": siamo giunti a una svolta in cui si impongono cambiamenti di rotta, una svolta fortemente determinata o una prosecuzione di questa storia verso una caduta preoccupante.

                Partendo dalla cultura molto si chiarisce anche della contrapposizione di sesso. La donna non è "più buona" dell'uomo: l'aggressività femminile non è stata mai meno rovinosa di quella maschile. La stessa memoria del "diritto materno" (da ricordare nel riscontro diretto delle Erinni di Eschilo, che si oppongono al matricidio, non all'uxoricidio vendicativo di Clitennestra, prima delle teorizzazioni di Bachofen), evoca guerra e violenza: la differenza non cambia i “segni” delle azioni. D'altra parte tutti sanno che la principale distinzione tra le guerre di conquista e quelle di liberazione è data dalla partecipazione popolare di uomini e di donne alle seconde – le sole che possono esser definite difensive – e dalla coscrizione obbligatoria, attuata in tempi e forme diverse nelle diverse epoche storiche, delle prime. E nel combattere, anche nella Resistenza italiana, le donne non sono state indietro a nessuno, nel bene come nel male: la differenza sta nel non trovare mai menzionata formalmente la loro presenza nei libri di storia, storia sempre patria e mai “matria”.

                L'antropologia moderna, d'altra parte, ha molto contribuito a rifare i conti con l’evoluzione dell’homo sapiens, fin qui destinato a comprendere anche la mulier sapiens e contemporaneamente a escluderla dalla sapientia. La storia dei ruoli, che vede la donna obbligata alla responsabilità riproduttiva in modo diverso dall'uomo, è la storia di una "differenza" che marca lo sviluppo della civiltà. Mentre il maschio, infatti, si cimentava più ripetitivamente nei compiti della caccia e della pesca (e della difesa), fu la donna che inventò l'agricoltura, l'artigianato e, come sembra, la scrittura. D'altra parte lo stesso fenomeno primitivo – la nascita di un nuovo essere umano – produceva nel maschio sgomento e alienazione, nella donna dolore e sgomento, ma anche precisa realizzazione di sé. In qualunque modo si abbiano da interpretare le teorie antropologiche, è certo che lo sviluppo culturale produsse esiti diversi per i due sessi e si partì non dallo scambio umano o dal reciproco intervento di fronte al bisogno, ma dalla prova di forza e nella configurazione dei poteri. Si venne delineando non la differenza, ma l'inferiorità.

                Resta vero, per l'esperienza femminile, che, sempre, il rapporto dell'uomo con l'altro uomo o donna si istaura su una sorta di prova di forza: nell'incontro ci si misura e chi è più forte, si sente superiore e, di conseguenza, migliore. Da questa tensione competitiva le donne riconoscono anche in se stesse i segni del loro possibile adeguamento a un modello di comportamento dato come se fosse l'unico da realizzare nella presunta parità. In questo modo di rapportarsi agli altri (e alle altre) le femministe vedono con preoccupazione che alcune donne “si fanno uomini”.

                La cultura ci insegna, quindi, che la donna ha un'esperienza ben precisa e diversa della violenza. Quando Freud sostiene che sta nella pulsione sessuale l'origine di ogni violenza, da quella sessuale alla guerra, le donne consentono come fosse un'ovvietà; ma quando Freud immagina che la donna sia frustrata dall'invidia del pene maschile, segno di virilità e di completezza negata alla femmina, allora le donne percepiscono ancora l'effetto della stessa violenza, perché se i sessi dovessero essere invidiosi l'uno dell'altro, molto più logicamente il maschio invidierebbe l'utero. Eppure le donne hanno subìto l’ulteriore violenza che il “loro” sangue mestruale sia tabù, non il sangue di Caino: la condanna per la donna che ha partorito ad attendere quaranta giorni di purificazione per essere riammessa al tempio, mentre il guerriero coperto del sangue dei nemici uccisi era glorioso e santo.

                Né è casuale che lo stupro sia un atto di guerra. Che l'atto che si è soliti definire "d'amore" e dal quale dipende la trasmissione della "stirpe del padre" sia stato sempre l'atto di spregio da compiere sul corpo della donna del vinto è tema inquietante, che fa paura all'inviolabilità del corpo femminile, ma che deve ben più profondamente inquietare i maschi che non hanno mai affrontato i nodi delle loro contraddizioni.

                Anche l'esperienza genitoriale ha prodotto esiti diversi, culturalmente, nelle diverse società. Sempre l'uomo ha definito per sé un ruolo proprietario, privilegiando il diritto di sangue (il figlio legittimo), il diritto di sesso (il figlio maschio), la gerarchia (il primogenito). Perfino quando ha abbandonato, perché obbligato dall'evidenza del sapere scientifico, l'idea della sua superiorità genitale, centrata sulla naturalità della dazione della vita data dal seme di cui la donna era soltanto depositario, il contenitore, l’uomo “presume”. Perfino dopo aver inventato una pedagogia in funzione dei bambini e non dei legittimi e dei primogeniti, ha mantenuto le prerogative di una cultura sessista: accade nel nostro Paese, anche dopo il nuovo diritto di famiglia (1975) e dopo la legge di parità (1979), che nelle cause di separazione e divorzio, quando i coniugi non trovano un accordo sulle scelte che riguardano i figli, prevalga il parere del padre. E accade che da più di dieci anni il Parlamento non riesca a varare una legge sulla violenza sessuale, che è la sola fra le proposte legislative che non richieda una lira di onere per le finanze dello Stato e che è stata gridata, nella diversità delle opzioni, l’aspettativa di quel 52% dell'elettorato che è composto di donne. Né la Chiesa riesce a prendere in considerazione il fatto che, a fianco di una donna che abortisce, c'è un uomo che contribuisce al concepimento di un figlio che la donna non vorrebbe, segno di una qualità di rapporti interpersonali che negano la libertà della donna.

                Ci si può interrogare sulla pertinenza di considerazioni che si rifanno alla cultura sessista e chiedere quale congruità abbiano in relazione alla pace. È tradizionale nominare la pace come idealità utopistica o come condizione di sospensione delle ostilità. Eppure ai nostri giorni per impedire che si riproduca una belligeranza fatta di conflittualità diffusa, di guerra trasferita al campo di battaglia economico, di limitazioni crescenti ai diritti umani e dei popoli in termini di compressione della libertà (si pensi a che cosa sta diventando il diritto d'asilo, al conflitto giuridico tra autodeterminazione e nazionalismo, alla crescente democratizzazione formale di governi che restano dittatoriali nei fatti), è necessario un intervento a tutto campo contro la cultura della violenza. Di cui sono ben diversamente esperte, in ogni parte del mondo, le donne rispetto agli uomini. È questa competenza che va estratta dalle rimozioni della coscienza femminile e dall'oblio della memoria storica, per vedere quali esiti può operare nelle società se diventasse ovunque termine di riferimento per simboli, immaginari mentali, modelli di comportamento diversi.

                Sembra perfino assurdo, anche nel formulare una progettualità che predisponga gli argomenti per una strategia meditata di questa pace che nessun popolo ha mai sperimentato ancora – come è possibile chiamare "pace" la tregua in cui il Nord del mondo ha trascorso gli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, se ci sono stati milioni di morti per guerre che avvenivano nel resto del mondo? – e addirittura nell'articolare una pedagogia particolare che dia senso a un educare nuovo, se non ci si rende conto che metà dell'umanità è pronta a dare un contributo esperienziale di fondo che dovrebbe essere accolto in tutte le sedi. Mi è sempre sembrato strano che nemmeno gli obiettori di coscienza abbiano fin qui capito che, a fianco della loro scelta ancora elitaria, c'è l'enorme potenzialità di un genere intero che non è stato nei secoli ritenuto né capace né degno di far parte degli eserciti e che oggi, dopo secoli di guerre subite direttamente dai “suoi” uomini, è disponibile a obiettare al sistema militare nel suo complesso per l'assurda, infantile struttura che, anche quando si dichiara finalizzata alla difesa, non è in alcun modo distinguibile da quella offensiva.

                Il principio di autorità è stato molte volte discusso in sede pedagogica. Ma in nessuna accademia militare si è mai considerato se il principio storicamente impostosi, della scala-valori gerarchica, della verticalità dei rapporti, sia lo stesso nella cultura dei due sessi. Perché perfino nel rifarci alla naturalità del ruolo materno, appare chiaro che lo sguardo femminile che pur distingue congenialità, intelligenza, bellezza, salute dei figli, non usa comporre verticalmente i propri valori: il figlio "più" – più bello, più capace, più forte – intuitivamente resta solo differente. Proprio per dare alla società la ricchezza che le è propria fuori da ogni rapporto di forza appare sempre più necessario privilegiare la categoria della "diversità" come valore. Eppure, per esaltare la cultura della diversità, occorre guardare orizzontalmente a partire dalla prima delle differenze, quella “di genere”.

                D'altra parte la stessa abitudine a cercare di farcela nonostante le limitazioni, il sovraccarico dei compiti, l'ingiustizia della discriminazione, la scarsa autonomia, l'assente libertà propria di tutte le forme di subalternità (di classe, di dominazione sui popoli), determina una capacità reattiva ben precisa, un'intelligenza obbligata a cercare le vie che portano a ottenere benefici senza fare la guerra. L'operaio per difendere la sua dignità di lavoratore non si fece soldato, inventò lo sciopero. L'abilità della donna si è esercitata su un terreno più difficile, perché la controparte era anche, almeno spesso, l'oggetto d'amore; e, in ogni caso, doveva creare i presupposti di condizioni migliori, se non per sé, per i figli. Oggi il mondo ha bisogno più di diplomatici che di soldati: se anche quello famigliare è un tavolo di negoziato, l'esperienza insegna che è statisticamente meno frequente che sia la donna a prendere il coltello, mentre la parte maschile è quasi sempre intollerante anche di quei discorsi che tentano di spiegare le ragioni di un contrasto che la donna vorrebbe limitare a ragionamenti anche esasperati piuttosto che troncare con lo scatto reattivo di chiusura e di schiaffi e violenza.

                Nel 411 avanti Cristo va in scena ad Atene la Lisistrata di Aristofane. È in corso la guerra del Peloponneso, che segna lo scontro fra le due grandi potenze del tempo e che, anche se terminerà con la sconfitta di Atene, non vedrà realmente un vincitore e un vinto, perché la storia sta voltando pagina e travolgerà anche la momentanea superiorità di Sparta. La commedia presenta l'insofferenza delle donne per la guerra: riferendosi a un paese immaginario le donne (ateniesi, spartane e alleate dei due blocchi) si impegnano con giuramento a uno sciopero dell'amore: nessun uomo troverà una moglie o una donna disposta a concedersi quando tornano a casa dopo i duelli fuori le mura finché non smetteranno di combattersi. Gli uomini reagiscono con parolacce, minacce, aggressioni, ma le donne si sono preparate all'accoglienza e hanno occupato i luoghi pubblici e l’erario: i maschi la sera non trovano più le mogli e debbono battere in ritirata. Un commissario va a parlare con Lisistrata, la leader dell'opposizione che spiega: le donne si sono stancate già in altre guerre di sentirsi dire che "sono cose da uomini"; per loro i maschi stanno solo "facendo i matti" e per questo hanno deciso di farla finita. "Ma come farete voi donne a far cessare i tanti sconvolgimenti del Paese e a risolverli?" "Molto semplicemente, nello stesso modo che usiamo fare con la lana: quando è tutta piene di cacche e sporcizia la sbattiamo con i bastoni, poi i fili ingarbugliati li tendiamo di qua e di là su dei fusi per sbrogliarli. Infine sul telaio andiamo su e giù infinite volte per riuscire a fare una bella veste pulita per la città. Allo stesso modo, se ci lascerete fare, sbroglieremo anche la guerra lottando contro la corruzione e mandare ambasciatori da una parte e dall'altra fino a trovare una soluzione”. Duemila anni fa un uomo greco che probabilmente vedeva il pericolo che stava dietro una guerra di così grande escalation, rappresentò il paradosso della vittoria del negoziato sulla violenza delle armi ricorrendo alla capacità strategica di chi aveva maggiore capacità dialettica, quelle casalinghe antiche lodate sulle epigrafi perché "filavano la lana".

Dopo duemilacinquecento anni la situazione è sostanzialmente mutata per quel che riguarda il potere, in termini di politica internazionale e di strategie difensive, mentre la sessuazione è del tutto estranea al dibattito sui principi e alle prassi diplomatiche. Ma accettare la neutralità della logica nelle scelte “pace/guerra” non è già omologazione?

                È questo, infatti, il punto carente di quelle "strategie future d'azione per il progresso delle donne" al fine di realizzare gli scopi e gli obiettivi proposti dalle Nazioni Unite a Nairobi in termini di uguaglianza, sviluppo e pace: le misure di intervento non possono partire dal tentativo di piegare l'esistente senza indicare quale sia la logica altra su cui si fonda il negoziato.

Giancarla Codrignani     Adista Documenti n° 24    02 luglio2022

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LITURGIA

Lettera Apostolica. Il Papa: «La liturgia non sia solo rito, ma evangelizzazione»

Sulla liturgia il Papa invita ad “abbandonare le polemiche”, per “per ascoltare insieme che cosa lo Spirito dice alla Chiesa”. L’esortazione è contenuta nella Lettera apostolica Desiderio Desideravi pubblicata oggi e che in qualche modo chiude il cerchio di un percorso iniziato con la plenaria del Dicastero del Culto divino del febbraio 2019 e proseguita con il motu proprio Traditionis custodes. In sostanza è un altolà alle nostalgie di quanti storcono il naso di fronte alla riforma liturgica conciliare e propugnano in maniera divisiva un ritorno al rito precedente al Concilio.

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_letters/documents/20220629-lettera-ap-desiderio-desideravi.html

Il documento di Francesco non è comunque una nuova istruzione o un direttorio con norme specifiche, quanto piuttosto una meditazione per comprendere la bellezza della celebrazione liturgica e il suo ruolo nell’annuncio del Vangelo.

                Il primo riferimento del testo è infatti alla Sacrosanctum Concilium, la costituzione sulla liturgia, e al suo nucleo centrale che definisce la liturgia stessa fonte e culmine della vita della cristiana. Il Papa spiega così questa espressione: “Una celebrazione che non evangelizza non è autentica, come non lo è un annuncio che non porta all’incontro con il Risorto nella celebrazione: entrambi, poi, senza la testimonianza della carità, sono come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita”.

                Intorno a questa essenziale affermazione la Lettera del Papa costruisce poi una serie di annotazioni anche pratiche, a partire dall’indispensabile “stupore per il mistero pasquale”. “Ogni aspetto del celebrare va curato (spazio, tempo, gesti, parole, oggetti, vesti, canto, musica) e ogni rubrica deve essere osservata”, ma tutto ciò potrebbe non bastare se venisse a mancare proprio quello stupore, senza il quale “potremmo davvero rischiare di essere impermeabili all’oceano di grazia che inonda ogni celebrazione”.

                Che cos’è lo stupore per il mistero pasquale di cui scrive papa Bergoglio? Innanzitutto spiega il documento, non è da confondere con il fumoso “senso del mistero”, di cui parlano coloro che imputano alla riforma liturgica di averlo eliminato dalla celebrazione. Lo stupore, avverte infatti il Pontefice, non è una specie di smarrimento di fronte ad una realtà oscura o ad un rito enigmatico, ma è, “al contrario, la meraviglia per il fatto che il piano salvifico di Dio ci è stato rivelato nella Pasqua di Gesù”.

                In realtà, secondo Francesco, le polemiche liturgiche degli ultimi anni non possono essere liquidate come una semplice divergenza tra diverse sensibilità nei confronti di una forma rituale, ma nascondono una radice squisitamente “ecclesiologica”, cioè relative a diverse concezioni della Chiesa. Non si può dire, precisa il Pontefice, di riconoscere la validità del Concilio e non accogliere la riforma liturgica nata dalla Sacrosanctum Concilium. Anzi questa può essere un valido antidoto di fronte allo smarrimento della post-modernità, all’individualismo, al soggettivismo e allo spiritualismo astratto.

                Sul piano schiettamente liturgico l’invito del Papa è ad evitare “la ricerca di un estetismo rituale che si compiace solo nella cura della formalità esteriore di un rito o si appaga di una scrupolosa osservanza rubricale. Ovviamente – aggiunge Francesco - questa affermazione non vuole in nessun modo approvare l’atteggiamento opposto che confonde la semplicità con una sciatta banalità, l’essenzialità con una ignorante superficialità, la concretezza dell’agire rituale con un esasperato funzionalismo pratico”. In sostanza, la liturgia “non può essere ridotta alla sola osservanza di un apparato rubricale e non può nemmeno essere pensata come una fantasiosa – a volte selvaggia – creatività senza regole”.

                Per questo il Pontefice rilancia con forza la necessità di una formazione liturgica nei seminari. E avverte anche i sacerdoti. La qualità della celebrazione dipende molto anche dallo loro stile di presidenza dell’assemblea. Vanno evitati “rigidità austera o creatività esasperata; misticismo spiritualizzante o funzionalismo pratico; sbrigatività frettolosa o lentezza enfatizzata; sciatta trascuratezza o eccessiva ricercatezza; sovrabbondante affabilità o impassibilità ieratica”. Tutti modelli che hanno un’unica radice: “un esasperato personalismo dello stile celebrativo che, a volte, esprime una mal celata mania di protagonismo”. “Presiedere l’Eucaristia – ricorda invece il Papa - è stare immersi nella fornace dell’amore di Dio. Quando ci viene dato di comprendere, o anche solo di intuire, questa realtà, non abbiamo di certo più bisogno di un direttorio che ci imponga un comportamento adeguato

Mimmo Muolo                 Avvenire             29 giugno 2022

www.avvenire.it/papa/pagine/papa-liturgia-desiderio-desideravi

 

La liturgia e il desiderio di comunione: su “Desiderio desideravi” di papa Francesco

Come deve essere interpretata la lettera apostolica che il 29 giugno 2022 papa Francesco ha dedicato alla “formazione liturgica del popolo di Dio”? La lettera apostolica ci offre un primo livello di intenzione, sul quale mi soffermo, che traspare dalle prime righe e da una ripresa potente, negli ultimi numeri del testo (composto di 65 brevi numeri).

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_letters/documents/20220629-lettera-ap-desiderio-desideravi.html

È evidente che DD dichiara di scaturire, come un ampiamento, dalla “lettera ai Vescovi” che aveva accompagnato, l’anno scorso, il MP “Traditionis custodes”. Di che cosa si tratta? Del testo con cui, in ragione della Riforma Liturgica, veniva superato un anno fa il regime di “parallelismo” tra due forme dello stesso rito romano. In DD prima Francesco si colloca nel solco del testo dell’anno passato (DD 1) e poi chiarisce meglio la sua intenzione (DD 61):

                “Siamo chiamati continuamente riscoprire la ricchezza dei principi generali esposti nei primi numeri della Sacrosanctum Concilium comprendendo l’intimo legame tra la prima delle Costituzioni conciliari e tutte le altre. Per questo motivo non possiamo tornare a quella forma rituale che i Padri conciliari, cum Petro e sub Petro, hanno sentito la necessità di riformare, approvando, sotto la guida dello Spirito e secondo la loro coscienza di pastori, i principi da cui è nata la riforma. I santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II approvando i libri liturgici riformati ex decreto Sacrosanti Ecumenici Concili Vaticani II hanno garantito la fedeltà della riforma al Concilio. Per questo motivo ho scritto Traditionis Custodes, perché la Chiesa possa elevare, nella varietà delle lingue, una sola e identica preghiera capace di esprimere la sua unità. [23] Questa unità, come già ho scritto, intendo che sia ristabilita in tutta la Chiesa di Rito Romano.”

                 Questa frase indica in che modo il testo si colloca esplicitamente nella ripresa del disegno conciliare e supera in modo netto la lunga fase di esitazione, che aveva segnato la Chiesa cattolica lungo la fase finale del pontificato di Giovanni Paolo II e più nettamente durante il pontificato di Benedetto XVI. Che cosa deve essere riportato al centro della attenzione? Il testo lo dice con una espressione “classica”: la “formazione liturgica”.

                Con questa espressione si vuole ritornare al carattere “comune” dell’atto liturgico, anzitutto eucaristico, di cui i soggetti sono Cristo e la Chiesa. Se si acquisisce la qualità di “celebranti” di tutti i battezzati, come fa DD in modo chiarissimo, allora è evidente che la duplice formazione (alla liturgia e da parte della liturgia) possa avvenire solo grazie ai riti scaturiti dalla riforma, che hanno ristabilito in modo limpido questa antica verità: “Ricordiamoci sempre che è la Chiesa, Corpo di Cristo, il soggetto celebrante, non solo il sacerdote.” (36)

                Questo principio discende dal valore teologico della liturgia e permette di assumere la celebrazione “comune” come una fonte e un culmine di tutta la azione della Chiesa. Perciò non ha senso fondare una scienza liturgica come “timore degli abusi da evitare”, quanto piuttosto come desiderio degli usi da imparare. Questa “svolta ad imparare l’uso” è davvero un grande evento di grazia. Dopo che, a partire da “Redemptionis Sacramentum”, ci eravamo abituati ad ascoltare interventi magisteriali sulla liturgia ricchi solo di preoccupazioni, di limitazioni, di esitazioni, di timori, di messe in guardia, un testo orientato a riprendere il cammino della riforma liturgica, che assuma un solo ambito di confronto comune e che elimini, strutturalmente, il tarlo di un “secondo tavolo” su cui poter fare la “vera esperienza liturgica”, è un grande evento. Il suo orizzonte è il Concilio Vaticano II e la preziosa sua eredità, che DD 31 sintetizza così:

“Se la Liturgia è “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia” (Sacrosanctum Concilium, n. 10), comprendiamo bene che cosa è in gioco nella questione liturgica. Sarebbe banale leggere le tensioni, purtroppo presenti attorno alla celebrazione, come una semplice divergenza tra diverse sensibilità nei confronti di una forma rituale. La problematica è anzitutto ecclesiologica. Non vedo come si possa dire di riconoscere la validità del Concilio – anche se un po’ mi stupisce che un cattolico possa presumere di non farlo – e non accogliere la riforma liturgica nata dalla Sacrosanctum Concilium che esprime la realtà della Liturgia in intima connessione con la visione di Chiesa mirabilmente descritta dalla Lumen gentium”.

                La liturgia, grazie al Movimento Liturgico e al Vaticano II, ha potuto tornare ad essere il linguaggio elementare di una “comunità sacerdotale”. Con DD Francesco mostra di non poter uscire da questa linea di riscoperta del valore teologico della liturgia, che implica la accettazione dei riti frutto della riforma come linguaggio comune a tutta la Chiesa. Che così, in tutte le sue componenti, può essere formata dai riti che celebra. Ogni deviazione su Nuovi Movimenti Liturgici e Riforme della Riforma è semplicemente una forma del rifiuto del Concilio Vaticano II e delle sue irrinunciabili evidente teologiche ed ecclesiali.

Andrea Grillo                    blog: Come se non          1° luglio 2022

www.cittadellaeditrice.com/munera/la-liturgia-e-il-desiderio-di-comunione-su-desiderio-desideravi-di-papa-francesco

 

Il rito in “Desiderio Desideravi”: alcune questioni

Mi ha molto colpito, fin dal primo giorno, la facilità con cui il testo di Desiderio desideravi veniva risucchiato dalla forza del pregiudizio. Siccome parla di liturgia, e tutti pensiamo di sapere già prima che cosa è importante in liturgia, ecco che un giornale come Avvenire, che certo non può essere considerato “distante” dal tema, cade nella trappola è mette, come titolo davvero paradossale: “Il papa: ‘la liturgia non sia solo rito, ma evangelizzazione’”. Il fatto davvero clamoroso è che, con un titolo simile, quasi tutto il valore del testo risulta irrimediabilmente compromesso. Perché se vi è un merito di DD è proprio quello di aver cercato, con uno slancio paragonabile soltanto ai testi conciliari, di rilanciare in modo nuovo e convincente la “unità” di rito e di evangelizzazione, ossia il valore fontale della forma liturgica rispetto al “contenuto di fede”.

                Ma se un titolo è indicativo di una “comprensione media”, è evidente che proprio il cuore del testo, che insiste sulla “formazione liturgica”, trova in questo esempio un punto dolente. Siccome riduciamo il “rito” ad una “cosa esteriore”, possiamo pensare che la vera essenza della liturgia non sia rituale. Ed è proprio questo l’errore che il testo cerca di evitare e di correggere.

                Per capire dove sta il problema, può essere utile un duplice riconoscimento. Anzitutto la frase “virgolettata” da Avvenire nel testo non c’è. E si sa che usare virgolettati congetturali è molto pericoloso. Piuttosto il testo utilizza altri termini. Dice che la liturgia non è solo “rubriche”, ma evento di salvezza. Confondere il rito con le rubriche è una tendenza che viene da lontano e che caratterizza la nostra storia latina. Un punto particolarmente evidente sta all’inizio del Messale Tridentino, dove si trova il “ritus servandus”, che è appunto la riduzione del rito alla osservanza di numerosissime rubriche da parte del prete. Questo è l’orizzonte del titolo di Avvenire: un rito ridotto a “ritus servandus”, che quindi non può mai bastare, anzi minaccia il senso della liturgia. La riduzione della liturgia a “ritus servandus” è proprio la tentazione di tutti i tradizionalismi liturgici. Così, senza averne coscienza, Avvenire ha attribuito al papa intenzioni preconciliari.

                Che cosa dice, invece, Francesco? Dice che occorre scoprire come il rito non sia anzitutto una “rubrica da osservare”, ma una “azione comune, di Cristo e della Chiesa, da celebrare”. Questa è la differenza fondamentale che il testo argomenta diffusamente e riccamente. Qui il termine rito non indica più una “cerimonia esterna” che spetta al sacerdote, ma un “linguaggio comune” a tutta la assemblea e al suo Signore. Per questo il passaggio dal “ritus servandus” al “ritus celebrandus” impone due svolte necessarie. Che ci sia un solo rito comune a tutti, e che questo rito sia fonte di formazione comune per tutti i soggetti ecclesiali, dal papa al singolo battezzato. Tutti ugualmente legati alla azione comune, che tutti celebrano, solo uno presiede e che prevede una articolazione differenziata di ministeri. In questo orizzonte, ogni contrapposizione tra rito ed evangelizzazione diventa nostalgia e incomprensione e perciò deve essere evitata, soprattutto nei titoli.

Andrea Grillo             blog: Come se non      1° luglio 2022

www.cittadellaeditrice.com/munera/il-rito-in-desiderio-desideravi-alcune-questioni

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MATERNITÀ

Congedi parentali e maternità: cosa cambia

L'attuazione delle direttive 2019/1152 e 2019/1158 vuole assicurare condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili nell'Unione Europea e l'equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori

Attuazione direttive UE lavoro e vita familiare. Novità in arrivo in materia di lavoro con l'approvazione definitiva in data 22 giugno 2022 da parte del Consiglio dei Ministri di due schemi di Decreti legislativi. Uno mira ad assicurare "condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili nell'Unione Europea" in attuazione della direttiva (UE) 2019/1152; il secondo è invece dedicato all'equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza, in attuazione della direttiva (UE) 2019/1158.

                Condizioni di lavoro più trasparenti. Il decreto legislativo che attua la direttiva dell'Unione europea 2019/1152 del Parlamento europeo e del Consiglio del 20 giugno 2019, relativa a condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili nell'Unione Europea disciplina il diritto all'informazione sugli elementi essenziali del rapporto di lavoro, sulle condizioni di lavoro e sulla relativa tutela. Trattasi in realtà di un obbligo già previsto dal decreto legislativo n. 152/1997 che ora però, grazie al nuovo decreto legislativo, verrà aggiornato e adeguato alla normativa europea. Passando al contenuto del decreto, lo stesso introduce tutele minime ulteriori rispetto a quelle già esistenti. L'obiettivo è di garantire anche ai lavoratori, con contratti non standard, di poter avere formule contrattuali più prevedibili e informazioni più trasparenti sulle condizioni.

                Il datore di lavoro infatti avrà obblighi informativi anche in relazione a quei lavoratori assunti con contratti atipici. Pensiamo ai rapporti di collaborazione continuativa organizzati dal committente con piattaforma, ai contratti di prestazione occasionale o ai co.co.co. Il decreto non si applica ai rapporti di lavoro autonomo ma solo non integrati in rapporti di collaborazione coordinata e continuativa. Il decreto fissa criteri di trasparenza per garantire ai lavoratori informazioni più complete sugli aspetti essenziali del rapporto di lavoro. Essi hanno il diritto di avere in forma scritta tutte le informazioni relative al rapporto di lavoro da parte del datore e questo deve accadere fin dall'inizio del rapporto.

                Il lavoratore ha altresì diritto di ricevere informazioni sulle modalità di esecuzione della prestazione, anche quando organizzate con sistemi decisionali o di monitoraggio automatizzati. Al lavoratore deve essere altresì garantito un periodo ragionevole di prova e gli deve essere data la possibilità di svolgere un impiego parallelo. Per quanto riguarda infine la tutela dei lavoratori in caso di violazione dei diritti, gli stessi devono poter accedere a sistemi di risoluzione delle controversie efficaci e imparziali, anche una volta concluso il rapporto di lavoro in caso di licenziamento per presunta violazione dei diritti del lavoratore. Al dipendente spetta un'adeguata protezione giudiziaria e amministrativa e il datore deve adeguatamente motivare il licenziamento soprattutto se per il dipendente la misura è illegittima.

                Conciliazione tra attività lavorativa e vita privata. Il secondo decreto legislativo attua la direttiva Unione europea 2019/1158 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 20 giugno 2019, relativa all'equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza. Le norme puntano a migliorare la conciliazione tra attività lavorativa e vita privata per i genitori e i prestatori di assistenza, al fine di conseguire la condivisione delle responsabilità di cura tra uomini e donne e la parità di genere in ambito lavorativo e familiare.

                La durata del congedo parentale spettante al genitore solo sale da dieci a 11 mesi. Il livello della relativa indennità è del 30% della retribuzione, nella misura di tre mesi intrasferibili per ciascun genitore, per un periodo totale complessivo di sei mesi. C'è poi un ulteriore periodo di tre mesi, trasferibile tra i genitori e fruibile in alternativa tra loro, con un'indennità del 30% della retribuzione. L'indennità spettante ai genitori, in alternativa tra loro, per il periodo di prolungamento fino a tre anni del congedo parentale usufruito per il figlio in condizioni di disabilità grave, è del 30%.

                Aumenta anche l'età dei bambini per i quali i genitori, anche affidatari o adottivi, possono chiedere i congedi è aumentata. Passa dai sei ai 12 anni. Infine, esteso il diritto all'indennità di maternità alle lavoratrici autonome e alle libere professioniste, anche per gli eventuali periodi di astensione anticipati per gravidanza a rischio.

                Nel riconoscere lo smart working [lavoro agile, telelavoro] il datore deve dare priorità alle seguenti categorie di lavoratori:

¨       genitori di figli di età fino a 12 anni e senza limite alcuno di età se il figlio è disabile;

¨       caregivers.

Il dipendente in smart working non può inoltre subire sanzioni, subire demansionamenti, trasferimenti o licenziamenti. Qualora il datore, in violazione di detti divieti, decida di adottare una delle predette misure, la stessa sarà considerata discriminatoria o ritorsiva e quindi assolutamente nulla.

Annamaria Villafrate                    Studio Cataldi   26 giugno 2022

www.studiocataldi.it/articoli/44254-congedi-parentali-e-maternita-cosa-cambia.asp

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OMOFILIA

Benedizione di coppie omosessuali e bene comune: le ragioni di una antica sapienza

È legittimo chiedersi se la “comunione di vita e di amore” possa essere una vocazione che riguarda anche la relazione tra soggetti dello stesso sesso. Se fosse questo il caso, non sarebbe possibile benedire le persone ed anche la loro relazione d’amore, per quanto essa non possa essere naturalmente aperta alla generazione biologica (ma senza escludere una generazione spirituale, pedagogica e relazionale)? Questo è un orizzonte che oggi possiamo considerare in modo nuovo. Se la fedeltà alla relazione e la indissolubilità del legame non creano problemi, diverso è il caso per la fecondità, il cui bene può essere riferito ad una coppia omosessuale solo se si esce dalla sfera strettamente riproduttiva, e si considera invece la omoaffettività come una sfera non estranea alla generatività e alla fecondità pedagogica e sociale, esistenziale e relazionale.

                Queste considerazioni generali, che pure possono essere condivise, poco aiutano a risolvere la questione della benedizione, sul cui “divieto”, rispetto alle coppie omosessuali (ma anche alle coppie eterosessuali irregolari), la argomentazione del recente “Responsum”1 risulta contorta e non appare lineare:

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2021/03/15/0157/00330.html

 a) Sacramento e sacramentale non sono identici. La benedizione assimilerebbe la unione omosessuale ad un sacramento, essendo la somiglianza al sacramento la logica dei sacramentali. Ma questa censura si basa su un argomento classico, che viene usato in modo capovolto: il sacramentale è simile ad un sacramento, ma non è un sacramento. Perciò si censura una somiglianza imputandole di indurre a ritenere che ciò che è simile sia identico al sacramento. La somiglianza, infatti, nella sua radice teologica più radicale, non implica una identità, anche se impone una non-estraneità.

 b) Benedizione di cose e persone, non di “valori” Sarebbe possibile benedire il singolo soggetto, ma non la unione: essendo la unione considerata un peccato, se ne deduce che il peccato non possa essere mai benedetto. Anche in questo caso, tuttavia, se vi è una dimensione che non permette di parlare di matrimonio, ma solo di “coniugio” per la coppia omosessuale, questo non significa che la relazione omosessuale non sia priva di beni da benedire. La riduzione della identità omoaffettiva a “disordine”, come strategia dottrinale che pretende di desumere la intrinseca malvagità della relazione omoaffettiva, sulla base della “mancanza di alterità costitutiva”, che renderebbe la relazione una “non-relazione”, procede da un assunto “a priori” in cui si confonde il dato rivelato con il pregiudizio. Si possono benedire non solo le persone con identità omoaffettiva, ma anche le relazioni omoaffettive nella misura in cui sono, contro il pregiudizio avverso, esperienze di alterità, di comunione di vita, di fedeltà e di servizio. Una teoria generale della omoaffettività come “autocompiacimento” – così come si desume dal testo di Homosexualitatis Problema (1986) – non può aspirare ad alcun primato nel giudizio sulla realtà. Il magistero deve essere riconosciuto autorevole non in quanto parla, ma in quanto resta al servizio della correlazione inesauribile di Parola di Dio ed esperienza degli uomini e delle donne (GS 46).

c) Benedizione e “sostanza” del legame. Emerge una curiosa contraddizione: da un lato la benedizione nuziale non farebbe parte della “sostanza” del sacramento del matrimonio, fondato sul vincolo che scaturisce dal consenso di soggetti legittimi, ma può essere invece utilizzata “in positivo”, per escludere una lettura ecclesiale della unione omosessuale. Una benedizione di una coppia che non genera figli, ma che genera amicizia, accoglienza, gioia, speranza ed eventualmente adozione, come può essere esclusa dalla logica del benedire ecclesiale? Se vive la comunione di vita e di amore, la fedeltà e il legame stabile, come può non essere riconosciuta un bene non solo possibile, ma già reale? Per quale singolare alleanza tra pregiudizio e ipocrisia si può svalutare la benedizione fino alla irrilevanza, nella ordinaria amministrazione ecclesiale, salvo poi farla diventare una “sovrana epifania sacramentale” quando si tratta di negarla, per non offrire precedenti scandalosi (scandalizzati dal pregiudizio) in vista del riconoscimento della realtà?

                Il ricorso, esclusivo per le coppie omosessuali, alla possibilità di “benedire le singole persone”, ma la esclusione della benedizione del legame tra le persone, mette un velo di censura sulla lunga tradizione che ha benedetto solo l’anello della sposa dopo il consenso e solo la sposa nella unione. Questa tradizione benedice solo “una persona”, in quanto futura madre e moglie. La impossibile benedizione è oggi il riflesso indiretto della impossibile generazione. Ed è la forma più implicita, ma più pesante, di identificazione della unione legittima solo ed esclusivamente con la unione che genera. Tuttavia la decadenza obiettiva e salutare di una teologia del matrimonio tutta concentrata sul “bonum prolis”, senza nulla togliere al valore comunitario e personale della generazione, rende possibile valorizzare la ipotesi di una benedizione delle “persone omosessuali”, considerate nel loro legame di fedeltà, di comunità di vita e di stabilità di rapporto, che non si può trascurare né come bene personale, né come bene comunitario. Le persone, che si legano stabilmente, nella loro concretezza, sono il bene da benedire. Che in una unione omosessuale vi sia anche un bene comune che la Chiesa può/deve riconoscere, permette di capovolgere l’argomento classico della teologia degli ultimi 50 anni: è per il bene comune che possiamo benedire le unioni omosessuali, non solo per il bene dei singoli. Una nozione di “legge” che non identifichi il bene pubblico con la società chiusa emerge come una crescita di tono e di lucidità, oggi disponibile alla attenzione del linguaggio ecclesiale. D’altra parte, la normativa civile ha già cambiato il rito del matrimonio, trasformando l’anello della sposa in “scambio degli anelli” e la benedizione della sposa in benedizione degli sposi. Perché dovremmo sorprenderci che la normativa sulle unioni omosessuali non incida sul modo ecclesiale di benedire?

             Una riflessione radicale sull’oggetto della benedizione nuziale permette di purificare lo sguardo e di raffinare il tatto, di rendere l’orecchio più sensibile e il naso meno schizzinoso. Per salvare il fenomeno della benedizione nuziale, in tutte le sue applicazioni passate, presenti e future, non è possibile farne, allo stesso tempo, un accessorio superfluo o una dichiarazione sostanziale. La benedizione non può essere un “accidente non necessario” per il matrimonio eterosessuale e una “sostanza vietata” per il coniugio omosessuale. Se la teologia gioca con le parole, anche con le migliori intenzioni, si prende gioco della tradizione, la stravolge, la strumentalizza e la tradisce, riducendola ad un piccolo o grande martello, con cui può colpire il nemico di turno. Ma la tradizione non è un martello, bensì una lampada, che può illuminare anche il nostro presente e il futuro comune.

Andrea Grillo    blog: Come se non          26 giugno 2022

www.cittadellaeditrice.com/munera/benedizione-di-coppie-omosessuali-e-bene-comune-le-ragioni-di-una-antica-sapienza

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PASTORALE

Caro Mancuso sbagli, sul sesso la Chiesa è moderna

Egregio direttore,

 mi è capitato di leggere, in questi ultimi tempi, la contestazione alla "modernità" della Chiesa e in particolare di Papa Francesco, lo ha fatto esplicitamente Vito Mancuso su “La Stampa” del 16 giugno scorso, riferendosi al fatto che Papa Francesco, avrebbe ribadito la dottrina tradizionale della Chiesa, che cioè l'uso pieno del sesso è ammissibile solo nel matrimonio, dove l'amplesso pieno dà una conoscenza piena e reciproca tra gli sposi, come conferma anche l'antico ebraico biblico, dove unirsi sessualmente viene denominato "conoscere" (v. Adamo ed Eva, Gen. 4, 1).                                vedi NewsUCIPEM n. 915, pag. 47

È vero che il Concilio Vaticano II nella costituzione Gaudium et spes, pur ricordando poi (n. 50) che «il matrimonio e l'amore sono ordinati per loro natura alla procreazione e all'educazione della prole», afferma chiaramente (n. 49) che «questo amore è espresso e sviluppato in maniera tutta particolare dall'esercizio degli atti che sono propri del matrimonio; ne consegue che gli atti con i quali i coniugi si uniscono in casta intimità sono onorabili e degni e, compiuti in modo veramente umano, favoriscono la mutua donazione che essi significano».

Da questo si rileva che, al di fuori della situazione coniugale, l'uso pieno del sesso esprime solo la forza dell'erotismo e diventa ricerca egoistica della propria soddisfazione. Non nego che ciò avvenga spesso tra persone legate solo tra vincoli di amicizia (ma non di rado anche in incontri occasionali – e spesso, purtroppo – come atto di violenza).

A questa "modernità" la Chiesa (e il Papa) non dà ascolto, attenta (e attento) com'è ad allargare la visuale fin dove la totalità fisica esprime la totalità della persona, mettendo in guardia invece da una facile e comoda estensione che autorizzerebbe un uso indiscriminato della sessualità.

L'articolo a cui alludo, in realtà, potrebbe limitarsi – come apparirebbe nella sua conclusione – a chi, in vista del futuro matrimonio, desidera una conoscenza più piena del proprio compagno/a, col rischio peraltro che tale eventualità si realizzi dall'inizio dell'approccio, mentre è comprensibile che due fidanzati impossibilitati per qualche tempo a sposarsi cedano talora a questo impulso. Ma si tratterebbe, anche in questo caso, di una sessualità che esprime la totalità delle persone.

Un'altra "modernità" riguarderebbe i rapporti tra persone omosessuali, valutati oggi dalla Chiesa (e dal Papa) con occhio più indulgente ma ancora con una certa rigorosità. Penso che anche qui debba valere il criterio della totalità della persona: se due persone dello stesso sesso si vogliono molto bene, sentendosi l'uno per l'altro, perché negare loro l'uso della sessualità, come espressione e come incentivo del loro amore? Si tratterà di valutare quale sia l'uso della sessualità di cui avvalersi. Ma se – senza giudicare i singoli casi – una persona anziana tiene per sé come "altro" un giovane, viene da sospettare che non vi sia reciprocità e che uno usi dell'altro solo come termine del proprio erotismo. Penso che la Chiesa (e il Papa) mentre si apre alla modernità del considerare il primato dell'amore – di un amore vero e globale – deve invece guardarsi da una modernità dell'"oggi fan tutti così", che – ritengo – sarebbe la fine dell'etica, di un comportamento veramente umano.

Luigi Bettazzi, Vescovo emerito di Ivrea                              “La Stampa”      27 giugno 2022

www.lastampa.it/cronaca/2022/06/27/news/sesso-e-matrimonio-vi-spiego-la-modernita-della-chiesa-1.41538255

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220627bettazzi.pdf

 

«Bisogna ripensare la teologia e la pastorale del matrimonio»

La teologa morale Gaia De Vecchi analizza il recente documento del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita in cui vengono tracciate le nuove linee per la preparazione al matrimonio: «Il tema del sesso prematrimoniale ha fatto più scalpore, soprattutto tra i media laici, perché ci si aspettava cambiamenti che non ci sono stati. Anche perché ammettere il sesso prematrimoniale significa rivedere tutta la dottrina sulla contraccezione. Sicuramente era il tema che più si prestava a fare un titolo-slogan o a effetto». Ma le novità proposte sono tante a cominciare dal ruolo dei laici e dei separati nella preparazione delle coppie»

È l’opinione della professoressa Gaia De Vecchi sul documento Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale – orientamenti pastorali per le chiese particolari emanato dal Dicastero vaticano per i Laici, la Famiglia e la vita il 15 giugno scorso. Il documento è suddiviso in due grandi capitoli, ripartiti in 94 numeri. È preceduto da una prefazione di papa Francesco e da una breve presentazione circa il “catecumenato matrimoniale”. «L’altro aspetto, sul quale molti media si sono soffermati, cioè quello della separazione come “ultimo stadio” quando non c’è più nulla da fare», precisa De Vecchi, «rientra in una “pedagogia del realismo”, dove viene presa in considerazione la fatica del dolore di una separazione. Se uno è separato, non è dimenticato da Dio».

                De Vecchi insegna presso l’Istituto Leone XIII di Milano ed è docente presso l’Università Cattolica e l’Istituto Superiore di Scienze Religiose. Ha conseguito il Dottorato in Teologia Morale presso la Pontificia Università Gregoriana, collabora con svariate Istituzioni Accademiche Ecclesiastiche italiane ed è membro del Consiglio di Presidenza dell’ATISM (Associazione Italiana per lo Studio della Morale).

                «La prima indicazione di lettura per questo documento (e per tutti i documenti, in realtà) è quella di leggerlo», avverte De Vecchi, «una polemica sterile, inutile, pregiudiziosa, basata solo sui titoli dei giornali, su letture parziali o superficiali del testo stesso, su slogan ideologici, un estrapolare passaggi o il documento stesso dal loro contesto e dall’intero pontificato di Francesco, è il contrario di un servizio alla Chiesa».

                Perché questo documento proprio ora?

                «S’inserisce nell’anno speciale dedicato ad Amoris Lætitia, nel suo quinto anniversario, e vuole rispondere all’urgenza più volte richiamata da Francesco di riflettere e vivere la bellezza, l’eu-angelion/la buona novella, realmente esperito, dell’amore, del matrimonio, della famiglia. Non a caso precede di soli pochi giorni la celebrazione del X Incontro Mondiale per le famiglie».

                Una delle “novità” è il cammino di preparazione al sacramento del matrimonio che non può ridursi a qualche mese prima di arrivare all’altare ma che inizia già dall’infanzia.

«Gli itinerari proposti – lungi dal voler essere statici e rigidi, schedulati e calendarizzati – si ispirano agli itinerari battesimali e sono articolati in differenti momenti/tappe e modalità: “quella della preparazione remota, che abbraccia la pastorale dell’infanzia e quella giovanile, una fase intermedia di accoglienza e la fase catecumenale vera e propria, che a sua volta prevede tre distinte tappe. Una prima tappa di preparazione prossima, più lunga, di durata variabile; una seconda tappa di preparazione immediata, più breve, e una terza tappa di accompagnamento delle coppie nei primi anni di vita matrimoniale, che si conclude con l’inserimento della coppia nella pastorale familiare ordinaria della parrocchia e della diocesi”».

                La pubblicazione ha generato subito reazioni e polemiche, a cominciare dal tema del sesso prima del matrimonio.

«Basterebbe anche la sola lettura della prefazione di Francesco per spegnere molti dei fraintendimenti. Il rischio è quello già vissuto con Amoris Lætitia: ci si è troppo concentrati su un’unica nota, ignorando capitoli interi e il messaggio globale. Amoris Lætitia non è solo la nota 351 del capitolo VIII, ovvero l’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati, ma una potente rilettura anche originale e sicuramente pungolante, dell’amore. Questi Itinerari non affrontano specificatamente gli aspetti sessuali, ma la visione intera e integrale dell’amore tra uomo e donna – di cui la sessualità è parte integrante e positiva – all’interno di una comunità di credenti. La seconda indicazione è che si tratta di un documento di un Dicastero – che potremmo definire come una sorta di ministero – e, in quanto tale, rivolto alla Chiesa tutta, nella sua diversità di spazio, cultura, storia, tradizioni, ambiente sociale… Pretendere, da questo documento, la risposta puntuale al singolo caso della propria parrocchia o leggerlo solo con categorie italiane, significa snaturare completamente il documento e non coglierne la piena portata».

                Come deve essere recepito questo documento?

«Non bisogna considerarlo un prontuario o una formula magica. Ricordiamoci che fin da Evangelii Gaudium 223 papa Francesco ci invita a “aprire processi più che possedere spazi” e che una delle caratteristiche del suo pontificato è il continuo richiamo al discernimento. E il discernimento è scrutare la realtà, in ascolto dello Spirito, per scegliere, distinguendo ciò che disumanizza da ciò che umanizza. Il credente è invitato, chiamato, spronato a una risposta personale, non è un burattino. O, per dirla con papa Francesco: “è un vestito che va ‘cucito su misura’ per le persone che lo indosseranno. Si tratta, infatti, di orientamenti che chiedono di essere recepiti, adattati e messi in pratica nelle concrete situazioni sociali, culturali ed ecclesiali nelle quali ogni Chiesa particolare si trova a vivere”».

Quali sono i processi suggeriti?

                «Ce ne sono tre e sono cammini, impegni, strade aperte, non diktat, perché presentano tratti di novità in una tradizione. Il primo è la necessità di ripensare la teologia del matrimonio, la pastorale ad esso legata, i cammini delle coppie. Per secoli c’è stato un notevole scarto tra la comprensione, elaborazione, vissuto dei due sacramenti di “scelta di vita”. Il sacerdozio (ed eventualmente anche la vita consacrata) era il sacramento, per così dire, di serie A e il matrimonio era di serie B. Questo documento ci invita a ridurre lo scarto. E, di conseguenza, ci invita a ripensare in modo più complesso il tema della vocazione e il tema della Chiesa come “popolo di Dio”, non soltanto come chiesa gerarchica. Poi c’è il ruolo dei laici».

Che sono chiamati un ruolo di primo piano e di grande responsabilità.

«Il documento apre nuovi spazi, ma anche nuove responsabilità – di testimonianza, di formazione, di coerenza – per i laici. Gli auspici e la comprensione del laicato proposta dal Concilio Vaticano II hanno qui una grande possibilità di respiro. In questi Itinerari la formazione e l’accompagnamento delle coppie non è demandata al solo “prete” ma ad équipe variamente composte. Anche i separati potranno fare parte di queste équipe per “offrire la loro testimonianza ed esperienza vocazionale in maniera sempre costruttiva, contribuendo così a mostrare il volto di una Chiesa accogliente, pienamente calata nella realtà, e che si mette al fianco di tutti (21)”. Anche questo passaggio indica come il documento non si ponga in maniera giudicante o condannante ma in una apertura al dialogo. Si tratta d’itinerari, di percorsi che non dimenticano la formazione remota e non appiattiscono, livellano o neutralizzano le fasi differenti della crescita umana. È una proposta molto realistica, che tiene conto dei vissuti delle persone, della gradualità umana e spirituale non solo dei singoli ma anche delle coppie e di tutta la comunità intera. Alla base c’è un’antropologia di grande respiro, che dovremmo interiorizzare maggiormente e applicare anche ad altri ambiti, come ad esempio al sacramento della Riconciliazione».

                In conclusione, qual è lo stimolo di questo documento?

                «Papa Francesco, nella Prefazione, lo definisce “dono e compito”. È un documento che non ha lo scopo di rispondere in modo puntuale alle domande: al contrario è un documento che ci invita a porci tanto seriamente quanto serenamente quelle “domande che non possono più essere eluse, né appiattite”. Ed è un documento che ha come tema portante il sacramento del matrimonio, ma riguarda ogni credente, nessuno escluso».

Antonio Sanfrancesco   Famiglia cristiana            28 giugno 2022

www.famigliacristiana.it/articolo/gaia-de-vecchi-il-documento-vaticano-invita-a-ripensare-la-teologia-e-la-pastorale-del-matrimonio.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter+fc&utm_content=news&utm_campaign=fc2227

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RIFLESSIONI

Perché la castità è un’arte

Ancora una volta un documento vaticano fornisce indicazioni sull’esercizio della sessualità tra uomo e donna durante l’itinerario che può condurre al matrimonio e poi nella vita sponsale. Tornano le direttive del Catechismo della chiesa cattolica, ma anche diverse esortazioni di Papa Francesco.

Riappare la parola “castità”, che è tra le meno comprese, usata addirittura con un significato distorto, parola che le nuove generazioni associano all’astinenza dalla sessualità, confondendo la castità con il celibato. Va detto subito che voler dare un messaggio sull’argomento attraverso la forma di comunicazione usata dal documento vaticano risulta sbagliato e inefficace. Perché la castità, o disciplina della sessualità, è una cosa seria, una via necessaria per l’umanizzazione e la crescita di una persona nell’affettività e nelle relazioni.

L’etimologia ci suggerisce che castus è colui che rifiuta l’in-cestum, che è la negazione della distanza, la non accettazione dell’alterità, che non è solo differenza. Non è casto chi cerca la fusionalità, il possesso, e segno di una tale ricerca è l’aggressività che si accende, si manifesta con impeto e a volte diventa violenza.

L’esercizio della sessualità deve essere vissuto nello spazio del dono, perché richiede un dare e un accogliere nella relazione viva di due soggetti che sanno sentire, parlare, fare, con il corpo e con la propria interiorità. Infatti non si riduce alla sola genitalità, ma investe tutta la persona e le sue relazioni.

La castità è l’arte di non trattare mai l’altro come un oggetto, uno strumento del proprio piacere. La sessualità è cosa buona, la Bibbia dice cosa santissima, ma il suo esercizio può essere liturgia o bestemmia. La sessualità ci spinge alla relazione con l’altro, alla conoscenza dell’altro — insiste la Bibbia — , ma dipende da ciascuno cercare in questa relazione comunione o possesso, sinfonia o prepotenza.

Quando i corpi si incontrano e si intrecciano, accendono una conoscenza reciproca che non è comparabile ad altre forme di conoscenza. Sì, grandezza e miseria della sessualità! Questo va detto perché è arduo amarsi con il corpo, rendere “parola” il corpo, e parola veritiera, parola capace di aprire una storia di amore. Il Cantico dei cantici, al cuore delle Scritture ebraiche e cristiane, è il libro incandescente che celebra l’amore, tutto l’amore. L’amore come incontro di bellezza, rapimento dei cuori, infuocata passione benedetta da Dio, canto dei canti.

Questo va annunciato nella sua trasparente incandescenza e allora si può comprendere la castità come istanza di liberazione dalle passioni egocentriche ed idolatriche, accettazione della differenza e della distanza in ogni stagione della vita, in ogni storia d’amore: perché è un canto di libertà. Dove sono presenti coscienza e intelligenza, dove regna il rispetto dell’altro l’amore ha le ali della libertà.

Enzo Bianchi      “la Repubblica”               27 giugno 2022

www.repubblica.it/podcast/audio-rubrica/2022/06/27/news/altrimenti__perche_la_castita_e_unarte-355555653

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SINODALITÀ

“Il cattolicesimo di domani sarà diasporico o non sarà”

Secondo la sociologa Danièle Hervieu-Léger, per sopravvivere la Chiesa deve uscire dal suo sistema di autorità centralizzatrice e rimettere in discussione la sacralità del prete. “Senza dubbio la Chiesa cattolica non sfuggirà a questa lezione della Riforma protestante”, assicura la sociologa nell’intervista.

Da cinquant’anni Danièle Hervieu-Léger scruta l’evoluzione del cattolicesimo, soprattutto occidentale. Direttrice di studi (“Preside di Facoltà”) alla Ecole des hautes études en sciences sociales (EHESS), pubblica con il sociologo Jean-Louis Schlegel Vers l’implosion? Entretiens sur le présent et l’avenir du catholicisme (ed. Seuil - “Verso l’implosione? - Colloqui sul presente e sul futuro del cattolicesimo”) e un libro più personale sul suo percorso, Religion, utopie et mémoire (ed. de l’EHESS - Religione, utopia e memoria) sotto la forma di un’intervista con lo storico Pierre-Antoine Fabre. In un momento in cui il cattolicesimo francese sta vivendo un’attualità irrequieta (consultazione dei fedeli in vista del sinodo sulla sinodalità, sospensione delle ordinazioni nel Var, ecc.), la sociologa presenta una diagnosi senza concessioni sullo stato della Chiesa.

Alcuni mesi fa, il rapporto della commissione Sauvé ha rivelato l’ampiezza delle aggressioni sessuali nella Chiesa cattolica francese. Secondo lei, che cosa significa questa crisi?

Questa crisi è gravissima per la Chiesa. Non testimonia l’esistenza di problemi temporanei che si potrebbero risolvere; rivela un fallimento generale del sistema romano. La specificità di questa crisi infatti è che essa mette in luce la deriva di un sistema di potere nella Chiesa. Per questo è stato sottolineato il carattere “sistemico” degli abusi, che non possono essere ridotti agli errori di alcuni individui.

La Chiesa cattolica, almeno dal Concilio di Trento (1354-1563) si è costruita sulla sacralizzazione della figura del prete. Il prete ha uno status distinto dai fedeli, appartiene ad uno stato superiore. Questa separazione dai battezzati comuni coinvolge il corpo del prete, attraverso il celibato, a cui è tenuto a partire dalla riforma gregoriana (1073-1085) e che fa di lui un essere “a parte”. La funzione sacerdotale, nella Chiesa cattolica, non è quindi fondata innanzitutto sulla capacità di un uomo a rispondere ai bisogni spirituali di una comunità di credenti. Manifesta l’elezione divina del prete, il che lo pone al di sopra della comunità e gli dà un potere gigantesco. Il prete è il mediatore privilegiato, se non unico, della relazione dei fedeli cattolici con il divino: Cristo è presente nei gesti sacramentali posti dal prete.

Bisogna comprendere che la sacralizzazione del prete limita considerevolmente la possibilità di opporsi ad un abuso che lui commette. Come ci si può ribellare ad un tale atto, come ci si può percepire come vittima quando l’aggressore rivendica un rapporto con il potere divino? Gli abusi sessuali, in questo contesto, sono quindi sempre anche abusi spirituali e abusi di potere. A ciò si aggiunge la “cultura del segreto”, molto presente nella Chiesa cattolica. L’istituzione ha l’abitudine di lavare i panni sporchi in famiglia e vuole regolare tutto al suo interno: il problema è che lo fa quando si trova di fronte agli errori commessi dai suoi membri, ma anche quando questi ultimi si rendono colpevoli di reati… La crisi è quindi di un’estrema profondità. Di fronte a questo, il riconoscimento delle aggressioni e la loro riparazione sono fondamentali, e la Chiesa vi si è impegnata. Tuttavia non sarà sufficiente: secondo me, questa crisi necessita di andare molto oltre. La Chiesa cattolica deve accettare di trasformarsi radicalmente.

Secondo lei, come deve cambiare la Chiesa?

Depurando la relazione tra il fedele e il prete della sua dimensione sacrale. I fedeli hanno certo bisogno di responsabili capaci di organizzare le comunità, ma nessun carattere sacro dovrebbe essere associato alla persona del ministro del culto. Da questo punto di vista, ordinare uomini sposati o dare alle donne accesso al presbiterato non sarebbe solo un progresso: cessare di fare del presbiterato uno stato a parte significherebbe una ridefinizione completa della concezione stessa della responsabilità ministeriale.

Non sarebbe una forma di “protestantizzazione” del cattolicesimo?

Sì, ma la Chiesa cattolica non sfuggirà certo a questa lezione della Riforma protestante. Quest’ultima, tra le altre cose, ha escluso ogni separazione sacrale dei ministri del culto. Non ha mai fatto del pastore un essere superiore ai fedeli ordinari. La sua autorità gli viene dalla sua competenza teologica e dalla fiducia che gli riservano i fedeli. Se la Chiesa romana dà un contenuto concreto al suo riconoscimento della piena uguaglianza di tutti i battezzati, come all’uguaglianza dei sessi, essa dovrà in un modo o in un altro evolvere in questo senso. È la condizione perché la definizione di Chiesa come popolo dei battezzati prenda realmente corpo e abbia senso in società democratiche in cui la parità è diventata un’esigenza collettiva.

Sarebbe una trasformazione radicale… Le sembra immaginabile in un futuro prossimo?

La sociologia non si muove nell’ambito delle previsioni e non mi azzardo a fare pronostici. Per valutare le evoluzioni possibili, bisogna prima considerare i rapporti di forza interni alla Chiesa cattolica. È evidente che delle correnti molto potenti all’interno della Chiesa non auspicano tale trasformazione. Coloro che vengono chiamati “tradì”, cioè tradizionalisti, sembra che spingano per pesare attivamente a favore del rafforzamento del sistema esistente. La loro convinzione è che l’organizzazione e il funzionamento dell’istituzione manifestano di per se stessi la continuità del “cristianesimo di sempre”, incarnato dalla Chiesa romana immaginata immutabile. È un’illusione evidentemente, dato che la Chiesa, come ogni istituzione storica, è continuamente cambiata nel corso dei secoli.

La forma attuale, organizzata con il Concilio di Trento, si è strutturata nel XIX secolo dando un’enfasi straordinaria alla figura del prete. Viviamo in un mondo instabile e mutevole e, di fronte alle incertezze, desideriamo aggrapparci a cose che non cambiano. I tradizionalisti ritengono che la immaginata immutabilità del sistema romano rifletta l’eternità della Chiesa. È certamente rassicurante, ma è falso. Nella Chiesa di oggi, questa corrente ha una base solida e un’ala militante e organizzata per la quale la difesa dell’ordine cattolico è una questione politica.

Ha saputo rendersi molto visibile, ed è quella che sostiene nella maniera più attiva l’opposizione ai tentativi di riforma avviati da papa Francesco. Comunque, anche se i tradizionalisti sono una forza molto presente nella Chiesa, non bisogna pensare che siano la sola corrente presente al suo interno. Molti cattolici auspicano che la Chiesa evolva in profondità.

La mancanza di preti nei paesi europei è oggi molto evidente… Come pensano di affrontare questo problema i tradizionalisti?

Effettivamente in Europa ci sono sempre meno preti e la speranza di un rinnovamento massiccio delle vocazioni è frutto di immaginazione. Questa carenza potrebbe costituire un principio di realtà che obblighi l’istituzione a fare dei cambiamenti. Se non ci sono più candidati al presbiterato, alla lunga non rimane più gran che, né della figura sacra del prete, né della forma parrocchiale di socialità cattolica che lui presiede. Le istituzioni di formazione di preti (Comunità Saint-Martin o Buon Pastore, ecc.), di cui si evidenziano i metodi di reclutamento e di formazione, seducono i cattolici conservatori, ma sono ben lungi dal rispondere alla penuria che si aggrava. Di fronte alla mancanza di preti, i cattolici sono un po’ persi e vivono una situazione tanto più fragile in quanto l’auto-organizzazione comunitaria non è per loro spontanea. Dato che tutto spetta al prete in materia di celebrazione, i fedeli non hanno imparato ad organizzarsi da soli a livello locale, né a scegliersi dei responsabili di comunità. Vista l’evoluzione della demografia clericale, bisognerà però che comincino ad abituarsi a farlo molto in fretta…

Da questo punto di vista, si nota che, durante la pandemia di Covid 19, la sospensione obbligata della vita culturale in parrocchia ha potuto avere un ruolo acceleratore di questa autoorganizzazione. Si sono formate piccole fraternità che riuniscono alcuni individui o alcune famiglie, su scala molto locale, per condividere la loro fede in maniera autonoma. È una forma di socialità cattolica di nuovo genere che potrebbe svilupparsi nei prossimi anni.

Lei ha parlato regolarmente di correnti dagli orientamenti molto diversi nella Chiesa cattolica: le sembra possibile farle coesistere all’interno di uno stesso insieme?

In effetti esiste una grande diversità nella Chiesa: per prendere in considerazione il caso francese e opponendo in maniera un po’ grossolana gli “identitari” ai “cattolici aperti”, diciamo che chi appartiene all’Opus Dei non ha probabilmente nulla da dire a chi fa parte della Conférence catholique des baptisé.e.s francophones… Per il momento, tutti fanno riferimento più o meno formalmente a Roma, il che preserva l’unità. Ma questo non potrebbe durare. Per evitare l’esplosione incontrollata dell’insieme, bisognerebbe che emergessero modi di regolazione che preservino l’autonomia delle comunità.

Guardiamo la situazione dei protestanti francesi: ci sono differenze e anche forti contraddizioni tra luterani, riformati ed evangelicali. Eppure, pur abitando la loro religione in maniera molto diversa, queste correnti si riconoscono reciprocamente all’interno di una organizzazione federativa che assicura una comunione senza impedire la diversità.

Il sistema romano fa sì che la Chiesa misuri la sua unità sulla base della sua uniformità dottrinale e organizzativa. Per molto tempo questa visione dell’unità si è incarnata in una civiltà parrocchiale almeno formalmente omogenea. Come sappiamo, quest’ultima sta scomparendo. La socialità cattolica si sposta oggi dal lato dei raggruppamenti affinitari e mobili, sempre più estranei all’inquadramento territoriale della parrocchia. Il cattolicesimo di domani, secondo me, sarà un cattolicesimo “diasporico” o non sarà.

Lei ha parlato dei tentativi di riforma di papa Francesco. Le sembra che lui sia in grado di far evolvere la Chiesa?

Papa Francesco è un vecchio signore di 85 anni che non può far muovere la Chiesa universale da solo. Si vedono in ogni caso i limiti della sua azione. Procede spesso parlando di evoluzioni che suscitano delle ostilità, il che lo obbliga a far marcia indietro o almeno a non cambiare nulla. È stato molto chiaro al momento del sinodo sull’Amazzonia del 2020. La grave mancanza di preti in quella regione ha portato i vescovi a proporre la possibilità di ordinare degli uomini sposati, e Francesco sembrava aperto a quell’idea. Ma, alla fine, non c’è stato nessun passo avanti.

Come spiega che si sia mostrato così timoroso?

La paura dello scisma ossessiona la Chiesa cattolica. Dalla grande rottura della Riforma, questo timore domina l’azione dei pontefici romani, e lo scisma lefebvriano al momento del Vaticano II lo ha notevolmente riattivato. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno attivamente cercato, con una politica di compromesso, di riassorbire la dissidenza integrista. Ma anche se Francesco sembra deciso a non lasciare che i tradizionalisti mettano in discussione l’eredità del Vaticano II, anche se è persuaso dell’urgenza di far evolvere la Chiesa e di abbattere il sistema clericale che è diventato il suo principale veleno, tuttavia continua ad essere paralizzato all’idea di spaccare la Chiesa cattolica in due. Allo stesso tempo sembra che stia ripiegando su una strategia dei piccoli passi.

Questo è molto evidente a proposito del posto delle donne nella Chiesa. Apre loro l’accesso a responsabilità istituzionali elevate in Curia, ma sa perfettamente che, se desse loro accesso al pieno esercizio di funzioni sacramentali, la Chiesa esploderebbe. Si limita quindi a piccole riforme, ufficializzando per esempio il fatto che possano partecipare alla celebrazione del culto come lettrici o come accolite, o insistendo sul fatto che anche le bambine possano essere chierichette come i maschi. Visto da lontano, questo può sembrare qualcosa di estremamente modesto. In realtà, è più importante di quanto sembri. Significa infatti che le donne possono entrare nel presbiterio, cioè nel luogo più sacro della Chiesa, il luogo della celebrazione eucaristica. Significa quindi che il corpo delle donne non è inadatto al sacro.

In una società come la nostra, si potrebbe dire che è una ovvietà, ma alcuni vi vedono una minaccia e vi si oppongono più che possono. Il gesto di Francesco, per quanto limitato, apre una breccia. Il cammino che resta per una uguaglianza effettiva tra uomini e donne nella Chiesa sarà lungo.

Francesco difende anche regolarmente il Concilio Vaticano II di fronte a dei conservatori che non l’hanno mai completamente accettato. Non è anche questo un modo per far evolvere la Chiesa?

È molto importante, ma, al contempo, la difesa dell’eredità del Vaticano II (1962-1965) non può bastare, oggi, per assicurare la riforma radicale del sistema romano. Perché il Vaticano II è, da un certo punto di vista, arrivato troppo tardi. L’aggiornamento della Chiesa romana è avvenuto proprio nel momento della rivoluzione culturale degli anni ‘60 del 900. Il Vaticano II è stato immediatamente percosso dalla grande svolta culturale che le società moderne hanno vissuto in quello stesso periodo. La risposta della Chiesa alla formidabile rivoluzione introdotta dall’accesso delle donne alla possibilità di gestione della loro fecondità è stata la riproposizione del discorso del proibito e della norma: l’enciclica Humanæ Vitæ (1968), che proibisce la contraccezione, ha avuto conseguenze drammatiche per la credibilità dell’istituzione.

Il secondo grande limite del Vaticano II riguarda le sue ambiguità fondamentali che non sono mai state superate, sempre per paura dello scisma. Prendiamo l’esempio della nozione di Chiesa come “popolo di Dio”. Che cosa significa? Per alcuni, implica l’apertura ad una concezione più “democratica” del governare l’insieme dei battezzati. Per altri, i fedeli devono sempre essere pilotati da preti. Le conclusioni del Vaticano II, su molti punti, restano quindi molto vaghe. Nella Chiesa, alcuni vogliono interpretarle a minima, altri vogliono al contrario andare fino in fondo alla dinamica di adattamento alla modernità iniziata dal concilio. Ma non è stato definito nulla. Resta il fatto che è una acquisizione del Concilio Vaticano II, rivitalizzata da papa Francesco, e che potrebbe permettere di smuovere la Chiesa: la pratica sinodale.

Perché il sinodo potrebbe contribuire a far evolvere la Chiesa cattolica?

Il sinodo – o diciamo per maggiore chiarezza il principio di una organizzazione sinodale della Chiesa – consiste nel dare ai fedeli il diritto di esprimersi sul suo funzionamento, o anche di partecipare al governo della Chiesa. Francesco ha rilanciato questo processo nel 2021. Nel corso di questi ultimi mesi, i cattolici di tutto il mondo si sono riuniti in piccoli gruppi per riflettere insieme e trasmettere le loro aspirazioni sulle evoluzioni della Chiesa. Tra loro, molti chiedono trasformazioni profonde, sullo status dei preti, sul posto delle donne, ecc. Delle sintesi sono già state fatte su scala diocesana, poi su scala nazionale. La prossima tappa avrà luogo a Roma, dove il papa prenderà conoscenza del contenuto di queste sintesi provenienti da tutto il mondo. Ormai, la questione è sapere ciò che si farà di tutte quelle lamentele e di tutte quelle proposte. Forse saranno subito sotterrate per tornare al business as usual come se nulla fosse. Ma forse si prenderanno in considerazioni le attese dei fedeli. In questo caso, il sinodo potrebbe indurre una forma di democratizzazione della Chiesa cattolica. Sarebbe tutt’altro che banale!

 Cyprien Mycinski             “Le Monde” 28 giugno 2022 (traduzione:www.finesettimana.org)

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220628hervieulegermycinski.pdf

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SINODO DIOCESANO

Roma. Cammino sinodale, De Donatis: «Al centro la missione evangelica»

Nella celebrazione dei primi Vespri della solennità dei santi Pietro e Paolo, il cardinale vicario ha consegnato la sintesi del percorso diocesano. «Alcuni “cantieri pastorali” frutto del lavoro comune di ascolto»

Gettate le fondamenta, è ora il tempo di costruire. La prima fase diocesana del cammino sinodale della Chiesa, che ha interessato quest’anno pastorale, ha infatti «portato come frutto del lavoro comune di ascolto l’individuazione di alcuni “cantieri pastorali”, decisivi per una riforma della Chiesa che non sia un’operazione di facciata, ma che punti a mettere al centro la missione evangelica. Si tratta di “cantieri” e non semplicemente di argomenti di riflessione: richiedono tempo, concretezza, motivazione a lavorarci insieme, disponibilità a sperimentare e, quando serve, a correggere il tiro». Lo ha spiegato martedì sera, 28 giugno, il cardinale vicario Angelo De Donatis, al termine della celebrazione dei Primi Vespri per la solennità della festa dei Santi Pietro e Paolo, «colonne della Chiesa non nella loro individualità ma nella disponibilità a vivere una sincera comunione nonostante le differenze personali, di carattere, formazione e conoscenza del mistero di Cristo».

                Consegnando nella basilica di San Giovanni in Laterano la sintesi e i risultati del cammino sinodale diocesano, il porporato ha anche presentato le icone bibliche che guideranno le attività del prossimo anno pastorale: «Quella dell’incontro tra il Risorto e i due discepoli di Emmaus e quella, proposta dal Consiglio permanente della Cei, di Gesù accolto da Marta e da Maria nella casa di Betania».

Il secondo anno del cammino sinodale, allora, proseguirà nell’ascolto attivo delle persone alla luce delle tre priorità individuate e delineate dall’assemblea della Cei dello scorso maggio: la corresponsabilità e la formazione degli operatori pastorali, l’attenzione concreta ai “mondi” dei giovani, delle donne, delle professioni e delle culture e lo snellimento delle strutture ecclesiali, «con in più la scelta di un “quarto cantiere”, che ogni Chiesa locale è chiamata a fare alla luce di quanto emerso dalla sintesi diocesana e che stiamo valutando con i vescovi ausiliari», ha detto ancora De Donatis.

                Un cammino dunque che continua e lungo il quale «il Risorto cammina con noi – ha spiegato il vicario del Papa, commentando il capitolo 24 del Vangelo di Luca, relativo ai due discepoli di Emmaus -. Come allora, anche oggi tutto nasce, e rinasce, da un incontro, da un avvenimento che cambia la storia di due persone e la storia di tutti». L’icona evangelica è «il segno di una comunità cristiana che si è fermata alla morte – sono ancora le parole del cardinale -, ad una Quaresima senza Pasqua, una comunità infeconda, caratterizzata dal pessimismo sterile, con un grembo incapace di generare nuove vite. Fermi al “si è sempre fatto così”, non si vedono altre possibilità» mentre l’esperienza del Sinodo, ispirata e guidata dallo Spirito Santo, «sta già delineando la figura della Chiesa del prossimo futuro, la sta già tracciando il Signore di suo pugno, giorno dopo giorno».

                Questa Chiesa «è lì dove c’è l’umanità nuova, ferita e incerta, appassionata ma pronta a ripartire, perché non si rassegna e cerca ancora il senso delle cose, lì c’è il Signore, lì sta emergendo il nuovo della Chiesa – ha incoraggiato De Donatis -. Facciamoci trovare lì. Non lasciamo solo il Signore. Umili e appassionati. Desiderosi di accoglierlo ancora una volta, determinati a ripartire. Proveremo l’ebbrezza e la vertigine del Nuovo che Dio immette nella storia di questa nostra città, di questa nostra Chiesa di Roma».

                Definito quindi l’obiettivo verso cui dirigersi, è necessario individuare una modalità di azione per raggiungerlo ed ecco le indicazioni della pagina del Vangelo di Betania e di «due donne, Marta e Maria, che non sono in contrapposizione, ma che sono chiamate a scoprire il duplice volto dell’accoglienza, perché l’ascolto sia l’anima del servizio», ha messo in luce il cardinale, sottolineando poi l’importanza «del primato dell’ascolto della Parola, dell’ospitalità offerta al Signore. A questa scuola impariamo che non c’è bisogno di “agitarsi e di affannarsi” in mille servizi, ma che insieme siamo chiamati a vivere la missione nei nostri territori con il primato del servizio di Maria, che è fatto di accoglienza, ascolto, testimonianza resa con le parole e con la vita all’annuncio del Signore».

                Michela Altoviti               RomaSette                        30 giugno 2022

www.romasette.it/cammino-sinodale-de-donatis-al-centro-la-missione-evangelica

 

La sintesi “bergamasca”. Cose taciute e cose dette

Con prossimo il Sinodo della chiesa italiana inizierà un suo cammino distinto da quello della chiesa universale, con la quale aveva condiviso la fase iniziale, quella cosiddetta “narrativa” o dell’ascolto. Ascolto che si è concretizzato nella stesura dei documenti di sintesi che ogni diocesi ha inviato alla segreteria generale del sinodo e che, dopo una fase di analisi e valutazione, permetteranno di definire gli argomenti specifici di cui si occuperà il sinodo nazionale.

Di celibato e di ordinazione delle donne non si parla. Immaginare quali potranno essere prendendo in considerazione il solo documento elaborato dalla diocesi di Bergamo rischia di essere un esercizio poco fruttuoso, perché probabilmente è non abbastanza rappresentativo di una realtà italiana che comprende più di 200 diocesi. Eppure dalla sua lettura si può trarre qualche interessante indicazione.

                La prima è che alcuni argomenti che sono stati al centro di un altro sinodo, conclusosi di recente, di una grande chiesa nazionale come quella tedesca, come il celibato dei preti e l’ammissione delle donne al sacerdozio, non sono proprio presenti nella consultazione che si è svolta nella diocesi di Bergamo.

                Argomenti discussi nel sinodo tedesco. Non si potranno tacere ancora a lungo. Che alla fine vengano messi a tema delle fasi successive del cammino sinodale oppure no, rimane il fatto che non potranno continuare ad essere elusi per molto, tanto più che la Conferenza episcopale tedesca ha intenzione di inoltrare al Papa tutta una serie di richieste in merito.

Eppure, voglio ricordare la considerazione del sociologo Marzano secondo cui “ L’emorragia di fedeli a cui assistiamo non dipende dalle mancate riforme; se la Chiesa facesse le riforme non avrebbe certo più gente a Messa. Gli anglicani queste riforme le hanno fatte (riferendosi ad esempio proprio al celibato e al sacerdozio femminile) e in chiesa non è tornato nessuno. L’emorragia è determinata dal fatto che nel nostro tempo la gente non crede più in Dio”.

                Quali sono dunque le questioni, oltre a quelle pure importanti suddette, che si presentano come decisive per il “camminare insieme” della chiesa che verrà? Non tutto, non ”come sempre”

Cercando bene nel documento di sintesi si trova qualche spunto molto interessante anzi, a mio avviso addirittura dirompente (pag. 4 ultimo capoverso): “Una delle problematiche a livello di impostazione pastorale complessiva deriva dalla pretesa che la Chiesa manifesta ancora in ordine alla comprensione di un cammino che, a suo modo di vedere, dovrebbe risultare totalizzante.  In sostanza, chi guida l’istituzione – ma a questo sguardo si associano spesso anche tanti laici collaboratori – immagina che il cammino da condividere debba essere stabile e permanente. Oggi bisogna invece superare questa pretesa, accettando che una persona scelga di condividere con la Chiesa soltanto alcune tappe della sua vita, e non l’intero percorso. La Chiesa ha però ancora la possibilità di presentarsi per molti come «una sorta di oasi» ed è su ciò che deve concentrare le energie che ha a disposizione. Tale postura esige molta libertà di spirito, ma quando viene assunta dà frutti positivi”.

                In altri termini un giovane (e non solo) che vive le esperienze centrali della sua esistenza come improntate ad una condizione di transitorietà perché ad esempio ha un lavoro che per anni (se è un insegnante anche decenni) è di tipo precario, Difficile chiedere un vincolo senza termine a un giovane che vive tutto ”a termine”.

                Chi ha relazioni di coppia che spesso non contemplano un vincolo permanente, che ha molte difficoltà ad avviare una vita autonoma dalla famiglia di origine proprio a causa di una perdurante condizione di provvisorietà, perché dovrebbe ritenere che per quanto riguarda il suo rapporto con Dio il vincolo sia senza termine?  È una prospettiva ormai al di fuori del suo orizzonte relazionale.

Domande impegnative

                Ma è pensabile per un cristiano intraprendere e condurre la propria esperienza di fede al di fuori di quella totalità che esige un Dio geloso come il nostro? Possiamo accettare che si metta in conto fin dall’inizio che l’incontro con Gesù possa riguardare solo una -tappa della vita?

                Se le cose stanno così, a questi “diversamente credenti” del secondo millennio cosa diciamo? Che la strada alla sequela di Cristo non fa per te, che il matrimonio sacramentale non fa per te, ecc.

                Forse è anche a domande come questa che sinodalmente dovremo provare a rispondere.

Paolo Vavassori               La barca e il mare                           2 luglio 2022

https://labarcaeilmare.it/chiesa-e-religioni/sinodo-la-sintesi-bergamasca-cose-taciute-e-cose-dette

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SINODO UNIVERSALE

Africa, preti padri di figli?

In questi ultimi giorni, durante le mie quotidiane passeggiate lungo il Chiese, ascolto on demand le conferenze del Festival dell'Economia tenutosi a Trento i primi giorni del mese di giugno. Trovo davvero interessante il tema scelto per questa edizione. Come fare di fronte a preti in attività che, da una relazione clandestina con una donna, hanno figli? Forse per la prima volta in modo così chiaro e solenne, l'episcopato del Congo-Kinshasa si è posto pubblicamente la domanda, dando una risposta alla quale guarderanno anche vescovi di altri continenti che hanno lo stesso problema.

In Africa - soprattutto nella zona equatoriale ed australe - forte è la ”filosofia della vita”, cioè l’idea che ogni uomo, per essere veramente tale, per perpetuare gli antenati deve avere una discendenza e, dunque, una moglie e dei figli. Per tale motivo il celibato dei preti latini, pur teoricamente rispettato e lodato, viene di fatto infranto da molti presbìteri. Questo, talora, accade anche altrove, ma nella Repubblica democratica del Congo (vasta 2,3 milioni di kmq, con 92 milioni di abitanti), è particolarmente accentuato; del resto, se non fosse così, perché mai l’episcopato di un paese dove quasi la metà della popolazione è cattolica, avrebbe dovuto dedicare un lungo documento ad un fenomeno imbarazzante?

Ora, in un ampio testo del marzo scorso, successivamente reso noto dal sito di “Nigrizia”, i circa sessanta vescovi del Paese, mentre lodano la fedeltà di molti presbiteri al loro celibato («segno di libertà per servire la gente»), prendono atto che altri lo infrangono, e che hanno dei figli. Che fare? Allora - rispondono i prelati - la giustizia verso la prole, e verso le mamme che, unendosi a dei preti, l’hanno generata, richiede che i padri seguano davvero l’educazione e la crescita di quei bambini. Perciò - afferma il documento - questi preti dovrebbero chiedere al papa la dispensa dai loro obblighi sacerdotali; e, se non lo fanno, possono essere ridotti allo stato laicale.                               www.nigrizia.it/notizia/rdcongo-congo-vescovi-chiesa-preti-figli-famiglia-sacerdozio

Ma potranno i vescovi seguire le parrocchie, se questi preti/padri saranno numerosi? D’altronde, il problema si ripropone anche in Nigeria, Guinea, Camerun, Angola, Uganda, Kenya, Tanzania e Zimbabwe... In alcune Chiese orientali cattoliche i seminaristi, prima di essere ordinati preti, possono scegliere se sposarsi o meno. Un’ipotesi che lambisce anche alcuni Paesi europei, come la Germania, dove si invocano il celibato opzionale dei preti, e anche i ministeri femminili.

Nel 2019 il Sinodo per l’Amazzonia aveva suggerito, per laggiù, l’ordinazione presbiterale di diaconi già sposati: ma Francesco - deludendo molti, e però rallegrando cardinali “conservatori” come Camillo Ruini - ha ignorato la proposta. Anche alcune regioni alpine stanno constatando la quasi scomparsa di giovani che, pur desiderosi del presbiterato, vogliano accettarlo da celibi; ma non sanno come risolvere la questione, senza una radicale revisione teologica dei ministeri. È evidente che il problema toccato dai congolesi non riguarda solo l’Africa. L’emergenza della scarsità del clero urge in molte parti del mondo: sarà affrontata dal Sinodo generale dell’ottobre 2023? Chissà. Ma un dato è certo: con il piccolo cabotaggio, la nave della Chiesa romana non potrà navigare in mare aperto.

Luigi Sandri        “L’Adige” 27 giugno 2022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220627sandri.pdf

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VIOLENZA

Violenza psicologica nella coppia: conseguenze legali

La violenza psicologica nella coppia viene esercitata in diverse modalità, può configurare diversi tipi di reati come i maltrattamenti previsti dall'art. 582 c.p. e gli atti persecutori dell'art. 612 bis c.p.

Violenza psicologica: definizione. La violenza psicologica nella coppia è un tema che presuppone necessariamente un doppio approccio. Occorre infatti analizzare dal punto di vista prettamente psicologico quali sono i comportamenti che si traducono in una violenza psicologica e come questi sono in grado di tradursi in illeciti di rilevanza civile o penale a cui l'ordinamento ricollega determinati effetti.

La definizione di violenza, in base alla definizione che ne ha dato l'antropologa Franciose Heritier nel 1997 è: "ogni costrizione di natura fisica, o psichica, che porti con sé il terrore, la fuga, la disgrazia, la sofferenza o la morte di un essere animato; o ancora qualunque atto intrusivo che ha come effetto volontario o involontario l'espropriazione dell'altro, il danno, o la distruzione di oggetti inanimati".

Come si manifesta la violenza psicologica. La violenza psicologica nella coppia è solo uno dei modi in cui può essere esercitata la violenza da un partner nei confronti dell'altro. La violenza psicologica infatti può essere esercitata in via esclusiva, ma il più delle volte a questa si accompagnano la violenza fisica, economica e sessuale. Statisticamente sono soprattutto gli uomini ad agire violenza nei confronti della donna, ma non è da escludersi l'ipotesi contraria.

                Per quanto riguarda le modalità attraverso le quali la violenza psicologica si può manifestare queste sono senza dubbio le condotte più frequenti:

¨       isolamento sociale, che si realizza attraverso comportamenti denigratori dei soggetti compresi nella sfera affettiva della vittima, come amici, parenti e colleghi di lavoro. Il carnefice però può anche trovare, volta per volta, delle scuse o delle giustificazioni, per impedire gradualmente alla vittima di frequentare i famigliari e gli amici o di recarsi al lavoro, con conseguente perdita dello stesso. In questo modo il partner diventa dipendente dall'altro, tanto da trasformarsi nel suo unico punto di riferimento;

¨       condotta controllante, che con l'avvento delle tecnologie si realizza soprattutto con il controllo dei messaggi, delle e-mail, delle chat e dei profili social, ma anche con il monitoraggio degli spostamenti, dell'abbigliamento e delle spese;

¨       denigrazione, che può essere espressa con insulti diretti alla persona con svalutazioni delle caratteristiche fisiche "sei brutta" "sei grasso" o delle sue capacità intellettive "sei stupida" "con capisci niente"; on svalutazione del ruolo che ricopre nella società "sei una pessima madre", "sei un uomo che non vale niente", "non vali niente come impiegata"; svalutazione dei risultati ottenuti nel lavoro o nello studio; offese pubbliche e ridicolizzazioni;

¨       accuse e attribuzione di colpe, finalizzate a far apparire come giustificata la condotta del carnefice "è colpa tuta se mi comporto così" "se ti comportassi diversamente non mi arrabbierei così tanto";

¨       minacce rivolte alla persona o ai suoi cari di cui fanno parte figli, amici o parenti stretti, per costringerla a comportarsi come desiderato dal carnefice. Il manipolatore vittimista può arrivare a minacciare il suicidio se l'altra persona dovesse decidere di lasciarlo/a;

¨       indifferenza e silenzio: anche la totale indifferenza ai bisogni affettivi del partner è una forma di violenza psicologica.

Poiché il soggetto abusante non vede l'altro componente della coppia come una "persona" ma come un oggetto, non è infrequente che dopo una discussione violenta desideri e forzi l'altro ad avere un rapporto sessuale, lo costringa, anche se ammalato/a ad occuparsi delle solite incombenze o rifiuti di accompagnare il partner dal medico, se necessario. Il silenzio o il tono del tutto neuro dell'aggressore è una delle forme più sottili di violenza psicologica, soprattutto se la vittima, ormai esasperata, fa esplodere la sua rabbia e alza la voce , salvo poi sentirsi dire che ha problemi di mente, che esagera, che è fuori di testa.

Gaslighting: la manipolazione psicologica. Una forma particolarmente subdola di violenza psicologica che si riscontra nelle coppie è il anche gaslighting. Il carnefice, attraverso informazioni del tutto false, riesce a insinuare il dubbio nella mente della vittima sulle sue capacità di percezione, memoria, analisi e valutazione della realtà che la circonda. L'obiettivo è di farla sentire confusa, di destare in lei dei sospetti, di farla sentire del tutta inadeguata. L'abusante può arrivare a negare certi fatti della realtà, soprattutto episodi di maltrattamenti o violenza, inventare fatti mai esistiti o mettere in scena, come una recita, situazioni assolutamente strane che non fanno che confondere la vittima.

Conseguenze della violenza psicologica sulla salute. La violenza psicologica produce tutta una serie di conseguenze negative assai rilevanti sulla salute fisica e psicologica della vittima. In genere essa determina l'insorgenza di ansia, depressione, stress e disturbi del sonno. Un soggetto vittima di violenza sviluppa la depressione in una misura di 5 o 6 volte superiore rispetto a chi non ha un vissuto di violenza. Parimenti più elevata è la possibilità di sviluppare un disturbo post traumatico da stress. Maggiore inoltre la probabilità, per le donne in particolare, di essere colpite da un cancro alla cervice uterina.

Conseguenze penali della violenza psicologica. La violenza psicologica dal punto di vista normativo configura diverse fattispecie di reato, a seconda della condotta tenuta dal soggetto aggressore.

¨       Maltrattamenti in famiglia art. 572 c.p. Questa norma si occupa nello specifico delle condotte maltrattanti che vengono esercitate all'interno delle mura domestiche e quindi anche nella coppia. La norma punisce le condotte maltrattanti in danno di un soggetto della famiglia o comunque di un convivente. La pena base, da tre a sette anni di reclusione, sale se il reato è commesso in danno di una donna in stato di gravidanza o di un disabile. Se poi la condotta provoca una lesione grave o gravissima la reclusione può arrivare fino a 24 anni.

¨       Lesioni personali art. 582 c.p. Il reato di lesioni personali punisce chi cagiona a un soggetto una malattia nel corpo o nella mente con la reclusione da sei mesi fino a tre anni. Dalla lettera della norma è evidente la sua applicabilità anche alle "malattie" della mente che possono scaturire dalla violenza psicologica. Le lesioni aggravate sono quelle che producono una malattia per un periodo superiore ai 40 giorni, se provocano l'indebolimento permanente di un senso o se la vittima è una donna in stato di gravidanza.

Le lesioni sono invece gravissime se provocano una malattia insanabile, la perdita di un senso, la perdita dell'uso della parola o di un organo, se pregiudicano per sempre la capacità di procreare, provocano l'aborto o deformano o sfregiano in modo permanente il viso.

¨       Violenza privata art. 610 c.p. Questo reato si configura quando con violenza o minaccia si costringe qualcun altro a fare, tollerare od omettere qualche cosa. La condotta è punita con la reclusione fino a 4 anni. La norma tutela la libertà morale e quindi psichica dei soggetti contro ogni condotta disturbante o molesta, che vuole impedire od ostacolare la libertà fisica e di movimento. Ad essa si ricorre quando gli atti commessi non sono puniti, nello specifico, da altre norme.

¨       Minaccia art. 612 c.p. Il reato si configura quando si minaccia ad altri un danno ingiusto. Esso è perseguibile a querela della persona offesa e punito con la multa fino a 1.032 ero, ma se la minaccia è grave e viene fatta in presenza delle aggravanti di cui all'art. 339 la pena è della reclusione fino a un anno.

¨       Stalking art. 612 bis c.p. È un reato introdotto nel codice penale nel 2009 che punisce chi, con condotte reiterate, minaccia o molesta qualcuno provocando uno stato perdurante di ansia o di paura o che gli fa provare un timore fondato per la propria incolumità (per quella dei suoi prossimi congiunti o per una persona a cui è legata da una relazione affettiva) e che lo costringe a cambiare le proprie abitudini di vita.

La norma punisce in misura maggiore le condotte che riguardano le coppie, ossia quando gli atti persecutori vengono commessi in danno del coniuge o altra persona con cui si ha un vincolo affettivo o quando si utilizzano strumenti informatici. La pena sala anche quando si perseguita una donna in stato di gravidanza o un disabile. A seconda dei casi questo reato è punibile d'ufficio o a querela della persona offesa.

¨       Conseguenze civili della violenza psicologica. La coppia, soprattutto se unita in matrimonio, è tenuta al rispetto di precisi obblighi che nascono con il vincolo matrimoniale. Obblighi che non contemplano solo la fedeltà e la coabitazione, ma anche il supporto morale e materiale il possibile addebito della separazione, l'emissione degli ordini di protezione contro gli abusi familiari contemplato dall'art. 342 c.c., se il fatto non integra un reato più grave e il risarcimento del danno.

Sono diverse ormai le sentenze della Cassazione che riconoscono alle vittime di violenza, abusi psicologici e maltrattamenti il risarcimento del danno a titolo di danni morali e materiali conseguenti alle condotte del soggetto maltrattante. Risarcimento che può essere richiesto costituendosi parte civile nel processo penale intrapreso nei confronti del partner maltrattante e che fa risparmiare tempo rispetto alla separata azione civile di risarcimento.

                Tutela che può essere azionata anche da chi non ha i mezzi economici necessari a sostenere i costi per l'assistenza di un avvocato, perché per legge, le vittime dei reati di maltrattamento beneficiano del gratuito patrocinio a carico dello Stato, anche a prescindere dal reddito.

Annamaria Villafrate     studio Cataldi   21 giugno 2022

www.studiocataldi.it/articoli/44781-violenza-psicologica-nella-coppia-conseguenze-legali.asp

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