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News UCIPEM n. 918 – 10 LUGLIO 2022

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite  si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.

Link diretti e link per pdf -download a siti internet, per documentazione.

            I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

            Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.

            In ottemperanza alla direttiva europea sulle comunicazioni on-line (direttiva 2000/31/CE), se non desiderate ricevere ulteriori news e/o se questo messaggio vi ha disturbato, inviate una e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con richiesta di disconnessione.

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Carta dell’U.C.I.P.E.M.

Approvata dall’Assemblea dei Soci il 20 ottobre 1979. Promulgata dal Consiglio direttivo il 14 dicembre 1979.

1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

 

CONTRIBUTI PER ESSERE IN ACCORDO CON LA VISIONE EVANGELICA

02 ADOZIONE INTERNAZIONALE    Senza censimento minori adottabili impossibile dare famiglia a bambino abbandonato

03-                                                         I minori abbandonati per Unicef non esistono                                          

04 AMICI DEI BAMBINI                     progetto #BAMBINIxLAPACE

05 CENTRO IN. STUDI FAMIGLIA    Newsletter CISF - N. 26, 6 luglio 2022

07 CHIESA ITALIANA                          Oltre l’”indietrismo” oggi di moda nella Chiesa

08 CITTÀ DEL VATICANO                  Il Papa: nominerò due donne al Dicastero per i vescovi

09 CONF. EPISCOPALE ITALIANA    “Presidente Zuppi, al report sugli abusi mancherà la serietà”

11 DALLA NAVATA                             15° Domenica del tempo ordinario – Anno C

11                                                          Commento di p. Ernesto Balducci

12 DIRITTI                                             La cittadinanza non è un privilegio di nascita ma un diritto

13                                                          Il tempo di Erode (la negazione del ius scholæ)

14                                                          I flussi Intelligenti

17FRANCESCO VESCOVO ROMA   Il Papa: la tolleranza zero contro gli abusi è irreversibile

17                                                          Omertà, clericalismo e prudenze: due analisi del pontificato di papa Francesco

NULLITÀ MATRIMONIALE                 Infedeltà e nullità del matrimonio: la Cassazione blocca la delibazione

19 PASTORALE                                     La difficoltà ad istituire un rapporto sereno con la sessualità

21                                                          Verso il matrimonio                                          

23 SIN0D0 MONDIALE                       “Le operazioni militari in Ucraina” nel documento sinodale della comunità di Mosca   

 

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ADOZIONE INTERNAZIONALE

CRC. Senza un censimento dei minori adottabili impossibile dare una famiglia a ogni bambino abbandonato

Presentato alla Ministra per le politiche della famiglia, On. Elena Bonetti, il 12° Rapporto sul monitoraggio della condizione dei minorenni in Italia. Spicca l’urgenza e la necessità di un censimento dei minori fuori famiglia e di quelli adottabili.

                Giovedì 7 luglio 2022 si è tenuta la Presentazione del 12° Rapporto del Gruppo CRC, di cui Ai.Bi. fa parte, impegnato da oltre 20 anni a monitorare l’attuazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza in Italia. Alla stesura del testo hanno contribuito 156 operatori in rappresentanza delle oltre 100 associazioni del Gruppo CRC [Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza], mettendo in luce criticità e punti di forza della condizione dei minorenni nel nostro Paese.

Rapporto CRC: nuove difficoltà dovute a Covid e guerra in Ucraina. Il rapporto 2022 arriva nel 31° anniversario della ratifica della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (CRC) in Italia, e a distanza di quasi due anni dal precedente: un lasso di tempo durante il quale sono intervenuti eventi che hanno suscitato scenari e difficoltà nuove: soprattutto la pandemia da COVID-19, prima, e il conflitto in Ucraina, poi, hanno avuto e avranno un impatto enorme sulle generazioni presenti e future. Famiglie, Scuola, Servizi stanno vivendo un affaticamento che mette in luce la necessità di un supporto e di un investimento ormai non più rinviabili.

Povertà minorile, denatalità e cambiamenti climatici sono fenomeni che il Gruppo CRC continua a monitorare con crescente preoccupazione alla luce dei dati disponibili che mostrano come le misure sinora adottate non siano sufficienti e non abbiano generato l’impatto sperato.

Una rinnovata attenzione per i problemi dell’infanzia e dell’adolescenza. Si tratta tuttavia anche di un periodo di grandi opportunità perché finalmente l’infanzia e l’adolescenza sono entrate con maggior attenzione nell’agenda politica, anche grazie al ruolo del Terzo Settore e del Gruppo CRC: oggi nel dibattito pubblico si parla in maniera più strutturata di accoglienza nelle emergenze, di servizi educativi per la prima infanzia, di scuola, di salute mentale, di disabilità e benessere dei più giovani. Nel 2021 a livello europeo è stata proposta (e poi approvata nel 2022) la Strategia dell’Unione europea sui diritti dei minorenni 2021-2024, insieme alla Garanzia Europea per l’Infanzia, mentre nel 2022 è stata lanciata la nuova Strategia del Consiglio d’Europa sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (2022-2027).

A livello nazionale, invece, nel 2022 è terminato l’iter di adozione del 5° Piano nazionale di azione e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva (c.d. Piano Infanzia) e a fine marzo è stato inviato alla Commissione Europea il Piano d’Attuazione Nazionale della Garanzia Europea per l’Infanzia (PANGI). Ora occorre dare concretezza alle priorità emerse e alle azioni previste mettendo a disposizione risorse adeguate.

Il Rapporto CRC evidenza la mancanza di dati sui minori fuori famiglia. Tornando al Rapporto, in apertura viene evidenziato il declino demografico della popolazione italiana: i nati nel 2021 sono stati appena 399.431, in diminuzione dell’1,3% rispetto al 2020 e quasi del 31% a confronto con il 2008, anno di massimo relativo più recente delle nascite. Tutte le regioni registrano tassi negativi di crescita, in particolare Molise, Basilicata e Calabria, ad eccezione del Trentino-Alto-Adige (0,8). Del resto, la fotografia della popolazione minorile residente in Italia mostra che i minorenni rappresentano solo il 15,8% della popolazione. È quindi necessario un intervento diffuso che sia espressione di un deciso cambio di mentalità di tutte le articolazioni della società per favorire la ripresa demografica nel Paese.

Per quanto riguarda i minorenni fuori dalla famiglia di origine c’è un’assenza di “visibilità”, declinata anche nella discordanza e incompletezza dei dati raccolti. L’ultima indagine campione risale ormai a fine 2016, il dato relativo al numero delle strutture di accoglienza disponibile risale al dicembre 2017, mentre l’analisi del Rapporto CRC si fonda sugli ultimi dati disponibili al 31.12.2019 (complessivamente i minorenni fuori famiglia sono 27.608 pari al 2,9 ‰ rispetto alla popolazione di minore età presente in Italia). Si fa quindi ancora più evidente la necessità e l’urgenza di raccogliere e analizzare dati con criteri uniformi, in modo sistematico e continuo, in tutte le Regioni tramite il sistema S.In. Ba. (Sistema informativo sulla cura e la protezione dei bambini e delle loro famiglie), in modo da avere chiaro e disponibile in tempo reale il numero, la tipologia e le caratteristiche di tutti i minorenni fuori famiglia d’origine, nel superiore interesse di tutti i soggetti di minore età.

La situazione delle adozioni nazionali e internazionali. In materia di adozioni nazionali, va evidenziato che, al di fuori del numero dei minorenni dichiarati adottabili e adottati, non sono censite altre notizie (età, condizioni psicofisiche, fratrie, etc.). Non si hanno neppure dati aggiornati sui minorenni dichiarati adottabili e non adottati, e non è ancora pienamente operativa, a distanza di 21 anni dalla data entro cui avrebbe dovuto essere attivata, la Banca Dati nazionale dei minorenni dichiarati adottabili e dei coniugi “aspiranti all’adozione nazionale e internazionale”.

Anche i dati relativi alle Adozioni Internazionali analizzati sono quelli risalenti ormai al 2020, che tra l’altro sono raccolti dalla CAI con criteri diversi rispetto ai Tribunali per i Minorenni, rendendo più complicato un confronto. Gli unici dati relativi al 2021 sono quelli che evidenziano un aumento delle richieste di adozione internazionale e il numero dei bambini adottati: 680, 11 in più rispetto ai 669 (di cui 395 special needs) del 2020. Per quanto riguarda proprio il 2020, l’età media all’ingresso dei bambini adottati è 6,8 anni e il tempo medio trascorso tra la domanda di adozione e l’autorizzazione all’ingresso dei minorenni adottati è pari a 46,7 mesi!

Alla luce di tali dati, le raccomandazioni del Gruppo CRC sono di attuare la piena operatività della Banca Dati nazionale dei minori adottabili e delle coppie disponibili all’adozione nazionale e internazionale mettendo in rete tutti i TTMM italiani al fine di garantire maggiore efficienza negli abbinamenti e rendere maggiormente chiari dati e informazioni delle bambine e i bambini coinvolti.

Viene raccomandato inoltre alla CAI di proseguire nell’impegno a stipulare e rafforzare i rapporti con i Paesi di origine dei bambini, anche attraverso accordi bilaterali con i Paesi non ratificanti la Convenzione de L’Aja. Infine, si invitano le Autorità giudiziarie minorili, le Regioni e gli Enti gestori degli interventi assistenziali di adottare specifiche azioni per l’attuazione piena e uniforme della Legge184/1983, secondo tempi e modalità rispettose dei diritti e del superiore interesse dei minorenni in attesa di adozione e di quelli adottati

AiBinews 7 luglio 2022

www.aibi.it/ita/rapporto-crc-censimento-minori-adottabili/

 

I minori abbandonati per Unicef non esistono

All’interno del report di Unicef sulle emergenze umanitarie 2022 non compaiono mai le parole “famiglia”, “orfano”, “abbandono”, “abbandonato”… come sei i bambini abbandonati non fossero un’emergenza di cui occuparsi. Ogni anno Unicef pubblica un rapporto sulle emergenze umanitarie sintetizzando “la richiesta globale di fondi dell’UNICEF per i programmi umanitari, il numero totale di persone e bambini da raggiungere e i risultati previsti”.

Il rapporto del 2022, secondo quanto riportato dall’Unicef stessa, “mira a raggiungere 327 milioni di persone: 177 milioni sono bambini e adolescenti”. In 40 pagine di rapporto non compare mai la parola “famiglia”

                Si tratta di un lavoro dettagliato e corposo (40 pagine nella versione italiana) che vuole offrire una panoramica sulla situazione umanitaria mondiale e in particolare su quella riguardante i bambini, oltre a riassumere brevemente i risultati raggiunti nell’anno precedente e indicare gli obiettivi futuri.

Proprio per queste sue caratteristiche, fa decisamente un certo effetto che all’interno dell’intero documento non ricorra una sola volta la parola “famiglia”. Compare 8 volte (in 40 pagine) il termine “famiglie”, al plurale: una differenza sostanziale che fa facilmente intuire come la parola sia utilizzata unicamente a livello descrittivo di un contesto o di una situazione e mai come concetto in sé o, figuriamoci, come “valore”.

Qualche esempio può rendere meglio l’idea: il termine “famiglie” compare, per esempio, nel paragrafo in cui si parla del terremoto di Haiti, ma unicamente per raccontare quanto compiuto dall’Unicef per ricongiungere “i bambini separati alle famiglie”. Stessa cosa succede dove si parla di Coronavirus, con la sottolineatura che “La pandemia ha colpito duramente le famiglie più emarginate e povere…”. Oppure, ancora, nel semplice elenco di voci dei sussidi in denaro erogati a 14,9 milioni di famiglie”.

Insomma, tutte citazioni che non portano mai a una qualificazione del termine “famiglie” né a un suo approfondimento, quasi che questo vocabolo possa essere usato solo come corollario di qualche altro termine e qualche altra situazione degna di maggior attenzione.

Spariti “orfani” e “abbandonati”: i minori senza famiglia non esistono. Ma forse ancor più difficile da comprendere è la totale assenza delle parole “orfano” o “orfani”, cosi come dei termini “abbandono“, “abbandonato”, “abbandonata”, “abbandonati“. Né, ancora, le parole “solo”, “sola”, “soli” riferite ai minorenni.

Eppure, quella dei bambini abbandonati in tutto il mondo non è certo un’emergenza secondaria, tanto che il Direttore della Divisione “Partnership pubbliche” di Unicefr, June Kunugi, la cita parlando delle erogazioni in denaro che offrono “la possibilità di assistere rapidamente i bambini in crisi dimenticate e di affrontare i bisogni più urgenti delle loro famiglie”.

Eppure la gestione dell’accoglienza alternativa alle famiglie (protezione temporanea o meno come misura sostitutiva alle famiglie di origine) è anch’essa di competenza delle autorità pubbliche dei vari Paesi. Dunque sarebbe strettamente di pertinenza del settore per le “partnership pubbliche” dare atto di quali siano i dati, gli approcci e le strategie relativamente al problema dell’abbandono minorile e quali le necessità per far fronte ai problemi di soggetti che, in quanto minorenni e senza famiglia, risultano doppiamente vulnerabili. Invece, ancora una volta, i bambini senza famiglia, così come la famiglia come istituzione e nucleo fondante della società, non sembrano avere un particolare spazio nei programmi e nelle attività legate alle emergenze umanitarie mondiali di cui dà atto Unicef.

AiBinews            10 luglio 2022

www.aibi.it/ita/minori-abbandonati-unicef-non-esistono

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AMICI DEI BAMBINI

progetto #BAMBINIxLAPACE

Inaugurato il “Punto Ai.Bi.” di Stepashky, in Ucraina, il secondo nel contesto del progetto #BAMBINIxLAPACE nel Paese. Dopo quello di Obolon, è stato inaugurato a Stepashky, il secondo Punto Ai.Bi. in Ucraina. Realizzato con la collaborazione dei cittadini locali, i ragazzi delle scuole e grazie a una donazione dell’Unione Buddhista Italiana

                Prosegue senza soste il progetto di Ai.Bi. #BAMBINIxLAPACE e, in particolare, le attività portate avanti direttamente in Ucraina, dove stanno aprendo i “Punti Ai.Bi.: luoghi sicuri, colorati, liberati dalle macerie belliche e raggiungibili con un percorso sminato, dove i bambini possono trascorrere le giornate in un ambiente il più possibile sereno, insieme a educatori, animatori e personale specializzato per affrontare la terribile sindrome da stress post traumatico.

Dopo l’inaugurazione di quello di Obolon, un distretto della zona nord di Kiev, a inizio luglio è stato inaugurato il secondo “Punto Ai.Bi.”, questa volta situato a Stepashky, nel distretto di Vinnytsia, a circa 300 km a sud – ovest di Kiev. Questo particolare intervento è stato possibile anche grazie al contributo dato ad Ai.Bi. dall’Unione Buddhista Italiana specificatamente “rivolto a sostenere le spese del progetto”.

Un Punto Ai.Bi. realizzato a Stepashky con l’aiuto di tutti i cittadini del luogo. All’apertura erano presenti ben 60 bambini di età compresa tra 5 e 18 anni che fin dai giorni precedenti erano stati sul posto per dare un’occhiata ai lavori di allestimento. Terminata l’attesa, hanno trovato ad accoglierli uno staff composto da 3 animatrici e 1 psicologa, le figure di riferimento di tutte le attività che verranno organizzate nei prossimi mesi, pensate per sostenere e accogliere le famiglie e i bambini che vivono nel distretto oltre a tutti quelli che qui sono sfollati fuggendo da zone più pericolose del Paese.

Il “punto Ai.Bi.” è diventato subito l’orgoglio di tutto il villaggio: i lavori per la ristrutturazione di una ludoteca preesistente e del suo spazio esterno, infatti, hanno visto la partecipazione di tutti i cittadini locali, che hanno fatto innumerevoli viaggi per ritirare i pacchi con il materiale all’ufficio postale della città più vicina, distante 25 km. Oltre a loro, è stata commovente anche la partecipazione degli alunni della scuola superiore locale, venuti ad aiutare a montare i mobili.

Una festa condivisa, che è solo l’inizio di un percorso. Tanta fatica e disponibilità sono culminate nella grande festa della giornata di inaugurazione, durante la quale le ludotecarie hanno preparato tante attività per i bambini come giochi all’aperto, partite di calcio, balli, spazi per disegnare, ecc. Cose semplici che molti dei presenti non avevano mai sperimentato (rimarrà nel cuore di tutti lo sguardo di gioia delle due sorelle che non avevano mai visto e provato un tappeto elastico!), ma che, soprattutto, hanno rappresentato un motivo di speranza per gli abitanti del distretto e tutti gli ucraini sfollati qui, e un nuovo punto di riferimento per trovare aiuto e sostegno in attesa della pace vera.

Con il Punto Ai.Bi. di Stepashky aumentano ancora di più le attività di Ai.Bi. in Ucraina nell’ambito del progetto BAMBINIxLAPACE, che vede impegnata l’Associazione anche nell’organizzazione delle visite settimanali per portare sostegno e beni di prima necessità ai bambini e le famiglie che prima della guerra beneficiavano del progetto di Adozione a Distanza a Volodarka, cui si sono aggiunti i nuovi beneficiari scappati da altri luoghi meno sicuri del Paese. In totale, i beneficiari che Ai.Bi. intende raggiungere attraverso i suoi interventi in Ucraina sono oltre un migliaio.

AiBinews                            7 luglio 2022

www.aibi.it/ita/punto-aibi-stepashky-ucraina-bambinixlapace

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CISF - CENTRO INTERNAZIONALE DI STUDI SULLA FAMIGLIA

Newsletter CISF - N. 26, 6 luglio 2022

Mettiti nei miei panni. È il titolo dell'iniziativa dell'Università Cattolica di Milano, aperta a tutta la popolazione universitaria, che ha lo scopo di promuovere e valorizzare il processo di inclusione degli studenti con disabilità attraverso lo sviluppo di una coscienza civile attiva e consapevole. In questa video-intervista [7 min 38 sec] tre studenti universitari con differenti disabilità si raccontano, spiegando sfide e criticità affrontate, insieme ai traguardi raggiunti.            www.youtube.com/watch?v=tbxm0Rf-Kls&t=1s

Giornata mondiale dei nonni e degli anziani: convegno ad Amalfi.Un appuntamento di incontro e di sguardo sulle prospettive demografiche del paese: è il convegno "L'Italia, un paese dalle culle vuote e dai capelli bianchi", organizzato ad Amalfi il 23 luglio 2022 da Famiglia Cristiana in collaborazione con la Pontificia Accademia per la Vita, il Centro culturale San Paolo, la Diocesi e il Comune di Amalfi. Interverranno, tra gli altri, Mons. Vincenzo Paglia, la ministra Elena Bonetti, il direttore Cisf Francesco Belletti e il direttore di Famiglia Cristiana don Stefano Stimamiglio. Ogni ulteriore aggiornamento sull'evento su Famiglia Cristiana e sulla pagina Facebook del Cisf               www.facebook.com/www.cisf.it

UE/politica: i giovani siano coinvolti nei processi decisionali. I decisori dovrebbero includere i giovani nei meccanismi partecipativi e nelle deliberazioni politiche a tutti i livelli: è quanto emerge dal recente Berlin Demography Days 2022, l'incontro che ha riunito più di 50 esperti internazionali di politica e scienze sociali. Le nuove generazioni devono essere coinvolte nelle decisioni che riguardano il loro futuro, sottolinea il paper conclusivo della conferenza, ma hanno anche bisogno di uscire da una certa vulnerabilità sociale e precarietà lavorativa, e di una migliore qualità dei servizi educativi e formativi.

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=6%3d1U7b5U%26n%3dV%26n%3dR0c%26o%3dS4V0U%26w%3dAtKrL_rrUs_32_ttSq_49_rrUs_27rHpLn4t0qG-eLtHp6.gN_rrUs_27hBl6u_KQtR_Uf5q6uDgGtJ_ttSq_49p4a2c35Y_b6tEiE-f8mFiKaGjR-d21-U0S4_9iEcE.p5h%267%3dmLuOcS.p8t%260u%3dY0R8

Il problema demografico e la questione migratoria. Sono le due facce della stessa medaglia che mette alla prova il futuro prossimo dei Paesi ricchi: la rivista Le Grand Plateau fornisce una riflessione sul tema  con un focus specifico dedicato alla Gran Bretagna e alla sua traiettoria "ostativa" su entrambi i fronti. È il solo Paese occidentale che, invece di intraprendere una politica di rilancio della natalità tende a disincentivarla (gli assegni familiari vengono limitati dopo il secondo figlio; il tasso di assistenza all'infanzia è tra i più alti nell'OCSE). Parallelamente, gli effetti della Brexit e delle nuove politiche legate ai visti rendono la vita molto difficile agli immigrati (anche quelli con eccellenze e obiettivi di alta formazione).

 www.legrandplateau.com/pourquoi-le-probleme-de-fertilite-du-monde-riche-obligera-a-repenser-limmigration

Relazione sulla legge 194, la lettera aperta del Forum famiglie della Puglia. Il 13 giugno scorso è stata trasmessa al Parlamento la Relazione sulla Legge 194/78 (interruzione volontaria di gravidanza), che ha registrato, sui dati 2020, un totale di 66.413 interruzioni volontarie di gravidanza, in particolare nella fascia d'età 25-34 anni. Con una lettera aperta inviata alla giunta e al consiglio regionale, il Forum delle Associazioni Familiari della Puglia ha fatto una serie di osservazioni molto precise sui dati della Relazione. Tra i molti aspetti, importanti, sollevati, il Forum osserva che in Puglia quasi il 40% delle donne che ricorrono all'aborto lavora regolarmente, il 40,2% è coniugata, il 32,1% ha già due figli: "Questi dati segnalano la imprescindibile necessità che Regione e Comuni considerino il numero dei figli ed i carichi familiari a livello fiscale e nella costruzione di strumenti di supporto ai nuclei familiari", si legge nella lettera. https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=A%3dCZKgGZ%262%3da%26z%3dWNh%261%3dXHaLZ%26A%3dF6P6_Pcyf_am_Ng1b_Xv_Pcyf_ZrJuU5HuR6A8.QmJ691H5BuCyRmH.yR_4wix_DBsG5B_8yev_HDmP09oD3CzP99m7q_Pcyf_ZrB5P7I6SsHy9_xA0RqNqEuQ4RmAsMzOyExE5.NpB%26t%3dK7OBAD.JuR%26uO%3dLhCb&mupckp=mupAtu4m8OiX0wt

Friuli Venezia Giulia, al via un "bonus psicologo" per gli studenti. Si può richiedere a partire dal 5 luglio il "bonus psicologo", un intervento regionale a favore del benessere psico-fisico dei giovani che vivono situazioni di disagio e/o malessere legate al periodo pandemico. L’intervento consiste in un contributo del valore di 225 euro per la fruizione di un ciclo di 5 sedute individuali di consulenza psicologica (presso professionisti iscritti all’Ordine e accreditati dalla Regione). Possono beneficiarne studenti maggiorenni o famiglie residenti in Fvg con figli minori iscritti alle scuole secondarie di primo e secondo grado.

www.regione.fvg.it/rafvg/cms/RAFVG/famiglia-casa/politiche-famiglia/news/2022_024.html

Ma che cos'hai nella testa? Come educare i giovani alla libertà. È il titolo della serie video realizzata da Ezio Aceti per Effatà per aiutare a comprendere il mondo dell’adolescenza, indicando una serie di valori e di suggerimenti da fornire ai ragazzi per aiutarli a crescere liberi. Nella serie, acquistabile online e fruibile senza scadenza], ci sono contenuti video con approfondimenti al testo per facilitare la comunicazione fra adulti e ragazzi.                       https://digital.effata.it/prodotto/ma-coshai-nella-testa

Dalle case editrici

¨       Carradone, M., Capitale sociale e Covid-19 nell'unione Europea. La fiducia istituzionale al tempo della pandemia di SARS-CoV-2, FrancoAngeli, Milano 2022,  p.116

¨       Moia, L., Figli di un Dio minore? Le persone transgender e la loro dignità, San Paolo, Cinisello B. (MI), 2022, p.160

¨       Giulia Lamarca, Prometto che ti darò il mondo, De Agostini, Milano 2021, pp.322

Ciò che colpisce di più delle straordinarie foto di Giulia Lamarca e del marito Andrea Decarlini, globetrotter e testimoni di inclusività, non sono le destinazioni spettacolari (il sito www.mytravelsthehardtruth.com può darne un’idea) ma i sorrisi, la gioia di vivere che irrompe a dispetto di tutto, anche delle prove della vita. (...) (Benedetta Verrini)

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=9%3d4bLe8b%263%3dY%26q%3dYOf%26r%3dZIYCb%26B%3dDwR7_NT1g_Yd_PhyS_Zw_NT1g_XiLvSvJvPwC9.OdL77rJ60lEzPdJ.zP_uyjv_5DtEvD_9wVx_IBdRA7fF4AqR07d9r_NT1g_XiLvSvAzOiZMX5_93HhErPrJz8uG.70i%26B%3d4QvTtX.qCA%26Ev%3ddQW9

Save the date

¨       Webinar (IT) - 12 luglio 2022 (inizio ore 21.00). "La conciliazione vita-lavoro: possibilità e cultura", a cura di FARIS-Fondazione Aibi

www.fondazioneaibi.it/faris/prodotto/webinar-la-conciliazione-vita-lavoro-possibilita-e-cultura

¨       Conferenza (INT) - 13/16 luglio 2022. "Euroscience Open Forum 2022 (ESOF22): Crossing Borders, Engaged Science, Resilient Societies", conferenza scientifica interdisciplinare organizzata da Euroscience

www.esof.eu

¨       Webinar (USA) - 26 luglio 2022 (11.00-12.00 CT). "Social Media Strategies for Family Life Education Programs or Businesses", formazione continua a cura del National Council on Family Relations

www.ncfr.org/events/ncfr-webinars/social-media-strategies-family-life-education-programs-or-businesses

¨       Convegno (IT) - 31 agosto 2022 (9.30-13.30). "Litigare bene si può", convegno nazionale online organizzato da CPP-Centro Psicopedagogico per l'educazione e la gestione dei conflitti.

https://cppp.it/corsi/dettaglio/formazione-online/litigare-bene-si-pu

¨       Conferenza internazionale (CAN) - 15/16 settembre 2022. "Men and Families 2022: An International Interdisciplinary Conference on Fatherhood and Men's Experiences with Violence and Victimization", evento internazionale a Toronto (Canada) in collaborazione con il Canadian Centre for Men and Families

https://menandfamilies.org/

https://menandfamilies2022.ca/

Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

Archivio   http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

https://a4e9e4.emailsp.com/f/rnl.aspx/?fgg=wsswt/e-ge=s/fh0=nx_49a1:a=.-4&x=pv&65kac&x=pp&qzb9g6.b9g9h/:i4-7d=v_vwNCLM

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CHIESA IN ITALIA

Oltre l’”indietrismo” oggi di moda nella Chiesa

Da laico nella città/Investire energie dove si tratterebbe di osare qualche percorso nuovo.

 

https://vocetempo.it/mons-repole-lettera-alla-chiesa-di-torino

 

La lettera con la quale il nuovo arcivescovo di Torino, Roberto Repole ¤1967, si è presentato alla diocesi merita di essere letta. Una presa d’atto coraggiosa. Monsignor Repole – che nei giorni precedenti ha presentato la squadra di governo che comprende anche una donna laica, la dottoressa Concetta Caviglia, come Cancelliere Arcivescovile della Curia – mostra di avere sin da subito sguardo lucido e non edulcorato sui cambiamenti in atto.

                Bisogna essere lucidi e prendere atto che la nostra società non è più ”normalmente cristiana”. È sotto gli occhi di tutti, il fatto che il numero dei preti è in calo ormai da decenni e che la loro età media è piuttosto elevata. È meno evidente ai più, anche se non meno significativo, il fatto che anche il numero dei cristiani che vivono una qualche reale appartenenza alla Chiesa è di molto inferiore rispetto al passato. Insomma, si tratta di guardare con lucidità la realtà e prendere sempre più profondamente coscienza che la nostra società non è più normalmente cristiana”

                Fin qui l’analisi (dopo Francesco, un vero e proprio mainstream nei nostri ambienti). Conservare l’antico non basta. Bisognerebbe osare il nuovo. Ma il nuovo Arcivescovo si spinge oltre:

Eppure, noi siamo ancora strutturati – a partire dalle nostre parrocchie – nell’implicito che tutti siano cristiani; e operiamo, a diversi livelli, sulla base della implicita convinzione che sia così, con il grave rischio di investire tantissime risorse in attività pastorali che sembrano non portare frutto, di non provare ad investire (all’inverso!) energie laddove si tratterebbe di osare qualche percorso nuovo e, soprattutto, di perdere noi per primi il gusto della vita cristiana e di una serena e gioiosa sequela del Signore.

Appare sempre più chiara, dunque, la necessità anche urgente di ridisegnare il nostro modo di esistere, come Chiesa, sul territorio, al fine di continuare qui ed ora ad essere ciò che dobbiamo essere e ad offrire il Vangelo alle donne e agli uomini che incontriamo e lo desiderano. Non farlo, significherebbe rimanere schiacciati da un passato che ci impedisce di compiere la nostra missione nel presente e, dunque, di essere fedeli a Cristo.”

                Parole che riecheggiano quelle pronunciate pochi giorni fa da papa Francesco durante l’omelia della messa per i santi Pietro e Paolo: “Le tentazioni di rimanere fermi sono tante; la tentazione della nostalgia che ci fa affermare che altri sono stati i tempi migliori, per favore non cadiamo nell’“indietrismo”, questo indietrismo di Chiesa che oggi è alla moda”.

Troppe strutture da mantenere. Compiti sempre più stressanti per i preti. Perché non siano parole vuote, Repole segnala alcune sfide molto concrete. Dobbiamo continuare a mantenere semplicemente tutte le infinite strutture di cui beneficiamo (locali, case, chiese, oratori…) anche se – invece che servire a vivere una vita cristiana ed ecclesiale autentica ed essere degli strumenti per l’evangelizzazione – costituiscono un peso insopportabile, per chi è chiamato a gestirle, rubando energie, serenità e gioia?

Non basta affidare diverse parrocchie a un solo prete se non si cambia nulla. Possiamo continuare a mantenere tutte le parrocchie, immaginando che vi si svolga tutto quello che vi si svolgeva nel passato, chiedendo ad un prete che – invece di essere parroco di una comunità – lo sia di diverse, senza però cambiare nulla? Come si può immaginare, facendo così, che i preti possano vivere una vita serena, possano trovare il tempo per coltivare la preghiera e la lettura e offrire un servizio qualificato, possano trovare la giusta serenità per incontrare le persone…? E come pensare che la loro vita possa risultare attrattiva per dei giovani oggi?

Ridirsi, insieme finalmente, ciò che conta davvero. Sono solo esempi ma che il nuovo Arcivescovo segnala alla sua comunità torinese per dire le sfide del tempo e  la grande opportunità che il Signore offre alla spaventata Chiesa di oggi. Vuol dire mettersi in cammino, non dare più per scontato nulla, ridirsi – insieme, finalmente  – ciò che conta davvero per la vicenda cristiana.

                È necessario l’apporto di tutti. Nella consapevolezza di un discernimento veramente comunitario che possa portare ad avanzare proposte per “cammini sperimentali”: Cercare di provare oggi (affiancando e sostenendo) quello che – quasi inevitabilmente – saremo chiamati a vivere domani.

“Per un lavoro come questo e così decisivo ci sarà bisogno dell’apporto di tutti: anche perché la diocesi è davvero vasta e sarà indispensabile, se non vorremo essere ideologici e applicare un’idea preconfezionata alla realtà, discernere che cosa ci è chiesto di fare nelle diverse situazioni. Un conto, ad esempio, sarà ciò che ci sarà richiesto nella grande città, altro in zone di montagna o di campagna.”

 Per questo la lettera – un testo breve e comprensibile da tutti, anche fuori dal recinto ecclesiale – termina con un appello a tutti: “In questo orizzonte, faccio appello alla buona volontà e alla corresponsabilità di tutti. So molto bene che, per diversi motivi, si può talvolta avere l’impressione, nella Chiesa, di essere richiesti di partecipazione e di proposte, senza che poi si veda un seguito all’incontrarsi, al dialogo, alle proposte avanzate.

                Insomma, il nuovo arcivescovo di Torino disegna un metodo e uno stile che, almeno nelle premesse, è significativo. Speriamo che riesca a tradurlo in scelte pastorali adeguate. E speriamo che la stessa visione e lo stesso coraggio oltrepassino i confini della diocesi torinese. 

Daniele Rocchetti           Bergamo             7 luglio 2022

https://labarcaeilmare.it/rubriche/rocchetti-oltre-lindietrismo-oggi-di-moda-nella-chiesa

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CITTÀ DEL VATICANO

Il Papa: nominerò due donne al Dicastero per i vescovi

Papa Francesco ha rivelato che sta per nominare due donne al Dicastero per i vescovi, che saranno dunque coinvolte nel processo per eleggere i nuovi pastori diocesani. Lo ha fatto nell’intervista concessa a Phil Pullella della Reuters di cui ieri è stata pubblicata una terza puntata. Il Pontefice ha risposto a una domanda sulla presenza femminile in Vaticano, su quanto stabilito dalla nuova Costituzione apostolica Prædicate Evangelium che riforma la Curia e su quali dicasteri potranno in futuro essere affidati a un laico o a una laica. Questa la risposta di Francesco, come riferita dai media vaticani: «Io sono aperto che si dia l’occasione. Adesso il Governatorato ha una vice governatrice... Adesso, nella Congregazione dei vescovi, nella commissione per eleggere i vescovi, andranno due donne per la prima volta. Un po’ si apre in questo modo». Francesco ha quindi aggiunto che per il futuro vede possibile la designazione di laici alla guida di dicasteri quali «quello per i laici, la famiglia e la vita, quello per la cultura e l’educazione, o alla Biblioteca, che è quasi un dicastero».

Attualmente il Dicastero per i vescovi ha membri che sono solo cardinali e vescovi, mentre i consultori sono presuli e sacerdoti e tra gli officiali c’è una suora. Nella sua risposta il Papa ha citato il caso di suor Raffaella Petrini, nominata lo scorso anno “segretario generale” e quindi numero due del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano. Altre donne con incarichi “dirigenziali” in Vaticano sono la suora spagnola Carmen Ros Nortes 'sottosegretario' al Dicastero per i religiosi, la suora francese Nathalie Becquart, “sottosegretario” del Sinodo dei vescovi, e la salesiana suor Alessandra Smerilli, “segretario” del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Tra le donne laiche che ricoprono incarichi di alto livello ci sono Francesca Di Giovanni, “sottosegretario” per il settore multilaterale della sezione per i rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, la professoressa argentina Emilce Cuda, “segretario” della Pontificia Commissione per l’America Latina, Linda Ghisoni e Gabriella Gambino, entrambe “sottosegretario” al Dicastero per i laici, la famiglia e la vita: e poi Barbara Jatta, la prima donna “direttore” dei Musei vaticani; la slovena Nataša Govekar, “direttore” della direzione teologico-pastorale del Dicastero per la comunicazione; e la brasiliana Cristiane Murray, vicedirettore della Sala Stampa della Santa Sede. La professoressa tedesca Charlotte Kreuter-Kirchof è poi vicecoordinatore del Consiglio per l’economia.

Recentemente il cardinale Oscar Andres Rodriguez Maradiaga ha rivelato che il Papa voleva mettere una donna a capo del “Ministero per l’economia”, ma «non ha potuto perché ci sono retribuzioni, quali questa persona meritava per competenza e curriculum, che non possono essere pagate in Vaticano». Ritornando agli esempi fatti dal Papa il cardinale Kevin Joseph Farrell, prefetto del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, un mese fa ha scherzato sul fatto che, con la promulgazione della Prædicate Evangelium, lui potrebbe essere l’ultimo ecclesiastico a guidare quel dicastero. Il nuovo Dicastero per la cultura e l’educazione poi è frutto dell’accorpamento di una Congregazione e di un Pontificio Consiglio guidati da cardinali ben oltre i 75 anni. Mentre a capo dell’Archivio e della Biblioteca Vaticana c’è il porporato portoghese José Tolentino de Mendonça, 56 anni.

Gianni Cardinale             “Avvenire” 7 luglio 2022

www.avvenire.it/papa/pagine/il-papa-nominero-due-donne-al-dicastero-per-i-vescovi

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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

“Presidente Zuppi, al report sugli abusi mancherà la serietà”

Il Coordinamento contro gli abusi nella Chiesa ItalyChurchToo, che dallo scorso febbraio riunisce associazioni delle vittime, del laicato cattolico e laico e alcuni media - tra cui Adista - ha inviato il 30 giugno scorso al card. Matteo Zuppi, presidente della CEI, diffondendolo pubblicamente, un comunicato di reazione all’annuncio del primo Report sugli abusi (previsto per il prossimo autunno), commentando anche l’illustrazione che ne ha fatto lo stesso Zuppi in un’intervista rilasciata a diversi quotidiani nazionali. Di seguito il testo del comunicato.

 

Il Coordinamento ItalyChurchToo contro gli abusi nella Chiesa, promotore di una linea di contrasto ben precisa agli abusi, espressa in una “Lettera ai vescovi” del 16 maggio scorso, giudica gravemente inadeguate e contraddittorie le scelte attuate dalla CEI in relazione al «I Report sulle attività dei Servizi Regionali, dei Servizi Diocesani/Interdiocesani e dei Centri di ascolto per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili», così come illustrate nel comunicato stampa del 23 giugno scorso e nell'intervista rilasciata dal presidente della CEI card. Matteo Zuppi ai maggiori quotidiani italiani (Corriere della Sera, la Repubblica, il Messaggero, La Stampa 23/6).

1) Presidente, i centri diocesani non sono indipendenti. Il Report in sé appare inadeguato a cogliere il dato quantitativo e qualitativo del fenomeno: in primo luogo perché in capo a una rete di servizi interna alla Chiesa e dunque non caratterizzato da quella terzietà necessaria per arrivare a una valutazione oggettiva e super partes del problema. Per fare un esempio, nella Commissione per la tutela dei minori dell’arcidiocesi ambrosiana è stato nominato a partecipare, nel 2019, l’avv. Mario Zanchetti, difensore dei preti accusati di abuso: non proprio un modello di neutralità. In secondo luogo, l’arco temporale sul quale tali servizi possono avere competenza è estremamente limitato (2020-2021), non essendo oltretutto essi nemmeno distribuiti in modo omogeneo in tutte le diocesi italiane. Contestiamo pertanto l'affermazione del cardinale secondo cui i servizi diocesani sarebbero assolutamente «indipendenti», con la curiosa precisazione che «a Bologna sono tutte donne, professioniste, guidate da una psichiatra. E discutiamo, sono assolutamente indipendenti». Un singolare sillogismo: ma non basta che un centro diocesano sia in mano a équipe femminili per avere la patente di indipendenza. A meno che le professioniste suddette, in quanto donne, nella visione del cardinale siano percepite come esterne alla Chiesa.

                2) Presidente, la statistica non è un’opinione, è una scienza. Il comunicato della Cei non fa alcun riferimento all'altra componente dell’“indagine”, che dovrebbe avere come oggetto i dati provenienti dal Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF) inerenti al ristretto arco temporale 2000-2021. Nel frattempo, però, il cardinale Zuppi definisce nell'intervista «oggettivi», «sicuri» i dati in possesso del DDF, ponendoli in contrapposizione con i risultati del Rapporto francese della Commissione CIASE, giudicando negativamente la loro natura di «proiezioni statistiche», e affidandosi alla valutazione di «tre inchieste di universitari» che «demoliscono il lavoro della commissione». Un giudizio grossolano sull’enorme lavoro di ascolto delle vittime della Commissione d’Oltralpe, durato due anni, che abbraccia un periodo di 70 anni e che ha messo all’opera personalità di alto profilo: è un sorprendente e ingiustificato attacco alla Chiesa sorella. Il cardinale sembra ignorare che le “proiezioni statistiche” utilizzate nel Rapporto CIASE sono uno strumento caratterizzato da rigore scientifico, come ribadito anche di recente da p. Hans Zollner, il quale ha sottolineato come «la metodologia usata dal gruppo è quella utilizzata dalle istituzioni come l'OMS ed è una metodologia valida. È una stima e un'estrapolazione, certo, che viene usata ad esempio per scoprire quante persone a Parigi sono malate di cancro della pelle. Non si conoscerà mai esattamente il numero, ma si avrà un'immagine dell'ampiezza del fenomeno». (Paris, Centre Sèvres, IV Conferenza del ciclo "Dopo la Ciase, pensare insieme la Chiesa"). Oltretutto lo stesso cardinale dimostra di fidarsi di dati statistici ottenuti da proiezioni, quelli dell'Istat, quando afferma, nell'intervista rilasciata ai quotidiani italiani, che «in Italia ci sono sei milioni di persone in povertà, una su dieci, anche a causa della solitudine».

                3) Presidente, “metodo qualitativo” ha un significato preciso. Nell'intervista, lei parla di metodo “qualitativo” come metodo che consiste nel «distinguere i numeri grezzi, capire le differenze». Non è corretto. Il metodo qualitativo non rappresenta infatti un lavoro “di qualità” su dati quantitativi ma raccoglie elementi da interviste in profondità e storie di vita: proprio il tipo di lavoro compiuto dalla Commissione Ciase.

                4) Presidente, quali e quanti dati possiede il Dicastero per la Dottrina della Fede? Per quanto riguarda l'arco temporale dei dati del DDF ai quali i vescovi intendono fare riferimento (2000-2021), curiosamente si tratta dello stesso periodo preso in considerazione nell'indagine permanente del settimanale Left, avviata a metà febbraio e consultabile da chiunque su chiesaepedofilia.left.it. Inoltre, altrettanto singolare è che tale operazione contraddirebbe l'affermazione di mons. Scicluna che, nel 2014, incalzato dalla Commissione Onu per i diritti dell’infanzia, dichiarò che i dati sugli abusi non sono nella disponibilità del DDF ma delle diocesi. Certo, sono trascorsi otto anni da allora, molto può essere cambiato nella collaborazione tra DDF e Chiesa italiana, ma pare di cogliere la stessa difficoltà appena un mese fa, quando il medesimo mons. Scicluna (ora segretario aggiunto della sezione disciplinare del DDF), interpellato sull'applicazione globale di “Vos estis lux mundi”, risponde che «oggi non disponiamo di un'indagine globale o di dati esaurienti», e che «molte diocesi e giurisdizioni hanno ora creato uffici dove si possono denunciare casi di abusi sessuali su minori». Che sarà, inoltre, dei casi di preti denunciati solamente alle autorità italiane e condannati dalla nostra giustizia?

                5) Presidente, la Chiesa esamini se stessa. Sempre nell'intervista, lei mira a proporre il Report della Chiesa come strumento di prevenzione per «capire il fenomeno più vasto nella società, se non c’è pregiudizio». Anche questo elemento è irricevibile: la Chiesa non deve spostare il suo focus da ciò che accade al suo interno, e non è nelle condizioni di porsi come esperta o consulente in iniziative di carattere statale.

6) Presidente, qual è il suo concetto di “indipendenza”? Il Coordinamento ItalyChurchToo considera irricevibile la scelta dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza come istituzione “indipendente”, motivata dai vescovi con il suo ruolo pregresso di soggetto valutatore all'interno del progetto “SAFE”. L'Università Cattolica del Sacro Cuore, infatti, non soddisfa il requisito dell'indipendenza rispetto alla Chiesa: per statuto, come tutte le università cattoliche è regolata dal Codice di Diritto Canonico (can. 807-814), dalla Costituzione Apostolica Ex Corde Ecclesiæ (15 agosto 1990), dalle Norme applicative delle Conferenze episcopali e dai suoi Statuti interni; la sua missione è di «servire a un tempo la dignità dell'uomo e la causa della Chiesa» (Ex Corde Ecclesiæ, art. 4); la sua missione è svolta «in armonia con il magistero della Chiesa» (art. 11). Insomma, l'alto profilo scientifico e accademico della Cattolica non è condizione sufficiente a garantire oggettività, terzietà e, nel caso del Report sugli abusi, valutazioni scevre da conflitti di interessi. Altrove sono state investite del compito istituzioni prive di legami con la Chiesa: in Germania, ad esempio, lo Studio nazionale MHG (2018) è stato portato avanti da tre università statali, quelle di Mannheim, Heidelberg e Giessen; stesso genere di incarico svolge l'Università di Zurigo per la Svizzera.

                7) Presidente, la Cattolica di Piacenza ha partecipato al “progetto della Chiesa italiana” sugli abusi... La sede di Piacenza dell’Università Cattolica – come lo stesso comunicato della CEI riporta – ha oltretutto già lavorato “a fianco” della Chiesa, nel progetto "Supporting Action to Foster Embedding of child safeguarding policies in Italian faith led organizations and sports club for children - SAFE", accanto a un altro istituto universitario, il CiRViS, Centro Interdisciplinare di Ricerca sulla Vittimologia e sulla Sicurezza del Dipartimento di Sociologia e Diritto dell'Economia dell’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna, con l'obiettivo di creare le competenze per la prevenzione degli abusi su minori all'interno dell'associazionismo cattolico. Un lavoro svolto in partnership con l'Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, il Centro Sportivo Italiano e la Presidenza Nazionale di Azione Cattolica Italiana, la cui efficacia è stata valutata proprio dalla Cattolica di Piacenza, di tale rilievo da essere definito, sul quotidiano Avvenire (18/2), “il progetto della Chiesa italiana”. Per tutti i suddetti motivi, il Coordinamento ItalyChurchToo ritiene inaccettabili la metodologia, gli standard e i partner dell'operazione intrapresa dalla CEI e ribadisce la necessità dell’apertura di tutti gli archivi ecclesiali ai fini di una indagine realmente esterna, indipendente, libera da conflitti di interesse, che riguardi un arco temporale molto più vasto: unica garanzia di verità, giustizia per tutte le vittime e reale prevenzione.

Redazione ADISTA                             03 luglio 2022

www.adista.it/articolo/68318

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DALLA NAVATA

XV Domenica del tempo ordinario. Anno C

Deuteronomio                 30, 14. Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica.

Salmo                                   18, 09. I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore; il comando del Signore è                 limpido, illumina gli occhi.

Paolo ai Colossesi           01, 16. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono. Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa.

Luca                                      10, 29. Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?».

 

COMMENTO

Quando i Giudei dovevano pensare ad un «diverso» proprio «diverso», o pensavano ad un pagano o ad un samaritano. Erano alla distanza di una spanna, ma il loro orizzonte era stretto. Noi, uomini del tempo dei satelliti abbiamo accanto i samaritani che stanno in Africa, in Asia… abbiamo cioè la diversità distribuita nel pianeta come se ci fosse vicina, gomito a gomito. Cosa diciamo allora? Spesso entro, come posso, nelle grandi tradizioni della sapienza orientale, dell’Induismo, del Buddismo, delle grandi religioni come l’Islam, delle religioni etniche che chiamiamo primitive secondo le sistemazioni presuntuose della nostra cultura egemonica: sono preso da ammirazione.

C’è un Verbo primordiale che si rifrange nella storia dell’uomo. Il mio compito è di capire queste rifrazioni, non di misurare le distanze dalle mie posizioni, ma di entrare dentro la radice del grande albero per ripercorrere le ramificazioni dall’interno. lo devo accogliere questa manifestazione molteplice di un Verbo che sta fin da principio. È una regola importante, anche questa: analoga a quella del rispetto delle coscienze. qui quel rispetto viene fondato su una ragione oggettiva e onnivalente. Quanto è straordinario questo modo di considerare la sapienza altrui, anche se diversa dalla nostra, come un messaggio che nasce dalle origini! Quando dico dalle origini non faccio una allusione cronologica, ma ontologica, di valore, perché Dio è l’origine permanente delle cose, è il Verbo che è in tutti anche nell’ateo, non in quanto dice che è ateo, ma in quanto dice in positivo qualcosa riguardo all’uomo, all’ordine, alla giustizia … Occorre ascoltare tutti, non in una specie di generica equiparazione, ma in un rispetto della «sinfonia della verità».

La verità non è una nota che si muove monocorde. Veniamo ora alla terza norma, che è il punto chiave del discorso. Fino a che dico queste cose, non faccio altro che faticate ma sincere esercitazioni di universalismo astratto. Il problema è quello concreto. Vi facevo osservare in prolusione il capovolgimento che Gesù compie. Il dottore della legge domanda: «Chi è il mio prossimo?» e Gesù domanda a lui: «Chi è il prossimo di quel ferito?». Faccio presto a dire che il mio prossimo è il musulmano, l’induista, il feticista … Il problema vero è sapere se per l’uomo che ha bisogno di me io sono il suo prossimo. L’uomo a cui devo misurarmi è l’uomo ferito, colpito, l’uomo che sta ai margini fra vita e morte. Notate la grande divina ironia di Gesù che fa passare accanto a questo ferito un sacerdote che tira oltre e un levita che tira oltre.

Chi e veramente il prossimo del ferito? Un samaritano, cioè lo scomunicato per i Giudei. Dire samaritano era molto più grave che dire tra noi comunista: era una parola terribile ed i samaritani, che erano interni a questa dialettica, si comportavano di conseguenza. Abbiamo letto l’altra domenica che Gesù voleva fermarsi in un loro villaggio, ma sapendo che Egli andava a Gerusalemme, non lo vollero nemmeno ricevere. Gesù era dentro un conflitto dai toni aspri. Ebbene il prossimo del ferito è un samaritano. Qui troviamo la norma concreta di quell’universalismo facile, tutto sommato, di cui parlavo prima.

Quel che conta nell’ottica del Cristo non è che uno si dica cristiano o non cristiano, ma che uno scenda dalla sua sicurezza e prenda cura dell’uomo ferito. Chiunque lo faccia è nella verità, entra nella vera condizione di prossimo all’uomo. Certo io mi sento più prossimo all’uomo della mia generazione che ha la mia cultura, i miei interessi, ha letto i miei libri: io ci sto bene. Però non me ne faccio un vanto: è semplicemente un dato anteriore alla libertà. Quello che mi mette in crisi è l’incontro con colui che è ferito cioè con colui che è in uno stato di necessità. Pensate a quanti sono! lo mi devo misurare con loro, devo essere il loro prossimo con tutto quello che comporta. Viene da rimpiangere la società primordiale, anteriore alle grandi organizzazioni in cui tutto si risolveva nel gesto privato verso il bisognoso. Lo so che non è più possibile così. Del resto nella parabola c’è persino un adombramento della mediazione tra questo esser prossimo al bisognoso e la realtà: l’indicazione dell’albergo, del pagamento dei denari all’albergatore … Come dire: la passione per l’uomo ferito ci deve portare ad usare anche tutte le strutture necessarie per liberarlo dalla sua condizione. L’universalità passa al concreto. Il Vangelo non è mai una esercitazione mistica su Dio. Ci sono libri orientali stupendi al riguardo, esaltanti. Il Vangelo ha questa modestia del quotidiano che è la sua proprietà straordinaria, e ci riconduce, dopo tutti i discorsi, al concreto concretissimo che è l’uomo della strada. Tutto l’universo dei concetti, per una specie di improvvisa precipitazione chimica, si risolve nell’uomo concreto che langue in mezzo al sangue delle sue ferite. Questo capovolgimento è ciò che ci tormenta.

Ernesto Balducci – da: “Il Vangelo della pace” – Vol. 3

www.fondazionebalducci.com/10-luglio-2022-xv-domenica-tempo-ordinario-anno-c-2/

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DIRITTI

La cittadinanza non è un privilegio di nascita ma un diritto

Per i partiti della destra, lo ius scholæ è «una provocazione». Per centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi stranieri, nati o cresciuti in Italia, è una partita che riguarda la vita. Si misura in questo scarto la distanza tra una politica che arranca sul crinale dei diritti, reso sempre più stretto dalla conflittualità di questo finale di legislatura, e le grandi questioni di giustizia che attendono risposte.

La proposta attualmente in discussione alla Camera, appoggiata da Pd, M5s e Leu, rappresenta l’ultimo di una lunga serie di disegni che negli ultimi trent’anni hanno provato a modificare il testo della legge 91/1992 che regola l’acquisizione della cittadinanza italiana. La proposta consentirebbe di ottenerla ai minori, nati in Italia da genitori stranieri o arrivati prima del compimento del dodicesimo anno di età, che abbiano frequentato per almeno cinque anni uno o più cicli scolastici nel paese.

Una misura lungamente attesa, dunque, e una norma minima di civiltà, che andrebbe a sancire – seppure in forma condizionata, quindi imperfetta – il principio per cui chi nasce, cresce, gioca, studia, pratica sport, stringe amicizie, si innamora, insomma vive la sua vita in Italia è italiano, e ha diritto di essere riconosciuto come pienamente appartenente alla collettività nazionale. Eppure, ciò che per una parte del parlamento (e del paese) è niente più che la traduzione giuridica di una realtà di fatto, per la schiera degli avversari è addirittura un affronto. Gli argomenti contrari fanno leva, come di consueto, sulla retorica delle priorità in conflitto: diritti civili o caro-bollette? Favorire i “nuovi italiani” senza cittadinanza o i “vecchi italiani” in crisi occupazionale?

Si tratta, come è chiaro, di argomenti strumentali. Non solo perché non vi è alcuna inconciliabilità, né teorica né pratica, tra partite che si giocano su tavoli diversi. Né solo perché i diritti civili si legano ai diritti sociali, dal momento che aprono le porte a una serie di opportunità e tutele, fungendo anche da contrasto e rimedio a un destino di subalternità socio-economica. Ma soprattutto perché queste obiezioni mirano a nascondere il vero nodo politico, che riguarda la concezione etnica del “popolo”, la pretesa di preservare attraverso la discendenza di sangue i confini della nazione, e di far coincidere con essa il diritto di appartenenza. La questione di fondo è antica, affonda le radici nella tensione mai risolta tra diritti fondamentali e cittadinanza nazionale, che data fin dal tempo della Rivoluzione francese. Eppure proprio questa storia secolare dovrebbe illuminare le forme di ingiustizia che non appaiono più conciliabili con il principio democratico di uguaglianza e l’universalismo dei diritti.

Nota Luigi Ferrajoli, nel suo Manifesto per l’uguaglianza, come «proprio la cittadinanza, che con la Rivoluzione francese si era affermata come la base dell’uguaglianza politica, si è oggi trasformata nella fonte della più drammatica differenza di status: quella tra cittadini e non cittadini». Perché, mentre i cittadini sono tra loro uguali nei diritti, cittadini e non cittadini sono diseguali come persone. Accade allora che «la cittadinanza, che alle origini dello stato moderno ha svolto un ruolo di inclusione, svolge oggi un ruolo di esclusione», essendosi trasformata nei paesi più ricchi «nell’ultimo privilegio di status» o fattore di «discriminazione per nascita». Quello cui si aggrappa la destra conservatrice, nella sua ostinata opposizione a riconoscere i figli di residenti stranieri come cittadini, appare insomma come il residuo pre moderno di una visione che fa delle identità personali la base di disuguaglianze giuridiche, dal momento che considera l’appartenenza di sangue come l’unica vera porta d’accesso ai diritti fondamentali.

La storia dell’ideale moderno di cittadinanza è stata invece quella del progressivo riconoscimento di diritti uguali a individui differenti per sesso, etnia, colore della pelle, religione, caratteristiche sociali, opinioni politiche. Un processo che ha abolito i privilegi legati alla nascita, e le gerarchie fondate sulle differenze personali. Riconoscere oggi la possibilità di una piena appartenenza a ragazzi e ragazze che già vivono in Italia, parlano la lingua, frequentano le scuole, eppure sono costretti a percepirsi e a essere trattati come cittadini di seconda classe, è la strada maestra per restituire al paradigma della cittadinanza la sua forza inclusiva.

Giorgia Serughetti, filosofa         “Domani”           10 luglio 2022

www.editorialedomani.it/idee/commenti/la-cittadinanza-non-e-un-privilegio-di-nascita-ma-un-diritto-h9njmju9

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202207/220710serughetti.pdf

 

Il tempo di Erode (la negazione del ius scholæ)

In una situazione di grave crisi politica per il ritorno della guerra che si riteneva definitivamente bandita dall’Europa, a cui si accompagna una crisi economica, dovuta alle conseguenze della guerra, che colpisce l’Europa nel momento critico della ripresa economica dopo i disastri provocati dalla pandemia nel 2020/2021 e mette a repentaglio le condizioni di vita di milioni di persone, nell’ordinamento politico italiano è esploso un conflitto durissimo su una questione che non ha nulla a che vedere con la guerra, con le armi, con l’allocazione delle risorse, con la difesa dei redditi dal carovita, cioè con i problemi reali che interpellano la società italiana come comunità politica. Lo scontro che mette a repentaglio la sopravvivenza del Governo per la minaccia della Lega di farlo cadere, verte – per quanto sia incredibile – intorno ad un provvedimento che introduce una misura di giustizia per i fanciulli.  La discussione alla Camera dello ius scholæ (l’ottenimento della cittadinanza al minore straniero che sia nato in Italia o vi abbia fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno e abbia frequentato la scuola per almeno 5 anni) ha subito provocato la reazione veemente della Lega in sintonia con Fratelli d’Italia.

                La Lega ha presentato oltre 1.500 emendamenti nel tentativo di bloccarne l’approvazione, facendo intendere che se la Camera approvasse lo ius scholæ (e la cannabis libera), un minuto dopo si scioglierebbe la maggioranza e sarebbe finita quest’esperienza di governo. Il carattere meramente ideologico di questa contrapposizione è stato chiaramente denunziato dalla CEI. Monsignor Gian Carlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni della Cei e presidente della Fondazione Migrantes, ha osservato che «la cittadinanza è uno strumento di inclusione, integrazione, partecipazione attiva alla vita della città e di sicurezza sociale. Uno strumento che per ragioni etiche e di giustizia salvaguarda la dignità delle persone». 

Questa furibonda battaglia ideologica lascia trapelare l’aspetto più negativo del populismo che stormisce la destra italiana.  In questa accezione il populismo consiste nella ricerca, da parte di élite politiche prive scrupoli, di un facile consenso alimentando le paure e gli umori più grossolani presenti nella “pancia” del corpo sociale. Ci sono sentimenti che nelle società ricche traggono origine dall’inconscio collettivo, dal senso della perduta stabilità, dalla paura del futuro, dal timore di non conservare i diritti faticosamente acquisiti, e che si esprimono in una esacerbata affermazione di identità, in una ostilità per lo straniero, in un ostracismo per il diverso, in una difesa corporativa del proprio gruppo, o regione, o nazione, in un daltonismo sociale, che non ha gli occhi per il colore della pelle degli altri. Questi sentimenti sono cavalcati, alimentati ed esacerbati da una politica miserabile che si è scatenata, in Italia e in Europa, contro gli stranieri, gli emarginati, gli esclusi. Una politica guidata da formazioni parafasciste che – un po’ alla volta  si è allargata a soggetti politici vari, che entrano in competizione con gli altri populismi per la conquista del consenso fondato sulla paura. I frutti avvelenati prodotti da questa politica sono sparpagliati un po’ dappertutto.

                Fino ad ora, però, non si era mai vista una ricerca del consenso fondata sulla lotta ai diritti dei bambini, sull’esigenza di privare centinaia di migliaia di bambini, nati in Italia da genitori stabilmente residenti in Italia, del diritto di essere accolti dalla terra in cui sono nati. Perché questo è l’oggetto della campagna politica contro lo ius scholæ, una lotta strenua contro il diritto dei bambini, nati e cresciuti in Italia, a essere accolti nella comunità in cui vivono con pari diritti rispetto a tutti gli altri fanciulli, con i quali condividono lo stesso asilo, la stessa scuola, gli stessi insegnanti e la stessa lingua.

                Come faremo a spiegare a Karim, a Suan, a Xenyia, a Nadyia e a tanti altri fanciulli che, come loro, hanno conosciuto solo l’Italia in cui sono nati, che leader politici italiani, come Matteo Salvini, Giorgia Meloni, ed altri, ce l’hanno proprio con loro, si dolgono dei loro diritti e sperano di ottenere una facile popolarità battendosi strenuamente perché questi fanciulli rimangano figli di un Dio minore?

                Che Paese è un Paese in cui si diventa popolari promuovendo una crociata contro i diritti di una popolazione di fanciulli, si sta forse verificando l’avvento del tempo di Erode?

Domenico Gallo               08 luglio 2022    dal sito del magistrato

www.adista.it/articolo/68346

 

I flussi Intelligenti

In tempi di discussione sullo «ius scholæ» è utile interpellare i dati: gli stranieri residenti in Italia si distribuiscono sul territorio piuttosto che accumularsi in poche aree più attrattive: una caratteristica che evita gli effetti banlieue. Due fattori predispongono l’Italia alla marcata diffusione dell’immigrazione: un’economia fondata sulla manifattura, sui distretti industriali, sulle fabbriche piccole e medie, sulle aziende artigiane; e l’alta proporzione, nella popolazione, di anziani bisognosi di cura

C’è una cifra — la più importante — che può apparire strana, se non viene motivata. Al 1° gennaio 2021 gli stranieri residenti in Italia ammontavano a 5.171.870, pari all’8,7% della popolazione italiana. Trattasi di cifra, ecco la stranezza, che da diversi anni ormai staziona attorno al livello dei 5 milioni. Perché, se il bilancio tra gli stranieri che entrano in Italia e quelli che dall’Italia si trasferiscono in altri Paesi o tornano nei propri continua a essere fortemente positivo? Perché — ecco la risposta — l’Italia concede annualmente più di 100 mila cittadinanze italiane a cittadini stranieri residenti: negli ultimi tre anni ne ha concesse 371 mila, a una media annua di 124 mila cittadinanze italiane. Ovviamente, se 371 mila stranieri residenti in Italia sono passati a tutti gli effetti tra i cittadini italiani ciò sta a significare che gli stranieri residenti hanno subito negli ultimi tre anni una riduzione di quella stessa entità.

Più in generale: sono un paio di milioni le cittadinanze italiane concesse a stranieri residenti, sono dunque un paio di milioni gli stranieri residenti che non sono più tali, sono cittadini italiani. Ed è questa la ragione per la quale gli stranieri residenti non aumentano nella misura in cui, a osservare il movimento migratorio, ci aspetteremmo che aumentassero. Perché una parte di loro tutti gli anni passa tra i cittadini italiani. Dal punto di vista del numero degli abitanti, tuttavia, per l’Italia non cambia una virgola, solo la composizione: diminuiscono gli stranieri residenti e nella stessa esatta misura aumentano i cittadini italiani. Se verrà votata la legge sullo ius scholæ questo passaggio da stranieri residenti a cittadini italiani si intensificherà nelle età più giovanili — giacché un ciclo di studi di 5 anni svolto in Italia comporterà la possibilità di avere la cittadinanza italiana.

Ciò detto, non che quasi 5,2 milioni di stranieri residenti rappresentino propriamente delle quisquilie. Ma per come sono distribuiti, e vorremmo dire soprattutto per come sono distribuiti sul territorio nazionale, quell’ammontare sembra suggerirci che nel panorama mondiale sia addirittura identificabile una sorta di «modello Italia», a proposito della capacità di far posto (chiamiamola genericamente così, perché dentro possiamo metterci di tutto: l’accoglienza, l’integrazione, il lavoro, le unioni miste matrimoniali di fatto e i bambini che ne derivano) a quanti arrivano da altri Paesi e regioni del mondo. Non essendo così abituati a marcare l’attualità con tanto di «modelli Italia», si deve intanto sottolineare che il modello, del quale vedremo subito le caratteristiche, non corrisponde a chissà quale azzeccata programmazione dei flussi migratori in entrata nel nostro Paese; e che, se c’è un tratto di esso che possiamo premettere agli altri, anzi, è la sua sostanziale spontaneità: il fatto, cioè, che l’immigrazione sembra assestarsi per proprio conto attorno a configurazioni geografico-territoriali che sono forse le migliori possibili. Ma non c’è, in questo, niente di arcano, di tanto misterioso, perché ciò succede esattamente per il buon motivo che l’Italia è quella che è: un grande Paese manifatturiero; e però invecchiato e che continua a invecchiare.

Ma vediamo meglio. Intanto doverosamente sottolineando la prima grande caratteristica dell’immigrazione in Italia, ovvero la sua direzione marcatissima verso le regioni del Centro-Nord e quella, speculare, invece assai debole verso le regioni del Mezzogiorno. Il solco che ne deriva è profondo. Solo 830 mila sono gli stranieri residenti nel Mezzogiorno, contro i quasi 4,4 milioni che risiedono nel Centro-Nord. Nel Mezzogiorno rappresentano poco più del 4% della popolazione di quell’area geografica, nel Centro-Nord poco più dell’11%, quasi tre volte tanto. Cosa più o meno nota che si traduce nel fatto che mentre nel Mezzogiorno è straniero residente un abitante su 24, nel Centro-Nord è straniero residente un abitante su 9.

Ma è proprio questa differenza che sta segnando le sorti demografiche del Mezzogiorno. Perché mentre appariva tutto sommato secondaria quando nel Mezzogiorno la natalità era ben più alta che nel Centro e nel Nord, oggi che nella natalità si assiste a un livellamento in basso tra tutte le macroregioni, ecco che il forte saldo positivo del movimento migratorio rappresenta un bell’aiuto al Centro-Nord, e invece un aiuto modesto e peraltro in via di esaurimento al Mezzogiorno. Su questa così marcata differenza si è in effetti concentrata in buona parte l’analisi dei flussi migratori in Italia. Lasciando un poco in ombra la loro caratteristica più significativa. Caratteristica che consiste in quella sorta di ubiquità in base alla quale i flussi migratori in entrata nel nostro Paese non si addensano, accumulandosi anno dopo anno fino a vette complicate da gestire, nelle metropoli, nelle città più grandi, nei capoluoghi di provincia, e insomma in quello ch’è il cuore pulsante del Paese, lasciando briciole a tutto il resto del territorio: piccoli e meno piccoli comuni, cittadine di provincia.

L’immigrazione in Italia si diffonde e disperde, si spalma sul territorio. Certo, la dimensione demografica dei comuni funziona pur sempre da attrattore, perché normalmente più una città è grande più presenta opportunità di lavoro e di inserimento socio-economico — opportunità che invece precipitano nelle piccole dimensioni dei centri abitati. Ma nient’affatto nella misura che ci aspetteremmo. E si guardi con tutta l’attenzione possibile a queste tre percentuali.

  • Prima percentuale: nelle 23 città italiane più grandi, quelle con più di 150 mila abitanti, ci sono 12,6 stranieri residenti ogni 100 abitanti.
  • Seconda percentuale: nei 107 capoluoghi di provincia gli stranieri residenti sono 11,6 ogni 100 abitanti.
  • Terza percentuale: in tutti gli altri comuni italiani che non superano i 150 mila abitanti e non sono capoluoghi di provincia gli stranieri residenti sono 7,5 ogni 100 abitanti.

Le due considerazioni che si evidenziano pressoché da sole sono dunque:

a) tra le più grandi città italiane e l’insieme dei comuni capoluoghi di provincia, tra i quali molti non raggiungono i 50 mila abitanti, la differenza tra le percentuali di stranieri residenti è minima (12,6% contro 11,6%; appena un punto percentuale di differenza);

b) anche nel complesso dei circa 7.800 comuni italiani che non sono grandi città e neppure capoluoghi di provincia si registra una percentuale di stranieri residenti tutt’altro che marginale e di poco inferiore alla percentuale nazionale di stranieri residenti (7,5% contro 8,7%: non certamente un baratro).

Insomma: non è individuabile una vera e forte concentrazione degli stranieri residenti attorno ad alcuni poli a scapito di tutti gli altri luoghi e comuni italiani. Certo, se scendiamo a livello della singola città e/o provincia le differenze si ampliano, e non potrebbe essere diversamente. Se si confrontano, tra i capoluoghi di provincia, la città con la più alta percentuale di stranieri residenti, Prato, e quella con la percentuale più bassa, Carbonia, la sproporzione è abissale: 25,3% contro 1,8%. Ma non sono i divari estremi, è la normalità a fare testo. Perché la normalità degli stranieri residenti in Italia è quella, invidiabile in quanto capace di evitare gli effetti banlieue che tanto preoccupano autorità e istituzioni, di spalmarsi sul territorio nazionale piuttosto che accumularsi in poche aree di maggiore attrattività.

Prendiamo le regioni. A livello regionale l’Emilia-Romagna con il 12,7% di stranieri residenti è la prima, guida la graduatoria — ma già si vede come la differenza rispetto all’8,7% nazionale tutto sia meno che eclatante. Ed ecco infatti venire subito dietro, ad appena un soffio, la Lombardia (11,9%), e poi ancora altre quattro regioni con più del 10% (a decrescere: Toscana, Lazio, Umbria e Veneto) e altre quattro ancora con più del 9,5% di stranieri (sempre a decrescere: Liguria, Trentino-Alto Adige, Piemonte e Friuli-Venezia Giulia). Dieci regioni, la metà delle regioni italiane, comprese in un intervallo strettissimo. Più marcate le differenze tra le città capoluogo, ma sempre secondo una graduatoria senza sbalzi clamorosi: dopo la punta eccezionale di oltre il 25% di stranieri residenti a Prato, la vera e sola Chinatown italiana, troviamo Milano al 20,1% e dopo Milano un’altra ventina di capoluoghi, tutti del Centro-Nord, con percentuali di stranieri tra il 15 e il 20% e un’altra quarantina, tra cui Roma con solo il 12,9%, tra il 10 e il 15%. Tra le province i distacchi sono ancora più lievi e meglio graduati: ben 37 province, tutte del Centro-Nord, hanno proporzioni di stranieri che variano tra il 10% di Fermo e il 15,1% di Milano — a non considerare la punta estrema di Prato, col 22,3%. C’è una sola provincia del Mezzogiorno che supera la media nazionale dell’8,7%, quella di Ragusa (9,4%), e anche questa sola eccezione dà l’idea di quanto netta sia la frattura tra le due Italie al riguardo.

I dati non sono disputabili. Sui fattori che predispongono l’Italia a una così marcata diffusione territoriale del fenomeno migratorio, capace se non di evitare del tutto (non si danno miracoli in questo campo), certo di smorzarne gli aspetti più problematici e negativi, già abbiamo alluso ai due fondamentali. L’economia italiana, fondata com’è sulla manifattura, i distretti industriali, le fabbriche piccole e medie, le aziende artigiane, è decisamente funzionale, com’è del tutto intuitivo capire, alla redistribuzione degli immigrati su tutte le aree caratterizzate da questa economia.

C’è poi l’alta proporzione di anziani nella popolazione, e più particolarmente ancora quella degli ultraottantenni soli. Sono 4,5 milioni gli ultraottantenni, di questi ben 3,2 milioni sono vedovi, dei quali una metà soli. Cifre importanti che individuano, a maggior ragione nella penuria di figli delle famiglie italiane, un bisogno di assistenza che non ha fatto che crescere negli ultimi trent’anni e che continuerà a farlo. Del resto, è questo stesso bisogno ad avere stimolato una forte migrazione verso i nostri lidi particolarmente di donne dell’Europa dell’Est e non solo.

Ora, questi fattori che predispongono maggiormente alla attrazione e diffusione degli stranieri contraddistinguono molto di più la realtà socio-economico-culturale del Centro-Nord di quella del Mezzogiorno. Cosicché, anche se gli sbarchi sono giocoforza al Sud, dal Sud gli immigrati che arrivano dalle coste africane più che fermarsi qui finiscono per puntare anch’essi in direzione nord. Non certo casualmente, del resto, nel 2020, ultimo anno per il quale si dispone di dati, gli stranieri residenti sono aumentati di 158 mila nel Centro Nord e diminuiti di 24 mila nel Mezzogiorno.

Roberto Volpi           “la Lettura”                       9 luglio 2022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202207/220709volpi.pdf

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

Il Papa: la tolleranza zero contro gli abusi è irreversibile

Papa Francesco durante l'intervista con Phil Pullella dell’agenzia Reuters, Francesco parla della lotta contro la pedofilia: “Oggi questo è un problema che non si discute”

La lotta contro gli abusi nella Chiesa è iniziata lentamente ma oggi è una via irreversibile. Lo ha detto Papa Francesco nell’intervista con la Reuters: “La Chiesa ha cominciato la tolleranza zero lentamente, ed è andata avanti. Su questo credo che sia irreversibile la direzione presa. È irreversibile. Oggi questo è un problema che non si discute”. Rispondendo a una domanda sulle resistenze che in alcuni casi si incontrano a livello locale nell’applicazione delle misure contro gli abusi, il Papa ha osservato: “C’è resistenza ma ogni volta c’è più coscienza che questa è la strada”. Francesco ha ricordato la suddivisione del Dicastero per la Dottrina della Fede in due sezioni, dedicandone una ai processi sugli abusi e ha commentato: “Le cose stanno andando bene”.

                Francesco ha quindi citato un recente incontro con dei visitatori che gli ricordavano come nel loro Paese circa il 46% degli abusi avvenga nell’ambito familiare e ha osservato che “questo è terribile”. Dopo aver ricordato ciò che dimostrano le statistiche, il Papa ha aggiunto: “Ma questo non giustifica nulla. Anche se ci fosse un solo caso, sarebbe vergognoso. E dobbiamo lottare per un solo caso. Questo non va, perché (l’abuso) è uccidere la persona che io devo salvare. Io come sacerdote devo aiutare a crescere e salvare questa gente. Se io abuso, li uccido. Questo è terribile”.

                “Tolleranza zero”, ha concluso il Pontefice, elogiando il lavoro del cardinale arcivescovo di Boston e della Commissione per la tutela dei minori: “E qui, chapeau al cardinale O’Malley, che è un coraggioso, quest’ uomo. Lui ha il coraggio da cappuccino, proprio, un grande uomo. E anche la commissione per la tutela dei minori, che sta lavorando bene, adesso con padre Small, che è un altro coraggioso, lui lavora bene. Io appoggio totalmente questo”.

Vatican news                    8 luglio 2022

www.vaticannews.va/it/papa/news/2022-07/papa-intervista-reuters-abusi-pullella-tolleranza-zero.html

 

Omertà, clericalismo e prudenze: due analisi del pontificato di papa Francesco

Entrato ormai nel suo decimo anno, il pontificato di papa Francesco diventa oggetto di analisi complessive che ne guardano retrospettivamente il percorso e ne tentano una lettura articolata e critica, a partire dal nodo del riformismo. Negli ultimi giorni ne sono uscite due – su media esteri, che evidentemente assumono una maggiore libertà di ricerca rispetto ai grandi e omologati giornali italiani – particolarmente interessanti.

Francesco «prigioniero del clericalismo». La prima è dello statunitense James Carroll, storico e giornalista (è stato prete dal 1969 al 1974), pubblicata su Politico Magazine e tradotta in italiano da Paola Lazzarini OrrùIl crepuscolo di papa Francesco», 26 giugno 2022). La tesi centrale è che Bergoglio ha assunto posizioni coraggiose e avanzate sul versante sociale, ma sul fronte ecclesiastico si sta configurando di fatto come un «difensore dello status quo». «Qualsiasi valutazione di questo pontificato deve partire dallo stupefacente impatto positivo che Bergoglio ha avuto sulla Chiesa e sul mondo intero semplicemente in virtù non solo della sua attraente personalità, ma della sua palpabile bontà», scrive Carroll, che sottolinea come all’inizio «l’evidente carisma del nuovo papa è stato rafforzato da azioni e dichiarazioni che promettevano un pontificato che avrebbe cambiato il mondo». Per certi aspetti così è stato: «Francesco è diventato il fermo campione dei migranti assediati, un sostenitore della tolleranza per i discriminati, un critico del populismo xenofobo, un feroce oppositore del capitalismo del libero mercato che impoverisce legioni di persone, un sostenitore della mitigazione del cambiamento climatico, un difensore della scienza, un critico convinto della guerra».

                Ma sicuramente non è riuscito a cambiare a la Chiesa, anche – ma non solo – per le opposizioni dei settori più conservatori della Curia. «Francesco – nota Carroll, con evidente delusione – è stato, ahimè, un difensore dello status quo disfunzionale, non un sostenitore della riforma necessaria e urgente». Gli esempi riguardano soprattutto il nodo del «potere», declinato in particolare attorno a due questioni: il crimine degli abusi sessuali e il clericalismo.

                Per quanto riguarda il tema degli abusi e del loro insabbiamento – affrontato nella Vos estis lux mundi –, i «difetti» sono evidenti: le nuove regole «non richiedevano alcuna divulgazione pubblica, non imponevano alcuna denuncia alle autorità civili a meno che la legge civile non lo richiedesse, e non richiedevano alcuna partecipazione dei laici nel giudizio sui crimini di preti e vescovi. Il difetto più evidente (e che protegge i chierici) della Vos estis è che impone l’auto-polizia ecclesiastica: i vescovi che indagano sui loro colleghi vescovi; la denuncia dei crimini dei preti non alle autorità civili, ma agli uffici ecclesiastici da tempo complici; il Vaticano da solo a determinare le punizioni. Chi sa quanti prelati complici sono stati in qualche modo disciplinati da questa politica? A tre anni di distanza, con il periodo di prova di Vos estis terminato il 1 giugno, il Vaticano non ha rivelato nulla sui vescovi indagati, accusati o puniti in base alle sue procedure». Quindi hanno vinto «le regole dell’omertà».

                Il fallimento più grande, secondo Carroll, è però sul fronte del clericalismo. «Papa Francesco ha denunciato il clericalismo, la malignità che ingenera, ma non ha fatto nulla per sradicare le sue fonti nel ministero maschile, sessualmente repressivo e nel sistema autoritario di potere ecclesiastico a cui quella cultura clericale è essenziale – si legge nell’analisi di Carroll –. E Francesco non ha fatto nulla per fare i conti con la misoginia che sta alla base dell’insegnamento cattolico su tutto, dal controllo delle nascite alla biologia della riproduzione allo scopo del matrimonio». Si tratta di una «supremazia maschile» che è «moralmente equivalente alla supremazia bianca. Eppure, per i funzionari della Chiesa e per la maggior parte dei cattolici, rimane incontrastata». Una supremazia clericale maschile rafforzata da due decisioni: il niet assoluto all’ordinazione femminile (definito una «porta chiusa») e ai preti sposati, nonostante il Sinodo dell’Amazzonia, a grande maggioranza, avesse chiesto il contrario, ovvero di ammettere al ministero i diaconi sposati come modo per superare la grave carenza di preti della regione. «Francesco – scrive Carroll – ha rifiutato persino di rispondere alla richiesta» e, in questo modo, «ha lasciato intatto il ministero maschile e celibe, e con esso l’anima del clericalismo».

                Una contraddizione profonda che diventa una «tragica ironia: ciò di cui il mondo aveva più bisogno da Jorge Mario Bergoglio quando nove anni fa indossò la mitica tonaca bianca non era il suo intervento empatico in questioni secolari, per quanto urgenti, ma il suo fermo sostegno alle riforme all’interno della Chiesa cattolica. Non riuscendo in questo intento, egli rafforza all’interno del cattolicesimo le tendenze e i valori che più osteggia al di fuori di esso. Francesco inveisce contro la disuguaglianza, eppure la disuguaglianza definisce l’essere della Chiesa. È il tribuno dei poveri, ma proteggendo lo status di seconda classe delle donne, sostiene un motore mondiale di povertà».

                Colpa delle opposizioni interne, che pure ci sono? Sì, ma non solo. «Le esitazioni del papa – conclude Carrollsono segni della pressione a cui è stato sottoposto, non solo dai suoi nemici reazionari, ma anche dalla sua stessa vita nel ministero. È prigioniero del clericalismo che denuncia in linea di principio, ma non in pratica. Data la portata del suo rifiuto intenzionale, c’è da chiedersi: quest’uomo è semplicemente un autocrate nel cuore?».

                Il nodo è la «sacralizzazione» del prete. Anche per la sociologa francese Danièle Hervieu-Léger (direttrice di studi alla Ecole des hautes études en sciences sociales di Parigi), intervistata da Cyprien Mycinski per Le Monde (28 giugno, traduzione dell’intervista a cura di www.finesettimana.org), quello del «potere» del prete è il nodo del problema, sia per quanto riguarda il crimine degli abusi sia per le mancate riforme della Chiesa. «La Chiesa cattolica, almeno dal Concilio di Trento (1354-1563) si è costruita sulla sacralizzazione della figura del prete – spiega la sociologa –. Il prete ha uno status distinto dai fedeli, appartiene ad uno stato superiore. Questa separazione dai battezzati comuni coinvolge il corpo del prete, attraverso il celibato, a cui è tenuto a partire dalla riforma gregoriana (1073- 1085) e che fa di lui un essere “a parte”. La funzione sacerdotale, nella Chiesa cattolica, non è quindi fondata innanzitutto sulla capacità di un uomo a rispondere ai bisogni spirituali di una comunità di credenti. Manifesta l’elezione divina del prete, il che lo pone al di sopra della comunità e gli dà un potere gigantesco. Il prete è il mediatore privilegiato, se non unico, della relazione dei fedeli cattolici con il divino: Cristo è presente nei gesti sacramentali posti dal prete. Bisogna comprendere che la sacralizzazione del prete limita considerevolmente la possibilità di opporsi ad un abuso che lui commette. Come ci si può ribellare ad un tale atto, come ci si può percepire come vittima quando l’aggressore rivendica un rapporto con il potere divino? Gli abusi sessuali, in questo contesto, sono quindi sempre anche abusi spirituali e abusi di potere».

                Ogni riforma nella Chiesa cattolica sarà allora possibile solo «depurando la relazione tra il fedele e il prete della sua dimensione sacrale. I fedeli hanno certo bisogno di responsabili capaci di organizzare le comunità, ma nessun carattere sacro dovrebbe essere associato alla persona del ministro del culto. Da questo punto di vista, ordinare uomini sposati o dare alle donne accesso al presbiterato non sarebbe solo un progresso: cessare di fare del presbiterato uno stato a parte significherebbe una ridefinizione completa della concezione stessa della responsabilità ministeriale» e consentirebbe alla definizione di «Chiesa come popolo di battezzati» di «prendere realmente corpo».

Perché Francesco non procede spedito sulla via di questa riforma? Perché teme uno «scisma» nella Chiesa cattolica, spiega Hervieu-Léger, perché «continua ad essere paralizzato all’idea di spaccare la Chiesa cattolica in due». Questo produce un ripiegamento sulla «strategia dei piccoli passi», che per esempio risulta evidente sul ruolo delle donne nella Chiesa: «apre loro l’accesso a responsabilità istituzionali elevate in Curia, ma sa perfettamente che, se desse loro accesso al pieno esercizio di funzioni sacramentali, la Chiesa esploderebbe. Si limita quindi a piccole riforme, ufficializzando per esempio il fatto che possano partecipare alla celebrazione del culto come lettrici o come accolite, o insistendo sul fatto che anche le bambine possano essere chierichette come i maschi. Visto da lontano, questo può sembrare qualcosa di estremamente modesto. In realtà, è più importante di quanto sembri. Significa infatti che le donne possono entrare nel presbiterio, cioè nel luogo più sacro della Chiesa, il luogo della celebrazione eucaristica. Significa quindi che il corpo delle donne non è inadatto al sacro. In una società come la nostra, si potrebbe dire che è una ovvietà, ma alcuni vi vedono una minaccia e vi si oppongono più che possono. Il gesto di Francesco, per quanto limitato, apre una breccia», anche se «il cammino che resta per una uguaglianza effettiva tra uomini e donne nella Chiesa sarà lungo».

Luca Kocci    Adista         03 luglio 2022

www.adista.it/articolo/68321

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NULLITÀ MATRIMONIALE

Infedeltà e nullità del matrimonio: la Cassazione blocca la delibazione per contrarietà all’ordine pubblico

Il no alla declaratoria di efficacia in Italia di una sentenza del Tribunale ecclesiastico che aveva dichiarato la nullità del matrimonio concordatario per l’infedeltà da parte dell’uomo, deciso dalla Corte di appello di Lecce, non è una violazione dell’articolo 4 del Protocollo all’Accordo tra Santa Sede e Italia del 1984 ma è per di più giustificato da motivi di ordine pubblico. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, prima sezione civile, con ordinanza n. 4587, nullità matrimonio) depositata il 7 luglio 2022.

Alla Suprema Corte si era rivolto un uomo che aveva chiesto la delibazione della sentenza del tribunale ecclesiastico il quale aveva dichiarato la nullità del matrimonio concordatario. La richiesta era stata respinta dalla Corte di appello e l’uomo si è rivolto in Cassazione.

Prima di tutto, la Suprema Corte, nel ritenere inammissibile il ricorso, ha osservato che la delibazione della sentenza non era possibile per motivi di contrarietà all’ordine pubblico italiano, “nel cui ambito va compreso il principio fondamentale di tutela della buona fede e dell’affidamento incolpevole” di uno dei coniugi. La divergenza unilaterale tra volontà e dichiarazione – osserva la Cassazione – deve essere manifestata all’altro coniuge o deve essere da lui conosciuta per altro modo.

Non basta, quindi, sostenere che s’intendeva essere infedele perché la riserva mentale sull’obbligo di fedeltà deve essere nota anche dall’altro coniuge. Di qui l’inammissibilità del ricorso e la correttezza della decisione della Corte di appello che ha fatto emergere nuovamente perplessità su alcune regole dei procedimenti dinanzi al tribunale ecclesiastico, il quale ha negato al ricorrente il rilascio di copia degli atti

www.marinacastellaneta.it/blog/infedelta-e-nullita-del-matrimonio-la-cassazione-blocca-la-delibazione-per-contrarieta-allordine-pubblico.html

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PASTORALE

La difficoltà ad istituire un rapporto sereno con la sessualità

Il recente documento del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita dal titolo Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale. Orientamenti pastorali per le Chiese particolari edito a cinque anni dalla pubblicazione dell’Esortazione Apostolica Amoris lætitia in occasione della celebrazione dell’Anno «Famiglia Amoris lætitia» ha suscitato (e non poteva che suscitare) vivaci reazioni a livello di opinione pubblica.

www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&cad=rja&uact=8&ved=2ahUKEwjm2ZnAtOv4AhWe8rsIHfYpAG0QFnoECAMQAQ&url=https%3A%2F%2Fpress.vatican.va%2Fcontent%2Fdam%2Fsalastampa%2Fit%2Fbollettino%2Fdocumentazione-linkata%2FItinerari%2520catecumenali%2520ITA.pdf&usg=AOvVaw1jfNuPBa9EnwjmXlwxdO5A

I media di diversa natura ed estrazione hanno infatti dato grande risalto al tema della castità prematrimoniale (e, in un’altra valenza, anche matrimoniale), mettendo soprattutto l’accento sulla importanza che essa riveste nel periodo che precede il matrimonio, e dunque confermando la dottrina tradizionale della Chiesa che ha sempre condannato i rapporti prematrimoniali. La reazione negativa (peraltro giustificata e sul merito della quale in seguito torneremo) a proposito di questa presa di posizione ha finito per mettere in ombra aspetti significativi del documento che meritano attenzione. Pur occupando tale presa di posizione uno spazio assai esiguo – il numero 57 (con qualche breve accenno in seguito) sui 94 che compongono il testo – essa costituiva, in ogni caso, l’elemento destinato a suscitare scandalo a livello giornalistico, e dunque a moltiplicare l’audience.

Ma, al di là del giudizio che ne hanno dato gli strumenti della comunicazione sociale, è importante cogliere anzitutto il significato che il documento riveste e l’obiettivo che persegue. Significato e obiettivo, fin dall’inizio, precisati nella Prefazione di papa Francesco, il quale sottolinea come la preparazione al matrimonio debba assumere la forma di un vero e proprio catecumenato – in analogia con la preparazione al battesimo degli adulti – come parte integrante del processo sacramentale, in modo di impedire il moltiplicarsi di celebrazioni matrimoniali nulle o inconsistenti. La preparazione troppo superficiale, e perciò l’edificazione della vita a due su basi deboli, è infatti la motivazione di molti fallimenti; motivazione che rende necessaria (ed urgente) un’azione pastorale rinnovata, che presupponga un cammino a tappe che si prolunghi nel tempo.

Il documento affronta tale questione da due punti di vista che costituiscono le due grandi parti in cui è suddiviso: i principi generali e la proposta pastorale. Nella prima parte – quella dedicata ai principi generali – l’obiettivo perseguito è quello di far percepire ai coniugi attraverso l’esperienza del catecumenato la bellezza dell’incontro con Cristo e di aiutarli a fare discernimento della propria vocazione con l’accompagnamento dell’intera comunità – il sacramento è un fatto ecclesiale – e ad approfondire il senso della propria scelta, nonché a vincere gli ostacoli che inevitabilmente affioreranno nel corso della esistenza futura. Ad essere per questo richiesta è l’adozione di una «pastorale permanente», che deve svolgersi lungo tutto il percorso della vita nelle varie fasi della sua crescita umana e di fede.

La seconda parte (la più consistente) – quella in cui viene illustrata la proposta pastorale – mette a fuoco i requisiti dell’itinerario catecumenale, i tempi e le modalità secondo le quali deve svilupparsi. Sono qui declinati i presupposti della formazione personale in vista del conseguimento di una maturità umana e spirituale che dia solidità al rapporto di coppia e apra i futuri coniugi alle istanze della società e della Chiesa. Il documento si sofferma, in questo contesto, a sottolineare, da un lato, l’esigenza di una seria educazione affettiva e sessuale e a far luce, dall’altro, sull’importanza della fede, in quanto la partecipazione nel matrimonio all’amore di Dio offre una nuova profondità all’amore umano.

Ma ad occupare lo spazio maggiore della riflessione è la presentazione delle tappe da percorrere nello sviluppo dell’itinerario catecumenale, il quale prevede momenti di ascolto della Parola di Dio e di preghiera, di approfondimento dei valori che devono stare alla base della vita di relazione, di messa a fuoco del significato del matrimonio cristiano e del cammino da mettere in atto per viverlo. Si va così dalla catechesi di iniziazione alla fede all’approfondimento dei temi legati alla vita di coppia (dinamiche dell’amore coniugale e regole da rispettare, concezione di paternità responsabile e orientamenti per l’educazione dei figli); fino all’offerta di criteri per il corretto discernimento della propria scelta e alla preparazione della liturgia. La proposta si chiude con la sollecitazione alla comunità cristiana ad accompagnare i primi anni di vita della coppia e a prestare un’attenzione specifica alle coppie in difficoltà o irregolari, creando appositi spazi e itinerari perché possano sentirsi, a tutti gli effetti, inserite nella vita della comunità.

Il nodo critico della sessualità. Nel contesto di questa riflessione si inserisce il tema della castità. Il documento pone anzitutto l’accento sul fatto che «non deve mai mancare il coraggio alla Chiesa di proporre la preziosa virtù della castità, per quanto ciò sia ormai in diretto contrasto con la mentalità comune», sottolineando

come essa «insegni ai nubendi i tempi e i modi dell’amore vero, delicato e generoso, e prepari all’autentico dono di sé da vivere poi per tutta la vita del matrimonio» (n. 57). È questa la ragione della conferma del «no» ai rapporti prematrimoniali e dell’esigenza di limitare il pieno esercizio della sessualità al solo ambito della vita matrimoniale.

Ora, a parte l’anacronismo di questa posizione, emerge qui ancora una volta la difficoltà della Chiesa a istituire un rapporto sereno con la sessualità, concependola come una dimensione costitutiva della persona e come una componente essenziale della relazionalità umana, la quale deve pertanto crescere con lo sviluppo della relazione e potersi esprimere nelle modalità scelte dalla coppia, senza dover sottostare a divieti esteriori che finiscono per impoverire e, talvolta, persino per mettere a serio repentaglio la comunione reciproca.

La restrizione esclusiva dell’uso completo della sessualità entro il perimetro del matrimonio, oltre a risultare innaturale – è difficile giustificare che ciò che il giorno prima era proibito diventi il giorno dopo, a seguito della celebrazione del matrimonio, lecito – impedisce alle persone non ancora sposate una conoscenza globale dell’altro/ altra, la quale fornisce garanzie rassicuranti per la scelta che ci si dispone ad intraprendere. Non erano infrequenti in passato i casi di coppie che, non avendo fatto pienamente esperienza, in ossequio ai dispositivi della Chiesa, della conoscenza sessuale, venivano in seguito a trovarsi in serie difficoltà fino a mettere talvolta in crisi il loro rapporto.

L’aver inserito nel documento il divieto cui si è accennato ha finito per spingere molti a un suo pregiudiziale rifiuto, con la conseguenza di impedire che se ne colgano gli aspetti positivi (che non mancano) e di fruire degli importanti stimoli da esso offerti per una seria riflessione sul senso e sulla dignità del matrimonio cristiano.

Giannino Piana                “Rocca” n 14     15 luglio 2022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202207/220707piana.pdf

 

Verso il matrimonio

Fidanzati, matrimonio, catecumenato: alcune note sul recente documento vaticano(1)

A metà giugno scorso è uscito, a nome del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, un documento dal titolo: Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale. Orientamenti pastorali per le chiese particolari. Come al solito un documento corposo, che dichiara due obiettivi espliciti.

  1. Il primo è quello di «esporre alcuni principi generali e una proposta pastorale concreta e complessiva, che ogni Chiesa locale è invitata a prendere in considerazione nell’elaborazione di un proprio itinerario catecumenale per la vita matrimoniale» (n. 2). Quindi linee guida generali, che ogni chiesa locale considererà come «un vestito che va cucito su misura per le persone che lo indosseranno (papa Francesco, nella prefazione), per ristrutturare la pastorale di accesso al sacramento del matrimonio. La crisi della famiglia e del matrimonio è sotto gli occhi di tutti. Il documento vuole tentare di essere «un antidoto che impedisca il moltiplicarsi di celebrazioni matrimoniali nulle o inconsistenti» (prefazione). Perciò, così come all’epoca del concilio di Trento l’istituzione dei seminari cercò di ridare spessore e qualità alla vita sacerdotale, ora si tenta di fare lo stesso con gli sposi. È questo è già un elemento positivo, perché finalmente si recepisce e si cerca di colmare una discrepanza tra differenti vocazioni, che lo stesso Papa evidenzia: «La Chiesa è madre, e una madre non fa preferenze fra i figli. Non li tratta con disparità, dedica a tutti le stesse cure, le stesse attenzioni, lo stesso tempo. Dedicare tempo è segno di amore: se non dedichiamo tempo a una persona è segno che non le vogliamo bene. Questo mi viene in mente tante volte quando penso che la Chiesa dedica molto tempo, alcuni anni, alla preparazione dei candidati al sacerdozio o alla vita religiosa, ma dedica poco tempo, solo alcune settimane, a coloro che si preparano al matrimonio. Come i sacerdoti e i consacrati, anche i coniugi sono figli della madre Chiesa, e una così grande differenza di trattamento non è giusta» (prefazione). Dunque, oltre alla cura che la Chiesa, nei suoi vari organismi e gradi, riserva alla formazione al sacerdozio, così è necessario che medesima cura e simile attenzione, almeno nelle intenzioni, sia riservata ai fidanzati, dimostrando davvero che non esistono ‘preferenze’ tra vocazioni».
  2. Ma ad attirare la nostra attenzione è anche il secondo obiettivo dichiarato nel testo: «Solo riscoprendo il dono dell’essere cristiani – nuove creature, figli di Dio, amati e chiamati da Lui – è possibile un chiaro discernimento sul sacramento nuziale, in continuità con la propria identità battesimale e come realizzazione di una specifica chiamata di Dio» (n. 45). In altre parole ci si è resi conto che dietro la crisi della famiglia e del matrimonio c’è una vera e propria crisi di fede. Perciò, non si può dare per scontato che le coppie che chiedono il sacramento siano coppie che effettivamente vivono la fede in Cristo. Così accade, ed è esperienza diffusa tra gli operatori pastorali, che «coloro che si affacciano alla preparazione al matrimonio con una esperienza di fede molto approssimativa e senza partecipare attivamente alla vita ecclesiale” (n. 35), “[…] oltre a fare un primo discernimento nel fidanzamento, hanno bisogno di approfondire la propria identità battesimale” (n. 37). Per questo motivi il percorso proposto ha le forme tipiche del catecumenato, cioè del cammino di ingresso (o riscoperta) della fede.

Nel percorso proposto sono soprattutto la prima fase (pre-catecumenale) e il primo tempo (accoglienza) della fase catecumenale, ad essere pensate come «annuncio del kerygma, in modo che l’amore misericordioso di Cristo costituisca l’autentico “luogo spirituale” in cui una coppia viene accolta» (n. 38).

                Bella idea, abbiamo pensato. Visto che ancora qualcuno entra in Chiesa per sposarsi, quale occasione migliore affinché ciò diventi una riscoperta della propria fede, qualora essa si sia un po’ sopita…. Ed è apprezzabile che, in questo tentativo, si ipotizzi di dover ricominciare proprio dal fondamento della fede: il kerygma, cioè l’esperienza di essere toccati dall’annuncio gioioso della morte e resurrezione di Cristo, esperienza che può cambiare profondamente la mia vita. Era questa già un’intuizione di Evangeli Gaudium, che non a caso è citata nella nota 18: «Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti (EG 164-165).

In realtà, da tempo la nostra pastorale sperimenta come le forme e i modi che abbiamo di evangelizzare non siano per nulla in grado di andare in questa direzione. E da qui poi la necessità, ormai dichiarata da tutti di una nuova evangelizzazione. Ma è pure evidente come proprio su questo la Chiesa sia ancora quasi tutta al palo, e le strade concrete di questo “secondo annuncio” (come ben lo definisce E. Biemmi) siano ancora molto difficili da tracciare.

                Il documento sembra essere consapevole di questa situazione tanto da dire che: «si rende necessario un serio ripensamento del modo in cui nella Chiesa si accompagna la crescita umana e spirituale delle persone» (n. 15). E, in effetti, ci prova ad aprire alcune prospettive di un “serio ripensamento”, almeno ad uno sguardo sintetico. Qui si aprirebbe un discorso anche sul tema dell’Iniziazione cristiana, che però non vogliamo prendere in considerazione al momento; già è bene aver detto che bisogne rivedere e ripensare i modi di accompagnamento della crescita.

Certamente, da ciò deriverebbe che la preparazione al matrimonio richiede una certa serietà e una maturazione, domanda tempo, cammino, verifica, condivisione. Che la dimensione umana della relazione sponsale non può essere separata da quella spirituale, perché altrimenti questa diventa una pure etichetta di “cristiano”, senza consistenza. Che chi è chiamato ad accompagnare le coppie in questi cammini deve avere una formazione solida, pluridisciplinare, relazionale e continuativa (su cui il documento anche interviene). Infine, che le comunità locali possono essere in grado di dare attuazione con creatività, elasticità e personalizzazione alle linee programmatiche. Già questo basterebbe, se realizzato davvero, a segnalare un “serio ripensamento” della pastorale media per le coppie. Perciò sarebbe già molto.

Ma temiamo che, scendendo in una lettura più analitica del documento, si mostrino alcuni aspetti che finiscono per essere veri e propri freni e impedimenti a questo stesso “serio ripensamento” dichiarato. Sembra che permangono alcune tensioni non risolte, talune spinte un poco contraddittorie.

                Negli articoli successivi proveremo a mettere a fuoco, passo passo, tali nodi e tali tensioni, anche in dialogo con i lettori, perché ci sta a cuore che la riflessione sulla preparazione al matrimonio non sia solo questione di ‘addetti ai lavori’: come riconosce il papa, «Le coppie di sposi costituiscono la grande maggioranza dei fedeli, e spesso sono colonne portanti nelle parrocchie, nei gruppi di volontariato, nelle associazioni, nei movimenti»: in questo modo crediamo di rispondere anche a un appello dello stesso Francesco: «Faccio appello, perciò, alla docilità, allo zelo e alla creatività dei pastori della Chiesa e dei loro collaboratori, per rendere più efficace questa vitale e irrinunciabile opera di formazione, di annuncio e di accompagnamento delle famiglie, che lo Spirito Santo ci chiede di realizzare in questo momento» (prefazione).

i               Gilberto Borghi e Sergio Di Benedetto                  VinoNuovo                        7 luglio 2022

www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/verso-il-matrimonio

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SINODO MONDIALE 

“Le operazioni militari in Ucraina” nel documento sinodale della piccola comunità cattolica di Mosca

La piccola comunità cattolica a Mosca riunita in assemblea sinodale si è confrontata per la prima volta anche sull’operazione militare speciale in Ucraina ed ha tracciato nel documento finale un cammino di preghiera “come unica risposta possibile, anche alle divisioni”, di servizio alla pace, mantenendo il contatto anche con “l’altra parte del confine” e la disponibilità a “toccare le ferite” nel servizio ai più bisognosi “indipendentemente dal loro origine e opinioni”. “Devo dire – dice al Sir mons. Paolo Pezzi, arcivescovo dell’arcidiocesi della Madre di Dio di Mosca – che il fatto che si sia parlato di quanto stia avvenendo in Ucraina e non si abbia avuto timore di farlo, significa il desiderio e il bisogno di poter toccare queste ferite. Sono stato particolarmente contento di questo perché penso che non occorra nascondersi o nascondere queste ferite che viviamo. Al contrario, occorre guardarle. Spesso quando si guardano queste ferite, poi allora insorge un desiderio di curarle e non di renderle più profonde. Per questo ritengo che sia stato molto importante che ne abbiamo potuto parlare con una sufficiente tranquillità”.

“Le operazioni militari in Ucraina, le sofferenze della popolazione di quel Paese e – anche se non paragonabili – della Russia provocano domande e ‘rivendicazioni’ nei confronti di Dio stesso, della Chiesa, dubbi sul senso della vita, nonché odio e rabbia”, si legge nel Documento conclusivo dei lavori sinodali. “In questa situazione di polarizzazione, anche i compagni di fede sono talvolta percepiti come ‘nemici’. Per questo è importante: la preghiera zelante per la pace nello spirito della consacrazione dell’Ucraina e della Russia da parte di Papa Francesco al Cuore Immacolato di Maria, colta anche da alcuni ortodossi come un segno importante, perché, come sempre in circostanze estreme, la consapevolezza della propria impotenza ci dà la possibilità di riporre con maggior consapevolezza le nostre speranze in Dio stesso, di riscoprire la forza e l’importanza della preghiera, che in molti casi diventa l’unica risposta possibile, anche alle divisioni”.

I cattolici di Mosca ribadiscono quindi la loro “disponibilità a toccare le ferite, proprie e altrui, come l’apostolo Tommaso toccò le ferite di Cristo”; “mantenere i contatti, anche dall’altra parte del confine e barricate di qualsiasi tipo”; svolgere “un ministero della pace in ogni contesto” e “servire i bisognosi, indipendentemente dalla loro origine e opinione”. “L’assemblea sinodale – commenta al Sir l’arcivescovo Pezzi – è stata un evento di fraternità, di pace e comunione”. “Devo dire che la comunità cattolica ha mostrato la capacità di vivere la comunione e offrire la propria fraternità come la strada per vivere una pace possibile, stabile, che tenga conto soprattutto dei più bisognosi e indifesi. Perché come sappiamo, durante gli scontri e le guerre, coloro che alla fine soffrono di più, sono i più poveri e a questi sono pochi coloro che si interessano”.

M.C.B. Agenzia SIR                         4 luglio 2022

www.agensir.it/quotidiano/2022/7/4/russia-le-operazioni-militari-in-ucraina-nel-documento-sinodale-della-piccola-comunita-cattolica-di-mosca-pregare-toccare-le-ferite-servire-i-piu-bisognosi/

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