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News UCIPEM n. 919 – 17 LUGLIO 2022

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite  si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.

Link diretti e link per pdf -download a siti internet, per documentazione.

            I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

            Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.

            In ottemperanza alla direttiva europea sulle comunicazioni on-line (direttiva 2000/31/CE), se non desiderate ricevere ulteriori news e/o se questo messaggio vi ha disturbato, inviate una e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con richiesta di disconnessione.

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Carta dell’U.C.I.P.E.M.

Approvata dall’Assemblea dei Soci il 20 ottobre 1979. Promulgata dal Consiglio direttivo il 14 dicembre 1979.

1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

 

CONTRIBUTI PER ESSERE IN ACCORDO CON LA VISIONE EVANGELICA

02 ABORTO VOLONTARIO                Quella sentenza che ha terremotato il femminismo

03                                                          I figli sono un lusso da manager maschi; alle ragazze dico: fate un bambino

04 ACCOGLIENZA                                A Lampedusa condizioni disumane l'Ue razzista contro questi migranti

05                                                          Ucraina: Unicef, migliaia di persone formate x accogliere bambini separati da famiglie

06 CENTRO IN. STUDI FAMIGLIA    Newsletter CISF - N. 27, 13 luglio 2022

08 CHIESA ITALIANA                          Martini, la salutare inquietudine della Chiesa

09 CITTÀ DEL VATICANO                  Contraccezione: in arrivo un’enciclica di papa Francesco?

11                                                          La libera discussione teologica è “un servizio al magistero”

12 CONF. EPISCOPALE ITALIANA    La Nota sui ministeri istituiti del Lettore, dell’Accolito e del Catechista

13                                                          ”I cantieri di Betania” per il cammino sinodale

14                                                          Secondo anno del Cammino sinodale della Chiesa italiana: i cantieri dell'ascolto

16 COVID 19                                        La salute mentale tra emergenza Covid-19 e innovazione sociale

19 DALLA NAVATA                            16° Domenica del tempo ordinario – Anno C

19                                                          A casa di Marta. Accogliere Gesù significa accettare di perdere tempo

20 FAMIGLIE                                        Verso una famiglia di single?

22FRANCESCO VESCOVO ROMA   Papa Francesco: ai vescovi greco-cattolici ucraini riuniti in Sinodo

23 INTERROGATIVI                             Vale ancora la pena annunciare il vangelo?

25 PASTORALE                                     Verso il matrimonio (2): un kerigma irricevibile

26                                                          Castità, morale e istituzioni. In dialogo con Aristide Fumagalli

30 PROCREAZIONE RESPONSABILE Il Convegno si terrà ad Assisi il 30 settembre, 1-2 ottobre 2022         

30 RIFLESSIONI                                   L'unica strada per rinnovarci

31                                                          Fede e ideologia

32 SESSUOLOGIA                                Cambio sesso minori/ La scienza si interroga e il Parlamento resta “escluso”

34 SINODALITÀ                                   Sinodalità e teologia (per laici)

35 SIN0D0 MONDIALE                       C’è un Sinodo anche in Australia. Che si spacca sull’ordinazione delle donne

 

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ABORTO VOLONTARIO

Quella sentenza che ha terremotato il femminismo

Per il femminismo è stato un vero e proprio terremoto. L'improvviso e per molti versi imprevisto riemergere del tema del diritto di aborto, dopo la decisione di non riconoscerlo da parte della Corte suprema americana, sta scompaginando i programmi del neo-femminismo, cioè delle correnti femministe che si stanno affermando a partire dagli anni dieci del nuovo secolo. Tali nuove correnti del femminismo sostengono infatti l'idea – del resto già proclamata da Simone de Beauvoir – che la differenza fra i sessi non esiste come dato naturale. Essa sarebbe una differenza in fin dei conti culturale, "socialmente costruita". È in questo modo che il femminismo si è aperto alla possibilità di modificare o meglio di cancellare, ogni discriminazione sessista cancellando né più né meno la differenza stessa sulla quale tale discriminazione si basa. Cioè, per dirla con il nuovo linguaggio che questo indirizzo ha generato, il programma del neo-femminismo è diventato quello di sostituire il termine sesso – che fa riferimento ad una realtà biologica - con quello di genere (o meglio ancora

con l'inglese gender): una caratteristica, questa, considerata invece di tipo culturale-simbolica, quindi modificabile. Da qui infine l'abolizione concettuale del dualismo maschio-femmina, il ricorso alla "schwa" per cancellare nel linguaggio il richiamo all'odiata polarità maschile/femminile, da qui le leggi che sanzionano chiunque si oppone a questa trasformazione.

Erano questi fino a ieri i termini della questione, questi i punti sui quali far convergere le battaglie politiche. Oggi però il ritorno dell'aborto sul tavolo della contesa mette in crisi questo nuovo assetto. L'aborto ricorda, infatti, che solo le donne concepiscono, e che quindi solo le donne devono/possono abortire. La differenza torna lì, su quel terreno, biologica, dove la battaglia da combattere non può essere affrontata con il discorso sul gender. In un certo senso, già l'emergere del tema della violenza sessuale aveva messo in evidenza una differenza di sostanza: come negare che vittime della violenza erano indubbiamente in maggior numero le donne, anzi, quasi solo le donne? La questione della violenza si poteva allargare tuttavia ai minori di ambo i sessi, a coloro che si definiscono Lgbt, e quindi non aveva di fatto inciso seriamente sul discorso del gender. Le vittime erano infatti non solo le donne ma anche gruppi minoritari socialmente svantaggiati, quindi tutto rientrava nella coppia dominante-dominato.

Nella battaglia sull'aborto, invece, le donne, vittime, propongono una inversione della dominazione, diventando proprietarie assolute del diritto alla vita di un feto che non è solo loro, ma anche del padre. Non si tratta però di un rovesciamento che cancella le differenze, ma di un rovesciamento fondato sulle differenze: solo le donne infatti possono generare, solo le donne possono abortire. Lo schema delle battaglie del gender viene quindi messo forzatamente da parte, si rivela del tutto inadeguato o meglio improponibile.

Il femminismo attuale potrebbe uscire da questa impasse ideologica in un solo modo, a me pare: spostando lo sguardo più in alto, più avanti, acquisendo cioè una posizione universalista. Lo propone la sociologa francese Nathalie Heinich in un articolo tradotto dalla bella rivista Vita e pensiero, animata da Roberto Righetto. Ma per farlo ci vuole coraggio: la posizione universalista esige infatti uno sforzo intellettuale superiore, una capacità di astrazione, che tenga conto dell'uguaglianza formale, non solo di quella reale. Le donne, secondo questa prospettiva, devono rivendicare i loro diritti di eguale trattamento in quanto esseri umani, quindi uguali agli uomini, non già perché appartenenti ad un gruppo dominato. «Il femminismo universalista – nota Heinrich è legato alla concezione repubblicana della "comunità di cittadini", che invita a mettere tra parentesi nel contesto civico ciò che ci differenzia in favore di ciò che ci accomuna». Esso propone cioè di lottare per realizzare condizioni di uguaglianza ma rispettando le differenze. Si apre così per le donne una condizione di libertà che permette loro di non essere assegnate ontologicamente al loro sesso, ma di potersi muovere nello spazio pubblico come puri e semplici esseri umani. Potendo quindi sperare di superare le condizioni – in molti settori ancora pesanti – di disuguaglianza reale ma in base a un principio valido per tutti gli esseri umani, senza sentirsi cioè sempre e comunque "dominate".

Lucetta Scaraffia ¤ 1948 storica già docente universitaria            “La Stampa” 11 luglio 2022

www.lastampa.it/editoriali/lettere-e-idee/2022/07/11/news/quella_sentenza_che_ha_terremotato_il_femminismo-5434830

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202207/220711scaraffia.pdf

 

I figli sono un lusso da manager maschi; alle ragazze dico: fate un bambino

Quando ha compiuto novant'anni, tre estati fa, a Luciana Castellina, scrittrice, giornalista e politica, è stato chiesto di dire qualcosa alle ragazze, alle donne giovani. Risposta: «Fate figli». Lo ha detto spesso, in tutta la sua vita, lunghissima e appassionante, di militanza e scrittura, sempre dalla stessa parte: a sinistra, quella profonda. Una volta disse: «Meglio far figli che mattonelle».

Consiglierebbe ancora la maternità, in mezzo a questa guerra su tutti i fronti che è diventata la nostra vita?

«Certo. Convintamente».

Perché?

«Perché è molto bella. È un privilegio che le donne hanno e non devono privarsene».

Ha visto gli ultimi dati Istat? Più che un privilegio, sembra una fatica di Ercole.

«Lo so bene, ma so anche che molte donne soffrono perché aspettano a lungo per farli, poi non ci riescono e si pentono. Allora io dico: fateli, fateli pure a diciassette anni, se li volete, e qualcuno poi provvederà».

E chi non li vuole?

«Ha altre sofferenze. Vede, questo Paese si accorge del malessere delle donne soltanto quando arrivano i dati sulla denatalità, come se l'unica cosa che abbiamo a cuore, che riempie la nostra vita, che ci realizza fossero i figli. Non è così, naturalmente, ma è vero che per chi li ha è quasi impossibile fare altro. Il diritto alla maternità deve tutelare anche questo: si deve poter diventare madri senza sacrificare tutta la propria vita. Mi fa sempre sorridere quando leggo i toni entusiastici con cui si riporta l'accesso delle donne al mondo del lavoro, il fatto che cominciano a diventare maggioranza nei cda, che arrivano ai vertici di molti settori prestigiosi: quando vado a vedere le loro biografie, noto che sono quasi tutte senza figli. I manager maschi, i figli, li hanno eccome».

Metà delle donne non lavora, peraltro. E nella metà delle coppie non anziane, lavora soltanto l'uomo.

Che poi non è vero che non lavorano: hanno sulle spalle tutto il lavoro di cura. Come sempre. Il Covid è stato la prova del nove: c'era un bisogno maggiore di assistenza ed automaticamente se lo sono assunto le donne. Ma non è successo dappertutto, o almeno non nello stesso modo. Tutte le volte che leggiamo i dati nazionali, dobbiamo ricordarci che esiste una differenza profondissima tra il Nord e il Sud. I tassi di occupazione femminile sopra Roma sono simili a quelli nordeuropei. E vale per tutto: la questione meridionale è aperta, e pure aggravata».

Quando la Corte Suprema americana ha ribaltato la Roe v. Wade, molti hanno scritto che in Italia non accadrebbe mai niente di simile.

«L'Italia è più democratica degli Stati Uniti, ma anche da noi in questi anni qualcuno ha provato a smantellare il diritto all'aborto, così come è successo lì: la sentenza della Corte Suprema è la fine di un processo che dura da anni, e che è stato sostenuto da una corposa compagine di associazioni e movimenti».

La 194, però, è una legge che traballa. Un compromesso.

«Non è vero. Quando venne approvata, era la legge più avanzata d'Europa, per una ragione che Emma Bonino non ha voluto vedere: sanciva, unica in Europa, che il diritto all'aborto doveva essere garantito dal servizio pubblico».

Io però mi riferisco all'obiezione di coscienza, che quel diritto lo rende monco, spesso impraticabile.

Ma anche l'obiezione di coscienza è un diritto e non lo si poteva negare allora, e neanche si può fare adesso. Sa come si risolverebbe tutto? Investendo nella sanità: se ci fosse più personale, gli obiettori non inficerebbero niente.

E allora da cosa dobbiamo difendere la 194?

«Prima di tutto dobbiamo fare in modo che non la tolgano dal servizio pubblico».

Ma quell'allargamento di cui parlava lei non sarebbe facilitato se l'aborto diventasse praticabile anche nelle strutture private?

«A me la sanità privata non convince. Io dico che si deve scommettere su quella pubblica».

Cosa pensa del nuovo femminismo?

«Mi interessa. Ma vedo che le ragazze si sentono al sicuro, molto di più di quanto lo sono davvero, semplicemente perché la rivoluzione dei costumi le rende più libere (di muoversi, di vestirsi come vogliono, di fare sesso). Ci arrivano più tardi, quando entrano nel mondo del lavoro, a rendersi conto del lavoro che c'è da fare».

È tanto?

«È sempre tanto. Anche perché mi sembra evidente che sia ormai impossibile ignorare il movimento delle donne e che la loro sia l'unica rivoluzione vittoriosa del nostro tempo. Per terribile che sia, l'aumento dei femminicidi certifica proprio questo: le donne si ribellano sempre di più, e gli uomini questo non riescono a sopportarlo, e allora le ammazzano. E poi, pensi al #Metoo: le vittime di violenza sono state credute, potenti uomini di Hollywood sono finiti in galera. Ai miei tempi sarebbe stato inimmaginabile».

E com'erano i suoi tempi?

«Io mi nascondevo le tette: era meglio passare per maschio».

C'è qualcosa di maschile nei nuovi femminismi?

«L'ambizione, per me incomprensibile, di voler dimostrare che sappiamo fare le stesse cose che fanno i maschi. Punterei a fare le cose che solo noi sappiamo fare».

Esiste un potere femminile?

«             Certo. Essere donna fino in fondo. La mia generazione non ha potuto, ed è per quello che ci camuffavamo, eravamo maschili. Ora possiamo mostrare la nostra specificità. Dobbiamo farlo: serve a individuare, e poi tutelare, i nostri diritti e i nostri doveri».

Crede nell'alleanza tra il movimento delle donne e quello LGBTQ+?

«Certo. Condividiamo una difficoltà: dover combattere contro chi si ama. Mentre per il proletariato il nemico era la classe dei padroni, per le donne l'avversario è il maschio. Liberarsi di chi si ama, quando si fa una battaglia, o una rivoluzione, è difficilissimo».

Per quale mondo dobbiamo lottare?

«Di questo sono sicura: un mondo diverso da quello in cui viviamo. Non possiamo più sostenere un modello di produzione di merci: dobbiamo produrre servizi. E poi dobbiamo accogliere le esigenze femminili: va cambiato tutto, pure i mattoni, pure come costruiamo le case. Io faccio incontri con gli edili alla Casa internazionale delle donne».

Da dove si comincia?

«Dall'abbattimento del potere di chi ostacola questo cambiamento strutturale».

Intervista a Luciana Castellina di Simonetta Sciandivasci  “La Stampa” 11 luglio 2022

www.lastampa.it/economia/2022/07/11/news/luciana_castellinai_figli_sono_un_lusso_da_manager_maschi_alle_ragazze_dico_fate_un_bambino-5434821

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202207/220711castellinasciandivasci.pdf

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ACCOGLIENZA

"A Lampedusa condizioni disumane. L'Ue razzista contro questi migranti"

Era a Lampedusa giovedì scorso Pietro Bartolo, europarlamentare, il medico che ha gestito per quasi trent'anni il controllo sanitario dei migranti in arrivo sull'isola. In quel momento il centro di prima accoglienza era allo stremo, i responsabili esasperati e lui profondamente amareggiato di fronte a un'Unione Europea che tratta le persone in modo diverso in base ai Paesi di provenienza.

Che cosa è successo a Lampedusa?

«Il medico del centro mi ha chiamato e mi ha chiesto aiuto».

A lei? Anche se da tre anni non si occupa più dei migranti che sbarcano a Lampedusa?

«In me hanno un punto di riferimento. Mi hanno chiamato perché qualcuno stava male, qualcuno aveva la febbre, qualcuno aveva traumi e i medici erano impegnati notte e giorno. C'era una situazione complicata e lo capisco perché quel centro può ospitare 300 persone. Se ce ne sono 2.100 si crea disagio per l'ente gestore, per la polizia, per le persone costrette a vivere in condizioni disumane, insostenibili».

Che cosa le ha detto il medico del centro di prima accoglienza?

«Era preoccupato perché aveva paura dello scoppio di focolai. Ho chiamato il sindaco e credo che lui si sia messo in contatto con il prefetto».

                Il sindaco di Lampedusa non sapeva nulla di quello che stava accadendo nel centro?

«Forse non era stato messo in evidenza il problema igienico-sanitario. La preoccupazione era che ci fosse un focolaio e che potesse estendersi. Lampedusa è un'isola turistica, in questo momento ci sono molte persone e c'è chi si lamenta se vede gli ospiti del centro in giro. La polizia sta molto attenta a non farli uscire ma questo non è corretto: non sono prigionieri».

E quindi finalmente la prefettura si è mossa.

«La catena dell'intervento è farraginosa però la macchina si è messa in moto, in tempi tutto sommato rapidi è arrivata la nave San Marco che ha iniziato a effettuare i trasferimenti. La prefettura ha promesso che entro martedì il centro sarà svuotato, ma devono agire in fretta. In questi giorni su Lampedusa soffiava il maestrale, il mare era grosso e non ci sono stati sbarchi. Ora il vento si sta calmando, gli sbarchi riprenderanno e il centro si riempirà di nuovo. Bisogna agire in modo diverso».

Come?

«Non ci si può affidare a un intervento estemporaneo. È necessaria una pianificazione di lungo termine. Bisogna evitare di arrivare a questo punto. Non viviamo in un altro mondo. Si sa che arrivano persone che scappano dalla Libia e che ne arrivano di continuo perché chi gestisce quei lager ha interesse a svuotarli, per portare altre persone e mandare avanti i loro affari».

Quale sarebbe l'intervento da attuare secondo lei?

«Credo che dovremo attrezzarci in modo più razionale. Con la crisi alimentare e l'emergenza climatica gli arrivi sono destinati ad aumentare, non ci vogliono gli scienziati per capirlo. Non possiamo arrivare sempre con l'acqua alla gola. È necessario prevedere che un mezzo rimanga in modo fisso a Lampedusa per garantire in modo più costante i trasferimenti, far vivere queste persone in condizioni più umane e far lavorare meglio chi se ne deve occupare».

Nel frattempo Salvini ha annunciato di voler arrivare a Lampedusa.

«Farà il suo solito show, sosterrà che c'è un'invasione anche se a Lampedusa non c'è un solo migrante per strada. In ogni caso sa che cosa mi fa davvero male?».

Cosa?

«Che l'Unione Europea in un mese sia stata capace di accogliere 5 milioni di persone dall'Ucraina. Sono stati giustamente messi a disposizione mezzi, strumenti e fondi per garantire in tempi rapidi lo status di rifugiato, mentre per tutti gli altri finora ha solo eretto barriere, fili spinati, confini. Ha reso sempre più difficile il loro arrivo senza capire che in questo modo i trafficanti alzano la posta e si fa soltanto in modo che guadagnino di più. La migrazione non si blocca con rimpatri o respingimenti, non è un 'emergenza ma un fenomeno che va gestito. Dovremmo accogliere anche chi arriva dalla Siria, dall'Africa, dall'Afghanistan e da altre zone di guerra così come è accaduto in questi mesi con gli ucraini senza che nessuno obiettasse qualcosa».

Come dice Salvini, gli ucraini sono «profughi veri in fuga da una guerra vera». Gli altri no.

«Perché creare queste differenze? Negare a chi fugge dalle guerre il diritto di avere asilo è razzismo

puro».

Intervista a Pietro Bartolo di Flavia Amabile      La Stampa 11 luglio 2022

www.lastampa.it/cronaca/2022/07/11/news/pietro_bartolo_a_lampedusa_condizioni_disumanelue_razzista_contro_questi_migranti-5434884

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202207/220711bartoloamabile.pdf

 

Ucraina: Unicef, migliaia di persone formate per accogliere i bambini separati dalle famiglie

Grazie ad una campagna dell’Unicef e dei suoi partner, più di mille famiglie ucraine sono state formate su come accogliere i bambini rimasti senza cure parentali. Sono tra le oltre 21mila persone che hanno utilizzato il bot di Telegram @dytyna_ne_sama_bot offrendosi di ospitare i bambini dall’inizio della campagna “Leave No Child Alone” a marzo, mentre altre famiglie inizieranno la formazione a luglio. Ne dà notizia lo stesso Fondo per l’infanzia delle Nazioni Unite spiegando che le famiglie selezionate hanno incontrato psicologi, insegnanti e specialisti che lavorano nel sociale per apprendere gli strumenti a supporto dell’adattamento, le modalità di accoglienza e l’educazione dei bambini accolti temporaneamente. La campagna “Leave No Child Alone” è stata lanciata dal commissario del presidente dell’Ucraina per i diritti dei bambini e la riabilitazione dei bambini, dall’Ufficio del presidente dell’Ucraina insieme all’Unicef e al ministero delle Politiche sociali.

“Questo numero enorme di persone disposte a dare ospitalità a un bambino è davvero impressionante”, ha affermato Daria Herasimchuk, commissario del presidente dell’Ucraina per i diritti dei bambini e la riabilitazione dei bambini. “È un passo importante verso la comprensione da parte dell’opinione pubblica del fatto che un bambino dovrebbe crescere in una famiglia, non in un istituto. Voglio ringraziare – ha aggiunto – tutti coloro che hanno espresso il desiderio di ospitare un bambino e, per coloro che non sono ancora stati chiamati, vorrei chiedere di avere pazienza”.

I servizi per l’infanzia in tutta l’Ucraina hanno accesso a un elenco di famiglie e le contatteranno quando ci sarà bisogno di accogliere temporaneamente un bambino. Tra questi ci sono oltre 90.000 bambini che prima della guerra erano affidati a forme di istruzione istituzionale.

Come risultato della prima parte di famiglie formate, sei famiglie hanno già fornito una casa temporanea ai bambini. A ogni bambino viene assegnato un assistente sociale per garantire il superiore interesse del bambino e fornire sostegno e consulenza alle famiglie.

Murat Shakhin, responsabile dell’Unicef Ucraina, ha spiegato che “siamo impegnati a intensificare gli sforzi dei partner, aumentare il numero di famiglie formate e di affidatari che possano crescere i bambini nelle loro case o con le loro famiglie, curando i loro interessi sotto la supervisione diretta e costante degli assistenti sociali in tutta l’Ucraina. La nostra visione è quella di non lasciare nessun bambino da solo, e la formazione delle prime 1.000 famiglie è un passo enorme verso un ambiente familiare per ogni bambino in Ucraina”.

A.B.       AgenziaSIR         11 luglio 2022

www.agensir.it/quotidiano/2022/7/11/ucraina-unicef-migliaia-di-persone-formate-per-accogliere-i-bambini-separati-dalle-famiglie

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CISF - CENTRO INTERNAZIONALE DI STUDI SULLA FAMIGLIA

Newsletter CISF - N. 27, 13 luglio 2022

*         Giornata mondiale dei nonni e degli anziani/Save the date.Vi proponiamo la locandina dell'evento "L'Italia, un paese dalle culle vuote e dai capelli bianchi", organizzato ad Amalfi il 23 luglio 2022 (ore 17) da Famiglia Cristiana in collaborazione con la Pontificia Accademia per la Vita, il Centro culturale San Paolo, la Diocesi e il Comune di Amalfi. Interverranno, tra gli altri, Mons. Vincenzo Paglia, la ministra Elena Bonetti, il direttore Cisf Francesco Belletti e il direttore di Famiglia Cristiana don Stefano Stimamiglio.

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=6%3d8aEbBa%26v%3dV%26u%3dXHT%26v%3dYBVGa%265%3dA1Qz_KXzZ_Vh_OavW_Yp_KXzZ_UmKoPzIoM1B2.LhKz4vIy7pDsMhI.sM_yxcs_9CmBzC_2tZw_B9hQ44jEw8uQ34h8k_KXzZ_Um8w4sCs-62Iv8-3RyMl.Mn9%26k%3dJ5L30B.GlQ%26sL%3dCgBU

*         La fertilità? Più che dalla stabilità economica, dipende dal trovare "il partner giusto". È quello che pensano gli americani di età compresa tra i 18 e i 55 anni, interrogati in una survey dell'Institute for Family Studies, che suggerisce che i cambiamenti economici o politici non siano la causa principale del declino demografico che interessa il Paese. Il tasso di matrimoni negli Stati Uniti ha toccato il minimo storico: 33 matrimoni ogni 1.000 adulti (nel 2019). Tra i motivi citati dagli intervistati rispetto all'assenza di figli, "Sto ancora cercando il coniuge/partner giusto" è in cima alla lista, rispetto al 36% che cita motivi finanziari e il 25% che indica il proprio stile di vita e la propria carriera come ostacoli all'avere figli.

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=3%3dNU8YRU%26o%3dS%26A%3dRAQ%26B%3dS5SWU%26x%3d8GKsI_ErVp_P2_uqpq_56_ErVp_O7l6FKx466v.EE8_uqpq_5667v-11DlD_ErVp_O7u5FFxHz6v_HntS_R3IhI21x2d2u35_ITsm_Si93Jp1EIl146dD17hHG0o9GPu5F6dHz9eH66i-MxEj-1CIlBOa5R-30q19.Gg6%261%3dDxII45.D2K%26lI%3dSa5R

*         Francia: nuovo governo, ma dov'è la famiglia? È la domanda che solleva AFC, Confederazione nazionale delle famiglie cattoliche, in un comunicato in cui spiega che la famiglia è stata esclusa dagli incarichi istituzionali del neo-costituito governo. C'è un segretario di Stato incaricato dell'infanzia, un ministro della Solidarietà, dell'autonomia e delle persone con disabilità, ma nessuna traccia di un incarico istituzionale dedicato alla famiglia. "Le famiglie sanno meglio di chiunque altro come prendersi cura dei propri figli, degli anziani o dei disabili", scrive AFC, "Chiedono di essere aiutate, di non essere aggirate. Dobbiamo riconoscere e sostenere le famiglie e non amministrare gli individui!"

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=9%3d1W0e5W%26q%3dY%26n%3dTCW%26o%3dU7Y0W%26z%3dDtMuO_rtXv_34_wwSs_7B_rtXv_292Sw.4k9-fKfJc8.tNg_KVyP_UkSp-6tJt8sP_rtXv_29zLlHf0s_KVyP_Uk7a4fX0U7_NQvU_Xfc0_NQvU_XfftImNsEqNj-moN1ArGjIeGy-

*         Assegno unico, pubblicato il primo monitoraggio. L'Inps ha pubblicato il primo Osservatorio Statistico sull'Assegno Unico Universale, che riporta i dati relativi alle domande di assegno unico presentate nel periodo gennaio-maggio 2022. In questo periodo di tempo risultano pervenute all’Inps "domande di assegno per circa 9,1 milioni di figli, cui si aggiungono oltre 530mila figli di nuclei percettori di reddito di cittadinanza, che hanno ricevuto almeno un’integrazione da assegno unico", ha spiegato il presidente dell’Inps Pasquale Tridico durante la sua Relazione annuale. "Circa il 45% degli assegni pagati va a nuclei con Isee inferiore a 15mila euro, che pertanto ricevono il massimo del beneficio, mentre più del 20% dei figli appartengono a nuclei familiari che non hanno presentato Isee, e quindi che percepiscono l'importo minimo di 50 euro mensili".

www.inps.it/dati-ricerche-e-bilanci/osservatori-statistici-e-altre-statistiche/dati-cartacei-auu

*         PNRR e parità di genere. È il tema approfondito da Adapt, associazione non profit per gli studi internazionali e comparativi in materia di lavoro e relazioni industriali, che nel suo ultimo Bollettino ha fatto il punto sulle principali misure che il Piano Nazionale di ripresa e resilienza prevede per superare gli ostacoli - ancora molto significativi - che impediscono alle donne un pieno accesso al mercato del lavoro. L'articolo approfondisce le sei categorie in cui dovranno realizzarsi le misure di inclusione, e spiega in cosa consisterà il "Sistema nazionale di certificazione della parità di genere", che dovrebbe ulteriormente incentivare le imprese ad adottare policy adeguate a ridurre il gap di genere in alcune dimensioni che incidono sulla qualità del lavoro.

www.bollettinoadapt.it/pnrr-e-parita-di-genere-le-principali-misure-e-lattuale-livello-di-implementazione

*         Al via la prima edizione del premio "Pontremoli città del libro e della famiglia". Il Forum delle Associazioni familiari ha annunciato la sestina finalista del premio letterario, nato su iniziativa del Forum delle Associazioni familiari e del Comune di Pontremoli, in collaborazione con la Fondazione “Città del Libro”. Il Premio si propone l’obiettivo di promuovere la bellezza della famiglia attraverso opere in narrativa che, in piena aderenza alla vita reale e alle sue dinamiche, mettano in risalto la famiglia quale luogo di accoglienza, di crescita e formazione, di incontro tra generazioni diverse, di riscatto dinanzi alle difficoltà della vita, di trasmissione di valori. La premiazione avverrà il prossimo 31 luglio a Pontremoli, in piazza della Repubblica, alle ore 21.00, alla presenza di Gigi De Palo, Presidente Forum Associazioni Familiari, Jacopo Ferri, Sindaco Pontremoli, Ignazio Landi, Presidente Fondazione Città del libro; madrina della serata l’attrice Beatrice Fazi.

www.forumfamiglie.org/2022/07/05/premio-pontremoli-citta-del-libro-e-della-famiglia

*         Dalle case editrici

*         Lepori, M. G., San Giuseppe, l'eco del Padre, Cantagalli, Siena, 2022, p.104

*         Perillo, D., Fuochi accesi. I ragazzi di Portofranco, un'esperienza di educazione e integrazione, San Paolo, Cinisello B. (MI), 2022, p.144

*         Stefano Vicari, Maria Pontillo, Adolescenti che non escono di casa. Non solo Hikikomori, il Mulino, Bologna 2022, pp.132

Se ne parla da diversi anni e forse ora, dopo due anni di distanziamento da Covid, vale davvero la pena di approfondire il tema del ritiro sociale dei bambini e degli adolescenti in Italia e capire di cosa si parla quando si usa la parola, tanto di moda, “hikikomori” (...) (Benedetta Verrini)

                https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=8%3d4XLd8X%263%3dX%26q%3dUOV%26r%3dVIXCX%26B%3dCwN7_MTwg_Xd_LhxS_Vw_MTwg_WiHvRvFvOw99.NdH76rF69lAzOdF.zO_uuju_50tDv0_9vVt_IAdNA6fB40qN06d5r_MTwg_WiHvRv7zNiVNW5_53GhArOrFz7uC.79i%268%3d4PvPtW.q9A%26Dv%3dZQW5

*         Save the date

  • Incontro (Andalo-TN) - 12 agosto 2022 (inizio ore 17). "Ritorno alle radici", evento sul trend sociale che vede l'abbandono delle città per riabitare i borghi di montagna, nell'ambito del Mountain Future Festival 2022                           www.mountainfuturefestival.it/?ectid=332766&ectmode=campaign&ectttl=7
  • Conferenza (INT) - 31 agosto/2 settembre 2002. "10th International Advocacy Workshop", a cura di IFFD-International Federation for Family Development e Universidad Panamericana

www.elfac.org/event/10th-international-advocacy-workshop

  • Webinar (IT) - 9 settembre 2002 (9.30-12.30). "Patti educativi di comunità. La collaborazione tra scuola e territorio per un'offerta educativa alla città", a cura di Arci Genova Aps [per iscrizioni]

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLScjyHESMwL0tBXO75qYcciYkij-WxHMmPQbebMKKgd86x2l5w/viewform

  • Conferenza (IT-Treviso) - 16/18 settembre 2022. "Per un ritorno al futuro – Il debito demografico e la solidarietà intergenerazionale in una società longeva”, ottava edizione del Festival della Statistica e della Demografia                                                                                                                       www.festivalstatistica.it

Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

Archivio   http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

https://a4e9e4.emailsp.com/f/rnl.aspx/?fgg=wsswt/e-ge=s/fh0=nxr49a1:a=.-4&x=pv&65kac&x=pp&qzb9g6.b9g9h/:i4-7d=v_wsNCLM

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CHIESA IN ITALIA

Martini, la salutare inquietudine della Chiesa

Un’affettuosa lettera indirizzata al Cardinal Martini, che fu arcivescovo di Milano e del quale, a dieci anni dalla morte, si sente ancora nostalgia, apre il nuovo libro di don Armando Matteo La Chiesa che verrà. Riflessioni sull’ultima intervista di Carlo Maria Martini, edito da San Paolo.

Pungolo profetico. Il teologo calabrese, docente di teologia fondamentale presso la Pontificia Università Urbaniana, oggi chiamato da papa Francesco nel ruolo di Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, offre al pubblico una riflessione serrata sull’attuale crisi della fede nell’Occidente, prendendo spunto dalla statura e, ancor più, dallo stile del cardinal Martini, che viene descritto così: «Lo stile dell’intercessione: lo stile di chi procede sforzandosi di far dialogare mondi diversi» (p. 10).

                Martini ci è riuscito egregiamente e rappresenta un pungolo profetico anche per noi. Partendo da qui, l’autore rilegge in modo straordinariamente efficace e attuale quella nota ultima intervista che il Cardinale rilasciò poco prima di essere consumato dalla malattia, nella quale denunciò il ritardo della Chiesa, il suo immobilismo, la sua incapacità di scuotersi; ma l’intuizione di fondo del testo – senza dubbio originale – è quella di indicare proprio nella figura e nel Magistero di papa Francesco la via per superare la paura paralizzante che ci contraddistingue e per edificare la Chiesa del futuro. Infatti, «nessuno più di lui ha invitato i credenti, in questi anni, allo sforzo di una nuova immaginazione del possibile ecclesiale… Francesco è la via per la Chiesa che verrà» (p. 19).

                La tesi viene sviscerata anzitutto attraverso un’analisi che fa «vedere» plasticamente il ritardo accumulato dalla Chiesa e denunciato da Martini. In particolare, Matteo denuncia una visione ecclesiale e pastorale che non ha ancora preso sul serio il cambiamento in atto in Occidente, limitandosi a pensare che si tratta solo di qualcosa di nuovo e di diverso che si aggiunge al passato e che, quindi, richiederebbe al massimo qualche aggiustamento pastorale e niente di più.

                Invece, siamo in presenza di un «mondo altro», i cui cambiamenti attestano la crisi attuale dell’agire ecclesiale, specialmente riguardo al contenuto dell’annuncio, alla relazione con l’universo giovanile, alla questione femminile. In questo contesto di crisi, tuttavia, la fede cristiana può essere ancora una parola fondamentale nelle terre del benessere, laddove le persone non sono più minacciate dalla povertà, dalla privazione e dalla durezza del vivere quanto da una pienezza e potenza che è diventata «egolatria»: un eccesso che stordisce e rende frenetici. La fede ci ricorda invece la nostra destinazione, il «per chi vivere», la mitezza di Gesù che è capace di orientarci al futuro migliore per tutti.

Inquieta domanda. Occorre pertanto passare «da una pastorale del cambiamento a un cambiamento della pastorale: è l’insieme che non funziona più e che richiede una totale riscrittura» (p. 100), oltre le resistenze tradizionaliste e identitarie, oltre lo spirito del risentimento. L’autore afferma che per il cristianesimo «è scattata l’ora della rinascita» (p. 131) e ne tratteggia il volto: una Chiesa in cui si possa realmente incontrare Gesù e la sua bellezza, che rimette al centro la Parola di Dio; che diventa luogo dove «si insegna il gesto della preghiera» (p. 145).

                Una Chiesa che, nella liturgia come in altri momenti della sua vita, propone un’esperienza di festa e di incontro, rompendo il binomio fede-depressività e che, prima della disciplina appaia come luogo della prossimità e della comunione, uno «spazio autentico e concreto di comunione, di riconoscimento, di partecipazione» (p. 155).

                Il testo si chiude in modo suggestivo con un capitolo in cui l’autore fa quasi «incontrare» il cardinal Martini e papa Francesco. La proposta finale si declina in dieci domande formulate a partire dal magistero di Francesco, affrontando le quali ci si potrebbe far carico del ritardo denunciato da Martini; esse riguardano il modo di immaginare la fede, la felicità nell’essere credenti, l’interesse per il destino del mondo, la misericordia, l’amore, la santità della vita quotidiana, il «quanto» sentiamo davvero la mancanza dei giovani, i sogni per la Chiesa e per il mondo e, infine, una domanda che resta al cuore di ogni domanda e di ogni cammino di fede: che fine ha fatto la tua inquietudine?

Nessuno più di Martini ci ha dato testimonianza di quella che papa Francesco chiama l’inquietudine interiore, scrive Matteo. Leggendo questo libro, si può ben dire che anch’esso pone al nostro cammino di credenti quella «inquieta domanda» che ci tiene desti e che, custodita nel cuore, apre spiragli nuovi per la Chiesa che verrà.

Francesco Cosentino                     Settimana news              9 luglio 2022

www.settimananews.it/libri-film/martini-la-salutare-inquietudine-della-chiesa

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CITTÀ DEL VATICANO

Contraccezione: in arrivo un’enciclica di papa Francesco?

Auspicata da Civiltà Cattolica, ci sono tutti gli elementi per pensare che una nuova enciclica di papa Francesco sul tema della bioetica sia in lavorazione. Intanto lo stesso auspicio, poiché, avanzato dalla rivista le cui bozze passano sempre per il vaglio della Santa Sede, costituisce una “prova” che l’ipotesi abbia una base reale (la rivista ne immagina anche il titolo: Gaudium vitæ). Prima di inanellare altri elementi a conferma, bisogna dire che il presunto nuovo documento papale potrebbe introdurre, in particolare su alcuni temi quali la contraccezione e la procreazione assistita, cambiamenti tanto significativi quanto indispensabili. Riguardo alla contraccezione sarebbe il superamento della Humanæ vitæ, l’enciclica che dall’anno di pubblicazione, il 1968, vieta ai credenti l’uso di metodi artificiali per evitare le gravidanze. Una prescrizione inosservata da tantissime coppie cattoliche.

                L’articolo, a firma del gesuita Jorge José Ferrer, tratta del volume – appena pubblicato dalla LEV, la Libreria Editrice Vaticana – titolato Etica teologica della vita. Scrittura, tradizione, sfide pratiche. L’opera contiene gli atti di un seminario interdisciplinare promosso dalla Pontificia Accademia della Vita circa un anno fa, dove gli interventi dei partecipanti rispondevano a un “testo base” elaborato da un gruppo di teologhe e teologi convocati dalla stessa Accademia. Nel capitolo VII del libro, alla contraccezione sono dedicate affermazioni interessanti. Dice: «Ci sono infatti condizioni e circostanze pratiche che renderebbero irresponsabile la scelta di generare, come lo stesso magistero ecclesiastico riconosce, appunto ammettendo i “metodi naturali”. Perciò, come accade in questi metodi, che già si servono di tecniche specifiche e di conoscenze scientifiche, ci sono situazioni in cui due sposi, che hanno deciso o decideranno di accogliere figli, possono operare un saggio discernimento nel caso concreto, che senza contraddire la loro apertura alla vita, in quel momento, non la prevede. La scelta saggia verrà attuata valutando opportunamente tutte le tecniche possibili in riferimento alla loro specifica situazione ed escludendo ovviamente quelle abortive». Da sottolineare, «tutte le tecniche possibili».

                Del seminario racconta il presidente dell’Accademia mons. Vincenzo Paglia in una corposa intervista, rilasciata a L’Osservatore Romano (30/6) e a Vatican News. L’evidenza data al volume – e al sensibile tema che affronta: l’etica cattolica con le sue basi evangeliche, le tradizioni teologiche e le inascoltate norme – dai più importanti media vaticani, con l’aggiunta dell’autorevole Civiltà Cattolica che vi spende ben 12 delle sue pagine (numero del 2-16 luglio) ha il sentore di un tam-tam suonato ad arte che non può essere finalizzato solo alla diffusione di un’opera e di un seminario, per pregevoli che siano; quanto meno si tratta di saggiare il terreno e prepararlo a un cambiamento.

                E va tutt’altro che sottovalutato un altro “colpo di tamburo” rappresentato dall’articolo del 21 giugno scorso di Vatican News (“Luciani, la dottrina morale e lo sguardo del Pastore”) il cui sottotitolo enucleava: «Le posizioni aperturiste sulla pillola, espresse quando era vescovo di Vittorio Veneto, prima dell’Humanæ vitæ di Paolo VI, enciclica che poi difese». È spontaneo chiedersi che bisogno c’era, proprio in questi giorni, di chiarire, a oltre 50 anni di distanza, il pensiero di un vescovo peraltro discordante con quello del papa di allora, Paolo VI. Insomma, una scelta che sembra rispondere al bisogno di una autorevolissima riabilitazione della pillola anticoncezionale, visto che le parole riportate dall’articolo sono di quell’Albino Luciani che una decina di anni dopo divenne papa, pur se per soli 33 giorni, nel 1978.

                Papa Luciani parteggiava per la pillola. Questo il contesto. Il lungo approfondimento affidato prima da Giovanni XXIII, poi da papa Paolo VI, a una commissione di teologi si risolse in un voto, consultivo, a favore della liberalizzazione della “pillola anticoncezionale di Pincus”. Luciani argomentò la sua cauta apertura all’uso della pillola, scrive il sito vaticano, ricordando che la natura stessa blocca l’ovulazione nella donna, dopo che questa è rimasta incinta, per tutta la gravidanza e nei primi mesi dell’allattamento. «Sembra che sia lecita questa interpretazione: la natura, anche per mezzo del progesterone – scriveva il vescovo – pensa a dare un po’ di riposo alla madre e al bene del figlio (provvedendo a che egli sia partorito unico e a distanza). Il “progestinico” non è altro che progesterone sintetico, fabbricato in laboratorio. Pare che non si vada contro natura, se, fabbricato a imitazione del progesterone naturale», e se è fatta salva l’«intenzione retta, ossia il proposito di mettere al mondo – nell’arco degli anni della fecondità – il numero dei figli che si possono convenientemente mantenere ed educare…». E a proposito dell’obiezione sollevata, e cioè che la pillola progestinica fosse “contro natura”, Luciani aggiungeva: «Qualcuno dice: la natura ha stabilito che la donna ogni mese abbia l’ovulazione. Sì, ma la stessa natura sospende l’ovulazione durante la gestazione e l’allattamento e dopo la menopausa. Bisogna badare a non prendere la “natura” in senso troppo stretto. La natura vuole, per esempio, che noi siamo più pesanti dell’aria: ciononostante facciamo bene a viaggiare via aerea imitando il principio naturale per cui volano gli uccelli. Il Magistero può certo interpretare autenticamente le leggi naturali. Ma con molta prudenza, quando ha in mano dati certi. Nel nostro caso i dati sembrano tali o che si dica: è lecito, o almeno si dica: non consta, è dubbio. Nel dubbio, non si può accusare di peccato chi usa la pillola».

                “Naturale o artificiale che sia”. Un altro indizio del cambiamento verso il quale sembra indirizzarsi il pensiero di papa Francesco sulla contraccezione artificiale è contenuto – ancora nel volume pubblicato dalla LEV il 1° luglio – nel dotto, articolato intervento dell’arcivescovo di Lima, mons. Carlos Castillo Mattasoglio, di cui sappiamo la decisa sintonia con questo pontefice. Le sue parole in questo senso sono piane e chiare, e votano per norme aggiornate e più comprensive delle difficoltà in cui si dibatte l’umanità. Dice: «(…) una Chiesa che confida nella maturità umana e spirituale del popolo non può ridurre il comportamento dei credenti a mere formule normative. È urgente suscitare un discernimento libero e insieme fedele che porti tutti a compiere adeguate e giuste decisioni, nei limiti delle sfide. Non è salutare per l’umanità avere sempre delle “spade di Damocle”, minaccianti dannazione ogni volta che vengano trascurate le norme o che non si agisca secondo una procedura precisa, nella pratica comune di qualsiasi metodo, naturale o artificiale che sia. E d’altra parte non è nemmeno conveniente lasciare aperta una porta verso una facilità infinita. (…). Rimanere fedeli a Dio e alla tradizione nella materia profonda dei misteri della vita intima nell’amore interpersonale e familiare, richiede aggiornamenti che includano aspetti nuovi e complessi oggi emergenti, in conseguenza della grande crisi epocale, come per esempio le diverse forme di movimenti popolari e modi di vivere in situazioni drammatiche. Questa diversità umana è esistita anche nel mondo biblico, anche se a tutto ciò non abbiamo sempre dato sufficiente attenzione, proprio a causa di alcune riduzioni».

                Procreazione medicalmente assistita. Fra le altre riflessioni, il seminario della Pontificia Accademia per la Vita apre a una «valutazione possibilista» della procreazione medicalmente assistita (Pma) quando non sia eterologa. Riassumiamo affidandoci alla autorevole sintesi di Civiltà Cattolica. «Nella Pma eterologa e nella maternità surrogata il corpo proprio viene ridotto a oggetto biologico. (…). Più controversa è la valutazione della Pma omologa, in particolare nel “caso semplice”, che non prevede la formazione di embrioni sovrannumerari. In questa procedura, la generazione non viene artificiosamente separata dalla relazione sessuale, perché questa è, di per sé, infeconda. Al contrario, la tecnica rende disponibile un intervento che consente di rimediare alla sterilità, senza soppiantare la relazione, ma piuttosto rendendo possibile la generazione. Si argomenta in uno degli interventi che una coppia che fa ricorso alla Pma omologa porta a compimento ciò che la relazione sessuale di questi sposi non può realizzare. Non si può respingere a priori la tecnica in medicina: essa va fatta oggetto di discernimento, per constatare se adempia alla funzione di una forma di cura della persona. Questa valutazione possibilista della Pma si inscrive in una più ampia interpretazione antropologica del rapporto tra sessualità, sponsalità e generazione. L’argomento presentato è interessante, poiché intende l’intervento medico come “terapeutico”, consentendo alla relazione coniugale degli sposi infertili di raggiungere la piena realizzazione in quanto responsabile donatrice di una nuova vita, aprendo il loro amore alla generazione di un terzo. È un ragionamento che, senza dubbio, darà spunto a molte discussioni». E le discussioni sono la base per segnare dei punti in avanti.

Eletta Cucuzza                  Adista Notizie n° 26 del 16 luglio 2022

www.adista.it/articolo/68363

 

La libera discussione teologica è “un servizio al magistero”.

Nell’intervista resa a L’Osservatore Romano e a Vatican News mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia della Vita, racconta del seminario interdisciplinare “Etica teologica della Vita. Scrittura, tradizione sfide pratiche” di cui il 1° luglio scorso la Libreria Editrice Vaticana ha pubblicato gli atti. Spiega che «l’iniziativa prende spunto dalle numerose sollecitazioni che nei suoi discorsi e documenti Papa Francesco sta rivolgendo ai teologi». Il seminario ha inteso rispondere a questa domanda: «Stiamo prendendo sul serio le sue parole in modo organico, e non solo utilizzando qualche singola espressione, per di più isolata dal contesto dell’insieme delle sue riflessioni? Stiamo esaminando le implicazioni che esse hanno per il pensiero teologico? Se consideriamo in questa prospettiva Evangelii gaudium, Laudato si’, Amoris lætitia e Veritatis gaudium ci rendiamo conto che le sollecitazioni che vi sono presenti aprono un nuovo orizzonte per la teologia e per il compito dei teologi, con una forte sottolineatura del dialogo e del reciproco arricchimento di saperi diversi». «Papa Francesco – precisa – è stato informato di ogni passaggio e ha incoraggiato il progetto».

                Rispetto al contenuto del seminario e del relativo volume (12 capitoli in tutto), dice che parte da «una sintesi dei punti più rilevanti dei discorsi e dei documenti di Papa Francesco. Da qui si passa a esaminare l’insegnamento sulla vita nella Bibbia alla luce dell’evento cristologico. Dopo un capitolo che cerca di interpretare gli elementi principali della cultura del mondo in cui oggi ci troviamo, il capitolo successivo affronta criticamente la lettura della tradizione magisteriale e teologica rispetto al quinto comandamento: “non uccidere”. Vengono poi esaminati i temi della coscienza, della norma e del discernimento morale. All’interno di questa ampia cornice, vengono situate le questioni correlate all’origine della vita e al ruolo della sessualità, la sofferenza, la morte, la cura della persona morente. Alcuni temi specifici, come quelli dell’ambiente e della vita (anche animale) sul pianeta, della generazione e della procreazione responsabile, della cura della persona morente e delle nuove tecnologie vengono affrontati come banchi di prova dell’impostazione complessiva esposta nei capitoli precedenti. Alla fine del volume si delinea il fondamentale orizzonte escatologico dischiuso dalla rivelazione, indispensabile per una comprensione adeguata della vita umana e del suo senso, e purtroppo oggi poco presente nella predicazione cristiana».

                «La nostra riflessione – afferma con evidente soddisfazione – non si limita a spiegare testi del Magistero. Piuttosto abbiamo inteso mettere in dialogo (…) opinioni diverse su temi anche controversi, proponendo molti spunti di discussione. Quindi la prospettiva è quella di rendere un servizio al Magistero, aprendo uno spazio di parola che renda possibile e incoraggi la ricerca. Questo è il modo in cui interpretiamo il ruolo dell’Accademia, che lo stesso Francesco ha voluto anche sulle questioni di frontiera in chiave trans-disciplinare». «Ospitare la serietà dei processi di elaborazione di questo dinamismo ecclesiale, che non si rassegna alla semplice ripetizione di formule inerti o al puro adattamento dei luoghi comuni», vivaddio, «fa parte del ministero autorevolmente affidato alla Pontificia Accademia».

                Il seminario, racconta ancora, si è svolto «non solo in un clima di parresia che stimola e responsabilizza teologi, accademici, studiosi. Ma anche con un procedimento analogo alle quæstiones disputatæ: porre una tesi e aprire al dibattito. E il dibattito può portare a intravedere strade nuove, per far avanzare la bioetica teologica, includendo i più recenti sviluppi favoriti dagli interrogativi posti dall’ecologia integrale e dalla dimensione globale dei problemi. Come le quæstiones disputatæ del Medioevo: non pretendevano di soppiantare il magistero autentico ma volevano aprire orizzonti nuovi di riflessione e ricerca, a disposizione del suo specifico e autorevole discernimento. È senz’altro un procedimento che riflette il respiro e il clima sinodale in cui Papa Francesco desidera che la Chiesa si muova».

Eletta Cucuzza                  Adista Notizie n° 26 del 16 luglio 2022

www.adista.it/articolo/68364

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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

La Nota sui ministeri istituiti del Lettore, dell’Accolito e del Catechista

Recependo gli interventi di Papa Francesco (il Motu Proprio “Spiritus Domini” e il Motu Proprio “Antiquum Ministerium”), la Conferenza episcopale italiana ha elaborato una Nota per orientare la prassi concreta delle Chiese di rito latino che sono in Italia sui ministeri istituiti del Lettore, dell’Accolito, del Catechista. Approvata ad experimentum per il prossimo triennio dalla 76ª Assemblea Generale ed integrata dal Consiglio Permanente con le indicazioni emerse in sede assembleare, la Nota definisce identità e compiti dei “ministeri istituiti” illustrando i criteri per l’ammissione e il percorso formativo necessario per essere istituito e ricevere il “mandato” da parte del vescovo. Il tutto nel quadro dei recenti documenti promulgati da Papa Francesco.

www.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/sites/31/2022/07/13/NotaMinisteri.pdf

Con la Nota, inoltre, la Cei inserisce il tema dei “ministeri istituiti” all’interno del Cammino sinodale che costituirà così un luogo ideale di verifica sull’effettiva ricaduta nel tempo e nei territori.

                La Nota stabilisce che il lettore, l’accolito e il catechista vengono istituiti in modo permanente e stabile: laici e laiche assumono così un ufficio qualificato all’interno della Chiesa.

Lettore: proclama la Parola di Dio nell’assemblea liturgica, in primis nella celebrazione eucaristica; potrà avere un ruolo anche nelle diverse forme liturgiche di celebrazione della Parola, della liturgia delle Ore e nelle iniziative di (primo) annuncio. Prepara l’assemblea ad ascoltare e i lettori a proclamare i brani biblici, anima momenti di preghiera e di meditazione (lectio divina) sui testi biblici, accompagna i fedeli e quanti sono in ricerca all’incontro vivo con la Parola.

                Accolito: è colui che serve all’altare, coordina il servizio della distribuzione della Comunione nella e fuori della celebrazione dell’Eucaristia, in particolare alle persone impedite a partecipare fisicamente alla celebrazione. Anima inoltre l’adorazione e le diverse forme del culto eucaristico.

                Catechista: cura l’iniziazione cristiana di bambini e adulti, e accompagna quanti hanno già ricevuto i sacramenti nella crescita di fede. Può coordinare, animare e formare altre figure ministeriali laicali all’interno della parrocchia, in particolare quelle impegnate nella catechesi e nelle altre forme di evangelizzazione e cura pastorale. La Cei ha scelto di conferire il “ministero istituito” del/la catechista a una o più figure di coordinamento dei catechisti dell’iniziazione cristiana dei ragazzi e a coloro che in modo più specifico svolgono il servizio dell’annuncio nel catecumenato degli adulti. Secondo la decisione prudente del vescovo e le scelte pastorali della diocesi, il/la catechista può anche essere, sotto la moderazione del parroco, un referente di piccole comunità (senza la presenza stabile del presbitero) e può guidare, in mancanza di diaconi e in collaborazione con lettori e accoliti istituiti, le celebrazioni domenicali in assenza del presbitero e in attesa dell’Eucaristia.

                I candidati ai “ministeri istituiti” possono essere uomini e donne: devono avere almeno 25 anni ed essere persone di profonda fede, formati alla Parola di Dio, umanamente maturi, partecipi alla vita della comunità cristiana, capaci di instaurare relazioni fraterne e di comunicare la fede sia con l’esempio che con la parola. Saranno istituiti dal vescovo dopo un tempo di formazione (almeno un anno) da parte di una équipe di esperti. I percorsi formativi, stabiliti dai vescovi, avranno l’obiettivo di aiutare nel discernimento sull’idoneità intellettuale, spirituale e relazionale; perfezionare la formazione in vista del servizio specifico; consentire un aggiornamento biblico, teologico e pastorale continuo. I percorsi formativi possono essere svolti con il supporto di istituzioni accademiche come gli Istituti di Teologia e di Scienze Religiose. Al termine della fase di discernimento vocazionale e di formazione, i candidati saranno istituiti con il rito liturgico previsto dal Pontificale Romano.

Il mandato verrà conferito per un primo periodo di cinque anni, rinnovabile previa verifica del vescovo che, insieme ad un’équipe preposta a questo, valuterà il cambiamento delle condizioni di vita del ministro istituito e le esigenze ecclesiali in continuo mutamento.

                               Redazione SIR   13 Luglio 2022

www.agensir.it/chiesa/2022/07/13/cei-la-nota-sui-ministeri-istituiti-del-lettore-dellaccolito-e-del-catechista

 

“I cantieri di Betania” per il cammino sinodale

Consegnato alle diocesi italiane il testo con le prospettive per il secondo anno del Cammino sinodale. Icona biblica di riferimento l’incontro di Gesù con Marta e Maria. Si intitola “I cantieri di Betania” il testo con le prospettive per il secondo anno del Cammino sinodale che viene consegnato alle Chiese locali d’Italia ed è disponibile sul sito https://camminosinodale.chiesacattolica.it. Lo annuncia la Cei in un comunicato stampa. Questo documento – spiega il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, nell’introduzione – «è frutto della sinodalità» e «nasce dalla consultazione del popolo di Dio, svoltasi nel primo anno di ascolto (la fase narrativa), strumento di riferimento per il prosieguo del Cammino che intende coinvolgere anche coloro che ne sono finora restati ai margini».

                Secondo il cardinale presidente, «è tanto necessario ascoltare per capire, perché tanti non si sentono ascoltati da noi; per non parlare sopra; per farci toccare il cuore; per comprendere le urgenze; per sentire le sofferenze; per farci ferire dalle attese; sempre solo per annunciare il Signore Gesù, in quella conversione pastorale e missionaria che ci è chiesta. Una grande opportunità per aprirsi ai tanti ‘mondi’ che guardano con curiosità, attenzione e speranza al Vangelo di Gesù».

                Il testo – che ha come icona biblica di riferimento l’incontro di Gesù con Marta e Maria, nella casa di Betania – presenta tre cantieri:

  1. quello della strada e del villaggio,
  2. quello dell’ospitalità e della casa
  3. quello delle diaconie e della formazione spirituale.

Ambiti che potranno essere adattati liberamente a ciascuna realtà, scegliendo quanti e quali proporre nei diversi territori. A questi, ogni Chiesa locale potrà aggiungerne un quarto che valorizzi una priorità risultante dalla propria sintesi diocesana o dal Sinodo che sta celebrando o ha concluso da poco.

                Il documento viene diffuso all’inizio dell’estate, «perché così abbiamo modo di impostare il cammino del prossimo anno. Lo sappiamo: a volte sarà faticoso, altre coinvolgente, altre ancora gravato dalla diffidenza che ‘tanto poi non cambia niente’, ma siamo certi – conclude Zuppi – che lo Spirito trasformerà la nostra povera vita e le nostre comunità e le renderà capaci di uscire, come a Pentecoste, e di parlare pieni del suo amore».

Durante l’estate, attraverso il sito dedicato (https://camminosinodale.chiesacattolica.it), verranno messe a disposizione esperienze e buone pratiche come doni reciproci tra le Chiese locali.

                               RomaSette                         12 luglio 2022

www.romasette.it/i-cantieri-di-betania-per-il-cammino-sinodale

 

Secondo anno del Cammino sinodale della Chiesa italiana: i cantieri dell'ascolto

L'incontro di Gesù con Marta e Maria nella casa di Betania, nel Vangelo di Luca, sarà l'icona per la II fase dell'assemblea sinodale dei vescovi italiani. “I cantieri di Betania” è il titolo del fascicolo approntato dalla Cei per indicare “prospettive” per questa tappa del percorso sinodale.  https://camminosinodale.chiesacattolica.it

Il documento, approvato dal Consiglio permanente straordinario del 5 luglio, è stato diffuso oggi con una introduzione del cardinale presidente Matteo Zuppi. Si tratta di un testo, scrive l’arcivescovo di Bologna, che “è frutto proprio della sinodalità”. Perché “nasce dalla consultazione del popolo di Dio, svoltasi nel primo anno di ascolto (la fase narrativa), strumento di riferimento per il prosieguo del Cammino che intende coinvolgere anche coloro che ne sono finora restati ai margini”. Viene diffuso all’inizio dell’estate, “perché così abbiamo modo di impostare il cammino del prossimo anno”. “Lo sappiamo: a volte sarà faticoso, altre coinvolgente, altre ancora gravato dalla diffidenza che ‘tanto poi non cambia niente’, ma siamo certi – rimarca il porporato – che lo Spirito trasformerà la nostra povera vita e le nostre comunità e le renderà capaci di uscire, come a Pentecoste, e di parlare pieni del suo amore”.

                Il fascicolo ricorda che nel maggio 2021, rispondendo all’invito di papa Francesco, le Chiese in Italia si sono messe in cammino, avviando un percorso sinodale che ha avuto inizio con l’anno pastorale 2021-2022. Così l’apertura del Cammino sinodale in tutte le diocesi italiane c’è stata il 17 ottobre dello scorso anno. Certo, riconosce subito il documento, “non sono mancate incertezze e perplessità a rallentare il percorso”. La pandemia e poi la guerra in Europa hanno contribuito a questo. Nonostante queste crisi, però, “ il popolo di Dio si è messo in cammino”. Si sono formati circa 50.000 gruppi sinodali, con i loro facilitatori, per una partecipazione complessiva di mezzo milione di persone. Più di 400 referenti diocesani hanno coordinato il lavoro, insieme alle loro équipe, sostenendo iniziative, producendo sussidi e raccogliendo narrazioni.

                Ciascuna diocesi poi ha trasmesso alla Segreteria Generale della CEI una sintesi di una decina di pagine. E i referenti diocesani si sono incontrati alcune volte online e due volte in presenza a Roma, a marzo e a maggio. Quest’ultimo appuntamento, con la partecipazione dei vescovi rappresentanti delle Conferenze Episcopali Regionali, ha permesso di stendere una prima sintesi nazionale, detta “Testo di servizio”, articolata intorno a “dieci nuclei”.

Successivamente, durante la 76ª Assemblea Generale della CEI del 23-27 maggio, alla quale hanno preso parte 32 referenti diocesani, si è ulteriormente riflettuto, in modo sinodale, arrivando a definire alcune priorità sulle quali concentrare il secondo anno di ascolto.

Dalle sintesi diocesane, riferisce il documento, emergono alcune “consegne” per il secondo anno: “crescere nello stile sinodale e nella cura delle relazioni; approfondire e integrare il metodo della conversazione spirituale; continuare l’ascolto anche rispetto ai ‘mondi’ meno coinvolti nel primo anno; promuovere la corresponsabilità di tutti i battezzati; snellire le strutture per un annuncio più efficace del Vangelo”. In questa prima parte del cammino sinodale sono “risuonate continuamente” in particolare parole come: “cammino, ascolto, accoglienza, ospitalità, servizio, casa, relazioni, accompagnamento, prossimità, condivisione…”. Da qui “il sogno di una Chiesa come ‘casa di Betania’ aperta a tutti”.

                Il documento Cei sottolinea che in questo primo anno si sono create “preziose sinergie tra le diverse vocazioni e componenti del popolo di Dio (laici, consacrati, vescovi, presbiteri, diaconi, ecc.), tra condizioni di vita e generazioni, tra varie competenze”. Di qui la richiesta “unanime” di proseguire “con lo stesso stile, trovando i modi per coinvolgere le persone rimaste ai margini del Cammino e mettersi in ascolto delle loro narrazioni”.

Con lo scopo non tanto “di produrre un nuovo documento, pure utile e necessario alla fine del percorso” ma di “avviare una nuova esperienza di Chiesa”. Sempre “unanime” poi è stato “l’apprezzamento per il metodo della conversazione spirituale (nella prospettiva di Evangelii gaudium 51) a partire da piccoli gruppi disseminati sul territorio, così come per i frutti che questo ha consentito di raccogliere: una bella eredità da cui ripartire nel secondo anno”.

                Per quanto riguarda la nuova tappa del cammino “il discernimento sulle sintesi del primo anno” si legge nel documento “ha permesso di focalizzare l’ascolto del secondo anno lungo alcuni assi o cantieri sinodali, da adattare liberamente a ciascuna realtà, scegliendo quanti e quali proporre nel proprio territorio”. Sono, appunto, “I cantieri di Betania”.

  1. Il primo è il cantiere della strada e del villaggio, dove prestare ascolto “ai diversi ‘mondi’ in cui i cristiani vivono e lavorano, cioè ‘camminano insieme’ a tutti coloro che formano la società”. Con una particolare attenzione a “quegli ambiti che spesso restano in silenzio o inascoltati”. Innanzitutto “il vasto mondo delle povertà: indigenza, disagio, abbandono, fragilità, disabilità, forme di emarginazione, sfruttamento, esclusione o discriminazione (nella società come nella comunità cristiana)”. E poi “gli ambienti della cultura (scuola, università e ricerca), delle religioni e delle fedi, delle arti e dello sport, dell’economia e finanza, del lavoro, dell’imprenditoria e delle professioni, dell’impegno politico e sociale, delle istituzioni civili e militari, del volontariato e del Terzo settore”. Con una avvertenza. In questo contesto occorre “uno sforzo per rimodulare i linguaggi ecclesiali, per apprenderne di nuovi, per frequentare canali meno usuali e anche per adattare creativamente il metodo della ‘conversazione spirituale’, che non potrà essere applicato dovunque allo stesso modo e dovrà essere adattato per andare incontro a chi non frequenta le comunità cristiane”.
  2. Il secondo “cantiere di Betania” è quello dell’ospitalità e della casa che dovrà “approfondire l’effettiva qualità delle relazioni comunitarie e la tensione dinamica tra una ricca esperienza di fraternità e una spinta alla missione che la conduce fuori”. Qui ci si interrogherà poi “sulle strutture”, perché “siano poste al servizio della missione e non assorbano energie per il solo auto-mantenimento”. E tale verifica “dovrà includere l’impatto ambientale, cioè la partecipazione responsabile della comunità alla cura della casa comune”, nel solco della enciclica Laudato si’. Nell’ambito di questo cantiere, avverte il fascicolo Cei, “si potrà poi rispondere alla richiesta, formulata da molti, di un’analisi e un rilancio degli organismi di partecipazione (specialmente i Consigli pastorali e degli affari economici), perché siano luoghi di autentico discernimento comunitario, di reale corresponsabilità, e non solo di dibattito e organizzazione”.
  3. Il terzo “cantiere di Betania” è quello delle diaconie e della formazione spirituale, che “focalizza l’ambito dei servizi e ministeri ecclesiali, per vincere l’affanno e radicare meglio l’azione nell’ascolto della Parola di Dio e dei fratelli”. Infatti “spesso la pesantezza nel servire, nelle comunità e nelle loro guide, nasce dalla logica del ‘si è sempre fatto così’ (cf. Evangelii gaudium 33), dall’affastellarsi di cose da fare, dalle burocrazie ecclesiastiche e civili incombenti, trascurando inevitabilmente la centralità dell’ascolto e delle relazioni”. In questo contesto si incroceranno, tra l’altro, “le questioni legate alla formazione dei laici, dei ministri ordinati, di consacrate e consacrati; le ministerialità istituite, le altre vocazioni e i servizi ecclesiali innestati nella comune vocazione battesimale del popolo di Dio ‘sacerdotale, profetico e regale’”.

Il documento Cei segnala che in vista della realizzazione di questi cantieri, durante l’estate 2022, attraverso il sito dedicato (https://camminosinodale.chiesacattolica.it), verranno messe a disposizione esperienze e buone pratiche come doni reciproci tra le Chiese locali.

A questo scopo, ogni Chiesa locale è invitata ad inviare alla mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. una o due “buone pratiche” (scheda, video, audio o altro). Per l’inizio di settembre verrà inoltre predisposto dal Gruppo di coordinamento nazionale un piccolo sussidio metodologico per favorire la costruzione dei cantieri sinodali. Ogni Chiesa locale ha poi la possibilità di individuare un quarto cantiere, valorizzando una priorità risultante dalla propria sintesi diocesana o dal Sinodo che sta celebrando o ha concluso da poco.

                Infine la raccomandazione di “tenere come orizzonte, per l’intero arco del Cammino sinodale, la celebrazione eucaristica quale paradigma della sinodalità”. Infatti “nella casa di Betania Gesù sedeva a mensa insieme a Marta, Maria e Lazzaro”. E nel settembre 2022 il Congresso Eucaristico Nazionale di Matera “metterà in luce questa profonda connessione: nel rito eucaristico si concentrano, in forma simbolica, tutte le dimensioni dell’esperienza cristiana”.

Gianni Cardinale             Avvenire            12 luglio 2022

www.avvenire.it/chiesa/pagine/chiesa-intervento-cei-vescovi

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COVID 19

La salute mentale tra emergenza Covid-19 e innovazione sociale

Negli ultimi due anni si è resa evidente la diffusa impreparazione di attori pubblici e privati nell'affrontare le conseguenze psico-sociali della pandemia, che però ha offerto anche l’opportunità di sperimentare e intervenire in maniera innovativa. Lo dimostrano diverse esperienze realizzate in Italia.

Questo articolo è stato scritto dagli studenti del Master in Global Politics and Society (GDP), dell’Università degli Studi di Milano. Come parte del corso “The Welfare States and Innovation” della prof.sa Franca Maino, gli studenti hanno esplorato le connessioni tra l’innovazione sociale e le nuove forme di welfare nelle società contemporanee. L’obiettivo di questi articoli (qui il primo, in inglese) è mettere in luce lo sviluppo di nuove partnership tra attori impegnati in reti stakeholder e in modelli di governance multilivello che coinvolgo diverse parti sociali.

                Il 30 gennaio 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che la diffusione del virus SARS-Cov-2 avrebbe costituito un’emergenza di rilevanza internazionale. L’Italia è stato il secondo Paese, dopo la Cina, ad essere gravemente colpito dall’intensità del propagarsi del virus, con ineludibili conseguenze socioeconomiche legate alla salute pubblica, ai redditi individuali e familiari e alla libertà individuale. Gran parte della ricerca scientifica e accademica si è concentrata, sin da subito, sugli aspetti biomedici e sulla comorbidità con altre malattie. Al contrario, scarsa (o insufficiente) attenzione è stata dedicata agli effetti psico-sociali che l’emergenza sanitaria ha causato nelle diverse fasce di popolazione.

Gli effetti psico-sociali della pandemia e l’approccio sindemico. Il contesto di crisi sanitaria ha confermato come la salute mentale sia sottovalutata e sottostimata, rendendo evidente l’impreparazione generale degli Stati a riguardo, ma aprendo allo stesso tempo una nuova finestra di opportunità per l’innovazione sociale in ambito socio-sanitario. L’impatto sulla salute mentale può ricondursi a tre effetti principali della pandemia:

  1. effetti diretti della malattia (paura, ansia, disturbi del sonno e del comportamento alimentare, disfunzioni sessuali);
  2. effetti indiretti delle misure governative (isolamento, esclusione);
  3. effetti indiretti delle ricadute socioeconomiche (povertà, disoccupazione).

In aggiunta a ciò, non trascurabile è il ruolo della comunicazione mediatica e politica su temi sensibili come le malattie, i tassi di mortalità e la responsabilità individuale che, soprattutto nella prima fase dell’emergenza, hanno alimentato una retorica di guerra, xenofobia e conflitto intergenerazionale.

                La condizione di salute è per L’OMS: “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplice assenza di malattia”. Alla luce di ciò, al termine “pandemia” si preferisce sostituire “sindemia”. Il termine, introdotto negli anni Novanta dall’antropologo Singer, è la crasi delle parole sinergia, epidemia, pandemia ed endemia. Il termine si riferisce alla condizione in cui un insieme di problemi di salute sono strettamente interconnessi e si intensificano reciprocamente, incidendo in modo significativo sullo stato di salute generale di una popolazione nel contesto di una configurazione di perduranti condizioni sociali dannose (Singer 1996). In sostanza, se è vero che il virus non fa discriminazioni, non tutti gli individui, gruppi sociali o Paesi risultano ugualmente vulnerabili.

                Infatti, il Covid-19 ha accentuato i fattori di rischio variamente correlati ad una scarsa salute mentale come l’età, il genere, la disabilità, la precarietà del lavoro, ma anche la bassa istruzione e la classe sociale. Ciò si traduce, ad esempio, nel fatto che gruppi già svantaggiati hanno registrato tassi più elevati di disagio mentale e minori capacità o mezzi per richiedere supporto. Ad esempio, il segmento dei giovani di età compresa tra i 18 e i 28 anni è un gruppo ad alto rischio di sofferenza psichica, soprattutto a causa delle condizioni generali di parziale autonomia lavorativa e abitativa (Parola et al. 2020). Per quanto riguarda la dimensione di genere, i tassi più elevati di disagio mentale si registrano generalmente nelle donne, e il Covid ha rinforzato questa evidenza anche a causa dell’home working che ha peggiorato l’equilibrio tra lavoro e vita privata e/o inasprito relazioni intime abusanti (Barbieri et al. 2021).

                In sostanza, l’irruenza della sindemia ha reso ineludibile la presa in carico delle crescenti vulnerabilità psico-fisiche. In risposta a tali rischi e bisogni sono stati attivati servizi specifici, sia pubblici che privati.

La risposta al bisogno: le iniziative pubbliche e private in Italia. L’Italia è un Paese privilegiato per l’analisi empirica, sia per l’incidenza degli effetti correlati alla sindemia a causa di ripetuti e prolungati confinamenti, sia per le numerose risposte di welfare mix (o del secondo welfare) che i settori pubblico e privato hanno messo in campo.

                L’Istat, nell’ultima revisione degli indici dei prezzi al consumo, ha inserito la “psicoterapia individuale” tra i prodotti che compongono il paniere di riferimento delle famiglie italiane. Tale revisione richiama due aspetti: la crescente rilevanza degli ambiti della psicologia clinica e della psichiatria e, al contempo, la natura prevalentemente privata dei loro servizi. In particolare, la terapia psicologica è esclusa dalle prestazioni (a titolarità pubblica) previste dal Sistema Sanitario Nazionale (SSN) e riceve attualmente un trattamento residuale, attraverso alcuni servizi territoriali come, ad esempio, i consultori. Secondo questa prospettiva, nella prima parte di sindemia, la risposta al bisogno sociale di supporto psicologico è stata largamente demandata al comparto dei servizi privati.

                Quanto al settore privato, i provider hanno prontamente agito per adattare le esistenti pratiche terapeutiche nel nuovo contesto delle restrizioni e del “distanziamento sociale”: molti servizi psicologici hanno previsto la possibilità di tenere online le sedute terapeutiche. Data la frammentazione di tali esperienze, non è possibile proporre una mappatura sistematica; tuttavia, alcune di queste iniziative sono presentate da report operativi realizzati per descrivere i progetti avviati durante la prima fase sindemica.

                Due report descrivono in particolare le esperienze di “Gli Psicologi Online” (Panetta et al. 2022) e del Centro Medico Sant’Agostino (Olivetti et al. 2022). In entrambi i casi si evidenzia un significativo adattamento del servizio tradizionale al nuovo contesto, reso possibile dall’utilizzo delle potenzialità offerte dalle piattaforme di comunicazione audio/video a distanza. Entrambi i servizi hanno mostrato una buona efficacia. In particolare, nel caso dell’esperienza del Centro Medico Sant’Agostino, si afferma come l’utilizzo degli ausili tecnologici abbia agevolato lo svolgimento delle terapie che, nella maggioranza dei casi, erano già in corso.

                Sul fronte dell’azione pubblica, il tema della salute mentale è emerso in modo crescente nel dibattito politico. A tal proposito, sono due le iniziative di policy che hanno provato a rispondere a tale bisogno.

                A livello regionale, all’inizio del 2022, c’è stata l’introduzione della figura dello Psicologo di base in Lombardia e Campania, integrata nel Sistema Sanitario Nazionale. In particolare in Lombardia, tale misura prende corpo nell’ambito della riorganizzazione della sanità territoriale e trova largo consenso tra le forze politiche in Consiglio Regionale. Nelle intenzioni espresse dal Consiglio Regionale Lombardo, lo psicologo di base, o “psicologo delle cure primarie” è una figura professionale la cui attività è legata all’erogazione di servizi di supporto psicologico, in modo gratuito, garantendo così una maggiore accessibilità a tali prestazioni.

                A livello nazionale, è stato approvato il “Bonus psicologo”. Tale misura è rientrata nel decreto Milleproroghe di marzo 2022, dopo aver subito una prima bocciatura solo tre mesi prima nella Legge di Bilancio. Il “Bonus psicologo” prevede un trasferimento monetario direttamente al cittadino, proporzionale all’ISEE (fino ad un massimo di 600 euro, per ISEE pari o inferiori a 50.000 euro), volto a rimborsare un percorso terapeutico. I fondi stanziati ammontano a circa 10 milioni di euro, per una platea di beneficiari stimata di circa 16mila persone. La domanda propedeutica l’accesso a tale trasferimento monetario è da effettuarsi tramite un’apposita piattaforma INPS.

Sindemia, benessere psico-fisico e innovazione sociale: un’analisi comparativa. In questa sezione proporremo una prima riflessione analitica, allo scopo di comparare le diverse dimensioni che compongono le iniziative nell’ambito della salute mentale. La griglia di analisi si articola in quattro dimensioni:

  1. natura del finanziamento,
  2. tipo di provider del servizio,
  3. efficacia (considerata sia in termini di “prontezza” – rapidità della risposta – sia di capacità di copertura dei potenziali beneficiari)
  4. tipo di innovazione sociale (di prodotto, di processo e se contestuale all’emergenza o paradigmatica).

Le prime due iniziative comparate sono di natura pubblica – lo Psicologo di Base e il Bonus Psicologo – la terza è di iniziativa privata, lo Psicologo online del Centro Medico Sant’Agostino.

Quanto alla prima iniziativa, lo psicologo di base, le figure professionali sono incardinate all’interno di uno schema di finanziamento pubblico. In termini di efficacia, la misura ha una portata potenzialmente universalistica per i cittadini delle Regioni in cui questa verrà incardinata nel SSN. Tuttavia in termini temporali la sua implementazione risulta essere tardiva. Tale innovazione potrebbe rappresentare una innovazione di prodotto e di processo, nei termini in cui la policy si propone di introdurre un nuovo servizio (lo psicologo di base), rispondendo ad un nuovo bisogno sociale attraverso l’attuale riorganizzazione delle prestazioni nell’ambito. Si tratta dunque di un’innovazione che potrebbe aprire ad un cambiamento paradigmatico, a livello pubblico, della presa in carico di situazioni di fragilità legate alla salute mentale.

                In riferimento al “Bonus psicologo”, la misura ha ottenuto un finanziamento pubblico ed è diretta alla copertura delle spese di psicoterapeuti. L’efficacia della misura è bassa: il numero di beneficiari stimati è intorno ai 16.000, su una popolazione totale di 60 milioni di persone (0,0003%), e la misura è stata approvata dopo due anni di sindemia. Infine, per quanto riguarda il tipo di innovazione, il “Bonus psicologo” appare come una risposta politica legata ad un contesto emergenziale e non va ad interessare un cambiamento paradigmatico nella struttura delle policy atte a contrastare il disagio mentale.

                Infine, quanto ai servizi psicologici online – come nel caso del Sant’Agostino -, sono state esclusivamente iniziative private. Dopo un pacchetto predefinito di colloqui gratuiti finalizzati ad un’assistenza di urgenza (a carico delle associazioni o degli studi privati erogatori), vi era la possibilità di intraprendere un normale percorso terapeutico (a carico del/la cittadino/a). L’efficacia di queste iniziative è stata immediata, anche se limitata per lo più a chi già aveva in corso (o aveva svolto) una terapia e alle lavoratrici e ai lavoratori del servizio sanitario. In termini di innovazione, queste iniziative presentano una forte innovazione di prodotto (un rinnovato servizio, in relazione alle modalità di erogazione delle visite terapeutiche). Questo ha costituito un forte impulso all’utilizzo della terapia online che molto probabilmente continuerà a rappresentare un’opzione anche nella fase post-pandemica. D’altro canto il pronto intervento psicologico gratuito è stato circoscritto al contesto emergenziale.

Politiche simboliche e cuneo istituzionale. In sintesi, per fronteggiare gli impatti psico-sociali della sindemia in Italia il settore pubblico e quello privato sono intervenuti secondo logiche e attraverso metodologie differenti. Dall’analisi effettuata emerge chiaramente come il settore privato abbia fornito la risposta più veloce all’emergenza e abbia testimoniato una forte resilienza del servizio modificando il setting attraverso l’impiego delle tecnologie e garantendo dei pacchetti variabili di “pronto intervento psicologico” gratuiti. Tuttavia, tali iniziative hanno evidenziato varie criticità tra cui la sostenibilità del servizio basato principalmente su lavoro volontario o sottopagato dei professionisti e delle professioniste e le diseguaglianze all’accesso per ragioni geografiche e/o di capitale culturale.

                L’intervento nazionale, nella forma del “Bonus Psicologo”, si basa su un trasferimento monetario e sulla delega dell’erogazione del servizio: non vi è infatti, in questo caso, una presa in carico del paziente da parte del SSN, in quanto la terapia viene portata avanti da professionisti privati. Non solo dunque si tratta di una risposta emergenziale e miope rispetto ai nuovi bisogni sociali, ma scarica l’onere e le responsabilità del servizio da un lato su privati professionisti e professioniste e dall’altro sui cittadini e le cittadine che dovranno provvedere autonomamente alla ricerca del servizio: in particolare quest’ultimo elemento può creare disuguaglianze, in quanto tipicamente il capitale culturale e sociale necessario per l’accesso a questi servizi è distribuito in modo diseguale all’interno della società a privilegio, per esempio, dei gruppi sociali più istruiti. In definitiva, se si considera anche lo scarso investimento economico previsto, si tratta di una politica che appare, ad oggi, più simbolica che sostanziale.

                Lo spazio di innovazione più ampio è rappresentato sicuramente dalle misure introdotte dai governi regionali di Lombardia e Campania, i quali hanno progettato un servizio di assistenza psicologica integrato nel SSN nella forma dello “psicologo di base”. Al di là della possibile esclusione sulla base del criterio della residenza di alcune categorie di persone già fragili (quali studenti fuorisede e richiedenti asilo), di queste iniziative si riconosce l’ampia copertura offerta, la gestione totalmente pubblica del servizio e la costruzione di un presidio permanente di salute mentale al pari della medicina generale. Anche qui, in particolare per il caso lombardo – di cui si hanno più informazioni circa il disegno della policy -, la copertura finanziaria prevista risulta limitata (circa 12 milioni di euro per il triennio 2023-2025). D’altro canto, la misura incorpora un significativo potenziale in termini di innovazione sociale. Sebbene non si possa parlare di path departure date le poche informazioni sulla sua implementazione, essa si configura potenzialmente come un “cuneo istituzionale” capace di aprire spazi per apprendimenti, policy diffusion interregionali e innovazioni di più larga portata, quali, in un futuro, l’incardinamento dei servizi di cura per la salute mentale all’interno del SSN.

                È utile sottolineare come la sindemia abbia costituito anche un’opportunità per valorizzare una serie di fattori di protezione come i legami sociali, l’inserimento scolastico o lavorativo, l’accesso ai servizi sanitari, le strutture culturali e di intrattenimento.

                Tali riflessioni sono essenziali per riconoscere e affrontare i nuovi rischi e bisogni sociali latenti che la sindemia ha fatto emergere in modo prorompente. È importante soprattutto se adottiamo una prospettiva di investimento sociale, per cui l’idea è quella di prevenire l’impatto negativo di rischi e bisogni nelle diverse fasi del ciclo di vita. A tal fine, la governance multilivello e le iniziative multistakeholder possono svolgere un ruolo cruciale.

                Luca Novelli, Gennaro Veneziano           Percorsi di secondo welfare                      4 luglio 2022

www.secondowelfare.it/primo-welfare/innovazione-sociale/la-salute-mentale-tra-emergenza-covid-19-e-innovazione-sociale

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DALLA NAVATA

XVI Domenica del Tempo ordinario – Anno C

Genesi                                 18, 01. Il Signore apparve ad Abramo alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno.

Salmo                                   14, 05. Colui che agisce in questo modo resterà saldo per sempre.

Paolo ai Colossesi           01, 27. A loro Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo alle genti: Cristo in voi, speranza della gloria. È lui infatti che noi annunciamo, ammonendo ogni uomo e istruendo ciascuno con ogni sapienza, per rendere ogni uomo perfetto in Cristo.

Luca                                      10, 38. , Mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.

 

                                               A casa di Marta. Accogliere Gesù significa accettare di perdere tempo

Vediamo la strada e i passi. Gesù e i suoi discepoli sono in cammino. Per strada entrano in un villaggio, ci dice Luca (10,38-42). I piedi si fermano davanti a una casa dove ad aprire la porta a Gesù è una donna di nome Marta. Entriamo in casa. Non ci sono presentazioni, dunque è chiaro che Gesù è tra persone già conosciute e si trova a proprio agio tra quelle mura domestiche. Non dovevano esserci altri in casa. Se Marta fosse stata sposata, il marito sarebbe andato ad accogliere il Maestro. Anche perché era sconveniente per un uomo essere ospitato da una donna. I discepoli spariscono dal racconto.

Marta aveva una sorella, di nome Maria. Vediamo di seguito due scene. La prima: Maria, “seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola”. La seconda: “Marta era distolta per i molti servizi”. Sono due scene diverse, opposte, in contrasto. Marta, in piedi, è in movimento, presa – e dunque “distolta” – dalle faccende di casa. Maria è in un fermo immagine: seduta, ferma, tutta concentrata su Gesù. Non sappiamo se siano entrambe nello stesso ambiente o meno.

Maria è in silenzio. Marta sente Gesù che parla a Maria. Tra Marta e Gesù non c’è dialogo. Si percepisce una certa tensione. In realtà non ci sarebbe nulla di strano nel vedere modi diversi di accogliere l’ospite, come avviene spesso: c’è chi lo intrattiene, c’è chi prepara. Ma questo schema di ospitalità con Dio non funziona. Improvvisamene Marta si fa avanti e dice: “Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Marta si sente esclusa da un’intimità che lei stessa non è riuscita a creare. Non accusa Gesù di averla trascurata, e triangola il suo risentimento sulla sorella che “l’ha lasciata sola”. Non chiede una mano alla sorella, ma chiede a Gesù di chiederle di alzarsi e aiutarla. Non le serve un aiuto, in realtà. Ma vive il disagio di una situazione emotiva che non sa gestire.

Essere intimi significa trovare sintonie spontanee, naturali, semplici. L’intimità è un moto dell’anima più che un ambiente. Può esserci un dialogo più intimo in metropolitana che durante una annoiata cena a lume di candela. Non ci sono strategie capaci di costruire uno spazio dell’intimità. Men che meno con Gesù. Nel caso dell’ospite tanto più l’affaccendarsi occupa il tempo, tanto più lo spazio della relazione è ridotto, assoggettato a regole, codici. Così è per il rapporto con il Signore: più ci si affaccenda con le pratiche, più la fede si formalizza, perde di intensità e calore, diventa “cosa da fare”, da sbrigare. Marta è assorbita dalle sue faccende che le fanno da scudo all’anima.

Resta il disappunto, affiora un disagio. Maria, invece, non teme di perdere tempo. Il suo servizio è dare forma a uno spazio di intimità. Gesù risponde: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta”.

Ospitare Dio significa lasciar da parte l’affanno, non porre schermo all’intimità, accettare di perdere tempo, attraversare l’imbarazzo. Non è far trionfare il volontarismo del sacrificio, ma la disponibilità dell’ascolto. Maria lo ha capito. Lei che, nel racconto dell’evangelista Giovanni – lì rimproverata da Giuda come ora lo è da Marta – “prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo”. Maria è donna dai sensi aperti: per questo è donna di fede. Udito e olfatto hanno in lei un legame profondo. Sa che ascoltare è profumare i piedi di chi si ama.

                                               p. Antonio Spadaro SI “il Fatto Quotidiano” 17 luglio 2022

www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2022/07/17/a-casa-di-marta-accogliere-gesu-significa-accettare-di-perdere-tempo/6664059

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202207/1220717spadaro.pdf

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FAMIGLIE

Verso una famiglia di single? «Il crollo della nuzialità»

L’ultimo rapporto annuale Istat, pubblicato alcuni giorni fa, evidenzia un fenomeno che peraltro abbiamo tutti sotto gli occhi e che forse merita qualche riflessione. Mi riferisco alla crisi sempre più evidente della famiglia come è stata concepita per secoli, crisi che da tempo riguarda tutta l’Europa ma che ha ormai effetti dirompenti anche nel nostro paese. Eloquente già il titolo del paragrafo in cui il rapporto affronta la questione: «Il crollo della nuzialità, l’aumento dell’instabilità matrimoniale». Gli italiani si sposano sempre più tardi e quelli che lo fanno sono comunque sempre di meno. «Nel 2011 l’età media al primo matrimonio era 32,6 anni per gli uomini e 30,1 per le donne mentre nel 2019, ultimo anno non toccato dalla pandemia era pari, rispettivamente, a 33,9 e 31,7 anni. L’effetto della pandemia ha prodotto un’ulteriore accentuazione del rinvio delle prime nozze. Nel 2020 per i primi matrimoni gli uomini hanno in media 34,1 anni e le donne 32,0».

Sia uomini che donne, dunque, si sposano – quando lo fanno – sempre più tardi. Basta leggere un romanzo ottocentesco o del primo novecento per constatare che allora era normale sposarsi appena ventenni (le ragazze anche prima). Soprattutto, però, si sposano sempre di meno. Al netto delle inevitabili oscillazioni prodotte dalla pandemia, nel 2021 i primi matrimoni sono diminuiti quasi del 20% rispetto al 2011. Osserva il rapporto: «La protratta permanenza dei giovani nella famiglia di origine ha, come è noto, un effetto diretto sul rinvio delle prime nozze». Gli italiani restano “figli di famiglia” fin dopo i trent’anni.

                Certo, giocano spesso anche motivi economici, legati alla difficoltà di trovare un lavoro, almeno un lavoro non precario. Ma ci sono anche altre ragioni. Viene da pensare alla precocità che si riscontra ormai abitualmente nei bambini. Quelli di una volta andavano a letto presto, non sapevano nulla su come nascono i figli, non dicevano parolacce, facevano naturalmente i capricci, ma in sostanza ubbidivano ai genitori.

                Oggi molti di loro hanno tra le mani un cellulare o un tablet fin dai primi anni (o addirittura mesi) di vita, cosicché è a loro che il nonno deve rivolgersi per essere aiutato nel suo difficile rapporto con questi strumenti; trascorrono molte ore posteggiati davanti alla TV, dove vedono e sentono ogni sorta di notizie; vengono coinvolti dai genitori nelle uscite serali e notturne; dicono parolacce, e a volte le dicono proprio rivolgendosi al padre e alla madre. In un certo senso, sono già adulti da bambini. Ma si tratta di un processo a doppio taglio, perché accade che crescendo restino estremamente fragili e immaturi sotto un profilo più ampiamente umano. Incapaci, perciò, di assumersi responsabilità sponsali e genitoriali. Insomma, sono rimasti un po’ bambini anche da adulti.

                Questa crisi del matrimonio appare particolarmente acuta se si guarda a quello religioso. «Sono in particolare i primi matrimoni religiosi ad aver subito la contrazione più forte dal 2011 al 2019 (-29,9 %), con un’incidenza sui primi matrimoni che è diminuita dal 70,1 % al 58,4 %». Ormai solo poco più di metà dei giovani che si sposano lo fanno in chiesa. «Nell’ultimo decennio si è assistito, all’opposto, a un incremento continuo del ricorso al solo rito civile per la celebrazione delle prime nozze: dal 29,9 % del totale dei primi matrimoni del 2011 al 43,4 % del 2021».

La precarietà dei rapporti: convivenze e divorzi. Ma soprattutto crescono le convivenze: «La diminuzione dei primi matrimoni è speculare alla progressiva diffusione delle libere unioni (convivenze more uxorio) che sono più che triplicate dal 2000-2001 al 2020-2021, passando da circa 440 mila a 1 milione e 450 mila». Rispetto al matrimonio la convivenza è decisamente meno impegnativa. Si resta comunque dei single che stanno insieme finché stanno bene insieme, salvo a riacquistare la propria “libertà” in qualunque momento la relazione non li soddisfi più.

È vero che ormai anche il matrimonio, almeno dal punto di vista civile, dopo l’introduzione del divorzio non è più indissolubile. Ma rimane una scelta assai più impegnativa che quella di “stare insieme”. In ogni caso, nota il rapporto, «i divorzi sono stati in costante aumento dall’introduzione di questa possibilità nell’ordinamento italiano nel 1970 fino alla metà del decennio scorso. Dal 2015 il numero di divorzi ha subito una forte impennata (+57,5 % in un solo anno), a seguito dell’entrata in vigore di due leggi che hanno semplificato e velocizzato le procedure consensuali senza rivolgersi ai tribunali e ridotto l’intervallo tra separazione e divorzio (a dodici mesi per le separazioni giudiziali e sei mesi per quelle consensuali». Rispetto al 2011, le separazioni sono aumentate del 10,1 % e i divorzi del 54,3 %.

La «famiglia unipersonale». Tutto ciò ha un riflesso immediato sulla composizione della famiglia. Si osserva nel rapporto che «se all’inizio del nuovo millennio la famiglia nucleare formata da una coppia con figli era ancora la più frequente, seppure non più maggioritaria, ai giorni nostri è superata dalla famiglia unipersonale». Per la prima volta quelle formate da una sola persona (33,2 %) sono più numerose di quelle costituite da una coppia con figli (31,2 %).

                Di poco inferiore, ancora, alla media di famiglie composte di single nei paesi europei (35,9 % nel 2021) ma con una crescita progressiva (dal 24,0 % del 2000) che, tendenzialmente, sembra portare ai numeri dell’Europa Centrale (Germania e Francia 41 %) e del nord Europa (Svezia al 50,1 %). Insomma, il processo è stato, nel giro di pochi decenni, dalla famiglia patriarcale del secolo scorso a quella mononucleare dell’inizio del terzo millennio a quella composta di una sola persona, di cui ancora in Italia abbiamo solo un’avvisaglia (33,2 % è già una forte percentuale), ma che altrove è ormai pienamente affermata.

                Tutto ciò ha preciso riscontro a livello di diminuzione delle nascite. Leggiamo nel rapporto: «Il saldo naturale, già pari a -335 mila unità nel 2020, si è sommato a un ulteriore decremento di 310 mila unità nel 2021, determinando un deficit di “sostituzione naturale” di 645 mila persone». Il crollo delle nascite è particolarmente accentuato tra le donne con meno di 30 anni. A conferma di quanto si diceva prima sulla incapacità dei giovani di assumersi responsabilità. Anche qui, come per il matrimonio, giocano sicuramente fattori economici. Si aggiungano ad esse le ovvie conseguenze, sul piano biologico, di avere un figlio in un’età in cui la curva della fertilità della donna è in netto calo. Ma, come per il matrimonio, questi elementi non possono nascondere una difficoltà più profonda, che rende gli italiani sempre meno capaci di generare.

                Questo il quadro oggettivo dell’andamento della famiglia , secondo il nostro Istituto di statistica. Quale valutazione darne? Dobbiamo guardare con favore a un futuro in cui il single sembra destinato a sostituire la comunità familiare? Personalmente dubito che la maggior parte delle persone, almeno in Italia, saluti questo come un traguardo auspicabile. Allora però è necessario chiedersi quali sono le cause che lo stanno rendendo, col passare degli anni, sempre più vicino. E poiché queste cause non sono solo economiche, ma anche culturali, dobbiamo interrogarci su ciò che dobbiamo cambiare nel nostro modo di pensare e di agire, se vogliamo davvero evitare quell’esito.

Un diverso concetto di libertà. A dominare lo scenario della crisi della famiglia, come abbiamo visto, è l’affermarsi sempre più indiscusso – già in Italia e ancora più in altri paesi europei – della figura del single, di una persona, cioè, che è senz’altro disposta ad avere rapporti con un partner, ma tende sempre di più a evitare un legame stabile e definitivo. Convivenze, divorzi, famiglie unipersonali, hanno come protagonista il single. Analogamente, si è restii a fare figli, perché ad essi non si può applicare la logica del “stiamo insieme finché stiamo bene insieme”. Padri e madri lo si è per sempre.

                Il punto è che per il single la libertà si identifica con l’autonomia, con la possibilità di operare senza essere condizionati da vincoli di sorta. E se noi non rimettiamo in discussione questa idea, il futuro sarà sempre più dominato dal declino della famiglia come comunità. Bisogna riscoprire, accanto a questo concetto di libertà, quello per cui essa non è solo la possibilità di fare e di avere quello che si desidera senza incontrare ostacoli (non a caso di questa libertà di dice che «finisce dove comincia quella dell’altro»: l’ostacolo invalicabile è l’altro), ma la capacità di scegliere qualcosa o qualcuno per il valore che vi si trova e di impegnarsi nei suoi confronti con tutto il proprio essere.

                In questa prospettiva, veramente libero è alla fine solo chi sa scoprire il senso della propria esistenza in un ideale o in una persona a cui rimane fedele malgrado tutte le difficoltà. Questo non esclude l’autonomia, ma le dà un orientamento e una regola. Poter fare o avere senza ostacoli ciò che si desidera non è ancora avere compreso che cosa davvero desiderare. L’esperienza di tante persone – si pensi a molti giovani – che fanno “liberamente” (nell’accezione dell’autonomia) esperienze balorde e autodistruttive ci mette in guardia dal ridurre a questo la libertà. Se essa non include anche la responsabilità verso qualcosa di buono, di importante, gira a vuoto e non porta da nessuna parte. Ma la responsabilità è inscindibile dalla serietà dell’impegno: nel caso della famiglia, verso il partner e verso i figli. Se non vogliamo che la famiglia del futuro sia in maggioranza formata da single.

Giuseppe Savagnone                    Tuttavia                              15 luglio 2022

www.tuttavia.eu/2022/07/15/verso-una-famiglia-di-single

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

Papa Francesco: ai vescovi greco-cattolici ucraini riuniti in Sinodo

“Cari fratelli vescovi, mi unisco spiritualmente alla vostra sofferenza, assicurandovi delle mie preghiere e del mio coinvolgimento che, considerando la situazione attuale, non appaiono nei mezzi di comunicazione”.

 Lo scrive Papa Francesco ai vescovi del Sinodo della Chiesa greco-cattolica, riuniti a Przemysl, in Polonia, nei giorni 7-15 luglio, in un messaggio giunto al Sir tradotto in italiano dal segretariato dell’arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyč (sede romana). “L’attuale Sinodo – sottolinea il Santo Padre -, come da programma precedente, si sarebbe dovuto tenere a Kyiv, ma la drammatica situazione della guerra, che dura ormai da cinque mesi, non lo ha permesso”. Nel messaggio il Papa ricorda che il 27 giugno scorso la Chiesa greco-cattolica ucraina ha celebrato la liturgia di commemorazione dei benedetti martiri beatificati da Papa Giovanni Paolo II a Leopoli durante il suo pellegrinaggio in Ucraina nel 2001.

“Ma proprio in questo momento comprendiamo meglio le circostanze in cui hanno vissuto e sono morti quei martiri tra cui c’erano vescovi, sacerdoti, monaci e monache e i laici divenuti vittime del regime comunista sovietico”, scrive il Papa. “Oggi loro dal cielo difendono il proprio popolo che soffre. A loro cura affido tutti i membri del Sinodo”.

 Il Sinodo in corso ha scelto come tema “Sinodalità e universalità: esperienza della Chiesa greco-cattolica ucraina”. Francesco ripete quanto affermato ai vescovi ucraini in un incontro a Roma nel 2019: “Sia la Chiesa il luogo dove si attinge la speranza, dove si trova sempre la porta aperta, dove si riceve consolazione e incoraggiamento”. “Possa questo incontro – è l’augurio del Santo Padre – ispirarvi alla creativa continuazione della straordinaria tradizione della fede dei Padri, radicata e sostenuta da generazioni nel Popolo di Dio della vostra nazione. Prego affinché la vostra Chiesa e il vostro popolo, che sono animati dalla forza dei sacramenti e guardano il Cuore immacolato di Maria, non perdano la speranza cristiana in un domani migliore”.

(M.C.B.)   AgenziaSIR     11 luglio 2022

www.agensir.it/quotidiano/2022/7/11/papa-francesco-ai-vescovi-greco-cattolici-ucraini-riuniti-in-sinodo-vi-assicuro-preghiere-e-coinvolgimento-che-non-appaiono-nei-mezzi-di-comunicazione

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INTERROGATIVI

Vale ancora la pena annunciare il vangelo?

Anche se sono centrali e portanti per la vita della chiesa, ci sono questioni che non emergono o lo fanno in modo inadeguato o insufficiente. Oggi la più importante riguarda la trasmissione del Vangelo e della fede.

                Una domanda per i Pastori e per la comunità. Non è eccessivo parlare di inattualità e di estraneità del Vangelo nel nostro tempo. È un fatto che si può registrare quasi quotidianamente, soprattutto se si esce dai momenti rituali che in qualche modo cadenzano ancora la vita sociale con un rivestimento religioso. Il riscontro più immediato potrebbe esser quanto pensano i giovani a proposito del cristianesimo, sia per scelta personale sia per condizionamento sociale, e non solo su un più o meno vago orientamento religioso.

                Il rovescio della questione, non meno importante, può essere sintetizzato con uno slogan: vale ancora la pena annunciare oggi il Vangelo? E perché? Con quali implicazioni? O altrimenti detto: se venisse meno il Vangelo, che ne sarebbe della nostra vita e del mondo? A che serve la comunità cristiana? Queste domande non riguardano la società più o meno estranea alla fede, ma la comunità dei credenti, a partire dagli stessi Pastori.

                Evangelizzazione, secolarizzazione, nichilismo. La domanda non è nuova; è comparsa, con forza e urgenza diverse, in alcuni momenti del Novecento, già ai suoi inizi e poi in particolare nel 1943 con France, pays de mission?, e di lì in avanti, forse con minore evidenza e incisività, in altre occasioni. Incentrando il suo lavoro sulla chiesa e il suo mistero, il Vaticano II registra solo marginalmente la domanda, anche se questa inquieta la costituzione Gaudium et spes con il problema dell’ateismo per quanto in termini soprattutto difensivi.

                Nei decenni successivi l’accento si sposta sulla secolarizzazione, che molti danno per compiuta o quasi, come un destino ineluttabile. Il fenomeno, diffuso ovunque, tocca soprattutto l’Europa, meno altre zone del mondo, così sembra, e si presta a interpretazioni teoriche e pratiche diverse.

                Meno avvertito, perché più impalpabile ma anche più subdolo, è il fenomeno del nichilismo che si infiltra ovunque, anche nel dominio religioso. In ogni caso nella seconda metà del Novecento, ancora da capire nei suoi motivi e nelle sue conseguenze, una frattura è avvenuta e questa si sta acuendo negli ultimi due decenni, nonostante si parli ormai di epoca post-secolare, con il rischio di archiviare quella fase. L’attuale post-cristianità e post-secolarità è anche frutto di una dissolvenza che andrebbe precisata in molti suoi fattori; la religione non è più cemento sociale e culturale e ciò coinvolge il cristianesimo nella misura in cui vi si deposita.

                Un tema da porre al centro della riflessione pastorale. In Italia la questione non ha mai costituito il centro della riflessione e della proposta pastorale della Chiesa italiana, nonostante il richiamo all’evangelizzazione e poi alla missione sia più volte risuonato; questi temi sono stati spesso sottovalutati sia in nome della tesi della persistenza di un popolo cattolico sia in funzione del privilegio da accordare alla presenza della chiesa nella società sia nell’articolazione con altre dimensioni indispensabili (evangelizzazione e promozione umana, evangelizzazione e sacramenti – l’attenzione di fatto si concentrava sul secondo termine).

                Ci sono stati periodi in cui persino la parola evangelizzazione poteva creare disappunto, se non sospetto; al proposito andrebbe ricostruita la storia e l’uso della formula della “nuova evangelizzazione”. In alcuni momenti, di fronte alla denuncia di una palese situazione di crisi, sono state mobilitate reazioni contrarie e rassicuranti. Fino ad oggi non è mai stata avviata una ricerca seria sul modo di sentire e vivere la fede in tutte le sue dimensioni qui e ora.

                A tutto ciò s’aggiunge una crisi ecclesiale di altra natura, che ha nello scandalo degli abusi e nel clericalismo le sue due punte acuminate e nella questione del potere il suo nucleo oscuro. Il rarefarsi delle vocazioni presbiterali e religiose e la fine della mobilitazione laicale incidono sul concreto slancio missionario e favoriscono una concezione residuale della comunità cristiana o un ripiegamento a salvaguardia di sé. L’attuale fase sinodale, che ruota attorno a riforma e sinodalità, potrebbe ancora una volta dirottare l’attenzione su aspetti che, pur importanti, evitano di affrontare la domanda cruciale.

                Dove e come il Vangelo è assente? Il tema della missione è costitutivo della vita della chiesa; l’ecclesiologia ne ha preso definitivamente atto, è “il suo dono” (Roberto Repole). È stato un passo indispensabile sul piano teologico ma forse non sufficiente su quello “pastorale”.

                In ogni comunicazione – e anche la missione lo è – si deve tener conto del messaggio, dell’emittente e del destinatario, del contesto e del contatto, delle modalità di esecuzione e dell’aspetto poetico. Nel caso del Vangelo, riconosciuta l’origine divina e non disponibile del messaggio, anche l’emittente umano è innanzitutto un destinatario, il primo.

                Lo slogan “chiesa in uscita”, se mal compreso, può farlo dimenticare, facendo pensare che il Vangelo è ad extra della chiesa e non, prima ancora, ad intra. “I confini della terra attraversano il nostro cuore”, diceva Madeleine Delbrêl; se non arriva lì, il Vangelo troverà difficoltà ad arrivare altrove. E non deve mancare l’onesta e pregiudiziale domanda: dove e come il Vangelo è assente nella vita della chiesa e dei credenti?

                L’impulso di Francesco, depotenziato. Un forte impulso al tema dell’evangelizzazione è venuto da papa Francesco che ne ha fatto il motivo propulsore del suo magistero a partire dall’Evangelii gaudium, intrecciandolo successivamente con la cura della casa comune e la fraternità universale. Quanto questo impulso è diventato efficace nella chiesa italiana? Quali reali “novità” ha apportato? Se l’impressione non è sbagliata, si può dire che l’impulso è arrivato abbastanza attenuato nella riflessione e nella pratica. Un’ulteriore e più precisa verifica si potrà trarre dalla fase sinodale in corso, purché l’eventuale creatività sia innanzitutto accolta sul piano locale e la narrazione non si dissolva nei desiderata. L’insidia del bel documento senza ricadute è costante.

                Ciò che riguardo al Vangelo è vero sempre, oggi ha una valenza nuova. Percepirne la differenza diventa essenziale. Capire il frantumarsi del cristianesimo. Dal punto di vista storico, bisognerebbe riprendere il filo di quanto è successo negli anni Sessanta e Settanta del Novecento – le christianisme éclaté, suggeriva Michel de Certeau cinquant’anni fa, con una diagnosi che andava oltre il contesto francese originario. La rottura della tradizione non tocca solo chi è uscito dal perimetro della chiesa ma anche chi vi è rimasto, soprattutto se ancorato a moduli in via di dissolvimento.

                Per comprenderlo, sarebbe proficuo capire quanto avviene realmente nella trasmissione della fede partendo dalle giovani generazioni e dalle donne. Armando Matteo aveva provato a farlo una decina di anni fa ma ciò che era uno stimolo alla ricerca e alla comprensione è diventato quasi un fastidio, sostituito talvolta con qualcosa di più rassicurante. Le inchieste forse non approdano ai punti cruciali, ma, se ben condotte e ad ampio raggio, possono aiutare a circoscriverli purché passino attraverso il confronto e il dibattito aperto.

                Il nostro tempo, quello più recente, è diventato per tanti aspetti impermeabile alla forza del Vangelo, e non è estraneo ad un inquietante e insopprimibile quesito apocalittico (Luca 18, 8); d’altro canto c’è qualcosa di inadempiente nel modo di presentarlo e di proporlo, non tanto sul piano catechetico e dottrinale, quanto nella forma di vita in cui dovrebbe incarnarsi. Sempre de Certeau proponeva di trattarne, trasformando la rottura in “rottura instauratrice”. Solo la presa d’atto della rottura, nella sua estensione e nelle sue implicazioni, può permettere l’instaurazione – che ora deve far fronte ai cambiamenti indotti dalla ragione digitale, che introducono forme acute di de-simbolizzazione e di de-istituzionalizzazione.

                La ricerca è partita. In questa ricerca non si parte da zero, ci sono abbozzi offerti da meditazioni autorevoli. Ne possiamo segnalare due.

  1. Timothy Radcliffe ci invita in maniera tanto pacata quanto esigente ad Accendere l’immaginazione (Emi 2021), così da “fuggire dalla reclusione per cercare aria fresca” ed “essere vivi in Dio”. La sfida si gioca sull’immaginazione e sull’immaginare il reale, anche quello ecclesiale. Senza immaginazione, il talento finisce intatto e morto sottoterra.
  2. Su un crinale più impegnativo si muove l’estrema riflessione di Maurice Bellet, con Il Messia Crocifisso. Scandalo e follia (Queriniana 2022), nel tentativo di dire e vivere in modo nuovo il messaggio evangelico, su strade non battute e impervie. Per quanto in modo diverso, il Vangelo, scandalo e follia, sapienza e forza, era inattuale tanto a Corinto nel 53/54 d. C. quanto oggi, tanto fuori quanto dentro la comunità cristiana.

Oreste Aime, presbitero della diocesi di Torino, docente di Filosofia presso la Facoltà teologica. 12 luglio 2022

www.viandanti.org/website/vale-ancora-la-penaannunciare-il-vangelo

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PASTORALE

Verso il matrimonio (2): un kerigma irricevibile

Continuiamo nella lettura del documento pensato per i fidanzati, andando a esaminare alcuni nodi problematici: le questioni del kerigma, dei linguaggi, dell’antropologia di fondo del testo.

Abbiamo già pubblicato un post sul documento del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, intitolato Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale. Orientamenti pastorali per le chiese particolari.

Vedi newsUCIPEM n. 918, pag. 21

www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&ved=2ahUKEwjgkafwgID5AhXu8LsIHbOqCNIQFnoECAQQAQ&url=https%3A%2F%2Fpress.vatican.va%2Fcontent%2Fdam%2Fsalastampa%2Fit%2Fbollettino%2Fdocumentazione-linkata%2FItinerari%2520catecumenali%2520ITA.pdf&usg=AOvVaw1jfNuPBa9EnwjmXlwxdO5A

Concludevamo dicendo che il documento chiede un “serio ripensamento” della pastorale media per le coppie, ma in esso emergono alcuni freni ed impedimenti a tale ripensamento.

Il primo riguarda il tentativo di trasformare la preparazione al sacramento in un nuovo annuncio della fede cristiana, un rinnovato kerigma, che, declinato sul tema del matrimonio, possa riaccendere la fede. Per fare questo non basta ribadire le verità del matrimonio cristiano, ma è necessario che la presentazione della sua bellezza possa essere percepita come attraente secondo le categorie di chi riceve l’annuncio, non secondo quelle di chi lo proclama. Tali persone, mediamente, oggi, sono attirate da ciò che provoca emozione e senso di energia, da ciò che tocca il cuore e il corpo più e prima che la testa.

Ora, quando il documento prova a descrivere proprio la bellezza da annunciare, affinché il percorso per il sacramento riattivi la fede, così si esprime: «La proposta catechetica cercherà di far apparire la natura coniugale e familiare dell’amore e ne metterà in luce tutte le caratteristiche peculiari: totalità, complementarietà, unicità, definitività, fedeltà, fecondità, carattere pubblico. “L’annuncio evangelico” sul matrimonio mostrerà che queste sono le caratteristiche che scaturiscono dal dinamismo intrinseco dell’amore umano. Ciò vuol dire che fedeltà, unicità, definitività, fecondità, totalità, sono in fondo le “dimensioni essenziali” di ogni autentico legame d’amore, compreso, voluto e coerentemente vissuto da un uomo ed una donna, e non solo le “note caratteristiche” del matrimonio cattolico. La pastorale coniugale, in definitiva, dovrà sempre avere un tono gioioso e kerygmatico” (n. 39).

                Si evidenzia da sé che questa prospettiva appare bella solo per chi è già dentro la fede e la vive con sufficiente maturità. Anche molti sposi cristiani farebbero fatica a sentire ‘bella’ questa presentazione del matrimonio. Se parla, questa prospettiva, lo fa alla testa di qualcuno, non certo al cuore e nemmeno al corpo, perciò è altamente probabile che non sia efficacie. Questo non significa che ciò che si dice qui sia sbagliato, è solo che risulta irricevibile proprio da chi dovrebbe trarne giovamento, perché “lontana” dal vissuto reale dei fidanzati, e poco attenta agli aspetti “attraenti” del matrimonio.

                La sensazione che abbiamo avuto, leggendo il documento, è che questa scelta, sia per il contenuto che per la forma, non sia semplicemente un errore comunicativo, ma sia frutto dell’impostazione antropologica di fondo con cui il documento è scritto. In essa le dimensioni istintive ed emozionali di una relazione sponsale non vengono mai indicate come fonti di bellezza per chi vive la relazione nella fede; spesso sono semplicemente date per scontate, perché dal punto di vista spirituale sembrano ininfluenti, oppure, nel peggiore dei casi, sono percepite come fonte di rischio. O ancora, sono subordinate a un appello alla volontà: che rischia di diventare volontarismo se non armonizzato in una visione integrale dell’umano, che abbracci corpo, emozioni, sentimenti, ragione, volontà.

                Un’ulteriore prova di questo è data dall’insistenza con cui si parla di «pastorale del vincolo», dove emerge che, di fronte alla crisi, lo scopo unico dell’accompagnamento degli sposi pare sia quello di salvaguardare il vincolo: «La pastorale matrimoniale sarà soprattutto una pastorale del vincolo» (93);  «È necessario, insistere sulla sacralità del vincolo coniugale e, come l’esperienza dimostra, sul fatto che i beni – spirituali, psicologici e materiali – che derivano dalla preservazione dell’unione, sono sempre di gran lunga superiori a quelli che si spera di ottenere da una eventuale separazione. In tal modo si insegneranno la giusta pazienza, la fortezza d’animo e la prudenza da avere nei momenti di difficoltà, imparando a non vedere nello scioglimento del vincolo coniugale una sbrigativa soluzione dei problemi, come purtroppo sovente viene consigliato alle coppie» (81).

                Un’impostazione di questo tipo fa appello a un volontarismo che riduce la grandezza e la bellezza del matrimonio a una sua dimensione, quella della volontà, quasi dandone una declinazione esclusivamente giuridico-morale, (solo in parte poi corretta dal n. 93, segno di tensioni non ricomposte che animano il documento). Sembra che basti salvare il “vincolo”, senza quella necessaria attenzione a tutte le dimensioni esistenziali in gioco in un momento di crisi.

                Questa carenza di attenzione globale a tutte le dimensioni si vede molto bene nell’analisi lessicale del documento. La parola ‘corpo’ compare una sola volta come teologia del corpo, e altre tre riferite al corpo di Cristo e alla Chiesa come corpo. La parola ‘sesso’ non c’è mai. Come pure le parole ‘istinto’ ed ‘emozione’. La parola ‘sessualità’ compare 23 volte: 8 legate al rischio etico o spirituale; 6 alla necessità di educare la sessualità; 4 come citazioni di documenti, 5 come elemento insieme ad altri che compone la vita coniugale, che assieme fanno 9 ricorrenze neutre. Nessuna ricorrenza che ne descriva il valore della sua bellezza. La parola ‘attrazione’ due volte, una citata da Amoris Lætitia e una con accezione negativa. La parola ‘sentimento’ compare 3 volte, di cui una in senso negativo.

                Ancora: ‘piacere’ è citato una sola volta, indicando ciò che Francesco prova nello scrivere la prefazione al documento. Il ‘desiderio’ compare 15 volte, di cui solo 4 indicano il desiderio vissuto nel matrimonio, ma 3 di queste lo segnalano come qualcosa di pericoloso. Anche ‘gioia’ compare poco, al di là delle aspettative (il kerigma è di suo qualcosa di gioioso!): 8 volte di cui solo 3, connesse alla vita coniugale. Per contro ‘pazienza’ è citata 10 volte, ‘fatica’ 6 volte, tutte relative alla vita di coppia; ‘dovere’ 7 volte di cui 4 riferite alla vita matrimoniale.

Come si può pensare di essere attraenti e di manifestare in modo percepibile alle persone di oggi la bellezza del matrimonio, con questa visione antropologica? Così impostato è arduo poi dire alle giovani coppie la “buona notizia” della vocazione matrimoniale (cosa su cui, in realtà, Amoris Lætitia aveva invece più opportunamente insistito).

Gilberto  Borghi e Sergio Di Benedetto    VinoNuovo     14 luglio 2022

www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/verso-il-matrimonio-2-un-kerigma-irricevibile/

 

Istituzioni. In dialogo con Aristide Fumagalli

In un articolo di Aristide Fumagalli, pubblicato domenica 10 luglio su Avvenire, dal titolo La castità, bavaglio dell’amore o aiuto spirituale oltre l’egoismo?, il moralista milanese ritorna sul tema della castità prematrimoniale, intorno alla quale si è sviluppato un certo dibattito nelle ultime settimane, in seguito alla pubblicazione degli Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale.

La castità, bavaglio dell'amore o aiuto spirituale oltre l'egoismo?

All’inizio del suo testo Fumagalli chiarisce bene l’equivocità con cui si confonde molto frequentemente la virtù di castità con il voto di castità. La prima riguarda tutti i battezzati, mentre la seconda riguarda la vita degli ordini religiosi e, in una certa misura, anche quella dei ministri ordinati (con l’eccezione dei diaconi permanenti sposati). Oltre a questa importante distinzione Fumagalli sottolinea efficacemente che l’insegnamento della Chiesa sull’amore di Cristo riguardante la sessualità può essere certo approvato o contestato, ma deve essere compreso nella sua verità. E su questo piano l’errore più grande è proprio l’identificare la castità con la continenza, finendo così per leggere la castità solo come una serie di divieti. La castità invece dev’essere presentata come alleata dell’amore, non come sua negazione.

 All’analisi proposta da Fumagalli vorrei aggiungere un elemento che per lo più sfugge alla prospettiva morale, ma che è decisivo per comprendere lo sviluppo storico delle forme della vita casta, che non procedono solo da evidenze di carattere morale, ma anche da assetti istituzionali che mediano tra vita naturale, vita civile e vita di fede. Consideriamo una serie di casi molto interessanti:

a) la polluzione notturna. Una lunga tradizione teologica si è posta il problema di quelle infrazioni della continenza dei religiosi che si realizzano nei casi di eiaculazione durante il sonno. In quale misura queste “azioni disordinate” possono essere ricondotte alla colpa del soggetto o discendono semplicemente dalla “abundantia seminis” che la natura, in quanto tale, assicura a tutti gli uomini? Qui è evidente che le logiche dell’inconscio non si lasciano totalmente comandare da una disposizione istituzionale e che la demonizzazione della masturbazione cosciente si riflette in una potenza naturale che non può essere totalmente dominata. Al punto che il controllo appare molto più egoistico e autoreferenziale che non la accettazione di una dimensione naturale insuperabile anche nel monaco o nel frate.

                b) stati di vita e istituzioni. Come abbiamo visto all’inizio, la vita casta che riguarda ogni battezzato ha assunto forme storiche differenti che interpretano in modo diversificato l’essere uomini e donne sessuati in Cristo. Vita monastica e vita religiosa hanno assunto il voto di castità come regola delle comunità maschili e femminili. Diverso è lo sviluppo per il ministero ordinato, che ha elaborato la vita celibataria in modo non univoco e con grandi differenze. Un prete può essere concepito come colui che vive nel celibato la continenza monastica, ma anche come un uomo sposato che vive la castità coniugale. Tutti i battezzati che non abbracciano né la vita religiosa, né il ministero ordinato, né il matrimonio sono chiamati a quella virtù di castità che resta spesso indeterminata e ridotta a semplice logica negativa. Spesso non si riflette abbastanza sul fatto che coloro che si avviano a sposarsi rientrano precisamente in questa categoria.

c) castità prematrimoniale. Questa locuzione esige una chiara comprensione di carattere storico, poiché nella accezione con cui la usiamo oggi dipende da due fatti storici decisivi che hanno cambiato la storia del matrimonio e la storia della castità.

  1. Il primo fatto è il famoso decreto Tametsi, con cui il concilio di Trento nel 1563 assume ogni competenza sul matrimonio, spostando il consenso al centro del rito del sacramento e superando così quei matrimoni clandestini che pure non vuole negare nella loro validità. A partire da quella data è possibile parlare di rapporti prematrimoniali, perché la Chiesa ha assunto la piena competenza giuridica anche sul contratto. Fino ad allora, invece, i matrimoni clandestini, che potevano essere chiamati anche matrimoni naturali, concepivano rapporti sessuali tra soggetti liberi che venivano riconosciuti come matrimoni legittimi. La prima cosa che notiamo dunque è che per 1500 anni non si poteva parlare tecnicamente di rapporti prematrimoniali, perché la Chiesa si limitava a benedire un contratto di matrimonio che la natura e la cultura avevano già realizzato.
  2. Ma c’è un secondo punto che deve essere riconosciuto, ossia la trasformazione del soggetto battezzato femminile e l’entrata della donna nello spazio pubblico. Il sistema creato dal concilio di Trento interpreta quasi solo la castità femminile, non quella maschile: nel matrimonio un solo anello viene benedetto, quello che l’uomo mette alla donna. Nella benedizione è la sposa ad essere benedetta, perché sia feconda e fedele. Il nuovo Rito del 1969 concepisce lo scambio degli anelli e la benedizione degli sposi. Questo cambia il modo di pensare anche la castità coniugale, che trova nella espressione sessuale non soltanto lo strumento della generazione, ma l’esperienza più radicale di comunione tra i coniugi.

d) amore, egoismo e individualismo. La fine della soluzione tridentina, che prevedeva la rivendicazione da parte della Chiesa di ogni competenza sul matrimonio, e la nuova soggettività femminile nel mondo, nella Chiesa e nella famiglia cambia la interpretazione della castità, uscendo dalla identificazione di istituzionale con comunione e di individuale con egoistico. Troppo facilmente restiamo vittime dell’idea tridentina secondo cui è l’autorità della Chiesa a porre la legittimità del matrimonio. Come è evidente, non si tratta di dire cose nuove, ma di riprendere cose antiche in una nuova prospettiva. La dignità originaria di ogni uomo e di ogni donna può accedere alla vita casta in Cristo non solo per percorsi istituzionali. Per questo la castità prematrimoniale non deve essere identificata con la continenza. Una variabile istituzionale nel modo di concepire il matrimonio, recuperandone logiche naturali e civili senza pretendere di assorbirle sul piano ecclesiale, modifica anche il giudizio su che cosa è davvero dono e apertura e su che cosa è egoismo e chiusura. Non vorrei che quando si discute di questi temi delicati si dimenticasse quella fondamentale acquisizione proposta da Charles Taylor quando ricorda che individualismo non è solo il nome di un vizio, ma anche di una grande virtù, grazie alla quale si passa dalla società dell’onore alla società della dignità.

Andrea Grillo    blog: Come se non          12 luglio 2022

Ho letto velocemente: se si dice qui che erratamente il matrimonio cristiano prevede rapporti solo dopo il sacramento non sono d’accordo. Si va nella direzione esiziale di considerare il matrimonio un fatto sostanzialmente naturale.

3 commenti

Il miracolo di ogni vocazione di Giampaolo Centofanti<

Talora si sente dire che il matrimonio ha una base naturale sulla quale si innesta la fede cristiana. Si può trattare talora di visioni variamente distorte e anche poco specificate. L’unione di coppia terrena può essere più facilmente soggetta alla precarietà dei rapporti umani. Certo si spera che nessuna legge sia mai a danno, per esempio, dei bambini. Il matrimonio cristiano, tra un uomo e una donna, è stato rivelato da Gesù e può essere solo la chiamata di Gesù che matura nella vita della persona a portarlo avanti oltre ogni ostacolo. Ogni vocazione è il miracolo della grazia. Dunque può risultare pericoloso talora parlare per esempio di base naturale del matrimonio come se fosse possibile semplicemente con una bontà umana viverlo sicuramente per tutta la vita. Questa visuale rischia di ingabbiare le persone in percorsi non realmente voluti da Dio. Strade imposte da un vario moralismo. La consapevolezza del miracolo della vocazione, anche di quella al matrimonio, potrebbe frenare impegni avventati e affascinare verso un autentico cammino di fede.

La grazia del matrimonio cristiano, la grazia della famiglia, della familiarità, si può irradiare in qualche modo su molti anche non chiamati a vivere, almeno per il momento, questo sacramento. Anche le vocazioni religiose possono in varia misura venire vissute sulle, inesistenti, forze umane magari costringendo la vita di persone in chiusure di sicurezza che soffocano l’autentica, libera, maturazione potendo generare crisi sotterranee pronte a scoppiare nei momenti di prova.

Il Signore conduce il cammino personalissimo di ciascuno. La vocazione di una persona ha dunque tutte le sfumature e i passaggi della sua specifica vita e non deve necessariamente portare al sacramento dell’ordine o a quello del matrimonio.

https://gpcentofanti.altervista.org/il-miracolo-di-ogni-vocazione

il seguito del commento La gabbia del concetto, la liberazione del seme di Giampaolo Centofanti

Talora ci può venire trasmesso il vivere la Parola come una regola astratta. Siamo orientati a “fare i bravi” e non a lasciare maturare in noi la grazia, portati da essa. Ci confrontiamo dunque in vario modo meccanicamente con regole astratte invece di scoprirci condotti verso il nostro cuore semplice nella Luce serena. Dunque una vita per certi aspetti cerebrale, artefatta, invece di cercare semplicemente di essere noi stessi aperti al bene che gradualmente cresce in noi se lo accogliamo. Formati talora da un moralismo, da un salvarci da noi stessi, con le nostre inesistenti forze invece che alla fede nella grazia.

Ci può venire insegnata la Parola come un concetto da comprendere con la mente e applicare con una volontà astratta. Un pacchetto di dottrine da mettere in pratica. Ma noi siamo creati, esistiamo, in Gesù e lui, se cerchiamo di accoglierlo, come un seme cresce gradualmente in noi secondo gli adeguati, ben al di là degli schemi, tempi della nostra personalissima vita. Entriamo in contatto col semplice noi stessi, con Dio, con gli altri, nello Spirito di Gesù. Ossia cercando la sintonia col cammino, con la vita reale, di ciascuno e non per astrazioni. Vicini al mistero di ciascuno. Accogliendo, lasciandoci lavorare, dal seme della grazia di ciascuno. Il sacerdote che dice ad un altro cosa deve fare, rischia di mettersi al posto di Dio. Anche lo psicologo, sia pure cristiano, può finire per proporre indicazioni tecniche. Solo Dio apre il cuore integrale, spirituale e umano, di ciascuno nei tempi e nei modi adeguati, con un amore infinito, liberando da chiusure, paure, schemi.

Nasce un rinnovato formatore spirituale e umano, non vivisezioni, giustapposizioni, di spiritualità astratta e psicologia tecnica. Una persona che ascoltando tutta la vita di chi gli si confida cerca con lui i possibili criteri, le possibili tappe, vie, della crescita lasciando che sia la persona in questione a tentare sempre più la sintesi a misura per lei in colloquio con Dio (con la Luce nel suo cuore se non credente) Le frammentazioni e le giustapposizioni chiudono in angusti ragionamenti, ostacolano la sintonia del cuore con sé stessi, con Dio, con gli altri. Orientano le guide a prendere decisioni astratte, basate su logiche esteriori. Si conosce la storia di grandi santi di secoli passati che hanno sperimentato difficoltà psicologiche superate nella maturazione in Gesù. Chissà quanti ostacoli avrebbero potuto incontrare con certi scientismi odierni, venendo messi in un angolo magari nonostante l’evidente fruttificare a tutto campo della loro vita. La fede nella risurrezione in Cristo sostituita da astrazioni culturali.

Racconto una storia inventata ma basata su tante vite concrete. Un signore di una cinquantina di anni prende a venirmi a parlare ogni tanto perché sente di poter comunicare, confrontarsi, serenamente, senza schemi astratti. Tradisce con molte donne sua moglie, è opportunista, superficiale, in tante cose eppure si intuisce che nel profondo avverte il bisogno di trovare il bandolo della matassa della sua vita. Proprio per star bene con sé stesso prima di tutto, perché avverte fragilità, incertezza, solitudine, cinismo…Accompagno il suo cammino per come riesco a misura, per esempio liberandolo da tanti moralismi respirati, che hanno corroborato il suo fuggire dalle vere ferite della sua esistenza. Anche aiutandolo, altro esempio, verso aperture di cuore a lui realmente possibili e non astratte. Le ferite nascono da un amore non arrivato o arrivato con rigidità, cupezze, distorsioni varie, quando si comincia a percepire l’amore meraviglioso di Dio la persona può rinascere. Dopo alcuni mesi si aprono le cateratte del cielo e si manifesta in lui una fede profonda. Spesso Dio viene gradualmente ma invece nel suo caso lo ha lavorato a lungo ai fianchi quasi nascostamente e poi rivelandosi con una grande grazia.

Così ordinariamente non è facile cambiare rapidamente vita ma lui in pochissimo tempo cessa completamente di tradire la moglie. Qui parlo solo della sua vita di coppia, per abbreviare. Dopo qualche mese questo scioglimento di tante chiusure del cuore lo fa scoprire innamorato di sua moglie più del primo giorno di fidanzamento. Trascorre altro tempo e mi confida di aver imparato a porre attenzione anche a lei nell’unione intima mentre prima usava tutte, anche la consorte. Un giorno però viene piangendo perché nella sua vita non è cambiato nulla. Infatti ha avuto un rapporto “non canonico” con sua moglie. Gli chiedo se quando è tornato a Dio con tanta gioia ha seguito il manuale delle giovani marmotte di come si fa il bravo. Se ha applicato il manuale quando si è reinnamorato della moglie e quando ha imparato a stare attento a lei. Mi risponde che queste cose le ha maturate naturalmente nel cuore. Ecco, gli dico, se quando si unisce alla moglie deve usare il manuale di come si fa il bravo sarà un rapporto complicato. Invece come con il cuore aperto la grazia è maturata in lui naturalmente così continuerà questa crescita serena, naturale, se cerca di lasciarsi portare. Anche così quest’uomo prende a sperimentare sempre più la fiducia gioiosa e pacifica del venire di un Dio di amore e di vita.

Ma su queste scie possiamo evidenziare che se la maturazione dell’umanità nella storia tende nella direzione suddetta è anche vero che solo Dio conosce i tempi e i modi adeguati di tale percorso. È lui a salvarci, la fiducia in lui la nostra pace profonda.

https://gpcentofanti.altervista.org/il-miracolo-di-ogni-vocazione

 

Commento di Cosimo Scordato

Oltre alle considerazioni pertinenti offerte da Andrea, soprattutto nel riferimento all’impianto post-tridentino, e oltre alle precisazioni circa la polluzione notturna (che chiama in causa una riconsiderazione della polluzione … non notturna!), andrebbero messe in conto le ‘varianti’ non indifferenti dell’epoca che stiamo vivendo; prendiamo atto che il tempo ‘prematrimoniale’ si è allungato comprendendo il lungo periodo della formazione scolastica; tempo caratterizzato da tante sollecitazioni nuove e da comportamenti, che faremmo bene a conoscere e cercare di capire; mediamente, le coppie sposano intorno ai trent’anni, che viene a coincidere con buona parte del tempo ‘post-matrimoniale’ del passato. Dobbiamo riconoscere che si tratta di un fatto nuovo, che richiede sia un ripensamento della morale che una ricomprensione socio-culturale. Crediamo opportuno osservare che, quanto più la coppia matura il suo orientamento verso il matrimonio, tanto più andrebbero riconsiderati i rapporti cosiddetti prematrimoniali come facenti parte della celebrazione esistenziale dell’amore coniugale, ovvero che congiunge la vita della coppia. Parimenti, non diamo per scontato che i rapporti post-matrimoniali (specialmente quando inclineranno a un allontanamento della coppia) siano messi al riparo da una considerazione attenta che vigili sulla sua qualità morale e antropologica. Alla fine, ciò che qualifica è l’atteggiamento e il comportamento in quanto espressivi di un amore, che incrementa l’unione di vita tra due persone.

                                               http://www.cittadellaeditrice.com/munera/castita-morale-e-istituzioni

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PROCREAZIONE RESPONSABILE

Il Convegno si terrà ad Assisi il 30 settembre, 1-2 ottobre 2022.

L'evento è rivolto a tutti gli insegnati RNF. Sono già aperte le iscrizioni.

A partire, infatti, da un approfondimento sullo sviluppo delle competenze affettive e sociali nella persona e nella coppia, il convegno si propone di offrire un’opportunità di riflessione sulla conduzione della consulenza RNF con attenzione alla coppia valorizzando il maschile e il femminile, soffermandosi su due situazioni specifiche: ricerca della gravidanza e allattamento.

Ecco i quattro moduli previsti:

•             L'inizio del "per sempre"

•             La via dell'amore: coppia "in progress"

•             Quando il desiderio si avvera: la coppia in allattamento

•             La coppia tra fertilità e fecondità

Maneggiare con cura

A partire da un approfondimento sullo sviluppo delle competenze affettive e sociali nella persona e nella coppia, il convegno si propone di offrire un’opportunità di riflessione sulla conduzione della consulenza RNF con attenzione alla coppia valorizzando il maschile e il femminile, soffermandosi su due situazioni specifiche: ricerca della gravidanza e allattamento.

www.confederazionemetodinaturali.it

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RIFLESSIONI

L'unica strada per rinnovarci

Non sono un sociologo ma nella vita ho sempre cercato di ascoltare e di guardarmi intorno: questo è l’esercizio che mi ha insegnato di più, perché sono stato affascinato dalla vita degli uomini e delle donne che incontravo e accanto ai quali abitavo il mondo. Per questo da sempre ho anche prestato attenzione alle statistiche che forniscono tracce per individuare cosa succede e come si vive.

                Certamente in questa situazione di post-pandemia, in questo clima di guerra che di fatto ci coinvolge e di perdurante crisi economica, i dati forniti dal rapporto annuale dell’Istat 2022 evidenziano e confermano ciò che percepiamo di preoccupante in quel che ci accade intorno.

                Da vecchio, entrato nell’ottantesimo anno della vita, dunque alle soglie dell’esodo da questa terra, non posso non guardare al presente e al futuro che già si affaccia. Ed è proprio in questo sguardo che sono assalito da una certa tristezza perché constato che la vita sembra diminuire ogni giorno, soprattutto nel nostro paese. Ovunque vada trovo persone vecchie: in chiesa le teste che mi stanno davanti sono tutte canute, agli incontri culturali la presenza dei giovani è scarsissima, e comunque anche per le strade o sulle piazze la scena è tenuta soprattutto da anziani… Siamo molto invecchiati senza che nella vita siano entrati i ragazzi, che numericamente risultano essere neanche la metà dei vecchi. Le giovani madri con bambini in braccio sono un’apparizione, e comunque nelle famiglie si mette al mondo un figlio, due, non di più. Lo sappiamo tutti: ci sono meno nascite, le madri sono sempre più anziane e i vecchi diventano sempre più vecchi per il prolungamento della vita.

                Occorre anche tener conto che i giovani tendono a restare in famiglia e sono poco inclini a lasciare la casa paterna per vivere la loro vita altrove e in una nuova situazione. Queste adolescenze prolungate in casa non favoriscono certo la costruzione di storie d’amore. A questo si aggiunga il fatto che ormai le persone che vivono sole, i “single”, sono a livello numerico l’equivalente delle coppie, come già avviene nei paesi del Nord Europa. I sociologi e i media intravvedono le ragioni di questo andamento soprattutto nel grande mutamento socio-antropologico in atto, ma io mi chiedo con molta semplicità se questo arretramento della vita non sia dovuto soprattutto a una crisi culturale e morale, a una crisi di umanità. A me sembra che alla radice di questi processi ci sia il venir meno della fiducia: fiducia nella vita, fiducia nel futuro, fiducia negli altri, persino fiducia nell’amore come storia possibile e opera d’arte nelle relazioni tra umani. Nessuno osa confessarlo chiaramente, ma si registra una certa paura nei confronti della vicenda-storia della coppia, c’è un’incertezza circa l’opportunità di mettere al mondo dei figli, c’è una preoccupazione filautica [la ricerca del piacere sensibile] di chi pensa innanzitutto a sé ed è incapace di porsi in un orizzonte sociale, l’orizzonte del “noi”. Prevale la dittatura dell’“io”, della sua riuscita, del suo benessere, e la necessità di allontanare ogni rinuncia dovuta alla presenza di un altro.

                In realtà si sta preparando una situazione di grande solitudine per i vecchi, un carico di lavoro di cura degli anziani da parte dei figli, e un’esistenza in cui essendo scarsa o poco presente la generazione dei bambini e dei ragazzi sarà più difficile sorridere e gioire per la vita. In queste condizioni è assurdo avere paura degli stranieri, che sono l’unica possibilità di rinnovamento della vita per le nostre popolazioni invecchiate.

                                Enzo Bianchi      La Repubblica   11 luglio 2022

www.repubblica.it/rubriche/2022/07/10/news/altrimenti__lunica_strada_per_rinnovarci-357346062

www.ilblogdienzobianchi.it/blog-detail/post/166371/lunica-strada-per-rinnovarci

 

Fede e ideologia

Nell’ottobre 1914 viene pubblicato in Germania un celebre manifesto, indirizzato Al mondo della cultura, nel quale 93 intellettuali tedeschi esprimono il loro consenso entusiasta alla guerra della Germania, che considerano un impegno per la difesa dell’eredità della cultura europea contro la barbarie occidentale e democratica. Tra i "firmatari, oltre a famosi scienziati come Max Planck e Wilhelm Röntgen, troviamo un buon numero di teologi, capitanati da Adolf Harnack, il grande portavoce di un Cristianesimo al passo con il nuovo secolo.

Karl Barth, allora pastore in Svizzera, reagisce sgomento a questo inno bellicista. Per quanto riguarda in particolare i teologi, il suo ragionamento è: se, nel momento decisivo, la teologia protestante non riesce a far altro che unirsi a un coro guerrafondaio, il problema non riguarda solo l’etica politica, bensì le basi stesse della riflessione teologica. Il nome di Gesù Cristo, cioè, diviene di fatto irrilevante, di fronte a considerazioni dettate dalla mentalità del tempo e del luogo.

Non basta dissentire politicamente da Harnack o da Seeberg, occorre rifondare la teologia. Così Barth, le considerazioni del quale ritornano alla mente nel contesto del conflitto ucraino.

La prima analogia riguarda l’intreccio tra la fede ortodossa, nella sua lettura moscovita, e l’ideologia del “mondo russo” [russkiy mir]. Molti teologi ortodossi hanno criticato tale connubio, in un testo che, non casualmente, segue (senza citarlo esplicitamente) lo schema della Dichiarazione teologica di Barmen del 1934, che nella sua forma finale è stato redatto dallo stesso Barth: si affermano le proprie convinzioni di fede e, sulla loro base, si condanna come eretica la tesi opposta. La domanda critica è: siamo sicuri che la saldatura che si è verificata nell’ideologia kyrilliana sia accidentale? Detto in termini più brutali: il rapporto tra fede ortodossa, nelle sue declinazioni nazionali, e ideologie nazionalistiche non è forse più strutturale di quanto appaia a prima vista? Secondo Barth, ad esempio, questo era il caso del protestantesimo tedesco: non si trattava di esagerazioni di Tizio o Caio, ma di una malattia più profonda.

Seconda riflessione. Un elemento decisivo dell’ideologia del mondo russo e della propaganda di Kyrill è la critica nei confronti del “relativismo” occidentale, specie in etica, specie in ambito sessuale: indimenticabile l’omelia di Kyrill del 6 marzo, nella quale il patriarca affermava che la guerra in Ucraina serviva a impedire un gay pride in quel Paese.

Ebbene:

a) questa allergia non è una specificità di Kyrill, bensì è ampiamente condivisa in ambito cattolico (quella di “relativismo” era una dalle categorie critiche preferite da Benedetto XVI) ed evangelicale: non è un caso che questi settori cristiani, storicamente così distanti, si ritrovino uniti contro quella che ad essi pare una degenerazione libertina, più che liberale, dei costumi;

b) tale avversione ha a che vedere con un più ampio problema cristiano nei confronti della modernità di matrice illuministica.

Si tratta di un imbarazzo del tutto comprensibile, in quanto tale movimento culturale e civile è intriso di componenti non solo anti ecclesiastiche, ma critiche anche nei confronti del Cristianesimo in quanto tale. Se non si lavora su questo punto, ci saranno sempre dei Kyrill, magari più educati, ma nella sostanza non diversi, non meno omofobi, fortemente discriminatori nei confronti del femminile, sostanzialmente scettici nei confronti delle procedure della democrazia.

Che sono, come diceva Churchill, le peggiori mai inventate, tranne tutte le altre. Un Cristianesimo impegnato in un confronto critico e missionario, ma non polemico, con la modernità esiste, nel protestantesimo classico e in alcuni settori del cattolicesimo: proprio le forme di fede, notano in molti, più vistosamente in crisi.

Non so se questo sia vero, ma anche se lo fosse, potrebbe accadere che la scelta di fronte a Gesù, oggi, comporti un’alternativa tra le difficoltà di una fede che dialoga con il paradigma democratico e un tipo di Cristianesimo che forse non sarà in crisi, ma che trasforma il proprio annuncio in un’ideologia autoritaria.

Non necessariamente soltanto russo-ortodossa.

Fulvio Ferrario*                               “Confronti”**  luglio 2022

*(Milano, 1958) è un teologo e accademicoitaliano evangelico, dal 2002 professore ordinario di teologia sistematica presso la Facoltà valdese di teologia di Roma.

**Confronti esce dal maggio 1989 raccogliendo l’eredità di “Com-Nuovi tempi”, una delle prime testate ecumeniche cui hanno collaborato, per quindici anni, cattolici, protestanti, credenti “senza chiesa” e persone in ricerca sulle tematiche della fede. Oggi a Confronti collaborano cristiani di diverse confessioni, ebrei, musulmani, buddhisti, induisti e laici interessati al mondo delle religioni, della politica e della società.

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202207/220712ferrario.pdf

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SESSUOLOGIA

Cambio sesso minori/ La scienza si interroga e il Parlamento resta “escluso”

Il 7 luglio 2022 è stato pubblicato un rapporto del Consiglio d’Europa che mette in evidenza come ci siano diversi Stati membri in cui non esiste ancora il riconoscimento legale del cambio di genere, mentre altri Paesi Ue hanno fatto passi avanti in termini di superamento dei limiti d’età per poter cambiare sesso. Tra questi ultimi c’è anche l’Italia, in cui esistono misure legali e amministrative che assicurano la possibilità di un cambio legale di genere. Il Rapporto chiede che si possa cambiare sesso senza alcuna restrizione in tutta Europa, superando anche il limite d’età, per poter dare la possibilità a tutti, minori compresi, di scegliere la propria identità di genere; abolendo l’obbligo a un intervento medico, come la sterilizzazione, prima di cambiare sesso e rimuovendo l’obbligo di mettere F o M per l’identificazione sui documenti. Obiettivo: arrivare al pieno riconoscimento legale del genere scelto da una persona per garantire il rispetto dei diritti umani e civili delle persone lgbt e salvaguardarle da discriminazioni e violenze omofobe.

Contemporaneamente su alcuni quotidiani, come il Foglio e la Verità, sono comparse le dichiarazioni di David Bell, ex presidente della British Psychoanaytic Society, che ha lanciato l’allarme sulle conseguenze nei bambini del cambiamento di sesso, sostenendo che mancano dati scientifici in proposito. Secondo l’ex dirigente della Tavistock Clinic di Londra, la più grande clinica inglese specializzata nel cambio di sesso dei minori, si tratta quasi sempre di un’azione ideologica e violenta, di cui il bambino non ha alcuna consapevolezza, soprattutto in merito alle conseguenze a cui va incontro.

Gli interventi per il cambiamento di sesso sono attuati nei casi di Disforia di genere, che viene definita come uno stato di sofferenza secondario all’incongruenza tra l’identità di genere e il genere assegnato alla nascita. Gli adolescenti con Disforia di Genere sono descritti come psicologicamente e socialmente più vulnerabili, soprattutto quando attraversano i primi stadi dello sviluppo puberale. Distinguere tra una fisiologica difficoltà a riconoscere ciò che accade nel loro corpo e soprattutto nel guazzabuglio delle loro emozioni non è facile per gli adolescenti, soprattutto nelle fasi iniziali del loro sviluppo sessuale. Considerare questa sorta di disagio frequentissimo tra gli adolescenti come un quadro patologico che richieda interventi anche di natura chirurgica richiede una diagnosi ad alta complessità e un’adeguata prudenza, prima di intervenire sul corpo, ma anche sulla mente e su tutta la psicologia di questi ragazzi, così disorientati.

David Bell, mentre era ancora presidente della British Psychoanaytic Society, aveva lanciato l’allarme sulle conseguenze a cui andavano incontro i bambini sottoposti precocemente al cambio di sesso, nella Tavistock Clinic di Londra. Il suo Rapporto non era stato affatto bene accolto dalla Clinica e gli era costato un’azione disciplinare che lo aveva obbligato a dare le dimissioni. Data la gravità dei fatti, il disagio e la sofferenza dei bambini, per Bell è diventata una questione di coscienza, che lo ha impegnato a rivolgere un appello, sottoscritto da molti altri colleghi e pubblicato sul settimanale francese le Point e sul settimanale belga le Soir. L’Appello è stato sottoscritto da femministe come Elisabeth Badinter, filosofi come Remì Brague, politologhe come Chantal Delsol, e da altri intellettuali come Didier Sicard, ex presidente del Comitato nazionale di Bioetica in Francia, ecc. Tutti personaggi ben noti nei rispettivi Paesi.

                Nell’Appello si legge: “Noi scienziati, medici e studiosi delle scienze umane e sociali, facciamo appello ai media per presentare studi seri e scientificamente accertati, riguardanti il cambiamento di genere dei bambini… Bambini e adolescenti vengono esibiti in programmi con i genitori per mostrare quanto sia benefico il cambiamento di genere, senza che nessuno esprima la minima riserva o fornisca dati. Gli scienziati critici vengono insultati. Questi programmi ripetitivi hanno lo scopo di indottrinamento sui giovani e i social lo accentuano. Ci opponiamo fermamente all’affermazione che uomini e donne siano semplicemente costrutti sociali. Non puoi scegliere il tuo sesso e ce ne sono solamente due”.

                L’appello di Bell punta a denunciare tre cose molto concrete:

  1. prima di tutto l’abuso a cui sono sottoposti molti bambini che non sono in grado di dare il loro consenso, anche perché non sono in grado di comprendere pienamente le informazioni che comunque vengono date loro.
  2. In secondo luogo, la strumentalizzazione mediatica con cui questi ragazzi, bambini e adolescenti, vengono esposti in un’operazione di marketing, che propone acriticamente e senza contraddittorio qualcosa di estremamente rischioso.
  3. In terzo luogo, la totale mancanza di rispetto per opinioni e punti di vista diversi sul piano scientifico, sociale e psicologico, secondo la logica per cui si afferma un pensiero unico demonizzando e ridicolizzando chi si azzarda a fare domande o a porre critiche che mettono in discussione l’assioma di partenza.

Il Cnb e il dibattito in Italia sulla Triptorelina. Nel marzo 2019 in Italia ci furono forti polemiche dopo la decisione con cui l’Aifa aveva inserito la Triptorelina, utilizzata nei casi di disforia di genere a carico del Ssn. Si trattava di un farmaco utilizzato per bloccare lo sviluppo sessuale di un ragazzo o di una ragazza, ancora indeciso rispetto al suo orientamento sessuale, in attesa che prendesse le sue decisioni su ciò che effettivamente voleva essere: maschio o femmina. Il Comitato nazionale di bioetica (Cnb) aveva allora approvato l’uso off-label [per off-label si intende l'impiego nella pratica clinica di farmaci somministrati al di fuori delle condizioni autorizzate dagli enti predisposti per patologia, popolazione o posologia] della triptorelina a condizioni molto prudenti e circostanziate per le situazioni di adolescenti con disforia di genere (DG). Il 2 marzo 2019 venne pubblicata sulla GU la decisione dell’Aifa, che introduceva la triptorelina nell’elenco dei medicinali erogabili a totale carico del Ssn, per l’impiego in casi selezionati in cui l’identità di genere (disforia di genere) venisse confermata dalla diagnosi di un’equipe multidisciplinare e specialistica e l’assistenza psicologica, psicoterapeutica e psichiatrica non fosse risolutiva.

                Anche allora furono quotidiani come il Foglio, la Verità e Avvenire a mettere fortemente in discussione il provvedimento, proprio sulla base di un’effettiva carenza di studi clinici circa gli effetti a lungo temine del farmaco. A oggi mancano ancora quegli stessi studi clinici scientificamente fondati ed è difficile affrontare il problema con una prospettiva di medio-lungo tempo.

                In Senato la XII Commissione venne chiamata a dare un parere in merito e di fatto aveva avviato un ciclo di audizioni, bruscamente interrotto dall’irrompere del Covid-19 con la relativa pandemia. Di fatto il Parlamento non è mai riuscito a esprimersi sull’intera vicenda, perché nel frattempo le decisioni sono state prese in altri ambiti e contesti e in Parlamento non è mai stata presentata una relazione su di una questione così delicata. Ma il pressing sui bambini e sugli adolescenti continua, come conferma l’attuale Rapporto del Consiglio d’Europa pubblicato a Strasburgo pochi giorni fa e il rischio di trasformare la classica crisi dell’adolescenza, con le sue ansie e le sue insicurezze in una sindrome di disforia di genere, sembra sempre in agguato, mentre la prudenza dei clinici specialisti, degli psicologi e degli stessi genitori non sarà mai e

Paola Binetti, neuropsichiatra, politica e accademica italiana                      il sussidiario      14 luglio 2022

www.ilsussidiario.net/news/cambio-sesso-minori-la-scienza-si-interroga-e-il-parlamento-resta-escluso/2374356

 

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Sinodalità e teologia (per laici)

Nel cammino sinodale bisognerebbe puntare di più i riflettori sul "laicato della teologia". Quanti aspetti ormai trascurati potrebbero emergere dall'ombra?

                Il cammino sinodale o, meglio, la riforma della chiesa in vista di una riscoperta del suo imprescindibile essere-sinodale, è ormai da più parti riconosciuto, instradato, istruito e avvalorato. Svariati interventi mettono in luce il carattere biblico-teologico della necessità di questa riforma, i suoi risvolti pastorali nelle parrocchie e nelle diocesi, nella considerazione delle diverse ministerialità laicali e specialmente delle donne, nella riformulazione (anche canonica) dei rapporti tra i diversi soggetti dell’unico popolo ecclesiale (pontefice, vescovi, presbiteri e laici). Voci autorevoli e impegnate, quindi, stanno cercando di comporre questo complesso mosaico, per dare nuova forma e vitalità alla chiesa nel suo annuncio evangelico.

                Questa riflessione, come una veloce pennellata in questo più grande quadro, desidera mettere l’accento su un ulteriore “soggetto ecclesiale”, spesso dimenticato e che invece richiederebbe a sua volta un radicale ripensamento, a sua volta invero decisivo per il volto sinodale della chiesa: il laicato della teologia. Con questa espressione intendo volontariamente riprendere e invertire i termini che (a partire dal Vaticano II) indicano un preciso ambito di ricerca che ha iniziato a ricevere maggiore attenzione. Non si tratta, quindi, di una «teologia del laicato» bensì di valorizzare il «laicato della teologia», uomini e donne impegnati in un serio percorso di studi (riconosciuto anche a livello statale) in Facoltà, Università o Studi teologici per approfondire la scienza teologica e mettersi al servizio della comunità ecclesiale.

                L’impressione è che si sia instaurato un gap, difficile da colmare, tra il clero (formato o meno) visto come la “mente” che “sa” e può insegnare, e il laicato (formato o meno) visto come il “braccio” che con buona volontà si mette a disposizione e sempre deve imparare. Inutile nascondersi come questo divario (tralasciando la questione “storica” per cui i laici, fondamentalmente, si sono avvicinati alla teologia praticamente dal 1965 in avanti) dipenda in primis dallo stesso percorso di studi, talvolta visto come proibitivo per chi non ha la possibilità di dedicarsi totalmente allo studio e alla ricerca, vale a dire per chiunque abbia la necessità quanto prima di lavorare per costruirsi un futuro (una casa, un matrimonio, una famiglia…). Detto altrimenti, un percorso “a misura di celibato”. Un percorso che a sua volta (lo accenniamo soltanto) sembra offrire soltanto degli sbocchi altrettanto “a misura di celibato”. In questo senso, sono rarissime le figure stipendiate di laici o di laiche al servizio di una comunità parrocchiale o diocesana, e spesso si preferisce ricorrere ai presbiteri (già “stipendiati”) per insegnare nelle Facoltà, nei Seminari o anche solo per tenere qualche corso di formazione. Insomma, theologia (simul carmina) non dat panem (o almeno, non al laicato).

                Unitamente a questo primo aspetto, si affianca la questione ben più radicale della considerazione che il laicato della teologia ha nella compagine ecclesiale. Molto spesso il sacramento dell’ordine vale più di un baccellierato, una licenza o persino un dottorato in teologia. La figura del “prete” tende comunque a essere vista (talvolta da parte degli stessi laici!) come sempre più indicata per formare catechisti, educatori, insegnanti, fidanzati o giovani sposi (!), per guidare momenti di preghiera, commentare la parola di Dio ecc. Il teologo o la teologa laici, invece, a meno che non siano esplicitamente “raccomandati” (magari da un prete), sembrano essere considerati come dei “bravi oratori”, magari anche capaci di scrivere, ma che in fondo portano una propria opinione, un parere spassionato, da prendere per quello che è e per quello che può valere.

Il messaggio, invece, dovrebbe essere proprio questo: la fede da sempre ha e richiede, specialmente nell’odierno contesto socio-culturale, una propria intelligenza, vale a dire la possibilità di leggersi e di comprendersi in profondità alla luce della rivelazione. La teologia è la scienza che studia, approfondisce e indaga, in dialogo con la propria epoca e la propria storia, la fede cristiana (e non solo) in tutti i suoi aspetti. E questo vale per i vescovi, i presbiteri e i laici. Fare teologia non significa scambiarsi idee e opinioni, più o meno valide, più o meno argomentate, per una comune crescita e maturazione. Tutto questo è nobile e importante, ma non è «fare teologia» e non è «formare» in maniera seria. «Fare teologia» e «formarsi» significa leggere, studiare, approfondire e imparare, proprio come avviene (o quasi) per qualsiasi altro mestiere. Per quanto oggi il dilagare della rete e dell’informazione digitale sembra rendere tutti medici, virologi, sociologi, insegnanti ecc., ben sappiamo (o dovremmo sapere) che la realtà è ben altra, e che questa “confusione” tendenzialmente genera esclusivamente ulteriore ignoranza e disinformazione. La speranza è che questo non accada anche all’interno della chiesa di Dio, dove tutti parlano ma pochi (forse) sanno di cosa parlano.

                L’intento non è quello di definire una élite teologica bensì, in un vero spirito sinodale, di riconoscere un ministero oggi più che mai indispensabile se si vuole realmente formare una coscienza critica ecclesiale, un popolo di Dio maturo, credibile, con un’autentica fede intelligente, capace di dialogare e di formarsi, davvero pronto «a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 3,15).

Stefano Fenaroli                             VinoNuovo                        12 Luglio 2022

www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/sinodalita-e-teologia-per-laici

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SINODO MONDIALE

C’è un Sinodo anche in Australia. Che si spacca sull’ordinazione delle donne

                Presi dal Sinodo della Chiesa di Germania, non c’eravamo resi conto che, in realtà, l’atmosfera sinodale ha preso molte altre Chiese locali. E, tra queste, la Chiesa di Australia, che ha convocato un Plenary Council, giunto in realtà alla quinta edizione, che si è tenuto dal 7 al 9 luglio 2022. Niente di nuovo per la Chiesa in Australia, se non che i temi più scottanti, inclusi l’ordinazione di donne diacono, sono entrati di prepotenza nel dibattito. E, incredibilmente, non hanno raggiunto il cosiddetto consenso sinodale.

                Così, lo scorso 7 luglio, 60 dei 277 membri del Consiglio hanno creato una protesta riguardo l’inclusione di donne nella Chiesa, partendo dalla circostanza che una mozione per formalizzare il supporto all’ordinazione di donne diacono sia stata sconfitta. I protestanti si sono alzati dall’aula e si sono messi ai margini, in chiara protesta con il voto dei vescovi che non aveva fatto passare la mozione.

                Perché ci sia il cosiddetto “consenso sinodale”, si deve raggiungere una maggioranza qualificata per ogni mozione presentata. Ma questa maggioranza qualificata deve riguardare sia i voti consultivi, che i voti deliberativi. La mozione che includeva la richiesta di prendere in considerazione l’ordinazione di donne diacono ha ricevuto la maggioranza qualificata dei voi consultivi, ma non di quelli deliberativi, cioè quelli dei vescovi. La maggioranza c’era, ma non c’era consulenza sinodale: ci sono stati, tra i vescovi, 25 placet, 10 placet juxta modum e 8 non placet.

                Un’altra mozione non ha ricevuto nemmeno la maggioranza qualificata dei voti consultivi. La mozione proponeva che “ogni diocesi australiana ed eparchia sviluppi nuove opportunità per la partecipazione delle donne in ministeri e ruoli che sono stabili, pubblicamente riconosciuti, e dotati di appropriata formazione inclusa l’educazione teologica e sotto il controllo dei vescovi. Questi ruoli e ministeri devono impegnarsi con i più importanti aspetti della vita diocesana e di parrocchia e avere un reale impatto su queste comunità”.

                Dopo il non raggiungimento della maggioranza qualificata, il vescovo Shane Mackinlay, vicepresidente del Consiglio, ha proposto all’assemblea di trascorrere un po’ di tempo in più a discernere quali riserve e preoccupazioni sono state espresse nei placet juxta modum.

                Ad ogni modo, entrambe le mozioni hanno raggiunto la maggioranza, senza però toccare il consenso sinodale. Un gruppo di persone ha quindi sostenuto una mozione che riconsiderasse le altre due mozioni, ed è stato stabilito un gruppo di lavoro di quattro persone per ricevere raccomandazioni dai membri per redigere le mozioni.

Andrea Gagliarducci Sydney      ACI Stampa       09 luglio, 2022

www.acistampa.com/story/ce-un-sinodo-anche-in-australia-che-si-spacca-sullordinazione-delle-donne-20279

 

 

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