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NewsUCIPEM n. 921 – 31 LUGLIO 2022

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

“Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale - registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite  si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d'aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.

Link diretti e link per pdf -download a siti internet, per documentazione.

            I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

            Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.

            In ottemperanza alla direttiva europea sulle comunicazioni on-line (direttiva 2000/31/CE), se non desiderate ricevere ulteriori news e/o se questo messaggio vi ha disturbato, inviate una e-mail all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con richiesta di disconnessione.

            Chi desidera connettersi invii a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. la richiesta indicando nominativo e-comune d’esercizio d’attività, e-mail, ed eventuale consultorio di appartenenza. [Invio a 1.129 connessi]

Carta dell’U.C.I.P.E.M.

Approvata dall’Assemblea dei Soci il 20 ottobre 1979. Promulgata dal Consiglio direttivo il 14 dicembre 1979.

1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

 

CONTRIBUTI PER ESSERE IN ACCORDO CON LA VISIONE EVANGELICA

02 ADOZIONE INTERNAZIONALE    Il corso di aggiornamento dedicato agli operatori dell’adozione internazionale:

03 ASSEGNO DIVORZILE                   L'ex moglie deve mantenere il marito disoccupato

04 ATTO DI NASCITA                         Non possono essere indicate  genitrici mamma biologica e quella c.d. “d’intenzione”

05 CENTRO INT. STUDI FAMIGLIA Newsletter CISF - n. 28, 20 luglio 2022

07 CHIESA IN GERMANIA                  Dbk, pubblicato l’opuscolo di sintesi sulla Chiesa cattolica a uso delle diocesi

08 CHIESA IN ITALIA                          Per le chiese è tempo di rivoluzione domestica

09 CITTÀ DEL VATICANO                  Stop alle speculazioni finanziarie. Nuove regole per gli investimenti

11 COVID 19                                        Bonus psicologo/ Crepet: misura fuori tempo massimo, inutile e forse dannosa

12 DALLA NAVATA                             18° Domenica del tempo ordinario – Anno C

12                                                          Commento di p. Ernesto Balducci

13 DENATALITÀ                                   Denatalità: cambiamenti e ripercussioni tra società, famiglia ed individuo

16 DIVORZIO                                       Modifica dell'assegno divorzile

18 FISCO                                               Famiglia e fisco. Una chiave di lettura per superare la stagnazione demografica

21 FRANCESCO VESCOVO ROMA   Papa Francesco penitente in Canada

21                                                          «Perdono per il dolore inflitto dai cristiani»

22                                                          L’esempio del papa in Canada: percorsi penitenziali anche per i teologi?

23                                                          Chiesa e colonialismo Il pellegrinaggio penitenziale di Papa Francesco in Canada

24                                                          Mondanità, “segni dei tempi”, gli errori moderni: chiarimenti dal viaggio in Canada

26 GENITORIALITÀ                             Sostenere la genitorialità tra benessere e tutela

29 GIOVANI                                         Il posto dei giovani, tra presente e futuro

32 GOVERNO                                       “Linee guida per la partecipazione di bambine e bambini e ragazze e ragazzi

33 LITURGIA                                         Nuova chiarezza da “Desiderio desideravi”: 10 proposizioni sulla riforma necessaria,..

34 MALTRATTAMENTI                        La Cassazione su maltrattamenti in famiglia e presenza del minore

35 MISNA                                             Minori stranieri non accompagnati: l’Italia ha violato Convenzione europea dei diritti

36 PASTORALE                                     Verso il Matrimonio (5): sulla sessualità

37                                                          Verso il matrimonio (6): spiritualità e psicologia

39 RIFLESSIONI                                   Solo la psicanalisi può insegnarci a pregare in modo nuovo

41 SIN0D0 MONDIALE                       Il Concilio plenario: Lungamente preparato

43                                                          Avvertimento della Santa Sede al Sinodo tedesco: «Dove credete di andare?»

44VIOLENZA                                       Violenza contro le donne: “condanna” l’Italia per discriminazione nelle aule di giustizia

 

ADOZIONE INTERNAZIONALE

Il corso di aggiornamento dedicato agli operatori dell’adozione internazionale:

 ora è possibile chiedere una presentazione online

Dopo il successo del corso dedicato agli operatori delle Adozioni Internazionali che si è tenuto nei primi mesi del 2022, FARIS– Family Relationship International School, la scuola di formazione della Fondazione Ai.Bi. ha pensato di rinnovare l’invito a partecipare alla nuova edizione di “Adozione Internazionale, oggi. Bambini, Paesi, procedure, una realtà in continua trasformazione”.

Sul sito si può richiedere un webinar gratuito di presentazione del corso. Per farlo nel migliore dei modi, è prevista la possibilità di richiedere una presentazione gratuita del corso per tutti coloro che desiderino avere maggiori informazioni e trovare una risposta alle eventuali domande.

La proposta è rivolta agli operatori professionisti del mondo dell’adozione e a tutti coloro che hanno a cuore la tematica, per studio o per lavoro. L’obiettivo è aiutarli nell’orientare e applicare al meglio la loro competenza e professionalità, aggiornandoli rispetto alla realtà internazionale nella quale vivono i minori dichiarati adottabili, così da capire meglio quanto la disponibilità delle coppie sia davvero rispondente ai loro bisogni.

Il corso viene condotto dagli esperti di Adozione Internazionale di Ai.Bi. Amici dei Bambini. Si tratta di una proposta quanto mai importante in un momento storico nel quale, come afferma Cinzia Bernicchi, nota esperta del mondo dell’adozione internazionale e coordinatrice del corso: “Tutto è cambiato. E ogni giorno di più ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di confrontarci per comprendere come accogliere con consapevolezza questi nostri figli forse più fragili di ieri”.

Il corso si articola in 4 moduli che saranno affrontati in modalità webinar per una durata complessiva di 9 ore nelle quali verranno affrontati tutti i temi fondamentali relativi alle adozioni: dalle procedure e le peculiarità dei diversi Paesi alle cause dell’abbandono; dalle problematiche sanitarie più frequenti alle modalità di effettuazione degli abbinamenti, fino ai costi e le diverse richieste dei vari Paesi d’origine dei minori.

Il costo è di 80€ (tutti i moduli inclusi). È possibile prenotare la propria partecipazione al corso che partirà al raggiungimento del numero minimo di partecipanti.

Obiettivi del corso: fornire agli operatori i necessari aggiornamenti rispetto alla realtà internazionale nella quale vivono i minori dichiarati adottabili per meglio comprendere quanto la disponibilità delle coppie sia rispondente ai bisogni dei bambini.

Raffrontare tra le diverse normative quanto rispondente alla nostra legge nazionale e quanto invece sia difforme dai nostri criteri.

Metodologia: Il corso prevede una parte illustrativa da parte del conduttore e momenti di interazione con i partecipanti.

Skills [abilità e competenze] conseguite al termine del corso: Acquisizione di conoscenza e consapevolezza dei reali bisogni dei bambini che arrivano tramite l’adozione internazionale, delle diverse normative e dell’importanza di approfondimenti tematici con le coppie aspiranti l’adozione. È prevista la consegna di Attestato di Partecipazione.

Formatori: La formazione sarà condotta da operatori di Ai.Bi. Amici dei Bambini specializzati nella gestione di procedure adottive, il coordinamento didattico è a cura di Cinzia Bernicchi.

Programma

1° Modulo, temi trattati:

“Le diverse procedure di Adozione nel mondo”

“Le peculiarità di alcuni Paesi”

“Come le Autorità straniere interpretano le relazioni psico-sociali e i decreti di idoneità”

“Ogni Paese elabora propri criteri predittivi per la valutazione della genitorialità adottiva, vediamo i principali”

2° Modulo, temi trattati:

“I minori: le cause d’abbandono, l’istituzionalizzazione, le diversità culturali”

“I bambini “speciali” cosa hanno in più”

“Le problematiche sanitarie più frequenti nei diversi continenti”

“Le liste speciali”

3° Modulo, temi trattati:

“Gli abbinamenti: come avvengono, quali informazioni”

“La presentazione di schede tipo di abbinamenti nei vari Paesi”

4° Modulo, temi trattati:

“Il post adozione, gli impegni richiesti dai Paesi di origine”

“Adottare: quanto costa, comprendere motivazioni e differenze”

 

Per maggiori informazioni è possibile contattare la segreteria di FARIS a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Si è disponibili ad organizzare presentazioni del corso su richiesta previo invio email a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

i-paesi-procedure-una-realta-in-continua-trasformazione-per-operatori/

Tutte le informazioni relative al corso e alla possibilità di richiedere una presentazione gratuita (che avverrà al raggiungimento di un numero minimo di partecipanti!) si possono trovare sulla pagina dedicata del sito Faris.                   25 luglio 2022

www.fondazioneaibi.it/faris/professionisti-adozione-webinar-gratuito-corso-faris

 

ASSEGNO DIVORZILE

L'ex moglie deve mantenere il marito disoccupato

Spetta alla moglie mantenere il marito disoccupato da diversi anni, che non trova un'occupazione e che comunque ha sempre contribuito alle necessità familiari anche attingendo dal proprio TFR. Questa la particolare e rara decisione emessa dal Presidente del tribunale ordinario di Monza con il decreto sotto allegato, in una causa di separazione caratterizzata da una forte conflittualità coniugale.

                Nel caso di specie, diversamente da quanto accade di solito, è la moglie a cavarsela meglio dal punto di vista economico. Da qui la decisione del Presidente di porre a carico della stessa l'obbligo di versare al marito 600 € mensili per il suo mantenimento, stante la necessità di quest'ultimo di ricollocarsi nel mondo del lavoro e di doversi trovare un alloggio in cui vivere.

Una coppia si separa, a volerlo è la donna. Da quel momento si innesca un clima familiare caratterizzato da tensione e conflitto. I due figli gemelli della coppia vengono spesso coinvolti in litigi caratterizzati da violenza verbale e fisica, che in diverse occasioni richiedono addirittura l'intervento delle forze di polizia.

Situazione conflittuale: i coniugi devono vivere separati. Il Presidente del Tribunale ordinario di Monza, stante l'estrema conflittualità dei coniugi adotta alcune decisioni importanti soprattutto per il benessere dei minori. Lo stesso invita i genitori a intraprendere percorsi psicologici separati anche per recuperare l'alleanza genitoriale. La residenza dei minori viene fissata presso la madre e, poiché i coniugi non riescono a superare il momento di difficoltà in modo armonioso e civile, si stabilisce che la convivenza tra i due coniugi deve cessare.

A carico della moglie l'obbligo di mantenere il marito. Poiché però, nel caso di specie è la donna a percepire uno stipendio netto che supera i 2.600 € mentre il marito dal 2014, anno del licenziamento, non trova più un'occupazione e, il Presidente stabilisce che sia la moglie sia gravata dall'obbligo di provvedere al mantenimento del marito, versando allo stesso la somma mensile di 600 €. A carico dell'uomo invece, per quanto riguarda il contributo al mantenimento dei figli, il Presidente stabilisce che lo stesso debba provvedere limitatamente alle spese straordinarie nella misura del 30%, che elenca nel dettaglio nel provvedimento. Regolamentati infine anche i tempi che ciascun genitore potrà trascorrere con i figli, che comunque dimostrano un sincero attaccamento nei confronti di entrambi.

Si ringrazia l'Avv. Cristina dal Maso per l'invio del provvedimento

Annamaria Villafrate     studio Cataldi 20 luglio 2022

www.studiocataldi.it/articoli/44843-l-ex-moglie-deve-mantenere-il-marito-disoccupato.asp

 

 

ATTO DI NASCITA

Nell’atto di nascita non possono essere indicate quali genitrici la mamma biologica e quella c.d. “d’intenzione”

La richiesta di rettifica dello stato civile del minore (nato mediante il ricorso alla fecondazione eterologa) con indicazione, quali genitrici, della madre biologica e della c.d. madre d’intenzione, non può essere accolta. Le affermazioni relative alla tutela del minore non legittimano l’automatica estensione delle norme dettate per la procreazione medicalmente assistita anche ad ipotesi estranee al loro ambito, non potendo la Corte sostituirsi al legislatore al quale spetta, nell’esercizio della propria discrezionalità, l’individuazione degli strumenti giuridici opportuni per la realizzazione del predetto interesse, compatibilmente con il rispetto dei principi sottesi alla l. n. 40/2004. A precisare tali principi è la Corte di Cassazione, mediante, la n. 22179/2022 dello scorso 13 luglio.

                La prima sezione della Corte di Cassazione, dunque, ha nuovamente affrontato l'annosa questione della richiesta di rettifica dello stato civile di un minore, nato mediante il ricorso alla tecnica della procreazione eterologa medicalmente assistita, quale scelta operata da due donne del medesimo sesso, unite sentimentalmente con convivenza registrata presso i registri Comunali.

                La questione coinvolge una coppia formata da due donne, che decide di ricorrere alla fecondazione eterologa in Spagna per diventare genitori. Il bimbo nasce in Italia, la sua nascita viene registrata con indicazione della madre biologica. La coppia, inoltre, chiede al Comune la rettifica dell'atto di nascita affinché nello stesso venga indicata, oltre alla madre biologica, anche la madre d'intenzione. Il Comune rigetta la richiesta. Le due donne presentano ricorso contestando la decisione del Sindaco del Comune. In primo ed in secondo grado il ricorso viene respinto.

                I Giudici di appello, invero, ritenevano che la richiesta di rettifica dell'atto di stato civile non fosse accoglibile perché contrastante con l'art. 4 l. n. 40/2004: tale legge, come noto, consente l'accesso alla tecnica della procreazione medicalmente assistita, di natura eterologa, alle sole coppie formate da soggetti di sesso diverso che abbiano problemi di sterilità o infertilità, non diversamente rimediabili. Il provvedimento veniva impugnato dinanzi alla Corte di Cassazione.

                Le ricorrenti sostenevano il contrasto della norma con principi costituzionali, nonché con la Convenzione sui Diritti del fanciullo del 1989. Sostanzialmente, il ricorso veniva incentrato sulla valorizzazione del superiore interesse del bambino a vedersi riconosciuto lo status di figlio di entrambe le donne.

                I Giudici di Piazza Cavour, tuttavia, respingono il ricorso. Il punto fermo da cui muove la Suprema Corte è rappresentato dalla legge n. 40/2004 che, come sopra anticipato, in materia di fecondazione eterologa medicalmente assistita richiede rigorosamente l'esistenza di requisiti soggettivi (possono ricorrervi persone aventi sesso differente) ed oggettivi (che abbiano problemi di infertilità o sterilità non diversamente risolvibili).

 

Nel caso in esame il minore, pur essendo stato concepito all'estero, è nato in Italia, pertanto la fattispecie è regolata interamente dal diritto Italiano. Già nel corrente anno altre pronunce della Cassazione avevano affrontato il medesimo caso affermando un condiviso principio di diritto, secondo cui il riconoscimento di un minore nato mediante fecondazione eterologa, da parte di colei che è legata mediante unione civile alla madre biologica del minore, si pone in aperto contrasto con l'art. 4 l. n. 40/2004, non essendo consentito nel nostro ordinamento la realizzazione di forme di genitorialità svincolate da un rapporto biologico.

È stato autorevolmente evidenziato dalla Cassazione che il piano dei requisiti soggettivi e oggettivi per accedere alle tecniche di fecondazione eterologa, secondo la legge italiana, non può essere separato dal piano della tutela dei diritti del nato, vista l'unitarietà della disciplina.

AIAF news regionale     29 luglio 2022

www.aiaf-avvocati.it/articolo/689/nell-atto-di-nascita-non-possono-essere-indicate-quali-genitrici-la-mamma-biologica-e-quella-cd-d-intenzione-

 

CISF - CENTRO INTERNAZIONALE DI STUDI SULLA FAMIGLIA

Newsletter CISF -n. 29, 27 luglio 2022

ü  "Dopo di noi" in Lombardia. La regione Lombardia rilancia il programma "Dopo di noi" per le persone con disabilità e le loro famiglie, attraverso un convegno [qui il link all'intero evento - YouTube - 1 h 54 min]

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=0%3dDWGfHW%26x%3dZ%261%3dTJb%262%3dYJeKV%267%3dE7M2P_5tew_F4_4xfs_DC_5tew_E99T0.R1R7NnB.pHy_Odvb_YsPmQpA_4xfs_EC9_Kczc_VpYWlcxXBcVtc_4x8n4mfs_DcyB5Q_5tew_F7bsLqACKvakJHoLGM9i8n7rAhFN_Q5rz-Sa_4xfs_Dc7_Kczc_VpYFL%26p%3dJ8L80E.GqQ%26vL%3dHgFY in cui è in cui è stato fatto il punto delle iniziative in atto [qui il link alla pagina istituzionale].

www.lombardiafacile.regione.lombardia.it/wps/portal/site/Lombardia-Facile/dopo-di-noi/famiglie

 Il progetto “Dopo di Noi” è un percorso di sostegno e affiancamento a favore delle persone con disabilità e delle loro famiglie, fortemente orientato a garantire la loro autonomia e indipendenza e a mantenere il più possibile la persona nel proprio contesto di vita [qui la clip di presentazione - Facebook - 1 min 6 sec]

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=8%3dOaEdSa%26v%3dX%26B%3dXHZ%26C%3dcHcVZ%265%3d6y8kCHQzN_Fxcu_Q8_2vqw_BA_Fxcu_PCp7.K8486_Oaxn_Yp0Eb7UzEmyw_Oaxn_Yp%269%3dAR3Q1Y.x0H%26F3%3daXZF

ü  Comitato scientifico CISF, i progetti e le piste di ricerca emersi nella riunione del 13 luglio. È stata una riunione operativa, di aggiornamento e confronto, quella del Comitato Scientifico CISF, che si è incontrato online il 13 luglio per un coordinamento sui lavori di pubblicazione del nuovo "CISF Family Report 2022" (Famiglia&Digitale. Costi e opportunità, in pubblicazione per San Paolo il 30 novembre), ma anche di confronto sui tanti temi emergenti riguardanti la famiglia in Italia, dalla tenuta delle relazioni familiari alle nuove povertà educative, dal malessere giovanile all'influenza che l'assetto urbano delle città e il mercato immobiliare esercitano sulla vita e sui progetti di futuro delle famiglie [qui l'articolo]

https://cisf.famigliacristiana.it/cisf/cisf-news/articoloCISF/cisf-family-report-2022-relazioni-digitale-abitare-i-temi-emersi-dal-comitato-scientifico-cisf.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_27_07_2022

ü  Amalfi. Seconda giornata mondiale dei nonni e degli anziani. L'incontro di Amalfi del 23 luglio 2022  "L'Italia, un paese dalle culle vuote e dai capelli bianchi", è stata una preziosa occasione per un incrocio di temi e di approcci attorno alla grande sfida di tutelare, promuovere e valorizzare le persone anziane, considerandole cittadini a pieno titolo, portatori di diritti, ma soprattutto serbatoio formidabile di energie e risorse per le famiglie e per la società. L'evento è stato organizzato all'interno delle celebrazioni per i 90 anni di Famiglia Cristiana ("anche lei in qualche modo una nonna per le famiglie italiane", ha suggerito Mons. Vincenzo Paglia). Qui una riflessione  di sintesi del direttore Cisf (Francesco Belletti), intervenuto ad Amalfi, sulle implicazioni dei temi discussi rispetto alle scelte strategiche che il nostro Paese dovrà affrontare per favorire una alleanza intergenerazionale.

Materiali, relazioni e altri commenti a questa pagina del sito di Famiglia Cristiana.

www.famigliacristiana.it/articolo/pensare-per-generazioni-valorizzare-ogni-eta-la-sfida-sociale-del-sistema-italia.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_27_07_2022

ü  Kenya/ il "children act" riapre le adozioni internazionali. Dopo l'approvazione parlamentare, il presidente Uhuru Kenyatta ha firmato la promulgazione del Children ACT, la legge sulla tutela e la cura dell’infanzia in Kenya, che prevede la cancellazione della moratoria di 20 anni per le adozioni internazionali (che era stata introdotta dalla Camera dei Deputati nel 2014). Ne dà notizia AiBi, che insieme ad altre organizzazioni della società civile si è impegnata localmente perché il testo venisse approvato con carattere d'urgenza prima della scadenza della legislatura. Nella sua concreta applicazione, la nuova legge darà la possibilità a migliaia di bambini abbandonati di essere adottati e trovare una famiglia.

www.aibi.it/ita/kenya-adozione-verso-lapprovazione-definitiva-del-children-act-ladozione-internazionale-e-salva/

ü  Via libera al decreto sulla conciliazione dei tempi di vita e lavoro. Il 22 giugno scorso il governo ha dato il via libera definitivo al decreto legislativo che (recependo la Direttiva Europea 1158 del 2019) promuove il miglioramento della conciliazione tra i tempi della vita lavorativa e quelli dedicati alla vita familiare per tutti i lavoratori che sono genitori e/o caregivers, al fine di conseguire una più equa condivisione delle responsabilità tra uomini e donne e di promuovere un'effettiva parità di genere sia in ambito lavorativo, sia familiare. Per leggere tutte le importanti novità del provvedimento, qui la scheda del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

www.lavoro.gov.it/priorita/Pagine/Ok-Cdm-a-dlgs-proposti-da-Orlando-che-recepiscono-direttive-UE-lavoro-trasparente-ed-equilibrio-vita-lavoro.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_27_07_2022

ü  FVG/entro il 31 dicembre è possibile richiedere la "dote famiglia". Sono aperti i termini per richiedere "Dote Famiglia", il nuovo contributo regionale che rimborsa le spese sostenute dalle famiglie per la frequenza di servizi educativi, ludici e ricreativi extrascolastici da parte dei figli minori. Dote Famiglia può essere richiesta da nuclei famigliari titolari di Carta Famiglia, con ISEE fino a 30mila euro e residenti in Friuli Venezia Giulia da almeno 24 mesi continuativi. Il contributo stanziato per il 2022 è pari a 500 euro per ogni figlio minore, con maggiorazioni o riduzioni a seconda dei requisiti del nucleo famigliare

www.regione.fvg.it/rafvg/cms/RAFVG/famiglia-casa/politiche-famiglia/FOGLIA44

ü  Anziani, torna "aperti per ferie" di AUSER. Con l’estate 2022 torna la campagna estiva dell’Auser “Aperti per ferie” con tante occasioni rivolte agli anziani soli di socializzazione, turismo sociale, cultura. Si tratta di iniziative per contrastare la  solitudine e l’isolamento che, anche a causa della pandemia, hanno segnato la vita di molti anziani. Sul sito www.auser.it è possibile consultare la sezione “le sedi” per contattare la struttura più vicina, e nella sezione speciale “Aperti per ferie”, si trova l’elenco delle attività organizzate nei vari territori dal volontariato e dagli enti locali. Attivo sette giorni su sette dalle 8 alle 20 anche il numero verde del Filo d’Argento 800-995988 per richiedere sostegno o semplicemente avere informazioni.

ü  Percorsi di formazione

  • Giovani: summer school "sorella pace". Le suore agostiniane di Pennabilli, in collaborazione con l'Osservatorio Giovani dell'Istituto Toniolo di Milano e la Diocesi di San Marino e Montefeltro ospiteranno presso il loro monastero una Summer School dedicata ai giovani, sul tema "Sorella Pace" (2-4 settembre 2022)                                          https://esplorazioni.blog/2022/07/05/summer-school-sorella-pace

ü  Dalle case editrici

  • Occhipinti, C.C.., Se d'io vuole, Albaccara, Busto Arsizio (VA), 2018, p.110
  • Pappalardo, L.G., Pappalardo, M., Zitto e mangia! Ricette per l'educazione e la buona tavola, San Paolo, Cinisello B. (MI), 2022, p.176
  • Pierangelo Sequeri, L’iniziazione. Dieci lezioni sul nascere e morire, Vita e Pensiero, Milano 2022, pp.200

Una lettura alta, che si presta (un po’ come l’ascolto musicale) anche a una ripetuta ripresa del testo, per una necessità di assimilazione, per il bisogno di entrare “piano” sui temi dell’esistenza e farne un percorso di riflessione. I dieci capitoli che costituiscono “L’iniziazione” affrontano l’enigma del senso della vita: il professor Sequeri apre – senza preamboli - con le domande che, più o meno intimamente, ognuno di noi si pone. “Che cos’è nascere e morire, realmente, per l’io?” (...) (Benedetta Verrini)

https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=7%3d5aDc9a%26u%3dW%26r%3dXGY%26s%3dcGbBZ%264%3dBxQyM_vxbt_78_1uWw_A0_vxbt_6C6Q1.CjGmDuCe01CwQr5r8.rN_vxbt_6Cv9hFj_LUzY_VjMm0_vxbt_6ClCw5e8jC_1uWw_A06YlCwCw91PAc-eIu9k83IpFkLm.Mm0%26h%3dJ4Mz0A.HiQ%26rM%3d0gBZ

ü  Save the date

  • Manifestazioni (Verona) - 28 luglio/11 agosto 2022. "La Città dei ragazzi", rassegna di eventi a misura di famiglia organizzati dalla Fondazione Aida a Forte Gisella (Verona): spettacoli, tour guidati e incontri

www.fondazioneaida.it/rassegna/la-citta-dei-ragazzi-2022-eventi-famiglie-verona-forte-gisella

  • Eventi (Rimini) - 20/25 agosto 2022. “Una passione per l’uomo”, 43ª edizione del Meeting di Rimini. La manifestazione, che si svolgerà presso la Fiera di Rimini, sarà ricca di tavole rotonde, mostre, spettacoli e iniziative culturali, trasmessa anche in diretta su più canali digitali e in più lingue

www.meetingrimini.org/edizioni/edizione-2022/tema-2022

  • Seminario (Web-Brescia) - 13 settembre 2022 (14.00-17.00). "Lavoro sociale con adulti in condizioni di disagio: sfide e prospettive nei territori bresciani", organizzato dall'Università Cattolica del Sacro Cuore

https://brescia.unicatt.it/evt-lavoro-sociale-con-adulti-in-condizioni-di-disagio-sfide-e-prospettive-nei-territori-bresciani

  • Convegno (Milano) - 17 settembre 2022 (8.30-17.00). "Born to love. Sii innamorato", convegno nazionale di Counseling spirituale, in cui saranno illustrati anche i dati di richiesta spirituale durante la pandemia. Organizzato dall’Istituto Superiore di Scienze Religiose (via Cavalieri del Sacro Sepolcro 3), la Scuola di Alta Formazione Milan Insight School, con il patrocinio del Graduate School of Religion & Religious Education (Fordham University – NY)                                               www.spiritualcounseling.it/programma
  • Convegno (Roma) - 22/24 settembre 2022. "Umani e altri viventi", a cura della Pontificia Università Gregoriana.                       www.unigre.it/it/eventi-e-comunicazione/eventi/calendario-eventi/umani-e-altri-viventi
  • Webinar (It) - 27 settembre 2022 (18.00-19.00). “Cambiamento climatico ed ecologia integrale”, a cura del centro di Ateneo per la Dottrina Sociale della Chiesa dell'Università Cattolica di Milano e l'Osservatorio Giovani dell'Istituto Toniolo

www.rapportogiovani.it/webinar-cambiamento-climatico-ed-ecologia-integrale

Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

Archivio   http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

https://a4e9e4.emailsp.com/f/rnl.aspx/?fgg=_yxus/e-ge=s/fh0=nxv49a1:a=li4788b&:e4a&x=pp&y_ged5nag/:i4-7d=v_xwNCLM

 

CHIESA IN GERMANIA

Germania: Dbk, pubblicato l’opuscolo di sintesi sulla Chiesa cattolica a uso delle diocesi

La Conferenza episcopale tedesca (Dbk) ha pubblicato un documento di sintesi dal titolo “Chiesa cattolica in Germania – Fatti e cifre 2021/22” con i dati delle statistiche della chiesa. L’opuscolo fornisce informazioni sui dati per il 2021 e gli sviluppi attuali fino all’anno 2022. I dati chiave delle diocesi, che la Conferenza episcopale tedesca ha pubblicato il 27 giugno 2022, sono stati preparati per dare un aiuto al lavoro pastorale nelle diocesi.

I quattro temi principali proposti sono caratterizzati dalla situazione di tensione della Chiesa e della società in Germania e nel mondo; allo stesso tempo, mostrano le prospettive cristiane: Chiesa, gioventù e digitalizzazione – Etica cattolica della pace – Pastorale dei pellegrini all’estero. È presente anche un contributo del Vescovo del Limburgo, mons. Georg Bätzing, presidente della Dbk, sul tema dell’abbandono: “chiesa: un campanello d’allarme”. Mons. Bätzing, nel suo intervento, sottolinea che quando i credenti particolarmente devoti lasciano la Chiesa, bisogna riflettere: «Spesso si occupano da tempo della comunità, della liturgia e della carità, e queste persone si allontanano in profonda delusione, alcuni aggiungono espressamente: ‘salvare la mia fede e guarirla per poter vivere’. Mi fa solo male sperimentarlo”. Tuttavia, il vescovo Bätzing sottolinea: “La chiesa è sostenuta da un’idea forte, (…) dall’affascinante figura di Gesù Cristo e dal suo vangelo liberatore. Sono d’accordo sul fatto che senza la chiesa questo vangelo si esaurisce rapidamente; ha bisogno di un quadro istituzionale per essere portato avanti”.

Nel contributo Etica cattolica della pace, viene sottolineata la priorità dei mezzi non violenti nell’impegno per la pace. Vari ambiti della pastorale e ambiti speciali come la Caritas, i media, le organizzazioni culturali e assistenziali e le donne nella Chiesa sono solo alcuni degli altri temi che si possono trovare nell’opuscolo oltre ai dati statistici ecclesiali.

Agenzia SIR 22 luglio 2022

www.agensir.it/quotidiano/2022/7/29/germania-dbk-pubblicato-lopuscolo-di-sintesi-sulla-chiesa-cattolica-a-uso-delle-diocesi

 

CHIESA IN ITALIA

Per le chiese è tempo di rivoluzione domestica

La parola 'duomo' deriva da domus, casa. E 'cattedra' da cathedra, vocabolo greco passato al latino che (lo sanno bene i dialetti del nord, che lo conservano in 'cadrega') voleva dire semplicemente 'sedia'. Alle origini degli spazi della Chiesa c’è una dimensione domestica. È la casa il luogo della riunione dei cristiani, al punto che è l’assemblea, l’ecclesia, a dare il proprio nome allo spazio del culto, e non viceversa. La crescita della comunità, prima ancora dell’amplificarsi dell’apparato rituale, ha fatto nascere il desiderio di spazi per la liturgia più grandi e maestosi, sul modello (di nuovo, secolare e civile) della basilica.

Ma la casa come abitazione della comunità e luogo di accoglienza può tornare a essere un 'modello' per l’architettura religiosa? E in quali termini? Ne parla il teologo don Severino Dianich in un lungo contributo pubblicato nel nuovo numero di 'Thema', rivista dei beni culturali ecclesiastici (disponibile sul sito www.themaprogetto.it), dedicato a 'ecclesiologia e architettura'. Un tema fondamentale ma spesso poco focalizzato nel dibattito, come se sfuggisse il fatto che la forma di una chiesa è prima di tutto forma della Chiesa.

Don Dianich, cosa comporta riportare al centro l’idea di casa come paradigma della progettazione per la chiesa?

Significa rimettere a fuoco la questione del culto cristiano. Il cristianesimo ha desacralizzato molti aspetti della religione, e fortemente. Basta leggere la Lettera agli Ebrei, o osservare lo stile con cui Gesù si rapporta con il tempio di Gerusalemme. O ancora la Prima lettera ai Corinzi, dove Paolo afferma che il «vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo». Questa è stata una linea forte, ripresa per altro dal Concilio Vaticano II che ignora divieti sacrali, ma storicamente annebbiata da processi di risacralizzazione che hanno investito liturgia, ministero dei pastori e infine i luoghi stessi. Si parla ancora spesso di 'consacrazione' di una chiesa, quando il termine corretto è 'dedicazione': come se i muri fossero i portatori della consacrazione, quando invece lo sono i fedeli. Nei processi di sacralizzazione dei luoghi è stata determinante la tradizione, che si rivela solo nel II millennio, della conservazione dell’eucaristia, che rende la chiesa luogo di una presenza. Ma è la celebrazione liturgica che rende casa di Dio la casa della Chiesa.

In effetti si parla di architettura sacra, di spazio sacro: ma spesso questo 'sacro', non solo dagli architetti, è considerato come un valore autonomo. Usiamo dunque un termine sbagliato? O meglio: in cosa consiste lo specifico del sacro cristiano?

Il sacro cristiano coinvolge la persona, come è stato in Gesù, che non era sacerdote. Il culto della vita e l’offerta del corpo spostano il senso della sacralità dai luoghi e dalle cose alla vita umana. Questo è il senso del Nuovo Testamento. Ciò non significa che il cristianesimo abbia abolito la ritualità, che anzi acquisisce tonalità e modalità diverse. Il compito dell’architetto è realizzare un luogo per le riunioni dei cristiani nel quale si possa percepire il senso della presenza di Dio, dove si possa vivere e agire alla presenza di Dio in atteggiamento di adorazione. Inoltre lo spazio della chiesa ha bisogno di essere diverso: c’è un culto nella vita e c’è un culto nel rito. Che però sono tra loro correlati. Dal punto di vista compositivo, gli spazi delle attività della comunità devono essere considerati parte essenziale della chiesa: non una aggiunta, un supplemento come invece accade. Questo rapporto tra rito e vita deve essere spazialmente espresso. Vedo il successo di nuove cappelle nella natura, luoghi magari riusciti ma che suggeriscono un senso di altrove isolato. Il carattere della chiesa è essere casa degli uomini. L’abitazione di una comunità.

In questo senso l’idea di casa nella sua riflessione riallinea anche la presenza urbana del complesso ecclesiale e di conseguenza il suo abitare la dimensione pubblica e sociale.

I committenti si proiettano sullo spazio interno, perché lì è il nodo della riforma liturgica del Vaticano II: uno spazio per accogliere una assemblea e favorirne la partecipazione attiva. Ma a livello conciliare l’esterno ha la stessa importanza. Non lo troviamo nella Sacrosanctum Concilium ma nella Gaudium et spes e nella Lumen gentium: la Chiesa non è più pensabile al di fuori del suo rapporto con il mondo. Un fatto questo che investe la dimensione urbana e pubblica del complesso ecclesiale. Ma come? A mio parere non è più possibile la monumentalità, a partire dal fatto che non è più possibile la centralità: non si costruisce più una città a partire dalla chiesa. Oggi l’esterno è per la testimonianza evangelica.

Eppure l’aspirazione alla monumentalità è ancora ricorrente, tanto tra i committenti quanto tra gli architetti.

Sì, è diffusa e credo vada superata. Abbiamo due esempi abbastanza recenti: la chiesa del Sacro volto a Torino, di Mario Botta, e la chiesa di Fuksas a Foligno. Quest’ultima in particolare è un esempio classico di un edificio enorme e isolato in un abitato di case basse. Che senso può avere? La caratteristica che la Chiesa si dà nella sua evoluzione pastorale è accoglienza e ospitalità. L’edificio invece incute timore, si pone come superiorità, qualcosa che aliena.

Esiste però tutto un patrimonio architettonico storico, e non necessariamente monumentale, che per ovvi motivi storici si fonda su prospettive diverse da quelle che lei racconta. Il suo 'riorientamento' chiama in causa il tema, che tante polemiche suscita, degli adeguamenti liturgici.

Nell’adeguamento liturgico il rispetto del patrimonio recepito incontra l’innovazione. Prima di tutto è assurdo negare l’innovazione, ce lo dice l’esperienza della stratificazione storica. Ma i criteri applicati dalle soprintendenze, che spesso ignorano le esigenze della liturgia, sono in genere molto conservatori. Detto questo, subentra il problema delle forme: quali? E come innestarsi? All’architetto si richiede di capire il clima complessivo nel quale collocarsi. La comunità cristiana non può vivere e celebrare sempre in ambienti arcaici, eppure è spesso la prima ad avere paura del nuovo. Mi pare che, più in generale, ritorni qui il problema della sacralità. Il sacro è intoccabile per definizione. Quanto più domina il senso della sacralità delle cose tanto più si crea il blocco a qualsiasi innovazione.

L’abitare, in particolare nei grandi sistemi urbani, è molto cambiato, si è rinomadizzato. Lei cita il caso francese delle maison d’Eglise, rivolte a comunità che si costituiscono in modo temporaneo, al di fuori della struttura della parrocchia.

In questo fenomeno bisogna tenere presente un elemento determinante, ma non sufficientemente entrato nella coscienza: il bisogno di luoghi di evangelizzazione. La chiesa parrocchiale è il luogo di una comunità costituita, una Chiesa piantata, una Chiesa che ha tutto, cattedrale e vescovo compresi. Questa presenza nella città è insufficiente, perché non corrisponde a una società a cui portare la novità del vangelo. Le maison d’Eglise sono la punta avanzata della Chiesa nella città, dove si cerca spazialmente l’incontro con chi è estraneo. Sono uno spazio di offerta del vangelo, dove non è necessario celebrare l’eucarestia. Ma questi spazi sono complementari a quelli tradizionali. La punta avanzata di evangelizzazione avrà bisogno che una persona, nella felice eventualità che acceda alla fede, possa abitare poi nella casa di famiglia, una comunità completa e costituita.

In un’epoca in cui l’edificio di culto non è più il cuore delle città bisogna saper tornare al concetto di casa della comunità, accogliente e spontanea. Parla il teologo Severino Dianich, esperto di ecclesiologia «La monumentalità ha perso di senso Gli architetti pensino luoghi per le riunioni dei cristiani dove vivere e agire alla presenza di Dio, in uno stretto rapporto fra rito e vita».

                Intervista a Severino Dianich, a cura di Alessandro Beltrami  “Avvenire”  27 luglio 2022

www.avvenire.it/agora/pagine/per-le-chiese-tempo-di-rivoluzione-domestica

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202207/220727dianichbeltrami.pdf

 

CITTÀ DEL VATICANO

Stop alle speculazioni finanziarie. Nuove regole per gli investimenti

Sono in arrivo nuove regole per gli investimenti finanziari in Vaticano: è quanto ha annunciato nei giorni scorsi la Segreteria per l’Economia con un comunicato nel quale ha delineato gli aspetti fondamentali della riforma. Si chiude così un altro capitolo di opacità, cattiva gestione, assenza di trasparenza nelle finanze d’Oltretevere; le nuove norme, infatti, entreranno in vigore a partire dal prossimo settembre.

Mentre è ancora in corso in Vaticano il processo per il mega investimento fallimentare realizzato con i fondi della Segreteria di Stato per la compravendita di un immobile di lusso a Londra in Sloane Avenue, la Santa Sede cerca di porre un freno alle abitudini speculative maturate in lunghi decenni di assenza di controlli nei corridoi dei dicasteri vaticani. Di certo l’affare londinese conclusosi con una perdita di circa 140 milioni di euro per le casse vaticane, ha dato un impulso affinché venisse posto uno stop a improvvisazioni, clientelismi, gestioni sospette dei fondi.

                Il cammino tortuoso della riforma. D’altro canto la riforma finanziaria è stata portata avanti negli oltre 9 anni di pontificato da papa Francesco, in modo non lineare, fra sperimentazioni, passi falsi, conflitti di potere interno – in primo luogo quello fra Segreteria di Stato e Segreteria per l’Economia e poi anche fra quest’ultima e l’Apsa (Amministrazione patrimonio sede apostolica) – a testimonianza che toccare le risorse economiche era uno dei passaggi più delicati dell’intera impalcatura della riforma più complessiva della Curia vaticana. A ciò si aggiunse poi il coinvolgimento del “ministro delle finanze” di Francesco, il card. George Pell (ex prefetto della Segreteria per l’economia), nello scandalo degli abusi sessuali; prima nella veste di corresponsabile nell’insabbiamento di casi avvenuti in Australia (Paese d’origine del cardinale), poi lui stesso incriminato per un abuso sessuale avvenuto diverso tempo fa. Per quest’ultima vicenda, Pell dovette lasciare il Vaticano e l’incarico che ricopriva per sottoporsi al giudizio di un tribunale nello stato di Victoria, in Australia. Alla fine di un lungo iter giudiziario è stato assolto.

Di certo la fuoriuscita del porporato incaricato dal papa di ridisegnare le finanze vaticane, ha rallentato non poco il processo di riforma. Dopo di lui è stato chiamato dal papa alla guida della Segreteria per l’Economia, il gesuita Juan Antonio Guerrero Alves che forse con più capacità di mediazione e senza clamori ha portato a termine un pezzo importante della riorganizzazione economica d’Oltretevere. Parallelamente, altri enti della Santa Sede – dallo Ior all’Apsa – hanno affrontato cambiamenti importanti relativi alla trasparenza e all’adeguamento gli standard internazionali in materia di antiriciclaggio.

Tutelare il patrimonio della Santa Sede. In concreto, quest’ultima novità normativa, relativa agli investimenti, stabilisce che «dal primo settembre prossimo si avvierà una nuova politica unitaria per gli investimenti finanziari della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano, che saranno disciplinati da una Politica di Investimento». Questa nuova policy si spiega, è stata discussa «nel Consiglio per l’Economia e con specialisti del settore, è stato indirizzato ai capi dicastero della Curia e ai responsabili delle istituzioni e enti collegati alla Santa Sede dal Prefetto della Segreteria per l’Economia, Padre Juan Antonio Guerrero Alves». Nel merito «la nuova Politica di Investimento intende far sì che gli investimenti siano mirati a contribuire ad un mondo più giusto e sostenibile; tutelino il valore reale del patrimonio netto della Santa Sede, generando un rendimento sufficiente a contribuire in modo sostenibile al finanziamento delle sue attività; siano allineati con gli insegnamenti della Chiesa Cattolica, con specifiche esclusioni di investimenti finanziari che ne contraddicano i principi fondamentali, come la santità della vita o la dignità dell’essere umano o il bene comune». «In tal senso – afferma la Segreteria per l’Economiaè importante che siano finalizzati ad attività finanziarie di natura produttiva, escludendo quelle di natura speculativa, e soprattutto siano guidati dal principio che la scelta di investire in un luogo piuttosto che in un altro, in un settore produttivo piuttosto che in un altro, è sempre una scelta morale e culturale». Dal punto di vista de metodo, «le istituzioni curiali dovranno affidare i loro investimenti finanziari all’Apsa, trasferendo la propria liquidità da investire – oppure i propri titoli depositati presso banche estere o presso lo stesso Ior – al conto dell’Apsa predisposto allo Ior per questa finalità. L’Apsa in quanto istituzione che amministra il patrimonio della Santa Sede, istituirà un unico fondo per la Santa Sede in cui confluiranno gli investimenti nei diversi strumenti finanziari e disporrà di un conto per ogni istituzione, elaborando il reporting e pagando i rendimenti».

                Vietati investimenti eticamente non accettabili. Non solo: «il nuovo Comitato per gli Investimenti, istituito con la Prædicate Evangelium (la nuova costituzione apostolica che riforma la Curia, ndr), svolgerà – tramite l’Apsa – le adeguate consultazioni volte a implementare la strategia di investimento e valuterà l’adeguatezza delle scelte, con particolare attenzione alla conformità degli investimenti effettuati ai principi della Dottrina Sociale della Chiesa, nonché ai parametri di rendimento e di rischio secondo la politica di Investimento».

Rilevante è il ruolo che ricoprirà il Comitato per gli Investimenti nel definire gli obiettivi finanziari; l’organismo – presieduto dal cardinale americano Kevin Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici – ad esempio «deve fornire una lista dei Paesi da evitare in relazione agli investimenti», sulla base anche di informazioni fornite dall'Asif (Autorità di Sorveglianza e Informazione finanziaria); sono poi escluse «operazioni finanziarie tipiche di strategie speculative», come pure gli «investimenti che si basano sul calo dei prezzi delle attività finanziarie o sul fallimento di terzi» (vietato lo short selling [vendita allo scoperto]), sono proibiti gli investimenti «attraverso veicoli finanziari non soggetti all'adeguato controllo dei regolatori ufficiali», quindi «le transazioni in mercati e prodotti finanziari alternativi, privi di adeguata liquidità». Sono proibiti «gli investimenti in prodotti finanziari che, non essendo socialmente accettabili, possono danneggiare la missione della Chiesa».

Il Comitato può quindi «ampliare» la lista di settori prodotti e tecnologie esclusi dagli investimenti, come «pornografia e prostituzione; gioco d'azzardo; armi e industria della difesa; centri sanitari pro-aborto; laboratori o aziende farmaceutiche che producono prodotti contraccettivi e/o lavorano con cellule staminali embrionali». Elencati anche gli investimenti «che non sono esclusi ma che devono essere generalmente evitati»: e cioè «investimenti speculativi in materie prime; investimenti speculativi nell'industria petrolifera e mineraria; investimenti nell'industria dell'energia nucleare; investimenti in società di produzione di bevande alcoliche». Requisiti positivi per indirizzare gli investimenti sono invece «il fattore ambientale: si investirà in attività finanziarie i cui emittenti siano rispettosi dell'ambiente nelle loro attività commerciali».

Quindi «il fattore sociale: attività finanziarie i cui emittenti (...) producano un impatto positivo sulla comunità al fine di sradicare la disuguaglianza in tutte le sue manifestazioni». E ancora, «il fattore governance: si investirà in attività finanziarie emesse da aziende che offrono una gestione onesta, affidabile, trasparente, prudente e fiscalmente responsabile».

Francesco Peloso            Adista Notizie n° 28       30 luglio 2022

www.adista.it/articolo/68432

 

COVID 19

Bonus psicologo/ Crepet: misura fuori tempo massimo, inutile e forse dannosa

Da ieri, 25 luglio, andando sul sito dell’Inps si potrà fare domanda per ottenere il bonus psicologo. Di cosa si tratta? È un sostegno economico, inserito con molta fatica nel Pnrr, pensato per tutti coloro che, a causa dell’emergenza pandemica e della conseguente crisi socio-economica, si trovano in una condizione di depressione, ansia, stress e fragilità psicologica, e che siano nella condizione di beneficiare di un percorso psicoterapeutico.

Tutto bene dunque? Non esattamente, a cominciare dal sostegno economico vero e proprio. Chi un po’ se ne intende sa che un percorso di terapia psicologica è estremamente costoso, la mutua dà la possibilità di fare cinque sedute a carico della sanità, ma cinque sedute non sono assolutamente nulla, trattandosi di percorsi che spesso durano tutta la vita. Così tantissime persone rinunciano. Per quanto riguarda il bonus, invece, il beneficio è riconosciuto una sola volta alle persone con un reddito Isee valido e non superiore a 50mila euro. Le persone con Isee inferiore a 15mila euro (fino a 50 euro per ogni seduta) potranno contare su un importo massimo di 600 euro; quelle con Isee compreso tra 15mila e 30mila euro su un importo di 400 euro, e per quelle con Isee superiore a 30mila ma inferiore a 50mila il beneficio è di 200 euro. Stiamo parlando di cifre che significano due, al massimo tre sedute, dunque nulla.

C’è poi l’approssimazione con cui si dovrà scegliere un professionista che, come ci ha detto in questa intervista lo psicologo Paolo Crepet, specializzato in problematiche educative giovanili, “è una scelta fondamentale, ma chi la farà? Sulla base di quali considerazioni? Attenzione, perché con un ragazzo, a cui si rivolge soprattutto questa misura perché i giovani sono stati i più colpiti dal lungo lockdown, basta sbagliare una parola e si ottengono risultati devastanti. È una misura che potrebbe rivelarsi molto pericolosa. Ci aveva già pensato Macron ed è stato un fallimento”.

Bonus psicologo, una terminologia inquietante: secondo lei è una misura davvero necessaria? Sarà di aiuto?

                È una misura fuori tempo massimo, inutile e potenzialmente dannosa.

Perché?

Chi è che sceglie lo psicologo, sulla base di quali qualità del professionista? I rapporti con gli adolescenti li conosco su me stesso in quanto esercito con loro da decenni e sono delicatissimi, basta sbagliare una parola e si creano rotture e danni gravi. L’adolescente è un cristallo, basta sbagliare una parola per giocarsi la relazione.

La legge prevede ci sia un albo di professionisti, che danno la loro disponibilità, da cui scegliere. Non è abbastanza affidabile?

Ma chi decide che deve mandarti dallo psicologo? Lo zio, il papà? Sembra di assistere a una scena da armata Brancaleone. Ti mandano dallo psicologo o dallo psichiatra, che non si sa chi è; io faccio lo psichiatra, ma non siamo tutti uguali. Cominciamo a dire: chi è lo psicologo, che formazione è, che esperienza ha. C’è una superficialità inaccettabile in tutto questo.

                Tra l’altro la somma messa a disposizione è alquanto bassa, sapendo quanto costa una seduta terapeutica, no?

Appunto, è una mancetta dello Stato, di questo Stato che deve sempre gettare briciole anche quando stiamo parlando di casi di sofferenza insostenibile. Dovevamo pur trovare una sorta di cioccolatino da regalare ai ragazzi. Questo bonus nessuno capisce da chi viene dato.

Da tempo le scuole hanno il cosiddetto sportello psicologo, un professionista che segue i ragazzi. Come giudica quell’esperienza?

In molti casi quelle persone sono state dei disastri come insegnanti e i genitori lo sanno. Non voglio generalizzare, ci sono anche bravi professionisti, ma molti si sono comportati in mondo terribile. Non si dica che lo sportello psicologo nel suo complesso sia stato di aiuto. Se un professionista è bravo ti dà una mano, se non è bravo ti distrugge. Chi vuole correre questo rischia alzi la mano, io non la alzo.

Anche il preside della facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano Alessandro Antonietti è critico, dice che si sarebbe dovuto pensare ad altre modalità: ma quali?

                Non mi sorprende che lo sia, chi è un serio professionista non può non esserlo. Ad esempio si sarebbe dovuto istituire centri di aiuto per l’adolescenza, che sono una cosa diversa della chiacchierata di 40 minuti. Di questo stiamo parlando. Come detto questo bonus potrebbe essere molto pericoloso.

Paolo Vites        Il sussidiario                      26 luglio 2022

www.ilsussidiario.net/news/bonus-psicologo-crepet-misura-fuori-tempo-massimo-inutile-e-forse-dannosa/2379423

 

DALLA NAVATA

18° Domenica del tempo ordinario – Anno C

Quolèt                                 02,21. Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male.

Salmo                                   89, 14. Saziaci al mattino con il tuo amore: esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni. Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio: rendi salda per noi l’opera delle nostre mani, l’opera delle nostre mani rendi salda.

Paolo a Colossesi            03, 11. Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti.

Luca                                      12, 13. Uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».

Commento

Non dobbiamo vivere le cose grandi come se fossero assolute, dobbiamo viverle sapendo che esse sono limitate. Questa lezione di saggezza, interna alla fede, ci apre all’affermazione del sì. Quell’istinto di vita, quel principio di eros che è in noi è il punto di innesto della promessa che ci è stata fatta e di cui Gesù Cristo è come il segno, cancellato dalla potenza dell’uomo, ma restituito a noi dalla potenza di Dio con la resurrezione. Questo è il punto di innesto tra quello che sperimentiamo noi uomini, senza distinzione, in questa parità creaturale che ci mette tutti in linea. Di fronte ad una bara non c’è parola che possa essere convincente in quanto siamo tutti fermi ed immobili di fronte all’evidenza del no. E l’esigenza di vita che è come partorita di fronte alla perentoria onnipotenza del no, ha dalla sua parte la promessa di Dio.

La fede è questo. Mentre tutto imputridisce, l’uomo vecchio se ne va, è la categoria che Paolo usa per esprimere il principio di morte. L’uomo vecchio è infinite cose: non va inteso soltanto nel senso individuale ma anche nel senso collettivo. Noi siamo la generazione che ha sentito i primi brividi della corruttibilità della civiltà, delle grandi creazioni dell’uomo. Una nube è passata e ha fatto rabbrividire tutto. Noi siamo entrati, irrimediabilmente, in congiuntura morte anche come uomo collettivo. Il mondo è vecchio, la civiltà è decrepita, tutto ciò che l’uomo fa non fa che proiettare in grandi dimensioni la sua inestirpabile vecchiaia. Ma c’è qualcosa di nuovo che è nato. È nato in noi quest’uomo nuovo che aspira all’immortalità, all’integrità della bellezza, alla salvezza delle cose che riflettono in sé la dignità sublime della coscienza morale. Tutto questo non si può dire con parole appropriate perché l’uomo nuovo non ha vocabolario, non ha strumenti espressivi che sono tutti dell’uomo vecchio che se ne va. Lo sentiamo anche noi quando ripetiamo la fede con vecchie parole. Vorremmo parole nuove ma non le abbiamo e dobbiamo di continuo accettare questa specie di infanzia della novità, questo suo sillabare le certezze senza poterle trasformare in massicce e squadrate evidenze. È l’uomo nuovo che in noi cresce fino alla sua piena manifestazione.

Fede e speranza sono due facce di uno stesso atteggiamento. La certezza della fede è nella speranza. Le sue certezze non hanno l’oggetto corrispondente a sé, l’oggetto sfugge, è nel futuro. Per questo l’uomo nuovo cresce, è come una gestazione continua, è in quel limite tra il non essere e l’essere in cui si trova il bambino quando è ancora nel seno della madre. Non sa chi è, ma è, viene dal profondo passato biologico della specie ma già si affaccia all’alba dell’umanità. In questa cangiante realtà noi viviamo il nostro mistero tra morte e vita.

Questo è tutto ciò che possiamo dire. Le grandi parole della resurrezione si collocano in questa prospettiva dell’uomo nuovo come orientamenti, come aspirazioni, come punti di approdo che fanno rifluire dentro di noi la gioia dell’esistere. Più noi viviamo nelle profondità dell’esperienza, più crescono in noi i risentimenti perché le bellezze della creazione sono tutte circoscritte dalla vanità, come se un genio malefico avesse voluto esercitare il proprio estro suscitando creature appassionate del bello, ma costrette a morire con ciò che amano. La fede è come una riconciliazione con il principio delle cose che ha preparato per noi questa pienezza. Queste le riflessioni che mi veniva fatto di ripetermi questa mattina ad alimento della nostra saggezza e dell’equilibrio interno tra la perenne sapienza del no e la gracile potenza del sì. È questa la verità delle cose e Dio voglia che in noi questa crescita continui e continui secondo le proprie leggi: nell’umiltà, nella povertà dello spirito, perché per poter accettare queste cose, dobbiamo avere attraversato il muro di ombra del no. Quando si attraversa quel muro di ombra siamo veramente poveri. La cultura non conta niente, la ricchezza non conta niente, la giovinezza non conta niente quando si attraversa quel muro di ombra perché il neonato ed il decrepito sono contemporanei in quanto le distanze si annullano. Si è poveri della povertà creaturale. Siamo stati assottigliati dal no come un ciottolo da un fiume, siamo ridotti all’essenza. Quella è la povertà e solo da quella povertà il sì può nascere con purezza.

                               p. Ernesto Balducci, scolopio – da: “Gli ultimi tempi” vol. 3

www.fondazionebalducci.com/31-luglio-2022-18-domenica-tempo-ordinario-c/

 

DENATALITÀ

Denatalità: cambiamenti e ripercussioni tra società, famiglia ed individuo

1. Cambia la coppia. Le ripercussioni in famiglia. Negli ultimi decenni stiamo assistendo ad una mutazione repentina di quella che era la famiglia, nel contesto europeo, ma ancor di più in quello italiano, sino al secondo dopoguerra. Illustreremo in questo articolo alcuni dettagli e talune motivazioni che hanno innescato questa transizione che verte sulla modifica strutturale del nucleo domestico con conseguenze sul singolo e i suoi bisogni. Difatti la concezione moderna di padre e madre è conseguenza di un processo che inizia dalla persona e i suoi desideri e che di riflesso si ripercuote in famiglia. La coppia è scissa non solo quando ufficialmente separata o divorziata, ma ogni volta che i suoi componenti, nei processi decisionali, smarriscono il partner ed effettuano una differenziazione tra i propri desideri, ambizioni, obiettivi e le priorità che permettono la sussistenza di un nucleo familiare tradizionale. I dati ci dimostrano le conseguenze che tali modificazioni hanno su donne, uomini, anziani, figli e sull’individuo stesso. Nel particolare svilupperemo in questa circostanza alcune questioni concernenti la denatalità e le conseguenze che questa sta apportando sullo stile di vita, sulla cultura e sulla società del terzo millennio.

                Gli atti educativi e procreativi hanno da sempre ricoperto un ruolo centrale nel dibattito pubblico e privato perché nella prole vi è racchiuso il futuro stesso non solo della coppia, ma dell’intera popolazione afferente ad un certo territorio. Possiamo vedere ad esempio come nel contesto socioculturale precedente era presente comunque un controllo delle nascite, ma regolato dall’alta percentuale di morti pre/neonatali e infantili, difatti una madre concepiva normalmente il doppio dei figli rispetto a quelli che sopravvivevano come conviventi da accudire per garantire alla parentela un apporto di forza lavoro utile e proficuo per la sopravvivenza dei suoi membri. Al contrario oggi nei paesi europei riscontriamo una continua e graduale diminuzione dei componenti medi dei nuclei familiari nonostante si registri un drastico calo della mortalità infantile grazie all’efficacia di interventi e scoperte volti al miglioramento della salute pubblica e all’aumento del benessere economico. Avere un figlio non è più conveniente come in precedenza perché «implica una notevole perdita di reddito e, al tempo stesso, un notevole aumento della spesa familiare» perché il figlio è passato dall’essere considerato come forza lavoro e supporto per i vari lavori domestici a «puro e semplice consumatore» dunque la coppia necessita di differenti motivazioni trainanti per accettare una o più gravidanze altrimenti considerate addirittura dannose perché limitano la coppia, e in particolar modo l’individuo, economicamente e soprattutto nelle possibilità di autorealizzazione. Negli ultimi decenni riscontriamo pertanto un cambiamento socioculturale che ha provocato una modificazione di quelli che sono i parametri di pianificazione del disegno di vita più comuni andando ad influire attraverso una netta inversione nella classifica delle priorità e portando la carriera lavorativa tra i primi posti a discapito del formare una famiglia, in special modo sé numerosa.

2. La società educante. La società, la comunità e la famiglia, così come ogni individuo hanno funzione educante, risulta così che le scelte che vengono intraprese a livello istituzionale hanno ripercussioni sulla struttura valoriale degli individui. Nella società romana era molto importante l’abito inteso per definire lo stato o la condizione di una persona. In particolare poniamo in risalto come dall’infanzia sino all’adolescenza i giovani latini indossassero la toga prætexta, per passare poi alla toga virilis che indicava il passaggio alla fase adulta, verso i 16 anni. I giovani dopo un rito familiare erano consegnati dal padre ad un anziano di fiducia che avrebbe introdotto, dopo un anno di tirocinium fori, il giovane nella politica e nella società, portandolo così a divenire cittadino con diritti e doveri da assolvere in favore della famiglia e della comunità.

                In una società che aiuta a porre confini e dove l’individuo vive supportato dalla comunità la famiglia assume il suo ruolo di nucleo, un ruolo nevralgico, nel quale ogni individuo nella relazione con l’altro pone dei limiti, i propri, che definiscono ed aiutano l’essere a sviluppare strategie utili alla sopravvivenza ed all’immersione in società. Il limite è concepito dalla cultura moderna come qualcosa di negativo. Tutto punta al soddisfacimento del sé, così ciò che si frappone tra l’individuo ed il suo scopo diviene un ostacolo da arginare.

Crescono la dispersione scolastica, i comportamenti problematici ed a rischio tra gli adolescenti e la disoccupazione giovanile, ma allo stesso tempo molte industrie denunciano di non trovare operai. Ci imbattiamo in “giovani liquidi”, come direbbe Bauman, divenuti incapaci di stare nella difficoltà. Giovani indefiniti, educati ad un ascolto egocentrico dei bisogni. Definire, dal latino significa limitare. Definire/delimitare dal greco horizein (sostantivo: confine, limite dal greco horos) Con horos venivano chiamate anche le pietre di confine dei terreni, i limiti. Horos ha la stessa radice di horìzon (orizzonte). Il limite come orizzonte, l’orizzonte che delimita e contiene il panorama, che pur essendo chiaro e racchiuso non è statico ed immutabile.

                L’individuo si sta abituando a progettare in maniera egocentrica e, pensando di saltare o eliminare tutti gli ostacoli alla definitiva realizzazione, si aggroviglia in idee ed aspettative. La separazione, il divorzio e la denatalità minano non solo l’esistenza della famiglia presente, ma creano difficoltà nei figli nel generare a loro volta un proprio nido. Questo fa sì che la più grande “malattia” del nostro tempo sia la solitudine e l’individualismo.

                Dalla fine del XIX secolo l’urbanizzazione e l’industrializzazione hanno apportato un nuovo modo di vivere in comunità ed in società con effetti sul modo di agire dei singoli. Nel passaggio dalla società produttivista alla società dei consumi è mutata la concezione culturale e la rilevanza sociale della corporeità: il corpo ha convertito la sua funzione passando dall’essere uno strumento utile per giungere ad un obiettivo a risultare lui stesso l’obiettivo. Il corpo ha così assunto una centralità tutta nuova dalla quale consegue l’inversione della classifica dei bisogni considerati come primari e fondanti per l’essere. Il cambiamento sociale ha apportato una trasformazione nei singoli perché «la sindrome consumista è incentrata su un netto rifiuto del valore della dilazione, del rinvio della soddisfazione, su cui si fondava la società dei produttori». Dunque l’essere umano, che è portato ad eliminare ciò che risulta frustrante nell’immediato e perciò non più in grado di procrastinare la possibilità di ricevere benessere, a breve termine ed individuale a vantaggio di benefici a lungo termine che possano risultare positivi per la comunità, non considera un vantaggio tutto ciò che funge da elemento di intralcio per i suoi scopi e perdendo, in questa maniera, totalmente di vista la pazienza che contraddistingue l’artigiano, ovvero l’impossibilità di valorizzare il limite momentaneo per conseguire un risultato maggiormente auspicabile.

3. Educazione in famiglia. La letteratura sottolinea come la famiglia da nucleo psicologico “etico normativo sia divenuta nel periodo post-sessantotto una famiglia “affettivo-relazionale”. Se nella prima la responsabilità della quale i genitori si sentivano incaricati era un passaggio alla prole di norme, regole sociali, principi e valori che permettessero al bambino di vivere in una comunità, nella quale gli adulti ricoprivano un ruolo di guide educative; oggi i neo genitori si sentono investiti del compito di dover trasmettere affetto, accudimento e attenzione che spesso si manifesta attraverso un soddisfacimento dei bisogni manifestati dal figlio con lo scopo di eliminare o ridurre la frustrazione.

                Prima degli anni ‘70 la preoccupazione dei genitori era principalmente quella di fornire principi ed indicazioni alla prole per prepararla ad affrontare la vita, nella quale il rifiuto, il disagio e l’insoddisfazione dei bisogni e desideri assumevano aspetti etici ed educativi. L’educazione era indirizzata verso la responsabilizzazione dei figli verso i propri compiti e doveri anche nei confronti del proprio nucleo familiare. Dopo gli anni ‘70 la coppia genitoriale comincia ad assumere una funzione supportiva verso la prole, ponendosi come scopo la valorizzazione dei figli non tanto per prepararli ad affrontare la crescita e le nuove sfide e difficoltà che incontreranno, ma per renderli felici e realizzati. In essa l’educazione dei figli è direzionata essenzialmente verso l’autorealizzazione dell’individuo.

                Se l’asse educativo familiare risiede nell’autorealizzazione di ogni componente, il controllo delle nascite diviene un utile e funzionale strumento. Un ulteriore figlio aumenta la difficoltà della coppia genitoriale di offrire attenzione e affetto al proprio bambino, diminuendo anche le possibilità economiche attraverso le quali questo spesso si realizza. In questo contesto la fecondità è regolata e gestita per poter contenere il numero di nascite e decidere i tempi delle gravidanze: il neonato viene desiderato e caricato di aspettative e la procreazione diviene una scelta “affettiva ed intimistica”.

                Tutto ciò ha ripercussioni a livello di gestione dei comportamenti problematici dei giovani. Al riguardo Asha Phillips sostiene che i genitori hanno molte difficoltà a porre divieti e regole ai propri figli proprio per la difficoltà emotiva che sperimentano nel trattare con fermezza un bambino che si è atteso e desiderato per anni. In questo nuovo modello di famiglia emergono sempre più spesso figure quali il “genitore-amico”, che spesso manifesta atteggiamenti e comportamenti accondiscendenti, con cui è possibile parlare, confrontarsi, fare esperienze, a scapito però della responsabilità genitoriale della cura e della funzione educativa del divieto.

                Le famiglie nelle quali si registra un livello più alto di benessere psicologico tra adolescenti, tradotto in maggior autostima, ottimismo e soddisfazione di vita, risultano essere i nuclei nei quali sia il polo etico-normativo che affettivo-relazionale sono entrambi elevati, con una forte diminuzione di un tono dell’umore depresso e irritabile.

                Prendendo in considerazione questi dati emerge l’importanza di considerare come la prevalenza di un polo educativo a discapito dell’altro aumenti il disagio psicologico negli adolescenti, suggerendo di riesaminare anche la scelta della coppia di assumere un ruolo di esclusivo accudimento e appagamento dei bisogni del figlio a fronte di una maggiore libertà di poter scegliere e desiderare un maggior numero di figli.

4. Conseguenze psico-pedagogiche della denatalità. Il ridotto numero di figli genera conseguenze tangibili dal punto di vista della capacità relazionale causato in particolare dal depauperamento del confronto intergenerazionale. A causa del calo delle nascite oggi si vive una maggiore povertà relazionale nella fase della crescita; troviamo effettivamente un maggior numero di figli unici i quali, rispetto ai bambini con più fratelli, riceveranno meno stimoli, principalmente di carattere frustrante, e saranno sottoposti ad un minor numero di interazioni oltre a ricevere minor supporto un domani per accudire i genitori anziani ed avranno loro stessi scarsità di accudenti nella vecchiaia. Questo contesto genera un annuale incremento dei ricoverati presso case di cura che si ritrovano a trascorrere, al di fuori del loro nucleo originario, la loro vecchiaia e morte.

                Secondo Villanova: «Il bambino non è lo specchio dell’adulto: egli è un interlocutore privilegiato che ci costringe a crescere, se noi lo accettiamo». La separazione, il divorzio e la denatalità minano non solo l’esistenza della famiglia presente, ma creano difficoltà nei figli nel crescere e generare a loro volta un proprio nido Se manca l’educazione al limite, ovvero l’esempio di qualcuno che riveli la bellezza dell’attesa, della privazione momentanea, dell’accettazione della malattia e della sofferenza, l’individuo avrà serie difficoltà nel riuscire a condurre la sua esistenza verso l’“altro”, riconducendo tutto ciò che lo circonda alla mera soddisfazione personale.

                Nel fenomeno dell’adultescenza si descrivono adulti che non riescono ad avere un rapporto definito con i genitori, schiavi dei propri bisogni e incapaci nel gestire i comportamenti problema dei propri figli non avendo posto chiari confini. Sono adulti che hanno rinunciato alla responsabilità, non essendo più in grado di riconoscere nella maturità una cifra identitaria e desiderabile. Eppure «porre limiti ai propri figli genera sicurezza». La società è caratterizzata da individui sempre più soli, ma più socialmente connessi, tuttavia rimane necessario il continuo contatto con l’“altro”. La costruzione dell’identità personale in psicopedagogia non può essere ritenuto un fatto privato, ma pone inequivocabilmente il tema dell’intersoggettività, della continua oscillazione dell’individuo tra originalità e identificazione: «non c’è verso di sfuggire alla dipendenza strutturale dell’Altro».

In questo quadro psicoeducativo la natalità può essere una risposta proficua ed efficace per risanare l’individuo, la società e la famiglia, intervenendo trasversalmente su problematiche di coppia, giovanili e riguardanti la terza età. Avere un figlio è necessario che ritorni ad essere percepito come un valore e una risorsa sociale ed individuale.

46 note  e ampia bibliografia

Maria Scicchitano e Angelo Trecca          Fondazione Marco Vigorelli       giugno 2022

quaderni.marcovigorelli.org/2022/06/29/denatalita-cambiamenti-e-ripercussioni-tra-societa-famiglia-ed-individuo

 

DIVORZIO

Modifica dell'assegno divorzile

Corte di Cassazione, sesta Sezione civile, ordinanza n. 1983, 24 gennaio 2022

http://m.avvocatoandreani.it/allegati/cassazione/Cassazione-civile-ordinanza-1983-2022.pdf

Il procedimento di modifica delle condizioni di divorzio, è subordinato al peggioramento della situazione economica di un coniuge o al miglioramento dei quella dell'altro. A disciplinare il giudizio di revisione delle condizioni di divorzio è l'articolo 9 della legge dicembre 1970 n. 898.

La Corte di Cassazione con l'ordinanza del 24/02/2021 n. 5055 ha chiarito che il giudice, per valutare se la domanda di modifica può essere accolta determinando il contributo divorzile, deve considerare i tempi nei quali siano subentrate le difficoltà economiche, escludendo quelle domande che si fondano su condizioni che preesistevano alla pronuncia di divorzio. Ci si deve rifare agli stessi principi dettati per il riconoscimento dell'assegno, in particolare, deve essere valutato il contributo effettivo dato dal coniuge che richiede l'assegno al patrimonio familiare o a quello dell'altro coniuge durante la vita coniugale. Nel giudizio di modifica, il giudice deve anche accertare che il coniuge che ha il reddito minore non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento, in base ai fatti relativi al caso concreto da valutare con indici significativi.

La Suprema Corte di Cassazione (Cass. ord. 24/01/2022 n.1983/2022) ha stabilito che il riconoscimento del mantenimento successivo al divorzio si può ottenere solo se sussiste un cambiamento sopravvenuto delle condizioni patrimoniali delle parti, relativo alle condizioni di fatto. Non si può ricomprendere tra i giustificati motivi per la revisione dell'assegno la sopravvenienza di una diversa interpretazione delle norme applicabili avallata dal diritto vivente giurisprudenziale. In sede di revisione, il giudice non può procedere a un'altra ed autonoma valutazione dei presupposti o dell'entità dell'assegno, sulla base di una diversa ponderazione delle condizioni economiche delle parti, ma, nel pieno rispetto delle valutazioni espresse al momento della attribuzione dell'emolumento, deve limitarsi a verificare se, e in che misura, le circostanze sopravvenute abbiano alterato l'equilibrio così raggiunto e ad adeguare l'importo o lo stesso obbligo della contribuzione alla modificata situazione patrimoniale. Ai sensi dell'art. 9, l. n. 898/1970 e successive modifiche, laddove sopravvengano giustificati motivi successivamente alla sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il Tribunale - su istanza di parte - può ordinare la modifica delle disposizioni relative all'affidamento dei figli e di quelle relative alla misura e alle modalità di corresponsione dell'assegno perequativo. Come è noto, infatti, in tale contesto la revisione delle condizioni di divorzio è ammessa anche successivamente al passaggio in giudicato della relativa sentenza, in ossequio al principio del rebus sic stantibus, che rende la sentenza modificabile quando sorgano rilevanti variazioni fattuali.

I sopravvenuti giustificati motivi

Con l'ordinanza n. 21818/2021, la Corte di Cassazione si è pronunciata in merito alla richiesta di rideterminazione dell'assegno divorzile per sopravvenuti giustificati motivi sorti in capo all'obbligato e consistenti in sopravvenuti oneri familiari del ricorrente (nello specifico, la nascita di un figlio dalla nuova compagna). Il Supremo Consesso ha chiarito che la formazione di un nuovo nucleo familiare, se successiva al riconoscimento dell'assegno divorzile all'ex coniuge, non giustifica automaticamente o di diritto la revoca o la riduzione dell'assegno, a meno che l'obbligato non provi un effettivo depauperamento delle proprie sostanze, verificatosi successivamente alla sentenza di divorzio.

Il diritto all'assegno divorzile nel caso di specie sorge in virtù della natura perequativo-compensativa, «discendente direttamente dal principio costituzionale di solidarietà». Siffatta natura comporta che il contributo da riconoscere all'ex coniuge non sia atto a garantire il perseguimento dell'autosufficienza economica del richiedente in base ad un parametro astratto, bensì a fornire un livello reddituale proporzionato all'apporto fornito alla vita familiare durante gli anni di matrimonio, considerando altresì le aspettative professionali sacrificate. Nel caso di specie, la Corte ha esaminato l'apporto economico fornito alla famiglia dalla moglie, che svolgeva la professione di insegnante, insieme alla durata di dodici anni del legame di coniugio.

L'ulteriore questione trattata dal Collegio attiene all'incidenza, sulla somma erogata dall'ex coniuge, degli eventi relativi alla costituzione di una nuova famiglia e sulla conseguente nuova paternità del soggetto onerato, punto su cui si registrava una giurisprudenza piuttosto vaga e mutevole. In proposito, la Cassazione ha stabilito che l'assegno divorzile non può essere diminuito sic et simpliciter, a nulla rilevando la formazione da parte dell'obbligato di un nuovo nucleo familiare, a meno che costui non dimostri un effettivo depauperamento delle proprie finanze, definito dalla Corte come la «concreta diminuzione delle sostanze o della propria capacità di reddito».

In definitiva, ove a sostegno di una richiesta di diminuzione dell'assegno di divorzio siano allegati sopravvenuti oneri familiari dell'obbligato, occorre che il Giudice verifichi se si sia determinato un effettivo impoverimento delle sue sostanze, sulla scorta di una rinnovata valutazione comparativa della situazione delle parti, salvo che la complessiva situazione patrimoniale dell'obbligato sia di consistenza tale da rendere irrilevanti i nuovi obblighi derivanti dalla formazione di un nuovo nucleo familiare.

Matteo Santini                 Studio Cataldi                                 24 luglio 2022

www.studiocataldi.it/articoli/44869-modifica-dell-assegno-divorzile.asp#ixzz7a43Iy1Ea

 

FISCO

Famiglia e fisco. Una chiave di lettura per superare la stagnazione demografica in Europa

1. Premessa. Chi è coniuge, genitore o figlio, è ben consapevole che la famiglia di cui fa parte, producendo – nel suo insieme – servizi a favore di sé stessa e dei suoi membri, non si limita a consumare, ma impiega le sue risorse, anche attraverso investimenti, per svolgere la sua attività tipica. Inoltre, nei settori in cui opera, la famiglia interviene, come ogni impresa, in forza della sua organizzazione e della sua efficienza. La famiglia svolge, in sintesi, un ruolo decisivo come soggetto di scelte economiche e come soggetto generatore di capitale sociale.

                Ciò nonostante, l’ordinamento giuridico, in generale, e quello tributario, in particolare, faticano a riconoscere, con riguardo alla famiglia, questa sua realtà economico-produttiva. Infatti, la legge positiva si limita, in linea di principio, a riconoscere alla famiglia il suo ruolo sociale, mentre non attribuisce rilevanza pubblica alla funzione (munus) di tipo economico e finanziario che invece essa svolge naturalmente.

                Come conseguenza di questa visione “riduzionista” della famiglia, le istituzioni pubbliche (così come gli istituti di credito e le imprese) non hanno mai realizzato vere e proprie politiche della famiglia in sostituzione delle ormai obsolete politiche per la famiglia. Così facendo, pur non negando l’importanza di politiche familiari, in periodi di difficoltà, le istituzioni preferiscono dirottare la propria attenzione su altre emergenze sociali. Continuando di questo passo, dato che le emergenze sociali si susseguono senza sosta, la famiglia non avrà mai l’attenzione che merita.

In effetti, qui sta il punto: le politiche familiari, quando attuate, sono considerate come politiche di emergenza famigliare in concorrenza con altre emergenze. Tutto ciò deriva, forse, anche a causa dei cambiamenti di società in corso e dall’emotività affettiva sempre più diffusa oggigiorno: la famiglia è spesso considerata come un “malato terminale”. Eppure, in maniera empirica, si può affermare, che la funzione della famiglia vada ben al di là di quella di essere il “luogo degli affetti”.

                Lo scopo di questo lavoro è dunque quello di chiarire perché e come l’obiettiva funzione economica e produttiva della famiglia può e deve avere un impatto sulle regole di tassazione dei suoi membri.

2. Famiglia, sussidiarietà e capacità contributiva. In Italia, a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione, il principio di sussidiarietà è stato elevato a principio costituzionale. In concreto, il principio di sussidiarietà fornisce un nuovo criterio nella distribuzione delle funzioni di rilievo pubblico, secondo una logica di pluralismo e collaborazione istituzionale, pubblico/privata, al fine di individuare e soddisfare i bisogni particolari dei cittadini.

                Dovendo stabilire le caratteristiche di un sistema fiscale equo con riguardo alla tassazione della famiglia, occorre ora limitarsi ad analizzare il principio di sussidiarietà orizzontale. Tra le formazioni sociali, la famiglia riceve dalla Costituzione italiana un riconoscimento particolare, essendo il luogo principe del patto tra generazioni.

Tuttavia, a fronte del riconoscimento di diritti, sono attribuiti ai coniugi anche doveri. Pertanto, a differenza dalle altre formazioni sociali, la famiglia come stabile comunione di vita tra uomo e donna «fondata sul matrimonio» ha ottenuto un riconoscimento particolare dalla Costituzione, solo in forza della sua funzione (non solo sociale, ma anche economica), originaria e necessaria al raggiungimento del bene comune, attraverso l’esercizio di servizi alla persona, in settori di rilevanza costituzionale (educazione, assistenza e istruzione). Conseguentemente, poiché per svolgere questa funzione riconosciuta costituzionalmente, la famiglia impiega necessariamente risorse proprie dei suoi membri in luogo di risorse pubbliche, i membri della famiglia, devono essere considerati contribuenti, naturali e volontari. Ciò ha un impatto anche sulla determinazione dei doveri tributari.

                Con particolare riguardo al tema in esame, pare dunque essenziale approfondire il principio di sussidiarietà c.d. fiscale ovvero il principio in base al quale la famiglia adempie al suo dovere di contribuzione alle spese pubbliche, impiegando le proprie risorse economiche, finanziarie, organizzative e di forza lavoro. La sussidiarietà fiscale, infatti, si presenta non come l’eliminazione, ma solo come il correttivo del modello tradizionale “burocratico impositivo” costruito sotto l’ombrello dello Stato nazione. In pratica, il principio di solidarietà non solo integra il principio di uguaglianza, ma altresì lo arricchisce rendendo legittime differenti modalità di imposizione giustificate anche da ragioni di solidarietà economica e sociale. Ma non solo, il contribuente non può essere tassato oltre la sua capacità di contribuzione; perciò, il principio di capacità contributiva, costituendo il limite massimo al potere impositivo, svolge altresì una funzione garantista. Pertanto, costituiscono oggetto di tassazione solo quei fatti, indici di capacità economico e patrimoniale valutabili da un punto di vista monetario, e ciò rappresenta un limite al potere impositivo dell’autorità pubblica in linea con la funzione di garanzia svolta dalla Costituzione italiana (art. 53).

                Da qui la ragionevole affermazione secondo cui, al fine di determinare il limite massimo al potere impositivo dell’autorità pubblica, occorre far riferimento alle attitudini soggettive del contribuente e, conseguentemente, alla tipologia d’impiego delle sue risorse economico-patrimoniali. In sintesi, quindi, il concorso alle spese pubbliche non è determinato in modo esclusivo dalla legge positiva, né può dipendere dalla fruizione dei servizi pubblici o dalla misura di tale fruizione da parte del contribuente. Quest’ultimo invece vi concorre – come già precisato – perché, essendo inserito in una comunità organizzata, ha non solo il dovere costituzionale, ma anche l’interesse a impedire il suo disfacimento e quindi al conseguimento del bene comune. Infatti, la contribuzione alle spese pubbliche in forza della sua capacità contributiva, oltre al sostentamento e al progresso della comunità, ha come obiettivo (i) di evitare l’esclusione delle persone dalla comunità stessa e (ii) di perseguire la cooperazione tra i suoi membri.

                A questo punto, è opportuno riflettere sulle modalità di contribuzione alle spese pubbliche. Infatti, sebbene l’imposizione fiscale sia la modalità più comune di contribuzione, essa non è necessariamente la sola. Si tratta di una conclusione coerente con il fatto che, da una parte, il fine ultimo della Repubblica non è quello di imporre i tributi, ma – come visto – di garantire il bene comune da perseguire attraverso la contribuzione alle spese pubbliche, e, dall’altra, i cittadini (e le famiglie) sono protagonisti di attività di interesse generale, in autonomia. Tale partecipazione, in base al principio di sussidiarietà, implica una partecipazione volontaria alle “spese pubbliche”, che dev’essere considerata nella valutazione del limite massimo al potere impositivo.

3. Equità fiscale per la famiglia. Una tassazione più equa a favore della famiglia non rappresenta dunque un vantaggio per la famiglia, ma costituisce un’opportunità per la finanza pubblica. Tuttavia, il sistema fiscale non sarà mai equo se non riconoscerà alla famiglia questa sua naturale capacità alla volontaria contribuzione alle spese pubbliche, attraverso la compartecipazione a costi, diversamente a carico della fiscalità in generale.

                Ciò significa, innanzitutto, che un tale sistema fiscale dovrà prevedere “esclusioni” da tassazione e non “agevolazioni tributarie” per la famiglia. Infatti, le agevolazioni in generale costituiscono misure eccezionali che derogano al principio di capacità contributiva e quindi alla coerenza del sistema fiscale, in virtù di superiori necessità di politica economica e di tutela di interessi extrafiscali. Tuttavia, si tratta di necessità da valutare facendo attenzione alla tenuta complessiva del sistema paese. Al contrario, ciò che non è legittimo, neppure per esigenze di bilancio pubblico, è un sistema fiscale che impone una tassazione eccedente la capacità contributiva del cittadino contribuente, a causa della mancanza, in tutto o in parte, di legittime disposizioni di esclusione da tassazione.

                Invece, è ragionevole ritenere che i proventi di una gestione patrimoniale da impiegare obbligatoria-mente nello svolgimento di servizi rilevanti socialmente si devono «escludere dalla nozione tributaria di reddito mobiliare imponibile». Infatti, l’eventuale avanzo di bilancio «assume aspetto peculiare ed esclusivo di mezzo di finanziamento ed eventualmente di sviluppo del servizio di pubblico interesse». Da qui si deduce che è pienamente e liberamente disponibile solo la ricchezza che il contribuente è libero di destinare anche non a beneficio del bene comune.

                Sulla base di quanto prospettato, è compatibile con il principio di capacità contributiva solo un sistema di tassazione dei redditi determinati al netto degli investimenti in beni durevoli (abitazione, mezzi di trasporto) e dei costi necessari al suo funzionamento (spese mediche, le spese per l’istruzione etc.), e cioè al netto dei costi relativi ai settori nei quali la famiglia svolge le sue funzioni: educazione, istruzione e assistenza. Infatti, si tratta di spese destinate a soddisfare bisogni primari, che perciò non possono essere disattesi. Sulle somme da destinare alle suddette spese, infatti, il contribuente non ha alcuna libertà di scelta: è obbligato a sostenerle e per l’effetto non ha la disponibilità del reddito utilizzato a questo scopo. Si tratta di servizi il cui esercizio costituisce, anche in forza del matrimonio, un impegno, una funzione (munus) giuridico inderogabile per i membri della famiglia. Applicando l’analisi appena svolta alla fiscalità familiare, si può affermare la sua natura prettamente premiale. Non si può trattare infatti di incentivi, poiché i genitori, decidendo volontariamente di generare nuova vita, sono mossi da un desiderio e interesse proprio. Non è certo per beneficiare di sgravi fiscali che una coppia decide di accogliere nuova vita!

                In altre parole, gli sgravi fiscali a favore della natalità oppure della genitorialità rappresentano dunque, più propriamente, atti di giustizia e di esclusione da tassazione, perché attraverso di essi l’ordinamento giuridico riconosce un premio per l’assunzione volontaria, senza oneri per la fiscalità generale, di responsabilità nei confronti della comunità, nello svolgimento di attività di rilevanza pubblica, come nel caso è la funzione genitoriale. Ciò detto, è chiaro che un sistema, equo, di tassazione della famiglia potrebbe richiedere uno sforzo di tipo “generativo”, allo scopo di individuare strumenti tecnici idonei a superare tutte le attuali contraddizioni dell’ordinamento tributario.

                In questo senso vale la pena approfondire i risultati e le conclusioni di studi specifici, che hanno individuato strumenti di misurazione del reddito effettivamente disponibile della famiglia, al netto delle risorse che sempre la famiglia deve impiegare per svolgere alla sua funzione anche economico-produttiva.

                Uno di questi strumenti di equità fiscale (e non di agevolazione fiscale) è, senz’altro, il quoziente familiare nelle sue diverse declinazioni.              In estrema sintesi, va detto che con il “fattore famiglia” a essere tassato non è l’individuo come singolo (secondo il metodo attualmente vigente), ma l’individuo in forza della sua partecipazione al nucleo familiare. Inoltre, l’idea di base del fattore famiglia è quella per cui non sono tassabili le spese indispensabili per il mantenimento e accrescimento della famiglia. Il fattore famiglia introduce un livello di reddito non tassabile crescente all’aumentare del numero dei componenti della famiglia secondo una scala di equivalenza.

                Verrà quindi tassata solo la quota di reddito familiare che eccede il minimo vitale, con ciò rendendo più equa la tassazione per le famiglie con più figli (in particolare da 3 figli in su), e per quelle mono-genitoriali, con reddito basso.

4. Conclusioni. Il reddito prodotto dai contribuenti e direttamente impiegato per i costi di funzionamento o per gli investimenti sostenuti dalla propria famiglia non è posseduto dagli stessi contribuenti e perciò non può essere assoggettato al potere impositivo. Pertanto, nei limiti di quella quota parte di reddito prodotto, non si realizza il fatto indice di capacità contributiva, e, per l’effetto, ai contribuenti, membri di una famiglia, non spettano agevolazioni fiscali bensì deve essere riconosciuto il diritto all’esclusione da imposizione di quelle somme riferibili ai costi relativi agli investimenti della famiglia, e, in generale, al suo funzionamento.

                In caso contrario, sarebbe violato il principio di capacità contributiva, in quanto i contribuenti, membri di una famiglia, concorrerebbero due volte alle spese pubbliche: una volta versando i tributi, e l’altra, impiegando le proprie risorse nella famiglia, la quale così svolgerà le sue funzioni proprie, imposte dalla costituzione e dalla legge. Proprio per evitare questi inconvenienti, conseguenti alla fiscalità su base individuale, occorre introdurre una sistema di diversificazione dell’imposizione su base famigliare, come strumento di giustizia fiscale.

                In particolare, va riconosciuta la premialità fiscale di quei redditi, che i contribuenti, membri di famiglie (così come, per le stesse ragioni, gli enti del terzo settore, casse previdenziali privatizzate ecc.) utilizzano per finanziare funzioni di rilevanza pubblica e costituzionale (come l’educazione, l’assistenza, la previdenza, la generatività, ecc.). In questo senso, uno strumento di equità fiscale è senz’altro il “fattore famiglia”, ovvero un particolare metodo di misurazione della quota di reddito non tassabile perché destinata al mantenimento e all’assistenza dei singoli membri del nucleo familiare. Si tratta, evidentemente, di una quota che aumenta quante più persone – e quindi figli – ci sono in famiglia.

                Nel contesto dell’attuale inverno demografico che l’Europa tutta sta sperimentando, è urgente ridare alle famiglie le condizioni ideali per generare, e non semplicemente delle politiche assistenziali. Si tratta di scegliere, in fondo, tra il rassegnarsi alla situazione attuale e il mettere i giovani, soprattutto, nelle condizioni ideali di fare famiglia. Senza che vengano discriminati da una sorta di “condanna fiscale” per il semplice fatto d’aver deciso di “fare famiglia”. Si tratta invece di premiare questa presa di responsabilità per il bene comune e per il futuro del nostro continente.

11 note e ampia bibliografia

Bassi *                  Fondazione Marco Vigorelli      giugno 2022

*  Ph.D. in diritto costituzionale europeo, è avvocato patrocinante presso le magistrature superiori italiane. Padre di famiglia, è Presidente della Federazione delle Associazioni familiari cattoliche in Europa (FAFCE) dal 2019, organizzazione con statuto partecipativo presso il Consiglio d’Europa e membro della piattaforma UE per i diritti fondamentali. È Vice-Presidente dell’Unione dei giuristi cattolici (UGCI) e delegato per gli affari internazionali, giuridici ed economici del Consiglio direttivo del Forum italiano delle Associazioni familiari.

https://quaderni.marcovigorelli.org/2022/06/29/famiglia-e-fisco-una-chiave-di-lettura-per-superare-la-stagnazione-demografica-in-europa

 

FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

Papa Francesco penitente in Canada

IL papa è, da ieri, in Canada, per un drammatico "pellegrinaggio penitenziale": chiedere perdono alle Prime Nazioni ("pellerossa"), agli Inuit ("esquimesi") e ai Meticci, i cui padri, nonni e bisnonni furono praticamente strappati dalle famiglie di origine. Gli stessi, infatti, dovevano essere “educati alla civiltà” e affidati dal governo alle Chiese – Cattolica, Anglicana, Protestante – che, in apposite Scuole residenziali, spesso bistrattarono gli “ospiti” che, oltre a subire privazioni varie, patirono non raramente violenze sessuali. Tutto ciò accadde dalla metà dell’Ottocento fino a quarant’anni fa, e riguardò centocinquantamila ragazzi e ragazze.

Rimasta sepolta per decenni, la tragedia provocata da questa colonizzazione spietata, voluta per distruggere le tradizioni culturali e religiose delle vittime, al fine di introdurle finalmente nella “modernità” portata dai bianchi, cominciò ad emergere solamente negli anni Novanta del secolo scorso. Si mossero allora le Chiese, che iniziarono ad ammettere le loro responsabilità; si mosse il governo di Ottawa. Questo, nella zona artica del Paese nel 1999 creò un nuovo Territorio, di due milioni di chilometri quadrati (su un totale di 9,8 milioni), il Nunavut: qui, in totale autonomia, Prime Nazioni, Inuit e meticci avrebbero potuto svilupparsi recuperando, per quanto possibile, e malgrado le ferite patite, le loro tradizioni.

Molti furono i “mea culpa”, di Chiese e governo, per quel tragico passato. Il premier Justin Trudeau nel 2017 sollecitò Francesco a venire personalmente in Canada, per fare ammenda, come capo supremo della sua Chiesa, per le responsabilità passate di strutture e persone cattoliche; ma il papa rifiutò. Tuttavia il primo ministro ha insistito: e così nel marzo scorso il pontefice ha ricevuto una delegazione dei discendenti delle vittime, promettendo loro di andare a trovarli. Così è nata l’idea del “pellegrinaggio penitenziale” che ora Bergoglio sta facendo dal 24 al 30 luglio, inginocchiandosi proprio là ove i delitti furono compiuti. E, forse, udiremo da lui parole forti sulle responsabilità dei papi che, nel Cinquecento, benedissero il diritto dei cattolici europei di appropriarsi delle nuove terre “scoperte” nelle Americhe.

Ma, quando sabato Bergoglio tornerà a Roma, pur provato dal singolare “pellegrinaggio” Oltreoceano, egli dovrà affrontare un altro apro problema: il contrasto con la Conferenza episcopale tedesca (Dbk). Infatti, giovedì scorso è uscita improvvisamente una severa «Dichiarazione della Santa Sede» - non firmata! - che affermava: «Il Cammino sinodale in Germania non ha facoltà di obbligare i vescovi ed i fedeli ad assumere nuovi modi di governo e nuove impostazioni di dottrina e di morale». Il citato “Cammino” ha proposto il celibato opzionale dei presbìteri, l’ammissione delle donne al presbiterato, il pieno riconoscimento delle coppie Lgbt+; ma, secondo Roma, solo il prossimo Sinodo dei vescovi (ottobre 2023) potrebbe deliberare su quei temi. Dunque, la “battaglia” Dbk-Curia romana è solo differita. Chi si imporrà?

Luigi Sandri                        “L’Adige”           25 luglio 2022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202207/220725sandri.pdf

 

«Perdono per il dolore inflitto dai cristiani»

Risuonano ancora in Alberta le parole con cui papa Francesco ha ammesso le responsabilità di molti cristiani che, nelle 139 scuole residenziali attive dal 1830 al 1996 (66 gestite da enti cattolici), hanno collaborato con il governo canadese all’azione di omologazione forzata e violenta alla cultura bianca, occidentale e cristiana di oltre 150mila bambine e bambini indigeni strappati alle proprie famiglie: un «dolore incancellabile provato in questi luoghi da tanti all’interno di istituzioni ecclesiali» che genera «rabbia e vergogna».

Dopo la visita all’ex scuola Ermineskin di Maskwacis e al cimitero – dove è stato spiegato uno striscione con i nomi di migliaia di bambini mai più tornati nelle proprie case e i cui corpi sono stati ritrovati in fosse comuni presso le stesse scuole –, mentre in Italia era notte fonda, il pontefice ha fatto visita alla parrocchia del Sacro Cuore di Edmonton, dove ha ribadito l’intento «penitenziale» del proprio viaggio in Canada. «Anche nella Chiesa al grano buono si mescola la zizzania», ha detto Bergoglio. «Proprio a causa di questa zizzania ho voluto intraprendere questo pellegrinaggio penitenziale e cominciarlo facendo memoria del male subito dalle popolazioni indigene da parte di tanti cristiani e chiedendone perdono con dolore. Mi ferisce pensare che dei cattolici abbiano contribuito alle politiche di assimilazione e affrancamento che veicolavano un senso di inferiorità, derubando comunità e persone delle loro identità culturali e spirituali, recidendo le loro radici e alimentando atteggiamenti pregiudizievoli e discriminatori».

Oggi nuova tappa, al lato opposto del Canada, in Québec, per incontrare altri rappresentanti dei popoli indigeni. Venerdì, prima di rientrare in Vaticano, Francesco dialogherà con alcuni sopravvissuti delle scuole residenziali cattoliche, a Iqaluit. Le aspettative sono tante, anche che Bergoglio vada oltre le pur importanti scuse. «Spero che si tratti di scuse che riconoscano il ruolo della Chiesa nell’intero processo di colonizzazione e non solo le colpe di alcuni cattolici», spiega ad America (settimanale dei gesuiti Usa) suor Priscilla Solomon, impegnata nei percorsi di riconciliazione tra indigeni e “colonizzatori”. E da molti sopravvissuti si leva una richiesta chiara: gli enti ecclesiastici aprano gli archivi, perché si possa conoscere tutta la verità e rendere giustizia alle vittime.

Luca Kocci           “il manifesto” 27 luglio 2022

https://ilmanifesto.it/il-papa-tra-i-nativi-canadesi-perdono-per-il-dolore-inflitto-dai-cristiani

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202207/220727kocci.pdf

 

L’esempio del papa in Canada: percorsi penitenziali anche per i teologi?

Le immagini potenti con cui Francesco recupera una relazione profondamente alterata dalla ingiustizia, dall’abuso, dalla mancanza di rispetto e di dignità, sono toccanti. Forse rischiano di restare isolate nella narrazione giornalistica, che potrebbe perdere di vista le questioni fondamentali che fondano e giustificano l’azione di Francesco e che possono essere comprese solo guardando meglio al cuore della questione. La complicità di istituzioni e ministri cattolici a pratiche gravemente discriminatorie, abusanti, emarginanti non sono casuali, non sono “singoli episodi”, ma discendono da una comprensione generale dell’uomo, della sua natura sociale, relazionale, politica e di genere che per secoli ha giustificato strutturalmente queste pratiche. Diciamolo più chiaramente: non vorrei che si pensasse che i soggetti stessero agendo allora “in modo criminale”. No, applicavano una idea di giustizia distorta, piena di pregiudizi, che anche la teologia, la disciplina ecclesiale e il buon senso comune giustificava e rendeva raccomandabile. Raccontava una donna ieri in televisione: “La suora mi levò il vestito, mi diede uno schiaffo e mi disse: sei figlia di una selvaggia, vergognati!

                Una storia segnata da questa profonda ingiustizia non è un destino. Il papa lo sa. E con la sua persona opera gesti e dice parole di nuova speranza. Perché l’odio scaturito dalla ingiustizia possa tramontare. Ma può farlo perché non condivide più i pregiudizi che la Chiesa ha condiviso e alimentato con la società coloniale e con la società chiusa. Da un lato per la arretratezza di un pensiero cattolico polarizzato, che ha permesso, ancora nella seconda metà del XIX secolo, la difesa della “schiavitù” come diritto naturale, la richiesta di “messa all’Indice” della Capanna dello Zio Tom perché ispirato dell’egualitarismo protestante, e l’irrigidimento “antimodernista” che ha bloccato, sulle posizioni di fine 800, la cultura cattolica fino agli anni 60 del 900. Ci siamo illusi che difendere i pregiudizi della società chiusa – sulla inferiorità di alcuni popoli rispetto ad altri, sui diritti divini dei padroni sugli operai, sulla strutturale mancanza di dignità pubblica della donna – fosse il modo per difendere il Vangelo. Ed è qui il punto decisivo.

                La visita del papa in Canada è un atto teologico di primo livello. In “Fratelli tutti” ha parlato della fraternità, ma in Canada è importante che anche la libertà e la eguaglianza sia ristabilita come linguaggio comune, come codice di riconoscimento, come esperienza condivisa. Il papa che “chiede perdono” con gesti di fraternità mostra che la “dottrina antropologica cattolica” ha vissuto profonde discontinuità, che sono state pagate sulla pelle di diverse generazioni di uomini e di donne, in Canada come nel resto del mondo, in altre condizioni e in differenti modalità. Ma il nodo è la rappresentazione distorta dell’uomo e della donna.

                Su questo, già nel 1963, Giovanni XXIII nella sua ultima enciclica, Pacem in terris, identifica tre “segni dei tempi”: la pari dignità di tutti i popoli, i diritti dei prestatori di lavoro rispetto ai datori, la entrata della donna nello spazio pubblico e la sua dignità. Questi tre “segni” chiedono un lavoro teologico nuovo e coraggioso. Quello che Francesco fa sul piano dell’exemplum e del sacramentum deve corrispondere ad un lavoro, altrettanto penitenziale, con cui il pensiero teologico cattolico, svestendo gli abiti sussiegosi della superiorità, assuma il dialogo con la migliore cultura contemporanea per servire meglio l’annuncio del vangelo, senza confonderlo con le forme con cui la società chiusa ha imposto il pregiudizio alla lettura dei testi e dei gesti della tradizione.

                Un papa vestito da “pellerossa” è una cosa curiosa. Che può restare sul piano della più grande superficialità. In realtà, riconciliarsi con le culture oppresse e gravemente discriminate implica un processo di spoliazione e di rivestimento che ha nella “metafora battesimale” la sua immagine più potente. Vestirsi di Cristo implica imparare a stare del tutto dentro ogni cultura. Solo così si possono vedere i limiti della tradizione, si possono emendare gli errori e si può imparare a “levare i calzari” di fronte al rivelarsi di Dio in ogni popolo, in ogni uomo e in ogni donna. Per farlo, una grande revisione della “antropologia cattolica” è necessaria. E i teologi non possono aspettare che sia il papa a levare, di volta in volta, le castagne dal fuoco. Ci sono “viaggi penitenziali” che i teologi devono assumere del tutto “in proprio”, perché sono parte integrante del loro mestiere/ministero: per preparare nuove riconciliazioni dovute e nuove paci possibili

Andrea Grillo  blog: Come se non            26 luglio 2022

www.cittadellaeditrice.com/munera/lesempio-del-papa-in-canada-percorsi-penitenziali-anche-per-i-teologi

 

Chiesa e colonialismo Il pellegrinaggio penitenziale di Papa Francesco in Canada

Il Pontefice ha chiesto perdono alle popolazioni Métis, Inuit e Prime Nazioni per il processo di assimilazione forzata e distruzione culturale che i governi guidati da esponenti di manifesta fede cattolica hanno perpetrato per oltre 150 anni. Un gesto generoso e con un grande risvolto politico

Paulo maiora canamus [cantiamo di cose un po' più elevate]. L’emistichio vergiliano cade a proposito nello scrivere del 37° viaggio apostolico di Papa Francesco, mentre da noi continua ad andare in scena la più indegna delle farse politiche degli ultimi anni. E dunque sì, cantiamo cose un po’ più nobili, anche perché l’itinerario canadese di Bergoglio, che, iniziato domenica scorsa, terminerà sabato, non può paragonarsi a quelli finora compiuti in altri Paesi. Ha infatti un carattere inedito questo viaggio che lo stesso pontefice ha definito più volte «pellegrinaggio penitenziale». Parole, queste, che hanno scandalizzato benpensanti di ogni latitudine, poco o nulla avvezzi alle richieste di perdono da parte d’un pontefice, e suscitato critiche da più parti al pari del tradizionale copricapo piumato, che Francesco ha indossato lunedì a Maskwacìs al termine dell’incontro con rappresentanti di Prime Nazioni, Métis e Inuit. Forse dimentichi che già Paolo VI aveva indossato una consimile «corona di penne» e che Pier Paolo Pasolini, scrivendo de «lo storico discorsetto di Castelgandolfo» sul Corriere della Sera il 22 settembre 1974, s’era riferito a quella immagine inconsueta di Montini come a ciò su cui «il tacere è bello (ma non per ipocrisia, bensì per rispetto umano)».

                Non è stato affatto un atto di clamore mediatico né un’uscita estemporanea – qualcuno ha parlato di ennesima bergogliata – la richiesta ecclesiale di perdono, che Francesco ha rivolto lunedì alle popolazioni indigene «per i modi in cui, purtroppo, molti cristiani hanno sostenuto la mentalità colonizzatrice delle potenze che hanno oppresso i popoli indigeni» e per quelli «in cui molti membri della Chiesa e delle comunità religiose hanno cooperato, anche attraverso l’indifferenza, a quei progetti di distruzione culturale e assimilazione forzata dei governi dell’epoca, culminati nel sistema delle scuole residenziali». Quella rete di collegi, cioè, amministrati in larga parte dalla Chiesa cattolica e per il resto dalle Chiese anglicana e unita del Canada, in cui tra il 1863 e il 1998 il 30% di bambine e bambini indigeni, pari a circa 150.000, sono stati collocati, dopo essere stati sottratti alle loro famiglie, e sottoposti a ogni genere di abusi fino, in non pochi casi, a una verosimile morte per stenti.

Quella rete di collegi, cioè, amministrati in larga parte dalla Chiesa cattolica e per il resto dalle Chiese anglicana e unita del Canada, in cui tra il 1863 e il 1998 il 30% di bambine e bambini indigeni, pari a circa 150.000, sono stati collocati, dopo essere stati sottratti alle loro famiglie, e sottoposti a ogni genere di abusi fino, in non pochi casi, a una verosimile morte per stenti.

                Chiedendo perdono, il Papa ha invece fatto memoria di tali «esperienze devastanti» – e la parola memoria è ricorsa otto volte nel discorso a Maskwacìs –, consapevole che «la dimenticanza porta all’indifferenza» e che, sulla base d’una citazione di Elie Wiesel [1928-2016] «l’opposto dell’amore non è l’odio, è l’indifferenza… l’opposto della vita non è la morte, ma l’indifferenza alla vita o alla morte». Ma Bergoglio s’è anche detto d’accordo con non pochi dei rappresentanti di Prime Nazioni, Métis e Inuit sulle scuse quale punto non di arrivo ma di partenza in un processo, di cui una parte importante «è condurre una seria ricerca della verità sul passato e aiutare i sopravvissuti delle scuole residenziali a intraprendere percorsi di guarigione dai traumi subiti».

             Di guarigione «dai traumi delle violenze subite» e dagli «effetti terribili della colonizzazione» Francesco ha parlato più diffusamente l’altro ieri nell’omelia tenuta presso il Lago Sant’Anna, luogo sacro per le popolazioni native, che il 26 luglio di ogni anno vi si recano da secoli in pellegrinaggio. Ma più eloquente di parole e di gesti, che per Phil Fontaine, uno dei leader attuali delle Prime Nazioni, sono segno del «grande coraggio e umiltà» del Papa, sarà decisamente l’immagine dello stesso Bergoglio che, in carrozzina, prega da solo sulle rive di quel lago.

Francesco Lepore            linkiesta              28 luglio 2022

www.linkiesta.it/2022/07/canada-papa-francesco

 

La mondanità, i “segni dei tempi” e gli errori moderni: chiarimenti dal viaggio in Canada

L’impatto del viaggio papale in Canada resta in equilibrio tra istanza di “riconciliazione” e “dialogo tra culture”. Molti luoghi comuni sono costretti ad una urgente revisione. Alcune reazioni, anche molto critiche, si dividono tra “scandalo di fede” e “scandalo di cultura”. Vi sono coloro che “per fede” ritengono tutto sbagliato: chiedere scusa e vestire i panni locali. Legati alla tradizione; ma non a quella cristiana, ma a quella della società chiusa, questi cattolici “tutti di un pezzo” cadono in un equivoco davvero clamoroso. Pensano di poter difendere la fede senza pensare, o pensando male. Nello “scandalo per le pagliacciate” parla una mancanza di cultura che riesce a concepire i “pellerossa” al massimo come “maschere di carnevale”. Se non fai la fatica di entrare nella cultura indigena, che si rappresenta con “abiti sacri” in una forma così diversa dalla nostra, resti in quella posizione di “superiorità tra popoli” che “Pacem in terris”, per la prima volta, nel 1963, aveva compreso come del tutto superata dalla storia.

                Nella storia del Canada ci sono i segni gravi di una ingiustizia, di una negazione della identità, che il Papa, nel discorso di Edmonton del 25 luglio definisce in due brevi passaggi. Nel primo descrive che cosa è accaduto: “Mi ferisce pensare che dei cattolici abbiano contribuito alle politiche di assimilazione e affrancamento che veicolavano un senso di inferiorità, derubando comunità e persone delle loro identità culturali e spirituali, recidendo le loro radici e alimentando atteggiamenti pregiudizievoli e discriminatori, e che ciò sia stato fatto anche in nome di un’educazione che si supponeva cristiana.”

Poi nel secondo lo interpreta: “I credenti si sono lasciati mondanizzare e, anziché promuovere la riconciliazione, hanno imposto il loro modello culturale. Questo atteggiamento è duro a morire, anche dal punto di vista religioso. Infatti, sembrerebbe più conveniente inculcare Dio nelle persone, anziché permettere alle persone di avvicinarsi a Dio. Ma non funziona mai, perché il Signore non agisce così: egli non costringe, non soffoca e non opprime; sempre, invece, ama, libera e lascia liberi. Non si può annunciare Dio in un modo contrario a Dio. Eppure, quante volte è successo nella storia!”.

                La mondanità spirituale e il capovolgimento della prospettiva. Per comprendere le ragioni del viaggio e della richiesta di perdono bisogna andare alla radice della questione, che Francesco esprime con questo concetto, che è suo tipico, e che tuttavia passa attraverso una parola che facilmente può essere fraintesa. Che cosa significa la espressione “i credenti si sono lasciati mondanizzare”? Le prassi cattoliche di ingiustizia sono scaturite da una “mondanizzazione” che significa non anzitutto un “cedimento al mondo”, come saremmo tentati di pensare, ma un “irrigidimento in una cultura chiusa, incapace di riconciliazione”. La mondanità spirituale non è ascolto dei nuovi segni, adattamento alle nuove condizioni, cedimento a nuove evidenze, bensì irrigidimento nei propri convincimenti e mancanza di ascolto verso le storie di vita degli uomini e delle donne. Questo ci sorprende, perché colloca il “mea culpa” che Francesco ha pronunciato in Canada, dentro un contesto molto più ampio e complesso, sottraendolo alla logica epidermica dei buoni sentimenti. Se il fatto di non riconoscere la “pari dignità di tutti i popoli” è stato il frutto di una “mondanizzazione” che la Chiesa ha subito per molti secoli, perché mai non dovrebbe esserlo non riconoscere i diritti degli operai davanti ai loro padroni  e i diritti delle donne nello spazio pubblico? I tre segni dei tempi, che Giovanni XXIII elenca nella sua ultima enciclica, sono un terreno estremamente insidioso, nel quale è facile capovolgere le cose e pensare che la “mondanizzazione” consista nel dare retta ai segni dei tempi e che pertanto “non mondanizzarsi” esiga di “restare chiusi”. Ma la Chiesa in uscita è la chiesa che esce dalla mondanizzazione, perché essere mondani consiste nel non uscire!

                Il ruolo dei “segni dei tempi” e la tradizione. La espressione “segni dei tempi” a sua volta può essere facilmente fraintesa. Per capirla davvero, nella sua formulazione che si trova in Pacem in terris, possiamo dire come venivano chiamati i segni dei tempi fino al 1963: ossia niente meno che “errori moderni”. Che tutti i popoli godano della stessa dignità, che il lavoro sia luogo di diritti fondamentali e che la donna abbia autorità in pubblico sono tre “luoghi comuni” di lotta dell’antimodernismo contro il modernismo. Quando gli “errori moderni” diventano “segni dei tempi”, cambia il mondo perché cambia la teologia della chiesa. Nel caso del Canada la inerzia della persuasione sugli “errori moderni” ha permesso di mantenere un rapporto discriminante con i “popoli diversi”, permettendo che la chiesa condividesse degli approcci discriminanti, abusanti e sradicanti che la cultura istituzionale canadese aveva prodotto e sostenuto per decenni. Se gli uomini di Chiesa si fossero messi in ascolto di questi “segni”, in cui la storia ha da insegnare alla Chiesa, avrebbero potuto evitare molte ingiustizie, molte vite distrutte, molti odii inesauribili.

Mondana è una Chiesa che non sa ascoltare la storia, che non sa leggere la cultura, che non si lascia interrogare dalle tradizioni diverse, che non si lascia provocare e che invece reagisce irrigidendosi, chiudendosi, fermandosi. Come una Chiesa mondanizzata non riesce ad attribuire pari dignità a tutti i popoli, così una chiesa mondanizzata non riesce a riconoscere il ruolo autorevole della donna. Lo stesso papa che veste le penne di uccello come copricapo, e che così restituisce simbolicamente tutta la dignità ai popoli indigeni del Canada, ha iniziato a rimuovere un altro elemento di mondanità, accogliendo un altro “segno dei tempi”: la autorità della donna nel mondo e nella chiesa. Una chiesa che non si mondanizza, sa superare la riserva maschile come criterio generale di comprensione di ogni ministero nella Chiesa. Lo stesso papa che bacia la mano e abbraccia le spalle dei popoli indigeni, può intraprendere il viaggio di riconciliazione con le donne escluse da ogni autorità. Questo è un altro segno dei tempi per il quale tanto più dovremo chiedere perdono quanto più permetteremo ancora alle logiche della società chiusa, quelle stesse che hanno prodotto le “scuole residenziali” in Canada, di dettare legge su come delimitare ontologicamente la autorità femminile nella comunità dei discepoli di Cristo. Anche se non hanno una “corona di piume”, anche queste “dignità incomprese” saranno luogo di viaggi penitenziali, in un futuro non lontano, senza ombra di dubbio.  Per non imporre anche qui un modello culturale, e mondanizzarci con esso, dobbiamo ascoltare e valorizzare. Non si deve imporre e inculcare, ma lasciare allo Spirito di mostrare con libertà e immaginazione le ricchezze alle quali facilmente saremmo convinti di dover rinunciare.  Come accadeva in Canada, nella Chiesa, fino a qualche decennio fa, vi era certamente più di un ministro ecclesiale convinto che le pratiche di “sradicamento e assimilazione” fossero necessarie e opportune, per “dare dignità” a popoli che non la avevano. Allo stesso modo non mancano soggetti cattolici che ancor oggi siano convinti, non solo in Canada, che la “irruzione della donna nello spazio pubblico” non sia da leggere come un “segno dei tempi” da cui imparare, ma come un “errore moderno” da contrastare e da negare.

Andrea Grillo    blog: Come se non          27 luglio 2022

www.cittadellaeditrice.com/munera/la-mondanita-i-segni-dei-tempi-e-gli-errori-moderni-chiarimenti-dal-viaggio-in-canada

 

GENITORIALITÀ

Sostenere la genitorialità tra benessere e tutela

L'articolo offre una visione multidisciplinare sul tema della tutela dell'infanzia e delle relazioni familiari con riferimento al dibattito su psicologia e giustizia.

Crisi familiari e interventi psicogiuridici. In Calabria è nato un movimento costituito da professionisti di varie di discipline, che si propone di riflettere, confrontarsi e elaborare sui principi e le pratiche che guidano il lavoro di sostegno alle famiglie e ai minorenni per tutelarne il benessere. Un obiettivo che si realizza promuovendo la genitorialità consapevole, attraverso lo sviluppo o il potenziamento delle competenze genitoriali e che, come la buona pratica clinica insegna, non può prescindere da un'accurata valutazione delle stesse. La valutazione delle competenze genitoriali può essere effettuata dallo psicologo in contesto spontaneo, quando la richiesta proviene direttamente dai genitori, che scelgono di fronteggiare la propria crisi predisponendosi al cambiamento in una cornice di aiuto professionale, oppure in un contesto giudiziario. In questo ambito, nei casi di separazione, divorzio e affidamento dei figli, allorquando i genitori non raggiungono un accordo su questi ultimi, interviene il Tribunale Ordinario; nei casi in cui la famiglia manifesti una grave multi-problematicità, esponendo i figli minorenni al rischio di maltrattamento, interviene il Tribunale per i Minorenni.

Riflettere sugli aspetti procedurali dei due contesti di osservazione (spontaneo o giudiziario) è un compito specifico degli psicologi, in quanto professionisti della salute che curano le relazioni e in special modo quelle primarie, per lo sviluppo della persona, dei gruppi e della comunità. Nell'ambito spontaneo le marche di contesto e l'analisi della domanda sono definite dal setting psicologico, in una modalità condivisa dall'utenza, che definiamo "alleanza di lavoro".

Differentemente, nell'ambito giudiziario civile i limiti e le finalità dell'intervento sono definite dal Giudice che riveste il ruolo di committente e unico decisore, avente il mandato di garantire il diritto dei figli a crescere in un contesto affettivo e relazionale che ne promuova le potenzialità assicurandogli il benessere come recita la legge dell'8 febbraio 2006, n. 54: "il Giudice che pronuncia la separazione personale dei coniugi adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all'interesse morale e materiale di essa". L'obiettivo di salvaguardare il benessere psicofisico del minore può essere realizzato attraverso la valutazione delle dinamiche familiari e genitoriali, che il Giudice dispone, coinvolgendo i Servizi Sociosanitari territoriali per prevenire o ridurre, il disagio familiare. Il magistrato ha il dovere di utilizzare tutti gli strumenti di cui dispone lo Stato per garantire la tutela dei diritti del minore, confidando nelle competenze professionali e deontologiche dello psicologo che sottendono la costruzione dell'alleanza di lavoro con le famiglie inviate ai Servizi territoriali.

                Quale tutela per minori e famiglie? Al riguardo, colpiscono e preoccupano alcune posizioni in seno alla categoria professionale degli psicologi della Calabria che propongono una modalità di intervento, fondata su una visione del tutto inedita e decisamente paradossale degli esiti della conflittualità coniugale sui figli minori coinvolti nel processo separativo. L'esperienza del disagio affettivo intra-familiare viene concettualizzata discriminando tra la situazione di disagio familiare in cui si osserva tutta la fenomenologia del maltrattamento fisico e i comportamenti devianti (disturbo da uso di alcol o altre sostanze, trascuratezza, violenza fisica e verbale, abuso sessuale) e la situazione in cui le dinamiche interpersonali dei coniugi (conflittualità; avvio del processo separativo), inevitabilmente, coinvolgono i figli minori esponendoli al disagio (maltrattamento psicologico). L'aspetto preoccupante è che questa seconda situazione non venga riconosciuta quale specifico fattore di rischio evolutivo su cui è necessario agire con interventi psicologici complessi e integrati. I colleghi dell'Ordine degli Psicologi della Calabria, non ritengono che si debba intervenire sui genitori del minore esposto alla conflittualità coniugale, ignorano l'impatto del disagio familiare sullo sviluppo psicofisico dei figli e prospettano una situazione in cui il Giudice non indichi alla coppia un percorso di sostegno alle competenze genitoriali. Tale posizione rende, a nostro avviso, il diritto del minore una questione marginale o opinabile. Di fatto, disconoscendo il significato e la funzione del lavoro psicologico di valutazione e sostegno delle competenze genitoriali, si sminuiscono pericolosamente gli esiti negativi della conflittualità genitoriale sull'evoluzione del minore.

I colleghi dell'Ordine degli Psicologi della Calabria giungono, infine ad affermare che valutare le competenze genitoriali sia una funzione esclusivamente giuridica e diffondono questa loro posizione attraverso un documento ufficiale rivolto alle Istituzioni competenti. Questa visione, se condivisa dalle Istituzioni competenti e agita, rischia di compromettere il lavoro di protezione e lascia spazio al maltrattamento familiare e Istituzionale. Definisce di fatto una prospettiva di valutazione e intervento parziale e confusa, non inclusiva di tutto il lavoro di ricerca e pratica clinica sull'integrazione dei modelli teorici e delle tecniche, svoltasi negli ultimi centocinquant'anni dalla disciplina psicologica. Per gli psicologi che da anni si occupano con serietà e competenza di tutela dei diritti minorili nei servizi, è quantomeno imbarazzante trovarsi di fronte a questa prospettiva: come può uno psicologo posporre il diritto del minore alla tutela a quello di autodeterminazione dell'adulto, non in grado di esercitare la tutela? il conflitto di coppia nei contesti separativi ospita sempre rigidamente il copione relazionale che i genitori hanno sperimentato e che, più o meno inconsapevolmente, nei casi in cui si è incapaci di un'autoriflessione critica e di riconoscere il danno sul figlio, ripetono. È proprio questa inconsapevolezza degli adulti che sostiene il conflitto e lo radicalizza, esponendo il minore al rischio di una forma di maltrattamento psicologico meno esplicita ma, comunque, lesiva.

A questo proposito, ricordiamo che il DSM-5 (APA, 2014), oltre ad aver incluso nella propria classificazione i disturbi da stress post-traumatico in campo infantile, per tutta un'altra serie di disturbi 'non PTSD' riconosce una correlazione con Esperienze Sfavorevoli Infantili. Inoltre, ben 32 nuovi disturbi si aggiungono a quelli già in precedenza riconosciuti in questa ipotesi eziologica, aprendo una finestra importante per quanto riguarda i disturbi relazionali all'interno della famiglia e in particolare nell'ambito della relazione fra genitori e figli. Per queste evidenze, è del tutto ragionevole ed auspicabile che un Giudice indichi ai genitori che si stanno separando un percorso di sostegno alle competenze genitoriali e ne monitori l'andamento. Un genitore disfunzionale e, suo malgrado, maltrattante o trascurante, rappresenta, di fatto, un elemento di rischio per la sua famiglia, i suoi figli e per l'intera comunità. È appena il caso di citare tutto il lavoro che da decenni si svolge sull'individuazione dei fattori di rischio e di protezione del maltrattamento infantile e ricordare le raccomandazioni dell'OMS per un approccio di sanità pubblica che diffonda informazioni sull'efficacia delle buone pratiche e sia orientato dal "Modello ecologico" (OMS 2010) definendo su più livelli i problemi, individuali e familiari.

I Servizi Pubblici per il benessere a tutela di minori e famiglie. Nel Sistema Sanitario Nazionale le relazioni genitori figli e le relazioni di coppia sono da più tempo diventate oggetto di cura grazie alla diffusione della cultura psicologica che ha dato forma ai Servizi Sociali, ai Consultori Familiari e alla Neuropsichiatria Infantile. Servizi che lavorano da sempre, non senza difficoltà, in una prospettiva plurale e integrata nel rispetto della complessità delle persone e delle loro storie di vita. In tal senso è opportuno ricordare il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 14 febbraio 2001 'Atto di indirizzo e coordinamento in materia di prestazioni sociosanitarie' in G.U. n. 129 del 6 giugno 2001, come non si possono dimenticare i principi costituzionali sui diritti dei minori, in primis l'art. 30 Cost. (è dovere dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti …), e poi l'art. 31 Cost. 2 comma (Protegge la maternità e l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo).

Quando vi sono due diritti confliggenti, di cui uno relativo ad un minore, è sempre la legge a determinare che questo debba prevalere. Infatti, la convenzione di New York, ratificata dall'Italia con L. n. 176/91 all'art. 3 recita: "in ogni legge, provvedimento, iniziativa pubblica o privata e in ogni situazione problematica, l'interesse del bambino/adolescente deve avere la priorità" e declina le responsabilità genitoriali e le funzioni di vigilanza e protezione dello Stato agli art. 8, 9, 18, 19[1]. In tal senso occorre informare il lettore dell'esistenza di pronunciamenti di merito (Tribunale di Milano 15.7.2015; Tribunale di Roma 13.11.2015 e decreto Tribunale di Milano sez. IX dell'11.3.2017) e della Suprema Corte (Cassazione Civile n. 11842/2019 e n. 6471/2020), che antepongono il preminente interesse del minore rispetto ai diritti individuali di libertà dei genitori che possono subire limitazioni, contenimenti o restrizioni.

La psicologia e il diritto civile più evoluti, pur con limiti e difficoltà, stanno tentando da tempo di integrare intenti e pratiche per la tutela: l'intervento per le famiglie dovrebbe coincidere con una tensione di tipo sociale e professionale consapevole che garantisca la libertà di scelta e colga le dimensioni profonde del malessere, traducendole in chiavi interpretative per la soluzione del disagio. Tutti i professionisti che intervengono a vario titolo in queste specifiche fasi critiche della vita familiare, fanno esperienza del disagio vissuto dai protagonisti e in molti casi osservano l'efficacia di interventi qualificati nel promuovere nuovi e più costruttivi equilibri relazionali, favorire processi intrapsichici, stimolare l'elaborazione e la crescita interpersonale. Tutto ciò è anche dettato dall'art. 337, sul diritto del minore di mantenere equilibrati e stabili i rapporti con entrambe le figure genitoriali, che di fatto delinea una "qualità dinamica delle relazioni genitoriali". Il giudice che indica un intervento di sostegno alle competenze genitoriali, sta, di fatto, riconoscendo ai genitori la possibilità di scegliere per sé stessi e per i figli. Il suo obiettivo non è quello di punirli bensì quello di garantire il diritto del minore ad una bigenitorialità "equilibrata e stabile" (naturale aspirazione del minore). In tal caso, la consulenza specialistica dello psicologo-psicoterapeuta diviene fondamentale per promuovere consapevolezza, benessere, sviluppo di competenze empatiche e interpersonali funzionali al superamento delle difficoltà familiari. Gli strumenti di cui egli dispone consentono di estendere l'intervento anche ai casi in cui gli inviati manifestino scarsa compliance iniziale, trasformando le resistenze soggettive in opportunità per il cambiamento.

La Psicologia e il Diritto dovrebbero lavorare insieme per promuovere empowerment individuale e comunitario, in una prospettiva evoluta, plurale e inclusiva che non discrimina tra i cittadini, ma risponde, in modo congruo, ai bisogni emergenti di una comunità sempre più sofferente sul piano emotivo. Piuttosto che una visione della scienza psicologica "per pochi" e al servizio di interessi di parte, dovrebbe affermarsi questa buona pratica psicologica e giuridica, per diffondere sempre più la cultura della condivisione. Per uscire da tanta confusione appare necessario ribadire quanto già espresso in altre sedi dai professionisti che si occupano di tutela e benessere: il principio e la pratica dell'integrazione. È fondamentale che il sistema giudiziario (Magistrati, Avvocati, Consulenti Tecnici) e la rete dei Servizi Sociali e Sanitari, conoscano reciprocamente potenzialità e limiti delle diverse metodologie di azione e presa in carico, interagiscano integrando gli strumenti operativi e gli interventi (consulenze tecniche, indagini sociali, spazi neutri, percorsi terapeutici centrati sulla genitorialità e sulla riparazione) in un progetto coerente, monitorabile e sostenibile. Oggi lo psicologo è essenzialmente un professionista della salute anche quando lavora per istituzioni non sanitarie. In quanto tale si occupa di differenti "diritti di salute" e del fondamentale "dovere di curarsi". Negli ultimi decenni, fortunatamente, nel mondo accademico e negli ambienti di ricerca più evoluti, sta avanzando uno scenario che privilegia la comprensione profonda delle dimensioni caratteristiche della salute e i provvedimenti utili per potenziarla. Ormai, dagli anni ottanta del secolo scorso, il funzionamento umano non è più limitato alla presenza/assenza di patologia, in quanto rappresenta l'esito dell'interazione dinamica e complessa tra individuo e contesto. Tra le attività di prevenzione e promozione della salute che caratterizzano l'intervento psicologico, la ricerca del benessere individuale, collettivo, sociale e lavorativo si compie entro processi di sviluppo della convivenza e della qualità della vita e di modifica dei comportamenti a rischio. In questa visione moderna e attuale, la salute è "più della somma delle responsabilità individuali", il che impone un'azione collettiva, per assicurare una società e un ambiente in cui le persone possano agire "responsabilmente" comportamenti di salute.

 Come già esplicitato, è lo Stato il garante di tutto questo, attraverso il lavoro dei Servizi. Le pratiche di "offerta attiva" costituiscono nei Servizi un preciso strumento di promozione del benessere comunitario e in tali contesti operativi lo psicologo lavora per coinvolgere e motivare le persone singole, le coppie, i genitori in percorsi di potenziamento personale che offrano la possibilità di "stare bene" con se stessi e con gli altri, imparando a fare scelte consapevoli di benessere che spesso si realizzano solo se disposti ad andare oltre ai copioni familiari che innescano disagio, incuria e maltrattamento. È questa la mission dei Servizi Sanitari Pubblici, dove allo psicologo è richiesto un esercizio costante di autoconsapevolezza personale e alto senso di responsabilità al fine di operare sempre in quello spazio intermedio che consente l'integrazione dei diritti-doveri individuali e comunitari. Oggi più che mai, piuttosto che ridimensionare le funzioni dei servizi pubblici, occorre potenziarli, riqualificarli e dotarli delle necessarie risorse professionali e strumentali. A prescindere dalla differente modalità di invio, spontaneo o giudiziario, la valutazione della situazione all'interno della coppia conflittuale e delle capacità genitoriali reali e potenziali è compito eminentemente multidisciplinare, inerente alla valutazione delle complesse dinamiche di funzionamento nel contesto socio-relazionale e delle problematiche individuali, nonché dei processi psicopatologici individuali, di coppia e familiari. Per questo la valutazione dovrebbe integrare dati clinici, sociali ed educativi. Il ruolo dello psicologo, ponendosi dunque all'interno di un quadro connotato da elevata complessità operativa, deve essere caratterizzato da un preciso confine tecnico-professionale, il cui fondamento sono le competenze psicodiagnostiche e cliniche, che gli sono proprie. Gli psicologi calabresi che si interrogano sulla relazione tra psicologia e tutela intendono riflettere e confrontarsi attivamente su un tema di tale rilevanza, per valorizzare le buone pratiche e prevenire derive regressive. Ritengono necessario rivolgersi a tutti coloro che intervengono a vario titolo nei processi della tutela per dare voce alla complessità dei diritti di benessere. Poiché, precisando l'ovvio, l'esperienza psicologica vissuta dai minori e dagli adulti, che accompagna il disagio intra-familiare, coinvolge sempre l'intera comunità, condizionandone la qualità di vita e il progresso. Pertanto la riflessione avviata sulla relazione tra psicologia e tutela è condivisa con altre categorie di operatori e discipline in un confronto costante e arricchente per tutti. I firmatari di questo contributo rappresentano, infatti, Psicologi Psicoterapeuti, Neuropsichiatri Infantili, Avvocati referenti delle Camere Minorili Calabresi, Magistrati dell'AIMMF.

2 note

Mariangela Martirani*   in Studio Cataldi                            24 luglio 2022

¨       Psicologa Psicoterapeuta, Dirigente Psicologo Consultorio Familiare Arcavacata di Rende Centro Sanitario UNICAL-ASP di Cosenza

www.studiocataldi.it/articoli/44860-sostenere-la-genitorialita-tra-benessere-e-tutela.asp

 

GIOVANI

Il posto dei giovani, tra presente e futuro

Sul numero 1/2022 della rivista "Politiche Sociali/Social Policies" Mauro Migliavacca e Alessandro Rosina riflettono su quattro temi-chiave per leggere correttamente le nuove generazioni: demografia, istruzione, lavoro e partecipazione.

 

Progettare il futuro in un contesto in continua e rapida trasformazione. È ormai consolidato come, nel corso degli ultimi decenni, i profondi mutamenti che hanno interessato le società contemporanee abbiano determinato importanti cambiamenti sulla vita di uomini e donne, che si sono trovati a vivere le proprie scelte in un contesto in continua e rapida trasformazione. Questo è avvenuto, e sta avvenendo, in uno scenario dove i sistemi di welfare (quando presenti) non sempre riescono a garantire efficaci reti di protezione. In una situazione di marcata instabilità, profondamente segnata dalla crisi economico-finanziaria del 2008, la pandemia da Covid-19 ha rappresentato un improvviso e inatteso cambiamento nelle dinamiche globali, determinato una discontinuità imprevista e improvvisa.

                All’interno di queste dinamiche, i giovani rappresentano la componente più colpita nel breve e nel medio-lungo periodo, sia per quanto riguarda le condizioni materiali, sia relativamente ai processi e alle dinamiche di costruzione dell’identità. Rilevanti (e potenzialmente profonde) sono le conseguenze sulla propensione a investire e progettare il futuro, in un contesto in cui le politiche faticano a dare risposte efficaci e sostegni opportuni, rimanendo sbilanciate verso la tutela delle generazioni adulte (con più peso elettorale e più presenza nelle categorie più influenti e meglio rappresentate). La pandemia ha acuito le diseguaglianze intergenerazionali e intragenerazionali, mettendo a dura prova tanto i sistemi politico-istituzionali quanto i sistemi economico-produttivi. Da ultimo, le recenti tensioni politiche connesse al conflitto russo-ucraino, hanno aggiunto ulteriore incertezza, sia rispetto alle dinamiche economiche della ripresa sia nell’atteggiamento dei singoli verso il futuro.

                Uno dei caratteri distintivi delle società avanzate è identificabile nel binomio complessità e rapidità, dal quale derivano molte più opzioni per le nuove generazioni, rispetto alle generazioni precedenti, ma anche un maggior grado di insicurezza rispetto alle scelte da intraprendere. In questo senso la carenza, se non la mancanza, di sistemi di orientamento e supporto negli snodi dei percorsi di vita e professionali, aumenta il vincolo al ribasso di aspirazioni e obiettivi, generando un passaggio alla vita adulta in cui si rischia di portare delusioni e frustrazioni, anziché energie e competenze, necessarie per contribuire alla crescita e allo sviluppo sociale.

                Se i giovani, forse ancor più che in passato, rappresentano la chiave fondamentale per agire sul cambiamento, occorre garantire condizioni adeguate perché possano svolgere tale ruolo, a fronte dell’aumento di complessità e dell’indebolimento del loro peso demografico, in senso sia assoluto che relativo, rispetto alle generazioni più mature. Se messe nelle condizioni adeguate, le giovani generazioni rappresentano la componente della popolazione maggiormente in grado di cogliere nuove opportunità dalle trasformazioni in atto. Se, invece, i giovani sono deboli e mal supportati, il rischio è che prevalgano le fragilità esponendoli a vecchi e nuovi rischi.

L’investimento dell’Ue, il ritardo italiano. Il programma NextGenerationEU, con i suoi 750 miliardi di euro messi a budget, rappresenta la principale risposta dell’Europa per porre le basi di una nuova partenza. Al nostro Paese sono stati riconosciuti poco più di 190 miliardi confermando il ruolo che l’Italia ha deciso di giocare attraverso l’attuazione del Piano di Ripresa e Resilienza. La centralità posta dall’Unione Europea sul fattore “giovani” risiede anche nella scelta di titolare il programma proprio alle “nuove generazioni europee” prevedendo, tra le sei principali missioni dei programmi di spesa nazionali, una specifica missione dedicata alle “politiche per la prossima generazione, l’infanzia e i giovani, come l’istruzione e le competenze”.

                Nonostante la consistente quota destinata all’Italia, il nostro Paese non ha ritenuto necessario declinare le politiche per il contrasto al divario delle giovani generazioni all’interno del proprio Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), limitandosi, peraltro anche in tema di pari opportunità, a prevedere una generica (quanto poco monitorabile) “priorità orizzontale”. Nonostante ciò, a livello politico si sono attivate anche misure che vanno nel senso di una attenzione specifica, come l’istituzione del COVIGE – Comitato per la Valutazione dell’Impatto Generazionale delle politiche pubbliche presso la Presidenza del Consiglio dei ministri.

                Il progressivo processo di disinvestimento sulle giovani generazioni, che ha caratterizzato negli ultimi decenni il nostro Paese, incidendo in termini di riduzione in quantità e qualità adeguata di nuovi entranti nella popolazione, nella società, nell’economia, non è solo iniquo ma anche controproducente. Determina una riduzione delle loro prospettive anche rispetto agli ambiti e ai territori nei quali vivono: partecipano di meno al mercato del lavoro, rimangono più a lungo dipendenti dalle famiglie, si devono adattare a lavori spesso irregolari o sottopagati, oppure scelgono di emigrare. La lunga dipendenza dai genitori rappresenta sempre più una risposta a squilibri generazionali e all’aumento delle incertezze occupazionali.

                Il tema delle diseguaglianze strutturali continua a rappresentare un elemento determinante e discriminante nelle chance che definiscono il destino sociale. In definitiva, i giovani italiani sono numericamente pochi, risultano meno formati a livello avanzato, poco valorizzati quando si inseriscono nel sistema produttivo, più passivamente a carico del sistema pubblico o della famiglia di origine 4. Se compariamo l’Italia con gli altri Paesi europei, emerge come i giovani siano meno messi nella condizione di creare valore per il “sistema Paese” e più esposti al rischio di diventare un peso in termini di costi sociali.

Le questioni in gioco per le nuove generazioni: quattro dimensioni-chiave. Gli squilibri demografici (intrecciati con quelli di genere, sociali e territoriali), il tema delle scelte e delle opportunità offerte in campo educativo, la centralità del lavoro e l’instabilità occupazionale, uniti al tema della partecipazione sociale e politica, rappresentano dimensioni imprescindibili per leggere in modo integrato la realtà complessa delle nuove generazioni e il loro ruolo nei processi di cambiamento in atto.

¨       La demografia. Il tema demografico rappresenta una delle principali chiavi interpretative. Da diversi anni le analisi relative alle dinamiche demografiche che caratterizzano il nostro Paese segnalano il profondo e progressivo divario che separa le generazioni più giovani da quelle piu anziane. Ma l’aspetto più problematico è il peggioramento del rapporto tra popolazione giovane (in diminuzione) e popolazione anziana (in continua crescita). Ne consegue anche un calo della popolazione in età lavorativa che si prevede scenderà in trent’anni anni di oltre dieci punti percentuali, passando dal 63,8% al 53,3% del totale. Alla base di queste dinamiche vi è il crollo dei tassi di natalità, che produce squilibri sulla struttura per età, che a loro volta agiscono negativamente sulle nascite, riducendo la popolazione in età riproduttiva. L’immigrazione, che spesso ha contribuito ad ammortizzare lo sbilancio demografico, non riesce più a colmare il crescente divario tra nascite e decessi.

¨       L’istruzione. Il tema istruzione rappresenta un ulteriore punto strategico. Le scelte e i percorsi lavorativi, i tempi e i modi che definiscono la formazione della famiglia, e più in generale i comportamenti, gli stili di vita e le condizioni socioeconomiche di individui e famiglie, sono fortemente legati alle scelte fatte alla luce delle opportunità educative presenti. La solidità del sistema educativo, in tutti i suoi livelli, e la sua capacità di formare una forza lavoro che sappia rispondere alle opportunità presenti e future del mercato del lavoro, rappresenta un elemento essenziale per la crescita e lo sviluppo di un Paese. Nonostante le giovani generazioni abbiano riempito un divario storico importante, la distanza con i coetanei europei resta consistente. Se poi guardiamo le differenze territoriali, emerge ancora una volta la frattura tra Nord e Sud del Paese. Nel Mezzogiorno, se si sono ridotte le differenze sui diplomati, crescono decisamente per quanto riguarda i laureati. In generale si registra come alla bassa incidenza di giovani che raggiungono un titolo universitario concorra, oltre ad un ridotto tasso di ingresso, un’elevata probabilità di insuccesso, con l’interruzione del percorso prima del conseguimento del titolo. Questo abbandono degli studi introduce la principale spina nel fianco del sistema italiano, ovvero l’elevata quota di giovani esclusi sia dal sistema formativo sia dal mercato del lavoro, ovvero i Neet. L’Italia continua ad essere il Paese con il più alto numero di giovani in questa condizione, di conseguenza quello che maggiormente “spreca” il potenziale dei giovani. La percentuale di Neet (20-34 anni) nell’Unione europea toccava nel 2020 il valore più basso in Olanda (8,2%) e il più elevato proprio in Italia (29,4%) 5.

¨       Il lavoro. Ulteriore tema chiave è quello connesso al lavoro e alla transizione tra il sistema scolastico e il mercato del lavoro. Le difficoltà incontrate nella fase di passaggio dalla scuola al lavoro hanno ricadute rilevanti sui tempi di conquista di una propria autonomia, economica prima di tutto. A questo va aggiunta la difficoltà di accesso all’abitazione, difficile se non impossibile senza l’aiuto dei genitori (possibilità di ottenere un mutuo o sostenere con continuità i costi dell’affitto senza avere lavoro stabile). L’età mediana di uscita dalla famiglia di origine è salita a livelli attorno ai 30 anni nel nostro Paese, mentre risulta inferiore ai 25 nei paesi scandinavi, in Francia, Germania e Regno Unito. La crisi sanitaria dettata dalla pandemia ha inciso in maniera sensibile sulla diminuzione del tasso di occupazione dei giovani.

¨       La partecipazione sociale e politica. Da ultimo, ma non per ultimo, troviamo il tema della partecipazione sociale e politica. Qualsiasi processo di cambiamento che intenda migliorare le possibilità di sviluppo del Paese ha bisogno del contributo attivo delle nuove generazioni, non solo come manodopera, ma a qualsiasi livello della vita sociale e politica. Non si tratta solo di dare spinta, ma anche direzione al cambiamento. Nonostante il crescente interesse per le tematiche politiche in senso ampio, la politica agita, attraverso la partecipazione elettorale, è in progressivo calo, a testimonianza di un problema di rappresentanza da parte dei partiti politici delle istanze dei giovani. I giovani che si attivano e in qualche modo sono interessati a questioni politiche, lo fanno sulla spinta connessa ai temi trattati. Il problema è che le questioni per le quali si attivano i Millennial e la generazione Zeta sono praticamente assenti o poco sostenute nel dibattito politico. Forse anche per questo i giovani preferiscono attivarsi, manifestando e dimostrando il proprio distacco dalla politica istituzionale come dimostrano il successo di iniziative come Fridays for Future e il Green Movement più in generale. Anche altri temi, considerati piu delicati per la politica tradizionale, trovano il sostegno dei giovani come, per esempio, quelli connessi ai diritti sul riconoscimento delle minoranze di genere. Sono molti, comunque, coloro che, come già detto, faticano a trovare una proposta che in qualche modo dia voce ai temi e alle istanze che li interessano o che a vario titolo possono vederli coinvolti.

7 note

Mauro Migliavacca         Alessandro Rosina                         18 Luglio 2022

Il focus della rivista «Politiche Sociali/Social Policies» 1/2022, “Quale ruolo per le giovani generazioni nei processi di sviluppo inclusivo del Paese? Welfare, lavoro e partecipazione sociale nel post pandemia”, nel quale le riflessioni qui proposte sono sviluppate più diffusamente, si propone di affrontare questi temi offrendo una serie di contributi che, con accenti e prospettive differenti, intendono rappresentare alcuni aspetti della condizione dei giovani italiani, identificando e analizzando quali risorse di sistema sono messe a disposizione delle generazioni future. L’obiettivo è quello di fornire un quadro della situazione esistente, in un’ottica rivolta al futuro ma che interpella le scelte del presente.

 

Il presente articolo sintetizza alcuni degli esiti principali di un lavoro pubblicato sul numero 1/2022 di Politiche Sociali/Social Policies, rivista edita dal Mulino e promossa dalla rete ESPAnet-Italia. Per maggiori dettagli e citazioni: M. Migliavacca e A. Rosina, Il posto dei giovani, tra presente e futuro, in «Politiche Sociali/Social Policies», 1/2022, pp. 3-14.

www.secondowelfare.it/primo-welfare/il-posto-dei-giovani-tra-presente-e-futuro/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=percorsi_di_secondo_welfare_newsletter_29_2022&utm_term=2022-07-25

 

GOVERNO

Linee guida per la partecipazione di bambine e bambini e ragazze e ragazzi

La Ministra per le pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti, ha approvato con decreto le “Linee guida per la partecipazione di bambine e bambini e ragazze e ragazzi”, dando così attuazione alle previsioni contenute nell’Azione 25 del 5° Piano nazionale di azione e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva 2022- 2023 (Piano Infanzia), adottato con D.P.R. 25 gennaio 2022.

                Le linee guida, adottate dall’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza ed approvate dalla Conferenza Unificata nella seduta del 6 luglio 2022, nascono con lo scopo di diffondere l’educazione all’ascolto dei bambini e dei ragazzi e la cultura della loro partecipazione, al fine di renderla un elemento intrinseco di tutti i processi decisionali nelle questioni che li riguardano.

                Si tratta di uno strumento strategico che promuovere la significativa e rafforzata partecipazione di tutti i minorenni all’interno della famiglia, delle comunità e delle scuole, come previsto:

¨       dall’art. 12 della Convenzione ONU sull’infanzia del 1989;

¨       dalle raccomandazioni del Comitato sui diritti dell'infanzia delle Nazioni Unite, presenti nelle Osservazioni conclusive del 2019 al quinto e sesto rapporto periodico dell’Italia;

¨       dalla nuova Strategia dell’Unione europea sui diritti dei minorenni, adottata dalla Commissione europea il 24 marzo 2021;

Un ulteriore obiettivo delle Linee guida è quello di orientare il percorso dell’Osservatorio nazionale infanzia e adolescenza, prevedendo l’ascolto e la partecipazione dei minorenni come strumento metodologico da attuare in tutte le fasi del relativo Piano nazionale di azione, in vista del suo monitoraggio e della redazione del successivo Piano. Il documento illustra il significato profondo della partecipazione e fornisce indicazioni di metodo per stabilire un dialogo profondo tra gli adulti e i ragazzi, incluso quelli in condizioni di fragilità o marginalità, nonché coloro che si trovano nella delicata fase di transizione all’età adulta.

                Le Linee guida spiegano come la partecipazione non sia solo un diritto fondamentale che il mondo degli adulti deve riconoscere ai bambini e ai ragazzi, ma deve diventare sempre più una pratica quotidiana, un agire consolidato in tutte le situazioni di natura legale e organizzativa, in famiglia così come a scuola e in tutti quei contesti educativi, sociali e ricreativi abitati da bambini e bambine, ragazzi e ragazze, essi potranno esprimere la loro opinione e questa sarà tenuta in considerazione. 

                                               57 pagine        https://famiglia.governo.it/media/2790/21685773linee-guida-visto-2599.pdf

Il documento si prefigge inoltre lo scopo di assicurare processi di partecipazione autentici, che prevedano scambi di informazioni e dialogo, tra i bambini o tra gli adolescenti, oltre che con gli adulti. Scambi basati sul rispetto reciproco e la non discriminazione, tramite i quali i bambini e gli adolescenti possano imparare come le proprie opinioni, e quelle degli adulti, siano prese in considerazione e possano influenzare gli esiti di tali processi.

Il modello contenuto nelle Linee guida ha ispirato le recenti iniziative di ascolto delle ragazze e dei ragazzi che il Dipartimento ha promosso nel corso dell’ultimo biennio per garantire la partecipazione attiva dei minorenni nella stesura di importanti atti sovranazionali e nazionali, come nel caso della recente Strategia del Consiglio d’Europa sui diritti dei minori (2022-2027), del Piano di azione nazionale della Garanzia infanzia (Child Guarantee) e del nuovo Piano nazionale di prevenzione e contrasto dell’abuso e dello sfruttamento sessuale dei minori. Inoltre esso rappresenta la struttura portante della Piattaforma di Consultazione nazionale, ora in fase di attivazione sperimentale presso il Dipartimento per le Politiche della Famiglia della Presidenza del Consiglio dei ministri, che garantirà stabilmente la partecipazione delle persone di minore età ai processi decisionali che li riguardano, favorendo i processi di interlocuzione tra istituzioni e cittadini minorenni e arricchendo, così, la lettura e la risposta ai loro bisogni sociali, educativi e culturali.

Dipartimento per le politiche della famiglia                       29 luglio 2022

https://famiglia.governo.it/it/politiche-e-attivita/comunicazione/notizie/approvate-con-decreto-della-ministra-bonetti-le-linee-guida-per-la-partecipazione-di-bambine-e-bambini-e-ragazze-e-ragazzi

 

LITURGIA

Nuova chiarezza da “Desiderio desideravi”: 10 proposizioni sulla riforma necessaria, ma non sufficiente

 

Nuova chiarezza da “Desiderio desideravi”: 10 proposizioni sulla riforma necessaria, ma non sufficiente “Non possiamo tornare a quella forma rituale che i Padri conciliari, cum Petro e sub Petro, hanno sentito la necessità di riformare, approvando, sotto la guida dello Spirito e secondo la loro coscienza di pastori, i principi da cui è nata la riforma” (Desiderio Desideravi, 61).

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_letters/documents/20220629-lettera-ap-desiderio-desideravi.html

 

Da tempo era necessario che una voce autorevole dicesse una parola chiara a proposito di un equivoco che il secolo XX ha creato intorno alla “questione liturgica”. Ciò che leggiamo in DD corrisponde bene a quanto era desiderabile ascoltare da alcuni decenni. Provo a presentarne qui la logica un una serie di 10 proposizioni, perché appaia a tutto tondo non solo il merito del testo, ma anche le conseguenze teologiche e pastorali delle sue affermazioni:

  1. La questione liturgica è sorta all’inizio del XIX secolo, quasi 200 anni fa. Da allora, nelle parole profetiche di A. Rosmini in Italia e di P. Guéranger in Francia si è manifestata la consapevolezza che la liturgia conosceva una crisi profonda, dalla quale occorreva uscire con nuove evidenze, nuove forme di vita, nuove pratiche. La crisi è riconosciuta negli anni 30 dell’800: non è quindi il frutto né del Vaticano II né del 68!
  2. La nascita ufficiale del Movimento Liturgico è avvenuta, ai primi del XX secolo, proprio con questo duplice intento: la riscoperta della tradizione liturgica e il reinserimento della liturgia come “fonte” di vita cristiana e della esperienza spirituale. Fondamentale è stata la I guerra mondiale, che apriva una domanda nuova di interesse e di studio verso le pratiche rituali.
  3. Almeno fino agli anni 50 del ‘900 la “formazione liturgica” è stata il centro della attenzione, rispetto ad un ruolo della “riforma”, in partenza piuttosto secondario, che però ha preso vigore in modo forte con le decisioni di Pio XII successive alla II guerra mondiale. Da allora la riflessione sulla “riforma” ha preso il sopravvento, grazie al Vaticano II e al lungo e dettagliato lavoro post-conciliare.
  4. Questo passaggio, che potremmo definire “dal primato della formazione al primato della riforma”, è stato necessario e direi quasi fisiologico. Ma altrettanto naturalmente è accaduto che, dopo circa 40 anni di lavoro quasi totalmente volto alla realizzazione dei nuovi riti, nel periodo dal 1948 al 1988, tornasse a galla la questione più antica, ossia quella della formazione. Proprio su questa soglia finale del 1988 si sono collocati tre eventi simbolici di una trasformazione imprevedibile: la commemorazione dei 25 anni di SC (Vigesimus quintus annus),

www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_letters/1988/documents/hf_jp-ii_apl_19881204_vicesimus-quintus-annus.html

il primo rito inculturato (Messale romano per le diocesi dello Zaire) e lo scisma lefebvriano.

  1. forma di una “progressiva attenuazione” della necessità della riforma. Alla domanda sulla “necessità della riforma liturgica” il magistero ha dato risposte differenziate, ma segnate da sempre maggiore cautela e ritrosia. Mentre si ribadiva formalmente la necessità della riforma, contemporaneamente la si rendeva sostanzialmente aggirabile, dispensabile, evitabile, scavalcabile, quasi a difesa della “libertà” di celebrare come se non vi fosse stato alcun Vaticano II.
  2. Per più di 30 anni, rincuorati nel 2007 dal tenore del MP Summorum Pontificum,

www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/motu_proprio/documents/hf_ben-xvi_motu-proprio_20070707_summorum-pontificum.html

un certo numero di cattolici si sono (o sono stati) convinti della non necessità della riforma: in effetti quando un documento ufficiale asserisce che tutti i riti precedenti alla riforma possono essere usati anche dopo di essa, di fatto esso ridimensiona la portata e la evidenza di questa scelta conciliare. Permette di pensarsi cattolici indipendentemente dal Vaticano II e dalle sue conseguenze. Così si garantiva dall’alto una immunizzazione del cattolicesimo dal Vaticano II, che ha preso forme pesanti in diverse nazioni.

       7. Ma, nonostante le apparenze, non è questo l’attacco più insidioso alla riforma liturgica. La riforma soffre molto di più non per la negazione sfrontata della sua necessità, ma per il fatto di essere giudicata “sufficiente”. In questo modo, infatti, si introduce una cesura nei confronti del movimento liturgico, che sapeva bene come, pur onorando il compito di riforma, il vero fine fosse la “formazione del popolo alla actuos participatio”. Con lucidità R. Guardini lo ha scritto dal 1918 al 1964: si tratta di “reimparare l’atto di culto”: questo sarebbe stato il vero scopo della riforma liturgica.

        8. Così, accanto all’attacco alla riforma mediato dalla contestazione della sua necessità, vi è stato un altro attacco, molto meno evidente, ma molto più insidioso, che è consistito nel ritenere, ingenuamente o colpevolmente, che la riforma fosse sufficiente, in quanto tale, a risolvere la questione liturgica. Il primo attacco è venuto dai tradizionalisti (che avrebbero voluto negarne la necessità), mentre il secondo è venuto dai burocrati e dai funzionari (che si sono illusi e hanno illuso gli altri circa la sua sufficienza). D’altra parte la riforma è “atto centrale” controllabile, mentre la formazione da aggiungere ad essa è “atto decentrato” e molto più contingente.

9. Con Desiderio desideravi diventa chiaro che questo equivoco viene totalmente rimosso. Non si cade più nella trappola per cui la fatica e la lentezza della formazione diventa l’alibi per contestare la necessità della riforma. Con piena coscienza, e con grande lucidità, per DD l’unica lex orandi vigente diventa “testo e contesto normativo” per sviluppare la “via sperimentale” mediante cui l’azione rituale dà forma al soggetto ecclesiale. La riforma, con tutta la sua necessità, resta insufficiente se non diventa pratica rituale nuova, condivisa da tutto il popolo. La contingenza di questo passaggio esige una cura particolare, che non è solo “apologetica della riforma”, ma “contingente esperienza rituale”.

10. Se il dibattito uscirà dalle secche della disputa sulla “necessità della riforma” e permetterà una seria considerazione della sua “insufficienza” formativa, i nuovi riti potranno diventare mediazione linguistica della carne e sangue di Cristo e della Chiesa, cosa che potrà avvenire solo mediante una formazione liturgica alla partecipazione attiva di tutto il popolo di Dio nel contesto di una azione rituale riconosciuta come linguaggio comune, senza deleghe clericali a terzi. La prospettiva di SC si rispecchia ora in DD, ma con la nuova consapevolezza di una riforma riconosciuta ormai come necessaria e irreversibile, e tuttavia giudicata anche “non sufficiente” rispetto al compito primario della liturgia di costituire il “fons” e il “culmen” di tutta la azione della Chiesa. Una nuova liturgia che non riuscisse a diventare “fons comune” di tutta la Chiesa finirebbe prima o poi per veder messa in questione di nuovo la sua stessa necessità.

Andrea Grillo  blog: Come se non            25 luglio 2022

www.cittadellaeditrice.com/munera/nuova-chiarezza-da-desiderio-desideravi-10-proposizioni-sulla-riforma-necessaria-ma-non-sufficiente

      

MALTRATTAMENTI

La Cassazione su maltrattamenti in famiglia e presenza del minore

Con la sentenza n. 21024/2022 (Sez. 3 pen., 28 aprile 2022, rv. 18523), depositata il 30 maggio, la Corte di Cassazione respinge il ricorso di uomo che aveva maltrattato la compagna davanti al loro figlio minorenne. Quello che rileva è la eadem ratio degli episodi di maltrattamento realizzati “in presenza” o “in danno” del minore.

1. La vicenda sottoposta al vaglio da parte del Giudice di legittimità investe il tema dei maltrattamenti in famiglia ai quali abbia assistito il figlio minorenne. Nel caso di specie, la Corte di appello di Roma aveva confermato la decisione emessa dal G.u.p. del Tribunale di Rieti all’esito del giudizio abbreviato, appellata dall’imputato, con la quale costui era stato condannato alla pena di 6 anni di reclusione in relazione, tra gli altri, al delitto di maltrattamenti in famiglia di cui all’art. 572 cod. pen. commi 1 e 2, per aver ripetutamente vessato e maltrattato la compagna in presenza del loro figlio. Questa circostanza ha fornito l’occasione alla S.C. di fare luce sulla configurabilità dell’aggravante dei maltrattamenti in famiglia ai danni del partner, cui abbia assistito il figlio minore. Il comma 2 dell’art. 572 cod. pen., il quale prevede per i maltrattamenti un aumento della pena della reclusione fino alla metà: fra le aggravanti figura anche il fatto commesso alternativamente in presenza o in danno di persona minore, con ciò riproducendo ampliandone la previsione dell’aggravante di cui all’art. 61 comma 1 n. 11 quinquies cod. pen. La giurisprudenza di legittimità ha chiarito che l’aggravante si configura se il minore percepisca il reato, non essendo richiesto che lo stesso sia commesso davanti ai suoi occhi. Ne segue che si escludono dal suo raggio applicativo quei casi nei quali il minore sia fisicamente presente, ma non percepisca il verificarsi della condotta delittuosa.

                2. È un’aggravante a effetto speciale introdotta a seguito della novella operata dalla legge n. 69/2019 (c.d. «codice rosso»), la quale, finalizzata a contrastare episodi di violenza domestica, si inserisce nel solco dell’inasprimento del trattamento sanzionatorio in merito ai maltrattamenti di cui al comma 1 dell’art. 572 cod. pen.; in particolare, l’incremento di afflittività della pena al verificarsi delle condotte maltrattanti in presenza o in danno del minore si spiega con la necessità di tutelare a tutto campo la personalità in fieri di questi soggetti, la quale può subire incisive e durature ripercussioni sul duplice versante psico-fisico a causa della percezione della violenza familiare consumata in qualsiasi forma, a prescindere dal fatto che il minorenne assista in modo passivo alla violenza o sia egli stesso vittima della violenza domestica. È utile richiamare i passaggi motivazionali della Corte: «il fatto commesso in presenza di un minore, soggetto “debole” per definizione, non è certamente privo di un significato offensivo nei confronti del minore medesimo, la cui integrità psichica, nel breve e/o nel lungo periodo, può essere seriamente compromessa dalla diretta percezione di gravi episodi di violenza commessi in ambito familiare»: la ratio dell’aggravante, infatti, «si correla all’esigenza di elevare la soglia di protezione di soggetti i quali, proprio a cagione dell’incompletezza del loro sviluppo psico-fisico, risultino più sensibili ai riflessi dell’altrui azione aggressiva, specie se commessa da un genitore in danno dell’altro, e possano così rimanerne vulnerati, esito che riflette gli approdi ormai adeguatamente consolidati della scienza psicologica, secondo cui anche bambini molti piccoli sono negativamente influenzati dagli eventi traumatici verificatisi nell’ambiente che li circonda».

                E ancora, «non è affatto irragionevole che il Legislatore abbia considerato, nella medesima disposizione, i fatti di maltrattamento commessi “in presenza” o “in danno” di un minore in quanto sono espressione della medesima ratio: la tutela dell’integrità del minore, nelle sue componenti di integrità psichica in un caso, che può essere compromessa quando il minore è spettatore di episodi di violenza in ambito familiare, e di integrità fisica, quando il minore è egli stesso vittima di violenza»

                È quindi netta la volontà di leggere in chiave estensiva la nuova aggravante, in considerazione della peculiare posizione di vulnerabilità del soggetto minorenne.

                Giuseppe Paci                   Centro Studi Livatino                    26 luglio 2022

ww.centrostudilivatino.it/la-cassazione-su-maltrattamenti-in-famiglia-e-presenza-del-minore

 

MINORENNI

Minori stranieri non accompagnati: l’Italia ha violato la Convenzione europea dei diritti dell’uomo

L’Italia non ha rispettato gli obblighi internazionali sul trattamento dei minori stranieri non accompagnati perché ha accertato l’età del minore non tenendo conto della possibilità di un margine di errore e ha costretto un minore a vivere per quattro mesi in un centro di accoglienza per adulti. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza Darboe e Camara contro Italia (ricorso n. 5797/17, case of darboe and camara v. italy), depositata il 21 luglio 2022, con la quale è stata accertata la violazione dell’articolo 8, che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare, dell’articolo 3, che vieta i trattamenti inumani o degradanti e dell’articolo 13, che garantisce il diritto alla tutela giurisdizionale effettiva.

www.marinacastellaneta.it/blog/wp-content/uploads/2022/07/CASE-OF-DARBOE-AND-CAMARA-v.-ITALY.pdf

                Questi i fatti. Un ragazzo, cittadino del Gambia, nel 2016 era arrivato, con un barcone, in Sicilia: era stato accolto in un centro per minori ma poco dopo, poiché le autorità competenti nutrivano dubbi sulla sua minore età, era stato trasferito in un centro di accoglienza per adulti. Il ricorrente era stato sottoposto ad alcuni accertamenti per determinare l’età: dagli esami, secondo il medico, risultava che il giovane era in realtà maggiorenne. Non era stato considerato, però, che taluni degli esami svolti avevano un ampio margine di errore e, inoltre, al minore non era stato consegnato alcun provvedimento, con l’impossibilità così di impugnare l’atto. Un legale, una volta che il giovane era stato collocato nel centro di accoglienza per adulti, per di più sovraffollato (la capienza prevista era di 542 persone, mentre ne erano state accolte 1.400), si era rivolto al  Tribunale di Venezia per la nomina di un tutore.

Poi la richiesta di misure provvisorie alla Corte europea. La sua istanza era stata accolta e, dopo quattro mesi, il minore era stato trasferito in un centro per minori. Nel merito, nella sentenza del 21 luglio, la Corte parte dalla premessa che gli Stati hanno precisi obblighi positivi e devono assicurare che un minore non si trovi in una situazione di incertezza a causa della quale può subire conseguenze negative dal punto di vista psicologico e fisico. I minori stranieri non accompagnati – osserva la Corte – si trovano in una particolare situazione di vulnerabilità e, quindi, l’intervento dello Stato deve essere più rapido. Di conseguenza, se uno Stato ha certo il diritto di procedere a un accertamento sull’età, lo deve fare con celerità e in modo completo, con un’indagine accurata, anche alla luce degli obblighi derivanti dalla Convenzione Onu sui diritti del fanciullo e dall’art. 17 della direttiva 2005/85, nonché dall’art. 18 del D.lgs. n. 142/2015 di attuazione della direttiva 2013/32 e 2013/33. Di qui la conclusione che l’Italia, non seguendo un approccio olistico e multidisciplinare per la fase di accertamento dell’età, ha violato l’articolo 8. Inoltre, il trattamento nel centro di accoglienza – sovraffollato, con le brande vicinissime, l’assenza di acqua calda e di adeguate condizioni igieniche – ha determinato anche la violazione dell’articolo 3 per i trattamenti inumani o degradati subiti al minore.

E, a breve, potrebbe esserci un’altra condanna considerando che lo scenario della sentenza del 21 luglio è sostanzialmente analogo a quello del ricorso presentato da 13 minori stranieri non accompagnati ospitati nell’hotspot di Taranto (caso Trawalli e altri contro Italia, ricorso n. 47287/17), comunicato all’Italia l’11 gennaio 2018.

Marina Castellaneta      27 luglio 2022

www.marinacastellaneta.it/blog/minori-stranieri-non-accompagnati-strasburgo-condanna-litalia.html

 

PASTORALE

Verso il matrimonio (5): sulla sessualità

Dare troppo peso alla sessualità, quasi facendone l’unico elemento della vita di coppia: una preoccupazione moralistica che va superata

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Continuando le nostre riflessioni sul documento Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale, ci sembra che un confronto tematico con Amoris Lætitia sul peso della sessualità nel matrimonio riveli una sorta di passo indietro. E questo rappresenta un altro nodo meritevole di attenzione. Nel documento sembra che serpeggi un certo timore della sessualità, per cui il rischio è quello di fare del sesso, paradossalmente, proprio ciò che a parole si vuole evitare: il centro della vita di coppia. Si dà quasi l’impressione che sistemata la castità, il resto venga di conseguenza: «Da coniugi, infatti, emerge, in modo ancora più evidente, l’importanza di quei valori e di quelle attenzioni che la virtù della castità insegna: il rispetto dell’altro, la premura di non sottometterlo mai ai propri desideri, la pazienza e la delicatezza con il coniuge nei momenti di difficoltà, fisica e spirituale, la fortezza e l’auto-dominio necessari nei tempi di assenza o di malattia di uno dei coniugi» (57).

                In realtà, una vera maturazione cristiana, sempre bisognosa di affinamento, crescita, conversione, non può dividere in modo così statico l’umano: anche la crescita della pazienza favorisce la castità, ad esempio. E che dire della fortezza? Insomma, c’è ancora, purtroppo, un moralismo di fondo che scambia per etico ciò che sembra essere semplicemente una sorta di “purità sessuale”. Per tali ‘strabismi’ la morale cristiana ha non poco pagato dazio, facendo spesso ricadere il costo finale sulle coppie che, volendo essere fedeli alla Chiesa, hanno faticato parecchio a vivere la sessualità anche dopo il matrimonio come atto d’amore, e a renderla una delle tante componenti della vita di coppia.

                Ancora: in una prospettiva sessuocentrica, si dice che i pericoli che corrono i giovani sono sostanzialmente due: «da un lato, il dilagare di una mentalità edonista e consumista che toglie loro ogni capacità di comprendere il significato bello e profondo della sessualità umana. Dall’altro, la separazione tra la sessualità e il “per sempre” del matrimonio» (30). Non si tratta qui di negare tali ‘pericoli’, ma si noti il punto di vista: la mentalità edonista è applicata solo alla sfera sessuale, così come il discorso del ‘per sempre’. Forse che non esistono altri ambiti in cui i giovani sarebbero ‘tentati’, ambiti ugualmente decisivi per una serena costruzione di una coppia? Pensiamo all’uso del denaro, del tempo, la fatica a integrare il sé nella dimensione del noi, etc.…

Addirittura poi sembra che dalla sola castità prematrimoniale derivino ‘benefici’ per la coppia già sposata: «Molte volte capita che l’attenzione dei giovani sposi si concentri sulla necessità di guadagnare e sui bambini, smettendo di lavorare sulla qualità del mutuo rapporto e dimenticando la presenza di Dio nel loro amore. Vale la pena di aiutare i giovani sposi a saper trovare il tempo per approfondire la loro amicizia e per accogliere la grazia di Dio. Certamente la castità prematrimoniale favorisce questo percorso, perché dà tempo ai nuovi sposi di stare insieme, di conoscersi meglio, senza pensare immediatamente alla procreazione ed alla crescita dei figli». Anche qui, un dato parziale (sessuale) che diventa quasi assoluto, perché dietro si affaccia, di nuovo, la lettura solo procreativa della sessualità. Con una amputazione antropologica e teologica che era già stata superata da Amoris Lætitia.

                Spiace dirlo, ma l’impressione è che, come spesso accade, tale preoccupazione insistita sulla dimensione sessuale sia più di coloro che vivono il celibato che di quanti sono sposati ed ‘esercitano’ la componente sessuale-genitale. Parlano più di sesso coloro che non lo fanno, che quelli che lo fanno: è un’antica battuta che forse non è così lontana dal reale.

Ancora una volta rischiamo di non riuscire a far vedere la bellezza della sessualità cristiana, come invece emergeva da Amoris Lætitia, ad esempio, per una astrattezza disincarnata, e al fondo moralizzante, che rischia di dire poco o nulla ai più, o si offre a fraintendimenti e a blocchi umani per coloro che ancora cercano di seguire la Chiesa.

Se davvero vogliamo far crescere le persone dobbiamo, ben prima delle regole, tenere conto delle loro dinamiche interiori e relazionali, della loro storia, delle loro intenzioni e condizioni esistenziali, valutando caso per caso. Preoccuparci primariamente dell’incasellamento dentro norme morali della sessualità non fa crescere di un millimetro le persone. È l’amore che produce l’ordine etico, non viceversa.

Ci spiacerebbe davvero che questo documento rischiasse di essere un po’ un ritorno all’ordine, dopo Amoris Lætitia. Se dovesse essere così il risultato finale potrebbe semplicemente essere quello dell’ennesimo strumento pastorale inefficacie che viene proposto, mantenendo aperto tutto il problema della distanza tra fede e vita matrimoniale.

Sergio Di Benedetto e Gilberto Borghi                  VinoNuovo        26 luglio 2022

 

Verso il matrimonio (6): spiritualità e psicologia

Non sovrapporre ambito spirituale e ambito psicologico, non ridurre tutto a peccato: un’attenzione di cui si senta la mancanza. Ancora un aspetto, l’ultimo della nostra riflessione, che ci sembra doveroso sottolineare a riguardo del documento Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale. Orientamenti pastorali per le chiese particolari. In più punti del testo, dando indicazioni pastorali, si sottende un certo modo di concepire il rapporto tra spiritualità e psicologia.

www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&ved=2ahUKEwjgkafwgID5AhXu8LsIHbOqCNIQFnoECAQQAQ&url=https%3A%2F%2Fpress.vatican.va%2Fcontent%2Fdam%2Fsalastampa%2Fit%2Fbollettino%2Fdocumentazione-linkata%2FItinerari%2520catecumenali%2520ITA.pdf&usg=AOvVaw1jfNuPBa9EnwjmXlwxdO5A

Al n. 67 si dice: «Gli sposi non devono mai dimenticare che è il peccato, in ultima analisi, la vera minaccia del loro amore. Ben più grave di qualsiasi carenza psicologica, o di qualsiasi imperfetta dinamica interpersonale, è l’allontanamento da Dio, che innesca nel cuore umano una spirale di chiusura e di egoismo che ostacola il vero amore, perché impedisce l’apertura, il rispetto, la generosità nei confronti dell’altro. Dunque, per poter crescere ogni giorno nell’amore reciproco, è indispensabile dominare, con l’aiuto della grazia, il peccato che “si accovaccia” alla porta del proprio cuore (Gn 4,7) e, inoltre, far ricorso al perdono di Dio che, nel sacramento della Riconciliazione, elargisce il suo amore più potente di qualsiasi peccato».

Qui, sembra si ipotizzi che si stia parlando del peccato come qualcosa di personale, dove i coniugi hanno responsabilità sui loro atti e non tanto del peccato inteso come condizione umana, cioè come situazioni personali di fragilità su cui la persona, invece, può avere poca responsabilità. A dire che le dinamiche psichiche o relazionali, in cui le fragilità si incarnano, sono ben poca cosa rispetto alla potenza della dinamica della grazia e del peccato. Tradotto in parole povere, pare a noi che il documento voglia dire: se si ha buona volontà (cioè animata dalla grazia di Dio), anche le fragilità umane possono essere superate.

                Presentato così, però sembra davvero che la grazia funzioni nella persona indipendentemente dalle sue condizioni esistenziali e/o psicologiche. Ci sarebbe da chiedersi allora cosa vuol dire, in questo caso, che la grazia suppone la natura, come afferma da sempre la Chiesa. Davvero pensiamo che Dio operi ordinariamente nel cuore delle persone, saltando la natura umana e le sue dinamiche? Immagineremmo un “miracolo” continuo! E soprattutto vorrebbe dire che le rotture matrimoniali sono sempre colpevoli, dal momento che sempre qualcuno dei due, o entrambi, hanno peccato. Attenzione, qui non si intende “hanno responsabilità” dell’agire, ma proprio che quell’azione sarebbe sempre peccato.

Va da sé, inoltre, che un Dio che opera ordinariamente travalicando la natura umana porrebbe seri problemi alla questione del liberto arbitrio: dove starebbe la libertà della persona?

In realtà, lo stesso documento ammette che «nonostante tutto il sostegno che la Chiesa può offrire alle coppie in crisi, ci sono, tuttavia, situazioni in cui la separazione è inevitabile. A volte può diventare persino moralmente necessaria» (93), aggiungendo che «La faticosa arte della riconcilia­zione, che necessita del sostegno della grazia, ha bisogno della generosa collaborazione di parenti ed amici, e talvol­ta anche di un aiuto esterno e professionale» (90). Questo perché sappiamo che nella realtà ci sono delle dinamiche personali e interpersonali, che non sono peccato, ma che incidono moltissimo sulla vita matrimoniale, portando anche al suo fallimento. Perciò, psicologia e spiritualità vanno pensate come alleate, con ambiti diversi di intervento, e non come avversarie, a contendersi lo stesso terreno, ossia l’animo umano.

                La stessa difficoltà concettuale si ritrova al n. 91: descrivendo un itinerario di accompagnamento di coppie in crisi si dice: «Tutti gli incontri si svolgono sempre in un clima di preghiera, poiché si tratta di un cammino spirituale e non di sedute di “terapia di coppia». Poche righe sotto, sempre al 91, indicando quali contenuti debbano emergere nei primi incontri di solo ascolto si dice: «“quale è la sofferenza che mi porto dentro?”; “che disagio provo?”, “cosa mi ferisce nel modo in cui stiamo vivendo la nostra relazione?”. Non è raro, infatti, che nelle coppie manchino una comunicazione e un dialogo tali da far conoscere lo stato d’animo e il punto di vista dell’altro».

Appare evidente come il percorso spirituale, qui, tenda a sovrapporsi a quello psicologico. Provare disagio non significa aver commesso un peccato, ad esempio. Qualsiasi operatore di area psicologica che lavori con coppie in crisi, all’inizio del percorso, cerca di far emergere proprio queste stesse domande. E perciò, sembrerebbe che la differenza tra un percorso psicologico e uno spirituale, in questo passaggio iniziale, sia solo dato dal mettersi alla presenza di Dio.

                Una buona metafora per descrivere il rapporto sano ed equilibrato tra psicologia e spiritualità è quella del ciclista. Per una buona “performance” ha bisogno almeno di due figure ben distinte: l’allenatore e il meccanico. Sarebbe sciocco se un allenatore chiedesse al ciclista di spingere ancora più forte sui pedali, se la bicicletta gira male perché la sua meccanica non è a posto. Un allenatore che ipotizzi che si può vincere anche senza “sistemare” la meccanica della bici non è un bravo allenatore. Lo è invece quell’allenatore che sa quali sono i limiti raggiungibili dal ciclista, viste le condizioni meccaniche della sua bicicletta, e lo può mettere in grado di dare il massimo all’interno di quei limiti.

                Fuor di metafora, è importante, dato il tema delicatissimo dell’accompagnamento delle coppie in crisi, aver consapevolezza che le dinamiche personale e interpersonali non sono necessariamente ‘campo’ della morale, così come esistono delle azioni che sono peccato, ma che non sono oggetto primo di un accompagnamento di natura piscologica. Questo serve anche, in un’ottica cristiana, a dare il giusto peso alla libertà, alla responsabilità, alla grazia di Dio, alla cura della relazione sotto diversi punti di vista. Ancora una volta, è nella sinergia e nella sinfonia dei suoni e degli strumenti che può risuonare la bellezza della persona umana.

Sergio Di Benedetto e Gilberto Borghi                  VinoNuovo        29 luglio 2022

https://www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/verso-il-matrimonio-6-spiritualita-e-psicologia/

 

RIFLESSIONI

Solo la psicanalisi può insegnarci a pregare in modo nuovo

Massimo Recalcati                         “La Stampa”      26 luglio 2022

Non si tratta di pregare un Altro magico e protettore, ma di affidarsi al silenzio e donarsi. Così Nicolò Terminio ¤1978 sfida con una tesi sovversiva il verdetto freudiano. Esiste una consolidata tradizione di studi che contrappone senza alcuna possibilità di dialogo la psicoanalisi alla religione. Essa trova la sua prima matrice nel severo giudizio di Freud sulla religione considerata come un delirio o una nevrosi dell'umanità. Per questa tradizione non avrebbe senso interrogare con la psicoanalisi l'esperienza della preghiera perché in essa non ritroveremmo altro se non la regressione infantile dell'orante alla posizione del bambino inerme che, angosciato dalla sua fragilità, invoca il proprio padre idealizzato attraverso il surrogato della figura del Dio onnipotente della religione biblica.

 

Pochi psicoanalisti hanno interrogato l'esperienza della preghiera sfidando il carattere implacabile del verdetto freudiano. Prova a farlo con coraggio e grande onestà intellettuale Nicolò Terminio in questo piccolo e stupefacente libro, L'eredità creativa. Preghiera e testimonianza tra cristianesimo e psicoanalisi (Il melangolo). Perché stupefacente? Perché esso appare dritto, come si dice di qualcuno che ha la schiena dritta o di qualcuno che va dritto al punto senza concedersi divagazioni superflue. L'essere diritto, in questa accezione, insieme etica e metodologica, è effettivamente un tratto della personalità e della teorizzazione di Terminio: andare diritto per la propria via in questo caso non segnala nessun dogmatismo, alcuna rigidità morale, ma quel carattere deciso del desiderio che secondo Jacques Lacan definisce il soggetto etico al termine dell'analisi. Ma stupefacente non è solo il carattere posturale del libro e del suo autore, quanto soprattutto le sue tesi.

  1. La prima concerne proprio l'esperienza della preghiera: diversamente dal riduzionismo freudiano che riconduce questa pratica a una regressione infantile del soggetto che l'esperienza della psicoanalisi deve contribuire a contrastare, per Terminio è proprio grazie all'esperienza psicoanalitica che possiamo imparare a pregare in modo nuovo. È una tesi inedita e per certi versi sovversiva; chiaramente si tratta di accedere a un'altra forma della preghiera rispetto a quella sulla quale lo stesso Freud si sofferma. Esiste infatti una forma nevrotica della preghiera che consiste nel piegare questa pratica all'esigenza fantasmatica di essere risarciti dall'Altro (Dio). In questo caso in primo piano è la necessità del soggetto di sentirsi giustificato dall'esistenza di un Altro tenuto a rispondere alla sua invocazione. Anzi, ancora più precisamente, in questa forma della preghiera l'Altro è chiamato in causa come ciò che deve sanzionare o premiare il nostro comportamento in quanto giudicato vizioso o virtuoso. Il rischio è quello di consegnare la preghiera alla logica sacrificale che esalta la mortificazione del desiderio come espressione di una dedizione senza riserve alla Legge (severa e punitiva) dell'Altro; è quello di porre Dio nel luogo di un "Altro riparatore" che ha la responsabilità di salvarci o di dannarci. Questa versione della preghiera riduce in sostanza la preghiera stessa a una domanda di assoluzione.

La tesi sovversiva di Terminio è che grazie alla psicoanalisi possiamo imparare a pregare in un modo nuovo. Non si tratta in questa nuova forma della preghiera di invocare un Altro magico e protettore, ma, innanzitutto, di «affidarsi al silenzio». In fondo, a chi ci rivolgiamo quando preghiamo, si chiede Terminio, se come psicoanalisti crediamo nell'inesistenza dell'Altro? Nella preghiera, il primo passo non è quello - diversamente da cosa pensava Freud - di consolidare l'Altro della fede come prolungamento dell'imago paterna idealizzata, ma di operare il suo radicale svuotamento; «anziché riempire la mancanza dell'Altro si tratta di acconsentire che l'Altro faccia emergere la nostra mancanza». Il capovolgimento è risoluto: non si prega per essere perdonati o amati dall'onnipotenza dell'Altro, ma si prega, se si vuole pregare, per incontrare la nostra mancanza, per scorgere come questa mancanza possa trasfigurarsi in un atto di donazione verso l'Altro. È questa la sovversione profonda che sconcerta il paradigma freudiano: non si prega affinché l'Altro esaudisca le nostre richieste, ma per amare l'Altro. La solitudine e il silenzio necessario dell'orante viene accostato a quello, altrettanto necessario, dell'amante: non si tratta di pregare per sentirsi amati, ma di pregare per amare; in gioco non è «un chiedere», ma un «darsi»; lasciarsi attraversare dalla vita, dalla sua eccedenza e dalla sua mancanza; fare «L'esperienza di diventare ciò che sto vivendo».

  1. Qui si apre lo spazio dove Terminio può introdurre la sua seconda audace tesi: «Ogni erede non eredita niente se non l'atto di ereditare». In primo piano compare il tema della testimonianza. Anche in questo caso, come è stato fatto con la preghiera, bisogna distinguere due forme della testimonianza:
  • la prima è vincolata simbolicamente all'ideale dell'io e alla figura del padre come colui che supporta quell'ideale contribuendo a dare forma alla vita del soggetto. In questo caso la testimonianza si fonda sull'esistenza di un modello e sull'identificazione soggettiva a esso che offre una "bussola" al figlio tale da consentirgli di orientarsi nel mondo.
  • La seconda testimonianza non implica una identificazione ideale ma un incontro con l'incarnazione singolare di un desiderio. Il suo effetto non è quello di orientare la vita, ma di produrre su di essa un «effetto di reale», ovvero di fare sorgere il carattere etico del desiderio. Questo effetto non implica l'esistenza di un modello se non la sua radicale dissoluzione. In questo senso Terminio può scrivere che «un vero erede non eredita niente se non l'atto stesso di ereditare». L'esempio preciso e suggestivo che Terminio propone è quello tratto da un film di Scorsese del 2011, Hugo Cabret; un padre sta aggiustando un macchinario «e il figlio vede che il papà ha gli occhi che gli brillano mentre gli mostra quel marchingegno di cui manca una chiave. Quando il padre morirà, ciò che permetterà al figlio di seguire comunque la propria strada sarà quel luccichio negli occhi del padre». Qui, come si vede, il centro resta vuoto; nessuna predicazione, nessuna esortazione educativa, nessun monito disciplinare, nessun modello ideale, nessun atto esemplare istituisce la trasmissione dell'eredità. In primo piano solo un piccolo "resto" del padre: i suoi occhi che brillano. La testimonianza si riduce così ad un taglio, ad una traccia.

Massimo Recalcati                        La stampa                           26 luglio 2022

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202207/220726recalcati.pdf

 

SINODO MONDIALE

Il Concilio plenario: Lungamente preparato

Un modo per guardare il V Concilio plenario australiano (Sydney 3-9 luglio 2022) è quello di considerare ciò che può insegnare al «processo sinodale» lanciato da papa Francesco, e che culminerà con l’Assemblea dell’ottobre 2023 a Roma, ma che sicuramente continuerà anche dopo.

Penso che ci siano sei importanti insegnamenti per le altre Chiese che stanno preparando le loro assemblee sinodali in tutto il mondo: preparazione; persone; procedura; polarizzazione; preghiera; processo post-plenario.

  1. Il primo è la preparazione. Il V Concilio plenario ha richiesto molto tempo per essere preparato e celebrato. Ci vorrà tempo anche per recepirlo. Le prime idee su un Concilio plenario risalgono addirittura a prima dell’elezione di papa Francesco; uno dei proponenti era l’allora arcivescovo di Adelaide, Philip Wilson, più di dieci anni fa, quando la sinodalità non era esattamente qualcosa di popolare nell’establishment ecclesiastico e in Vaticano. Le proposte di un Concilio plenario non solo sono sopravvissute, ma sono state rafforzate dalla tempesta della Royal Commission sullo scandalo degli abusi e delle violenze nella Chiesa. Ci è voluta molta energia da parte dell’allora presidente della Conferenza episcopale australiana, l’arcivescovo Mark Coleridge, per superare le resistenze e le opposizioni e annunciare il Concilio plenario nel 2018. Dopo un lungo processo di preparazione nelle Chiese locali, la prima assemblea si è svolta dal 3 al 10 ottobre 2021. Anche i teologi sono stati una parte insostituibile del successo.
  2. Il ruolo delle persone. Il secondo è quello delle persone. Il Concilio plenario australiano è stata un’esperienza di circa 300 delegati che hanno rappresentato l’intero popolo di Dio in un modo più pieno e ricco del concetto di rappresentanza politica. Come ha osservato il corrispondente di The Tablet, Christopher Lamb (che si è recato in Australia per la II assemblea), durante il processo sinodale è emersa una nuova leadership. Il fatto che il vescovo Tim Costelloe, presidente della Conferenza episcopale e presidente del Concilio, sia stato fuori gioco per la maggior parte della settimana probabilmente a causa del COVID non ha fermato il Concilio. È stata l’abilità del vicepresidente Shane Mackinlay, vescovo di Sandhurst (Bendigo), a salvare il Concilio dall’evento dirompente di mercoledì 6 luglio, con la crisi sul voto sul ruolo delle donne nella Chiesa. Ma anche le persone in Assemblea. L’idea di dividerle in piccoli gruppi attorno a un tavolo è stata molto intelligente. L’attività di «conversazione spirituale», che ha preso buona parte della giornata, ha favorito una condivisione profonda e nel corso della settimana si è registrato un certo movimento nella comprensione dei singoli. C’erano poi i periti o i consulenti teologici che hanno potuto sedersi dietro gli osservatori. Inoltre, i membri del Concilio anche con le loro voci critiche hanno mantenuto onesto il processo: i gruppi di cattolici preoccupati attivi sui social media, i blog quotidiani di cattolici di spicco, le voci riflessive dei mass media. Questa è stata una componente critica in senso positivo.
  3. Il funzionamento della procedura. Terzo, la procedura. Come nel caso della crisi del novembre 1962 durante il dibattito sullo schema del Vaticano II sulla rivelazione divina, il Concilio plenario australiano ha avuto la sua crisi il 6 luglio per il voto deliberativo sulla «Parte 4: Testimoniare l’uguale dignità delle donne e degli uomini». I vescovi non erano riusciti ad approvare con la maggioranza dei due terzi richiesta nessuna delle mozioni sull’uguaglianza delle donne e degli uomini nella Chiesa (nemmeno la dichiarazione introduttiva generale) e ciò è stato immensamente doloroso. La reazione in sala è stata immediata. Circa 60 persone (per lo più donne, due vescovi, alcuni sacerdoti e laici) sono rimaste in piedi in fondo alla sala. Il vescovo Mackinlay ha annunciato che ci sarebbe stato un cambio di programma, con un’ulteriore discussione sulla Parte 4, e che i vescovi si sarebbero incontrati con il Comitato direttivo durante il pranzo per discutere su come procedere. La Parte 4 del documento è stata poi rivista da un nuovo gruppo di redazione con una piccola revisione, senza usare il linguaggio della «complementarietà», è stata poi ripresentata e ha ottenuto un sostegno molto forte. Va dato merito alla buona volontà di molti vescovi di aver voluto trovare una via d’uscita. E anche se c’era una precisa strategia pianificata fin dall’inizio da un gruppo di conservatori per bloccare tutte le mozioni creative, questa non ha funzionato. Come nel Vaticano II, la strategia di dire «no» a tutto ciò che mette in discussione lo status quo non funziona in assemblee ecclesiali ben preparate e ben guidate. La procedura ha funzionato ed è stata in grado di superare la crisi. Tuttavia, è necessario riflettere teologicamente e canonicamente sulle distinzioni tra ciò che è consultivo o deliberativo e i processi decisionali delle assemblee e il loro grado di vincolo per le Chiese. Si tratta di un aspetto molto importante per la Commissione teologica del Sinodo dei vescovi dell’ottobre 2023, che tiene una riunione molto importante a Roma nel settembre 2022. La ricerca di un modo per superare l’impasse dopo il voto deliberativo negativo dei vescovi sulle donne ha dimostrato che, dopo il voto deliberativo, è necessario un ulteriore passo d’accoglienza da parte dell’intera assemblea. In una Chiesa sinodale, consultazione e deliberazione devono essere intese come una relazione circolare.
  4. La sconfitta della polarizzazione. Quarto: la polarizzazione. La vera sfida della sinodalità è superare e non alimentare la polarizzazione ecclesiale causata da piccole minoranze conservatrici. È noto, ad esempio, il modo in cui il card. George Pell, l’uomo di Chiesa più influente in Australia dopo il concilio Vaticano II, ha parlato del Concilio plenario nell’ultimo decennio. Reagire con una posizione che definirei ingenuamente «di sinistra» non fa altro che alimentare la polarizzazione e la divisione della Chiesa e ostacolare un movimento positivo, che il Concilio plenario ha invece portato avanti in modo significativo. La sinodalità è la via per sconfiggere la polarizzazione nella Chiesa: non solo perché mostra, in un ambiente fisico e liturgico, la reale dimensione e l’importanza di minoranze minuscole ma rumorose, ma anche perché aiuta a riflettere in modo ecclesiale e non di mera reazione sulle questioni che queste minoranze rumorose sollevano.
  5. Quinto: la preghiera. Già nei primi giorni di preparazione, il Comitato esecutivo dei vescovi lo aveva sottolineato. Ed è stata costantemente sollecitata. La struttura delle giornate dell’Assemblea prevedeva un tempo di preghiera e sui vari temi c’erano «conversazioni spirituali» in cui le persone condividevano ciò che lo Spirito diceva loro. Un’atmosfera di preghiera esclude ogni farneticazione. Il dialogo sinodale non deve essere come un dibattito parlamentare dove chi vince prende tutto.
  6.  Le decisioni finali e la loro recezione. Sesto e ultimo punto: i risultati e il processo post-assembleare. Alcuni hanno detto che i risultati sono blandi, ma io non la vedo così: la richiesta di ritorno della terza forma del Rito della confessione; la richiesta di revisione della traduzione inglese del Messale del 2010; l’affermazione dell’uguaglianza delle donne e la richiesta della loro nomina negli organi direttivi.

Il Concilio plenario fa parte del movimento sinodale, che è «il contenitore» che sta portando avanti la Chiesa. Forse, guardando all’Australia, la Chiesa ha visto in questo caso i limiti della struttura del Concilio plenario, ostacolata da un approccio giuridico che potrebbe non servire al meglio il discernimento comunitario. L’uso di Francesco dei sinodi (a livello locale, nazionale e universale) sembra un’opzione migliore. Ma non potrà ignorare quanto accaduto in Australia (e in Germania). Il processo di recezione di questo evento ecclesiale non sarà dunque meno importante delle sue decisioni finali.

Il V Concilio plenario australiano è stato un evento storico che dovrà essere studiato come tale. Dopo l’8 dicembre 1965, molti vescovi e consulenti teologici chiave del Concilio dissero che il Vaticano II era solo l’inizio di un inizio (per esempio, Karl Rahner), e che il Vaticano II stava solo per iniziare (Bernard Häring). Questo vale anche per ciò che è accaduto in Australia negli ultimi anni e che è culminato nell’Assemblea di Sydney del luglio 2022. Il V Concilio plenario è finito, ma in un certo senso inizia ora.

                               Massimo Faggioli ¤1970, storico                          Re-blog                26 luglio 2022

https://re-blog.it/2022/07/26/sinodalita-a-scuola-dallaustralia

 

Avvertimento della Santa Sede al Sinodo tedesco: «Dove credete di andare?»

Il nodo vaticano viene al pettine. Dopo due anni e mezzo di lavoro indefesso, articolato in quattro aree tematiche (celibato sacerdotale, magistero sulla morale sessuale, ruolo delle donne e riduzione del potere clericale), per una riforma della Chiesa nella direzione di un aggiornamento e di un recupero dopo la devastazione – non conclusa – portata dall’esplosione della crisi della pedofilia nel clero, il Cammino sinodale tedesco si vede sbarrata la strada dal Vaticano. Il 21 luglio, una nota della Santa Sede, non firmata, afferma che «Per tutelare la libertà del popolo di Dio e l’esercizio del ministero episcopale, pare necessario precisare che il “Cammino sinodale” in Germania non ha facoltà di obbligare i Vescovi e i fedeli ad assumere nuovi modi di governo e nuove impostazioni di dottrina e di morale». «Non sarebbe lecito – spiega la dichiarazione – avviare nelle diocesi, prima di un’intesa concordata a livello di Chiesa universale, nuove strutture ufficiali o dottrine, che rappresenterebbero una ferita alla comunione ecclesiale e una minaccia all’unità della Chiesa». E cita la “Lettera al popolo di Dio che è in cammino in Germania” di papa Francesco, del giugno 2019.

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2022/07/21/0550/01133.html

«La Chiesa universale vive in e delle Chiese particolari, così come le Chiese particolari vivono e fioriscono in e dalla Chiesa universale, e se si ritrovano separate dall’intero corpo ecclesiale, si debilitano, marciscono e muoiono. Da qui il bisogno di mantenere sempre viva ed effettiva la comunione con tutto il corpo della Chiesa». La Santa Sede conclude la laconica nota affermando che «si auspica che le proposte del Cammino delle Chiese particolari in Germania confluiscano nel percorso sinodale che sta percorrendo la Chiesa universale, per un reciproco arricchimento e una testimonianza di quella unità con la quale il corpo della Chiesa manifesta la sua fedeltà a Cristo Signore».

                Ma che modo di comunicare è?! La reazione della controparte non si è fatta attendere. Nella stessa giornata del 21, i presidenti del Cammino sinodale, mons. Georg Bätzing, presidente della Conferenza episcopale tedesca e Irme Stetter-Karp, presidente del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK), hanno espresso una critica radicale al messaggio loro rivolto, a partire dalla modalità di comunicazione, che suscita «stupore»: «Non è un modo corretto di relazionarsi! Non è ciò che vogliamo che si verifichi all’interno della nostra Chiesa. Lanciare attacchi non firmati da nessuno non è un buon modo di comunicare». Non è proprio così, hanno aggiunto, nel comunicato, che «funziona per noi una Chiesa sinodale». Un rapporto di dialogo costante con Roma è previsto dagli stessi regolamenti e statuti del Cammino sinodale, tanto che il nunzio apostolico in Germania – rappresentante vaticano nel Paese – vi partecipa in quanto osservatore permanente; senza dire che sono sempre stati cercati canali di comunicazione diretti: «Questo, secondo noi, sarebbe il momento per i chiarimenti. Purtroppo la presidenza sinodale non è stata ancora invitata ad alcun incontro! Ci rammarichiamo che questa comunicazione, più diretta e franca, finora non sia ancora avvenuta. Oggi, ci è ancora più chiaro che la Chiesa sinodale è, e deve essere, diversa!», dichiarano i due presidenti.

                Nel merito della comunicazione vaticana, poi, «Non ci stanchiamo mai di sottolineare che la Chiesa in Germania non seguirà un “percorso speciale tedesco”», affermano, puntualizzando che «tuttavia, riteniamo nostro dovere indicare con chiarezza quali siano secondo il nostro punto di vista i cambiamenti, indispensabili e inderogabili». Tanto più, aggiungono, che non si tratta di problemi “tedeschi”: «Abbiamo già potuto constatare che i problemi e le domande che abbiamo individuato sono molto simili a quelle che tutto il mondo si pone». Il Cammino sinodale, infatti, nasce come risposta al Rapporto MHG del 2018 sui casi di pedofilia nella Chiesa, una risposta comune di laici e responsabili ecclesiastici: «Siamo grati che i vescovi e lo ZdK stiano percorrendo insieme questo cammino e siamo anche certi del supporto e della collaborazione attiva del popolo di Dio in cammino». Del resto, non si capisce di cosa ci si preoccupa: quanto emerso finora nel Cammino tedesco è confluito e confluirà «come programmato» nel processo sinodale della Chiesa universale: «Abbiamo sempre sottolineato la nostra volontà di contribuirvi attivamente attraverso il nostro lavoro», nella convinzione che ciò porti a un «arricchimento reciproco».

Censura preventiva su cosa? Oltretutto, ciò su cui la Santa Sede porrebbe un veto, l’”obbligo” dei vescovi di imporre novità, non trova nemmeno ragion d’essere nello Statuto del Cammino sinodale, che all’art. 11 comma 5 recita: «Le deliberazioni dell'assemblea sinodale non hanno alcun effetto giuridico di propria iniziativa. Il potere della Conferenza episcopale e dei singoli vescovi diocesani di emanare norme giuridiche nell'ambito delle rispettive competenze e di esercitare il loro ufficio di insegnamento resta impregiudicato dalle delibere». E poi: «Le deliberazioni i cui argomenti sono riservati a un regolamento generale della Chiesa sono trasmesse alla Sede Apostolica come voto del cammino sinodale» (articolo 12, comma 2). Insomma: l’ammonimento di Roma contenuto nel primo paragrafo «non ha il potenziale per porre ostacoli al cammino sinodale», scrive Felix Neumann su Katholisch.de (22/7).

                Più problematico il resto del comunicato. Ancora Neumann: «Il secondo e ultimo paragrafo specifica cosa vuole e cosa non vuole la Santa Sede: nessuna decisione preliminare nella Chiesa locale che anticipi una decisione della Chiesa nel suo insieme – implicitamente: del papa – dopo la conclusione del processo sinodale mondiale avviato di Francesco». Interpretabile la portata del divieto di nuove "strutture ufficiali": significa solo uffici ecclesiastici in senso stretto o qualsiasi cambiamento organizzativo? Se da un lato «difficilmente si può concepire che con il processo sinodale mondiale qualsiasi decisione episcopale sulle strutture della propria diocesi debba essere fermata», dall’altro un’interpretazione restrittiva richiederebbe il termine "ufficio ecclesiastico". Allo stesso tempo, «non si può escludere – conclude Neumann – che qualsiasi cambiamento di strutture da parte dei vescovi diocesani ispirato dal Cammino sinodale incontri disapprovazione: negli ultimi anni, il pontificato di Francesco ha mostrato una chiara tendenza ad accentrare sempre più le decisioni a Roma a scapito delle chiese locali».

                Quali risoluzioni del Cammino sinodale sono in gioco? Se ci si chiede quali decisioni del Cammino tedesco influiscano praticamente sulle “strutture ufficiali” nelle diocesi, si può pensare alla partecipazione dei laici alla nomina dei vescovi, a cui l'Assemblea sinodale aspira. Dovendo rimanere nel quadro della legge concordataria, significherebbe poco più che una maggiore partecipazione di laici selezionati alla stesura di elenchi di proposte; e d’altronde, anche la consultazione del capitolo della cattedrale nella scelta del vescovo dalla terna di nomi romana rischia di fallire a causa del segreto pontificio, rendendo difficile anche a questo livello un vero cambiamento nelle "strutture ufficiali". Insomma, se le diverse risoluzioni non sono giuridicamente vincolanti, ma sviluppano “solo” una spinta morale, perché le espressioni usate dal Vaticano sono tanto ambigue?

                E ora? In ogni caso, è molto probabile che la dichiarazione vaticana (opera del papa stesso?) influirà fortemente sulla dinamica delle prossime assemblee sinodali (la più vicina è a inizio settembre); la maggioranza dei due terzi richiesta tra i vescovi è già a volte stretta e la dichiarazione potrebbe produrre ulteriori dubbi in quelli più perplessi. La dichiarazione è soprattutto un monito a non spingersi troppo oltre, soprattutto per quanto riguarda l'attuazione delle prime decisioni da parte dei vescovi diocesani.

                Un colpo al cerchio e uno alla botte. La dichiarazione vaticana alla fine auspica peraltro che le proposte del Cammino delle Chiese particolari in Germania confluiscano «nel percorso sinodale che sta percorrendo la Chiesa universale, per un reciproco arricchimento e una testimonianza di unità». Dunque non si tratta, qui, della fine di un percorso. È lo stesso “cerchiobottismo” contenuto nella lettera del 2019 che papa Francesco inviò alla Chiesa tedesca: in cui aveva espresso sostegno da un lato e cautele dall’altro. Vi sottolineava la “doppia prospettiva” della sinodalità, che deve privilegiare innanzitutto un approccio bottom up (cioè dal basso verso l’alto) «incominciando dalle diocesi», perché «non si può fare un grande sinodo senza andare alla base» e, solo dopo, la «sinodalità dall’alto in basso, che permette di vivere in modo specifico e singolare la dimensione collegiale del ministero episcopale e dell’essere ecclesiale». Come dire: l’ultima parola viene sempre dall’alto.

Ludovica Eugenio  Adista Notizie n° 28 del 30 luglio 2022

www.adista.it/articolo/68431

 

VIOLENZA

Violenza contro le donne: il Comitato ONU “condanna” l’Italia per discriminazione nelle aule di giustizia

Vittimizzazione secondaria, differente trattamento in sede giudiziaria, dichiarazioni rese da una donna vittima di violenza poco considerate rispetto al maggiore peso dato a quelle dell’imputato. Stereotipi nell’aula di giustizia. Un mix di elementi che ha portato il Comitato per l’eliminazione della discriminazione nei confronti delle donne (CEDAW), istituito dal Protocollo del 1979 alla Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne del 18 dicembre 1979 (ratificata con legge 14 marzo 1985 n. 132), a “condannare” l’Italia per un caso relativo a una donna vittima di violenza sessuale.

Al Comitato, che si è pronunciato il 18 luglio (CEDAW/C/82/D148/2019, CEDAW_C_82_D_148_2019_34159_E), si era rivolta una donna che aveva denunciato l’ex marito per alcuni episodi di violenza domestica. Il giorno successivo alla denuncia un agente si era recato a casa della donna, sostenendo di dover acquisire informazioni per le indagini e, stando alla denuncia della donna, l’aveva violentata. Un medico aveva accertato la violenza e la grave situazione di stress della donna. Le prove erano inconfutabili: l’uomo era stato condannato a sei anni di carcere per violenza sessuale ed era stato interdetto dai pubblici uffici. Il verdetto, però, era stato ribaltato in appello, l’uomo era stato assolto e successivamente la pronuncia era stata confermata in Cassazione.

La donna si è rivolta al Comitato ONU ritenendo di avere subito una discriminazione in quanto donna ai sensi dell’articolo 1 della Convenzione. Respinta l’eccezione di inammissibilità del ricorso avanzata dal Governo, il Comitato ha richiamato gli obblighi positivi degli Stati che sono tenuti a eliminare ogni forma di stereotipo e di discriminazione, anche nei casi di accesso alla giustizia. Per quanto riguarda l’assoluzione pronunciata dalla Corte di appello, il Comitato rileva che i giudici  avevano dato molto peso al fatto che secondo la difesa dell’imputato quest’ultimo aveva usato un preservativo da ciò deducendo che il rapporto fosse stato consensuale, malgrado i referti medici avessero attestato una violenza. Il Comitato osserva che non è stato considerato con la dovuta attenzione che la sostanza trovata non fosse il lubrificante del preservativo, ma altra sostanza, oltre al fatto che non si può sostenere che l’uso del preservativo escluda automaticamente la violenza. Non solo. I giudici non hanno tenuto conto di tutte le perizie mediche e hanno sostenuto che spettava alla donna fornire una spiegazione dettagliata dell’esatta natura della violenza subita e che i lividi potevano essere imputati ad altro. Né la Corte di appello, che aveva richiamato anche la possibilità di “un rapporto focoso”, ha dato peso alle continue telefonate fatte dall’imputato alla donna che lo aveva denunciato anche per queste molestie. Il Comitato è altresì stupefatto dalla circostanza che la Corte di appello abbia preso in considerazione elementi legati al carattere della donna, sostenendo addirittura che, poiché la vittima era stata particolarmente lucida, questo comportamento non fosse compatibile con una situazione di violenza.

In pratica, nelle aule giustizia la donna era stata oggetto di una vittimizzazione secondaria con una valutazione discriminatoria di alcuni suoi comportamenti. Così, in modo sorprendente, è stato considerato sospetto il comportamento della vittima che aveva raccolto prove fisiche dopo l’aggressione. Evidente, poi, il differente trattamento riservato alla donna rispetto all’imputato al quale i giudici di appello hanno scusato le contraddizioni del racconto mentre, la presenza di alcune incoerenze nella versione della donna, è stata considerata decisiva per l’assoluzione dell’uomo. Il Comitato ha così concluso che l’assoluzione in appello, decisa malgrado le numerose prove mediche e testimoniali, va attribuita unicamente all’esistenza di stereotipi di genere che hanno portato a dare maggiore peso probatorio al racconto dell’uomo, senza che la Corte di appello sentisse l’esigenza di riesaminare talune prove o ascoltare nuovamente i testi.

È sorprendente, poi, che non sia stato considerato centrale l’aspetto del consenso: la donna, inoltre, è stata sottoposta a un esame della propria vita e dei propri comportamenti con un’evidente discriminazione. Superficiale anche l’esame della Cassazione con la conseguenza che, secondo il Comitato, vi è stata una violazione degli articoli 2, lettera b), d) ed f) (divieto di ogni forma di discriminazione), nonché degli articoli 3 (adozione di misure per eliminare le forme di discriminazione), 5 (modifica dei comportamenti socio-culturali per eliminare pregiudizi) e 15 (parità uomo-donna di fronte alla legge) della Convenzione. Il Comitato ha raccomandato all’Italia di risarcire i danni subiti dalla vittima e di adottare misure idonee a far sì che i procedimenti per reati sessuali siano portati avanti senza indebiti ritardi. L’Italia è poi tenuta a intervenire per fare in modo che i procedimenti giudiziari per reati sessuali siano imparziali, equi e non condizionati da stereotipi o pregiudizi di genere. Di qui la richiesta di un’adeguata diffusione, tra gli operatori del diritto, della conoscenza della Convenzione e del suo Protocollo e di interventi con misure legislative per garantire che l’onere della prova non sia indebitamente oneroso per la vittima e che l’aspetto del consenso sia considerato determinante. Entro sei mesi il Governo l’Italia dovrà fornire al Comitato informazioni sulle misure adottate.

Marina Castellaneta                       29 luglio 2022

www.marinacastellaneta.it/blog/violenza-contro-le-donne-il-comitato-onu-condanna-litalia-per-discriminazione-nelle-aule-di-giustizia.html

www.marinacastellaneta.it/blog/parlamento-ue-pubblicato-uno-studio-sulla-proposta-di-direttiva-per-combattere-la-violenza-contro-le-donne.html

 

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