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Affettività, sessualità: la gioia dell’incontro e della relazione 

AUTORE: Prof. Fabio Veglia (**)

 

 

 

Non sempre è facile parlare di sessualità, neanche per i professionisti che da anni se ne occupano e lavorano in questo campo. L’errore in cui spesso si cade sta nel pensare di conoscere a fondo l’oggetto del discorso quando così in realtà non è. Quanto più si studia la sessualità, si osservano le dinamiche i meccanismi messi in atto nella relazione tanto più l’argomento risulta complesso e non così chiaro come si crede. L’oggetto della sessualità è un oggetto che sfugge.

 

La sessualità non ha un contenuto specifico e non può essere identificabile con un gesto, un comportamento o un programma. Piuttosto, la sessualità è un qualcosa che pervade la vita dell’individuo segnandola, accompagnandola nelle varie fasi della sua esistenza, influenzandone le esperienze.

La complessità di questo argomento e l’assenza di confini entro cui circoscriverlo può rendere difficile sia la ricerca scientifica sia la sua applicazione nel campo socio-sanitario e più nello specifico nella relazione di aiuto.

Per capire e studiare meglio quindi l’oggetto “sessualità” in questione, può essere utile dividerlo in più dimensioni; dividerlo anche arbitrariamente e studiare ogni singola parte secondo l’esigenza del momento, stando attenti a ricomporre poi le parti nella maniera giusta e non casuale.

Da questo si evince che la sessualità sia un oggetto complesso, che può essere letto e studiato con prospettive diverse.

Una delle dimensioni, forse più studiate, è la dimensione riproduttiva. In questa prospettiva la sessualità nasce con la storia dell’uomo, della vita, e gioca sulle differenze; invece che iniziare dalle cellule dividendole in due, la vita inizia con il sesso: Si prende un patrimonio di conoscenza, un codice che si divide in unità la quale va a cercare un’altra unità per mescolarsi e generare un’unità. Il sesso, proprio perché nasce dalla divisione e dal ricongiungimento è portatore della diversità.

In quest’ottica la diversità è riconducibile all’incontro con l’altro, anch’egli diverso e generativo di vita nuova e quindi di ulteriore diversità.

Oggi esiste un modo nuovo per usare la sessualità riproduttiva e per generare altre forme di vita ed è la sessualità procreativa: l’uomo chiamato a generare vita con un gesto che va oltre la semplice riproduzione, che rende responsabile l’uomo di un piano, di un progetto.

Per molto tempo la funzione riproduttiva ha dominato gli studi sulla sessualità facendo concentrare poco l’attenzione su altre dimensioni altrettanto importanti.

Una seconda dimensione quando si parla di sesso è la dimensione del gioco. Si “gioca” per imparare a vivere e si gioca la sessualità per impararela sessualità. In ogni fase della vita l’individuo gioca con la sessualità, da bambino, da adolescente e da adulto.

Una terza dimensione è quella “sociale”, che è appunto la dimensione dell’incontro con l’altro, la dimensione del legame.

Un’ultima dimensione può essere la dimensione del significato, ovvero del senso. La sessualità chiede senso e la sessualità genera senso per le nostre vite.

 

 

Nella vita ogni individuo percorre delle grandi tappe e si evolve verso una dimensione più complessa e più matura dell’essere umano, dell’essere persona e “dell’essere sesso”.

A questa visione, che si può contraddistinguere col nome di “evoluzionismo” si oppone un’altra visione, quella dei “creazionisti”, coloro che intendono il mondo come creato da Dio, come viene descritto metaforicamente nel libro della Genesi. Gli evoluzionisti invece avendo una visione più scientifica delle cose, ed anche agnostica, credono che certi eventi casuali siano in grado di generare cambiamento; ne deriva da questo una relativa capacità dell’uomo di adattarsi grazie a questi eventi casuali. Ma già nel libro della Genesi, pur essendo una metafora, è possibile trovare entrambi i modelli sopra descritti: da un lato la creazione, come disegno o progetto divino, e dall’altro il racconto che descrive come questo disegno non sia unico e definitivo ma rappresenti un ponte per lanciare questo progetto in evoluzione.  Il “racconto” descrive la creazione di Adamo, il terrestre, da parte di Dio. Lo ha fatto diventare uomo perche gli ha soffiato lo spirito della vita, e lo stesso Dio mostra ad Adamo tutto quello che ha creato in più giorni [quindi a tappe evolutive], e gli consegna il compito di dare un nome a tutte le cose del mondo che ha creato. La creazione quindi non si ferma con questo gesto ma scaturisce da quel disegno, un invito a continuare e un invito per Adamo a trovare qualcuno cui raccontare tutto questo, a raccontare il mondo e a dare nome alle cose in modo da crearlo ancora.

L’essenza di questo racconto non è quella di contrapporre laici (evoluzionisti) e credenti (creazionisti) sulla visione evolutiva e creativa, ma quella di offrire la possibilità, di vedere la nascita del mondo come un gesto creativo iniziale al quale fa seguito un mondo dell’evoluzione.

 

Anche nella storia dell’uomo e della sessualità è possibile riscontrare quindi un processo evolutivo. L’uomo ha una sessualità in continuità con tutte le forme di vita e poi ha sicuramente qualcosa di nuovo, di altro derivante dall’evoluzione. Ha qualcosa di speciale, di umano che fa diventare l’uomo stesso creatore e generatore del mondo in continuità con quello già generato.

Capire la sessualità è anche riconoscere che l’uomo, il suo corpo, hanno una memoria antichissima, scritta con forza a carattere di fuoco dentro di sé e che lancia comportamenti che a volte si dimenticano o si nascondono.

 

Storia di Carlotta 1

Un giorno viene in consultorio una ragazza di 17 anni, Carlotta, incinta, e si dispera; e chiede aiuto. E io le chiedo di raccontarmi un po’ della sua storia.

Lei è splendida ragazza brillante geniale, rapida, come sono a volte gli adolescenti; con pochi tratti racconta la sua vita. Dispiaciuta dice che è una brava ragazza e, arrabbiata, dice anche che è la prima della classe. E racconta di tutto ciò che fa: animatrice in oratorio, studia pianoforte, volontariato, e poi scout (…cose belle), ma lei è arrabbiatissima, non si sopporta.

 Il papà medico, un famoso medico, un chirurgo e lo liquida con una bellissima frase: mio papà è un grande papà, peccato che passi la sua vita a salvare gli altri. Ne parla con gli occhi pieni di luce, è innamorata di quest’uomo (non sessualmente innamorata); ha la luce di chi è innamorata.

La mamma, ne parla bene; è una professoressa e le vuole un mucchio di bene. Non ci incontriamo tanto nel tempo perché quando io ho bisogno di lei, lei non c’è perché impegnata nel volontariato o nei consigli di classe; quando lei mi cerca e mi dice che vuol parlare io dico che non ho voglia; per cui dico che siamo desincronizzate.

Le chiedo del suo ragazzo e lo sguardo non è più luminoso ma un po’ opaco e mi dice che sì, è quasi ingegnere, molto più grande di lei e  gli vuole molto bene e quando provo a metterla di fronte allo specchio e le chiedo se è davvero così lei lo difende dai miei attacchi; insisto un po’ per convincerla, lei continua a difenderlo e dice che gli vuole davvero molto bene ma si concede di dire che forse è un tipo un po’ noioso. A questo punto dopo aver detto un po’ di cose chiedo cosa avete combinato e glielo chiedo con grande affetto, come avete pensato di fare una cosa del genere, chiedo com’è successo. Lei mi guarda sconsolata e mi dice che il bambino non è il suo e mi dice che le cose sono andate così: io sono molto incazzata, con la vita (finalmente) e allora volevo fare anch’io un po’ di trasgressione, fare quello che fanno gli altri (normali), e allora sono andata con una che fa parte del suo giro di prime della classe e siamo andate in discoteca. Allora le chiedo se in discoteca c’erano mai state e lei dice sì, ma con il gruppo di scout e avevamo affittato tutta la discoteca, quindi una situazione un po’ diversa (una discoteca senza il pusher di turno, quindi una discoteca ripulita). Succede allora che fanno tutto, si sbronzano, si fanno e ballano tutta la sera, e lei con le lacrime agli occhi mi racconta che “questa storia non c’entra con me”.  Poi mi si presenta uno strafico mi si piazza davanti e mi balla davanti tutta la sera, poi siamo usciti siamo andati in macchina e abbiam fatto sesso. Le chiedo come si chiama, lei “non lo so” - ricordate il concetto di “dai il nome”- così prendono realtà; lei dice che non c’entra con me, è vero non lo può chiamare per nome, è un tipo, hanno fatto sesso e lei è rimasta incinta.

 

Studiare la sessualità, i comportamenti che essa genera (e il racconto ne è un esempio) è utile per trasmettere, anche alle generazioni più giovani, il messaggio che parlare di sessualità non è solo parlare di gameti, ma è anche parlare di “serpenti”, di istinto. E la gente ha bisogno di sapere che esistono (i serpenti), e che ognuno li porta dentro di sé e che è opportuno addomesticarli, addomesticarli e conoscerli. Soltanto conoscendo la forza che abita al suo interno, l’uomo può farne un buon uso, se invece, come Carlotta, “la brava ragazza” , non si è interessati a conoscerla, si arriva smarriti ed impreparati e non si è in grado di difendersi dai rischi che la sessualità comporta.

Conoscere la sessualità, conoscere i “propri serpenti” e quindi quella parte “antica” della sessualità può aiutare in una relazione ad alimentare il bene, l’amore e la passione che un uomo e una donna provano l’uno verso l’altra. Questa pratica antica porta sale, sapore alle carezze, alla relazione tra due persone. Il non pensato, il non ragionato rivela qualcosa di importante rispetto a quello che si sta facendo; da qui nasce la dimensione del gioco riferita alla sessualità. Il gioco, come momento gioioso e festoso è importante per l’uomo ed è importante per la vita.

 

Storia di Carlotta 2

Prendiamo due ragazzi di 17 anni Gigetto e Carlotta, fanno la stessa scuola, un istituto tecnico e si incontrano ad una macchinetta del caffè, si girano intorno e poi finalmente lui si fa avanti, lui crede di aver preso la decisione in realtà è lei che lo ha regolato e che ha deciso più o meno qual’era il momento giusto. Lui ad un certo punto si fa avanti e le chiede di uscire. Prendiamo un Gigetto romantico – esistono ancora dei romantici, son nascosti ma esistono – e questo Gigetto aveva pensato a quest’incontro romantico, meraviglioso, aveva pensato a dove andare con la sua ragazza a giocare il sesso; sapeva di un bel posto in collina, un prato sotto una pianta e dice “esci con me ti vengo a prendere con la vespa”, lei che non aspettava altro dice si vieni a prendermi. E così per la pria volta escono insieme, non si sono ancora fidanzati, non hanno deciso di mettersi insieme o di sposarsi, loro vogliono giocare, vogliono conoscere questa dimensione nel modo disimpegnato del gioco perché se già si dovessero impegnare sarebbero rovinati, paralizzati, congelati; e invece c’è questa meraviglia del gioco – provaci, vedi un po’ come va – ovviamente nei confini, tutti noi cerchiamo di entrare nel gioco senza farci male. Cominciano a far sesso sula vespa e questo è il primo gioco che fanno e cominciano a dirsi cose belle; e poi vanno finalmente in questo prato meraviglioso sotto questo ciliegio e lì si scambiano le loro carezze (vieni nella vigna là ti darò le mie carezze).

Per ascoltare un ragazzo che parla delle sue carezze, spaventato, felice, incantato, meravigliato, dobbiamo ricordare di quando ci siam dati le nostre carezze; dobbiamo portarlo dentro la nostra immagine e non sovrapporla alla loro, mantenendola li accanto altrimenti facciamo dei ragionamenti su cosa avran fatto invece di pensare a com’era, come è stato; com’è stato quello sguardo, com’è stato sentire l’odore dei capelli da vicino, com’è stato lasciar mettere una mano sotto la camicia, com’è stato sentire la pelle. Solo così possiamo ascoltare un racconto e lasciare vibrare il racconto dentro di noi. Tecnicamente noi lo chiamiamo empatia, che vuol dire che se noi possiamo stare con loro in quel racconto possiamo leggere con loro da dentro; se noi lo leggiamo da fuori lo organizziamo in contenuti e questo racconta diventa freddo gelido. E poi tornano e si lasciano un po’ così, dicono “ci si vede”, non si son promessi mica nulla, han giocato. Ma questo “ci si vede” è brutto da sopportare.

 

Da un rapporto sessuale possono scaturire tre problemi: la gravidanza indesiderata; le malattie sessualmente trasmissibili; le ferite dell’anima.

Il gioco derivante dai rapporti sessuali può comportare dei rischi. La scelta del gioco può essere anche la scelta del disimpegno.

 

Un esempio:

 una ragazza anoressica si presenta in consultorio per una consulenza. Racconta che prima di diventare anoressica succede quest’episodio: un’estate da sola in vacanza conosce un ragazzo, passano la notte insieme, e per lei quella notte è una delle notti più belle di tutta la sua vita. Fanno del gran sesso dice. La notte non si riveste, dorme nuda con lui, non ripristinano i confini.

La mattina lui si riveste e dice, <<si è stato bellissimo, solo, dimagrisci un po’… >>

Queste sono le ferite dell’anima.

Pensando alla scelta del disimpegno, è possibile riflettere su quanto oggi sia molto facile trovare qualcuno con cui giocare, in qualunque parte ci si trovi, è possibile persino scegliere il proprio partner in modo molto semplice. Sono pratiche molto diffuse, come è diffusa la possibilità di giocare in casa attraverso una video chat. Il contesto può risultare pericoloso. Il punto è che giocare non è affatto sbagliato, anzi è importante ed è bellissimo, ma giocare può essere pericoloso e bisogna conoscere i pericoli che un gioco può generare.

Non si riscontra tuttavia la necessità di impedire alle persone, soprattutto ai ragazzi, di giocare quanto piuttosto l’esigenza di dire loro che si può giocare ma è altrettanto importante sapersi ascoltare per non cadere nelle trappole del “gioco sessuale”.

Storia di Carlotta 3

Ci sono Gigetto e Carlotta che ovviamente son ritornati a giocare, più di una volta perché gli è piaciuto. Ma un giorno una parola scappa via a Carlotta che dice “Gigetto quand’è che mi porti di nuovo sotto al nostro ciliegio”. La parola che le è scappata è NOSTRO. È nata la dimensione del noi, prima c’erano l’io il tu che erano interessanti ma non erano ancora un noi. Erano in rapporto ma non in relazione profonda. Il nostro ciliegio è simbolico di un NOI, nel senso che il ciliegio non è più una pianta nel mondo e loro non sono più un ragazzo e una ragazza che vanno a giocare; loro sono due che hanno costruito un mondo nuovo, che è il mondo della relazione.

Gigetto sente quel noi come un brivido nella schiena e sente che qualche cosa li lega – il legame. La loro sessualità sta prendendo una forma nuova sta diventando una sessualità sociale: supera lo scopo riproduttivo e diventa un modo per fare relazione nel mondo; noi abbiamo in mente una coppia, in realtà ci sono più tentativi di fare relazione nel mondo usando il sesso ma stiamo nella coppia che è più facile anche se dal mondo stanno arrivando delle idee qui che ci scombinano un po’ le cose, non sono più solo quelle che abbiamo in mente quindi disponiamoci a leggere il significato di altre visioni ma partiamo dalla nostra visione più tradizionale della relazione.

 Questa coppia è molto interessante perché segna un modo di stare insieme nel mondo, il legame.

 

Il legame è un aspetto bello che contraddistingue spesso l’evoluzione di un rapporto. Tuttavia questo concetto spaventa. La parola legame suscita emozioni contrastanti; qualcuno può associare emozioni positive a questa parola altri negative. Può far scaturire sentimenti di calore, di rassicurazione, benessere, protezione, ma all’opposto anche di perdita di libertà, di perdita di confini, perché probabilmente le dinamiche che portano alla costruzione di un legame o alla sua premessa possono essere dinamiche sbagliate o a volte semplicemente non si è pronti.

Il legame è ambivalente e può essere anch’esso un rischio ma è un rischio.

Di nuovo allora noi vogliamo fare una proposta di dare una buona notizia: siamo chiari, proponiamo un rischio non una cosa che sicuramente è bella buona e funzionale.

Bisogna prima di tutto ascoltare il disagio del legame per poi beneficiare di tutto ciò che porta nelle nostre vite; ma per farlo dobbiamo sentirlo noi operatori prima di leggerlo negli altri perché altrimenti diventiamo opachi nel nostro leggere perché abbiamo il velo del nostro sentire che non riconosciamo e diamo agli altri i significati nostri e con questo li confondiamo e ci confondiamo.

La prima cosa è capire come si sta in un legame.

Io per esempio direi un po’ bene e un po’ male, io ho rischiato i legami, sono arrivato a stabilizzarne uno con mia moglie, gli voglio bene mi sopporta, mostra di volermi bene, ma che fatica; non è facile ma è una bella fatica che mi rende orgoglioso e spero di esserne anche testimone per chi sta crescendo, ma che fatica, non è mica facile.

 Questo è sensato: è poter dire, ne vale la pena.

Il legame è anche una chimica pericolosissima che è fatta di ossitocina che tiene insieme due persone, di dopamina che stimola la voglia di stare insieme e di endorfina che rende piacevole il tutto. Il risultato di questo cocktail si chiama innamoramento. L’innamoramento è uno stato chimico fatale per cui si ha in mente l’altro, il partner e basta. All’innamoramento fa seguito l’amore, che può essere sì fatica ma anche gioia immensa[…].

Nel Legame è importante il concetto del “tornare”. Ci fa pensare al legame come a qualcosa in movimento. È difficile pensare al legame come qualcosa di immutabile, statico. Più facile pensare al legame come “ritorno”, “ricongiungimento”, come intimità. È un movimento verso la vita, verso il modo: aspettare e ritrovarsi.

Bisogna saper abitare il legame, bisogna saper tornare l’uno dall’altro.

 

Storia di Carlotta 4

Torniamo alla storia di Gigetto e Carlotta. Hanno giocato e il gioco gli è piaciuto, hanno rischiato e non si sono fatti male nè al corpo nè all’anima. Hanno rischiato un legame e lo sanno abitare, sanno tornare l’uno dall’altro, si sono messi insieme, adesso si dicono coppia. E poi hanno preso casa, hanno fatto un mutuo, hanno arredato le loro stanze con i loro mobili, con tutto quello che si può fare. Lui sta bene, ha avuto un lavoro a tempo indeterminato, ha la sua birra fresca davanti ad una partita, ma c’è una cosa che supera tutto: sono i passi di Carlotta in casa.

Lui sente l’intimità.

Ed è ciò che lo rende felice oltre che sentirsi soddisfatto da tutto il resto.

La felicità è in questo rumore di passi, nella casa abitata.

E poi fanno sesso insieme, è un bel gioco, che riesce molto bene, coito, eccitazione penetrazione orgasmo, tutto bene. Fanno sesso dentro un legame e avrebbero raggiunto il loro obiettivo, invece no, manca qualcosa. Manca qualcosa perché noi siamo più di questo.

 Lo racconto in modo semplice: Carlotta guarda Gigetto innamorata con quel suo sguardo meraviglioso e gli dice se è contento e lui dice che sì è contento, come si fa a non essere contenti. Poi Carlotta continua a rimuginare su queste cose torna e chiede a Gigetto se è davvero contento come crede e la risposta continua ad essere si, sono contento. La terza volta che Carlotta si presenta con la stessa domanda Gigetto, un po’ preoccupato la fa sedere e lei, “no perché adesso siamo spostai da un po’, abbiamo messo su casa, è tutto bello davvero, ma sai non mi hai mai chiesto una sola volta di fare l’amore con me, ogni volta dici facciamo sesso, hai voglia, andiamo di là”.

 E adesso sono in imbarazzo perché sentono che c’è qualcosa che non va, perché non è solo questione di parole perché fare e sesso e fare l’amore non sono simili. E lui effettivamente ha sempre solo fatto sesso, bene, benissimo, dentro un legame forte, dentro una promessa, dopo aver celebrato un sacramento […]

 

L’operatore, i suoi vissuti e l’impatto con le problematiche del cliente

E’ utile saper ascoltare ciò che si prova, perché quello che prova il Consulente Familiare non vuol dire che lo provi anche l’altro; egli lo traduce in parole, lo esprime e lo mette a disposizione dell’altro perché possa confutare ciò che sembra molto simile ma in realtà è diverso o perché si possa avvicinare a ciò che provo io mettendo in comune le parti che sono condivisibili. Questa operazione passa attraverso il riconoscimento di ciò che io provo mentre ascolto, la messa in chiaro e quindi la dichiarazione del contenuto per generare aree di accordo e condivisione. Questa è un’operazione, che tocca l’ipotesi fondante che il vero strumento della consulenza non siano le tecniche della consulenza ma la persona del consulente che incontra il cliente.

Ci si deve formare però per avere uno strumento efficace e ci si deve formare per essere strumenti efficaci; formarsi vuol dire diventare consapevoli e soprattutto non affezionarsi alle proprie idee, perché <<quando penso di aver capito comincio a forzare in quella direzione, vado a forzare il mio pensiero verso la direzione che ho in mente per dimostrare a me stesso di avere ragione passando attraverso la critica>>. Anche per questo motivo non bisogna affezionarsi alle proprie ipotesi ma continuare a rimetterle in discussione. Quando il Consulente Familiare non riuscirà più a confutarle può darsi che sia vicino a qualche cosa di più vero, ad una approssimazione di verità.

Un altro punto da non sottovalutare può essere: cosa accade quando ci mettiamo in relazione con l’altro.

Prima di tutto si realizza un incontro, ed è un incontro che può sembrare familiare, in cui le due parti sanno già quali dinamiche relazionali mettere in atto; altre volte l’incontro ci sembra un incontro con un avversario. Sarebbe bello impegnarsi per trasformare l’avverso in diverso e fare della diversità un’occasione, e quindi uscire dalla logica dell’avversarci ed entrare nella logica cooperativa, nella logica della reciprocità.

L’incontro con l’altro dovrebbe avere una finalità che non è convincere gli altri delle nostre verità ma è permettere loro di incontrare se stessi; poi dall’incontro con se stessi procederanno verso l’incontrare gli altri e costruiranno una nuova visione del loro mondo. Magari il cliente può anche prendere qualche aspetto dalla visione del proprio Consulente, ma il Consulente non può forzare il cliente in questo senso al massimo può provare a capire quali siano le idee discutibili o condivisibili. Altrimenti il Consulente diventa un predicatore perché comincia a cercare di far prevalere un’idea, forse anche migliore, ma azzera quel tipo di relazione, la spiana e questa (la relazione) non funziona più.

Quindi, il Consulente Familiare che incontra il diverso, lo può anche sentire come avverso, ma si riporta la relazione sull’asse cooperativo, rinuncia a convincersi della sua opinione e semplicemente si adopera per incontrare quella del cliente, mettendo però sempre a disposizione la sua. Perché la cosa interessante della vita non è mantenere per se le proprie idee, ma lanciarle nel mondo e vedere cosa succede.

Una consulenza deve essere simile ad un racconto dove l’altro porta un punto di vista ne incontra uno diverso che non vuole prevalere sul suo ma che arricchisce e crea spazio per generare una nuova conoscenza.

Un problema pratico che si riscontra sistematicamente è il giudizio. La psicologia ci tramanda questi concetti: ascolto non giudicante; non si giudicano le persone/pazienti; non si giudicano le loro idee;  non si giudicano i loro discorsi.

È davvero difficile rispettare e mantenere questa linea non giudicante. Soprattutto perché il nostro cervello non ci sta, il nostro cervello di fronte a un qualunque segnale fa la seguente operazione: primo, si orienta verso il segnale e lo fa in 300ms; secondo, prende immediatamente una posizione e decide dove stare rispetto a quel segnale; terzo agisce e per quello possono anche volerci dei decimi di secondo. Sull’orientamento non si può far nulla; sul prendere posizione non conviene fare qualche cosa perché difficile ed improbabile riuscirci; è interessante invece usare lo spazio che c’è dopo aver giudicato e aver preso una posizione, prima di mettere in atto ciò che noi abbiamo giudicato, prima di fare derivare delle conseguenze, ed è proprio lì che si può intervenire.

Più che sospendere il giudizio prima di formularlo si può sospendere un giudizio già formulato e non metterlo in atto. Diventa una disciplina interiore comunque difficile da attuare.

Cosa può fare quindi di pratico il Consulente Familiare? Non tanto non giudicare o prendere una posizione ma autodisciplinarsi e usare i propri ineliminabili giudizi solo a favore del cliente, mai contro di lui. Questa è una promessa che il Consulente Familiare fa: egli farà giudizi, in ogni momento ma non li rivolgerà mai contro il suo cliente. Un’altra considerazione legata al giudizio è: mai trasformare questi giudizi in condanne. Il cliente infatti più che giudicato si sente condannato dagli altri ed è questo che lo fa soffrire.

Questa è un po’ una sintesi di ciò che il Consulente Familiare può cercare di fare quando ascolta, non permettersi di condannare e non permettersi di usare giudizio contro il cliente che si affida a lui. Laddove c’è il giudizio vi è una certezza assoluta, e non vi è più un interlocutore per cui al cliente non  interesserà più parlare con il suo Consulente. Ma come fa un professionista a non giudicare e a non condannare un cliente che porti una scelta, una decisione che è contro i sui sistemi di valori o come fa a non sentirsi solidale con le sue scelte che vanno secondo lui condannate?

Per fare consulenza, sospendendo il giudizio nella direzione del non condannare, il Consulente Familiare deve conoscere i confini entro i quali sa praticare la consulenza; perché ci sono confini oltre i quali per farlo il Consulente andrebbe contro sé stesso. Questi principi devono essere molto chiari, ma non hanno tutti gli stessi confini, ogni Consulente Familiare ha un margine di tolleranza più alto o meno alto anche secondo il momento della vita.

Questo confine non lo può delineare il consultorio, la chiesa, una teoria psicologica o una dottrina, ed è qualcosa che scappa continuamente; è questo il punto e sembra così evidente e logico che spesso viene da dire al cliente “fai così”. Invece un Consulente Familiare non deve mai dire cosa fare, mai. Perché non è il Consulente Familiare a ridare ai suoi pazienti le loro vite; perché devono arrivare loro a decidere e scegliere che cosa fare, sostenuti eventualmente da un aiuto speciale che consiste nel mettere loro strumenti nuovi a disposizione. Ma non scelte nuove a disposizione, strumenti nuovi a disposizione.

 

(**)

Prof. Fabio Veglia

Ordinario Psicologia clinica – Università di Torino

dott. Massimo Crocca Psicologo del Consultorio di Frosinone estensore dell'elaborato scritto della registrazione

 

 

 

 

In data 02/10/2012 ho avuto autorizzazione Veglia a pubblicare