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L'adozione: facile, difficile, impossibile. 

AUTORE: Emidio Tribulato

L’aumento dell’età del matrimonio e quella nella quale si ricercano i figli, lo stile di vita sessuale eccessivamente libero, l’inquinamento ormonale, nonché molti altri fattori organici che colpiscono le capacità fecondanti sia dell’uomo, sia della donna, hanno comportato un notevole incremento di coppie sterili. Ciò, insieme al desiderio di aiutare dei bambini orfani o abbandonati negli istituti, contribuisce a promuovere le adozioni sia nazionali che internazionali. [1]

 

Le motivazioni all’adozione.

I bisogni che spingono una coppia ad adottare un bambino sono vari.

Vi può essere un desiderio di fecondità, cioè il desiderio che una parte di noi si trasferisca e continui in un altro piccolo essere umano. ‹‹Vorrei che qualcosa di me si trasmettesse a questo bambino il quale, anche se non è portatore dei miei geni, avrà in sé alcuni dei miei modelli educativi, dei miei ricordi, dei miei valori, delle mie esperienze, della mia cultura››.

Vi può essere il piacere di godere della maternità e della paternità. È sicuramente bello, infatti, pensare di accudire un bambino, sostenendolo nelle difficoltà, educando tutte le sue potenzialità umane, per vivere con lui, accanto a situazioni di difficoltà, anche tanti momenti di tenerezza e gioia reciproca. Un bambino tra le braccia, quindi, per godere dell’affetto, della gioia e dell’intesa con un piccolo essere umano, che potrebbe arricchire la propria vita personale e di coppia. Un bambino per rinsaldare l’unione familiare.

Accanto a questo vi può essere il bisogno e il desiderio del dono. ‹‹Io sono ricco. Ricco di gioia, di affetto e d’amore. Sono ricco di beni materiali, di beni spirituali, di cultura, ebbene, voglio condividere queste mie ricchezze con chi è povero, con chi è solo, con chi è triste, con chi è abbandonato, con chi non ha un affetto, una famiglia, una casa, un amore. Vorrei dare il mio sostegno a chi non ha nessuno che lo possa proteggere››.

E ancora è possibile desiderare e lottare per un figlio adottivo nonostante si abbia già uno o più figli biologici per dare più ricchezza e consistenza alla propria famiglia. ‹‹Ho già un bambino ma, se ne adotto altri due, la mia famiglia sarà più ricca e piena››. ‹‹Ho un bambino disabile, vi è il rischio che anche gli altri bambini naturali possano essere portatori di disabilità e allora preferisco adottarne uno sano››.

Altre volte le motivazioni sono molto più banali e criticabili, come il desiderare di adottare un bambino maschio in quanto già si hanno quattro femmine o l’adottare un bambino per essere aiutati nella conduzione dell’azienda o ancora l’adottare un bambino piccolo, quando gli altri figli sono già grandi, per riprovare il piacere del rapporto educativo.

Spesso nel campo dell’adozione si tendono a distinguere le motivazioni positive, che sono poi quelle ritenute utili e corrette, da quelle negative considerate pericolose ed errate, e quindi dannose alla futura relazione adottiva. È nostra opinione che nelle scelte che facciamo ogni giorno il valore della motivazione iniziale sia modesto, tanto modesto da essere superato dagli eventi che intervengono lungo il percorso della vita: soprattutto se è una vita da trascorre insieme ad un bambino. Non vi è dubbio, infatti, che alcune futili o criticabili motivazioni iniziali siano presenti anche nella genitorialità biologica, senza che venga spesso alterato o compromesso il futuro rapporto genitori-figli, in quanto, molti degli stimoli iniziali hanno la possibilità di essere modificati nel tempo dalla relazione che si instaura, per cui alcune motivazioni sono abbandonate, mentre altre nuove se ne aggiungono.

 

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Le eccessive illusioni.

Ci sembrano più influenti, invece, nelle cause che provocano il fallimento del rapporto adottivo, le eccessive illusioni. Una di queste, la più frequente, consiste nell’immaìginare che il bambino adottato, poiché ha trascorso mesi o anni in situazioni particolarmente difficili, fatti di privazione affettiva e/o di violenze, sia fisiche sia psichiche, nel momento in cui viene a lui offerta la possibilità di vivere in una bella, ricca casa ed in una vera famiglia, disposta ad amarlo, rispettarlo, accudirlo, ed educarlo, brami affidarsi felice e grato nelle braccia dei genitori adottivi. In questi casi si sottovaluta il fatto che le privazioni e le ferite che a questi bambini sono state inferte, sono difficili da rimarginare, per cui continuano a manifestarsi per un tempo più o meno lungo, mediante sintomi come l’aggressività, la tristezza, l’irritabilità, l’instabilità, che lasciano nello sconforto e che mettono in crisi anche il genitore più solido e maturo.

Se potessimo leggere fino in fondo nel cuore di questi bambini, scopriremmo che ciò che si agita nel loro animo, ciò che stimola i loro pensieri ed i loro sogni è notevolmente diverso da quanto a livello conscio e inconscio è presente nell’animo dei genitori adottivi. La loro realtà interiore dipende molto dalla storia personale e quindi dalla loro età, dalle esperienze avute, dai ricordi e dalle frustrazioni provate. In definitiva, la loro realtà interiore è fatta di speranze, ma anche di sospetti. È fatta di amore per gli altri ma anche di odio verso gli altri. È fatta di gioie ma anche di sofferenze. È fatta di certezze ma anche di tante paure.

D’altra parte, così come può essere problematica la realtà interiore che si agita nel cuore dei bambini, altrettanto difficili e dolorose sono le aspirazioni dei genitori che vogliono adottare. Pertanto un’altra delle illusioni che vivono i genitori adottivi è il sognare un clima familiare nel quale questi fanciulli con la loro presenza, con i loro sorrisi, il loro affetto, le loro carezze, i loro abbracci, saranno in grado di cancellare rapidamente e completamente ogni frustrazione causata da anni di tentativi di fecondazione falliti, di speranze tradite e di inutili, dolorosi interventi attuati dalla coppia.

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La relazione del bambino con i genitori adottivi

Nel momento dell’incontro la qualità della relazione può essere la più varia. La più felice situazione, ma anche la meno probabile, si ha quando un bambino molto piccolo passa, quasi senza accorgersene, dalle braccia di una madre che lo amava, lo curava e che riusciva ad aver con lui un rapporto caldo ed empatico, ad una famiglia matura, serena, pronta e felice di accoglierlo. La più difficile è invece la circostanza nella quale un bambino, per motivi diversi, al momento dell’adozione porta ancora nel proprio animo le numerose e dolorose cicatrici causate da una lunga frequenza in uno o più istituti o in un ambiente familiare improntato a tristezza, solitudine, degrado e violenza. Tra questi due estremi vi sono infinite possibili  relazioni.

In alcuni casi il bambino porta nel suo animo un vuoto profondo in quanto non conosce la storia delle proprie origini. In altri casi il bambino adottivo porta ancora nel suo animo la momentanea sofferenza causata dal rifiuto e dall’abbandono. A volte  i genitori adottivi sono costretti ad affrontare il dolore e la rabbia di un bambino che ha ancora bisogno di gridare la sua collera per le umiliazioni e per i traumi fisici e psichici subiti. Spesso questi genitori sono costretti ad affrontare il bisogno del bambino di ritrovare i suoi genitori biologici. Non è raro, poi, che i genitori adottivi siano chiamati al difficile compito di lenire la delusione e la sofferenza di minori che non hanno avuto accanto a sé la madre amorevole di cui avrebbero diritto insieme ad un padre serio, maturo, responsabile e protettivo nei loro confronti. Peggio ancora la famiglia adottiva si può trovare costretta ad arginare sentimenti come la collera e la sfiducia verso tutto il genere umano. Sentimenti questi presenti in bambini che hanno convissuto con madri irresponsabili ed incapaci d’amare, con padri egoisti, assenti o peggio violenti e/o con adulti indegni della loro fiducia, incapaci di dialogo, comprensione e amore.

È però altrettanto varia la situazione dei genitori adottivi. Questi, nonostante abbiano ottenuto il decreto di adozione, non sempre presentano quelle qualità un po’ al di sopra della norma che possono permettere loro di affrontare situazioni nuove e spesso complesse. Non sempre hanno la flessibilità, l’equilibrio, la serenità, la capacità di ascolto, dialogo e dono indispensabili. Non sempre hanno risolto le loro problematiche interiori. Non sempre sono supportati da una rete familiare e sociale che li possa aiutare e sostenere.

Vi sono allora: un’adozione facile e  un’adozione difficile o impossibile.

È più facile l’adozione:

  • quando i genitori adottanti hanno altri figli propri. Questi genitori, avendo già alle spalle buone esperienza di cure, hanno più capacità e minori illusioni. Inoltre, non provenendo alla genitorialità da realtà stressanti e traumatiche come chi per anni ha provato, sperato e lottato per avere un bambino senza riuscirci, sono più disponibili, sereni e accettanti;
  • quando il bambino è molto piccolo.In questo caso l’attaccamento tra i genitori e il figlio adottivo è più rapido e facile, in quanto l’adattamento reciproco, indispensabile presupposto per una buona intesa, avviene quasi spontaneamente;
  • quando il bambino ha avuto nei primi anni della sua vita una madre sufficientemente capace di entrare in relazione con lui. Avere avuto da parte della madre o di qualche familiare delle cure materne attuate in modo fisiologico e sano, costituisce per il bambino una solida base di partenza per affrontare con più forza e sicurezza anche future difficoltà e traumi;
  • quando i sentimenti di ognuno dei familiari adottanti, sono sinceri e schietti;
  • se i genitori adottivi non si creano troppe illusioni e sono stati affrontati e interiormente chiariti i loro sentimenti e le loro aspettative;
  • se non vi sono desideri ambivalenti;
  • quando il bambino da adottare non proviene da percorsi istituzionali tristi e frustranti;
  • se nei genitori adottanti sono presenti una buona maturità e serenità interiore. Serenità che potrà permettere loro di vivere con gioia i momenti lieti della vita e con tranquillità, calma, e realistico ottimismo le difficili situazioni che sicuramente non mancheranno;
  • se i genitori adottivi sono capaci di accettare il bambino per quello che è e non per quello che loro vorrebbero che fosse. Quindi, se i genitori adottivi, piuttosto che vedersi come manipolatori del destino dei loro bambini, si vedono come viandanti che accettano, lungo la strada della vita, la compagnia di una persona sconosciuta ma che vogliono scoprire, accettandone le potenzialità ma anche i limiti, consapevoli che ogni bambino, adottato o no, è particolare e originale;
  • se i genitori adottivi sono aiutati e sostenuti da una rete familiare calda, accogliente e disponibile e da servizi socio–sanitari adeguati nell’accompagnare queste particolari relazioni e, contemporaneamente, pronti ad affrontare e rapidamente risolvere le possibili difficoltà che lungo il cammino si dovessero presentare.

L’adozione risulta difficile o impossibile:

  • se il bambino proviene da percorsi affettivi particolarmente dolorosi e frustranti, e pertanto è portatore di notevoli disturbi psicologici o di handicap fisici che risultano difficilmente gestibili dalla coppia adottante;
  • se l’adozione è considerata dalla coppia adottante l’ultima spiaggia per soddisfare il piacere della maternità e della paternità;
  • se persistono nella coppia adottante motivazioni profonde e persistenti legate ad un bisogno inconscio di compensare un vissuto di menomazione della propria femminilità o della propria mascolinità;
  • se il bambino si ritrova con genitori particolarmente ansiosi o emotivamente fragili; o al contrario è costretto a relazionarsi con persone troppo dure, rigide e fredde;
  • quando l’ambiente familiare e ambientale è sospettoso e poco o nulla accettante nei confronti di un bambino diverso, per colore della pelle, per nazione, ceto sociale, credo religioso; o quando questo ambiente familiare e ambientale presenta timori profondi, legati al concetto di ereditarietà morale negativa;
  • se i genitori adottivi non sono pienamente e profondamente convinti di poter diventare genitori a pieno titolo di un bambino non procreato direttamente da loro. Se quindi non hanno fiducia nelle loro possibilità e in quelle del bambino;
  • quando i genitori adottivi non hanno a disposizione dei servizi socio–sanitari capaci di sostenere e aiutare l’instaurarsi di una relazione efficace.

I vissuti dei genitori adottivi

Alcuni genitori adottivi consciamente o inconsciamente si rimproverano ingiustamente di non avere i requisiti necessari per essere una buona madre o un buon padre, in quanto incapaci di potere risolvere abbastanza rapidamente i problemi psicologici presentati dal bambino, soprattutto se questi manifesta le sue sofferenze mediante accuse e continue lagnanze. Da ciò l’autosvalutazione ma anche i sentimenti depressivi.

In altri casi, al contrario, i genitori adottivi sembrano consapevoli solo del bene che hanno fatto al bambino prendendolo in casa e negano decisamente e non accettano che, con il loro modo di porsi nei suoi confronti, possano fargli o avergli fatto del male e quindi essere in parte responsabili del suo cattivo comportamento. Da ciò l’accusa al bambino di non essere a posto, di non essere come gli altri, di non avere quelle qualità e capacità che avrebbe dovuto avere. Questi genitori, pertanto, scaricano su di lui la loro frustrazione mediante continui rimproveri, punizioni e minacce come quelle di riportarlo in istituto. Contemporaneamente accusano l’ente che li ha aiutati nell’adozione di averli “truffati e imbrogliati” dando loro un bambino non perfettamente sano, com’era descritto nella relazione che era stata loro consegnata. In queste occasioni, spesso, si rimproverano di aver fatto delle scelte sbagliate riguardanti l’ente al quale si sono affidati, il paese d’adozione, l’età del bambino, il suo sesso, il periodo nel quale si sono decisi ad iniziare le pratiche per averlo e così via.

Altri genitori adottivi invece temono di aver sopravvalutato la gioia di avere un figlio rispetto ai problemi che questi comporta. Si convincono, inoltre, che il bambino non potrà mai ricambiare tutto l’amore e l’impegno a lui donato e tutte le spese sostenute: sia per le pratiche burocratiche, sia per la sua cura ed educazione.

Vi sono poi dei genitori che amano collegare i comportamenti disturbanti del figlio, i suoi atteggiamenti o le sue frasi “cattive”, la sua irrequietezza, la scarsa disponibilità nei loro confronti, ai geni dei suoi genitori: “immorali, caratteropatici, malati mentali, delinquenti”. ‹‹Come potrebbe essere diverso il figlio di una prostituta?›› ‹‹Cosa aspettarsi dal figlio di un padre ubriacone e da una madre così incosciente da mettere al mondo un bambino per poi abbandonarlo per strada?››

Altri genitori, infine, imputano le difficoltà educative e la difficile intesa con il figlio alla incontestabile realtà che tra di loro non vi è un legame di sangue. Questa mancanza di affinità biologica li rende incerti nei loro comportamenti ed atteggiamenti. Di fronte alle richieste del bambino non sanno come regolarsi. Temono di causare delle frustrazioni ad un essere già provato ma, nel contempo, hanno anche paura che egli possa approfittare delle loro concessioni. Pertanto temono che il comportamento del figlio possa, nel tempo, peggiorare.

Questi ed altri vissuti possono essere anche causa di conflitti tra i coniugi: ‹‹Tu hai voluto per forza questo bambino e mi hai costretto all’adozione. È colpa tua se ci troviamo in queste grosse difficoltà››. Oppure: ‹‹Sei stato superficiale perché ti sei lasciato convincere ad adottare un bambino ucraino quando mio padre ti aveva detto più volte che era meglio un bambino messicano››.

Infine, non sono poche le difficoltà nel fare accettare il bambino adottato quando si hanno già altri figli. Molte volte non basta parlarne prima con loro. Non basta l’informazione, come non basta il loro assenso. Nel momento in cui pensiamo di avviare la procedura di adozione è fondamentale porre attenzione e valutare in maniera sincera, approfondita, seria e senza pregiudizi di sorta, il possibile impatto psicologico che avrà l’inserimento di un nuovo fratello o di una nuova sorella nell’animo e nella vita degli altri figli. Se valutiamo che questo impatto sarà positivo, il loro contributo ed il loro appoggio alla riuscita dell’adozione sarà vero, reale e sostanziale.

I vissuti dei bambini adottati

Poiché l’attività educativa comporta la necessità di dare dei limiti, delle norme ma anche, quando sono indispensabili, delle punizioni, quando i bambini adottati provano rabbia o manifestano reazioni aggressive, è spesso presente in loro il timore di essere ingrati verso chi sta facendo loro del bene. Questo timore può comportare dei sensi di colpa difficilmente gestibili in quanto, pur sforzandosi di essere dei buoni figli, difficilmente possono evitare contrasti, rimproveri, ma anche sentimenti e situazioni di scontro. Da questi contrasti possono nascere delle paure: di non essere pienamente accettati dai nuovi genitori, dai parenti e familiari, dai compagni di scuola, a causa delle loro origini; di essere rimandati e respinti così come hanno fatto i loro genitori naturali o altre famiglie adottanti prima di questa; di non riuscire ad inserirsi in un mondo molto, troppo diverso dal loro per lingua, religione, colore della pelle, abitudini, cultura ecc.

Altri bambini, invece, rimangono come invischiati nei legami affettivi del passato, sia quando questi legami sono stati veri e reali sia se sono stati solo immaginati e sognati. Spesso, nel loro animo rimane stabile e immutato il volto di un padre o una madre buona che non possono e non vogliono tradire inserendo al loro posto un altro padre e un’altra madre, per cui negano nel loro animo di essere stati da questi genitori abbandonati. Altre volte si tratta di una sorellina o fratellino più piccolo del quale si sentono in qualche modo responsabili. In altri casi il saldo e forte legame che rimane nel loro cuore non è quello con i genitori biologici ma quello ancora presente con una o più persone della loro famiglia o dell’istituto dove essi hanno trascorso qualche tempo della loro vita, per cui, ad esempio, temono di tradire le puericultrice che si è occupata di loro nell’istituto dov’erano ricoverati. È come se rimanessero nel loro cuore, acquistando con il tempo una valenza sempre maggiore, gli occhi dolci e affettuosi di quell’educatrice che aveva cura di loro da piccoli o le braccia del compagnetto più grande che, in un momento di tristezza, li aveva consolati o le promesse della zia, del fratello o della sorella maggiore i quali si erano solennemente impegnati ad aver cura di loro.

Queste realtà affettive del passato li fanno sentire come ospiti momentanei nella nuova casa che li accoglie. Anche se a volte queste realtà sono obiettivamente vaghe come fantasmi, rendono difficile l’instaurarsi di un vero e solido legame con i nuovi genitori e con la nuova famiglia, tanto da non riuscire a superare e a scacciare gli altri elementi negativi dovuti all’istituzione. Per tale motivo questi bambini rifiutano consciamente o inconsciamente l’allontanamento e l’adozione per cui, non riuscendo a legarsi ai nuovi genitori, rimangono come in attesa di un evento fortuito che li riporti alla condizione precedente o peggio, con il loro comportamento disturbante ed irrequieto, a volte inconsciamente ricercano e fanno di tutto per essere riportati ai legami e alla realtà del passato.

Queste ed altre dinamiche interiori presenti sia nei genitori adottivi sia nei bambini adottati impongono l’aiuto di esperti psicologi o neuropsichiatri infantili, i quali hanno il compito di individuare e poi risolvere le varie problematiche personali e familiari presenti e attive, non solo al momento dell’adozione ma anche, a volte per anni, lungo tutto il corso della vita del minore.

Adozione felice e adozione problematica.

Adozione felice

Un’adozione che si instaura in modo positivo e soddisfacente dà abbastanza rapidamente i suoi frutti. Il bambino impara gradualmente ma anche velocemente la lingua del luogo. Dopo qualche tempo, a volte pochi giorni altre volte qualche mese, già si lega a uno o ad entrambi i genitori: li cerca nel gioco, li interpella quando ha dei dubbi, esprime loro, chiaramente, i propri desideri, i propri sogni, i propri crucci e le proprie aspirazioni. Se femminuccia imita la madre in alcuni suoi comportamenti e occupazioni. Lo stesso avviene per i maschietti nei confronti del padre. Se grandetto fa già dei progetti per il futuro. Comunica affetto ed ha interesse anche nei confronti degli altri familiari e parenti. Quando al momento dell’adozione sono presenti dei sintomi di sofferenza, questi diminuiscono gradualmente, sebbene possano ripresentarsi in alcuni momenti di crisi.

Allo stesso modo, anche da parte della famiglia adottiva si notano immediatamente dei segnali positivi. Si avverte in uno o in entrambi i genitori il piacere di intrattenersi con il loro figlio nei giochi, nelle uscite, nel dialogo o semplicemente stando abbracciati davanti alla tv. Nei colloqui con gli altri parenti e amici questi genitori, soddisfatti della relazione, tendono a sottolineare le conquiste effettuate dal figlio e gli aspetti positivi del suo carattere e dei suoi atteggiamenti, piuttosto che i problemi che provoca o ha provocato nella coppia e nella famiglia. Questi genitori, inoltre, quando si presenta qualche difficoltà, si attivano rapidamente a risolverla senza lamentarsene con amici e parenti. Pensano di essere stati fortunati nella loro scelta. A volte temono che, per qualche motivo burocratico, il figlio adottivo possa essere loro sottratto e sono pronti a ribellarsi a questa eventualità.

È facile capire sia dal racconto che l’adozione di Giulia sia stata un’adozione felice.

 

 

 

 

Un signore buono che sa perdonare

‹‹Un giorno c’era una bellissima giornata in cui c’era un bel sole che splendeva, con delle nuvole tutte insieme in cielo. Poi c’era un albero che dava tanti frutti, l’erba che cresceva velocemente, e c’era un’erba che è cresciuta tutta in una volta. C’erano tante rondini che erano molto grandi, crescevano i fiori ed erano di tanti colori.

C’era un signore che dava tanta acqua e sono cresciute tutte le erbe e gli alberi.

Nell’albero sono cresciute tante arance. Poi c’era il cane che si mise a pestare tutta l’erba, aveva fatto i suoi bisogni e aveva rovinato tutte le cose. Ma il signore non lo rimproverò perché era buono ma il cane non era suo. Il cane era di una bambina che gli aveva dato botte. Il signore le chiese “perché? e lei disse che gli aveva dato botte perché aveva rovinato il giardino. Il signore rimproverò la bambina, dicendole che il cane poteva fare ciò. Da quel giorno la bambina tenne il cane in casa con lei››.

Il disegno che effettua Iulia, una bambina adottata, è come diviso in due da una linea azzurra. Nella parte alta gli uccelli neri troppo grandi, il sole di un colore eccessivamente sanguigno, le tante nuvole, fanno pensare alle tensioni e alle tristezze del suo passato. Mentre la parte inferiore con l’albero che si innalza maestoso verso il cielo, il grande fiore, l’erba e lo sproporzionato fungo, rimandano al suo presente che appare sostanzialmente molto migliore del passato. Dal racconto si evince facilmente che la bambina ha trovato nell’attuale famiglia adottiva qualcuno capace di dare affetto. Affetto che fa crescere bene. (C’era un signore che dava tanta acqua e sono cresciute tutte le erbe e gli alberi). Questo signore viene descritto come buono ecapace di comprendere i comportamenti distruttivi (Poi c’era il cane che si mise a pestare tutta l’erba, aveva fatto i suoi bisogni e aveva rovinato tutte le cose. Ma il signore non lo rimproverò perché era buono). Un signore che era anche capace di comprendere l’aggressività della bambina e la sua facile irritabilità (Una bambina aveva dato botte al cane). Ed è proprio per questa comprensione che la bambina, essendo più serena e sicura ha la possibilità di modificare le sue relazioni e riesce a contenere l’aggressività (Da quel giorno la bambina tenne il cane in casa con lei).

Adozione problematica

Un’adozione si preannuncia problematica quando comporta frequentemente delle sofferenze notevoli sia per i genitori sia per i minori. In questi ultimi, i sintomi presentati al momento dell’adozione, piuttosto che diminuire si accentuano. Cresce l’instabilità, l’irritabilità, la chiusura, la sfiducia negli altri, la dolorosa sensazione di sentirsi abbandonati. Questi bambini hanno difficoltà ad addormentarsi; la quantità ma anche l’intensità delle paure, o peggio delle fobie, non tende a diminuire nel tempo ma anzi si accentua; non avendo fiducia nell’ambiente che li circonda ma anche in se stessi, rifiutano di imparare la lingua del paese in cui si trovano; non vogliono andare a scuola; hanno un comportamento oppositivo, irritante, irriguardoso e, a volte, aggressivo e violento con gli oggetti ma anche con gli animali, le persone e gli stessi genitori. Se sono stati adottati due fratelli questi tendono a chiudersi in coppia piuttosto che a cercare, anche con manifestazioni di gelosia, l’amore o l’attenzione esclusiva di uno o di entrambi i genitori. Questi ultimi, d’altra parte, non mancano di manifestare in molte occasioni il loro disappunto per i tanti comportamenti giudicati impropri, anormali o semplicemente disturbanti e se ne lamentano tra di loro, con i parenti e gli amici. I genitori adottivi nel momento in cui consultano un neuropsichiatra, un pediatra o uno psicologo, durante il colloquio non riescono a trovare che disabilità, limiti e problemi nelle caratteristiche del figlio adottato. Poiché questi limiti e questi problemi sono giudicati difficilmente superabili o gestibili, si sentono non protagonisti di una relazione anche se difficile, ma ignare e inconsapevoli vittime di questa. Pertanto agli specialisti più che consigli sulle modalità migliori per rapportarsi con il figlio, chiedono decisive terapie psicologiche o farmacologiche atte a risolvere in breve tempo i tanti problemi lamentati.

Lo scarso legame esistente tra loro ed il figlio si manifesta anche con dei comportamenti con i quali cercano di diminuire al massimo il rapporto con quest’ultimo: lo iscrivono immediatamente a scuola, cercano per lui una ‹‹buona sistemazione›› per le ore pomeridiane  mediante l’aiuto di un’insegnante di doposcuola, di un logopedista o di un psicologo. Oppure più semplicemente lo iscrivono in un club sportivo o in una scuola di musica o danza. In alcuni casi il rifiuto diventa netto, per cui si sentono costretti a chiedere all’ente che li ha assistiti nell’adozione un bambino migliore e più sano.

 


[1] Nel 2010 sono stati adottati 4130 bambini provenienti dall’estero. Nel 2006 è stata rilasciata l’autorizzazione d’ingresso in Italia a 3188 bambini stranieri.

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