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Rigamonti Debora

CONSULENZA E MEDIAZIONE FAMILIARE:

DUE DIFFERENTI AMBITI D’AZIONE A SOSTEGNO DELLA FAMIGLIA

 

 AUTRICE: Rigamonti Debora

Oggigiorno, rispetto al recente passato, il sistema famiglia nella normalità del suo vivere quotidiano si fa problematica. Notevoli sono le difficoltà incontrate a reggere da sé l’enorme carico di impegni e di funzioni che le sono propri poiché, sempre più spesso, sia i membri che la compongono sia la famiglia nella sua completezza, fatica a ritrovare quelle abilità, e quelle risorse di cui è potenzialmente munita e che risultano concretamente essere indispensabili, per affrontare, nel miglior modo possibile, le tappe cruciali e i passaggi esistenziali che scandiscono il ciclo di vita familiare e ne influenzano, in un continuo e reciproco gioco di rimandi, nel presente e nel futuro, quello dei suoi singoli componenti.

Secondo il paradigma di lettura evolutivo, la famiglia, dall’inizio della sua costituzione al suo estinguersi, proprio perché è coinvolta in quell’incessante processo di sviluppo cui sono sottesi continui mutamenti biologici, psicologici e sociali, è tenuta a compiere infiniti adattamenti per poter far fronte a situazioni sempre diverse senza turbare eccessivamente l’equilibrio su cui essa si regge.     

 

   

I cambiamenti richiesti o indotti, sia dall’esterno della famiglia che dal suo interno, pongono in atto o riattivano, ad un livello di maggiore complessità, conflitti già affrontati in passato ma ne impongono una nuova ristrutturazione; quindi, se il sorgere di un evento critico è in grado di segnare una rottura nel precedente sviluppo intrapsichico e interpersonale, solo processi di cambiamento cognitivi ed affettivi, influenzati dai fattori interni all’individuo nonché dalla rete di relazioni in cui esso è parte, sono in grado di ristabilire un nuovo adattamento.

Il processo di cambiamento richiede, alla persona, alla coppia e all’intero sistema, un costo (investimento) di energia psichica di portata non indifferente che si esplica passando attraverso quelle esperienze di dolore e di angoscia indotta dalla disorganizzazione della struttura intrapsichica e relazionale con relativa perdita dei precedenti punti di riferimento in una prima fase, e in una fase conclusiva in cui avviene la rielaborazione di quegli elementi già presenti perché possa emergere il nuovo modello di organizzazione che pone fine al conflitto. Questo nuovo modello di organizzazione svolge una duplice funzione all’interno del processo di sviluppo: rispetto al precedente modello funge da ponte, mentre, rispetto a quello futuro, ne costituisce il trampolino di lancio poiché, in sé, contiene tutte quelle potenzialità necessarie per gli sviluppi successivi.

L’inserimento e l’interazione del ciclo di vita dell’individuo con quello della vita di coppia, nonché con la storia del contesto socio-culturale di appartenenza degli individui e delle rispettive famiglie di origine, contribuisce a rendere sempre più complesso il percorso di sviluppo.

Ogni evento critico (crisi), a cui sono sottese le problematiche del “distanziamento-differenziazione” e della “ripresa-ricomposizione”, determina compiti di sviluppo, sia per quanto riguarda la realizzazione e affermazione di sé come individuo unico e irripetibile, autonomo e responsabile, sia per quanto riguarda il soddisfacimento del bisogno di appartenenza, cooperazione e di condivisione emotiva con i propri simili, ma solo dal soddisfacimento o meno di tali compiti, dipenderà l’esito della crisi: nel primo caso si avrà una risoluzione, nel secondo una cronicità che porta alla patologia.

Spesso accade che, quando i sentimenti suscitati dal conflitto interiore quali l’angoscia, l’inadeguatezza, l’incertezza e l’ambivalenza affettiva non trovano una risoluzione personale, non solo vengono esternalizzati, ma si traducono anche in occasioni per un nuovo e più complesso conflitto. Il conflitto da interiore si esternalizza e diviene interpersonale.

In questa nuova situazione, i membri della coppia ricercano reciprocamente sostegno emotivo ma, percependosi entrambi deboli ed incapaci di offrire aiuto, in quanto arroccati e cristallizzati su modalità soggettive e personali per affrontare la crisi in atto, e non riuscendo a favorire uno scambio costruttivo che acconsenta alla coppia di comunicare, di fatto e, a loro insaputa, a causa del persistere del conflitto, s’incamminano lungo quella strada che li porterà, formalmente o informalmente, allo scioglimento del legame.

La crescita della coppia e dei singoli partners subisce così un arresto evolutivo in quanto viene meno una ristrutturazione personale più integrata ed articolata, viene meno l’immagine reale dell’altro a favore di quella ideale e diminuisce la disponibilità e la capacità di ciascuno ad assumersi delle responsabilità.

Le cose si complicano quando, all’interno del nucleo, vi è la presenza della prole; infatti, il cronicizzarsi del conflitto familiare, costituisce la minaccia più insidiosa per il normale sviluppo dei figli, e, in taluni casi, risulta addirittura comprometterne la salute.

A tutt’oggi, in Italia, nonostante sia riconosciuta indiscutibile la reale problematicità della famiglia, e pur esistendo strutture atte a offrire solo interventi di tipo specialistico e settorializzato in risposta ai bisogni del singolo componente del nucleo familiare, non esistono, sul territorio, fatta eccezione per il Consultorio familiare, strutture che si prendano in carico la famiglia nella sua globalità e che quindi possano proporre un singolare tipo di aiuto e di sostegno mirante a ricomporre nella unitarietà psico-fisica della persona sia i suoi bisogni parziali, sia la frammentarietà delle domande in vista di una riorganizzazione, promozione o mantenimento di equilibrati rapporti interpersonali e familiari.

Ciò vuol dire che il Consultorio, con le sue competenze plurispecialistiche e grazie alla sua singolare metodologia d’intervento (équipe), anche quando il portatore del bisogno è il singolo, non può disattendere al suo mandato: il referente diretto è la famiglia nella complessa rete di relazioni familiari.

Ma prima di entrare nella specificità degli interventi, è doveroso affermare che non sempre le esigenze dell’utenza possono essere soddisfatte dalla struttura consultoriale e, nell’eventualità di una risposta negativa, gli operatori sono tenuti a demandare ad altre specifiche competenze la richiesta d’aiuto, ma ciò, non prima che il cliente abbia preso consapevolezza che abbisogna di un intervento singolare ed adeguato.

L’aiuto, il sostegno ricercato dalla famiglia per superare con la minor sofferenza possibile, o nel peggiore dei casi a limitare i danni sui membri più deboli che la compongono, e quindi, sia che si possa o non si possa intravedere una soluzione alla sua crisi, trova la sua esplicazione in due specifici e differenziati servizi presenti nel Consultorio: la consulenza familiare e la mediazione familiare (quest’ultimo intervento è nato in una realtà differente da quella italiana -USA- dove non esiste il servizio consultoriale, e solo di recente è stato adottato -massicciamente- nel nostro Paese).

Consulenza e mediazione familiare non sono interventi fondati su una risorsa patologica, bensì sulla normalità psichica duramente messa alla prova dalle disfunzioni relazionali ed esistenziali, dalla sofferenza e dall’angoscia di vivere.

Quindi, pur riconoscendo alla consulenza e alla mediazione familiare una funzione di per sé terapeutica, nella misura in cui entrambi gli interventi mirano ad attivare quelle risorse che, presenti nell’individuo, anche se in forma confusa, costituiscono la conditio sine qua non per la risoluzione della crisi, sono altro rispetto alla psicoterapia ove il conflitto viene preso in esame nelle sue componenti più profonde e nelle sue motivazioni più intime.

Ciò non vuol dire che sia nel lavoro di consulenza o counseling, che in quello di mediazione, il conflitto che sta alla base del disagio psichico venga ignorato come se non fosse esistente, ma, una volta riconosciuto, fa da sfondo alla relazione d’aiuto; infatti l’introspezione viene abbandonata a vantaggio dell’osservazione, l’interesse per le interpretazioni causali lasciano il posto a quelle finalistiche e l’interesse per la storia individuale di chi vive la relazione d’aiuto viene ridotto a vantaggio di quello per l’ambiente in cui si verifica il disagio comportamentale e, soprattutto, a vantaggio delle definizioni strutturali di comportamento.

Consulenza e mediazione familiare sono servizi che propongono, alla persona, alla coppia, alla famiglia bisognosa di sostegno, di chiarificazione e in senso più ampio di aiuto, un’esperienza di pensiero, un luogo di parola protetto e di ascolto comprensivo in presenza di una terza persona neutrale al conflitto, perché non avvengano, impulsivamente e di riflesso, passaggi all’atto (richiesta di divorzio o strappi di legame), nel tentativo chimerico di liquidare, nel minor tempo possibile, la sofferenza legata ad un disagio temporaneo e proprio della crisi evolutiva.

La comparsa sulla scena di un terzo neutrale, sia questo consulente che mediatore, pur nei due rispettivi contesti d’azione, permette all’utente di organizzare (nel primo caso) e di riorganizzare (nel secondo caso), la propria vita familiare mantenendo un ruolo attivo e facendo fronte alle proprie responsabilità in questo processo. Per una buona riuscita dell’intervento, risulta necessario che il cliente, con questo terzo neutrale, riesca ad instaurare un rapporto interpersonale che risulti idoneo a suscitare, con il suo interlocutore, quella carica di fiducia necessaria (premessa indispensabile per la collaborazione) perché si senta completamente a proprio agio e si apra con maggiore naturalezza, mostrando, anche non verbalmente, quanto ha da esprimere.

Qualità umane personali sottoposte a continuo affinamento e una attenzione particolare al proprio mondo interno nonché una rigorosa deontologia professionale, formazione permanente e una costante supervisione eterocentrata (sul caso) ed autocentrata (sull’operatore), s’impongono a chi si appresta ad offrire questo tipo di servizio se, si intendono evitare seri danni alle persone coinvolte nella relazione (consulente/cliente).

Setting temporali e spaziali ben definiti e distinti servono all’operatore ad introdurre il principio di realtà per le persone coinvolte, poiché il reale è l’oggetto sul quale s’articolano entrambe le relazioni.

Ma, premettendo che consulenza familiare e mediazione familiare pur essendo molto affini non sono interventi identici, e quindi risolvibili l’una nell’altra, sia per il differente contesto in cui si va ad operare che per le diverse richieste da soddisfare (nel primo caso si è in presenza di persone singole, o coppie che vivono una situazione di formazione o di sofferenza legata alla incapacità di vivere con soddisfazione, sia per motivi interni/esterni alla coppia sia per esperienze coniugali/parentali già vissute in passato con insuccesso, ma, in ciascun caso, fortemente motivati a mettersi in discussione entrambi o singolarmente,  per “sanare” la propria relazione di coppia; nel secondo caso, invece, si è in presenza di persone che hanno a che fare con lo sgomento, la sofferenza, il rancore per una separazione -possibile o avvenuta- indotta dal divorzio e non hanno alcun altro interesse al di fuori del fatto di trovare una modalità che risulti essere la meno traumatica, dolorosa e distruttiva per sé e per i figli), sia per la diseguale metodologia che si va ad adottare nella conduzione dei colloqui (in consulenza la non direttività s’impone rigorosamente fin dai primi approcci poiché permette all’operatore di accogliere la sofferenza nella sua globalità e di entrare autenticamente in contatto col mondo vitale del cliente, per favorire un ascolto comprensivo, focalizzare la vera istanza del  problema e, da ultimo, non certo per importanza, per individuare e sollecitare le effettive risorse di chi richiede l’aiuto senza tuttavia imporre nessun tipo di  risposta preconfezionata; in mediazione, soprattutto nei primi incontri, a causa delle profonde ferite affettive vissute e vive nei protagonisti - anche quando il divorzio affettivo è già stato affrontato ed elaborato -, la semi-direttività, o in taluni casi la direttività, permette al mediatore di contenere l’espressione di sentimenti molto intensi e distruttivi, a favore della realizzazione di uno spazio in cui risulti ancora possibile negoziare responsabilmente la propria riorganizzazione, soprattutto in funzione dell’esercizio corresponsabile della genitorialità che permane allo scioglimento del legame), ritengo utile e doveroso -anche se mi rendo conto delle non poche difficoltà pratiche- che i confini di questi due servizi risultino ben chiari agli operatori del settore, fin dalla loro formazione. Inoltre, solo possedendo a monte la teoria, ossia paradigmi di lettura e una conoscenza approfondita del ciclo di vita familiare e del processo di divorzio, scandito anch’esso nei suoi stadi con i relativi compiti di sviluppo, e a valle la prassi, ossia una precisa modalità d’intervento acquisita e affinata con anni di esercizio, risulterà possibile mettersi in contatto con i bisogni del cliente per meglio aiutarlo a soddisfare le sue attese.

Desistere dal fascino delle mode del momento che vedono indiscriminatamente, sempre e ovunque la possibilità di “fare mediazione familiare” (così come proposto dal modello americano) anche là dove necessitano le competenze e gli spazi propri della consulenza familiare, significherebbe non solo riqualificare ciascuna area d’azione recuperando le singolari e specifiche competenze di ognuna, ma soprattutto offrire un servizio che meglio guarda al bisogno specifico senza tuttavia lasciarsi sfuggire l’intero mondo vitale del cliente, così, come è proprio, dell’ispirazione consultoriale.

Entrando nello specifico della consulenza familiare  e riconoscendo alla figura del consulente familiare il ruolo cardine e la professionalità portante dell’attività consultoriale (accoglienza e coordinazione del caso), possono essere individuate alcune finalità tra loro complementari e ciascuna ben distinta, che orientano e guidano il lavoro dei consulenti intenti a farsi referenti dell’evoluzione inter-personale, nel corso della vita familiare.

La prima si prefigge di promuovere la conoscenza delle persone protagoniste o coinvolte in un problema, su cui le relazioni vanno ad assumere una posizione statica o, addirittura vanno deteriorandosi, a causa di fattori emozionali e relazionali mal gestiti e ridondanti. Il pietrificarsi di una relazione porta con sé l’impossibilità del confronto e paralizza le persone su un unico e parziale aspetto della vita e del rapporto. Il ruolo del consulente, in questo caso, ha come obiettivo quello di offrire (non imporre) un contesto di riflessione che riporta alla circolarità delle idee su un campo spazialmente e temporalmente più vasto ed articolato di applicazioni affini alle eventuali e possibili soluzioni.

Sostenere la persona che si avvia al cambiamento (in vista di un miglior adattamento) nel processo di riappropriazione di responsabilità e nella ricerca di risorse per attuarla, è la seconda finalità individuata. L’accoglienza prestata alla persona/coppia/famiglia portatrice del bisogno da parte del consulente, permette a quest’ultimo di porsi come sostegno, nell’intraprendere quel difficile compito del cliente che è l’elaborazione psicologica, nel recupero della capacità di confrontarsi con gli eventi critici in vista della rielaborazione soggettiva degli orientamenti decisionali.

Un’altra e ultima finalità, si rivolge più specificatamente alla famiglia nella sua interezza e in qualità di nucleo vitale. L’intervento trova la sua collocazione nell’azione formativa dei membri costituenti la coppia o il nucleo familiare in disagio e si propone di consapevolizzare ciascuno al avviare una conduzione relazionale corretta.

Disinvestire gli “oggetti” della contesa o dell’intesa da ogni interesse perché non venga a materializzarsi la tensione relazionale; disinvestire le persone dalla percezione materializzata quale punto di riferimento reale, a favore di un paziente lavoro di osservazione in relazione a ciò che quotidianamente accade con gli altri e in base alla circolarità dei messaggi ricevuti e mandati per poter conoscere e conoscersi; “denudare razionalmente” i falsi paradigmi culturali che funzionano secondo la legge “del tutto o niente” e offrono una visione statica e fiabesca della famiglia; ridurre il concetto ideale del partner e dell’originario progetto a favore di quello reale; sono i canoni fondamentali su cui si focalizza l’attenzione del consulente intento, come sopra si è accennato, ad introdurre il principio di realtà nei colloqui di chiarificazione, senza tuttavia sostituirsi a chi gli si è rivolto per la richiesta d’aiuto.

A volte però accade che i bisogni insoddisfatti all’interno della coppia e portati dalla persona in consulenza con l’attesa di poterne riconfermare la validità e di trovarne, in qualche modo, una soddisfazione, vengano disattesi, e si assista al procrastinarsi della crisi e della sofferenza indotta dalla perdita del senso e delle dimensioni del “Noi” della coppia, ossia dello spazio vitale che sta tra le persone e che le accomuna nella loro diversità.

Ma quando con il lavoro di consulenza (correttamente condotto e in osservanza dei tempi/spazi del cliente), e comunque sempre in assenza di patologia, non si riesce a ristabilire il flusso comunicativo e la circolarità nello spazio di coppia viene meno, così come vengono a mancare nuovi contenuti riformulati e condivisi all’interno dello stesso spazio, significa che le motivazioni di ciascuno a coinvolgersi seriamente nella dimensione relazionale ed esistenziale non esistono, ovvero, non esiste (o non è mai esistita) la coppia (il Noi), e quindi, a maggior ragione, non ha nemmeno motivo di esistere la sua intrinseca potenzialità terapeutica.

A questo punto, l’unica cosa che rimane da fare per il bene e la salute delle persone coinvolte, è quello di offrire un aiuto che sappia risvegliare quella fiducia e quella speranza necessarie per la riorganizzazione della vita futura. Anche in questa circostanza, ogni decisione deve essere presa dai coniugi poiché il problema è loro, e rimarrà loro, fino al momento in cui non riusciranno a trovare una soluzione. Il consulente tuttavia, dovrà riservare lo stesso rispetto e la stessa attenzione alla/per la persona del cliente, indipendentemente dalla decisione che quest’ultimo ha intrapreso (permanere nello stato sponsale o porre fine al legame).

In caso di scelta separativa da parte dei coniugi, la mediazione familiare è l’intervento di sostegno, di chiarificazione che può essere offerto dal Consultorio alla famiglia, e non un’alternativa alla consultazione di specialisti di diritto di famiglia, né tanto meno, dovrebbe essere una imposizione del tribunale.

La mediazione familiare ha come obiettivo la responsabilizzazione dei coniugi nello specifico ambito dell’elaborazione di un accordo che risulti in esclusiva tutela della prole, dopo averli aiutati ad apportare le dovute riflessioni, ad attenuare o meglio contenere il conflitto (l’alto grado di conflittualità tra i coniugi costituisce una delle controindicazioni al lavoro di negoziazione, poiché ne ostacola fin dal principio il suo iter), dopo averli sostenuti nell’elaborazione del divorzio affettivo, e preparato ogni membro a trovare un nuovo equilibrio nella situazione familiare che si verrà a delineare, quando ormai il divorzio giuridico è inevitabile e addirittura appare il male minore rispetto alla rigidità comunicativa, spesso anche ricattante, del conflitto esistente.

Oggigiorno, così come è un fatto inopinabile che il trauma, il lutto e l’abbandono che la separazione porta con sé, mettono a dura prova l’equilibrio adattivo sia dei coniugi che dei figli, è altrettanto indiscusso che i figli quanto più piccoli sono, tanto più risultano indifesi e bisognosi di aiuto.

L’atteggiamento dei “genitori del divorzio” nei confronti dei propri figli può essere differente e più o meno deleterio, per l’evoluzione presente e futura dei minori, a seconda dell’età del minore e del ruolo che gli adulti assegnano a quest’ultimo nell’area conflittuale: a volte i figli diventano oggetto di una lunga e aspra contesa che non solo approda nelle aule dei tribunali ma si trascina anche dopo la sentenza definitiva senza mai trovare una soluzione di continuità; altre volte invece, i figli vengono trascurati da adulti troppo presi dai propri conflitti personali o strumentalizzati in funzione delle proprie rivalse e, solo raramente, accade che i genitori lascino i figli al di fuori delle proprie vicende personali garantendo l’esercizio della genitorialità nel rispetto e in ottemperanza dei due diversi ruoli ricoperti da ognuno.

Partendo da questo dato di fatto, risulta di estrema utilità per la salute dei minori, che nei colloqui di mediazione familiare, il mediatore assuma temporalmente, e senza sottrarla alla relazione, la rappresentanza della prole (bisogni, punto di vista, domande) che dovrà essere, al contrario dei genitori, rigorosamente assente fisicamente ai loro incontri di mediazione.

Offrire un’esperienza all’interno della quale sia possibile vedere ridotta l’irrazionalità delle parti “in causa”, e delle relative prese di posizione personali a vantaggio di una particolare attenzione per i problemi reali; favorire l’esplorazione di soluzioni alternative, rendendo possibile a ciascuno di fare e ritirare proposte personali senza perdere il rispetto dell’altro; promuovere l’aumento della comunicazione costruttiva tra le parti traendo esperienza dal costo del conflitto e delle dispute irrisolte, sono i propositi del lavoro di mediazione e le premesse per l’elaborazione di un programma separativo (affettivo-legale) che risulti duraturo nel tempo e soddisfacente per entrambi i coniugi, nonché rispettoso dei bisogni del/i minore/i.

Di estrema utilità ed efficacia per dare continuità alla rete di affetti che si è venuta a costituire insieme al nucleo familiare, e quindi per non creare, conseguentemente disturbi ai minori circa il sentimento di appartenenza, sicurezza e fiducia di base (con la separazione dei coniugi vengono messi fortemente in dubbio), il mediatore familiare, nei suoi incontri con i genitori, è auspicabile che faccia spesso ricordare loro la realtà passata e presente dei figli, per poi poter lavorare sulla rappresentazione affettiva individuale e di coppia, che i genitori hanno di se stessi. Su questa rappresentazione e solo su questa (nei casi più difficili -forte ambivalenza emotiva o in presenza di conflitti competitivi-), nel recupero della memoria storica del proprio essere madre/padre (elaborazione del proprio vissuto in chiave genitoriale -positiva-), e nel riconoscimento delle proprie decisioni passate (decisione di scambiarsi a promessa matrimoniale), risulterà possibile disinnescare gli aspetti emotivamente più distruttivi del conflitto separativo per poi poter innescare quel processo di riappropriazione di sé e della propria vicenda umana, ossia: continuare ad andare avanti con responsabilità e senso, senza delegare (rinunciare) ad essere i protagonisti della propria vita. Sia per i genitori che per i figli, ciò che vi è di distruttivo nel divorzio non è la separazione in quanto tale, quanto le modalità adottate per attuarla. Riuscire a progettare le future relazioni con i figli sia affidatari che non, e riorganizzare da capo l’intero sistema familiare, riaccende la speranza e risveglia la forza valoriale della Persona.

Per concludere, ritengo che l’accoglienza e l’attitudine all’ascolto siano i requisiti essenziali per cogliere il cliente nella sua globalità ed interezza, per comprendere la vera istanza del problema e per individuare le risorse effettive dell’utente nel rispetto totale della sua personalità soprattutto quando, le sue scelte non risultano compatibili con la morale comune o con quella dell’operatore.

Pur avendo presente i limiti, sia della consulenza che della mediazione, e pur riconoscendo che sia consulente che mediatore familiare non possiedono ricette preconfezionate, né mezzi taumaturgici risolutivi, credo fermamente, che mobilitare le risorse individuali, le motivazioni e le energie atte a lenire la sofferenza e a ricucire il disagio esistenziale, purché non risulti temporaneo ed omologante, sia una avventura certo ardua da degna di essere intrapresa, se si crede e si ha a cuore la famiglia quale ambito privilegiato delle relazioni umane.

        

 

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