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L’adolescenza dominata dagli affetti

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AUTRICE: Paola Pighi ( psicoterapeuta)

 

 

 “I ragazzi riescono a mettersi nei panni degli adulti, gli adulti invece fanno più fatica a mettersi nei nostri”, sottolineano gli adolescenti della terza classe di una scuola media durante il percorso di educazione affettiva.

Le parole scandite con determinazione dai ragazzi risuonavano alle mie orecchie come una sentenza pesante da accettare, ma al contempo lasciavano affiorare con trasparenza una grande verità.

Indossare gli occhiali dei ragazzi ed osservare attraverso le loro lenti ciò che accade e muta porta gli adulti di fronte ad un compito difficile e poco piacevole: percorrere un viaggio dentro un corpo in preda ad una lunga o veloce trasformazione di cui non si conosce ancora l'esito definitivo, confrontarsi con i numerosi luoghi e le compagnie dove affannarsi per trovare una forma di rispecchiamento della propria identità, seguire la costruzione di pensieri complessi e di ideali in nome dei quali lottare, ascoltare i tumulti e le tempeste emotive che si agitano in modo confuso.

 

Gli occhi dell’adulto,  dotati di maggior razionalità e coerenza (caratteristiche acquisite a seguito di un costante lavoro che mette alla prova quotidianamente anche i grandi) faticano a sintonizzarsi con le vite degli adolescenti, spesso dominate da un affetto che prende il sopravvento sugli altri e che diventa regista di una serie di imprese relazionali e sociali.

Tra i tanti affetti che possono diventare padroni del tempo degli adolescenti si evidenziano la rabbia, la collera ed il desiderio di trasgressione nei confronti delle regole (della scuola, della famiglia, delle istituzioni …) che accompagnano il tentativo di diventare più autonomi; la dolorosa vergogna che germoglia proprio nel momento in cui i ragazzi sono concentrati nel “farsi vedere” e conquistare buona visibilità nel gruppo dei pari e nella società; il senso di abbandono a cui giungono molti altri chiudendo le relazioni significative con il proprio amico, con il gruppo di coetanei o con la classe quando sentono di non poter trovare nell’altro una perfetta e spesso ideale dose di accoglienza e stabilità affettiva; ed infine la  paura come un’emozione che non viene dichiarata dai ragazzi, i quali pur sfidando mansioni nuove e faticose, devono dimostrarsi coraggiosi ed audaci per non ricadere nell’impotenza infantile.

Decisiva per il benessere o per il disagio degli adolescenti è la speranza, affetto che chiama in gioco a gran voce gli adulti nel desiderare un futuro soddisfacente dove il progetto di crescita dell’adolescente venga compiuto.

Desiderare, attendere, progettare per gli adolescenti significa tenere accesa la speranza, cioè la sensazione di essere chiamati da qualcuno a svolgere qualcosa di interessante in base alle proprie riconosciute capacità. 

 

Gli adolescenti chiedono agli adulti il permesso di crescere, di superare con una velata paura la soglia dell’infanzia e di accedere con una rabbia vitale ed energica alle mansioni adulte rispetto alle quali si percepiscono spesso impotenti ed incapaci.

Gli adolescenti, con i loro modi ed atteggiamenti a volte carichi di aggressività ed altre volte di colpa, chiedono scusa agli adulti per non aver saputo crescere e farsi carico delle responsabilità sociali.

La fonte maggiore della loro vergogna è tuttavia determinata dall’incapacità di tener fede alle responsabilità affettive: essi sanno che devono imparare ad amare, ma stentano a mantenere vive e costanti le relazioni.

Sperano dunque di trovare adulti di riferimento che come un allenatore paziente ed un arbitro neutrale sappiano cogliere la fatica di crescere e mettere alla prova le loro abilità, verificando ogni tanto la capacità di mantenere fede alle promesse fatte, al patto che crescere comporta allontanandosi dai comportamenti più infantili ed assumendo a poco a poco una veste più matura e responsabile.

 

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