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Gli scopi del dialogo tra i genitori e i figli

 
Il dialogo dovrebbe portare alla conoscenza

Attraverso il dialogo il genitore conosce il figlio. Scopre i suoi pensieri e desideri, i bisogni ed i problemi, le necessità e le paure. Questa conoscenza non può essere limitata nel tempo, perché l’essere umano è in continuo divenire e quindi anche la conoscenza deve essere continua, perenne. Non si può pensare di conoscere il figlio in un certo momento del suo sviluppo e basta. Bisogna che questa conoscenza si applichi al suo divenire. Quel figlio di un anno non ha pensieri, caratteristiche, problemi uguali a quando, di anni, ne avrà tre o cinque o dieci. I problemi ed i bisogni di un bambino sono diversi da quelli di un adolescente o di un giovane.

 

 

Pertanto discende la necessità di capire l’educando nella sua crescita e nella sua evoluzione; nelle sue gioie, gratificazioni e conquiste, come nei suoi turbamenti; nei suoi momenti più esaltanti e gratificanti come nelle sue crisi, tristezze e ansie. Tali conoscenze sono indispensabili per rapportarsi con lui nella maniera più giusta e corretta. Sono indispensabili per fornirgli gli strumenti di conoscenza e di cultura adatti alla sua età ed ai bisogni.

Il dialogo è  un mezzo di scambio di emozioni e sentimenti

 

E’ un mezzo per scambiare con i figli sentimenti, emozioni, gioie, paure, disappunto; ma anche conquiste, amore, tenerezze.

Ogni genitore ha bisogno di sentire quello che i figli pensano di lui, quello che sentono, vogliono e cercano da lui, e da lui si aspettano. Ma anche un figlio ha bisogno di capire i bisogni dei suoi genitori ed educatori. Sono bisogni di tenerezze, di calore, d’affetto. Sono bisogni di ubbidienza e di collaborazione, senza i quali nessun genitore sarebbe in grado di assolvere il ruolo educativo. Sono bisogni di comprensione delle difficoltà che il ruolo di genitore o educatore comporta.

Ciò è ancora più pressante in una società come la nostra che sembra aver rinunciato in molte istituzioni, al suo ruolo educante. Una società che rifiuta di aiutare, sostenere e salvaguardare il ruolo genitoriale e le valenze educative della famiglia in senso lato, abbandonandola al suo destino come fosse un vecchio residuo d’altri tempi.

 Una società che trascura da decenni la famiglia a favore di servizi pubblici, cosiddetti sostitutivi o alternativi o integrativi, che tutto dovrebbero recepire, tutto dovrebbero saper affrontare e risolvere, ma che in realtà hanno per loro stessa natura e non per carenze di personale o di qualificazione di questi, difficoltà ad affrontare e risolvere anche le esigenze più banali, semplici ed immediate, molto lontane dalla complessità delle esigenze educative di un bambino.

La stessa società è, però, pronta a scaricare sui genitori stessi e sulle famiglie le conseguenze di tali incapacità quando la cronaca porta alla ribalta i fallimenti educativi: droga, omicidio, suicidio, malessere giovanile, immaturità ecc..

Se la comunicazione genitori – figli è fondamentale in un processo educativo, è vero anche che non sempre si può dire tutto, si può comunicare di tutto con i figli. Questo perché non sempre i figli possono capire tutto.  Non sempre possono capire i motivi profondi che sottostanno ad un atto, un diniego, un comportamento dei genitori. Non sempre sono in grado di valutarlo in maniera corretta, non sempre sono in grado di viverlo in maniera opportuna.

Ci sono delle cose che sono appannaggio degli adulti e devono rimanere nell’ambito degli adulti. Ci sono degli argomenti e delle situazioni in cui i figli non dovrebbero essere coinvolti, sia perché non sarebbero in grado di capire, sia per le impressioni sfavorevoli che potrebbero avere su persone che dovrebbero rispettare e amare. Pensiamo, per esempio, alle avventure sentimentali e sessuali che i genitori separati o le ragazze madri tendono a comunicare ai figli per “farli partecipi.”

Spesso l’impressione che i figli ne ricavano è quella di non avere accanto a sé dei genitori maturi e responsabili ma dei coetanei che giocano con i sentimenti, con il sesso e con l’amore. Il giudizio sui genitori e sugli adulti in genere, diventa inoltre negativo, quando si fanno partecipi i figli delle liti e delle beghe in cui i genitori spesso sono coinvolti. Soprattutto quando si mettono in piazza giudizi che offendono, sviliscono e minano l’attendibilità di persone importanti per il bambino: come gli insegnanti, i parenti, gli zii, i nonni, o i genitori degli amici.

Quindi se c’è una mancanza di dialogo, ci può essere all’opposto, un eccesso d’informazione o un’impropria comunicazione. Il mondo dei bambini è un mondo che deve essere preservato dalle battaglie o dalle guerre degli adulti, perché la loro fiducia negli altri e nel mondo ha maggiore valenza che non le nostre beghe, i nostri bisticci, i nostri dissapori.

A volte, come nel bambino piccolo, c’è un eccesso di spiegazioni che porta ad una continua sensazione di pericolo imminente. “Non fare questo perché è pericoloso” “Non fare quest’altro perché puoi morire o fare morire i tuoi genitori.” E’ un continuo mettere il bambino in una situazione di allarme per un evento luttuoso o disastroso. Molto meglio come dice B. Spock,   distrarlo oppure dire di no o dargli delle spiegazioni non catastrofiche.[1]

E’ bene, inoltre, evitare di ripetere spiegazioni all’infinito. Spiegazioni che già si sono date numerose volte. In questo caso l’impressione che ne hanno i minori è che gli adulti hanno la necessità di giustificarsi: per il rimprovero o castigo dato; per le richieste fatte; per le decisioni prese. In definitiva, l’impressione che ne ricavano è quella di avere dei genitori insicuri, ansiosi, emotivamente fragili.

Il dialogo è scambio

Si può e si deve scambiare, non soltanto con persone della stessa età, cultura e sesso, ma si può e si deve scambiare anche quando l’età, il sesso e la cultura sono diverse.

C’è sempre qualcosa che un genitore od un educatore può dare a un fanciullo, c’è sempre qualcosa che questi può dare ai suoi genitori e educatori.

Lo scambio può riguardare le conoscenze, le idee, i modi di essere, le esperienze, ma può e deve riguardare anche il mondo degli affetti e dei sentimenti indispensabili ad entrambi. E’ attraverso lo scambio che avviene l’arricchimento reciproco per cui, quando questo viene a mancare, ci impoveriamo ogni giorno di più, ogni giorno di più moriamo.

Attenzione però a non utilizzare questo scambio in modo paritario. Un figlio non è un marito o un amico o un confessore, cui possiamo confidare ogni nostro pensiero e da cui ci possiamo aspettare delle risposte e degli aiuti che solo degli adulti e degli adulti maturi che hanno un ruolo specifico potrebbero dare. Questo caricare l’educando di ruoli e compiti non propri è un errore frequente specialmente nel nostro periodo storico in cui le coppie sono spesso spezzate dalla separazione, dal divorzio o dalle incomprensioni e la solitudine attanaglia gli animi di molti genitori. Si tende a dare ai figli ruoli, compiti e responsabilità che non sono loro o ai quali non possono far fronte. Figli che dovrebbero sostituire un marito o una moglie che ci ha lasciato o tradito. Figli al posto dell’amica del cuore che si è allontanata da noi. A questi figli spesso riversiamo confidenze intime, insoddisfazioni e bisogni; confidando forse che un miracolo li trasformi, per incanto, da esseri bisognosi d’aiuto, protezione, assistenza, in adulti capaci di caricarsi e gestire le nostre pene, i nostri bisogni, le nostre frustrazioni.

Il dialogo è dono

Possiamo aiutare i nostri figli in molti modi. Il cibo che compriamo per loro, il tetto sicuro che offriamo, le scuole o le altre attività formative che permettiamo loro di frequentare. Ma c’è un dono più grande e prezioso che noi possiamo dare ad i figli ed è la nostra presenza dialogante.

Le parole, gli incoraggiamenti, i pensieri, o anche i rimproveri e i biasimi, li possono aiutare a capire e a comportarsi in maniera corretta, responsabile, attenta. Possono contribuire alla maturazione dei figli e allo sviluppo della loro personalità. Ciò possiamo ottenere dicendo la parola giusta al momento giusto, dando il nostro sostegno, il nostro conforto e soprattutto valorizzandoli. Ognuno di noi ha bisogno che qualcuno valorizzi le nostre qualità e capacità. Questo ci fa sentire bene, ci dà sicurezza, forza, coraggio, ci fa affrontare meglio, con più grinta, la vita. La disistima da parte dell’altro, soprattutto se di un genitore, porta i figli alla chiusura, alla tristezza, all’abbandono, allo sconforto, alla rinuncia. Anche il semplice ascolto, quando si riesce a mettersi nella  stessa lunghezza d’onda, mettendo il nostro cuore accanto al loro, è capace d’aiuto, in quanto permette di aprire il cuore dei figli al nostro, di scambiare e trovare nel nostro animo, conforto, sostegno comprensione, amore.



 

 

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