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RELAZIONE CONVEGNO CONGIUNTO

L’esperienza dell’UCIPEM

 

 AUTORE: Francesco Lanatà

Buongiorno a tutti voi e benvenuti. Oggi è un giorno molto importante e vedervi così numerosi mi rende particolarmente felice. Ringrazio voi tutti della vostra presenza insieme a tutti i relatori.

Oggi vi voglio parlare di due ponti. Il primo è quello tra le due nostre associazioni UCIPEM e CFC i cui lavori sono stati avviati dai due Presidenti che mi hanno preceduto: Beppe Sivelli e Gabriela Moschioni insieme a Don Edoardo Algeri e Domenico Simeone.

Oggi Gabriela si trova in Grecia a festeggiare il 50° anniversario di matrimonio e quindi, è con noi solo con il cuore; a lei vanno i nostri più cari auguri.

Sono state queste quattro persone che in questi ultimi anni hanno gettato le fondamenta di questo ponte con importanti occasioni di collegamento e contatti personali sia formali che informali.

 

 

A questo va aggiunto il dato di fatto che alcuni consultori aderiscono ad ambedue le associazioni. Vanno aggiunte nel loro piccolo le “Reti Informali” dei consultori di ispirazione cristiana della Toscana e della Puglia costituite dai  consultori CFC e UCIPEM.

Non è quello di oggi un momento di fusione, ne tantomeno di con-fusione; i ponti non servono per fondere, servono per collegare, servono per favorire la comunicazione. Con le parole di Papa Francesco potremmo definire questo momento come: “espressione di una diversità riconciliata”, come un’occasione che ci consentirà di sostenerci vicendevolmente, di dare maggiore copertura sul territorio nazionale e avere maggiore incisività nei rapporti col pubblico. D’altronde fu proprio Mons. Fiordelli che nel 75 ebbe a dire: ”Per i consultori cattolici e per quelli dell’UCIPEM lungo il cammino potrebbero verificarsi anche situazioni nuove”. Penso che quelle parole oggi si stanno concretizzando.

Il desiderio di un incontro formale anche a livello nazionale negli ultimi tempi era diventato molto forte ed è pertanto che con grande gioia ho abbracciato l’idea di Domenico Simeone di organizzare questo convegno congiunto che oggi ci vede qui insieme.

Sono certo che a questo ne seguiranno altri e che le occasioni di incontro a livello locale e regionale si intensificheranno. Il desiderio di offrire alla famiglia un aiuto professionalmente qualificato all’insegna della stessa fede in Cristo e arricchito dalla diversità di impostazione delle due associazioni permetterà di superare qualsiasi ostacolo possa essere da altri frapposto.

 

Veniamo adesso al secondo ponte. Questo è un ponte piuttosto complesso e articolato. Pensiamo per un momento a quelle strade sopraelevate futuristiche con diversi livelli e molti punti da raccordare. Questo ponte è fatto di raccordi costruiti e poi distrutti, è fatto di progetti non accettati, di progetti accettati e mai attuati, ma è fatto anche di collaborazioni importanti. È il ponte con il settore pubblico, con i consultori pubblici.

Se per il bene delle famiglie e delle persone che le compongono è indispensabile la comunicazione tra le nostre due associazioni, per lo stesso motivo non meno importante è la possibilità di comunicare e di collaborare sia con i consultori pubblici che con l’intero settore sociosanitario nazionale.

Perché questo avvenga è necessaria la volontà di ambedue le parti. Sappiamo che i percorsi che hanno portato alla nascita dei nostri consultori e di quelli pubblici sono stati diversi come pure diverse sono le metodologie di lavoro e parte degli obiettivi. Sappiamo benissimo che nel tempo ciò ha portato molta diffidenza.

Dobbiamo domandarci allora se questa volontà  di comunicare c’è, quali possono essere i punti di incontro e in che modo si può collaborare. Bisogna tenere presente che è proprio in queste situazioni che vale il principio di sussidiarietà.

Per capire questo è necessario fare qualche piccolo riferimento storico e qualche valutazione sulla situazione attuale.

Tutti sappiamo che il nostro primo consultorio in assoluto è nato a Milano nel 48 ad opera di Don Paolo Liggeri il quale aveva bene in mente di ricostruire la famiglia distrutta dalla violenza della guerra. A quel consultorio se ne sono aggiunti altri, 27 per la precisione, che nel 68 hanno dato origine all’UCIPEM: Unione dei Consultori Italiani Prematrimoniali e Matrimoniali.

Nella sua carta, tuttora immutata, l’UCIPEM assumeva come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana, riconosciuta tale fin dal concepimento, considerata, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia.

Di essa ogni operatore ne ha sempre rispettato le scelte, riconoscendo il primato della coscienza e ne ha favorito lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

Il servizio consultoriale è un’attività di consulenza, di promozione e di aiuto anche negli aspetti di informazione, di prevenzione e di educazione.

Il tutto coerentemente con la definizione che San Tommaso, nel “DE VERITATE”, ha dato della consulenza: “La consulenza è nient’altro che il ragionamento circa le cose da fare”. “La consulenza è la persuasione libera a fare qualche cosa, senza forzare l’individuo a farlo”.

I consultori pubblici sono nati con finalità diverse, sotto la spinta dei movimenti femministi, sviluppatisi dall'inizio degli anni '70. Tant’è che il primo testo della 405 era sostanzialmente diverso da quello che noi oggi conosciamo. Importantissimo è stato il contributo che l’UCIPEM ha dato alla stesura definitiva del testo di legge.

Ritengo un obbligo morale verso un mio grande predecessore, il prof. Sergio Cammelli, riportare un piccolo stralcio della sua relazione presentata al Congresso tenuto a Salsomaggiore il 28 aprile del 1979.

Nella sua introduzione egli così scriveva:

“Ci è sembrato doveroso mettere a disposizione di tutti un patrimonio veramente unico in Italia, metterlo a confronto con altre diverse esperienze e inserirlo in una realtà continuamente in evoluzione, un patrimonio di cui si trovano tracce evidenti nella stessa legge statale (405 – 29 luglio 1975) che istituisce i Consultori familiari.

È stato proprio l’intervento diretto e deciso della nostra Unione, di tutti i nostri Consultori, che ha persuaso i parlamentari, tempestati da telegrammi, dell’opportunità di ritirare un progetto di legge il cui testo era già stato concordato in sede di Commissione per inserirvi alcuni punti fondamentali destinati a fare del consultorio non già un servizio ambulatoriale medico-sanitario, ma un servizio globale che si propone come scopo primario “l’assistenza psicologica e sociale” e i “problemi della coppia e della famiglia” (art. 1 – comma A), servizio assicurato con una puntualizzazione molto significativa da un “personale di consulenza e di assistenza in possesso di titoli specifici in una delle seguenti discipline: medica, pedagogica e assistenza sociale” (art. 3).

 

La 405 apriva così un sufficiente spazio per l’assistenza psicologica e sociale tuttavia, anche se veniva definita da qualcuno come “un ponte tra sanitario e sociale al servizio della famiglia”, tradiva ancora una certa preoccupazione igienico-sanitaria che ha indotto la maggior parte delle regioni, nella fase attuativa, a restringere l’aspetto della consulenza familiare tant’è che in quasi tutte le regioni non è prevista la figura del consulente familiare che ne è invece la figura cardine e insostituibile.

Quanto della legge è stato realizzato nel concreto?

Per rispondere a questa domanda prendiamo in considerazione i risultati di un’indagine ministeriale sui consultori pubblici di tutto il territorio nazionale pubblicata nel novembre 2010 dalla Direzione Generale della Prevenzione Sanitaria. Scopo di tale rilevazione era verificare da una parte la consistenza della forza operativa, dall’altra le attività svolte e di esse quante erano orientate alle raccomandazioni del Progetto Obiettivo Materno Infantile, il cosiddetto (POMI).

L’indagine così concludeva  “ … i consultori familiari non sono stati, nella maggior parte dei casi, né potenziati né adeguatamente valorizzati. In diversi casi l’interesse intorno al loro operato era stato scarso ed ha avuto come conseguenze il mancato adeguamento delle risorse e degli organici”. Era risultato infatti che, anche nei momenti della loro maggiore diffusione sul territorio, l’obiettivo della legge 34/96, di avere un consultorio ogni 20.000 abitanti, era stato raggiunto solo in alcune aree. Al momento dell’indagine se ne contavano circa 2100.

Per ciò che concerne l’attività era emerso che il 23% dei CF disponeva di un’équipe consultoriale composta da 1-3 figure professionali fondamentali, il 45% disponeva di 4-5 figure, il 21% di 6-7 figure e solo il 4% dei consultori ottemperava alla normativa garantendo la presenza di tutte le 8 figure previste dal POMI.

Le figure più presenti risultavano essere, l’ostetrica, lo psicologo, l’assistente sociale e il ginecologo. Queste figure in molti casi non erano presenti contemporaneamente e questo rendeva difficile l’attività di équipe con conseguente impoverimento del servizio offerto.

La composizione di questi organici ha fatto si che le attività dei consultori fossero quelle prettamente ginecologiche, come l’attività ambulatoriale di routine, la prevenzione dei tumori genitali femminili, l’attuazione delle procedure pre IVG e il caunseling psicologico. Altre importanti attività come la mediazione familiare e lo stesso caunseling post IVG erano scarsamente rappresentate. Del tutto assente era la consulenza familiare proprio perché nei consultori pubblici non esiste la figura del consulente familiare.

Da tutto questo si deduce che non tutto quello che la 405 prevedeva all’articolo 1 comma A viene attuato. La presa di coscienza di ciò ha portato il SSN a perfezionare alcuni rapporti con i nostri consultori come il convenzionamento in Lombardia e in qualche altra regione dell’Italia. In particolare in Lombardia, UCIPEM e CFC hanno collaborato anche alla stesura della regolamentazione normativa e all’accreditamento di quasi tutti i consultori familiari.

Questo convenzionamento è tuttavia da considerarsi come l’unico rapporto stabile tra Sistema Sociosanitario e i nostri consultori. Esistono si altre forme di collaborazione ma esse sono basate su progetti sviluppati solo a livello locale. Questi rapporti, pur costituendo parsimoniose ma, allo stesso tempo, proficue esperienze a vantaggio della famiglia, sono sempre sottoposti agli umori dei vari personaggi politici di turno e ai flussi economici; non sono certo un esempio di collaborazione stabile e continuativa, ne tanto meno costituiscono un esempio di integrazione.

 

Da tempo si parla con una certa insistenza della necessità di riforma della 405 e di rilancio dei consultori familiari. Per tale motivo alla Conferenza Nazionale sulla Famiglia del 2010 l’UCIPEM ha presentato il Progetto di Legge dal titolo “Disciplina dei Consultori familiari” che è tutt’ora agli atti della conferenza.

Questo progetto, se preso in considerazione, potrebbe costituire un importantissimo pilastro per la costruzione di un grande ponte tra i nostri consultori e il pubblico.

Il rilancio potrebbe allora passare per la strada dell’impegno comune dove i nostri consultori sono pronti a mettere a disposizione di tutti un patrimonio che in Italia è veramente unico.

Un patrimonio fatto di circa 300 consultori familiari tra quelli della CFC e quelli dell’UCIPEM, un patrimonio fatto di migliaia di operatori tra consulenti familiari, psicologi, mediatori familiari, educatori, medici, infermieri, ostetriche, legali e assistenti sociali, che lavorano riuniti in Equipes interdisciplinari. Operatori motivati e professionalmente qualificati, in grado di dare risposte pertinenti alle difficoltà e ai bisogni emergenti indotti dai cambiamenti che coinvolgono le famiglie in una società sempre più in rapida trasformazione. Operatori che lavorano in pieno spirito di gratuità per il bene della persona e della famiglia in cui essa è inserita.

Un patrimonio fatto di una metodologia di lavoro di inestimabile valore come la relazione di aiuto.

Se sono migliaia gli operatori dei nostri consultori non immaginiamo neanche quale sia il numero delle persone e della famiglie che ogni anno a loro si rivolgono, che da loro ottengono accoglienza e condivisione della loro sofferenze e che, grazie a loro, hanno risolto i loro problemi relazionali.

Professionalità, accoglienza, condivisione, umile ascolto della povertà e della grandezza delle persone; sono questi requisiti per i quali, pur nella nostra modesta realtà di laici, nell’impegno intrapreso, abbiamo la gioia di essere strumenti della “misericordia di Dio”.

                                                                 Francesco Lanatà

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