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Accoglienza

Autrice: Gabriela Moschioni

 

La prima emozione che mi suscita la parola “accoglienza “ è un grande bisogno di essere accolta. Scorro velocemente con la memoria del cuore da chi mi sono sentita accolta nella mia infanzia e nella mia vita. Il primo ricordo è un sapore e un profumo : il sapore del burro spalmato sul pane, il profumo di cipolla che restava sul pane perché il mio nonno quando ci dava la merenda contemporaneamente preparava il minestrone per la cena.

 

 

Sono la terza di sei fratelli ed ho avuto un’infanzia allegra e in compagnia, mi sentivo “incastonata ed accolta” in questo gruppo di bambini molto educati, ma anche  numericamente molto consistente anche perché abitavano in una palazzina  in cui al primo piano c’era una famiglia di tredici fratelli..

La mia mamma era una bravissima ……… maestra.

 

Accoglienza e maternità , maternità fisica in un contesto in cui “l’avere” un bambino era la cosa più naturale del mondo, accoglienza della vita, della realtà di quei bambini, con cui crescevo e sviluppavo un’affettività gioiosa e solidale, una voglia di accogliere e “tenere”  in me e con me le persone.

Ho parlato tanto nella mia lunga esperienza professionale di capacità di ascolto di sé e di accoglienza dell’altro, ma le radici di questa apertura, che è quasi un “bisogno”, stanno proprio nel desiderio di estendere l’enorme carica affettiva che sento dentro di me agli altri , a tutte le persone che incontro, dalla vecchietta mia vicina di banco a messa, alla famiglia del mio tabaccaio……

Cosa significa però “accoglienza” in una relazione professionale di aiuto ?

Significa prima di tutto restare in relazione con sé prendendo le dovute distanze dalle nostre emozioni personali del momento, per essere liberi dai nostri problemi, ma trasparenti e congruenti per “vedere”- “sentire” – “percepire” la persona che ci sta di fronte , che ci parla con le parole, con le mani, con gli occhi, … per metterci in relazione da “persona a persona”.

E’ questa la prima accoglienza : sono qui per Te, con Te, con la mia persona, coi miei valori, i miei problemi, ma adesso conti solo TU che mi fai il grande onore di raccontarmi la Tua vita, i Tuoi guai, il Tuo dolore.

AccoglierTi significa aver preso contatto con le mie sovrastrutture, col giudizio che mi sono fatto di Te, per liberarmi , per rendere “pulita” la mia capacità di accoglierTi  e di mettermi in relazione con quello che sei o con l’immagine che mi vuoi dare di Te.

AccoglierTi significa farti vivere anche nel piccolo spazio di un’ora una sensazione di affettivo interesse, di attenzione assoluta, di contenimento.

AccoglierTi significa non fare progetti su di Te,

Accoglierti significa non andare in ansia per la gravità dei tuoi problemi.

AccoglierTi significa avere pazienza ed aspettare che Tu esprima le Tue priorità senza  intervenire o puntualizzare con uno schema mentale che è mio e non Tuo.

AccoglierTi significa accettare i Tuoi valori anche se non sono i miei.

AccoglierTi significa darTi l’ “humus” affettivo e relazionale che Ti permettano di tirar fuori le Tue potenzialità per vedere da Te la strada per uscire dai Tuoi problemi.

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