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29/05/2016 ORISTANO

 

L’équipe luogo di accoglienza, di confronto, di crescita, di sintesi, di scelte operative

Autrice: Gabriela Moschioni

 

 

Cominciamo il nostro lavoro con un rapidissimo giro di orizzonti storico sulle nostre radici di operatori per la famiglia.

Veniamo da molto lontano:

1930 EUROPA AMERICA

Persone socialmente sensibili, avvertendo un pericolo di disgregazione della compagine familiare, cominciarono ad ideare centri specializzati di aiuto alle situazioni problematiche cercando il coinvolgimento di esperti delle varie discipline per avere contributi efficienti e concreti per meglio capire e contestualizzare la tipologia dei problemi ed il conseguente tipo di aiuto da offrire.

 

 

1942 U.SA.

L’American Association of Mariage Counselor (A.A.S.M.C.) individua una modalità di approccio più efficace, introduce il concetto di un servizio globale alla famiglia attraverso una offerta più personalizzata ed umanistica della consulenza familiare di cui promulga un Codice Etico (codice etico consulente familiare USA 1942)

 

 

1944 -1948 ITALIA - MAUTAUSEN – GUSEN - DACAU MILANO

Don Paolo Liggeri (siciliano) di ritorno dai lager nazisti intuisce che la ricostruzione della società avrebbe dovuto partire dalla costruzione materiale delle case bombardate, ma, rendendosi conto dello sfacelo umano e familiare provocati dalla guerra, dai lutti, dai discongiungimenti familiari, dalla quantità di orfani si attiva soprattutto alla “ricostruzione” delle persone e della famiglie. Fonda L’Istituto La Casa, primo consultorio italiano. Significativo il nome dato al primo consultorio LA CASA il 15/02/1948. Era stato liberato dagli americani a Dacau il 29/04/1945

 

 

1960 CANADA Centro Novalis dell’ Università di Ottawa

retta dagli padri OMI Oblati Maria Immacolata) a favore della famiglia.

Padre Luciano Cupia (OMI), piemontese di Novara trasferitosi a Roma, accetta di condividere l’esperienza messa in atto dai suoi superiori in Canada, prima come allievo e poi come docente.

1966 ITALIA ROMA

Padre Luciano Cupia (OMI) fonda il Centro per la famiglia di Roma ed insieme ai Consultori man mano sorti in Italia fondano U.C.I.P.E.M. 1968 ITALIA BOLOGNA nasce l’Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali U.C.I.P.E.M. che conta oggi circa 80 consultori sul territorio nazionale 1971

 

GERMANIA FEDERALE E BERLINO OVEST già operano :

DAJEB Deutche, EXFULL Evangelische KZEF Katholischens, PRO-FAMILIA che sebbene diversi per matrici religiose e politiche collaborano fra di loro, si occupano della famiglia non solo a livello educativo o psicologico, ma anche di salute e pianificazione familiare

1971 1974 AUSTRIA

La Caritas, le diocesi di Speyes, Treveri, Friburgo, Mainz, già operano centri o “consultori” a sostegno della famiglia In particolare a Vienna parte il primo corso di formazione alla consulenza familiare dove è già presente un primo concetto di interdisciplinarietà espressa come “tutte le conoscenza specifiche e specialistiche circa il comportamento umano”. L’esperienza di Vienna, di matrice assolutamente cristiana cattolica “è al di sopra di ogni confessione e partito”

1975 ITALIA 1975

Viene promulgata la legge nazione n° 405 del 29/07/1975 1975 ITALIA nascono i consultori pubblici 1975 ITALIA Sorgono i primi Consultori Diocesani di ispirazione cristiana che man mano si radicano nelle parrocchie e nelle diocesi fino a coprire tutto il territorio nazionale raggiungendo oggi un grande numero di centri aperti e funzionanti Come dice il Presidente CFC Domenico Simeone : “fra C.F.C. e UCIPEM siamo in 300” Interdisciplinarietà Già la legge 405 del 1975, nonostante carente da molti punti di vista, cita una serie di figure professionali che devono interagire nell’erogazione dei servizi.

Purtroppo ne’ la legge quadro Nazionale ne’ i legislatori, salvo qualche rara eccezione, interpellano e neppure utilizzano l’esperienza delle realtà già presenti e funzionanti sul territorio nazionale. Di fatto la presenza di diverse figure professionali all’interno dei consultori delle ASL si definiscono, come sempre in Italia, nella logica verticale di erogazione di servizi per le solite categorie statali : le donne, i minori, gli anziani, i portatori di handicap… mettendo al centro i problemi e non la persona nella sua unità fisica e psichica inserita in quel contesto familiare L’esperienza dei consultori Privati (cristiani) invece già aveva fatto molta strada negli anni.

Nel tempo ci si era evoluti passando dall’attenzione e dall’accoglienza della coppia e della famiglia con l’eventuale invio a specialisti, ad un servizio armonico alla globalità della persona utilizzando l’interdisciplinarietà come metodo di interpretazione, di diagnosi, di unità di intervento nonché di confronto costruttivo ed educativo delle diverse professionalità Interdisciplinarietà non è una serie di giudizi – diagnosi - terapie, (poliambulatori), ma un integrazione dei diversi contributi specifici nella visione globale della persona o in difficoltà allo scopo di determinare un intervento unitario. “L’uomo al centro come unità di corpo e di spirito nella sua individualità esistenziale, nelle sue relazioni nella situazione concreta sociale di coppia e di famiglia. “cuore del consultorio familiare” Da qui parte il nostro lavoro di oggi : Nella nostra situazione concreta delle nostre “équipe” di operatori “cristiani”, professionali, volontari o pochissimo pagati al servizio come persone e professionisti insieme nello sforzo di mettersi in religioso ascolto e rispetto della persona dell’altro.

L'équipe

 

Avrei potuto scegliere di illustrare l’argomento “équipe” in modo più formale, ma mi ha commosso il titolo del Convegno “équipe cuore….” Per cui ho preferito un approccio, semplice, personale, esperienziale centrato sulla persona dell’operatore. Persona dell’operatore dal cui benessere scaturisce una buona capacità di relazione con gli altri ed il conseguente buon funzionamento del gruppo. La sinergia fra le motivazioni degli operatori, la loro formazione, il loro costante aggiornamento, appoggiata e verificata dal gruppo permette che il gruppo stesso possa esprimere tutta la competenza e la creatività funzionali alla definizione della realtà problematica della famiglia oggetto , ma anche soggetto che, aiutato dal consulente, saprà esprimere le proprie risorse per risolvere la crisi. La legge 405/75, la storia dei consultori (pubblici e privati), le esperienze dei nuovi contesti socioculturali in cui ci muoviamo indicano le figure di riferimento per la costituzione del gruppo di lavoro, che potrebbero essere: il consulente famigliare il consulente etico il mediatore familiare l’educatore il ginecologo lo psicologo l’assistente sociale lo psichiatra il genetista il mediatore culturare il mediatore linguistico Ma noi sappiano che non tutti i consultori possono permettersi tutte queste figure professionali. Ogni consultorio in base alla proprie risorse ed ai bisogni del territorio “si inventa” un tipo di équipe che è funzionale ed efficace proprio perché scaturisce dalla “realtà”del contesto e dei bisogni delle persone e delle famiglie conosciuti ed interpretati con professionalità ed affettività umana. E’ in queste realtà senza deliri di onnipotenze in cui ci muoviamo nel nostro lavoro di oggi. L’équipe per noi oggi è perciò il luogo : dell’accoglienza del confronto della crescita della sintesi e………. delle scelte operative

 

 

ACCOGLIENZA

L’accoglienza verso gli altri presuppone la conoscenza di sé , delle proprie valenze, cioè delle proprie capacità, dei propri valori e dei propri limiti. significa capacità di introspezione e di ascolto di sé. Siamo portati attraverso l’empatia ad intuire e forse amare l’altro e le sue emozioni. Non dedichiamo però la stessa attenzione a noi stessi per : conoscerci, ascoltarci , accoglierci. Le persone generose sembrano fare fatica a prendersi cura si sé. Invece, per mettersi in relazione con l’altro ci si deve per forza mettere prima in relazione con se stessi, cioè “sentirsi” “vedersi” “guardarsi” “riflettere” su di noi in modo affettuoso e positivo guardare a sé con simpatia senza prima pensare ai propri difetti o alle proprie mancanze, tantomeno ai propri sensi di colpa. Dobbiamo conoscere quali sono i nostri sensi di colpa, accoglierci e perdonarci perché non ci facciano troppo male. Sappiamo che non è sugli aspetti negativi che si instaura una relazione con gli altri perché non abbiamo l’umiltà e la pazienza di comportarci allo stesso modo con noi stessi ? abbiamo forse paura di volerci bene ? perché? Accoglienza, nell’ambito professionale del lavoro in gruppo, non significa solo conoscenza ed accoglienza di noi stessi come persone, ma anche conoscere e ri-conoscerci le nostre capacità, competenze e potenzialità professionali. L’accoglienza di sé affettuosa e gentile é la base di partenza per una relazione umana e professionale col cliente e coi colleghi dell’équipe. é la premessa nel rapporto con gli altri e (in merito al nostro lavoro oggi) può costituire la modalità di approccio coi colleghi dell’équipe.

CRESCITA

La crescita si gioca sullo sviluppo continuato nel tempo di un modo più completo ed emotivo di attenzione a sé ed agli altri Crescita significa prendere il contatto con la nostra realtà, la realtà dei nostri colleghi la realtà delle persone che a noi rivolgono una richiesta d’aiuto. E non saremo più bravi in questo approccio se non avremo “perso tempo” nella conoscenza, custodia, cura di noi e dei nostri colleghi. Crescere significa saper ascoltare l’altro (non solo il cliente!!!, ma anche il collega di consultorio) , ascoltarlo nel senso di “sentire” = stare a sentire veramente quello che dice senza attribuire a priori dentro di noi quello che dirà, “capire” con la testa e col cuore quello che dice o quello che vorrebbe dire, “attribuire” importanza ai suoi contenuti Crescere significa anche giocarsi nel proprio ruolo professionale. Non ci si deve limitare ad esporre i fatti senza scoprirsi. Nell’esposizione del caso l’operatore deve fornire già una sintesi ed esprimere le proprio impressioni “professionali”

Crescere significa anche essere capaci pur nella semplicità dell’espressione e del modo di porsi di autostima assertività L’operatore che espone un caso non deve esprimersi come si esprime il cliente. Anche se prova compassione, simpatia ed empatia, l’operatore deve cercare di essere lucido e assertivo perché il cliente ha chiesto aiuto non a un amico o a un vicino di casa, ma ad un professionista sì umano e comprensivo, ma anche professionalmente competente che cerca di capire i SUOI problemi e le SUE risorse per risolverli avvalendosi dell’aiuto degli altri specialisti e/o colleghi per una comprensione più globale e arricchita dal proprio humus umano e professionale. Se è importante che l’équipe sia empatica al suo interno diventare “adulti” nell’équipe significa utilizzare al meglio tutte le nostre risorse possibilmente in armonia, ma anche in contrasto con le opinioni degli altri.

CONFRONTO

L’ordine è un elemento essenziale per la buona riuscita di un setting di équipe. I tempi per l’esposizione del caso devono essere brevi e l’esposizione concisa. Anche i tempi per le domande da parte degli altri operatori o dagli esperti devono essere ben definiti. L’operatore deve esprimere una sintesi che deve comprendere l’esposizione dei fatti, dei problemi, delle modalità espressive del cliente, del suo contesto familiare e sociale : nonché le proprie riflessioni e pareri professionali. L’operatore che porta il caso può ovviamente esprimere anche i suoi sentimenti, le sue emozioni, o le sue difficoltà personali sul caso senza però essere una mera ricerca di una rassicurazione emotiva personale. Perché se è vero che la casistica porta sofferenza la confusione fra la sofferenza del cliente e quella dell’operatore porta gravi danni a tutti e due. Compito di chi porta il caso è quello di portarlo in modo pulito, semplice e corretto. L’équipe è anche il luogo dove si scatena l’ aggressività. Sono aggressività di tipo professionale e di tipo personale. Anche l’aggressività può essere utilizzata per la comprensione del caso . Un caso che scatena aggressività all’interno del gruppo significa che ha scoperto anche nostri problemi. Qualunque sia il nostro stato civile, tutti noi siamo comunque almeno figli, qualcuno è padre, madre, coniuge ……… i nostri vissuti più profondi ci interpellano. Tutte le problematiche dei clienti afferiscono con le nostre. Se l’operatore psicosociale è più preparato a cogliere questi aspetti dobbiamo però rispettare le difese dei cosiddetti “esperti” che spesso esprimono pareri “apparentemente asettici” Se però insieme, serenamente, ci rende conto di queste dinamiche dal confronto potrà scaturire l’opportunità di crescere degli operatori psicosociali attraverso le competenze tecniche dei colleghi e col tempo anche gli altri si inseriranno in modo sempre più affettivo ed umano un miglior servizio al cliente che sicuramente trarrà miglior aiuto da un’accoglienza più uniforme dei diversi servizi che riceve, nonché della colorazione affettiva che può (o forse deve?) accompagnare qualsiasi diagnosi o cura.

SINTESI e SCELTE OPERATIVE

Ad un certo punto qualcuno deve raccogliere e proporre, prendersi delle responsabilità, fare memoria nel tempo dell’evolversi del caso seguirne le conclusione a consulenza finita. Qui si pone il problema della leadership cioè di qualcuno che è il referente, ma anche il garante della salute e della serenità degli operatori. La leadership è ovviamente demandata ad una persona che deve essere sostenuta in modo solidale da tutti perché la responsabilità della leadership deve essere condivisa e rafforzata dal gruppo. Non si tratta ovviamente di “sedare” il gruppo, uniformare gli interventi al contrario si tratta di : saper cogliere le potenzialità degli interventi, gestire affettuosamente, ma coraggiosamente le emozioni che emergono, valorizzare le persone e la loro professionalità. L’aggressività deve essere contenuta, ma anche utilizzata come forza vitale e propulsiva. Non è un gruppo di sostegno : è un fecondo gruppo di lavoro. Le dinamiche del gruppo e le reazioni emotive e professionali devono essere anche loro finalizzate alla comprensione del caso. Alcuni consigli pratici per la condivisione della leadership : Darsi i tempi per l’esposizione e per le osservazioni Non disperdersi, non perdere tempo ed attenzione Non remare contro ossia assumere un atteggiamento “sufficiente” o eccessivamente compiacente Non fare domande inutili all’operatore che presenta il caso a cui non può rispondere se non immaginando Fare interventi connessi con la propria professionalità specifica e per il leader : atteggiamento connesso con la genitorialità adulta che perciò: contiene, non impone, non giudica, si occupa del benessere delle persone nel gruppo: favorisce l’emergere = “l’uscir fuori” il meglio professionale ed umana di tutti. In sintesi Dobbiamo comunicare con le persone ascoltando empaticamente ciò che provano, aiutandole a percepire ed esprimere la loro “verità” anche se è diversa dalla nostra, stimolandole a scegliere gli atteggiamenti ed i comportamenti coerenti con il soddisfacimento dei loro bisogni e delle loro aspirazioni più profonde, seguendo le persone sulla strada che le porta alla loro verità, dove potranno concedersi fisucia, rispetto, e amore di sé. (A.Miller). Dobbiamo soprattutto recuperare il senso dell’ ”ama il prossimo tuo come te stesso” ricordandoci affettuosamente e con misericordia di quel “te stesso” per accoglierci, per amarci, per perdonarci, per non superare i limiti delle nostre possibilità di tempo e di energie, per valorizzare le nostre persone e il nostro lavoro, per concederci almeno un piccolo spazio di felicità………….

Gabriela Moschioni

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