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I disturbi della condotta

 

 

Con il termine di disturbi della condotta sono descritti una serie di comportamenti inadeguati in cui i diritti fondamentale degli altri oppure le norme e le regole della vita sociale vengono violate (DSM – IV-TR).[1] I bambini che presentano disturbi della condotta si riconoscono facilmente in quanto sono la disperazione dei loro genitori, degli insegnanti e di tutti gli educatori in genere. Sono chiamati “bambini difficili” o “bambini terribili”, per evitare di utilizzare la denominazione di “bambini cattivi”, che comporterebbe un giudizio e una condanna morale. Come denominare, d’altra parte, dei bambini litigiosi, che perdono facilmente il controllo, che hanno atteggiamenti aggressivi, vendicativi, rancorosi, che dicono bugie, che usano un linguaggio scurrile? Come giudicare dei bambini irritanti, che sembra provino gusto a violare le regole, sia in ambito familiare che scolastico ed extrascolastico? Bambini che sognano e, a volte, attuano delle fughe; che marinano la scuola? Come valutare dei bambini apparentemente insensibili per i danni arrecati agli altri; mentre sono pronti a sfidare e accusare coetanei ed adulti? Bambini che sembrano non provare alcun sentimento di colpa o vergogna delle loro condotte deplorevoli? Bambini che, per evitare severe punizioni, sembra facciano finta di pentirsi e di avere sensi di colpa, per poi continuare a commettere gli stessi atti e assumere gli stessi comportamenti?

D’altra parte le punizioni, anche le più severe, come la espulsione dalla scuola o gli schiaffi della madre, o peggio le cinghiate del padre, in seguito alle loro bravate, sembrano non avere alcun effetto positivo. Il loro comportamento non si modifica se non di poco e per breve tempo, dopodiché continuano ad aggredire, continuano a marinare la scuola, continuano a rubare e a dire parolacce.

In sintesi i bambini che presentano disturbi della condotta possono presentare:

  • scarsa attenzione per i sentimenti altrui;
  • atteggiamenti disubbidienti, irritanti, di sfida e accusa;
  • poco rispetto ed empatia verso i bisogni e le necessità degli altri e verso i loro oggetti;
  • sentimenti di acredine verso chi gli ha fatto del male;
  • atteggiamenti aggressivi e, a volte, crudeli verso le persone e gli animali;
  • gioia e godimento nel distruggere, far dispetto o del male agli altri. Male fisico con violenze e, a volte, lesioni gratuite o provocate da atti assolutamente irrilevanti, ma anche male morale, in quanto nell’età dell’adolescenza questi ragazzi possono trascinare gli altri, “i buoni”, in atti e condotte deplorevoli: come il bere eccessivamente, il fumare, il fare baldoria;
  • scarsa sensibilità nei confronti degli atteggiamenti educativi autoritari e punitivi;
  • presenza frequente di linguaggio scurrile.

I ragazzi più grandi che presentano disturbi della condotta, sono quelli che più marinano la scuola, ed è anche per questo che hanno minori competenze cognitive; sono quelli che più facilmente fuggono di casa e, a volte, trascorrono la notte fuori casa; possono compiere vari gesti delinquenziali: furti, scippi, estorsioni, prepotenze e atti di bullismo nei confronti dei coetanei, violenze sessuali, imbrattamento di muri, danneggiamento dei monumenti, frodi, furti ecc.

A causa dei loro comportamenti questi minori sollecitano atteggiamenti di rifiuto, non accettazione ed isolamento sia dagli adulti, come i genitori e gli insegnanti, sia, a volte, anche dai compagni, quando i loro comportamenti disturbanti e aggressivi si rivolgono verso di essi.

La gravità di questi sintomi può essere molto varia, per cui il disturbo della condotta può essere classificato come: lieve, medio o grave, in base al numero, alla tipologia e all’intensità con i quali si presentano i comportamenti disturbanti del bambino. Il numero di minori ai quali viene diagnosticato un disturbo della condotta appare nettamente aumentato negli ultimi decenni.

 

CAUSE

Cause neurobiologiche

Viene ipotizzata una predisposizione genetica in quanto, almeno uno dei genitori presenta spesso un disturbo analogo e tra gli ascendenti e collaterali sono presenti disturbi psicopatologici quali dipendenza da alcool, disturbi dell’umore, schizofrenia. (Militerni, 2004, p. 325).

Cause ambientali

Queste cause assumono un significato preminente ( Militerni, 2004, p.325). Se si scava nella vita intima di questi minori, ci si accorge che, anche senso volerlo, gli è stato fatto o ancora gli viene fatto del male.

A volte si scopre che hanno subito del male fisico, ma il più spesso gli è stato fatto del male psicologico: “rifiuto e abbandono da parte dei genitori, […] norme contraddittorie di educazione con disciplina rigida, maltrattamento fisico e sessuale, mancanza di sorveglianza, inserimento precoce in istituzioni, frequenti cambiamenti delle persone che si prendono cura del soggetto,[…] rifiuto da parte dei coetanei, esposizione alla violenza da parte del vicinato (DSM – IV- TR).[2] Anche per Bowlby (1982, p.48), questi disturbi nascono quando il bambino è sottoposto a un’eccessiva pressione. Cosicché deve usare massicciamente le sue manovre difensive per fronteggiare l’ansia. Tali pressioni possono scaturire dalle malattie organiche, da un impedimento fisico, dalla povertà delle doti intellettuali e da molte altre circostanze ambientali: rifiuto e ostilità aperta da parte dei genitori, illegittimità, perdita delle cure materne (Bowlby, 1982, p. 48).[3] Per Wolff (1970, p. 164), a volte il genitore di questi bambini, spesso la madre, ha un atteggiamento ambivalente: da una parte rimprovera il figlio per il suo comportamento, dall’altra, senza esserne consapevole, lo incoraggia. Vi è pertanto in queste madri incoerenza o inconscia permissività. Alcune perdonano per anni un comportamento delinquenziale prima di agire sul figlio in maniera inaspettata, e spesso lo fanno solo quando il suo comportamento ha attirato sulla famiglia l’attenzione pubblica.[4]

Altre cause possono ricercarsi nella tensione sotterranea o nell’aperto conflitto genitoriale. Questi minori sono spesso il campo di battaglia o le armi usate nei conflitti tra i coniugi, quando questi non riescono a tenere lontani i propri figli dai loro comportamento conflittuali.

Altri genitori, infine, nel campo della disciplina non riescono a sviluppare adeguatamente il super-ego dei loro figli (Wolff, 1970, p. 164). [5]

In definitiva la sofferenza subita da questi bambini provoca la loro scarsa tolleranza alle frustrazioni, la iperreattività e la rabbia interiore che li stimola a questo tipo di comportamenti. A questo punto si innesca quasi sempre un circolo vizioso: più loro presentano dei comportamenti irritanti, aggressivi e distruttivi, più gli altri li puniscono, manifestando atteggiamenti di rifiuto, condanna morale, isolamento, non accettazione ed esclusione. Questi atteggiamenti, a loro volta, accentuano la loro frustrazione, la loro rabbia, con conseguente aumento dei disturbi della condotta.

IL LINGUAGGIO SCURRILE

Il linguaggio scurrile è fatto di insulti, bestemmie, imprecazioni, epiteti, uso di espressioni che si rifanno agli escrementi umani (scatologia). L’uso del linguaggio scurrile è presente nei disturbi della condotta. Ma questo sintomo, come tanti altri segnali di sofferenza del bambino, non ha un significato univoco.

L’uso delle parolacce può essere dovuto a molteplici motivi:

  • a volte si tratta soltanto di un modo per sorprendere e mettere in imbarazzo l’interlocutore;
  • nell’ambito delle aule scolastiche la parolaccia può essere un modo per attirare l’attenzione degli altri bambini, così da farli ridere o scandalizzare;
  • altre volte i bambini dicono le parolacce per sentirsi grandi, ciò avviene soprattutto quando si accorgono che gli adulti le usano costantemente nel loro ambiente di vita;
  • da non sottovalutare l’uso che ne può fare un bambino come mezzo di difesa, verso dei compagni che lo tormentano con gesti o parole offensive e denigratorie;
  •  le parolacce, inoltre, possono rappresentare il prezzo da pagare per essere accolti in un gruppo di coetanei;
  • in alcuni casi dire parolacce è solo un modo per allentare la tensione psichica.

Il problema del linguaggio scurrile non si pone di solito nell’ambito familiare in quanto, se i genitori non ne fanno alcun uso e se al bambino è stato proibito tassativamente di usare questo tipo di espressioni, il figlio, almeno in loro presenza, è difficile che contravvenga a tale norma. Nel caso in cui, invece, i genitori utilizzano questo tipo di linguaggio, questi non si scandalizzano più di tanto per le espressioni del figlio.

Nell’ambito scolastico, invece, per limitare o eliminare quest’uso è bene che gli insegnanti evitano le reazioni di sbigottimento, di scandalo o di rabbia, in quanto gli studenti provano un senso di potere se il professore manifesta tali emozioni. Contemporaneamente, però, per evitare fenomeni di imitazione e di adeguamento da parte degli altri allievi è necessario bloccare sul nascere tale uso anche mediante le tecniche comportamentali come il premio alla risposta, il costo alla risposta, e le conseguenze avversative. Gli eventuali rimproveri e punizioni devono naturalmente essere adeguati al livello sociale del bambino, al suo sviluppo psicoaffettivo e alla realtà sociale del soggetto.

LE BUGIE

Le bugie sono definite come un occultamento o una falsa riproduzione di fatti, allo scopo di ricercare situazioni vantaggiose e di evitare situazioni difficili, così da non recare danno a sé e agli altri. Le bugie dei bambini però non sempre hanno queste caratteristiche, in quanto in questi l’alterazione della realtà, più che per ottenere un vantaggio, può essere effettuata soltanto per il piacere della riproduzione fantastica (Barberi, 2013, Vol. 2, p. 529).

Per De Ajuriaguerra e Marcelli (1986, p. 162) vi sono vari tipi di menzogne.

  1. Le menzogne utilitaristiche servono al bambino per avere un vantaggio o per evitare fastidi e punizioni. In questi casi è bene rilevare la bugia per evitare di favorirne altre in futuro, ma, d’altra parte, è giusto evitare di drammatizzarle, per non compromettere l’autostima del bambino.
  2. Le menzogne compensatorie sono delle bugie che servono al bambino per dare agli altri e a se stesso un’immagine migliore. Il bambino può raccontare ai suoi compagni di essere figlio di una persona molto ricca, molto importante, di avere una grande villa, di trascorrere le vacanze in qualche paradiso tropicale, mentre la realtà è molto più modesta. Questo tipo di bugie che possono essere normali fino ai sei anni in quanto si inseriscono nelle fantasticherie narcisistiche dei bambini, se persistono hanno dal punto di vista psicopatologico una valenza maggiore che non le menzogne utilitaristiche, per cui è bene approfondire i motivi che possono aver portato il bambino ad utilizzarle.
  3. La mitomania. Il massimo della fantasticheria confabulatoria si ha nella mitomania. Una condizione nella quale il supporto narcisistico è costruito sul nulla (De Ajuriaguerra, Marcelli, 1986, p. 163).

A volte però, come possiamo leggere in questo racconto effettuato da una bambina, le bugie sono provocate da genitori poco attenti ai bisogni dei loro figli.

Una ragazza bugiarda

C’era una volta un cestino che era stato perduto e viene trovato da una ragazza che lo porta a casa. La madre non vuole e le dice: “Prendilo e portalo fuori”. Lei lo riporta, ma siccome è furba lo riporta con sé, e dice alla mamma che lo aveva portato fuori. La mamma aveva il dubbio che non lo avesse portato e quando la bambina va a scuola lei controlla e trova il cestino. Quando la bambina ritorna a casa trova la mamma arrabbiata e le chiede: “Mamma perché sei arrabbiata?” E la mamma risponde: “ Perché tu mi hai mentito e ora vai in punizione”

La mamma butta il cestino, ma la bambina non si arrende e riprende il cestino e lo nasconde sotto terra e dice alla mamma di averlo buttato e la mamma le ha creduto e ha fatto pace con la bambina.

L’interpretazione del racconto è abbastanza semplice. La bambina trova qualcosa di importante per lei, in questo caso un cestino, ma potrebbe essere qualunque altra cosa alla quale la bambina tiene molto. Potrebbe, quindi, essere anche un’amicizia, un sentimento, un’emozione amorosa, perfettamente normale e fisiologica, ma il genitore, senza alcun motivo valido, non solo rimprovera la bambina ma la costringe a privarsi di ciò che per lei è molto caro (La madre non vuole e le dice “Prendilo e portalo fuori”). La bambina vista l’ingiusta richiesta da parte della madre inizia un percorso fatto di bugie ed inganni (Lei lo riporta (fuori), ma siccome è furba lo riporta con sé e dice alla mamma che lo aveva portato fuori). Questo percorso educativo, fatto di immotivate lotte e prevaricazioni da parte del genitore, si dimostra assolutamente inutile e controproducente sia per la figlia sia per la madre (La mamma aveva il dubbio che non lo avesse portato e quando la bambina va a scuola lei controlla e trova il cestino). Il percorso educativo errato continua mediante punizioni e ripicche (Quando la bambina ritorna a casa trova la mamma arrabbiata e le chiede “Mamma perché sei arrabbiata?” E la mamma risponde “ Perché tu mi hai mentito e ora vai in punizione”).

Nella conclusione di questa storia sembra che la vittoria sia della bambina (ma la bambina non si arrende e riprende il cestino e lo nasconde sotto terra e dice alla mamma di averlo buttato e la mamma le ha creduto e ha fatto pace con la bambina); in realtà entrambi i contendenti ne escono sconfitti: la madre come educatrice che ha perduto, con il suo comportamento, la stima e la fiducia della figlia e questa che ha imparato ad avere con gli altri e con il mondo un comportamento falso e bugiardo.

I FURTI

Non si dovrebbe parlare di furto prima dei sei anni o comunque prima che il bambino abbia acquisito il concetto di proprietà: “Questa cosa è mia, questa, invece, è di Giulio”, ma anche prima che il bambino abbia interiorizzato il concetto morale: “Questo mio gesto è bene”, “Questo mio comportamento è male”.

I luoghi del furto si modificano con l’età. I bambini piccoli rubano in casa, quando sono più grandi rubano nei luoghi che il bambino frequenta abitualmente e solo dopo nei supermercati (Ajuriaguerra e Marcelli, 1986, p. 163).

Questo comportamento è più frequente nei maschi che non nelle femmine.

Il bambino può rubare gli oggetti che maggiormente lo interessano in quel momento, oppure può appropriarsi di cose che per lui non hanno alcun valore. Dal punto di vista psicopatologico questa distinzione è importante, in quanto il bambino può avere la “necessità” di rubare le cose che non ha e che vorrebbe avere, oppure il bambino ha bisogno di soddisfare un imperioso bisogno interiore di sottrarre ad altri ciò che non gli appartiene, solo per il piacere di togliere qualcosa agli altri o solo per il piacere di possedere lui qualcosa, anche se non gli serve e non sarà da lui mai utilizzata.

Anche questo sintomo può avere, quindi, vari significati:

  • Voglio avere quello che hanno gli altri.
  • Se mamma e papà comprano ciò che desiderano in quel momento è giusto che anch’io prenda i loro soldi per avere le cose che mi piacciono.
  • Gli altri sono cattivi con me e quindi è giusto che io per punirli gli sottragga le loro cose.
  • Mi piace vedere le facce arrabbiate che hanno gli altri quando scoprono che gli mancano degli oggetti.
  • Prendo i soldi o gli oggetti d mia madre o di mio padre che mi trascurano, per avere da loro qualcosa di materiale, anche se non posso avere quello che mi toccherebbe possedere: le loro attenzioni.
  • È piacevole sentirsi capace di fare qualcosa di negativo alla barba degli altri e non essere scoperti.

Per Bettelheim (1987 p. 153): “Forse non esiste cosa che più turbi i genitori del furto. È più sconvolgente dell’atto in sé è che nostro figlio possa diventare da grande una persona disonesta. Perciò le nostre reazioni sono proporzionate più all’ansia circa il futuro che non al misfatto concreto”. Ma non sempre è così. Per alcuni genitori, all’opposto, è un vanto la destrezza del loro figlio, per cui anche se rimproverano il minore, in cuor loro sono orgogliosi delle sue capacità.

Anche in questo caso gli interventi non possono che nascere dalla conoscenza dei vissuti interiori del bambino. In ogni caso è bene non trascurare questo sintomo, in quanto il bambino potrebbe vedere questi comportamenti come qualcosa di cui essere orgogliosi e pertanto ripeterli; con conseguenze disastrose sulla sua vita futura.

Interventi nei disturbi del comportamento

 Nei disturbi del comportamento spesso gli operatori e i genitori si chiedono come e se intervenire. Se è bene punire o consolare. Se avere un atteggiamento indifferente o permissivo.

Come abbiamo detto parlando dei vari sintomi ognuno di questi può avere più motivazioni. È importante scoprire qual è quella corretta. Se il disturbo del comportamento scaturisce da problematiche psicoaffettive del minore è assolutamente inutile basare il nostro intervento sulle punizioni, sui rimproveri o sui castighi. Queste misure non farebbero che peggiorare i suoi vissuti interiori, già notevolmente disturbati. Un bambino con molti problemi psicologici difficilmente potrà comportarsi in modo esemplare! Per ottenere dei miglioramenti sul piano del comportamento è necessario fare in modo che il bambino acquisti maggiore serenità e fiducia negli altri e non se stesso. Bisogna, quindi, impegnarsi a migliorare la sua autostima, ma anche la fiducia nei suoi genitori, o comunque in qualche adulto del quale possa introiettare un’immagine positiva.

Se invece riteniamo che a questo bambino sia mancata una guida efficace, la presenza di un adulto autorevole, ma anche affettuoso, potrebbe ottenere dei buoni risultati in breve tempo. Quando manca ai minori un adulto che dia loro delle precise regole essi si sentono come abbandonati a se stessi. Pertanto le manifestazioni di ostilità, prepotenza e aggressività vanno affrontate e contenute dall’adulto, pur senza atteggiamenti repressivi. Il controllo esterno tranquillizza il bambino e gli dà la possibilità di imparare a controllare la propria ostilità e di adattare i propri desideri alla realtà che lo circonda. In tal modo il egli si sentirà maggiormente protetto dai suoi stessi impulsi, dall’ansietà e sensi di colpa che tali impulsi comportano. Questi interventi necessitano però del massimo rispetto. I bambini non vanno né umiliati, né ridicolizzati. Inoltre se vengono stabilite delle regole chiare e precise la necessità di punizioni è ridotta al minimo. Quando un divieto non viene rispettato è bene manifestare dispiacere in modo sincero e disapprovare non il bambino ma l’azione che egli ha compiuto. Se poi viene spiegato al bambino cosa comporta o può comportare il suo comportamento errato e quale invece sarebbe stato il comportamento corretto, è più facile che egli impari a comportarsi meglio.

Vi è un’altra condizione della quale si parla poco, ed è quella nel quale lo stesso bambino presenta numerosi disturbi del comportamento con una persona, ad esempio il padre, ma non con un’altra, ad esempio con la madre o con la nonna. Allo stesso modo un disturbo del comportamento si può manifestare in un ambiente ad esempio a scuola ma non a casa o viceversa. In questi casi è evidente che l’impegno terapeutico dovrà necessariamente essere rivolto prevalentemente a queste persone o a questo ambiente, piuttosto che al bambino.

Le punizioni

Sappiamo che è illusorio pensare di potere fare a meno delle punizioni; ma quando i genitori sono autorevoli e la loro linea educativa è chiara, precisa e ferma, quest’evenienza si dovrebbe presentare raramente. Nel caso in cui questo non avviene, per cui si nota che sono troppo frequenti bisogna necessariamente chiedersi se lo stile educativo utilizzato sia corretto.

Le punizioni, per non essere inopportune, devono essere giuste, equilibrate e limitate nel tempo e devono inserirsi in un disegno educativo sereno e lineare.

Le punizioni possono essere inopportune per vari motivi:

  • quando il bambino a causa della sua età o maturità intellettiva o affettiva non ha ancora la consapevolezza della mancanza fatta;
  • quando non è in grado di controllare efficacemente le proprie azioni. Ad esempio a causa della presenza di problematiche psicologiche;
  • quando il bambino non aveva alcuna intenzione di trasgredire. Per cui la mancanza evidenziata è stata causata da un evento occasionale;
  • quando i genitori non avevano stabilito una norma chiara e precisa. Spesso le punizioni nascono in quanto il bambino non sa esattamente quali sono i propri diritti e i propri doveri.
  • quando la punizione nasce da uno sfogo di malumore o da un momento di collera, da paure o ansie immotivate o da stanchezza dei genitori o degli educatori;
  • quando i limiti e i divieti imposti al bambino sono eccessivi;

È bene evitare le punizioni fisiche in quanto, mediante questo tipo di punizioni, si ottiene sì una immediata docilità e remissività da parte del bambino, accompagnata dall’istantanea interruzione del comportamento inopportuno messo in atto, ma non viene raggiunto l’obbiettivo più importante, rappresentato dal mantenimento del comportamento adeguato nel tempo, anche in assenza dei genitori.

Dice la Bonino (2012, p. 34):

“… è bene ricordare che le punizioni fisiche sono del tutto inutili per recuperare autorevolezza e insegnare ai bambini a comportarsi in modo positivo. Non servono per ottenere il rispetto delle regole di convivenza e sono anzi controproducenti. La punizione fisica, anzitutto, insegna ai bambini che i problemi si risolvono con l’aggressione, cioè con la legge del più forte. In questo modo non imparano a risolvere le situazioni difficili, e soprattutto non imparano ad affrontare i conflitti in modo costruttivo, con soluzioni meno primitive e capaci di appianare davvero i problemi di convivenza: i bambini non possono imparare a non picchiare se vengono picchiati”.[1] Inoltre spesso la punizione fisica è frutto di esasperazione, irritazione, o stanchezza, è quindi frutto di una reazione impulsiva, per cui non ne risulta alcun apprendimento. (Bonino, 2012, p. 35)



[1] Silvia Bonino, l’assurdità delle punizioni fisiche “Ti picchio per insegnarti a non picchiare”, Psicologia contemporanea, gennaio-febbraio 2012.



[1] DSM – IV-TR

[2] DSM – IV- TR , p. 114.

[3]              BOWLBY, J., (1982), Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina Editore, Milano, p. 48

[4] Wolff S. (1970), Paure e conflitti nell’infanzia, Roma, Armando Armando Editore, p. 164

[5] Wolff S. (1970), Paure e conflitti nell’infanzia, Roma, Armando Armando Editore, p. 164.

 
 

 

 



 

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