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L’EQUIPE CUORE DEL CONSULTORIO

FAMILIARE UCIPEM

Autrice: Laura Mullich 

Sempre più spesso, con una superficialità allucinante, sociologi, psicologi, psichiatri, giuristi, assistenti sociali ecc. bollano l’individuo ancora legato a valori tradizionali come rigido, conservatore, talora ottuso o ignorante. Le tradizioni familiari vengono ignorate, in quanto collegate al passato in un’epoca in cui si vive esclusivamente in tempo reale, senza memoria e senza proiezione nel futuro. L’attaccamento alla religione e ai riti domestici è decisamente fuori moda, come del resto l’attaccamento ad un’idea di Patria, che viene ascritta ad una posizione ideologica e non ad un sano sentimento di appartenenza nazionale. Il rispetto dei vecchi degli ammalati, e perfino dei bambini, è messo in discussione da una cultura che, appellandosi alle moderne acquisizioni di una scienza sempre più asettica e lontana dal fattore umano, spaccia per bene del soggetto debole la sua morte. Il valore della Vita, unico diritto assoluto riconosciuto dalle Costituzioni di tutti i Paesi del mondo, di fatto rimane presente sulla carta ma misconosciuto nella pratica.

 

 

 

L’essere umano viene costantemente colpito, bombardato attraverso il potere finanziario e quello mediatico, ma queste ferite infertegli quotidianamente non sono mortali per due terribili ragioni: innanzitutto l’individuo ferito, debole e lasciato solo dalle istituzioni che dovrebbero tutelarlo, può diventare facilmente un servo della macchina economica e finanziaria, arrendendosi ad esso, mentre un individuo morto rischia di diventare un martire o un eroe. Ma il martire o l’eroe è UNO, e paradossalmente rischierebbe di riaffermare il valore della Vita individuale, mentre questa nostra civiltà può funzionare solo “per masse”, con la negazione del valore del singolo. La seconda ragione è che chi detiene il potere economico, finanziario e psicologico ha forse ancora qualche remora nell’annientare questo “antenato”, magari perché un legame profondo di una parte di lui stesso lo unisce ancora alle sue radici…

Inconsciamente, tutti gli esseri umani sono legati all’idea delle loro origini, e quando se ne discostano, producono nel profondo del loro animo una frattura che sinteticamente potremmo definire folle. Il mito di Edipo parla di ciò, in termini simbolici.

La storia ci tramanda come nella città di Tebe, il re Laio e la sua sposa Giocasta vivessero felici come tutta la loro popolazione. Un giorno il re decise di interrogare l'oracolo di Delfi per chiedergli se avrebbe mai avuto figli. L'oracolo alla richiesta del re fu molto chiaro: gli predisse di guardarsi dal generare un figlio perché, se fosse nato, avrebbe portato una grande sciagura a tutto il popolo tebano, uccidendo il sangue del suo stesso sangue e unendosi a colei che lo aveva generato. Laio, a sentire quelle parole rabbrividì tanto che quando, un po' di tempo dopo, Giocasta rimasta incinta mise alla luce un bambino, di comune accordo con la moglie decise di abbandonarlo alle pendici del monte Citerone dopo avergli perforato le piante dei piedi, sicuro che le fiere e gli stenti lo avrebbero ucciso. In questo modo, i due sovrani pensavano di aver aggirato la profezia.

Casualmente, però, il piccolo fu trovato da un pastore che, sentiti i suoi vagiti, lo raccolse e lo portò da Polibo, re di Corinto. Questi, non avendo avuto figli, accolse come un dono del cielo il bambino, al quale diede nome Edipo che significava "dai piedi gonfi".

 

 

Edipo crebbe forte e sano, circondato da tanto amore. Un giorno però un suo coetaneo durante un banchetto fece cenno alle sue origini oscure dicendogli che Polibo e la moglie Peribea, non erano i suoi veri genitori. A quelle parole Edipo decise di recarsi dall'oracolo di Delfi per sapere la verità e una volta arrivato ciò che ascoltò fu terribile: non avrebbe mai dovuto far ritorno in patria pena l'avverarsi di una antica maledizione.

Edipo sconvolto per quel responso, decise di non fare più ritorno a Corinto, convinto che quella fosse la sua vera patria e iniziò così a vagare in giro per il mondo, come un'anima in pena in cerca di un luogo dove fermarsi. 

Peregrinando giunse nei pressi della città di Tebe. Arrivato in prossimità di una gola incontrò altri viaggiatori, con i quali iniziò un litigio dai toni sempre più accesi che terminarono con l'uccisione di un vecchio da parte di Edipo. 

Proseguendo il suo viaggio, Edipo arrivò a Tebe dove incontrò Giocasta che, a causa della misteriosa morte del marito, regnava assieme al fratello Creonte. Edipo si trovò di fronte una città sull'orlo della distruzione a causa di una grandissima minaccia: una sfinge, un essere per metà uomo e per metà leone alato, inviata da Era alla quale la popolazione di Tebe aveva arrecato offesa, che decimava la popolazione perché nessun uomo o donna era in grado di rispondere ai suoi enigmi. Edipo, decidendo che quella sarebbe stata una bella città per poter passare il resto della sua vita, decise di affrontare la Sfinge. Quando Edipo fu davanti alla creatura alata, ascoltò l'enigma che recitava: "chi è quell'animale che al mattino cammina a quattro zampe, al pomeriggio con due e alla sera con tre?" La risposa di Edipo fu rapida: l'uomo. Così Tebe fu liberata dalla maledizione.

Grande fu la gioia di tutta la popolazione e della stessa Giocasta che, innamoratasi del giovane, gli propose di sposarla e di regnare con lei su Tebe. Dal loro matrimonio nacquero quattro figli: Eteoclo, Polinice, Antigone e Ismene. Poco dopo però a Tebe scoppiò una terribile pestilenza e la popolazione veniva decimata senza alcuna misericordia. Non sapendo più cosa fare Edipo decise di recarsi a Delfi per consultare l'oracolo, che diede un responso talmente oscuro che nessuno ne capì il significato. Disse infatti che la pestilenza sarebbe cessata solo quanto il responsabile della morte di Laio, il vecchio re di Tebe, sarebbe stato punito.

Edipo che non comprendeva il significato di quelle parole fece allora chiamare Tiresia, il più grande fra gli indovini del tempo che però era reticente a svelare il significato delle parole dell'oracolo tanto che alla fine Edipo fu costretto a minacciarlo per farsi raccontare la verità. Fu così che Edipo apprese che la sua patria non era Corinto ma Tebe e che non era un vecchio viandante che aveva ucciso prima di giungere nella città ma Laio, suo padre e che non avrebbe dovuto unirsi a Giocasta perchè era sua madre, quindi era lui, l'inconsapevole responsabile delle disgrazie che affliggevano Tebe.

Giocasta, non credendo a quelle parole, cercò di convincere Edipo che il bambino, nato tanti anni fa, era ormai morto. Ma destino volle che in quei giorni capitò a Tebe un messaggero di Corinto il quale, interrogato da Edipo, svelò che lui non era figlio naturale di Polibo ma che era stato adottato perché trovato, ancora in fasce, ai piedi del monte Citerone. Nel contempo fu convocato a corte l'araldo che aveva accompagnato Laio al quale venne chiesto di fornire chiarimenti sulla morte del vecchio re e questi svelò a Edipo che il viandante che lui aveva ucciso lungo la strada per Tebe era effettivamente Laio.

A quelle parole la mente di Giocasta vacillò e per il dolore e la vergogna si impiccò. 

Edipo, non potendo sopportare tanto dolore, si accecò e, scacciato da Tebe, maledisse i figli e iniziò un viaggio che lo avrebbe condotto in terre lontane fino a essere dimenticato da ogni persona e cosa del creato.

La Persona si trova così lacerata tra l’imposizione di un’aderenza alla scienza e al suo razionale pragmatismo, e l’attaccamento alle sue radici archetipiche, di cui può essere consapevole oppure no, ma ugualmente aderente ad esse attraverso il suo vissuto inconscio. In quest’ottica un’ulteriore distinzione può essere praticata tra i concetti di educazione e di addestramento.

Walter Thompson affermava che “la differenza fra la natura espressiva dell’educazione e la natura repressiva dell’addestramento si può distinguere con chiarezza nell’italiano che vive una dicotomia tra l’uomo antico che è in lui bisognoso di esprimersi e la necessità dell’integrazione (l’addestramento) che la società richiede.

 

 

Per aiutare la Persona in questa sua fatica ad esprimersi e a salvarsi, e per aiutare tutti gli operatori che svolgono la loro attività nell’ambito sociale, dobbiamo andare oltre tutte le rigide catalogazioni e tutti i tecnicismi. Anche gli operatori che hanno una loro professionalità specifica e una competenza tecnica particolare, devono “andare oltre” ad esse per poter instaurare con la Persona una relazione di aiuto più pura possibile, in cui l’ascolto empatico e l’accoglienza, in un contesto di rispetto reciproco, siano ai primi posti nella scala delle priorità.

Il Consultorio Familiare, per definizione, è deputato all’attenzione verso i bisogni e le problematiche della famiglia.

Il discorso sulla famiglia è “pericoloso” per chi lo fa e per chi lo ascolta. La famiglia, nonostante tutti gli attacchi che sta subendo, è ancora, inevitabilmente, alla base del nostro tessuto sociale, comunque sia organizzata una società. Paradossalmente, proprio gli attacchi che l’istituzione familiare sta subendo stanno ad indicare quanto essa sia scomoda in un percorso di spersonalizzazione dell’esistenza umana.

 

 

Gli operatori che lavorano nel sociale devono stare attenti a non giungere SOLTANTO a conclusioni di natura sociale, e a non fermarsi ad un progetto operativo SOLTANTO di taglio politico, inteso in senso lato. Devono tener presente il rischio di un grosso equivoco, in cui cadono le società con problemi e discriminazioni di ordine economico, morale o politico: “distruggere tutto oggi per poter ricostruire domani”. Il nuovo non nasce mai dalle rovine, tra le quali bisogna solamente recuperare la possibilità di sopravvivere. Ed eliminando le macerie di civiltà crollate, va perduto il segno di una storia che ha segnato il divenire dell’umanità.

Per ciò che riguarda la famiglia, la logica del distruggere il presente porta, ed è sotto gli occhi di tutti, ad eliminare, cancellare, insieme con la memoria, il rispetto della Vita, dei vecchi, dei bambini, della malattia, della disabilità, dell’onestà, della Natura stessa.

 

 

 

Sembra che questi valori siano diventati ormai dei miti, appartenenti ad un passato ingenuo. I miti spaventano, per il loro carattere simbolico, e quindi universale, per ciò che rappresentano, per il mistero senza tempo che contengono.

Nell’ansia di demitizzare tutto ciò che appartiene alla sfera relazionale, l’uomo moderno sta tagliando tutti i legami, avventurandosi in un modo di vivere senza più certezze, senza più punti di riferimento, e senza una direzione.

Contro il cinismo che si fa sempre più strada, il consulente familiare deve andare contro corrente, dedicandosi al rapporto con l’Altro, e impegnandosi per non diventare un tecnico che studia i meccanismi di funzionamento di esseri umani che assomigliano a cavie, di cui studiare i comportamenti e a cui applicare protocolli, ma per accompagnare le persone che gli si rivolgono occupandosi della loro umanità.

Il consulente familiare, che deve avere come valore principale il rispetto della Persona, è l’operatore della relazione e dell’ascolto, l’operatore che ha la funzione di aiutare l’individuo che a lui si rivolge a prendere coscienza del proprio modo di relazionarsi con se stesso e con l’Altro, in modo da comprendere il significato degli eventi che sta sperimentando ed eventualmente modificare i propri atteggiamenti disfunzionali.

Il consulente familiare attua una modalità di intervento non direttiva, “centrata sul cliente” secondo la definizione di Carl Rogers, intervento in cui favorisce il cambiamento, attraverso un approccio educativo e, se possibile, preventivo. Egli interagisce con altri professionisti con cui collabora, attuando una formazione permanente che ha come obiettivo il perseguire la propria crescita personale e professionale, anche avvalendosi di una supervisione qualificata, sia per aumentare la consapevolezza di sé, sia per poter usufruire di tale consapevolezza per offrire risposte adeguate all’utente/cliente/paziente.

 

Quella del consulente familiare non è assolutamente una figura nuova. Nasce nel 1939 in Canada e negli Stati Uniti. Successivamente questa figura arriva in America Latina, in Francia nei primi anni 40, mentre in Italia appare nel 1948 grazie a don Liggeri che fonda a Milano il primo consultorio familiare.

Nel 1974 viene svolto il primo corso per consulenti familiari a Torino e in seguito nasce a Roma la scuola di padre Luciano Cupia e si svolgono corsi di formazione specifici a Milano. Seguono le scuole di padre Correra a Napoli e i corsi di Giovanna Bartholini che fonda l’A.I.C.C.eF.. Attualmente, le scuole accreditate sono quelle di Roma, Napoli, Bologna e Taranto.

La formazione del consulente familiare è teorica, personale e permanente.

Per quanto concerne la formazione teorica, il consulente familiare ha una preparazione nelle discipline:

  1. socio-educative, pedagogiche, sociologiche, psicologiche e nelle altre scienze umane;

  2. sessuologiche e sanitarie;

  3. giuridiche ed etiche

per tutto ciò che riguarda gli aspetti che interessano le problematiche inerenti la Persona, la coppia e la famiglia.

Nella formazione personale, che costituisce la parte preminente nella formazione del consulente familiare, questi dovrebbe lavorare per almeno 3 anni sulla conoscenza di sé e sulle sue reazioni di fronte agli atteggiamenti e alle richieste dell’Altro. A questo scopo, è prezioso il lavoro di supervisione individuale e di gruppo, al fine di scoprire le proprie motivazioni e di maturare a livello sia personale che professionale.

I valori sui quali fare chiarezza sono riconducibili a diversi sistemi: culturale, filosofico, religioso, antropologico. In base ad essi possiamo riconoscere dei principi che devono essere alla base del lavoro del consulente familiare. Tra essi, il rispetto della Vita, la tutela della salute fisica e psichica, la dignità della Persona, la libertà individuale, l’accoglienza dell’Altro, la considerazione della Persona nella sua totalità, fatta di corpo, mente, emozioni e anima.

Il consulente familiare deve essere libero da interessi, imposizioni, condizionamenti che provengano da singole persone o dall’intero contesto sociale o politico.

 

 

Quella del consulente familiare è una vera e propria professione, che ha lo scopo di creare una relazione d’aiuto che tenda a fare della Persona la protagonista del superamento delle sue difficoltà, attraverso un rapporto di fiducia e di collaborazione.

Il compito del consulente familiare consiste nel perseguire la tutela della salute e dell’integrità fisica, psichica e relazionale della Persona, in quanto membro di una famiglia, di una coppia, di un gruppo sociale, nel pieno rispetto della dignità e della libertà individuale, senza alcun tipo di discriminazione.

Il consulente familiare deve dedicarsi alla sua formazione in modo costante, attraverso letture, studi, ricerca di documentazione, partecipazione a convegni, seminari, al fine di essere aggiornato sulle tematiche inerenti il suo lavoro.

Come ogni altro professionista, il consulente familiare è autonomo nella scelta dei contenuti e dei metodi della propria attività professionale e nella loro utilizzazione, ed è responsabile della loro applicazione sia di fronte alla Legge, sia di fronte all’istituzione nell’ambito della quale presta servizio.

Il consulente familiare, oltre al rispetto della legge sulla privacy, è tenuto anche al segreto professionale. Questo riguarda la custodia di tutto quanto il professionista venga a conoscenza del proprio utente/paziente, non palese e non nota a terzi, nel corso della relazione “terapeutica”.

Oggetto del segreto non sono solo elementi inerenti la problematica per la quale la Persona si è rivolta al consultorio, ma anche qualsiasi notizia riguardante l’utente, la sua famiglia, le sue conoscenze, resesi note al professionista all’interno o all’esterno del consultorio.

L’operatore non può acquisire la fiducia della Persona, che deve sentirsi libera di fare qualsiasi tipo di confidenza, se non le garantisce l’assoluta riservatezza. E’ un obbligo e un dovere deontologico ed etico prima ancora che giuridico.

La rivelazione di quanto si sia a conoscenza è ammessa solo ove motivata da giusta causa, rappresentata dall’adempimento di un obbligo previsto dalla Legge (denuncia all’autorità giudiziaria, ad esempio). Il segreto professionale è regolamentato dall’articolo 622 del Codice Penale.

Anche l’informazione ai familiari dell’utente/paziente può rappresentare una violazione del segreto professionale. Ciò si verifica quando la Persona non abbia espressamente acconsentito ad informare i familiari sulla propria situazione.

Anche per quanto riguarda i minori, l’operatore non è tenuto a rivelare ai genitori un segreto del figlio, a meno che la rivelazione non venga fatta nell’interesse del minore stesso.

E’ chiaro che all’interno di un’istituzione, come il consultorio familiare, il segreto professionale deve essere esteso all’équipe che di fatto condivide la gestione delle situazioni prese in carico.

I consultori familiari, come sappiamo, possono essere pubblici o privati.

I consultori privati hanno la possibilità di rispondere meglio di quelli pubblici alle esigenze del territorio in cui operano, in quanto più liberi e non condizionati da un’impronta “politica”.

Ogni consultorio ha bisogno di un’équipe di specialisti, che possono essere ANCHE consulenti familiari, i quali costituiscano con i consulenti familiari il gruppo di lavoro consultoriale. Nel consultorio privato, vi è, rispetto al consultorio pubblico, una maggiore possibilità di mobilità: qualora qualche componente dell’équipe non partecipi alle riunioni, non si coinvolga nei problemi del consultorio o si disinteressi delle problematiche dell’utenza, o non si occupi dei problemi della coppia, della famiglia o, più in generale, della società, il consultorio può allontanarlo, o sostituirlo, per riformare un’équipe funzionante.

La supervisione consiste nel rapporto tra l’operatore, o l’équipe di operatori, e un Altro, professionista esperto, che l’aiuta a lavorare.

 

 

L’operatore, nel suo lavoro, si trova davanti a problemi, con i quali si scontra e si confronta, quasi in ogni caso con cui viene a contatto. Qualsiasi Persona tocca delle corde dell’operatore, in quanto ripropone vissuti di figlio, di fratello o sorella, di moglie, di marito, di padre o madre, di collega, di amico, e così via, e questo contatto porta inevitabilmente il consulente a rivedere parti di sé e della sua storia, a riconsiderare le sue scelte di vita e i propri atteggiamenti e comportamenti. Queste riflessioni portano ad una presa di coscienza sempre maggiore da parte dell’operatore, facendolo progredire sulla strada della consapevolezza di sé e della realtà che vive, delle sue risorse e dei suoi limiti. Nessuno è privo di risorse, e nessuno è onnipotente, e l’acquisizione e il mantenimento di un equilibrio emotivo e intellettuale rappresenta una garanzia per la Persona in difficoltà.

L’aiuto nella ricerca di un equilibrio tra sé e l’Altro, attraverso un aumento della consapevolezza, è dato dal supervisore, che non è un maestro, ma una sorta di “specchio” in cui vedere chiarificato il proprio essere in rapporto a se stessi e all’Altro.

Nel rapporto tra il consulente familiare e il supervisore avviene pressappoco ciò che avviene tra il consulente familiare e l’utente: in effetti, il consulente familiare non deve essere la guida dell’utente, ma lo strumento che stimola e permette la chiarificazione.

La supervisione, se certamente è utile per chi inizia a lavorare nell’ambito sociale, diviene addirittura indispensabile a mano a mano che si cresce nel proprio lavoro con le persone. Con il tempo, e anche con l’abitudine, per così dire, ad operare con i problemi delle persone, è inevitabile che un operatore si costruisca un suo sistema difensivo, per salvaguardare la propria serenità e il proprio equilibrio. In questo senso c’è il rischio che il consulente familiare tenda ad assumere degli atteggiamenti personali, a gestire in proprio il suo modo di lavorare. Il pericolo è quello di fossilizzarsi in alcuni atteggiamenti, senza più mettersi in discussione nel proprio operare. A tutti gli operatori capita di assumere in certe situazioni, degli atteggiamenti aggressivi, o ansiosi, o dipendenti dall’utente. Talora ci si può sentire affettivamente ricattati, o provocati, oppure oggetto di richieste seduttive.

La supervisione permette di recuperare la capacità di riflessione e la lucidità sui propri vissuti e sui propri comportamenti, restituendo la libertà emotiva e l’indipendenza affettiva.

Ci sono momenti diversi, nella vita di un’équipe consultoriale, in cui la supervisione può essere percepita come più o meno utile o urgente. Tuttavia, per evitare che il supervisore sia riconosciuto come una guida, sarebbe opportuno che la supervisione avesse una periodicità fissa.

Noi, operatori della salute, dobbiamo essere consapevoli che rappresentiamo solo un momento della cura di una persona o di una situazione; ci deve per forza essere un PRIMA e ci sarà un DOPO. Quello che offriamo alla Persona in difficoltà è un ambiente in cui i valori, i pensieri, la stessa esistenza dell’individuo vengano rispettati in armonia con una dimensione culturale diffusa in modo ordinato e coerente.

Un grosso problema è lo scarto teorico, ossia il fatto che mentre la realtà clinica del malessere personale e relazionale ha una facciata apparentemente uniforme, inquietante, la riflessione di carattere teorico, psicologico e fenomenologico raggiunge punti di estrema complessità.

La caratteristica di umanità e di rispetto della Persona sono un prerequisito. Ma, come scriveva Bettelheim, l’amore non basta. Deve essere stabilito un ponte operativo tra gli aspetti teorici e gli aspetti pragmatici.

Credo che il primo elemento sia quello della necessità di un responsabile tecnico che possa garantire per quanto possibile una coerenza di linguaggio tra le varie formazioni e i vari ruoli degli operatori all’interno dell’équipe: questo è particolarmente importante perché nel gruppo di lavoro ci sono delle estrazioni, delle formazioni culturali molto diverse che rendono difficile un lavoro integrato. Il responsabile può far parte dell’équipe oppure può essere un professionista esterno, ma deve avere una conoscenza approfondita della realtà consultoriale in generale e dello specifico consultorio che deve coordinare in particolare.

E’ necessario poter parlare la stessa lingua, anche se sono evidentemente possibili delle inflessioni dialettali, che però devono rifarsi a una radice unitaria. Le relazioni d’aiuto si svolgono prevalentemente attraverso scambi verbali, e le parole traducono quasi sempre stati d’animo, sentimenti ed emozioni che, notoriamente, consistono in una molteplicità di sfumature che vengono espresse attraverso parole. Il fatto quindi, che il codice linguistico sua condiviso, risulta fondamentale.

Da queste premesse si costituisce un fattore non teorizzabile e non codificabile, che è il clima istituzionale, e consiste in qualcosa di profondamente creativo: l’odore, il sapore dell’istituzione. L’équipe rappresenta questo strumento prezioso, che informa la vita dell’intera istituzione, nella sua dimensione globale.

 

 

Ora, io credo che il problema estremamente complesso rappresentato dalla sofferenza e dal disagio, sia esso individuale, familiare o relazionale, non possa e non debba essere affrontato da una singola persona, ma richieda un gruppo di lavoro, integrato a vari livelli, in cui le contraddizioni e le ansie che gli utenti propongono possano essere metabolizzate, rielaborate e ritrasformate in una forma più costruttiva.

Spesso abbiamo a che fare con il fascino della Persona sofferente, che esprime certamente una prospettiva, per così dire, creativa. In questo nostro momento storico e culturale, molti operatori sono spesso coinvolti da questo aspetto fascinoso, attraente della Persona che vive un disagio, specie a livello psicologico, della sua ricchezza e complessità che è alla base di quel fenomeno di idealizzazione collettiva che ha caratterizzato, dagli anni 70 in poi, il movimento dell’antipsichiatria. Per una paradossale inversione, il distruttivo, l’oppositivo, tutto ciò che è più confuso e frantumato nelle situazioni di disagio è diventato una manifestazione da ammirare, il che indubbiamente ha un certo senso, ma può risultare estremamente pericoloso se viene teorizzato come una sorta di idealizzazione della devianza. Naturalmente, all’opposto, l’équipe può sviluppare una risposta di carattere cinico, cioè una risposta di difesa fredda come modo di arginare la dimensione angosciosa con cui si è quotidianamente a contatto. Come sempre, in media re stat virtus… E’ necessario concentrarsi sulla singola persona, sul vissuto particolare in una storia unica e irripetibile. Ogni persona rappresenta un microcosmo da scoprire, da conoscere e da rispettare.

Quali risposte possono arrivare dall’équipe, di più e meglio rispetto al singolo professionista?

La prima è quella dell’accoglimento, della disponibilità: Resnik parlava di ECOLOGIA DELL’INCONTRO per indicare qualcosa che connota, nella dimensione della Persona in cerca di aiuto, il clima istituzionale di cui abbiamo accennato sopra.

Un’altra funzione dell’attività collettiva è un’attività di ristoricizzazione, sia a proposito della storia individuale dell’utente, sia della storia dell’istituzione che non deve mai abbandonare la memoria delle sue origini e il significato della sua esistenza.

Altro elemento delle funzioni dell’équipe è la riscoperta e la riutilizzazione delle parti sane della Persona o della situazione con la quale si è in contatto, così com’erano prima dell’insorgere della crisi per la quale è stato chiesto aiuto.

In termini psicoanalitici possiamo dire che nella sofferenza la realtà può essere rimossa, ma non cancellata né abbandonata.

La vita di un gruppo, la vita di un’istituzione, non è fatta solo di tristezza, di conflitti, di sofferenza. Gli operatori di un gruppo devono introdurre nella loro quotidianità degli elementi ludici, di piacere, primo fra tutti il piacere dello stare insieme, di condividere, di mantenere una spontaneità che talora sembra soffocata da ciò che ci circonda.

E’a tutto questo che serve il responsabile, o, ancora, il supervisore, che permetta di guidare uno sguardo sul gruppo e vederne e renderne visibili i molteplici aspetti. E in un clima istituzionale buono, tutti i vari aspetti possono essere espressi.

La diagnosi, la formulazione di un intervento che mi piace definire genericamente terapeutico e la sua applicazione nei confronti delle situazioni che si presentano in consultorio, presuppongono una presa in carico istituzionale, che coinvolga da subito tutti gli operatori dell’équipe.

Talvolta si può creare per qualche tempo un clima di incertezza e di difficoltà nell’équipe, uno scontro tra “fazioni” o tra singoli operatori. Certe situazioni ci mettono in crisi, toccando corde sensibili dentro di noi, che hanno a che fare con la nostra storia e le nostre esperienze di vita. La crisi, che noi associamo frequentemente ad un vissuto di difficoltà e di malessere, in realtà rappresenta un’occasione di cambiamento, sia per ogni singola persona, sia per il contesto in cui ci si trova a confrontarsi: l’équipe deve trovare un nuovo equilibrio al suo interno, accettando il cambiamento legato all’elaborazione dei contenuti emersi. Se l’équipe vive in una condizione di conflittualità interna non risolta o di individualismo, o di indifferenza reciproca, non trova né l’energia né la lucidità necessarie per tollerare l’esigenza del cambiamento.

Se ci si accorge che si prendono e si ricercano decisioni solo operative, facendo spesso riferimento alle regole, è necessario riflettere sul significato difensivo di queste scelte. Un buon equilibrio nel clima istituzionale, in cui ogni operatore si sente a proprio agio nei tempi, negli spazi e nelle attività che comporta il suo lavoro, è possibile se l’équipe persegue al suo interno un suo benessere nei rapporti interpersonali, sia nelle attività organizzate in gruppo, sia in quelle informali, come condividendo una banale e quotidiana pausa caffè.

Per le persone che entrano nel consultorio, l’équipe rappresenta una sorta di modello identificatorio a cui rapportarsi e da imitare nella propria vita relazionale e affettiva, per cui l’armonia, che viene percepita al di là della volontaria espressione di essa, condiziona positivamente la vita all’interno dell’istituzione. Una posizione individualistica favorisce il sorgere di alleanze, di legami molto forti, esclusivi, difficili da gestire per chi ne è coinvolto e difficili da tollerare per chi ne è escluso.

Un altro elemento importante, come già accennato, è la tolleranza al cambiamento. Se l’operatore è in grado di essere curioso e tollerante di fronte ai propri cambiamenti e a quelli degli altri componenti dell’équipe, sarà tollerante anche nei confronti degli utenti, comunicando loro una reale disponibilità all’accoglienza e all’ascolto.

La capacità di accettare i cambiamenti aumenta se ci sono dei principi che non cambiano, che formano un quadro di riferimento stabile: non solo gli ideali, ma anche le più banali regole legate alla convivenza vanno discusse e condivise. A questo proposito c’è ancora un problema, a mio avviso, spinoso: quello delle gerarchie. Se queste sono troppo rigide, ostacolano la dialettica, e non esiste che l’obbedienza. Se è negata la loro esistenza è il caos. Tra questi due estremi sta una gerarchia legata alle diverse funzioni degli operatori. E’ bene che il ruolo gerarchico e le competenze di ciascuno siano accettate e rispettate.

Il percorso dal primo contatto con l’utente alla sua presa in carico presuppone due tappe fondamentali: la prima prevede che l’operatore riesca ad instaurare una relazione positiva con la Persona, ossia ne focalizzi i bisogni e le aspettative. Gli ostacoli a questa prima operazione sono molti, perché le pressioni anche esterne, le angosce e spesso la drammaticità della situazione creano una condizione di urgenza che toglie lucidità all’operatore. In realtà, per accogliere un nuovo utente non è sufficiente una disponibilità di tempo o il desiderio di poter fornire aiuto dinanzi a una richiesta, ma bisognerebbe interrogarsi sullo spazio emotivo indispensabile per un investimento che può essere molto impegnativo.

E’ poi necessaria la presentazione del nuovo caso all’équipe. E’ essenziale darsi la possibilità di riflettere, in base agli elementi a disposizione, sulla reale possibilità di essere d’aiuto nella specifica situazione. Bisogna anche predisporre vie alternative, qualora non si reputi opportuna o utile la presa in carico del caso: è dunque necessario identificare eventuali invii ad altre istituzioni, al fine di garantire una risposta adeguata alla richiesta.

La riunione d’équipe è il più importante strumento operativo all’interno del consultorio, ed è perciò fondamentale che vi partecipino tutti gli operatori della struttura.

L’obiettivo è quello di condividere sia un progetto di intervento comune rispetto alle situazioni prese in carico, sia un vissuto emotivo suscitato dagli utenti, sia le opinioni professionali in merito ai vari casi.

Il fatto di lavorare insieme, di mettere in comune le emozioni e le immagini sulle varie situazioni, ha anche il significato di un’esperienza formativa fatta sul campo. Non è facile apprendere un linguaggio comune, uscire dalla passività, mettere allo scoperto i propri sentimenti e mostrare cosa si pensa invece di nasconderlo. I primi tentativi di esporsi sono maldestri, ancora troppo carichi di emozioni non filtrate. Un intervento riuscito è una grossa molla alla motivazione e al piacere di collaborare nel gruppo di lavoro.

Non sempre le cose vanno lisce, e ci possono essere degli ostacoli al lavoro in équipe.

Il primo è l’angolo di visuale diverso, una distanza tra differenti punti di vista, che si deve evitare che diventi una scissione.

Il secondo è che l’interdipendenza tra gli operatori talvolta è difficile da tollerare, e se c’è intolleranza viene meno la capacità del gruppo a mettere in comune le reciproche informazioni e i diversi pensieri.

Un terzo ostacolo è quello dell’identificazione “adesiva”. E’ il caso di un utente che porta alle estreme conseguenze il normale processo di identificazione. L’operatore allora si sente succhiato, derubato di una parte di sé, coinvolto in un rapporto che non controlla più, dove fatica a recuperare le sue distanze e i suoi spazi emotivi.

Altra difficoltà con cui l’équipe deve fare i conti è il sentimento di paura, sia nei confronti di qualche utente, sia nei confronti della propria inadeguatezza o fragilità.

Nell’équipe si manifestano segnali di angoscia, di paura, di senso di impotenza, di rabbia, di confusione. Talvolta si tratta di sentimenti espressi apertamente, altre volte sono manifestati indirettamente attraverso proteste generiche, o atteggiamenti riparativi nei confronti di ciò che mette in difficoltà, o attraverso richieste al responsabile o agli altri operatori che denunciano un eccessivo bisogno di dipendenza.

E’ sempre utile parlare in équipe dei propri sentimenti e delle proprie difficoltà. La consuetudine all’elaborazione comune permette di far riferimento ad esperienze precedenti, si impara ad accettare che non tutti abbiano le stesse difficoltà in situazioni simili e che la condivisione dei vissuti costituisce una risorsa eccezionale per la crescita sia del singolo operatore che dell’intero gruppo di lavoro.

 

 

Tra operatori e utenti, e tra gli operatori non deve frapporsi la tecnica, non deve accadere che tecnicamente l’operatore scelga una tecnica e la applichi a se stesso e alla Persona, come se fosse possibile la scelta di una tecnica scientifica che prescinda dalla visione del mondo dell’operatore stesso, da ciò che egli pensa della Vita e del suo lavoro. E d’altra parte non si deve cadere nello spontaneismo e nell’improvvisazione. La tecnica deve essere PRIMA dell’operatore, che deve essere stata assimilata al punto da permettere all’operatore di rimanere spontaneo e di poter essere creativo.

Ogni intervento “terapeutico” è per l’operatore un’occasione straordinaria, un dono della Vita e per la sua Vita: vi è dolore, vi è gioia, vi è crisi, vi è crescita.

Vorrei ora soffermarmi brevemente sul prendersi cura dell’utente da parte dell’équipe. Credo valga la pena di riflettere sul fatto che per CURA intendiamo tutto ciò che si fa per perpetuare, o recuperare, la salute fisica e/o psichica della Persona. Il modello è quello della cura del corpo nelle relazioni madre-bambino studiata da Winnicott. Egli affermava che “se l’adattamento della madre alle esigenze del figlio è sufficientemente buono” per cui la madre riesce ad integrarsi con i gesti e i bisogni del figlio, il bambino “comincia a credere nella realtà esterna e collega sé e il mondo fuori da sé; quando invece il bambino non viene riconosciuto nei suoi gesti e nei suoi bisogni ma gli viene chiesto uno sforzo precoce di adattamento e di rinuncia ai propri bisogni, “il bambino viene indotto ad essere compiacente, e viene strutturando un falso sé per reagire alle richieste ambientali”.

Nel lavoro di équipe si devono affrontare molteplici difficoltà, spesso affettive, nel trovare una giusta relazione reciproca, la media res: né la corazza, né la pelle nuda.

L’ansia, la rabbia e la tenerezza sono i sentimenti più ricorrenti e coinvolgenti.

L’ansia, prima di costituire un sintomo di sofferenza, è un elemento funzionale alla sopravvivenza. Si tratta di una sorta di segnale di allarme che fa prestare attenzione ai possibili rischi di una situazione non ancora conosciuta o non controllabile. L’ansia è inerente al contatto stesso con la sofferenza, in quanto la possibilità di soffrire rappresenta un elemento destabilizzante. Quando il livello di angoscia è troppo alto, non si riesce più a vedere la situazione con lucidità, e non si riesce a pensare. Va allora tenuto presente che LE COSE IMPORTANTI NON DEVONO MAI ESSERE URGENTI. A parte singole condizioni di emergenza, le questioni che riguardano le relazioni critiche con le persone sono per loro definizione importanti per il consulente, e meritano quindi che venga dato loro un tempo che permetta una seria riflessione.

La rabbia, spesso legata ad un sentimento di impotenza, va gestita, anch’essa, attraverso il recupero della capacità di pensare. Prima di tutto, però, la rabbia va accettata come tutti gli altri stati d’animo: va preso atto della sua presenza, e va compreso il motivo del suo insorgere. Comprendere significa, in ultima analisi, poter gestire anche le situazioni più delicate.

La tenerezza, che pure è un sentimento positivo, è mal sopportato sia dagli utenti che dagli operatori. La persona in difficoltà teme la tenerezza perché ogni legame con gli altri è per lei fonte di paura, o, quanto meno, di diffidenza. Gli operatori la temono per la vergogna di provare affetto per persone così sofferenti, oppure perché è “poco professionale” voler bene ad un utente o, ancora, perché vi è una sorta di timore dell’innamoramento insito in un controtransfert positivo.

Riprendendo Ferenczi, possiamo dire che spesso capita un fraintendimento: l’adulto propone o risponde con la passione “erotica” ad un linguaggio del bambino (o della persona sofferente) fatto di tenerezza e richiedente tenerezza. Benedetti affermava che “principio essenziale nella terapia è l’amore terapeutico”. La tenerezza è la prima forma di amore espressa dalla mamma nei confronti del bambino piccolo, ed è la prima forma di amore compresa dal bambino attraverso la percezione di essere accettato e “contenuto” dalla mamma. L’amore terapeutico è questo: un amore non erotizzato, asessuato, fatto di accoglienza.

 

 

Per noi che abbiamo scelto di svolgere un’attività che implica la creazione e la gestione di una relazione di aiuto, è impossibile non tenere in considerazione chi siamo. Le nostre scelte dipendono da una lunga serie di elementi; innanzitutto dalla vita che ciascuno di noi ha vissuto con quella famiglia nella quale è nato, in quel contesto; dipende dalle ferite che ciascuno di noi ha ricevuto nel contesto della famiglia nella quale è nato; dipende dalle ferite che ciascuno di noi si porta dentro, dalle scelte che ha fatto, dalle persone che ha incontrato.

Racamier affermava che “pur essendo degli analisti noi non possiamo essere al di fuori dei valori socioculturali comunemente ammessi dalla società alla quale noi, come i nostri pazienti, apparteniamo”.

Sembra quindi non esistere una psicologia da considerare solo come metodo scientifico, ma che questa si articoli, si forgi, prenda consistenza negli operatori, ognuno dei quali la utilizza secondo un certo stile, dopo anni di formazione e di esperienza. E anche qui non c’è nulla di scontato, perché mentre alcuni per tutta la vita cercano di approfondire e studiare, altri considerano questo lavoro un esercizio inutile e dispendioso. La risposta della psicologia dovrebbe essere la neutralità: una neutralità che conduce non ad approvare né a disapprovare i nostri utenti o pazienti, ma a comprenderli, e a comunicare loro la nostra comprensione, in modo che la Persona possa giungere all’assunzione della responsabilità delle sue scelte e delle sue azioni, con piena cognizione di causa. E’ dunque una neutralità alquanto strana, in quanto certamente non interferisce ad un livello superficiale, ma interferisce invece ad un livello più profondo, sul senso della Vita. E ciò non può derivare se non dai valori dell’operatore stesso. Ciò che è terapeutico (nel senso che porta ad un benefico cambiamento) è l’incontro profondo dell’operatore con il suo utente. Ciò che è terapeutico è il percorso compiuto assieme: il percorso psicologico non è mai la storia di una persona, ma è sempre la storia di un cammino.

Vi è anche un contatto del lavoro consultoriale con l’ambito spirituale, inteso nel suo senso più ampio.

Se il seme non muore, non può dare la vita, dice il Vangelo. Se un paziente, come dice Resnik, non accetta di essere paziente, non accetta la sua sofferenza, non potrà mai uscire dalla morte del dolore.

La crisi è questo: da una condizione di sofferenza, passando attraverso un lutto, si può arrivare ad un cambiamento, ad una rinascita. Se l’operatore ha sperimentato la stessa sofferenza nel suo percorso personale, la soluzione del sintomo avviene attraverso il riconoscimento dell’angoscia e della sofferenza.

Chi perde la sua vita la salverà. E’ la condivisione di questo grande dolore con l’operatore che permette all’utente di superarlo e di diventare Persona, ma Persona significa limite, limitatezza, bisogno di stare con gli altri, necessità di un elemento spirituale che dia significato all’esistenza. Un intervento “terapeutico” non può non essere una trasmissione di valori, che per essere trasmessi devono essere stati prima conquistati.

 

 

L’Altro, per quanto sofferente, per quanto povero, è innanzitutto una Persona, e ha in sé il valore intrinseco di essere Persona.

Ed è l’amore terapeutico che lo fa nascere alla Vita.

 

 

Bibliografia

 

Andolfi M., LA TERAPIA CON LA FAMIGLIA, Astrolabio, Roma 1977

Bartholini G., IL CONSULENTE DI COPPIA, Ed. Dehoniane, Bologna 1976

Benedetti G., LA PSICOTERAPIA COME SFIDA ESISTENZIALE, Cortina, Milano 1997

Ferlini G.M., L’OPERATORE PSICHIATRICO FRA TECNICA E CREATIVITA’, relazione a Riva del Garda (TN) 1984

Racamier P.C., LO PSICOANALISTA SENZA DIVANO, Cortina, Milano 1976

Racamier P.C., GLI SCHIZOFRENICI, Cortina, Milano 1980

Racamier P.C. – Taccani S., IL LAVORO INCERTO, Del Cerro, Pisa 1986

Resnik S., LO SPAZIO MENTALE, Bollati Boringhieri, Torino 1990

Rogers C.R., LA TERAPIA CENTRATA SUL CLIENTE, Martinelli, Firenze 1970

Rogers C.R., PARTNERS – IL MATRIMONIO E LE SUE ALTERNATIVE, Astrolabio, Roma 1974

Rosenfeld H., COMUNICAZIONE E INTERPRETAZIONE, Boringhieri, Torino, 1989

Selvini Palazzoli M. – Boscolo L. – Cecchin G. – Prata G., PARADOSSO E CONTROPARADOSSO, Feltrinelli, Milano 1975

Winnicott D.W., DALLA PEDIATRIA ALLA PSICOANALISI, Martinelli, Firenze 1975

Winnicott D.W., LA FAMIGLIA E LO SVILUPPO DELL’INDIVIDUO, Armando, Roma 1968

 

 

Dott. Laura Mullich

Psicoanalista

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